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Collana diretta da Anna Giordano Rampioni

IGINO
MITI DEL MONDO
CLASSICO
SAGGIO INTRODUTTIVO, nuova traduzione e commento
a cura di Fabio Gasti

Testo latino a fronte


© RL S.p.A.
Finito di stampare nel mese di dicembre 2017
presso Puntoweb Srl, Ariccia (RM)
IGINO
MITI DEL MONDO
CLASSICO
Premessa

Dopo una lunga interruzione, la collana nata nel 2006 e da allora


da me diretta e pubblicata per la casa editrice Barbera Editore
riprende le sue pubblicazioni con altro marchio editoriale, quello
della Rusconi Libri. Dopo aver proceduto alla ristampa di numero-
si volumi che erano ormai esauriti, è nostra intenzione proseguire
nel progetto originario che si è rivelato apprezzato da numerosi
studiosi e lettori e che ci sembra conservi ancora tutta la sua vali-
dità.

Anna Giordano Rampioni

Santarcangelo di Romagna, gennaio 2015

VII
Prefazione

“I classici sono la riserva del futuro” (Pontiggia).


Con tale convinzione nasce questa nuova collana di classici greci e
latini che si pone come opera di divulgazione curata da specialisti,
anche per non specialisti. In particolare intende rivolgersi ai giova-
ni, curiosi dell’antico, per un contatto diretto con i testi, al fine di
offrire la possibilità di interrogarli e confrontare i modelli culturali
del loro tempo con quelli delle età posteriori e con i nostri.
Il testo con traduzione a fronte è una scelta che ormai è nella
tradizione editoriale della presentazione dei testi antichi. Siamo
ben consapevoli che la lettura della traduzione non può essere
equivalente, e quindi sostitutiva, di quella dell’opera in lingua ori-
ginale, ma siamo altrettanto consapevoli che la capacità di leggere
e comprendere perfettamente in piena autonomia le lingue antiche,
oggi in particolare, è di pochi. È vero: la traduzione è “quasi la
stessa cosa” (Eco), ma spesso è necessaria opera di mediazione che
permette al lettore di altra lingua, e nel nostro caso, anche di altra
epoca, di riudire voci di classici che diversamente non sentirebbe-
ro mai. “L’accesso alle culture antiche è un diritto” (Vegetti) che
non vorremmo fosse sottratto a nessuno e soprattutto ai giovani.
Ed è stato in particolare pensando a loro che si è per lo più scelto
di affidare a giovani studiosi l’arduo compito del tradurre, troppo
spesso ancora oggi misconosciuto o comunque ritenuto di scarso
prestigio. D’altronde, come è noto, la traduzione ha un alto tasso di
deperibilità e, seppure alcune traduzioni del passato ancora oggi ci
appaiono efficaci, sono a loro volta divenute dei classici anch’esse

IX
Anna Giordano Rampioni

in quanto ogni generazione si appropria dei testi antichi attraverso


un proprio codice linguistico e culturale, risultato della cultura
e del gusto del tempo. Certo il traduttore sa bene che dietro una
semplice parola o concetto espresso nell’idioma del testo-fonte c’è
“un di più” spesso inesprimibile, vuoi per il valore emozionale
proprio dell’opera d’arte, vuoi perché l’autore rinvia, attraverso
la sua lingua, ad una visione, ad un mondo culturale che non è
quello del lettore moderno. Per questo aspetto si affida alle note
che, di vario genere (storico, antropologico ecc.), hanno lo scopo di
aiutare a recuperare le conoscenze necessarie per meglio intendere
quanto si va leggendo.
L’introduzione è affidata sempre ad ‘esperti’, studiosi di lingue
e letterature classiche, che, partendo rigorosamente dall’opera in
lingua, offrono una chiave di lettura che pone in un’ottica illumi-
nante, o almeno chiarificatrice, gli elementi significativi del testo.

