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DATTILOSCRITTO A SOLO SCOPO DIDATTICO INTERNO AL CORSO DI SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE

NON DIVULGABILE IN NESSUNA ALTRA SEDE

Testo originale: J.B. Thompson, Mediated Interaction in the Digital Age. Theory, Culture & Society,
vol. 37, n. 1, 2020, pp. 3–28

L’interazione mediata nell’età digitale
John B. Thompson


In Mezzi di comunicazione e modernità mi ero proposto di dimostrare che lo sviluppo dei mezzi di
comunicazione ha avuto un ruolo più importante di quello che molti studiosi hanno riconosciuto
nella formazione delle società moderne (Thompson, 1995). Ho anche cercato di articolare una
teoria sociale dei media che rendesse conto della natura trasformativa dei mezzi di
comunicazione. Dal mio punto di vista, questi temi sono rilevanti oggi tanto quanto lo erano
quando ho scritto Mezzi di comunicazione e modernità nei primi anni ’90, e mi sento di affermare
che la teoria dei media che avevo sviluppato in quel libro può essere considerata valida tuttora.
Tuttavia, sono indubbiamente avvenuti alcuni significativi mutamenti nell’ecosistema dei media e
dell’informazione. La rivoluzione digitale, che allora stava appena cominciando a essere percepita,
è avanzata a una velocità impressionante e la rapida ascesa ed evoluzione di internet e delle
numerose forme di comunicazione mobile e in rete ha ormai investito quasi tutte le dimensioni
della nostra vita sociale e politica. Diventa così indispensabile tornare alla teoria dei media
delineata più di vent’anni fa in “Mezzi di comunicazione e modernità” e valutare come potrebbe
essere rivista e ulteriormente elaborata alla luce della rivoluzione digitale. Tale è l’obiettivo di
questo articolo. Naturalmente, un articolo breve come questo può contenere solo un abbozzo di
riflessione che dovrà essere ulteriormente articolata altrove.

L’ascesa dell’interazione mediata

L’intenzione alla base di Mezzi di comunicazione e modernità era sviluppare una modalità di analisi
dei media che avesse carattere essenzialmente sociale, o sociologico, e che trattasse lo sviluppo
dei mezzi di comunicazione come parte fondamentale e costitutiva del processo di formazione
delle società moderne. Ciò non significa che volessi proporre un approccio media-centrico: al
contrario, sostenevo che i mezzi di comunicazione sono solo uno dei tanti elementi chiave che
danno forma alle società moderne e che gli stessi mezzi di comunicazione possono essere
compresi appieno unicamente dal punto di vista sociologico. Ho così avanzato una specifica teoria
dei mezzi di comunicazione, che ho chiamato “teoria interazionale” dei media. Alla base di questa
teoria si trova l’idea che per comprendere i mezzi di comunicazione e il loro impatto è necessario
analizzarli in relazione alle azioni e interazioni che essi creano e rendono possibili. I mezzi di
comunicazione non dovrebbero essere analizzati prendendone in considerazione solo le proprietà
intrinseche, come ad esempio propongono Innis e McLuhan, ma piuttosto in relazione alle forme
di azione e interazione che emergono con l’uso che dei mezzi di comunicazione viene fatto.
Pertanto la prima domanda che dovremmo porci riguardo ai mezzi di comunicazione è la
seguente: quali elementi sono coinvolti nell’utilizzo dei media per comunicare e interagire con gli
altri? Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto rifiutare l’idea – intuitivamente
plausibile – che la funzione dei mezzi di comunicazione sia semplicemente quella di trasmettere
informazione e contenuti simbolici a individui le cui relazioni reciproche rimangono invariate. È
invece necessario comprendere che l’uso dei mezzi di comunicazione comporta la creazione di
nuove forme di azione e interazione, nuove tipologie di relazioni sociali e nuovi modi di relazionarsi
con gli altri e con se stessi. Quindi, di che tipo di azione o interazione stiamo parlando?

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In Mezzi di comunicazione e modernità operavo una distinzione fra tre tipologie base di
interazione. Sono ancora convinto che si trattasse di un’operazione teorica valida, ma oggi ne
aggiungerei una quarta per le ragioni che spiegherò di seguito.
Il primo tipo di interazione che individuavo in Mezzi di comunicazione e modernità era quella che
potremmo chiamare interazione faccia a faccia. Essa ha tre caratteristiche specifiche: ha luogo in
un contesto di compresenza, cioè entro una cornice spazio-temporale condivisa; ha carattere
dialogico, nel senso che comporta, almeno a livello potenziale, un flusso bidirezionale di
informazione e comunicazione; e infine include una molteplicità di indizi simbolici – gesti ed
espressioni facciali, parole, odori e sensazioni tattili (almeno in via potenziale) e altri indizi sonori e
visivi.
Il secondo tipo di interazione è quello che chiamo “interazione mediata” – un esempio perfetto in
questo caso è una conversazione telefonica, anche se potrebbe anche essere l’atto di scrivere una
lettera e grossa parte di ciò che facciamo quando scriviamo un’email. Questo tipo di interazione
presuppone l’uso di un mezzo tecnico di comunicazione che rende possibile la trasmissione di
informazioni o di contenuto simbolico a individui che sono lontani nello spazio, nel tempo, o
entrambi. Le caratteristiche spaziali e temporali dell’interazione mediata sono quindi piuttosto
diverse da quelle dell’interazione faccia a faccia. L’interazione mediata si “estende” nello spazio e
nel tempo, in modo tale che gli individui possono interagire l’uno con l’altro senza condividere la
stessa cornice spazio-temporale. L’interazione mediata ha carattere dialogico, ma generalmente
presuppone l’uso di una varietà di indizi simbolici molto più limitata. È possibile notare le
differenze tra interazione mediata e interazione faccia a faccia semplicemente mettendo a
confronto una conversazione telefonica con una faccia a faccia. Nel secondo caso verrà usata
un’ampia varietà di indizi simbolici, espressioni facciali e gesti, oltre alle parole, mentre una
conversazione telefonica permette di utilizzare solo la parola e il proprio interlocutore è costretto
a rispondere parlando a sua volta oppure offrendo un flusso costante di “riempitivi” per
rassicurare l’altra parte della sua presenza e attenzione – “sì”, “ah-ha”, “certo”, e così via. Senza i
riempitivi, l’interazione rischia di interrompersi.
Il terzo tipo di interazione è quella che chiamo “quasi-interazione mediata”, creata da quei media
che un tempo venivano definiti “comunicazioni di massa”, come libri, quotidiani, radio, TV, e così
via, anche se il termine “comunicazioni di massa” è ormai fuorviante e obsoleto. Come accade per
l’interazione mediata, la quasi-interazione mediata provoca l’estensione delle relazioni sociali nel
tempo e nello spazio e provoca un certo grado di riduzione della varietà degli indizi simbolici
utilizzati. D’altro canto, si differenzia dall’interazione mediata sotto due aspetti chiave: in primo
luogo ha carattere unidirezionale, vale a dire che il flusso di comunicazione procede in un solo
senso (e per questo motivo prende il nome di “quasi-interazione”); e in secondo luogo è rivolta a
un numero indefinito di potenziali destinatari – cioè è aperta, mentre una conversazione
telefonica avviene da-punto-a-punto, dunque è destinata a una specifica persona che si trova
all’altro capo del telefono. In ogni caso, l’elemento importante di questo ragionamento è che la
nostra relazione con media quali i quotidiani o la TV è una forma di interazione: quando si guarda
la televisione o si legge un giornale o un libro, non si sta solo “ricevendo” o “consumando” un
prodotto mediatico: si entra a fare parte di una specifica forma di interazione sociale con altre
persone che si trovano lontane nello spazio e forse anche nel tempo.
Queste sono le tre forme dell’interazione che ho distinto in Mezzi di comunicazione e modernità,
ma ora, alla luce della rivoluzione digitale e dell’enorme crescita di internet e di altre forme di
comunicazione in rete, propongo di aggiungere un quarto tipo di interazione – che chiamerò
semplicemente “interazione mediata online”. Ciò che desidero mettere a fuoco con questo
concetto sono le nuove forme di azione e interazione che si creano nel contesto della
comunicazione mediata dal computer, che avviene in ambienti online. Con “comunicazione

