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EDUARDO DE FILIPPO, DITEGLI SEMPRE DI SÌ

CROCE Buongiorno.

TERESA Carissimo dottore! (Presentando) Il mio padrone di casa, il mio inquilino.

GIOVANNI Altamura. (Stretta di mano).

CROCE Croce.

LUIGI Strada, studente. (Stretta di mano). E pensà che pur'io ho studiato medicina.

CROCE Overo?

LUIGI Papà era medico. Aggiu fatto fino 'o secondo anno.

CROCE Siete medico?

LUIGI Sí e no. Lasciaie 'a medicina p' 'o teatro, ma non sono riuscito a sfondare. Ho fatto pure il generico
in qualche compagnia, ma guadagnavo poco. E cosí lasciaie 'o teatro per la letteratura.

CROCE Siete scrittore?

LUIGI Sí e no. Ho scritto qualche poesia, ma non me l'hanno mai voluta pubblicare. Appena esce il volume
e faccio soldi mi dedico a 'o teatro n'ata vota. La strada mia è quella, lo sento. Sta ncapa a me ca diventerò
una celebrità.

Il testo proposto è tratto dalla commedia Ditegli sempre di sì di Eduardo de Filippo, commediografo e
drammaturgo del ‘900 e autore teatrale napoletano. Scritto nel 1927 in due atti per la compagnia teatrale di
Vincenzo Scarpetta, l’anno seguente fu messo per la prima volta in scena e nel 1962 ne fu fatto un
adattamento televisivo trasmesso su Rai 2.
Questo testo teatrale può essere inserito nell’ambito della letteratura dialettale: nel brano proposto si
evincono degli interi passaggi in napoletano. Ricordiamo che Eduardo De Filippo si occupa nei suoi testi
soprattutto della crisi della piccola borghesia napoletana e della crisi dei valori familiari, come nelle
commedie Natale in casa Cupiello (viene rappresentata una famiglia della piccola borghesia napoletana, la
famiglia di Luca Cupiello, che si prepara a festeggiare il Natale con i suoi familiari, ma quella che sembra la
celebrazione di un Natale gioioso si rivela in realtà un dramma: la commedia è la chiara rappresentazione
dell’incomunicabilità umana e della crisi dei valori familiari) e Napoli milionaria. In Ditegli sempre di sì
viene affrontato il tema della follia, tematica affine alla produzione pirandelliana, tant’è vero che con
Pirandello ebbe anche dei rapporti di lavoro e di collaborazione. I testi teatrali di Eduardo restano più a
livello della comicità e della farsa senza tutta quella impalcatura profonda, pensosa e di metateatro che ha, al
contrario, il teatro di Pirandello. Nonostante questa maggiore leggerezza della forma e questa tendenza alla
via del comico e della farsa, in questa come in ogni sua commedia è comunque possibile rintracciare
effettivamente alcuni elementi tipici della letteratura del ‘900: il tema della follia su tutti, ma anche
l’inconsistenza dei personaggi, la fragilità e l’inettitudine. La denuncia della follia come tema principale
della commedia è, poi, già evidente dal titolo stesso: è al pazzo che si dice sempre di sì, in quanto egli non
ragiona e si infuria.
Le due raccolte nelle quali confluiscono i testi teatrali di De Filippo sono Cantata dei giorni pari, che
contiene questo testo, e Cantata dei giorni dispari, che contiene invece Napoli milionaria!. In particolare,
nell’edizione Einaudi, l’introduzione è a cura di Anna Barsotti, la studiosa che si è occupata del commento
ai testi teatrali di Eduardo. Nella pagina introduttiva al testo teatrale, quella coi personaggi, notiamo il
protagonista Michele Murri tornare a casa dalla sorella Teresa Lo Giudice dopo un anno di manicomio. Il
momento del ritorno a casa del pazzo è presente sia nelle rappresentazioni teatrali che nell’adattamento
televisivo, dove è molto segnalato grazie alla ricostruzione che viene fatta della casa della sorella Teresa,
rappresentata con un ingresso ampio il cui attraversamento implica, per il protagonista Michele, il passaggio
dal mondo dei pazzi a quello dei sani. La casa della sorella è popolata di personaggi e, secondo Anna
