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05/12/21, 15:35 Camilleri & Montalbán

Camilleri & Montalbán

Il dolore di Carvalho, detective dei piaceri


E’ morto Vázquez Montalbán, scrittore impegnato e padre dell’investigatore gastronomo E’ morto ieri
lo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, creatore dell’«investigatore gastronomo» Pepe
Carvalho. Questo testo è la prefazione a una raccolta di scritti gastronomici che uscirà da Feltrinelli.

Solitamente, i piaceri vengono trasformati in materiale letterario per stigmatizzarli, e questo accade non
soltanto alla lussuria, che ha condotto all'inferno delle scritture buona parte dei personaggi migliori, ma
anche al cibo, utilizzato dai grandi scrittori solo come paesaggio, al massimo come dato naturalistico. Il
rapporto cibo-letteratura nelle opere letterarie senza aggettivi viene portato alle estreme conseguenze
nel cosiddetto romanzo poliziesco, in cui spesso i personaggi mangiano poco e male, anche quando si
tratta di antieroi straordinari, come Marlowe, vittima degli hamburger. Esiste qualche eccezione, come
Maigret che cerca la cucina di stagione nei bistrot di Parigi o si rifugia negli eccellenti manicaretti della
Signora Maigret. Anche due americani, Van Dyne e Rex Stout, si vantano di saper mangiare e, nella
letteratura europea, l’ultima stella sfolgorante, l’italiano Camilleri, propone eccellenti menu della
cucina siciliana per il suo commissario Montalbano. In qualche occasione, Montalbano accenna con
disprezzo ai menu di Carvalho, ritenendoli un po’ troppo robusti. Tuttavia, lo stesso cognome del
commissario è un omaggio che l’amico Camilleri ha voluto fare al mio romanzo Il pianista che tanto
aveva gradito. La sordidezza del romanzo poliziesco più o meno convenzionale non esclude di puntare
sui piaceri. Se James Bond dimostrava un’ottima conoscenza dello champagne, non capivo perché mai
Carvalho dovesse rinunciare a spiegarsi la vita mediante le sue passioni gastronomiche, come cuoco e
come consumatore. E’ stato merito di Carvalho rivendicare obiettivi di giustizia sociale insieme a quelli
di giustizia individuale, capitolo di cui fanno parte i piaceri. «Si vive soltanto una volta» dice una delle
canzoni preferite di Carvalho, un bolero che prosegue: «Bisogna imparare ad amare e a vivere». I
romanzi di Carvalho non sono soltanto proposte di divertimento, ma anche di riflessione critica e di
conoscenza. E perché non di conoscenza della gastronomia? In questo Carvalho Gastronomico è
raccolto non solo quello che Carvalho dice sulla cucina, ma anche quello che pensa. Questa opera lunga
e divertente si basa sulla cucina spagnola; e si passa dalla voce Patata dolce a José Mari Arzak , da
Letteratura e cibo fino alla preparazione di centinaia di piatti, tra i più particolari della cucina di
Spagna. Pur essendo filtrata dallo sguardo di Carvalho, l’opera è una scommessa sulla felicità e un
ampio ricettario di come si possa bere e cucinare. Opera quindi di piacere e apprendistato. Manuel
Vázquez Montalbán

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Corriere della sera, 19.10.2003

Addio Pepe Carvalho


Morto a 64 anni lo scrittore spagnolo che ha inventato Pepe Carvalho Montalban, il signore del giallo

Manuel Vàzquez Montalbàn si è sentito male all’aeroporto di Bangkok. Non ce l’ha fatta. Aveva solo
sessantaquattro anni, ma soffriva di cuore da tempo. Ho avuto la notizia ieri mattina mentro ero in taxi e
come immagino sia successo a tutti i suoi amici, colleghi e lettori ci sono rimasto malissimo. Credo che
di testimonianze e di ricordi in questi giorni ce ne saranno tanti, se così non fosse ci sarebbe da
preoccuparsi, ma vorrei aggiungere anche i miei. Esiste un termine in uso a Bologna con un significato
leggermente diverso da quello che può avere a Napoli, a Roma o nel resto d'Italia, e quel termine è
tranquillo. Da noi il termine tranquillo ha un valore innanzitutto umano. Significa una bella persona,
uno che non si dà arie, che mantiene una cortese, tranquilla umiltà anche di fronte alla dimostrazione
quotidiana del proprio intimo valore. La prima volta che ho visto Manuel Vàzquez Montalbàn è stato
alla Semana Negra di Gijon, un festival letterario che si tiene ogni anno nelle Asturie. Poi l'ho rivisto a
Mantova, al Festival della Letteratura, in coppia con Andrea Camilleri, in un teatro che strabordava di
persone. L'ho sempre trovato così, tranquillo, uno che quando ti parlava non ti faceva percepire nessuna
differenza tra scrittore e lettore, come se fossimo lì tutti e comunque per la stessa cosa: l'amore per la
scrittura e la lettura. Così era Manuel Vàzquez Montalbàn, uno di quegli scrittori in grado di fare
almeno tre di quelle cose che tutti i grandi scrittori dovrebbero saper fare. La prima è creare un universo
narrativo nel quale lo scrittore, i suoi personaggi e soprattutto i suoi lettori possano muoversi con
rassicurante familiarità, con imprevista sorpresa. Lo aveva fatto in maniera più evidente con la serie dei
romanzi gialli di Pepe Carvalho, il suo bellissimo investigatore gastronomo. Chi ha avuto la fortuna di
trovarselo tra le mani già nell'82 nella edizione di Un delitto per Pepe Carvalho di Editori Riuniti o più
facilmente nell'84 in Assassinio al Comitato Centrale di Sellerio, poteva immaginarlo fin da subito che
quello strano tipo tormentato e ironico, cinico ma appassionato, curioso come un vero investigatore da
giallo sa esserlo, non lo avrebbe abbandonato più, tornando con gli stessi gesti, ma sempre un po'
diversi. Con le pagine dei libri più strani da strappare per accendere il fuoco del camino, i piatti
elaboratissimi da preparare anche alle due di notte, i posti più imprevedibili e meno pittoreschi di una
Barcellona vivissima che da sfondo diventa immediatamente personaggio. Libri così si leggono perché
ti piacciono e vuoi vedere come va a finire, ma anche perché conosci i personaggi che, attraverso
quell'universo narrativo, sono diventati degli amici. Manuel Vàzquez Montalbàn faceva questo, ma non
solo. Come i grandi scrittori, non suonava sempre la stessa musica. Definirlo un giallista sarebbe
riduttivo, perché non scriveva solo romanzi gialli. C'è Galindez, che riscotruisce la complessa e
controversa storia di un nazionalista basco scomparso nel '56, c'è Io, Franco, la monumentale biografia
del "generalissimo", c'è il piccolissimo Riflessioni di Robinson davanti a centoventi baccalà, ci sono le
tantissime poesie e gli articoli sui giornali. Faceva tutto questo e lo faceva, ed ecco la terza qualità di un
grande scrittore, riflettendo il suo tempo e cercando di incidere su esso. Faceva letteratura, raccontava
storie e proprio per questo faceva "politica". Per esempio, non si possono leggere i "gialli" di Pepe
Carvalho senza fermarsi a pensare sui temi che ci si trovano dentro, nascosti tra le righe e serviti
all'improvviso come uno dei suoi piatti notturni: la crisi delle ideologie e soprattutto quella del
comunismo, le contraddizioni del capitalismo, i servizi segreti, la coscienza sporca del franchismo e del
post franchismo, le guerre, l'imperialismo, la globalizzazzione. Temi espressi senza pregiudizi
ideologici, con ironia e spirito di contraddizione, da un uomo che la militanza l'aveva vissuta con tre
anni di carcere durante il regime franchista. Quando un grande scrittore muore all'improvviso, per i
lettori è un lutto insanabile. Gli scrittori restano nei libri, il loro universo non muore con loro. Sembra
che fosse già pronto un altro libro di Pepe Carvalho e quindi ancora una volta almeno lo possiamo
rivedere. Con la morte di uno scrittore il suo universo narrativo però si ferma. Perciò siamo tristi come
suoi lettori. Penso che ogni lettore potrebbe dirgli quello che uno dei suoi personaggi ha detto a Pepe
Carvalho, dopo essere stato svegliato alle due di notte per mangiare un grandioso piatto di tagliolini al
salmone: «Ti ringrazio, Pepe. Hai regalato una notte alla mia vita. Avrei potuto passarla stupidamente
dormendo e inveve ho mangiato un piatto meraviglioso».

Carlo Lucarelli - Il Mattino, 19.10.2003


Il ricordo di Camilleri
«Ispirò il mio commissario»

«Ho battezzato il commissario Salvo Montalbano in onore di Manuel Vàzquez Montalbàn, il mio caro
amico di cui oggi piango la scomparsa». È commosso Andrea Camilleri, nel parlare dello scrittore
catalano. «Non ne ammiravo solo il raffinato stile narrativo, l'invenzione del detective-gourmet Pepe
Carvalho, ma anche e soprattutto il profilo intellettuale, antifascista e comunista». Tra i due autori era
nata da tempo un’amicizia fatta di omaggi reciproci, articoli, prefazioni, conversazioni, E del progetto
di un libro a quattro mani, da intitolare, magari, «Montalbano & Montalbàn».

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A. Camilleri

Il nome del mio Montalbano? Un omaggio a Manuel Vázquez


Magari c'è stato anche qualcuno che, sprovveduto in materia di "gialli", si è chiesto quale strana
parentela esistesse tra Salvo Montalbano, commissario a Vigata, Sicilia sud occidentale, un debole per
la cucina mediterranea, e Manuel Vázquez Montalbán, padre di Pepe Carvalho, poliziotto spagnolo alla
ricerca dei mari del sud e, già che c'è, dei più seducenti manicaretti sulle ramblas di Barcellona. Visto
che ne ebbi l'occasione, lo chiesi anch' io ad Andrea Camilleri, che rispose: «No, Montalbano non ha
alcuna parentela con Pepe Carvalho e neanche con Montalbán. Hanno in comune la passione per la
cucina, è vero, ma il mio poliziotto è probabilmente più vicino alla solarità di certi personaggi
marsigliesi del povero Jean Claude Izzo. Il nome, invece sì, è un omaggio a Montalbán, perché proprio
leggendo un suo libro capii come dovevo strutturare un romanzo giallo». Resta il fatto incontestabile
che sia Pepe Carvalho, detective stranulato che si infila in storie criminali disegnate con fantasia
catalana, sia Salvo Montalbano con la sua "squadra" dissestata, sono uomini del Sud, lontanissimi dai
nebbiosi Maigret, tutti Quai des Orfevres, Calvados e mogli fedeli con la minestra calda al ritorno a
casa; o dai "neri" Marlowe che trascinano la loro vita agra tra bicchieri di rye su e giù per il Sunset
Boulevard; o dai quasi cimiteriali esperti di criminologia e di medicina legale come l'insopportabile
Kay Scarpetta di Patricia Cornwell o il tetraplegico mastermind Lincoln Rhyme di Jeffrey Deaver.
Carvalho e Montalbano sono detective solari. E tra i loro autori era nata una affiatata amicizia, tanto che
era in cantiere il progetto di un libro a quattro mani, magari intitolato «Montalbano a Montalbán».

Mario Spezi - Il Resto del Carlino, 19.10.2003


Hasta luego Manolo!


Per un infarto improvviso è morto ieri lo scrittore spagnolo Manuel Vazquez Montalbán

«Neanche il tempo di scendere dal taxi e perdere l'atmosfera dell'aria condizionata che le nari e i
polmoni di Carvalho furono investiti da una zaffata di aria calda e unta, profumata dalle fritture in olio
di cocco e dagli aromi del prezzemolo asiatico, del cipollotto e dello zenzero. Carvalho non aveva
abbastanza occhi né abbastanza vita per comprendere nella sua totalità tutto quello che gli offriva il
Mercato della Domenica». Per una strana corrispondenza tra letteratura e vita, proprio nella Bangkok
celebrata in una delle avventure del suo personaggio immaginario Pepe Carvalho - Gli uccelli di
Bangkok - è morto lo scrittore spagnolo Manuel Vazquez Montalbán. A soli 64 anni un infarto lo ha
stroncato venerdì pomeriggio all'aeroporto della città thailandese, di provenienza dall'Australia - aveva
svolto a Sidney un ciclo di conferenze letterarie. Il malore lo ha colto mentre aspettava il volo che lo
avrebbe riportato a Madrid. Non solo inattesa, la morte dello scrittore è anche l'irruzione di
un'inevitabile fatalità in una letteratura centrata invece sulla vita, sui colori dell'esistenza, la sensualità,
l'erotismo, la passione politica. In quel genere noir a tinte catalane che Montalbán aveva attraversato in
lungo e largo nelle vesti del detective Pepe Carvalho nato dalla sua fantasia, la morte era sì presente ma
come pretesto, riassorbita negli intrecci dell'ironia. A dispetto di omicidi e assassini i suoi gialli fanno
da cornice a stravaganze gastronomiche, a desideri voluttuari, allo spargimento di profumi cibari, ad
afrori di corpi generosi. Da qui un linguaggio aderente al mondo come un dispositivo di propaggini
sensoriali, all'opera, per esempio, nel ritratto di una via affollata di Bangkok, «pezzetti di maiale
ricoperti di miele scuro, spaghetti di riso sottili come cibo per angeli vergini, orchidee alimentate da
cortecce di cocco, giacche sintetiche imbottite per inverni mentali, tenute da campagna per guerriglieri
urbani, machete, portachiavi, uova in salamoia simili a coglioni di mulatto, una vasca da bagno di
cemento dipinta di verde, agitatori sociali con megafono che incitano le masse mentre la polizia sembra
non sentire a una distanza tollerante e prudente». Per quanto il nome di Manuel Vazquez Montalbán
fosse associato a quello di Pepe Carvalho, la sua produzione letteraria e teorica è in realtà molto più
ampia. Nato a Barcellona nel luglio del 1939 da una famiglia operaia comunista, in vita ha attraversato i
ruoli del romanziere, del poeta, del critico gastronomico, nonché del militante politico nella Spagna
franchista. Trascorre l'infanzia in un quartiere popolare della città catalana: il Barrio Chino, il quartiere
cinese a ovest delle Ramblas, un coagulo di edifici fatiscenti, abitati da povera gente. Le rovine
prodotte dai bombardamenti della guerra civile sono ancora visibili in un ambiente che Montalbán
descriverà successivamente ne Il pianista. Riceve i primi riconoscimenti letterari, proprio a ridosso
della condanna a tre anni di carcere per la sua militanza clandestina nel Partito socialista unificato di
Catalogna nel 1962, ad opera di un consiglio di guerra. Sempre in quegli anni, lo scrittore collabora con
una rivista del dissenso antifranchista, «Triunfo». Al grande pubblico diviene noto con le periodiche
apparizioni dei suoi articoli sul quotidiano "El Pais", ma la sua esplosione avverrà dopo la morte di
Franco, nel clima di generale esaltazione della vita culturale spagnola. La consacrazione letteraria
giunge nel 1979 con la pubblicazione del romanzo I mari del sud, che gli vale il Premio Planeta e il
Premio Internazionale di Letteratura Poliziesca in Francia. La lunga serie dei gialli animati dal
personaggio di Carvalho sono anche un ritratto della Spagna post-franchista. Proprio questo nesso tra
memoria, letteratura e politica Montalbán rimarcò ancora pochi mesi fa, quando partecipò a Roma a un
incontro letterario insieme a Saramago e Camilleri - l'autore italiano che al nome dello scrittore ha

