Sei sulla pagina 1di 49

NEOCLASSICISMO​ ​MONTI​ ​FOSCOLO​(​I SEPOLCRI​) ​ROMANTICISMO​ ​MANZONI​(​IN

GENERALE​) ​PROMESSI SPOSI​ ​LEOPARDI​ ​AD ANGELO MAI​ ​L’INFINITO​ ​LA SERA DEL DI DI FESTA
A SILVIA​ ​CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA​ ​LE RICORDANZE​ ​ LA QUIETE
DOPO LA TEMPESTA​ ​AMORE E MORTE​ ​A SE STESSO​ ​ LA GINESTRA​ ​LETTERATURA
DIALETTALE​(​PORTA​ E ​BELLI​) ​ NIEVO​(LE CONFESSIONI​..) ​DE SANCTIS E IL GENERE DELLA STORIA
LETTERARIA
 1-NEOCLASSICISMO I​ l ​Neoclassicismo​ è stato un movimento artistico - letterario che si è sviluppato
in Europa tra la seconda metà del Settecento e il primo decennio dell'Ottocento e si è concluso verso il
1830,è una reazione al Barocco che era irregolare, mentre invece il Neoclassicismo mira alla
semplicità, all’ordine e all’equilibrio,il Neoclassicismo lo troviamo maggiormente nelle arti figurative.
Esso manifesta una predilezione verso la civiltà antica, soprattutto quella greca, che viene scelta come
modello da imitare in quanto la cultura greca, fu vista come una mitica età dell'oro, in cui l'umanità
viveva in armonia con la natura ed il bene coincideva con la bellezza.Questa tendenza ebbe un forte
impulso dai ritrovamenti archeologici di Ercolano e Pompei, che portarono ad una conoscenza più
diretta delle opera antiche. Il recupero dell’arte antica avviene in base a due convinzioni:- è l’arte
che risponde meglio alle esigenze del gusto;- è l’arte che, nel corso della storia, si è
maggiormente sviluppata “secondo natura”.Il Neoclassicismo recupera l’arte del passato per poi poterla
reinterpretare secondo i gusti e le esigenze del presente. Elaborò una precisa concezione di
produzione artistica, che aveva due scopi:- indicare precise norme che l’artista doveva seguire al
momento della creazione della sua opera;- indicare precisi criteri nella valutazione dell’opera
d’arte.L’autore che ha dato i maggiori contributi alla diffusione del Neoclassicismo è stato l’archeologo
tedesco ​Johann Joachim Winckelmann​. Nel 1755 egli si trasferì a Roma, e compì alcune visite ad
Ercolano e a Pompei.Fu nominato prefetto delle antichità di Roma e l’anno dopo pubblicò la ​Storia
dell’arte nell’antichità​. L’opera ebbe una immediata diffusione europea e costituì una tappa
fondamentale per la nascita dell’estetica, l’arte è uno specifico modo di pensare, che si sviluppa solo in
presenza di determinate condizioni storiche: l’indole di un popolo, la felicità del clima, il carattere libero
delle istituzioni civili. L’arte diventa così il punto di vista privilegiato per esaminare una civiltà.-
Fare storia dell’arte per l’autore significava fare la storia dell’uomo, che nell’arte proietta nella forma più
completa e perfetta i valori della sua civiltà.Dunque​ con il Neoclassicismo nasce l’estetica​ con cui l’arte
non è più soltanto attenta a fissare le regole e le norme dei diversi generi artistici ma è interessata a
considerare l’esperienza​ ​artistica nella sua totalità. Ci si interroga sui concetti di “bello” e di “bellezza”
cercando di mettere in luce le vere modalità del piacere estetico. Si aspira al “sublime” attraverso i
sensi e il sentimento.Più precisamente i fondamenti dell’estetica neoclassica sono Il ​bello ​è
definito come ​armonia delle parti​ e l’​arte ​è definita come ​imitazione d ​ ella natura. ​C’è però una
differenza tra ​bello di natura e ​ ​bello d’arte​: ​il primo si percepisce immediatamente attraverso i sensi e,
per essere gustato, non richiede alcuna preparazione; il secondo invece coinvolge sia i sensi che la
ragione, perciò può essere apprezzato soltanto dopo una adeguata preparazione. Il bello creato
dall’arte, o bello ideale, è superiore al bello proposto dalla natura.- Il fine dell’arte è quello di
raggiungere ​l’armonia​; e l’arte e la civiltà greca costituiscono il modello più perfetto di armonia che
l’uomo abbia raggiunto nel corso della storia. L’arte perciò ha lo scopo di produrre uno stato d’animo
sereno, di permettere il controllo della vita emotiva e delle passioni. L’artista non deve escludere la
rappresentazione delle passioni, ma deve cogliere il momento in cui esse si sono ricomposte in un
equilibrio di superiore armonia e bellezza.- L’armonia neoclassica ha due elementi: la ​grazia ​ed il
sublime​. L’estetica neoclassica polemizza sia contro il cattivo gusto e l’esteriorità del Barocco, sia
contro la superficialità e la leggerezza del Rococò, che caratterizzò la prima metà del Settecento e
propone un’arte che possa unire il bello con la tensione morale, recuperando la serietà, e i nobili
sentimenti.In questo modo il Neoclassicismo si avvicina all’estetica del ​sublime​, poiché privilegia il
grandioso ed il maestoso, e perché propone una morale austera, elevata, capace di indirizzare gli
uomini verso grandi e nobili azioni.- Per l’uomo, per l’artista, il mondo greco antico diventa il
“paradiso perduto” e nello stesso tempo la “terra promessa”. Il gusto e l’estetica neoclassici sono
pervasi da un ​sentimento di nostalgia ​per un tempo e un luogo del passato che risultano irripetibili,
perché soltanto in quel momento storico la Natura e la Ragione si sono unite ed hanno raggiunto un
alto equilibrio mai raggiunto nei secoli successivi.

 2-​VINCENZO MONTI ​Monti è nato nel 1754 in Romagna da una famiglia di proprietari terrieri. Fece
studi giuridici e medici. Compiuti gli studi, ottenne dal padre di potersi trasferire a Roma, dove divenne
segretario di Luigi Braschi, che era nipote del papa Pio VI. Le opere che scrisse in questo periodo
rispecchiano le idee conservatrici degli ambienti ecclesiastici ed aristocratici che frequentava, e
traggono lo spunto, secondo la poetica del neoclassicismo, dagli avvenimenti contemporanei, che
colpivano la sua immaginazione. L’opera più famosa di questo periodo è stata la ​“​Bassivillana”​,​ un
poema scritto in terzine, in 4 canti, che però rimase incompiuto: il protagonista è Ugo Bassiville che era
segretario della legazione francese a Napoli. Costui si recò in missione politica a Roma ma fu
accoltellato durante una sommossa e morì confortato dalla fede. Monti immagina che un angelo strappi
la sua anima dall’Inferno e, prima di portarlo al Purgatorio, gli fece vedere gli orrori della
rivoluzione.L’opera sarebbe dovuta finire con la sconfitta dei rivoluzionari per opera della coalizione
degli Stati europei, ma restò incompiuta. Le sue abitudini di vita attirarono su di lui sospetti di
giacobinismo per cui dovette abbandonare di nascosto Roma rifugiandosi a Milano. In questo periodo
compose il ​“Prometeo”​ in onore di Napoleone Bonaparte, che fu cantato alla Scala nell’anniversario
della decapitazione di Luigi XVI.Nel 1799 la caduta francese lo costrinse a tornare a Parigi da dove poi
potette ritornare a Milano dopo la vittoria di Napoleone a Marengo in occasione della quale scrisse la
canzonetta ​Dopo la battaglia di Marengo​.Nel 1802 fu nominato professore presso la cattedra di Pavia e
nel 1810 pubblicò il suo capolavoro, “​la traduzione dell’Iliade”,​ fatta non direttamente dal greco, perché
non lo conosceva, ma dal latino. Monti morì a Milano il 13 ottobre 1828.Con la sua opera e il suo
modello di intellettuale - letterato, Monti attraversò non solo l'età rivoluzionaria e napoleonica ma anche
i decenni che subito la precedono e la seguono. Egli ebbe il titolo di “primo poeta d’Italia” da Madame
de Stael non tanto per il valore delle sue opere quanto per il fatto di sapersi adattare alle tendenze e al
gusto dominante, ponendosi come mediatore tra tradizione classicistica e trasformazioni
politiche​.​MONTI POETA NEOCLASSICO ​Negli anni giovanili trascorsi a Ferrara, Monti si esercitò in
espedienti poetici di varia natura, impadronendosi del linguaggio settecentesco.Pubblicò varie opere,
tra cui:- Una poesia celebrativa ed ufficiale, che prendeva spunto da occasioni di attualità per
esaltare la civiltà presente e i suoi legami con quella greca, come:· ​Prosopopea di Pericle,​ che si
ispirava al ritrovamento di Pericle e celebra la fioritura culturale di Roma al tempo di Pio VI;· ​Al
signor di Montgolfier ​dove esalta l’ascensione in pallone aerostatico- Una poesia neoclassica,
come la ​Musogonia​, che parla della nascita delle muse.​MONTI POETA DEL CLASSICISMO
BORGHESE ​Monti assunse da subito un’identità rivoluzionaria, infatti produsse inni e cantate
repubblicane ma si mantenne comunque su posizioni moderate, esaltando le scelte politiche di
Napoleone Bonaparte con liriche e poemetti, tra cui l’incompiuto ​Prometeo ​che esalta la figura del
titano, simbolo di libertà e di sfida alle false divinità.Durante il soggiorno a Parigi riprese e portò a
termine una tragedia, il ​Caio Gracco​: Caio Gracco, eroe caro ai rivoluzionari francesi, soccombe sotto
le spinte delle reazioni antipopolari e dei rivoluzionari estremisti, rappresentando così un modello di
virtù civile e di trasparenza perfetta dell’azione politica. La tragedia di Caio si conclude con un’amara
constatazione della sconfitta di quella virtù e delle sue aspirazioni e la lotta per la giustizia si dimostra
inutile.La delusione per gli avvenimenti del 1799 si sente anche nella ​Mascheroniana​, poema in cinque
canti in terzine che presenta colloqui nell’oltretomba tra il poeta - scienziato Lorenzo Mascheroni e altri
scrittori del settecento, tutto ciò in termini polemici contro l’estremismo rivoluzionario​.​LE DISCUSSIONI
SULLA LINGUA ​Nel periodo napoleonico l’esigenza di affermare un’identità nazionale italiana si
espresse attraverso un nuovo tentativo di definire una forma linguistica adeguata al presente e quindi
attraverso una ripresa della questione della lingua. Alle prospettive classicistiche si collega il Purismo,
che voleva che si ritornasse alla purezza del toscano come esempio di lingua naturale, spontanea e
armoniosa Contro il purismo si espresse Monti insieme ad un gruppo di amici letterati che sostenevano
una forma di classicismo moderno e aperto, affermando che una lingua comune d’Italia doveva essere
elaborata confrontando le varie aree regionali.La posizione di Monti e del suo gruppo riscosse molto
successo anche nell’ambiente romantico: il suo limite però andava cercato nel fatto che si confrontava
ancora con la tradizione, con il passato.

 3-UGO FOSCOLO ​Ugo Foscolo è nato a Zante nel 1778. Il padre, veneziano, esercitava la
professione di medico, mentre la madre era greca. La morte improvvisa del padre causò alla famiglia
gravi difficoltà, tanto da costringere Ugo a tornare a Zante presso la zia.Nel 1792 la famiglia si trasferì a
Venezia, dove Foscolo continuò gli studi e cercò di inserirsi negli ambienti mondani della città, fu
proprio qui che conobbe Isabella Teotochi Albrizzi, appassionata di letteratura con cui ebbe una
passione d’amore, che gli fece conoscere Ippolito Pindemonte.La discesa dei francesi in Italia rafforzò il
suo orientamento rivoluzionario e si impegnò nell’attività politica. Nel 1797 al teatro Sant’Angelo fece
rappresentare la tragedia “​Tieste”,​ che costruì sul modello di Alfieri. Poiché il governo oligarchico fu
sospettoso nei suoi confronti decise di fuggire a Bologna dove pubblicò l’ode “​Bonaparte liberatore​”.,
poi a Maggio tornò a Venezia ed ottenne l’incarico di segretario della municipalità.La sua sensibilità
politica gli fece avvertire l’atteggiamento ambiguo dei liberatori francesi e quando seppe che Napoleone
con il trattato di Campoformio aveva ceduto Venezia all’Austria decise di non attendere l’arrivo degli
austriaci e partì per l’esilio, lasciando per sempre Venezia e la madre. Si recò a Milano dove si legò a
gruppi giacobini italiani e dove conobbe Parini e Monti. Con Melchiorre collaborò alla redazione del
giornale “Monitore italiano”, e quando i francesi ordinarono la chiusura del giornale, ritornò a Bologna.
Successivamente si arruolò come volontario nella guardia nazionale di Bologna.Quando Napoleone
ritornò in Italia Foscolo restò nell’esercito con il grado di capitano aggiunto​.​La sua irrequietezza e le
crescenti difficoltà economiche lo indussero a recarsi sulle coste della Manica per partecipare alla
spedizione progettata da Napoleone contro l’Inghilterra. Ebbe una relazione con un’inglese da cui
nacque una figlia, Mary, che però rimase con la madre. Dopo un breve soggiorno a Parigi, dove
incontrò Alessandro Manzoni, si stabilì di nuovo a Milano, entrando in contatto con i più alti esponenti
del Regno D’Italia.Durante un viaggio nel Veneto Foscolo pensò di comporre il carme “​Dei Sepolcri”​ ,
che verrà pubblicato nel 1807. Successivamente ottenne la cattedra di eloquenza all’università di Pavia
ma si trattò di un’esperienza di breve durata perchè la cattedra gli fu soppressa e gli fu lasciato solo un
anno di stipendio. La perdita di questo lavoro lo portò di nuovo in difficoltà economiche e ciò fece
aumentare la sua insofferenza verso la cultura napoleonica, iniziò a considerare che un ritorno degli
austriaci non sarebbe stato un avvenimento negativo, tanto da essere inserito in alcune trame che si
ordivano in favore dell’Austria. Nel 1816 si trasferì a Londra dove non riuscì a farsi accettare
dall’aristocrazia londinese. Mantenne contatti epistolari con l’Italia e i suoi risentimenti nei confronti del
mondo intellettuale e politico italiano si inasprirono sempre di più tanto da complicare anche i suoi
rapporti con i numerosi italiani in esilio a Londra. Morì a Londra nel 1827 e venne sepolto lì: solo nel
1871 le sue spoglie furono portate a Firenze e tumulate nella chiesa di Santa Croce.​DALLA VITA
ALLA LETTERATURA​ ​Nella vita di Foscolo tutto appare provvisorio: la sua vita è dominata da
un’instabilità che lo porta sempre altrove. In questo atteggiamento possiamo scorgere un “io” irrequieto
che, avendo perduto la terra d’origine, si lascia trascinare dalle occasioni più varie, rifiutando ogni
legame familiare e sociale. Il poeta rivendica il valore assoluto della propria personalità attraverso un
giudizio negativo sul mondo.L’epistolario foscoliano comprende, oltre alle lettere dell’autore, anche
quelle dei suoi corrispondenti: in questi scritti viene messa in luce una volontà di imporsi, e soprattutto
balzano in primo piano l’ambito della politica​ ​e quello dell’amore. L’attenzione alla condizione storica si
lega in Foscolo ad un irriducibile volontà di intervenire sulla scena del presente, di farsi ascoltare, di
giudicare il mondo e cercare di cambiarne i caratteri.Per Foscolo la poesia è portatrice di salvezza, la
poesia è civiltà,e trasmette i valori della convivenza pacifica tra gli umani e per Foscolo il letterato è
qualcuno che compie poesie e ha la missione di civilizzare,poichè indica ai suoi simili i valori positivi.
L’autore sente la necessità di legare l’esperienza intellettuale con l’azione politica, assumendo come
punto di riferimento Alfieri e Rousseau.Le passioni amorose, invece sono vissute in modo rovinoso da
parte del poeta costruisce sempre rapporti difficili, senza futuro, destinati a svanire in fretta. La donna
gli appare come un’entità superiore e assoluta. In queste passioni però c’è qualcosa di artificioso e
costruito: sembra quasi che egli volesse trasformare la propria vita in un “continuo romanzo”,
assumendo atteggiamenti teatrali e comportandosi come se ogni suo atto dovesse essere
osservato.Foscolo ricorre a vere e proprie maschere, inventa personaggi che gli fanno da schermo ai
quali affida diversi caratteri della sua personalità ​come in Jacopo Ortis e Didimo Chierico ​che
rappresentano due aspetti contrastanti del suo carattere: Jacopo quello tragico, passionale e negativo
Didimo quello ironico scettico e disincantato.Per ciò che riguarda​ la poesia,​Per Foscolo la poesia è
portatrice di salvezza, la poesia è civiltà,e trasmette i valori della convivenza pacifica tra gli umani e per
Foscolo il letterato è qualcuno che compie poesie e ha la missione di civilizzare,poichè indica ai suoi
simili i valori positivi. Foscolo sembra ricercare una bellezza assoluta e superiore, che può essere
conquistata attraverso la continuità con la tradizione classica. Egli cerca una poesia in cui le
contraddizioni e le passioni possano essere trasportate su un piano ideale. La maggior parte dei suoi
scritti è abbozzata, sono esperimenti e interventi provvisori. Per questo motivo nessuna opera di
Foscolo è interamente finita.L’opera foscoliana tocca molteplici temi, tra cui quello della compassione,
del sepolcro visto come emblema della continuità tra vivi e morti, della patria, dell’amicizia, della
bellezza e dell’armonia ma questi riferimenti però si presentano solo come illusioni.Foscolo è il primo
vero "personaggio" romantico che appare nella storia della letteratura italiana, appassionato,
impetuoso, "ricco di vizi e virtù" come egli stesso si definisce nel ​"Sonetto Autoritratto"​. Ma se Foscolo
fu il primo, Leopardi ne fu il massimo esponente, con la sua poesia del contrasto tra la ragione e il
sentimento. Gli aspetti principali della sua personalità sono due:- l’immediato abbandono agli
impulsi del sentimento e delle passioni, che hanno agitato ininterrottamente la sua vita;-
l’esigenza di un ordine, di una disciplina, di un’armonia interiore. Nell’abbandono agli impulsi del
sentimento e delle passioni, si avverte il segno della nuova sensibilità del Romanticismo; nell’esigenza
dell’equilibrio e dell’armonia interiore si avverte l’influenza del classicismo. ​ ​IL PENSIERo​ ​Foscolo
nella sua concezione del mondo e della vita segue le dottrine materialistiche e meccanicistiche
dell’Illuminismo, secondo le quali il mondo è fatto di materia sottoposta ad un processo incostante di
trasformazione governato da leggi meccaniche. Anche l’uomo è soggetto alla stessa legge di
dissolvimento della materia, perciò compiuto il suo ciclo biologico, si annulla completamente come
individuo. Per i filosofi dell’Illuminismo questa concezione materialistica della realtà e dell’uomo era
motivo di ottimismo perché liberava l’animo dalle superstizioni, dalla paura della morte, inducendoli a
vivere più serenamente, invece per il Foscolo queste teorie erano motivo di pessimismo e disperazione.
La visione materialistica, lo porta a considerare l’uomo come prigioniero della natura, che, compiuto il
suo ciclo vitale, piomba nel "nulla" eterno. Così Foscolo considera la ragione un dono malefico della
natura, che causa una disperazione tale da trovare nel suicidio l’unica liberazione possibile. Tuttavia il
Foscolo non soccombe al pessimismo e alla disperazione, ma reagisce vigorosamente, creandosi una
nuova fede in valori universali, che danno un fine ed un significato alla vita dell’uomo. Questi valori
universali sono la bellezza, l’amore, la libertà, la patria, la virtù, l’eroismo, la poesia, l’arte, la gloria, tutti
sentimenti che i filosofi materialistici e scettici chiamavano "illusioni", cioè idee vane. Tra le "illusioni" la
più grande per il Foscolo è la gloria poiché egli ha perduto la fede cristiana nell’immortalità dell’anima,
allora vede nella gloria l’unico mezzo di sopravvivenza ideale dopo la morte. Per il Foscolo le illusioni
,però, non furono mai una realtà assoluta ma spesso erano accompagnate dalla consapevolezza dei
limiti della natura umana e dalla minaccia sempre incombente della morte e del nulla eterno.​LA
POESIA​Per Foscolo la poesia è un mezzo per evadere dalla realtà, opaca e dura, che ci circonda, e
rifugiarsi in un mondo ideale di bellezza e di armonia, ma la poesia è anche un mezzo di educazione
morale, civile e patriottica, che fa del poeta un vate, una guida ispirata del proprio popolo.Nella poesia e
nello spirito del Foscolo coesistono: classicismo, neoclassicismo e romanticismo​, ​senza mai alternarsi,
sovrapporsi o urtarsi, ma sono fusi in una sintesi originale.​JACOPO ORTIS ​Le “​Ultime lettere di Jacopo
Ortis”​ accompagnano Foscolo per gran parte della sua vita: a quest’opera lavorò a Bologna nel 1798 e
un certo Angelo Sassoni lo diffuse con il titolo di “​Vera storia di due amanti infelici ossia ultime lettere di
Jacopo Ortis”.​ Foscolo protestò molto per lo scempio che le lettere originali avevano subito e così
revisionò l’opera apportando modifiche che lo condussero ad una nuova edizione apparsa a Zurigo,
mentre la redazione definitiva uscì a Londra nel 1817."​Le ultime lettere di Jacopo Ortis​" sono un
romanzo epistolare, composto dalle lettere che il Foscolo immagina che sono scritte da un giovane
suicida negli ultimi tempi della sua vita, a un amico, Lorenzo Alderani durante un periodo che va dall'11
novembre 1797 al 25 marzo 1799.Jacopo Ortis è un giovane di famiglia benestante con origini
veneziane. Dopo il trattato di Campoformio Jacopo si vede costretto a fuggire per via dei suoi ideali
patriottici e liberali che gli impediscono di restare nella città natale sotto il dominio degli Austriaci. Il
luogo in cui trova rifugio è quello dei monti Euganei, dove conosce un altro rifugiato, il signor T***, che
vi risiede con le figlie: la piccola Isabella e Teresa, di cui Jacopo s’innamora.Questa tuttavia è già stata
promessa in sposa al signor Odoardo, nobile di elevata posizione sociale. Jacopo prova ad allontanarsi
dai colli in cui si era rifugiato dirigendosi a Padova, con la speranza di dimenticare Teresa. In questa
città in cui avrebbe dovuto frequentare l’università resta solo un mese, per via della corruzione politica e
della passione per la sua amata che lo coinvolge sempre più. Approfittando dell’assenza di Odoardo i
due diventano sempre più intimi. Tornato il futuro marito i due, vista e riconosciuta l’impossibilità del
loro amore, decidono di separarsi e Jacopo di partire per Bologna. Inizia poi per il protagonista una
lunga serie di viaggi che lo porteranno a Firenze, Milano, Pietra Ligure e Ventimiglia. Durante questa
serie di viaggi è lunga e profonda la meditazione sull’onnipotenza del destino sia per quanto riguarda la
sua patria sia per quanto riguarda il suo amore per Teresa. Giunge successivamente a Rimini, dove,
giunto a conoscenza del matrimonio fra Teresa e Odoardo, sceglie la via del suicidio. Dopo aver
confessato all’amico un incidente nel quale aveva involontariamente ucciso un contadino, saluto
fugacemente lui, Teresa e la madre, si uccide la notte del 25 marzo trafiggendosi il petto con un
pugnale, per spirare poi fra le braccia del signor T***.​Nella figura del protagonista Foscolo trasferisce
molti aspetti della sua vita personale:​ le aspirazioni giovanili, la voglia di libertà e bellezza. Il nome di
Jacopo inoltre riprendeva quello di uno studente dell’autore dell’università di Padova, suicidatosi senza
lasciare alcuna motivazione.La vicenda del romanzo ha un carattere molto autobiografico, sommando
però alla delusione generale anche il fallimento di un’esperienza amorosa.Foscolo si ispirò a due grandi
modelli del romanzo epistolare del Settecento, la Nouvelle Héloïse di Rousseau e il Werther di
Goethe.Ortis è mosso da un desiderio di valori assoluti da opporre alla mediocrità della vita sociale, ma
nello stesso tempo una tensione distruttiva lo rende irrequieto tanto da spingerlo verso la morte. La
narrazione approfondisce progressivamente conflitti interiori che si risolvono con la rottura di ogni
rapporto tra l’io e il mondo. Nella vicenda alcuni critici hanno riscontrato una salvezza per l’autore in
quanto scrivendo il romanzo, Foscolo ha accantonato l’idea del suicidio.In quest’opera possiamo
cogliere atteggiamenti alfieriani, come lo scontro tra virtù individuale e i limiti della realtà. Foscolo
trascina il modello alfieriano verso una situazione esistenziale e sociale ben diversa da quella degli eroi:
Jacopo Ortis non può essere un eroe assoluto, il suo culto di valori alti e sublimi deve confrontarsi con
un mondo borghese abitato da personaggi mediocri e fatti irrilevanti. Il protagonista aspira all’eroico, ma
non trova spazio, incontra solo la meschinità sociale e il silenzio della natura che è indifferente alle
faccende umane.Nelle riflessioni con le quali Jacopo lega le sue vicende personali all’intero destino
dell’umanità e della natura, si affaccia un’immagine della storia carica di orrore: egli considera la vita
sociale come una sorta di guerra contro tutto e tutti. La negatività della storia si basa proprio
sull’indifferenza della natura, e in questo modo anticipa il meccanicismo​ ​che sarà poi ripreso anche da
Leopardi: egli vede nella natura una forza cieca, che può conservarsi solo attraverso la distruzione dei
singoli esseri. Essa spinge in questo modo a cercare la felicità, ma solo in vista del suo ordine
superiore, in cui la vita è intrecciata alla morte.Jacopo insiste nel cercare valori positivi, benché debba
comunque riconoscerli come illusioni. Questi valori sembrano annunciare una consolazione profonda,
l’amicizia e il rapporto con l’arte e la letteratura dove l’io si afferma.Teresa rappresenta la sintesi di tutte
le speranze che sembrano rendere degna l’esistenza, la vita: nella sua figura di donna.È solo grazie
all’unione con Teresa che Jacopo potrebbe raggiungere quell’armonia consolatrice, ma sono proprio i
complessi della società a impedirne quell’amore, che resta rovinoso perché Teresa è inafferrabile e
come lei, anche tutti i valori che ella rappresenta.Il protagonista è pervaso da un’ansia di esprimere fino
in fondo questi contrasti, cerca di rendere partecipe il lettore trascinandolo nel proprio vortice
passionale, ma nello stesso tempo tende a chiudersi in se stesso: il suicidio è l’ultimo gesto esemplare
con il quale egli si sottrae a una comunicazione che cerca ostinatamente.​SONETTI E ODI​ ​Nelle poesie
di Foscolo possiamo riconoscere da una parte una tematica amorosa e galante che segue gli schemi
della poesia arcadica, dall’altra si nota una ripresa dei motivi della poesia antica. A volte nella sua
poesia si possono distinguere i primi segni di una tematica autobiografica inquieta, di una disperazione
legata ai ricordi familiari e in particolare alla perdita del padre. Molte di queste poesie sono rimaste
inedite e poi furono rifiutate dal poeta stesso.I primi risultati importanti della poetica foscoliana si sono
avuti nel periodo che va dal 1798 al 1803 periodo in cui ha scritto 12 sonetti e 2 odi.Le odi del Foscolo
sono 2:1. A Luigia Pallavicini caduta da cavallo​. Lo spunto della composizione dell’ode è data da
un fatto di cronaca, una nobile donna cadde dal cavallo e ebbe il volto sfigurato.Nello svolgimento
dell’ode è escluso il dramma e Foscolo unisce il motivo accidentale in un'atmosfera favolosa e remota
infatti parla del mito di Adone simbolo della caducità della bellezza individuale e Artemide simbolo
dell’eternità della bellezza universale.2. All’amica risanata​ per la guarigione dopo un lunga malattia
di Antonietta Fagnani Arese, amata dal Foscolo.Qui è proposto di nuovo il tema della bellezza sempre
minacciate e sempre risorgente e del suo valore altissimo di consolatrice della vita umana, ma nell’ode
compare anche un altro tema: quello della poesia eternatrice che sublima la bellezza e i più alti valori
umani. I riferimenti mitologici non esprimono solo il suo nostalgico amore di un antico mondo ma il
riconoscimento della funzione che la poesia ha avuto nei secoli per il Foscolo ossia quello di illuminare
la vita.Pur essendo contemporanei all’Ortis, i ​sonetti​ rappresentano il secondo momento dello
svolgimento spirituale e artistico del Foscolo, quello del​ superamento del pessimismo e
dell’accettazione della realtà​. Essi sono complessivamente 12 e si dividono in 2 gruppi :3. Il
primo gruppo è il più consistente e comprende i sonetti più antichi, che sono assai vicini all’Ortis per
l’impetuosità dei sentimenti e l’enfasi espressiva. Hanno tutti un contenuto amoroso e sono ispirati
all’amore per Isabella Roncioni, tranne il primo sonetto.4. Nel secondo gruppo vi sono i sonetti
maggiori aggiunti ai precedenti, il Foscolo appare cambiato, più controllato ed equilibrato, rassegnato
ad accettare virilmente la realtà e il dolore.I sonetti più importanti sono 4:1. “​alla Musa​” dove il poeta
lamenta l’inaridirsi della sua vena poetica;2. “ ​A Zacinto”​ dove il poeta si duole di non poter più
rivedere l’isoletta nativa, memorabile per le bellezze naturali e i ricordi di personaggi mitici, Venere ,
Omero, Ulisse;3. “ ​In morte del fratello Giovanni​” dove il Foscolo lamenta il destino contrario che
ha toccato la sua famiglia e riafferma il presentimento della morte in terra straniera.4. “ ​Alla Sera​”
dove il poeta afferma che la sera gli è cara, perché è l’immagine della morte e del nulla eterno, al cui
pensiero sente placarsi in sé l’animo ardente di passioni tempestose.Una caratteristica particolare dei
migliori sonetti foscoliani è la loro particolare struttura, infatti il sonetto foscoliano si svolge più
liberamente, il periodo logico va oltre il singolo verso e la singola strofa.​TRADUZIONI E RAPPORTI
CON I CLASSICI ​Negli anni tra il 1802-1803 il poeta si concentra nello studio attento dei classici, si
accosta alla filologia e si pone il problema di un esercizio poetico basato sulla traduzione dei classici
.​Nella chioma di Berenice c​ he è un poemetto di Callimaco andato perduto e conosciuto solo dalla
traduzione latina di Catullo, Foscolo indica le due qualità essenziali della poesia e nel mito il suo
fondamento. Il poeta inoltre inserisce nel commento elementi autobiografici, finte citazioni e riferimenti a
testi inesistenti con intenzioni ironiche nei confronti degli studiosi professionisti. Foscolo provava una
predilezione per Omero, che egli riteneva dotato di grande respiro mitico infatti durante il suo soggiorno
in Francia si impegnò in un lavoro di traduzione omerica, che doveva continuare per tutta la vita, senza
però portarlo mai a termine.
 I SEPOLCRI ​Il carme Dei Sepolcri è un poemetto di 295 endecasillabi sciolti, indirizzato ad Ippolito

