Sei sulla pagina 1di 15

FONDAMENTI DI LINGUISTICA

GRAMMATICA TRADIZIONALE
(e cenni di sintassi generativa)

Morfologia:
Lo studio della forma della parola che si interessa in particolare allo studio delle parti
variabili indagando nelle diverse mutazioni che intervengono nella parola.

La parola è l’elemento base per la costruzione di un testo. La forma (significante) delle


parole è l’insieme dei segni che hanno funzione di esprimere il significato, è tutto ciò che
dà l’aspetto alla parola: suono, struttura, formazione, etologia. Il significato è l’immagine
o il concetto che la parola comunica a chi la ascolta o legge. Significante e significato
non sono separabili.

• La parola si divide in tema e desinenza, il tema si divide a sua volta in radice e può
essere affiancato da un prefisso o un suffisso. Le unità in cui sono scomposte le
parole si possono anche dire morfemi e si dividono in lessicali e flessionali. Le parole
possono essere primitive (politico), derivate da suffissazioni (politicastro) o
prefissazioni (apolitico), composte (pellerossa).

Il lessema è ogni unità minima di base che abbia un significato autonomo, in particolare
il singolare maschile dei nomi, aggettivi, pronomi, articoli e l’infinito presente dei verbi.

Lessico:
È un sistema aperto e duttile, dove le parole nascono, cambiano e muoiono in seguito ai
mutamenti storici e alle nuove esigenze comunicative. È soggetto all’uso, dunque quando
una parola non corrisponde più alle esigenze comunicative muore.

• significato di una parola è oggetto di studio della semantica, che è la scienza che
interpreta i segni linguistici e le relazioni tra le parole sul piano del significato, della loro
origine e degli eventuali cambiamenti.

• I vocabolari si occupano della forma della parola ed infatti elencano i termini solo in
ordine alfabetico.

Le parole possono avere significato denotativo: descrittivo e informativo, il significato


“scientifico” e oggettivo che descrive un oggetto. O significato connotativo: quando le
parole comunicano emozioni o sentimento, e sono arricchite di sensi supplementari.

• Le parole che hanno un’origine o un’etimologia comune, possono essere raggruppate


in famiglie etimologiche.

• Le parole che sono collegabili tra loro sul piano del significato, anche se di diversa
etimologia, possono essere raggruppate in base al campo associativo.

1
• Le parole associate o associabili sul piano del significato ma non comportano
un’operazione soggettiva ed individuale di raggruppamento sono assimilabili in campi
semantici.

• le parole legate ad altre da un rapporto di inferiorità gerarchica sono dette “incluse”:


orata è inclusa in pesce. Cane è incluso in animale. Inclusione

• Parole diverse con un significato simile si dicono sinonimi. Sinonimia

• Parole legate tra di loro dal fatto di avere significati opposti si dicono contrari o
antonini. Opposizione

• Parole identiche l’un l’altra per la forma ma diverse per significato si dicono omonimi.

• Parole identiche per suono e pronuncia ma diverse per significato e grafia si dicono
omofoni.

• Parole identiche per grafia ma diverse per significato e pronuncia si dicono omografe.

• Una parola con più significati si dice polisemica o polisenso. Polisemia

• Quando una parola non è usata nel suo significato letterale, ma è associata a campi
semantici diverse si dice traslata. Trasferimento

Etmologia:
Scienza che si occupa di individuare l’origine di ogni parola e di farne storia, attraverso la
quale si traccia lo sviluppo della lingua.

L’analisi grammaticale ha per oggetto l’aspetto formale delle singole parti della
frase. Mira a distinguere se una parola è un aggettivo, un nome, un pronome, un avverbio
ecc, limitandosi alla descrizione della categoria grammaticale individuata e le sue
eventuali caratteristiche (sing-plur; mas-fem...)

PARTI DEL DISCORSO:

Invariabili:

• Avverbi: è un elemento modificatore che apporta alla frase nucleare ulteriori


precisazioni. Ha una notevole flessibilità d’uso. Può essere semplice (vero); composto
(in-vero); derivato (veramente). Si può sviluppare in locuzioni avverbiali (in fretta). Può
essere determinativo, qualificativo, formale e può essere alterato il suo grado da
positivo (presto) a comparativo (più presto, meno presto, presto come) fino a
superlativo (prestissimo; il più presto possibile)

• Preposizioni: legano tra loro i vari elementi costituenti la proposizione; è una parte
invariabile del discorso che posta davanti a nomi, aggettivi, pronomi, avverbi e verbi di
modo non finito definisce le loro funzioni all’interno della frase semplice o complessa.

2
Possono essere proprie (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra); articolate (di+il=del);
improprie quando avverbi e/o aggettivi prendono la loro funzione.

• Congiunzione: parte invariabile del discorso che lega due elementi di una proposizione
o due proposizioni di un periodo. Le congiunzioni possono essere coordinanti
(copulative, disgiuntive, avversative, conclusive, dichiarative, correlative); subordinanti
(dichiarative, interrogative, finali, causali, consecutive, concessive, ipotetiche,
temporali, modali, comparative, esclusive, avversative, eccettuative, limitative. La
congiunzione “che” può essere polivalente.

• Interiezione: parte del discorso disgiunta sintatticamente dal resto della proposizione,
è un’esclamazione inserita nel discorso per sottolineare la vivacità di un sentimento.

Variabili:

• L’articolo è la parte variabile del discorso che precede il nome o eventualmente al suo
attributo/apposizione. Può essere determinativo o indeterminativo. In sintassi fa parte
della categoria dei DETERMINANTI insieme ai pronomi e agli aggettivi dimostrativi.

• Nome

• Aggettivo è la parte variabile del discorso che accompagna il nome per indicarne la
qualità o per determinarne alcuni aspetti specifici. Può essere qualificativo (positivo,
comparativo, superlativo); possessivo; dimostrativo; identificativo; indefinito; numerale;
interrogativo.

