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scenza e verità è causa, e se supera in bellezza conoscenza e ve­


rità: certo qui tu non intendi parlare del piacere.
— Non bestemmiare! — dissi — Ma considera la sua imma­
gine ancora meglio, in questo modo.
b
— Sarai d’accordo, no ?, io credo, nel dire che il sole dà agli
oggetti visibili non soltanto la possibilità di essere veduti, ma dà
anche vita, sviluppo e nutrimento, pur non essendo il sole né
vita né generazione.
— E come no?
— Così gli esseri conoscibili dirai che non hanno dal Bene
soltanto la possibilità di essere conosciuti, ma anche il loro essere
e la loro essenza, per quanto il Bene non sia affatto essenza, ma
qualcosa di molto più elevato dell’essenza, in dignità e potenza.

XX — E Glaucone molto buffamente: — Per Apollo — c


esclamò — quale mai divina trascendenza!
— La colpa è tua — dissi — che mi hai costretto ad esprimere
il mio pensiero su questo punto.
— Né ti fermare, in nessun modo — si raccomandò — alme­
no fino a che tu non abbia finito di esporre questa tua analogia
col sole, tanto più se hai lasciato indietro qualcosa.
—- Eh sì, e molte cose anche ho tralasciato — affermai.
— Ma non tralasciarne punte — disse —, neppure una pic­
colissima parte.
— Ho paura invece di lasciarne e non poche — seguitai —:
ad ogni modo, per quanto ora mi c possibile, cercherò di non
omettere nulla.
— No, via! — esclamò.
— Pensa, dunque — dissi —, che, come stiamo dicendo, due d
siano quei sommi princìpi e che l’uno regni sul genere e sul
mondo intelligibile, l’altro sul mondo visibile, per non dire sul
cielo, a che tu non creda io voglia dimostrare la mia abilità sui
nomi. Hai dunque bene a mente queste due specie, visibile e
intelligibile1 ?
— Le ho presenti.i.

i. Data la somiglianza fra oupavói; (cielo) c èprrró^ (visibile), popolarmente si rite­


neva che ciclo derivasse, come ópa'rAt, da òpàu> (vedere). Cfr. Cratilo, ^g6a-c. D’onde,

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LIBRO SESTO 541

Presa ora una linea divisa in due parti disuguali1, dividi


ancora ciascuna parte nella stessa proporzione, e cioè tanto la
parte della specie visibile quanto quella della specie intelligibile,
1e secondo la rispettiva
• • • • \ •
chiarezza e oscurità in quella parte relati­
va al mondo visibile tu avrai una prima sezione, quella delle e
immagini. E per immagini intendo innanzi tutto le ombre, in 510
secondo luogo i fantasmi riflessi nelle acque e sulle superfici dei
corpi compatti lisci e lucidi c tutte le altre rappresentazioni del
genere, se capisci.
— Capisco.
— Nell’altra sezione poni quegli oggetti di cui nella prima
sezione abbiamo veduto le immagini, e cioè gli esseri viventi che
ci circondano, il mondo vegetale e ogni genere di prodotti umani.
È così che pongo — disse.
— Vorrai concedere anche che questa prima sezione si divide
in vero e falso — io chiesi — e che l’immagine sta all’oggetto di

il Sole è re del ciclo (oùpavoO) e quindi del visibile (óptrTOu).


Qui Platone, che passa dal mito ad una discussione più strettamente filosofica,
amore dei Sofisti
questioni linguistiche (cfr. Protagora, 538^-5490). Non a caso egli dice: « a che tu non

tfotpL^ecròai (sofìzesthaì): 7Upt 'tò Òvojia (cfr. M. Untersteiner, Sofisti - fe-


stimonianze e frammenti, fase. I, p. xvn, Firenze, 1949). 11 che è confermato dal
Cratilo, 396^-3970. D’altra parte può essere interessante ricordare che per Platone,
miticamente parlando, la sede propria delle idee, del mondo intelligibile, visibile sol­
tanto aU’occhio della mente, c appunto il sopracielo, ì'ipertiranio (cfr. Fedro 247C).
Le idee, in effetto, proprio in quanto essenze pure e non afferrabili sensibilmente, non
hanno luogo alcuno, per cui si può dire che logicamente - non materialmente - tra­
scendono ciò che è contenuto dei sensi, dell’occhio fisico, donde la distinzione fra
mondo intelligibile e mondo sensibile o visibile, il secondo oggetto di opinione, di
scienza il primo. Si capisce, dunque, come nel Fedro Platone ponga le idee in un
luogo sopracclestialc, sopravisibile: c un mito, e trattandosi di un mito c chiaro che