Anna Giordano Rampioni

X
L’antologia di Igino fra tradizione mitografica e
istanze enciclopediche

Il cammino di un testo

In modo abbastanza fortunoso l’Antichità ci ha tramandato un’ope-


ra di natura particolare, che potremmo variamente definire – ma in
modo piuttosto approssimativo e impressionistico – un manuale o
un’enciclopedia di miti, anzi di racconti mitologici del mondo clas-
sico: un’opera destinata ad avere fortuna non tanto dal punto di
vista letterario, a causa della veste stilistica sostanzialmente dimessa
quando non addirittura sciatta, ma semmai da quello scolastico – già
in antico –, come appunto un prontuario mitologico da offrire agli
studenti per formare la loro competenza antiquaria in materia di
mitologia e insieme per farli esercitare nella traduzione dal latino.
Quest’opera è giunta a noi priva di una completa tradizione ma-
noscritta nota e consultabile dal moderno editore. Allo stato mano-
scritto ci restano infatti soltanto frammenti, cioè due brevi sezioni
dell’opera: la prima, che comprende solo alcune fabulae (24-38, ma
non interamente), è stata rinvenuta a inizio Ottocento nel rivesti-
mento di un volume e si tratta di fogli di un codice, databile al IX
secolo e conservato a Monaco di Baviera (Monac. 6437, già Frising.
237), pubblicati solo nel 1870; la seconda ne comprende cinque
(67-71, pure incomplete) ed è rappresentata da un palinsesto con-
servato alla Biblioteca Vaticana, identificato pure a inizio Ottocen-
to e pubblicato nel 1820 (Palat. Lat. 24). Manca di approfondimen-

XI
Fabio Gasti

ti, e comunque di verifiche circostanziate, l’ipotesi, a suo tempo


avanzata da Jacques Schwartz, che in un papiro di Strasburgo della
metà del II sec. d.C. vada ravvisato il presunto originale greco di
estratti che troveremmo tradotti nella nostra opera1.
Gli elementi di tradizione diretta sono pertanto estremamente
frammentari, ma esiste un’altra circostanza che compone in modo
particolarissimo la trasmissione dell’opera. Abbiamo infatti quella
che potremmo a buon diritto definire una traduzione in greco di
parte di essa all’interno di una specie di antologia di civiltà lati-
na che figura fra gli Hermeneutica attribuiti al grammatico latino
Dositeo, ma che senz’altro sono opera di un altro autore, databile
sicuramente al 207 d.C. perché dedicata ai consoli di quell’anno,
Massimo e Arpo2. Si tratta di un’antologia destinata al pubblico
greco per fornire una generale introduzione alla cultura di Roma in
un momento in cui pareva essenziale che i dotti, ma soprattutto i
funzionari, possedessero questo tipo di competenze: siamo insom-
ma su una linea per così dire divulgativa che porterà un paio di
secoli più tardi anche alla traduzione del Breviarium di Eutropio a
cura di Peanio e alla composizione dell’interessante grammatica del
vero Dositeo, che presentava il testo greco e quello latino a fronte.
Ebbene, nella sua prefazione l’anonimo autore dell’antologia
pseudodositeiana, comprendente favole e storie mitologiche di
altri autori (Fedro, per esempio), a proposito delle nostre Fabu-
lae (che chiama in realtà Genealogia, ma vi si riferisce anche come
ἱστορίαι ammette comunque che la sua è una scelta parziale ma
che si è dedicato a questo lavoro perché l’opera in questione era
«universalmente conosciuta» (πᾶσι γνωστήν). Questo depone
senz’altro a favore della fortuna delle Fabulae e documenta la fama
riconosciuta a esse, anche presso il pubblico grecofono, anzitutto
in materia di mitografia, sia per i contenuti trasmessi, sia anche per

1
Schwartz 1956: si tratta del Pap. Strasb. W.G. 332. La circostanza, quan-
do verificata, presenterebbe comunque un margine di incertezza, perché
potrebbe anche trattarsi della traduzione in greco dell’originale latino, una
circostanza plausibile, come mostra la storia del testo.
2
Sull’opportunità di considerare parti ulteriori di testo, fino ad allora non
comprese, come dipendenti dall’opera latina si era già espresso a suo tem-
po Rose 1929.