• Pronome è la parte variabile del discorso che sostituisce il nome o un’altra parola o
intere frasi (come nel test di costituenza detto proforma). Può essere personale,
possessivo, dimostrativo, identificativo, indefinito, interrogativo, relativo (che [secondo
la sintassi generativa è solo una congiunzione a cui si aggiunge un pronome silente
detto OP, che corrisponde a un altro pronome relativo; la teoria è verificata dal fatto che
“che” relativo non può essere spostato alla periferia sinistra della frase, quasi
sorpassasse un elemento invisibile a lui identico per funzione], il quale, cui…)

• Il verbo è l’elemento indispensabile per formare una frase di senso compiuto. Può
essere transitivo (dispone di un complemento oggetto: OVVERO si sceglie un
argomento interno) e intransitivo (non dispone di un complemento oggetto: può
essere ZEROVALENTE oppure disporre di argomenti solo esterni). Il verbo può
assumere una diatesi attiva (il soggetto compie l’azione), passiva (il soggetto subisce
l’azione) o riflessiva (il soggetto compie l’azione che si riflette su di lui). I verbi hanno
sempre un ausiliare (essere/avere), che nella sintassi generativa viene definito
FLESSIONE dando vita al Sintagma Temporale, sempre antecedente al Sintagma
Verbale anche laddove non ci sia flessione.

L’analisi logica ha per oggetto la

Comprensione del significato logico delle parti del discorso attraverso i rapporti che le
legano l’una all’altra. Mira all’individuazione delle categorie sintattiche, stabilendo che tipo
di funzione abbia ogni parola e/o costrutto.

3
Complementi:
Soggetto: predicativo del soggetto

Oggetto: interno, partitivo, riflessivo; predicativo dell’oggetto

Agente o causa efficiente; termine; causa; specificazione, fine o scopo, tempo


determinato o continuato; mezzo; compagnia o unione; stato in luogo, moto a/da/per
luogo, luogo figurato; abbondanza; privazione; allontanamento; argomento; colpa o pena;
denominazione; concessione; distanza; distribuzione; esclusione; estensione; età;
esclamazione; limitazione; materia; origine o provenienza; paragone; partitivo; qualità;
quantità; rapporto; sostituzione; stima e prezzo; vocazione.

L’attributo è un aggettivo che completa il significato di un complemento; l’apposizione è


un sostantivo che completa il significato di un complemento.

L’analisi del periodo esamina i rapporti sintattici tra le proposizioni e mira alla
comprensione dei rapporti di coordinazione o subordinazione tra le frasi e delle loro
strutture. La frase complessa i cui limiti sono delimitati dal punto fermo, è dunque
l’insieme di due o più frasi semplici. La frase così strutturata prende il nome di periodo.

Le frasi si dividono in principali, coordinate e subordinate.

• La frase principale può essere enunciativa (nevica/non nevica); interrogativa (reale:


dove vai?, retorica: forse che mento?, didascaliche: all’interno di un discorso indiretto,
disgiunte: esci con me o rimani a casa?); esclamativa; volitiva; dubitativa (con il
condizionale, futuro, infinito); potenziale

• Sullo stesso piano della frase principale si trova l’incidentale, inserita spesso proprio
nella prima tramite un inciso.

• La frase coordinata, detta anche paratassi, è il modo più semplice di strutturare un


periodo sviluppando il pensiero attraverso frasi autonome e indipendenti. Si sviluppa
per asindeto (in assenza di congiunzioni, con il solo ausilio della punteggiatura) o in
polisindeto, con l’ausilio delle congiunzioni coordinanti, dalla cui tipologia dipende
anche quella della frase (copulative, avversative…)

• La frase subordinata, detta anche ipotassi, non ha struttura autonoma ed è del tutto
soggetta a un’altra proposizione. Si dirà di primo grado se è legata direttamente alla
principale e di secondo, terzo, quarto grado ecc se è subordinata ad altre
subordinate. Può avere forma esplicita (verbo flesso) o implicita (verbo all’infinito). L’uso
dei tempi e modi verbali diversi instaura un rapporto di contemporaneità (presente),
anteriorità (passato), posteriorità (futuro). La preposizione subordinata è introdotta dalle
congiunzioni subordinanti o dai pronomi relativi dalla tipologia delle quali dipende
quella della proposizione o pronome stessa (una proposizione introdotta da “che” sarà
relativa, una introdotta da benché sarà concessiva, una da perché finale o causale ecc).
Una subordinata può essere soggetto/oggetto di una principale, in questo caso la
subordinata si dice soggettiva/oggettiva. La proposizione dichiarativa ha invece la
funzione di specificare un elemento annunciato in precedenza.

4
SINTASSI GENERATIVA
Parte dal postulato secondo il quale un individuo fin dalla nascita impara lessemi e li
combina arbitrariamente anche in frase senza un senso apparente, creando sempre nuovi
enunciati. Il linguaggio è dunque generativo e le sue regole sono a loro volta
generative, ma anche ricorsive: permettono cioè di generare un numero non finito di
frasi e di metterle una dentro l’altra e dietro l’altra senza limite evidente. Il linguaggio è
una competenza inconsapevole dell’uomo, nel senso che non è acquisita ma innata.

Il linguaggio deve essere abbastanza generale da dare luogo a tutte le lingue del mondo e
le lingue abbastanza simili da poter essere ricondotte a questa matrice universale.

• Il modello a principi e parametri prevede che le caratteristiche comuni a tutte le lingue


siano dovute a principi innati mentre la variazione linguistica è data da parametri. I
parametri sono variabili lasciate aperte nello stadio zero dello sviluppo linguistico di un
individuo, e che il bambino fissa secondo il valore adatto ai dati linguistici a cui è
esposto. I principi sono propri di ogni lingua mentre i parametri sono distintivi di ogni
lingua.

La sintassi è il componente del linguaggio che assembla unità semplici in unità


complesse: combinando le parole creiamo enunciati. La sintassi vuole studiare l’aspetto
formale delle combinazioni, le regole che consentono di ottenere oggetti complessi sulla
base di oggetti più semplici.

