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I suoni del linguaggio 复习笔记

Introduzione
1. Di che cosa si tratta questo libro
Questo libro tratta dei suoni del linguaggio umano: in particolare, di come i suoni
della madrelingua sono organizzati nella mente degli esseri umani. Ci sono più di
seimila lingue nel mondo, ma il modo in cui i suoni sono organizzati sono simile,
indipendentemente da quali di essi vengano usati in una lingua o nell’altra.

Descriviamo qui dalla parte della grammatica, o componente, che studia il sistema
cognitivo responsabile per l’organizzazione dei suoni linguistici: la fonologia. La
fonologia va distinta dalla fonetica perché quest’ultima, che verrà brevemente
introdotto nel capitolo I, studia la forma fisica, anziché mentale, dei suoni.

Fonologia 音位学
音位学为语言学的分支学科,是研究某一语言的音位的学问。音位学家针对
某一语言的语音系统进行科学分析,研究不同的声音元素是如何被串接、组
合起来而形成一个特定的语言,并且表达出特定的意义。
音位学是研究音的结构的两大学科分支之一,另一分支为语音学
(Fonetica),二者的区别在于音位学侧重研究语音的功能,语音学侧重研
究语音的产生。

Un esempio dell’aspetto mentale dei suoni:


Il caso dell’assimilazione nasale di Impossibile
Diciamo impossibile, perché non possiamo fare altrimenti. La competenza
fonologica – cioè la competenza implicita del sistema dei suoni – dei parlanti
nativi dell’italiano contiene una regolarità, comune a molte lingue, che stabilisce
che una consonante nasale si assimili per quanto riguarda il luogo di
articolazione alla consonante seguente: nel nostro esempio, se la consonante che
segue la nasale è bilabiale (pronunciata congiungendo le due labbra) la nasale
stessa è bilabiale. La competenza grammaticale, ove per grammatica si intende
l’insieme di fonologia, morfologia, sintassi e semantica, è largamente inconscia:
prima di aver letto un manuale di fonologia non sappiamo che l’italiano assimila
le consonanti nasali. La nostra competenza dell’italiano fa anche sì che se
sentiamo qualcuno dire inpossibile, ne traiamo la conclusione che si tratti di uno
straniero.

Con una bella espressione è stato detto che si impara dimenticando ciò che non è
rilevante per il sistema che ci troviamo ad apprendere. Verso l’età di nove mesi
perdiamo infatti la capacità di distinguere suoni che non esistono nella lingua cui
siamo esposti. E per fortuna è così.

2. Cosa s’intende per grammatica:


In questo libro, il termine grammatica non deve essere confuso con la norma
grammaticale che prescrive le forme ‘giuste’ e ‘sbagliate’ in una data varietà di
lingua considerata standard. Per grammaticale, si intende quindi ‘che fa parte
della competenza di un parlante nativo’.

La linguistica descrive esattamente questo: rende esplicita la competenza


linguistica implicita dei parlanti nativi di una delle tante lingue parlate nel
mondo, che fa sì che producano forme benformate.
La fonologia si occupa di come i suoni vengono integrati a formare gli enunciati.
La morfologia si occupa di come da parole semplici si generano parole
complesse.
La sintassi si occupa del mondo in cui le parole si accostano a generare frasi.
La semantica si occupa di come il significato di singoli elementi venga
interpretato quando questi vengono combinati a formare una frase.

--- I sistemi linguistici delle diverse lingue parlate nel mondo sono molto più
simili di quanto a prima vista non appaia. Ciò che contribuisce alle differenze più
visivi è il lessico, cioè la variazione nella forma delle parole.

Secondo Chomsky, la grammatica è invece regolata sia da principi universali, cioè


inviolabili, sia da parametri che limitano la forma che possono prendere le lingue.
 Principi universali inviolabili: sono i principi validi universalmente per
tutte le lingue del mondo.
Per esempio, data una frase affermativa come Gianni vuol sentire un avvocato
prima di vedere il testimone si può avere una frase come Quale avvocato vuol
sentire Gianni prima di vedere il testimone? Ma non ci sono lingue in cui una
frase come *Quale testimone vuol sentire Gianni un avvocato prima di
vedere? in cui è il complemento della frase subordinata su cui si pone la
domanda, sia benformata.
Un altro esempio, non ci sono lingue in cui consonanti e vocali non siano
organizzate in sillabe, o lingue in cui la sillaba pra sia malformata e la sillaba
rpa sia benformata.
 Parametri limitanti: i parametri che limitano la forma che possono prendere
le lingue sono dei modi sistematici in cui le lingue possono variare, a
esclusione di altre variazioni logicamente possibili, ma inesistenti.
Ad esempio, un parametro stabilisce che una lingua può avere le frasi
subordinate a destra della frase principale, come l’italiano, l’inglese o lo hausa
( 尼 日 利 亚 豪 萨 语 ), o a sinistra della frase principale, come il turco, il
giapponese o il basco, ma non può averle sistematicamente all’interno della
frase principale.
 Sia i principi inviolabili sia i parametri riflettono il patrimonio genetico degli
esseri umani: date le seimila lingue del mondo, la forma sistematica delle
lingue non può essere frutto del caso.

La grammatica deve anche rendere conto di come si impara la madrelingua. Deve


cioè descrivere le generalizzazioni che si rivelano tali nel processo di acquisizione
del linguaggio.

3. Cosa s’intende per fonologia?

 Definizione della fonologia:


La fonologia è la componente della grammatica che tratta dei suoni che
vengono sistematicamente usati nelle lingue naturali per comunicare
significati.
La fonologia studia la competenza fonologica che un parlante ha della propria
madrelingua.
Tale competenza comincia a svilupparsi nel cervello di un essere umano fin
dal momento in cui questo viene al mondo e gradualmente impara ad
individuare i suoni che distinguono significati e a ignorare i suoni che non li
distinguono.
 La funzione distintiva dei suoni del linguaggio
Un parlante nativo dell’italiano sa che esiste nella propria lingua una sola erre.
Tale erre in generale è prodotta facendo vibrare la punta della lingua contro
l’arcata alveolare (la parte anteriore del palato, subito dietro agli incisivi 门牙
后 前 腭 ) Sentendo nel proprio ambiente parole che contengono suoni molto
diversi alveolare, come per esempio la erre francese, oppure la erre moscia, il
bambino esposto all’italiano assimila questi suoni con la erre alveolare. Tale
assimilazione non è causata dalla somiglianza dei suoni: la differenza tra la
erre alveolare e quella francese, che p uvulare, è almeno tanto grande sia a
livello articolatorio, sia a livello acustico, quanto la differenza tra il suono [p]
di pere e il [b] di bere. Le diverse erre vengono raggruppate mentalmente in
una sola consonante perché, in italiano, la loro differenza non è usata in modo
sistematico per distinguere significati.
Alcuni suoni sono distintivi in tutte le lingue del mondo, per esempio le vocali
i e a (anche se possono essere pronunciate in modo leggermente diverso), ma
per molti suoni, la loro funzione distintiva varia da lingua a lingua: lo
spagnolo, lingua per molti aspetti simile all’italiano, non ha la distinzione tra
[o] di botte (contenitore di vino) e [ɔ] di bòtte (percosse).
Il repertorio fonetico di una lingua, che contiene tutti i suoni che vengono
sistematicamente pronunciati, non contiene solo i suoni distintivi di
significato, anche se questi sono la maggioranza. Ad esempio, in italiano c’è
una consonante nasale velare (il suono rappresentato da n in angolo) che pur
ricorrendo in modo sistematico, non ha valore distintivo.

 Modificazioni sistematiche dei suoni linguistici.


La competenza linguistica non è solo questo: ci sono anche modificazioni
sistematiche che alcuni suoni subiscono in determinati contesti e che pur non
portando a differenze di significato fanno sì che si possa riconoscere un
parlante nativo da uno non nativo.
es. Consideriamo ancora il prefisso aggettivale italiano che indica negazione,
in-, che è pronunciato in modi diversi a seconda della consonante che segue:
irresistibile, illegale, impossibile. Se i madrelingua italiani sentissero una
persona dire: inresistibile, inlegale, inpossibile, capirebbero quel che intende
dire, ma ‘suonerebbe strano’ loro, o meglio sembrerebbe una pronuncia
straniera, il che nei termini che stiamo usando vuol dire che sembrerebbe la
pronuncia di una persona che ha una competenza fonologica di una lingua
diversa dall’italiano, in particolare di una lingua in cui il fenomeno di
assimilazione della nasale alla consonante che segue è assente.
Ci sono anche differenze sonore sistematiche che si verificano solo quando le
parole sono concatenate in un enunciato.
es. In francese l’articolo determinativo plurale les viene pronunciato in
isolamento come una le; e lo stesso vale per la sua pronuncia in una sequenza
come les livres, ma non per les enfants, dove la pronuncia più frequente
dell’articolo è les con la s sonora. Questo fenomeno fonologico è noto come
liaison: una consonante finale di parole viene pronunciata solo se la
parola successiva comincia per vocale. La liaison è molto comune nel caso
appena visto, cioè tra un articolo e un nome, non appare mai, per esempio
tra un soggetto e un verbo come in les chiens aiment la mer ‘i cani amano il
mare’ dove la parola chiens è pronunciata come lo sarebbe pronunciata in
isolamento e cioè senza esse finale. In questo caso la presenza o assenza della
liaison non comporta diversi significati, ma ci sono altri casi in cui è proprio
attraverso la presenza o assenza della liaison che si può interpretare
correttamente un enunciato. Per esempio, il sintagma les savants aveugles è
ambiguo: in un caso ha la struttura articolo-nome-aggettivo (les savants
aveugles) e vuol dire ‘i saggi ciechi’ e nell’altro ha la struttura articolo-
aggettivo-nome (les aveugles savants) e significa ‘i ciechi saggi’. Proprio
grazie alla presenza della liaison nel secondo caso e alla sua assenza nel
primo, in alcune pronunce del francese questi due sintagmi non sono ambigui.
Fenomeni di questo tipo distinguono quindi significati a livello della frase:
indicano, inoltre, il maggiore o minore livello di coesione delle parole in una
frase, ci aiutano cioè a interpretare correttamente una frase.

 Elementi segmentali e soprasegmentali


La fonologia è basata:
1) sia sul materiale segmentale: cioè comportamento di vocali e consonanti
2) sia su altri elementi sonori: che vengono usati in modo sistematico nelle
lingue per comunicare significati
Valore contrastivo dell’accento primario (in it.)
ad es. le due parole méta e metà consistono della stessa sequenza delle
vocali e consonanti, si differenziano per la posizione dell’accento. Infatti,
l’accento primario in italiano ha valore contrastivo (ovvero porta a
differenze di significato).
Valore contrastivo dell’altezza tonale
ad es. Se prendiamo una frase italiana, pensa davvero di andare in
vacanza al polo nord, ci possiamo rendere conto che essa può essere
pronunciata come una dichiarazione o come una domanda e che nei due
casi vi sono diverse altezze tonali in determinati punti.
l’altezza tonale non porta a differenze di significato nelle parole italiane;
distingue tuttavia significati in moltissime lingue del mondo. Però
dall’esempio sopra menzionata, possiamo concludere che l’altezza tonale
in italiano è distintiva nella frase, ma non nella parola.

4. Cosa s’intende per fonatica?

 Definizione della fonetica


La fonetica è il ramo della linguistica che studia le caratteristiche fisiche dei
suoni usati nelle lingue naturali. Dopo che la fonologia ha formato una
determinata struttura fonologica la traduce in un oggetto fisico, cioè in suoni.
Concentrandosi sull’aspetto fisico del suono, la fonetica si distingue perciò
dalla fonologia che si concentra sull’aspetto mentale ovvero il sistema che
governa la competenza fonologica del parlante nativo.
Ad es. Se chiediamo a un parlante nativo dell’italiano qual è la composizione
sonora di una parola come vento, molto probabilmente dirà che questa parola
contiene due parti, [ven] e [to].
Da un punto di vista fisico, invece, la parola vento non è diviso in due ma è un
continuum: dal suono [v] si passa gradualmente al suono [e]; da questo a [n],
da [n] a [t] e così via: ciò che è discreto (distinto e separato) nella nostra mente
non lo è né nell’articolazione (gli organi articolatori si muovono
gradualmente da una posizione a un’altra), né nella dimensione acustica (il
segnale acustico è continuo), né nella percezione (la tipica impressione di un
flusso continuo di suoni è particolarmente chiara quando si ascolta una lingua
sconosciuta).

 Ambiti di ricerca della fonetica:


Un suono può essere studiato nel suo aspetto fisico e altrettante aree della
fonetica
1) Fonetica articolatoria: quella che studia la produzione dei suoni per mezzo
dell’apparato articolatorio
2) Fonetica acustica: quella che analizza le caratteristiche acustiche del
segnale con strumenti da laboratorio
3) Fonetica percettiva: quella che definisce la percezione dei suoni da parte
dell’ascoltatore

 L’area di interazione tra fonologia e fonetica


1) La teoria dei tratti distintivi: in quanto i tratti rendono conto del fatto che
i suoni linguistici possono essere organizzati in classi naturali e in quanto
si assume che ciò che rende naturali dei gruppi di suoni sia il fatto di avere
delle caratteristiche fonetiche comuni: di essere o articolati o percepiti in
modi simili
2) Metodi di traduzione dalla fonologia nella fonetica: un secondo terreno
di ricerca nell’interazione tra le due discipline ha a che fare col fatto che,
trattando la fonologia di elementi mentali che sono discreti, e la fonetica di
elementi fisici continui, è necessario avere un modo di ‘tradurre’ dagli uni
agli altri.
Chiariamo questo punto con un esempio riguardante un fenomeno non
segmentale, relativo in particolare con all’intonazione. Gli elementi
primitivi nella fonologia dell’intonazione sono i toni. Ammettendo che ci
siano due toni nella nostra competenza, uno alto e uno basso, per chiamare
una persona che sta lontana, in italiano si usa una melodia che contiene, in
questo ordine, un tono basso, uno alto e uno basso, come indicato in (1)
--
(1) -- --
Mar ti na
Data una simile struttura, è necessario avere delle regole di conversione da
questi elementi discreti e discontinui in un contorno intonativo, cioè delle
regole che traducano la rappresentazione mentale in una curva con
acutezze diverse.
3) Altre prospettive di ricerca: In anni più recenti l’area di interazione tra la
fonologia e fonetica si sta sempre allargando, anche perché si è capito che
la linea di demarcazione tra le due discipline non è sempre così netta come
può sembrare. Mentre agli albori della fonologia generativa si pensava che
le generalizzazioni fonetiche avessero valore universale, è apparso che
anche in fonetica, accanto a regole universali, esistono regole specifiche a
una lingua, e perciò facenti parte di una grammatica particolare, anziché
essere spiegabili solo in termini di meccanismi fisici di produzione.

5. L’interpretazione fonologica 语音演绎方式


Nel modello della grammatica sviluppato nel corso degli anni ’60 all’interno della
teoria generativa e conosciuto come modello standard, la fonologia e la
semantica sono componenti interpretativi, nel senso che il primo attribuisce
significati e il secondo attribuisce suoni alle strutture generate dai componenti
morfologico e sintattico. All’interno di questa concezione della grammatica, non
c’è un collegamento diretto tra la fonetica e la fonologia.
Tuttavia alcune differenze di significato possono essere interpretate per mezzo dei
suoni, e a due messaggi diversi in termini di suoni possono essere attribuiti diversi
significati. Se questo avviene, l’informazione riguardo a ciò che distingue due
frasi da un punto di vista fonologico e semantico deve essere recuperabile dai
componenti generativi: morfologia e sintassi; ambedue, infatti, costituiscono
l’input della fonologia e della semantica. Sono cioè morfologia e sintassi che
contengono le informazioni che vengono poi interpretate parallelamente dai due
componenti fonologico e semantico.
Avendo stabilito che alcune differenze nella struttura sintattica sono interpretabili
in termini di suoni e altre no, uno dei compiti della fonologia è di distinguere ciò
che di una lingua naturale può in linea di principio essere interpretato
fonologicamente da ciò che sfugge all’interpretazione sonora.
 Differenze interpretabili fonologicamente
L’unica parte della fonologia che genera strutture è la fonologia
dell’intonazione: ogni lingua ha un numero limitato di melodie, per es. per le
affermazioni, le domande o il vocativo. Tali melodie sono generate
indipendentemente dalle parole che compongono l’enunciato e vengono
associato a esso.
 Esempio del contorno intonativo tipico della frase parentetica
Come la parte tra le virgole nelle frasi Oggi, ahimé, non riesco a uscire,
oppure Oggi, come ho detto a tutti voi, non riesco a uscire ha un andamento
che rimane costante indipendentemente dal materiale linguistico a cui è
associato: grosso modo questo particolare contorno si può descrivere dicendo
che il tono procede a una certa altezza costante, si abbassa quindi vicino alla
sillaba che porta l’accento principale di tutto il costituente parentetico e si
alza poi verso la fine del costituente.
 Che cosa sia interpretato è testimoniato dalla presenza di frasi, come quelle
esemplificate in (2) e (3), costituite da sequenze di parole dallo stesso suono
se pronunciate in isolamento, ma con diverse divisioni in costituenti
sintattici, e il cui significato è reso trasparente una volta che alla frase sia
data una interpretazione sonora.
La vecchia porta la sbarra
(2) Interpretazioni a. La vecchia signora porta la sbarra
b. La vecchia porta sbarra qualcosa

(3) Quando Elvira chiama sua sorella Marta è sempre nervosa


Interpretazioni a. Marta è nervosa quando Elvira chiama sua sorella
b. Elvira è nervosa quando chiama sua sorella Marta
c Sua sorella Marta è nervosa quando Elvira chiama
Per esempio, nella (2a) il soggetto la vecchia è un costituente sintattico,
mentre nella (2b) il soggetto la vecchia porta è un costituente sintattico.
Similmente, la frase in (3) può avere tre interpretazioni, corrispondenti a tre
strutture sintattiche diverse: una in cui sua sorella è l’oggetto di chiama e
Marta il soggetto di è sempre nervosa una in cui sua sorella Marta è l’oggetto
di chiama e una in cui sua sorella Marta è il soggetto di è sempre nervosa. In
questi esempi la differenza sonora tra le diverse interpretazioni di una identica
sequenza di parole è realizzata per mezzo di allungamenti e prominenze
accentuali in posti diversi della frase. Nell’interpretazione (2a) la parola
vecchia è più prominente e dura più a lungo che nella (2b). Nell’esempio (3),
la parola chiama è più lunga nella terza interpretazione e nelle altre due, la
parola sorella è più lunga nella prima interpretazione che nelle altre.
 Differenze non interpretabili fonologicamente
Che non tutto sia interpretato fonologicamente è però testimoniato dalla presenza
di frasi ambigue cioè di frasi composte di una identica stringa di parole e con
differenze nella struttura morfologica o sintattica che non vengono tradotte in
suoni, come in (4).
(4 Ho visto il postino col cannocchiale
) Interpretazioni a. Ho visto il postino facendo uso di un cannocchiale
b. Ho visto il postino che porta con sé il cannocchiale
La frase in (4), pur avendo significati diversi corrispondenti al livello della
struttura sintattica in cui certi costituenti sono incassati, ha una identica
interpretazione fonologica. La non interpretazione fonologica dei livelli
diversi di incassamento sintattica appare una caratteristica universali delle
lingue naturali. Non c’è nessun modo per capire attraverso il loro suono quale
frase subordinata è più incassata di un’altra. Un fenomeno di questo tipi non è
stato osservato in nessuna lingua.

6. Il componente fonologico e i diversi livelli di rappresentazione


Fonologia
1) Fonologia della derivazione delle parole (dall’opaco all’opacità)
2) Fonologia lessicale
3) Fonologia postlessicale
a) la fonologia del ritmo
b) la fonologia dell’intonazione

7. L’organizzazione del libro

Capitolo 1. I segmenti
http://www.lfsag.unito.it/ipa/
1.1. Suoni e significato
1. Enunciati:
Nel parlato naturale, infatti, i suoni si susseguono in un flusso ininterrotto,
segmentato soltanto da pause, cioè momenti di silenzio; i gruppi più o meno
lunghi di parole compresi tra due pause sono chiamati enunciati.
All’interno di un enunciato non ci sono interruzioni fra le parole o fra i suoni che
le compongono.

2. Segmenti:
All’interno di un enunciato, i suoni singolari sono chiamati i segmenti.
Individuare i segmenti come unità distinte è indispensabile perché un suono messo
al posto di un altro può cambiare il significato di una parola, quindi quell’intera
frase.

3. Carattere distintivo del suono:


Un suono, ad es. una p o una q, non ha un significato autonomo, ma determina il
significato della parola in quanto è distintivo, cioè può differenziare una parola
dall’altra.

4. Coppia minima:
Due parole identiche di una lingua che si differenziano per un solo suono formano
una coppia minima; ad esempio pino-tino, pino-fino, tino-tipo.
L’esistenza di una coppia minima è un criterio sicuro per accertare la funzione
distintiva dei suoni.

5. Inventario segmentale/ Inventario fonologico


L’insieme dei suoni utilizzati dalle lingue in funzione distintiva, chiamato anche
inventario segmentale (o inventario fonologico), può variare molto nelle
dimensioni, ma per la maggior parte delle lingue il numero di segmenti è
compreso fra i 20 e i 40.
Acquisire l’inventario segmentale di una lingua significa arrivare a possedere una
rappresentazione mentale di tutti i suoni distintivi che formano le parole di quella
lingua. Questa conoscenza è indispensabile nella produzione linguistica, in cui
ciascuna di queste unità mentali astratte viene associata a un suono articolato, e
nella comprensione, in cui i diversi stimoli uditivi vanno associati alle
corrispondenti unità mentali perché possa avvenire il riconoscimento delle parole.

6. La competenza segmentale
Ciascun bambino appena nato è predisposto ad acquisire tutti i suoni linguistici
naturali, ma esposto agli stimoli di una data lingua, arriva ben presto a conoscere i
suoni della sua madrelingua e a ignorare gli altri. Così nel parlante adulto, la
competenza segmentale è assoluta per quanto riguarda l’inventario dei suoni della
madrelingua, mentre la competenza dei suoni non nativi è assai più debole, come
è facile osservare nell’apprendimento della fonologia di lingue straniere da parte
di adulti.
es. In certi casi la difficoltà arriva fino all’incapacità di distinguere certi suoni,
oltre che di riprodurli. Ad esempio, per i parlanti dell’italiano è spesso difficile
distinguere tra le vocali dell’inglese fool ‘sciocco’ e full ‘pieno’, con il risultato
che esse sono assimilate sia nella produzione che nella percezione, alla u
dell’italiano. Questa è la causa principale del cosiddetto ‘accento straniero’ cioè
dell’imperfetta padronanza fonologica da parte dei parlanti non nativi, anche se,
per altri aspetti, dotati di un buon livello di conoscenza della lingua straniera.