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mediata dal computer” non intendo unicamente quella che viene avviata mediante computer
portatili o fissi; non è il dispositivo che conta in questo caso, ma la forma di interazione creata
dalla comunicazione mediata dal computer. Può avere luogo con smartphone, tablet, o altro
dispositivo mobile – anche uno smartphone in fondo è un computer, e sotto alcuni aspetti è
ancora più importante per comprendere le nuove forme di interazione che prendono vita grazie
alla comunicazione mediata dal computer e alla loro presenza sempre più pervasiva nella nostra
vita quotidiana.
Quali sono, dunque, le proprietà di questa nuova forma di interazione? In modo simile ad altre
forme di interazione mediata, essa comporta l’estensione delle relazioni sociali nello spazio e nel
tempo, così come la riduzione della varietà degli indizi simbolici. Tuttavia, si distingue dagli altri
due tipi di interazione mediata sotto due aspetti chiave: diversamente dalla quasi-interazione
mediata, ha carattere dialogico; e, diversamente dall’interazione mediata (ad esempio le
conversazioni telefoniche) è diretta a una molteplicità di altri destinatari – si tratta di
un’interazione da-molti-a-molti invece che da-uno-a-uno.
I social network (SN) sono lo scenario perfetto per l’interazione mediata online: su Facebook,
Twitter, YouTube e altre piattaforme social, gli individui creano o portano avanti relazioni sociali
con altri individui che sono distanti: alcuni sono persone conosciute in contesti di interazione
faccia a faccia, ma molti sono invece conosciuti solo sui social media. Un elemento specifico di
questi siti è che permettono agli utenti di rendere visibile non solo il proprio profilo, ma anche le
proprie reti sociali, rendendo così possibile la creazione di connessioni con una molteplicità di altri
individui a distanza che non potrebbero essere create in altro modo (boyd & Ellison 2008). Il tipo
di relazione e di interazioni che si costruiscono con i diversi “amici” o “follower” su Facebook e siti
simili sono strutturate dalle proprietà della piattaforma che viene usata – le sue affordances, per
usare la fortunata terminologia di Gibson (1979) – e dal grado con cui queste relazioni e interazioni
sono legate al medium in questione (la vostra relazione con qualcuno che conoscete solo via
Facebook è piuttosto diversa da quella che intrattenete con qualcuno con cui interagite anche
faccia a faccia nei contesti condivisi della vita quotidiana). In altre parole, Facebook e altri SN
facilitano uno specifico tipo di interazione sociale online, creando una rete di relazione sociali
costantemente in espansione caratterizzata da diversi gradi di familiarità e debolezza e dallo
scambio di contenuto simbolico presentato in molteplici formati e modalità – messaggi,
commenti, foto, video, news feed, etc. – che viene reso disponibile ad altre persone, parzialmente
o interamente.
Di conseguenza, siamo in grado di distinguere questi quattro tipi di interazione sulla base di
quattro caratteristiche fondamentali: (1) dimensione spazio-temporale, (2) varietà degli indizi
simbolici, (3) grado di interattività e (4) orientamento dell’azione. La figura 1 sintetizza le proprietà
interazionali dei quattro tipi di interazione utilizzando appunto queste quattro caratteristiche.
L’interazione faccia a faccia è situata in un contesto di compresenza e diretta verso gli altri
individui compresenti, i quali condividono il medesimo contesto spazio-temporale; ha carattere
dialogico e può includere l’intero spettro degli indizi simbolici. Invece, le tre forme di interazione
mediata si estendono nello spazio e a volte anche nel tempo e implicano una significativa
riduzione della varietà di indizi simbolici utilizzabili; d’altronde, sono molto diverse tra loro da altri
punti di vista. Sia l’interazione mediata sia l’interazione mediata online hanno carattere dialogico
(o almeno possono averlo) mentre l’interazione quasi-mediata è unidirezionale; inoltre,
l’orientamento dell’azione tipico di ciascuna è diverso: l’interazione mediata è da-uno-a-uno,
l’interazione quasi-mediata va da-uno-a-molti e l’interazione mediata online va da-molti-a-molti.
Fatta questa distinzione, è ora opportuno aggiungere quattro importanti chiarimenti. In primo
luogo, non intendo suggerire che questa tipologia sia definita una volta per tutte e per sempre, o
che le linee di demarcazione tra i diversi tipi di interazione siano sempre nette – non lo sono

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affatto. Le tecnologie cambiano costantemente e con loro il nostro modo di usarle per interagire e
comunicare con altre persone. Inoltre, le stesse tecnologie o applicazioni possono rendere i confini
tra i tipi di interazione più incerti, mettendo in grado gli individui di interagire in modi che
intrecciano i diversi tipi. Ciononostante, rimane comunque utile a mio parere tenere presente
questa distinzione perché ci aiuta a comprendere come l’uso delle tecnologie della comunicazione
implichi la creazione di nuove forme di azione e interazione, e ci costringa a focalizzare l’attenzione
sulle differenze che esistono tra di esse. Il mio obiettivo non è presentare una tipologia definitiva,
ma suggerire un modo di pensare ai mezzi di comunicazione e alla loro connessione con varie
forme di azione e interazione che possono essere sviluppate e ripensate nel momento in cui le
tecnologie evolvono.

Dimensione Varietà di indizi Grado di Orientamento
Tipi di spazio- simbolici interattività dell’azione
interazione temporale
Interazione Contesto di Completa Dialogica Altri co-presenti
Faccia-a-faccia compresenza
Interazione Estesa nello Parziale Dialogica Uno-a-uno
mediata spazio e nel
tempo
Quasi- Estesa nello Parziale Unidirezionale Uno-a-molti
interazione spazio e nel
mediata tempo
Interazione Estesa nello Parziale Dialogica Molti-a-molti
mediata online spazio e nel
tempo
Figura 1. I quattro tipi di interazione.

In secondo luogo, non è mia intenzione affermare che ogni singola interazione che avviene nella
vita quotidiana debba essere necessariamente identificata con uno dei tipi che ho elaborato. Nei
contesti concreti della quotidianità, questi tipi di interazione sono spesso intrecciati tra loro in
modi complessi e gli individui si spostano costantemente dall’uno all’altro, o addirittura
interagiscono simultaneamente in modi diversi: ad esempio, potreste star guardando la
televisione mentre siete impegnati in una conversazione faccia a faccia con un vostro familiare, e,
allo stesso tempo, il telefono cellulare potrebbe squillare facendovi entrare in un’ulteriore
conversazione che prende avvio parallelamente. Questo tipo di situazioni è in effetti molto
comune: moltissime persone vivono oggi in contesti mediaticamente ricchi – un fenomeno che
Madianou e Miller chiamano polymedia (Madianou & Miller 2012) – in cui diversi mezzi di
comunicazione esistono contemporaneamente e in relazione gli uni con gli altri, e in cui gli
individui passano in continuazione da un medium all’altro, scegliendoli in parte sulla base del tipo
di interazione e relazione interpersonale che intendono costruire con altri distanti. Una tipologia
delle forme dell’interazione non ambisce a fornire una descrizione dell’intero effettivo flusso della
vita sociale. Ma uno dei vantaggi di una tipologia consiste nel permetterci di distinguere tra le
diverse forme di interazione che sono spesso intrecciate nel complesso flusso della vita
quotidiana, per analizzarne le caratteristiche e osservarne similarità e differenze che sarebbero
altrimenti difficili da individuare.
Il terzo chiarimento riguarda i social network, i quali, se da un lato rappresentano un ambiente
perfetto per l’interazione mediata online, non costituiscono però l’unico tipo di interazione o
comunicazione che avviene in questi luoghi. Non esiste una correlazione univoca tra un sito o una

