Sei sulla pagina 1di 39

ESTRATTO

Ernst Robert Curtius


e l’identità culturale dell’Europa
Atti del XXXVII Convegno Interuniversitario
(Bressanone/Innsbruck, 13-16 luglio 2009)

a cura di Ivano Paccagnella e Elisa Gregori


Questo volume è stato stampato con il contributo
del Dipartimento di Romanistica dell’Università degli Studi di Padova

© 2011 Esedra editrice s.r.l.


via Palestro, 8 - 35138 Padova
Tel e fax 049/723602
e-mail: esedra@esedraeditrice.it
www.esedraeditrice.com
Quaderni del Circolo Filologico Linguistico Padovano
- 25 -
fondati da Gianfranco Folena
A Mario Mancini,
per i suoi settant’anni:
per lo stupore e l’entusiasmo
che ha saputo conservare.
INDICE

Gianfelice Peron
Introduzione.
Curtius sulla strada verso Roma IX

Mario Mancini
Il giardino dei topoi 1

Helmut Meter
«Spirito tedesco» e «spirito francese» nel pensiero di Curtius tra le due guerre 25

Carlo Donà
Lo spirito tedesco e la crisi della mezza età.
Deutscher Geist in Gefahr (1932) 39

Roberto Antonelli
Auerbach, Curtius e la modernità, ricordando Warburg 57

Adone Brandalise
Rischi dello spirito. Etiche ed estetiche della tradizione in E. R. Curtius 75

Riccardo Campi
Crisi della cultura e apologia della tradizione in Curtius 85

Lorella Bosco
L’idea di Europa: Schlegel, Hoffmanstahl e Curtius 101

Angelo Pagliardini
Anticipazioni mazziniane dell’Europa di Curtius 121

Franco Arato
Virgilio e l’Occidente: Curtius e Haecker 131

Remo Ceserani
Un’idea diversa dell’Europa: da Denis de Rougemont a Jürgen Habermas 143
Mario Domenichelli
Le macerie d’Europa, The Waste Land, Das wüste Land:
T. S. Eliot, E. R. Curtius e Die Einheit der Europäischen Kultur 153

Donatella Pini
La corrispondenza tra Curtius e Ortega y Gasset 169

Lucrezia Lorenzini
Un intellettuale europeo e i limiti dinamici
dell’identità culturale mediterranea 181

Wolfram Krömer
Un’identità dimezzata? Aspetti dell’Europa e della sua cultura
negletti da Ernst Robert Curtius 189

Lorenzo Renzi
Curtius e i grandi romanisti tedeschi nell’opera di René Wellek 199

Earl Jeffrey Richards


«Generationwechsel» oder «Paradigmawechsel»? Curtius und
Robert Jauss: das Problem der Kontinuität in der europäischen Literatur 217

Alexandra Vrânceanu
La topologia di Curtius come metodo di strutturazione
della letteratura europea 235

Enrico Benella
L’arguto argonauta: appunti di critica tematologica su E. R. Curtius 253

Alessandro Grossato
Il tema del giardino e della foresta nella letteratura indiana medievale 263

Carlo Saccone
Rose e violette nei giardini lirici persiani 271

Max Siller
Storie del Mediterraneo antico nell’Europa del Nord medievale:
The Franks Casket (British Museum, VII secolo) 293

Francesco Mosetti Casaretto


Curtius e il Medioevo latino 301
Danielle Buschinger
Le code des vertus chevaleresques chez Curtius et Frauenlob 329

Patrizia Mazzadi
Il motivo della Brautwerbung: elemento letterario cardine
nella tradizione europea del Medioevo? 337

Veronica Orazi
Letteratura europea e Medio Evo latino: la prospettiva ispanica 353

Luca Pietromarchi
Il Proust di Curtius 363

Indice dei nomi 379


Francesco Mosetti Casaretto

CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO*

Audite, pueri, quam sunt dulces litterae


Et nos felices, qui litteras studemus
(Alcuino)
Bisogna forte sentire, per far sentire
(Nicolò Paganini)
Noi diventiamo veggenti, quando la luce si spegne
(Ernst Jünger)

A Genova, nell’area chiamata «Castello» (l’antico castrum), accanto alla


monumentale Torre degli Embriaci, sorge il complesso religioso di Santa
Maria di Castello (Sancta Maria de Castro). La costruzione originaria, volu-
ta dal re longobardo Ariperto in segno di vittoria sull’eresia ariana, risale
al VII sec. (658); nel XII sec. venne edificata la chiesa attuale, in stile ro-
manico (1100-1125); nel XV sec. l’intera area passò ai Frati Domenicani
(1442), che operarono un riassetto generale dell’edificio, costruirono il
convento e la nuova sacrestia. Oltre la soglia della chiesa si dispiega una
morfologia eclettica, prodotto del reimpiego, dell’innesto e della sovrappo-
sizione strumentale di materiali eterogenei e di strutture diverse per tempo
e per fattura. Coesistono così, nello stesso spazio, colonne di granito rosso
di epoca romana, forse della città di Luni; un sarcofago in pietra, sempre
romano; bifore longobarde; marmi e lapidi di varia provenienza; iscrizioni
cufiche, precedenti il Mille, con versi riguardanti la creazione del mondo;
addirittura, a sostenere la volta della cisterna, un raro capitello fenicio. La
disorganicità e, insieme, la complementarietà architettonica del complesso
contribuiscono certo ad aumentarne il fascino; ma per noi, qui, sono al-
tro: sono un’espressione emblematica del principio edificatorio alla base di
molta della cultura medievale.
Il Medioevo è il millenario Day-After dell’Impero Romano d’Occidente.
Un’età traumatizzata, non traumatica, che, nel tentativo di superare i suoi
traumi, scommette sulla longevità culturale. Per questo, coltiva parametri
ricostruttivi. Non sa di essere «Medio Evo». Inevitabilmente, si percepisce

*
Ringrazio gli amici Umberto Casaccia e Michael P. Bachmann.
302 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

nella continuità – rituale, iterativa più che ideale – con l’Antico1 e instaura
con esso un rapporto di imitazione tipologico (e retorico), che non sfocia
mai nella prospettiva del manierismo, ma in quella strumentale del reimpie-
go,2 secondo una strategia, caratterizzata dalla contaminazione e dall’ibri-
dizzazione dei modelli preesistenti. Dopo il 476 d.C., s’inaugura, così, in
Occidente, un tempo produttivo, generativo; una dimensione, che non co-
nosce l’archeologia della cultura, intesa come conservatorismo imitativo, ma
conosce l’attualità della cultura, intesa come dinamismo imitativo. Imitatio
si declina nell’uso e nel riuso delle forme:3 nel patchwork, nel bricolage, nella
composizione a «mosaico»; nella scrittura associativa e/o analogica; nella
citazione come intesto, come sostegno espressivo; nell’attualizzazione topi-
ca e figurale; nell’innesto memoriale; nell’innovazione per approssimazio-
ne o per accelerazione del canone; nella sostituzione per appropriazione.
È «innovazione entro una tradizione», per citare il De Robertis.4 Pertanto,
né il capitello fenicio, né la colonna, che lo sostiene; ma la cospirazione
formale di entrambi e, soprattutto, la volta, che, sola, non può reggersi.

Europäische Literatur und latenisches Mittelalter (Bern 1948) di Ernst Robert


Curtius (1886-1956) non risponde ai criteri costruttivi di una simile chiesa
romanica, ma a quelli di «un libro vasto e maestoso come una cattedrale go-
tica».5 Lo straodinario slancio di quelle pagine, possibile grazie alla distribu-
zione dei gravami nazionali lungo le nervature tipologiche di una tradizione
unitaria, è lo straordinario slancio di una dottrina, che tende vertiginosa-
mente al sublime e concepisce «la critica come Literatur der Literatur, come
una forma della letteratura che ha per oggetto la letteratura».6 Ma non solo.

1
J. Leclercq, L’amour des lettres et le désir de Dieu, Paris, Éditions du Cerf 1957, Cultura
umanistica e desiderio di Dio, trad. it. a cura del «Centro di Documentazione», Istituto per le
scienze religiose, Firenze, Sansoni, 1983, p. 142: «Non si considerava il passato come qualcosa
di concluso, ma come una realtà viva che continuava ad animare il presente. Accordarsi ad
esso è una reazione spontanea e, per così dire, vitale».
2
Cfr., sul tema, Ideologie e pratiche del reimpiego nell’Alto Medioevo. Settimane di studio del Centro
Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, 46, Spoleto, CISAM, 1999.
3
Cfr. P. Dronke, Riuso di forme e immagini antiche nella poesia, in Forms and Imaginings from
Antiquity to the Fifteenth Century, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2007, pp. 63-85.
4
D. De Robertis, L’ecloga volgare come segno di contraddizione, in «Metrica», II, 1981, p. 63.
5
C. Donà, Ernst Robert Curtius, in Lo spazio letterario del Medioevo, 2: Il Medioevo volgare, a
cura di P. Boitani - M. Mancini - A. Varvaro, IV: L’attualizzazione del testo, Roma, Salerno
editrice, 2004, p. 370.
6
F. Delle Donne, Recensione a Ernst Robert Curtius, Letteratura europea e Medioevo latino, in
«Vichiana», 4 (1993), p. 303; cfr. E. R. Curtius, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter,
Bern, Frncke, 1948, Letteratura europea e Medio Evo latino, trad. it. a cura di A. Luzzatto e M.
Candela, Firenze, La Nuova Italia, 1992, p. 9.
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 303

È, soprattutto, lo slancio di una dottrina, che non si colloca in una dimen-


sione accademica, bensì pensa la filologia e la critica come un atto politico:

Il mio libro non è il prodotto di finalità puramente scientifiche, ma della preoc-


cupazione per la salvaguardia della cultura occidentale. Tenta infatti di mettere in
luce con nuovi metodi l’unità di questa tradizione nello spazio e nel tempo. Nel
caos spirituale contemporaneo è divenuto necessario, ma anche possibile dimo-
strare questa unità [...] l’europeizzazione del quadro storico è una necessità poli-
tica, e non soltanto in Germania [...] deve essere applicata anche alla letteratura.7

Dieci anni più tardi, Erich Auerbach (1892-1957), nell’introdurre Litera-


tursprache und Publikum in der lateinischen Spätantike und im Mittelalter (Bern
1958), spiegherà:

A partire dall’inizio del nostro secolo molte e varie correnti spirituali concor-
sero, insieme con lo scotimento interno ed esterno dell’Europa, a ridestare nei
romanisti tedeschi tanto lo storicismo in generale quanto anche la coscienza
dell’europeismo. Si trovarono studiosi quali non si potrebbero trovare in altre
discipline filologiche né in altri paesi [...]; essi erano o sono filologi europei
per l’ampiezza dei loro orizzonti. Penso soprattutto a Karl Vossler, Ernst Robert
Curtius e Leo Spitzer. I frammenti che qui seguono, e i miei lavori in genere,
sono nati dagli stessi presupposti. Soltanto, essi manifestano molto più chiara la
coscienza dello scotimento dell’Europa; a me infatti le possibilità europee della
filologia romanza sono apparse ben presto, e con urgenza sempre maggiore,
non più come semplici possibilità, ma come un compito che soltanto oggi e
proprio ancora oggi si può tentare di assolvere. La civiltà europea è al limite
della sua esistenza; la storia sua propria, ad essa limitata, sembra chiusa; la sua
unità sembra già sul punto di tramontare, operando su un’altra e più ampia
unità. Mi è parso e mi pare che sia venuto il tempo in cui si deve tentare di
afferrare ancora quell’unità storica in vista della sua vivente esistenza e della
vivente coscienza di essa.8

L’opera mediolatina del Curtius e quella dell’Auerbach, dunque, pur


speculari dal punto di vista del metodo, sotto il profilo del movente ideolo-
gico appaiono congruenti; due esperimenti omologhi legati da un rapporto
di iterazione e di continuità di uno stesso conato ideale: «salvare l’Occiden-
te».9 Generate dalla «grandiosa dissonanza»10 dei due conflitti mondiali,

