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Laboratorio di Storia dell’educazione e

della letteratura per l’infanzia

Università degli Studi di Torino – Scienze della Formazione


Primaria

Anno accademico 2019/2020

Studentessa: Formicola Diletta

Matricola n° 841667

Diletta Formicola
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO – SCIENZE DELLA
FORMAZIONE PRIMARIA
Laboratorio di Storia dell’educazione e della letteratura per l’infanzia – Formicola Diletta

Sommario

Accenni di vita..................................................................................................................................................2

Introduzione del Tirocinio e il connesso aspetto psicologico..........................................................................3

Aspetti di rilievo nella Riforma Bottai.............................................................................................................4

Proposte da parte dei contemporanei............................................................................................................6

Tematiche odierne...........................................................................................................................................9

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La Riforma Bottai

Accenni di vita

Giuseppe Bottai nasce a Roma, il 3 Settembre 1895, da padre ateo e repubblicano e da madre di
origini liguri. Nel corso della sua giovinezza frequentò la Facoltà di Giurisprudenza presso
l’Università della Sapienza di Roma, interrompendo però gli studi a causa dello scoppio della Prima
Guerra Mondiale e al conseguente arruolamento volontario. Ostacolato dalla
filosofia anticlericale del padre, si avvicinò al cattolicesimo; maturerà, come egli stesso ha scritto
nel suo "Diario", una convinta e definitiva conversione alla fede cattolica, a seguito della situazione
politico-militare dell'Italia e del fascismo. Fu proprio nel 1921 il più grande avvicinamento al
Regime Fascista, quando venne eletto nella Camera dei deputati del Partito Nazionale Fascista, ma
la carriera politica fu breve a causa della sua giovane età. Per Bottai il fascismo doveva trasformare
lo Stato e la società italiana grazie alla sua carica e influenza sociale. Furono svariate le situazioni di
collaborazione al Regime e di servizio alla patria, come dimostrano la guerra in Africa orientale e
l’esperienza nella Legione straniera.
Divenne Ministero dell’educazione nazionale. In quegli anni non si parla più di istruzione, ma
anche di educazione nazionale, intesa come trasmissione di valori: cambia radicalmente, quindi, il
compito ideologico della scuola, che non rimane incentrato soltanto sul compito istruttivo. Questa
volontà di ampliare il ruolo della scuola diede una nuova identità del regime fascista, facendola
diventare un vero e proprio strumento del regime stesso, inteso come veicolo di propaganda e di
estensione del consenso: la scuola viene considerata come veicolo ideologico. Nel corso del
dibattito del ’38-‘39, Bottai proclamò parole di ammirazione verso la scuola elementare, che
“procede sicura per la sua via”, cioè segue esattamente le direttive ministeriali per la creazione del
consenso, è allineata al regime. Si parla di santo zelo di maestri e maestre, intendendo il “buon
maestro” come fautori per implementare il consenso del regime. Ma perché parlare di Zelo? Cosa
c’entra la fede con l’esercizio della professione? Apparentemente non vi è un solido legame tra i
due ambiti, ma si mettono insieme questi due campi per abbagliare, per colpire l’attenzione, per
guadagnare consenso, quindi per scopo di plagio, di indottrinamento. Inoltre, Bottai riconosce
l’urgenza di riconoscere i problemi che maggiormente angustiano la vita magistrale: problemi
economici e di carriera, ma anche di dignità: per la risoluzione di questi problemi non si esclude la

