Sei sulla pagina 1di 14

LEOPARDI TESTI

T1 A PIETRO GIORDANI. L’AMICIZIA NERA E LA MALINCONIA

La lettera è indirizzata a Pietro Giordani, viene trattato il tema dell’amicizia e della noia; si parla di
Recanati posto chiuso, bigotto in cui la cultura non circola come ad esempio a Roma o a Milano,
quindi era molto una cultura conservatrice e molto influenzata dalla religiosità vigente nella
medesima città. Tratta anche del tema dell’infelicità e della tristezza e da alcuni critici
quest’epistola viene per giunta considerata come una sorta di prima confessione individuale,
morale e intellettuale.

Domande:
1) Perché giordani sembra assumere il ruolo di difensore di Recanati?
Giordani, amico di Leopardi e intellettuale piacentino, aveva mandato precedentemente a
quest’ultima una lettera all’amico, nella quale parlava di Recanati, e lo si evince dalla frase che si
trova al rigo 7 nella quale leopardi dice esplicitamente che non si aspettava che Giordani potesse
prendere le difese della sua città natale, egli aggiunge che il suo luogo natale è impossibile da
difendere, neanche se ci fossero cento buoni avvocati, e così che in seguito comincia ad elencare
tutte gli aspetti negativi di Recanati.
2) Quali sentimenti prova il giovane poeta nei confronti del suo villaggio?
Leopardi descrive Recanati con molta tristezza e malinconia, egli dice che l’aria non è salubre ma
umida, salmastra e fastidiosa, questo infatti poteva essere uno dei motivi della pessima condizione
di salute di Leopardi. Inoltre egli parla di noia, infatti nella sua città non si poteva fare nulla se non
chiudersi in casa nella biblioteca paterna a studiare, egli afferma di aver parlato pochissime volte
con gli abitanti del posto e di essere sempre tornato più triste e malinconico, il poeta infatti come
ben sappiamo vive con il costante desiderio di fuga lontano dal suo paese natale.
T4 RICORDI
Il testo è diviso in quattro stralci, distinti tratti tutti quanti dallo Zibaldone, il famoso diario di
leopardi. Nel primo si parla del valore del tempo, tema fondamentale per leopardi, lo scrittore
contrappone il periodo romano, esaltandone la cultura e la grande forza, e le epoche passate
rispetto al periodo contemporaneo, si contrappone inoltre il fragore del passato al silenzio
contemporaneo. Il passo si collega con “La sera al di di festa” del quale costituisce quasi una
versione in prosa.
Il secondo parla della madre, analizzando alcuni suoi aspetti e delineandone una sorta di ritratto.
egli la descrive come una donna spregevole, fredda, incapace di provare sentimenti e anaffettiva.
La donna, infatti, non aveva cura o interesse per i propri figli, anzi era contenta e non versava
lacrime se i propri figli morivano precocemente poiché si liberava del peso di mantenerli, se in
seguito essi si ammalavano non si preoccupava di curarli e se un medico affermava che erano vicini
alla morte ella gioiva. La madre considerava la bellezza dei figli una disgrazia, e preferiva che
questi fossero affetti da determinati problemi infatti se i figli erano brutti e deformi ella ringraziava
dio. La donna faceva pesare i difetti dei propri figli portandoli quasi a rinunciare alla loro vita, lei
inoltre non era contenta dei successi dei suoi figli, non li elogiava anzi li criticava ogni qual volta
facevano qualcosa di leggermente sbagliato. Leopardi descrive la madre come “spietata e feroce”
oppure con il termine “freddezza marmorea”, questo ci fa capire che egli non era per niente legato
a quest’ultima. Egli da inoltre colpa alla religione per questo carattere burbero della madre, lei
infatti era troppo conservativa e bigotta, come era la mentalità di tutti gli abitanti di Recanati.
Il terzo brano rievoca il piacere provato nel comporre e nello scrivere, il momento della creazione
di un’opera è un momento sublime che lo rende felice. paragonandolo alla gioia delle competizioni
e dei giochi fanciulleschi con i fratelli, in cui era possibile coinvolgere le energie del corpo.
Il quarto ricorda con rimpianto le parole di un’amica di famiglia che lo rimproverava di trascorrere
la giovinezza senza approfittarne. Ma leopardi sospetta che un medesimo rimpianto sia presente in
tutti, comunque trascorrano la giovinezza; e cioè che l’insoddisfazione per la propria capacità di
godere dei beni della giovinezza sia parte organica di quell’età, egli la rimpiange anche perché è
consapevole che non la può riavere. La giovinezza viene paragonata alla famosa età dell’oro
esaltata nel pessimismo storico, perché in questa è la non consapevolezza della realtà, l’uomo non
è adulto e non ha raggiunto quella maturità tale da far cadere le illusioni.
Da questi brani si evince lo stile dello Zibaldone, quest’opera infatti non era destinata alla
pubblicazione bensì il fatto che leopardi aveva scritto quest’opera per se stesso, contiene infatti
abbreviazioni, troviamo una disposizione disorganica e mescolata dagli appunti.
T6 LA TEORIA DEL PIACERE
In questo brano dello Zibaldone è presente il nucleo della teoria del piacere, nell’uomo vi è un
infinito desiderio di piacere, ma la possibilità di realizzazione di questo desiderio è finita, infatti
non consegue che l’inappagamento è inevitabile.
Teoria del piacere: ogni uomo va alla ricerca di un piacere assoluto che non esiste, il piacere è di
tipo fisico legato ai sensi soprattuto vista e udito (non è ideale tanto meno astratto) il desiderio del
piacere da parte di tutti gli uomini non ha confini e non può esaurirsi in un desiderio inesauribile o
circoscritto, ne dal punto di visto temprale ne dal punto di vista spaziale. La natura ha dotato
l’uomo di sensi inadeguati per raggiungere il piacere assoluto che non esiste, infatti l’uomo può
raggiungere tanti piaceri entro i limiti dei sensi, quindi quando l’uomo raggiunge il piacere, questo
si esaurisce e non lo soddisfa a pieno quindi va alla ricerca di un altro piacere, si tratta di tanti
piccoli piaceri pertanto non si può parlare dell’assolutezza del piacere. Il piacere provoca nell’uomo
felicità, precaria in quanto subito dopo comporta infelicità. Da non confondere desiderio con
piacere perché il desiderio porta alla ricerca del piacere.
T8 DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE
-L- Questo testo fu scritto nel 1824. Esso ha un significato centrale nella riflessione filosofica
leopardiana. Affronta infatti il tema nodale della natura, portando a maturazione una lunghissima
serie di pensieri depositati nello zibaldone. Qui crolla ogni residua fiducia o giustificazione nei
confronti della natura, considerata quale forza spietata ed impersonale, indifferente al destino dei
viventi e quindi nemica della loro felicità. La stessa crudeltà degli uomini, pure denunciata, è
ricondotta alla loro condizione naturale, con ripresa di un tema già presente in Voltaire. Ogni
prospettiva provvidenziale è in tal modo rovesciata: tutto concorre a rendere l’uomo infelice e
cattivo.
Un islandese è fuggito dalla Natura per tutta la vita, convinto che essa perseguiti l’uomo
rendendolo infelice, ma un giorno, mentre si trovava nel cuore dell’Africa, se la ritrova davanti,
