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LADRI DI BIBLIOTECHE

Progetto Fascismo
2019

Copyright © 1956 e 1964 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino


Sesta edizione
Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira

Storia d’Italia
nel periodo fascista

Giulio Einaudi editore


Indice

ρ. 15 I. Il dopoguerra
Ripresa politica (p. 15). - I Combattenti e la Costituente (21). - Neutrali­
sti e interventisti, nazionalisti e «rinunciatari» (25). - Le dimissioni di
Bissolati e di Nitti (29). _ Partito popolare e Azione cattolica (31 ). - Il do­
poguerra economico-sociale (36). - Passato di Mussolini (43). - Mussolini
interventista (47). - Alla ricerca di una casa (52). - Fondazione del fasci­
smo (56). - Il 15 aprile a Milano (59). - L’Italia alla conferenza di Parigi
(61). - Mobilitazione nazionalfascista in Italia (66). - Il ritorno a Parigi:
Adriatico, Asia Minore, colonie (71). - Errori dei « big » (76). - Caduta di
Orlando e avvento di Nitti (78). - Tittoni a Parigi. Fiume (83). - I tumul­
ti per il caroviveri, e lo sciopero politico del 20-21 luglio (83). - Legge elet­
torale e inchiesta su Caporetto (92). - Fiume e il pronunciamento dannun­
ziano (96). - Congressi di partiti e lotte elettorali (103). - Il discorso di
Dronero (no). - Le elezioni (112).

115 il. Nitti e Giolitti


La situazione parlamentare-governativa (115). - Inconcludenza socialista e
calcoli mussoliniani (118). - Le difficoltà economiche (124). - Inizi della
nuova Camera (126). - La scioperomania e il « complotto fiumano » (129).
- Crisi statale (135). - Il terzo ministero Nitti (142). - L’ultimo ministero
Giolitti (146). - L’occupazione delle fabbriche (130). - Le elezioni ammini­
strative (156). - Rapallo e Fiume ( 158). - La vittoria e il pane ( 163). - En­
tra in campo il fascismo agrario (166). - Il secondo periodo del ministero
Giolitti. Sviluppo dello squadrismo (176). - La scissione comunista. Mus­
solini e gli industriali (180). - L’atto d’accusa di Matteotti e la risposta di
Giolitti (183). - Coalizione delle opposizioni antigiolittiane (184). - Le
nuove elezioni e il ritiro di Giolitti (187).

193 in. L’agonia dello stato liberale


Il ministero Bonomi e il patto di pacificazione (193). - Fondazione del Par­
tito nazionale fascista (200). - La lunga crisi Bonomi e il «veto Sturzo»
(207). - Sindacalismo fascista e prime mobilitazioni (213). - Lo « sciopero
legalitario» e l’esautorazione fascista dello Stato (221). - L’alternativa fa­
scista (228). - La marcia su Roma e la capitolazione del sovrano (235).

24° IV. Il fascismo al potere


Il ministero Mussolini (240). - Le dimissioni di Sforza e l’appoggio di Gio­
litti (242). - Parate e violenze (245). - Il discorso del « bivacco » e il voto
di fiducia (247). - I discorsi Chimienti e Albertini al Senato (233). - La
1
Indice
normalizzazione e l’eccidio di Torino (256). - Debutto all’estero (264). -
Mussolini dilettante di politica estera (267). - Forza e consenso (273).
- Croce e Gobetti, Giolitti e Salandra (279). - Massoneria e nazionalismo
(281). - La rottura con i popolari (282). - La fronda fascista e la bastonatu­
ra a Misuri (285). - L’espulsione di don Sturzo e la nuova legge elettorale
(289). - Corfù (293). - Tangeri e Fiume (296). - Revisionismo fascista fal­
lito (299). - « Ceka » ed elezioni (302). - La questione essenziale (304). -
Le liste e il «listone» (307). - Violenze preelettorali (312). - I risultati
(317). - Violenze postelettorali (319). - La riapertura della Camera e il
canto del cigno di Matteotti (322).

329 V. Riscossa e disfatta della libertà italiana


L’assassinio di Giacomo Matteotti (329). - Reazioni alla Camera e nel pae­
se (330). - Costituzione dell’Aventino (333). - Condotta del governo e del
fascismo (333). - Discussione e voto al Senato (336). - Doppio binario
mussoliniano (338). - Azione delle opposizioni (339). - La condotta del re
(341). - Rinvenimento della salma di Matteotti (342). - Fermento di vio­
lenza e tattica di normalizzazione (343). - Riapertura del parlamento: Gio­
litti all’opposizione (347). - L’«Unione nazionale», e la protesta morale
(348). - Il Tre gennaio (351). - L’èra Federzoni-Farinacci (353). - I com­
battenti; il manifesto degli intellettuali; il congresso dell’Unione nazio­
nale (358). - Farinacci segretario del partito; violenze contro Amendola a
Montecatini; notte di sangue a Firenze (360). - Attentato Zaniboni (4 no­
vembre 1925) (362). - Provvedimenti sulle associazioni, sulle dispense dei
funzionari, sulla stampa, sui fuorusciti (365). - Leggi sul capo del governo,
sui poteri del governo, sulle amministrazioni comunali (366). - Organizza­
zione sindacale e corporativa (368). - Il patto di Palazzo Vidoni e la legge
Rocco sulle Corporazioni (371). - L’espulsione dei deputati popolari dalla
Camera (373). - Il processo contro gli uccisori di Matteotti (374). - Atten­
tati Gibson e Lucetti (375). - Difesa della lira: discorso di Pesaro (18 ago­
sto 1926) (378). - Attentato di Bologna (31 ottobre 1926) (379). - Provve­
dimenti di polizia e legge per la difesa dello Stato (381).

386 vi. Il regime fascista


Fine della vita politica (386). - Normalizzazione dell’estremismo fascista
(388). - Repressione politica e giudiziaria (390). - Il processo Zanibo­
ni (394). - Fascistizzazione del paese (395). - Sindacalismo fascista (399).
- Adattamenti e palinodie (402). - La Carta del lavoro (404). - Riduzione
di salari (406). - Re e « duce » (409). - Lo sfondo oscuro (411). - L’opinio­
ne estera (413). - Il discorso dell’Ascensione (416). - La fascistizzazione
prosegue (423). - Dissidentismo ed estremismo residui (429). - La litania
dei processi (431). - La nuova legge elettorale e la dichiarazione Giolitti
(434)· - Ultime voci di libertà al Senato (437). - La legge del Gran Consi­
glio (441).

445 vu. I Patti del Laterano e il Decennale


Mussolini e Pio XI (445). - Pio XI di fronte al fascismo (448). - La pregii
dizuk: di Pio XI (452). Scambio confidenziale di idee U55). - L’alloct
zione delle due tempeste (459). - I primi schemi (461). - La questione di
ÙÌ°biknritSr s46? ' T Uklml Schemi (472)· ~ 1 Patti del Laterano (478)
Un bilancio (482). - Interpretazioni e commenti (483) - Assemblea unir
ÏÎXnee,iler1SCltO (f 7)· - Sviluppi le«islativi e Polemici (49™) La d
scussione alla Camera (494). - Polemica fra pontefice e « dutu » (.„<,)
Malumori e contrasti (505). - Il partito rimane, e ingrossa (507). - L'Acc:
Indice 9
demia d’Italia (512). - Scuola fascista e Tribunale speciale (514). - Da Tu­
rati a Giuriati (517). - Il conflitto con l’Azione cattolica (519). - Gruppi
universitari fascisti e squadrismo (525). - Il giuramento fascista universi­
tario. L’Istituto fascista di cultura (527). - «Andare verso il popolo» e
« cambio della guardia » (529). - Il Decennale (331). - La facciata e la ca­
sa (535)·

538 vin. Lo stato corporativo


La battaglia della deflazione (538). - La crisi economica mondiale (542).
- Lo stato corporativo: teoria e realtà (545). - Interventismo statale a ol­
tranza (552). - Battaglia del grano e bonifica integrale (557). - La politica
dei lavori pubblici (562). - L’edilizia monumentale. La «Roma di Musso­
lini» (565). - Politica assistenziale (568). - Politica demografica (569). -
L’Italia economica nel 1934 (572). - Il secondo « plebiscito » (577).-« Mo­
tus in fine velocior » (579). - Un dissidente: il caso Arpinati (382). - « Di­
scorso agli operai di Milano » (583).

386 ix. Fuorusciti e cospiratori


Fuoruscitismo antifascista e risorgimentale (586). - Gli esodi spiccioli
(587). - Nitti, Sturzo, Donati (589). - Il circolo fiorentino e l’esodo di Sal­
vemini. Morte di Gobetti (590). - L’intrigo di Ricciotti Garibaldi (591).
- L’esodo-staffetta di Modigliani (593). - Il grande esodo (594). - L’eva­
sione di Turati (596). - Il processo di Savona (599). - La concentrazione
antifascista (601). - « Azione diretta » (605). - Attività clandestine in Ita­
lia (607). - Il partito comunista italiano (608). - I comunisti e gli altri
(612). - Bocchini e l’OVRA. Confino e carceri (613). - Fuoruscitismo spu­
rio (619). - Ernesto Rossi e Riccardo Bauer. L’evasione di Rosselli e Lussu
(621). - Formazione di «Giustizia e Libertà» (625). - Incremento spora­
dico dell’azione diretta (629). - La « svolta » del partito comunista italiano
(636). - Unificazione socialista e « socialismo liberale » (641). - Il volo di
Bassanesi e il processo De Rosa (646). - « Alleanza nazionale » e « Giusti­
zia e Libertà » italiana (649). - L’azione continua (660). - Il testamento di
De Bosis (664). - « Terrorismo antifascista » (667). - Schirru, Sbardellotto,
Bovone (670). - Il « terrorismo slavo » (667). - Movimenti dei gruppi anti­
fascisti in Francia (680).

690 X. Politica estera mussoliniana


La politica estera del periodo Contarini (690). - Il « duo » Chamberlain-
Mussolini: da Locamo a Rapallo (693). - Fuochi d’artificio mediterranei
(704). - L’incontro Mussolini-Chamberlain a Livorno (710). - Mussolini,
la Jugoslavia e l’Albania (715). - Attività danubiano-balcanica di Musso­
lini (725). - « Tour d’horizon » e bilancio (727). - Il Patto Kellogg (730).
- Grandi « paravento» di Mussolini (732). - La nuova fase della politica
europea (733). - La conferenza navale di Londra (735). - La «tournée»
incendiaria mussoliniana (738). - L’esplosione del nazismo in Germania
(741). - Campagna revisionistica italo-tedesco-ungherese (742). - Il proto­
collo austro-tedesco e la crisi finanziaria germanica (746). - Colloqui italo-
tedeschi (748). - La conferenza del disarmo e il congedo di Grandi (750).

752 xi. Fascismo e nazismo


L’avvento di Hitler (752). - Filofascismo internazionale (7.54). - Politica
mussoliniana all’inizio del 1933 (757). - Il Patto a quattro (763). - Ripresa
della conferenza per il disarmo e ritiro della Germania (770). - Fascismo
IO Indice
«esportato» (776). - ... e antifascismo internazionale (779). - Divisioni e
spostamenti nell’antifascismo italiano (783). - La bomba in San Pietro e
i nuovi arresti di Torino (790). - Consensi e dissensi nazifascisti (793). -
L’Austria fra Hitler e Mussolini (795). - Il fronte di Stresa (804). - Proli­
ficazione del fascismo (809). - Qualche novità nel mondoantifascista(8n).

815 XII. L’impresa etiopica


Dietro Stresa, l’Etiopia (815). - I prodromi dell’impresa (822). - Prima
fase del conflitto etiopico (826). - L’opinione pubblica europea (836). - Il
conflitto italo-societario (841). - In cerca di un compromesso; il piano La-
val-Hoare (846). - Primo periodo delle operazioni militari (859). - Le san­
zioni: apparenza e realtà. La reazione fascista (862). - Raccolta dell’oro e
inizi di autarchia (868). - Inconcludenze ginevrine e inserimento tedesco
(872). - La polemica ideologica e per i metodi di guerra fascisti (876). - La
caduta dell’Etiopia e la sconfitta della Società delle Nazioni (879).

885 XIII. L’asse Roma-Berlino


Il regime continua (885). - Il « costume fascista » (889). - Il « Minculpop »
(894). - Romanità e mistica fasciste (898). - Governo di palazzo (901). -
Il « clan Petacci » e la corruzione (904). - Finanza statale ed economia na­
zionale (906). - Bonifica e colonizzazione (913). - La fissazione demogra­
fica (917). - Autarchia (922). - Difficile pacificazione dell’Etiopia (927).
- Il riconoscimento dell’impero (930). - L’accordo austro-tedesco (932).
- L’insurrezione reazionaria spagnola e la politica fascinazista (934). - Com­
battenti italiani per la libertà (941). - Inizio e sviluppo dell’asse Roma-
Berlino (945). - Isterismi mussoliniani (951). - L’assassinio dei fratelli
Rosselli (957). - Saturnali nazifascisti (961). - Mussolini contro re e papa
(968). - L’Austria a Hitler, il maresciallato dell’impero a Mussolini (969).
- Il Führer a Roma (975). - Razzismo e antisemitismo (979). - Il « duce »
contro il trono e l’altare (984). - Al seguito di Hitler contro Beneš. Mona­
co (985). - L’attacco alla Francia (990). - Legislazione antisemitica e «bo­
nifica culturale » (993). - La Camera dei Fasci e delle Corporazioni (998).
- Capodanno diplomatico del 1939 (1001). - Il trionfo di Franco e la mor­
te di Pio XI (1004). - Hitler a Praga, Ciano a Tirana (1005).

1008 XIV. La guerra nazifascista


Il Patto d’acciaio (1008). - Condizioni degli armamenti italiani (1010).
- Stato delle cose allo scoppio della guerra ( 1014). - Il conflitto tedesco-po­
lacco (1020). - Ciano a Salisburgo (1022). - Le oscillazioni di Mussolini e
la « non belligeranza » (1023). - Crisi morale del regime (1028). - Il « gabi­
netto Ciano» (1030). - Persistente germanofilia mussoliniana (1031). -
L’intervento (1035). - Obbiettivi politici e piani militari (1039). - Vana
offensiva occidentale e armistizio con la Francia (1044). - Facili successi
africani (1046). - Prima fase delle operazioni marittime (1049). - Piani ag­
gressivi balcanici, e firma del Tripartito (1050). - Fallito attacco alla Gre­
cia, e sconfitta libica (1052). - Il fronte interno nel 1941 (1056). - Partito
e « duce » in ribasso ( 1060). - Occupazione della Jugoslavia e della Grecia
(1062). - Ripresa con Rommel in Libia, e perdita dell’Africa orientale
(1063). - Il regno di Zvonimiro (1065). - Alla coda dei Tedeschi, contro
Russia e Stati Uniti (1067). - Il disastro egiziano e quello russo (1071).
- Capitolazione in Tunisia (1076). - Crollo del fronte interno (1079). - Ul­
timo cambio della guardia (1084).
Indice II

1087 XV. La Resistenza e la liberazione


La «Resistenza» per la salvezza d’Italia (1087). - Occupazione della Sici­
lia (1090). - Ultimi convegni (1091). - Il 25 luglio (1092). - Il governo dei
quarantacinque giorni (1097). - Rapporti italo-tedeschi (1102). - Bombar­
damenti e trattative (1105). - L’armistizio del 3-8 settembre (1109). - L’I­
talia divisa in due e la restaurazione fascista (1115). - Programma politico­
sociale del fascismo repubblicano. Il processo di Verona (1120). - Dominio
tedesco e soggezione fascista (1123). - Inizi e origini del movimento par­
tigiano (1127). - «Il regno del Sud» (1129). - Stasi militare alleata e cre­
scente attività partigiana. Gli scioperi operai (1134). - Le Fosse Ardeatine
(1139). - La liberazione di Roma (1140). - Luogotenenza regia e governo
del CLN (1142). - Ultimo periodo della repubblica di Salò (1146). - Il
CLNAI e il culmine dell’azione partigiana (1153). - Fase finale della Resi­
stenza e crollo nazifascista (1156). - La Resistenza nella Venezia Giulia e
le sorti di Trieste (1163).

1165 Note

1175 Indice dei nomi


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Storia d’Italia nel periodo fascista
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Scansione a cura di irmaladolce

Capitolo primo
Il dopoguerra

Ripresa politica.

Allorché la Camera italiana si riapri il 20 novembre 1918, la grande


guerra era terminata su tutti i campi con la piena vittoria delle « potenze
alleate e associate ». Tutti gli armistizi erano firmati, e le occupazioni
territoriali ivi stabilite avevano avuto effetto. Quanto all’Italia, le no­
stre truppe occupavano a nome dell’Intesa una lunga, sinuosa striscia
nella parte meridionale dell’impero absburgico, secondo una linea armi­
stiziale corrispondente a quella fissata nel trattato di Londra per le ces­
sioni all’Italia, e in più Fiume, trasformata poco dopo in occupazione
interalleata anche di fatto.
Il presidente del Consiglio, Orlando, nelle comunicazioni del go­
verno, associò alla celebrazione della vittoria l’enunciazione dei prin­
cipi che avrebbero dovuto ispirare il nuovo assetto di pace. Espresse
un’adesione cordiale e generica al programma di Wilson per la fonda­
zione di un nuovo diritto internazionale, o piuttosto - soggiunse -
di un vero diritto internazionale. L’Italia, una volta soddisfatte le sue
legittime aspirazioni nazionali, non aveva nessuna mira imperialistica.
Ma la guerra era stata « sintetica e totale » come nessun’altra prece­
dente; essa costituiva «la più grande rivoluzione politica e sociale che
la storia ricordi». Tanto sangue non sarebbe stato sparso invano, se
per esso si avverasse il vaticinio dantesco (veramente, Dante aveva
tradotto Virgilio):
Secol si rinnova,
Torna giustizia e primo tempo umano.

A questi accenti messianici s’intonava la proclamazione di nuovi


e grandi doveri spettanti all’Italia, specialmente nel campo sociale;
ma, a controbilanciare la spinta messianico-rivoluzionaria, si afferma­
va contemporaneamente da Orlando che le essenzialmente democra­
tiche istituzioni italiane consentivano ogni sviluppo e ogni trasfor­
mazione.
Le parole dei principali oratori non furono in tutto consone a co-
desta veduta ottimistica del presidente del Consiglio. Il giorno se­
16 Capitolo primo

guente, 21 novembre, Turati, leader della corrente più temperata in


seno al partito socialista, disse che ogni partito doveva riprendere la
propria fisionomia: in altre parole, auspicò il ritorno - terminata ogni
« union sacrée » (che del resto il PSI non aveva mai riconosciuto for­
malmente) - alla libera lotta politica; ammoni che la guerra aveva
suscitato grandi problemi senza risolverli; parlò di vecchi regimi in
sfacelo, o almeno bisognosi di trasformazioni radicali. Quasi a contrap­
posto, il socialriformista Raimondo - eminenza dell’interventismo, e
del Fascio parlamentare di difesa nazionale costituitosi all’indomani di
Caporetto - il 26, fece appello alla collaborazione di tutti gli uomini
di buona fede, esclusi i « disfattisti », contro il « bolscevismo ».
Una unione del genere, ma con caratteri più incisivi, aveva invo­
cato, e potremmo dire programmato, Antonio Salandra - l’ex-presi-
dente del Consiglio che nel maggio 1915 aveva effettuato l’intervento
e che, nonostante la sua caduta nel giugno 1916, rimaneva il capo del­
l’interventismo liberal-conservatore - il giorno stesso della riapertura
del parlamento, in una celebrazione solenne all’Augusteo della vittoria
per opera del già nominato Fascio parlamentare. Egli affermò che i
« fasci » dovevano sopravvivere come « falangi operose, fattive, aper­
te a tutti gli uomini di buona volontà»: enunciato patriottico-morali-
stico, che assumeva colorito nettamente politico dalle parole prece­
denti :
Grandi ardite riforme occorrono, e occorre sopra tutto che le rappresentanze su­
preme della nazione non possano essere più manipolate in una vecchia casa dove si
accumulavano antiche e nuove simonie, ma debbano uscire ringagliardite, vigorose,
ringiovanite dai liberi dibattiti di un popolo libero.

Era un attacco che mirava direttamente a colpire, infamandola, la


cosiddetta dittatura giolittiana, ma attraverso essa metteva in que­
stione lo stesso regime parlamentare italiano. Si accennava cosi a ri­
dare corpo al movimento antiparlamentare e antiliberale che nelle gior­
nate di maggio aveva avuto semicosciente esplosione, continuando poi
a serpeggiare dietro il fronte interno di guerra; e come strumento del­
l’impresa si additava un partito unico nazionalfascista. Giustamente,
pertanto, il « Corriere della Sera », diretto dal senatore Luigi Alberti­
ni, giornalista politico e interventista conservatore-liberale di primo
piano, commentava il discorso, dicendo che i « fasci » « da ora devo­
no rappresentare la fine dei vecchi partiti ». All’auspicata formazione
nuova Salandra si compiaceva di attribuire generica fisionomia di tra­
sformazione rivoluzionaria: «Uomini e governi saranno ancora logo­
rati e consunti. Codici e istituzioni muteranno e si trasformeranno,
Il dopoguerra 17

antiche consuetudini di vita e di rapporti sociali, vecchi e venerati ideali


cadranno rovesciati e infranti». Nonostante il linguaggio avvenirista,
era una rivoluzione reazionaria che cosi si invocava.

Si delineavano, dunque, due posizioni politiche opposte: da una


parte, la ripresa della precedente lotta politica, ma con obbiettivi più
radicali suggeriti - si affermava - dalla guerra; dall’altra, l’abolizione
di codesta lotta, grazie a una formazione nazionale totalitaria. Se die­
tro la prima posizione c’era il socialismo, dietro la seconda c’era il na­
zionalismo.
Il movimento nazionalista italiano era sorto, alla vigilia delle cele­
brazioni cinquantenarie del 1911, con un programma generico di affer­
mazione ed espansione dell’Italia nel mondo che attrasse molti con­
sensi da diverse parti, e con una ispirazione dottrinale e sentimentale
fatta di positivismo darwiniano e spenceriano (lotta selettiva col trionfo
del più forte), eroicismo secondo un Nietzsche passato attraverso D’An­
nunzio, culto della violenza soreliano, divinizzazione tedesca dello
Stato, e soprattutto nazionalismo francese alla Maurras. Il nazionalismo
italiano considerava le idealità del Risorgimento come semplici stru­
menti a loro tempo utili per la costruzione dell’Italia una, ma che
adesso conveniva ripudiare, per la grandezza della nazione. Esso era
quindi contro il liberalismo, la democrazia, la massoneria, il socialismo;
aveva praticato immediatamente prima della guerra l’alleanza con i
clericali più retrivi; aveva mutuato dal sindacalismo rivoluzionario spi­
riti e seguaci. In politica estera, con una trasposizione di concetti e
termini marxistici, teorizzava l’opposizione tra « nazioni capitalistiche »,
le quali dovevano essere spossessate, o almeno ridotte alla porzione
congrua, e « nazioni proletarie », che dovevano sormontare a spese
delle prime. Nazione proletaria per eccellenza, l’Italia, che aveva ne­
cessità intrinseca dell’alleanza con la Germania, nazione insoddisfatta
anch’essa perché arrivata tardi nel processo di espansione e competi­
zione internazionale.
Nei giorni di incubazione e scoppio della guerra i nazionalisti erano
stati - come Sonnino, ma con diverso spirito - per l’intervento a fianco
della Germania. Proclamata dal governo la neutralità con assenso gene­
rale, avevano capovolto le loro impostazioni associandosi all’irredenti­
smo antiaustriaco e all’interventismo democratico antigermanico, e ce­
lebrando l’antitesi millenaria fra latinità e germanesimo. Nelle giornate
di maggio del 1915, di cui i nazionalisti furono tra i più spregiudicati
promotori, essi avevano trovato una prima realizzazione delle loro idee
ï8 Capitolo primo

politiche antiliberali. Durante la guerra, avevano avuto ampia occa­


sione, attraverso il contrasto perdurante tra interventismo fanatico e
neutralismo indurito, di alimentare gli spiriti antidemocratici, antipar­
lamentari, militaristico-dittatoriali, rafforzati in ciò dalla condotta del
non nazionalista « Corriere della Sera ». A guerra finita, il contrasto
ben presto insorto - e di cui diremo fra poco - tra « dalmatici » e « ri­
nunciatari », e poco dopo, in stretto nesso con questo, fra Wilson e il
governo italiano, offri loro l’occasione di riprendere in pieno l’afferma-
zione delle loro teorie, o forse meglio si potrebbe dire - dato il carattere
inorganico e lo spirito irrazionalistico di queste - lo sfogo dei loro im­
pulsi, contro la democrazia, l’umanitarismo, il liberalismo. Parlò chia­
ramente il manifesto programmatico della nuova rivista « Politica » - ai
cui fondi, come già per la quotidiana « Idea nazionale », era voce pub­
blica che concorresse largamente l’industria pesante - in data 15 dicem­
bre 1919, a firma di Francesco Coppola e di Alfredo Rocco, affermante
esserci stato un contrasto fra la realtà della guerra testé terminata, e
l’ideologia in nome della quale essa era stata combattuta. La guerra del
1914-18 era stata una lotta non fra imperialismo e democrazia, ma fra
imperialismi opposti: cosi, di colpo, Coppola e Rocco accettavano la
tesi del neutralismo socialista, negavano i valori morali in nome dei
quali milioni di uomini avevano combattuto ed erano morti, distrugge­
vano l’aureola ideale della causa intesista, e in particolare della guerra
italiana. La stessa riunione delle terre irredente alla madrepatria dive­
niva una conquista materiale delle armi: il nimbo che aveva circondato
per mezzo secolo « Trento e Trieste » era dissipato. La democrazia - se­
guitava dommaticamente il manifesto - era un fenomeno di decadenza,
degenerante in pacifismo: occorreva restaurare l’idea esatta del rap­
porto fra società e individuo, opporre la legge biologica - questo ag­
gettivo richiamava le origini positivistiche francesi (Maurras) del na­
zionalismo italiano - e morale della vita sociale all’ideologia liberale­
democratica. Alle formule di detta ideologia - uguaglianza tra gli
individui, e quindi abolizione delle gerarchie sociali e disorganizza­
zione all’interno; uguaglianza tra i popoli, e quindi pace perpetua ed
immobilità all’esterno - il manifesto opponeva altre formule: disciplina
delle disuguaglianze e quindi gerarchia ed organizzazione all’interno,
secondo una concezione organica e dinamica, anziché meccanica, dello
Stato; lotta fra i popoli all’esterno, secondo la legge della giustizia
internazionale, che era: a ciascuno secondo la sua potenza. L’idea dello
Stato-forza (proclamava orgogliosamente la rivista) è italiana: tutto
conduce l’Italia alla sua missione imperiale. La rivista potè annunciare
Il dopoguerra 19

fra X suoi collaboratori Benedetto Croce (che dello Stato-forza era il più
recente teorico), Giovanni Gentile, Tommaso Tittoni.
Il partito socialista italiano - detto anche, in contrapposto al ri­
formista di Bissolati e Bonomi, partito socialista ufficiale: titolo que­
st’ultimo che gli avversari più accaniti contraevano nella spregiativa
sigla PUS - durante la guerra era rimasto, nell’insieme, fedele alla linea
indicata nel maggio 1915 dal suo segretario politico, Costantino Lazzari
(vecchio leader della corrente intransigente, già in particolare inimi­
cizia con Turati): « né adesione alla guerra, né sabotaggio della guerra ».
Le amministrazioni socialiste cittadine avevano adempiuto ai loro com­
piti, anche di guerra; si era distinta particolarmente l’amministrazione
socialista milanese (sindaco Caldara), tanto da raccogliere il caldo elogio
dell’antisocialista e interventista estremo « Corriere della Sera ». A un
certo punto, però, Lazzari aveva accentuato l’ostilità alla guerra, in
particolare incitando le amministrazioni socialiste, ed era stato arre­
stato c condannato per disfattismo (febbraio 1918). Adesso, terminata
felicemente la guerra, il partito socialista ripigliava la campagna contro
di questa. I sacrifìci molteplici e soprattutto il mezzo milione di morti
(questo era il numero che allora si dava, più tardi aumentato) offrivano
abbondante esca ai coltivatori del malcontento e delle recriminazioni,
confondendosi con i risentimenti di parte e personali: anche se gli ope­
rai delle fabbriche dalle condizioni di guerra avessero avuto piuttosto
vantaggio economico, oltre la larga esenzione dal servizio militare. Si
aggiunse la lentezza della smobilitazione, iniziata bensì già nel dicem­
bre 1918 per le sette classi più vecchie, dal 1878 al 1884, ma che per
il grosso si effettuò soltanto nel corso dell’anno dopo. Infine, ma in
prima linea per importanza, c’era lo sconvolgimento economico por­
tato dalla guerra, e destinato ad agire per anni, di cui diremo più
innanzi.
Ma il fattore principale dell’indirizzo di piena intransigenza assunto
nel primo dopoguerra dal partito socialista - la cui direzione dal 1912
era saldamente in mano della corrente avanzata - fu l’influenza della
rivoluzione russa, sboccata nell’ascensione al potere del partito bol­
scevico e nella istituzione del governo dei Soviet. Gli effetti politico­
morali di ciò erano già apparsi durante la guerra, nel mondo dell’In­
tesa come in quello degli imperi centrali; e ora, in quel novembre 1918
che sembrava gravido di un nuovo mondo, il magico motto « Sòvièt
degli operai e dei soldati » correva per la Germania governata dai so­
cialisti e appariva pronto a dilagare nell’Europa occidentale. Si era
creato uno stato di spirito messianico; e a crearlo avevano contribuito,
prima e dopo lo scoppio della rivoluzione russa, i motti d’ordine della
20 Capitolo primo

propaganda dell’Intesa: ultima guerra, liberazione e autodecisione dei


popoli, disarmo e pace universali, a cui altri se ne aggiungevano più
specificamente diretti alle classi lavoratrici, come fra noi quello -
particolarmente attraente, vago e pericoloso - della « terra ai conta­
dini». Abbiamo già inteso gli accenni di Orlando e Salandra agli effetti
rivoluzionari della guerra. Cosi, per la direzione del partito socialista
non si trattava più ormai di intransigenza, ma di rivoluzione, e non in
uno sfondo lontano, ma prossima, imminente: il periodo rivoluzio­
nario si riteneva già cominciato. La corrente dominatrice aveva preso
il nome di « massimalismo », nome formato non senza una falsa ana­
logia di bolscevismo («bolsceviki» significava semplicemente «mag­
gioritari », coloro cioè che avevano riportato la maggioranza in un con­
gresso socialista russo). Uomini nuovi, Serrati, Bombacci, Bordiga, la
capeggiavano, avendo messo in ombra e reso impotente il vecchio stato
maggiore dei Turati e dei Treves che si limitò a tentar di arginare la
corrente con osservazioni di buon senso e anche - specie Turati - a
fare affermazioni semiclandestine nettamente oppositrici; e tuttavia,
per influenza della mentalità dominante, indulgendo talvolta a un lin­
guaggio massimalisteggiante e a prospettive apocalittiche. Lazzari stesso
era di fatto scavalcato. Non già che i. nuovi condottieri lavorassero sul
serio a organizzare la rivoluzione; essi l’attendevano dal crollo della
società borghese, reso immancabile e vicino dalla presunta incapacità
di questa a risolvere i problemi del dopoguerra. Il capitalismo periva: e
dal suo disastro sorgeva la dittatura del proletariato, che avrebbe creato
il nuovo mondo. Nel breve periodo interinale bastava che il socialismo
si astenesse da qualsiasi collaborazione, e coltivando i malcontenti e le
ribellioni mobilitasse le schiere proletarie per il gran giorno.
Il programma pubblicato il 12 dicembre 1918 dalla direzione del
partito socialista diceva :
Il partito socialista si propone come obbiettivo l’istituzione della repubblica so­
cialista e la dittatura del proletariato, con i seguenti scopi: 1) socializzazione dei
mezzi della produzione e dello scambio: terre, industrie, miniere, ferrovie, piro­
scafi, con gestione diretta dei contadini, operai, minatori, ferrovieri e marinai;
2) distribuzione dei prodotti fatta esclusivamente dalla collettività a mezzo degli
enti cooperativi e comunali; 3) abolizione della coscrizione militare e disarmo uni­
versale, in seguito all’unione di tutte le repubbliche proletarie internazionali e so­
cialiste; 4) municipalizzazioni civili e del servizio ospi tallero; trasformazione della
burocrazia; attribuzione dei servizi alla gestione diretta degli impiegati.

Era un programma massimo i cui singoli numeri si prestavano ad


attuazioni parziali e progressive, riformistiche, legalitarie, collabora-
zionistiche. Ma precisamente di gradualismo e collaborazionismo non
Il dopoguerra 21

si voleva sapere, attendendo dalla prossima dittatura del proletariato


tutto, anche la municipalizzazione del servizio ospedaliero.
Il programma fu discusso a Bologna, il 22-23 dicembre 1919, in
un grande convegno proletario: Direzione socialista, Gruppo parla­
mentare, Confederazione generale del lavoro, Sindacato ferrovieri, Lega
dei comuni socialisti. La maggioranza del gruppo parlamentare e la
Confederazione generale del lavoro sostennero, in contrapposto alla
direzione del partito, il programma di rivendicazioni immediate enun­
ciato da tutti e tre gli organismi nel maggio 1917: repubblica demo­
cratica, soppressione del Senato, suffragio universale uguale e diretto,
libertà totale d’organizzazione, di riunione, di sciopero e di propagan­
da, elezione dei funzionari sociali, sistema completo di assicurazioni
sociali, contratti collettivi di lavoro e minimi di salario, un grande pro­
gramma di lavori pubblici, espropriazione delle terre « incolte o mal
coltivate»; e per l’ordine internazionale, disarmo immediato e simul­
taneo degli stati, abolizione delle barriere doganali, istituzione di rap­
porti federativi fra tutti gli stati civili. In conclusione, ci si accordò
che il decidere in proposito spettasse a una convocazione plenaria delle
diverse organizzazioni proletarie. Intanto, però, si riconobbe in un
ordine del giorno la necessità di un’agitazione per ottenere l’immediata
smobilitazione dell’esercito, l’immediato ritiro dei soldati italiani dalla
Russia rivoluzionaria, la riattivazione delle libertà fondamentali della
vita civile, l’amnistia a tutti i condannati per reati politici. Né la dire­
zione del partito socialista attese il congresso per deliberare nella riu­
nione del 18-22 marzo 1919 - a maggioranza di io contro 3 - il distacco
dalla Seconda Internazionale e l’adesione alla Terza Internazionale.
Si adottò altresì lo sciopero generale come mezzo essenziale per agire
sulla politica italiana.

I Combattenti e la Costituente.

Fra i due estremi contrapposti tentò di collocarsi un nuovo movi­


mento politico, quello dei «Combattenti». L’« Associazione nazionale
fra mutilati e invalidi di guerra » nei giorni di Vittorio Veneto formulò
con un manifesto al paese un « programma pel dopoguerra » invocante
un profondo rinnovamento morale, sociale e politico. Pochi giorni dopo,
il 12 novembre 1918, essa invitò tutti i combattenti congedati a unirsi
in un grande sodalizio nazionale, per conservare la solidarietà della
trincea, per aiutarsi nella ripresa della vita civile, e per ottenere dalle
classi dirigenti e dal governo provvidenze atte ad agevolare il riflusso e
22 Capitolo primo

la sistemazione di milioni di uomini nelle attività della pace. Contem­


poraneamente e congiuntamente, gli ex-combattenti associati avrebbero
dovuto promuovere l’azione di rinnovamento al di fuori e al di sopra
dei vecchi partiti, attingendo dall’esperienza morale della guerra l’ispi­
razione e la forza per elevare e disciplinare la vita della nazione nella
sua unità finalmente compiuta, con maggior giustizia verso tutte le
classi, a cominciare dai lavoratori. A sanzionare il diritto politico dei
reduci della guerra venne fin dal principio del dicembre 1918 il prov­
vedimento attribuente il diritto di voto anche ai non maggiorenni tra
loro. Nei primi mesi del 1919 l’Associazione si andò costituendo in
tutte le regioni d’Italia, sotto la direzione di un comitato centrale prov­
visorio risiedente a Milano, e il 22-27 giugno di quell’anno venne in­
detto il primo congresso a Roma, che costituì definitivamente 1’« Asso­
ciazione Nazionale Combattenti».
Erano nel nuovo movimento idealità sincere e aspirazioni profonde.
Secondo i suoi promotori, esso doveva dare a tutti gli Italiani, a co­
minciare da quelli che erano stati soldati al fronte, una più ferma e
più alta coscienza della missione dell’Italia come nazione e della loro
propria missione di cittadini, per i quali la patria, dopo essere stata
duro dovere e sacrificio, doveva significare libertà e giustizia, pace e
progresso. La solidarietà della trincea doveva conservarsi come affia­
tamento e collaborazione tra i ceti proletari che avevano dato i soldati
e la borghesia più sana e più seria, che aveva dato gli ufficiali combat­
tenti: uniti dovevano restare di fronte agli ignavi, ai profittatori, ai
retrogradi, in una vasta opera di moralizzazione tendente a elevare il
tono della vita civile e politica, cosi piena di antiche tare e insieme di
immaturità.
Vi fu un tentativo per indirizzare il movimento alla soluzione di
questioni concrete e capitali, come in politica interna il superamento
delle condizioni arretrate dell’Italia meridionale (il cosiddetto problema
del Mezzogiorno), e in politica estera l’accordo con la Jugoslavia. Il
pugliese Gaetano Salvemini, professore di storia nell’Università di Fi­
renze e direttore di un onesto, intelligente, spregiudicato periodico,
« L’Unità » - già da prima della guerra egli aveva svolto una azione in
seno al Partito socialista per un rinnovamento di questo, e per una ele­
vazione del Mezzogiorno contro il « ministro della malavita » (Giolitti) -
impiegò in questi obbiettivi la sua moralità pugnace, la sua cultura su­
periore (a cui non si accompagnava una comprensione adeguata della
realtà politica) e la sua linea d’azione di « problemismo » riformistico,
senza ottenere effetti profondi e duraturi. Per contro, non mancavano
tendenze a farsi largo e primeggiare sfruttando i meriti combattenti-
Il dopoguerra 23

siici, ad attribuire a chi aveva combattuto un diritto e una competenza


particolari: di qui confusioni e deviazioni, e anche accaparramenti da
parte di gruppi e partiti locali. Questa tendenza si andò accentuando
man mano che ci si avvicinava alla data fissata per il primo congresso
dell’Associazione nazionale, cioè al giugno 1919. Anche il motivo del
superamento di tutti i vecchi partiti, oltreché utopistico, era politica-
mente pericoloso, particolarmente in quel momento, in quanto poteva
agire in senso antiparlamentare e antidemocratico, e fomentare le ten­
denze al partito nazionale unico, « totalitario ».
Nel gennaio 1919 fu fondata 1’«Associazione degli arditi d’Italia»,
che fu cosa ben diversa da quella dei combattenti. Ne fecero parte quei
reduci che avevano appartenuto ai reparti d’assalto, combattenti scelti
per le loro qualità di intraprendenza e di audacia, destinati ad azioni
di avanguardia, ad avventure perigliose con bombe e pugnali, a col­
pi di mano: qualità utili in guerra ma non altrettanto in tempo di pace
quando non siano accompagnate dalle virtù civili della disciplina e del­
la perseveranza nella laboriosa ricostruzione. Grandezza e gloria della
patria erano il loro programma generico; meno chiari i loro obbiettivi
concreti, e fin dall’inizio inquietante la loro inclinazione alla violenza.
Nel campo sociale, il movimento combattentistico fece suo il pro­
gramma della « terra ai contadini»: che era, tra tutti i postulati dei re­
duci, il più largamente e profondamente sentito. Il popolo italiano era
nella sua maggioranza un popolo di contadini, affezionato alla terra, de­
sideroso di possederla in misura sufficiente al sostentamento di una fa­
miglia colonica. Questa esigenza, già molte volte affermata dall’unità
d’Italia in poi, appariva ora tanto più un impellente dovere di giustizia
sociale, in quanto le classi contadine avevano dato il maggior contri­
buto di soldati per la guerra, e il problema di dare ai contadini reduci
una equa condizione di vita nella nuova èra di pace s’imponeva con
urgenza. Mutilati e combattenti dettero impulso e stimolo al governo
quando preparò e nel gennaio del 1919 emanò lo statuto dell’« Opera
nazionale combattenti », grande istituto parastatale ideato negli ango­
sciosi giorni della ripresa dopo Caporetto, e adesso concretamente orga­
nizzato, con un capitale di trecento milioni, per attuare l’assistenza ai re­
duci in tutti i campi, ma soprattutto nel campo agrario, con l’espropria­
zione di latifondi e la loro attribuzione, attraverso le necessarie misure
tecniche e finanziarie, in proprietà ai reduci contadini.
Nel campo più propriamente politico molti tra i combattenti che
s andavano organizzando nell’Associazione nazionale condividevano il
postulato della « Costituente ». Di tutte le idee agitate, di tutte le riven­
dicazioni affacciate in Italia nel primo dopoguerra, la più precisa e im­
24 Capitolo primo

mediata fu appunto quella della convocazione (al posto di una nuova


Camera dei deputati) di un’assemblea sovrana, da eleggere naturalmente
a suffragio universale, la quale stabilisse la futura costituzione dello Stato
italiano. Era una vecchia idea'mazziniana e repubblicana, a cui conferiva
un’aria di novità e attualità il fatto che per la prima volta nella storia
tutto il popolo italiano aveva combattuto per la propria esistenza indi-
pendente e progressiva nel mondo, acquistando cosi pienamente il di­
ritto di decidere sul proprio regime e sui propri destini.
Alla riapertura della Camera, una proposta formale per la convoca­
zione di una Costituente fu bocciata agli Uffici, non avendovi trovato il
numero regolamentare di tre per essere ammessa alla discussione nel­
l’assemblea. Questo accadde il 26 novembre; il 30 il Consiglio della
Confederazione generale del lavoro reclamò anch’esso la convocazione
di una Costituente, e tale rivendicazione presentò anche al grande con­
vegno socialista di Bologna, del dicembre (cfr. sopra); ma la direzione
del partito stette ferma alla dittatura del proletariato. L’altro, ben mi­
nore partito socialista, quello riformista, si pronunciò invece, come ve­
dremo, per la Costituente. L’antagonista della Confederazione del la­
voro, l’Unione italiana del lavoro, sindacalistico-nazionale (era stata una
delle forze interventistiche), anch’essa si pronunciò in tal senso, ma con
una sfumatura particolare: nel congresso di Roma del gennaio 1919
essa invocò una « Costituente nazionale intesa come sezione italiana
della Costituente internazionale dei popoli ». In quanto al partito re-
pubblicano, il convegno di Firenze del 9 dicembre 1918 - dichiarando
chiuso senz’altro il periodo della sua collaborazione coll’istituto monar­
chico e respingendo al tempo stesso ogni solidarietà con Lindirizzo bol­
scevizzante - pose la convocazione della Costituente a caposaldo del suo
programma.
Agli svariati sostenitori della Costituente il Salvemini oppose che,
quando nel paese ci fosse davvero una corrente poderosa di rifor­
mismo radicale, i cambiamenti più arditi, anche costituzionali, avreb­
bero potuto ottenersi attraverso la normale via legislativa; se la cor­
rente non ci fosse, neppure la Costituente avrebbe servito allo scopo.
Altri, del Salvemini assai più oscuro, obbiettò che per i socialisti -
quali si professavano la maggior parte dei sostenitori della Costituente
- era assurdo dare il passo alle riforme costituzionali formali sulle tra­
sformazioni economico-sociali. Erano, ambedue, ragionamenti astratti,
che perdevano di vista il vero problema politico dell’Italia di allora:
delineare una idea, impostare una direttiva intorno a cui potessero con­
vergere le forze di democrazia, incanalando le energie di rinnovamento
liberate dalle deviazioni massimalistiche, sovvertitrici e impotenti al
Il dopoguerra 25

tempo stesso. Non si può escludere che una tale idea, una simile diret­
tiva potesse ritrovarsi nel programma della « Costituente». Certo, non
si trovava nel « problemismo » salveminiano, né in altro razionale e
spicciolo riformismo.
La opportunità di una concentrazione democratica unitaria, intorno
alla Costituente o no, appariva dal fatto che progetti di un indirizzo
democratico avanzato venivano fuori da ogni parte. La direzione cen­
trale del partito radicale - partito che era stato nella sua grande mag­
gioranza interventistico acceso, di quella sottospecie di interventismo
che possiamo chiamare massonico -, riunita a Roma dal 26 al 28 gen­
naio 1919, si dichiarò per una larga amnistia, una imposta globale pro­
gressiva sul reddito, e più generalmente per una « democrazia del la­
voro». Uno strano effetto faceva il programma approvato il 15 gen­
naio 1919 dal Fascio parlamentare, firmato da parlamentari costituzio­
nali e uomini di governo, taluni dei quali tipicamente conservatori: Ce­
lesta, Di Cesarò, Martini, Riccio, Salandra, Scialoia. Tale programma
conteneva: suffragio universale e collegio plurinominale, voto ammini­
strativo alle donne, riforma del Senato (questo tema fu anche inizial­
mente affrontato dal Senato stesso, ma presto lasciato cadere, e nessuno
ne parlò più); riforma della burocrazia e dell’amministrazione della giu­
stizia; scuola popolare obbligatoria, diffusione delle scuole professio­
nali; riforma universitaria, elevazione morale ed economica degli inse­
gnanti; imposta progressiva globale sul reddito; riforme sociali interes­
santi l’agricoltura, la piccola proprietà, il credito fondiario. Era pres­
soché impossibile sottrarsi all’impressione che codesto « omnibus »
radicaleggiarne, di tale provenienza, fosse una manovra diversiva di
fronte alle difficoltà che all’interventismo « fascistico » superstite of­
friva la resa dei conti nel primo dopoguerra.

Neutralisti e interventisti, nazionalisti e « rinunciatari ».

Le difficoltà principali per una larga formazione liberale-democra­


tica (o radical-socialista) unitaria - che sarebbe stata più che mai neces­
saria di fronte al grande partito socialista-massimalista, e al suo nuovo
concorrente di cui ora diremo - provenivano dai vecchi dissensi intorno
alla guerra, a cui si aggiungevano i nuovi intorno alla pace. La divisione,
per se stessa fisiologica, fra neutralismo e interventismo era stata spinta
al parossismo dalla faziosità dell’interventismo fascistico soprattutto
nelle giornate del maggio 1915, con la campagna di diffamazione con­
tro Giolitti, arrivata all’assurdità oscena di proclamare Giolitti venduto
26 Capitolo primo

alla Germania, e quasi al tentativo di una sua messa fuori legge: e ciò
con la benevola passività morale di Salandra. Quella faziosità aveva
fatto crollare di un colpo tutta la situazione politico-parlamentare for­
matasi dopo il 1900, situazione che aveva sostenuto lo sviluppo poli­
tico-sociale del paese, congiungendo di fatto democrazia liberale e
socialismo. Codesto interventismo fascistico e l’antigiolittismo fazioso,
con esso congiunto, erano in via di riduzione forte e rapida alla base;
ma era tutt’altro che liquidato al vertice. Soprattutto il principale gior­
nale italiano, influente sull’opinione pubblica per la sua stessa diffu­
sione - il « Corriere della Sera » - insisteva imperterrito sulla messa al
bando, politica e morale, di colui che rimaneva ancora il maggiore, il
più esperto uomo di governo, quello che aveva dato più efficace avvia­
mento alla formazione italiana di una democrazia moderna. Contempo­
raneamente, il massimalismo socialistico toglieva a un ritorno di Gio-
litti un concorso fondamentale, conferendo per giunta al passato neu­
tralismo di lui un alone fazioso e antinazionale, assente nella condotta e
nello spirito di Giolitti medesimo.
Gli « scopi di guerra » italiani erano stati concordati nel trattato di
Londra (26 aprile 1915) dal ministero Salandra-Sonnino con Francia,
Gran Bretagna e Russia (questa, adesso, di fatto scomparsa), a spese
dell’impero austro-ungarico. A guerra finita, però, accanto ai due vin­
citori alleati, e in certa misura al disopra di essi, il governo italiano tro­
vava il presidente degli Stati Uniti, Wilson, non firmatario del trattato
di Londra, né posteriormente aderente ad esso; e al posto del vinto e
disciolto impero absburgico c’era, anche se non ancora ufficialmente
riconosciuto, il regno dei Serbi-Croati-Sloveni o, com’era detto corren­
temente, la Jugoslavia.
Durante le conversazioni fra alleati preliminari all’armistizio tede­
sco, fondate sui Quattordici Punti wilsoniani, Orlando aveva avanzato
espressa riserva circa il nono punto: «Una rettifica della frontiera ita­
liana dovrà essere fatta secondo le linee di demarcazione chiaramente
riconoscibili fra le nazionalità ». Di tale riserva fu presa nota, ma non
data comunicazione ufficiale a Wilson: il quale, tuttavia, riconobbe più
tardi di esserne a giorno, riaffermando al tempo stesso di ritenersi per
suo conto legato ai Quattordici Punti, e non al Patto di Londra. Nessun
tentativo venne fatto dal governo italiano durante la guerra e subito
dopo la fine, per arrivare a una intesa con Wilson circa questo punto.
In quanto al governo serbo - trasformatosi il 29 ottobre in serbo-croato-
sloveno, dopo che l’assemblea di Zagabria (Agram) il 6 ottobre aveva
proclamato l’unione jugoslava - non aveva naturalmente riconosciuto
mai il trattato di Londra.
Il dopoguerra 27

Durante la guerra l’obbiettivo di un’intesa preliminare fra Italiani


e Jugoslavi era stato perseguito sia per via diplomatica, sia per azione
popolare. La prima non era andata oltre i contatti personali Sforza-Pašić
a Corfu, neutralizzati dalla rigidezza di Sonnino escludente quanto po­
tesse apparire una compromissione del trattato. Della seconda il fatto
maggiore era stato il congresso delle nazionalità soggette d’Austria-Un-
gheria (Italiani, Cecoslovacchi, Jugoslavi, Rumeni, Polacchi), tenutosi
in Campidoglio l’8-io aprile 1918, che approvò il Patto di Roma con­
tenente l’impegno di solidarietà per la liberazione tra i popoli rappre­
sentati, e in particolare il riconoscimento « che l’unità e l’indipendenza
della nazione jugoslava è interesse vitale per l’Italia, come il completa­
mento dell’unità nazionale italiana è interesse vitale della nazione jugo­
slava». Pertanto i rappresentanti dei due popoli si impegnavano «a
risolvere amichevolmente, anche nell’interesse dei futuri buoni e sin­
ceri rapporti fra i due popoli, le singole controversie territoriali sulla
base dei principi di nazionalità e del diritto dei popoli di decidere della
propria sorte e in modo da non ledere gli interessi vitali delle due Na­
zioni, che saranno definiti al momento della pace ». Il testo del patto
era stato consegnato al presidente Vittorio Emanuele Orlando, che rice­
vendolo aveva espresso il compiacimento del governo per il congresso,
e la simpatia per l’opera di concordia e lo sforzo di liberazione delle na­
zionalità soggette all’Austria-Ungheria. Egli si dichiarò favorevole a che
fra Italiani e Jugoslavi si esaminassero lealmente « le condizioni rispet­
tive per l’esistenza reciproca e i reciproci sacrifici di alcuni gruppi etnici
in quelle zone grige intercedenti fra i confini dei grandi popoli ». In
quanto a Sonnino, egli volle ignorare completamente l’iniziativa. Il go­
verno italiano, tuttavia, l’8 settembre 19x8 comunicò agli alleati che
considerava il movimento jugoslavo per l’indipendenza e l’unione come
rispondente ai principi per cui l’Intesa combatteva. Al congresso del
Campidoglio avevano partecipato, per l’Italia, rappresentanti di tutte le
correnti interventistiche: fra gli altri, i nazionalisti Federzoni, Forges-
Davanzati e Maraviglia, e Benito Mussolini.
Per la « nota » all’art. 5 del trattato di Londra, Fiume sarebbe dovuta
andare alla Croazia. Il rappresentante di Fiume al parlamento di Buda­
pest Ossoinach ne aveva affermata il 18 ottobre 1919 l’italianità; e il 29
ottobre un «' Comitato nazionale italiano » in Fiume la dichiarava, in no­
me del principio di autodecisione, città italiana. Ma nel Consiglio nazio­
nale di Zagabria che aveva proclamato l’unificazione jugoslava c’era un
rappresentante del Corpus separatum di Fiume. Si ebbe in Italia, passati
i primi giorni di giubilo comune, una divisione. Gli uni reclamavano il
trattato di Londra integrale, ma aggiungendovi Fiume: essi sommavano
28 Capitolo primo

cosi due principi eterogenei, il tradizionale del rispetto ai trattati, e rin­


novatore dell’autodecisione dei popoli. Gli altri ritenevano inammissi­
bile in teoria e irrealizzabile in pratica questa addizione; e scegliendo il
principio nuovo, proponevano un accordo coi Jugoslavi per cui si rinun-
ziasse alla Dalmazia (salvo Zara di indubbia italianità) ove gli Slavi erano
in preponderanza schiacciante; ma si domandasse Fiume. Il dissidio
faceva capo alle due correnti disparate che avevano reclamato l’interven­
to italiano e sostenuto la guerra jusqu’au bout, con parole non sempre
uguali e con animo differente sempre: nazionalismo e democrazia. Il
primo aveva visto nella grande guerra nient’altro che l’occasione per
l’Italia di ingrandirsi, assurgendo a potenza imperiale; esso non si con­
tentava neppure del trattato di Londra, ma avrebbe voluto la Dalmazia
intera. La seconda aveva considerato la guerra come strumento per la
vittoria dei principi di libertà e democrazia contro l’assolutismo e l’im­
perialismo degli imperi centrali; e anche qui una « punta » non sarebbe
stata aliena da una divisione etnico-linguistica dell’Istria e dal lasciare
l’Alto Adige all’Austria: un’Austria, se cosi essa voleva, riunita alla
Germania. La divisione arrivava in seno allo stesso governo. Sonnino,
ministro degli Esteri, era con i primi, Bissolati con i secondi: il presi­
dente del Consiglio Orlando propendeva pure per questi, ma era anche
disposto a lasciarsi rimorchiare da quelli. Le stesse autorità militari
erano discordi, poiché l’alto comando dell’esercito riteneva il possesso
della Dalmazia un impaccio per la difesa dell’Italia, mentre a quello
navale arrideva l’acquisto delle basi marittime dalmate.
Cosi l’interventismo si divise profondamente. Da una parte stettero
in prima linea il « Giornale d’Italia », organo di Sonnino, e l’Associa­
zione nazionalista (il nazionalismo conservava tuttora figura di movi­
mento, anziché di partito formale, in corrispondenza al suo carattere
attivistico anziché costruttivo). La Giunta esecutiva dell’Associazione
s’impegnò a fondo con un ordine del giorno del 15 dicembre. Esso pre­
metteva che avevano diritto a parlare in nome del principio di naziona­
lità solo i popoli che, come l’italiano, avevano sofferto e vinto per esso;
e che questo doveva essere valutato nella sua funzione storica di tradi­
zione e di civiltà, e non nelle possibili brutali sopraffazioni del numero
(si mirava cioè, ad escludere dalla sua applicazione i popoli jugoslavi).
Più avanti era anche affermato che il fondamento della nuova società
europea e mondiale stava nella capacità di espansione demografica e
civile di ogni nazione fuori dei propri confini; il che era un attacco co­
perto al wilsonismo. Il trattato di Londra doveva considerarsi superato
nei suoi limiti territoriali, che erano stati fissati in via di transazione con
la Russia. L’ordine del giorno, dunque, reclamava, oltre ai confini set-
Il dopoguerra 29

tentrionali del Brennero e di Tarvisio, Fiume e tutta la Dalmazia, il


protettorato sull’Albania, un territorio dell’Asia Minore; eque asse­
gnazioni nella ripartizione di tutte le linee ferroviarie e concessioni indu­
striali ex-nemiche; naturali confini per la Libia verso la Tunisia e l’E­
gitto e per il retroterra; disinteressamento delle potenze riguardo alla
penetrazione economica italiana in Etiopia; continuità territoriale fra
Eritrea e Somalia italiana; il bacino del Giuba; garanzie per gli interessi
italiani nella sistemazione dell’Arabia e sulle coste del Mar Rosso, mare
esclusivamente anglo-italiano; larghe penetrazioni industriali e com­
merciali in Africa occidentale e in Estremo Oriente.
Il programma, pur avendo più numeri sostanzialmente giustificabili,
era concepito e disteso in modo da accumulare risentimenti, sospetti ed
accuse contro l’Italia. La battaglia popolare, tuttavia, si concentrava
intorno alla Dalmazia, che gli espansionisti volevano intera: l’occupa­
zione armistiziale doveva trasformarsi, puramente e semplicemente, in
annessione. Cosi pronunciò il congresso pro-Adriatico italiano ad An­
cona, a metà di dicembre; cosi richiesero un comizio e una dimostra­
zione popolare in Roma il 29 dicembre 1918. Dalla parte dei cosiddetti
rinunciatari stettero il « Corriere della Sera », Gaetano Salvemini con
la sua « Unità », Umberto Zanotti-Bianco, direttore di una collezione
intitolata «La Giovine Europa», e in generale i più convinti fautori
della Società delle Nazioni. Si costituì a Milano nel dicembre 1918 una
Famiglia Italiana della Lega universale per la società tra le libere nazioni.

Le dimissioni di Bissolati e di Nitti.

Il governo pendeva ancora incerto fra le correnti contrastanti nel


suo stesso seno. Nessuna indicazione precisa gli provenne dal voto gene­
rico di fiducia della Camera il 27 novembre 1918: larghissimo numeri­
camente (325 voti contro 33), ma non molto solido avendo riguardo al
gran numero di astenuti o assenti. In seno al Consiglio dei ministri le
discussioni ripetute intorno ai criteri con cui si sarebbero dovute con­
durre le trattative per la pace dettero la vittoria a Sonnino. Bissolati
compromise, al governo e fuori, il successo della sua idea politica fon­
damentale associando all’abbandono della Dalmazia anche quello del­
l’Alto Adige e del Dodecaneso. Neanche il « Corriere della Sera » si
senti di far proprie integralmente le rinunce bissolatiane. Il 28 dicem­
bre 1918 Bissolati inviò le sue dimissioni a Orlando, con particolare
riferimento al dissidio dalmata, ma accennando anche ad « altri punti »,
30 Capitolo primo

in cui aveva l’impressione di trovarsi « in disaccordo profondo con l’in­


dirizzo prevalente nella politica estera ».
In quello stesso giorno l’Unione socialista (nome ufficiale del gruppo
socialriformista) approvò un ordine del giorno contrario alla partecipa­
zione o anche al semplice appoggio al governo ed enumerante una serie
di postulati tassativi esteri ed interni: Società delle Nazioni; finalità
democratiche e antimilitaristiche della guerra; conciliazione con i popoli
confinanti; ripristino integrale delle libertà statutarie; riorganizzazione
politica dello Stato sulla base dell’effettiva sovranità popolare e della
rappresentanza diretta delle categorie produttrici; assemblea costituente.
Le dimissioni del « soldato dell’Intesa », come Bissolati si era definito,
congiunte a una simile presa di posizione del suo partito, creavano l’im­
pressione che la parte più autenticamente democratica, più idealmente
pura dell’Italia vittoriosa, fosse in rotta completa con il governo. Ciò,
proprio alla vigilia della venuta di Wilson in Italia e a Roma, riusciva
pregiudizievole per le prossime trattative di pace. Si comprende per­
tanto che il ministro dell’Istruzione, Berenini, « compagno » di Bissolati
fra i più autorevoli, rimanesse nel ministero, e che proprio allora vi
entrasse Bonomi (ai Lavori pubblici); e che un comunicato ufficiale met­
tesse in rilievo queste collaborazioni per provare che nella politica del
gabinetto rimanevano fermi come prima, « per la conclusione della pace,
quei principi fondamentali, per i quali sopra tutto la guerra apparve
giustificata alle democrazie dei popoli dell’Intesa ». L’Unione socialista,
peraltro, insistette nella sua posizione, e biasimò Berenini e Bonomi.
Il 3 e 4 gennaio 1919 Wilson fu a Roma, accolto con gli onori più
solenni dal governo, con entusiasmo messianico dal popolo. Egli pro­
clamò la sua ferma speranza nell’avvento di una nuova èra in cui una
concorde Società delle Nazioni avrebbe sostituito il vecchio equilibrio
di forze, per condurre l’umanità a nuove altezze. Fu anche in Vaticano
a visitare Benedetto XV. Il 5 l’accoglienza di Milano fu altrettanto e
più entusiastica di quella di Roma: e qui egli fu ricevuto solennemente
dal sindaco Caldara, socialista ufficiale. Che cosa abbia detto Bissolati
a Wilson nel colloquio particolare intervenuto fra loro a Roma, il 4,
non è, a nostra conoscenza, stato riferito da nessuno. Non è ragionevole
supporre che Bissolati abbia adoperato con Wilson ritegno maggiore di
quello usato nell’intervista con la «Morning Post» (9 gennaio) e nel
discorso al Teatro della Scala di Milano (11 gennaio), manifestazioni in
cui egli espresse apertamente il suo dissidio col governo e intransigen­
temente ribadì tutti i suoi punti di vista. Il discorso alla Scala, peraltro
- preparato su invito della già ricordata Associazione di fautori della
Società delle Nazioni - non fu potuto tenere, perché il teatro venne
Il dopoguerra 31

occupato, sotto la direzione di Mussolini, da gruppi di arditi e di « futu­


risti », che copersero d’ingiurie l’oratore soffocandone la voce fin dal­
l’inizio e costringendolo a ritirarsi. Fu, possiamo dire, la prima « spe­
dizione punitiva » del fascismo nel dopoguerra.
Virtualmente dimissionario, in contemporaneità con Bissolati, era
Nitti, vicino a quello di idee, ma insistente soprattutto sulle necessità
della riorganizzazione, a cominciare dal governo. Malato al momento
della venuta di Wilson, aveva rimandato anche per questo le dimissioni,
che effettuò il 15 gennaio. Più politico di Bissolati, non accompagnò
l’uscita dal governo con pubbliche manifestazioni contrarie, riserban­
dosi per una sua prossima assunzione al governo. Orlando, questa volta,
rimaneggiò molto più ampiamente il ministero. Usci allora, oltre a Nit­
ti, Sacchi, capo dei radicali, e qualche altro; entrarono De Nava, Facta
(spiccatamente giolittiano), Girardini, Riccio (salandrino). Il « Corriere
della Sera » deplorò: « Fascisti e giolittiani si sono mescolati e confusi ».

Partito popolare e Azione cattolica.

Contemporaneamente al nuovo ministero « provvisorio » - cosi Nitti


lo considerava - Orlando-Sonnino, un nuovo partito politico comparve
sulla scena italiana: il Partito popolare italiano. Dopo riunioni di per­
sonalità a Roma il 16-17 dicembre, che furono la « Piccola costituente »
del partito, usci il manifesto di fondazione del 18 gennaio 1919. Prece­
deva un appello al paese:
A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di
cooperare ai fini supremi della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo ap­
pello perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e
di libertà.

L’appello seguitava proclamando:


Sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricor­
dato prima da parola augusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fonda-
mentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i po­
poli dominatori e maturano le violente riscosse; perciò domandiamo che la Società
delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l’avvento del disarmo
universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei
rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà
e igiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per
a tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattici dei forti.

Il resto dell’appello era illustrazione dei principi generali a cui s’in-


en evano ricondurre i postulati particolari del programma: in sosti tu-
32 Capitolo primo

zione dell’attuale Stato accentratore, « uno Stato veramente popolare,


che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organi­
smi naturali - la famiglia, le classi, i comuni - che rispetti la personalità
individuale e incoraggi le iniziative private; e sistema organico delle
libertà ».
Seguiva il programma in dodici punti (che riassumiamo per sommi
capi): tutela della famiglia, dell’infanzia, della moralità pubblica; libertà
d’insegnamento in ogni grado; riconoscimento giuridico e libertà dell’or­
ganizzazione di classe nell’unità sindacale, con rappresentanza parita­
ria; legislazione sociale nazionale e internazionale (fra i postulati speci­
fici, erano « incremento e difesa della piccola proprietà rurale e del bene
di famiglia »); organizzazione di tutte le capacità produttive della nazione
(fra l’altro, colonizzazione del latifondo); libertà ed autonomia degli
enti pubblici locali; riorganizzazione della beneficenza pubblica, con
rispetto delle istituzioni private; « libertà e indipendenza della Chiesa
nella piena esplicazione del suo magistero spirituale; libertà e rispetto
della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della
vita della Nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste
della civiltà nel mondo»; riforma tributaria; riforma elettorale politica
fondata sulla proporzionale, voto femminile, Senato elettivo corpora­
tivo; difesa nazionale; tutela e messa in valore della emigrazione ita­
liana; sfere di influenza per lo sviluppo commerciale del paese; politica
coloniale in rapporto agl’interessi della Nazione e ispirata ad un pro­
gramma di progressivo incivilimento; « Società delle Nazioni con i corol­
lari derivanti da una organizzazione giuridica della vita internazionale;
arbitrato, abolizione dei trattati segreti e della coscrizione obbligatoria,
disarmo universale ». Appello e programma erano presentati da una
Commissione provvisoria costituita da Bertini (Giovanni), Bertone,
Cavazzoni, Grandi (Achille), Grosoli, Longinotti, Mauri, Merlin, Ro­
dino, Santucci, don Luigi Sturzo, « segretario politico ».
Sturzo era un sacerdote siciliano non ancora cinquantenne (era nato
nel 1871), seguace al principio del secolo del movimento democratico­
cristiano, di cui don Romolo Murri, suo leader, aveva voluto fare un
partito politico autonomo, venendo a conflitto e a rottura con la Chiesa.
Don Sturzo si era tratto in disparte dal conflitto, e aveva saputo aspet­
tare, sviluppando intanto una attività importante nell’Associazione dei
Comuni italiani, di indirizzo autonomistico. La successione all’integrali­
sta Pio X di Benedetto XV, più politico e di più larghe vedute, e l’am­
biente cosi profondamente trasformato dalla guerra - che poneva alla
Chiesa nuove esigenze - permisero adesso ciò che un quindicennio prima
non era riuscito. Don Sturzo ebbe via libera dal segretario di Stato
Il dopoguerra 33

cardinal Gasparri, con l’intesa che il partito popolare non sarebbe stato
un « partito cattolico » - di cui la Santa Sede continuava a non ammet­
tere l’esistenza - e non avrebbe quindi impegnato in nessun modo la
Chiesa, la quale, da parte sua, non avrebbe ostacolato l’afflusso di catto­
lici nel partito e nei quadri di questo, né intralciato la sua azione pub­
blica col non expedit - che venne formalmente abolito prima delle ele­
zioni generali - o con l’imposizione di riserve temporalistiche.
Contemporaneamente, la Santa Sede provvide a riorganizzare, come
strumento della « sua » politica, l’Unione popolare di istituzione piana.
Un nuovo programma di essa fu pubblicato il 30 gennaio 1919, cioè
immediatamente dopo quello del partito popolare. Scopo fondamentale
dell’Unione doveva essere di educare il popolo a non tollerare che la
religione cattolica « continui ad essere considerata un fatto individuale
e privato, senza alcuna influenza sulle leggi, sul costume, sulla vita del
paese; a reclamare quindi dai pubblici poteri, in luogo della odierna
indifferenza, il riconoscimento delle verità che insegna, delle virtù di
cui è animatrice, di tutti i diritti che le provengono dalla immensa mag­
gioranza di seguaci ch’essa conta nello Stato». Affermato il valore emi­
nente della « dottrina sociale cattolica » il manifesto seguitava recla­
mando la libertà della beneficenza e dell’insegnamento « perché la scuola
sia emanazione esclusiva dell’autorità e volontà dei genitori»; «la con­
quista di tutte le libertà sociali, contro ogni monopolio di stato o di
classe; e in special modo della libertà del lavoro con la piena uguaglianza
dei diritti per tutte le sue organizzazioni ».
Come si vede, il manifesto (firmato come presidente dal conte Dalla
Torre, futuro direttore dell’« Osservatore Romano ») aveva taluni im­
portanti punti di contatto con l’appello e il programma del nuovo par­
tito popolare: e qualche laico sospettoso poteva esser tentato di parlare
di due eserciti che marciavano divisi, per battersi uniti. Un apprezza­
mento simile, tuttavia, pur corrispondendo a virtualità concrete della
situazione cattolico-popolare, non avrebbe interpretato esattamente lo
spirito dei fondatori del partito popolare, e soprattutto del fondatore
massimo, don Sturzo. Il quale, credente ortodosso e ottimo sacerdote
cattolico-romano, era al tempo stesso leader politico autentico, per vo­
cazione e attitudine; e in tale carattere andava ricercato il nucleo della
sua personalità, cosi negli aspetti positivi come in quelli negativi. Tutto
sommato, il partito popolare rappresentò una formazione politica auten­
tica, e cioè autonoma, pur essendo codesta autonomia qualificata spe­
cificamente, e altresì limitata da due fatti. Il primo e principale era che
gregari e quadri del nuovo partito erano cattolici parzialmente identici
con quelli dell’Unione popolare, e che l’organizzazione ecclesiastica (so­
34 Capitolo primo

prattutto parrocchiale) forniva al nuovo partito il più valido appoggio


elettorale. Il secondo si ritrovava nella già notata affinità generale di
ispirazione e parziale di programma fra Azione cattolica e partito popo­
lare: assumendo questo apertamente la difesa e il promovimento di inte­
ressi cattolici, nello svolgimento dell’azione politica corrispondente ca­
deva inevitabilmente sotto il controllo dell’autorità ecclesiastica.
A una autonomia effettiva del partito popolare durante il residuo
pontificato di Benedetto XV concorse indubbiamente la direttiva del
pontefice nei riguardi dello stato italiano, e cioè, essenzialmente, nei
riguardi della questione romana. Direttiva che in un primo tempo, du­
rante la guerra, consiste nell’associare una netta salvaguardia dei prin­
cipi con uno spirito pacifico e rispettoso del sentimento nazionale ita­
liano e delle esigenze intrinseche del governo italiano. A guerra termi­
nata, il pontefice mirò a ridurre praticamente al minimo le difficoltà
provenienti all’Italia dal conflitto teoricamente perdurante. Di qui l’abo­
lizione del non expedit, lo svincolamento dei cattolici militanti nel
campo politico della pregiudiziale della questione romana, riservata uni­
camente ormai alla Santa Sede, svincolamento spinto al punto di tolle­
rare da parte dei consiglieri cattolici romani l’adesione (22 febbraio
1919) alla prossima celebrazione cinquantenaria del Venti Settembre;
l’ammissione (enciclica Pacem Dei Munus del 23 maggio 1920) delle
visite in Roma di capi di stato cattolici. Contemporaneamente, Bene­
detto XV lavorò a una soluzione ufficiale e definitiva della questione
romana anticipante quella dei Patti del Laterano, ma senza l’esigenza
pregiudiziale di un concordato, e tanto meno di un concordato « tra i
migliori». Il colloquio di un prelato americano, monsignor Kelly, con
Orlando a Parigi (18 maggio) stabili il primo contatto. Il segretario di
Stato cardinal Gasparri inviò allora a Parigi monsignor Cerretii (più
tardi nunzio a Parigi e cardinale); tra questo e Orlando ebbe luogo un
colloquio all’Hòtel Ritz, il i° giugno. Si raggiunse in questo colloquio,
senza particolari difficoltà, un accordo di massima per una cessione al
pontefice di territorio da costituirsi in stato sovrano, con accoglimento
nella Società delle Nazioni. Si delineò invece, senza fermarcisi troppo
sopra, una divergenza circa l’estensione del territorio, domandando il
Cerretti che questo arrivasse fino al Tevere (dunque i Borghi), mentre
Orlando voleva fermarsi al Vaticano. Orlando, in conclusione del col­
loquio, insiste su una, diciamo cosi, condizione sospensiva: l’esito della
conferenza per le aspirazioni italiane. Se fosse stato felice, sarebbe stato
facile far accettare l’accordo al popolo italiano: viceversa, nel caso con­
trario. Segui quasi subito la caduta di Orlando. Nitti, nel suo travaglia­
tissimo ministero, si limitò a conversazioni con Gasparri sull’argomento.
Il dopoguerra 35

Del partito popolare fu detto giustamente, nel tempo di rapidissimo


sviluppo seguito alla sua fondazione, che era un Giano novello; ma che
la faccia verso il passato era, a sua volta, una faccia molteplice. C’erano
avanzi della paganuzziana Opera dei Congressi e dei Comitati catto­
lici; cattolico-liberali del tempo leoniano-umbertino; clerico-moderati di
quello leoniano-piano; allievi del neoclericalismo di don Albertario; de­
mocratici cristiani di varie gradazioni (seguaci di Toniolo, di Murri, di
Sturzo); socialisti cristiani di cui aveva tentato vanamente l’organizza­
zione prima della guerra il binomio Perroni-Quadrotta. Il programma
comune di fondazione poteva bastare per l’unità organizzativa, ma non
realizzava la fusione politico-morale intorno a una idea-forza centrale,
come per il vecchio clericalismo la sovranità del papa, o per il sociali­
smo la sovranità del proletariato. Era un programma, o elenco, di ri­
forme: qualcosa di analogo al « programma minimo » socialista di ante­
guerra, che non era sparito del tutto - come si è visto - nel dopoguerra.
Mancava il programma massimo. C’era una tal quale affinità fra il rifor­
mismo essenziale di don Sturzo e il « problemismo » di Salvemini.
Per la vita politica italiana il Partito popolare rappresentò una no­
vità grossa di conseguenze. La prima, e la più felice, fu la fine ultima del
dissidio - ridotto già ai minimi termini - che aveva scisso a cagione
della questione romana il popolo italiano, e cosi l’entrata in pieno di
tutti i cattolici (cioè anche dei militanti ed ex-intransigenti) nella vita
politica nazionale. La seconda, che una quantità di forze elettorali di
scarsa caratterizzazione politica finora affluenti ai diversi partiti tradi­
zionali, dai conservatori ai socialisti, furono organizzate in un partito
autonomo. Ciò costituiva un progresso nella vita politica italiana, cosi
scarsa finora di partiti organizzati; ma al tempo stesso portava un colpo
sensibilissimo al « partito liberale », che nel suo insieme molteplice e
inorganico aveva pur costituito la spina dorsale della vita politico-parla­
mentare italiana, in continuità con il Risorgimento. Colpo di gravità
decisiva, nel momento in cui il partito risentiva ancora gli effetti disgre­
gatori dei dissidi di guerra. Il nuovo partito, infatti, ingrossò rapidissi­
mamente. Già nel primo semestre del 1919, fino al primo congresso di
Bologna nel giugno, esso raggiunse le cifre di 850 sezioni regolarmente
costituite, con circa 56 000 tesserati; e dietro queste, altre sezioni in
rormazione incalzavano, fino a raggiungere nel corso dell’anno la cifra
di 2700. Diciannove deputati si erano costituiti in gruppo parlamen­
tare; una ventina di quotidiani e una cinquantina di settimanali propa­
gandavano il verbo popolare. La fondazione del partito popolare sep­
pellì la possibilità di formazione, sia di una Destra autenticamente
conservatrice, sia di una Sinistra autenticamente democratica. Poiché,
36 Capitolo primo

contemporaneamente, il partito socialista si chiudeva in un’assoluta e


sterile intransigenza anticollaborazionista, uno svolgimento organico
democratico-liberale e parlamentare si profilava estremamente arduo.
Peraltro, il partito popolare funzionò sin da principio come attrazione
e raccolta di elementi che altrimenti sarebbero andati al socialismo mas­
simalista: e in questo senso ebbe effetto notevole di equilibrio anti­
rivoluzionario.

Il dopoguerra economico-sociale.

Il primo anno del dopoguerra mise in cruda evidenza alcuni muta­


menti intervenuti nella vita economica del paese e nelle sue classi sociali.
Di fronte alla grande maggioranza del popolo italiano, che aveva sofferto
le privazioni e i sacrifici della guerra sia al fronte sia nel paese, dette
assai nell’occhio una minoranza che non solo non aveva sofferto, ma
aveva largamente profittato della guerra per arricchirsi oltre misura. In
tutte le età i fornitori di guerra hanno accumulato capitali; ma le dimen­
sioni e la durata della guerra mondiale e l’enorme consumo di armi,
munizioni, equipaggiamenti, macchine, viveri, ecc., ch’essa portò con
sé avevano moltiplicato all’infinito, rispetto ad ogni precedente, le in­
dustrie di guerra, i guadagni di guerra. La mobilitazione generale del­
le industrie ausiliarie, che s’era dovuta fare poco dopo la smobilitazio­
ne generale degli uomini atti alle armi, aveva lasciato tutte le imprese
nelle mani dei loro padroni, sottoponendole si al controllo dello Sta­
to, ma accordando loro notevoli vantaggi: coll’assegnare ad esse gli
operai occorrenti che venivano esonerati dal servizio militare propria­
mente detto; col sottomettere le maestranze cosi ottenute a una rigo­
rosa disciplina d’indole militare, che preveniva scioperi e agitazioni;
col far determinare salari e condizioni di lavoro da organi ufficiali, che
furono i comitati regionali di mobilitazione. Ma il vantaggio maggiore
fu quello degli alti e altissimi guadagni delle imprese. L’urgenza del
produrre, la inesperienza intorno ai dati di molte produzioni nuove o
inusitate, la mancanza di concorrenza, la tardiva istituzione di controlli
sui costi di produzione, la facoltà di derogare dalle leggi e dai regola­
menti ordinari nella stipulazione dei contratti e nei pagamenti: tutto
questo favori la sete di lucro caratteristica di ogni imprenditore. Vi si
aggiunga la fioritura sregolata di una quantità di intermediari che si
davan da fare per procacciar merci d’ogni genere dall’interno e dall’e­
stero in tempi di universale accaparramento, e facevano pagar cara la
loro abilità; l’incentivo che la paura della pelle costituiva per molti che
Il dopoguerra 37
si sforzavano di carpire esoneri anche per vie fraudolente; la tentazione
in cui la deficienza di controlli induceva i meno onesti di accrescere il
guadagno lecito con le molte arti illecite che da che mondo è mondo
accompagnano il maneggio del danaro: cosicché tutta l’economia della
produzione bellica rimase gravemente viziata dal fatto che una parte dei
miliardi spesi per essa andò a beneficio di un ristretto numero di privi­
legiati. Quanta fosse questa parte, non si potrà mai accertare con pre­
cisione; ma anche nella migliore delle ipotesi, il male era abbastanza
grave e diffuso per giustificare, mentre la guerra durava e quando fu
cessata, un giudizio severo da parte degli onesti, un senso di rivolta
morale contro l’ingiustizia, un senso di rancore contro gli « imboscati »
e i « pescicani », un senso di sfiducia verso le classi dirigenti e gli organi
di governo che apparivano responsabili.
Il confronto poi tra i privilegiati della guerra e la massa degli altri
rendeva più acuto questo stato d’animo. La parte maggiore del medio
ceto italiano era sempre vissuta in condizioni economiche assai modeste
e in un tenor di vita di grande sobrietà: era il ceto degli agricoltori,
commercianti e industriali di medio calibro, degli impiegati pubblici e
privati, della coltura; che pur non essendo bene organizzato in partiti,
pure partecipava più attivamente alla vita politica del paese; che aveva
con più serietà e coscienza dato il suo contributo alla guerra, innanzi
tutto col suo sangue (da questa media e piccola borghesia era venuta la
grandissima maggioranza degli ufficiali di complemento), poi coi suoi
magri risparmi, infine con quel tanto d’idealismo che nobilitava la guer­
ra. L’esiguità dei suoi redditi era fatta più sensibile dalla penuria di molti
generi e dal rincaro dei prezzi; e mentre essa aveva sperato che la fine
della guerra segnasse l’inizio di un’èra migliore per la patria in generale
e per i cittadini in particolare, il primo anno di dopoguerra portò con
sé privazioni maggiori, disordine nella vita pubblica, difficoltà nuove per
la soluzione dei problemi nazionali. C’erano poi le masse proletarie dei
contadini e degli operai. Queste avevano dato alla guerra un contributo
grandissimo di soldati, dacché nessuna guerra mai aveva impegnato,
come questa, quasi tutti gli uomini validi di ogni nazione, esigendo
quantità enormi sia di combattenti sia di ausiliari. A giudizio unanime
dei governanti e dei condottieri, i soldati avevano con il loro valore dato
la vittoria alla patria, e il popolo aveva con la sua disciplina reso possi­
bile lo sforzo dell’esercito. A guerra finita, quella parte dei contadini e
degli operai che aveva potuto migliorare in qualche misura il suo tenor
di vita grazie alla penuria di mano d’opera e ai salari di guerra, intendeva
conservare questi vantaggi e possibilmente aumentarli; quella parte che
dalla guerra aveva avuto soltanto fatiche e dolori intendeva ottenere dal
38 Capitolo primo

governo e dal paese un trattamento che la compensasse secondo giustizia


dei suoi sacrifici e patimenti.
Quando la guerra cessò, fu generale il desiderio di liberarsi al più
presto della disciplina di guerra, da quel complesso di limitazioni, co­
strizioni, vincoli d’ogni genere che il regime di guerra aveva imposti, in
Italia come altrove, a tutta la vita del paese. Doveva cadere al più presto
la cosiddetta bardatura di guerra, ed essere restaurata la libertà. I più
solleciti a reclamarla furono gli industriali, con il potere di pressione pro­
veniente dal loro posto nell’economia del paese. Una loro adunata tenuta
a Bergamo nel gennaio 1919 fu una fiera protesta contro il governo e la
burocrazia che tendevano a tenere in vita la pesante e farraginosa attrez­
zatura che la guerra aveva costruito allo scopo di dirigere e controllare
ogni attività di produzione e distribuzione, per ogni qualità di beni.
L’opinione pubblica era impaziente di poter comprare e vendere libe­
ramente secondo la convenienza di ciascuno. Ma questa libertà si rivelò
ben presto un’illusione. Di fatto i prezzi cominciarono ben presto a sa­
lire, e le merci, a cominciare dai generi alimentari, a scarseggiare. Come
suole accadere, molti ne davan la colpa al governo improvvido e alla bu­
rocrazia nefasta, e il malcontento popolare crebbe fino allo scoppio di
cui in appresso diremo.
Ne erano cagione alcuni fatti superiori a ogni buona volontà di go­
vernanti. Alla fine del 1918 il governo britannico, cedendo a potenti
influenze di armatori, aveva ripristinato il libero traffico marittimo per
la bandiera britannica, rinunziando alla requisizione del proprio navi­
glio, che durante la guerra era servito anche a rifornire di materie prime
e di viveri i paesi alleati. Da allora le navi inglesi corsero là dov’erano i
mercati più promettenti e si pagavano i noli più alti. La marina mer­
cantile italiana, che nella guerra aveva perduto il 60% del suo tonnel­
laggio, non era in grado di bastare ai trasporti necessari per il paese.
Quindi approvvigionamenti più scarsi a prezzi più alti, due mali aggra­
vati da un terzo, ch’erano le soste straordinariamente prolungate delle
navi nei porti, a causa dell’ingombro e del disordine di quei mesi.
Inoltre: a guerra finita erano cessati i crediti fatti dall’America e
dalla Gran Bretagna all’Italia per sostenere la guerra fino alla vittoria.
Trovare danaro - e ne occorreva ancora molto - diventò un’impresa dif­
ficile, e, quando i due governi lo concessero, non vollero più impegnarsi
a mantenere i cambi tra dollaro e lira e tra sterlina e lira al livello fisso
mantenuto fino a quel tempo. Ciò accadde alla fine di marzo del 1919.
Poco dopo, premuto da necessità urgenti e contrastanti, il Tesoro ita­
liano aumentò notevolmente la carta moneta: cominciò l’inflazione. Al·
l’inizio del 1919 il danaro circolante ammontava a 11 miliardi e 750
Il dopoguerra 39

milioni; a metà dell’anno era salito a 12 miliardi e 281 milioni; a fine


dicembre toccava i 16 miliardi e 281 milioni. All’inizio del 1919 una
lira carta valeva 81 centesimi oro; a fine giugno, 61; a fine dicembre,
37 centesimi.
Da una parte, dunque, gran desiderio di libertà, di abolizione imme­
diata d’ogni bardatura di guerra; interessi di industriali e operai di
guerra che naturalmentè non intendevano rinunziare ai loro vantaggi;
invocazioni di reduci, di proletari, di piccoli e medi borghesi per un mi­
glioramento di vita e per una più equa distribuzione di beni; dall’altra,
penuria di merci di necessaria importazione e penuria di navi per impor­
tarle, quindi rialzo di prezzi e di noli, rincaro della moneta necessaria
a pagarli, caduta dei cambi, aumento del circolante, inflazione. Tra que­
ste pressioni contrastanti né il governo né il grande capitale né l’alta
finanza seppero adottare una direttiva di politica economica e finanziaria
chiara e decisa, né i partiti, tanto meno i partiti di più largo seguito,
gliela seppero consigliare.
In pratica si continuò a tenere in vita l’apparato burocratico creato
dal forzoso collettivismo bellico, contro il quale piovevano tante accuse
di insipienza, di disordine e di spreco; a reclamare l’intervento dello
Stato sia per la produzione, la ripartizione, l’approvvigionamento dei
beni, sia per la difesa contro l’avidità e le speculazioni di ceti e gruppi
interessati. I comuni, gli enti annonari pubblici e cooperativi, perfino
la Confederazione generale dell’industria alla metà del 1919 chiedevano
che lo Stato s’incaricasse almeno dell’approvvigionamento e della distri­
buzione dei generi di consumo, anche con sacrificio dell’erario. Nel corso
dell’anno si moltiplicarono i consorzi e le cooperative che, con concorso
o sotto la tutela degli organi statali, dovevano svolgere o per tutto il
paese o per singole regioni, provincie e località, tali funzioni: ma non
poterono né migliorare gli approvvigionamenti né moralizzare il com­
mercio né fermare l’ascesa dei prezzi.
Un gagliardo appello all’intervento dello Stato, e insieme un vigoroso
assalto al danaro dello Stato, venne adesso dal campo industriale. Nel
corso della guerra s’era accentuata la tendenza alle grandi concentrazioni
nel campo delle società esercenti miniere, alti forni, ferriere ed acciaie­
rie: cosi il gruppo Ilva, il gruppo Ansaldo, il gruppo Fiat; e molte so­
cietà minori seguivano l’esempio dei colossi. Questi avevano impiegati
in grossi impianti i grossi guadagni di guerra, anche per sottrarli ad
eventuali imposizioni confiscatrici.
La grandiosità delle integrazioni industriali mirava, - secondo il giudizio di
&1 e-lnaudi (La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Bari
933, p. 269), _ più aiia rapida fabbricazione di carte valori da mettere sul mercato
40 Capitolo primo
a prezzi rimuneratori per i dirigenti che alla edificazione, necessariamente lenta e
graduale, di un solido edificio produttivo.
Infatti due di questi colossi, la società Ilva e la società Ansaldo, ro­
vinarono dopo un paio d’anni, nel 1921.
Nell’ultimo anno di guerra era cominciato un altro fenomeno preoc­
cupante: la tendenza di alcuni potenti gruppi industriali a entrare in
possesso della maggioranza azionaria di grandi banche, delle quali erano
clienti e debitori, per acquistare influenza decisiva su di esse. La Banca
Commerciale Italiana, il Credito Italiano, la Banca Nazionale di Sconto,
il Banco di Roma, cioè i maggiori organismi finanziari del paese, e molte
altre banche furono esposte a questa cosiddetta « scalata » da parte delle
grandi industrie; alcune riuscirono a impedire che queste diventassero
padrone della maggioranza, alcune non vi riuscirono. Due anni dopo,
nell’autunno 1921, vedremo le tristi conseguenze di queste manovre.
Se l’azione del grande capitale danneggiò l’economia del paese e
dello Stato in un senso, l’azione delle masse lavoratrici, operai e conta­
dini, e più, degli organi politici e sindacali che la dirigevano, la danneg­
giò negli stessi anni in un altro senso. Come s’è già accennato, molte
promesse erano state fatte ai lavoratori della terra, specie nei momenti
in cui la patria versava nei più gravi pericoli: la vittoria e la pace avreb­
bero dovuto dare ai contadini d’Italia una condizione di vita meno po­
vera e più giusta, e a tal fine si dovevano abolire i latifondi, bonificare
le terre incolte o malcolte, assegnare le terre a coloro che le lavoravano
con le loro braccia, assisterli nello sforzo di produrre nuova ricchezza
per sé e per il paese. L’impazienza delle masse e la ignoranza di molti
politici fecero trascurare il fatto che un’impresa cosiffatta - quella che
poi si chiamerà la bonifica integrale, che va dalla prima regolazione delle
acque sul suolo malarico al primo colpo di piccone sul fondo espro­
priato, dall’apertura della nuova strada all’insediamento del colono nella
nuova casa - è fra tutte le riforme quella che esige maggior tempo e
matura più lentamente i suoi frutti. Senza contare che una riforma agra­
ria incide cosi vivamente nella ripartizione della proprietà, che è giusto
aspettarsi da parte dei ceti colpiti, appena superato il primo spavento,
una tenace resistenza. Quando nel luglio 19 t 9 le plebi cittadine sac­
cheggiavano i negozi per far diminuire i prezzi, si iniziavano pure qua
e là le invasioni di contadini in terre del Lazio, e dal Lazio si estesero
in parecchie altre regioni d’Italia, più specialmente nel Mezzogiorno e
nelle Isole. Un decreto governativo (decreto Visocchi, del 2 settembre
1919) dette ai prefetti facoltà di autorizzare le occupazioni, temporanee
o definitive, con determinate norme e garanzie; ma in molti casi le prese
di possesso avvennero sotto la pressione di folle contadine, guidate da
Il dopoguerra 41

associazioni o partiti, e legalizzate pro forma; soltanto nella primavera


del 1920 si cominciarono a porre freni più severi; del resto il movimento
si andò attenuando da se stesso, e col 1921 era quasi cessato. Negli
stessi anni i piccoli affittuari, mezzadri, coloni parziali avevano otte­
nuto, con la proroga di un decreto datante dal tempo di guerra, di rima­
nere sui fondi oltre la durata dei loro contratti. Ottenuta la permanenza
sul fondo, i contadini e i loro organizzatori cercarono di ottenere anche
patti nuovi tra proprietari, conduttori, salariati, tali da ridurre al mi­
nimo la parte del proprietario e dar nelle mani del conduttore e dei
coloni quasi intera la gestione del fondo. L’esperimento più notevole
fu fatto nel 1920-21 in provincia di Cremona, dove si cominciò con
l’invasione delle terre sotto la guida del cattolico popolare Miglioli e si
fini con una regolamentazione data dal socialista Giovanni Bianchi che
fissava la divisione degli utili tra conduttori e contadini: ma anche que­
sto esperimento ebbe vita breve.
Di tutto il movimento ch’ebbe per insegna il motto « La terra ai con­
tadini » rimase in vita, come istituzione concreta e attiva, l’Opera nazio­
nale per i combattenti, fondata, come s’è detto, nel 1919. Tuttavia la
sua azione, pur potendo contare su larghi mezzi forniti dal governo, fu
contenuta entro limiti modesti rispetto alla vastità del problema ch’era
chiamata a risolvere: tra il 1919 e il 1922 essa si svolse su circa trenta­
mila ettari tra espropriati, donati e comperati, e dovette lottare dura­
mente sia contro le resistenze dei proprietari e dei loro esponenti poli­
tici, sia contro l’inesperienza e l’indisciplina di cooperative, leghe e
fazioni che miravano più a immediati vantaggi che a una sana e solida
economia.
Parallelo al movimento dei contadini procedette, dalla cessazione
della guerra in poi, il movimento degli operai. Erano in parte operai
delle industrie di guerra, che avevano visto crescere i loro salari oltre
ogni attesa nel clima di fittizia prosperità in cui vivevano quelle indu­
strie, e non intendevano rinunziare a quelli né al migliorato tenor di
vita; in parte reduci che, forti del dovere compiuto al fronte e del diritto
che ne conseguiva, memori delle promesse fatte ai soldati per il giorno
che sarebbero ridivenuti lavoratori, consapevoli anche, con maggiore o
minor chiarezza d’idee, dei nuovi compiti di giustizia sociale che spet­
tavano all’Italia vittoriosa, attendevano una realizzazione possibilmente
sollecita delle loro speranze. Le provenienze erano diverse, ma combat­
tenti e non combattenti si sentirono uniti come proletari; e nella gran
tpaggioranza seguivano, in fatto di ideali politici, il socialismo, in fatto
t postulati economici, quelli della Confederazione generale del lavoro,
mretta dai socialisti.
42 Capitolo primo

La prima conquista fu, nel corso del 1919, quella della giornata di
lavoro di otto ore, che i movimenti operai invocavano da molti anni.
L’una dopo l’altra tutte le industrie l’adottarono; l’adottò lo Stato negli
arsenali, nelle fabbriche d’armi, nelle ferrovie. Anche nell’agricoltura
molti contratti agrari stipulati lungo il 1919 l’accettarono, con qualche
riguardo alle esigenze delle stagioni e dei lavori campestri. Poi, agita­
zione continua per gli aumenti dei salari, scioperi locali e generali di
aziende private e di servizi pubblici, e aumenti sempre concessi: al quale
risultato cospirava con la lotta di classe il fenomeno inconscio e cieco
dell’inflazione. Poi, programmi e parole d’ordine di riforme più vaste
e radicali: « nazionalizzazione dell’industria », « esercizio collettivo del­
l’impresa », « appropriazione dei mezzi di produzione », « consigli di
fabbrica ». Obbiettivi già proposti dalle dottrine socialiste dell’Otto­
cento diventavano più attuali perché pareva di vederne la realizzazione
in atto nella Russia rivoluzionaria, che già prima della fine della guerra
aveva scosso il giogo politico dell’autocrazia e il regime borghese del­
l’economia per instaurare un ordine nuovo. La guerra stessa, col suo
collettivismo forzoso, con la statizzazione temporanea di tante attività
produttive, aveva in molti casi dato il primo avvio alla socializzazione.
Il cattivo esempio dato dagli industriali di guerra, che s’erano appro­
priata tanta parte della ricchezza nazionale, e che intendevano appro­
priarsene più ancora attraverso le grandi concentrazioni capitalistiche
sorte alla fine della guerra, provocava per reazione la richiesta d’una
generale ridistribuzione della ricchezza a beneficio di tutta la comunità
nazionale.

In queste sconvolte condizioni economico-sociali s’intende che la


direzione del partito socialista insistesse nella sua tattica di sfrutta­
mento e aizzamento di tutti i malcontenti. Cosi di fronte al decreto di
amnistia del 21 febbraio 1919 1’« Avanti! », con un titolo a tre colonne,
parlava del « poco che c’è e il molto che manca ». I riformisti non si aste­
nevano neanche loro da un linguaggio «sovversivo» (Crisi di regime,
non di governo, era intitolato un articolo dell’« Avanti! », 25 febbraio,
a firma Alessandro Schiavi), tanto che Anna Kuliscioff, più intelligente
e risoluta di parecchi maschi a lei affini di idee, rimproverava Turati
(lettera 25 febbraio): «Fate dei cortei a diecine di migliaia di persone
e gridate: “Vogliamo la libertà!” Quale? Per attuare la dittatura del
proletariato? E allora ditelo francamente e agite in conformità». Ep­
pure, Turati era il primo a trovare che la direzione del suo partito era
« senza testa », e che le campagne del gruppo e del partito socialista
Il dopoguerra 43

erano servizi resi ai finanzieri. «Tutti vogliono tutto. I giornali sof­


fiano dentro ».
La riapertura della Camera il i° marzo 1919 mostrò il brancolamento
generale. Orlando, tornato da Parigi, fece un discorso « vacuo e nega­
tivo» (Kuliscioff), affermando di seguito che l’economia italiana aveva
sofferto dalla guerra più di ogni altra, che nessun paese aveva le sue
industrie nella stessa efficienza dell’Italia e una minore disoccupazione,
che c’era una oscura minaccia rivoluzionaria. Nella discussione sulle co­
municazioni del governo le critiche fioccarono, contro la lentezza della
smobilitazione, il mantenimento della bardatura di guerra, i provvedi­
menti per le terre liberate, l’impreparazione governativa ai problemi
della pace. Turati presentò un ordine del giorno chiedente fra l’altro
l’introduzione immediata della proporzionale: proposta che fu respinta
il 6 marzo. Intanto, tutti parlavano dell’avvento al potere dei socialisti
e particolarmente di lui, Turati, che se ne mostrava fra stupito e sgo­
mento. Nella discussione alla Camera il ministro dei Lavori pubblici
Bonomi prese posizione contro un aumento eccessivo dei salari, invo­
cando « le leggi economiche, che non patiscono violazioni ed infrazioni ».
Occorreva invece creare nuove forme attraverso le quali il proletariato
divenisse capace di « governare se stesso e le cose ». Intanto, nuova
esca, sfruttata dall’« Avanti! » e anche dalla « Stampa », arrecò ai primi
di marzo la pubblicazione dell’inchiesta sulle esportazioni durante la
guerra (particolarmente, cascami) che avrebbero giovato al nemico. E
1’«Avanti!» del io marzo concludeva il suo articolo di fondo cosi:
« Oggi è indispensabile che il partito compatto scenda sulla piazza, oc­
cupi la piattaforma pubblica, dica alle masse la parola che chiama a
raccolta ». Parole di suono strepitoso, ma di significato ambiguo.

Passato di Mussolini.

In questa situazione difficile e caotica avvenne la fondazione dei Fa­


sci di combattimento, promotore e capo Benito Mussolini.
Benito Mussolini era nato e cresciuto in Romagna, da genitori roma­
gnoli. Il padre Alessandro era fabbro artigiano a Dovia, frazione del
comune di Predappio (Forlì), figlio di un piccolo proprietario terriero
che aveva dissipato il patrimonio familiare. Anche Alessandro era un
irregolare, che frequentava l’osteria e correva dietro alle donne più
volentieri che non rimanesse a lavorare nella sua modesta officina. Chi
mandava avanti la casa era la moglie, Rosa Maltoni, anch’essa di fami-
§ ia piccolo-borghese, maestra elementare devota al suo ufficio e alla
44 Capitolo primo

famiglia. Il marito aveva idee socialistico-rivoluzionarie, e ripeteva l’in­


sulso motto che Dio è un espediente borghese. Fu anche arrestato una
volta « per aver capeggiato una turba di facinorosi ».
Benito nacque a Varano dei Costa, un casolare di Dovia, il 29 luglio
1883. Fu un ragazzo vivace e attaccabrighe, amante di fare a sassate.
Fece le elementari e quindi le tecniche, buscandosi ripetute espulsioni;
si disciplinò nella scuola normale di Forlimpopoli, fino a conseguire il
diploma d’onore di maestro, con encomio solenne nel luglio 190t. Fece
qualche supplenza, e un anno dopo il diploma parti per la Svizzera. Vi
rimase più di due anni, con un paio di brevi ritorni in Italia: non però
per presentarsi a far il servizio di leva, tanto che fu condannato in con­
tumacia come disertore a un anno di reclusione. In Svizzera girò per
vari cantoni, Ginevra, Losanna, Berna, Zurigo. Delle sue condizioni in
quel tempo egli ha fatto un quadro assai fosco: vita campata misera­
mente facendo mestieri umili e vari (garzone di vinaio e di salumiere,
manovale), sprovvisto talora di vitto. Sembra ch’egli abbia trasformato
in condizioni abituali episodi temporanei o addirittura momentanei,
come la notte passata sotto un ponte di Losanna, e seguita da un arresto
di tre giorni per vagabondaggio. In realtà, egli incominciò in Svizzera,
con un certo successo, la sua carriera di agitatore politico. Iscritto già
allora al partito socialista, fu segretario e propagandista di associazioni
operaie, traduttore, collaboratore di giornali proletari, frequentatore di
biblioteche e corsi universitari (Pareto a Losanna); e divenne a un certo
punto dirigente della sezione socialista italiana di Ginevra, col risultato
finale della sua espulsione dal Cantone (aprile 1904). Precedentemente
era stato espulso da Berna; e altre e più gravi notizie vengono date della
sua attività agitatoria, con una terza espulsione da Zurigo; ma sono
assai incerte, come in generale i particolari di questo periodo svizzero.
A Zurigo, nel marzo 1904, partecipò al congresso dei socialisti italiani
in Svizzera. Non contestati, invece, e famosi, sono due episodi di que­
sto periodo illustranti la sua irreligiosità aggressiva, ereditata dal padre.
Il primo è il contraddittorio con il capo socialista belga Vandervelde (a
Losanna, nel giugno 1904), in una conferenza di questo su Gesù Cristo
come liberatore degli schiavi e precursore del socialismo. Mussolini negò
la grandezza di Gesù, che aveva evangelizzato qualche villaggio e avuto
per discepoli « una dozzina di vagabondi ignoranti », e gli contrappose la
colossale predicazione di Budda di quarant’anni e quaranta volumi {sic).
Al che Vandervelde ironicamente gli ricordò che era intervenuto per
Gesù un « piccolo incidente professionale » a troncargli la carriera.
L’altro episodio ancora più noto fu pure un contraddittorio, sempre a
Losanna (col pastore Tagliatatela, marzo 1904?): «Do tempo - disse
Il dopoguerra 45

Mussolini posando l’orologio sul tavolo - a Dio cinque minuti per ful­
minarmi. Se non lo fa, vuol dire che non esiste ». Di codesta grossola­
nità fondamentale Mussolini non si liberò completamente mai.
Tornato in Italia nel novembre 1904, usufruì dell’amnistia per la
nascita del principe Umberto, e potè nel gennaio seguente compiere re­
golarmente il servizio militare come bersagliere a Verona. Si portò bene,
e fece anche sfoggio di sentimenti patriottici. Congedato nel settembre
1906, dopo una sosta a Predappio, andò a fare il maestro elementare
nel Friuli, a Tolmezzo, e vi passò un «anno di abbrutimento» (sono
sue parole). Tornò a casa alla fine dell’agosto 1907, ottenne a Bologna,
nel novembre, un diploma di francese e andò a insegnarlo nel marzo
1908 in una scuola privata di Oneglia. Scrisse articoli di antireligiosità
triviale (il cristianesimo «immortale stigmata [rie] di obbrobrio del­
l’umanità ») nel settimanale socialista locale « La Lima », e il suo gusto
- ancora teorico - per la violenza trovò pascolo in Sorel; accanto a lui,
si entusiasmò per Nietzsche e il suo « superuomo ». In un breve ritorno
a Predappio, nell’estate 1908, per certe manifestazioni a pro dei brac­
cianti in lotta con i mezzadri, passò quindici giorni in carcere. Perpetua-
mente irrequieto e insoddisfatto, al principio del 1909 Mussolini as­
sunse a Trento gli uffici di segretario della Camera del lavoro e direttore
del settimanale « L’Avvenire del lavoratore », redattore in capo del
«Popolo», il giornale di Cesare Battisti; ma non ci rimase più di un
mese. Forse non si trovò a suo agio nella lotta nazionale fra Italiani e
Tedeschi, pur notando esattamente il carattere autonomistico piuttosto
che irredentistico della lotta medesima, e approvando l’opera del socia­
lismo trentino a pro dell’italianità. Egli era fondamentalmente ostile a
un impegno nazionale prevalente su quello di classe: « Il proletariato
- sono sue parole - è antipatriottico per definizione e per necessità ».
Ma, più ancora che di principi, il dissenso era di metodo e di stile. An­
che a Trento Mussolini persistette nella sua violenza di linguaggio di
cui obbiettivi principali furono il clero trentino e il partito cattolico,
cioè cristiano-sociale, e con quest’ultimo il giovane quasi suo coetaneo
Alcide De Gasperi (nato nel 1881), direttore del giornale cattolico lo­
cale « Il Trentino ». Dopo una serie d’infortuni poliziesco-giudiziari,
Mussolini fu arrestato per fatti e sospetti vari, assolto in prima istanza
e tuttavia espulso (settembre 1909).
Questa volta egli si piazzò decisamente nell’ambiente romagnolo, a
Forlì, in piena lotta fra braccianti e mezzadri, rossi e gialli, socialisti e
repubblicani. Fu un triennio di azione locale che lo preparò definitiva-
tnente a quella nazionale. Il i° gennaio 1910 uscì «La lotta di classe»,
organo della federazione socialista forlivese, fondato e diretto da Be-
46 Capitolo primo

nito Mussolini. Questi vi proclamò un socialismo esplicitamente blan­


quista, che doveva basare sul ferro la sua volontà di ascesa, e si realizze­
rebbe attraverso l’insurrezione violenta capitanata da una piccola mino­
ranza. Il socialismo per lui era «il più grande atto di negazione e di
distruzione che la storia registri ». Confondendosi quasi con gli anar­
chici, Mussolini esaltava Bresci e Angiolillo. Nelle divisioni interne del
Partito socialista egli stette con gli intransigenti contro i riformisti; ma
in realtà scavalcò anche i primi, e si accostò piuttosto ai sindacalisti pa­
trocinando, come il suo maestro Sorel, lo sciopero generale rivoluziona­
rio e accentuando l’antimilitarismo. Fu anche contro la massoneria, di
cui largamente permeati erano allora i quadri socialisti, e ne fece dichia­
rare la incompatibilità col socialismo alla federazione socialista forli­
vese. Il suo stile secco e insieme triviale, ingiurioso e imperioso, espri­
meva la sua volontà di comando.
La sua prima comparsa sulla scena nazionale fu all’XI congresso so­
cialista di Milano dell’ottobre 1910: quello in cui Leonida Bissolati
lanciò la frase, famosa e vuota, sul partito « ramo secco». Le decisioni
del congresso furono riformistiche nel senso turatiano, e suscitò piut­
tosto ilarità Mussolini col suo discorso violento, « a scatti », invitante
a far la rivoluzione sul serio. Il congresso votò un ordine del giorno per
l’incompatibilità del socialismo con la massoneria, ma scartò l’altro te­
ma, per lui più fondamentale, dell’antimilitarismo. Tornato a Forlì, di­
chiarò nel suo giornale che avrebbe continuato per conto proprio e con
l’aiuto degli antimilitaristi francesi, nella lotta « intesa a demolire l’e­
sercito ».
Circa un anno dopo, lo sciopero generale di protesta del 27 settem­
bre 1911 contro la guerra di Tripoli venne anticipato a Forlì di venti-
quattro ore da Mussolini - rincalzato dal segretario della Camera del
lavoro repubblicana, il giovanissimo Pietro Nenni (nato nel 1891) - e
trasformato in una vera prova generale rivoluzionaria: barricate e scon­
tri con la forza pubblica in città, blocco della folla alla stazione e rotaie
ostruite con pali per impedire la partenza dei richiamati, fili telegrafici
tagliati per chilometri. Arrestato e processato, Mussolini si difese avvo­
catescamente sostenendo che la sua opposizione alla guerra era dettata
da amor patrio. La condanna a un anno di carcere fu ridotta in appello
a cinque mesi. Appena uscito e tornato alla direzione della « Lotta di
classe », riprese su questa, e su « La Folla » dell’anarchico Paolo Valera,
la campagna contro la guerra di Libia, e più specialmente contro socia­
listi e sindacalisti favorevoli all’impresa. Nuova ragione di assalto alle
posizioni del riformismo socialista trovò nella campagna contro Bisso­
lati, Bonomi e Cabrini, tre eminenze dell’Estrema Destra socialista, per
Il dopoguerra 47

la loro andata al Quirinale, il 14 marzo 1912, in corpo con tutta la Ca­


mera, a rendere omaggio al re dopo il fallito attentato D’Alba. Della
richiesta di condanna per i tre si fece una piattaforma di agitazione e di
elevazione personale; e al XIII congresso socialista nazionale di Reggio
Emilia (luglio 1912) ottenne la loro espulsione con un suo ordine del
giorno (seguirono intorno agli espulsi uno scisma e la formazione del
nuovo partito socialista riformista). Per l’indirizzo generale del partito
trionfò l’ordine del giorno rivoluzionario Lerda: Mussolini entrò trion­
falmente nella nuova direzione, e alla fine dell’anno assunse la direzione
dell’« Avanti! » e si trasferì a Milano. Era finalmente arrivato a un posto
di comando. Fu direttore-padrone: mise fuori dopo poco tempo il redat­
tore capo, Angelica Balabanoff, troncò la collaborazione di Claudio Tre­
ves, volle insomma che il suo pensiero unico si leggesse nel giornale con­
tro il governo, contro Giolitti in particolare, contro il parlamento,
contro ogni collaborazione. Nelle elezioni politiche dell’ottobre 1913 si
presentò candidato a Forlì facendo campagna contro la nuova guerra li­
bica, le colonie e il militarismo. Fu una netta sconfitta; riuscì invece poco
dopo nelle elezioni amministrative di Milano, che dettero ai socialisti Pa­
lazzo Marino, grazie anche alla campagna condotta da lui sull’« Avanti! »
Proseguì più che mai nel suo rivoluzionarismo, fiancheggiando e stimo­
lando il raddoppiato gruppo socialista alla Camera, che alla ripresa par­
lamentare assunse atteggiamenti ostruzionistici. La Settimana rossa ai
primi del giugno 1914 - a Giolitti era successo Salandra - fu una prefi­
gurazione della fortuna fondamentale di Mussolini: sfruttare forze e ca­
peggiare imprese non suscitate da lui. I moti sorsero nelle Marche e in
Romagna occasionalmente, e del tutto indipendentemente dal direttore
dell’« Avanti! »; ed ebbero carattere repubblicano-anarchico molto più
che socialista. Ma egli vi si gettò dentro lo stesso, eccitando nel giornale
e in piazza le dimostrazioni di solidarietà e di rivolta.