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buona fede, certo, ma c’è anche, sempre, un discorso di riconoscimento politico, migliorando le
condizioni popolari, avendo maggior consenso, placando eventuali proteste, ecc. La mobilità
professionale viene intesa in senso verticale, cioè come quella che oggi considereremmo “fare
carriera”: l’insegnante non poteva ambire alla mobilità professionale se non in modo paradossale,
vale a dire cambiando mestiere (insegnare in un altro ordine di scuola o non insegnare più).
Altrimenti, costitutivamente, la carriera dell’insegnante è sempre circolare. Uno dei pregiudizi che
più caratterizza la scuola è dato dal fatto che più si insegna ai grandi, più si è importanti: ma questo
non è vero! La direzione tradizionale della carriera sembra procedere progressivamente
dall’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, poiché si ha la concezione che più si cresce
d’età più si insegnano nozioni complesse, per cui occorre avere più conoscenze, ecc. Questa
concezione l’ha diffusa Gentile: l’apice nella sua educazione non era la personalità, ma l’istruzione.
È vero ci sono maggiori complessità di contenuti, ma se guardiamo la dimensione della formazione
della personalità, quindi l’attenzione nei confronti dell’allievo, allora il discorso è inverso: la
dimensione della carriera si concentrerà, quindi, anche e soprattutto sulla personalità, ma solo più
sull’aspetto istruttivo.

Introduzione del Tirocinio e il connesso aspetto psicologico

Bottai voleva valorizzare gli insegnanti attraverso la mobilità professionale e afferma che Gentile
aveva fallito sotto il punto di vista professionale e culturale: i giovani maestri ne uscivano
impreparati da questi punti di vista, anche perché per Gentile tirocinio e aspetto psicologico non
erano considerati, aspetti che invece sono estremamente importanti. La necessità di riorganizzare la
formazione dei maestri non consisteva in un ritorno al passato, tornando al tirocinio e alla
psicologia prima dell’idealismo della seconda metà dell’Ottocento, ma nell’introduzione di una
formula omnicomprensiva, con lo scopo di preparare il maestro che sta dentro l’uomo e l’umanità
che sta dento il maestro. Riformare l’istituto magistrale è considerata una proposta forte o debole?
In un regime nessuno parla di cambiare la legge esistente perché sarebbe come legittimare il regime
stesso, a meno che non ci sia l’intento comune di agire in altro modo: l’ispettore Camillo Alberici
denunciò l’insufficienza della professionalità dei maestri: riteneva opportuno andare oltre la lettera
della Riforma Gentile per interpretarne lo spirito (spirito: qual è l’intenzione; legge: ciò che è
scritto; lo spirito può andare oltre la lettera. Quando iniziamo a distinguere tra lettera e spirito vuol
dire che quella norma ci sta stretta, invece se ne siamo soddisfatti diciamo che lo spirito della legge
è tutto espresso nella lettera). L’ispettore, in contesto di regime, sottolinea la necessità di dover
adeguare i programmi, ad esempio inserendo come momento integrante e obbligatorio il tirocinio,

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quindi attuando una proposta di riforma legislativa. Il carattere ideologico dell’istruzione e


dell’educazione nazionale prevede che per arrivare agli allievi sia opportuno passare dai maestri e
per arrivare ai maestri bisogna insistere sulla loro formazione; ciò significava compiere due passi
indietro. Si trattava, dunque, di mantenere l’ideologia fascista, ma con dei cambiamenti. Il Gran
Consiglio del Fascismo 15 febbraio 1939, era un organo che non c’entrava nell’ordinamento
monarchico parlamentare già presente.
Ma cosa introduce Mussolini? Un Organismo Collegiale non previsto nella struttura della
monarchia parlamentare, e neanche della repubblica: era un’assemblea oltre quelle rappresentate
dalla Camera e dal Senato. Quest’organo ibrido ha funzione di assemblea parlamentare che si
occupa di prendere decisioni. Questo consiglio approva la Riforma del sistema scolastico italiano
(dai 3 ai 19 anni per Bottai), per metterla in atto nel 1922 come riforma fascista, quindi dal governo
mussoliniano. Lo Stato fascista si poneva l’obiettivo di superare l’aspetto idealistico culturale alla
base della Riforma Gentile, con spessore conservatore aristocratico. Per avere consenso, un regime
deve avere l’appoggio della maggioranza della popolazione, di tutte le masse popolari, perché non
basta l’appoggio dell’élite, che è numericamente inferiore. La folla sostiene il regime o lo fa
crollare: bisogna compiacere la folla se si vuole evitare la rivoluzione. Il Regime aveva natura
popolare da una parte e conservatrice dall’altra.