7. La percezione categoriale
Per comprendere una lingua orale, un parlante deve sapere riconoscere le
molteplici realizzazioni di un suono percepite nell’ambiente linguistico sono una
stessa entità, cioè appartengono alla stessa categoria; deve cioè sapere ridurre le
varietà dei suoni che arrivano alla sua percezione alle unità che costituiscono il
suo inventario mentale. Tale operazione di categorizzazione che fa parte della
competenza fonologica del parlante nativo, è favorita anche dai meccanismi più
generali propri della percezione uditiva. È stato provato che nella percezione del
linguaggio entra in azione in certi casi una sorta di filtro percettivo che porta a
ignorare certe piccole differenze contenute nel segnale acustico, che sono
irrilevanti ai fini della funzione distintiva, e a percepirne altre, altrettanto piccole
ma significative per la decodifica del messaggio. Tale effetto, è noto come la
percezione categoriale.
es. L’effetto della percezione categoriale è stato osservato ad esempio riguardo
alla distinzione tra consonanti sorde, come [p], e consonanti sonore come [b].
Nella realtà, la differenza tra questi due tipi di suoni è di tipo continuo, cioè tra [p]
e [b] sono possibili diverse realizzazioni, caratterizzate da una sonorità crescente.
Nel linguaggio, al contrario, la distinzione è di tipo categorico. In questa
operazione di categorizzazione ha un suo ruolo la tendenza alla percezione
categoriale, per effetto della quale tutti i suoni che sono al di sotto la soglia di
sonorità sono percepiti come [p] e tutti quelli al di sopra come [b], e tutte le [p]
sono percepite come identiche tra loro e diverse da tutte le [b].
La percezione categoriale è stata osservata anche nella percezione umana non
linguistica, ad esempio di stimoli musicali e visivi, e anche in alcuni animali,
come i cincillà, i macachi e alcune specie di uccelli. Ciò fa ritenere che essa sia un
meccanismo percettivo che risulta vantaggioso per il linguaggio; infatti, data
l’impossibilità di articolare sempre suoni identici, il filtro della percezione
categoriale agevola l’identificazione delle unità segmentali.
8. Fono e fonema
Il concetto di suono linguistico si dispiega su due livelli.
- Foni 语音(物理)
Le unità nel livello in cui, ciascuno dei segmenti che compongono il flusso del
parlato è un suono da un punto di vista concreto, sono dette foni. Nella
convenzione grafica vengono contraddistinti dalle parentesi quadre (ad es. [p],
[b])
- Fonemi 音位/音素(心理)
Ciascun fono corrisponde a una rappresentazione mentale, cioè una categoria
cognitiva che fa parte della competenza linguistica. Il suono linguistico, in questa
prospettiva più astratta, è chiamato fonema ed è trascritto fra barre oblìque (ad es.
/p/, /b/). I fonemi sono i suoni che ciascuna lingua utilizza in funzione distintiva,
il che equivale a dire che i parlanti di una data lingua condividono lo stesso
inventario mentale di fonemi. A un fonema corrispondono numerose realizzazioni
fonetiche.

10. Il contesto fonologico


Un altro fattore che contribuisce a determinare la precisa qualità fonetica dei suoni
è il contesto fonologico, cioè la vicinanza con altri suoni.

11. La coarticolazione
Dato che la produzione dei suoni è dovuta a un complesso di movimenti degli
organi articolatori che si susseguono nel flusso del parlato. Spesso nella
transizione fra due segmenti perdurano gesti articolatori del segmento precedente
o sono anticipati gesti articolatori del segmento successivo. Questo fenomeno è
detto coarticolazione, che fa sì che certe caratteristiche di un suono possano
trasferirsi a un suono adiacente.
es. Un effetto comune della coarticolazione, ad esempio, è il fatto che le vocali
che si trovano accanto alle consonanti nasali, come la a in pane, presentino una
leggera nasalizzazione, in genere non riconoscibile all’ascolto ma facilmente
osservabile attraverso un’analisi acustica.
12. L’assimilazione
L’effetto della coarticolazione (i gesti articolatori la cui perduranza del segmento
precedente o l’anticipazione del segmento successivo) rientra nel fenomeno più
generale dell’assimilazione, che può manifestarsi in modi diversi e percepibile dai
parlanti nativi.

13. Distribuzione complementare e allofoni 音位变体


Quando i due (o più) foni si trovano in distribuzione complementare, nel senso
che dove sta l’uno non può stare l’altro, sono detti allofoni o varianti di
posizione. I suoni che sono in rapporto di allofonia non sono in opposizione, cioè
pur essendo diversi, non differiscono in modo utile a distinguere significati.
es. Una situazione di allofonia si osserva nella varietà fiorentina di italiano, in cui
ad esempio, la consonante che costituisce il segmento iniziale della parola casa
corrisponde a suoni diversi a seconda che si trovi o meno tra vocali; nella
pronuncia fiorentina troviamo infatti
(1) in [k]asa la [h]asa
In questo caso, i suoni [k] e [h] non corrispondono a fonemi diversi, e infatti
non costituiscono una coppia minima, ma realizzano ciascuno nel proprio contesto
la stessa unità fonemica, che indichiamo con /k/.
Da questo esempio si può osservare che dati due fonemi di una lingua, ad esempio
/p/ e /b/, la presenza dell’uno o dell’altro dipende dalla scelta del parlante, che
sceglie di dire, ad esempio, la parola pane invece di tane, mentre in una coppia di
allofoni, la presenza dell’uno o dell’altro è obbligata e automatica per un parlante
nativo, è totalmente prevedibile in base al contesto e non determina una differenza
di significato.

fiorentino inglese
fonema allofono fonema allofono
[k] /k/ [k]
/k/
[h] /h/ [h]

Due fattori che caratterizzano una lingua


(1). il valore distintivo attribuito ai suoni
(2). lo stesso inventario segmentale
[k] e [h] sono suoni linguistici tanto in inglese quanto in fiorentino, ma con un
diverso ruolo nelle due lingue, come si può vedere nella tabella di sopra. Solo in
inglese, infatti, i due suoni sono fonemi diversi e si oppongono in coppie minime
come hat/cat ‘cappello’/‘gatto’, mentre in fiorentino sono semplicemente varianti
allofoniche.

1.2. L’Articolazione dei suoni


1. Apparato fonatorio 调音器官
a.) Tratto vocale 声 道 Nell’insieme gli organi della fonazione formano un
tubo che parte dai polmoni e termina, biforcandosi, con le labbra e con le
narici, e che è piegato più o meno ad angolo retto. Questo tubo può
cambiare di forma nella sua parte superiore, grazie al movimento di alcuni
articolatori, cioè il palato molle, la mandibola 下颌骨, la lingua e le labbra
b.) Il palato molle o velo palatino 软 腭 è la parte superiore del palato, che
non ha struttura ossea e perciò è mobile. Nella respirazione il velo palatino
è di solito abbassato, mentre durante la produzione di molti suoni è alzato
a contatto con la parete posteriore della faringe, e impedisce il passaggio
dell’aria attraverso le cavità nasali.
c.) La mandibola 下颌 può abbassarsi e determinare un aumento del volume
della cavità orale.
d.) La lingua 舌 头 che ha una particolare mobilità, può assumere posizioni
diverse (alzata, abbassata, arretrata, avanzata) e varie forme grazie al
movimento specifico delle sue parti, che sono la radice, il corpo (cioè la
parte centrale), e la corona (cioè la parte anteriore), la cui estremità è detta
apice.
e.) Le labbra 嘴 唇 possono essere separate o avvicinate fino alla completa
chiusura della cavità orale, e possono assumere una posizione arrotondata,
come nulla pronuncia di [u] o una posizione distesa come nella pronuncia
di [i].
2. Diversi tipi di suoni
La produzione di suoni avviene in concomitanza con la respirazione, mentre
nella normale attività respiratoria l’aria entra e esce liberamente e di solito
silenziosamente, nella fonazione i movimenti degli articolatori interferiscono
con il flusso respiratorio, restringendo il flusso di aria.
a.) Suoni Ingressivi:
Suoni prodotti con il passaggio di aria dall’esterno verso l’interno, di cui
fanno parte i clicks. È un click il suono prodotto tra lingua e arcata
alveolare superiore 上牙床, che per molti parlanti nativi italiani esprimono
la negazione.
b.) Suoni Egressivi:
La quasi totalità dei suoni linguistici è prodotta attraverso l’espirazione.
Nei suoni egressivi, l’aria in uscita dai polmoni percorre la trachea, passa
attraverso la laringe 喉 , entra nella faringe 咽 e fuoriesce attraverso la
cavità orale.
b1.) suoni nasali: Quando il velo palatino si abbassa, il passaggio d’aria
coinvolge anche la cavità nasale; i suoni prodotti in questo modo sono detti
nasali
b2.) suoni orali: la maggior parte dei suoni sono orali, cioè articolata con
il velo palatino sollevato a chiudere il canale nasale
3. Due tipi di attività articolatoria.
I suoni linguistici sono realizzati attraverso due tipi di attività articolatoria.
a.) Il primo è la vibrazione glottidale, che produce un vero e proprio suono.
a1.) Le corde vocali, contenute nella glottide che fa parte della laringe
sono pieghe di tessuto membranoso. Esse possono assumere diverse
posizioni. Durante la respirazione sono distanziate l’una dall’altra, e
l’aria passa liberamente attraverso la glottide; se alla respirazione è
associata la fonazione, le corde vocali possono essere distanziate o a
contatto. Accostandosi possono chiudere completamente la laringe 喉
bloccando il passaggio dell’aria che fuoriesce dai polmoni. Questa
chiusura determina un aumento della pressione dell’aria nel tratto
inferiore alla glottide, fino al punto in cui tale pressione supera la forza
di tensione delle corde vocali, provocandone la separazione e quindi la
fuoriuscita di aria.
a2.) Quando parliamo, modificando la tensione delle corde vocali, variamo
continuamente la frequenza di vibrazione glottidale, e produciamo
variazioni melodiche che consistono in un’alternanza di toni più alti e
toni più bassi. Ad esempio, in una voce femminile le variazioni di
frequenza si collocano attorno a circa 200 cicli di apertura e chiusura
al secondo, cioè 200 Hertz, mentre per una voce maschile attorno a
circa 100 Hertz.
a3.) Passando attraverso il canale fonatorio, l’onda sonora prodotta dalle
corde vocali può subire ulteriori cambiamenti. I movimenti degli
articolatori, infatti, cambiano la forma del tratto fonatorio
sopraglottidale, e tali cambiamenti di forma, per effetto della risonanza,
determinano il cambiamento del suono prodotto.

b.) Il secondo è l’avvicinamento o il contatto fra organi articolatori che,


restringendo il passaggio dell’aria, produce un rumore, simile a un fruscio.
Questo tipo di attività articolatoria, indipendente dalla vibrazione
glottidale, consiste nella restrizione del passaggio dell’aria, effettuata in un
qualche punto del canale fonatorio. Il passaggio turbolento di aria produce
una componente sonora, detta rumore. Il rumore costituisce l’altra
componente dei suoni linguistici, oltre alla vibrazione glottidale.
b1.) La presenza della restrizione nel canale fonatorio è la caratteristica
articolatoria che differenzia le consonanti dalle vocali.
- Le vocali, articolate con un flusso libero d’aria, sono costituite
esclusivamente dal suono glottidale.
- Le consonanti contengono sempre una componente di rumore, seppure
di entità variabile.
- Le consonanti sonoranti: sono articolate con una restrizione scarsa,
questa è sempre accompagnata dalla vibrazione delle corde vocali.
(tipo le consonanti nasali, la l e la r)
- Le consonanti ostruenti: sono prodotte con una restrizione cospicua, e
perciò più rumorose.
- Le consonanti sonore: quando alla restrizione si aggiunge la
vibrazione glottidale
- Le consonanti sorde: se la vibrazione glottidale è assente

1.3. La Trascrizione fonetica


(略)

1.4. Le Consonanti
1. I tre parametri della classificazione delle consonanti: La classificazione delle
consonanti fa riferimento alla restrizione del canale fonatorio necessaria per la
loro articolazione, e si basa soprattutto su questi tre parametri che riportiamo
qua sotto
a.) Modo di articolazione:
cioè la qualità e l’entità del restringimento
- le ostruenti 阻碍音
cospicua restrizione del passaggio dell’aria
notevole rumorosità acustica
a1.) le occlusive 塞 音 : consonanti prodotte con il contatto fra gli
articolatori e la totale chiusura del canale fonatorio. In
questi suoni il flusso d’aria viene dapprima bloccato e
successivamente rilasciato, per l’apertura improvvisa del
passaggio, con una forte pressione ed un certo rumore.
Ad es. in it. sono [p] palla, [b] barba, [t] tana, [d] dono,
[k] caro, [g] gatto;
ad es. in ingl. [ʔ] bottle;
a2.) le fricative 擦音: in queste consonanti gli articolatori sono avvicinati, e
il passaggio d’aria, impedito solo parzialmente, produce
un rumore simile a un fruscio
come in it. quello di [f] fino, [v] vino, [s] sole, [z]
ombroso, [ʃ] sciocco (le ultime sono dette sibilanti)
a3.) le affricate 塞擦音: Le consonanti affricate sono formate da una fase di
occlusione seguita da una fase di rilascio ritardata e
prolungata rispetto a quella delle occlusive. Dal punto di
vista articolatorio esse sono l’unione di una occlusiva e
una fricativa, ma costituiscono un suono unitario.
Le affricate dell’it. sono [ts] pizza, [dz] zero, [tʃ] centro,
[dʒ] gemma
b.) Luogo di articolazione
ovvero la localizzazione di tale restringimento nel canale fonatorio, esso è
il punto del tratto vocale in cui si verifica la restrizione durante
l’articolazione delle consonanti. Nella maggior parte dei casi la
denominazione è data dall’articolatore ‘passivo’, cioè quello che non si
muove
b1.) Bilabiale: la costrizione è data da labbro superiore e labbro
inferiore.
Le bilabiali in italiano sono le occlusive [p] palla, [b]
barba e la nasale [m] matto, [n] nano
b2.) Labiodentale: è il contatto tra gli incisivi superiori e il labbro
inferiore. Nell’italiano sono labiodentali le fricative [f]
fino, [v] vino, e la nasale [ɱ](+f, v, anfora, inverno) che
si presenta come allofono.
b3.) Dentale/Alveolare: questa articolazione coinvolge la punta della
lingua e gli incisivi superiori o i relativi alveoli.
In italiano questa differenza non corrisponde a due classi
distinte di suoni; sono alveolari per alcuni parlanti (o per
alcuni parlanti dialettali):
le occlusive [t] tana, [d] dono,
le fricative [s] sole/spoglio, [z] ombroso/sbaglio
in italiano all’interno della parola le due fricative alveolari sono
in distribuzione complementare, in quanto [s] compare davanti a
consonanti sorde come spoglio, e [z] davanti a sonora come
sbaglio)
Per la posizione intervocalica c’è una chiara differenziazione tra
le diverse varietà di italiano, [z] è pressoché esclusivo nella varietà
settentrionale, mentre [s] lo è in quelle meridionali, almeno nella
pronuncia tradizionale.
Nella pronuncia toscana, generalmente assunta come norma dei
vocabolari italiani, [s] e [z] hanno una distribuzione lessicale,
almeno nella pronuncia tradizionale, alcune parole hanno la sorda,
altre hanno la sonora, ad es. ro[z]a, co[s]a.
le affricate [ts]pizza, [dz]zero
la nasale [n]nano
la laterale [l]lampada
la vibrante [r]rosso nella sua pronuncia tipica
In inglese invece i due luoghi di articolazione corrispondono
a consonanti diverse, ad es. sono (inter)dentali:
le fricative [θ]think, [ð]that che si oppongono a alveolari
[s]six, [z]zone
b4.) Postalveolare/alveopalatale: la punta della lingua è avvicinata o a
contatto con la zona compresa tra l’arcata alveolare e il
palato.
Come in italiano, la fricativa [ʃ] scena e nelle affricate
[tʃ]centro, [dʒ]gemma
La fricativa sonora [ʒ] Ingl. leisure Fr. beige non è un
fonema dell’italiano, compare anche nella pronuncia
toscana al posto dell’affricata intervocalica, come in
fragile
b5.) Palatale: la restrizione è realizzata tra il dorso della lingua e il palato
duro.
Le palatali dell’italiano sono la nasale [ɲ]gnocchi, gnomo, la
laterale [ʎ]paglia e l’approssimante [j]ieri
La fricativa palatale [ç] si trova in tedesco, ad es. mich ‘me’
b6.) Velare: la parte posteriore della lingua è sollevata verso il velo
palatino
In italiano sono velari
le occlusive [k]caro, [g]gatto,
la nasale (preocclusive) [ŋ]fungo (che compare sempre solo
come allofono prima delle occlusive velari),
l’approssimante [w] uovo
In tedesco, la fricativa velare sorda [x] nacht ‘notte’
In spagnolo, la fricativa velare sorda [x] bajo ‘basso’
b7.) Uvulari, faringali, glottidali: nell’estremità inferiore del tratto vocale
sono articolati i suoni uvulari, faringali,
glottidali, nessuno dei quali fa parte
dell’inventario segmentale dell’italiano.
- Uvulare: la cui articolazione coinvolge l’estremità del velo palatino,
detta ugola, e la parte posteriore della lingua.
La vibrante [ʀ] tipica del francese, come in rouge, è l’unico suono
uvulare che compare nella pronuncia dell’italiano come l’alternativa
alla vibrante alveolare [r], che è molto più comune.
- Faringale: in cui la restrizione è fra la radice della lingua e la parete
posteriore della faringe, e dà luogo alle fricative sonora[ʕ] e sorda [ħ],
presenti in lingue semitiche (ebraico, arabo)
- Glottidali: in cui la restrizione si realizza tra le corde vocali
La fricativa glottidale sorda [h]: frequente nelle lingue germaniche tipo
in inglese house, in toscano oca
L’occlusiva glottidale [ʔ] (a volte chiamato ‘colpo di glottide’) si trova
come allofono in inglese, come nella pronuncia per bottle. Essa è
inoltre un elemento caratterizzante della pronuncia del tedesco, in cui
compare davanti a vocale all’inizio di sillaba, specialmente se
accentata, tanto all’inizio quanto all’interno di parola, ad esempio
Übung, Poet

c.) Presenza o assenza della vibrazione glottidale


La componente indispensabile e prevalente delle consonanti sonoranti è il
suono glottidale
- Le sonoranti 响音
questi sonoranti sono articolati con una restrizione scarsa e
sono perciò poco rumorosi
c1.) le consonanti nasali 鼻音 : in cui l’articolazione orale è simultanea alla
libera fuoriuscita dell’aria attraverso le cavità
nasali
le nasali dell’it. sono [m]mamma, [ɱ](+f, v)
anfora, [n] nano, [ɲ] gnocchi, [ŋ] anche
c2.) le consonanti laterali 边 音 : in cui l’ostruzione avviene sull’asse
centrale del cavo orale, mentre l’aria fuoriesce
liberamente passando al di sopra dei bordi della
lingua che sono abbassati.
le laterali sono rappresentate in it. da [l]
lampada, [ʎ]paglia
c3.) le consonanti vibranti 颤 音 : sono articolate con una serie di
brevissime aperture e chiusure
la vibrante dell’it. è [r] rosso che nella
pronuncia più diffusa, è data dal contatto della
punta della lingua con gli alveoli superiori
c4.) le consonanti liquide 流音 (= laterali + vibranti)
c5.) le consonanti approssimanti 近 音 : suoni prodotti con un’ostruzione
minima e caratterizzati da assenza di
frizione; si tratta quindi di suoni
foneticamente molto vicini alle vocali.
Sono approssimanti, ad es., le cosiddette
semivocali o semiconsonanti [j]ieri,
[w]uovo che si trovano nei dittonghi in it.

1.5. Le Vocali
Il suono vocalico è costituito fondamentalmente dalla vibrazione glottidale. La
fuoriuscita di aria, infatti è sostanzialmente non rumorosa.
1. Schwa [ə]
La vibrazione glottidale, se prodotta con gli articolatori orali in posizione di
riposo, corrisponde alla vocale detta schwa ‘insignificante’ (pronunciato [ʃvaː]),
trascritta in IPA come [ə], che non fa parte dei suoni dell’italiano, ma è presente in
molte altre lingue, prevalentemente nelle sillabe non accentate; si trova ad es. in
inglese, around, in tedesco haben, in francese premier, e in molti dialetti italiani
meridionali. Tutte le altre vocali sono delle diversificazioni di questo suono
vocalico neutro, ottenute attraverso cambiamenti di forma orale: il suono
glottidale si differenzia dando origine a tutte le vocali diverse da schwa.
2. Cambiamenti dovuti ai movimenti di lingua
(Solo alcune lingue differenziano tra una vocale bassa anteriore e una bassa
posteriore, mentre in tutte lingue esistono almeno una vocale alta anteriore e una
posteriore, poiché data la conformazione della bocca, il movimento di
avanzamento-arretramento è molto più limitato nella parte bassa del cavo orale
che nella parte alta.)
- Vocali alte: se la lingua si innalza verso il palato
- Vocali basse: se la lingua si abbassa verso l’apertura della mandibola
- Vocali anteriori/palatali: se la lingua si sposta in avanti
- Vocali posteriori/velari: se la lingua si sposta indietro

3. Tre configurazioni articolatorie fondamentali:


- Il corpo della lingua sollevato verso il palato: vocale alta anteriore [i]
- La parte posteriore della lingua sollevata verso il velo palatino: vocale alta
posteriore [u]
- Il corpo della lingua abbassato: vocale bassa [a]
4. I, U e A
Le vocali [i u a] sono quelle prodotte attraverso l’escursione massima della
lingua rispetto alla posizione di riposo, sono quelle più distanti dalla vocale
neutra, e si possono rappresentare all’interno di un triangolo con il vertice rivolto
verso il basso, al cui centro sta la schwa. Al cambiamento di forma del cavo orale
contribuiscono anche le labbra, che muovendosi dalla posizione del riposo, che
caratterizza l’articolazione di schwa e [a], assumono una posizione arrotondata,
come in [u], o distesa, come in [i].
Per diverse ragioni, le vocali che stanno ai vertici del triangolo sono da
considerarsi gli elementi fondamentali di tutti i sistemi vocalici. Questo è evidente
in primo luogo considerando il punto di vista della tipologia linguistica, cioè
quello che studia la natura delle lingue mettendole a confronto e stabilendo
quali caratteristiche strutturali sono ricorrenti e quali sono invece rare o
inesistenti nelle lingue del mondo. L’analisi tipologica ci dice che quasi tutte le
lingue hanno almeno una vocale alta anteriore, una alta posteriore e una bassa.
L’esatta natura fonetica di queste tre vocali, simili, se non identiche a [i u a] può
variare da lingua a lingua; indicheremo perciò queste tre vocali di vertice come I,
U, A, senza specificarne più precisamente la qualità. Le vocali I, U, A sono i
segmenti fondamentali anche da altri punti di vista. Diversi studi
sull’acquisizione linguistica mostrano come esse siano in genere apprese prima
delle altre vocali, e d’altra parte, da varie ricerche sulle patologie del linguaggio
risulta che I, U, A tendono a essere le vocali meglio conservate da parte dei
pazienti con disturbi fonologici, e quelle più facilmente recuperate nei processi di
riabilitazione.
La maggior parte delle lingue presenta un certo numero di vocali oltre ad A, I e U.
Questi suoni possono essere concepiti come il prodotto della fusione di due o
anche delle tre vocali fondamentali, di cui presentano caratteristiche sia
articolatorie sia acustiche.

5. Il sistema vocalico dell’italiano


Nelle sillabe che portano l’accento di parola, l’inventario comprende 7 vocali
distribuite su quattro gradi di altezza (alto, medioalto, mediobasso, basso),
Alto i: fine u: succo
Medioalto e: vélo o: góla
Mediobass ɛ: bèllo ɔ:
o còtto
Basso a:
gatto

che nelle sillabe non accentate si riducono a 5 vocali su tre gradi di altezza (alto,
medio, basso), perché in assenza di accento si perde la distinzione tre le vocali
medie, sia anteriori sia posteriori, come si vede in:
Alto i: finestra u: lingue
Medio e: evidente o: rotondo
Basso a: canestro

Le vocali medie hanno evidentemente caratteristiche sia delle vocali alte che di A.
Dal punto di vista articolatorio, questo appare piuttosto chiaro se proviamo a
pronunciare con un’articolazione lenta e accurata le sequenze [a - i] ed [a - u]: nel
passaggio dalla prima alla seconda vocale emergono come suoni intermedi [e] ed
[o]. Il fatto che le vocali medie siano una ‘via di mezzo’ tra le vocali dei vertici
diventa più chiaro se confrontiamo fra loro le vocali medie nella prima tabella. Tra
le vocali anteriori, è evidente che [e] è più vicina a I che ad A: è più alta e più
anteriore di [ɛ], in cui, viceversa, prevale l’elemento A. Parallelamente, [o]
presenta in maggior grado l’altezza, la velarità e l’arrotondamento labiale di U,
mentre [ɔ] è più bassa, più centrale, meno arrotondata.

6. Altri sistemi vocalici


Rispetto al sistema a 7 elementi dell’italiano, molte lingue presentano inventari
più complessi, per effetto di ulteriori differenziazioni, che possono riguardare
tanto l’asse verticale quanto quello orizzontale del triangolo vocalico. L’inglese,
ad esempio, presenta la vocale [ɪ] (di big) e la corrispondente posteriore [ʊ] (di
full) di altezza intermedia tra le vocali alte e le medio alte, e più centrali rispetto a
queste.