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dedicato a sua volta il proprio personaggio, il noto commissario Montalbano. In quel convegno si
soffermò, appunto, sul potere delle dittature politiche - o del mercato - di appropriarsi della memoria
collettiva. L'esempio più lampante era offerto proprio dai dispositivi falsificanti del franchismo che
dopo la guerra civile si impadronì della memoria dei vinti. Alla letteratura - meglio ancora nei suoi
generi più popolari, a cominciare dal giallo - Montalbán affidò il compito scavare e recuperare il
rimosso. Con questa vocazione politica si era accinto al suo ultimo romanzo Millennio - già redatto
nella sua versione definitiva: un viaggio intorno al mondo del suo detective alle prese con la guerra in
Iraq, la globalizzazione economica e i conflitti del Medio Oriente. L'ultimo erede della sinistra spagnola

«Stavamo aspettando che tornasse dall'Australia a giorni, doveva consegnare "Millennium", annunciato
come l'ultimo Carvalho, mille pagine. A Francoforte la sua agente mi aveva raccontato che era molto
entusiasta del viaggio che stava facendo dall'altra parte del mondo». E' quanto detto da Carlo Feltrinelli,
principale editore delle opere dello scrittore spagnolo in Italia, alla notizia della morte. «A tutti noi
mancherà molto come compagno di viaggio, come stimolante e arguto interlocutore sulla politica,
sull'Italia, sulla Spagna, su Cuba e tante altre cose ancora che ci intrigavano». A Carlo si aggiunge il
ricordo di Inge Feltrinelli, «era prima di tutto un amico. Era Manolo, per tutti, soprattutto per i cuochi e
i camerieri dei ristoranti, che lo adoravano. Ed è in un ristorante che l'ho incontrato la prima volta, Casa
Leopoldo, a Barcellona, nel Barrio Chino, quando neanche i taxi volevano entrare in quel quartiere,
perché era pericoloso». «Era timido - continua - ma allo stesso tempo sempre disponibile a parlare con
tutti, generoso di sé, autoironico, con un fortissimo senso dell'umorismo, molto catalano». «Amava
molto l'Italia, e in particolare la cucina. Quella per la gastronomia era la sua passione principale,
insieme al calcio. Quando ci incontravamo a Barcellona, Manuel mi portava sempre nei ristoranti più
tipici e poveri, quelli in cui lui, un pò istrionicamente, entrava in cucina per dirigere la preparazione dei
piatti». Dai giudizi di Inge emerge un profilo di «Manuel come uno degli ultimi intellettuali spagnoli
della sinistra classica». «Se ne va un bravissimo autore brillante, capace di un contemporaneo sguardo
ironico e drammatico sulla realtà», ha detto, invece, la scrittrice Dacia Maraini. «Non è un caso che il
nostro più grande autore di gialli, Andrea Camilleri, abbia chiamato il suo popolare commissario, Salvo
Montalbano, proprio in onore dello scrittore spagnolo Vazquez Montalban». Lo ricorda anche Vincenzo
Consolo, che conosceva Montalban dal 1989, quando lo incontrò in occasione della consegna del
premio Racalmare: «Perdo un caro amico e la sua scomparsa provoca in me immenso dolore. E più in
generale perdiamo uno scrittore straordinario, seppure prolifico. E' stato acuto, intelligente di grande
qualità». Rimarca, poi, come Montalban «abbia rinnovato la cifra narrativa di Simenon con il suo
personaggio di Pepe Carvalho, che è diventato un modello per molta narrativa, anche per il nostro
Andrea Camilleri».

Tonino Bucci - Liberazione, 19.10.2003


Il cuore generoso di Pepe Carvalho


E poi dicono che la vita non s´aggroviglia con la letteratura. Manolo e Pepe sono morti a Bangkok.
Avevamo imparato, qui da noi, ad amarli tutti e due, leggendo Gli uccelli di Bangkok, che nel 1990,
pubblicato da Feltrinelli, inaugurava la serie di Carvalho, l´investigatore privato. Veramente ce n´erano
stati altri due, prima: Un delitto per Pepe Carvalho, Editori Riuniti, nel 1982 e Assassinio al Comitato
centrale, Sellerio, 1984. È ingiusto dire che passarono inosservati. José Carvalho Touron, origini
galiziane, laureato, comunista, ex agente della Cia, gastronomo, cuoco, filosofo, innamorato di una
puttana, bruciatore di libri, era un personaggio troppo diverso per non innamorarsene. E quasi del tutto
simile al suo autore, Manuel Vázquez Montalbán. La differenza più vistosa è che Pepe è
calcisticamente agnostico, mentre Manolo era gran tifoso blaugrana, i colori del Barcellona (vista non
solo come squadra, ma come manifesto dell´antifranchismo, in opposizione al Real). Se è vero che
Flaubert disse «Madame Bovary, c´est moi», Vázquez Montalbán non aveva bisogno di dire altrettanto
su Pepe Carvalho: era fin troppo chiaro. A volte uno inseguiva l´altro: Carvalho abitava a Vallvidrera
ben prima del suo creatore-alter ego. Erano nati l´uno e l´altro (l´uno è l´altro) nel Barrio chino, la zona
povera di Barcellona, e malfamata. Piccoli e grandi delinquenti, puttane, spacciatori, ma anche famiglie
operaie uscite a pezzi dalla Guerra civile. Bisogna andarci, anche adesso che è meta turistica, ma occhio
alle borsette, annusarla, respirarla questa zona. In suo libro VM cita una frase di Marx: «Si conosce un
paese solo quando si è mangiato il suo pane e bevuto il suo vino». Frase talmente condivisibile che,
innamorato cotto, durante le Olimpiadi del 1992, a Barcellona, mi ero imposto un giro nei ristoranti di
Pepe Carvalho. Senza chiedere direttamente a VM: era già tutto scritto nei romanzi. Per lo spuntino di
mezzogiorno, naturalmente, mi rifornivo alla Boqueria, il mercato coperto: jamon serrano, quello vero,
de bellota, una scodella di trippe, un po´ di tapas, in alternativa formaggi stagionati. E poi c´era un
chiosco indimenticabile di frutti di bosco: lamponi, more, mirtilli, ribes, che aiutavano e benedicevano l
´ultimo bicchiere di Rioja. Per la sera, che poi significava almeno cominciare a mezzanotte, c´erano i
locali, più trattorie che ristoranti, più frequentati da indigeni variegati che da turisti. Pepe era nato all´11
di calle Botella: una predestinazione? VM ha scritto libri di ricette, ma anche di poesie. Biografie (una,
famosa, di Franco) e saggi. Ha fatto il giornalista, continuava a farlo. Poteva raccontare dei gol di
Kubala o del subcomandante Marcos, dei rossi della Rivera del Duero o di Pasolini. I conti si fanno
sempre, regolarmente, quando uno muore, ma non ce n´era tanta in giro, di gente così. Il commissario
Montalbano, carattere ribelle ma inserito nella legge, buona forchetta, è nato in omaggio a Pepe, e si

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chiama così in onore di Manolo. Pepe non è l´unico investigatore goloso. Lo era, a livelli meno
consapevoli e sbandierati, Maigret. Lo era Nero Wolfe, ma con tanto di cuoco nella famosa casa di
arenaria da cui quasi mai usciva. Il miglior piatto del mondo, per i due morti all´aeroporto di Bangkok
tra un atterraggio e un decollo, era il riso con baccalà che cucinava la nonna. Tutti e due erano stati in
galera e sapevano che la miglior salsa del mondo è la fame (questo lo scrisse Cervantes). Pepe non è
nemmeno l´unico investigatore innamorato di una puttana. Lo era Duca Lamberti, personaggio di
Scerbanenco, lo sono stati (è un classico) molti eroi dell´hard boiled school. Si sa che Pepe ha avuto
una moglie, Muriel, militante comunista che parlava di politica anche a letto, e una figlia, di cui VM
non fornisce il nome. Si sa che a un certo punto lui propone a Charo (Rosario García Lopez all
´anagrafe, nella trasposizione filmica purtroppo interpretata da Valeria Marini, ma non si può avere
tutto dalla vita) di vivere insieme, ma lei rifiuta e va a fare la centralinista in un albergo di Andorra
(geniale). Non c´è quasi mai lieto fine, nelle storie di VM. Anzi spesso il finale lascia l´amaro in bocca.
Nemmeno, come si usa dire, il colpevole viene sempre assicurato alla giustizia. A VM importava più
raccontare storie abitate da persone vere che infiocchettarle col lieto fine. Il Barrio chino, a Barcellona,
vale i carrugi di Genova o i vicoli di Napoli. Chi ci arriva con una macchina fotografica vede il colore
locale, chi ci è nato vede la vita e le sue sfumature, le sue mille storie. VM e PC leggono molto, ma non
è sui libri che trovano la dignità, la miseria, la disperazione, il cinismo, l´arte di arrangiarsi. Pepe è un
investigatore di strada, cammina volentieri (come Maigret), delega pochissimo, giusto la lista della
spesa a Biscuter, conosciuto in galera, il suo Sancho Panza, quello che non ama i discorsi complicati.
Pepe ha una sua morale e non la piega, non la affitta, non si fa comprare. È ostinatamente di sinistra non
tanto per quello che fa ma per quello che non fa. Non ha simpatia per i potenti, gli arricchiti, la crème.
Non è né si sente la crocerossina dei derelitti, degli ultimi, ma sa da che parte stare. Non dà importanza
ai soldi, né alle cose. Si ripromette di bruciare un libro al giorno (fa un´eccezione per quelli di Conrad)
perché ne ha letti tanti ma non gli hanno insegnato a vivere. A chi gli chiede se è marxista, risponde di
sì, «sezione gastronomica». È romantico quasi controvoglia. Scrive più di mille lettere a Charo ma non
ne imbuca una. Ha più ex amici che amici, più ex compagni che compagni, più lampi erotici che amori.
Il figlio di Evaristo Vázquez (operaio, anche lui detenuto per sovversione) e Rosa Montalbán ha fatto
invecchiare Pepe, forse aveva il problema di come e quando farlo morire. La vita ha deciso per tutti.
«Mi piace salutarti negli aeroporti», avevano detto a Pepe. Enric Fuster, suo vicino di casa,
appassionato di piatti complicati a base di anatre e foie gras, era preoccupato per i tanti infarti che
avevano falciato i suoi amici. Sono fiammiferi che s´accendono, come la coincidenza del morire a
Bangkok. Nel nostro egoismo di lettori ben nutriti, ieri è morto Pepe Carvalho per la proprietà
transitiva. Perché è morto VM. Ci mancherà la sua curiosità onnivora, la sua figura discreta (che
ricordava vagamente un Poirot meno belga), l´impasto narrativo in cui faceva convivere Ostrovskij e
Paul Anka (un retrogusto di Soriano). «Cinema e canzoni si sono alimentati di letteratura. È tempo che
la letteratura si alimenti di cinema e canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d´élite e cultura
di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura», aveva scritto VM. È morto ancora
giovane, sgambettato da un cuore che ho immaginato grande e generoso. Così è morto Pepe Montalban.

Gianni Mura - La Repubblica, 19.10.2003


La passione sicilina di Montalbán


È morto ieri Manuel Vázquez Montalbán. Lo avevo incontrato a Barcellona nel 1992 per il
cinquecentenario della scoperta dell´America. «Niente scoperta», mi disse, «ma conquista coloniale».
Era un Montalbán molto arrabbiato, che non condivideva in nulla le dispendiose celebrazioni che il
governo di Gonzales aveva inscenato, un Montalbán molto tranchant su certi eventi della storia che
includevano la Spagna. Negli ultimi anni, negli ultimi mesi - l´ultima volta che lo incontrai fu a Roma
in aprile - si era come ammorbidito. Aveva acquistato una sorta di fatalismo appena sornione e non
rassegnato. Sarà interessante per i lettori di questo giornale, un dettaglio, anzi più che un dettaglio, che
rifluisce carsicamente da quel primo incontro ad altri successivi nel tempo. Quello del '92 si allungò da
casa sua sino al mio albergo, il giorno dopo, perché nella piazza sottostante, in pieno Barrio Gotico, si
poteva assistere a un rito. Quel ballare in cerchio tenendosi per mano a gruppi di sette o dieci, tra gente
che generalmente non si conosce. Allora, nel 1992, Montalbán era un uomo incline alla pinguedine,
aveva poco più di 53 anni ma mi sembrò più vecchio di me. Sciascia era morto da tre anni. Si erano
visti quell´unica volta nella sua casa di Palermo, un mese prima che Sciascia morisse. Era così malato
che Montalbán, venuto a dimostragli la sua gratitudine (non soltanto per il premio Racalmare che gli
aveva fatto assegnare, ma per averlo accreditato autorevolmente presso i lettori italiani) era stato sul
punto di rinunciare. Furono la signora Myriam Sumbulovich, più che traduttrice un tramite prezioso con
l´Italia, e Ferdinando Scianna che li fotografò, a fargli superare quella preoccupata esitazione. «Era un
uomo parco, i suoi ultimi libri straordinari erano piccoli libri di poco più di cento pagine. Ed era parco
anche nel cibo, io so. Però lo apprezzava. So anche questo». E aprì un cortese capitolo sulla cucina
siciliana, come gli si era manifestata in quella prima visita, una specie di agnizione. Ma in quel
frangente risultò più incuriosito che informato; si illuminò quando accennai a una gelatina al mandarino
inventata da Giovanna Piccolo, la sorella di Lucio nella villa di Capo d´Orlando dove il poeta e i suoi
fratelli passavano la vita intrattenendo scarsi rapporti con il mondo. Ma non seppi esplicarne dosi e
cotture. Undici anni addietro Vázquez Montalbán aveva già notoriamente farcito la sua letteratura di
quell´idea pressoché erotica del cibo, ma ancora non gli si era spalmata addosso la didascalica etichetta

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di scrittore-gourmet. In uno degli incontri successivi aveva perso almeno dieci chili, il capo potente e
calvo emergeva dalle spalle su un corpo piccolo. E, sconcertante novità nella sua fisionomia, si era
anche tagliato i baffi. «Mi sono dovuto mettere a dieta» sembrava si scusasse per una specie di
tradimento. E allora fatalmente si sviluppò un altro filo conversativo; passando per Calvino che si
definiva un uomo grasso in un corpo magro («Ahimè, a me accade il contrario» mi interruppe
malinconicamente) tornò su quel tema eccellente della cucina siciliana. Ma ora con una erudizione che
certamente gli si era arricchita dalle frequentazioni con amici siciliani, amicizie come è noto infervorate
da motivi diversi; Camilleri, Scianna... In ogni caso credo ne sapesse tanto attraverso un procedimento
osmotico-letterario. Il desco gramo dei Malavoglia e l´abbondanza di casa Salina nel Gattopardo, i
banchetti dell´aristocrazia e del clero palermitani. «Ho letto il libro dopo aver visto il film». Scherzò,
ma non tanto, sull´origine di molte ricette della gastronomia dell´isola elaborate nel chiuso dei conventi.
«Mi sono fatto una specie di giudizio socio-alimentare, secondo uno schema di verticalità, ma all
´incontrario; nel senso del basso verso l´alto, ascendente. La cucina più succulenta e fantasiosa, più
ricca di suggestioni papillari è fondata su questa gradualità che può sorprendere. Non dalle tavole
riccamente imbandite degli aristocratici di una volta alle mense dei poveri in impossibili imitazioni e
surrogazioni con materie prime scadenti. Ho studiato il fenomeno proprio guardando anche alla storia
siciliana non dissimile da quella del mio paese. La Catalogna rispetto alla Spagna ha implicazioni e
circonvoluzioni non dissimili dalle vostre. La povertà dei ceti contadini e proletari siciliani ha prodotto
anche la vostra eccellente cucina. Nessun cuoco al servizio dei ricchi si sarebbe sognato di cucinare il
più infimo tra i pesci, le sardine, (sic) con l´altro semplice ingrediente, il finocchio selvatico dei campi
per servire quella squisitezza, quel sogno tutto mediterraneo del pasticcio (sic) della pasta-con-le-sarde
palermitana. Devono esservi condizioni di popolare indigenza endemica quali le avete patite voi perché
si producano grandi scrittori come ne avete avuti in Sicilia; ma anche una grande civiltà gastronomica
come la vostra.» Incontrai ancora Vázquez Montalbán questa primavera a Roma a un convegno, con
Camilleri e Saramago. Era di nuovo grasso e si era fatto ricrescere i baffi.

