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Voland e-book
e.klassika
Crediti
AMÉLIE NOTHOMB
SETE
VOLAND
AMAZZONI
Amélie Nothomb

Sete
traduzione di Isabella Mattazzi

Voland
Titolo originale: Soif
©Éditions Albin Michel – Paris 2019
© dell’edizione italiana
Voland srl Roma 2020
Tutti i diritti riservati
Prima edizione: febbraio 2020
ISBN: 978-88-6243-451-5

Di Amélie Nothomb presso le edizioni Voland:


Igiene dell’assassino
Sabotaggio d’amore
Le Catilinarie
Attentato
Ritorno a Pompei
Mercurio
Stupore e tremori
Metafisica dei tubi
Cosmetica del nemico
Dizionario dei nomi propri
Antichrista
Biografia della fame
Acido solforico
Diario di Rondine
Né di Eva né di Adamo
L’entrata di Cristo a Bruxelles
Causa di forza maggiore
Il viaggio d’inverno
Una forma di vita
Uccidere il padre
Barbablù
La nostalgia felice
Pétronille
Il delitto del conte Neville
Riccardin dal ciuffo
Colpisci il tuo cuore
I nomi epiceni
Ho sempre saputo che mi avrebbero condannato a morte. Il vantaggio di
avere una certezza come questa è che posso accordare la mia attenzione a
quanto lo merita davvero: i dettagli.
Pensavo che il mio processo sarebbe stato una farsa. E lo è stato in effetti,
ma non nel modo che mi aspettavo. Al posto della rapida formalità che mi
ero immaginato, hanno messo in piedi un circo al gran completo. Il
procuratore non ha lasciato nulla al caso.
I testimoni d’accusa sono sfilati uno dopo l’altro. Non potevo credere ai
miei occhi quando ho visto arrivare gli sposi di Cana, i miei primi
miracolati.
– Quest’uomo ha il potere di trasformare l’acqua in vino – ha dichiarato
lo sposo serio. – Eppure ha aspettato la fine delle nozze per servirsi del suo
dono. Si è divertito con la nostra angoscia e la nostra umiliazione, mentre
avrebbe potuto facilmente risparmiarci l’una e l’altra. Per colpa sua hanno
servito un vino eccellente dopo uno appena passabile. Siamo diventati lo
zimbello del villaggio.
Ho guardato il mio accusatore negli occhi con tranquillità. Ha sostenuto
lo sguardo, sicuro di essere nel giusto.
Il funzionario del re ha parlato della riluttanza con cui gli ho guarito il
figlio.
– Come sta adesso il bambino? – non ha potuto esimersi dal chiedere il
mio avvocato, il peggior difensore d’ufficio che si possa immaginare.
– Benissimo. E sai che sforzo! Con la sua magia, a quello basta una
parola.
I trentasette miracolati hanno messo in mostra ognuno i propri panni
sporchi. Il più divertente è stato l’ex posseduto di Cafarnao.
– Dopo l’esorcismo la mia vita è diventata una noia mortale!
Il vecchio cieco si è lamentato di quanto il mondo sia adesso orribile ai
suoi occhi, il vecchio lebbroso ha detto che nessuno gli fa più l’elemosina,
il sindacato dei pescatori di Tiberiade mi ha accusato di aver favorito una
barca rispetto alle altre, Lazzaro ha raccontato di come sia odioso vivere
con quest’insopportabile puzza di cadavere che ti si incolla alla pelle.
Con ogni evidenza non c’è stato bisogno di corromperli né di
incoraggiarli. Sono venuti tutti a testimoniare contro di me di loro
spontanea volontà. Più d’uno ha detto quanto lo facesse sentire sollevato
poter finalmente vuotare il sacco alla presenza del colpevole.
Alla presenza del colpevole.

Sono un falso calmo. Mi è costato uno sforzo enorme ascoltare quelle


litanie senza reagire. Ogni volta ho guardato i testimoni negli occhi
senz’altra espressione che una dolcezza stupita. Ogni volta hanno sostenuto
il mio sguardo con arroganza, mi hanno sfidato, squadrandomi dall’alto in
basso.
La madre di un bambino che avevo guarito è arrivata persino ad
accusarmi di averle rovinato la vita.
– Quando il piccolo era malato, se ne stava tranquillo. Adesso si agita,
grida, piange. Non ho più un minuto di pace, non dormo più la notte.
– Non è stata lei a domandare al mio cliente di guarirle il figlio? – ha
chiesto l’avvocato d’ufficio.
– Di guarirlo, non di farlo ridiventare la peste che era prima della
malattia.
– Avrebbe dovuto precisare questo punto.
– È onnisciente sì o no?
Buona domanda. Io so sempre Τί e mai Πω˜ς. Conosco i complementi
diretti, ma non quelli circostanziali. Quindi no, non sono onnisciente:
scopro gli avverbi man mano che mi si presentano e ne rimango ogni volta
sorpreso. La gente ha ragione a dire che il diavolo si nasconde nei dettagli.
A dire il vero, non solo non c’è stato bisogno di spingerli a testimoniare,
ma lo hanno voluto ardentemente loro stessi. La compiacenza con cui
ognuno ha preso la parola contro di me mi ha lasciato sbalordito. Tanto più
che non era davvero necessario. Sapevano tutti che sarei stato condannato a
morte.
La profezia non ha niente di misterioso. Conoscevano i miei poteri e
hanno potuto constatare che non me ne sono servito per salvarmi. Non
avevano quindi alcun dubbio su come sarebbe finita la storia.
Perché ci hanno tenuto a infliggermi un’umiliazione così inutile?
L’enigma del male non è nulla se paragonato a quello della mediocrità.
Mentre testimoniavano, ho percepito il loro piacere. Godevano a
comportarsi come miserabili davanti a me. La loro unica delusione era che
la mia sofferenza non si vedeva poi troppo. Non che avessi voluto negare
loro questa voluttà, ma semplicemente lo sbalordimento in me era molto più
grande dell’indignazione.
Sono un uomo, niente di ciò che appartiene all’umano mi è estraneo.
Eppure non riesco a decifrare la natura del sentimento che si è impadronito
di loro al momento di scagliare contro di me quegli abomini. Considero
questa mia incapacità di comprensione una sconfitta, una mancanza.

Pilato aveva ricevuto istruzioni sul mio conto e lo vedevo contrariato, non
che gli fossi simpatico, ma evidentemente i testimoni stavano irritando
l’uomo razionale che è in lui. Il mio stupore lo trasse in inganno, volle
darmi l’occasione di protestare contro quella marea di sciocchezze:
– Accusato, hai qualcosa da dire? – mi chiese con l’espressione
dell’uomo intelligente che si rivolga a un suo pari.
– No – ho risposto.
Scosse il capo, con l’aria di pensare che non serve a niente tendere una
mano a chi si disinteressa a tal punto della propria sorte.
In realtà non ho detto nulla perché avevo troppo da dire. E se avessi
parlato non sarei stato capace di nascondere il mio disprezzo. Provarlo mi
tormenta. Sono stato uomo abbastanza a lungo per sapere che certi
sentimenti non vanno repressi. Bisogna aspettare che passino senza cercare
di combatterli: soltanto così non lasceranno alcuna traccia.
Il disprezzo è un demone dormiente. E un demone inattivo deperisce in
fretta. Quando siamo in tribunale le nostre parole hanno valore di atti.
Tacere il mio disprezzo significava impedirgli di agire.
Pilato si consultò con i consiglieri.
– Queste testimonianze sono false, lo prova il fatto che il nostro uomo
non sta utilizzando alcuna magia per salvarsi.
– D’altra parte non è questo il motivo per cui vogliamo la sua condanna.
– Lo so. Per quanto mi riguarda, non chiedo altro che di condannarlo.
Solo avrei preferito non avere l’impressione di farlo per delle banali
imposture!
– A Roma, il popolo ha bisogno di pane e gladiatori. Qui ha bisogno di
pane e miracoli.
– Bene. Se si tratta di politica non ho più nessuna remora.
Pilato si alzò e dichiarò:
– Accusato, sarai crocifisso.
Ho apprezzato molto la sua economia di parole. La natura della lingua
latina non consente pleonasmi. Avrei trovato insopportabile che dicesse
“sarai crocifisso a morte”. Una crocifissione non contempla altri finali
possibili.
Ciò non toglie che sentirlo dalla sua bocca ha prodotto un certo effetto.
Ho guardato i testimoni e ho percepito il loro imbarazzo tardivo. Eppure
sapevano tutti che sarei stato condannato e avevano spinto lo zelo fino a
contribuire attivamente alla sentenza. Adesso facevano mostra di trovarla
eccessiva e di essere rimasti scioccati dalla barbarie della procedura. Alcuni
cercavano di incrociare i miei occhi per dissociarsi dall’accaduto. Ho
distolto lo sguardo.
Non sapevo di dover morire così. Non è stata una notizia da poco. Come
prima cosa ho pensato al dolore. La mia anima ha vacillato: non si può
concepire una sofferenza del genere.

La crocifissione è la condanna riservata ai crimini più vergognosi. Non mi


aspettavo un’umiliazione simile. Era questo dunque che avevano chiesto a
Pilato. Inutile perdersi in congetture: Pilato non si era opposto. Doveva
condannarmi a morte, ma avrebbe potuto scegliere la decapitazione, ad
esempio. In quale momento lo avevo indispettito? Di sicuro quando non ho
sconfessato i miracoli.
Non potevo mentire: quei miracoli erano opera mia. E contrariamente a
quanto hanno affermato i testimoni, mi erano costati sforzi inauditi.
Nessuno mi ha mai insegnato l’arte di compierli.
Allora mi è venuto un pensiero curioso: perlomeno il supplizio che mi
aspettava non mi avrebbe richiesto alcun miracolo. Dovevo solo lasciare
che le cose facessero il loro corso.
– Lo crocifiggiamo oggi? – ha domandato qualcuno.
Pilato sembrò riflettere e mi guardò. Dovette pensare che mancava
ancora qualcosa perché rispose:
– No. Domani.
Quando mi sono ritrovato da solo nella cella, ho capito cosa voleva farmi
provare: la paura.
Aveva ragione. Fino a quella notte non avevo mai saputo davvero cosa
fosse. Nell’Orto degli Ulivi, prima dell’arresto, le mie erano state lacrime di
tristezza e di solitudine.
Adesso scoprivo la paura. Non la paura di morire, che è la più universale
tra le astrazioni, ma la paura della crocifissione: una paura molto concreta.
Ho la granitica convinzione di essere il più incarnato tra gli uomini.
Quando mi sdraio per dormire, questo semplice abbandono mi procura un
piacere tanto profondo che devo impedirmi di gemere. Se non mi
controllassi, mangiare la più umile zuppa o bere acqua, magari neanche
fresca, mi strapperebbe sospiri di voluttà. Mi è già successo di piangere di
piacere, respirando l’aria del mattino.
Ma c’è una contropartita: il più lieve mal di denti mi procura un tormento
atroce. Ricordo di aver maledetto la mia sorte per una scheggia. Tendo a
nascondere questo lato così fragile della mia natura tanto quanto il
precedente: sono cose che non si addicono troppo a quello che sono
chiamato a rappresentare. Un malinteso in più.

In trentatré anni di vita ho avuto modo di rendermene conto: il più grande


successo di mio padre è l’incarnazione. Che un essere disincarnato abbia
avuto l’idea di inventare il corpo è un colpo di genio senza pari. E come
poteva fare il creatore per non venire sopraffatto dalla propria creatura di
cui non comprendeva fino in fondo la portata?
È per questo che mi ha messo al mondo, mi verrebbe da dire, ma non è
vero.
Sarebbe stato un buon motivo.
Gli esseri umani si lamentano, a ragione, delle imperfezioni del corpo. La
spiegazione è evidente: quale valore può avere una casa disegnata da un
architetto senza dimora? Eccelliamo solo nelle cose di cui abbiamo pratica
quotidiana. Mio padre non ha mai avuto un corpo. Per essere un ignorante,
trovo che se la sia cavata egregiamente.
La mia paura di quella notte era una vertigine fisica al pensiero di ciò che
avrei dovuto sopportare. Dai torturati ci aspettiamo sempre che si mostrino
all’altezza. Quando non urlano di dolore, parliamo del loro coraggio. Ho il
sospetto che si tratti d’altro: vedrò di cosa.
Avevo paura dei chiodi che mi avrebbero trafitto le mani e i piedi. Era
stupido: ci sarebbero state di sicuro sofferenze molto più grandi. Ma queste
me le potevo almeno immaginare.
Il mio carceriere mi disse:
– Cerca di dormire. Domani avrai bisogno di essere in forma.
Davanti alla mia espressione ironica, riprese:
– Non ridere. Ci vuole una bella tempra per morire. Io ti ho avvisato.
Non sbagliava. In più, per me che amo così tanto dormire, era l’ultima
occasione. Ho provato, mi sono steso per terra abbandonando il corpo al
riposo. Non c’è stato verso. Ogni volta che chiudevo gli occhi, invece del
sonno trovavo immagini terrificanti.
Allora ho fatto come tutti: per lottare contro pensieri insopportabili mi
sono aggrappato ad altri pensieri.
Ho rivissuto il primo miracolo, il mio preferito. Ho notato con sollievo
che la penosa testimonianza degli sposi non ne aveva appannato il ricordo.
Peraltro l’inizio non era stato dei migliori. Andare a un matrimonio con
la propria madre è un’esperienza pesante. Mia madre ha un bell’essere
un’anima pura, resta comunque una donna. Mi guardava in tralice con l’aria
di dire, e tu, figlio mio, cosa aspetti a trovarti una moglie? Facevo finta di
non accorgermene.
Devo confessare che non amo i matrimoni. È un sentimento che resiste a
ogni tentativo di analisi. Questo sacramento mi riempie di un’angoscia che
comprendo ancora meno se penso che non mi riguarda. Io non mi sposerò e
non lo rimpiango affatto.

Si trattava di un matrimonio come tanti: una festa in cui le persone si


mostravano più gioiose di quanto non fossero. Sapevo che c’era qualcosa di
più a cui sarei stato chiamato. Cosa? Lo ignoravo.
Un pranzo in grande stile: pane, pesce alla griglia, vino. Il vino non era
granché, ma il pane ancora caldo di forno scrocchiava sotto i denti e i pesci
salati alla perfezione mi piacevano moltissimo. Ero concentrato sul cibo,
non volevo perdermi nulla di quei sapori e di quelle consistenze. Mia madre
aveva l’aria contrariata per il fatto che non conversassi con gli invitati. In
realtà è una cosa che ho preso da lei: non è certo una chiacchierona. Parlare
per non dire nulla, io non ne sono capace e lei neppure.
Provavo verso gli sposi la cordiale indifferenza che si ha verso gli amici
dei propri genitori. Doveva essere la terza volta che li vedevo e, come
sempre, esageravano: “Gesù lo conosciamo da quando era piccolo” e
“Sembri diverso con la barba”. L’eccesso di familiarità delle persone mi
mette ogni volta a disagio. Avrei preferito non avere mai visto prima i
novelli sposi. I nostri scambi sarebbero stati di sicuro meno finti.
Mi mancava Giuseppe. Quel brav’uomo, che non parlava certo più di me
e mia madre, aveva però il talento di far sembrare il contrario: ascoltava le
persone così intensamente che quasi si credeva di udire la sua risposta. Non
ho ereditato da lui questa virtù. Quando le persone parlano per non dire
nulla, non faccio nemmeno finta di ascoltarle.
– A cosa pensi? – ha mormorato mia madre.
– A Giuseppe.
– Perché lo chiami così?
– Lo sai.
Non sono mai stato sicuro che lei davvero lo sapesse, ma se occorre
spiegare questo genere di cose alla propria madre, non se ne esce.
Nel frattempo era scoppiata una specie di sommossa.
– Non c’è più vino – ha detto mia madre.
Non ho capito dove fosse il problema. Sai che tragedia essere rimasti
senza quel vinaccio! Ci saremmo tolti la sete con l’acqua fresca, e io intanto
continuavo a mangiare imperterrito. Mi ci è voluto un po’ per rendermi
conto che per quella famiglia la mancanza di vino costituiva un disonore
irreparabile.
– Non c’è più vino – ha ripetuto mia madre, con aria d’intesa.
Mi si è spalancato un abisso sotto i piedi. Che donna curiosa mia madre!
Vorrebbe che fossi normale e però pure che compissi prodigi!
Come mi sono sentito solo in quel momento! Non si poteva più
tergiversare. È stato allora che ho avuto un’intuizione folgorante. Ho detto:
– Portatemi delle giare d’acqua.
Il padrone di casa ha ordinato che la mia richiesta venisse esaudita, è
calato un grande silenzio. Fermarmi a riflettere sarebbe stata la mia rovina.
Quello di cui avevo bisogno era il contrario di una riflessione. Ho annullato
me stesso. Ho sentito che il mio potere stava proprio sotto la pelle e che
sarei potuto arrivare a lui soltanto annullando il pensiero. Ho dato parola a
ciò che da lì in poi avrei chiamato la scorza e non so cos’è successo. Per un
tempo infinito ho cessato di esistere.
Quando sono tornato in me gli invitati erano entusiasti:
– È il vino più buono che abbiamo mai bevuto in questo paese!
Ognuno assaggiava il nuovo vino con l’espressione che ci si aspetterebbe
da lui durante una cerimonia religiosa. Ho dovuto reprimere una colossale
voglia di ridere. Dunque mio padre aveva pensato bene di farmi scoprire i
miei poteri per ovviare a una mancanza di vino. Che umorismo! E come
dargli torto? Cosa c’è di più importante del vino? Ero uomo da abbastanza
tempo per sapere che la gioia non si può dare per scontata e che il buon
vino è spesso l’unico mezzo per trovarla.
Una perfetta letizia è scesa allora sulle nozze. Gli sposi sembravano
finalmente felici. Lo spirito della danza li ha rapiti e quello del vino non ha
risparmiato nessuno.
– Non bisogna servire un vino eccellente dopo uno appena passabile! –
ha detto qualcuno agli sposi.
Garantisco che la frase non fu detta in tono polemico. D’altra parte era
un’affermazione abbastanza discutibile. Io penso l’opposto. È molto meglio
cominciare con un vino qualunque così che i nostri cuori si aprano da subito
alla gioia. E solo quando ha il cuore colmo di felicità l’uomo può davvero
essere in grado di accogliere un grande vino e di tributargli la suprema
attenzione che merita.
È il mio miracolo preferito. La scelta non è difficile, è l’unico miracolo
che ho amato. Avevo appena scoperto la scorza e ne ero rimasto abbagliato.
La prima volta che si fa qualcosa così al di sopra di sé, si dimentica subito
l’enormità dello sforzo e si ricorda solo la meraviglia del risultato.
E poi si trattava di vino, era una festa. In seguito qualcosa è andato storto
e si è trattato solo di sofferenze, di malattie, di morte o di catturare poveri
pesci che avrei preferito lasciare vivi e in libertà. Soprattutto ricorrere al
potere della scorza, con cognizione di causa, è stato mille volte più duro che
riceverne la rivelazione.