Barsotti, in questo aspetto c’è proprio il segno positivo della napoletanità che Edoardo vuole imprimere, la
casa come luogo popolato di gente e non chiuso. Infatti, Michele, tornato a casa, si trova a dover affrontare
una serie di situazioni e personaggi che mettono alla prova la sanità mentale che dovrebbe aver raggiunto
dopo la permanenza in manicomio. Innanzitutto, la casa della sorella è abitata da un coinquilino, un certo
Luigi Strada, uno studente fuori corso che ha affittato questa stanza nella casa della vedova Teresa Lo
Giudice ed è spesso frequentata da Don Giovanni Altamura, il padrone di casa, da sua figlia Evelina e da
altri personaggi che si alterneranno in questa giornata di rientro a casa di Michele.
Il tema della follia è rappresentato, oltre che dal personaggio del “pazzo” Michele, anche dallo studente
Luigi Strada, descritto come una persona solo apparentemente sana. I temi centrali in questo passaggio
dell’atto I scena II, che vede Luigi come protagonista, sono la follia e l’inettitudine del personaggio: Luigi
Strada è effettivamente anch’egli un pazzo e un alienato, tante che anche il folle Michele scopre in lui, come
nel mondo dei sani, una serie di assurdità. Il titolo scelto per questo brano, Sì e no, è molto esemplificativo
del significato del testo ed indica la dissoluzione e la frantumazione del personaggio. È descritto il momento
nel quale la sorella Teresa accoglie in casa il Dottor Croce, che le riporterà di lì a poco il fratello pazzo,
Michele, dopo un anno trascorso in manicomio. Per convenevoli, Teresa gli presenta coloro che in quel
momento si trovavano fortuitamente a casa sua: Don Giovanni Altamura, il padrone di casa, e l’inquilino
Luigi Strada. In particolare, durante le presentazioni, Luigi Strada, parlando con il dottore Croce, racconta
di sé e introduce una sorta di suo curriculum. Egli si presenta come studente e già questa definizione che
Luigi dà di sé lo pone in una condizione di precarietà e instabilità in quanto, pur essendo ormai abbastanza
grande, è ancora studente.
La presentazione di Luigi Strada ricorda molto da vicino la presentazione della storia universitaria che fa
Zeno ne La coscienza di Zeno: nel brano in cui discute dell’ultima sigaretta che si propone ogni volta di
fumare, egli fa anche riferimento ai suoi burrascosi passaggi da una facoltà universitaria all’altra, in
particolare da chimica a giurisprudenza. Effettivamente il personaggio di Luigi Strada è molto simile a
quello di Zeno Cosini: sono due inetti ma hanno entrambi grandi propositi miserabilmente disattesi in un
andirivieni senza senso [è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente]. In
questo breve dialogo tra il medico e Luigi Strada, il medico rappresenta il riferimento razionale e colui
che con la ragione vuole indagare i dati, Luigi Strada rappresenta invece il fallito e il sognatore che, pur
andando incessantemente a sbattere contro la realtà, non incassa mai un colpo definitivo e anzi continua ad
incassarne di successivi.
Nella costruzione della sintassi, all’iniziale affermazione positiva ne segue subito una di fallimento, il sì e no.
Infatti, egli dice che il padre era medico e che anche lui ha studiato medicina fino al secondo anno, ma
quando il dottore gli chiede se è medico egli risponde “sì e no”: è in questo ossimoro e in questa
contraddizione dei due avverbi stridenti sì e no che c’è la connotazione del fallimento del personaggio del
‘900, della sua condizione sospesa tra un’identità apparentemente sana e una folle. Luigi Strada lascia poi la
medicina per il teatro, credendo di aver trovato la propria strada, ma non riesce ad ottenere successo, riesce
anzi solo ad ottenere il ruolo secondario e minore di generico in qualche compagnia. Passa così dal teatro alla
letteratura, ma quando il dottore gli chiede se fosse scrittore, Luigi Strada gli risponde “sì e no, ho scritto
