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Aapkal.

L’Aapkal era una creatura fantastica che, secondo i racconti dei pescatori
fiamminghi di De Panne, poteva essere pescata al largo delle isole canarie, Ile de Fer, o
intorno alle coste Irlandesi. Secondo la descrizione originale si tratterebbe di un piccolo
pesce, non più lungo di 30 cm, con testa umana capelli e provvisto di mani (Pier Malreu Le
bestiaire Insolite F 1986). Molti autori mettono in relazione questo animale con le forme
giovanili della Razza del nord Atlantico (Amblyraja radiata) i cui adulti raggiungono fino a un
metro di lunghezza totale. All’origine del Aapkal, come sottolinea lo stesso Malreu, vi è la
strana conformazione della parte ventrale del raijade, dove è situata bocca, che nell’insieme
ricorda il volto umano. Questa caratteristica, comune anche ad altre razze alcune delle quali
presenti nel mediterraneo, è stata utilizzata per la manifattura di diversi amuleti sireniformi
comuni trasversali alle diverse popolazioni atlantiche e mediterranee la cui economia era
basata sulla pesca.
Aatxe. Aatxe, detto anche Etsai, era un animale fantastico appartenete all’antica religione
Basca. Secondo la mitologia Euscotarrak l’Etsai, tradotto letteralmente “giovane toro”, era
l’esecutore materiale della volontà della dea Mari. Un altro nome dell’Aatxe era Aatxegorri
"giovane toro rosso". L’Etsai era uno spirito multiforme che abitava nella caverna da dove
usciva durante le tempeste sembianza umana per punire criminali e persone malvagie.
L’Aatxe, inoltre, proteggeva anche chi era in pericolo facendolo rimanere in casa. Molti
etnologi ritengono che le origini di questo spirito e della sua forma più comune di toro
debbano essere fatte risalire al paleolitico. A favore di questa argomentazione vi è la
localizzazione nelle grotte dell’Aatxe. Infatti in epoche preistoriche nelle numerose grotte
che si ritiene fossero siti di culti magico-religiosi presenti nella regione dei Pirenei Il toro fu
diffusamente raffigurato e colorato con ocra.
Abath. L’Abath era una creatura leggendaria che ricordava l’unicorno le cui prime
descrizioni risalgono ai viaggiatori europei che si spinsero nella penisola malese nel XVI
secolo. Descritto come femmina,probabilmente l’Abath era il Rinoceronte di Giava
(Rhinoceros sondaicu) la cui classificazione scientifica fu fatta nel 1822 DESMAREST. Questa
specie, attualmente ad alto rischio d’estinzione, occupava in epoche passate un vasto
areale che dalle isole di Giava e di Sumatra, attraverso il Sud-est asiatico, arrivava all'India
e alla Cina. Anche per l’Abath si sviluppò la credenza, comune e deleteria a tutte le specie
di rinoceronti, che la polvere del corno aveva proprietà mediche ed era utilizzabile come
antidoto per molti veleni e come potente afrodisiaco.
Acanthis L’ Acanthis era un piccolo volatile citato da Aristotele, Plinio ed Eliano (vedi Plinio
il Vecchio Naturalis historia libro X 181 212). Secondo questi autori l’ Acanthis si nutriva di
cardi selvatici e per questo motivo era il nemico dell'asino. Secondo Plinio il giovane
l’Acantis e l’ Anto, uccello che per Aristotele imitava il nitrito dei cavalli, erano lo stesso
animale. Successivamente gli zoologi, sulla base della descrizione fornite dai naturalisti
latini, assimilarono l’Acanthis al Fanello o al cardellino.

Acheloos l’Acheloos era un animale mitologico rappresentato frequentemente nell'arte


vascolare greca antica dove era ritratto o come un toro con testa umana, oppure,
mantenendo sempre forma ibrida, con la testa ed il busto umano e la parte posteriore del
corpo di pesce o di drago. Anche in quest’ultime raffigurazioni l’Alcheloos manteneva del
toro le corna che costituivano l’elemento identificativo. Elemento presente in tutte le forme
in cui l’Akeloos veniva raffigurato.
Achlis L' Achlis era un animale fantastico descritto da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia,
VIII, 16) e prima di lui da Cesare. Nella narrazione del naturalista latino, ripresa
successivamente da Leonardo da Vinci, l’Achlis era molto simile all’alce (Alces alces) e da
questa se ne differenziava per alcune caratteristiche anatomiche. Una diversità era il labbro
superiore che nell’Achlis stesso era così sviluppato da costringere l’animale a brucare
camminando all’indietro. L’altra peculiarità era l’assenza di articolazioni alle zampe
posteriori, caratteristica quest’ultima che rendeva l’animale fantastico, oltre che
estremamente veloce, vulnerabile in quanto lo costringeva a non potersi coricare e a dormire
appoggiato agli alberi. Questa caratteristica era sfruttata dai cacciatori che segavano gli
alberi sui quali dormiva l’Achlis catturandolo a terra per la difficoltà che l’animale aveva, in
quanto privo di articolazioni, nel rialzarsi. Per la descrizione dell’Achlis si può supporre,
anche se in via del tutto ipotetica, che Plinio conoscesse l’alce ma non la identificava, sia
nella descrizione dell’animale che nelle tecniche di caccia, con quanto scritto su questo
animale da Giulio Cesare ("Vi sono anche, quelle che sono chiamate alci. La figura e la
varietà di colori delle pelli di queste e simile a quello delle capre, ma le superano un po’ in
grandezza, hanno le corna mozzate e hanno le gambe senza nodi e articolazioni…..” De
Bello Gallico Libro VI paragrafo 27) e abbia pensato che si trattasse di un altro animale e lo
abbia raccontato dandogli il nome di Achlis e arricchendo la sua narrazione con elementi di
cultura popolare provenienti da fonti a noi sconosciute.

Afanc L' Afanc, chiamato anche Addanc, era un mostro della mitologia celtica del Galles.
L’Addanc era un mostro lacustre la cui descrizione lo faceva simile a un coccodrillo, o, con
maggiore frequenza, a un gigantesco castoro, oppure veniva descritto come una creatura
antropomorfa di piccole dimensioni, od anche, in alcuni casi, come puro demone. Afanc, e
ciò spiega le diverse morfologie del mostro, tradotto letteralmente significa “castoro” e deriva
dal termine proto-celtico abankos che indica “castoro, acqua-demone”. La radice celtica è
all’origine di vocaboli simili quali Abacc, dell’antico irlandese, il cui significato era “nano”, e
il Bretone Avank (vedi voce specifica) che significa “nano, mostro marino”. Riconducibili alla
stessa radice è anche il vocabolo galiziano banqueiro utilizzato per indicare una cascata.
Riguardo il luogo in cui viveva l’Afanc vi sono diversi siti nella penisola di Llyn Llion, fra
questi il lago Bearded, il lago di Llyn Elsi vicino a Betws-y-Coed (lago nel Parco Nazionale
Snowdonia nel Galles del Nord), il lago Langorse ed il fiume Conwy. L'afanc, come la
maggior parte dei mostri lacustri, risucchiava le proprie vittime attirandole al centro del gorgo
che creava per punire gli sventurati che si bagnavano nei luoghi in cui dimorava. In tempi
moderni, il mito originale risale ad epoche remote, un racconto dell’Afan fu fatto dal poeta
Lewys Glyn Cothi, XV secolo, che lo descrisse nel lago gallese di Llyn Syfaddon. Le
leggende sulla cattura e la morte di Afanc sono diverse. La più diffusa vuole che, come
l’unicorno, il mostro poteva essere catturato solo da una vergine sulle cui gambe si
addormentava. Alla cattura seguiva, dopo l’incatenamento e il trasporto fuori dall’acqua con
l’aiuto di due buoi, l’uccisione. A volte però tale piano non andava a buon fine e l’Afanc,
svegliatosi all’improvviso, ritornava nel suo elemento naturale trascinando con se i seni della
sfortunata ragazza trattenuti nei suoi artigli. Secondo un'altra leggenda il Lago Bearded fu
liberato dall’Afanc da Artù che catturò il mostro con una grossa catena e lo trascinò fuori
dall’acqua con l’aiuto del suo cavallo più forte, Llamrai, per poi ucciderlo. Secondo Claude
Lecouteux gli Afanc erano esseri fatati di origine acquatica e di piccole dimensioni, a
sostegno di questa ipotesi c’è l’origine etimologica del nome il cui significato come si è scritto
è nano. (Koch J. T. Celtic Colture in A Historical Encyclopedia vol.1 USA 2006 p
Agathodaemon. L’ Agathodaemon, od anche Agatodèmone, era un dio serpente di
carattere benevolo, genio della casa, appartenente alla cultura greco-romana di Alessandria
d'Egitto. Alcuni autori ritengono che la divinità, sin dai tempi dei Lagidi, sia una trasposizione
nel mondo greco del dio Egiziano Knef, divinità demiurga adorata a Tebe (AA. VV. Biografia
mitologica Volume 66 I 1833 p 90). L’Agatodèmone era emblema della vita, della sanità e
della gioventù, un suo secondo e profondo simbolo era quello dell’eternità e dell’infinità.
Questi ultimi significati simbolici possono essere considerati un riferimento all’Ouroborus, o
Uroburo, rappresentazione del dio benefico egizio Mehen. Dio serpente il cui culto risale al
periodo predinastico i cui primi riferimenti furono trovati nei Testi delle Bare. Mehen era una
divinità il cui scopo era quello di proteggere il dio sole Ra durante il suo viaggio attraverso
la notte. Agatodèmone era rappresentato frequentemente in forma di serpente, a volte come
serpente con la testa di leone e il corpo di avvoltoio. In altre raffigurazioni il dio assumeva la
forma di serpente alato. Per i greci Agatodèmone era considerato protettore del grano e dei
Vigneti e l’effige del dio, quale piccolo serpente con la testa coronata e la coda con un fiore
di loto, o di giovane che reggeva la cornucopia in una mano e nell'altra un mazzo di spighe
e papaveri, era di buon auspicio. Nella letteratura mistica è stato identificato con Ermes o
con un angelo che siede a fianco della Fortuna.
Agnello. L’agnello assunse nelle culture agro-pastorali un forte valore simbolico che fu
trasmesso dalle religioni politeiste a quelle monoteiste arricchendosi di significati che non si
allontanavano dal simbolismo originale ma ne evidenziavano ancora di più la valenza
allegorica. L’immagine simbolica dell’agnello, rimane anche nelle culture moderne nelle
quali è stata traslata, mantenendo lo stesso significato originale. Significato che si è
trasmesso dal mondo antico a quello moderno anche e soprattutto per religione cristiana
che ne ha fatto di questo animale l’immagine della sua massima divinità ed ha trasmesso il
suo significato di innocenza e di purezza fino ai nostri giorni.

Preistoria. L’uso sacrificale degli animali, è stato documentato, stando a quello che l’attuale
stato delle conoscenze in merito, a partire dalla cultura di Badari nell’alto Egitto. Nei luoghi
dove si affermò questa civiltà, che raggiunse la sua massima espressione tra il 4400 e il
4000 a. C. (alcuni autori fanno risalire al 5000 a.C.), in epoche predinastiche sono presenti
sepoltura di resti animali utilizzati a scopo sacrificale. I maggiori resti ossei rinvenuti
riguardano essenzialmente ovini e caprini, anche se si sono recuperati reperti ascrivibili ad
una più ampia varietà di specie zoologiche sia allevate che selvatiche. Molti autori hanno
ipotizzato che nel rito sacrificale con molta probabilità la scelta dell’animale da immolare
fosse collegata in maniera diretta al ceto sociale del defunto. L’agnello, in tale contesto,
unitamente al maialino, si affermò subito come l’animale di più facile reperimento ed impiego
sia per i sacrifici di tipo espiatorio che per quelli di tipo propiziatorio. Nel successivo periodo
dinastico egiziano l’uso votivo di animali si limitò alle sole specie allevate (pecore, capre,
bovini, suini e oche) e si arricchì di rituali e liturgie che disciplinarono in maniera molto rigida
ogni aspetto del sacrificio. Nell’età del rame, 3000 a. C., l’uso di animali a scopo religioso
era diffuso e molti studiosi ritengono fosse una pratica ordinaria fra le varie culture
eneolitiche. L’uso sacrificale degli animali, con l’affermarsi dell’allevamento, interessò
sempre di più, per la facilità con la quale si potevano reperire soggetti da immolare, il
bestiame domestico. In questo periodo l’agnello assunse il ruolo di animale sacrificale per
eccellenza che mantenne in tutte le culture agro-pastorali che seguirono.
Ebraismo. Nell’antico testamento l’agnello è vittima ordinaria di sacrificio ed è nominato ben
87 volte nell’Esodo, nel Levitico e nei Numeri. L’agnello sacrificale doveva essere sotto
l’anno di età, ben-sânāh, e perfettamente sano, tāmîn (Levitico, 1-3; Numeri 28-29). La
legge mosaica prevedeva un doppio olocausto quotidiano, mattina e sera e il sabato con
due animali la mattina e due la sera (Numeri 28,6). Il sacrificio di sette agnelli era prescritto
nelle neomenie, (festa della luna nuova all’inizio dell’anno lunare), nel capodanno, alla
pentecoste e il giorno dei tabernacoli. Alla puerpera purificata era prescritto il sacrificio di un
agnello (levitico 12-6), mentre tre dovevano essere immolati dal lebbroso guarito (Levitico
14-10). Il rito dell’agnello pasquale fu ordinato direttamente da Dio a Mosè durante l’esodo
dall’Egitto. I primogeniti d’Israele furono preservati dal sangue d’agnello spalmato sugli stipiti
delle porte. I numeri e le quantità delle citazioni dimostrano quanto l’agnello nell'Antico
Testamento non fosse un soggetto sacrificale al pari di altri animali ed avesse un ruolo del
tutto particolare legato al suo simbolismo. Ruolo questo che dalla religione ebraica fu
successivamente trasmesso a quella cristiana (J.T. Nielsen The Lamb of Good the cognitive
structure of Johannine metaphore in J. Frey, J.C. Vander Vett, R. Zimmermann Imagery in
the gospel of John USA 2006 pp 225 256). Dell’elevato valore simbolico dell’agnello
nell’ebraismo ne possono essere dimostrazione l’identificazione dai profeti in questo
animale. Nel Libro dei Sogni di Enoch, ad esempio, il popolo ebraico era raffigurato come
un gregge e Mosè nell'agnello che lo guidava; nello stesso modo venivano identificati in
altre opere Samuele e il secondo re d’Israele Davide.
Grecia. L’agnello nel mondo greco come animale sacrificale era simbolo di mitezza e di
purezza. Il nome dell’agnello in greco, agnòs (puro e casto) derivava da una radice
indoeuropea *ag-w-no- che era utilizzata per indicare un animale giovane. Nell’agnello si
identificavano, soprattutto nei culti misterici, tutti coloro che erano all'inizio del loro percorso
di purificazione per la propria individuale rinascita mistica. L’agnello rispetto al maialino,
benché fossero assimilati e considerati in un livello basilare di offerta alla divinità, aveva, in
virtù della forte carica simbolica, un valore superiore. A Zeus, per ottenere protezione dalle
tempeste e dagli allagamenti, venivano immolati agnelli con il vello completamente nero.
L’agnello era presente nella narrazione mitologica, in merito va ricordato l’agnello dal vello
d’oro il cui manto decise la contesa per il regno di Micene fra Atreo e Tieste, mentre la
favolistica greca, soprattutto Esopo e Fedro, proponeva l’agnello come esempio di mitezza,
gentilezza d’animo, timidezza e candore, in netta contrapposizione con il lupo che
impersonava la cieca ferocia.
Romano. In epoca romana il Flamen Dialis, il sacerdote preposto al culto di Giove
Capitolino, nei giorni delle idi immolava alla divinità un agnello sacrificale, avis Idulis. Un
agnello era sacrificato dal Flamen quirinalis al dio Quirino nel rito dei suovetaurilia (rito di
purificazione di origine indoeuropea a carattere anche apotropaico praticato nell'antica
Roma)
Cristianesimo. Iconograficamente nel cristianesimo antico, come fu stabilito in un canone
del Concilio di Trullo (Concilio quinto sesto), Cristo era raffigurato essenzialmente come
agnello. Nella liturgia cristiana era evocato, e si continua ad evocare, il Messia come
“agnello di Dio” in riferimento a Giovanni Battista che per primo assimilò l’agnello sacrificale
a Cristo, che con il proprio martirio veniva ad emendare l’umanità dai suoi peccati. Per tale
motivo nelle rappresentazioni pittoriche sacre frequentemente l’ultimo dei profeti dell’Antico
Testamento, annunciatore della venuta del Messia, fu raffigurato con l’agnello o con
indumenti riconducibili ad una pelliccia ovina. Nel Vangelo secondo Giovanni (10,1-21) si
trova la pericope del buon Pastore nella quale il figlio di Dio è descritto come il pastore che
sacrifica la propria vita per le sue pecore. L’allegoria fra l’immagine cristologica e quella di
una delle figure più importanti delle società agro-pastorali proposta da Giovanni aveva dei
richiami nell’Antico Testamento. Infatti nel salmo 23, dove il pastore era Dio e nel Libro di
Ezechiele (capitolo 34), l'Eterno esercitava un forte rimprovero morale ai Pastori di Israele,
perché "pascono sé stessi" lasciando le pecore preda degli animali selvatici. Sicuramente
Giovanni, il cui Vangelo è datato intorno al 90-110 d.C., prese spunto per la sua pericope
dalla Parabola della Pecora smarrita riportata nel Vangelo di Matteo (18,12-14) e di Luca
(15,1-7) rispettivamente datati 70 al 100 d.C., e nel 80-90 d.C. anche se esistono ipotesi su
datazioni precedenti. Nel linguaggio artistico e architettonico tipico delle chiese medioevali
l’agnello fu spesso raffigurato unitamente ad altri animali quali leoni, elefanti, ecc. che fecero
parte di un bestiario scultoreo e pittorico con canoni interpretativi ben precisi. In queste
rappresentazioni, soprattutto nei bassorilievi e nelle statue poste all’esterno od all’interno
delle chiese, se l’agnello era associato ad una croce e rappresentava la crocifissione,
mentre se al posto della croce vi era uno stendardo od una bandiera indicava la
resurrezione. L’agnello in molte opere scultoree e pittoriche era riprodotto con delle pecore
che raffiguravano simbolicamente gli apostoli, o l’umanità guidata dal Cristo, al pari della
rappresentazione di Mosè che guidava il popolo di Israele. Cristo in forma d’agnello è stato
spesso ritratto in una collina attraversata da quattro fiumi. La collina rappresentava la chiesa
e i quattro fiumi i quattro Vangeli. La natura divina ed umana di cristo era rappresentata,
secondo Cirillo d’Alessandria, dall’agnello e dalla colomba. L’agnello compare come
animale accanto a diversi santi. Fra questi, oltre San Giovanni Battista di cui si è accennato,
Santa Agnese, Santa Caterina, San Clemente. Sant’Agnese era iconograficamente
raffigurata con un agnello in braccio che poteva essere un richiamo esplicito al nome della
santa (dal latino agnes, agnus, ‘agnello’), oppure al modo con il quale trovò il martirio, per
un taglio alla gola, lo stesso utilizzato per macellare gli agnelli. Un agnello con aureola è
raffigurato spesso affianco a Santa Caterina, a San Clemente. L’agnello ancora è una delle
figure simboliche dell’apocalisse ed l'unico degno di aprire il libro dei sette sigilli è colui che
viene appellato come Leone della tribù di Giuda e agnello con sette corna e sette
occhi (Apocalisse 5,5-6).
Cinese, Nella cultura cinese l'agnello rappresentava La pietà filiale.
Araldica. L'agnello in araldica è simbolo dell'innocenza e della mansuetudine. L’animale
normalmente è presente in forma passante è molto raramente è raffigurato con due teste.
l'agnello seduto sul libro dei sette suggelli e tenente una banderuola crociata è indicato come
“Agnello pasquale”, od anche passante con lo stendardo. La bandiera d'argento alla croce
di rosso è detta bandiera di Cristo ed è tenuta, quasi sempre, dalla zampa destra. L'agnello
è detto nimbato o aureolato se ha il capo circondato da una aureola. L'agnello pasquale
venne utilizzato come insegna dall'Arte della Lana di Firenze. Un agnello pasquale è
presente nello stemma della famiglia Agnello. Un agnello pasquale passante d’argento è un
componente dello stemma della famiglia Mattioli Pasqualini. L’agnello a due teste è nello
stemma della famiglia fiorentina degli Alessandri. L’agnello pasquale areolato con stendardo
e bandiera crociata è lo stemma del comune di Bressanone, non nimbato fa parte dello
stemma civico del comune di Niederrohrdorf, Canton Argovia. In araldica ecclesiastica
l’agnello passante è una delle componenti dello stemma vescovile di Monsignor Intini.
Agnello vegetale della Tartaria. L’agnello vegetale della Tartaria, latino “Agnus scythicus”
o “Planta Tartarica Barometz”, era un’entità immaginaria riportata in alcune cronache del
basso medioevo la cui caratteristica era quella di essere un ibrido fra animale e vegetale.
Questa creatura fantastica, secondo le cronache dell’epoca viveva nell’ Asia centrale e
come pianta fruttificava all’ apice generando degli agnelli, o per alcuni pecore, che restavano
collegati al fusto di origine da un lungo cordone ombelicale. Il cordone permetteva
all’animale di muoversi e brucare l'erba, quando tutto il nutrimento, entro un certo raggio
dalle radici della pianta madre, era stato brucato, l’agnello e la pianta stessa seccavano e
venivano a morte. Nello stesso modo l’agnello moriva se gli veniva reciso il cordone
ombelicale. L’origine della leggenda dell’Agnello vegetale risale alle cronache dei viaggi fatti
in India, Africa settentrionale e Asia dall’ inglese John Mendeville. Cronache che circolarono
per l’Europa nella seconda metà del 1300 (O'Connor C., Weatherall J. O. L'era della
disinformazione: Come si diffondono le false credenze USA 2019 p 3). L’esistenza di ibridi
vegetali-animali era una credenza diffusa nel medioevo, infatti, trent’anni prima dei racconti
di Mendelville una pianta simile a quella descritta dal nobile inglese fu narrata da un
missionario italiano, Olderico da Pordenone. Secondo il francescano Olderico da una pianta
che vegetava sulle coste irlandesi e produceva frutti simili a quelli delle cucurbitacee che
germogliavano in acqua, si generavano oche adulte. Questi uccelli erano chiamati Barnacle
e l'Albero delle Barnacle, era una pianta-animale. Pianta che con il suo racconto fantastico
spiegava la presenza di sole oche faccia bianca adulte (Branta leucopsis)nel nord d’Europa.
Presenza legata alle peculiari abitudini riproduttive di questa specie di volatili che sono state
rivelate e spiegate dall’osservazione scientifica solo nel XX secolo. Nella metà del XVI
secolo il diplomatico Sigismund von Herberstein in una sua relazione asserì che l’agnello
vegetale nasceva da semi simili a zucche in un territorio compreso fra il Mar Caspio, fra il
fiume Jaick e il Volga. L’agnello poteva raggiungere un'altezza pari a 80 cm ed era simile al
piccolo della pecora ma rispetto a questo aveva alcune peculiarità nelle sue vene non vi era
sangue ma scorreva una linfa simile al sangue, la sua carne era somigliante a quella di un
crostaceo. Diversamente da un regolare agnello, i suoi zoccoli erano fatti di spessa peluria
ed era il cibo prediletto dai lupi e da molti altri predatori. La leggenda dell’agnello vegetale,
nonostante generasse non poche incredulità, durò per molti secoli finché Carlo XI di Svezia
ordinò al medico e studioso tedesco Engelbert Kaempfer di eseguire la ricerca sistematica
della pianta. Kaempfer nel 1683 si recò in Persia e giunse alla conclusione dell’infondatezza
della legenda dell’agnello vegetale, ma altresì fece una osservazione acuta sull’origine della
legenda stessa. Secondo il Kaempfer all’origine dell’animale ibrido poteva esserci la pecora
astrakan e la disumana pratica di farla abortire per ricavare la lana dai suoi feti. Kaempfer
ipotizzò che la somiglianza per finezza e lavorabilità fra la fibra di lana del feto astrakan con
quelle di origine vegetale poteva essere all’origine della leggenda stessa. Nella tradizione
popolare ebraica una creatura simile all’agnello vegetale, quindi con caratteristiche animali
e vegetali, era chiamata Yeduah. Lo Yeduah era del tutto simile ad un agnello si originava
dalla terra a cui restava connesso con uno stelo, una volta reciso questo l’agnello periva
velocemente. Le ossa dello Yeduah potevano essere usate nella divinazione e in alcune
cerimonie profetiche. Una versione alternativa narra del Faduah, una pianta di forma umana
connessa alla terra da uno stelo attaccato al suo ombelico.
Aigipanoi. Gli Aigipanoi, od anche Aigipani, era un mostruoso popolo, descritto da Plinio il
Vecchio (V,8) e Pomponio Mela (I,8), che popolava le foreste nel cuore dell’Africa oltre i
grandi deserti. Gli Aigipani, provvisti di corna caprine, avevano testa, tronco e braccia
umane e arti caprini. Il termine che fu dato a questo popolo antropomorfo significava
letteralmente “Pan caprino” e, benché furono descritti in vari bestiari medioevali, l’origine è
precedente a quella degli autori latini e risale alla mitologia greca.
Ahuizotl. L' Ahuizotl, o anche Ahuitzotl, era per gli Atzechi un animale fantastico di cui ne
riportò la leggenda Bernardino de Sahagún nel libro 11 del Codice Fiorentino. Secondo la
descrizione fatta dal missionario francescano l’Ahuizotl era una creatura acquatica di colore
nero delle dimensioni di un piccolo cane, o di una lontra, dotato di mani prensili ed una mano
aggiuntiva sulla coda. Questo animale era temuto dai nativi messicani perché credevano si
nutrisse delle unghie, occhi e denti, dei malcapitati che catturava con la mano alla fine della
coda e trascinava e uccideva nelle sue tane subacquee.