Aspetti di rilievo nella Riforma Bottai

La riforma di Bottai non incise più di tanto sulla struttura gentiliana (tant’è che vige ancora oggi).
L’aspetto di maggior rilievo fu l’istituzione della scuola media, che unificava le prime tre classi del
Ginnasio: si tratta della novità più grande che Bottai mise sulla carta. Perché è così importante?
Perché dopo la V elementare non sempre vi erano sbocchi di studio ulteriori: se la scuola aveva dei
percorsi diversificati (scuola superiore, avviamento professionale), voleva dire che l’ultima tappa
uguale per tutti era la V elementare, tutto ciò che veniva dopo era una scelta che avrebbe inciso sul
futuro di ciascuno; si trattava, quindi, di compiere una scelta a soli 11 anni: emerge, in questo senso,
una spiccata attenzione all’aspetto psicologico, dovuto alla comprensione della difficoltà di
prendere decisioni sul proprio futuro in età così giovane. Quindi nasce la scuola media unica, per
avere ancora un percorso, un triennio, uguale per tutti: così facendo si sarebbe posticipata la
diversificazione di percorsi formativi che rispecchia la diversificazione socio-culturale e, inoltre, le
importanti scelte si sarebbero prese all’età di 14 anni, con maggiore consapevolezza sul futuro.
Infine, si voleva trasmettere un messaggio di uguaglianza, nonché un messaggio popolare. Questa
novità di Bottai viene approvata.

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Dal momento che la Seconda Guerra Mondiale, le Guerre Belliche e le sconfitte del Regime
caratterizzavano l’anno 39, per il Regime Fascista la medesima proposta rappresentava consenso
popolare. L’istruzione magistrale Bottai voleva costituire una continuità: si voleva eliminare la
scuola in funzione totalitaria, oltre a far fronte alle carenze emerse dalla Riforma Gentile,
orientando maggiormente la scuola nel suo compito ideologico e migliorare, appunto, la Riforma
Gentile. Bisogna che ci sia un importante aspetto umanistico di fondo per formare meglio il
maestro, cioè l’uomo che dovrà dedicarsi al bambino. Vi è, pertanto, la necessità di perseguire due
finalità: una professionale e una umanistica; questo voleva dire contemperare due dimensioni,
evitando condizionamenti e pressioni, cioè miranti a trasformare l’Istituto Magistrale in emporio di
informazioni e trasmissioni spendibili dal maestro come insegnante, perché in questo caso
sarebbero solo nozioni screditate. Si perde così la dimensione complessiva, perché viene a mancare
quella umanistica. La scuola deve dare accesso chiaro, particolare e definito ad una professione:
significa che non c’è solo l’ aspetto culturale da tenere in considerazione, ma anche quello
professionale, dato dalla spendibilità del diploma ad una certa professione. Bottai propose l’obbligo,
a completamento degli studi, dopo gli esami di licenza e per ottenere il diploma di abilitazione
(perché il diploma magistrale non lo contiene già in sé, il solo diploma non è abilitante, bisogna
abilitarlo), di effettuare un anno di pratica, affiancati da ispettori scolastici, che permettano
conoscenza diretta e sperimentale della scuola elementare. Una sola visione idealista, quindi una
sola conoscenza teorica, non bastava più, era necessaria conoscenza diretta e sperimentale. Così
Bottai cerca di tappare quel vuoto lasciato da Gentile, per quanto riguarda il V anno, per dedicarlo
alla pratica, giungendo al completamento esperienziale. Il V anno serve a dare l’abilitazione, solo il
IV anno di Istituto Magistrale non basta più. La dichiarazione XVI della Carta della scuola (nata
negli anni ’30, che riprende tutti i dibattiti, quindi costituita tante dichiarazioni) dice che questa
Riforma con l’aggiunta del V anno esperienziale riesce a coniugare il carattere umanistico e
professionale (IV anno umanistico e V anno professionale), offrendo così consapevolezza della
formazione anche spirituale, dei valori, di ciò che è reale anche se non è materiale, che non si può
racchiudere concretamente. Il V anno di pratica nelle scuole avrebbe fatto acquisire un metodo
didattico in ambiente protetto (perché sostenuto e vigilato da ispettori scolastici) per il tirocinante e
per gli allievi (che non sono da soli con il tirocinante). Sulle modalità di svolgimento del V anno, il
Ministro non seppe dire esattamente come si dovesse svolgere, pur prevedendola come novità
ornamentale: vi erano, dunque, immagini non chiare che però sapevano offrire senso di volontà di
Riforma. Molte erano le incertezze sul come fare, ma solida era la volontà di non cadere
nuovamente nel formalismo e meccanicistico della riforma Gentile, caratterizzata da ritualità e
regole preconfezionate: qualcosa di “non vivo”, non esperienziale.