• Gli enunciati sono studiati dalla pragmatica e sono “cose dette/scritte” non
necessariamente vere.

• Un enunciato che ha valore di verità è una proposizione ed è studiata dalla


semantica.
• Le proposizioni sono frasi per la sintassi, che ne studia la diversa composizione.

I dati studiati dalla sintassi sono:

• Naturalistici: ricavati dall’osservazione diretta del linguaggio usato in contesti normali:


non fornisce evidenze negative perché non può dire cosa la sintassi non è in grado di
generare.

• Elicitati: ottenuti artificialmente attraverso domande mirate e/o altre tecniche


sperimentali: inducendo un parlante a produrre determinate frasi che egli non riesce a
sviluppare si deduce che la sua sintassi non glielo permette.

I parlanti sono in grado di dare giudizi sulla grammaticalità di una frase, anche se non è
universale o arbitrario il loro giudizio: dipende da fattori culturali ma anche dialettali.

Il sistema semantico e morfo-fonologico sono l’interfaccia del linguaggio ma la sintassi è


centrale per la costruzione di quell’interfaccia stessa: il significato di una frase non
dipende solo dagli elementi che la compongono ma anche dal modo in cui sono
combinati insieme. Ordine e relazione sono. Le due dimensioni fondamentali dell’agire
sintattico. Le frasi sono fatte di parole, che la sintassi trae dal lessico combinandole in
sequenze e relazioni. Le parole sono l’unità più piccola visibile alla sintassi.

5
• Le parole hanno proprietà, dette tratti sintattici: un tratto sintattico è il plurale, così
come il singolare, un altro è il femminile come il maschile. I tratti sintattici spesso
corrispondono a varianti morfo-fonologiche (cambia la desinenza), ma non sempre
come nei casi di parole che non cambiano dal singolare al plurale o dal maschile al
femminile.

• Un tratto sintattico è la categoria: ovvero la parte del discorso. A differenza della


grammatica tradizionale, la sintassi non divide le parole in base al loro significato
semantico o al loro aspetto morfo-fonologico, ma in base alla posizione che occupano
all’interno della frase.

• Gli articoli e gli aggettivi dimostrativi, per esempio, non fanno parte della stessa
categoria nella grammatica tradizionale ma rientrano nella stessa categoria sintattica,
quella dei determinanti, perché occupano sempre la stessa posizione rispetto al
nome.

• Rimangono in categoria di aggettivo nella sintassi solo gli aggettivi qualificativi.

• Rimangono in categoria di pronome nella sintassi solo i pronomi personali.

• nomi, verbi, preposizioni, avverbi, congiunzioni mantengono le loro etichette.

• Viene accettata anche la distinzione tra categorie lessicali e funzionali: le prime sono
classi aperte (formate da nomi, verbi, aggettivi, avverbi) entro le quali la nostra
capacità generativa è in grado di creare nuove entrate lessicali. Le categorie
funzionali invece sono quelle di cui fanno parte determinanti, pronomi, preposizioni,
congiunzioni e sono classi chiuse.

La sintassi non si limita a ordinare le parole obbedendo al loro tratto categoriale, ma le


mette in accordo, facendo in modo che altri tratti che le compongono, i tratti-phi siano
compatibili. I tratti-phi sono il numero, il genere, la persona, il caso. I verbi hanno del
altri tratti, detti tratti verbali, quali tempo, modo e aspetto.

La sintassi accorda i tratti che compongono la frase e li sistema in base a una struttura
per la quale le stesse parti del discorso occupano sempre le stesse posizioni. Gli elementi
strutturali intermedi tra parola e frase sono i costituenti: gruppi di parole che
costituiscono delle unità indipendenti. Per verificare che una parte della frase o un gruppo
di parole sia un costituente esistono dei test di costituenza:

• Movimento: spostando un elemento dalla sua posizione naturale a una marcata si può
verificare se quell’elemento è un costituente: un gruppo di parole nella frase è un
costituente se può essere dislocato da un’operazione di movimento. Un tipo di
movimento è la focalizzazione, per cui si disloca in posizione iniziale un costituente
enfatizzato.

• Scissione: è anch’essa una forma di movimento: un gruppo di parole nella frase è un


costituente se si può dire “è/sono (costituente) che (resto della frase)”

• Isolabilità: solo i costituenti possono esistere isolati: un gruppo di parole è un


costituente se si può enunciare in isolamento, per farlo il gruppo di parole scelto deve
poter rispondere esaurientemente a una domanda-wh

• Sostituibilità tramite proforma: un gruppo di parole in una frase è un costituente se


può essere sostituito da un proforma, ovvero da una parola come un pronome
enclitico.
6
• Ellissi: è la possibilità di non dire delle sequenze di parole che pure sono presenti
nell’interpretazione, restando quindi sottintese. Il fatto che una gruppo di parole possa
essere eliso, non detto, costruendo una frase nella quale dirlo sarebbe una ripetizione,
lo dimostra un costituente.

• coordinazione: due elementi che possono essere coordinati tramite le congiunzioni e/


o sono costituenti appartenenti alla stessa categoria.

Un gruppo di parole che supera tutti i test di costituenza è sicuramente un costituente, un


gruppo che non ne supera nessuno non lo è, un gruppo che ne supera alcuni e non altri
non è detto che non lo sia. (buona supercazzola a tutti)

Per creare costituenti e di conseguenza frasi, la sintassi usa due regole: merge e move.