Pindemonte ed è una sintesi di classico e moderno, elementi autobiografici e dati pubblici, mito e
dimensione sociale.Il motivo occasionale per la composizione dei Sepolcri fu l’Editto di Saint - Cloud
entrato in vigore in Francia nel 1804 ed esteso in Italia il 1806. Questo editto prescriveva che, per
ragioni igieniche, le sepolture dei morti non dovevano avvenire entro le mura della città e nelle chiese,
ma nei cimiteri pubblici, fuori dalle città e che le lapidi, uniformi per grandezza, dovevano essere poste
sui muri di cinta. Di questo editto si discuteva nei salotti, e fu in una di queste discussioni avvenute in
casa di una nobildonna insieme all’amico Pindemonte, che trovò il pretesto per scrivere
successivamente il su carme. Oggetto della discussione era : ​L’Editto è giusto o no?!.​ Nel corso di
questa discussione Ippolito Pindemonte dichiarò di non essere d’accordo, difatti egli stava scrivendo
l’Epistola sui cimiteri, in cui dichiarava proprio tutto il suo disaccordo. Inizialmente il Foscolo dichiarò di
non comprendere le preoccupazioni dell’amico relative all’editto napoleonico. Per un materialista come
Foscolo il problema non sussisteva: sepolto in chiesa o fuori, il corpo era materia che ritornava alla
materia. Ma poi il poeta ritornò a meditare sull’argomento e riconobbe l’utilità dei sepolcri e scrisse il
carme dei Sepolcri di 295 versi sciolti. Ippolito dopo aver letto il carme dei Sepolcri non scriverà più la
sua epistola sui cimiteri.La prima edizione apparve a Brescia e gli orizzonti ideologici dell’opera
suscitarono subito critiche, tra cui quelle espresse dall’abate Guillon a cui Foscolo rispose con un
opuscolo in cui indicò come tratto saliente dei Sepolcri l’uso delle transizioni, cioè di passaggi da un
motivo all’altro prodotti da “modificazioni di lingua” che si riallacciano a modi della lirica greca, creando
salti di senso che rendono difficile il testo. Nella stessa Lettera a Guillon​ suggerisce di distinguere, nella
struttura del carme, 4 parti:1. Nella prima parte(1-90)​ mostra come i monumenti inutili ai morti
giovino ai vivi e biasima la nuova legge che accomuna le “sepolture. Qui Foscolo parte dalla sua
concezione meccanicistica della natura che vede il mondo come un organismo distruttivo, da cui è
esclusa ogni sopravvivenza ultraterrena: ogni ipotesi di comunicazione oltre la morte è un’illusione, ma
il sepolcro è in grado di far sopravvivere una memoria degli affetti.Più precisamente nella prima parte
affronta il tema dell’utilità delle tombe e dei riti dedicati ai morti. Da un punto di vista materialistico e
laico, essi sono inutili e certamente non riscattano, per chi muore, la perdita della vita. Ma c’è invece un
senso legato alla dimensione sociale dell’uomo, e garantito per l’estinto dai superstiti, che lo piangono e
lo ricordano, restando in qualche modo in contatto con lui e prolungandone la vita attraverso la
memoria. Per aiutare questo scambio e dargli durata acquistano un senso e un’utilità le tombe, le
iscrizioni funebri e i riti connessi. La morte, però, da questo punto di vista, non è uguale per tutti e non
rende tutti uguali. I colpevoli possono solo sperare nel perdono di Dio, perché sono fatalmente e
giustamente esclusi dallo scambio positivo con la memoria di chi resta in vita. I buoni, invece, sono a
lungo conservati nel ricordo dei vivi. E dunque ingiusta la nuova legge che, per cancellare, le differenze
sociali e sottolineare l’eguaglianza di natura tra gli uomini, nega di dare il giusto riconoscimento ai meriti
dei migliori. Ed è una vergogna che un esempio di virtù come il poeta Parini non abbia avuto una
sepoltura adeguata e giaccia in una fossa comune, mescolato forse alle ossa di un ladro o di un
assassino.​2. Nella seconda parte (91-150)​ si susseguono varie immagini legate al culto dei morti.
Qui Foscolo spiega che mentre la natura indifferente tende ad equiparare ogni cosa nella distruzione,
l’uomo può con il culto delle tombe, riconoscere le differenze spirituali e morali e dare il giusto rilievo
alle virtù dei buoni. Qui in primo luogo viene stabilito un legame inscindibile tra la civiltà e la cura dei
morti. Questo fatto non significa però che esistono un unico modo per onorare i defunti e per
conservarne memoria. A dimostrare la verità storica degli usi, Foscolo riporta 2 esempi contrapposti:-
da una parte è condannato il modello cattolico medievale e controriformistico, che presenta la morte in
modo angoscioso;- dall’altra è idealizzato il modello antico delle civiltà classiche, capace di un
rituale rasserenante e affettuoso. Un simile modello non è necessariamente relegato al mondo antico,
dato che in Inghilterra si è ancora capaci di rappresentare in modo sereno il mondo delicato dei morti,
costruendo per loro dei camposanti che assomigliano a giardini, e presso i quali è di ristoro ricordare e
piangere i propri cari scomparsi. Certo, si tratta solo di un'illusione, ma è un illusione benefica e
positiva, dotata anche di un significato civile, come dimostra la preghiera collettiva delle fanciulle inglesi
per l’ammiraglio Nelson impegnato nello scontro decisivo contro i francesi. Quando invece viene a
mancare ogni senso collettivo di virtù e ogni prospettiva comune, ecco che, come accade nell’Italia
contemporanea del poeta, il lusso delle tombe serve solo a ricordare angosciosamente la morte,
mentre fra l’altro i ricchi, i nobili e gli intellettuali italiani sono già sepolti da vivi dentro il loro
opportunismo e dentro la loro viltà nei confronti del potere. Per sé e l’amico Pindemonte, Foscolo
augura invece una sepoltura capace di lasciare un’eredità di sentimenti affettuosi e di arte impegnata e
libera​.3. Nella terza parte(151-212)​ si celebra il valore civile ed educativo delle tombe dei “grandi” e
viene ripreso e trattato a fondo il rapporto tra significato privato e significato pubblico della morte e dei
riti collegati. Le tombe dei grandi comunicano ai virtuosi il loro esempio, e li stimolano a proseguire
l’opera. Né è prova il caso di Santa Croce a Firenze, dove sono sepolti molti dei grandi italiani del
passato (da Machiavelli a Michelangelo e Galileo): Visitando un luogo così altamente simbolico per la
memoria collettiva e per l’identità nazionale, il poeta sente la forza di quell’esempio e il suo peso morale
e civile. Dalle tombe raccolte in Santa Croce, cioè dalla memoria del passato che esse rappresentano,
dovrà dunque ripartire il riscatto italiano, sia in senso politico, sia in senso civile e culturale.​4. La
quarta parte(213-295) ​canta il valore supremo della poesia che conserva e celebra la memoria degli
eroi. Quì la poesia conserva la forza del mito al di là del tempo, mantenendo viva la solidarietà tra le
generazioni. L’ultima parte è introdotta da un esempio tratto dal mondo classico: secondo una
leggenda, il mare stesso avrebbe deposto sulla tomba del valoroso Ajace le armi di Achille che Ulisse
aveva ottenuto in eredità con l’inganno, spingendo Ajace al suicidio. Questo episodio leggendario serve
a riflettere sul valore morale della morte, che compensa le ingiustizie della vita, riconoscendo i meriti e
garantendo la gloria meritata. Tuttavia perché ciò possa avvertire è necessario che qualcuno si dedichi
a onorare la memoria dei grandi che lo meritano, cioè è necessario che qualcuno garantisca il senso
della continuità storica tutelato dalla memoria, e garantisca la durata della memoria nel tempo. Se le
tombe sono un simbolo di civiltà in quanto segni di continuità e di durata, ora il discorso si allarga
all’intera struttura della società.Una funzione centrale è assegnata alla poesia, il cui compito è appunto
quello di celebrare le virtù presenti e antiche e di conservarne il ricordo anche dopo che i segni materiali
da esse lasciati sono stati dispersi dal tempo. Come esempio di questa concezione, Foscolo introduce
di nuovo un riferimento al mondo classico, che si distende per tutta la conclusione del carme. Il
riferimento riguarda le vicende di Troia, vinta e distrutta dai greci che però divenuta eterna nel ricordo
delle generazioni umane successive, fino al presente, grazie alla poesia di Omero, che ha narrato le
vicende della guerra e della distruzione. Il valore di questo episodio è accresciuto dal fatto che Omero,
greco, ha dato il giusto riconoscimento al valore dei troiani sconfitti, confermando il carattere di moralità
insito nella poesia e arrivando a farne di Ettore, il più sfortunato e generoso degli eroi troiani, un
modello immortale di lealtà e di virtù. Su di esso gli uomini piangeranno finché i valori sui quali si fonda
la civiltà saranno riconosciuti validi.

​ A MASCHERA DI DIDIMO CHIERICO ​Nel romanzo autobiografico, ​Sesto tomo dell’io s​ i tratteggia un
L
personaggio molto lontano dalla tragicità di Jacopo Ortis, e si vede l’amore in modo ancor più forte ma
destinato ad esaurirsi e a dissolversi. Interessanti sono le annotazioni attribuite a Didimo Chierico, un
personaggio immaginario usato dall’autore come maschera di se stesso.Presenta questo personaggio
come una figura misteriosa ed esemplare, instabile e senza fissa collocazione nel mondo: Didimo è un
intellettuale che ha conosciuto la vanità della società letteraria e si è confrontato anche con la durezza
della vita militare. Nel suo disprezzo verso l’invadenza dei poeti, letterati, eruditi di ogni sorta, assume
atteggiamenti ironici, recita la parte dell’erudito, si esprime con linguaggi antichi. Didimo rappresenta
una figura “di rinuncia”, egli si mette da parte e si rifugia in uno scetticismo che gli fa perdere qualsiasi
valore​.​LA RIFLESSIONE DI FOSCOLO​Le idee di Foscolo sulla natura, sulla società e la funzione della
letteratura appaiono già definite tra il 1802 e il 1803. Intorno ai venticinque anni Foscolo entra in crisi: si
allontana dal pensiero di Rousseau, dall’Illuminismo.Già nell’Ortis del 1802 Foscolo vede i processi
naturali e sociali sotto il segno della distruzione: una totale assenza di significati umani nel piano della
natura, una guerra di tutti contro tutti nella società ma tra il 1802 e il 1803 questa visione pessimistica
inizia a sfumare, volgendosi verso una accettazione della vita sociale. Nonostante ciò il comportamento
di Foscolo è sempre mosso da un impulso autodistruttivo, da una carica sempre negativa.La società
che gli immagina non è quella del regime napoleonico, né quella della Restaurazione, ma è una
comunità nazionale futura, legata alla tradizione classica e capace di dialogare con il proprio passato e
di resuscitarne la virtù, una società fondata su una netta discriminazione tra le classi, dove il potere
tocca alle classi dei proprietari terrieri e agli scrittori spetta un ruolo di mediazione, di educazione. Il
letterato deve far conoscere e amare la verità eccitando passioni e fantasmi; le lettere e l’eloquenza
autentiche sono opposte all’arte esteriore che costruisce finzioni fini a se stesse o interessi meschini e
menzogne. La vita sociale si fonda su un equilibrio tra padroni e servi, tra oppressori e oppressi e la
coercizione e le leggi danno forma a questo equilibrio. Gli scrittori hanno così il potere di attribuire
valore alle ragioni e alle opinioni, collocandosi in una posizione intermedia tra oppressori e oppressi,
con il compito di dire la verità.La visione più generale che Foscolo ha dei rapporti sociali viene espressa
nell’ ​Orazione per laurea in legge ​pronunciata nel 1809, dove si fa più esplicito il giudizio di Machiavelli
e di Hobbes: non esiste una giustizia assoluta, ma solo un bilancio tra il bene e il male però all’interno
delle comunità si possono affermare vincoli di solidarietà, le cui manifestazioni più alte corrispondono a
“due forze che compensano tutte le tendenze guerriere dell’uomo: la compassione e il pudore”.Il
pensiero di Foscolo riconosce nella violenza e nell’oppressione dei dati costanti della vita naturale e
sociale, ma la violenza può essere arginata e controllata dai valori nazionali e dalla tradizione che la
letteratura deve mediare e celebrare in funzione del vero ​LE TRAGEDIE​Un tentativo fallito è la tragedia
Ajace c​ he venne rappresentata alla Scala ma incontrò un insuccesso clamoroso a cui seguì, dopo una
seconda rappresentazione, la proibizione per allusioni al regime napoleonico.Il tema della tragedia era
la contesa tra i Greci durante l’assedio di Troia per l’eredità delle armi di Achille. Ajace, l’eroe più
valoroso, deve cedere agli intrighi di Ulisse e si sottrae alle sue calunnie dandosi la morte. Egli si pone
come immagine esemplare della virtù solitaria, contrapposta all’arroganza dei potenti. Il linguaggio si
mantiene su toni elevati e pose eroiche, per questo fu facile vedere nella figura del tiranno
Agamennone un immagine di Napoleone.Altre tragedie furono:- ​Tieste ​che ebbe otto repliche,-
la ​Ricciarda c​ he fu scritta a Firenze e rappresentata a Bologna.