7
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 7, 15 e 18.
8
E. Auerbach, Literatursprache und Publikum in der lateinischen Spätantike und im Mittelalter,
Bern, A. Francke Verlag AG, 1958, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità latina e nel
Medioevo, trad. it. a cura di F. Codino, Milano, Feltrinelli, 2007 [I ed. 1960], pp. 13-14.
9
Cfr. M. Roberts, The Recovery of the West, Londra, Faber and Faber, s. d., Salvare l’Occiden-
te, trad. it. a cura di A. Gallone, Milano, Rizzoli, 1947.
10
Cfr. H. von Hofmannsthal, Gesammelte Werke, Frankfurt a.M., Fischer Verlag, 1950, La
rivoluzione conservatrice europea, trad. it. a cura di J. Bednarich e R. Cristin, Venezia, Marsilio,
2003, p. 80.
304 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

rientrano entrambe fra le testimonianze della cosiddetta «letteratura della


crisi»11 e traggono origine dalla medesima intuizione/intenzione: quella
di esplorare le «possibilità europee» (leggi le «possibilità politiche») del-
la filologia romanza.12 In altri termini, «europeismo» vs Der Untergang des
Abendlandes.13 E, tuttavia, a differenza di Literatursprache und Publikum, Eu-
ropäische Literatur und latenisches Mittelalter non ha alle spalle il precedente
di Philologie der Weltliteratur,14 né ha, come autentica provocazione storica,
gli esiti europeisticamente dissociativi della Conferenza di Jalta (4-11 Feb-
braio 1945);15 al contrario, Europäische Literatur und latenisches Mittelalter ha
tutto il sapore di un manoscritto maturato e conservato nella tempesta,
che affonda le proprie radici nella premessa politica di Deutscher Geist in
Gefhar (Stuttgart 1932) e si comprende più alla luce della cultura di Weimar

11
«Quella stagione che inizia con Il tramonto dell’Occidente (1918-1922) di O. Spengler e
la cui ricca messe va dalle Lettere dal lago di Como. Pensieri sulla tecnica (1927) di R. Guardini a
La posizione dell’uomo nel cosmo (1928) di M. Scheler, da Lo spirito europeo (1929) di L. Ziegler
a Il disagio della civiltà (1929) di S. Freud, da La situazione spirituale del nostro tempo (1931) di
K. Jaspers a La crisi della civiltà (1935) di J. Huizinga, concludendosi in grandezza con La
crisi delle scienze europee (1936) di E. Husserl, e avendo la sua ultima eco nelle riflessioni di M.
Horkheimer e T. W. Adorno in Dialettica dell’illuminismo (1944) e in Eclissi della ragione (1947)»
(F. Volpi, «Itinerarium mentis in nihilum», in E. Jünger - M. Heidegger, Oltre la linea, Milano,
Adelphi, 1989, p. 16). Sul tema, cfr. anche M. Nacci, Tecnica e cultura della crisi (1914-1939),
Torino, Loescher, 1982 e G. Sasso, Tramonto di un mito. L’idea di «progresso» fra Ottocento e No-
vecento, Bologna, il Mulino, 1984.
12
Cfr. R. Antonelli, Filologia e modernità, in Curtius, Europäische Literatur, cit., p. IX:
«Specialmente negli autori delle due summae, Auerbach e Curtius, la centralità della cultura
europeo-occidentale si afferma come presa di coscienza e riflessione sulla “Crisi” dell’Euro-
pa e dei suoi valori»; M. Youssef, Il mito della letteratura europea, in La letteratura europea vista
dagli altri, a cura di F. Sinopoli, Roma, Meltemi, 2003, p. 74, 86 e 102: «I volumi di Curtius,
Auerbach e Wellek furono pubblicati proprio tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni
Cinquanta, epoca caratterizzata da un preciso clima sociale e politico [...] Il contributo di
Auerbach è dunque in sintonia con quanto detto a proposito di Curtius e Wellek in quanto
fautori dell’eurocentrismo [...] entrambi sembrarono criticare il provincialismo nazionalisti-
co della Germania nazista, che cercò di germanizzare l’Europa tra il 1939 e il 1945».
13
Cfr. O. Spengler, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltge-
schichte, München, C. H. Beck, 1918-1922, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia
della storia mondiale, trad. it. a cura di J. Evola, Longanesi, Milano 2008.
14
E. Auerbach, Philologie der Weltliteratur, Bern und München, Francke Verlag, 1967,
Filologia della letteratura mondiale, trad. it. a cura di R. Engelmann, s.l., Book Editore, 2006;
sull’affinità fra Literatursprache und Publikum in der lateinischen Spätantike und im Mittelalter e
Philologie der Weltliteratur cfr. E. Salvaneschi, La letteratura cosmopolita di Erich Auerbach, in
E. Auerbach, Philologie der Weltliteratur, cit., pp. 22 e sgg.
15
Cfr. E. Auerbach, Philologie der Weltliteratur, cit., pp. 31-33: «Le culture europee, o quel-
le fondate da Europei, abituate a un lungo e fruttuoso rapporto reciproco e, inoltre, soste-
nute dalla consapevolezza della loro validità e attualità, conservano ancora al meglio le loro
peculiarità contrapposte, sebbene anche qui il processo di livellamento proceda in modo
molto più rapido di prima. Su tutto il resto, comunque, si estende l’omologazione, secondo
il modello europeo-americano o secondo quello russo-bolscevico».
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 305

(1919-1933) e, soprattutto, del suo successivo «smantellamento»,16 che non


alla luce di quella degli anni dell’Okkupation (1945-1948), ai quali, tuttavia,
cronologicamente appartiene.
Dopo la Pace di Versailles (28 Giugno 1919), in Germania si era progres-
sivamente diffuso, fra esponenti e non della cosiddetta «rivoluzione conser-
vatrice»,17 un senso di ineluttabile estinzione:

L’inquietudine non cessa di essere generale, il dubbio e la confusione aumen-


tano piuttosto che diminuire. Gli effetti materiali della catastrofe che abbiamo
vissuto rimangono immensi, ma ci acccorgiamo che gli effetti spirituali sono
ancor più terribili e ricchi di implicazioni. Tentiamo di farci strada verso la
chiarezza, di capire che cosa è distrutto e che cosa è ancora in piedi, ma il sen-
so dell’ordine in noi, l’unico che sarebbe capace di tali giudizi, è danneggiato
nel profondo. Nessuno è tanto ricco di spirito, nessuno ha un intelletto così
acuto da sollevarsi al di sopra di ciò che avvolge tutto e tutti. I nostri timori, che
prendono a tratti l’accento del terrore, trovano costantemente nuovo alimento
da ogni parte, le nostre speranze sono incerte e vaghe; la più forte di esse è,
paradossalmente, quella che noi deriviamo proprio dalla grandezza di quel che
ci minaccia e dalla vasta possanza degli eventi. Niente di quel che è spirituale
è rimasto intatto. «Lo spirito stesso è ferito» dice un francese. «Il nostro mon-
do tramonta», scrive un tedesco nel suo libro. «Noi siamo soli» esclama uno
spagnolo, «l’europeo di oggi è solo, senza morti che vivono al suo fianco». In
effetti, quel che per noi è vecchio di quindici anni, è lontano e irraggiungibile
come Sesostri e Nimrud. Noi siamo completamente soli.18

Il saggio di Oswald Spengler (1880-1936), apparso all’indomani della


sconfitta tedesca, «seppe cogliere almeno in parte quello che era lo stato
d’animo dominante nella Germania, e non solo, del primo dopo guerra»19
e contribuì non poco alla propagazione di un certo Zeitgeist; ma, al con-
trario dello Spengler, Curtius non era «un pessimista assoluto»,20 aveva lo

16
Cfr. W. Laqueur, Weimar. A Cultural History 1918-1933, London, Weidenfeld and Ni-
colson, 1974, La repubblica di Weimar 1918-1933. I mali oscuri della democrazia europea, trad. it. a
cura di L. Magliano, Milano, Rizzoli, 2002, p. 329.
17
Per la iunctura, cfr. H. von Hofmannsthal, La rivoluzione conservatrice, cit., pp. 55-72;
vedi poi, fra l’altro, S. Breuer, Anatomie der Konservativen Revolution, Darmstadt, Wissenschaft-
lichen Buchgesellschaft, 1939, La rivoluzione conservatrice. Il pensiero di Destra nella Germania
di Weimar, trad. it. a cura di C. Miglio, Roma, Donzelli, 1995; A. Mohler, La rivoluzione
conservatrice in Germania 1918-1932, Firenze, La Roccia di Erec, 1990; E. Nolte, La rivoluzione
conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar, trad. it. a cura di L. Iannone, Soveria
Mannelli, Rubbettino, 2009.
18
H. von Hofmannsthal, La rivoluzione conservatrice, cit., pp. 91-92.
19
E. D. Weitz, Weimar Germany. Promise and Tragedy, s. l., Princeton University Press, 2007,
La Germania di Weimar. Speranza e tragedia, trad. it. a cura di P. Arlorio, Torino, Einaudi, 2008,
p. 392.
20
«L’immagine spengleriana della storia è [...] pessimistica, e a ragione, soprattutto per
quanto concerne la prognosi riguardo alla civiltà» (E. Jünger, An der Zeitmauer, cit., p. 70);
306 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

spirito di un controdecadente. Alla «terra desolata», al paventato dileguo,


intimamente reagì; immaginò di contrastare – se non, addirittura, di inver-
tire – quel moto crepuscolare ad occidua e cominciò a maturare dentro di sé
l’idea di riuscire a innescare un dispositivo umanistico contro la crisi della
cultura europea. «Negli anni ’20, infatti, lo vediamo prender contatto con
alcuni circoli che vagheggiavano la fondazione di una nuova Europa, ac-
compagnando l’attività di ricerca e di studio, sempre intensissima, con una
più diretta partecipazione alle vicende del tempo».21 Insomma, sin da allora
– ma meno disperatamente – Humanismus als Initiative:22 che è un po’ come
dire, «là dove la storia ha diviso, la letteratura unisce». Dal 1919 al 1932
escono: Die literarischen Wegbereiter des neuen Frankreich (Potsdam 1919); Mau-
rice Barrès und die geistigen Grundlagen des französischen Nationalismus (Bonn
1921); Französischer Geist in neuen Europa (Stuttgart 1925); Die französische
Kultur. Eine Einführung (Stuttgart 1930). In pratica, «nella tradizione della
più rigogliosa fioritura di Weimar»,23 Ernst Robert Curtius sembrava voler
usare la filologia per suturare le ferite ancora aperte dal recente conflitto,
«in modo da favorire la comprensione fra le due grandi rivali»24 e assecon-
dare il bisogno dei Tedeschi «di capire quella Francia che inaspettatamente
ha vinto la guerra», riallacciando «con i nemici di ieri un rapporto di paci-
fica vicinanza».25
Eppure, proprio mentre quel tentativo umanistico di neutralizzare il
particolare nazionale per l’universale europeo cominciava a concretizzarsi e
a prendere corpo come sequenza di saggi eruditi sulla continuità della tra-
dizione occidentale, ecco che il concetto di Europa tornava a esprimersi nel
segno della discontinuità. L’Europa dal ’32 al ’45 – quella, sostanzialmente,