Airāvata. L’ Airāvata, od anche Airāvana, o Airaavatha, in sanscrito : ऐरावत, letteralmente


significa "appartenente a Iravati”, è una delle più complesse creature della religione Indù.
Airāvata è un elefante bianco con dieci zanne che funge da cavalcatura al dio Indra. Questo
animale fantastico veniva chiamato con nomi diversi fra i quali Abhra-Matanga, che significa
"elefante delle nuvole"; Naga-malla, "l'elefante combattente"; e Arka sodara, "fratello
del sole". Nella Tradizione Indù Secondo il Ramayana (una delle due principali epopee
Sanscrite) la madre di Airāvata era Iravati. Secondo il Matanga lila, trattato sanscrito sulla
vita e sul comportamento degli elefanti, Airaavatha si originò quando Brahma prese nelle
sue mani il guscio dell’uovo da cui era nato Garuda e su quello cantò degli inni sacri. Dal
guscio di destra emerse Airāvata e sette elefanti maschi, da quello di sinistra sette elefanti
di sesso femminile tutti erano bianchi e il loro compito era quello di sorreggere la terra e per
tale motivo si posero a coppia nei punti cardinali ed in quelli intermedi. Prithu, l’incarnazione
di Visnu, rese Airaavatha re di tutti gli elefanti. Secondo il mito Airāvata era in grado di
produrre le nuvole tanto che uno dei suoi nomi significa "colui che lavora a maglia o lega le
nuvole". La connessione degli elefanti con acqua e la pioggia è enfatizzata nella mitologia
Indù. Indra infatti cavalcava l'elefante Airaavatha quando sconfisse ed uccise Vrtra,
serpente cosmico a guardia del caos e dell'indistinto, liberando le acque e dando via alla
Creazione. Airāvata, le cui dimensioni erano giganti, aspirò l’acqua dal mondo
sotterraneo acquoso, e la spruzzò tra le nuvole in modo che Indra fece piovere collegando
così le acque del cielo con quelle degli inferi. Secondo un'altra leggenda Airavatha si generò
dall' oceano di latte e si riteneva che l'elefante custodisse uno dei punti cardinali ed anche
l'ingresso di Svarga, il palazzo di Indra. Nella tradizione Jain, ogni volta che
nasceva un Tirthankara (titolo che si usa nel giainismo per indicare i 24 profeti che si sono
succeduti nei cicli storici per rivelare il giainismo stesso all'umani) Indra si recava a celebrare
l'evento con la sua consorte, Shachi, cavalcando il grande elefante Airaavatha.
Airone L'Airone era nelle antiche civiltà mediterranee un animale con forti valenze
simboliche; l’interesse che suscitava nel mondo antico originava in parte dalla sua intrinseca
eleganza e in parte dalle qualità vere o presunte che gli venivano attribuite. Una di queste
era quella di essere un divoratore di serpenti. Gli aironi erano spesso assimilati, senza una
precisa distinzione zoologica per una certa somiglianza somatica alla cicogna ed alla gru.
Tutti animali caratterizzati da un collo lungo e flessuoso considerato per secoli nelle diverse
civiltà fino al medioevo ed oltre un canone estetico di eleganza. L’ Airone simboleggiava
l'affetto filiale e parentale e la tranquillità intesa come pace affettiva.
Egitto. Nell'Antico Egitto l'Airone indicava il destino dell'anima dopo la morte, simboleggiava
il sole nascente e veniva assimilato, in quanto si riteneva annunciasse la piena del Nilo, con
la rigenerazione. Gli egizi ritenevano che gli Aironi fossero animali in grado di prevedere le
variazioni meteorologiche.
Grecia Nell’antica Grecia si pensava che gli Aironi fossero portatori di messaggi favorevoli,
Atena infatti scelse questi animali, al posto della civetta, per mandare i suoi messaggi ad
Ulisse e Diomede. (Iliade, X, 274-277). Nel trattato di zoologia Historia Animalium attribuito
ad Aristotele, o Pseudo-Aristotele, si identificavano tre varietà di aironi, il cinerino, il bianco
e lo stellato, di cui se ne analizzavano i comportamenti riproduttivi e si afferma che questi
animali erano in conflitto con l’aquila, la volpe e l’allodola. Semonide d’Amorgo, Callimarco,
Ipponatte ed Aristofane accennano all’Airone nelle loro opere. Nel racconto mitologico,
Scilla, figlia di Nisso, uccisa da Minosse fu trasformata dagli dei nell’uccello, il ciris,
identificabile in un Airone bianco (Questo racconto fu messo in versi da Ovidio cf. F.
Maspero Bestiario Antico p 26). Esopo tratta dell’Airone nella sua famosa favola dell’Airone
e del lupo.
Romani. Plinio il Vecchio (Naturalis Historie X, 164-165), Eliano (De Natura Animalium, V,
35) trattano dell’Airone. Il primo riprendendo quanto scritto da Pseudo-Aristotele,
descrivendo tre razze di aironi, il secondo raccontando le stranezze alimentari. Per Eliano
gli Aironi ingurgitavano ostriche intere per poi nutrirsi della parte animale e rigurgitare il
guscio.
Medioevo. l’airone fu un animale fra i più citati nei diversi bestiari medioevali. In generale,
risalendo alla descrizione fatta da Plinio, nel periodo medioevale l’airone fu assimilato a
Cristo in quanto piangendo di dolore era simile al messia nel giardino dei Getsemani. Era
ancora simile al Cristo perché divorava i serpenti che nella cultura cristiana erano l’immagine
allegorica dei demoni. Era considerato un animale che rinunciava ai piaceri terreni e
cercava, con il suo volo sopra le nuvole, di avvicinarsi a Dio. Secondo alcuni bestiari l’airone
in volo sopra le nuvole era segno di cattivo tempo perché si riteneva odiasse la pioggia.Un
airone con una pietra bianca nel becco significava riservatezza e secondo Geremia (8, 7)
l’Airone apparteneva agli uccelli giusti (G. Heinz-Mohr, Lessico di iconografia cristiana, p.
27). Per il Fisiologo l’airone era un animale prudente legato al suo nido e per questo poteva
essere l’esempio del buon cristiano poco, o per nulla, interessato all’eresia (Il Fisiologo a
cura di F. Zambon, Milano 1975).
Cina Per i Cinesi l’airone e la cornacchia, rappresentavano lo Ying e lo Yang. L’airone era
bianco e animale solare e la cornacchia nera era lunare, la contrapposizione fra i due volatili
si rafforzava anche sull’aspetto comportamentale, silente e schivo il primo, rumorosa e
maliziosa la seconda. Nella simbologia buddista l’Airone era associato alla gru come
animale intermediario fra cielo e terra.
Araldica L'Airone nelle presentazioni araldiche è quasi sempre indistinto dalla cicogna e
dalla gru da cui era differenziato da un ciuffo di piume sulla testa. In araldica l’Airone è
simbolo del silenzio e della tempesta, insieme alla cornacchia è simbolo di unione contro un
nemico in quanto i due animali insieme sconfissero la volpe. Talvolta, come il merlotto o
l’anatra, può essere effiggiato senza becco e senza zampe. Nell’araldica civica L’airone
volante su palude è simbolo del Borgo di Brozzi a Firenze. Su scudo azzurro con navetta e
palla è stemma del comune di Leffe in provincia di Bergamo. La testa d'airone fiammata e
serpeggiante in punta fa parte dello stemma di Naz-Sciaves comune della provincia
autonoma di Bolzano. Smalto di verdecon airone d'argento imbeccato d'oro era vecchio
stemma di Kührstedt, Germania, mentre l’ airone al naturale è nello stemma di Nerva, in
Spagna
Albatros L’albatros era un animale sacro per gli Ainu (Etnia abitante l’isola di Hokkaidō a
nord del Giappone). Per tale popolazione la cui religione era di tipo animistico e vedeva in
ogni oggetto, animale o fenomeno atmosferico la presenza di un dio, l’albatros era
considerato un servitore di "Repun Ka" spirito dell'orca e del mare. Il becco dell’albatros
ridotto in polvere e assunto con l'acqua calda era il rimedio contro diverse malattie, mentre
la testa era usata come talismano. L’avvistamento di un esemplare di Albatros in volo era
considerato un buon augurio.
Alce. L’alce è stato un animale simbolico per i popoli del nord Europa e del nord America.
Presso le diverse etnie l’alce si riteneva simbolo di grande forza spirituale e di coraggio; era
considerato anche un simbolo di forza fisica e di potenza degli elementi naturali, e, in quanto
animale legato all’acqua, espressione delle energie femminili. Nella maggior parte delle
culture dei popoli della Siberia esistevano spiriti superiori preposti alle singole specie animali
di cui ne assumevano anche l’aspetto. L’alce era uno di questi e poteva diventare anche
spirito protettore dello sciamano, definito “la Madre animale”. In tali colture si riteneva che
tra lo spirito protettore e lo sciamano esistesse un legame talmente stretto che le sorti dei
due fossero collegate fino allo scambio percettivo in termini di sofferenza e morte (confronta.
K.E. Muller Sciamanismo 2001 p 44). L’alce americana era un animale totem per gli
esquimesi e per gli indiani Omaha, popolo di nativi americani di lingua siouan. Per gli
Omaha e per le popolazioni eschimesi l’alce era associato ad eventi naturali quali il Tornado
e rappresentava le regioni del nord, simboleggiava l’autostima, la saggezza, la forza, la
velocità di reazione e la fermezza di carattere. Sia gli Homaha che i gruppi etnici del nord
America attribuivano all’ alce, per l’aggressività delle femmine con cucciolo, un particolare
e esemplare ruolo materno ed erano convinti anche che sognare questo animale era un
segno di buon auspicio (confronta W. S. Griggs, F. Pitchford Griggs A Moose's History of
North America Usa 2010 p 12).

Araldica L’alce compare nell’araldica civica del nord Europa negli stemmi di molte città. Negli
stemmi civici compare sia come figura intera passante che la sola testa di fronte o di profilo.
Fra le città più importanti si ricorda un alce nera passante con zampa anteriore destra alzata
unghiata di rosso è lo stemma di Hilversalmi, Finlandia. Due alci passanti celesti su scudo
grigio sono nello stemma del comune di Aremark, Norvegia, mentre un alce intera passante
di colore rosso su scudo inquartato è stemma del Distretto di Shigonsky, regione di Samara
Russia. Un’alce riposante è nello stemma Stato americano del Maine, assieme al cervo è
all’aquila calva è nel simbolo del Michigan. Vedi Achlis

Alcione. Alcione, Halcyon o Altion, era il nome di un non ben identificato uccello che viveva
prossimità di fiumi, laghi, paludi e anche del mare. Probabilmente come molti autori
ipotizzato l’alcione dovrebbe essere, in base alla descrizione fatta dagli autori greci e latini,
il martin pescatore, altri autori pensano che si tratti del Gabbiano. Il nome dato a questo
animale risale a vari racconti mitologici il più noto dei quali era quello di Alcione e Ceice, ma
anche quello di Alcione nipote di Polipemone buttata in mare dal padre Scirone. Di questo
uccello ne parla Antigono Caristio, paradossografo del III sec. d.C. (Historiarum mirabilium
collectio, 23) ed affermava, fra le altre note descrittive, che i maschi, chiamati cerili, quando
non erano più in grado di volare indeboliti dalla vecchiaia erano sorretti dalle ali delle
femmine. Aristotele affermava che l’alcione deponeva le uova sull’acqua durante il solstizio
d’inverno. Per tale motivo quei giorni vengono chiamati i giorni dell’alcione, o alcionei. Un
periodo di tempo di quindici giorni, sette che precedono il solstizio e i sette che lo seguono,
durante il quale il cielo si presuppone sia sereno e le uova possono schiudersi
tranquillamente. Aristotele distingue due varietà d’alcione di cui una muta più grossa e una
che vocalizza più piccola (Storia degli animali, V, 542b). L’alcione è descritto anche da Plinio
il vecchio, da Eliano, Isidoro (Etymologiae, XII, 7, 25), Colummella (De re rustica, XI, 2, 22)
ecc.. La descrizione di Aristotele e degli autori latini dell’alcione è tramandata senza
nessuna variazione nei bestiari medioevali.

Araldica. Il significato araldico dell’alcione prendeva origine dalla mitologia ed era quello di
dolcezza, tranquillità e amore familiare. Iconograficamente l'alcione era rappresentato come
un uccello chimerico, simile al Cigno, galleggiante sull’acqua. Fra le famiglie con l’alcione
nello stemma va ricordata la Eisinger in cui l’animale è nero con la testa d'azzurro posato
su un nido di rosso, un altro alcione compare anche sopra lo stemma.

Alerione L’alerione era aquilotto araldico privo di becco e di artigli. L’animale negli stemmi
era rappresentato di fronte con la testa di profilo, con ali spiegate a volte abbassate. Il
vocabolo alerione deriva dal termine gallico aliers che nella lingua nativa indicava in senso
generico, senza identificare una specie animale specifica, un rapace che non catturava le
sue prede ma le sottraeva ad altri. Fra gli stemmi con aleirioni vanno ricordato quello civico
di Lorena in cui tre alerioni d’argento compaiono in scudo dorato in banda rossa e fra i
nobiliari quello della famiglia di Montmorency, antica nobiltà francese, il cui stemma era
crociato di rosso con sedici alerioni d'azzurro ordinati 2 e 2 su sfondo dorato.

Alligatore. L’alligatore era per i nativi americani del Nord America un animale totem. Per
tali popolazioni, il cui territorio si estendeva in quello che è l’attuale sud-est degli Stati Uniti,
gli alligatori sono stati fonte di cibo per migliaia di anni e, molto prima che i primi esploratori
europei arrivassero in Florida, i componenti delle tribù indiane praticavano una lotta rituale
che contrapponeva l’uomo a ai rettili. Per le tribù Seminole e Miccosukee cacciare gli
alligatori faceva parte della loro esistenza quotidiana ma l’animale aveva un forte valore
simbolico d’appartenenza culturale e, soprattutto per i Miccosukee, anche spirituale. Vi era,
infatti, un alligatore a protezione dell’ingresso che separava il mondo fisico da quello
spirituale (confronta D. Alderson Americans Alligator USA 2020 p.2)

Allodola. L’allodola è un uccello che ha assunto un valore simbolico in diverse culture,


questo si rileva dai diversi racconti mitologici presenti in varie etnie. All’origine di tutti i
racconti vi è sopprattutto il particolare volo di questo animale caratterizzato da innalzamenti
verticali e veloci accompagnati da vocalizzi seguiti da rapide cadute e nuovi voli con le
stesse caratteristiche. In senso generale l’allodola è considerata un animale solare ed è
associato con l’alba.

Giappone. L’ allodola era un animale presente nella mitologia degli Ainu, etnia del nord del
Giappone, nella cui tradizione erano convinti che il volo verso l’alto e la repentina caduta
erano il risultato di una punizione divina per l’attaccamento dell’uccello alla terra. La
punizione inibiva all’animale il ritorno al cielo e a Dio (confronta J.C. Cooper Dizionario degli
animali mitologici e simbolici 1997 p 19).