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Come si potevano realizzare le riforme della Carta della scuola che si riferivano al sistema
scolastico dai 3 ai 19 anni? Bottai dice che non cambierà tutto in maniera improvvisa, come
avvenne con Gentile, ma avverrà gradualmente, partendo dalla scuola media, col rischio, tuttavia, di
essere scalfita da modifiche in itinere. Inoltre, non mancò la Guerra Mondiale a stravolgere tutto.

Proposte da parte dei contemporanei

Secondo Francesco Paolo, il tirocinio doveva consistere nell’assistere alle lezioni della scuola
elementare (assistere diverso dal tenere lezione), alla cultura professionale (problematiche
didattiche diverse), allo studio dei programmi e dei libri di testo (non aspettiamo di essere maestri
per conoscere gli strumenti del mestiere), alle nozioni di legislazione scolastica, che comprende
tutto ciò che avviene nella scuola, compresa la didattica: l’obiettivo era quello di promuovere una
conoscenza prospettica caratterizzata da scenario ampio.
La rivista “i diritti della scuola” fu espressione di una categoria professionale o gruppo culturale
rispetto a quello che avveniva al di fuori dei canali ufficiali (fu espressione degli accademici fuori
dall’accademia): modalità dove i protagonisti parlano ad altro titolo, in altro modo: trasmettere
conoscenze, elaborarle.
La proliferazione degli Istituti Magistrali fu vasta perché il Regime dovette rispondere alle richieste
di coloro che vedevano gli studi come strumento di emancipazione sociale e di squilibrio
dell’assunzione del personale scolastico.
Il Direttore della Rivista, Annibale Tona, ufficializzò il tirocinio, nonostante le precedenti critiche
mosse. Tona parla del V anno non solo come tirocinio, ma anche come noviziato (ci fa pensare a
dimensione religiosa, dove si prendono i voti e si fanno promesse solenni), come se il tirocinio
avesse la stessa importanza della Promessa di fronte a Dio. È importante il tirocinio, ma è
comunque in posizione inferiore rispetto alla preparazione culturale del futuro maestro (Gentile
continua ad avere la sua impostazione): la superiorità culturale del maestro è effetto voluto da
Gentile, che Bottai non riesce a cambiare. Più positivamente erano giudicati, dal Direttore stesso, i
tre anni dopo le elementari che andavano ad agganciarsi a quello che ci sarebbe stato dopo, quindi i
3 + 4 dell’Istituto Magistrale, con l’unificazione dagli 11 ai 14 anni, per unificare i programmi e
rendere il percorso meno caotico: questo venne, quindi, accolto positivamente.
Si parla di selezione per il miglioramento della professionalità degli insegnanti (discorso proposto
precedentemente da Gentile. Oggi si parla anche di motivazione logistica), in una visione positiva o
negativa. “Per averli meglio dopo, pensiamo prima a chi prendiamo” indicava che il peggiore in
entrata sarebbe stato il peggiore in uscita: ma allora il percorso scolastico sembra limitarsi nel suo