La cosa peggiore era l’aspettativa delle persone nei miei confronti. A Cana,
a parte mia madre, nessuno mi aveva chiesto nulla. Dopo, ovunque andassi,
avevano già predisposto tutto, sul mio cammino trovavo sempre un infermo
o un lebbroso. Compiere un miracolo non significava più concedere una
grazia, ma assolvere al mio dovere.
Quante volte ho letto, nello sguardo di quelli che mi tendevano un
moncherino o un moribondo, non un’implorazione ma una minaccia! Se
avessero osato formulare il loro pensiero, sarebbe stato: “Sei diventato
famoso con questi giochetti, adesso fai in modo di continuare, altrimenti
guai a te!” È successo che non riuscissi a compiere il miracolo richiesto
perché non avevo la forza di annullare me stesso e liberare così la potenza
della scorza: quanto sono stato odiato allora!
In seguito, ci ho riflettuto e non mi è piaciuta molto questa storia dei
prodigi. Hanno falsato ciò che ero venuto a portare, l’amore non era più
gratuito, doveva servire a qualcosa. Per non parlare di quanto ho scoperto
stamattina durante il processo: nessuno dei miracolati ha per me la minima
gratitudine, al contrario, mi rimproverano aspramente i miracoli, perfino gli
sposi di Cana.
Non voglio più pensarci. Voglio solo ricordarmi della letizia di Cana,
l’innocenza della nostra felicità nel bere quel vino venuto da chissà dove, la
purezza di quella prima ubriacatura. Una sbornia ha valore solo se è
condivisa. La sera di Cana eravamo tutti ebbri e nel migliore dei modi. Sì,
anche mia madre aveva bevuto, e questo per lei non era che un bene. Dopo
la morte di Giuseppe di rado l’avevo vista felice. Mia madre danzava, ho
danzato con lei, la mia buona mamma che amo così tanto. La mia ebbrezza
le diceva che l’amavo, e sentivo la sua risposta senza neppure bisogno che
fosse pronunciata, figlio mio, lo so che sei speciale, e ho il sospetto che
questo ti creerà più di un problema un giorno, ma adesso sono
semplicemente fiera di te e felice di bere il buon vino che hai creato per noi
con la tua magia.
Ero ubriaco quella sera, e di un’ubriachezza santa. Prima
dell’incarnazione non avevo peso. Il paradosso è che bisogna essere pesanti
per conoscere la leggerezza. L’ebbrezza ci libera del nostro carico e dà
l’idea di poterci alzare da terra. Lo spirito non vola, si sposta senza
ostacolo, è una cosa molto diversa. Gli uccelli possiedono un corpo, il loro
volo ha il valore di una conquista. Non lo ripeterò mai abbastanza: avere un
corpo è quanto di più bello possa mai capitare.
Ho il sospetto che domani, quando il mio corpo verrà sottoposto al
supplizio, penserò il contrario. Ma posso rinnegare per questo tutte le
scoperte che mi ha regalato? Le gioie più grandi della vita le ho conosciute
con il corpo. E occorre forse precisare che né la mia anima né il mio spirito
si sono sottratti?
Anche i miracoli li ho compiuti con il corpo. Quella che io chiamo
“scorza” è un fatto fisico. Utilizzarla presuppone un momentaneo
annullamento dello spirito. Non sono mai stato altro che me stesso, ma ho
l’intima convinzione che questo potere lo possiedano tutti. La ragione per
cui se ne fa così poco uso, è l’enorme difficoltà del procedimento.
Occorrono coraggio e forza per sottrarsi allo spirito, non è una metafora.
Alcuni esseri umani ci sono riusciti prima di me, altri esseri umani ci
riusciranno dopo di me.
La mia concezione del tempo non è diversa da quella del mio destino: io
so Τί, ignoro Πω˜ς. I nomi appartengono a Πω˜ς, non conosco quindi il
nome dello scrittore che un giorno dirà: “Quello che c’è di più profondo
nell’essere umano è la pelle.” Arriverà a sfiorare la rivelazione, ma ad ogni
modo persino coloro che lo glorificheranno non comprenderanno fino in
fondo la concretezza di questa frase.
Non è esattamente la pelle, è appena più sotto. Lì risiede l’onnipotenza.
Questa notte non ci saranno miracoli. Non ho la minima intenzione di
sottrarmi a quanto mi attende domani. Non che non lo desideri, ovviamente.
Una volta soltanto ho usato male il potere della scorza. Avevo fame, i
frutti del fico non erano ancora maturi. Desideravo così tanto mordere un
fico caldo di sole, succoso e zuccherino, che ho maledetto l’albero,
condannandolo a non avere mai più frutti. Ho usato come pretesto una
parabola, e neppure una tra le più convincenti.
Come ho potuto commettere una simile ingiustizia? Non era stagione di
fichi. È il mio unico miracolo di distruzione. Quel giorno mi sono
comportato come un uomo comune. Frustrato nella mia ingordigia, ho
lasciato che il desiderio si trasformasse in collera. La gola è una cosa
bellissima, sarebbe bastato mantenerla intatta, dirsi che da lì a uno o due
mesi avrei potuto soddisfarla.
Non sono senza difetti. C’è una rabbia dentro di me che chiede soltanto
di esplodere. C’è stato l’episodio dei mercanti nel Tempio: almeno in quel
caso avevo un buon motivo. Ma da qui a dire “sono venuto a portare la
spada”, ce ne corre.
La notte prima di morire mi accorgo che non mi vergogno di nulla, salvo
che del fico. Me la sono presa con un innocente. Non che ora voglia
piangermi addosso con sterili rimorsi, semplicemente sono contrariato del
fatto di non poter andare a raccogliermi sotto quell’albero, abbracciarlo,
chiedergli perdono. Basterebbe che mi perdonasse e la sua maledizione
svanirebbe all’istante, potrebbe di nuovo dare frutti e inorgoglirsi del loro
delizioso peso sui rami.
Mi ricordo di un frutteto attraversato insieme ai discepoli. I meli si
piegavano sotto il carico dei frutti, ci eravamo rimpinzati di mele, le
migliori che avessimo mai assaggiato, croccanti, profumate, succose.
Avevamo smesso solo quando era davvero impossibile continuare, la pancia
sul punto di esplodere, ed eravamo crollati per terra ridendo della nostra
gola.
– Tutte queste mele che non potremo mangiare, che nessuno mangerà! –
ha detto Giovanni. – Che tristezza!
– Tristezza per chi? – ho chiesto.
– Per gli alberi.
– Tu credi? Gli alberi sono felici di portare le mele, anche se nessuno le
mangia.
– Che ne sai?
– Sii l’albero.
Giovanni era rimasto in silenzio per un po’ e poi aveva detto:
– Hai ragione.
– La tristezza è per noi, quando capiamo di non poter mangiare tutto.
Risate generali.
Ero stato un uomo migliore con il melo che con il fico. Perché? Perché
avevo saziato la mia gola. Siamo persone migliori quando il nostro piacere
è stato soddisfatto, non è poi così difficile da comprendere.

Solo nella mia cella, mi sembra di essere il fico che ho maledetto. È un


pensiero che mi rende triste e allora faccio come tutti: cerco di passare ad
altro. Il problema è che questo metodo non sempre funziona alla perfezione.
Melo, fico – mi sono chiesto a quale albero si fosse impiccato Giuda. Mi
hanno detto che il ramo si è rotto. Non doveva essere un albero molto
solido, dal momento che Giuda non pesava granché.
Ho sempre saputo che Giuda mi avrebbe tradito. Conformemente alla
natura della mia preveggenza, non sapevo però in che modo sarebbe
successo.
Il mio incontro con lui fu particolarmente forte. Ero in un villaggio
sperduto in cui non riuscivo a comprendere nessuno. Mentre parlavo
sentivo montare l’ostilità, al punto che potevo vedermi con gli occhi degli
altri ed ero partecipe della loro costernazione verso questo idiota venuto a
predicare l’amore.
Tra la gente c’era un ragazzo magro e cupo che trasudava malessere da
tutti i pori. Mi interpellò in questi termini:
– Tu che dici che bisogna amare il prossimo, ami anche me?
– Certo.
– Non ha alcun senso. Nessuno mi ama. Perché dovresti farlo tu?
– Non c’è bisogno di una ragione per amarti.
– Sì vabbè. Stai vaneggiando.
La folla scoppiò in una risata complice. Lui ne sembrò turbato: con ogni
evidenza era la prima volta che qualcuno, nel suo paesino, stava dalla sua
parte.
È allora che mi fu rivelato quanto sarebbe successo: quest’uomo mi
avrebbe tradito, e sentii una stretta al cuore.
Il gruppo di persone si disperse. Rimase lui solo davanti a me.
– Vuoi unirti a noi? – gli chiesi.
– Noi chi?
Gli mostrai i discepoli seduti su alcune rocce poco lontano.
– Sono i miei amici – dissi.
– E io cosa sono per te?
– Un amico.
– E tu che ne sai?
Capii che rispondere non sarebbe servito a niente. C’era in lui qualcosa
che non andava.
Immagino che ognuno di noi abbia un amico del genere: un amico di cui
gli altri continuano a chiedersi perché sia diventato amico nostro. I
discepoli avevano fatto gruppo da subito. Con Giuda non era stato così
semplice.
Ci si metteva d’impegno. Ogni volta che si sentiva apprezzato e accolto
diceva esattamente quanto serviva perché la gente si allontanasse.
– Lasciatemi in pace, non ho niente a che spartire con voi.
Ne seguivano interminabili discussioni in cui veniva fuori tutta la sua
malevolenza.
– E in che cosa saresti diverso da noi, Giuda?
– Non sono mica nato con il culo al caldo io.
– Proprio come la maggior parte di noi.
– Ma non si vede? Non lo vedete che non sono come voi?
– Cosa vuol dire essere come noi? Simone e Giovanni, ad esempio, non
hanno niente in comune l’uno con l’altro.
– Invece sì: stanno sempre lì a pendere dalle labbra di Gesù.
– Non pendono dalle labbra di Gesù: lo amano e lo ammirano, come tutti
noi.
– Io no. Gli voglio bene, ma non lo ammiro.
– Allora perché lo segui?
– Perché me lo ha chiesto.
– Nessuno ti ha costretto.
– Ho incontrato una marea di altri profeti che non sono da meno di lui.
– Non è un profeta.
– Profeta, messia, è la stessa cosa.
– Neanche un po’. Lui porta l’amore.
– E cos’è questo suo amore?
Con Giuda bisognava ricominciare ogni volta da zero. Avrebbe
scoraggiato chiunque, ha scoraggiato anche me più di una volta. Amarlo
aveva il valore di una scommessa, e proprio per questo lo amavo ancora di
più. Non che io preferisca l’amore quando è difficile, al contrario, ma con
lui questo sovrapprezzo era indispensabile.
Se avessi frequentato soltanto gli altri discepoli avrei forse dimenticato
che ero venuto per le persone come Giuda: i problemi ambulanti, i portatori
di imbarazzo, quelli che Simone chiama i rompiscatole.
“E cos’è questo suo amore?” Buona domanda. Ogni giorno e ogni notte
dobbiamo cercare dentro di noi questo amore. Quando lo abbiamo trovato,
la sua evidenza è così potente da farci chiedere perché abbiamo faticato
tanto per arrivare a lui. Poi, bisogna rimanere nella sua corrente
inarrestabile. L’amore è energia e quindi movimento, non c’è nulla che
possa ristagnare in lui e dobbiamo gettarci nel suo flusso senza chiederci se
riusciremo a reggere, perché non c’è niente al mondo che gli si possa
paragonare.
Appena ci siamo dentro, lo vediamo. Non è una metafora: quante volte
mi è stato dato di scorgere il fascio di luce che lega tra loro due innamorati?
Quando è indirizzata verso di noi questa luce diventa meno visibile ma più
sensibile, percepiamo i raggi che penetrano nella pelle – e nessuna
sensazione è più meravigliosa. Se in quel momento fossimo capaci di
tendere l’orecchio, potremmo sentire un crepitio di scintille.
Tommaso crede solo a ciò che vede. Giuda non credeva neppure a quello.
Diceva: “Non voglio essere tradito dai miei sensi.” Quando un luogo
comune viene pronunciato per la prima volta, fa comunque un certo effetto.
Giuda è uno dei personaggi su cui verrà scritto il più alto numero di
chiose nella Storia. Come stupirsene con un ruolo del genere? Si dirà che è
stato il prototipo del traditore. Un’ipotesi che non avrà vita facile. L’enorme
richiamo suscitato da questa condanna porterà al suo esatto contrario. A
partire da una medesima scarsità di informazioni, Giuda verrà dichiarato
come il discepolo che più mi amava, il più puro e il più innocente. Le
opinioni degli uomini sono così prevedibili che provo una sincera
ammirazione per il loro modo di prendersi tanto sul serio.
Giuda era un tipo curioso. Qualcosa in lui sembrava resistere a ogni
forma di analisi. Era molto poco incarnato. Per essere più precisi, percepiva
soltanto le sensazioni negative. Diceva: “Ho mal di schiena” con l’aria di
chi ha appena scoperto un teorema.
Se gli dicevo:
– Com’è piacevole questa brezza primaverile.
Rispondeva:
– Può dirlo chiunque.
– Sì, è vero, e proprio per questo mi piace ancora di più – insistevo.
Faceva spallucce, non aveva tempo da sprecare per rispondere a un
sempliciotto.
All’inizio tutti i discepoli hanno avuto qualche problema con lui. Dal
momento che erano gentili cercavano di confortarlo. Questo rendeva Giuda
molto aggressivo. Poco a poco hanno capito che era meglio non dargli
troppo retta. D’altra parte non si poteva neppure ignorarlo, il silenzio
irritava la sua suscettibilità ancor più delle parole.
Giuda rappresentava un problema permanente, innanzitutto per sé stesso.
Quando non esistevano motivi per irritarsi, si irritava. Quando non c’erano
che contrarietà, dava di matto. Proprio per questo conveniva frequentarlo
durante i periodi difficili: si trovava più a suo agio. Prima di conoscerlo,
ignoravo l’esistenza di questa specie perpetuamente immersa nella cupezza.
Non so se lui sia stato il primo, ma so di certo che non fu l’ultimo.
Noi lo amavamo. Lui se ne rendeva conto e si sforzava di farci ricredere.
– Non sono un angelo, ho un pessimo carattere.
– Ce ne siamo accorti – rispondeva qualcuno di noi sorridendo.
– Cosa? Ma senti chi parla!
Quando non istruiva il suo processo immaginario, lavorava per disfare il
nostro affetto nei suoi confronti.
Aveva orrore della menzogna. Parlando con lui, avevo notato che non
sapeva identificarla con chiarezza. Ad esempio non riusciva a capire la
differenza tra menzogna e segreto.
– Non divulgare un’informazione vera non è mentire – gli dissi un
giorno.
– Nel momento in cui non diciamo tutta la verità, stiamo mentendo –
rispose.
Non demordeva. Visto che con la teoria non vedevo risultati, provai con
la casistica.
– Esiste una nuova legge secondo cui tutti coloro che sono gobbi devono
essere condannati a morte, il tuo vicino ha la sfortuna di avere una gobba, le
guardie ti chiedono se conosci un gobbo. Tu ovviamente rispondi di no.
Bene, questa non è una bugia.
– Sì, lo è.
– No, è un segreto.
Se Giuda avesse abitato il suo corpo con maggiore intensità, avrebbe
posseduto ciò di cui difettava: la sottigliezza. Quello che lo spirito non
riesce a comprendere, lo coglie il corpo.