XII
Saggio introduttivo

la forma, elementare e piana, in cui trasmette tali contenuti: così,


la nostra opera appare già all’inizio del III secolo un ovvio punto
di riferimento.
In questa situazione, bisogna attendere il 1535 per avere per la
prima volta il testo nella sua completezza, o perlomeno nello stato
più completo secondo le nostre conoscenze. Si tratta di un’edizione
a stampa uscita a Basilea e curata da un umanista e poeta tedesco,
Jakob Möltzer (o Molsheim), latinizzato in Jacopus Mycillus, fon-
data su un perduto codice che l’editore aveva potuto consultare
nonostante il pessimo stato di conservazione, perché molto rovina-
to e in certi luoghi illeggibile (come i due frammenti di tradizione
diretta). Si tratta dunque di un’edizione preziosa, anche perché è
a suo modo critica, dal momento che l’editore segnala sempre i
luoghi corrotti o incomprensibili e inoltre, quando lo ritiene op-
portuno, avanza proposte di correzione, spesso plausibili e accolte
nelle edizioni successive e in quelle moderne. A questa edizione,
che per molti versi va dunque considerata un’editio princeps, ne se-
guono altre, sempre nell’allestimento micilliano: un’altra a Basilea
nel 1549 e poi, dopo la morte dell’editore, nel 1570 (Basilea) e nel
1578 (Parigi).
Il secolo si chiude con una nuova edizione, quella di Jerôme
Commelin (Hieronymus Commelinus: Heidelberg 1599), rimasta
incompleta per la morte del filologo, avvenuta due anni prima. Nel
secolo successivo, che si apre con una riedizione dell’editio Mycil-
liana (Lione, 1609), compaiono le edizioni di Ioannes Scheffer
(Amburgo-Amsterdam, 1674) e di Thomas Muncker (Amsterdam
1681). Dopo l’edizione settecentesca di Augustinus van Staveren
(Amsterdam, 1742) all’interno di un’edizione composita di vari mi-
tografi latini, l’Ottocento produce le edizioni di Bernhard Bunte
(Lipsia, 1856) e di Mauricius Schmidt (Iena, 1872): quest’ultimo
editore compie la particolare operazione – ripresa poi isolatamente
da Fabrizio Serra (Pisa, 1976) in un’edizione che comprende anche
i frammenti delle altre opere – di rinunciare all’ordine delle fabulae
seguito fino ad allora da tutti gli editori per ricomporlo nel tentati-
vo di riprodurre un ipotetico ordine convenzionale sulla base della
successione dei miti così come appare nell’altra opera mitografica
fortunatissima in antico, per molti versi il corrispettivo in greco del-
la nostra, la Biblioteca di Apollodoro.

XIII
Fabio Gasti

Per venire infine a tempi vicini a noi, la prima edizione critica


novecentesca è quella di H. I. Rose (Leida, 1933; poi 1967)3, segui-
ta da quella teubneriana di Peter K. Marshall (Stuttgart-Leipzig,
1993) e da quella di Jean-Yves Boriaud per la Collana classica delle
edizioni Les Belles Lettres (Parigi, 1997, con traduzione francese a
fronte). In Italia, dopo l’edizione pisana di Serra, è comparsa per
l’editore Adelphi la traduzione curata da Giulio Guidorizzi (Mi-
lano, 2000), che offre al lettore anche approfondite note di com-
mento con interessanti osservazioni di carattere antropologico e
storico-religioso che a dire il vero tendono a diventare autonome
rispetto al testo delle Fabulae4. Più recentemente sono comparse
altre due traduzioni, una spagnola (2009, con testo a fronte e utili
note) e una tedesca (Berlin 2013).
Quanto al titolo, dobbiamo dire che, anche a questo proposito,
vorremmo poter disporre di dati meno incerti, anche se gli studiosi
oggi hanno pochi dubbi. Infatti il titolo tradizionalmente invalso, e
cioè Fabulae (nel significato che poi sarà chiarito), è conservato per
la nostra opera in due luoghi del tutto attendibili, e cioè nel mano-
scritto alla base dell’editio princeps di Micyllus e nel primo dei co-
siddetti Mitografi Vaticani che ne riporta alcuni testi. Diversamente,
lo pseudo Dositeo – come già detto – parla di Genealogia quando si
riferisce, forse genericamente, al testo di cui offre la traduzione gre-
ca e anche l’Igino autore degli Astronomica cita se stesso (2,12,2)
rinviando a una propria opera – con ogni probabilità la nostra – e
citando genericamente (com’è consuetudine in antico) un luogo in
primo libro Genealogiarum in cui ripropone la versione delle For-
cidi di Eschilo a proposito delle Graie e delle Gorgoni. La con-
traddizione potrebbe comunque essere apparente, dal momento
che nella nostra opera possiamo ravvisare diverse tipologie testuali,
diverse sezioni insomma, e che quindi, se Fabulae potrebbe rappre-
sentare una sorta di titolo della raccolta, Genealogia o Genealogie

3
L’editore torna poi su alcune scelte con alcuni addenda et corrigenda
(Rose 1959).
4
Proprio a seguito di questa pubblicazione, Urbán 2003 riflette sulle pro-
blematiche critiche e letterarie suggerite da Guidorizzi alla luce del di-
battito precedente e offre un’interessante messa a punto dei nodi critici
sull’opera e sull’autore.