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intento di cambiamento e miglioramento dello studente, sembrava piuttosto che il percorso non
incida sulla formazione culturale, professionale e umanistica dello studente.
Giovanni Ferretti inizia a parlare di “numero chiuso”, di concorso di ammissione con graduazioni
distinte per maschi e femmine: si nota una forte differenziazione di genere (differenziare, non
discriminare, anche se il fatto di differenziare per genere è già una forma di discriminazione perché
certifica l’atto come una cosa normale: ci dovrebbe essere lavoro unico a prescindere dal genere, ma
se differenziamo significa che il genere diventa un aspetto che incide) e per provenienza sociale,
cioè da ceti urbani o rurali (non permettere che solo una categoria, quella urbana, occupi tutti i
posti, ma è negativo il pensiero che la posizione sociale incida sul riconoscimento personale e
professionale). Tutto questo è oggi paragonabile alla Quota Rosa per le donne. Sembrerebbe che il
sistema scolastico non abbia ancora saputo fronteggiare queste negatività. Come selezionare?
Ferretti invitava a procedere secondo alcuni criteri, piuttosto severi: innanzitutto, secondo una
selezione sanitaria (non i malati, non predisposti alla malattia, specie tubercolosi) per salvare gli
allievi (appare come fine buono); secondo un diploma che abilitasse all’insegnamento per diritto
statalista del Regime (Stato controlla ciò che dice e fa il popolo, indirettamente e direttamente),
quindi solo gli Istituti Magistrali statali potevano rilasciare il diploma, gli altri Istituti non statali lo
possono rilasciare solo per scuole private: colui che si è formato nel privato, insegnerà solo nel
privato (bacino ristretto). Lo Stato riesce a raggiungere a tutti nella formazione ideologica dicendo
che formandosi nello Stato, si insegnerà nello Stato (bacino allargato).
Giuseppe Lombardo Radice dice che occorre andare a scuola per imparare a fare scuola, altrimenti
il tirocinio non servirebbe. Con il Convegno del ‘40 che vede come relatore Relio Rossi dice che la
Carta della scuola non voleva negare i criteri del ‘23, bensì andare oltre: si parla, infatti, di futuro
scolaro e futuro maestro nel tirocinio dello studente (doppia visione). Per conciliare momento
professionale con quello umanistico, Rossi proponeva di ridurre il numero delle materie di
insegnamento, e far entrare la cultura magistrale nell’aspetto sociale ed economico, quindi legato al
contesto: ciò che si fa a scuola è legato, vincola ed è vincolato dal contesto: non è indipendente da
esso. Il maestro è considerato il forgiatore di cittadini inseriti nel bene sociale e politico, quindi
capace di plasmarli (attenzione a non confondere con plagiare): il maestro diventa strumento del
Regime, secondo una dimensione ideologica legata a quella culturale e istruttiva. Inoltre, ciò che
viene trasmesso al bambino, veniva di conseguenza trasmesso anche ai genitori, e così via: anche
questo era meccanismo voluto dal Regime, che incoraggiava il bambino ad essere un trasmettitore
di messaggi, con scopo di trasmissione di buone prassi o di indottrinamento. Sin tratta della
cosiddetta “filosofia dell’educazione”: il maestro deve comprendere che il forte problema educativo
per lo Stato, in periodo di Regime, è quello di pervadere e riempire le coscienze dei piccoli e dei