Ho pochi ricordi prima dell’incarnazione. Le cose letteralmente mi


sfuggono: cosa possiamo ricordare di quanto non abbiamo mai provato?
Non c’è arte più grande che quella di vivere. Gli artisti migliori sono quegli
uomini i cui sensi possiedono una finezza assai sviluppata. Inutile lasciare
traccia altrove che non sulla propria pelle.
Per quanto poco lo si ascolti, il corpo è sempre intelligente. In un futuro
che non so situare misureranno il quoziente intellettivo. È una cosa che non
servirà a nulla. Il valore più alto di un uomo, ovvero il suo grado di
incarnazione, per fortuna si può valutare soltanto con l’intuizione.
Il problema in questa storia è che esistono persone capaci di abbandonare
il proprio corpo. Se si sapesse quanto è facile, non avremmo tutta
quest’ammirazione per una prodezza abbastanza inutile, e nel peggiore dei
casi anche pericolosa.
Se uno spirito nobile esce dal suo corpo, non farà particolare danno.
Senza dubbio si può trovare piacevole un viaggio per il solo motivo di non
averlo mai fatto prima. Allo stesso modo, percorrere la via di casa in senso
inverso rispetto a quanto facciamo tutti i giorni è divertente. La cosa finisce
qui. Il problema è che questa pratica verrà imitata anche da spiriti meno
elevati. Mio padre avrebbe dovuto proteggere meglio l’incarnazione. Certo,
capisco il suo rispetto per la libertà dell’uomo. Ma i risultati del divorzio tra
spiriti fragili e corpi saranno disastrosi per loro stessi e per tutti.
Un essere incarnato non commette mai azioni abominevoli. Se arriva a
uccidere, lo fa per difendersi. Non dà in escandescenze senza un giusto
motivo. Il male nasce sempre dallo spirito. Senza la protezione del corpo, i
danni dello spirito sono liberi di fare il proprio corso.
Allo stesso tempo, capisco. Anch’io ho paura di soffrire. Cerchiamo di
disincarnarci per garantirci una via di fuga. Domani io non ne avrò.
La notte da cui scrivo non esiste. I Vangeli sono categorici. La mia ultima
notte di libertà la passo nell’Orto degli Ulivi. Il giorno seguente vengo
condannato e la sentenza è immediata. Ci vedo, d’altra parte, una forma di
umanità: lasciare qualcuno ad aspettare, significa moltiplicare il suo
supplizio.
Eppure esiste questa dimensione inesplorata che non mi sembra di
essermi inventato: un tempo di un ordine diverso che ho inserito tra me e la
morte. Io sono come tutti, ho paura di morire. Non penso mi verrà riservato
un trattamento di favore.
Ho scelto? Così sembrerebbe. Come ho potuto scegliere di essere me?
Per la ragione che presiede la stragrande maggioranza delle scelte: per
incoscienza. Se fossimo consapevoli, sceglieremmo di non vivere.
Ciò non toglie che una scelta come la mia sia la peggiore in assoluto. Il
mio grado di incoscienza ha dovuto essere altissimo. Fortunatamente in
amore non funziona così. Ci accorgiamo di essere innamorati per un motivo
molto semplice: non lo abbiamo scelto. Le persone con un ego troppo
grande non si innamorano perché non sopportano di non scegliere. Si
infatuano di una persona che hanno selezionato: nulla a che vedere con
l’amore.

Nel momento inconcepibile in cui ho scelto il mio destino, non sapevo che
questo avrebbe implicato il fatto di innamorarmi di Maria Maddalena. Da
qui in poi la chiamerò Maddalena. I nomi doppi non mi entusiasmano e
trovo fastidioso chiamarla Maria di Magdala. Quanto a chiamarla Maria e
basta, lo escludo. Non è raccomandabile confondere l’innamorata con la
propria madre.
In amore non esistono rapporti di causa-effetto, dato che non esistono
scelte. I perché li inventiamo dopo, per il nostro piacere. Mi sono
innamorato di Maddalena non appena l’ho vista. Qualcuno potrebbe
argomentare: se il senso della vista ha avuto un ruolo così importante, si
potrebbe considerare la bellezza perfetta di Maddalena come una causa. Si
dà il caso che lei in quell’istante non stesse parlando e quindi l’ho vista
prima di ascoltarla. La voce di Maddalena è ancora più bella del suo
aspetto: se l’avessi conosciuta attraverso l’udito, il risultato sarebbe stato
identico. E se estendessi questo ragionamento ai tre sensi restanti, potrei
arrivare a conclusioni impudiche.
Non c’è nulla di sorprendente nel fatto che mi sia innamorato di
Maddalena. Che lei si sia innamorata di me è invece assolutamente
straordinario. Eppure è accaduto nell’istante stesso in cui mi ha visto.
Ci siamo raccontati questa storia mille volte, pur sapendo che la fantasia
ci aveva ormai un po’ preso la mano. Abbiamo fatto bene: la cosa ci ha
procurato un piacere infinito.
– Quando ho visto il tuo viso, sono rimasto senza parole. Non
immaginavo fosse possibile tanta bellezza. Poi mi hai guardato ed è stato
persino peggio: non credevo si potesse guardare così. Quando mi guardi, mi
manca il respiro. Ma tu guardi tutti in questo modo?
– Non direi. Non sono famosa per il mio sguardo. Ma vedi un po’ da che
pulpito viene la predica. È il tuo sguardo, Gesù, a essere celebre. Le persone
arrivano da ogni parte perché tu le guardi.
– Non guardo nessuno come guardo te.
– Lo spero bene.
L’amore riunisce la certezza e il dubbio: si è sicuri di essere amati tanto
quanto se ne dubita, e non a momenti alterni, ma in una simultaneità
sconcertante. Provare a sbarazzarsi di questa sfumatura dubitativa facendo
mille domande alla propria amata, significa negare la natura radicalmente
ambigua dell’amore.
Maddalena aveva conosciuto molti uomini e io nessuna donna. Eppure la
nostra mancanza di esperienza ci poneva su uno stesso livello. Riguardo a
quanto ci stava succedendo eravamo ignoranti come neonati. L’abilità
consiste nell’accettare questo stato convulsivo con entusiasmo. Oso dire di
eccellere in quest’arte, e anche Maddalena. Ma il suo caso è ancora più
degno di ammirazione: gli uomini l’hanno abituata al peggio senza che lei
abbia perso fiducia in loro. È stata straordinaria.
Quanto mi manca! Richiamarla a me con il pensiero, non è che un
palliativo. Forse sarebbe più dignitoso rifiutare di farmi vedere da lei in
questo stato. Ma ciò non toglie che darei qualsiasi cosa pur di rivederla e
stringerla tra le braccia.
Si dice che l’amore accechi. Ho potuto constatare il contrario. L’amore
universale è un atto di generosità che presuppone una dolorosa lucidità.
Essere innamorati rivela splendori invisibili a occhio nudo.
La bellezza di Maddalena era un fenomeno conosciuto. Eppure, nessuno
quanto me ha avuto piena coscienza della sua bellezza. Ci vuole coraggio
per riuscire ad accettare una bellezza simile.
Spesso le ho fatto questa domanda che tutto era tranne che retorica:
– Che effetto fa essere così bella?
Lei rispondeva elusiva:
– Dipende da chi hai di fronte.
Oppure:
– Non è male.
O ancora:
– Come sei gentile.
L’ultima volta ho insistito:
– Non te lo chiedo per galanteria, mi interessa davvero.
Lei ha sospirato:
– Prima di conoscerti, le rare volte in cui me ne rendevo conto, ne ero
annichilita. Da quando sei tu a guardarmi, ho imparato a esserne felice.
Tra le cose che non le ho mai detto, per paura che potessero essere
travisate, c’è questa: di tutte le gioie che ho provato con lei, nessuna ha
eguagliato la contemplazione della sua bellezza.
– Smettila di guardarmi così – diceva a volte.
– Tu sei il mio bicchiere d’acqua.
Nessun godimento può competere con quello che ci procura un bicchiere
d’acqua quando stiamo morendo di sete.
L’unico evangelista ad aver manifestato un talento di scrittore degno di
questo nome è Giovanni. Anche per questo la sua parola è la meno
affidabile. “Chi beve di quest’acqua non avrà mai più sete”: io non l’ho mai
detto, sarebbe stato un controsenso.

Non è un caso se ho scelto proprio questa regione del mondo: non mi


bastava che fosse un paese dilaniato politicamente. Mi occorreva una terra
ad alto tasso di arsura. Nessuna sensazione come la sete riesce a evocare
meglio ciò che voglio ispirare. Forse perché nessuno l’ha mai provata
quanto me.
In verità vi dico: ciò che sentite quando state morendo di sete, coltivatelo.
Lo slancio mistico non è che questo. E non è una metafora. La fine della
fame si chiama sazietà. La fine della stanchezza si chiama riposo. La fine
della sofferenza si chiama conforto. La fine della sete non ha nome.
La lingua, nella sua saggezza, ha capito che non è possibile creare il
contrario di sete. Ci si può dissetare, ma la parola dissetamento non esiste.
Ci sono uomini che pensano di non essere dei mistici. Sbagliano. Basta
essere stati sul punto di morire di sete, anche solo per un attimo, per avere
pieno diritto a questo appellativo. L’istante ineffabile in cui l’assetato porta
alle labbra un bicchiere d’acqua è Dio.

È un istante di amore assoluto e di meraviglia senza limiti. Colui che lo


vive, nel momento in cui lo sta vivendo, non può che essere nobile e puro.
Io sono venuto a insegnare questo slancio, nient’altro. La mia parola è di
una semplicità tale da risultare sconcertante.
È una cosa talmente semplice da essere votata all’insuccesso. L’eccessiva
semplicità è un ostacolo alla comprensione. Bisogna conoscere la trance
mistica per aprirsi allo splendore di quello che il pensiero umano di norma
definisce come indigenza. La buona notizia è che la sete portata al suo
estremo è una trance mistica perfetta.
Io consiglio di prolungarla. Che l’assetato ritardi il momento di bere. Non
indefinitamente, ovvio. Non si tratta di mettere la propria salute in pericolo.
Non chiedo di meditare sulla propria sete, chiedo di sentirla a fondo, corpo
e anima, prima di estinguerla.
Provate a fare quest’esperienza: dopo aver patito a lungo la sete, non
bevete l’acqua del vostro bicchiere d’un fiato. Prendetene un sorso, tenetelo
in bocca per qualche secondo prima di mandarlo giù. Prendete coscienza di
questa meraviglia. Questa sensazione abbacinante è Dio.
Non è la metafora di Dio, lo ripeto. L’amore che state provando in quel
preciso istante per il sorso d’acqua è Dio. Io sono colui che prova questo
esatto amore per tutto l’esistente. Questo è essere il Cristo.
Fino a oggi non è stato facile. Domani sarà mostruosamente difficile.
Allora, per riuscirci, voglio prendere una decisione che mi aiuterà: non
berrò l’acqua della brocca che il carceriere ha lasciato nella cella.
La cosa mi rende triste. Mi sarebbe piaciuto provare per l’ultima volta la
più sublime tra le sensazioni, la mia preferita. Ci rinuncio in piena
coscienza. È un’imprudenza: la disidratazione mi renderà più debole
quando dovrò portare la croce. Ma mi conosco al punto da sapere che la
sete mi proteggerà. Può raggiungere un’ampiezza tale da far tacere ogni
altra sofferenza.
Devo cercare di dormire. Mi stendo sul pavimento della cella, ancora più
sporco della terra. Ho imparato a non curarmi dei cattivi odori. Mi basta
pensare che niente puzza apposta, per cattiveria – non so se sia vero, ma
comunque il ragionamento mi permette di accettare anche gli odori più
pestilenziali.
Sdraiarmi affidando il mio peso al suolo mi ha sempre lasciato senza
parole. Per quanto io pesi poco, che meraviglioso senso di libertà!
L’incarnazione implica di tirarsi dietro il proprio bagaglio di carne.
Quest’epoca apprezza le persone floride. Io ho rinunciato a questo canone,
sono magro: non si può predicare di essere venuti per i poveri ed essere
grassi nello stesso tempo. Maddalena mi trova bello, è la sola. Mia madre
quando mi vede si lamenta: “Mangia, fai pietà!”
Mangio l’indispensabile. Portare in giro più dei miei cinquantacinque
chili mi lascerebbe senza fiato. Ho notato che parecchie persone si rifiutano
di ascoltarmi a causa della mia magrezza. Nei loro occhi leggo: “Che
saggezza ci può essere in uno spilungone simile?”
È anche per questo che ho scelto Pietro come capogruppo: meno ispirato
di Giovanni, meno fedele di chicchessia, ha il pregio di essere un colosso.
Quando parla lui, la gente rimane impressionata. Il colmo è che questo vale
anche per me. So che mi rinnegherà, e tuttavia mi ispira una grande fiducia.
E non soltanto perché è grande e grosso. Adoro guardarlo mangiare. Non ha
schifo di nulla, prende il cibo con le mani e lo divora senza fare
complimenti con la gioia rude dei coraggiosi. Allo stesso modo svuota una
brocca intera in un’unica sorsata, rutta e si asciuga la bocca con il dorso
della sua mano possente. Non lo fa per posa, non si accorge che gli altri
mangiano in maniera diversa. Non si può fare a meno di amarlo.
Giovanni mangia come me. Non so se la sua parsimonia cerchi di imitare
la mia. Sta di fatto che questa cosa tiene il mio affetto a distanza. Che
specie curiosa la nostra! Niente di ciò che appartiene all’umano mi è
estraneo. A tavola devo trattenermi dal dire a Giovanni: “Insomma, mangia,
smettila di fare tanti complimenti, sei insopportabile!” E la cosa assurda è
che il suo modo di fare è identico al mio.
Per poter amare Giovanni, devo alzarmi da tavola. Quando camminiamo
insieme e mi ascolta, lo amo. Mi dicono che sono bravo ad ascoltare. Non
so che effetto faccia essere ascoltati da me. So che il modo in cui ascolta
Giovanni è amore e mi emoziona profondamente.

Quando parlo a Pietro, spalanca gli occhi e mi ascolta per un minuto. Poi
vedo la sua attenzione diminuire. Non è colpa sua, non se ne rende conto, il
suo sguardo vaga alla ricerca di qualcosa su cui posarsi. Quando rivolgo la
parola a Giovanni, lui abbassa leggermente le palpebre come se sapesse che
le mie confidenze lo toccheranno al punto di commuoverlo. Non appena
finisco di parlare, rimane in silenzio per un po’ e poi torna a guardarmi con
gli occhi lucidi.
Anche Maddalena mi ascolta con la stessa intensità. Su di lei questa cosa
mi fa meno effetto per un motivo ingiusto: nella mia epoca alle donne si
insegna ad ascoltare così. Ma sono comunque rare quelle che ascoltano
bene come Maddalena. Quanto vorrei passare questa ultima notte con lei!
Mi diceva: “Dormiamo d’amore folle.” Poi si rannicchiava a cucchiaio
contro di me e si addormentava immediatamente. Non ho mai avuto un
buon sonno, ed era come se lei dormisse per tutti e due.
Grazie a lei ho imparato che dormire è un atto d’amore. Quando
dormivamo così, le nostre anime si mescolavano ancor più che facendo
l’amore. Era una lunga assenza dal mondo in cui ci addentravamo insieme.
Quando alla fine sprofondavo nel sonno, avevo la sublime sensazione di
naufragare.
La mia illusione si confermava al risveglio. Avevo a tal punto perduto
ogni riferimento che il nostro giaciglio era diventato la riva su cui ci
eravamo arenati e in cui ci ritrovavamo stupiti di essere ancora vivi. Che
immensa gratitudine svegliarsi sulla spiaggia accanto alla propria amata!
L’impressione di essere dei sopravvissuti era così forte che il giorno
appena nato si sentiva in dovere di portarci la sua parte di gioia. Il primo
abbraccio, la prima parola d’amore, la prima sorsata.

