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1.

Si spieghi la seguente frase di Gilles Clément, mostrando quali conseguenze


derivano dalla metafora della costruzione della casa come edificio testuale:

Conta una cosa sola: passare all’azione. Fare. Si tratta della mia decisione e del mio lavoro.
Ma il noi dimora in me. Presiede alle decisioni. La storia che racconto viene da un pensiero
collettivo. Discutiamo, parliamo di orientamenti, accessi, forme e materiali (G. Clément, Ho
costruito una casa da giardiniere).

1 a. Quale significato si può attribuire al passaggio dall’io al noi nella


realizzazione del progetto? Quale ruolo riveste la condivisione nel realizzare un
ponte comunicativo? Che valore possiamo riconoscere alla metafora
dell’accoglienza nella nuova casa?
1 b. Cosa emerge dal soffermarsi sull’agire e sulla scelta dei materiali da
costruzione? Che importanza ha l’idea della concretezza e del fare, nello
stabilire la consapevolezza della situazione comunicativa?

La costruzione di un edifico comunicativo, non può prescindere da un substrato


di esigenze collettive, poiché agisce in una dimensione relazionale. Nella
comunicazione efficace il soggetto isola il proprio io mettendo a disposizione la
propria forza espressiva per la coralità che vuole essere rappresentata.
Come la casa è luogo di incontro e condivisione, il testo funge da strumento
accomunante tra autore e uditorio, diventando non solo elemento di riflessione
reciproca delle verità individuali, ma luogo di tradizione.
Dante ha inteso la lingua come ponte teso all'alterità, capace di creare relazioni
durature nel tempo e l’edificio della Divina Commedia identifica l’esigenza del
fiorentino di comunicare, accogliendo il lettore nella nuova casa; questo
sentimento è concepibile solo dopo un periodo di erranza, ove il poeta ricerca la
propria identità e la lingua che più gli appartiene.
Come un ponte romano a secco, per realizzare un testo comunicativo equilibrato
in tutte le sue proporzioni, l’autore si deve porre in una condizione di continua
revisione, in modo da aderire il più possibile all’imprevedibilità e alla
molteplicità dell’esistenza. All'origine della libertà e dell'immediatezza del
comunicare, vi è dunque una fase di staticità e controllo, volta a modellare o
persino creare termini che possano suscitare percezioni e immagini vivide.
L’atto della scrittura è dunque un lavoro faticoso, tangibile, come costruire una
casa con le proprie mani, o come battere il martello sull’incudine per forgiare le
parole.

2. Alla luce della seguente frase di Calvino, si mettano in evidenza le


tecniche espressive e le scelte di cui occorre tenere conto per usare la lingua in
modo comunicativo.
La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla
cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.
Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di
avvicinarsi alle cose (presenti o assenti) con discrezione e attenzione e cautela,
col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole. (I.
CALVINO, Esattezza, in Lezioni americane)

2 a. Alla luce della storia della lingua italiana, perché possiamo dire che la
nostra è una lingua prevalentemente letteraria, per lo meno fino alla svolta degli
anni Sessanta? 2 b. In che cosa è consistita, a quell’altezza, l’evoluzione dalla
lingua della comunicazione a quella della cultura?
2 c. Quali peculiarità presentano i diversi linguaggi dell’intrattenimento, della
canzone e del web? Quali rischi corrono il rigore e l’efficacia della lingua
quando essa è sottoposta al logoramento dell’uso mediatico?

Secondo Calvino la terminologia non deve sostituirsi con prepotenza all’oggetto della
comunicazione, ma deve usufruire del carattere icastico ed emozionale delle parole, per
restituire al lettore l’immagine di ciò che le “cose” comunicano. In tale strategia basata su
immagini, esemplare nell’opera dantesca, l’autore dispone di lessici non generici ma di parole
esatte che si costruiscono a partire da un’idea raffigurata.
Prima che la tv diffondesse negli anni 60 una modalità espressiva ‘omologata’, era il
linguaggio dialettale a modellarsi ai vari contesti comunicativi, poiché la lingua letteraria,
portavoce delle istituzioni, puntava all’eleganza piuttosto che alla chiarezza del messaggio. É
in tale contesto che, tramite il linguaggio della comunicazione, Sereni elimina la rigidità
stilistica che aveva caratterizzato la lingua della cultura all’interno dei testi poetici,
prediligendo un lessico chiaro e facile per il lettore.
Il linguaggio d’intrattenimento, fattore di unificazione della lingua italiana, ha però reso atone
le sfumature diatopiche che rendevano il messaggio carico di personalità. La lingua nella
canzone, arriva a comunicare con un pubblico più ampio e tramite concetti evocativi, si
insinua nella mente degli ascoltatori. Nel web, la rapidità dell’emissione del messaggio porta
a un uso della lingua distratto che, parimenti a Mario Calvino, riduce tutte le situazioni in
categorie ideali. Benché si assista a un ritorno di massa alla scrittura, la neopistolarità
tecnologica, ha sulla stessa un effetto desacralizzante, e il testo diventa ‘usa e getta’.

TRACCIA DI COMPOSIZIONE:

Dopo aver spiegato a quali necessità deve sottostare, oggi come in passato, la lingua


della stampa, si presenti brevemente la riflessione di uno degli autori studiati, in merito
al rapporto tra giornalista e scrittore.

Un giornalista che si accinge a scrivere un articolo di giornale deve sottostare a delle


necessità di mestiere quali: velocità, spazio e mezzo. La lingua della stampa, ieri
come oggi, non può prescindere dal mezzo di trasmissione della notizia;
l’introduzione del telegrafo per esempio (1866), costrinse a semplificare la sintassi
fino a che oggi, il linguaggio dei giornali si è andato quasi a confondere con lo slang
dei social network. Se con il giornale cartaceo c’era la gabbia tipografica, uno spazio
fisico delimitato che stabiliva la lunghezza o la brevità dell’articolo, anche nel cosmo
del web, il testo deve rispettare limiti precisi poiché convive con altri tipi di linguaggi
multimediali. La velocità con cui si esprime la lingua del giornale per battere la
concorrenza sul mercato è andata via via aumentando, verso un’accelerazione
spasmodica dei processi comunicativi, arrivando ad oggi con il live. Può il giornalista
essere anche scrittore? Per Croce, la risposta è chiara e negativa. Egli considera il
giornalismo come una scrittura banale, piena di espressioni pronte e stereotipate che i
giornalisti manipolano quotidianamente per fare notizia. Poiché per Croce l’arte è
frutto di meditazione, è nell’improvvisazione che individua il limite più grande di
questo mestiere. Il giornalista è un artigiano pratico, un individuo di scarsa sensibilità
che, dovendosi occupare di molteplici aspetti della realtà, non sempre possiede una
formazione solida alle spalle.

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