Vanni Ronsisvalle - La Repubblica (ed. di Palermo), 19.10.2003


L'incontro con Camilleri a Mantova


Scrittore, commentatore politico e gastronomo, Montalban è stato tradotto in 26 Paesi e ha spesso
ricambiato l'affetto del pubblico italiano. Tra i suoi estimatori, anche Andrea Camilleri che ha
battezzato il suo celebre commissario "Montalbano", mutuando alcuni tratti della personalità del
detective Pepe Carvalho, antieroe ed alter ego dello scrittore catalano. I due s'incontrarono per la prima
volta a Mantova nel 1998, durante la seconda edizione di Festivaletteratura. "Era amabilissimo e
generoso - ricorda Luca Nicolini, presidente del comitato organizzatore - proprio come si può
immaginare di una persona con la sua passione e che viene dalla Spagna. Il '98 è stato l'anno in cui ha
piovuto di più durante i giorni di Festivaletteratura, così abbiamo dovuto spostare molti incontri in
luoghi coperti. Ho accompagnato Montalban e durante il tragitto abbiamo parlato di Camilleri, ci cui
non aveva mai letto nulla. Tra loro l'affiatamento è stato spontaneo, com'è naturale tra due persone
innamorate della propria terra". Commosso anche il ricordo di Gilberto Venturini, governatore di Slow
Food, che durante il Festival del '98 ospitò Montalban a cena all'Ochina Bianca, di cui all'eopca era
gestore: "Era un personaggio molto dolce, un grande amico della nostra associazione, goloso perché
curioso. Nel '98 andai io a prenderlo ad Arezzo. Il programma del festival prevedeva la cena in un altro
ristorante, ma avendomi dato la parola che sarebbe venuto da me, quella sera Montalban mangiò due
volte. Gli feci assaggiare i bigoli con le sardella e alcune mostarde".

Igor Cipollina - La Gazzetta di Mantova, 19.10.2003


Quell’incontro con Camilleri


Due amici-colleghi tra politica e gastronomia

Con Manuel Vazquez Montalban avevamo appuntamento al'Hotel Vittoria. Lo avevo invitato, per conto
del Comune di Brescia, a inaugurare, insieme a Andrea Camilleri, i «Pomeriggi in San Barnaba» nel
giugno del 2000. I due scrittori si erano incontrati alcuni mesi prima a Mantova, complice Massimo
D'Alema. In quell'occasione era nata tra di loro l'idea di scrivere un libro a quattro mani. Si erano poi
rivisti a Barcellona, in Via Alberes, a casa di Manolo. L'incontro di Brescia sarebbe servito ad
aggiungere altre pagine al futuro libro. Vazquez Montalban e Camilleri erano amici già prima di
conoscersi. In qualche modo si parlavano attraverso i loro libri. Le affinità tra i due erano note.
Camilleri aveva chiamato Montalbano il suo commissario. Vazquez Montalban ama la buona cucina
almeno quanto lo scrittore siciliano. Entrambi hanno trasferito questa identica e sospetta passione sui
loro eroi, i quali sfogano nel cibo le rispettive nevrosi: Salvo Montalbano divora le triglie fritte della
«cammarera» Adelina; Pepe Carvalho crea in solitudine ricette raffinate e impossibili. «Non credo -
disse al San Barnaba Camilleri - che i due andrebbero nella stessa trattoria. Se dovessero condurre
insieme un'indagine in cucina, finirebbero per litigare». Lungo il percorso dall'Hotel Vittoria
all'auditorium San Barnaba, in corso Magenta, formammo un piccolo corteo: il sindaco Paolo Corsini in

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testa ad illustrare i colori e la vivacità di corso Zanardelli, forse per tacitare in Manolo la nostalgia delle
Ramblas; io li seguivo tenendo sottobraccio Camilleri (in Sicilia si usa così); dietro c'erano la
traduttrice e il collega Claudio Baroni che avrebbe intervistato, insieme a me, i due scrittori; chiudeva il
corteo una troupe di Raitre venuta apposta per seguire l'incontro. Il San Barnaba era pieno come un
uovo. Camilleri e Vazquez Montalban si scambiarono opinioni sui loro eroi, sul mestiere di scrivere,
sulla politica, sulla sinistra: con Camilleri, più stravagante, che dichiarava di essere ancora marxista («Il
fatto di avere seppellito i morti - diceva - non vuol dire che il mondo è morto»); e Vazquez Montalban,
più problematico, che si chiedeva che fine avesse fatto la sinistra e chi sarebbe stato il nuovo soggetto
storico del cambiamento: «Fino a trent'anni fa - diceva - era il proletariato industriale, ma oggi chi è?
Certamente esiste, sono tutti i perdenti in un senso plurale». La sera a cena, Manolo impose a Camilleri
il «jamon serrano»; lo scrittore siciliano, non potendo rispondere a colpi di pasta con le sarde, si limitò
a decantare la squisitezza dei brescianissimi casoncelli al bagoss. Manuel Vazquez Montalban era un
formidabile inventore di storie e di atmosfere, attraversate da una dolorosa vena di indignazione per
ogni forma di ingiustizia. Era mite e ironico. A suo modo spiritoso, anche se non esagerava in sorrisi.
Scettico e malinconico, come il suo detective Pepe Carvalho, il quale è solito bruciare i libri per
accendere il camino. «Lo fa perché, forse, la cultura non lo ha aiutato a vivere» disse Vazquez
Montalban quel pomeriggio al San Barnaba. La mattina dopo lo andai a trovare in albergo per salutarlo.
Volle essere portato in giro a fare acquisti gastronomici. Lo portai in una famosa salumeria del centro.
A Manolo luccicavano gli occhi come un bambino curioso e goloso. Chiedeva tutto e toccava tutto.
Comprò formaggi e salumi, infiniti tubetti di crema al tartufo e costosissime bottigliette di aceto
balsamico. Il conto si aggirò intorno al milione e mezzo di vecchie lire. Anche così Manolo
dimenticava l'antica povertà.

Antonio Sabatucci - Bresciaoggi, 19.10.2003


Pepe e Salvo, insieme, ma soltanto per una cena bresciana


Manuel Montalbàn s’incanta davanti al portone dell’Osteria Porteri: sente profumo di prosciutto.
Andrea Camilleri è sornione più del solito. Siamo nel bel mezzo di Borgo Trento, si va a cena con due
miti, dopo l’incontro in San Barnaba. Quella sera del 20 giugno 2000 resta incorniciata nella memoria.
L’impresa di mettere allo stesso tavolo il padre di Pepe Carvalho e l’inventore di Salvo Montalbano non
è stata facile: Ninni Sabatucci li ha corteggiati per un anno intero. Alla fine tutto va liscio: affollata la
sala, nonostante il caldo infernale, distesa la conversazione. Il detective privato delle Ramblas e il
commissario di Vigàta si concedono reciproci attestati di stima. Grandi affabulatori. Camilleri con la
voce roca dalle mille sigarette, Montalbàn con il suo italiano impastato di catalano. Diversi e uguali: il
disincanto di ideali giovanili consumati, il distacco di fronte ad un successo di portata mondiale.
Mascherano con scetticismi radicati una passione per la vita che si incarna nelle loro creature letterarie.
Pepe e Salvo sono il loro specchio. Prima dell’incontro bresciano, si erano misurati a distanza. C’era
stato un weekend di Camilleri a Barcellona, si programma un viaggio di Montalbàn dalle parti di Porto
Empedocle. Si vedrà... E ci sono gli editori che sognano un libro scritto a quattro mani. Di questo si
parla a cena, a Borgo Trento. Hado Lyria, la traduttrice italiana di Montalbàn cerca di stringere i tempi.
Ma i due autori sono distratti: Camilleri tace e accende l’ennesima sigaretta, «Manolo» insegue discorsi
gastronomici, incantato dalla «cave» bresciana. Intesse paragoni, allunga citazioni. L’Italia per lui è una
Terra promessa. La sta navigando sulla sua vecchia Jagaur verde-bottiglia. Viene da un tour in Toscana.
Ha fatto rifornimento di lardo di Colonnata. Non è la letteratura l’argomento che lo stuzzica, quella
sera. Lascia persino cadere qualche battuta sul «Barça». A tavola non c’è spazio neppure per la
passionaccia calcistica. La moglie (ha dedicato il pomeriggio a Santa Giulia) lo guarda rassegnata: solo
una volta gli ricorda che il cuore non sopporterà a lungo questo ritmo... Il libro a quattro mani? Si
scambiano una mezza promessa: si manderanno lettere via fax, Hado penserà a ricucirle. Poi si vedrà...
Ma già si capiva che quel libro sarebbe rimasto un sogno per gli appassionati di Pepe e Salvo.

Claudio Baroni - Giornale di Brescia, 19.10.2003


La morte improvvisa dello scrittore catalano Manuel Vazquez Montalban ha destato profonda
commozione naturalmente nello scrittore empedoclina Andrea Camilleri. Il padre del famoso
personaggio del detective Pepe Carvalho era appena arrivato all'aeroporto di Bangkok quando è stato
colto da malore. «Con Montalban - disse Camilleri qualche tempo fa - è avvenuto un fatto che è stato
abbastanza straordinario per me. Stavo scrivendo il "Birraio di Preston", e non riuscivo a trovare una
struttura al romanzo. Questo libro, scritto in un ordine cronologico, risultava di una noia mortale.
Leggendo "Il pianista" di Montalban, dove si fa un certo uso del tempo narrativo, mi si è aperto nella
mente come avrei potuto strutturare il "Birraio di Preston": questo è il primo grosso debito che ho
sempre avuto nei suoi riguardi. Giuro che non ci sarei riuscito da solo senza quell'"aiutino", sapete
come quelli che si danno durante quei detestabili quiz delle interrogazioni a scuola. Perché, mi sono
chiesto, devo scrivere un romanzo dalla a alla z? Io inizio da un episodio, e poi attorno ci costruisco il
romanzo. E l'unico genere possibile in questo senso è il romanzo giallo. E così ho scritto il primo giallo
dando al commissario, per un debito di riconoscenza, il nome di Montalbano, che, tra l'altro, è uno dei
cognomi più diffusi in Sicilia». In Beppe Carvalho e Montalbano c'è un gusto comune per la cucina,

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anche se difficilmente andrebbero nella stessa trattoria. «Una volta dissi - ha proseguito - che
Montalban doveva essere trascinato davanti al tribunale dell'Aia accusato di genocidio perché, se voi
provate a mangiare quello che mangia Beppe Carvalho, è una cosa terribile. E allora che cosa c'è nei
due personaggi di affinità? C'è una disincantata ricerca della verità». Vázquez Montalbán e Andrea
Camilleri hanno fatto un libro insieme. Una lunga conversazione sul modello del dialogo Porzio-
Sciascia. «Il mondo di Camilleri - aveva detto nelle settimane scorso Montalbán - è diverso dal mio.
Con lui condivido l'ironia e una certa cultura gastronomica. Quella del mio Pepe Carvalho è più
primitiva rispetto a quella di Montalbano».

Gaetano Ravanà - La Sicilia, 19.10.2003

Ora Pepe Carvalho è solo


L’improvvisa scomparsa a Bangkok di Manuel Vàzquez Montalbàn Ma il detective non è l’unico vanto
dello scrittore

[...] Una produzione assai prolifica, fatta di poesie, saggi di sociologia, politica, attualità e letteratura
che gli ha fatto meritare numerosi riconoscimenti, tra i quali c’è anche quel premio «Racalmare»
assegnatogli nel 1989 da una giuria presieduta da Leonardo Sciascia. Un gemellaggio, quello tra
Vàzquez Montalbàn e la Sicilia, che ha partorito figli importanti. Non è un mistero, infatti, che quando
Andrea Camilleri dovette battezzare il commissario che sarebbe presto diventato un caso editoriale,
scelse di chiamarlo Montalbano proprio in onore dello scrittore spagnolo. «Stavo scrivendo Il birraio di
Preston - racconta l’autore siciliano - e non riuscivo a trovare una struttura al romanzo. Questo libro,
scritto in un ordine cronologico, risultava di una noia mortale. Leggendo Il pianista di Montalbàn, dove
si fa un certo uso del tempo narrativo, ho avuto un’illuminazione. Perché, mi sono chiesto, devo
scrivere un romanzo dalla A alla Z? Io inizio da un episodio, e poi attorno ci costruisco il romanzo. E
l'unico genere possibile in questo senso è il romanzo giallo. E così ho scritto il primo giallo dando al
commissario, per un debito di riconoscenza, il nome di Montalbano. Che, tra l'altro, è uno dei cognomi
più diffusi in Sicilia, ed ho preso due piccioni con una fava. In Beppe (lo chiama proprio così, ndr )
Carvalho e Montalbano c'è un gusto comune per la cucina, però non credo che andrebbero nella stessa
trattoria. Credo che, se dovessero fare assieme un'inchiesta, in cucina il loro rapporto finirebbe per
rompersi. Una volta dissi che Montalbàn doveva essere trascinato davanti al tribunale dell'Aia accusato
di genocidio perché, se voi provate a mangiare quello che mangia Beppe Carvalho, è una cosa
terribile». [...] Bruno Fabris

Bruno Fabris - L'Arena, 19.10.2003


L'INCONTRO, LE AFFINITA'

CAMILLERI. Io non avevo alcuna esigenza di conoscere Montalban. So benissimo che nel 99 per
cento dei casi, quando si conosce uno scrittore amato, si hanno delle delusioni terribili. Quindi, non
dovendolo sposare, ed essendo già sposato, perchè dovevo conoscere personalmente Vasquez
Montalban? Bastavano i suoi libri che aspettavo con ansia. Senonchè mi è capitato che dovevamo
incontrarci a Mantova al festival della letteratura, dove io lo avrei intervistato: tutti e due avevamo detto
di sì, all'insaputa l'uno dell'altro. Senonchè c'è stato un invito gentilissimo di D'Alema, che avrebbe
fatto da moderatore. Credo che sia stata da parte mia la curiosità di vederlo in quelle vesti a spingermi
ad accettare l'invito. Ecco, quella è stata la prima conoscenza.

MONTALBAN. La prima notizia dell'esistenza di Camilleri è stata una notizia giornalistica. La mia
traduttrice l'aveva letto, ed anch'io ho cominciato a leggerlo. Poi, l'incontro è stato sotto gli occhi del
"padrino" D'Alema, la parola padrino è innocentemente pronunciata, non c'è un secondo fine. E avevo
una grande curiosità di conoscere D'Alema come critico letterario. E lui ha fatto una critica letteraria di
un mio romanzo "O Cesare o niente", e ha dato una curiosa interpretazione, molto gramsciana, del
partito come "Il Principe": questo è stato un motivo di conversazione con Camilleri, questa lettura
molto particolare di D'Alema. Camilleri, che è un uomo molto generoso - una generosità che non è
normale in uno scrittore, e che, da narciso, lui dissimula molto bene - ha dimostrato una grande
conoscenza della mia opera. E' vero che la nostra è stata un'amicizia vera, condizionata dalle letture,
dagli incontri, e per questo per me è un piacere essere qui e rinnovare la possibilità di parlare in
pubblico con Camilleri.