Mussolini interventista.

Allo scoppio della grande guerra il socialismo ufficiale italiano rimase


fedele alla concezione ortodossa: Mussolini direttore dell’« Avanti! » in
prima linea. Da tale posizione egli combatte aspramente gli interventi­
sti di sinistra a favore dell’Intesa, primi fra questi i sindacalisti De Am­
ons e Corridoni, per cui Mussolini adoperò i termini di « transfughi
sovversivi » e « sovversivismo pagliaccio ». Redasse anche il manifesto
per un referendum contro la guerra. Ma già ai primi di ottobre dette
segni di esitazione; il 18 ottobre pubblicò un articolo intitolato Dalla


Scansione a cura di irmaladolce
48 Capitolo primo

neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante, in cui prospettava


un intervento italiano dominato dal partito socialista; il 20 ottobre, a
una riunione della direzione del partito tenuta a Bologna, propose un
ordine del giorno riservante la libertà di decisione del partito rispetto
alla guerra; rimase isolato, e dette le dimissioni da direttore. Il primo
numero del « Popolo d’Italia » usci il 15 novembre col sottotitolo « quo­
tidiano socialista », e il doppio motto di testata « Chi ha del ferro ha
del pane », e « La rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette ».
Il 24 novembre, in un’assemblea tempestosa della sezione socialista
milanese al Teatro del Popolo, Mussolini venne espulso fra fischi ed in­
giurie («Fuori, vattene! traditore, giuda! »). Egli si allontanò prote­
stando: «Voi non mi perderete, perché sono e rimarrò socialista»;
« Invano urlate, la guerra vi trascinerà tutti ».
Il cambiamento di Mussolini per il pubblico fu cosi improvviso, cosi
in contrasto con tutta la sua condotta e il linguaggio precedenti, che
sorse naturale la versione del tradimento, e del tradimento pagato: sa­
rebbe stato l’oro francese a determinare il suo cambiamento. Occorre
qui distinguere le questioni: altro è il cambiamento di opinione di Mus­
solini; altro, l’origine e i mezzi di fondazione del « Popolo d’Italia »; al­
tro ancora, i fondi per la prosecuzione di questo. Mussolini era un
« attivista »: socialista, si, ma socialista rivoluzionario, contando per lui
più l’aggettivo che; il sostantivo, e nel suo concetto di « rivoluzionario »
prevalendo l’idea del movimento, della sovversione, su quella della di­
rezione del movimento, sul contenuto della sovversione medesima. L’op­
posizione alla guerra per Mussolini non era - l’aveva provato col fatto,
nel 19h - una astensione passiva: essa significava sciopero militare,
treni sbarrati, rotaie divelte, truppe insorgenti contro i loro ufficiali.
Non si trattava per lui semplicemente di non-guerra, ma di antiguerra
uguale a rivoluzione. La neutralità italiana, subito proclamata e applau­
dita da tutti (salvo che da Sonnino e i nazionalisti), tagliava la strada a
tutto ciò: era l’unanimismo. Il primo spuntare dei moti interventistici
sembrava, per verità, fornire l’occasione di un contrasto, di una batta­
glia; ma era una battaglia la quale, vittoriosa, ribadiva l’immobilità;
perduta, significava l’esclusione dal corso degli avvenimenti. Nell’arti­
colo già citato del 18 ottobre, che segna il passaggio pubblico di Musso­
lini dal neutralismo all’interventismo, egli scrisse: «Vogliamo essere,
come uomini e come socialisti, gli spettatori inerti di questo dramma
grandioso? O non vogliamo esserne, in qualche modo e in qualche senso,
i protagonisti? » Se guerra doveva essere, Mussolini voleva esserci den­
tro e non fuori: alla testa, e non alla coda. L’impulso intimo a muoversi,
sollevarsi, primeggiare, non escludeva una certa convinzione ideale. Che
Il dopoguerra 49

dalla guerra potesse uscire la rivoluzione era tanto poco un puro pre­
testo, o una assurdità, che essa ne usci veramente, e duplice: comunista
e fascista. Mussolini, per allora, non poteva intravedere che la prima;
ma anche senza arrivare all’estremo, poteva ben pensare - a ragione o
a torto - che una vittoria degli imperi centrali avrebbe sbarrato defini­
tivamente la strada alla rivoluzione proletaria.
Parecchio tempo prima della palinodia clamorosa Mussolini aveva
iniziato contatti con Filippo Naldi, il direttore dell’interventista « Resto
del Carlino », che gli fece il primo piano e gli spianò la strada per la
fondazione del «Popolo d’Italia». Probabilmente Naldi, persuaso che
alla guerra si sarebbe arrivati, voleva agire per associare alla guerra
stessa la monarchia e Giolitti, che erano i suoi pilastri. Per il tramite di
Naldi vennero i primi fondi a Mussolini. Non si trattò, in ogni caso, di
un cambiamento fulmineo, ma di una decisione maturata gradualmente.
La commissione d’inchiesta milanese (relazione 24 febbraio 1915),
che assolse Mussolini dalle accuse o sospetti di lucro personale per il
suo cambiamento, non indagò seriamente la reale provenienza di quei
primi fondi (la ufficiale Agenzia di pubblicità era evidentemente un
paravento). Le precedenti edizioni di questo libro dicevano: « Non c’è
prova che essi fossero “oro francese”. Parliamo sempre della fonda­
zione: diverso è il caso per sussidi francesi posteriori, che avrebbero
aiutato durante la campagna interventista il “Popolo d’Italia” a vivere,
e che in parte sarebbero provenuti da personaggi ufficiali francesi, in
parte - ma attraverso questi - dai “compagni francesi” e sui quali il
dubbio non appare ragionevole. Per quanto riguarda la fondazione del
giornale, il punto decisivo è se Filippo Naldi agisse con Mussolini per
conto di terzi, e chi questi terzi fossero».
Solo in occasione di questa nuova edizione abbiamo preso cognizione
dell’appunto di Turati del 1928 «Mussolini e l’oro francese (Notizie
avute da Modigliani che sa da chi e come le ebbe)», rimasto inedito
- per quel che sappiamo - fino alla sua pubblicazione in Alessandro
Schiavi, Esilio e morte di Filippo Turati (Opere Nuove, Roma 1956),
pp. 211-12. Quivi è detto:
Fin dall’agosto 1914 Mussolini, direttore dell’« Avanti! », entrò in rapporti con
Jules Guesde. Verso la fine del settembre 1914, egli si dà l’aria di formalizzarsi di
una prova, che Guesde gli presenta, relativa a dei pagamenti fatti all’« Avanti! »
dalla Germania '. Egli ha già da parte di J. Guesde delle promesse formali, e trova
cosi un mezzo elegantissimo per abbandonare 1’« Avanti! » e accettare il denaro che
Guesde gli offre. È ai primi di ottobre 1914 che J. Guesde domanda al Consiglio

1 Una nota - di Turati o di Schiavi? - avverte a questo punto che si trattava di una oblazione
aterna del partito socialista tedesco fatta nel 1912.
50 Capitolo primo
dei Ministri l’autorizzazione a versare ioo ooo franchi a Mussolini per la fonda­
zione di un giornale. Delcassé si oppone, perché egli conosce Mussolini come un
individuo pericoloso, capace di tutto. I suoi agenti glielo segnalano come partico­
larmente antimonarchico. La Francia potrebbe trovarsi gravemente compromessa.
J. Guesde, respinta la sua domanda al Consiglio dei Ministri, trova tuttavia un
appoggio nel Presidente della Repubblica, Poincaré, che ottiene da Ribot, ministro
delle Finanze, i 100 ooo franchi necessari a Mussolini. Poco dopo, Charles Dumas,
avvocato e capo di gabinetto di J. Guesde, va in Italia a versare cotesta somma in
proprie mani di Mussolini, il quale fa uscire il « Popolo d’Italia » *... Altri versa­
menti hanno luogo nei mesi che seguono: grosse somme particolarmente gli sono
rimesse a mezzo di Marcel Cachin, in occasione del viaggio di quest’ultimo al fronte
italiano12. Le somme considerevoli furono sempre assegnate su decisione del Con­
siglio dei Ministri. Nel 1917, quando gli industriali italiani - specialmente gli
zuccherieri - avevano completamente sottomesso Mussolini, l’invio dei fondi fran­
cesi cessò, perché spiaceva agli industriali, i quali anzi promisero a Mussolini le
somme necessarie per restituire il denaro ricevuto dalla Francia. Mussolini scrive
allora una lettera a J. Guesde, in cui offre di rendere tutto ciò che ha ricevuto e
si fa dare il denaro dagli industriali. Si prese in esame, in Consiglio dei Ministri,
l’offerta di Mussolini, ma non la si accettò. Probabilmente potè cosi trattenere le
somme francesi e, insieme, quelle degli industriali.

Questa versione, che appare ineccepibile3, prova indirettamente che


il denaro dato da Naldi a Mussolini era italiano. Lo stesso Naldi, del
resto, se non ricordo male - non ho in proposito un appunto - ha fatto
il nome di una serie di industriali italiani come fornitori del medesimo.
Recentemente sono state pubblicate in Russia e ripubblicate in Italia
(«Unità», «Mondo») rivelazioni su contatti o «collusioni» nel gen­
naio-febbraio 1915 fra Mussolini direttore del «Popolo d’Italia» e
agenti zaristi lavoranti contro la propaganda tedesca e per un intervento
dell’Italia. Manca in proposito un esame critico adeguato.
Tutto sommato, considerare il passaggio di Mussolini dal neutrali­
smo all’interventismo come un puro fatto di lucro e di corruzione sa­
rebbe errato. Il fattore decisivo va cercato nella passione di Mussolini
per l’azione e per il comando: passione certamente stimolata, per riva­
lità, in questa circostanza dalla posizione presa da uomini come Corri-
doni e De Ambris. L’adesione di Mussolini alla guerra non fu per lui un
atto diverso dalla partecipazione alla dimostrazione violenta del settem­
bre 1911 contro la guerra libica, o alla Settimana rossa del giugno 1914.
Mussolini non fu il solo tra i leaders dell’interventismo a dare alla cam­
pagna un tono di guerra civile; ma fu uno di quelli che lo fecero più

1 II 15 novembre. Le date si aggiustano molto bene.


2 Di viaggi in Italia Cachin ne fece durante la guerra più d’uno.
3 Con una coincidenza anche cronologica, Paul Faure, parlamentare radicale francese di primo
piano, scrisse il 9 gennaio 1928 nel «Populaire» di aver saputo a suo tempo da Guesde che Musso­
lini era « dei nostri » e che gli era stato mandato « un primo pagamento di centomila franchi per
lanciare il suo giornale» (Salvemini, Scritti sul fascismo, Feltrinelli, Milano, I, p. 387).
Il dopoguerra 51

spiccatamente, negli articoli del « Popolo d’Italia » e nei comizi di piaz­


za; a differenza dei sindacalisti interventisti che già conosciamo, era un
capo senza seguaci propri, o quasi. Cercò tuttavia, fin da allora, di farsi
un seguito, di crearsi una organizzazione, o piuttosto d’inserirsi in quella
che Corridoni aveva già iniziato, i Fasci interventisti di azione rivolu­
zionaria. Promosse quindi nuovi « fasci », che si associarono con i primi,
e tennero il 24 gennaio 1915, a Milano, una adunata nazionale a cui
egli partecipò in prima linea, entrando nel Comitato direttivo nominato
dal congresso insieme con De Ambris, Michele Bianchi, Marinelli.
Anche lui, come tanti, quasi tutti, credeva alla guerra breve, alla
catastrofe prossima degli imperi centrali (mutatis mutandis, lo stesso
errore ripeterà nel 1940). Dopo avere scritto, il 4 febbraio 1915, che
forse la guerra poteva essere decisa nella primavera, il 30 marzo affer­
mava: « È positivo e non ipotetico credere che il milione di soldati
italiani - anche senza gli aiuti balcanici - farebbero traboccare il piatto
della bilancia». Fu contro « l’impenetrabilità sfingea della neutralità sa-
landriana » e contro le trattative con l’Austria; scherni « il re numisma­
tico », e fin dal marzo impostò il dilemma: o guerra o rivoluzione, deplo­
rando che da parte dei fasci non ci fosse stato il « gesto violento,
individuale o collettivo». Inneggiò il 18 marzo alla Comune. Precorse
le «radiose giornate» con la parola d’ordine lanciata il io aprile dal
«Popolo d’Italia»: «Fascisti d’Italia, domani occupate a qualunque
costo le piazze! Nessuno può trattenervi: voi siete il diritto e la forza ».
Quando Giolitti comparve sulla scena romana, e ricevette i trecento
biglietti, egli parlò di « camorra del parecchio », di neutralità giolittiana
preparante la guerra civile, di « delitto », di « tradimento ». Intitolò un
articolo: Abbasso il Parlamento! e vi domandò il tribunale di guerra
per i « medagliettati tedeschi d’Italia ». Mise in causa la Corona: il male
era alla radice, nella monarchia. Ripete l’invito al popolo a occupare le
piazze, e ammoni che il motto d’ordine doveva essere: «O guerra o
repubblica». Gridò nel comizio milanese del 13 maggio: «Viva la
guerra! Viva la rivoluzione! »
Richiamato alle armi il 31 agosto 1913 e assegnato all’ii° bersa­
glieri, Mussolini fu inviato sul fronte dell’alto Isonzo, ai primi di set­
tembre del 1915, e vi rimase per un anno e mezzo all’incirca facendo
il suo dovere senza avvenimenti particolari. Il 23 febbraio 1917 lo
scoppio di un cannoncino lanciabombe durante un’esercitazione lo in­
vesti con una pioggia di schegge, che gli penetrarono nelle carni pro­
ducendogli una ferita particolarmente grave alla coscia destra. Alla fine
ella lunga degenza (agosto 1917) tornò al «Popolo d’Italia», non
molto prima di Caporetto. Si adoperò, nel suo stile, a rialzare il morale,
52 Capitolo primo

a rinsaldare lo spirito bellico; si trovò a suo agio nella lotta del «fronte
interno » contro neutralismo e « disfattismo », investendo socialisti e
cattolici, bistrattando parlamentari. Preconizzò a un certo momento il
terrore giacobino: «Chiedo uomini feroci; chiedo un uomo feroce che
abbia dell’energia, l’energia di spazzare, l’inflessibilità di punire, di col­
pire senza esitazione, e tanto meglio, quanto più il colpevole è in alto ».
Aderì alla tedescofobia radicale (lotta della civiltà contro la barbarie),
al mito dell’ultima guerra, alla guerra a fondo: «È solo coll’imporre il
riconoscimento esplicito, clamoroso della loro disfatta, che la fama del­
l’invincibile boche riceverà un colpo mortale. Se questa fama si salva
e rimane, il pericolo di future guerre non sarà del tutto scomparso ».

Alla ricerca di una casa.

Il « Popolo d’Italia », abbiamo detto, portava per sottotitolo: « quo­


tidiano socialista». Col i° agosto 1918 esso fu cambiato in quello di
« quotidiano dei combattenti e dei produttori », il quale scomparve dal
i° gennaio 1921 (i due motti di Blanqui e Napoleone erano scomparsi
dopo il 29 marzo 1918). Nell’agosto 1918 si intravedeva la fine non
lontana della guerra. Mussolini cominciava a pensare al dopoguerra, e
cioè ai casi suoi. Il partito socialista italiano rimaneva grosso e com­
patto; pochi erano in grado di rendersene conto meglio di lui; nessuno
aveva quanto lui ragioni personali di preoccuparsene. Per le masse so­
cialiste - Mussolini lo sapeva bene - egli rimaneva il traditore. Anche
al di fuori del campo socialista ufficiale, l’avversione alla guerra, non
mai spenta, si andava rafforzando con la fine della guerra medesima.
Altri (i cattolici particolarmente) avevano accettato disciplinatamente
la guerra salvando la loro « verginità » pacifista. Altri (come Bissolati
e i suoi), pur essendo impegnati a fondo nella guerra, non avevano per­
duto i contatti col socialismo e la democrazia. I nazionalisti avevano
forti legami con gli ambienti d’ordine, con i ceti industriali maggiori.
Mussolini era solo. Con quel cambiamento di un sottotitolo Mussolini
impostava una triplice operazione. Sopprimendo la qualifica di « quo­
tidiano socialista» si svincolava dall’impegno morale col socialismo;
avrebbe potuto assumere atteggiamenti vari, e variabili, rispetto ai po­
stulati socialisti, ai movimenti e alle esigenze proletarie. Presentandosi
come organo dei « combattenti », offrendosi come portavoce al combat­
tentismo nascente (di cui abbiamo delineato sopra le caratteristiche),
poteva trovare una vasta solidarietà, e sistemarsi su una piattaforma
superante lo stesso contrasto fra neutralisti e interventisti. Già il 24
Il dopoguerra 53

maggio 1918 al Teatro Comunale di Bologna aveva detto: «Noi, i so­


pravvissuti, noi i ritornati, rivendicheremo il diritto di governare l’I­
talia ».
Alla frazione più avanzata dei combattenti, agli arditi, Mussolini
si rivolse, quasi in appello per la propria difesa, il giorno del « corteo
della vittoria» a Milano (io novembre 1918). In un camion dei loro
partecipò al corteo; e in una adunata in un caffè li arringò: «Arditi!
Commilitoni! Io vi ho difeso quando il vigliacco filisteo vi diffamava...
Il baleno dei vostri pugnali e lo scrosciare delle vostre bombe farà giu­
stizia di tutti i miserabili che volessero impedire la marcia della più
grande Italia. Essa è vostra!... A voi! » E gli arditi raccolsero l’invito,
si strinsero insieme levando i pugnali e gridando « Viva l’Italia! » Ce­
rimonia simbolica, preconizzante le violenze e le conquiste, in nome del
patriottismo, delle « squadre» future: l’Italia bottino dei violenti. Era
impiantato quel legame tra fascismo mussoliniano e arditismo che sarà
per anni un fattore della vita pubblica, imprimendole il doppio carattere
della violenza e dell’avventura: gente « sradicata », che non ha nulla da
perdere e tutto da guadagnare, e considera il mondo dovuto a chi se
lo piglia.
Mussolini, però, già per tempo seppe intrecciare a questi elementi
eccentrici quello più normale della manovra politica. L’altro termine di
«produttori» era comodamente ambiguo: poteva essere inteso degli
operai, dei lavoratori (non sono essi che «producono»?); ma contem­
poraneamente « ammiccava » ai capitalisti imprenditori. Dopo la vitto­
ria, l’Italia doveva divenire non solo un paese forte militarmente, ma
economicamente ricco: le esigenze della produzione dovevano venire in
prima linea. Di queste esigenze Mussolini si offriva ad essere l’inter­
prete. Si era in quel momento in piena produzione di guerra e l’industria
pesante aveva grandi interessi in gioco per allora e per il dopoguerra.
Inoltre egli per allora teneva conto del fatto che la guerra era stata com­
battuta e vinta in nome della democrazia. C’erano gli arditi, come pat­
tuglia di punta e guardia del corpo personale; ma occorrevano anche le
masse, e il combattentismo stesso era « massa », come lo erano i prole­
tari, che Mussolini aveva già capitanato, e che sarebbe tornato volen­
tieri a capitanare. Egli scrisse il 5 marzo 1919 che la guerra aveva chia­
mato le masse proletarie alla ribalta, ne aveva spezzato le catene, le
aveva straordinariamente valorizzate. Se la rivoluzione borghese del
*789, che era stata rivoluzione e guerra insieme, aveva aperto le strade
alla borghesia, la rivoluzione attuale, che era anche una guerra, sem­
brava schiudere le porte dell’avvenire alle masse che avevano fatto il
tirocinio di sangue e di morte nelle trincee. E il 18 marzo - cinque giorni
54 Capitolo primo

prima della fondazione dei Fasci - precisò che il moto delle masse, che
non si poteva attraversare, andava indirizzato verso la democrazia poli­
tica e verso la democrazia economica. La democrazia allora, almeno
quella più avanzata, inalberava l’insegna della Costituente. Per la Costi­
tuente fece campagna anche Mussolini, in una serie di articoli del no­
vembre 1918. Questo postulato si prestava per un incontro con la
Confederazione generale del lavoro, la quale sappiamo già come l’avesse
fatto suo; e alla Confederazione guarda allora anche Mussolini con spe­
ranza ansiosa, alimentata dal dissidio profondo, anche se non dichiarato,
di quella col partito socialista. Nel « Popolo d’Italia » del 2 febbraio
1919 egli si domandava se non si stesse arrivando al partito del lavoro.
Forse gli arrideva di rientrare per questa via nel movimento socialista.
Un partito del lavoro sul modello del Labour Party inglese era il più
lontano dai metodi e dal temperamento mussoliniano; e per un partito
simile in Italia esistevano già un abbozzo ed un capo: il partito socia­
lista riformista, e Leonida Bissolati. Ciò può essere entrato per qualche
cosa nella campagna furibonda scatenata ai primi di gennaio 1919 da
Mussolini contro Bissolati « rinunciatario ».
Mussolini, che abbiamo visto fra i rappresentanti italiani al con­
gresso delle nazionalità, e cioè tra i firmatari del Patto di Roma, aveva
anche preso parte, alla fine della guerra, al movimento in favore della
Società delle Nazioni. Venuto Wilson in Italia (il 3 e il 4 gennaio 1919
a Roma, il 5 a Milano), Mussolini sciolse inni in suo onore: Viva Wil­
son! è intitolato l’articolo del 3 gennaio, in cui si saluta il capo della
repubblica che ha salvato l’Europa, e l’annunziatore dei nuovi vangeli
umani. Il numero del 5 del « Popolo d’Italia » è dedicato al Profeta
dei popoli, e reca 1’invito: «Rendi il massimo degli onori a Wilson,
Popolo delle cinque giornate! » I Quattordici Punti vi erano ripubbli­
cati col titolo: « Le tavole fondamentali della pace ». Tuttavia il i° gen­
naio 1919 aveva attaccato a fondo i rinunciatari, e Bissolati dimissiona­
rio. L’imperialismo, proclamava l’articolo, è la legge eterna e immutabile
della vita; vi sono imperialismi aristocratici e militari, ma anche demo­
cratici, pacifici, economici, spirituali. In un certo senso, il presidente
Wilson era il più grande e il più fortunato degli imperialisti. Cosi Mus­
solini dava prova della sua abilità nel confondere le idee e mescolare
i concetti in un flusso di parole. La serata dell’n gennaio alla Scala (cfr.
sopra, p. 30) fu il primo grande e vittorioso esperimento di un metodo
di violenza sistematica, « pianificata », materiale e morale, per impedire
l’attività politica agli avversari, e metterli al bando della nazione. Me­
todo di ispirazione nazionalistica, e di fascistica attuazione.
Il « Popolo d’Italia », che il 13 gennaio pubblicava la Lettera ai Dal-
Il dopoguerra 55

mati di D’Annunzio, recava anche un attacco violento alla borghesia


plutocratica, che secondo esso avrebbe accolto la parola d’ordine rinun­
ciataria, sotto il pretesto di evitare il bolscevismo. Per questo, non oc­
correva rinunciare alla Dalmazia; ma, se mai, aprire le pingui casseforti.
A pace firmata, sarebbe stata strappata la maschera alla sfruttatrice ed
equivoca plutocrazia. Mussolini insomma cercava di associare nazionali­
smo annessionistico e liberticida e demagogia socialistoide. Eravamo
entrati nel periodo delle incalzanti, ultimative richieste da parte delle
organizzazioni sindacali: e Mussolini, in quello stesso mese di gennaio
1919, appoggia le richieste dei postelegrafonici e dei ferrovieri. « Acco­
glierle, senza indugio. Occorrono due, tre, cinque miliardi? Si trovino ».
Più tardi, nel marzo, quando i ferrovieri presentarono l’elenco delle
loro richieste, le approvò tutte senza riserva, compreso il diritto di scio­
pero. E nel marzo stesso, quando a Dalmine (Bergamo) gli operai del­
l’officina Franchi e Gregorini, al rifiuto delle loro richieste, effettuarono
la prima occupazione di fabbrica, Mussolini scioglie un inno nel « Po­
polo d’Italia» del 19 marzo 1919 esaltando
la traduzione in atto di quei nuovi orientamenti del movimento operaio internazio­
nale dei quali il nostro giornale ha sorpreso e studiato i fenomeni rivelatori. La for­
mazione del « Consiglio degli operai », che per tre giorni ha provveduto alla dire­
zione dello stabilimento assicurandone il funzionamento in tutte le sue branche e in
tutti i suoi reparti, rappresenta il tentativo onesto, lo sforzo volonteroso, l’ambi-
zione degna di succedere alla classe sedicente borghese nella gestione del lavoro.

Egli si recò sul posto ad arringare gli operai vittoriosi. Non per que­
sto Mussolini si sogna di volgere le spalle agli imprenditori capitalistici,
alla « plutocrazia ». Proprio adesso, in questi primi mesi dell’anno, egli
inizia una campagna contro l’interventismo statale nell’economia, e per
il ritorno al concetto liberale-liberista del governo, custode unicamente
dell’ordine e della legge, con la conseguente restituzione all’industria
privata dei servizi pubblici, e in generale le rinunzie a funzioni economi­
che stabili: campagna rincalzante di fatto le critiche e le richieste rivolte
contemporaneamente dagli industriali al governo, o che addirittura le
appoggiava apertamente come nel numero del 31 gennaio, per il con­
gresso industriale di Bergamo del giorno avanti (cfr. sopra, p. 38). Più
tardi, il 3 aprile, egli approvò il patto di alleanza concluso a Genova da
industriali e agrari contro il bolscevismo, l’economia di guerra e i mo­
nopoli di stato.
Questo muoversi in tutte le direzioni, questo sciorinare le idee più
diverse, questo stimolare le forze piu contrastanti non solo rispondeva
alia costituzione intima di Mussolini, ma era da lui confessato, teoriz­
56 Capitolo primo

zato, riguardo alle concezioni e riguardo ai metodi (che contano, in pra­


tica, più delle concezioni medesime).
Ciò che differenzia i partiti non è il programma: è il punto di partenza e il punto
d’arrivo... Noi partiamo dal terreno della nazione, della guerra, della vittoria... Vo­
gliamo l’elevazione materiale e spirituale dei cittadini italiani (non soltanto di quelli
che si chiamano proletari...) e la grandezza del nostro popolo nel mondo. Quanto
ai mezzi noi non abbiamo pregiudizi: accettiamo quelli che si renderanno neces­
sari: i legali e i cosiddetti illegali.

Cosi « Il Popolo d’Italia» del 18 marzo 1919. E il 23, ancora più


esplicitamente:
Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e
progressisti; reazionari e rivoluzionari, legalitari e illegalitari, a seconda delle circo­
stanze di tempo, di luogo, di ambiente.

In quello stesso giorno avveniva la fondazione « sansepolcrista ».

Fondazione del fascismo.

I « Fasci di combattimento » iniziati da Mussolini nel marzo 1919


(come ora diremo) ripigliavano, tal quale, il nome da quelli del 1914-15,
di cui egli non era stato l’iniziatore. Egli però non fu il primo neanche
della ripresa « fascista », la quale si era effettuata, da più parti e in più
modi, all’indomani di Caporetto. C’era stato, innanzi tutti, il Fascio
parlamentare di difesa nazionale, già nominato, il quale, pur non essen­
dosi chiamato « di combattimento », aveva largamente ereditato, dai
fasci interventisti, spirito e metodi; e nell’uno e negli altri persisteva,
anche a guerra finita, nei limiti in cui glielo permettevano le tante cam­
biate circostanze. Abbiamo potuto vedere come, grazie ad esso, il ter­
mine « fascista » fosse già divenuto di uso comune. Ciò valeva ancor di
più per un’altra formazione, anch’essa avvenuta nel quadro della rea­
zione nazionale a Caporetto: i « Fasci politici futuristi».
II movimento futurista italiano, bandito al mondo da Parigi, in un
giornale francese, nel febbraio 1909, si era voluto affermare sul terreno
politico già in occasione delle elezioni politiche generali nel marzo di
quell’anno, con un manifesto brevissimo ( era questo il suo merito mag­
giore) enunciarne come « unico programma » « l’orgoglio, l’energia e
l’espansione nazionale », e invocante « da tutti i giovani ingegni d’Italia
una lotta ad oltranza contro i candidati che patteggiavano coi vecchi e
coi preti ». I futuristi tornarono alla carica nelle elezioni - le prime a
suffragio quasi universale - dell’ottobre-novembre 1913, con un pro-
Il dopoguerra 57

gramma molto più ampio, proclamante «irredentismo», « panitaliani-


smo », « anticlericalismo e antisocialismo », « espansione coloniale », e
una «politica estera cinica, astuta e aggressiva», «la guerra sola igiene
del mondo». «La parola “Italia” deve dominare sulla parola “Liber­
tà”. Tutte le libertà tranne quella di essere vigliacchi, pacifisti, antiita-
liani». Non era, insomma, un programma diverso dal nazionalista, a
parte il linguaggio più pazzesco; e non sembra che molti elettori si ac­
corgessero del movimento. Non è invece trascurabile la parte avuta
dal futurismo nel movimento interventistico del 1914-15. Niente di
più naturale, quindi, che dopo Caporetto i futuristi Marinetti, Setti­
melli e Carli (Mario) si facessero avanti a fondare i « Fasci politici futu­
risti », che ebbero una certa diffusione. Il maggiore fu quello di Roma,
nel quale, oltre a Carli, entrarono varie future eminenze fasciste (Bol-
zon, Bottai); ma ne sorsero anche a Milano (Marinetti, Bontempelli), a
Torino, Genova, Bologna, Firenze (Settimelli), a Perugia, Napoli, Pa­
lermo, ecc. Pure senza aver fatto molto parlare di sé, possiamo ragione­
volmente attribuirgli importanza per aver alimentato la fiamma di quel
che potremmo dire Farditismo civile (più esattamente: l’arditismo per
la guerra civile). E infatti fu ancora il leader futurista Mario Carli a fon­
dare, appena a guerra finita, la prima Associazione degli arditi, a Roma,
il 7 gennaio, mentre la seconda, a Milano, fu fondata da Ferruccio Vec­
chi in casa di Marinetti il 19 gennaio, e a Milano pure, nel febbraio,
sorse il giornale « L’Ardito », diretto da Carli e Vecchi. Figure, queste
e molte altre affini (a cominciare dallo stesso Mussolini), caratteristiche
di quel « quinto stato » che aspirava allo spossessamento del « terzo »
eliminando il concorrente « quarto »; ma, in contrapposto ad ambedue,
anziché rappresentare una forza sociale organica, non era se non un’ac­
cozzaglia di avventurieri, miranti a praticare la « guerra per bande » di
un arrivistico attivismo. Nel febbraio 1919 i gruppi di arditi si moltipli­
carono per le città d’Italia; e furono questi gli immediati predecessori
dei Fasci mussoliniani. Non per nulla « L’Ardito », all’inizio della sua
carriera pubblicistica, sciorinava una filosofia della guerra secondo la
quale gli imperi centrali erano stati scelti « dal grande Equilibrio Uni­
versale [corsivo del giornale] delle forze per ristabilire i diritti della
forza brutale contro gli eccessi del diritto »; e cioè: « La forza doveva
sverginare il diritto, fecondarlo di nuova forza, e morire perché nascesse
un diritto più forte ». Quando si possono scrivere queste cose senza
far ridere o inorridire i propri lettori, la confusione delle teste - e delle
coscienze — è al colmo, e tutto può succedere.
Il 21 marzo 1919 Mussolini riunì i suoi aderenti milanesi - quasi
una settantina - ed espose loro la necessità di costituire un gruppo d’uo­
58 Capitolo primo

mini decisi a continuare all’interno la guerra combattuta contro il ne­


mico esterno. In questo tema iniziale è contenuta tutta la storia poste­
riore del fascismo fino alla marcia su Roma e oltre: guerra civile per la
conquista del potere. Venne costituito per primo il Fascio milanese di
combattimento, con una giunta di cui, oltre Mussolini, fecero parte Mi­
chele Bianchi, Mario Giampaoli, Ferruccio Vecchi, ed altri. Segui il 23
marzo l’assemblea (non molto più numerosa, forse un centoventi per­
sone), presieduta da Ferruccio Vecchi, per la fondazione dell’organizza­
zione nazionale, i « Fasci italiani di combattimento », con un comitato
centrale, in un salone al primo piano del n. 9 di Piazza San Sepolcro. Il
programma ufficiale dei Fasci venne pubblicato molto più tardi, come
vedremo. I postulati del giorno di fondazione 23 marzo sostanzialmente
lo anticiparono, ed ebbero anzi carattere più avanzato. Mussolini fece
una triplice dichiarazione. L’« adunata » del 23 marzo si dichiarava
pronta a sostenere energicamente le rivendicazioni materiali e morali
delle associazioni dei combattenti; si opponeva all’imperialismo degli
altri popoli a danno dell’Italia, e all’eventuale imperialismo italiano a
danno degli altri popoli, e accettava il postulato supremo della Società
delle Nazioni presupponente l’integrazione di ciascuna di esse, integra­
zione che per l’Italia comprendeva Fiume e la Dalmazia; impegnava i
fascisti a « sabotare » con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di
tutti i partiti. Seguirono i postulati particolari di cui diamo, raggrup­
pandoli organicamente, i più caratteristici: Costituente nazionale, quale
sezione italiana della Costituente internazionale dei popoli (formula
presa di peso all’Unione nazionale del lavoro, cfr. sopra, p. 24); repub­
blica italiana con autonomia comunale e regionale; suffragio universale
ed uguale per ambo i sessi e referendum popolare con diritto di veto e
di iniziativa; abolizione del Senato, dei titoli di casta, della polizia poli­
tica, della coscrizione obbligatoria; libertà di pensiero e di coscienza, di
religione, associazione, stampa, propaganda; funzione dello Stato limi­
tata alla direzione nazionale civile e politica; scioglimento delle società
anonime, soppressione di ogni speculazione borsistica e bancaria, censi­
mento e prelevamento della ricchezza, confisca dei redditi improdut­
tivi, pagamento dei debiti del vecchio stato da parte degli abbienti; otto
ore di lavoro, partecipazione dei lavoratori agli utili, la terra ai conta­
dini, la gestione dei servizi pubblici a sindacati di tecnici e di lavoratori;
disarmo generale e divieto di fabbricare armi di guerra; abolizione della
diplomazia segreta, politica internazionale ispirata alla indipendenza
e solidarietà dei popoli nella confederazione degli stati.
Era un programma il più avanzato possibile per chi non volesse arri­
vare al socialismo integrale, alla democrazia diretta o all’anarchia. Si
Il dopoguerra 59
sarebbe potuto considerarlo destinato a raccogliere tutte e sole le cor­
renti di estrema sinistra al di fuori del partito socialista ufficiale, se non
ci fossero state la rivendicazione della Dalmazia e quella riduzione delle
funzioni dello Stato che sappiamo in quale direzione accennasse e che
era in perfetta contraddizione con i postulati economico-sociali.
Dichiarazioni e programma, dopo due giorni di discussione, vennero
firmati, secondo che riferisce Mussolini stesso, da cinquantaquattro per­
sone: meno, cioè, della metà dei convenuti, se la cifra che vien data di
questi è esatta. Non vi fu pubblicazione formale e integrale; bensì in
vari articoli dal marzo al maggio 1919 « Il Popolo d’Italia » vi fece rife­
rimento ed enunciò l’uno o l’altro postulato, scegliendo, precisando,
modificando, aggiungendo. Quanto fossero da prendere sul serio i po­
stulati singoli caratterizzanti politicamente il nuovo movimento, ap­
parve dall’intervista di Mussolini col « Giornale d’Italia ».
Le pregiudiziali sono delle maglie di ferro o di stagnola. Non abbiamo la pre­
giudiziale repubblicana, non quella monarchica; non abbiamo la pregiudiziale cat­
tolica, socialista o antisocialista. Siamo dei problemisti, degli attualisti, dei rea­
lizzatori.

C’era perfino uno scimmiottamento di Salvemini. Ma non era certo


salveminiano l’atto per cui il fondatore del fascismo spingeva la disin­
voltura fino a negare quel postulato repubblicano che il 23 marzo era
stato cosi formalmente enunciato. Stretto nesso invece con futurismo
e arditismo era mostrato dalla partecipazione all’adunata sansepolcrista
di Marinetti, Carli, Vecchi. Il Carli, anzi, vi rappresentò i « Fasci pub­
blici futuristi ».

Il 15 aprile a Milano.

Da Milano i Fasci prolificarono rapidamente per l’Italia, fino a Roma


e a Napoli. In marzo si costituirono a Genova, Bergamo, Verona, Tre­
viso, Napoli, in aprile a Pavia, Brescia, Cremona, Trieste, Parma, Bolo­
gna (Pietro Nennt), Roma; in quest’ultima furono tra i fondatori Carli
e Bottai. Del maggio è il Fascio di Firenze, e c’erano lo studente Ame­
rigo Dumini fra i capi, Italo Balbo fra gli iscritti. Vennero anche isti­
tuite in aprile le avanguardie studentesche dei Fasci di combattimento
di cui fu segretario generale Luigi Freddi, vicesegretario Raffaele Vi-
smara, e figura eminente Asvero Gravelli. Si rimase tuttavia molto lon­
tani dalla profezia lanciata all’adunata di fondazione da Mussolini: « In
due mesi un migliaio di Fasci saranno sorti in tutta Italia». Gli effettivi
6o Capitolo primo

erano modesti (come vedremo) anche verso la fine dell’anno. Poiché il


movimento generale proseguiva in senso democratico, Mussolini si ri­
tenne costretto a mantenere i contatti. Il 3 aprile 1919 il partito social-
riformista e quello repubblicano lanciarono insieme un manifesto in cui
si reclamava un’assemblea costituente con pieni poteri, che avrebbe
nominato un governo provvisorio sino all’applicazione del nuovo sta­
tuto nazionale. Il manifesto per conto suo preconizzava una repubblica
sociale e invitava le classi dirigenti a « cedere pacificamente il potere alle
classi popolari ». Era un programma più avanzato di quello enunciato il
giorno dopo, come programma immediato, dal gruppo parlamentare so­
cialista: riforma dello statuto, abolizione del Senato, autoconvocazione
delle Camere, elezione di queste a suffragio e scrutinio amplissimi, rap­
presentanza diretta dagli organismi sindacali, ecc. Mussolini pubblicò il
programma repubblicano-socialista e lo approvò chiamandolo un docu­
mento storico. Ma pubblicò e approvò anche il programma del gruppo
socialista ufficiale, mettendo in contrasto il gruppo con la direzione. « La
crisi dovrà, un giorno o l’altro, precipitare ». insomma Mussolini con i
suoi Fasci rischiava di fare l’effetto di « mosca cocchiera ». A richiamare
l’attenzione su di lui giunsero opportuni i fatti milanesi del 15 aprile.
Vi era a Milano, in quel giorno, sciopero generale di protesta per un
conflitto con morti, del 13, tra forza pubblica e folla di un comizio so­
cialista. Lo sciopero si svolse calmo fino al tardo pomeriggio, e il comi­
zio degli scioperanti all’Arena deliberò la ripresa del lavoro per l’indo­
mani. Contemporaneamente si formò in Piazza del Duomo una contro­
dimostrazione, e una colonna dei controdimostranti si scontrò con una
di anarchici, ritiratisi dal comizio che non aveva accettato la loro propo­
sta di continuare lo sciopero. Ci fu un nuovo conflitto, con morti. Quasi
a rappresaglia, un’altra colonna di arditi, fascisti, futuristi, studenti,
ex-ufficiali, attaccò la sede dell’« Avanti! » in Via San Damiano, l’invase,
la devastò e vi appiccò l’incendio. Mussolini, nell’intervista col « Gior­
nale d’Italia », già menzionata, esaltò il fatto come spontaneo movi­
mento di popolo, stufo «del ricatto leninista»; ma al tempo stesso
tenne ad assumere per i fascisti « tutta la responsabilità morale dell’epi­
sodio ». E per verità esso segnò il battesimo del fuoco del fascismo mus-
soliniano, e ne rivelò fin da allora la sua vera natura. Ma pochissimi
furono a riconoscerla, perché incominciava già a diffondersi o piuttosto
esplodeva - dopo la lunga incubazione della guerra - quello che fu detto
l’anarchismo degli ultraconservatori italiani.
Il dopoguerra 6ι

L’Italia alla conferenza di Parigi.

All’azione « antibolscevica » Mussolini potè, qualche settimana dopo,


far seguire quella nazionalistica, ispirata alle tradizioni del maggio
1915, e cioè diretta più ancora che all’esterno per la rivendicazione dei
diritti italiani, all’interno, contro i « rinunciatari »ei« traditori », e
all’occorrenza contro il governo, e in generale contro le classi dirigenti.
In tal modo, l’azione sovversiva dello stato liberale-democratico era
doppiamente mascherata, di patriottismo e di « difesa dell’ordine »: una
difesa, in realtà, più sovversiva del massimalismo socialista.
Negli stessi giorni in cui maturava l’assalto all’« Avanti! » a Milano,
a Parigi si tendevano e s’intricavano i fili dell’« imbroglio » conferenziale
per i postulati italiani, in contrasto con quelli jugoslavi. La Conferenza
era stata inaugurata ufficialmente il 18 gennaio, ma preceduta da pour­
parlers svariati a Parigi stessa e a Londra. Essa era presieduta da Cle­
menceau. Suo organo supremo e deliberativo fu dapprima il Consiglio
dei Dieci (capi di governo e ministri degli Esteri di Stati Uniti, Gran
Bretagna, Francia, Italia, Giappone), e poi quello dei Quattro: Wilson,
Lloyd George, Clemenceau, Orlando, i quattro « grandi » o « grossi »
{thè big four).
Fin allora il Consiglio supremo - le cui deliberazioni erano rimaste
interrotte da metà febbraio a metà marzo per il ritorno di Wilson in
patria - si era occupato essenzialmente della fondazione e statuto della
Società delle Nazioni e delle questioni tedesche, mentre intorno alle
questioni italiane si era lavorato dagli «esperti»: e memoriali erano
stati presentati da parte italiana e jugoslava. I Jugoslavi avevano in un
primo tempo proposto (11 febbraio) l’arbitrato di Wilson fra loro e
l’Italia; ma la proposta era stata respinta da Sonnino, nel Consiglio
supremo del 17 febbraio. A buon diritto, poiché sarebbe stato un sot­
toporre l’Italia a un trattamento d’inferiorità rispetto alle altre « prin­
cipali potenze alleate e associate»; ma il suscettibile ed oracolare Wil­
son non ne fu meglio disposto verso il programma italiano a cui si era
già mostrato contrario. Con tale contrarietà concordava un memoriale
degli esperti americani, che dava alla Jugoslavia l’Istria orientale, Fiu­
me, tutta la Dalmazia e le isole antistanti. Esso proponeva anche per il
Trentino - Alto Adige (o « Tirolo meridionale ») una linea intermedia fra
quella linguistica e quella del Brennero, stipulata nel trattato di Londra;
che in Albania ci fosse per l’Italia semplicemente una zona d’influenza
a Valona, e che Rodi e il Dodecaneso fossero assegnati alla Grecia. Ma
questi tre argomenti ulteriori - Brennero, Albania, isole dell’Egeo -
Ó2 Capitolo primo

rimasero sostanzialmente fuori dei contrasti del Consiglio supremo, ove


invece, come vedremo, si disputò anche per le aspirazioni italiane in
Asia Minore.
La discussione nel Consiglio supremo sulle richieste italiane (in con­
fronto con le jugoslave) venne complicata da due circostanze. L’una era
che il governo italiano considerava croati e sloveni - i più direttamente
interessati nel contrasto italo-jugoslavo - come ex-nemici, mentre non
solo Wilson, ma anche Lloyd George e Clemenceau, pur non avendo
ancora riconosciuto ufficialmente il nuovo stato serbo-croato-sloveno, li
mettevano sullo stesso piano degli alleati serbi. L’altra difficoltà era
data dall’esigenza italiana che l’accordo di massima del Consiglio su­
premo sulle questioni riguardanti la ex-Austria-Ungheria avvenisse con­
temporaneamente a quello sul progetto di pace da presentare alla Ger­
mania. Codesta esigenza, appoggiata formalmente ad argomenti giuridici,
era dettata dalla considerazione politica che, una volta soddisfatte Fran­
cia e Inghilterra, esse non avrebbero avuto bisogno di un aiuto italiano,
da compensare con l’appoggio alle nostre rivendicazioni. Questo calcolo
non formulato venne peraltro a mancare di fondamento in seguito al­
l’accordo avvenuto dopo il ritorno di Wilson fra lui, Lloyd George e
Clemenceau circa, appunto, le questioni germaniche. La vera strada per
il governo italiano sarebbe stata di impiantare una solida base di tratta­
tive mediante pourparlers con Wilson, i Jugoslavi e gli alleati, già prima
della fine della guerra: il momento d’inizio avrebbe dovuto essere su­
bito dopo il congresso romano delle nazionalità. Ma se non prima della
fine della guerra, almeno subito dopo, fra il novembre 1918 e il feb­
braio o marzo 1919. Il vero torto di Sonnino non fu la sua intransigenza
sul trattato di Londra - intransigenza che, al fatto, non ci fu -, ma il suo
criterio, esposto a Sforza, di fare il mercato, come i contadini, solo all’ul­
timo momento.
Al Consiglio dei Quattro, Orlando, su invito di Lloyd George e Cle­
menceau, fece il 3 aprile una esposizione sommaria del punto di vista
italiano nei riguardi di Fiume. Il trattato di Londra era stato un com­
promesso; Fiume non era stata allora richiesta dall’Italia, perché non
si prevedeva la scomparsa dell’Austria-Ungheria; adesso, per ragioni di
nazionalità, con cui si accordavano quelle economiche, era giusto darla
all’Italia. Wilson, invece, sostenne che si doveva farne una città libera.
Trascorsa più di una settimana, Orlando, nelle sedute del Consiglio dei
Quattro dell’ii, 12 e 13 aprile, fece premura perché si affrontassero a
fondo le questioni italiane: in Italia (egli disse) non si sarebbe compreso
che le conversazioni con i Tedeschi - ai quali si stava per spedire l’in­
vito - si iniziassero senza un accordo di massima raggiunto sulle que-
Il dopoguerra 63

stioni italiane: si sarebbe avuta l’impressione di una pace separata: « Vi


ho accordato settimane - esclamò a un certo punto - per la priorità nella
discussione tedesca, e ora non vi domando che qualche giorno ». Dopo
un abboccamento infruttuoso, il 14, fra Orlando e Wilson, passarono
altre tre sedute dedicate ancora alle questioni tedesche. Infine, la seduta
del 19 fu dedicata alle questioni italiane. Orlando fece un’ampia e pa­
cata esposizione, dicendo di volerla condurre « en dehors de toute obli­
gation contractuelle », alla stregua di principi già applicati in questioni
analoghe. Egli domandò l’annessione all’Italia dei territori ex-absbur-
gici situati entro le sue frontiere naturali; Fiume (situata entro l’antico
limes italiens), per diritto di autodecisione; le isole dalmate e la parte
settentrionale della Dalmazia, per il duplice argomento, strategico e
storico-nazionale. Wilson accettò il confine alpino settentrionale, Trie­
ste e la più gran parte dell’Istria, ma non trovò giustificata l’estensione
del confine orientale a tutta l’Istria e tanto meno l’annessione di Fiume:
la popolazione italiana della città era un nucleo isolato, e quanto si era
deliberato per Danzica andava in senso contrario alla richiesta italiana.
In quanto all’argomento strategico per la Dalmazia, esso non era accet­
tabile, di fronte alla scomparsa dell’impero austro-ungarico e al nuovo
sistema della Società delle Nazioni. Sonnino - partecipante anch’egli
alla seduta - spiegò che l’argomento strategico per la Dalmazia aveva
carattere puramente difensivo: non c’era in Italia il minimo disegno di
intervento e di dominazione nei Balcani; la richiesta dalmatica, anzi, era
fatta proprio per potersi tener fuori dagli imbrogli balcanici. La Società
delle Nazioni per adesso era sulla carta; e nei governi balcanici egli, Son­
nino, aveva ancor meno fiducia che nelle grandi potenze. Tanto Orlando
quanto Sonnino prospettarono una situazione rovinosa in Italia nel caso
di fallimento delle aspirazioni nazionali; e Sonnino vi aggiunse, con
accento di sincerità particolare, il rimorso mortale suo per aver condotto
il paese in guerra. Wilson rimase irremovibile: non avrebbe mai accet­
tato, per suo conto, il trattato di Londra - dando atto, al tempo stesso,
che il governo italiano non era legato nei suoi confronti dai Quattordici
Punti - né ammesso la annessione di Fiume all’Italia. Lloyd George e
Clemenceau confermarono per i loro governi l’impegno di Londra; ma
proprio in base a questo rifiutarono Fiume, non meno nettamente di
Wilson.
Fin da questa seduta si accennò dalle due parti a una intenzione
Haliana di abbandonare la Conferenza, ciò che - protestarono Clemen­
ceau e Lloyd George - sarebbe stato un errore. Orlando disse che non
avrebbe rotto l’alleanza se la Conferenza assicurasse i territori del trat­
tato all’Italia, salvo a decidere su Fiume; ma di ciò Wilson non voleva
64 Capitolo primo

sapere, mentre era chiara la preoccupazione dei due alleati di un distacco


dagli Stati Uniti. Si decise una seduta a parte fra i tre di Londra, che si
tenne il 21, con l’intervento anche dei tre ministri degli Esteri. Le due
parti, franco-inglese e italiana, rimasero sulle loro posizioni. Orlando
tornò a parlare di un suo ritorno in Italia, grazie al quale, facendo ap­
pello al sentimento nazionale, contava d’impedire la rivoluzione in Ita­
lia. Al tempo stesso, accennò ad una transazione: trovare di che pagare
Fiume, e Sonnino fu d’accordo. Lloyd George propose che l’Italia si
tenesse le isole, rinunziando al continente; ma Orlando e Sonnino di­
chiararono che senza Fiume la transazione non era accettabile. Il se­
condo insiste che la Dalmazia era anche una questione nazionale. Or­
lando, al prospetto fattogli da Balfour delle conseguenze economiche di
una rottura con gli Stati Uniti, rispose: « Siamo un popolo sobrio, e
conosciamo l’arte di morir di fame » (sic). Di fronte al pericolo di rivo­
luzione ugualmente nei due casi, egli preferiva restare dalla parte della
giustizia e dell’onore. Seguirono tentativi di Lloyd George con Wilson
e con Orlando per un compromesso fondato su Fiume, Sebenico, Zara
città libere, le isole all’Italia, il resto della Dalmazia alla Jugoslavia. Si
era, insomma, sulla strada del trattato di Rapallo. Ma Wilson era sem­
pre più inasprito con Sonnino - che aveva condotto l’Italia in una
guerra di conquista, mentre lui, Wilson, l’America in una di giustizia -
e incitava i due a ripudiare il trattato di Londra; si mostrava timoroso
che gli Slavi, non soddisfatti, si gettassero in braccio alla Russia; soprat­
tutto, si preoccupava dell’opinione americana circa la condotta del suo
presidente e un suo isolamento rispetto agli alleati. Aveva preparato
pertanto un suo manifesto, che avrebbe chiarito la propria posizione, e
fatto gran sensazione in Italia, ma col risultato ultimo di un revirement.
Cercarono i due di trattenerlo, e intanto Lloyd George seguitò a trat­
tare con Orlando per un compromesso; ma nel pomeriggio del 23 il
manifesto di Wilson fu pubblicato.
Questo ripeteva i principi di Wilson, e ne faceva applicazione, se­
condo le note linee, alla determinazione territoriale fra Italia e Jugo­
slavia. Il tono era calmo e amichevole nei riguardi dell’Italia, senza
espresso riferimento al suo governo: ma il semplice fatto di rivolgersi
direttamente e pubblicamente all’Italia, nel corso di una trattativa con­
fidenziale col detto governo, rappresentava uno scavalcamento di que­
sto. Orlando, pertanto, diresse in quello stesso giorno una lettera a
Clemenceau invocando il trattato di alleanza e dichiarando impossibile
per la delegazione italiana di prender parte ulteriore ai lavori della
Conferenza. Sarebbe stato in grado di firmare le condizioni di pace con
la Germania, sostanzialmente già concordate, purché contemporanea­
Il dopoguerra 65

mente fossero regolate analogamente le condizioni di pace concernenti


le frontiere italiane, in omaggio al principio stipulato dalla pace gene­
rale comune. Il giorno dopo, 24 aprile, Orlando pubblicò un controma­
nifesto. Esso rilevava l’anomalia del procedimento di Wilson, che poteva
interpretarsi come una contrapposizione del governo italiano al suo po­
polo; ribadiva la giustizia delle richieste italiane, indipendentemente
dal trattato di Londra, nei loro diversi punti. Il tutto, in tono altrettanto
amichevole e appena un po’ più mosso di quello wilsoniano. Invitato,
anche a nome di Wilson, a rimanere, Orlando intervenne, nel pomerig­
gio del 24, a una riunione dei quattro; ma insiste sulla necessità per lui,
senza idea di rottura, di recarsi a Roma. Wilson disse di aver voluto
chiarire, contro le deformazioni della stampa, l’attitudine propria, senza
nessuna intenzione di fare appello al popolo italiano contro il governo;
comprendeva però che Orlando volesse riprender contatto col popolo
medesimo. Nel seguito della conversazione, Lloyd George e Clemenceau
si mostrarono disposti a considerare uno scambio di Liume città libera
con le stipulazioni sulla Dalmazia; Wilson si-dichiarò d’accordo per
Fiume città libera; mantenne invece di fronte a Sonnino il suo tracciato
istriano, e in confronto a Lloyd George negò di aver accettato il com­
promesso dalmata abbozzato da questo. Sonnino domandò quali fossero
le ultime condizioni degli alleati e di Wilson, che egli era disposto, se
accettabili, a raccomandare al parlamento italiano. Orlando, invece,
ritenne di non poter accettare, adesso, una soluzione qualsiasi; constatò
poi che i tre non erano d’accordo fra loro. Wilson approvò la posizione
di Orlando : per il momento non era il caso di una proposta transazio­
nale. Si delineò, insomma, un contrasto fra Lloyd George e Sonnino da
una parte, desiderosi di continuare la trattativa, e Wilson e Orlando
dall’altra, d’accordo in senso contrario. Furono loro due che, intestati
- con obbiettivi antitetici - nell’idea del ricorso al popolo italiano, fe­
cero fallire la possibilità di un anticipo nell’aprile del 1919 di ciò che si
raggiunse nel novembre 1920. Nella mancanza di una linea di condotta,
predisposta d’accordo fra Orlando e Sonnino, avrà certo influito il di­
saccordo intimo esistito sempre fra i due uomini. Nella riunione fu
consegnato a Orlando un memoriale redatto da Balfour in cui Clemen­
ceau e Lloyd George confermavano il diniego di Fiume, in base al trat­
tato di Londra per cui riconfermavano l’impegno, pur prospettando
ah Italia l’opportunità di una transazione. Cosi Orlando parti il 24 sera,
seguito solo il 26 da Sonnino che peraltro onestamente e saggiamente
finutò nell’intervallo taluni suggerimenti di manovra diplomatica die­
tto le spalle dei big.
66 Capitolo primo

Mobilitazione nazionalfascista in Italia.

Il pronunciamento pubblico di Wilson aveva suscitato in Italia uno


sdegno generale, in cui « dalmatici » e « rinunciatari », interventisti e
neutralisti, « Giornale d’Italia », « Corriere della Sera », « Stampa », si
trovarono concordi. L’ultimo giornale intitolò il suo articolo L’iniqua
accusa, intendendo per essa l’accusa wilsoniana (almeno implicita nel
messaggio) di imperialismo alle rivendicazioni italiane. « La Stampa »,
però, avvertiva cbe « situazioni di tale gravità non si risolvono con pole­
miche, per quanto altamente ispirate come quelle dell’on. Orlando»:
spettava alla responsabilità governativa indicare « la via che possa sal­
vare la patria ». C’era già, in queste ultime parole, qualcosa di trop­
po; ma ben peggio « Il Giornale d’Italia », dopo aver parlato di « mo­
mento supremo », intimava irresponsabilmente: « Già troppo cedemmo
e troppi Italiani lasciammo a Croati e Serbi... Oltre sarebbe viltà».
Peggio ancora, l’on. Federzoni nell’« Idea Nazionale» sghignazzava:
« La goffa mascheratura ideologica e universalistica della grande guerra
è finalmente caduta»: non accorgendosi che più si svalutava moral­
mente la guerra in cui l’Italia si era impegnata a fondo, più si spianava
la via alla reazione disfattistica contro la guerra medesima. Invece egli
seguitava, tonitruando, che l’Italia aveva la certezza di vincere la pace
« unicamente con il proprio valore ». Ricorrendo a una nuova guerra?
Nella nuova canea la nota più violenta e sovversiva venne portata da
Mussolini nel « Popolo d’Italia ». La reazione grossolana contro Wilson
era per lui solo il trampolino per eccitare all’interno le passioni contro
i « rinunciatari », evocare ancora una volta il « colpo sinistro » vibrato
da Bùlow « in complicità con un ex-ministro italiano », e terminare con
l’incitamento al popolo ad occupare le piazze. Nel medesimo giorno 26
aprile la parola di Orlando, alla stazione di Roma, sembrò fare eco ai
Federzoni e ai Mussolini, al punto di intavolare con la folla quei dialo­
ghi con cui più tardi il « Duce » presunse convalidare la sua dittatura.
« La delegazione italiana, a Parigi, agendo come ha agito ha rappresen­
tato fedelmente e dignitosamente il pensiero e la volontà del popolo
italiano? » La folla risponde con « un formidabile grido »: « Si! Si! Si! »
E Orlando: « Non ne dubitavo perché conosco l’anima del mio popolo ».
E dopo aver enumerato, fra le lacrime, le dimostrazioni patriottiche sul
suo percorso, soggiunse: « La parola di Roma consacra la volontà d’Ita­
lia». Avverti quindi: «Dopo quattro anni di inenarrabili sacrifici su­
perati possiamo trovarci di nuovo a doverci imporre patimenti, priva­
zioni e sacrifici ». Alludeva certo alle conseguenze economiche di una
Il dopoguerra 67

rottura con l’America; ma il popolo dovette intendere dell’eventualità


di una nuova guerra, avendo egli soggiunto - e si rimane oggi storditi di
fronte all’assurda inopportunità delle parole « So che l’esercito e la
marina d’Italia sono in questo momento più pronti che non lo fossero
nel maggio 1915 ». Non poteva, dopo ciò, raddrizzare il discorso la pero­
razione su l’Italia che conosceva la fame, non il disonore, e sulla necessità
dell’unione in una sola volontà. Né può meravigliare che in queste setti­
mane, secondoché constatò nel giugno il « Corriere della Sera », troppe
volte si esprimesse, nei comizi e nei giornali, « la velleità di crear fatti
compiuti e di ricominciare in un modo o nell’altro la guerra ».
Secondo il cenno di Mussolini, il popolo occupava, in quegli ultimi
giorni di aprile, le piazze, « dal Trentino e dalla Venezia Giulia alla Sici­
lia ». Si distinguevano nell’organizzare dimostrazioni i Fasci di combatti­
mento: era, per loro, altrettanta manna. Ricordiamo solo il comizio al
Dal Verme organizzato il 28 aprile dal Fascio di combattimento mila­
nese. Nello stesso giorno, a Roma, un corteo popolare saliva il Campi­
doglio, e, arringato dal sindaco, principe Colonna, plebiscitava l’ordine
del giorno votato poco prima per acclamazione dal Consiglio comunale,
in cui si prendeva atto della volontà di Fiume di annettersi all’Ita­
lia, s’invocava «l’immediata annessione dei territori inclusi nel Patto
di Londra, ricordando al governo il dovere di liberare anche le .altre
città italiane non ancora redente, e specialmente Spalato e Traù » (cioè:
guerra alla Jugoslavia).
Il 26 aprile il Consiglio nazionale di Fiume - di cui Wilson contestava
la regolarità democratica e il valore rappresentativo - aveva fatto giura­
mento di far rispettare «fino all’estremo» la sua volontà di unione al­
l’Italia, e deliberato di rimettere i poteri statali al generale Grazioli, capo
del corpo interalleato di occupazione, perché l’assumesse in nome del­
l’Italia. Il generale non li accettò, ma riferì il voto fiumano a Roma. Era­
no manifestazioni e atti ricordanti le annessioni dell’Italia centrale nel
1859-60; ma questa volta, al posto del benevolo Napoleone III, c’erano
le tre maggiori potenze vincitrici, regolanti le sorti europee.
Dopo tanto strepitoso entusiasmo, e tanta ostinazione di risolutezza
sino alla fame, alla guerra, alla morte, il 29 aprile alla Camera Orlando
rece, in tono minore, una esposizione della disputa parigina, rilevando
come non ci fosse dissenso unicamente fra l’Italia e gli altri tre, ma
anche fra i due alleati e l’associato Wilson, e concludendo che non c’era
possibilità attuale di un consenso di tutti circa le condizioni territoriali
atte all’Italia e da includere in un trattato di pace. Riconfermò l’esi­
genza del governo per una pace generale, e, rialzando un po’ il tono,
concluse che il popolo italiano avrebbe potuto preferire di affrontare
68 Capitolo primo

altri rischi e sacrifici pur di non rinnegare le ragioni di quelli già affron­
tati per quattro anni. Egli, insomma, rinunciò a formulare un pro­
gramma per il futuro prossimo delle rivendicazioni italiane; e la Camera,
a sua volta, si limitò a votare - a enorme maggioranza, 382 contro 40 -
un ordine del giorno di generica solidarietà e di « piena fiducia per di­
fendere i supremi diritti della nazione e per conseguire la pace durevole
e giusta ». Lo scopo, annunciato a Parigi da Orlando, del suo viaggio
- quello di chiarire se parlamento e popolo stavano col governo - era
raggiunto. E poiché egli aveva anche detto che la sua partenza non
significava rottura, egli avrebbe potuto e dovuto, con dignità salva,
ritornare ad adempiere a Parigi il suo compito. Ma con l’esclusione da
lui fatta, nel suo discorso, della possibilità attuale di un accordo, e il
rilievo dato al dissenso fra Wilson e gli alleati, egli doveva aver mirato
a giustificare in anticipo il suo rimanere « a piè fermo » a Roma, in attesa
di un invito da Parigi, con la prospettiva di un cambiamento a noi fa­
vorevole.
Calcolo e previsione erano senza fondamento: e da Parigi vennero
presto notizie di tutt’altro genere. Nel Consiglio alleato si intendeva
andare avanti senza tener conto dell’assenza italiana, salvo ad avvertire,
se mai, a fatti compiuti. Si preparava cosi la presa di contatto con i ple­
nipotenziari tedeschi e la presentazione ad essi del progetto di trattato
di pace, eliminando dal preambolo la menzione dell’Italia, e nelle dispo­
sizioni del testo s’introducevano modificazioni interessanti anche l’Ita­
lia, non senza poi sentirsi a disagio per ciò, e decidere almeno di infor­
mare Crespi, il delegato italiano per gli affari economici rimasto a Pa­
rigi. Si decise perfino di convocare i rappresentanti dell’Austria e del­
l’Ungheria, dandone semplice comunicazione all’Italia. Si vagheggiò
anche il riconoscimento franco-inglese del regno serbo-croato-sloveno
(quello americano c’era già), deliberando poi di soprassedere per non
inasprire la situazione con l’Italia. Il più aspro contro l’Italia era Wil­
son, anche per la preoccupazione di ottenere dai due soci che non lo
lasciassero apparire isolato: al che Lloyd George replicò un giorno che
bisognava anche evitare l’impressione di una costrizione dell’Europa da
parte dell’America. Wilson avrebbe voluto la pubblicazione del memo­
riale Balfour: occorreva mostrare all’Italia che non poteva contare su
nessun appoggio esterno, e per suo conto - essendo anche venuta in
discussione una certa attività dell’Italia in Anatolia (invio di navi, pic­
coli sbarchi) - propose d’inviare la sua corazzata George Washington a
Fiume o a Smirne: l’attitudine dell’Italia era indubbiamente aggressiva.
Lloyd George era contrario alla pubblicazione del memoriale Balfour,
ma favorevole all’invio da parte di tutte le tre potenze di navi a Smirne,
Il dopoguerra 69

per mostrare all’Italia che non la si sarebbe lasciata fare. Egli oscillava
fra la preoccupazione di una rottura con l’Italia e il terrore che gli Ita­
liani tornassero per domandare l’esecuzione del Patto di Londra; e ve­
deva di malocchio anche l’annessione all’Italia dell’Alto Adige, che ri­
schiava di gettare gli Austriaci in braccio ai Tedeschi. Da una rottura
con l’Italia, Lloyd George temeva il ritorno al governo di Giolitti o
Tittoni, « i quali fra noi eserciterebbero la parte di spioni della Germa­
nia». Wilson negava che gli alleati fossero legati assolutamente all’ese­
cuzione del Patto di Londra: c’era di mezzo la volontà dell’associato.
Tale e quale, la liquidazione radicale wilsoniana del patto non era accet­
tata neanche adesso da Clemenceau e da Lloyd George; bensì, prese
corpo l’idea che il ritiro degli Italiani dal negoziato di pace potesse con­
siderarsi rottura del Patto di Londra, e si lavorò a preparare una even­
tuale comunicazione in questo senso. Lloyd George e Clemenceau fecero
anticipazioni verbali in proposito, rispettivamente agli ambasciatori Im­
periali e Bonin Longare: Clemenceau ritirò fuori anche la questione del
ritardo italiano di un anno nella dichiarazione di guerra alla Germania.
Wilson per suo conto si mostrava con Macchi di Cellere, nostro amba­
sciatore a Washington, più fermo che mai nei suoi propositi, più mal
disposto che mai nei nostri riguardi.
Queste comunicazioni semiufficiali dei tre capi avvennero il 3 mag­
gio. I nostri diplomatici - compreso, oltre i nominati, Silvio Crespi -
non le avevano aspettate per rendersi conto della situazione e infor­
mare, anche con un preciso telegramma collettivo (2 maggio), il governo
di Roma. Il quale, invece, credeva ancora di poter riallacciare le trat­
tative prima di tornare a Parigi, e in questo senso aveva inviato istru­
zioni (quelle di Orlando meno concilianti di quelle di Sonnino), riguar­
danti anche la protesta contemporaneamente sollevata in via diplomatica
presso Francia e Inghilterra per la convocazione, assente l’Italia, dei
plenipotenziari austriaci e ungheresi. Dopo i tre colloqui, nuovo tele­
gramma collettivo, all’alba del 4, a Sonnino: «Peggioramento situa­
zione... pericolo imminente di una dichiarazione di decadenza del trat­
tato di Londra... Unico riparo consiste nel ritorno dei plenipotenziari
italiani». Allora, finalmente, il governo si ricordò quale fosse stata la
motivazione ufficiale della sua venuta da Parigi a Roma. A mezzanotte
del 4 maggio giunse ai tre ambasciatori un telegramma di Sonnino con­
tenente una dichiarazione verbale da fare ai tre capi di governo, secondo
cuh avuta conferma della fiducia che parlamento e paese riponevano
governo, desiderosi di non complicare la situazione internazionale, e
duciosi nelle disposizioni dei governi alleati per un accordo, Orlando
e Donnino avevano deciso di partire il 3 sera per Parigi arrivando al più
70 Capitolo primo

presto la sera del 6, nella fiducia che la prima riunione con i delegati te­
deschi fosse rinviata al 7. Ma per fare la comunicazione verbale gli am­
basciatori dovevano attendere un telegramma di conferma. Sollecitata
immediatamente la conferma, questa giunse alle 9,30 del mattino, con
un « urgentissimo ».
Proprio in quella agitata domenica 4 maggio si tenne a Roma, all’Au-
gusteo, un grande comizio, di diecimila persone secondo le cronache.
Fu approvato, su lettura del sindaco Colonna, un ordine del giorno che
ripeteva quello del 28 aprile in Campidoglio, aggiungendovi la diffida
agli alleati dal presentare le condizioni di pace ai Tedeschi in assenza
dell’Italia. Codesto fu nulla rispetto alla «orazione» di D’Annunzio,
che fece la sua strepitosa ricomparsa di agitatore e aspirante duce del
nazionaliascismo; e la fece con la sua solita retorica lussureggiante, a
freddo in lui, ma pericolosamente eccitante per gli altri: « Il nostro
maggio epico ricomincia... laggiù, sulle vie dell’Istria, sulle vie della
Dalmazia che sono tutte romane, non udite la cadenza di un esercito
in marcia?... Con le Aquile e col Tricolore, troncati gli indugi, rinno­
vato il suo maggio, un’altra volta dal Campidoglio si muove l’Italia.
A noi! » Parlò della « farsa della loro Lega che slega », e del « loro pezzo
di carta che chiamano pace giusta», attaccò ingiuriosamente Wilson,
svillaneggiando anche sua moglie, e intimò: « se i nostri capi tornas­
sero a quel banco, tutto sarebbe perduto, anche l’onore ».
Ventiquattro ore dopo, o poco più, Orlando e Sonnino presero il
treno, per tornare « a quel banco », né l’Italia perdette punto l’onore
per questo. Non per ciò si può considerare innocua e nulla codesta ma­
nifestazione nazionalfascista e le altre che la precedettero e la seguirono.
Il 6 maggio ci fu un altro infiammante discorso di D’Annunzio dalla
balconata del Campidoglio, intriso (come ormai era sua consuetudine)
di torbida misticità: « In te, o Fiume nostra, santità del Quarnaro e di
tutto l’Adriatico, in te “ha loco il Santo Volto”». Tutto un ambiente
si formava, oscuri movimenti si preparavano, oscuri intrighi si avvia­
vano, a formare nuovi anelli di una catena di cui l’ultimo sarebbe stato
la marcia su Roma non di D’Annunzio, ma di Mussolini. Il quale Mus­
solini, intanto, non perdeva l’occasione: non potendo essere ancora
« duce », faceva coro con quelli che mostravano più capacità di agita­
zione e sovversione, e cioè con nazionalisti, arditi e dannunziani, e asso­
ciava «Il Popolo d’Italia» all’« Idea Nazionale». Su quest’ultima En­
rico Corradini scriveva il 13 maggio - quando già da sei giorni Orlando
era tornato in seno al Consiglio supremo - deridendo coloro i quali
sentivano nostalgia «per quel posto che l’Italia diserta nel consesso
di quelle sacre democrazie che per un quinquennio identificarono con
Il dopoguerra 71

se medesime e in se medesime il principio del bene universale, la giu­


stizia, il diritto, la civiltà ». Mussolini, da parte sua, con tipica irrespon­
sabilità, opinava che si dovesse andare innanzi senza curarsi né degli
alleati né di Wilson né della Conferenza né dei Jugoslavi, rischiando
anche la guerra. Scrisse il 29 aprile che bisognava porre i Tre di fronte
al fatto compiuto, cioè a un decreto di annessione; in quanto ai Jugo­
slavi, non avevano né armi, né munizioni, né viveri. L’occasione era
unica: guai a lasciarsela sfuggire. Quando Orlando tornò a Parigi, la
testata del «Popolo d’Italia», il 7 maggio, portò: «A Parigi, non a
Canossa! È tempo di conoscere la soluzione del problema adriatico! »
Il io maggio il Fascio di combattimento romano, insieme con i volon­
tari di guerra, votò un ordine del giorno contro « l’imperialismo ban­
cario straniero » e contro 1’« alleanza della plutocrazia » tentata dagli
alleati « ai danni di quella che considerano la nazione proletaria ». Era
un residuo di materialismo storico marxistico, applicato a sproposito;
ma interessa per il tentativo ostinato di allacciare il nuovo sovversi­
vismo nazionalfascista con quello socialistico-marxistico tradizionale; e
per essere la prima comparsa, o fra le prime, della contrapposizione mi­
tica fra «nazioni plutocratiche» e «nazioni proletarie». Il 17 maggio
la testata del « Popolo d’Italia » intimò alla Francia di scegliere: « o con
noi o contro di noi! » Seguitò per queste vie, a opera del nazionalfa-
scimo, la coltivazione dell’altro mito, della «vittoria mutilata».

Il ritorno a Parigi: Adriatico, Asia Minore, colonie.

Il 7 maggio mattina Orlando fece il reingresso nella riunione del


Consiglio supremo, alla tornata dei Quattro; e nel pomeriggio egli e
gli altri delegati italiani parteciparono alla seduta di consegna delle con­
dizioni di pace alla delegazione tedesca. (Con questo, anche l’Italia rico­
nobbe implicitamente il regno serbo-croato-sloveno - già riconosciuto
dai Tre durante l’assenza dei nostri ministri - in quanto esso figurava
come uno dei presentatori delle condizioni di pace). Fu cosi « salvata
la faccia », tanto più che Crespi aveva ottenuto il giorno avanti, con la
minaccia di una scenata, la ristampa del preambolo del progetto di trat­
tato, anziché il semplice reinserimento a penna del nome dell’Italia.
Alle discussioni successive dei Quattro circa il trattato e in generale
circa la questione tedesca Orlando partecipò sia pure scarsissimamente,
e almeno i primi giorni (secondo la testimonianza di Crespi) in aspetto
di isolato e poco più che tollerato.
In quanto alla questione italo-jugoslava, per una diecina di giorni
72 Capitolo primo

all’incirca dopo il ritorno dei ministri italiani essa fu discussa prevalen­


temente nelle coulisses fra tecnici americani e italiani. Il tentativo di
compromesso più importante fu il progetto Miller: Fiume indipen­
dente, col porto libero, sotto la protezione della Società delle Nazioni;
la Dalmazia terrestre alla Jugoslavia, ma Zara e Sebenico all’Italia,
come porti liberi; le isole quasi tutte all’Italia. Orlando e Lloyd George
sarebbero stati favorevoli, ma Sonnino e Wilson non accettarono il
piano. Wilson adesso aveva l’idea fissa che nessun territorio, continen­
tale o insulare, potesse esser dato all’Italia al di là della « linea Wilson »
(linea dell’Arsa) in Istria senza un plebiscito, che Orlando invece tro­
vava inaccettabile per varie ragioni. A un certo momento, per inizia­
tiva di Orlando, vi fu una trattativa diretta italo-jugoslava ( 16 maggio),
con accordo per Fiume indipendente e societaria, ma non per l’Istria
orientale e la Dalmazia. Agli ultimi giorni del mese si ebbe, molto più
importante, il « piano Tardieu », accettato in massima dall’Italia: Fiume
stato libero sotto la garanzia societaria, con plebiscito alla fine di quin­
dici anni (analogamente alla Saar); le città di Zara e Sebenico e le isole
(salvo Veglia a Fiume e Pago alla Jugoslavia) all’Italia. Wilson non
volle sostenere il piano a causa dell’Istria orientale, lasciando tuttavia
che fosse sottoposto ai Jugoslavi. Questi controproposero: l’Istria orien­
tale alla Jugoslavia, lo stato di Fjume, l’Istria, Zara e Sebenico auto­
nome sotto la sovranità jugoslava, decisione per le isole mediante plebi­
scito o sentenza della Società delle Nazioni. Si tornò il 6 e 7 giugno al
Consiglio supremo: fu presentato a Orlando un controprogetto dei Tre
che allo stato di Fiume dava l’Istria orientale secondo la linea Wilson,
e faceva della sola Zara una città libera con rappresentanza diplomatica
italiana. Esso non venne accettato dagli Italiani, e la questione adriatica
fu per allora accantonata.
Contemporaneamente i rappresentanti italiani si trovarono di fronte
ad altre difficoltà e delusioni per l’Asia Minore. L’articolo 9 del trat­
tato di Londra riconosceva, « en cas de partage total ou partiel de la
Turquie d’Asie », il diritto dell’Italia di « obtenir une partie équitable
dans la région méditerranéenne avoisinant la province d’Adalia ». Que­
sta disposizione di principio era stata concretata nell’accordo italo-fran-
co-britannico di San Giovanni di Moriana dell’aprile 1917 e in quello
successivo dell’agosto, attribuendo all’Italia in « amministrazione » tutta
l’Anatolia meridionale fino ad una linea al nord includente Smirne, e
in più, a nord-ovest della linea, una zona d’influenza. Ciò, in concorso
con le zone attribuite alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Russia, e
sotto riserva del consenso russo. Tale consenso non venne prima della
rivoluzione russa, e tanto meno dopo: e da ciò trassero motivo i due
Il dopoguerra 73

governi alleati per denunciare gli accordi nell’ottobre 1918. Il governo


italiano non accettò la denunzia, sostenendo in contrapposto che la ri­
serva dell’assenso russo doveva considerarsi decaduta in seguito alla
scomparsa dell’impero russo. Lloyd George riprese inoltre nel corso
della conferenza di Parigi, contro la validità dell’impegno anatolico a
favore dell’Italia, l’argomento avanzato già nel 1917 dal Foreign Office,
del contributo militare italiano, mancato nella lotta contro la Turchia,
e ritirato subito dopo perché non aveva alcun fondamento nel testo
dell’accordo anatolico.
Concorrente dell’Italia in Anatolia era la Grecia, che secondo il
memoriale Venizelos del 30 dicembre 1918 aspirava alle coste occi­
dentali dell’Asia Minore, e particolarmente a Smirne. Lloyd George,
turcofobo ed ellenofìlo, era naturalmente ben disposto verso codeste
aspirazioni, e volentieri avrebbe patrocinato anche l’altra richiesta del
Dodecaneso, se non glielo avesse vietato l’articolo 8 del trattato di Lon­
dra, attribuente all’Italia 1’« entière souveraineté » su quelle isole. Ai
primi di maggio si diffusero voci che a Smirne i Turchi massacrassero
la popolazione greca. Il 5 maggio, in seduta dei Tre - subito dopo l’an­
nuncio che in serata Orlando e Sonnino sarebbero partiti da Roma per
Parigi - Wilson annunciò che a Rodi e nel Dodecaneso, secondo un ri­
corso a lui inviato, gli Italiani brutalizzavano e massacravano gli abi­
tanti per aver proclamato la loro unione alla Grecia. Lloyd George
confermò la notizia: prospettò, in tono di grande allarme, un gran piano
italiano di azione in Oriente, adducendo a prova l’invio di molte truppe
nostre in Bulgaria e sbarchi effettuati o in preparazione in Asia Minore,
nonché il nostro ritardo a smobilitare. « Uno di questi giorni ci accor­
geremo che hanno occupato metà dell’Anatolia ». (Di fatto, dopo la
ormai vecchia occupazione di Adalia del 2 aprile c’era stata solo l’occu­
pazione di Konia il 26; Marmaris, o Marmaritza, fu occupata solo una
settimana più tardi dell’allarme lloydgeorgiano, insieme con Macri e
Budrùm). Conclusione: l’Inghilterra, appena potesse, invierebbe truppe
in Bulgaria; l’America avrebbe dovuto occupare Costantinopoli e il Cau­
caso, i Francesi la Siria, e i Greci Smirne: cominciavano colà i massacri,
e non c’era nessuno a proteggere la popolazione greca. (In realtà, i
massacri pare che cominciassero solo dopo lo sbarco greco). L’ultimo
punto era il vero scopo della apocalittica lloydgeorgiana. Egli voleva
1 Greci a Smirne, e voleva affrettarsi — lo disse espressamente - perché
ia cosa fosse decisa prima del ritorno degli Italiani; mentre era evi­
dente, per gli accordi precedenti e per gli interessi reali in gioco, che,
a parte i Turchi, sarebbe occorso intendersi con gli Italiani per primi,
myd George ottenne quel che voleva: i Tre decisero il giorno dopo,
74 Capitolo primo

6 maggio, d’invitare i Greci a sbarcare a Smirne, e il 7 - subito dopo il


reingresso di Orlando - discussero, all’infuori e all’insaputa di lui, con
Venizelos i particolari tecnici, senza tuttavia emanare ancora l’ordine.
Più ancora: il io si discusse con Venizelos se avvertire fin d’ora gli Ita­
liani, decidendo - contro il suo parere - affermativamente; Pii la di­
scussione in presenza di Venizelos si estese ai presunti sbarchi italiani,
alle attribuzioni italiane in Asia Minore, al Dodecaneso. Il 12 fu fatta
a Orlando la comunicazione del progettato sbarco, come di cosa decisa
già in linea di principio: sarebbe stato uno sbarco a quattro, ma poi
Inglesi, Francesi e Italiani si sarebbero ritirati, lasciando soli i Greci.
Orlando non fece obbiezioni preliminari o recriminazioni di nessun ge­
nere, e consultato Sonnino dichiarò l’assenso italiano.
Codesta mansuetudine parve ricompensata dal fatto che, su propo­
sta di Lloyd George, il giorno 13 maggio i Tre abbozzarono un piano
di spartizione dell’Asia Minore per cui la Grecia avrebbe avuto Smirne
con la zona occidentale, l’Italia quella meridionale, la Francia quella
settentrionale. Vero è che Wilson avrebbe voluto aggiungere per la
Grecia il Dodecaneso; ma, quasi a compenso, suggeriva che all’Italia si
desse anche il Somaliland britannico. L’improvvisazione italofila di
Lloyd George suscitò una forte opposizione in seno alla delegazione
inglese: e il corruccio antiitaliano del Premier fu ridestato dalla no­
tizia dello sbarco italiano a Scalanova (14 maggio), di cui pare che lo
stesso governo italiano, o almeno Orlando, nulla sapesse in precedenza.
Questa notizia produsse, od occasionò, un rovesciamento nelle dispo­
sizioni dei Tre a tutto scapito nostro, senza che ristabilisse un equilibrio
la notizia di uno sbarco francese ad Eraclea, di cui Clemenceau non
sapeva più di quel che Orlando sapesse dello sbarco di Scalanova. Fu
consegnata a Orlando (17 maggio) una nota energica di protesta dei
Tre. Con strana psicologia politica, Orlando proprio adesso (18 mag­
gio) si fece avanti a domandare - e proprio a Lloyd George - un man­
dato per tutta l’Anatolia, quale compenso alle parziali rinunzie adria-
tiche, e ammettendo che eventualmente l’Italia avrebbe potuto abban­
donare ogni richiesta in Anatolia se avesse avuto Fiume, il giorno dopo,
19 maggio, in seno ai Tre, Lloyd George scoperse che metter l’Italia in
Anatolia avrebbe causato contrarietà nei Turchi, rivolta nel mondo
musulmano, difficoltà agli Americani in Armenia, agli Inglesi in Meso­
potamia, ai Francesi in Siria. Le prospettive e i piani internazionali del
Premier cambiavano con gran rapidità. Se all’Italia si fosse data Fiume
con il consenso jugoslavo, si sarebbe potuto indurla a rinunziare e alla
Dalmazia e all’Asia Minore. Wilson, questa volta con più saggezza, pro­
spettò un possibile mantenimento della Turchia in Anatolia, con la
Il dopoguerra 75

Francia consigliera. Il sultano avrebbe potuto rimanere a Costantino­


poli, come il papa a Roma. Ma qualche giorno dopo Lloyd George mo­
strò contrarietà, a vario titolo, per il mandato anatolico alla Francia:
piuttosto all’America. Egli suscitò le recriminazioni di Clemenceau, e
il diniego di Wilson.
Alla nota per Scalanova Sonnino apportò ai Tre la risposta il 19
maggio: e ne segui una discussione confusa e acida sugli sbarchi e le
occupazioni in Asia Minore, nonché sugli accordi di Moriana. Tutto
fini li, essendo rimasti gli Italiani a Scalanova, sotto la loro responsa­
bilità (come i Tre conclusero), e per allora ogni questione sull’Asia Mi­
nore rimase sospesa. Ma un certo inasprimento degli spiriti contro di
noi rimase: tanto più che vi si aggiunsero, il 23 e il 26 maggio, le forti
lagnanze di Clemenceau per dimostrazioni antifrancesi in Italia e per i
discorsi che irresponsabilmente si facevano in Italia per un ritorno al­
l’alleanza tedesca. Infatti « La Stampa » di Torino, ex-neutralista e im­
putata di germanofilia, protestava il 24 maggio contro improvvisazioni
germanofile di ex-interventisti, richiamando alla serietà e al decoro.

Strettamente connessa con la questione anatolica era quella dei com­


pensi all’Italia per gli ingrandimenti coloniali franco-inglesi. Assai mo­
desta era la dizione in proposito dell’articolo 13 del trattato di Londra:
« L’Italia potrà reclamare qualche equo compenso, specialmente per un
regolamento favorevole delle questioni circa i confini fra le colonie ita­
liane di Eritrea, Somalia e Libia e le colonie vicine francesi e inglesi ».
Ciononostante, le aspirazioni italiane si erano notevolmente gonfiate:
oltre le rettifiche vere e proprie di frontiera, si pensava alla regione del
lago Ciad, a Cassala, alla congiunzione territoriale fra Eritrea e Somalia
assorbendo la Somalia francese (Gibuti) e la britannica, a una influenza
esclusiva italiana sull’Etiopia, e perfino a una sfera d’influenza sulla
riva araba del Mar Rosso. Un memoriale (ottobre 1918) del ministro
delle Colonie Colosimo conteneva una gran parte di queste rivendica­
zioni, che, una volta stabilito il regime dei mandati, si combinavano, o
si incrociavano, con l’aspirazione che anche l’Italia ricevesse un man­
dato su colonie ex-germaniche dell’Africa. Il 7 maggio, subito dopo la
seduta con i plenipotenziari tedeschi, si deliberò nel Consiglio dei Quat­
tro sulla spartizione delle colonie tedesche, preparata anche questa il
giorno avanti a quello del ritorno italiano e discussa in qualche partico­
lare in seduta dei Tre. Orlando, richiamandosi a una sua dichiarazione
Precedente (del 28 gennaio), pose innanzi la questione di una parteci­
pazione italiana ai mandati; ma si adattò subito dopo all’assorbimento
-J& Capitolo primo

di tale rivendicazione in quelle coloniali sulla base dell’articolo 13 di


Londra. Dopodiché la distribuzione dei mandati tra gli altri venne ap­
provata. Una commissione italo-franco-inglese per l’applicazione dell’ar­
ticolo 13 incominciò a lavorare il 15 maggio. Si vide subito che non
era possibile ottenere da Francia e Inghilterra la cessione delle loro colo­
nie del Mar Rosso, né l’abbandono dell’indipendenza dell’Etiopia: fu
tuttavia combinata in principio la cessione dell’Oltregiuba inglese. Il
6 giugno furono constatate le rispettive divergenti posizioni, e sospesi
i dibattiti.

Errori dei « big ».

Il ritorno di Orlando e Sonnino a Parigi riuscì quasi del tutto in­


fruttuoso: fu risolta a nostro favore la questione della ripartizione della
flotta mercantile austriaca. Tuttavia, il ritorno evitò una rottura con gli
alleati, che sarebbe riuscita sommamente pregiudizievole, e non per noi
soltanto; e mantenne una piattaforma per l’intesa futura.
La fase diplomatica « Orlando-Sonnino » della questione adriatica,
nonostante ogni nullità di risultati definitivi o piuttosto in connessione
con ciò, rimane quella più movimentata, più caratteristica, e in fin dei
conti la più importante storicamente per taluni suoi effetti generali,
oltrepassanti cioè di molto l’ambito delle questioni specifiche non ri­
solte. Dalla sua esposizione particolareggiata emerge la mancanza di
concetti e propositi precisi, di direttive coerenti e di piani organici, per
una parte e per l’altra. Alla stregua dei documenti risulta infondata la
versione della intransigenza italiana, e particolarmente sonniniana, pur
essendo pienamente confermato il difetto di preveggenza e preparazione
da parte nostra. Fin dai primi scontri « ad altissimo livello » Orlando e
Sonnino accettarono di fatto la transazione o scambio Fiume-Dalmazia;
in un secondo tempo ammisero, al posto dell’annessione italiana, l’ipo­
tesi dello stato libero di Fiume, pur rimanendo fermi nel non sacrifi­
care a questo l’Istria orientale, cioè nel non accettare per l’Istria la linea
Wilson (al che corrispose, un anno e mezzo dopo, il trattato di Rapallo).
Vero è che non seppero impostare e precisare una transazione con­
creta, distinguendo fra le esigenze irrenunciabili e la materia transattiva;
e tanto meno seppero trovare (anzi, neppure cercare o immaginare) un
terreno d’incontro diretto con i Jugoslavi: realizzazioni più tarde, l’una
e l’altra, di Sforza, con il consenso e l’appoggio decisivo di Giolitti. Po­
litici ambedue questi, pur nella loro diversità di misura e di tipo; im­
politici ambedue quelli, anche se con diversissimo temperamento. Or-
Il dopoguerra 77

landò e Sonnino non si affiatarono mai bene; e anzi, mentre le loro


diverse qualità positive si neutralizzarono fra loro, quelle negative, al­
trettanto diverse, si sommarono insieme a danno del paese, cui pur ser­
virono con tutta l’anima.
Non miglior prova fecero i due big europei, anch’essi fra loro diversi
e contrastanti, non senza analogia con la coppia italiana. Neanche essi
riuscirono a concretare la transazione facendola accettare dalle tre parti:
Italia, Jugoslavia, Wilson, sebbene Lloyd George - non Clemenceau -
prendesse la cosa a cuore. Il loro gioco diplomatico si esaurì nella ma­
novra di spingere il governo italiano a una transazione qualsiasi, con­
fermando con la bocca il Patto di Londra nell’atto stesso in cui mostra­
vano di intimamente dissentirne, insistendo sulla contraddizione fra il
patto stesso e la richiesta di Fiume, e nulla facendo di appropriato a con­
trastare la tesi di Wilson - vero eccesso di potere, se non addirittura
usurpazione - secondo la quale il patto, senza il suo assenso, non era
eseguibile, e anzi, per le circostanze cambiate, non aveva più fonda­
mento valido. A codesta loro tattica negativa si aggiunsero gli incredi­
bili ondeggiamenti di Lloyd George fra larghi compensi anatolici all’Ita­
lia in cambio di Fiume e della Dalmazia, e la concessione di Fiume con
la rinuncia totale all’Anatolia.
Codesta passività franco-inglese - abitualmente sorridente per l’Ita­
lia in Lloyd George, arcigna in Clemenceau - fu rotta per un momento
a favore del piano Tardieu, che può dirsi l’unica costruzione positiva
di questo periodo. Senonché i due l’abbandonarono quasi subito a fa­
vore del rimaneggiamento, o deformazione, di Wilson. In generale essi
non vollero o non seppero reagire adeguatamente (qualche accenno non
mancò, da parte almeno di Lloyd George) alla infatuazione ideologica e
personalistica del presidente americano, talora anzi blandita e incorag­
giata. Né seppero rimediare alla incapacità politica di lui più che a quella
dei ministri italiani, facendo opera di chiarimento, di mediazione, di
riduzione delle questioni al nucleo essenziale. Ciò sebbene ambedue ri­
conoscessero l’importanza - affermata particolarmente da Lloyd Geor­
ge - di arrivare a una buona intesa con l’Italia. Un giudizio particolar­
mente severo - non solo da un punto di vista italiano, ma anche, e più
ancora, di politica internazionale generale - va fatto della condotta dei
Tre nella questione anatolica. Peggio che scorretta fu l’orditura con
Venizelos della occupazione greca di Smirne dietro le spalle del governo
^aliano; né un tale giudizio può essere alterato dal fatto che i due nostri
ministri (evidentemente depressi per il ritorno forzato e penoso a Pa-
fjgi) non reagirono quasi affatto all’intrigo sleale e superfluo. Al di là
dl ciò, tutta l’impostazione data in questo momento dai big, e special­
7« Capitolo primo

mente da Lloyd George, alla questione turco-anatolica fu di un imperia­


lismo insensato, privo di contatto con la realtà del nazionalismo turco,
realtà di cui non erano mancati indizi e avvertimenti: ricordiamo quelli
di Sforza. La fase Orlando-Sonnino della questione adriatica, inconclu­
dente per la questione in sé, pregiudizievole per l’intesa fra le tre po­
tenze europee, riuscì disastrosa per il clima politico italiano. La dema­
gogia nazionalfascista non avrebbe fatto presa cosi larga e profonda nel
popolo italiano - particolarmente nella piccola e media borghesia impie­
gatizia, professionale e intellettuale - se i Tre di Parigi non le avessero
fornito il più caloroso alimento con i loro errori di condotta interpre­
tati, inevitabilmente, come effetti di predeterminata avversione all’Ita­
lia. Né, senza i fatti e le apparenze (le seconde contano, in momenti di
sobbollimento popolare, quanto e più dei primi) da cui in Italia si trasse
motivo a credersi svalutati e svillaneggiati, avrebbe tanto prosperato, e
sarebbe divenuto gigante, il fungo velenoso della « vittoria mutilata ».
Fatti e parvenze che favorirono l’ignoranza da parte dei più - accanto
al deliberato nascondimento da parte dei pochi mestatori - del fatto che
« mutilazioni » del genere c’erano state anche nella vittoria di quella
Francia, che era presa adesso particolarmente di mira dalla demagogia
nazionalista italiana; mentre anche l’Italia, non meno, o forse più,
della Francia, aveva conseguito il nucleo essenziale dei suoi ragionevoli
«scopi di guerra».

Caduta di Orlando e avvento di Nitti.

Lloyd George e Clemenceau non avevano gran motivo di preoccu­


parsi per la ripercussione dell’insuccesso adriatico sulla loro posizione
nei propri paesi. Ben differente era il caso di Orlando, che ne ebbe il
colpo di grazia nel paese e in parlamento.
Mussolini aveva trovato la testa di turco per i suoi attacchi, spinti
fino alla demagogia irresponsabile e all’ingiuria grossolana:
Tutto ciò che è avvenuto dal 24 aprile al 24 maggio, dal ritorno, che fu in realtà
una fuga, dell’on. Orlando in Italia, alla mancata commemorazione di guerra, è
semplicemente mostruoso e indegno. Quel gruppo di uomini appestati e sifilizzati
di parlamentarismo, molti dei quali appartengono per temperamento e per idee alla
malfamata tribù giolittiana, e che oggi hanno nelle mani arteriosclerotizzate i de­
stini d’Italia, quel gruppo di uomini che si chiamano ministri, non meritano altra
definizione se non questa: di bastardi, di deficienti, di mistificatori (« Il Popolo
d’Italia », 28 maggio).

Ma giornali di ben altro livello, se molto più composti nello stile,


non erano talora molto più ragionevoli nella sostanza delle loro critiche.
Il dopoguerra 79

Il « Corriere della Sera » del 12 maggio rimproverava il governo perché,


con la proibizione dell’unione austro-tedesca e il disegno della confe­
derazione danubiana - un disegno, avvertiamo noi, che svanì come una
bolla di sapone, mentre pure aveva un nucleo sano; erano invece forti
gli argomenti contro YAnschluss, né del resto l’Italia avrebbe mai po­
tuto imporlo ai Tre -, aveva permesso che la Francia divenisse arbitra
dell’Europa, e colpisse il nostro più vitale interesse. E, facendo concor­
renza al « Giornale d’Italia », e alla « Idea Nazionale », e un poco anche
alla « Stampa», del 1915 e del 1919, da cui pure dissentiva cosi forte­
mente, non solo recriminava contro il governo perché il principio dei
mandati coloniali era divenuto una lustra, e noi eravamo rimasti esclusi
dalla spartizione delle colonie tedesche; ma persino per lo stabilimento
esclusivo della Francia nel Marocco e dell’Inghilterra nell’Egitto, per il
protettorato francese su Monaco e per l’abolita neutralizzazione del­
l’Alta Savoia. Anzi, anche dello stabilimento della Società delle Nazioni
a Ginevra, « ambiente poco italofilo », era fatta colpa al povero Orlando.
Conclusione del «Corriere»: «L’Italia, dopo avere adottato la tattica
diplomatica del “do ut des”, ha dato tutto senza ricevere nulla». Non
si poteva far proprio più di cosi il tema della « vittoria mutilata », pur
giustamente deplorato dal giornale.
Le agitazioni operaie si andavano moltiplicando e aggravando. Se­
condo la statistica di Vincenzo Nitti, il maggior numero di scioperi (316)
si sarebbe avuto nel maggio 1919 (si dovrà osservare che il numero
degli scioperi, isolato da quello degli scioperanti e dall’importanza delle
aziende, conta ben poco). Vi furono in questo mese scioperi di edili,
metallurgici, minatori, portuali, tipografi, ferrovieri, impiegati privati.
Alla fine di maggio si ebbe uno sciopero generale nel Biellese; il 7 giu­
gno, idem a Napoli, per solidarietà con lo sciopero dei metallurgici in
corso da ormai due mesi; il 12, a Torino, per lutto in occasione dei
funerali di Rosa Luxemburg. LTi giugno, proclamavano lo sciopero in
tutta Italia i maestri elementari; nello stesso giorno, un tumulto alla
Spezia per ragioni di carovita, provocava un conflitto sanguinoso con
la forza pubblica, donde nei giorni seguenti scioperi generali e tumulti
a Massa e a Carrara, a Genova, a Milano.
In questo ambiente i Fasci si decisero a pubblicare il loro programma,
nel « Popolo d’Italia » del 6 giugno. I Fasci dunque chiedevano:
Per il problema politico: suffragio universale con rappresentanza
proporzionale; voto alle donne; abolizione del Senato; convocazione
di una Assemblea nazionale il cui primo compito fosse quello di stabi­
lire la forma di costituzione dello Stato; formazione di Consigli nazio­
8o Capitolo primo

nali tecnici del lavoro, eletti dalla collettività dei professionisti e dotati
di poteri legislativi e governativi.
Per il problema sociale: giornata di otto ore di lavoro; minimi di
paga; partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento
tecnico dell’industria; affidamento alle organizzazioni proletarie (che
ne fossero degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie
o servizi pubblici; assicurazioni d’invalidità e vecchiaia a partire dai
55 anni.
Per il problema militare e internazionale: istituzione di una milizia
nazionale, con brevi periodi di istruzione e compito esclusivamente di­
fensivo; nazionalizzazione delle fabbriche di armi e di esplosivi; poli­
tica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche
della civiltà la nazione italiana nel mondo.
Per il problema finanziario: forte imposta straordinaria sul capitale,
a carattere progressivo, che avesse la forma di vera espropriazione par­
ziale di tutte le ricchezze; sequestro di tutti i beni delle congregazioni
religiose e abolizione di tutte le mense vescovili; revisione di tutti i
contratti di forniture di guerra e sequestro dell’85 per cento dei profitti
di guerra. Era, come si vede, un programma politicamente e socialmente
assai a sinistra, in conformità di quello approvato al momento della
fondazione dei Fasci, ma che ne lasciava cadere la parte universalistica
o internazionalistica; e tuttavia era più prudente in fatto di precise
rivendicazioni nazionali, come anche di trasformazioni interne. Vi era
cioè un principio di evoluzione verso destra.
Contemporaneamente corsero voci di congiura nazionalistico-mili-
tare per un colpo di stato e una nuova guerra, a opera di D’Annunzio)
Mussolini, Federzoni e del generale Giardino. Il « Giornale d’Italia »
del 13 recò una intervista di smentita del generale Giardino; ma il « Cor­
riere della Sera», accettando la smentita, osservava (come già accen­
nammo) che l’idea, o mito, della guerra, della « quindicesima battaglia »,
o « quindicesima vittoria », aveva avuto corso davvero, « senza che si
capisse bene se la fronte della nuova battaglia fosse a Roma o ad Oriente
o fra le nubi»; e che in tutto ciò il governo aveva avuto qualche re­
sponsabilità.
Nel più ristretto, ma costituzionalmente decisivo, ambito parlamen­
tare, il gabinetto vacillava da tempo. Il vicepresidente Villa aveva do­
vuto, per ragioni di salute, cedere il posto a Colosimo. Salandra, con la
tattica dei sorci che scappano dalla nave in procinto di affondare, dava
il 20 maggio le dimissioni definitive da membro della delegazione ita­
liana a Parigi. Il 21 maggio, in un Consiglio dei ministri straordinario,
Crespi propugnò ardentemente le dimissioni del ministero (egli voleva
Il dopoguerra 8ι

un ministero Tittoni che sbarrasse la strada a Nitti, da lui avversatis-


simo). Meda lo sostenne, ma tutti gli altri furono contrari: egli se ne
andò ugualmente, ma accettando di sostituire nella delegazione Salan-
dra. Orlando tirò avanti ancora quasi un mese. Finalmente, il 19 giugno
1919, all’apertura di una delle solite discussioni alla Camera, la sua
intempestiva richiesta della costituzione di questa in comitato segreto
fu respinta da tutte le parti, e raccolse 78 voti contro 262: anche Gio-
litti votò contro. Turati parlò di suicidio.
In primo piano per la successione a Orlando c’era Nitti: e mirando
a questa, indubbiamente, egli si era ritirato nel gennaio. 1919. Tuttavia
forti avversioni e sospetti c’erano contro di lui nel campo interventi­
stico, mentre non c’era una particolare fiducia o simpatia in quello neu-
tralistico: e cosi pure, se i « dalmatici » gli erano naturalmente contrari
ben conoscendo il suo spirito certamente non nazionalistico, i « rinun­
ciatari » non potevano scaldarsi per lui, che, avendo sul Patto di Londra
e questioni connesse idee analoghe alle loro, si era ben guardato dal
manifestarle, e in particolare di fare un qualsiasi atto di solidarietà con
Bissolati, pur dimettendosi presso a poco contemporaneamente. Subito
dopo le dimissioni di Orlando, il 20 giugno, tutto il fascismo si mosse,
a Milano e a Roma. Nella prima città si tenne un grande comizio in
Piazza del Duomo, a iniziativa del Comitato centrale dei Fasci di com­
battimento, del Fascio delle associazioni patriottiche e dell’Associazione
liberale. Il comizio si pronunciò contro il possibile prevalere di elementi
neutralisti del nuovo ministero. Nello stesso senso, e quasi negli stessi
termini, si pronunziò in quel giorno a Roma una riunione del Fascio
parlamentare, a cui per verità non furono presenti che una ottantina
di membri, cioè una metà all’incirca degli iscritti. Fu emesso un voto
per la opposizione « con tutte le forze, entro e fuori del parlamento »,
contro qualsiasi gabinetto in cui uomini stati avversi alla guerra e poi
svalutatoti della medesima potessero prevalere, cosi da « restaurare e
inaugurare sistemi di asservimenti della pubblica amministrazione ad
una nefasta politica elettorale o a potenti interessi affaristici e dema­
gogici». L’ordine del giorno poteva mirare, al di là di Giolitti e della
sua cerchia specifica, a Nitti in quanto sospetto di giolittismo e altresì
considerato esponente di quei certi interessi. Ambedue le accuse erano
infondate; e alla prima reagì il Nitti stesso, facendo dire ufficialmente
al Fascio parlamentare, nella sua riunione successiva del 21, che egli
rigettava la qualifica di giolittiano e di rinunciatario. Contro la prima
accusa Nitti insisteva pesantemente, e anche un po’ goffamente, dicendo
che un uomo di cinquant’anni come lui si sentirebbe offeso e umiliato
di « portare il labaro di un uomo di ottani’anni ».
82 Capitolo primo

L’« uomo di ottant’anni » (veramente, 77) fu il più valido appoggio,


nell’ambito delle consultazioni ufficiali, della candidatura Nitti, la quale
non raccolse affatto l’unanimità, o quasi unanimità, delle designazioni
di rito, come è già facile ad arguire dal voto del Fascio parlamentare.
Sappiamo già come altri - fra cui Orlando - pensasse a Tittoni; correva
anche la voce di una candidatura Luzzatti, che si temeva potesse esser
maneggiata da quella camarilla nazionalistico-militarista che aveva fat­
to parlare poco prima di colpo di stato. Nitti, in conclusione, ebbe l’in­
carico, e si rivolse subito a Tittoni, che accettò il portafogli degli Este­
ri, e ai «giolittiani». Si rivolse anche al Fascio; ma il «Corriere della
Sera» gli rimproverò di averlo fatto solo dopo l’appello ai giolittia­
ni: con che riconfermava la sua antica avversione a Giolitti e la sua per­
tinace incomprensione della costruttiva politica giolittiana. Ai popolari,
per averne il concorso, Nitti promise di appoggiare la proporzionale.
Il ministero Nitti fu formato il 23 giugno 1919. Oltre Tittoni, c’erano
Lodovico Mortara alla Giustizia, Luigi Rossi alle Colonie, Tedesco alle
Finanze, De Nava ai Lavori pubblici, Dante Ferraris all’Industria e
Commercio — nome piuttosto adatto a giustificare l’accenno, nell’ordi­
ne del giorno del Fascio parlamentare, ai «potenti interessi affaristi­
ci» -, Cesare Nava, del partito popolare, alla Ricostruzione delle terre
liberate.
Il Fascio parlamentare rifiutò di partecipare al governo, cancellò dal
proprio ruolo il Chimienti che aveva accettato il portafogli delle Poste,
e riservò la propria azione nei suoi confronti; acconsenti tuttavia alla
partecipazione di un suo rappresentante nella delegazione parigina (che
fu lo Scialoia, considerato addirittura come capo del Fascio). Il « Cor­
riere della Sera », invece, nonostante le critiche, si adattò ad accettare
il nuovo governo; e altrettanto fece - coincidentia oppositorum - « La
Stampa », che pure aveva anche essa criticato il ministero come una
accolta di uomini del passato. Mussolini e i suoi Fasci, invece, insistet­
tero per allora in una opposizione vivace a Nitti e al nuovo governo. Si
associò a tale opposizione il primo congresso dell’Associazione nazionale
dei combattenti, tenutosi in Roma dal 22 al 27 giugno. L’organizzazione
di questi contava poco più di sei mesi e non era ancora, in molte pro­
vince, ben consolidata; tuttavia i delegati che riempirono la sala del-
l’Augusteo rappresentavano certamente alcune centinaia di migliaia di
aderenti. Fu qui che il movimento dei combattenti volle darsi un vero
e proprio programma politico, e quindi assumere carattere di partito
differenziato dagli altri partiti: impresa inopportuna e infelice. Si chie­
sero nel congresso la convocazione della Costituente, la sostituzione del
Senato con Consigli eletti da tutte le categorie di lavoratori e di pro-
Il dopoguerra 83

duttori, la riduzione del servizio militare a tre mesi. Vi si patrocinò an­


che un concetto di patria integrata nell’umanità, diverso dall’egoismo
nazionale: ciò che poteva sonare « rinunciatarismo ». Il congresso si
conchiuse acclamando, come sede di quello prossimo, la città di Fiume.
Sull’andamento del congresso influì il fatto ch’esso ebbe luogo nei giorni
agitati in cui, caduto il ministero Orlando, si formò e mosse i primi
passi il ministero Nitti. Le diverse tendenze che lottavano per la preva­
lenza nella politica interna e in quella estera tentavano di influire sui
combattenti su questa forza nuova che faceva il suo ingresso nella vita
pubblica: da una parte tendenze di destra, conservatrici, nazionaliste,
dall’altra tendenze di sinistra, riformiste, pacifiste. Erano presenti a
Roma Gabriele d’Annunzio e Benito Mussolini; non intervennero diret­
tamente al congresso ma vi fecero sentire le voci dei loro amici e seguaci.
« Il Popolo d’Italia » vi dedicò molta attenzione: fece buon viso al pro­
gramma e al suo carattere nazionale, contrario alle ideologie internazio-
naliste venute dal di fuori, epperò concordante col fascismo; non mancò
di riprovare i primi promotori e dirigenti del movimento, Fabio Luz-
zatto e Giovanni Mira, che erano sinceri democratici e riformisti. Il
giorno dopo la chiusura del congresso, 28 giugno, si tenne a Roma, nella
stessa sala dell’Augusteo, un comizio promosso da un Comitato per le
rivendicazioni nazionali, ch’era sorto qualche tempo innanzi per inizia­
tiva di elementi simpatizzanti con Mussolini e con D’Annunzio; all’u­
scita, esso si trasformò in un corteo manifestante contro Nitti, senza
gran successo, e che fu sciolto dalla polizia senza troppa difficoltà.