Inoltre tra le analisi tipologiche dei sistemi vocalici delle lingue del mondo
mostrano che, nella maggior parte dei casi, le vocali posteriori sono anche
arrotondate e le vocali anteriori sono anche non arrotondate. Questa concomitanza
di caratteristiche fonetiche è evidentemente la più naturale, visto che tutte le
lingue del mondo hanno vocali posteriori arrotondate e vocali anteriori non
arrotondate, e visto che queste risultano anche più semplici per l’acquisizione.
Alcune lingue però hanno anche vocali anteriori arrotondate; è il caso del francese
e del tedesco, ad esempio fr. jus [ʒy] ‘succo’, ted. hüte [ˈhyːtə] ‘capelli’; e in altre
lingue compaiono vocali posteriori non arrotondate, tipo il turco. Ricordiamo
infine che quelle descritte fino a questo punto sono tutte vocali orali. Alcune
lingue, oltre alle vocali orali, hanno un numero variabile di vocali nasali
(articolate con abbassamento del velo palatino e fuoriuscita di aria attraverso le
cavità nasali). Fra le lingue europee, è il caso del francese, in cui ad esempio sans
[sɑ̃] ‘senza’ che si oppone a sa [sa] ‘sua’.
I diversi parametri di variazione fanno sì che i sistemi vocalici possano essere di
complessità diversa; per la maggior parte delle lingue, gli inventari vocalici sono
compresi fra le 3 e le 15 unità.

1.6. La struttura interna dei segmenti


Anche la capacità di distinguere significati si basa sulla composizione interna dei
segmenti. Ad esempio, i fonemi /p/ e /b/, che sono in opposizione tra di loro come
dimostra la coppia minima pelle/belle, sono unità distinte ma in effetti identiche
per modo e luogo di articolazione e diverse solo per la sonorità; analogamente, /t/
e /p/ differiscono solo per il luogo di articolazione, e così via.

1. I tratti
Dato che una stessa caratteristica fa parte di segmenti diversi, i suoni usati in
una lingua sono accomunati da certe caratteristiche e differenziati da altre.
Attraverso un’analisi sistematica, possono essere individuate tutte le
caratteristiche ricorrenti nella composizione dei segmenti. In base a tali
caratteristiche, dette tratti, i suoni di ogni lingua possono essere classificati e
definiti in modo univoco, ciascuno come un insieme di tratti diverso da tutti
gli altri insiemi.

- I tratti nella competenza linguistica dei parlanti


I tratti fanno parte anche dalla competenza linguistica dei parlanti, i quali, per il
riconoscimento dei suoni che ha luogo nei processi di produzione e percezione
linguistica, fanno riferimento alla struttura interna dei segmenti. Questa funzione
dei tratti diventa direttamente osservabile nel caso di regolarità fonologiche che
coinvolgono suoni estranei al sistema segmentale di una data lingua.
Ad es. La formazione del plurale regolare dei nomi in inglese avviene in base a
una regola che fa riferimento ai tratti. Infatti, benché nella scrittura la sibilante
finale sia semplicemente s, essa può essere sorda o sonora. La scelta tra [s] e [z]
non è legata alle singole parole (i parlanti inglesi, cioè, non imparano a memoria
liste come cat[s], lip[s] ecc.), ma neppure è stabilita segmento per segmento; la
regola non dice dopo [t] e [p] ecc. aggiungi [s], dopo [d], [b] aggiungi [z]. Quella
che viene applicata nel caso più comune è una regola più semplice e generale, che
fa riferimento a un tratto che accomuna le due consonanti adiacenti: «se la
consonante non è sonora aggiungi [s], altrimenti aggiungi [z]». Tale regola si
applica, con gli stessi risultati, anche a suoni estranei al sistema segmentale
dell’inglese, come ad esempio la fricativa velare [x] del nome proprio Bach. Il
plurale di Bach è Bach[s], come Cook[s] e diversamente da Ford[z], perché i
parlanti riconoscono il tratto di sonorità anche se non conoscono il segmento in
cui esso si trova.
Prove del fatto che i suoni siano codificati nella mente dei parlanti come insiemi
di tratti provengono anche dall’ambito delle patologie del linguaggio. Le persone
affette da disturbi fonologici presentano in alcuni casi difficoltà nella produzione e
nel riconoscimento di suoni che non riguardano singoli segmenti per intero, ma
piuttosto specifici tratti. Perciò ad esempio, se il tratto colpito è la sonorità, il
parlante ha difficoltà con la distinzione p/b, ma anche con t/d, k/g, f/v, ecc.
- Tratti nei processi fonologici
I tratti entrano in gioco anche nei processi fonologici, cioè nei cambiamenti che i
suoni subiscono per effetto del contesto in cui si trovano, o per condizionamenti di
altro tipo. Ad esempio in italiano, nelle espressioni in piedi, in barca, la nasale è
normalmente pronunciata dai parlanti nativi come [m] per effetto di un processo
naturale e frequente, in cui il tratto di labialità presente in /p/ e /b/ si diffonde alla
nasale adiacente.

2. Classe naturale di suoni


Un gruppo di suoni forma una classe naturale se i tratti necessari a individuare la
classe sono in numero inferiore ai tratti necessari a individuare ogni singolo
segmento.
Ad esempio, in certe varietà toscane non solo /k/, ma anche /t/ e /p/ diventano
fricative quando vengono a trovarsi in posizione intervocalica. Le occlusive sorde
costituiscono quindi una classe naturale, e ciò è confermato dal fatto che in
diverse lingue esse vanno incontro a fenomeni fonologici comuni. Il gruppo /k, t,
p/ è individuato esaustivamente dai tratti [occlusivo], [sordo] (sono le uniche
occlusive sorde dell’italiano), mentre per definire le singole consonanti è
necessario specificare anche il luogo di articolazione. Insieme come /p/ e /r/
invece non formano una classe naturale (per definire questo gruppo sono necessari
tutti i tratti dell’una e tutti i tratti dell’altra consonante) e ci aspettiamo perciò che
in nessuna lingua i due segmenti siano coinvolti in uno stesso processo
fonologico.

3. La struttura interna dei suoni nella concezione classica dei tratti fonologici
Nella concezione classica i tratti sono caratteristiche fonetiche
prevalentemente, ma non esclusivamente, articolatorie, che formano i
segmenti.
- I tratti nella concezione classica:
Un singolo tratto non ha però un suo contenuto fonetico, cioè non corrisponde
di per sé a un suono. I tratti sono binari, cioè hanno due valori, uno positivo e
uno negativo, e ogni suono è marcato con il valore positivo (ad es. [+sonoro])
o con quello negativo (ad es. [-sonoro]) di un certo tratto.
- La struttura interna:
viene analizzata attraverso l’insieme dei tratti necessari e sufficienti a definire
in modo univoco tutti i segmenti
L’elenco dei tratti individuati da Nespor per l’italiano con la descrizione del
valore positivo del tratto:

Sillabico: suono che può occupare il nucleo di una sillaba


Consonantico: suono prodotto con una restrizione del passaggio
del flusso dell’aria espiratorio
Sonorante: suono articolato con una restrizione scarsa, e
quindi senza un aumento della pressione interna
rispetto alla pressione esterna
Sonoro: suono articolato con vibrazione delle corde vocali
e quindi con presenza di segnale acustico
periodico
Continuo: suono articolato senza un’occlusione nel cavo
vocale
Rilascio suono articolato in due fasi, la prima di occlusione
ritardato: e la seconda di fuoriuscita dell’aria
Laterale: suono articolato con occlusione nella zona
centrale del cavo orale e passaggio libero di aria
dai lati
Coronale: suono articolato con la parte anteriore della lingua
sollevata rispetto alla posizione di riposo
Anteriore: suono articolato con restrizione nella regione
alveolare o anteriore a essa
Arretrato: suono prodotto con un arretramento del corpo
della lingua rispetto alla posizione di riposo
Basso: suono prodotto abbassando il corpo della lingua,
mediante apertura della mandibola, rispetto alla
posizione di riposo
Alto: suono prodotto alzando il corpo della lingua dalla
posizione di riposo
Arrotondato: suono prodotto con arrotondamento delle labbra
Dall’insieme di tratti distintivi sono esclusi:
-i tratti che indicano caratteristiche fonetiche non rilevanti (ad es. i contrasti
determinati dalla tensione delle corde vocali)
-i tratti superflui (ad es. il tratto [labiale])

p b t d k g ts d tʃ d f v s z ʃ m n ɲ l ʎ r w j
z ʒ
±sillabico - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
±consonantic + + + + + + + + + + + + + + + + + + + + + - -
o
±sonorante - - - - - - - - - - - - - - - + + + + + + + +
±sonoro - + - - - - - - - - - - - - - + + + + + + + +
±continuo - - - - - - - - - - + + + + + - - - + + + + +
±ril. ritardato - - - - - - + + + + - - - - - - - - - - - - -
±laterale - - - - - - - - - - - - - - - - - - + + - - -
±arretrato - - - - + + - - - - - - - - - - - - - - - + -
±anteriore + + + + - - + + - - + + + + - + + - + - + - -
±coronale - - + + - - + + + + - - + + + - + - + - + - -

i u e o ɛ ɔ a
±sillabico + + + + + + +
±consonantico - - - - - - -
±arrotondato - + - + - + -
±alto + + - - - - -
±basso - - - - + + +
±arretrato - + - + - + +
NOTA BENE: Limitatezza della binarietà generalizzata
Una particolarità che riguarda la concezione classica della teoria segmentale è
la binarietà dei tratti.
Essa risponde a un criterio di economia, intesa nel senso di riduzione al
minimo delle unità necessarie: ad es. il tratto [±continuo] sostituisce i due tratti
[continuo] e [occlusivo].
Dire che i tratti hanno due valori, significa affermare che, dato un certo tratto
[T], esiste una classe di suoni [+T] e una classe di suoni [-T]. Questo vale per
certi tratti, tuttavia spesso non è così.
Ad es. se esiste chiaramente una classe di suoni [+nasale], accomunati da verte
caratteristiche fonetiche e coinvolti nei processi come la nasalizzazione dei
vocali e l’assimilazione alle consonanti successive, è altrettanto chiaro che i
suoni [-nasale] non formano una classe e sono suoni semplicemente privi di
una certa caratteristica.
Il modello binario non differenzia i casi in cui i due valori di un tratto
corrispondono a due proprietà fonetiche e i casi in cui i valori ± corrispondono
semplicemente alla presenza/assenza di una certa proprietà.
La binarietà generalizzata a tutti i tratti solleva anche un altro tipo di
problema: Alcune caratteristiche graduali (in questi casi i suoni si
differenziano perché contengono gradi diversi di una proprietà) non vengono
manifestate.
Ad es. Il caso della gradualità dell’altezza vocalica. In italiano, il vocalismo
tonico ha quattro gradi di altezza. Le analisi classiche affrontano questo tipo di
problema aumentano il numero dei tratti, allo scopo di accrescere il numero di
combinazioni possibili.
+ alto [i], [u] - alto [e], [u] - alto [a]
- basso - basso + basso

4. La struttura interna dei suoni nelle teorie segmentali più recenti


In alcuni teorie segmentali più recenti, i tratti sono concepiti come categorie
mentali dotate di una natura articolatorio-acustica, a cui il
parlante/ascoltatore fa riferimento nella produzione, per attivare i processi
motori dell’articolazione e nella percezione, per identificare gli schemi acustici
e giungere al riconoscimento dei suoni. Così concepite, le unità costitutive dei
suoni, denominate anche elementi, differiscono dai tratti classici per alcuni
significativi aspetti:
- In primo luogo, ognuno dei elementi che compongono un suono è
esso stesso un suono; ciò significa che esistono suoni semplici e suoni
complessi, e che questi ultimi sono composti di suoni semplici.
- In secondo luogo, gli elementi non sono binari, ma monovalenti: se
sono presenti in un segmento lo sono con il solo valore positivo,
altrimenti non sono presenti. Ogni elemento quindi è definito dai soli
elementi che lo compongono.

- Per quanto riguarda le vocali, gli elementi rilevanti sono quello


corrispondente alla vocale centrale schwa (indicato con ə) e i tre elementi
di vertice A, I e U.
- Ciascuno di questi elementi può corrispondere a un singolo suono
vocalico, ma può anche unirsi agli altri per costituire suoni più
complessi
- Ad es.
La vocale media [o] è il prodotto della fusione [A U], mentre la vocale
media [e] corrisponde a [A I];
La vocale media anteriore arrotondata [ø], in cui entra in gioco
anche l’elemento che apporta arrotondamento labiale, formando il
composto [A I U]
- Un eventuale distinzione di altezza tra vocali medie dipende dalla
prevalenza di un elemento sull’altro;
- Ad es. in [e] l’elemento dominante è [I], mentre in [ɛ] prevale [A]
- Per quanto riguarda la struttura delle consonanti
- Le consonanti ostruenti (cioè occlusive/fricative/affricate)
Sono caratterizzate dagli elementi di costrizione [occlusione] e
[rilascio costretto] (che determina il passaggio costretto e turbolento
dell’aria, tipico delle fricative, della fase di rilascio delle occlusive e
della fase finale delle affricate)
Questi elementi, come segmenti semplici, si manifestano
rispettivamente nella forma dell’occlusiva glottidale [ʔ] e della
fricativa glottidale [h].
- Oltre a questi, si aggiungono anche i tratti di luogo dell’articolazione
(alcuni dei quali costituiscono anche il contenuto delle vocali, come
nel caso di [I] che apporta la palatalità nelle consonanti, e [U] che nelle
consonanti apporta la labialità;)
- Menzioniamo anche l’elemento di [coronalità] e di [velarità], che come
segmenti sono suoni di tipo approssimante, rispettivamente alveolare
[r] e velare [ɣ] di spag. luego [ˈlweɣo] 'poi'.
[occlusione] = [ʔ] di ingl. button [ˈbʌʔn̩]
[rilascio costretto] = [h] di ingl. high [ˈhaɪ]
[coronalità] = [r]
[velarità] = [ɣ] di spag. luego [ˈlweɣo] 'poi'
- Infine il tratto [N] si manifesta tramite il tipico ‘mormorio’ nasale,
dovuto alla fuoriuscita di aria dal naso, e apporta la componente di
nasalità tanto alle consonanti quanto alle vocali.
[A U] = [o] [occlusione – rilascio costretto – velarità] = [k]
[A I] = [e] [occlusione – rilascio costretto – coronalità – sonorità] = [d]
[I U] = [y] [rilascio costretto – coronalità] = [s]
[A I U] = [ø] [N – coronalità] = [n]
[A N] = [ã] [N – velarità] = [ŋ]

- La nozione di tratto segmentale: Nei modelli basati su tratti


monovalenti l’interesse è quello di definire le componenti articolatorie
e acustiche che i parlanti utilizzano come categorie per
l’identificazione dei suoni e ciascun suono è inteso semplicemente
come il prodotto delle proprietà fonetiche che lo compongono.

Capitolo II. I Fenomeni Segmentali


2.1. Le motivazioni dei cambiamenti fonologici

1. Rappresentazione lessicale delle parole:


Le parole che ogni parlante conosce della propria lingua sono memorizzate in una
sorta di vocabolario o lessico mentale. Nel lessico, per ogni parola sono contenute
tutte le informazioni necessarie al suo utilizzo, che è quello di formare le frasi.
- Informazione lessicale:
1) il significato
2) la struttura interna delle parole
3) i rapporti che si instaurano tra le parole (per effetto dei processi di info.
lessicale)
4) le info sulla forma fonologica della parola:
- i segmenti di cui è composta la parola:
Per quanto riguarda il livello segmentali, la parola è registrata nel lessico nella
sua forma fonemica, ovvero come una sequenza di suoni distintivi. Nei
fenomeni di cambiamento fonologico, la forma fonologica lessicale subisce
una parziale trasformazione, che può essere dovuta a cause puramente
fonologiche o a fattori esterni alla fonologia.
- la posizione in cui cade l’accento
- gli schemi tonali (per alcune lingue)

2. I fenomeni segmentali puramente fonologici:


sono quelli in cui si modificano esclusivamente per l’influenza del contesto in cui
si trovano, cioè per la presenza di suoni adiacenti o vicini, o anche per condizioni
non segmentali, come la posizione rispetto all’accento.

- La regola fonologica:
La regola fonologica esprime il cambiamento che si verifica nel passaggio dalla
rappresentazione lessicale alla realizzazione sonora della forma. Si applica in
modo sistematico quando se ne verificano le condizioni.

- Spirantizzazione toscana
È un classico fenomeno fonologico, la cosiddetta ‘gorgia toscana’, si tratta di
trasformazione in fricativa delle occlusive sorde che si osserva nel fiorentino e
in altre varietà toscane.
Quando si trovano tra due vocali oppure quando seguono una vocale e
precedono /r/ e /l/ e un’altra vocale, le occlusive /p, t, k/ si trasformano nelle
fricative [ɸ, θ, x] con lo stesso luogo di articolazione; una variante frequente della
fricativa velare [x] è la fricativa glottidale [h].
Il fenomeno si verifica sia nella parola che tra parole; ovviamente data la stretta
dipendenza dal contesto, non vi è possibilità di alternanza all’interno della parola,
mentre in posizione iniziale troveremo una fricativa o un’occlusiva, a seconda
che il segmento precedente sia una vocale o una consonante.
Ad esempio:
Pos. Nella parola Pos. Iniziale: fric./occl. Non subisce cambiamento
a to[ɸ]o ‘topo’ b la [ɸ]asta ‘la pasta’ c in [p]asta
a[ɸ]ri ‘apri’ la [ɸ]rova ‘la prova’ in [p]rova
du[ɸ]lice ‘duplice’ la [ɸ]lastica ‘la in [p]lastica
prastica’
o[h]a ‘oca’ la [h]asa ‘la casa’ in [k]asa
a[h]re ‘acre’ la [h]rosta ‘la crosta’ in [k]rosta
e[h]lissi ‘eclissi’ la [h]lausura ‘la clausura’ in [k]lausura
la[θ]o ‘lato’ di [θ]utto ‘di tutto’ in [t]utto
o[θ]tre ‘otre’ di [θ]reno ‘di treno’ in [t]reno
a[θ]lante ‘atlante’
la regola della spirantizzazione toscana.

p ɸ
t θ / V ____ (r, l) V
k h ‘’

Un fenomeno come la spirantizzazione toscana produce una situazione di


allofonia. All’occlusiva contenuta nella rappresentazione fonemica, nella
realizzazione fonetica corrispondono i due foni occlusivo e fricativo, che sono
distribuiti in modo perfettamente complementare in base al contesto. Essendo
allofoni, essi non sono distintivi, e benché all’interno di parola non vi sia
possibilità di alternanze il parlante sa quale sia la variante di posizione del
fonema pronunciata. Ne è una prova il fatto che, se venissero scambiati, i due
allofoni darebbero luogo a pronunce strane, ma non a parole diverse.

- Assimilazione delle nasali preconsonantiche.


1) Sono le nasali che assumono il luogo di articolazione della consonante che le
segue, sia nella parola che tra parole.
Ad esempio,
pre-alveolare li[n]do, ‘lindo’ i[n] tasca
pre-bilabiale a[m]bito, ‘ambito’ i[m] piedi
pre-velare a[ŋ]che, ‘anche’ i[ŋ] gola
pre-labiodentale i[ɱ]verno, ‘inverno’ i[ɱ] faccia
La distribuzione delle nasali esemplificata, mostra che anche l’assimilazione
delle nasali produce allofonia, perché i suoni [ŋ] e [ɱ] sono foni che
compaiono solo prima di velare e labiodentale, rispettivamente. Inoltre,
sebbene /n/ e /m/ siano in altri contesti fonemi con funzione distintiva, in
posizione preconsonantica le differenze riguardanti il luogo di articolazione
delle nasali sono generalmente predicibili in base al contesto, e quindi non
distintive. Anche in questo caso, come prima per la gorgia, uno scambio di
allofoni, produce una pronuncia strana, ma non una parola diversa.
2) Bisogna aggiungere che davanti alle liquide /l, r/ il cambiamento della nasale
non si limita al luogo di articolazione, ma coinvolge tutto il contenuto
fonetico del segmento, che si assimila totalmente alla consonante successiva.
Ad esempio,
liquide appr. Laterale i[l]legale (in+legale)
liquide vibr. Alveolare i[r]responsabile (in+responsabile)

La regola di assimilazione delle nasali preconsonantiche in italiano


N N [α LUOGO] / ___ [α LUOGO]
- Le caratteristiche dei fenomeni puramente fonologici
1) L’Applicazione senza eccezioni: tutte le volte che si presenta il contesto
fonologico appropriato, e quindi anche in parole nuove o in non-parole.
2) La Postlessicalità: nei fenomeni fonologici puri, i parlanti non memorizzano
nella rappresentazione lessicale delle parole il cambiamento a cui esse
andranno incontro. I processi si questo tipo sono detti postlessicali. Ad es. i
parlanti nativi toscani non devono ricordare che /kasa/ diventerà /hasa/ dopo
una vocale; essi sanno consapevolmente che esiste una regola di
spirantizzazione e conoscono le condizioni in cui essa deve applicarsi,
indipendentemente da quali siano le parole coinvolte.

3. Fenomeni segmentali non puramente fonologici


Cioè quelli in cui il cambiamento si verifica in un contesto che non include solo
condizioni fonetiche, ma anche specificazioni morfologiche o lessicali.

- La palatalizzazione delle occlusive velari prima di vocali anteriori


L’articolazione della consonante si sposta in avanti nel cavo orale per influenza
della vocale anteriore. Si tratta di un fenomeno abbastanza naturale, osservabile
in diverse lingue.

1). Il mutamento consonantico dal latino all’italiano


Per esempio, tale fenomeno ha caratterizzato il mutamento consonantico dal
latino all’italiano, come si può vedere dalle parole latine centum e gens,
pronunciate in età classica con [k] e [g] iniziali, che hanno dato le forme italiane
con [tʃ] e [dʒ] cento e gente.

2). La palatalizzazione di [k] nel greco moderno


La palatalizzazione di [k] si osserva anche ad esempio nel greco moderno, in cui
essa si verifica regolarmente davanti alle vocali anteriori producendo l’occlusiva
palatale [c]:
καλὸς [ka’los] ‘bello’ καὶ [ce] ‘e (congiunzione)’
νικὁ [ni’ko] ‘vinco’ νίκη [‘nici] ‘vittoria’

3). La palatalizzazione delle occlusive velari davanti a [i]


L’italiano presenta diversi casi di palatalizzazione, in cui le occlusive velari
alternano con le affricate alveopalatali davanti a [i]. In italiano, però la
palatalizzazione non è un fenomeno generalizzato, cioè esteso a tutti i contesti di
occlusiva velare seguita da [i], come dimostrano parole come chimica, ghiro.
- La palatalizzazione colpisce ad esempio gli aggettivi in cui la [k] è
seguita dalla desinenza del plurale –i, e dal suffisso –ità che serve per
formare nomi.
elasti[k]o elasti[tʃ]i elasti[tʃ]ità
prati[k]o prati[tʃ]i prati[tʃ]ità
eti[k]o eti[tʃ]i eti[tʃ]ità
In questo caso il fenomeno coinvolge una classe di parole accomunate
da una caratteristica morfologica; per produrre forme corrette, la regola
deve quindi contenere, oltre alla contestualizzazione fonologica, anche

un’informazione morfologica:
k tʃ / _____i [suffisso –ità] [suffisso –i masch.pl.]

- Lo stesso cambiamento si verifica anche davanti alla –i del plurale di


alcuni nomi, ma in questo caso il fenomeno non è sistematico e
riguarda alcune parole, ma non altre:
a farmaco farmaci b baco bachi
medico medici arco archi
amico amici
porco porci
Ciò significa che nella regola, alla specificazione morfologica, deve
aggiungersi una restrizione lessicale, ad esempio nella tabella riportata
sopra l’applicazione è ulteriormente ristretta alle voci lessicali

k tʃ / ___i [suffisso –ità] [suffisso –i masch.pl.]