Celti. Per i Celti, nello specifico per i Bretoni, l’allodola con il suo volo rappresentava l’unione
fra cielo e terra ed era simbolo di protezione e di buona fortuna, in maniera allegorica
rappresentava l’esaltazione giovanile. Il canto dell’allodola era ritenuto espressione di gioia
di vivere. Nella mitologia nordica per il suo attaccamento alla terra, dove fa il proprio nido e
si nutre fra i solchi, l’allodola era ritenuta l’incarnazione dello spirito del Grano. In cimbrico
l’allodola si pronunciava Alaward e in bretone Alc’Houeder o Alc’houedez e propriamente
significava “uccello dell’armonia”.
Grecia. L’allodola fu nella cultura greca un animale a cui furono dati forti valori simbolici. Il
simbolismo era fortemente radicato nella cultura popolare greca ed un esempio è dato dai
diversi peremiografi greci che hanno raccolto detti popolari antichi come “Giovinezza
d’allodola, vecchiaia d’aquila” (confronta R. Tosi Dizionario delle sentenze latine e greche
1992 808), Aristotele, o Pseudo Aristotele, nella sua Storia degli Animali (IX 616b) annovera
l’allodola come nemica dell’airone a cui sottrae le uova, mentre diversi sono i racconti
mitologici in cui l’allodola è protagonista per intercessione divina di una trasformazione
uomo animale. L’esempio classico in merito rimane il racconto di Scilla figlia di Niso,
patricida per amore, che uccisa da Minosse per compassione fu trasformata dagli dei in
allodola. Secondo altre fonti del mito Scilla fu trasformata in un uccello chiamato ciris, o in
pesce (confronta A. Cerinotti Atlante dei Miti dell’antica Grecia e di Roma antica 1998 p
438). Artemiche, figlio di Clinide, fu trasformato da Apollo in un’allodola. In uccelli furono
trasformati da Giove Munico e i suoi familiari. La moglie di Munico Lelante fu trasformata in
allodola (Confronta G. Missaglia Biografia Mitologica vol. 3° 1838 p 89). Ippodamia, madre
di Anto, fu trasformata in un’allodola. L’ allodola era un animale sacro ad Artemide e spesso
la dea era associata a tale animale che per il suo canto era considerata di buon augurio e
di sana gioia di vivere. In negativo il racconto di Scilla diede un significato simbolico avverso
all’allodola stessa che in ambiente greco fu identificata con il tradimento.

Romani. Per Plinio il Vecchio il nome allodola deriva da alauda che, a sua volta, ha origini
celto-galliche (per alcuni autori deriva da a lauda con il significato di a lode). Cesare
chiamò Alaude, in ragione del tipo di elmo che indossavano e che ricordava la cresta di
un’allodola, la sua quinta legione, la Legio V Alauda, costituita nel 52 a.e.v. e distrutta nella
rivolta batava del 70. formata da soldati di origine gallica. Secondo molti autori è probabile
che i legionari stessi abbiano dato il nome alla legione in quanto nelle etnie di origine
l’allodola era considerato un animale sacro. Secondo Plinio il vecchio l’allodola arrostita
era utile rimedio per coloro che soffrivano di colite (Naturalis Historie XXX 62).

Medioevo. San Francesco ispirandosi alle allodole, riteneva l’ animale umile e virtuoso,
scelse il colore scuro della loro livrea come colore dei sai francescani. La
simbologia cristiana medioevale, diede all’allodola il simbolo della preghiera, atto umano
che, nello stesso modo del volo di questo animale, si innalza verso Dio, era convinzione
popolare che questo animale era solito per pregare con il suo canto alzarsi in volo all’ alba
per sette volte consecutive. Per estensione, in riferimento alle caratteristiche del suo volo,
l’allodola divenne, per l’ interpretazione di alcuni versi del Vangelo, l'immagine di Cristo. Il
Messia disceso dal cielo e successivamente ritornato nell’empireo. Un'altra interpretazione
che identifica l’allodola con il Cristo si basava sul racconto di Plutarco che narrò come fu
salvata, grazie alle allodole che mangiarono le loro uova, l’isola di Lemno dalle locuste. Per
similitudine le allodole furono associate a Cristo che salverà l’umanità dal flagello delle
cavallette come profetizzato nell’apocalisse ( Apocalisse di San Giovanni Evangelista, IX,
3-12)

Araldica. L’allodola in araldica era raffigurata sia ferma che volante. Fra gli stemmi con
allodola c’è quello della famiglia Vitali di Genova dove l’animale sovrasta una quercia
sradicata d’oro con ghiande rosse su campo azzurro.

Regno Unito nella tradizione Gallese una delle tre battaglie sull'isola di Bretagna, quella di
Arderyde, fu scatenata a causa di un nido di allodola.

Amon. Amon era una divinità, creatrice dell’universo, della religione dell’antico Egitto.
Successivamente fu assimilato al dio Ra di Eliopoli e fu adorato con il nome di Amon-Ra
divenendo la divinità suprema del pantheon religioso egiziano. Testimonianze
dell’adorazione di Amon risalgono all’antico regno e citazioni del dio compaiono nei Testi
delle Piramidi (2680 -2180 a.C.). Amon fu adorato anche al di fuori dell’ Egitto in territori
dell'antica Libia, soprattutto nelle oasi di El-Kharga e Siwah e in Nubia, in Grecia fu venerato
con il nome di Zeus-Ammone e a Roma con il nome di Juppiter Ammon. Iconograficamente
Ammon-Ra era raffigurato come un uomo dalla testa d’ariete, esplicito richiamo all’energia
procreatrice dell’animale, o semplicemente come ariete con un disco solare fra le corna. ma
la rappresentazione di questa divinità fu articolata spesso era un ibrido di uomo con testa di
rospo, o di falco con disco solare, ma anche di serpente o di coccodrillo. In altre
raffigurazioni Amon Ra era completamente animale e quindi era effigiato in un’oca, animale
a cui era associato in base al racconto mitologico secondo cui l’oca stessa avrebbe generato
la vita deponendo l'uovo cosmico primordiale.

Amone. Amone, od anche Aamon, era il nome di un demone definito, in base


all’ordinamento infernale cristiano che riproponeva un modello gerarchico feudale,
“Marchese dell’impero infernale”. Iconograficamente Aamon era rappresentato come un
ibrido, vomitante fuoco, il cui corpo era di lupo, la coda di serpente e la testa di un grande
barbagianni con canini affilatissimi. Nella rappresentazione di questo demone si sono
associate tre creature che nell’uomo medioevale incutevano paura e terrore. Di questi
animali uno, il serpente, era identificativo del demonio e descritto come tale anche nei nei
vangeli, gli altri due, il lupo (alla cui voce si rimanda)era impersonificazione della ferocia e il
barbaggianni, la cui vista era presagio di cattiva sorte (confronta Artemidoro Sui sogni III
65), era una creatura notturna che, secondo il pensiero medioevale, era legata agli inferi.
Aamon era aiutante di Astaroth e uno dei tre demoni al servizio di Satana e le sue facoltà
erano quelle di essere a conoscenza del passato e del futuro e di essere in grado di
riconciliare chi era in discordia. Amone, come demone, secondo quanto riportato dalle
cronache medioevali, si alimentava del dolore e della sofferenza delle sue vittime, creando
loro confusione mentale e istigandole al suicidio (confronta F. Pinque Grande Dizionario
Infernale 1870 p111). Per il racconto demonologico Amone era a capo quaranta legioni di
demoni ed era un "Principe" infernale, molti ricercatori hanno associato il suo nome a quello
del dio egizio Amun o al dio cartaginese Ba'al Hammon. Il significato del termine Amon
o Ammone non è chiaro, da più autori è stata avanzata l'ipotesi di una diretta connessione
del nome con la parola fenicia e ebraica ‫חזקה יותר‬, che può significare "braciere", “il più forte”
od anche “il più potente”. E’ ipotizzabile, per l’uso nel cristianesimo delle origini di
considerare demoniache le divinità di altre religioni, che il nome Amon, derivato delle divinità
di cui si è accennato, sia stato utilizzato per indicare una divinità non appartenente all’ambito
religioso cristiano. Divinità che successivamente ha assunto le connotazioni demoniache
che ci sono state trasmesse. Aamon era anche noto con il nome di Nahum, il cui nome
significa in ebraico antico “colui che conforta”, per altri autori "colui che induce avidità", od
anche “colui che induce desiderio”.

Amarok. L’Amarok era un lupo gigantesco che, secondo le credenze popolari, attaccava e
uccideva i cacciatori Inuit quando questi si avventuravano da soli nella notte. (gli Inuit sono
una popolazione indigena delle coste artiche dell’America, distribuita dalla Groenlandia sino
all’Alaska, in Asia occupano l’estremità della penisola dei Ciukci). Al contrario degli altri lupi
l’Amarok non era un animale sociale e colpiva sempre da solo. Con il termine Amarok, od
anche Amaroq, gli Inuit indicavano specificatamente l’animale fantastico, mentre per gli
Yupik, altro gruppo etnico esquimese, il termine è riferito al lupo.

Anfesibena. L'anfesibena, o anfisbena, era un mitico serpente dotato di due teste. Le teste
erano poste una ad ogni estremità del corpo e la loro posizione permetteva a questo
mitologico animale di muoversi indifferentemente in una direzione o in quella
diametralmente opposta. Questa caratteristica era all’origine del nome greco amphìsbaina
composto dall’unione di due termini, amphì che significa “da una parte e dall'altra”
e baìno “andare”. Secondo la tradizione il serpente prese origine dal sangue di Medusa
quando Perseo, cavalcando Pegaso, volò con la testa decapitata della gorgone sul deserto
libico. L’anfesibena fu descritta da Claudio Eliano (Sulla Natura degli Animali IX,23) che
riportava quanto descritto da Nicandro di Colofone, poeta greco del II secolo a.C., nella sua
opera Theriakà. Per Nicandro la pelle dell’anfesibena avvolta su un bastone allontanava gli
animali e i serpenti velenosi, soprattutto quelli che uccidono senza mordere (Eliano Sulla
natura degli Animali VIII,8). Secondo delle annotazioni, sempre di Nicandro, l’anfesibena
era un animale piccolo e lento, debole di vista, di colore grigio-marrone con il corpo
punteggiato da macchioline la cui pelle disseccata era usata contro i lividi ed il torpore
causato dal gelo. Eschilo equiparava l’anfesibena a Clitemnestra e a Scilla figlia del dio
Forcide. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historie e Marco Anneo Lucano nella Pharsalia
descrivono anche loro l’anfesibena che, per il suo forte richiamo allegorico, divenne un
simbolo nell’araldica medioevale.
Araldica. L’anfesibena è stata usata in araldica come animale presente negli stemmi
nobiliari. Delle due teste quella in alto aveva smalto luminoso mentre quella in basso nero.
L’anfisbena simboleggiava l’individuale conflitto interiore e la relativa vittoria del ben sul
male. La parte dell’animale che rappresentava il bene era effigiata con smalti chiari e
frequentemente era raffigurata alata, mentre per la parte riferibile al male gli smalti erano
scuri e poteva avere ali membranose e zampe squamate (in linguaggio araldico ”scagliose”).
L’anfesibena poteva essere rappresentata anche con le due teste unite e in questi casi non
vi era differenza di smalti e poteva essere blasonata sia con gli attributi dei carnivori sia con
quelli degli uccelli. La famiglia Bilotta, o Bilotti, di origini Beneventana, ha arma d’azzurro
con anfesibena verde serpeggiante in palo e teste guardanti una a sinistra e l’altra a destra.
Angā. L’angā, arabo ‫ع ْنقَاء‬َ , latino ʿanqā, anche scritto Angha o Anka, oppure Anqa Mughib
o Anqua al Mughrib era un animale mitologico, un uccello dotato di notevole forza,
conosciuto nella penisola arabica con l’appellativo di “il re degli uccelli”. La parola ʿanqāʾ è
la forma femminile di ʾaʿnaq che significa "collo lungo" e anche "lungo e grosso nel collo”
caratteristica anatomica che può essere interpretata sia come un diretto richiamo all’airone
od alla gru, o altri uccelli dal collo lungo, sia come riferimentoad animali con un collo grande
e forte come possono essere i rapaci. L’angā fu descritta da Zakariya al-Qazwini nel suo Le
meraviglie del creato e gli aspetti miracolosi delle cose esistenti alla fine del 1100 e gli inizi
del 1200 affermò che viveva 1700 anni, si accoppiava dopo 500 e il pulcino rimaneva
all’interno dell’uovo per 125 anni. Per Zakariya al-Qazwini l’angā faceva parte della famiglia
di uccelli che vivevano solitari sul monte Qaf, catena montuosa mitologica sita ai limiti della
terra e circoscrivente il grande oceano, ed era, per l’esperienza acquisita nella sua lunga
vita, un uccello saggio in grado di dare consigli e conforto morale. Di questo animale la
narrazione vuole che volasse lontano e che si potesse vedere una sola volta, tuttavia,
poteva essere cercato e trovato nel "luogo del tramonto del sole". In altri racconti l’angā
veniva descritto come un grande uccello con un collo lungo, un volto umano con quattro
paia di ali che si nutriva solo di elefanti e pesci rossi. Riguardo l’origine dell’angā molti
ricercatori lo assimilano al Simurg, o Simurgh od anche Seemorgh, della mitologia persiana.
Il Simurgh nei territori che fecero parte dell’impero persiano o che da essi furono influenzati
culturalmente, originò una serie di uccelli mitici ed a lui, per molti studiosi, possono essere
ricondotti anche le aquile bicefale armene, quelle bizantine e il turco Konrul (confronta
Simorg Ecyclopedia Iranica www.iranicaonline.org. Retrieved 3 October 2019). A sua volta
Simurgh, rappresentato a Persepoli con una doppia testa, viene da più studiosi considerato
una variazione dell’Homa, o Huma, che era un uccello leggendario molto simile alla fenice,
presente anche esso nella narrativa e nella mitologia persiana. Ad avvalorare tale
identificazione vi è che la considerazione che l'Anqa nel mondo arabo moderno è assimilato
alla fenice o al grifone.
Ai Tojon. Ai Tojon, od anche Yryn Ai tojon (Sakha: Айыы Тойон, russo: Айы Тойон ) era,
nella mitologia del popolo Yakut, etnia lungo il fiume Lena in Siberia, il dio della luce ed era
effigiato come una gigantesca aquila bicefala appollaiato in cima all'albero Cosmico. Ai
Tojon letteralmente tradotto significava “bianco signore del mondo” era considerato l'essere
supremo creatore della luce che separò la terra dall'acqua ( Cotterell A. A Dictionary of
World Mythology UK 1979 p 130 ed anche Bane T. Encyclopedia of Beasts and Monsters
in Myth, Legend and Folklore USA 2015 p 18)

Aker. L’Aker (anche Akar o Akher) era una divinità dell’antico Egitto originariamente
raffigurata come il tronco e la testa di un leone in seguito in due toraci e teste disposte
ciascuna all'estremità del corpo guardanti verso opposte direzioni. Successivamente,
durante il medio regno, l’Aker pur rimanendo un'unica entità veniva rappresentato con due
leoni speculari che guardavano in direzione opposta. Ai leoni furono chiamati Duaj, in
Egiziano antico ieri, e Sefer, domani (E. Hornung La valle dei re 2004 p 125). L’Acher quindi
era “colui che guarda avanti e dietro”, la sua prima raffigurazione si fa risalire ad una in
tavolozza decorativa incompiuta presente nella tomba del faraone Djer (... – 3055 a.C.
prima dinastia). Come divinità Aker fu estesamente descritto per la prima volta nei Testi
delle Piramidi del re Teti, 2500 a.C.. Iconograficamente la raffigurazione dei leoni si arricchì
in epoche successive di ulteriori elementi che erano il geroglifico dell’orizzonte e un disco
solare posto fra i due animali. In tempi ancora successivi le teste di leone furono sostituite
in alcune rappresentazioni da teste umane in tali casi alcuni autori hanno ipotizzato che si
potesse trattare di una doppia sfinge. L’Aker era una divinità ctonica che presiedeva e
controllava il punto di unione fra l’orizzonte e la terra e per tale motivo aveva una doppia
testa che era rivolta a controllare la parte occidentale ed orientale dell'orizzonte. Gli antichi
egizi credevano che l’Aker proteggeva dal malefico respiro dei serpenti demoniaci
Hemtet, Iqeru e Jagw, il faraone deceduto. Per tale motivo questa divinità era considerata il
guardiano del punto di passaggio fra il mondo sotterraneo, inteso come mondo dei morti, e
quello dei vivi. (P.Testa Dei e Semidei dell'Antico Egitto 2018 pagina 72). Nel periodo del
Medio Regno, nei Testi dei Sarcofagi l’ Aker divenne la divinità che proteggeva il dio del
sole durante i suoi viaggi notturni attraverso le caverne dell'aldilà e, nel Libro dei Morti, era
proprio lui che dava vita al giovane sole nascente, il dio Khepri, raffigurato in forma di
scarabeo. Sempre secondo il racconto egiziano l’Aker mentre trasportava la barca notturna
di Ra nascondendo nel suo grembo il cadavere di Osiride.

Akhekh. Akhekh, detto anche Akheku, era un demone egizio che si nutriva della
disperazione degli umani. L’Akhekh, secondo diversi autori il demone era la primitiva
immagine del mostro Tifeo (Tifone) della mitologia greca, ma soprattutto era una delle più
antiche rappresentazioni del Grifone in quanto iconograficamente era riprodotto con la testa
di un pavone, il corpo, alato, di antilope e la coda di serpente. In altre riproduzioni ad
accentuarne l’aspetto mostruoso vi erano anche tre Uraei (serpenti) intorno alla testa.
L’immagine di Akhekh era associata, in uno dei pannelli della stele di Metternich, alla divinità
Seth. Per tale motivo alcuni autori hanno supposto che si trattasse di una raffigurazione
malvagia del dio delle tempeste, mentre per altri, insieme alla capra alla volpe ed al fennech,
fosse uno degli animali, o dei demoni, del dio stesso.

Al. L’Al Nella mitologia armena era un piccolo demone maligno dall’ aspetto animale o
antropomorfo. Secondo alcuni autori l’origine di questa creatura mostruosa è antecedente
all’età del ferro, per altri risale invece a quel periodo storico. Gli Al, che in Armenia erano di
sesso maschile e in Afganistan erano unicamente creature femminili, secondo la credenza
popolare aggredivano le donne in gravidanza e rubavano i neonati. Gli Al come si è
accennato erano descritti come metà animale e metà uomo, i loro denti erano di ferro,
oppure erano chiodi di ottone o di rame. Di solito indossavano un cappello a punta coperto
di campane, e all’occorrenza potevano diventare invisibile.

Alopex L’ Alopex nella mitologia greca era una volpe gigantesca che arrecava devastazione
e morte nel territorio di Tebe. I tebani per placare l’ira del mostro sacrificavano mensilmente
un fanciullo. I sacrifici cessarono quando l’Alopex, che non poteva essere uccisa da un
essere umano, fu tramutata in pietra insieme al cane Lelase mandato per cacciarla (Ovidio
le Metamorfosi lib. VII)

Am-Akhu. Am-Akhu, era una divinità egizia descritta nel Libro dei Morti dove fu
rappresentato come un gigantesco serpente dalle cui spire spuntava la testa dei quattro figli
di Horus. Compito di Am-Akhu, che era anche la divinità guardiano dei vasi canopici, era,
da ciò il nome che significa letteralmente “divoratore degli spiriti”, quello di ingoiare le anime
dei nemici di Ra e Osiride e vomitarle nell’oltretomba. (Shorter A.W. The Egyptian gods
seconda edizione USA 1994 p 88).