CAMILLERI. Con Montalban è avvenuto un fatto che è stato abbastanza straordinario per me. Stavo
scrivendo il "Birraio di Preston", e non riuscivo a trovare una struttura al romanzo. Questo libro, scritto
in un ordine cronologico, risultava di una noia mortale. Leggendo "Il pianista" di Montalban, dove si fa
un certo uso del tempo narrativo, mi si è aperto nella mente come avrei potuto strutturare il "Birraio di
Preston": questo è il primo grosso debito che ho nei suoi riguardi. Giuro che non ci sarei riuscito da
solo senza quell' "aiutino", sapete come quelli che si danno durante quei detestabili, orrendi quiz delle
interrogazioni a scuola. Perchè, mi sono chiesto, devo scrivere un romanzo dalla a alla z? Io inizio da
un episodio, e poi attorno ci costruisco il romanzo. E l'unico genere possibile in questo senso è il

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romanzo giallo. E così ho scritto il primo giallo dando al commissario, per un debito di riconoscenza, il
nome di Montalbano, che, tra l'altro, è uno dei cognomi più diffusi in Sicilia, ed ho preso due piccioni
con una fava. In Beppe Carvalho e Montalbano c'è un gusto comune per la cucina, però non credo che
andrebbero nella stessa trattoria. Credo che, se dovessero fare assieme un'inchiesta, in cucina il loro
rapporto finirebbe per rompersi. Una volta dissi che Montalban doveva essere trascinato davanti al
tribunale dell'Aia accusato di genocidio perchè, se voi provate a mangiare quello che mangia Beppe
Carvalho, è una cosa terribile. Montalbano preferisce invece piatti più tranquilli, più genuini. E allora
che cosa c'è nei due personaggi di affinità? C'è una disincantata ricerca della verità. Proprio
disincantata. Sanno che possono sbagliare comunque, ad ogni passo che fanno. Sanno benissimo tutti e
due che la verità nel 99 per cento dei casi non combacierà mai con la giustizia. Sono però onesti con se
stessi. Ecco, credo che questa sia la cosa che li lega.

MONTALBAN. Io credo che tra i due personaggi non ci sia solo un' attitudine, un legame etico, ma
anche tecnico. Nel senso del problema del "punto di vista", che è il primo problema narrativo e
letterario. Il romanziere deve delegare il punto di vista. Curioso. Montalbano è un poliziotto pubblico,
un funzionario, Carvalho no, è un privato. Ma l'attitudine malinconica verso il mestiere e la società è
molto simile, coincidente nei due.Perchè Carvalho è un "privato"? Per la scarsa fiducia che c'era in
Spagna in quell'epoca per la polizia pubblica franchista, fascista. Invece, la normalizzazione della vita
democratica italiana dopo il '45 ha permesso questa considerazione diversa del ruolo del poliziotto
pubblico. Ancor oggi io provo una certa inquietudine quando vedo un poliziotto. Pesano gli anni di
coesistenza con il franchismo.

LA POLITICA

CAMILLERI. Il futuro della sinistra? Domanda da un milione di dollari. Sciascia termina un suo
splendido libro con un personaggio che esce dalla sede del partito comunista per andare nella
parrocchia di fronte. In questi casi credo che l'esperienza personale da raccontare sia l'unica possibile.
Di me posso dire le cose nelle quali ho creduto e continuo a credere. Fare il processo al comunismo
solo ed esclusivamte attraverso quanto di negativo in esso ci fosse è, a mio avviso, un punto di vista
non storico e non oggettivo, che ci porta a commettere degli errori di giudizio. Ecco, io continuo ad
essere tuttora un marxista. Questo non significa avere dei rimpianti, nessun rimpianto, ma questo
significa avere una certa visione e valutazione della società e dell'uomo, che non è semplicemente una
visione marxista. E' una visione comune alla sinistra. Direi che la fine del comunismo organizzato era
una splendida occasione per la sinistra, ma anche questa occasione è andata persa. Per avere seppellito i
propri morti, non si deve pensare che tutto il mondo è morto. No, si continuano ad amare le persone
vive, e, per quanto riguarda il compito dello scrittore, non credo che sia quello di cambiare l'uomo, ma
quello di aiutare l'uomo a capirsi, a cominciare dallo scrittore stesso in quanto uomo. Credo che lo
scrittore abbia dei compiti molto precisi e, nello stesso tempo, limitati. C'è stato un bellissimo incipit di
un articolo di Giovanni Tinebra, procuratore capo a Caltanisetta, che dice: i romanzi di Camilleri
bisognerebbe leggerli tre volte, la prima per ridere, la seconda per esaminarli e mettere a fuoco i
dettagli e la terza per cominciare a ragionarci sopra. Ecco, io aggiungerei anche, anche se so che è un
compito arduo, leggiamoli una sola volta tenendo però presenti tutti e tre i piani.

MONTALBAN. Anch'io credo che la caduta del socialismo reale sia stata una magnifica occasione per
ricostruire il discorso della sinistra. In tutta la mia opera si vede come il mio scetticismo per la destra è
totale, mentra quello per la sinistra è relativo. Credo che il grande problema della sinistra in questo
momento sia un pochino "robinsoniano". Si è prodotto un naufragio, l'occasione era la possibilità di
costruire qualcosa di nuovo, si è recuperato parte del battello per erigere una piccola costruzione e
guadagnare tempo. Il fatto importante è il chi è, chi è il soggetto attuale, storico, della trasformazione.
Fino a trent'anni fa era il proletariato industriale, ma oggi chi è? Certamente esiste, sono tutti i perdenti
in un senso plurale. E si può vedere che esiste anche oggi una contestazione generale contro la
globalizzazione, ma si tratta di un nuovo soggetto in una fase di formazione: un soggetto critico che, a
diversi livelli, e con un linguaggio diverso, e con ideologie diverse, conforma questa opposizione critica
alla attuale situazione di sviluppo capitalistico. Io sono in un certo senso non ottimista (un aggettivo che
mi dispiace profondamente), ma lucido, diciamo "speranzioso", la speranza questa virtù in senso laico,
lo stesso senso che utilizzava Bloch quando parlava del futuro come una religione, la religione del
futuro, il futuro sotto la luce della ragione.

GLI INCROCI CULTURALI

CAMILLERI. Il mio lavoro precedente, cioè il regista di teatri e di televisione e sceneggiatore, è solo
una parentesi. Perchè io ho cominciato giovanissimo a scrivere, neanche a diciott'anni, poesie e racconti
sulle terze pagine dei giornali. Poi ho comnciato a tentare di scappare dalla Sicilia, di fare il concorso
all'accademia nazionale dell'arte drammatica, di essere ammesso e di trovarmi di fronte a questo
"dirottatore" nato, che è stato il mio maestro Orazio Costa, che mi ha fatto veramente capire cosa fosse
il teatro (Pirandello diceva "la vita la si scrive o la si vive"), e il teatro o lo si fa sul serio o non lo si
fa.Ora io non so se questo fare teatro sia stato perchè sono stato "travolto" dal teatro oppure perchè già

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in me era nata una certa crisi, che era il non sapere più scrivere. Quando ho poi chiuso la parentesi
teatrale, che cosa mi ero portato appresso? Anzitutto il senso del dialogo perchè tu sai che non puoi
lasciare un attimo di incertezza nell'ascoltatore. Dalla televisione ho imparato a scrivere per certe
sequenze e soprattutto, producendo la serie del commissario Maigret, che è stata tutta prodotta da me,
durante l'operazione di sceneggiatura, smonta e rimonta il meccanismo poliziesco di Simenon, ho
imparato parecchie cose su quella che è la struttura e il montaggio del romanzo giallo.

MONTALBAN. Io vedo in Camilleri una certa influenza molto positiva del teatro in due aspetti, un
dominio della situazione narrativa e di dialoghi, che deriva da una cultura teatrale e audiovisuale. Il mio
rapporto con il giornalismo in Spagna ? Cominciai a fare il giormalista per diventare scrittore perchè
era l'unica possibilità di sopravvivere dal punto di vista economico. Sotto censura la stampa, mi sono
dedicato soprattutto a scrivere saggi, poesie, ho cominciato racconti. E ancor oggi il giornalismo per me
è una attività necessaria per mantenere questo rapporto quotidiano con il pubblico, per questa
possibilità di agire e di reagire in rapporto alla realtà e offrire un quadro diagnostico immediato.
Quando uno scrive un libro significa aspettare un anno, un anno e mezzo, per vedere il risultato ed
arrivare al lettore, che diventa l'altro soggetto creativo della tua proposta. Il mio comunque è un
giornalismo letterario e di opinione, non di strada perchè questo è molto più difficile combinarlo dal
punto di vista letterario.

L'IDENTITA' LOCALE

MONTALBAN. L'identità , l'unità spagnola? Quasi sempre è stato il risultato di un conflitto. E l'ultimo
conflitto è stata la stessa guerra civile, che non soltanto ha significato una guerra di classe, ma anche la
guerra di un centralismo per reprimere la formazione di movimenti nazionalisti alla periferia. E questo è
stato un fattore molto negativo per un nuovo stato democratico e vale come memoria storica di quanto
ha significato il franchismo come strumento di repressione della periferia, che ancora dura in un certo
senso politicamente. La situazione è ancora più complicata per la globalizzazione, questo magma
indeterminato, astratto, che implica una tendenza a rifugiarsi in una soluzione nazionalista, in una fede
per questa paura di fronte al vuoto. In questo momento in Spagna il discorso nazionalista è in fase di
cambiamento perchè bisogna trovare un rapporto con ciò che significa e comporta la globalizzazione.
Che senso positivo può avere ancora la difesa della differenza? Questo è un discorso che almeno in
Spagna non è ancora aperto. Nell'ultimo mio romanzo, che sarà pubblicato in Italia, "L'uomo della mia
vita", c'è una certa riflessione sulla questiona nazionale spagnola e questo per me curioso nazionalismo
nuovo formato, che significa Bossi con il suo immaginario della Padania: un importante fatto di
riflessione su come il nazionalismo può provenire non solo dalla memoria storica del passato, ma anche
dalla volontà di creare qualche cosa nuova, qualche proposta alternativa.

CAMILLERI. Io ho scritto sui tremendi errori che sono stati fatti dai governi centrali negli anni
immediatamente successivi all'unità d'Italia, quando la realtà meridionale era un po' diversa da quella
che è stata successivamente presentata: l'unità d'Italia ha indebolito molto, moltissimo, l'economia del
Sud. Vorrei che fissaste la vostra mente su un solo fatto, il famoso brigantaggio meridionale degli anni
post-unitari. Andate a leggere il rapporto del comando militare a Capua, e la tabellina riassuntiva, che
dice "Briganti, dispersi 32.000". E allora cominciate a chiedervi in che senso è adoperata la parola
brigante. O forse si trattava di contadini in rivolta? Ecco, allora su questo equivoco si è molto giocato.
Per quanto riguarda la mia esperienza personale, devo dire che nei mesi che seguirono lo sbarco
americano in Sicilia sorse poderoso, fortissimo, questo movimento separatista, che non era uno scherzo,
non era solo occupare il campanile di San Marco. E c'era il bandito Giuliano alla testa, e i carabinieri si
ammazzavano un giorno sì e un giorno no. Erano tutti armati con bombe e mitragliatori americani, e
stampavano i loro manifesti su carta filigranata delle forze armate americane, e il colonello Charles
Poletti, assistito dal noto mafioso, suo segretario, che si chiamava Vito Genovese, nome ben noto alle
cronache, stipendiavano il separatismo siciliano. Mai, e non è retorica, mi sono sentito così italiano
come in quei giorni senza neanche sapere perchè. Che poi dentro di noi più si radicano, più vengono
evidenziate le caratteristiche regionali, la cultura regionale, tutto questo non può essere altro che un
bene. E mi è stato - come dicevo prima - a un certo punto molto difficile dire quello che sentivo
profondamente attraverso questo italiano che non riuscivo ad adoperare come volevo. Sapete, l'italiano
per noi siciliani "si impara a forza di botte sul sedere". Poi, conquistato faticosamente questo italiano,
ho dovuto dirmi "Cerchiamo un compromesso". Se io voglio esprimermi pienamente devo andare a
trovare certe parole che più e meglio esprimevano nel mio dialetto quello che volevo dire: tutta qua,
l'operazione. Semplicissima. Luigi Pirandello scrisse tout court, semplicemente, e indiscutibilmente,
che di una data cosa il dialetto esprime il sentimento, e della medesima, stessa cosa, la lingua esprime il
concetto. Ecco, nella mia scrittura ho cercato di dosare questo. Però, quando sento sento che i dati Istat
dicono che il dialetto viene parlato appena dal 34% delle persone, mi si stringe un po' il cuore. E leggo
del presidente Violante e di altri che dicono "Difendiamo la lingua italiana": ma la lingua italiana non è
che si difende con i proclami. La lingua, quella di qualsiasi paese del mondo, è un movimento continuo
che dalla periferia raggiunge il centro, il corpo, di questo albero: e la linfa vitale di una lingua sono i
dialetti, altrimenti l'albero si impoverisce, e le foglie vengono sostituite con foglie artificiali provenienti
da altre lingue, e non dall'interno della nostra linfa vitale. Il fascismo aveva dato l'ostracismo ai dialetti.
Leviamolo almeno questo ostracismo, che è un primo passo. Io poi credo di appartenere, mi onoro di
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appartenere alla categoria alla quale apparteneva Leonardo Sciascia, quella dei finti siciliani di mare
aperto, che sognano per tutta la vita lo scoglio.

I LIBRI AL ROGO

CAMILLERI. Non credo che Montalbano troverà mai l'ardire di bruciare un libro. Caso mai lo
seppellisce, lo fa sparire. E poi il rogo si paga duramente. Posso chiedere una cosa a Montalban, che
non gliel'ho mai chiesta e gliela chiedo qui in pubblico? Gli autori che il suo Beppe Carvalho brucia,
esistono, sono viventi? E tu, come sei sopravvissuto?

MONTALBAN. La spiegazione che dà Carvalho è una spiegazione troppo intellettuale. Lui dice che è
una vendetta perchè la cultura non l'ha aiutato a vivere. Che ha letto molto, che la cultura è come un
filtro cattivo, che impedisce una reazione immediata alla vita. Per me è una spiegazione troppo
intellettuale, che lascio alla responsabilità del personaggio. Non è la mia spiegazione. Quando i libri
bruciano nei miei racconti è per provocare. Brucia Engels per provocare i marxisti. Brucia Cervantes
per provocare i cervantisti, una setta, una piccola industria culturale, come la setta di Joyce e degli altri
scrittori, le piccole industrie culturali, dove mi piace molto creare un piccolo disturbo, uno scherzo. Una
volta è stata una vendetta, quando Carvalho brucia un'antologia della poesia erotica spagnola perchè gli
autori non vi hanno incluso i miei poemi. Era un fatto di giustizia. Nel caso di Camilleri un libro può
diventare un fattore determinante per scoprire l'enigma del romanzo. Anch'io ho utilizzato questa
possibilità. E credo che questa utilizzazione della cultura così arbitraria sia una coincidenza di più, che
dimostra il substrato culturale di Montalbano e di Carvalho. Ed è molto strano perchè quasi tutti i
poliziotti dei romanzi non hanno alcun livello culturale. L'unica preoccupazione culturale di Marlowe è
di sapere il risultato di una partita di baseball o di saper chi è Joe Di Maggio.