«Curtius [...] dalla teoria spengleriana (e prima ancora vichiana) dei cicli, ricava, al contrario
del modello, la possibilità-necessità che al buio segua la luce, alla barbarie una nuova civiltà»
(R. Antonelli, Filologia e modernità, cit., p. XXI).
21
C. Donà, Ernst Robert Curtius, cit., pp. 361-362.
22
Cfr. E. R. Curtius, Deutscher Geist in Gefhar, Stuttgart-Berlin, Deutsche Verlag, 1932, pp.
103-130.
23
W. Laqueur, Weimar, cit., p. 329. «Questo è l’humus sul quale cresce la cultura di Wei-
mar [...] La guerra è la catastrofe che porta sul ciglio del declino, in parte cupamente temuto
in parte bramato, la vecchia Europa e scava le trincee che più tardi divideranno in due campi
opposti il paesaggio culturale della Germania di Weimar» (H. Schulze, Weimar: Deutschland
1917-1933, Berlin, Siedler Verlag, 1982, La Repubblica di Weimar. La Germania dal 1918 al 1933,
trad. it. a cura di A. Roveri, Bologna, il Mulino, 1993, p. 149).
24
«Francia e Germania in quanto potenze egemoni sul continente avevano la responsa-
bilità di gettare le basi per una cultura “europea” che superasse i nazionalismi [...] Curtius
individua con straordinaria rapidità la sua via e si pone culturalmente, e simbolicamente, al
centro di un’Europa segnata dalla questione franco-tedesca: gli sforzi che la parte migliore
della borghesia europea stava compiendo per il superamento delle ferite della guerra trova-
no nel giovane alsaziano un interprete pronto e attento» (R. Antonelli, Filologia e modernità,
cit., pp. IX-XI).
25
C. Donà, Ernst Robert Curtius, cit., p. 357.
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 307

della complessa gestazione di Europäische Literatur und latenisches Mittelalter


(1932-1947)26 – è l’Europa sconvolta dal nazionalismo zoologico,27 darwini-
sta;28 è l’Europa sconvolta da una Germania, che, nel tentativo di «superare
il concetto di massa [...] e di sostituirlo risolutamente con l’alto concetto di
popolo»,29 d’un tratto, concepiva l’idea di Volk non alla luce di una «adesio-
ne spirituale», di una «comunità di fede, nella quale è compresa la totalità
della vita naturale e culturale»,30 ma alla luce di una barbara e distorta teo-
ria dell’evoluzione, dove l’ancestrale «mito del sangue»31 assumeva i carat-
teri di una competizione fra le specie umane.32 Fosse o meno figlio diretto
delle teorie dello stesso Spengler, questo socialismo nazionalista, razzista e
rivoluzionario, proprio perché privo di autentici legami con il conservato-
rismo tradizionale,33 non era scalfibile dalla filologia di un uomo, che, in
procinto di partecipare alla Prima Guerra Mondiale e «avendo il compito
di combattere i francesi» aveva scritto «in francese la sua ultima lettera ai
genitori prima di partire per il fronte»;34 né l’erigenda società economica
poteva riconoscersi nell’unanimitas della tradizione collettiva, che lo stesso
Curtius tentava di esprimere dalla letteratura come un antidoto. In altri
termini, c’è una profonda trasformazione sociale nella Germania fra le due
guerre: di fronte ad essa, Curtius appare idealisticamente in ritardo; forse,
non in grado recepire e metabolizzare del tutto la profondità di quel cam-
biamento.
Al precipitare delle condizioni politiche dell’Europa (e, in particolar
modo, della Germania), successiva alla crisi del ’29, Curtius, però, risponde
con un grido di allarme.

26
Sulla quale, cfr. C. Donà, Ernst Robert Curtius, cit., pp. 369-370.
27
«La lotta è passata sul terreno zoologico» (E. Jünger, Strahlungen, Tübingen, Heliopo-
lis, 1955, Irradiazioni, trad. it. a cura di H. Furst, Parma, Guanda, 19955, p. 83).
28
«La natura non conosce frontiere politiche. Essa semina gli uomini su questa terra, e
poi contempla il libero gioco delle forze: il più forte per coraggio e diligenza ottiene poi,
come fosse il suo prediletto, il diritto di signoria sulla vita [...] Lo Stato [...] non è un’associa-
zione di contraenti economici, in uno spazio vitale determinato per perseguire scopi econo-
mici, ma è piuttosto l’organizzazione di una comunità di esseri fisicamente e spiritualmente
solidali, per rendere possibile la conservazione della specie [...] L’istinto della conservazione
della specie è la esiziale causa che induce gli uomini a formare delle comunità. In questo
senso, lo Stato è un organismo di popolo e non un’organizzazione economica» (A. Hitler,
Mein Kampf, Milano, Kaos Edizioni, 2002, pp. 164-174).
29
H. von Hofmannsthal, La rivoluzione conservatrice, cit., p. 82.
30
Ibid., cit., pp. 55 e 58.
31
Cfr. J. Evola, Il Mito del sangue, a cura di P. Di Vona, Edizioni di Ar, Padova, 2009.
32
«Solo la lotta per la conservazione della specie, della terra o dello Stato che la proteg-
gono, spinge gli uomini contro le lance nemiche. Si può dunque accettare come eterna verità
la seguente affermazione: mai uno Stato fu fondato con pacifici mezzi economici, ma sempre
mediante gli istinti della conservazione della specie» (A. Hitler, Mein Kampf, cit., p. 176).
33
Cfr., in merito, E. D. Weitz, Weimar Germany, cit., pp. 392-394.
34
C. Donà, Ernst Robert Curtius, cit., p. 356.
308 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

Si tratta di Deutscher Geist in Gefhar, uscito agli inizi del 1932: pochi mesi prima,
cioè, della presa di potere da parte di Hitler. Il libro comprende cinque saggi,
pubblicati fra 1929 e 1932 su rivista. Pensati classicamente quasi come orazioni,
essi si intitolano rispettivamente Smantellamento dell’istruzione e odio per la cultu-
ra, Nazione o rivoluzione?, Crisi dell’Università, Sociologia o rivoluzione?, L’umane-
simo come iniziativa, e nell’insieme costituiscono l’estremo tentativo, da parte
di un conservatore convinto, chiuso all’interno di una Weltanschauung ormai
puramente mitica, per difendere l’élite culturale borghese e la cittadella della
tradizione umanistica, assediate da una infernale modernità “rivoluzionaria”,
dall’aggressiva e minacciosa avanzata delle masse e dall’azione dissolvente del
relativismo culturale. Formalmente, il libro si inserisce fra le numerose opere
che, negli anni ’30, tentarono di interpretare i preoccupanti segni dei tempi:
possiamo dunque paragonarlo a testi come La rebelión de la masas di José Orte-
ga y Gasset (1930), Die geistige Situation der Zeit di Karl Jaspers (1931), o In den
schaduwen van Morgen di Johan Huizinga (1935) [...] Curtius si rivela una volta
di più un grande polemista, ma, per dirla a chiare lettere, sbaglia clamorosa-
mente il bersaglio.35

Deutscher Geist in Gefahr è il prodotto della stanchezza e dell’esaurimen-


to dello spirito della cultura di Weimar;36 come tale va letto e interpretato.
Nondimeno, di là dalle sue possibili sfocature e fragilità, per noi si tratta di
un libro importante perché si conclude con una precisa messa a fuoco: quel-
la di un viaggio retrospettivo nel Medioevo come di una sorta di reditus an-
cestrale per ritrovare le origini umanistiche della nuova coscienza europea.

Man verstehe mich recht: keine Zeit wiederholt sich; keine kann durch Na-
chahmung einer früheren die eigne Wegfindung ersetzen. Wohl aber kann
sie sich an einer früheren orientieren. Kann ihre Gegenwartskonstellation
erhellen in Lichte der Analogie. Wenn es also wahr ist, daß vor uns dunkle
Jahrhunderte und spätere helle Renaissancen liegen, so folgt daraus, daß der
Humanismus von heute weder and die Antike noch an die Renaissance an-
knüpfen darf; daß er vielmehr an das Mittelalter anknüpfen muß. Der neue
Humanismus wird also, um es ganz klar und konkret zu sagen, nicht Klassizi-
smus und Renaissanceschwärmerei, sondern Medievalismus [...] Nicht Pindar
oder Sophokles, wohl aber die erlauchen Gründer unseres Abendlandes von
Augustinus bis Dante können uns die kräfte darbieten, die wir heute am nötig-
sten brauchen. Das ist die Form, in der sich humanistische Selbstbegegnung
und Selbstbesinnung heute vollziehen muß.37

35
C. Donà, Ernst Robert Curtius, cit., pp. 367-368.
36
Cfr. R. Antonelli, Filologia e modernità, cit., p. XVII: «In Deutscher Geist in Gefhar la “svol-
ta” tedesca degli anni 1931-32 è identificata, con molta chiarezza e quasi drammatica preveg-
genza, come la “più importante dalla fine della guerra mondiale”; i tedeschi sono “sul punto
(im Begriff) di liquidare tutto ciò che si era presentato fra il 1920 e il il 1930 con la pretesa di
un nuovo valore”». Su Weimar, cfr. W. Laqueur, La repubblica di Weimar, cit., p. 328.
37
E. R. Curtius, Deutscher Geist, cit., p. 126.
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 309

[Mi si comprenda bene: nessun tempo si ripete, nessun tempo può sostituire
la sua propria ricerca della via con l’imitazione di un tempo precedente. Però
esso può orientarsi grazie a un tempo passato, può rischiarare la costellazione
del presente alla luce dell’analogia. Se dunque è vero che davanti a noi si sten-
dono secoli oscuri e successivi, luminosi rinascimenti, ne consegue che l’uma-
nesimo di oggi non può riallacciarsi né all’Antichità, né al Rinascimento, ma
deve piuttosto rifarsi al Medioevo. Il nuovo Umanesimo, dunque, per dirlo nel
modo più chiaro e concreto, non sarà un classicismo o un’esaltazione rinasci-
mentale, ma dovrà essere medievalismo [...] Non sono Pindaro o Sofocle, che
possono offrirci quelle forze di cui oggi abbiamo tanto bisogno, ma gli illustri
fondatori del nostro occidente, da Agostino a Dante. Questa è la forma in cui
oggi l’umanesimo deve ritrovarsi e prendere coscienza di sé].38

Nel ’32, quindi, il Curtius pensa il Medioevo negli stessi termini politici
e rigenerativi, in cui, vent’anni dopo, lo penserà l’Auerbach:

Ist unsere philologische Heimat die Erde; die Nation kann es nicht mehr sein
[...] Wir müssen, unter veränderten Umständen, zurückkehren zu dem, was die
vornationale mittelalterliche Bildung schon besaß: zu der Erkenntnis, daß der
Geist nicht national ist.
[La nostra patria filologica è la Terra; la Nazione non lo può più essere [...]
Dobbiamo ritornare, in circostanze diverse, a ciò che già la cultura prenaziona-
le del Medioevo possedeva: la coscienza che lo spirito non è nazionale].39

In pratica, per entrambi la filologia ha la possibilità della «semina di una


nuova Europa»40 perché il Medioevo viene criticamente percepito come
una sorta di «pangea», di humus coesa e amniotica, che precede la frattura
e la deriva degli stati (e delle lingue/letterature) nazionali. L’arretramento
storico fino all’Età di Mezzo è obbligatorio: «I secoli addietro sino alla fine
del Medioevo non ci paiono parlare d’altro che dell’arrivo del cataclisma
che oggi ci schiaccia sotto le sue rovine»;41 ma quell’arretramento ha un
senso davvero politico solo se si spinge fino all’unanimitas Imperii,42 solo se
riesce ad assumere come punto di vista l’origine universale – non romanza,
ma latina e carolingia – della civilità europea.43 Deutscher Geist in Gefhar,

38
La traduzione italiana è di C. Donà e si trova in Ernst Robert Curtius, cit., p. 369.
39
Si legge il testo tedesco in E. Auerbach, Philologie der Weltliteratur, cit., p. 71.
40
H. von Hofmannsthal, La rivoluzione conservatrice, cit., p. 81.
41
Ibid., p. 92.
42
«Soltanto con l’opera di Carlo Magno si trovò pienamente costituito quel complesso
storico che definisco Medio Evo latino» (E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 35).
43
Il taglio prospettico è chiaramente formulato dal Curtius nella sua opera maggiore:
«Questo punto di vista è offerto dalla latinità. Il latino è stato la lingua della cultura nei tredici
secoli che intercorrono tra Virgilio e Dante. Senza questo retroterra le letterature volgari del
Medio Evo sono incomprensibili [...] Noi ci riferiamo all’Europa non in senso geografico,
310 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

pertanto, non è un libro fine a se stesso; ha, al contrario, tutto il sapore di


un manifesto o di una promessa programmatica: non di un explicit, ma di
un incipit, che, per essere giustificato e avverato, prevede come inevitabile
il futuro excursus medievale di Europäische Literatur und latenisches Mittelalter.

