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STORIA MISURA DEL MONDO – FERNAND BRAUDEL

Prefazione
Fernand Braudel ha scritto la sua vasta opera sul Mediterraneo durante gli anni di prigionia in Germania, dal
1940 al 1945. Ha scritto il libro per tre volte sulla sola carta disponibile nel campo, una serie di quaderni di
scuola che venivano inviati uno per volta a Lucien Febvre, a Parigi.
Braudel ha ammesso che senza la prigionia non ci sarebbe stato libro. Nel 1949 fu spedito a Magonza; lì
diventò il “rettore” del campo, poiché si preoccupò degli studi interrotti dei suoi compagni: organizzò corsi e
conferenze in discipline di ogni genere. Riuscì così ad ottenere una posizione privilegiata, grazie alla quale
ebbe modo di far entrare nel campo libri presi in prestito dalla Biblioteca di Magona. In quel periodo si crea
la divisione tra pétainisti (collaborazionisti) e gollisti (resistenti); un gruppo di ufficiali si fece tentare dai
tedeschi he proposero di trasformarli in “lavoratori liberi” concedendogli dei permessi per la Francia.
Poiché gli ufficiali erano dispensati da ogni tipo di lavoro, le critiche contro questo “aiuto allo sforzo bellico”
diventarono sempre più veementi. Il conflitto era così clamoroso che svelò di colpo le posizioni politiche
dissimulate, provocando lo spostamento in altri campi di alcuni ufficiali tra cui Braudel. Quest’ultimo,
insieme al suo compagno, fu trasferito a Lubecca dove si trovava il figlio di Stalin. Rispetto a Magonza,
Lubecca era un altro mondo: erano presenti baracche stile caserma, spazi aperti, ampie camere.
Braudel non ha tanto sofferto del regime punitivo in vigore nel campo, quanto delle alterne vicende che
hanno caratterizzato gli ultimi interminabili anni di guerra. Nei momenti peggiori passati al campo, la sua
ancora di salvezza era la scrittura (in particolare del libro “La Mediterranaée”). Braudel riprende il questo
libro le conferenze sulla storia tenute a Magonza che si situano in due momenti precisi: l’arco di tempo
(agosto-ottobre 1941) in cui sono state tenute a Magonza e poi il periodo (tra ’43-’44) in cui sono state
riprese a Lubecca.
Si tratta di conversazioni tenute in presenza di molti ascoltatori in cui lui raccontava qual è, per lui, il senso
vero della storia, di un certo tipo di storia.
Durante la prigionia ha contemplato il mediterraneo e proprio allora la sua visione della storia ha preso una
forma definitiva in parte come sola possibile risposta intellettuale ad uno spettacolo che nessuna narrazione
gli paresse in grado di cogliere, in parte come unica risposta essenziale ai tempi tragici che sta vivendo. La
prima conferenza, intitolata “La storia evenemenziale”, chiarisce il senso del concetto “risposta esistenziale”;
secondo l’autore, i grandi eventi svaniscono rapidamente e a decidere l’importanza degli eventi non è il
rumore che provocano sul momento, ma sono le conseguenze che produrranno o non produrranno in seguito
(es: il discorso di Churchill, incontro di Hitler e Mussolini…); prosegue la conferenza affermando che la
storia non è soltanto racconto, la storia è spiegazione. La scommessa “esistenziale” di Braudel consisteva nel
persuadersi che le vittoria di Hitler sarebbero state condannate ad una scadenza inappellabile della Storia.
All’avvenimento, all’evenemenziale, che è soltanto “superficie”, egli oppone “la storia profonda”, la storia
dell’uomo nella società, la massa dei fatti sociali il cui campo di studi è sparito tra una schiera di specialisti
(geografo, etnologo, sociologo ecc…).
In linea di principio lo storico dovrebbe riassumere in sé le prerogative di ciascuno per poter rendere conto di
quella complessità nel passato, dunque dovrebbe abbattere le barriere esistenti tra le diverse scienze sociali.
Braudel era professore al College de France dove, egli confessava, che sperimentava sugli ascoltatori delle
idee non ancora ben definite e forse per questo il terzo capitolo, incentrato sulla geostoria, è il più denso e
coerente: mette a confronto una geografia umana alla francese che lui conosce e la scuola di geopolitica
tedesca, che ha scoperto grazie alla Biblioteca di Magonza.
Nel tentativo di unire storia e scienza, Braudel si colloca nella storia innovativa propugnata dalle Annales,
rivista fondata da Frbvre e Bloch e che ha seguito da lontano.
Resta solo da capire un problema: Braudel non ha mai conservato nessuno dei suoi manoscritti, nemmeno i
quaderni inviati a Febvre, è stato ritrovata solo una fotocopia del quaderno scritto a Lubecca intitolato
“Braudel, conferenze”.