LE DONNE

CAMILLERI. Io sono sposato da 43 anni sempre con la stessa moglie. Una volta mi sono vergognato.
Stavo con registi ed attori, che ne avevano quattro o cinque, e io una sola.Ma non è che io possa dire
Montalbano c'est moi. E' una caratteristica sua di essere praticamente un single nato. Lui adopera
cinicamente Livia come vuole, però è anche vero che Livia si lascia adoperare. Ricevo centinaia di
lettere. Un giorno mi arrivò una busta, la aprii, dentro c'era una splendida cartolina postale che
rappresentava Boccadasse vista dal mare: l'indirizzo era "Al commissario Salvo Montalbano. Vigata.
Mi sto cominciando a stufare delle tue bugie, delle tue tergiversazioni, dei tuoi rimandi. Certe volte non
ne posso più. Ti amo ancora, ma fino a quando? Livia". Era una grafia femminile.

MONTALBAN. Dopo un'analisi post-testuale, dopo tre romanzi di Carvalho, mi sono fatto questa
domanda "Perchè ho scelto questo personaggio che va con una prostituta?". Ed ho capito che attorno a
Carvalho si è formata una famiglia, ma non una famiglia in senso biologico. Quando ho cominciato a
lavorare a questo personaggio, credo che fosse una novità: aveva una certa influenza tutta la ideologia
della Comune, della nuova famiglia, verso la quale io ero molto ironico, ma, anche se ero ironico,
quella ideologia, questa nuova teoria aveva una certa influenza, e io lo riconoscevo. E l'unica
spiegazione che posso dare è questa, post testuale, perchè prima avviene il fatto concreto di scrivere.

I PAPI

MONTALBAN. Il reportage fatto a Cuba sul Papa, diventato un libro, è un reportage molto speciale
perchè significa un bilancio molto lungo, e abbastanza profondo, del mio rapporto con la rivoluzione
cubana. La mia rivoluzione è stata la rivoluzione cubana, la mia guerra è stata la guerra del Vietnam.
Ma c'è stata una perplessità per questa visita del Papa: come è possibile che l'ultima rivoluzione di
questo secolo con il suo ateismo scientifico finisca in questo surrealismo puro? Allora ho cominciato
una riflessione insieme al mio bilancio, alla mia memoria del mio rapporto con la rivoluzione,
l'inventario delle diverse rivoluzioni che si sono succedute in Cuba, dalla prima rivoluzione nazional-
popolare fino alla inevitabile influenza sovietica. Un inventario non solo dal punto di vista politico, ma
anche culturale. E infine il giudizio finale che il modello della rivoluzione cubana è esaurito. Ma
ancora, anche se in forma culturale, cominciamo a vedere una nuova tensione dialettica tra i
"globalizzatori" e i globalizzati. Ed è per questo che il libro finisce con la nuova proposta della
rivoluzione futura.

CAMILLERI. Avrete visto alla televisione e al cinema questi registi che perdono facilmente le staffe,
che fanno i piccoli dittatori, insopportabile esseri. Per un certo periodo della mia vita lo sono stato

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anch'io, lo confesso. Poi ho modificato, come si usa dire, il mio approccio con gli attori. Ma in quei
tempi... Un giorno avvenne la mia conversione. Stavo provando una commedia e avevo, tra gli altri, un
vecchio attore bravissimo, Aristide Bachetti. Siccome non mi tornavano i conti con quello che gli attori
facevano, partii in quarta e li insultai. Mia moglie, che non è donna di teatro, ma persona civile, si
vergognò per me e poi mi chiese "Perchè non ti spaccano la faccia?". Bachetti, allora di 80 anni,
ritornando a casa, mi disse "Lei ci deve perdonare, dottor Camilleri, però, vede, non è sempre detto che
siamo noi che non comprendiamo sempre: non le è mai passato per la testa che è lei che non riesce a
spiegarsi bene?". Mi stese. Da questo momento ci fu questa evoluzione in un altro regista, che cercava
di spiegare con la domanda diventata rituale "Mi spiego?". Che c'entra? Ah già, il Papa. Durante questo
periodo mi trovai a fare uno spettacolo ad Assisi, dove avevano costruito un teatro bellissimo, un
palcoscenico enorme sul quale avevo montato tre girevoli per questo spettacolo, che era
complessissimo, difficilissimo. E decidono di farne la trasmissione diretta in televisione perchè allora
non si registrava. Ma il giorno prima il regista televisivo dichiara forfait, si ammala, ed io sono costretto
ad assumermi anche la responsabilità della ripresa televisiva. C'era una scena in cui veniva
rappresentata la prima notte di nozze di una coppia giovanissima. Quella notte viene concepito un
figlio. Allora c'era questo "Paradiso" (l'autore aveva scritto "paradiso"), e c'era una sfilza di bambini
piccolissimi, un angelo con le ali, che dice a un bambino "tu!", e quello è il momento del concepimento:
un'idea poetica molto bella, solo che lo scenografo, pazzo da legare realmente in senso tecnico tanto che
non riuscì mai in vita a sua a finire una scenografia, mi dice che non mi fa il paradiso perchè "non
aveva mai visto un paradiso". Arrivati a questo punto, il primo cameramen mi disse "Dottore, lo
spettatore se decide di vedere il paradiso, ce lo vede" "Ma lo spettatore televisivo?". Mi rassicura "Le
faccio io le nuvolette". Il giorno della prova generale questo teatro si riempie di alti prelati, di cardinali
a bizzeffe, vescovi non ne parliamo, monsignori, badesse, madre superiori. In questo preciso momento
arriva lo scenografo dal fondo sala, che mi fa "Cos'è questa schifezza?". "E' il paradiso". "Non l'ho fatto
io". "E va be'. L'ha fatto un altro". Non mi dice niente. Va in palcoscenico, si munisce di un martellone,
e mi rompe la prima nuvoletta. Io, dal fondo sala, urlando, bestemmiando, attraverso, salto sul
palcoscenico, gli do un cazzotto in faccia, dico ai carabinieri "Arrestatelo" e lo arrestano (mi dimenticai
di lui, mi precipitai a liberarlo alle una di notte). Mi voltai, e la platea era completamente deserta perchè
erano scappati tutti al suono delle mie orrende imprecazioni e bestemmie. C'era solo mia moglie
incinta, che piangeva per la cattiva figura che avevo fatto. Non era stata una cosa civile. Allora,
l'indomani, andai per chiedere scusa al Patriarca di Venezia. "Vorrei chiedere scusa per quello cho detto
ieri pomeriggio, sono veramente dispiaciuto". "Non chieda a me scusa. Lo chieda a se stesso". E già
così mi sistemò per benino. Ma dopo un poco aggiunse "Al suo posto un cazzotto glielo avrei dato
anch'io". Questo è stato il mio incontro con il futuro Papa Giovanni XXIII.

IL CIBO

CAMILLERI. A Barcellona siamo andati a cena insieme, e con squisita gentilezza e generosità Vasquez
Montalban mi ha consigliato dei piatti perchè aveva capito che cosa mi piace mangiare. Vorrei precisare
che al commissario Montalbano mangiare è una cosa che dà piacere. Non riesce a cavarne la filosofia
esistenziale del mangiare come avviene per esempio in "Robinson", l'ultimo libro tradotto in Italia di
Montalban, che è uno splendido saggio su cos'è la cucina, il mangiare. E' una cosa più ridotta, una sorta
di risarcimento quello che si prende Montalbano su ciò che lo intristisce nella vita. Tanto è vero che
mangia da solo e in silenzio: cosa che io non riuscirei mai a fare, questo vizio solitario orrendo. Con
l'età io divento sempre più patriarca: con la moglie, la zia, i nipoti, questo mi diverte, questo mi piace,
questo è mangiare, commentare. E ricordatevi di non fare mai l'elogio di colui che cucina, un errore che
sconterete. Mia nonna faceva degli arancini, la cui memoria ho cercato di tramandare un poco negli
arancini di Montalbano, che cadevano dentro appieno al sublime. Una volta superò se stessa. Eravamo
una quarantina. Io stavo per dirglielo "Nonna...", ma suo figlio mi diede un calcio sotto il tavolo e disse
"Zitto, perchè non bisogna mai dare soddisfazione. Così migliorano sempre". La verità è che
Montalbano lavora di memoria, su quelli che erano i cibi genuini di una volta. Beppe Carvalho lavora
benissimo sul presente.

MONTALBAN. Ho pensato a Beppe Carvalho come a un personaggio fisso per una serie di romanzi
con tutte le sue connotazioni. E una connotazione era fare la cucina. Io sono uno scrittore, ma la mia
seconda attività è fare il cuoco. Sono un cuoco praticamente tutti i giorni. Non si deve abusare con le
connotazioni per potere rendere un personaggio vero, credibile. L'altra è quella di bruciare i libri. La
cucina di Carvalho è la cucina della memoria, appartiene al palato della memoria, la cucina della nonna,
della famiglia.Con qualche apporto di carattere colto. Ma quasi sempre la sua cucina è popolare, delle
radici popolari della Spagna. Perchè la cucina? Perchè è un elemento ludico, un contributo a descrivere
un personaggio.

Adattamento di R.R. con la collaborazione di Anna Zanini - www.bresciablob.com

Montalbano contra Montalbán


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Andrea Camilleri, de 73 años, y el creador de Carvalho copan las listas de ventas en Italia. A Pepe
Carvalho le ha salido un duro competidor en Italia: el comisario Salvo Montalbano, cuyas aventuras en
la isla de Sicilia son el gran éxito literario de la temporada. Triunfa Montalbano, criatura de un
sorprendente escritor septuagenario, Andrea Camilleri, hasta hace poco prácticamente desconocido por
el gran público, pero el éxito también vuelve a sonreír a Manuel Vázquez Montalbán, autor de culto en
Italia, recién aterrizado en la oferta de verano con la traducción de "El premio", la historia en la que el
detective Pepe Carvalho debe descubrir quién asesinó al mecenas de un gran premio literario.
Montalbano contra Montalbán, por tanto. La última clasificación de libros más vendidos del diario "La
Repubblica" no admite dudas: "El premio" ya está en cabeza del pelotón de la narrativa extranjera,
mientras que Andrea Camilleri ocupa los cinco primeros puestos, --han leído bien, los cinco primeros
puestos-- de la narrativa italiana, con "Un mes con Montalbano", "La concesión del teléfono" (novela
histórica), "La voz del violín", "El cervecero de Preston" y "El perro de terracota".
La clasificación del
"Corriere della Sera" presenta algunas matizaciones, pero confirma que el gran duelo del verano en las
playas italianas será entre el comisario siciliano y el gallego que fue agente secreto.
¿Pero quién es
Andrea Camilleri? El escritor que todos los editores italianos quisieran tener en nómina es un pacífico
abuelo de 73 años, hijo de la Sicilia profunda (Porto Empedocle, 1925), pero romano de adopción.
Maestro de arte dramático, escenógrafo y director teatral, alcanzó cierto relieve por su labor como
realizador de dramáticos en la RAI. Aún se da con un canto en los dientes cuando recuerda que su
adaptación de la obra "Final de partida", de Samuel Beckett, fue seguida por 400.000 telespectadores.
Camilleri, cuya gran pasión es la novela histórica, escribe desde hace años para una modesta editorial
(Sellerio) poco dada a las grandes promociones comerciales. Hace poco más de un año, sus novelas no
pasaban de los cinco mil ejemplares. Hasta que empezó a sonar el tam-tam.
Fue un movimiento sordo,
de esos éxitos que se van fraguando en silencio, gracias al breve comentario entre amigos y conocidos.
Como un reloj de arena. Cien, doscientos lectores más cada semana, hasta que el "te recomiendo a
Camilleri" hizo temblar las listas de ventas, desafiando abiertamente el gran éxito que el año pasado
obtuvo Susana Tamaro con "Ve donde el corazón te lleve".
Si la introspectiva Tamaro es la
reivindicación de la espiritualidad en tiempos de turbación, Camilleri aporta el entretenimiento de
calidad. "Es un buen artesano de la escritura", dicen loscríticos. La serie del comisario Montalbano la
comenzó hace apenas tres años, sin abandonar Vigata, un pueblo inventado, un lugar ficticio de la
Sicilia profunda, donde transcurren la mayoría de sus novelas. En una reciente entrevista daba una
clave interesante sobre su personaje: "He escogido el nombre de Montalbano porque es un apellido muy
común en Sicilia y también como homenaje a Manuel Vázquez Montalbán, escritor que me gusta
muchísimo"...
Y es que Salvo Montalbano y Pepe Carvalho guardan cierto parecido. Ambos aman la
buena mesa y la literatura, aunque el comisario siciliano no quema los libros, sino que los lee con
devoción. Y su éxito con las mujeres es muy, muy escaso. También Camilleri y Vázquez Montalbán
tienen algo en común: una vieja afiliación comunista y una indisimulada perplejidad ante los tiempos
presentes. La última travesura de Camilleri ha sido recordar los inicios de Silvio Berlusconi como
cantante y amenizador de cruceros en un relato de verano para la prensa. Los publicistas de la derecha
no se lo perdonan, pero la editorial Mondadori, propiedad de Berlusconi, tiene bien amarrados los
derechos de su último libro, el más vendido. Militante del PCI desde 1944, el novelista considera flojos
a sus actuales dirigentes y no ha tomado el carnet de los Demócratas de Izquierda, la moderna versión
del viejo partido. El éxito ha sido tan fulgurante que sus libros apenas comienzan a traducirse. La
lectura en italiano requiere un previo forcejeo con el dialecto siciliano, que el comisario Montalbano
administra a su manera.