essa viene personificata da una donna gigantesca, seminuda e che ricorda una delle veneri del
passato, una sorta di dea mater. Nel dialogo la Natura si mostra del tutto indifferente al desiderio
di felicità degli uomini. Non le importa se un uomo soffre e muore , e non le importerebbe neanche
se l’intera specie umana si estinguesse: l’unico suo scopo è quello di mantenere attivo il “perpetuo
circuito di produzione e distruzione”, il famoso circolo meccanicistico della vita.
Lo stile di quest’operetta, che pure non manca di ricorrere alla consueta ironia, si fonda
soprattutto sulla tecnica dell’accumulo, in generale all’elencazione di sofferenze e disgrazie.
Progredendo nella sua analisi dell’esperienza vissuta, l’Islandese passa a poco a poco dalla
descrizione all’accusa, trasformando il discorso in una sorta di arringa contro l’interlocutrice. La
natura infata viene detta nemica di tutti gli uomini.
Leopardi per descrivere l’esperienza della vita umana non ha scelto un personaggio importante,
come accade in alcune operette, ha invece preferito introdurre un protagonista “comune”, un
uomo definito solo dalla sua nazionalità e chiamato a rappresentare un punto di vista medio,
obiettivo, fondato sulla verità dell’esperienza diretta. Ciò rientra nella concezione leopardiana della
filosofia, ritenuta bisogno esistenziale e non professione specialistica.
Le tesi materialistiche non sono sostenute dall’islandese che si limita a raccontare la sua vicenda,
ma dalla natura; questa le presenta come dati ovvi e inequivocabili, con una sorta di cinismo. Le
domande di senso che l’islandese rivolge alla natura non possono avere nessuna risposta positiva e
soddisfacente, ma solo una risposta nei fatti che confermano spietatamente la logica materiale del
circolo meccanicistico di produzione e distruzione. La conclusione dell’opera è divisa in due
interpretazioni, infatti da un lato troviamo l’islandese che muore sbranato da un leone e dall’altro
l’islandese che viene inghiottito dalla tempesta di sabbia e diventa una mummia. Questo ribadisce
la riflessione dell’islandese e la legge emanata dalla natura.
-p- [-In sostanza possiamo riassumere che i temi fondamentali di quest’operetta sono: il rapporto
uomo-natura, da qui la natura prima benigna quando l’uomo è primitivo e poi maligna in seguito
all’avvento della civiltà, quindi l’uomo quando la natura è benigna vive in un limbo di felicità
perché non ha ancora a pieno utilizzato la ragione e non ha ancora scoperto la natura, in questo
periodo l’uomo vive di illusioni (definite fantasmi nello zibaldone), esse non hanno una
consistenza oggettiva ma sono fortemente soggettive, sono proiezioni di idee e desideri individuali,
attraverso queste l’uomo giunge al piacere, leopardi infatti dice che il piacere più grande della vita
è proprio il piacer vano delle illusioni e da qui la teoria del piacere. Una volta arrivati all’uomo
civilizzato si ha la ragione, un uso sistemico, l’uomo indaga la natura sottoponendola ad esame e
trovandola infondata. Quest’idea di infondatezza distrugge le illusioni ed è nociva alla vita
dell’uomo.
La potenza immaginativa dell’uomo civilizzato appartiene all’età della fanciullezza, e questo
corrisponde al primo stadio primitivo dell’uomo, con l’età adulta cadono le illusioni e l’uomo
comincia a soffrire e ad essere infelice, e qui in questo stadio la natura diventa matrigna, essa si
autoalimenta, ovvero mette al mondo esseri viventi con lo scopo di propagare la vita ma poi li
distrugge per alimentarsi e il ciclo meccanicistico diventa eterno. L’uomo civilizzato capisce ormai
questo ciclo della natura e quindi la definisce matrigna, e non può opporsi ad essa, l’unico scopo
che l’uomo ha è di illudersi felice e attaccarsi alle illusioni, andare alla ricerca del viver quieto, oltre
la ricerca del piacere, anche la ricerca dell’ozio, l’assenza di occupazioni e fatiche fisiche, ma questo
modus vivendi non da stabilità, e bisogna appunto cercare di viver inquiete, l’opposto dell’ozio, la
ricerca del piacere e cercare di non annoiarsi.]
T9 IL CANTICO DEL GALLO SILVESTRE
-L- Il gallo silvestre è un mito molto antico, leopardi infatti afferma di aver trovato un manoscritto,
(un po’ come fa Manzoni con i promessi sposi), egli appunto dice di aver tradotto il racconto da
questa pergamena scritta da alcuni maestri del passato in lingua ebraica. Egli fa parlare il gallo
silvestre, questa creatura mitologica dalle grandi dimensioni, rivolgendosi agli uomini. Leopardi
utilizza l’escamotage del manoscritto per dare sfoggio di erudizione, egli essendo poliglotta
conosce l’ebraico e utilizza infatti un linguaggio molto alto, inserendo anche termini ebraici, egli si
sentiva come se fosse un iniziato, colore che facevano parte di alcuni riti religiosi segreti, proprio
per questo motivo, con l’utilizzo della pergamena prova ad affascinare il suo pubblico. Il gallo si
chiama silvestre poiché vive nelle foreste, la storia è dunque che questa creatura richiama gli
uomini alla vita dopo il sogno notturno. Qui troviamo lo scontro tra sogno e realtà, il primo
collegato alla speranza e le illusioni e il secondo all’infelicità.
Quest‘operetta la si può contrapporre al canto del pastore notturno, nel quale leopardi attraverso
un uomo qualunque interroga la luna, in questo caso il Gallo parla al sole (non ricevendo però
alcuna risposta, questo per lasciare più ibera l’interpretazione per il lettore).
-p- Importanti sono le domande che il gallo rivolge al sole, le quali sono 7, questo numero si
collega ai 7 giorni della creazione, 7 bracci del candelabro ebreo, 7 furono gli anni di abbondanza e
carestia al tempo del patriarca Giuseppe.
Analisi studenti.it:
[il Cantico del gallo silvestre è stato scritto da Leopardi nel 1824 a Recanati. Il cantico appartiene
alla raccolta delle Operette morali. L'opera è suddivisa in due parti e la prima funge da
introduzione; un preambolo nella quale Leopardi afferma di aver trovato un cantico scritto in una
lingua orientale e di averlo tradotto dal verso in prosa perché era difficile da tradurre in italiano.
Dopo il proemio cominciano la parole del gallo: “su mortali destatevi” che indicano il sonno degli
esseri viventi. Con queste parole vuole ridare energia alla vita degli uomini che è simile alla morte
anche se la morte è eterna. Elemento nuovo: non solo le creature vanno verso la morte ma anche
l’universo invecchia e la sua morte sarà caratterizzata da un silenzio nudo e da una quiete altissima
che riempiranno lo spazio immenso (La parte finale dell’operetta presenta elementi che ricordano
l’Infinito). Aggettivi: “nudo” attribuito all’anima, “vita nuda” che non esiste più. Questi aggettivi
vengono usati per esprimere la fine dell’universo, la morte è l’ultima destinazione della vita umana
e rappresenta la personificazione del gallo silvestre, animale misterioso che sta sulla terra coi piedi
e tocca il cielo con la cresta e il becco. Gallo gigante a uso della ragione. Il Gallo è colossale come la
natura nell’islandese come a indicare qualcosa di inspiegabile e di misterioso. Su mortali destatevi:
voce che suona come un risveglio dal sonno per cominciare la vita quasi per ammonire l’uomo che
il risveglio dal sonno è un momento difficile, un momento in cui l’uomo si riconsegna nelle mani
dell’infelicità. A tutti il risvegliarsi è danno e converrebbe prolungare il sonno. Si ritorna nella
infelicità. Cederà per ammonire l’uomo che il risveglio dal sonno è un momento in cui l’uomo si
riconsegna nelle mani dell’infelicità (vivere come stato violento). Nel Dialogo della Natura e di un
Islandese si affronta il tema della natura il cui scopo è quello di mantenere perpetuo il ritmo
dell’universo. Nel cantico la finalità dell’essere delle cose è la morte e si ha un contrasto perché il
desiderio dell’uomo va verso la felicità. Ma nessuna cosa è felice. Sono presenti alcuni concetti
della vita: vita come pena e patimento. L’uomo si ingegna per sottrarsi al dolore e sopravvivere
nella speranza che si riesca a risolvere la negatività della vita.]
Riassunto studenti.it:
[Si tratta di un altro dialogo e questa volta chi pone le domande è un contemplatore dell’umanità
posto al di fuori del genere umano. E’ il gallo silvestre i cui piedi poggiano sulla terra e il capo tocca
il cielo, che invita gli uomini a non sognare, a non fantasticare ma a considerare la durissima
condizione umana. Per quanto ognuno tenti di procurarsi piaceri e benessere, la sola cosa che può
ritrovare ogni giorno è l’infelicità. Se anche sulla terra languisse ogni forma di vita, se i buoi non
muggissero più, se i prati seccassero, non più il sussurro delle api o delle farfalle, l’acqua, il vento,
l’uomo potrebbe essere più infelice di quanto è già? E ancora si rivolge al sole chiedendo se in un
solo giorno illuminato da lui, fin dall’inizio dei tempi, ha mai potuto vedere un uomo felice?
La speranza che investe l’uomo ogni giorno, quando al risveglio si illude che possa succedere
qualche cosa di buono, è vana e dipende soltanto da un maggior vigore dovuto al riposo che gli
darà più forza per accettare le disavventure delle prossime ore. Per ogni creatura è impossibile
dunque raggiungere la felicità e solo il sonno eterno della morte porrà fine alla sofferenza. E il
tema centrale dell’operetta è appunto la morte che pone fine a tutti gli esseri viventi e a tutte le
cose, il processo inarrestabile di decadimento che accompagna ogni essere fin dalla nascita,
dunque la distruzione e la morte come leggi universali.]
T7 CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA
-P- [Questo canto fu composto tra il 1829 e il 1830 e pubblicato nel 1831, si tratta di una delle
poesie di massimo spessore, perché l’autore riflette sulla vita umana e sull’infelicità. Lo scrittore
utilizza la maschera del pastore per esprimere i suoi pensieri, errante vuol dire che il pastore
viaggiava e si muoveva. Egli sceglie di far appartenere il suo protagonista all’asia, poiché aveva
letto un manoscritto di un autore russo chiamato Meiendorf che scrive su un giornale russo per
persone colte, egli pubblica l’articolo nel 1826 attirando l’attenzione di leopardi il quale trascrisse
alcune parti nello zibaldone, qui si parla dei pastori che fanno parte di queste popolazioni nomadi
dell’asia centrale, essi sono chiamati kirghisi e sono di origine mongola, loro usavano star seduti la
notte ad osservare la luna e il firmamento e nel mentre improvvisavano canti tristi e malinconici,
una sorta di nenie o di lamenti. Nel settecento inoltre tra gli scienziati e gli studiosi si era creata
una discussione riguardante l’asia, perché alcuni ritenevano che queste steppe sarebbero state la
culla della più antica civiltà umana, ma altri affermavano confutando quest’ipotesi che invece in
quell’area ci fosse stata un’attestazione cristiana o biblica, che viene ripresa nel periodo della
restaurazione per alimentare le ideologie romantiche che si basavano proprio sulla rivalutazione
dei popoli antichi che a loro volta avevano idee nazionalistiche e dove il popolo ne era protagonista
e ne faceva la storia. Le steppe ospitavano popolazioni di origine cristiana ed ebraica, e per questo
poteva affascinare gli intellettuali della fine del settecento e del romanticismo. In questa poesia
leopardi, affascinato da questo dibattito sull’asia, decide anche lui di diventare un pastore errante
ed interrogare la luna sui misteri della vita e dell’universo.
Questa è una canzone libera che contiene 6 stanze di endecasillabi e settenari variamente ritmati.
?(Il pastore nei primi versi si lamenta con la luna delle sua vita sempre uguale, anche quest’ultima
vive sempre la stessa vita, solo che la vita del pastore è limitata e finita, mentre quella della luna è
eterna. La luna corrisponde a Diana, dea della castità, essa non è coinvolta e ignora le sofferenze
dell’uomo.)?
Prima stanza: paragone tra vita monotona del pastore e corso sempre uguale della luna;
seconda stanza: il pastore illustra alla luna la vita umana, e concentra la sua attenzione sulla fase
finale della vita;
terza stanza: la gravidanza e il parto sono pericolosi e la vita è un male come (nella percezione già
dei genitori), pianto del bambino che soffre appena nato;
quarta stanza: il pastore immagina che la luna conosca il senso del mondo, del tempo e della vita
dell’uomo mentre per lui (il pastore) la vita non ha scopo e utilità, quindi è male;
quinta stanza: dalla luna al gregge, gli animali non hanno coscienza e per questo la loro condizione
di vita è migliore, non hanno memoria del dolore ne paura di morire, ne provano noia;
sesta stanza: ipotesi fantastica, se l’uomo potesse trasfigurarsi aumentando le proprie capacità
fisiche e intellettuali, es. avere le ali, forse sarebbe più felice, negli ultimi versi si nega questa
ipotesi per cui la vita stessa è male senza rimedio.
Il tema generale è che il dolore è una costante dell’esperienza umana, sin dal primo giorno che si
nasce, ad un certo punto alla fine della terza stanza c’è un cambiamento di prospettiva quando il
pastore considera la condizione della luna, la quale è indifferente al dolore e all’infelicità umana,
questo determina quel principio di solidarietà umana che chiede ci sia tra gli uomini per poter
combattere la natura matrigna e la sua indifferenza. La prospettiva viene dal fatto che la luna è
eterna e l’uomo no, importante poi la figura del gregge.
Questo è un componimento ricco di domande retoriche che vengono poste alla luna, leopardi
infatti utilizza un linguaggio tipico dell’incertezza e del dubbio; la sintassi è essenziale e discorsiva,
questo perché il canto è una sorta di monologo tra se del pastore, utilizza infatti un linguaggio
quotidiano. Importante dire che la rima iniziale e finale di ogni stanza è “-ale”, questo ha un suo
significato, leopardi vuole infatti avvicinare la lirica ad un canto primitivo, una nenia. Poi ci sono
numerosi verbi che indicano indeterminatezza di spazio, e di tempo.
Scheda del libro:
Il canto notturno si concentra su una rappresentazione dell’uomo il più possibile fedele
all’esperienza concreta. la vita appare un’alternanza di noia e di sofferenza, senza alcuna risposta al
bisogno di significato, cioè senza alcun valore certo che dia senso all’esistere.