Quando incominciai i miei studi preliminari, avevo pubblicato il saggio pole-


mico Deutscher Geist in Gefhar (‘Lo spirito tedesco in pericolo’, 1932). Denun-
ciavo la capitolazione dell’intellettualità (Bildung) tedesca, l’odio per la cultura
(Kultur) e le sue motivazioni sociopolitiche. Il libro Letteratura europea e Medio
Evo latino è nato dal desiderio di servire alla comprensione della tradizione
occidentale nelle sue manifestazioni letterarie.44

Deutscher Geist in Gefhar ed Europäische Literatur und latenisches Mittelalter


non possono essere definiti, propriamente, un «dittico»; eppure, è evidente
che fra i due volumi esiste un rapporto storico e concettuale di causa/effetto:

Diversissimi l’uno dall’altro per destinatario e impianto, sono assolutamente


complementari nelle finalità: l’uno è un pamphlet di esplicita battaglia politi-
ca, scritto in pochi mesi, l’altro un ponderoso trattato scientifico elaborato in
oltre quindici anni di severe e minute indagini; ma in realtà il secondo senza
il primo sarebbe – è – scarsamente comprensibile [...] si era davvero iniziata,
da una prospettiva certo tedesca ma per ciò stesso, in quel momento storico,
sovranazionale, la battaglia-missione per la “salvezza” dello spirito europeo.45

Naturalmente, la vagheggiata «Romània»46 di Curtius strideva con l’oriz-

ma in senso storico. Quella “europeizzazione del quadro storico” oggi tanto necessaria deve
essere applicata anche alla letteratura. Se l’Europa è un organismo che partecipa di due insie-
mi culturali, quello antico-mediterraneo e quello moderno-occidentale, lo stesso deve valere
anche per la sua letteratura, che può essere intesa come un tutto unico soltanto se entrambe
le sue componenti vengono comprese in uno sguardo solo. Invece, secondo i criteri correnti,
la storia letteraria dell’Europa moderna avrebbe inizio appena attorno al 1500. Il che equi-
vale a proporre una descrizione totale del Reno realizzandola per il solo tratto da Magonza a
Colonia. È ben vero che esiste anche una storia letteraria “medievale”: essa ha inizio intorno
al 1000, cioè – per dirla ancora in metafora – all’altezza di Strasburgo, per il Reno. Ed allora,
dove troviamo la storia letteraria dal 400 al 1000? Dovremmo cominciare da Basilea [...].
Ma il primo tratto viene ignorato, per un motivo semplicissimo: le opere letterarie di questi
secoli sono scritte – salvo trascurabili eccezioni – in lingua latina» (E. R. Curtius, Europäische
Literatur, cit., p. 7 e p. 18).
44
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 9.
45
R. Antonelli, Filologia e modernità, cit., p. XVII.
46
«L’Europa di Curtius non è l’Europa, bensì – per usare un termine a lui caro – la
“Romania”. Spazio unitario latino-cristiano, di cui le culture nazionali moderne sono sempli
reincarnazioni locali» (F. Moretti, La letteratura europea, cit., p. 3). «Il continuum rappresen-
tato dalla memoria del Medioevo latino, per Curtius, lega miticamente alle rovine di Roma
l’hofmannsthaliana Romänitat: ma è ormai assai più ampia di quella di Hofmannsthal la sua
filologico-storica “Romània”, saldata a Roma attraverso quella memoria culturale» (C. Bolo-
gna, Il Medioevo latino, cit., p. 321).
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 311

zonte rigidamente pangermanico auspicato dal nazionalsocialismo,47 per


cui Deutscher Geist in Gefhar fu presto colpito dalla scure della censura;48
tuttavia, quel progetto politico, ormai, era stato enunciato. Adesso, non
si trattava più di esporsi esplicitamente, ma, semper nasum in libro tenens, di
dare attuazione empirica a quelle tesi, spiegando hic et nunc, attraverso la
Bildung,49 «perché non possiamo non dirci europei».50 Dopo Deutscher Geist
in Gefhar, dunque, l’improvviso «ritorno al Medioevo» del Curtius si giusti-
fica solo in rapporto a un mito di rifondazione dell’Europa, di cui in quegli
anni si avvertiva, aristocraticamente,51 la necessità: «Questo è il compito
che dobbiamo svolgere: il superamento della forza distruttrice, che non
può riuscire sul piano storico».52 Curtius dismette i panni del polemista e
riassume quelli del filologo romanzo per avverare, implicitamente, la pre-

47
«Già all’inizio degli anni Trenta, prima dell’ascesa al potere dei nazisti, egli [sc. Cur-
tius] aveva dibattuto con gli ideologi nazisti riguardo alla questione della tradizione culturale
dei popoli tedeschi. Anziché accontentarsi delle limitate risorse di miti e leggende presenti
in ambito germanico, in sintonia con quanto tendeva a fare la politica culturale hitleriana,
Curtius si appellava a una inclusione della ricca mitologia dell’antica Roma al fine di conso-
lidare e rinforzare lo “spirito” (Geist) tedesco [...] La proposta da lui avanzata di una Roma
medievale o, come la chiamava, di una “Romania”, anziché di una Germania, costituì di fatto
un secondo elemento di contraddizione con le autorità naziste» (M. Youssef, Il mito della
letteratura europea, cit., pp. 74-75).
48
«Nel 1933 [...] Deutscher Geist in Gefhar fu duramente attaccato dall’organo ufficiale
della cultura nazista, il “Völkischer Beobachter”, che rimproverava la professore di Bonn
di sbagliarsi sulla mentalità tedesca “a causa dei suoi contatti con ebrei o con spiriti corrotti
dalla mentalità ebraica” e di non comprendere “i veri fondamenti biologici della germanici-
tà”. L’attacco mise fine non solo al successo dell’opera, ma anche e soprattutto alla nascente
attività di polemista di Curtius: da pedagogo della nazione, egli si trovò da un giorno all’altro
ridotto al ruolo di puro erudito» (C. Donà, Ernst Robert Curtius, cit., p. 367).
49
«La Bildung – ovvero la formazione culturale radicata nell’essere dell’uomo – viene pre-
sentandosi come un elemento decisivo per impedire la dispersione dell’umano, fin dalla sua
origine [...] il nazionalsocialismo antisemita ha poi cercato di annullare la Bildung stessa»
(A. Kaiser, Introduzione, in La Bildung ebraico-tedesca del Novecento, a cura di A. Kaiser, Milano,
Bompiani, 2006, p. 2). Sull’idea di Bildung nell’àmbito di Weimar, cfr. E. D. Weitz, La Germa-
nia di Weimar, cit., pp. 297-298.
50
«Nel gennaio del 1933 Hitler salì al potere; fino al 1948 Curtius non pubblicherà più
libri ma quasi esclusivamente articoli preparatori per Letteratura europea e Midio Evo latino.
L’opera rappresenta la sintesi di scelte e di vocazioni via via precisate più che una verae
propria “svolta” senza relazioni con l’attività precedente: la cultura europea, l’umanesimo e
l’europeismo rimangono il motivo conduttore in cui sono rappresentati diversi spazi e tempi
ideali. In questo senso il libro non è solo, o prevalentemente, il prodotto di una “emeigrazio-
ne interna” ma anche e soprattutto della riflessione sulla crisi della cultura europea e della
classe dirigente liberale» (R. Antonelli, Filologia e modernità, cit., p. XXII).
51
«La fioritura artistica del periodo weimariano è [...] un fenomeno elitario, una cultura
da intellettuali, non diversamente dalle precedenti. Tutto avviene in una ristretta cerchia
di letterati, pittori, musicisti, pensatori, di mecenati, di aristocratici consumatori di cultura
e pubblicisti, tra borghesia colta e bohème. È una cultura molto borghese e al tempo stesso
antiborghese» (E. Schulze, Weimar, cit., p. 148).
52
E. Jünger, Strahlungen, cit., p. 331.
312 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

messa del ’32, puntando al Medioevo latino come alla radice «più oscura»53
della Kultur occidentale, al luogo dove la Zivilisation può «trovare le proprie
ragioni seminali», «il modello per un adeguamento alle mutate e mutanti
condizioni di vita e di cultura».54

Schon einmal hat Europa “dunkle Jahrhunderte” erlebt [...] Es hat sich dann
später gezeigt, daß diese negative Epoche die Inkubationszeit neuer Geburt
und Hochblüte war.
[«L’Europa ha già vissuto una volta “secoli bui” [...] ma ha mostrato più tardi
che quest’epoca negativa è stata il tempo di incubazione di una nuova nascita
e di una nuova fioritura»].55

Quella di Europäische Literatur und latenisches Mittelalter, insomma, non


è una fuga di fronte alle improvvise asperità della storia, ma un’allegoria
o il proseguimento di una stessa battaglia «dai muniti spalti delle bibliote-
che»;56 un po’ come – altrove, per altre vie – l’Ernst Jünger (1895-1998) di
Strahlungen.57 Il «professore alsaziano»58 immagina di poter ricomporre let-
terariamente le fratture già provocate dal nazionalismo di eredità ottocente-
sca, radicato sulla bellicosa contrapposizione delle Patrie e delle culture,59
facendo appello al postulato della continuità e della comunità della tradi-
zione in rapporto alla Classicità. E non per una sorta di strabismo storico:
ma perché «la tradizione stessa è la teoria dei conservatori»60 e perché il

53
Cfr. E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., pp. 21-22.
54
E. Salvaneschi, La letteratura cosmopolita, cit., p. 23. Cfr. E. R. Curtius, Europäische Li-
teratur, cit., p. 22: «La letteratura europea (...) sfugge alla nostra osservazione quando viene
frazionata»; vedi anche E. Auerbach, Philologie der Weltliteratur, cit., p. 31.
55
E. R. Curtius, Deutscher Geist, cit., pp. 124-125.
56
C. Donà, Ernst Robert Curtius, cit., p. 369.
57
«Una distensione non può avvenire né con la soluzione atlantica, né con quella orien-
tale, ma soltanto da una terza possibilità: l’unione delle varie nazionalità in uno spirito eu-
ropeo. Bisogna cercare il terzo giocatore, che sappia far incontrare e far fondere sul suo
terreno non soltanto gli interessi, ma anche i motivi dell’oriente e dell’occidente. Soltanto
così c’è speranza che la vecchia cultura rimargini le sue fratture e le sue ferite. L’Europa sola
può compiere quest’opera di mediazione» (E. Jünger, Strahlungen, cit., p. 10).
58
L. Ritter Santini, Il piacere delle affinità, in E. R. Curtius, Letteratura della letteratura, a
cura di L. Ritter Santini, Bologna, il Mulino, 1984, p. 13.
59
«Curtius rimanda esplicitamente alla prima guerra mondiale come al momento in cui
era stata posta in assoluta evidenza la crisi della civiltà europea» (R. Antonelli, Filologia e
modernità, cit., p. XXII). Cfr. E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 12: «La prima guerra
mondiale aveva posto in evidenza la crisi della cultura europea. Come nascono, come cre-
scono e tramontano le culture e gli elementi storici che le sostengono? La risposta a questa
domanda può venire solo da una morfologia comparata delle culture».
60
R. Antonelli, Filologia e modernità, cit., p. XIX; cfr. anche quanto in M. Youssef, Il
mito della letteratura europea, cit., p. 74: «Curtius ricercava appunto le costanti della letteratura
europea. Sembrava che fosse convinto di poterle ritrovare in ciò che gli appariva essere una
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 313

Curtius condivideva l’opinione secondo cui la Seconda Guerra Mondiale


era proseguimento – se non, addirittura, compimento – della Prima, alla
quale si dovevano far risalire la spartizione dell’Europa e l’esaurimento del-
le sue forze psichiche, fisiche e morali. Nella Seconda Guerra Mondiale i
veleni di inizio secolo avevano preso corpo; ma la vera origine della cata-
strofe – e per ritrovare a ritroso nel tempo una catastrofe simile sarebbe
stato, probabilmente, necessario risalire fino alla Guerra dei Trent’Anni61
– era da individuarsi nella Grande Guerra. Ancora Von Hofmannsthal:

Un evento di proporzioni gigantesche come di fatto è questa guerra non può


esser altro che la conclusione di un’intera epoca, un evento che riassume in
sé le sue più profonde tendenze, portandole ad espressione in una grandiosa
dissonanza. Quel che stiamo vivendo è come una frana che sta seppellendo
l’Europa: eppure quest’evento, osservato da lontano, riuscirà un giorno ad ave-
re un suo preciso posto anche nella storia dello spirito. Siamo giunti, così mi
pare, in fondo a un processo i cui inizi sono legati tanto alla rivoluzione fran-
cese quanto al vertice della vita spirituale tedesca nei decenni attorno al 1800;
si tratta di un processo diventato sempre più importante e potente nella vita
spirituale e affettiva dei popoli, particolarmente dagli anni quaranta del secolo
scorso in poi. Allora, più di ottant’anni fa, il nostro grande poeta austriaco Gril-
lparzer, spiritualmente plasmato dall’umanità dell’ultimo scorcio del XVIII se-
colo, annotò nel suo taccuino questa gretta caratteristica del nuovo spirito che
si stava affermando: “Dall’umanità – attraverso la nazionalità – alla bestialità”
[...] Sospettiamo che certe tendenze della cultura materiale lasciata dietro di
sé dall’Ottocento si riversino, come un’onda spumosa, nella catastrofe contem-
poranea, fino a dissolversi; questa cultura materiale sicuramente si svilupperà
ancora, ma – vogliamo sperarlo – sotto un’altra stella e con la possibilità di
superare se stessa.62

Tutto ciò, naturalmente, non significa che dall’orizzonte di Europäische


Literatur und lateinisches Mittelalter la Seconda Guerra Mondiale sia stata ri-
mossa:

Coloro che fanno progredire la conoscenza della storia sono sempre singoli in-
dividui isolati che, da sconvolgimenti storici, come guerre e rivoluzioni, vengo-
no indotti ad affrontare nuove problematiche. Tucidide si trovò chiamato alla
sua opera storica perché riteneva che la guerra del Peloponneso fosse la più

ricorrenza di simboli, temi e forme retoriche della cultura latina medievale nelle opere degli
scrittori europei moderni e contemporanei. Nel suo ragionamento è implicito il concetto di
“tradizione”».
61
«Le conseguenze della guerra dei Trent’anni per i popoli che vi furono coinvolti e per la
loro civiltà si rivelarono ben più fatali di quelle dei due ultimi conflitti mondiali» (E. Jünger,
An der Zeitmauer, Stuttgart, Ernst Klett, 1981, Al muro del tempo, trad. it. a cura di A. La Rocca
e A. Grieco, Milano, Adelphi, 2000, p. 78).
62
H. von Hofmannsthal, La rivoluzione conservatrice, cit., pp. 80-81.
314 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

importante di tutti i tempi. Agostino scrisse il De civitate Dei sotto l’impressione


del sacco di Roma, compiuto da Alarico. Gli scritti storico-politici di Machiavel-
li sono successivi alle spedizioni francesi in Italia. La Rivoluzione del 1789 e le
guerre napoleoniche fecero maturare la concezione storico-filosofica di Hegel.
Alla sconfitta del 1871 seguì la revisione della storia francese compiuta dal Tai-
ne, alla fondazione dell’impero degli Hohenzollern, la considerazione inattua-
le di Nietzsche [...] La conclusione della prima guerra mondiale determinò in
Germania il successo del Tramonto dell’Occidente di Spengler.63

È lecito chiedersi, a questo punto, quale opera sia stata provocata dalla
conclusione del secondo conflitto mondiale; Curtius, dopo la sequenza,
tace: ma la risposta è implicita e ci fa comprendere come il continuum dei
topoi, in lui, sia talmente radicato, da far sì che egli percepisca se stesso
come topos.

Il compito di un autore [...] è di fondare una patria spirituale, una residenza


per lo spirito. Potrà essere una nicchia modesta, con un’immagine, solo una
panca davanti a una porta, o una casa di campagna, un palazzo, ma anche la va-
stità di boschi e catene montuose, o lo spazio cosmico. La poesia domina l’uni-
verso in modo molto più profondo e durevole di qualsiasi sapere e di qualsiasi
politica. Ci riporta anche oggi tra le mura di Troia, nel palazzo di Agamennone.
Se la sicurezza, l’accoglienza di un luogo si fondano sull’heros, l’«eroe», il poeta
fa in modo che egli sia riconosciuto e ricordato: fa sì che diventi una patria.64

Nel 1949, Curtius è ad Aspen, nel Colorado. Meravigliandosi per quella,


che definisce la «conquista americana del Medioevo»,65 afferma:

Quando tentai di determinare con esattezza gli inizi del mondo medievale, fui
trascinato a ritroso fino alla Roma imperiale e alla tarda antichità [...] Se mi
concederete un paradosso, mi sembrò di scoprire che non c’era nulla che io
avessi cercato come il Medioevo.66

Curtius scrive «Medioevo», ma sa di pronunciare, mentalmente, «Eu-


ropa». Perché il Fortleben di Europäische Literatur und latenisches Mittelalter
vive su un paradosso, quello di un libro, che incide profondamente sulla

63
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., pp. 11-12.
64
E. Jünger, Die Hütte im Weinberg. Jahre der Okkupation, Stuttgart, Keltt-Cotta 1979, La ca-
panna nella vigna. Gli anni dell’occupazione, 1945-1948, trad. it. a cura di A. Iadicicco, Parma,
Guanda, 2009, p. 189.
65
Che paragona all’«impulso sentimentale di un uomo [...] che si avviasse a trovare la
madre perduta» (E. R. Curtius, Letteratura della letteratura, cit., p. 330).
66
Ibidem.
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 315

percezione del significato del Medioevo e della sua letteratura, soprattut-


to latina, in modo quasi accidentale, inseguendo l’obiettivo di restituire a
un’Europa dove Nudati sunt mortui / [...] / vanum iacet cadaver,67 una radice
e un’anima. Non a caso, Gustavo Vinay (1912-1993), domandandosi se quel
volume fosse, davvero, «un contributo rilevante per il progresso degli studi
mediolatini», così rispondeva: «Lo è senza dubbio [...] riesce a creare in noi
la convinzione che per il medioevo passi veramente la via regia della civiltà
occidentale».68
La strumentalità del rapporto critico del Curtius con il Medioevo latino
è evidente:

La letteratura europea abbraccia il medesimo periodo di tempo della cultura


europea, comprende cioè ventisei secoli [...] Solamente chi padroneggia tutte
le epoche da Omero a Goethe può acquisire una visione globale della lettera-
tura europea [...] Nessun periodo della storia letteraria europea è stato tanto
negletto quanto la letteratura latina del primo e dell’alto Medioevo. Eppure
risulta evidente dalla concezione storica dell’Europa che proprio quel periodo
assume una posizione-chiave, come anello di congiunzione fra il mondo antico
avviato al tramonto ed il mondo occidentale in lenta, graduale formazione. La
filologia di quel periodo – catalogata come «latino-medievale» – viene studiata
solo da pochissimi specialisti: in tutta l’Europa saranno appena una dozzina
[...] Non esiste una scienza generale del Medio Evo: ecco un altro ostacolo alle
indagini sulla letteratura europea. Ben a ragione il Troelsch, nel 1922, poté
dire: «La cultura del Medio Evo attende ancora di essere descritta» (Der Histo-
rismus, 767). E siamo ancora allo stesso punto. La cultura del Medio Evo non
può essere descritta, perché è ancora incompleta l’analisi della sua letteratura
latina. Sotto questo aspetto il Medio Evo è oggi tanto oscuro quanto appariva
– erroneamente – agli umanisti italiani. Un’analisi storica della letteratura eu-
ropea deve perciò partire proprio da questo punto, il più oscuro di tutti: Ecco
perché la presente opera è stata intitolata Letteratura europea e Medio Evo latino.69

Riassumiamo i passaggi fondamentali: 1. Letteratura e cultura europea


sono insiemi sovrapposti e abbracciano un periodo di tempo che va da
Omero a Goethe; 2. percorrendo questo segmento cronologico, ci s’imbat-
te nel Medioevo; 3. il Medioevo è culturalmente strategico perché occupa
una posizione-chiave, di congiunzione, è «l’anello intermedio»70 fra Mondo
Antico e Mondo Moderno; 4. la conoscenza della cultura del Medioevo,

67
Cfr. Angilbertus, Versus de bella quae fuit acta Fontaneto, 14.1-4 (E. Dümmler ed., in
Poetae Latini aevi Carolini, II, Berolini 1884, rist. anast. München 1978, p. 139).
68
G. Vinay, Filologia e ambizioni storiografiche, in «Studi Medievali», I (1960), pp. 195-202;
noi leggiamo lo stesso saggio nella versione riproposta con il titolo Da Omero in poi, in G. Vinay,
Peccato che non leggessero Lucrezio, Spoleto, CISAM, 1989, pp. 51-59; vedi in particolare la p. 58.
69
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., pp. 20-22.
70
F. Moretti, La letteratura europea, cit., p. 2.
316 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

tuttavia, è ancora lacunosa e incompleta in quanto non è stata sufficien-


temente studiata la sua fase iniziale, latina; 5. tale lacuna epistemica è di
grave ostacolo alla percezione dell’unità culturale europea; 6. chi desideri
far emergere la continuità storico-culturale dell’Europa dovrà, necessaria-
mente, sanare questo «iato filologicamente incongruo»71 e diradare, una
volta e per tutte, l’«oscurità» della letteratura latina medievale. Si compren-
de perché Roberto Antonelli ha definito Europäische Literatur und latenisches
Mittelalter «un classico del pensiero letterario novecentesco sulla Krisis»:72
perché lo scopo del Curtius non è quello di scrivere un compendio di let-
teratura mediolatina;73 al contrario, è quello di scrivere un libro di attraver-
samento della letteratura mediolatina per «acquisire una visione globale
della letteratura europea», dato che tale visione è possibile solamente a
«chi padroneggia tutte le epoche da Omero a Goethe».74 Dunque, lettera-
tura mediolatina perché letteratura europea,75 con l’intenzione di giovare
alla causa della ricostruzione di una comune coscienza politica, tragica-
mente infranta.76 Il fatto non è di poco conto. Curtius non è interessato a
garantire al medievista i suoi rassicuranti punti di riferimento istituzionali;
accusarlo di aver composto un volume, che non sarebbe né «un manuale,
ma neppure un’opera consultabile, perché strutturalmente disorganico e
tenuto insieme con un atto di volontà» o di aver prodotto «un vicolo cieco
dal punto di vista metodologico, e un vero e proprio fallimento da quello
più latamente pedagogico»,77 non ha senso; significa equivocare natura e

71
Cfr. C. Bologna, Il Medioevo latino nelle letterature moderne, in Lo spazio letterario del Medioe-
vo, 1: Il Medioevo latino, a cura di G. Cavallo - C. Leonardi - E. Menestò, IV: L’attualizzazione
del testo, Roma, Salerno, 1997, p. 318.
72
R. Antonelli, Filologia e modernità, cit., p. V.
73
«L’opera non è una storia della letteratura secondo l’ordine cronologico. La materia è
suddivisa secondo la problematica, così si progredisce per gradi e si sale seguendo una spira-
le» (E. Auerbach, Gesammelte Aufsätze zur Romanischen Philologie, Bern und München, Franke
Verlag, 1967, San Francesco, Dante, Vico ed altri saggi di filologia romanza, trad. it. di V. Ruberi,
Bari, De Donato, 1970, p. 215).
74
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 21.
75
Cfr. E. Auerbach, Rec. a E.R. Curtius - Europäische Literatur und latenisches Mittelalter, in
«Romanische Forschungen», LXII (1950), p. 238: «Die Absicht des Buches ist, die europäi-
sche Literatur als Einheit zu begreifen und diese Einheit auf die latenische Tradition zu
gründen».
76
«Curtius mirava a recuperare, al di là dell’aspetto strettamente retorico-erudito, una
costante congruità culturale, che poteva essere proposta come elemento di coesione anche
politica, specie dopo i disastrosi anni della seconda guerra mondiale» (A. Casadei, La critica
letteraria del Novecento, Bologna, il Mulino, 2008, p. 92).
77
Rispettivamente: G. Vinay, Da Omero in poi, cit., p. 52; C. Donà, Ernst Robert Curtius,
cit., p. 353. A entrambe le critiche risponde, indirettamente, l’Auerbach: «Al tempo stesso
repertorio di consultazione e abbozzo unitario (che invita con le sue idee così nette e
convincenti, a collaborare e proseguire l’opera), essa è sostenuta da un metodo che in verità
può produrre risultati simili solo in menti chiare e fortemente organizzate, ma che permette
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 317

intenzioni dell’opera.Dichiaratamente, gli obiettivi del Curtius sono ben


altri dall’ordinato scaffale del filologo (mediolatino o romanzo, che sia);78
sono gli esiti di una perlustrazione a lungo raggio, sono «europei» e non
mediolatini:

L’analisi dei testi ci ha portati al convincimento che il Medio Evo doveva essere
visto nella sua continuità con l’Antichità e anche con l’Età moderna. Solo così
si rivelò un intelligible field of study (Toynbee), cioè un campo di studi intellegi-
bile. Ma questo campo era – appunto – la letteratura europea.79

Curtius, quindi, si muove nella direzione esattamente opposta a quella di


un Medioevo «spezzettato in vari campi specialistici, senza contatti recipro-
ci».80 Per lui, la letteratura europea «sfugge alla nostra osservazione quando
viene frazionata».81 Unanimitas. Questa è l’autentica parola-chiave. Quando
egli parla di «europeizzazione del quadro storico» come di «una necessi-
tà politica», intende reagire alla frammentazione immemore, intesa come
contrapposizione nazionalista di baionette (letterarie o meno); certo, non
intende negare l’Europa delle patrie e delle culture. In questa prospettiva,
è del tutto strumentale anche affermare che «In Europa, per Curtius, c’è
una sola letteratura, ed è la letteratura europea»; che tale letteratura vani-
fica «l’idea di letteratura nazionale»; che «la cultura europea esiste solo in
quanto unità (latina o cristiana)» e «lo Stato nazionale moderno è la vera e
propria negazione dell’Europa»; che per lui l’Europa «esiste se non esistono
gli Stati, e viceversa: quando questi emergono, quella perisce, e potrà solo
essere rimpianta».82 Si potrebbe pensarlo, solo dimenticandosi del movente
politico del volume; si potrebbe pensarlo, solo dimenticandosi del manifesto
di Deutscher Geist in Gefhar, del fatto che la Germania «ha subito una sconfitta

anche ad uno studente, se consigliato con competenza, di realizzare risultati intelligenti e


utili» (E. Auerbach, Gesammelte Aufsätze, cit., p. 211).
78
«Come la letteratura europea deve essere considerata una totalità, così il suo studio
deve procedere soltanto sul piano storico. Ma non in forma di storia della letteratura! La
storia, quando si limita ad esporre e ad elencare, forma solo cognizioni di eventi in serie;
lascia la materia nella sua forma casuale. La considerazione storica, invece, ha il compito
di spiegare e di approfondire la materia; deve adottare metodi analitici per “scomporla”
(come fanno i reagenti nei processi chimici) e per evidenziarne l’intima struttura. Nel far
ciò, i punti di vista debbono sempre fondarsi sull’analisi comparata delle letterature e cioè
sui dati concreti. Solo una scienza della letteratura che segua procedimenti storici e filologici
potrà essere all’altezza del compito. Una “scienza della letteratura europea” così concepita
non trova posto – né potrebbe trovarlo – nelle nostre università, stipate di minuziosi manuali
specialistici» (E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 24).
79
Ibid., pp. 424-425.
80
Ibid., p. 21; cfr. anche p. 582: «La mancanza di una scienza medievistica capace di guar-
dare al di là dei recinti della specializzazione ha danneggiato i nostri studi».
81
Ibid., p. 22.
82
F. Moretti, La letteratura europea, cit., pp. 3-4.
318 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

e una rivoluzione»83 e che, in un determinato momento storico, una precisa


nobiltà d’intenti ha espresso questo slancio eurocentrico come una speranza.
In ogni caso, l’Autore lo dice forte e chiaro: Europäische Literatur und late-
nisches Mittelalter è un libro «nato dal desiderio di servire alla comprensione
della tradizione occidentale nelle sue manifestazioni letterarie»; e non è
rivolto, specialmente, a un pubblico di medievisti, ma «a coloro che si inte-
ressano alla letteratura in quanto letteratura».84 Chi cerca, quindi, nell’ope-
ra certezze epistemiche e coordinate metodologiche, la fraintende, come
chi cercasse il rispetto delle convenzioni nel Finnegans Wake. Sia o meno «il
contributo di Curtius all’atlante di Mnemòsyne rimasto incompiuto»,85 poco
importa: Europäische Literatur und latenisches Mittelalter è un libro impressio-
nistico, a intuizioni;86 un libro di «fenomenologia della letteratura»,87 che
tende sì, a disinnescare l’impianto rigidamente storicistico per il quale «il
Medioevo era un cimitero fra due giardini fioriti»,88 ma il cui anelito univer-
sale, sincretico, lo fa «libro di storia e di battaglia»:

Di storia, in quanto teso a dimostrare per mezzo di una indagine letteraria,


accentrata sulla tradizione retorica, l’unità della cultura europea dagli inizi del
mondo classico ai tempi nostri. Di battaglia, in quanto rivolto, sia sul piano
dell’insegnamento [...] che su quello della impostazione dei problemi storio-
grafici, a combattere ogni esclusivismo nazionalistico nel nome di una civiltà di
cui il medioevo rappresenta la chiave di volta.89

Un saggio a tesi, insomma, non un’opera davvero teorica. La misura


elettiva è il «presente atemporale della letteratura»;90 l’assunto di fondo,
che «il mondo europeo moderno non si fonda né sull’accoglimento, né sul
distacco dall’Antichità, bensì sulla fusione totale, ed insieme cosciente, con
essa».91 Tale assunto traeva, probabilmente, la prima origine e si giustificava
nel segno di un indirizzo climatico ben preciso, tracciato nel 1926 dal Von
Hofmannsthal:92

83
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 15.
84
Ibid., p. 9.
85
L. Ritter Santini, Il piacere delle affinità, cit., p. 43.
86
Cfr. C. Donà, Ernst Robert Curtius, cit., p. 359: «La critica di Curtius non è mai, né pre-
tende di essere “oggettiva” [...] è invece una critica empatica, che nasce da una profonda
identificazione con il suo oggetto».
87
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 8.
88
E. Franceschini, Limiti e compiti di una nuova disciplina. Profilo letterario del Medioevo
latino, a cura di C. Leonardi e F. Santi, Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo,
1993, p. 67.
89
G. Vinay, Da Omero in poi, cit., p. 52.
90
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 23.
91
Ibid., p. 27.
93
«Egli [sc. Von Hofmannsthal] per Curtius è innanzitutto il grande conservatore, l’ul-
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 319

Sui Vostri vessilli sta scritta l’incorruttibile parola «umanesimo», mentre da


ogni parte in Europa, e in quell’ibrida nuova Europa d’oltremare, è in atto
il più completo processo di disumanizzazione che si potesse immaginare [...]
Ciò di cui Vi fate garanti è lo spirito dell’Antichità; un nume tanto grande che
nessun tempio lo può contenere, sebbene molti gliene siano stati consacrati.
È il nostro stesso pensiero; è ciò che ha formato l’intelletto europeo. È l’unico
fondamento della Chiesa ed è impossibile isolarlo dal cristianesimo, diventato
religione universale; senza Platone e Aristotele non ci sono Agostino e Tomma-
so. È la lingua della politica, il suo elemento spirituale, grazie a cui le mutevoli
forme di essa, che sempre ritornano, possono entrare nella nostra vita spiri-
tuale. È il mito della nostra esistenza europea, la creazione del nostro mondo
spirituale (senza il quale non può esistere il mondo religioso), l’affermazione
del cosmo contro il caos ed esso abbraccia l’eroe e la vittima, l’ordine e la
trasformazione, la misura e l’iniziazione. Non è una riserva accumulata, che
potrebbe invecchiare, ma un mondo spirituale pregno di vita dentro noi stessi:
il nostro vero oriente interiore, il nostro mistero incorruttibile e palese. È un
magnifico tutto: al tempo stesso fiume che ci porta e fonte verginale che sgorga
sempre pura. Niente nel suo ambito è tanto vecchio da non poter risorgere
domani come qualcosa di nuovo, raggiante di giovinezza. Omero risplende
di antica magnificenza, senza età, come il mare, ma il suo eroe Achille è stato
colto dallo sguardo interiore di Hölderlin e brilla di nuova luce inattesa. Era-
clito, per un millennio nient’altro che un nome, è uscito alla luce del giorno
e la sua oscura dottrina è oggi di nuovo una potenza formatrice di animi. Gli
oscuri miti antichissimi, murati nelle fondamenta dell’opera dei tragici, hanno
trovato il loro interprete – a lungo misconosciuto – nel mirabile svizzero; nella
sua opera si dispiega ancora una volta, come un tempo nell’ambito della vita
antica, la totalità di questo mondo spirituale, dalla formula degli Orfici fino
all’aneddoto mitico, tramandati da un epigono bizantino.93

timo custode di una tradizione millenaria che in lui rivive miracolosamnete intatta, pregna
di senso e di bellezza. Ma è anche l’araldo di quella rivoluzione conservatrice in cui il nostro
professore crede fermamente, e insieme il praeceptor Germaniae che con la parola e con l’esem-
pio sa esercitare un’altissima missione pedagogica. La sua prematura e improvvisa scomparsa,
nel 1929, lascia libero il posto, ed Ernst Robert Curtius, insieme ad altri, ambisce a ricoprirlo»
(C. Donà, Ernst Robert Curtius, cit., p. 365). Alla dipendenza da Hofmannsthal sembra, in
qualche modo, alludere lo stesso Curtius: «Della letteratura europea l’eroe fondatore (he-
ros ktistes) è Omero, l’ultimo autore universale è Goethe. Ciò che questi rappresenta per la
Germania la ha riassunto Hofmannsthal in due brevi frasi: “Goethe come fondamento della
formazione culturale (Bildung), può sostituire un’intera cultura”; e: “Non possediamo una
letteratura moderna; abbiamo Goethe e i suoi seguaci”» (E. R. Curtius, Europäische Literatur,
cit., p. 24).
93
H. von Hofmannsthal, La rivoluzione conservatrice, cit., pp. 92-94. Un «oriente inte-
riore», la cui sostanza sarà, poi, ben presente anche all’Auerbach, quando scriverà: «Vi sono
alcuni che, almeno per quanto riguarda l’Europa, posseggono una sovrana visione d’insieme
di tutto il materiale; ma tutti appartengono, per quanto ne so, alla generazione cresciuta pri-
ma delle guerre. Sarà difficile sostituirli; perché, nel frattempo, la cultura umanistica tardo-
borghese, la cui scuola prevedeva il greco, il latino e la conoscenza della Bibbia, è crollata
quasi dappertutto» (E. Auerbach, Philologie der Weltliteratur, cit., pp. 50-51).
320 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

Queste pagine sono di fondamentale importanza per comprendere cosa


Curtius vedesse davvero nelle parole «tradizione» e «continuità». La sua
vocazione medievistica è molto diversa da quella, per esempio, di un Ezio
Franceschini (1906-1983), che, inaugurando nel 1939 la prima cattedra ita-
liana di filologia mediolatina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di
Milano, propugnava lo studio del Medioevo per ragioni sue interne, per
rimediare a «nove secoli di civiltà cristiana [...] condannati dall’umanesimo
neo-pagano» e «volutamente ignorati».94 No, Curtius ha un fulcro di inte-
resse tutto esterno al Medioevo; non si interessa al Medioevo in quanto Me-
dioevo, si interessa giocoforza al Medioevo perché il Medioevo rappresentava
per lui lo spazio storico dell’unità intellettuale europea, lo spazio politica-
mente ineludibile: «la letteratura europea è un fenomeno comprensibile
solo grazie alla solida continuità medievale, che l’ha nutrita e plasmata nel
profondo».95 Curtius recupera – come il Franceschini – conoscenza dell’Età
di Mezzo, ma per afferrare, attraverso quella conoscenza, una coerenza spi-
rituale, che le è superiore, che abbraccia l’arco dei «ventisei secoli»96 della
tradizione occidentale. Lo studio della letteratura latina medievale diventa
un fatto ermeneutico; etico e non più estetico.

