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L’intervento nei centri storici: l’ANCSA e il caso di Erice

EDOARDO CARACCIOLO L’ARCHITETTURA L’URBANISTICA LA STORIA

Nel dicembre del 1960, la rivista Urbanistica pubblicava sul numero 32 gli Atti del Convegno
Salvaguardia e risanamento dei centri storico- artistici, svoltosi a Gubbio nei giorni 17-18-19
Settembre di quello stesso anno. Il Convegno, promosso da un gruppo di architetti, urbanisti,
giuristi, studiosi di restauro, e da un gruppo di 8 comuni (Ascoli Piceno, Bergamo, Erice, Ferrara,
Genova, Gubbio, Perugia e Venezia), è noto per avere prodotto la celebre Dichiarazione finale poi
denominata “Carta di Gubbio”, una dichiarazione di principi sulla salvaguardia ed il risanamento
dei centri storici che sottolinea l’essenzialità delle specifiche condizioni locali, ritiene di estrema
urgenza il procedere ad una ricognizione e classificazione dei centri storici e delle zone da
salvaguardare e risanare, e giudica assolutamente necessario che essi siano inseriti nei Piani
regolatori generali, poiché la loro salvaguardia è da considerarsi premessa allo stesso sviluppo
della città moderna.

Il termine salvaguardia, esteso al centro storico nella sua interezza, è da intendersi – come
sottolinea Giovanni Astengo, tra i principali promotori del Convegno e impegnato in quegli anni
nella redazione del PRG di Gubbio – non soltanto come difesa passiva, ma soprattutto sotto
l’aspetto operativo degli interventi di risanamento e restauro. Il termine salvaguardia nel titolo del
Convegno di Gubbio viene abbinato a quello di risanamento che ha lo scopo – come affermano
Antonio Cederna e Mario Manieri Elia, due degli autorevoli relatori, da un lato, di restituire a un
centro storico condizioni ambientali per quanto possibile vicine a quelle originarie, eliminando
tutte quelle sovrastrutture che, nel tempo, ne hanno alterato l’aspetto, e dall’altro di migliorare le
condizioni di vita degli abitanti.

Sul piano delle modalità operative, la Carta di Gubbio rifiuta i criteri:

• del ripristino;

• delle aggiunte stilistiche;

• del rifacimento mimetico;

• della demolizione di edifici anche modesti;

• inoltre non ammette diradamenti del tessuto e l’isolamento di monumenti.

Il governo di Gubbio offre l’occasione per fare un bilancio sulla situazione dei centri storici,
sull’insufficienza normativa dei piani regolatori, sulla tecnica urbanistica e confrontare
contemporaneamente le esperienze concrete di alcuni piani e il relativo approccio al tema
dell’intervento nei centri storici.

Le relazioni, oltre a quella di Antonio Cederna e Mario Manieri Elia, sono svolte da: Giuseppe
Samonà, Gaetano Badano, Domenico Rodella, Egle Renata Trincanato, Giovanni Romano,
Ludovico Belgiojoso, Edoardo Caracciolo e Piero Bottoni.

Il comitato promotore del Convegno di Gubbio, si trasformerà l’anno successivo in Comitato
permanente fondando a Gubbio l’Associazione nazionale centri storico- artistici (ANCSA).

Le relazioni, oltre a quella di Antonio Cederna e Mario Manieri Elia, sono svolte da: Giuseppe
Samonà, Gaetano Badano, Domenico Rodella, Egle Renata Trincanato, Giovanni Romano,
Ludovico Belgiojoso, Edoardo Caracciolo e Piero Bottoni.

Il comitato promotore del Convegno di Gubbio, si trasformerà l’anno successivo in Comitato
permanente fondando a Gubbio l’Associazione nazionale centri storico- artistici (ANCSA).

L’Associazione si proporrà per statuto:



- di promuovere studi e ricerche pluridisciplinari per la salvaguardia e il risanamento dei centri
storici;

- di raccogliere e coordinare le risultanze degli studi e delle ricerche elaborate in sedi diverse (Enti
pubblici, Università, etc.);

- di promuovere iniziative di incontro e di confronto, nonché interventi a carattere sperimentale; -
di prestare agli Enti ed ai privati interessati opera di consulenza critica ed assistenza tecnica;

- di elaborare sperimentalmente e promuovere a livello generale adeguati provvedimenti legislativi
e normativi;

- di promuovere e svolgere ogni altra attività ritenuta attinente ai fini sociali.