Analisi internet:
Il Canto notturno di Leopardi è una canzone libera di 143 versi suddivisi in 6 stanze o lasse. Il
Canto ha la forma di un’allocuzione lirica rivolta da un nomade pastore, del tutto coincidente con
l’autore, alla luna.
La precisazione che si tratta di un pastore dell’Asia, alquanto generica, più che localizzare il
soggetto che canta allude al fatto che esso appartiene a un mondo lontano e primitivo e come tale è
interprete di una saggezza antica e forse più vicina alla verità: un pastore filosofo alla ricerca
disperata del senso della vita.
Prima strofa: Nella prima stanza il pastore si rivolge direttamente alla luna e la interroga sul senso
del suo moto perpetuo constatando l’analogia che corre fra la monotonia del corso lunare e quella
della vita quotidiana del conduttore di greggi. La luna è qui l’emblema della Natura, alla quale
Leopardi non cessa mai di rivolgere i suoi interrogativi (lo stesso accade, sul versante della prosa,
nel Dialogo della Natura e di un Islandese del 1824).
Seconda strofa: Nella seconda strofa la vita umana è equiparata al cammino faticoso di un vecchio
infermo, perseguitato dalle avversità del clima e diretto all’ultimo precipizio.
Terza strofa: Nella terza i tormenti dell’esistenza sono estesi al neonato, che ha bisogno di essere
consolato già dalla nascita e poi nella crescita dei mali dell’esistenza, con l’amara conclusione che
«se la vita è sventura» sarebbe forse meglio non nascere.
Quarta strofa: Se non è dato conoscerla all’uomo, forse la luna potrebbe sapere il senso della vita e
della morte – si chiede il pastore nella quarta stanza; da parte sua lui può soltanto rispondere che
la vita è dolore.
Quinta strofa: Nella quinta strofa un nuovo paragone, questa volta fra l’uomo e il gregge (simbolo
della naturalità animale), ribadisce l’infelicità umana: mentre il gregge riesce infatti a riposarsi
perché non ha memoria del dolore e non prova la noia, l’uomo è sempre ‘ingombrato’ da «un
fastidio», da un’accidia (noia, depressione) esistenziale che non gli dà pace.
Sesta strofa. Forse se sapesse volare come un uccello o vagare fra le sommità dei monti (figure
dell’impossibile) l’uomo potrebbe essere felice; o forse e più probabilmente l’uomo è condannato
all’infelicità in qualunque circostanza e in qualunque fase della vita e «funesto a chi nasce è il dì
natale» (ultima stanza).
Nelle sue stanze, ciascuna riservata a un quadro diverso (luna, vecchio, bambino, gregge), ma tutte
volte a ribadire la stessa amara considerazione, la canzone declina un unico motivo, e cioè che la
vita «è male» sempre e comunque.
Ma il pessimismo che la attraversa non si esprime qui con i toni accesi e disperati che acquista
altrove; la canzone è infatti una sorta di cantilena, un lamento sommesso e rassegnato, una nenia:
si noti in particolare il monotono ritorno della chiusura in -ale continuamente riecheggiante la
parola-chiave «male» («immortale, tale, mortale, cale, frale, animale, assale, natale»).
La cantabilità del componimento sembra rispondere alla volontà di riprodurre il canto primitivo,
con frasi brevi e paratattiche, versi tendenzialmente coincidenti con le pause sintattiche, insistite
ripetizioni.
Nel quadro dei canti pisano-recanatesi Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia si distingue
a prima vista per la scelta di un’ambientazione esotica. Mentre gli altri componimenti di questo
gruppo tendono infatti a collocare il discorso dell’io lirico nei paesaggi familiari recanatesi, i più
idonei a sollecitare il ricordo, nel Canto di un pastore errante Leopardi allude, nel titolo, a un luogo
lontano, l’Asia, senza peraltro fornirne una caratterizzazione precisa. Sappiamo solo che il pastore
si muove in un paesaggio deserto nel quale riposa il gregge e splende la luna.
Un notturno che ha molti tratti vaghi e indefiniti, tipici di questa stagione della poesia leopardiana,
e molti termini (il «deserto piano», il «profondo / infinito seren», la «solitudine immensa»)
evocativi dell’Infinito, peraltro menzionato due volte a pochissima distanza l’una dall’altra («Che fa
l’aria infinita, e quel profondo infinito seren?», vv. 87-88).
La seconda grande differenza – anche questa più apparente che reale – consiste nel fatto che l'io
lirico non è quello del poeta, ma di un uomo 'primitivo', vicino alla Natura e teoricamente vergine
nel modo di pensare. Ma l'essere primitivo non ha il valore positivo che poteva avere nella prima
fase del pensiero leopardiano: il pastore errante, infatti, mostra tutti i tratti, tutti i rovelli e tutta
l'infelicità dell'uomo moderno.
Quel pastore è pervenuto, con Leopardi, alla conclusione che nascere e vivere significano soffrire e
che forse alla luna, cioè alla natura, non «cale» ('non interessa, non importa') di ascoltare il
lamento degli uomini. È anche vero, però, che la natura non appare propriamente una nemica
dell'uomo (come accadeva nel Dialogo della Natura e di un Islandese, scritto sei anni prima), ma
piuttosto una compagna silenziosa del suo dolore.
Alla ricerca di una seppur muta solidarietà, il pastore umanizza la luna rifacendosi implicitamente
al mito che la identifica con la vergine cacciatrice Diana («Vergine luna», v. 39). Nello sviluppo del
componimento la luna è sempre definita con caratteri umani: oltre che «vergine», essa è di volta in
volta «intatta» ('immacolata'), «solinga, peregrina, silenziosa, muta, pensosa, giovinetta
immortal». La bianchezza è associata alla verginità della «giovinetta immortal», ma anche alla sua
lontananza e intangibilità. La luna non risponde, ma forse potrebbe farlo, a differenza del gregge,
al quale il pastore non chiede risposta («se tu parlar sapessi»).