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piattaforma, da una parte, e una forma di interazione dall’altra. La maggior parte dei social
network è costituita da piattaforme multiformi che combinano funzioni e applicazioni diverse per
permettere agli utenti di comunicare e interagire con altri in vari modi (Baym 2015, 18). Ad
esempio, social network come Facebook forniscono, accanto al “news feed”, un sistema di
messaggistica privata mediante il quale è possibile inviare messaggi a singoli individui o gruppi; in
questo modo, la medesima piattaforma permette sia l’interazione mediata sia l’interazione
mediata online, e gli utenti possono muoversi facilmente tra queste due modalità. Inoltre, lo
stesso news feed, insieme all’indicazione dello status online/offline di ciascun utente e la tipica
caratteristica della connettività online che fa apparire chiunque “sempre connesso”, può dare una
sorta di consapevolezza sottintesa della presenza di altri a distanza, anche quando non stiamo
interagendo con loro (Madianou 2016). Molti social network sono anche organizzazioni
commerciali che generano profitto raccogliendo i dati personali degli utenti e vendendoli ad
agenzie pubblicitarie che promuovono prodotti e servizi creando messaggi mirati a specifici utenti
o gruppi di utenti. Tali messaggi possono comparire come banner pubblicitari sulla home page o
come post all’interno del news feed che assomigliano molto nella forma a quelli pubblicati dagli
altri membri del social network. Oppure è possibile conversare con dei bot programmati da queste
agenzie mediante app come Facebook Messenger. Tuttavia, in termini analitici, dobbiamo operare
una distinzione tra questo tipo di comunicazione promozionale - compresa la comunicazione che
avviene nella forma di una “conversazione” con un bot - e l’interazione mediata online con gli altri
partecipanti di un social network. La comunicazione promozionale di questo tipo è “interazione” in
un senso molto specifico: l’utente riceve messaggi che sono diretti a lui o lei con l’obiettivo di
vendere prodotti o altro. Essa differisce dalle forme di pubblicità tradizionale perché ha luogo
online ed è mirata in modo molto più preciso - dal momento che i destinatari sono selezionati
grazie ai dati personali raccolti dal social network - ma in termini interazionali è molto simile ad un
normale annuncio pubblicitario: è comunicazione promozionale governata da una logica
commerciale o di altro tipo e conforme agli interessi di terze parti organizzate che stanno
utilizzando il social network per perseguire i propri obiettivi. In quanto forma di interazione, è
completamente diversa dall’interazione dialogica che avviene tra i diversi membri di un social
network, anche se si svolge entro la stessa piattaforma ed è inserita nel medesimo feed in cui ha
luogo l’interazione mediata dialogica.
Infine, il quarto e ultimo punto riguarda il fatto che i diversi tipi di interazione mediata, così come i
mezzi di comunicazione in cui hanno luogo, sono essi stessi incorporati entro organizzazioni sociali
diverse, le quali come tutte le organizzazioni sociali, sono strutturate in determinati modi. Così
come l’interazione faccia a faccia ha sempre luogo in contesti o “campi” strutturati, anche
l’interazione mediata è sempre inserita nel contesto di organizzazioni che sviluppano, controllano
e rendono disponibili i mezzi di comunicazione che permettono all’interazione mediata di aver
luogo. Che si tratti di aziende di telecomunicazione che forniscono le strutture e le reti per l’uso
dei telefoni, o di media corporations che producono e trasmettono i programmi radio e TV, o
ancora di “tech companies” che sviluppano e controllano le piattaforme che ospitano i social
media, queste organizzazioni costituiscono l’infrastruttura sociale che rende possibile e supporta
l’interazione mediata nelle sue varie forme: senza tali infrastrutture, o almeno senza qualcosa di
simile, queste forme di interazione mediata non esisterebbero. Queste organizzazioni, e gli
individui che le posseggono, le gestiscono e ci lavorano, hanno i propri interessi, priorità e
preoccupazioni. Esse rappresentano la base istituzionale per l’accumulazione intensiva di risorse –
economiche, simboliche e informative – e per l’esercizio del potere, incluso il potere di controllare
l’accesso ai canali e alle reti di comunicazione, come nel caso di giornalisti ed editori che decidono
quali storie compariranno tra le notizie, o anche nella forma dei “Termini e condizioni” che gli

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utenti devono accettare per poter diventare membri di un social network o poter postare un
messaggio online.
La tipologia che ho qui delineato è per molti aspetti simile alle tre forme di comunicazione
descritte da Castells in Comunicazione e potere, anche se se ne distanzia da altri punti di vista
(Castells 2009, 54-5). Castells distingue tra quelle che chiama “comunicazione interpersonale”,
“comunicazione di massa” e “autocomunicazione di massa”; definisce quest’ultima come “una
nuova forma di comunicazione interattiva, caratterizzata dalla possibilità di inviare messaggi da
molti-a-molti, in tempo reale o in un momento stabilito, e con la possibilità di usare la
comunicazione point-to-point, trasmettendo in narrowcasting o broadcasting, a seconda dello
scopo e delle caratteristiche della pratica comunicativa prescelta” (Castells 2009, 55). Mentre il
concetto di comunicazione interpersonale elaborato da Castells corrisponde a ciò che io chiamo
interazione faccia a faccia e la sua nozione di comunicazione di massa corrisponde a ciò che
chiamo quasi-interazione mediata, la sua idea di autocomunicazione di massa unisce due forme di
interazione che io preferisco lasciare distinte – l’interazione mediata e l’interazione mediata
online. La differenza tra queste due non risiede nel loro carattere dialogico (sono entrambe
dialogiche o interattive, almeno potenzialmente), o nel mezzo utilizzato (entrambe possono
prevedere l’uso di dispositivi digitali come computer o telefoni cellulari, anche se l’interazione
mediata può avvenire anche attraverso altri mezzi, incluse le tradizionali carta e penna), ma
piuttosto nell’orientamento dell’azione che le contraddistingue: l’interazione mediata è diretta
verso un altro individuo specifico, vale a dire che è point-to-point, mentre l’interazione mediata
online è diretta verso una pluralità di altri a distanza, vale a dire è aperta. Secondo la mia
prospettiva, utilizzare l’email per comunicare con un altro specifico è una forma di interazione
mediata – per nulla diversa, nelle sue proprietà interazionali di base, dall’effettuare una telefonata
o scrivere una lettera e inviarla per posta tradizionale: quest’ultima è molto più lenta, ovviamente,
e di conseguenza estesa nel tempo e nello spazio, ma le sue proprietà interazionali rimangono le
stesse. Ma l’email è molto diversa in termini interazionali dal postare un messaggio su Facebook o
un tweet su Twitter, o ancora un video su YouTube, dove il messaggio, il tweet e il video sono
disponibili a una pluralità di altri che li possono vedere, commentare, retwittare, condividere, etc.

L’organizzazione sociale dell’interazione mediata

Ora che abbiamo distinto i quattro tipi di interazione, vorrei sviluppare ulteriormente questa idea
analizzando l’organizzazione sociale alla base di ciascuno di questi tipi. Per farlo prenderò a
prestito l’utile distinzione di Goffman tra “ribalta” e “retroscena” dell’azione (Goffman 1969, 109
ss.). Qualsiasi azione o performance avviene entro una specifica cornice interattiva, la quale è
legata a determinati presupposti e convenzioni così come ad altri elementi fisici – mobilio,
decorazioni, arredi scenici, disposizione, etc. – che fanno parte del contesto. Un individuo che
agisce entro tale cornice adatterà il proprio comportamento a essa, cercando di proiettare
un’immagine di sé che sia più o meno compatibile con la cornice e con l’impressione che
l’individuo vuole trasmettere. Questa cornice dell’azione, e gli elementi enfatizzati dagli individui
che agiscono al suo interno, costituiscono ciò che Goffman chiama “ribalta”. Quelle azioni e quegli
aspetti del sé che sono considerati inappropriati, o che potrebbero gettare discredito
sull’immagine che l’individuo vuole proiettare, sono occultati o riservati per il “retroscena”. Nel
retroscena, gli individui spesso agiscono in modi che contraddicono consapevolmente le immagini
che cercano di proiettare sulla ribalta. Inoltre, si rilassano e abbassano la guardia – vale a dire, non
si costringono a controllare le proprie azioni e le proprie parole con lo stesso livello di riflessività
generalmente impiegato quando agiscono sulla ribalta. In un ristorante, ad esempio, la ribalta
coincide con la zona in cui i clienti siedono e cenano, mentre il retroscena è rappresentato dalle

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cucine: le due aree sono spesso separate da una porta, in modo tale che i clienti non possano
vedere ciò che accade nel retroscena. Qui, camerieri e cameriere possono ridere e scherzare tra di
loro, lamentarsi dei clienti e prenderli in giro, certi che quello che fanno e che dicono non sarà
visto o ascoltato dai clienti.
Possiamo quindi utilizzare l’utile distinzione di Goffman per elaborare ulteriormente i quattro tipi
di interazione individuati. Nel caso dell’interazione faccia a faccia, la situazione è molto semplice –
la possiamo rappresentare con lo schema riportato in Figura 2. C’è una ribalta condivisa in cui gli
individui interagiscono e ci sono diversi retroscena in cui gli stessi individui possono rifugiarsi se lo
desiderano. L’organizzazione sociale dell’interazione mediata appare invece piuttosto diversa
(Figura 3). Qui, la cornice interattiva è divisa in due o più ribalte che sono separate nello spazio e
forse anche nel tempo. A ciascuna di queste ribalte corrispondono alcuni retroscena, e ciascuno
dei partecipanti nell’interazione mediata è costretto a gestire il confine tra la ribalta in cui si trova
e le corrispondenti zone di retroscena. In una conversazione telefonica, ad esempio, un individuo
può cercare di nascondere i rumori che arrivano dal retroscena, come i commenti o la risata di un
amico – possono farlo chiudendo la porta, spostandosi in un’altra stanza oppure richiamando la
persona con cui si stava parlando dopo essere riusciti a proteggersi da potenziali interferenze
provenienti dal retroscena.

Cornice d’interazione centrale



Figura 2. L’organizzazione sociale dell’interazione faccia a faccia.

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Cornice d’interazione centrale


Figura 3. L’organizzazione sociale dell’interazione mediata.


Proviamo ora a comparare queste situazioni con l’interazione quasi-mediata (Figura 4). In questo
caso non esiste una ribalta condivisa, ma piuttosto un contesto di produzione della comunicazione
in cui sono collocati una ribalta e diversi retroscena, oltre che una pluralità di contesti di ricezione
dispersi a livello spaziale, ciascuno dei quali possiede la propria ribalta e i propri retroscena. Nel
caso della televisione, la ribalta del contesto di produzione può coincidere con uno studio
televisivo pieno di microfoni e telecamere – ad esempio gli ospiti presenti in programmi di
attualità come “Porta a Porta”, così come il pubblico in studio a cui a volte viene data la parola o la
possibilità di porre domande. Questa ribalta sarà divisa da aree di retroscena come la sala regia, i
camerini, la reception, e così via. Altri elementi dello studio, come i cameraman o gli schermi su
cui scorrono i testi, fanno anch’essi parte del retroscena dal momento che sono visibili solo agli
individui che sono fisicamente presenti all’interno dello studio.