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Premessa
In questo volume sono raccolte più di venti conferenze tenute dall’agosto del 1941, all’Oflag XIIB di
Magonza. Il testo di questa “terza edizione” non riproduce esattamente il testo delle conferenze di Braudel,
ma ha apportato una serie di modifiche (modificando l’ordine dei capitoli, aggiungendone tre, diminuendo di
esempi ecc…). Secondo lui nel 1941 tutto era da spiegare, occorreva difendere le vere posizioni della storia,
allora troppo misconosciute. Braudel spiega di aver cercato di mantenere una posizione da storico senza
essere di parte mostrando cose e persone nel modo più oggettivo possibile. Il titolo di questo libro lo deve al
suo amico di prigionia Charles-André Vidal.
Il libro è diviso in due parti: la prima parte del libro è una lunga requisitoria in favore di una forma di storia,
è la ricerca di un metodo che tenta di privilegiare la chiarezza e la logica. La seconda parte è lo studio di una
serie di problemi tratti dall’esperienza e dalle discussioni quotidiane.

I - Tre definizioni: l’avvenimento, il caso e il sociale


Braduel ha la pretesa di spiegare il tempo presente al di là dei fatti contingenti dei mutamenti della vita
attuale, le circostanze che lo caratterizzano e i rivolgimenti che porta con se. Grande pretesa perché il mondo
è vasto, è complicato e non sempre facile da capire. La storia a cui egli auspica è una storia nuova,
imperialista e anche rivoluzionaria, capace, per rinnovarsi e compiersi, di saccheggiare le ricchezze delle
vicine scienze sociali. Una storia che è profondamente cambiata, che ha fatto notevoli passi avanti nella
conoscenza degli uomini e del mondo. Braduel la definirebbe grande storia, storia profonda.
• Grande storia: una storia che punta al generale, capace di estrapolare i particolari e di cogliere tutto ciò
che è vita, seguendo le strade maestre di verità. Ma perché la grande storia possa proiettare le sue luci,
occorre che avvengano grandi cataclismi che facciano percepire la tragicità del destino.
• Storia profonda: una storia degli uomini vista nella sua realtà collettiva, nell’evoluzione lenta delle
strutture, parola che assume significato di moda (strutture degli Stati, delle economie, società…).
La storia evenemenziale
Gli eventi ci assalgono da ogni parte e sembrano tessere al momento la storia che si sta compiendo. Gli anni
felice sono senta storia, cioè senza avvenimenti incombenti, ma noi non viviamo più anni felici. Abbiamo
ritrovato il sentimento tragico della storia. Tuttavia la peggior politica sarebbe ignorare gli eventi oppure
accettarli quali si presentano, ma i grandi eventi svaniscono rapidamente, spesso senza provocare le
importanti conseguenze che parevano annunciare. Un avvenimento è un fatto storico degno di nota come
afferma Anatole France. L’origine del fatto, dell’avvenimento, non implica necessariamente che si tratti
sempre di un fatto rilevante. Come potremmo saperlo nell’istante in cui avviene? A decidere della sua
importanza non è il rumore che al momento suscita, ma le conseguenze che produrrà o non produrrà in
seguito. Ma tali conseguenze sono figlie del tempo. I fatti segnalati come importanti nel presente, lo sono
dunque a titolo provvisorio, con riserva di revisione. Ed è na ragione in più per non sopravvalutarli tutti, per
non cedere alla loro indiscutibile importanza. Notiamo anche che gli eventi ci investono e svaniscono con
grande rapidità. Una manciata di eventi che, domani, sembreranno del tutto privi di interesse. Il gran fascio
di luce delle notizie illumina a piacimento quei momenti emozionanti e si concentra in pieno, per un istante,
sui padroni del mondo. Ce li mostrerà con scadenze fisse, per proporci ogni volta le loro conversazioni per
segnalarci che quegli incontri sono i drammi nel corsi dei quali si decide il nostro destino e il destino del
mondo. La stampa ci propina ogni giorno un nuovo spezzatino, sminuzzato in brevi istanti. L’arco di un
giorno è l’unità di misura obbligatoria dell’informazione, questa fabbrica di avvenimenti è sempre in attività.
Ma a anche pro andare a cercarle nelle varie categorie di avvenimenti? Oppure chiedersi se l’avvenimento,
istante di storia, possa corrispondere alla brevi organica dei nostri ricordi, a quel tracciato puntiforme che è il
lavoro della nostra memoria? In ogni caso una cosa è dimostrata o facile da dimostrare secondo Braudel: la
sua durata. Se si prova a cronometrare un avvenimento preso a caso si rimane colpiti dalla sua brevità.
Qualsiasi accadimento darà sempre la medesima, esatta impressione di un trailer. Per quanto siano
coinvolgenti, non ci raccontano mai un film completo, tutta la storia. La annunciano e la suggeriscono: sta a
noi pensarci, fantasticare. un avvenimento, nel tempo, è assai spesso ben poca cosa, anche se è grandissimo.

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Ma l’essenziale è poi cosi importante? Quei grandi uomini hanno davvero in mano il destino del mondo e il
loro stesso destino? Si e no. Molto spesso no, poiché nel migliore dei casi la loro funzione si limita a deviare
il destino dal suo corso normale per un solo istante, un breve istante se è misurato col metro della storia.