Tittoni a Parigi. Fiume.

L’eredità a cui per prima il ministero Nitti si trovò a provvedere


fu quella della questione adriatica, e più genericamente della posizione
italiana rispetto ad alleati e associati. Codesta posizione, nel passaggio
di governo, era peggiorata: o piuttosto, aveva subito ancora una volta
l’alternativa di alti e bassi, adoperata dai Tre senza piano prestabilito,
in rispondenza agli umori e alle opportunità quotidiane. In una riu­
nione dei Tre, il 26 giugno, si erano manifestate preoccupazioni per
«l’avanzata italiana» in Anatolia. Lloyd George affermò che l’Italia
sola non aveva smobilitato. Wilson oracoleggiò che il nuovo governo
avrebbe presentato rivendicazioni inaccettabili, e avrebbe dovuto riti­
rarsi; occorreva metterlo con le spalle al muro, domandandogli se era
0 no nell’Intesa. Proseguendo nella sua azione anatolica, avrebbe per­
duto ogni diritto, e si sarebbe messo fuori legge. Clemenceau accusò
»4 Capitolo primo

gli Italiani di agire arbitrariamente a Fiume, come se fosse già territorio


italiano. Wilson propose una nota dichiarante - era la sua idea fissa -
che il Patto di Londra era decaduto, per violazione italiana. Clemenceau
osservò che in tal caso gli Italiani si sarebbero rivolti a Vienna e a Ber­
lino, e Wilson replicò che allora si sarebbe potuto agire con loro a pia­
cimento; contemporaneamente trovava tragico che gli Italiani rendes­
sero impossibile ai Tre d’essere loro amici, come pur volevano. Più rea­
listicamente, Lloyd George rilevò che i Tedeschi non avrebbero più
fiducia ormai nell’Italia, la quale, poi, si trovava alla mercè delle potenze
marittime. In conclusione, Lloyd George e Clemenceau respinsero an­
cora una volta l’idea di proclamare senz’altro decaduto il trattato di
Londra: si poteva bensì trovare una ragione di decadenza nella occupa­
zione italiana di Fiume, ma anche qui occorreva tener presente che
l’occupazione era interalleata. Nel « dalli all’Italia », peraltro, si tro­
vavano d’accordo tutti e tre: questo, alla vigilia della firma del Patto
della Società delle Nazioni, che avvenne il 28 giugno 1919, come prima
parte del trattato di pace con la Germania. Per l’Italia firmarono Son-
nino, Imperiali e Crespi.
Il 30 giugno alla nuova delegazione italiana - Tittoni, Scialoia, Mag­
giorino Ferraris, Marconi, Crespi - fu presentato un memorandum
Lloyd George - Clemenceau. Esso era una sostanziale, e quasi formale,
denuncia del Patto di Londra. Si rilevavano con forza, sulla traccia di
Wilson, i cambiamenti radicali intervenuti dopo la firma del trattato;
si elencavano le presunte violazioni di questo da parte dell’Italia (ca­
ratteristica, per sofisticheria e ambiguità, l’ultima: «dopo l’armistizio,
l’Italia ha concentrato truppe nelle vicinanze di Fiume, e pare che le
leggi locali siano state promulgate in nome del Re d’Italia»); si ricor­
dava l’opposizione americana all’esecuzione del trattato, opposizione
fondata sui principi generali di regolamento accettati anche dall’Italia;
si parlava dell’aumento di difficoltà creato dall’azione dell’Italia in Ana­
tolia. Si concludeva che occorreva tener conto di tutti i diversi impegni,
al di là di una stretta interpretazione legale, e che pertanto pareva
necessario un nuovo esame della situazione; ma che, se l’Italia persi­
stesse a mantenere truppe in Anatolia, ciò sarebbe incompatibile con
l’alleanza, e finirebbe col di lei isolamento completo. Sotto la prima
impressione di un colpo simile, Tittoni vacillò, fino a pensare a un ritiro
definitivo dalla Conferenza. Fu trattenuto dai colleghi, e indotto a man­
tener segreto il memoriale, e a iniziare contatti personali con Clemen­
ceau, Balfour e Lansing, preparando contemporaneamente la risposta.
Questa (consegnata il 7 luglio) ribatteva le accuse all’Italia, confermava
Il dopoguerra 85

la validità del trattato di Londra, ma accettava il riesame generale sulla


base delle nuove condizioni.
Mentre i pourparlers si svolgevano con risultati non troppo soddi­
sfacenti, sopraggiunsero a complicare e incrudire la situazione incidenti
nella città di Fiume, tra la fine di giugno e i primi di luglio, fra militi
francesi, simpatizzanti coi Croati, da una parte, civili e militari italiani
dall’altra. Fu data la caccia per le strade ai Francesi, attaccata una ca­
serma francese. Il Consiglio nazionale chiese il ritiro delle truppe fran­
cesi; il governatore Grazioli ne ordinò il trasferimento in una caserma
appartata dalla città, e proibì ai soldati francesi di circolare se non per
ragioni di servizio. La cosa, però, non poteva finire cosi; e si venne alla
nomina di una commissione d’inchiesta, di cui vedremo appresso il ri­
sultato. Intanto Tittoni pensò di migliorare la nostra posizione, per il
settore in cui si appuntava la recriminazione più acerba e meno infon­
data dei due alleati, l’egeo-anatolico, mediante un accordo diretto e se­
greto con Venizelos (concluso il 29 luglio) per cui l’Italia si impegnava
a sostenere le rivendicazioni greche in Tracia e nell’Epiro settentrionale
e ad attribuire il Dodecaneso (ma non Rodi) alla Grecia, e questa s’im­
pegnava a sostenere il mandato italiano sull’Albania con il possesso di
Valona, e la neutralizzazione del canale di Corfù, e ad affittarci una
zona libera nel porto di Smirne. L’accordo era estremamente sbilanciato
a favore della Grecia: era peraltro soggetto a clausola risolutiva, e si
specificava che non era un trattato, ma un accordo su direttive di trat­
tativa.
Un altro abbandono, molto più giustificato, fece Nitti di sua inizia­
tiva appena arrivato al governo: quello di una spedizione italiana in
Georgia, proposta da Lloyd George a Orlando, e da lui e Sonnino, in
massima, accettata, senza tener conto dell’avviso contrario di Sforza,
allora alto commissario a Costantinopoli.

I tumulti per il caroviveri, e lo sciopero politico del 20-21 luglio.

In Italia, in questo momento, altri grossi problemi urgevano, altri


argomenti si offrivano agli agitatori per continuare a sconvolgere il
paese. C’era il caroviveri, con la relativa moltiplicazione di scioperi. Vi
concorreva la smobilitazione che assunse un ritmo più rapido, anche
per il giusto criterio di Nitti che convenisse ridurre gli oneri militari
del bilancio. I congedi di classe si incalzano: dal marzo al novembre
x9i9 se ne ebbero undici. Soddisfazione iniziale dei congedati; ma pro­
blema susseguente della rioccupazione. E v’era il costo della vita ere-
86 Capitolo primo

scente - per la svalutazione della moneta cartacea, non più fermata


dagli accordi di cambio con gli alleati - con un ritmo che appariva
vertiginoso: gli aumenti di salario, che pur c’erano, non riuscivano
a tenergli dietro. E v’era, come già si è ricordato, la persuasione non
infondata nelle classi popolari dei grandi guadagni apportati dalla guerra
ai capitalisti (i « pescicani »). Ma a tutto questo si aggiungeva lo stato
di irrequietezza generale generato dalla guerra e dai suoi sconvolgi­
menti, e alimentato dalle diverse propagande. Nasceva già allora la
disputa se gli scioperi fossero economici o politici: erano in realtà l’uno
e l’altro, ma il piano politico premeditato c’entrava in molto minor
misura che ai nostri giorni: c’entrava di più il sentimento, penetrato
nelle masse, che fosse giunta l’ora di far valere senza riguardo a nessuno
le proprie esigenze. Nitti ebbe a narrare in parlamento che al momento
della sua assunzione a capo del governo, il giorno in cui prese le con­
segne, gli fu notificato per mezzo di usciere un atto in cui gli agenti di
custodia delle carceri italiane lo avvertivano che, se non si dava al più
presto soddisfazione a talune loro richieste, avrebbero liberato tutti i
reclusi. Altrettanto strana, anche se diversa, riuscì a metà giugno la
notizia che il clero officiante la basilica di Loreto aveva sospeso, per
non avere ottenuto i richiesti aumenti, i servizi di culto, a cominciare
dalla celebrazione delle messe.
Mussolini seppe agire su ambedue i fronti sovversivi, quello nazio­
nalistico e quello economico-socialisteggiante, ma rivolto anch’esso da
lui contro il socialismo ufficiale. Tipico, a questo proposito, era stato
«Il Popolo d’Italia» del i° maggio 1919. Per tutta la larghezza della
prima pagina si stendeva a grossi caratteri un doppio appello: «Prole­
tari! spezzate la tirannia dei politicanti della tessera! Signori del go­
verno: decidetevi ad accogliere i postulati delle masse operaie! » Nel­
l’articolo di fondo di Mussolini il peso cadeva nettamente sulla prima
parte, cioè contro il « PUS ». Vi si sviluppava il tema ormai tradizionale
mussoliniano: la distinzione netta fra proletariato e partito socialista.
Lo sviluppo avveniva trasformando la distinzione in contrapposizione
netta: « Noi diciamo agli operai italiani che essi stanno per cadere sotto
una nuova tirannia che, oltre ad essere spietata, è ridicola », quella del
partito socialista, i cui dirigenti volevano semplicemente sostituirsi, per
via dell’assieme au beurre, alla classe cosiddetta borghese. Questo trucco
volgare aveva un nome sonante: dittatura del proletariato.
Lo scrittore si meravigliava che la Confederazione generale del la­
voro accettasse una simile situazione, per cui seicentomila organizzati
erano schiavi dei venti o trentamila socialisti, ed esclamava, delineando
senza saperlo la fisionomia del futuro partito fascista dopo la presa del
Il dopoguerra 87

potere: «La condotta del partito nei rapporti del proletariato è squi­
sitamente autocratica, assolutista, imperialista, borghese». E qui schiz­
zava con bravura - e sempre con lo stesso inconsapevole spirito profe­
tico - una satira delle virtù straordinarie della tessera la quale « ha un
metodo proprio per cui gli imbecilli diventano geni, i conigli leoni, e
la massa operaia deve ubbidire, ciecamente ubbidire... C’è una nuova
divinità nel mondo: la tessera. E come tutte le divinità anche questa
richiede non solo incensi, ma sacrifici; non solo preci, ma sangue ».
Dopo tutta questa requisitoria contro il partito socialista veniva la
parte positivamente filoproletaria, di accostamento all’organizzazione
del lavoro, ma senza la intimazione al governo contenuta nel titolo:
« accettiamo quasi tutti i postulati del manifesto confederale del 1° mag­
gio, manifesto che dà all’anima una sensazione di luce e di forza ». Erano
- esemplificava - nel programma dei Fasci la trasformazione del parla­
mento, la rappresentanza integrale, le otto ore consacrate per legge,
l’imposta fortemente progressiva sul capitale, ecc. Faceva riserve su
alcuni postulati politici, senza specificare sia i postulati, sia le riserve.
Alla fine del mese di giugno il disagio per il rincaro della vita esplose
in disordini tumultuosi: scioperi, saccheggi di mercato e di negozi, di­
struzioni vandalistiche; insomma, il tumulto popolare tipico contro la
carestia che non fa se non aumentarla. Incominciato a Forlì (proprio
nella città di Mussolini) il 30 giugno, il moto si propagò rapidamente
in tutta Italia, per la durata di circa una settimana. A Milano il 6 luglio
si parlò di più che 200 negozi saccheggiati. Fu un vero record della
« capitale morale ». L’autorità, per la contemporaneità e generalità del
moto, si trovò impotente, tanto più che la forza pubblica scarseggiava
(Nitti, venendo al potere, aveva trovato 23 000 carabinieri in tutto), e
impiegare su larga scala l’esercito apparve non opportuno poiché si
ebbero parecchi casi di fraternizzazione fra rivoltosi e truppe. Il meglio
parve dar soddisfazione ai sentimenti popolari autorizzando le autorità
comunali a imporre calmieri, sequestrare merci, reprimere il «bagari­
naggio ». Fu anche istituita una commissione consultiva per il costo
della vita.
Sorsero in parecchi luoghi « Soviet » locali, e anzi nella valle del
Bisenzio, presso Firenze, si costituì una « Repubblica dei Soviet », la
quale peraltro fu sciolta dopo tre giorni, senza resistenza, dalla truppa.
Senza arrivare ai « Soviet », le Camere del lavoro locali funzionarono
per alcuni giorni da organi amministrativi; ma non vi fu da parte dei
socialisti il menomo tentativo di dare al moto uno sbocco veramente
rivoluzionario: fecero, anzi, piuttosto da freno. Il segretario del par­
tito, Lazzari, dichiarò una volta di più che gli avvenimenti precipitavano
88 Capitolo primo

« verso la loro fatale soluzione ». Direzione del partito e della Confede­


razione ebbero parole di comprensione per i dimostranti; e al tempo
stesso misero in guardia contro le illusioni sia (la prima) di risultati
rivoluzionari immediati, sia (la seconda) di una azione stabilmente
efficace dei calmieri. Tutto sommato, la fonte da cui venne maggior
consenso e gravi incitamenti ai tumulti per il caro-vita, fu quella fasci­
sta. La maggior colpa, secondo « Il Popolo d’Italia », era del governo
(che era proprio quello il quale ne aveva meno); le folle avevano atte­
nuanti. Un ordine del giorno dei Fasci di combattimento proclamò
addirittura « illimitata solidarietà con il popolo delle varie provincie
d’Italia insorto contro gli affamatoti»; un altro dell’affine Unione ita­
liana del lavoro parlò dei « gesti concreti e risoluti di santa vendetta
popolare ». I due ordini del giorno furono pubblicati nel « Popolo d’Ita­
lia » come « parola d’ordine » insieme con'un articolo di Alceste De Am-
bris, Giustizia di popolo, esprimente la speranza che, nell’esercizio del
suo diritto, la folla non si limitasse a colpire i criminali nei beni, ma li
colpisse anche nelle persone.
Contemporaneamente ai moti per il caroviveri ci fu una iniziativa di
Mussolini per un Comitato d’intesa e d’azione; a questo fine il Fascio
di Milano convocò, oltre ai rappresentanti dei Fasci di combattimento,
quelli dell’Unione italiana del lavoro (De Ambris), dell’Unione sinda­
cale (corridoniani), dell’Unione socialista (riformisti), dei combattenti,
degli arditi, dei volontari di guerra, della Federazione garibaldina, della
Gioventù repubblicana: e ne omettiamo vari. Questa riunione, che giu­
stamente è stata chiamata «olla podrida», era stata preceduta da defi­
nizioni e presagi stranamente modesti di Mussolini circa il suo movi­
mento: il 3 luglio egli aveva scritto che il fascismo, prammatista e non
apriorista, non aveva finalità remote, non presumeva « di vivere sempre
o molto ». Esso era legato alla crisi presente del paese; adempito il suo
compito in proposito, « non si ostinerà a vivere: saprà brillantemente
morire senza smorfie solenni ». Insomma, di fronte ai moti di massa che
il partito socialista può scatenare o di cui almeno può approfittare,
Mussolini, che sente di non potere fare nulla di simile, ha paura, cerca
appoggi e solidarietà, e lavora ostinatamente a ficcarvisi in mezzo, per
utilizzarli o paralizzarli. L’ordine del giorno votato dalla riunione sud­
detta fece espressamente riferimento ai moti del caroviveri, dicendo che
ove da essi fosse per scaturire un movimento politico, si doveva cercare
d’incanalarlo nelle direttive rivoluzionarie e rinnovatrici proprie degli
intervenuti alla riunione.
Il dopoguerra 89

La fine rapida dei tumulti per il caroviveri senza gravi conseguenze


permanenti, e senza che apparissero piani rivoluzionari, dovette con­
tribuire notevolmente al fatto che non ne venne un particolare imba­
razzo al governo in parlamento, quando il nuòvo ministero si presentò,
finalmente, per averne il giudizio iniziale, il 9 luglio. Nitti espose in
quel giorno i suoi criteri di governo, che poi ripete sostanzialmente
sempre. L’essenziale era - accanto, naturalmente, a una conclusione
felice delle trattative per le aspirazioni nazionali — di iniziare la rico­
struzione economica, col passaggio il più rapido possibile dall’economia
di guerra a quella di pace; aiutare i ceti popolari lavorativi a sopportare
le difficoltà del carovita con una politica dei prezzi; limitare i consumi
non necessari e intensificare la produzione. « Produrre di più e consu­
mare di meno » fu lo slogan costante di Nitti, il quale non sembrò mai
rendersi perfettamente conto che con principi economici anche incon­
testabili e con provvedimenti economici anche utili non si sanava una
situazione di disagio, disorientamento, sconvolgimento politico-morale
qual era quella italiana di allora. Cosi pure l’altro suo principio, che
occorresse accettare senza discussioni ulteriori la guerra come un fatto
compiuto, e chiamarsi soddisfatti della vittoria nazionale, era in astratto
giustissimo; ma non poteva per sé solo eliminare i dubbi, le controver­
sie, le accuse e controaccuse intorno a un evento cosi importante, cosi
grave, cosi incombente con tutte le sue conseguenze sulla vita nazionale
e internazionale.
La discussione alla Camera si aggirò infatti in buona parte sul pas­
sato. Essa si chiuse il 14 luglio con un largo voto di fiducia (257 contro
111 ) in cui concorsero liberali di sinistra e di destra, ex-fascisti e « gio-
littiani », con i popolari, contro i socialisti, oppositori obbligati e in
parte benevoli, ma anche contro un nucleo « fascista » irreducibile. Del
Fascio parlamentare, peraltro, era già avviata la liquidazione. Più tardi
al Senato (26 luglio) la fiducia al ministero fu votata aH’unanimità.
Mentre alla Camera si discuteva piuttosto accademicamente, anche
se talora vivacemente, nel paese si preparava un’agitazione proletaria,
deliberata questa volta, nettamente politica e internazionalmente col­
legata. Si trattava di uno sciopero generale da effettuare il 20-21 luglio
*919, a favore dei lavoratori russi e ungheresi, per impedire un inter­
vento dei governi contro le nuove repubbliche socialiste-sovietiche; e
altresì per la smobilitazione generale, per l’amnistia militare completa,
per il ristabilimento completo delle libertà costituzionali (in partico­
lare, abolizione della censura sulla stampa). La pronta liquidazione del
90 Capitolo primo

progetto georgiano da parte di Nitti mostrava che sul primo e princi­


pale punto almeno lo sciopero in Italia era superfluo.
Rispose certamente a verità la dichiarazione di Nitti, il 29 luglio
alla Camera, che il governo italiano non avrebbe partecipato a nessuna
eventuale azione contro la Russia e l’Ungheria. Lo sciopero, però,
avrebbe dovuto essere internazionale, secondo trattative corse fra so­
cialisti e sindacalisti di vari paesi nel maggio-luglio: e come tale esso
fu indetto il 12 luglio dal partito socialista, dalla Confederazione del
lavoro e dal Sindacato ferrovieri italiani. Senonché la «Confédération
générale du travail» (CGT) francese, che si era impegnata formalmente,
si trasse indietro il 18 luglio; e da ciò la nazionalsindacalista Unione
italiana del lavoro trasse motivo per escludere la sua adesione allo scio­
pero. E già prima, il 16, il Sindacato ferrovieri aveva anch’esso disdetto
lo sciopero; al che segui in seno a quell’organizzazione una specie di
scisma, col trionfo formale della parte scioperista. Si dichiarò invece
nettamente contrario il « Fascio ferrovieri italiani » che invitò i suoi
organizzatori a dimostrarsi «ora e sempre, soprattutto italiani». In
quanto alla « Confederazione bianca » (cattolica) - ufficialmente Confe­
derazione italiana dei lavoratori - essa procedette a zig-zag; deliberò in
un primo tempo uno sciopero di 24 ore, con significato particolare di
protesta contro Versailles, ma poi (premuta in senso contrario dalla
direzione del partito) confermò la manifestazione a favore di una pace
giusta e cristiana contro ogni violenza di degenerazione bolscevica; ed
escluse lo sciopero nei servizi pubblici e nell’agricoltura, lasciando libere
per il resto le singole organizzazioni e maestranze.
Sebbene le organizzazioni promotrici dello sciopero - compreso il
partito socialista - avessero indicato nettamente il suo obbiettivo limi­
tato e niente affatto rivoluzionario, l’allarme fu grande nella borghesia
italiana, e vaghe, miracolose aspettative non dovettero mancare in seno
alla massa lavoratrice. Il governo prese precauzioni imponenti, e se­
condo taluni addirittura esuberanti. In quanto a Mussolini, non sarà
congettura troppo azzardata che egli abbia temuto in quell’occasione,
la rappresaglia per la «spedizione punitiva» all’«Avanti! » dell’aprile
precedente. Secondo una testimonianza autorevole, quella di Pietro
Nenni (Storia di quattro anni, 2a ed., p. 33), «germinato in una ecce­
zionale atmosfera d’irritazione e di tensione, lo sciopero riuscì com­
patto, ma assunse fin dal primo giorno un aspetto festivo, piuttosto che
rivoluzionario. Se nelle maggiori categorie non fece difetto la compat­
tezza, da nessuna parte però vi fu fervore ed entusiasmo. Perfino i co­
mizi furono poco affollati, ed in genere le masse dimostrarono una
grande apatia ». Per verità, anche la compattezza non fu assoluta, per­
Il dopoguerra 91

che funzionarono ferrovie, poste, telegrafi e telefoni, gas e luce elet­


trica; in quasi tutte le grandi città vi fu anche un servizio tranviario.
La direzione del partito socialista dichiarò che lo sciopero « non era
l’inizio della nostra battaglia. Doveva tutt’al più esserne il preludio».
Distinzioni sottili, non facili ad afferrare dalle masse. L’« Avanti! » con­
statò: « Se altri fattori nuovi non interverranno a cambiare la situazione
del nostro paese, attualmente non è possibile la conquista del potere
con lo sciopero generale insurrezionale». Poco più tardi, ai primi di
agosto, fece impressione - in senso antirivoluzionario - la caduta dap­
prima del governo bolscevico di Béla Kun, e poi di quello socialdemo­
cratico che lo sostituì momentaneamente.
Di fronte al progetto di sciopero aveva preso posizione un conve­
gno dei Fasci dell’Italia settentrionale e centrale a Milano, cui presie­
dette il capitano De Vecchi. Il convegno non riprovò formalmente lo
sciopero, ma il « carattere antinazionale e antiguerresco » che partito
socialista e Confederazione del lavoro volevano imprimergli, deliberando
una azione dei Fasci « nel senso di svalutare la suddetta speculazione »,
azione che si sarebbe effettuata « a seconda dello svolgersi del movi­
mento ». Espressioni molto indeterminate, che ammettevano per sé an­
che una partecipazione allo sciopero. Si approvava la decisione negativa
di postelegrafonici e ferrovieri, in quanto essa non era « un proposito di
crumiraggio, ma la legittima rivendicazione del principio di autodecisio­
ne ». Mussolini, di buon fiuto e tempista, fu personalmente più esplicito.
All’inizio dello sciopero lanciò un appello per 1’« antisciopero », esal­
tando il gesto della borghesia industriale milanese che aveva deciso di
aprire gli stabilimenti il lunedi 21. Il suo appello era anche un aut-aut
(altri potrebbe dire un ricatto): «Se la borghesia è vile, non speri da
noi alcun soccorso». All’indomani dello sciopero, il 22 luglio, « Il Po­
polo d’Italia» proclamava: «La catastrofe dello scioperissimo... in­
tercomunale pussista. Il partito socialista liquidato dalla ridestata co­
scienza operaia! Proletari, basta di speculazioni; fate voi la vostra
politica». E il 24 luglio: «Proletari, schiantate una volta per tutte la
tirannia dei partiti! Il partito socialista vi sfrutta, vi prende in giro, vi
tradisce! »
L’ondata scioperistica non veniva meno: sembrava anzi montare. A
Napoli ai primi di agosto scoppiò lo sciopero della gente di mare: tutti
i piroscafi sospesero la partenza. Sciopero dei marittimi anche a Trieste.
Cessò invece, dopo dieci giorni, lo sciopero degli operai tessili del Ber­
gamasco, stipulandosi — con l’opera mediatrice del ministro Ferraris —
equi aumenti di salario. Ma il 7 agosto furono i metallurgici di Lom­
bardia, Liguria, Emilia e Toscana (duecentomila operai) a proclamare
92 Capitolo primo

lo sciopero. I tipografi scioperavano a Roma e a Parma. L’agitazione si


estendeva all’agricoltura; gli agricoltori avevano fatto ottimi affari, con
la scarsezza dei generi, la « borsa nera » (piccolo saggio di quanto doveva
accadere durante la seconda guerra mondiale) e il rincaro dei prezzi: i
braccianti volevano miglioramenti. Dopo trattative fallite per la gior­
nata di otto ore nelle risaie, i lavoratori della terra del Novarese, del
Vercellese, del Pavese, della Lomellina proclamarono Pii settembre lo
sciopero generale. Ma nel campo agrario il fenomeno più vistoso e im­
pressionante (più impressionante che solido) era quello dell’occupazione
delle terre che dilagò nell’agosto-settembre 1919, dall’Agro romano al
Mezzogiorno, protagonisti i contadini ex-combattenti, che talora com­
pivano le occupazioni con i distintivi di guerra e i nastrini delle meda­
glie al valore, fraternizzando con essi le truppe inviate a reprimere il
moto. Il governo tentò regolare il movimento col già citato decreto
Visocchi del 2 settembre 1919 per la concessione temporanea di terre
ad associazioni di utenti-lavoratori.
Erano, insomma, agitazioni di carattere economico, talune del tutto
spontanee. Il partito socialista c’entrava poco (e nelle occupazioni di
terre si può dire nulla) salvo la sua contribuzione non indifferente - par­
ticolarmente con la polemica antibellica - al mantenimento di una dispo­
sizione generale di malcontento e di esasperazione.

Legge elettorale e inchiesta su Caporetto.

Accanto alla agitazione economico-sociale si ebbero due episodi poli­


tici d’importanza: la nuova legge elettorale e l’inchiesta su Caporetto.
Dall’indomani dell’armistizio la richiesta della proporzionale (sopra,
pp. 32, 79) era sul terreno. Schivata da Orlando, fu accolta da Nitti, né
poteva essere diversamente, visto che essa era propugnata congiunta-
mente dalla Estrema Sinistra socialista, dalla Sinistra interventistico-
combattentistica, dal Centro popolare, dalla Destra nazionalfascista. Per
i popolari era questione poco meno che di vita o di morte, dappoiché,
avendo una certa base elettorale quasi dappertutto, grazie al concorso
cattolico e al quadro parrocchiale e diocesano, solo in una piccola mino­
ranza di collegi uninominali avevano la prevalenza assoluta. Non meno,
o anzi più di loro, avevano bisogno di una piena valorizzazione delle
minoranze i candidati interventisti e conservatori destinati altrimenti
al macello. Per i socialisti si trattava piuttosto di una questione di prin­
cipio, e i più di loro infatti sostenevano la riforma tepidamente, per
onor della firma: allo stato delle cose dalla proporzionale essi avevano
Il dopoguerra 93

piuttosto da perdere che da guadagnare. Talune associazioni combatten­


tistiche giunsero a dichiarare che avrebbero impedito con ogni mezzo
elezioni tenute a suffragio uninominale. Ci sarebbe stata di mezzo la
questione se la Camera, che aveva già sorpassato i cinque anni legali
per una disposizione straordinaria di guerra, potesse votare una riforma
cosi capitale, materialmente non necessaria per procedere alle elezioni.
Ma, salvo errore, nessuno sollevò, almeno in sede competente, tale
questione: neanche Giolitti, che pur facendone oggetto di privato di­
scorso rimase assente dalla discussione parlamentare. La Camera ap­
provò il 31 luglio il principio della riforma, passando alla discussione
degli articoli con 277 voti contro 38; e il 9 agosto la legge ebbe, in
votazione finale, 224 voti contro 63. L’astensione larghissima e la dif­
ferenza fra il primo voto per appello nominale e l’ultimo per scrutinio
segreto, si spiega con il gran numero di coloro che erano avversi alla
riforma, e tuttavia non osavano pronunciarsi pubblicamente contro di
essa, dato il vento che tirava. Il Senato l’approvò il 14 agosto con 70
voti contro 9. « Il Popolo d’Italia » del i° agosto, dopo il voto di mas­
sima, annunciò a grandi titoli: «La fine di un sistema politico»; «La
seconda vittoria della nazione sulla vecchia Camera giolittiana ». Con
questa legge si ebbe per la prima volta in Italia il suffragio universale
maschile dai ventun anni in su.

Fra i postumi della lotta interventistico-neutralistica quello della


polemica intorno alla relazione su Caporetto fu indubbiamente il più
grave; e vi si peccò da ambo le parti, senza arrivare al «veniam damus
petimusque vicissim».
La relazione sul Ripiegamento dall’Isonzo al Piave fu pubblicata
ufficialmente il 13 agosto; ma i risultati avevano già dilagato nella stam­
pa. La commissione, composta di militari e di parlamentari (fra questi,
l’ardente interventista Raimondo), si era trovata di fronte alla tesi « fa­
scista » che la disfatta di Caporetto rappresentasse essenzialmente il
risultato di un infiacchimento e pervertimento di larga parte dell’eser­
cito, e prima di questo della nazione, dovuti alla propaganda neutrali-
stico-disfattistica non repressa adeguatamente dal governo, e più preci­
samente dal ministro dell’Interno nel gabinetto « nazionale » Boselli-
Orlando (con lui, e più di lui, si accusava personalmente il suo capo di
gabinetto Corradini). Le conclusioni dell’inchiesta, invece, dicevano che
la disfatta di Caporetto era il risultato, in parte di circostanze esterne
eccezionali, in parte degli errori di pochi nella condotta tecnica della
guerra e in quella morale dell’esercito.
94 Capitolo primo

Tali conclusioni, per sé, avevano un significato di piena rivalutazione


dell’esercito e del popolo italiano, e di larga riabilitazione per quei set­
tori del mondo politico italiano - giolittiani, socialisti, neutralisti in
genere - che erano stati accusati, infamati e quasi proscritti sotto l’im­
putazione di disfattismo, di tradimento nazionale. Posto che quelle
accuse fossero state fatte in buona fede, gli accusatori avrebbero dovuto
adesso dichiararsi soddisfatti della loro proclamata insussistenza. Aspet­
tarsi ciò, tuttavia, sarebbe stato ottimismo ingenuo, dato il naturale
amor proprio trasformantesi sul piano politico in legge di conserva­
zione vitale. Tanto più che la riabilitazione politica e morale degli uni
rischiava di risolversi in condanna politica e morale degli altri, i primi a
spingere nel senso di tale risoluzione essendo i vinti di ieri, aspiranti
a divenire i vincitori di oggi.
C’era al di là dei sentimenti e risentimenti personali una posta poli­
tica superiore in gioco. Gli interventisti « fascistici » avevano sostenuto,
dal più al meno, per la politica di guerra criteri autoritari che avrebbero
desiderato, sia pure con aggiustamenti, applicare anche in tempo di
pace; l’opposto volevano i neutralisti, o almeno la parte di loro non
dominata da criteri e sentimenti ultraconservatori. Il giudizio positivo
o negativo sulla politica passata di guerra trapassava in sostegno di
uno o altro indirizzo politico per il presente e il futuro.
I due principali neutralismi alla riscossa, tuttavia, realizzavano il
trapasso in maniera assai differente. Il neutralismo socialista, interpre­
tato principalmente dall’« Avanti! », fu guidato da quello spirito nega­
tivo che caratterizzava tutta l’azione, o inazione, del Partito socialista.
Si trattava di infamare e demolire il più possibile il « militarismo », e
con esso tutto l’ordinamento « borghese ». Il neutralismo liberale, rap­
presentato essenzialmente da « La Stampa » del senatore Alfredo Fras-
sati, - giornalista e politico di primo piano, che ebbe adesso particolare
occasione di affermare la sua vigorosa personalità, - pure indulgendo
umanamente, ma anche eccessivamente, al desiderio della rivincita, era
guidato da una idea politica positiva: quella di un rinnovamento pro­
fondo della vita italiana, nel senso di una democrazia progressiva, libe­
rale e sociale. Mesi prima che finisse la guerra, « La Stampa » aveva
enunciato il principio (31 maggio) che la differenziazione futura pros­
sima dei partiti politici in Italia dovesse avvenire sui problemi della
ricostruzione; e contemporaneamente aveva iniziato una serie di arti­
coli in proposito. Arditissimo quello del io luglio 1918, che, per com­
battere la plutocrazia, proponeva una pianificazione e gestione sociale
nazionale del credito, da ottenere gradualmente attraverso la naziona­
lizzazione di talune fonti e taluni meccanismi della ricchezza. Mira ul-
Il dopoguerra 95

tima di questa campagna (si veda l’articolo del 16 novembre 1918) era
di incanalare lo spirito rivoluzionario in una fattiva politica riformistica.
La campagna progressiva radicale - « La Stampa », rimase, però, sem­
pre fedele al termine « liberale » — continuò intensamente nel primo
dopoguerra; ma ad essa si accompagnò, non meno intensa, la polemica
contro gli elementi dirigenti dell’interventismo fascistico e della poli­
tica di guerra italiana. Secondo il giornale per la ricostruzione occorreva
eliminare gli uomini che avevano voluto la guerra sino in fondo, e che
erano i medesimi - l’affermazione non era per tutti esatta - che prece­
dentemente avevano sostenuto una politica antiliberale.
Cosi «La Stampa» dal 29 luglio al io agosto 1919 pubblicò una
serie di articoli Come ci avviammo a Caporetto, il cui insieme formava
una acerba - troppo acerba, ma non certo infondata - requisitoria con­
tro il periodo Cadorna della condotta di guerra; precisando in parti­
colare le responsabilità di lui, e altresì quelle dei suoi sostenitori ad
oltranza (principale era stato il «Corriere della Sera»), che lo avevano
contrapposto e sovrapposto al governo e al parlamento. Una seconda
serie, dal 12 al 17 agosto, ribadimento e completamento della prima,
illustrò la relazione della commissione, non mancando poi di prender la
difesa di essa relazione e della propria campagna, contro il « Corriere».
Il quale criticò a fondo le conclusioni e i metodi della relazione, giudi­
candola parziale e interessata (diretta, cioè, particolarmente alla difesa
di Orlando), e violentemente attaccò gli « avvelenatori » che ne appro­
fittavano. Replicava « La Stampa » che antipatriottici veramente erano
coloro che avrebbero voluto coprire le proprie e altrui responsabilità
attribuendo Caporetto al disfacimento morale dell’esercito e della na­
zione piuttostoché agli errori di pochi uomini. Difensiva-controffensiva
di efficacia innegabile.
Insomma, se « La Stampa » eccedette nella revisione critica dell’in­
terventismo e della politica di guerra, il « Corriere della Sera » gliene
forni pienamente 1’« attenuante specifica » della provocazione, con il
linguaggio fazioso fino alla calunnia adoperato ancora per mesi e mesi
dopo la fine della guerra contro gli ex-neutralisti e Giolitti in partico­
lare. Il risultato fu la divisione nemica durata ancora per anni fra i due
maggiori organi liberali italiani, a tutto scapito della causa liberale:
divisione che fra poco vedremo intersecarsi con quella fra « nittismo »
e « giolittismo »,
Rientrava in pieno nella logica della situazione di allora la polemica
parallela tra 1’« Avanti! » - che parlava di « Caporetto pagina d’infamia.
La colpa dei grandi gallonati scontata dai figli del popolo » - e « Il Po­
polo d’Italia» infamante gli «sciacalli di Caporetto». Accanto al suo
96 Capitolo primo

scopo generico demolitore, la campagna dell’« Avanti! » mirava ad otte­


nere l’amnistia per quei disertori che non avevano potuto fruire del
decreto di amnistia Orlando del 21 febbraio 1919, date le varie restri­
zioni di questo. Sulla necessità di togliere quasi tutte quelle restrizioni,
il governo e le autorità militari (a cominciare da Diaz) si trovarono
facilmente concordi, tanto più che per opera dei disertori esclusi dal
provvedimento Orlando stava sorgendo in talune zone un nuovo bri­
gantaggio. Il decreto-legge 2 settembre 1919 comprese pertanto tutti
coloro la cui diserzione non aveva durato più di sei mesi, esclusi il reato
di diserzione con passaggio al nemico e quello di diserzione armata.
(Erano anche amnistiati gli altri reati militari commessi durante la
guerra, quando la pena non fosse superiore ai dieci anni). Fu questa la
famosa amnistia ai disertori, tanto infamata più tardi, e che allora non
suscitò reazioni nella pubblica opinione. Mussolini fu tra quelli che la
approvarono: «il concetto che ha informato i quattro decreti è stato
quello di raggiungere la pacificazione sociale senza menomare i diritti
e i doveri di conservazione della patria ». Al decreto di amnistia e con­
dono per i reati militari altri tre di pari data andarono congiunti, per i
reati comuni, per i reati finanziari, per il condono di pene disciplinari
al personale delle ferrovie di Stato. (Si trattava naturalmente di parte­
cipazione a scioperi, in particolare allo sciopero politico del 20-21 lu­
glio). Il 2 settembre si ebbe anche un indulto analogo per i postelegra­
fonici. Insomma, Nitti si sforzava di fare opera di pacificazione, di met­
tere una pietra sopra il passato. E se decise l’amnistia amplissima, subito
dopo, nella discussione alla Camera sulla relazione per Caporetto (6-12
settembre), frenò la discussione, limitando la punizione delle respon­
sabilità ai provvedimenti già presi di collocamento a riposo di Cadorna
e Porro, e al collocamento a disposizione di qualche altro generale; e
fin dall’8 agosto, alla Camera, aveva preso posizione, a proposito del­
l’inchiesta, contro la stampa disfattista.

Fiume e il pronunciamento dannunziano.

Durava intanto il vano armeggiare della nostra diplomazia circa


Fiume, Istria orientale e Dalmazia. Il 12 agosto Tittoni aveva presen­
tato in seno al Consiglio supremo, presenti con lui Clemenceau, Balfour
e Polk (quest’ultimo in sostituzione di Lansing ripartito anch’egli dopo
Wilson), un progetto: a) per la costituzione di uno stato libero di Fiume,
neutralizzato sotto la protezione societaria e comprendente, oltre il re­
troterra della città, l’isola di Veglia; A) per la neutralizzazione dell’Istria
Il dopoguerra 97

orientale - abbandono ulteriore! - con Cherso e Lussino; c) Zara e di­


stretto all’Italia, tutto il resto della Dalmazia alla Jugoslavia; d) man­
dato italiano sull’Albania, previo accordo con la Grecia relativamente
alla frontiera albanese-epirotica, e neutralizzazione del canale di Cor-
fù. Il progetto, accettato dai due alleati, fu inviato all’associato di
Washington, che prese tutti i suoi comodi per emettere la propria sen­
tenza.
Contemporaneamente, la commissione interalleata d’inchiesta per gli
incidenti di Fiume, composta dei quattro generali Summerall (USA),
Watts (Gran Bretagna), Naulin (Francia) e Robilant (Italia), continuò
i suoi lavori giungendo unanimemente a conclusioni - ratificate dal Con­
siglio supremo il 25 agosto - sfavorevoli per l’Italia: riduzione del con­
tingente italiano e aumento di quello degli alleati; allontanamento dei
granatieri di Sardegna e punizione di taluni ufficiali italiani; sciogli­
mento del battaglione Volontari fiumani; la polizia della città da affi­
dare agli Inglesi. Fu questa la scintilla di un pericoloso incendio, i cui
materiali si erano andati preparando da tempo: si potrebbe dire, dal
tempo anteriore alla entrata in guerra dell’Italia. Il ribollimento di po­
lemiche e passioni antibelliche, contrappuntate di antimilitarismo e sov­
versivismo, produceva reazioni non soltanto nel campo politico combat­
tentistico e fascistico, ma anche nelle alte sfere militari-dinastiche. Vari
generali e ammiragli - fra questi ultimi Millo, imperante in Dalmazia -
fremevano di spiriti nazionalistici in tal maniera da offrire lo spunto a
« pronunciamenti ». La pianta, di fioritura spagnuola e di propagazione
italiana nei primi tempi del Risorgimento, era poi scomparsa dal nostro
suolo; ma l’idea che l’esercito fosse il presidio massimo dell’ordine,
della dinastia, dell’unità nazionale era stata sempre viva nelle alte sfere
conservatrici italiane; mentre in quelle militari a un senso di devozione
quasi feudale verso il re rispondeva una coscienza assai debole del do­
vere di fedeltà alla Costituzione. L’esaltazione fatta, nell’ultima cam­
pagna per l’intervento e poi durante la guerra, dell’esercito e dei valori
militari, in contrapposto ai parlamentari imbelli e intriganti, aveva con­
tribuito a fortificare uno stato d’animo favorevole alla dittatura mili­
tare, al colpo di stato bonapartistico. Gli « attivisti » militari, come il
Millo, gravitavano intorno al duca d’Aosta, il popolare comandante
della Terza Armata, che solo alla fine del luglio 1919 lasciò il comando,
per lo scioglimento di quella, e la sede di Trieste. Si è detto (dal mare­
sciallo Caviglia) che l’Ufficio propaganda della Terza Armata diffon­
desse negli ultimi giorni di vita un notiziario impregnato di spiriti anti­
francesi e antinglesi. Emanuele Filiberto duca d’Aosta, coetaneo del re
suo cugino, era stato erede presuntivo del trono - con la successione
4
98 Capitolo primo

pronta dei due maschi Amedeo e Aimone (nati rispettivamente nel


1898 e 1900) - avanti la nascita del principe Umberto (1904). Questa
condizione di cose non esisteva più da molto tempo; ma fra il re e il
principe v’era tensione latente, fatta di sospetto muto da una parte, di
cruccio inconscio e di velleità regali dall’altra, non senza il contributo
del contrasto fisico tra la meschinità dell’uno e la prestanza dell’altro.
Ancor più « attivistica » del duca era la duchessa d’Aosta, Elena di
Orléans o « Elena di Francia », come ella si compiaceva di firmarsi: era
noto il blando e altero disprezzo con cui « Hélène de France » parlava
della sua omonima, la regina Elena, « ma cousine bergerette ». La guerra
aveva dato al duca un’aureola di gloria, la quale, insieme con tutti gli
elementi di eccitazione delineati, avrebbe potuto far di lui il capo di un
grande « pronunciamento ».
Il pronunciamento venne da altra parte, con il colpo di mano di
D’Annunzio a Fiume; ma l’Aosta avrebbe potuto inserirvisi, e Nitti ci
ha informato della condotta vistosamente filodannunziana e ambigua
della coppia ducale, condotta da lui redarguita e repressa. In seguito
alle conclusioni dell’inchiesta, il 24 agosto 1919 i granatieri di Sardegna,
salutati da una grandiosa dimostrazione della cittadinanza, lasciarono la
città recandosi a Ronchi, presso Monfalcone. Quivi, però, un gruppo
di ufficiali giurarono il 31 agosto: «O Fiume o morte! », costituirono
un nucleo di agitazione, e si misero in rapporto con Gabriele d’Annun-
zio, a Venezia. Sotto il comando di lui, nella notte sul r2 settembre, il
battaglione di granatieri di Ronchi parti per Fiume su autocarri; in­
grossò per strada con altre truppe già d’accordo, fra cui elementi della
brigata «Sesia», reparti d’assalto, autoblindate: un migliaio d’uomini
in tutto. Favori segretamente l’impresa il comandante del corpo d’ar­
mata generale Gandolfo, passato poi al fascismo. Al confine del terri­
torio fiumano il generale Pittaluga, nuovo comandante italiano locale,
dopo un colloquio con D’Annunzio lasciò libero il passo; e alle ore
undici del 12 settembre 1919, D’Annunzio entrò in Fiume, fra gli ev­
viva, al suono a stormo delle campane della torre civica, e all’urlo di
una potentissima sirena. D’Annunzio prese possesso della città in no­
me dell’Italia, e l’annessione all’Italia fu annunciata ancora una volta
dal balcone del Palazzo del governo, da cui D’Annunzio arringò la folla.
Vennero abbassate, con l’onore delle armi, le bandiere alleate, rima­
nendo a sventolare, solo, il tricolore. Le truppe alleate non fecero resi­
stenza, e più tardi pacificamente sgomberarono. Altri gruppi di militari
di tutte le armi (anche di aviazione) continuarono ad affluire nei giorni
seguenti. Presero parte al pronunciamento anche le navi da guerra Dante
Alighieri ed Emanuele Filiberto, che si rifiutarono di eseguire l’ordine
Il dopoguerra 99

di partenza, e da cui reparti di marinai si unirono alle truppe dannun­


ziane. L’ammiraglio Casanuova recatosi sulla Dante venne arrestato.
ÀI rifornimento della città e del nuovo governo - viveri, danaro ed
armi - si provvide sequestrando piroscafi, con una specie di « guerra di
corsa»; ma poi corsero intelligenze ufficiose in proposito con lo stesso
governo italiano.
Di fronte al pronunciamento, che seminava la rivolta nelle forze
armate e rischiava di produrre un conflitto con gli alleati, la prima
reazione verbale di Nitti, il 13 settembre, alla Camera, fu risoluta. Egli
ne denunciò in termini netti ed aspri la colpevolezza e il danno. Rim­
proverò ai militari di aver mancato al loro dovere, e dichiarò che sareb­
bero stati considerati disertori se non fossero tornati al posto. Disse
che l’Italia del mezzo milione di morti in guerra non doveva perdersi
« per follie o per sport romantici o letterari di vanesi » (il giudizio su
D’Annunzio colpiva nel segno: dubbio era se convenisse formularlo
in quel momento). Fece un appello, più patetico che politico, alla coope­
razione delle masse anonime, degli operai e contadini, perché la voce
ammonitrice del popolo spingesse tutti sulla via della rinuncia e del
dovere. Ad arrestare la macchia d’olio dei pronunciamenti il governo
dispose il blocco di Fiume per terra e per mare, e nominò commissario
straordinario per la Venezia Giulia il sottocapo di Stato Maggiore Ba­
doglio, che il 18 settembre riuscì a far accettare al comando fiumano una
delimitazione di linee e la liberazione dell’ammiraglio Casanuova.
In tuttçi Italia dilagarono le dimostrazioni per Fiume e D’Annun­
zio, contro il governo e contro Nitti personalmente, a cui D’Annunzio
applicò il nomignolo di « Cagoia » ( specificando che Cagoia era « un
basso crapulone senza patria » che a Trieste, dopo aver fatto qualche
chiassata, aveva protestato innanzi al tribunale: «Mi no parlo che per
la paura»). Mussolini scagliò contro Nitti, per quelle sue prime dichia­
razioni, una scarica delle solite insolenze, apri una sottoscrizione per
Fiume, invocò l’annessione. Nitti cambiò immediatamente linguaggio,
tenendo, il 16, un discorso quasi di ritrattazione in cui l’appello al pro­
letariato era sostituito da un appello ai combattenti. A ciò dovette
contribuire il fatto che con gli alleati si raggiunse rapidamente un ac­
cordo provvisorio, per cui la sistemazione dell’avventura fiumana veniva
lasciata almeno per allora all’Italia.
L’«Avanti!» il 21 settembre denunziava il «militarismo italico»
che « vuole affamare il paese e lanciarlo in nuove avventure di sangue ».
Erano i concetti espressi nei due manifesti, pubblicati in quel numero,
della direzione del partito socialista e della Confederazione generale
del lavoro. Per una volta tanto, direzione politica e direzione sindacale,
xoo Capitolo primo

massimalisti e riformisti, furono d’accordo, con una differenza di valu­


tazione, tuttavia, di grande importanza pratica. Per gli uni, l’avventura
fiumana era un segno di più della disgregazione del regime borghese, gli
altri comprendevano che essa era un rafforzamento delle Destre, un
impulso alla reazione: e in parlamento, in quegli ultimi giorni della
legislatura, sostennero Nitti per quanto era loro possibile nella camicia
di forza dell’opposizione obbligatoria. Ambiguo fu il contegno dell’U­
nione socialista di Bissolati e Bonomi. Un loro congresso a Roma votò
il 22 settembre un ordine del giorno nel quale, pur condannando l’im­
presa, si deplorava che il governo non se ne servisse per sostenere nel
mondo la causa di Fiume; si biasimava l’appello nittiano alle masse, e
si deliberava di concorrere alla sottoscrizione nazionale per Fiume.
Ma il fatto più caratteristico, e più pericoloso, era che alla impresa
fiumana andasse il caldo consenso della Destra conservatrice e naziona­
listica, senza riserve - o almeno con riserva insufficiente - per gli ele­
menti in essa presenti, ed anzi eminenti, di diserzione dall’esercito e
di sedizione militare, a cui si accompagnò subito quello di sedizione
civile grazie al proclama di D’Annunzio ai Veneziani del 16 settembre,
in cui il Comandante li invitava a sollevarsi e scrollare il giogo vergo­
gnoso. Si era cosi innanzi a una nuova manifestazione di « Destra sov­
versiva », o - come fu anche detto - di « conservatori anarchici ». E a
questo punto si potè fare la constatazione sconcertante che da alcuni
anni, in Italia, l’unico partito organizzato a difendere di fatto (a parte
ogni sua teoria) parlamento, costituzione, disciplina militare, era quello
socialista ufficiale. Nel giornalismo interventista di destra fece onorevole
eccezione il « Corriere della Sera », che per la prima volta da anni si
trovò, rispetto all’impresa fiumana e a D’Annunzio, nella stessa posi­
zione della «Stampa». Le organizzazioni combattentistiche spararono
grosso per D’Annunzio e contro il governo. Atteggiamento simile tenne
l’autonoma « Federazione italiana dei lavoratori del mare » sotto il ca­
pitano Giulietti, il quale entrò in stretti rapporti con D’Annunzio, in
un duetto insuperato di confusionismo irresponsabile. Simili adesioni
di elementi socialisti e sindacalisti si intonavano con il tema caro al « Po­
polo d’Italia » della « Grande Proletaria » in rivolta contro la Santa
Alleanza della plutocrazia mondiale.
Intanto D’Annunzio trasformava la sua posizione a Fiume in ditta­
tura. Il 20 settembre il Consiglio nazionale rimise tutti i poteri in mano
di lui, che, quale « Comandante della città di Fiume », confermò in ca­
rica il Consiglio con la riserva che ogni atto politico di esso fosse sotto­
posto alla sua approvazione. Di qui egli passò fin dal 16 ottobre, co­
gliendo il pretesto di Fiume « illegalmente bloccata », a dichiararla
Il dopoguerra ιοί

«piazzaforte in tempo di guerra» con tutte le conseguenze: e cioè, ap­


plicazione del codice militare contro chiunque professasse sentimenti
ostili alla causa fiumana, fino alla pena di morte di immediata esecu­
zione. Dopodiché il Comandante potè far procedere alla elezione per il
rinnovamento del Consiglio (evidentemente non si fidava di quello in
carica): il 26 ottobre, su 715 5 votanti (gli iscritti erano io 331, e dun­
que ci fu un’astensione del 30%), alla lista di «Unità nazionale» (per
l’annessione) andarono 6999 voti. Il plebiscito dannunziano preludeva
a quelli fascisti e nazisti. Il nuovo Consiglio, nella prima seduta del 30
ottobre, votò all’unanimità ancora una volta - ripetizione svalutatrice -
l’annessione all’Italia, e confermò a D’Annunzio i pieni poteri.
D’Annunzio rifiutò nelle prime settimane ogni trattativa col go­
verno Nitti dichiarando di non riconoscerlo: atteggiamento ben più esi­
gente di Garibaldi, quando, conquistata già la Sicilia e Napoli, chiese a
Vittorio Emanuele di cambiar ministero. Questo rifiuto, del 23 settem­
bre, era stato preceduto dal manifesto ai Veneziani del 16, e il 22, da
un proclama ai Dalmati in cui si doleva di non avere ancora forza suffi­
ciente per propagare l’incendio colà, e annunciava la ricostituzione in
corso progressivo dell’« Esercito della Vittoria » « intorno alla rocca
eroica di Fiume ». Non si poteva bandire più apertamente la sedizione
militare generale, sboccante all'occorrenza in guerra esteriore. Nella not­
te sul 23 settembre si ebbe un accenno in tal senso, con lo sconfinamento
oltre le linee di armistizio di un centinaio di ufficiali e soldati italiani,
che occuparono Traù, disarmando la guarnigione serba, ma furono per
fortuna persuasi immediatamente a rientrare da un comandante italiano
e uno americano congiunti.
Nacque allora l’idea della « marcia su Roma », che doveva tradursi
tre anni più tardi in realtà. I legionari di D’Annunzio cantavano
I nostri bersaglieri
con Ceccherini in testa
andranno da Cagoia
e gli faran la festa.

Uno dei loro capireparto, il nazionalista Giuriati, scrisse al Fascio di


Trieste, il 19 settembre, che l’impresa iniziata a Fiume doveva termi­
narsi a Roma. Un piano apparentemente più modesto, la marcia su Trie­
ste, fu propugnato nell’ottobre presso D’Annunzio dai due leaders del
nazionalismo Francesco Coppola e Alfredo Rocco; ma anch’esso mi­
rava allo stesso scopo, inquantoché i due ritenevano che, all’annunzio
dell’occupazione di Trieste, a Roma sarebbe crollato tutto e partira-
Scansione a cura di irmaladolce
102 Capitolo primo

larmente sarebbero andate all’aria le elezioni generali: il che pare fosse


la cosa a loro più a cuore.
Il progetto, tuttavia, non ebbe seguito, sebbene D’Annunzio gli
avesse fatto buon viso. In quello stesso mese di ottobre egli accettò con­
tatti indiretti e diretti con i rappresentanti di « Cagoia ». Giuriati si
abboccò con il capo dell’Ufficio centrale per le nuove provincie Fran­
cesco Salata, e D’Annunzio in persona s’incontrò ripetutamente, tra la
seconda metà di ottobre e la prima di novembre, col generale Badoglio;
a questo assicurò che non avrebbe tentato colpi di mano in Dalmazia,
e avrebbe fatto anche intendere che, se Fiume fosse sistemata secondo
il progetto italiano (stato indipendente contiguo all’Italia), egli accette­
rebbe il fatto compiuto. Il governo per suo conto praticava il blocco in
modo da provvedere esso stesso al rifornimento della città e concluse
in proposito un modus vivendi con il capo del Consiglio nazionale fiu­
mano, Grossich.
Mussolini, che in aereo andava da Milano a Fiume, si mantenne, per
quanto si sa, sempre contrario al progetto di una marcia dannunziana
su Roma. Se il colpo fosse riuscito, D’Annunzio sarebbe stato padrone
d’Italia, e lui, Mussolini, ridotto tutt’al piu a « brillante secondo ».
S’intende che preoccupazione capitale del governo rimanesse di evi­
tare complicazioni estere. Ci fu un monito dei governi alleati e associati
sui pericoli dell’impresa dannunziana; ma insomma, vere e proprie pres­
sioni non si fecero. La necessità di un compromesso adriatico Tittoni
l’affermò coraggiosamente alla Camera il 27 settembre, richiamando l’at­
tenzione sulla portata di due fatti: che Wilson non riconosceva il Patto
di Londra, mentre le deliberazioni della Conferenza dei Quattro non po­
tevano essere prese che aH’unanimità; e che l’America era in quel mo­
mento arbitra economicamente dell’Europa. Il male era che a codesto
compromesso non si riusciva ad arrivare, soprattutto a causa di Wilson.
Questi, che non aveva risposto al primo progetto Tittoni, ne bocciò un
secondo, del 15 settembre, comportante l’assegnazione di Fiume città
all’Italia e del retroterra alla Jugoslavia; e un terzo, di metà ottobre, col
quale si tornava a Fiume stato libero, congiunto da una striscia litoranea
all’Italia. (In Dalmazia, qualche isola all’Italia, e Zara città libera). Wil­
son scrisse personalmente a Nitti (13 novembre) che il suo pensiero su
Fiume era irremovibile; che il problema adriatico doveva esser risolto
senza ulteriori indugi; e che il governo americano non avrebbe appog­
giato per la ricostruzione economica quei paesi che si opponessero ai suoi
criteri per il riassetto politico europeo. Si era invece arrivati senza gra­
vi difficoltà alla firma del trattato di pace di Saint-Germain con l’Au­
stria (io settembre 1919), per il quale l’Italia otteneva la frontiera
Il dopoguerra 103

settentrionale fissata nel Patto di Londra, con l’aggiunta della Valle di


Sesto e della conca di Tarvisio, cui Wilson aveva consentito dalla fine
di maggio.

Congressi di partiti e lotte elettorali.

Il 23 settembre, per iniziativa di Nitti, si tenne al Quirinale un Con­


siglio della Corona composto degli ex-presidenti del Consiglio, dei pre­
sidenti delle due Camere e dei capigruppo parlamentari (i socialisti uffi­
ciali non intervennero). Il Consiglio sedette mattina e pomeriggio, e la
sua convocazione - fatto quasi senza precedenti - produsse grande im­
pressione. Il commento ufficiale pubblicato dalla « Stefani » disse che
non erano stati presi accordi e decisioni - del tutto estranei, affermava
il comunicato, agli scopi della riunione ma semplicemente si erano
manifestate opinioni sulla situazione e sulle questioni nazionali più im­
portanti (particolarmente su Fiume). Si sa che Giolitti sostenne l’imme-
diato scioglimento della Camera e l’occupazione di Fiume con truppe
regolari. Solo i due presidenti delle Camere avrebbero consigliato l’an­
nessione. Il 27 settembre Tittoni fece alla Camera l’esposizione che sap­
piamo. Segui una discussione, continuata il 28 e divenuta asperrima,
perché da parte dell’opposizione nazionalfascista si mirava a rovesciare
il ministero, impedendogli di fare le elezioni. Di contro a codesta oppo­
sizione Giolitti e i suoi sostennero il governo; e altrettanto fecero chia­
ramente i socialisti ufficiali, pur votando alla fine contro la fiducia. Tra
loro e il Fascio parlamentare si venne al pugilato, al grido socialista di
« Viva Fiume, ma abbasso la guerra! » La fiducia fu votata con 208 voti
contro 148 ero astensioni. Il 29 settembre usci il decreto reale che scio­
glieva la Camera e indiceva le elezioni generali - questa volta in giornata
unica - per domenica 16 novembre 1919.
Pochi giorni dopo lo scioglimento della Camera, il partito socialista
tenne a Bologna (5-8 ottobre) il suo XVI congresso nazionale. Quivi i
due vecchi avversari, Lazzari e Turati, furono ridotti a far blocco insieme
su una mozione « massimalista unitaria », rappresentante da parte del se­
condo pressoché una capitolazione. Vi si affermava che la conquista pro­
letaria dei pubblici poteri dovesse avvenire nella sua fase definitiva - che
si presupponeva tacitamente arrivata - attraverso un « cozzo finale »,
più o meno violento, delle due classi in lotta, e che, all’indomani di esso,
il proletariato dovesse provvedere con la dittatura di classe alla ricostru­
zione socialista. Per intanto si escludeva qualsiasi collaborazione « col
potere politico della borghesia ». La mozione massimalista, che chiame­
104 Capitolo primo

remo pura, andava più innanzi. Dichiarava formalmente superato il pro­


gramma di Genova (quello di fondazione del partito), e iniziato il pe­
riodo rivoluzionario conducente all’abbattimento violento dello Stato
borghese; considerava la prossima lotta elettorale come un mezzo per
agevolare la rivoluzione; negava che Stato e comuni del regime borghese
potessero « in alcun modo » trasformarsi in organismi di liberazione del
proletariato; proclamava la necessità di contrapporre ad essi organismi
di proletari (a cominciare dai Consigli dei lavoratori e dei soldati) come
strumenti della violenta lotta di liberazione. Ciò equivaleva ad annun­
ciare l’inizio della rivoluzione vera e propria. L’inizio, tuttavia, si ridusse
alla celebrazione dell’anniversario della rivoluzione sovietica, il 7 no­
vembre seguente. La mozione massimalista ebbe 48 411 voti; la massi­
malista-unitaria 14 880. Fu votata per acclamazione l’adesione alla Terza
Internazionale, deliberata fin dal marzo dalla direzione del partito. Acce­
dendo alla mozione « massimalista-unitaria », Turati aveva tuttavia par­
lato a nome della frazione « che, con la nomenclatura sciocca e superata
con cui ci calunniamo reciprocamente, viene indicata come riformista ».
Tutti codesti termini, seguitò Turati, di rivoluzionari e riformisti, tran­
sigenti e intransigenti, non erano che equivoci. Un vero «massima­
lismo » non esisteva, per la semplice ragione che non esisteva un « mini­
malismo ». Non v’era, cioè, nessuno nel partito socialista disposto a con­
tentarsi di un ideale socialista ridotto, a fermarsi sulla via del socialismo
a mezza strada. Non v’era socialista serio e onesto che, in determinati
casi, non fosse disposto a contentarsi di un « meno » in preparazione del
« più », come non vi è un solo riformista serio che dichiari di rinunciare
alla rivoluzione socialista. Non vi è rivoluzione che non sia composta di
riforme. Il « Soviet » russo non era essenzialmente se non l’associazione
operaia; l’insieme dei « Soviet » era in qualche modo la nostra Confe­
derazione del lavoro (qui la dialettica di Turati rivelava il fondo sofi­
stico). Il sedicente massimalismo era, per un verso, culto della violenza
armata e bfutale, « la cosiddetta dittatura del proletariato », rinunciante
alla elevazione progressiva, organica del medesimo; dall’altra, fede nel
miracolo, adottata proprio quando la guerra aveva mostrato la persi­
stente saldezza dello Stato borghese, aveva disperso l’Internazionale
socialista, di fronte a cui l’Internazionale di Mosca per ora non era
che un mito. Oggi i mezzi legali fruttavano a favore dei socialisti e
contro i partiti dell’ordine. Il programma massimalista rappresentava
il disastro proletario, l’isolamento del proletariato italiano dalla evo­
luzione degli altri popoli civili, la preparazione di un’altra guerra a breve
scadenza. Terminò ponendo al congresso il dilemma: «Viva la guerra
o viva il socialismo? » Dice la cronaca che il congresso scattò in un urlo
Il dopoguerra 105

solo: « Viva il socialismo! Abbasso la guerra! » L’« urlo solo » era la più
bella dimostrazione dell’equivoco in cui Turati, condotto dalla sua ar­
dente fede unitaria più che dalla sua abilità politica, si era aggirato. Era
vero che il massimalismo vincitore al congresso non proponeva né un
ideale nuovo, né un programma positivo per realizzarlo: che, in conclu­
sione, esso rimaneva sul terreno tradizionale dal 1892, della lotta par­
lamentare-democratica. Ma il suo « miracolismo », individuato da Tu­
rati, escludeva i mezzi e gli obbiettivi della lotta politica democratica,
che a sua volta Turati non osava proporre.
Turati aveva alluso a una corrente effettivamente in antitesi con il
socialismo tradizionale, corrente da lui qualificata essenzialmente anar­
chica; ed aveva fatto il nome dell’ingegner Bordiga. Effettivamente, en­
tro il partito socialista, più precisamente entro la sua maggioranza mas­
simalista, si erano formati due gruppi estremisti, in disaccordo con la
direzione del partito stesso. Il primo era un gruppo torinese intorno al
settimanale - poi quotidiano - «Ordine Nuovo», fondato (i° maggio
1919) da tre giovani « intellettuali », Antonio Gramsci, Angelo Tasca,
Paimiro Togliatti. Gramsci vi assunse ben presto posizione preponde­
rante, per acutezza d’ingegno e alto fervore di spirito, e divenne anche
redattore capo dell’edizione torinese dell’« Avanti! » Idea fondamentale
del Gramsci era allora quella dei Consigli di fabbrica operai, che dall’in­
terno stesso delle cellule produttive capitalistiche avrebbero dovuto
effettuare la rivoluzione proletaria attraverso la democrazia operaia. Era
una concezione combinante l’ideale comunista con una idea di libertà,
nel senso di iniziativa autonoma, più vicina all’ispirazione libertaria che
a quella del liberalismo tradizionale: e raccolse infatti l’adesione, oltre­
ché di taluni gruppi di operai socialisti, di un certo numero di operai e
intellettuali anarchici, nonché del giovanissimo e intellettualissimo Piero
Gobetti, che di li a poco avrebbe assunto una parte notevole nella vita
intellettuale-politica italiana. L’« Ordine Nuovo » pubblicò nel luglio
1919 II programma della frazione comunista, destinato a «sostituire
eventualmente » nel prossimo congresso quello storico, tuttavia vigente,
del 1892. L’altro gruppo, più numeroso (ma per allora non tanto), era
capitanato dall’ingegnere napoletano Amadeo Bordiga (uomo dotato,
a detta del Gramsci, di forza intellettuale, senso pratico e capacità orga­
nizzativa), e a Napoli aveva il suo centro da cui irraggiò l’organizza­
zione della frazione. La quale allora, piuttosto che comunista, si quali­
ficava « astensionista », volendo intendere con questo termine il ripudio
non solo dell’ideale politico liberale-democratico, ma anche del metodo
e dell’apparato. Secondo Bordiga, il movimento operaio avrebbe dovuto
abbandonare qualsiasi attività parlamentare, o altra del genere, per de-
io6 Capitolo primo

dicarsi tutto alla conquista del potere, cioè alla instaurazione dei Soviet.
E « Soviet » si chiamava il suo giornale, fondato a Napoli sulla fine del
1918. La mozione massimalista-astensionista del Bordiga raccolse sol­
tanto 3417 voti: riprova che l’equivoco era non meno dalla parte dei
massimalisti che da quella dei riformisti, sboccando ambedue nell’« im­
mobilismo ».
Un osservatore apartitico della situazione politica italiana all’indo­
mani del congresso socialista confermò («Tempo» del 4 novembre) in
pieno il giudizio turatiano sul divario profondo fra le speranze massima­
listiche e la realtà. Né la situazione internazionale, né - tanto meno -
quella interna italiana erano mature per la rivoluzione proletaria. Non
era esclusa « la possibilità di una reazione che prenderebbe le forme di
una dittatura militare in favore di una ristretta oligarchia plutocratica ».
L’esperienza recente non suffragava l’opinione che fosse « definitiva­
mente consolidato quel regime di libertà politica che è il presupposto
dell’azione proletaria... La coscienza politica è ancora straordinariamente
debole fra i discendenti della plebe che chiedeva panem et circenses...
e poi rimane l’altro aspetto della situazione: la forza, chi è che l’ha in
mano, oggi? Un po’ il governo, e un po’, anche, i fascisti. E allora? »
Se la forza fascista presente e futura si fosse dovuta giudicare dal­
l’aspetto che allora presentava quello che si avviava a divenire il fasci­
smo per antonomasia, l’ottimismo massimalistico poteva apparire non
privo di fondamento. L’8 ottobre si chiuse il congresso socialista a Bo­
logna; il 9 si apri quello dei Fasci a Firenze, di proporzioni e di effetto
meschini rispetto all’imponenza e allo strepito che l’aveva preceduto.
Invece del migliaio di Fasci profetizzati da Mussolini al momento della
fondazione a due mesi data, non ne furono annunciati se non 137, e 62
in via di costituzione, con 40000 aderenti. Le cifre erano largamente
raddoppiate rispetto alla realtà, poiché più tardi, sempre da fonte uffi­
ciale fascista, fu confessato che a Firenze erano rappresentati 56 Fasci
con 17 000 iscritti. Mussolini ripetè che la dottrina era «il fatto»; che
non c’erano pregiudiziali monarchiche o repubblicane. Intanto, però,
attaccava la monarchia e prospettava la repubblica.
Quando la monarchia chiama al Quirinale Giovanni Giolitti, quando la monar­
chia mantiene al potere quello che oramai passa bollato col marchio d’infamia tro­
vato a Fiume, quando essa scioglie la Camera e tollera che Nitti pronunci un di­
scorso in cui si fa chiaro appello alle forze bolsceviche della nazione; quando essa
tollera al potere un uomo che non è Kerenski, ma Karolyi, quando infine ratifica la
pace per decreto reale, allora io vi dico chiaramente che il problema monarchico
che ieri non esisteva per noi in linea pregiudiziale, si pone oggi in tutti i suoi ter­
mini. La monarchia ha forse compiuto la sua funzione cercando ed in parte riu­
scendo ad unificare l’Italia. Ora dovrebbe essere compito della repubblica di unirla
Il dopoguerra 107

e decentrarla regionalmente e socialmente, di garantire la grandezza che noi vo­


gliamo di tutto il popolo italiano.
Mussolini dava congedo al re; il capo futurista Marinetti, parteci­
pante al congresso, lo dette al papa, invocando lo « svaticanamento »
di Roma.
Per le elezioni politiche imminenti Mussolini, conscio della debolezza
fascista, e più in generale dell’interventismo di sinistra, avrebbe voluto
una concentrazione di questo e una alleanza con gli interventisti di destra
(nazionalisti e democratici liberali). Vi furono invece fra gli ex interven­
tisti intese diverse, secondo le situazioni e gli umori locali, e i fascisti
stessi si condussero nelle maniere più diverse bloccando a sinistra o a de­
stra, o anche astenendosi: in generale i combattenti non vollero sapere
di loro. A Roma, essi riuscirono a collocare un candidato nella lista del­
l’Alleanza nazionale, composta di nazionalisti e conservatori, a cui si con­
trappose un blocco di sinistra nazionale di combattenti, socialriformisti
e repubblicani. Lo stesso blocco si formò a Milano e condusse trattative
con i fascisti: esso era disposto ad accoglierli, ma non voleva includere
Mussolini nella lista dei candidati, perché riteneva il suo nome una pro­
paganda a rovescio per la lista. Allora Mussolini si dette l’aria di rifiutare
lui l’alleanza, col pretesto di divergenze di programma. Presentò quindi
una lista propria, di cui facevano parte il sindacalista Lanzillo, il futurista
Marinetti, il socialista Podrecca, e Arturo Toscanini. Nel programma
c’erano la Costituente, la confisca dei sopraprofitti di guerra e dei beni
ecclesiastici, la nazione armata, l’annessione di Fiume e delle città ita­
liane della Dalmazia (qui c’era un certo indietreggiamento), e la decisa
opposizione a Nitti. Fra i protagonisti della lotta elettorale Mussolini
con i suoi non figurarono : la battaglia politica si svolse ignorandoli, ed
essi ebbero qualche parte, se mai, nelle manifestazioni violente di accom­
pagnamento, che non mancarono. « Il Popolo d’Italia » vantò le « ne­
spole» e il «pestaggio» inflitto ai «bolscevichi».
Il Fascio parlamentare, che nell’ultima seduta della Camera si era
dimostrato fedele alla sua ispirazione antiparlamentare, emise il suo
« canto del cigno » con un manifesto al paese all’indomani del decreto
di scioglimento, che rappresentava un largo abbandono di linguaggio
fazioso, e potremmo anche dire, uno sforzo di conciliazione nazionale;
ma come programma politico era povera cosa, un misto di moralismo
patriottico e di aspirazione conservatrice-autoritaria. Non era né sti­
molante per la fantasia degli elettori, né rassicurante per quanti erano
pensosi della libertà e del progresso del paese, né illuminante sulle que­
stioni concrete italiane. Il « Corriere della Sera », organo maggiore del-
1 interventismo persistente e resistente, gli rimproverò di non avere
io8 Capitolo primo

avuto, a guerra finita, una concezione di politica estera, di avere acca­


rezzato l’eccitazione nazionalistica, di aver favorito la svalutazione della
guerra e della vittoria, e attraverso essa la risurrezione del disfattismo;
di essere stato indulgente alla sedizione militare, e restio ai necessari
provvedimenti fiscali. A codeste critiche, sostanzialmente giuste, si può
aggiungere che l’ispirazione politica principale, per non dire unica, del
« Fascio », appariva quella del partito, o movimento, nazionalista, i cui
caratteri sono stati già analizzati in principio di questo capitolo. V’erano
poi, in concreto, i blocchi elettorali nazionalfascisti, che non davano affi­
damento per il contenuto morale patriottico del manifesto del « Fascio »,
o piuttosto lo smentivano. L’osservatore politico (Luigi Salvatorelli)
di cui abbiamo citato sopra il giudizio sul socialismo massimalista e il
suo congresso esponeva («Tempo», 9 novembre) come le file del na-
zionalfascismo apparissero diradate, e le sue formazioni in disordine,
ma che tuttavia sarebbe stato erroneo svalutare troppo la sua capacità
di agitazione e di azione rivoltosa. Dietro di esso erano « le falangi irre­
quiete degli spostati della guerra e dei minacciati dal dopoguerra: gli
ufficiali che non intendono tornare a casa; i “produttori” che non vor­
rebbero lasciare la presa sulla vita economica della nazione; i pescicani,
che possono trovar comodo nascondersi dietro chi mostra di chiedere
la “decimazione dei capitali”». E i nazionalfascisti possedevano l’atti­
tudine all’aggressione e alla intimidazione personale, all’ingiuria, alla
calunnia o alla semicalunnia, la prontezza a scendere in piazza per ado­
perarvi i loro vari mezzi di lotta. Il nazionalismo « vorrà, in ogni caso,
vender cara la pelle; e si tratti anche delle ultime convulsioni di un mo­
ribondo, esse costituiscono in ogni modo il pericolo più immediato per
la ricostituzione dell’organismo italiano ».
Sarebbe stato inutile ricercare, nella campagna elettorale dell’otto-
bre-novembre 1919, una azione unitaria e sensibile del partito liberale,
più che mai mancante di organizzazione nazionale, diviso fra due mino­
ranze, ex-interventistica ed ex-neutralistica, che andarono assorbite nei
blocchi nazionalfascisti e nelle « alleanze nazionali », di destra o di si­
nistra; oppure alimentarono situazioni locali-personali, come quelle del
presidente del Consiglio Nitti in Basilicata, o in Campania di una nuova
personalità politico-parlamentare destinata a grande importanza: Gio­
vanni Amendola; o, infine, si restrinsero in piccolo numero intorno a
Giolitti. La divisione tra liberali conservatori e liberali democratici, ma­
scherata ma non scomparsa durante la guerra, risorse adesso più chia­
ramente; ma non condusse alla formazione di due partiti costituzionali
omogenei e contrapposti: si ebbero piuttosto, come già si è detto,
« alleanze nazionali » di destra e di sinistra.
Il dopoguerra 109

Il partito radicale era già prima della guerra di modesta consistenza


numerica, incerta fisionomia politica, scarsa influenza nazionale. Non
sarebbe una grande esagerazione il dire che il suo ufficio principale era
stato di servire da etichetta ai governi democratici di Giovanni Giolitti.
Sconvolto quindi profondamente dal fascismo interventistico, esso ri­
mase ostile, in massima, al suo spirito, ma ne fu paralizzato nella sua
funzione politica di tramite fra liberalismo e socialismo. E la paralisi
durò in codesto primo dopoguerra, come apparve dal manifesto eletto­
rale della direzione, con la sua pregiudiziale contro « quanti avversano
la guerra», e il suo silenzio circa i pericoli del nazionalfascismo. Non
molto più efficiente, anche se più omogeneo e con rilievo più spiccato,
era il partito socialriformista. L’ardentissimo interventismo e poi « jus-
quauboutismo » del suo capo Bissolati, con la congiunta condanna, ta­
lora in forma violenta, del neutralismo socialista, ne aveva annullato la
già ben scarsa influenza sulle masse operaie, contribuendo ad approfon­
dire il solco della divisione neutralistico-interventistica. Relazioni ami­
chevoli erano adesso ristabilite con i riformisti del partito ufficiale, i
Turati e i Treves; ma si trattava di due debolezze che non si trovavano
in condizione di rafforzarsi appoggiandosi Luna all’altra. L’avventura
wilsoniana di Bissolati, infruttuosa nazionalmente, non aveva trovato
pieno consenso nel suo piccolo gruppo, né aveva conferito ad esso una
nuova fisionomia propria; e neppure il programma della Costituente,
enunciato a fior di labbra.
Al partito radicale e al socialriformista avrebbe potuto fornire re­
clute, e magari anche quadri, l’Associazione nazionale dei combattenti.
Ma essa, priva di un motto e di un programma politico proprio, di­
visa internamente su questioni fondamentali - particolarmente fra « dal­
matici » e « rinunciatari » - preferì presentare liste proprie, con vaghe
aspirazioni di rinnovamento nazionale il cui unico contenuto preciso
erano l’avversione ai vecchi partiti, al parlamentarismo, a Giolitti, e la
pretesa di superare tutto questo grazie alla ispirazione nazionale com­
battentistica. Salvemini, sviluppando il suo « problemismo » democra­
tico, aveva riunito nei primi mesi del 1919 intorno alla sua « Unità »
gruppi di azione in una « Lega per il rinnovamento» (aprile 1919); ma
questa decise di non presentare candidati propri, e di appoggiare quelli
che avevano un indirizzo analogo al suo, a cominciare dai combattenti.
Salvemini stesso si portò sulla lista dei combattenti in provincia di Bari,
e fu eletto.
Insomma, di partiti veri e propri - cioè organizzati come tali e na­
zionalmente efficienti - non c’erano se non il partito socialista e il par­
tito popolare. Il secondo, in forza di questa stessa affinità, oltreché per
no Capitolo primo

gli evidenti motivi intrinseci, divenne il concorrente principale del pri­


mo, l’unico che presentasse una alternativa elettorale di massa rispetto
ad esso, accogliendo - come gregari, e più ancora come elettori - una
quantità di gente che altrimenti sarebbe andata al partito socialista, o
almeno avrebbe votato per esso (o, nella migliore ipotesi, si sarebbe
astenuta). Ma una porzione non meno numerosa di suoi elettori pro­
venne dalla vecchia clientela liberale-moderata. Il partito popolare
aveva effettuato la prima preparazione elettorale già da vari mesi, te­
nendo a Bologna - come poi il partito socialista - il suo primo congresso
dal 14 al 16 giugno 1919, con la vittoria della tendenza centrista
(centro del centro) e cioè di don Sturzo, ma non senza una buona affer­
mazione della sinistra (Mauri, Gronchi) e uno spunto vivace di estrema
sinistra (Miglioli). Un tentativo confessionalistico (padre Gemelli) fu
sventato.. Il programma sociale (relatore Achille Grandi) ebbe carattere
di riformismo concreto, e si potrebbe dire spicciolo - il postulato più
colorito fu di favorire l’assegnazione delle terre ai coltivatori diretti -
accennando in sordina a un programma massimo di trapasso graduale
dall’economia « liberale capitalistica a salariato » ad altra « più umana e
cristiana», in cui il capitale fosse subordinato al lavoro quale «mero
agente materiale della produzione». In politica internazionale si con­
dannò il trattato di Versailles e si prese posizione per la Società delle Na­
zioni, il disarmo, l’abolizione della coscrizione. Durante la lotta eletto­
rale gli iscritti triplicarono di numero, superando i centomila. Quella
mancanza di un « programma massimo », di uno slogan-bandiera, che
notammo già nell’atto di fondazione del partito, si ritrovò anche nelle
relazioni, discussioni e conclusioni del congresso. Al momento delle ele­
zioni, tale mancanza si concretò nell’assenza di una presa di posizione
esplicita e precisa rispetto alle questioni italiane fondamentali e urgenti.

Il discorso di Oronero.

Una presa di posizione del genere si ebbe soltanto nel discorso elet­
torale di Giolitti, tenuto il 12 ottobre a Dronero. Fatta una difesa della
propria condotta nei riguardi della guerra e una critica severa delle gior­
nate di maggio e della politica di guerra (a cominciare dal Patto di Lon­
dra), Giolitti propose di sancire la sovranità del parlamento nella po­
litica estera non meno che nell’interna, sottoponendo affa sua approva­
zione i trattati internazionali e le dichiarazioni di guerra (cioè, riforma
radicale dell’articolo 5 dello Statuto). Propugnò anche l’abolizione della
facoltà governativa di prorogare le sessioni della Camera, e insistè sulla
Il dopoguerra in

necessità di restaurare e consolidare l’autorità suprema del parlamento,


in contrapposto alla campagna di diffamazione, condotta negli ultimi
tempi dai « partiti reazionari » perché sapevano di non poter avere nel
parlamento la maggioranza, nonché a riparazione del fatto che « quat­
tro anni di pieni poteri governativi soppressero di fatto l’azione del no­
stro parlamento in modo che non ha riscontro negli altri stati alleati ».
Contemporaneamente era stata soppressa mediante la censura «ogni
pubblica discussione circa i più vitali interessi del paese ». Il parlamen­
to avrebbe dovuto adesso, « dopo cosi terribile esperimento di governi
senza controllo», affermare l’autorità sovrana delegatagli dal paese; e
come suo primo atto deliberare « inchieste solenni » sull’entrata in guerra
e la condotta di questa. Si sarebbe poi dovuto provvedere alla sistema­
zione del bilancio dello Stato, con economie soprattutto sulle spese mi­
litari, e con accrescimento delle entrate, da ottenere questo secondo non
gravando sui consumi, ma sulla ricchezza accumulata, con una imposta
globale progressiva sul reddito e con una tassa sulle successioni. E per­
ché a queste non sfuggisse una gran parte della ricchezza mobiliare,
occorreva introdurre la nominatività dei titoli. Come aiuto immediato
al dissesto finanziario occorreva una volta tanto un prelevamento sui
patrimoni maggiori con tasso progressivo, più alto sulle fortune prove­
nienti dalla guerra.
Affermazioni salienti del discorso erano che il lavoro costituisce la
sola fonte di ricchezza, prosperità e « vera gloria », e che « le classi pri­
vilegiate della società che condussero l’umanità al disastro, più non
possono essere le sole dirigenti del mondo, i cui destini saranno d’ora
innanzi nelle mani dei popoli ». Conclusione del discorso era che un par­
lamento fornito di tutti i poteri spettantigli come rappresentante del po­
polo rappresentava l’unica alternativa a un governo di Soviet.
Il discorso - senza dubbio il più notevole della campagna elettorale -
produsse sensazione. Con esso Giolitti, senza impugnare e anzi ricono­
scendo esplicitamente il valore nazionale della guerra vittoriosa, riatti­
rava a sé, mediante la critica acerba della politica di guerra sulla quale
era assurdo e fazioso pretendere che egli tacesse, gli ex-neutralisti, men­
tre allargando questa critica a tutta la guerra mondiale rispondeva alle
aspirazioni universali della democrazia e del socialismo. E alla critica col­
legava strettamente un programma di governo (proseguente e accen­
tuante la sua politica passata) tale da poter formare la piattaforma di una
coalizione democratica avanzata includente popolari e socialisti. Di fron­
te alle impostazioni quasi prettamente economiche di Nitti, egli inqua­
drava la necessità della ricostruzione in una trasformazione politico-so­
ciale adatta a soddisfare le aspirazioni delle masse popolari. Il program­
II2 Capitolo primo

ma poteva essere accettato anche da ex-interventisti di sinistra, salvo


un punto, quello delle inchieste solenni sull’entrata in guerra, che sonava
condanna dell’intervento, o almeno dell’interventismo. I conservatori
ex-interventisti ebbero quindi qualche buon gioco ad associare il loro
vecchio antigiolittismo e la loro ostilità contro la tendenza politica del
discorso per il futuro al risentimento interventistico e alla reazione an­
che sincera del patriottismo bellico. Il « Corriere della Sera » intitolò un
suo articolo di commento Improntitudine e rinfocolò la sua polemica
antigiolittiana con il nomignolo di «bolscevico dell’Annunziata»; «Il
Giornale d’Italia » sostenne vivamente Salandra, nella risposta polemica
da lui fatta-al discorso di Dronero in una lettera agli elettori difendente
l’intervento e affermante che Giolitti aveva conosciuto il trattato di Lon­
dra; al che Giolitti replicò ripetendo la sua affermazione contraria (la
disputa in proposito è storicamente chiusa a favore di Giolitti); 1’« Idea
Nazionale », « Il Popolo d’Italia » gareggiarono in violenza con il « Cor­
riere della Sera » e lo superarono, parlando del « bandito di Dronero »: e
fu uno dei casi (non tanto rari) in cui l’invettiva mussoliniana celava un
senso di paura personale. Salandra tenne poi il 4 novembre il discorso
elettorale vero e proprio a Foggia, escludendo ugualmente la dittatura
militare e quella proletaria e invocando la restaurazione dell’autorità
governativa, non senza avanzare punte progressiste come quella, che
c’era da imparare anche dai Soviet. Non entrò nella polemica Sonnino,
il quale diresse il 19 ottobre - lo stesso giorno della lettera polemica di
Salandra - una lettera dignitosa agli elettori di San Casciano annun­
ciando di ritirarsi dalla vita politica ed esortando tutti gli Italiani a com­
piere, nell’ora difficile, il loro dovere.

Le elezioni.

Nessun discorso tenne il presidente del Consiglio Nitti, ma in una


lettera (30 ottobre) agli elettori di Basilicata volle distanziarsi da ogni
polemica retrospettiva - a differenza, dunque, di Giolitti - dicendo che
la guerra era riuscita per l’Italia una necessità, e che accusare quelli che
non la vollero o quelli che la vollero, e polemizzare sulla preparazione o
l’impreparazione, non era necessario e poteva essere pericoloso. Delineò
a grandi tratti un programma di governo basato sulla solidarietà delle
classi sociali e su un audace riformismo nel campo del lavoro; insistette
sul problema economico fondamentale del dopoguerra ( « consumare di
meno, produrre di più») preannunciando provvedimenti come l’impo­
sta sul patrimonio per la restaurazione del bilancio. Mostrò fiducia nella
Il dopoguerra 113

Lega delle Nazioni; per Fiume disse che era una questione di dignità
nazionale. Non era un manifesto politico, a differenza del discorso di
Dronero. Al suo tono minore rispose una astensione del governo rispetto
alla lotta elettorale la quale andò ben oltre il lodevolissimo rispetto alla
libertà degli elettori, e assunse un aspetto di fatalistica passività. Con
quel rispetto, tuttavia, non si accordò formalmente il ristabilimento (3
ottobre) della censura sulla stampa; come riuscì grave, di fronte alla ne­
cessità di restaurazione e anzi di incremento dell’istituto parlamentare,
la ratifica (6 ottobre) per decreto reale dei trattati di pace di Versailles
e Saint-Germain. L’uno e l’altro atto, peraltro - e specialmente il se­
condo - avevano una giustificazione nella situazione anormale.
Proprio alla vigilia delle elezioni (ciò che accresceva l’irresponsabilità
dell’atto) D’Annunzio riprese l’attività espansionistica violando nella so­
stanza, se non nella forma, la promessa fatta a Badoglio. Il 14 novembre
con circa mille legionari di Fiume egli sbarcò a Zara. Il governatore mi­
litare ammiraglio Millo, di cui conosciamo già le tendenze, fece una certa
opposizione « pro forma » : in realtà si intese cosi bene con lui da farlo
depositario di un suo giuramento, che non avrebbe lasciato partire dalla
Dalmazia occupata neppure un soldato. Era un pronunciamento virtual­
mente maggiore di quello compiuto a Fiume, e ben più colpevole ve­
nendo da chi aveva un grado militare cosi elevato. D’Annunzio riparti
il giorno dopo lasciando a Zara alcune centinaia di volontari; e corse
voce che altre spedizioni dalmate si preparassero, per Sebenico e anche
per Spalato, e cioè anche fuori della linea armistiziale e del Patto di
Londra.
Questa ultima gesta di sovversivismo nazionalistico e pronunciamen­
to militaristico si riseppe in Italia a elezioni avvenute, e anzi la notizia
fu ritardata dal governo (comunicato « Stefani », 22 novembre). Persino
« Il Giornale d’Italia » biasimò il fatto. La notizia sarebbe stata tale da
far aumentare ancora lo strepitoso successo socialista: 136 deputati
con più di un milione e 840 000 voti. Se non ci fosse stata la proporzio­
nale, fu calcolato che avrebbero conquistato una settantina di collegi di
più. Un grande successo socialista, peraltro, era aspettato da tutti an­
che se non in quella proporzione. La sorpresa maggiore fu la gran vit­
toria del partito popolare: 100 seggi, con più di un milione e 175 000
voti. Esso aveva sfruttato a fondo la sua tattica centrista; da una parte
la borghesia era stata rassicurata dal suo atteggiamento controrivolu­
zionario, dall’altra il risentimento delle plebi specialmente contadine
accarezzato dal ricordo della ostilità cattolica alla guerra e del contegno
pacifistico papale. Il vecchio stato liberale italiano aveva perduto la
maggioranza dei seggi (232 su 509) e manteneva a stento quella dei
114 Capitolo primo

voti: contro tre milioni di voti socialisti e popolari ce n’erano tre e


mezzo per i partiti costituzionali tradizionali (comprendendo in questi,
si noti, repubblicani, socialriformisti e combattenti).
E i voti fascisti in quale categoria andavano messi? Praticamente la
questione non si poneva. L’unica lista fascista, quella di Milano, riportò
4795 voti (e, s’intende, nessun eletto) contro più di 170 000 socialisti,
e quasi 74 000 popolari. Dopo cinque anni di « Popolo d’Italia » e di
interventismo fascista, dopo otto mesi dalla fondazione dei Fasci, il fa­
scismo mussoliniano risultava politicamente inesistente.
Capitolo secondo
Nitti e Giolitti

La situazione parlamentare-governativa.

Lo stato italiano unitario monarchico-costituzionale, uscito dalla co­


struzione risorgimentale, era stato governato dalla sua fondazione del
1861 fino alla guerra ininterrottamente - e si può aggiungere, senza con­
creta contestazione — dal « partito liberale ». A questo nome non rispon­
deva una entità, un organismo analogo a quello dei nostri partiti attuali
in regime democratico-liberale (« occidentale »). Il partito liberale di go­
verno era risultato dalla combinazione di gruppi diversi e cangianti, tra­
dizionalmente compresi nei termini di «Destra» e di «Sinistra»: ter­
mini a loro volta di significato elastico e di consistenza eterogenea e va­
riabile. Tuttavia c’era stato sempre tanto di comune e tanto di diverso
da permettere in pari tempo la continuità di regime, e, nel quadro di
questa, il minimo necessario di differenziazione e di lotta politica per
una alternanza di governi e di indirizzi governativi. Codesta alternanza,
nell’insieme, aveva realizzato una linea sinuosa di progresso politico­
sociale, fatto non soltanto di provvedimenti legislativi con carattere di
« Sinistra », ma anche dell’apporto, in circostanze varie, di elementi
di Estrema Sinistra, cioè formalmente anticostituzionali, « sovversivi ».
L’Estrema Sinistra era stata costituita nel primo trentennio dopo l’Unità
essenzialmente da repubblicani o repubblicaneggianti; si erano poi af­
fiancati ad essi, e presto avevano predominato, i socialisti, mentre i radi­
cali, specie dal 1900 in poi, avevano fatto da passaggio e da tramite ai
costituzionali delle diverse gradazioni. Chi meglio aveva saputo trarre
da codesta situazione politico-parlamentare complessa e anche confu­
sa, di scarsa maturazione politica, formazioni governative più stabili e
più efficienti in senso progressivo era stato Giolitti, con le sue maggio­
ranze parlamentari varie, e tuttavia unificate da un preciso orientamento
di lui.
Ora, il risultato primo, fondamentale e - come poi si vide - perma­
nente del 16 novembre 1919 era stato quello di togliere al partito libe­
rale la preponderanza parlamentare nettissima che aveva anteriormente
alla guerra. All’ingrosso, dai quattro quinti all’incirca della Camera esso
ii6 Capitolo secondo

era ridotto alla metà. Diveniva impossibile, pertanto, trovare entro di


esso una base sufficiente per una contrapposizione di partiti e succes­
sione di governi. Appena appena, con risultato incerto e instabile, esso
avrebbe potuto formare una maggioranza - unica - governativa, realiz­
zando una addizione totale amorfa. Il tentativo vagheggiato di far uscire
dall’associazione di forze eterogenee per l’intervento un nuovo partito
- o superpartito -, e quindi una nuova maggioranza la quale prendesse
definitivamente il posto della vituperata maggioranza giolittiana, era
fallito miseramente: taluni degli stessi interventisti più decisi ed emi­
nenti non avevano mai preso sul serio quel tentativo durante il corso
della guerra, e lo avevano ripudiato nettamente dopo. Gli elettori del
16 novembre avevano pensato loro a liquidarlo definitivamente. Nella
parte d’Italia che era tradizionalmente teatro delle lotte politiche più
definite e vive, cioè nella Valle padana, ci fu (come ha lasciato scritto
il Bonomi) una vera caccia all’interventista, esercitata da rossi e bianchi,
tale che in una serie di provincie non se ne salvò - grazie alla propor­
zionale - che un solo campione: Bissolati per quella di Cremona, Bo­
nomi per Mantova, Alessio per Padova, Berenini per Parma, Raimondo
per Genova: nomi, come si vede, «di cartello». Di cartello, altrettanto
e più, era Sacchi: e tuttavia cadde, forse per aver legato il suo nome al
decreto-legge antidisfattista. Tanto più cadde in Toscana Ferdinando
Martini, interventista tipico di marca francofila. Barzilai, Boselli e Son-
nino si ritirarono senza combattere, divenuto quest’ultimo insopporta­
bile agli interventisti di sinistra e al « Corriere della Sera ». Se il disastro
elettorale interventista non fu completo, si dovette, oltreché alla pro­
porzionale, al Mezzogiorno, molto meno dominato sia dalla influenza
socialista sia dalla lotta interventistico-neutralistica, e che perciò rico­
stituì più facilmente un certo nucleo unitario patriottico-governativo.
Ma con tutto ciò la condanna della politica di guerra non risultò meno
evidente.
La pretesa, avanzata prima delle elezioni dal « Corriere della Sera »
e favorita da Nitti, che la guerra non formasse la piattaforma delle ele­
zioni, era risultata irrealizzabile: ed era ingiusto darne la colpa ai « di­
sfattisti ». A imporre quella piattaforma erano stati gli avvenimenti, e i
primi a volerci costruire sopra erano stati proprio gli interventisti estre­
mi, Salandra e « Corriere della Sera ». Ai neutralisti estremi non era parso
vero di imitarne l’esempio; ma l’opera loro c’era entrata per ben poco. I
socialisti ufficiali bastavano da soli a sfruttare il motto di « Abbasso la
guerra! »; e l’altro partito di massa, o tenne bordone, o (con qualche ecce­
zione, particolarmente notevole quella di Meda) lasciò fare. Ma anche
senza la immancabile e formidabile pressione socialista, la « difesa della
Nitti e Giolitti 117

vittoria » era un baluardo piuttosto inconsistente, e tanto meno una forza


propulsiva. Che, una volta fatta la guerra, si dovesse esser soddisfatti di
averla vinta piuttosto che perduta, era giusto; ma non era il punto in con­
testazione. Il punto era se, considerata la situazione risultante, non sa­
rebbe stato meglio se se ne fosse rimasti fuori; o, almeno, se si fosse prov­
veduto a renderla più breve, e meno grave. Il dilemma non era: vittoria
o sconfitta, bensì guerra jusqu’au bout ο « pace di compromesso ». Qui la
questione diveniva, da nazionale, internazionale; e cosi infatti la impo­
stavano i socialisti e Giolitti. Contro tutto ciò, non c’era valutazione o ri­
valutazione della vittoria che tenesse; anche senza contare che i primi a
svalutare la vittoria erano stati gli interventisti più accesi, con l’eccezione
onorevole del «Corriere della Sera» (che pure in qualche momento,
come s’è visto, ci era cascato anche lui).
Dove, invece, gli ex-interventisti più equilibrati e il presidente del
Consiglio Nitti avevano ragione, era nel dire che ormai, al di là di ogni
questione sulla guerra passata, ciò che più importava era la ricostruzione
futura. Senonché ciò portava con sé tre questioni: di programma, di
classe dirigente, di formazioni nel paese adeguate alla situazione nuova.
Tre questioni eminentemente politiche, per le quali il patriottismo gene­
rico non serviva, e tanto meno il buon senso economico di Nitti. Tre que­
stioni strettamente connesse, daccapo, con quella della guerra. La quale
era stata, dicevano i socialisti, intrapresa e condotta dalla borghesia, e alla
borghesia toccava scontarla. Interpretazione classistica che, come le più
del genere, passava accanto alla verità senza raggiungerla; ma che aveva
un nucleo di verità in quanto la classe politica dirigente (di prevalenza in­
dubbiamente borghese) non aveva saputo combinare le esigenze della
guerra col mantenimento di un clima liberale e nazionale.

Insomma, chi aveva visto meglio, alla vigilia delle elezioni, le esigenze
vere della nuova situazione politica, era stato Giolitti. Il quale, né ave­
va « svalutato la vittoria », né si era fermato alle recriminazioni e alle
condanne della guerra 1915-18. Allargando lo sguardo, egli aveva con­
statato che la guerra mondiale — non solo quella italiana — aveva rap­
presentato un fallimento delle classi dirigenti e possidenti; che altri
elementi, e innanzi tutto quelli provenienti dal mondo del lavoro, dove­
vano esser chiamati a partecipare organicamente alla direzione dello
stato, realizzando una effettiva democrazia incominciante da una severa
giustizia fiscale; che, peraltro, codesto nuovo regime integralmente de­
mocratico doveva realizzarsi nel quadro parlamentare, perché fossero
salvaguardati insieme ordine e libertà.
xi8 Capitolo secondo

Per un ritorno immediato di Giolitti al governo, i tempi non erano


maturi, per il fatto stesso ch’egli era divenuto, senza volerlo, una specie
di antitesi storica della guerra. Era ormai un caso isolato il rabbioso
antigiolittismo del « Corriere della Sera », che andava dalla novissima
e grottesca accusa di bolscevismo alla riesumazione inconsistente e fa­
ziosa della Banca Romana. Ma al di fuori di una simile ossessione forti
erano ancora le prevenzioni contro di lui, all’estero non meno che in
Italia: abbiamo inteso i timori di un uomo pure abbastanza spregiu­
dicato, Lloyd George. Codesto, però, era un ostacolo passeggero, con­
tingente: la vera difficoltà era di trovare una maggioranza, non solo per
l’uomo, ma per il programma. Il disfacimento e la disfatta del partito
liberale rendevano impossibile ogni ricostituzione di maggioranza del
tipo 1901-14: un vasto raggruppamento di sinistra, con sussidi inte­
grativi a destra e all’estrema sinistra; particolarmente importante que­
st’ultimo, per l’indirizzo progressivo. Ormai per Giolitti - e anche per
qualsiasi altro capo di governo liberale che volesse fare una politica rico­
struttiva e costruttiva - il concorso di elementi non liberali, cioè non
« costituzionali » nel senso tradizionale, « risorgimentale » della parola,
diveniva, da complementare, essenziale. Occorreva il concorso organico
di uno almeno dei due grandi partiti di massa, e anzi anche un concorso
organico del solo partito popolare, ove il partito socialista rimanesse
in una posizione di intransigenza battagliera, non sarebbe bastato allo
scopo. Non sarebbe bastato non solo, e non tanto, per ragioni parla­
mentari, quanto nel riguardo del paese, essendosi spostato dalla guerra
in poi dal parlamento al paese - potremmo dire, alla « piazza » - il cen­
tro propulsore della vita politica italiana.

Inconcludenza socialista e calcoli mussoliniani.