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interattiva interattiva
della della

Figura 4. L’organizzazione sociale dell’interazione quasi-mediata.



Gli ospiti e il pubblico in studio che compaiono in queste aree di ribalta del contesto di produzione
saranno visibili agli individui che sono situati invece nei diversi contesti di ricezione, vale a dire nei
salotti delle case – distanti nel tempo e nello spazio – in cui il programma viene guardato. Gli
individui presenti nello studio cercheranno di controllare il proprio aspetto e il modo in cui
parlano, ben consapevoli del fatto che c’è un pubblico che li sta guardando, composto non solo
dalle altre persone in studio ma anche da altre migliaia o forse milioni di persone distanti, e per
questo motivo faranno di tutto per evitare che il proprio comportamento “da retroscena” trapeli
sulla ribalta. Nonostante questo, può accadere facilmente che si verifichino “fuoriuscite” (leakage)
di comportamenti appartenenti al retroscena nel contesto della ribalta – si tratta di un rischio
costante che è legato al tipo di organizzazione sociale proprio della quasi-interazione mediata.
Spesso le conseguenze di tali fuoriuscite sono trascurabili, ma a volte non lo sono e, anzi, possono
diventare dannose e dirompenti.
Prendiamo un esempio per illustrare questa dinamica. Poco prima delle elezioni politiche del 2010
nel Regno Unito, l’allora leader dei Laburisti Gordon Brown stava conducendo la propria campagna
elettorale a Rochdale, una città vicina a Manchester nel nord dell’Inghilterra. Durante un’intervista
televisiva una pensionata, Gillian Duffy, lo mise in difficoltà sul tema del taglio del deficit; Brown in
quella occasione decise di ignorarla, ma il suo staff ritenne che poteva essere una buona idea
incontrarla successivamente faccia a faccia, e così organizzarono una visita ripresa dalle
telecamere nel quartiere di Rochdale in cui viveva Gillian Duffy. Brown la incontrò in strada e
continuò ad annuire in modo cortese mentre lei gli elencava le sue varie preoccupazioni riguardo a
diversi temi, tra cui la presenza di immigrati provenienti dall’Europa dell’est; era, insomma, un
tipico esempio di comportamento da ribalta attraverso cui Brown, un politico che aveva di rado
mostrato sintonia con la gente comune, intendeva dimostrare che era in grado di ascoltare gli
elettori. Dopodiché Gordon Brown fece ritorno alla sua autovettura guidata da un autista e chiuse
la porta: dando per scontato di trovarsi ormai in un ambiente sicuro abbassò la guardia e descrisse
Gillian Duffy in termini poco lusinghieri. “Che disastro – non mi avrebbero mai dovuto mettere a

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fianco di quella donna”, disse Brown. “Di chi è stata l’idea? È stato ridicolo”. “Cosa ha detto?”,
chiese un assistente. “Oh, di tutto”, rispose Brown, “era una specie di bigotta”. Ma Brown non si
era accorto che aveva ancora un microfono acceso attaccato al bavero della giacca, attraverso cui
le sue parole furono ascoltate, registrate e più tardi trasmesse alla radio e in televisione a milioni
di ascoltatori e telespettatori. Poi la situazione peggiorò ulteriormente. Poco dopo l’incidente,
Brown arrivò agli studi della BBC per un’intervista radiofonica in diretta e, senza avvertirlo, i
conduttori gli fecero ascoltare la registrazione dei suoi commenti poco gentili su Gillian Duffy. A
quel punto Brown cominciò a realizzare che si stava delineando una catastrofe in termini di
relazioni pubbliche e così, senza sapere che l’intervista radiofonica era in realtà anche ripresa da
una telecamera, si nascose il viso tra le mani e profferì un’umiliante richiesta di scuse:

Voglio naturalmente scusarmi se ho detto qualcosa che può essere risultato offensivo… Dovete
ricordare che stavo solo cercando di essere d’aiuto ai giornalisti tenendo il microfono acceso, e
sono dovuto correre in macchina perché avevo un altro appuntamento. Hanno deciso di diffondere
una conversazione privata con la persona che era in macchina con me. Queste cose possono
succedere. Mi scuso profondamente con la signora in questione.

Ma le scuse non servirono a nulla, il danno ormai era fatto. Ciò che Brown credeva fosse un sicuro
retroscena – l’automobile con le porte chiuse e i finestrini alzati – si era rivelato l’opposto. Nella
fretta di arrivare all’appuntamento successivo si era dimenticato di avere addosso un microfono
acceso, permettendo così che il suo comportamento da retroscena fosse registrato e fatto
trapelare sulla ribalta con tremende conseguenze. Questo semplice errore interazionale mostra
come, nell’ambiente mediato proprio della politica moderna, le cose possano andare in modo
disastroso con molta facilità.
Al giorno d’oggi fuoriuscite di questo tipo sono molto comuni, e anzi più frequenti che mai, grazie
alla rivoluzione digitale. Tornerò su questo tra un attimo. Prima, però, osserviamo la struttura
dell’organizzazione sociale dell’interazione mediata online, che potrebbe essere rappresentata con
lo schema in Figura 5. In questo caso abbiamo una serie di individui che interagiscono l’uno con
l’altro dalla propria ribalta, ciascuna delle quali è circoscritta dal punto di vista spaziale e forse
anche temporale, dando così vita a un’interazione che si estende nello spazio e nel tempo. Ognuna
di queste ribalte ha il proprio retroscena, così che ogni partecipante all’interazione deve gestire il
confine tra queste due aree. L’interazione è di tipo dialogico (indicato con le frecce che puntano in
entrambe le direzioni) e ogni individuo è collegato agli altri attraverso una rete che comprende
molteplici partecipanti, in modo tale che ciascuno si rivolge a tante altre persone sparse nel tempo
e nello spazio. Tutti i partecipanti a questa situazione interattiva sanno che le proprie parole,
espressioni e output comunicativi sono resi disponibili a una pluralità di altri che si trovano distanti
da loro, e ciascuno sa che queste altre persone possono a loro volta dare il proprio contributo
all’interazione lasciando un commento o prendendovi parte in altri modi.

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Cornice d’interazione centrale


Figura 5. L’organizzazione sociale dell’interazione mediata online.

Torniamo ora al fenomeno delle fuoriuscite. Come abbiamo visto, una forma comune di
fuoriuscita è l’infiltrazione accidentale di contenuto dalle aree di retroscena a quelle di ribalta nel
contesto della quasi-interazione mediata, come nel caso del commento di Gordon Brown riguardo
alla “specie di bigotta”. Tuttavia, si tratta di un fenomeno molto più diffuso e, al giorno d’oggi,
legato sempre più spesso a un nuovo gruppo di attori emersi nello spazio interconnesso di
internet. Una parte di questi attori sono blogger come Matt Drudge e siti web di gossip come TMZ,
la cui attività principale è proprio quella di diffondere voci e storie su celebrità, personaggi pubblici
e altri – non dobbiamo dimenticare che Matt Drudge giocò un ruolo decisivo nella diffusione di
notizie sul caso Clinton-Lewinsky molto prima che i media di informazione tradizionali accettassero
di occuparsene. D’altro canto, ultimamente abbiamo potuto assistere alla comparsa di una nuova
categoria di attori che potremmo descrivere come “whistleblowers digitali” (informatori, talpe
digitali – NdT), come Julian Assange e Edward Snowden. I whistleblowers digitali sono soggetti che
considerano la divulgazione pubblica di informazioni sensibili come parte della propria “missione”
o della propria comprensione di sé – cioè come parte di un progetto politico o di un insieme di
convinzioni politiche. In questo caso, dunque, la gaffe di “fuoriuscita” non è un passaggio di
informazioni accidentale o involontario che avviene quando i confini tra il retroscena e la ribalta
diventano permeabili o indefiniti; piuttosto, si tratta del risultato atteso di un’azione che ha come
obiettivo quello di rendere visibili attività avvenute in segreto entro aree di retroscena nascoste, e
che è animata dalla convinzione che anche altri hanno il diritto di essere a conoscenza di tali
attività occulte. Ecco dunque che potremmo rappresentare con lo schema riportato in figura 6 ciò
che è avvenuto quando Wikileaks ha pubblicato migliaia di comunicazioni diplomatiche riservate
del governo statunitense nel 2010 o quando Snowden nel 2013 ha divulgato migliaia di documenti
top secret appartenenti all’Agenzia per la sicurezza nazionale USA. Siti web come Wikileaks
divulgano al grande pubblico informazioni che vengono poi riprese dai media d’informazione
tradizionali (o mainstream) e quindi diffuse a un pubblico molto più ampio attraverso i canali
tradizionali dell’interazione quasi-mediata. I whistleblowers digitali come Manning o Snowden

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possono far trapelare le notizie a siti web come Wikileaks, come ha fatto Manning, o ai media
d’informazione mainstream, come è accaduto nel caso di Snowden, il quale ha contattato Glenn
Greenwald, un giornalista che lavorava per il Guardian, e Laura Poitras, una documentarista che si
era già occupata di sorveglianza governativa da una prospettiva critica e aveva forti legami con i
media mainstream.