Se c’era un fiume nelle vicinanze, Maddalena mi invitava a bagnarmi con


lei. “Non c’è nulla di meglio per iniziare la giornata” diceva. In effetti
niente è così efficace per lavare via gli odori di una notte di intensa felicità.
– Approfittane per toglierti la sete, – aggiungeva – perché non ho nulla di
meglio da offrirti.
Non abbiamo mai fatto colazione al mattino. L’idea di mangiare appena
sceso dal letto mi ha sempre nauseato, faccio fatica a credere che per la
gente sia una consuetudine. Ma qualche sorsata d’acqua era comunque
perfetta per rinfrescarmi l’alito.
Questi pensieri deliziosi non hanno alcun potere ipnagogico. Se voglio
addormentarmi per davvero, devo provare con la noia. Ci vuole una volontà
di ferro per annoiarsi a comando. Ahimè, di fronte alla morte imminente,
nulla mi appare noioso, perfino i discorsi dei Farisei, che riuscivo a
malapena ad ascoltare, adesso mi sembrano comici. Cerco di ricordarmi gli
sforzi di Giuseppe quando tentava di insegnarmi l’arte della falegnameria.
Che pessimo allievo ero! E l’aria sconcertata di Giuseppe, che pure non si
arrabbiava mai!

Cristo significa dolce. L’ironia ha voluto che i miei genitori umani fossero
mille volte più dolci di me. Si sono trovati: è scoraggiante che esistano
esseri di una bontà tanto sconfinata. Io che so leggere nei cuori, capisco
subito quando qualcuno si sforza di essere buono, attitudine che d’altra
parte è stata spesso la mia. Giuseppe era buono per natura. Mi trovavo
accanto a lui quando è morto, non ha neppure maledetto lo stupido
incidente che gli è costato la vita, mi ha sorriso e ha detto:
– Stai attento che non succeda anche a te.
Ed è spirato.
No Giuseppe, io non morirò cadendo da un tetto.
Mamma è arrivata troppo tardi.
– Non ha sofferto – ho detto.
Lei ha fatto il gesto tenero di accarezzargli il viso. I miei genitori non
erano innamorati uno dell’altra, ma si amavano molto.

Anche mia madre è molto migliore di me. Il male le è talmente estraneo che
neppure lo riconosce quando lo incontra. Le invidio questa ignoranza. A me
il male non è estraneo. Per poterlo identificare negli altri, è indispensabile
che io ne sia provvisto.
Non me ne lamento. Se non portassi dentro di me questa traccia oscura,
non avrei potuto innamorarmi. L’amore non tocca mai le creature estranee
al male. Non che ci sia qualcosa di male nell’amore, ma per conoscerlo
dobbiamo contenere abissi in grado di accogliere la profondità della sua
vertigine.
Ciò non significa che io sia un cattivo uomo, né che Maddalena sia una
cattiva donna. Dentro di noi la traccia oscura era a riposo. Più in Maddalena
che in me, certamente. Lei non avrebbe mai dato in escandescenze di fronte
ai mercanti del Tempio. Anche se era per una causa giusta, che orribile
ricordo ho di quello scatto di collera! La sensazione di un veleno che si
diffonde nel sangue e mi ordina di gettare fuori le persone urlando: ho
detestato farlo.
Per fortuna ora non provo nulla di simile. Perfino al processo, quando ho
assistito a quelle ripugnanti testimonianze, la mia collera non si è
risvegliata. L’indignazione è un fuoco diverso, non causa la stessa
sofferenza abominevole. Se sono riuscito a tacere il mio disprezzo è perché,
contrariamente alla collera, non è un sentimento di natura esplosiva.
Gesù, non è così che riuscirai a dormire. Non hai alcuna volontà!

Mi sveglio.
Mi è stato dunque concesso di sprofondare nel sonno. È un dono.
Ringrazio Dio e penso che è davvero il colmo dovergli dire grazie in un
giorno simile. Ma sta di fatto che ho dormito.
Sento scorrere nelle vene la dolcezza del riposo. Basta qualche minuto di
sonno per provare questa voluttà. La assaporo con la certezza che sia
l’ultima volta.
Non mi sveglierò più.
Un poeta di cui non conosco il nome dirà in futuro: “Tutto il piacere dei
giorni è nel loro mattino.” La penso così anch’io. Amo le mattine. Quell’ora
del giorno ha una forza inesorabile. Anche se la notte prima è accaduto il
peggio, il mattino mantiene la propria purezza.
Mi sento pulito. Non lo sono. La mia anima è pulita questa mattina. Il
disprezzo provato ieri non esiste più. Non vorrei rallegrarmene troppo
presto, ma ho la netta sensazione che morirò senz’odio. Spero di non
sbagliarmi.
Un’ultima pipì in un angolo della cella, torno a sdraiarmi e accade un
miracolo: piove.
Questa pioggia non è di stagione. Mi ritrovo a sperare che duri.
Dovranno annullare lo spettacolo: una crocifissione sotto la pioggia sarebbe
un fiasco, il pubblico la diserterebbe. I romani hanno bisogno che i loro
supplizi attirino le folle, altrimenti lo interpretano come un segno di
disapprovazione. Per loro il popolo vuole divertirsi e se ne frega delle
consorterie politiche. Il brutto tempo ignora le circostanze, ma Roma ha
orecchie che arrivano lontano: crocifiggere tre uomini senza che la plebe
accorra in massa verrebbe percepito come un affronto.
Ho sempre amato starmene al riparo mentre fuori piove forte. È una
sensazione meravigliosa. Viene associata un po’ scioccamente alla serenità.
In realtà ha a che fare con il piacere. Il rumore della pioggia esige un tetto
come cassa di risonanza: trovarmi sotto questo tetto è il posto migliore per
apprezzarne il concerto. Deliziosa partitura, sottilmente cangiante,
rapsodica ma senza esagerare, ogni pioggia è una benedizione.
Sta diventando un diluvio. Immagino un altro destino. Le guardie
fuggono davanti alla montata delle acque. Mi rilasciano. Ritorno nelle terre
dove sono nato, sposo Maddalena, conduciamo la vita semplice delle
persone comuni. Troppo negato come carpentiere, divento pastore.
Facciamo formaggio di pecora. I nostri bambini lo mangiano ogni sera e
crescono forti come alberi. Invecchiamo felici.

Sono tentato? Sì. Da giovane mi piaceva essere un eletto. Adesso non ho


più questa fame, si è calmata. Preferirei raggiungere la dolcezza
dell’anonimato, ciò che chiamano a torto la banalità. Eppure non c’è nulla
di più straordinario di una vita normale. Amo il quotidiano. La sua
ripetizione permette di approfondire le meraviglie del giorno e della notte:
mangiare il pane appena uscito dal forno, camminare a piedi nudi sulla terra
ancora impregnata di rugiada, respirare a pieni polmoni, sdraiarmi accanto
alla donna che amo – cosa si può desiderare d’altro?
Anche questo tipo di vita termina con la morte. Nondimeno suppongo
che morire sia molto diverso quando è opera dell’età: ci si spegne accanto ai
propri cari, deve essere come addormentarsi.
Se potessi sottrarmi alla violenza del mio verdetto, non chiederei nulla di
meglio.
Ha smesso di piovere. Questa deliziosa ipotesi finisce qui.
Tutto si compirà.
“Accetta” mi sussurra dentro la testa una voce amorevole.
In Asia un saggio dice che speranza e paura sono il dritto e il rovescio di
uno stesso sentimento e che per questo motivo occorre rinunciare a
entrambe. È sensato: ho provato speranza invano e adesso il mio terrore è
diventato molto più grande. Tuttavia sto per morire in nome di una parola
che non condanna la speranza. Forse è una chimera, ma l’amore di cui sono
intriso contiene una speranza che non richiede la sua contropartita di paura.
Ciò non toglie che dovrò passare attraverso questa infinita sofferenza.
“Accetta.” Ho scelta? Accetto per soffrire meno.
Sono venuti a prendermi.
Tiro un sospiro di sollievo. Il peggio è passato. L’attesa del supplizio è
finita.
Vengo ben presto disilluso. Inizia la farsa. Mi mettono una corona di
spine in testa, così serrata da farmi sanguinare. Il senso del ridicolo non ha
il potere di uccidere, peccato.
Mi flagellano pubblicamente. Non capisco a cosa serva questa scena.
Sembrerebbe un antipasto. Prima della crocifissione come portata
principale, non c’è nulla di meglio che una flagellazione per risvegliare
l’appetito. A ogni frustata il mio corpo si tende per il dolore. La voce
gentile dentro la testa mi ripete di accettare. Una voce beffarda risuona
dietro di lei: “Non abbiamo ancora finito di divertirci.” Soffoco una risata
nervosa che potrebbe venir interpretata come un’insolenza. Che peccato
non essere impertinente, mi divertirei molto.
Mi sforzo di non pensare alla frusta che mi sta straziando: quanto arriverà
più tardi sarà ben più doloroso. E dire che è possibile soffrire ancora più di
così!
Ci sono spettatori, ma neanche troppi. È una cosa per un pubblico
altamente selezionato, per intenditori in grado di apprezzare. Sembrano
contenti: il boia frusta bene, la vittima mostra il giusto pudore, uno
spettacolo di qualità. Grazie Pilato, i tuoi eventi continuano a essere
all’altezza della loro fama. Scusaci, ma non assisteremo al prosieguo dei
festeggiamenti, che si annuncia un po’ volgare.

Fuori mi aspetta un sole infuocato. Mi hanno frustato così a lungo? Non è


più mattino. I miei occhi ci mettono qualche minuto per abituarsi alla luce
abbacinante. A un tratto vedo la folla. Adesso è una vera ressa. Ci sono così
tante persone che non si riescono neppure a distinguere l’una dall’altra.
Hanno tutti un unico sguardo, quello dell’avidità. Non vogliono perdersi
nemmeno una briciola dello spettacolo.
La pioggia non ha lasciato la minima traccia di freschezza nell’aria. Il
suolo invece ne conserva il ricordo, c’è fango dappertutto. Mi accorgo della
croce contro il muro. Valuto mentalmente il suo peso. Sarò in grado di
portarla? Ce la farò?
Domande inutili, non ho scelta. Capace o no, dovrò cavarmela.
Mi caricano la croce addosso. È così pesante che potrei sprofondare. Ho
un attimo di smarrimento. Non ci sono scappatoie. Riuscirò a farcela?
Camminare il più in fretta possibile, è l’unica soluzione. Fosse semplice:
le gambe vacillano sotto di me. Ogni passo mi costa uno sforzo
inimmaginabile. Calcolo la distanza che mi separa dal Golgota. Impossibile.
Morirò prima. È quasi una buona notizia, non verrò crocifisso.
E invece so che lo sarò. Devo farcela. Forza, non pensare, non serve a
niente, cammina. Se solo non affondassi in questo fango che raddoppia il
peso della croce!
A peggiorare le cose le persone si accalcano al mio passaggio. Sento
commenti meravigliosi:
– Allora, adesso facciamo meno i furbetti, eh?
– Se sei davvero un mago, perché non ti tiri fuori da questo impiccio?
Il vantaggio della situazione in cui mi trovo è che non devo sforzarmi di
non disprezzarli. Non ci penso proprio. Il carico assorbe tutta la mia
energia.
Non cadere. È vietato. In più, se cadi dovranno rialzarti. Sarà peggio. Sì,
esiste anche un peggio. Non cadere, ti scongiuro.
Sento che sto per cadere. È questione di secondi. Non posso farci nulla,
c’è un limite e l’ho quasi superato. Eccoci, cado. La croce mi schianta, ho la
faccia nel fango. Almeno posso godere di qualche istante di sollievo.
Assaporo questa strana libertà, gusto il piacere della mia debolezza.
Ovviamente si abbatte subito su di me una gragnuola di colpi, quasi non li
sento dal male che ho già dappertutto.
Forza, sollevo di nuovo questo peso mostruoso. Rieccomi in piedi,
arranco, conscio ormai del prezzo da pagare. Matteo 11,30: “Il mio giogo è
infatti dolce e il mio peso leggero.” Non per me, amici. La buona novella
non è riservata a me. Lo sapevo, certo. Ma viverlo è un’altra cosa. Tutto il
mio essere protesta. Ciò che mi permette di andare avanti è questa voce –
suppongo sia quella della scorza – che continua a mormorare: “Accetta.”
Credevo di avere toccato il fondo, ed ecco mia madre. No. Non
guardarmi, per favore. Ahimè, vedo che vedi e che capisci. Hai gli occhi
spalancati per l’orrore. È al di là della pietà, provi ciò che io provo, in
peggio, perché è sempre peggio quando si tratta di tuo figlio. È contro
natura morire prima della propria madre. Se poi lei assiste al supplizio, è il
colmo della crudeltà.
Non è il nostro ultimo bel momento, è il nostro momento peggiore. Non
ho la forza di dirle di andarsene e anche se l’avessi lei non mi ascolterebbe.
Mamma ti amo, non guardare tuo figlio mentre soffre come un cane, ignora
quello che sto patendo. Se soltanto tu potessi svenire, mamma!

Mio padre, che non mi esaudisce mai, ha una curiosa maniera di


manifestarmi non dico la sua solidarietà e ancor meno la sua compassione,
ma quella che non potrei definire altrimenti se non la sua esistenza. I
romani iniziano a capire che non arriverò vivo al Golgota. Sarebbe per loro
un fiasco incredibile: che senso ha crocifiggere un morto? Allora prendono
un tizio al ritorno dai campi, un bellimbusto che passa di lì.
– Sei requisito. Aiuta questo condannato a portare il suo carico.
Anche se ha ricevuto un ordine, quest’uomo è un miracolo. Non si pone
alcuna domanda, vede uno sconosciuto che arranca sotto un peso troppo
grande per lui, non ci pensa due volte, mi aiuta.
Mi aiuta!
Non è mai successo in vita mia. Non sapevo cosa significasse. Qualcuno
mi aiuta. Non importa il motivo.
Potrei piangere. In mezzo a questa specie abietta che mi copre di ingiurie
e per cui mi sto sacrificando c’è un uomo che non è venuto a divertirsi per
lo spettacolo e che, lo sento, mi sta aiutando di cuore.
Se fosse passato per caso e mi avesse visto arrancare sotto la croce, penso
che avrebbe avuto la stessa reazione: sarebbe corso ad aiutarmi senza
riflettere neppure un secondo. Esistono persone così. Non sanno di essere
rare. Se qualcuno chiedesse a Simone di Cirene perché si comporta in
questo modo lui non capirebbe la domanda: non sa che è possibile agire
diversamente.
Mio padre ha creato una specie ben curiosa: o sono bastardi dotati di
opinioni o sono anime generose che non pensano. Nello stato in cui mi
trovo, non riesco a pensare a niente neanche io. Scopro in Simone un
amico: ho sempre amato gli uomini robusti. Non creano mai problemi. Mi
sembra che la croce non pesi più nulla.
– Lasciami portare la mia parte – gli dico.
– Davvero, è più facile se lasci fare a me – risponde.
Per me va bene. Ma per i romani non tanto. Simone, da brav’uomo qual
è, cerca di spiegare il suo punto di vista:
– La croce in sé non è pesante. Il problema è il condannato che mi
impaccia.
– Il condannato deve portare la sua parte – urla un soldato.
– Non capisco. Volete che lo aiuti sì o no?
– Adesso ci hai davvero rotto. Levati!
Mogio, Simone mi guarda come se avesse commesso uno sbaglio. Gli
sorrido. Era troppo bello per essere vero.
– Grazie – gli dico.
– Grazie a te – risponde stranamente.
Mi guarda come se sapesse.
Non ho tempo di salutarlo meglio. Bisogna che continui a camminare
trascinando questo peso morto. Mi accorgo di una cosa imprevista: la croce
è meno pesante. Resta terribile, ma l’episodio di Simone ha cambiato la
situazione. È come se il mio amico avesse portato con sé la parte più
disumana del carico.
Questo miracolo, perché non possiamo chiamarlo altrimenti, non è affatto
merito mio. Trovatemi una magia più straordinaria in tutte le Scritture.
Cercherete invano.