LE GRAZIE ​Al contrario dei Sepolcri che furono composti quasi di getto nell’estate del 1806, le Grazie
furono composte in tempi lunghi, interrotte e riprese più volte, e non furono portate mai a termine. Esse
risultano dall’aggregazione di brani lirici composti in tempi diversi. Il nucleo più consistente di esse fu
composto durante il soggiorno del poeta a Firenze. Inizialmente il Foscolo si propose di descrivere un
solo inno, poi il disegno si ampliò e ne scrisse 3, e dedicò il carme a Antonio Canova, lo scultore
neoclassico del gruppo delle Grazie.1. Il primo inno è dedicato a Venere, dove il poeta parla della
vita degli uomini primitivi, erranti come bestioni violenti e feroci. Venere ne ha pietà e conduce sulla
terra le Grazie.2. Nel secondo inno, dedicato a Vesta, tre donne, che simboleggiano rispettivamente
la musica, la poesia, e la danza, compiono un rito in onore della Grazie davanti all’ara di un tempietto3.
Nel terzo inno, dedicato a Minerva il poeta immagina che, nella favolosa Atlantide, elevata a simbolo
della serenità e dello spirito, le dee minori, con raggi di sole, tessono un velo destinato ad avvolgere le
Grazie.Foscolo aspira a un poema allegorico che rievochi immagini filosofiche, morali, civili. Nella
composizione del poema resta costante il proposito di ricreare un’immagine della poesia e della
mitologia antiche. Foscolo aspira ad una poesia che possa condensare il passato, il presente e il futuro
e questa poesia non può semplicemente riprodurre modelli, temi e figure del mito antico, ma deve
sapere costruire un sistema personale. Essa ci mostra così un’idea di bellezza perfetta e luminosa ma
pur sempre inafferrabile: allo stesso modo l’io del poeta sembra sfiorare le cose rappresentate solo per
distaccarsene. Il carattere del poema resta comunque frammentario.​FOSCOLO CRITICO​Foscolo
avverte il bisogno di confrontarsi con una letteratura già data, attraverso l’esercizio critico o la
traduzione. Dal suo lavoro emergono alcune importanti nozioni, che possiamo riassumere così:-
L’idea generale della poesia come eloquenza, strumento di persuasione- Il rifiuto degli schemi
della retorica tradizionale- La poesia vista in relazione con il genio e con la forza di “sentire”
dell’individuo- La coscienza della storicità della poesia, del variare delle sue forme in rapporto alle
trasformazioni sociali- La celebrazione della poesia primitiva nella quale il genio si fa diretta
espressione di una comunità.

 4-IL ROMANTICISMO ​ Il movimento del ​Romanticismo​ caratterizza l’intera cultura europea


ottocentesca: le sue idee hanno lasciato un segno non solo in letteratura ma anche nelle arti visive e
nella ​musica​, tanto che si è parlato di “cultura ​romantic​a” per descrivere l’intero Diciannovesimo secolo.
Un’inquietudine diffusa e un generale bisogno di rinnovamento, soprattutto contro l’​Illuminismo​, sono
alla base del Romanticismo.Un anticipo di quello che sarà questo grande movimento è nello ​Sturm Und
Drang​, una corrente letteraria tedesca settecentesca che per prima introdusse il concetto di genio
individuale e di istinto, tematiche chiave del Romanticismo che saranno riprese a breve. A partire dalla
Germania​ il Romanticismo mette rapidamente radici in Inghilterra. Qui le ballate liriche di William
Wordsworth e di Samuel Taylor Coleridge sono fondamentali perché i due autori annunciano nella
prefazione delle rispettive opere il programma di questa nuova poesia, la quale deve esprimere in un
linguaggio schietto e immediato il mondo soprannaturale delle credenze popolari e soprattutto la forza
dell’immaginazione. In Francia e in Italia il Romanticismo trova maggiore difficoltà nel suo percorso di
diffusione, si parla piuttosto di una scuola romantica che affianca un’altra corrente culturale
ottocentesca, ossia il ​Neoclassicismo​. A prescindere dalle differenze che caratterizzano gli sviluppi
propri di ciascun Paese​, i caratteri comun​i, universali e riconosciuti ovunque del Romanticismo sono
La scoperta e l’attenzione assoluta verso l’Io, ossia verso l’interiorità e l’individualità più intima del poeta
che deve esprimersi non attraverso un ragionamento razionale, come voleva l’Illuminismo, ma tramite
un abbandono spontaneo all’istinto e all’ispirazione. Si parla di “soggettivismo romantico” in linea con
questo tema, cioè l’interesse assoluto verso un punto di vista individuale.Collegato a questo primo
concetto è quello di Genio. L’arte e la letteratura nel Romanticismo non si esprimono attraverso teorie e
tecniche ma attraverso l’ispirazione, quasi divina, di un genio interiore. Questo genio non caratterizza
solamente l’individuo ma interi popoli: il cui genio collettivo ha saputo erigere grandissime opere
artistiche e portare avanti il processo storico fino alla modernità. È grazie a queste teorie se si diffonde
e si fa forte il concetto di “Nazione” intesa come insieme di lingua, cultura e tradizione
popolare.L’attenzione ai concetti di Nazione e di popolo conducono rapidamente ad un generale
interesse per le origini delle culture nazionali, il che significa un interesse per la storia, intesa come
processo evolutivo delle società, e soprattutto per il Medioevo, le cui opere diventano non solo motivo
di studio ma anche grande fonte di ispirazione per i poeti romantici.Vi è anche un ritrovato interesse
per la religiosità, l’​esoterismo​ e la spiritualità: sono una risposta al bisogno di riscoprire tradizioni
secolari (anche la religione è vista come una tradizione), di indagare il proprio io, la propria interiorità e
di scoprire i lati oscuri dell’animo per poi saperli redimere. Indagare il proprio Io e la propria anima
spinge l’artista del Romanticismo davanti a qualcosa di sconosciuto e mai del tutto comprensibile:
l’Assoluto e l’Infinito diventano due ​utopiche​ mete per il poeta romantico che tende verso queste entità,
senza mai ovviamente poterle raggiungere in quanto essere umano “finito”. Da qui la grande
inquietudine e quasi un’angoscia interiore per il poeta che si vede sempre a metà, mai pienamente
soddisfatto perché la meta è irraggiungibile: questo sentimento è alla base del ​sublime​.Gli oggetti
preferiti dall’arte e dalla letteratura romantica saranno allora paesaggi naturali spaventosi o oscuri
(scogliere, mari in tempesta, boschi profondi, colline solitarie), e i componimenti parleranno spesso di
creature magiche, simboliche.​In Italia ​il centro di diffusione principale del Romanticismo è ​Milano​. Nel
nostro Paese il movimento romantico, che in Germania e in Inghilterra era stato tanto dirompente, trova
una limitazione posta dal ​Neoclassicismo​. Tuttavia è proprio dallo scontro con i sostenitori delle idee
neoclassiche che il Romanticismo italiano rivela la sua massima espressione.Tutto parte da un articolo
pubblicato dalla baronessa ​Madame de Staël​, dal titolo ​Sulla maniera e sulla utilità delle Traduzioni,​ in
cui l’autrice invita gli intellettuali italiani a tradurre le opere straniere contemporanee per far circolare le
nuove idee in Italia.Si creano due schieramenti opposti, uno favorevole alle idee della de Staël, e un
altro, con a capo ​Pietro Giordani​ rappresentante dei neoclassicisti italiani, assolutamente contrari alle
nuove idee romantiche e convinti sostenitori della necessità di tutelare l’identità della letteratura italiana
attraverso la prosecuzione della tradizione classica.Nonostante questa battaglia culturale il
Romanticismo riesce a diffondersi in Italia ma con caratteri assai diversi e attenuati rispetto a quelli
europei. Non vengono accolte le idee più rivoluzionare sull’Assoluto, sulla spiritualità o sull’Io ma
vengono adottate le idee di: Bisogno di un linguaggio nuovo, diretto e schietto che esponga
chiaramente le inquietudini del tempo,Ritorno alla poesia popolare,Apertura verso una conoscenza
nuova, verso la cultura europea da cui è necessario trarre esempio soprattutto per quanto riguarda il
processo storico di emancipazione e di affermazione nazionale. I grandi intellettuali che in questo
Ottocento faranno grande la nostra letteratura non sono estranei alle idee del Romanticismo.
Alessandro Manzoni, ad esempio, è vicino al gruppo de «Il Conciliatore» ma la sua personalità lo tiene
lontano dalle dispute più accese contro i neoclassicisti. Più complesso è il discorso intorno a Giacomo
Leopardi e Ugo Foscolo: sia il Neoclassicismo che il Romanticismo, nonostante le idee di base dei due
poeti che prediligevano il primo movimento (soprattutto per quanto riguarda Leopardi) hanno
un’influenza profonda sulle loro opere. ​ ​Il Romanticismo è un vasto movimento culturale che
nell’Europa dell’800 caratterizzò tutti gli aspetti della vita e del pensiero. È consuetudine vedere nel
Romanticismo in primo luogo una reazione all’Illuminismo, una riscoperta del sentimento in opposizione
alla ragione.La parola romantica ha avuto origine in Inghilterra: l’aggettivo “romantico” era usato già nel
600 per riferirsi al mondo dei vecchi romanzi cavallereschi. Nel corso del 700 il termine cominciò ad
assumere anche un’accezione positiva indicando il fascino della natura selvaggia, del mistero e del
sentimento.Le prime manifestazioni di questa nuova cultura si hanno tra il 1770 e il 1755 ancora in
pieno clima illuministico, con il movimento chiamato Sturn und drong (tempesta e assolto), formato in
aperta polemica con la cultura illuministica del tempo​.Il Romanticismo è innanzitutto un nuovo
atteggiamento dello spirito, un nuovo modo per l’uomo di porsi dinanzi all’esistenza. Il tema centrale è
l’amore: la donna, che è una creatura nello stesso tempo divina e terrena, nella sua bellezza e nella
sua dolcezza rivela qualcosa di sovrumano e di eterno, offre una promessa di felicità infinita.Il
Romanticismo ama tutto ciò che è oscuro, la notte, i paesaggi lunari e tempestosi, i fantasmi del sogno.
quindi la poesia diventa voce dell’anima individuale, sfogo e confessione. Il poeta deve esprimere se
stesso con totale adesione ai sentimenti, alle passioni, agli ideali che lo animano.Il rifiuto della mitologia
e del modello classico lascia assoluta libertà espressiva allo scrittore. I romantici vogliono una
letteratura che sia vera e viva, schietta, ingenua e popolare

 5-ALESSANDRO MANZONI​ Manzoni è nato 1785 a Milano da Giulia, figlia di Cesare Beccaria. Dopo
la separazione dei genitori Alessandro andò a vivere con il padre, ma risentì di questa rottura vedendo
nella madre il modello di libertà e di apertura intellettuale, per questo decise di raggiungere la madre a
Parigi per continuare i suoi studi, dopo la morte del suo secondo marito Carlo Imbonati, a cui Manzoni
​ ti”.Nel 1808 sposò Enrichetta Blondel da cui ebbe 10 figli, ma
dedicò il carme “​in morte di Carlo Imbona
l’evento più importante della sua vita fu la sua conversione al cattolicesimo, avvenuto nel 1810 quando,
durante il matrimonio di Napoleone con Maria Luigia D’Austria, perse tra la folla la moglie che ritrovò
nella Chiesa di San Rocco.Questa sua nuova fede religiosa accompagnerà tutto il suo poetare e
proprio grazie a questa fede Manzoni riuscì a scoprire la poesia, la storia, il significato della vita e del
dolore, l’esistenza della Provvidenza.Morì a Milano in seguito ad una caduta per le scale della chiesa di
San Fedele e Giuseppe Verdi per il suo primo anniversario compose la Messa da requiem.​OPERE​Le
sue opere giovanili ricalcano lo stile e le movenze di grandi autori come l’Alfieri, il Parini. Tra i primi
sonetti troviamo:- ​Alla sua donna​- ​Alla Musa-​ ​In mote di Carlo Imbonati​ dove
compaiono i segni del moralismo religioso che egli aveva appreso in collegio La sua prima opera
importante è stata “​gli Inni sacri”​ scritti nel 1812 dopo essersi convertito al cattolicesimo. Il suo scopo
era di riportare nella religione quei sentimenti grandi, nobili che ormai erano andati perduti.Con Manzoni
l’inno non è più l’esaltazione misticheggiante di un personaggio o di un evento della fede , ma un dato
fondamentale del pensiero e della liturgia cattolica.Il Manzoni progettò 12 inni ma non riuscì nel suo
intento componendone solo 7:- ​La Resurrezione-​ ​Il nome di Maria-​ ​Il Natale​- ​La
Passione​- ​La Pentecoste​- ​L’Ognissanti che rimase incompiuto-​ ​Il Natale che rimase
​ ui l’umano e il divino si incontrano e a differenza della Divina Commedia dove è l’umanità
incompiutoQ
che sale per incontrare Dio, qui è Dio che scende misericordioso ad abbracciare l’uomo.Negli Inni sacri
Manzoni applica sempre lo stesso schema:- Introduzione biblica evangelica- Esposizione
teologica del mistero- Applicazione della morale- Invocazione finale.Tra gli Inni viene
considerato capolavoro​ la ​Pentecoste​ che si può dividere in tre parti seguendo tre diversi momenti
dell’ispirazione poetica:1. Nelle strofe iniziali il poeta rievoca la nascita della chiesa dal tempo della
passione e della morte di Gesù al momento glorioso della Resurrezione2. Nelle strofe centrali il
poeta descrive il rinnovamento del mondo operato per virtù della predicazione apostolica, ispirata dallo
Spirito Santo: il sacrificio del Redentore è il pegno dell’eterna salvezza per tutti gli uomini e la religione
cristiana si diffonde per tutto l’universo per instaurare una nuova epoca di libertà, di giustizia e di
pace.3. Nelle strofe finali il poeta eleva una fervida invocazione allo Spirito santo affinché scenda di
nuovo tra gli uomini come nel giorno della Pentecoste per portare i suoi doni Mentre componeva gli Inni
sacri Manzoni si cimentò anche nella composizione di liriche civili e patriottiche, tra le quali possiamo
ricordare:- Marzo 1821 dedicato al poeta Teodoro Koerher caduto sui campi di Lipsia per
l’indipendenza tedesca- Il 5 Maggio che compose quando seppe la notizia della morte di
Napoleone all’isola di Sant’Elena, ma l’opera fu subito censurata- Aprile 1814 rimasta incompiuta-
Il proclama di Rimini

Due sono le tragedie emblematiche:1. Il ​Conte di Carmagnola​ che è divisa in 5 atti ed è dedicata a
Claude Fauriel. Il dramma ha come protagonista Francesco Bussone, conte di Carmagnola, un
valoroso capitano di ventura che dopo aver combattuto per Visconti, duca di Milano, decide di passare
al servizio della Repubblica di Venezia, infliggendo una grave sconfitta alle truppe del Visconti nella
famosa battaglia di Maclodio. Viene accusato di tradimento dal governo Veneto e condannato a
morte.Questa tragedia appare frammentaria e monotona per questo è considerata inferiore all’Adelchi2.
L’Adelchi​ ricalca i temi ossessivi del Manzoni, ossia:- La forza cieca che domina il mondo-
L’assenza di eticità nella storia terrena- La mano degli avi che hanno insanguinato la terra
seminando solo ingiustizia L'Adelchi si incentra sulla caduta del dominio longobardo in Italia in seguito
alla discesa dei franchi di Carlo Magno, chiamati dal papa: Carlo, re dei franchi, ha ripudiato
Ermengarda, figlia di Desiderio, re dei Longobardi, e sorella di Adelchi. Quando la regina ripudiata torna
dal padre, alla corte di Pavia, Desiderio giura di vendicarsi. Fallito un accordo col Papa, cui i
Longobardi avevano tolto alcuni territori, si giunge alla guerra coi Franchi. L’esercito di Carlo, varca le
Alpi attraverso un valico indifeso che gli è stato indicato dal diacono Martino, riesce a sorprendere gli
avversari e li sconfigge. Ermengarda nel convento di Brescia, dove si era ritirata, trova nella morte la
pace desiderata. L’avanzata dei franchi ​è ​inarrestabile. A Verona, Adelchi, coi pochi uomini che gli sono
rimasti, tenta una disperata resistenza e viene ferito a morte. Adelchi, morente, e portato nella tenda di
Carlo, dove si trova, come prigioniero, anche Desiderio.Nell’Adelchi convivono il guerriero barbaro
cristiano che accetta la scottante realtà immorale della ragion di Stato impegnando la spada e la mente,
mentre la sua anima desidera giustizia pace e umanità, e la prepotenza che agisce con freddo
calcolo.Qui i cori sono due:- il primo è in rapporto al motivo politico cioè quello del nostro martirio
di popolo oppresso dalle forze straniere- il secondo è in rapporto al motivo religioso e biblico: i figli
devono espiare le colpe dei padri e restaurare col sacrificio innocente l’equilibrio morale e storico. ​ Lo
scrittore milanese, nella prima fase della sua​ produzione letteraria​, era stato un ​neoclassico​, avendo
avuto come modelli ​Giuseppe Parini​, ​Vincenzo Monti​ e ​Ugo Foscolo​. Il momento più alto di questa fase
è la composizione del poemetto ​Urania​ (1809), il cui tema era il ​valore incivilitore della bellezza​. ​La
conversione di Manzoni totalizza la sua vita, opere comprese Col​ tempo, però, si accorse che gli
argomenti mitologici e la poetica neoclassica erano per lui privi d’interesse. Non c’è quindi posto per la
mitologia​, per la visione paganizzante, materialistica dell’esistenza, mentre risalta l’importanza della
storia come continua ricerca del senso dell’agire umano. Occorreva cercare la verità dell’azione
umana attenendosi al vero storico, che può essere la porta per una comprensione più ampia della
realtà, così da arrivare a un «vero morale». Scriverà Manzoni a ​D’Azeglio​, in quegli anni: «Ma il vero
storico e il vero morale generano pure un diletto, e questo diletto è tanto più vivo e stabile, quanto più la
mente che lo gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque debbe la poesia e la
letteratura proporsi di far nascere» (Manzoni, ​Lettera sul Romanticismo,​ 1823). Manzoni trovò quindi i
suoi tre assi cartesiani: «​l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo​». Su questi
colloca quindi prima gli ​Inni sacri​ (1815) poi le odi ​Marzo 1821​ (scritta nel 1821, ma pubblicata nel
1848) e ​Il cinque maggio​ (1821), le tragedie storiche – ​Il Conte di Carmagnola​ (1820) e ​Adelchi​ (1822)
– e, infine,​ I promessi sposi​ (1827; 1840-42).

 IN GENERALE​ Manzoni nasce il 7 marzo 1785 a milano che è una delle capitali dell’illuminismo del
1700,ebbe un'educazione religiosa contro la sua volontà,nel 1805 a parigi scrive in morte di Carlo
Imbonati e a 25 anni,si converte al cattolicesimo, tra il 1812 e il 1827 scrive inni sacri,il 5 maggio ,
l’adelchi e il conte di carmagnola.Per Manzoni l'immaginazione artistica svolge, il compito solo a patto
che aderisca alla verità della storia, la letteratura è lo strumento di analisi e conoscenza ed è intesa
come ricerca di verità su più fronti ed è solo così che può contribuire alla formazione della nazione​.
MANZONI E ROMANTICISMO ​La conversione letteraria del Manzoni al Romanticismo è posta tra il
1816 – 1818, quando allontanatosi dal classicismo iniziò a comporre “l’ira di Apollo” professando la
massima libertà e indipendenza in arte. I capisaldi della poetica romantica li chiarì:- Nella
prefazione al Conte di Carmagnola dove afferma che per una più intima adesione al moralismo umano
e storico è necessario abolire le leggi aristoteliche dell’unità di tempo e di luogo, mantenendo solo
quella di azione- Nella lettera a Monsieur Chauvet in risposta alle sue accuse di aver
abbandonato le tre unità aristoteliche. Manzoni qui afferma che l’aveva fatto perché esse non
agevolano la rappresentazione della vita storica e psicologica- Nella lettera sul Romanticismo a
D’Azeglio dove afferma che la dottrina romantica ha una parte negativa e una positiva: la prima tende
ad escludere le favole e la mitologia e fermenta le passioni; la seconda propugna un’arte poetica ed
etica fondata sul vero della storia e sul vero dell'arte Manzoni dunque rifiuta la mitologia, rifiuta
l’imitazione degli antichi ritenendo che la poesia e l’arte sono destinate a rappresentare solo l’eterno
dramma del peccato e la redenzione degli uomini.La differenza tra i Romantici e Manzoni consiste nel
fatto che i romantici vivono soltanto la loro vita mentre Manzoni vive la vita di tutti ​LE TRAGEDIE ​Per il
poeta tutta la storia è dominata da una forza feroce e irrazionale che avvolge nel suo cerchio uomini e
cose, per questo nelle sue tragedie non dà spazio all’amore, ma scruta i destini degli individui e dei
popoli. Dal momento che Manzoni è un uomo pacifico le sue tragedie si concludono sempre con il
discorso divino della grazia. Dal momento che considera il teatro come un potente mezzo per migliorare
il popolo, decide di non destinare le sue tragedie alla recitazione bensì le considera poemi drammatici
In esse si concentra su due categorie di uomini:- Quelli che dimenticando il messaggio cristiano si
assoggettano alla dura legge delle passioni in nome della ragion di Stato, esercitando l’ingiustizia e la
violenza- Quelli che seguono il cristianesimo e tentano di contrastare e redimere i perversi.
Passando ai Promessi sposi possiamo dire che lui ha lo sprint romanzesco grazie a W Scott, il romanzo
moderno era un genere fortunato in Europa ma scarsamente praticato in Italia,perché c’era una forte
impronta classicista della tradizione letteraria basata su generi tradizionali,come la lirica,il poema e il
dramma.C’era un problema linguistico perché in altri paesi la lingua letteraria non era molto diversa da
quella d’uso comune,mentre in italia da Bembo si era affermata la proposta di usare il fiorentino
trecentesco come lingua letteraria, ma non era la lingua ufficiale,di uso comune​ ​La scelta del fiorentino
come lingua unitaria Risolti​ i problemi strutturali, risolto l’intreccio, a Manzoni restava ancora da
risolvere il problema della lingua. Nel 1827 andò a Firenze e lì trovò la soluzione: la lingua che stava
cercando era quella fiorentina parlata dalle classi colte, «viva, agile, reale» (Migliorini), e la trova
davanti a sé, miracolosamente. Manzoni è consapevole che il popolo italiano aveva bisogno di una
lingua unitaria, in cui riconoscersi​.Manzoni concepisce il romanzo moderno come il genere più
anticlassico, il romanzo doveva dar voce a un mondo mai rappresentato prima, il mondo dei personaggi
popolari, in questo caso venivano presi sul serio, parlavano una lingua non letteraria.Manzoni ha
bisogno di fondare il romanzo come romanzo storico ovvero di far dipendere la finzione letteraria dalla
verità della storia.La finzione romanzesca viene ambientata fra la Lombardia e il Veneto del 600 in un
contesto storico fedelmente ricostruito.​ L’ambientazione scelta da Manzoni è l’area lombarda dei primi
decenni del 1600, che si trova sotto la ​dominazione spagnola​. Si tratta di una scelta molto interessante
perché Manzoni vuole dimostrare le caratteristiche di un malgoverno con l’occhio critico di uno
storiografo illuminista. Inoltre, Manzoni comincia a scrivere questo romanzo proprio dopo il fallimento
dei moti del marzo 1821. ​Sceglie il romanzo​ per indagare le radici storiche dell’arretratezza italiana con
l’intento di offrire alla borghesia progressista, la futura società da fondare. Per contrasto, l’autore vuole
proporre una società ideale, che sia libera, con un saldo potere statale, una legislazione agile e tutori
della legge che non siano in connivenza con i potenti; le classi sociali devono essere in armonia tra
loro, evitando prevaricazioni. Quindi l’ambientazione storica non è solo lo sfondo su cui collocare in
modo astratto i propri personaggi: è elemento fondante e pieno di significato. I personaggi, di
conseguenza, assumono un forte rilievo drammatico e, anche quando inventati, si armonizzano
perfettamente al corso degli eventi narrati.