/a’miko/
/’porko/
elencate, (oltre a eventuali altre):

- Fenomeni fonologici lessicali


La palatalizzazione delle occlusive velari in italiano fa parte dei fenomeni che
colpiscono certe parole o parole che appartengono a certe classi morfologiche,
per questo sono chiamati fenomeni fonologici lessicali.
1) Discussione sul modo di rappresentazione di questo tipo di fenomeno:
- Si può considerarli come regole fonologiche che si applicano in
contesti morfologici ristretti;
- Oppure considerarli l’effetto di informazioni fonologiche contenute
nella rappresentazione lessicale di parole o suffissi specifici.
2) In entrambe le descrizioni, la sola competenza fonologica non è sufficiente a
produrre forme corrette; per questo scopo, infatti, il parlante deve mettere in
atto anche conoscenze morfologiche e lessicali, che deve aver memorizzato
nel lessico insieme altre informazioni.
3) Conseguenza dell’eccezionalità lessicale del fenomeno fonologico:
Tale carattere dell’eccezionalità lessicale è dimostrato anche dal fatto che essi
sono tipicamente oggetto di errore nei bambini in fase di acquisizione
linguistica.
In parallelo con quanto avviene nella morfologia verbale, in cui i bambini
tendono ad applicare la regola generale anche in paradigmi irregolari,
producendo forme come leggiuto, invece di letto, si osservano nella
produzione infantile plurali come medichi, elastichi. Così come le forme
irregolari dei verbi, le alternanze fonologiche di questo tipo richiedono la
conoscenza di specificità lessicali che si sostituiscono alle regole generali.

2.2. Assimilazione e dissimilazione

1. Assimilazione
Il tipo di cambiamento fonologico più comune è l’assimilazione, in cui un suono si
modifica per effetto di un altro o altri suoni vicini, di cui assume qualche
caratteristica.
- La causa principale dell’assimilazione: La Coarticolazione
è la coarticolazione, l’effetto per cui durante la produzione di un suono sono
continuati o sono anticipati gesti articolatori propri dei suoni precedenti o
successivi. La coarticolazione si produce continuamente nel parlato, e in gran
parte senza che ce ne accorgiamo. In alcuni casi si verifica in modo sistematico e
con risultati evidenti, assumendo il carattere di vero e proprio fenomeno
fonologico. Ha questa origine, per es., l’assimilazione delle nasali
preconsonantiche o l’assimilazione delle sibilanti in italiano che assumono
sistematicamente il valore di sonorità della consonante seguente, o sonora o non
sonora.
- Assimilazione anticipatoria o regressiva
Tipo assimilazione delle nasali preconsonantiche o assimilazione delle sibilanti in
italiano, poiché in un segmento è anticipata una caratteristica del segmento
successivo
[z]draio [s]trano
di[z]guido di[s]cordia

- Assimilazione perseverativa o progressiva


Al contrario di quanto avviene nell’assimilazione anticipatoria, per esempio
l’assimilazione delle sibilanti che riguarda la desinenza di plurale regolare dei
nomi in inglese.
light[s] hand[z]
sock[s] leg[z]

- Assimilazione parziale:
In cui il cambiamento riguarda solo un tratto del segmento coinvolto
- A. anticipatoria o regressiva
- A. perseverativa o progressiva
- Assimilazione totale:
In cui tutte le caratteristiche fonetiche di un segmento si trasferiscono a quello
adiacente e, se i segmenti sono consonanti, si produce una consonante doppia o
geminata.
- Ad es., l’assimilazione delle nasali davanti alle liquide /l, r/
- Ad es., il cambiamento diacronico dal latino all’italiano dovuto
all’assiml. Totale
latino italiano
octo otto
septem sette

- Fenomeni di assimilazione non dovuta a coarticolazione


1) La spirantizzazione toscana:
In alcuni casi, l’assimilazione non è spiegabile come un effetto della
coarticolazione. La spirantizzazione toscana, ad es., rientra nell’assimilazione
perché la consonante intervocalica, trovandosi fra suoni articolati senza
costrizione, perde in parte la costrizione diventando fricativa. Il cambiamento
però non è dovuto propriamente a un’anticipazione o a una continuazione di
movimenti articolatori, e in effetti la consonante non prende nessuna specifica
caratteristica articolatoria dal contesto in cui si trova, che può essere formato
da vocali diverse (e in qualche caso dalle consonanti liquide?)
2) I processi dell’assimilazione a distanza:
- armonia vocalica
Nell’assimilazione a distanza i suoni assumono caratteristiche di suoni
che sono vicini ma non adiacenti. Armonia vocalica è il tipo di
assiml. più comune, un fenomeno sistematico osservabile in molte
lingue tra cui il turco, in cui l’ultima vocale della parola di base
determina alcune caratteristiche delle vocali seguenti, contenute nei
suffissi.
- metafonia
Nelle varietà romanze si osserva un fenomeno molto simile, ovvero la
metafonia, che viene di solito distinta dall’armonia vocalica. Nella
metafonia alcune caratteristiche delle vocali postoniche, cioè quelle
che seguono l’accento, si estendono alla vocale tonica
Ad esempio, nel dialetto abruzzese della zona aquilana, è presente il
fenomeno di metafonia in cui l’altezza della vocale finale della forma
di plurale (-i) e di maschile (-u) si trasferisce in parte alla vocale
accentata
dente [‘dɛnte] ‘dente’ denti [‘denti] ‘denti’
bona [‘bɔna] ‘buona’ bonu [‘bonu] ‘buono’

2. Dissimilazione
Con questo termine si indica i casi in cui due suoni simili o uguali, trovandosi vicini,
tendono a differenziarsi. Mancando di una motivazione articolatoria, la dissimilazione
è un fenomeno sporadico, che in genere non ha la sistematicità dei fenomeni
fonologici puri ed è limitato a singole parole o a classi morfologiche.
- Cambiamento diacronico dal latino all’italiano di alcune parole
Ad esempio, lat. venenum it. veleno, lat. quarere it. chiedere
lat. arborem it. albero
- Legge di Grassmann del greco classico
Il greco aveva suoni aspirati. Quando due aspirate si trovano in due sillabe
consecutive, la prima perde l’aspirazione. Le forme con consonante iniziale
aspirata alternano con le forme corrispondenti con iniziale occlusiva non aspirata,
per effetto di dissimilazione.
- Dittongazione
La dittongazione può colpire le vocali lunghe, spesso nell’evoluzione diacronica
di una lingua, può essere inclusa tra i fenomeni di dissimilazione, considerando
che una vocale lunga sia analizzabile come la sequenza di due segmenti vocalici
identici. La dittongazione è osservabile ad esempio in vari stadi dei mutamenti
vocalici dal medio inglese all’inglese moderno, noti come Great vowel shift, ad
esempio nel passaggio /æː/ > /eɪ/ e /iː/ > /aɪ/ in parole come sane, divine (in cui la
grafia è testimòne dello stadio più antico).
2.3. Indebolimento e rafforzamento
Passiamo ora a considerare il cambiamento in rapporto alla nozione di forza
segmentale.
Concetto 1. Debolezza sillabica: la presenza dell’accento su una sillaba, infatti,
determina la forza delle sue vocali, mentre le vocali delle sillabe atone sono deboli.
Concetto 2. Forza articolatoria: benché difficile da definire con precisione, è piuttosto
intuitivo, una consonante articolata con una maggiore resistenza al passaggio
dell’aria, cioè con maggiore chiusura, è una consonante più forte.
Concetto 3. Scala di sonorità e Scala di forza: esiste una correlazione fra apertura del
canale fonatorio e udibilità dei suoni. Su questa base è possibile stabilire una scala di
sonorità, da i suoni con maggiore apertura e più udibili a quelli con maggiore

Scala di sonorità:
vocali > semivocali > liquidi > nasali > fricative > affricate >
occlusive
Scala di forza:
occlusive > affricate > fricative > nasali > liquide > semivocali >
vocali

costrizione e meno udibili. L’inverso della scala di sonorità è la scala di forza.

1. Fenomeni di indebolimento
L’indebolimento può colpire sia le vocali che le consonanti, e in molti casi
dipende anche dal contesto soprasegmentale.

- Indebolimento vocalico, detto anche riduzione


È un fenomeno strettamente legato all’accento. La presenza dell’accento su
una sillaba determina la forza delle sue vocali, mentre le vocali delle sillabe
atone sono deboli.
La riduzione dell’inventario vocalico che si verifica nelle sillabe non accentate
si manifesta con due effetti diversi:
Da una parte c’è la tendenza centrifuga, per cui le diverse vocali distribuite
nel triangolo vocalico tendono ad avvicinarsi ai vertici di questo,
innalzandosi verso [i, u] ed abbassandosi verso [a].
L’altro effetto è invece centripeto, perché in esso le vocali tendono a
perdere le loro caratteristiche timbriche e ad avvicinarci alla vocale centrale
media [ə].
1) Indebolimento vocalico in italiano:
L’Italiano mostra effetti limitati di tale fenomeno, che è molto più
accentuato in vari dialetti italiani, tra cui ad esempio il napoletano:
Innalzamento / centrifuga
ɔ/u porta [‘pɔrta] ‘porta’ purtate [pur‘tate] ‘portate’
o/u corre [‘korrə] ‘corre’ currite [kur‘ritə] ‘correte’
Centralizzazione / centripeto
e/ə cresce [‘kreʃʃə] ‘cresce’ [krəʃ‘ʃɛttəmə] ‘crescemmo’
Qua sopra sono esemplificate alternanze dovute allo spostamento
d’accento che produce innalzamento o la centralizzazione che in
napoletano pressoché assumono posizioni postoniche, per le vocali diverse
da [a].
2) Indebolimento vocalico in inglese:
Gli effetti dell’indebolimento sono molto più evidenti in inglese, in cui le
diverse vocali possibili nelle sillabe toniche, con accento primario o
secondario, in posizione atona si centralizzano trasformandosi nella vocale
indistinta, con la sola eccezione di [ɪ] che può comparire anche in posizione
atone.
a. [ˌfəʊtəˈɡɹæfɪk] photographic ‘fotografico’
b. [fəˈtɒɡɹəfi] photography ‘fotografia’
Si noti che la parola in a. ha due sillabe accentate, la terza sillaba che è
accentata principalmente diventa atona in b. con conseguente riduzione
vocalica, perché la parola in b. è accentata sulla seconda sillaba.
- Indebolimento consonantico, detto anche lenizione
È un tipo di cambiamento per cui un segmento si trasforma in un altro
segmento caratterizzato da minore forza articolatoria. La lenizione dunque
produce suoni caratterizzati da una maggiore apertura.
E quindi trasforma un segmento in un altro posto più in basso nella scala di
forza (e più in alto in quella di sonorità), fino ad arrivare, nei casi più
accentuati, alla vocalizzazione (cioè alla perdita totale di costrizione), o alla
cancellazione del segmento.
1) Il passaggio diacronico dal latino, fino ad arrivare alla varietà portoricana
di spagnolo:
lat. aqua > sp. ant. agua > sp. mod. /aɣwa/ > sp. port. /awa/
2) La gorgia toscana: un caso di lenizione (che fa parte dell’assimilazione
non dovuta alla coarticolazione) frequente nella pronuncia delle varietà
toscane occidentali oltre all’effetto più tipico della spirantizzazione:
a. [la ‘hɔsa] b. [la ‘ɔsa] ‘la cosa’
3) La lenizione delle occlusive sorde delle varietà italiane e dialettali centro-
meridionali, che produce segmenti occlusivi ma parzialmente sonorizzati.
[ˈpɔk̬o] ‘poco’
[la ˈp̬asta] ‘la pasta’
[ˈli̬ tro] ‘litro’
4) La lenizione riguarda la /t/ dell’inglese è legata alla posizione dell’accento.
In inglese, le occlusive sorde sono generalmente aspirate in posizione
prevocalica in sillaba accentata.
Ad esempio, pipe [ˈphaɪp], tape [ˈtheɪp], cup [ˈkhʌp]
Se un’occlusiva alveolare si trova in posizione intervocalica in sillaba
atona, si trasforma in un suono detto [ɾ], cioè un suono molto più debole di
[t]. L’esempio di sotto riporta questo tipo di lenizione sensibile allo
spostamento dell’accento.
Ad esempio, italian [ɪˈthælɪən], Italy [ˈɪɾəlɪ]
2. Fenomeni di rafforzamento
Sono quelli per cui un suono si modifica spostandosi più in alto nella scala di forza.
1) Rafforzamento delle sibilanti davanti alle liquidi e le nasali (dalla fricativa
all’affricata)
Un caso di rafforzamento riguarda la sibilante che segue consonanti liquide e
nasali nella pronuncia diffusa nelle varietà centro-meridionali italiane, in cui la
fricativa diventa affricata. Il rafforzamento delle sibilanti è un regolare fenomeno
di assimilazione, dovuta alla coarticolazione: il contatto alveolare della
consonante precedente si trasferisce alla sibilante.
in[ts]ieme ‘insieme’ un [ts]orso
fal[ts]o ‘falso’ il [ts]ale
cor[ts]a ‘corsa’ per [ts]apere
2) Rafforzamento verificatasi in diacronia dal latino all’italiano
È il passaggio dal latino maior all’italiano maggiore, in cui l’articolazione della
semivocale [j] si chiude fino all’affricata [dʒ]
3) Rafforzamento, oltre che nella chiusura, può consistere nella desonorizzazione. Ad
esempio, la desonorizzazione delle occlusive è uno dei processi consonantici che
hanno portato il tedesco a differenziarsi dalle altre lingue germaniche, come si
vede confrontando l’inglese daughter con il tedesco Tochter ‘figlia’.

2.4. Cancellamento e aggiunta dei segmenti


In alcuni casi, i cambiamenti fonologici portano alla creazione o alla cancellazione di
intere segmenti. Questi fenomeni sono spesso motivati da dissimilazione o
assimilazione, e rafforzamento o indebolimento, e sono perciò strettamente intersecati
con questi processi.

1. Cancellazione
La cancellazione è ovviamente un fenomeno di indebolimento. Come ad esempio,
per quanto riguardo le consonanti, la lenizione della gorgia toscana e quella delle
occlusive sorde dei dialetti centro-meridionali che produce segmenti occlusivi ma
parzialmente sonorizzati, sono esempi di cancellazione come stadio estremo di un
processo di indebolimento.
1) Sincope
È la cancellazione di vocali interne alla parola.
Ad esempio, in alcuni dialetti emiliano-romagnoli, come in morbda
‘morbida’, femna ‘femmina’.
È un fenomeno osservabile anche in inglese, ad esempio, [ˈɹef(ə)ɹəns]
reference, [ˈsɛp(ə)ɹət] separate
2) Elisione
La cancellazione di vocale atona finale davanti a una vocale
In italiano l’elisione è regolare per specifiche classi di parole, come gli
articoli e i dimostrativi, ad esempio quest’opera; mentre negli altri è limitata
da condizioni fonologiche complesse;
Altre esempi di elisione possibile/opzionale, come camminav(o) all’aperto,
eran(o) andati;
In alcune varietà dialettali, come nel fiorentino tant amici.
3) Troncamento
È un fenomeno di cancellazione di vocale finale che consiste nella
cancellazione facoltativa di una [e] o una [o] finale non accentata davanti a
parola che comincia per consonante, ad esempio andar via, professor
Bianchi.
NB. Non è un fenomeno fonologico puro, ed ha diverse limitazioni
morfologiche e lessicali.
4) Degeminazione vocalica
È il fenomeno che porta alla perdita di uno dei due segmenti vocalici adiacenti
identici.
Come ad es., parlav(a) ancora, andarc(i) insieme;
5) Scempiamento (degeminazione consonantica)
È il fenomeno che porta alla perdita di uno dei due segmenti consonantici
adiacenti identici.
Si può osservare diacronicamente nel passaggio di lingue che ha
consonanti doppie a lingue che non ne hanno:
Ad es., nel greco classico /alˈla/ > al greco moderno /aˈla/ ‘ma’
Ad es., dal latino tardo e italiano notte al dialetto veneto note
Sincronicamente osservando:
Ad es., in vari dialetti italiani che non ammettono la geminata [rr]
intervocalica
Ad es., in qualche dialetto toscano tera ‘terra’, ur rospo > u rospo ‘un rospo’
(assimilazione di nasale)
6) Coalescenza
È un fenomeno particolare di diminuzione del numero dei segmenti, che è il
prodotto di un’assimilazione reciproca (in cui i due segmenti si assimilano
l’uno all’altro fondendosi in un terzo suono, che ha la proprietà di entrambi)
Fenomeno osservabile in inglese,
Ad es. tra parole, could you [ˈkʊdʒ uː] invece di [ˈkʊd juː]
Ad es. all’interno della parola, fusion [ˈfjuːʒən] invece di [ˈfjuːzjən]
7) Monottongazione (coalescenza vocalica)
In cui i due segmenti di un dittongo vocalico si fondono in un’unica vocale
intermedia.
Come nel passaggio dal latino aurum all’italiano oro;
2. Aggiunta dei segmenti
È il processo inverso alla cancellazione, cioè l’aggiunta dei segmenti, può
riguardare sia consonanti che vocali.
1) Inserzione/epentesi
L’inserzione delle consonanti può avere cause puramente articolatorie,
come nel caso di sporadiche pronunce del tipo is[d]raele israele (in cui
l’occlusiva è un effetto secondario dell’articolazione delle due alveolari)
un altro caso osservabile in inglese, ovvero intrusive /r/, come in idea(r) of
it, law(r) and order (che consiste nell’inserimento di una vibrante tra una
vocale non alta in posizione finale di una parola e una vocale successiva)
2) Geminazione/raddoppiamento
Un altro tipo di inserzione consonantica, che riguarda la consonante iniziale
di una parola che diventa geminata in specifiche condizioni.
Osservabile nel toscano e in altre varietà italiane centro-meridionali,
ad es., nel fiorentino arriverà [dd]omani, dove [vv]ai
3) Inserzione delle vocali
Può verificarsi in varie posizione della parola, e risponde in genere
all’esigenza di modificare sequenze consonantiche non ammesse in una
lingua.
L’inserzione/epentesi si osserva in pronunce italiane sporadiche, come
p[i]sicologo, o in pronunce dialettali del toscano come stoppe.
In altri casi l’inserzione vocalica ha un’applicazione più sistematica, tipo
in spagnolo, i gruppi /sC/ (C indica qualsiasi consonante) non compaiono mai
all’inizio di una parola, e le parole derivanti da basi con /sC/ iniziale diventa
/esC/.
Ad es., escuela, estrella
L’impossibilità di /sC/ non è solo una restrizione nella fonologia dello
spagnolo, che come tale si manifesta anche nelle parole di nuova
introduzione di origine straniera, e tende a estendersi anche alla
pronuncia di lingue straniere provocando l’inserzione vocalica
Come nella parola derivante dall’inglese estress,
o nella pronuncia delle parole italiane esportivo, escuela;

Capitolo III. I Elementi Soprasegmentali


3.1. La fonologia non segmentale
1. Definizione degli elementi soprasegmentali
Oltre alle consonanti e vocali, altri elementi che contribuiscono a determinare la
forma sonora degli enunciati; tali elementi, proprio perché sono caratteristiche
non intrinseche dei singoli segmenti, ma si manifestano al di sopra del livello
segmentale, sono definiti soprasegmentali.
2. Lo studio degli elementi soprasegmentali
La distinzione tra elementi segmentali e quelli soprasegmentali, che è impossibile
alla percezione umana, è effettivamente attuabile attraverso l’utilizzo di strumenti
di software per l’analisi fonetica acustica che sono in grado di separare le diverse
componenti del segnale sonoro e in tal modo anche di ricreare un parlato
deprivato delle caratteristiche soprasegmentali.
3. Manifestazione della componente soprasegmentali nella competenza
linguistica dei parlanti nativi
La componente soprasegmentale fa piena parte della competenza linguistica dei
parlanti nativi:
1) Le caratteristiche soprasegmentali hanno un ruolo evidente nel determinare
l’accento straniero, e sono tra quelle particolarmente resistenti e difficili da
controllare.
2) I processi di acquisizione fonologica per i bambini della lingua ci dicono
qualcosa sull’esistenza di una componente fonologica soprasegmentale:
nei bimbi che si trovano allo stadio prelessicale dell’acquisizione, si può
spesso osservare una fase in cui vengono prodotte sequenze sonore
perfettamente riconoscibili come enunciati della madrelingua (per quanto
riguarda le caratteristiche soprasegmentali), ma privi di contenuto segmentale
differenziato: un flusso sonoro in cui sono ben evidenti le variazioni di durata,
accento e intonazione, ma non sono riconoscibili consonanti e vocali.

3.2. La durata
1. Definizione della durata
La durata dei suoni che formano un enunciato, cioè il tempo che passa dal
momento iniziale a quello finale della loro articolazione.
È una qualità indipendente dal contenuto segmentale, poiché gli elementi
determinanti per la durata segmentale non sono le caratteristiche intrinseche dei
suoni.
2. I fattori che determinano la durata dei suoni
- La velocità del parlato:
Maggiore è il numero di parole pronunciate in un’unità di tempo, minore è
la durata media dei segmenti
La velocità dell’elocuzione può variare molto, in funzione del parlante e
della situazione in cui avviene l’atto linguistico; ciò rende impossibile
quantificare una durata standard dei segmenti.
- Le variabili fonologiche sistematiche
1) L’accento – fattore principale
Le sillabe accentate, in particolare le vocali, si estendono maggiormente
nel tempo.
- La struttura dell’enunciato: allungamento finale
Nella parte finale dell’enunciato e di altri costruenti prosodici la velocità di
elocuzione tende generalmente a diminuire.
3. Lunghezza fonologica come proprietà relazionale
- La lunghezza fonologica non è una grandezza assoluta, e non è
quantificabile; si tratta piuttosto di una proprietà relazionale, che si esprime
solo nel rapporto e nella differenza tra i suoni
- Le distinzioni della lunghezza possono riguardare:
- Le consonanti
- Le vocali
- E più raramente entrambi i tipi di segmento
- Lunghezza fonologica in alcune lingue
1) Italiano
Es. Per quanto riguarda le consonanti nell’italiano
ha un’opposizione di lunghezza per le consonanti intervocaliche (segnalata
anche nella scrittura) che è distintiva, cioè ha la stessa capacità dei fonemi
di distinguere tra loro le parole.
cane canne
fato fatto
Questo fenomeno è esemplificato dalle coppie minime nelle parole riportate
sopra, in cui la distinzione è dovuta al fatto che nella seconda parola la
consonante è lunga o geminata.
Es. Per quanto riguarda le vocali nell’italiano
La situazione è diversa, in quanto esiste una differenza fonologica
sistematica non accidentale tra vocali lunghe e brevi, ma tale differenza non
ha valore distintivo:
- Le vocali lunghe si trovano in sillabe accentate e aperte (non
terminanti con una consonante e in posizione finale di parola):
la /a/ in fato > la /a/ in fatto o bontà
2) Le lingue in cui la lunghezza vocalica è distintiva
- Tailandese: il contrasto di lunghezza produce coppie minime
3) Le lingue in cui la distinzione di lunghezza è correlata a una differenza
di qualità: perché le vocali brevi sono anche più centralizzate rispetto
alle corrispondenti vocali lunghe
- Inglese:
a. /ɪ/ /iː/ [bɪt]bit [biːt]beat
/ʊ/ /uː/ [fʊl]full [fuːl]fool
- Tedesco:
b /ʏ/ /yː/ [hʏtə]Hütte ‘capanna’ [hyːtə] Hüte
. ‘cappelli’
/ʊ/ /uː/ [mʊs]Mus ‘mousse’ [muːs]muss ‘devo’
- Olandese:
c. /ɔ/ /oː/ [bɔt]bot ‘osso’ [boːt]boot ‘boot’
/ε/ /eː/ [bεd]bed ‘letto’ [beːd]beet ‘morso’
4) La correlazione tra lunghezza e qualità nell’evoluzione diacronica delle
lingue romanze:
Es. Dal latino all’italiano
Le vocali accentate lunghe latine /eː/ ed /oː/ corrispondono in generale
a /e/ ed /o/ in italiano
Le corrispettive brevi /ĕ/ ed /ŏ/ hanno avuto come esito italiano /ε/ ed /ɔ/
-Ciò dimostra che già nel latino volgare alla distinzione di lunghezza fi
accompagnava una differenziazione nel timbro vocalico, che ha poi
prevalso acquistando valore distintivo nel vocalismo romanzo.
- Siccome lunghezza e durata sono grandezze diverse, nella prospettiva
fonologica si assume semplicemente che le consonanti e le vocali lunghe
occupino una porzione di tempo doppia rispetto a quelle brevi.