ENRIC JULIANA - LA VANGUARDIA, 31.07.1998

D'Alema tra Vázquez Montalbán e Camilleri

Era un pomeriggio un "tanticchia strèuso", direbbe il commissario Montalbano, un pomeriggio piuttosto


strambo per quella liturgia estiva che è la festa dell'Unità. Sul palco non si teneva né un dibattito né
un'intervista, ma un "dialogo". Un dialogo tra due scrittori e un loro "appassionato lettore", forse il più
celebre dei loro lettori: il segretario dei democratici di sinistra, Massimo D'Alema. Così, per la prima
volta, i compagni bolognesi hanno visto il loro leader, il grande capo delle Botteghe Oscure, vestire
umilmente i panni del moderatore, dell'animatore culturale, che dice "buonasera e grazie" per rompere
il ghiaccio, e li sgrida con bonaria burbanza ("Buoni!") quando rumoreggiano in sala come scolaretti
discoli. Per la prima volta hanno visto il tagliente e orgoglioso lìder Massimo che si siede un gradino
più in basso dei suoi interlocutori, Manuel Vàzquez Montalbàn e Andrea Camilleri. Per la prima volta
hanno sentito il segretario spiegare a due scrittori la letteratura vista da un politico e due scrittori
spiegargli la politica vista da un commissario siciliano e da un investigatore privato catalano, attraverso
un intrigo mediterraneo di delitti e di proverbi, di misteri e di illusioni. D'Alema li ascoltava con la
sincera deferenza del lettore verso lo scrittore, come mai farebbe di fronte a nessun politico, a nessun
ministro, a nessun capo di governo, dimenticando per due ore di essere il signor segretario, e come ha
scritto Vàzquez Montalbàn "il signor segretario persino quando mangia fette di finocchiona lo fa come
se stesse pensando all'origine e alla finalità della finocchiona nel mondo".
"Sono emozionato" ha
confessato subito lui stesso, spiegando che quello non sarebbe stato "un insolito mercoledì letterario a
una festa politica", ma il tentativo della politica di riappropriarsi delle sue "radici nella cultura
umanistica", perchè, compagni, "bisogna evitare che la politica diventi pura tecnica di gestione del
potere". Ai vecchi e solidi compagni emiliani, quelli che spendono le loro ferie per andare a cuocere
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tremila piadine e mille salsicce a beneficio delle casse del partito, forse è sembrato un po' strano, un
tanticchia strèuso, che il custode della linea chiedesse lumi e speranze a due scrittori di gialli, ma se
l'hanno pensato non l'hanno lasciato capire. La sala era strapiena, attenta e rispettosa. Ha applaudito con
divertimento ("Mo vedi, capisce pure di letteratura!") il segretario che si trasformava rapidamente
prima in moderatore e poi in critico letterario, ricamando con sapiente abilità sulle molte affinità
nascoste tra il commissario di Camilleri e il detective di Vàzquez Montalbàn, "entrambi misogini ma
amanti delle donne, entrambi presi dallo stesso amore trasgressivo per il cibo, entrambi disincantati
eppure entrambi animati da una passione civile".
Poi, però, il "dialogo" è arrivato al dunque: cosa
possono fare gli scrittori per la politica? Vedete, ha spiegato, "il distacco dei cittadini dalla politica ci
preoccupa, non solo per ragioni ideali ma anche per ragioni professionali, diciamo". Può la letteratura
aiutarci "a formare una coscienza civile"? Sì e no, gli hanno risposto i due scrittori. "Noi due - gli ha
spiegato Vàzquez Montalbàn - siamo figli di un certo scetticismo sulla possibilità di usare la letteratura
come strumento di conoscenza della realtà. L'incontro tra l'ideologia e il linguaggio letterario è come
quello tra l'olio e l'acqua. Eppure ciascuno di noi trasmette un'ideologia, mentre scrive, una visione del
mondo: diciamo che la nostra è una letteratura d'opinione, di diagnosi sociale". Camilleri è stato più
diretto: "Io credo che il compito della letteratura sia quello della conoscenza, ma senza darlo a vedere,
altrimenti diventiamo dei maestri di scuola o dei propagandisti".
Poi il dialogo s'è spostato sul libro
dello scrittore spagnolo sui Borgia, "O Cesare o nulla", storia romanzata della famiglia che arrivò fino
al papato ma fallì nel suo progetto di conquista dell'Italia. "Una metafora del comunismo?" s'è
informato D'Alema. "No, solo il racconto di una turbinosa transizione" lo ha rassicurato Vàzquez
Montalbàn. Quindi è venuto il turno del commissario Montalbano, brillante investigatore di Vigata ma
colpevole, agli occhi di D'Alema, di coltivare "il pessimismo dell'intelligenza", di guardare al
cambiamento in Italia "come un cambio che non cambia". Non sarà troppo pessimista, caro Camilleri?
Ma no, lo ha rassicurato lo scrittore siciliano: "I miei 73 anni mi danno quello che Alfieri chiamava
l'umor nero del tramonto. La verità è che i nostri protagonisti non sono degli eroi il cui destino è
segnato nel cielo, ma persone consapevoli della possibilità di una sconfitta...".
A questo punto
l'incantesimo è finito. Alla parola "sconfitta" D'Alema è tornato nei panni del segretario e ha ripreso il
controllo della situazione: "Oddìo, noi in questi anni abbiamo molto faticato a conquistare la
consapevolezza di una possibile vittoria. Mentre la sinistra del passato affrontava il fuoco con la
certezza della vittoria, oggi la sinistra moderna ha il senso della possibile sconfitta. Anzi qualcuno è
dominato dallo sconfittismo". Così, per l'applauso finale, ognuno era tornato nei suoi panni, il
segretario a dare la linea e i due scrittori a firmare libri ai compagni lettori.

SEBASTIANO MESSINA - La Repubblica, 10.10.1998

Camilleri y Vázquez Montalbán

El escritor siciliano Andrea Camilleri, protagonista de un verdadero fenómeno editorial en Italia gracias
al personaje del comisario de policía Salvo Montalbano (pieza central, hasta la fecha, de cuatro novelas
y un libro de relatos), suele enfrentarse a la misma paradoja que su colega y amigo Manuel Vázquez
Montalbán: es incapaz de responder correctamente a esos cuestionarios elaborados par fans minuciosos
y que le darían derecho a pertenecer a un club "oficial" de amigos de su propio personaje.
Reunidos en
Barcelona el pasado febrero con motivo de la presentación en España de los primeros títulos de la saga
del comisario Montalbano ("Un mes con Montalbano" y "El perro de terracota"), Andrea Camilleri y
Vázquez Montalbán intercambian opiniones, en torno a unos vasos de cerveza y una grabadora, sobre
estas contingencias derivadas del éxito popular, sobre gastronomía y política, sobre conocidos comunes
camo Pietro D'Alema o sobre las posibilidades que tendrían sus personajes, Salvo Montalbano y Pepe
Carvalho, de enfrentarse a un enigma codo con codo. Andrea Camilleri: Ayer me regalaron una
bioqrafía de Pepe Carvalho. La estuve hojeando antes de acostarme... ¿sabes qué me sucedió? Al final
hay un cuestionario de unas cien preguntas, para saber si uno es un buen lector de Pepe Carvalho.
Acabé bastante enfadado: sólo pude contestar correctamente a una docena de ellas.

Manuel Vázquez Montalbán: ¿Una docena? Pues ya me parece una buena cifra. Yo sería incapaz de
responder a tantas.

Andrea Camilleri: Después me consolé recordando que en Internet existe una estupenda página web
sobre Montalbano, hecha par un club de fans. Para formar parte de este club debes responder a diez
preguntas sobre mis personajes. Lo intenté pero fui rechazado: me equivoqué en cuatro de ellas. "Debes
prepararte mejor", fue el veredicto de mis fans

Manuel Vázquez Montalbán: Entre nuestros personajes, entre Carvalho y Montalbano, hay muchas
diferencias y puntos de encuentro. Quizás la diferencia fundamental es que el tuyo es un policía
público, un policía del Estado, mientras que Carvalho es un investigador privado. Sin embargo, el tuyo
es un policía muy especial, no creo que se parezca a muchos policías reales italianos.

Andrea Camilleri: ¡No! Montalbano no duraría ni tres días en una estructura como la de la policía
italiana. Es un elemento extraño que he incrustado literariamente en ese cuerpo policial. Sin embargo,
me consta que muchos policías italianos devoran sus aventuras. Hasta me han dado un premio los
policías de Milán. ¿Recuerdas cuando viniste a Italia a la presentación que te hicimos D'Alema y yo de
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César o nada?

Manuel Vázquez Montalbán: Sí, claro, una presentación un tanto surrealista. Por cierto, ¿cómo le va a
nuestro amigo D'Alema?

Andrea Camilleri: No creo que le vaya demasiado bien, al pobre. El problema son sus asesores, que se
empeñan en humanizar su imagen, en convertirlo en alguien simpático... Empresa imposible. Prefiero
que se quede como es él, rígido y antipático, en luqar de verlo hacer esfuerzos contra su naturaleza,
participando en programas televisivos con Gianni Morandi.
Pues después de aquella presentación, volví
a casa muerto de cansancio, no pude ir siquiera a la cena que te daba el editor, y volví escoltado por
¡seis carabinieri! Cualquiera hubiera pensado que, más que escoltado, me llevaban detenido. Cuando
llegamos al portal de mi casa, el brigadier se me acerca y con un aire de gravedad oficial me dice:
"Señor Camilleri, a ver cuándo se decide a escribir una novela sobre nosotros los carabineros".

Manuel Vázquez Montalbán: Lo que me parece más destacable es la independencia de criterio de


Montalbano, su carga de subjetividad, que podríamos denominar latina o mediterránea. Tu Montalbano
es mucho más arbitrario que el Maiqret de Simenon, aunque sus procedimientos psicológicos se
asemejen, pero Montalbano a veces es realmente expeditivo. En cuanto a sus gustos gastronómicos...
Bueno, yo no soy sectario, hay libertad de gusto. Y si algún día quieres que hagamos una novela juntos,
estoy dispuesto a imponerle un pequeño sacrificio a Carvalho y pasarlo a la dieta italiana.

Andrea Camilleri: .: ¡A mí la comida de Carvalho me da miedo! ¡Es muy bestia! Ten presente una cosa:
¡Yo ya no puedo comer camo comía antes! Al escribir hago una transferencia sobre Montalbano y le
doy de comer cosas fantásticas que a mí me resultarían letales, como las sardinas rellenas. El miedo de
Montalbano ante los platos de Carvalho es en realidad el miedo del autor. También quisiera aclarar que
el nombre de mi personaje, Montalbano, es relativamente frecuente en Sicilia, pero su elección resulta
del deseo de rendir un homenaje, más que al personaje de Carvalho, al Vázquez Montalbán que ha
escrito El pianista o Los alegres muchachos de Atzavara. Y lo que me interesa por encima de todo es el
planteamiento que haces como autor frente a la realidad. Es algo que siempre me ha impresionado
mucho...

Manuel Vázquez Montalbán: Yo creo que las diferencias y semejanzas entre nuestros personajes son, en
el fondo, consecuencia de una misma actitud personal ante la novela policiaca. También tú tomas este
género como una mera estrategia narrativa, un juego con el que plantear un acercamiento a la realidad
arbitraria y proyectas una mirada distanciada e irónica a través de tu personaje, una mirada muy
parecida a la de Pepe Carvalho. Ahora se abre una oportunidad muy interesante para el lector español:
ver la inmensa variedad que ofrece el relato policiaco a través de una obra realmente atípica. Se ha
relacionado a Montalbano con Maigret, y eso es inevitable, porque el proceso psicológico que sigue
Montalbano es más parecido a Maigret que a cualquier otro personaje, pero es un mundo
completamente aparte. Tu "parti pris" como intelectual, tu mirada política, son muy diferentes de los de
Simenon. Gracias a la estrategia narrativa que supone la novela policiaca se puede abordar un discurso
realista de una manera nueva. Estás describiendo la frontera que hay entre la política y el delito, entre lo
ilegal y lo legal, la violación de un tabú como matar, los límites de las conductas, mientras estableces
una complicidad con el lector. Los dos llegáis a la misma conclusión a través de un viaje de sorpresas
que significan la indagación policial.
Otro aspecto importante es el papel de lo cultural en estas
indagaciones de Montalbano: a veces la clave de un enigma es una clave cultural, un mito, una lectura
clásica... Como lector, una de las cosas que más me han hecho disfrutar es el grado de sofisticación de
este juego cultural que nos propone tu personaje.

Andrea Camilleri: Para Montalbano los libros son tan importantes como para Carvalho, la diferencia
está en que mi personaje no los quema. Seguramente a tu Carvalho los libros no le han sabido enseñar
nada...

Manuel Vázquez Montalbán: Sí, es cierto, los libros son importantes para los dos: para tu personaje en
positivo y para el mío en negativo, por eso acaba quemándolos.

Andrea Camilleri: Pero la elección de un libro para quemar equivale a la elección de un libro para leer.
Vea-mos: el primer libro que quema tu Carvalho no es un libro cualquiera, sino una historia de España.

Manuel Vázquez Montalbán: Sí, "España como problema", de Laín Entralgo. En tu caso, me parece
fundamental el modo en que presentas Sicilia como un falso microcrosmos. Es un microcosmos, en
efecto, pero hay que escuchar a Sciascia cuando respondía a la pregunta de por qué escribía siempre
sobre Sicilia...

Andrea Camilleri: Sciascia respondía: "Sicilia es el mundo".


Manuel Vázquez Montalbán: La ambición de Sciascia era hacer una novela política, de indagación
sobre el poder. En tu caso también están estos elementos, pero no son el objetivo. El objetivo es un
viaje por una realidad en la cual los elementos de carácter ideológico o político están implícitos, pero

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sin la voluntad de Sciascia de hacer una metáfora política del doble poder.

Andrea Camilleri: .: Mi primer libro se lo debo precisamente a él. Pasé un par de años recogiendo
material sobre un episodio histórico de Sicilia y se lo entregué, por si le servía como base para una
novela. Me invitó a tomar café en su casa y me dijo: "Es un material excelente; deberías escribir un
libro". "¡Pero yo no sabría escribir un libro como tú!" "Justamente, de lo que se trata es de que lo
escribas como harías tú. Ánimo." De eso ya hace bastantes años...

Manuel Vázquez Montalbán: Cuando se produjo el gran momento de eclosión de tu obra en Italia,
especialmente el año pasado, con cinco títulos en las listas de los libros más vendidos, se pudo escuchar
comentarios del tipo "Claro, es una literatura que hace concesiones al gran público, una literatura
comercial, el resultado de una operación de promoción muy bien estudiada..." Todo eso es insostenible:
ha sido una imposición empujada por el propio valor de la obra, y a través de una pequeña editorial, de
mucho prestigio, pero sin poder en los medios. Tu obra se ha impuesto a través de recomendaciones
particulares.

Andrea Camilleri: .: Es lo que yo llamo "el tam tam del público". Ése es el público que a mí me
interesa, los 30.000 o 40.000 primeros lectores que pusieron en marcha el tam tam y operaron el
"milaqro". Después la cosa se ha disparado de tal modo que me he convertido en una moda, algo
ridículo, condenado a ser olvidado. No se puede pasar impunemente de vender 150.000 ejemplares a
casi un millón en tan poco tiempo. Interiormente, no me ha cambiado nada. ¡A los 73 años nada
cambia! Pero la vida social... ¡Es algo espantoso! Presentaciones, firmas, conferencias, entrevistas... Ni
siquiera tengo tiempo para escribir. Y lo que es peor, la gente que se acerca a mí ¡para decirme lo que
tengo que hacer con mi personaje! Hace poco unos sicilianos me pidieron que Montalbano no se case
nunca con su novia... ¡porque es genovesa! ¡Una forastera! ¡Pretendían que le buscase una mujercita
siciliana como Dios manda!
Me han ocurrido cosas de cine. Ahora suenan graciosas, pero en el
momento son muy embarazosas. Como una señora que se esperó con sus dos nietos, muertos de sueño,
hasta el final de una presentación que terminó a medianoche... ¡para que les tocara la cabeza a los
niños! ¡Como si yo fuera Juan XXIII o Stalin! ¡Y los que se me acercan con un bolígrafo especial para
que les firme un autógrafo en el brazo! A veces siento que me he convertido en una moda de cretinos.
¡Los lectores de novelas no hacen esas cosas! También he recibido cartas que me han puesto los pelos
de punta, la de una chica de 24 años con una gravísima enfermedad degenerativa, para darme las
gracias por haberle hecho sonreír tres veces. No puso su remite, y nunca le he podido contestar...
Nos
preguntan si Carvalho y Montalbano podrían resolver un caso juntos.

Manuel Vázquez Montalbán: .: Bueno, los casos nunca se resuelven... No sé, cada cual tiene su
universo, su mundo propio... Es posible que ambos llegasen fácilmente a las mismas conclusiones...
pero a través de restaurantes diferentes.

Andrea Camilleri: .: Estoy de acuerdo.