PARAFRASI
Che fai tu luna in ciel! dimmi che fai, o luna amica del silenzio (silenziosa – sia riferito all’assoluto
silenzio del paesaggio notturno, sia alla consapevolezza del pastore che la luna non risponderà alle
sue domande)?
Spunti (sorgi) la sera e vai illuminando i deserti, quindi tramonti (indi ti posi) non sei ancora
soddisfatta (paga) di ripercorrere gli eterni sentieri del cielo (i sempiterni calli)?. Non provi affatto
noia (non prendi a schivo - litote), sei ancora desiderosa (vaga) di contemplare [dall’alto] queste
terre? La vita del pastore è simile alla tua [il confronto tra la vita del pastore e della luna è costruito
sulla base di una corrispondenza di verbi: vedi sorgi/sorge vv.3/11; vai/move vv.3/12;
contemplando i deserti/vede greggi vv.4/12-13; indi ti posi/poi stanco si riposa vv.4/14].
Si alza (sorge) alle prime luci dell’alba e spinge (move) il gregge oltre il suo campo, per vedere altri
greggi, altre sorgenti (fontane), altri prati (erbe); infine stanco si riposa al sopraggiungere della
sera (in su la sera): non spera di vedere mai cose diverse [non si aspetta alcun cambiamento].
Dimmi o luna, che significato ha la vita del pastore, e la vostra vita per voi [gli astri] (Al pastor…a
voi - chiasmo)? dimmi: dove è destinato questo mio breve vagare e il tuo percorso immortale?
Vecchio coi capelli bianchi [una lunga allegoria occupa l’intera strofa in cui la vita umana è
paragonata ad una corsa di un vecchio stanco e malato che finisce con una caduta in un abisso
dove dimentica tutto], debole, mal vestito e scalzo (bianco, infermo/mezzo vestito e scalzo -
climax), con un pesantissimo (gravissimo) fardello sulle spalle, attraverso le montagne e le valli,
attraverso sassi sporgenti (acuti), sabbia in cui si sprofonda (alta rena) e cespugli (fratte –
vv.24/25 climax), con il vento, con la tempesta, sia quando la stagione (l’ora) è torrida (avvampa –
d’estate), sia quando tutto è gelo (gela – d’inverno – vv.26/27 climax), corre via, corre, respira
affannosamente, attraversa (corre via, corre, anela/varca - climax) torrenti e paludi, cade, si rialza
(risorge - v.30 climax), e più si affretta senza mai un attimo di riposo o di tregua (senza posa o
ristoro), lacero, sanguinante; fino a quando arriva nel luogo (colà) dove tutte le sue fatiche furono
indirizzate, orrido abisso, smisurato, nel quale, precipitando, dimentica (obblia) ogni cosa [il punto
d’arrivo della vita umana è l’abisso della morte che cancella per sempre ogni ricordo].
Vergine [vergine perché miticamente personificata in Artemide-Diana, la vergine cacciatrice ed
anche perché estranea alle vicende umane] Luna, questa (tale) è la vita degli uomini [tale/mortale
= rima baciata].
L’uomo nasce con dolore (a fatica), e già alla nascita rischia di morire. Per prima cosa prova
angoscia e sofferenza [il pianto del bambino appena nato viene interpretato come dimostrazione di
pena e tormento]; e subito (in sul pricipio stesso) la madre e il padre cominciano (il prende) a
consolarlo per essere nato.
Poi man mano che cresce, i genitori lo aiutano (il sostiene) e di continuo (via pur sempre), con
azioni e parole, si sforzano (studiasi) di fargli coraggio (fargli core), e di consolarlo del fatto di
essere uomo (dell’umano stato): da parte dei genitori (parenti - latinismo) non viene fatto ai loro
figli altro compito (ufficio) più gradito di questo.
Ma perché far nascere (dare al sole – sta per: dare alla luce), perché mantenere poi in vita chi
bisogna (convenga = sia necessario) consolare? Se la vita è dolore e sofferenza (sventura), perché si
sopporta (si dura)?
Intatta [al v.37 la luna viene definita vergine e qui intatta, dando lo stesso significato di “non
toccata dalle vicende umane”] Luna, questa (tale riprende la stessa chiusa della strofa precedente)
è la condizione degli uomini.
Ma tu non sei mortale e forse poco ti importa (ti cale) delle mie parole.
Eppure tu, solitaria (solinga), eterna viandante del cielo (peregrina), che sei così pensierosa [la
luna appare al pastore come una creatura umana assorta nei suoi pensieri], tu forse [l’elemento
dubitativo sottolinea il relativismo di ogni intuizione del pastore] capisci che cosa sia questa vita
terrena, le nostre sofferenze, i sospiri, che cosa sia questo morire, questo estremo impallidimento
(supremo scolorare) del viso (del sembiante: Leopardi allude al biancore della morte), questo
scomparire (perir) della terra, e abbandonare (venir meno) le persone amate che ci hanno fatto a
lungo compagnia (ad ogni usata, amante compagnia).
Anche tu certamente comprendi il perché delle cose, e vedi l’utilità (il frutto – lo scopo del fluire
dei giorni) del mattino, della sera, del silenzioso incessante trascorrere del tempo.
Tu sai, certamente, a qual suo dolce amante sorrida la primavera [ogni anno la natura si fa bella
come una fanciulla per piacere al suo innammorato], a chi sia d’aiuto il caldo, e che cosa procuri
l’inverno (il verno) con i suoi ghiacciai.
Tu conosci mille cose, ne riscopri altrettante, che sono nascoste al semplice pastore.
Spesso quando io ti guardo (ti miro) mentre stai silenziosa (così muta – il silenzio ricorre come
elemento che connota l’indifferenza o il disinteresse della luna per le situazioni umane) sulla
pianura deserta che, all’orizzonte estremo (in suo giro lontano), confina con il cielo; oppure mentre
mi segui passo a passo (a mano a mano) me e il mio gregge; e quando guardo in cielo luccicare
(arder) le stelle; dico pensando fra me: che fanno tante stelle (facelle – da fiamma, voce dantesca)?
che cosa fa lo spazio senza fine del cielo (l’aria infinita) e l’immensa volta celeste (quel profondo
infinito seren)? Che cosa significa questa immensità [dell’universo] in cui l’uomo è solo (solitudine
immensa)? E io che cosa sono?
Così penso tra me e me (meco ragiono): e non so indovinare alcun senso (uso) e alcuno scopo
(frutto – v.97 chiasmo), sia della vita dell’universo così vasto e così grandioso (stanza smisurata e
superba), sia degli innumerevoli esseri che vi abitano (innumerabile famiglia); e neppure il senso e
lo scopo di tanto affaccendarsi (tanto adoprar), e dei numerosi movimenti (tanti moti) degli astri e
delle cose terrene che girando senza posa ritornano poi al punto di partenza (là donde son mosse).
Ma tu sicuramente [la luna ha una conoscenza superiore che le permette di conoscere il mistero
dell’universo], immortale giovinetta (giovinetta immortal – come ai vv. 37 e 57 in cui veniva
definita “Vergine luna” e “Intatta luna”), conosci già il tutto. Questo soltanto io so e capisco, che
dell’eterno movimento degli astri (eterni giri) e della mia fragile (frale = fragile, effimero) esistenza
qualche utilità e gioia l’avrà forse qualcun altro (altri); per me la vita è una condizione di dolore
(male).
[Il pastore adesso si rivolge al suo gregge e non più alla luna] O gregge mia che riposi (posi – che
stai sdraiata), o te beata che, credo non conosci la tua miseria!
Quanta invidia provo verso di te (ti porto)! Non solamente perché soffri pochi dolori; che ogni
fatica, ogni danno, ogni paura per quanto grande (estremo timor), dimentichi subito; ma
soprattutto (ma più) perché non sai che cosa sia la noia (tedio).
Quando stai sdraiata (tu siedi) all’ ombra, sul prato, sei tranquilla e contenta; e gran parte della tua
esistenza trascorri così senza provare noia.
Anche io sto seduto sul prato, all’ombra, e un pensiero mi opprime (m’ingombra) la mente, e una
irrequietezza (uno spron) quasi mi rode, così che, pur stando sdraiato, sono più che mai lontano
dal trovare pace o riposo (loco).
Eppure non desidero nulla (nulla non bramo), e non ho per il momento (fino a qui), alcun vero
motivo (cagion) di lamentarmi.
Io non so ripetere quanto tu gioisca; ma certamente sei fortunata.
Anch’io godo pochi piaceri, o gregge mia, ma non mi lamento solamente di questo [ma di essere
afflitto anche dalla noia].
Se tu sapessi parlare, io ti chiederei: dimmi: perché riposando nell’ozio ogni animale è contento,
invece, se io giaccio comodamente (a bell’agio) vengo assalito dalla noia (tedio = qui, noia
esistenziale)?
Forse, se io avessi le ali (ale – se fossi un uccello) e potessi volare sopra le nubi, e contare (noverar)
le stelle ad una ad una, oppure potessi errare come il tuono di vetta in vetta (di giogo in giogo),
sarei più felice (più felice sarei - anafora), dolce mio gregge, sarei più contento, candida [sempre
nello stesso senso per cui l’ha già definita vergine e intatta] Luna. O forse il mio pensiero si
allontana dalla verità (erra dal vero), quando guarda alla condizione altrui: forse in qualsiasi
aspetto (forma), in qualunque condizione (stato), sia dentro una tana (covile) o una culla (cuna), il
giorno della nascita (il dì natale) è causa di dolori e di lutti (funesto). [forse anche così nulla
cambierebbe perché sia l’uomo che l’animale possono provare il male di vivere. Nel verso di
chiusura non si intravede nessuna speranza]