inoltre interessante notare come qui Platone non distingua due piani di realtà metafisica­
mente dati. I due mondi sono due modi diversi di atteggiarsi verso la realtà che in
quanto tale è quella che c, intelligibile in sé.
1. « La lezione fivira (disuguale) si può dir certa: fu proposto di mutarla in
(uguale), ma senza costrutto: con dviaa si domanda: perché disuguale? con
Etra si domanderebbe: perché uguale? Con fcviaa però c’è una domanda ulteriore:
quale sarà la parte più grande? Quella del mondo intelligibile, rispondono alcuni,
intendendo che la maggior grandezza corrisponda alla maggior chiarezza: quella

del ragionamento » (Fraccaroli). Cfr. Nota bibliografica.

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cui essa è immagine come l’oggetto dell’opinione sta a quello


della conoscenza?
— Sicuro che lo concedo — rispose.
— Considera ora in che modo si deve dividere, a sua volta,
la sezione relativa all’intelligibile.
— Come?
— In modo che nella prima parte di questa sezione l’anima
sia costretta, procedendo nella sua ricerca, a servirsi, come se
fossero immagini, di quegli oggetti che nella prima sezione era­
no imitati ', esaminando così per via di ipotesi non risalendo al
principio, ma discendendo alla conclusione: nella seconda parte
invece 1’anima, risalendo dalle ipotesi ad un principio non ipote­
tico, proceda, indipendentemente da quelle immagini, di cui
nell’altra sezione si serviva, ed attui la propria ricerca soltanto
con le idee e per mezzo delle sole idee.
Questo che hai detto affermò — non l’ho capito bene,
Daccapo allora dissi —, che più facilmente capirai pre­
mettendo alcune considerazioni. Come io penso tu saprai certa­
mente che coloro che si occupano di geometria, di aritmetica e
di altre questioni del genere, suppongono il pari e il dispari, le
figure, tre specie d’angoli ed altre cose simili, a seconda dell’og­
getto della propria ricerca, e, ammesse per conosciute queste
cose, le erigono ad ipotesi e ritengono di non doverne dare più
ragione né a sé né agli altri, come se fossero princìpi assiomatici
per tutti, e, partendo da questi, passano a trattare tutto il resto
deducendo così di conseguenza in conseguenza quella conclusio­
ne in virtù della quale avevano preso le mosse.
— Esattamente, questo lo so disse.
— E allora tu sai anche che si servono di figure visibili e che
ragionano su queste figure, senza tuttavia pensare ad esse in
quanto visibili, ma alle altre, a quelle di cui queste sono imma­
gine: e cioè discorrono di quello che è il quadrato in sé, della
diagonale in sé, e non della diagonale ch’essi tracciano; e lo stes­
so si ripeta di tutte le altre figure: di queste figure che modella­
no e disegnano, c di cui anche si hanno ombre e immagini nel­
l’acqua, si servono come di immagini, per giungere a cogliere
invece altre forme, ciò che è in sé e per sé, e che non altrimen-

i. Gli oggetti del senso.

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libro sesto 543

ti si potrebbero vedere se non attraverso il pensiero discorsivo. 511


— Tu parli secondo verità! — esclamò.