• La regola merge accorpa due oggetti sintattici (semplici, parole; complessi,


costituenti) e li salda tra loro e ricorsivamente ad altri oggetti. Questa regola non ha
altro limite che la memoria del parlante. Secondo la teoria sintattica, la regola merge è
binaria: lega cioè due elementi per crearne un terzo, legandolo poi a un altro elemento
e via via in questo modo di due in due. L’oggetto complesso costruito tramite merge si
chiama sintagma: i sintagmi sono dotati di tratti categoriali, sono quindi distribuiti
all’interno della frase in base alla loro categoria/funzione occupando sempre la stessa
posizione strutturale. Oltre che binaria (unisce due pezzi per volta), merge è
gerarchica: quando unisce due oggetti, uno solo dei due fornisce il proprio tratto
categoriale all’intero sintagma, e viene detto testa. Per capire quale sia la testa di un
sintagma è necessario usare il test di coordinazione, attraverso il quale si possono
coordinare solo costituenti che condividono lo stesso tratto categoriale (due SN, due
SV, due SP…). La testa proietta i suoi tratti al sintagma, che può quindi coordinarsi, ed
è in base al fatto che due sintagmi possano coordinarsi che si capisce quale sia la
testa, cioè l’elemento i cui tratti si riflettono sul costituente.

• I sintagmi possono essere rappresentati attraverso diagrammi ad albero (anche


riassumibili in stringhe di parentesi), dove da un nodo originario si dividono due nodi
differenti. Due nodi che partono da uno stesso nodo si dicono fratelli.

• È sempre la testa a determinare la composizione del sintagma. Prendendo ad esempio


dei verbi, che sono la testa di un sintagma verbale, si osserva che alcuni non hanno
bisogno di niente (piovere, zerovalente), altri hanno bisogno di soggetto (ridere,
monovalente), altri ancora necessitano di soggetto e oggetto (tagliare, bivalente) e
infine altri hanno bisogno di un ulteriore sintagma, l’oggetto indiretto, per completare il
proprio significato (regalare, trivalente). Questa differenza tra i verbi è detta appunto
valenza: ogni verbo cioè ha la proprietà di richiedere un certo numero di costituenti, i
quali a loro volta vengono detti argomenti. Si dice che gli argomenti saturano la
valenza dei verbi. Non solo i verbi hanno questa proprietà: tutte le parole possono
richiedere o meno uno o più argomenti: “dietro” può stare da solo, “a” ha bisogno di
una parola per essere saturato, “tra” necessita di due argomenti. Si può quindi
affermare che la valenza della testa determina il numero dei suoi argomenti.

• La regola merge è binaria, quindi da un nodo partiranno sempre solo due nodi. Il nodo
primario prenderà il nome dalla testa, ad esempio in una frase semplice SV e si dividerà
7
in SN (il soggetto) da una parte e in V’ dall’altra: la V’ si dividerà a sua volta in V (il
verbo) e in SN (il suo complemento oggetto). Questa teoria si chiama X-Barra ovvero
X’, ed è verificata dai test di costituenza: ogni sintagma deve poter essere un sintagma
a parte deve poter essere provato da un test di costituenza.


Per ogni testa X, qualunque sia la sua categoria, si danno le seguenti proprietà:

1. I suoi tratti categoriali si proiettano sull’interno sintagma

2. La sua valenza viene saturata per applicazioni successive di merge: la prima


applicazione salda la testa X con il complemento, o argomento interno, e forma il
costituente intermedio detto X’, la seconda applicazione salda X’ con lo
specificatone o argomento esterno e forma il costituente massimo, il sintagma
detto SX.

• Per la regola ricorsiva l’intera frase ha una struttura che corrisponde allo schema X’, ad
esempio SV sarà costituita dalla testa V e i suoi argomenti, che sono due SN a loro
volta costruiti secondo lo stesso schema, con la testa Ne gli eventuali argomenti a loro
volta sintagmi della struttura corrispondente allo stesso schema e via dicendo.

• Ogni verbo assegna determinati ruoli tematici ai propri argomenti, in base alla propria
valenza; i verbi monovalenti assegneranno il ruolo di agente o tema, quelli bivalenti di
agente e di tema ecc. I ruoli tematici degli argomenti servono a saturare la valenza del
verbo: per assegnare i ruoli tematici esiste un criterio che richiede che ad ogni
argomento venga assegnato un solo ruolo tematico e ogni ruolo tematico deve essere
assegnato a uno. E un solo argomento. ma in una frase ci sono spesso altri costituenti
che non servono a saturare il verbo e sono quindi circostanziali, questi si dicono
aggiunti perché aggiungono informazioni non essenziali alla valenza e alla griglia
tematica dei costituenti. Gli aggiunti possono essere di tutti i tipi. Il carattere illimitato
dell’aggiunzione viene reso mediante la reduplicazione libera del nodo a cui fornisce
informazioni aggiuntive.

Secondo le regole sintattiche quindi un soggetto o un complemento dovrebbero sempre


essere fusi alla testa che li regge. Ma si assiste spesso a situazioni nelle quali questa
fusione non è evidente, come nelle interrogative-wh o in altre situazioni che vedono gli
argomenti di una testa lontani da essa. È questo il fenomeno della dislocazione, una
specie di movimento che vede, appunto, un argomento della testa dislocato, spostato
alla periferia sinistra della frase. La dislocazione è un fenomeno reale delle lingue
naturali, ma non avviene sistematicamente e ci sono casi in cui non è possibile dislocare
un argomento rispetto alla sua testa. Ma come si giustifica, se si assiste a uno
8
spostamento, che esista effettivamente una regola merge? Con il fatto che la dislocazione
lascia una traccia, una copia nella posizione di base dove viene inizialmente saldato alla
struttura e interpretato, prima del movimento. Per avere un esempio evidente del
dislocamento basta pensare ai pronomi clitici: guardo lei con il telescopio —> la guardo
con il telescopio. Tutto ciò è spiegabile attraverso la regola move, che quindi prende un
costituente già saldato alla struttura e lo risalta in un’altra posizione, lasciandone una
traccia nella posizione di partenza.

Si può quindi dire che ogni derivazione sintattica sia prodotta dal vario alternarsi di due
operazioni: merge, che obbedisce ai tratti di valenza e selezione delle parole, e
costruisce l’ossatura dell’interpretazione della frase e delle sue strutture tematiche; e
move, che in parte modifica queste relazioni e amplia ulteriormente la struttura
riutilizzando e spostando materiale già saldato.