T11 IL DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE


-L- Questo breve dialogo fu composto nel 1832, il tema presentato è un aspetto della “teoria del
piacere”: la felicità è sempre nel futuro; così che il desiderio di vivere e il giudizio positivo sulla vita
si basano su un’attesa che non si realizzerà mai e dunque su un ‘illusione.
-p- Qui troviamo un esempio di maieutica, tecnica adoperata da Socrate, interrogava
l’interlocutore per poi carpire la verità, tratta della questione se la vita sia bella o meno, leopardi
affronta questo tema con leggerezza, troviamo infatti battute rapide e veloci, si arriva infine alla
conclusione pessimistica (cosmico), infatti la vita non è una cosa bella, solo l’illusione della vita
futura lo è. Tema della noia
-L- In questo scambio di battute tra il venditore e il passante troviamo una serie di domande
incalzanti da parte del secondo nei confronti del primo. Le frasi pronunciate dal passeggere sono
inoltre più lunghe ed articolate, quelle del venditore sono più secche e quasi balbettali, il passante
mentre fa le domande è come se sapesse già la risposta e per tanto il venditore non fa altro che
confermare. Egli così rappresenta un ingenuo punto di vista ottimistico: l’anno a venire sarà più
bello di tutti i precedenti; il passante gli contrappone una visione pessimistica: l’unico piacere vero
è quello che sta nel futuro, perché il piacere consiste nell’attesa e nella speranza, l’illusione, senza
mai darsi nel presente e nella realtà.
COMPITO, CONFRONTO CON IL CORTOMETRAGGIO DI ERMANNO OLMI