La chiave della situazione era dunque il partito socialista, e rispet­


tivamente il suo gruppo parlamentare. Il quale non si era soltanto tri­
plicato (dai 51 del 1913 a 156), ma aveva cambiato radicalmente carat­
tere. La predominanza numerica, mantenutasi ancora nel gruppo del
19x3, della élite politica, sindacale e intellettuale rappresentante le mi­
gliori tradizioni del socialismo italiano nel suo periodo di ascensione,
era scomparsa, anche se rimanesse verso i vecchi leaders un confuso
rispetto quasi vergognoso di sé. Vi fu, con la enorme vittoria elettorale
del 1919, Γ irruzione di rozzi estremisti, di demagoghi plebei, di avve­
niristi fantastici, in un disaccordo fra loro accompagnante la incertezza
Nitti e Giolitti 119

e inconsistenza intima propria. Dalla maggioranza «massimalistica»


rosso-fiammeggiante e tuttavia grigia del gruppo non emerse neppure
una figura di capo politico o di leader intellettuale.
Una frazione riformista - non organizzata come tale - rimaneva
nel nuovo gruppo parlamentare, e non mancava di seguito particolar­
mente nei grandi centri politico-sindacali dell’Alta Italia. La figura emi­
nente era sempre Turati; accanto a lui, ma con assai minore influenza,
Treves; dietro essi avanzava, accennando a prendere loro la mano, il
più giovane Modigliani, che si era posto in prima linea nella lotta parla­
mentare - a sostegno di Nitti, soprattutto - prima dello scioglimento
della Camera. Non c’era fra i tre armonia di temperamenti, concordia
di idee e di piani. Treves e Turati erano personalmente vicinissimi, e
tutti e due formavano un terzetto di rara elevazione intellettuale, e al­
tresì di alta coscienza morale, con Anna Kuliscioff, la fedele compagna
e ispiratrice di Turati, superiore per acume di intelligenza a lui, per
forza di carattere e umanità nobilmente pensosa ad ambedue. Tempra
vera di combattente non l’aveva nessuno dei tre: ne teneva il posto in
Anna e Filippo la vivezza di sentimento a pro del giusto e del retto,
mentre in Treves la superiorità della comprensione umanamente scet­
tica spegneva ogni ardore di battaglia. In conclusione, il wait and see
finiva per essere la loro disposizione pratica prevalente. Molto più « at­
tivistico » era Modigliani, e la signora Kuliscioff lo considerava in que­
sto momento come il più vicino a quell’idea di azione concreta che ella
più intensamente vagheggiava. Codesto attivismo di Modigliani, tutta­
via, non si tradusse in una azione organica, in un piano preciso: per una
parte si sperdette in manovre di corridoio, per un’altra svaporò nella
tendenza, o velleità, di un regime repubblicano sostituito al monar­
chico: ideale che si avvicinava a quello dei fautori della Costituente, e
aveva in comune con essi l’idea - non mancante, come si è detto di già,
di un nucleo giusto - che occorresse una forte scossa, la sensazione e
quasi la « palpazione » di qualcosa di nuovo, per uscire dalla palude di
un anarchicheggiante immobilismo.
Anna Kuliscioff, Treves, Modigliani concordavano nel ritenere ne­
cessaria e desiderabile l’andata dei socialisti al potere. Non cosi Turati,
il quale era dominato da un doppio timore: che le masse operaie non
seguissero i capi, e che un probabile fallimento facesse cadere sulle
spalle del socialismo la rovina provocata dalla borghesia. Nella quale
borghesia si levavano voci molteplici e diverse invocanti l’avvento al po­
tere del partito socialista: perfino quella di Bonasi, l’ex-presidente del
Senato ed ex-guardasigilli di Pelloux, onesto rappresentante di più au­
tentico conservatorismo. Ma Turati, cui toccava più di ogni altro ascoi-
120 Capitolo secondo

tare simili invocazioni, ne era piuttosto confermato nella sua contrarie­


tà: contrarietà associata a un antimassimalismo, antiscioperantismo, an-
tidemagogismo cosi spinti da arrivare talora a uno stato d’animo di ri­
bellione, o piuttosto di secessione, rispetto a tutto il suo partito e il suo
ambiente socialisti. Tale stato d’animo era condiviso, talora in misura
anche più spiccata, dalla «signora Anna», che ci appare propensa, anche
se non esplicitamente, a una scissione. Concorreva in ciò la speranzosa
previsione di lei circa una prossima caduta del governo bolscevico, a
cui, proprio perché russa, ella era particolarmente ostile.
L’«Avanti!» aveva formulato, all’indomani della vittoria elettorale,
un programma di governo: riconoscimento della Russia sovietica e in­
tesa con essa, liquidazione dell’esercito permanente, confisca della ric­
chezza di guerra e delle grandi fortune, istituzione di autonomie ammi­
nistrative regionali, regime repubblicano: e aveva detto che per realiz­
zare tali condizioni, «premessa necessaria all’avvento del socialismo»,
il partito socialista italiano era pronto ad assumere il potere. Senonché
questo era un programma escludente - come attuazione integrale im­
mediata - la collaborazione di altri partiti, la quale del resto era già
esclusa direttamente dalla linea di assoluta intransigenza adottata dal
partito. La direzione del quale si preoccupò (nella sua riunione del 26-27
novembre 1919) di avocare a sé la costituzione e la disciplina del grup­
po parlamentare, con uno speciale regolamento, mirando cosi a meno­
marne l’autonomia costituzionale e tradizionale.
Chi si giovò della inconcludenza massimalistica fu Mussolini, che
potè riacquistare « faccia » dopo il pietoso fallimento elettorale di Mi­
lano. Le testimonianze circa il suo stato d’animo all’indomani del 16
novembre concordano nel registrare un Mussolini disilluso, avvilito,
pronto ad « abdicare »: si riferì che egli pensasse ad abbandonare poli­
tica e giornalismo; e secondo una notizia di Nitti, si sarebbe rivolto a
« Cagoia » perché l’aiutasse ad emigrare. Ma sembra anche accertato
che fu lui a organizzare, il giorno dopo le elezioni, 17 novembre, il lan­
cio di una bomba da parte di un gruppo di arditi sul corteo festeggiante
la vittoria socialista. Vi furono nove feriti. Segui una perquisizione alla
sede del «Popolo d’Italia» in Via Paolo da Cannobio (il «covo», se­
condo il termine dell’« Avanti! » fatto proprio da Mussolini); si trova­
rono pistole e bombe, e Mussolini fu arrestato con Marinetti e Fer­
ruccio Vecchi. Luigi Albertini, direttore del «Corriere della Sera»,
persuase facilmente Nitti (che affermò con Badoglio di aver deplorato
l’arresto) a farlo rilasciare: è un rudere, egli disse, non bisogna farne
un martire. Una istruttoria, tuttavia, fu avviata contro lui e gli arditi
di Milano, non solo per il fatto del 17 novembre, ma « per aver formato
Nitti e Giolitti I2I

nell’estate e autunno 1919 un corpo armato per commettere delitti con­


tro le persone ». Il procedimento andò avanti con grande lentezza: solo
nel novembre 1920 furono redatte le conclusioni qui sopra citate, e solo
nel gennaio 1922 pervenne alla Camera la richiesta di autorizzazione
a procedere contro Mussolini, divenuto nel frattempo deputato, e s’in­
cagliò. Eppure codesta impostazione giudiziaria, rimasta platonica, sa­
rebbe stata la più appropriata contro gli inizi dell’ulteriore sviluppo fa­
scista, quello delle « spedizioni punitive ».
Come atteggiamento immediato Mussolini assunse adesso — o piut­
tosto sfogò e ostentò - un individualismo anarchico, tra nietzschiano e
stirneriano. Il 12 dicembre egli scriveva di detestare «dal profondo»
« tutti i cristianesimi, da quello di Gesù a quello di Marx », e di guar­
dare con simpatia alla ripresa di vita « nelle forme pagane del culto della
forza e dell’audacia ». Invitava i « teologi rossi e neri »ei« ridicoli sal­
vatori del genere umano » a farla finita con le loro promesse di un para­
diso che non arrivava mai, con i loro ritrovati per far felici gli uomini.
« Lasciate sgombro il cammino alle forze elementari degli individui, per­
ché altra realtà umana, all’infuori dell’individuo, non esiste ». E aggiun­
geva, per l’appunto: «Perché Stirner non tornerebbe d’attualità?»
Poco più tardi, il 27 dicembre, salutava l’anarchico Malatesta, rientra­
to in Italia con l’aiuto dell’immancabile capitan Giulietti. Il giorno do­
po, in un discorso a Milano, diceva di vagheggiare un popolo « paganeg­
giante » che amasse la vita, la lotta. « Perciò io esalto l’individuo: tutto
il resto non è che proiezione della sua volontà e della sua intelligenza ».
E inaugurava l’anno 1920 sul «Popolo d’Italia» vantandosi di avere
« stracciato tutte le verità rivelate, sputato su tutti i dommi, respinto
tutti i paradisi ».
Ritorniamo all’individuo. Appoggeremo tutto ciò che esalta, amplifica l’indivi­
duo, gli dà maggiore libertà, maggiore benessere, maggiore latitudine di vita, com­
batteremo tutto ciò che deprime, mortifica l’individuo. Due religioni si contendono
oggi il dominio degli spiriti e del mondo: la nera e la rossa. Da due Vaticani par­
tono oggi le encicliche: da quello di Roma e da quello di Mosca. Noi siamo gli
eretici di queste due religioni.

Sotto codeste frenesie verbali, Mussolini rimaneva un freddo calco­


latore, capace di sbagliare per cortezza di intelligenza, non certo per
generosità d’indole. E lo dimostrò nel suo contegno verso il partito
socialista. Dopo il primo smarrimento per lo scacco elettorale, vide
molto bene il cul-de-sac in cui il partito socialista si era andato a cac­
ciare, col suo indirizzo di attesa rivoluzionaria passiva. Egli sventolò
sulla faccia della direzione socialista l’impossibilità per il partito vitto­
rioso di ottenere il consenso del suo corpo elettorale a questa condotta
122 Capitolo secondo

passiva. Coloro che avevano votato per il partito socialista - per lo


meno i non tesserati, che erano poi l’enorme maggioranza - l’avevano
fatto nella persuasione che il partito avrebbe procurato alle masse il
superamento delle difficoltà presenti, e un più grande benessere. Esso
non poteva decentemente sottrarsi a questo impegno. E per soddisfarlo
non aveva che due strade: o la conquista totale del potere politico attra­
verso la insurrezione, poiché non aveva la maggioranza in parlamento;
oppure la collaborazione con gli altri partiti, sulla base di un compro­
messo programmatico accettabile per tutti. La prima ipotesi significava
la guerra civile e l’inevitabile schiacciamento del partito e delle organiz­
zazioni operaie, la seconda, invece, offriva le condizioni necessarie e
sufficienti per le estreme realizzazioni. « Non vogliamo formulare una
terza ipotesi: il nullismo fuori e la cagnara dentro».
Ove si fosse formato in seno al partito socialista, e più particolar­
mente in seno al gruppo parlamentare, un movimento effettivo in senso
collaborazionistico, esso avrebbe potuto trovare due punti di appoggio
e di penetrazione nel socialismo riformista e nella Associazione dei com­
battenti. Questa aveva dato luogo nella nuova Camera al gruppo par­
lamentare del «Rinnovamento». Erano i due medesimi gruppi che
avevano dato più reclute al movimento per la « Costituente ». Il gruppo
del « Rinnovamento » però era in disaccordo su una questione allora
capitale, quella adriatica. « Dalmatici » e « rinunciatari » vi si affronta­
vano con netta prevalenza dei primi, aventi per sé il Consiglio nazio­
nale dei combattenti. Dei secondi la figura eminente era Salvemini.
La questione fiumana si intorbidava internamente per la condotta di
D’Annunzio, ormai in lotta con la popolazione. Le proposte avanzate a
nome del governo da Badoglio - che, chiamato a capo dello Stato Mag­
giore, venne sostituito nel corso di dicembre da Caviglia - per un modus
vivendi contenevano la garanzia italiana di salvaguardia della città e
dell’indipendenza e italianità di Fiume, e l’occupazione della città da
parte delle truppe regolari; queste proposte, dopo discussione, vennero
accettate a metà dicembre dal Consiglio nazionale. Contro il voto D’An­
nunzio ricorse a un plebiscito ( 18 dicembre 1919); quando esso apparve
contrario, arrestò lo spoglio delle schede, e lo dichiarò non valido e
ruppe ogni trattativa. Lo abbandonò allora il comandante Rizzo (che
era stato eletto deputato a Fiume) lasciando la città; e Millo scrisse a
D’Annunzio dissociandosi da lui. La posizione di D’Annunzio a Fiume
fu da allora in poi puramente quella di un « tiranno » alla greca o di un
« signore » di comune medievale.
Chi continuava a sostenere pubblicamente D’Annunzio era Musso­
lini. Gli fu facile associare al suo anarchismo superuomistico posteletto-
Nitti e Giolitti 123

rale il dannunzianesimo, ripetendo nell’articolo di Capodanno il navi­


gare necesse est. Ma qui più che mai rimase alle parole, guardandosi
bene dall’impegnarsi negli atteggiamenti estremistici del Comandante.
Bastò tuttavia il consenso verbale perché D’Annunzio gli rilasciasse un
« benestare » allorché venne in luce che Mussolini si era servito di da­
nari raccolti con la sottoscrizione fiumana per stipendiare gli arditi for­
manti una specie di sua milizia personale. Ne erano seguiti uno scandalo
e un’inchiesta, perché due redattori licenziati denunciarono la cosa:
Mussolini riconobbe l’esistenza dell’organizzazione armata alle sue di­
pendenze. Più dei fondi fiumani, dovettero servire a Mussolini quelli
dell’industria pesante, favorita dalla sua campagna per la marina mer­
cantile e per gli armamenti. Campagna, tuttavia, accompagnata - se­
condo il solito sistema mussoliniano di tenere contatti in tutte le dire­
zioni - da accenni ad intese con la Russia. Di una politica estera orien­
tale egli aveva già parlato prima delle elezioni; ora, il 27 dicembre
1919, scrisse che con la politica orientale l’Italia raggiungerebbe la
sua emancipazione dalla plutocrazia dell’Occidente, e potrebbe impor­
tare grano, carbone e petrolio, specie dalla Russia meridionale e dal­
l’Ucraina. Campagna che si accoppiò naturalmente con quella contro il
trattato di Versailles: ci metteremo alla testa del movimento di revi­
sione del trattato di Versailles, scrisse il 21 dicembre. Per questa via,
egli poteva anche sperare di rincontrarsi col suo partito d’una volta. Il
quale peraltro rimase sempre fermo - in tutte le sue correnti - a respin­
gerlo e disprezzarlo, considerandolo come un miscuglio di pazzo e di
traditore.
Più dell’appoggio, allora spoglio di prestigio, di Mussolini, e anche
di quello del nazionalismo - concordemente biasimato per questo da
« Corriere della Sera » e « Stampa » - giovava alla resistenza di D’An­
nunzio il fatto che non si riusciva in via diplomatica a trovare una solu­
zione. Tittoni aveva abbandonato il 25 novembre 1919 il Ministero
degli Esteri, assurgendo alla più tranquilla carica di presidente del Se­
nato. Gli succedette il 26 Scialoia che fu ministro piuttosto nominale,
avendo Nitti tenuto per sé la direzione della politica estera. Il 9 dicem­
bre Scialoia ricevette a Parigi un prolisso memorandum da Clemenceau
e dai rappresentanti degli altri due big, enunciarne i termini d’accor­
do e quelli di dissenso; egli rispose sostenendo i punti di vista italiani il
i° gennaio 1920. I due punti principali di dissenso erano: la composi­
zione del governo del Corpus separatum fiumano; la striscia che secondo
la richiesta nostra (che ci rassegnavamo allora a lasciare il resto dell’I-
stria orientale) avrebbe dovuto congiungere lo stato libero di Fiume
con l’Italia. A questo punto, abbandonato il quadro strumentale - ormai
124 Capitolo secondo

pura finzione - del Consiglio alleato, si prosegui con trattative del go­
verno italiano con gli alleati, e di questi con il governo jugoslavo.

Le difficoltà economiche.

A codeste condizioni di politica parlamentare, di partiti e interna­


zionale, occorre aggiungere quelle economiche, peggiorate.
L’inflazione che s’era iniziata.nei primi mesi del 1919 continuò, ag­
gravandosi, fino alla fine del 1920. La lira, che nel primo semestre del
1919 era scesa da 81 centesimi oro a 61 centesimi oro, alla fine del 1919
ne valeva soltanto 37, a metà del 1920 28, alla fine del 1920 non più
di 18 centesimi: era scesa cioè a meno della quarta parte di quel che
valeva alla fine della guerra. Contemporaneamente la carta moneta cir­
colante era salita da 11 miliardi e 750 milioni alla fine del 1918, a ben
19 miliardi e 731 milioni alla fine del 1920. Si viveva la vita angosciosa
ch’è caratteristica dei tempi di violenta inflazione: ogni acquisto di
merci dall’estero - e purtroppo l’Italia ne doveva acquistar molte -
portava con sé aumenti di prezzi per il povero consumatore; ogni au­
mento di prezzi provocava richieste di aumenti di salari e stipendi,
richieste che attraverso agitazioni e scioperi finivano ad essere, in tutto
o in parte, contentate; ma appena raggiunto un nuovo livello, subito
il rincaro riprendeva e rendeva tutto precario. Come sempre, l’infla­
zione incoraggiava la facilità nello spendere e nel far debiti, favoriva
gli speculatori d’occasione, colpiva crudelmente i modesti risparmiatori
e chi viveva di redditi fissi, spargeva in tutto il paese un senso di disagio
grave, di inquietudine febbrile, di difficoltà economica che si sommava
alle difficoltà politiche derivanti dai problemi dei laboriosi e contrastati
trattati di pace.
Sull’aiuto da parte delle potenze alle quali l’Italia era stata alleata
in guerra c’era poco da contare. L’ultimo prestito che il governo ita­
liano aveva chiesto agli Stati Uniti e all’Inghilterra nel dicembre 1918,
in nome della solidarietà fino a quel giorno mantenuta, per provvedere
alle prime necessità del dopoguerra, era stato piuttosto difficile da con­
cludere. Poco dopo, nel marzo 1919, cessò da parte degli alleati l’im­
pegno a mantener fermo sul mercato internazionale il cambio della lira
italiana. Contribuì, allora e poi, alla precarietà della situazione finan­
ziaria italiana e a quella di tanti altri paesi la questione dei debiti di
guerra e delle riparazioni. Fin dall’armistizio le potenze vincitrici ave­
vano imposto ai vinti l’obbligo delle riparazioni, cioè il riconoscimento
di un debito da pagare per i danni di guerra inflitti ai loro paesi. Sulla
Nitti e Giolitti 125

entità di questo debito, sui criteri da adottarsi per fissarla, sulle possi­
bilità, sulle condizioni, sui termini del suo pagamento, le vedute del­
le varie potenze differirono molto. Nell’articolo 231 si attribuiva alla
Germania e ai suoi alleati la responsabilità di tutte le perdite e i danni
in cui i governi alleati e associati e i loro cittadini erano incorsi in con­
seguenza della guerra; nell’articolo 232 si riconosceva che le risorse
della Germania non erano adeguate ad una riparazione completa di tutte
quelle perdite e quei danni e si cercava di definire con maggior preci­
sione le categorie di perdite e danni che dovevano essere di fatto ripa­
rate. L’attuazione di queste direttive di massima era affidata ad un’ap­
posita commissione. Già allora molti prevedevano che il problema delle
riparazioni avrebbe dato molto filo da torcere negli anni seguenti, ed
erano piuttosto scettici sulla possibilità di risolverlo. Per un paese po­
vero come l’Italia il valore d’un credito di cosi incerta consistenza, in
un momento in cui il suo bisogno di danaro diventava angosciosamente
urgente, era pressoché nullo.
Per contro l’Italia aveva grossi debiti da pagare, soprattutto alla
Gran Bretagna e all’America, debiti contratti durante la guerra per ac­
quistare materie prime, armamenti, viveri ed ogni altra cosa necessaria
alla guerra, ai prezzi imposti dai paesi venditori e creditori. Tra i grossi
problemi del dopoguerra v’era anche quello di come sistemare codesti
debiti. Le speranze andavano da quella di una generale remissione fra
tutti i paesi che avevano combattuto insieme per la stessa causa e che
avevano messo in comune tutte le loro risorse di mezzi e di uomini per
la vittoria, a quella d’una compensazione tra debiti dovuti agli alleati
e riparazioni imposte ai nemici, in modo che il grave onere dei primi
fosse bilanciato, in tutto o in parte, dal previsto introito delle seconde.
Ma quando (marzo 1919) alla conferenza della pace la delegazione ita­
liana tentò di prospettare questa possibilità, il governo degli Stati Uniti
pose un divieto tassativo: dei debiti di guerra non si doveva in nessun
modo trattare. Ambedue i problemi, delle riparazioni e dei debiti di
guerra, rimasero dunque come due paurose incognite ad aggravare le
difficoltà e le incertezze di tutti i paesi, ma più specialmente dei paesi
economicamente più deboli, come l’Italia.
Fra tutte le cause di svalutazione della lira, e quindi di inflazione
cartacea, che afflissero il primo biennio del dopoguerra italiano ve ne fu
una che incideva in modo diretto sul bilancio dello stato e ne andava
sempre più aggravando il disavanzo. La insufficienza del grano pro­
dotto in Italia aveva già da anni indotto il governo a curare l’approvvi­
gionamento dall’estero delle quantità necessarie ad assicurare il pane,
allora alimento principe del popolo italiano. Quando i cambi comincia­
I2Ó Capitolo secondo

rono a inasprirsi, il governo adottò la politica di mantenere invariato


il prezzo del pane per il consumatore, colmando col danaro dello Stato
la differenza tra l’aumentato costo del grano estero e quello del pane.
A ciò lo indusse il pensiero delle masse indigenti, il timore non infon­
dato di agitazioni e disordini, la pressione dei partiti che difendevano
gl’interessi dei proletari, l’ansia di lenire in qualche modo i mali più
immediati, senza preoccuparsi troppo dell’avvenire meno prossimo. Se-
nonché il prezzo politico del pane non solo costava all’erario una assai
grossa somma, ma lo impegnava altresì a sborsare somme via via più
grosse, man mano che il fatale progredire del disavanzo accentuava la
svalutazione della moneta. Alla fine d’un andamento cosiffatto si pro­
filava la bancarotta dello Stato, l’annullamento totale della nostra mo­
neta. Nel luglio 1919 il tesoro perdeva 200 milioni al mese per mante­
nere il prezzo politico del pane. Nella primavera del 1920 la perdita
giunse a 500 milioni al mese.

Inizi della nuova Camera.

Imminente la inaugurazione della XXV Legislatura, il gruppo par­


lamentare socialista delle Camere - ove, nonostante tutto, i riformisti
avevano una posizione materiale e morale considerevole - si riunì il 29
novembre 1919, e approvò con 105 voti su 130 presenti, un ordine
del giorno Modigliani, nei cui «considerando» erano ripresi i motivi
del programma dell’« Avanti! », ma molto più attenuati e generici. Vi
si dichiarava « la necessità immediata di un radicale mutamento istitu­
zionale, senza pastoie di poteri irresponsabili, di assemblee privilegiate
e della sopravvivenza del tradizionalismo monarchico». Era un pro­
gramma di sviluppo integrale della democrazia parlamentare, attuabile
anche in regime monarchico. La direzione del partito, divisa tra fautori
del tradizionale non intervento alla seduta reale e partigiani di un in­
tervento sovversivo, aveva invitato il gruppo a intervenire « per una
manifestazione antimonarchica ». L’ordine del giorno Modigliani con­
cluse più moderatamente - dopo i « considerando » di cui abbiamo par­
lato - che il gruppo sarebbe intervenuto alla seduta inaugurale senza
partecipare a nessuna manifestazione di omaggio al sovrano, abbando­
nando l’aula prima del discorso della Corona.
Così il i° dicembre fu fatto: ma la cosa non andò secondo lo stile di
pacifica dimostrazione preferito da Modigliani. I deputati socialisti,
prima di sgombrare l’aula insieme con l’esiguo manipolo di repubbli­
cani, vollero contrapporre agli applausi nutriti con cui i costituzionali
Nitti e Giolitti 127

avevano accolto il re, grida di «Viva il socialismo! viva la repubblica


socialista! » Fu una gazzarra indecorosa e politicamente nociva per gli
autori. Di fuori era stata organizzata una gran dimostrazione di omaggio
ai reali, corteo al Quirinale, triplice comparsa dei reali al balcone. Stu­
denti e ufficiali esercitarono attivamente il loro monarchismo aggreden­
do per le vie i deputati socialisti, e ne ferirono taluni. In risposta a code­
sto nuovo episodio - che avrebbe dovuto far riflettere - di « attivismo »
o di « arditismo » antisocialista, i socialisti (o almeno i dirigenti massi­
malisti), seguitando a pensare di essere padroni della situazione grazie
all’arma dello sciopero politico, ricorsero a uno sciopero generale di
protesta a Roma; e l’esempio fu seguito a Milano, Torino, Genova,
Bologna, Napoli e altre città minori, nei giorni 2 e 3 dicembre: ufficiali
e studenti furono presi di mira dagli scioperanti protestatari (a Torino
si tentò l’assalto dell’Istituto tecnico): ci furono morti e feriti. I disor­
dini più gravi si ebbero a Mantova il 3 e 4 dicembre, ove la plebaglia
rimase padrona della città: si devastò la stazione, rimanendo ucciso il
proprietario del buffet; si saccheggiarono negozi di viveri e di armaiuoli,
si dispersero incartamenti al tribunale, si liberarono i prigionieri dal
cellulare, a cui si appiccò l’incendio. Nei giorni seguenti, i funerali di
un carabiniere ucciso a Milano e di uno studente ucciso a Torino assun­
sero, con la loro imponenza, carattere di controdimostrazione antisocia­
lista, favorita dalla disgustata stanchezza per l’abuso dello sciopero
generale.
Alla Camera, il 2 dicembre, venne eletto presidente Orlando con
25r voti, contro 143 a Lazzari e 63 schede bianche. Iniziata la solita
discussione di politica genefale, apparve subito - o piuttosto si con­
fermò in più forti proporzioni - l’assurdo di una situazione parlamen­
tare in cui il gruppo più numeroso e formalmente più intransigente di
opposizione si trovava, almeno nei suoi elementi parlamentarmente più
validi, vicino ai criteri seguiti ed alle idee espresse dal governo e parti­
colarmente dal suo capo, mentre i contrari a quei criteri e a quelle idee
si ritrovavano nel campo costituzionale, nella Destra ridotta a minime
proporzioni. In mezzo c’erano i « popolari », disposti in massima a
sostenere il ministero facendosi pagare l’appoggio con il favoreggia­
mento di una loro crescente influenza nell’andamento quotidiano della
cosa pubblica; ma non disposti a impegnarsi organicamente per esso,
ove non si concordasse un programma comune di governo rispondente
ai postulati loro. A sinistra, possiamo dire, dei popolari si costituì o
ricostituì un gruppo di « democrazia liberale » presieduto da De Nava,
con l’adesione di 55 deputati, tra cui figuravano, in ordine alfabetico,
Amendola, Bevione, Ciuffelli, Cocco Ortu, Corradini, Facta, Falcioni,
128 Capitolo secondo

Miliani, Paratore, Philipson, Raineri, Scialoia, Torre, gruppo misto di


ex-fascisti, giolittiani e nittiani.
Modigliani, il 20 dicembre, fece un discorso in parte fantasioso di
politica estera e interna, in cui asserì (facendo eco a trovate nazionalfa-
sciste) che il capitalismo americano intendeva mantenere la sua longa
manus su Fiume ed estenderla alla costa dalmata. Per sostenere il diritto
di autodecisione della « nostra Fiume » occorreva riconoscerlo anche
ai Tedeschi dell’Alto Adige. Soltanto l’Internazionale operaia avrebbe
apportato la giusta soluzione. Il partito socialista sentiva che si avvi­
cinava per esso il momento di assumere la responsabilità del potere: il
primo passo da realizzare per l’Italia era la repubblica, borghese oggi,
socialista domani. A ciò la maggioranza della Camera e il governo con­
trapposero una dimostrazione monarchica. Precedentemente un altro
socialista, Reina, si era messo su un terreno più concreto con un emen­
damento all’indirizzo di risposta al discorso della Corona. Vi si chiedeva
che si affidassero le terre incolte e malcoltivate in gestione a cooperative
di lavoratori della terra, e che si introducesse, con opportuna disciplina,
il controllo delle fabbriche da parte delle maestranze e dello Stato, quale
avviamento alla socializzazione della grande industria. Fece sensazione
il fatto che il gruppo popolare, pur con qualche riserva, si associò al­
l’emendamento, che fu approvato (13 dicembre). L’episodio richiamò
l’attenzione sul fatto che il partito socialista aveva ormai un rivale non
trascurabile presso taluni gruppi di proletariato industriale, e soprat­
tutto presso i coltivatori agricoli: mezzadri, piccoli proprietari e affit­
tuari affluivano al partito popolare. Al tempo stesso, grazie alla sua
posizione centrista e ai suoi nessi cattolici, esso appariva come un vali­
do alleato contro il socialismo rivoluzionario. Al principio del febbraio
1920 il gruppo parlamentare popolare presentò disegni di legge sulla
rappresentanza agraria e sulla quotizzazione del latifondo siciliano. A
questa « concorrenza » legittima e concreta del partito popolare quello
socialista non seppe rispondere se non con una inimicizia violenta, tra­
scendente talora a vie di fatto, e con la persistenza nell’agitazione ne­
gativa.
Nella prima battaglia alla nuova Camera, Nitti vinse di stretta mi­
sura con il voto di fiducia del 21 dicembre (242 contro 216). Gli fa­
ceva difetto un’impostazione politica generale, precisa ed efficace. Egli
seguitava ad insistere, secondo la sua competenza ed attitudine par­
ticolare, sull’aspetto economico della situazione; gli mancava la sintesi
politica efficace, il motto d’ordine capace, in tempo di passioni ancora
ribollenti, di trascinare gli esitanti, richiamare i fuorviati, smontare i
sobillatori.
Nitti e Giolitti 129

Egli ebbe contro non solo la Destra e i socialisti ufficiali, ma anche


socialriformisti e combattenti, compreso Salvemini, che però ruppe con
quel gruppo a causa del nazionalismo di esso. La posizione dei com­
battenti era incerta e inefficace: il loro orientamento «rinnovatore»
avrebbe dovuto portarli verso Giolitti (Salvemini arrivò in questa
prima tornata a proporre la pubblicazione dei documenti diplomatici
della guerra), e intanto indurli ad appoggiare Nitti; ma essi rimane­
vano intrigati nell’antigiolittismo tradizionale e nel mito della riven­
dicazione della guerra. Salvemini peraltro ebbe il merito, allora e dopo,
di combattere apertamente nazionalismo e dannunzianesimo.
Secondo l’esposizione finanziaria Schanzer del dicembre 1919, l’eser­
cizio 1918-19 si era chiuso con un disavanzo di oltre 11 miliardi. Per
avviare il risanamento del bilancio Nitti aveva emanato prima della
riapertura della Camera una serie di decreti-legge: riordinamento dei
tributi esistenti, imposta sul patrimonio, prestito della Vittoria. Aper­
tesi per quest’ultimo le iscrizioni al principio di gennaio, esse si chiu­
sero il 15 marzo dando complessivamente 21 miliardi di cui peraltro
solo un terzo effettivo, mentre solo il prezzo politico del pane portava
via all’erario più di sei miliardi l’anno. Pure, la risposta del paese era
stata notevole, e confermava che « plaie d’argent n’est pas mortelle »,
sempreché fenomeni politico-morali non vengano a incancrenirla.

La scioperomania e il « complotto fiumano ».

Uno di tali fenomeni, già manifestatosi nei mesi precedenti ma che


ora ebbe una ripresa, fu la «scioperomania». Le condizioni economi­
che rendevano un aumento di scioperi inevitabile, ma patologica fu la
facilità con cui vi si ricorse, talora per i motivi più strani e più futili,
e con cui si arrivava allo sciopero generale, se pur non si cominciava da
questo. Dallo sciopero-protesta (già anormale per sé) si finiva per pas­
sare allo sciopero-capriccio: e ne vedremo un esempio classico nello
« sciopero delle lancette » alla Fiat di Torino.
Contro la scioperomania prese posizione la Confederazione italiana
dei lavoratori («bianca»): e le sue sezioni stettero col governo nei
grandi scioperi postelegrafonico e ferroviario scoppiati successivamente
nel gennaio 1920. Il contegno del governo non corrispose a questo
aPP°ggio, e il suo prestigio usci piuttosto avvilito dai due conflitti. Lo
sciopero postelegrafonico, proclamato il 13, riuscì parziale, grazie ap­
punto ai postelegrafonici bianchi che permisero una certa continuità di
servizio. Ma il 20 il ministro Chimienti non solo accolse le richieste
5
130 Capitolo secondo

degli scioperanti, non solo promise di non prendere misure contro di


essi, ma s’impegnò a pagare a tutti le giornate di sciopero: e ai poste­
legrafonici bianchi toccarono il danno e le beffe, poiché vi furono per
loro tramutamenti di uffici e di sedi per placare le ostilità contro i
«crumiri». Lo sciopero ferroviario fu iniziato il 20 gennaio 1920 -
secondo il comunicato governativo - da una minoranza anarchica; e
sta il fatto che la direzione del partito socialista e il gruppo parlamen­
tare, pur affermando la propria solidarietà, dichiararono che lo scio­
pero era stato proclamato senza intesa preventiva, e anzi senza comu­
nicazione diretta: mentre la Confederazione del lavoro mise in guar­
dia le sue organizzazioni contro scioperi locali di solidarietà. Turati,
poi, giunse in una occasione a promuovere, contro lo sciopero ferrovia­
rio, il crumiraggio; e più ancora che contro i ferrovieri, infuriava in
privato contro i postelegrafonici, trattandoli da criminali. C’erano in
lui, insieme, il senso di equità e la coscienza di Stato: ma l’una e l’altra
riuscivano impotenti riducendosi a manifestazioni occasionali che na­
turalmente gli procuravano incidenti con la direzione del partito. L’As­
sociazione sindacale ferroviaria bianca non solo non aderì allo sciopero,
ma lo combatte con una serie di vigorosi manifesti. Anche il « Fascio
ferrovieri » fu contro lo sciopero e cosi pure l’Associazione combat­
tenti. Ciononostante il governo si piegò a trattare con i « rossi », e anzi
con i rossi soltanto; il lavoro fu ripreso il 29 gennaio a condizione
che fosse riammesso in servizio tutto il personale scioperante nel posto
che occupava (con il che erano sacrificati i diritti acquisiti dai non scio­
peranti). Si tentò anche di ottenere, come per i postelegrafonici, il pa­
gamento delle giornate di sciopero; ma si ripiegò sulla loro trattenuta
a quote rateali per un fondo a favore di case economiche per i ferro­
vieri. Se all’ordine materiale Nitti provvide con la istituzione della
Regia Guardia (entrata in servizio appunto nel gennaio 1920) e con un
forte aumento dei carabinieri, non altrettanto fu provveduto al mante­
nimento dell’ordine morale. Al principio di febbraio, secondo Turati,
i capi ufficio del ministero delle Poste non osavano più richiamare i
subordinati al dovere, temendo di essere essi puniti in conseguenza.
Altri scioperi non di impiegati statali, dal gennaio al marzo 1921,
ebbero carattere più normalmente sindacale: come quello tessile del
Bergamasco e quello nelle solfatare di Sicilia ai primi di febbraio, quello
brevissimo (18-20 febbraio) dei metallurgici nel Genovesato, lo scio­
pero agricolo nel Ferrarese dalla fine di febbraio al principio di marzo,
l’altro agricolo molto più vasto nella prima decade di marzo nel Vercel­
lese, Novarese, Pavese, in Lomellina. Anormale era uno sciopero come
quello all’Uva di Napoli nella seconda metà di febbraio, provocato da
Nitti e Giolitti 131

un preannuncio di chiusura per mancanza di combustibili. Esso dette


luogo a conflitti sanguinosi tra forza pubblica e scioperanti. Più anor­
male ancora fu il corso dello sciopero generale a Milano, indetto per
la giornata del i° marzo, in solidarietà con i tranvieri messisi in scio­
pero il giorno avanti per essere stato ferito mortalmente uno dei loro
in tafferugli seguiti a un comizio della « Lega proletaria fra mutilati e
invalidi di guerra»: la ripresa del lavoro il 2 marzo fu ostacolata da
violenze di numerosi gruppi di anarchici e teppisti.
Abbiamo visto nel marzo 1919 un caso sporadico di occupazione
delle fabbriche, appoggiato dal fascismo nascente. Adesso, nel primo
semestre 1920, le occupazioni si moltiplicarono. Ricordiamo quelle
delle officine Ansaldo a Viareggio in febbraio, dei cotonifici Mazzonis
a Pont Canavese e a Torre Pellice alla fine del detto mese, delle offi­
cine meccaniche Miani e Silvestri a Napoli nella seconda metà di marzo,
dello stabilimento Spadaccini a Sesto San Giovanni e dell’Uva a Piom­
bino nella prima metà di giugno. Non si trattò in genere di occupa­
zioni pure e semplici, ma di tentativi operai di far funzionare le fab­
briche per proprio conto. Caratteristico a questo proposito il caso di
Asti del 2 marzo ove, essendo stato chiuso uno stabilimento di lavo­
razione del legno, in liquidazione per decreto dell’autorità giudiziaria,
gli operai ruppero i suggelli, vi si stanziarono innalzando bandiere
rosse, e costituito un consiglio di fabbrica, ripresero il lavoro per pro­
prio conto. Il contegno dell’autorità fu vario: le Miani e Silvestri a
Napoli furono sgomberate con la forza, e ci fu un conflitto con un
morto; ne segui uno sciopero generale di due giorni. Invece per gli
stabilimenti Mazzonis l’autorità ottenne pacificamente lo sgombero ef­
fettuando la requisizione governativa, che durò sino al 9 aprile, quando
la ditta si accordò con i suoi operai. Occorre precisare che il conflitto
era stato originato dal rifiuto della ditta ad accettare le condizioni pat­
tuite dalla Federazione tessili con la rispettiva organizzazione indu­
striale.
Una specie di pendant all’occupazione di fabbriche da parte delle
maestranze era quella di terre da parte dei contadini. Con due diffe­
renze tuttavia: che per queste seconde non si trattava di azioni com­
piute da lavoratori delle organizzazioni socialiste, sotto la direzione spe­
cifica o generica delle organizzazioni stesse (se mai, i promotori erano
piuttosto combattenti o popolari); e che esse avvennero quasi unica­
mente nel Mezzogiorno, e particolarmente in Sicilia, in stretto legame
con le tradizionali contese riguardanti gli usi civici. L’epidemia mani­
festatasi l’anno precedente sullo scorcio dell’estate continuò durante
tutto il 1920. Fece particolare strepito, nel febbraio, l’episodio di Ri-
132 Capitolo secondo

bera (Palermo) ove un magnate siciliano e « grande di Spagna », il duca


di Bivona, fu tenuto prigioniero nel suo castello dai contadini per più
giorni, finché ebbe sottoscritto alle loro richieste. Il decreto-legge Fal­
cioni del 22 aprile 1920 non servi ad arrestare il movimento più del
precedente Visocchi del 2 settembre 1919; tanto più che esso disci­
plinava ancor più rigidamente del primo le concessioni stabilendo che
venissero fatte solo ad associazioni o enti già praticanti la coltivazione
di terra (come sarebbe stata l’Opera nazionale combattenti) e solo per
terreni non coltivati, o insufficientemente coltivati.
Come s’è detto, al movimento di occupazione delle terre il par­
tito socialista si mantenne estraneo, e potremmo dire ostile. Ma nem­
meno riguardo alle agitazioni operaie si riscontra una sua azione orga­
nica, insieme con la Confederazione, per promuoverle, regolarle, diri­
gerle a certi obbiettivi, secondo un piano. Caratteristica della dire­
zione socialista rimaneva appunto quella di mancare di direttive. Il
Consiglio nazionale socialista - specie di parlamento, rispetto al con­
gresso funzionante quasi da costituente - riunitosi a Firenze dall’n
al 13 gennaio 1920, ribadì a grande maggioranza l’indirizzo massima­
listico, già vittorioso al congresso, secondo la peculiarità manifestatasi
già al congresso medesimo di un rivoluzionarismo teorizzante la vio­
lenza sistematica, ma rinviantene l’impiego. È quel che fu detto, con
saporoso bisticcio, 1’« estremismo moderato». La rivoluzione venne
semplicemente preparata, o meglio « prestudiata », mirandosi a fabbri­
care modelli degli istituti rivoluzionari. L’ordine del giorno Bombacci
approvato dal Consiglio dette incarico alla direzione del partito di ini­
ziare fra le masse operaie un’ampia discussione sulla formazione dei
Soviet, per poi provvedere (sentito non oltre due mesi nuovamente il
Consiglio) alla loro costituzione. Il 29 febbraio, a Milano, la direzione
del partito discusse sulla creazione immediata o meno dei Soviet, deci­
dendo alla fine di continuare gli studi sull’argomento e di presentare
proposte concrete al Consiglio nazionale, da convocarsi a Torino per i
primi di aprile.
Una direttiva analoga, mutatis mutandis, fu data dalla direzione del
partito al gruppo parlamentare, il 27 febbraio. Il gruppo, cioè, doveva
prospettare in parlamento soltanto le soluzioni socialiste dei vari pro­
blemi, per mostrare come esse fossero inapplicabili in regime borghese.
Anche qui, dunque, fabbricazione ed esposizione di modelli; la quale,
non potendo avere in quell’ambiente neppure efficacia di propaganda,
non avrebbe servito - e tale infatti doveva essere lo scopo della direzione
- se non a prevenire una qualsiasi collaborazione del gruppo socialista
con quello « borghese » per disegni di legge o altri provvedimenti meno
Nitti e Giolitti 133

integralisti e avveniristi. Il direttorio del gruppo approvò il giorno


dopo questo programma con sei voti favorevoli, due contrari (Turati e
Treves), due astenuti (Modigliani e Musatti). Con una simile imposta­
zione, il partito socialista rinunciava a vantare qualsiasi sua beneme­
renza verso il proletariato a proposito di provvedimenti favorevoli ad
esso, come il progetto di legge per le otto ore di durata massima di la­
voro, presentato alla Camera dal ministro Ferraris, il 9 febbraio 1920,
che peraltro non ebbe corso. Già un anno addietro c’era stato per le
otto ore un accordo di massima in proposito tra Confederazione operaia
e industriale, e per i metallurgici era entrato fin da allora in applicazione.
Mentre il partito socialista abbandonava alla deriva i movimenti
operai, e cioè la causa stessa del socialismo, dall’altra parte s’incomin­
ciava a pensare seriamente ai casi propri, e anzi spuntava una inclina­
zione al passaggio dalla difensiva all’offensiva. Qualche segno s’era visto
già nelle manifestazioni seguite all’inaugurazione della nuova legisla­
tura; ed essi andarono rafforzandosi nei primi mesi del 1920. Già nel
gennaio si formano in varie città italiane organizzazioni volontarie per
il mantenimento dell’ordine pubblico e dei pubblici servizi. Squadre di
cittadini privati provvidero al servizio di smistamento e di recapito
della corrispondenza in occasione dello sciopero postelegrafonico; e un
concorso analogo, ma anche più importante, si ebbe per supplire ai fer­
rovieri scioperanti. Nella seconda metà di febbraio a Milano, vi fu
una iniziativa ufficiale in questo senso: il prefetto decretò l’istituzione,
nella città e provincia, di un corpo di volontari dell’ordine, per coadiu­
vare gli agenti nella prevenzione e repressione dei reati contro le pro­
prietà o le persone. Un fatto molto importante fu il congresso degli indu­
striali promosso dalla Confederazione generale dell’industria (parallelo
capitalistico della Confederazione del lavoro) il 7 marzo a Milano. In
esso si fecero voti per un preciso indirizzo di governo che realizzasse
la disciplina del paese, desse sicurezza di sviluppo alle libere energie
individuali e mantenesse l’osservanza delle leggi; ponesse fine al perma­
nere e al dilagare di inutili spese statali; abbandonasse vecchi metodi,
vecchie debolezze e vecchie tolleranze per portare alla direzione dello
Stato le forze di uomini e metodi nuovi, riordinare i servizi pubblici di
funzione statale essenziale, assicurare il rispetto della libertà del lavoro,
tarpare le ali alle illusioni di un prossimo Eden comunistico, cosi triste­
mente sperimentato in altri paesi con danno specialmente dei lavoratori
e delle masse. Quel che più importa, si presero accordi per rafforzare
l’organizzazione centralizzandola, e per resistere con metodi appropriati
all’agitazione operaia.
Quella congiunzione tra i due movimenti sovversivi, il nazionalistico
134 Capitolo secondo

e il socialistico, che era in fondo alle vaghe aspirazioni mussoliniane,


fu tentata effettivamente al principio del 1920; ma non da Mussolini.
Capitan Giulietti e l’anarchico Malatesta (figure che già conosciamo) al
momento dello sciopero ferroviario pensarono di fare di Fiume dannun­
ziana - con l’ex-rivoluzionario-sindacalista De Ambris capogabinetto di
D’Annunzio - la base per un movimento rivoluzionario in Italia: una
vera rivoluzione come l’intendeva Malatesta, cioè una insurrezione ar­
mata, rivolta ad abbattere illico et immediate, senza pensarci su, il po­
tere statale. Malatesta attraverso Giulietti entrò in rapporto con D’An­
nunzio: e le fila si strinsero in adunanze segrete romane. Si ritenne, però,
che, una marcia di D’Annunzio da Fiume, e i concorsi nazionalfascisti e
anarchico-sindacalisti che egli poteva raccogliere per via, non bastas­
sero; occorreva l’accordo col partito socialista e la Confederazione gene­
rale del lavoro. Furono scandagliati i due direttori proletari, ma con
esito negativo, e il progetto rimase allo stadio di progetto. D’Annunzio
si dette a elaborare gli statuti della repubblica corporativa di Fiume
nella « Carta del Carnaro », precedente delle diverse Carte fasciste. In
quanto alle sue relazioni col governo di Roma, esse rimanevano stazio­
narie: cattive a parole, almeno da parte dannunziana, di tacita tolleranza
reciproca a fatti.
Mussolini svelò il complotto rimasto in erba nel « Popolo d’Italia »
del 17 febbraio 1920, intitolando il racconto L’operetta nell’epopea·,
mise in ridicolo i cospiratori socialisti-anarchici lasciando fuori causa
D’Annunzio. Questo spionaggio retrospettivo si spiega col suo malvo­
lere contro chiunque tentasse iniziative che sarebbero piaciute a lui,
ma che egli non era in grado di prendere. In quanto a una sua parteci­
pazione, egli probabilmente non l’avrebbe negata se avesse visto una
qualche probabilità di riuscita. Il suo contegno, in tutto questo tempo,
è universalmente critico, puramente negativo. È sempre crudo e bef­
fardo verso Nitti, di cui era evidente la posizione poco solida. La te­
stata del « Popolo d’Italia » del 3 febbraio, al momento della ripresa
parlamentare, portava: «S(ua) I(ndecenza) Cagoia umilia l’Italia nel
ridicolo!» Il «ridicolo» erano le trattative infruttuose di Nitti con
gli alleati e i Jugoslavi per un compromesso adriatico: compromesso
che un articolo del Fascio triestino di combattimento, pubblicato nel
«Popolo d’Italia» del io febbraio, definiva mostruoso. Il compro­
messo era presso a poco sempre quello: Fiume stato libero, collegato
all’Italia dalla rotabile costiera; una divisione dell’Istria secondo la
cosiddetta linea Wilson corretta; Zara anch’essa città libera. C’era ac­
cordo con gli alleati, ma non con Wilson e con il governo di Bel­
grado. Wilson si dichiarò disposto ad accettare qualsiasi accordo con­
Nitti e Giolitti 135

eluso direttamente fra l’Italia e la Jugoslavia; e anche i due alleati


si pronunciarono nello stesso senso. Insomma, Mussolini e i Fasci ri­
mangono, anche in questo periodo, sostanzialmente passivi, in mar­
gine. Anche in quegli inizi di resistenza antisocialistica non risulta una
loro parte spiccata ed autonoma, al di là della ovvia partecipazione di
«attivisti» (specialmente arditi) a tafferugli contro i «bolscevichi».
La soddisfazione maggiore per Mussolini, fino a questo punto, era l’av­
verarsi dell’ipotesi da lui insinuata dopo la vittoria elettorale sociali­
sta, che, fra collaborazione e rivoluzione, il partito socialista si sarebbe
deciso per il «nullismo». Ciò, infatti, egli constatava nel «Popolo
d’Italia» del 26 febbraio: «È la nostra vendetta ed è venuta più pre­
sto di quanto non avessimo sperato». Come constatazione, era esatta;
come vendetta, era piuttosto magra, poiché si riduceva per Mussolini
a far l’ufficio di registratore, a «contare i punti» del gioco altrui.
Che la crisi durasse, era fuori dubbio. Continuavano, fitti e grossi,
gli scioperi. Nella seconda metà di marzo vi furono scioperi agrari nel
Bresciano, nel Parmense, nel Ferrarese. Alla fine del mese scoppiò lo
sciopero dei «lavoratori dello Stato» (coltivazione e manifattura tabac­
chi, officine carte e valori, arsenali di guerra e marina), e durò fino al
principio di maggio: esso impegnò quasi ottantamila operai. Durante
quasi tutto il mese di aprile si ebbe lo sciopero degli operai cartai. Nella
prima decade di maggio scoppiò a Milano lo sciopero dei lavoratori di
albergo e mensa che durò sino alla fine di giugno. Il maggio vide una
epidemia di scioperi agrari: Padova, Verona, Bergamo, Parma.

Crtò statale.

Quasi tutti questi erano scioperi economici di aziende private che


potevano dirsi normali; sebbene quelli agrari portassero facilmente a
forti· tensioni e a violenze. Ma anche nei servizi pubblici, tra gli ifnpie-
gati governativi, la tranquillità e la disciplina tardavano a tornare, e
anzi per certi lati peggioravano compromettendo sempre piu l’autorità
e il prestigio dello stato. Si scioperava talora poco men che a capriccio,
per ottenere la revoca di qualche provvedimento che non piaceva, o da
cui si intravedeva qualche scapito per l’organizzazione agitatoria. Tale
fu il caso dei ferrovieri che a Genova si misero in sciopero il 26 marzo
domandando la sospensione di un corso militare d’istruzione ferroviaria
iniziatosi a Rivarolo Ligure. In mezza giornata lo sciopero ottenne il
suo scopo. Si ricorreva, anche per interessi professionali, a scioperi lar­
vati. Il 20 aprile i postelegrafonici iniziarono l’ostruzionismo perché le
136 Capitolo secondo

loro richieste non erano ancora state accolte dal governo. Questo, men­
tre annunciava prossimo un decreto-legge contenente miglioramenti,
resistette, prospettò ed applicò sanzioni fino alla sospensione del grado
e dello stipendio dei capi agitatori; e cercò di provvedere al servizio
con volontari e con trasporti aerei. Le punizioni ebbero in taluni casi
belletto che i postelegrafonici sospendessero totalmente il servizio, con
lo « sciopero bianco ». A Milano l’ostruzionismo durò anche dopo le
disposizioni in contrario arrivate dalla centrale sindacale romana. Un
fatto particolarmente grave fu il rifiuto dei ferrovieri a trasportare
truppe, rifiuto che si propagò in forma epidemica dalla seconda metà
di aprile in poi, e durò vari mesi, specialmente a Bologna (centro ferro­
viario capitale) e in Toscana. Si giunse al punto che i ferrovieri si rifiu­
tarono di trasportare soldati, carabinieri, guardie regie, anche isolati e
in licenza. Talora anche i marittimi fecero altrettanto; ed accadde che
truppe trasportate su navi da guerra (per il rifiuto di ferrovieri e mari­
nai) suscitassero allo sbarco opposizione e sciopero da parte degli operai
del porto. Il governo deferì all’autorità giudiziaria i ferrovieri colpevoli
di un tale rifiuto; ma al tribunale di Pisa ventiquattro ferrovieri impu­
tati furono assolti o per non aver commesso il fatto o per non provata
reità, salvo due che ebbero una multa di duecento lire. In questo boi­
cottaggio ferroviario (o marittimo) contro le forze armate si confonde­
vano lo sfogo residuale delle ostilità alla guerra, il desiderio di sottrarre
al governo i mezzi per reprimere le agitazioni, e forse anche il risenti­
mento per le repressioni medesime.
Nonostante la scarsezza di energia governativa nel mantenere l’or­
dine e far rispettare la legge - o forse appunto per questo - i conflitti
tra forza pubblica e dimostranti di vario genere furono in questo pe­
riodo tutt’altro che scarsi, e le vittime numerose. La Guardia regia fu
adoperata largamente e con energia. Secondo una statistica dell’« Avan­
ti! » le «vittime del piombo borghese» dall’aprile 1919 all’aprile 1920
furono 145 morti, 444 feriti. Manca quella dei caduti nella forza pub­
blica; ma certo essa era senza paragone più modesta, data la spropor­
zione dei mezzi di offesa tra le due parti. Particolarmente grave fu
nell’aprile 1920 l’episodio di Decima di Persiceto (Bologna), con otto
morti. Ma anche il primo maggio 1920 vide vari incidenti gravi, parec­
chi morti, sparsi qua e là per l’Italia (le statistiche variano), da Torino
a Pola in Istria e a Paola in Calabria. Scriveva Anna a Filippo, il 4
maggio:
Sono dopo la lettura dei giornali di stamattina come sotto un incubo rosso del
delinearsi della guerra civile in tutta Italia. Socialisti ammazzano cattolici, in Ro­
magna pugilati fra socialisti e repubblicani, in Liguria tafferugli tra socialisti e anar­
Nitti e Giolitti 137
chici, e dappertutto morti e feriti in conflitti sanguinosi con guardie regie e ca­
rabinieri.

(Come si vede, i fascisti non figurano in codesto quadro: prova di


come essi fossero tuttora in secondo o terzo piano). Naturalmente, dopo
questi episodi si decretava lo sciopero generale, causa pressoché infalli­
bile di altri conflitti, di altre vittime. In tale quadro - e altresì in quello
della reazione già in corso contro gli eccessi socialistici, reazione a cui
partecipavano largamente reduci di guerra, particolarmente arditi - van­
no collocati gli incidenti di insulti e attacchi a ufficiali in divisa: incidenti
di cui molto si parlò nel periodo immediatamente seguente, quello di
ascesa del fascismo, ma sul numero, le circostanze e le consistenze dei
quali non esiste, per quanto sappiamo, un’indagine sistematica. Non
par dubbio che essi siano stati assai esagerati, in quantità e qualità, e
che il loro carattere sia stato prevalentemente quello di incidenti occa­
sionali, anziché di preordinato sfregio all’esercito e ai valori patriottici.
Nel mare magnum di codeste agitazioni, alcune furono particolar­
mente caratteristiche della perturbazione generale degli spiriti, e della
profondità dei contrasti. A Viareggio, il 2 maggio 1920, un diverbio tra
giocatori di calcio fu il punto di partenza di una vera e propria insurre­
zione cittadina. Intromessisi nel diverbio i carabinieri, e assaliti dalla
folla, uno di essi sparò uccidendo un ex-tenente degli arditi (come si
vede, qui non si trattava del « piombo borghese » uccidente un prole­
tario). Il tumulto ingrossò e travolse tutto, essendosi la folla impadro­
nita di armi saccheggiando un armaiuolo e invadendo caserme. Fu pro­
clamato lo sciopero generale, sospeso il servizio ferroviario; e i tumul­
tuanti rimasero padroni della città. Il giorno seguente la città si andò
calmando, ma il dominio dei rivoltosi persistette, tanto che furono di­
sarmati taluni ufficiali di terra e di mare avventuratisi in città. L’autorità
provvide a riunir truppe intorno a Viareggio. Il giorno 4, per riflesso
dei fatti di Viareggio, vi furono gravi disordini anarcoidi a Livorno,
saccheggio di negozi, assalto con bombe a mano alla questura. Il 5, tutto
era calmo nei due centri, e a Viareggio poterono entrare le truppe senza
incidenti. Agitazione stranissima fu quella contro l’ora legale, intro­
dotta in anticipo su quella solare dal governo per ragioni economiche.
Parecchi municipi socialisti e Camere del lavoro si rifiutarono alla sua
adozione e non mancarono incidenti e contrasti. Il maggiore fu nell’ul­
tima decade di marzo lo « sciopero delle lancette » alla Fiat di Torino.
Quivi, sebbene la direzione fosse disposta a consentire che l’orario di
lavoro corresse secondo l’ora solare, la commissione di fabbrica non
si accontentò: essa voleva che anche le lancette del grande orologio di
138 Capitolo secondo

fabbrica segnassero la vecchia ora, a differenza di tutti gli altri orologi


della città. La commissione fu licenziata, e lo sciopero proclamato. Per
solidarietà, i metallurgici di Torino decisero lo «sciopero bianco»:
occupazione delle fabbriche, senza lavorare. Bandiere rosse e nere fu­
rono innalzate sugli stabilimenti. Gli industriali (29 marzo) proclama­
rono la serrata, e fecero occupare gli stabilimenti dalle truppe.
La questione adesso si spostò su tutt’altro piano: si trattava del
riconoscimento e delle attribuzioni dei consigli di fabbrica, che a To­
rino appunto trovarono i loro tecnici e organizzatori. Gramsci vi fece
la prima grande prova. Nella discussione tra operai e industriali per la
ripresa del lavoro - il prefetto era intervenuto con proposte concilia­
tive - il conflitto si rinnovò e si allargò per le precisazioni domandate
dai secondi circa attribuzioni e funzionamento delle commissioni interne
(cioè dei consigli di fabbrica). Il 13 aprile 1920 si arrivò allo sciopero
generale torinese, proclamato contro il tentativo della Lega industriali
di impedire l’ulteriore sviluppo di dette commissioni, dimostrantisi
adatte (secondo gli scioperanti) «a diventare strumento di nuove con­
quiste». Il bollettino dello sciopero del 16 aprile portava per titolo:
«L’insurrezione della classe operaia e contadina per la libertà degli
organi del suo potere». Il 19 lo sciopero venne esteso a tutto il Pie­
monte; ma il 24 aprile fu ordinata la ripresa del lavoro, senza aver
ottenuto il riconoscimento desiderato per lo « strumento di nuove con­
quiste». L’ultimo bollettino dello sciopero constatò: «Gli industriali,
sostenuti dalla forza armata della borghesia, hanno ancora una volta
imposto la loro volontà ». L’« Avanti! » criticò la condotta dei dirigenti
il movimento torinese. Su questa faccenda dei consigli di fabbrica c’era
dissenso, e profondo, fra quei dirigenti - che sarebbero entrati nel pros­
simo partito comunista, pure essendo su una linea notevolmente diffe­
rente dal regime russo-sovietico - e la direzione massimalista. Questa
vedeva nei consigli di fabbrica, anziché organi autonomi delle officine,
una incarnazione dei Soviet (politici) preparanti la dittatura del prole­
tariato. Il Consiglio nazionale previsto per i primi d’aprile a Torino si
tenne invece a Milano il 21 e 22 aprile, e vi fu approvata la costituzione
dei consigli di fabbrica, o « Soviet », in via d’esperimento, nei centri
maggiori. Un emendamento dei massimalisti estremi per estendere la
costituzione dei Soviet a tutta l’Italia, raccolse una frazione minima
di voti. Si rimaneva sempre in margine della situazione reale, a cui in­
vano fecero richiamo Modigliani e Turati; il primo sostenendo la neces­
sità della collaborazione per quel tanto di socialismo che si poteva otte­
nere, e il secondo protestando che si lavorava a creare il blocco borghese
e la reazione. In quanto alla Confederazione del lavoro, essa faceva
Nitti e Giolitti 139

sforzi per mantenere la sua autorità e disciplina secondo un indirizzo


moderato, ed era piuttosto preoccupata del movimento per i consigli
di fabbrica, che mostrò il congresso straordinario della FIOM (Fede­
razione industriale operai metallurgici) tenuto a Genova dal 20 al 24
maggio. Esso avocò al congresso della Confederazione del lavoro ogni
decisione definitiva circa i « consigli di azienda » e le loro funzioni « fin­
ché permane il regime industriale ». Per l’ostruzionismo postelegrafo­
nico il concorso dei volontari si era andato intensificando man mano.
A Roma in maggio gli studenti si presentarono a sostituire gli spazzini
scioperanti. In quanto alla reazione di cui parlava Turati, i sintomi se­
guitavano a manifestarsi, e ingrossavano. Il 9 aprile si tenne a Bologna
un’adunanza di notabilità in cui si affermò la necessità di un’organizza­
zione permanente per la tutela dell’ordine, della libertà e delle leggi;
una decina di giorni dopo fu pubblicato un manifesto per l’organizza­
zione di un volontariato civile. La federazione provinciale socialista in­
vitò le organizzazioni operaie al boicottaggio dei firmatari. Ma proprio
i sistemi socialisti di boicottaggio, in certe zone agrarie dell’Emilia,
erano uno degli incentivi alla reazione.
I partiti « d’ordine » vecchi e nuovi non solo non dominavano la
situazione, ma non se ne rendevano ben conto. La commissione esecu­
tiva del partito liberale italiano, la cui organizzazione era debole e scarsa
di seguaci, deliberò il 18 aprile di far presente agli altri partiti antirivo­
luzionari la necessità di un accordo per una difesa comune della libertà
e dell’ordine; deliberazione a cui si può, tutt’al più, riconoscere il valore
di un certo rincalzo al movimento « volontaristico » che conosciamo, ma
in cui mancava una impostazione di politica costruttiva. Il secondo con­
gresso popolare, tenutosi a Napoli dall’8 al 12 aprile, non fece che riba­
dire l’autonomia del partito e confermarne il programma specifico, con
scarsa visione del problema politico pregiudiziale che non consisteva
in una o altra riforma, ma nella costituzione di una salda coalizione
parlamentare-governativa e nella restaurazione dello Statò. In sostanza
il partito pensava a crescere e a realizzare i suoi postulati particolari,
di cui più d’uno non aveva molto a che fare con le esigenze dell’ora.
Esso proseguiva ad essere nettamente antisocialista, e il contegno dei
socialisti nei riguardi dei popolari non era fatto per modificare un tale
atteggiamento. Il quarto congresso nazionalista, tenutosi a Roma il 18
aprile, ebbe la solita riaffermazione riguardo ai fini italiani di guerra,
chiese ulteriori provvidenze a favore degli ex-combattenti, disputò sulla
posizione dei sindacati dello Stato. A Roma pure, dal 2 al 5 giugno, si
tenne un congresso per il rinnovamento nazionale, e cioè per il nuovo
indirizzo politico che si tentava di far uscire dal movimento combatten­
140 Capitolo secondo

tistico. Vi parteciparono (in ordine alfabetico) Comandini, De Viti De


Marco, Fancello, Murri, Papafava, Salvemini, Vincenzo Torraca. Una
linea maestra per provocare il rinnovamento auspicato era quella di
abbattere la prevalenza dei gruppi plutocratici e protezionistici svilup­
pando un’agricoltura libera e sana. In politica estera le idee erano quelle
di Bissolati e di Salvemini. In particolare si insisteva su « una sincera,
durevole pace con la Jugoslavia » che avrebbe spianato la strada a strette
e fruttuose relazioni nostre con i popoli balcanici. Per la Venezia Giulia
si chiedevano « i bastioni montani necessari alla difesa militare, senza
le conche abitate esclusivamente da Slavi»; per Fiume e Zara l’unione
all’Italia; per il porto di Fiume e le ferrovie internazionali partenti da
questo e dal porto di Trieste, una amministrazione consorziale di tutti
gli stati interessati. Il movimento del rinnovamento faceva capo a un
gruppo di deputati eletti su liste dei combattenti, e che portava questo
stesso nome. Esso tenne un secondo congresso in agosto a Napoli, che
precedette di poco, in quella città, il secondo congresso dei combattenti.
Il rinnovamento mirava appunto a tirarsi dietro il combattentismo, por­
tandoli ad una azione politica efficace, e il congresso dei combattenti
votò l’adesione, a grande maggioranza, al partito del rinnovamento; ma
ciò provocò uno scisma da parte di un gran numero di sezioni, talune
delle quali volevano mantenere l’indipendenza apartitica dell’Associa­
zione, mentre altre si proponevano di fondare un partito italiano di
azione.
Una grave perdita per la democrazia, e non soltanto per il partito
socialriformista, fu la morte di Bissolati, avvenuta il 6 maggio 1920
in Roma dopo lunga malattia dovuta a infezione postoperatoria. Con
senso politico superiore forse a quanto ne avesse mostrato nel corso
della sua vita, egli si era adoperato negli ultimi tempi a fondere tra loro
radicali, riformisti e combattenti. L’intesa su un programma comune
del nuovo raggruppamento democratico fu realizzata senza troppa diffi­
coltà; ma l’accordo si ruppe quando si venne allo stabilimento di una
concorde linea parlamentare di fronte al governo in carica.
In quanto al fascismo, Mussolini, facendo il 26 marzo nel «Popolo
d’Italia » il bilancio del primo anno di vita, si limitò ad affermare che i
nuovi Fasci, a un anno di distanza dalla fondazione, erano « ancora vivi
e decisi a vivere ». Non si poteva essere più modesti per la propria sod­
disfazione. Né dal secondo congresso o «adunata» a Milano, il 23-25
maggio 1920 - erano presenti i rappresentanti di 120 Fasci, numero
piuttosto esiguo - uscirono parole d’ordine e prese di posizione note­
voli. Mussolini si schierò in favore dell’agitazione contro l’ora legale,
semplicemente perché si trattava di una rivolta contro l’autorità dello
Nitti e Giolitti 141

stato: e lo disse (6 aprile 1920) con una esplicita confessione di senti­


menti anarchici:
Io non faccio una questione di politica, di nazionalismo o di utilità; parto dal­
l’individuo e punto contro lo Stato... Abbasso lo Stato sotto tutte le specie e incar­
nazioni. Lo Stato di ieri, di oggi, di domani. Lo Stato borghese e quello socialista.
A noi che siamo i morituri dell’individualismo, non resta, per il buio presente e per
il tenebroso domani, che la religione, assurda ormai, ma sempre consolatrice, del-
I’anarchia.

(la parola era scritta cosi, in maiuscolo). Con strana contraddizione,


seguitò tuttavia a fare del nazionalismo attaccando (24 aprile), in oc­
casione della conferenza di San Remo, «l’imperialismo degli altri», e
più particolarmente quello della Grecia, e constatando (28 aprile), alla
fine della conferenza stessa: « Parigi, Londra, San Remo e... l’Italia non
ha ancora la sua pace! » Constatazione per sé non ingiusta: ma occor­
reva domandarsi se lui e i nazionalisti non avessero dato qualche con­
tributo al fatto spiacevole.
La questione adriatica stagnava. Fiume dannunziana aveva ormai
perduto importanza e interesse. Il prestigio del « Comandante » non si
rialzava dai colpi che egli stesso si era inflitto col suo contegno del di­
cembre passato. Egli non dominava la situazione interna meglio di quel
che facesse il vituperato «Cagoia». Anche lui si trovò a combattere
con lo sciopero generale. Esso avvenne in due tempi: al principio di
aprile (1920) e in ripresa dopo la metà; questa volta promosso da solo
una parte delle maestranze operaie, comprendente una forte dose di
elementi non italiani. E alla ripresa fu dato - a differenza del primo
sciopero - un carattere politico, domandandosi le dimissioni del Con­
siglio nazionale e l’apertura dei confini. Il governo di Fiume insistette,
per combatterlo, sull’accusa di sobillazione da parte di elementi stra­
nieri, antitaliani. Arresti ed espulsioni furono impiegati per farlo ces­
sare. Ma una situazione torbida rimaneva anche nel quadro puramen­
te italiano. V’erano contrasti nei legionari fiumani; si ebbe ai primi
di maggio un conflitto fra carabinieri e arditi, e si disegnò un esodo di
carabinieri e di altri militari, malcontenti del Comando.
Alla fine di aprile, dopo la conferenza interalleata di San Remo, il
governo italiano era riuscito ad avviare trattative dirette con i Jugo­
slavi. Il 9 maggio arrivò a Pallanza sul Lago Maggiore una delegazione
jugoslava capitanata da Pašić e Trumbié, abboccandosi con quella ita­
liana presieduta da Scialoia. Ma una nuova crisi ministeriale provocata
dai popolari e socialisti sopravvenne Pii a far sospendere le trattative,
dopo due sole sedute.
142 Capitolo secondo

Il terzo ministero Nitti.

La benevola attesa concessa dai popolari al secondo ministero Nitti


durò poco più del proverbiale espace d’un matin. Il congresso di Napoli
(dice don Sturzo) «riuscì una manifestazione antinittiana; si che non
rimaneva alcuna possibilità al gruppo parlamentare di continuare a dare
il suo voto favorevole al ministero ». Il malcontento diffuso fra i popo­
lari per la debolezza del governo rispetto alle intemperanze socialistiche
era inacerbito dal fatto che queste andavano assumendo (anche per
riflesso del contrasto con i popolari) un carattere più spiccatamente
anticlericale. Riunitosi a fine mese il Consiglio nazionale - come nel
partito socialista, questo era l’organo intermedio fra il congresso e la
direzione del partito - esso invitò il gruppo parlamentare a rifiutare
ogni ulteriore fiducia al ministero. E poiché si parlava di una combina­
zione Bonomi-Meda, il Consiglio prese posizione anticipata anche con­
tro di essa. Nitti avrebbe tentato di agire sui popolari attraverso il Vati­
cano (erano stati ripresi i pourparlers per la soluzione della questione
romana). Se un intervento ci fu, esso non ebbe effetto. L’ii maggio,
avendo il gruppo socialista chiesto l’iscrizione all’ordine del giorno della
seduta seguente di una mozione circa lo sciopero postelegrafonico, quello
popolare domandò che nella discussione fosse associata una mozione
sua sullo stesso soggetto. Nitti chiese un rinvio, e pose la questione di
fiducia: fu battuto con 112 voti favorevoli contro 193, e dette le di­
missioni.
Il giorno dopo il gruppo parlamentare popolare dichiarò che la crisi
si sarebbe dovuta risolvere con la formazione di un governo solido sulla
base di un programma preciso e audacemente riformatore. Non c’era
però accordo fra i popolari su chi avrebbe dovuto formare il « governo
solido ». Il segretario del partito, Sturzo, era contrario tanto a una
reincarnazione Nitti, quanto al ritorno di Giolitti, che ormai si affac­
ciava ben visibile all’orizzonte. Fin dall’inizio il volitivo leader siciliano
apparve dominato da una ostilità irriducibile per il vecchio uomo di
governo che doveva apparirgli troppo attaccato alle tradizioni liberali,
laiche, centralistiche, parlamentari dello Stato italiano. Sturzo era favo­
revole a un ministero Bonomi: ma questi, per il suo recente passato di
interventista e maggiorente del «Fascio parlamentare», era inviso a
tutti i neutralisti che non avevano dimenticato i loro risentimenti, e
rievocavano la previsione di lui, alla vigilia dell’intervento italiano, che
questo avrebbe fatto terminare la guerra in tre mesi. Ostilità neutra-
listiche non scarseggiavano neanche fra i popolari, mentre i più « sini­
Nitti e Giolitti M3
stri » di questi erano portati contro Bonomi dalla particolare ostilità
del socialismo ufficiale contro l’ex-compagno. Si era operata una pola­
rizzazione, per cui i più fedeli all’interventismo assumevano carattere
di destra, mentre la Sinistra gravitava verso il neutralismo, almeno
nella forma - che era poi la sua finale - di critica a fondo della politica
di guerra. Cosi la candidatura Bonomi appariva (a torto, rispetto all’o­
rientamento effettivo del personaggio) con un colorito di destra, « rea­
zionario». Il primo designato alla soluzione della crisi fu Meda, in
considerazione del fatto che il suo gruppo aveva provocato la crisi. Ma
il Meda (che, piuttosto che popolare, avrebbe potuto dirsi un cattolico­
liberale) senti immediatamente l’impossibilità di raccogliere intorno a
sé il consenso della parte liberale della Camera e declinò l’incarico. Bo­
nomi ebbe allora l’offerta dell’incarico dal re, dopo le nuove consulta­
zioni di rito; ma quando il gruppo popolare gli ebbe negato la parteci­
pazione, pur promettendo l’appoggio, rifiutò. Giolitti si tenne in di­
sparte: c’era per lui una corrente favorevole in seno ai popolari, ma di
fronte a quel suo atteggiamento essa non insistette,.
Prevalse cosi nel gruppo parlamentare popolare, arbitro della crisi,
la soluzione di un terzo ministero Nitti. Sturzo, contrario, lasciò fare.
Attraverso dichiarazioni di Nitti favorevoli in larga misura ai postulati
popolari, e particolarmente a un’equa rappresentanza dei sindacati bian­
chi nella trattazione delle questioni operaie, si arrivò all’accordo. «Tra­
monta Bonomi e rispunta la vergogna nittiana»; cosi la testata del
«Popolo d’Italia» il 18 maggio. Per i popolari entrarono nel terzo
ministero Nitti, del 21 maggio, Rodino alla Guerra e Micheli all’Agri­
coltura. Rimase ancora agli Esteri la quasi-comparsa Scialoia; tornò al
Tesoro Schanzer, andando alle Finanze De Nava; il giolittiano Falcioni
fu promosso alla Grazia e Giustizia, e l’ancor più giolittiano Peano ebbe
i Lavori pubblici. Il giovane radicale Ruini ebbe le Colonie. Ministero
della transazione e del compromesso, lo chiamò «Il Popolo d’Italia»;
mentre il « Corriere della Sera » avrebbe voluto che Nitti avesse in tasca
il decreto di scioglimento della Camera, che il giornale intimava alla
Corona di non dare a Giolitti.
Il ministero era appena insediato quando vennero a scuoterlo i san­
guinosi incidenti del 24 maggio a Roma. In occasione dell’anniversario
dell’entrata in guerra si tenne all’Università uno dei tanti comizi « pa­
triottici », dopo il quale un duecento studenti vollero sfilare in corteo
per Via Nazionale, tentando di dirigersi al Quirinale. L’autorità di pub­
blica sicurezza si oppose, perché si temevano torbidi a opera di agitatori
provenienti dalla Dalmazia (segnalati anche da Millo). All’altezza del
Palazzo dell’Esposizione si ebbe lo scontro: le guardie regie spararono,
144 Capitolo secondo

sembra senza ordine, e forse si spararono addosso, poiché si ebbero


quattro morti fra loro di fronte a un civile: parecchi però furono tra
questi i feriti (e parecchi di estranei alla dimostrazione), taluni dei quali
soccombettero. L’impressione fu grande, e lo sdegno accresciuto dal­
l’arresto momentaneo di cittadini fiumani (tre erano delegati dal Con­
siglio nazionale) e dalmati. Il questore Mori fu esonerato. Sulla com­
mozione spontanea si gettò l’opposizione nazionalfascista contro Nitti:
i vituperi a «Cagoia» raggiunsero l’apice. A Fiume si ebbero grandi di­
mostrazioni di protesta; legionari e cittadini abbatterono le barriere del
ponte di Susak - al confine con la Jugoslavia - guardate da truppe ita­
liane. D’Annunzio (col quale il generale Caviglia aveva arbitrariamente
avviato pourparlers sulla base di un’autonomia dalmata), risvegliando
il suo attivismo, fece la conquista di un villaggio croato, e annunziò che
intendeva occupare Susak. Il governo di Belgrado informò Roma e
Parigi che avrebbe resistito con le armi. Non accadde altro.
Invece l’agitazione antinittiana in Italia persistette e ingrossò. Qua­
si tutti ormai erano contro di lui, neutralisti e interventisti, Sini­
stra e Destra. Gli uni volevano la rivincita di Giolitti; gli altri, il go­
verno forte antisocialista; e dietro gli uni e gli altri l’opinione più
ponderata si orientava verso Giolitti come l’uomo di governo che
per il suo passato dava maggiore affidamento, al di là di destra e sini­
stra, interventismo e neutralismo. Anche i nazionalisti, anche « Il Gior­
nale d’Italia» - auspice Sonnino - accettarono, invocarono il ritorno
di Giolitti (Bergamini ebbe poi da lui il laticlavio). Rimase isolato nel
suo cieco antigiolittismo il « Corriere della Sera ». In seno al gruppo
socialista, peraltro, si mantenne forte la tendenza nittiana di Modigliani.
In un’intervista durante la crisi Turati aveva auspicato un binomio
Giolitti-Nitti. Era la soluzione migliore se non si voleva dividere quel
po’ di deputati liberali-democratici che rimanevano. Ma né l’uno né
l’altro ci pensarono menomamente («O lui, o io», disse Nitti), e i ri­
spettivi partigiani provvidero loro, adesso e poi, a esacerbare il dissidio
fino a renderlo insanabile. Qualche giornale « giolittiano » condusse
contro Nitti una campagna furibonda, gareggiante con quella nazional­
fascista. Giolitti, per conto suo, prese tranquillamente posizione con
l’intervista alla « Tribuna » del 27 maggio (pubblicata il 26 sera). I guai
principali, egli disse, erano il discredito del parlamento e la condizione
disastrosa delle finanze. Il parlamento era esautorato dai decreti-legge in
serie con cui il governo aveva tratto a sé il potere legislativo (punto ca­
pitale incontestabile). Occorreva ridare al parlamento il pieno esercizio
del potere legislativo, il controllo effettivo sulle pubbliche spese e sul­
l’ordinamento dei pubblici servizi, e anzi (qui Giolitti riprendeva il pro-
Nitti e Giolitti 145

gramma di Dronero) gli si dovevano riconoscere nella politica estera po­


teri uguali a quelli che gli spettavano nella politica interna e finanziaria,
modificando l’art. 5 dello Statuto e istituendo nei due rami del parla­
mento commissioni permanenti di controllo sulla politica estera. Doveva
anche cessare (sempre secondo il discorso di Dronero) la facoltà gover­
nativa di proroga delle sessioni. In quanto alla situazione finanziaria,
Giolitti prevedeva nell’esercizio in corso un disavanzo non inferiore a
18 miliardi: si camminava a gran passi verso il fallimento se non si
dava subito un potente colpo di arresto alle spese, e se non si procu­
ravano, senza ritardo, forti entrate al Tesoro cosi da escludere ogni
aumento ulteriore della circolazione cartacea. Per questo si offrivano
due mezzi principali: la revisione dei contratti stipulati dallo stato du­
rante e dopo la guerra, allo scopo di ricuperare quanto era stato pagato
al di là di una equa misura; e la rigida applicazione della imposta sul
capitale. Perché questa imposta desse tutti i risultati desiderabili (era
ancora il programma di Dronero che tornava), occorreva la nominatività
di tutti i titoli al portatore. Si trattava di 70 miliardi in buona parte
concentrati nelle grandi fortune, le quali avrebbero dovuto pagare il
venti, il trenta, il quaranta e fino il cinquanta per cento, e quando si
trattasse di patrimoni formati da profitti di guerra aliquote anche
maggiori. Il provvedimento, incalzava Giolitti,
è necessario alla finanza, ed è imposto da un’alta considerazione morale, per impri­
mere nelle masse popolari la sicurezza che gli oneri fiscali sono distribuiti con giu­
stizia, e che non vi possono sfuggire appunto le maggiori ricchezze; ed è consigliato
anche da considerazioni di giustizia regionale, in quanto quei settanta miliardi di
titoli si trovano per la maggior parte nell’Alta Italia, e solo in piccola parte nel
Mezzogiorno. Una giusta ripartizione degli oneri fiscali è condizione indispensabile
per ottenere che il paese li accetti.

Nitti prese adesso un provvedimento diretto precisamente a chiudere


una grossa falla del bilancio (Giolitti non ne aveva parlato specifica-
mente., e vedremo perché): l’aumento del prezzo del pane, per cui pre­
sentemente l’erario provvedeva a colmare la differenza fra prezzo poli­
tico e prezzo reale. Con decreto-legge (ancora una volta!) del 4 giugno
esso fu elevato a lire 1,50 il chilogrammo, con una indennità per i non
abbienti e una imposta di compensazione sugli agiati. Il provvedimento,
giusto in sé, non era varabile in quelle condizioni politiche: occorreva
tutta una preparazione. Esso unificò più che mai tutte le opposizioni,
dalla immancabile dei socialisti a quella di Mussolini, il quale intimò
che il prezzo politico attuale si lasciasse per i non abbienti, i lavoratori
e gli impiegati. Vi furono a Milano un gran comizio di protesta e disor­
dini, con feriti; altri disordini, con morti e feriti a Bari (e qui sciopero
146 Capitolo secondo

generale). E proprio in quei giorni (8-9), si ebbero nuovi arresti di


trasporti militari. Nitti rinunziò alla battaglia parlamentare annunciando
alla Camera il 9 giugno il ritiro del decreto-legge e le dimissioni del
ministero. Si erano già pronunciati contro di lui i gruppi della demo­
crazia liberale (che era poi la Destra salandrina), dei radicali e dei ri­
formisti.

L’ultimo ministero Giolitti.

Tutte le indicazioni furono per Giolitti, che già l’i 1 giugno ebbe l’in­
carico. Egli procedette con rapidità, secondo un piano prestabilito. In
antitesi al sistema di don Sturzo, non condusse trattative con le direzioni
dei partiti, ma solo con i leaders parlamentari. Sturzo, insensibile alla
situazione nazionale, rimase contrario a Giolitti, ma il gruppo popolare
passò oltre. Giolitti basò il suo ministero di coalizione del 15 giugno
1920 sull’accordo col popolare Meda e col democratico-socialista Bo-
nomi. A Meda, a cui affidò il Tesoro, strappò l’assenso alla nominatività
dei titoli a cui questi era contrario. Lasciò Bonomi al ministero della
Guerra; promosse Sforza da sottosegretario a ministro degli Esteri,
dopo essersi trovato d’accordo con lui circa i criteri di soluzione della
questione adriatica. Un’altra colonna del nuovo gabinetto fu Benedetto
Croce all’Istruzione, destinato a varare la reintroduzione dell’insegna­
mento religioso nelle scuole elementari come vera e propria materia
d’insegnamento, e l’esame di stato: postulati dei popolari. Alle Finanze
Giolitti pose Tedesco; ai Lavori pubblici rimase Peano; all’Industria
fu chiamato Alessio. Giolitti aveva anche scandagliato i socialisti per
una partecipazione, prospettando una politica di grande portata sociale.
Ma Turati rispose che egli e i suoi amici, se fossero entrati, non sareb­
bero stati seguiti dai loro compagni; sarebbero stati nel ministero a puro
titolo personale. Giolitti avrebbe replicato di essere convinto che per
l’utilità del paese egli doveva in quel momento fare il ministero a ogni
costo: «Prenderò la maggioranza dove la troverò». Per avere, comun­
que, un pizzico di socialismo nel suo gabinetto, dette il ministero del
Lavoro - istituito pochi giorni prima da Nitti - al socialista indipen­
dente Arturo Labriola. Fino a che punto il nittismo perdurante (vedi
sopra) nel gruppo socialista influisse su questa decisione negativa, non
è facile stabilire. « La Stampa » di Frassati, il 19 giugno, disse che Gio­
litti aveva avuto innanzi a sé due vie: o creare un governo rispondente
alla propria personalità storica, o tesaurizzare le forze della situazione
parlamentare. Se, battendo la prima via, il parlamento non lo avesse
Nitti e Giolitti 147

seguito, l’avrebbe seguito il paese. Naturalmente il giornale era dispo­


sto pienamente a sostenerlo (e cosi fece) anche per la seconda via, la qua­
le, in realtà, era l’unica praticabile. Un appello al paese, prima di avere
sperimentato fino all’ultimo le risorse parlamentari, si sarebbe risolto
in un tentativo dittatoriale; né è da credere che nuove elezioni a distanza
di otto o dieci mesi dalle antecedenti avrebbero dato un risultato sostan­
zialmente diverso. Rimaneva il fatto che la mancanza completa del più
forte partito di sinistra - anzi dell’unico grande partito organizzato di
sinistra - e più ancora le manifestazioni politiche attraverso le quali
era avvenuto il suo ritorno al potere, conferivano al nuovo governo una
impronta di destra. Giolitti era stato portato sugli scudi da sonniniani
e nazionalisti. La presenza di Bonomi, col suo piccolo partito dietro,
non formava contrappeso sufficiente a tale situazione.
Questo contrappeso Giolitti lo cercò nel suo programma immediato
che per la parte fiscale, preponderante, sarebbe anche stato - e anzi era
per lui innanzitutto - la preparazione a far passare l’abolizione del
prezzo politico del pane: abolizione di cui egli per allora non fece pa­
rola. Nella dichiarazione ministeriale del 24 giugno Giolitti fu brevis­
simo per la politica estera, annunciando il proposito di condurre a ter­
mine al più presto la sistemazione della questione italiana ristabilendo
rapporti amichevoli con tutti i popoli. Insistette sul punto del controllo
e autorità del parlamento in politica estera, e presentò un disegnò di
legge il quale, modificando l’articolo 5 dello Statuto, disponeva che i
trattati e gli accordi internazionali, quale si fosse il loro oggetto e la loro
forma, non sarebbero stati validi senza l’approvazione del parlamento,
e che la preventiva autorizzazione di questo era necessaria per una di­
chiarazione di guerra. Propose anche, allo stesso scopo, la creazione di
commissioni permanenti presso i due rami del parlamento, alle quali
dovevano essere comunicati immediatamente i documenti relativi alle
questioni in corso, fra le quali quella dell’Adriatico predominava. Per
la politica interna mise innanzi a tutto l’abbandono dei decreti-legge;
prospettò provvedimenti per le autonomie amministrative, per le rap­
presentanze operaie e la cooperazione e per l’esame di stato quale unico
serio controllo per gli allievi e per gli insegnanti. Il peso maggiore delle
dichiarazioni fu quello della parte economico-finanziaria. Prima neces­
sità, per frenare l’incremento del costo della vita, era di arrestare il de­
prezzamento della moneta dovuto all’eccessivo aumento della circola­
zione e allo squilibrio fra esportazione e importazione. Occorrevano
pertanto provvedimenti economici per raggiungere quest’ultimo scopo,
e finanziari per accrescere le entrate dello Stato. A ciò dovevano prov­
vedere sette degli otto disegni di legge presentati (l’ottavo, cioè il
148 Capitolo secondo

primo, era quello per la modifica dell’articolo 5 dello Statuto): nomi-


natività dei titoli; incameramento dei profitti di guerra; aumento pro­
gressivo delle tasse sulle successioni (in qualche caso si andava vicini
all’incameramento puro e semplice); aumento delle tasse sulla circola­
zione di autoveicoli; inchieste sulle spese di guerra e revisione dei con­
tratti relativi; riduzione a coltura di cereali delle terre incolte o malcol­
tivate; autorizzazione al governo di emanare disposizioni per frenare
l’aumento del costo della vita, compreso il diritto di fare requisizioni.
La discussione alla Camera sulla dichiarazione ministeriale - al prin­
cipio di essa Enrico De Nicola sostituì alla presidenza Orlando, dimis­
sionario - andò per le lunghe: il voto si ebbe solo il 9 luglio, a grande
maggioranza per il governo: 264 contro 146. Neanche, dunque, tutti i
socialisti furono presenti a votare contro. Precedentemente il gruppo
aveva fatto opposizione alla richiesta dell’inevitabile esercizio provviso­
rio, che tuttavia venne concesso il 29 giugno con 316 voti contro 91. Si
diverti anche a gettare il bastone fra le ruote al governo, fondato parla­
mentarmente sul sostegno dei popolari, con la presentazione di un dise­
gno di legge divorzista, che trovò otto uffici su nove favorevoli alla presa
in esame, ma non arrivò alla discussione. Puramente personale fu il di­
scorso di Turati del 26 giugno (« Rifare l’Italia »), in cui egli espose un
completo programma economico-sociale per rinnovare lo Stato e la na­
zione. Il discorso ebbe eco nel paese, ma lasciò insensibili i dirigenti
massimalisti. Nel corso del luglio furono votati i più importanti progetti
di legge, compresi quelli sulla nominatività dei titoli, sull’imposta di suc­
cessione, sui profitti di guerra. Per l’inchiesta sulle spese di guerra i so­
cialisti ebbero buon gioco (rifacendosi al discorso di Dronero) a de­
mandarne l’estensione alle responsabilità politiche; ma si trattò di una
puntata, non di una offensiva a fondo, come dimostrò la votazione: solo
35 favorevoli contro 169 contrari. Di fatto, il ritorno di Giolitti al po­
tere segnò la fine politica della divisione fra interventisti e neutralisti,
mentre il suo programma era tutto quanto si poteva fare da parte dello
stato « borghese » per ottenere la collaborazione socialista.
La situazione interna all’avvento giolittiano era torbida. Si ebbero
disordini, con morti, a Milano, e uno sciopero generale, subito cessato
(22-24 giugno). Sciopero generale in quei giorni nel Bellunese, disor­
dini gravi con morti a Piombino. Il fatto più grave, e nuovo, fu l’ammu­
tinamento militare (di bersaglieri) ad Ancona, il 26 giugno, contro un
invio in Albania, ove le truppe italiane occupanti erano premute dagli
insorti. L’ammutinamento fu facilmente composto; ma ad esso si so­
vrapposero ben più vaste convulsioni anarchiche, qualcosa di mezzo fra
la « settimana rossa » di sei anni addietro e i disordini per il caroviveri
Nitti e Giolitti 149

dell’anno avanti. Da Ancona il moto si estese a varie città marchigiane


e romagnole: Iesi - ove fu proclamato per un momento, un governo
provvisorio - Pesaro, Forlì, Cesena. Il moto arrivò fino in Umbria, con
scioperi generali a Terni, Foligno, e un po’ dappertutto; e infine a Roma
la minoranza anarchica e repubblicana della Camera del lavoro impose
pure lo sciopero. Col i° luglio tutto questo fini, salvo ad Ancona, ove
si prosegui nello sciopero sino al 4, ma senza avvenimenti particolari.
A codesto moto marchigiano-romagnolo parteciparono con strano senso
politico i repubblicani; e insistettero in una direzione assurdamente
astratta nel loro congresso nazionale del 25-27 settembre ad Ancona,
conclusosi nel proposito di dar battaglia al regime « con ogni mezzo,
senza tregua, senza quartiere ». Le due direzioni socialista e confede­
rale, riunite in Roma il 29 giugno, respinsero lo sciopero generale; ma
lanciarono un appello ai lavoratori e soldati perché si tenessero pronti
a ogni evento, stringendosi fraternamente la mano: «Alla prima mi­
naccia di una nuova guerra il vostro dovere, o proletari, o soldati, è
questo soltanto: rivoluzione! Se la borghesia lo vorrà, accetteremo la
lotta e sarà proseguita sino in fondo ». Era una abdicazione morale della
Confederazione nelle mani dell’impotente e irresponsabile rivoluziona-
rismo massimalistico (poco dopo un’altra essa ne fece, come vedremo,
con la Russia bolscevica). Ai primi di luglio si tenne a Bologna il con­
gresso anarchico, in cui primeggiò Malatesta: esso prese posizione con­
tro i consigli di operai e contadini in regime borghese, dichiarandoli
antirivoluzionari e utopistici. Propugnò invece 1’«intesa fattiva» di
tutti i rivoluzionari, al di sopra di quegli organi che, dicendosi rivolu­
zionari, in realtà collaboravano con le classi dirigenti, e la formazione di
nuclei locali di azione rivoluzionaria. La Confederazione del lavoro pro­
testò contro simili deliberati, che scuotevano la disciplina sindacale.
In quanto all’Albania, Giolitti prese rapidamente la decisione di
sgomberarla tutta, salvo l’isolotto di Saseno comandante l’ingresso a
Valona. Di fatto, già il ministero precedente aveva sgombrato in fretta
l’interno raccogliendo le truppe in Valona, assediata. Per giunta, infie­
riva nelle truppe una malaria mortale. Giolitti considerò - e i ministri
a cominciare da Sforza furono d’accordo - che a noi conveniva una
Albania indipendente, non soggetta ad alcuno, che non sarebbe mai
stata una minaccia per noi, mentre a neutralizzare Valona era sufficiente
Saseno. Egli dunque rinunciò al mandato sull’Albania, conferito all’Ita­
lia dalla conferenza di Parigi, concluse un accordo (3 agosto) col go­
verno albanese di Tirana in riconoscimento e appoggio dell’indipen­
denza dell’Albania, con l’occupazione di Saseno per l’Italia, ed effettuò
lo sgombero.
150 Capitolo secondo

La sistemazione albanese - vituperata dal nazionalfascismo - sgom­


berò il terreno, perché l’opera del governo si rivolgesse a una soluzione
della questione adriatica. Occorreva per ciò tutto un lavoro di prepara­
zione diplomatica, cui si dedicò Sforza, ma che fu coadiuvato personal­
mente da Giolitti. Le direttive di ambedue furono di dare il giusto con­
fine orientale all’Italia, salvaguardare i nuclei nazionali fuori di quel
confine, stabilire rapporti di amicizia con la Jugoslavia che avrebbero
spianato la strada a fruttuose relazioni con i popoli balcanici. Di questo
lavoro e dei suoi risultati parleremo appresso. Ricordiamo intanto come
l’inizio di esso lavoro si avesse in una ripresa di effervescenza naziona­
listica adriatica. Gravi incidenti a Spalato, l’n luglio, contro ufficiali
italiani della piccola nave da guerra Puglia (il comandante fu ferito
mortalmente) suscitarono il 13 a Trieste dimostrazioni sboccate in fatti
anche più gravi '. Vennero incendiati l’Hôtel Balkan, sede delle organiz­
zazioni slovene, e l’abitazione del console jugoslavo, devastati gli uffici
del giornale sloveno « Edinost » e vari edifici e case, sempre jugoslave.
Non si trattò semplicemente di furore di folla. Il Fascio triestino di
combattimento aveva istituito fin dal maggio squadre d’azione (le prime
formalmente costituite) contro gli elementi «antinazionali». Il 13 lu­
glio 1920 a Trieste si ebbe la prima « spedizione punitiva » fascista. In
quella giornata il nazionalfascismo cominciò a scavare un abisso fra ita­
liani e slavi della Venezia Giulia. Alle violenze antislave segui, nella
stessa regione, quella antisocialista con la distruzione della Casa del
popolo a Pola.

L’occupazione delle fabbriche.

Il governo di Giolitti iniziò una graduale prudente restaurazione


dell’autorità dello Stato. Abbiamo visto già il fermo contegno verso i
ferrovieri scioperanti. Adesso venne anche gradatamente eliminato l’a­
buso gravissimo dei ferrovieri di impedire il trasporto della forza pub­
blica. Il 12 luglio 1920 una parte della missione socialista inviata in
Russia alla fine di maggio giunse di ritorno a Milano. Essa aveva com­
piuto una inchiesta larghissima sulle condizioni effettive del paese e sul­
l’opera del governo sovietico. I risultati furono mantenuti per allora
segreti: si diffusero però quasi subito informazioni confidenziali, molto
negative per il nuovo regime. Esse contribuirono, in seno al mondo
operaio italiano, allo sgonfiamento del mito bolscevico e ad un abbassa-

1 È non solo infondata, ma insensata, l’affermazione fatta da qualche parte di una complicità
di Giolitti per essi.
Nitti e Giolitti 151

mento dell’effervescenza rivoluzionaria, a proposito della quale, peral­


tro, occorre ripetere che una vera e propria disposizione e decisione
rivoluzionaria non c’era mai stata: o, se pur ce n’era stato un germo­
glio, questo era isterilito ben presto di fronte ai rinvìi continui della
rivoluzione da parte massimalista, e in particolare dopo il fallimento
della grande aspettativa destata dallo sciopero generale del 20-21 luglio
1919. Più che di effervescenza rivoluzionaria, si era trattato di irrequie­
tezza anarcoide. Fu precisamente questa che andò scemando lentamente.
Persisteva più tenace la tendenza ad allargare gli scioperi per solidarietà.
Erano in sciopero dall’ultima decade di giugno i ferrovieri delle linee
secondarie italiane; a metà luglio, per solidarietà con loro, si misero in
sciopero i tranvieri di tutta Italia. Pochi giorni dopo, lo sciopero ferro­
viario si potè comporre, avendo rinunziato il governo - su parere della
Commissione per l’equo trattamento - ad applicare il licenziamento de­
gli scioperanti. Tornarono quindi al lavoro anche i tranvieri; ma a
Roma, il 20 luglio, adornarono di bandierine rosse le vetture rimesse in
circolazione. Forze attivistiche controrivoluzionarie, all’agguato di ogni
occasione, strapparono le bandiere, picchiarono i conduttori e, a opera
di studenti e arditi, invasero la tipografìa dell’« Avanti! » romano e la
devastarono. Fu proclamato lo sciopero generale a tempo indetermi­
nato, ma non durò oltre il giorno seguente, e vari deputati socialisti
furono malmenati dai controdimostranti. A Torino, invece, la dimostra­
zione socialista di solidarietà ebbe il sopravvento, con aggressioni ad
agenti di polizia e ufficiali.
Il movimento operaio organico parve invece sboccare esso stesso,
direttamente, in azione rivoluzionaria con il conflitto nazionale fra in­
dustriali e operai metallurgici. Il convegno a Milano tra la Federazione
nazionale sindacale dell’industria meccanica e metallurgica e la FIOM
si chiuse il 13 con il rifiuto degli industriali a discutere gli aumenti di
salario richiesti dalla seconda, rifiuto motivato con le condizioni dell’in­
dustria. La FIOM il 17 agosto deliberò di cominciare col 20 agosto
l’ostruzionismo, annunciando in pari tempo il proposito di difendere
con ogni mezzo - compresa la violenza - il diritto al lavoro e ad entrare
e rimanere in officina, contro ogni eventuale deliberazione avversa degli
industriali. L’ostruzionismo incominciò effettivamente il 20, non senza
qualche incidente. S’interpose il ministro del Lavoro Labriola, a detta
del quale gli industriali avrebbero potuto ottenere la sospensione del­
l’ostruzionismo accettando la ripresa delle trattative in base ai memo­
riali sindacali: base che fu invece rifiutata. Sempre secondo il ministro,
vi era il dubbio che gli industriali avessero voluto addossare al governo
la necessità di far uso della forza. La situazione precipitò quando, avendo
I>2 Capitolo secondo

a Milano le officine Romeo proclamato la serrata per atti di violenza e


di sabotaggio, il comitato di agitazione milanese della FIOM ordinò
il 30 agosto l’occupazione delle fabbriche.
A Milano gli stabilimenti occupati ammontarono a 160: su di essi
sventolarono le bandiere rosse. Altrettanto avvenne a Torino, il i° set­
tembre, e dalle due massime città industriali il moto di occupazione
delle fabbriche si estese a tutta l’Italia, comprendendo anche altre fab­
briche oltre le metallurgiche, a cominciare da quelle collegate vertical­
mente, per materie prime o accessori, con le metallurgiche stesse. Lo
scopo immediato dell’occupazione, enunciato il 17 agosto dalla FIOM,
fu di impedire la serrata. Esso si ampliava inevitabilmente, come già
in precedenti occupazioni, in quello di far funzionare le officine per fatto
dei soli operai; e questo a sua volta schiudeva la prospettiva dello spos-
sessamento vero e proprio degli industriali, cioè della attuazione del
programma massimo socialista: passaggio dei mezzi di produzione dai
capitalisti ai lavoratori. La direzione della produzione fu assunta dalle
commissioni interne di fabbrica, mentre quasi tutti i tecnici e impiegati
abbandonavano le officine. Per proteggere l’esperimento gli stabilimenti
furono messi in stato di difesa, con guardie rosse e in taluni casi con
reticolati e mitragliatrici. Si requisirono anche vagoni di materiali per
gli stabilimenti; si apersero casseforti; si vendettero prodotti fabbricati.
Si istituì un apparato disciplinare e giurisdizionale all’interno degli
stabilimenti, e si arrivò in qualche caso isolato a condanne e sentenze di
morte contro presunte spie (Scimula e Sonzini a Torino). Incidenti e
conflitti fuori degli stabilimenti non mancarono. Fece da prologo e da
sfondo a tutto questo una grande manifestazione-rassegna delle orga-
nizzaziorii proletarie il 28-29 agosto a Bologna. Il convegno era stato
indetto dal Sindacato ferrovieri per discutere l’azione nei riguardi della
situazione internazionale, e particolarmente della Russia. Intervennero
la direzione del partito socialista, quella della Confederazione generale
del lavoro (i cui rappresentanti avevano firmato a Mosca il 15 luglio un
patto per il trionfo della rivoluzione sociale e della repubblica univer­
sale dei Soviet), l’Unione sindacale, la Federazione del mare, l’Unione
anarchica, l’Unione giovanile rivoluzionaria, e altre. Si deliberò d’impe­
dire spedizioni e transito di materiale bellico contro la Russia, e si re­
clamò dal governo italiano non solo la neutralità, ma il riconoscimento
del governo sovietico. Si previde anche un’azione, eventualmente con
mezzi estremi, per sospendere la produzione di ogni materiale bellico.
Poco dopo capitan Giulietti della Federazione del mare catturò il piro­
scafo russo-bianco Rodosto per conto del governo dei Soviet.
La FIOM, sotto la direzione dell’esperto, equilibrato, onesto Buozzi,
Nitti e Giolitti 153

e più in alto la Confederazione generale del lavoro sotto quella del


D’Aragona e del Baldesi, rimasero ferme sul piano riformista legalita­
rio, in accordo con la destra del partito socialista e particolarmente con
Turati. Né Buozzi ascoltò Mussolini, recatosi segretamente a casa sua
ad offrire il suo appoggio alla parte operaia, solo che questa si decidesse
a un movimento rivoluzionario per la conquista del potere. Mussolini
quindi si limitò nel suo giornale ad esprimere simpatia per l’agitazione,
non trovò a ridire sulla occupazione delle fabbriche, e nel suo discorso
per il 20 settembre a Trieste si dichiarò favorevole al controllo e alla
gestione sociale, purché la produzione aumentasse. Il 5 settembre, il
congresso nazionale dei Fasci lombardi a Cremona invocò che in tutte
le città lombarde si costituissero organismi sindacali autonomi sottratti
al dominio dei partiti. Si tenne a Milano il 4-5 settembre un convegno
di rappresentanti del partito socialista, della Confederazione, della
FIOM e delle principali Camere del lavoro. Si votò all’unanimità una
mozione con la quale si minacciava, qualora per colpa dei padroni non
si giungesse a una soddisfacente soluzione del conflitto, di chiamare
alla lotta tutto il proletariato per ottenere il controllo sulle aziende e
arrivare in seguito alla gestione collettiva e alla socializzazione di tutti
i mezzi di produzione. Il ίο-n settembre il consiglio nazionale della
Confederazione si riunì a Milano con partecipazione delle direzioni del
partito e del gruppo parlamentare. La riunione si concluse dichiarando
obbiettivo dell’agitazione il controllo sindacale delle aziende, quale pre­
parazione alla gestione collettiva, e invitando in pari tempo la direzione
del partito socialista a ottenere che gli stabilimenti metallurgici pas­
sassero alla gestione delle maestranze nell’interesse della collettività.
Questa mozione confederale (D’Aragona) passò con un po’ meno di
600 000 voti contro i più di 400 000 dati a quella Bucco-Schiavello
(del partito) richiedente la lotta a fondo per l’espropriazione totale della
borghesia e l’avvento di un governo comunista. Il segretario del partito
Gennari dichiarò che la direzione non intendeva valersi del diritto di
avocare a sé la direzione del movimento, di carattere politico: in parole
povere, se ne lavò le mani.
A questo punto s’inserì, con effetto decisivo, l’azione del governo
per un componimento del conflitto. Nonostante le pressioni di ogni ge­
nere (talune degli industriali assai vivaci), e nonostante lo «scandalo»
dell’inerzia dell’autorità, Giolitti aveva ritenuto impossibile ricorrere
all’intervento della forza contro un movimento di quel genere e di quella
estensione *. Procedere allo sgombero e alla occupazione governativa
delle fabbriche - a parte anche i conflitti sanguinosi probabili, e le ulte­
riori conseguenze - avrebbe portato a immobilizzare la forza pubblica
154 Capitolo secondo

entro le fabbriche stesse, lasciando le strade e le piazze ai rivoltosi. Ad


assicurarsi i mezzi per la repressione di un eventuale moto rivoluziona­
rio, egli fece preparare dal ministro della Guerra Bonomi un decreto di
militarizzazione dei ferrovieri, che fu anche firmato da lui e dal re, e
rimase per qualche mese nel cassetto del ministro (nulla ne seppero,
nonché i giornali, gli altri ministri). Egli ritenne pertanto di doversi
comportare come di fronte allo sciopero generale nazionale del settem­
bre 1904: lasciare che il moto sbollisse, tutelando nelle posizioni fonda-
mentali l’ordine pubblico. Gli operai avrebbero finito per accorgersi
deU’impossibilità di una loro gestione effettiva, redditizia delle fabbri­
che: e sarebbero venuti a patti, contentandosi di qualcosa che non
avrebbe importato nessun sconvolgimento sociale. Effettivamente, la
stanchezza era forte negli operai prigionieri di se stessi, e le « guardie
rosse » dovevano servire ormai per impedire le defezioni. Dopo pour­
parlers preliminari, si riunirono a Torino il 15 settembre i rappresen­
tanti delle due confederazioni, in presenza del presidente del Consiglio.
Gli industriali non volevano sentir parlare di controllo operaio. Il pre­
sidente del Consiglio disse che occorreva ormai dare ai lavoratori il
diritto di concorrenza a stabilire l’andamento dell’azienda assumendo
la loro parte di responsabilità. Di contro allo sgombero delle fabbriche
da parte degli operai doveva esser consentito il principio di un controllo
operaio sulle aziende da parte degli industriali. Il presidente del Con­
siglio avrebbe nominato una commissione paritetica di rappresentanti
delle due confederazioni perché formulasse proposte per il relativo pro­
getto di legge. L’accordo di massima fu perfezionato il 19 settembre a
Roma (anche per la parte sindacale-economica propriamente detta) e,
nonostante dispareri e opposizioni, accettato dal Congresso nazionale
metallurgico, e direttamente dalle maestranze, per referendum, seguendo
10 sgombero delle fabbriche il 27 settembre, e la ripresa del lavoro entro
11 4 ottobre. Il concordato nazionale fra industriali e operai metallurgici
fu firmato, a sgombero avvenuto, il i° ottobre a Milano. Dato lo stato
di spirito massimalistico diffuso fra i lavoratori, l’impressione preva­
lente circa l’esito dell’occupazione delle fabbriche fu quella di un falli­
mento proletario; il che non tolse che i dirigenti industriali vedessero
di malissimo occhio il progetto di controllo, e se ne accrebbe la diffi­
denza e l’ostilità già vive in loro verso Giolitti. Più in generale, la bor­
ghesia aveva l’impressione di un gran pericolo corso, da cui il governo
non l’avesse sufficientemente difesa. Il partito socialista e il proletariato
italiano seguitavano a guardare alla Russia sovietica. Questa nell’au­
tunno del 1920 aveva ormai trionfato di tutti i tentativi controrivolu­
zionari (nel novembre Vrangel dovette sgomberare la Crimea); ma
Nitti e Giolitti 155

nella guerra con la Polonia aveva invece dovuto ripiegare, dopo i primi
grandi successi, di fronte alla controffensiva polacca, e firmare l’armi­
stizio di Riga (11 ottobre 1920). Le condizioni economico-politiche in­
terne erano gravissime: il cosiddetto «comuniSmo di guerra», soprat­
tutto per l’opposizione contadina, si avviava al fallimento. Intanto,
però, i capi del comuniSmo russo, che erano altresì quelli della Terza
Internazionale, seguitavano a pronunziarsi sulle vicende italiane con
giudizi autoritari, formulati da loro secondo il punto di vista della rivo­
luzione mondiale che dalla Russia doveva diffondersi negli altri paesi.
Il giudizio di Lenin sull’episodio della occupazione delle fabbriche (reso
pubblico nel quotidiano bolscevico ufficiale «Pravda») fu che l’insuc­
cesso era dovuto al prevalere della parte socialdemocratica, riformista
e legalitaria, la quale sabotava la rivoluzione in Italia nel momento in
cui incominciava a maturare. Questo apprezzamento del maestro e capo
del comuniSmo internazionale non poteva che rafforzare in seno al
partito socialista italiano l’avversione della corrente massimalistica per
quella socialdemocratica.
Il 28 settembre 1920 la direzione del partito socialista si riunì a
Milano per ascoltare la relazione di tre delegati - Serrati, Graziadei,
Bombacci - al secondo congresso della Terza Internazionale (Mosca,
luglio-agosto 1920). Le esigenze di questa permanevano le stesse: ri­
voluzione, ripudio di ogni compromesso coi partiti borghesi e col par­
lamentarismo; organizzazione di partiti prettamente proletari e comu­
nisti; centro unico e disciplina rigorosa; concessioni meramente tattiche
ai partiti comunisti dei diversi paesi a seconda delle diverse condizioni
di ciascun paese. Erano stati formulati nel congresso (interamente do­
minato da Lenin) i famosi Ventun Punti condizionanti l’ammissione
alla Terza Internazionale, di cui è stato detto che rendevano l’ammis­
sione di un socialista moderato più difficile del passaggio di un cam­
mello per la cruna di un ago. Dopo quattro giorni di discussione pre­
valse la tesi estremista rivoluzionaria, con l’approvazione integrale dei
Ventun Punti (per sette voti contro cinque). Conseguentemente fu do­
mandata « una radicale epurazione degli elementi opportunisti e rifor­
misti ». A questa, però, erano contrari anche alcuni dei rivoluzionari,
che volevano fino all’ultimo salvaguardare l’unità del partito. Le deci­
sioni furono rimesse al congresso nazionale che si sarebbe tenuto di lì
a tre mesi, al principio del 1921. Venne però dichiarato che Filippo
Turati, con le sue manifestazioni collaborazionistiche, si era posto fuori
della disciplina del partito, e lo si deferì al congresso per le misure
definitive. A pochi giorni di distanza (dal 9 all’n ottobre) si riunì a
Reggio Emilia un convegno che si chiamò della Concentrazione socia­
156 Capitolo secondo

lista. Esso, mentre confermò l’adesione alla Terza Internazionale, re­


spinse qualsiasi epurazione di esponenti socialdemocratici e riaffermò
la necessità di una conquista legalitaria del potere. In un convegno di
deputati socialisti tenuto a Trieste il direttore dell’« Avanti! », Menotti
Serrati, che pure era un risoluto partigiano della Terza Internazionale,
lontanissimo dalla socialdemocrazia turatiana, invocò le profonde di­
versità esistenti tra la situazione russa e la situazione italiana per giu­
stificare la necessità italiana di non rompere l’unità del partito. Di
contro, in quello stesso mese di ottobre, la frazione comunista lanciò
un manifesto firmato, tra gli altri, da (in ordine alfabetico) Bombacci,
Bordiga, Gramsci, Misiano (il disertore amnistiato), Terracini. La stessa
frazione tenne un convegno ad Imola, alla fine di novembre, e vi decise
una assoluta intransigenza terzinternazionalista, con il cambiamento del
nome del partito da «socialista» a «comunista». Ci si avviava cosi
formalmente alla scissione.
Giolitti per suo conto mantenne anche adesso l’indirizzo filo-operaio
manifestato concretamente nella conclusione dell’occupazione delle fab­
briche. Ancora in un’intervista concessa alla « United Press » l’8 ottobre
1920 il presidente del Consiglio dette come ragione dell’occupazione
delle fabbriche i salari troppo bassi degli operai italiani, che guada­
gnavano « meno di un dollaro al giorno ». Il 17 novembre, rispondendo
a una mozione proposta dai socialisti per bocca di Costantino Lazzari,
che condannava la politica interna del governo « intesa a combattere
l’ascensione del proletariato con uno spirito reazionario, in assoluto con­
trasto con l’attuale momento storico », tornò a rivendicare la sua poli­
tica di sinistra dal 1893 in poi, Ü suo rifiuto a sciogliere i Fasci siciliani,
la libertà di sciopero da lui favorita, il suffragio universale da lui intro­
dotto, e ripete che «l’ascensione del quarto stato è dovere per tutti
di favorirla ».