Figura 6. Fuga di informazioni da siti web (ad esempio Wikileaks) e whistleblowers digitali (ad esempio
Snowden) al grande pubblico.


Figura 7. L’informazione scorre in un ambiente misto online e offline.

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Il primo articolo basato sui documenti divulgati da Snowden fu pubblicato dal Guardian il 5 giugno
2013 e rapidamente ripreso dai media tradizionali di tutto il mondo. Quando i media mainstream
riprendono materiale che è stato diffuso con queste modalità, di fatto gli attribuiscono una
legittimità di cui non potrebbe godere se fosse semplicemente contenuto in un post sul Drudge
Report o su un sito come Reddit. In altre parole gli attribuiscono una specifica forma di valore
simbolico, per usare i termini di Bourdieu, che deriva dal capitale simbolico accumulato dagli
organi di informazione tradizionali: proprio questo aumenta il potere simbolico e la carica
dirompente della fuga di notizie. Essi danno alla fuga di notizie una credibilità e un grado di
visibilità che altrimenti non potrebbero ottenere.
Tuttavia, per rendere giustizia alla complessità del sistema dell’informazione che si è sviluppato in
anni recenti, è necessario elaborarne un modello. La figura 7 fornisce una rappresentazione più
accurata dei flussi di informazione che attraversano l’ambiente mediatico misto online-offline – o
sistema “ibrido” dei media, per usare la definizione di Chadwick (2013) – in cui viviamo oggi.
Questo ambiente include sia organi di informazione mainstream come il Guardian o il New York
Times, la BBC, la CNN, etc., sia siti web come Wikileaks, il Drudge Report, Reddit, Huffington Post,
etc., sia social network come Facebook, Twitter e YouTube – e il flusso di informazione che
intercorre tra queste organizzazioni è bidirezionale. Tale schema è reso ulteriormente complesso
dal fatto che la maggior parte dei media tradizionali sono anche presenti online e di conseguenza
non possono essere considerati come semplici organizzazioni offline, poiché sono esse stesse
organizzazioni ibride o miste; possono però essere definite mainstream perché hanno una
presenza ormai consolidata e utilizzano sia i media tradizionali sia quelli digitali e online.
Nell’ambiente online, inoltre, i destinatari dell’informazione possono spesso essere considerati
anche produttori da numerosi punti di vista: interagiscono costantemente con altri individui
postando commenti, rispondendo ai commenti altrui e così via. Pertanto il flusso dell’informazione
nell’ambiente online tra siti web, piattaforme e individui interconnessi è effettivamente
bidirezionale, e in molti casi le piattaforme sono proprio il mezzo su cui ha luogo gran parte
dell’interazione mediata online tra individui connessi in rete – così l’interazione non avviene tanto
tra individui e piattaforme ma piuttosto tra individui connessi attraverso le piattaforme. Invece,
per quanto riguarda gli organi di informazione mainstream, il flusso di informazione tra produttori
e destinatari è quasi totalmente unidirezionale, come suggerisce il concetto di quasi-interazione
mediata, anche se oggi i destinatari godono di possibilità sempre maggiori rispetto al passato di
contribuire alle attività degli organi di informazione tradizionali, grazie al fatto che molte di queste
organizzazioni hanno anche una presenza sul web.

La trasformazione della visibilità

Operare una distinzione tra i nuovi tipi di azioni e interazioni che emergono dall’uso dei diversi
mezzi di comunicazione e analizzare le loro caratteristiche specifiche ci permette di ottenere una
prospettiva innovativa su alcune trasformazioni storiche legate alla nascita delle società moderne.
A lungo, nel corso della storia, la maggior parte delle interazioni è avvenuta faccia a faccia. Prima
dell’inizio dell’età moderna in Europa, e fino a tempi molto recenti in altre parti del mondo, la
comunicazione e lo scambio di informazioni erano, per la maggior parte della popolazione,
processi che avvenivano esclusivamente in contesti di interazione faccia a faccia. Le tradizioni
avevano carattere prevalentemente orale e sopravvivevano per lo più grazie a un continuo
processo di ripetizione e rinnovamento, attraverso lo storytelling e altre attività ad esso collegate,
sempre entro interazioni faccia a faccia. Esistevano indubbiamente alcune forme di interazione
mediata, ma erano in gran parte riservate alle élite religiose e politiche che possedevano le
competenze necessarie per utilizzare i mezzi di comunicazione, come la capacità di leggere e

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scrivere. Con la nascita dell’industria della stampa a partire dal XV secolo, con la crescita
dell’alfabetizzazione a partire dal XIX secolo e con lo sviluppo dei media elettronici nei secoli XIX e
XX, l’interazione faccia a faccia è progressivamente stata affiancata da varie forme di interazione
mediata, quasi-interazione mediata e interazione mediata online. L’interazione faccia a faccia è
rimasta molto importante, ovviamente, ma il “mix interazionale” della vita sociale è cambiato in
modi fondamentali nel momento in cui queste altre tre forme di interazione sono diventate
sempre più diffuse e rilevanti.
Con il mix interazionale della vita sociale sono cambiati anche i modi in cui ciascun individuo viene
a contatto con gli altri. Nell’interazione faccia a faccia, i partecipanti sono immediatamente visibili
agli altri poiché condividono il medesimo contesto spazio-temporale e si trovano situati nella
stessa area di ribalta. In questo caso, dunque, la visibilità è legata alle proprietà spaziali e
temporali della situazione interazionale ed è caratterizzata da reciprocità: ciascun partecipante è
visibile a tutti gli altri e viceversa. Ma con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, la visibilità viene
slegata dalle proprietà spazio-temporali del qui e ora. Nelle nuove forme di interazione create
dall’uso dei mezzi di comunicazione, la visibilità di individui, azioni ed eventi è separata dalla
condivisione di uno stesso spazio: non è più necessario essere presenti nello stesso contesto
spazio-temporale per essere in grado di vedere l’altro individuo o individui con cui stiamo
interagendo, o per assistere a un’azione o a un evento. Il campo visivo, così come l’interazione,
risulta quindi esteso nello spazio e nel tempo.
D’altronde, le stesse proprietà del mezzo di comunicazione influenzano la forma del nostro campo
visivo. Nel caso della quasi-interazione mediata, la visibilità non ha più carattere reciproco. Il
mezzo utilizzato cambia la “direzionalità” della visione: i telespettatori sono in grado di vedere a
distanza gli individui che compaiono sugli schermi delle loro TV o su altri media, ma non possono
essere visti da chi si trova sullo schermo. La visibilità nella quasi-interazione mediata è quindi
unidirezionale: alcuni individui possono essere visti da molti altri senza essere a loro volta in grado
di vederli, mentre chi guarda non può essere visto. Nel caso dell’interazione mediata online, la
direzionalità della visione è modificata in altri modi, dato che molti dei partecipanti all’interazione
dispongono di mezzi che rendono persone, azioni ed eventi visibili ad altri che si trovano a
distanza. Il mezzo più semplice ed efficace è in questo caso la fotocamera inclusa nel proprio
smartphone: questo elemento rende chiunque possegga uno di questi dispositivi in grado di
fotografare o riprendere persone, azioni ed eventi e mostrarli, in maniera più o meno istantanea, a
una pluralità di altre persone lontane. Questa dinamica è però diversa dalla visibilità reciproca che
è caratteristica dell’interazione faccia a faccia, perché non necessariamente tutti i partecipanti
all’interazione sono visibili a tutti gli altri. D’altronde è differente anche dalle caratteristiche della
quasi-interazione mediata perché la direzionalità è strutturata in modo più complesso: molti degli
attori che si trovano in rete possono utilizzare i mezzi che hanno a disposizione – ad esempio il
loro smartphone – per rendere individui, azioni ed eventi visibili a molteplici altri a distanza.
L’unidirezionalità è stata sostituita dalla multidirezionalità.
È difficile sopravvalutare l’importanza di queste trasformazioni della natura della visibilità e i modi
in cui stanno avendo un impatto sui campi della vita politica e sociale contemporanea. Individui,
azioni ed eventi sono ora visibili in modi che semplicemente non erano possibili in passato, e
chiunque possegga uno smartphone ha la capacità di rendere le cose visibili a migliaia o anche
milioni di persone in modi che prima non esistevano. Ovviamente non tutti sfruttano questa
possibilità e non tutti – o non tutte le organizzazioni – hanno lo stesso potere di rendere
un’immagine o un video visibile agli altri: come per tutti i processi sociali, la capacità di creare
visibilità, e il grado in cui qualcosa può essere reso visibile o tenuto nascosto, reso disponibile o
rimosso, dipende dal potere e dalle risorse che gli individui e le organizzazioni hanno a propria
disposizione. Ma queste diseguaglianze, anche se sono particolarmente importanti, non

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dovrebbero togliere attenzione dal fatto che la vita sociale e politica sono state, e continuano a
essere, riconfigurate dalle nuove forme dell’interazione e della visibilità rese possibili dall’uso dei
mezzi di comunicazione. Approfondirò ulteriormente questo passaggio concentrandomi sugli
effetti che questi cambiamenti hanno sul modo in cui il potere politico è esercitato.