EMILIO MANZANO - La Vanguardia Magazine, 18.04.1999

Pepe Carvalho ha trovato un duro concorrente in Italia: il commissario Salvo Montalbano le cui
avventure nell'isola siciliana sono diventate il grande fenomeno letterario del momento. E' un trionfo
per Montalbano, creatura di Andrea Camilleri sconosciuto fino a qualche tempo fa al grande pubblico
nella sua veste di scrittore. Ma il successo bacia anche Manuel Vazquez Montalbàn, autore cult in Italia,
grazie alla pubblicazione del suo libro Il Premio, dove troviamo il detective Carvalho alle prese con
l'assassinio del mecenate di un famoso premio letterario. Montalbano contro Montalbàn, dunque. La
classifica dei libri più venduti del quotidiano La Repubblica non ammette dubbi: Il premio è già in testa
nella sezione scrittori stranieri, mentre Camilleri occupa le prime cinque posizioni… avete capito
bene!.. della sezione narrativa italiana con i titoli: Un mese con Montalbano, La concessione del
telefono (racconto storico), La voce del violino, Il birraio di Preston, Il cane di terracotta. La classifica
del Corriere della Sera presenta alcune sfumature, ma lascia immaginare che il 'duello estivo' sarà tra il
galiziano Carvalho e il siciliano Montalbano. Ma chi è Andrea Camilleri? L'autore che ogni editore
italiano vorrebbe avere in lista è un tranquillo nonno di 73 anni, figlio della profonda Sicilia (Porto
Empedocle 1925), romano d'adozione. Maestro d'arte drammatica, sceneggiatore e regista di teatro, ha
raggiunto un posto di rilievo come produttore RAI per le famose serie del commissario Maigret e del
tenente Sheridan. Il suo adattamento televisivo dell'opera teatrale Finale di partita di Samuel Beckett, fu
seguito da 400.000 telespettatori. Camilleri, la cui grande passione è il romanzo storico, scrive già da
alcuni anni per la piccola casa editrice Sellerio, poco incline alle grandi promozioni commerciali. Quasi
solo un anno fa, i suoi racconti non raggiungevano i 5 mila esemplari. Fino a quando non cominciò il
'tam-tam'. Fu come un movimento sordo, come quei successi che si forgiano nel silenzio, grazie al
passaparola tra amici e conoscenti, come una clessidra. Cento, duecento lettori in più alla settimana,
fino a che il 'ti consiglio Camilleri' ha fatto tremare le classifiche delle vendite sfidando apertamente il
grande successo dello scorso anno che ottenne Susanna Tamaro con 'Va dove ti porta il cuore'. Se
l'introspettiva Tamaro rivendica il bisogno di spiritualità in tempi di grandi cambiamenti, Camilleri
introduce l'intrattenimento di qualità. "E' un buon artigiano della scrittura", dicono di lui i critici. La
serie del commissario Montalbano iniziò tre anni fa (1995), in quel paese immaginario della profonda
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Sicilia che è Vigata, dove sono ambientati quasi tutti i suoi racconti. In una recente intervista Camilleri
dava una chiave di lettura interessante per il suo personaggio: "Ho scelto di chiamarlo Montalbano
perché è un cognome piuttosto comune in Sicilia e anche in onore di Manuel Vàzquez Montalbàn,
scrittore che amo moltissimo". Il fatto è che Montalbano e Carvalho nascondono una certa somiglianza.
Amano la buona cucina e la letteratura, anche se il commissario siciliano non brucia i libri come fa
l'investigatore galiziano, ma li legge con devozione e il loro successo con le donne è molto, molto
scarso. Anche tra Camilleri e M. V. Montalbàn ci sono delle affinità: una vecchia affiliazione comunista
e una malcelata perplessità nei confronti del presente. L'ultima 'birichinata' di Camilleri è stata quella di
ricordare gli esordi di Silvio Berlusconi come cantante ed animatore di crociere in un racconto estivo
per la stampa. I giornalisti della destra non glielo perdonano, ma la Mondadori si tiene ben stretti i
diritti del suo ultimo libro, il più venduto. Militante nel Pci dal 1944, lo scrittore riscontra una certa
debolezza negli attuali dirigenti della sinistra e non ha voluto entrare nelle fila dei Democratici di
Sinistra. Il successo dei suoi libri è stato così improvviso che solo da poco si è iniziato a tradurli per i
lettori spagnoli. Per gli italiani la lettura delle sue opere può richiedere un certo sforzo iniziale per via
del particolare dialetto 'vigatese' che il commissario Montalbano amministra in modo del tutto
personale.

Lo scrittore siciliano Andrea Camilleri, protagonista di un vero e proprio fenomeno editoriale italiano
grazie a personaggio del commissario di polizia Salvo Montalbano (pezzo centrale, fino ad oggi, di
quattro romanzi e un libro di racconti) è abituato a sfidare se stesso, come l'amico e collega Manuel
Vàzquez Montalbàn, nello stesso paradosso: è incapace cioè di rispondere correttamente ai vari
questionari elaborati dai minuziosi fans, per avere il diritto di entrare a far parte del club ufficiale degli
amici del suo personaggio. I due autori si sono incontrati a Barcellona, lo scorso febbraio, per la
presentazione in Spagna dei primi titoli della saga del commissario Montalbano ( Un mese con
Montalbano, Il cane di terracotta); Camilleri e Montalbàn si scambiano opinioni, tra un registratore e
alcuni bicchieri di birra, su queste contingenze dovute al successo popolare, su gastronomia e politica,
su conoscenti comuni come Massimo D'Alema, o sulla possibilità che potrebbero avere Pepe Carvalho
e Salvo Montalbano di misurarsi gomito a gomito attorno a un enigma da risolvere.

AC: Mi hanno regalato ieri una biografia di Pepe Carvalho. Gli ho dato un'occhiata prima di coricarmi e
sai cosa mi è successo? Alla fine del libro c'è un questionario di un centinaio di domande, per vedere se
sei un buon lettore di Pepe Carvalho. Be', alla fine mi sono arrabbiato: sono riuscito a rispondere sì e no
a una ventina di domande!

MVM: Una dozzina? Mi sembra già buono perché io stesso non riuscirei ad azzeccarne così tante:

AC: Poi però mi sono consolato ricordando che su Internet c'è una stupenda pagina Web su
Montalbano, creata da un gruppo di fans: Per entrare a far parte del club devi rispondere a dieci
domande sui miei personaggi. Io ci ho provato, ma mi hanno respinto. Devi prepararti di più", fu il
verdetto finale!

MVM: Tra i nostri due personaggi, Pepe Carvalho e Salvo Montalbano, ci sono molte diversità e punti
di incontro. Forse la differenza fondamentale è che il tuo personaggio è un pubblico ufficiale di polizia,
un poliziotto di Stato, mentre Pepe Carvalho è un investigatore privato. Senza dubbio Montalbano è un
poliziotto molto speciale, non credo assomigli molto a tanti reali poliziotti italiani.

AC: No, assolutamente Montalbano non resisterebbe neanche tre giorni in una struttura come quella
della polizia italiana, E' un elemento strano che ho voluto 'incrostare' letteralmente in questo corpo
speciale. Tuttavia, mi risulta che molti poliziotti italiani divorano le sue avventure. I poliziotti di Milano
mi hanno perfino dato un premio. Ti ricordi quanto sei venuto in Italia per la presentazione del tuo libro
Cesare o niente che ti abbiamo fatto D'Almea ed io?

MVM: Come no? Una presentazione un po' surrealista. rtamente. E come gli va a D'Alema?

AC: Non credo gli vada molto bene, povero. Il problema sono i suoi collaboratori, con i loro sforzi per
umanizzare la sua immagine, per trasformarlo in qualcuno di simpatico. Impresa impossibile. Io
preferisco che rimanga così com'è, rigido e antipatico, invece di vederlo forzare la sua vera natura,
partecipando a programmi televisivi con Gianni Morandi. Dunque, dopo quella presentazione, sono
tornato a casa stanco morto, senza nemmeno andare alla cena offerta dall'editore, e mi scortarono ben
sei carabinieri! Chiunque avrà pensato che, più che scortato, mi avevano arrestato. Quando arrivammo
davanti all'ingresso di casa mia, il brigadiere si avvicina e, con gravità mi dice: Signor Camilleri,
quando si deciderà a scrivere un romanzo su noi carabinieri?"

MVM: Quello che mi sembra più rilevante è il ruolo indipendente di Montalbano, la sua carica di
soggettività, che potremmo chiamare latina o mediterranea. Il tuo Montalbano è molto più arbitrario del
Maigret di Simenon, sebbene i suoi processi psicologici si assomiglino, però Montalbano a volte agisce
d'istinto e con prontezza. Quanto ai suoi gusti gastronomici .Be', io non sono settario, c'è libertà di
gusti. E se un giorno vorrai scrivere con me un romanzo, sono disposto ad imporre a Pepe Carvalho un
piccolo sacrificio e convertirlo alla dieta italiana.

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AC: A me la cucina di Carvalho spaventa un po'! E' bestiale! Tieni presente una cosa: io non posso più
mangiare come facevo una volta! Così quando scrivo faccio mangiare a Montalbano cose che per me
sarebbero letali, come le sardine ripiene. La paura che Montalbano sente davanti ai piatti di Carvalho è
la mia stessa paura. Vorrei anche chiarire che il cognome del mio personaggio, Montalbano, è piuttosto
comune in Sicilia, ma la scelta nasce dal desiderio di rendere omaggio, più che al personaggio di
Carvalho, al Vàzquez Montalbàn che ha scritto Il Pianista o Gli allegri ragazzi di Atzavora. Quello che
poi mi interessa più di tutto è il posto che occupi come autore nei confronti della realtà, è qualcosa che
mi ha sempre impressionato molto.

MVM: Io credo che le differenze e le affinità tra i nostri due personaggi siano, in fondo, la conseguenza
di una stessa attitudine personale nei confronti del romanzo poliziesco. Anche tu usi questo genere
come una mera strategia narrativa, un gioco col quale stabilisci un avvicinamento alla realtà arbitraria e
proietti uno sguardo distaccato e ironico attraverso il tuo personaggio, uno sguardo molto simile a
quello di Pepe Carvalho. Ora si apre un'opportunità molto interessante per il lettore spagnolo: vedere
l'immensa varietà che offre il racconto poliziesco, grazie a un'opera veramente atipica. Si mette in
relazione Montalbano a Maigret, e ciò è inevitabile, perché il processo psicologico che segue
Montalbano è più simile a quello di Maigret che a quello di qualsiasi altro personaggio, ma il suo è un
mondo completamente a sé. Il tuo parti pris come intellettuale, il tuo sguardo politico, sono molto
diversi da quelli di Simenon. Grazie alla strategia narrativa che comporta il romanzo poliziesco, si può
delineare un discorso realista in modo nuovo. Mentre descrivi la frontiera che c'è tra la politica e il
delitto, tra il legale e l'illegale, la violazione di un tabù come ammazzare, i limiti dei comportamenti,
stabilisci una complicità col lettore. Arrivate entrambi alla stessa conclusione attraverso un viaggio di
sorprese, che danno significato all'indagine poliziesca.

Un altro importante aspetto delle indagini di Montalbano è il ruolo che occupa la cultura: a volte la
chiave di un enigma è una chiave culturale, un mito, una lettura classica Come lettore la cosa che mi
diverte sempre molto è proprio il grado di sofisticazione culturale che ci propone il tuo personaggio.

AC: Anche per Montalbano i libri sono importanti, come per Carvalho; l'unica differenza sta però nel
fatto che il mio commissario non li brucia. Sicuramente al tuo Carvalho i libri non hanno insegnato
molto .

MVM: Sì, certo. Per entrambi i libri sono importanti: per il tuo personaggio in senso positivo, per il mio
in senso negativo, ecco perché finisce col bruciarli .

AC: Però la scelta di quale libro bruciare equivale alla scelta di quale libro leggere. Vediamo un po', il
primo libro che Carvalho brucia non è un libro qualunque, ma una storia della Spagna.

MVM: Sì, Spagna come problema di Laìn Entralgo. Nel tuo caso, mi sembra fondamentale il modo in
cui presenti la Sicilia, come un falso microcosmo. E' un microcosmo, in effetti, ma bisogna ascoltare
Sciascia quando rispondeva alla domanda sul perché scrivesse sempre sulla Sicilia.

AC: Sciascia rispondeva sempre: La Sicilia è il mondo". MVM: L'ambizione di Sciascia era quella di
fare un romanzo politico, di indagine sul potere. Anche nel tuo caso ci sono questi elementi, ma non ne
sono l'obiettivo, che è invece quello del viaggio attraverso una realtà in cui gli elementi di carattere
ideologico o politico sono impliciti, senza quella volontà che Sciascia ci metteva nel fare una metafora
politica del doppio potere.

AC: Il mio primo libro lo devo proprio a lui. Ho passato alcuni anni raccogliendo materiale su di un
episodio storico della Sicilia, che gli feci avere, nel caso gli servisse come base di un romanzo. Mi
invitò a casa sua a prendere un caffè e mi disse: E' un materiale eccellente; dovresti scriverne un libro".
Ma io non riuscirei a scrivere un libro come fai tu". E' vero, ma l'importante è che tu lo scriva come
faresti tu!" Tutto questo successe parecchi anni fa.

MVM: Quando lo scorso anno assistemmo al tuo grande successo letterario, con ben cinque titoli in
testa alle classifiche dei libri più venduti, giravano questi commenti: Certo è una letteratura che concede
molto al grande pubblico, una letteratura commerciale, è il risultato di una ben calcolata strategia
pubblicitaria " Trovo che tutto ciò sia insostenibile: i tuoi libri si sono imposti per il loro valore, da una
piccola e prestigiosa casa editrice, poco incline alle grandi promozioni commerciali. La tua opera si è
imposta grazie a raccomandazioni del tutto particolari.

AC: Sì, ed è quello che io chiamo tam tam del pubblico. E' proprio questo il pubblico che mi interessa,
quei 30.000 o 40.000 primi lettori che hanno dato vita al tam tam e compiuto il miracolo". Poi la cosa si
è propagata in tal modo che mi sono trasformato in una moda, che è ridicolo, destinato a venire ben
presto dimenticato. Non si può passare impunemente dai 150.000 a quasi un milione di copie vendute in
così poco tempo. Dentro di me, però non è cambiato nulla. Quando si hanno 73 anni non pensi che
possa cambiare qualcosa. Ma la vita sociale E' qualcosa di spaventoso! Presentazioni, autografi,
conferenze, interviste Quasi non mi resta più tempo per scrivere. E quel che è peggio, la gente che ti si

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avvicina per dirmi cosa devo fare col mio personaggio! Poco tempo alcuni lettori siciliani mi hanno
chiesto di non far sposare mai Montalbano con la sua attuale fidanzata perché è genovese! Una
straniera! Pretendevano che gli trovassi una donna siciliana come Dio Comanda! Mi sono capitate cose
da film. Adesso ci rido sopra, ma al momento mi hanno imbarazzato un po'. Come quando una signora
ha aspettato con i suoi nipotini, che crollavano dal sonno, fino alla fine di una presentazione durata fino
a mezzanotte .perché toccassi la testa ai bambini! Manco fossi Giovanni XXIII o Stalin! Oppure quelli
che mi avvicinano con una biro speciale, per farsi fare l'autografo al braccio! A volte penso di essermi
trasformato in una moda da cretini. I lettori di romanzi non fanno queste cose! Ho ricevuto anche lettere
che mi hanno fatto rizzare i capelli, come quella di una ragazza di 24 anni con una gravissima forma di
malattia degenerativa, con la quale voleva ringraziarmi per averla fatta sorridere tre volte. Non aveva
scritto il suo indirizzo così non le ho mai potuto rispondere Ci chiedono anche se Carvalho e
Montalbano potranno mai risolvere un caso insieme.