XIV
Saggio introduttivo

potrebbe indicarne la prima sezione; in linea di principio non è


neanche escluso che l’opera fosse conosciuta già in antico con una
doppia titolatura, circostanza non certo rara nella storia letteraria
(Brutus sive De claris oratoribus, Origines sive Etymologiae, ecc.).

Un’enciclopedia mitologica

L’opera che possiamo leggere oggi nello stato in cui lo permette la


tradizione si presenta come un testo composito, obbediente in un
certo senso a diverse tipologie testuali.
La prima parte, che gli editori moderni chiamano praefatio, inse-
rendo una titolatura di fatto assente allo stato attuale della tradizio-
ne5, è in sostanza una teogonia, cioè un elenco genealogico di dei,
entità e personificazioni a partire dall’oscurità indistinta primordia-
le e dal caos originario. È questa la sezione più problematica dal
punto di vista della trasmissione del testo da due punti di vista, sia
perché, trattandosi di una lista di nomi, presenta a tratti un testo
incomprensibile nel senso che non ci permette di distinguere i nomi
citati, sia perché d’altra parte, anche quando comprendiamo perfet-
tamente i nomi, questi talora non sono inseriti in rapporti genealo-
gici tradizionalmente noti e descritti in altre opere mitografiche (p.
es. la Teogonia di Esiodo o anche la prima sezione della Biblioteca
di Apollodoro, oltre a notizie sporadiche reperibili in altre opere
letterarie). Già Mycillus d’altra parte rileva la problematicità della
prima parte, sia in termini di contenuto sia di ortografia (talvolta
troviamo quella che a noi pare una serie indistinta di lettere, sulla
quale non sempre è possibile intervenire nell’intento di rendere un
testo plausibile rispettando i dati paleografici), e pertanto dobbia-
mo leggerla nella consapevolezza dell’assenza della possibilità di un
esame comparativo di codici e testimoni che potrebbero risolvere o
comunque ridimensionare tali difetti.

5
Per questo motivo non ci pare fuori luogo riferirsi per comodità a que-
sta parte iniziale utilizzando la dicitura Genealogie, recuperando così un
termine di fatto presente nella storia del nostro testo per quanto non so-
stenuto dall’evidenza manoscritta. Praefatio al contrario è una titolatura
del tutto estrinseca.

XV
Fabio Gasti

La parte più corposa dell’opera è rappresentata poi dalle cosid-


dette fabulae, un termine connesso alla radice del verbo fari (“dire”,
e quindi anche “raccontare”), che nella tradizione letteraria latina
assume fondamentalmente due significati peculiari: da un lato in-
fatti designa la rappresentazione teatrale6, dall’altro rappresenta il
corrispettivo del greco μῦϑος»7 e indica appunto genericamente il
racconto (questo il significato dei derivati italiani “favola” e “fia-
ba”), specificamente il trattamento narrativo del mito in generale8.
Si tratta infatti di una serie di testi di impostazione grosso modo
analoga che raccontano diverse storie mitologiche seguendo un or-
dine piuttosto labile, ma di cui possiamo individuare l’articolazione
“a blocchi” (le storie connesse alla Colchide e agli Argonauti, Erco-
le, Teseo, le storie di Tebe e degli Atridi, i Dardanidi e la guerra di
Troia, il ritorno degli eroi, l’Odissea, i miti di Libero/Bacco9, ecc.):
«una materia frammentata, ma con un piano, dunque»10.
Inoltre, l’impostazione dell’opera in una serie di racconti, nor-

6
Donato, Ter. Ad. prol. 7: ut apud Graecos δρᾶμα sic apud Latinos generali-
ter fabula dicitur, cuius species sunt tragoedia, comoedia, togata, tabernaria,
praetexta, crepidata, Atellana, μῖμος, Rinthonica. Così p. es. anche Servio,
quando dice che Livio Andronico è stato il primo a rappresentare una
fabula, cioè una tragedia, a Roma (Aen. 10,636).
7
P. es. Agostino, civ. 6,5: μῦϑος graece fabula dicitur.
8
Va detto che Servio, Aen. 1,1 introduce – un po’ accademicamente, com’è
abitudine dei grammatici – una distinzione fra fabula e argumentum (o hi-
storia), sostenendo che entrambi i termini riguardano l’esposizione di fatti
storici o d’invenzione, ma che il primo propriamente riguarda fatti contro
natura (e cita la storia di Pasifae, che si unisce al toro) mentre il secondo
fatti storicamente plausibili (e cita Fedra, che si innamora del figliastro); è
chiaro comunque dagli esempi che il commentatore virgiliano si riferisce
a fatti di dominio della mitologia. L’autore della traduzione pseudodosi-
teiana parla al proposito di Genealogia ma anche di ἱστορίαι riferendosi
comunque senz’altro alla forma narrativa dei contenuti esposti.
9
Interessante al proposito osservare che nella nostra silloge, nonostante la
forma composita e nonostante i vari interventi esterni ipotizzabili, questa
divinità non è mai designata con il nome di Bacco ma soltanto con l’equi-
valente Libero, in origine epiteto del dio; è invece presente (ma soltanto
una sola volta, in fab. 131,2) il derivato Bacchae per indicare le Baccanti.
10
Guidorizzi 2000, XXVI.