4. Rappresentazione fonologica della lunghezza


Nella rappresentazione fonologica è possibile rendere conto del fatto che la
lunghezza è una proprietà relativa e non intrinseca dei segmenti, suddividendo la
rappresentazione stessa su due livelli:
1) Posizione temporali:
Questo primo livello è costituito dalla sequenza dei segmenti di tempo “X”
2) Contenuto fonetico corrispondente:
Su un ulteriore livello è rappresentato il contenuto fonetico corrispondente,
cioè l’insieme delle caratteristiche articolatorie e acustiche che costituiscono i
segmenti

3.3. L’accento
1. Definizione dell’accento
Può essere definito come il rilievo di una sillaba rispetto ad altre sillabe vicine
all’interno di una parola.

2. Struttura accentuale come struttura autonoma rispetto ai segmenti


L’accento, come la durata, è una caratteristica relazionale e non intrinseca ai
singoli segmenti, cioè indipendente dal loro contenuto fonetico.
La sua natura soprasegmentale è particolarmente evidente nelle lingue in cui
l’accento occupa una posizione fissa all’interno della parola, come ad esempio il
francese, in cui l’ultima sillaba è generalmente tonica indipendentemente dal
numero delle sillabe e dal tipo di segmenti che le compongono
In conclusione, nelle lingue ad accento fisso l’esistenza di una struttura
accentuale autonoma rispetto ai segmenti è particolarmente evidente, perché
lo schema accentuale resta lo stesso, indipendentemente dalla parola su cui si
applica.

3. Tre fattori correlati fonetici all’accento (i fattori che rendono saliente una
sillaba)
1) La maggiore durata
2) La maggiore intensità (il volume)
che dipende dall’ampiezza dell’onda sonora
3) La maggiore altezza tonale
che dipende dalla frequenza di vibrazione delle corde vocali

4. L’accento e l’accento musicale


Il confronto tra le lingue diverse mostra che l’accento non dipende dai tre fattori
sopramenzionati in ugual misura, e che in genere uno di essi prevale su gli altri.
- Per quanto riguarda l’italiano:
La differenza tra sillabe accentate e atone è dovuta in primo luogo alla durata,
mentre sono secondarie intensità e altezza tonale
- In altre lingue, come il giapponese:
il correlato predominante è l’altezza, le vocali accentate sono in genere più
acute di quelle non accentate; questo tipo di accento è detto musicale.

5. Lingue ad accento fisso e lingue ad accento mobile


1) Lingue ad accento fisso:
Per quanto riguarda la posizione, alle lingue ad accento fisso (che includono
ad esempio il turco e il francese, in cui le parole sono accentate sull’ultima
sillaba, o il polacco, con parole accentate sulla penultima, o l’ungherese, con
parole accentate sulla prima)
2) Lingue ad accento mobile
Come l’italiano, o l’inglese, o il latino. In genere, la mobilità non corrisponde
a una totale libertà di posizione, e nella maggior parte delle lingue l’accento è
limitato alle due o tre sillabe finali della parola.
- Limitatezza della posizione mobile
In molte lingue, ad es., l’accento di parola può cadere su una delle tre
sillabe finali, ma non può mai stare in una posizione che precede la
terzultima sillaba; questo vale anche per l’italiano, a parte il caso delle
forme verbali sulla quartultima, come màcinano, pettinano.
Se l’accento occupa una posizione fissa, esso ovviamente non può assumere
funzione distintiva.
- Posizione libera prevedibile
Ad es., in latino, l’accento può stare sulla penultima o terzultima, ma la
posizione dell’accento è prevedibile perché dipende dalla struttura della
penultima sillaba: L’accento cade sulla penultima sillaba se questa contiene
una vocale lunga o se finisce con una consonante, mentre cade sulla
terzultima se la penultima finisce con una vocale breve
a. refĭcit b. refīcit c. refĕctus
- Posizione libera non prevedibile
La posizione è libera, ma all’interno dei limiti appena citati, come
nell’italiano.
- Funzione distintiva dell’accento mobile.
Nelle lingue ad accento mobile è possibile che alcune parole si differenzino
solo per la posizione dell’accento.
Ad es. in italiano
Almeno in parte l’accento è mobile nell’ambito delle tre sillabe finali, e da
questo deriva una sua capacità distintiva, in quanto sono possibili contrasti
come àncora/ancóra, pàrti/partì, càpito/capìto/capitó.
Quindi in una lingua come italiano, la posizione della vocale deve essere
specificata nella rappresentazione lessicale della parola, perché non può
essere predicibile sulla struttura delle sillabe.
Nonostante ciò, la posizione dell’accento è in parte correlata alla struttura
sillabica: se la penultima sillaba finisce con una consonante, l’accento non
può cadere sulla terzultima. Le eccezioni a questa eccezionalità sono
pochissime, e tra queste l’unica parola largamente diffusa è màndorla, oltre
a alcuni toponimi Tàranto, Lèvanzo.

6. Accento primario (acuto) e accento secondario (grave)


1) Accento primario acuto
La presenza di un accento primario o principale è in generale una proprietà
fonologica caratteristica della parola (e, come abbiamo visto, in lingue come
italiano esso è definito lessicalmente.)
L’accento primario spesso è obbligatorio e dotato di una posizione fissa nella
parola, soprattutto nell’italiano.
2) Accento secondario grave
Nelle parole plurisillabiche, oltre all’accento primario, è spesso possibile
individuare un accento secondario. La presenza di accenti secondari risponde
all’esigenza di adeguare le forme fonologiche a una struttura ritmica ideale in
cui le sillabe forti si alternano regolarmente con le sillabe deboli (atone)
Nell’italiano,
- l’accento secondario ha una certa libertà di posizione. Una parola come
astronomia, può ricevere un accento secondario sulla prima o sulla seconda
sillaba (àstronomìa, o astrònomìa);
- Gli accenti secondari sono spesso assenti nel parlato veloce.
- Non essendo una proprietà lessicale della parola, i secondari spesso
risentono anche della struttura ritmica dell’enunciato.
- Il secondario in italiano non consente distinzione lessicale (sono invece
determinate dall’accento primario)

7. Struttura ritmica all’interno di un enunciato 略

3.4. L’altezza tonale


1. Lingue ad accento musicale e lingue tonali
Lingue tonali sono lingue in cui l’altezza tonale è usata in modo più complicato,
ed ha funzione distintiva, ad es., diverse varietà di cinese, il tailandese, il
vietnamita, lo yoruba, il pirahã (parlato nella zona amazzonica)

2. Toni
Nelle lingue tonali, le variazioni di altezza sono una proprietà lessicale, che come
tale fa parte della forma fonologica delle singole parole, e sono utilizzate a fini
distintivi.
1) Definizione dei toni
Nelle lingue tonali, una sillaba può essere realizzata con diversi gradi di
altezza, detti appunto toni.
2) Diversi sistemi tonali:
- Sistema tonale basato su due livelli:
- Sistema tonale basato su più livelli e toni modulati (presenti soprattutto
nelle lingue asiatiche)
I toni modulati possono essere:
- ascendenti
- discendenti
- ascendenti-discendenti
- discendenti-ascendenti
3. Intonazione
La modulazione dell’altezza tonale è una caratteristica più generale del parlato in
tutte le lingue: ogni enunciato presenta un profilo musicale, dato dal susseguirsi
dei toni più alti o più bassi, che è detto intonazione.
1) Proprietà soprasegmentale
Anche l’intonazione è una proprietà soprasegmentale, unità fonologiche
autonome rispetto sia ai segmenti sia alle singole parole
Ad es., mettendo a confronto due frasi interrogative Esci? e Eri al telefono
con tua madre? che possono essere pronunciate con più o meno la stessa
intonazione, questo ci mostra la natura soprasegmentale dell’intonazione: cioè
lo stesso tipo di profilo intonativo è applicato a enunciati di diverso contenuto
e diversa estensione.
2) Non proprietà fonologica
A differenza dei toni, l’intonazione non è una proprietà fonologica della
parola, quindi non utilizzata per la distinzione di significato lessicale.
Dall’altra parte, la distinzione del significato complessivo delle frasi può
essere affidato al profilo intonativo
dichiarativa/imperativa interrogativa
Vieni. Vieni?
Ha parlato con tua madre. Ha parlato con tua madre?
3) Funzione distintiva al livello frasale
- Elemento che caratterizza le frasi interrogative rispetto alle corrispettive
dichiarative
- Può inoltre segnalare il rilievo assunto da un costituente in contrasto con gli
altri costituenti della frase.
a. Che cosa hai perso? Ho perso il disco di mio fratello.
b. Hai perso il libro di tuo fratello? Ho perso il disco di mio fratello.
In (b), il costituente sottolineato ha nella frase un rilievo dovuto al contrasto
con un altro costituente (il libro), contenuto nella domanda. Il rilievo è
realizzato fonologicamente per mezzo di un profilo intonativo diverso,
caratterizzato da una maggiore escursione tonale. In questo senso, pur non
avendo influenza sul significato lessicale, l’intonazione contribuisce a
determinare il tipo di info. trasmessa dalla frase.

Capitolo IV. La struttura fonologica


4.1. La rappresentazione fonologica
1. Restrizioni fonotattiche
La fonologia di ciascuna lingua è organizzata anche dal modo in cui i suoni si
susseguono all’interno delle parole, i cui criteri, detti regole o, più
propriamente restrizioni fonotattiche.
Le restrizioni fonotattiche definiscono le sequenze segmentali possibili. Per
quanto riguarda le sequenze lineari di consonanti e vocali, le restrizioni
fonotattiche interessano i segmenti in quanto parte di una struttura; quello che
conta è la posizione dei segmenti all’interno dei gruppi di cui fanno parte,
come la sillaba e la parola.
- Per quanto riguarda in generale italiano, le restrizioni fonotattiche
stabiliscono:
che non sono ammessi i gruppi di occlusive come [pt] o [kt];
che in una sequenza di tre consonanti l’ultima può essere solo una liquida,
come ad es. in str, spl;
che in posizione finale di parola non possono comparire consonanti
ostruenti;
che una sequenza di tre consonanti è possibile solo se la seconda e la terza
consonante fanno parte della stessa sillaba, come si vede nelle parole altro,
completo.
- Per quanto riguarda le altre lingue:
Sono ammessi i gruppi di occlusive come [pt] o [kt], comuni nell’inglese
(chapter, factor) o nel francese (compter ‘contare’, acteur ‘attore’)
2. Due aspetti dell’organizzazione fonologica (ovvero la competenza fonologica)
1) Aspetto statico:
rappresentato da la forma tipica, determinata dalle restrizioni fonotattiche,
dei morfemi e delle parole di una lingua
2) Aspetto dinamico:
rappresentato dai fenomeni di cambiamento che i suoni subiscono
3) Effetti in parte coincidenti:
Ad es., in italiano la sequenza /np/ non può trovarsi all’interno di un
morfema, e nel caso di contatto tra due morfemi o due parole è modificata
attraverso una regola di assimilazione
/in/ + /parziale/ i[m]parziale
/in/ /punta/ i[m] punta

3. Fattori determinanti della forma fonologica


Nell’insieme, quindi, la forma fonologica degli enunciati è determinata da:
- I segmenti che essi contengono
- Proprietà esterne ai segmenti
1) Durata
2) Altezza tonale
3) Rapporti di prominenza
4) Restrizione fonotattiche
4. Struttura prosodica:
Le proprietà esterne rivelano l’esistenza di una struttura fonologica non
segmentale, detta prosodica, i cui costituenti sono gruppi più grandi dei
segmenti.
5. Articolazione della competenza fonologica
1) inventario segmentale
2) conoscenza dei rapporti fra segmenti all’interno della struttura prosodica

4.2. Teorie lineari e teorie multilineari


1. Teorie lineari
Il classico modello lineare della rappresentazione fonologica è quello
elaborato in Chomsky e Halle [1968], un testo fondamentale della fonologia
generativa. Questo tipo di rappresentazione è affidato alle regole fonologiche.
- Regole fonologiche
Attraverso le regole un processo fonologico è definito come il
cambiamento, che può esistere anche nella cancellazione e nell’inserzione,
di uno o più tratti di un segmento che si trova in un determinato contesto.

-
la cancellazione di una consonante ostruente in posizione finale di parola

la sonorizzazione di /s/ prima di consonante sonora

-
l’accettazione della vocale che precede il suffisso –ic per la formazione di
aggettivi in inglese, come in démon/demònic

- La capacità illimitata e la debolezza delle regole fonologiche


1) La capacità illimitata: le regole sono in grado di rappresentare, tramite gli
stessi strumenti, sia i fenomeni osservabili nelle lingue naturali, sia
fenomeni inosservati o implausibili
2) Dalla capacità illimitata stessa deriva il fatto che le regole non distinguano
tra processi frequenti e processi sporadici, tra fenomeni puramente
fonologici e fenomeni condizionati da elementi fonologici e fenomeni
condizionati da elementi morfologici o lessicali. In altri termini, queste
regole possono descrivere qualsiasi fenomeno fonologico, ma non può
dirci niente sul perché certi fenomeni e non altri ricorrano nelle lingue
naturali.
3) Un’altra limite delle regole lineari è che esse non sono in grado di cogliere
il fatto che la maggior parte dei fenomeni fonologici coinvolge segmenti
vicini fra di loro
4) La debolezza sta nella loro arbitrarietà, ovvero nel fatto che la loro
applicazione non può essere ristretta ai fenomeni che si riscontrano
effettivamente nelle lingue.

2. Teorie non lineari


- Un elemento comune alle teorie non lineari:
è il concetto che i segmenti e le proprietà non segmentali rispondano a principi
organizzativi diversi e debbano essere tenuti separati nella rappresentazione
fonologica.
- Caratteristica autosegmentale

i toni, semplici o modulati, sono forme fonologiche autonome che compaiono


in associazione a segmenti, in particolare a vocali, questo è osservabile:
1) Non solo nel fatto che schemi tonali diversi possono corrispondere a una
stessa sequenza segmentale, come in (5)
2) Ma anche nel fatto che la corrispondenza toni – segmenti non è
necessariamente uno a uno e che sono osservabili fenomeni di diffusione
di una caratteristica tonale da una vocale a un’altra vocale contenuta in una
sillaba adiacente (una sorta di assimilazione tonale), come ad es. in (6)
È evidente come i tratti segmentali siano inadatti a rendere conto dei fenomeni
tonali e come la rappresentazione dei toni come entità autonome rispetto ai
segmenti colga la vera essenza dei fenomeni. È questa la caratteristica
autosegmentale della rappresentazione non lineare.
3. Rappresentazioni multilineari
- Inclusività delle rappresentazioni multilineari: sono rappresentati su assi
diversi
1) contenuto fonetico dei segmenti
2) durata
3) ruolo del segmento nella sillaba
4) rapporti di prominenza (che si manifestano ad es. nell’accento)
5) tutte le proprietà prosodiche
- Soluzione dei problemi insiti delle rappresentazioni lineari
1) La natura ibrida dei tratti fonologici, alcuni dei quali codificano info.
prosodiche e relazionali invece che segmentali e assolute
2) L’arbitrarietà delle regole

4.3. Il livello segmentale


1. Definizione del cosiddetto ‘scheletro’
Lo scheletro è un elemento fondamentale della rappresentazione fonologica
non lineare che consiste di una sequenza di unità, che rappresentano le unità
segmentali invece delle caratteristiche fonetiche e prosodiche dei segmenti
stessi.
Inoltre lo scheletro costituisce il cardine dell’organizzazione fonologica, al
quale sono affiancati altri livelli di rappresentazione disposti su assi paralleli,
su cui sono rappresentate le diverse proprietà dei segmenti.
2. Assi di rappresentazione
1) L’asse del contenuto fonetico
2) L’asse temporale (l’asse del ‘×’, simbolo che corrisponde a porzioni di
tempo), su cui si rappresenta le proprietà di lunghezza dei segmenti e degli
interi enunciati, ovvero asse della posizione dei segmenti all’interno della
sillaba e dei costituenti prosodici superiori
3) Assi di caratteristiche fonetiche non intrinseche ai segmenti (ad es. asse dei
toni per lingue tonali)

4) Esempi di rappres. dei fenomeni che coinvolgono le consonanti


In (7) è mostrato lo scheletro e il contenuto fonetico ad esso associato
delle parole fato e fatto. La lunghezza dei segmenti è espressa nel modo
tipico delle rappresentazioni non lineari: un certo contenuto fonetico, in
questo caso l’occlusiva alveolare [t], è associato a una o due porzioni
dello scheletro.
In questo modello l’unità segmentale è quindi rappresentata su due livelli
sincronizzati, l’asse temporale e l’asse del contenuto fonetico, che
specificano rispettivamente le caratteristiche quantitative e le
caratteristiche fonetiche dei segmenti

In (8) sono illustrate diverse modalità di associazione tra asse temporale e


asse fonetico.
In (8b) si trovano i segmenti detti ‘a contorno’, come le consonanti
affricate o i dittonghi, ovvero unità caratterizzate da un contenuto fonetico
che muta durante un’articolazione che si sviluppa in due fasi successivi.

In (9) è data una rappresentazione autosegmentale del processo di


assimilazione delle nasali rispetto al luogo di articolazione, che
corrisponde al passaggio [np] > [mp]. La rappresentazione è semplificata
in quanto vengono considerate solo le due caratteristiche fonetiche
rilevanti, espresso con i tratti [nasale] e [labiale]. La linea tratteggiata
indica la diffusione dinamica di un tratto da una posizione × a una
adiacente, che esprime l’acquisizione della labialità da parte della nasale è
possibile solo se la labialità è immediatamente disponibile nel contesto.

La diffusione di materiale fonetico fra posizioni strutturalmente non


adiacenti è infatti impossibile, formalmente espresso da (10) con ‘*’ il
divieto di incrociare linee di associazione.
In altri termini, è la stessa rappresentazione a porre in una relazione
necessaria tra il fenomeno con il contesto in cui esso ha luogo,
offrendo una soluzione ai problemi di arbitrarietà.

Diversamente da quanto rappresentato da (9) che indica un processo


dinamico del cambiamento del suono, (11) dimostra il carattere statico del
nesso /mp/ attraverso una linea non tratteggiata che indica associazione
anziché la diffusione dinamica, cioè il fatto che in italiano, come in altre
lingue non compare il nesso [np] all’interno di morfema.
La (12) è una formulazione più generale di questo comportamento delle
nasali preconsonantiche, secondo la quale una nasale assume il luogo di
articolazione di una consonante seguente.
La separazione tra l’asse delle posizioni segmentali e quello del
contenuto fonetico consente una spiegazione molto naturale di diversi
tipi di assimilazione, osservabili anche nello sviluppo diacronico.

In (13) è illustrata l’assimilazione totale dei nessi di occlusive nel


passaggio dal latino all’italiano, come in nocte(m) > notte. La geminata
della forma italiana è dovuta alla diffusione dell’intero contenuto fonetico
dalla ‘×’ corrispondente alla seconda consonante della geminata alla ‘×’
precedente.
Casi come (13) sono dimostrazioni dell’autonomia della struttura
temporale dal materiale fonetico ad essa associato.

5) Esempi delle rappres. dei fenomeni che coinvolgono le vocali


- Monottongazione
È la riduzione di un dittongo (ovvero una sequenza di due vocali
appartenenti alla stessa sillaba) a un’unica vocale;
È un caso di monottongazione il passaggio dal latino /au/ all’italiano /ɔ/,
ad esempio tauru(m) > toro, causa(m) > cosa.
In (14a) è illustrato il passaggio au > o, vocale che consideriamo prodotta
dalla fusione degli elementi vocalici [A] e [U]. Il secondo passaggio
corrisponde all’abbreviazione della vocale da o > ɔ.

- Dittongazione
È il processo inverso, per cui una vocale, in genere lunga, si trasforma in
una sequenza di due vocali diverse;
Ne è un esempio il passaggio che ha portato dalla fase monovocalica
dell’inglese medio /æː/ al dittongo dell’inglese moderno /eɪ/ in parole
come sane, mate.

La (14b) è la dittongazione æː > eɪ, la forma di partenza è costituita


dall’insieme [A I] (in cui A è l’elemento predominante) associata a due ×;
la forma di arrivo è il prodotto di un processo inverso nei rapporti di forza
interni al contenuto fonetico [A I] (in cui I è l’elemento predominante) e
di una diversa associazione all’asse temporale.

Conclusione: In termini autosegmentali, i fenomeni sono spiegati sulla


base di una correlazione esplicita tra fenomeno e contesto. In questa
prospettiva la monottongazione e la dittongazione consistono
sostanzialmente in un cambiamento nelle relazioni fra le posizioni
dello scheletro e l’asse del contenuto fonetico: il cambiamento non è
arbitrario ma determinato dalle caratteristiche stesse dei segmenti
coinvolti.

- Allungamento di compenso
1) L’allungamento di compenso si osserva frequentemente anche nella
variazione diacronica

Nel (5) riguardante le lingue germaniche, è descritta la cancellazione di


una nasale davanti a una fricativa e il conseguente allungamento
vocalico, talvolta seguito da dittongazione. Il fenomeno è illustrato
attraverso il confronto fra parole corrispondenti dell’inglese, lingua che
rappresenta la varietà innovativa, e del tedesco, in cui si osserva invece
la conservazione della nasale e delle vocali brevi.

2) Un altro fenomeno sincronico dell’allungamento di compenso,


osservabile nel parlato di turco, è rappresentato in: la posizione
temporale rimasta vuota in conseguenza della cancellazione della
fricativa labiodentale, si riassocia al contenuto vocalico della
posizione × precedente.

L’allungamento vocalico del (15) e (16) è determinato da un processo


di disassociazione e riassociazione. La caratteristica dell’allungamento
di compenso è che esso è causato da solo dalla cancellazione di
consonanti che occupano la posizione postvocalica nella sillaba e che
il segmento che subisce il cambiamento quantitativo è la vocale
precedente.
3) Mora:
I fenomeni di allungamento che riguardano specificamente la quantità,
come l’allungamento di compenso, dimostrano che la consistenza
temporale dei segmenti assume un valore diverso a seconda della
loro posizione all’interno della sillaba: lo stesso segmento, ad
esempio una [t], ha un ‘peso’ diverso nella sillaba a seconda che
preceda o segua la vocale (il nucleo).
In alcuni modelli fonologici, questo fatto è rappresentato
esplicitamente attraverso la mora μ, che è un’unità di peso sillabico.

In questo tipo di rappresentazione, non esiste un livello di posizioni


temporali ‘×’, e sul livello delle ‘μ’ sono rappresentate solo le unità
segmentali dotate di peso.
In (17) si può osservare che una vocale breve corrisponde a una mora,
cioè a una unità quantitativa, una vocale lunga ne corrisponde a due e
una consonante che segue il nucleo ne corrisponde a una; al contrario,
la consonante che precede il nucleo sillabico non ha peso, e non è
associata a nessuna μ.

4.4. La costituenza prosodica


1. La struttura prosodica:
Per spiegare certi fenomeni, come le condizioni fonotattiche o i fenomeni
legati al peso sillabico, non basta definire le caratteristiche dei segmenti, ma è
necessario anche considerare la loro posizione nella sillaba, cioè all’interno di
un gruppo di segmenti.
È necessario stabilire i principi e le condizioni che regolano i rapporti tra i
segmenti, o più precisamente tra le posizioni ‘×’ dello scheletro, e che
determinano la scomposizione degli enunciati in sottoparti che corrispondono
ai costituenti della struttura prosodica.
2. Due ragioni di motivazione fondamentali per i costituenti prosodici:
1) La prima motivazione è di tipo fonotattico, ed è quella che sta alla base
della sillaba
Gli enunciati sono costituiti dalla reiterazione di una sequenza
fondamentale che, nella sua forma più semplice, ha la struttura CV; tale
sequenza corrisponde al primo costituente della struttura prosodica, la
sillaba.
2) La seconda motivazione della costituenza prosodica sta nel fatto che le
unità che formano il flusso sonoro tendono a instaurare tra loro rapporti
asimmetrici, dovuti alla prominenza di un elemento rispetto agli altri,
dando luogo a un’alternanza di unità forti ed unità deboli.
- Piede:
il dominio formato da una sillaba accentata e dalle sillabe atone da questa
dipendenti corrisponde al costituente prosodico superiore alla sillaba, cioè il
piede.
- Parola fonologica
La parola fonologica è costituita dal piede che porta l’accento primario,
che è prominente sui piedi sede di accenti secondari.
3. Una proprietà specifica della fonologia
La struttura in cosituenti accomuna la fonologia ad altri componenti della
lingusitica, come la morfologia e la sintassi. La fonologia, però, è
caratterizzata da una proprietà specifica: la costituenza è rigorosamente
gerarchica.