 CARATTERISTICHE DEI PROMESSI SPOSI​ ​I promessi sposi​ sono il primo romanzo della letteratura
italiana. Un lavoro di ben ventuno anni servì a Manzoni per terminare il suo capolavoro, con cui
avrebbe cambiato per sempre la storia della nostra letteratura.Il narratore è onnisciente,scrive un
romanzo privo di peripezie amorose, ma è colmo di impronta pedagogica e cristiana. Questo romanzo,
infatti, non è solo un’opera nata per il diletto; la sua importanza attraversa diversi piani. Manzoni
cercava di andare incontro a un pubblico ampio che mostrasse interesse a comprendere le radici del
proprio passato e a trarne un insegnamento morale. ​I promessi sposi​ contribuirono alla creazione di un
italiano unitario nell’Ottocento. Fecero cultura a tutti i livelli, adattandosi a diversi piani di lettura. Da
subito questo romanzo fu introdotto nelle scuole e resiste da generazioni, non senza motivo. Il
romanzo storico​ ​è un particolare tipo di romanzo in cui l’ambientazione storica ha un valore
documentaristico perché intende trasmettere lo spirito, i comportamenti e le condizioni sociali attraverso
dettagli realistici e con un'aderenza, fittizia o meno, ai fatti documentati. Può contenere personaggi
realmente esistiti oppure una mescolanza di personaggi storici e di invenzione. Nacque durante il
Romanticismo perché forte era l’attrazione verso il passato, in particolare della propria nazione,
interpretato come radice del presente; inoltre permetteva di evadere con la fantasia. Nel romanzo
storico la Storia ha una funzione dimostrativa Manzoni , a differenza di Walter Scott che agiva talvolta
con libertà e fantasia sulla ricostruzione storica per piegarla alla piacevolezza della narrazione, cerca
nel suo unico romanzo una tesi, partendo da un accuratissima ricostruzione:la Storia è utilizzata quindi
con funzione dimostrativa e non solo come ambientazione. Dall’Ottocento in poi il romanzo storico fu un
genere molto adoperato: anche le Ultime lettere di Jacopo Ortis (1817) ​ mostrano il problema della
storia e di come essa si intreccia alle vicende personali del ​protagonista​. Negli anni successivi a
Manzoni, il suo romanzo, come ogni opera che fondi una tradizione, fu ripreso e sconfessato più volte.
Un cambiamento importante si ebbe con Ippolito Nievo, con ​Le confessioni di un italiano:​ l’autore torna
a filtrare la vicenda storica attraverso l’io narrante, mettendo in rilievo la “microstoria” rispetto alla
“macrostoria”. L’idea del romanzo fu agevolata dalla traduzione in francese dei romanzi di Walter Scott.

I Promessi sposiI​ l romanzo ha avuto 3 redazioni e 3 stesure diverse:- la prima stesura è il


“Fermo e Lucia”- la seconda stesura sono “I Sposi Promessi”;- la terza stesura che è quella
definitiva sono “I Promessi Sposi Il Fermo e Lucia era diviso in tomi precisamente 4:1. il primo tratta
degli ostacoli frapposti alle nozze di Lucia e Fermo fino alla loro fuga dal villaggio 2. il secondo narra
le vicende di Lucia accolta nel monastero di Monza da Geltrude (il nome cambierà in Gertrude) e poi
del rapimento di Lucia da parte del conte Sagrato (il nome cambierà in Innominato) fino al momento in
cui il conte si pente e va dal cardinale Federigo Borromeo 3. il terzo si concentra sulle avventure
milanesi di Fermo fino alla fuga nel Bergamasco 4. il quarto è dominato dalla guerra e dalla peste e
si conclude con il ritorno di Fermo, il ritrovamento di lucia, lo scioglimento della vicenda l’opera per
affrontare la censura fu revisionata e prese il titolo di Sposi Promessi: qui Fermo, padre Galdino, il
conte di Sagrato mutarono nome e divennero Renzo, Padre Cristoforo e Innominato.Nella terza
edizione il titolo fu di nuovo cambiato in I Promessi sposi. L’opera è formata da:- ​Un'introduzione​,
in cui compare l’inizio della trascrizione di un presunto manoscritto del Seicento, contenente il
resoconto della storia di Renzo e Lucia;- ​38 capitoli​ di narrazione- ​.​Il romanzo inizia ​con la
descrizione di Don Abbondio mentre passeggia per le stradine di Lecco recitando il breviario e
ammirando il paesaggio.Arrivato ad una biforcazione del sentiero, egli trova due bravi che lo attendono;
essi gli intimano di non celebrare il matrimonio fra due paesani, Renzo e Lucia, oppure ne avrebbe
pagato le conseguenze da Don Rodrigo, un signorotto del paese.Tornato alla parrocchia, Don
Abbondio confessa tutto a Perpetua, la quale giura di non dire niente a nessuno; nei giorni successivi,
però, mentre stava parlando con Renzo, la serva si lascia sfuggire troppi particolari sulla faccenda, e
così il giovane scopre tutta la storia del ricatto, e la racconta alla promessa sposa Lucia e a sua madre,
Agnese.In un primo momento, Renzo decide di rivolgersi al dottor Azzecca-Garbugli, col risultato di
venire cacciato dal suo ufficio.Lucia, allora, chiede l’aiuto di Fra Cristoforo; il buon religioso decide di
recarsi al castello di Don Rodrigo per convincerlo a mettere fine a questa bravata.Egli cerca di far
ragionare il prepotente, ma egli non è disposto ad ascoltare i consigli del frate; oltretutto, lo caccia in
malo modo dal castello, dopo che il frate lo avrà minacciato di una resa dei conti finale. Intanto Agnese
elabora un piano per far maritare la figlia con il suo promesso: infatti, sarebbe bastato che gli sposi si
fossero presentati davanti al curato con due testimoni e avessero recitato davanti a lui le frasi di rito,
per diventare marito e moglie a tutti gli effetti. Purtroppo anche questo piano fallisce.Lucia, Renzo ed
Agnese decidono quindi di fuggire da Lecco; Renzo si dirige a Milano mentre Lucia e sua madre
chiedono ospitalità al convento di Monza, sotto la protezione della Signora.Don Rodrigo, intanto,
attende con ansia il ritorno degli uomini che aveva mandato per rapire Lucia, la notte stessa
dell’irruzione nella casa di Don Abbondio, ma questi lo informano della fuga dei due promessi. Il tiranno
riesce a ritrovare le tracce dei due fuggiaschi e li fa cercare dai suoi bravi.A Milano Renzo cerca aiuto
nel convento di Padre Bonaventura, ma non essendoci il prete, decide di visitare la città; così, si ritrova
nel bel mezzo di una rivolta popolare contro di un forno, nella quale i cittadini protestavano per
l'aumento del costo del pane. Egli prende parte alla rivolta, e il forno in poco tempo viene
completamente saccheggiato; i cittadini tentano anche un attacco al palazzo del Vicario di Provvigione,
ma interviene Ferrer, il vice procuratore di Milano, che riesce a domare la rivolta.Alla fine della giornata,
discutendo assieme ad altre persone, parla troppo animosamente della faccenda del pane e uno sbirro
gli si mette alle calcagna. Lo sbirro lo porta con sé in un'osteria dove lo fa ubriacare e gli fa confessare
il proprio nome; la mattina dopo viene arrestato, ma riesce a fuggire grazie all’aiuto della gente che il
giorno prima aveva partecipato alla rivolta dei forni.Renzo, dopo quest'episodio, e sapendo di essere
ricercato, decide di lasciare Milano e di dirigersi a Bergamo, dove risiede suo cugino Bortolo.Il cammino
è arduo e difficile: Renzo teme di essersi perso, è impaurito, quindi si ferma e non sa se proseguire il
suo cammino o arrestarsi e ritornare sui suoi passi, quando, sente il rumore dell’Adda.Essendo ormai
sopraggiunta l'oscurità Renzo sceglie di trascorrere la notte in un vecchio capanno che aveva intravisto
poco lontano dalla riva del fiume; il mattino seguente chiede ad un pescatore di aiutarlo ad attraversare
il fiume con la sua barca; di nuovo prosegue il suo cammino verso Bergamo.Don Rodrigo ormai ha
perso le tracce di Renzo, e Lucia è protetta all’interno del convento di Monza; così chiede aiuto
all’Innominato, un signorotto delle parti di Bergamo, molto più potente e malvagio di Don Rodrigo, per
riuscire a rapirla e portarla al suo castello. Egli si mette subito all'opera e riesce a rapire la fanciulla con
l’aiuto della monaca di Monza.L'Innominato si pente dell'azione riprovevole da lui stesso compiuta: in
cuor suo sente il desiderio di cambiare, vorrebbe tanto diventare un uomo migliore.Quando il Cardinale
Borromeo sopraggiunge in città il "pentito" si reca da lui per parlare con lui e chiedergli di venire
perdonato per i peccati mortali che aveva commesso.Pertanto il Cardinale ordina ad una donna ed al
curato Don Abbondio di dirigersi con l'Innominato al suo castello e di restituire alla ragazza la sua
legittima libertà. Don Abbondio appare molto titubante, ha infatti paura di venire coinvolto e di cacciarsi
in qualche spiacevole situazione; teme che l'Innominato non si sia realmente convertito, e che, in
qualsiasi momento, possa fargli fare una brutta fine. La giovane, invece, viene trasferita in un luogo
sicuro e Don Abbondio, lungo la strada del ritorno, incontra la madre di Lucia e la informa riguardo alle
sorti della figlia. Intanto la situazione di Renzo è assai più complicata rispetto a quella della sua amata
infatti tutti gli danno la caccia ; lui si nasconde presso il cugino Bortolo sotto falsa identità.Inizia a
scrivere a Lucia: la giovane gli risponde che si deve rassegnare, poiché aveva fatto voto di castità
mentre era prigioniera nel palazzo dell’Innominato.Nel frattempo, la situazione in Europa sta
precipitando a causa della guerra: iniziano ad arrivare le truppe tedesche in Italia, scendono nella
penisola anche i Lanzichenecchi e si diffondono carestie.Agnese e Perpetua, scortate dal loro curato,
partono alla volta del castello dell'Innominato dove ricevono ospitalità fino al termine della guerra; al
loro ritorno troveranno tutto a soqquadro.Dopo la carestia e la guerra , una nuova piaga si abbatte su
Milano: la peste; i monatti , le persone che avevano il compito di portare gli appestati al Lazzaretto o
alle fosse comuni, avevano preso il possesso dell'intera città .Tra le vittime della peste c’è anche Don
Rodrigo che, dopo aver scorto un bubbone sul corpo, manda a chiamare un famoso chirurgo che si
preoccupava della guarigione dei malati senza denunciarli alle autorità Sanitarie; ma viene tradito dal
Griso, il suo bravo più fedele, e al posto del dottore sopraggiungono i monatti che portano il signorotto
al Lazzaretto.Renzo decide di ritornare al suo paese e per le strade incontra Don Abbondio, che lo
incita a fuggire poiché è ricercato dalla polizia: Renzo così cerca ricovero da un suo amico.I giorni
successivi egli osserva ogni carro di appestati che incontra, cercando il corpo di Lucia, ma non lo trova.
Finalmente giunge alla casa di donna Prassede e scopre così che Lucia si trova al Lazzaretto.In questo
luogo ha occasione di incontrare anche Fra Cristoforo e Don Rodrigo che ormai sono sul punto di
morte. In seguito incontra anche Lucia, ma ella è sempre intenzionata a tenere fede al suo voto. Il
ragazzo non si rassegna e chiede a Fra Cristoforo di intervenire: così il frate scioglie Lucia dal suo
voto.Passa del tempo: Lucia e Renzo riescono ad unirsi in matrimonio e ad avere dei figli; inoltre Renzo
decide di entrare in società con l'amico Bortolo comprando un filatoio.I Promessi sposi impegnarono
Manzoni per ben 12 anni. Per poter dare maggiore credito alle parti inventate Manzoni ha finto
nell’introduzione di aver trovato in un anonimo del 600 le notizie dei personaggi. In realtà l’anonimo non
è altro che l’alter ego dell’autore ossia il suo sdoppiamento della personalità.Il vero protagonista in
quest’opera è Dio. La narrazione procede con un andamento placido, ritmico, e la sua lingua è stata
definita rivoluzionaria in quanto è una lingua più italiana che toscana , più vicina a quella parlata. In
verità Manzoni già nelle opere giovanili si pose il problema della lingua, problema che poi si ripose in
età matura. Egli riteneva che la lingua è innata come le idee, ci è stata insegnata da un maestro che
non è un uomo. Ciò a cui aspirava era una lingua semplice, comunicativa, e sociale, una lingua viva,
parlata da tutti.L’intento del Manzoni era di riuscire a comporre un’opera popolare e utile alle masse
portando alla ribalta le sorti degli umili, degli oppressi, dal momento che la storia appartiene a tutti non
solo ai potenti.

CAPITOLO I ​Manzoni inizia il suo romanzo con la descrizione particolare del paesaggio in cui si
svolgerà la maggior parte della trama del suo romanzo. In effetti, è la descrizione particolareggiata del
paesaggio che si stende nei dintorni del lago di Como fatto di casali, di paesetti, di monti che
circondano il lago e di fiumiciattoli che gettano le loro acque nel lago. Manzoni si sofferma a parlare
delle viottole che portano ai paesetti che circondano il lago, lungo una delle quali una sera di novembre
scendeva don Abbondio, il parroco del luogo, leggendo il suo breviario. Ad un tratto incontrò due
persone il cui vestimento e atteggiamento fecero capire a lui che loro altri non erano che due bravi,
armati di pistole e di coltelli. Essi erano disposti uno di fronte l’altro, come a sbarrare a chiunque la
strada. Quando questi due ceffi videro il curato, si staccarono dal muro e gli sbarrarono la strada,
dando a capire che essi stavano lì proprio ad aspettare lui. Senza alcun preambolo gli intimarono di non
celebrare il giorno dopo il matrimonio tra due giovani del luogo, i cui nomi erano Renzo Tramaglino e
Lucia Mondella. Il curato cercò di scusarsi con quei due facendo loro capire che egli non era colpevole
di quella faccenda. Ma quando quelli gli replicarono che per nessuna ragione doveva celebrare quelle
nozze e che doveva evitare di parlare di quell’incontro con chiunque facendogli intendere che quelli non
erano altro che ordini del signorotto del luogo, tale Don Rodrigo, I Bravi si allontanarono mentre Don
Abbondio impaurito tornò precipitosamente a casa. A questo punto il Manzoni passa a tratteggiarci la
figura di questo curato dicendoci che egli per natura era un pauroso e che aveva scelto la vita del prete
proprio per cercare di vivere una vita tranquilla dal momento che il mondo dell’epoca era dominato dalla
prepotenza dei più forti contro i quali non servivano quel diluvio di leggi emanate contro di loro dal
governo spagnolo. Quindi era la figura tipica dell’uomo destinato non ad agire da uomo e molto meno
da prete, la cui ragione d’essere è proprio quella di servire gli altri col sacrificio di sé stesso. Così,
mentre egli ritornava a casa malediceva in cuor suo i due giovani promessi sposi che gli avevano
arrecato turbamento mettendolo in contrasto con la prepotenza di Don Rodrigo. Arrivato a casa chiamò
Perpetua, sua domestica, alla quale non nascose il suo animo turbato non svelandone però la ragione.
Non volle cenare e preferì andare a letto cercando di trovare una soluzione per il giorno seguente che
lo mettesse al riparo da qualsiasi danno. Il primo capitolo dei promessi Sposi dunque pone già in luce i
temi e i modi fondamentali del romanzo. ​CAPITOLO IV: ​Padre Cristofaro Il capitolo si apre con la
descrizione del cammino di Fra Cristoforo dal convento del paese di Pescarenico, un piccolo villaggio di
pescatori nei pressi di Lecco, alla volta della casa di Lucia. Sebbene il paesaggio autunnale sia
splendido, il cammino del frate verso casa di Lucia è rattristato dalle immagini di miseria che si vedono
ovunque. Fra Cristoforo è uomo vicino ai 60 anni, dalla lunga barba bianca, umile ma fiero al tempo
stesso, con due occhi vivacissimi. Il Manzoni presenta con un lungo flashback il passato del frate.
Lodovico (questo è il nome di fra Cristoforo prima di prendere i voti), figlio di un ricco mercante con
ambizioni da nobile, viene educato in maniera aristocratica. Non essendo però accettato nella cerchia
dei nobili, il giovane dominato da un indole insieme onesta e violenta inizia a difendere gli umili contro i
signorotti prepotenti, purtroppo dovendosi circondare anch'esso da bravacci. Un giorno per strada,
scoppia una disputa tra Lodovico ed un nobile prepotente. Nel corso della lotta che ne segue, il
giovane, vedendo uccidere il suo affezionato amico Cristoforo, venutogli in soccorso, uccide il
signorotto. Lodovico viene condotto dalla folla nel vicino convento dei frati cappuccini, per farlo curare e
nascondere agli sbirri. Durante la sua permanenza in convento Lodovico sente rinascere il desiderio di
farsi frate che già gli era passato per la mente. Dona tutti i suoi beni alla famiglia di Cristoforo e a trent’
anni prende i voti e assume il nome di fra Cristoforo. Prima di partire per il luogo del suo noviziato, fra
Cristoforo chiede ed ottiene di chiedere perdono alla famiglia dell'ucciso. In casa del nobile vengono
convocati tutti i parenti per assaporare la soddisfazione per quel gesto di pentimento, e fra Cristoforo
ottiene un caloroso perdono dal fratello della vittima. Nonostante l’abbondanza del rinfresco, padre
Cristoforo accettò solo un pane in segno di carità e di perdono e disse che l’avrebbe consumato in
viaggio. Da allora si dedicò completamente a difendere gli oppressi. Per questo fra Cristoforo accorse
immediatamente in aiuto di Lucia, sentendo un’ “indignazione santa” per quell’atto di persecuzione, e fu
accolto calorosamente da Lucia e Agnese. ​CAPITOLO IX​ I tre fuggitivi approdano sulla sponda del
lago opposta a Pescarenico. I tre giungono fino a Monza su di un carro. Qui possono riposarsi e
rifocillarsi in una locanda. Dopo un breve pasto Renzo dà l'addio alle due donne che si recano prima al
convento dei cappuccini e poi, accompagnate dal padre guardiano, al monastero di monache nel quale
sperano di trovare ospitalità. Il frate chiede per loro la protezione di Gertrude, una suora di nobile e
potente famiglia. La giovane monaca ha circa venticinque anni e il suo viso mostra una bellezza sfiorita.
Gertrude interroga le due donne e il padre guardiano a proposito delle vicende di Lucia. Al termine del
colloquio concede ospitalità ad Agnese e Lucia. Viene descritta la famiglia di Gertrude e la regola in
essa vigente, secondo la quale, tutti i figli, ad esclusione del primogenito, dovevano entrare in
convento. Fin dalla prima infanzia, i genitori e i parenti di Gertrude cercano, anche con subdoli
espedienti, di inculcarle l'idea della vita consacrata. L'infanzia e l'adolescenza di Gertrude trascorrono
nel convento di Monza, dove viene educata in vista di una sua futura scelta monacale. Nei suoi rapporti
con le compagne la bambina manifesta la sua innata superbia, ma anche i primi cenni di rifiuto della
vita religiosa. Prima di prendere definitivamente i voti, Gertrude è ricondotta nella casa paterna. Qui
viene trattata con indifferenza ed isolata al fine di metterla a disagio e di farle desiderare il convento.
Scoperto il suo innamoramento per un paggio, Gertrude viene imprigionata in una stanza: per uscire da
quella segregazione, ella si dichiara disposta a scegliere la vita consacrata. ​ CAPITOLO XXXI​ Nel
capitolo 31 Manzoni mette in evidenza il comportamento di una popolazione spaventata. La peste
agisce generalmente in poche ore, a volte di più, ma comunque in tempi brevi, portando rapidamente
alla morte dei contagiati. In pochi casi si guarisce e allora si è immuni. La peste provoca la
degenerazione delle ghiandole linfatiche in bubboni (da qui il nome, peste bubbonica). Vengono
organizzate riunioni all’ aperto per pregare insieme Dio che faccia scomparire questa terribile malattia, il
che, invece di fermare la diffusione di questa malattia, la accelera, perché la gente sana stando a
contatto con quella malata, veniva contagiata facilmente. Gli abitanti iniziano addirittura a pensare che
ci sia qualcuno che di proposito diffonde la malattia, gli untori. In realtà gli untori non esistono, ma si
sono verificati casi in cui il popolo, spinto dalla disperazione, ha deciso di uccidere qualcuno sospettato
di aver diffuso intenzionalmente la peste. Un esempio è il vecchio che fu ucciso perché in Duomo,
prima di sedersi, aveva spazzolato la panca sporca con il cappello, ed era stato accusato di star
spargendo la malattia​. CAPITOLO XXXVIII​ Lucia finalmente ritorna al suo paesello. Don Abbondio si
decide finalmente a sposare i due giovani, ma soltanto quando viene a sapere che il palazzo di don
Rodrigo è ora occupato dall'erede di lui, un marchese, «bravissim' uomo» che ha saputo della storia di
Lucia e di Renzo, e è disposto ad acquistare ad alto prezzo le loro casette e a liberare Renzo
dell'imbroglio di Milano. I due sposi, con Agnese, si trasferiscono a Bergamo, dove la famiglia e gli affari
prosperano. Il romanzo termina con la celebre morale messa in bocca a Lucia: «...lo non sono andata a
cercare i guai: sono loro che sono venuti a cercar me... i guai vengono bensì spesso perché ci si è dato
cagione; ma la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani...».