Amaru Nella mitologia delle civiltà andine del Sud America, l' Amaro, l' Amaru, in lingua
quechua ( famiglia di lingue indigene parlata dai popoli quechua che vive principalmente
nelle Ande peruviane), o il katari, in lingua Aymaran (lingua parlata dal popolo
Aymara delle Ande) è un serpente o drago mitico presente nella mitologia degli Tiwanaku e
degli Inca. Nella mitologia Inca, l'amaru era un enorme serpente a due teste che abitava
sottoterra, sul fondo di laghi e nei fiumi. Le teste erano una di un uccello e l’altra di puma.
L'amaru era spesso descritto con piedi e ali simili a quelle di un uccello, particolari che lo
assimilavano al drago. Si credeva che l'amaru fosse in grado di trasgredire i confini da e
verso il regno spirituale del mondo sotterraneo. Per gli Ayamara era una divinità legata al
fuoco e all'economia dei canali che irrigavano le terre agricole. I canali erano
periodicamente incendiati in agosto per rimuovere l’erba e i residui vegetali che
ostacolavano il passaggio dell’acqua e il mese di agosto era quello legato alla festività di
Amaru che simboleggiava la vitalità del fuoco che consentiva l'esistenza del popolo
Aymara. Così la divinità Amaru simboleggiava anche l'acqua che attraverso i fiumi, le
sorgenti e i canali di irrigazione consentiva di trasformare i semi in raccolto. I
culti Amaru, Mallku e Pachamama sono le più antiche forme di celebrazione che gli Aymara
svolgono ancora oggi popolazione per la quale tutto ciò che costituisce la vita è scritto sulla
bilancia dell'Amaru.
Ammit Ammit, chiamata anche Ammut, Ammet, Ahemait, Am-mit il cui significato
era Divoratrice, era un demone femminile della mitologia egizia descritto nel papiro di
Hunefer. Ammit era uno fra i demoni più temuti ed il suo aspetto era tale da incutere terrore,
era infatti un ibrido la cui testa era di coccodrillo, gli arti anteriori e il tronco di leone e il resto
del corpo di ippopotamo. Oltre che provocare irrequietezza e paura in coloro che non
seguivano i precetti del Ma'at il ruolo basilare Am-mit era nella psicostasia dove riceveva in
pasto l’anima di coloro che non superavano la pesatura del cuore (vedi Anubi). Questo ruolo
era alla base dei diversi nomi che furono dati ad Ammit quali "Divoratrice dei morti" oppure
come "Mangiatrice dei cuori" e "Grande della morte". Tutte denominazioni che la mettevano
in relazione alla distruzione delle anime in quanto l’anima distrutta dal demone che non
poteva più proseguire il suo viaggio nell'Aldilà e non poteva quindi riabbracciare i propri cari
e godere delle gioie della vita extraterrena ed era conseguenzialmente condannata alla
completa morte.
Anaconda. l’anaconda è stato all’origine di diversi miti nelle popolazioni native americane
per le quali come animale si pensava che fosse solo di sesso femminile ed era chiamata in
lingua originale Jacumana. Per le popolazioni indigene del Brasile era la “signora delle
acque” ed era ritenuto il più potente fra i rettili. L’anaconda per gli indigeni, come si è
accennato, era considerato solo al femminile, ma esisteva anche il corrispettivo maschile
che si identificava in tutta l’America meridionale in un demone malefico. Nei miti della
creazione degli indios dell’America centrale l’anaconda all'inizio dei tempi portò gli antenati
dell’umanità come dei figli dentro sé nuotando controcorrente dal Rio delle Amazzoni al
Uaupés. Per queste popolazioni il diluvio universale fu un evento conseguente all’uccisione
di un primordiale mostro-anaconda e la via lattea era formata da due serpenti, la parte
stellata e luminosa dal boa arcobaleno, principio maschile, e quella buia dall’anaconda,
principio femminile. Nella religione dei Quechua (religione di un insieme di sotto gruppi etnici
che hanno in comune la lingua quechua e che abitano una zona delle Ande centrali)
Tsunki, divinità primordiale e primo sciamano, poteva assumere diverse forme corporee una
di queste era quella di un possente anaconda (amarun in quichua, panki in jivaro). Inoltre
per tutte le popolazioni dell’America meridionale viventi nei territori della foresta pluviale
dell’intera Amazzonia e delle Guyana l’immagine dell’anaconda in era la rappresentazione
del potere.
Anguilla. L’anguilla, conosciuta sin dall’antichità in tutte le culture che si svilupparono in
ambienti fluviali era considerata, in molte civiltà, un animale sacro ed era presente in diverse
narrazioni mitologiche. L’interesse umano per l’anguilla risale a tempi remoti come dimostra
l’etimologia del termine che deriva dalla radice indoeuropea e sanscrita ag- (nella variante
a nasale infissa aṅg) il cui significato era “muoversi in modo tortuoso”. L’anguilla era
considerato un animale sacro in Frigia e in Caria dove era raffigurata nei luoghi di culto e la
sua effige compare anche nei templi di Eloro (polis siceliota nell’ attuale provincia di
Siracusa) dove si pensa che la rappresentazione dell’animale non fosse solo per un motivo
ornamentale. Notizie sullo sfruttamento a fini alimentari dell’anguilla si hanno da tempi
remoti di queste pratiche ne dà notizia Aristotele che racconta come venivano pescate nel
fiume Stirmione e allevate in grandi vasche.
Anatra. Con il nome di anatra si fa riferimento ad un anseriforme appartenenti alla famiglia
degli anatidi originato, ad eccezione della Cairina moschata, dall’addomesticamento dal
germano reale. La storia della domesticazione dell’anatra è ancora in via di definizione, nel
merito però si può affermare che il primo nucleo di domesticazione fu in Cina dove il volatile
era regolarmente allevato nella prima dinastia (206 a.C -220 d.C.). Wucheng nel 1988, in
base a una ceramica raffigurante un anatra rinvenuta negli scavi attuati sulle montagne Yan-
shi-Menkou nella provincia di Fu-Jian nel sud della Cina, arrivò alla conclusione che la
domesticazione dell’anatra era avvenuta in un periodo compreso fra l’8000 e il 2000 a. C..
Janhua successivamente, nel 2004, ipotizzò, in base a dei manufatti in argilla, che
l’addomesticamento del germano reale avvenne, tra il 5000 e il 3000 a. C., ad opera della
civiltà neolitica, cultura Jangshao, che si sviluppo nel bacino centrale del Hwang-Ho, fiume
giallo (confronta Cherry P., Morris T. R. Domestic Duck Production: Science and Practice
U.K. 2008 p 3). Masseti riporta l’oca e l’anatra fra gli animali domestici presenti intorno al
2000 a. C. nel paleolitico di Lung-chan nella regione cinese di Hupei (confronta Masseti M.
Uomini e (non solo) Topi 2008 p.175). Secondo alcuni ricercatori una motivazione che
spiegherebbe in parte i motivi dell’addomesticamento e i luoghi in cui è avvenuto fu nel
vantaggio, in termini di disinfestazione delle colture da erbacce e insetti, che ne traevano i
coltivatori di riso introducendo i volatili nelle risaie. L’allevamento delle anatre successivo
all’addomesticamento si sviluppò rapidamente in tutte le civiltà antiche che presentavano
habitat adatti agli anseriformi. In Europa furono soprattutto i romani ad allevare l’anatra e di
questo vi sono testimonianze negli scritti di Varrone, Columella e Palladio. In Asia
l’allevamento delle anatre si sviluppò in Cina ma anche in tutto il sud-est asiatico soprattutto
nella penisola di Malacchia.
Egitto. In Egitto sin dall’antico regno in diverse pitture murali sulle pareti delle tombe erano
raffigurate anatre, oche e gru rinchiuse in recinti. Molti studiosi ritengono, anche se vi sono
scene di alimentazione forzata dei volatili, che questi animali non fossero allevati e quindi
domestici, ma semplicemente soggetti selvatici tenuti in cattività. Del resto, in ragione
dell’abbondanza di selvaggina presente nelle zone palustri e dell’assenza di finalità
speculative come ne avevano i coltivatori di riso cinesi, gli antichi egiziani non avevano
nessun interesse alla domesticazione dell’anatra. Anatra che comunque era importante
nell’alimentazione della popolazione che dall’attività venatoria ricavava un apporto
considerevole di proteine animali e per questo spesso raffigurata nell’arte pittorica.
Cina. Simbolicamente in Cina e Giappone l’anatra era considerato il simbolo della felicità
coniugale, della bellezza, della fedeltà e della felicità in senso generale.
America. Fra gli indios del sud America l’anatra era mediatrice fra il cielo e l’acqua. Nella
mitologia amerinda si attribuisca all’anatra il merito di essersi immersa nelle acque dopo il
diluvio universale allo scopo di prendere il fango per ricostruire la terra. Per gli Hopi, chiamati
anche Moki, o Moqui, popolazione indigena amerinda che vive e viveva nel Sud-Ovest degli
USA, l’anatra simboleggiava l’acqua necessaria per fertilizzare i campi ed era associata alla
coltivazione del mais.
Aborigeni Australiani. Per gli aborigeni australiani l’anatra era un animale totem e in base
alla legge che regola i gruppi totemici un uomo appartenete alla comunità totemica
dell’anatra doveva sposare una donna il cui gruppo totemico era il serpente.
Araldica. L’anatra è un animale che compare poco in araldica. Generalmente chiamata
anatrella è vista di profilo priva di becco e di zampe. Nell’araldica civica sette anatrelle in
nero, quattro in capo ordinate in fascia e tre in punta, appaiono nello scudo dorato a tre
losanghe d’azzurro ordinate in fascia caricato da una divisa d’argento del Comune di
Parmain, dipartimento Val d’Oise nella regione dell’Ile de France.
Anaconda

Ananta. Ananta era un serpente gigantesco della cosmogonia indiana, detto anche Sesa,
Sesangana, o Adisesa. Ananta in sanscrito significa infinito, illimitato. Anata, che
galleggiava sull’oceano dell’esistenza eterna, era un essere gigantesco su cui Visnu si
adagiava per riposarsi ed era provvisto di diverse teste, da cinque, a sette, a cento, tutte
coronate.

Anga’ken. Anga’ken per i Coriachi, etnia che vive nell’estremo orientale della Russia sul
mare di Beringh, era il signore del mare ed è immaginato come un enorme granchio che
vive nel fondo del mare e può assumere a volte forma umana

Anaskelades. L’Anaskelades era un asinello fantastico dal folclore dell’isola di creta.


Questa creatura era pronta ad essere cavalcata ed invogliava chi incontrava a farlo. Se
questo avveniva l’Anaskelades aumenta spropositatamente il proprio volume fino
disarcionare il malcapitato cavaliere lasciando che la caduta lo uccida (Bane T.
Encyclopedia of Beasts and Monsters in Myth, Legend and Folklore USA 2015 p 29)
Anubi. Anubi, od anche Anubis in greco, l’originale egiziano probabilmente era Anapa, o
Anpu, era una divinità venerata nel medio Egitto XVII tomo (provincia). Originariamente era
descritto come distruttore dei corpi, successivamente i sacerdoti gli attribuirono il ruolo di
imbalsamatore sia delle divinità che degli uomini. Ad Anubi infatti furono affidate sia la
mummificazione di Osiride (il signore dei morti) che quella dei suoi seguaci. Oltre a questo
divenne protettore delle necropoli e del mondo dei morti, e quindi della mummificazione e
dei cimiteri. Successivamente, nel medio regno circa dal 2055 a.C. al 1650 a.C., divenne
dio dell’imbalsamazione e signore del regno dei morti sostituendosi ad Osiride come Dio
degli Inferi. Nei testi egizi di epoca tarda Anubi era considerato il figlio di Osiride, nato dal
rapporto tra il dio dei morti e sua sorella Nephthys (cfr. Mircea Eliade Enciclopedia delle
religioni vol.11 pag.29). Anubi con corpo umano e testa di cane o di sciacallo, nelle prime
rappresentazioni era interamente animale e questo si collega al ruolo psicopompo legato al
cane che la divinità continuò ad avere nella sua evoluzione. Anubi quindi accompagnava le
anime dei morti nell'aldilà e vegliava sulla loro tomba. Durante il Nuovo Regno e nei periodi
successivi, il dio era raffigurato in posizione supina sui «cesti del mistero», che contenevano
le viscere del morto preparate per l’inumazione. Anubi, «colui che è oltre il mistero», pertanto
era anche custode degli organi interni di coloro che accompagnava nel regno dei morti di
cui giudicava anche la condotta morale che avevano avuto nel corso della loro vita. Nella
sua veste di «magistrato giudicante», ad Anubi toccava pesare il cuore del defunto. Questa
operazione, psicostasia, determinava se l'anima giudicata fosse degna o meno di accedere
al regno di Osiride. Gli egizi infatti credevano che prima di accedere nel Duat, ossia il regno
degli inferi, il cuore di ogni defunto fosse soppesato da Anubi nella "Sala delle due Verità".
Il peso del cuore non doveva superare quello della piuma di Maat (dea antropomorfa che
impersonava i concetti egizio della verità, dell'equilibrio, dell'ordine, dell'armonia,
della legge, della moralità e della giustizia). Se il cuore risultava dello stesso peso della
piuma di Maat, o più leggero, significava che il defunto aveva condotto una vita virtuosa ed
era di conseguenza degno di essere condotto nel mondo degli inferi. Se al contrario il cuore
pesava più della piuma l’anima del defunto veniva data in pasto al mostro Ammit (vedi voce
specifica). Anubi continuò a rivestire anche il compito psicopompo nell’ambito del culto e dei
misteri di Iside in epoca ellenistica e romana nelle cui culture fu assimilato al Dio Ermes
Antholops. L’antholops era un animale immaginario che compare in diversi bestiari
medioevali con diverse denominazioni. Fra queste: Aptalon, Analopos, Calopos, Antula.
Descritto come un toro con peculiari corna seghettate l’Antholops probabilmente, vista la
descrizione e le difficoltà riportate sulla sua cattura che poteva avvenire solo sulle sponde
dell’Eufrate dove le corna stesse si intricavano nei cespugli di ricino, era una rielaborazione
in chiave fantastica dell’antilope.
Ape. Le api in tutte le culture umane hanno avuto un forte valore simbolico. Questi insetti,
nonostante siano allevati da tempi remoti, non hanno subito modifiche significative nella
struttura anatomica o nelle loro caratteristiche adattative e ciò induce molti autori a non
considerare le api animali domestici. Per molti secoli e in diverse civiltà, dall’antico Egitto
fino ai romani ed al medioevo occidentale, si riteneva che le api si riproducessero per
partenogenesi e per tale motivo questi animali furono simbolo di purezza e di castità. A
questi significati simbolici si aggiunse, con il progredire delle osservazioni sugli insetti, quello
dell’operosità e dell’ordine, inteso quest’ultimo come organizzazione sociale. Tracce
dell’utilizzo del miele da parte dell’uomo risalgono al mesolitico e sono datate intorno al
12.000 a.C., mentre La più antica rappresentazione attestante l’interesse dell’uomo verso
le api è neolitica e raffigura l’atto di saccheggio di un alveare (L'uomo di Bicorp 1921, nella
“Cueva de la Araña” in Spagna). In epoche storicamente più vicine, in un graffito rinvenuto
in africa (Matobo Hills, nello Zimbabwe), è stato raffigurato un uomo che affumica un nido
di api per prelevarne il miele. Secondo Crane nidi di Apis mellifera sono raffigurati nell'arte
rupestre spagnola ed africana, mentre i nidi di Apis dorsata e Apis cerana riguardano le
raffigurazioni indiane. (Eva Crane, The rock art of honey hunter, IBRA, Cardiff, 2001). Con
una certa approssimazione molti studiosi datano l’origine dell’attività apistica intorno ai 4000
avanti Cristo e la localizzano nel sud – est asiatico. Sicuramente nel 3000 a.C. le api erano
diffuse nell’antico Egitto che si ritiene sia stato il centro di espansione dell’allevamento di
questi insetti in direzione dei paesi del mediterraneo e verso quelli asiatici. Si suppone che
i Greci, popolo in cui l’economia apistica aveva una grande importanza, svilupparono le
prime arnie costituite da cesti di vimini rovesciati verso l'alto con una serie di legnetti ed una
copertura di pietra o di corteccia. L’arnia greca fu adottata dai romani e da questi, senza
soluzione di continuo, al medioevo ed al mondo moderno fino a che nel 1851 Langstroth
fece proprie alcune esperienze precedenti e inventò il favo mobile che avvia all’apicoltura
moderna.
Paleolitico L’ape nel paleolitico era, secondo quanto riportato dalla Gimbutas, unitamente
alla farfalla, un simbolo di resurrezione dopo la morte (M. Gimbutas Il linguaggio della Dea
p. 185 -210). Tale valenza simbolica è stata trasmessa alle civiltà successive.
Mesopotamia In Mesopotamia il miele, considerato più per le sue caratteristiche
medicamentose che per quelle edulcoranti, venne descritto in alcune tavolette d’argilla
risalenti al 2700 a.C. Nella religione ittita nei miti delle divinità che scompaiono si narrava
che il dio Telepinu fu cercato e trovato da un’ ape che lo risveglia pungendolo (Cfr
Enciclopedia delle religioni diretta da Mircea Eliade vol 11 religione del Mediterraneo e del
vicino Oriente antico p 324)
Caldei Presso i caldei l’ape era simbolo di regalità.
Antico Egitto. Nel basso Egitto le api, animali solari associate al dio Ra dalle cui lacrime si
pensava fossero generate, erano simboli di regalità. A testimonianza di questo rimangono
diverse rappresentazioni di api in geroglifici in cui l’animale stilizzato precedeva il nome del
re. Scene di raccolta e conservazione del miele sono presenti in rappresentazioni riportate
alla luce nel tempio di Abusir. Per gli egiziani l’ape regina era considerata un elemento
maschile intorno al quale ruotava l’intera comunità quasi come una perfetta metafora della
monarchia assoluta. Con l’unificazione dell’alto e del basso Egitto quest’ultimo fu raffigurato
in forma d’ape.
Celti Presso i celti le api erano considerati messaggere degli dei e dei defunti. Le api presso
i Celti simbolicamente assunsero il significato di perfezione, saggezza ed immortalità
dell’anima. Era convinzione del popolo celtico che le api potessero accedere nel mondo dei
defunti nel quale bevande come l’idromele, ottenuta dalla fermentazione alcolica del miele
e considerata il fermentato più antico prodotto dall’uomo, era inesauribile.
Ebraismo. Per la religione ebraica l’ape era simbolo di saggezza, d’ordine e di regalità, ma
era soprattutto simbolo biblico di verginità. Gli antichi ebrei ritenevano che l’ape fosse
collegata al linguaggio e dunque all’intelligenza e alla poesia di cui ne era la figurazione.
Greci L’allevamento delle api era un’attività economica importante per i greci. Aristotele, a
cui risalgono le prime trattazioni su questi animali, riteneva che avessero qualcosa di divino.
Secondo Aristotele le api operaie, in quanto ermafrodite, generavano per partenogenesi i
fuchi (Aristotele “la generazione degli animali” III 756 b). Porfirio, allievo di Plotino, definì
l’ape “giusta e sobria” e per lui in tali insetti si reincarnavano le anime dei giusti. Anche
Platone, nella dottrina della “trasfigurazione dell’anima”, era convinto che gli onesti
rinascessero sottoforma di api. L’ape nella cultura greca assunse il valore simbolico di
resurrezione e di operosità ed era, come simbolo della dea madre, raffigurata nelle monete.
I greci ritenevano che le api producevano il miele dai fiori e dall’aria, mentre la cera solo dai
fiori. Sia i greci e di conseguenza anche i romani erano convinti che le api si generassero
dalle carogne dei bovini. All’origine di tale credenza vi era la confusione che gli ellenici
facevano fra l’ape e la Eristalis tenax, dittero pronubo dall’aspetto molto simile all’ape stessa
le cui larve sono saprofaghe (J.H. Fabre I Devastatori I 1975 pp 50-53). Demetra era definita
dai greci “pura ape regina” le sue sacerdotesse nel tempio di Eleusi erano chiamate
“Melisse”. Secondo il racconto mitologico Rea, per sottrarlo a Crono, affidò Giove alla ninfa
Melissa che nutrì il giovane Dio con il miele ed il latte della capra Amaltea. L’ape era
associata, sia nelle immagini votive che nelle rappresentazioni vascolari corinzie, alla dea
della fecondità Artemide efesina che, come Ptonia Theròn, era definita signora degli animali
selvatici od anche Signora delle api, era raffigurata alata.
Romani Le tecniche di apicoltura furono ampiamente trattate dagli autori romani. Varrone
descrisse la sciamatura e le tecniche di cattura degli sciami selvatici, Virgilio trattò
abbondantemente le api e le tecniche di apicoltura nelle Geordiche (IV 149 277).
Colummella dedicò all’apicoltura l’intero libro IX del De re rustica. Sulla sciamatura delle api
e sulla raccolta del miele trattò anche il Palladio nel libro V del De Agricoltura. Per i romani
le api erano il riferimento simbolico della perfezione dell’organizzazione sociale nella quale
la collettività era coesa da uno scopo comune. Cicerone in merito paragonò la res publica
delle api alla res populi. Anche Plinio il vecchio nella Naturalis Historia descrisse l’alveare e
ne esaltò il modello sociale l’ordine e l’operosità. Anche i romani, come si è visto per i Celti
i Greci e gli Egizii, riteneva che le api fossero in grado di passare indifferentemente dal regno
dei vivi a quello dei morti. Per questo motivo in caso di decesso di un loro familiare ne
davano annuncio alle api in modo che queste trasmettessero la notizia al mondo dei morti.
Medioevo europeo. L’allevamento e i significati simbolici legati alle api si trasmisero dai
romani al mondo medioevale e l’apicoltura fu un’attività economico rurale legata alle
comunità monastiche. In ambiente cenobitico l’organizzazione sociale delle api e la loro
devozione verso la regina, ritenuto il re, fu assimilato alla virtù cristiana della fede e
dell’ordine della comunità religiosa. L’ape, come singolo animale, durante il medioevo fu un
potente simbolo cristologico. Del Cristo infatti, producendo il miele, ne era l’espressione
della dolcezza e della misericordia (Cristo misericordioso), mentre con il suo apparato
velenifero pronto a punire i peccatori rappresentava lo strumento di castigo (Cristo giudice).
In mondo cristiano l’ape era simbolo di purezza e di misura nel contenimento degli istinti
sessuali, fu anche simbolo di eloquenza, virtù questa considerata in tutto il mondo antico
quale dono divino. Nel merito l’angiografia apologetica di Sant’Ambrogio narra che nella
bocca del santo neonato le api costruirono un favo di miele. Questa azione delle api su un
neonato simbolicamente figurava il dono dell’eloquenza e della dolcezza nel linguaggio che
divinamente erano state conferite dallo Spirito Santo ad Ambrogio.
Islam. Nella cultura popolare sudanese l’ape era una trasposizione dell’uomo e della sua
organizzazione sociale. Per i Dervisci nelle api si identificava l’anima separata dal corpo e
ancor più l’ape rappresentava il credente ed il miele la realtà divina da esso ricercata. Gli
Alauiti ritengono Alì una manifestazione di Allah in terra dal carattere divino superiore a
quello di Maometto ed Alì stesso è ritenuto il principe delle api che a loro volta sono intese
come comunità di fedeli.
Arte funeraria. l’ape come simbolo funerario compare nell’arte cimiteriale in misura minore
rispetto alla farfalla ma ne condivide la simbologia che è ricondotta alla metamorfosi
dell’anima che si rigenera dopo la morte.
Araldica. In Araldica l’ape ha assunto il significato di dolcezza, operosità e di dedizione al
lavoro. Altri significati sono stati quelli di immortalità e di resurrezione. Le api sono
rappresentate negli scudi e nei cimieri singolarmente o a gruppi, montante in posizione
dorsale con zampe distese e ali semichiuse. Lo smalto aveva caratteri di variabilità,
normalmente era d’oro ma anche d’argento o nero. In alcuni stemmi più che le api, o con
loro, era rappresentata anche l’arnia. L’ape è presente nell’araldica napoleonica, nello
stemma della famiglia Barberini e di 75 comuni italiani.