Troppo spesso vediamo dei presunti grandi uomini incarnare abusivamente il destino e deciderlo. Ma quanto
grandi sono in realtà? Gli avvenimenti sono gli uomini, questi o quelli, non importa. Il carattere umano o
individuale dell’avvenimento non sembra che ne accresca l’importanza. Quando il mondo è libero avviene
che una serie opposte di immagini si incontrano e si aggregano come possono. Senza dubbio questa storia
allo stato iniziale è piena di errori: è fallace e si mostra come la superficie fosforescente, discontinua della
vita del mondo senza pretendere nulla di più. Certo, mescola gli avvenimenti di rilievo ai fatti di cronaca
spicciola senza fare la minima distinzione, ma è pur sempre una storia al suo primo stadio, già consolidata,
con la forza e la potenza di chi ha accusato il territorio. Menzogna ma menzogna impregnata di verità.
L’uomo da principio ci si trova bene e si riconosce in essa, scritta giorno per giorno, perché è una storia a
misura delle sue passioni, delle sue illusioni e perciò carica di umanità e di poesia. Uno dei punti di forza
della storia evenemenziale consiste nel permetterci di pensare che il destino dipende dalla nostra volontà, che
siamo noi a fare la nostra storia. Essa stessa ci aiuta a crederlo, se non altro perché esalta i dominatori del
momento. La vita assume toni teneri e crudeli di un romanzo vissuto. Eppure, per quanto avvincenti, essi non
rappresentano l’interna storia del tempo che passa, ma ne rispecchiano solo la superficie. La storia non è
narrazione di avvenimenti puri e semplici, non è solo a misura dell’uomo, dell’individuo, bensì di tutti gli
uomini e delle realtà della loro vita collettiva.
Non tutti gli storici lo sanno
Si tenga presente che alla base di qualsiasi trattazione storica c’è una documentazione attinente sia agli
eventi, sia ad una vita vissuta. Il primo lavoro dello storico inizia con l’inventario, con la critica di questa
documentazione. Il secondo lavoro consisterebbe nel cercare, accanto ai primi, dei fatti minori che non
riguardano azioni straordinarie o personaggi illustri, ma gli atti della vita quotidiana. Questi piccoli fatti ci
permettono di cogliere la realtà della storia collettiva, della storia profonda. Ma non tutti gli storici si
impongono queste ricerche supplementari e determinanti. La storia evenemenziale, che non ritengono a quel
modo trascurabile (Braudel si limita a considerarla una categoria della storia, non la storia tutta intera)
esercita su di loro un fascino esclusivo. Questo genere di storici non is chiedono se al di furi di quella scena
si rappresentino o se siano rappresentate delle storie. Costoro non si chiedono se sotto la superficie esista una
profondità della storia. Si tratta di una serie di reportage trasferiti nel passato. Tuttavia la storia non è solo
racconto, è spiegazione al si là della propria configurazione storica. Braudel paragonagli avvenimenti ad un
nugolo di lucciole fosforescenti che vide mentre di trovava nello stato di Bahia. Al di la del loro splendore,
più o meno vivido, al di la della loro singola storia, resta da costruire il paesaggio che vi sta dietro. Di qui la
necessità di andare oltre l’alone luminoso degli avvenimenti, che è soltanto un primo stadio e spesso una
storia poco degna di nota.
Il ruolo del caso
“Spiegare”. Non era la parola imperante nel campo degli studi storici, alla Sorbona, verso il 1920. Allora vi
era troppa diffidenza per la grande storia. La filosofia dominante era contenuta nel manuale “Introduction à
la méthode des sciences historiques”, un inno alla prudenza scientifica, un’opera unicamente volta alla critica
di documenti anziché intesa a proporre una vera metodologia. Si imparava benissimo a leggere e a criticare
un testo, ma senza sospettare minimamente che i documenti scritti non fossero i soli materiali della storia.
Allora, si collezionavano fatti, avvenimenti,… di tanto in tanto qualcuno provava a spiegare alcuni fatti ma,
in quei tentativi, la curiosità non oltrepassava mai la storia biografica, politica e istituzionale. Nella maggior
parte dei casi ci si limitava alla biografia dei grandi personaggi, in quanto forniva il quadro di riferimento
ideale per una ricerca. Il rappresentante più brillante della storiografia francese è stato l’ellenista Maurice
Holleaux. Quando si trattava di spiegare gli avvenimenti, la sua diffidenza si scatenava. Gli storici, diceva,
passavano il tempo ad inventare delle cause. Per Holleaux il vero padrone del mondo era il caso. Il suo
intervento era visibile ovunque. Per lui infatti il caso era spesso l’implacabile destino antico. In procinto di
conquistare l’oriente, i romani sono tutti, compresi senatori, un branco di rossi contadini ignari sia della
geografia dei paesi orientali, sia dei loro sottili intrighi. Si eviti dunque di attribuire ai romani progetti troppo

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lungimiranti: agiscono alla giornata, senza rendersi conto di quello che fanno, né di dove andranno, ma il
caso li giuda benevolmente. Maurice Holleaux orientava ostinatamente la sua ricerca verso le congiunture
del caos, con una spiccata preferenza per le sorprese, le catastrofi imprevedibili. Ma è vero che il mondo
degli uomini è proprietà esclusiva del caso? Certamente si, se consideriamo isolatamente ciascun
avvenimento o piccolo destino individuale. È sicuramente un asso voler riassumere un intero movimento o
tutto un settore di storia in una persona eccezionale. In tal modo si sostituisce una storia insicura, perché è
incentrata su individui, a una storia molto più semplice e chiara, in quanto indagata nelle realtà sociali su cui
poggia. Es: la storia di un campo di prigionia è un cumulo di storie individuali non molto interessanti, storia
di ognuno e di ogni giorno, un succedersi di atti e di pensieri difficili da ricostruire. È anche la storia di
piccoli eventi pubblici, come un’evasione, una disputa, una diceria. Sarà difficile fare davvero luce sui fatti.