4.5. La legittimazione fonologica


1. La definizione di legittimazione (licensing)
È una condizione necessaria perché le unità fonologiche possano esistere, cioè
essere interpretate foneticamente.
2. La testa del costituente:
A ogni struttura prosodica le unità che formano un costituente devono essere
legittimate da un’unità prominente, che è la testa del costituente.
3. Le caratteristiche di legittimazione
Il concetto di legittimazione coglie in termini formali due aspetti caratteristici
che riguardano i rapporti tra unità all’interno dei costituenti.
1) La caratteristica dell’implicazione
2) La proprietà che sta nel fatto che la testa può influenzare in vario modo le
unità che legittima, determinandone alcune caratteristiche.
4. Due forme della legittimazione
1) Legittimazione autosegmentale
La legittimazione autosegmentale si realizza nell’associazione fra le
posizioni temporali e l’asse fonetico.

In (19) è illustrata la legittimazione di [t]: la posizione ‘×’ legittima il suo


contenuto fonetico costituito da tratti monovalenti.
2) Legittimazione prosodica
La legittimazione prosodica si esprime orizzontalmente, e regola i rapporti
fra posizioni temporali.

In (20) è illustrata la legittimazione prosodica nella parola generale


Al livello più basso, la legittimazione è quella esercitata dal nucleo
sillabico sulla consonante precedente. Il nucleo è, infatti, l’unità che
legittima gli altri costituenti all’interno della sillaba.
Al livello del piede, i due nuclei accentati legittimano quelli atoni:
gèneràle ha un accento principale e un accento secondario.
Al terzo livello, nella parola, la testa è la ‘×’ corrispondente alla vocale
portatrice dell’accento primario: tale posizione, infatti, è l’unica che non
riceve legittimazione da altre.
5. Conclusione:
Nella struttura fonologica, la posizione forte di un dato costituente legittima le
posizioni forti dei costituenti inferiori, che a loro volta legittimano le posizioni
da loro dipendenti. Le relazioni che si determinano sono quindi di tipo
gerarchico.
4.6. La gerarchia prosodica
1. La costituenza prosodica, e con essa i rapporti di prominenza tra le posizioni
segmentali è una delle proprietà universali del linguaggio, ciò che varia è la
forma che essa assume nelle diverse lingue.
2. Due proprietà universali della costituenza prosodica
1) Sta nel numero e nel tipo di costituenti che formano la struttura fonologica
2) La sua struttura rigorosamente gerarchica
- Strict layer hyphthesis
- Designated terminal element

4.7. «Optimality theory (OT)»


1. Teoria dell’ottimalità:
riguardo alla natura della competenza fonologica e della variazione
interlinguistica OT propone ipotesi significativamente diverse da quelle che
abbiamo fin qui presentato, e a cui continueremo a fare riferimento in seguito.
2. Gli elementi fondamentali dell’Optimality Theory
1) Un concetto si basa sull’osservazione che nelle lingue naturali alcune
forme, o strutture fonologiche, sono universalmente preferite ad altre.
- Questo vale sia per i segmenti o le sequenze di segmenti, sia per la
struttura dei costituenti fonologici.
- Ad es.,
a) Le vocali orali sono preferite alle vocali nasali
b) Le vocali anteriori non arrotondate sono preferite a quelle arrotondate
c) Le consonanti occlusive sono preferite alle affricate
d) Le consonanti semplici sono preferite alle geminate
e) Per la sillaba, la struttura CV è preferita a V/CVC/CCV
f) Sempre per la sillaba, il piede bisillabico è preferito al piede monosillabico
g) Dal punto di vista tipologico, la preferenza si manifesta nel fatto che mentre in
tutte le lingue sono presenti le forme preferite, solo una parte ammette le forme
sfavorite: ad es., tutte le lingue hanno vocali orali, solo una parte ha vocali nasali
2) Un altro concetto fondamentale alla base di OT è una considerazione di
tipo funzionale, che riguarda la tendenza delle lingue a diversificare
quanto più possibile la forma fonologica dei morfemi e delle parole per
garantire la loro identificabilità.
La tendenza alla differenziazione opera nella direzione opposta rispetto
all’esistenza di preferenze fonologiche: se le preferenze non fossero tali
ma fossero le condizioni inviolabili le lingue sarebbero molto più simili tra
loro (per restare all’esempio precedente, nessuna lingua avrebbe vocali
nasali), e ciascuna di esse presenterebbe una varietà di forme fonologiche
molto minore.
3. Le restrizioni universali
Il componente fonologico analizza le forme fonologiche che fanno parte delle
rappresentazioni lessicali di ogni lingua. Tali forme sono soggette alla
pressione esercitata dalle due opposte tendenza della grammatica, che si
manifestano sotto forma di restrizioni universali:
- Da una parte le restrizioni che impongono le strutture universalmente
preferite (ad es. *‘vocali nasali’, *‘geminate’)
- Dall’altra le restrizioni che impongono la conservazione delle forme
lessicali e quindi dei contrasti che esse contengono.
In linea di principio, tutte le restrizioni sono violabili, ma in ciascuna lingua
alcune restrizioni sono sistematicamente, o frequentemente violate, mentre
altre non lo sono. Ogni lingua è caratterizzata da una gerarchia in cui le
restrizioni sono ordinate in base alla loro violabilità:
come ad es., in it. le restrizioni ‘*vocali nasali’ è di alto livello, è infatti
inviolata (nel senso che non ci sono vocali nasali in italiano), mentre
‘*geminate’ è una restrizione di basso livello
ad es., in fr. che ha le vocali nasali e non ha le geminate, l’ordine gerarchico è
inverso.

- Un esempio fittizio di una lingua immaginaria:


in questa presunta lingua il plurale dei nomi è ottenuto mediante l’aggiunta di
un suffisso ‘-to’; a un ipotetico singolare /pat/, corrisponderebbe il plurale
/pat+to/.
Supponiamo che in questa lingua la restrizione ‘*geminate’ sia di alto livello e
che prevalga sulla restrizione ‘identità lessicale’ (che impone l’inalterabilità
della forma lessicale): il risultato dell’elaborazione da parte del componente
fonologico sarà una forma senza geminata, come /pato/
Se la lingua ha una gerarchia delle restrizioni inversa, il risultato sarebbe

/patto/

Capitolo V. La Fonologia all’interno della Parola


5.1. La Sillaba
1. Definizione della sillaba:
- la sillaba è un insieme di segmenti che contiene un nucleo, una parte che
precede il nucleo detta incipit o attacco, e una parte segue il nucleo, la
coda;
- la sonorità dei segmenti che compongono una sillaba:
è crescente dall’incipit al nucleo
e decrescente dal nucleo alla coda
2. Scala di sonorità:
vocali > semiconsonanti > liquide > nasali > Sonore
fricative
sorde
> Sonore
affricate
sorde
> occlusive
Sonore sorde
Nel grafico (2) è riportata la sonorità dei segmenti che compongono la parola
trasparenza, i valori da 1 a 7 rappresentano le sette classi individuate dalla
scala di sonorità. Nel grafico sono ben evidenti i quattro picchi di sonorità in
corrispondenza dei nuclei sillabici: trasparenza è infatti un quadrisillabo. Si
può anche osservare che il profilo di sonorità rispecchia la definizione di
sillaba che abbiamo appena dato.
Si noti che il comportamento della [s] preconsonantica, che, in base alle regole
della sillabificazione ortografica dell’italiano, siamo abituati a considerare
come parte dell’incipit e che invece mostra in (2) le prerogative della coda.
In tutte le lingue una sequenza come [tra] corrisponde a incipit-nucleo e una
sequenza come [nta] o [rta] corrisponde a coda-incipit-nucleo.
3. criteri per la sillabificazione
1) profilo della sonorità (es. di sopra)
vocali

semiconsonanti
2) requisito universale dell’incipit massimo:
liquide
l’andamento di sonorità non è sufficiente per
nasali
affricative spiegare la divisione in sillabe in sequenze del tipo
affricate CVCV, ad es. nella parola italiana patata; in questi
occlusive
casi la sillabificazione risponde a un altro requisito
universale, quello dell’incipit massimo, in base al quale i segmenti
compresi fra le due nuclei fanno sempre parte dell’incipit se ciò è
possibile, cioè quando è rispettato il profilo di sonorità.
Una conseguenza di questo requisito è che una singola consonante tra
due vocali appartiene sempre all’incipit, e la sillabificazione *at.a è
impossibile (‘.’ indica il confine di sillaba).
Questo requisito determina la condizione che regola l’esistenza di una
coda: in una sequenza di segmenti tra due nuclei, ci può essere una coda
solo se c’è un incipit, come in an.ta.
3) L’interazione fra il profilo di sonorità e il requisito dell’incipit massimo
determina la sillabificazione in sequenze come a.ta, a.tra, an.ta, an.tra,
per le quali sono impossibili suddivisioni diverse.
6. Composizione delle sillabe e i cui principi universali
1) Alcune condizioni particolari: in cui certi requisiti di base vengono violati
- Una delle cause di tali violazioni sono i processi di formazione della parola, che a
volte producono forme che non rispettano le condizioni fonologiche generali.
- Es. ne è un esempio le geminate in inglese:
Le parole dell’inglese non contengono generalmente geminate;
nonostante la scrittura, infatti, le consonanti nelle parole in (a) sono
brevi; la geminata compare però nelle parole formate con il suffisso un-
in (b):
a appal[p] b unnatural[nn]
attic[t] unnecessary[nn]
office[f]
inning[n]
innocuous[n]
Le forme in (b) violano una restrizione che è invece rispettata nella
maggior parte delle parole, e che può a buon diritto essere considerata
una proprietà fonologica dell’inglese.
- Per quanto riguarda l’italiano, l’irregolarità sillabica è un problema inesistente,
perché le restrizioni sulla struttura della sillaba sono rispettate senza violazioni nelle
diverse posizioni della parola, indipendentemente dalla sua struttura morfologica, e
generalmente anche nei contesti frasali.
2) Le proprietà universali della sillaba:
- Il nucleo è l’elemento universalmente obbligatorio
- Un incipit può esistere solo se c’è un nucleo
- La stessa condizione vale per il segmento che segue il nucleo: la presenza
di una coda implica un nucleo
3) Nucleo sillabico: contiene generalmente vocali
In alcune lingue, sempre in osservanza del requisito di sonorità, può far
parte del nucleo un segmento consonantico, purché sia tra quei posti più
alti della scala di sonorità; questo si osserva nell’inglese little [ˈlɪtl] o nel
croato Trst [trst] (la sottolineatura indica che tale segmento è sillabico).
Nel caso più generale, in cui il nucleo contiene una vocale, questa può
essere lunga o breve; i segmenti vocalici sono due nei casi di nuclei
dittongati, come nell’inglese late [eɪ], nose [əʊ]
4) Sillaba basica: è quella costituita da una consonante di incipit e un nucleo.
La considerazione principale a questo riguardo è di natura tipologica: la
sillaba CV è presente in tutte le lingue, e in qualche è l’unico tipo
possibile. Questo dato è anche coerente con osservazioni provenienti
dall’ambito dell’acquisizione e da quello delle patologie del linguaggio,
che indicano chiaramente la sequenza CV come la struttura sillabica più
semplice: vari processi di semplificazione sillabica, osservabili nelle prime
produzioni linguistiche dei bambini o negli adulti in presenza di deficit
fonologici, portano alla trasformazione di sequenze sillabiche di vario tipo,
ad es. V, (C)VC, CCV, nella struttura fondamentale CV, ad es. in forme
come [ˈobora] ‘ombra’ o [doˈdoje] ‘odore’ (V > CV). La semplificazione si
può osservare in lingue che presentano forti restrizioni sulle sillabe
possibili, come strategia per l’adattamento per i prestiti (cioè parole
straniere che entrano nel lessico). Per es., il giapponese ammette solo CV,
V, e (C)VC; in giapponese i prestiti inglesi sono regolarmente adattati e
trasformati in sequenze CV, come nei seguenti casi:
(4) club > kurabu
plus > purasu
glass > gurasu
7. Restrizioni
Tutte le forme diverse dalla struttura fondamentale del tipo CV ‘incipit-nucleo’
sono soggette a diverse restrizioni:
1) La prima restrizione:
riguarda le sillabe prive di incipit, che in alcune lingue non sono possibili
2) La seconda restrizione:
ha come oggetto la presenza di una coda.
- In alcune lingue, come nel zulu (una lingua parlata in Sua Africa), non
sono ammesse le code
- Un’ulteriore limitazione riguarda la dimensione della coda stessa, che è
generalmente limitata a un solo segmento. Un contesto di apparente
violazione di questo limite è la posizione finale di parola, in cui la
possibilità che l’ultima vocale sia seguita da nessi consonantici è
piuttosto alta. (In effetti i margini della parola, e in particolare quello
finale, rappresentano un contesto particolare, su cui torneremo in
seguito.)
- Il contenuto della coda è soggetto a limitazioni quantitative;
In italiano ad es. sono escluse dalla coda le ostruenti occlusive, con
l’eccezione rappresentata dalle consonanti geminate, ad es. in parole
come gat.to, tac.co; il fatto che l’inventario delle consonanti possibili
nella coda sia più ristretto di quello relativo all’incipit è una caratteristica
di molte lingue.
3) La terza restrizione:
Questa restrizione sui tipi sillabici possibili riguarda gli incipit complessi
o ramificati, cioè costituiti da due segmenti;
- Non tutte le lingue ammettono sillabe CCV(C) (come nel giapponese), e
ancora una volta il punto di vista tipologico è in accordo con quello
dell’acquisizione e delle patologie linguistiche nel considerare gli incipit
ramificati strutture più complesse.
- L’incipit può contenere al massimo due consonanti; in italiano e in altre
lingue, le sequenze consonantiche che iniziano con /s/ come strada sono
l’unica eccezione a questa restrizione.
- Per quanto riguarda il contenuto fonetico dell’incipit ramificato, i due
segmenti costituenti sono di sonorità crescente; più in particolare, la
seconda posizione può contenere un sottoinsieme delle consonanti che si
possono trovare in un incipit semplice e di questo sottoinsieme fanno
parte i segmenti dotati di maggiore sonorità. In italiano, per es., la
seconda consonante dell’incipit è generalmente una liquida o una
semivocale, ad es. in blocco, treno, p[j]ano
4) Riassumendo:
la forma delle sillabe nelle lingue del mondo è delimitata da un insieme di
condizioni, alcune generali e di carattere universale, ed altre specifiche,
che determinano la variazione interlinguistica.
Le caratteristiche universali sono l’esistenza del nucleo e dell’incipit, e il
fatto che ciascuno di questi due costituenti sillabici può contenere al
massimo due segmenti.
La variazione interlinguistica è ristretta ad alcune possibilità: l’assenza
dell’incipit, l’incipit e il nucleo ramificati e la presenza di una coda.
8. I rapporti tra le parti costitutive della sillaba
1) Tra l’incipit e il nucleo:
l’unica relazione appare essere il legame implicazionale, per cui un incipit
richiede un nucleo successivo.
2) Tra il nucleo e la coda:
ben diverso è questo rapporto.
- Oltre al rapporto implicazionale che vincola l’esistenza di una coda
all’esistenza di un nucleo, c’è un insieme di fenomeni ricorrenti nelle
lingue del mondo che evidenzia un legame particolare tra queste due
sotto parti della sillaba.
- Rima: struttura asimmetrica di una sillaba unica composta da nucleo e
coda. Una delle motivazioni per tale struttura sta nel fenomeno della
rima poetica, da cui trae origine la denominazione del costituente stesso.
- Manifestazione nei fenomeni attinenti alla quantità o peso sillabico:
Ad es. il caso del latino, l’accento cade sulla penultima sillaba se questa
contiene una rima pesante, altrimenti (rima leggera) l’accento cade sulla
terzultima. Il peso sillabico dipende dal numero di posizioni che
formano il nucleo oppure l’insieme nucleo-coda, e non dalle posizioni
dell’incipit.
- Il limite posto al peso della rima, che non deve essere superiore a
(XX), indipendentemente dalla dimensione dell’incipit.
Che il nucleo e la coda costituiscono un’unità quantitativa è anche
dimostrata da una restrizione che in molte lingue impedisce la
coesistenza di un nucleo ramificato e di una coda.
Ad es. illustriamo questo fenomeno con l’alternanza relativa a un
dialetto calabrese riportata sotto:
[kanˈtɛːvə] / [kanˈtavvə] ‘cantavo/cantavate’
in cui una vocale lunga (ɛː) che si trova in sillaba aperta alterna
con una vocale breve (a) quando la sillaba contiene una coda.
Ad es. tale fenomeno si osserva in italiano:
cant[a]nte cant[aː]te
pat[a]cca pat[aː]ta
f[a]tto f[aː]to
il fenomeno di allungamento esemplificato sopra può essere
espresso come una condizione che richiede che una sillaba
accentata abbia la rima pesante, sia essa dovuta alla presenza di
una vocale lunga o di una coda. In italiano, il requisito della rima
tonica pesante non riguarda la posizione finale di parola, in cui la
vocale accentata in sillaba aperta è breve ad es. citt[à], partir[ò].
Ad es. il raddoppiamento sintattico:
In alcune varietà di italiano, però, se è seguita da una parola che
inizia con una consonante, la vocale accentata finale provoca la
geminazione della consonante, ad es. citt[à gg]randissime,
partir[ò dd]omani; questo fenomeno, chiamato raddoppiamento
sintattico fa sì che, nel contesto frasale, la condizione della rima
pesante sia rispettata.
Gli ultimi due esempi degli allungamenti e del raddoppiamento sintattico
mostrano che, ai fini del peso sillabico, nucleo e coda formano un’unità
e che questa è indipendente dall’incipit.
9. Sintetizzando con alcuni esempi:
- la struttura sillabica della parola italiana bronco
- Al primo livello, osserviamo la legittimazione, indicata dalle frecce, del
secondo segmento dell’incipit da parte del primo, e della coda da parte
del nucleo all’interno della rima; questo sintetizza il rapporto
asimmetrico fra le consonanti nell’incipit, e sul fatto che la presenza
della coda richiede la presenza di un nucleo.
- Il secondo livello riguarda la legittimazione tra costituenti sillabici:
ogni nucleo sillabico legittima il suo incipit, e l’incipit legittima la coda
precedente, che spiega il legame fonetico che esiste fra i due costituenti
che si manifesta nell’assimilazione della nasale al luogo di articolazione
della consonante seguente: parte del contenuto fonetico dell’incipit si
trasferisce alla posizione dipendente da esso.
- Rapporto tra i due elementi di una geminata

in cui la dipendenza della coda dall’incipit seguente si manifesta nella


diffusione dell’intero contenuto fonetico dalla seconda alla prima delle
due posizioni
10. Analisi di due fenomeni problematici per la teoria sillabica contemporanea
1) Il problema dei nessi costituiti da /s/ seguita da un’altra consonante
ostruente («sC»)
- La regola ortografica dell’italiano per la suddivisione delle parole
in sillabe prescrive che i nessi sC siano assegnati all’incipit sillabico
(pa.sta, ro.spo). In questo la norma ortografica si discosta dalle
predizioni della teoria fonologica, perché la sequenza sC non è di
sonorità decrescente, per cui non risponde al requisito dell’incipit
ramificato. Abbiamo definito questo requisito come un principio
universale sul quale si basa la definizione stessa della sillaba, e come
tale esso non può ricevere eccezioni.
- Questa teorizzazione, che prevede suddivisioni come pas.ta, ros.po, ha
una conferma sul piano empirico nel fatto che la vocale che precede sC
non presenta l’allungamento tipico delle vocali che si trovano in sillaba
aperta, ad es. in paː.la, paː.dre, ma non in pasta. È in accordo con
questo dato che i bambini in fase di apprendimento delle norme
grafico, dividono spesso le parole secondo lo schema pas.ta, ros.po: la
suddivisione errata per l’ortografia ma riflette in realtà la
sillabificazione fonologica sottostante. Ci sono ragioni sia teoriche si
empiriche per considerare i nessi sC come sequenze coda-incipit.
- La regola ortografica dell’italiano spiega chiaramente che i nessi sC
si trovano anche all’inizio di parola, ad es. in storia, spazio; la
divisione grafica delle parole risponde quindi a un criterio di
omogeneità: la stessa sequenza compare all’inizio della parola e
all’inizio di una sua sotto parte. Per questa ragione, in contrasto con i
principi che abbiamo presentato, la sillaba del tipo sto è analizzata
come una sequenza incipit ramificato-nucleo.
Una delle condizioni perché sia possibile assumere l’esistenza di un
costituente privo di contenuto fonetico è che tale assunzione abbia
motivazioni indipendenti. Nel caso di sC in italiano, una motivazione
sta nel fatto che il nucleo iniziale si trova riempito di un contenuto
fonetico quando la parola è preceduta da una vocale, ad es. da un
articolo, come lo spazio. La sillabificazione naturale di questa sequenza
sarebbe lo s.pa.
- A questo riguardo è interessante il confronto con lo spagnolo: i nessi
sC non sono ammessi all’inizio di parola, e sono regolarmente
preceduti da una vocale. Questa è una caratteristica pervasiva della
fonologia dello spagnolo, come si vede dai prestiti o dalla pronuncia di
parole straniere, ad es. estress (ingl.), estudente (it.). questo dato è colto
da una restrizione che riguarda lo spagnolo che impedisce che il nucleo
all’inizio della parola possa restare privo di contenuto fonetico.
2) Il problema costituito dalle particolari configurazioni sillabiche osservabili
in diverse lingue nella posizione finale di parola.
- In posizione finale della parola, in cui l’inglese ammette sia consonanti
singole sia nessi consonantici, le consonanti finali delle parole riportate
sotto dovrebbero essere considerate come delle code:
a. lid [lɪd] b. apt [æpt]
lead [liːd] fact [fækt]
back [bæk]
rake [reɪk]
Se le cose stessero cosi, ci troviamo di fronte a chiare violazioni dei
principi sillabici: nelle forme in (a) verrebbe meno il requisito che una
coda deve essere seguita da un incipit che la legittimi, e nelle forme in
(b), oltre allo stesso requisito di legittimazione, sarebbe violato il limite
che esclude code ramificate.
- Una prima soluzione è quella di considerare che la parte finale di
parola sia un contesto eccezionale.
- Una seconda soluzione consiste nell’ipotizzare anche per questo caso la
presenza di costituenti sillabici vuoti, ed è quella che qui svilupperemo.
In effetti la consonante finale in (a) non si comporta nel modo tipico di
una coda in inglese.
All’interno di parola, infatti, una sillaba che contiene una coda
costituita da una consonante occlusiva non può contenere una vocale
lunga: si tratta di un effetto della tendenza, osservata prima, a porre un
limite alla dimensione della rima. Questa regolarità appare contraddetta
in posizione finale della parola, in cui prima di consonante possono
comparire tanto vocali brevi quanto vocali lunghe o dittongate, come in
(a). Le forme di (b) presentano nessi consonantici che sono
regolarmente analizzati come sequenze coda-incipit all’interno di
parola, ad es. in chap.ter, fac.tor: considerarli code ramificate
significherebbe ammettere criteri disomogenei nell’assegnazione della
struttura sillabica.
Il quadro si semplifica notevolmente se ipotizziamo la presenza di
un nucleo vuoto in posizione finale di parola: tale nucleo legittima
regolarmente la consonante finale che è un incipit (a), il quale
legittima a sua volta nelle forme con nesso finale in (b).