Fa un caldo terribile. Le sopracciglia non bastano, il sudore della fronte mi


cola negli occhi, non vedo più dove sto andando. I romani mi indicano la
strada a colpi di frusta, sistema tanto brutale quanto inefficace. Non sapevo
si potesse sudare fino a questo punto. Come possono esserci dentro di me
tanta acqua e tanto sale?
Improvvisamente un panno mi dà qualche sollievo: una stoffa dolce e
deliziosa si sposa con il mio viso in una carezza di seta. Chi può essere
capace di un tale gesto? Qualcuno buono quanto Simone di Cirene, ma quel
pezzo d’uomo non sarebbe certo capace di asciugarmi il viso con una simile
delicatezza.
Vorrei che non finisse mai e allo stesso tempo vorrei vedere il mio
benefattore. Il panno viene tolto e mi ritrovo davanti alla donna più bella
del mondo. Lei sembra colpita tanto quanto me.
Restiamo imprigionati in quell’attimo, il tempo non esiste più, non so più
chi sono né perché sono venuto qui, non m’importa di nulla, esiste solo lo
sguardo di questi occhi puri, non ho più passato né futuro, il mondo è
perfetto, che ogni cosa si fermi di fronte all’ineffabile. Il colpo di fulmine
non è che questo, l’accadere di qualcosa di gigantesco, al nostro desiderio
adesso manca soltanto una musica, ed ecco che è possibile ascoltarla.
– Mi chiamo Veronica – dice.
È incredibile quanto possa essere bella una voce sconosciuta.
Le frustate mi riportano alla realtà. La croce torna a opprimermi, mi
trascino, l’inferno ricomincia.
Ciò non toglie che da quando è iniziato questo supplizio la sorte sembra
accanirsi su di me, mi succede di tutto, il peggio e il meglio, ho incontrato
l’amicizia e ho incontrato l’amore, faccio ancora fatica a crederci. Veronica
– chi potrà mai essere? –, la musica della sua voce mi risuona ancora nelle
orecchie mentre scopro che una melodia può alleggerire l’universo e un
viso pieno di freschezza dare la forza di portare lo strumento della propria
tortura.
Su questo pianeta esistono Simone di Cirene e Veronica. Due coraggi di
una sublimità senza pari.
Ritorno in me. Lotto. Con quali energie potrò evitare una nuova caduta?
Una parte del mio cervello calcola il momento dell’incidente. Gli occhi
vedono il luogo in cui succederà. Scendo a patti con me stesso: “Solo un
passo in più… Solo un mezzo passo in più…”
La caduta è un sollievo illusorio. Eppure assaporo l’idea di cadere una
seconda volta. Che bello lasciarsi andare e sottomettersi alla legge di
gravità! Una gragnuola di frustate si abbatte immediatamente su di me, la
dolce sensazione è durata appena un secondo, ma nello stato in cui sono
anche i secondi contano.
Mi sembra di trascinare questa croce da ore. È di certo inesatto. Fatico a
ricordare la mia esistenza di prima. Da quando ho iniziato la salita al
calvario, sono rimasto colpito da un uomo e poi da una donna. Ho anche
rivisto mia madre. Hanno detto spesso che preferisco le donne. Preferire un
sesso rispetto all’altro sarebbe ai miei occhi un segno di disprezzo.

Le figlie di Gerusalemme si accalcano attorno a me piangendo. Cerco di


convincerle ad asciugare le lacrime:
– Suvvia, non è che un brutto momento, passerà, si sistemerà tutto.
Non credo a una sola parola di ciò che dico. Non si sistemerà niente, sarà
sempre peggio. Però i loro singhiozzi non mi lasciano respirare. Come si fa
ad aiutare qualcuno? Di sicuro non piangendo davanti a lui. Simone mi ha
aiutato, Veronica mi ha aiutato. Nessuno dei due piangeva. Non si
profondevano neppure in larghi sorrisi, agivano concretamente.
No, non preferisco le donne. Penso che mi proteggano. È la diretta
conseguenza della dolcezza che mostro nei loro confronti, cosa piuttosto
rara per gli uomini di queste parti. Occorre precisare che non preferisco
nemmeno gli uomini? Ci sono verbi che evito con cura, come preferire o
sostituire – non possiamo immaginare quanto i due verbi si equivalgano. Ho
visto persone lottare per essere le preferite agli occhi di qualcuno, senza
accorgersi di rendersi così sostituibili.
Un giorno si affermerà che nessuno è insostituibile. Io predico l’esatto
contrario. L’amore che mi consuma afferma che ognuno di noi è
insostituibile. È terribile sapere in anticipo che il mio supplizio non servirà
a nulla.
Non è del tutto vero. Qualcuno sarà in grado di comprendere. E non
escludo che non avrebbe avuto bisogno del mio sacrificio per questo. Non
lo saprò mai. Meglio non indugiare su un’amarezza che renderebbe la mia
sorte ancora più orribile.
Si fanno pensieri curiosi quando si trascina una croce. Chiamarli pensieri
è esagerato, sono frammenti, cortocircuiti. Quanto sto portando è davvero
troppo pesante per me. Non mi sono mai sentito così miserabile.
Peccato che finora io lo abbia ignorato: non portare carichi troppo pesanti
è un ideale di vita sufficiente. Una stramaledetta lezione che non mi sarà di
alcuna utilità. Mi ricordo di aver camminato giornate intere rallegrandomi
all’idea di essere felice di nulla. Non ero affatto felice di nulla, assaporavo
la leggerezza.

Cado per la terza volta. Mordere la polvere assume tutto il suo significato. Il
suolo non è più fangoso, il sole ha seccato la terra. Intravedo la sommità del
Golgota. Perché ho tanta fretta di arrivare? Stento a credere che una volta
sulla croce soffrirò più di quanto non stia soffrendo adesso sotto di essa.
È un’esperienza comune: quando si sale su una montagna, la si guarda
dapprima dal basso, e non sembra poi troppo alta. Bisogna arrivare in cima
per rendersi conto dell’altitudine. Il Golgota non è che una collina, ma ho
l’impressione che non finirò mai di scalarlo.
Non so come ho fatto a rimettermi in piedi. Al punto in cui sono, ogni
cosa è uno sforzo, sento male ovunque. Devo avere una bella tempra,
perché non svengo. Gli ultimi passi sono i peggiori, non posso nemmeno
provare la gioia di chi ha superato una prova, so che sta per cominciare
qualcosa di tutt’altro genere.
Non tardano a farmelo notare nel modo più semplice: mi spogliano dei
miei vestiti. Si trattava solo di una tunica di lino e una cintura: mi rendo
finalmente conto del valore di questi stracci.
Finché siamo vestiti, siamo qualcuno. Non sono più nessuno. Non sono
più nulla. Una piccola voce nella mia testa sussurra: “Ti hanno lasciato una
stoffa a cingerti i fianchi. Potrebbe andare peggio.” L’intera condizione
umana si può riassumere così: potrebbe andare peggio.
Non oso guardare i due uomini crocifissi che sono già al proprio posto.
Risparmio loro il dolore di sentirsi osservati, dolore che ho imparato a
conoscere salendo fin qui.
Uno dei due mi dice con aria beffarda:
– Se sei il figlio di Dio, chiedi a tuo padre di tirarti fuori da questo
impiccio.
Ammiro sinceramente che, in una situazione come la sua, riesca ancora a
fare del sarcasmo.
Sento l’altro rispondergli:
– Taci, di certo se lo merita meno di noi.
Soffrire così e avere la bontà di difendermi è un comportamento che mi
commuove. Lo ringrazio.
No, non gli ho detto che si sarebbe salvato. Dire una cosa simile a
qualcuno che sta patendo un supplizio del genere, è una presa in giro. E dire
a uno dei due crocifissi “tu ti salverai” e niente all’altro, sarebbe stato il
colmo del cinismo e della meschineria.
Chiarisco questo punto perché i Vangeli non lo riporteranno così. Il
motivo? Lo ignoro. Gli evangelisti non erano accanto a me quando è
successo. E per quanto se ne possa dire, non mi conoscevano. Non ce l’ho
con loro, ma non c’è nulla di più irritante di chi con il pretesto di amarvi si
arroga il diritto di conoscervi profondamente.
In verità ho avuto uno slancio fraterno verso entrambi i crocifissi, per la
semplice ragione che avrei patito ben presto il loro stesso supplizio. Un
giorno inventeranno l’espressione “discriminazione positiva” per indicare
quello che avrebbe potuto essere il mio atteggiamento nei confronti
dell’uomo che chiameranno il buon ladrone. Non ho opinioni in merito, so
soltanto che questi due condannati mi hanno commosso ognuno a suo
modo. Perché se ho amato ciò che ha detto il buon ladrone, ho amato anche
la fierezza del cattivo, che peraltro cattivo non era, non vedo cosa ci sia di
grave nel rubare del pane, e posso capire che in una situazione come questa
non si abbiano rimorsi.
Il momento è giunto: mi stendo sulla croce. L’ho portata fin qui, da adesso
in poi lei porterà me. Vedo arrivare i chiodi e i martelli. La paura mi toglie
il respiro. Mi inchiodano i piedi e le mani. Non ci vuole molto, ho appena il
tempo di rendermene conto. E poi alzano la mia croce tra quelle dei miei
fratelli.
Ed è lì che scopro questa sofferenza indicibile. Avere dei chiodi che ti
attraversano i palmi non è nulla in paragone a pesarci sopra. E ciò che è
vero per le mani va moltiplicato per mille per i piedi. La regola è soprattutto
quella di non muoversi. Il minimo movimento decuplica un dolore già
insostenibile.
Mi dico che mi abituerò, che i nervi non possono provare a lungo un
orrore del genere. Scopro invece che ne sono assolutamente capaci, e che
questo trabiccolo registra le variazioni più sottili come le più
macroscopiche.
E dire che quando trascinavo la croce pensavo che lo scopo della vita
fosse non portare carichi troppo pesanti! Il senso della vita è non soffrire.
Nient’altro che questo.
Non ho via d’uscita. Sono interamente consegnato al mio dolore.
Nessun’idea, nessun ricordo può darmi sollievo.
Guardo quelli che mi guardano. “Che effetto fa?” leggo negli
innumerevoli occhi di chi mi compatisce o mi osserva con crudeltà. Se
dovessi rispondere non troverei le parole.
Non ce l’ho con le persone crudeli. Innanzitutto perché la sofferenza
monopolizza ogni mia facoltà, e poi perché, se il mio dolore può dare
piacere a qualcuno, lo preferisco.
Ecco Maddalena. Vedere mia madre mi aveva addolorato, vedere la mia
innamorata mi commuove. È talmente bella che la compassione non riesce
a sfigurarla. Soffro al punto che la mia anima urla, anche se la bocca resta
chiusa, incapace persino di immaginare un grido all’altezza di tanto dolore.
L’urlo della mia anima penetra Maddalena. Non è una metafora. È per la
sofferenza intollerabile o per l’approssimarsi della morte? Vedo l’amore di
Maddalena sotto forma di raggi. Il termine raggio non è esatto, si tratta di
qualcosa di più delicato e rotondo, concentrico, un’onda luminosa che da lei
arriva fino a me, ed è tanto dolce quanto è doloroso ciò che io, in cambio, le
rimando.
Vedo l’urlo della mia anima, o meglio la mia anima sotto forma di una
corrente impetuosa che raggiunge l’anima piena d’amore di Maddalena e si
mescola alla sua. E ne provo, se non un sollievo, una misteriosissima gioia.
La sete, che mi ero conservato come arma segreta, si riaffaccia in me. È
stata un’idea eccellente. Il tormento estremo della gola mi permette di
uscire dall’orrore del corpo straziato, il mio stato di arsura porta in sé una
salvezza concreta.
L’onda che mi unisce a Maddalena è obliqua e la sua obliquità, più che
alla mia posizione rialzata, sembra in qualche modo legata al carattere
azzurro della luce. La mia innamorata e io esultiamo in segreto per qualcosa
che soltanto a noi è concesso conoscere.
E quando dico soltanto a noi significa che mio padre ne è escluso. Lui
non ha corpo e l’amore assoluto che Maddalena e io stiamo vivendo in
questo momento scaturisce dal corpo esattamente come la musica dallo
strumento. Verità così profonde non si apprendono se non avendo sete,
amando e morendo: tre attività che necessitano di un corpo. Anche l’anima
è indispensabile, certo, ma non può in alcun caso bastare da sola.
Ci sarebbe di che ridere. Non mi arrischio, mi strapperebbe uno spasmo
di dolore. Se occorre che muoia, non deve succedere così. Ho una paura
atroce di rovinare la mia morte. Soffro a tal punto che potrei fallire il grande
momento.
Questa crocifissione è un errore. Il progetto di mio padre doveva
mostrare fin dove ci si può spingere per amore. Se questa idea fosse solo
stupida, potrebbe limitarsi a rimanere inutile. E invece no, è anche
tremendamente nociva. Una sfilza di uomini sceglierà il martirio a causa del
mio esempio imbecille. E fosse solo questo! Perfino coloro che avranno la
saggezza di optare per una vita semplice ne saranno contagiati. Perché ciò
che mio padre mi infligge testimonia un disprezzo così profondo del corpo
che non può non lasciare tracce.
Padre, sei stato superato dalla tua invenzione. Potresti andare fiero di
questo risultato, che è prova del tuo genio creatore. Invece, con la scusa di
dare una lezione d’amore edificante, stai mettendo in scena la punizione più
odiosa e la più carica di conseguenze che si possa immaginare.
Eppure era cominciata bene. Generare un figlio solidamente incarnato era
una bella storia, avresti potuto imparare molto, se solo fossi stato un
minimo interessato a capire quanto ti sfuggiva. Tu sei Dio: che senso può
avere per te un tale orgoglio? Si tratta davvero di questo? L’orgoglio non è
cattivo. No, io ci vedo anche qualcosa di ridicolo: sei suscettibile.
Sì, la tua non è che suscettibilità. Altro segnale: non sopporti che esistano
rivelazioni al di fuori della tua. Ti infastidirà che uomini vicini o lontani
vivano la trascendenza in modi diversi. A volte facendo anche sacrifici
umani che tu avrai la faccia tosta di trovare barbari!
Padre, perché agisci con tanta piccineria? Sono blasfemo? È vero.
Puniscimi allora. Puoi punirmi più di così?
Eccomi servito: soffro mille volte di più. Perché lo fai? Ti critico. Ho
forse detto che non ti amo? Ce l’ho con te, sono arrabbiato con te. L’amore
autorizza certi sentimenti. Ma che ne sai tu dell’amore?
È proprio questo il problema. Non conosci l’amore. L’amore è una storia,
bisogna avere un corpo per raccontarla. Quanto ho appena detto non ha
alcun senso per te. Se soltanto fossi consapevole della tua ignoranza!