  6-GIACOMO LEOPARDI ​È ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento italiano e una delle più importanti
figure della letteratura mondiale, nonché una delle principali del romanticismo letterario; la profondità
della sua riflessione sull'esistenza e sulla condizione umana – di ispirazione sensista e materialista – ne
fa anche un filosofo di spessore. La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un
protagonista centrale nel panorama letterario e culturale europeo e internazionale, con ricadute che
vanno molto oltre la sua epoca.​ ​Leopardi è nato a Recanati da una nobile famiglia 29​ giugno​ 1798 –
Napoli​, 14 giugno 1837) ​. Il padre il conte Monaldo era contrario all’ascesa di Napoleone e dei francesi
ed era un uomo che amava la cultura tant’è vero che decise di occuparsi personalmente dell’istruzione
del figlio facendolo seguire da precettori ecclesiastici. Giacomo visse isolato per tutta l’adolescenza nel
suo paese e ben presto iniziò a percepirlo come una prigione soffocante. Dedicò la sua vita interamente
agli studi che peggiorarono le sue condizioni di salute già precarie e gli fecero nascere una visione della
vita pessimista.Tra il 1815 e il 1816 avvenne ciò che gli studiosi sono soliti chiamare conversione
letteraria, ossia abbandonò le idee rivoluzionarie del padre per seguire ideali patriottici e risorgimentali
dettati da Giordano Bruni con cui aveva iniziato una fitta corrispondenza. Poco dopo avvenne anche
una conversione filosofica ossia inseguito ad una malattia degli occhi che lo portò a non poter leggere
per molti mesi si allontanò dalla religione e aderì alla filosofia sensistica e materialistica dell’illuminismo.
Nel 1818 scrisse ​Il discorso di un italiano intorno alla poesia romantica​ che inviò all’editore Stella come
risposta ad un articolo di Ludovico Breme stampato sullo Spettatore. Quì Leopardi concordava con i
romantici nel respingere le regole classicistiche e nel rifiutare l’uso della mitologia greco – latina e la
passiva imitazione dei classici. Per il poeta il rifiuto del Romanticismo riguardava soprattutto il rapporto
tra la poesia e i sensi e tra la poesia e la natura. I romantici avevano interrotto questo rapporto, che
costituisce il fine della poesia, mentre Leopardi desidera dar vita ad una poesia che sia capace di usare
i sensi per mantenere un legame con la natura in quanto l'origine di ogni emozione artistica deriva dal
rapporto che l’artista riesce ad instaurare con la natura. L’artista per far ciò deve studiare gli scrittori
antichi e imitare i loro procedimenti.Il pessimismo leopardiano trova massima espressione nello
Zibaldone​, che è una raccolta di ragionamenti e note filosofiche, psicologiche e letterarie. In questo
periodo compose anche un gruppo di liriche piene di dolore per il cadere delle speranze e il trascorrere
inesorabile del tempo. Scrisse anche varie canzoni in cui si lamenta del destino e leggi disumane.Nel
1822 ottenne il permesso di lasciare la casa paterna per andare a Roma, dove vi rimase per due anni e
durante i quali scrisse la maggior parte delle ​Operette morali​, dove tratta i miti del suo pensiero: la
Natura, la Morte, il Dolore, la Felicità, la Noia.Nel 1825 si recò a Milano, poi a Bologna e a Firenze dove
conobbe Manzoni, e infine a Pisa dove scrisse i canti ​Il risorgimento​ e ​A Silvia​.Tornato a Recanati
compose ​i grandi Idilli​ dove domina il dolore e la pietà per tutti i viventi, illusi e travolti dalla Natura
matrigna. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse a Napoli: morì qui nel 1837.​IL PESSIMISMO
LEOPARDIANO​Il pensiero di Leopardi si origina dalla concezione meccanicistica e materialistica del
mondo​,​ secondo la quale, il mondo è fatto di materia sottoposta ad un incessante processo di
trasformazione da leggi meccaniche, senza un fine ideale. Anche l’uomo, essendo fatto di materia, è
sottoposto a queste leggi, per cui compiuto il suo ciclo biologico, la materia di cui è fatto si disgrega ed
egli si annulla completamente come individuo. Ma per Leopardi non solo l’uomo è una creatura debole
e indifesa, che dopo una vita di sofferenze si annulla completamente con la morte, ma è anche un
essere insignificante nel contesto della vita universale. La dolorosa presa di coscienza dei limiti del
genere umano chiuso nella prigione della materia è per lui motivo di tristezza e di pessimismo.Il
pessimismo leopardiano non deriva solo dalla sua adesione alle teorie filosofiche materialistiche e
meccanicistiche, ma ha alle basi componenti emotive e storiche. Il Leopardi vive il dramma che tutti gli
adolescenti si trovano a dover affrontare quando la realtà non si manifesta come quella sognata e con
la conseguente perdita delle illusioni.Quasi tutti gli uomini però riescono a superare questo momento,
prendono coscienza della realtà, accettandola per quello che è, inserendosi e operando nella società.
Leopardi invece non riesce a superare questa fase della vita forse a causa della mancanza degli affetti
familiari, dell’angusto ambiente paesano. Ai problemi emotivi si aggiunge anche una componente
storica dovuta alla constatazione dei risvolti negativi della Restaurazione e della società borghese del
suo tempo, quindi egoismo, corruzione, ipocrisia. ​Il pessimismo leopardiano si articola in tre fasi:1.
quello personale o soggettivo che sorge quando il poeta è ancora un adolescente. A determinare
questo sentimento di infelicità personale è stata innanzitutto la rigidità dell’ambiente familiare
accompagnata da una forte sensibilità d’animo acuita dall’aspetto fisico: a vent’anni il poeta si sente già
vecchio sia fisicamente che spiritualmente. In questa prima fase del suo pensiero l’infelicità non è
ancora fatta dipendere dalla natura​.2. ​ quello storico che si ha quando la sua meditazione si allarga
agli altri uomini. Il poeta si rende conto che quello stato di infelicità che lo tormenta non è solo in lui, ma
è caratteristico di tutti gli uomini, che sono felici solo apparentemente. Egli sostiene che il genere
umano è stato felice solo quando viveva nello stato di natura e che la scienza portando gli uomini alla
dura verità delle cose ha distrutto le illusioni che abbelliscono la vita. Quindi per Leopardi la storia non è
progresso, ma il passaggio dall inconscia felicità che accompagna il periodo dell’infanzia,
dell’adolescenza e della giovinezza, in cui l’individuo si sente in armonia col mondo che lo circonda,
all’età adulta, età dell’arido vero, del dolore consapevole e irrimediabile. (pessimismo storico​)3​.
quello cosmico quando il poeta individua la causa dell’infelicità del genere umano nella natura che da
madre benigna diventa agli occhi di Leopardi “matrigna”. Egli infatti ama la natura per la sua bellezza e
armonia, ma la odia perché essa ha creato l’uomo con un infinito desiderio di felicità che non potrà mai
raggiungere. Il risultato del pessimismo universale è , per Leopardi, la noia che egli considera il più
nobile dei sentimenti umani. La noia consiste nell’insoddisfazione degli uomini grandi a cui l’universo
non basta, ma aspirano all’infinito. (pessimismo cosmico) ​ ​FOSCOLO E LEOPARDI ​Foscolo e
Leopardi hanno operato hanno operato in un primo tempo entrambi nel classicismo risentendo delle
suggestioni vichiane e roussoniane.Il Foscolo varcò i limiti del neoclassicismo nei Sepolcri dove le
illusioni sono i fondamenti della storia dell’uomo: le opere magnanime dei grandi spiriti costituiscono le
basi delle istituzioni civili. Per Leopardi invece le azioni magnanime e le illusioni sono irripetibili nei
tempi moderni e recuperabili solo attraverso la memoria.Nel Foscolo prevalgono i sensi storici, mentre
nel Leopardi il carattere e il fine storico della poesia cedono alle funzioni utilitaristiche ed edonistiche
della poesia. Così alle illusioni storiche del Foscolo si oppongono le illusioni private del Leopardi.Il
Foscolo nei Sepolcri appartiene ad un’età rivoluzionaria, ossia all’età napoleonica, mentre Leopardi fu
antiromantico in quanto fu chiuso all’intuizione romantica della storia. Egli respinse le soluzioni positive
come la concezione ottimistica della vita secondo natura e scelse le soluzioni pessimiste, il dolore
cosmico, il che comportava uno stato di forte e consapevole rassegnazione.Nel 1818 Leopardi
intervenne in difesa dei classici contro i romantici mostrando che fosse possibile il recupero dei classici
attraverso la poesia del primitivo: la poesia deve rimanere come la natura immutabile. ​ZIBALDONE DEI
PENSIERI ​Tra le opere principali di Leopardi spicca lo ​Zibaldone​, un’ampia raccolta di pensieri e
appunti dal Luglio 1817 al Dicembre 1832. L’opera fu pubblicata postuma in 7 volumiche contengono
appunti, ricordi pensieri osservazioni, discussioni del giovane poeta con sé stesso, sul suo animo, sulla
sua vita sull’uomo, sull’universo ecc… Tali considerazioni ogni giorno Leopardi le annotava per sé
stesso e non per comunicarle agli altri per cui lo Zibaldone può essere considerato un diario intellettuale
del poeta, non destinato alla pubblicazione, ma scritto solo per sfogare la sua intimità.Lo Zibaldone fu
custodito da Ranieri per 50 anni e solamente tra 1898 e il 1900 venne pubblicato a cura di Carducci,
dopo una lunga causa per rivendicarne il possesso allo Stato.Gran parte del suo pensiero è contenuto
proprio nello Zibaldone. Dal momento che Leopardi si basa sul mistero delle origine e della finalità
dell’esistenza umana e dal momento che per lui la vita è piena di illusioni in quanto solo la morte e il
nulla sono certi, l’unica conseguenza per ogni uomo sarebbe quella o di “cogliere l’attimo” (Carpe diem)
come affermava Orazio, o di ricorrere al suicidio stoico. Ma il suo spirito ripugnava entrambe le
soluzioni e voleva vivere, agire, sentire, amare giunge alla conclusione che “il cuore rifà la vita che la
ragione distrugge”, per cui amore e morte sono da ritenersi due forze fraterne che si completano a
vicenda: l’una finisce nell’altra.Per Leopardi l’unica cosa certa è il nulla, il quale non è altro che il valore
opposto della felicità; è il prodotto dell’urto tra due forze, l’ideale e il reale, il cui urto si conclude e si
spegne in una stasi.Dunque il nulla Leopardiano scaturisce dall’urto tra lI sempre proteso alla conquista
della felicità e del piacere e le delusioni della vita.Per il poeta tutto il vivere è dominato dalla noia che è
l’insoddisfazione causata dalla monotonia e dalla ripetizione degli atti quotidiani. La noia leopardiana è
una noia di natura filosofica, cioè dello spirito che ci avverte dell’infinita vanità del tutto essa è simile
all’aria ed occupa tutti gli intervalli frapposti tra i piaceri e i dispiaceri. Però la noia pur essendo il segno
della nostra insoddisfazione è segno della nostra aspirazione a una forma esistenziale più alta,
quantunque irraggiungibile. Per questo conclude dicendo che la noia è il più sublime dei mali.Inoltre
Leopardi ritiene che la natura è una natura matrigna in quanto è indifferente al dolore delle creature: gli
uomini sono miseri, corrotti e codardi. Il dolore colpisce tutte le creature e le cose per cui oltre al dolore
storico esiste anche il dolore cosmico.Dallo Zibaldone si ricava l’osservazione che ogni dolore è piacere
in sé. Nessuno conosce il piacere per pratica ma solo per concetto, perché è un desiderio non un fatto:
è un sentimento che l’uomo accarezza col pensiero ma che in fondo non prova. Il piacere non è mai né
passato, né presente, ma solo futuro e potenziale. Se il piacere fosse in nostro possesso noi non
desidereremo cose più grandi.Dalle sue opere emergono tre presupposti principali:1. La concezione
materialistica dell’universo, privo di finalità provvidenziale e consistente in un eterno meccanico
svolgersi di riproduzione e distinzione2. L’impossibilità per gli uomini di conoscere con certezza la
verità primordiale e fondamentale, per cui riesce vana ogni ricerca del fine dell’universo3. L’evidenza
di una natura cieca, ottusa verso l’uomo, indifferente al dolore e ai bisogni di tutti gli esseri esistenti che
sono imperfetti e infelici.Secondo Leopardi la vita degli antichi fu più felice alle origini perché i primitivi
più ricchi di immaginazione e di virtù non avevano nulla da invidiare agli altri. La nostra età invece
essendo corrosa dalla civiltà ha distrutto la vita semplice, le dolci favole e illusioni antiche, mostrando
agli uomini la durezza della realtà, la miseria, il dolore, l’infelicità universale(dolore storico). Dal
momento che la vita dell’uomo è stata sempre infelice, la natura non può essere benefica ma è
matrigna, infatti l’uomo sulla terra è un piccolo atomo imperfetto, non necessario alla vita cosmica ma
sottoposto alla natura. L’uomo è dotato di ragione imperfetta, è soggetto a passioni e illusioni, soffre
dalla nascita fino a quando muore. La vita umana è un errore: vivere è lottare anche se si lotta
inutilmente. L’uomo è il più disgraziato degli esseri, la migliore soluzione è la morte, per cui tale logica
porta solo al suicidio. Nonostante ciò il poeta ritiene che bisogna superare la dura realtà con la forza del
sentimento, con i rapporti con gli altri uomini che sono colpiti dalle stesse sventure. Così il poeta si
riabilita dalla disperazione e dal suicidio indirizzando quel suo pessimismo alle attività individuali e
sociali.L’universo è formato da un insieme di leggi che creano, distruggono e trasformano le cose ma il
fine di questo perenne sconvolgimento sono e resteranno incomprensibili all’uomo. L’uomo non è altro
che un trascurato elemento dell’universo, travolto come gli altri esseri, dalle forze giganti della natura,
per questo non sa nulla, non è nulla, non può sperare in nulla: solo per orgoglio l’uomo crede che il
mondo è stato creato per lui. ​OPERETTE MORALI​Le Operette morali si possono considerare come un
commento di tutto il mondo poetico leopardiano. Tutto il suo pensiero è presente qui. Gran parte di
queste operette furono composte nel 1824.Le operette Morali più importanti sono:- Storia del
genere umano- Dialogo di Ercole e Atlante,- dialogo di Moda e della Morte- Dialogo
della Natura e di un'anima- Dialogo della terra e della luna- Dialogo di torquato Tasso e del
suo Genio familiare.- ​Dialogo della Natura e di un islandese:​ dove la Natura è vista come spietata
ed indifferente al destino degli uomini, e dunque nemica della loro felicità.- Cantico del gallo
silvestre- Elogio degli uccelli- Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere.Si
avverte in esse la fuga verso il dolore e il nulla, il sogno e la bellezza che finisce in segno di pietà e di
amore verso il prossimo. Questo mondo distrutto è retto da sentimenti retti, generosi e si svolgono in
un’attesa luminosa del bene (Cristoforo Colombo) , in un’ansia di pace e di serenità universale (Elogio
degli uccelli), in un’esaltazione della dignità umana (Timandro ed Eleandro), in una coscienza della
necessità della morte liberatrice e della pace eterna (Tristano).Il Leopardi sentiva che i valori sociali,
intellettuali, sentimentali dovevano rinnovarsi per superare la crisi di coscienza provocata dal
progresso.Per le Operette Leopardi si rifà agli scrittori greci come Platone, a scrittori latini come
Cicerone, Seneca, a scrittori italiani come Machiavelli Tasso.I personaggi sono fantastici oppure storici,
uno dei quali fa proprie le opinioni e le riflessioni del Leopardi, mentre l’altro contraddicendo favorisce la
discussione fino alla conclusione che è sempre pessimistica. anche se le Operette sono costituite da
vari argomenti, sono tenute insieme dallo stato d’animo affettivo del poeta che poggiando
sull’argomento centrale dell’infelicità umana sbocca nelle delusioni della vita, nelle contraddizione della
morale, nella filosofia negatrice dell’esistenza, tutta intrisa di noia che è simile all’aria ed occupa tutti gli
spazi tra i piaceri e i dispiaceri.Le caratteristiche delle Operette sono l’ironia, l’arguzia, la polemica. Qui
il suo pessimismo non è più storico ma diventa cosmico perché investe la stessa natura e l’ordinamento
dell’universo e l’essenza della vita degli uomini e delle cose.Esse hanno a tre funzioni:1.
rappresentare senza veli la necessità del dolore per gli uomini,2. smascherare e deridere le illusioni
consolatorie date dalla Restaurazione e condivise anche dai liberali moderati,3. mostrare un modello
di reazione consistente di gesti audaci e generosi che anche la disperazione può consentire.
GLI IDILLI ​Gli Idilli sono brevi componimenti in cui l’anima parla con se stesso. Sono 41 testi di varia
lunghezza composti tra il 1818 e il 1837.I canti che compongono gli idilli possono essere divisi in 3 fasi,
che corrispondono ad una sua diversa poetica.1. Prima fase (1818-1822) in cui compone le “​canzoni
civili”​ e alcuni “​idilli​”2. Seconda fase (1828-1830) che è caratterizzata dai “​canti pisano-recanatesi​”3.
Terza fase (1831-1837) formata dal “​ciclo d’Aspasia”,​ dalle canzoni sepolcrali e da componimenti
impegnativi come la Ginestra Le ​canzoni civili​ sono:- ​all’Italia-​ ​sopra il monumento di Dante
che si preparava a Firenze Che​ sono dedicate tutte e due a Monti. Qui si parla della decadenza italiana
e del confronto con la grandezza antica e la schiavitù del presente. Di questo gruppo fa parte la
canzone : “​Ad Angelo Mai”​ , che scrisse quando Mai ritrovò una parte del De republica di Cicerone.Il
tema civile è affrontato anche in altre due canzoni:- ​le nozze della sorella Paolina che poi non
furono più fatte-​ ​un vincitore nel pallone dedicata ad un campione di calcio recanatese A​ queste
seguono:​1.​ ​Bruto minore2.​ ​L’ultimo canto di Saffo3.​ “​l’Inno ai Patriarchi​” dove il poeta,
esamina il tema della felicità primitiva dell'uomo, nello stato di natura, in termini biblici alla Primavera,​4.
Alla sua donna​ dopo di che Leopardi non scrisse più per 5 anni.Nello stesso tempo tra il 1819 e il 1821
nascono 5 testi chiamati da Leopardi ​Idilli​ definendoli “situazioni, affezioni, avventure storiche del mio
animo”. Fanno parte di questo gruppo le poesie :​5.​ ​L’Infinito (1819)6.​ ​La Sera del dì di festa
18207.​ ​Alla Luna 18198.​ ​Il Sogno 1820-18219.​ ​la Vita Solitaria 1821​Nell’ estate del 1822
scrisse ​l’inno ai Patriarchi​ mentre nel 1828 scrisse “​Il Risorgimento”​ e “​A Silvia​”.Nel frattempo scrisse:1.
alla sua donna​: qui il tema è amoroso. La donna a cui si rivolge il poeta non esiste, è immaginata, è
solo un’illusione del poeta.2. ​Al conte Carlo Pepoli​ che è un'epistola in versi sciolti ed è ricca di temi
filosofici civili La seconda fase è caratterizzata dai ​Canti Pisano Recanatesi​ che molti studiosi chiama
Grandi Idilli A questa fase appartengono le poesie :10. ​A Silvia​ : primo esempio nella poesia
leopardiana di canzone libera11. ​Le Ricordanze​ , una sorta di originale poemetto narrativo in
endecasillabi sciolti 12​.​ ​Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia13.​ ​La quiete dopo la
tempesta14.​ ​Il Sabato del Villaggio15.​ ​Il passero solitarioN
​ ella terza fase i testi si concentrano :1.
sull’amore come passione concreta e vissuta come il ​ciclo di Apasia​ che nasce dall’esperienza
amorosa non ricambiata con la bellissima Fanny Targioni Tozzetti chiamata “ Apasia” solo nell’ultimo
testo. Apasia è il nome di una prostituta amata da Pericle e quindi il nome è usato in senso negativo. Il
ciclo è formato da 5 liriche:- ​Pensiero dominante​- ​amore e morte-​ ​Consalvo​- ​A se
stesso-​ ​Aspasia In​ questi componimenti si evidenzia il legame tra esperienza personale e
pensiero filosofico: dimostra l'infelicità umana, poichè amando si accarezza con l'immaginazione una
ipotesi di felicità che poi non si può realizzare, ma l’amore nello stesso tempo è la maggiore
consolazione concessa dal fato agli uomini, che attraverso questa illusione possono affrontare il male
della vita, per questo l'amore si associa alla morte come bene supremo degli uomini.2. sulla
riflessione filosofica negativa come le ​canzoni sepolcrali ​tra le quali possiamo ricordare​:​· ​Sopra un
bassorilievo antico sepolcrale​· ​ .
​Sopra il ritratto di una bella donna.3 sull’intervento ideologico -
politico che rifiuta i miti del progresso e di riforma sociale come la Ginestra dove il poeta dà una visione
artistica alla sua dolorosa visione del mondo. Il canto è un messaggio spirituale: il poeta si rivolge a tutti
gli uomini e li esorta ad unirsi​ ​per poter combattere contro l’avversità della nature che condiziona il
nostro destino. La fragile ginestra rappresenta il simbolo dell’uomo che affronta con serena
consapevolezza le avversità della natura. La consapevolezza che il dolore, la vecchiaia, la malattia la
morte, rendono dolorosa la vita dell'uomo sulla terra non deve restare nella mente di pochi dotti, ma
deve diventare il modo di sentire per tutti e ciò può avvenire solo grazie all’operato degli
intellettuali.L’idillio leopardiano non ha nulla in comune con il significato che di solito generalmente ha
questo tipo di poesia. Non è descrizione della vita campestre con dialoghi tra pastori e pescatori, ma è
la voce dell’anima nella contemplazione quasi religiosa della natura e forse per questo in seguito
Leopardi pensò di cambiare il titolo in Canti.