• Si può osservare spesso la dislocazione dell’ausiliare, a cui viene assegnato il ruolo


tematico di flessione e che diventa, in quanto prima parte del verbo, la testa del
sintagma al quale dà il nome: Sintagma Temporale o ST. è il tempo la testa del
sintagma funzionale indipendente che seleziona il sintagma verbale come suo
complemento e che ha il soggetto come specificatore. Lo spostamento del tempo
modifica la modalità della frase: quando l’ausiliare è spostato in periferia sinistra, ad
esempio in inglese, si assiste al passaggio da una dichiarativa a una interrogativa. La
modalità della frase viene però spesso data da una parola funzionale che introduce la
frase, detta complementatore. Il complementatore, quando presente, è una categoria
funzionale che introduce la frase e ne specifica la modalità: il nodo originario del
sintagma diventerà quindi non più SV o ST, ma SC, perché anche se la parola
complementare (Se, Che…) non c’è, è in quella posizione che l’ausiliare va a collocarsi
quando deve dare la modalità interrogativa a una frase. Si può quindi dedurre che
anche se non occupata, quella posizione è sempre presente all’interno della struttura
della frase.

• Questo spostamento non può accadere se il posto di C è già occupato oppure. Se


invece nella frase ci sono due ausiliari, sarà sempre il più vicino alla periferia sinistra a
spostarsi. A muoversi è sempre la testa, l’ausiliare o il tempo. Il movimento è fatto per
segnalare la modalità della frase, il suo luogo di approdo è la posizione di testa del
sintagma del complementatore; nel suo percorso questo movimento non deve mai
saltare una testa dello stesso tipo.

• Il movimento-wh si ha quando a spostarsi è il costituente-wh (chi, cosa, con cosa,


quando…). Questo movimento sembra portare il costituente-wh a occupare anch’esso
la posizione del complementatore, ma in realtà esso va ad inserirsi in un altro posto
“vacante” all’interno della struttura della frase. Questo perché nel caso della
dislocazione, a muoversi è la testa, mentre in questo secondo caso è un sintagma, un
argomento, che quindi non può prendere una posizione di testa. Il luogo d’approdo del
movimento-wh è quello dello specificatore (soggetto) del sintagma del
complementatore, non il complementatore stesso. In italiano assistiamo solo a questo
movimento, e non a quello dell’ausiliare (cosa visibile in inglese con “will” o qualunque
altro ausiliare), e la testa C rimane vuota. Come nel caso della dislocazione, anche in
questo caso un costituente-wh può spostarsi in periferia sinistra solo se nel mezzo non
c’è un suo simile: in questo caso è il primo costituente-wh, quello più vicino alla
posizione di approdo, a doversi spostare. Il problema dello spostamento riguarda il

9
percorso del movimento: se in una frase ci sono due elementi dello stesso tipo, il
secondo non può sorpassare il primo. In italiano il movimento-wh avviene prima che le
strutture generate dalla sintassi siano spedite all’interfaccia fonologica per la
pronuncia, e gli effetti della dislocazione sono quindi visibili: il sintagma-wh viene
pronunciato in una posizione diversa rispetto a quella in cui è stato saldato
originariamente e da cui si è dislocato.

• Il movimento di SN si vede ad esempio nelle frasi passive, dove la testa della frase è
sempre l’ausiliare. L’ausiliare è dotato di tratti-phi di numero e persona che si
accordano con quelli del soggetto, che però viene originariamente saldato al verbo di
cui è argomento interno, e non al Tempo. In questo caso vediamo quindi lo
spostamento del soggetto accanto al tempo, perché il soggetto possa dare al Tempo i
propri tratti-phi. In tutte le frasi dove è presente un ausiliare, questo trae i suoi tratti di
accordo da un sintagma nominale, che pur ricevendo il proprio ruolo tematico dal
verbo, si trova alla sinistra dell’ausiliare stesso. Anche nel caso in cui il movimento sia
del sintagma nominale, è impossibile che un sintagma nominale ne sorpassi un altro
nel movimento a ritroso verso la posizione di specificatore.

• La regola move obbedisce a un principio di conservazione della struttura, per la quale


una testa si muove in una posizione di testa, un sintagma in una posizione di
specificatore ma mai viceversa. Il movimento è sempre dal basso verso l’alto,
espandendo la struttura e non contraendola mai.

• Le cause di questi movimenti sono da ricercare nei tratti sintattici: tutte le parole sono
dotate di proprietà sintattiche che ne determinano la distribuzione e in generale il
comportamento, ma non tutti i tratti hanno lo stesso statuto: cambia in particolare il
modo in cui entrano nella sintassi. L’ausiliare essere alla terza persona singolare, per
esempio, è dotato di tratti-phi di persona che non gli sono però intrinseci, ma derivano
dalle relazioni sintattiche (accordo) che questa parola intrattiene nella frase. Alcuni tratti
sono valutati dal lessico, altri non lo sono e devono esserlo dalla sintassi. Il movimento
quindi è un meccanismo che consente la valutazione dei tratti non valutati dal
lessico, tramite l’accordo con tratti simili.