qualche poesia ma non me l’hanno mai voluta pubblicare. Appena esce il volume e faccio soldi mi dedico a
‘o teatro n’ata vota”. Egli, quindi, ha scritto poesie mai pubblicate ma, quando pubblicherà il libro e otterrà
del denaro, non investirà nella letteratura come si aspetterebbe ma cambierà nuovamente strada dedicandosi
al teatro. Il brano si conclude con queste ottimistiche parole di Luigi Strada: “La strada mia è quella, lo
sento. Sta ncapa a me ca diventerò una celebrità”, ma il lettore fa presto ad immaginare che questo, in realtà,
sarà l’ennesimo fallimento di Luigi Strada.
In questo brano si nota come nelle varie battute l’uso del napoletano sia alternato a quello dell’italiano: il
primo è assegnato a quei momenti in cui il personaggio rappresenta la veracità, la schiettezza e la genuinità
di quello che sta dicendo, mentre i passaggi in italiano sono quelli dell’ideale che ci si è posti e che si
frantumano poi a contatto con la realtà vera, espressa in lingua napoletana. Dal brano emergono poi anche il
tema dell’inettitudine, portata all’estremo da quell’ossimoro sì e no, e il tema della follia, in quanto Luigi
Strada, uno dei cosiddetti sani, è in realtà un folle, proprio come Michele Murri.
Ditegli sempre di sì è una commedia e un testo teatrale, ma non è pensoso e cervellotico come quelli della
produzione pirandelliana: la riflessione non è portata a quegli esiti estremi di problematicità, ma pur nella
farsa e nella commedia degli equivoci ci sono importanti riflessioni su temi tipicamente novecenteschi, quali
la follia intesa come lucidità di chi non si adatta all’illogicità della realtà. Tuttavia, questa è una ribellione
destinata al fallimento perché o si fa il folle a vita e si ritorna in manicomio, come Michele Murri, o
comunque ci si condanna ad essere esclusi dalla società, in cui gli uomini non riescono a comunicare in
maniera genuina tra loro ma indossano la maschera di cui parla Pirandello per riuscire a sopravvivere.
Essendo questo un testo teatrale, nel bel mezzo del fraseggio sono presenti delle didascalie, seppur in breve
quantità: non vi sono numerose didascalie che stanno a rappresentare come l’attore debba rappresentare il tic
della pazzia o come debba deformare l’espressione nella pazzia in quanto tutto è affidato alla particolare
interpretazione che Eduardo fa della pazzia. Infatti, alle volte sul suo volto è fissa la maschera seria e
tragica, caratterizzata da uno sguardo con un tic degli occhi e un movimento a scatti delle sopracciglia, altre
invece i gesti e i lineamenti si sciolgono in un accenno di sorriso: è in questa alternanza illogica tra lo stato
di fissità della maschera tragica e lo stato di rilassamento di muscoli che Edoardo rappresenta la follia.
L’alternanza di questi momenti diventa sempre più fitta e intensa, divenendo, assieme all’ostinazione di
ricercare una logica in ogni affermazione, un’immagine esemplare della follia. Infatti, Michele, tornato dal
manicomio, ha paura di sragionare e quindi applica a tutte le situazioni che lo circondano un continuo
tentativo di ragionamento ferreo. Continuamente dice alla sorella: “Senti come fila il mio ragionamento?”,
oppure orgoglioso “Mi si è sviluppato un ragionamento, sapessi!”. La prima mania, il vero tic del pazzo, è la
fissazione della letteralità, cioè questa fissazione ad associare a ciò che si dice e si fa l’assolutezza del dato:
egli prende alla lettera tutto ciò che gli viene detto e, quindi, quanto detto deve corrispondere alla realtà.
Cerca una coincidenza stretta tra parola e fatto, tra significante e significato. In questa ostinazione al
ragionamento è rappresentata la pazzia: il pazzo ritornato nel mondo dei sani vuole ragionare ed esercitare
la logica, ma tutto diventa via via complicato perché i personaggi attorno a lui, i sani, sragionano davanti ai
suoi occhi, facendogli gradualmente perdere quell’equilibrio che credeva di aver raggiunto.