XVI
Saggio introduttivo

malmente di estensione contenuta (con eccezioni significative nei


casi in cui il mito in questione è particolarmente articolato: si pensi
all’Odissea esposta in fab. 125-126), appare come una consapevo-
le scelta dell’autore, rispetto per esempio a quella compiuta a suo
tempo da Apollodoro, che si esprime in una illustrazione continua-
ta del grande patrimonio mitologico dalla nascita del mondo alla
morte di Ulisse: l’impressione infatti è che il nostro autore abbia
in mente una forma per così dire “enciclopedica” di esporre i miti,
per quadri (anzi quadretti) separati e collegati semmai da un filo te-
matico basato sulle grandi saghe mitologiche; lo scopo pare essere
quello di servire a una consultazione agile e quindi a una migliore
fruizione da parte del lettore, senza tanto aspirare a offrire un’in-
terpretazione globale dei miti, che miri a collegarli o comunque a
disporli nel tentativo di ricostruire un (preteso) quadro organico.
A questa disposizione della materia si aggiungono fabulae di
tipo diverso, contraddistinte da una forma testuale ancora diversa
e originate da un’istanza per così dire collaterale, che definirei di
tipo documentario, comunque a sua volta pienamente attestata, pur
eventualmente in forme diverse, nella tradizione mitografica che co-
nosciamo. Non si tratta in realtà di fabulae vere e proprie, nel senso
che abbiamo riconosciuto al termine, anche se questi testi compa-
iono nell’index per capita premesso già nell’edizione di Mycillus con
un proprio numero progressivo alla stregua dei racconti dei vari
miti. L’autore prevede infatti anche quelli che potremmo chiama-
re elenchi o cataloghi, secondo una tradizione già alessandrina di
conservare il sapere antico anche in questa forma più archivistica
che letteraria, più enciclopedica che narrativa e più omogenea alla
parte genealogica che a quella favolistica. Dall’elenco degli Argo-
nauti a quello dei partecipanti alla guerra di Troia da ciascuna delle
due parti in lotta (con l’annotazione di quante navi ciascuno abbia
portato con sé e di quanti avversari abbia ucciso), dal registro dei
figli e delle spose delle principali divinità a quello canonico dei sette
Sapienti o delle Meraviglie del mondo; e poi ancora, nell’ampia se-
zione conclusiva, gli elenchi per categorie degli assassini, dei suicidi,
degli uccisi, degli incesti, dei giochi ufficiali, dei fondatori di città
fino alle invenzioni più utili e importanti: insomma, possiamo avere
una circostanziata idea di quale fosse la richiesta da parte del pub-
blico dei lettori, come se, accanto ai racconti dei miti, fosse conside-