Facilissimo invece ricostruirne la storia collettiva, le condizioni di vita materiali e diversi periodi della vita
morale del gruppo. Per ottenere una ricostruzione perfetta basterebbero una dozzina di testimonianze. È la
storia dei gruppo ad offrirci un solido terreno di ricerca. Così potremmo fare luce anche sull’altra storia, sia
in ordine alla narrazione degli eventi, sia in ordine ai soliti particolari biografici.
Storia e scienze sociali
Non costruiremo una storia completa, se non coglieremo i fatti sociali in tutto il loro spessore, se non
affronteremo i fenomeni di massa cercando gli uomini la dove si vuole vedere solo l’uomo, sopratutto se non
utilizzeremo i risultati e gli strumenti dalle altre scienze sociali attigue ai cantieri della storia.
Paradossalmente, è proprio al recente sviluppo delle scienze sociali che si deve l’attuale crisi della storia,
dove gli sforzi della “Revue des synthese” e delle “Annales d’histoire economique et sociale” tendono a
creare una forma di storia nuova e rivoluzionaria. Se vogliamo studiare i fatti sociali, non serviamoci di una
sola fonte di luce, per quanto interessante essa sia. Ricordiamoci sempre che non siamo soli nella nostra
ricerca: ci spalleggiano le scienze sociali, che lavorano su tutto ciò che si può vedere, misurare, toccare con
mano. I geografi studiano la società nei suoi rapporti con lo spazio. Gli etnologi e gli etnografi hanno il
compito di indagare le forme di vita che presenta i suoi albori o di coglierne i balbettii. Lo statistico studia la
società dal punto di vista dei numeri. Agli economisti spetta considerarla sotto il profilo del dare e dell’avere,
partendo dal principii dell’atto come dovere. I giuristi studiano sia gli aspetti teorici del diritto sia le sue sue
leggi pratiche, senza le quali la società non potrebbe esistere. Ai sociologi infine spetta individuare i
meccanismi sociali considerati in se stessi e formulare le prospezioni profonde e incerte. Qui volgiamo solo
segnalare il contributo di quelle scienze che portano alla storia. Abbiamo detto che operano sull’attualità,
anche se ciascuna di esse ha un proprio settore riservato al passato. D’altra parte il lavoro dello storico,
incentrato sul passato, comprende dei compiti analoghi ai loro. Uno storico infatti non può non essere, pur
restando nel proprio ambito, anche geografo, economista, giurista. Quando studiamo le società di ieri,
dobbiamo preoccuparci anche di ciò che è duraturo, ovvero di ciò che persiste al di la dei mutamenti. Alcuni
studiosi francesi hanno avuto il grande merito di abbattere le barriere inutili e di restituire in tal modo alla
storia la sua dignità.Di rifare della storia, certo mai ignorata, ma non sempre considerata nel suo gusto
valore, una delle misure essenziali del mondo e anche una delle più efficaci, più di altre discipline, una
coordinata essenziale, sensibile e onnipresente: il tempo. E per di più il tempo in tutte le sue forme reali, il
tempo come tessuto connettivo, realtà di base di ogni fenomeno sociale. La storia ci permette di ricollocare i
grandi fatti nella giusta prospettiva. Essa è senza alcun dubbio una delle grandi spiegazioni del mondo e della
vita. E se esiste per lo storico un rapporto di dipendenza rispetto alle altre scienze sociali, egli conserva
nondimeno una posizione a se stante. Lo storico, dunque, proprio perché si situa ai margini dell’attuale, può
e deve, molto più facilmente degli altri, spogliarsi delle proprie passioni, liberarsi dai pregiudizi, dalle
speranze e dai risentimenti che ci pesano sul cuore. Che cosa è un grande evento? Non certo quello che fa più
scalpore sul momento, ma quello che provoca le conseguenze più importanti e numerose. Le conseguenze
non si manifestano al momento, sono figlie del tempo. Di qui i molteplici vantaggi che derivano dalla
possibilità di osservare un’epoca a distanza. Affinché un’epoca possa rivelare la sua struttura profonda,
occorre che sia sufficientemente distante dalla nostra. Il grande vantaggio di cui gode lo storico rispetto agli
altri studiosi è la distanza, un privilegio che gli permette di raggiungere l’essenziale con un margine di errore
assai più ridotto.