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grandi: unicità della proposta e del pensiero unico è un importante indice di Regime. Si adotta il
Libro di Stato, come unico mezzo di trasmissione di uniche notizie, informazioni, ecc. per tutti, in
modo che tutti siano uniformati. Lo psicologo Mario Pozzo dell’Università di Roma trovava
incomprensibile la mancanza degli aspetti e degli studi psicologici, unici e in grado di darci un
quadro sulla personalità, sulla sua vita affettiva, quindi una condizione indispensabile per il maestro
per iniziare una riflessione sulle problematiche che possono scaturire da qui e sfociare
nell’educazione. Gentile non inserisce la psicologia perché la sua visione è più ideologica. Si
rigettano i modelli educativi che arrivavano da oltreoceano, come dall’attivismo, che ha un
approccio di tipo naturalistico. Tuttavia, il Regime non accetta e non diffonde un sistema culturale
che ha come base la democrazia che garantisce uguaglianza, quindi l’attivismo viene bloccato, non
diffuso: si diffuse in Italia solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’influenza degli Stati Uniti
d’America. Ancora qualcuno, però, difende l’idealismo, rinnegando l’importanza della psicologia.
Quella che viene definita “pedagogia del genio pedagogico” (individualità del maestro) è qualcosa
di elitario: si deve formare una massa di maestri, non l’élite come era previsto dall’idealismo.
Ormai il modello idealista veniva considerato inadeguato e non in sintonia con il nuovo umanesimo
che il Regime aveva fatto proprio per avere il supporto della popolazione di massa.
Nino Guglielmi sottolineava di depurare (operazione che implica determinazione nel realizzarla) la
pedagogia e la filosofia dagli influssi deleteri degli idealisti, materialisti e positivisti che arrivano
dall’estero, che vedeva solo una parte della realtà perché vi erano stranieri, anche d’oltralpe:
possiamo notare come emerga fortemente il razzismo geografico. Tutto questo venne messo in atto
per trovare la propria tradizione filosofica che servirà a formare i maestri italiani, atti ad educare: lo
scopo era quello di formare i “veri maestri italiani”, i quali dovevano impegnarsi ad educare
fascisticamente, cioè cattolicamente (unione tra fede e posizione politica), romanamente e
modernamente le nuove generazioni. Questo messaggio è dato per esaltare il Regime, mettendo in
ballo l’Impero Romano, la Chiesa Cattolica e la modernità per dire che sono tutte rappresentate dal
Regime stesso: se questi aspetti rappresentano una fortuna per l’Italia, allora anche il Fascismo è
una fortuna.
Tuttavia, si parlò ancora di “bozze di stampa”, per indicare il fatto che i programmi degli Istituti
Magistrali apparivano soltanto come bozze. Il maestro rimase, però, una figura di grande rilievo: era
garante del passaggio ideologico ai bambini e alle loro famiglie.

Tematiche odierne

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Si riscontra un’accentuata modernità nella situazione del tirocinante, il quale aveva un doppio
referente, proprio come avviene oggi: il maestro titolare in aula (aspetto moderno) + docente
dell’istituto magistrale. Tutto questo, nel suo insieme, conduce al meccanismo odierno (es.
alternanza scuola-lavoro). Al termine del percorso, il tirocinante avrebbe scelto, come oggi, a
proprio agio il proprio metodo educativo e didattico sulla base dei diversi focus del percorso del
tirocinio sostenuto. La relazione del V anno serviva per conseguire l’abilitazione all’insegnamento
alla scuola elementare, relazione che ancora oggi viene richiesta. Infine, ma non di minor
importanza, la dedizione personale e l’attenzione nei confronti dei bambini andava, e va tutt’oggi,
ben oltre i componenti tradizionali per percorso di tirocinio: è più un approccio vocazionale che
procedurale (procedurale non è sbagliato, ma comunque la differenza è data dalla vocazione, come
supplemento di entusiasmo).

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