Le elezioni amministrative.

Stavano invece cambiando radicalmente le disposizioni di una gran


parte dell’opinione pubblica, e più precisamente della borghesia alta,
media e piccola. Ancora al principio dell’anno 1920 abbiamo visto come
Turati facesse fatica a difendersi dalle premure dei conservatori, che
volevano spingerlo al potere. A queste premure si erano aggiunte, al­
l’indomani dell’occupazione delle fabbriche, quelle del senatore Alber­
tini, che andò a fargli visita, appunto per persuaderlo ad andare lui e
i suoi al governo. Date le idee del direttore del « Corriere della Sera »,
Nitti e Giolitti 157

la sua mossa era l’effetto di una rassegnata disperazione. Ma a tale di­


sposizione di spirito l’Albertini arrivava quando i suoi colleghi dell’alta
borghesia, o ne erano già usciti, o si avviavano ad uscirne. Era invece
una volontà di resistenza al socialismo, o addirittura di attacco, quella
che si andava diffondendo. Dietro essa si ritrovavano stati d’animo mol­
teplici, e molto diversi tra loro. Vi partecipavano industriali e agricol­
tori, capitalisti e ceti medi, progressisti e conservatori, monarchici e
repubblicani, liberali e nazionalisti, ex-neutralisti ed ex-combattenti;
tutti coloro che i metodi socialisti avevano esasperato, che temevano
il bolscevismo, e male sopportavano la svalutazione della vittoria e dei
valori patriottici, morali e religiosi tradizionali. Tra costoro i fascisti
erano, nell’autunno del 1920, una piccola minoranza, e fino allora -
salvo qualche eccezione tipo incendio del « Balkan », che aveva avuto
carattere nazionalistico antislavo - non si erano fatti avanti se non con
dimostrazioni patriottiche, cerimonie di fondazioni di Fasci, partecipa­
zioni quasi anonime a prestazioni volontarie di opera in occasione di
scioperi. I primi risultati politici di questo movimento si ebbero, in
tutta Italia, con le elezioni amministrative, per la rinnovazione dei
consigli comunali e provinciali, che erano ancora quelli anteriori alla
guerra. Le elezioni si tennero il 31 ottobre e il 7 novembre. L’impe­
gno portatovi dai partiti, per i quali non si trattò solo di conquistare
amministrazioni locali, ma di attaccare o di difendere l’ordine costituito,
diede alla lotta un significato nettamente politico.
Nessuno era, in quel momento, più disposto del partito popolare a
partecipare alla reazione antisocialista, dato che della prevalenza e pre­
potenza massimalista nel campo amministrativo e sindacale i popolari
erano i primi a soffrire. L’unica corrente restia a partecipare affa lotta
antisocialista era quella - al di fuori della provincia di Cremona pres­
soché impercettibile - del Miglioli, la quale preferiva gareggiare in ar­
ditezza sociale col partito socialista. Ma a tali disposizioni antisocialiste
si univa, nella direzione del partito popolare, una decisa volontà a man­
tenere la propria autonomia e quindi a non entrare nei « blocchi na­
zionali» antibolscevichi, borghesi, patriottici, che si formarono per
l’occasione. I popolari avevano nel loro programma di realizzazioni im­
mediate la proporzionale amministrativa, e un progetto di legge in pro­
posito era stato presentato affa Camera e se ne era anche avviata la di­
scussione. Amendola pronunciò in proposito l’8 agosto un discorso di
netta opposizione (esteso affa proporzionale politica), nel corso del quale
rivendicò, a nome del Mezzogiorno, il valore delle posizioni personali.
Egli ebbe certo ragione nel sostenere che non conveniva ritardare l’ur­
gente ricostituzione delle amministrazioni cittadine per attendere la ri­
158 Capitolo secondo

forma. Prese dal parlamento le vacanze estive, le elezioni amministrative


furono indette con la vecchia legge maggioritaria, nonostante le prote­
ste dei popolari. Questi rimasero fedeli ai deliberati autonomistici del
congresso di Napoli, incontrando resistenze e pressioni in seno al loro
stesso partito, e tanto più fuori, nel campo del?Azione cattolica, ove
alte autorità ecclesiastiche - a cominciare dai cardinali arcivescovi di
Milano e Torino - intervennero a favore dei blocchi. Ci fu qualche
defezione: la più importante fu quella di Bergamo. I popolari conqui­
starono la maggioranza in 1650 comuni, la minoranza in 2500. Code­
sta intransigenza popolare ebbe per risultato politico generale quello
di accrescere il carattere « borghese » e conservatore dei « blocchi na­
zionali»: e ciò probabilmente non dispiacque alla direzione del par­
tito popolare. Ma essa favori anche - e i popolari ne raccolsero aspri
rimproveri e antipatia accresciuta - le vittorie socialiste in molti centri
importanti, vittorie che procurarono il mantenimento o anche il rinno­
vamento dello stato d’animo rivoluzionario-messianico nelle masse po­
polari e lavoratrici.
Notevole fu l’affermazione dei blocchi costituzionali, anche senza
l’apporto del partito popolare. Essi vinsero a Roma e nelle altre mag­
giori città d’Italia, salvo a Milano e a Bologna. Dopo le elezioni Clau­
dio Treves ebbe a dire (nella «Critica Sociale» del 16-30 novembre)
che il blocco era « ibrido e impotente » e si sarebbe sfaldato; ma v’erano
sintomi in senso contrario. L’andamento delle elezioni amministrative
confermò quell’inizio di ritorno alla normalità che si era già sperimen­
tato con il miglioramento dell’ordine pubblico, con l’antirivoluzionaria,
pacifica soluzione del grande conflitto sindacale, con la ripresa di un
lavoro legislativo rapido e fecondo. Tuttavia il carattere piuttosto con­
servatore e negativo dei blocchi, l’aumentato dissidio fra liberali e po­
polari, per l’accentuazione dell’indirizzo partitico di questi, costituivano
altrettante passività per la politica interna italiana.

Rapallo e Fiume.

Può invece segnarsi all’attivo, quasi completamente (vedremo poi


la ragione del «quasi»), la finalmente raggiunta soluzione della que­
stione adriatica, con il trattato di Rapallo e la liquidazione di D’An­
nunzio a Fiume.
Nel convegno (maggio 1920) italo-jugoslavo di Pallanza, interrotto
quasi subito dalla caduta (la prima) di Nitti, le posizioni delle due
parti erano risultate notevolmente riavvicinate rispetto all’inizio, ma
Nitti e Giolitti 159

tuttavia ancora discretamente lontane. Trumbié aveva insistito per la


linea Wilson in Istria, ammesso per Fiume la sovranità italiana solo per
la città, reclamato tutte le isole del Quarnaro e della Dalmazia, concesso
in terra ferma dalmata soltanto l’autonomia di Zara. Scialoia aveva do­
mandato la sovranità italiana su tutto il corpus separatum di Fiume
e talune isole del Quarnaro e della Dalmazia, e insistito per l’indi­
pendenza di Zara; per il confine istriano, invece aveva proposto stra­
namente di rinviare la questione ai tecnici. Giolitti e Sforza furono
d’accordo che non convenisse riprendere le trattative prima di una
preparazione diplomatica a fondo. Convennero altresì nel criterio, espo­
sto da Sforza a Giolitti prima di accettare da lui il ministero degli
Esteri, che la soluzione avrebbe dovuto avere carattere organico, fon­
dandosi su una distinzione netta fra l’essenziale e ciò che non lo era
- essenziali, per l’Italia, il perfetto confine giulio e la salvaguardia del­
l’italianità di Fiume e Zara - e inquadrandosi in una impostazione posi­
tiva generale delle future relazioni italo-jugoslave. Tale impostazione,
oltreché dagli ovvii interessi economici, era data dalla necessità di far
fronte comune, allora, al pericolo di una restaurazione absburgica (ci
furono in questo periodo due tentativi di Carlo d’Absburgo per tornare
sul trono d’Ungheria), in futuro contro una ripresa tedesca di « Drang
nach Süden ». Codeste basi furono esposte da Sforza a Trumbié in ripe­
tuti colloqui tenuti in margine alla conferenza interalleata di Spa (5-6
luglio 1920).
Sforza e Giolitti, peraltro, comprendevano troppo bene che non ci
si poteva affidare unicamente all’opera diretta di persuasione verso i
Jugoslavi. Occorreva ottenere dai due governi alleati che anch’essi
coadiuvassero a tale opera con una amichevole pressione a Belgrado.
Ciò, a sua volta, presupponeva il ristabilimento di rapporti non solo
amichevoli, ma fiduciosi, fra Roma da una parte, Londra e Parigi dal­
l’altra. Parigi era la chiave, perché più importante per Belgrado, essendo
la Francia la maggior potenza continentale, confinante per giunta con
l’Italia dal lato opposto a quello della Jugoslavia; e perché con Parigi
le nostre relazioni si erano sotto Nitti singolarmente alterate. Inutile
dire che la pratica nittiana per il richiamo di Barrère fu lasciata cadere,
o piuttosto ignorata, uno dei primi atti di Giolitti essendo stato quello
di recarsi a far visita al vecchio ambasciatore. Sforza si incontrò con
Millerand e Lloyd George a Boulogne subito dopo la sua entrata in
carica (21 giugno 1920). Fu un convegno preparatorio a quello di Spa,
ma definitivo per l’approvazione dell’intervento greco in Asia Minore
contro la Turchia di Kemal. L’intervento fu approvato, dato il preesi­
stente accordo in proposito fra i due maggiori; ma Sforza non mancò di
i6o Capitolo secondo

mettere in guardia loro e Venizelos stesso contro l’errore: dopodiché,


tornato a Roma, denunciò l’accordo Tittoni-Venizelos. Il lungo conve­
gno di Spa (5-6 luglio) fu dedicato alle riparazioni tedesche, con l’inter­
vento di rappresentanti tedeschi, alle cui obbiezioni non fu dato a-
scolto, assumendo Sforza allora e in seguito un atteggiamento diverso
da quello « germanofilo » di Nitti. Fu nel convegno stabilita la riparti­
zione dei versamenti, toccando all’Italia il 10% di quelli tedeschi, il
50% degli austriaci. I due convegni di Giolitti, con Lloyd George a
Lucerna (22 agosto) e con Millerand a Aix-les-Bains (12 settembre, in
piena occupazione delle fabbriche), perfezionarono il ristabilimento del­
l’intesa a tre. Millerand e il suo successore Leygues (essendo Millerand
divenuto presidente della Repubblica) furono i primi a esercitare a Bel­
grado la pressione domandata da Sforza; segui, dopo qualche esitanza,
lord Curzon stimolato, a quel che sembra, da Lloyd George. Sforza
fece sapere, al momento buono, agli alleati che, se i Jugoslavi non
si decidevano a essere ragionevoli, l’Italia avrebbe potuto procedere a
una decisione unilaterale. Anche il linguaggio francese a Belgrado fu
improntato a particolare energia.
Si arrivò cosi alla conferenza italo-jugoslava riunitasi nella villa Spi­
nola fra Santa Margherita e Rapallo nel novembre 1920. La delegazione
jugoslava era composta da Trumbié, quella italiana da Giolitti, Sforza,
Bonomi; ma Giolitti venne solo alla fine, quando ormai l’esito positivo
era assicurato. Nonostante tutta la preparazione, la trattativa finale non
fu facile, ed ebbe almeno un momento drammatico, di cui Sforza ci ha
dato la rappresentazione vivace; di fronte alle resistenze degli Jugoslavi,
egli disse di essere pronto con i suoi colleghi a sacrificare ogni sua popo­
larità, ogni sua posizione personale, pur di conseguire una soluzione
giusta ed equa: avessero anche loro il medesimo coraggio morale. L’ap­
pello non risonò invano. L’ultima difficoltà fu per Zara; gli Jugoslavi ri­
pugnavano naturalmente a codesta enclave straniera nel proprio territo­
rio nazionale. Giolitti da Roma espresse il parere che per Zara non con­
venisse rompere: Sforza tuttavia insiste ed ebbe successo. Il trattato
firmato a Rapallo il 12 novembre 1920 dette all’Italia il confine dello
spartiacque alpino fino al monte Nevoso e con esso tutta l’Istria, fece
di Fiume uno stato indipendente e lasciò alla Jugoslavia la Dalmazia,
tranne la città di Zara riunita all’Italia. Gli altri pochi Italiani di Dal­
mazia ebbero garanzie nazionali. La soluzione dell’indipendenza per
Fiume, piuttosto che dell’annessione, oltre a rispondere al carattere
etnico misto del corpus separatum (il contado di Fiume era prevalente­
mente slavo), poteva facilitare lo stabilimento di Fiume come sbocco
marittimo capitale del commercio jugoslavo. Sempre a questo scopo, lo
Nitti e Giolitti 161

Sforza vagheggiava la costituzione di un consorzio portuale italo-jugo-


slavo-fiumano, in cui sarebbe entrato il bacino di Porto Baross, la cui
appartenenza alla Jugoslavia fu riconosciuta in una lettera di Sforza ai
plenipotenziari jugoslavi. Al di là di questi accordi, la politica di Sforza
(consenziente Giolitti) mirava a una penetrazione economico-culturale
italiana nei Balcani, e come già si è detto ad una solidarietà politica con
la Jugoslavia di fronte a un’eventuale rinascita di pericolo germanico.
A quest’ultimo scopo una « convenzione antiabsburgica » venne firmata
a Rapallo contemporaneamente al trattato.
Il sentimento di gran lunga prevalente nell’opinione pubblica ita­
liana fu di sollievo e soddisfazione, anche se non vi furono esplosioni
di entusiasmo perché le soluzioni di conciliazione convincono più la
ragione che non infiammino i cuori. I nazionalisti, che fino alla vigilia
di Rapallo avevano vagheggiato piani d’azione dittatoriali, si scaglia­
rono contro il trattato, fermi al programma annessionistico totalitario;
essi gonfiarono immediatamente la questione di Porto Baross a grandi
proporzioni. Mussolini, pur facendo le sue riserve, non li segui nella
opposizione recisa. Invece in un discorso pronunciato a Pola, proclamò:
« Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve
seguire la politica dello zuccherino, ma quella del bastone ». Il 14 ot­
tobre 1920 il Fascio di Trieste diffidò i socialisti slavofili dal tenere
un comizio pro Russia, e li ammoni con queste parole: « Siamo fin d’ora
pronti a uccidere e pronti a morire ». La giornata si chiuse con la di­
struzione della sede del giornale socialista « Il Lavoratore ». Il giorno
dopo venne distrutta la Camera del lavoro di Fiume. Nello stesso mese
di novembre il trattato di Rapallo fu presentato alla Camera. Unica a
fare opposizione fu la sparuta pattuglia nazionalista-salandrina. Oltre
al gonfiamento già detto della questione di Porto Baross, essa sostenne,
per bocca di Federzoni, che le circostanze cambiate avrebbero permesso
all’Italia di ottenere di più: al che giustamente Sferza oppose che non
avrebbe voluto ottenere di più perché si trattava di stabilire fra Italia
e Jugoslavia una sistemazione equa, capace di fondare una amicizia
stabile, ben più giovevole ad una vera e sana espansione italiana che
qualche lembo di più di territorio. Idee razionali e morali a cui il nazio­
nalismo, italiano o no, era inaccessibile. Contro i nazionalisti e in fa­
vore di Rapallo parlò Salvemini, il quale - finalmente - trovò che
anche da Giolitti qualcosa di bene poteva venire (anche il «Corriere
della Sera» appoggiò schiettamente il trattato). Nello stesso senso fa­
vorevoli furono i socialisti: Treves bensì, con un espediente della sua
dialettica, brillante talora fino all’artificio, scoperse che il trattato di
Rapallo era stato imposto dalla volontà dei due Paesi.
6
162 Capitolo secondo

Per l’applicazione del trattato rimaneva da eliminare da Fiume l’oc­


cupazione di Gabriele D’Annunzio, subito insorto contro l’accordo di
Rapallo. Poiché erano state assegnate all’Italia le due isole del Quar-
naro più vicine all’Istria, cioè Cherso e Lussin, e alla Jugoslavia le altre
più vicine alla costa croata, cioè Veglia e Arbe, cosi i legionari dannun­
ziani occuparono subito quest’ultime; e anzi D’Annunzio annunciò altre
imminenti occupazioni in Dalmazia: «Dopodomani i miei volontari
sbarcheranno a Sebenico per puntare più lontano ». Ma il 16 novembre
l’ammiraglio Millo, capo dell’occupazione in Dalmazia, cambiando an­
ch’egli rotta, si incontrò col D’Annunzio in alto mare, in prossimità
dell’isola d’Arbe, e lo dissuase dall’effettuare il suo disegno *. Il Consi­
glio dei Rettori di Fiume e molti uomini politici non sospetti di scarso
patriottismo e di sentimenti « rinunciatari » lo consigliarono ad accet­
tare il trattato, ma non furono ascoltati.
Il governo incaricò il generale Enrico Caviglia, a cui Vittorio Veneto
aveva dato larga popolarità nell’esercito e nel paese, di dirigere l’azione
militare indispensabile per vincere la resistenza dannunziana. Il i° di­
cembre Caviglia intimò alla Reggenza di Fiume di ritirare le sue truppe
entro i precisi confini assegnati dal trattato allo Stato di Fiume e ordinò
il blocco delle coste e delle isole. Si ebbero ancora episodi di indisci­
plina: la corazzata Dante Alighieri che stazionava nel porto di Fiume,
non esegui l’ordine di lasciare il porto; il cacciatorpediniere Bronzetti,
il cacciatorpediniere Espero, la torpediniera 68 P. N. si misero agli or­
dini di D’Annunzio. Allorché questi dichiarò ufficialmente di non rico­
noscere il trattato, al governo italiano non rimase altra via che il ricorso
alla forza, e la vigilia di Natale Caviglia attaccò Fiume facendo spa­
rare alcune cannonate da una nave da guerra sul palazzo del dittatore.
Vi furono morti e feriti. Fu il « Natale di sangue ». D’Annunzio aveva
giurato di versare anche il suo; ma l’ostilità del Consiglio nazionale fiu­
mano e della popolazione (disturbata e irritata anche dai comportamenti
dei legionari) e l’ormai constatata assenza di ogni reazione da parte del
popolo italiano persuasero il Comandante che il sacrificio era inutile.
« La mia vita - scrisse il 26 dicembre in un proclama - non vale la pena
di gettarla oggi in servizio di un popolo che non si cura di distogliere
neppure per un attimo dalle gozzoviglie natalizie la sua ingordigia ». Il
29 dicembre D’Annunzio comunicò al «Podestà e al popolo sovrano»
di Fiume di rassegnare i poteri che gli avevano conferito, e chiuse la
lettera con queste parole: « Attendo che il popolo di Fiume mi chieda
di uscire dalla città, dove non venni se non per la sua salute. Ne uscirò,
per la sua salute ». Mussolini in questo momento tornò ad affermare,
con queste parole infiammate, la sua solidarietà con D’Annunzio: i fa­
Nitti e Giolitti 163

scisti - egli scrisse sul « Popolo d’Italia » - posti tra la ragione di stato
e la ragione dell’ideale, sceglievano senza esitazione quest’ultima. Ma
erano parole e niente altro*. Il 5 gennaio 1921 cominciò l’esodo da
Fiume dei legionari, molti dei quali furono poi tra i più irrequieti e
indisciplinati fascisti. La loro divisa - quella stessa degli arditi - diventò
quella ufficiale delle squadre d’azione e poi della Milizia fascista: cami­
cia nera sotto il grigioverde, e fez nero. Questi gruppi dannunziani di
« legionari » si mantennero fin dopo la Marcia su Roma; ma né per
consistenza né per contatto organico fra loro e col Comandante pote­
vano rivaleggiare con quelli fascisti.
Lo Sforza, nei mesi successivi a Rapallo, avviò l’attuazione della po­
litica da lui disegnata verso gli stati successori. Con Belgrado avviò i
negoziati per il consorzio portuale fiumano, la cui attuazione avrebbe
annullato la questione di Porto Baross, già per sé cosi poco importante.
Favori la formazione della « Piccola Intesa » allora piuttosto avversata
da Parigi. Per la « convenzione antiabsburgica », firmata a Rapallo,
Italia e Jugoslavia si impegnavano a vegliare alla stretta osservanza dei
trattati di Saint-Germain e del Trianon e in particolare a prendere tutte
le misure atte a prevenire una restaurazione absburgica in Austria o in
Ungheria. Nella convenzione l’Italia prendeva atto del trattato ceco­
jugoslavo concluso a Belgrado il 14 agosto 1920, in cui le due parti
si impegnavano ad appoggio reciproco in caso di attacco dell’Ungheria.
La Cecoslovacchia, a sua volta, aderì l’8 febbraio 1921 alla convenzione
di Rapallo con uno scambio di lettere Beneš-Sforza. Seguirono un trat­
tato ceco-rumeno e uno rumeno-jugoslavo. Nell’aprile 1921 si tenne a
Roma sotto la presidenza di Sforza una conferenza degli stati successori
(comprese Austria e Ungheria) per regolare i rapporti giuridici, ammi­
nistrativi, economici.
Il governo Giolitti-Sforza provvide altresì alla ripresa di rapporti
con la Russia. Si stabili per allora uno scambio di rappresentanze eco­
nomiche, da cui Sforza intendeva passare a quello delle rappresentanze
politiche vere e proprie, ma non ne ebbe il tempo.

La vittoria e il pane.

L’opera di restaurazione dell’ultimo ministero Giolitti fu allargata


e rafforzata con due provvedimenti, l’uno morale, l’altro finanziario.
A iniziativa del ministro della Guerra Bonomi, prontamente fatta
propria dal gabinetto Giolitti, fu fatta il 4 novembre 1920 la prima
solenne celebrazione annuale dell’anniversario della vittoria. Le ban-
164 Capitolo secondo

diere dei reggimenti combattenti e vittoriosi nella grande guerra si riu­


nirono, alla presenza del re e del governo, intorno all’Altare della Patria
sul Vittoriano.
Si è detto del pauroso scavo esercitato nel bilancio dal prezzo poli­
tico del pane. Si è anche detto come il terzo ministero Nitti tentasse
di aumentare alquanto il prezzo del pane, di fissare una indennità caro­
pane per i meno abbienti, di imporre un nuovo tributo a carico dei red-
dituari: tutto per conseguire almeno una diminuzione della perdita
dell’erario. Ma il progetto provocò la caduta del ministero Nitti. Il suo
successore, Giolitti, attese che fossero presentate e votate le leggi fiscali
a gravame dei maggiori abbienti e che fosse altresì risolta la questione
adriatica per proporre provvedimenti più semplici e più decisivi. Per
essi il grano nazionale si sarebbe pagato a prezzi gradualmente crescenti
fino a un dato livello, a cui si sarebbe fissato il prezzo, aumentato, del
pane; il grano estero si sarebbe pagato al prezzo (superiore) richiesto
dal mercato, e la perdita dell’erario sarebbe stata compensata, oltreché
dai severissimi inasprimenti d’imposte a carico degli abbienti, da quelle
sui consumi meno necessari del pane, come il vino e i tabacchi. Il pro­
getto messo in discussione alla Camera nel gennaio 1921 fu assurda­
mente ostacolato dall’ostruzionismo parlamentare del gruppo socialista,
a cui Giolitti tenne testa con freddezza e fermezza, e infine votato nel
febbraio 1921. Nessuno s’illudeva che la lira potesse recuperare molta
parte del valore che aveva prima dell’inflazione, ma tutti invocavano la
sua stabilizzazione sia pure a basso livello. I provvedimenti del mini­
stero Giolitti dettero in Italia e fuori l’impressione di mirare decisa­
mente a questo risultato.
Prima ch’essi maturassero qualche frutto un altro evento, indipen­
dente dalla volontà del governo e dei partiti, sopraggiunse in aiuto
dell’economia italiana. Esso fu la crisi che colpi l’economia mondiale
nell’inverno tra il 1920 e il 1921: arresto nel febbrile accaparramento
delle materie prime e dei generi di consumo, saturazione dei mercati,
flessione dei prezzi, principio di deflazione. La crisi ebbe un’importanza
particolarissima per l’Italia, in quanto determinò una notevole diminu­
zione nel prezzo del grano estero. L’abbondanza dei raccolti in Italia
e in tutto il mondo nel 1921 stimolò anch’essa la discesa dei prezzi:
cosicché mentre il frumento estero alla fine del 1920 costava 230 lire
il quintale, a metà del 1921 ne costava 150, e alla fine dell’anno scese
fino a 125. Nel corso del 1921 si andarono dunque gradualmente e
spontaneamente equilibrando i prezzi d’acquisto all’estero con quelli di
cessione all’interno, e l’erario italiano potè cessare di svenarsi per assi­
curare il pane al popolo. La moneta cartacea circolante, che alla fine del
Nitti e Giolitti 165

1920, dopo un crescendo continuo, aveva toccato il massimo di 19 mi­


liardi e 731 milioni, scese nel giugno a 18 miliardi e 158 milioni, e da
allora in poi rimase, salvo oscillazioni di poco conto, ferma a quel
livello. Il valore della lira, che in due anni era precipitato da 81 cente­
simi a 18 centesimi, si risollevò nel corso del 1921 a 23 centesimi e si
stabilizzò, anch’esso con lievi oscillazioni, intorno a quella cifra. Il sacri­
ficio del risparmio italiano era stato gravissimo; ma l’inizio della stabi­
lità fu sentito da tutti come il ritorno alla vita e alle leggi normali della
produzione e degli scambi, dell’economia pubblica e privata. Il debito
pubblico, fatto il rapporto tra il valore antico e il nuovo della lira, non
risultava molto diverso da quello che era stato prima della guerra; il
bilancio dello Stato era avviato al pareggio. Il sistema fiscale, che du­
rante la guerra e il primo dopoguerra aveva visto calare il gettito delle
imposte ordinarie e crescere a dismisura quello delle straordinarie,
tornò ad equilibrare le une con le altre secondo una savia valutazione
di quelle che erano le fonti reali e permanenti della ricchezza nazionale
a paragone di quelle ch’erano invece le manifestazioni effimere d’un
periodo anormale.
Rimanevano naturalmente molti grossi problemi da risolvere e al­
cuni danni difficilmente sanabili. Il regime del forzato collettivismo bel­
lico aveva portato all·alimentazione garantita per tutti dal tesseramento
generale e dai prezzi d’imperio, ai salari controllati dallo Stato per gli
operai, agli ammassi regolati dallo Stato per i contadini, a guadagni
altissimi, favoriti dallo Stato, per molti industriali. Tutti costoro tende­
vano naturalmente a conservare e possibilmente accrescere i vantaggi
acquisiti. Per i ceti lavoratori si trattava di consolidare un certo miglio­
ramento del loro modesto tenore di vita; per i ceti capitalisti, massime
per i nuovi ricchi, di difendere la conquistata posizione di preminenza
economica. In tutti era diffusa l’idea che lo Stato dovesse direttamente
intervenire per proteggerli. Di qui la persistente pressione delle indu­
strie di guerra: industria pesante del ferro e dell’acciaio, industrie chi­
miche, industria zuccheriera, industria delle costruzioni navali, per assi­
curarsi in modo permanente quella protezione che in tempo di guerra
era derivata dal mercato chiuso e dalla mancanza di concorrenti stra­
nieri. Di qui la fortissima resistenza di quei ceti contro le draconiane
misure fiscali imposte o minacciate dai governi del dopoguerra, soprat­
tutto da quelle con cui il ministero Giolitti intendeva risanare il bilancio
dello Stato. Di qui infine le richieste di interventi dello Stato per il
salvataggio di grosse concentrazioni industriali o finanziarie, gonfiate a
dismisura e dalla congiuntura di guerra e da errate direttive di gestione:
166 Capitolo secondo

episodi che culminarono - come vedremo - nella crisi della Banca


Italiana di Sconto nelle ultime settimane del 1921.

Entra in campo il fascismo agrario.

Alla fine del 1920 si poteva parlare - e ne parlò Luigi Salvatorelli


nella « Stampa » - di un punto di svolta nella vita politica italiana.
La divisione cosi profonda tra interventisti e neutralisti, prolungatasi
nelle acerbe dispute a guerra terminata, poteva considerarsi virtual­
mente superata. Al di fuori e al di sopra del dissidio, che aveva rasen­
tato i margini della guerra civile, riconosciuta la vittoria e consolidata
la pace, nel ritorno alla libera e legale lotta politica, le posizioni politiche
si spostavano, e si delineava un nuovo raggruppamento in cui conver­
gevano ex-interventisti ed ex-neutralisti, per sostenere un programma
di ricostruzione e di progresso futuro. La prova di ciò si trovava nello
schieramento effettuatosi a favore del trattato di Rapallo. La diagnosi
era esatta: la prognosi ottimistica non si verificò. Un nuovo fattore di
perturbazione venne a cacciarsi nel mezzo del processo vitale di risana­
mento, sotto il pretesto di provvedere più efficacemente - anzi esso solo
efficacemente - al risanamento medesimo. Il processo vitale non solo fu
arrestato, ma convertito nel suo contrario, fino all’annullamento sostan­
ziale del progresso politico-sociale compiuto dall’Italia unita soprat­
tutto nel quindicennio anteriore alla guerra, fino alla semidistruzione
dello Stato liberale risorgimentale. Questo fattore fu il movimento-
partito fascista capitanato da Mussolini.
Due leggende, compenetrate fra di loro cosi strettamente da farne
una sola, si affermarono circa le fortune del fascismo e ancora oggi non
sono scomparse. La prima è che il fascismo sia stato l’autore principale,
e diciamo cosi indispensabile, della salvezza d’Italia dal bolscevismo.
L’altra, che il fascismo si sia sviluppato fino al trionfo della marcia su
Roma con organica continuità, man mano che si intensificava e aveva
successo codesta sua lotta antibolscevica-nazionale. Le due leggende
sono entrambe frutto di falsificazione o ignoranza dei fatti fondamen­
tali. Nel periodo che chiameremo bolscevizzante - e che possiamo deli­
mitare tra la primavera del 1919 e l’autunno del 1920 — il fascismo
mussoliniano ebbe scarso rilievo ed efficacia minima per la resistenza
alle convulsioni anarcoidi, quando pure - come ne abbiamo visti ripe­
tuti esempi — non le coadiuvò. Il periodo bolscevizzante fu superato
dalla resistenza passiva, e tuttavia vitale, dell’organismo sociale, dal
mantenimento nei quadri essenziali dell’apparato di ordine statale, dal­
Nitti e Giolitti 167

l’opera cosciente dei governi, infine dall’inizio di reazioni spontanee


della borghesia toccata nei suoi interessi e dal patriottismo offeso nei
suoi sentimenti. Mussolini coi suoi Fasci e col suo contorno di arditi
e futuristi, nei limiti in cui stettero veramente con le forze dell’ordine,
furono poco più che « mosche cocchiere », quando pur non fecero, in­
consapevolmente o no, la parte di agenti provocatori. Mussolini, moral­
mente liquidato nelle elezioni del 1919, non era stato riportato in alto
dalla sua condotta, verbosa, inconcludente, contraddittoria, del 1920.
Nelle elezioni amministrative dell’autunno i Fasci, costituiti più che al­
tro di nuclei sparsi, talora di poche persone, si erano accodati ai « bloc­
chi nazionali», per decisione dell’ultimo momento di Mussolini dap­
prima propenso all’astensione. L’abbandono fatto alla fine del 1920
della causa dannunziana, mentre gli aveva procurato da quella parte poco
meno che l’infamia, non gli aveva dato veramente posto in quel « fronte
della ricostruzione » che si andava abbozzando.
Per un apparente paradosso, nel momento stesso in cui Mussolini
era quasi a terra il fascismo esplodeva trionfalmente in Emilia, e si
allargava a tutta la Valle padana. Punto di partenza dell’esplosione e
del dilagamento l’episodio di Palazzo d’Accursio.

Non mancarono negli ultimi mesi del 1920 episodi di violenza so­
cialista contro privati e contro la forza pubblica: grave soprattutto,
verso la metà di ottobre, il sanguinoso conflitto scoppiato a San Gio­
vanni Rotondo in quel di Foggia. Sono ancora frequenti scioperi locali,
e, tranne quello grandioso del Bolognese, privi di specifica ragione
economica. A Bologna, il 14 ottobre, le «guardie rosse» dettero l’as­
salto alla caserma delle guardie regie, due delle quali restarono uccise
insieme a un civile. Il 4 novembre, giorno di manifestazioni patriottiche
per il secondo anniversario della vittoria, scontri più o meno gravi av­
vennero fra nazionalisti e fascisti da una parte, socialisti dall’altra, a
Roma, a Milano, a Bologna, e in altre città. A Bologna fu perquisita la
Camera del lavoro, e vi si trovarono molte armi: uno sciopero generale
di protesta durò tre giorni. Frattanto la tensione persisteva nelle cam­
pagne del Ferrarese, del Reggiano, del Bolognese, della Toscana, dove
le leghe dei contadini e le amministrazioni comunali socialiste conti­
nuavano in una azione che sostanzialmente non aveva niente di rivolu­
zionario, mentre nella forma rimaneva in bilico tra la legalità e la ille­
galità, urtando gravemente contro interessi consolidati. Qua e là si
ebbero azioni sporadiche di fascisti, con carattere di rappresaglia contro
violenze e prepotenze dei « rossi ». Cosi il 22 ottobre una squadra di fa­
ι68 Capitolo secondo

scisti fiorentini, con alla testa due uomini che poi divennero famosi per
imprese del genere, il Tamburini e il Dumini, andò all’assalto del muni­
cipio di Montespertoli (Firenze), tenuto dai socialisti. Ma fu soprat­
tutto la lunga lotta agraria svoltasi nella provincia di Bologna, e conclusa
con la vittoria dei lavoratori, lotta caratterizzata da non pochi gravi
episodi di violenza; fu il riconfermato successo dei socialisti nelle
elezioni comunali e provinciali del capoluogo emiliano, che crearono
negli sconfitti, in campagna e in città, un tale stato d’animo di ribellione
da render facile ai nuclei di azione antisocialista la raccolta di larghe
schiere di rappresentanti della piccola, media e grande borghesia: re­
duci di guerra, studenti, professionisti, commercianti, padroni di casa,
piccoli e grandi proprietari terrieri. Fra gli stessi aderenti al partito
popolare non pochi cominciarono a considerare con simpatia e benevo­
lenza l’opera dei fascisti, la quale « aveva ad essi portato una libertà - co­
me disse un popolare - che da qualche tempo più non conoscevano ».
Bologna era, in quel momento, l’unico centro importante nel quale
il socialismo bolscevizzante sembrava aver conservato la forza e la com­
pattezza di un anno prima, e che pertanto si offriva al fascismo come
un bersaglio di prima linea. Lo sciopero dei braccianti era cominciato
in primavera e ad esso si era poi aggiunta l’agitazione per la rinnova­
zione dei patti colonici, con conseguente sospensione dei lavori agricoli,
che recò un grave danno economico. La Federazione dei lavoratori della
terra non riconobbe l’organizzazione padronale, l’Associazione agraria,
pretendendo di trattare con i singoli proprietari; altrettanto, all’inizio
dell’agitazione, avevano fatto gli agrari, rifiutandosi di riconoscere le
organizzazioni dei lavoratori, federazione e leghe. I braccianti invasero
i terreni, giustificandosi con la necessità di lavorarli per non perdere il
raccolto. Quando finalmente gli agrari cedettero e firmarono, il 25 ot­
tobre 1920, l’accordo con la Federazione, la pace tornata nelle campagne
fu più apparente che reale: la lunga ed esasperata lotta aveva lasciato
dietro di sé vittime umane, rovina di raccolti, profondi rancori.
Il 31 ottobre vide la piena vittoria dei socialisti nelle elezioni am­
ministrative. In quelle per il comune, essi riportarono 20 193 voti con­
tro 8700 ottenuti dal blocco conservatore e 5093 dai popolari. I socia­
listi avevano governato con buon senso il comune di Bologna durante
la guerra, e nel dopoguerra avevano intensificato la loro azione in difesa
della piccola gente contro proprietari e commercianti, azione che la
vittoria del 31 ottobre - dando la prevalenza alla corrente massimalista
sulla riformista - avrebbe certamente resa più dura. Si distingueva par­
ticolarmente per rozzezza fanatica e ingenua il preconizzato sindaco
Bucco. L’adunanza per l’insediamento del consiglio comunale e per la
Nitti e Giolitti 169

nomina del sindaco e degli assessori era indetta a Palazzo d’Accursio


per la giornata domenicale del 21 novembre. Tre giorni'prima nelle
vie della città fu affisso un manifestino dattiloscritto (la Questura non
avendone permessa la stampa), il quale diceva:
Domenica le donne e tutti coloro che amano la pace e la tranquillità restino a
casa, e se vogliono meritare della Patria espongano dalle loro finestre il tricolore
italiano. Per le strade di Bologna, domenica, debbono trovarsi soli fascisti e bolsce-
vichi. Sarà la prova, la grande prova in nome d’Italia!

È evidente in queste frasi il preannuncio di un’azione che il Fascio


di combattimento, diretto da Leandro Arpinati (un ferroviere roma­
gnolo, già sindacalista rivoluzionario), intendeva impegnare contro i
socialisti vittoriosi; il fatto che i fascisti riservassero soltanto a se stessi
il compito d’incontrare i « bolscevichi » ed avvertissero che era perico­
loso trovarsi per le vie, indica che si trattava di un’azione offensiva, o
di difesa violenta. Cosi il loro atteggiamento fu interpretato dai socia­
listi, i quali avevano promesso al prefetto che non avrebbero fatto
troppo sfoggio delle loro forze per non provocare gli avversari, ma nello
stesso tempo si erano dati premura di armarsi, preparando nelle adia­
cenze della sala consiliare bombe a mano da servire per respingere un
eventuale attacco al palazzo del Comune. Appena eletto il sindaco - che
fu il futuro comunista Gnudi - questo si affacciò al balcone del palazzo
comunale per parlare alla non numerosa folla di socialisti. Allora da un
punto imprecisato della piazza partirono i primi spari: non s’è mai sa­
puto per opera di chi. La folla si sbandò; parte di essa cercò di rifugiarsi
nel portone del palazzo, mentre nella sala del Consiglio i consiglieri della
maggioranza, eccitati, inveivano contro la minoranza, credendo comin­
ciato l’attacco fascista. Dalle finestre del palazzo furono gettate bombe
a mano, che colpirono soprattutto i popolani radunati in piazza: dieci
cittadini caddero uccisi e quarantotto feriti. Nella sala, contemporanea­
mente, un individuo che non fu mai identificato prendeva a revolverate
i consiglieri della minoranza: cadde ferito, e mori di li a poco sopra un
divano, l’avvocato Giulio Giordani, un valoroso mutilato di guerra; fu
pure ferito, ma non gravemente, l’avvocato Cesare Colliva.
Questo, in sintesi, il tragico episodio di Palazzo d’Accursio, sulle
cui cause immediate e sul cui svolgimento non portò luce il processo
celebrato, nel marzo successivo, alle Assise di Milano, e concluso con
l’assoluzione degli imputati, tutti capi socialisti, tranne di uno, condan­
nato per complicità nell’omicidio del Giordani e nel mancato omicidio
del Colliva; ma chi fosse lo sparatore non si riuscì a scoprire. Non è da
170 Capitolo secondo

escludere l’ipotesi che agenti provocatori entrassero per qualche cosa


nel fatto. La ripercussione in città e in tutta Italia fu enorme. La pro­
paganda fascista fece dell’episodio la manifestazione flagrante di una
cieca volontà di violenza, con la quale i socialisti avrebbero mirato, e
non solo a Bologna, a sopraffare i loro avversari; e ciò sebbene le vit­
time, a parte il Giordani, fossero quasi tutte del campo socialista. Se
ne chiamò responsabile anche il governo, che non avrebbe saputo o
voluto né prevenire né reprimere l’azione dei sovversivi; e se ne trasse
motivo a giustificare la controviolenza fascista, diretta - si disse - a
supplire la carenza dell’autorità. Disse un deputato nazionalista alla
Camera, durante la discussione dei fatti di Bologna: «Era fatale, se
pure deplorevole, che l’iniziativa dei cittadini si sostituisse a quella
del governo ».
Il i° dicembre usci il primo numero del settimanale «L’assalto»,
organo del Fascio bolognese, diretto da Dino Grandi, un giovane avvo­
cato di Imola, ex-combattente, che affettava idee democratiche. Il pe­
riodico, che andò a ruba, assunse una posizione di avanguardia nella
stampa fascista. Nell’editoriale, scritto dal Grandi, si leggevano frasi
come queste, rivolte ai socialisti:
Lontano, canaglie! Non ci toccate. Voi predicaste ieri la guerra civile, la rivolta
armata, la dittatura e la tirannia delle classi, l’instaurazione di un regime antisocia­
lista - (il socialismo cui mostrava di pensare il Grandi era quello mazziniano) -
e antiumano, che voleva fare del nostro paese una grigia e immiserita e funeraria
landa, dove voi - corvi - avreste potuto satollare tutte le vostre immonde libidini
di paranoici e di mentecatti. Ebbene, noi, fascisti, abbiamo raccolto la sfida. Ed
eccoci qui. Qui da soli. Noi con voi. A fare la rivoluzione.

E l’articolo concludeva: « Per la grandezza e per il bene del popolo


tutto, i fascisti fanno oggi la loro seconda dichiarazione di guerra.
Senza armistizio e senza quartiere».
Un mese dopo l’eccidio di Palazzo d’Accursio, un altro tragico epi­
sodio avvenne a Ferrara, centro di una provincia non meno « rossa » di
quella di Bologna, e dove pure si erano costituiti alcuni Fasci in lotta
con le leghe dei contadini. Il 20 dicembre un corteo di fascisti e di na­
zionalisti, che volevano manifestare contro una dimostrazione socialista,
passava davanti al Castello Estense, dal quale sventolavano bandiere
rosse e venivano grida « bolsceviche ». I fascisti si accinsero a dare l’as­
salto al Castello; dall’alto di questo le « guardie rosse » spararono uc­
cidendone tre e ferendone parecchi. Anche a Ferrara l’episodio san­
guinoso eccitò le forze antisocialiste e segnò l’inizio, in città e nella
campagna, dell’espansione del fascismo, la cui figura più rappresenta­
Nitti e Giolitti 171

tiva fu Italo Balbo, ex-combattente di sentimenti repubblicani. Nes­


suno, a nostra conoscenza, ha descritto l’esplosione almeno apparente­
mente improvvisa del fascismo in Emilia dopo l’episodio di Palazzo
d’Accursio meglio di Ivanoe Bonomi (La politica italiana dopo Vittorio
Veneto, pp. 141-42):
D’improvviso, dopo la tragedia di Bologna, i ceti agrari si muovono, si adu­
nano, si organizzano. Nei borghi della valle padana giovani ufficiali reduci di guerra,
chiamano a raccolta i loro amici e parenti agricoltori e dicono loro che bisogna di­
fendersi contro coloro che non volevano la guerra e che oggi non riconoscono la
vittoria, contro quelli che incitano alle violenze e al disordine, contro le correnti
che vogliono instaurare la dittatura del proletariato e ripetere in Italia l’esperi­
mento di Russia.
Un’aria di battaglia aleggia nelle campagne. In cerimonie patriottiche la gente
d’ordine non sta più tappata in casa timorosa di violenza, ma espone la bandiera
tricolore e va a gridare in piazza i suoi « Evviva ». Le molte scritte sui muri - cosi
care al costume politico italiano - non sono più soltanto quelle comuniste. Ai molti
« Viva Lenin », « Viva la dittatura proletaria », si contrappongono altre scritte che
inneggiano alla patria e alla vittoria.

È stato il Bonomi stesso a segnalare un fatto fondamentale, ignoto


o trascurato dalla storiografia professionale: il cambiamento largamente
avvenuto nel ceto possidente della Valle padana, per il quale i vecchi
proprietari, spaventati dalle agitazioni proletarie continue e da tutto
il movimento bolscevizzante o piuttosto anarchizzante, svendettero
le loro terre ad affittuari o mezzadri. I proprietari nuovi misero nel
difendere i possessi finalmente acquistati, con i relativi diritti e in­
teressi, una combattività ignota ai loro predecessori. Codesta combat­
tività trovò appoggio materiale e stimolo morale dal concorso spon­
taneo e immediato di combattenti, arditi, reduci di guerra, spostati,
disoccupati, arrivisti, o anche patrioti sinceri sino al fanatismo. Intorno
al coacervo di codesti attivisti violenti si formò un alone di simpatia da
parte degli « uomini d’ordine » e di quanti si erano sentiti toccati nei
loro interessi o nel loro sentimento nazionale.
Attraverso l’elemento combattentistico e arditistico eminentemente
cittadino, il contatto del fascismo agrario emiliano, e più ampiamente
padano, con quello cittadino, e piu specificamente milanese e mussoli-
niano, si stabili automaticamente. Altrettanto automaticamente avven­
nero contatti e intese con la « resistenza » industriale, che aveva già
avuto per suo conto iniziative sporadiche cittadine. Centro d’incontro
e organo comune divennero « Il Popolo d’Italia » e con esso Mussolini.
Come dice ancora il Bonomi, « il giornale venne aiutato in tutti i modi,
diffuso nelle fabbriche e nelle campagne ». Con il giornale, si diffuse
il verbo di Mussolini, e questi prese figura di condottiero, di « duce »
172 Capitolo secondo

nel movimento da cui in fatto veniva sollevato in alto e portato anche


là dove, per sé, non avrebbe preteso od osato arrivare.
I Fasci, - citiamo ancora il mantovano Bonomi, che ben possiamo considerare
quale testimonio immediato, - prima poco numerosi e scarsamente diffusi, si ingros­
sarono di nuovi gregari, reclutati soprattutto nei ceti agrari. Quasi ogni borgata
della pianura padana ebbe il suo Fascio. Il dilagare del movimento raggiunse gli
Appennini, li varcò, si diffuse soprattutto nella Toscana e nell’Umbria, ma si arre­
stò a Roma dove la concorrenza del nazionalismo gli sbarrò la strada e donde solo
poche propaggini potettero diffondersi nel Mezzogiorno.

In codesta origine, struttura e sviluppo del fascismo agrario emiliano


e più genericamente padano si ritrova la chiave del successo fascista, e
altresì del carattere aggressivo e negativo del fascismo in codesta fase
ascensiva: movimento impregnato di violenza pura e volontà d’imposi­
zione, senza programma politico e si potrebbe dire senza idee.
E qui è anche la spiegazione del « mistero doloroso » costituito dal
comportamento sistematico delle autorità governative locali, fatto di
passività volontariamente cieca quando non addirittura di connivenza e
di aperto appoggio. Nelle campagne e nei centri rurali formanti il tes­
suto connettivo economico-sociale di quelle regioni, l’affiatamento fra
proprietari e polizia (a cominciare dai carabinieri) era un dato perma­
nente, un fenomeno naturale. Il fenomeno fu intensificato all’estremo
dall’incontro della forza fisica e intraprendenza audace dei Fasci agrari
con la stanchezza e l’esasperazione dei « tutori dell’ordine », impegnati
da anni in una lotta impari con l’attività sovversiva - la quale non è
una leggenda fascista. Lotta che non solo aveva costato e costava a
quelli sacrifici che potevano giungere fino alla perdita del posto e della
vita, ma li avevano abbeverati di umiliazione.
Dal più al meno, questi uomini colpiti nel loro fondamentale istinto
di comando, erano dei refoulés, dei « repressi », che potevano final­
mente, grazie ai Fasci, sfogarsi e scattare.
Una simile rete di interessi, di sentimenti, di tradizioni, era tale che
qualunque diritta intenzione di massima del potere centrale, qualunque
intenzione generica di mantener l’ordine, di reprimere la violenza da
qualunque parte venisse, vi si impigliava dentro, rimanendo frustrata.
Per resistere, e sradicare l’abuso e la deviazione, sarebbe occorsa una
conoscenza precisa e un proposito fermissimo, che mancarono la prima
per molto tempo, - e in taluni può dirsi sempre, - il secondo sino
alla fine.
Già dalla fine del 1920, e si può dire dall’indomani della prima
azione fascista in grande stile, all’indomani della tragedia di Palazzo
d’Accursio, dal campo socialista, e più in generale dalle file di quanti
Nitti e Giolitti 173

subivano la violenza fascista, o anche non essendone colpiti personal­


mente, repugnavano allo spettacolo della sua brutalità ed esosità impu­
nite, si levarono le proteste insistenti contro il comportamento gover­
nativo, e dalle autorità locali salirono, nelle loro accuse tra indignate e
imploranti, fino alla cima del governo di Roma. Qui esse si appuntarono
contro Bonomi, ministro della Guerra, - l’armamento squadristico pro­
veniva in buona parte dalle caserme, — contro Giolitti, contro il suo
sottosegretario all’Interno, Corradini. Di codeste lagnanze ed accuse
le testimonianze sono pressoché innumerevoli per quanto riguarda le
autorità locali, e, sebbene nessun tentativo (a nostra conoscenza) di
cernita critica ne sia stato fatto - e ormai difficilissimo sarebbe farlo,
senza un immenso, minuto lavoro - pure il quadro d’insieme che ne
risulta non è contestabile. Assai diverso è il caso per le imputazioni agli
uomini di governo: per questi abbiamo - appena si va al di là della
constatazione (innegabile anch’essa) della insufficienza della loro azio­
ne - poco o niente più che induzioni frettolose, interpretazioni arbitra­
rie, affermazioni passionali. Mitico, addirittura, possiamo chiamare un
preteso piano degli alti comandi militari durante la seconda metà del
1920 per un’azione armata diretta a stroncare il sovversivismo bolsce­
vizzante. In un primo tempo si sarebbe progettata e avviata una orga­
nizzazione «ad hoc» entro l’esercito — si potrebbe dire, una specie di
corpo scelto, segreto almeno riguardo al suo impiego attivo in un
secondo tempo, si sarebbe promossa una larga immissione entro i Fasci
di ufficiali in corso di smobilitazione, destinati a inquadrarli e dirigerli.
Per il primo tempo, il documento sarebbe un rapporto segreto di un
colonnello, pubblicato circa un anno dopo nell’«Órdine nuovo» del 2
ottobre 1921'. Lo sbollimento dello spirito insurrezionale bolscevico
e lo sviluppo dei Fasci avrebbero provocato — secondo il Tasca — l’ab­
bandono dell’idea di una organizzazione militare propria, e il passaggio
a un favoreggiamento sistematico del ministero della Guerra al fasci­
smo. Qui prende luogo la famosa «circolare Bonomi» del 20 ottobre
1920!, più precisamente del «Comando di stato maggiore» in cui si sa­
rebbe raccomandato ai comandi di divisione di favorire attivamente le
organizzazioni fasciste ’.

1 II documento, cosi com’è, è certamente apocrifo; ma potrebbe essere stato costruito con
qualche elemento informativo autentico.
2 Prima notizia in G. de falco, Il fascismo milizia di classe, Bologna 1922, p. 26.
3 Credo inutile occuparmi del colossale ingrandimento contenuto in uno scritto del Gramsci
del novembre 1922 (citato dal tasca, Nascita e avvento del fascismo. La Nuova Italia, Firenze 1950,
P· 202) secondo cui nel luglio 1920 il ministero della Guerra, «Bonomi in testa», avrebbe iniziato
la smobilitazione di óo 000 ufficiali, inviandoli per la maggior parte nei ranghi fascisti conservando
loro i 4/5 della paga. Il Gramsci afferma altresì che il ministero Giolitti era stato un compromesso
con lo Stato maggiore, rappresentato da Bonomi, ministro della Guerra.
174 Capitolo secondo

Quando la storia, o storiella, della famigerata circolare incominciò


a correre, Bonomi pubblicò un’ampia e precisa rettifica-smentita1, di­
cendo che nell’ottobre 1920 un ufficio dello Stato maggiore, all’insaputa
sia del capo del medesimo, sia del ministro della Guerra, chiese informa­
zioni sui Fasci, in termini alquanto equivoci in punto di apprezzamento
dei medesimi. Ne segui che un comando militare dell’Italia centrale si
ritenne autorizzato a emanare ai comandi dipendenti e ai prefetti della
regione una circolare laudativa dei Fasci. Il ministro Bonomi, informato
della circolare dal gabinetto dell’Interno12, concordò subito con il capo
di Stato maggiore Badoglio una circolare, a firma del medesimo, a tutti
i comandi militari nazionali per chiarire l’equivoco iniziale «e per riaf­
fermare che l’esercito era e rimaneva estraneo alle competizioni di
parte».
Nulla si è potuto addurre a tutt’oggi contro la smentita Bonomi; tut­
tavia si è seguitato per anni e decenni a ripetere la storiella3, anche dopo
la prima edizione del presente libro: finché finalmente qualche anno fa
Paolo Alatri - tra i principali rappresentanti dell’accusa in questa fac­
cenda — ha riconosciuto {Antifascismo italiano, I, p. 14), sia pure a denti
stretti, che «ormai pare assodato» non essere mai esistita quella circo­
lare Bonomi4.
Altrettanto mitica dobbiamo giudicare la circolare Fera (ministro
della Giustizia nel gabinetto Giolitti) «alla magistratura per invitarla
a lasciar dormire le pratiche sugli atti criminali dei fascisti» della quale
non è stata addotta la menoma testimonianza: ed è ovvio che nessun
ministro, almeno prima del fascismo al potere, si sarebbe sognato di
mettere in corso una circolare simile. La notizia può essere considerata
- analogamente alla circolare Bonomi - quale un condensato delle accu­
se mosse a polizia e magistratura (purtroppo con solido fondamento,
specialmente per la prima) della impunità per i fascisti e del rigore pe­
nale contro i socialisti e gli operai, che portarono a un quasi capovolgi­
mento di parti fra aggrediti e aggressori. Un punto, questo, su cui tor-

1 Nell’«Azione», rassegna di cultura politica, sociale, letteraria, Roma 9 marzo 1924. Ripro­
dotta in Salvemini, Scritti sul fascismo, Feltrinelli, Milano, I, pp. 45-46, che noi qui utilizziamo.
2 E cioè, possiamo credere, dal sottosegretario Corradini, tanto infamato a suo tempo per pre­
teso favoreggiamento dei fascisti. Cfr. più avanti.
3 Al momento della smentita, pierò gobetti, nella «Rivoluzione Liberale» del 18 marzo 1924
(salvemini, op. cit., p. 46) credette di ribattere e svergognare il Bonomi adducendo quell’ampia
partecipazione di ufficiali in congedo «o in servizio attivo» alla organizzazione dei fasci, e le forni­
ture militari ricevute da questi. Ma qui c’era un cambiamento di carte in tavola, dall’accusa di
promovimento dell’autorità suprema a quella di tolleranza.
4 Ha voluto tuttavia rifarsi del riconoscimento aggiungendo che di simili circolari non c’era
bisogno dopo «l’alleanza elettorale» del ministero Giolitti con i fascisti nelle elezioni del maggio
1921. Ma la questione riguardava il favoreggiamento del ministro della Guerra per il fascismo ai
suoi inizi.
Nitti e Giolitti 175

neremo in seguito; ma segnaliamo fin d’ora la requisitoria vigorosa di


Matteotti alla Camera il 31 gennaio 1921: discorso ben degno di essere
messo a fianco del suo «canto del cigno» del 30 maggio 1924. Notiamo
(a proposito della discussione critica fatta sin qui) cbe né della «circola­
re Bonomi» né della «circolare Fera» si parla in quel discorso di Mat­
teotti: e tanto meno dei 60 000 ufficiali smobilitati per ingrossare le file
fasciste.
Con questo, non intendo escludere che nel gabinetto Giolitti il Fera
potesse rappresentare un elemento filofascista1; e la sua appartenenza
al partito radicale, fortemente permeato di massoneria, favorirebbe
l’imputazione, dato il fatto notorio del favore massonico per il fascismo
nel primo periodo1 2. Comunque sia, un alone di filofascismo dovette
esserci intorno alla sua testa; senza di che non potrebbe spiegarsi il
fatto che gli sia toccato il non invidiabile onore di figurare, terzo con
Giolitti e Bonomi, in una fantastica costruzione di Salvemini esule e
campione di fervido antifascismo, smarrito questa volta (errore com­
prensibile) dietro alla sua capacità di intuizione storica, deviata da una
nobile passione:
Vedendo che dappertutto comunisti e socialisti perdevano terreno di fronte al
furioso assalto fascista, essi pensarono che comunisti e socialisti avevano la lezione
che meritavano. Invece di soddisfare il desiderio di ordine e di pace che saliva da
tutto il paese, essi pensarono che l’offensiva fascista poteva essere utilizzata per
spezzare la forza non soltanto dei socialisti e dei comunisti, ma anche dei popolari.
La cosa da farsi era di restaurare l’ordine, e poi sciogliere la Camera e appellarsi al
paese per un nuovo mandato. Essi preferirono permettere la continuazione della
guerra civile, sperando con il suo aiuto di manipolare le nuove elezioni in modo tale
da avere una Camera in cui una maggioranza «liberale» non avesse più bisogno
di fare i conti con i socialisti o con i popolari. Perciò, essi permisero che gli alti
comandi militari equipaggiassero di camions e fucili i fascisti, e autorizzassero uffi­
ciali in congedo e ufficiali in licenza ad assumerne il comando. Ai carabinieri, alla
guardia regia, alla polizia, ai magistrati, si fece capire di non prendere nota dei
disordini provocati dai fascisti, intervenendo soltanto quando si trattava di disar­
mare, processare e condannare chi tentava di opporre loro resistenza3.

Altro caso tipico di ingiuste accuse è quello relativo agli ordini di


ritiro del porto d’armi e di sequestro delle armi emanato dalle autorità
centrali. Si disse che, mentre il disarmo avveniva effettivamente per i
perseguitati dal fascismo e in genere per la gente innocua, gli squadristi
invece non erano toccati, o almeno avevano sempre modo di rifornirsi.

1 Non conosco nessuno studio in proposito.


2 Occorre tuttavia non confondere il ministro Luigi Fera con il maggiorente massonico Save­
rio Fera, che non so neppure se fosse suo parente.
3 Salvemini, Come nacque la dittatura, pp. 40-41.
176 Capitolo secondo

Accusa che culmina in quella che asserì che spesso i carabinieri si recas­
sero nelle sedi di organizzazioni proletarie a sequestrare le armi, e subito
dopo arrivassero in camion i fascisti a bastonare, ferire, distruggere,
incendiare. Ciò che evidentemente non prova nulla di più di quel favo­
reggiamento delle autorità locali di cui abbiamo parlato. Il fatto è che
quando il 24 gennaio 1921, Giolitti ordinò la revoca delle licenze di
porto d’armi nelle province di Bologna, Modena, Ferrara, non solo i
Fasci, ma associazioni combattentistiche, liberali, padronali insorsero
contro la misura dichiarata incostituzionale, e la resero pressoché lettera
morta. A Modena partecipò al rifiuto anche il partito popolare.
Può e deve dirsi bensì che l’autorità centrale non controllò sufficien­
temente la situazione, e non fece quanto era in lei perché i suoi ordini
fossero eseguiti. Ma occorre aggiungere che per compiere efficacemente
l’uno e l’altro suo dovere, avrebbe appunto dovuto avere quella volontà
risolutissima e quella percezione esatta della situazione che abbiamo
già riconosciute mancanti.
Detto tutto ciò, rimane nella insufficienza dell’azione giolittiana un
elemento politico che occorre precisare e storicamente spiegare.

Il secondo periodo del ministero Giolitti. Sviluppo dello squadrismo.

S’è già detto come, tornando al potere dopo la grande crisi dell’inter­
vento e della guerra, Giolitti rimanesse fedele alla sua concezione del
socialismo come un fatto fisiologico del nostro tempo, come lotta di un
proletariato povero per la conquista di un tenore di vita più elevato.
Egli aveva sempre contato che, con una accorta politica di governo, il
movimento proletario potesse esser mantenuto nel quadro delle istitu­
zioni monarchico-liberali, arrivandosi, un giorno o l’altro, a una parte­
cipazione organica del partito socialista ai poteri dello stato.
Questa sua fiducia fu forse scossa dal massimalismo socialista, dopo
la occupazione delle fabbriche. Ma a suo avviso, stato e governo dove­
vano seguitare a restare neutrali nella lotta di classe, e benevoli verso
le aspirazioni ragionevoli dei lavoratori. Bisognava superare con calma
e sangue freddo il quarto d’ora critico, e le cose avrebbero ripreso il
loro andamento normale, tornandosi a un funzionamento del governo,
del parlamento, dei partiti secondo le tradizioni e le norme di un cor­
retto regime liberale-democratico.
Sfuggiva a Giolitti il cambiamento spirituale e sociale maturato du­
rante la guerra: il fatto nuovo di movimenti passionali di folla o di
Nitti e Giolitti 177

piazza fuori dei quadri tradizionali, promossi e condotti da capi più o


meno irresponsabili, fomentati talora da una stampa altrettanto irre­
sponsabile. Né le giornate di maggio né l’avventura dannunziana a
Fiume erano state comprese da lui nel loro significato profondo. Né
maggiore era stata la comprensione in altri uomini politici, anche di
diversa parte dalla sua e più giovani di lui.
In queste condizioni di spirito, egli rimase profondamente colpito
dal fatto che, a due anni di distanza dalla fine della guerra, nonostante
le delusioni sperimentate dal massimalismo socialista e le informazioni
sfavorevoli al regime bolscevico provenienti dalla Russia, il partito e il
gruppo parlamentare socialisti persistessero nell’opposizione intransi­
gente, non tenendo conto né delle leggi fiscali antiplutocratiche fatte
votare da lui, né della politica conciliativa di lui per l’occupazione delle
fabbriche, né del principio del controllo operaio da lui imposto agli
industriali e del progetto presentato alla Camera, né, infine, della sua
opera di pacificazione internazionale, per la Jugoslavia come per l’Alba­
nia. Egli sapeva che i deputati socialdemocratici erano per sé inclini ad
una collaborazione; ma questa inclinazione rimaneva paralizzata dalla
disciplina di partito, e per giunta sembrava orientarsi verso Nitti piut­
tosto che verso Giolitti: quel Nitti i cui amici in parlamento erano ormai
all’opposizione, e anzi non rifuggivano, per essa, da contatti con la De­
stra nazionalista e salandrina. D’altra parte, Giolitti vedeva una parte
ingrossante della borghesia, a differenza di quanto era accaduto finora,
ricorrere alla difesa anche diretta dei suoi interessi e delle sue posizioni.
I cosiddetti blocchi nazionali per le elezioni amministrative del novem­
bre 1920 si erano formati con una prontezza e disciplina superiori al­
l’aspettativa. Molti borghesi, specialmente giovani e reduci di guerra,
che avevano condiviso in un primo tempo le speranze di intesa tra i par­
titi borghesi più avanzati e un socialismo riformista, ritenevano adesso
che la neutralità del governo nella lotta di classe, cosi come era intesa e
praticata da Giolitti, fosse ormai incapace di garantire il rispetto della
legge e dell’ordine costituito, e si rivolgevano al fascismo.
Accadde cosi che Giolitti venisse a trovarsi rispetto al fascismo in
una situazione di spirito non senza analogia con quella sua precedente
verso il socialismo. Egli vide i due movimenti sullo stesso piano di
azione e controazione economico-politica: e cosi il fascismo apparve un
contrappeso utile al massimalismo. Sfuggi a lui, come a tutti i leaders
liberali, la vera natura del fenomeno fascista, determinata dagli ele­
menti psicologici e sociali che lo componevano. Egli non comprese
- e gli altri leaders liberali ancor meno di lui - che la violenza, « epi­
fenomeno » nel movimento socialista, era la sostanza stessa del fascismo.
178 Capitolo secondo

Il quale proprio in quel periodo andò diventando una organizzazione


di bande armate, dirette alla conquista e al mantenimento del potere
attraverso la distruzione fisica degli avversari.
La formula giolittiana della neutralità dello stato e del governo nei
conflitti tra le classi cominciò adesso a valere non più come protezione
del movimento socialista dalle sopraffazioni borghesi, bensì come inco­
raggiamento delle forze antisocialiste all’azione diretta. La tolleranza
giolittiana, che fino a poco prima aveva avvantaggiato il sovversivismo
socialista, venne ad agire a favore del sovversivismo conservatore.
Quella tolleranza era anche stata, marginalmente e occasionalmente,
rinunzia a far valere in pieno l’autorità del governo per la tutela del­
l’ordine legale. Di fronte al fascismo la rinunzia si avviò a divenire
abituale ed essenziale. Involuzione non dovuta a un piano giolittiano,
come molti credettero, ma a quella insufficiente comprensione giolit­
tiana del fascismo, combinata con la pressione delle forze sociali anti­
socialiste e reazionarie, inclusa in queste la stessa alta burocrazia civile
e militare. Ma qui più che mai è necessario osservare che questa cristal­
lizzazione giolittiana fu favorita da quella diffusa benevolenza o almeno
equanimità iniziale verso il fascismo di cui si è detto (e reciprocamente
la favori).
Dalla fine del 1920 si ebbe l’organizzazione metodica delle «squa­
dre », o bande, fasciste, e delle « spedizioni punitive »: due cose che ne
facevano una, poiché la squadra era reclutata per la spedizione, e la
spedizione creava per sé la squadra. Per l’organizzazione e l’azione squa­
drista fece scuola la Venezia Giulia, come s’è detto: ma questa regione
era troppo eccentrica (a parte la sua situazione speciale) per formare la
base di operazione e il centro d’irradiazione della guerriglia fascista.
Quella e questo invece si ebbero nel triangolo Bologna-Ferrara-Piacenza,
donde si arrivava facilmente al Pavese, al Veneto, alla Toscana.
Le squadre erano formate da giovani, e anche giovanissimi: figli
della borghesia agraria piuttosto che industriale, ex-combattenti, ex­
arditi, disoccupati, «attivisti» di varia ispirazione e convinzione (sul
comune sfondo patriottico e fanatismo nazionalistico), scontenti, av­
venturieri, sino ai facinorosi puri e semplici e ai veri e propri tempera-
menti sanguinari e sadici. Le squadre avevano le loro basi di approvvi­
gionamento e armamento in città, e di là partivano su automezzi per i
paesi e le campagne, e altresì verso i centri e quartieri proletari. Loro
obbiettivi di attacco, devastazione, incendio erano le Case del popolo,
le Camere del lavoro, le sedi di leghe operaie, le cooperative, le sezioni,
i circoli (anche di cultura o ricreativi), i giornali comunisti, socialisti, e
poi anche popolari o cattolici. All’azione contro gli edifici e gli oggetti
Nitti e Giolitti 179

si associava quella contro le persone: bastonature, rapimenti, uccisioni,


bandi. Si mirava alle dimissioni delle amministrazioni socialiste, allo
scioglimento delle leghe, più in generale alla paralisi dell’organizzazione
economico-politica socialista. Dopo una campagna di qualche mese, si
contarono a decine i morti, a migliaia i feriti e i torturati, le case invase,
saccheggiate, incendiate.
Qualche esempio fra i mille. A Trieste, dopo i fatti del 1920, il « La­
voratore » è incendiato il 9 febbraio 1921 ; il 28 febbraio la Camera del
lavoro è attaccata per la terza volta e distrutta. Sulla costa istriana da
Pirano a Pola si esercita un’opera sistematica di distruzione « di tutto
ciò che è bolscevico» (Chiurco). Camere del lavoro e circoli di cultura
scompaiono a decine. Nell’Emilia, a Parma, viene devastata in aprile la
Casa del popolo dell’Unione sindacale, e nella provincia quelle di Salso­
maggiore e di Borgo San Donnino. A Reggio - nel centro del socialismo
« evangelico » di Prampolini - la Camera del lavoro è incendiata l’8
aprile. In provincia di Ferrara si svolge una grande azione dal marzo al
maggio 1921, con spedizioni cosi numerose che lo storico dello squa­
drismo Chiurco rinuncia ad elencarle: «leghe, organizzazioni, tutto
crolla ». Nel Polesine - anch’esso un paese di socialismo legalitario, il
paese di Matteotti - gli agrari, alla scadenza a fine febbraio 1921 del
concordato agricolo, scatenano la campagna che porta a liquidare le
leghe, le cooperative e le amministrazioni socialiste che scompaiono
Luna dopo l’altra.
Tra il febbraio e il maggio sono distrutte le Camere del lavoro di
Vicenza, Padova, Belluno, Udine. A Mantova il 20 e 21 aprile subi­
scono la distruzione le due Camere del lavoro confederale e sindaca­
lista, l’Università popolare, il Circolo ferrovieri, l’abitazione dell’onore­
vole Dugoni. L’Associazione agraria, non contenta di denunciare il patto
agricolo, dichiara che non si darà più lavoro se non agli iscritti al Fascio.
Particolarmente violente e brutali furono le operazioni fasciste in To­
scana (e vi fiorirono tipi straordinari di delinquenti), anche perché in
quella regione le reazioni socialcomuniste ebbero vivacità e crudezza
ignote altrove. Intensa fu anche l’azione fascista in Umbria. Nel Mez­
zogiorno la Puglia vide una distruzione fascista non inferiore a quella
del Settentrione, e con reazioni che ricordano quelle della Toscana.
Contro reazioni simili la forza pubblica operava quell’intervento
energico da cui generalmente si asteneva nei riguardi dei fascisti. Ma
ben al di là di ciò gli « agenti dell’ordine » partecipavano non raramente
alle spedizioni punitive; si videro dietro gli autocarri fascisti quelli dei
carabinieri, cantanti anch’essi gli inni fascisti. Abbondarono i casi di
forniture d’armi da parte delle autorità di polizia o militari : e si capisce
i8o Capitolo secondo

come nascesse la credenza di un piano ordinato dal potere centrale.


Con tali metodi, in tale ambiente, alla liquefazione delle organizza­
zioni socialiste rispose, dalla fine del 1920, l’incremento grandissimo
degli effettivi fascisti. Si fanno questi numeri: 190 Fasci a metà otto­
bre 1920; più di 800 alla fine dell’anno; un migliaio nel febbraio 1921;
ancora un aumento di quasi mezzo migliaio in aprile e maggio; 2200
nel novembre 1921.

La scissione comunista. Mussolini e gli industriali.

A danno del socialismo italiano agirono, oltre al fallimento della


occupazione delle fabbriche ed agli interni dissidi finiti nella scissione,
anche le condizioni dell’economia del paese. Allorché la congiuntura è
in fase ascendente essa dà al proletariato operaio lo stimolo e il corag­
gio di nuove conquiste, lo spirito offensivo: prosperità dell’industria,
pienezza dell’occupazione, facilità, anche se aiutata dall’inflazione domi­
nante, di strappare più alti salari, prospettiva di poter adoperare con
successo l’arma dello sciopero. Tutto ciò viene a cessare col mutarsi
della congiuntura economica e finanziaria, col trapasso dalla penuria
di materie prime alla sovrabbondanza, dai prezzi crescenti delle stesse
a quelli calanti, dalla ressa degli acquirenti al rarefarsi dei compratori,
dal lavoro per tutti alla accentuata disoccupazione, dalla inflazione mo­
netaria alla deflazione. La precarietà e fragilità di molta parte dell’eco­
nomia del primo dopoguerra si rivelò nella crisi di molte industrie, e
apparve nello stesso tempo quanto intimamente incerte fossero la soli­
dità, la fede, la capacità di progresso e di resistenza del mondo operaio.
Le circostanze imponevano un ripiegamento dalla tattica offensiva alla
difensiva; pochi mesi dopo l’occupazione delle fabbriche invece del
« controllo » delle industrie si fini col parlare di una « inchiesta » sulle
loro condizioni, visto che gli industriali affermavano di essere costretti
a ridurre i salari, riduzione che il proletariato organizzato dove subire
nel corso del 1921.
La guerra aveva impoverito i popoli e ridotta la loro capacità di
acquisto, ciò che si constatava in Italia anche meglio che altrove. La
crisi economica, cominciata nel 1920 e aggravatasi nel 1921, si mani­
festò soprattutto come crisi della domanda e contrazione degli scambi.
I paesi che, come l’America, col forte aumento della loro produzione
avevano compensato il deficit di quella europea, si trovarono credito­
ri di popoli i cui mezzi di pagamento erano sensibilmente diminuiti.
Ciò spiega perché, ad esempio, il traffico marittimo internazionale fos­
Nitti e Giolitti 181

se sceso alla metà di quello dell’anteguerra, benché il tonnellaggio fosse


quasi completamente ricostituito: un quarto di esso rimaneva inutiliz­
zato. Dove poi il marasma sociale era stato più grave, traducendosi nella
diminuita operosità degli operai e dei lavoratori in genere, distratti dalle
agitazioni e dagli scioperi, un’altra causa si era aggiunta a quelle che
avevano contribuito a ridurre la capacità di acquisto delle masse.
Nel 1921, secondo le statistiche della Confederazione dell’industria,
la produzione industriale non superò il sessanta per cento di quella nor­
male. La produzione siderurgica si trovava davanti anche al forte au­
mento del prezzo del carbone, che ormai entrava per due terzi nel costo
della ghisa. Di qui la richiesta degli industriali di ridurre i costi di pro­
duzione col tagliare i salari. In realtà i loro guadagni erano in diminu­
zione, come mostra la depressione dei titoli industriali, che dal di sopra
della pari al principio del 1921 (media di 100 società per 6 miliardi di
capitale versato), erano poi scesi in media a meno del 70 per 100 lire
di capitale, e per alcuni gruppi al 50. Secondo la Confederazione del­
l’industria, nel 1921 i salari vennero ridotti del 15 per cento. Da un
comunicato del ministero del Lavoro risultò che nel primo trimestre
del 1921 il numero degli scioperanti era sceso, nei confronti dello stesso
periodo dell’anno precedente, da 453 914 a 148 796, e quello delle gior­
nate di lavoro perdute da 6 268 900 a 1 264 425: la diminuzione - ri­
spettivamente del 77 e dell’80% - non avrebbe potuto essere più si­
gnificativa. Lo stato d’animo delle masse operaie, nel passaggio dalla
posizione di attacco alla classe capitalistica con i mezzi tradizionali (scio­
peri, dimostrazioni di piazza, boicottaggi, ecc.) a quella di difesa - in­
nanzi tutto fisica - contro l’organizzata violenza squadrista, era fatto di
sfiducia nei propri capi, senso di insicurezza rispetto ai tutori dell’or­
dine, timore di rappresaglie: al che si aggiungeva il timore di perdere
il posto di lavoro, particolarmente grave nella congiuntura sfavorevole,
rafforzante la posizione dei datori di lavoro.
In queste circostanze, cosi poco favorevoli a una tattica intransigente
socialista-sindacale, e tanto più a ogni disegno o previsione rivoluzio­
naria, un nuovo congresso socialista si apri il 15 gennaio 1921 a Li­
vorno, nel Teatro Goldoni. Durò sei giorni e fu assai tempestoso; i
contrasti apparvero, quali erano, profondi e insanabili. Delle tre cor­
renti principali, la socialdemocratica era la meno numerosa, ma contava
pur sempre i parlamentari più illustri del partito: Prampolini, Turati,
Treves, Modigliani, e i più sperimentati capi di organizzazioni sinda­
cali, Buozzi, Baldesi, D’Aragona. All’estremo opposto era la corrente
dei comunisti rivoluzionari intransigenti e secessionisti, a cui apparte­
nevano Bombacci, Bordiga, Gennari, Gramsci. Quella che risultò più
i82 Capitolo secondo

numerosa fu la corrente intermedia, dei « massimalisti unitari », che


ritenevano ancora possibile la convivenza entro lo stesso partito di ri­
voluzionari e di socialdemocratici, la conciliazione tra libertà e disciplina
di azione, l’adozione del programma comunista per la conquista violenta
del potere e la permanenza nel partito degli uomini che predicavano il
gradualismo e deprecavano la violenza. La preoccupazione dell’unità
le impediva di vedere che nella realtà dei fatti l’unità era morta e non
poteva rivivere. Essa prevalse, e determinò il rigetto dei Ventun Punti,
sebbene prima della votazione decisiva il rappresentante inviato dalla
Terza Internazionale, il comunista bulgaro Kabakcef, esprimesse chia­
ramente la sua condanna del compromesso centrista. Su circa 172 000
voti, 98 000 circa andarono al centro, circa 58 000 alla sinistra comu­
nista, circa 14000 alla destra socialdemocratica. I terzinternazionalisti
intransigenti si affrettarono a tradurre in atto la decisione già presa di
uscire dal partito socialista italiano e di fondare il partito comunista
italiano. Il 20 gennaio 1921 si chiuse il congresso del primo, il 21 fu
nominato, in un altro teatro di Livorno, il primo comitato centrale del
secondo. Ne facevano parte alcuni giovani di robusto ingegno e di fer­
vida attività come Antonio Gramsci, Ruggero Grieco, Umberto Terraci­
ni, Paimiro Togliatti; con essi era il demagogo Nicola Bombacci, più
tardi passato al fascismo. Ma la personalità più eminente era quella di
Bordiga, che col suo « Soviet » di Napoli aveva dato il primo impulso
alla scissione. Nel quadro della lotta contro il fascismo il PCI fece parte
per se stesso, considerando i socialdemocratici rimasti nel partito e nel
gruppo parlamentare socialista come nemici del socialismo non meno
dei fascisti. Appariva chiara fin da allora la dipendenza del partito co­
munista italiano - attraverso la Terza Internazionale da cui fu ufficial­
mente riconosciuto come sezione italiana al posto del partito socialista -
dalla Russia sovietica.
D’altro canto il partito socialista, pur essendosi alleggerito dell’ala
comunista, non era diventato per questo più omogeneo e concorde: i
sinistri, che erano in maggioranza, pur professandosi rivoluzionari, non
ritenevano giunta l’ora della conquista del potere, ma covavano in seno
un elemento di scissione ulteriore nei «terzinternazionalisti» residui;
i destri, pur essendo da molte ragioni sollecitati a dare la loro parteci­
pazione al governo del paese, non osavano farlo per il timore di perdere
la fiducia delle masse e di rovinare definitivamente l’unità del partito, a
cui portava adesso un cosi largo sdruscio la secessione comunista.
Nitti e Giolitti 183

L’atto d’accusa di Matteotti e la risposta di Giolitti.

Dal 31 gennaio 1921 al 3 febbraio si ebbe una discussione ampia e


in parte appassionata circa la condotta del governo rispetto al movi­
mento fascista. Due mozioni furono presentate: una socialista, de­
nunciarne il governo e le autorità locali che « assistono impassibili alle
minacce, alle violenze, agli incendi da parte di bande armate e pubbli­
camente organizzate a tale scopo, e le proteggono anche coll’impedire
la difesa legittima delle persone, delle amministrazioni colpite »; e ter­
minante: « [la Camera] condanna la politica del governo». L’altra,
della Destra parlamentare, aveva un lungo preambolo su una pretesa
« prolungata paralisi della funzione di governo » di fronte alle violenze
sovversive, che aveva svalutato l’autorità dello stato e provocato « l’i­
stintivo bisogno di difesa e di reazione» (apologia appena dissimulata
delle violenze fasciste); negava che si potesse provvedere alla situa­
zione anormale « reprimendo singoli episodi di azione violenta e di vio­
lenta reazione »; e concludeva invitando il governo « a mettersi in grado
di garantire dovunque e a beneficio di tutti i cittadini il rispetto delle
libertà individuali e politiche ».
Giolitti disse subito: «Le due parti contrarie attaccano il governo
in questo senso, che ciascuna vorrebbe averlo al suo servizio »; e a que­
sta abile impostazione strategica aggiunse quella tattica di associare la
discussione delle due mozioni a quella della relazione parlamentare
circa i fatti di Bologna e la situazione emiliana: relazione estremamente
severa per il massimalismo socialista della regione. Non per questo il
discorso a favore della mozione socialista tenuto da Giacomo Matteotti
il 31 risultò meno poderoso, come atto di accusa non solo e non tanto
delle violenze fasciste quanto della tolleranza e complicità dei pubblici
poteri, approdando alla conclusione che si aveva adesso colà un regime
di classe, anzi di lotta di classe. (Quel discorso, a rileggerlo oggi, fa
l’effetto di un preludio all’altro del 30 maggio 1924, il «canto del ci­
gno»), Senonché egli compromise radicalmente l’efficacia politica del
suo discorso, insistendo con una logica più comunista che socialdemo­
cratica, che i socialisti non chiedevano nulla al governo, riconoscendo
che Giolitti, capo di un governo di classe, non poteva se non agire da
complice del fascismo, fatto di guerra di classe. Con questo, si veniva a
negare la possibilità di un ristabilimento dell’ordine e del diritto senza
rivoluzione, essendo esclusa altresì ogni prospettiva di cambiamento
dell’intransigenza massimalistica e di avvio a una collaborazione.
Giolitti ebbe facile la replica all’accusa di «classismo borghese an-
184 Capitolo secondo

tioperaio » ricordando la sua politica di conciliazione e di favore per la


classe lavoratrice di fronte a forti movimenti socialisti anche illegali,
come lo sciopero generale del 1903 e l’occupazione delle fabbriche del
T920, e giustificando cosi la sua astensione da una repressione violenta
del movimento fascista, segnante secondo lui una nuova fase dello svi­
luppo sociale; e pose la questione di fiducia sul rigetto della mozione
socialista, che fu infatti votato, riguardo ai «considerando», con 252
voti contro 93, e riguardo alla conclusione di condanna con 226 con­
tro 79.

Coalizione delle opposizioni antigiolittiane.

La primavera del 1921 segnò un momento decisivo nei rapporti tra


Mussolini, il fascismo, e il ceto ristretto ma potente dei grandi indu­
striali italiani. Questi avevano salutato con gioia, nell’autunno del 1914,
l’uscita di Mussolini dal partito socialista: era la rottura del fronte av­
versario. L’obbiettivo comune della guerra e della vittoria aveva poi
dato occasione a molti contatti tra gli industriali di guerra e il direttore
del « Popolo d’Italia », soprattutto dall’autunno 1917 all’autunno 1918,
tra Caporetto e Vittorio Veneto, quando quelli profusero molti mezzi
alla propaganda per la riscossa, e ne furono larghi anche a Mussolini.
Nel r 919-20 subentrò invece un periodo di incertezza e di raffredda­
mento, dovuto a certi atteggiamenti di Mussolini, che facevano temere
un suo ritorno a sinistra, a programmi rivoluzionari, con espropriazio­
ne di latifondi, confisca di sopraprofitti ecc., secondo quella che pareva
fosse allora la tendenza predominante, prossima a conquistare la mag­
gioranza del paese. (In quel tempo cedette all’estremismo comunisteg-
giante, per ragioni di concorrenza demagogica, anche il partito popo­
lare, patrocinato da una potenza conservatrice come la Chiesa cattolica).
Ma quando, verso la fine del 1920, apparve chiaro che il socialismo
italiano era incapace di far la rivoluzione e la minaccia del comuniSmo
svanì, Mussolini cambiò di nuovo tono. Tra Mussolini e gli industriali
c’erano poi altri motivi di simpatia: nella politica internazionale, le idee
nazionaliste e imperialiste che egli accentuò nei mesi della Conferenza
per la pace e dei contrasti tra l’Italia e gli alleati per il confine orientale,
per Fiume, per la posizione spettante all’Italia nel nuovo assetto del
mondo; e poi tutto il suo modo di pensare e di agire, che esaltava l’ini­
ziativa individuale, la libertà di osare, il volontarismo, l’attivismo. V’era
nella mentalità mussoliniana qualche cosa che, almeno nei suoi effetti
pratici, non differiva molto da quella degli industriali di guerra che col
Nitti e Giolitti 185

loro sforzo avevano moltiplicato produzione e ricchezza e che perciò


si ritenevano in diritto di guidare governo, stato, paese secondo i loro
interessi e principi, identificando questi con i supremi interessi e prin­
cipi della nazione. V’era infine, quando si senti il primo cedimento delle
forze rivoluzionarie, la prospettiva di poterle attaccare con successo e
stritolarle una volta per sempre.
Il 14 gennaio 1921 Mussolini scriveva nel « Popolo d’Italia »:
La società capitalistica ha realizzato quel tanto di socialismo che le poteva gio­
vare e non si avranno ulteriori progressi in tale direzione... Il capitalismo non è
soltanto un apparato di sfruttamento, come opina l’imbecillità pussista: è una ge­
rarchia; non è soltanto una rapace accumulazione di ricchezza: è una elaborazione
di valori, fattasi attraverso i secoli. Valori, oggi, insostituibili... C’è chi pensa, e
noi siamo del numero, che il capitalismo è appena agli inizi della sua storia... Ap­
pare sempre più evidente che il proletariato si farà rimorchiare dalle minoranze
« capitalistiche », con le quali si accorderà ad un dato momento per dividere il bot­
tino, escludendo i parassiti di destra e di sinistra, che vivono in margine della
produzione.
Tre mesi dopo, Mussolini era eletto deputato nel «blocco nazio­
nale » formato tra liberali di destra e fascisti, dopo una campagna elet­
torale largamente finanziata dagli industriali, il cui principale obbiettivo
era allora quello di scongiurare la dura politica tributaria progettata
da Giolitti, e di ottenere possibilmente l’aiuto dello stato nel superare
la crisi economica del momento. Nel suo primo discorso alla Camera, il
21 giugno 1921, Mussolini deprecò «lo stato collettivista, cosi come
ci è stato trasmesso per necessità di cose dalla guerra », e invocò il ri­
torno « allo stato manchesteriano». E il 7 novembre dello stesso anno,
al congresso indetto in Roma per la trasformazione del movimento fa­
scista in partito, Mussolini ripete: « In materia economica siamo libe­
rali», la quale definizione doveva essere tra tutte quella che dava la
maggior tranquillità agli industriali, perché richiamava alla politica eco­
nomica tradizionale che aveva favorito le aziende private avanti la guer­
ra, e dopo la parentesi bellica avrebbe potuto favorirle ancora. E cioè,
gli industriali reclamanti la libertà di produrre e guadagnare senza limi­
tazioni statali videro inclusa in quella dichiarazione « liberale » di Mus­
solini anche la libertà loro di farsi aiutare dallo stato con commesse,
protezioni doganali, premi, sovvenzioni, ecc.: cose piuttosto discordanti
dal liberalismo classico. Era l’anno della reazione agraria e industriale
contro i partiti e le organizzazioni di sinistra, l’anno dello squadrismo
imperversante, finanziato dai capitalisti. In che misura questi finan­
ziassero il partito fascista, la sua stampa, la sua milizia, i suoi capi,
non si potrà mai sapere con precisione, perché sovvenzioni di questo
genere difficilmente appaiono nei bilanci delle banche e delle società
186 Capitolo secondo

per azioni: sta di fatto che da quell’anno in poi il fascismo dispose di


mezzi cosi larghi, che non potevano provenire se non da borse molto
grosse. Nei mesi che precedettero la conquista del potere, i rapporti tra
Mussolini e gli industriali diventarono sempre più stretti e frequenti,
fino al momento della marcia su Roma.
Con l’approvazione del progetto per il prezzo del pane, succeduto
al trattato di Rapallo e alla liquidazione fiumana, si poteva considerare
che il ministero Giolitti avesse sgomberato il terreno dagli inciampi più
pericolosi per un suo eventuale successore. Si poteva dunque tentare
senza troppo pericolo 1’« assalto alla diligenza»: che poi questo fosse
atto insano, contrario agli interessi della nazione tuttora in condizioni
precarie - anche solo a considerare il nuovo fenomeno fascista -, non
venne in mente, o almeno non persuase ad altra condotta nessuno dei
leaders della opposizione.
La quale opposizione si costituì tra il febbraio e il marzo del 1921
con l’incontro di quattro elementi estremamente eterogenei: la Destra
nazionalistica e salandrina (due gruppi distinti, ma strettamente uniti);
il nuovo gruppo della Democrazia sociale (prevalentemente di meridio­
nali e più particolarmente di siciliani), con etichetta di sinistra, ma con
sensibili spiriti nazionalistici e autoritari; la Sinistra nittiana; l’Estrema
Sinistra socialista. La duplice destra, volgendosi all’opposizione con­
tro Giolitti, non rappresentava altro che una risurrezione del vecchio
antigiolittismo conservatore o addirittura reazionario dell’anteguerra.
Il gruppo nittiano - la cui costituzione formale in gruppo parlamentare
avvenne soltanto l’anno dopo - rispecchiava l’inimicizia andata cre­
scendo malauguratamente fra i due leaders, con responsabilità recipro­
che, ma più antiche e gravi (a nostro parere) di Nitti. Il gruppo socialista
associava all’opposizione programmatica la permanenza o reminiscenza
del filonittismo di Modigliani, e lo sdegno e rancore per il presunto filo­
fascismo di Giolitti, con larga incoscienza delle più gravi responsabi­
lità proprie.
L’opposizione, mancante di spirito e programma comune, e altresì
di consistenza precisa e stabile, non impostò battaglia aperta e a fondo,
ma procedette per aggiramenti e imboscate. Essa trovò un terreno di
manovra nella politica estera, ove ci si poteva dar l’aria di criticare
Sforza senza prender di petto Giolitti. Per verità, l’avvicinamento fra
il socialismo pacifista-antimilitarista più il nittismo « rinunciatario » e
revisionista, da una parte, e il nazionalismo « dalmatico » e imperialista
dei nazionalisti e anche dei demosociali era illogico fino ad apparire
mostruoso. Ma il revisionismo ostile a Versailles, e quindi filotedesco,
poteva assumere l’aspetto di politica nazionale indipendente e forte, e
Nitti e Giolitti 187

cosi operare intorno a sé una concentrazione contro la politica estera


Giolitti-Sforza che aveva posto a base il ristabilimento della solidarietà
interalleata. Era facile insinuare il dubbio che il governo avesse acqui­
stato l’appoggio francese alla soluzione adriatica con impegni a favore
della linea francese di applicazione rigorosa del trattato di Versailles,
comprese le eventuali sanzioni. Il contegno di Sforza per la questione
dell’Alta Slesia - in cui egli si astenne dal fiancheggiare Lloyd George
nella posizione risoluta assunta contro il nazionalismo polacco più o
meno favoreggiato dalla Francia, e promosse (secondo le stipulazioni
plebiscitarie) la spartizione tra Germania e Polonia anziché l’assegna­
zione in blocco alla prima - favori critiche e sospetti, che non ci furono
soltanto nel campo dell’opposizione antigovernativa. Vi partecipò in
qualche misura anche « La Stampa », con la penna di Luigi Salvatorelli,
d’accordo con l’ambasciatore a Berlino Frassati. Della ibrida opposizione
parlamentare la manifestazione saliente fu il discorso di Amendola del
20 marzo 1921. In esso egli rimproverò il governo per la sua passività
di fronte ai tentativi di coercizione della Germania (la verità è che Sforza
si oppose a un’occupazione della Ruhr, pure accettando le occupazioni
minori del marzo 1921, mentre d’altra parte ritenne giustamente che
non si potesse prendere di petto l’aspirazione francese alle riparazioni);
sostenne la tesi - assurda come affermazione ufficiale e immediata - del­
l’annullamento puro e semplice dei debiti interalleati; e invocò una poli­
tica estera italiana autonoma senza concretarne le linee. Manifestazione
marginale di opposizione nel seno stesso della maggioranza fu la boccia­
tura sommaria in commissione dei progetti Croce per la libertà della
scuola e l’insegnamento religioso. Croce si dimise, ma Giolitti ne re­
spinse le dimissioni.

Le nuove elezioni e il ritiro di Giolitti.

Giolitti, di fronte a codesta opposizione insidiosa - a cui si univa lo


scarso assegnamento ch’egli poteva fare sulla stabilità dell’appoggio
popolare - ricorse allo scioglimento della Camera. Egli fu mosso, oltre­
ché daH’imbarazzo parlamentare immediato, dalla speranza di un cam­
biamento serio nelle disposizioni del corpo elettorale. Di codesto cambia­
mento un sintomo importante gli dovettero apparire i successi del
fascismo, in cui egli si ostinava a considerare transitorio il metodo di
violenza che era invece il suo elemento fondamentale. Non conside­
rava a sufficienza, e in parte non conosceva neppure, sia la sistemati­
cità di atti violenti, sia certe parole che non erano semplici spavalde­
188 Capitolo secondo

rie, ma sintesi dell’autentico spirito fascista, come quelle di Musso­


lini il 3 aprile 1921 a Bologna. «È evidente che noi per imporre le
nostre idee ai cervelli dovevamo a suon di randello toccare i crani dei
refrattari ». E cosi, non fece effetto su lui - che non aveva mai dato
vera importanza ai giornali - la campagna condotta dalla pur giolittiana
« Stampa » (più che mai a opera di Luigi Salvatorelli, redattore poli­
tico in via di diventare condirettore) in quei mesi per denunziare il
fascismo quale pericolo nazionale: «Pericolo grave, non solo perché
esso rappresenta una ribellione contro l’autorità dello Stato, perché
costituisce un fomite di anarchia, di indisciplina, di disgregamento;
ma anche perché dietro le sue schiere variopinte sono in agguato ele­
menti di reazione politica e sociale ». I fascisti, scrisse anche il giornale,
« amano la violenza per la violenza, non sappiamo se più, ma certo non
meno di alcuni fra i più violenti bolscevichi »; la loro violenza, rispon­
dente a un disegno prestabilito, si dirigeva contro « i gangli vitali e gli
elementi direttivi del partito socialista e del movimento operaio, par­
tendo dal giusto calcolo che cosi facendo, l’intero organismo sarà in­
taccato e finirà di dissolversi ». E infine: « mai l’ordine pubblico è stato
cosi turbato in Italia come da quando i fascisti si sono assunti il com­
pito di ristabilirlo ». Il pericolo comunista - scrisse anche il giornale
nel periodo elettorale all’indomani dell’incendio (26 aprile) della Ca­
mera del lavoro di Torino - era già superato nella stessa coscienza
delle masse operaie, e quindi la cosiddetta reazione fascista non aveva
più alcuna giustificazione; essa appariva come «la volontà pervicace
di chi vuole imporre oltre lo Stato e contro lo Stato una propria con­
clamata giustizia, che non è se non arbitrio anarchico e faziosa prepo­
tenza». Da Berlino Frassati sconsigliò personalmente lo scioglimento
presso Giolitti; Turati tentò di scongiurarlo in un colloquio col Presi­
dente; in Consiglio dei ministri Sforza, unico, lo combattè (passò per
zelante elezionista il ministro Fera).
Il programma enunciato da Giolitti nella relazione al re accompa­
gnante il decreto di scioglimento era perfettamente conforme alla sua
politica democratica e di progresso sociale. Esso comprendeva lo svi­
luppo delle cooperative, lo spezzamento del latifondo a favore dei con­
tadini, le assicurazioni sociali, il controllo operaio. L’enumerazione di
questi postulati si chiudeva con un invito a collaborare rivolto ai rap­
presentanti del proletariato.
Lo scioglimento della Camera e le elezioni effettuate in quelle circo­
stanze non erano le condizioni più propizie perché l’invito fosse accolto.
L’Amendola ebbe a qualificare anche più tardi l’uno e le altre come un
atto di violenza governativa, e giunse a paragonarlo alla legge elettorale
Nitti e Giolitti 189

fascista del 1923 e alle elezioni del «listone». Il paragone è insosteni­


bile, e parlare di violenza governativa non ha fondamento. Lo sciogli­
mento della Camera fu atto perfettamente costituzionale, e i motivi ad­
dotti nella relazione giolittiana, compendiantisi nella situazione radical­
mente cambiata dal novembre 1919, non erano semplici pretesti. Non
può neanche parlarsi - come pure si è fatto - di condizioni di lotta elet­
torale, per le elezioni del 1921, analoghe a quelle del 1924: queste fu­
rono senza paragone più gravi, e i risultati delle elezioni per socialisti e
popolari lo dimostrano irrefutabilmente. Quello, invece, che è innega­
bile, è che scioglimento ed elezioni acuirono il contrasto fra Giolitti da
una parte e socialisti, nittiani, popolari dall’altra. I secondi soprattutto
si lamentarono altamente del trattamento usato dalle autorità nei loro
riguardi. Di tale trattamento Nitti stesso - che riconosce apertamente
di aver fatto campagna contro Giolitti - ha più tardi attribuito la re­
sponsabilità principale al sottosegretario all’Interno Corradini, già parti­
colarmente aggravato di responsabilità dai socialisti (come lo era stato,
in direzione antitetica, dagli interventisti « fascisti » durante la guerra,
quando era con Orlando al ministero dell’Interno). È probabile - non
si può dire più di cosi, per mancanza di dati precisi e studi sistematici
- che in questo ultimo periodo talune persone più vicine a Giolitti
abbiano esercitato una certa influenza dannosa sulla sua condotta, non
ispirando i criteri e gli atti di questa (che rimasero sempre personalis­
simi), ma formando un diaframma fra lui e la situazione reale: ingiu­
sta tuttavia è la particolare imputazione a Corradini, come ha dimo­
strato il De Rosa.
Non c’è dubbio che le elezioni del 1921 furono un errore politico
di Giolitti. Ma di questo errore la responsabilità va attribuita almeno
per il 50% a quella ibrida e faziosa opposizione parlamentare di cui si
è detto. Prese dalla Camera le vacanze pasquali il 23 marzo, il 7 aprile
usci il decreto di scioglimento e di convocazione dei comizi elettorali
per il 15 maggio. Entrando per la prima volta alla Camera le rappresen­
tanze delle terre redente - fu questa una delle circostanze addotte a
giustificare lo scioglimento - il numero dei deputati sali da 508 a 535.
Giolitti ritenne di poter estendere alle elezioni politiche il sistema
dei blocchi nazionali già adoperato con successo nelle amministrative:
e, guardando la situazione qual era, non si vede che altra via avrebbe
potuto scegliere. Assai più discussa fu, ed è discutibile anche oggi, la in­
clusione dei fascisti nei blocchi, la quale adesso assumeva proporzioni ed
aspetto ben diversi da quelli dell’autunno 1919. E tuttavia anch’essa,
dati i criteri giolittiani circa il fascismo, era logica: bensì, sbagliati erano
quei criteri. Giolitti espresse confidenzialmente la sua fiducia che i fa­
190 Capitolo secondo

scisti sarebbero rapidamente parlamentarizzati o piuttosto sarebbero


stati assorbiti (fiducia comune allora nel campo liberale). Le candida­
ture fasciste, disse a Sforza, si sarebbero rivelate « fuoco d’artificio ».
Comunque è puramente arbitrario considerare1 l’entrata dei fascisti nel­
la lista unitaria liberale come una specie di consacrazione governativa
delle compiacenze e connivenze fra autorità statali, comprese le mili­
tari, e squadrismo fascista; per se stesso il fatto della inclusione signi­
ficava piuttosto una accettazione di principio da parte del movimento
fascista del metodo legalitario di lotta politica, a cui erano contempo­
raneamente ispirate le circolari ministeriali1 2 dirette a tutelare la libertà
elettorale. Bensì si riconfermò anche adesso l’insufficienza di queste
istruzioni; e tuttavia l’episodio di Sarzana, quasi all’indomani delle ele­
zioni (vedi appresso), dimostrò che l’autorità pubblica era pure capace
di scatti d’energia contro le « bande armate». In quanto al criterio po­
litico giolittiano della costituzionalizzazione del fascismo bisognerà pur
rilevare - senza accettarlo - che un inizio di quella costituzionalizza­
zione ci fu, con il contegno di Mussolini in parlamento, con le istru­
zioni contro l’illegalismo e con il patto di pacificazione, seguiti, come
vedremo, all’inizio della nuova legislatura. Quel che c’è di vero in fatto
di valorizzazione conseguita dal fascismo per effetto dell’inserimento
nella lista liberale, è il confusionismo ideale e pratico che ne derivò e
fu allora apertamente constatato e deplorato dalla «Stampa» (sempre
per la solita penna), la quale denunciò che i fascisti erano entrati nel
blocco liberale senza sottomettersi per nulla ai principi fondamentali
del liberalismo, e invece in più luoghi avevano monopolizzato ostenta­
tamente la direzione del blocco medesimo, accompagnando la loro inva­
denza con parole svalutatrici o addirittura ingiuriose verso gli elementi
liberali-democratici « che avrebbero invece dovuto formare il nucleo
del blocco medesimo ».
Nel partito popolare persistevano le correnti diverse che già cono­
sciamo; esso tuttavia si manteneva abbastanza compatto e disciplinato.
L’appello che rivolse al paese per le elezioni del 1921 ripeteva i capi­
saldi del partito: contro la rivoluzione, a favore delle riforme sociali;
elevazione del proletariato attraverso non la lotta di classe ma la colla­
borazione delle classi; decentramento amministrativo; esaltazione dei
valori morali secondo la dottrina cattolica; libertà della scuola. Tra le
riforme sociali, che potevano interessare soprattutto le regioni in cui
1 p. ALATRi, L’antifascismo italiano, I, p. 14 (in questa antologia non figura neppure un arti­
colo dei tanti antifascisti di Luigi Salvatorelli).
2 Come risulta dallo studio di Gabriele de rosa, Giolitti e il fascismo (pp. 73 sgg.), che
riguarda anche il periodo precedente e solleva non solo Giolitti ma Corradini dall’accusa di conni­
venza o parzialità per il fascismo.
Nitti e Giolitti 191

il partito aveva maggior seguito di masse operaie e contadine, si nomi­


navano in modo particolare il riconoscimento giuridico dei sindacati,
il partecipazionismo operaio, il miglioramento dei patti agrari, lo spez­
zamento del latifondo e la colonizzazione interna. Apparivano in co-
desto programma generale tre direttive, ciascuna corrispondente agli
interessi di larghi ceti del popolo italiano: difesa dell’ordine, che pre­
meva alla borghesia; riforme sociali, interessanti il proletariato; con­
fessionalismo moderato.
Di contro ai 156 socialisti della legislatura precedente si ebbero
adesso 122 seggi socialisti e 16 comunisti; in tutto 138 (la perdita dei
voti fu di circa mezzo milione). Era dunque un lieve regresso. Il par­
tito popolare, che nella legislatura precedente aveva 100 seggi, ora ne
occupava 107: lieve progresso. Cosi i partiti costituzionali che, nella
legislatura precedente tenevano 239 seggi, ora, riuniti in un blocco più
ampio ne conquistavano 275. C’erano poi 7 repubblicani, 4 tedeschi
e 4 slavi.
La situazione politico-parlamentare risultò piuttosto peggiorata per
il governo. Intransigenti più che mai erano i socialisti, ulteriormente
irritati dall’alleanza governativa con il fascismo. I popolari avevano
considerato diretto contro di loro, non meno che contro i socialisti,
il blocco governativo, il che era sostanzialmente vero, ma non si capi­
sce come, affermando cosi vigorosamente in diritto e in fatto la loro
autonomia e seguitando a mietere largamente nel campo dell’elettorato
ex-liberale, essi potessero farne un peccato mortale del governo. Sta
il fatto che in loro si accentuò, insieme col proposito di far valere la
loro influenza sul governo e lo Stato, il malcontento contro Giolitti,
fedele alla tradizione liberale-laica dello Stato italiano. Permaneva, 0
piuttosto si accresceva, l’ostilità fra lui e il segretario del partito popo­
lare don Luigi Sturzo '. Quanto poi al blocco « nazionale », che andava
dai riformisti e radicali, passando per varie gradazioni di democratici e
liberali,-ai nazionalisti e ai fascisti, esso appariva fin dall’inizio cosi ete­
rogeneo e pieno di interni contrasti, da non poter costituire una solida
maggioranza, anche senza contare la persistente opposizione dei nittiani.
V’erano una sessantina di democratici, un’ottantina di liberali, oltre
una quarantina di conservatori, 35 fascisti e io nazionalisti.
La nuova legislatura (la XXVI) si inaugurò l’n giugno 1921 col
discorso della Corona. Questo toccò i punti del riassestamento econo-

1 Questi ebbe in seguito ad accusare ingiustamente Giolitti di aver fatto cadere a bella posta
i progetti Croce con lo scioglimento delle Camere: mentre la relazione al re riaffermò energica­
mente il principio della libertà scolastica e il progetto sulle scuole elementari fu ripresentato il
23 giugno.
192 Capitolo secondo

mico e finanziario, dell’autorità dello Stato (per i partiti dell’ordine),


dell’« ordinato ascendere delle classi lavoratrici» (per i socialdemocra­
tici), della libertà della scuola (per i popolari). In particolare esprimeva
l’esigenza di alcuni progressi economico-sociali, come lo sviluppo della
cooperazione, della previdenza, delle rappresentanze di classe per trat­
tare i problemi del lavoro. Apertasi la discussione generale, si riformò
contro il governo la combinazione delle due ali estreme, nazionalfascista
e socialista, con il gruppo nittiano come trait d’union. Il 21 giugno
Mussolini, facendo il suo esordio in parlamento, rimproverò a Giolitti
1’« assidua corrispondenza d’amorosi sensi » con i socialisti. Fu però la
politica estera la piattaforma principale per l’attacco dell’Estrema De­
stra. Carlo Sforza, nel rispondere all’attacco ricordò all’ex-presidente del
Consiglio Salandra che male poteva criticare il trattato di Rapallo chi,
col trattato di Londra del 1915, aveva ceduto Fiume ai Croati: e su­
scitò una tempesta. Dietro gli argomenti di politica estera le Destre
avversavano la politica interna di Giolitti soprattutto per il suo pro­
gramma di riforme sociali, di giustizia tributaria, di confisca dei pro­
fitti di guerra. Il 23 giugno, su un ordine del giorno socialista cui si
associarono le opposizioni costituzionali, il governo ebbe trentaquattro
voti di maggioranza, ma con una riserva fatta dai democratico-sociali
per la politica estera. Fedele sempre al principio della solidarietà mini­
steriale, Giolitti dette le dimissioni, e non accettò il reincarico, seb­
bene Turati e Treves lo scongiurassero a non andarsene. Concorse in
questa sua decisione il fatto che la direzione del partito popolare si era
dichiarata contraria ai pieni poteri chiesti da Giolitti con un disegno
di legge per la riforma burocratica.
Capitolo terzo
L’agonia dello stato liberale

Il ministero Bonomi e il patto di pacificazione.