XXI — Questo aspetto, dunque, io l’ho detto intelligibile,


ma tale che l’anima, in questa sua ricerca dell’intelligibile, è co­
stretta a servirsi di ipotesi, non per andare al principio, che oltre
le ipotesi non può risalire, ma usando a mo’ di immagini quegli
stessi oggetti che nella sezione inferiore sono a loro volta oggetto
d’immagini, e che ora, rispetto a quelle immagini di prima, ven­
gono giudicati come realtà e tenuti in onore di realtà.
— Capisco — disse — vuoi parlare di ciò che la geometria b
ha per oggetto, la geometria e le specifiche scienze di questa
sorelle.
— Sai ora che per l’altra sezione relativa all’intelligibile io
intendo quella che la ragione stessa afferra per mezzo della pro­
pria attività dialettica, tenendo le ipotesi non in conto di princì­
pi, ma appunto per quello che sono, supposizioni, che son come
gradini e pezze d’appoggio per elevarsi fino al principio del
tutto, a ciò che è di là dalle ipotesi, ed una volta raggiunto quel
principio, ed a quello tenendosi ferma ed a ciò che da esso
deriva, discenda fino alla conclusione ultima, indipendentemen­
te da ogni dato sensibile, ma soltanto trascorrendo di idea in c
idea, per concludersi in un’idea
— Capisco — affermò , ma non perfettamente, perché mi
sembra che tu parli di un’opera assai complessa: cioè tu vuoi
affermare che la conoscenza del « ciò che è » e dell’intelligibile,
conoscenza che si attua per mezzo della scienza dialettica, è più
chiara che non quella che si ha per mezzo delle scienze specifi­
che che si basano su ipotesi, nonostante che anche coloro i quali
cercan di conoscere il contenuto di quelle scienze specifiche siano
costretti a condurre la loro indagine non con i sensi, ma per
mezzo del pensiero: ad ogni modo, poiché in questo caso l’inda­ d
gine non viene condotta risalendo al principio, ma muovendo
dalle ipotesi, a te sembra che di questi oggetti tale gente non
possa avere intelligenza piena, benché sarebbero intelligibili se
ricondotti al loro principio. Ed a me pare che tu chiami discor­
sività e non intellezione quel modo di conoscere proprio di chi

i. Cfr. Fedone t ìQibe.

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si occupa di geometria e di altre scienze del genere, ponendo


l’attività discorsiva del pensiero come intermediaria fra l’opinio­
ne e la pura intellezione.
— Hai capito benissimo! — esclamai — Ed ora a ciascuna
di queste quattro sezioni fammi corris pondere quattro atteggia-
menti diversi dell’anima: alla sezione più alta V intellezione pu­
ra, alla seconda l’attività discorsiva, alla terza fa’ corrispondere e
la credenza, alla quarta la congettura’ , sistema ora il tutto in or­
dine di chiarezza basandoti su questo, che quanto più il loro
oggetto partecipa del vero, tanto più hanno in sé di chiarezza.
— Capisco, sono d’accordo, c metto tutto in ordine come
hai detto1 — affermò.

i. Vi è, dunque, un conoscere sensibile (opinione: 66£a), che si riferisce al


mondo quale ci c offerto dai sensi, molteplice e mutevole, e si distingue in una
pura impressione o immagine (rlxaala), c in una netta percezione che ingenera una
certa fede o credenza (idaTu;), c vi c un conoscere intelligibile (scienza: éittO’-tTilHl)»
che è dapprima un razionale discorrere e articolare, aiutandosi con ipotesi e simboli
come nella matematica (Siavoia), per assurgere infine a cogliere, attraverso qucl-
l’articolare stesso, Punita del tutto nella sua totalità, in piena intuizione
Schematicamente si può raffigurare così:

Elxowia itia-nc Scivola vìt^u;

Naturalmente tali distinzioni sono puramente schematiche, che, in effetto, dal cosid­
detto mondo sensibile al mondo intelligibile non vi è un salto, un passaggio netto,
ma un graduale innalzarsi, in un graduale approfondimento, da ciò che dapprima
nell'immediatezza sensibile appare molteplice (come, ad esempio, le parole di un
libro, l’una accanto all'altra, indifferentemente, per chi non abbia ancora inteso), alla
consistenza reale di cose accanto a cose (ogni parola del libro prende significato in sé),
all’accorgersi che ogni cosa si articola all'altra — cd ecco il passaggio da ciò che è
dato dei sensi, a ciò che è contenuto soltanto dell’intelletto — per cui Luna dall'altra,
ciascuna cosa prende il suo significato (l'articolarsi delle varie parole in frasi che hanno
una loro coerenza), fino a cogliere la ragion d’essere del tutto che il tutto ordina in
unità, per cui tutto è là dove c bene che sia (intendere il significato del libro nella sua
unità, il perché del libro, che non è nessuna delle parole, nessuna delle pagine, che c
in tutte e in nessuna, che noi cogliamo dopo aver letto e riletto tutto il libro, ma che
del libro era la condizione stessa). Tanto meglio di questo ci rendiamo conto nella
plastica raffigurazione dell’immediato mito della caverna.

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