Il Medioevo, per Curtius, è reditus in quanto è «solitario ed eroico viaggio


catartico di un grande scienziato ed intellettuale altoborghese dall’inferno
della Crisi alla purezza della Tradizione».97 Un viaggio di ritorno, cui si po-
trebbe applicare – «senza entrare nel merito del suo significato autentico»98
– l’epigrafe della Italienische Reise di Goethe, Auch Ich in Arkadien (Et in Ar-
cadia ego), dal momento che per il Professore «Può dirsi europeo solo chi è
divenuto civis Romanus».99 In realtà, sulla mappa tipologica del Curtius, da
Omero a Goethe, il Medioevo sembra essere un «non-luogo»: «Antichità,
Medio Evo, Età moderna» – scrive – sono «nomi che scientificamente non
hanno senso»; fra questi, «il più ingiustificato è quello di Medio Evo: fu una
creazione dell’umanesimo italiano ed è spiegabile soltanto dal punto di vista
umanistico».100 Ovvero, il Medioevo come un’illusione ottica a posteriori. Può
dirsi tale soltanto se viene raggiunto dalla dimensione, che, a tutti gli effetti,

94
E. Franceschini, Limiti e compiti, cit., p. 67.
95
F. Moretti, La letteratura europea, cit., p. 3.
96
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 20.
97
R. Antonelli, Filologia e modernità, cit., p. XXII.
98
R. Fertonani, Goethe, l’Italia e gli Italiani, in J. W. Goethe, Viaggio in Italia, Milano,
Mondadori, 1983, p. XXXIII.
99
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 21.
100
Ibid, p. 28.
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 321

lo stigmatizzava per la sua alterità: dall’Umanesimo, per il quale era l’età,


la cui esistenza si determinava in modo apofatico, assenza della Classicità
e assenza della Modernità, plurisecolare deserto nel tessuto della cultura
d’Occidente. Media aetas, media tempora, media tempestas e, finalmente, me-
dium aevum. Dalla prospettiva opposta, invece, cioè da quella dell’Antico, il
Medioevo appare a Curtius come «l’impervia strada romana che conduce
dal mondo antico al mondo moderno».101 Naturalmente, il Medioevo lati-
no è «impervio» non tanto in quanto «stagione di buia decadenza», ma in
quanto «letteratura sommersa»,102 silva densisissima poco frequentata e poco
studiata. Poiché «la filologia classica raramente si estende oltre la letteratura
augustea» e «le filologie moderne si dedicano alle letterature nazionali»,103
s’impegna lui stesso – filologo romanzo – ad attraversarla; per farlo, però,
come Dante, ha bisogno di Virgilio: e, allora, ecco l’uso dei topoi della Clas-
sicità come traccianti, come una scia di luce retorica, che gli permette di
realizzare il collegamento fra il «prima antico» e il «dopo moderno».104 Il
«durante medievale», in questo viaggio di pacificazione letteraria, inutile
dirlo, è un passaggio incidentale; a Curtius non interessa realmente; per-
lomeno, non gli interessa come dimensione autonoma. L’identità specifica
del Medioevo – la sua morfologia eclettica – si scioglie nell’azione del suo
stesso, cursorio, attraversamento; può intuirsi soltanto in relazione a una
sovrabbondante Classicità o a una Classicità-altra (Curtius, spesso, parla di
«Antichità classica» e di «Antichità medievale»), mentre si viene trasportati
da un’idea di «lunghissima durata» della latinità.105 In ultima analisi, Curtius
unifica teoreticamente l’orizzonte letterario dell’Occidente europeo (fino
alla metà del XVIII sec.), ma al prezzo di stigmatizzare il Medioevo come
massa interposta, «Età di Mezzo», «ciò che sta fra antichità e posterità»;106
peregrinatio epocale dal Tardo Antico all’Umanesimo e oltre, in cui avviene
la «rielaborazione» e il «ripensamento della cultura di Roma».107 Ciò, for-
se, corrisponde alla percezione, che l’uomo medievale aveva di se stesso,
perlomeno fino al Mille (non sapeva di essere medievale, sapeva di essere

101
Ibid., p. 26.
102
E. Jünger, Strahlungen cit., p. 287.
103
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 21.
104
«Curtius [...] basa la sua teoria della letteratura europea sui così detti topoi o luoghi
comuni derivanti dai simboli archetipici del Medioevo latino, che si ripresentano in modo co-
stante nelle opere degli scrittori europei» (Youssef, Il mito della letteratura europea, cit., p. 74).
106
«Caratteri medioevali di vita sussistono fino circa al 1750» (E. R. Curtius, Letteratura
della letteratura, cit., p. 330). Cfr. C. Bologna, Il Medioevo latino, cit., p. 315.
106
Benché, apparentemente, lo neghi: «Mi avevano insegnato alcune cose, ma errate.
Mi sentivo come lo scolaretto che scriveva nel suo quaderno: «Il Medioevo è ciò che sta fra
antichità e posterità». C’è troppa dispersione di pensiero, credo, nelle tradizionali divisioni
in periodi. Queste dovranno essere riviste» (E. R. Curtius, Le basi medioevali, cit., p. 330).
107
C. Bologna, Il Medioevo latino, cit., p. 315.
322 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

un naufrago, un superstite della latinità; aveva nei suoi geni, il ricordo di


quel grande contenitore collettivo scomparso e, per questo, si sforzava no-
stalgicamente di riprodurlo; ci riesce con l’unanimitas di Carlo, che rende
unanime il Medioevo, dandogli un comune sentire; poi, Albent campi vesti-
mentis mortuorum lineis / velut solent in autumno albescere avibus:108 è la Krisis
del mondo carolingio e la nascita dei primi stati nazionali); e, tuttavia, non
corrisponde alla sostanza storico-letteraria del Medioevo. «Metodologica-
mente» non è auspicabile «valutare la letteratura mediolatina quale fonte
di quella volgare o come un capitolo di questa»109 e «La cultura mediolatina
è una grande cultura indipendentemente dal ruolo che in essa vi hanno
avuto i classici»;110 anche se prestigio e autorità fanno sì che, quando il
Medioevo si trova a competere con il modello classico, la sua alterità venga
spesso sottostimata. Hans Robert Jauss:

E. R. Curtius nella sua Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter (1948) ha


affermato con forza apodittica che la sostanziale continuità dell’eredità clas-
sica, che egli ritiene di poter cogliere in una sorta di storia naturale dei topoi,
destituisce di ogni fondamento le differenze tra antichità pagana e cristiana
nel Medioevo. Tale modello interpretativo [...] ha a tal punto coperto l’alterità
della letteratura, della poetica e dell’arte cristiana del Medioevo, che al credo
nella continuità dell’Occidente furono sacrificati sia taluni fenomeni estranei
all’antichità come il sermo humilis, la mescolanza degli stili nel dramma sacro o
l’interpretazione tipologica della storia, sia certa produzione autoctona della
letteratura medievale come la lirica dei trovatori.111

In altri termini, la consapevolezza di esistere come nova societas, come


Christianitas, impronta tutta la civiltà mediolatina; e si traduce nella consa-
pevolezza di esistere come modello autonomo, con valori e finalità diverse
da quelle del precedente modello profano. Ciò non esclude la continuità
con l’Antico, ma la rende possibile solo nell’ottica del reimpiego e della
contaminazione. Spaccata fra necessità di conservazione e bisogno di condi-
visione, la cultura medievale ha una propria gravità, che non è tanto quella
della retorica, bensì quella del punto di equilibrio fra le forze in gioco: radi-
camento e mutate istanze, erudizione e cultura, nozione e innovazione, emu-

108
Angilbertus, Versus de bella quae fuit acta Fontaneto, 10.2-3 (E. Dümmler ed., in Poetae
Latini aevi Carolini, II, Berolini 1884, rist. anast. München 1978, p. 139).
109
C. Leonardi, L’eredità medievale, in Storia della letteratura italiana, I: Dalle origini a Dante,
a cura di E. Malato, Roma, Salerno, 1995, p. 46.
110
C. Leonardi, Il Medioevo e i classici latini secondo Birger Munk Olsen, in B. Munk Olsen,
L’atteggiamento medievale di fronte alla cultura classica, Roma, Unione Internazionale degli Istitu-
ti di Archeologia, Storia e Storia dell’Arte in Roma, 1994, p. 12.
111
H. R. Jauss, Alterität und Modernität der mittelalterlichen Literatur. Gesammelte Aufsätze
1956-1976, München, W. Finck, 1977, Alterità e modernità della letteratura medievale, trad. it. a
cura di M. G. Saibene Andreotti e R. Venuti, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 29.
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 323

lation and innovation, per citare il titolo di un celebre contributo.112 È «inno-


vazione entro una tradizione». Per questo, come scrive Jean-Claude Schmitt,
l’idea di ripetizione passiva è estranea alla cultura medievale.114 Dunque, né
il capitello fenicio, né la colonna, che lo sostiene: ma la cospirazione forma-
le di entrambi e, soprattutto, la volta, che, sola, non può reggersi.
Curtius, ne è consapevole;114 nondimeno, il suo meccanismo tipologico
è oliato e calibrato per raccogliere e affastellare i dati della continuità, non
per soffermarsi a circoscrivere davvero la specificità della cultura mediolati-
na. Il Medioevo è letto sempre e solamente in filigrana, alla luce di identità-
modello preformate (l’Antichità, l’Umanesimo, la Modernità, etc.) e della
«costante congruità culturale»115 con la tradizione:

Il Medioevo aveva una sua visione dell’antichità. Si tratta di una cosa del tipo
di quella che ho chiamato altrove antichità medievale [...] Le basi del pensiero
occidentale sono l’antichità classica e la Cristianità. La funzione del Medioevo
fu di ricevere quell’eredità, di trasmetterla e di modificarla, adattandola [...] La
lezione del Medioevo è un accoglimento reverente ed una trasmissione fedele
d’un prezioso lascito.116

Inutile dire che un simile concetto del Medioevo rischia di arrotondare


l’Età di Mezzo al ruolo di mero «passacarte», privandola della propria au-
tonomia creativa e dando alla iunctura media aetas nuovamente il valore di
mero «segmento difficile» della storia letteraria europea:

Occorre un tempo assai lungo per superare le epoche di decadenza e di aridità.


È questa la dura lezione della storia; ma anche il suo conforto e la sua promes-
sa. Persino nei periodi di atrofia culturale e di anarchia, è sempre possibile
curare l’eredità dello spirito europeo, che è legata alla lingua ed alla letteratu-
ra; così accadde nel monasteri dell’alto Medio Evo, pur mentre infuriavano gli
assalti dei barbari e dei Saraceni1.117

In pratica, ancora una volta, la letteratura europea come «fenomeno com-

112
R. McKitterick cur., Carolingian Culture: Emulation and Innovation, Cambridge,
Cambridge University Press, 1994.
113
Cfr. J. C. Schmitt, Religione, folklore e società nell’Occidente medievale, Roma-Bari, Laterza,
1988, p. 9.
114
«La forma in cui l’Antichità rivive nel Medio Evo è nello stesso tempo accettazione
e trasformazione» (E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 27); «Al gusto raffinato dei
moderni può apparire distorta, mutilata o bizzarra. Ma fu una forza in grado di plasmare le
menti [...] Vedere il contatto di questa giovinezza con l’età passata è uno spettacolo delizioso
[...] «Le cose vecchie sono morte; guarda, esse sono divenute nuove» (E. R. Curtius, Lettera-
tura della letteratura, cit., p. 333).
115
A. Casadei, La critica letteraria, cit., p. 92.
116
E. R. Curtius, Letteratura della letteratura, cit., p. 333 e 343.
117
Curtius, Europäische Literatur, cit., pp. 436-437.
324 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

prensibile grazie alla continuità medievale».118 E il Medioevo latino? Non


è mai un fine, ma solo un mezzo. Inseguendo i topoi come dei marcatori
stilistici, Curtius sposta «sensibilmente il concetto retorico di topos»119 e fa
del topos un inedito cursore dinamico; attraverso le fluttuazioni del cano-
ne, è in grado di registrare i fenomeni letterari nel loro divenire, nel loro
scarto rispetto alla continuità della tradizione; ma il vincolo prestabilito di
assumere un punto di osservazione macroletterario (la letteratura europea,
non la letteratura mediolatina) gli impedisce di capitalizzare quel patrimo-
nio di rilevamenti ed escursioni, trasformandolo in conoscenza ambientale.