 AD ANGELO MAI La canzone “Ad Angelo Mai” fa parte del gruppo delle canzoni civili, scritte da
Giacomo Leopardi. L’intento è quello di suscitare negli italiani l’amor di patria, grazie al ricordo della
loro passata grandezza. Anche questa canzone, come le altre canzoni civili, prende il via da un fatto di
cronaca. Angelo Mai è un dotto filologo gesuita della Biblioteca Vaticana, che, sul finire del 1819, aveva
ritrovato in un palinsesto del secolo X, sotto un commento di Sant’Agostino ai Salmi, molti frammenti
del trattato “De re publica” di Cicerone. Sino al tempo di Cicerone si conosceva solo il sesto libro, . Il
Leopardi, ammiratore del Mai, nel 1820 compose la canzone. Il poeta è entusiasta del ritrovamento dei
frammenti del trattato e si rallegra alla notizia del ritrovamento: per merito del dotto filologo, Cicerone e
gli altri scrittori antichi tornano a far sentire la loro voce dopo secoli di silenzio. Così grazie alle ricerche
di Angelo Mai sembrano ritornati i giorni del Rinascimento, quando, dopo l’oscura parentesi del
Medioevo, risorgevano dall’oblio gli antichi padri. Segue quindi la rievocazione 40 del periodo del
Rinascimento, che per Leopardi va da Dante all’Alfieri. La canzone civile si chiude con l’esortazione ad
Angelo Mai di proseguire la sua opera di ricerca per ridare voce agli antichi eroi. La canzone si divide in
tre parti​. I. Nella prima parte (vv. 1-55) il Leopardi esalta il Mai: egli riscopre le opere degli antichi padri,
i quali lasciano quasi il sepolcro, per vedere se all’Italia, oggi, piace essere ancora viva, dopo tanto
tempo. II. Nella seconda parte (vv. 56-175) il poeta fa una nostalgica rievocazione del Rinascimento,
che per lui va dalla morte di Dante all’Alfieri. III. Nell’ultima e terza parte (vv. 175-180) il poeta,
rivolgendosi ad Angelo Mai, lo esorta a continuare le sue ricerche con la speranza o di spingere gli
Italiani a nobili azioni o almeno, a vergognarsi della loro abiezione. La canzone Ad Angelo Mai è
sicuramente poesia d’alto impegno civile. In essa il giovane Leopardi, si dedicò alla trattazione di temi
filosofici. Attraversa tutta la lunghezza della canzone il sentito confronto tra passato e presente, e più
esattamente tra un passato fiorente e un presente che per contrasto appare svuotato, dormiente,
mediocre, vile. Il confronto è portato avanti con il continuo accostamento di immagini relative al passato
ed altre relative al presente: alle prime corrispondono termini vaghi, indefiniti, estremamente “poetici”,
secondo la definizione che ne dà lo stesso Leopardi, capaci di suscitare una certa idea di
indeterminatezza; alle ultime, al contrario, corrisponde un campo semantico decisamente volto al
pessimismo, che comprende termini come “tedio”, “disperato obblio”, “codarda”, “vile”, “distrutto”,
“duolo”, “affanni”. La canzone si articola in diverse sezioni. In apertura e in chiusura è posta in rilievo la
figura di Angelo Mai, che con la sua perseveranza riporta alla luce gli scritti degli antichi, rendendo
inevitabile il confronto con i moderni e stimolando gli italiani a far rivivere lo splendore ed i valori delle
epoche passate. Nelle strofe centrali, invece, Leopardi passa in rassegna alcuni grandi del passato,
ognuno dei quali è ricordato come simbolo di un’epoca. Primo personaggio citato è Dante, di cui è
ricordata la resistenza alla fortuna avversa; segue Petrarca, al quale Leopardi guarda quasi con invidia,
poiché riuscì a vincere, col dolore, la noia. La strofa successiva è dedicata a Cristoforo Colombo,
apostrofato come “ardita prole” che riuscì a rompere ogni ostacolo della natura, scoprendo qualcosa
d’ignoto che costituì la giusta ricompensa ai rischi affrontati. Tuttavia la lode a Colombo è seguita da
un’amara considerazione: le nuove scoperte hanno privato gli uomini della possibilità di immaginare
l’ignoto, e le esplorazioni, anziché rendere la Terra più grande, l’hanno limitata, con grave danno per
l’uomo. Solo il Rinascimento ha saputo restituire il giusto peso all’immaginazione: Ariosto, “cantor
vago”, ne è l’esemplificazione, essendo egli riuscito a narrare dei “felici errori” che rendevano meno
“trista” l’epoca passata. Nel presente, spogliata ogni cosa del velo di speranza che prima ricopriva tutto,
resta la consapevolezza che solo il dolore è cosa certa, e non vana come tutto il resto. Dalla
considerazione di carattere universale Leopardi passa ad un altro personaggio, Torquato Tasso, che è
eretto a simbolo dell’uomo “sensibile e immaginoso. Ultima figura, a cui Leopardi dà un ruolo
preminente e assegna un alto valore civile, è Alfieri, presentato come quel “privato” che “mosse guerra
a’ tiranni”, solo, poiché l’ozio vince, nei moderni, qualunque impulso di “maschia virtù”. Caratteristica
comune ai personaggi passati in rassegna da Leopardi è il fatto che la morte abbia evitato loro la vista
di ciò che avrebbe riservato il futuro, ossia il presente che Leopardi, suo malgrado, si trova a vivere, un
presente che “non conviene agli alti ingegni”. Attraverso i ritratti dei grandi del passato Leopardi
ripercorre le tappe fondamentali del suo pensiero: la superiorità degli antichi sui moderni, la scomparsa
dell’immaginazione col progressivo sviluppo scientifico, la poetica del vago e dell’indefinito, l’idea del
dolore come unica certezza della vita, la superiorità dell’immaginario sul vero. Soprattutto, emerge una
visione particolarmente pessimistica della vita, suffragata dall’immagine della morte come via di
scampo dai dolori e dagli affanni. Leopardi intravede nelle tombe dei grandi quasi una speranza, un
rifugio. La sua è un’illusione, un rivolgersi nostalgicamente al passato, di cui non resta altra traccia se
non nelle tombe di coloro che quel passato resero grande. I grandi uomini antichi rimpianti da Leopardi
vanno riscoperti con lo studio, e in quest’ottica assume importanza l’opera di un uomo come il cardinale
Mai, che dei valori del passato si fa portavoce.

 L’INFINITO Composto nel 1819, l’Infinito è il primo degli idilli, nonché una delle liriche più note del
Leopardi. Le riflessioni del poeta sul rapporto fra il pensiero umano e l’infinità dell’universo sia nello
spazio che nel tempo si traducono non in filosofia in versi, ma in autentica poesia. Inoltre, in questo
componimento prende forma la poetica del vago e dell’indefinito. Questa breve poesia può essere
divisa in questo modo: • 1 – 3: indicazione, ma non descrizione, di uno spazio concreto (l’area
delimitata dalla siepe) e di un’abitudine personale (consuetudine di salire sul colle e stato d’animo). • 4
– 8: astrazione e visione mentale dello spazio. Non è un’azione definita, ma una durata evidenziata dai
gerundi “sedendo e mirando”. • 8 – 13: il minimo evento dello “stormir tra queste piante” segna il
passaggio dall’immaginazione spaziale a quella temporale. Il poeta instaura una contrapposizione tra
concreto e presente, e spazio e tempo immaginati dal pensieri. • 13 – 15: il pensiero smarrisce
generando piacere. In questi quindici densissimi versi Leopardi concentra una profonda esperienza
interiore, trasportandoci in un viaggio tra ciò che è delimitato, “finito”, umanamente sperimentabile, e ciò
che va oltre le possibilità dei nostri sensi ed è raggiungibile solo nell’immaginazione. Noi uomini, infatti,
siamo una piccolissima cosa rispetto all’Universo, la nostra vita occupa una frazione infinitesimale del
suo tempo, e solo con un grande sforzo di immaginazione possiamo figurarci uno spazio e un tempo
senza fine. Agli spazi senza fine si associano immediatamente sovrumani silenzi e profondissima
quiete, che producono un sentimento di paura, di sgomento. Leopardi ama il silenzio e la quiete
diventano quasi insopportabili, poiché si oppongono implicitamente all’idea di vita, che è fatta di suoni,
di rumori, di movimento. Poi, qualcosa strappa il poeta alle sue immaginazioni: una realtà concreta ma
effimera come il vento interrompe i suoi pensieri, ma contemporaneamente li rilancia in direzione di un
approfondimento del problema. Il poeta viene riportato al qui e ora, ma la voce del vento tra le piante
suggerisce immediatamente un confronto con quello infinito silenzio, e la mente si tuffa negli abissi del
tempo, quasi cercando di misurare le inconcepibili dimensioni dell’eterno attraverso il confronto tra
l’interminabile fila delle stagioni passate (morte) e quella presente (viva), di cui si sente il suono.
L’immaginazione permette di collocare l’io che vive qui e ora nell’infinità del tempo e dello spazio. Ne
deriva una sensazione di annegare, di naufragare nel mare dell’immensità. Ma allo sgomento ora si
sostituisce, o si aggiunge, paradossalmente, un sentimento di dolcezza, che non viene spiegato, ma
comunicato attraverso le parole vaghe e indeterminate del testo e i loro suoni. Tra reale e immaginario,
spazio e tempo, finito e infinito ci sono relazioni complesse, che risultano particolarmente evidenti sul
piano lessicale. Notiamo come la poesia si apra e si chiude con parole di apprezzamento, di piacere
(sempre caro – m’è dolce) e con riferimenti a luoghi, concreti (il colle, la siepe) oppure astratti o
metaforici (l’immensità, il mare), accompagnati da aggettivi dimostrativi (questo, questa) che
sottolineano la vicinanza fisica o psicologica. In tutta la lirica è evidente il contrasto tra i termini concreti
e molto comuni del finito e i termini più astratti dell’infinito, accompagnati da aggettivi che ne
intensificano il significato. Ma sono ancora più significativi i collegamenti e gli intrecci tra questi due
campi: dati concreti, come gli ampi spazi nascosti dalla siepe o la quiete e il silenzio del colle, si
collegano a interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete dell’infinito immaginato, mentre il
suono del vento si oppone a quello infinito silenzio, e al sentimento del presente e della vita che al
suono suscita si contrappongono il sentimento dell’eterno e della lunghezza incommensurabile del
tempo trascorso, delle morte stagioni. Dal punto di vista formale, la poesia ha un’architettura speculare:
è divisa in due parti uguali, di sette versi e mezzo, che corrispondono alle due esperienze dell’infinito
spaziale e dell’infinito temporale; ai due estremi troviamo gli unici versi sintatticamente conclusi; le due
serie di termini riguardanti lo spazio e il tempo sono disposte e graduate il modo opposto. Ma altri segni
indicano la continuità di un percorso, come la frequenza di congiunzioni coordinati, o la sinalefe al
centro del verso 8 (…spaura. E come il vento…), che contrasta segnata dal punto. Osserviamo inoltre
la frequenza degli enjambement: è come se la sintassi premesse continuamente contro i confini della
metrica, spingesse ad andare oltre, come fa il pensiero alla ricerca dell’infinito
 . LA SERA DEL DI’ DI FESTA Composto nell'estate del 1820, questo idillio può essere considerato
l'esempio tipico di come la situazione sentimentale dei "Piccoli Idilli", tutta basata sull'aspirazione di
sensazioni vaghe ed indeterminate, si distenda sull'onda di ricordi di paesaggi e di intuizioni dell'anima
e si raggeli invece ogni qual volta riaffiori un tema immediatamente personale e polemico. Così
quest'idillio si racchiude soprattutto sulla descrizione del villaggio addormentato contemplato in un
silenzio immobile in un'estasi sospesa; sull'eco musicale del canto che sale dalla strada, e sul ricordo
della fanciullezza che questo canto suscita. Il canto si apre con una straordinaria descrizione della notte
illuminata dalla luna e si chiude in un malinconico indugio sulla propria infanzia ormai irrimediabilmente
trascorsa. Nella lirica prevale il carattere soggettivo e autobiografico: il poeta riflette sul proprio destino.
Nella prima parte (w. 1-24) si coglie il motivo dell’amore non ricambiato e della natura ingannatrice, che
ha condannato il poeta all’infelicità. La seconda parte (vv. 24-46) introduce invece le tematiche dello
scorrere del tempo che vanifica ogni evento umano, della rimembranza, della delusione che si prova al
sopraggiungere di un’attesa ma vana felicità un idillio anche questo che cerca il senso della fugacità del
trapassare e spegnersi di ogni vaghezza; che accompagna un altro degli aspetti della poesia
leopardiana cioè la capacità di rinvenire nelle contemplazioni del momento, stupori, incanti e malinconie
degli anni passati Questa poesia raccoglie concetti ed immagini che negli stessi anni compaiono anche
negli appunti e nelle lettere. Essa è caratterizzata dalla compresenza, tipica di tutte le poesie
leopardiane, ma qui più vistosa, di momenti descrittivi e di discorso polemico protestatario; la protesta è
contro la natura che al poeta ha negato anche i mediocri divertimenti e le speranze che illudono gli altri
uomini e si svolge in termini personali patetici. I NUCLEI TEMATICI I/notturno e il sonno della donna
(vv. 1-10). ll poeta contempla il paesaggio lunare nella sera di un giorno festivo e lo interiorizza. Nei
primi quattro versi la natura e il paesaggio notturno sono i protagonisti, circondati da un’area semantica
che riconduce alla pace e alla tranquillità; alcuni esempi sono le parole dolce, chiara, senza vento,
queta, posa, serena. È un momento di grande pace e di idilliaco e autentico rapporto con la natura
stessa, che infonde serenità La quiete evoca in lui il ricordo dell’amata che a quell’ora dorme
serenamente (“Tu dormi” vv.7, frase che ripeterà in anafora anche al verso undici). Nei versi nove e
dieci l’autore rivela la piaga d’amore che la donna stessa gli ha provocato, cosa a cui lei sicuramente
non dà pensiero: e già non sai né pensi quanta piaga m’apristi in mezzo al petto. La festa degli altri e /a
disperazione del poeta (w. 11-24). Il verso undici, che inizia con l’anafora “Tu dormi”, evidenza il
contrasto tra lo stato d'animo del poeta e quello della donna, sottolineato dall’uso dei pronomi Tu e Io.
Mentre lui scruta la natura angosciato, lei dorme serena. Sempre da questo verso inizia un ribaltamento
totale del conforto della natura: essa viene definita antica (come a mostrare la precarietà della vita
umana rispetto al cosmo) e onnipossente (può infatti creare o distruggere a suo piacimento); inoltre
Leopardi nel verso quattordici, riferendosi sempre alla natura, dice: “che mi fece all’affanno”, ossia, che
mi generò per farmi soffrire. Evidenzia così chiaramente come senta ostile ciò che lo circonda: non è
più madre ma matrigna. Nel verso quattordici c’è una prosopopea: è la natura stessa che parla,
personificata dal poeta, e che, come una maledizione, afferma di aver negato lui anche la speranza, e
che gli occhi del poeta non brilleranno d’altro se non di pianto, eccezionale l’uso del verbo brillare,
solitamente riferito alla gioia, qui associato al pianto. Al verso diciassette inizia quella che è la sezione
narrativa, come mostra il primo verbo che incontriamo, fu ossia un passato remoto, il tempo del
racconto appunto. Si rivolge di nuovo alla donna, usando tra l’altro una parola di solito riferita ai
bambini, trastulli per indicare gli svaghi che durante il giorno l’hanno stancata e da cui ora si riposa. La
immagina mentre sogna tutti gli uomini su cui ha fatto colpo e soprattutto quanti le sono piaciuti: e
l’autore, con più negazioni, ribadisce la sua convinzione di non essere tra questi: non può nemmeno
sperarlo, la natura glielo nega. È nel verso ventuno che subentra l’angoscia vera propria del poeta, con
una disperazione espressa in una maniera molto incontrollata ed esasperata, come si nota anche dai
verbi “mi getto e grido e fremo”, introdotti con un enjambement che costituiscono sia un climax
ascendente del furore provocato dalla passione, che un polisindeto e che rimandano al tema romantico
del titanismo. Il canto dell’artigiano e i grandi imperi dimenticati (w. 24-39). Dal verso ventiquattro
Leopardi racconta di udire il solitario canto dell’artigian, che riede a tarda notte, dopo i sollazzi, al suo
povero ostello. È l’unico residuo della festa che c’è stata, dove probabilmente si è rafforzata – o è nata
– la passione dilaniante per la donna che ora dorme e a lui non pensa. Associa il canto dell’artigiano
che si allontana sempre di più per le vie a come tutto passa a questo mondo; il suono lo riporta a una
riflessione sulla caducità della vita, il mondo è coinvolto nella fugacità. Anche i versi successivi trattano
ancora lo stesso tema: il tempo tiranno porta via ogni umano accidente. Partendo da questa esperienza
personale, siamo al verso 33, passa a una riflessione ancora più allargata, nella quale si domanda che
fine abbiano fatto i popoli gloriosi antichi, le battaglie famose e quella Roma caput mundi. Associando
ciò al canto dell’artigiano, utilizza termini che riportano a delle percezioni sensoriali uditive, come le
parole suono, grido, fragorio. Si può notare anche una netta differenza con I Sepolcri, nei quali Foscolo
esprimeva la sensazione di vedere ancora infuriare la battaglia, solamente vedendo 52 o trovandosi,
secoli – se non millenni dopo – nello stesso luogo. Il verso trentotto segna il ritorno alla quiete: pace,
silenzio, posa. Sempre in questa riga c’è una forte anafora della parola tutto e viene ripreso lo stesso
verbo dei primi versi – posa – che era stato usato per la luce lunare. Dal giorno di festa ad una
sensazione infantile (w. 40-46). Nel verso quaranta c’è il ritorno all’infanzia, nella quale, come ora, non
riusciva a dormire nel dì di festa. Il salto nel passato è permesso dal canto dell’artigiano, tramite tra
passato e presente, che anche quand’era piccolo s’udia per li sentieri. L’affievolirsi della voce, a causa
della lontananza gli faceva stringere il core similmente ad ora. Al canto dell’artigiano Leopardi associa
dunque la caducità della vita, ma riesce a giungere a questo pensiero solamente in età adulta, quando
ha già scoperto il vero, raggiungibile solamente tramite la riflessione. C’è qui la consapevolezza del
dolore dell’uomo.

 A SILVIA A Silvia viene composta a Pisa il 19 e 20 aprile del 1828. Questa poesia segna inoltre la
ripresa della creatività poetica leopardiana, e l’inizio di una nuova fortunatissima stagione. Versi 1-14
Rievocazione di Silvia - Il poeta si rivolge a Silvia chiedendole se ricorda ancora il tempo passato
quando era splendida nella sua giovane bellezza, colta prima nell'espressione degli occhi ridenti e
fuggitivi e poi nella letizia assorta del volto pensieroso rivolto al futuro. Silvia viene vista nella
spensieratezza della sua giovane vita, intenta ai lavori quotidiani, al telaio, mentre il suo canto si
diffonde tutt'intorno e la sua mente è occupata dal pensiero dell'indefinito e desiderato avvenire. Ma in
quell'essere pensoso vi è già come l'oscuro presentimento del futuro, anche se è naturale che gli
uomini ricordino le persone che non ci sono più in un atteggiamento un po' triste e pensoso. Era
maggio, il mese in cui sono presenti tutte le speranze, come nella fanciullezza. Versi 15-27
Rievocazione di se stesso - Anche il poeta è intento ai suoi lavori quotidiani: allo studio e alle sudate
carte sulle quali scrive i suoi pensieri e sulle quali impegnava e spendeva, cioè consumava, la maggior
parte del suo tempo giovanile: all'improvviso viene interrotto dal canto di lei, e allora si avvicina ai
balconi della casa paterna per guardare giù nella strada e sentire meglio il suono di quella voce e il
familiare rumore del telaio che veniva manovrato dalle veloci ed esperte mani della ragazza. Carezzato
da quei suoi, il poeta guarda allora lontano, verso il mare lontano e verso i monti che gli chiudono il
vasto orizzonte non solo fisicamente ma anche umanamente. È un paesaggio fatto solo di canto e di
luce, di speranza e di letizia: nessuna lingua potrebbe esprimere quello che dentro di sé allora il poeta
provava. Versi 28-39 La Natura: vista come sventura e inganno - Che pensieri soavi e che speranze
aveva il poeta! e come a lui e a Silvia, ora veramente sua nel ricordo e nel pensiero uniti dalla stessa
comunanza di affetti e di dolori, appariva allora il destino, così illuminato da una attesa piena di fiducia
in una sicura felicità. Ora, nella maturità, ogni volta che ricorda quelle passate e irrealizzate speranze, il
suo cuore viene invaso da una angoscia senza conforto mentre l'esistenza si presenta come una
irreparabile sventura. È in questa sventura che diventa inevitabile il grido contro la Natura: così
mantieni le promesse che fai nella fanciullezza? La vita si regge su un inganno di fondo, contro il quale
l'uomo resta comunque impotente. • Contrasto - tra le promesse nella fanciullezza e l'irrealizzazione
della stesse nella maturità. • Contrasto - tra la Natura e l'uomo • Contrasto - tra passato e presente •
Contrasto - tra la cotanta speme del passato e l'acerbo e sconsolato affetto del presente Versi 40-48
Silvia La morte come fine - Prima che l'inverno inaridisse i fiori e l'erba nati nella primavera, e quindi
prima che maturità inaridisse le dolci speranze della fanciullezza, combattuta e vinta da una mortale
malattia nascosta nel suo stesso intimo, non sarebbe arrivata a godere il realizzarsi delle speranze
promesse dalla natura e a provare la dolce lusinga degli elogi per la sua bellezza né con le compagne
avrebbe parlato d'amore: ma il destino in agguato avrebbe spezzato la sua vita prima dell'arrivo della
gioventù, del fiore degli anni. Contrasto - tra la realtà (combattuta e vinta da chiuso morbo) e il sogno (il
fior degli anni, la dolce lode, gli sguardi innamorati e schivi) Versi 49-63 Leopardi L'apparir del vero -
Anche le speranze del poeta si sarebbero dileguate; anzi al poeta il destino ha negato persino la
fanciullezza (con i sette anni di studio matto e disperatissimo) e la giovinezza; la "speranza mia dolce" è
svanita ancor prima di comparire: ora non resta che la sventura vera della vita: all'apparire del vero
aspetto del mondo e della vita, spogliato dei fantasmi delle illusioni le speranze mentre una mano gli
addita l'unica meta vera di ciascun uomo, cioè la morte: in essa finisce il mondo meraviglioso sperato,
la gioia e l'amore insieme alle opere gloriose. Contrasto - tra le speranze e l'apparir del vero Il
messaggio nascosto è senz’altro che la vita ci inganna tutti e ci delude rispetto alle nostre aspettative
così la nostra speranza muore quando diventiamo adulti. Leopardi paragona Silvia alla speranza
perché entrambe le cose sono state distrutte; la prima dal Fato e la seconda dalla realtà. La struttura è
formata da endecasillabi e settenari con rime sparse irregolarmente e nel testo vengono inserite anche
domande retoriche.

 CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA Il “Canto notturno di un pastore errante


dell’Asia” a livello metrico non segue uno schema preciso e ordinato. E’ composto da sei strofe libere di
varia lunghezza. I versi sono prevalentemente composti da sette oppure undici sillabe con rime
irregolari. Ciascuna strofa si conclude con una parola che termina in "ale" e che fa rima con uno dei
versi precedenti. Il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” è stato composto a Recanati fra il 22
Ottobre e il 2 Aprile del 1830. Appartiene al periodo pisano – recanatese dell’autore. L’idea del canto fu
suggerita al poeta dalla letteratura di un passo di un articolo riportato sul Journal des Souvants. Nell’
articolo si legge che "alcuni pastori nomadi dell’Asia Centrale sono soliti trascorrere le notti all’aperto e
seduti su una pietra rivolgono delle parole malinconiche alla Luna". Questa lettura è stata l’idea
occasionale per la composizione del canto. Nel canto il pastore errante pone diverse domande alla luna
sulla vita e sull’ esistenza dell’essere umano, pur sapendo che lei è un essere immateriale. Nella prima
stanza Leopardi affida ad un pastore il compito di esporre le proprie concezioni intorno alla vita. L’
autore usa l’immagine del pastore perché esemplifica le sue concezioni. Egli, è un’anima semplice che
pone delle domande altrettanto semplici e spontanee alla luna. Il pastore, che può fare solamente
domande, non è in grado di avere nessuna risposta, perché a lui sfuggono le ragioni ultime intorno
all’esistenza. Nella stanza successiva il poeta-pastore anziché dare delle risposte, fa un’accurata
rappresentazione della vita umana davanti alla luna. Si evidenzia l’idea del Leopardi che l’unica realtà
sulla terra sia la morte. Nella terza stanza il poeta espone, attraverso ulteriori prove, la miseria della vita
umana attraverso alcune domande: “Ma perché far nascere, perché mantenere poi in vita chi bisogna
consolare? Se la vita è sventura, perché la facciamo durare?” mettendo ancor più in evidenza che
l’uomo è nato nella sofferenza e non ha speranza. Nella quarta stanza il pastore continua il suo dialogo
con la luna, attribuendo ad essa la conoscenza della finalità dell’esistenza umana. Anche in questa
stanza sono presenti numerose domande, alle quali però il semplice pastore non riesce a rispondere.
Nella penultima stanza il poeta cambia l’interlocutore del pastore: non è più la Luna, ma il suo gregge.
Non cambia però nulla perché anche in questo caso l’interlocutore al quale si rivolge è un essere
irrazionale. Nella sesta e conclusiva stanza, al poeta sembra di intravedere un’altra possibile felicità per
l’uomo, ma si tratta solamente di un attimo, perché subito ricade nella realtà conosciuta, e
precisamente nella concezione del pessimismo cosmico: è infelice, secondo lui, non solamente l’uomo,
ma tutti gli esseri viventi nell’universo. Nel canto la luna ha un ruolo centrale. E’ la confidente del
pastore, raccoglie i suoi dubbi e le sue preoccupazioni, sembra essere una presenza consolatrice
anche se è un essere immateriale che non può dare risposte. Di questo limite il pastore si accorge
infatti sorge il dubbio che la luna, non essendo mortale, partecipi alla generale indifferenza della natura.
Il pastore nonostante questo silenzio crede comunque che forse quell’ essere immateriale comprenda il
senso dei suoi desideri, più in generale dei desideri umani. Questo canto mette in risalto la concezione
antinomia di Leopardi di contrapposizione ragione natura formulando così la teoria del pessimismo
cosmico. Secondo Leopardi la natura è una matrigna. L’uomo nasce al solo scopo di morire perché
l’esistenza è un ciclo continuo di distruzione della materia. L’infelicità umana è una realtà concreta che
domina l’universo. Anche questo aspetto è messo in evidenza nel canto perché il pastore nel silenzio
non riesce ad essere tranquillo ma è dominato dalla paura e dall’ insicurezza. Si contrappone alla
natura la ragione come efficiente strumento conoscitivo capace di svelare le contraddizioni del reale. La
ragione non conduce alla felicità, rende l’uomo consapevole della propria condizione e lo libera da false
credenze. Questa concezione pessimistica di Leopardi fonda anche la teoria del materialismo: l’uomo
può avere una sola felicità temporale e materiale.

 LE RICORDANZE Questo canto fu composto a Recanati dal 26 agosto al 12 settembre 1829, dieci
mesi dopo il suo ritorno da Firenze e sedici mesi dopo la composizione di A Silvia, e fu pubblicato per la
prima volta in Firenze nel 1831. Il tema fondamentale, che è anche il titolo del canto, è il ricordo che
trasfigura la realtà, o per meglio dire va a cogliere nella realtà del passato quegli elementi che sono cari
e dolci nella mente e che nessuna sofferenza o angoscia potrà mai impoverire, come i primi moti
d'amore che fanno "scolorire il viso" e rendono gli occhi "ridenti e fuggitivi" La ricordanza del passato è
messa in correlazione con la visione del presente: una ricordanza che crea il mito del passato che si
spoglia all'improvviso di tutti i suoi elementi negativi e angosciosi: diventa perfino dolce ricordare i suoi
vent’anni pur non dimenticando che talvolta, seduto vicino alla fontana ha pensato di finire in
quell'acqua i suoi giorni annegandovi i suoi stessi pensieri. Ma qualcosa di potente e indistruttibile
arresta la sua mente dal percorrere la via che conduce al baratro. Le ricordanze sono il canto d'addio a
Recanati: guardando da quelle finestre dalle quali si affacciava quando era fanciullo e sentiva il canto di
Teresa o di Maria Belardinelli e il rumore del telaio o guardava la torre del borgo, sente tutta l'enorme
amara differenza con la sua vita presente, il vuoto desolante nel quale rischia di cadere per sempre in
un'inerzia che troppe tragiche somiglianze con la morte. I TEMI - Le ricordanze sono un canto
compiuto, "il punto d'avvio di tutta la poesia leopardiana, che si fonda sull'antitesi fra realtà e ricordo, fra
immagine del passato e immagine del presente, in un contrasto dal quale sgorga la lirica o l'elegia". Se
non di tutta l'opera, certamente possiamo considerare Le ricordanze il punto d'avvio per lo studio dei
Grandi Idilli, in quanto contengono i temi più importanti della poesia del poeta di Recanati: a) - elegia
della fanciullezza-giovinezza, quando la vita si presenta al ragazzo indelibata e intera, cioè ancora non
gustata e non sperimentata; questa elegia richiama inevitabilmente il seguente tema importante: b) -
elegia della speranza che svanisce all'apparir del vero; Le speranze sono i dolci inganni dell'età
giovanile, durante la quale sono dolci le illusioni dell'amore, della gloria, della fama, del futuro; ma
purtroppo ben presto, dopo giorni troppo rapidi e fugaci, la vita si rivelerà come una sventura, una
miseria inutile e senza frutto. c) - Direttamente connesso col tema precedente è quello della
contemplazione dell'amore nella persona di Nerina, che è il completamento della figura di Silvia. Come
Silvia rappresenta l'incanto dell'amore appena sbocciato e che non si riesce a tenere nascosto nel
cuore, ma travasa fuori attraverso 62 gli occhi ridenti e fuggitivi, così Nerina è l'espressione dell'amore
cosciente, dei pensieri e dei sentimenti scambiati, anche se solo attraverso una finestra. d) - Abbiamo
lasciato apposta per ultima la seconda strofa, che sembra fuori dal clima generale del canto: l'invettiva
contro Recanati, una rabbia mal contenuta che nasce dall'insoddisfazione della propria condizione di
isolamento e di esclusione determinati prima dal ceto sociale e poi da una cultura che invece di creare
affratellamento crea una frattura insanabile. I coetanei di Giacomo erano alle prese con problemi
quotidiani di tipo esistenziale che si devono innanzitutto risolvere col duro lavoro, nel quale la cultura
comunque la cultura occupa un posto marginale, secondario. Se poi la cultura gli ha procurato, dopo
sette anni di studio matto e disperatissimo, insieme all'esclusione dagli altri anche una pronunciata
gobba visibile a tutti e che è diventata oggetto di scherno generale dei ragazzi della sua età, che
diventano perfino cattivi quando lo vedono passare per via accompagnato dal vecchio pedagogo, allora
diventa più umanamente comprensibile l'invettiva leopardiana. NERINA E L'AMORE All'improvviso
compare Nerina; sia essa Teresa Fattorini, secondo alcuni, o Maria Belardinelli, secondo altri, morta a
Recanati nel 1827, la considerazione generale non può che essere la stessa. Nerina come Silvia è una
creazione del poeta, che in pratica quasi nulla ha a che vedere con la realtà quotidiana. Magari il
personaggio reale è lo spunto, il ricordo, solo l'attimo dal quale parte l'immaginazione, ma il
personaggio femminile del canto è creazione ed opera del poeta, che in esso riversa la sua visione
dell'amore, della fine della giovinezza, delle speranze deluse, del tradimento della Natura.

 LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA La lirica “La quiete dopo la tempesta” fu scritta da Giacomo
Leopardi e fu pubblicata nel 1829. Essa si può dividere in due parti. Nella prima, il poeta descrive la
quiete del paesaggio e l’alacrità delle persone dopo la tempesta; sono fornite immagini di una vita
protesa verso la felicità, nonostante l’incombente presenza della morte. Nella seconda, subentra la
riflessione: il piacere non esiste in sé, non è altro che un momento di passaggio tra due momenti di
dolore. I temi sono dunque due: la natura nemica, dispensatrice d’affanni, e il piacere possibile come
momentanea cessazione di dolore. Leopardi passa dunque a descrivere la sofferenza di tutti gli uomini,
mentre in “Alla Luna” descriveva la sua sofferenza personale. La poesia è una canzone libera, costituita
da tre strofe libere d’endecasillabi e settenari distribuiti irregolarmente. Non sono presenti molti
enjambements, ma quelli che ci sono mettono in evidenza le parole tematiche della poesia (sereno al v.
4, duolo al v. 47, umana al v. 50). Le rare rime sono semantiche, ad esempio montagna-campagna (vv.
5-6), che delimita il paesaggio, sentiero-giornaliero (vv. 17-18), che ci fa sentire l’eco della voce
dell’erbaiolo, e offese-cortese (vv. 40-42), che mette in risalto cortese che ha un valore ironico. Vi sono
inoltre una rimalmezzo asemantica (tempesta-festa) nei vv. 1-2 e due rime ricche nei vv. 51-52
(felice-lice) e nei vv. 35-38 (morte-smorte). A livello fonico, la prima parte si distingue per una massiccia
presenza di suoni che la ravvivano anche ritmicamente; l’allitterazione della R nei vv. 9-10 rappresenta i
rumori prodotti dalle attività umane, mentre l’onomatopea del v. 23 mette in risalto il cigolio del carro. Il
suono prevalente in generale è comunque A, chiara e aperta, che si armonizza con l’immagine del
paesaggio che s’illumina e con la sensazione di sollievo che allarga il petto dell’umile gente del borgo.
Nella seconda parte, dopo la sentenza “piacer figlio d’affanno”, v’è una serie d’assonanze seguite da
un’efficace rima ricca nei vv. 35-38. A livello lessicale, vi sono sia termini aulici e letterari (augelli,
romorio, fassi) sia termini quotidiani (gallina, tempesta, artigiano); essi vengono anche accostati (v. 2,
augelli-gallina), creando un contrasto di registro del tutto originale. Le parole chiave, come accennato in
precedenza, sono perlopiù sottolineate dagli enjambements e sono: sereno, duolo e quiete, presente
nel titolo. Le figure retoriche del significato sono anch’esse rare: v’è una personificazione nel v. 19 (“il
Sol… sorride”) e una metafora nel v. 32 (“Piacer figlio d’affanno”); vi sono però alcune importanti ironie,
come quelle del v. 42 (“natura cortese”), del v. 44 (“diletti”), dei vv. 50-51 (“Umana prole cara agli
eterni”). Anche per quanto riguarda la struttura sintattica, le due parti in cui la lirica è divisa differiscono
molto. Nella prima, i periodi sono semplici, infatti prevale la paratassi; è presente anche una chiusura
chiastica (vv. 8-25) che incornicia il quadretto delle presenza umane: ciò conferisce allegria e 67
dinamismo. Nella seconda, i periodi sono lunghi, complessi, sono presenti molte inversioni (per far
risaltare le aspre e drammatiche parole in fine verso): questo per dare ancora di più una sensazione
d’angoscia. Vi sono infine alcune anafore: “Ecco il sol che ritorna, ecco sorride” (v. 19), che sottolinea la
gioia; “Apre i balconi, apre terrazzi” (vv. 20-21), che dà l’idea del moltiplicarsi delle azioni.

 AMORE E MORTE “Amore e morte” fu scritta dal Leopardi nel 1832 a Firenze, mentre frequentava la
signora Fanny Ronchivecchi Targioni Tozzetti; la poesia fa dunque parte del ciclo delle poesie che il
poeta scrisse preso dall’accesa passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti. Le prime quattro poesie
furono scritte a Firenze nel vivo dell’infatuazione amorosa e sono: “Il pensiero dominante”, “Consalvo”,
“Amore e Morte” “A se stesso”; La poesia “Aspasia”, la quinta, fu l’ultima poesia del “Ciclo Aspasia”
dedicato alla signora Fanny Targioni e fu scritta a Napoli, quando ormai il travaglio amoroso era
passato, ma restava nel cuore del poeta la delusione per il mancato amore che ancor di più accentuò il
suo pessimismo verso la natura e verso gli uomini. “Amore e morte”, la seconda poesia del ciclo,
rappresenta il momento più intenso e drammatico della passione amorosa di Leopardi, dopo quella
entusiastica, felice, sensuale, speranzosa descritta nella bellissima poesia precedente “Consalvo”.
L’argomento di “Amore e morte” è accennato in una lettera del 16 agosto 1833 a Fanny Targioni
Tozzetti dove il poeta scrive: <>. In “Amore e Morte” il poeta celebra le due grandi leggi che dominano
gli uomini; il poeta considera la morte non come la vede la gente comune, codarda e vile, bensì come
una bellissima fanciulla nel seno della quale il poeta, solo, sereno e addormentato, spera di morire
abbassando e abbandonando il capo. Il critico Italo De Feo, non ha apprezzato questa poesia e nel suo
libro su Leopardi ne dà un giudizio negativo. Io, Biagio Carrubba, invece, giudico questa poesia molto
bella perché è piena di pathos esistenziale e per la drammaticità dei sentimenti espressi, oltre che per
la lexis leopardiana che è sempre seducente, affascinante, inconfondibilmente tagliente. La poesia è
composta da quattro strofe di varia lunghezza per un totale di 124 versi con rima libera.

 A SE STESSO Il brevissimo componimento a se stesso, fu scritto da leopardi nel maggio 1833. Il testo
fa parte dei Canti e più precisamente del Ciclo di Aspasia, nella terza fase della poesia
leopardiana(1831-37). Aspasia è lo pseudonimo che leopardi dà a Fanny Targioni Tozzetti, donna di cui
è innamorato ma che però non ricambia i suoi sentimenti. Il tema trattato è quello della disillusione nei
confronti dell’esistenza umana. Si capta dal testo un invito disperato da parte dell’io lirico a non illudersi
più che esista sulla terra qualcosa (o qualcuno) che sia ancora degno di essere amato. Il poeta si
rivolge direttamente al suo cuore dicendogli di riposarsi per sempre, egli sente dentro di se che il
desiderio di piacevoli illusioni e di speranze si è esaurito. Al genere umano la natura non ha concesso
altro che la morte. Il testo si presenta in un’unica strofa di endecasillabi e settenari liberamente alternati
e rimati. Può essere diviso in sequenze che vanno dal v. 1 al v. 5, dal v. 6 al v. 10 e dal v. 11 al v. 16.
Ogni sequenza inizia con lo stesso motivo, il riposo del cuore del poeta. I versi «Or poserai per sempre,
/Stanco mio cor» (vv. 1-2), «Posa per sempre/assai palpitasti» (vv. 6- 7), «T’acqueta omai.
Dispera/l’ultima volta» hanno una struttura simile e, mostrano con sempre maggior forza il tema del
riposo del cuore (si può notare chiaramente l’uso di verbi di forza crescente: Poserai, Posa e T’acqueta
omai). Fitto è l’uso di termini con valore radicale: sempre (vv. 1-6), estremo (v.2), eterno (v.3), spento
(v.5), per sempre (v.6), mai e nulla (v.10), omai (vv. 11-13), ultima volta (v.12), morire (v.13). Ci sono
altre figure di allitterazione in posizioni chiave, come nel primo periodo (or…cor). Dal punto di vista della
struttura sintattica prevale la paratassi che si articola in membri brevi, i periodi saltano da un verso ad
un altro, lasciando nella sintassi molti buchi vuoti, numerosi sono gli enjambements («Assai palpitasti»
vv. 6-7, «dispera l’ultima volta» vv.11-12, «al gener nostro il fato non donò che il morire vv.12-13). Ai
versi 9-10 c’è l’ellissi del verbo e l’uso, quindi, del periodo nominale «Amaro e noia/La vita, altro mai
nulla; e fango è il mondo». Il solo verbo del periodo è «è», che tra l’altro qui unisce il mondo al fango.
La sintassi e la metrica contribuiscono a definire uno stile nuovo, concentrato, e incisivo che fanno di
questo componimento leopardiano una prova di audacia sperimentale che guarda molto da vicino al
novecento

 LA GINESTRA In Leopardi l’eruzione vulcanica viene trasfigurata e presa come simbolo dell’ostilità
della Natura. “La ginestra, o il fiore del deserto” contiene proprio quest’estremo messaggio di
riflessione. Il Poeta invita a prendere atto dell’infelicità degli uomini così da stabilire un rapporto di
solidarietà fra tutti i componenti del genere umano, che devono allearsi contro la vera nemica: la
Natura. Questo canto è considerato il suo testamento ideale. Composto da 317 versi endecasillabi esso
si divide in sette strofe dalle tematiche diverse. Nella prima, la descrizione del devastante Vesuvio
smentisce la concezione ottimistica e la fiducia nel progresso porta Leopardi nella seconda e terza
parte dell’opera a criticare le scelte filosofiche degli ultimi 4 I primi due versi rendono già bene l’idea
dell’ineluttabilità della condanna alla sofferenza per il poeta; “inganno estremo” è in tal senso una
trasparente perifrasi per l’amore, visto ormai come l’illusione più grande che l’uomo possa coltivare. 5
Costruzione: “Ben sento [sento, avverto con lucidità e precisione] che in noi [in me, nel mio cuore] è
spento non solo la speranza di cari inganni [e cioè la speranza dell’illusione amorosa] ma il desiderio
stesso [e cioè la facoltà di aspirare a questa illusione”. 74 decenni. Nella quarta strofa la descrizione
dell’universo e della sua immensità mette in luce la piccolezza e la marginalità dell’uomo nel cosmo,
rendendo assurdo l’interazione del divino con l’umano. Nella quinta, invece, il Poeta, tramite un
esempio, giunge alla conclusione che la Natura non considera l’uomo diverso dalle altre forme di vita,
mentre nella sesta strofa è evidente la visione della Natura che non si cura dei regni degli uomini e li fa
cadere togliendo ad essi l’illusione dell’eternità. Nell’ultima strofa “la ginestra” abbandonata al suo
destino, attende sulle pendici del vulcano la distruzione immanente, ma senza viltà e superbia, meno
folle quindi dell’uomo che si crede immortale. Nella sintassi si nota un prevalere di periodi lunghi, ricchi
di subordinate; nello stile riscontriamo, infatti, una musicalità “sinfonica”, com’è definita dal Binni, il
quale sostiene che vi sono linee musicali che s’intrecciano con vari temi e ritmi. Il linguaggio ricercato
traspare dall’uso continuo di latinismi (“d’oste contraria”, vv. 139), figure retoriche (allitterazioni,
ossimori, antifrastiche, chiasmi, metonimie, metafore e similitudini) e citazioni di autori classici (“libertà
vai sognando”, vv. 72, ripreso da Dante) In tutto il canto la presenza del Poeta è riscontrata in numerosi
passi: avverbi di tempo e di luogo o pronomi dimostrativi con funzione deittica (“qui, or, questo”) e
alcune affermazioni dirette (“il tuo stato quaggiù, di cui fa segno/ il suol ch’io premo”, vv. 186-187), sono
spie linguistiche. Infine ne “La ginestra” sono presenti inviti rivolti al lettore a verificare di persona le
affermazioni del Poeta (“A queste piagge / venga colui…/ e vegga…”, vv. 37-39). La tecnica dell’ironia è
usata da Leopardi in alcuni punti del canto per deridere quegli uomini che guardano alla natura
positivamente. Inoltre, in esso, egli tenta un nuovo metodo di ragionamento riconducibile alle procedure
dell’allegoria moderna: a partire da descrizioni fondate sull’esperienza, si giunge alla costruzione del
significato dell’esistenza della vita e della civiltà. La realtà esprime sofferenza, infatti, ha valore tutto ciò
che l’uomo fa per ridurre questo male ed è un errore negare questa realtà e cercare consolazioni
spiritualistiche. Il versetto evangelico posto in epigrafe allude, infatti, proprio alla difficoltà con cui la
verità si fa largo tra gli uomini, i quali preferiscono illudersi di cose false e consolatorie piuttosto che
prendere coscienza di cose vere ma dolorose. Il versetto evangelico posto in epigrafe allude, infatti,
proprio alla difficoltà con cui la verità si fa largo tra gli uomini, i quali preferiscono illudersi di cose false
e consolatorie, piuttosto che prendere coscienza di cose vere ma dolorose. Dalla condanna della natura
come rea il Leopardi arriva alla nuova fede umanitaria. L’uomo lotta contro essa (pessimismo virile) e si
unisce agli uomini in un patto sociale poiché la “social catena” fu appunto stretta contro “l’empia
natura”. La politica cui il Poeta approda è quella di un’umanità universalmente associata per il
soggiogamento della natura a vantaggio comune.