Riconfigurare il campo politico

Prima dello sviluppo della stampa e di altri media, i sovrani e i governanti interagivano
principalmente con altri membri delle élite politiche all’interno dei circoli relativamente ristretti
rappresentati dai consigli o dalle corti. La loro visibilità era quindi limitata a coloro con cui
interagivano faccia a faccia in questi luoghi condivisi del potere politico. C’erano occasioni in cui i
sovrani si mostravano di fronte a pubblici più ampi, inclusi, tra gli altri, parte dei sudditi su cui
regnavano. Tali occasioni potevano coincidere con grandi eventi pubblici quali incoronazioni,
funerali reali e parate celebrative. Il cerimoniale e la magnificenza di questi eventi permettevano
al sovrano di mantenere una certa distanza dai suoi sudditi, seppure concedendo loro
l’opportunità, temporalmente limitata, di vedere e celebrare l’esistenza del sovrano in un contesto
di compresenza. Ma per la maggior parte della popolazione dell’età antica o medioevale, i sovrani
più potenti rimanevano raramente visibili.
Con lo sviluppo della stampa e successivamente dei media elettronici, tuttavia, le classi dirigenti
poterono cominciare a interagire con i soggetti che governavano e divennero visibili in modi che
prima non erano possibili. La relazione tra governante e governato divenne sempre più influenzata
dalle caratteristiche della quasi-interazione mediata e lo stesso campo politico fu parzialmente
riconfigurato da queste nuove forme di azione e interazione. Le proprietà specifiche dei mezzi di
comunicazione e delle istituzioni di cui facevano parte, dunque, contribuirono a rimodellare la
natura della relazione tra governanti e governati e, allo stesso tempo, moltiplicarono e limitarono
le modalità attraverso cui potevano interagire gli uni con gli altri. Da un lato i governanti usavano i
nuovi media per raggiungere i governati e rivolgersi direttamente a loro, e dall’altro i governati
potevano ora vedere e interagire con i governanti come non era mai successo in passato, anche se
queste interazioni rimanevano fortemente costrette dal carattere non-reciproco della quasi-
interazione mediata e dalla varietà limitata di indizi simbolici a loro disposizione. La nascita dei
media elettronici, della radio e poi della televisione, ampliò significativamente la varietà di indizi
simbolici e consentì una riduzione radicale – fino quasi all’annullamento – del ritardo con cui
arrivavano i messaggi, dando così vita a una peculiare forma di simultaneità despazializzata: i
soggetti distanti erano potenzialmente visibili all’interno della medesima cornice temporale,
potevano essere ascoltati nel momento esatto in cui parlavano e visti nel momento esatto in cui si
muovevano, nonostante non condividessero lo stesso contesto spaziale con gli individui che li
guardavano. La radio permise di codificare e trasmettere a una pluralità di soggetti la voce umana
e la qualità orale dell’interazione, mentre con l’avvento della televisione fu possibile registrare e
diffondere insieme indizi visivi e verbali. Grazie alla televisione, dunque, le persone potevano
essere viste e ascoltate in un modo che si avvicinava, da alcuni punti di vista, all’interazione faccia
a faccia, ma che ne differiva sotto altri aspetti fondamentali: il nuovo tipo di interazione si
estendeva nello spazio, non aveva carattere di reciprocità e dipendeva necessariamente da una
serie di presupposti tecnici e istituzionali.
Tra i presupposti di tipo istituzionale vi era il fatto che qualsiasi mezzo di comunicazione di questo
tipo era sempre legato a un’organizzazione con grandi risorse a disposizione e un personale
numeroso che aveva i propri interessi e scopi. I giornalisti e i professionisti dell’informazione non
erano semplici messaggeri neutrali, ma piuttosto un insieme di attori con interessi propri, i quali,
nel momento in cui producevano e facilitavano la comunicazione mediata, la inserivano anche

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entro determinati frames1, basandosi su norme e codici etici appartenenti al campo dei media e su
priorità specifiche della propria organizzazione che guidavano le loro decisioni e le loro pratiche.
Definendosi come professionisti dei media con i propri codici di comportamento e obiettivi, i
giornalisti e altre figure del campo giocavano, e continuano a giocare, un ruolo significativo nella
costruzione del modo in cui i leader politici, effettivi o aspiranti tali, compaiono di fronte al
pubblico e, più in generale, nella costruzione di cosa viene comunicato a chi e di ciò che viene reso
visibile e ciò che invece rimane nascosto. Questi soggetti istituzionali diventano gatekeepers2 che
influenzano il flusso di comunicazione, il modo in cui i messaggi e il contenuto simbolico sono
presentati e la visibilità o invisibilità degli attori in questo campo.
Parte dell’importanza del crescente ruolo dell’interazione mediata online all’interno del campo
politico dipende dal fatto che essa può avere un effetto dirompente sulla stabilità dei ruoli ormai
consolidati di questi gatekeepers istituzionali. Il potere degli organi di informazione tradizionali di
dare forma all’agenda è messo in discussione dall’emersione di una varietà di nuovi attori che
sono in grado di utilizzare i mezzi di comunicazione per interagire con altri senza doversi servire
dei tipici canali propri della quasi-interazione mediata. Inoltre, nel momento in cui questi nuovi
media permettono a chiunque sia connesso in rete di comunicare con altri, il potere dei
professionisti dei media di controllare l’agenda diminuisce. Questi soggetti si trovano ora in
competizione con un crescente numero di piattaforme, fonti di informazione e attori che possono
comunicare con un pubblico distante senza passare dai canali controllati dalle organizzazioni dei
media tradizionali. Ciò non significa che le nuove piattaforme che permettono agli individui di
bypassare i canali mediatici tradizionali non siano esse stesse nuovi gatekeepers. Queste
piattaforme stabiliscono chi può partecipare e a quali condizioni, decidono quali tipi di
comunicazione sono accettabili e quali invece non lo sono, operano una moderazione – usando sia
operatori umani che processi automatizzati – per rimuovere i contenuti che giudicano offensivi,
violenti o inappropriati, sviluppano algoritmi per prevedere i presunti obiettivi e interessi degli
utenti basandosi sul loro comportamento e le loro preferenze e usano questa forma di conoscenza
per dare forma alle notizie e al resto del contenuto che compare sul feed degli utenti, in modo da
fornire loro consigli mirati e generare profitto dagli spazi pubblicitari, tra le altre cose. Tali processi
funzionano in modo alquanto diverso dalle attività di gatekeeping tipiche degli organi di
informazione tradizionali; si basano invece su ciò che Tarleton Gillespie chiama “logica
algoritmica”, che usa scelte processualizzate e dati per creare una versione digitale della capacità
di scegliere propria dell’essere umano o per rivelare pattern ricorrenti che sono ricostruiti a partire
dalle tracce sociali che sono state raccolte. Si tratta di un meccanismo diverso dalla logica
editoriale che guida le scelte di esperti appartenenti a determinate organizzazioni e che
rivendicano una propria autorità culturale (Gillespie 2014), ma, nonostante questo, esso equivale
comunque a una forma di gatekeeping che non è affatto marginale rispetto alle attività della
piattaforma, ma centrale ad esse (Gillespie 2018). E, sotto molti aspetti, è anche più importante
delle attività di gatekeeping tipiche dei media tradizionali poiché le piattaforme dominanti sono
poche, hanno dimensioni enormi e un raggio d’azione estremamente esteso.
Scegliendo di comunicare via Twitter, dove ha accumulato più di 50 milioni di followers3, il
Presidente Donald Trump ha scelto in modo calcolato di rendere l’interazione mediata online


1
Cornici di significato: cioè, scegliendo come raccontare o presentare ad esempio una notizia, danno una forma ai
contenuti e al senso del messaggi che trasmettono.
2
Letteralmente significa “guardiano del cancello”: metaforicamente vuol dire che i professionisti dell’informazione
hanno il potere di selezionare (in base a criteri diversi a seconda del contesto e dei codici di comportamento di ciascun
gruppo) ciò che viene comunicato e quindi amplificato attraverso i media e cosa invece non è sufficientemente
rilevante o d’interesse per essere trasmesso (e dunque rimane “nascosto”).
3
[Diventati a settembre 2020 quasi 90 milioni, inferiori comunque agli oltre 120 di Obama, NdT].