Api. Vedi la voce toro

Apopi. Apophis, od Apopi ( Apofi; in greco antico: Ἄποφις, od anche Apep , Apepi o Rerek)
era una divinità appartenente alla religione dell'antico Egitto. Apopi era
il demone egiziano del caos l’incarnazione delle tenebre e, quale nemico
del dio del sole, rappresentava tutto ciò che era al di fuori del cosmo ordinato. In sintesi era
l’identificazione in forma animale del male e del Caos ed era raffigurato come un gigantesco
serpente. Apopi si riteneva che vivesse nell'oltretomba e veniva chiamato anche "Divoratore
di anime" e i morti dovevano, con formule rituali che venivano recitate durante la sepoltura,
essere protetti da lui. Come demone Apophis, anche se vi sono raffigurazioni che ne
suppongono un’ origine più antica, fu menzionato per la prima volta nel periodo intermedio
(2160-2055 a.C.) e contrapposto in maniera antitetica alla dea Maat, divinità antropomorfa
dell’ordine e della verità. I Testi dei sarcofagi (formule funerarie riportanti rituali magico-
religiosi) narrano che ogni notte Apopis cercava con il suo sguardo magico di abbattere il
dio del sole quando lo incontrava nel viaggio rituale che questo conduceva attraverso gli
inferi sulla barca notturna. Seth, che accompagnava Ra nel suo tragitto notturno, con una
lancia uccideva Apopi che la notte successiva era nuovamente pronto per attaccare.
L’ancestrale paura del caos e delle oscurità nel mondo egizio era tale che, per assicurare
il ciclo del sole in cielo e della vita sulla terra, i sacerdoti praticavano diverse orazioni
giornaliere contro Apopi a favore del dio Ra. Annualmente a Tebe veniva praticato un rito,
detto "della Messa al Bando del Caos", nel quale i sacerdoti costruivano e bruciavano
nel Grande tempio di Amon un feticcio di Apopi. La purificazione attraverso il fuoco
allontanava il male e il caos e assicurava per un altro anno l'ordine universale. Alcuni
archeologi hanno supposto che sull'effige di Apopi destinata al rogo fossero anche scritti i
nomi dei nemici dell’Egitto, portatori, come antagonisti, del male e del caos. Nell’ evoluzione
del mito attraverso i secoli i sacerdoti dalla pratica orale fissarono i rituali contro Apopis in
un testo scritto, "Libro dell'abbattere Apopi" o "Rituale per abbattere Apopi" (in greco: "Libro
di Apopi"), nei cui capitoli i rituali si configuravano come dei veri e propri esorcismi contro il
demone serpente.

Aquila L’aquila in tutte le culture è stata un simbolo di deità e per estensione di regalità,
pertanto di autorità, potere spirituale, ascesa, vittoria, coraggio ed orgoglio. L’aquila è stato
simbolo identificativo del sole e del calore.
Paleolitico Il valore simbolico dell’aquila risale al paleolitico. Resti ossei di aquila di mare
(Heliaeetus albicilla Linnaeus 1758) sono stati rinvenuti nel sito protoneolitico iracheno di
Zawi Cheni Shanidar risalente a quasi 11000 anni prima di Cristo. Tali reperti unitamente
ad altri ritrovamenti hanno fatto supporre un diffuso uso dell’aquila come animale sacrificale,
tale teoria è stata avvalorata e supportata dal rinvenimento di numerosi resti d’aquila nel
deposito osseo localizzato nella tomba a camera di Isbister nelle orcadi (M. Gimbuta Il
linguaggio della Dea p 289).
Mesopotamia Nei popoli della Mesopotamia l’aquila assunse un forte valore simbolico ed
era ritenuta un animale legato al sole. In uno dei racconti mitologici dei Sumeri, che si
suppone sia di origine paleo-babilonese, si narra dell’aquila che venendo meno al patto di
amicizia con il serpente da questo venne relegata in un pozzo e successivamente salvata
dal dio Etana. L’animale per riconoscenza, facendosi cavalcare, condusse il Dio al cospetto
della dea Ishtar (Autori Vari Mitologia Assiro Babilonese pag. 256). In una stele siriana,
rinvenuta da Victor Chopot in Aleppo, è raffigurata un’aquila con braccia umane rivolte verso
il cielo, più autori ipotizzano che questa sia un’espressione votiva dell’adorazione del sole
(Luis Charbonnea Lassau Il Bestiario del Cristo 1994 p 152). L’aquila leontocefala Anzu
raccontata nella mitologia sumera si può ritenere una primordiale raffigurazione del grifone.
Circa nel 3000 a. C. la divinità sumerica della fecondità e della guerra, Ningirsu (Signore di
Girsu), dio dell'antica città mesopotamica di Girsu collegato all'autorità regale, era
rappresentato come un essere gigantesco con ali d’aquila o era raffigurato come un’aquila
bicipite. Quest’ultima era rappresentazione della regalità per gli Ittiti che consideravano
l’aquila la figurazione d’ onniscienza e, unitamente all’ape, entrava nel racconto mitologico
di Telipinu che esplicitamente spiegava l’alternarsi delle stagioni. Nell’epopea di Gildamesh
l’eroe fanciullo fi raccolto da un aquila che lo affidò ad un contadino. I sumeri ritenevano
sacro Indugud animale con corpo ed ali d’aquila e testa da leone. I geni tutelari che
proteggevano contro gli spiriti maligni in mesopotamia erano rappresentati con corpo taurino
e testa d’aquila.
Egitto nell’antico Egitto la parte divina totalmente spirituale dell’anima, Ba, era spesso
rappresentata sottoforma di uccello, riconducibile ad un falco od ad un aquila, od ancora ad
un’aquila con testa umana. L’aquila era, riportata anche nel linguaggio geroglifico, il simbolo
della città di Eliopoli (Heliopolis una delle più rilevanti città dedicate al culto del sole) e
divenne sotto la dinastia tolemaica, dal 305 a. C. Al 30 a. C. simbolo dell’intero Egitto.
Religione Ebraica L’aquila nella bibbia assume diversi simboli, uno dei quali è quello del
rinnovamento interiore. Giacobbe (Giacobbe 39 27-30) esaltò la vista acuta e la velocità di
volo dell’aquila, Nella Bibbia è spesso associata all’eterna giovinezza (Salmi 10 35), od
anche alla giustizia di dio verso il suo popolo infedele. A questi significati positivi l’aquila
assume anche valenze negative ed era considerata un animale impuro le cui carni non
dovevano essere mangiate. Mosè nell’esodo (19 4) affermò di aver trasportato gli ebrei nel
deserto su ali d’aquila.
Sarmati Per i sarmati (antica popolazione iranica di religione zoroastrista) nell’aquila si
identificava il fulmine e con l’attività guerriera. Un nido d’aquila è nel mito fondante della città
di Ghiezno antica capitale della Polonia il cui stemma, raffigurante un Aquila, si pensa sia
all’origine di quello nazionale.
Greci Nell’iconografia greca Giove era rappresentato su un trono con uno scettro sulla cui
sommità sovrastava un’aquila. Rafforzativo della simbologia legata alla regalità era la
presenza di un’aquila sorretta dalla mano destra del dio. L’aquila accompagnava Giove in
battaglia e gli dispensava le armi. Per tale motivo era spesso rappresentata con i fulmini nel
becco o negli artigli. Come simbolo era presente in molte monete. Secondo Igino, detto
l’Astronomo, l’aquila sarebbe la rappresentazione di Merope, re dell’isola di Cos, che si
uccise per il dolore procuratogli dalla morte della sua sposa la linfa Etemea e da Giove fu
trasformato in costellazione.
Vichinghi. Nel racconto norreno l’aquila era simbolo di elevazione dello spirito e percezione
diretta della luce divina. Nella mitologia vichinga sulla sommità dell’albero cosmico vi era
un’aquila e fra i suoi occhi un falco di nome Veðrfölnir. Nella mitologia norrena il vento era
generato dalle ali del gigante Hræsvelgr, il quale, sotto forma di aquila, sedeva alla fine del
cielo. Tale citazione fu ripresa anche da Snorri Sturluson (1179 -1241) nella sua Edda in
prosa, nel Gylfaginning XVIII. È stato ipotizzato che l'aquila possa essere stata la stessa su
cui Veðrfölnir era seduto però nessuna fonte conferma tale teoria che, benché plausibile,
rimane pertanto solo un'ipotesi.
Popoli Italici Presso i sanniti l’aquila era simbolo di regalità ed era raffigurata nelle loro
monete. Identico significato l’animale ebbe per i Bruzi e compariva anche nelle quadrighe
trionfali e su molte armi (M. Guarnacci Origini italiche, o siano Memorie istorico-etrusche
sopra l'antichissimo regno d'Italia, e sopra i di lei primi abitatori nei secoli più remoti 1785
Vol I pag 147). L’aquila per gli etruschi era simbolo regale e Lucumone, come massima
carica politica, era rappresentato su un trono d’avorio, con in una mano l’ascia bipenne e
nell’altra un’aquila. L’aquila, simbolo di regalità, fu donata dagli etruschi ai romani come atto
di sottomissione.
Romani I romani assimilarono l’aquila come il simbolo di regalità e di potere dalle
popolazioni italiche e dai greci, Questo animale divenne dapprima simbolo della repubblica
e successivamente dell’impero. L’aquila d’argento, come insegna del comando supremo
delle legioni romane, fu adottata per la prima volta da Caio Mario ed era portata dalla prima
coorte. Virgilio, nell’Eneide, definisce l’aquila l’armigero di Giove. Presso i romani ancora
l’aquila rappresentava l’anima dei defunti che volava verso gli dei, per tale motivo, nel
momento in cui si accendeva il fuoco, dalle pire funebri degli imperatori se ne faceva volare
via un esemplare.
Cristianesimo L’aquila nell’Apocalisse (4 6-8) è uno dei quattro animali intorno al trono
divino. Secondo Sant Ireneo di Lione questi quattro animali erano la rappresentazione degli
evangelisti e l’aquila nello specifico di San Giovanni. Un’aquila profetizzante sventura,
sempre nell’Apocalisse, appare nel cielo prima del quinto squillo di tromba. Una successiva
rappresentazione, metafora della lotta di Cristo contro il Demonio, vuole un’aquila
combattere contro un serpente. Secondo Efrem il Siro l’ascesi portava l’uomo ad essere
simile ad un’aquila, animale a cui potevano essere ricondotti tutti coloro che iniziavano un
percorso di catecumenato. Nei bestiari medioevali l’aquila era simbolo di rigenerazione
spirituale. Secondo il Fisiologo l’aquila si rigenerava volando nel cielo contro il sole e
successivamente immergendosi per tre volte nell’acqua di fonte, similmente il cristiano,
abbandonando il vecchio abito del demonio ringiovaniva con la parola divina.
Nativi americani l’aquila era l’animale totem di molte tribù nord americane. Nella mitologia
Irochese Osadagea, la grande aquila, viveva nel cielo dell’ovest e il suo compito era quello
di contrastare la siccità portata dagli spiriti del fuoco. Pertanto la dea aquila volando sui
campi spargeva, per incarico del dio Hino, spirito del tuono e guardiano del cielo, con le sue
ali la rugiada (Corrado D’Alessi Dei e Miti I 1956 p 38).
Induismo. Nella religione Indù Garuda capostipite divino della stirpe degli uccelli, nei Veda
appare con il nome di Garumat, è effigiato con testa d’aquila ed corpo umano ed è, per i
praticanti tale religione, simbolo di forza e di coraggio. I Ghereadari, semidei della mitologia
indiana, secondo alcuni autori assimilabili agli elfi e alle silfidi della mitologia nordica, sono
esseri alati il cui naso somiglia al rostro di un’aquila.
Sabei. I Sabei, antico popolo storicamente collocato nel II° millennio a. C. nel sud della
penisola arabica, adoravano una divinità di nome Nars che veniva effiggiata in forma
d’aquila (Giuseppina Sechi Vestita Diccionario Akal de mitología universal Spagna 1990
pag 410).
Culture precolombiane. Presso i Cicimechi, popolazione mesoamericana, nell’aquila si
raffigurava una divinità volante che era per tale etnia anche simbolo della natura nomade
che la caratterizzava. Come divinità solare l’aquila era venerata presso i Taraschi,
popolazione arcaica del Michoacan assorbita dagli Aztechi.
Araldica L’aquila insegna militare delle legioni romane e simbolo dell’impero stesso fu
assorbita dalla cultura medioevale e fu rappresentata in molte insegne nobiliari come
simbolo di forza e regalità. Convenzionalmente era in scudo, con il corpo posto di fronte e
le ali spiegate, la testa generalmente era di profilo a destra. In molti stemmi l’aquila stessa
era spesso accessoriata di una corona, o di un’aureola o di una spada. Quando la testa era
posta a sinistra si indicava con il termine di “rivolta”. Se in alcuni stemmi era priva di testa
era detta “decollata”, mentre se mancavano parti del corpo veniva segnalata come
“dismenbrata”. Tra le innumerevoli varianti si indicava come “rostrata” se l’animale nella sua
raffigurazione aveva il becco di colore diverso, “spiegata” se la punta delle ali era rivolta
verso l’alto e “abbassata” nel caso contrario. Fra le aquile araldiche più famose vi è quella
dell’imperatore d’Occidente Sigismondo di Bandemburgo.

Aquila Bicipite. L’aquila bicefala è stata un simbolo di potere, sia regale che divino,
utilizzato da molte culture occidentali e orientali. Raffigurazioni dell’aquila bicipite sono
presenti in numerosi oggetti sumeri databili dal ventesimo sino al settimo secolo avanti
Cristo. L’ aquila a due teste, quale simbolo religioso riconducibile al dio Niruta risale al 3800
a. C. e come simbolo regale fu utilizzato dalla dinastia Arsacide di Partia (247 a. C. – 226 d.
C.) e dal IV al VII secolo d.C. quella Mamikonian in Armenia.
L'Aquila bicipite fu introdotta come effige imperiale da Costantino I e rimase simbolo del
Sacro Romano Impero. I bizantini continuarono a raffigurare l'impero con l’aquila semplice
fino ad Isacco I comneno (1005-1061) che introdusse l’aquila bicefala che resto simbolo
dell’impero romano d’oriente fino all’ultimo imperatore della dinastia dei Paleologi. L'Aquila
bicipite fu immagine dell’impero selgiuchide e del Sultanato di Iconio. I Selgiuchidi
stamparono monete con aquila bicefala, mentre nel Sultanato di Nicea l’effige fu motivo
decorativo per affreschi, arazzi e corani Miniati. In occidente la raffigurazione dell'Aquila
bifronte comparve in un gruppo d’armi dell’Imperatore Federico II e, dopo lo scioglimento
del Sacro Romano Impero, fu emblema della Impero Austriaco. Da Bisanzio, con il
matrimonio di Zoe paleologa con Ivan III, l’aquila a due teste giunse in Russia dove l'11
aprile 1857, per volontà di Alessandro II, divenne l'emblema dell’impero russo fino alla
caduta dei Romanov. In Serbia la dinastia dei Nemanjic adottò come propria raffigurazione
l'Aquila bicefala bianca su smalto rosso, al contrario di quella occidentale nera armata su
smalto oro. L'eroe albanese Giorgio skanderberg aveva nel proprio stemma l'aquila bifronte
nera su smalto rosso, questa in seguito divenne simbolo dell'Albania. L'Aquila bifronte è
elemento identificativo della chiesa greco-ortodosa ed è nello scudo dell’attuale stemma
dell'Armenia. L'aquila bicipite con una croce greca al centro, che rappresenta i legami tra la
Grecia moderna, la Chiesa greco-ortodossa e l'Impero Bizantino, è simbolo dell'esercito
Greco. L'aquila bicipite in oro con lingua rossa che ha sul petto lo scudo con un leone
passante d'oro su sfondo azzurro è lo stemma del Montenegro.

Aquila di mare L'Aquila di mare, accipitride dalla caratteristica coda bianca, è l’ emblema
delle Isole Orcadi ed è l’animale totem di circa la metà delle tribù dell'Irlanda (confronta
lévi-strauss Il Totemismo oggi 1964 p 119)

Ara Scarlatta L’ ara scarlatta (Ara macao Lineo 1758) è uno psittacide diffuso in America
centrale e meridionale ed è stato l'animale totem per la popolazione amerinda messicana
degli Zuňi.

Aralez L’Aralez, od anche Aralezner, era una delle divinità più antiche del pantheon
armeno. L’aralez viveva nei cieli o sul monte Massis (Ararat) ed era un cane che aveva il
potere di curare i guerrieri caduti in battaglia e resuscitare i morti leccando le loro ferite.
Come divinità l’Aralez documenta, qualora ve ne fosse bisogno, quanto antico era il rapporto
fra uomo ed il cane e universale e a sua volta ereditato dal lupo il ruolo di animale
psicopompo proprio del cane. Ruolo arricchito da proprietà magiche e taumaturgiche
manifestate nella capacità di resuscitare i morti ma anche di guarire con l’atto di lambire
delle ferite. Atto primordiale che associa nella sua istintività l’uomo agli animali e rende la
saliva uno strumento terapeutico.
Ariete. L'addomesticamento della pecora è avvenuto in medio oriente nell’ottavo millennio
prima di Cristo. Dalla culla di origine gli ovini si sono diffusi in Asia, Africa e Europa. A questa
prima diffusione, i cui i relitti sono Il muflone, la Soay e l’Orkney razze del nord della scozia
ed alcune razze scandinave e finlandesi, ne è seguita una successiva di animali che furono
selezionati non sono per l'approvvigionamento carneo ma per l'utilizzo di prodotti zootecnici
quali latte e lana. La diffusione di razze con caratteri meno ancestrali ebbe anch’essa
origine in Medio Oriente. Gli ovini, per l'importanza che ebbero come animali in quella che
fu la rivoluzione neolitica, assunsero nelle comunità agro-pastorali mobili e stanziali un forte
valore simbolico. Tale valore Tali valori si trasmisero soprattutto in tutte le culture di origine
euro-asiatica, nelle quali l’ariete, soprattutto il giovane maschio, divenne simbolo di
esuberanza, giovinezza, sanità e forza.