• Nessuna testa può superare un’altra testa; nessun costituente-wh un altro suo simile;
lo stesso succede al SN. questo per il principio di minimalista relativizzata. Ovvero è
sempre il tratto più vicino a valutare il tratto non valutato che scatena l’operazione di
movimento. Un’altra particolare limitazione al movimento è quella delle isole, “località”
della frase nelle quali non è possibile spostare un costituente. Non tutte le frasi sono
isole, non lo sono in particolare le completive verbali, ma lo sono le completive
nominali. Se si estrae un sintagma-wh da una frase che è il complemento di un nome il
risultato è agrammaticale: si parla di isola del SN complesso. Nel caso degli aggiunti
si può spostare solo l’intero costituente aggiunto, non una sua parte. Ancora
agrammaticale è che si estragga una parte di una soggettiva, e si dice isola del
soggetto frasale. Un’altra isola è la coordinazione, perché non è possibile estrarre un
costituente da delle frasi coordinate: l’isola viene meno quando da entrambe le
coordinate viene estratto lo stesso costituente. Anche le interrogative sono isole, in
quanto non è possibile spostare un sintagma-wh da una frase che sia a sua volta
introdotta da un sintagma dello stesso genere, questo avviene secondo il principio
della minimalista relativizzata. Tutte le frasi quindi sono isole ad esclusione delle
completive verbali. Il concetto di isola viene espresso anche con quello di nodo
limitante, per ricondurre il problema nei termini della località: la sintassi procede per
10
piccoli passi e uno di questi passi è la frase, unità di base della sintassi. A riprova di ciò
si osserva che quando si sposta un sintagma-wh da una posizione molto bassa, si può
sostenere che questo non vada direttamente nella sua posizione periferica estrema ma
che passi di periferia in periferia di ogni frase. Non si parla quindi di movimenti lunghi
ma di piccoli movimenti. Questi movimenti si dicono ciclici. Questi movimenti sono più
evidenti in altre lingue, come l’inglese, dove ad esempio il quantificatole all si dice
galleggiante, in quanto può saldarsi in tutte le periferie di tutte le frasi all’interno di una
frase complessa.

• L’ipotesi che la sintassi proceda localmente, costruendo oggetti relativamente piccoli,


le fasi o i cicli, ai quali non ha più accessoria volta completati, ha permesso di
abbozzare la condizione di inaccessibilità di una fase: una volta completata una fase
(una frase attraverso le regole Merge e Move), rimane accessibile solo la sua periferia
sinistra. Questo spiega perché alcune frasi (tutte quelle che non sono completive
verbali) siano isole: la loro periferia sinistra non è abbastanza periferica. Una fase, per
essere accessibile, deve essere in posizione i complemento.

• La flessione, o tempo, non ha proprietà di selezione tematica, ma è dotata di altri


tratti: accordo, tempo, modo, aspetto. Valutando i propri tratti d’accordo, attira al
proprio specificatore il sintagma nominale più vicino e ne provoca il movimento. Il tratto
tempo è quello che permette di collocare l’azione in un determinato arco temporale.
L’aspetto della flessione può essere perfettivo (tempi come il presente, il passato
prossimo o il passato remoto), e imperfettivo (imperfetto): ovvero può collocare
l’azione in un momento preciso o in un arco di tempo non definito. I tratti di modo
collocano la frase all’interno della realtà. Per questo la categoria della flessione non è
presente solo dove c’è l’ausiliare, ma in OGNI FRASE. Quando il verbo è dotato di
questi tratti, a prescindere dalla presenza dell’ausiliare, si chiama verbo flesso. Si
deduce che ogni frase è un sintagma temporale. Quindi il Verbo del SV si sposta
sempre in posizione di Tempo nel ST. La dimostrazione ci viene dalla distribuzione di
avverbi di tempo come sempre: quando è presente l’ausiliare, l’avverbio sta sempre tra
questo e il verbo, mentre quando l’ausiliare non c’è, l’avverbio va dopo il verbo, come
se questo si fosse spostato nella struttura al posto dell’ausiliare.

• Quello che in grammatica tradizionale è il soggetto in sintassi generativa è ricoperto da


due funzioni ben distinte: l’argomento esterno al verbo, che svolge la funzione di
agente, e lo specificatore del tempo che non ha tratti tematici. In molte lingue queste
due funzioni tendono a collidere. L’italiano è una lingua a soggetto nullo, ovvero il
soggetto spesso può essere sottinteso. In questo caso si dice che l’italiano ha un
“pronome silenzioso”, che nella visualizzazione ad albero della frase viene identificato
con un pro minuscolo. Nelle frasi infinitive, ad esempio, spesso un verbo all’infinito
risulta non saturato dagli argomenti all’interno della frase, questo accade perché il
soggetto nelle infinitive non può essere espresso (dato che il verbo non è flesso, e non
ha quindi tratti di accordo, tempo e modo). In questo caso il soggetto sottinteso viene
rappresentato con un PRO maiuscolo nell’albero sintattico. PRO non è mai espresso,
eppure è sempre presente ed è controllato da un SN nella frase principale: questo si
dice controllore. Si parla quindi di struttura a controllo del soggetto, quando la frase è
soggettiva, e a controllo dell’oggetto quando la frase è oggettiva. L’eccezione
all’assenza del soggetto nelle infinitive è la struttura a sollevamento: con alcuni verbi
impersonali (come sembrare), il soggetto dell’infinitiva può essere spostato alla periferia

11
sinistra della principale, accanto al verbo impersonale, “sollevato” dalla frase infinitiva
di cui è il soggetto altrimenti sottinteso.

• Le frasi dotate di flessione ma prive di verbo sono le frasi ridotte (ovvero quelle che in
grammatica tradizionale si dicono “nominali”). Queste frasi hanno solo l’ausiliare,
essere, che non ha contenuto flessivo e non assegna ruoli tematici. In queste frasi ad
assegnare ruolo tematico è una testa lessicale (quella che in grammatica tradizionale
sarebbe la parte nominale, nei casi in cui il verbo essere è espresso, o il complemento
predicativo soggetto/oggetto nei casi in cui il verbo è inespresso). Il verbo essere può
essere anche inespresso quando il la frase ridotta si trova in posizione dipendente.
Quando la flessione è presente, il “soggetto”, ovvero l’argomento della testa nominale,
si sposta alla periferia sinistra della copula. Qualora la flessione non fosse espressa
allora l’argomento della testa nominale rimane saldata alla sinistra di essa