T10 DIALOGO DI PLOTINO E DI PORFIRIO


-P- Qui si affronta il tema della solidarietà; la vittoria della pietà sul dolore collettivo umano,
quindi qui leopardi afferma che l’uomo da solo non può farcela a sconfiggere il dolore e per questo
motivo deve essere solidale e chiedere aiuto agli altri esseri umani che vivono la stessa situazione,
questa vittoria della pietà va ad inserirsi nel discorso della solidarietà umana contro la natura,
l’uomo viene confortato grazie alla pietà e da quell’affettuoso legame che c’è tra gli esseri umani.
Leopardi sceglie due filosofi che sostengono due tesi opposte, per Porfirio il suicidio è una
soluzione legittima all’infelicità, di parere opposto è Plotino, che vuole dissuadere il suo amico da
questo proposito, vengono analizzate alcune tesi presenti anche in Platone che avrebbero lo scopo
utile più alla società che all’individuo, cioè di scoraggiare dell’avvenire contro gli altri per timore di
pene e di calamità quindi questi insegnamenti tendono a scoraggiare l’individuo ad agire da solo e
per questo si parla di solidarietà. Porfirio sottolinea che dopo la morte non c’è nulla e quindi in un
certo modo cancella tutte quelle credenze che ruotano intorno alla vita ultraterrena e sostiene che
chi ha timore della morte è solo chi ha paura di trovare una vita ultraterrena poco felice e vive con
timore e ansietà su questa terra, se l’uomo vive con l’ansia è ovvio che vive infelice e quindi il
rimedio per non vivere nella noia è il suicidio, unico strumento che la natura maligna ha concesso
all’uomo, questo diventa dunque un disegno abbastanza crudele, infatti questo canto è posto nello
stadio del pessimismo agonistico. Plotino dunque si oppone e filosoficamente cerca di far capire
all’amico che con il suicidio non porta a nulla, e che quindi le leggi della natura vanno rispettate, di
fronte ai meccanismi implacabili del ciclo della natura, l’uomo non può farci nulla e quindi cercare
di ritornare a quel pessimismo storico iniziale dove l’uomo viveva nella fantasia, nelle illusioni e
non pensava alla morte. Egli dice che l’unica cosa da fare è provare solidarietà tra gli uomini, e non
commettere atti così drammatici. La natura primitiva era ormai lontana dall’uomo moderno.

T1 L’ULTIMO CANTO DI SAFFO


-P- Sappiamo che Saffo vive tra il settimo e il sesto a.C., lei si era innamorata di un giovane di
nome Faone il quale non ricambia l’amore e quest’ultima si getta da una rupe.
La lirica è stata composta in una settimana nel maggio 1822, dal 13 al 19, sappiamo questa data
precisa perché questa poesia reca una postilla che accompagna il testo autografato dall’autore
stesso. È una canzone libera, si tratta di quattro strofe da diciotto versi ciascuna, tutti endecasillabi
tolto il penultimo, settenario, le rime sono libere per i primi sedici versi, le ultime due sono
baciate.
Nella prima strofa si parla della descrizione di un paesaggio, nella seconda del rifiuto della natura,
sia tempestosa che serena, la natura infatti aveva respinto Saffo donandole la bruttezza.
Leopardi inizialmente utilizza il noi per indicare lui e la poetessa greca, mentre al centro della
canzone al verso 47 utilizza un “nostro” riferendosi alla condizione esistenziale dell’uomo, si passa
infatti da un pessimismo storico ad un pessimismo cosmico. Egli fa inoltre molti riferimenti alla
mitologia. Utilizza un paesaggio indeterminato e infinito per far crescere il tono solenne della
canzone.
Scheda libro:

Analisi internet:
La canzone Ultimo canto di Saffo è costruita in forma di monologo: un lamento polemico che Saffo
pronuncia prima di suicidarsi spiegando i motivi che l’hanno indotta a quel gesto.
Nelle prime due strofe Saffo si rappresenta come la «dispregiata amante» di una natura che lei
ama e della quale descrive dettagliatamente le bellezze («Bello il tuo manto, o divo cielo»). Il suo
ruolo nel mondo è quello dell'ospite non desiderata: perfino il torrente muta il suo corso per non
toccarle il piede.