Il dolore sta assumendo proporzioni tali che spero di morire al più presto.
Purtroppo so che ne avrò ancora per molto. La fiamma della vita non
vacilla. Soprattutto non devo muovermi, pago ogni minimo movimento
oltre l’immaginabile. L’orribile svantaggio dell’indignazione è che provoca
sussulti. Gli indignati sono incapaci di immobilità.
Accetta, amico mio. Sì, è a me che parlo. Provare amicizia verso sé stessi
è quello che ci vuole. Provare amore sarebbe sgradevole: l’amore provoca
eccessi che non è sano infliggersi da soli. Per l’odio vale la stessa cosa e in
più è ingiusto. Io mi sono amico, provo affetto per l’uomo che sono.
Accetta, non perché sia accettabile, ma perché soffrirai meno. Non
accettare va bene quando è di qualche utilità: qui non servirebbe a niente.
Non hai forse a disposizione una tripletta vincente? Stai riassumendo le
tre situazioni in assoluto più radicali: la sete, l’amore, la morte. Sei
all’esatta intersezione delle tre. Approfittane, amico mio. Questo verbo è
spregevole. Non posso comunque dire “gioiscine”, avrei l’aria di prendermi
in giro da solo.
Il fatto è il seguente: sto vivendo un’esperienza cruciale, è proprio il caso
di dirlo. Non posso mettere da parte la sofferenza e allora mi tuffo nella
sete, non per sfuggire alla situazione, ovvio, ma perlomeno per pensare ad
altro.
Che sete grandiosa! Un capolavoro di arsura. La lingua si è trasformata in
pietra pomice, la sfrego contro il palato, è abrasiva. Esplora la tua sete,
amico mio. È un viaggio, ti conduce a una fonte, quanto è bella, ascolta, sì,
è una canzone meravigliosa, devi tendere l’orecchio, ci sono musiche al
mondo che bisogna sapersi meritare, questo tenero mormorio mi riempie di
gioia, in bocca sento un certo gusto di pietra. Ci sarà un paese così povero
che nel suo idioma bere e mangiare saranno un unico verbo da impiegarsi
con estrema parsimonia, bere è un po’ come inghiottire sassolini liquidi –
no, questa immagine funziona solo se l’acqua scende goccia a goccia, e nel
mio viaggio l’acqua non stilla ma sgorga potente, io mi sdraio così da
avvicinare la bocca e lei mi ama esattamente come ama la fonte santa.
Bevimi senza limiti, amore mio, che la tua sete ti appaghi senza estinguersi
mai dal momento che questa parola non esiste in nessuna lingua.
Come stupirsi che la sete conduca all’amore? L’innamoramento parte
sempre da un invito a bere qualcosa insieme. Forse perché nessuna
sensazione è così poco deludente. Una gola secca si immagina l’acqua
come un delirio estatico e un’oasi è a prova di qualsiasi attesa. Chi beve
dopo avere attraversato il deserto non si dice mai: “Che cosa
sopravvalutata!” Offrire da bere a chi ci apprestiamo ad amare significa
suggerire che il godimento sarà come minimo all’altezza dello sperato.
Mi sono incarnato in un paese secco. Era necessario che nascessi non
solo là dove regna la sete, ma anche in un luogo martoriato dal caldo.
Per poco che lo conosco, il freddo avrebbe scombinato le carte. Perché
sopisce la sete, ma soprattutto azzera qualsiasi altra sensazione. Chi ha
freddo, ha freddo e basta. Chi muore di caldo è capacissimo di soffrire al
contempo per mille altre cose.
Sono ancora maledettamente vivo. Sudo – da dove viene tutto questo
liquido? Il sangue circola, cola dalle piaghe, il dolore è giunto al culmine,
ho così male che la geografia della pelle si è modificata, ho l’impressione
che le zone più sensibili del corpo siano ormai le spalle e le braccia, questa
posizione è intollerabile, e dire che un essere umano un giorno ha avuto
l’idea della crocifissione, ci ha proprio pensato su… La più grande sconfitta
di mio padre è tutta in questa osservazione: la sua creatura è stata capace di
inventarsi un supplizio di tale portata.
Ama il prossimo tuo come te stesso. Insegnamento sublime di cui sto
professando il contrario. Accetto questa messa a morte mostruosa,
umiliante, indecente, interminabile: chi accetta una cosa simile non si ama
affatto.
A mia discolpa potrei sostenere la tesi dell’errore paterno. Con il suo
progetto, in effetti, ha preso una sonora cantonata. Ma io, come ho potuto
sbagliarmi fino a questo punto? Perché ho aspettato di essere sulla croce per
rendermene conto? Sospettavo qualcosa, certo, ma non al punto da rifiutare
l’affare.
La prima scusa che mi viene in mente è che mi sono comportato come
farebbe chiunque: ho vissuto giorno per giorno senza pensare troppo alle
conseguenze. Mi piace molto questa versione in cui in fondo non sono stato
che un uomo – e quanto ho amato esserlo!
Ahimè, non posso continuare a far finta di non vedere, c’è ben altro
rispetto alla sottomissione a mio padre, qualcosa di peggio, di molto peggio.
L’amicizia che mi sono appena concesso arriva troppo tardi. Se ho accettato
l’indicibile non è unicamente in virtù di un’incoscienza che mi
discolperebbe, ma perché in me circola un veleno comune a tutti: l’odio
verso di sé.
Come ho potuto esserne contagiato? Provo a tornare indietro con la
memoria. Da quando ho saputo a cosa ero destinato, ho preso a odiarmi. Ma
ho ricordi di prima dei ricordi, frammenti in cui non dico io, in cui la
coscienza non mi ha raggiunto e in cui ancora non mi odio.
Sono nato innocente, qualcosa poi si è guastato. Come, lo ignoro. Non do la
colpa a nessuno se non a me stesso. Che errore curioso commettiamo verso
i tre anni. Attribuircene la colpa non fa che aumentare l’odio verso noi
stessi, assurdità supplementare. Nella creazione c’è chiaramente un vizio di
forma.
Ed ecco che, come tutti, rendo mio padre responsabile del mio sbaglio.
La cosa mi dà un grande fastidio. Maledetta sia la sofferenza! Senza di lei
andremmo sempre in cerca di un colpevole?
Operaio dell’ultima ora alla vigna del padrone, tento infine di diventarmi
amico. Occorre che mi perdoni per essermi sbagliato così di grosso. La
difficoltà maggiore è convincermi della mia ignoranza. Davvero non
sapevo?
Una voce interiore mi assicura che sapevo. E allora come ho potuto?
Odiare sé stessi è terribile, ma io che predicavo “Ama il prossimo tuo come
te stesso” sono costretto ad ammettere la logica del mio ragionamento:
come ho potuto odiare gli altri? E odiarli a tal punto?
Questa commedia atroce è stata solo opera del diavolo?
Oh, ne ho abbastanza di lui. Non appena qualcosa va storto, lo
invochiamo. Troppo facile. Nella mia posizione, mi concedo ogni
blasfemia: non credo al diavolo. Credere in lui è inutile. C’è già abbastanza
male sulla terra senza doverne aggiungerne altro.
La folla che assiste al mio supplizio è formata per la maggior parte da
cosiddette brave persone, lo dico senza ironia. Le guardo negli occhi e ci
vedo il male sufficiente per legittimare non solo la disavventura capitata a
me, ma anche tutte quelle passate e future. Perfino lo sguardo di Maddalena
contiene una traccia maligna. Perfino il mio. Non conosco il mio sguardo,
eppure so cosa abita dentro di me: ho accettato la mia sorte, non ho bisogno
di altre prove.
Non accontentarsi di questa spiegazione e chiamare Diavolo quella che è
solo meschinità latente, significa rivestire la nostra miseria di una parola
grandiosa, attribuendo così a quest’ultima un potere mille volte superiore.
Un giorno una donna eccezionale dirà: “Mi fa più paura chi teme il diavolo
del diavolo in persona.” Una frase che dice tutto.
Alcuni diranno che se chiamiamo Dio il bene, è giocoforza attribuire un
nome anche al male. Ma da dove salta fuori che Dio è il bene? Io ho forse
l’aria di esserlo? Vi sembra che mio padre, che ha concepito quanto ho
accettato, sia credibile in questo ruolo? D’altra parte non lo rivendica
affatto. Dice di essere amore. L’amore non è il bene. C’è solo una
intersezione tra i due, e neanche sempre.
E quanto sostiene di essere, lo è poi davvero? A volte è così difficile
distinguere la forza dell’amore dagli altri sentimenti a cui si accompagna.
Mio padre mi ha abbandonato per amore verso la sua creatura. Trovatemi
atto d’amore più perverso.
Non voglio autoassolvermi. A trentatré anni ho avuto tutto il tempo per
riflettere sulla scelleratezza di questa storia. Non è giustificabile in alcun
modo. La leggenda afferma che sto espiando i peccati di tutti gli uomini che
mi hanno preceduto. Quand’anche fosse vero, che ne sarà allora dei peccati
degli uomini che verranno? Non posso usare l’ignoranza come paravento
perché so cosa accadrà. E se anche lo ignorassi, che razza di imbecille
dovrei essere per avere dubbi al riguardo?
D’altra parte, come credere che il mio supplizio possa espiare qualcosa?
La mia infinita sofferenza non cancella nulla del dolore che quei poveretti
hanno sofferto prima di me. L’idea stessa di espiazione è ripugnante per il
suo assurdo sadismo.

Se fossi masochista mi perdonerei. Ma non lo sono: non c’è traccia di


voluttà nell’orrore che sto provando. Tuttavia bisogna che mi perdoni. Nel
guazzabuglio di parole che sono venuto a diffondere, l’unica in grado di
portare salvezza è: perdono. Io ne offro un controesempio significativo.
Perdonare non richiede alcuna contropartita, si tratta semplicemente di uno
slancio del cuore. Come spiegare allora il mio sacrificio? Immaginate
qualcuno che volendo convincere gli altri a diventare vegetariani immolasse
un agnello: la gente gli riderebbe in faccia.
Io mi trovo proprio in questa situazione. Ama il prossimo tuo come te
stesso, non infliggergli ciò che non sopporteresti, se si è comportato male
con te non chiedere che venga punito, volta pagina con generosità.
Dimostrazione: mi odio al punto da infliggermi una simile atrocità, la mia
punizione è il prezzo da pagare per gli errori che voi avete commesso.
Come sono potuto arrivare fin qui? A poco a poco mi accorgo che questo
accumulo di preterizioni rappresenta il culmine dell’argomento a fortiori: se
riesco a perdonarmi colpevole come sono, allora tutto sarà compiuto.
Ne sono capace?
Ci sono mille modi di interpretare il mio atto. Impossibile determinare il
più abominevole. Prendiamo quello che diventerà ufficiale: mi sacrifico per
il bene di tutti. Ignobile! Un padre morente chiama i figli al suo capezzale e
dice loro:
– Miei adorati, ho vissuto una vita di stenti, non mi sono concesso nessun
piacere, ho sopportato un lavoro detestabile, non ho mai speso un soldo e
tutto per voi, perché possiate avere una buona eredità.
Chiamare amore un atteggiamento del genere è da mostri. Io l’ho fatto. E
così l’ho formalizzato come norma da seguire.
Prendiamo mia madre. Lo ripeto, è una donna migliore di me. È così
buona da non essere nemmeno qui adesso: sa che la sua presenza
aumenterebbe il mio dolore. Eppure è consapevole di quanto mi sta
succedendo. Ciò che subisce è infinitamente peggio di quello che sto
subendo io, con la differenza abissale che lei non lo ha né scelto né
accettato. Io sono colui che infligge questo dolore alla propria madre.
Maddalena: io e lei siamo legati. Sono innamorato di lei così come lei è
innamorata di me. Invertiamo la situazione: io sono al posto suo, assisto alla
crocifissione di Maddalena sapendo che è lei ad averla voluta.
– Ci amavamo alla follia, e nondimeno ho scelto il pubblico supplizio.
Buone notizie, amore: hai il permesso di guardarmi.
Potrei continuare così a lungo. Tra la folla che ho sotto gli occhi ci sono
dei bambini. Prima della pubertà siamo diversi, non innocenti certo,
possiamo tranquillamente fare del male, ma non abbiamo filtri, tutto ci
tocca in profondità. In questo preciso momento, giovani creature aperte e
fiduciose si stanno lasciando impregnare da un orrore senza limiti.
Posso perdonarmi questa cosa?

Uso la parola cosa apposta. Mi rifiuto di utilizzare qualsiasi altra parola per
dire crocifissione. Risulterebbe troppo elegante e preziosa. Quanto sto
vivendo è laido e volgare. Se almeno potessi contare sul rapido oblio dei
popoli! Ciò che mi opprime di più è sapere che ne parleranno nei secoli dei
secoli, e non per deplorare la mia sorte. Nessuna sofferenza umana sarà mai
oggetto di una glorificazione così colossale. Mi ringrazieranno per questo.
Mi ammireranno per questo. Crederanno in me per questo.
Ed ecco perché non riesco a perdonarmi. Sono il responsabile del più
grande controsenso della Storia, e del più deleterio.
Non posso sostenere la tesi della sottomissione a mio padre. Gli ho
disobbedito più volte. A cominciare da Maddalena: non avevo diritto né alla
sessualità né a innamorarmi. Con Maddalena non ho esitato a infrangere il
divieto. E non sono stato punito.
Ma no, diamine. Faccio davvero ridere a pensare di aver beneficiato
dell’impunità di mio padre infrangendo le sue proibizioni con Maddalena.
In verità, il mio castigo era stato deciso dall’inizio.
Oppure il mio torto è stato quello di crederci. Ho talmente creduto alla
mia condanna da non concedermi nessun’altra possibilità.
Anche se non è più tempo ormai, immaginiamo.
Nell’Orto degli Ulivi mi avrebbe raggiunto Maddalena. Con qualche
bacio mi avrebbe convinto a scegliere la vita. Saremmo fuggiti insieme,
saremmo andati a vivere in una terra lontana, sconosciuti a tutti, e avremmo
condotto laggiù la meravigliosa esistenza della gente normale. Ogni notte
mi sarei addormentato stringendo la mia donna al petto, ogni mattino mi
sarei svegliato accanto a lei. Non esiste felicità paragonabile a una
fantasticheria simile.
A non funzionare in questa versione è che faccio dipendere la mia scelta
da un’altra persona. Cosa mi ha impedito di avere questa idea da solo?
Dovevo soltanto trovare Maddalena e tenderle la mano. Lei mi avrebbe
accompagnato senza esitare.
Non ci ho mai neanche pensato.

Ho compiuto diversi miracoli. Adesso non potrei più. Soffro troppo per
accedere alla scorza. Il potere della scorza mi veniva da un’assoluta
incoscienza. L’eccesso di dolore mi sbarra ormai la strada. Giuro che se
potessi compiere un ultimo miracolo, mi libererei di questa croce.
Razza di sognatore, la vuoi smettere di farti del male? Sì, ce l’ho con me
stesso.
Devo perdonarmi. Perché non riesco?
Perché ci sto pensando. Più ci penso, meno mi perdono.
La riflessione impedisce il perdono.
Devo perdonarmi senza riflettere. Dipende solo dalla mia decisione, non
dall’orrore del mio atto. Devo decidere che è cosa fatta.
Avevo dieci anni, i bambini del villaggio giocavano a buttarsi nel lago
dall’alto di uno strapiombo, per me era impossibile. Un ragazzino mi ha
detto:
– Il segreto è saltare senza riflettere.
Ho svuotato la testa e sono saltato. È passato qualche tempo prima che
mi ritrovassi nell’acqua. Ho adorato quell’esaltazione.
Devo riuscire a svuotare la testa. Creare il nulla là dove imperversa il
rumore. Ciò che chiamano pomposamente “pensiero” in fondo non è che un
acufene.
Ecco.
Mi perdono.
È fatta. È un verbo performativo. Basta dirlo – nel modo giusto, nel senso
assoluto del verbo – e ogni cosa è compiuta.
Mi sono appena salvato e ho dunque salvato tutto l’esistente. Mio padre
lo sa? Sicuramente no. Non ha alcun senso dell’improvvisazione. Non è
colpa sua: per poter improvvisare, bisogna avere un corpo.
Io ne ho ancora uno. Non sono mai stato così incarnato: la sofferenza mi
inchioda al mio corpo. L’idea di lasciarlo mi ispira sentimenti contrastanti.
Malgrado l’immensità del dolore, mi ricordo quanto devo a questa
incarnazione.
Perlomeno la mia testa ha smesso di torturarsi. È un considerevole
sollievo perdermi nello sguardo di Maddalena: sente che ho vinto.
Annuisce.
Da quanto tempo sono su questa croce?
Le labbra di Maddalena abbozzano parole che non riesco a sentire. Sono
indirizzate a me, vedo la loro traiettoria dorata dirigersi verso di me. Il
crepitio di scintille dura più a lungo delle frasi stesse, ricevo il loro urto in
pieno petto.
Affascinato, la imito. Pronuncio parole mute verso di lei, le vedo uscire
da me sotto forma di raggi d’oro e so che lei le incorpora.
Gli altri mantengono la loro aria impietosita. Non hanno capito. Bisogna
riconoscere che la mia vittoria è quasi impercettibile.
Non sono ancora morto. Come arrivare fino in fondo? Per quanto strano,
sento che potrei crollare, e questo significa che ancora non sono crollato.
Per evitare di cedere, ricorro al vecchio metodo: l’orgoglio. Il peccato
d’orgoglio? Se preferite. Nella mia situazione, questo peccato mi sembra
così risibile che me lo perdono in anticipo. Orgoglio, sì: al momento occupo
un ruolo che ossessionerà l’umanità per i prossimi millenni. Che sia tutto un
malinteso, non cambia niente.
Questo punto di osservazione è concesso a una persona soltanto, non che
io sia l’ultimo crocifisso della specie – sarebbe troppo bello – ma
nessun’altra crocifissione avrà mai una risonanza simile. Mio padre ha
scelto me per questo ruolo. È un errore, una mostruosità, ma rimarrà una
delle storie più sconvolgenti di tutti i tempi. La chiameranno la Passione di
Cristo.
Nome calzante: una passione designa qualcosa che si subisce e, per
conseguenza semantica, un eccesso di sentimento a cui la ragione non ha
preso parte.

Mio padre non ha avuto torto nell’attribuirmi questo ruolo. Ne convengo.


Sono stato sufficientemente cieco da sbagliarmi fino a tal punto,
sufficientemente pieno d’amore da perdonarmi, e sufficientemente
orgoglioso da mantenere la testa alta.
Ho commesso l’errore più grande. Avrà conseguenze incalcolabili.
Ebbene, ecco: è nella natura degli errori avere conseguenze. Se io posso
perdonare me stesso, allora chiunque commetterà errori atroci potrà
perdonarsi.
– Tutto è compiuto.
L’ho detto. Me ne accorgo solo dopo aver parlato. Tutti hanno sentito.
Le mie parole seminano il panico. Il cielo all’improvviso si oscura. Non
riesco a credere al potere della mia voce. Mi piacerebbe parlare ancora per
scatenare altri fenomeni, ma non ne ho la forza.
Luca scriverà che ho detto: “Padre, perdona loro perché non sanno quello
che fanno.” Controsenso. È me che devo perdonare: sono il più colpevole
tra gli uomini e non è a mio padre che ho chiesto perdono.
Mi dà sollievo non averlo detto: sarei stato troppo condiscendente verso
gli uomini. La condiscendenza è la forma di disprezzo che trovo più
esecrabile. E francamente non sono nella situazione di poter disprezzare
l’umanità.
Non ho neppure detto a Giovanni (che non era qui al pari degli altri
discepoli): “Ecco tua madre”, né a mia madre (che ha avuto la bontà di non
essere presente): “Madre, ecco tuo figlio.” Giovanni, ti amo tanto. Ma
questo non ti autorizza a parlare a vanvera. Ormai non ha alcuna
importanza.
Devo risparmiare le energie: ho raggiunto lo stadio in cui parlare produce
finalmente l’effetto voluto. Che performance linguistica voglio ottenere
adesso?
La risposta mi viene dal cuore. Dalla parte più profonda di me sgorga il
desiderio che più mi somiglia, il mio bisogno adorato, la mia arma segreta,
la mia vera identità, ciò che mi ha fatto amare la vita, ciò che me la fa
amare ancora:
– Ho sete.
Richiesta sbalorditiva. Nessuno ci aveva pensato. Davvero un uomo che
soffre così da ore può avere una necessità tanto banale? La mia supplica
suona bizzarra quanto potrebbe esserlo chiedere un ventaglio.
È la prova che sono salvo: sì, al grado di dolore a cui sono arrivato, posso
ancora trovare la felicità in una sorsata d’acqua. La mia fede è intatta fino a
questo punto.