• In italiano il caso per tutti i nomi è scomparso, eppure si preserva per i pronomi
possessivi. Questo fa pensare che nonostante non esista più una flessione del caso,
quindi una declinazione, e questo abbia perso i suoi tratti morfologici mantenga però i
tratti sintattici. La teoria del caso prevede che esista una assegnatore di caso, e che
questo sia la flessione: sostituendo i soggetti espressi con i pronomi personali, la
differenza tra i casi è evidente: io soggetto, me complemento oggetto, mi complemento
di agente/termine. Per questo il soggetto si sposta e si esprime sempre al lato sinistro
della flessione. Nelle frasi infinitive, non essendoci la flessione, il soggetto non ha modo
di valutare il proprio caso e rimane quindi silente. Se non può essere nullo, però, il
soggetto deve andare a cercare un assegnatore di caso: è quello che succede nelle
strutture a sollevamento, dove il soggetto sottinteso dell’infinitiva viene espresso a
sinistra della flessione della principale. Il caso accusativo è assegnato dai verbi
transitivi, che lo assegnano al nodo fratello. Ad assegnare il caso sono quindi verbo
flesso, flessione e preposizione. E non possono essere nome e aggettivo.

• La forma passiva è caratterizzata dal fatto di avere un argomento interno che si sposta
nello specificatore del Tempo e ne valuta i tratti d’accordo diventando il soffitto della
frase: la forma passiva priva il verbo della capacità di assegnare caso accusativo, e si
dice che la forma è inaccusativa. La differenza posizione dell’argomento interno tra
forma attiva e passiva è quindi legata al Caso. I verbi si differenziano allora tra quelli
che richiedono ausiliare essere, inaccusativi, e quelli che richiedono il verbo avere che
si dicono inergativi. Il clitico ne è un proforma che può sostituire pezzi di sintagma
nominale, ma solo quelli che sono complemento del verbo. Nelle frasi con verbi
inaccusativi, dove il soggetto nasce come argomento interno del verbo, si può usare il
clitico ne, mentre negli inergativi, il cui soggetto è l’argomento esterno del verbo, il
clitico non può sostituirlo. Altra differenza tra questi due tipi di verbi monovalenti è la
posizione strutturale in cui nasce l’unico argomento e la sua interpretazione: nel
passivo il soggetto è saldato come nodo fratello del verbo e riceve il ruolo di tema.
Negli inergativi invece il soggetto riceve il ruolo di agente. I verbi trivalenti scelgono tre
argomenti e assegnano tre ruoli tematici, ad esempio il verbo dare. In questo caso per
non andare contro alla regola Merge non si legano tre costituenti a un nodo, ma si
reduplica un nodo saldandoci prima l’argomento diretto, e successivamente
l’argomento indiretto.

• Secondo un esame più approfondito i SN non sono mai effettivamente tali, perché
spesso sono preceduti da un determinante, un articolo, e quando non lo sono se ci si
dovesse affiancare un dimostrativo, questo prenderebbe il posto dell’articolo facendo
12
pensare che, come la flessione, il posto occupato dal determinante sia sempre
presente, e sempre lo stesso, anche quando questo non c’è. Quindi i Sintagmi
Nominali sono in realtà sempre Sintagmi Determinanti. L’articolo non è quindi uno
specificatore del nome, e il posto di quest’ultimo al fianco sinistro del nome resta
quindi vacante e può essere occupato da un aggettivo. Il determinante è quindi la
testa del sintagma, e lo si vede anche usando i pronomi, che in quanto classe chiusa
sono più vicini ai determinanti che ai nomi perché non hanno contenuto descrittivo e
non sono mai preceduti da un articolo.

• I pronomi clitici hanno un rapporto “simbiotico” con la flessione e si muovono con


essa. Dato che i pronomi si comportano più come test di tipo D, il clitico si muove a T
con un movimento di testa, analogo a quello che compie il vergo quando si muove alla
stessa posizione.

• Le espressioni nominali hanno un riferimento, e possono denotare un oggetto o un


insieme di oggetti del mondo, di cui il determinante ne restringe la portata. Le
espressioni nominali introdotte da un articolo si dicono referenziali, perché si
riferiscono specificatamente a qualcosa di conosciuto a parlante e ascoltatore. Le
espressioni pronominali, riflessive e non, sono dette anaforiche, perché hanno un
tratto referenziale non specificato: il pronome personale si deve riferire
necessariamente a qualcosa di noto a chi parla e chi ascolta, magari precedentemente
nominato, mentre il riflessivo è evidentemente riferito al soggetto parlante o di cui si
parla.

• Due espressioni nominali che si riferiscono allo stesso individuo sono dette
coreferenziali. Nel caso dei pronomi e dei riflessivi, in questo contesto questi hanno
comportamenti opposti: in una frase con soggetto espresso si potrà avere un riflessivo
coreferenziale con esso, ma mai un pronome. Nella sintassi non conta l’ordine lineare,
ma le relazioni strutturali tra i costituenti. Per spiegare questa realtà grammaticale è
stato introdotto il concetto di c-comando: un nodo A c-comanda un nodo B solo se B
è il nodo fratello di A oppure è il contenuto del nodo fratello di A. Un riflessivo quindi
deve essere c-comandato da un’espressione nominale coreferenziale nella frase
semplice, mentre un pronome deve essere libero (non c-comandato) da un’espressione
nominale nella frase semplice. Anche un’espressione referenziale deve essere libera.
Tutto ciò vale all’interno della stessa frase semplice, ma si hanno dimostrazioni che un
riflessivo in una subordinata può essere referenziale anche a un soggetto espresso
nella principale. Lo si spiega con il fatto che all’interno della frase subordinata è
sottinteso un PRO che altro non è che il soggetto della principale, spostatosi alla
periferia sinistra del Tempo per valutare i tratti della frase principale. Un caso in cui il
riflessivo può trovarsi in posizione anticipata rispetto al soggetto a cui si riferisce è
quello in cui sia introdotto da un costituente-wh: il costituente-wh si sposta dalla
posizione inferiore della frase a quella anteriore, portando con sé tutto il sintagma ma
lasciando al suo posto una copia, una traccia, che è c-comandata dal soggetto che
rimane immobile. Nota fondamentale sul c-comando è che è sempre l’oggetto diretto
a c-comandare l’oggetto indiretto.