Tutto questo processo evolutivo è importante per la storia letteraria, poiché ci


rende sicuri della continuità di taluni filoni [...] Occorre assumere il patrimo-
nio nel suo complesso; soltanto allora si riuscirà ad afferrare la continuità del-
la letteratura europea; soltanto allora si potrà acquistare una visione obiettiva
dell’Antichità e apprezzare in modo nuovo il Medio Evo.120

Non importa che, come osservava l’Auerbach, gli errori di latino di Gre-
gorio di Tours non possano essere spiegati in termini di topos,121 ma in ter-
mini di assestamenti, di continue approssimazioni, di riletture del canone,
che non tendono alla sua deformazione, bensì alla sua attualizzazione. Non
importa che il «Medioevo» sia «provocazione di una diversità», di una forte
e poliedrica personalità, non riducibile solo all’evoluzione del pre-esisten-
te, ma risultato della cospirazione di tre grandi fattori, Classicità, Cristia-
nesimo e Germanità; o, per altri versi, della Cultura dotta, popolare e orale.122
Non importa, insomma, che il Medioevo viva da sé, si regga senza appog-
giarsi perché «ha il senso dell’innovazione»,123 Benché Curtius riconosca la
necessità «di una nuova scienza del Medio Evo»,124 il «suo» Medioevo resta
apofatico, una tessera immersa in un mosaico letterario più grande, più
vasto e di maggior durata;125 agganciato alla forza traente e pacificatrice
dell’europeizzazione; agganciato, cioè, a un centro di gravità esterno e su-

118
Cfr. F. Moretti, La letteratura europea, cit., p. 3.
119
C. Segre, Avviamento all’analisi del testo letterario, Torino, Einaudi, 1985, p. 338: «Il topos
infatti era un qualunque asserto di accettabile validità adatto a porre le basi di un ragio-
namento, se non di un sillogismo o di un entimema. Invece Curtius si avvicina di più alle
connotazioni assunte dai suoi derivati moderni: luogo comune, lieu commun, commonplace (dove
c’è recursività e, anche, banalità). Ma sono proprio questi spostamenti che fanno l’interesse
dell’indagine di Curtius».
120
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 261 e p. 434.
121
Cfr. E. Auerbach, Rec. a E. R. Curtius, cit., p. 241.
122
Cfr. M. Oldoni, Cultura dotta, popolare e orale, Roma, Donzelli, 1999.
123
U. Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale, Milano, Bompiani, 1997, p. 5.
124
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 599.
125
«Curtius [...] non vuole delimitare il Medioevo, ma dimostrarne il permanere ben
dentro l’età moderna» (F. Moretti, La letteratura europea, cit., p. 3).
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 325

periore, a un obiettivo teleologico, che al Medioevo appartiene, forse, solo


come estuario:

Se dovessi riassumere in due parole quello che credo sia il messaggio più im-
portante del pensiero medioevale, direi: È lo spirito in cui diede nuovo signifi-
cato alla tradizione.126

«Un libro, indipendentemente da ogni altra cosa, è un “testo”. O lo si


comprende o non lo si comprende».127 È un testo incompreso, Europäische
Literatur und lateinisches Mittelalter? Può darsi. La consapevolezza che quel
volume è stato concepito dal suo autore come un’ellisse128 e che tale «el-
lisse» si annoda sui due fuochi della Letteratura europea e del Medioevo latino
in modo tale che il secondo fuoco alimenta il primo e non viceversa, non
sembra una consapevolezza acquisita dalla totalità dei suoi Lettori; eppu-
re, è una consapevolezza necessaria per comprendere lo spirito autentico
dell’opera, le sue vere intenzioni e per inquadrare quelle presunte man-
chevolezze, imprecisioni od omissioni, che le si imputano. Per esempio,
l’aver trascurato l’influenza celtica, teutonica, bizantina ed ebraica; la poca
importanza attribuita alla Bibbia, alla Chiesa e al monachesimo; la negli-
genza nei riguardi delle letterature scandinave, provenzale e araba;129 o,
come gli rimproverava l’Auerbach, il fatto di avere trascurato l’allegoria.130
Curtius ribatteva:

Alcuni dei miei critici hanno avuto da ridire perché nel libro non figurano molti
aspetti importanti della letteratura medievale (p. es. la Chanson de Roland, i tro-
vatori, il teatro). Questi critici forse non hanno letto il titolo del libro: rinvia al
Medio Evo latino, non al Medio Evo in genere. Non mancano buone opere sulle
letterature volgari in Francia, Inghilterra, Germania, Italia, Spagna. Il mio libro
non vuole porsi in concorrenza con esse, ma dare ciò che esse non danno.131

«Dare ciò che esse non danno». Ancora una volta, affiora, nitido, il com-
pito filologico dell’opera, che non è affatto esornativo o didascalico, ma è

126
Curtius, Letteratura della letteratura, cit., p. 345.
127
Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 599.
128
«Il Medio evo latino è uno dei fuochi dell’ellisse che abbiamo qui esaminato. L’altro è
la letteratura europea» (Ibidem, cit., p. 7).
129
Per un rapido e cursorio excursus nell’accoglimento critico del volume del Curtius si
cfr. E. J. Richards, Bibliografia scelta su Ernst Robert Curtius, in Curtius, Letteratura della lette-
ratura, cit., pp. 431-486.
130
Cfr. E. Auerbach, Epilegomena zu Mimesis, in «Romanische Forschungen», LXV (1953),
pp. 10 e sgg. Cfr. anche Antonelli, Filologia e modernità, cit., pp. XXXI-XXXII.
131
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 7.
326 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

quello di collegare coerentemente «Antichità» e «Modernità», affrontando


le zone d’ombra della tradizione occidentale per far emergere l’origine
unitaria – sovranazionale – della cultura europea. «Non abbiamo altra scel-
ta che rimuovere l’ostacolo».132 Il che non significa, ovviamente, non arri-
vare a conoscere il Medioevo; significa, però, conoscerlo incidentalmente.
Eppure, «Non solo ogni luce ha la sua ombra, anche ogni ombra ha la sua
luce».133 In verità, se c’è un verbo-chiave che potremmo applicare all’azio-
ne critica del Curtius, ebbene, questo potrebbe essere «trascendere»: le ri-
strettezze nazionali, ma anche le peculiarità medievali. Curtius le trascende
perché la sua è una «fotografia aerea da grande altezza»; non è, come dice,
«parrocchialismo degli specialisti».134 Una fotografia retorico-estetica;135
che, però, ancora una volta, egli vincola al recupero delle sole strutture
della Classicità:

Attraverso questa tecnica si è riusciti a riconoscere per la prima volta il sistema


di difesa tardoromano in Africa del Nord. Chi si trova in basso davanti a un
cumulo di macerie non può vedere l’insieme che la fotografia dell’aereo rende
visibile [...] Una certa analogia con questo metodo offre la tecnica di ricerca
letteraria che qui ho impiegato. Se si tenta di abbracciare due millenni o due
millenni e mezzo di letteratura occidentale, si possono fare scoperte che non
è possibile realizzare dalla cima di un campanile. Ma ciò si può soltanto fare
quando il “parrocchialismo” degli specialisti ha prodotto accurati lavori di det-
taglio. Troppo spesso tali lavori mancano e da un punto di osservazione più
elevato si vedono i compiti che prometterebbero risultati preziosi per la ricerca
individuale. Il progresso delle scienze storiche si realizza compiutamente solo
laddove specializzazione e visione complessiva si combinano e si compenetra-
no. Esse si esigono reciprocamente e stanno in relazione di complementarietà.
La specializzazione senza l’universalismo è cieca. L’universalismo senza la spe-
cializzazione è una bolla di sapone.136

Nel 1981, Italo Calvino scrive: «I classici servono a capire chi siamo e
dove siamo arrivati».137 L’esito più evidente della «coscienza della tradizio-
ne» espressa dal Curtius e basata sulla durata retorico-estetica della latinità
sta nel passaggio di stato da unanimitas quale conforto identitario dell’Eu-
ropa, a universitas 138 come Literatur des Abendlandes. Questo eurocentrismo

132
Ibidem, p. 22.
133
E. Jünger, An den Zeitmauer, cit., p. 159.
134
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 8.
135
Cfr. W. Tatarkiewicz, Storia dell’estetica, a cura di G. Cavaglià, II: L’estetica medievale,
Torino, Einaudi, 1979, p. 336.
136
E. R. Curtius, Europäische Literatur, cit., p. 8.
137
I. Calvino, Perché leggere i classici, Milano, Mondadori, 2001, p. 13.
138
Parafrasiamo qui, il noto saggio di M. Cristiani, Dall’«unanimitas» all’«universitas». Da
Alcuino a Giovanni Eriugena. Lineamenti ideologici e terminologia politica della cultura del secolo IX,
CURTIUS E IL MEDIOEVO LATINO 327

propositivo (e, per altri versi, quello di Mimesis di Erich Auerbach o quello
di Theory of Literature di René Wellek e Austin Warren),139 se privato delle
sue immediate motivazioni storiche e politiche, non porta solo alla Philolo-
gie der Weltliteratur nel segno di Goethe: innesca anche il processo euristico
di formazione del cosiddetto «canone occidentale».140 Ora, finché questa
metamorfosi resta solare, come in Calvino, si tratta di un felice approdo;
quando, invece, si ripiega su se stessa e diventa apocalittica, crepuscolare,
assume il tono funebre di un’elegia spengleriana:

Viviamo tra le rovine di una grande epoca, durata cinquecento anni: quella
dell’umanesimo. Siamo circondati da questo “colossale relitto”. La nostra cul-
tura è una piatta distesa di macerie. A malapena ci offre riparo da una mite
brezza cosmica, men che mai dalle gelide bufere che periodicamente tornano
a strapparci dall’accogliente intimità delle nostre vite quotidiane mettendoci
di fronte all’oblio. C’è forse da sorprendersi che siamo così malridotti? Siamo
disperati, eppure non ci importa più molto. Siamo spaventati, eppure nien-
te ci colpisce. Siamo inerti nella nostra frenesia. Siamo bisognosi nella nostra
abbondanza. Siamo senza tetto nelle nostre case. Ciò che dovrebbe essere lì a
tenerci per mano non c’è. La nostra cultura si è assentata. Ci ha lasciati terri-
bilmente soli.141

Tutto questo, è inutile dirlo, ci riporta a una concezione perimetrale


della letteratura, fortificata, fatta di fossati e di trincee; nella sostanza, ci
riporta a una concezione del tutto opposta al compito fluidificante, che
Curtius affidava alla memoria topico-retorica della Classicità; specularmen-
te, non troppo dissimile da quella di chi pensa che «la letteratura europea
ha grippato» e si augura che l’Europa faccia la fine di Atlantide perché si è
innamorata di Milan Kundera.142

Il mondo moderno è nato come rivolta contro l’ordine intellettuale del medio-
evo. Ma la cattedrale gotica, espressione di quell’ordine, esiste e svolge ancora

Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1978.


139
«Tutte e tre le opere reclamavano caldamente una letteratura europea al singolare»
(M. Youssef, Il mito della letteratura europea, cit., p. 67). Cfr. E. Auerbach, Mimesis. Dargestellte
Wirklichkeit in der abendländischen Literatur, Bern 1946, Mimesis. Il realismo nella letteratura occi-
dentale, trad. it. a cura di A. Romagnoli - H. Hinterhäuser, 2 voll., Torino, Einaudi, 2000; R.
Wellek - A. Warren, Theory of Literature, New York 1942, Teoria della letteratura, trad. it. a cura
di P. L. Contessi, Bologna, il Mulino, 1989.
140
H. Bloom, The Western Canon. The Book of Ages, s.l. 1994, Il canone occidentale. I libri e le
scuole delle età, trad. it. a cura di F. Saba Sardi, Milano, Bompiani, 2008.
141
J. Carroll, The Wreck of the Western Culture. Humanism Revisited, s.l. 2009, Il crollo della
cultura occidentale. Per una nuova interpretazione dell’umanesimo, trad. it. a cura di F. Saulini,
Roma, Fazi, 2009, p. 5.
142
Cfr. F. Moretti, La letteratura europea, cit., pp. 39-40.
328 FRANCESCO MOSETTI CASARETTO

la sua funzione; non è la rovina romantica di un passato ormai irrecuperabile,


ma il centro di quasi tutte le città europee, e persino, in imitazioni di dubbio
gusto, di molte città americane.143

143
O. von Simson, The Gothic Cathedral, Princeton, Princeton University Press, 1988, La
cattedrale gotica. Il concetto medievale di ordine, trad. it. di M. A. Coppola, Bologna, il Mulino,
p. 3.

Potrebbero piacerti anche