Preistoria Circa il 90% dei resti faunistici ritrovati in molti insediamenti neolitici sono riferibili
a ovini utilizzati a scopo alimentare o rituale. Molte sono anche le testimonianze di arte
mobiliare in terracotta o altro materiale riferibili agli ovini. Riproduzioni di corna d’ariete di
colore marrone o rosso sono state trovate come decorazioni in diversi manufatti in ceramica
o legno a partire dal VII millennio a. C. come dimostrano i reperti di di Hagilar (turchia),
Sesklo (Grecia) e Serra dell'Alto (Puglia Italia). L’ ariete è una delle immagini simbolo della
grotta di Porto Badisco (Puglia Italia), grotta nella quale la frequentazione umana si fa risalire
all'età del bronzo antico (cf L. R. Nouger L’arte nella Preistoria 1994 pp 391 398). Un
protome con la testa d’ariete, con corna spiraliformi e becco di civetta, risalente al IV
millennio avanti Cristo, decora uno dei Muri di una tomba scavata nella roccia a Perfugas
(Località Concas, Perfugas, Sardegna, Cultura Ozieri del tardo Neolitico sardo IV millennio
a. C.). Secondo la Gimbutas il primo aspetto simbolico accoppiato alla Dea Madre fu quello
di un uccello acquatico, animale che con la sua comparsa annunciava l'avvicendamento
stagionale, successivamente, nel neolitico con la rivoluzione agricola e lo sviluppo
dell'allevamento ovino, l'animale sacro alla dea divenne l’ariete (cfr L. Rangoni La Grande
Dea Madre culto del Femminile nella Storia 2005 p 83). Ariete che divenne uno dei simboli
del potere rigenerante della dea. L'abbinamento simbolico della dea madre, a sua volta
rappresentata come Dea uccello, con l’ariete si è evidenziato con il rinvenimento di
numerose statuette zoomorfe variamente incise con chiari riferimenti alla dea stessa. Fra
questi un ariete in ceramica, dipinto con strisce rosse, risalente al tardo Neolitico, rinvenuto
a Corinto (Grecia). In questo manufatto vi erano un’incisione sul collo e un profondo solco
sul ventre, segni questi che indicano che all’epoca della sua creazione già vi era
verosimilmente un uso sacrificale specifico dell’ariete stesso. A conferma delle affermazioni
della Gimbutas vi sono stati i ritrovamenti di teste di uccello con corna d’ariete dipinte su vasi
zoomorfi, a forma di uccello, del periodo elladico II (Grecia 2500-2300 a. C.). L’ariete in
sintesi era un animale sacro per la divinità femminile e le sue corna venivano rappresentate
come motivi e simbolo della Dea Madre, spesso l'immagine dell'Ariete era fusa con quella
della dea uccello e formava un’unica immagine. È probabile, da quanto i reperti archeologico
dimostrano, che proprio nel Neolitico prese origine l'uso dell’ariete come animale sacrificale.
Utilizzo che si sviluppò anche nella successiva cultura indoeuropea. L’associazione
dell’ariete con la dea madre, in base all’ampia iconografia che ci è stata trasmessa, sia stata
all’origine dei significati simbolici che si legano a questo animale che sono quelli di fertilità,
di Abbondanza, di prosperità e di morte e resurrezione. In Anatolia centrale nel villaggio
neolitico di Catal Hüyük, 7100-6300 a.C., in una stanza “culturale” facente capo ad un
gruppo di locali a cui facevano capo diversi nuclei familiari legati da vincoli di parentela, è
stata ritrovata un’immagine femminile nell’atto di partorire una testa d’ariete. Gli archeologi
hanno ipotizzato che la raffigurazione fosse legata al culto della dea madre nel quale l’ariete
è la figura maschile riconducibile ad un essere supremo (cf G. Filorami, M. Massenzio, M.
Raveri P. scarpi Manuale di storia delle religioni 1998 p 23). Nella Anatolia neolitica il
principio femminile era rappresentato da statue che riproducevano la donna o sue parti
anatomiche, mentre quello maschile o con la testa d’ariete, o con quella di toro, oppure con
la raffigurazione delle sole corna.

Mesopotamia. Nell’antica Babilonia il rituale dell’Akītu (festa del capodanno della durata di
dodici giorni nel mese di Nisãn) prevedeva il sacrificio di un ariete. L’animale era immolato
il quinto giorno dall’inizio dei festeggiamenti durante un complesso rituale all’inizio del quale
era decapitato da un portatore di spade. Il corpo successivamente era, da un sacerdote con
funzione di purificatore, strofinato nel tempio ed in fine lanciato, unitamente alla testa, nel
fiume.

Anau. Numerosi sono stati i ritrovamenti di vasellame raffigurante un ariete associato ad un


albero riconducibili alla cultura Anau (altrimenti nota come cultura di Namazga legata alle
culture protostoriche iraniche. Questa cultura è datata fra il IV e il II millennio a. C). Secondo
Eliade Mircea l’ariete in queste rappresentazioni era simbolo dei poteri fruttificanti della
natura (cf E. Mircea Enciclopedia delle religioni le Religioni della Protostoria in Religioni
dell’Eurasia Vol. XII I 2009 p.250)

Fenici In tutto il nord Africa e a Cartagine l’ariete era l’animale iconografico della divinità
suprema Baal/Hammon. Baal, Dio comune a tutte le religioni semitiche, era associato
all’ariete ed era venerato come Ba’al Qarnayn, “dio dalle due corna”. Il luogo di culto di tale
divinità ed era un santuario situato Djebel Boukornine, toponimo deriva probabilmente
dal feniceo Ba'al Kornine, letteralmente il “signore con le due corna”. In epoca romana la
collina dove era posto il tempio fu chiamata come Balcaranensis. "la collina dalle due corna".
In numerosi siti punici, in un ampio arco temporale, si sono rinvenuti in diverse necropoli
fenice askoi configurati arieti decorati in stile metopale (cf P. Bartoloni Sulle tracce di askoi
di Pierre Cintas in cartagine Studi e Ricerche 3 2018 p 7)
Egitto Le religioni dell’antico Egitto avevano diverse divinità criocefale che erano considerate
come forme sincretiche dei diversi dei. Nella lingua egiziana le parole montone e anima
avevano lo stesso suono. Il dio Ra, quando percorreva l'aldilà sulla nave Mesektet, veniva
raffigurato con testa di ariete, attributo del dio era il disco solare sul capo che conservava
anche quando veniva raffigurato con il capo d’ariete, in questo caso il disco era adagiato
sulle corna. Stessa immagine iconografica fu attribuita successivamente ad Amon-Ra
divinità nata dalla fusione della divinità solare di Eliopoli Ra con la principale divinità tebana
Amon. L'associazione delle massime divinità egizie con l’ariete era legata al vigore
procreativo che gli antichi egiziani riconoscevano all’ariete che era simbolo di valenza
sessuale. Nella stele rinvenuta nel tempio funerario di Ramsete II si racconta che il dio
creatore Ptah per fecondare la madre che avrebbe concepito il futuro faraone assunse la
forma di Benebjedet antica divinità della triade di Mendes raffigurato come ariete (nelle
religioni dell'Antico Egitto Benebjedet aveva aspetto d’ariete ed assieme alla moglie Hat
Mehit, a forma di pesce, ed al figlio Arpocrate formavano la triade divina di Mende). La
religione egiziana influenzò anche la cultura del confinante regno di Kush dove Amon-Ra
con testa d’ariete fu ampiamente riprodotto in oggetti di uso comune come pendagli,
orecchini, borchie, fibbie ecc. (confronta H.C. puech Storia delle Religioni l’Oriente e
l’Europa nell’ antichità 1976 p 143). Equivalente di Benebjaedet in alto Egitto era la divinità
criocefala di Khnum, dio venerato ad Hassuan ed Ermopoli. Il dio Khnum era un dio creatore,
protettore delle sorgenti del Nilo e raffigurato in una figura zoomorfa con corpo umano e
testa di ariete. Testa che a volte era sormontata da una croce mentre il dio portava in una
mano l’ankh, la croce ansata, antico simbolo egizio simboleggiante la vita. Anche il dio
Harsafe venerato ad Eracleopoli era rappresentato con la testa di ariete (cf Filorami, M.
Massenzio, M. Raveri P. scarpi Manuale di storia delle religioni 1998 p 131). Thot (Gehuiti),
adorato nella piccola e nella grande Ermopoli, era una divinità lunare, dio dei conti della
scrittura e della saggezza, raffigurata con testa di montone.
Religione ebraica. Nella religione ebraica l’ariete, come si evidenzia nelle numerose citazioni
nel vecchio testamento, era uno degli animali più utilizzati nei sacrifici fatti allo scopo di
propiziare la benevolenza divina. Con il corno d’ariete, o più raramente quello di un capro,
era costituito il Shōfãr che era uno strumento a fiato utilizzato nelle antiche tribù per lanciare
segnali d’allarme e successivamente impiegato nei riti religiosi per spingere i fedeli al
pentimento o per evocare la misericordia divina. Il Shōfãr era suonato la mattina del Rosh
ha Shana, uno dei tre capodanni religiosi, e alla fine del Yom kippur, giorno dell’espiazione.
Usi e modalità sacrificali di tutti gli animali utilizzati per i sacrifici religiosi degli israeliti furono
fissati nei Numeri, capitolo VII, nei quali Dio esigeva, fra l’altro, dal popolo d’Israele nel
sacrificio del sabato e in quelli mensili due giovenchi, un ariete e sette agnelli di un anno.
Nel Levitico, capitolo IX, per l'entrata in servizio di un sacerdote era previsto il sacrificio di
un ariete, animale sacrificale anche nel capitolo XXII dello stesso terzo libro della Torah. Le
leggi ebraiche prevedevano l’offerta sacrificale per colpa di un ariete in caso di adulterio
(levitico 19,20-21).

Grecia. Nell’antica Grecia l’ariete era un animale sacro ad Apollo ed anche simbolo di
Hermes. L’ariete era un richiamo diretto alla fertilità e legato all’oro ed al sole tutti riferimenti
simbolici ad un potere vitale. Spesso un ariete era immolato alle divinità ctonie il cui culto
molti autori lo fanno risalire a religioni prellenche (cf Chadwick, John The Mycenean Word
New York,Cambridge University Press USA 1976 p. 85) Il dio Apollo era adorato presso i
Dori con il nome di Karneios, colui che protegge dalle belve e dalle epizoozie, ed era
raffigurato in forma d’ariete. A Sparta si venerava Hermes crioforo (etimologicamente
Kriof=Ariete), dio che, per proteggere gli spartani dalle malattie, percorreva con un ariete
alle sue spalle il perimetro della città. Nella cultura alessandrina, e successivamente passò
a quella romana, si diffuse il culto di Giove Ammone divinità che era raffigurata con corna
d’ariete. In attica, nella località di Agra, durante l’iniziazione ai misteri eleusini, gli iniziati ai
“piccoli misteri”, avvolti in una pelle di montone, si inginocchiavano davanti ad una
sacerdotessa di Demetra.

Romani L’ariete era uno degli animali che spesso venivano immolati nei diversi sacrifici della
religione pagana. Infatti, In uno dei riti più antichi di Roma, l’Agonalia, che cadeva quattro
volte l’anno che si pensa risalente a Numa Pompilio, era previsto che nella Regia il rex
sacrorum immolasse alla divinità un ariete nero. Il sangue di un ariete era offerto ai Lari nelle
occasioni importanti per la famiglia quali, raggiungimento della maggiore età, matrimonio,
nascite o il ritorno di un componente dalla guerra. L’introduzione del culto misterico di Cibele
(divinità anatolica venerata come la Grande Madre nella frigia nel VII secolo a. C.), introdotto
a Roma intorno al 200 a. C., portò alla sostituzione del sacrificio di un toro con quello di un
ariete. Il sangue di questo animale, come potere vivificante di assunzione a nuova vita,
colava su coloro che erano ammessi alle pratiche di iniziazione della religione misterica.
Durante il suo regno Servio Tullio introdusse i lustrum, cerimonia di purificazione della
comunità romana, che si svolgeva ogni cinque anni in Campo Marzio e prevedeva l’utilizzo
di tre vittime sacrificali che prima di essere immolate venivano fatti girare intorno
all’emblema della città. Questo rito conosciuto come souventuauria, prevedeva l’uccisione
di un suino, un bovino e un ariete. Prima del sacrificio gli animali.

Religione norrenica. Per i germanici il momento più importante del rito norreno era il
sacrificio, Blòt, che prevedeva l’immolazione per ogni divinità da adorare di uno specifico
animale, questo per Thȯrr era l’ariete. Durante il Blòt l’animale veniva sacrificato e con il suo
sangue si cospargevano l’altare e i partecipanti al rito, le carni erano mangiate.

Medioevo Molteplici furono i significati, tutti legati alla rielaborazione cristiana del simbolo
animale, che vennero dati all’ariete durante il medioevo. Il più immediato fra questi
identificava l’ariete con Cristo. Infatti nel pensiero medioevale nello stesso modo con cui
l’ariete, animale sacrificale delle comunità ebraiche, veniva immolato per l’espiazione dei
peccati collettivi, il Messia, attraverso il suo sacrificio sulla croce, guidava il popolo cristiano
alla remissione dei peccati stessi e alla redenzione. Secondo Le Blant l’associazione ariete-
Cristo altro non era che una rivisitazione ed una reinterpretazione del racconto biblico di
Abramo che sacrificò al posto del figlio Isacco un ariete (E. le Blant Le Sarcophage Cretien
de Luc de Bearn in Revue Archeologique IIa serie Francia 1880 p. 131).

Cultura Islamica Il sacrificio dell’ariete, come dimostrano numerose steli rinvenute in diverse
località del nord Africa, era praticato dalle culture preislamiche in tutta l’area mediterranea.
Il sacrificio di un ariete al posto di Isacco è ricordato nella festa islamica Id Al Adha,
traducibile come “festa del Sacrificio”, ma anche detta Id Al-Nahr “festa dello sgozzamento”,
od anche Id al qurban “festa dell’offerta a Dio”. In questa festività l’ariete è sgozzato nelle
vicinanze della moschea ed agonizzante è portato a cavallo nell’interno del luogo di culto,
se vi giunge vivo è considerato segno di buon auspicio (cf. L. Charbonneau Il Bestiario di
Cristo volume I Italia 1994 p 234). Nel Corano l’ariete di Abramo è uno degli animali
ammesso nel paradiso di Hallah. Per i Berberi l’ariete è simbolo di forza creatrice e in molte
tribù è considerato un animale sacro.

Induismo. Nella religione induista l’ariete è associato a numerose divinità. Il dio Indra nel
Regveda (1,10,2, 1,51,1) è chiamato ariete. Agni divinità vedica del fuoco figlio del cielo e
della terra, è raffigurato come ariete o come figura umana cavalcante un ariete.

Tibet. In base alle rilevazioni di Frazer i demoni terrestri presso i tibetani erano al comando
della vecchia madre, Khon-ma, che cavalcava un ariete. I tibetani, per impedire l’ingresso
dei demoni nelle loro case, avevano la consuetudine di appendere sull’uscio una cesta, o
comunque un contenitore, in cui vi erano diversi oggetti fra cui un cranio di ariete (J. G.
Frazer Il ramo d’Oro I 1992 p 554).

Mongolia Per i Calmucchi, od anche Calmicchi, l’ariete era simbolo di felicità ed


abbondanza, un ariete bianco era considerato una creatura divina ed era chiamato “ariete
del cielo” o “ariete dello spirito”. Era abitudine, presso tale popolo, crescere un ariete bianco
che era sacrificato, dopo essere stato asperso di latte, in autunno. Le carni dell’animale
erano mangiate, mentre le ossa e il grasso venivo bruciati ed il vello e la testa erano appesi
(cf, J. G. Frazer Il Ramo d’Oro I 1992 p. 597). I Tagiki evocavano la fertilità dipingendo o
attaccando disegni, sulla facciata delle loro case, raffiguranti le corna di ariete. Per questo
popolo chi sacrificava un ariete una volta morto sarebbe stato accompagnato da Dio sul
ponte che conduceva al paradiso.

Araldica In araldica l’ariete simboleggia la forza, la tenacia, la sfida. Negli scudi l’ariete è
spesso rappresentato con le corna poste in avanti alle orecchie lateralmente alle tempie.
Sempre negli scudi può assumere diverse posizioni, si dice “armato” se le cona so di smalto
diverso rispetto alla testa, collarinato se ha il collare. Può essere accovacciato, fermo,
corrente, passante e, se rampante, si dice salente. Ancora se la rappresentazione
dell’animale lo raffigura nel salto si dice slanciato, se ha una campanella al collo squillante
ed unghiato se cromaticamente sono differenziati gli unghielli rispetto al resto del corpo.
Famiglie con un ariete nello stemma sono i Fortebracci, Fortebranco, Fozzati, Hellrig,
Walrond, Corradi-Gonzaga (stemma primitivo della famiglia era costituito da tre montoni
d'argento, cornati e squillati d'oro in campo nero).

Arion Airon, detto anche Areion ( greco antico Ἀρίων, Ἀρείων), era il cavallo alato
della mitologia greca. I racconti sull’ origine di questo animale fantastico differiscono in base
alle diverse fonti che raccontano il mito. Fra queste vanno citati Pseudo-Apollodoro e
Pausania il periegeta. Secondo la narrazione mitologica dall’unione di Poseidone e Demetra
si generarono la dea misterica Despena e Arion che fu allevato da Onco (figlio di Apollo e
grande allevatore di cavalli). Ercole si avvalse dell’aiuto del cavallo alato nella battaglia
contro gli Elèi e nella lotta contro Cicno, successivamente donò Arion ad Adrasto che fu
l'unico dei sette re che assediarono Tebe che riuscì a salvarsi e a rifugiarsi in Attica grazie
alla velocità di Arion stesso. Per Antimaco di Colofone Arion, da lui chiamato Thelpousaion,
non era figlio di Demetra, ma di Gaia. Secondo la descrizione classica il manto di Arion era
dello stesso colore delle chiome di Posidone, roano scuro, con riflessi bluastri, la criniera
era corvina e, al pari del cavallo di Achille, aveva il dono della parola.
Armadillo L’armadillo era un animale venerato in alcune religioni sciamaniche del
Sudamerica. L’origine della venerazione risiedeva nelle sue particolarità anatomiche che,
proteggevano attraverso lo scudo, proteggevano l’umanità dalle negatività provenienti del
mondo esterno. Fra gli indios del Sudamerica vi erano molte tribù nelle quali l’armadillo
era un animale totemico e in queste lo sciamano per comunicare con gli spiriti si
mascherava rendendosi simile all'animale