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II - La storia alla ricerca del mondo
Posizione della storia e dello storico
Di fronte a noi c’è il mondo sociale, l’intero mondo sociale, presente e passato. Dove andrebbe a finire la
storia senza certe costanti sociali indispensabili che appartengono all’uomo e alla società? Secondo Gaston
Roupnel tutto è già stato scritto. Il destino infatti ha fissato alla storia i suoi appuntamenti inderogabili. André
Cholley è un geografo che esprime una preoccupazione: egli dice che non è possibile concepire una
geografia se non incorporata in una organizzazione del mondo finalistica e razionale. Il mondo degli uomini
sul quale opera la storia deve essere studiato alla stregua delle realtà fisiche: dobbiamo osservarlo, procede a
deduzioni, collegare i risultati per mezzo di ipotesi provvisorie, avanzare per tentativi, sperimentare, cercare
delle leggi. Come i fisici, anche noi storici dobbiamo adottare un atteggiamento scientifico: osservare con
distacco, concludere senza preconcetti, a prescindere dalle passioni, dai calcoli personali, dalle singole
posizioni morali e sociali. Lo storico non deve giudicare, deve spiegare e capire. Aldous Huxley scrive: “Non
esiste una verità storica, riguardo al passato non vi sono più opinioni più o meno accettabili che variano di
generazioni in generazione. La storia è una funzione, in senso matematico, dell’ignoranza e dei pregiudizi
personali degli storici”. Anche se in questa invettiva vi è una parte di verità, Braudel è persuaso che non tutto
sia giusto. Egli è incline a mettere in bilancio, oltre all’ignoranza e ai pregiudizi, ciò che chiamerebbe la
posizione di vita degli storici, ovvero la somma dei loro opportunismi, dei partiti politici, religiosi e sociali.
Pregiudizi di cui ci si deve sbarazzare senza esitazione. Urge che lo storico, nell’atto stesso di iniziare un
libro o un discorso, si spogli di se stesso, eserciti su di se una sorveglianza continua, indichi esplicitamente la
propria posizione personale. I calcoli dei fisici tengono conto della posizione dell’osservatore in quanto essa
è una condizione che determina la sua verità. Lo stesso vale per lo storico, per lo studioso di scienze sociali.
La storia narrativa è, per la sua essenza, inesatta. Essa è ancora, insieme alla poesia, l’immagine più fedele
che l’uomo abbia tracciato di se stesso: è un ritratto. Montaigne ha detto la stessa costa della storia quale si
praticava ai suoi tempi, una storia puramente narrativa. Nel 1935 il filosofo Emile Brehier diceva: “Compito
dello storico è raccogliere i fatti più singolari, quelli che non si ripeteranno mai”. In tal modo veniamo
esclusi dal permanente, dai cosiddetti eterni ricorsi alla storia. Del 1941 è l’affermazione dello storico Karl
Brandi, che faceva propria una definizione pronunciata da Leopold Von Ranke intorno al 1850: “La storia è
un racconto”. Altri storici ci negheranno il diritto di parlare di esperienze o d sperimentazione, di ipotesi di
lavoro. Se dessimo loro ascolto negheremmo a noi stessi il diritto di parlare di scienze sociali. La parola
legge, esperienza e sperimentazione, noi le usiamo unicamente nel nostro campo, a nostro rischio e pericolo,
secondo le nostre possibilità e per i nostri usi. Se costituiscono un ostacolo, ne cercheremo altre. Per
esperienza si intende la possibilità di riunire una serie di documentazioni su casi analoghi, presenti e passati.
Questo modo di procedere ci permette di scomporre il problema nei suoi singoli elementi e di osservarmele
variazioni, sempre in relazione all’ambiente. Per sperimentazione si intende le esperienze esercitate
sull’attività, in vivo. Evidentemente il nostro approccio non può avvalersi delle facilitazioni delle scienze
esatte. Ma la scienza, in senso etimologico, è una conoscenza, un’indagine razionale. Come la parola scienza,
cosi si usa senza timore la parola legge. L’economia politica non teme più di formulare le proprie
osservazioni in forma di legge. Prendiamo lo studio di Pirenne sulle “Etapes sociales du capitalisme”: come
definirlo se non una legge sociale approssimata? Forse è venuta l’ora, nel campo della storia, di rifiutare le
esitazioni e le incertezze del campo sociale. Certo non si tratta di leggi rigorosamente scientifiche. Ma fin ora
studi e ricerche hanno inciso profondamente il terreno del sociale, lo hanno montato, vi hanno aperto nuove
vie. Le scienze sociali producono un gran numero di regole, di constatazioni importanti, teoriche e pratiche.