I due parlamentari designati alla successione furono Ivanoe Bonomi,


dimissionario con Giolitti, e il giurista napoletano Enrico De Nicola,
liberale democratico, che quale presidente della Camera era apprezzato
da tutti i partiti per la sua imparzialità e autorevolezza. Fra i due, De
Nicola era circondato da più generali simpatie; ma il suo temperamento
critico e nervoso, che gli moltiplicava apprensioni e oscillazioni di
fronte alle grosse difficoltà e responsabilità della situazione, lo indusse
a declinare l’invito. Allora l’incarico passò a Bonomi, che il 4 luglio
costituì il nuovo gabinetto con due socialriformisti (lui stesso, che
prese gli Interni, e Beneduce al Lavoro), tre democratico-liberali (So-
leri alle Finanze, De Nava al Tesoro, Raineri alla Ricostruzione), tre
democratico-sociali (Gasparotto alla Guerra, Girardini alle Colonie,
Giuffrida alle Poste), tre popolari (Rodino alla Giustizia, Micheli ai
Lavori Pubblici, Mauri all’Agricoltura); uno di destra (Belotti, all’In­
dustria e Commercio), che entrò a titolo personale; e tre senatori (Della
Torretta, diplomatico di carriera, agli Esteri; il fisico Orso Mario Cor­
bino all’Istruzione; Bergamasco alla Marina). Fece strepito nel campo
anticlericale che il ministero della Giustizia e dei Culti fosse affidato
a un cattolico, e il sottosegretariato all’Istruzione a un altro democri­
stiano, Anile.
L’azione parlamentare del fascismo cominciò con un colpo di testa
di Mussolini che disorientò i partiti di destra e i fascisti stessi. Pochi
giorni prima della seduta reale per l’inaugurazione della XXVI Legisla­
tura (11 giugno 1921), Mussolini dichiarò, in una intervista col « Gior­
nale d’Italia», che il gruppo fascista si sarebbe astenuto dal parteci­
parvi, perché il fascismo, pur non avendo una pregiudiziale contro
la monarchia, era tendenzialmente repubblicano. Questo suo atteggia­
mento, adottato sia per differenziarsi dai conservatori e nazionalisti, sia,
e probabilmente soprattutto, per avere uno strumento di ricatto verso
la Corona, suscitò le proteste di parecchi deputati fascisti, di convin­
zioni ultramonarchiche (come De Vecchi) o comunque eletti soprat­
7
194 Capitolo terzo

tutto con i voti di elettori « costituzionali ». Discussa la questione in


una riunione dei deputati e del Comitato centrale del movimento, un
ordine del giorno contrario alla partecipazione alla seduta reale fu re­
spinto con 18 voti contro 15. Tuttavia Mussolini, con qualche altro
deputato fascista, non partecipò alla seduta reale, mentre vi partecipa­
rono i socialisti, a differenza di quel che avevano fatto due anni prima.
Il primo atto del gruppo parlamentare fascista fu l’espulsione vio­
lenta (13 giugno) da Montecitorio del deputato comunista Francesco
Misiano, già condannato per diserzione. Contro codesta violenza pro­
testarono vivacemente tutti gli altri gruppi della Camera, tranne qualche
deputato nazionalista, non per solidarietà verso il disertore, ma per
l’offesa fatta all’istituto parlamentare. Giolitti partecipò alla protesta;
ma partecipò altresì alla nuova non violenta dimostrazione ostile al Mi­
siano con l’uscita in blocco dall’aula quando questi ricomparve. La
Giunta delle elezioni ne annullò poi l’elezione.
Nell’aula di Montecitorio i fascisti occuparono i banchi dell’Estrema
Destra, vicino ai monarchici nazionalisti e ai conservatori di Salandra,
che, tornato a galla dopoché nella precedente legislatura era stato ri­
dotto al silenzio, iniziò un’opera direttiva di affiatamento fra i tre gruppi
di destra. Anzi la maggioranza del gruppo fascista si affrettò a votare
un ordine del giorno per una intesa con i liberali salandrini, suscitando
le critiche della tendenza Grandi:
Fra noi e i liberali, - disse il giovanissimo deputato di Bologna in una intervi­
sta col « Messaggero », - siano essi di destra o di sinistra, democratici più o meno,
esiste un contrasto ideologico profondissimo. Alla concezione individualistica della
società e dello Stato, noi contrapponiamo il principio della società e della collet­
tività nazionale.
La Destra salandrina era per lui un « rudere storico ». Grandi auspi­
cava, invece, l’unione del fascismo col nazionalismo.
Il primo discorso parlamentare di Mussolini, già menzionato, avrebbe
potuto definirsi il discorso « della mano tesa ». Ai popolari egli tenne
a ricordare, piuttosto che i punti di dissenso, quelli sui quali il loro par­
tito e il fascismo andavano sostanzialmente d’accordo: per esempio la
libertà della scuola, la riforma agraria, il decentramento amministrativo.
Inoltre fece un solenne riconoscimento della importanza politica del
cattolicesimo. « L’unica idea universale che oggi esista a Roma, - egli
disse, - è quella che s’irradia dal Vaticano ». Quanto ai comunisti, Mus­
solini confermò la radicale incompatibilità fra essi e i fascisti; mentre
per i socialisti ripetè la sua consueta distinzione fra il partito e l’orga­
nizzazione sindacale. Di questa egli riconosceva la funzione necessaria,
mentre respingeva il programma e la dottrina del partito; ma promet-
L’agonia dello stato liberale I95

teva l’appoggio del fascismo alla legislazione sociale. Ammoni i socialisti


dell’errore commesso mobilitando per l’azione diretta le masse operaie,
che sul terreno della violenza erano destinate ad essere vinte. (Di fatto,
una simile mobilitazione non c’era stata e non ci fu, salvo i comunistici
« arditi del popolo », di cui diremo). Ma a questo punto Mussolini fece
un appello alla pacificazione.
La violenza, - egli disse rivolgendosi ai socialisti, - non è per noi un sistema,
non è un estetismo, e meno ancora uno sport; è una dura necessità alla quale ci
siamo sottoposti. E aggiungo che siamo disposti a disarmare, se voi disarmate a
vostra volta, soprattutto gli spiriti. Il disarmo non può essere che reciproco. Se
sarà reciproco, si avvererà quella condizione di cose che noi ardentemente auspi­
chiamo, perché andando avanti di questo passo, la nazione corre serio pericolo di
precipitare nell’abisso.

L’oscillazione di Mussolini fra legalità e illegalismo rispondeva alla


sua tattica di tenersi aperte tutte le porte; ma era anche un riflesso
della nuova situazione del fascismo. Esso era entrato in parlamento,
era diventato « opposizione costituzionale »; ma nello stesso tempo si
era sviluppato, nel paese, come un movimento sempre più palesemente
illegale e violento. Alla prima funzione esso, secondo Grandi, « non era
assolutamente preparato, non tanto per difetto di capacità individuali,
quanto per mancanza di precisi orientamenti e di un credo spirituale-
politico ». Ma non era solo difetto di orientamento: era questione d’in­
disciplina pratica, di moti centrifughi, di reazioni incontrollate, soprat­
tutto di « attivismo » intollerante e brutale. Gli atteggiamenti e l’azione
dei Fasci (a cominciare dal Fascio bolognese di Grandi e dei suoi amici)
dimostravano che una parte del movimento tendeva a sottrarsi all’au­
torità di Mussolini. Il patto di pacificazione fu il primo espediente col
quale Mussolini mirò a riprendere saldamente in mano le redini che
gli sfuggivano. A preparare il terreno, dopo il discorso alla Camera egli
scrisse il 2 luglio un articolo di intonazione molto ottimistica. Vi si
diceva che il bolscevismo alla russa era liquidato, che il partito socialista
doveva segnare il passo, e che la Confederazione del lavoro poteva ormai
svincolarsi dalla soggezione al partito. Mutata cosi la situazione, il fasci­
smo doveva diversamente orientarsi; era forse venuto il tempo di met­
tere il fascismo « sul piede di pace ».
Il tentativo del patto fu affrettato per Mussolini da una serie di epi­
sodi cruenti, il maggiore dei quali fu quello di Sarzana. Il 21 luglio
una colonna di fascisti toscani si era avviata verso quella città per libe­
rare alcuni « camerati » trattenuti in carcere, fra i quali si trovava uno
dei più fanatici squadristi della Lunigiana, Renato Ricci. La colonna
venne a conflitto con i carabinieri che avevano ordine di fermarla: tre
196 Capitolo terzo

o quattro fascisti caddero e gli altri fuggirono disperdendosi nella cam­


pagna, dove furono assaliti dai contadini comunisti: i morti furono, in
totale, diciotto e i feriti trenta. Era la prima volta che le squadre fasciste
si erano trovate di fronte a una decisa resistenza delle forze armate
dello Stato. L’opinione pubblica ebbe l’impressione che il fermo conte­
gno dell’autorità a Sarzana rispondesse a una nuova direttiva del go­
verno, di opporsi efficacemente alla violenza da qualunque parte venisse.
Dodici giorni prima, squadre di Perugia, Orvieto-e Roma si erano con­
centrate per dare l’assalto a Viterbo, considerata come una cittadella
dei rossi: nel conflitto seguitone rimasero feriti alcuni turisti inglesi,
che viaggiavano in automobile, e uno di essi ucciso. Nel medesimo pe­
riodo scontri e spedizioni punitive si ebbero a Torino, a Treviso, in quel
di Carrara (cinque morti e una ventina di feriti), a Livorno (tre morti
e trenta feriti).
Gli ultimi tragici avvenimenti, - scrisse Mussolini il 23 luglio, - che da Viterbo
a Sarzana hanno funestato la vita del fascismo italiano, rappresentano lo sbocco
logico di una crisi che da alcuni mesi travaglia la nostra organizzazione: crisi di
sviluppo e conseguentemente crisi di disciplina. Con lo sviluppo enorme preso dal
nostro movimento, sono confluiti nei Fasci migliaia di individui che hanno inter­
pretato il fascismo come difesa di determinati interessi personali 0 come una orga­
nizzazione della violenza per la violenza. Parecchie volte su queste colonne fu detto
che la nostra violenza doveva essere cavalleresca, aristocratica, chirurgica, e quindi
in un certo senso umana. Ma fu detto invano.

Per ovviare ai « pericoli mortali » di questa crisi - proseguiva l’arti­


colo - s’imponeva una serie di misure, che furono stabilite dal Consiglio
nazionale dei Fasci riunitosi a Roma subito dopo Sarzana. Doveva ces­
sare ogni forma di violenza individuale, che non fosse giustificata da
ragioni di legittima difesa, specie quando vi fosse sproporzione di nu­
mero; cessare, altresì, le spedizioni punitive contro organizzazioni eco­
nomiche; dovevano essere eliminati, dagli iscritti ai Fasci, gli elementi
indesiderabili; i capi dovevano controllare tutte le azioni individuali e
collettive; nessun comando di squadra doveva essere affidato a chi, oltre
a qualità di prim’ordine, non avesse almeno sei mesi di attività nel
fascismo militante. Questi ordini furono diramati ai Fasci con circolare
del 23 luglio. Il giorno prima c’era stata una violenta rappresaglia fasci­
sta a Fossola (Carrara) con due morti, e due giorni dopo vi fu una spe­
dizione punitiva a Roccastrada (Grosseto) con incendio di case e sac­
cheggio; caduto uno dei loro, i fascisti tornarono nel paese e uccisero
nove persone. In un ordine del giorno votato il 4 luglio dall’esecutivo
del Comitato centrale dei Fasci, il quale rivendicava a sé la competenza
di trattare per la pacificazione, si parla di « approcci avvenuti fra alcuni
L’agonia dello stato liberale 197

deputati fascisti e socialisti ». Si trattava dei deputati Acerbo e Giuriati


fascisti, Zaniboni ed Ellero socialisti. Probabilmente vi fu anche una
discreta iniziativa del governo: verso la metà di luglio l’onorevole Bo-
nomi, presidente del Consiglio, ebbe colloqui in proposito con Pasella,
segretario generale dei Fasci, con Mussolini, e con deputati socialisti.
Ma più apertamente la funzione di autorevole intermediario fu assunta
dal presidente della Camera, Enrico De Nicola, a cui entrambe le parti
si rivolsero con deferenza.
Subito dopo i fatti di Sarzana, il Consiglio nazionale fascista votò un
ordine del giorno, col quale la responsabilità dell’eccidio era riversata
sul governo « per le direttive recentemente impartite alle autorità di
pubblica sicurezza». Alla Camera dei deputati, nella votazione del 23
luglio, i fascisti negarono la fiducia a Bonomi, cosi come i socialisti, i
comunisti e i'repubblicani. Nel suo discorso, il presidente del Consiglio
aveva dato torto a entrambe le parti, facendo appello, per disarmare
« tutte le fazioni armate », « alle forze vive e sane, alle energie profonde
e immortali della Nazione ». Filippo Turati non pose la questione della
pacificazione nel modo in cui la ponevano Mussolini e Bonomi. Erano
i fascisti, disse Turati, che dovevano disarmare, non i socialisti, perché
non quelli, ma questi, erano costretti a difendersi: la guerra civile l’ave­
vano scatenata i fascisti. Mussolini, il 22 luglio, lamentò che Turati non
riconoscesse la volontà di pacificazione che persisteva nel fascismo no­
nostante le « resistenze formidabili ed esasperate » che questo doveva
vincere in se stesso. E tornando sull’argomento il 23 - semprè alla
Camera - protestò contro il governo perché considerava alla stessa stre­
gua il movimento fascista, « che si parte da motivi di esasperato ideali­
smo patriottico e che mira a ristabilire energicamente l’autorità dello
Stato», e il movimento socialista, «che si butta contro lo Stato per
demolirlo». Contro codesto sofisma prese posizione l’Amendola nello
stesso giorno, e contro ogni forza militare all’infuori di quella dello
Stato. Ma mise anche in guardia contro un disarmo che desse luogo a
jacqueries (allusione ai fatti di Sarzana di due giorni prima). Mussolini
peraltro aveva concluso il suo discorso accennando ad una possibile
coalizione fra le tre maggiori forze politiche di quel momento: socialisti,
popolari, fascisti. A tale prospettiva reagì vivacemente Dino Grandi, in
un articolo sull’« Assalto », secondo il quale « l’auspicata e prospettata
collaborazione col socialismo estremista » era un « tentativo assurdo
e impossibile di conciliare e confondere lo Stato di Marx con quello di
Hegel e di Mazzini » (l’accostamento di questi due nomi denotava una
bella confusione d’idee).
L’atteggiamento dei socialisti risultò da un ordine del giorno della
198 Capitolo terzo

direzione del partito, riunitasi il 2 e 3 luglio per prendere posizione di


fronte alla iniziativa pacifista. L’ordine del giorno diceva che fino allora
la direzione del partito non aveva dato il suo consenso ai deputati che
si erano «ritenuti in dovere di iniziare quelle pratiche»: ciò perché
non si credesse ad una rinunzia del partito ai suoi principi ed alla sua
propaganda. Si aggiungeva tuttavia che in una seconda fase delle trat­
tative la direzione si era investita ufficialmente della questione. Certo,
essa diffidava, pure cercando di differenziare il proprio atteggiamento
da quello, intransigentissimo, dei comunisti. Né era minore la diffidenza
tra i fascisti, i quali continuavano nelle violenze, e a Venezia, a Man­
tova, a Bologna, a Firenze, manifestavano a chiare note il loro dissenso
dalle direttive mussoliniane. Erano stati invitati a partecipare ai nego­
ziati di pace i comunisti, i repubblicani e i popolari, cioè i rappresen­
tanti di forze politiche le cui organizzazioni erano state esse pure coin­
volte nella guerra civile. Ai comunisti il parlare di pace sembrava pura
ipocrisia. Per loro iniziativa in quel torno di tempo erano apparsi,
anzitutto a Roma, i cosiddetti « arditi del popolo », i quali, organizzati
dal deputato comunista Mingrino, imitavano i metodi delle squadre fa­
sciste. Il direttorio del gruppo parlamentare comunista rifiutò netta­
mente di partecipare alle trattative. Quello del gruppo repubblicano
dichiarò di non ritenere opportuno il suo intervento, perché il partito
repubblicano aveva voluto « rimanere neutrale nella infausta contesa
delle fazioni, e resistere anche quando le sue organizzazioni furono
duramente colpite ». I rappresentanti del partito popolare, onorevoli
De Gasperi e Cingolani, dichiararono che il loro gruppo preferiva non
partecipare, « nel dubbio che l’intervento di partiti i quali non si tro­
vano negli stessi rapporti e sulla stessa linea di combattimento come
i contendenti », potesse « sminuire l’efficacia degli accordi » che si vole­
vano concludere. Se il patto di pacificazione fu, nonostante tutto, alfine
firmato, si trattò, più che altro, di un successo personale di Mussolini,
della sua tenacia nell’imporsi ai camerati recalcitranti: successo, peral­
tro, effimero. La firma del patto avvenne il 3 agosto, nel gabinetto del
presidente della Camera. Sottoscrissero, come rappresentanti del Con­
siglio nazionale dei Fasci e del gruppo parlamentare fascista, Mussolini,
De Vecchi, Giuriati, Rossi, Pasella, Polverelli, Sansanelli; per la dire­
zione del partito socialista italiano Bacci e Zannerini, per il gruppo dei
deputati socialisti Musatti e Morgari, per la Confederazione generale
del lavoro Baldesi, Galli e Caporali. I firmatari si impegnavano a « fare
immediata opera perché minacce, vendette, pressioni e violenze perso­
nali di qualsiasi specie avessero subito a cessare, e i distintivi, gli em­
blemi e le insegne dell’una e dell’altra parte fossero rispettati ». Ogni
L’agonia dello stato liberale 199

azione, atteggiamento o comportamento in violazione a tale impegno


e accordo, era fino da quel momento deplorato e sconfessato dalle ri­
spettive rappresentanze. Il partito socialista dichiarò di essere estraneo
alla organizzazione e all’opera degli « arditi del popolo ». Le parti s’im­
pegnavano poi « a non fare con violenza opposizione alla effettiva rein­
tegrazione nelle cariche, se disposta con provvedimenti legali, nei rap­
porti di coloro che sostengono di essere stati obbligati dalla forza a
rassegnare le dimissioni da pubblici uffici », e a restituire « tutti gli
oggetti di valore patrimoniale delle organizzazioni e dei singoli danneg­
giati, che eventualmente si trovino in possesso delle organizzazioni e
dei singoli ». La stampa delle due parti era invitata ad uniformarsi alle
direttive dell’accordo; infine si esprimeva la fiducia che tutti compren­
dessero, « come la gravità dell’ora reclama, la forza e la virtù di questa
comune parola di pace », e obbedissero.
Mussolini, sul « Popolo d’Italia », esaltò l’accordo, col quale comin­
ciava « un nuovo periodo nella storia del fascismo italiano », ma rico­
nobbe la difficoltà di indurre i fascisti ad applicare il patto, dati i dissidi
manifestatisi e i perduranti atti di indisciplina individuali. Egli riven­
dicava ancora una volta la sua funzione di capo che vede le cose dal­
l’alto: affermò il suo diritto «di prescindere dall’analisi di mille ele­
menti locali per vedere il panorama politico e morale nella sua sintesi »,
il panorama «che non è di Bologna o di Venezia, o di Cuneo, ma è
italiano, ma è europeo, ma è mondiale ». E minacciò i dissidenti di
dimettersi: «Se il fascismo non mi segue, nessuno potrà obbligarmi
a seguire il fascismo». Questa minaccia ebbe scarso effetto. Il 16 ago­
sto, a Bologna, i capi del fascismo emiliano e romagnolo votarono un
ordine del giorno, in cui, rilevato che l’applicazione del patto minac­
ciava di condurre « a insidie contrattuali a danno dei Fasci », capaci
di provocare « nuove violenze e ostilità », dichiaravano di disinteres­
sarsi di esso patto, restando in « atteggiamento di vigile difesa ». Al­
lora Mussolini si dimise (17 agosto); però soltanto da membro dell’e­
secutivo del Comitato centrale dei Fasci. Il giorno dopo, sul « Popolo
d’Italia », domandò se i dissidenti volevano sul serio sterminare due
milioni di socialisti, « cronicizzare » la guerra civile, e rivoltare con­
tro il fascismo tutta la nazione. E concluse: «Non sono io che me
ne vado; sono gli altri che mi costringono ad andarmene, poiché il
loro voto me in particolare colpisce e squalifica ». Grandi, sul bolognese
« Assalto » commentando le dimissioni di Mussolini, riconobbe in lui
« l’uomo che aveva impersonato nella sua anima ferrea e nel suo spirito
tenace la volontà della generazione uscita dalla guerra »; ma gli negò il
diritto di disporre del movimento fascista come se ne fosse il padrone.
200 Capitolo terzo

Le dimissioni furono respinte dal Consiglio nazionale dei Fasci, riunito


a Firenze il 26-27 agosto. Furono respinte anche le dimissioni di Fari­
nacci di Cremona e di Marsich di Venezia, presentate per la ragione
opposta a quella di Mussolini, ossia per protesta contro il patto di paci­
ficazione. Dopo di che Mussolini cambiò idea e tornò a partecipare alle
riunioni dell’esecutivo, accettando di essere - per il momento - un capo
che seguiva invece di un capo che guidava. Ma egli aveva già scelto
un’altra via per ristabilire il suo dominio sul fascismo: la trasformazione
del movimento in partito.

Fondazione del partito nazionale fascista.

Il fallimento del patto di pacificazione potè essere constatato ben


presto; la pace non tornò affatto negli animi né sulle piazze. Bastonature,
spedizioni punitive e conflitti continuarono ad essere quotidiani. In pro­
vincia di Bologna, il 29 agosto, molte centinaia di comunisti assalirono
la casa di un fascista, di cui uccisero la moglie: lo stesso giorno, a For-
limpopoli (Forlì), vi furono due morti e trenta feriti in un agguato teso
dai socialisti ai repubblicani. Il 12 settembre vi fu a Ravenna una spe­
dizione di squadre fasciste. Il deputato socialista Baldini (secondo
quanto raccontò alla Camera) avverti la prefettura dell’invasione; ma
il prefetto fece sapere che, a non far nascere disordini, riteneva bene
tollerare. (A Ravenna - chiuse Baldini il suo racconto - non c’è più
autorità prefettizia o giudiziaria; nella prefettura impera il vice questo­
re che ha un figlio fascista). In provincia di Pisa, il 18-19 settembre, si
contarono cinque morti e molti feriti in conflitti tra fascisti e « arditi
del popolo». A Mola di Bari, il 26 settembre, fu ucciso a revolverate,
da studenti fascisti, il deputato socialista Giuseppe Di Vagno. Il giorno
dopo, a Modena, le guardie regie sparavano contro una colonna di fa­
scisti, uccidendone sette e ferendone venti, tra i quali il deputato Vicini.
Si aggiunga lo sciopero generale organizzato a Trieste dai comunisti,
che si estese alla Venezia Giulia, impegnando anche i servizi pubblici
(30 settembre - 4 ottobre) e provocando i soliti conflitti con un morto
e vari feriti. Già dal convegno dei Fasci della provincia di Firenze, il 2
settembre, era stato rivolto al Comitato centrale l’invito a denunciare
il patto di pace. Pochi giorni dopo, il capo del fascismo fiorentino, Per-
rone-Compagni, telegrafò al presidente del Consiglio, denunciando sen­
z’altro il patto per protestare contro le persecuzioni delle quali, a suo
dire, le autorità governative facevano segno i fascisti. Successivamente
anche i Fasci dell’Umbria e quelli della provincia di Venezia dichiara­
L’agonia dello stato liberale 201

rono decaduto il patto. La più grave conferma del fallimento della paci­
ficazione si ebbe con la violenta ripresa di conflitti che insanguinarono,
alla metà di ottobre, varie località della Toscana, dell’Umbria, dell’E­
milia, del Veneto e del Cremonese. Nella sola giornata del 17 si con­
tarono dodici morti e molti feriti. Il patto non era ormai se non un
pezzo di carta, che fra poco sarebbe stato stracciato. Soffiavano nel
fuoco della rivolta fascista alla pacificazione i nazionalisti e il « Gior­
nale d’Italia ».
Il governo aveva subito comunicato ai prefetti la conclusione del­
l’accordo, né fece risparmio di ordini alle autorità periferiche per l’ap­
plicazione imparziale delle leggi vigenti, benché non osasse applicare
quella che avrebbe fatto più col caso, cioè il divieto di formazione di
bande armate. Ancora il 27 settembre il Consiglio dei ministri, impres­
sionato dai gravi episodi di Mola di Bari e di Modena, elaborò un de­
creto-legge molto severo contro i detentori di armi; ma come Bonomi
quando era ministro della Guerra, cosi adesso Gasparotto era accusato
di favorire l’armamento delle squadre fasciste: probabilmente con non
maggior fondamento. Quel che è certo, è che tra gli ufficiali (e soprat­
tutto, si disse, tra quelli dei carabinieri), erano sempre diffuse le sim­
patie per i fascisti. Ed è vero che nessuna azione di polizia contro co­
storo ebbe mai, né prima né dopo, l’ampiezza di quella svolta tra il
6 ed il 7 settembre in Emilia per sequestrare le armi agli « arditi del
popolo ». Il perdurante filofascismo degli organi statali, e la conseguente
impotenza del governo, fu confessato nella seconda metà di settembre
da Bonomi stesso ad Anna Kuliscioff '.
Mussolini cominciava a preoccuparsi degli atteggiamenti e della po­
sizione dei capi locali del movimento, i quali si erano circondati di clien­
tele e di « guardie del corpo », del cui appoggio si valevano per com­
piere, non di rado, le peggiori prepotenze. Erano coloro che furono poi
chiamati i « ras » : cosi Giampaoli a Milano, Farinacci a Cremona, De
Vecchi a Torino, Torre ad Alessandria, Balbo a Ferrara, Baroncini e poi
Arpinati a Bologna, Frignani a Ravenna, Starace a Trento, Giunta a
Trieste, Perrone-Compagni a Firenze, Ricci a Carrara, Calza-Bini a Ro­
ma, Sansanelli a Napoli, Caradonna a Bari. Alcuni di codesti capi si
riunirono segretamente nel settembre, prima a Roma e poi a Todi,

1 «... Mi ripete le constatazioni di impotenza che conosciamo già, i progetti che non valgono
nulla, gli agenti e i carabinieri che fascistizzano maledettamente, il Consiglio di disciplina composto
magari di generali che, se denunciati, li assolve; la magistratura fascistissima anch’essa, che gli fa
cilecca, ecc. ecc. ecc.» (Carteggio Ύurati-Kuliscioiff, vol. V: Dopoguerra e fascismo, p. 477)· Quando
n 27 settembre sette fascisti rimasero uccisi dalla polizia (questa, dunque, come s’era visto anche a
barzana, qualche volta sparava contro i fascisti) vi furono nel Ferrarese dimostrazioni al grido di
«morte a Bonomi», fiancheggiate dai delegati di PC (ibid., p. 494)·
202 Capitolo terzo

per iniziativa di Calza-Bini, per riaffermare il carattere rivoluzionario


del fascismo contro la degenerazione parlamentare. Un altro convegno,
nello stesso tempo, fu tenuto a Ferrara; uno dei convenuti, il Chiurco,
autore della Storia della rivoluzione fascista, racconta che vi si stabili
di uccidere l’onorevole Nitti se fosse tornato al potere. L’idea di tra­
sformare il movimento in partito, già affiorata da qualche mese, entrò
in fase di realizzazione per iniziativa del gruppo parlamentare fascista,
il quale invitò (7 settembre) l’esecutivo del Comitato centrale a for­
mare una commissione che facesse proposte in merito, da discutere
nel prossimo congresso. Le proposte furono che un congresso si riu­
nisse a Roma dal 7 al io novembre, e che esso decidesse senz’altro la
creazione del partito, dato che il fascismo aveva di questo già assunto
la forma, e che era sempre più urgentemente necessaria una sua « pre­
cisa differenziazione programmatica, tattica e statutaria».
Intorno al programma del fascismo, però, c’era un dissenso fonda-
mentale, che nemmeno la creazione del partito valse a superare. Que­
sto avrebbe dovuto avere carattere « costituzionale », e cioè propugnare
riforme nell’ambito dello stato, coincidenti per forza di cose, in gran
parte, con i postulati di altri partiti? oppure avrebbe dovuto presen­
tarsi sulla scena con una sua funzione specifica di opposizione radicale,
nei fini e nei metodi, a tutto il vecchio mondo politico? Più o meno chia­
ramente, questa seconda concezione dominava nel pensiero della mag­
gioranza fascista, ed era la più rispondente allo spirito di un movimento
che pretendeva di sostituirsi allo stato liberale, esercitando contro i
« sovversivi » quella forza che lo Stato, si diceva, era incapace di usare
(ed era proprio perché il fascismo gli si sostituiva che lo Stato diventava
sempre più incapace di funzionare). Dunque, toccava al fascismo il com­
pito di rifare lo Stato, di farlo diverso da quello che era; e lo Stato
nuovo avrebbe dovuto, necessariamente, essere sorretto e animato da
una sola forza politica, quella del fascismo. Si profilava l’esigenza « to­
talitaria ». Un abbozzo di programma pubblicato dal « Popolo d’Italia »
fu dai fascisti tipo Grandi e Marsich giudicato come nulla di diverso da
un elenco di provvedimenti contingenti, il quale poteva tutt’al piu ser­
vire per accordi parlamentari con altri partiti. Al fascismo Grandi asse­
gnava, invece, il compito (sul quale poi tanto dissertarono i teorici) di
creare la « democrazia nazionale », ossia di dare al popolo quella « co­
scienza dello Stato », la cui mancanza era, secondo lui, la vera causa
della debolezza dello Stato liberale. Bisognava « far aderire le masse
allo Stato », donde l’importanza di una organizzazione sindacale, che
trasformasse la nozione di regime parlamentare ereditata dal liberalismo.
Secondo la tesi sostenuta da Grandi in un articolo del 22 ottobre, il fa-
L’agonia dello stato liberale 203

seismo, cosi come era, ossia come una « milizia volontaria », una specie
di « guardia nazionale a tutela delle cittadine libertà », non avrebbe po­
tuto diventare un partito di punto in bianco: il tentativo di una simile
trasformazione avrebbe distrutto la Milizia, privandola delle sue « doti
di combattività e di organicità militare », senza creare un vero partito.
Il Marsich, nel numero successivo dell’« Assalto », sostenne che il fa­
scismo era, per definizione, Γ« antipartito », e che se lo si fosse trasfor­
mato in un aggruppamento di uomini impegnati ad ubbidire a un deter­
minato programma politico, si sarebbe fatta « una cosa funesta e addi­
rittura mortale per il fascismo ». Il compito di questo doveva essere di
ricostruire lo Stato, e cioè « infondere ad esso l’anima nazionale e unire
col cemento nazionale i poteri disorganizzati ». Ciò non sarebbe stato
possibile - aggiungeva Marsich - « se non trasferendo di colpo il po­
tere dalle caste vecchie alle forze giovani, e attuando i principi infor­
matori dello Statuto della Reggenza del Carnaro ». Mussolini scrisse
(«Popolo d’Italia» del 4 novembre) che, secondo i suoi calcoli, l’ot­
tanta per cento dei fascisti era favorevole alla trasformazione del movi­
mento in partito. L’organizzazione non avrebbe dovuto subire modifi­
cazioni rilevanti, anzi il sistema delle squadre avrebbe dovuto essere
perfezionato, « visto e considerato che lo Stato appare ancora insuffi­
ciente a contenere e schiantare le forze antinazionali ». (Con questo,
Mussolini rinunciava alle sue velleità di pacificazione: probabilmente
egli si era persuaso che il metodo della violenza era l’unico valido per
l’arrivo del fascismo al potere). In quanto al programma, sarebbe stato
meglio non definirlo troppo rigorosamente: « I piani di governo e di
regime tracciati in anticipo - al tavolino - muoiono sotto l’urto della
realtà spietata ». Ciò Mussolini diceva a proposito della « Carta del Car­
naro », alla quale si era riferito Marsich, mentre la Federazione dei le­
gionari fiumani, in bilico tra dannunzianesimo e mussolinismo, ne face­
va propaganda senza troppo successo: il fascismo (è una osservazione
di Mussolini) viveva in una realtà storica, che non era più quella di
Fiume. La conseguenza principale della creazione del partito era, se­
condo Mussolini, la possibilità di netta differenziazione tra il fascismo e
gli altri indirizzi politici: «finirà lo spettacolo del fascista liberale, na­
zionalista, democratico e magari popolare; ci saranno solo dei fascisti ».
Al momento del congresso di Roma i Fasci sarebbero stati 2200 con
320 000 iscritti. Quando si apri nella capitale il congresso dei Fasci (7
novembre), Roma e l’Italia erano ancora sotto l’impressione della com­
movente glorificazione del « Milite Ignoto », la cui salma era stata depo­
sitata il 4 novembre, anniversario della vittoria, dentro un’arca marmo­
rea in quello che poi si chiamò Altare della patria, sul monumento a Vit-
204 Capitolo terzo

torio Emanuele II. A tutte le tappe del convoglio funebre, da Aquileia


a Roma, immense folle si erano abbandonate a tali manifestazioni di
fervore patriottico e di umana commozione da mostrare quanto fosse
inutile, e arrogante, un partito pretendente al monopolio del patriotti­
smo e dell’unità nazionale. Per il loro congresso i fascisti scesero nella
capitale in parecchie migliaia, dandosi l’aria di conquistatori e guada­
gnandosi solo le simpatie dei nazionalisti, i quali avevano anch’essi for­
mata qualche squadra di « camicie azzurre », i cosiddetti « sempre pron­
ti ». Il malcontento che si diffuse nella popolazione romana per le spaval­
derie dei fascisti - i quali andavano su tutte le furie vedendo una cra­
vatta rossa, e picchiavano chi non si toglieva il cappello al passaggio dei
loro gagliardetti - fini per esplodere il giorno 9, essendo avvenuto un
conflitto, alla stazione di Portonaccio, tra fascisti e ferrovieri, con un
morto da ciascuna parte. Proclamato lo sciopero generale, comparvero
gli « arditi del popolo » e si moltiplicarono, specie nei quartieri perife­
rici, le risse con morti e feriti. Nella notte, la maggior parte dei fascisti
dovette asserragliarsi nell’Augusteo, sede del congresso. Un « comitato
di difesa proletaria » dirigeva lo sciopero, e ad esso i fascisti contrappo­
sero un «comitato d’azione», il quale minacciò terribili rappresaglie,
se il governo non avesse provveduto a far cessare lo sciopero, il governo
intimò ai ferrovieri di riprendere il lavoro, e alle squadre fasciste di la­
sciare la città: le partenze si susseguirono abbastanza rapide, ma lo scio­
pero ferroviario cessò completamente solo il giorno 14. Il bilancio di
sangue fu di cinque morti e centoventi feriti. Nella seduta del congresso
del 9 mattina, dopo un discorso di Grandi che chiese a Mussolini di
rinunciare al patto di pacificazione, ci fu la riconciliazione, con un tea­
trale abbraccio, fra Mussolini e lui. Il primo si riconciliò anche con Mar-
sich. Il patto si convenne di non discuterlo, per non riaprire la polemica.
Nella seduta pomeridiana Mussolini parlò lungamente, prima per trat­
tenere gli squadristi impazienti di menar le mani contro gli scioperanti,
e poi per esporre le sue idee sul programma del partito. Erano idee
eclettiche: nazionalismo in senso genericamente patriottico e combinato
con l’agnosticismo nel problema istituzionale; accettazione del suffragio
universale (di cui, però, «il popolo s’infischia»); anticlassismo («pro­
letariato e borghesia non esistono nella storia») e antisocialismo; libe­
rismo economico; la religione fatto di coscienza individuale. «Nella
nuova organizzazione - disse pateticamente Mussolini - io voglio spa­
rire, perché voi dovete guarire del mio male e camminare da voi ». In
realtà egli teneva più che mai ad essere il « duce » (come si cominciava
a chiamarlo) del fascismo, anche a costo di far la volontà dei suoi se­
guaci. Nella stessa seduta il congresso approvò a maggioranza l’ordine
L’agonia dello stato liberale 2°5

del giorno di Michele Bianchi per la trasformazione del movimento in


partito. Fu quindi nominato il Comitato centrale, composto di dician­
nove rappresentanti delle regioni (compresa la Dalmazia) e della dire­
zione del partito, della quale fecero parte Mussolini, Grandi, Marsich,
Bianchi, Massimo Rocca, Calza-Bini, Bastianini, Bolzon, Dudan, San-
sanelli e Postiglione. I membri del Comitato centrale e i segretari poli­
tici delle federazioni provinciali formarono, insieme, il Consiglio na­
zionale del partito. Segretario generale di questo fu nominato Michele
Bianchi; Starace, Teruzzi e Bastianini furono i vicesegretari, e Mari­
nelli il segretario amministrativo.
Il trattato di pacificazione fu ufficialmente sepolto, con deliberato
del Consiglio nazionale, il 15 novembre. Non potè farne le veci la tra­
sformazione del fascismo in partito, perché rimanevano l’organizzazione
militaresca e lo spirito essenziale della violenza. Non soltanto le squadre
armate venivano mantenute, ma l’identificazione di fascismo e milizia
acquistava valore istituzionale. La direzione del partito nazionale fa­
scista decretò il 15 dicembre che gli iscritti al partito avrebbero fatto
parte delle squadre di combattimento. L’ultimo paragrafo del program­
ma del partito nazionale fascista (pubblicato nel « Popolo d’Italia» del
27 dicembre) diceva che «nel campo della organizzazione di combatti­
mento il PNF forma un tutto unico con le sue squadre », e nello statuto-
regolamento che segue il programma si legge:
Ogni Fascio ha l’obbligo di costituire delle squadre di combattimento all’unico
scopo di arginare le violenze degli avversari, e di essere in grado di accorrere, a
richiesta degli organi dirigenti, in difesa dei supremi interessi della nazione. Alle
squadre di combattimento appartengono tutti i fascisti.

A tutti i tesserati fu poi fatto obbligo, secondo il giuramento, di


essere pronti a versare il loro sangue per la « rivoluzione fascista ». In
pratica non potevano essere chiamati al « combattimento » gli anziani
e i sedentari, e neanche i troppo giovani. Le azioni più rischiose erano
svolte per mezzo di una squadra speciale, esistente nei Fasci maggiori,
che si chiamava di solito «la disperata». Lo statuto contemplava an­
che la costituzione di « avanguardie giovanili » per i ragazzi dai quin­
dici ai diciotto anni, e di « gruppi femminili », formati da donne iscritte
ai Fasci, alle quali però era inibita « ogni e qualsiasi azione politica ».
L’insieme di codeste disposizioni costituivano la risposta anticipata,
elusiva e provocatrice al tempo stesso, a uno scioglimento nazionale
delle squadre per decreto di cui si attribuì l’intenzione al governo. Ciò
che distingueva il nuovo partito da ogni altro, era appunto il suo esi­
stere come organizzazione armata, pronta a sostituirsi allo Stato « tutte
2o6 Capitolo terzo

le volte che esso si manifesterà incapace di fronteggiare e di combat­


tere, senza indulgenze funeste, le cause e gli elementi di disgregazione
interiore dei principi della solidarietà nazionale », pronta anche a schie­
rarsi contro lo Stato « qualora esso dovesse cadere nelle mani di coloro
che minacciano e attentano all’avvenire del Paese ». Queste frasi erano
nel manifesto che la direzione del partito lanciò il 21 novembre. Il par­
tito nazionale fascista si attribuiva dunque il diritto d’interpretare i
« supremi interessi della nazione », di definire qual era « l’avvenire del
Paese », e il diritto d’imporre agli altri la sua interpretazione e defini­
zione. È questo il senso del concetto di Stato nazionale, che il nuovo
partito poneva a base del suo programma, dichiarando nel contempo di
aspirare « all’onore supremo del governo del paese » per realizzare quel
concetto, per attuare, cioè, uno Stato « che non assista indifferente allo
scatenarsi e al prepotere delle forze che attentino o comunque minac­
cino di indebolirne materialmente e spiritualmente la compagine, ma
sia geloso custode e difensore e propagatore della tradizione nazionale,
del sentimento nazionale, della volontà nazionale ». Gli « istituti poli­
tici» (la monarchia non era nominata, e neanche il parlamento, ma
erano ben presenti nel concetto), erano detti « forme efficaci in quanto
i valori nazionali vi trovino espressione e tutela». Un nucleo teorico
del fascismo era, alla meglio o alla peggio, formato; e la sua esplica­
zione non poteva consistere che nella conquista e fascistizzazione dello
Stato.
Lo « Stato nazionale » del partito nazionale fascista era qualcosa di
diverso dalla « democrazia nazionale » di Grandi e degli altri fascisti
cosiddetti di sinistra, che assegnavano una funzione preminente nello
Stato ai sindacati, mediante i quali le masse dovevano partecipare alla
vita politica. Grandi si adattò alla nuova concezione; non cosi Marsich,
come vedremo. Al momento della creazione del partito nazionale fa­
scista una organizzazione dei lavoratori di tipo « nazionale », cioè non
socialista né popolare, era già abbastanza sviluppata, e il partito mise nel
suo programma una serie di rivendicazioni « sociali » piuttosto spinte;
ma l’organismo politico del partito - come, in seguito, quello dello
Stato - restava staccato dalla organizzazione sindacale; questa diventò
uno dei suoi strumenti di dominio. E non si ebbe mai neanche il prin­
cipio di una, diremo cosi, sindacalizzazione dello Stato; invece si arrivò,
gradualmente, alla statizzazione dei sindacati.
L’agonia dello stato liberale 207

La lunga crisi Bonomi e il « veto Sturzo ».

Il 26 novembre 1921 il gruppo socialista presentò alla Camera una


mozione contro il governo, accusandolo di tollerare le bande armate.
Bonomi, parlando il 6 dicembre a chiusura della lunghissima discus­
sione, cercò di fare due distinzioni fra fascismo e squadrismo, e tra so­
cialismo riformista e comuniSmo rivoluzionario: disse che contro le
« fazioni armate », contro gli « arditi del popolo » e gli squadristi, il go­
verno « non poteva evitare di applicare il più severo rigore delle leggi
punitive ». Egli cercò altresì di dimostrare che c’era un miglioramento
nella situazione, risultando diminuito, con l’area dei conflitti armati
(non più di un quinto dell’Italia), anche il numero di armi circolanti
nel paese. La discussione si chiuse con un voto di fiducia. Alla vigilia
di Natale - dopo che a Cremona era stato ucciso il socialista Boldori,
vicepresidente di quel Consiglio provinciale, ad opera di uno squadrista
sedicenne (uccisione che fu giustificata dai fascisti con il « cranio debole
della vittima») - pervenne ai prefetti una circolare più energica delle
solite. Vi si deplorava 1’« indulgenza colpevole » delle autorità verso le
persone che, sole o in squadra, giravano armate. Anche i manganelli
dovevano essere considerati come armi. Ogni organizzazione armata, a
termini del Codice penale, doveva essere sciolta e i suoi componenti
deferiti all’autorità giudiziaria. Abbiamo già visto come il partito avesse
provveduto a neutralizzare simili disposizioni, che in ogni caso avreb­
bero dovuto esser promulgate con decreto generale, non potendosi con­
tare sulle iniziative, sia pure autorizzate e spronate, delle autorità locali.
Nel discorso pronunciato alla Camera il x° dicembre, discutendosi la
mozione dei socialisti, Mussolini aveva constatato che la situazione era
statica. Che cosa si sarebbe dovuto fare? Dato che il governo non aveva
la forza di schiacciare insieme fascisti e comunisti, e neanche la capa­
cità di servirsi di una di queste « funzioni » per schiacciare l’altra; data
l’inutilità di nuove elezioni, che non avrebbero modificato la situazione,
si sarebbe potuto ricorrere a una soluzione estraparlamentare, a un ga­
binetto di funzionari e di tecnici sostenuto dalla dittatura militare? Mus­
solini lo esclude, perché la dittatura « è una carta grossa che si giuoca
una volta sola ». Per l’eventualità di una dittatura militare il nome che
correva era quello del duca d’Aosta, già comandante della Terza Ar­
mata nella grande guerra e notoriamente simpatizzante per il fascismo.
Il «Paese», organo nittiano, aveva attaccato il duca (28 settembre),
qualificandolo « elemento pericoloso per la pace e per le pubbliche li­
bertà », e accusando il di lui figlio principe Aimone di aver partecipato
2o8 Capitolo terzo

a un convegno di generali a Capri, nel quale si era auspicato l’avvento


di un regime « meno debole e più cosciente della missione moderna del
monarcato ».
La corrente collaborazionistica in seno al partito socialista (Turati,
Treves, Modigliani, e i capi della Confederazione del lavoro), battuta
nel congresso di Livorno, era stata tenuta sempre in iscacco dalla dire­
zione del partito, nonostante vari tentativi sul piano parlamentare di
realizzare la formula dell’onorevole Zibordi: «Noi socialisti potremo
vincere il fascismo se ci accosteremo allo Stato ». Il guaio era che proprio
i socialisti, anche quelli moderati, avevano troppo abituato le masse a
vedere nello Stato il nemico. Al congresso del partito che si riunì a Mi­
lano dal io al 15 ottobre, il segretario Bacci riferì che gli iscritti erano
ancora centomila, e riconobbe che non era stato possibile resistere all’of­
fensiva dei Fasci. « Ci voleva poco - egli disse - a mettere fuori un
appello a correre all’assalto, ma saremmo andati incontro a una disfatta
sicura, ed allora consigliammo la resistenza passiva ». Dalle violente dia­
tribe congressuali - c’erano anche i rappresentanti della Terza Interna­
zionale, strepitanti contro Serrati e i massimalisti perché non si decide­
vano a cacciar dal partito i riformisti - uscì una forte maggioranza,
47 600 voti, per la mozione Baratono-Serrati « contro ogni partecipa­
zione socialista al potere ed ogni collaborazione di classe ». A chiusura
del congresso, un rappresentante della Terza Internazionale comunicò
che da questa il partito socialista italiano era definitivamente radiato:
i soli veraci interpreti della Terza Internazionale erano in Italia i comu­
nisti. I popolari non erano aprioristicamente contrari alla collaborazione
con i socialisti moderati. Nel congresso del partito popolare riunitosi a
Venezia dal 20 al 23 ottobre 1921, fu approvata la relazione Cingolani,
la quale esprimeva la speranza che « le forze lavoratrici orientate verso
il partito socialista » fossero condotte « ad effettive, efficaci, responsa­
bili partecipazioni al governo dello Stato ». Veniva esclusa, invece, la
possibilità di collaborare con i partiti di destra. Il grosso problema in­
terno del popolarismo era di conciliare gli elementi conservatori, che
in esso abbondavano, con l’estremismo del deputato Miglioli, che nel
Soresinese guidava i contadini, organizzati nelle leghe « bianche », a
combattere contro i proprietari con metodi identici a quelli delle leghe
«rosse» in Emilia. Il 18 gennaio 1922 Sturzo commemorò a Firenze
il terzo anniversario della fondazione del partito popolare, procla­
mando l’impotenza dello « Stato borghese », o democratico-liberale,
combattuto dal suo partito. Attaccò Giolitti con violenza: si compiac­
que che il fascismo si fosse difeso « dalle insidie giolittiane e dagli
abbracciamenti democratici » (cioè, in concreto, che non fosse entrato
L’agonia dello stato liberale 209

nella legalità); menzionò lo squadrismo e le sue gesta senza un accenno


di sdegno morale.
I socialisti collaborazionisti pensavano ad allearsi non con i popo­
lari, bensì con la Sinistra costituzionale, formata, oltre che dal piccolo
gruppo dei riformisti (al quale apparteneva Bonomi), da 145 democra­
tici di diverse sfumature (giolittiani, nittiani, demosociali ecc.). Le vi­
cende parlamentari di quei mesi, fino alla caduta di Bonomi e oltre,
s’imperniarono sui contrasti fra democratici e popolari, sui tentativi di
realizzare la collaborazione fra democratici e socialisti scavalcando i
popolari, e infine sul persistente contrasto fra giolittiani e nittiani. Il
fallimento di quei tentativi rafforzava naturalmente nei popolari l’aspi­
razione ad essere essi - come fu detto chiaramente nel congresso di Ve­
nezia - il fulcro della vita politica italiana. I due gruppi di democrazia
laica, il demoliberale e il demosociale, il cui sostegno era essenziale per
il ministero Bonomi, avevano deciso alla fine di novembre di riunirsi
in un gruppo democratico di circa 150 deputati, detto di «Democrazia
italiana» su relazione dell’on. Paratore. Ne fu nominato presidente il
vecchio zanardelliano Cocco-Ortu. Vi si mescolavano giolittiani, nit­
tiani, demosociali. Non fu una fusione di partiti, ma una poco solida
coalizione parlamentare, naturalmente rivale del gruppo popolare, e in
seno a cui regnava un vivo malcontento per le influenze, soprattutto
nella pratica spicciola amministrativa, del partito popolare.
Alla fine del pontificato di papa Benedetto XV (morto il 22 gen­
naio 1922), fece sensazione la visita che il ministro Mauri, popolare,
fece in Vaticano per chiedere, a nome del governo, notizie del papa
morente. Dal Vaticano si rispose con un altro gesto amichevole, ossia
con la comunicazione della morte di Benedetto XV fatta, in forma fra
ufficiale e ufficiosa, dal cardinale camerlengo Gasparri. Protestò il cardi­
nale Merry del Val, sempre intransigente, mentre il governo venne for­
temente criticato negli ambienti della democrazia laica perché fece espor­
re la bandiera a mezz’asta e lasciò che il ministro della Giustizia Rodino
presentasse le condoglianze in Vaticano. Mussolini avrebbe voluto che
il pontefice defunto fosse commemorato alla Camera da Salandra, e
scrisse un articolo di elogio per il nuovo papa Pio XI, Achille Ratti,
arcivescovo di Milano, del quale ricordò la molta cortesia dimostrata
verso i gagliardetti fascisti col lasciarli entrare nel duomo di Milano
per la cerimonia del Milite Ignoto. Disse pure, nel medesimo articolo,
di ritenere che con Pio XI le relazioni tra l’Italia e il Vaticano sarebbero
migliorate.
Effettivamente il papa, subito dopo la sua elezione, benedisse dalla
loggia esterna di San Pietro il popolo che affollava la piazza: cosa non
210 Capitolo terzo

mai accaduta dopo il 1870. Dopo una lotta fra integralisti (votanti per
Merry del Val - che arrivò a 17 voti - e poi per Lafontaine) e moderati
(candidati Maffi e Gasparri, arrivato questo a 24 voti), Ratti era stato
eletto nel pomeriggio del 6 febbraio, quarto giorno del Conclave, con
42 voti su 53 votanti, quale candidato di concentrazione, favorito da
Gasparri.

La politica estera non procurò al governo Bonomi particolari diffi­


coltà parlamentari, dato il favoreggiamento degli uni e l’indifferenza e
incompetenza degli altri (cioè, l’incompetenza c’era in ambedue le parti
del parlamento). La politica del ministro Della Torretta si può carat­
terizzare come una tacita reazione a quella di Sforza, per quanto almeno
riguarda una parte essenziale di questa, cioè le relazioni con la Piccola
Intesa. Ne segui un allentamento, divenuto permanente, dei nostri rap­
porti con Jugoslavia e Cecoslovacchia, e la Francia subentrò al nostro
posto. Al periodo Della Torretta sembra doversi far risalire anche il de­
terioramento profondo della situazione interna a Fiume. La cittadinanza
dello Stato libero era divisa fra autonomisti e annessionisti. L’Assem­
blea costituente, eletta il 3 ottobre 1921, risultò composta in maggio­
ranza di autonomisti, e ne usci il governo Zanella, che fu subito combat­
tuto dal" partito annessionista, rafforzato e diretto da elementi nazional-
fascisti, rimasti o rientrati a Fiume. Già negli ultimi tempi del ministero
Giolitti-Sforza si erano verificate violenze. Subentrato il ministero Bono­
mi - Della Torretta, si iniziò una prevalenza dell’annessionismo, certo
non senza nesso con l’influenza maggiore che. sul nuovo governo aveva­
no i nazionalisti (c’era, a parte il Della Torretta, il demosociale Girardi-
ni, ministro delle Colonie, autore della riserva al voto di fiducia del giu­
gno 1921, la quale occasionò le dimissioni di Giolitti). Il fatto che il
governo italiano, contro la volontà di quello fiumano, continuasse nella
gestione del porto e delle ferrovie di Fiume rivela codesta prevalenza.
Si impiantò colà quella stessa passività connivente della forza pubblica
(i carabinieri italiani) che si verificava da tempo in Italia. Tale contegno
si vide alla vigilia della crisi Bonomi e durante questa, in occasione di un
attentato a Zanella (31 gennaio 1922) e poi di un tentativo di colpo di
stato nazionalfascista. Neppure la partecipazione dell’Italia alla confe­
renza navale di Washington (novembre 1921 - febbraio 1922) - nella
quale noi avemmo la parità con la Francia per le grandi navi - ebbe
ripercussione sulla politica interna italiana. Bonomi partecipò personal­
mente alla conferenza interalleata di Cannes del 6-13 gennaio 1922, con
Briand e Lloyd George, e vi tenne atteggiamento favorevole alle idee
L’agonia dello stato liberale 2II

revisionistiche e ricostruzionistiche - alquanto fumose, specie queste


ultime - di Lloyd George. Per iniziativa di questo, dal convegno usci
la convocazione di una grande conferenza economica, a Genova, con
invito esteso alla Germania e alla Russia.
Che codesta accessione di Bonomi alla linea Lloyd George - a cui
aveva acceduto anche Briand, con l’effetto della sua caduta immediata
con successione di Poincaré - abbia influito (per intrighi di Barrère)
sulla sua caduta, è leggenda, o piuttosto favola. È favola altresì che essa
caduta sia stata provocata da Giolitti, o almeno dai ministri giolittiani,
che si riducevano poi sicuramente a uno, il Soleri. Anche il malcontento
per la presunta prevalenza popolare vi concorse solo marginalmente. La
caduta di Bonomi fu un fatto improvviso, determinato da un episodio
della crisi economica italiana: la caduta della Banca di Sconto. Questo
istituto, fondato nel 1914 col capitale di 15 milioni di lire, lo aveva via
via elevato, attraverso Passorbimento di altri istituti e l’allargamento
degli affari, a 315 milioni nel marzo 1919. La Banca di Sconto aveva
operato soprattutto con industrie di guerra: per questa via il gruppo
industriale che prendeva nome dai fratelli Perrone, principali proprie­
tari della Società Ansaldo, fini con l’acquistare una influenza predomi­
nante sulla Banca. Fu quello (anno 1918) il momento in cui i grandi
industriali di guerra fecero il massimo sforzo per impadronirsi del con­
trollo di grandi istituti finanziari («scalata alle banche»), per poter
manovrare secondo i propri interessi gli ingenti capitali affidati a quelli
dai risparmiatori. Il tentativo non riuscì appieno; ma nel caso della
Banca di Sconto la prevalenza degli industriali fu determinante. Quando
la Società Ansaldo si trovò a mal partito, essa cercò di sfruttare al mas­
simo le disponibilità della Banca di Sconto; ma questa non fu in grado
di sopperire al bisogno. I soccorsi della Banca d’Italia e di altre banche
non bastarono; il pubblico, allarmato, corse agli sportelli per mettere in
salvo i suoi depositi; la banca chiese e ottenne dal governo un decreto
di moratoria (29 dicembre 1921) e sospese i pagamenti. Molti avevano
esortato il governo a intervenire tempestivamente con i mezzi dell’era­
rio per salvare la banca. Premevano per l’intervento soprattutto i ceti
industriali e finanziari, che propugnavano la stretta collaborazione e il
reciproco aiuto tra banca e industria sotto la comune protezione del
governo. Ma il governo presieduto dall’onorevole Bonomi, e nel quale
era ministro dell’Industria l’onorevole Bortolo Belotti, pure accordando
notevoli facilitazioni alla Banca perché potesse rimborsare i risparmia­
tori che le avevano data la loro fiducia, non credette di passare a carico
dell’erario le perdite degli industriali e dei finanzieri di guerra. Il mini­
stero Bonomi si era mostrato tutt’altro che sordo alle sollecitazioni da
212 Capitolo terzo

parte dei maggiorenti dell’economia italiana per un maggior riguardo


alle condizioni difficili di questa e ai loro interessi: tanto è vero che
aveva temperato la politica fiscale giolittiana - pur essendo ministro
delle Finanze il Soleri, al Giolitti devotissimo - rinviando l’effettuazione
della nominatività dei titoli. Tuttavia gli industriali avevano assunto un
contegno ostile e quasi sprezzante verso il governo, respingendo l’idea
governativa di una inchiesta sulle condizioni dell’industria e del lavoro.
Con la caduta della Banca di Sconto, al loro malcontento si associò cla­
morosamente l’angoscia irritata di migliaia di piccoli risparmiatori, a
cui si additava il governo come responsabile. Questi piccoli risparmia­
tori appartenevano per la maggior parte al Mezzogiorno, e i democratici
sociali, partito meridionale per eccellenza, se ne fecero eco in una adu­
nanza improvvisa (i° febbraio 1922) del gruppo parlamentare della de­
mocrazia, a cui intervenne poco più di un terzo degli iscritti; essi pre­
sero l’iniziativa di una levata di scudi contro il ministero, che si concluse
nell’adunanza stessa con un voto di sfiducia, approvato con 55 voti
contro 3. Influirono sul voto le avversioni al ministero affermatesi in
tutti i settori, alle quali si aggiungeva l’aspirazione a un governo forte;
e tale aspirazione si appuntava in Giolitti. Questi, pertanto, fu additato
(particolarmente dai popolari) come istigatore del sollevamento antimi­
nisteriale al quale era del tutto estraneo, e che disapprovò. Vi parteci­
parono bensì dei giolittiani, ma come individui piuttosto che come rap­
presentanti di gruppo.
Convocato il ministero il giorno seguente 2 febbraio, a maggioranza
furono decise le dimissioni: contrari i popolari, che giustamente ob-
biettavano il carattere limitato ed estraparlamentare dell’adunanza anti­
ministeriale. Aperte le consultazioni, emerse preminente un’altra volta
la designazione Giolitti. Senonché il gruppo popolare prese subito posi­
zione contro, affermando in un suo ordine del giorno che non intendeva
« collaborare ad una soluzione la quale s’imperniasse sugli esponenti
di quelle tendenze entro la democrazia », che avevano « ispirata la ma­
novra per la crisi ». In questa formula si esprimeva il « veto » posto dal
segretario del partito popolare, don Sturzo, al ritorno di Giolitti. Don
Sturzo non ha mai negato il suo antigiolittismo, ed ha cercato di giusti­
ficarlo con vari argomenti, i quali poi si riassumono nella sua persua­
sione che Giolitti fosse nemico dei popolari ed amico dei fascisti (con­
tro i quali - si noti - Sturzo non aveva preso netta opposizione e anzi
li aveva quasi accarezzati nel discorso di Firenze per non essersi fatti
irretire da Giolitti). Ma la ragione più profonda dell’avversione fra i
due (poiché Giolitti ricambiava largamente Sturzo) sarà da ricercare
nella concezione diversa del regime parlamentare e dello stato. Certo è
L’agonia dello stato liberale 213

che con un «veto» simile don Sturzo e i popolari si assumevano la


responsabilità gravissima di tener lontano dal governo, in un momento
particolarmente difficile, l’uomo più capace per il comune giudizio degli
Italiani: e non sarebbe esagerato il dire che quel veto fu il principale
antefatto della Marcia su Roma. Uno dei più autorevoli leaders popo­
lari, Filippo Meda, giudicò « inopportuna » l’ostilità contro Giolitti dei
popolari, « che gli rimproveravano specialmente la politica finanziaria ».
Con queste parole Meda certamente alludeva innanzi tutto alla nomi-
natività dei titoli, cui infatti don Sturzo si era dichiarato contrario,
provvedimento da cui gli Ordini religiosi sarebbero stati particolar­
mente ostacolati nelle loro gestioni finanziarie: tanto che una versio­
ne attribuisce principalmente a tale motivo il « veto » sturziano. Sarà
probabilmente esatto dire che vi fu una convergenza antigiolittiana fra
Sturzo e il Vaticano: il quale ultimo aveva un particolare motivo di
irritazione contro Giolitti per non avere questi raccolto le avances per
una ripresa delle trattative dirette a liquidare la questione romana. Gio­
litti era rimasto l’uomo delle « parallele che non s’incontrano mai ».
Poiché a Giolitti il « veto » popolare tagliava la strada, primo inca­
ricato ufficiosamente fu De Nicola, che non riuscì a superare il contrasto
fra le esigenze dei popolari medesimi e la democrazia laica. De Nicola
godeva personalmente delle simpatie dei socialisti, ma il loro appoggio
non andava oltre l’incerta promessa di astenersi nelle votazioni politi­
che, ciò che avrebbe dovuto essere ricambiato con una decisa azione
antifascista. Il secondo tentativo fu fatto da Orlando, appoggiato anche
da molti liberali di destra, ma si trovò anche lui di fronte ad eccessive
pretese dei popolari per l’assegnazione dei portafogli. Fallito anche
Orlando, il re respinse le dimissioni di Bonomi, invitandolo a ripresen­
tarsi alla Camera. Dal 15 al 17 febbraio 1922 si svolse la discussione. Il
governo fu attaccato dal Di Cesarò, democratico sociale, da Federzoni,
nazionalista (che si dichiarò contro la conferenza di Genova), Musatti
socialista, Graziadei comunista: uno dei principali argomenti degli op­
positori fu la vicenda della Banca di Sconto, né mancarono le solite
accuse, da destra, di aver favorito le forze antinazionali, da sinistra,
di aver favorito i fascisti. Bonomi replicò in tono sfiduciato, riaf­
fermando la sua imparzialità fra le parti in contesa, escludendo di
avere invocato l’appoggio dell’Estrema Sinistra a scopi parlamentari,
ma riconfermando di esser favorevole a una collaborazione delle
classi lavoratrici. Intanto democratici e popolari erano riusciti ad
accordarsi, avendo i primi accettato il progetto dell’esame di stato al
quale i secondi tanto tenevano. Arrivati al voto, i popolari votarono a
favore del governo, democratici, socialisti, destre gli votarono contro:
2X4 Capitolo terzo

cosi la fiducia fu negata a Bonomi da 295 voti contro 107. Mussolini


aveva fatto un discorso per diffidare governo e parlamento contro la
formazione di un ministero antifascista. « Combinate o non combinate
il ministero, - egli disse rivolgendosi agli altri settori; - fatelo o non
fatelo di sinistra; questo però sia chiaro, ad evitare un pericoloso salto
nel buio: che non si va contro il fascismo, e che non si schiaccia il fa­
scismo». Questa diffida era avallata dal contegno della quasi totalità
dei liberali, Giolitti compreso. Pochi giorni prima, Mussolini aveva
scritto qualcosa di più grave, commentando una dimostrazione di stu­
denti bolognesi che erano andati a gridare, davanti alla sede del co­
mando del Corpo d’Armata: « Abbasso il parlamento! » e « Viva la
dittatura! » Secondo Mussolini, l’episodio rappresentava «la prima ma­
nifestazione pubblica per il sempre più acuto senso di disgusto che l’at­
tuale regime parlamentare provoca». Ricordava poi di avere sino
allora parlato con molta cautela della eventualità di una dittatura mili­
tare, ma ormai, alla luce delle ultime esperienze politiche e parlamen­
tari, tale eventualità doveva essere seriamente considerata. « Può anche
darsi - concludeva - che il grido dei dimostranti fascisti di Bologna
diventi domani il coro formidabile e irresistibile dell’intera nazione»
(«Popolo d’Italia» del 12 febbraio). Riapertasi la crisi, Giolitti, nuo­
vamente designato, ma sempre soggetto al veto sturziano, propose a
Orlando e De Nicola di formare insieme un ministero. Questi non ac­
cettarono, né per conto proprio assunsero l’incarico. Il re si era rivolto
anche a Meda, ma questi non ne volle sapere. Si fini col ripiegare sul­
l’onorevole Facta, già ministro con Giolitti, suo corregionale e fedele
amico: pare, tuttavia, che Giolitti sia stato estraneo alla sua designa­
zione. Si trattava di un galantuomo, privo di speciali attitudini politi­
che, che si adoperò a mettere insieme un ministero di transizione. Don
Sturzo era contrario alla partecipazione dei popolari, ma stavolta i rap­
presentanti del gruppo, De Gasperi e Cavazzoni, non gli diedero retta,
e Facta riuscì a formare il suo ministero (25 febbraio). Quando i mini­
stri andarono al Quirinale per il giuramento, il re fece osservare che
la crisi era stata la ventesima del suo regno: in media una crisi all’anno.
Si rilevò altresì che era stata la crisi più lunga dal 1848 in poi. Entra­
rono nel gabinetto Facta tre popolari, Bertone, Anile e Bertini, rispet­
tivamente alle Finanze, all’Istruzione e all’Agricoltura (con la conquista
del Ministero dell’Istruzione i popolari avevano fatto un bel passo
avanti); un riformista, Dello Sbarba, al Lavoro. Dieci erano democra­
tici, dei vari gruppi: giolittiani come Schanzer agli Esteri, Peano al
Tesoro, Rossi alla Giustizia; nittiani come Amendola alle Colonie;
deinocratici sociali come Di Cesarò alle Poste (quasi subito sostituito
L’agonia dello stato liberale 215

da Fulci); c’era anche, ai Lavori pubblici, un liberale salandrino, Ric­


cio, che doveva rappresentare il puntello del ministero a destra. La
Camera votò la fiducia a Facta il 18 marzo con 275 voti contro 89 dei
socialisti, dei comunisti e di qualche isolato.

Sindacalismo fascista e prime mobilitazioni.

Il 21 aprile 1921 (la data del cosiddetto « Natale di Roma » era stata
scelta dai fascisti per la festa del lavoro in sostituzione del i° maggio),
alcune migliaia di contadini del Lazio, inquadrati dai gagliardetti dei
Fasci, furono condotti sul Campidoglio a « giurare » la seguente di­
chiarazione:
I Fasci italiani di combattimento proclamano il diritto e la volontà dei conta­
dini di conquistare, con preparazione tecnica ed economica, attraverso forme tran­
sitorie di compartecipazione, la proprietà reale, completa, definitiva della terra.

Gaetano Polverelli proclamò sul « Popolo d’Italia » che questa « di­


chiarazione dei diritti dei contadini » era « un avvenimento storico, che
si richiamava agli Stati generali di Francia ». L’idea della terra ai con­
tadini seguitava ad essere una delle più diffuse e discusse, e Cesare
Rossi la difendeva sul « Popolo d’Italia » polemizzando contro gli
articoli di Luigi Einaudi sul « Corriere della Sera »; nel programma del
partito era l’ultimo dei « postulati a favore delle classi lavoratrici », cosi
enunciato: «diffusione della piccola proprietà in quelle zone e per
quelle coltivazioni che produttivamente la consentano ». Risale al feb­
braio 1921 la prima trasformazione, in un paese della provincia di
Ferrara, di una lega rossa in « sindacato economico fascista ». Successi­
vamente altri sindacati rurali presero il posto delle leghe o sorsero in
concorrenza ad esse, in altre province emiliane; ma Ferrara restò alla
testa del movimento perché ivi la questione agraria era ardente e, ancor
più che nel Bolognese, l’organizzazione socialista aveva creato forti
risentimenti con i boicottaggi e le multe. Da parte loro gli agrari asse­
condarono il movimento, mostrandosi larghi di concessioni ai contadini
che i fascisti prendevano sotto la loro protezione. Nel giugno del 1921
fu costituita a Ferrara una « Camera sindacale del lavoro » che riuniva
i sindacati economici della provincia. Ne fu segretario Edmondo Ros-
soni, già organizzatore di emigrati italiani negli Stati Uniti, poi, in Ita­
lia, fervente sindacalista rivoluzionario e magna pars della Unione ita­
liana del lavoro, alla quale appartennero anche Alceste De Ambris e
Michele Bianchi. In seguito il Rossoni compì una evoluzione in senso
2i6 Capitolo terzo

nazionale: il che fece dire ai dirigenti della Confederazione generale del


lavoro, tutti socialisti, che il sindacalismo operaio, mettendosi sotto il
segno della reazione, rinunciava alla lotta di classe e si affiancava al capi­
talismo. Codesto sindacalismo « nazionale » divenne quasi immediata­
mente una filiazione o una sezione del partito fascista. Nel programma
del partito nazionale fascista non si parlava di sindacati ma di corpora­
zioni, riecheggiando la dannunziana «Carta del Carnaro»; e, poiché il
sindacalismo «nazionale» disconosceva la differenziazione del mondo
del lavoro secondo le classi sociali e ammetteva lavoratori appartenenti
a tutte le classi, distinti secondo la qualità del loro lavoro, cosi esso
costituiva senz’altro una base utile per il nascente corporativismo fasci­
sta. Il 24-25 gennaio 1922, fu istituita a Bologna la Confederazione
nazionale delle corporazioni sindacali, alla quale facevano capo cinque
Corporazioni: del lavoro industriale, del lavoro agricolo, del commer­
cio, delle classi medie e intellettuali, della gente di mare. La mozione
programmatica, svolta da Michele Bianchi, considerava lavoratori « tutti
indistintamente coloro che comunque impieghino o dedichino l’attività
a creare, a perfezionare, ad accrescere quanto forma benessere mate­
riale, morale, spirituale dell’uomo». Si trattava dunque dell’orgànizza-
zione unitaria dei « produttori », termine già da tempo adoperato in
modo equivoco da Mussolini, e che ora intendeva comprendere sia i
datori di lavoro sia i lavoratori. Nel convegno di Bologna fu deliberato,
su proposta di Rossoni, che l’organizzazione non fosse apolitica, come
qualche vecchio e nuovo sindacalista avrebbe preferito, bensì traesse
ispirazione dal partito nazionale fascista, il che praticamente signifi­
cava che almeno i dirigenti corporativi dovevano essere iscritti al par­
tito, e che questo ne controllava la nomina. Durante il primo semestre
del 1922 le corporazioni fasciste in Alta Italia conclusero con gli agrari
contratti intaccanti elementi essenziali di quelli precedenti. I lavoratori
italiani seguitavano cosi, nel campo economico oltreché nel politico, a
fornire « strame » - per usare il linguaggio del futuro duce — per le im­
prese delle Camicie Nere.

Nelle prime settimane del ministero Facta precipitò la situazione a


Fiume grazie all’azione fascista esterna. Il 3 marzo 1922 i nazionalfa-
scisti di Fiume, sotto la direzione del deputato fascista Giunta (notoria­
mente uno dei più violenti del partito), con concorso di squadre venute
dal Veneto e dalla Toscana, assaltarono il palazzo del governo di Fiume,
- a detta di Zanella, con la complicità dei carabinieri, - per cacciarne
Zanella e proclamare l’annessione della città all’Italia. Lo Zanella si
L’agonia dello stato liberale 217

dimise e abbandonò Fiume; il governo italiano rifiutò di assumere i


poteri nella città, che restò provvisoriamente affidata a un comando
militare italiano. Fu, in sostanza, un’altra capitolazione del governo di
fronte al fascismo: e questa volta sul terreno internazionale. Tuttavia
le questioni ancora aperte tra Roma e Belgrado furono avviate a solu­
zione mediante trattative con Belgrado che arrivarono agli accordi di
Santa Margherita, firmati il 23 ottobre, ma sostanzialmente conclusi in
margine alla conferenza economica che per iniziativa di Lloyd George,
fatta propria dall’Italia, riunì a Genova, dal io aprile al 19 maggio, i
rappresentanti degli stati europei. I risultati della conferenza furono
piuttosto scarsi relativamente ai problemi della ricostruzione postbel­
lica, nei quali anche l’Italia era direttamente interessata, come quelli
della liberazione dei cambi, dei trasporti, della distribuzione delle ma­
terie prime e simili. Era poi stato escluso, per volontà del presidente
del Consiglio francese Poincaré, il fondamentale problema delle ripa­
razioni tedesche, regolato sulla carta l’anno precedente, con notevoli
addolcimenti per la Germania rispetto alle prime esigenze, ma non tut­
tavia tali da permettere un risanamento delle finanze tedesche, sovver­
tite da una vertiginosa inflazione. La conferenza ebbe importanza poli­
tica quando vi si incontrarono, per la prima volta in condizioni di parità,
vincitori e vinti, comprese la Germania e la Russia; soprattutto servi a
rimettere quest’ultimo paese nel circolo delle relazioni internazionali.
Durante la conferenza venne stipulato, a Rapallo, il famoso trattato di
amicizia fra Russia e Germania, che suscitò scandalo e allarme in Fran­
cia. Pio XI diresse un appello alla conferenza, in cui caldeggiava il rista­
bilimento generale di rapporti pacifici e della collaborazione economica.
Ma l’obbiettivo principale, cioè la ripresa regolare e completa delle
relazioni economiche fra l’Occidente e la Russia, quale contributo e
strumento per la ricostruzione economica generale, falli per il contrasto
fra i creditori occidentali della Russia e il governo sovietico.
Durante la conferenza di Genova vi fu una certa tregua nei conflitti
interni, mentre immediatamente prima c’era stato un accrescimento di
tensione. (Nel Consiglio nazionale fascista riunitosi a Milano il 3 aprile,
Mussolini affermò che « la tendenza di molte forze politiche di sinistra
e di destra era per isolare materialmente e moralmente il fascismo »). Il
20 febbraio si era costituita 1’« Alleanza del lavoro », fronte unico delle
organizzazioni di lavoratori facenti capo a partiti di sinistra. L’« Avan­
ti! » presentò l’iniziativa, che era partita dal sindacato dei ferrovieri,
come avente carattere di « severo ammonimento a qualunque governo »
perché si decidesse ad agire seriamente contro il fascismo. Il 21 marzo
- tre giorni dopo il voto di fiducia a Facta - la Camera approvò con 82
218 Capitolo terzo

voti contro 72 una mozione socialista di condanna delle violenze fasci­


ste; se fosse stato presente un maggior numero di deputati della Destra
e del Centro, probabilmente l’esito della votazione sarebbe stato di­
verso. Giolitti diede voto contrario sia perché indispettito dalle accuse
che gli si facevano di aver favorito il fascismo, sia perché fermo nell’idea
che non convenisse inasprire i fascisti; ma dette cosi testimonianza di
una sua involuzione politica che era anche irrealistica. Fu anche dimo­
strazione di ostilità al fascismo il modo in cui venne trattata la questione
dei deputati cosiddetti minorenni, fra i quali erano Grandi, Farinacci
e Bottai: della loro elezione, non avendo essi raggiunta la prescritta età
di trent’anni, la Giunta delle elezioni aveva proposto l’annullamento,
che la maggioranza della Camera approvò. Facta cercava di dar l’impres­
sione che il governo non piegava a destra, e che non usava parzialità
per il fascismo. Cosi non fu riconosciuta come festiva la giornata del
21 aprile, nella quale i fascisti celebrarono la festa del lavoro con di­
scorsi e cortei specialmente a Roma; e precedentemente soltanto le
organizzazioni sindacali socialiste e popolari furono invitate a mandare
una delegazione alla Conferenza di Genova.
I fascisti dovettero anche iscrivere al passivo l’atteggiamento di
D’Annunzio. Il poeta, dal suo rifugio di Gardone, ordinò ai legionari
fiumani di lasciare i Fasci; ma fu solo parzialmente obbedito. Egli se­
guitò a mantenere il suo favore alla gente di mare organizzata dal socia­
lista Giulietti. Nell’aprile e nel maggio 1922, D’Annunzio ebbe incontri
e colloqui con dirigenti della Confederazione generale del lavoro. Du­
rante la Conferenza di Genova si recò a fargli visita addirittura Ciéerin,
capo della delegazione sovietica, e nello stesso periodo di tempo si
stabilirono contatti fra gruppi dannunziani torinesi e redattori dell’« Or­
dine Nuovo ». Gramsci si recò a Gardone, ma non fu ricevuto. Ciò
sebbene, nel marzo 1922, il secondo congresso del partito comunista
a Roma avesse approvato le intransigenti « tesi di Roma » contrarie a
un fronte democratico. Il 12 marzo il partito aveva lanciato un appello
per il fronte unico proletario. Anche nelle file del fascismo c’erano i
fedelissimi a D’Annunzio, come l’avvocato Marsich, colui che insieme
a Grandi aveva osteggiato la trasformazione del movimento in partito
e ora disapprovava l’azione del partito. Marsich affermò senz’altro che
D’Annunzio, e non Mussolini, doveva essere il capo del fascismo; si
dichiarò altresì favorevole a un governo Giolitti. Fu disapprovato anche
da Grandi e si dovè dimettere dal partito. Altre crisi locali turbarono
il partito in quei mesi. Si dimise in Umbria l’onorevole Misuri (31
marzo), molto amico degli agrari. «Ho dovuto convincermi — scrisse a
Mussolini - che per serbar fede alla idea prima del fascismo, per essere
L’agonia dello stato liberale 219

fascista, occorre emigrare altrove ». Emigrò, infatti, nel nazionalismo.


A Firenze vi fu in quel torno di tempo il tentativo, da parte di Pa­
scila, segretario del movimento prima della trasformazione in partito,
di costituire un Fascio autonomo. Ma i dissidenti furono espulsi e tornò
la calma. Al ricordato Consiglio nazionale dell’aprile, l’idea che questo
dovesse ormai procedere coi metodi e con la disciplina di un partito nel
paese e nel parlamento apparve condivisa da tutti. Mussolini disse che
il partito non avrebbe più fatto blocchi elettorali: il fascismo era ormai
in grado di schierarsi da solo contro le altre forze politiche, e non aveva
più bisogno di alleati. Ciò era vero se si considerava il fascismo nel
paese; sul terreno parlamentare, invece, il fascismo non era che un pic­
colo gruppo, il quale poteva svolgere un’azione limitata anche se faceva
combinazioni con altri gruppi di destra, liberali e nazionalisti. Nel già
citato discorso Mussolini disse che, se fosse diventato necessario « ai fini
supremi della nazione », i fascisti non avrebbero esitato a « dare i loro
uomini al governo dello Stato ». Ma come poteva la inserzione del fa­
scismo nel governo avvenire per le vie parlamentari? Era il problema
che Giolitti avrebbe voluto risolvere.
Intanto, fuori del parlamento, il fascismo cercava di guadagnar sem­
pre nuovi accoliti nel paese e di ostentare l’ingrossamento delle sue
schiere; in particolare lavorava a penetrare sempre più con la sua orga­
nizzazione sindacale anche tra le file degli operai. Dal 4 al 6 giugno si·
riunì a Milano il congresso della Confederazione delle corporazioni na­
zionali. Il presidente Rossoni enunciò una cifra imponente (e certo assai
esagerata: quasi mezzo milione) di organizzati. Nel congresso si di­
scusse - i tecnici non mancavano - sopra una quantità di temi, che
avrebbero potuto essere considerati come paragrafi economici di un pro­
gramma economico-sociale di governo: riforma fondiaria, contratti agra­
ri, disciplina del commercio, istruzione professionale, problemi dei tra­
sporti, marina mercantile, emigrazione, cooperazione.
Con la primavera del 1922 il metodo delle adunate fasciste, già pra­
ticato per le maggiori « spedizioni punitive », fu sviluppato fino a grandi
mobilitazioni, accentuanti all’estremo il carattere di fazione armata di­
retta a soggiogare il paese. Il 26 marzo a Milano, corteo di non meno
di ventimila fascisti convenuti da tutte le province lombarde. Il i° mag­
gio, nonostante lo sciopero generale proclamato dai socialisti, grandi
adunate a Bologna e a Rovigo di lavoratori fascisti inquadrati. La ricor­
renza della festa del lavoro è funestata in parecchie città dell’Alta Italia,
e anche a Brindisi, da conflitti con una decina di morti. In non pochi
luoghi, specie nei piccoli centri, i comizi socialisti vengono facilmente
dispersi da pochi squadristi. I ferrovieri fascisti (staccatisi dal sindacato
220 Capitolo terzo

ferrovieri fino dall’ottobre del 1920) riescono a far marciare parecchi


treni, sicché Mussolini può scrivere (esagerando solo di poco) che « non
vi fu mai, nella storia del socialismo italiano, un primo maggio più
squallido e funesto di quello del 1922». A Ferrara, il 12 maggio, si
concentrano circa 40 000 rurali della provincia agli ordini di Italo
Balbo, con la cooperazione della Associazione agraria; è proclamato lo
« sciopero fascista » degli operai della città, e tutti i lavoratori bivac­
cano nelle vie e nelle piazze, assistiti da un servizio logistico assai effi­
ciente. La manifestazione ha lo scopo di premere sul governo affinché
metta in esecuzione, in quella provincia piena di disoccupati, le opere
pubbliche per le quali sono stati stanziati due milioni e mezzo. Il 20
maggio, a Rovigo, adunata con lo stesso metodo. Ma la mobilitazione
più stupefacente, vero anticipo della « marcia su Roma », avvenne negli
ultimi giorni di maggio a Bologna, dove da quella provincia e dalle
finitime si concentrarono via via molte migliaia di fascisti per ottenere
la destituzione del prefetto Mori, reo non solo di infrenare con la sua
polizia i fascisti (che il 26 maggio avevano avuto ucciso un loro capo),
ma di avere emesso un decreto (in realtà deliberato dal governo) col
quale si vietava ai lavoratori agricoli di spostarsi da una provincia ad
un’altra: cosi favorendo l’organizzazione socialista, che nel Bolognese
conservava ancora il monopolio della mano d’opera. I fascisti avrebbero
voluto trasferire una parte dei disoccupati ferraresi, ai quali i due mi­
lioni e mezzo di lavori pubblici non potevano dare che un sollievo
transitorio; ma nel Bolognese la disoccupazione non era meno grave.
Ne vennero tumultuose dimostrazioni di rurali fascistizzati, e gli inci­
denti sanguinosi si moltiplicarono. Il governo credette di rimediare vie­
tando dovunque cortei e comizi, mandò a Bologna il direttore generale
della pubblica sicurezza, fece sbarrare le vie di accesso alla città e fini
per affidare i poteri all’autorità militare (i° giugno). Il generale coman­
dante il Corpo d’armata credette bene parlamentare con Italo Balbo,
comandante dei fascisti, e prese con lui accordi per una tregua d’armi
fra le forze avversarie. Il giorno dopo, i fascisti, avuta assicurazione che
il prefetto sarebbe stato allontanato, cominciarono a smobilitare: la cit­
tadinanza si chiedeva, con ragione, chi comandasse, se i ministri che
stavano a Roma o il direttorio del partito fascista.
Il i° luglio 1922 l’onorevole Cavina disse alla Camera che avrebbe
potuto fare i nomi di magistrati a Roma, che gli avevano detto: « Noi
abbiamo ordini tassativi di non procedere contro i fascisti e di proce­
dere inesorabilmente contro i socialisti e i comunisti ». Se quelle dichia­
razioni di magistrati erano reali e se i pretesi ordini erano attribuiti a
L’agonia dello stato liberale 221

ministri responsabili, possiamo dire tranquillamente che quei magistrati


mentivano per coprire il loro personale filofascismo.
In una situazione di questo genere, il presidente Facta, quando parlò
al Senato (io giugno) di politica interna, non seppe far altro che ripe­
tere avere il governo una direttiva sola: quella di applicare imparzial­
mente la legge. Certamente i suoi ordini erano in questo senso, ma
erano obbediti ancor meno di quelli di Giolitti e di Bonomi. Del resto,
scendendo al concreto, una integrale applicazione della legge non po­
teva ormai non portare all’impiego delle forze armate dello stato contro
il fascismo armato; ma perché un governo giungesse a tale estremo,
avrebbe dovuto essere forte e risoluto, sicuro della sua maggioranza in
parlamento e sostenuto dalla Corona. Il re peraltro si limitava alla san­
zione formale degli atti di governo, mentre negli ambienti dinastici
prevalevano le simpatie per il fascismo: era filofascista la regina madre,
oltre al duca d’Aosta al quale molti fascisti guardavano come a un pos­
sibile successore di Vittorio Emanuele. Dopo i fatti di Bologna, il
gruppo parlamentare socialista ebbe il coraggio (2 giugno) di decidere
a forte maggioranza (46 contro 20) che avrebbe appoggiato con i suoi
voti quel ministero che assicurasse « il ripristino della legge e della
libertà». Un Consiglio nazionale socialista (10-12 giugno) condannò la
decisione del gruppo parlamentare, includendo nella condanna anche
l’astensione, che fu invece appoggiata dalla Confederazione del lavoro.
Il gruppo parlamentare si scisse: una sessantina di deputati manten­
nero la decisione collaborazionista. La direzione del partito fascista il
17 giugno dichiarò che avrebbe considerato « corresponsabili di tradi­
mento degli interessi del paese » i partiti che avessero coadiuvato una
entrata dei socialisti nel governo. La direzione del partito popolare
chiese di conoscere (19 giugno) con quale programma i socialisti sareb­
bero eventualmente andati al governo; ma subito si fermò su questa
via, perché l’ala destra del partito era nettamente contraria ad ogni
collaborazione con i socialisti. A questa erano invece favorevoli, tra i
gruppi di sinistra, i nittiani, che da pochi giorni avevano fondato un
loro «partito democratico italiano»; si diceva che Nitti progettasse di
far lui il ministero con i socialisti. Lo vedremo ben presto prendere
invece tutt’altra direzione.

Lo « sciopero legalitario » e l’esautorazione fascista dello Stato.

Il 3 luglio gli squadristi pugliesi si concentrarono in Andria e inva­


sero quel municipio; il 13 i fascisti guidati da Farinacci, che fino dal
222 Capitolo terzo

5 avevano occupato il municipio di Cremona, scatenarono in questa città


e nella provincia l’offensiva contro tutte le sedi e organizzazioni socia­
liste e popolari, e devastarono la casa dell’onorevole Miglioli e quella
dell’onorevole Garibotti. Tumulto alla Camera, due giorni dopo: la
seduta fu sospesa per dimostrazione di solidarietà con i due deputati
cremonesi. Il 12 luglio gli squadristi romani occuparono Viterbo, e il
17 quelli dell’Umbria, Tolentino nelle Marche. Contemporaneamente
nel Novarese imperversarono per una decina di giorni spedizioni di
squadristi pavesi e monferrini, con devastazioni, morti e feriti, e occu­
pazione del municipio di Novara. Il 24 luglio, spedizione particolar­
mente feroce a Magenta. S’intensificava la distruzione anche delle coope-
tive. Il 26 battaglia a Ravenna contro le organizzazioni repubblicane e
poi contro gli scioperanti: nove morti. E conflitti a Rimini, a Pavia, a
Biella, in altre località del Piemonte. Un articolo di Mussolini parve un
vero e proprio commento strategico: « Rimini nelle nostre mani signi­
fica il braccio della tenaglia, che ci mancava per serrare l’Emilia e la
Romagna, e nello stesso tempo Rimini fascista è il ponte di passaggio
per la penetrazione nella Marca contigua ». Da parte della Alleanza del
lavoro si tentava di organizzare su vasta scala la resistenza passiva di
cui si era parlato nell’ultimo congresso del partito socialista: e a tal
fine si proclamavano scioperi locali del tutto insufficienti a intimidire i
fascisti e a contenere le offensive.
La tensione, giunta al massimo dopo i fatti di Cremona, sboccò in
una nuova crisi di governo. Alla Camera, discutendosi le violenze fasci­
ste, il presidente del Consiglio Facta non trovò di meglio, ancora una
volta, che invocare la concordia civile. Rimproverò le autorità locali
che non avevano saputo impedire l’assalto alle case dei deputati, ma
negò che fossero necessarie misure eccezionali. La conclusione fu, il 19
luglio, un voto di sfiducia (288 voti contro 103) in cui si trovarono uniti
contro il ministero l’Estrema Sinistra, altri gruppi di sinistra, i più tra
i popolari, ed i fascisti. Mussolini pronunciò il 19 luglio il suo ultimo
discorso dal banco di deputato. Spiegò il voto contrario del gruppo fa­
scista osservando che il fascismo non poteva appoggiare il ministero e,
nello stesso tempo, « agire nel paese come era costretto per ora ad
agire ». Il fascismo sarebbe uscito fra breve - disse - dal suo equivoco,
dal suo « intimo tormento », decidendo se essere un partito legalitario
e di governo, o un partito insurrezionale. Concluse che se dalla crisi
fosse uscito un governo di reazione antifascista, il fascismo avrebbe
risposto con l’insurrezione.
Scoppiata la crisi, si ebbe la sfilata di una serie di designazioni, ten­
tativi e fallimenti. Giolitti rimase lontano, a Aix-les-Bains: in comuni­
L’agonia dello stato liberale 223

cazioni private (rese, naturalmente, subito pubbliche) censurò la crisi,


dovuta alla paura, scoppiata per quattro sedie rotte di Miglioli; e si
dichiarò contrario a una combinazione socialista-popolare nei termini
più ostili e sprezzanti particolarmente per il « pretucolo » don Sturzo.
Codeste espressioni rappresentano forse il suo errore politico e morale
più grave in quella situazione. C’era tuttavia un elemento concreto po­
litico-morale innegabile nella « cristallizzazione » - termine più che mai
giusto - giolittiana: ed era il timore della guerra civile. È il motivo fon­
damentale che egli adduce per condannare qualsiasi combinazione go-
vernativo-parlamentare dichiaratamente antifascista.
La questione che si presentò all’indomani delle dimissioni Facta era
se il nuovo governo dovesse farsi entro la cerchia del voto del 19 luglio
(escluso naturalmente il gruppo fascista, che aveva votato contro Facta
unicamente per manovra tattica), oppure dovesse avere carattere di con­
ciliazione. La prima ipotesi implicava la esclusione della Destra e la
partecipazione (almeno col voto di fiducia) dei socialisti collaborazio­
nisti. Il segretario del partito popolare aveva giudicato la crisi « non
ponderata nei suoi elementi politici e solo fatta di sentimentalità e di
impulsività parlamentare »*. Era una diagnosi analoga a quella di Gio-
litti, ma di spirito diverso. Sturzo non escludeva una intesa con i socia­
listi collaborazionisti, con i leaders dei quali aveva avuto colloqui in
giugno-luglio e anzi mirava - secondo sue dichiarazioni molto più tarde,
ma peraltro attendibili - a un governo forte a base popolare-socialista1 2.
Nel ritenere non ancora matura questa intesa di base, Sturzo non si in­
gannava; rimaneva tuttavia a vedere se ci fosse tempo da aspettare o non
convenisse forzare la situazione. Non fu di questa opinione la direzione
del partito popolare, che si dichiarò per una concentrazione democratica
escluse le due estreme, fascista e socialista.
Orlando, designato da tutti - Giolitti si era posto da sé fuori causa
andando all’estero, e lo dichiarava con soddisfazione per sé, con accenti
irosi per gli autori della crisi e i fautori del connubio popolare-sociali­
sta -, stava per il ministero di conciliazione, disposto ad arrivare dai fa­
scisti ai socialisti, ma, in mancanza, almeno dalla Destra salandriana ai
socialriformisti (da non confondere con i socialisti collaborazionisti, fu­
turi prossimi « unitari »). I popolari si dichiararono disponibili per que­
sto secondo tipo di ministero, purché la Destra « liberale » dichiarasse

1 G. de rosa, Storia del partito popolare, p. 250. De Rosa dà, per quel che io conosco, la
ricostruzione migliore della complicatissima crisi Facta.
2 Quello, cioè, che ancora il 15 giugno Frassati, da Berlino, prospettava a Giolitti, che avrebbe
dovuto esserne il capo con una schiera dietro lui di liberali democratici autentici. Sturzo, però, non
doveva certo pensare a Giolitti per capo del governo da lui vagheggiato: questo avrebbe dovuto
formarsi per iniziativa e sotto il controllo popolare.
224 Capitolo terzo

il suo distacco dal gruppo fascista; al che Salandra non consenti. Orlando
pertanto declinò l’incarico e il re chiamò Bonomi. Questi si rivolse su­
bito all’altra soluzione: governo basato sulla maggioranza del 19 luglio.
Turati non attese l’appello dell’ex-compagno Bonomi, e venne lui per
primo a offrire l’entrata dei suoi nella maggioranza; la partecipazione al
governo richiedeva una preparazione ulteriore. Si ripeteva collettiva­
mente il caso Bissolati del 19 r 1. Ma Bonomi incontrò nel campo demo­
cratico (giolittiano o no) un ambiente di esitazione o addirittura di con­
trarietà a un gabinetto dipendente dai voti socialisti, di battaglia aperta
contro il fascismo, anzi contro la Destra. Quanto influisse su tale con­
trarietà l’anatema lanciato da di là delle Alpi da Giolitti1 non si può
determinare (o almeno, la valutazione non è stata tentata). Piuttosto
sarà da considerare imparzialmente che non soltanto deve aver fatto
impressione l’anatema, ma anche la previsione che un ministero risolu­
tamente antifascista avrebbe portato alla guerra civile. C’è, poi, da tener
conto del fatto che nel gruppo della democrazia sociale non mancavano
affatto tendenze antisocialiste e filofasciste. Bonomi, dunque, declinò
anch’egli il mandato; e il re chiamò Meda: logicamente e anzi in ritardo,
perché Meda era il capo del gruppo più numeroso nella maggioranza
del 19 luglio. Nonostante l’invito telegrafico di Sturzo a « sacrificarsi »,
Meda dichiarò subito al sovrano di essere obbligato ad autoescludersi,
per la propria pregiudiziale di non assumere pubblici uffici incompati­
bili con l’esercizio della professione forense. Risposta dimostrante a
che punto si fosse arrivati, in fatto di discesa del livello politico, nel­
l’Italia del primo dopoguerra1 2. Si passò allora a De Nava, il quale per
altro si limitò a spianare la strada a un ritorno di Orlando persuadendo
i popolari ad abbandonare, per l’accettazione della « puntarella di de­
stra », il distacco del gruppo Salandra da quello fascista. Dall’altra parte,
il gruppo parlamentare socialcollaborazionista votò il 28 luglio un or­
dine del giorno Modigliani proclamante il dovere del gruppo « di non
arretrare davanti ad alcuna azione capace di far rispettare, da parte di
chiunque ne abbia il dovere, la volontà chiaramente espressa dall’As­
semblea nazionale a difesa della libertà e del diritto di organizzazione » :
ciò che fu interpretato - e l’interpretazione fu avallata da una dichiara­
zione orale Dugoni - come disposizione a partecipare direttamente al

1 II 26 luglio la «Tribuna» pubblicò la lettera del 20 al «caro Malagodi» contenente le frasi


divenute famose (anzi, famigerate): «Che cosa può venire di buono per il paese da un connubio
don Sturzo-Treves-Turati? Che programma si può fare quando il movente della crisi è unica­
mente la paura?» Ma i giudizi di quella lettera e delle altre analoghe circolavano anche senza
pubblicazione. Per conto suo «La Stampa» domandò un ministero Giolitti-Turati-Mussolini.
2 Non, per verità, in Italia soltanto: si tratta dell’abbassamento generale di coscienza etico-
politica nell’Europa del Novecento.
L’agonia dello stato liberale 225

governo. Il giorno dopo Turati andò dal re, a cui non si sa bene - o
almeno chi scrive non lo sa - che cosa precisamente abbia consigliato '.
Certo è che questi nuovi passi socialisti non eliminarono le contrarietà
liberal-democratiche a una collaborazione socialista, né la disposizio­
ne di Orlando per una collaborazione fascista equilibrante quella so­
cialista. Ma - a quanto Salandra riferisce avergli raccontato Orlando
stesso - il suo tentativo fu troncato dalla fretta del re di chiudere la
crisi: fretta a cui contribuì la segnalazione di tre prefetti, trasmessa da
Facta, che i fascisti pensavano a un colpo di stato su Roma. Facta ebbe
a dichiarare nei corridoi di Montecitorio che accettava di ricostituire il
ministero perché senza governo non si poteva stare; ma che era pronto
ad andarsene quando i gruppi parlamentari si accordassero fra loro per
un governo veramente solido. Il nuovo ministero, annunciato il x° ago­
sto, era sostanzialmente quello di prima; sola variante significativa, la
nomina a ministro degli Interni del senatore Taddei, che passava per
uomo energico. Intanto alla mezzanotte del 31 luglio era scoppiato in
tutta Italia lo sciopero generale proclamato dalla Alleanza del lavoro.
Fu quello un supremo sforzo di protesta, più che di resistenza, com­
piuto dalle organizzazioni proletarie d’accordo fra socialisti e comunisti,
al di fuori delle trattative parlamentari.
Lo sciopero - che Turati chiamò legalitario, e che ebbe mediocre
successo - avrebbe dovuto aiutare la formazione di un ministero di
sinistra; ma invece affrettò la chiusura della crisi col ritorno a Facta
e la rinuncia dei popolari e dei democratici a ogni proposito di collabo-
razione con i socialisti; e in fatto di reazione al fascismo raggiunse l’ef­
fetto contrario, quello del suo pieno trionfo. La mobilitazione delle
squadre fu dappertutto immediata (ogni loro movimento da provincia
a provincia era stato predisposto). La direzione del partito nazionale
fascista avverti con un proclama, che se entro quarantotto ore lo stato
non avesse dato prova « della sua autorità in confronto di tutti i suoi
dipendenti e di coloro che attentano all’esistenza della nazione », il
fascismo avrebbe rivendicato « piena libertà d’azione », e si sarebbe so­
stituito all’autorità statale. I fascisti non attesero il termine del loro
ultimatum-, già il 2 agosto passarono all’offensiva, occupando molti
capoluoghi di provincia dell’Italia settentrionale e centrale, invadendo
municipi, distruggendo Camere del lavoro e sedi di cooperative, attac­
cando interi quartieri di città dove i loro avversari si barricavano. Lo
1 Ma non si sa neanche - e anzi non si saprà mai - che cosa autorizzasse Sturzo a raccontare in
Popolarismo e fascismo (Gobetti, Torino 1924, p. 64) che «né la partecipazione socialista al go­
verno, né la promessa del voto, né l’impegno dell’astensione fu potuto strappare ai socialisti divisi
e ondeggianti». Si può pensare che Sturzo abbia deliberatamente giocato sul termine generico
«socialista».

8
22Ó Capitolo terzo

stesso giorno (2 agosto) l’Alleanza del lavoro ordinò la cessazione dello


sciopero, ma le violenze, e qua e là anche le ostilità contro le forze
di polizia che cercavano di dividere i contendenti, continuarono nelle
stesse forme. « La grande battaglia è vinta su tutto il fronte - cosi il
proclama fascista del 9 agosto il bluff del sovversivismo che fino a
ieri ricattò lo stato, che fino a ieri minacciò la tranquillità della na­
zione, è stato duramente, inesorabilmente punito ». Per verità, la mi­
naccia socialista era cessata già quando il fascismo, un anno prima, aveva
iniziato la sua offensiva. Il colpito in pieno era adesso lo stato e con
esso la legalità liberale.
Il 3 agosto a Milano (dove fino a quel giorno lo sciopero non aveva
dato luogo a notevoli incidenti) squadre milanesi, mantovane, cremo­
nesi e pavesi occuparono palazzo Marino, sede del comune socialista.
La magistratura interessata dal prefetto dichiarò che non c’erano ele­
menti per procedere; il «Corriere della Sera» giustificò sostanzial­
mente l’occupazione. Dal balcone di palazzo Marino si vide comparire,
agitando la « bandiera del Timavo », Gabriele d’Annunzio. Il poeta si
era messo agli ordini del fascismo, o intendeva prendere il posto di
Mussolini? Al fiduciario della legione bolognese il poeta fece in quei
giorni, a Milano, queste dichiarazioni:
Oggi sento di essere io l’Italia; oggi sento di legittimamente esprimere la spe­
ranza, la fede e la volontà di tutto il popolo nostro; oggi che ho le promesse di tutte
le forze vive della Patria, posso incamminarmi sulla via sicura delle sue fortune
saturate di grandezza e di gloria... L’Italia sarà salvata da me, perché a me attorno
confluiscono tutte le forze che oggi, separate e sbandate, scherzano colla morte e
colla rovina.
A Milano fu distrutta la sede dell’« Avanti! », e si ebbero sei morti
tra fascisti e antifascisti. A Genova, dove gli scioperanti furono più
tenaci, operarono anche squadre fasciste del Carrarese - che strada fa­
cendo avevano distrutto la Camera del lavoro della Spezia - e squadre
di Alessandria: due giorni di scontri con morti e feriti, incendio degli
uffici del giornale socialista « Il Lavoro », e « redenzione » di palazzo
San Giorgio dove aveva sede il consorzio del porto, al quale venne im­
posto di rompere i contratti con le cooperative « rosse ». I fascisti po­
terono vantarsi di aver demolito, a Milano e a Genova, due delle prin­
cipali roccheforti del socialismo. A Livorno l’amministrazione cittadina
fu obbligata a dimettersi: anche in questa città morti e feriti. A Parma,
dove sindacalisti rivoluzionari e comunisti erano particolarmente ag­
guerriti, la battaglia per le vie durò cinque giorni: vi si concentrarono
migliaia di fascisti delle provincie emiliane, ma non riuscirono a vincere
la resistenza della maggioranza cittadina. Otto morti a Parma; ad An-
L’agonia dello stato liberale 227

cona, negli stessi giorni, altrettanti, e altri a Bari. Il 5 agosto a Milano,


Genova e Parma l’autorità civile passò i poteri a quella militare, ma ci
vollero altri due o tre giorni perché tornasse la calma. Adesso il Sinda­
cato ferrovieri e l’Unione sindacale italiana abbandonarono l’Alleanza
del lavoro.
Facta si presentò alla Camera il 9 agosto per dire, una volta di più,
che intendeva ristabilire « l’imperio della legge ». Gli fu concessa la
fiducia con 247 voti contro i 121 dei fascisti e dell’Estrema Sinistra.
Al Senato ebbe l’unanimità. Turati denunciò in questa occasione la fal­
sità del mito di una violenza fascista salvatrice dell’Italia da un bolsce­
vismo che non c’era più da un pezzo; e disse che era in questione l’esi­
stenza dello stato costituzionale e anzi della stessa civiltà.
Il 13 agosto si riunì a Milano il Consiglio nazionale del partito na­
zionale fascista e fece il punto della situazione. Ne usci la richiesta di
scioglimento della Camera, « unico modo perché il paese, sentendo
equamente rappresentate le sue correnti più vitali, risparmi a se stesso
quelle pericolose ed inevitabili agitazioni che altrimenti ne derivereb­
bero». Le elezioni, disse Mussolini, erano il mezzo legale di cui il fa­
scismo disponeva «per diventare Stato»; l’altro mezzo, naturalmente,
era l’insurrezione. Questa seconda eventualità fu tenuta presente dal
Consiglio nazionale, il quale, « esaminata la situazione militare fasci­
sta», demandò «a un comando supremo composto di tre persone il
compito dell’esecuzione di ogni movimento di ordine militare che le
circostanze e i programmi fascisti avessero a determinare ».
In margine alla crisi Facta, allo sciopero generale e all’azione armata
sovversiva fascista, si svolse uno strano approccio di D’Annunzio a
Nitti (fine luglio) per una intesa. Ancor più stranamente, Nitti rispose
che occorreva far partecipare all’intesa Mussolini: che cosa mai potesse
uscire da codesto trinomio è difficile dire. Ne venne la fissazione di un
incontro a tre, al termine del quale ci sarebbe stato un comunicato. Al
momento in cui Nitti si disponeva a partire per il luogo del convegno
(in Toscana, pare), giunse la notizia della caduta gravissima - e non
ben chiarita nelle sue circostanze - fatta da D’Annunzio (13 agosto)
a Cargnacco. L’iniziativa del « principe di Montenevoso » si combinava
in lui con un progetto (esposto a De Ambris e ad altri «fiumani») di
una grande adunata combattentistica a Roma, lo stabilimento di una
dittatura per tre mesi e alla fine libere elezioni.
228 Capitolo terzo

L’alternativa fascista.