Arop-enap Arop-enap era una divinità, conosciuta anche con il nome di Nereau, venerata
dall’etnia Nuaru dell’isola di Gilbert in Micronesia. Secondo l’antica religione dei Nuauru
Arop enap era un ragno gigantesco preesistente alla creazione che edificò l’universo così
come è ora conosciuto. Il termine Nereau si riferiva a due diverse divinità distinte ma
intimamente connesse fra loro Nereau antico e Nereau giovane generato dal primo (il Ragno
antico ed il ragno giovane).
Arpie Le arpie (letteralmente "le rapitrici", dal verbo greco ἁρπάζειν harpazein,
"rapire") erano mostri femminili col viso di donna e il corpo di uccello che impersonavano la
furia della tempesta. Alcuni autori greci descrivevano questi mostri con il capo di gallina ed
il corpo umano ricoperto da piume, braccia provviste di artigli, gambe ed ali di gallina. Per
altri erano giovinette con d'orecchie d’orso, od ancora animali con la testa di donna e il corpo
di avvoltoio. Le ali potevano essere metalliche. Le arpie, secondo la mitologia, erano figlie
di Taumante ed Elettra e sorelle di Iride. Questi esseri mostruosi sono stati descritti
nell'Eneide e nell'Odissea di Omero (libro XX), nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (libro
III), nella Divina commedia (inferno canto XIII) e nell’ Orlando furioso (canto XXXIII).
Secondo Esiodo erano Aello “vento e tempesta”, Ocipete “volo veloce” e Celeno, e vivevano
nelle isole Strofadi nello ionio. Omero (Iliade, XVI, 150 ss.; XIX, 400 s.) cita una altra arpia,
Podarge “la più veloce” o “piede veloce”, madre dei cavalli di Achille Xanthos, Balios e di
Zefiro. Secondo il poeta greco antico Stesicoro Podarge era la madre di Phogeos (Flogeo)
e di Harpagos (Arpago) i cavalli dei dioscuri. Nonno di Panopoli ricorda Podarge come una
cavalla, presentandola come una figura in cui si mescolano i caratteri dell'arpia con quelli
del cavallo. Negli iniziali racconti mitologici le arpie erano delle ragazze che Zeus utilizzò
per punire Phineus (Finino) sottraendoli il cibo volando. Il termine “arpia” deriva dal greco
hàrpya traducibile come “la rapace” dal verbo harpàzein che significa afferrare, rapire
portare via. Dapprima rappresentate come figure femminili alate non dissimili da altre divinità
greche, le arpie assunsero la forma iconografica di demoni alati così come ci è stata
trasmessa in un periodo successivo all’origine del mito. Si ipotizza che la veste iconografica
delle arpie sia stata copiata da dei calderoni bronzei dell’antico regno armeno di Arârtu, tali
manufatti risalivano ad un periodo compreso fra l’850 e il 585 a.c. ed in merito anche la
leggenda di Finino e le arpie ha una probabile origine urartuita, databile intorno all’826 - 819
a. C. ed era originariamente riferita al sovrano Ishpuini.
Araldica. in araldica l’arpia è una figura rara, spesso blasonata come aquila con testa e petto
femminile. In altre figure la Testa e il petto sono femminili mentre il corpo è d’avvoltoio. Le
orecchie sono d’orso. Le arpie appaiono nello stemma delle famiglie francesi Di Boudrac De
Claigny e Calois De Mesville. L’arpia compare nello stemma della città di Norimberga, in
quello di Landkreis Aurich (Bassa Sassonia, Germania), nel comune francese di Ottange e
in quello del comune di Cejov (Repubblica Ceca). Un’ arpia è presente nello stemma del
Principato del Liechtenstein. Nella Frisia orientale l’arpia durante il medioevo divenne una
popolare carica araldica spesso chiamata “aquila vergine” ed era effigiata negli stemmi dei
Retburg e Criksena.
Ash Ash era divinità appartenente alla religione dell’antico Egitto ed era il Dio delle oasi e
dei vigneti della zona occidentale del delta del Nilo. Per gli antichi egizi era il dio del “popolo
delle oasi” identificato anche nella tribù Libu e Tinhu. Iconograficamente era rappresentato
con il corpo umano e la testa di un animale del deserto quale leone, serpente, avvoltoio o
falco. In alcune immagini ed era rappresentato con molte teste sempre riferite agli animali
riportati. Viene citata poche volte in iscrizioni tra la XI e la XVIII dinastia.
Asino La domesticazione dell’asino si fa risalire a circa seimila-settemila anni or sono (4000
– 500 a. C.). Il nucleo di domesticazione fu in Africa e si suppone per opera di pastori
nomadi. L’attuale asino discende da due diverse linee di domesticazione e questa è
antecedente a quella del cavallo e del cammello. Le due diverse linee di domesticazione
dell’asino sono state dimostrate da recenti ricerche sul DNA mitocondriale. I genetisti hanno
provato che le diverse linee materne dell’attuale asino domestico sono riconducibili a due
differenti popolazioni di selvatici presenti nel continente africano. Un prima linea, Clade 1, è
stato attribuito all’asino selvatico del nord della Namibia (Equus africanus africanus), mentre
la seconda linea, Clade 2, si ipotizza, ma l’ipotesi ha bisogno di ulteriori riscontri, che possa
essere riconducibile all’Equus africanus atlanticus. La genetica ha escluso dai processi di
domesticazione l’asino somalo (Equus africanum somalicus) equide selvatico dell’africa
nord orientale che per molto tempo si è pensato, in base a dati archeologici e linguistici,
fosse una delle specie da cui si è generato l’attuale asino domestico. L’ asino selvatico
algerino (Equus africanus atlanticus) era distribuito in tutto il nord africa e in parte del Sahara
e si è estinto in epoca storica, 300 d. C. a causa dell’attività venatoria dei romani. Si ritiene
che l’addomesticamento dell’asino sia avvenuta più volte in aree geografiche diverse ma
sempre nel nord africa e che per gli asini originati dal Clade 1 ci sia stato fino a tempi recenti
un continuo scambio genetico fra gli animali domestici e quelli selvatici. Gli zootecnici
ritengono al contrario che gli asini originati dal Clade 2 abbiano subito una domesticazione
di tipo classico che si è sviluppata da soggetti selvatici ma senza che vi fossero in seguito
scambi genetici fra gli animali selvatici e quelli addomesticati. La selezione massale che ha
adattato l’asino alla convivenza con l’uomo fino alla differenziazione di ben 185 razze
attualmente censita nel mondo, ha portato a profonde modificazioni somatiche rispetto al
selvatiche, fra queste una riduzione della statura, che l’ hanno reso morfologicamente
diverso dagli originali selvatici ( cf Kimura B. Chen S., Rosebon S., Moehalman P. D., Turros
N., Sabin R. C., Peters J. Barih B., Yohannes H, Kebede F., Tecla R., Beja Pwereira A.,
Mulligan C. J Acient DNA from nubian and Somaly wild ass provied insight intu Donkey
ancestri and domestication. Proceding of Royal Society bulletin n°278 UK 2011 pp 50 57).
L’asino domestico dai nuclei originali di domesticazione in Africa fu allevato in Egitto e
Palestina e successivamente si diffuse in Siria e da qui in Turchia e infine verso l’Europa e
l’Asia.
Preistoria. Figurazioni di arte rupestre di asini selvatici sono presenti in numerosi siti
preistorici, soprattutto nella parte orientale del Sahara. Tracce di asini addomesticati
compaiono nella cultura Maadi che si è evoluta nei primi secoli del IV millennio a. C.. In
Marocco, sempre nel IV millennio, vi sono testimonianze dell’utilizzo dell’asino come
animale da soma, nei siti neolitici di Dar-Es-Soltane e Tangeri sono stati trovati reperti ossei
riconducibili ad asini domestici. Nel merito alcuni archeologi hanno appurato che l’asino era
del tutto assente nelle incisioni e nelle figurazioni neolitiche del Sahara centrale dove
comparve in Libia, da Tassili a Mathendous, solo dopo il 5000 a.C.. Nel Magreb fra i reperti
di fauna neolitica rinvenuti in diversi siti protostorici nella regione vi sono diversi resti ossei
riconducibili all’asino, anche se per molti di questi non vi possano essere attribuiti con
sicurezza ad animali addomesticati. Nel sito di Merimda Beni Salama sul delta del Nilo, 5000
a.C., sono state rinvenute numerose ossa d’asino e queste erano riconducibili sia a soggetti
selvatici che a domestici. Nel 2016 a Katalhoyuk uno dei primi centri agricoli situato nella
parte meridionale dell’altopiano anatolico abitato dal 7000 al 6100 a.C., oltre a numerose
figure femminili d’argilla rapportabili al culto della Dea Madre, si sono trovate incisioni su
ossa d’asino raffiguranti figure femminili, fra queste una statuetta, alta circa 6 cm, ricavata
da una falange d’asino. Sempre nel sito situato in Turchia centrale si sono rinvenute
numerose falangi sia di cavallo che di asino. Queste ultime in numero decisamente minore
e tutte riferibili ad animali domestici.
Mesopotamia. Evidenze osteologiche della presenza dell’asino alla fine del IV millennio
sono state trovate nel sito di Uruk e Rubeidheh. Le ossa trovate, a differenza di quelle del
cavallo e dell’onagro, sono di esemplari domestici in quanto la diffusione degli asini selvatici
non ha mai raggiunto i territori ad est dell’ attuale Iraq. Ossa di asino domestico, risalenti
alla fine del IV millennio, sono state repertate anche ad El-Kowm. in Mesopotamia Oltre ad
elementi osteologici vi sono numerose testimonianze culturali come epigrafi che proprio a
partire dal IV secolo attestano la presenza dell’asino in quei territori. Resti ossei di asino
domestico a partire dal III millennio sono stati rinvenuti in tutti i siti nei quali si sono cercati
e questo fa supporre che successivamente all’introduzione nella regione la diffusione
dell’animale fu capillaretanto da far ipotizzare che in piena età del bronzo l’asino fosse
ampiamente utilizzato come animale per il trasporto a lunghe distanze (cf C. Grison-Size
Matters Donkeys and Horses in the preistory of the Soutther most levant in Paleorient 2012
F pp 185 201). Le varie civiltà mesopotamiche conoscevano ed utilizzavano l’asino come
animale da soma ed è proprio a partire dal periodo mesopotamico che con il passare dei
secoli la convivenza con l’animale e l’attenta osservazione degli aspetti caratteriali diede
origine ad una articolata elaborazione culturale. Questa probabilmente esaltò in senso
negativo alcune caratteristiche comportamentali dell’ asino e ciò può spiegare perché alcune
caratteristiche anatomiche dell’ animale furono attribuite a figure demoniache. Ad esempio
Lamashtu, demone femminile, sterile e portatrice della febbre, proprio in Mesopotamia, nel
primo millennio a. C., era raffigurata con testa da leone e orecchie d’asino. Dai greci in
diverse rappresentazioni anche fittili le orecchie d’asino erano attribuite al grifone e nel
medioevo queste facevano parte della testa di diversi draghi. Demoni a forma di Leone con
orecchie d'asino nel periodo accadico ornavano bastoni e scimitarre. Secondo alcuni autori
l'asino presso gli ittiti Era considerato un simbolo regale. Simbolo di regalità di saggezza lo
fu anche, oltre gli Etei, l'asino lo fu anche presso le popolazioni indoeuropee dell'Anatolia,
fra gli Hyksos e per gli Amorrei che invasero l’Egitto nel periodo del medio regno.
Egitto L'Antico Egitto come si è accennato ha avuto un ruolo determinante nella
domesticazione dell'asino. Il processo di domesticazione è stato lungo e sicuramente non
lineare in ragione dell’abitudine, rimasta in molte popolazioni africane fino ai nostri giorni, di
permettere l'accoppiamento fra l'asino domestico e Quello selvatico. Infatti studi eseguiti su
ossa metatarsali rinvenute ad Abyoos e risalenti a 10000 anni fa, si è potuto verificare da
un punto di vista morfogenetico che queste avevano caratteri comuni sia all’asino selvatico
che a quello domestico. Tali ossa presentavano lesioni osteoarticolari derivate dal trasporto
di carichi pesanti (cf Russel S., Marshall F., Peters J., Pilgra T., Adams M. D., O’Connor D.
Domestication of Donkey usa 2008 p ). Prima dell’invasione degli Hyksos In Egitto l'asino
era considerato un animale positivo un simbolo di regalità e di sapienza, successivamente
con la cacciata dei nomadi semiti l'animale assunse un significato negativo e fu associato
al dio Seth la cui immagine era quella di un uomo con testa di animale, questa non era
definita ma per forma e per le orecchie ricordavano l'asino. L'asino rosso del mito isiaco
nell'antico Egitto era un animale sacro a Seth e nei geroglifici all’animale, che rappresentava
una delle minacce più gravi che si potevano incontrare dopo la morte, si aggiungeva, allo
scopo di esorcizzare il carattere malefico del segno, il disegno di un coltello.
Religione Ebraica Molti autori fanno risalire, come si è accennato, la domesticazione
dell'asino alle tribù ebree nomadi intorno al quinto millennio prima di cristo. Sicuramente
l’asino in epoca protostorica rivoluzionò il commercio e fu un animale presente e con
simbolismo positivo nella coltura israelita prima che questa fosse influenzata da quella
egiziana. l'asino nelle comunità ebraiche aveva sicuramente una notevole importanza non
solo economica ma anche culturale. Geremia infatti, anche se in senso dispregiativo,
accenna a pratiche di sepoltura dell'asino (cf Geremia 22,18 19). Nel codice deuteronomico
si sottolinea l'importanza del riposo del sabato utile anche per far riposare l'asino. Sansone
uccise Filistei con una mascella d'asino (Giudici 15,14 17). Nei Giudici l’asino era indicato
come la cavalcatura dai profeti ma anche quella dei potenti. La profetessa Deborah canta
infatti “Benedite il Signore! Voi che montate asine bianche e splendenti” (Giudici 5, 10 11).
Giobbe esaltò lo spirito di libertà dell’asino selvatico animale che: “alla greppia con ricca
pastura preferisce le terre salmastre e inospitali” (Giobbe 39, 5-6). Zaccaria nel suo libro
profetizzò la venuta del Messia a cavallo di un puledro figlio di un’asina (Zaccaria 9, 9).
Anche in questo caso l’asino, per influenza delle culture precedenti e di quella Hyksos,
rappresentava la cavalcatura dei re e degli immortali. Nei numeri si racconta dell’asina del
mago medianita Balaam ebbe il dono di vedere gli angeli e di poter parlare (Numeri 22 28).
L’animale in questo racconto ha un ruolo sapienziale perché riconosce prima di Balaam gli
angeli e usa il dono della parola per tessere le lodi di Dio. Nel Talmud si accenna agli avviti
un popolo della Palestina ai tempi di Abramo la cui capitale era Gerar che adorava il dio
Tartac raffigurato come un uomo dalla testa d’asino con un corto bastone in mano.
Grecia La considerazione di cui godeva l’asino nel mondo persiano e nelle culture asiatiche
come quelle della Frigia e della Lidia influenzarono l’approccio culturale dei greci verso
l’asino che fu animale consacrato al culto di Dioniso e non solo a quello. L’asino ebbe un
ruolo anche nel mito di Apollo e Marsia il sileno che viene scuoiato dal dio che con la sua
pelle, a somiglianza della pelle dell’asino, ne fece un tamburo strumento evocatore dei morti.
Mida fu il giudice ingiusto che attribuì nella sfida fra il dio e Marsia la vittoria a quest’ultimo
pertanto Apollo per punizione fece spuntare orecchie asinine al re. Per tale motivo in molte
raffigurazioni iconografiche Apollo ed anche Mida sono ritratti con orecchie d'asino. Nel culto
di apollo a Delfi si usava sacrificare al dio un asino. Pindaro, nella Decima Pitica, attribuì
agli Iperborei un culto ad Apollo che contemplava il sacrificio di molti asini. Nel sospiro
dell'asino gli antichi greci percepivano lo spirito dello scirocco che credevano generasse
azioni violente e incubi. Tifeo, Tifone, mostro gigantesco metà uomo e metà bestia, aveva
testa d'asino e ali di pipistrello. Avevano le natiche d'asino le Empuse demoni seduttrici
ancelle di Ecate. Presso i Greci l'asino era anche simbolo di sfrenata lussuria ed era,
nell’Ellesponto, l’animale utilizzato nei sacrifici a Priapo. Sacrifici che erano fatti per ricordare
l'asino che con il suo ragliare salvò Estia dallo stupro. Come animale l’asino non fu mai
citato nell'odissea ma lo fu per una similitudine riguardo Aiace nell' nell'Iliade (Confronta
Iliade canto 11). Per i greci, ed il mito fu trasmesso ai romani e da questi passò al medievo,
vi erano creature fantastiche quali gli onocentauri (in greco
antico Ὀνοκένταυροι, Onokéntauroi latino: onocentaurī) simili ai centauri ma con corpo
asinino simboli di lussuria sfrenata e falsa adulazione per questo spesso illustrati con due
lingue.
Romani I romani classifica 3 razze d’asino. Una era l'asino d'arcadia che doveva essere la
forma domestica proveniente dall'omonima regione Greca, l’altra era l'asino nubiano, diffuso
nell'africa nord-orientale e la terza l'asino selvatico algerino di cui determinarono, nel 300
dopo Cristo l'estinzione. L’asino come animale da soma era utilizzato in tutti i territori della
Impero Romano e questo determinò la comparsa di numerose razze fra queste la sopra
citata d’accadia descritta da Columella (Rex rustica libro VII), un'altra razza apprezzatissima
per la capacità lavorative era l’asino di Rieti. Sia per i greci che i romani, anche se in modo
minore, l’asino era simbolo di testardaggine e, come ci è stato tramandato, dare dell’asino
era un insulto. In Roma durante le celebrazioni dedicate alla dea vesta, il 9 di giugno, Sì
inghirlandavano gli asini e non li si faceva lavorare tutto il periodo della festa. dell’asino in
mondo romano aveva una connotazione anche negativa nei racconti di Claudio Eliano (De
Animalium Natura Sesto, 51) ad esempio ve ne era uno nel quale l'asino cedette il Dono
dell'immortalità alla serpe. Che l’asino fosse anche un simbolo negativo si riscontra anche
in un graffito del III secolo fatto su un muro Palatino, graffito di Alessameno, dove compare
la figura di un uomo crocifisso con la testa d'asino. L’incisione era palesemente un segno di
disprezzo verso i cristiani in quanto che la pratica della crocifissione era utilizzata dai romani
per punire i delinquenti comuni e quindi era l’essere crocifisso era considerato infamante.
Nel graffito è accompagnato dalla scritta in greco antico “Alexamenos sebete theon”
letteralmente " Alexamenos venera il suo dio”.
Nord Europa. Fra i popoli nordici fra le incarnazioni dello spirito del grano vi è anche quella
dell'asino. Frazer riporta che era convinzione da tempi remoti presso tali popolazioni che il
dolore si potesse trasferire dall’uomo agli animali. In base a siffatte credenze chi era morso
da uno scorpione poteva trasferire il dolore all’asino cavalcandolo con la testa rivolta verso
la coda. (Confronta Frazer il Ramo D'Oro)
Medioevo Durante il medioevo L’asino conservò ed in parte esaltò il duplice e antitetico
simbolismo che era presente nel mondo romano e greco. L'asilo compare più volte nei
Vangeli anche in quelli Apocrifi. Nel mondo Cristiano d'asino mantenne il valore simbolico
che lo voleva una creatura ctonica e demoniaca ma anche i valori positivi legati all'influenza
delle colture indoeuropea dei popoli dell’asia centrale che lo consideravano un animale
sacro. Nel Medioevo pertanto l’approccio culturale all’asino fu fortemente influenzato da
quanto era raccontato nei vangeli in cui l’asino era protagonista nell’ingresso trionfale di
Gesù a Gerusalemme la Domenica delle Palme. Secondo Matteo Cristo cavalcava un’asina
(Matteo 21, 1 7), mentre secondo Marco (Marco 11, 1 7) un asinello. Il Messia infatti,
secondo quanto aveva profetizzato Zaccaria, si palesò con i simboli che gli erano propri cioè
cavalcando un asino, animale che rappresentava per la cultura ebraica la cavalcatura dei
profeti e dei re. Secondo Riccardo da San Vittore (1110 1173) la scelta di tale animale da
parte di Cristo non fu casuale in quanto l’asina era il simbolo dell’umiltà e l’asinello quello
dell’umiliazione. Nel vangelo apocrifo Atti di Tommaso l’asino che portò Gesù sarebbe stato
un discendente dell’asino di Balaam. Anche in questa attribuzione vi era un diretto richiamo
agli asini come cavalcature dei profeti. L’essere stato cavalcato da Cristo, secondo una
tradizione che prese origine proprio nel periodo medievale, attribuì un forte valore simbolico
all’animale che, proprio per questo ruolo, era stato segnato sulla schiena da un segno che
richiamava la croce. Secondo un’altra interpretazione l’asino cavalcato dal Messia
nell’entrata in Gerusalemme incarnava le forze del male cavalcate e soggiogate da Cristo.
La presenza di un’asina o di un asino alla nascita di Cristo presente nella cultura cristiana
non è stata tramandata daii vangeli sinottici ma compare nel Protovangelo di Giacomo
(Vangelo dell’infanzia di Giacomo Cap. XIX 2) e nell’apocrifo Pseudo Matteo (Vangelo
dell’infanzia di Matteo IV). La presenza dell'asino negli episodi del vangelo fu da alcuni
teologi interpretata in modo diverso. Nel momento della nascita di Gesù vi erano due animali
uno impuro, l’asino, creatura irosa e lasciva, era l'immagine allegorica dei pagani, politeisti
e privi di virtù cristiane, ed il bue, animale puro simbolo degli eletti o del popolo di Israele
che attendeva il Messia (confronta Pastoureau bestiari del Medioevo pagina 127 e
seguenti). L’asino rimase una figura ambivalente nella cultura e nel folclore popolare del
medioevo che da una parte lo riconosceva come simbolo di umiltà e dall’altro di
cocciutaggine e di superbia. Questa antitetica simbologia si ritrovava anche in molti bestiari
che se da una parte sottolineavano la caparbietà, la cocciutaggine e l'ostinazione dell'asino
dall’altra lo si scagionava attribuendo questi difetti all’ onagro (Bestiario di Cambridge). Nel
fisiologo l’asino era descritto come una creatura demoniaca ed in tale ottica non è stato
casuale che nelle rappresentazioni del diavolo, ereditate in parte dall’iconografia Greco-
latina dei Satiri, ai demoni come rafforzativi o identificativi della natura maligna si
aggiungevano parti anatomiche dell'asino stesso, come le lunghe orecchie od il pene. In
alcuni bestiari l'asino era descritto come un animale pigro e svogliato simbolo dell'adulterio
e l’onocentauro era il prodotto dell'accoppiamento tra un asino e una donna. Nel Medioevo
erano praticati i riti di rovesciamento "festa dei Galli " o “carnevale degli asini ", durante
queste feste gli animali veniva vestiti da re o da vescovo. Secondo Guènon la “bestia
scarlatta” dell’ Apocalisse (Apocalisse 17 3) potrebbe essere identificata nella figura infera
dell’asino rosso egiziano. L'asino nel periodo Greco fino al medioevo un animale utilizzato
a scopo favolistico e apologetico racconti di natura morale. tra i vari autori da ricordare
devono essere menzionati Bernardino da Siena (Il santo il monachetto e l’asino), Leonardo
da Vinci (l’asino addormentato), Ariosto (l'asino ingordo), Morlini (de leone, asino e turma
luporum). In epoca mderna fino al novecento vanno ricordati Faerno (L'asino che portava
l'idolo), Verdizzotti (l'asino il corvo ed il lupo), Giordano Bruno (il leone è l'asino commedia
atto secondo scena quarta), Croce (l'asino che voleva essere cavallo), Gozzi (l'ortolano e
l'asino), Monti (il Villano e l'asino), Svevo (L'asino e il pappagallo), Camilleri (le favole del
tramonto "un vero asino").
Araldica L’asino, che rappresentava la saggezza l’umiltà e la mansuetudine, in araldica era
spesso rappresentato intero passante. Spesso era raffigurata la sola testa in posizione
frontale. Una testa d’asino bianca in campo azzurro è presente nello stemma bipartito del
comune francese di Cesseiu. L’asino è passante, su oro, nel comune di Maulbronn in
Baviera e nero su oro in Biure in spagna. Un Asino rivoltato d'argento è nello stemma della
città Bodenheim e una testa d'asino in quello del comune di Pfedelbach Germania.
Taoismo secondo il Taoismo uno degli otto immortali Zang Guo Lao, cavalcò un asino al
contrario. Secondo la parabola Il vecchio saggio guidava e cavalca l'asino che si muove
all'indietro perché per molti l’ andare avanti era un muoversi all'indietro.
Induismo Nella cultura Indù all'asino era considerato un animale spregevole, non a caso
nel poema epico sanscrito Ramayana gli asini trainavano il carro di Ravana re di Lanka
quando rapì Sita.
Buddismo nel Buddismo l'asino è assimilato a Buddha per la modestia che è una dote e
costume di vita
Religione Islamica Secondo la religione musulmana Daggiad, che ha un solo occhio ed un
solo sopracciglio, il falso maestro che sarà sconfitto da Cristo, apparirà alla fine dei tempi a
cavallo di un asino. Burāq, o Burak, in arabo: ‫ براق‬, secondo la tradizione islamica è un
destriero mistico venuto dal paradiso destinato alla cavalcatura di Maometto e dei vari
profeti. Anche se non è stato mai menzionato nel Corano Burāq è un soggetto frequente
nell' arte araba ed è stato rappresentato nel corso dei secoli in diverse forme, nella Sirah di
Muḥammad ibn Isḥāq ibn Yasār (704 761) è descritto come un animale fra il mulo e l’asino.
Secondo Eliade Mircea la figura universale della meggera che rapiva e uccideva i bambini,
per gli arabi era raffigurata come una vecchia dagli occhi bovini, e i piedi uno di struzzo e
l’altro d’asino (cf Eliade Micenea enciclopedia delle religioni Volume primo oggetto e
modalità della credenza religiosa I 1986 p 399)
Askar L’Askar era un drago gigantesco della mitologia siberiana