MVM: Be', i casi non si risolvono mai Non so, ognuno ha il suo universo, il proprio mondo Magari è
possibile che entrambi arrivino facilmente alla stessa conclusione ma in ristoranti diversi.

AC: Sono d'accordo.


Pur essendo un rumore che cresceva come una valanga o come l'impeachment di un presidente degli
USA, bisognava aspettare l'estate del 1998 perché l'irresistibile ascesa di Camilleri diventasse
un'evidenza. Sette romanzi, sette, dello scrittore siciliano entravano nelle classifiche dei libri più
venduti in Italia, occupandone spesso i primi posti. Non ci troviamo qui di fronte al solito fenomeno
montato dalla pubblicità, bensì alla constatazione che la letteratura più artigianale può essere ratificata
dal grande pubblico che diventa l'artefice di un cambiamento di gusto: l'avanguardia dei lettori, oggi
molto più determinante dell'avanguardia dei critici impegnati a identificare il lettore con il mercato per
screditarlo poi come giudice. Lo stesso Camilleri confessa alla stampa: sono stato lanciato dal tam-tam
del pubblico, non ho vinto premi risonanti. La mia casa editrice non fa alcuna pubblicità e sono arrivato
così alle 10 mila copie grazie ai lettori che per telefono si consigliavano i miei libri, così come si
consiglia un film. E c'è di più: in qualche occasione i lettori lo hanno sconsigliato sulle future mosse da
far fare al commissario Montalbano, quasi una sorta di feedback spontaneo degno di essere trattato
nelle Facoltà di Scienze della comunicazione. "Non hai letto Camilleri? Possibile che tu non abbia
ancora letto Camilleri?..." ha smesso di essere un rumore, per diventare fumetto (in italiano nel testo)
all'orizzonte della società letteraria italiana. Scommessa riuscita poiché i suoi libri sono stati pubblicati
dalla Sellerio, la prestigiosa casa editrice delle opere di Sciascia, che non aveva alcuna pretesa di
competere con i grossi nomi dell'editoria italiana. Di cinquemila in cinquemila, le copie del Cane di
terracotta, La strage dimenticata, La concessione del telefono, Il birraio di Preston o La voce del violino
hanno coinvolto sempre più il lettore tanto da forzare la domanda: "Chi è Camilleri?". Prima di tutto ci
troviamo di fronte ad una personalità eccentrica della società letteraria, dove quasi tutti cerchiamo di
vincere per KO appena compiamo i vent'anni. Ebbene, Andrea Camilleri a 73 anni raggiunge un
irreversibile successo, dopo una colta vita professionale, maestro d'Arte Drammatica, regista e
sceneggiatore teatrale e televisivo, ha raggiunto un ampio consenso di pubblico con gli episodi del
commissario Maigret interpretati da Gino Cervi e con le versioni di autori italiani come Terzetto
spezzato, di Italo Svevo. Appassionato dell'ottocento siciliano, autore del bellissimo saggio La bolla di
componenda, nel 1980 pubblica il suo primo romanzo con la Garzanti che raggiungerà il successo solo
con l'edizione della Sellerio nel 1997, proprio su quell'onda del fenomeno Camilleri. Lo scrittore mette
a punto una strategia personale per il romanzo di intrigo e trova così il modo per coinvolgere il lettore
nell'indagine: per scrivere un giallo occorre un delitto e un investigatore. Ho scelto il nome di
Montalbano perché è piuttosto comune in Sicilia e anche in onore di Manuel Vàzquez Montalbàn...
Affermazione che raccolgo perché dopo aver conosciuto Camilleri e letto i suoi romanzi, mi sembra un
onore immeritato, anche se a volte Montalbano, non Camilleri, si irriti davanti ai gusti di Carvalho,
specialmente in fatto di cibo. In quanto alla tecnica, Camilleri dice di aver sviscerato i romanzi di
Maigret per portarli sullo schermo... Diego Fabbri mi ha insegnato come smontare un giallo di Simenon
e rimontarlo per la televisione. Nel mio primo libro La forma dell'acqua Montalbano era una funzione,
non un personaggio con tutte le sue caratteristiche. Il cane di terracotta l'ho scritto proprio per definirlo
meglio e quando ho visto che incontrava le simpatie del lettore, ne ho scritti altri due. Camilleri mette a
fuoco le ipotetiche ambientazioni siciliane e lo stesso personaggio di Montalbano, che cresce romanzo
dopo romanzo fino ad arrivare a smantellare la sua strategia letteraria ed investigativa col libro Un mese
con Montalbano. Il libro rappresenta una valida introduzione all'universo Camilleri e al suo
personaggio; un episodio al giorno per un mese, dove vengono risolti casi non sempre criminosi, ma
che mettono alla prova tanto la sagacia psicologico-deduttiva del commissario, quanto il suo gusto per
l'esibizione culturale. I vari riferimenti colti agiscono come i geroglifici egizi nei poemi di Pound, sono
finestre aperte su un altro universo, quasi impensabili per un commissario di polizia reale, ma
perfettamente verosimili per quello letterario costruito, dopotutto a parole. Camilleri gioca con la vita
culturale di Montalbano portando il lettore a credere che un qualsiasi vagabondo si imbatta in un
dialogo di alto livello con un funzionario di polizia. In questo modo mette alla prova il "verosimile
letterario" che nulla ha a che fare con altri verosimili di finzione: quello cinematografico, per esempio,
come lo aveva decifrato Edgar Morin, o quello preso dalla realtà. Camilleri giustifica la stesura dei 30
racconti di Un mese con Montalbano con l'intenzione di offrire una galleria di caratteri siciliani e col
proposito di intrattenere Montalbano con 30 bocconi di carni appetitose, mentre l'autore si concentra su

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altri scritti. Il risultato è un vero e proprio campionario di pennellate che creano allo stesso tempo
l'effetto Montalbano, e una stupenda chiave di lettura per gli altri romanzi di Camilleri. Gli attenti
osservatori dei romanzi del commissario Montalbano, trovano restrittiva la sua collocazione all'interno
del genere poliziesco. Più vicino a Maigret che a Spade, a Carvalho che a qualsiasi altro investigatore
alla Boialeau Narjeac, Camilleri confessa di aver reso omaggio a questi personaggi e alla parentela
eufonica tra Montalbano e Montalbàn. Solo leggendo i suoi romanzi si possono però cogliere gli
elementi che lo avvicinano o lo separano da Simenon o dalle mie stesse intenzioni e possibilità. Da
Simenon lo separano la sua visione ludico-colta dell'indagine e della funzione di osservatore, e una
certa cosmogonia meridionale ben diversa dalle brume ambientali e cerebrali della cosmogonia
'simenoniana'. Dai miei romanzi carvalhiani e dallo stesso Carvalho lo separa proprio quel substrato
camilleriano, in qualche punto simile al mio. Camilleri però è meno condizionato di me dall'ansia che a
volte mi assale di essere scrittore e di dimostrarlo. Montalbano esibisce la sua grande cultura e a volte
le storie girano attorno ad un pretesto culturale, mentre Carvalho brucia proprio quei libri dai quali una
volta dipendeva. Lo stile di Camilleri è ricco di cultura e di Storia, ma soprattutto di pazienza culturale
e storica; pazienza da isolano per il quale non è sempre così facile arrivare al centro dell'universo.
Tuttavia questo è un falso problema se si pensa che Sciascia al critico Porzio che gli chiedeva perché la
Sicilia è sempre al centro dei suoi racconti, risponde affermando che la Sicilia è il mondo. Siciliano
d'origine, vincolato all'atmosfera etica culturale ed estetica che ha reso possibili i vari Sciascia,
Bufalino e Consolo, con i quali divide l'ossessiva immediatezza dei quattro punti cardinali che
avvolgono tutte le isole, Camilleri vive oggi a Roma ed assiste al suo successo letterario con un
distacco senechiano, ipotizzando un Seneca carico dello stesso straordinario senso dell'umorismo
riscontrato in Camilleri. Il successo di questo autore è complesso se si considera che i suoi romanzi non
sono 'facili' e richiedono la complicità di un lettore colto, capace di accettare un universo e un
linguaggio siciliano saggiamente dosato e ricercato. Non è facile nemmeno il suo stile che ha richiesto
una buona dose di tensione in più da parte del traduttore (della traduttrice in questo caso), per
trasmettere il modo di vedere e interpretare la realtà dell'autore. Il successo di Camilleri è dato anche da
una nuova tipologia di lettore, quella di un nord culturale, non nel senso geografico, che non cerca
materiale di stile folclorico, ma un immaginario sud, carico di astrazioni e concretezze, così ben
connotate in questo romanzo. Grazie a questo tipo di lettore il genere poliziesco non è più considerato
un sottogenere o semplicemente un aggettivo, ma diventa strategia narrativa, nella quale Camilleri con i
suoi 73 anni, si inserisce apportando il suo contributo di rinnovamento nella società letteraria europea di
questo decennio.

traduzione Anna Porro

Commissario Montalbano, il caso Carvalho è tuo


Vigata? Come Barcellona. I due investigatori? Pirandelliani. Lo
scrittore catalano guarda il telefilm. E
fa un annuncio.

È mai possibile che due investigatori, nati dalla fantasia romanzesca di


due persone, s'incontrino? No,
ma ci siamo quasi vicini. Si danno
appuntamento, nelle pagine di uno stesso libro, i loro rispettivi padri:
Manuel Vásquez Montalbán e Andrea Camilleri. Il primo è il creatore di
Pepe Carvalho, detective con
un passato Cia e di sinistra; il secondo è
Salvo Montalbano, commissario di polizia, siciliano, che deve
il proprio
nome all'ammirazione che aveva Camilleri del collega spagnolo. Il señor
Carvalho e il dottor
Montalbano, insieme, hanno milioni di lettori. Ora
i loro creatori stanno scrivendo un libro a quattro
mani. Era destino,
in nome della mediterraneità, della vicinanza emozionale e fantastica
tra Barcellona
e la Sicilia.

«Ci spediamo molti fax, la nostra è una lunga conversazione sull'origine


del romanzo, sul rapporto tra
ideologia e letteratura e varie altre
cose» rivela Vásquez Montalbán. Il sessantenne narratore della
Catalogna
è quindi più che mai incuriosito dalla trasposizione televisiva delle
avventure del suo quasi
omonimo, interpretato da Luca Zingaretti.
L'impulsivo e geniale funzionario di polizia, nella inventata
Vigata,
dagli ombrosi contorni pirandelliani, cercherà colpevoli nella terza
serie del Commissario
Montalbano, in due vicende: Gita a Tindari e Tocco
d'artista. A cominciare dal 9 maggio su Raidue, per
la regia di Alberto
Sironi (produzione della Palomar di Carlo Degli Esposti).

«Siamo d'accordo su molte cose» dice Montalbán a Panorama, riferendosi a


Camilleri «soprattutto sulla
gastronomia. I nostri personaggi sono
golosi. Il pranzo degli autori è sempre stato complice. Poi in
comune
abbiamo una certa malinconia di sinistra, la disposizione alla libertà
della ragione senza i filtri
ideologici. Infine siamo figli dello stesso
patrimonio letterario». Montalbán, come Camilleri, è
attentissimo
lettore di Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia.

Il privato del personaggio s'intreccia con casi umani di alta tensione


emotiva. Nella Gita a Tindari,
Montalbano si trova a indagare su un
reticolo di spaventosa ferocia umana, partendo dalla morte di un
uomo e
dalla scomparsa di due anziani coniugi. Il poliziotto s'indigna. «La
denuncia sociale» dice lo
scrittore spagnolo «è implicita in Camilleri
che fa del suo sbirro un uomo giusto, sia pure nel limite

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impostogli
dalla legge. È un personaggio positivo, capace di ribellarsi e di subire
il disprezzo».

Nel Tocco d'artista (tratto da un racconto), Montalbano s'immerge in una


storia privata. Le suggestioni
di Pirandello sono visibili. Luca
Zingaretti va a frugare nei segreti di due fratelli e mette le mani nel
marcio privato. Spesso un compito simile è toccato a Carvalho. Questo è
anche il punto d'incontro dei
due autori. Spiega Montalbán: «Separare il
noir dal romanzo d'avventura o d'amore è un razzismo
letterario. Alcuni
lo hanno capito, altri no. Sia io che Camilleri non siamo scrittori
mimetici, quelli cioè
che ripetono una formula, pedissequamente. Io
parto dalla trama gialla per fare una cosa diversa».

Sia il siciliano sia lo spagnolo adorano Sciascia. E verso lo scrittore


di Racalmuto hanno un debito
artistico. Montalbán dice di lui: «Era una
fusione straordinaria di Manzoni, Voltaire, Kafka e Chandler,
era un
uomo di grande lettura politica, di fenomenale intuito sulla doppia
verità che si nascondeva
dietro la guerra fredda e i rapporti tra Dc e
Pci. Sciascia arrivava sempre a descrizioni politiche
eccellenti».
Camilleri non fa mistero della sua ammirazione per Sciascia, del quale
era intimo amico.

Gli investigatori invecchiano. Anche i Maigret vanno in pensione. E


Carvalho? «Lo lascio cadere nel
passato» rivela Montalbán «o lo faccio
immergere in una nuova attività. Intanto si fa un viaggio intorno
al
mondo. Nel frattempo sono alle prese con un romanzo d'amore, una specie
di rappresentazione
dell'ipocrisia sulla falsariga dei racconti di re
Artù».

Il privato del personaggio s'intreccia con casi umani di alta tensione


emotiva. Nella Gita a Tindari,
Montalbano si trova a indagare su un
reticolo di spaventosa ferocia umana, partendo dalla morte di un
uomo e
dalla scomparsa di due anziani coniugi. Il poliziotto s'indigna. «La
denuncia sociale» dice lo
scrittore spagnolo «è implicita in Camilleri
che fa del suo sbirro un uomo giusto, sia pure nel limite
impostogli
dalla legge. È un personaggio positivo, capace di ribellarsi e di subire
il disprezzo».

Nel Tocco d'artista (tratto da un racconto), Montalbano s'immerge in una


storia privata. Le suggestioni
di Pirandello sono visibili. Luca
Zingaretti va a frugare nei segreti di due fratelli e mette le mani nel
marcio privato. Spesso un compito simile è toccato a Carvalho. Questo è
anche il punto d'incontro dei
due autori. Spiega Montalbán: «Separare il
noir dal romanzo d'avventura o d'amore è un razzismo
letterario. Alcuni
lo hanno capito, altri no. Sia io che Camilleri non siamo scrittori
mimetici, quelli cioè
che ripetono una formula, pedissequamente. Io
parto dalla trama gialla per fare una cosa diversa».

Sia il siciliano sia lo spagnolo adorano Sciascia. E verso lo scrittore


di Racalmuto hanno un debito
artistico. Montalbán dice di lui: «Era una
fusione straordinaria di Manzoni, Voltaire, Kafka e Chandler,
era un
uomo di grande lettura politica, di fenomenale intuito sulla doppia
verità che si nascondeva
dietro la guerra fredda e i rapporti tra Dc e
Pci. Sciascia arrivava sempre a descrizioni politiche
eccellenti».
Camilleri non fa mistero della sua ammirazione per Sciascia, del quale
era intimo amico.

Gli investigatori invecchiano. Anche i Maigret vanno in pensione. E


Carvalho? «Lo lascio cadere nel
passato» rivela Montalbán «o lo faccio
immergere in una nuova attività. Intanto si fa un viaggio intorno
al
mondo. Nel frattempo sono alle prese con un romanzo d'amore, una specie
di rappresentazione
dell'ipocrisia sulla falsariga dei racconti di re
Artù».

Pier Mario Fasanotti - Panorama, 04.05.2001


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