La vocale tonica in (a) si trova in effetti in sillaba aperta, e la sua


lunghezza non costituisce più un’eccezione.
La possibilità che un nucleo in posizione finale di parola resti privo di
contenuto fonetico non è ammessa in tutte le lingue, e da questo deriva
la variazione interlinguistica relativa alla possibilità di trovare
consonanti in posizione finale di parola.

5.2. Il Piede
1. Definizione di piede
Il piede è il costituente prosodico formato da una sillaba accentata e un
certo numero di sillabe atone.
2. Distinzione fondamentale riguardo alle proprietà accentuali o metriche dei
piedi
1) Piedi detti limitati:
oltre alla sillaba tonica, contengono un numero determinato, e piccolo,
di sillabe atone (generalmente una o due).
Nelle lingue dotate di questo tipo di accento, gli enunciati, e anche le
parole più lunghe, sono scanditi in piedi di dimensione più o meno
costante e presentano un’alternanza regolare tra sillabe accentate e
sillabe atone.
2) Piedi detti illimitati:
sono invece formati dalla sillaba accentata e da un numero imprecisato
e variabile di sillabe atone.
Nelle lingue caratterizzate da questa struttura metrica, l’accento cade
all’inizio o alla fine della parola, indipendentemente dal numero di
sillabe che questa contiene. In queste lingue, il piede coincide con la
parola, e quest’ultima può contenere un solo accento.
3. Struttura sillabica dei piedi limitati
1) Struttura fondamentale: bisillabica
Un enunciato composto di piedi bisillabici presenta una perfetta
alternanza di nodi forti e nodi deboli e costituisce una struttura ritmica
ideale
2) Trisillabica
I piedi limitati possono avere anche tre sillabe (mentre non ne può
contenere mai Quattro, perché una sequenza di una sillaba forte e tre
sillabe deboli tende ad essere rianalizata come una sequenza di due
sillabe (f-d, f-d).)
3) Monosillabica
Costituisce una classe controversa, il piede monosillabico è talvolta
chiamato degenerato. Assumiamo che una sillaba, accentata o non
accentata, possa formare da sola un piede.
4. Distinzione generale fra le lingue dal punto di vista accentuale
1) La posizione della testa:
cioè del nodo forte, che può stare all’inizio o alla fine del piede. Nel
caso di piede trisillabico, la posizione forte, almeno logicamente, può
essere anche quella centrale; ma di fatto è estremamente rara.
2) La sensibilità dell’accento alla quantità o peso sillabico:
- L’esempio classico del latino come lingua con accento sensibile alla
quantità (V.1.)
- L’esempio dell’inglese
- L’accento in italiano
a) L’accento in italiano è fondamentalmente lessicale. Ciò significa
che la sua posizione non dipende meccanicamente dalla struttura
fonologica della parola, ma deve essere memorizzata nel lessico.
Ciò comporta che l’accento possa essere in parte distintivo, cioè
vi siano parole identiche che si distinguono solo per l’accento.
Ciò nonostante, anche per l’italiano si possono individuare delle
condizioni fonologica che determinano le strutture accentuali
possibili.
b) Struttura metrica dell’italiano:
- il piede bisillabico, struttura di base, con testa iniziale, ‘trocheo’
Corrisponde a uno schema accentuale più frequente con la
penultima sillaba accentata, ‘piano o parossitono’
- Piede bisillabico con prominenza finale, ‘giambo’, opposto a
‘trocheo’
- Il piede trisillabico
Corrisponde a uno schema accentuale con l’accento sulla
terzultima sillaba ‘sdrucciolo o proparossitono’
- Il piede monosillabico finale forte, che costituisce sillaba tonica
finale
Corrisponde alle parole tronche o ossitone
In una parola tronca, le sillabe che precedono l’ultima sono
contenute in un altro piede.
- Infine, in italiano esistono alcune forme verbali come pàttinano,
teléfonano, accentate sulla quartultima, che tuttavia costituisce
uno schema innaturale e non produttivo (cioè non viene applicato
in parole di nuova creazione, neologismi, in adattamenti di
prestiti, in giochi di parole), ci permette di assumere che il piede
in italiano sia al massimo ternario.
- La struttura metrica della parola dell’italiano è basata
sull’accento lessicale, che è quello più a destra nella parola; i
piedi si costruiscono quindi a partire dal lato destro.
Ad es. [[tòpo]p[lìno]p], mostra che se una parola contiene sillabe
alla sinistra di quella tonica, queste formano ulteriormente un
altro piede che contiene a sua volta un nodo forte (accento
secondario della parola rispetto a quello grave).
Ad es. [[to]p[pìno]p], mostra che se la sillaba pretonica è solo una,
questa forma un piede degenerato cioè monosillabico e privo di
testa.
a. parole con l’accento sulla penultima
téle [[σ́ σ ]p]
fatàle [[σ]p[σ´σ ]p]
gèneràle [[σ̀ σ ]p[σ´σ ]p]
b. parole con l’accento sulla terzultima
ùtile [[σ́ σσ ]p]
inùtile [[σ]p[σ́ σσ ]p]
ìmprobàbile [[σ̀ σ ]p[σ́ σσ ]p]
c. parole con l’accento sull’ultima
portò [[σ ¿p[σ́ ]p]
porterò [[σ̀ σ ]p[σ́ ]p]
pàrticolàrità [[σ̀ σσ ]p[σ̀ σ ]p[σ́ ]p]
- La struttura metrica dell’italiano è ulterioremente basata sulla
quantità della penultima sillaba. L’accento in italiano non è
totalmente sensibile alla quantità, come lo è in latino; la presenza
di una penultima sillaba leggera (sillaba priva di coda) è
compatibile in italiano sia con l’accento sulla terzultima àncora
sia con l’accento sulla penultima ancòra. Le parole con
penultima pesante, invece, presentano quasi senza eccezioni
l’accento parossitono.
5.3. Parola Fonologica
1. Definizione della parola fonologica:
ci sono delle proprietà che caratterizzano la parola fonologicamente: la
parola è la sede di un accento primario, ed in molte lingue esistono
fenomeni fonologici che hanno come dominio di applicazione la parola.
La parola fonologica è composta di piedi, e perciò contiene almeno un
accento. Nel caso in cui i piedi siano più di uno, uno di essi è prominente
sugli altri, il che significa che una delle vocali che portano l’accento del
livello del piede è anche il nodo forte della parola; tale vocale e la sede
dell’accento primario, o semplicemente, accento di parola.
2. Isomorfismo tra il costituente morfologico sintattico e il costituente
prosodico.
1) La parola fonologica si rivela più piccola nel caso delle parole
composte in italiano
a. p[ɔ]rtaombrelli b. [aː]pribottiglie
r[o]mpighiaccio l[aː]vapiatti
m[ε]zzaluna sc[oː]lapasta
p[e]scecane g[iː]roconto
Le vocali medie e/ε e ɔ/o sono possibili solo in sillabe dotate di un
accento primario. Questo dimostra che i composti che sono unità
lessciali per la morfologia e per la sintassi, sono invece per la
fonologia sequenze costituite da due parole fonologiche, ciascuna
dotata di un accento primario.
2) La sonorizzazione intervocalica ha come dominio la parola fonologica
(più precisamente si applica all’interno di una parola fonologica):
a. ca[z]a b. *la [a]la
co[z]ì *affitta[z]i
virtuo[z]ismo *prendi[z]ole
I dati di (a) e (b) descrivono l’applicazione e la non applicazione della
regola di sonorizzazione della sibilante intervocalica. Ci fanno notare il
non isomorfismo tra la parola della fonologia e l’unità lessicale: la
sonorizzazione non si verifica al contatto tra i due membri di un
composto e neppure tra la parola e un clitico.

Capitolo VI. L’enunciato: fonologia prosodica e allomorfia frasale


6.1. L’interpretazione fonologica della sintassi
1. Fonologia frasale comprende
1) Fonologia postlessicale
fenomeni puramente fonologici – si applicano postlessicalmente e
postsintatticamente (ossia dopo che le parole sono state concatenate
nelle frasi generate dal componente sintattico)
2) Fonologia lessicale
fenomeni che coinvolgono classi di elementi lessicali specifici e sono
di tipo allomorfico – fanno parte della fonologia lessicale
2. Fonologia frasale
Ha la funzione di spazi e punteggiatura nella lingua scritta che aiuta alla
comprensione.
Le parole in una frase presentano infatti diversi livelli di coesione
fonologica, perché esistono fenomeni fonologici tra parole che
determinano la percezione di due parole come ‘più vicine’ di altre due. Tali
fenomeni fanno sì che il parlante nativo riesca a interpretare la struttura
sintattica di una frase e quindi quella parte del significato che è dovuta
appunto alla struttura sintattica.
Nel caso di due frasi formalmente uguali, ma significativamente distinte.
Sono invece una serie di allungamenti, di prominenze accentuali in punti
diversi della frase e di fenomeni fonologici di vario tipo che fanno sì che
quando le due frasi sono pronunciate normalmente, esse vanno interpretate
in modo corretto.
In italiano, nella pronuncia non marcata, la differenza che si riferisce al
diverso livello di incassamento di un complemento non è interpretabili in
termini di suoni.
3. Questioni problematiche
1) Il primo problema
La diversa profondità di incassamento dei costituenti appare generalmente
non essere decodificabile in termini di suoni in nessuna lingua del mondo.
Questo è il primo problema – un problema di carattere empirico –
dell’interfaccia tra sintassi e fonologia: la specificazione delle nozioni
sintattiche che vengono interpretate in termini sonori e di quelle che
sfuggono a tale interpretazione.
2) Il secondo problema
È quello del modo in cui la fonologia interpreta la sintassi
3) Il terzo problema
È se la fonologia interpreti solo la sintassi e, attraverso di essa, sia
associata a dei significati o se interpreti certe nozioni semantiche
direttamente, indipendentemente dalla sintassi, se ci sia cioè anche una
interfaccia semantica-fonologia, problema questo che a che fare con
l’organizzazione di tutta la grammatica. Il modello standard della
grammatica generativa prevede infatti che la sintassi generi delle frasi che
vengono poi interpretate fonologicamente da un lato, semanticamente
dall’altro. L’associazione di suoni e significati è mediata dalla sintassi.

6.2. La fonologia prosodica


1. La fonologia prosodica
Il non isomorfismo tra costituenti sintattici e domini di applicazione delle
regole fonologiche è considerato un’indicazione dell’esistenza di
costituenti fonologici diversi da quelli sintattici che hanno precisamente
l’estensione di tali domini. Viene perciò estesa la gerarchia fonologica dal
livello della parola al livello della frase.
2. Mapping rules:
i costituenti fonologici, o prosodici, sono costruiti in base a informazione
sintattica. Questo avviene per mezzo di regole di proiezione (mapping
rules) che costituiscono l’interfaccia tra sintassi e fonologia: sono cioè
delle regole di traduzione, nel senso che partono da un linguaggio
sintattico e arrivano a un linguaggio fonologico e stabiliscono il non
isomorfismo tra le strutture di partenza e quelle in arrivo in modo
sistematico.
3. Teoria prosodica della fonologia
1) Una volta che i costituenti fonologici sono stati costruiti, all’interno di
essi si applicano le regole della fonologia frasale, che non hanno più
accesso diretto ad alcuna info non fonologica.
2) La teoria prosodica della fonologia fa cioè l’ipotesi che le uniche
nozioni sintattiche interpretate fonologicamente in modo sistematico
siano quelle incorporate nei costituenti fonologici.
3) Predice pertanto che:
- Frasi ambigue: due frasi contenenti una uguale sequenza di elementi
lessicali ma con strutture sintattiche diverse siano ambigue se le loro
strutture prosodiche sono uguali.
- Frasi disambigue: in termini sonori sono solo quelle in cui a diverse
strutture sintattiche corrispondono diverse strutture prosodiche.
4. L’organizzazione della grammatica secondo la concezione della fonologia
frasale

Lessico, Morfologia e
Fonologia lessicale
(inclusa la struttura
prosodica fino alla parola) Sintassi

Inserzione lessicale

STRUTTURA-S FORMA LOGICA

Cancellazione degli
elementi vuoti

STRUTTURA SINTATTICA
SUPERFICIALE

Regole di proiezione

STRUTTURA PROSODICA

Regole della fonologia frasale

Il componente morfologico genera le parole benformate sia per quanto


riguarda la morfologia sia per quanto riguarda la fonologia; le parole
vengono poi inserite nei nodi terminali dell’albero generato dalla sintassi e
si ottiene cosi la struttura-S, cioè una frase con la struttura sintattica
superficiale, inclusi gli elementi sintattici senza contenuto fonetico; questo
livello costituisce anche l’input alla forma logica. Vengono poi cancellati
gli elementi vuoti e dalla struttura-S si ottiene la struttura superficiale da
cui le regole di proiezione costruiscono la struttura prosodica. Va notato
che il modello predice che le regole generali e produttive della fonologia
frasale non siano sensibili agli elementi senza contenuto fonetico,
predizione confermata dai fatti.
5. Costituenti della teoria prosodica
- Gruppo clitico
- Sintagma fonologico
- Sintagma intonativo
- Enunciato
6. Tipi di regole ammessi
- Regole limitrofe (limit rules), che si applicano al limite destro o
sinistro di un dominio
Ad es., la desonorizzazione delle occlusive sonore in fine di sillaba
(presente in molte lingue germaniche)
- Regole pervasive (span rules), che si applicano a tutto un dominio,
indipendentemente dalla sua divisione interna in costituenti più piccoli
Ad es., la gorgia toscana
- Regole di giuntura (juncture rules), che si applicano alla giuntura tra
due costituenti di un certo livello, all’interno di un costituente di ordine
superiore
Ad es., il raddoppiamento sintattico

6.3. Il gruppo clitico


1. Il primo costituente sopra la parola è il gruppo clitico (GC), costituito da
una testa lessicale e uno o più clitici adiacenti.
Il termine clitico in fonologia indica un elemento che non ha indipendenza
fonologica: è atono, (cioè non porta e no è in grado di portare l’accento
primario di parola) e non può stare senza una parola vicina non clitica che
funga da ospite.
Il termine enclitico indica i clitici che si aggiungono al limite destro di una
parola
2. Il non isomorfismo tra costituenza fonologica e sintattica
Ad es., Digli che lo so che l’ha detto.
Per quanto riguarda la prominenza relativa, essendo i clitici atoni, sarà
forte solo l’elemento non clitico.
Ad es., GC GC GC
ɯf ɯd ɯd ɯf ɯd ɯd ɯf
telefonamelo quando te lo dirà
Ad es., in greco, una parola può avere l’accento su una delle ultime tre
sillabe. Può quindi essere tronca, piana o sdrucciola, come la maggior
parte delle parole italiane. A differenza dell’italiano, in cui gli enclitici si
aggiungono senza provocare riaggiustamenti dell’accento, in greco, la
stessa condizione di buona formazione che regola l’accento di parola vale
anche per la sequenza parola + clitici; si applica perciò una regola che
aggiunge un accento sulla seconda sillaba alla destra di quella accentata.
a. [ag ó rase] ‘compra’ (imper.)
[ag ó rasé ¿] ‘compralo’
b. [itr á peza] ‘la banca’
[itr á pez á mu] ‘la mia banca’
Ad es., in greco, i possessivi sono enclitici a un nome. Se il sintagma
nominale contiene oltre a un nome anche un agg., ci sono due ordini di
parole possibili: agg.-n.-poss., agg.-poss.-n.
a. [¿ ó morfo ped ímu ]

‘il-piccolo-bambino-mio’
b. [¿ ó morf ó mu ped í]

‘il-piccolo-mio-bambino’
i dati cruciali sono esemplificati in (b.), cioè un agg. sdrucciolo
nell’ordine agg.-poss.-n.; si ha un riaggiustamento accentuale
sull’agg., il che sta a indicare che fonologicamente il poss. è sempre
enclitico, indipendentemente dal rapporto sintattico che ha con la
parola che lo precede. Questo tipo di clitici, che rappresentano il caso
marcato (nel senso di poco frequente), clitici direzionali (CLD).
3. Il dominio del gruppo clitico
Il dominio del GC consiste di una parola fonologica contenente una parola
indipendente (non clitica) più tutte le parole fonologiche adiacenti che
siano costituite da
a. un CLD, o
b. un CL tale che non ci sia nessun ospite possibile con cui condivida un
maggior numero di costituenti sintattici

Bisogna ancora dimostrare che i clitici e i loro ospiti non formano insieme
né una parola fonologica né un costituente superiore contenente due parole
indipendenti, ad es. il sintagma fonologico. Bisogna cioè dimostrare che è
di fatto necessario porre un costituente della gerarchia prosodica che sia
intermedio tra parola fonologica e sintagma fonologico.
Consideriamo un es. classico:
i clitici latini: è stato più volte osservato che gli enclitici latini si
comportano come se appartenessero fonologicamente alla parola che li
precede. Prova di ciò sarebbe il fatto che danno origine a un
riaggiustamento accentuale all’interno della parola stessa:
a. p ó pulum+ que popul ú mque ‘e il popolo’
b. n ó bis+ cum nob í scum ‘con noi’
tale riaggiustamento non ha nulla a che fare con la regola del latino che
assegna l’accento di parola: quella è sensibile alla quantità sillabica, questa
non lo è.
a. r ó s [ a ] ros[ á]que ‘e la rosa (nom.)’
b. r ó samros á mque ‘e la rosa (acc.)’
c. r ó s [ a : ] ros[ a´ :]que ‘e la rosa (abl.)’
come si vede, è chiaro che la regola che assegna l’accento alla sillaba che
precede il clitico, indipendentemente dalla sua quantità
i clitici latini non si comportano neanche come parole del tutto
indipendenti. Possiamo perciò trarre la conclusione che esiste in latino un
costituente fonologico formato da un clitico e dalla parola che lo precede,
che non è necessariamente isomorfo a un costituente sintattico, come
dimostra:
a. Abiitne solus parter? Solus
‘Se ne è andato da solo il padre? Sì solo.’
Nonostante il clitico interrogativo -ne sia fonologicamente appoggiato
ad abiit, è chiaro dal significato e dalla risposta, che sintatticamente
esso non forma esaustivamente un costituente con il verbo a esclusione
di solus, ma con tutto il sintagma verbale abiit solus.
Mentre superficialmente un clitico assomiglia a un affisso, ad una analisi
più approfondita, dà più l’impressione di una parola separata. Il costituente
clitico riflette tale comportamento ambiguo dei clitici.

6.4. Il sintagma fonologico


1. Le lingue del mondo si distinguono in:
- Lingue ricorsive a destra (it., ingl.)
I complimenti stanno a destra della testa;
Le frasi subordinate a destra di quelle principali.
- Lingue ricorsive a sinistra (turc., giap.)
I complimenti e le subordinate stanno a sinistra.
Hanno il sintagma fonologico (ɸ)
2. In entrambi i casi i fenomeni fonologici si applicano sul lato opposto a
quello ricorsivo.
3. La definizione del dominio del sintagma fonologico (ɸ)
Il dominio di ɸ consiste di un GC che contenga una testa lessicale X
più tutti i GC al suo lato non ricorsivo fino al primo GC che contenga
una testa lessicale al di fuori della proiezione massimale di X.
4. Le caratteristiche del sintagma fonologico
1) Le regole fonologiche che hanno ɸ come dominio di applicazione non
possono fare delle distinzioni tra le diverse categorie lessicali; (non
possono cioè applicarsi, per es. a un nome e non a un verbo)
2) Una sua caratteristica che riflette la struttura sintattica è l’assegnazione
delle prominenze relative: le lingue hanno il nodo forte al lato opposto
della direzione ricorsiva; tutti gli altri nodi sono deboli.
5. Il raddoppiamento sintattico (RS) in alcune varietà toscane
- Un fenomeno osservabile in diverse varietà italiane centrali e
meridionali, che allunga la consonante iniziale della parola se la
parola precedente finisce in vocale accentata, come esemplificato:
a. [Marco]ɸ [sar[á] [p:]artito]ɸ
b. [Oggi]ɸ [è [p:]iù [k:]aldo]ɸ [di ieri]ɸ
c. [Ferdinando]ɸ [ha [v:]into] ɸ [ventitré [v:]olte]ɸ
ciò non esclude che vi siano varietà in cui il fenomeno ha una
descrizione diversa, il che è vero per tutti i fenomeni fonologici: il
dominio in cui si applicano può variare in lingue diverse o varietà
diverse della stessa lingua.
- Si vede invece che RS non si applica attraverso due sintagmi
fonologici
a. [In questa città]ɸ [[t]ira sempre vento]ɸ
b. [Questo orribile frappé]ɸ [[n]on mi piace]ɸ
c. [Dicono]ɸ [che [m:]angerà]ɸ [[m]olto bene]ɸ [con Costantino]ɸ
- Oltre ai casi in cui RS si applica e a quelli in cui è bloccato, ci sono
anche casi in cui RS si può applicare, ma in modo opzionale. Tali casi
sono esemplificati:
a. [Arriverà]ɸ [subito]ɸ, [Oliviero]ɸ
b. [Il frappé]ɸ [freddo]ɸ [mi piace]ɸ
c. [Scriverò]ɸ [poesie]ɸ [quest’estate]ɸ
dove la consonante che può subire la geminazione è stata sottolineata.
Quello che hanno in comune questi tre casi è che la parola che
subisce facoltativamente il RS è il primo complemento o il primo
modificatore alla destra della parola che condiziona la regola e che
questo complemento o modificatore è costituito da una sola parola.
Se la ristrutturazione di ɸ ha avuto luogo, si applica RS; altrimenti no.
Cioè mentre la ristrutturazione è facoltativa, la sua applicazione
all’interno di ɸ rimane obbligatoria. Se la facoltatività è sulla
ristrutturazione, si predice che se si ristruttura, allora si applicano nel
dominio ristrutturato tutti i fenomeni fonologici tipici di ɸ. Se è RS
che è facoltativo, ci si aspetta di avere casi in cui RS si applica, ma in
cui non si applicano altri fenomeni che hanno ɸ come dominio.
Se in questo caso si ha RS, infatti, si ha l’allungamento finale solo su
subito, freddo e poesie e mai anche su arriverà, frappé e scriverò
come avviene quando non c’è RS. La simultaneità dei due processi è
un indice del fatto che è il dominio a variare e non l’applicazione di
un singolo fenomeno.
- Per rendere conto di questi casi, viene proposto che il sintagma
fonologico si possa facoltativamente ristrutturare, secondo la seguente
regola:
Ristrutturazione facoltativa del sintagma fonologico.
Un ɸ che non ramifica e che contiene il primo complemento o il
primo modificatore di X dal lato ricorsivo viene incluso nel ɸ che
contiene X (testa lessicale).
- L’ipotesi che la facoltatività sia nella ristrutturazione è confermata da
un altro fenomeno fonologico: l’allungamento finale, che tipicamente
contrassegna il margine destro di un ɸ.
a. Se non c’è altro, [mangerò [p:]anini]ɸ
b. Se non c’è altro, [mangerò]ɸ [[p]anini col salame]ɸ
Il fatto che la costituenza di una stringa possa variare a seconda che
un nodo ramifichi o meno (come si vede dalla possibile applicazione
di RS in (a) non in (b)) è una nozione estranea alla formazione dei
costituenti sintattici

6.5. Il sintagma intonativo e l’enunciato


1. La categoria che domina il sintagma fonologico è il sintagma intonativo,
che è a sua volta dominato dall’enunciato.
Il sintagma intonativo (I), oltre ad essere il dominio di applicazione di
regole fonologiche di vario tipo, è il costituente in cui si estendono i
contorni intonativi. Consideriamo:
Pierino beve il latte ogni mattina con molto piacere.
Questa frase è pronunciabile sia con un unico contorno intonativo, sia con
due, o con tre come in:
[Pierino beve il latte ogni mattina]I [con molto piacere]I.
[Pierino beve il latte]I [ogni mattina]I [con molto piacere]I.
Una pronuncia non naturale sarebbe:
*[Pierino beve]I [il latte ogni mattina con molto piacere]I.