Appare significativo che tra i soci fondatori dell’Associazione, e ancor prima tra i relatori al
Convegno di Gubbio, l’unico esponente di una università meridionale, quella di Palermo, sia
Edoardo Caracciolo, la cui presenza si spiega attraverso gli ormai consolidati rapporti di stima e
di amicizia con gli altri illustri studiosi e accademici coinvolti nell’iniziativa.

Si deve sempre a Caracciolo la presenza del comune di Erice, unico comune del sud d’Italia, tra i
comuni che partecipano al Convegno di Gubbio e in seguito tra quelli fondatori dell’ANCSA.

Nel 1956, infatti, ad Erice era stato nominato sindaco lo storico Antonino De Stefano, docente
universitario esperto di storia medioevale, che – come ricorda lo stesso Caracciolo – “ebbe
immediata e precisa sensazione della sua responsabilità”.

Venne organizzato un piccolo convegno di specialisti italiani che, partendo da un’indagine storica,
economica e sociale avente per oggetto il territorio ericino si interrogarono sul futuro del piccolo
quanto straordinario centro siciliano.

Tra gli specialisti spicca la figura di Caracciolo, che ormai da più di vent’anni frequenta la città di
Erice, avendola eletta meta preferita per i suoi studi, per le sistematiche ricerche storiche, per i
sopralluoghi con gli allievi durante i quali – come ricorda Mario Inzerillo – “insegnava
passeggiando”. L’interesse per Erice da parte di Caracciolo si manifesta già nel 1934, in
occasione della sue seconda laurea, quella in Architettura, con la tesi relativa al progetto di un
albergo inserito nella “Sistemazione urbanistica del monte San Giuliano”.

Tale interesse – che Luciana Natoli Di Cristina definisce “un amore duraturo di tutta una vita”,
continuerà negli anni, come dimostra la partecipazione al concorso per la redazione del Piano
regolatore di Erice nel 1938, per cui Caracciolo ottiene il primo premio, e i numerosi scritti su Erice
relativi alla lunghissima storia urbana e alla lettura dell’ambiente costruito, con particolare
attenzione ai caratteri tipologici e morfologici del patrimonio edilizio storico.

Tra le pubblicazioni più significative sulla città di Erice: “Ambienti edilizi nella città sul Monte
Erice”, in Archivio storico siciliano, serie III, vol. IV, 1951; “La città sul Monte Erice”, in Casabella,
n. 201, 1954.

Nella relazione presentata al Convegno di Gubbio dal titolo “ Erice: conservazione e valorizzazione
di un patrimonio eccezionale”, Caracciolo spiega che la città di Erice, di antichissime origini,
mitica città sacrale per il culto della dea della fecondità Astarte durante il periodo fenicio, e
successivamente sotto i Romani per quello della dea Venere Ericina, si consolida, fino ad
assumere la configurazione che ancora oggi in gran parte conserva, nel XV secolo.

Il Quattrocento rappresenta per Erice un periodo di netta ripresa economica coincidente con la
ripresa del dominio dell’isola da parte della corona aragonese a cui la città era rimasta sempre
fedele. L’attività quattrocentesca ericina si inserisce in quella vasta esperienza mediterranea che
interessò la Spagna, la Francia meridionale, la Sardegna, il Napoletano e la Sicilia.

Tale architettura tardo-gotica ad Erice si innesta sull’edilizia preesistente, a volte normanno-


musulmana, rendendo oggi di difficile decifrazione la lettura del patrimonio edilizio storico.

Tutto questo si concreta non solo in speciali aspetti che si potrebbero definire “stilistici” ma anche
in una caratteristica articolazione degli spazi.

Caracciolo, riferendosi all’ambiente urbano ericino, sottolinea in particolare l’esistenza di tre


elementi compositivi, alla maniera mediterranea, e non di due, alla maniera europea.

L’aspetto delle città, che si potrebbero chiamare genericamente europee, si esplica infatti
attraverso l’esistenza di uno spazio pubblico (strade, piazze, etc.) e dello spazio interno degli
edifici; nella composizione urbanistica mediterranea, ancora viva in Erice, si inserisce invece una
terza determinante spaziale, il “cortile comune”. Esso è staccato dalla strada, disimpegna e
illumina le varie case che di esso si servono per la vita all’aperto.

Caracciolo rileva l’esistenza di documenti notarili i quali testimoniano che i cortili sono già
ampiamente diffusi nell’ultimo decennio del secolo XIII, dimostrando quindi che non si tratterebbe
di un’importazione catalana di origine moresca, ma della permanenza di una vecchia tradizione di
matrice nord-africana.

Egli resta affascinato dalla magnifica selciatura delle strade ericine di colore grigio, eseguita nella
prima metà dell’800 che, accostata alla pietra grigia dei paramenti murari spesso continui e con
poche aperture, forma un unicum materico con effetti plastici straordinari.