Nella terza strofa, dopo essersi interrogata senza risposta sulle cause della sua esclusione, Saffo
conclude che in questo mondo «virtù non luce in disadorno ammanto»: la bruttezza del corpo
impedisce che vengano riconosciute le virtù dell'individuo, sia che si manifestino in «virili
imprese» sia che si esprimano, come nel caso di Saffo-Leopardi, «per dotta lira o canto», cioè
attraverso la poesia.
Solo nell’ultima strofa, proclamata l’intenzione suicida («Morremo»), Saffo si rivolge all’ingrato
amante («E tu cui lungo amore indarno […] mi strinse») augurandogli ironicamente una vita
felice, «se felice in terra / visse nato mortal». A lei, abbandonate le illusioni della fanciullezza
(«sperate palme e dilettosi errori»), non resta che «il Tartaro», «l’atra notte, e la silente riva» dei
morti.
Il tema del suicidio come protesta estrema e titanica lega l'Ultimo canto di Saffo al Bruto minore,
che la precede di poco cronologicamente (1821).
Anche Bruto è un personaggio storico che sceglie polemicamente la morte. La rivolta di Bruto è
motivata dalla caduta della libertà repubblicana e, con essa, degli ideali dell'antichità: l’uomo
virtuoso non ha più spazio in un mondo che ha smarrito i suoi valori.
Saffo, invece, non si confronta con la storia, bensì con la natura: una natura che è stata malevola
nei suoi riguardi concedendole una grande sensibilità alla bellezza, ma non di essere bella.
Il continuo alternarsi dell’io con il noi rispecchia un'ambiguità di fondo del testo. Saffo parla infatti
di se stessa e sembra ricondurre la propria infelicità a un caso eccezionale (l'essere virtuosa, ma
brutta); a tratti, però, le sue considerazioni sul proprio destino sembrano estendersi all'umanità in
generale: «Arcano è tutto, / fuor che il nostro dolor. Negletta prole / nascemmo al pianto, e la
ragione in grembo / de' celesti si posa». Le osservazioni sui mali della vita (la fine delle illusioni
con il finire della giovinezza, la malattia, la vecchia, la morte) e il dubbio che possa davvero esistere
una felicità per l’uomo («se felice in terra / visse nato mortal») fanno pensare che Saffo non stia
parlando solo di se stessa.
Con l'Ultimo canto di Saffo Leopardi si avvia verso una nuova fase del suo pessimismo, che troverà
forma nei canti pisano-recanatesi.
Anche il rapporto di Saffo con la natura mostra aspetti ambigui. È un rapporto di amore e odio,
perché la natura l'attrae e nello stesso tempo la rifiuta. Ma in realtà è Saffo a sentirsi rifiutata
dall'oggetto del suo amore.
La rappresentazione del paesaggio che fa da sfondo all'Ultimo canto di Saffo reca tracce evidenti di
questa duplicità. Lo scenario, infatti, è sospeso fra notte e alba (l'alba è tradizionalmente l'ora dei
suicidi) e fra la rappresentazione di una natura splendida e armoniosa e quella di una natura buia e
ostile che Saffo sente più in armonia con il proprio stato d'animo. La sua condizione di esclusa la
rende infatti paradossalmente meno infelice («noi il gaudio ravviva») quando il cielo si scatena nel
temporale. Ma quel cielo tempestoso riflette anche l'ira che muove la sua protesta.
Lo stile dell'Ultimo canto di Saffo è, come quello delle canzoni in generale, ardito e peregrino.
Nomi e immagini che rimandano al mondo classico (la Parca che avvolge il fuso, Dite, il Tartaro),
espressioni ricercate («arcano consiglio», «negletta prole», «eterea porta», «il cieco dispensator
dei casi»), metafore tradizionali («il velindegno», «l'ombra della gelida morte») rendono il testo
difficile e solenne.
Nello stesso tempo, il lamento dell'amante rifiutata assume spesso cadenze elegiache che
richiamano quel lessico vago e indefinito che acquisterà un'importanza sempre maggiore nella
successiva poesia leopardiana. Già i primi versi, infatti, che descrivono un notturno (ne troveremo
numerosi altri, per esempio nel Canto notturno, in Alla luna, ne La sera del dì di festa) suscitano
quella sensazione di «vago e incerto» che, secondo Leopardi, «favorisce sommamente la poesia».

PARAFRASI
Notte tranquilla e casto raggio

della luna al tramonto; e tu [il pianeta Venere], che annunci il sorgere

del giorno, spunti sulla rupe

fra gli alberi della selva silenziosa; oh immagini gioiose e care

ai miei occhi, mentre mi furono sconosciute

[la sciagura che mi avrebbero procurato] le Erinni e il destino;


ormai un dolce spettacolo non offre piacere

a chi coltiva sentimenti disperati.

Una gioia insolita ci anima

quando il soffio polveroso dei venti

turbina per l’aria limpida

e per i campi sconvolti, e quando

il pesante carro di Giove squarcia

il cielo oscuro sulle nostre teste

con il [fragore del] suo tuono.

A noi piace nuotare nella tempesta

tra i dirupi e le valli profonde,

a noi [piace] la fuga confusa delle greggi impaurite,

il fragore e l’ira dell’onda che rompe gli argini non sicuri

del fiume in piena.

O cielo divino, il tuo manto è bello,

e bella sei tu, terra bagnata dalla rugiada. Ahimè,

gli dei e la sorte spietata non resero

partecipe la misera Saffo di tutta

questa smisurata bellezza. Rivolgo invano i miei occhi e il cuore

supplichevoli alle tue bellezze, o natura,

io che sono nei tuoi splendidi regni

come un’ospite disprezzata e mal tollerata,

e una amante non corrisposta. A me non sorride

la terra soleggiata, [non sorride] l’albeggiare mattutino

dalla porta del cielo [l’Oriente]; né mi salutano

il canto degli uccelli variopinti e il mormorio

dei faggi: e all’ombra dei salici con i loro rami

inclinati sulla terra, dove un ruscello limpido

distende le sue chiare acque, esso con sdegno

sottrae il suo fluire serpeggiante

al mio piede incerto,

e nel fuggire urta le sponde profumate dai fiori.

Di quale colpa mai, di quale grave peccato

mi sono macchiata prima ancora di nascere, per cui

il cielo e il volto della fortuna mi fossero così avversi?

Quale peccato commisi da bambina, quando la vita

non conosce il male, per cui poi, privo di giovinezza


e sfiorito, il filo arrugginito della mia esistenza

si avvolgesse al fuso della Parca implacabile? Le tue labbra

pronunciano frasi avventate: un oscuro fato

muove il corso degli eventi. Tutto è oscuro,

tranne che il nostro dolore. Venimmo alla luce come figli trascurati e

destinati al dolore, e la ragione risiede nella volontà degli dei. Oh affanni!

Oh speranza degli anni della giovinezza! Alle apparenze,

alle belle apparenze il Padre attribuì il dominio eterno

tra gli uomini; e non risplende [alcuna] virtù

in un corpo deforme, per quanto possano esserci imprese eroiche,

per quanto si abbiano abilità poetiche.

Moriremo. Una volte che il corpo deforme sarà abbandonato

a terra, l’anima nuda troverà rifugio presso Dite,

e correggerà il crudele errore

del destino cieco. E tu, Faone, cui mi legò

inutilmente un lungo amore e una passione vana

scaturita da un desiderio mai soddisfatto, vivi felice,

semmai ci sia stato in terra un uomo felice.

Giove non mi cosparse col liquido soave contenuto nel vaso

della felicità, dopo che l’illusione e la speranza

della mia giovinezza morirono. I giorni più felici

della nostra vita sono i primi a dissolversi.

Vengono poi la malattia, la vecchiaia e la minaccia

della gelida morte. Di tanti

fantasticati premi e piacevoli illusioni

mi rimane solo la morte; e Proserpina, il tenebroso regno dei morti

e il silente corso dell’Acheronte già posseggono

il mio nobile ingegno.

Potrebbero piacerti anche