Questa situazione precaria ed ambigua durò per altri due mesi. Pa­
reva che il fascismo volesse sfruttare ai suoi fini il metodo democra­
tico-parlamentare; ma nello stesso tempo preparava l’insurrezione. Mus­
solini giocava su entrambi gli scacchieri, e Facta non se ne rendeva
conto. Fra i membri del governo forse soltanto Amendola, Taddei e
Alessio erano disposti a usare mezzi energici di repressione.
L’organizzazione militare fascista era andata perfezionandosi attra­
verso le prove di sempre più vaste mobilitazioni e le azioni di guerra
civile, conservando sempre la struttura iniziale dello squadrismo. I
« triari » della milizia corrispondevano alla massa dei fascisti; i « prin­
cipi» erano gli squadristi. Il comando venne affidato a quattro ispet­
tori generali, che inizialmente furono il generale Gandolfo, Balbo,
Igliori, Perrone-Compagni. Quattro squadre formavano una centuria,
quattro centurie una coorte, da tre a nove coorti una legione, coman­
data da un console. I militi stessi - cosi stabiliva il primo ordinamento
- eleggevano i loro capi. Ai primi di ottobre del 1922 fu pubblicato
il regolamento di disciplina della Milizia, nel quale era invece stabilito
che i capi fossero nominati dalle « superiori gerarchie ». L’emanazione
di questo regolamento fu consigliata dalla necessità di consolidare i co­
mandi, poiché quella che si preparava non era più un’azione locale, e
si voleva toglierle ogni carattere d’improvvisazione.
Le « forze antinazionali », dopo l’insuccesso dello sciopero legalita­
rio, erano ormai praticamente scomparse. Il partito comunista non
seppe far altro che pubblicare un lunghissimo manifesto, pieno di re­
criminazioni verso gli altri partiti rappresentati nella Alleanza del la­
voro e verso « la tattica applicata da capi rivelatisi indegni ». Il partito
socialista si preparò al congresso - che si riunì a Roma dal i° al 4 ot­
tobre - con così aspre polemiche fra massimalisti e collaborazionisti,
che potè essere considerato come spezzato in due già prima che la
scissione divenisse formale al congresso medesimo. I massimalisti eb­
bero una maggioranza di 3000 voti su più di 60 000 votanti, ed espul­
sero i socialdemocratici, i quali costituirono il « partito socialista uni­
tario ». In convergenza con ciò la Confederazione generale del lavoro
proclamò la sua autonomia rispetto al partito socialista. Ogni proget­
to di collaborazione tra socialisti e popolari era diventato irrealizza­
bile. Un certo numero di senatori iscritti al partito popolare scrisse a
don Sturzo (19 settembre) per deplorare che si potesse pensare al-
1’« ibrido e repugnante connubio » fra popolari e socialisti. In quanto
L’agonia dello stato liberale 229

alla richiesta, da parte fascista, di nuove elezioni, i popolari si dichia­


rarono subito nettamente contrari: vi fu perfino la minaccia dei ministri
popolari di dimettersi se il governo avesse voluto sciogliere la Camera.
Il senatore Albertini, direttore del «Corriere della Sera», parlando in
Senato il 15 agosto, si era dichiarato favorevole alla partecipazione dei
fascisti al governo, ma affermò che ciò poteva avvenire senza bisogno
di nuove elezioni. A queste erano favorevoli i socialisti massimalisti,
contrari gli altri. E gran parte dei democratici - tranne Nitti - erano
pure contrari, forse condividendo l’opinione della popolare «Azione»,
che scriveva: «È disposta la democrazia a suicidarsi per il solo gusto
di lasciare il proprio asse ereditario a disposizione dei fascisti? » Fra le
tre o quattro correnti democratiche era frattanto in corso un tentativo
di unificazione, allo scopo di offrire un inquadramento politico ai ceti
medi, i quali, non trovando di meglio, si rivolgevano al fascismo. Si
vagheggiò una serie di discorsi dei maggiori uomini della democrazia
- da Giolitti a Nitti, da Orlando a De Nicola - in tutta Italia, ma spe­
cialmente nel Mezzogiorno, che si pensava fosse l’obbiettivo prossimo
del fascismo, interpretando in questo senso il preannuncio di un’adu­
nata fascista a Napoli *.
Il io ottobre Alessio, ministro della Giustizia, scriveva a Giolitti:

Non passa giorno che i procuratori generali - specie quelli dei circondari più
turbati dalle violenze fasciste... - non mi denuncino almeno dieci reati. Dal 15 ago­
sto al 22 settembre una statistica fatta eseguire dal ministro scrivente dava 369
reati esclusivamente per competizioni politiche: di questi 74 erano omicidi, 79 le­
sioni personali, 73 violenze private per bandi, 72 per danneggiamenti, 37 per ap­
piccati incendi. Certe regioni vivono sotto un regime di terrore per cui non si pos­
sono nemmeno tenere i processi penali... in quanto le parti lese e i testimoni si
guardano bene dal deporre per tema d’essere ammazzati o almeno bastonati.

Giolitti, sollecitato ormai dalle parti più diverse, faceva piani e son­
daggi per un suo nuovo ministero, senza grande volontà di concludere.
Egli pensava a una partecipazione dei fascisti, e a fare le elezioni tor­
nando al collegio uninominale.
Giolitti trattò con Mussolini per il tramite del prefetto di Milano,
Lusignoli. Per lo scioglimento della Camera l’accordo c’era e, pare, an­
che per la riforma elettorale. In quanto ai popolari, don Sturzo ha nar­
rato di un suo colloquio ai primi di ottobre con un inviato di Giolitti.
Alla domanda se Giolitti fosse disposto a formare il suo gabinetto con
i fascisti, l’inviato rispose di si; alla domanda se lo avrebbe formato
senza i fascisti, rispose che era poco probabile; alla domanda, infine, se
lo avrebbe formato contro i fascisti, l’inviato rispose: « Oh no, ciò è
impossibile ». Allora, replicò don Sturzo, Giolitti non formerà il mini­
230 Capitolo terzo

stero. Pare certo, però, che don Sturzo avesse abbandonato la sua oppo­
sizione pregiudiziale; e Sforza pensava a una sua entrata al governo. In
quanto a Facta, sono documentate le sue sollecitazioni a Giolitti perché
si decidesse a intervenire e a fare il nuovo governo: tuttavia non è
escluso che pensasse anche a combinare egli stesso un accordo con Mus­
solini. Questi trattò anche con Nitti, e anzi avrebbe raggiunto con lui
un accordo di massima. In quanto a Salandra - che nel settembre a Troia
si dichiarò « fascista onorario » - un trait d’union era formato a Milano
da De Capitani.
A Udine, per la celebrazione del 20 settembre, Mussolini aveva con­
densato il programma dei Fasci in due parole: «Vogliamo governare
ritalia». In che modo? La classe politica italiana era formata da « dei
superati, degli sciupati, degli stracchi, dei vinti »: occorreva sostituirla,
e « più la sostituzione sarà radicale, meglio sarà ». Venne quindi una
dichiarazione relativamente alla monarchia che fu la più commentata.
« È possibile rinnovare l’Italia non mettendo in giuoco la monarchia? »
Risposta:
10 penso che si possa rinnovare profondamente il regime, lasciando da parte la
istituzione monarchica... La monarchia non ha alcun interesse ad osteggiare quella
che ormai si può chiamare la rivoluzione fascista... Perché noi siamo repubblicani?
In certo senso perché vediamo un monarca non sufficientemente monarca. La mo­
narchia rappresenterebbe, dunque, la continuità storica della nazione.

Questa accettazione mirò non tanto ad evitare che il popolo - come,


seguitando, disse Mussolini - avesse Fimpressione che al momento
della « rivoluzione » fascista tutto rovinasse, quanto ad evitare l’osti­
lità dell’esercito, il quale, legato alla monarchia da un giuramento, po­
teva essere per l’insurrezione un ostacolo insuperabile. In realtà, l’at­
teggiamento delle forze armate non si prestava a una valutazione pre­
cisa. Se Mussolini non ne era sicuro, sicuro non poteva esserne neanche
il governo. Il 13 agosto il prefetto di Milano avverti il ministro degli
Interni, Taddei, che « l’atteggiamento dell’autorità militare non era
chiaro e non era sufficientemente energico nei riguardi dei fascisti; in
un momento decisivo non ci si poteva completamente contare ». Ad
ogni modo, quel che Mussolini aveva detto della monarchia, distin­
guendola dalla persona di Vittorio Emanuele, fu interpretato anche in
un altro senso. Si disse che il « duce » del fascismo avesse voluto inti­
midire il sovrano con l’ammonirlo che la monarchia poteva rappresen­
tare la continuità storica della nazione anche senza di lui: c’era il duca
d’Aosta, che non avrebbe rifiutato di prenderne il posto.
11 programma fascista fu precisato, nel discorso del 20 settembre,
col dire che occorreva « demolire tutta la struttura socialista-democra­
L’agonia dello stato liberale 231

tica » dello stato, mettere questo, rappresentante della collettività nazio­


nale, contro chiunque attentasse alla sua sovranità, e spogliarlo « di tutti
i suoi attributi economici: basta con lo stato ferroviere, con lo stato po­
stino, con lo stato assicuratore; basta con lo stato esercente a spese di
tutti i contribuenti ». Era un programma fatto apposta per piacere a ca­
pitalisti e imprenditori privati; un programma che, per essere attuato,
importava ben più che la conquista di qualche portafoglio ministeriale.
A Cremona, il 26 settembre, Mussolini disse che i fascisti avevano
iniziato una marcia, che non poteva fermarsi prima di avere raggiunta
la mèta suprema: Roma. Il 4 ottobre, in un discorso al gruppo « Sciesa »
di Milano, affermò che in Italia c’erano due stati, quello liberale e quello
fascista, il secondo « infinitamente migliore » e perciò degno di ricevere
l’eredità del primo. La superiorità dello stato fascista era stata defini­
tivamente dimostrata, secondo Mussolini, a Bolzano e a Trento. Il 2
ottobre, squadre venete e lombarde, al comando di De Stefani, si erano
concentrate nel capoluogo dell’Alto Adige, avevano assalito quel muni­
cipio, e cacciato il sindaco tedesco. Il giorno dopo, a Trento, avevano
imposto le dimissioni del governatore del Trentino - Alto Adige, sena­
tore Credaro, reo di avere assolto con equità il delicato compito di
amministrare una regione di popolazione mista.
« I cittadini - prosegui Mussolini nel discorso al gruppo “Sciesa” -
si domandano: quale Stato finirà per dettare la sua legge agli Italiani?
Noi non abbiamo nessun dubbio a rispondere: lo Stato fascista ». E qui
la solita alternativa:
Se a Roma non seno diventati tutti rammolliti, dovrebbero convocare la Ca­
mera ai primi di novembre, fare votare la legge elettorale riformata, convocare il
popolo a comizio entro dicembre.
Se il governo non accetta questa strada, allora noi siamo costretti ad imboc­
care l’altra. Vedete che il nostro pensiero ormai è chiaro.
Giolitti, a cui si rivolgevano gli occhi dei fascisti, filofascisti e anti­
fascisti,· accettava l’idea di una partecipazione dei fascisti al potere e di
una nuova Camera, che però avrebbe dovuto essere eletta a scrutinio
uninominale. Non riteneva possibili tuttavia elezioni immediate e si
dichiarò contrario a una crisi estraparlamentare. Ai primi di ottobre egli
avviò, o lasciò avviare, un sondaggio presso Mussolini da parte del pre­
fetto di Milano, Lusignoli, suo fedelissimo1. L’8 ottobre questi spiegò
a Mussolini, a nome di Giolitti, la matematica impossibilità di fare le
elezioni entro il 13 dicembre; e Mussolini la riconobbe, accettando che
le elezioni si rimandassero anche al marzo, purché entro il 31 dicembre
1 Rivale - afferma Cesare Rossi - del prefetto Taddei, divenuto ministro dell’Interno nel se­
condo ministero Facta.
232 Capitolo terzo

la Camera fosse sciolta. Non era però più oltre tollerabile un ministero
con il debolissimo Facta a capo, e tre ministri antifascisti come Amen­
dola, Taddei e Schanzer. I fascisti erano disposti a collaborare in un
nuovo ministero purché ne fosse a capo Giolitti: il ministero poteva
essere costituito in un primo tempo essenzialmente in vista delle ele­
zioni, e in tal caso i fascisti potevano contentarsi di un dicastero e di
due sottosegretariati: avrebbe dovuto avere rappresentanti di tutti i par­
titi, salvo socialisti e nittiani; dopo le elezioni avrebbe dovuto essere
riformato in rapporto all’esito di queste. Oppure si poteva fare sino da
adesso un grande ministero (col quale si potrebbe prescindere dalla
necessità di elezioni immediate): in questo i fascisti avrebbero dovuto
avere quattro portafogli, Esteri, Guerra, Marina, Lavoro o Lavori pub­
blici. O i fascisti al governo si sarebbero affermati, per il bene del paese,
o altrimenti « il pallone fascista sarà sgonfiato ed il Paese troverà un’al­
tra via » '.
Facta era a giorno delle conversazioni e pienamente favorevole alla
conclusione dell’accordo Giolitti-Mussolini. Egli insisteva sulla neces­
sità di preparare una successione solida, di ripristino dell’ordine nella
pacificazione, e si dichiarava anelante ad andarsene appena questa fosse
assicurata: nel frattempo egli avrebbe mantenuto la sua linea di conci­
liazione, senza repressioni violente. Trattava per questo direttamente
con i fascisti, perché dessero il tempo necessario: escludeva quanto e
più di Giolitti una crisi affrettata, estraparlamentare; ripugnava a una
convocazione anticipata della Camera, che fu infine (17 ottobre) sta­
bilita al 7 novembre; e quale mezzo di assicurare il mantenimento del­
l’ordine fino allora, contro lo spettro sempre incombente della « marcia
su Roma», aveva invitato D’Annunzio a venire a Roma il 4 novembre
per l’anniversario della Vittoria, dichiarato festa nazionale. Alla riaper­
tura del parlamento egli si riprometteva di fare tali dichiarazioni da
provocare la crisi: quali queste dichiarazioni avrebbero potuto essere
non diceva e probabilmente non sapeva egli stesso. Dichiarava tuttavia
di non rifiutarsi neanche a una crisi estraparlamentare, sempre con la
condizione che fosse pronta la successione, vista sempre con a capo
Giolitti.
Intanto, però, Mussolini preparava l’altra soluzione. Nel pomerig­
gio del 16 ottobre egli convocò nella sede del Fascio milanese in via
San Marco Italo Balbo, Michele Bianchi, il generale De Bono - che
aspirava, secondo Cesare Rossi, a ricevere il Ministero della Guerra da
una qualche parte -, Cesare De Vecchi, e i generali dei bersaglieri in
1 Lusignoli riferisce quel che ha detto Mussolini: in particolare le parole tra virgolette sono
evidentemente testuali.
L’agonia dello stato liberale 233

congedo Fara e Ceccherini; ed espose loro il suo piano militare alla cui
esecuzione avrebbero dovuto presiedere i primi quattro nominati. Non
presentò tuttavia la Marcia su Roma come presa diretta del potere, ma
come dimostrazione armata per indurre la Corona a licenziare Facta e
fare posto ai fascisti al governo. Accennò anche alle trattative con Gio-
litti e con i gruppi parlamentari di Destra, ma le dichiarò semplice espe­
diente, affermando che una soluzione parlamentare e il relativo indugio
sarebbero stati pericolosi per il fascismo (disse a Cesare Rossi dopo la
riunione: « Se Giolitti torna al potere siamo f... Ricordati che a Fiume
fece cannoneggiare D’Annunzio »). Obbiezioni furono sollevate da De
Bono e De Vecchi (quest’ultimo particolarmente ombroso per la fedeltà
alla dinastia); ma infine si acconciarono anch’essi alla preparazione della
marcia, per cui fu fissato il quartier generale di comando a Perugia.
Consensi e invocazioni continuavano ad affluire a Giolitti, che non
dimostrava impazienza ma piuttosto una certa passività e quasi noncu­
ranza. A Cuneo il 23 ottobre aveva fatto un calmo invito ai fascisti
di non uscire dalla legalità, e, celebrando il 27 ottobre il suo ottante­
simo anno a Cavour, insiste sulla primarietà della situazione finanzia­
ria. I socialisti unitari offrivano il loro appoggio purché nel ministero
non ci fossero fascisti; anche Sturzo non era contrario alla soluzione
Giolitti, sempre con la stessa riserva. La quale, si può giurare, sarebbe
stata al momento buono lasciata cadere dagli unitari, mentre il partito·
popolare sarebbe passato oltre all’opposizione del suo segretario come
già aveva fatto e avrebbe fatto ancora. Tenendo a bada Giolitti (cosa
abbastanza facile, dato lo stato d’animo di questo), mantenendo contatti
attraverso terze persone e poi diretti con Salandra (colloquio del 23 otto­
bre a Roma), non rifiutando neppure « avances » di Nitti per un accordo
a tre con D’Annunzio, Mussolini provvide anche a neutralizzare que­
st’ultimo, di cui forse temeva più che di altri. Ma anche D’Annunzio
stava molto giù, di spirito e di corpo. Dopo aver negato un colloquio a
Mussolini, ma ricevuto successivamente un suo inviato, il 25 telegrafò al
fido Coselschi: « Sono più ammalato di prima. Rinuncio a tutto irrevo­
cabilmente. Ogni tentativo sarà vano ». A salvargli la faccia era interve­
nuto precedentemente il « concordato » a favore della Federazione della
gente del mare (feudo onorario dannunziano) fra il capo di questa, capi­
tano Giulietti, D’Annunzio e Mussolini a Milano il 16 ottobre, proprio
nel giorno stesso dell’impianto della marcia su Roma.
Quasi prova generale di questa, il 24 ottobre ebbe luogo a Napoli
l’adunata fascista. Diecine di migliaia di « camicie nere » e di lavoratori
inquadrati si raccolsero ordinatamente nella città, che fece ad essi un’ac­
coglienza molto migliore di quella che i fascisti avevano ricevuta a Roma
234 Capitolo terzo

un anno prima. Mussolini, nel suo discorso al Teatro San Carlo, se la


prese col « deficiente governo che siede a Roma, ove, accanto al galan-
tomismo bonario e inutile dell’onorevole Facta, stanno tre anime nere
della reazione antifascista: i signori Taddei, Amendola e Alessio ». Poi
precisò che le sue richieste, oltre quelle già note riguardanti le elezioni,
erano state le seguenti: lo Stato doveva uscire «dalla sua neutralità
grottesca tra le forze della nazione e le forze dell’antinazione »; dove­
vano essere presi severi provvedimenti d’ordine finanziario; doveva
essere rinviato lo sgombero della zona dalmata, e dati ai fascisti i porta­
fogli degli Esteri, della Guerra, della Marina, del Lavoro, dei Lavori
pubblici, più il commissariato dell’Aviazione. Ma (soggiunse) gli si erano
fatte offerte irrisorie, mentre i fascisti non intendevano andare al po­
tere « per la porta di servizio ». Ormai il problema, « non compreso
nei suoi termini storici », era diventato « un problema di forza ». Lo
stesso giorno, in Piazza San Ferdinando, al termine della grande sfilata
delle forze fasciste, Mussolini riparlò brevemente, ma con estrema chia­
rezza: «O ci daranno il governo, o lo prenderemo calando su Roma:
ormai si tratta di giorni e forse di ore».
Il giorno dopo, 25, si riunì nella sala Maddaloni il Consiglio nazio­
nale del partito, che discusse frettolosamente i problemi del Mezzo­
giorno, e chiuse i suoi lavori la sera del 26. Bianchi aveva incitato i
convenuti a sbrigarsi con una frase che fu detta «storica»: «Fascisti,
a Napoli piove, che ci state a fare? » Gran parte dei capi era già partita
per i luoghi dove cominciava la mobilitazione delle squadre. Mussolini
era da due giorni a Milano e il 25 aveva messo ancora un’altra carta
nel suo gioco deliberatamente confusionario facendo proporre a Facta
di far lui il ministero: in questo caso sarebbe stato meno esigente in
fatto di portafogli. « Allo scopo di non dare appiglio a qualche decisione
precipitata, - telegrafò Facta al re il 26, - risposi che questa era cosa
da esaminarsi insieme ». Mussolini, seguitava Facta, mostrò il suo disap­
punto per la non accettazione immediata. Il re telegrafò a Facta che la
proposta poteva « costituire una opportuna soluzione ». A Roma sosta­
rono - per sorvegliare insieme a Federzoni il Quirinale e il Viminale -
gli ultramonarchici De Vecchi e Ciano, nonché Grandi.
Il 26 mattina i due primi si recarono da Salandra per pregarlo di
dire al re che il ministero doveva subito dimettersi, altrimenti i fascisti
avrebbero cominciata l’azione. Il re era nella sua villa di San Rossore
(Pisa) e il suo ritorno alla capitale era previsto per il 6 o il 7 novembre.
Salandra rispose di non poter comunicare in cifra col re, e andò ad av­
vertire Facta, il quale promise di telegrafare a San Rossore perché il
re venisse a Roma. Prima però telefonò a Milano per sapere da Lust-
L’agonia dello stato liberale 235

gnoli a che punto stessero le trattative con Mussolini. Lusignoli rispose


dapprima in modo piuttosto scoraggiante; ma poi la mattina del 27 te­
lefonò che l’accordo era quasi raggiunto. Proprio nella notte Mussolini
aveva telefonato a Bianchi che s’erano ottenuti da Giolitti quattro por­
tafogli (Marina, Tesoro, Agricoltura, Colonie) e quattro sottoportafo­
gli. Senonché Bianchi lo aveva consigliato di rifiutare, e Mussolini stesso
era per il rifiuto: « La macchina è ormai montata, e nessuno la può fer­
mare ».
Deve essere avvenuto tra il 23 e il 26 il tentativo di Delcroix, inca­
ricato da Facta, di far venire D’Annunzio a Roma per la grande celebra­
zione del 4 novembre. Il governo non sapeva che, per tagliar la strada
a Mussolini, questa data sarebbe stata tardiva.
Il giorno convenuto - narra Delcroix - giungemmo a Gardone, ma trovammo
la porta del Vittoriale inesorabilmente chiusa, e fu vano ogni tentativo di avvici­
nare il poeta. Avemmo la spiegazione del mistero all’indomani, quando si apprese
che l’insurrezione era cominciata.
Nel pomeriggio del 26 Facta riunì il Consiglio dei ministri, i quali
misero i loro portafogli a sua disposizione. Il giorno appresso il mini­
stero deliberò formalmente le dimissioni, che furono comunicate per
telegrafo al re. La stessa mattina -del 27 Mussolini chiamò al telefono
Salandra, dal quale voleva sapere se avrebbe accettato di comporre il
ministero ove ne ricevesse l’incarico. Salandra rispose di non poterglielo
dire, e lo pregò di venire a Roma perché la crisi non si poteva risolvere
senza di lui. Mussolini replicò in modo evasivo.
Giolitti il 27 ottobre era a Cavour a festeggiare il suo ottantesimo
compleanno. In quel giorno Facta attraverso il prefetto di Torino pregò
Giolitti di venire subito a Roma: « qualora possa, farebbe piacere anche
a Sua Maestà il Re». Nelle prime ore del 28 telegrafò direttamente a
Giolitti il desiderio del re di conferire con lui (non ci fu però da par­
te del sovrano la comunicazione di rito attraverso il funzionario di
corte). Pare che Giolitti si sia dichiarato pronto a partire purché le co­
municazioni non fossero interrotte. Nella giornata del 28 Facta e Soleri
informavano Giolitti che la situazione era precipitata, e c’era interru­
zione ferroviaria per Roma.

La marcia su Roma e la capitolazione del sovrano.

L’azione cominciò il 27, mentre veniva diffuso in tutta Italia un pro­


clama del quadrumvirato, preparato da Mussolini quindici giorni prima.
Vi si diceva che l’ora della battaglia decisiva era suonata: «l’esercito
236 Capitolo terzo

delle camicie nere » puntava « disperatamente » su Roma; il governo era


decaduto, la Camera disciolta, il Senato aggiornato. Il quadrumvirato
fascista s’installò a Perugia, considerata centro strategico fra l’Alta Ita­
lia e Roma. Colà poche squadre cittadine circondarono la prefettura, e
i capi del fascismo locale si presentarono al prefetto la sera del 27 per
chiedergli la « resa ». Alla scadenza dell’ultimatum, poco dopo mezza­
notte - mentre i fascisti si disponevano a invadere il palazzo e ad affron­
tare le forze di polizia che lo difendevano - il prefetto cedette. Il 28
mattina i cittadini di Perugia poterono leggere nei manifesti che Pi-
ghetti, Bastianini, Gallenga e Felicioni (il terzo era un deputato nazio­
nalista) avevano assunto « i poteri governativi per la provincia del­
l’Umbria ».
Le colonne destinate alla marcia vera e propria su Roma dovevano
concentrarsi a Santa Marinella, Monterotondo e Tivoli, agli ordini ri­
spettivamente di Perrone-Compagni affiancato dal generale Ceccherini,
di Igliori col generale Fara, e di Bottai; a Foligno c’erano riserve, co­
mandate dal generale Zamboni.
Nei capoluoghi di provincia o di circondario dell’Italia settentrio­
nale e centrale, a partire dal pomeriggio del 27,1 fascisti si presentarono
davanti alle prefetture, alle questure, agli uffici del telegrafo e del tele­
fono per impadronirsene. In qualche luogo, come a Bologna e a Firenze,
si presentarono anche alle carceri per liberare dei « camerati » e perfino
alle caserme per procurarsi armi. Quasi dovunque le autorità civili, dopo
un primo rifiuto o qualche resistenza incruenta, cedettero i poteri alle
autorità militari, secondo gli ordini mandati da Roma. A Milano questo
passaggio avvenne nella notte sul 28. Mussolini si era barricato nella
sede del « Popolo d’Italia », ma nessuno giunse a disturbarlo. Agli altri
giornali i fascisti impedirono di uscire. Il 29 mattina assalirono la sede
dell’« Avanti! » per distruggerla, ma furono respinti dalla truppa; riu­
scirono nel loro intento nel pomeriggio. A Bologna la prefettura fu
occupata solo il 30; nei due giorni precedenti le forze governative ten­
nero a bada i fascisti, anzi due di essi furono uccisi mentre davano l’as­
salto a una caserma di carabinieri. Qualche resistenza vi fu anche a
Verona e ad Ancona. Ma in generale durò poco la resistenza delle auto­
rità militari - con le quali peraltro gli squadristi preferirono parla­
mentare evitando gli scontri con le armi - perché nella giornata del 28
fu chiaro che il fascismo aveva causa vinta nel modo che diremo.
A Roma mobilitarono fascisti e nazionalisti (come a Torino) limi­
tandosi a fare sfilate e le « camicie azzurre » dichiararono di essere agli
ordini del re. In quanto alle colonne che dovevano conquistare Roma,
erano complessivamente un 26 000 uomini, solo in parte e malamente
L’agonia dello stato liberale 237

armati, in disgraziate condizioni logistiche, inzuppati dagli acquazzoni.


Essi, alla mattina del 28 ottobre, vennero bloccati, senza reazione da
parte loro, dalle interruzioni ferroviarie operate dall’autorità militare a
Civitavecchia, Orte, Avezzano, Segni, e presidiate complessivamente
da quattrocento carabinieri. Roma era difesa da più di 28 000 uomini
delle forze armate dello stato.
Il re arrivò a Roma la sera del 27 alle diciannove, e con Facta, che
10 ricevette alla stazione, si mostrò deciso a non cedere ai fascisti. Ma
era inquieto per essere giunto in ritardo. La sera stessa del 27 Facta
andò a Villa Savoia e si accordò col re per la proclamazione dello stato
d’assedio. Il relativo decreto sarebbe pronto per la firma la mattina
dopo, ma intanto al Viminale si preparano il telegramma ai prefetti e il
manifesto da affiggere nelle vie di Roma.
Alle cinque del 28, riunione del Consiglio dei ministri. Al generale
Pugliese, comandante il presidio di Roma, viene inviato l’ordine scritto
di provvedere alla difesa della capitale. Partono i telegrammi ai prefetti;
alle 8,30 viene affisso un proclama, firmato da tutti i ministri, dal quale
i cittadini apprendono che « di fronte ai tentativi insurrezionali il go­
verno, dimissionario, ha il dovere di mantenere con tutti i mezzi e a
qualunque costo bordine ».
Alle otto Facta lasciò il Consiglio e andò dal re per fargli firmare
11 decreto. Il re rifiutò di firmare. Sembra da ritenere che nella notte
consiglieri militari e civili abbiano fatto al re della mobilitazione fascista
e delle disposizioni dell’esercito un quadro preoccupante (il comandante
del presidio di Roma, Pugliese, non fu dal re interpellato). Probabil­
mente qualcuno (Diaz?) consigliò a Vittorio Emanuele di evitare una
incerta soluzione di forza, ed egli accettò volentieri il consiglio, un po’
per il rischio di essere personalmente considerato dai fascisti come un
loro nemico (si disse che aveva pensato perfino ad abdicare), un po’
perché era per carattere e per abitudine riluttante a decisioni energiche.
Intermediari nazionalfascisti (De Vecchi, Federzoni) dovettero assicu­
rarlo che era possibile risolvere la crisi senza ricorrere a misure d’ecce­
zione, salvando la propria posizione e - almeno nelle apparenze - il
prestigio della Corona.
C’è chi sostiene che Facta stesso dovesse mostrarsi per lo meno titu­
bante con il re, e c’è anche chi, allargando l’ipotesi, ritiene che Facta,
rifacendosi alle avances di Mussolini, vagheggiasse lui il ministero con
Mussolini. Ma tutto ciò rimane estremamente dubbio. Quello che in­
vece è certo è che il re, al presidente della Camera De Nicola attestan-
tegli in sede di consultazione che tutti designavano Giolitti, dette rispo­
sta evasiva e sostanzialmente negativa.
238 Capitolo terzo

I capi nazionalisti rimasti a Roma e De Vecchi, venuto da Perugia,


suggerirono invece al sovrano un ministero Salandra-Mussolini e il re
dette a Salandra l’incarico. L’onorevole Federzoni il 28 mattina telefonò
a Milano, insistendo perché Mussolini venisse subito a Roma, e chie­
dendo che l’azione fascista fosse troncata perché il re potesse decidere
senza pressioni. Mussolini non volle muoversi; solo raccomandò che la
crisi avesse una soluzione « di destra ». « In che senso? » chiese Feder­
zoni, e Mussolini: « Un governo di fascisti ». Poco più tardi il generale
Cittadini, primo aiutante di campo del re, telegrafò a Mussolini che il re
desiderava consultarlo, e dopo qualche ora non ricevendo risposta, gli
trasmise per telefono la seguente comunicazione di De Vecchi: «Or­
dine Sua Maestà e in pieno accordo con colleghi comando generale:
prego di venire immediatamente a Roma con ogni mezzo». Mussolini
risponde che verrà solo se avrà l’incarico ufficioso di comporre il mini­
stero, e non nasconde la sua irritazione perché De Vecchi ha preso gli
ordini da Sua Maestà. Ormai è chiaro che non si tratta di una delle solite
crisi ministeriali, e che la sua soluzione rischia di essere non soltanto
estraparlamentare, ma addirittura estracostituzionale. Mussolini non si
comporta come un capo o un rappresentante del partito, ma come un
capo di insorti. Salandra scrisse poi che egli aveva cercato di salvare al­
meno le « più esterne forme legali », ma nella sostanza era stata quella
« la prima volta in Italia, dopo la fondazione della monarchia costitu­
zionale, che la trasmissione della somma dei poteri pubblici era avvenuta
per un atto di forza, di fronte al quale il re, e poco di poi il parlamento,
dovettero capitolare senza condizioni».
I tentativi per evitare la capitolazione o, come potrebbe dirsi, per
« salvare la faccia » della monarchia, durarono - da parte dei naziona­
listi e dei fascisti più schiettamente monarchici - tutto il giorno 28 e
la notte successiva, sempre puntando su Salandra (che era disposto a
dare a Mussolini il portafogli dell’Interno). Ma a questo arrivò da Mi­
lano un fonogramma dei senatori liberali Albertini, Conti, Crespi, del
deputato conservatore De Capitani, del deputato Benni, uno dei capi
della Confederazione dell’industria, col quale lo si avvertiva che Musso­
lini voleva solo per sé l’incarico di comporre il ministero. La Confede­
razione dell’industria in suo proprio nome esercitava, secondo un suo
comunicato, « una influenza diretta e pressante a favore della soluzione
Mussolini ». Lo stesso Salandra seppe che tre autorevoli consoli della
milizia fascista si erano presentati a Mussolini per dirgli che le « camicie
nere » volevano assolutamente un governo tutto fascista. La notte sul
28 Federzoni, De Vecchi, Ciano e Grandi scongiurarono ancora, per
L’agonia dello stato liberale 239

telefono, Mussolini perché venisse a Roma, e Mussolini rispose che non


aveva alcuna intenzione di andare al governo con Salandra.
Il 29 mattina apparve sul « Popolo d’Italia » un suo articolo: « Per
arrivare a una transazione Salandra non valeva la pena di mobilitare.
Il governo dev’essere nettamente fascista... L’incoscienza di certi poli­
tici di Roma oscilla tra il grottesco e la fatalità. Si decidano: il fascismo
vuole il potere e l’avrà ». A Salandra non restò che ritirarsi, e Mussolini
ebbe dal generale Cittadini, per telefono nel pomeriggio del 29, la co­
municazione che il re gli dava l’incarico di comporre il ministero. Non
gli bastò e volle la conferma per telegramma. Allora il 29 sera si decise
a partire per Roma*.
Capitolo quarto
Il fascismo al potere

Iljninistero Mussolini.

Mussolini giunse a Roma alle 10,30 del 30 ottobre, acclamato lungo


il percorso e alla stazione d’arrivo. Presentandosi al re, al Quirinale,
disse brevi parole, cosi riferite: «Chiedo perdono a Vostra Maestà se
sono costretto a presentarmi ancora in camicia nera, reduce dalla batta­
glia, fortunatamente incruenta, che si è dovuta impegnare. Porto a
Vostra Maestà l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria, e
sono il fedele servo di Vostra Maestà».
Al re sottopose una lista quasi completa del ministero che intendeva
costituire, e che aveva preparato con telegrammi inviati prima della
partenza. Esso fu costituito formalmente il 31. Le trattative furono
rapidissime: Mussolini non si rivolse a partiti, e formalmente neppure
a gruppi parlamentari, ma a uomini, dalla Destra alla Sinistra, esclusa
l’Estrema (cfr. tuttavia appresso). I rispettivi gruppi non fecero nessuna
opposizione, né posero menomamente condizioni per l’entrata dei loro.
Si era parlato di un’entrata del nittiano Paratore; essa però non av­
venne. Nella prima lista presentata al re c’era Einaudi, ma anche questo
nome scomparve. La collaborazione di gruppo più spiccata fu quella dei
democratico-sociali, di cui entrò addirittura il capo, Colonna di Cesarò
(alle Poste), e Carnazza ebbe i Lavori pubblici. Anche il gruppo po­
polare si mostrò nettamente favorevole alla collaborazione, ritenen­
dola utile per la pacificazione e per lo sviluppo delle organizzazioni
bianche, e apprezzando il riconoscimento che veniva fatto almeno im­
plicitamente dell’importanza del loro partito come partito di massa.
Mussolini dette loro due portafogli di prim’ordine, il Tesoro a Tan-
gorra e il Lavoro a Cavazzoni: quest’ultimo era personalità di primo
piano nel campo popolare-sindacale. Una partecipazione cosi impor­
tante non era inferiore a quella del gruppo fascista, con Oviglio alla
Giustizia e De Stefani alle Finanze, e superiore a quella del gruppo
nazionalista, con Federzoni alle Colonie e Giuriati alle Terre liberate.
Della Destra salandrina entrò all’Agricoltura uno dei più risoluti con­
servatori, amico personale di Mussolini, De Capitani; in compenso, il
Il fascismo al potere 241

giolittiano Teofilo Rossi rimase all’Industria, e Mussolini gli disse


- a quanto lo stesso Rossi riferiva - che egli era un elemento indi­
spensabile della combinazione. All’Istruzione andò Giovanni Gentile,
il filosofo, che fu fatto senatore.
In splendida parata, per assicurarsi di un colpo il favore dell’eser­
cito in servizio e dei combattenti in congedo, e anzi di tutta la nazione,
Mussolini mise alla Guerra il Duca della Vittoria, maresciallo Diaz,
alla Marina il Duca del Mare, ammiraglio Thaon di Revel. Per sé tenne,
oltre all’Interno - semplice ministero di polizia, ebbe a dire presen­
tandosi in parlamento - Vinterim degli Esteri: un interim destinato
a durare per anni.
La rappresentanza fascista, scarsissima fra i ministri (riguardo non
al numero del gruppo, ma al fatto che il partito aveva condotto la bat­
taglia), fu invece più abbondante e importante fra i sottosegretari:
Acerbo alla Presidenza, Finzi all’Interno (personalità di molto più ri­
lievo della prima), Costanzo Ciano alla Marina, De Vecchi all’Assi­
stenza militare, Terzaghi alle Poste, ecc.
Mussolini aveva pensato a includere nel governo qualche socialista
confederale, e il re si era dichiarato d’accordo. Corse particolarmente
il nome di Baldesi, socialista unitario. Il gruppo, e Baldest personal­
mente, opinavano che l’eventuale invito non dovesse respingersi, per
senso di responsabilità: in quanto ai massimalisti e ai comunisti, essi
spingevano addirittura all’accettazione. Al momento della marcia su
Roma il Comitato sindacale del partito comunista aveva rivolto un in­
vito alle organizzazioni proletarie, già componenti la disciolta Al­
leanza del lavoro, di convocarsi immediatamente per la proclamazione
immediata dello sciopero generale nazionale. La Confederazione del
lavoro vi aveva contrapposto un manifesto denunziante come specula­
zione bluffistica e provocatoria la mossa comunista. Mussolini ebbe a
esprimere poco dopo alla Camera poco meno che la sua riconoscenza
ai confederali per non avere scatenato uno sciopero generale contro la
marcia su Roma. V’erano dunque spunti per una intesa fra lui e i so­
cialisti confederali. Ma l’invito a questi non venne, e sembra certo che
egli ne abbandonasse l’idea per le opposizioni dei suoi alleati di Destra.
(Può darsi che una ragione analoga abbia fatto rinunziare Mussolini
anche al nittiano Paratore, mentre il liberista Einaudi non sarebbe
forse stato ben visto dagli industriali). Fu dunque il secondo (almeno)
« gran rifiuto » di lui alle possibilità di pacificazione e normalizzazione
del fascismo, e la seconda prova che, nonostante la sicurezza degli atteg­
giamenti e delle parole, il « duce » era capace di cedere di fronte alle
imposizioni dei seguaci. Bisogna aggiungere subito che era il tempera-
242 Capitolo quarto

mento stesso di Mussolini a rendergli impossibile una vera collabora­


zione con chicchessia.

Le dimissioni di Sforza e l’appoggio di Giolitti.

Un’altra collaborazione egli aveva ricercato alla vigilia della marcia


su Roma: quella di Sforza. Gli riuscì pertanto una sorpresa spiacevole
il telegramma di Sforza da Parigi, in cui questo dichiarava di non poter
rimanere a quella ambasciata, e più ancora la pubblicazione del tele­
gramma sui giornali. Il telegramma diceva:
Formulo per il nuovo governo i voti più cordiali, ma sono del parere che in una
politica estera che sia una politica, e non un semplice sommario di sentimenti e di
risentimenti, bisogna che ai posti più delicati vadano gli uomini che in tutti i campi
sono d’accordo col pensiero del governo, poiché tutto è legato.
Era una chiara indicazione di Mussolini come di persona su cui non
si poteva fare affidamento per la continuazione della politica estera
sostenuta e praticata da Sforza, con riferimento inevitabile, anche se
soltanto implicito, alle relazioni italo-jugoslave. Mussolini rispose, ir­
ritato:
Debbo interpretare come un gesto poco amichevole e pochissimo opportuno
la Sua decisione di dimettersi prima ancora di avere ufficialmente conosciuto le
mie direttive in materia di politica estera, che esporrò alla Camera, direttive che
comunque non saranno semplicemente una somma di sentimenti e risentimenti,
come Ella ha il torto di opinare. La invito formalmente a conservare il suo posto
e a non creare imbarazzi al governo che in questo momento rappresenta l’espres­
sione più alta della coscienza nazionale. Attendo assicurazioni telegrafiche, riser­
vandomi ulteriori decisioni a suo riguardo.
La risposta di Mussolini è caratteristica della indecisione dell’uomo,
apparentemente cosi deciso. Biasima il gesto di Sforza, e tuttavia lo
invita a rimanere al posto, al tempo stesso riservandosi « decisioni
ulteriori ». Vanta il suo governo come « l’espressione più alta della co­
scienza nazionale », e tuttavia teme imbarazzi per esso da parte di un
semplice ambasciatore.
Sforza rispose mantenendo le dimissioni, tuttavia con un lungo te­
legramma di tono più conciliante. Spiegava di aver voluto precisamente
evitare imbarazzi al governo dimettendosi subito, prima delle dichia­
razioni programmatiche di questo, a ragione del dissenso in cui si tro­
vava con talune idee espresse da Mussolini nel congresso fascista di
Napoli. Riteneva di trovarsi innanzi a una concezione politica d’in­
sieme: non essendo interamente d’accordo con essa, giudicava di non
poter rimanere al suo posto, appunto perché sperava si trattasse non di
Il fascismo al potere 243

un governo effimero, ma di un «lungo e felice, perché se fosse bre­


ve, significherebbe un disastro ». Tuttavia era disposto a cooperare col
nuovo governo nei limiti del possibile, per esempio rappresentando (do­
po preventiva intesa) l’Italia nella prossima conferenza per l’Oriente
prossimo e conservando sino alla fine della conferenza la direzione
dell’ambasciata.
Ma non posso conservare il posto permanente per l’appunto perché non vorrei
trovarmi a dovermi dimettere poi, a metà dell’opera Sua. Quando non ci sia più
un tale rischio per Lei, allora potrei riprendere un posto permanente con Lei. Le
auguro, con cuore italiano, il successo; ed auguro al capo del governo di trovare
molti uomini che si spieghino con lui con la mia stessa serenità e cordialità.

A questo telegramma di Sforza Mussolini cosi rispose: « Pregola


venire immediatamente a Roma - Mussolini ». Sforza venne; il colloquio
ebbe un momento tra burrascoso e comico, quando Mussolini disse a
Sforza che avrebbe potuto farlo fucilare e Sforza rispose che, dopo ciò,
lui, Mussolini, sarebbe rimasto più imbarazzato di prima. La conclu­
sione fu che le dimissioni di Sforza vennero accettate, e lui collocato
a riposo: vedremo tuttavia come la sua influenza si facesse per qualche
anno sentire indirettamente su Mussolini ministro degli Esteri.
Codesto atto di Sforza era qualcosa di diverso, ma anche di piu
grave, di una dichiarazione di opposizione politica al fascismo: esso
equivaleva a una manifestazione, in cospetto del mondo internazionale,
di sfiducia nella possibilità che Mussolini facesse una politica estera
conforme agli interessi dell’Italia e dell’Europa: un incitamento al­
l’Italia e all’Europa ad aprire gli occhi sulle conseguenze internazionali
che poteva avere l’impiantarsi del fascismo al governo.
L’avvertimento cadde internazionalmente nel vuoto: come altri
analoghi, di Sforza o no, più espliciti e documentati, ne caddero più
avanti. La insufficiente comprensione della vera natura del fascismo
e di Mussolini, che abbiamo notata sopra quale caratteristica degli
ambienti politici italiani, valeva a fortiori per quelli esteri. Ma anche
all’interno l’atto di Sforza non ebbe per allora influenza favorevole al­
la opposizione democratica al fascismo: e trovò critiche anche presso
antifascisti, o almeno non fascisti. Guardato nella luce della storia, esso
assume quel carattere di avvertimento profetico che abbiamo detto
sopra; e altresì di primo anello della opposizione costante al fascismo
svolta da Sforza, e che dette a lui posizione e funzione primaria, prima
nell’opposizione e poi nella ricostruzione democratica.
Mentre Sforza «negava la fiducia» (almeno parzialmente) a Mus­
solini, altri gliela esprimevano esuberantemente. Fra gli ufficiali del
presidio di Roma si preparò una manifestazione in suo onore; ma il
244 Capitolo quarto

« tempista » Mussolini non poteva ignorare esser troppo presto per fa­
scistizzare l’esercito, e probabilmente anzi allora non ci pensava nep­
pure (fu saggiando man mano la debolezza degli altri che andò avanti).
Egli fece pertanto il bel gesto (provocato, del resto, a quanto si afferma,
dal re) di scrivere al comandante del presidio, che Γ« esercito nazio­
nale » non doveva « né applaudire né disapprovare », ma « soltanto e
sempre fedelmente obbedire ». Potè invece, Luigi Cadorna, in una in­
tervista data al « Nuovo Giornale » di Firenze, esprimere la sua appro­
vazione incondizionata alla marcia su Roma sfogando « sentimenti e
risentimenti » :
Non era possibile che la gioventù italiana che ha sofferto per una Patria più
grande, tollerasse ancora che le camorre parlamentari, i loschi affarismi, gli intri­
ghi, le lotte parlamentari, tutto il putridume di un parlamentarismo corrotto e una
vita politica inquinata, finissero di sommergere questo nostro paese.

(ft Dall’antipodo di Cadorna, Giolitti, venne pure un consenso a Mus­


solini; assai più temperato, ma anche ben altrimenti autorevole, con
una lettera (che fu pubblicata dal « Popolo d’Italia ») all’onorevole Car-
nazza in cui si congratulava col « carissimo amico » per la nomina a mi­
nistro dei Lavori pubblici, e affermava la necessità urgente del riordi­
namento ferroviario, insieme con la certezza che il nuovo ministero
l’avrebbe affrontata con tutta l’energia necessaria. Dopo questo détour
tecnico-finanziario prettamente giolittiano, la lettera aggiungeva: «Un
ministero presieduto dall’onorevole Mussolini è il solo che poteva ri­
stabilire la pace sociale ». « Il Popolo d’Italia » del 15 novembre riportò
l’ultima frase testé citata su tutta la testata della prima pagina. Sempre
in quel numero il giornale di Mussolini - la cui direzione era stata
affidata al fratello Arnaldo - pubblicava un’altra lettera giolittiana a
Malagodi :
Ritengo si debba appoggiare il ministero, che ha la forza necessaria per risol­
vere le questioni più urgenti. Il paese ha la necessità di un governo forte che non
pensi solamente a vivacchiare e la vita politica italiana ha bisogno di sangue nuovo,
di nuova forza.

Chi avvicinò Giolitti subito dopo la marcia su Roma può dire che
S non si era reso conto della natura e gravità di quanto era accaduto.
Egli si espresse circa l’avvento di Mussolini al potere dicendo che la
soluzione della crisi era stata costituzionale, sebbene non parlamen­
tare*. V’era tuttora in lui, più o meno cosciente, la tendenza a consi­
derare Mussolini e i fascisti, e quindi il nuovo governo, come « casti­
gamatti » rispetto a socialisti, popolari, nittiani.
Fu un fatto senza precedenti il manifesto del 31 ottobre della Con-
Il fascismo al potere 245

federazione generale dell’industria inneggiante al nuovo governo con


parole tali da dare l’impressione che essa lo considerava come il governo
« suo »: « Le forze produttive della nazione avevano necessità di un
governo che assicurasse una volontà ed una azione. Questo governo
ci è stato promesso da chi è stato chiamato a formarlo dalla fiducia del
re ». Vero è che il manifesto seguitava sgranando il rosario dei valori
morali che, auspice il nuovo governo, dovevano essere ristabiliti, « al
disopra delle correnti parlamentari ». Per tale scopo la classe industriale
era « pronta a qualunque sacrificio ». Avrebbe potuto aggiungere, che
ne aveva fatto già più di uno: si disse anche che pagasse il conto delle
spese per la marcia su Roma (ma si parla anche di milioni sborsati da
alti dignitari massonici, forse in parte le stesse persone). I sacrifici eb­
bero subito il loro compenso: il io novembre 1922 un decreto-legge
abolì la nominatività dei titoli. Anche il disegno di legge Micheli-Ber-
tini per la riforma agraria, già approvato dalla Camera, fu ritirato.

Parate e violenze.

La celebrazione più solenne della vittoria fascista fu la grande


parata delle «camicie nere» nel pomeriggio del 31 ottobre. Erano i
vincitori che sfilavano nella città arresasi dopo la capitolazione. La ri­
vista fu passata a Villa Borghese da Mussolini, che non partecipò invece
al corteo, sfilato da Piazza del Popolo per il Corso, fino all’Altare della
patria e al Quirinale. Precedevano le «camicie azzurre» nazionaliste:
proprio quelle che eran rimaste tranquillamente accantonate in Roma
e che probabilmente avrebbero partecipato alla difesa di Roma contro
la « marcia » se la difesa fosse stata voluta davvero dal re. Dietro i
nazionalisti e dietro lo stato maggiore fascista (i «quadrumviri della
marcia su Roma», categoria a parte da allora in poi), sfilavano le «le­
gioni» delle diverse provincie d’Italia, a cominciare dalle toscane. La
legione di Rieti aveva alla testa un prete, fatto segno a particolari accla­
mazioni. Erano nel corteo parecchi generali (fra cui Capello) e alti uffi­
ciali fuori servizio, fascisti; ma anche una larga rappresentanza di uffi­
ciali in servizio, per ordine del ministro della Guerra Diaz. La cerimonia
ebbe termine alla Piazza del Quirinale, al cui balcone stette il re con
Diaz e Thaon di Revel. Di là le squadre si diressero alla stazione Ter­
mini per la partenza da Roma in serata.
0 Prima della partenza e dopo, una lunga serie di violenze vennero
esercitate in Roma, come in una città presa d’assalto. Furono invase e
devastate le sedi di vari giornali, fra cui il « Paese » (che cessò le pub­
246 Capitolo quarto

blicazioni), 1’« Epoca », il « Comunista ». Irruzioni vennero compiute


anche nella direzione del partito socialista e nell’ufficio di corrispon­
denza dell’« Avanti! » Fu dato l’assalto alla Casa del popolo in Via Capo
d’Africa. Parecchi furono gli episodi sanguinosi, collettivi o indivi­
duali: i più gravi di tutti si svolsero nel quartiere di San Lorenzo, a
opera delle squadre fasciste comandate da Bottai e da Calza-Bini: 7
morti e 17 feriti. Altri morti (fra cui una donna, un vecchio, un inva­
lido) e feriti qua e là per la città, particolarmente nel Quartiere Trion­
fale in seguito a una spedizione punitiva contro i fornaciari. Due fascisti
a San Cosimato (Trastevere) rimasero feriti da una bomba, non sap­
piamo come: De Bono seppe impedire una spedizione punitiva pro­
gettata.
Nell’invasione al « Comunista » fu perquisito il redattore, Togliatti,
levandogli il portafogli, l’orologio e alcune carte; il tutto però venne
consegnato al direttore della tipografia. Ignobile fu il trattamento fatto
a un segretario di Bombacci: tagliati barba e capelli, dipinta a vernice
la faccia in bianco, rosso e verde, fu fatto girare per il Tritone e per
il Corso con un cartello portante scritto: « Viva il Fascio », e costretto
lui stesso a gridare l’evviva ripetutamente. Di più, dovette ingurgitare
mezzo chilo di olio di ricino. Quest’ultima rappresaglia, entrata già
nella prassi fascista, fu praticata larghissimamente in tale ricorrenza, a
Roma e nel resto d’Italia. Essa corrispondeva al deliberato proposito
dei capi, anche se non degli esecutori, di avvilire l’avversario, fiaccan­
done il morale: nel che il fascismo fece scuola al nazismo, anche se il
maestro fu superato largamente dallo scolaro.
Imposizioni a danno della libertà di stampa avvennero nei primi
giorni del governo fascista in tutta Italia, a cominciare dalla sospen­
sione forzata per ventiquattro ore del « Corriere della Sera » a Milano.
Il presidente della Federazione della stampa, onorevole Salvatore Bar-
zilai, diresse un telegramma di protesta a Mussolini, che fece risposta
peggio che ambigua: la libertà non era solo un diritto, ma un dovere;
il governo quindi aveva diritto a certi interventi. Mussolini non pos­
sedeva neppure il concetto della libertà, come diritto comune e per­
manente; il suo modo di sentire portava all’arbitrio da parte sua, limi­
tato soltanto da ragioni di opportunità, e conseguentemente a una
semplice tolleranza per gli altri, tolleranza cessante quando l’opposi­
zione risultava per i suoi nervi (e ci voleva poco) provocazione intol­
lerabile. Di fatto, una vera libertà di stampa cessò in Italia con la marcia
su Roma, almeno per i giornali. Ogni scrittore, direttore e proprietario
di giornali senti pendere sopra di sé, in ogni momento, non tanto la
possibilità di misure discrezionali di polizia, quanto la minaccia delle
Il fascismo al potere 247

« spedizioni punitive », invadenti redazioni, sfascianti macchine, ba­


stonanti redattori e scrittori. Altrettanto poteva ripetersi, mutatis
mutandis, per l’esercizio delle altre forme di libertà, anche le più ele­
mentari. Le espulsioni, gli ostracismi non cessarono affatto con l’av­
vento del governo « nazionale ». Si potè apprendere, ad esempio, dal
«Corriere della Sera» dell’8 novembre che il direttorio della federa­
zione fascista di Bari aveva diffidato i deputati Velia e Di Vittorio (poi
segretario generale della Confederazione generale italiana del lavoro nel
secondo dopoguerra) dallo svolgere colà un’azione politica qualsiasi. Il
governo, cioè Mussolini, interveniva talora a far cessare simili coercizioni
illegali e liberticide. Ma l’intervento era concepito come un atto di gra­
zia, di magnanimità discrezionale; e non era mai accompagnato da una
categorica dichiarazione di principio sui diritti dei cittadini e il dovere di
rispettarli. Concetto fondamentale di Mussolini era, e rimase sempre,
non la condanna della violenza come tale, ma la distinzione tra violenza
utile e inutile (o dannosa).

Il discorso del « bivacco » e il voto di fiducia.

Appena formato il nuovo governo, si pose il quesito dei suoi rap­


porti con la Camera, nella sua quasi totalità non fascista e in buona
parte antifascista. Il quesito presentava due alternative: scioglimento
della Camera, o sopravvivenza più o meno lunga di questa dopo un voto
di fiducia al governo. Sebbene la notizia positiva non sia (che noi sap­
piamo) stata data mai, non ci può esser dubbio che il re avesse con­
cesso in massima a Mussolini lo scioglimento della Camera, ove esso
apparisse necessario, o semplicemente opportuno. A taluni, anzi, uno
scioglimento immediato e nuove sollecite elezioni apparivano l’unico
mezzo per rientrare nella costituzionalità, non solo di forma, ma di spi­
rito. È innegabile che un voto della Camera attuale non appariva dato
in condizioni di libertà. Tuttavia sovrano e presidente del Consiglio
dovettero trovarsi d’accordo che era bene soprassedere; come è in­
dubbio che elezioni immediate si sarebbero svolte in condizioni ancora
più anormali di quelle in cui la Camera attuale si apprestava a votare.
C’è di più: a un sovrano formalista come Vittorio Emanuele III do­
veva ripugnare l’idea di uno scioglimento della Camera operato da un
governo che non aveva ricevuto la convalida parlamentare; mentre
doveva sentire l’urgenza, per se stesso, di mettersi al coperto, con la
sanzione parlamentare alla costituzione di un governo avvenuta in mo-
do straordinariamente estraparlamentare: in sostanza, per iniziativa per­
248 Capitolo quarto

sonale del sovrano a favore di un capo di bande armate insurrezionali.


Un vecchio liberale-democratico (in tempi non lontani, quasi di
estrema sinistra), Luigi Cesana, nel «Giornale d’Italia» del 14 no­
vembre, pose il quesito di che cosa sarebbe accaduto se la Camera
rifiutasse a Mussolini i pieni poteri:
La risposta è semplice: se i pieni poteri non gli vengono concessi, egli se li
prenderà ugualmente: non si compie una rivoluzione per poi arrestarsi dinanzi a
delle prescrizioni statutarie che gli avvenimenti hanno dimostrato insufficienti per
tenere a freno i pazzi anche muniti della medaglietta di deputato.
Testimonianza preziosa del livello a cui era scesa gran parte della
classe liberale dirigente italiana. I migliori di quella classe, invece, si
abbandonavano all’ottimismo. Di fronte a Giolitti, che vedeva nel mi­
nistero Mussolini il governo pacificatore della nazione e raddrizzatore
del carro dello Stato, c’era Einaudi che - considerando prevalente­
mente, com’era naturale in lui, la politica economica - elencava una
serie di punti del programma fascista favorevoli alla smobilitazione
dell’interventismo statale (i telefoni all’industria privata, riduzione dei
servizi marittimi sovvenzionati, rinuncia al monopolio delle assicura­
zioni, semplificazione e riduzione d’imposte) e concludeva nel « Cor­
riere della Sera»: «Tutto ciò è liberalismo classico».
« La Stampa » di Torino, nel commento editoriale alla marcia su
Roma (opera della solita penna), l’aveva riconnessa espressamente alle
giornate di maggio - tesi ormai entrata nel patrimonio storico - e aveva
detto trattarsi dell’avvento del « quinto Stato ». La riconnessione venne
confermata da Mussolini nel suo discorso di presentazione alla Camera,
del 16 novembre; il « discorso del bivacco ».
Dopo aver iniziato dicendo che egli compiva «un atto di formale
deferenza verso di voi» (parole in cui era già la negazione del regime
parlamentare), seguitò affermando che per la seconda volta il popolo
italiano aveva scavalcato un ministero e si era dato un governo « al
difuori, al di sopra e contro ogni designazione del parlamento». Ri­
cordo spropositato: nel maggio 1915 il popolo - posto che di popolo si
trattasse - aveva non scavalcato, ma confermato un ministero contro
cui nessuna maggioranza parlamentare si era pronunciata nella sede
costituzionale. Mussolini era troppo modesto: sul piano inclinato del-
l’anticostituzionalismo egli aveva fatto fare al paese un gran passo
innanzi. Egli stesso soggiungeva:
Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di disser­
tare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi
diritti. Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei
limiti... Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo
Il fascismo al potere 249

sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo:


ma non ho almeno in questo primo tempo voluto.
Ricordò quindi con simpatia la « attiva o passiva solidarietà » delle
masse lavoratrici italiane per il moto fascista - scherno incosciente
a coloro che da due anni erano stati trattati dai fascisti come abbiamo
visto e dopo aver reso omaggio al re, che aveva evitato la guerra
civile, spinse la sua « formale deferenza » - nonostante la frase del
bivacco - fino a delineare il suo programma estero e interno. I trat­
tati di pace, « buoni o cattivi che siano » (carezza al nazionalismo de­
trattore del trattato di Rapallo, da Mussolini stesso a suo tempo appro­
vato), vanno eseguiti. Essi però non sono eterni, non sono irreparabili
(caratteristico metodo mussoliniano, di dare e trattenere). Preferi­
bili, per la ricostruzione economica europea, i trattati di commercio
a due alle « macchinose e confuse conferenze plenarie » (chiara allusione,
non ingiustificata, alla Conferenza di Genova). L’Italia farebbe una
politica di dignità e di utilità nazionale: niente «altruismo insensato»
(ripresa attenuata del salandrino « sacro egoismo »). « Do ut des ». L’I­
talia intendeva restare in linea con Parigi e con Londra, soprattutto
di fronte al riavvicinamento russo-turco-tedesco (in tempi non lontani
Mussolini aveva vagheggiato di far entrare l’Italia in quel blocco orien­
tale, che del resto, in fatto, non esisteva). Egli però si riservava di porre
ai franco-inglesi il dilemma: o rinnovare l’intesa con l’Italia, dopo un
loro «severo esame di coscienza»; o l’Italia avrebbe ripreso libertà
d’azione. Curiosamente, alla presa di posizione contro il blocco russo-
turco-tedesco seguiva la dichiarazione per una politica di avvicinamento
alla Russia, di cui Mussolini avrebbe propugnato la partecipazione senza
limiti alla Conferenza di Losanna (partecipazione che non ci fu).
Più breve, ma più vibrato, fu per la politica interna. « Economia,
ordine, disciplina»: occorreva arrivare al pareggio col regime della le­
sina. Fine delle residuali bardature di guerra; aiuto a tutte le forze pro­
duttive (ciò che suonava alquanto diverso dal preannunciato liberismo).
« Le libertà statutarie non saranno vulnerate, la legge sarà fatta rispet­
tare a qualunque costo. Lo Stato è forte e dimostrerà la sua forza contro
tutti, anche contro l’eventuale illegalismo fascista ». Pose quindi alla
Camera il dilemma: « Io non voglio, finché mi sarà possibile, governare
contro la Camera, ma la Camera deve sentire la sua particolare posi­
zione che la rende passibile di scioglimento fra due giorni o fra due
anni ». Era un dilemma che rimaneva nei limiti costituzionali, a parte
la brutalità dell’enunciazione. Ma di colore oscuro erano le parole che
seguirono: «Nessuno si illuda sulla brevità del nostro passaggio al
potere ». Fuori dello stile parlamentare fu anche l’invito: « Non gettate,
250 Capitolo quarto

signori, altre chiacchiere vane alla nazione. Cinquantadue iscritti a par­


lare sulle mie comunicazioni sono troppi ». Terminò pateticamente,
con improvviso accesso di religiosità: « Iddio m’assista nel condurre
a termine vittorioso la mia ardua fatica».
Nel passo del bivacco non c’era equivoco possibile: un accampa­
mento delle « camicie nere » nell’aula parlamentare non significava scio­
glimento di una Camera, ma abolizione del parlamento. Modigliani e
Matteotti scattarono in piedi e gridarono «Evviva il parlamento!»
Applaudirono allo scatto i loro compagni del gruppo unitario, i social-
riformisti, i repubblicani, parte dei massimalisti, alcuni indipendenti,
alcuni popolari. Un’altra parte dei massimalisti e comunisti gridarono
stupidamente: «Abbasso il parlamento! » Giolitti, invitato poco dopo
nei corridoi da Modigliani a prendere le difese del parlamento, si rifiutò,
sostenendo che le parole di Mussolini erano state dirette, e giustamente
dirette, a « questa Camera », che non si era saputo dare un governo e
aveva ora il governo che si meritava, e che il paese si era dato da sé.
C’era qui, oltre la persistente incomprensione del fenomeno fascista,
un calcolo politico: Giolitti, che si preparava a dare il voto di fiducia a
Mussolini contando sulla sua « normalizzazione », non poteva dare al ,
« bivacco » il suo significato vero. Intanto però questa interpretazione
apologetica segnava un affiancamento al « duce » contro le sue mag-.
giori vittime e più in generale contro chi avesse qualche buona inten­
zione di agire a favore della costituzione liberale. Mussolini iniziò col
discorso del bivacco il suo metodo mitridatico, di propinare a poco a
poco nel corpo politico italiano l’anticostituzionalità liberticida e dit­
tatoriale. Occorreva reagire subito: principiis obsta. L’interpretazione
giolittiana del passo sul bivacco fu dichiarata subito insostenibile dalla
« Stampa » di Torino, in un articolo intitolato Aria greve *.
Chi invece dette pieno rilievo all’offesa fatta al parlamento (rilievo
scolpito in sarcasmi vibranti di indignazione) fu Filippo Turati, nel
suo grande discorso di opposizione del giorno dopo. Il nuovo presi­
dente del Consiglio, egli disse, aveva parlato - nella distrazione
del presidente della Camera - col frustino in mano, come nel circo
un domatore di belve: belve, peraltro, narcotizzate. Si era avuto lo
spettacolo delle groppe offerte allo scudiscio. La richiesta del voto di
fiducia alla Camera non era che una parata: non il governo si era pre­
sentato alla Camera, ma questa era chiamata innanzi al governo a dare
l’esame. Per conto loro, Turati e i suoi avrebbero votato contro, per sen­
timento di dignità, per « salvare l’anima nostra »: « quest’olio di ricino,
noi non lo beviamo ». Mussolini aveva inaugurato un doppio compro­
messo, ministeriale e parlamentare: egli avrebbe dovuto indire subito le
Il fascismo al potere 251

elezioni, risparmiando la farsa di questa convocazione. Il colpo di stato


fascista non si era compiuto il 28 ottobre, ma già quando Giolitti,
Bonomi e Facta avevano permesso la creazione di bande armate e
l’instaurazione di governi locali in concorrenza con quello nazionale.
Adesso la Confederazione dell’industria, che si era vantata di essere
la vera vincitrice, sedeva al banco del governo, per interposta persona.
Turati riconobbe che nel fascismo, fenomeno complesso, c’era anche un
idealismo sincero; e giunse ad ammettere l’ipotesi che esso si liberasse
dalle scorie. Finché ciò non avvenisse, egli e i suoi sarebbero rimasti
alla opposizione. Conclusione possibilistica contrastante moralmente, se
non logicamente, col tono di tutto il discorso. Approvando la mode­
razione nel programma di politica estera, Turati non mancò di contrap­
porla alle sparate precedenti anche recentissime (discorso di Napoli)
dell’« antinazionale nazionalismo che vi sta infitto nei fianchi ». La
patria non era monopolio del fascismo: il socialismo anelava a una pa­
tria più salda, più grande e più vera. La libertà data col contagocce
era la parodia della libertà. Terminò dicendo che la libertà non si po­
teva sopprimere, e chi l’avesse tentato sarebbe stato un pazzo, e ver­
rebbe infranto.
Il discorso (che noi abbiamo riassunto alla meglio, secondo un certo
ordine intimo) fu fatto segno a un fuoco di fila di interruzioni, cui
prese parte Mussolini stesso. L’interruttore più violento e triviale fy
Giunta, che dopo avere preannunciato trionfalmente elezioni a suono
di manganello, appellò Turati «vecchia baldracca del socialismo». Il
presidente De Nicola, che redarguì l’interruttore, fu applaudito dai
popolari; questi, a loro volta, furono insistentemente ingiuriati da
De Vecchi con i titoli di « cialtroni, castroni », e anche il presidente
fu trattato arrogantemente dal Quadrumviro. De Nicola annunciò le
sue dimissioni.
Scarso rilievo ebbe il discorso (pure del 17) di Lazzari per i massi­
malisti: anch’egli negò, come aveva fatto Turati, che la marcia su
Roma fosse stata una rivoluzione. Più vibrato fu, prima di Lazzari ma
dopo Turati, il repubblicano Conti: «la vostra dittatura è la defene­
strazione del vostro sovrano ». Egli fu aspramente polemico anche
contro i socialisti. Quarto oppositore, ma primo nel tempo - giacché
parlò il 16 - fu Cao del partito sardo d’azione, che brevemente e
recisamente dichiarò calunniosa l’accusa di separatismo rivolta da un
comunicato ufficioso al suo partito; stigmatizzò la repressione eserci­
tata con questo pretesto con l’antifascismo sardo e l’attentato contro
il collega Emilio Lussu; accusò apertamente Mussolini di aver distrutto
la libertà, e il re di aver colpito a morte il regime costituzionale, e ter-
2>2 Capitolo quarto

minò gridando: «Signor Mussolini!... Viva la costituzione, viva la


libertà, viva l’insopprimibile sovranità del popolo! » De Gasperi, a
nome dei popolari, censurò il linguaggio di Mussolini nei riguardi della
Camera; presentò (in corrispondenza con le dichiarazioni e illusioni
del tempo) il fascismo come azione diretta contro quello Stato accen-
tratore che i popolari volevano trasformare legalmente; accettò l’inser­
zione fascista nella costituzionalità, e annunziò la collaborazione popo­
lare per ristabilire la legge e la disciplina nel paese. Fece parte per se
stesso - cioè per la Confederazione del lavoro - D’Aragona, dichia­
rando che questa voleva ora essere voce libera e indipendente da ogni
partito («Finalmente!» esclamò Mussolini), e chiese garanzie per il
pacifico svolgimento della sua attività.
Nella replica finale Mussolini assicurò D’Aragona che il governo
avrebbe fatto distinzione fra Confederazione e partiti politici socialisti.
Il tono della replica fu del tutto diverso dalle prime dichiarazioni; e
il colmo fu che Mussolini accettò la « passerella » offertagli da Giolitti
con la sua esegesi fuori d’aula della frase del bivacco:
Il mio duro linguaggio di ieri non si riferiva alla generalità... aveva riferimenti
precisi e concreti nettamente individuali. Si trattava di questa Camera, di quello
che ognuno di noi ha tante volte rilevato con disgusto. Era logico che io dicessi
a questa Camera: o ti adatti alla nazione, o devi scomparire!

Moderatissima fu anche la risposta a Cao, delle cui dichiarazioni


antiseparatistiche prese atto. Infine rivolse preghiera al presidente
« di ritirare le sue dimissioni e suggellare con questo gesto il passato,
per iniziare l’èra che noi vogliamo inaugurare». E De Nicola ritirò.
Ezio Maria Gray per i nazionalisti, Raineri e Sarrocchi per i liberali,
Gasparotto per la democrazia sociale, Berardelli per i socialriformisti
annunciarono il voto favorevole. Si votò sull’ordine del giorno Ter-
zaghi: «La Camera, fiduciosa nelle sorti della Patria, udite le dichia­
razioni del governo, le approva e passa all’ordine del giorno». Ter-
zaghi era fascista, ma l’ordine del giorno non lo era. Su 429 voti, per
appello nominale, si ebbero 7 astenuti (altoatesini e slavi), 306 si, 116
no. Fra i «si» ricordiamo: Bonomi, De Gasperi, Gasparotto, Giolitti,
Gronchi, Meda, Orlando, Paratore, Salandra, Soleri. Fra i «no»: Bai-
desi, Baratono, Buozzi, Cànepa, Cao, Chiesa, Conti, D’Aragona, Di
Vittorio, Gonzales, Lazzari, Macrelli, Matteotti, Mazzoni, Modigliani,
Treves, Turati, Zaniboni. Nitti e Amendola erano assenti: il primo
rimase assente anche in seguito, fino al suo esodo dall’Italia.
Il fascismo al potere 253

I discorsi Chimienti e Albertini al Senato.

Al Senato le cose andarono molto più lisce. Mussolini, presen­


tandosi ad esso nel medesimo giorno che alla Camera secondo le con­
suetudini, vi ripete (anche questo secondo le consuetudini) le stesse
dichiarazioni, ma premise una avvertenza: «Non devo usare nei con­
fronti del Senato il linguaggio necessariamente duro che ho dovuto
tenere nei confronti dei signori deputati». A Mussolini premeva -
facendo dimenticare il programma fascista di abolizione del Senato -
di guadagnarsene dal principio l’appoggio ponendolo in contrasto con
l’altra Camera, puntando sui suoi sentimenti conservatori e sul suo
desiderio di nuovo prestigio. Egli giunse cosi ad affermare, in quella
premessa, che « da parecchi anni » (sic) considerava il Senato come
uno dei punti fermi della nazione a differenza di « certe vedute fanta­
stiche di una piccola democrazia».
La discussione al Senato si svolse una decina di giorni dopo quella
della Camera (ci fu di mezzo il viaggio del presidente del Consiglio a
Losanna, di cui diremo), il 26 e 27 novembre. Mussolini fu ricambiato
delle sue attenzioni dall’ex-ministro Chimienti (il medesimo che due
anni prima aveva pagato ai postelegrafonici scioperanti le giornate di
sciopero), il quale contrappose precisamente il Senato alla Camera:
«... in questo ambiente, privo di passioni ardenti e di preoccupazioni
elettorali, e dove perciò il senso del pubblico bene si affina fino alla
religione degli interessi supremi della patria, la discussione ha un’altra
e un’alta importanza ». Il Senato, aggiunse Chimienti, aveva profetica­
mente anticipato il nuovo governo: nell’ultima discussione del luglio
scorso esso aveva parlato come se avesse dinanzi a sé il ministero
Mussolini-Diaz-Revel, e quella discussione conteneva un anticipato
consenso al programma dell’attuale gabinetto. Senato e paese si trova­
vano all’unisono: questo secondo si era sostituito alla Camera, che da
molto tempo non aveva potuto adempiere la sua funzione. Il fascismo
era «una potente organizzazione di difesa conservatrice», era «un
figlio del nostro tempo»: fra tante rivoluzioni europee, questa italiana
era di carattere conservatore. Chimienti volle farsi portavoce (auten­
tico o no) di Sonnino, scomparso pochi giorni prima, dicendo che il
defunto vedeva nel fascismo « la rinascenza, la ripresa e la messa
in marcia di valori morali ». Sollecitò un rinnovamento della Camera
elettiva che ne restaurasse il prestigio. Mise in guardia Mussolini - a
nome di quanti seguivano l’opera sua « col pathos dell’anima fascista »
- rispetto alle difficoltà e ai pericoli che avrebbe incontrato.
254 Capitolo quarto

Questo discorso di Chimienti fece anticipatamente la caricatura


involontaria di quello che sarebbe stato il contegno della maggioranza
del Senato verso il capo del fascismo: adulazioni intramezzate da timidi
consigli. Egli fu superato nell’esaltazione del fascismo da De Cupis,
che salutò in Mussolini il redentore e chiamò se stesso profeta del
redentore. Tutta un’altra serie di oratori o presentatori di ordini del
giorno furono favorevoli al governo. Unica voce critica, sebbene non
di opposizione formale, fu quella di Luigi Albertini (l’altro senatore-
giornalista liberale, Frassati, era ancora all’ambasciata di Berlino, pure
avendo presentato le sue dimissioni all’avvento del nuovo governo).
Egli ricordò di avere invocato precedentemente in Senato che si pre­
venisse un colpo di Stato fascista con una rapida assunzione dei fascisti
al governo, la quale desse loro quella voce nelle cose d’Italia a cui ave­
vano diritto ed impedisse un’occupazione violenta del potere. Ciò non
era stato fatto; e ne era venuta la ferita alla costituzione. La reazione
fascista aveva salvato l’Italia dal pericolo socialista, e aveva inter­
pretato «l’aspirazione più intensa di tutti i veri italiani». «Ma era
necessario, per ristabilire l’autorità dello Stato, ridurla prima in fran­
tumi ed imporre con la forza un governo Mussolini? Io non lo credo ».
I fascisti avrebbero potuto appagarsi per allora d’una larga parteci­
pazione in un ministero di transizione per arrivare al predominio dopo
le elezioni generali; oppure rifiutarsi di entrare in un gabinetto Giolitti,
Salandra od Orlando, e rendere cosi inevitabile subito una soluzione
affidata a Mussolini. Soluzione che sarebbe stata perfettamente costi­
tuzionale essendo indispensabile che il governo rappresenti lo spirito
del paese, il quale era « evidentemente orientato a favore del fascismo
e del suo capo ». Allo stato delle cose si doveva augurare « il più gran­
dioso successo dell’esperimento fascista »; occorreva permettere ad ogni
cittadino di cooperare salvaguardando libertà e coscienza. Occorreva
tutelare in primo luogo, fra le libertà statutarie, quelle parlamentari,
che rimanevano la base del vivere civile. Di contro al termine « ditta­
tura», che correva adesso sulle bocche di tutti, Albertini ricordò le
antidittatoriali parole di Cavour. Aggiunse che c’erano conquiste della
civiltà che non si dovevano abbandonare a nessun costo. Polemizzò
anche espressamente contro la frase del bivacco, e il « secondo tempo »
cui aveva accennato Mussolini. Occorreva, subito dopo la riforma elet­
torale, una nuova Camera, in cui la gioventù fascista avesse la sua rap­
presentanza adeguata, a cui i vecchi cederebbero « la face della costi­
tuzione ». Lo sbocco legale del movimento doveva divenire ben più
ampio, perché esso perdesse il carattere di violenza minacciosa. Si
attendeva intanto da Mussolini che fosse restaurata la libertà di tutti,
Il fascismo al potere 255

e che nessuno più si sostituisse allo Stato. Non ci dovevano essere due
corpi armati, dei Fasci e dello Stato. Quello che i fascisti avevano preso
di mira non era lo Stato liberale, ma la sua parodia. Il vero Stato libe­
rale l’oratore - come Salandra - lo invocava da Mussolini.
Mussolini, rispondendo alla fine, giustificò la marcia su Roma. Egli
aveva ben visto i pericoli della strada scelta; ma non c’era altro mezzo
per immettere le forze nuove nella classe politica dirigente. Egli però
si era posto volontariamente dei limiti. « Chi mi impediva di chiudere
il parlamento? Chi mi impediva di proclamare una dittatura di due,
tre o cinque persone? » (Mussolini parlava come se veramente avesse
conquistato con le sue forze Roma e il governo). Aveva invece costi­
tuito un governo di coalizione, e si era presentato alla Camera.
Non intendo uscire dalla legge, non intendo uscire dalla costituzione, non in­
tendo di improvvisare del nuovo. Ma io intendo che la disciplina nazionale non
sia più una parola, intendo che la legge non sia più un’arma spuntata, intendo che
la libertà non degeneri in licenza.

In quanto all’organizzazione militare fascista, egli non intendeva


« dissolvere e vaporizzare » le sue forze vive, nell’interesse della na­
zione. Bastava questa dichiarazione a togliere ogni valore alle parole
legalitarie di Mussolini.
L’ordine del giorno Giardino: « Il Senato, udite le dichiarazioni del
governo, le approva», venne approvato per alzata e seduta.
Nelle dichiarazioni alla Camera Mussolini aveva enunciato la ri­
chiesta dei pieni poteri senza dei quali non sarebbero state realizzabili
economie anche modeste. La formula, però, del disegno di legge pre­
sentato alla Camera in quello stesso giorno 16 novembre, era di una
ampiezza straordinaria: i pieni poteri venivano domandati fino al 31
dicembre 1923 « per riordinare il sistema tributario, allo scopo di sem­
plificarlo, di adeguarlo alle necessità del bilancio e di meglio distri­
buire il carico delle imposte, per ridurre le funzioni dello Stato, riorga­
nizzare i pubblici uffici, rendere agili le funzioni e diminuire le spese ».
Ciò vale soprattutto per la formula « per ridurre le funzioni dello
Stato », che rispondeva all’indirizzo liberale classico ostentato per allora
dal nuovo governo, propiziantesi i liberisti in buona fede da una parte
e gli industriali dall’altra (abbiamo visto una vistosissima soddisfa­
zione ai secondi). Il disegno di legge passò rapidamente, senza lotta:
votarono a favore il 24 novembre 275 deputati, contro 90. Il Senato
approvò il 29, con 196 voti contro 19.
2?6 Capitolo quarto

La normalizzazione e l’eccidio di Torino.

o Tutto, si può dire, nel mondo italiano non fascista era favorevole
a una « normalizzazione » - il termine divenne presto di uso quoti­
diano - del fascismo. Nessuna opposizione attiva esisteva nel paese:
nel campo della polemica politica soltanto il massimalista « Avanti! »
manteneva una certa vivacità. I suoi commenti erano sfoghi ingiuriosi
contro la viltà della Camera e la commedia, anzi farsa, recitata dal go­
verno (Giolitti «vecchia canaglia», Mussolini «piccolo Cesare da ma­
rionette »), combinati con il solito vuoto apocalittismo massimalistico
proclamante il « definitivo destino » della classe borghese. I socialisti
non erano gli sconfitti: era il parlamentarismo borghese che crollava.
In quanto al proletariato, esso non si lasciava ingannare da « Raba-
gas ». Nonostante quest’ultima assicurazione, il 2 dicembre Baldesi
della Confederazione del lavoro venne ricevuto da Mussolini: c’erano
dunque buone disposizioni da parte dell’operaismo organizzato.
Nei liberali si potevano distinguere due correnti. La prima, di destra
o salandrina, rappresentata dal « Giornale d’Italia » - digerita in fretta
la disillusione del mancato ritorno di Salandra al potere - stava piena­
mente con Mussolini, e anzi gli faceva da cane da guardia, accusando i
popolari di doppio giuoco e incitandolo a stroncare dall’inizio una loro
presunta manovra di avvolgimento. La seconda corrente, invece, rima­
neva in posizione di aspettativa: era pronta, cioè, ad accogliere l’espe­
rimento Mussolini purché questo significasse davvero «normalizza­
zione », « costituzionalizzazione ». Essa, a sua volta, si divideva in
due. Il « Corriere della Sera » riteneva, e mostrava di ritenere, che
la costituzionalizzazione fosse già acquisita, almeno in linea di prin­
cipio, per le dichiarazioni stesse di Mussolini: per la realizzazione
effettiva e completa giudicava necessario ristabilire al più presto l’equi­
librio fra governo e parlamento, con lo scioglimento della Camera
attuale esautorata e nuove elezioni, da cui sarebbe rifiorito l’istituto
parlamentare.
« La Stampa » invece diceva esplicitamente che il governo attuale
di Mussolini era una dittatura, e non credeva a una sua effettiva norma­
lizzazione immediata. Particolarmente, non credeva affatto che lo scio­
glimento, al più presto, della Camera fosse il « Sesamo, apriti! » della
invocata costituzionalizzazione. Il ritorno alla normalità parlamentare,
dopo quello che era successo e data la situazione presente, non poteva
essere ottenuto col puro e semplice fatto delle nuove elezioni: sarebbe
stato necessario che queste si compissero in un’atmosfera di libertà
Il fascismo al potere 257
normale, e che in tale atmosfera avesse funzionato il nuovo parlamento:
ciò che appariva assurdo, al momento e per il tempo prossimo, anche
concessa da parte del governo la migliore buona volontà in proposito.
La questione della costituzionalizzazione del fascismo per « La Stam­
pa » (e in generale per i liberali che erano stati decisamente antifascisti)
si poneva essenzialmente non come buona o mala volontà di Musso­
lini, ma come rapporto di fatto tra governo e partito. La mentalità
fascista recalcitrava e si opponeva apertamente alla eguaglianza e alla
subordinazione di tutti di fronte alla legge, e al rispetto della libertà
che, entro i termini della legge stessa, andava in tutti rispettata. Ten­
dendo a regolare dittatorialmente l’insieme dei rapporti politici e sociali
secondo il presunto maggior bene della nazione, essa spingeva, anziché
a una riduzione delle ingerenze statali, a un loro accrescimento all’in­
finito, riuscendo a quell’ideale di « dispotismo illuminato » che era
stato proprio del secolo xvm. Questa tendenza veniva rafforzata, e
deviata al tempo stesso, dalle pressioni dei sostenitori e dei gregari del
movimento; appartenenti i primi in buona parte a classi industriali
od agrarie abituate~ad utilizzare lo Stato per i loro interessi protezio­
nistici, o per lo meno desideranti di sfuggire il più possibile alla sua
pressione fiscale; mentre fra i secondi erano ormai - dopo il rapidis­
simo ed enorme sviluppo sindacale del fascismo - rappresentate larga­
mente quelle medesime classi lavoratrici che già dal socialismo erano
state abituate agli interventi e ai favori statali. E « La Stampa » ricor­
dava la recentissima abolizione totale della nominatività dei titoli, che
si augurava non significasse semplicemente la prima soddisfazione con­
cessa ai sostenitori non disinteressati del fascismo. Metteva poi in
guardia contro la costituzione definitiva di milizie pretoriane, pericolose
innanzi tutto per gli stessi governanti, ma soprattutto rovinose per la
compagine statale.
Un’altra voce si levò nella stampa, formalmente ancora libera, ma
sotto la duplice minaccia della polizia e dello squadrismo: quella di
Piero Gobetti nel settimanale «Rivoluzione liberale»; e fu anzi, in
quel primo momento, l’unica opposizione esplicita totale, fatta da un
punto di vista (come diremo più avanti) che staccava il Gobetti stesso
da ogni altra opposizione costituzionale-democratica.
L’accenno della « Stampa » alle milizie pretoriane si riferiva al pro-
getto in preparazione per la milizia volontaria di sicurezza nazionale
(MVSN), in cui andava a sboccare il proposito di Mussolini al Senato
di non lasciar « vaporizzare » le forze preziose dello squadrismo, che
già per un paio d’anni avevano imperversato in vaste regioni d’Italia
in onta al Codice penale. A quella data (io novembre) la messa in
9
2j8 Capitolo quarto

guardia della « Stampa » era tempestiva, perché il progetto maturò circa


un mese più tardi.
Per adesso, appariva in primo piano la questione della riforma
elettorale. Anche qui la vera questione era ben altra da quella che, per
esempio, prospettava « Il Giornale d’Italia », polemizzando con « Il Po­
polo » contro la proporzionale. Prima di ogni sistema e modalità elet­
torali, la vera questione era se si voleva (dal governo) o no un libero,
adeguato funzionamento del suffragio universale, il quale soltanto
avrebbe potuto decidere sull’affermazione del fascismo, che la nazione
era con lui (tale affermazione era stata accettata sostanzialmente anche
da Albertini al Senato). « Sarà vero, non sarà vero, - diceva “La Stam­
pa”; - noi non ne sappiamo nulla, e neppure Mussolini può saperlo»
(19 novembre).
I fascisti favorevoli alla normalizzazione andavano in cerca di un
congegno elettorale che permettesse in apparenza quel responso elet­
torale falsandolo nella sostanza, e cioè assicurando a priori la vittoria
elettorale del fascismo. Il quadrumviro Michele Bianchi aveva assunto
particolarmente gli studi in proposito; e già si sapeva che il perno del
sistema sarebbe stato un grosso premio alla lista che avesse riportato
la maggioranza relativa: essa avrebbe senz’altro la maggioranza dei
seggi. Veramente, a questo scopo, appariva più decentemente ortodosso
il collegio uninominale senza ballottaggio come in Inghilterra: questo,
però, avrebbe richiesto più che mai un ristabilimento generale e per­
fetto delle legalità e della libertà.
II colloquio Mussolini-Baldesi (cfr. sopra) mostrava come la norma­
lizzazione si tentasse più dappresso nel campo sindacale-operaio. V’era
anzi nell’aria un programma massimo: unità sindacale apolitica. Pare
che in quel colloquio se ne parlasse; certamente se ne parlò nel col­
loquio successivo di Baldest con D’Annunzio, a Gardone, il 5 di­
cembre. Nella prima metà di questo mese essa fu l’argomento all’ordine
del giorno, intorno a cui si esercitò la rabbiosa ostilità degli uni, la
simpatica aspettativa degli altri, la curiosità di tutti. Bastava l’inter­
vento di D’Annunzio a tener desta quest’ultima, di D’Annunzio che
mirava a far rinverdirò la pianta secca del Carnaro. Alla Carta del lavoro
fece esplicitamente riferimento il Comitato per la Costituente sinda­
cale formatosi nella prima metà di dicembre a Milano con elementi
della Confederazione del lavoro (Rigola), dell’Unione italiana del lavoro
(De Ambris), dei gruppi sindacalisti dannunziani. Esso pubblicò un
manifesto che diceva: «Noi affermiamo che si deve considerare la
nazione come un patrimonio spirituale da conservare e come un patri­
monio materiale da conquistare, non già come un fatto essenzialmente
Il fascismo al potere 259

capitalistico da negare». Era, dunque, il tentativo di un sindacalismo


schiettamente nazionale, con l’afiermazione congiunta (non contrad-
dicente in nulla la prima) della possibilità e liceità delle relazioni inter­
nazionali fra lavoratori. Nel campo liberale il movimento trovò ap­
poggio risoluto da parte đđla « Stampa » di Torino, nel campo socia­
lista da parte dei socialisti\mitari; lo combatterono invece, da una
parte, i socialisti intransigenti (massimalisti), dall’altra i nazionalfa-
scisti, gli uni in nome di un concetto astratto di classe, gli altri in nome
di un concetto altrettanto astratto di nazione. Assolutamente contrario
all’unità sindacale si dichiarò il capo dei sindacati fascisti, Rossoni,
negando per i lavoratori italiani la possibilità di uscire dal dualismo
tra organizzazioni « sovversive » ed organizzazioni « nazionali ». Il che
sboccava al monopolio fascista dell’organizzazione sindacale.
È molto probabile che Mussolini fosse intimamente favorevole al
progetto, rispondente alle idee da lui sostenute nei primi anni del dopo­
guerra di contro al partito socialista. Essere il promotore dell’unifica­
zione delle forze operaie organizzate, riconciliandole definitivamente
con la nazione, non poteva non sorridergli. Dovette però cominciare a
guastar le cose, per lui, l’alto patronato di D’Annunzio. Rinasceva
dunque, subito dopo la marcia su Roma, il tentativo del « Coman­
dante», già avviato alla vigilia, di sostituirsi a lui, «il duce». E poi
c’era l’ostilità nazionalfascista. Mussolini era pur sempre il prigioniero
del suo partito, di cui riteneva di aver bisogno per mantenere e conso­
lidare la sua dittatura. Il doppio binario legale-statale e illegale-fascista
gli appariva indispensabile.
Conforme alla intima debolezza mussoliniana (fatta anche di soddi­
sfatta sorpresa per la facilità del pieno successo), la rottura con la solu­
zione possibilistica avvenne in termini vaghi e brutali a un tempo, con
un telegramma da Londra a Farinacci riportato dai giornali il 13 di­
cembre:
Stai tranquillo che l’eventuale frode sarà sventata e le ambiguità smascherate.
Il fascismo, che ha vinto prendendo i suoi nemici di fronte, è troppo intelligente
e troppo forte per essere aggirato o mistificato. Le vaghe e superstiti illusioni sa­
ranno disperse ed i nemici che non avranno disarmato, inesorabilmente, definitiva­
mente saranno schiacciati.
E nella prima riunione del Gran Consiglio fascista - istituto di cui
parleremo appresso - Rossoni annunziò che la sua Federazione delle
corporazioni sindacali avrebbe assunto il nome di fascista, per tagliar
corto ad ogni equivoco sull’unità sindacale. Tutte le pratiche sindaca-
listico-nazionali sotto il patrocinio di D’Annunzio si ridussero ad un
accordo fra lui e Mussolini, entrato in vigore il 18 dicembre, per lo
26ο Capitolo quarto

scioglimento della Corporazione marinara fascista e la fusione di essa


con la Federazione italiana dei lavoratori del mare.
Le azioni violente, squadristiche, erano notevolmente diminuite
dopo la marcia su Roma: non però cessate. In particolare si prolun­
gavano le violenze contro i giornali di opposizione nei quali si inclu­
devano dai fascisti quelli popolari. Il partito popolare aveva suoi
uomini al governo e si comportava disciplinatamente nei confronti
di questo. Di tale disciplina dette prova nelle elezioni amministra­
tive di Milano del io dicembre, unendosi in «blocco costituzionale»
con fascisti e liberali: blocco che vinse contro le tre liste socialiste,
riportando più voti di tutte e tre complessivamente. Esso conservava
però una fisionomia nettamente distinta, e una posizione rivale come
partito di massa, tanto più vistosa adesso che l’altro maggiore par­
tito di massa, il socialista, era fuori combattimento. Il contrasto fra
popolari e fascisti si fece clamoroso a Brescia nella prima metà di di­
cembre. Dati gli stretti rapporti fra popolari e cattolici, si capisce che
l’urto e le violenze si trasmettessero facilmente dal campo politico­
laico a quello ecclesiastico-religioso. Il vescovo di Brescia ebbe a rivol­
gersi a Mussolini perché le violenze cessassero. I fascisti invece organiz­
zarono una « marcia su Brescia », cioè una concentrazione di squadre
fasciste nella città. Si tenne un gran comizio e parlò ai fascisti il capo
(«ras», secondo il termine divenuto ora comune, e preso significati­
vamente in prestito al feudalesimo etiopico) Augusto Turati. A Roma,
egli disse, si collabora con i popolari: a Brescia no. Gli uomini che
abbiamo portato a Roma « sulla punta dei nostri bastoni » devono
essere al di sopra di tutte le combriccole. Occorreva che i fascisti rima­
nessero « puri a qualunque costo ». Il fascismo bresciano, cioè, nella
sua opera di confessata violenza (i «bastoni»), si dava arie di moraliz­
zatore. Non era un atteggiamento isolato; anche Farinacci segui questa
linea.
Subito dopo la marcia su Roma si moltiplicarono - quasi esclusiva-
mente nel Mezzogiorno - le nazionaliste « camicie azzurre » divenendo
ricettacolo di elementi antifascisti. Concorreva potentemente a ciò il
carattere monarchico del nazionalismo, ben più antico e schietto che nel
fascismo proclamatosi monarchico all’ultima ora; ma entrava anche in
gioco la tradizionale contrapposizione delle cricche locali. Una settimana
dopo la formazione del governo nazionale si ebbe in quel di Taranto, a
Ginosa, una vera e propria battaglia tra fascisti e nazionalisti, con più
morti che in uno dei soliti scontri fra polizia e dimostranti proletari.
Nel corso del dicembre il contrasto fascistico-nazionalistico nel Mezzo­
giorno si accentuò. Ma nelle file fasciste stesse si disegnarono in dicem-
Il fascismo al potere 261

bre dissidi, anche in forma violenta: nel Fascio romano Bottai e Igliori si
schierarono contro Calza-Bini, che non voleva sciogliere le squadre. A
Venezia la sede del Fascio fu occupata da squadristi dissidenti. Ragione
capitale dei dissidi era l’accettazione o meno del ritorno alla legalità,
dell’obbedienza alle autorità costituite: si capisce che gli attivisti del
fascismo intendessero l’assunzione di questo aì governo come un libito-
licito per loro, come la propriapadronanza della nazione: quella padro­
nanza espressa nel grido: « A chrl’Italia? A noi ».
Mussolini, nel Consiglio dei ministri del 15 dicembre 1922, invece
di prendere posizione contro i residui - come si vede, tutt’altro che tra­
scurabili - di illegalismo fascista, denunziò le « esigue minoranze di
politicanti » che non si rassegnavano « all’assoluta irrevocabilità del
fatto compiuto ». Incominciavano cosi quelle sue affermazioni di per­
manenza perpetua del fascismo al potere che erano da sole la negazione
più radicale, anche se non la più esplicita, della costituzionalità del
nuovo governo. Pure affermando che quelle velleità avversarie avevano
una « trascurabile importanza », egli credette necessario farsi autorizzare
dal Consiglio dei ministri ad agire con i mezzi da lui ritenuti più oppor­
tuni contro tutti i promotori di turbamenti. Strana richiesta, al di fuori
di ogni quadro costituzionale: tuttavia il Consiglio dei ministri si af­
frettò ad accoglierla. In quello stesso giorno, o piuttosto in quella notte,
si riunì per la prima volta il Gran Consiglio del· fascismo, e cioè la dire­
zione del partito con altri esponenti maggiori di questo sotto la presi­
denza di Mussolini: nuovo organo di non ancora precisate composizioni
e attribuzioni. Sebbene poco dopo si dichiarasse che questo organo di
partito rimaneva nettamente distinto dal Consiglio dei ministri, pure
un comunicato ufficioso attribuì alla riunione un carattere « decisivo
per la netta fisionomia che sarà per prendere lo stato fascista uscito
dalla rivoluzione ». Il comunicato aggiungeva che Mussolini aveva chie­
sto ai dirigenti il partito « un determinato numero di uomini sceltissimi,
che egli intende immettere come nuove, giovani energie negli organi­
smi statali ». Incominciava la fascistizzazione dell’amministrazione sta­
tale: essa però nei primi anni ebbe ritmo lento. Quali prospettive
aprisse, apparve quando prima della fine dell’anno si seppe l’offerta
(declinata) di una prefettura importante a Farinacci. Fu in questo primo
Gran Consiglio che venne deliberata la costituzione, con elementi squa-
dristici, della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, alle dipen­
denze dirette del presidente del Consiglio, e i cui componenti, a diffe­
renza di tutti gli altri corpi armati dello stato, non presterebbero
giuramento di fedeltà al re: omissione giustificata piu tardi (giugno
1923) al Senato da Mussolini precisamente col « carattere spiccatissimo
2Ó2 Capitolo quarto

di partito » della milizia stessa. Si istituiva cosi una milizia di parte, che
il capo del fascismo avrebbe sempre potuto adoperare, all’occorrenza
al di fuori e contro le forze legali. Il colpo di stato si continuava e si
perfezionava. Il relativo regio decreto fu approvato dal Consiglio dei
ministri il 28 dicembre 1922 e firmato dal re. Con altro decreto del
i° gennaio fu sciolta la Guardia regia: ciò che accrebbe importanza e
significato al nuovo corpo. In questo quadro di riaffermato e rafforzato
dominio di parte prendono il loro vero significato i fatti di Torino del
18 dicembre e seguenti: inauditi, veramente, fino allora, in Italia.
Nella notte sul 18, poco dopo la mezzanotte, nel quartiere della
Barriera di Nizza rimasero feriti mortalmente da colpi di rivoltella due
fascisti: secondo il racconto dei loro compagni, senza precedente offesa
da loro parte (il primo, anzi, sarebbe stato colpito alle spalle improvvi­
samente). Si è poi risaputo come erano andate le cose. L’origine del
conflitto era stato il desiderio di vendetta, per ragioni familiari, di un
fornaio della Barriera di Nizza, anarchico divenuto fascista, contro un
tal Prato. I fascisti compiacquero il camerata organizzando una caccia
al Prato, che in uno scambio di colpi di rivoltella ferì a morte due dei
persecutori; ferito egli stesso a una gamba, riuscì a svignarsela. I fascisti
torinesi allora procedettero alla mobilitazione delle squadre e a siste­
matiche, molteplici «rappresaglie». Fu invasa la Camera del lavoro in
Corso Galileo Ferraris e vi fu appiccato l’incendio; essa non fu più
restituita ai legittimi proprietari. Furono occupati e poi dati alle fiamme
il circolo dei ferrovieri e il circolo Carlo Marx. Fu anche devastata la
sede dell’« Ordine Nuovo» (il giornale comunista), e i redattori (fra
cui Gramsci) portati al Valentino e minacciati di fucilazione; furono
distribuite bastonature e purghe, effettuate perquisizioni e fermi. So­
prattutto furono « prelevate » un certo numero di persone - del tutto
estranee al fatto iniziale - e uccise, più d’una in modo particolarmente
barbaro: il consigliere comunale comunista Berruti, il segretario del
sindacato ferrovieri Fanti, il segretario della FIOM Ferrerò (che venne
trascinato legato per i piedi a un camion e reso irriconoscibile), il tram-
viere Chiolero, il ferroviere Massaro, il meccanico Tarizzo (con un colpo
di clava all’occipite), il fuochista Andreoni (dalla cui casa furono anche
trasportati e bruciati sulla strada mobili e masserizie), l’operaio Bec-
chio, il giovane comunista Chiomo, il proprietario di un’osteria Maz­
zola. Vi fu anche una vittima, il Pochettino, di vendetta privata; e
un’altra, l’usciere Quintaglié, ucciso a revolverate unicamente per aver
deplorato le precedenti uccisioni. Furono undici morti identificati più
due dozzine di feriti gravi; ma il numero totale delle vittime sareb­
be stato di ventidue, secondo che vantò l’organizzatore della strage,
Il fascismo al potere 263

Piero Brandimarte, capo delle squadre torinesi e quindi console della


milizia.
Le autorità rimasero completamente inerti, sebbene le rappresaglie
si prolungassero per tre giorni. Evidentemente si doveva agire, per
arrestarle, al centro dell’organizzazione fascista; ma la polizia se ne
guardò bene. Si lasciò che i capi fascisti agissero come autorità militari
di guerra in paese nemico, applicanti rappresaglie in ragione del dieci
per uno. Sempre agendo in tale veste il direttorio del fascio torinese
emise una doppia ordinanza: per Pdirigenti comunisti, il bando da To­
rino; per tutti gli iscritti ai partiti sovversivi, l’obbligo di rincasare
prima di mezzanotte. A questo punto, anche a Mussolini l’usurpazione
dei poteri statali parve troppo sfacciata, e il direttorio fascista dovette
per sua volontà revocare le ordinanze. Nel Consiglio dei ministri del
28 dicembre egli riferì sui fatti di Torino sfoggiando biasimi sonori
contro di essi e contro l’inettezza delle autorità (fu decisa la sostituzione
del prefetto e del questore) e propositi categorici contro le violenze e le
usurpazioni dei poteri statali. Ma di provvedimenti penali contro autori
ed organizzatori dei delitti non si parlò; invece usci un decreto di am­
nistia per i reati « commessi in occasione o per causa di movimenti poli­
tici o determinati da movente politico quando il fatto sia stato com­
messo per un fine nazionale, immediato o mediato ». Il magistrato
torinese trovò che il fine nazionale, almeno « mediato » - prezioso ter­
mine, con cui si poteva far passare tutto - c’era, e archiviò la pratica.
Fu tuttavia sciolto il Fascio torinese; ma la ricostituzione fu affidata a
De Vecchi, il quale aveva espresso con un telegramma la sua solidarietà
con gli assassini.
Da parte degli altri membri del governo non si ebbe nessuna mani­
festazione a proposito dei fatti di Torino. Il i° gennaio 1923 Mussolini
ricevette a Palazzo Chigi i ministri (mancava Tangorra morto il 22 di­
cembre, e sostituito al Tesoro da De Stefani). Teofilo Rossi pronunziò
un discorso di omaggio a Mussolini: « Nihil desperandum, Teucro duce
et auspice Teucro ». Diaz consegnò a Mussolini la croce al merito di
guerra.
La sera del 20 dicembre don Sturzo tenne a Torino un discorso.
All’esposizione del programma popolare egli associò la critica dello
Stato liberale e democratico e dei partiti omonimi. Sembrava che egli
conguagliasse Stato liberale-democratico e Stato accentratore-burocra-
tico. Era anche questo un affiancamento a Mussolini, piu deplorevole
della stessa apologia giolittiana per la frase del bivacco. « La Stampa »
osservò che, in quel momento, critiche simili non contribuivano a chia­
rire la posizione del partito popolare rispetto ai principi liberali e de­
264 Capitolo quarto

mocratici e rispetto al fascismo, mentre non si trattava adesso di istituti


e riforme particolari, ma di indirizzo generale. Anche la difesa della
proporzionale, su cui don Sturzo si era fermato, significava (osservò il
giornale) in sé e per sé poca cosa, mentre erano in gioco l’istituto par­
lamentare e la libertà politica. Devesi tuttavia rilevare che l’esigenza
delle libertà costituzionali era enunciata nel discorso; ma si sperdeva
quasi nella diffusa complessità di questo.
« La Stampa », all’indomani dei fatti di Torino, li aveva associati
con le ultime manifestazioni politiche di parte fascista, e aveva dedotto
dall’insieme la volontà del governo di esercitare una vera e propria dit­
tatura di parte. Il « Corriere della Sera » indicò quei medesimi fatti come
prova che lo Stato era tuttora debole, anche se fascista, e li riavvicinò
(non esattamente) all’assassinio di Scimula e Sonzini. L’istituzione della
nuova milizia (censurata decisamente dallo stesso « Corriere ») bastava
a dimostrare che non di Stato debole si poteva parlare, ma di gover­
no partigiano troppo forte, che tutto si poteva permettere. Piuttosto
poteva dirsi che si trattava di un sovvertimento politico-morale non
italiano soltanto, ma europeo. Su questo aspetto richiamò l’attenzio­
ne un articolo firmato di Luigi Salvatorelli nella « Stampa » del 2 gen­
naio 1923.

Debutto all’estero.