Di tutte le parole che ho pronunciato sulla croce, è di gran lunga la più


importante, anzi, è la sola che conti. Crescendo si impara a non soddisfare
la fame appena compare. Mentre nessuno ci insegna a ritardare il momento
in cui placheremo la nostra sete. Quando si presenta, ci appelliamo a lei
come a un’urgenza indiscutibile. Interrompiamo le nostre attività quali che
siano, cerchiamo da bere.
Non è una critica, bere è così delizioso. Nondimeno mi rammarico che
nessuno esplori l’infinità della sete, la purezza di questo impulso, l’aspra
nobiltà che ci caratterizza nell’attimo in cui la proviamo.
Giovanni 4,14: “Chi beve di quest’acqua non avrà mai più sete.” Perché
il mio discepolo preferito formula un controsenso così enorme? L’amore di
Dio è acqua che non disseta mai. Più se ne beve, più si ha sete. Finalmente
un piacere che non placa il desiderio!
Fate la prova. Qualunque sia la vostra occupazione fisica o mentale,
associatela a una gran sete. I vostri gesti e i vostri pensieri assumeranno
tutt’altro acume, precisione, magnificenza. Non dico di non bere mai,
suggerisco solo di aspettare un po’. C’è tanto da scoprire nella sete.
A cominciare dalla gioia di bere, che non viene mai celebrata abbastanza.
Trattiamo con sufficienza il precetto di Epicuro: “Datemi un bicchiere
d’acqua e morirò di piacere.” Quanto abbiamo torto!
In verità vi dico, pure inchiodato a questa croce un bicchiere d’acqua mi
farebbe davvero morire di piacere. Immagino che non ne avrò. Sono fiero
anche solo di averlo desiderato e felice di sapere che altri dopo di me
proveranno questa voluttà.
Con ogni evidenza nessuno ha previsto una situazione simile. Sul
Golgota non c’è acqua. E anche se ce ne fosse, non ci sarebbe modo di
sollevarsi fino alla mia testa per accostarmi una tazza alle labbra.
Ai piedi della croce sento un soldato dire al suo capo:
– Ho dell’acqua mescolata con aceto. Gliene allungo un po’ su una
spugna?
Il superiore lo autorizza, probabilmente perché non ha colto l’importanza
della mia richiesta. Fremo all’idea di provare questa sensazione un’ultima
volta. Ascolto il rumore della spugna che si riempie di liquido: quel suono
voluttuoso mi scioglie di felicità. Il soldato conficca la spugna
sull’estremità di una lancia e la alza fino alla mia bocca.
Per quanto sia stremato, mordo la spugna e ne aspiro il succo. Esulto.
Quanto è buono. Il gusto di aceto, che meraviglia! Succhio il liquido
sublime di cui la spugna è così ricca, bevo, concentrando tutto me stesso in
questa deliziosa sensazione. Non lascio una sola goccia nella spugna.
– Ne ho ancora – dice il soldato. – Gli tendo di nuovo la spugna?
Il capo rifiuta:
– Basta così.
Bastare. Che verbo orribile! In verità vi dico: nulla basta.
Il centurione non ha più motivi per rifiutare di quanti non ne avesse per
acconsentire.
Comandare è un compito oscuro. Mi ritengo fortunato di aver potuto bere
un’ultima volta, anche se la mia sete non si è minimamente placata. Ce l’ho
fatta.

Sta per scoppiare un temporale. La gente vorrebbe che morissi. Ne ha


abbastanza di questa agonia che non finisce più. Anch’io vorrei morire in
fretta. Ma non ho il potere di accelerare il trapasso.
Il cielo si squarcia, lampi, tuoni, piove a dirotto. La folla si disperde,
scontenta, fortuna che non abbiamo pagato, non è neanche morto, non è
successo un bel niente.
Non ho la forza di tendere la lingua per catturala, ma la pioggia mi bagna
comunque le labbra e provo una gioia indicibile nel respirare ancora una
volta il meraviglioso profumo che un giorno porterà il bel nome di
petricore.
Maddalena è sempre qui, davanti a me, la morte sarà perfetta, piove e
guardo negli occhi la donna che amo.
Ecco arrivato il grande momento. La sofferenza scompare, il cuore si
disserra come una mascella e riceve una carica d’amore inaudita, è al di là
del piacere, tutto si apre all’infinito, non ci sono limiti a questa sensazione
di libertà, il fiore della morte non cessa più di schiudere la sua corolla.
L’avventura comincia. Non dico: “Padre, perché mi hai abbandonato?”
L’ho pensato parecchio tempo fa, ma adesso non lo penso, non penso a
niente, ho di meglio da fare. Le mie ultime parole saranno: “Ho sete.”
Mi è concesso di entrare nell’altro mondo senza abbandonare nulla. È
una partenza senza separazioni. Non ho lasciato Maddalena. Porto il suo
amore là dove tutto ha inizio.
La mia ubiquità ha finalmente un significato: sono al contempo dentro e
fuori il mio corpo. Gli sono troppo legato per non lasciare in lui una parte
della mia presenza: l’eccesso di dolore che ho provato nelle ultime ore non
è stato il miglior modo di abitarlo. Non mi sento amputato da lui, al
contrario, ho l’impressione di possedere ancora alcuni suoi poteri, come la
scorza.
Il soldato che mi aveva dato da bere si accorge del mio decesso. È un
uomo che non difetta d’intuito: la differenza tra prima e adesso non è così
evidente. Avvisa il suo capo che mi guarda con aria dubitativa. Mi diverte
molto: se non fossi del tutto morto cosa cambierebbe? Il centurione deve
credere nella mia magia per temere che io mi stia prendendo gioco di lui!
Francamente, se anche volessi resuscitare ne sarei incapace per una
semplice ragione: sono sfinito. Morire stanca.
Il capo ordina al soldato di trapassarmi il cuore con la lancia. L’ordine
turba il poveretto che mi ha preso in simpatia: ha usato la lancia per darmi
da bere, gli ripugna usarla per ferirmi.
Il suo superiore si innervosisce, vuole che gli si ubbidisca subito. Bisogna
accertarsi che sia morto, forza, eseguire! Il soldato punta la lancia verso il
mio cuore, lo manca apposta, come se volesse risparmiarmi quest’organo,
mi trapassa appena più sotto, non conosco a sufficienza l’anatomia del mio
corpo per sapere di preciso cosa ha colpito, sento la lama dell’arma dentro
di me, ma non provo dolore. Cola fuori un liquido che non è sangue.
Convinto, il centurione annuncia:
– È morto.
I pochi ancora in piedi davanti a me se ne vanno, a testa bassa, desolati e
rassicurati a un tempo. La maggior parte si aspettava un miracolo: è
accaduto ma nessuno se n’è accorto. È stato troppo poco spettacolare, una
crocifissione banale, se non fosse arrivato un temporale alla fine si sarebbe
davvero potuto credere che l’Eterno se ne stesse infischiando.
Maddalena corre ad avvertire mia madre:
– Tuo figlio ha smesso di soffrire.
Si gettano una nelle braccia dell’altra. La parte di me che ormai sorvola il
mio corpo le vede e ne rimane commossa.
Maddalena prende per mano mia madre e la porta sul Golgota. Il
centurione ha ordinato al soldato e ad altri due di togliermi dalla croce, che
adesso giace per terra. Hanno la delicatezza di rimuovere i chiodi dalle
mani e dai piedi prima di staccarmi così che non si lacerino. Ammetto di
essere sensibile a questa attenzione: amo il mio corpo e non vorrei che lo si
maltrattasse ancora.
Mia madre chiede che le consegnino il cadavere e nessuno le contesta il
suo diritto. Da quando non hanno più dubbi sul fatto che io sia morto, è
incredibile quanto sono diventati gentili i romani. Chi potrebbe credere che
sono gli stessi che mi hanno brutalizzato a più riprese da stamattina?
Sembrano sinceramente toccati dalla donna venuta a reclamare le spoglie
del figlio.
Amo questo momento. L’abbraccio di mia madre è di una dolcezza
estrema, ci ritroviamo per un’ultima volta, sento le sue carezze e il suo
amore, le madri a cui muore un bambino hanno bisogno del corpo del figlio
scomparso, proprio perché così, ai loro occhi, scomparso non sia.
Tanto avevo detestato incontrare mia madre dopo la prima caduta sotto il
peso della croce, quanto adesso amo stare un’ultima volta tra le sue braccia.
Non piange, quasi percepisse il mio benessere, mi dice parole adorabili, mio
piccolino, mio passerotto, mio agnello da latte, mi bacia sulla fronte e sulle
guance, l’emozione mi fa trasalire, e stranamente non ho dubbi sul fatto che
lei se ne accorga. Non sembra triste, al contrario. Ciò che chiamano la mia
morte l’ha ringiovanita di trentatré anni, com’è bella la mia mamma
adolescente!
Mamma, che privilegio essere tuo figlio! Una madre che ha il talento di
far sentire al suo bambino quanto lo ama è la grazia assoluta. Ricevo questa
ebbrezza meno comune di quanto non si pensi. È un piacere che mi manda
in estasi.
Che curioso statuto ha il mio corpo, morto alla sofferenza ma non alla
gioia! Non so neppure se ho fatto ricorso al potere della scorza, è come se il
miracolo sgorgasse spontaneamente, la mia pelle è viva dal momento che
vibra di felicità, e mia madre ne raccoglie tra le braccia ogni singolo
fremito.

La deposizione dalla croce è una scena che darà luogo a un gran numero di
rappresentazioni artistiche: la maggior parte di loro testimonierà di questa
ambiguità. Maria ha quasi sempre l’aria di accorgersi di un’anomalia che
non dice. Quanto alla mia estasi, è ogni volta evidente.
Non hanno tutti i torti: anche i meno mistici tra i pittori coglieranno che
la mia morte è una ricompensa. È il mio riposo del guerriero. Che ci sia o
no immortalità dell’anima, come non tirare un sospiro di sollievo per questo
poveretto che ha finalmente smesso di soffrire?
Io che ho accesso alle opere d’arte del mondo intero e di tutti i secoli amo
guardare le deposizioni dalla croce. Non considero neppure di sfuggita le
scene che riproducono la mia crocifissione: mi ricordano il supplizio. Ma
mi commuovo profondamente per le statue o i quadri in cui vedo le mie
spoglie tra le braccia di mia madre. Mi colpisce l’acutezza dello sguardo
degli artisti.
Alcuni, e non i meno noti, hanno percepito il ringiovanimento di mia
madre. Nessuna delle Scritture ne fa menzione, forse perché non lo si
ritiene importante. La mater dolorosa ha ben altre gatte da pelare delle sue
rughe, d’accordo.
Di solito sono i defunti ad apparire ringiovaniti sul letto di morte. Non è
il mio caso. In effetti, dopo una crocifissione, si tende sempre a sembrare un
po’ sciupati. Tra noi si direbbe quasi che sia stata mia madre a beneficiare
della famosa giovinezza post mortem. Mi piace molto il legame che c’è tra i
nostri corpi.
Nella Pietà all’entrata della basilica di San Pietro, Maria sembra avere
sedici anni. Potrei essere suo padre. Il rapporto tra noi è talmente invertito
che mia madre è diventata la mia orfana. Comunque sia, le rappresentazioni
della mater dolorosa sono sempre inni all’amore. La madre riceve il corpo
di suo figlio con tanto più trasporto sapendo che quella sarà l’ultima volta.
Potrà raccogliersi sulla sua tomba ogni giorno, ma sa che nulla vale
quanto stringerlo a sé: sì, perfino con un corpo morto, tutto l’amore del
mondo non riesce mai a esprimersi così bene come attraverso un abbraccio.
Sono qui. Non ho mai smesso di essere qui. In un’altra maniera, certo, ma
sono qui.
Non c’è bisogno di credere in qualcosa per sondare il mistero della
presenza. È esperienza comune. Quante volte siamo qui senza essere
presenti? Non è necessario sapere a cosa sia dovuto.
“Concentrati” diciamo. E il vero significato è: “Richiama la tua
presenza.” Quando parliamo di un allievo indisciplinato descriviamo il
fenomeno di una presenza che si disperde. Perché questo accada basta un
minimo di distrazione.
La distrazione non è mai stata il mio forte. Essere Gesù forse è proprio
questo: qualcuno presente per davvero.
Mi è difficile fare paragoni. Ho accesso soltanto alla mia esperienza, in
questo sono come tutti gli altri. La mia cosiddetta onniscienza mi lascia in
realtà all’oscuro di parecchie cose.
Il fatto è questo: qualcuno presente per davvero non lo si incontra tutti i
giorni. La mia tripletta vincente – amore, sete, morte – insegna a ben
guardare anche tre modi di essere incredibilmente presente.
Quando ci innamoriamo, siamo presenti fino al parossismo. In seguito,
non è l’amore a venire meno, è la presenza. Se volete amare come il primo
giorno, dovete coltivare la vostra presenza.
L’assetato è presente al punto da diventare fastidioso. Non c’è bisogno di
chiosare sull’argomento.
Morire è l’atto di presenza per eccellenza. Non mi capacito dell’enorme
quantità di persone che si augura di morire nel sonno. L’errore è tanto più
profondo in quanto morire dormendo non garantisce alcuna incoscienza. E
perché poi vogliono perdersi il momento più interessante della loro
esistenza? Per fortuna nessuno muore senza rendersene conto, per il
semplice motivo che è impossibile. Perfino l’uomo più distratto viene
immediatamente riportato al presente nell’ora del trapasso.
E dopo? Nessuno lo sa.
Quanto a me, io sento di essere qui. Alcuni affermeranno che è
un’illusione della coscienza. Eppure tutti abbiamo notato l’estrema presenza
dei morti. Poco importa in cosa crediamo. Quando qualcuno muore, è
incredibile quanto si pensi a lui. Per molte persone è addirittura l’unico
momento in cui si pensa a loro.
In seguito, la cosa tende a esaurirsi. Oppure no. Ci sono riapparizioni
straordinarie. Individui che tornano in mente dieci, cento, mille anni dopo il
decesso. Possiamo negare che questa sia una forma di presenza?
Quello che vorremmo sapere è se questa presenza è cosciente. Il morto sa
di essere qui? Io direi di sì, ma dato che sono morto, si potrebbe obbiettare
che sto portando acqua al mio mulino. E d’altra parte, ammettiamo pure che
io non sia un morto come tanti.
Ancora una volta, non ho certezze. Non sono mai stato un morto diverso
da me. Forse tutti i morti sentono la propria presenza quanto io sento la mia.

La prima cosa che scompare quando moriamo è il tempo. Stranamente,


occorre tempo per accorgersene. La musica diventa l’unico elemento che ci
permette di averne ancora una vaga nozione: senza il suo continuo fluire, il
morto non avrebbe più nessuna idea del concetto di cambiamento.
Dopo numerosi canti, sono stato messo nel sepolcro. Molte persone sono
più spaventate dalla sepoltura che dal decesso: è un terrore per nulla
insensato. Morire, perché no? Essere rinchiuso in una cripta, magari con
altri cadaveri, che incubo! La cremazione rassicura alcuni e atterrisce altri.
È una paura che ha ottime ragioni. Quelli che gridano a gran voce: “Fate del
mio corpo ciò che volete, me ne frego! Sarò morto, mi è del tutto
indifferente” di certo non hanno riflettuto abbastanza. Hanno davvero così
poco rispetto per la porzione di materia che ha permesso loro di conoscere
la vita per così tanti anni?
Non ho suggerimenti al riguardo; ci vuole un rito, ecco tutto. E infatti ce
n’è sempre uno. Nel mio caso, hanno sbrigato la faccenda in fretta, è
normale quando si tratta di un condannato. Non si è mai visto giustiziare
qualcuno per poi fargli un funerale di stato.
Con gesti dolcissimi sono stato avvolto in un sudario e deposto in una
rientranza della cripta, una specie di cuccetta. Le persone hanno preso
congedo da me e hanno chiuso la porta del sepolcro.
Allora ho provato un momento di pura vertigine: essere lasciato solo con
la propria morte. Poteva finire male. È stato tanto meraviglioso perché sono
Gesù? Spero di no. Vorrei che funzionasse così per la maggior parte dei
morti. Non appena tutto si è concluso, per me è cominciata la festa. Il cuore
mi è esploso di gioia. Una sinfonia di letizia ha preso a risuonare dentro di
me. Sono rimasto sdraiato a esplorare questa felicità finché non ce l’ho più
fatta. Mi sono alzato e ho danzato.
Le musiche più grandiose del presente, del passato, del futuro hanno fatto
irruzione nel mio petto e ho conosciuto l’infinito. Di solito occorre tempo
per comprendere la bellezza di un brano e per estasiarsene. Stavolta mi è
stato concesso di cogliere il sublime al primo ascolto. Molte musiche erano
umane, ma non tutte: provenivano dai pianeti, dagli elementi, dagli animali
e da altre fonti non sempre identificabili.
C’era anche un aspetto meccanico in questa gioia: se consideriamo i
nostri stati d’animo, alti e bassi si succedono gli uni dopo gli altri. Mi ha
molto colpito constatare che questo principio di compensazione funziona
anche dopo la morte.
Quando la cripta non è stata più sufficiente a contenere la mia esultanza
sono uscito. Ci si è spesso domandati come ho fatto, con quale magia. È
stato così naturale per me che non so rispondere. Sono stato molto felice di
ritrovarmi fuori. Il silenzio seguito alla musica è stato delizioso, l’ho
davvero apprezzato.
C’era vento e ho respirato a pieni polmoni. Non chiedetemi come un
morto possa riuscirci. Gli amputati conservano la sensazione dell’arto
perduto, immagino che la spiegazione sia questa. Non ho mai smesso di
provare le cose per cui ne vale davvero la pena.
Ho iniziato la mia vita eterna. Quest’espressione codificata non significa
ancora niente per me: la parola eternità ha senso solo per i mortali.