Passando in rassegna i vari episodi, esemplificativi sono anche i brani indicati come Il matrimonio 1 e 2.
Appena rientrato dal matrimonio, Michele proprio per guadagnarsi questa sorta di patente di normalità,
annuncia alla sorella di volersi sposare, di avere bisogno di stabilità e la sorella subito gli propone l’idea del
matrimonio con la giovane Evelina, figlia del padrone di casa, e lui si mostra contento, anzi dice addirittura
che aveva pensato anche lui a questa soluzione. Pensando al suo matrimonio, a Michele viene in mente che
anche la sorella era sola, perché vedova, così le chiede se non pensi anche lei alla possibilità di sposarsi. La
donna gli dice che per lei è un po’ più difficile, le occorrerebbe un uomo di mezza età, una persona seria e
allo stesso tempo piacente, e quindi a mo’ di esempio cita Don Giovanni Altamura, dicendo che ci vorrebbe
un tipo come lui. La sorella lo proponeva semplicemente come esempio, ma il pazzo, che intende e prende
per vero tutto ciò che si dice, incamera nella sua mente che la sorella sia follemente innamorata di Don
Giovanni Altamura e che voglia sposarlo. Infatti, quando viene mandato a chiamare Evelina perché le faccia
la proposta di matrimonio, in realtà le dice che sua sorella vuole sposare suo padre.
Un altro equivoco nel quale il pazzo cade riguarda il giovane Ettore, un personaggio che interviene a casa di
Teresa alla ricerca di Luigi Strada, e la sua fidanzata Olga. Luigi Strada sembra quasi essere l’antagonista
della commedia: Ettore, avendo rubato dei soldi dall’ufficio in cui lavora con l’intento di utilizzarli per il suo
matrimonio e volendo ora riconsegnare quei soldi per evitare di finire in carcere, vorrebbe chiedere a Luigi
se conosce degli usurai. Ettore arriva così a casa di Teresa alla ricerca di Luigi Strada ma intercetta Michele,
che subito individua in Ettore un’assenza di coerenza: nel raccontargli i suoi guai, Ettore dice di aver solo
preso in prestito dei soldi dall’ufficio, ma Michele lo ammonisce sottolineando che egli non ha preso in
prestito quei soldi ma li ha rubati dal momento in cui non appartenevano a lui. Michele non riesce a capire la
logica nei comportamenti di Ettore, specialmente quando arriva la fidanzata Olga, amica della sorella di
Michele: egli si meraviglia quando Ettore, intuendo l’arrivo della fidanzata, tenta di nascondersi per evitare
di doverle spiegare la brutta situazione in cui si era cacciato. Nel colloquio con il giovane Ettore, egli spiega
drammaticamente a Michele che la sua unica via di scampo a questa terribile situazione sarebbe vincere un
terno al lotto: questa affermazione da parte di Ettore è nella mente di Michele acquisizione del concetto [lo
ha detto, quindi lo ha fatto]. Infatti, credendo che Ettore abbia davvero vinto un terno al lotto, dirà ad Olga
della vincita del suo fidanzato.
Altro equivoco è quello col signor Vincenzo Gallucci, amico di famiglia che è venuto ad invitare Teresa a
passare una giornata nella sua casa di villeggiatura per il suo compleanno. Trovando in casa anche Michele,
apparentemente tornato da un viaggio di lavoro, è invitato anche lui: egli accoglie l’invito ma, avendo
ricordato che Vincenzo aveva litigato già da anni col fratello Attilio, gli chiede ostinatamente per quale
motivo non avesse fatto più pace col fratello. Vincenzo, a questo punto, risponde che non ha la minima
intenzione di vedere più il fratello, dicendo “Io per mio fratello sono morto, hai capito? Sono morto”.
Michele acquisisce così della sua morte e fa mandare un telegramma al fratello per annunciargli il decesso di
Vincenzo, scena con cui termina, dopo quest’incessante catena di equivoci, il I atto, per dare invece spazio al
II atto, ambientato nella casa di villeggiatura di Don Vincenzo, dove il banchetto di compleanno si chiude