XVII
Fabio Gasti

rata opportuna una ricapitolazione di questi ultimi attraverso quelli


che oggi chiameremmo indici tematici.
Un’opera così complessa durante il suo cammino fino a noi si
doveva prestare non soltanto alla lettura e alla consultazione ma
pure, forse proprio anche per questo, ad accogliere interventi ester-
ni nel corso dei secoli. La sorte comune di tante opere fortunate in
antico è infatti quella di essere lette e annotate, e di conseguenza
subire guasti testuali dovuti al fatto che la tradizione manoscritta
finisce per accogliere integrazioni o viceversa perdite di testo con
una facilità che oggi fatichiamo a percepire nelle modalità in cui ciò
avveniva. Lo scrupolo di conservare e trasmettere un’opera nella
sua purezza originaria in senso filologico non appartiene al lettore
antico, soprattutto quando l’opera in questione presenta una forma
testuale “modificabile”, cioè suscettibile di aggiunte, cambiamenti,
spostamenti a livello di contenuto. A proposito delle Fabulae, tutti
gli editori segnalano infatti la varia presenza di lacune, aggiunte e
interpolazioni, che aggravano lo stato già di per sé problematico
della tradizione11: lo documenta la circostanza, immediatamente
percepibile a una prima lettura, secondo cui, rispetto all’index per
capita, mancano i testi relativi a molti di tali capita, oltre al fatto
che troviamo storie e notizie ripetute in luoghi diversi, magari in
modo diverso e contraddittorio12, e soprattutto quando in alcune
fabulae (p. es. fab. 257 e 274) che si presentano rigorosamente come
elenchi troviamo inseriti testi narrativi, come se si trattasse di fabu-
lae autonome, che interrompono l’assetto catalogatorio del testo,
insomma un caso classico di interpolazione.
In considerazione di tutto ciò, l’opera cui la tradizione editoriale
assegna il titolo apparentemente semplice di Fabulae (o di Genealo-
gie) mostra una sua complessità strutturale che in primo luogo, dal
punto di vista strettamente letterario, la qualifica non tanto come
un testo narrativo o favolistico ma piuttosto, nella considerazione
dei lettori antichi moderni, come un generale compendio in materia
mitologica, un’enciclopedia appunto, dotata di alcuni caratteri spe-

11
Conviene per questo rimandare senz’altro all’esposizione circostanziata
di Boriaud 1997, pp. XIX-XXII, ma vd. già van Krevelen 1966 e 1968.
12
Una recente valutazione delle contraddizioni interne dovute all’utilizzo
di fonti diverse, con osservazioni metodologiche, si deve a del Hoyo 2010.

XVIII
Saggio introduttivo

cificamente letterari che l’avvicinano appunto a questo genere, com-


plesso e fortunato, piuttosto che a un testo narrativo o di consumo.

L’autore

La traduzione pseudodositeiana attribuisce l’opera a un Igino sulla


cui identità tuttavia non c’è stata sempre concordanza fra gli stu-
diosi, ma che almeno gli ultimi editori di riferimento concordano
a identificare in Gaio Giulio Igino, il letterato cui l’imperatore
Augusto affida la direzione della Biblioteca Palatina13. Se infatti lo
pseudo Dositeo e il primo dei Mitografi Vaticani citano Igino senza
ulteriori elementi identificativi, l’incipit del codice letto da Mycillus
parlerebbe proprio – nella trascrizione dell’editore stesso – di un
Igino libertus Augusti.
Di questo Igino abbiamo un sommario ritratto biografico, privo
tuttavia di riferimenti alla nostra raccolta, grazie al De grammaticis
et rhetoribus di Svetonio:

C. Iulius Hyginus, Augusti libertus, natione Hispanus, (non-


nulli Alexandrinum putant et a Caesare puerum Romam
adductum Alexandria capta) studiose et audiit et imitatus
est Cornelium Alexandrum grammaticum Graecum, quem
propter antiquitatis notitiam Polyhistorem multi, quidam
Historiam vocabant. Praefuit Palatinae bibliothecae, nec eo
secius plurimos docuit; fuitque familirarissimus Ovidio poe-
tae et Clodio Licino consulari, historico, qui eum admodum
pauperem decessisse tradit et liberalitate sua, quoad vixerit,
sustentatum. Huius libertus fuit Iulius Modestus, in studiis
atque doctrina vestigia patroni secutus14.

13
Il nome Hyginus altrove ricorre soltanto in Marziale 10,56,4, dove si trat-
ta di un medico specializzato in interventi estetici, ma si potrebbe trattare
di un “nome parlante” costruito a partire da una radice greca che ha a che
fare con la salute (p. es. ὑγιής, “sano”).
14
Svet. gram. 20: «Gaio Giulio Igino, liberto di Augusto, nato in Spagna
(anche se alcuni credono che sia di Alessandria e che sia stato portato a
Roma quando era bambino da Cesare, una volta conquistata Alessandria),
con impegno seguì e imitò il grammatico greco Cornelio Alessandro, che