• Il c-comando si differenzia dalla fratellanza, perché la fratellanza è reciproca mentre il


c-comando no lo è necessariamente. La fratellanza è una relazione locale, che vale
solo tra due nodi limitrofi, mentre il c-comando può arrivare a grande distanza.
L’operazione Move può spostare un elemento c-comandato anche a grande distanza,
ma lascerà sempre una traccia c-comandata. Al c-comando si applica poi la
13
minimalista relativizzata: un elemento A non si può spostare B se nel mezzo c’è un
elemento C, dello stesso tipo di A, che c-comanda A ma non B.

• Il complementatore è ciò che nelle subordinate dà la modalità alla frase (ad esempio
che: dichiarativo; se: interrogativo); ma anche le frasi principali hanno una modalità
anche se nell’italiano scolastico non vengono introdotte da un complementatore. Ma
dato che l’assegnazione della modalità è un tratto del complementatore, che molte
lingue hanno principali introdotte da esso (arabo, estone, persiano…) e anche molti
dialetti italiani presentano questa caratteristica (fiorentino, sardo…), si è giunti a
teorizzare per il complementatore una teoria simile a quella che riguarda la flessione o il
determinante: tutte le frasi sono introdotte da una proposizione di tipo C, magari non
espressa, e che dunque la frase si divida, dal basso verso l’alto, in tre strati che si
trovano uno dentro l’altro: strato verbale, stratto flessivo, strato complementatore.
La modalità di C può quindi essere realizzata in tre modi: con l’effettiva presenza di un
complementatore, attirando e saldando una parola già saldata altrove (ausiliare),
oppure in modo morfologicamente invisibile ma semanticamente evidente. In alcuni
casi vediamo in prima posizione nella periferia sinistra delle frasi un sintagma-wh che è
NON nella posizione di C, ma del suo Spec.

• Alla periferia sinistra della frase si possono trovare anche altri sintagmi, non saldati
ma dislocati, spesso seguiti da una virgola e a volte successivamente ripresi da un
pronome. La posizione periferica a sinistra è infatti una posizione enfatica. In questi
casi si dice, quando non c’è una ripresa pronominale di focalizzazione, nel caso in cui
invece ci sia una ripresa, di topicalizzazione. La periferia sinistra mette in relazione la
sintassi con la pragmatica della frase.

Le frasi possono essere semplici o complesse, principali, coordinate o subordinate,


secondo la grammatica tradizionale. Ma esistono altri parametri per la loro classificazione,
ovvero in base alla posizione che occupano all’interno della struttura sintattica.

• Quando la subordinata è saldata ad un verbo e ne è il complemento si dicono


completive verbali. Se invece sono saldate a un nome si dicono completive
nominali. Le subordinate possono anche essere in posizione di soggetto, e in tal caso
si chiamano soggettive. In questo caso, in un diagramma ad albero, avremo due
ramificazioni separate, poiché la principale non può essere saldata in fondo alla
subordinata. Per cui da una testa SC partirà un C’ che si divide in C (vuoto) e ST, che si
ramifica in SC(da cui partirà la schematizzazione della subordinata) e T, da cui ripartirà
la principale. Questo succede perché a spostarsi alla periferia sinistra, in posizione di
specificatore di ST, non è un costituente ma un’intera frase, che andrà svolta in loco e
non successivamente. Le frasi aggiunte, infine, vengono trattate come le soggettive
(due ramificazioni che vengono svolte singolarmente a seguito del costituente al quale
sono legate e che modificano mediante la reduplicazione del nodo fratello). Le frasi
relative hanno la particolarità di essere legate a un nome come le completive nominali,
ma sono aggiunte invece che argomentali. Queste sono frasi aggiunte a un SN detto
antecedente; in questo caso il sintagma-wh non viene mosso per segnalare la
modalità della frase, ma per valutare i propri tratti referenziali con il SN precedente. In
italiano le relative spesso sono introdotte da un che che fatica ad essere schedato
come sintagma-wh, in quanto gli mancano molte delle caratteristiche proprie di questi
ultimi, ad esempio non può stare all’interno di un sintagma più ampio. Il che può stare
solo in frasi relative flesse, non in frasi infinitivali, a differenza degli elementi-wh. Che è

14
classificabile come complementatore, lo stesso che introduce alcune subordinate
dichiarative. Si può credere quindi che nel caso delle relative a muoversi a sinistra del
che sia un relativo astratto, chiamato operatore, Op, dotato di tratti sintattici e di tratti
semantici, ma privo di tratti morfofonologici e quindi silente, proprio come pro e PRO.

• Le frasi coordinate sono frasi complesse costituite da due frasi semplici poste sullo
stesso piano; una semplice struttura piatta come suggerito dal termine paratassi.
Secondo il metodo diagnostico del legamento, ci permette di verificare la presenza di
un’asimmetria tra i suoi congiunti: esiste una struttura di c-comando asimmetrico tra il
primo congiunto e il secondo. Il diagramma ad albero inizierà quindi con un S& che si
ramifica in SC (da cui si svolge la prima frase) e &’, dal quale si ramifica poi una & (e) e
la seconda frase SC.

• Un’altra distinzione è quella legata alla diatesi: si possono avere frasi passive tanto
indipendenti quanto subordinate.

• Anche la flessione permette di distinguere frasi flesse da frasi infinitivali. In questo


caso le frasi infinitivali possono essere solo subordinate, anche soggettive, ma mai
principali.

• Ultima distinzione è la polarità che distingue frasi affermative da frasi negative. Le


seconde sono identificate dalla presenza di una negazione non, che è una categoria
funzionale a sé, e da altri elementi come niente e mai. La polarità non influisce sulle
altre classificazioni: l’unica cosa che una negativa non può essere è un’affermativa.

15

Potrebbero piacerti anche