I confini dei costituenti intonativi coincidono con i confini di alcuni


cosituenti sintattici, ma non altri: per es. una frase con molte relative
incassate l’una nell’altra non può essere divisa in I che inizino a ogni
nuovo sintagma nominale, come indicato in:
a. *[questo è]I [il cane che morse]I [il gatto che si mangiò]I [il topo che rubò]I
[il formaggio]I
b. [questo è il cane]I [che morse il gatto]I [che si mangiò il topo]I [che rubò il
formaggio]I

2. La definizione del dominio del sintagma intonativo


Proprio per la sua variabilità, il dominio del sintagma intonativo è difficile
da definire. Ci sono tuttavia dei costituenti che appaiono universalmente
formare obbligatoriamente un I, come definito: i parentetici, frasi relative
non restrittive ed elementi estraposti formano obbligatoriamente il dominio
di un sintagma intonativo. Questa definizione si basa esclusivamente su
nozioni sintattiche; vi sono poi anche le ristrutturazioni che includono
fattori di esecuzione come la lunghezza di una frase in termini temporali.
Queste strutture sono esemplificate:
a. Parentetico:
[Elvira]I [come credo di averti già detto]I [è trilingue]I.
b. Frase relative non restrittive:
[Constantino Kavafis]I [che è il poeta che mi piace di più al mondo]I.
c. Estraposizione (a destra):
[Sono quasi sempre insopportabili]I [questi tifosi di calcio]I.
3. L’esistenza del sintagma intonativo è anche motivato in quanto dominio di
fenomeni fonologici.
- In molte varietà toscane, per es., è il dominio di applicazione del
fenomeno di spirantizzazione intervocalica noto come gorgia toscana e
illustrato in:
a. [[la [h]amomilla]ɸ]I [[[k]ome è noto]ɸ]I [[[k]alma]ɸ [anche i bambini]ɸ
[[h]on problemi]ɸ [di insonnia]ɸ]I
b. [[la [h]amomilla]ɸ]I [[[k]ome è noto]ɸ]I [[[k]alma]ɸ [anche i bambini]ɸ]I
[[[k]on problemi]ɸ [di insonnia]ɸ]I
dove (b) corrisponde a una parlata più lenta di quella in (a).
- altre regole fonologiche che hanno il sintagma intonativo come dominio di
applicazione sono, ad es., l’assimilazione di nasale in spagnolo e
l’assimilazione progressiva di /s/ al segmento seguente per quanto
riguarda il tratto [±sonoro] in greco moderno.
- Allungamento finale tra due I
Un I può essere delimitato da pause, anche se il più delle volte non vi è
cessazione di fonazione tra due I, ma si verifica invece un fenomeno di
allungamento finale che ha un effetto simile a quello di una pausa. È cioè
più marcato di quello che si trova alla fine di un sintagma fonologico.
Consideriamo ad es. le tre occorrenze di [are] nella seguente frase, che
sono paragonabili, avendo tutte l’accento primario di parola.
Per un lupo di mare, come si può immaginare,
sbagliare rotta è una grave umiliazione.
Esse non vengono però pronunciate nello stesso modo: are in mare e
immaginare, ma non in sbagliare ha subìto infatti un allungamento finale
tipico del limite destro di un sintagma intonativo.

4. La prominenza relativa tra i costituenti del livello del sintagma


fonologico
Il ɸ che contiene un costituente a focalizzazione stretta è forte e tutti gli
altri ɸ all’interno di I sono deboli.
In una frase a focalizzazione neutra, il ɸ più a destra è forte e tutti gli altri
all’interno di I sono deboli.
- Frase a focalizzazione neutra:
è una frase che contiene solo informazione nuova, cioè una frase può
essere pronunciata fuori contesto.
- Frase a focalizzazione stretta:
ha focalizzazione stretta invece quel costituente che contiene
informazione nuova all’interno di una frase che contiene anche
informazione presupposta.
In alcune lingue, come l’inglese, un costituente a focalizzazione stretta
può occupare diverse posizioni in una frase, e perciò il ɸ più prominente
di un I può occorrere in varie posizioni.
a. John gave a book to Paul.
b. John gave a book to Paul.
c. The train left.
d. The train left.
In alcune lingue, come l’italiano, un costituente a focalizzazione
stretta occupa la posizione al limite destro di una frase. Il ɸ più forte di
un I è perciò sempre quello al suo limite destro.
a. Giovanni ha dato un libro a Paolo.
b. Giovanni ha dato a Paolo un libro.
c. Il treno è partito.
d. È partito il treno.
Appare quindi che le lingue abbiano o la possibilità di muovere la
prominenza principale di un I sul ɸ che contiene il focus stretto o di
muovere tale costituente alla fine della frase, su cui cade, nel caso non
marcato, la prominenza principale di I.
- Focus contrastivo
Si ha solo in casi di correzione,
1) Il contrasto è marcato da una prominenza diversa da quella della
focalizzazione stretta, e richiedere inoltre una modificazione della
costituenza prosodica: l’inserzione di un confine di sintagma
fonologico alla destra del costituente focalizzato, come
esemplificato, dove è marcato con maiuscoletto:
Parlante A: Arturo ha scritto una nuova poesia per Elvira,
Parlante B: Ma no Arturo ha scritto un nuovo RACCONTO, per Elvira
2) Mentre infatti in (a) un iglù verde forma un sintagma fonologico e si
applica perciò il raddoppiamento sintattico alla consonante iniziale di
verde, in (b) l’assenza di applicazione del fenomeno indica la
presenza di un confine di sintagma fonologico prima di verde.
a. Luca ha costruito [un iglù [v:]erde]
b. Luca ha costruito [un IGLÙ] [[v]erde]
5. L’enunciato (E)
È il costituente che domina il sintagma intonativo e l’ultimo costituente
della gerarchia prosodica.
- La definizione del dominio dell’enunciato (E)
1) Il cui dominio corrisponde, in linea generale, a una frase principale,
il nodo massimo dell’albero sintattico;
2) ma che può ristrutturarsi a comprendere, a certe condizioni, anche
più di una frase. In questi casi l’enunciato non può quindi essere
isomorfo a un costituente sintattico; per la stessa ragione, neanche le
condizioni che stabiliscono quando due frasi formano insieme un
enunciato possono essere di natura sintattica.
È stato proposto che queste condizioni siano dipendenti dalla
lunghezza o dalla velocità di elocuzione, come nel caso di I
(sintagma intonativo), oppure fattori di natura semantica.
Ad es., due E (enunciati) possono ristrutturare a formare un unico
enunciato, se le frasi che contengono sono semanticamente legate da
connettivi non negativi: se cioè il connettivo non espresso è se…
allora, si può avere la ristrutturazione se, invece, è ma o non, la
ristrutturazione non può avere luogo.
- La fonologia dell’enunciato
1) La degeminazione vocalica (DV) nell’italiano:
si applica appunto all’interno di E, ma non tra due E adiacenti: se ci
sono due vocali uguali e adiacenti ai limiti di due parole, la seconda
si cancella, se non è accettata, come si vede sotto, dove le vocali
rilevanti sono sottolineate:
a. Vorrei andarci insieme a Pierino. (andarcinsieme)
b. Credeva, ancora per poco, nel potere di predizione degli
oroscopi. (credevancora)
c. Stasera non esco. Oliviero forse passa e voglio aspettarlo.
(escoliviero)
d. Sono delle aree costruibili. (*are)
Si vede che in (b) che il dominio di applicazione di DV è più grande
del sintagma intonativo, dato che si applica tra una frase principale e
un parentetico, che corrispondono nella gerarchia prosodica a due I
non ristrutturabili.

Pierino stasera vuole andarci. Ignazio apri la porta per piacere.


(*andarcignazio)
Questo esempio mostra invece che il dominio della DV supera i
confini della frase matrice e non può quindi essere identificato col
nodo massimale dell’albero sintattico. Infatti la regola DV non si
applica neanche quando ci sia una velocità di elocuzione elevata tale
da creare adiacenza fonetica.
Il fatto che la regola non si applichi dentro la parola aree in (d), e il
fatto esemplificato nella frase di sopra mostra che la regola non si
applichi tra due enunciati qualsiasi, indica chiaramente anche che
non si tratta di una regola con motivazione puramente fonetica che si
applica ovunque ci sia l’adiacenza di due vocali identiche.
La regola non si applica tra due frasi non semanticamente
connesse in nessun modo, che non possono essere comprese in un
unico enunciato (E).

a. Pianterò oleandri, non gelsomini. (pianteroleandri)


b. Piantava alberi, non fiori. (*piantavalberi)
Questi esempi mostrano invece che la DV si applica se la prima delle
due vocali potenzialmente coinvolte nel fenomeno porta l’accento,
non si applica se è la seconda a portare l’accento.

6.6. Caratteristiche delle regole frasali


1. La prima predizione della fonologia prosodica:
le regole della fonologia postlessicale (tipo raddoppiamento sintattico o
gorgia toscana) non siano sensibili alle pause accidentali.
- Pause sistematiche e pause accidentali:
1) Pause sistematiche: sono determinate dalla costituenza prosodica
2) Pause accidentali: la cui presenza non fa parte della competenza del
parlante nativo, ma sono inserite per ragioni che hanno a che fare
con l’esecuzione, come ad es., l’esitazione o incertezze.
3) Perché le pause: tali pause interrompono l’adiacenza fonetica
richiesta dal contesto di applicazione di una regola postlessicale, e
dunque possono bloccarne l’applicazione.
RS. Non lo fece perché...[k]apì che non doveva farlo. (*[k:]apì)
GT. Non so se ha capito…[k]e si trattava di una persona seria
(*[h]e)
Come si vede negli esempi sopramenzionati, né il raddoppiamento
sintattico né la gorgia toscana si applicano, se non vi è adiacenza
fonetica.
Palatalizzazione: elettri[tʃ]…ità (*[k])
Affricazione: corre[ts]…ione (*[t:])
Ma le pause accidentali non bloccano invece l’applicazione delle regole
lessicali, ovvia conseguenza del fatto che le regole lessicali sono quelle
che costruiscono parole e a questo livello non si ha il parlato e non si
hanno quindi pause
- In conclusione: le pause inserite per fattori di esecuzione a livello
postlessicale non hanno effetti sulla forma fonologica delle parole
determinate dalla fonologia lessicale.
2. La seconda predizione della fonologia prosodica:
le regole della fonologia postlessicale non siano sensibili alla presenza
dei costituenti sintattici privi di contenuto fonetico
RS. La poesia che scriverà [twh] [s:]ubito sarà la più sentita.
GT. Il libro che volevo leggere [twh] [h]on Beniamino è andato
perso.
Come esemplificato sopra, in base a raddoppiamento sintattico e gorgia
toscana, dove regole postlessicale si applicano nonostante la presenza di
elementi vuoti che interrompono l’adiacenza del loro contesto di
applicazione. Nonostante le tracce wh- lasciate dallo spostamento che ha
avuto luogo nella formazione delle frasi relative, le due regole si
applicano.
3. La terza predizione della fonologia prosodica (1a caratteristica comune):
è che una mancata applicazione delle regole postlessicali, al contrario
di una mancata applicazione delle regole lessicali, non produce
sequenze non accettabili, un’altra caratteristica che distingue in generale
regole postlessicali da quelle lessicali.
a. Ho visto tre [k]ani abbandonati
b. *ami[k]izia
come si può vedere dagli esempi riportati sopra, la forma in (a), con
mancata applicazione del raddoppiamento sintattico, non è totalmente
inaccettabile, mentre lo è in (b) con mancata applicazione della regola
lessicale di palatalizzazione, che dà origine a una parola inesistente.
4. La quarta predizione della fonologia prosodica (2a caratteristica comune):
mentre le regole prosodiche possono introdurre segmenti che non
siano presenti nel repertorio fonemico della lingua in questione, le
regole lessicali non possono introdurci nuovi contrasti.
Ad es.,
La gorgia toscana (regole prosodiche postlessicali) produce consonanti
fricative assenti dal repertorio fonemico delle varietà toscane
dell’italiano che presentano tale fenomeno.
La palatalizzazione illustrata in elettri[tʃ]…ità produce invece un
segmento già esistente a livello fonemico. (ciò non implica ovviamente
che le regole postlessicali introducono necessariamente segmenti assenti
dal repertorio fonemico.)

6.7. L’allomorfia sintagmatica


1. Fenomeni idiosincratici
Al contrario dei fenomeni prosodici regolari con un dominio di
applicazione specificato, i fenomeni idiosincratici sono ristretti ad alcune
categorie lessicali o addirittura ad elementi lessicali specifici. Sebbene le
regole prosodiche costituiscano la grande maggioranza delle regole della
fonologia frasale, sporadici fenomeni idiosincratici sono presenti nella
maggioranza delle lingue.
Fenomeni di questo tipo non possono essere trattati in termini di fonologia
prosodica, in quanto le regole che costruiscono i domini prosodici non
possono distinguere tra categorie sintattiche diverse.
2. Allomorfia sintagmatica
La proposta di Hayez [1990] per rendere conto di questo tipo di fenomeno
è che essi siano una sorta di allomorfia sintagmatica.
L’articolo femminile spagnolo, per es., avrà due forme nel lessico la e el; il
punto cruciale è che tutto avviene nel lessico; non si tratta di regole
postlessicali che fanno riferimento alla sintassi, ma di un tipo di cornice
che può contenere anche informazione sintattica e che, al momento
dell’inserzione della parola nella frase, stabilisce quale allomorfo viene
inserito in quale contesto.
3. Casi di allomorfia sintagmatica
1) L’alternanza tra un e uno nell’articolo indefinito in italiano:
- fenomeno di natura fonologica in quanto dipende dall’incipit
della parola successiva:
uno prima di nessi consonantici che comincino con /s/ ([ts], [dz],
[ʃ], [j], [pn], [ps], [ks]);
un in tutti gli altri casi.
Gli incipit che richiedono uno non costituiscono una lista di
contesti separati, ma hanno delle precise caratteristiche comuni
che li differenziano da tutti gli altri incipit sillabici possibili in
italiano.
- Il punto cruciale è che pur potendosi trovare una
generalizzazione per le rispettive occorrenze di un e uno, il
fenomeno responsabile di tale alternanza non è puramente
fonologico dal momento che bisogna indicare che esso è
limitato a certi elementi lessicali specifici: gli articoli, quello,
bello, e pochi altri elementi. Bisogna anche specificare che
l’alternanza riguarda questi elementi lessicali nella loro
funzione di specificatori. (spec. Quello studente/quel lavoratore;
pron. Quello studia/quello lavora)
2) L’alternanza dell’art. indeterminativo a/an in inglese:
è un fenomeno fonosintattico idiosincratico, in quanto l’alternanza non
si verifica in altri elementi lessicali (non si può eliminare la [n] finale
in thirteen di thirteen pears)
a. an orange, an apple
b. a lemon, a pineapple
3) la contrazione di to in inglese americano:
fenomeno di allomorfia sintagmatica responsabile per forme come
wanna/gonna (usate in alternativa a want to/going to)
a. I want to go to India
I wanna go to India
b. I am going to water the plants
I am gonna water the plants
Il carattere idiosincratico di tale fenomeno è evidente sia dal fatto che
riguarda sette verbi soltanto (wanna/ gonna/ gotta/ usta/ hafta/ oughta/
supposta), sia perché nel caso di wanna, il fenomeno riguarda solo il
verbo modale e non il verbo omofono che significa ‘essere bisognoso’,
e riguarda solo il to dell’infinito e non ad es. il to che vuol dire
affinché, come si vede:
a. You must want to (*wanna) commit an act like that
‘devi essere in forte bisogno per commettere un atto del
genere.’
b. I want to/wanna go, but I only want to (*wanna) show him
my respect
‘voglio andare, ma voglio solo per mostrargli il mio
rispetto’
4) L’alternanza di alcuni possessivi femminili singolari in francese
Un fenomeno simile all’alternanza dell’art. indeterminativo inglese si
ha in francese, i possessivi femminili ma, ta, sa diventano
rispettivamente mon, ton, son se la parola seguente all’interno del
sintagma nominale comincia in vocale.
a. ma mère, ta femme, sa sœur
b. mon amie, ton épouse
anche in questo caso, il fenomeno riguarda esclusivamente alcuni
elementi specifici.
5) L’art determinativo femminile singolare in spagnolo
In spagnolo, l’articolo determinativo femminile singolare la diventa el
davanti a nomi che cominciano in [a] accentata, come esemplificato:
a. la am íga, la aréna
b. el á gua, el á guila
c. la álta torre
tale fenomeno è ancora più idiosincratico dei precedenti perché non ha
luogo se el introduce un aggettivo prenominale con le caratteristiche
fonologiche richieste, come nel caso di (c).
6) Il troncamento (Tr) in italiano
- Il Tr in italiano cancella una [e] o una [o] non accentata in fine di
parola se la consonante che precede la vocale da cancellare è una
sonorante e se la parola che segue comincia in consonante.
- La mancata applicazione del Tr quando la consonante che precede la
vocale cancellata non è sonorante
a. Non eran mai stati così concentrati.
b. Non volevano saper nulla di quella faccenda.
c. *Non volev partire.
d. *Fec di tutto per non partire.
- Elisione: Una [e] o [o] finale di parola si può cancellare anche prima
di vocale, fenomeno da distinguere da Tr perché i livelli di
accettabilità che si ottengono applicando le regole in contesti simili
sono diversi. L’elisione è sensibile alla velocità di elocuzione,
contrariamente a Tr:
a. Non eran ancora arrivati
b. Non voleva saper anche questo
- La ragione per cui il Tr non può far parte della fonologia
prosodica è che si applica in modo produttivo solo ai verbi, come
si può vedere:
a. Gianni suol rovinare le feste
b. *Gianni mostra le suol rovinate delle sue scarpe
dove si hanno contesti fonetici molto simili, sottolineati sopra, in cui la
vocale non si può cancellare nel secondo esempio perché appartiene a
un nome non a un verbo.
- Il contesto in cui si applica la regola
Ciò che limita il campo di applicazione della regola è che il Tr
non può mai avere luogo alla fine di un sintagma intonativo. Il
dominio del Tr è dunque un costituente fonologico: si applica
infatti se il verbo che subisce il fenomeno e la parola seguente
che lo rende possibile fanno parte allo stesso sintagma intonativo
a. *Voleva partir
b. *Se non vuol, non vuol
c. *Ha deciso di salpar – se ho capito bene – molto presto
Il fenomeno del Tr di [e] viene rappresentato nella grammatica con
le regole:
Il Tr è dunque un fenomeno che si applica entro una cornice che
contiene informazione lessicale (verbo) e informazione prosodica
(sintagma intonativo). Si tratta perciò di un fenomeno ibrido che non
risponde alla caratterizzazione delle regole postlessicali date sopra.
- Elementi comuni tra il troncamento e le regole prosodiche:
Dall’analisi del Tr, appare che in gran parte la cornice a determinare
la natura della regola in questione.
1) È facoltativo, in quanto dipende dalla velocità di elocuzione
2) Hanno o il sintagma intonativo o l’enunciato come dominio di
applicazione
3) Il Tr, al pari delle regole prosodiche, non è influenzato dalla
presenza di elementi vuoti, come si vede nell’esempio di sotto,
dove tra portare e con c’è una traccia:
Ho visto una persona che volevi portar [twh] con te
4) Il fatto di essere obbligatorio in un dominio prosodico piccolo e
diventare facoltativo in un dominio più grande. Per es., la sua
applicazione è obbligatoria in un gruppo clitico:
a. berlo < bere-lo
b. andarci < andare-ci
5) Il Tr può creare nessi consonantici che sono sistematicamente
assenti dalle parole italiane, violando così una restrizione
fonotattica dell’italiano, come [rʎ] in:
devi scriverglielo (scrive[rʎ]elo)
- Tr nei titoli in italiano
Il troncamento in italiano presenta un altro carattere interessante:
prende la forma di regola produttiva con i verbi, è limitata
lessicalmente per quanto riguarda i nomi. Ma i nomi che sono usati
come titoli subiscono Tr, obbligatoriamente nel caso di titoli
molto frequenti, e facoltativamente nel caso di titoli più rari.
Signor / Dottor / Mar
General / Commendator
4. cornice
- I contesti in cui si manifestano i fenomeni descritti sopra
possono essere descritte come
1) articolo determinativo in inglese
an / ---V
a / altrove
2) possessivo femminile singolare in francese
mon / ---V
ma / altrove
3) articolo determinativo singolare femminile in spagnolo
el / ---N[á
la / altrove
- È la cornice che determina il tipo di fenomeno:
se essa è definita in termini di costituenti sintattici, si predice che gli
elementi vuoti influenzino il fenomeno;
se essa è definita in termini di costituenti prosodici, si predice che
gli elementi vuoti non abbiano nessuna influenza sul fenomeno.
- La conseguenza di un tale modello per l’allomorfia sintagmatica
È un modello empiricamente decidibile, dato un fenomeno,
Se la sua cornice è di natura sintattica o prosodica:
non vede gli elementi vuoti e non è preservatore di struttura, si
tratta di un fenomeno con cornice prosodica
Se per ognuno di questi test è vero il contrario, si tratta si un
fenomeno con cornice sintattica.
5. Confronto tra fenomeni prosodici e fenomeni idiosincratici
1) Caratteristiche dei fenomeni prosodici
- Trattano in modo parallelo tutte le categorie lessicali
- Non sono sensibili a costituenti sintattici senza contenuto
fonetico
- Possono essere sensibili a diverse velocita di elocuzione
- Possono generare segmenti nuovi
2) Fenomeni idiosincratici (d’allomorfia sintagmatica)
- Non caratterizzabili secondo i quattro criteri sopra-riportati
- Può essere il risultato di una regola produttiva che si applica a una
classe intera di elementi lessicali anziché a una lista specifica.
Questi fenomeni sono limitati a un certo dominio di applicazione,
che in alcuni casi deve essere definito in termini di costituenti
sintattici, e in altri in termini di costituenti prosodici. (per es. il
troncamento in italiano)

6.8. Evoluzione dei fenomeni fonologici


1. La differenza tra i due tipi di regole della fonologia frasale
Una domanda che ci si deve porre è perché alcune regole della fonologia
frasale siano prosodiche e altre assumano le proprietà della allomorfia
sintagmatica.
A questo proposito, Kiparsky [1982] ha proposto che la differenza tra i due
tipi di processi sia da attribuire al fatto che essi si trovino in fasi diverse
della loro evoluzione storica: un fenomeno entra in un lingua come un
processo superficiale, foneticamente motivato, perciò diffuso su tutto
l’enunciato e regolare, diventa poi un processo postlessicalmente
grammaticalizzato, cioè limitato a un dominio specifico, ma ugualmente
regolare come tutti i fenomeni prosodici, per finire nel corso del tempo
col cristallizarsi e prendere la forma di un processo lessicale.
2. L’evoluzione del Tr.
Tr nel testo del ‘300 per es. di Boccaccio, molto più frequente di quanto non
lo sia oggi, e che non è limitato né alle vocali [e] e [o] né ai verbi.
a. …l’amore che alla sua comar portava…
b. …le lor celle…
c. …oltra la sottil vita…
d. …di natural colore…
La cristallizzazione dei fenomeni si accompagna alla loro obbligatorietà,
anche questa una caratteristica che si può notare nel troncamento non è più
un fenomeno produttivo e cioè con gli elementi nominali visti nell’esempio
del Tr obbligatorio nei titoli frequenti
3. una proprietà che caratterizza i processi regolari di allomorfia sintagmatica,
come il troncamento nel caso dei verbi, dovrebbe perciò consistere nella loro
instabilità, nell’essere processi in via di cambiamento. Di fatto ciò accade
anche per il Tr nella varietà regionale parlata a Milano: mentre per tutte le
generazioni sopra la mezza età si tratta di un processo produttivo, anche se
non obbligatorio, nelle generazioni successive la sua produttività è in netta
diminuzione, mentre è quasi obbligatorio con certi verbi molto comuni alla
terza persona plurale, per esempio fan (<fanno), han (<hanno).
4. Un ultimo passo nell’evoluzione delle regole fonologiche può essere,
secondo Kiparsky, il loro cristallizzarsi e diventare parte della morfologia
della flessione. È stato proposto ciò che è avvenuto, ad es., con le
preposizioni articolate in italiano, che sarebbero preposizioni flesse per
genere e numero in accordo con il sintagma nominale oggetto della
preposizione stessa.

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