Esistono svariate versioni sul resto della storia. Ecco la mia: a forza di
passeggiare dove ne avevo voglia, ho incontrato le persone che amavo.
Anche qui, cosa c’è di più naturale? Non avevo alcun desiderio di andare in
luoghi che non mi piacciono, né di far visita a individui sgradevoli.
Come spiegare che mi abbiano visto e sentito? Non lo so. Non è un
fenomeno comune, ma non è neppure così unico. Esistono altri casi nella
Storia di morti che sono stati visti, sentiti, e forse anche qualcosa di più. Ci
sono stati casi celebri e casi sconosciuti. Se volessimo censire tutte le
esperienze di contatti sconvolgenti con i defunti, dovremmo riempire
cataloghi su cataloghi.
Chiedo a ogni uomo di testimoniare, chiunque abbia perduto un proprio
caro ha fatto esperienza di un momento inesplicabile. Alcuni hanno persino
epifanie con esseri che non hanno mai conosciuto. In verità, non esistono
limiti a quella che chiamiamo vita.
Questo non impedisce e non impedirà a un’ampia percentuale di persone
di affermare che dopo la morte non c’è niente. È un’idea che non mi
sciocca, se non fosse per la sua perentorietà, e soprattutto per il senso di
superiore intelligenza di cui si fregiano i suoi sostenitori. Come stupirsene?
Sentirsi più intelligenti degli altri è sempre sintomo di stupidità.
In verità vi dico: neppure io sono più intelligente degli altri. E non vedo
nemmeno dove stia l’interesse di rivendicarlo. Non ho fantasticherie di
uguaglianza tanto quanto non ne ho di superiorità, entrambe le cause mi
sembrano vane, la qualità di un essere non è misurabile. Esattamente come
non è misurabile il grado attivo o passivo di quello che viene ritenuto il mio
ultimo miracolo: ho resuscitato me stesso o sono resuscitato? Se analizzo
quanto mi è successo, direi che sono resuscitato. Ho soltanto lasciato che le
cose facessero il loro corso. Il terzo giorno? Non ci ho fatto caso. Il mio
passaggio dalla vita alla morte ha comportato un significativo cambio di
percezione, specie per tutto ciò che concerne la durata. Dal decesso in poi,
il mio destino è stato diverso da quello degli altri? Non ho mezzi per
saperlo, ma posso intuire di non essere il solo ad aver avuto una simile
esperienza.

Uno scrittore tra i più grandi dirà che il sentimento d’amore scompare con
la morte per trasformarsi in amore universale. Ho voluto verificarlo
andando da Maddalena. Ancora prima che lei si accorgesse della mia
presenza, ritrovarla mi ha molto turbato. Il ricordo del mio corpo l’ha presa
tra le braccia, lei mi ha stretto a sé con frenesia, il nostro fervore è rimasto
immutato.
Lo stesso scrittore tratta questo tema in una novella dal titolo La fine
della gelosia. Il narratore, morbosamente geloso, guarisce dalla sua malattia
nell’istante in cui muore, smettendo al contempo di essere innamorato.
Questo scrittore ha una concezione molto particolare della gelosia: ai suoi
occhi costituisce la quasi totalità dell’amore.
Dal momento che sono stato anche un uomo come tanti, mi sono
ricordato che quando ero vivo l’idea di Maddalena insieme a un altro mi era
sgradevole. Adesso devo riconoscere che tale prospettiva mi è indifferente.
Quindi lo scrittore ha ragione: la gelosia non lascia tracce dopo la morte.
Però ha anche torto, almeno per quel che mi riguarda: la gelosia e l’amore
non sono completamente sovrapponibili.
Se mi sono manifestato a coloro che amo, è più per onorare il messaggio
di mio padre che per un mio bisogno profondo. Ecco un’altra differenza
importante rispetto alla vita: l’amore non richiede più grande necessità di
contatto. Soprattutto se ci si è lasciati senza malintesi o inquietudini. Io non
dubito dell’amore di Maddalena, so che lei non dubita del mio: perché
moltiplicare gli incontri? Ciò che è vero per lei lo è a fortiori per gli altri.
Non si tratta di freddezza. È una questione di fiducia. Certo, mi ha
commosso rivedere alcuni tra i miei discepoli e amici. La loro felicità nel
trovarmi così bene si è riverberata anche su di me. Cosa c’è di più naturale?
Eppure mentre vivevo questi momenti di festa, avevo fretta che finissero.
L’eccesso di tensione mi era un po’ faticoso. Avevo voglia di starmene in
pace. Sentivo che i miei amici richiedevano la mia presenza e ho cercato di
accontentarli. Ma l’ho fatto per loro, non per me.
Se rimproverate al vostro adorato defunto di non manifestarsi, non
dimenticate che siete voi ad averne bisogno e non il contrario. Quando
amiamo davvero qualcuno, pretendiamo che si sacrifichi per noi? La prova
d’amore più bella che si possa offrire non è forse permettergli di
abbandonarsi a un’egoistica tranquillità? Richiede meno sforzo di quanto
non si creda, basta un po’ di fiducia.
In verità, se il vostro caro estinto tace, rallegratevene. Significa che se n’è
andato nel modo migliore. Che vive bene la sua morte. Non saltate alla
conclusione che non vi ami. Vi ama nella maniera più bella: non
sforzandosi di fare per voi spiacevoli acrobazie.
È dolce essere morti. Tornare da voi è fastidioso. Immaginate: è inverno,
ve ne state sdraiati sotto le coperte, riposando in un delizioso tepore. Anche
se adorate i vostri amici avreste voglia di uscire al freddo per dirglielo? E se
siete l’amico, vorreste davvero costringere chi vi manca ad affrontare il
disagio del gelo per rassicurarvi?
Se amate i vostri morti, abbiate tanta fiducia in loro da rispettarne il
silenzio.
Nei miei confronti hanno parlato di abnegazione. D’istinto è un concetto
che non amo. Il mio sacrificio è stato già un grande errore: bisogna davvero
attribuirmi anche la virtù che ne è stata la causa?
Non vedo in me la minima traccia di tale disposizione. Le persone
toccate da abnegazione dicono con una fierezza che trovo sconveniente:
“Oh, per me non ha importanza, io non conto.”
O mentono – e perché inventarsi una menzogna così assurda? – oppure
dicono la verità, ed è una cosa indegna. Il desiderio di non contare nulla non
è che umiltà fuori luogo, vigliaccheria.
Ognuno di noi conta in proporzione così enorme da risultare
incalcolabile. Niente è più importante di ciò che si pensa essere
infinitesimo.
L’abnegazione presuppone il disinteresse. Io non posso provare
disinteresse perché sono una leva. Il contagio è la mia missione. Vivi o
morti, tutti abbiamo la possibilità di diventare leve. Non esiste potere più
rilevante.

L’inferno non esiste. I dannati sono quelli che trovano sempre qualcosa da
ridire. Tutti ne abbiamo incontrato almeno uno nella vita: quello
perennemente contrariato, l’insoddisfatto cronico, l’invitato a un sontuoso
banchetto che nota solo la pietanza mancante. Perché dovrebbero privarsi
della loro passione per le lamentele nel momento di morire? Hanno tutto il
diritto di fallire la propria morte.
I defunti hanno anche l’opportunità di incontrarsi tra loro. Noto che se ne
astengono quasi sempre. Per quanto intensa sia stata la loro amicizia o il
loro amore, quando sono morti non sembrano avere più granché da dirsi.
Non so perché parlo di questo fenomeno in terza persona, in fin dei conti
vale anche per me.
Non si tratta di indifferenza, ma di un’altra maniera di amare. È come se i
morti fossero diventati lettori: il rapporto che intrattengono con l’universo è
simile alla lettura. È un’attenzione calma, paziente, un lento e ponderato
decifrare. Una condizione che esige solitudine – una solitudine propizia alla
folgorazione. Su un piano generale, i morti sono meno stupidi dei vivi.
E qual è questa lettura che ci intrattiene dopo il trapasso? Il libro si
costituisce in funzione del nostro desiderio, è quest’ultimo che genera il
testo. Ci troviamo nella lussuosa situazione di essere a un tempo l’autore e
il lettore: uno scrittore che crea per il suo personale incanto. Nessun
bisogno di penna o tastiera, scriviamo sul tessuto della nostra stessa delizia.
Se non siamo in cerca d’incontri, è perché ci ricordano la nostra
individualità di quando eravamo vivi, a cui non teniamo affatto. Quando mi
ha trovato, Giuda mi ha chiamato per nome, il che mi ha sorpreso.
– Hai dimenticato che ti chiami Gesù?
– Dimenticare non è il verbo corretto. Non sono ossessionato dal mio
nome, ecco tutto.
– Non sai quanto sei fortunato. Io non penso che a questo: ti ho tradito.
Sono il cattivo della tua storia.
– Se ti dà fastidio pensa ad altro.
– E a cos’altro potrei pensare?
– Non hai nemmeno un pensiero felice dentro di te?
– Non capisco la tua domanda. Io sono colui che ha tradito il Cristo.
Come vuoi che non ne sia ossessionato?
– Se ti fa piacere, potrai rimuginarci sopra nei secoli dei secoli.
– Vedi! Mi stai incoraggiando ad avere rimorsi!
Non avevo affatto detto questo. Accorgermi che i malintesi sopravvivono
alla morte mi ha provocato una curiosa emozione.
Cosa mi rimane dell’essere stato un uomo chiamato Gesù?
Sul letto di morte, gli uomini dicono spesso: “Se potessi tornare
indietro…” e precisano cosa rifarebbero o cosa cambierebbero. Questo
atteggiamento dimostra che sono ancora vivi. I morti non sentono né
approvazione né rimorso per quanto hanno o non hanno fatto. Guardano la
loro vita come se fosse un’opera d’arte.
Al museo, davanti al quadro di un grande autore nessuno pensa: “Io al
posto di Tintoretto avrei fatto così.” Contempliamo, prendiamo atto. E
anche se un tempo siamo stati quel famoso Tintoretto, non diamo giudizi,
ma semplicemente ammettiamo “mi riconosco in quella pennellata”. Non ci
poniamo la questione se abbiamo fatto bene o male e non veniamo mai
sfiorati dal pensiero che avremmo potuto comportarci altrimenti.
Perfino Giuda. Soprattutto Giuda.
Non ripenso mai alla crocifissione. Non ero io.
Contemplo solo ciò che ho amato, ciò che amo. La mia tripletta vincente
funziona ancora. Anche se per me morire non è più all’ordine del giorno, ne
è valsa comunque la pena. Morire è meglio della morte, così come amare è
molto meglio dell’amore.
La grande differenza tra me e mio padre, è che lui è amore e io amo. Dio
dice che l’amore è per tutti. Io che amo so bene che è impossibile amare
tutti allo stesso modo. È una questione di respiro.
In francese, è una parola troppo facile. In greco antico respiro si dice
pneuma: termine brillantemente coniato per indicare che il respiro non è
un’attività poi così scontata. Il francese, lingua dello humour, conserverà
nella vita quotidiana solo il termine pneumatico.
Quando abbiamo a che fare con qualcuno con cui sappiamo già che non
funzionerà, diciamo che a naso non ci piace. Questa impressione olfattiva ci
impedisce di respirare in presenza dell’importuno.
Il colpo di fulmine è l’esatto contrario: all’inizio ci manca il respiro e poi
i polmoni si dilatano all’infinito. Proviamo il bisogno disperato di annusare
la persona il cui odore ci sconvolge così nel profondo.
Per quanto sia morto, provo ancora la vertigine del respiro. L’illusione
recita la sua parte alla perfezione.
Il mio unico rimpianto è la sete. Lo slancio che ci spinge a bere mi manca
più dell’atto stesso. Tra marinai si è soliti dire di uno che beve come una
spugna che “beve senza sete”. Con ogni evidenza è un insulto che non ho
mai corso il rischio di meritare.
Per provare la sete, occorre essere vivi. Io ho vissuto così intensamente
da morire assetato.
Forse è proprio questa la vita eterna.
Mio padre mi ha inviato sulla terra per portare la fede. Fede in cosa? In lui.
Anche se si è degnato di includermi all’interno del concetto con l’idea di
trinità, trovo tutto allucinante.
L’ho pensato quasi subito. D’altra parte, in quante situazioni ho ripetuto a
questa o quella persona in difficoltà: “La tua fede ti ha salvato”? Mi sarei
permesso di mentire a questi infelici? La verità è che ho cercato di giocare
d’astuzia con mio padre. Mi sono accorto che la parola fede ha una strana
proprietà: diventa sublime a condizione di essere intransitiva. Il verbo
credere obbedisce alla stessa legge.
Credere in Dio, credere che Dio si sia fatto uomo, avere fede nella
resurrezione, sono cose che suonano strano. Quanto stride all’orecchio,
stride anche al pensiero. Queste frasi suonano stupide perché di fatto lo
sono. Siamo allo stesso livello terra terra della scommessa di Pascal:
credere in Dio significa puntare tutte le nostre fiches su di lui. Il filosofo si
spinge perfino a spiegarci che, qualsiasi numero esca, a questa roulette
vinciamo comunque.
E io, in tutto ciò, a cosa credo? All’inizio ho accettato questo progetto
demenziale perché credevo nella possibilità di cambiare gli uomini.
Abbiamo visto come è finita. Se sono riuscito a cambiarne tre, è già tanto. E
del resto, che convinzione stupida! Bisogna proprio non sapere niente di
niente per pensare di poter cambiare qualcuno. Le persone cambiano solo se
la cosa parte da loro, ed è rarissimo che lo vogliano davvero. Nove volte su
dieci il loro desiderio di cambiamento riguarda gli altri. La frase “questa
situazione deve cambiare”, che abbiamo sentito ad nauseam, vuol dire né
più né meno che “la gente” dovrebbe cambiare.
Io sono cambiato? Sì, certo. Non tanto quanto avrei voluto. Potete fidarvi
del fatto che ci ho provato seriamente. Ammetto la mia irritazione nei
confronti di quanti ripetono senza sosta di essere cambiati mentre si sono
limitati solo a desiderarlo.

Ho fede. Una fede senza oggetto. Questo non significa che non creda in
nulla. Credere è bello solo nel senso assoluto del verbo. La fede è
un’attitudine e non un contratto. Non ci sono caselle da barrare. Se
conoscessimo la natura del rischio in cui consiste la fede, questo slancio
non sopravvivrebbe al calcolo delle probabilità.
Come sappiamo di avere fede? È come per l’amore, lo sappiamo e basta.
Non abbiamo bisogno di nessuna riflessione per determinarlo. Nel
repertorio gospel c’è una frase – “And then I saw her face, yes I’m a
believer” – che mostra esattamente come fede e innamoramento si
somiglino: vediamo un volto e all’improvviso tutto cambia. Non abbiamo
neppure contemplato questo volto, lo abbiamo appena intravisto. Questa
epifania è stata sufficiente.
So che per molti quel volto sarà il mio. Mi convinco che non ha alcuna
importanza. Eppure, a voler essere onesto, e voglio esserlo, mi lascia senza
fiato.
Bisogna accettare questo mistero: non potete sapere cosa vedono gli altri
nel vostro volto.
Ma c’è una contropartita altrettanto misteriosa: mi guardo allo specchio.
Ciò che vedo nel mio volto a nessuno è dato saperlo. Questa si chiama
solitudine.
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Valerio Aiolli, Lo stesso vento


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