Durante il corso del 1922 sino alla vigilia della marcia su Roma,
Mussolini aveva fatto, nel « Popolo d’Italia » e fuori, politica netta­
mente anglofoba e piuttosto francofila. In seguito alla Conferenza di
Cannes del gennaio e alla crisi francese per cui Briand era stato sosti­
tuito da Poincaré, e avanti la Conferenza di Genova, egli prese risolu­
tamente posizione contro il « ricostruzionismo » di Lloyd George e a
favore dell’applicazione rigorosa dei trattati patrocinata da Poincaré.
Le male lingue sussurrarono che egli si era di nuovo venduto alla Fran­
cia. Schanzer, ministro degli Esteri con Facta, fu attaccato da lui (ago­
sto 1922) perché sacrificava la politica estera dell’Italia alla Società
delle Nazioni, la quale era un’assemblea di solenni rammolliti, creata
dagli anglosassoni per difendere i loro interessi. Più la marcia su Roma
si avvicinava e più Mussolini diveniva anglofobo: se in luglio aveva
inneggiato al nazionalismo arabo in piepo sviluppo, in settembre chiese
che la politica estera italiana rompesse una volta per sempre le sue
tradizioni di soggezione all’Inghilterra. Infine, al principio di ottobre,
arrivò a scrivere che l’Italia aveva interesse a contribuire alla caduta
Il fascismo al potere 265

dell’impero britannico. Bisognava allearsi agli altri popoli del Medi-


terraneo contro i parassiti di quel mare che doveva divenire un lago
italiano (bella proposta di alleanza! ) E nel discorso di Napoli, veramente
alla vigilia della marcia, aveva parlato di Napoli come « vera metropoli
del Mediterraneo nostro » e rivendicato ancora il Mediterraneo ai me­
diterranei.
Barrère passa per aver favorito il fascismo, appunto come possibile
strumento della politica francese, cosi come gli si attribuisce una parte
nella caduta di Nitti, e anche in quella di Bonomi prima della Confe­
renza di Genova. Neanche il S^rra, nella sua recente monografia su
Barrère, ha potuto dirci nulla di sicuro in proposito. Tanto meno pos­
siamo dire se Poincaré abbia pensato ad una utilizzazione del fascismo,
nel suo dissidio con l’Inghilterra per la politica delle riparazioni tede­
sche. Un altro quesito si potrebbe formulare: se Mussolini, anche
all’infuori di veri e propri contatti con la diplomazia segreta francese
nei mesi precedenti la marcia su Roma, non abbia inteso il bisogno di
propiziarsi, per l’evento ormai in vista della sua assunzione - in un
modo o nell’altro - al governo, il favore francese, anche per prevenire
qualche incomoda rivelazione.
Certo è che a Palazzo Farnese l’avvento di Mussolini al potere fu
visto piuttosto bene. Ma questo non fu un fatto isolato, né puramente
francese: anche da parte inglese le manifestazioni benevole (almeno di
benevola aspettativa) non mancarono, sebbene in media l’accoglienza
francese fosse più favorevole. Nessun giornale inglese arrivò al lirismo
del monarchico « Gaulois », secondo cui il fascismo era un fenomeno
connaturato col paese di Savonarola e di san Francesco d’Assisi. Il
« Manchester Guardian», custode della tradizione liberale inglese, disse
che c’era stata rivolta contro la costituzione, e il « Daily News », liberale­
radicale, si augurò che un patriottismo pervertito e una vanità nazionale
morbosa non provocassero una politica di avventure aggressive. Il « Ti­
mes » giudicò il programma fascista minaccioso e vago, la politica estera
delineata a Napoli ambiziosa e impraticabile; tuttavia i fascisti erano
il prodotto di una reazione salutare contro il bolscevismo in Italia, e il
fascismo poteva svilupparsi in partito conservatore con immenso van­
taggio degli Italiani. Spuntava il motivo che tanto favore doveva pro­
cacciare al fascismo (e poi al nazismo) in tutta Europa: quello della
pretesa salvezza dal pericolo bolscevico. Per questo motivo antibolsce­
vico l’ultraconservatrice « Morning Post » approvò toto corde la mar­
cia su Roma. Intervennero anche i diplomatici. Rennell Rodd, ex-am­
basciatore britannico a Roma, citò come rassicurante la adozione da
parte del capo delle « camicie nere » della redingote e del cappello a
266 Capitolo quarto

cilindro. Questa sottomissione alla tradizione - diceva seriamente il


Rodd - «mi ricorda, con qualche differenza, Γ “Obbedisco” di Gari­
baldi ». E Lord Curzon, ministro degli Esteri e quintessenza del tradi­
zionalismo aristocratico britannico, chiamò Mussolini « un uomo molto
giovane, di grande carattere e di grande potenza ».
Non erano soltanto la redingote e il cappello a cilindro che Musso­
lini aveva adottato subito; ma anche il corretto cerimoniale diplomatico.
Telegrammi di saluto egli mandò a Poincaré, a Bonar Law, al segretario
di Stato americano Hughes; seguirono le visite di cortesia agli amba­
sciatori di quegli stati e altresì del Giappone, del Brasile, della Germa­
nia. Più tardi vi fu uno scambio amichevole di telegrammi con Beneš,
l’inamovibile ministro degli Esteri cecoslovacco, destinato a divenire
la bestia nera del « duce » e del Führer. Il nuovo ministro degli Esteri
italiano accettò volentieri (se pure non sollecitò) un corso accelerato di
protocollo da parte degli alti funzionari di Palazzo Chigi e particolar­
mente del segretario generale Contarini. La politica estera mussoliniana
fu per più anni un compromesso fra le tradizioni dell’ufficio - che attra­
verso Contarini erano altresì direttive sforzesche — e il temperamento
personale dell’uomo novus. Talora una politica normale, ortodossa si
rivestì di formule nuove, e talaltra entro le vecchie formule spuntarono
iniziative aberranti, che non si limitarono — come una versione poste­
riore alla caduta del fascismo tenderebbe a far credere - a quella di
Corfù.
I portatori di questa versione non ricordano l’intervista data da
Mussolini al « Matin » ( 18 novembre), riesumata da un infaticabile esca­
vatare di testi documentari sulla storia del fascismo, Salvemini (Mus­
solini diplomatico, p. 51). In essa si diceva:
La Francia non è soddisfatta della pace che ha raggiunto ed ha pienamente ra­
gione. La guerra non è arrivata alle sue conclusioni naturali. Avremmo dovuto
finire, voi a Berlino e noi a Vienna e a Budapest. Avremmo dovuto tenere il nostro
nemico per la gola. Fra pochi giorni la pressione della pubblica opinione vi costrin­
gerà a prendere qualche provvedimento. Io vedo l’Europa centrale come un caos.
Io non credo nel potere di resistenza dell’Europa centrale, ma credo nelle potenti
virtù della nostra civiltà occidentale.

Quando quella intervista uscì, Mussolini era già in viaggio per l’inau­
gurazione, il 20 novembre a Losanna, della conferenza per la revisione
del trattato di pace di Sèvres, con la Turchia vittoriosa di Kemal pascià.
Invece di recarsi direttamente a Losanna, Mussolini sostò a Territet, e
mandò a Poincaré e Curzon, che l’aspettavano colà, l’invita a essere
ospiti suoi a Territet, desiderando egli conferire prima con loro. I due
Il fascismo al potere 267

si recarono dunque a Territet: Mussolini volle un colloquio segreto a


tre, di cui i diplomatici italiani che lo accompagnavano attesero la fine
non senza trepidazione. Essi ripeterono sottovoce il parturiunt montes
con quel che segue, quando i tre uscirono con un comunicato alla stampa
in cui si assicurava ciò che era ovvio: cioè che l’Italia sarebbe stata a
Losanna « su un piede di uguaglianza » con Francia e Gran Bretagna.
Quei diplomatici italiani credettero di scorgere sulle labbra di Cur-
zon e di Poincaré una piega ironica, per essersela cavata cosi a buon
mercato; e sono stati riferiti anche giudizi dei due su Mussolini, dopo
quel primo incontro, piuttosto sprezzanti. Tuttavia, se il comunicato di
Territet non rappresentò nulla di sostanziale per l’Italia, e piuttosto una
umiliazione formale, il convegno di Territet fu un successo di Musso­
lini. Quel che importava a lui in quel momento - e quel che gli importò
anche in seguito - era la questione di prestigio personale. Non ci fu
nessun pugno sul tavolo in segreto; ma ci fu l’atto pubblico di deferenza
dei rappresentanti della Francia e dell’Inghilterra, che ebbero l’aria di
riconoscere per un momento il primo ministro italiano come un primus
inter pares. Era una concessione la quale, fatta all’indomani della mar­
cia su Roma, costituiva una consacrazione di questa e del fascismo nel
campo internazionale. Tanto più che la concessione veniva subito dopo
quella denuncia dei pericoli internazionali del fascismo che Sforza, col
suo gesto, aveva compiuto in cospetto all’Europa. Le grandi potenze
occidentali, poste tra fascismo e antifascismo, cominciarono per tempo
a prendere le parti del primo.
Potrebbe anche darsi che Poincaré avesse fatto un suo calcolo: ac­
quistare - o consolidare - l’adesione di Mussolini alla sua politica in
conflitto con l’Inghilterra. Si trattava di riallacciare - con altri mezzi -
le relazioni del 1914-15, con uno scambio di servigi: prestigio per Mus­
solini, sostanza per Poincaré. Un giornale francese, 1’« Excelsior », ebbe
a scrivere in questo tempo che Mussolini, arrivando al potere, aveva
chiesto la collaborazione francese, e questa gli era stata concessa.

Mussolini dilettante di politica estera.

Se un tale calcolo, e una sia pur tacita intesa c’erano stati, la con­
tropartita mussoliniana non tardò a venire. Alla conferenza interalleata
di Londra del 9 dicembre si scontrarono Poincaré con la sua tesi dei
« pegni produttivi », cioè della occupazione della Ruhr prima di conce­
dere alla Germania la moratoria, e il capo del nuovo governo conserva-
268 Capitolo quarto

tore inglese Bonar Law, che si dichiarò ancor più nettamente del suo
predecessore Lloyd George contrario a misure di forza per le riparazioni.
Mussolini sembra avere inclinato già allora per la tesi francese; ma tutto
fu rinviato a una ripresa della conferenza il 2 gennaio 1923 a Parigi.
Prima ancora della nuova riunione Mussolini fece causa comune con
la Francia; il 26 dicembre il delegato italiano nella Commissione delle
riparazioni votò, insieme con quello francese e contro l’inglese, l’ina­
dempienza della Germania per una faccenda di poco conto, la mancata
fornitura di pali telegrafici. Alla riunione del 2 gennaio Mussolini non
si recò, e anzi per quasi tre anni non si recò più all’estero, quale che ne
fosse il motivo: complesso di inferiorità in ambienti in cui le sue doti
demagogiche non potevano farsi valere, timore di dimostrazioni antifa­
sciste e di attentati, desiderio di accrescere il suo prestigio troneggiando
e tonando da lungi. Bonar Law presentò un piano per il regolamento
generale delle riparazioni e dei debiti interalleati; abbinamento che la
Gran Bretagna accettava su richiesta insistente francese e italiana. L’am­
montare del debito tedesco veniva ridotto all’incirca della metà e si
abbandonava ogni idea di pegni e sanzioni; una piccola frazione delle
obbligazioni tedesche mantenute, spettanti alla Francia e all’Italia, veni­
vano trasferite all’Inghilterra, che avrebbe annullato i debiti di guerra
francese e italiano ritenendo i depositi d’oro fatti a Londra per garanzia
dei prestiti dalle due nazioni; un’altra parte delle obbligazioni tedesche
verrebbe ripartita fra le potenze alleate nella misura dei debiti di cia­
scuna di queste rispetto agli Stati Uniti. Il piano Bonar Law era un
gran passo fatto dall’Inghilterra verso l’annullamento dei debiti interal­
leati, e una buona base per un componimento generale.
Francia e Italia presentarono due piani analoghi, per cui, in base al
piano ufficiale per le riparazioni tedesche adottato a Londra nel maggio
1921, una parte minore delle obbligazioni tedesche, ma più solida (per­
ché corrispondente ai pagamenti annuali), di cinquanta miliardi, sa­
rebbe andata agli alleati secondo la ripartizione già stabilita, mentre
l’altra parte maggiore (ma di ben più lontana e ipotetica realizzazione)
sarebbe stata accettata dall’Inghilterra e dall’America ad estinzione dei
debiti interalleati. Per la prima quota dei pagamenti tedeschi si dove­
vano prendere in Germania pegni, più gravosi nel progetto francese.
Poincaré, che mirava all’occupazione della Ruhr, domandò categorica­
mente l’accettazione del piano francese; di contro, Bonar Law - già
malato a morte - non fu in grado di sostenere efficacemente il suo piano.
Il capo della delegazione italiana, l’ex-ministro degli Esteri marchese
Della Torretta, non prese iniziative, neanche per una eventuale transa­
zione sulla base del progetto italiano, mentre Mussolini l’aveva auto­
Il fascismo al potere 269

rizzato anche a sostenere il progetto britannico, ove esso affrontasse


radicalmente la questione dei debiti interalleati nel senso a noi favore­
vole. Ancora una volta, la conferenza si sciolse il 4 gennaio senza risul­
tato. Il 9 gennaio la Commissione delle riparazioni tornò a dichiarare
inadempiente la Germania (sempre col voto del delegato italiano) per
le consegne di carbone. In base a queste dichiarazioni di inadempienza,
Poincaré decise l’occupazione della Ruhr, e trovò compagno il Belgio:
Pii gennaio 1923 cinque divisioni francesi e due belghe entrarono nella
Ruhr, a titolo di scorta, o piuttosto di organo forzoso di esecuzione, di
una «Mission interalliée de contrôle des usines et des mines»: sigla
MICUM. In questa missione anche il governo italiano fu rappresentato
da ingegneri italiani. L’azione francese dette luogo a un lungo conflitto
con la popolazione e col governo tedeschi (« resistenza passiva »), non
senza incidenti sanguinosi. Una gran parte dell’opinione pubblica euro­
pea simpatizzò con la resistenza tedesca, e imputò affa politica francese
mire di occupazione permanenti, di distacco della Renania, di disgrega­
zione della Germania. Tali non erano le intenzioni di Poincaré: ma un
concorso di circostanze dava ai sospetti qualche attendibilità.
Il governo inglese disapprovò nettamente l’azione francese, pur ri­
manendo passivo: e l’Italia, che già aveva respinto, risolutamente e
aspramente, il piano britannico, si trovò in contrasto con Londra, ac­
canto affa Francia. Nei primi giorni il contrasto parve assumere grandi
proporzioni. Le fantasie fasciste, o più precisamente mussoliniane, ga­
loppavano tanto che si parlò addirittura, a Roma, di blocchi continen­
tali, naturalmente in funzione antiinglese; e lo stesso Mussolini dovette
correre ai ripari smentendo in comunicati ufficiosi di aver mai pensato a
nulla di simile. Nel Consiglio dei ministri del 15 gennaio Mussolini,
insieme affa smentita, disse che l’Italia aveva dato affa Francia « sol­
tanto» la sua solidarietà politica e tecnica. Quel «soltanto» era as­
surdo: l’Italia, dichiarandosi solidale politicamente con la Francia nel­
l’occupazione della Ruhr, le dava tutto quello che Poincaré poteva desi­
derare: di truppe italiane egli non aveva bisogno. Piano continentale o
no, Mussolini isolava l’Inghilterra di fronte affa Francia. Vero è, che
contemporaneamente alle voci del piano continentale note ufficiose ave­
vano fatto credere che il governo italiano considerasse intempestiva
l’azione militare francese; e qualche giorno dopo quel Consiglio dei
ministri, si apprendeva che il governo italiano, dissentendo dagli ultimi
sviluppi dell’azione francese nella Ruhr, aveva chiesto chiarimenti a
Parigi, e che Roma pensava a stabilire contatti con Berlino per una
intesa. Insomma, il piano continentale « contro l’Inghilterra » non c’era;
ma l’idea di un accordo continentale italo-franco-belga-germanico ci
270 Capitolo quarto

doveva essere: e in quanto al tentativo, o sondaggio, di mediazione,


Mussolini stesso più tardi lo confermò dicendo di essersi accertato che
non poteva riuscire. Siamo di fronte a un dimenarsi confuso di Musso­
lini per giuocare una parte primaria, e all’esaurimento rapido, nel vuoto,
di tale sua agitazione. Senza che si possa escludere, tuttavia, che dietro
questa ce ne fosse, anche a sua insaputa, un’altra di intrighi o velleità
nazionalistico-siderurgiche (per un trust del carbone e dell’acciaio fran­
co-tedesco-italiano). Certo vi fu un principio di campagna giornalistica
franco-italiana, per uno stretto accordo economico italo-francese in rela­
zione all’avventura della Ruhr.
Il io febbraio 1923 Mussolini parlò alla Camera sulla questione
della Ruhr, nel tono minore di chi voleva giustificarsi di fronte alle
critiche svalutando l’importanza della questione. Una nostra opposi­
zione non poteva impedire alla Francia di entrare nella Ruhr, mentre
forse avrebbe aumentato la resistenza tedesca; l’Inghilterra si era limi­
tata alla « non partecipazione tecnica »; la Francia non ci aveva richiesto
finora una forma di solidarietà più recisa. Se questo avvenisse - qui la
fantasia amplificatrice e avventurosa gli riprendeva la mano - « è chiaro
che l’Italia si riserverebbe di porre sul tappeto tutto il complesso si­
stema delle relazioni fra i due paesi ». La riduzione ai minimi termini
seguitò qualche giorno dopo al Senato: la nostra presenza nella Ruhr
- disse in sostanza il 16 febbraio - era un atto non di solidarietà con i
Franco-Belgi, ma di doverosa tutela degli interessi italiani, per le con­
segne di carbone e per l’eventualità di un accordo economico franco­
tedesco da vigilare sul posto (come se per una vigilanza simile potesse
servire qualche ingegnere italiano). Infine il i° marzo in Consiglio dei
ministri delineò cosi la posizione italiana: doverosa solidarietà con la
Francia sul terreno delle riparazioni, ma non alleanza (che per verità,
la Francia non aveva cercato); politica estera il più possibile autonoma.
Il capo del governo fascista non sempre si rendeva conto del valore
delle parole che pronunciava. Gli esempi di questo parlare mussoliniano
« a vanvera» abbondano fin d’ora, in politica estera e interna. Sempre
il I o febbraio, e sempre a proposito della Ruhr, Mussolini assicurò che
l’Italia provvedeva lei a impedire che la crisi della Ruhr avesse « riper­
cussioni catastrofiche» nei paesi danubiani. Se fosse stato costretto a
precisare che cosa fossero quelle « ripercussioni catastrofiche », sarebbe
stato ben imbarazzato; ma intanto un’affermazione vaga e grandiosa
di potenza era fatta. Sei giorni più tardi al Senato, a proposito di un
appello del senatore americano Borah perché Mussolini convocasse una
conferenza internazionale mondiale, questi, respingendo l’invito, ri­
Il fascismo al potere 271

tenne necessario motivarlo sprezzantemente cosi: «Mi sono informato


e ho saputo che si tratta di un capogruppo di uno dei tanti partiti della
repubblica stellata ». Tutti sanno che di partiti in USA non ne esistono
«tanti», ma praticamente due soli: e Borah era una personalità di
quello repubblicano allora al potere, e si occupava particolarmente di po­
litica estera (divenne presidente della commissione relativa del Sena­
to dopo la morte di Lodge). Il 7 marzo, avendo il ministro De Stefani
lodato gli impiegati del ministero delle Finanze, taluni dei quali lavo­
ravano spesso fino a sedici ore, Mussolini disse - dirigendosi agli impie­
gati stessi - che erano molte, ma che all’occorrenza bisognava lavorare
anche venti ore. In un discorso dellTi marzo ai mutilati, parlando del
«fiume che sboccò a Roma» (naturalmente, con la marcia), ne faceva
rimontare le origini al maggio 1915; ma poi, per rafforzare l’immagine,
aggiungeva che rimontava a Vittorio Veneto: quasiché l’ottobre 1918
fosse stato più antico del maggio 1915. Infine, un suo uso curioso era
quello di chiamare il governo da lui presieduto: «il mio governo»,
ignorando ( siamo sicuri che era ignoranza, e non malizia antimonarchica
e anticostituzionale) che è il sovrano, ed egli solo, a parlare di « mio
governo ». Congiunte col parlare a vanvera andavano certe immagini
peggio che barocche come (2 aprile, a un corso sull’emigrazione): « Il
mio governo abolisce i campanili perché gli Italiani non vedano che
l’immagine augusta della Patria».
Certo è che l’asse della politica estera mussoliniana si spostò rapida­
mente dal polo «Parigi» al polo «Londra». Insieme con le direttive
Contarmi, dovette influirci la stessa esuberanza mussoliniana e nazional-
fascista, che si rivolse adesso verso, cioè contro, la Jugoslavia.
Il io febbraio 1923 Mussolini, nell’atto stesso in cui sosteneva alla
Camera le convenzioni di Santa Margherita con la Jugoslavia (di cui
abbiamo parlato sopra, e contro le quali si era pronunciato il Consi­
glio nazionale fascista nell’agosto precedente), disse di ritenere tutto­
ra il trattato di Rapallo « in molte delle sue parti assurdo e lesivo degli
interessi italiani ». Denunciarlo non si poteva « nelle attuali condizio­
ni»; occorreva invece mettersi in condizioni tali da rivendicare in
una eventuale revisione « il nostro diritto imprescrittibile ». Dichiara­
zioni di questo genere erano evidentemente le meno adatte a riprendere
quella politica di amicizia italo-jugoslava in cui Giolitti e Sforza avevano
mirato a inquadrare il trattato di Rapallo, favorendo una pacifica in­
fluenza ed espansione economica dell’Italia nei Balcani. La Francia d’al­
tra parte stringeva già da tempo i suoi vincoli con i paesi della Piccola
Intesa, che la nuova politica nazionalistica italiana spingeva nelle brac-
272 Capitolo quarto

eia di Parigi. Il viaggio del generale Lerond in Jugoslavia, con visita


alla flotta jugoslava a Cattaro, destò malumori in Italia. A Venezia il
4 giugno Mussolini credette bene di affermare i diritti di « un popolo
che sorge di fronte ai popoli che declinano ». Il suo discorso fu anti­
francese e antislavo. Il giorno dopo, la folla lanciò a Mussolini il grido
di « Viva la Dalmazia! », e Mussolini rispose assicurando il ricordo dei
«fratelli che attendono, dovunque essi siano». Il sottosegretario al­
l’Interno Finzi scrisse nel suo giornale, il « Corriere del Polesine », che
sull’altra sponda si tesseva il tricolore che avrebbe sventolato sulle navi
vittoriose.
Con questa musica era diffìcile accordare in contrappunto l’intimità
con Parigi. Bisognava cambiar di spalla il fucile; non valeva ancora il
detto: «Molti nemici, molto onore». Il governo inglese era pronto a
riallacciare i fili dell’amicizia tradizionale inserendovi quello nuovo di
Mussolini salvatore dal pericolo bolscevico. Ai primi di marzo veniva
riferito in Italia un giudizio di Curzon su Mussolini: uomo di meravi­
gliosa energia e dal pugno di ferro, egli aveva eliminato il disordine
interno e rialzato il prestigio del suo paese. E cosi, mentre la solidarietà
italiana con la Francia nella Ruhr si attenuava sino a divenire evane­
scente (il pubblico non seppe mai nulla dell’attività di quei tali inge­
gneri), i sovrani inglesi vennero a Roma il 7 maggio 1923 in visita
ufficiale. Il ministro degli Esteri Curzon non li accompagnava, ma giunse
un suo messaggio di rincrescimento per l’assenza e di nuova esaltazione
dell’opera mussoliniana. A Mussolini re Giorgio V conferì l’Ordine del
Bagno, il che poteva anche essere ordinario; ma straordinario davvero
fu che il sovrano estero formulasse, per esaltare Mussolini, giudizi sulla
politica interna italiana, ricordando nel ricevimento in Campidoglio
dell’ri la crisi italiana superata «sotto la guida sapiente di un forte
uomo di governo ». Gareggiò col sovrano inglese e lo superò l’ambascia­
tore statunitense Child. Al banchetto dell’Associazione italo-americana
il 28 giugno Child sciolse un vero inno a Mussolini e all’opera sua, con
curioso accompagnamento di motivi isolazionistici (e creditizi) ameri­
cani. Egli si congratulò con Mussolini per aver trovato ottime verghe
per i suoi fasci, e averle sapute legare insieme. Che quelle verghe fos­
sero provate sul dorso del popolo italiano, ecco quello di cui l’amba­
sciatore non aveva sospetto, o forse non si curava.
Il fascismo al potere 273

Forza e consenso.

Nei giorni stessi del fantomatico « piano continentale » si riunì per


la seconda volta il Gran Consiglio fascista, il 12 e 13 gennaio 1923. O
piuttosto per la prima, come istituto stabile. La sua riunione infatti fu
preceduta da un comunicato ufficiale annunciante che il Gran Consiglio
si terrebbe tutti i mesi, alle ore 22 del giorno 12 - l’ora notturna solle­
ticava il romanticismo fascista e l’attenzione popolare, mentre il giorno
fissato in antecedenza sulla carta era destinato a épater le bourgeois -
seguitando all’occorrenza i lavori nei giorni seguenti, alla stessa ora.
Le riunioni erano convocate e presiedute dal capo del governo. Parte­
cipavano di diritto alla riunione del Gran Consiglio del fascismo i mini­
stri fascisti e i sottosegretari alla Presidenza e agli Interni; i membri
della direzione del partito; il direttore generale della Pubblica Sicu­
rezza; il commissario straordinario delle Ferrovie; il segretario della
Federazione delle corporazioni sindacali fasciste e i dirigenti del movi­
mento cooperativo; i commissari politici del fascismo; lo Stato Mag­
giore della milizia per la sicurezza nazionale; il direttore dell’Ufficio
stampa della Presidenza del Consiglio. Oltre a questi partecipanti di
diritto, il capo del partito e capo del governo si riservava di chiamare in
Consiglio tutti coloro che potevano fornire elementi utili per le deli­
berazioni.
Al successivo Consiglio dei ministri del 16 gennaio Mussolini assi­
curò (e il Consiglio ne prese atto) che il Gran Consiglio fascista era un
organo squisitamente politico, non invadente minimamente il terreno
specifico del Governo, rappresentato dal Consiglio dei ministri. Mus­
solini probabilmente non si rese conto che, escludendo una interferenza
del Gran Consiglio nelle funzioni del Consiglio dei ministri con la mo­
tivazione che il primo era «un organo squisitamente politico», egli
veniva a significare che il Consiglio dei ministri era qualcosa di pura­
mente amministrativo o tecnico: la politica era unicamente affare del
fascismo, e del suo capo. In realtà, l’istituzione stabile del Gran Con­
siglio (accompagnata dalla dichiarazione riferita) fu uno dei primi, ma
non dei meno importanti momenti del processo di « mitridatizzazione »
anticostituzionale perseguito per anni - si potrebbe quasi dire, sino
alla fine - da Mussolini.
Talune deliberazioni di questo secondo, o primo, Gran Consiglio
ebbero particolare importanza in proposito, a cominciare da quella - in­
sinuata in mezzo alle altre quasi come pura formalità - con cui si
riconfermava l’adesione del fascismo alla monarchia « intesa come
274 Capitolo quarto

espressione della sintesi suprema dei valori nazionali e come elemento


fondamentale della continuità dell’unità della patria». In questa defi­
nizione mancava proprio l’elemento storicamente e giuridicamente fon­
damentale: il carattere costituzionale della monarchia italiana, con la
sua base plebiscitaria-parlamentare. Per valutare una tale omissione ci
voleva una certa finezza. Chiarissima, invece, quasi brutale, fu la deli­
berazione relativa alla MVSN: «Il carattere della milizia per la sicu­
rezza nazionale sarà essenzialmente fascista avendo tale milizia lo scopo
di proteggere gli inevitabili ed inesorabili sviluppi della rivoluzione
d’ottobre». Con il che si affermava ufficialmente - dal fascismo e dal
suo capo - che la rivoluzione continuava, in esplicita contraddizione con
le assicurazioni date da Mussolini al Senato al momento del primo voto
di questo, e - si dovrebbe aggiungere - col giuramento da lui prestato
al re all’assunzione in carica. Altro deliberato mitridatico fu l’istituzione
di « commissari politici » che Mussolini stesso definì « prefetti volanti »
(fra essi Baroncini, Bolzon, Farinacci, Lantini, Ricci, Starace, Teruzzi).
Si sanzionò anche la subordinazione di fatto al fascismo delle due Asso­
ciazioni dei combattenti e dei mutilati, col prendere atto dell’orienta­
mento da loro assunto « dopo il trionfo della rivoluzione fascista » e
della prova di lealtà e di devozione che esse avevano dato al nuovo
governo, e con l’invito ad esse a segnalare al capo del governo quelli
dei loro aderenti che potessero servire utilmente nell’amministrazione
statale. A conclusione si ammonirono « i nemici larvati o palesi del fa­
scismo » che ogni loro tentativo di revocare il fatto compiutosi con la
grande rivoluzione fascista dell’ottobre 1922 sarebbe « inesorabilmente
schiacciato dal governo ». Con il che il sovvertimento della costituzione
era affidato ufficialmente al governo, considerato strumento del par­
tito fascista.
Altre deliberazioni, frammischiate alle fin qui riferite, ebbero effet­
tivamente carattere interno di partito: cosi la trasformazione della dire­
zione di questo in due segretariati generali, politico (Bianchi, Sansanelli
e Bastianini) e amministrativo (Marinelli e Dudan); e la nomina di una
commissione mista per studiare i rapporti con l’Associazione nazio­
nalista.
Mentre la milizia fascista entrava in funzione, l’illegalismo fascista
perdurava (erano due corde dello stesso arco). Conflitti, invasioni di
case con uccisioni, spedizioni punitive sono segnalate un po’ in tutta
Italia durante il gennaio-febbraio 1923. In qualche caso - come già a
Torino — la notizia iniziale è quella dell’assassinio di un fascista: ma
essa scatena la « spedizione punitiva » in grande. Cosi quella di Spezia
tra il 23 e il 27 gennaio, che registrò sei morti. Ma in altri casi l’ini­
Il fascismo al potere 275

ziativa è prettamente fascista: a Spello (Perugia) cinque fascisti assal­


tano la casa di un comunista e ne uccidono la moglie; in Val Camonica
una spedizione punitiva è effettuata contro un tale che aveva querelato
un giornale fascista ed era stato diffidato dal sottoprefetto; e ci scappano
tre morti. In taluni casi, fascisti e nazionalisti cozzano insieme; ma a
Livorno il 3 febbraio si trovano d’accordo a dare l’assalto al Palazzo di
giustizia, perché c’è dentro l’onorevole Modigliani: questi è aggredito
da una ventina di squadristi, che gli strappano parte della barba, oltre
a portargli via cappello e foulard-, un console della milizia - ecco le due
corde dell’arco - intima a Modigliani di partire da Livorno col primo
treno e di non tornarci più. Va infatti alla stazione, scortato dai carabi­
nieri, e parte tra fischi e imprecazioni. Arnaldo Mussolini scrisse a que­
sto proposito un articolo di deplorazione invitando i fascisti a rispettare
la legge; e venne annunziato che gli aggressori dell’onorevole Modigliani
erano stati denunziati all’autorità giudiziaria. Non ci risulta che siano
stati processati e condannati: tanto meno che sia stato punito quel
console miliziano emanante bandi contro un rappresentante della na­
zione. I bandi, anzi, seguitarono: ai primi di aprile si apprese che Mus­
solini aveva ordinato al Fascio di Arezzo di revocare il bando all’onore­
vole Baglioni, riconoscimento implicito dell’istituto « bando fascista ».
Alla fine di febbraio il vescovo di Bergamo annunciò la scomunica con­
tro i fascisti che avevano malmenato alcuni sacerdoti a Romano di Lom­
bardia, per non avere consentito che i gagliardetti fascisti entrassero
in chiesa (più tardi, questi scrupoli del clero scomparvero).
Tutto questo rispondeva male all’eccellente programma esposto dal
sottosegretario all’Interno Aldo Finzi a Gallarate il giorno di Epifania
del 1923, secondo cui occorreva restaurare la normalità della vita: sor­
passato il periodo delle battaglie in trincea e poi quello della lotta nelle
piazze e nelle vie, c’era adesso il compito « di ristabilire il senso della
fratellanza umana». Simili buone parole, in realtà, erano vane sinché
non fosse estirpata la radice del perdurante illegalismo fascista, la quale
stava nella identificazione e confusione di Stato e partito insita nel
fascismo, e nella congiunta affermazione della perpetuità del fascismo
al potere, con sottintesa o espressa la negazione della libera lotta poli­
tica. Disse Mussolini l’8 gennaio alle Medaglie d’oro, con il linguaggio
sguaiato a lui connaturale:
Non si torna più indietro. Ciò che è stato è irrevocabile! Tutte le vecchie
classi, i vecchi partiti, i vecchi uomini e le più o meno antiquate cariatidi sono state
spazzate dalla rivoluzione fascista, e nessun prodigio potrà ricomporre questi cocci
che devono passare al museo delle cose più o meno venerande.
276 Capitolo quarto

Il numero di gennaio della rivista del « Popolo d’Italia », « Gerar­


chia », recava un articolo di Mussolini sul « secondo tempo » della
rivoluzione fascista, ove, dopo aver ripetuto i dispregi contro i vecchi
macchinisti, da Giolitti a Nitti a Orlando - cosi Giolitti veniva rimeri­
tato di avere inviato a Mussolini le sue Memorie con dedica - si stabi­
liva un parallelo tra Roma e Mosca e si diceva che la rivoluzione fascista
andava per gradi, ma avanzava infallibilmente.
Tutti questi erano discorsi «fuori ufficio». Alla Camera il 6 feb­
braio Cànepa, a nome dei socialisti unitari, lesse una dichiarazione pro­
grammatica in cui si precisavano i motivi di principio dell’opposizione
socialista; e Lazzari presentò una mozione massimalista di opposizione.
Il governo e la Camera rifiutarono di discuterla. Mussolini non si con­
tentò di questo: il io febbraio, durante la discussione già ricordata
delle convenzioni di Santa Margherita, sottolineò il suo rifiuto a im­
barcarsi.
in una delle solite discussioni d’indole generale, che non concludono nulla. Fin che
starò io a questo banco, la Camera non si tramuterà in un comizio. Non c’è niente
da discutere in materia di politica interna; quello che accade accade per mia precisa
e diretta volontà, e dietro miei ordini tassativi, dei quali assumo naturalmente pie­
na e personale responsabilità. È inutile quindi di battere sui funzionari delle sin­
gole questure: gli ordini sono miei.

E seguitò sempre più fuori del binario dicendo:


La differenza fra lo stato liberale e lo stato fascista consiste precisamente in
ciò: che lo stato fascista, non solo si difende, ma attacca. E coloro che intendono
di diffamarlo all’estero o di minarlo all’interno, devono sapere che il loro mestiere
comporta incerti durissimi. I nemici dello stato fascista non si meraviglieranno se
io li tratterò severamente come tali.
Era il potere personale ed arbitrario affermato in pieno. Vantò
quindi il suo fiuto nell’aver respinto pochi giorni prima avances che gli
sarebbero venute dai socialisti unitari: « Le pecore rognose non entre­
ranno nel mio ovile ».
Le affermazioni dittatoriali si seguirono adesso quasi a intervalli re­
golari, di tre o quattro settimane. Il 7 marzo, nella cerimonia (a cui ci
siamo già riferiti) di consegna al ministero delle Finanze dei bilanci dei
suoi dicasteri, Mussolini dichiarò di voler governare con il consenso del
massimo numero di cittadini; ma che, in attesa del consenso, accanto­
nava « il massimo delle forze disponibili. Perché può darsi per avven­
tura che la forza faccia ritrovare il consenso, ed in ogni caso, quando
mancasse il consenso, c’è la forza ». Il tema venne ripreso da lui in un
articolo di «Gerarchia» (fine marzo), intitolato appunto Forza e con­
senso e che concludeva cosi: «Il fascismo... è già passato, e, se sarà
Il fascismo al potere 277

necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul corpo più o


meno decomposto della Dea Libertà ». Non era detto, si affermava nel
corso dell’articolo, che il liberalismo, buono per il secolo xix, lo dovesse
essere anche per il xx. ComuniSmo e fascismo erano fuori del liberali­
smo. Nessun governo aveva rinunciato a qualsiasi impiego della forza.
E qui tornava la solita ambiguità, involontaria o voluta: governo e forza
sono effettivamente inseparabili, ma si tratta di vedere i titoli e i limiti
dell’impiego di essa. I fatti confermavano l’indirizzo autoritario cosi
formulato. Una nota ufficiosa dell’Agenzia « Volta » minacciò il 25 gen­
naio ai socialmassimalisti un più accentuato atteggiamento di rigore, non
escluso nessun mezzo di repressione: e al principio di marzo vennero
arrestati Serrati e tutta la redazione dell’« Avanti! »: questa poi fu rila­
sciata, salvo Nenni. Un mese prima il comunista onorevole Repossi
aveva denunciato la sorveglianza e le perquisizioni continue da parte
della polizia milanese, e l’obbligo fattogli di presentarsi ogni mattina al
Commissariato rionale. A Torino alla fine di gennaio un decreto prefet­
tizio sciolse l’Associazione generale operaia; seguirono numerose per­
quisizioni domiciliari a carico di noti esponenti comunisti, e ai primi di
febbraio vi fu in tutta Italia l’arresto di alcune decine di comunisti, per
la pubblicazione di un violento manifesto antifascista della Terza In­
ternazionale. I socialisti unitari non avevano molto maggior libertà di
movimento, poiché in maggio Matteotti, che doveva recarsi al con­
gresso di Amburgo per la ricostituzione della Seconda Internazionale,
ebbe rifiutato il passaporto.
Il 25 gennaio 1923 il Consiglio dei ministri, in forza dei pieni po­
teri, approvò, adducendo motivi di economia, due decreti importanti e
gravi. Con l’uno si stabiliva lo sfollamento del personale ferroviario,
che da 226 000 unità avrebbe dovuto esser ridotto a 190 000, in base
a criteri di incapacità, scarso rendimento, malattia, limiti d’età. Col
secondo si disponeva la revisione del personale impiegatizio (compreso
il ferroviario) assunto irregolarmente in ruolo dopo il 1913, nonché di
quello avventizio. Soprattutto del primo provvedimento era evidente
il motivo politico, anche se non unico, quando si pensi alla parte presa
dai ferrovieri nelle agitazioni politico-economiche del dopoguerra. In
quanto al secondo, esso si prestava a sospettare avversioni nelle elimina­
zioni e favoritismi nelle sostituzioni. Un anno dopo il Consiglio di stato
si pronunciò per la revoca di tremila licenziamenti di ferrovieri. Sotto
l’apparenza nazionale fu un vero atto di ostilità alla classe operaia l’abo­
lizione del i° maggio come festa del lavoro, sostituito dal 21 aprile
(« Natale di Roma »). Alla classe operaia, diciamo, e non al socialismo,
in quanto il x° maggio aveva ormai trasceso i limiti di un partito, per
278 Capitolo quarto

esprimere l’affermazione solidale del lavoro in tutto il mondo (Hitler,


più tardi, lo mantenne). Ma era il carattere internazionale della festa,
prima ancora dell’origine socialista, quel che si voleva colpire: e colpire
con un vero atto di arbitrio, poiché nessun governo poteva arrogarsi di
imporre lui ai lavoratori il giorno in cui celebrare la loro festa. L’aboli­
zione del i° maggio dovette riuscire più amara al proletariato per il
fatto che Mussolini dispose per il 21 aprile la prima sfilata della milizia
fascista in Roma in cui egli indossò l’uniforme di comandante supremo:
e questa cerimonia simboleggiò il vero significato della sostituzione. Il
i° maggio del nuovo regime passò tuttavia, nell’insieme, tranquillo.
Scarse furono le astensioni dal lavoro, anche in Alta Italia. Si ebbe
qualche tafferuglio qua e là: vennero segnalati due morti a Milano, uno
a Parma, uno a Bitonto. Quasi a compenso anticipato, il Consiglio dei
ministri aveva sancito il io marzo, con decreto-legge, le otto ore di la­
voro: cioè, proprio la rivendicazione operaia per la quale era stata
iniziata la celebrazione del i° maggio. Mussolini era indubbiamente sin­
cero quando dichiarava di non avere nessuna ostilità per la classe ope­
raia come tale, e anzi di volerne tutelare e favorire gli interessi legittimi.
Egli non comprendeva che alla coscienza del proletariato riusciva inac­
cettabile il paternalismo, suo od altrui: che i lavoratori volevano prov­
vedere da sé, con i loro rappresentanti liberamente scelti, agli interessi
di classe. Che poi l’istituto delle otto ore - entrato già da tempo (come
abbiamo visto nel secondo capitolo) nei contratti collettivi - fosse san­
cito per decreto-legge, anziché con una legge che le due Camere avreb­
bero votato a tamburo battente, rientrava nell’abuso dei decreti-legge
che il fascismo aveva ereditato à&Wancien régime (parlò contro questo
abuso Albertini al Senato il 29 maggio 1923) e che adesso consolidava
e ampliava con una interpretazione cosi larga - senza protesta da parte
parlamentare - dei pieni poteri conferitigli, ché la Camera era ridotta a
una inazione quasi completa.
La sanzione delle otto ore fu un atto filoproletario; l’abolizione (20
marzo 1923) del monopolio statale per le assicurazioni sulla vita favori
l’iniziativa privata. Ebbero invece significato di risparmio di spese e di
concentrazione dell’autorità governativa la soppressione del ministero
del Lavoro affa fine di aprile, e l’unificazione in luglio dei ministeri eco­
nomici in quello dell’Economia nazionale, di cui fu nominato ministro
un illustre fisico, il senatore Mario Orso Corbino, e sottosegretario un
valente agronomo, Arrigo Serpieri.
Il fascismo al potere 279

Croce e Gobetti, Giolitti e Salandra.

Se le misure autoritarie di Mussolini nei confronti della classe ope­


raia non erano ispirate da antioperaismo cosciente, quelle in confronto
di uomini e organizzazioni liberali e democratiche facevano corpo con
il suo rinnegamento (che abbiam visto espressamente formulato) del
principio di libertà. Si può immaginare come un periodico intitolato
« Rivoluzione liberale » dovesse riuscirgli odioso già per quell’aggettivo
nel titolo. Ma l’avversione era poi motivata e approfondita dal conte­
gno di questo settimanale torinese, diretto da un intellettuale precoce
di grande ingegno, il giovanissimo (nato nel 1901) Piero Gobetti, già
menzionato (cfr. p. 257). Questi aveva costituito intorno a sé, grazie a
una profonda influenza ideale e personale esercitata sui suoi coetanei e
anche su gente più anziana, un nucleo culturale-politico brillante e spre­
giudicato. Idea direttiva del Gobetti era il liberalismo come puro prin­
cipio formale: cioè l’iniziativa libera da ogni struttura o influenza auto­
ritaria, a cominciare da quella dei poteri costituiti. Era un ideale astratto
di cui il Gobetti, con impeto giovanile, andava cercando la incarnazione
nelle direzioni più diverse, dal popolarismo di Sturzo al comuniSmo di
Lenin o, più vicino, di Gramsci. Fra queste direzioni non figurava il
liberalismo democratico di Giolitti e l’affine riformismo socialista: .e
la lotta di Gobetti contro di essi fu alleata inconsapevole della reazione
fascista. Del fascismo egli fu avversario intransigente fin dall’inizio, non
però in quanto demolitore del liberalismo italiano (a cui egli, Gobetti,
negava tale qualifica), ma piuttosto in quanto erede ai suoi occhi del­
le insufficienze risorgimentali e postrisorgimentali del liberalismo me­
desimo.
Con la sua sensibilità superficiale Mussolini non avverti che il la­
sciare mano libera a Gobetti poteva in quel momento fargli giuoco, in
quanto le posizioni astratte e il metodo intransigente del giovane ardi­
tamente battagliero lo portavano involontariamente a essere elemento
di divisione, piuttosto che di raccolta, delle forze attualmente o virtual­
mente antifasciste. Ma Mussolini era insofferente di opposizione: tanto
più di una cosi recisa e sprezzante come quella di Gobetti. Cosi, ai primi
del febbraio 1923 lo fece arrestare, sebbene mancasse ogni appiglio
legale. Non aveva fatto i conti con la notorietà e l’ammirazione di cui
il ventiduenne godeva. L’emozione nel mondo intellettuale italiano fu
grande, l’impressione pessima. Intervenne presso Mussolini Benedetto
Croce in persona. Dopo pochi giorni Gobetti fu rilasciato.
Croce, per suo conto, si teneva in disparte dalla politica attiva: il
28ο Capitolo quarto

suo atteggiamento rispetto al fascismo era di aspettativa benevola, ana­


loga a quella di Giolitti. La persuasione di una rapida normalizzazione
del fascismo era nei primi tempi pressoché generale: anche Amendola
la condivideva e raffermava alla redazione del «Mondo»*; Giolitti,
dopo le prime manifestazioni filofasciste pubbliche e private, taceva,
senza disdire il suo « fiancheggiamento ». Egli, come sempre, non aveva
parte nella direzione nazionale del partito liberale, contentandosi della
solidissima base locale nel Cuneese. Il suo giovane seguace, ma già.ripe­
tutamente ministro, Soleri fu tra i liberali che nella seconda metà del
gennaio 1923 contemporaneamente ad esponenti della democrazia so­
ciale (e anche del nazionalismo) ebbero colloqui con Mussolini circa la
collaborazione col governo: colloqui di cui i giornali annunciarono gene­
ricamente un esito soddisfacente. Il sostenitore più spinto del governo
fascista in seno al partito liberale seguitava ad essere Salandra, che si
era messo in testa di trasmettere a Mussolini - secondo l’espressione da
lui usata in questo tempo, e precedentemente da Albertini — la fiaccola
del liberalismo italiano. Su questa linea di filofascismo liberale, o piutto­
sto conservatore, Salandra lavorava a unificare le forze liberali di destra,
combattendo invece una fusione con la Sinistra liberale (Giolitti, e tanto
più Nitti). Invece la direzione del partito liberale avrebbe voluto tenere
insieme tutti i liberali, da Salandra a Nitti, pure appoggiando pienamen­
te il governo di Mussolini, nel cui rispetto alla costituzione mostrava di
avere cieca fiducia. In questo senso il Consiglio nazionale del partito,
riunito a Milano alla fine di aprile, votò un ordine del giorno, firmato
anche da Soleri. Diverse da questa posizione erano quelle dei due grandi
organi liberali, « Corriere della Sera » e « La Stampa »; ma, come s’è già
detto, non identiche fra loro. Ambedue rilevavano, all’occorrenza, la
discordia profonda fra teoria e prassi fascista da una parte e liberalismo
dall’altra; ma mentre il primo isolava il « liberalismo puro » tra fascismo
e socialdemocrazia, la seconda sosteneva che di contro al fascismo libera­
lismo e socialdemocrazia erano necessariamente solidali, e che essi nel
dopoguerra non avevano potuto vincere la battaglia appunto perché non
avevano realizzato questa solidarietà. Una polemica interessante si svolse
cortesemente a questo proposito fra i due giornali (più specificamente,
fra Albertini e Salvatorelli) nel marzo 1923.
Chi tagliò corto con tutte queste discussioni fu il ministro Gentile,
il filosofo dell’« atto puro » che aveva militato fino allora nel campo
liberale. Grazie, appunto, a una sua costruzione filosofica egli arrivò a
identificare la libertà con l’obbedienza alla legge - nel caso concreto,
la legge fascista - e ad annoverare il manganello fra gli strumenti di
Il fascismo al potere 281

persuasione. Cosi il 2 giugno 1923 venne annunciato che egli aveva


preso la tessera fascista.

Massoneria e nazionalismo.

Al principio del nuovo anno si consumò la rottura tra il fascismo e


la massoneria, già sua fautrice fervida ed efficace. Nessuno meglio del­
l’onorevole Mussolini sapeva che la gratitudine non è virtù politica:
ed era naturale che una organizzazione come quella massonica gli desse
fastidio, per più motivi. Anzi, ogni organizzazione che rimanesse fuori
del quadro fascista riusciva sospetta e insopportabile al suo tempera­
mento dittatoriale e al suo programma ultimo (anche se non ancora
perfettamente chiaro a lui stesso) totalitario. Gli offerse lo spunto alla
offensiva antimassonica, il 29 gennaio 1923, un comunicato massonico
(della massoneria di Palazzo Giustiniani) su un’assemblea generale a
cui - diceva il comunicato - avevano partecipato « alcuni fratelli di alta
posizione politica » e numerosi giovani fascisti. L’assemblea aveva riaf­
fermato i motivi di difesa della laicità dello Stato, della libertà e della
sovranità popolare. Immediatamente una nota ufficiosa dell’Agenzia
«Volta» rispose che dal comunicato traspariva un atteggiamento spiri­
tuale antifascista; e prospettò una deliberazione del Gran Consiglio in
proposito. Alla facile profezia segui l’adempimento: il 13 febbraio il
Gran Consiglio decise l’incompatibilità di appartenenza tra massoneria
e fascismo. I cinque massoni membri del Gran Consiglio - Acerbo, Du-
dan, Cesare Rossi, Torre e Balbo - annunziarono di dimettersi dalla
massoneria.
Importanza ben maggiore avrebbe avuto il dissidio nazionalistico-
fascistico, se i capi del nazionalismo fossero stati capaci di concepire ed
effettuare la trasformazione del loro movimento in senso conservatore­
nazionale. Ma l’alleanza e più ancora la gara col fascismo li aveva spinti
nel senso opposto: in quello, cioè, di rafforzare il loro antiliberalismo
implicitamente estracostituzionale e al fondo antirisorgimentale, cioè
rinnegatore delle tradizioni nazionali. Non rimaneva quindi ad essi
altra via se non di accettare la fusione col fascismo offerta da Mussolini,
e accompagnata da modesti compensi politico-morali. E cosi avvenne,
nonostante qualche opposizione (Guglielmotti). La fusione fu decisa
alla fine di febbraio, ufficialmente proclamata ai primi di marzo, e signi­
ficò, dal punto di vista dell’organizzazione, un assorbimento puro e sem­
plice del nazionalismo da parte del fascismo, non attenuato dall’entrata
di Federzoni e Maraviglia nel Gran Consiglio quali membri stabili, né
282 Capitolo quarto

dal mantenimento di un residuo dell’Associazione nazionalista nell’Isti­


tuto di cultura nazionalista (divenuto poi anch’esso l’Istituto fascista
di cultura) che sorgeva - era detto espressamente - come emanazione
diretta del partito nazionale fascista. L’apprezzamento della fusione era
diverso se la si guardava, anziché sotto l’aspetto politico-pratico, dal
punto di vista ideale. Il fascismo era nato come movimento popolare
agitato da aspirazioni democratiche e propugnante un programma, se
non addirittura socialista, per lo meno laburista. Nonostante la sua lotta
col socialismo, una tendenza democratica e socialistoide era rimasta viva
in esso per lungo tempo, e si era affermata in dichiarazioni e atteggia­
menti dello stesso Mussolini, fino e oltre il suo avvento al potere. Se-
nonché le parole di « sinistra » erano terminate sempre in fatti di « de­
stra». E adesso la fusione col nazionalismo equivaleva alla integrale
adozione della ideologia nazionalistica, alla rinuncia a ogni ideale di
laburismo nazionale. Significava altresì, e tanto più, il ripudio definitivo
di ogni spirito individualistico, altre volte ostentato da Mussolini, e la
definitiva accettazione dello Stato « Moloch », proprio del nazionalismo.

La rottura con i popolari.

Assorbiti i nazionalisti, rimanevano, dei partiti collaboranti col fa­


scismo al governo, il democratico-sociale e il popolare. Il primo aveva
scarsa importanza, e restava nell’ombra. Diverso era il caso del partito
popolare, «partito di massa». La posizione del popolarismo, s’è già
osservato, non era priva di ambiguità; parecchi gregari l’avrebbero vo­
luta chiarire, con l’uscita dal governo e il passaggio all’opposizione. La
direzione cercava di sopire i malcontenti e frenare le impazienze: essa
comprendeva la delicatezza e i pericoli di una rottura precipitata. Al
prossimo congresso nazionale si sarebbe fatto un bilancio, con esame
della situazione. Si delinearono, all’approssimarsi di questo, tre cor­
renti: anticollaborazionistica, collaborazionistica condizionata, collabo-
razionistica incondizionata, che si potevano anche tradurre in sinistra,
centro, destra. Come sempre, don Sturzo era centrista. Il congresso si
tenne a Torino il 12 e 13 aprile 1923. La relazione di Sturzo parlò di
collaborazionismo tattico e non ideologico; riaffermò l’autonomia ideale
e politica del partito; sottolineò la sua contrarietà allo « stato panteista »
e alla «nazione deificata»; constatò l’illegalismo fascista residuo, e
ribadì la necessità di mantenere le libertà politiche costituzionali; fece
appello « alla tradizione più sana del nostro risorgimento »: inconsueto
tema davvero sulla bocca di lui, clericale combattivo in gioventù. De Ga-
Il fascismo al potere 283

speri considerò il governo di Mussolini come un ministero di coalizione,


inaugurante dopo l’insurrezione armata « un nuovo periodo costitu­
zionale ». Da sinistra si gridò: « O con lo Statuto, o con la cosiddetta
rivoluzione fascista»; da destra (Pestalozza) si parlò di Mussolini come
dell’uomo inviatoci dalla Provvidenza. La maggioranza del congresso
era indubbiamente antifascista: tuttavia, in omaggio alla « funzione
equilibratrice » rivendicata da Sturzo per il partito, si piegò ad appro­
vare gli ordini del giorno centristi di Sturzo e De Gasperi, a cui acce­
dette anche la destra; la sinistra votò contro, ma dichiarandosi fedele
alla disciplina di partito.
Il fascismo valutò molto di più i sentimenti antagonistici dei popo­
lari che non le decisioni « tattiche » collaborazionistiche. Una intervista
di Michele Bianchi disse che i seguaci di don Sturzo non potevano rite­
nersi né amici né collaboratori: i popolari leali verso il fascismo dove­
vano scindere la loro responsabilità. Mussolini convocò il 17 aprile a
Palazzo Chigi i membri popolari del governo; lesse loro una dichiara­
zione di critica al congresso di Torino, di ringraziamento per l’opera
svolta, e di restituzione della completa libertà di azione e di movimento,
insistendo sull’opportunità di un più esplicito chiarimento della situa­
zione, quale poteva essere fornito da un voto « inequivocabile » del
gruppo parlamentare. I popolari rimisero a Mussolini i portafogli ag­
giungendo che il partito nella sua grande maggioranza rimaneva colla-,
borazionista. Secondo l’invito mussoliniano, il gruppo parlamentare
popolare approvò il 20 aprile con 70 voti, e astensioni a sinistra e a
destra, un ordine del giorno. Esso interpretava l’approvazione del con­
gresso alla partecipazione popolare al governo come approvazione della
politica di questo, particolarmente per quanto riguardava l’indirizzo
seguito in ordine ai valori spirituali della nazione; constatava l’oppor­
tunità che l’opera restauratrice del capo del governo fosse sorretta da
tutte le forze sane; annunciava che il gruppo intendeva valutare la que­
stione della riforma elettorale coordinandola con le supreme esigenze
del paese; riaffermava al governo la fiducia già espressa col votare la
legge dei pieni poteri. Mussolini il 23 aprile si dichiarò insoddisfatto:
aveva chiesto una chiarificazione, egli disse, e aveva innanzi un docu­
mento più volte involuto, che non modificava il fondo del congresso di
Torino, essenzialmente antifascista per testimonianza di deputati popo­
lari che vi avevano partecipato. Accettava cosi le dimissioni dei ministri
popolari. Il giorno avanti la riunione del congresso popolare, elementi
cattolici di estrema destra, capitanati dall’onorevole Cornaggia, avevano
pubblicato a Roma l’appello-programma di una Unione nazionale fra
cattolici non aderenti al partito popolare e filofascisti. Il 24 aprile fu
284 Capitolo quarto

l’estrema destra o destra «nazionale» del partito popolare a riunirsi


(onorevoli Martire, Tommasi, Tovini, ecc.) e ad emanare un proclama
scissionista. In quello stesso giorno Martire fu ricevuto da Mussolini.
Il partito popolare italiano, sorto al di fuori del campo dell’Azione
cattolica, aveva mantenuto sempre il principio della netta distinzione
da questa; e aveva trovato in ciò consenziente, o addirittura preve­
niente, la Santa Sede. « L’Osservatore Romano » aveva avuto occasione,
sul principio del nuovo anno, di ribadire la distinzione: « Qualsiasi atti­
vità politica ed economica con organizzazione propria, sotto qualsiasi
nome e di qualsiasi tendenza, non può coinvolgere o riguardare né
direttamente né indirettamente il campo cattolico, il suo programma e
i suoi dirigenti». Ciò, peraltro, non poteva cancellare il fatto che il
partito popolare fosse un partito di cattolici, difensore di interessi mo­
rali-religiosi che erano anche cattolici, anzi ecclesiastici e vaticani. Un
conflitto fra questo partito e il governo - e un tale governo - diffìcil­
mente avrebbe potuto lasciare indifferente il Vaticano. Ci fosse anche
stata questa indifferenza, rimaneva a vedere se il fascismo l’avrebbe
accettata.
Mussolini, almeno da quando era entrato alla Camera, aveva tenuto
molto presente la Santa Sede come forza politica, e tanto più l’aveva
fatto dopo la sua venuta al governo. Si trattava per lui di tener disso­
ciati più che mai Vaticano e partito popolare e di accattivarsi diretta-
mente la benevolenza del primo, sia per avere l’appoggio del clero nel
popolo, sia per poter sfruttare la benevolenza stessa contro il partito
rivale del fascismo. Fino dai primi tempi del governo fascista, verso le
autorità ecclesiastiche furono mostrati in ogni occasione ossequio e desi­
derio d’accordo. Le sanzioni giuridiche contro le offese alla religione
cattolica e al clero furono aggravate. Vennero ristabiliti i cappellani mi­
litari nelle forze armate dello Stato; ricollocato il Crocifisso nelle aule
giudiziarie e in quelle scolastiche; attuato l’insegnamento religioso ob­
bligatorio nelle scuole elementari (gennaio 1923); favorita anche l’in­
troduzione di corsi liberi di religione nelle scuole medie. Ma anche
rispetto al Vaticano direttamente, e in relazione almeno tacita con una
liquidazione della questione romana, fu compiuto un passo, per verità
con modesto successo. Il 12 marzo 1923 il regio commissario per il
comune di Roma, Filippo Cremonesi, rese visita con solennità al cardi­
nal vicario (cioè facente le funzioni del pontefice in quanto vescovo di
Roma) Pompili. Due giorni dopo una nota dell’« Osservatore Romano »
tenne a stabilire che la visita era stata accettata perché privata e avve­
nuta nella dimora particolare del cardinale; e affermò che, nonostante
qualche accidentale modificazione, la questione giuridica tra la Santa
Il fascismo al potere 285

Sede e lo Stato italiano permaneva integra come al 21 settembre 1870.


Lo stesso giorno della pubblicazione di questa nota il cardinale restituì
la visita in forma privatissima in Campidoglio, in un momento in cui
il commissario era assente, lasciando il suo biglietto da visita. Questo,
per ciò che concerne le relazioni ufficiali e pubbliche. In via privata e
segreta Mussolini e il cardinal Gasparri si abboccarono nel gennaio
1923, e parlarono della questione romana - trovandosi d’accordo che
fosse ormai giunto il momento di risolverla - e altresì del salvataggio
del Banco di Roma.
Nelle alte sfere vaticane non tutti rimasero così riservati. Fecero im­
pressione le parole pronunciate dal cardinale Vincenzo Vannutelli, alle
nozze sfarzose del sottosegretario Finzi (febbraio 1923), in onore di
Mussolini presente, «acclamato già in tutta Italia restauratore delle
sorti della patria secondo le gloriose tradizioni religiose e civili della
nazione». «L’Osservatore Romano» si affrettò ad annunciare che que­
sta manifestazione del Vannutelli aveva carattere personale. Adesso
(27 aprile 1923) il Consiglio dei ministri approvò la grande riforma
scolastica Gentile, che per la scuola media era fondata sull’esame di
stato - antico reclamo dei cattolici per un pareggiamento fra alunni
delle scuole pubbliche e « privatisti » - e per le università sul principio
di autonomia, ciò che rese possibile la fondazione dell’Università catto­
lica del Sacro Cuore. Nonostante tutto questo, da parte vaticana si
rimase per adesso neutri nel contrasto fascista-popolare, e, se mai, piut­
tosto benevoli per i popolari; « L’Osservatore Romano » commentò
favorevolmente i deliberati di Torino, significanti - diceva il giornale -
la cooperazione « non tanto con un partito quanto con poteri costituiti
pel supremo interesse nazionale»; e una valutazione analoga fece la
« Civiltà Cattolica » del 3 maggio, non senza esprimere tuttavia la sua
preoccupazione per la susseguita rottura col governo.
Nel Consiglio nazionale del partito popolare, riunitosi il 15 mag­
gio, Luigi Sturzo fu confermato all’unanimità segretario politico, e
venne approvato, con 30 voti favorevoli e 3 contrari, un ordine del
giorno di lui che ribadiva i deliberati di Torino, e in conformità a questi
la collaborazione col governo.

La fronda fascista e la bastonatura a Misuri.

Fin dalla prima metà del gennaio 1923 una circolare della direzione
politica fascista aveva deplorato che in ogni fascio il disfrenarsi delle
ambizioni personali e delle passioni individuali minacciasse di incrinare
286 Capitolo quarto

la compagine delle file fasciste. Contrasti e discordie si erano scatenati,


con frequenza impressionante, nei fasci e nelle federazioni provinciali.
La circolare affermava che tutto ciò veniva fomentato da elementi estra­
nei al fascismo, i quali tendevano a disgregarlo per scopi personali in­
confessabili. In simile tentativo di « salvare la faccia » del fascismo c’era
di vero questo: che dopo la marcia su Roma le file del partito si erano
ingrossate vertiginosamente, presso a poco come quelle del « Pus », o
meglio della Confederazione generale del lavoro, dopo la fine della
guerra e la vittoria elettorale socialista nel novembre 1919. Senonché
il fenomeno odierno aveva conseguenze ben più gravi, in quanto la
confusione fra partito e Stato sfrenava gli appetiti perturbando e inqui­
nando l’amministrazione statale e l’azione governativa. Si formarono
rapidamente cricche locali in contrasto fra loro, e anche quelle esistenti
si cacciarono entro l’organizzazione fascista. Fascisti vecchi stettero
contro i nuovi, i « puri » contro i procaccianti, gli opportunisti e con-
ciliatoristi contro gli intransigenti: e tutte queste divisioni si coagula­
vano intorno a qualche personalità maggiore. Il culmine e il simbolo
della confusione fascista, e della disorganizzazione statale, si ritrovava
nel fenomeno dei « ras », cioè delle eminenze provinciali o regionali
fasciste, a capo delle federazioni ovvero - secondo il deliberato del
Gran Consiglio di gennaio - commissari politici. Questi « prefetti vo­
lanti » esautoravano naturalmente i prefetti autentici. L’Italia appariva
divisa in una serie di feudi, di cui abbiamo nominato anticipatamente
i vari signori. Qui insisteremo sul fatto che lo stesso feudo era dispu­
tato talora fra vari «ras»; in Roma stessa, sotto l’occhio del «duce»,
lottavano Bottai, Calza-Bini (espulso nel luglio ’23), Candelori, Foschi,
Igliori. Si arrivò presto alle scissioni aperte, alle espulsioni, alle dissi­
denze organizzate. Un caso famoso fu quello del fascismo perugino,
ove abbiamo già visto Misuri, il condottiero supremo delle « spedizioni
punitive » nei tempi eroici, venire in fiero contrasto con Pighetti e
con Bastianini ed uscire dal fascismo per entrare nel nazionalismo. Con
la fusione di questo egli tornò fascista, ma gli fu vietata l’iscrizione
a Perugia, e avendo egli resistito venne espulso ai primi del maggio
’23. Un altro caso classico fu quello di Alessandria, ove la città si
divise in due fazioni fasciste intorno al sindaco Sala e all’onorevole
Torre. Il 24 aprile 1923 il Gran Consiglio, considerando che i tes­
serati superavano il mezzo milione, stabili il catenaccio delle iscrizio­
ni, e dispose una severa selezione di tutti gli iscritti. I direttori dei
Fasci ebbero però facoltà di scegliere fra i cittadini « quelli che per
doti preclare sono degni del gran privilegio di militare nelle file del
fascismo », ciò che portò alle concessioni della tessera ad honorem, ta-
Il fascismo al potere 287

lora imbarazzante per chi ne era gratificato. Provvedimento più impor­


tante, e che dette nell’occhio, fu l’abolizione degli Alti Commissari (vedi
sopra); ma ne diminuì il valore l’istituzione contemporanea dei « fidu­
ciari provinciali». Al posto della direzione del partito venne istituita
una «Giunta esecutiva» composta da Bastianini, Bolzon, Caprino, Du-
dan, Farinacci, Lantini, Maraviglia, Sansanelli, Starace, Zimolo, con
segretario generale Michele Bianchi e segretario amministrativo Mari­
nelli. Queste ed altre disposizioni non bastarono a far cessare i dissidi
e i disordini: così, in maggio a Napoli si dimise il «ras» Padovani.
Queste agitazioni e insubordinazioni fasciste non rimanevano sem­
pre puramente locali, ma assumevano talora aspetto di opposizione, se
non a Mussolini, almeno a coloro che gli stavano intorno. Tale fu il
caso dell’opposizione di Misuri; ma, anche fuori dei dissidenti veri e
propri, « Cremona nuova », organo di Farinacci, affermò il 6 aprile la
necessità che intorno al presidente si costituisse un corpo di sentinelle
vigili, di incontaminati e puri fascisti; e ciò per evitare che in nome ed
all’ombra dell’autorità di Mussolini si compissero atti pregiudizievoli
nella coscienza pubblica per il fascismo ed il « duce ». Lo sbocco - non
privo di dramma - di questa dissidenza fascista fu costituito dall’inter­
vento di Misuri alla Camera il 29 maggio 1923. Di tale intervento l’ono­
revole aveva preavvertito Mussolini; e ne aveva avuto in risposta ordine
di non parlare e minaccia di arresto in caso contrario, al che egli aveva
replicato che fra lui e il presidente c’era di mezzo lo Statuto. La Camera,
quel giorno, era gremita di deputati e di pubblico. Misuri fece una cri­
tica acerba alla degenerazione del fascismo: elefantiasi prodotta dai
nuovi venuti (mezzo milione di tesserati e duecentomila camicie nere);
avendo sopraffatto i « simoniaci » il nucleo sano, influenza malefica del
partito sull’amministrazione; il Consiglio dei ministri ridotto a organo
di registrazione dei deliberati del Gran Consiglio; mancanza di coordi­
nazione della politica interna, non diretta effettivamente da Mussolini
troppo assorbito da quella estera. Misuri domandava la smobilitazione
degli spiriti e delle organizzazioni, l’allargamento della base del governo
a tutte le « sane correnti nazionali », il ristabilimento della normale
funzione parlamentare: e a quest’ultimo proposito si dichiarò per il
prolungamento di vita della Camera, e in caso di elezioni, per il ritorno
al collegio uninominale. Mussolini doveva seguire l’esempio di Bona­
parte, che abbatté l’inetto Direttorio. Il discorso suscitò alla Camera
una impressione notevole fra gli stessi fascisti: taluni di questi, fra cui
il sottosegretario all’Agricoltura Corgini, si congratularono con Misuri.
Su Mussolini esso fece l’effetto del panno rosso sul toro. A sera tarda,
circa le dieci e tre quarti, l’onorevole Misuri fu aggredito nei pressi di
288 Capitolo quarto

Montecitorio da tre individui, e ferito: capitanava l’aggressione il se­


niore della milizia Arconovaldo Bonaccorsi, nome destinato ad altre e
maggiori gesta nella spedizione fascista di Spagna. Egli non subì mo­
lestie: la Camera, il giorno seguente 30 maggio, confermò in occasione
dell’esercizio provvisorio la fiducia al governo con 238 voti contro 83,
e il direttorio fascista deplorò i deputati (sei, compreso Corgini) che si
erano congratulati con Misuri. Corgini si dimise da sottosegretario, e
le sue dimissioni furono accettate. Gli altri cinque posero il loro man­
dato parlamentare a disposizione del gruppo, e furono invitati a rima­
nere, prendendosi atto della loro sottomissione.
L’episodio Misuri destò un certo scalpore nel paese, anche al di
fuori dell’ambiente fascista. Esso veniva a rafforzare altre manifesta­
zioni dirette e indirette non favorevoli al fascismo. Il 14 maggio e
giorni seguenti si ebbero in Calabria e in Sicilia le dimostrazioni « del
soldino»; la gente, cioè, circolò in massa portando all’occhiello una
moneta di dieci centesimi con l’effigie del re, in significato antifascista.
Ciò avvenne contemporaneamente a grandiose dimostrazioni popolari
di Napoli per la visita reale; seguirono pochi giorni dopo altre dimostra­
zioni monarchiche poco meno imponenti, sempre ai reali in visita, a
Torino. A proposito di queste ultime « La Stampa » scrisse che To­
rino, acclamando il re, aveva voluto riaffermare la tradizione italiana
in cui monarchia, costituzione liberale, unità e grandezza nazionali
erano un funiculus triplex indissolubile. Le stesse dimostrazioni mo­
narchiche meridionali - soggiungeva il giornale - al di sopra delle
apparenze partigiane, scaturivano da un sentimento giusto della fun­
zione monarchica, equilibratrice dei contrasti interni e tutelatrice della
libertà e della legge.
Alle discordie e alle dissidenze fasciste, ai sintomi di opposizione
antifascista manifestantisi con un risveglio di sentimento monarchico,
era parso rispondere da parte dell’onorevole Mussolini - come in quello
stesso articolo del 23 maggio « La Stampa » segnalò — il doppio propo­
sito di realizzare definitivamente la sottomissione del fascismo alla legge
e alle autorità statali, e di normalizzare i rapporti con gli altri partiti
per costituire al suo governo una base più ampia e più conforme alla
costituzione ed alla prassi liberali dello stato italiano. Il secondo propo­
sito sembrava indicato dalle trattative e dai colloqui con rappresentanti
dei vari partiti e con personalità parlamentari, a proposito della riforma
elettorale; con che si accordava l’altra intenzione dichiarata da Musso­
lini di non fare le elezioni se non quando fosse ben sicuro che esse avver­
rebbero in un ambiente di libertà per tutti. Ma l’aggressione impunita
a Misuri non rientrava in tale quadro, né da quei colloqui politici usci
Il fascismo al potere 289

nulla che annunciasse un temperamento liberale nei progetti di riforma


elettorale. Mussolini tenne invece a dissipare le speranze di coloro
__ erano molti - che speravano da lui, dopo la liquidazione del « bolsce­
vismo », quella del fascismo. In un discorso (Padova, i° giugno) di­
chiarò:
Il tentativo di separare Mussolini dal fascismo o il fascismo da Mussolini è il
tentativo più inutile, più grottesco, più ridicolo che possa essere pensato... è per­
fettamente inutile che le vecchie civette della politica italiana mi facciano la loro
corte gaglioffa.
La base più larga, in contrapposto ai fenomeni di indisciplina fasci­
sta e ai sintomi di opposizione popolare, Mussolini si rivolse a costruir­
sela per altra via: via che da allora in poi non abbandonò più. Essa fu
quella delle « adunate popolari ». Un primo assaggio fu fatto a metà
aprile 1923 a Bologna e in Romagna (e già allora l’Agenzia «Volta»
dedusse da quelle dimostrazioni che il popolo italiano era con Musso­
lini, disposto a seguirlo «nell’ulteriore svolgimento della rivoluzione
fascista »). Ma il primo esperimento su larga scala - da un capo all’altro
della penisola, da Cremona a Messina passando per Firenze - si ebbe
nella seconda metà di giugno; e allora cominciarono i dialoghi rituali
concludentisi: «A chi l’Italia? A noi! »: l’Italia bottino del fascismo.
Occorre appena aggiungere che adunate e dialoghi erano plagi del
comandante D’Annunzio, signore e padrone di Fiume. Piuttosto, va
rilevato sin d’ora il chiarissimo significato intimidatorio delle une e
degli altri: intimidazione che andava dal re al parlamento e ai partiti
non fascisti. Cosi a Firenze il 19 giugno: « Ditemi dunque, camicie nere
di Toscana e di Firenze, se è necessario di ricominciare, ricominceremo?
(ùfi r/7) ».

L’espulsione di don Sturzo e la nuova legge elettorale.

I due scopi immediati del procedimento intimidatorio erano l’ap­


provazione della legge elettorale, e l’allontanamento di don Sturzo, ri­
masto segretario del partito popolare e che attraverso il suo organo « Il
Popolo » svolgeva una campagna politica più libera di prima. Una serie
di violenze si scatenarono contro i popolari, minacciando anche l’Azione
cattolica e il clero. La manovra intimidatoria sul Vaticano, da cui si
voleva ottenere che imponesse a don Sturzo il ritiro, riuscì. Il 25 giu­
gno il « Corriere d’Italia », organo cattolico, pubblicò in polemica con
« Il Popolo » un articolo di monsignor Pucci, ritenuto di ispirazione
vaticana, in cui si ammoniva abbastanza chiaramente don Sturzo a non
IO
290 Capitolo quarto

creare imbarazzi alla Santa Sede. Alla fine di giugno i popolari dissidenti
pubblicarono un manifesto invitante i cattolici a dare tutto il loro ap­
poggio al governo fascista. Il io luglio don Sturzo, vedendo - come fu
dichiarato - « che la sua qualità di sacerdote dava pretesto a chiamare
in causa la Santa Sede perpetuando un equivoco nocivo a tutti », depose
l’ufficio di segretario politico. «L’Osservatore Romano» dell’11 luglio
disse che le dimissioni di don Sturzo avrebbero contribuito alla pacifi­
cazione degli animi in Italia, soprattutto dopo « le sinistre voci di immi­
nenti offese contro il clero e le opere cattoliche»: confessione appena
dissimulata del ricatto subito. Al posto di don Sturzo subentrò un
triumvirato: Rodino presidente, Gronchi segretario, Spataro vicesegre­
tario. Mussolini infierì sul vinto con una nota della « Volta »:
... Le dimissioni di Luigi Sturzo non hanno modificato minimamente la situa­
zione politica... Nelle altissime sfere del fascismo si ha l’impressione che si tratti
non di una tragedia, ma di una mediocre commedia. Luigi Sturzo non è un martire,
né un combattente che... cade in piedi: don Sturzo è un politicante scaltro che si
nasconde dietro un paravento per continuare come prima e peggio di prima...
Il giorno stesso delle dimissioni di Sturzo, io luglio, si iniziò la
discussione della nuova legge elettorale. All’idea fondamentale del pro­
getto: grosso premio alla lista nazionale riportante la maggioranza rela­
tiva dei voti, mentre le altre liste si sarebbero divise proporzionalmente
il resto dei seggi, si erano dichiarati contrari, e contrari rimasero sino
alla fine, i giornali liberali - non rappresentanti il partito, ma solo se
stessi - « Corriere della Sera » e « La Stampa » : unico sistema ragione­
vole di premio alla maggioranza, per la miglior funzionalità del parla­
mento e stabilità del governo, sarebbe stato, se mai, il ritorno al collegio
uninominale. (A questo, ma con l’abolizione del ballottaggio, si era di­
chiarato favorevole Farinacci, probabilmente pensando che nella grande
maggioranza dei collegi poteva ottenersi il trionfo del candidato gover­
nativo, col terrore fascista). In quanto al partito popolare, la proporzio­
nale rimaneva per esso il porro unum necessarium. Il partito liberale
ufficiale dichiarò che il progetto andava accettato come espediente prov­
visorio e necessario per l’immissione definitiva del fascismo nei binari
costituzionali. Potè confermare il partito liberale in questa veduta il
fatto che il governo, rimanendo intransigente sul progetto elettorale,
non parlò più dell’altra progettata riforma costituzionale - vivamente
discussa e combattuta alla svolta dell’anno - secondo la quale il governo,
ricevuto il voto di fiducia all’inizio della nuova legislatura, sarebbe
rimasto inamovibile per tutta la durata della medesima. All’approssi-
marsi della discussione una frase molto ripetuta dalla stampa fascista
fu che, se la Camera non approvava il progetto elettorale, la rivoluzione
Il fascismo al potere 291

fascista avrebbe ripreso il suo corso. Era, al tempo stesso, la minaccia


di scioglimento anticipato della Camera (scioglimento prevedibile, pe­
raltro, anche in tempi normali, dopo una nuova legge elettorale); e di
« messa in soffitta » del parlamento. Al qual proposito « La Stampa »
(20 giugno) osservò che uno scioglimento della Camera sarebbe stato
perfettamente costituzionale, ma che le elezioni avrebbero dovuto farsi
con la legge rimasta in vigore. Un’altra manovra intimidatoria fu la
campagna fascista, particolarmente del « Popolo d’Italia », scatenata
adesso contro Albertini. Oltre i popolari e i socialisti, si pronunciò net­
tamente alla Camera, contro la riforma, Amendola, rilevando che con
essa la minoranza della Camera veniva ridotta alla parte di spettatrice.
La sostenne invece calorosamente il democratico-sociale Girardini; ed
ebbe per tale sua difesa la tessera ad honorem del partito fascista.
Mentre si svolgeva la discussione generale alla Camera, il Consiglio
dei ministri approvò il 12 luglio uno schema di decreto-legge sulla
stampa, contenente norme restrittive ispirate al regime del secondo
impero: diffida governativa; dichiarazione di decadenza, dopo la se­
conda diffida, del gerente responsabile; facoltà di ricusazione del gerente
nuovo. L’elenco dei motivi per simili provvedimenti era lungo, e i mo­
tivi stessi elastici: la stampa sarebbe stata alla mercè del potere esecu­
tivo. V’era ancora qualche capacità di resistenza liberale in Italia, spe­
cialmente nel giornalismo. « Corriere della Sera », « La Stampa », « Il
Mondo» (il giornale di Amendola), « Il Popolo» apersero una campa­
gna contro il decreto sulla stampa, anticostituzionale non soltanto nella
sostanza, ma nella forma, non potendo quelle disposizioni emanarsi in
nessun caso per decreto. Il decreto-legge, emanato il 15 luglio, non fu
messo per allora in vigore, ma riposto nel cassetto del presidente del
Consiglio, il quale dichiarò di contare sulla disciplina spontanea del gior­
nalismo italiano. Sulla testa di questo esso rimaneva sospeso, per esser
fatto calare al momento opportuno; ma per adesso nel mondo giornali-
stico-politico italiano si trasse un respiro.
Concorse al medesimo effetto di sollievo il discorso di Mussolini
per la chiusura generale della discussione sulla riforma elettorale, il 15
luglio. Fu il discorso più parlamentare da lui mai pronunciato. Egli
parlò rivolgendosi alla Camera per chiederne la collaborazione e la fidu­
cia, riconoscendo in pari tempo la ragion d’essere e la funzione costitu­
zionale dell’opposizione; e pur accennando chiaramente allo sciogli­
mento della Camera in caso di voto sfavorevole, rimase anche in tale
accenno nel quadro costituzionale. Egli giunse a far credere a una sua
disposizione ad accettare emendamenti al progetto. Il risultato fu che,
venuta la Camera al voto per divisione, la fiducia al governo fu appro-
292 Capitolo quarto

vaia a grande maggioranza (303 contro 140 e 7 astenuti) con la parte­


cipazione dei popolari; sull’approvazione di principio e il passaggio
conseguente alla discussione degli articoli i popolari dichiararono per
bocca di De Gasperi di astenersi. Una decina, però, di deputati popolari
di destra, capitanati da Cavazzoni, votarono anche il passaggio agli
articoli; e furono poi espulsi dal gruppo e dal partito. Il passaggio fu
approvato con 235 voti contro 139 e 77 astenuti. Amendola e Bonomi
si astennero su tutto l’ordine del giorno, motivando il primo esplicita­
mente la sua astensione con l’atteggiamento normalizzatore asserito nel
discorso da Mussolini. Il 20 luglio i popolari proposero che fosse fissato
un minimo di voti (un quorum} perché la lista di maggioranza relativa
potesse avere il premio: e lo indicarono nel 40%. Il governo accettò
il quorum domandandone l’abbassamento: e Mussolini precisò il 25%.
La Commissione dei Diciotto accettò con sette voti (fra cui Giolitti)
contro sei. La minoranza, capitanata da Bonomi, propose il 33%; por­
tata la questione all’assemblea, Mussolini, contrariamente agli affida­
menti dati il 15, pose la questione di fiducia. Il governo vinse per pochi
voti, 178 contro 157. L’approvazione definitiva a scrutinio segreto si
ebbe il 23 luglio.
Dopo l’irrigidimento sul quorum, Mussolini, con la solita alternanza,
compì un nuovo gesto di conciliazione, il 24 luglio, con l’udienza ac­
cordata a D’Aragona, segretario della Confederazione del lavoro, con
Buozzi, Cabrini, Colombino, per discutere di problemi sindacali e « nor­
malizzare » i rapporti del fascismo con la Confederazione. Mussolini
riconobbe il diritto dei lavoratori confederali alla libera convivenza ac­
canto alle altre forze sindacali. Le fantasie corsero, e si parlò di ingresso
dei confederali al governo, senza contraddizione da parte loro. Un mese
più tardi, il 25 agosto, il convegno confederale di Milano approvò la
politica collaborazionistica di D’Aragona e Buozzi, indipendente da ogni
partito politico, respingendo una mozione massimalista. A quella data
la persecuzione fascista contro i lavoratori socialisti di Molinella - cen­
tro classico del socialismo riformista -, già in corso da tempo, raggiunse
il culmine con l’intimazione a tutti i lavoratori iscritti ai sindacati con­
federali di passare a quelli fascisti, pena la ripresa dello squadrismo.
Come si vede, sulle assicurazioni di Mussolini si poteva veramente con­
tare. Fece riscontro (truce riscontro) a questo fatto l’uccisione a basto­
nate, il 23 agosto, di don Giovanni Minzoni, arciprete di Argenta
(Ferrara), ordinata da Balbo. Un proclama in data i° agosto del Gran
Consiglio, era tornato a parlare minacciosamente contro gli avversari
del fascismo, e particolarmente contro « il torbido ed imbelle prete sici­
liano » e il partito popolare.
Il fascismo al potere 293

Corfu.

L’idillio italo-inglese del maggio 1923, di cui fu pronubo Contarini,


non venne turbato dagli ultimi svolgimenti della conferenza di Losanna
per la pace con la Turchia. La conferenza, sospesa il 4 febbraio 1923,
ripresa il 23 aprile, terminò il 24 luglio con la firma del trattato. In esso
la clausola più importante per noi riguardava la cessione del Dodeca­
nese all’Italia, clausola che passò senza cambiamenti dal trattato di
Sèvres nel nuovo trattato. La Gran Bretagna, che aveva fatto prece­
dentemente difficoltà, ora non le risollevò. Fu un successo della politica
contariniana. Mussolini ci voleva metter del suo: l’invio di una squadra
navale a prender possesso solenne del Dodecaneso; ma ne fu dissuaso
dagli alti funzionari della Consulta, cioè di Palazzo Chigi. Era stato
operato in quel tempo il passaggio del ministero degli Esteri dall’uno
all’altro edificio: Mussolini sentiva già il bisogno di una sede più gran­
diosa, e aveva subito fatto allestire nel mediocre palazzo di Piazza Co­
lonna un « salone della Vittoria ».
Contarini e i suoi, che avevano evitato la gaffe della dimostrazione
navale, non poterono impedire l’avventura inutile e pericolosa di Corfù.
Non tutto, ancora oggi, è perfettamente chiaro nel suo decorso, né una
valutazione storica precisa si è ancora consolidata in proposito. E nelle
tenebre rimane il punto di partenza: il massacro (27 agosto 1923) della
missione militare italiana inviata dalla Conferenza degli ambasciatori
- organo supremo per l’esecuzione dei trattati di pace - a delimitare il
confine greco-albanese. Il presidente della commissione, generale Tel­
iini, i due ufficiali suoi aiutanti e l’autista (tutti italiani) furono uccisi
in una imboscata, sul territorio greco di Janina. Non se ne sa oggi, dopo
quasi trenta anni, più di allora sugli autori e i mandanti dell’eccidio.
L’ipotesi più verosimile rimane che l’eccidio sia stato un fatto di delin­
quenza nazionalistica da parte di banditi greco-epiroti.
Una responsabilità giuridica il governo greco l’aveva, per essere av­
venuto il fatto sul suo territorio; e una domanda di riparazioni, da deter­
minare dopo inchiesta, era ragionevole. Mussolini andò molto più in là.
Egli diresse il 29 agosto un ultimatum al governo greco, con queste
richieste: scuse formali al governo italiano da presentarsi dalla più alta
autorità militare greca al ministro d’Italia; solenne cerimonia funebre
con l’intervento del governo greco al completo; onori, da parte della
flotta greca al Pireo, alla bandiera italiana innalzata da una nostra divi­
sione navale; inchiesta severissima entro cinque giorni con l’assistenza
294 Capitolo quarto

dell’addetto militare italiano; indennità di cinquanta milioni; onori mi­


litari alle salme all’atto dell’imbarco.
L’ultimatum mussoliniano ricordava sinistramente quello austriaco
alla Serbia che aveva scatenato la guerra mondiale; e la rievocazione
continuò con i primi svolgimenti successivi. Il governo greco accettò
solo parzialmente \'ultimatum, annunciando che, in caso di mancato
accordo, avrebbe sottoposto il caso alla Società delle Nazioni, accoglien­
done il responso. Mussolini replicò inviando una squadra a occupare
Corfù. Il comandante di questa bombardò, per eccesso omicida di zelo,
il vecchio castello in cui non c’erano che profughi dell’Asia minore (si
è parlato di più di un centinaio fra morti e feriti), e sbarcò un corpo
d’occupazione. La Grecia ricorse a Ginevra, e il Consiglio della Lega
si riunì il i° settembre. I rappresentanti italiani sostennero che non si
trattava di un atto di guerra ricadente sotto l’articolo 15 del Covenant,
e che pertanto la Lega non era competente. Mussolini minacciò il ritiro
dell’Italia dalla Lega, ove questa si ingerisse nella faccenda: primo
esempio di sfida all’autorità della Società delle Nazioni, in violazione
dello statuto e in tacita attuazione della regola nazionalistica secondo
cui gli impegni internazionali e le autorità internazionali si rispettano
solo finché fanno comodo. Mussolini fece cosi da maestro al Giappone
e alla Germania hitleriana.
Intervenne, per iniziativa dell’ambasciatore Avezzana ( successore di
Sforza) coadiuvata da Poincaré, la Conferenza degli ambasciatori riven­
dicando a sé, quale mandante della commissione massacrata, il compito
delle sanzioni. L’intervento fu accettato sia da Mussolini sia dal Con­
siglio, senza rinunzia formale né dell’uno né dell’altro alla competenza
propria: Mussolini inoltre aggiunse che sarebbe rimasto a Corfù sin
che le soddisfazioni greche non fossero adempiute. Il compromesso fu
agevolato dalla ripresa in mano dell’affare per parte di Contarini, su
preghiera di Mussolini medesimo, vistosi a mal partito. L’8 settembre
la Conferenza formulò un programma di riparazioni analogo a quello di
Mussolini, ma internazionalizzato: scuse, onori, controllo dell’inchiesta
sarebbero stati ricevuti o effettuati da tutte e tre le potenze, e non solo
dall’Italia; a questa sarebbe andata l’indennità, da determinare per ope­
ra della Corte di giustizia internazionale dell’Aja, con deposito di garan­
zia nel frattempo da parte del governo greco. Mussolini, come il governo
greco, accettò la decisione della Conferenza, riconfermando però che
l’evacuazione di Corfù sarebbe avvenuta solo quando la Grecia avesse
adempiuto a tutti i patti stabiliti, compresa la ricerca e punizione dei col­
pevoli. Contro questo tentativo di procrastinazione indefinita insorse il
governo britannico, e Mussolini dovè piegarsi ad accettare come data
Γ Il fascismo al potere

dello sgombero il 27 settembre, giorno di chiusura dell’inchiesta greca


295

sull’eccidio (che fu negativa). In cambio, Mussolini ottenne peraltro


dalla Conferenza degli ambasciatori il pagamento dei cinquanta milioni,
senza ricorso all’Aja.
Se Mussolini si era illuso (come è probabile) di poter ripetere per
Corfù ciò che i governi liberali avevano realizzato per Rodi e il Dode-
caneso - la permanenza indefinita, fino al momento opportuno per
l’annessione - la fine dell’avventura corfiota rappresentò per lui una di­
sfatta. Questa, però, non apparve chiara al pubblico, il quale intravide
soltanto che Mussolini se ne era andato da Corfù prima di quel che
aveva annunciato e non del tutto spontaneamente. Tale impressione per
lui non favorevole si sommò con l’allarme per effetto del suo procedi­
mento violento, e con la contrarietà che sempre suscita - e anche al­
lora suscitò largamente - la sopraffazione del debole. Accanto, o me­
glio di contro a questi effetti negativi per Mussolini, ci furono quelli
altrettanto e più sfavorevoli per il prestigio della Società delle Nazioni,
il cui statuto era stato violato e la cui autorità impugnata senza risarci­
mento.
Fu questa la prima grande occasione in cui l’istituto wilsoniano
di Ginevra fu attaccato e vituperato dalla stampa fascista, mettendosi
in questione se l’Italia dovesse rimanerci. Se ne parlò (dal Coppola)
come di una istituzione puerile e grottesca, di un ambiente di intrighi,
e di camorre internazionali, di un incontro delle egemonie, delle vanità,
dei sospetti, delle paure, delle avidità di grandi e piccole potenze e per­
sino di singoli uomini. Si disse da Gioacchino Volpe - primo personag­
gio, dopo Giovanni Gentile, della cultura universitaria italiana aderente
al fascismo - che le dottrine societarie, internazionaliste e ultraborghesi
erano al servizio dell’Inghilterra, nonché dei proprietari di albergo sviz­
zeri. Tuttavia gli stessi corifei della campagna antisocietaria conclusero
che all’Italia non conveniva ritirarsi dalla Lega: essa doveva rimanerci,
per tutelare i propri interessi, per renderla innocua, per affrettare e pre­
cipitare la sua fine, la quale sarebbe avvenuta quando « il classico, anti­
democratico, anti-pacifista, nazionalista secolo xx » avesse constatato che
la Lega delle Nazioni non era se non « un relitto spettacolare fossilizzato
del sorpassato secolo xix » (Coppola). Queste rimasticature di Léon
Daudet, precorrenti gli isterismi nazisti, non erano semplici deliri ver­
bali, flatus vocis sperdentisi nell’aria. Esse contribuivano a quell’avve­
lenamento degli spiriti da cui dovevano uscire gli orrori e le catastrofi
desolanti l’Europa.
Mussolini, in termini molto più misurati dei suoi suggeritori nazio­
nalisti, disse anche lui al Senato, il r6 novembre 1923, che l’episodio di
296 Capitolo quarto

Corfù aveva posto il problema della Società delle Nazioni innanzi al­
l’opinione italiana; ma che «per il momento» non era consigliabile
lasciare la Lega: «una volta fuori di essa non si può bussare alla porta
per rientrarvi». E in termini più categorici ribadì alla Camera la neces­
sità di rimanere, il 7 giugno 1924.

Tangeri e Fiume.

Al di fuori di ogni ingerenza societaria Mussolini subì poco dopo


uno scacco nel Mediterraneo; e questa volta lo subì con lui il nostro
paese, poiché si trattava di un nostro interesse legittimo, anche se non
essenziale. Era venuta sul tappeto diplomatico, tra Spagna, Francia
e Inghilterra, la sistemazione di Tangeri. Il nazionalismo spagnolo
si urtava colà con gli interessi delle due potenze maggiori: fra i tre
contendenti l’Italia non riuscì per allora a prendere un suo posto, nono­
stante l’anticipo in miniatura di Corfù disposto da Mussolini con lo
sbarco, alla fine di agosto, a Tangeri di dodici carabinieri in borghese
per guardia personale del console italiano. In questo caso l’opposizione
principale venne da Poincaré. La Spagna appoggiò l’opposizione della
Francia, mentre l’Inghilterra - a quanto assicura Guariglia nei suoi
Ricordi - sarebbe stata piuttosto favorevole.
In Spagna proprio in quel tempo (settembre 1923) si istituì la dit­
tatura di Primo de Rivera, marchese di Estella. Questi venne a Roma
dal 19 al 23 novembre ad accompagnare Alfonso XIII in visita al
papa e a Vittorio Emanuele. Mussolini si abboccò con De Rivera,
verso il quale avrebbe voluto fare la parte di maestro, per la sua pri­
mogenitura dittatoriale. Da De Rivera ebbe assicurazioni confidenziali
per la faccenda di Tangeri, assicurazioni il cui valore apparve rialzato
dagli elogi di re Alfonso al governo fascista: elogi, del resto, non supe­
riori a quelli pronunciati qualche mese avanti dal monarca britannico.
Dove la moderazione mancò affatto, fu nel discorso pomposo ed ec­
citato del re ai piedi del papa: invocazione per la Spagna di non si
sa bene quale crociata, a cui Pio XI rispose in termini non impe­
gnativi.
Dal viaggio spagnuolo a Roma, come non uscirono « gesta Dei per
Hispanos », così neppure l’intesa italo-spagnuola per il Mediterraneo
sognata allora per la prima volta da Mussolini. Il governo spagnuolo
seguitò ad esser contrario all’inclusione dell’Italia nell’amministra­
zione internazionale di Tangeri, la quale rimase limitata alle tre po­
tenze occidentali con l’accordo tripartito del 18 dicembre 1923.
Il fascismo al potere 297

Nell’autunno 1923 - dopoché la questione di Corfù si trovò avviata


a soluzione - Mussolini, vagheggiando una annessione di Fiume, effet­
tuò sondaggi con Stresemann, Helfferich, Seekt, per una eventuale col­
laborazione politica e militare. Il primo rimase sostanzialmente nega­
tivo, mentre gli altri si mostrarono favorevoli a un’intesa. Alla svolta
dell’anno, Mussolini arrestò i contatti (rinnovati più tardi per varie
vie: pare tuttavia che abbia favorito il riarmo tedesco) e si orientò verso
una ripresa della politica del « rinunciatario » Sforza, dai nazionalisti
esecrato. Si ebbero cosi gli accordi con la Jugoslavia firmati da Mus­
solini e dal presidente jugoslavo, il vecchio Pašić (insieme col suo mi­
nistro degli Esteri Ninčić), a Roma, il 27 gennaio 1924. Si trattava di
un accordo per Fiume e di un patto d’amicizia. Il primo riconosceva la
sovranità italiana su Fiume e il porto, attribuendo affa Jugoslavia Porto
Baross, e la più gran parte del territorio estracittadino di Fiume; affa
Jugoslavia veniva anche concesso in affitto per cinquant’anni il bacino
Thaon di Revel nel porto di Fiume. Il patto di amicizia stabiliva che
le due parti collaborassero al mantenimento dell’ordine stabilito dai
trattati di pace del Trianon, di Saint-Germain e di Neuilly. In caso di
aggressione non provocata contro una delle parti per opera di una terza
potenza, l’altra parte si impegnava a restare neutra; nel caso di minacce
affa sicurezza e agli interessi dell’una, l’altra avrebbe dato il suo appog­
gio politico e diplomatico, e quando gli interessi comuni fossero minac­
ciati, esse si sarebbero consultate sulle misure da prendere. Il patto
era concluso per cinque anni. Una serie di accordi aggiuntivi regolarono
questioni particolari. La Skupština approvò gli accordi di Roma a gran­
dissima maggioranza (123 contro 21); e il 22 febbraio si ebbe il decreto
italiano di annessione di Fiume. Segui il conferimento a Mussolini del
collare dell’Annunziata.
Il primo accordo ebbe il grande merito di liquidare la spinosa que­
stione italo-jugoslava di Fiume; la liquidazione peraltro avveniva in
termini tali che rimaneva seppellito il progetto di Sforza, per fare di
Fiume un porto di prim’ordine per il retroterra jugoslavo, e danu­
biano in genere (esso non sarebbe andato a danno di Trieste, data la
differenza dei settori geografici). Il patto d’amicizia, invece, rappre­
sentò una autentica continuazione, a opera dell’esperto Contarini, della
migliore politica di Sforza: esso apriva vaste prospettive a una penetra­
zione pacifica dell’influenza e dell’attività italiana nei Balcani.
Tutto stava che esso venisse applicato in uno spirito sincero di ami­
cizia e di collaborazione fra i due paesi. Non rispose certo a tale spi­
rito il discorso di Giunta, segretario generale del partito fascista, a
Napoli, in cui il trattato stesso era sbandierato non solo come uno
298 Capitolo quarto

scacco matto alla Francia, ma come risultato di un concentramento di


truppe effettuato da Mussolini sul confine orientale.
Qualche mese più tardi uno scrittore nazionalista dei più noti ribadì
che il governo serbo (come egli lo chiamava, quasi rifiutandosi a ricono­
scere l’esistenza di una Jugoslavia) era stato costretto a scegliere tra la
guerra e la pace.
Una continuazione e un ampliamento della politica di amicizia con
la Jugoslavia sembrò verificarsi con la venuta di Beneš a Roma, nel
maggio 1924. Si trattava del capo morale della Piccola Intesa, di uno dei
maggiori rappresentanti della politica francofila e «societaria», di una
personalità europea. Segui alla visita, il 5 luglio, la firma di un patto
italo-ceco di collaborazione cordiale per il mantenimento dell’ordine sta­
bilito dai trattati di pace, e per un concerto reciproco nel caso che le due
potenze constatassero d’accordo che i loro interessi comuni erano minac­
ciati. Ma il patto rimase lettera morta, e quasi ignorato.
Il linguaggio dei pubblicisti nazionalfascisti preannunziò un tale esi­
to: essi parlarono di una Piccola Intesa ridotta a semplice apparenza di­
plomatica; rappresentarono gli accordi con Belgrado e con Praga come
semplici espedienti temporanei per neutralizzare la politica francese; e
preconizzarono una situazione italiana di predominio nell’Europa cen­
trale su basi ben diverse dagli accordi con gli Slavi. Si abbozzava già la
politica della revisione dei trattati, antislava e antifrancese.
Una pagina curiosa del governo fascista è quella delle relazioni con
la Russia, al fondo delle quali stette sempre, nello spirito di Mussolini,
un misto di repulsione e di attrazione, di inimicizia e di invidia, mentre
per parte di Mosca ci fu uno spregiudicato realismo politico, misto a
molta indifferenza. Sforza aveva preannunciato in massima il ricono­
scimento formale del governo sovietico, e intanto aveva avviato la ri­
presa dei rapporti commerciali. Anche qui Mussolini ne riprese le
direttive nel discorso alla Camera del 30 novembre 1923, in cui difese
il trattato di commercio con la Russia e si dichiarò favorevole al rico­
noscimento. Qualche giorno dopo egli ricevette il commissario sovie­
tico Krasin, ed esaminò con lui le relazioni commerciali italo-russe. Per
l’atto definitivo del riconoscimento Mussolini, tuttavia, indugiò; e fu
preceduto dal governo laburista di MacDonald, il i° febbraio 1924. Al­
lora Mussolini si affrettò a firmare in Roma, il 7 febbraio, un trattato
italo-russo contenente il riconoscimento con relativo scambio di amba­
sciatori. Il commissario sovietico agli Esteri Cičerin esaltò il riavvicina­
mento italo-russo ed ebbe parole laudative per Mussolini. Ai primi del
marzo 1923 una nota « Stefani » aveva annunciato che era stato posto al
rappresentante sovietico a Roma il quesito circa la posizione che il
Il fascismo al potere 299

governo di Mosca intendeva assumere nei riguardi del regio governo;


ciò perché « non era nemmeno concepibile un miglioramento delle rela­
zioni economiche fra i due paesi, ove il partito di governo in Russia
tentasse di intaccare la compagine interna dell’Italia». Il rappresen­
tante sovietico aveva assicurato che il suo governo intendeva disinte­
ressarsi di qualsiasi propaganda ostile alle istituzioni e al governo ita­
liano.

Revisionismo fascista fallito.

Il conflitto italo-greco (e, in sordina, italo-ginevrino) non servi a


comporre, e anzi neppure ad attutire i contrasti interni fascisti. Proprio
in quei giorni si svolse una polemica asprissima tra Farinacci, il « ras »
di Cremona e duce della fazione estremista, e Massimo Rocca, un conci-
liatorista o trasformista che, combattendo a fondo il rassismo, o, come
egli anche si esprimeva, i « vice-reami », mirava a ristabilire una certa
parità di condizioni tra fascisti e non fascisti, e a realizzare per questa
via un blocco posto a disposizione del capo del governo. V’era, al fondo,
una forte affinità tra il tentativo di Rocca e quello precedente del Mi­
suri; ma mentre questi aveva condotto la sua campagna in modo da
suscitare la collera di Mussolini, il Rocca invece conservò la benevo­
lenza di lui, e ci si può chiedere se non ne fosse, almeno parzialmente,
un portavoce. La preoccupazione di dominare il partito, e non esserne
dominato, era tuttora assai viva in Mussolini, non ancora maturato
definitivamente a « duce ». Di fatto il vincitore nella lotta fu Farinacci,
e non Rocca, che il 27 settembre 1923 ebbe dalla Giunta direttiva del
partito l’espulsione. Mussolini peraltro reagì alla sentenza dimettendo
la Giunta e convocando per il 12 ottobre il Gran Consiglio. Questo
trasformò l’espulsione in sospensione per tre mesi: provvedimento che
riduceva fortemente la punizione materiale, ma non cancellava la scon­
fitta politico-morale del « revisionismo » e della « normalizzazione ».
Sconfitta non controbilanciata dai tre mesi di fortezza inflitti - qualche
giorno prima dell’espulsione del Rocca - dal Comando generale della
milizia a De Vecchi, per alcuni giudizi offensivi per gli ufficiali di car­
riera dell’esercito italiano. De Vecchi, una ventina di giorni dopo, venne
promosso e allontanato, con la nomina a governatore della Somalia.
In quanto alla direzione del partito, essa fu provvisoriamente sostituita
dall’onorevole Giunta come segretario generale.
Di questa sconfitta del revisionismo fascista - se e in quanto si
poteva parlare di una sua esistenza e consistenza - il primo respon-
3 oo Capitolo quarto

sabile era Mussolini stesso. Il quale avrebbe gradito bensì un certo


levigamento di rapporti con i non fascisti, un certo smussamento d’an­
goli, un tal quale trasformismo filofascista; ma purché esso avvenisse
unicamente a suo libito, in una silenziosa totale obbedienza ai movi­
menti del suo sopracciglio, e senza che i detestati liberali e democratici
ne cogliessero il pretesto a rialzare minimamente il capo. Al minimo
accenno di indipendenza da parte del collaborazionismo liberaldemo-
cratico, Mussolini tornava immediatamente sul piano dell’intransigenza
sprezzante e brutale, facendo blocco di fatto col farinaccismo - forse
anche perché temeva un sopravvento di Farinacci e compagni a suo
danno. Eccitarono pertanto le sue ire, intorno alla metà di ottobre, i
commenti del « Giornale d’Italia » sulla riunione del Gran Consiglio e
sul rassismo, e un convegno liberale (15 ottobre 1923) a Torino in cui
il segretario del partito Giovannini rivendicò la dottrina e il metodo
liberali e affermò la necessità della discussione e della libera critica.
Una nota ufficiosa dell’Agenzia «Volta» tuonò: «L’Italia liberale è
stata raccolta moribonda dal governo fascista ». Il segretario generale
Giunta, in un proclama alle federazioni fasciste, avverti i « parenti più
o meno poveri del fascismo » che essi non avevano diritto a « compar­
tecipazioni o a coalizioni». L’« Idea nazionale» accusò i liberali di
aver fatto a Torino, con la rivendicazione del metodo liberale, un passo
falso prestandosi al giuoco delle « zone grige antifasciste ». La direzione
del partito liberale cercò di rabbonire gli alleati-padroni con un comu­
nicato contro le travisazioni del convegno di Torino.
L’altro partito fiancheggiatore, il demosociale, aveva ricevuto la sua
ramanzina già due mesi avanti, peraltro meno ufficiale e solenne. La
sua direzione ai primi dell’agosto 1923, dopo un colloquio con l’ono­
revole Mussolini, aveva emanato un comunicato in cui si diceva che
essa democrazia offriva al governo fascista la sua collaborazione, non
solo di uomini, ma di partito; e che il governo fascista Faccettava. A
quel comunicato 1’« Idea nazionale » aveva risposto accusando la demo­
crazia sociale di passate manovre socialdemocratiche e di persistente
spirito antifascista. Si parlò già allora dell’uscita dal ministero del duca
di Cesarò, uscita che vedremo fra poco verificarsi; per allora, si rimase
alle dimissioni rientrate del ministro. Rimanevano i combattenti, in
seno ai quali perduravano vivi contrasti pro e contro il fascismo. Il Con­
siglio nazionale, nonostante tali contrasti, approvò il 21 dicembre la
collaborazione, stipulata dalla direzione in un accordo del 14 novembre
concluso con il partito fascista.
Che un margine di critica, con un minimo di coraggio, rimanesse
ancora, lo provò l’articolo della « Stampa » Mito e storia per il primo
Il fascismo al potere 301

anniversario della marcia su Roma. Era un mito fascista, diceva l’arti­


colo, che la marcia su Roma avesse salvato l’Italia dal bolscevismo. Il
periodo massimalista del socialismo era terminato alla fine del 1920, e
da allora era svanito qualsiasi timore di una rivoluzione bolscevica. Pre­
cedentemente, il fascismo non aveva svolto in pratica nessuna azione
contro il pericolo bolscevico: in taluni episodi aveva anzi concluso di
fatto con esso « accordi di benevola neutralità ». Il fascismo era apparso
quale vero fattore politico solo a pericolo passato, e la sua azione si
era svolta non contro il bolscevismo in sfacelo, ma contro il socialri-
formismo e il laburismo, contro la democrazia e lo Stato liberale, fa­
cendo succedere al disordine bolscevico quello fascista, più esteso e
profondo del primo, e unico persistente e dilagante alla vigilia della
marcia su Roma. Nessuna molestia, per questa distruzione definitiva
- in sede storica, se non nei cervelli piccolo-borghesi - del «mito
fascista » venne al giornale, né all’autore dell’editoriale, assai facilmente
identificabile.
La celebrazione fascista di questo primo anniversario fu solenne, o
almeno strepitosa: essa fu punteggiata dai discorsi di Mussolini, il
28 a Milano, il 29 a Bologna, il 30 a Perugia, il 31 a Roma. Qui egli
parlò alle rappresentanze fasciste di tutta Italia, che sfilarono in un
grande corteo da Piazza del Popolo a Piazza Venezia e al Quirinale, ove
il re si presentò al balcone con tutti i principi reali: il corteo si sciolse a
Piazza Esedra. I discorsi mussoliniani furono tutti ispirati a una vo­
lontà risoluta di mantenere in pugno il potere contro ogni ostilità aperta
ed occulta, e di reagire vigorosamente contro chiuque creasse ostacoli al
governo. Non mancò qualche allusione all’illegalismo e all’estremismo
fascisti. A Milano Mussolini vantò che il governo fascista aveva forti­
ficato monarchia, Chiesa, esercito; non era stato invaso né chiuso il
parlamento, non si erano fatte leggi eccezionali, non creati tribunali
straordinari « che forse avrebbero potuto distribuire su certe schiene
la razione di piombo necessaria». «I nostri avversari di tutti i colori
non devono contare più oltre sulla nostra longanimità». Parlò, in dia­
logo con le « camicie nere », di « spingere la marcia a fondo verso
altre direzioni ». « Pensate voi che durerà dodici anni moltiplicati per
cinque? (Si, si.')» In occasione del primo anniversario della marcia su
Roma il re firmò un’amnistia politica ed economico-sociale per reati di
pena non superiore ai tre anni.
302 Capitolo quarto

«Ceka» ed elezioni.

Il 13 novembre 1923 il Senato in una sola seduta discusse e approvò


(165 voti contro 41) la legge elettorale. Il io dicembre un decreto
reale chiuse la sessione parlamentare. Scadeva il 31 dicembre la legge
sui pieni poteri, a una cui proroga il governo sembrò cosi rinunziare.
Si rafforzò l’impressione che la chiusura di sessione fosse il prologo
dello scioglimento della Camera; e si iniziò di fatto il periodo eletto­
rale, nella misura in cui le condizioni politiche anormali lo permet­
tevano. Bastò solo che si incominciasse a parlar di elezioni perché dal
campo fascista si levassero voci a proclamare che l’Italia non doveva
ricadere nella malattia dell’elettoralismo. Era una contrarietà appena
dissimulata a qualsiasi ripresa di normale lotta politica: ripresa che
pure sarebbe stata indispensabile perché le elezioni conservassero un
qualche valore morale, dopoché la nuova legge elettorale aveva pres­
soché annullata la loro funzione p