Così quando parliamo di storia profonda, dobbiamo pensare all’etnografo Leo Frobenius, che consiglia: “Mai
fermarsi alla superficie dei fatti” o all’economista Ferdinand Fries che raccomanda di “cercare il senso
profondo degli avvenimenti” o ancora al sociologo Francois Simiand, al quale di deve il termine storia
evenemenziale.
Divisioni della storia, divisioni del mondo?
La storia ha dovuto modellarsi sul suo oggetto, adattare le proprie divisioni alle categorie della vita. Per
questa ragione è diventata un’immagine della vita. Fino ad ora abbiamo distinto nella storia due strati
orizzontali: una storia evenemenziale e storia profonda. L’una sostiene l’altra, ma non basta aver stabilito la

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presenza dei due diversi livelli. Da molto tempo gli storici hanno imparato a distinguere varie categorie di
fatti sociali, settori differenziati tra loro: tutti gli approcci di uso ormai corrente, atti a sezionare
verticalmente la storia: fatti geografici innanzitutto, ovvero legami fra sociale e spazio; fatti culturali, inerenti
la civiltà; fatti etnici; fatti di struttura sociale; fatti economici e fatti politici. Naturalmente si possono
concepire altre divisioni con relative innumerevoli suddivisioni, ma le sezioni indicate basteranno per
disegnare un’immagine del mondo.
Prima sezione: i fatti geografici, che Braudel è incline a definire con il termine di geopolitica o di geostoria.
Queste parole sottolineano la presenza di un dinamismo dei fattori fisici e biologici che si trasmette alla vita
sociale, un dinamismo presente in tutte le epoche. Il difetto della geopolitica è di studiare questa azione
esterna unicamente sul piano delle realtà politiche e di assumere come oggetto lo Stato anziché la società
considerata nelle sue varie forme di attività. Di qui l’utilità del termine più largamente comprensivo di
geostoria. Andrebbe bene anche la geografia storica, se i manuali scolastici non avessero usato il termine in
senso riduttivo, limitandolo allo studio dei confini politici e delle ripartizioni amministrative. La parola
geostoria non è senza difetti: è del tutto nuova e poco armoniosa. Tuttavia ha il merito di segnalare con forza
un punto di vista scarsamente riconosciuto. Troppi storici ritengono più che sufficiente premettere ai propri
libri una introduzione geografica. Dopodiché non si parlerà più di ambiente naturale si continuerà ad
argomentare come se questo ambiente non contasse nulla e non contribuisse a determinare una parte
importante della nostra storia. Una eccellente definizione di geostoria l’ha data Karl Haushofer: “Lo spazio è
più importante del tempo”. Tutti riconoscono che la storia, non si svolge in piena libertà. La scena è costituita
da possibilità, da costanti imperiose: clima, stagioni, rilievo, sono altrettanti fattori di storia. Tanti fattori
fisici comandano la nostra vita. Perciò la geostoria è ricca di invarianze, immobilità, ripetizioni: è una storia
che sta ferma o che si muove ben poco. Gli storici attenti alle variazioni, intenti a seguire il film della vita
degli uomini, in generale non ne coglieranno le manifestazioni.
Seconda sezione: comprende i fatti culturali, cioè la storia di stati più resistente e più complessa degli stati
veri e propri: le civiltà. Le definizioni le chiederemo ai sociologi, agli etnografi e agli etnologi. Ad esempio:
quando è in gioco la Francia, siamo certi di conoscere l’enorme differenza che passa fra civiltà e le entità
politiche? La civiltà della Francia non è la Francia-stato. Ciò che conviene all’una non si attaglia all’altra.
Terza sezione: i fatti etnici. Esistono veramente le razze e, se cosi fosse, sarebbe lecito parlar di una storia del
sangue? Un’interna scuola di storici tedeschi ha puntato sull’idea di razza. In Francia si tende a negarla, forse
un po’ sbrigativamente. Si tratta di un problema molto rilevante sul quale dovremmo soffermarci ancora a
lungo. In ogni caso ci troveremmo in grosse difficoltà se dovessimo scrivere una storia del sangue
dell’Africa mediterranea.
La quarta, la quinta e la sesta sezione richiedono meno spiegazioni. Si vertono sui fatti di struttura sociale,
sui fatto politici e sui fatti economici. Troppo conosciuti perché se ne debba sottolineare l’originalità. Le
nostre esistenze si svolgono tutte all'interno di una società, di una economia, di un sistema politico: fasci di
forze condizionanti, dinamici, creatori. Ricondurre tutto a una realtà sociale, economica o politica, porta
semplificazioni convenienti. Riconoscere una priorità assoluta alla società, all'economia o alla politica
significa arrendersi a poteri ostili Ma è stato il materialismo economico, assai più degli altri due, a proporsi
come una spiegazione regolare.