Aspide vedi serpente

Aspio L’Aspio era una creatura mostruosa con facoltà velenifere il cui corpo era di
salamandra con ali di un pipistrello. La tana di questo animale erano le miniere di pirite nel
Trentino Alto Adige. Secondo altri racconti favolistici raccolti dal Modena l’aspio era un
animale con ali di pipistrello e coda e testa di serpente, o un lungo e grosso ramarro di colore
rosso (cf. V. Modena Le Dalbére de oro fiabe, leggende, racconti, frammenti di storia locale
raccolti fra la gente di Roncegno nell’anno scolastico 83 - 84 1985 pp 32 33)

Asthertet Asthertet era una dea egiziana, signora della guerra e dei cavalli.
Iconograficamente Asthertet era raffigurata come una donna con la testa leonina. Per molti
autori la dea Asterthet origina della Ishtar di Ninive il cui culto potrebbe essere stato
importato in Egitto da Amenhotep III (XVIII dinastia). Nella mitologia babilonese
Ištar (adattato anche in Ishtar) era la dea dell'amore, della fertilità e dell'erotismo, ma anche
dea anche della guerra e della tempesta e derivata dall'omologa dea sumera Inanna..
Avvoltoio Avvoltoio era il nome generico dato dalle antiche popolazioni euroasiatiche ai
Rapaci appartenenti alla famiglia degli accipitridi. Animali carnivori e necrofagi. Da questo
particolare regime alimentare si è originata tutta la mitologia che ha accompagnato questi
volatili.
Preistoria Le prime raffigurazioni dell'avvoltoio e del suo collegamento con con la morte risalgono
a un villaggio Neolitico di Catal Huyuk nella Turchia sud-orientale risalgono al 6500-2700. Nel
Tempio degli avvoltoi sono raffigurati grandi rapaci nell’atto di divorare un uomo decapitato.
Risalgono all’identico periodo storico rappresentazioni di avvoltoi con gambe umane, secondo più
ricercatori queste trascendono il significato didascalico e documentano la rappresentazione di una
divinità. Secondo Maria Gimbutas probabilmente la dea sull'aspetto di avvoltoio era una
raffigurazione della morte, sorella malefica della dea uccello, colei che dà la vita. Sempre secondo
le Gimbutas la dea avvoltoio non aveva una collocazione negativa ma era l'espressione di una
ciclicità della vita. Ciclicità nella quale alla morte seguiva la rinascita, ciò era leggibile, oltre che da
altri particolari, dalla colorazione degli avvoltoi che non era più nera ma rossa e il rosso era il
colore della vita (confronta Maria Gimbutas il linguaggio della dea pagina I 2008 p 187). Ulteriori
rappresentazioni riconducibili ad avvoltoi sono presenti in molte grotte del paleolitico Ma questo
animale era associato alla morte ma non per una associazione simbolica diretta, ma come
elemento di Presagio.

Baschi. La religione Basca è ricca di teriomorfismi e la dea Mari era spesso rappresentata o come
avvoltoio o come figura umano con artigli d’avvoltoio.

Egitto In Egitto la dea madre Mut, moglie di Amon Ra e signora di Tebe, veniva raffigurata con un
copricapo fatto da una testa di avvoltoio o direttamente come avvoltoio. L’avvoltoio era il simbolo
del regno dell'Alto Egitto era l'uccello sacro alla dea Nekhbet, protettrice delle partorienti. Nell’alto
Egitto nel periodo predinastico, 3200 3100 avanti Cristo, e nel primo periodo dinastico 3100 2686
avanti Cristo, nella città di neckheb era presente un santuario dedicato alla dea raffigurata come
un avvoltoio. Nekhbet spesso era rappresentata con le ali spiegate sopra l'immagine del faraone a
cui garantiva protezione eterna. La dea Mertserger, la dea cobra protettrice della necropoli di
Tebem era una divinità dell'Antico Egitto iconograficamente rappresentata come un serpente a tre
teste. Di queste una era di donna, una di serpente e una di avvoltoio.

Mesopotamia Ningirsu, dio della città di Girsu divinità dei temporali primaverili e delle piene del
fiume Tigri, originariamente era rappresentato come un aquila o come un avvoltoio con testa di
leoneil cui ruggito aveva il suono del tuono (cf Eliade Mircea religioni della Mesopotamia in
enciclopedia delle religioni volume 11 pagina 385 Italia 1986)

Grecia i greci riconoscevano agli avvoltoi capacità profetiche. Infatti, in base all'abitudine che
avevano questi animali di seguire gli eserciti, le popolazioni credevano che si posassero tre giorni
prima che avvenisse la battaglia sui campi di battaglia. Sia Zeus nell'Iliade che Apollo ed Atena
avevano la capacità di presentarsi agli umani in forma di avvoltoi. Un'importante figura Iconica era
il demone Eurinomo di aspetto ripugnante e di colore bluastro raffigurato sulle spoglie di un
avvoltoio sulle rivew del fiume infernale Ade. Questo demone divorava le carni dei defunti fino a
lasciarne solo le ossa. Per molti autori il demone altro non era che la trasposizione diretta della
putrefazione. Nel mito di Prometeo, simbolo di ribellione e sfida contro l'autorità, e di opposizione
del progresso e della Libertà contro il potere, la punizione divina era data da un avvoltoio che gli
divorava il fegato del titano.

Etruschi adesso gli etruschi l’avvoltoio, o meglio in suo becco ricurvo, venivano raffigurati in alcuni
vasi dipinti e su sarcofaghi ed è stato rinvenuto anche in un affresco della tomba dell'orco. Questo
demone dal nome Tuchulcha, ha assieme a Charu un ruolo importante nella distruzione delle
anime.

domani secondo Pigno e galbo cuore fegato di avvoltoio potevano essere usati per preparare
medicinali. anche per i romani Così come per i greci l'avvoltoio era un animale sacro al Dio della
guerra. e l'uccisione di tale animale era ritenuta sacrilega l'avvoltoio era anche un animale sacro
ad Apollo unitamente al Cigno, al lupo, alla cicala, al Falco, al cervo, al corvo, e Al Delfino e ai
serpenti e a tutti quegli animali a cui di pulizia poteva prenderne le sembianze. Eliano affermava
che i profumi dolci potevano causare la morte degli avvoltoi

cristianesimo nel Medioevo più che al telefono che proprio perché l'animale necrotico necroforo
Oh necrofago l'avvoltoio era considerata creatura negativa punto intorno a questo animale si
svilupparono numerose leggende. per molti autori che sfilarono dei bestiari gli avvoltoi morivano
per gotta molti Trattati di falconeria ti contrapponeva l'avvoltoio alla creature demoniache
dell'avvoltoio stesso era una di questa secondo i bestiari l'avvoltoio era dotato di non prodigioso
confronta m.to passerei i bestiari medievali pagina 285. tanto dall'essere simbolo di un tale senso
punto in alcuni cristiani si pensava che la femmina di avvoltoio non si accoppiarsi con i maschi Ma
erano fecondate dal vento. per tale motivo l'avvoltoio divenne simbolo della Vergine. secondo il
fisiologo non deponevano uova Ma i piccoli nascevano già con le piume punto si riteneva che gli
artigli degli avvoltoi svegliassero una presenza di veleni nei cibi.

rabbia. nella rabbia preislamica una delle divinità Nardò il dio avvoltoio.

Araldica avvoltoio presenza che in assenza di cibo notizia i suoi piccoli con il proprio sangue
generato da autolesionisti si procurava allo scopo era il simbolo della Misericordia della Pietà e
dell'amore filiale. Double so io a fare sotto forma di artigianato nello stemma della famiglia Bocelli.

Egitto. Nell'Antico Egitto l’avvoltoio era considerato simbolo di femminilità e di maternità. Gli
antichi egizi ritenevano che l’avvoltoio dilaniasse le proprie carni per nutrire i suoi piccoli e
per questo lo veneravano nella figura di Necbeth (dea degli avvoltoi di Elkab nel basso
Egitto). Necbeth era spesso raffigurata mentre volava sul faraone per proteggerlo ed era
considerata la patrona delle nascite e della maternità. Sempre nell’antico Egitto l’avvoltoio
era utilizzato per raffigurare la dea Mut, dea-madre della religione dell'antico Egitto,
inizialmente raffigurata come avvoltoio successivamente come una figura femminile
coronata con le due corone dell'Alto e Basso Egitto e un copricapo aureo con le sembianze
di avvoltoio. La dea Maat, divinità che incorporava il concetto di equilibrio e verità, era
raffigurata con una piuma d’avvoltoio sul capo (Andrews T. Segni e presagi del mondo
animale 2004 p 121). Iside, secondo i racconti religiosi egiziani assunse forma di avvoltoio
e questo rese l’animale sacro alla dea della maternità e signora del cielo. L’immagine
dell’avvoltoio compariva nel pettorale del faraone come l'elemento femminile, “gallina del
faraone”, assieme allo scarabeo che era quello maschile.
Ebraismo Nella Bibbia l’avvoltoio, sicuramente identificabile con il capovaccaio, era indicato
con il nome ebraico rachamah o racham, ed era considerata una creatura
compassionevole. Il capovaccaio (Neophron percnopterus Linnaeus, 1758) era ed è, anche
se in forte pericolo di estinzione, la specie che per areale di distribuzione è stata conosciuta
dalle popolazioni nord africane e asiatiche, La stessa considerazione che l’avvoltoio aveva
nella religione ebraica era presente nello zoroastrismo nel quale l’animale era conosciuto
con il nome di “purificatore misericordioso” .
Grecia Alcune divinità della mitologia greca quali Giove, Apollo e Atena, soprattutto nell’arte
fittile, erano spesso raffigurati in forma di avvoltoio. Per i greci l’avvoltoio non era un’animale
negativo ed era convinzione popolare che questi uccelli fossero capaci di profetizzare le
battaglie e, per tale motivo si recavano anticipatamente, fino a tre giorni prima, sui campi
dove queste dovevano essere combattute. Gli avvoltoi nella mitologia greca erano animali
esecutori della volontà divina, così il Prometeo fu, per aver donato agli uomini il fuoco,
incatenato da Giove e il suo fegato dilaniato da un’avvoltoio. Nelle Argonautiche di Apollonio
Rodio Hera punì l’indovino cieco Fineo mandandogli le arpie, Aello e Occipete, dalla testa
di donna e il corpo d’avvoltoio. Eurinomo, sinistro demone infero, di colore bluastro,
divoratore delle carni dei cadaveri, probabilmente simboleggiante la putrefazione, fu
raffigurato da Polignoto da Tarso seduto sulla pelle di un avvoltoio.
Romani. L’avvoltoio per i romani era l’animale sacro al dio della guerra Marte e chi lo
uccideva compiva un atto sacrilego. Anche per i Romani l’avvoltoio era considerato un
animale divinatorio. Molti ricercatori sono dell’idea che il considerare l’avvoltoio un uccello
divinatorio non sia stato trasmesso ai romani dai greci ma dagli etruschi. Per gli Etruschi
infatti l’anima dei defunti, nel passaggio fra il mondo terreno e quello dell’oltretomba, era
accompagnata da una divinità e da due demoni. Uno di questi era Tuchulcha, dal volto di
avvoltoio e dalle orecchie di asino, armato di serpenti. Nella mitologia greco-romana
l’avvoltoio era associato a Pallade, Marte, Apollo ed era anche la cavalcatura di Saturno.
Plinio il Vecchio nel descrivere l’avvoltoio affermava che non deponeva le uova ma dava
alla vita piccoli già piumati. Eliano asseriva che gli avvoltoi causavano la morte e
sprigionavano profumi dolci. Inoltre le piume di questi animali se bruciate avevano la
capacità di stanare i serpenti. Per Plinio e per Galeno il cuore ed il fegato dell’avvoltoio
avevano proprietà medicinali e potevano essere usati per preparare rimedi medicamentosi.
L’artiglio svelava la presenza di veleni nel cibo.
Cristianesimo Nel passaggio dal mondo romano al cristianesimo l'avvoltoio, pur perdendo
la sua connotazione di animale divino, conservò soprattutto nella tradizione popolare diverse
qualità peculiari che lo resero all’occhio dell’uomo medioevale un animale fantastico. In
diversi bestiari, infatti, si asseriva avvoltoio era unicamente di sesso femminile e che si
riproduceva per partenogenesi. In altri gli autori ritenevano che per riprodursi aveva bisogno
di essere fecondato da un falco, o, in altri ancora, che non vi fosse alcun bisogno
dell’accoppiamento e che era reso fertile dal vento dell'est. Per tale motivo L’avvoltoio
divenne simbolo della verginità, ma per la sua avidità divennero simbolo di egoismo
contrapposto all’aquila ed al leone ritenuti animali generosi perché dividevano le loro prede
con i conspecifici. Nel medioevo si pensava che gli avvoltoi, che si nutrivano della carne di
diverse specie animali senza ucciderne nessuna, morivano di gotta ed anche che, insieme
al rospo, alla volpe ed al serpente, fosse un animale demoniaco. L’avvoltoio faceva parte
degli animali associati i cinque sensi, questi erano la talpa, che vive sottoterra ed era il
simbolo dell’udito, la lince, che si riteneva avesse la capacità di vedere a distanza, quello
della vista, l’avvoltoio che fiutava le sue vittime ancor prima che morissero quello dell’olfatto,
la scimmia del gusto e il ragno del tatto (Pastoureau M. Bestiari del Medioevo 2013 p173,
178, 268)
Penisola Arabica. In Arabia era adorato in epoche pre-islamiche un dio avvoltoio Nars

Africa. In Africa occidentale sul delta del fiume Niger l’avvoltoio Fene-Ma-So era considerato
il re degli uccelli e quando appariva dopo un sacrificio era il segno che questo era stato
accettato (Grayson S. M. Symbolizing the Past Usa 2000 p 28)
Buddismo. In Tibet è praticata La “sepoltura celeste” o "funerale celeste", rito indicato in
inglese come “Sky Burial” e denominato in lingua originale “Jhator” che letteralmente
tradotto significa “elemosina per gli uccelli”. La sepoltura celeste è un arcaico rito funerario
legato al credo della reincarnazione dell’anima del Buddismo lamaista. Nello Jhator, ancora
oggi largamente praticato in Tibet, il corpo del defunto, dopo essere stato scuoiato e
smembrato viene dato in pasto, agli avvoltoi. In una lettura anche superficiale è evidente il
ruolo psicopompo dell’avvoltoio, animale che dopo aver mangiato e quindi distrutto
l’involucro corporeo del defunto, che non ha alcun valore una volta che è sopraggiunta la
morte, porta la sua anima nei diversi empirei dove questa aspetterà per essere reincarnata
in un nuovo essere vivente. Il termine inglese “Sky Burial” indica la pratica funeraria in cui il
cadavere è esposto agli elementi naturali e quindi anche agli avvoltoi. Questo tipo di
inumazione era attuata, oltre che nel sopracitato Tibet, in Cina e in Mongolia dall’etnia
Tumed di fede buddista.
Zooroastrismo. Secondo la religione zooroastrica con il sopraggiungere della morte il corpo
dei defunti è invaso da demoni e spiriti che lo contaminano e possono trasmettersi non
soltanto gli uomini retti ma anche gli elementi. Per tale motivo, in una religione che ritiene
che sia la terra che l’acqua pure e il fuoco sacro, i cadaveri venivano e vengono, nei luoghi
dove ancora si pratica il rito, posti su delle torri fatte di argilla e legno, in hindi “Chil Ghar”,
traducibili in torri del Silenzio, e offerti agli avvoltoi. Ciò che rimane del pasto a completa
scarnificazione è gettato in un pozzo dai Nāsāsālar, letteralmente “coloro che si prendono
cura di ciò che è impuro”. Il rito funebre zooroastriano in Iran è stato vietato alla fine degli
anni 70 del XX secolo, mentre, nella popolazione Parsi, seguaci del Mazdeismo che nell'VIII
secolo lasciarono la Persia per recarsi in India, permane e alcune torri del silenzio sono
ancora attive nelle vicinanze di Bombay.
Araldica. In base alla credenza che l’avvoltoio si infliggeva ferite sul proprio corpo per nutrire
i propri piccoli in araldica questo animale assunse il significato di amore materno e di pietà.
La testa di avvoltoio è lo stemma della città di Veselâ nel distretto di Pelhřimov nella
repubblica Ceca. Un avvoltoio in figura intera su smalto oro compare sullo scudo diviso e
mezzo tagliato nello stemma di Pasaron de la Vera, comune spagnolo nel nord-est
della provincia di Cáceres. Un avvoltoio a figura intera con ali spiegate compare in testa
nello scudo tripartito del comune di Horcajo de los
Montes un comune spagnolo nella provincia di Ciudad Real.
Az’-i-wu-gum Ki-mukh’-ti. L’ Az’-i-wu-gum Ki-mukh’-ti è un mostro fantastico del credo
animista degli Inuit. Morfologicamente assomigliava ad un grosso tricheco con testa
dentatura e arti di cane, il corpo era squamato terminava di coda possente da tricheco
stesso che poteva affondare le navi o uccidere un uomo. Questo ibrido, che viveva insieme
ai trichechi, era aggressivo e molto temuto dagli Inuit. Molti ricercatori pensano, anche se
non vi sono prove paleontologiche, che, in una popolazione che conosceva e conosce bene
il tricheco come gli Inuit, zoologicamente non poteva esserci alcuna confusione per cui
hanno presupposto che all’origine dell’animale fantastico vi fosse stata una specie oramai
estinta in cui erano, anche se abbozzati, presenti gli arti.

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