XIX
Fabio Gasti

I dati che tramanda Svetonio fanno di Igino una figura di gram-


matico del tutto convenzionale, più vicina in verità alla consuetu-
dine dei letterati d’età arcaica, quando essi giungevano a Roma
nell’entourage di esponenti dell’aristocrazia, cui stava a cuore l’a-
spetto culturale non meno di quello politico (espansionistico e isti-
tuzionale), si occupavano dell’educazione dei figli di costoro e di al-
tri dello stesso qualificato ambiente, e venivano dunque affrancati,
eventualmente garantendo ai patroni con la loro attività letteraria
un più o meno partecipato impegno celebrativo.
Soprattutto appare molto significativa la notizia che fa di Igino
– spagnolo o greco di nascita importa relativamente – un allievo di
Alessandro Poliistore, lo storico nativo di Mileto, allievo del retore
Cratete di Mallo, giunto a Roma, come Igino, al seguito di Cornelio
Lentulo dopo la campagna mitridatica negli anni Ottanta del I se-
colo. La fama che gli vale il soprannome (che letteralmente significa
“che racconta tante cose”) è appunto quella di essere un poligrafo,
cioè l’autore di molte opere, per noi tuttavia perdute, di argomento
fra storiografia e antiquaria (a questo alluderebbe anche il secondo
soprannome, che fa di Alessandro quasi una personificazione della
storia): Eusebio di Cesarea, pure storiografo e iniziatore per molti
versi della storiografia cristiana, afferma di servirsi di un’importan-
te opera di Alessandro sugli ebrei, in cui l’autore non si sarebbe
limitato a ricostruire gli eventi storici, ma avrebbe altresì previsto
una sorta di antologia di testi e di fonti.
La scuola di Alessandro deve aver impresso ben più che un ge-
nerico segno all’impegno letterario di Igino, perché le Fabulae con-
figurano proprio il tipo di opera che si accorderebbe agli interessi
del maestro e che, per taglio e genere, riposerebbe su un atteggia-
mento curioso e accurato nei confronti dell’antichità e su una di-
sposizione a compendiarne e narrarne contenuti del tutto conformi
al suo magistero. Inoltre la frequentazione del Poliistore potrebbe

per la sua conoscenza dei fatti antichi molti chiamavano Poliistore e alcuni
anche Storia. Fu a capo della Biblioteca Palatina, e nondimeno ebbe pa-
recchi allievi. Fu anche molto amico del poeta Ovidio e dello storico Clo-
dio Licino, ex console: è lui a tramandare che morì molto povero e che con
generosità l’aveva aiutato finché era stato in vita. Suo liberto è stato Giulio
Modesto, che, per interessi e cultura, ha seguito le orme del suo patrono».

XX
Saggio introduttivo

documentare anche la competenza di Igino in materia di letteratura


greca e di cultura ebraica15, la conoscenza diretta di testi letterari in
gran parte a noi sconosciuti o conosciuti soltanto per testimonianze
o frammenti che rappresentano fonti di prima mano e di sensibile
interesse per la sua opera mitografica. Sempreché – non possiamo
escluderlo a priori – la frequentazione della scuola di Alessandro
non rappresenti un caso, nemmeno tanto raro in antico, di retrofor-
mazione biografica, che cioè Svetonio o le sue fonti attribuiscano a
Igino il curriculum più adatto alle Fabulae a prescindere dalla verità
storica, che non ci è possibile verificare in altro modo.
Il ruolo di responsabile della nuova biblioteca sorta vicino al
Tempio di Apollo sul colle Palatino fatto edificare da Augusto nel
28 non lontano dalla propria dimora (Svet. Aug. 29,3), è per molti
versi pure coerente con le notizie svetoniane relative alla formazione
di Igino. In fondo sempre Svetonio (Iul. 44) attribuisce già a Cesare
l’intenzione – poi realizzata davvero da Asinio Pollione nell’Atrium
Libertatis – di istituire una biblioteca di testi greci e latini (forse
anche due) e di affidarne la direzione a Marco Terenzio Varrone,
un letterato per molti versi assimilabile a Igino quanto a versatilità
di interessi e di scrittore. Un letterato che sia appassionato cultore
di antichità, può trovare infatti nella dotazione della biblioteca di
Augusto l’ambiente più adatto ad approfondire i propri studi, nello
specifico testi da confrontare e insomma fonti da reperire facilmen-
te, indispensabili allo scopo di ricostruire le storie che intende rac-
contare. Sappiamo anche da Ovidio che lo stretto rapporto d’amici-
zia che lega i due letterati, anche nel momento dell’esilio del poeta,
fa sì che Igino metta le proprie ampie conoscenze a disposizione
dell’amico che lo considera un collaboratore prezioso16.