Dalla fine del Quattrocento gran parte della popolazione, costituita inizialmente da circa 6000
abitanti, abbandona la città di Erice e scende a valle; restano ad Erice solamente 1000 abitanti.
Dalla seconda metà dell’800, con la realizzazione di due nuove arterie di collegamento territoriale
e in seguito anche della funivia, Erice esce dal suo atavico isolamento. A partire dal secondo
dopoguerra, Erice diventa una meta turistica internazionale, aumenta la pressione dei privati per
realizzare soprattutto seconde case: il rischio è quello di una edificazione incontrollata.

Nella relazione presentata al Convegno di Gubbio Caracciolo prosegue illustrando il percorso


metodologico messo a punto in occasione della redazione del piano regolatore di Erice,
commissionatogli insieme all’arch. Francesco Puletto nel 1957 dal sindaco De Stefano.

E’ indubbio che Caracciolo, nel caso del Piano regolatore di Erice, rispetto a precedenti piani,
come ad esempio il Piano regolatore di Caltanissetta del 1943 o ancora il Piano di Ricostruzione
del quartiere S. Pietro del 1950, dimostri un mutato approccio – sicuramente più maturo – nei
confronti del tema dell’intervento nei centri storici, mettendo in pratica quanto affermato già nel
1954 quando nel saggio “Il problema dell’abitabilità e del risanamento” (in Tre lezioni di
urbanistica) scriveva “I pretesi diradamenti per sventramento – creazione di strade con edilizia
intensiva ai margini – sono da considerare, oggi, errori tecnici ed amministrativi”.

Rileggendo questo passo sembra proprio che Caracciolo faccia riferimento alle soluzioni proposte
anni prima in alcuni piani, dove la scelta di soluzioni progettuali sicuramente meno rispettose
dell’ambiente urbano storico nel suo complesso risultavano comunque dettate da motivazioni di
carattere igienico-sanitario, rispetto alle quali Caracciolo mostrerà sempre particolare attenzione.
Non è un caso che nello stesso saggio sopra citato Caracciolo si soffermi ancora sui concetti di
abitabilità, ventilazione, areazione, soleggiamento, illuminazione e dimensionamento affermando
che “il maggior benessere igienico e la diminuzione della mortalità costituiscono caratteristiche
fondamentali dell’odierno ambiente sociale e dell’urbanistica”.

Il Piano regolatore di Erice, dal punto di vista metodologico, sembra trovare un riferimento
importante nel piano per Assisi di Giovanni Astengo (1955/1957) che costituisce già in quegli anni
un caso esemplare su come affrontare il tema della conservazione della città esistente.

Come nel Piano per Assisi, anche in quello per Erice, gli insediamenti di nuovo

impianto a carattere residenziale vengono localizzati in aree ben circoscritte, ad una certa
distanza dalla città consolidata, in modo da mantenere il più possibile salva l’integrità del territorio
e del paesaggio. Nel caso di Erice è prevista la realizzazione di un nuovo quartiere destinato a
ospitare residenze stagionali che, articolato secondo l’andamento delle curve di livello, si sviluppa
attorno al campo sportivo esistente.

Le linee essenziali del piano sono le seguenti:



- Escludere il traffico veicolare dal centro storico, prevedendo un sufficiente numero di posteggi
periferici;

- Conservazione integrale del centro storico nel quale vanno praticate solo opere di
comunicazione e di restauro interno, onde arrestare il progressivo crollo delle case;

- Conservazione dell’intera montagna ericina allo scopo di mantenere gli inestimabili paesaggi
passivi ed attivi.

- In una radura fra le pinete che circondano la città, in un luogo abbastanza lontano dalle mura e
da esse defilato, attrezzare una zona per il soggiorno estivo (intorno al campo sportivo già
costruito).

- Obbligo di rimboschire i terreni circostanti a tale zona o con essa compenetrantesi.

Nel corso degli studi per la pianificazione del territorio ericino, la città offrirà a Caracciolo

la cittadinanza onoraria.

Nel 1962 l’ANCSA conferirà a Caracciolo la medaglia d’oro alla memoria per i meriti eccezionali
conseguiti nel campo del risanamento conservativo nei centri storici e istituirà il “Premio
Caracciolo” da assegnare sia ad un’opera o a uno studio di rilevante valore metodologico, sia a
quelle amministrazioni pubbliche che si sono distinte nell’aver promosso, patrocinato e guidato
studi ed interventi di risanamento.

Il Piano regolatore di Erice redatto da Edoardo Caracciolo e Francesco Puletto non sarà mai
approvato.

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