Pur riconoscendo il suo valore relativo (penso anzi che una storia completa debba saper cogliere
l'evenemenziale), nel nostro studio prenderemo in considerazione i fatti profondi e non gli avvenimenti,
avvenimenti geografici o avvenimenti culturali, etnici, economici e politici. Ci occuperemo di ciò che evolve
lentamente, non subisce accelerazioni e si situa quindi al di là delle nostre azioni. La storia profonda infatti ci
travalica, cede la nostra misura di essere viventi. A noi è riservata soltanto la funzione di trasmettere i destini
che riceviamo dal passato. Ed abbiamo appena il tempo per intervenire per modificarli. Il passato imprime
duramente sul presente la propria impronta. In tali condizioni penso che a nessuno sfugga il pericolo nel
misurare la storia col metro etnologico delle nostre esistenze e dei nostri atti: un metro di una eseguita
irrisoria. Notiamo l'ordine della classificazione: geografia, civiltà, razza struttura sociale, economia e
politica. Tale classificazione si basa sulla velocità che caratterizza le diverse storie. Notiamo anche che
l'uomo interviene con minore difficoltà sulle più mobili delle storie profonde, ovvero su quelle che considera
giustamente più importanti perché più flessibili. Caratterizzate dalle velocità e dalla vicinanza nel tempo,
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permeate dall'elemento umano, queste storie dal fluire agitato, presentano un corso al quale il nostro
intervento può portare tante sensibili modificazioni. Forse è nel distinguere due strati di storia profonda, da
un lato la geostoria (la storia culturale, la storia etnica e la storia delle strutture sociali), dall'altro la storia
economica e la storia politica, che risiede una delle prospettive più interessanti della storia.
Dobbiamo diffidare di immagini e di paragoni troppo chiari e troppo esplicativi e riconoscere che la vita è
fatta di correnti che scorrono a velocità diverse. Ma stiamo attenti a non semplificare troppo, data l'enorme
complessità della vita stessa. Quando vogliamo spiegare una cosa, dobbiamo diffidare dell'eccessiva
semplicità delle nostre suddivisioni. Non dimentichiamo che sono gli storici a creare le suddivisioni e con
loro altri studiosi di discipline diverse. Il calco che la storia ci fornisce, per quanto fedele ed esatto, per
quanto utile sia, resta pur sempre un calco.

III - Geostoria: la società, lo spazio, il tempo


La geografia, una scienza incompiuta
La geografia è antica ma ancora in larga parte incompiuta. Bisogna saper descrivere per conoscere. La
materia della geografia è inesauribile, e quasi sempre da rifare per le nuove scoperte scientifiche, le nuove
attrezzature.
Del mondo colto nel presente non possiamo che tracciare uno schizzo fragile e inadeguato: i colori sono
freschi e già il modello non assomiglia più al ritratto. Scoprire, riscoprire, descrivere, ridefinire,… un lavoro
senza fine.
È la scienza più complessa, la più antica.
Descrivere ma anche spiegare: la geografia è una descrizione razionale dell’ambiente fisico e geologico
(detto environment) in cui vive l’essere umano. Si tratta di geografia umana, che però incontra vari pericoli.
Il primo è quello di tendere a voler spiegare tutto con l’ambiente geografico. Il secondo è l’abitudine di
parlare sempre in funzione dell’uomo (l’uomo e la foresta, l’uomo e il clima…).
L’école francaise ha saputo fare della descrizione un’arte esatta, sobria, evocatrice, di incontestabile bellezza,
un’arte di rappresentare secondo la migliore tradizione nostrana.
Erodoto non è soltanto il padre della storia, ma anche della geografia, una geografia profondamente mutata
rispetto ai suoi tempi e insieme sempre simile a se stessa, ricca di esperienze e di compiti appassionanti ma
forse troppo numerosi, spesso impastoiata nelle proprie tradizioni, in molti falsi problemi. Il suo passato non
le è sempre d’aiuto come nella storia (crisi della geografia crisi della storia). Nel 1942 si presenta ancora
come descrizione della terra e la storia si presenta come scienza dell’evenemenziale. Storia geografica:
strumenti che descrivono, colgono la vita nella sua immediatezza.
In realtà il vero oggetto di studio della geografia umana non è l’uomo, non è l’ambiente, ma la società,
l’ambiente sociale; è lo studio della società per mezzo dello spazio.
I geografi trascurano troppo la società, concentrandosi sull’uomo e su ciò che è il mondo fisico. Non
dimentichiamo le realtà dei gruppi, le comunità, i legami sociali. Tutto ciò che unisce l’uomo all’uomo e fa
della società estesa nello spazio un tessuto vivo. Sarebbe un progresso indiscutibile se alla misura dell’uomo
sostituissimo una volta per tutte la misura della società.
La geografia è una descrizione razionale: scienza del paesaggio, studio scientifico dell’ambiente fisico e
biologico. Geografi: veri maestri della nostra giovinezza.
Vidac vede l’ambiente geografico come un insieme di possibilità. L’oggetto, il cuore della geografia umana e
forse della geografia profonda non è l’uomo, ma la società dove l’uomo si muove.
Concetto di spazio mezzo, quadro di riferimento, nuovo Dio.
La società, la realtà sociale ambiente umano.