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invece della quasi-interazione mediata il proprio canale di comunicazione prioritario con i cittadini
e la propria base politica. Tale scelta gli permette di bypassare i media mainstream, che accusa di
essere faziosi e di diffondere notizie false, e di dire ciò che desidera evitando il framing e il
commento che sono normalmente forniti dai gatekeepers tradizionali – pur essendo costretto ad
accettare il limite dei 140 (ora 280) caratteri. Ciò consente anche che i suoi tweet vengano inseriti
entro i feed degli altri utenti di Twitter in mezzo a contenuti che riguardano spesso la sfera
personale (ad esempio aggiornamenti da parte di amici e familiari), un elemento che dona a lui e
ai suoi messaggi una dimensione di intimità mediata che non potrebbero ottenere se fossero
trasmessi attraverso i canali di informazione mainstream (Turner 2018, p. 148). Il fatto che il
linguaggio usato da Trump sia spesso rozzo e sopra le righe, che le sue opinioni vengano espresse
con forza e che il suo tono sia diretto e assertivo non equivale necessariamente a una debolezza
nel contesto di Twitter4 ma anzi, agli occhi dei suoi sostenitori potrebbe essere visto come un
punto di forza, poiché gli permette di presentarsi come una persona qualsiasi, dotata di sentimenti
reali e solide convinzioni, invece che come un politico freddo e calcolatore che soppesa ogni
parola ed evita attentamente qualsiasi dimostrazione di emotività. Inoltre, comunicando via
Twitter, Trump può parlare non solo a coloro che decidono di seguirlo attivamente sul social
network, ma a un pubblico molto più ampio, dal momento che i media mainstream esaminano
regolarmente al microscopio ogni singolo tweet pubblicato dal suo account e molto spesso ne
riprendono una selezione per commentarli, fornendo così a Trump grande visibilità sui media
tradizionali, con modalità che però egli è in grado di controllare.
La nascita di queste nuove forme di interazione e visibilità associate all’uso dei mezzi di
comunicazione ha riconfigurato il campo politico e creato nuove opportunità, sia per i leader
politici sia per i semplici cittadini, di partecipare alla vita politica e interagire gli uni con gli altri,
ma, d’altro canto, ha portato con sé anche nuovi obblighi e nuovi rischi. Con obblighi si intende il
fatto che i leader politici, effettivi e aspiranti tali, non possono non adattarsi alle nuove forme
dell’azione e dell’interazione mediate che attualmente sono parte integrante del campo politico.
Sono costretti ad adeguare il proprio modo di comportarsi e di parlare a queste nuove condizioni.
Devono prestare grande attenzione al proprio aspetto, al modo che hanno di vestirsi, di parlare e
di relazionarsi agli altri attraverso le forme mediate dell’interazione – in altre parole, devono
essere estremamente attenti a ciò che potremmo chiamare “la gestione della visibilità”. In effetti
non hanno alternativa: non si tratta semplicemente di un’opportunità, ma di un obbligo, qualcosa
che deve essere fatto; è parte della struttura di un campo che è parzialmente costituito di visibilità
mediata. Questo spiega anche in parte perché, nel contesto delle nostre democrazie altamente
mediate, quegli individui che sono riusciti a costruirsi una carriera nei media – da Reagan a Trump
– riescano a muoversi così facilmente anche all’interno del campo politico: non solo perché sono
celebrità mediatiche, conosciute per la loro fama, come osservato tempo fa da Daniel Boorstin
(1961, p. 57), ma anche perché sono esperti nell’arte della visibilità mediata. Sanno come
presentarsi agli altri attraverso i media e come comunicare efficacemente; per queste persone, la
gestione della visibilità attraverso i media è diventata una seconda natura. Come Fred Turner ha
appropriatamente rilevato, Trump ha saputo padroneggiare la lingua dell’autenticità mediata
quando era conduttore del reality The Apprentice e in seguito ha trasferito questa competenza
direttamente su Twitter, dove la sua petulanza, le sue affermazioni autocompiacenti e i roboanti
attacchi agli avversari sono considerati dai suoi sostenitori una dimostrazione della sua autenticità
come persona (Turner 2018, p. 147). Alcuni commentatori criticano la profondità con cui
l’industria dell’intrattenimento è ormai penetrata nella politica e considerano questo fenomeno
come l’ennesimo effetto negativo di una cultura ossessionata dalle celebrità; ma questo intreccio

4
Di recente, tuttavia, dopo la scrittura di questo articolo Twitter è intervenuto oscurando alcuni dei tweet di Trump
ritenuti eccessivi per linguaggio o contenuti [NdT].

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di intrattenimento e politica è sintomo di una trasformazione strutturale ben più profonda, in cui
le forme dell’interazione mediata hanno riconfigurato il campo politico.

La nuova fragilità

Le nuove forme di interazione e visibilità generano però anche nuovi rischi. I leader di oggi sono
molto più visibili di quelli del passato, e per quanto possano tentare di gestire la propria visibilità
non possono controllarla completamente. Perciò la visibilità creata dai media può diventare fonte
di un nuovo e specifico tipo di fragilità nella sfera politica. Ci sono troppe fonti di informazione e
troppi possibili modi in cui azioni o dichiarazioni, compiute nel passato o in aree di retroscena
apparentemente isolate dalla ribalta dell’interazione e quasi-interazione mediata, possono essere
registrati, conservati, trasmessi e ritrasmessi sulla ribalta, dove hanno l’effetto di danneggiare,
compromettere o indebolire le autorappresentazioni che i leader stanno cercando di proiettare
all’esterno.
Tali forme di danno, che esistono dalla nascita della stampa e dei media elettronici, sono state
estremizzate dalla rivoluzione digitale per due ragioni collegate tra loro. In primo luogo, la
rivoluzione digitale ha reso più facile registrare e conservare azioni e parole, oltre che copiare e
riprodurre immagini e informazioni. Oggi, chiunque abbia uno smartphone in tasca o nella borsa
possiede l’attrezzatura necessaria per fotografare, riprendere e registrare le azioni, gli eventi o le
parole che capitano nelle immediate vicinanze, generando così un archivio digitale indelebile di
fenomeni che sarebbero altrimenti effimeri e transitori. Chiunque utilizzi l’email o partecipi come
utente sui social media crea contenuto durevole che, non appena viene postato, sfugge al suo
controllo. Questa banalizzazione della registrazione crea un deposito vasto e in rapida espansione
di contenuto digitale che può essere recuperato e trasmesso molto più velocemente e facilmente
di quanto non accadesse con il contenuto conservato in forma non digitale.
In secondo luogo, la proliferazione dei mezzi di comunicazione online significa che chiunque può
ora trasmettere (o ri-trasmettere) immagini, messaggi e altro contenuto simbolico con relativa
facilità: non è più necessario persuadere i gatekeepers istituzionali dei canali mediatici tradizionali
a prestare attenzione a un contenuto e a rilanciarlo. Caricare un video su Facebook o YouTube o
un’immagine su Twitter o Instagram non potrebbe essere più semplice. Questa democratizzazione
della trasmissione fa di ciascuno di noi una potenziale fonte di contenuto visualizzabile e
condivisibile (anche se, ovviamente, “potenziale” non vuol dire “effettivo”).
Come conseguenza dell’unione tra banalizzazione della registrazione e democratizzazione della
trasmissione, la vita sociale e politica è attualmente inondata di contenuto simbolico digitalizzato
che supera a velocità sempre maggiore la capacità di qualsiasi individuo od organizzazione di
controllarlo. Ciò rende ancora più complesse le dinamiche di potere che sono implicitamente
sottese agli atti della registrazione e della trasmissione di contenuto simbolico, i quali fanno di
qualsiasi passante un potenziale testimone che possiede i mezzi per fornire prove audiovisive di
ciò a cui sta assistendo. È, ad esempio, quello che è accaduto a Ramsey Orta, che un pomeriggio di
luglio del 2014 registrò gli abusi subiti da Eric Garner per mano della polizia di New York a Staten
Island, catturando l’evento sul proprio smartphone e rendendo possibile per milioni di altri,
variamente sparsi nel tempo e nello spazio, ascoltare e vedere Garner schiacciato a terra che
ripeteva “Non riesco a respirare” 11 volte prima di svenire e poi morire – una tragedia che, grazie
in parte alla clip video caricata su YouTube, diede il via a una serie di proteste contro la brutalità
delle forze dell’ordine in molte città statunitensi e contribuì ad alimentare il senso di ingiustizia
alla base del movimento Black Lives Matter.
Le nuove forme di visibilità create dai media possono rappresentare un rischio anche per i leader
politici. Per quanto un leader politico, effettivo o aspirante tale, possa cercare di gestire il modo in