con il paradossale arrivo della corona da morto che Attilio manda al fratello Vincenzo a causa dell’equivoco
ingenerato dallo stesso Michele. Nel corso della commedia si assiste quindi al progressivo peggioramento
della pazzia di Michele, che arriva addirittura ad affermare davanti a tutti gli ospiti che tra di loro c’è un
pazzo, Luigi Strada, prontamente isolato dagli ospiti. A un certo punto poi, mentre Luigi era solo nel cortile
della casa, incombe alle sue spalle lo stesso Michele, la cui pazzia è oramai, in un giorno e mezzo, sfrenata:
presentatosi con un turbante in testa e con una sciabola in mano, Michele gli spiega che è un medico indiano
venuto appena adesso da un convegno nel quale, avendo studiato il caso dello stesso Luigi, si era stabilita
una possibile terapia alla sua pazzia, il taglio della testa: visto che la sua malattia sta nella testa, per far sì
che il pazzo diventi sano è necessario che gli si tagli la testa. In questo senso c’è l’esito della frantumazione
del personaggio nel ‘900: quest’ultimo è talmente insicuro, debole e indeciso che diventa proprio un corpo
senza testa, un corpo per il quale l’unica soluzione è addirittura il taglio della testa. La sorella di Michele
arriva in tempo per strappare Luigi Strada dalle mani di Michele, immediatamente riportato in manicomio.
La commedia, infatti, finisce com’era iniziata, seppur al contrario: Michele lascia la casa, ritornando dal
mondo dei sani a quello dei pazzi.
In questo breve soggiorno nel mondo sei sani, egli ha scoperto, grazie al suo tentativo di ragionamento, tutta
una serie di equivoci nel mondo dei sani. È lui il pazzo o lo sono i cosiddetti sani? Effettivamente, i sani
assumono comportamenti assurdi e bugiardi e vi è una totale incomunicabilità tra di loro: il fidanzato che
scappa dalla fidanzata, un impiegato che ruba i soldi dal suo ufficio. Anche nei sani, quindi, sono presenti
segni di pazzia, persino nella sorella di Michele - interpretata a teatro da Titina e nell’adattamento televisivo
da Regina Bianchi -, di cui in una didascalia si legge: “È una donna quarantenne, ancora avvenente, ma che
si vede dai suoi tic che ha qualche rotella fuori posto”. Non a caso, Regina Bianchi la rappresenta come
scattante e nervosa, nella camminata che fa per casa trascina le pantofole sul pavimento, prende per mano la
cameriera portandola da una stanza all’altra e si spolvera continuamente la camicetta. Ditegli sempre di sì
rappresenta, infatti, come anche i cosiddetti sani siano in realtà anche loro folli e pieni di tic e manie: la follia
non è propria solo del protagonista Michele Murri, è anzi la dimensione comune a tutti gli uomini.
Ditegli sempre di sì esprime così, nella sua comicità, una concezione negativa della convivenza, del
ragionamento e della comunicazione tra gli uomini, tipica della letteratura novecentesca. Infatti, al suo
ritorno nel mondo dei sani, Michele subito perde il suo presunto equilibrio a contatto con l’illogicità della
gente: il mondo è basato su interpretazioni precarie e soggettive, convenzioni illogiche, assurdità, menzogne
e finzioni alle quali gli uomini soccombono per portare avanti la messa in scena che è la vita. Michele è il
pazzo che, per dimostrare a se stesso e agli altri di essere sano, cerca di interpretare la realtà alla luce della
ragione, tanto che la sua mania si configura progressivamente come ossessione per la letteralità delle cose:
deve esserci una piena corrispondenza tra parola e realtà, tra ciò che si dice e ciò che si fa. A questo ostinato
voler ragionare del folle, si contrappongono i sani, che vogliono invece svincolare a quella logica: i sani
resistono nel mondo dei sani perché si adattano all’assurdità della realtà che li circonda, i folli invece sono
allontanati perché, cogliendone il suo non senso, non si arrendono a quell’illogicità e quell’assurdità.

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