Le Bras la localizzazione: tracciato di fatti sociali sul piano geografico. Distribuire i fatti storici nello spazio
significa per forza capirli meglio e porre con maggior precisione i veri problemi (esempio: la Lorena alla
vigilia della rivoluzione francese: insurrezione girondina ha salvato il paese e la repubblica, è stata un’area di
riserva militare, la terra dei soldati. La geografia umana farebbe dei progressi decisivi se avesse una
consapevolezza dei limiti del suo metodo e si collegasse alle altre scienze dell’uomo e se prendesse le mosse
anche della società e dei suoi problemi. Tempo: realtà delle realtà sociali e della vita. L’ambiente fisico
sempre in rapporto alla misura dell’uomo.
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Due poli: uno il sociale e l’altro lo spazio la società si proietta nello spazio e aderisce ad esso. Il problema
della geografia e dei più grandi problemi sociologici e quindi un problema di storia.
Il trinomio dei geografi tedeschi: “Raum, Wirtschaft, Gesellschaft”
La vita di una società dipende da fattori fisici e biologici coi quali essa è in contatto e simbiosi. Tali fattori
influiscono sulla vita, e quindi sulla storia.
I geografi tedeschi adottano una classificazione per questi fattori: Raum, lo spazio, l’environment, con tutti i
suoi caratteri fisici; la Wirtschaft, ovvero l’economia; la Gesellschaft, la società.
Tutti questi aspetti sono interconnessi. Se il numero dei membri di una società aumenta, l’economia si
modifica di conseguenza e con essa lo spazio, o almeno quello occupato dall’uomo.
Come i corsi d’acqua, nei cicli di erosione, presentano fasi di giovinezza, di maturità, e di senilità, cosi certi
paesaggi sono giovani, adulti, e poi vecchi. Ciò accade quando l’uomo non sa più animarli né viverli col loro
aiuto.
Il geografo lavora sull’attuale e qui sta la sua debolezza e forza del mondo com’è. Geostoria: dipende dai
fattori e dai fatti fisici e biologici nella società. Tempo considerare da storico la geografia umana con la
massa dei problemi di vita. La società vive di spazio lo utilizza, lo sistema e lo consuma. Equilibrio
economico fra spazio e società. Più lo spazio è grande più si ha prosperità. Il mondo come spazio di ciò che
vive Fried afferma che il mondo dovrà rinunciare al capitalismo e organizzarsi in spazi economici ben
determinati, il mondo si dovrà adeguare alla misura dell’uomo e non viceversa.
Lo spazio può mutare in se stesso indipendentemente da altri fattori?
Certo, non è solo l’uomo a modificare questo spazio: il tempo degli uomini è lungo ma lo è ancora di più
quello del mondo. Il tempo storico in confronto è tanto breve da non poter contenere i drammi geografici. Lo
spazio, è stato sempre considerato una sorta di scena fissa, ma è vero? Esistono fenomeni stabili nel mondo
che ci circonda?
I due significati della geostoria
La geostoria è la storia che l’ambiente impone agli uomini condizionandoli con le sue costanti oppure con le
sue leggere variazioni. È lo studio di una duplice relazione che va dalla natura all’uomo e dall’uomo alla
natura, lo studio di un’azione e di una reazione mescolate e ripetute senza fine dalla realtà di ogni giorno.
Ci sono due geostorie che scorrono a velocità diverse. Una dal punto di vista della natura: è una storia
immobile, indefinitamente ripetuta nelle stesse condizioni e negli stessi periodi di tempo. Una dal punto di
vista degli uomini, che è lentissima, più di quanto immaginiamo.
L’unità del mondo, aspetto geografico della Rivoluzione industriale:
Una conseguenza della vittoria dell’uomo sulla distanza e sulla natura è senza dubbio il rimpicciolimento del
mondo e quindi la sua unità.
Poco a poco le civiltà si sono scoperte a vicenda con le scoperte geografiche e i vari scambi avvenuti nel
corso dei secoli: dopo quel lungo periodo la vita nel mondo ha subito una accelerazione intensa tanto da
portare gli uomini a scambiarsi le culture.
L’internazionalizzazione della cultura è una realtà, in virtù della peculiare mobilità degli elementi che la
compongono, cosi la scienza, l’arte, la letteratura.
Il mondo si coagula intorno a noi, si solidifica come un cristallo con una indifferenza impressionante per la
nostra sorte.
Sotto la spinta di questa unità anche l’economia diventa internazionale, e le guerre mondiali.
Come tante altre forze che fanno la storia la tendenza all’unità non è sempre crescente, costante, continuo. È
una corrente modulata, alternata, in cui si susseguono avanzate e retrocessioni.
Dopo queste riflessioni… com’è possibile che gli storici non riescano a percepire con chiarezza i grandi
problemi del futuro? Problemi di porte spalancate, di ventate d’aria che scuoteranno le nostre case. Basta con
i vecchi metodi, le vecchie idee, quelle del passato. Fraternità, fiducia, pace: tutte idee bellissime, sogni da
perseguire ma non realizzabili se non si guarda al passato con l’ottica di poter migliorare il futuro.

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