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cui appare di fronte ad altri soggetti distanti che lo conoscono solo attraverso forme di interazione
mediata, non può controllarlo completamente: c’è sempre il rischio che qualcosa che ha detto o
fatto in passato, o in spazi di retroscena o privati, sia ricordato e inserito nelle aree di ribalta
dell’interazione mediata in modi e tempi che potrebbero danneggiare, compromettere o
indebolire l’autorappresentazione che intende proiettare. Si tratta di un rischio in cui sono incorsi,
ad esempio, Anthony Weiner, il parlamentare statunitense che usò Twitter per inviare fotografie
sessualmente esplicite del proprio pene eretto a una giovane donna, o anche lo stesso Trump, nel
momento in cui la registrazione dei suoi commenti sulle donne squallidi e sessisti (“Grab ‘em by
the pussy”) fu pubblicata dal Washington Post nel mezzo della campagna elettorale per le elezioni
presidenziali del 2016. Per quanto un individuo, gruppo di individui o organizzazione possano
pensare che le proprie azioni o conversazioni siano confidenziali e avvolte nel riserbo, può
accadere che la documentazione di tali azioni o la registrazione delle loro conversazioni venga
invece divulgata al pubblico.
È proprio per questo motivo che fenomeni come le fughe di notizie o gli scandali sono diventati
così importanti nel campo mediato della politica contemporanea: sono rischi del mestiere nell’età
della visibilità mediata. Le fughe di notizie, come abbiamo visto, comportano tipicamente la
divulgazione di informazione riguardante un comportamento appartenente al retroscena nelle
aree di ribalta dell’interazione mediata. Ciò accade anche con gli scandali, anche se la differenza
importante è che richiedono necessariamente un certo tipo di reazione. Le fughe di notizie
possono essere ignorate e continuare comunque a esistere: gli scandali invece avvengono solo se
la rivelazione è accompagnata da un certo grado di disapprovazione o indignazione pubbliche.
Gli scandali non sono certo un fenomeno nuovo – o, per essere più precisi, la parola “scandalo”
non è nuova: precede di alcuni secoli la nascita dei mezzi di comunicazione (Thompson 2000). In
effetti l’origine di questa parola può essere fatta risalire alla Grecia antica e al pensiero giudaico-
cristiano. È però solo dal XVII secolo che lo “scandalo” cominciò a essere sempre più intrecciato
con affermazioni e contro-affermazioni riportate a mezzo stampa. Già agli inizi del XIX secolo era
nato un nuovo fenomeno: ciò che chiamo “scandalo come evento mediato”. Il fenomeno moderno
dello scandalo mediato possedeva una struttura e una dinamica specifiche: comportava la
rivelazione attraverso i media di qualche azione o attività che in precedenza era stata nascosta alla
vista del pubblico, legata alla trasgressione di determinate norme o valori e la cui rivelazione
scatenava espressioni collettive di disapprovazione e sdegno. Attività che avevano luogo in segreto
o in privato erano improvvisamente rese visibili al pubblico e la pubblicazione nonché la condanna
sulla stampa servivano in parte a definire l’evento come scandalo. La visibilità mediata non era un
effetto retroattivo dell’evento scandaloso: contribuiva in parte a definire lo stesso evento come
scandalo.
Mentre il XIX secolo vide la nascita dello scandalo mediato, il secolo XX e il primo XXI ne sono stati
la vera dimora. Una volta inventato questo tipo specifico di evento, esso assunse le caratteristiche
di un vero e proprio genere, che alcuni cercavano attivamente di riprodurre mentre altri si
impegnavano ad evitare, con alterno successo. Le caratteristiche e la frequenza degli scandali
politici sono variate molto a seconda del contesto nazionale e del periodo storico. Ma,
indubbiamente, lo scandalo politico è divenuto un elemento preminente della vita pubblica negli
Stati Uniti, in Gran Bretagna e in molte altre democrazie liberali moderne dall’inizio degli anni ’60
del XX secolo – con eventi quali il Watergate negli Stati Uniti e lo scandalo Profumo nel Regno
Unito, fino al grande scandalo delle spese dei parlamentari tra il 2009 e il 2010, i casi di molestie
sessuali che hanno scosso Westminster e i numerosi scandali e potenziali scandali che continuano
a ruotare intorno a Trump. Quasi tutti i paesi contemporanei hanno i propri molteplici scandali
politici, grandi e piccoli – il Brasile è attualmente in crisi a causa di un grande scandalo riguardante
la corruzione, così il Sud Africa, e così via. Ma, in fondo, questi scandali sono davvero importanti?

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Può darsi che gli scandali rappresentino semplicemente lo strato superficiale della vita politica,
montati da tabloid senza scrupoli che vogliono vendere più copie: questo è il modo in cui molti li
interpretano. Ma secondo il mio punto di vista questo modo di pensare agli scandali è
completamente errato. Gli scandali sono molto più rilevanti di così, e la ragione per cui lo sono è
semplice: importano perché vanno a toccare le fonti effettive del potere.
Per capirlo dobbiamo distinguere tra due diverse forme di potere: potere politico e potere
simbolico; occorre considerare che, nelle società democratiche moderne, l’esercizio del potere
politico dipende effettivamente dal potere simbolico. Per esercitare potere politico nelle società
democratiche moderne è necessario usare il potere simbolico per vincere e assicurarsi l’appoggio
degli altri – in altre parole, è necessario convincerli a sostenere qualcuno. E per farlo, c’è bisogno
di specifiche risorse: ad esempio il prestigio, la reputazione e la fiducia. Queste risorse sono
indispensabili per esercitare potere simbolico; perciò, dal momento che il potere politico dipende
dal potere simbolico, sono indispensabili anche per esercitare potere politico. Ed ecco perché gli
scandali sono così importanti nel mondo della politica: perché incidono sulle risorse da cui dipende
l’esercizio del potere simbolico. Gli scandali possono prosciugare la reputazione e la fiducia: non
necessariamente ciò accade, ma essi hanno la capacità di farlo. Riescono potenzialmente a
svuotare le riserve di reputazione e fiducia, che costituiscono risorse indispensabili per essere in
grado di esercitare potere simbolico e dunque acquisire, esercitare e mantenere anche il potere
politico. Per questo motivo i politici si preoccupano così tanto degli scandali: sanno che possono
danneggiare la loro reputazione e distruggere la fiducia, e così indebolire la loro capacità di
esercitare potere politico.
Pertanto, se questo ragionamento è corretto, ne consegue che è erroneo pensare agli scandali
come una superficiale e frivola distrazione dalla reale sostanza della politica: gli scandali hanno
importanza perché impattano sulle fonti effettive del potere. Questo ci dice qualcosa di
importante sulla vera natura del potere e sul modo in cui il potere è acquisito, esercitato e
perduto nel campo mediato della politica moderna. Gli scandali ci aiutano a vedere che l’esercizio
del potere politico nelle società democratiche moderne dipende da un’altra forma di potere –
quello simbolico – che deve essere attentamente nutrito e protetto se si desidera acquisire,
esercitare e mantenere il potere politico. Inoltre, ci permettono di notare come il campo mediato
della politica moderna sia un campo di battaglia in cui gli attori usano qualsiasi canale mediatico a
loro disposizione – quotidiani, TV, Twitter, etc. – per intervenire nel campo, perseguire la propria
agenda, esercitare potere simbolico e contestare il potere simbolico altrui, cercare di rovinare la
reputazione degli altri e proteggere e difendere la propria.
Oggi viviamo in un’epoca di alta visibilità mediatica, il che significa che la vita politica si svolge ora
in un ambiente informativo in cui la capacità di svelare e nascondere, rendere alcune cose visibili e
celarne altre, è molto più difficile da controllare, creando così un’arena permanentemente
instabile in cui fughe di notizie, rivelazioni e divulgazioni possono in qualsiasi momento
interrompere anche i migliori piani. La rivoluzione digitale e la proliferazione di nuove reti di
comunicazione e flussi di informazione hanno estremizzato questi sviluppi, generando un
ambiente in cui la fuga di informazione e il disvelamento di azioni ed eventi precedentemente
nascosti costituiscono un rischio e una minaccia costante. Da questo punto di vista la rivoluzione
digitale non ha cambiato il mio modo di pensare a questi temi. Ma ha ricordato a tutti noi quanto
questa arena sia ora fragile, quanto i confini tra vita pubblica e privata siano fluidi e quanto sia
importante per noi scienziati sociali tentare di comprendere il tumultuoso nuovo mondo della
visibilità mediata nell’età digitale.

(Traduzione di Claudia Capelli)

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DATTILOSCRITTO A SOLO SCOPO DIDATTICO INTERNO AL CORSO DI SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE
NON DIVULGABILE IN NESSUNA ALTRA SEDE



Bibliografia
[alcuni di questi testi sono anche tradotti in italiano, NdT]

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