LE LETTERE​Di Leopardi ci restano anche 931 lettere, scritte diciotto giorni prima di morire. I destinatari
sono molti: familiari come il padre, il fratello Carlo e la sorella Paolina, Pietro Giordani ecc.

 7-LETTERATURA DIALETTALE ​Già alla fine del 500 in molte regioni italiane si sviluppano esperienze
di letteratura dialettale molto più ricche e vaste, espressione della classe aristocratica e qualche volta
borghese, che utilizzavano il dialetto come uno strumento di gioco linguistico, in grado di garantire
possibilità espressive più libere rispetto alla lingua letteraria “alta”: ma comunque capace di registrare
aspetti della vita popolare. Tra le varie letterature dialettali di quest’epoca, la più ricca e vivace è senza
dubbio quella napoletana, ma non va trascurata la produzione in dialetto romanesco ( “Meo Patacca” di
Giuseppe Barneri), quella in bolognese, in milanese e in veneziano. La grande spinta creativa della
letteratura dialettale napoletana si sviluppa tra la fine del cinquecento e l’inizio del seicento, nel
momento in cui la città vive la sua massima espansione economica, demografica, urbanistica,
soprattutto per opera di due scrittori operanti in quegli anni: Giulio cesare Cortese e Giovan Battista
Basile. LA POESIA DIALETTALE In questo periodo molti scrittori si pongono il problema di quale lingua
devono usare per le loro opere. Questo problema viene risolto da Carlo Porta che decide di usare il
 dialetto milanese e Gioacchino Belli che decide di usare il romanesco.​CARLO PORTA​Porta è nato a
Milano nel periodo in cui la città era sotto la dominazione austriaca, per cui la città era all’avanguardia
sia culturalmente che politicamente. Studiò dai Barnabiti a Monza successivamente al Seminario di
Milano.Il padre non gli permise di terminare gli studi, avviandolo forzatamente a una carriera nella
pubblica amministrazione. Nel frattempo si dedicò all'attività teatrale e poetica recitando a partire come
attore dilettante al Teatro Patriottico di Milano.Nel 1817 venne accusato di avere scritto la ​Prineide​, una
satira feroce relativa al linciaggio del politico Giuseppe Prina avvenuto nel 1814. A seguito di questo
episodio, Porta interruppe l'attività poetica per qualche mese. A soli quarantacinque anni morì a Milano
nel 1821 per un attacco di gotaPorta fu a contatto con gli intellettuali romantici e aderì al
romanticismo.Inizialmente Porta scrive componimenti brevi legati alla cultura illuminista, poi inizia a
prediligere componimenti più lunghi che hanno ispirazione intima, infatti le vicende sono narrate dagli
stessi personaggi e infine, nell’ultima fase della sua vita, polemizza contro i nobili e la Chiesa.I
protagonisti delle sue storie sono il popolo milanese, la miseria, le prepotenze. Trai suoi scritti possiamo
ricordare La Ninetta del Verziere. Scrive in dialetto milanese, si colloca in una ricca tradizione di
poesia in dialetto, il suo intento è quello di dare voce all’universo popolare cittadino, per la prima volta
infatti viene rappresentata la realtà della popolazione urbana, ha un grande interesse per la cultura
locale, e traduce in milanese un'ode di Parini. Le sue poesie sono state stampate tra il 1813-17,sono
storie popolari comiche più che altro, storie di miseria e squallore, prostitute di strada o musicanti.
Vengono Scritte con un linguaggio reale e crudo.

  ​GIOACCHINO BELLI ​Belli è nato a Roma nel 1791. Quando i francesi giunsero a Roma e fu
proclamata la Repubblica romana, il poeta, che aveva sette anni, fu costretto a fuggire a Napoli con la
madre mentre al padre furono confiscati tutti i beni. Il periodo di sofferenze e disagio economico finì
solo con la caduta della Repubblica e il ritorno del papa a Roma che dette al padre una carica redditizia
presso il porto di Civitavecchia. Questa agiatezza finì presto in quanto il padre morì di colera; dopo
poco morì anche la madre e il fratello Carlo. La vita di stenti portò Giacchino ad abbandonare gli studi
del Collegio Romano ma i lutti che lo colpirono lo portò a scrivere molti componimenti come:· ​Il
diluvio ​universale,·​ ​Lamentazioni,·​ ​La pestilenza stata a Firenze​Pian piano il poeta entrò a far
parte dell’ambiente culturale romano dove frequentò l’Accademia degli Elleni e l’Accademia Tiberina.
Nel 1816 si unì in matrimonio con Maria Conti, una ricca vedova, e potette concedersi una vita più
agiata. A Milano conobbe le poesie di Carlo Porta, che dettero un impulso alla sua produzione di sonetti
in romanesco. Nel 1824 iniziò a scrivere lo ​Zibaldone.​ Quando la moglie morì la sua produzione poetica
si interruppe e l’autore dovette affrontare nuovi disagi economici. Nel 1839 pubblicò le sue raccolte di
poesie in lingua, ​Versi ​e ​Versiinediti e
​ riprese la sua produzione in dialetto​.​I SONETTI ​La poesia
dialettale di Belli è riunita in una raccolta intitolata ​Sonetti,​ formata da più di duemila composizioni.
Nell’Introduzione all’opera l’autore spiega di voler lasciare un monumento «di quella che oggi è la plebe
a Roma», chiarendo in questo modo la direzione che vuole seguire ossia fotografare il mondo
brulicante della sua città, lasciando la parola alla plebe.Con Porta vi è una differenza: Porta è teso
verso l’ideale di una società migliore, mentre Belli non crede in un rinnovamento sociale, infatti la realtà
che presenta il poeta è fatta di uomini miserabili, costretti a vivere in un mondo di ingiustizie da cui non
vi sono vie di fuga.Il dialetto è uno strumento per rappresentare la cruda realtà del popolo, un popolo
senza futuro dove i potenti non vogliono far nulla per migliorare le condizioni della plebe.Il poeta nei
Sonetti vuole esprimere tutto il suo pessimismo nei confronti di una società, come quella romana,
corrotta e senza scrupoli, divisa tra i fasti del ceto ecclesiastico, aggrappato ai propri privilegi, e la
miseria della plebe, abbandonata a se stessa.

 8-IPPOLITO NIEVO ​NIEVO è nato A Padova da una nobile famiglia. Durante l’infanzia soggiornò in
varie città seguendo gli spostamenti del padre che era pretore a Udine. Presto iniziò l’attività di scrittore
e si laureò in legge a Padova. Partecipò attivamente alla vita politica:· si arruolò nel Corpo dei
cacciatori delle Alpi, comandato da Garibaldi.Rimasto deluso dell’armistizio di Villafranca, che lasciava
il Veneto agli austriaci, decise di ritirarsi di nuovo in campagna, continuando però a mantenere i rapporti
con Garibaldi, tanto che nel 1860 si imbarcò da Quarto con i Mille combattendo a Palermo. Dopo
Palermo si imbarcò per Napoli ma morì in mare perché il piroscafo su cui era imbarcato affondò a
causa di una tempesta.​OPERE​Nievo ha scritto molto:· nel 1854 apparvero due volumetti col titolo
di “​Versi”​ nel 1857 pubblicò il Canzoniere col titolo “​le lucciole”​ · nel 1860 pubblicò “​gli amori
garibaldini​”Scrisse anche molti romanzi come:· ​il conte pecoraio​· ​ a il
​il baronE di Nicastrom
suo vero capolavoro è stato ​“​le confessioni di un italiano​” ​scritto senza interruzioni tra il dicembre del
1857 e l’agosto del 1858.Nievo si rese subito conto che i contenuti e l’impostazione del romanzo
sarebbero stati d’ostacolo all’uscita del libro ma non ebbe il tempo di revisionarlo a causa degli eventi
politici.Il romanzo è stato pubblicato postumo nel 1867 da Emilia Fuà Fusinato, con il titolo “Confessioni
di un ottuogenario”, in 23 capitoli e con molte modifiche: il romanzo ebbe scarso successo.Il romanzo
tratta della vita di Carlino Altaviti che nacque veneziano e morirà italiano. Esso mostra come dalla fine
del 700 alla metà dell’800 gli italiani si siano gradualmente aperti alle idee della libertà ed abbiano
conquistato con le lotte e sacrifici il diritto di essere un popolo libero e indipendente, conscio e fiero
della propria dignità civile.Le Confessioni si articolano in due parti diverse la prima, formata da circa 10
capitoli, è dedicata all’infanzia e all'adolescenza del protagonista nel mondo arcaico del Friuli la
seconda parte segue invece il protagonista e gli altri personaggi per le strade dell’Italia e del mondo:
Carlino orfano di madre e senza più notizie del padre è accolto da una zia contessa nel castello di
Fratta.I primi capitoli seguono le esperienze del bambino, le gioie della scoperta e del primo
riconoscimento del sé, il confronto con le immagini del mondo che lo circonda. La realtà contadina che
si svela a Carlino ha qualcosa di mitico come un serbatoio di meraviglie e di avventure, di incontri
carichi di umanità, ma il gioco della memoria e specialmente la vita nel castello con i suoi ritmi
quotidiani lo mostra chiuso in un'inerzia rituale fuori dalla storia e dal tempo, senza nessuna capacità di
rinnovarsi e di muoversi verso il futuro.Al centro di questo mondo ci sono i giochi di Carlino con la sua
cugina Pisana, bambina precoce, prepotente e inafferrabile compagna di fughe e di scoperte negli
spazi liberi della campagna o negli oscuri interni del castello. Nel toccare l’acerbo amore infantile tra
Carlino Pisana, il racconto raggiunge i suoi momenti più intensi.Nella seconda parte il romanzo
conferma la sua capacità di catturare i colori degli ambienti e dei tempi precisi.Carlino sia nella
giovinezza che nella maturità non prende mai decisioni risolutive e aderisce quasi sempre alle scelte
che fanno gli altri, si lascia sempre trascinare dalle cose.

 LE CONFESSIONI D’UN ITALIANO "​Le Confessioni di un italiano​" è un libro che, nonostante sia
stato scritto tra il 1857 e il 1858 e che per questo possa apparire datato, mantiene ancora oggi tutto il
suo valore emotivo perché permette di capire che, ben prima dell'Unità d'Italia si era formata una
coscienza nazionale a livello collettivo e che questa aspirazione non era semplicemente una sorta di
velleitarismo patriottico fine a se stesso ma una volontà ferma che vedeva coinvolti interi settori della
società civile dell'epoca.Un racconto autobiografico,tecnicamente è una falsa autobiografia perché è un
romanzo di finzione scritto da un autore non ancora trentenne ma che racconta da
ottantenne.Possiamo inquadrare l'opera entro il genere del "romanzo storico", ma mentre in questo tipo
di narrazione venivano seguite le linee guida indicate dal Manzoni e si riproponevano ambientazioni di
età lontane (Medioevo, Rinascimento) con Nievo abbiamo un romanzo storico che parlava dei fatti a lui
contemporanei dove la figura femminile svolge un ruolo da protagonista come del resto accadrà per
molte altre donne che vissero il periodo risorgimentale. Si intrecciano momenti di vita privata ed eventi
storici,è un romanzo di formazione,parla della nascita della nostra identità nazionale, romanzo di
formazione perché vediamo il crescere del personaggio Carlino.In quest’opera abbiamo una doppia
ottica narrativa perchè parla il narratore onnisciente ma allo stesso tempo parla il narratore in prima
persona. Inoltre nel 1858 la rievocazione dell'infanzia nella letteratura era fondamentale era
un'innovazione,infatti sarà importante nella memorialistica del 1800.​TRAMa ​Il romanzo è l'autobiografia
immaginaria di un patriota veneziano, ​Carlino Altini che, ormai ottuagenario, rievoca i momenti più
salienti della sua vita immersa in un periodo denso di avvenimenti storici dopo aver vissuto gli ultimi
momenti di un mondo feudale in sfacelo. Carlino rievoca le tappe salienti della sua esistenza mentre
assiste ai fatti della Rivoluzione Francese, alle invasioni delle armate napoleoniche, ai moti carbonari e
alla prima guerra d'indipendenza; è il periodo vissuto da Nievo che, quando concepì il romanzo, era
poco più che trentenne.Il romanzo ha inizio nel castello di Fratta dove il protagonista ha vissuto la sua
infanzia mal tollerato dai parenti ricchi; il racconto inizia con una descrizione minuziosa dell'ambiente
nel quale si svolgono le vicende narrate nei primi capitoli.Con ironia Nievo rievoca quei tempi e i
personaggi che animavano quell'ambiente, la narrazione è anche la descrizione del crollo di una
grandezza materiale che rivela una decadenza ormai irreversibile e che dimostra tutta la sua
inadeguatezza di fronte ai nuovi impulsi e ideali che si andavano affermando in tutta Europa.Il giovane
Carlino vive in questo castello come nipote indesiderato perché anni prima la mamma, dopo essersi
invaghita di un gentiluomo veneziano che aveva sposato, era morta e, in seguito a questa improvvisa
dipartita, il bambino venne allevato come un trovatello dalla zia.L'unica consolazione per il piccolo
Carlino è l'affetto che lo lega ad una sua cugina di nome Pisana.Quello della Pisana è il personaggio
che più affascina nel romanzo: ha un indole capricciosa, ribelle dove alterigia, volubilità e generosità si
mischiano dando origine a una figura fortemente passionale che si distingue dalla sorella maggiore che
già da bambina appariva rassegnata e di indole mite.In questo castello il giovane Carlino resterà sino a
vent'anni quando le armate napoleoniche invaderanno la vecchia Repubblica e abbatteranno il castello
di Fratta che sarà saccheggiato e distrutto.Il giovane Carlino si rifuggerà a Venezia mentre sua cugina,
la Pisana, sposerà, anche per fare dispetto a Carlino, un vecchio nobile veneziano.E' questo il
momento in cui la storia d'amore tra Carlino e la Pisana si mescola alle vicende della storia d'Italia:
Carlino combatte nel 1799 per la Repubblica napoletana, dopo esser fuggito andrà prima a Genova,
poi a Bologna e infine ritornerà a Venezia.Ammalatosi gravemente, la Pisana lo curerà e vorrà per lui
un'esistenza serena convincendolo a sposarsi con una giovane che nel frattempo si era innamorata di
lui.Una volta guarito Carlino che crede profondamente nei valori del Risorgimento, andrà a combattere
sotto Guglielmo Pepe, catturato, dopo aver scampato per la seconda volta la morte, andrà esule a
Londra.Il momento più drammatico dell'opera può essere individuato nel momento in cui Carlino sarà
costretto a rifugiarsi Londra, la Pisana lo seguirà e per mantenere il cugino, provato dalle sofferenze,
farà i lavori più umili fino a chiedere l'elemosina, quando sfinita dagli stenti, morirà.Carlino ritornerà a
Venezia, presso la sua famiglia coltivando insieme ai valori risorgimentali il ricordo dell'unico grande
amore della sua vita.La figura della Pisana è sicuramente quella che più affascina perchè non è la
classica figura idealizzata dell'eroina che da corpo ad una vita fantastica ma è una donna, una donna
vera che vive con i suoi impulsi, le sue passioni, una donna che può apparire spregiudicata ma che
rivela in realtà una grande generosità e un'umanità intensa.Nievo ha affrontato il romanzo storico in
modo completamente diverso rispetto a quella che era stata una tendenza delineatasi in tutta Europa
con autori importantissimi come ​Water Scott ( Ivanhoe del 1820) ​Massimo D'Azeglio (Ettore
Fieramosca del 1833), ​Alessandro Dumas ( I tre moschettieri del 1844 e Il conte di Montecristo del
1850); Nievo non rievoca con minuzia il passato, ma si cala in quel passato come protagonista che lo
ha vissuto: ne esce fuori un romanzo dove la memoria si fa affetto, emozione e i toni appaiono
struggenti e poetici.Anche come lettori moderni, non possiamo che esprimere un giudizio positivo su un
romanzo che non appare mai datato proprio per la straordinaria emozione che riesce a
comunicare.Scritto da me espresso anche altrove e parzialmente modificato rispetto alla stesura
iniziale.

 9-DE SANCTIS E IL GENERE DELLA STORIA LETTERARIA ​Francesco De Sanctis (1817-1883) è il


fondatore della storiografia letteraria italiana. Sostenitore dello stretto legame fra storia letteraria e
storia civile, egli fu in parte riferimento per Benedetto Croce e in seguito, attraverso la riflessione di
Antonio Gramsci, di critici novecenteschi di impostazione storicistica e marxista.​La vita e le opere ​Nato
in provincia di Avellino, compì gli studi a Napoli; passò quindi alla scuola dello studioso purista B. Puoti,
di cui presto divenne collaboratore. Nel 1839 aprì una propria scuola privata di lingua e grammatica.
Frattanto l'orizzonte dei suoi interessi si andava estendendo all'estetica e alla storia: le letture lo
portarono a contatto con le più recenti e importanti correnti letterarie, filosofiche e politiche d'Europa.Lo
studio della filosofia di Hegel lo portò ad abbandonare le posizioni giovanili cattolico-spiritualiste a
favore d'una concezione laica e democratica. Liberato ma espulso dal Regno di Napoli, De Sanctis
andò esule a Torino (1853), dove visse dando lezioni private e scrivendo articoli per giornali e riviste;
organizzò quindi un corso di conferenze dantesche che suscitarono notevole interesse e lo resero noto,
s'impegnò nell'azione politica, divenendo deputato e ministro della Pubblica Istruzione del neonato
Regno d'Italia (1861-62). Diresse quindi il quotidiano "L'Italia", organo dell'Associazione Unitaria
Costituzionale, perseguendo l'obiettivo di formare un raggruppamento di "Sinistra giovane". Non rieletto
deputato dal 1865, De Sanctis si concentrò esclusivamente sugli studi critico-letterari. Fu chiamato a
ricoprire la cattedra di letteratura comparata presso l'università di Napoli, dove tenne quattro corsi su
Manzoni (1872), sulla scuola cattolico-liberale (1872-73), su Mazzini e la scuola democratica (1873-74),
su Leopardi (1875-76). Dopo la caduta della Destra storica (1876) De Sanctis tornò alla politica attiva e
fu nuovamente ministro dell'Istruzione (1878 e 1879-81). Quindi, seriamente ammalato agli occhi, si
ritirò a Napoli, dove morì​.La "Storia della letteratura italiana​"La sua opera più importante è la ​storia
della letteratura italiana pubblicata nel 1872. È stata scritta dopo il processo risorgimentale che portò
all’Unità d’Italia (1860). L’autore ci parla attraverso la letteratura della Storia del passato, del presente e
del futuro. Questa Storia della Letteratura nasce da un ideale e propone una nuova ideologia su ciò che
è stata l’Italia e ciò che dovrebbe essere ma la nuova Italia può costruirsi solo studiando. Qui De
Sanctis guarda la storia d’Italia attraverso la storia della letteratura Italiana, siamo di fronte ad una
storia della letteratura che non ha la storia come “fondale” bensì la storia è “il terreno di questa
letteratura”. I primi capitoli della ​Storia trattano il problema delle origini della letteratura italiana che,
favorita per un verso dalla presenza di importanti centri culturali e di un ceto colto, era però ostacolata
dalla persistente divisione linguistica tra la lingua dotta latina e la molteplicità dei dialetti.L’obiettivo di
De Sanctis è di individuare lungo il tempo della letteratura la formazione della “coscienza nazionale
italiana”. Vuole capire come la letteratura racconta questo processo di unità nazionale. L’opera è divisa
per secoli ma per De Santis il secolo non corrisponde ad un tempo di cento anni, bensì è un’età
sviluppata e compiuta in sé in tutte le sue gradazioni . Nel suo capolavoro critico, la Storia della
letteratura italiana (1870-71), De Sanctis ricostruisce il grande sfondo storico etico-civile dal quale
sorsero i capolavori della letteratura italiana. Le linee di tale svolgimento sono il prodotto di variabili
storiche diverse, che non escludono stasi, decadenza o regresso. I primi capitoli della ​Storia trattano il
problema delle origini della letteratura italiana che, favorita per un verso dalla presenza d'importanti
centri culturali e di un ceto colto, era però ostacolata dalla persistente divisione linguistica tra la lingua
dotta latina e la molteplicità dei dialetti. Dante rappresentò in questo quadro il culmine d'un duplice
processo di sviluppo, letterario e filosofico-scientifico: la ​Divina commedia "è il mondo universale del
medio evo realizzato nell'arte". Ma più di lui influì sulle generazioni successive Petrarca, che aprì la via
all'umanesimo e al Rinascimento. Come Petrarca neppure Boccaccio fu, secondo De Sanctis, uomo
veramente moderno, poiché non seppe andar oltre la cinica e beffarda rappresentazione del mondo
medievale ormai morto. Nel Quattrocento, Ariosto suggellò con il suo poema l'evasione nella pura
immaginazione letteraria. Il solo, vero uomo moderno fu, per De Sanctis, Machiavelli, scopritore della
scienza politica e primo sostenitore in Italia dell'idea nazionale. Così, mentre da Tasso a Marino si
prospetta la crisi di valori dell'Italia, sull'altro versante gli isolati e i perseguitati (da G. Bruno a P. Sarpi a
P. Giannone a G. Vico) additano o preparano la rinascita nazionale, che si annuncia, pur
contraddittoriamente, in Goldoni, Alfieri e Foscolo, per com​piersi con Manzoni e Leopardi, nei quali
essa si accompagna a vera grandezza di creazione letteraria.
L'estetica e la critica letteraria​La concezione estetica di De Sanctis, pur risentendo dell'influsso di
Hegel, ha carattere di forte originalità. L'arte, benché non possa essere considerata avulsa dalla viva
storia morale e politica della nazione di cui è parte, è per lui autonoma, non destinata a cedere il passo
a una sfera superiore dello spirito, la filosofia. L'opera d'arte non si può ridurre né a un contenuto di
pensiero astratto o di fatti concreti, né alla semplice forma; essa è creazione spontanea e fantastica
dell'artista, forma che include in sé il contenuto, entità unica, irripetibile e compiuta. L'artista, però, non
la crea dal nulla, ma solo elaborando un "argomento" dato, il quale impone a sua volta una "situazione"
che genera l'ossatura dell'opera e, indirettamente, il suo stile. Al tempo stesso l'artista non è un uomo
isolato ed estraneo alla società, ma risente entro il proprio animo delle condizioni e degli eventi della
nazione a cui appartiene, nonché della sua tradizione artistica. Queste sedimentazioni della realtà
esterna mettono in moto la fantasia dell'artista e la spingono a "rappresentare", senza peraltro che vi
sia una relazione meccanica di causa-effetto tra realtà e creazione artistica.

Potrebbero piacerti anche