15
Si deve p. es. a Inovloscki 2007 l’esame comparativo fra fab. 143 e il
racconto biblico della torre di Babele nell’ipotesi che le notizie qui com-
pendiate rimontino segnatamente alla lezione del Poliistore.
16
Van de Woestijne 1929. È suggestivo pensare che perfino il rovescio di
fortuna che, sempre secondo Svetonio, colpisce il bibliotecario sia dovuto
allo stretto rapporto di amicizia con Ovidio: la caduta in disgrazia del po-
eta agli occhi di Augusto potrebbe aver motivato anche l’allontanamento
di Igino dal suo prestigioso incarico al punto da farlo diventare admodum
pauper.

XXI
Fabio Gasti

Ora, sotto il nome di Igino sono tramandate le Fabulae ma anche


gli Astronomica, un’opera conservata da un grande numero di ma-
noscritti – a differenza della nostra – che partecipa della tendenza
letteraria di matrice alessandrina a illustrare “scientificamente” i
fenomeni celesti, che constatiamo viva e produttiva a Roma dappri-
ma con Cicerone, che traduce il poema del greco Arato di Soli, e
quindi, proprio in età augustea, con il poema di Germanico. Nella
sua opera astronomica Igino non si limita, secondo le convenzioni
del genere, a descrivere, ma, in particolare nel libro II, pare insiste-
re sulle ovvie implicazioni mitologiche dei fenomeni contemplati,
inserendo veri e propri excursus, anche di carattere etimologico,
eziologico e antiquario, in linea con la sensibilità alessandrina ma
soprattutto, dal nostro punto di vista, del tutto compatibile con
la consuetudine che caratterizza anche le Fabulae. L’una e l’altra
opera iginiana – che si tratti dello stesso autore è evidente dalla
citazione contenuta in astr. 2,21,2 di cui abbiamo parlato – sono
allora coerenti con la cultura e la fisionomia di letterato dell’autore
e, oltre a deporre a favore dell’identità dell’autore stesso, lo conno-
tano come un erudito che facilmente diventa punto di riferimento
per contemporanei e posteri.
Ma va aggiunto che altre testimonianze d’età imperiale e tarda ci
documentano titoli altrettanto significativi da questo punto di vista
per opere non conservate che quindi purtroppo sfuggono alla no-
stra capacità di valutazione completa. Così a un Igino sono attribuiti
il De vita rebusque illustrorum virorum, un’opera biografica che si
allinea alla tradizione rappresentata da Varrone e viva in Cornelio
Nepote17, e una raccolta di Exempla, cioè aneddoti più o meno
commentati a sfondo filosofico o moralistico, un genere letterario
fortunato a Roma (basti pensare a Valerio Massimo) come prima
in Grecia, che obbedisce a un’ottica di compendio antologico ab-
bastanza vicino alla forma testuale realizzata nelle nostre Fabulae18.
Sul versante antiquario poi sappiamo che nel IV-V secolo i letterati
potevano consultare il trattato intitolato Urbes Italicae o De origine
et situ urbium Italicarum19 e si conosce anche un De familiis Tro-

17
Gellio, 1,14.
18
Gellio 10,18,5.
19
Servio, Aen. 1,277; 1,530; 3,553; 8,600; 7,638; Macrobio, Sat. 1,7,9.

XXII
Saggio introduttivo

ianis20; di analoga impostazione, ma sul versante della religione, il


De proprietatibus deorum e il De dis penatis21. Sono poi citate opere
di materia naturalistica, su argomenti più generici o più specifici,
secondo una tendenza di estrazione alessandrina portata a livelli di
grande rilievo nel secolo successivo da Plinio il Vecchio, un altro
poligrafo: un De apibus o De originibus apum22 , che non può non far
ricordare il IV libro delle contemporanee Georgiche virgiliane, e un
De agri cultura (o, con titolo più varroniano, De re rustica)23.
Non possiamo sapere fino a che punto questo catalogo – che
è “virtuale”, in quanto ricomposto da testimonianze diverse – sia
attendibile e fino a che punto sia completo; segnatamente di nessu-
na opera si trova menzione del passo svetoniano, il che è apparso
strano, in considerazione delle abitudini del biografo imperiale; e
sarebbe altrettanto strano che i testimoni di tale varia attività lette-
raria non citino mai la raccolta mitologica24. Ma quello che conta,
in casi come questo, è che, se a un nome vengono attribuiti dalla
tradizione successiva determinati titoli, già questo basta a farci va-
lutare i connotati della fama di un letterato come organici e per noi
eloquenti. Nello specifico, possiamo così farci un’idea degli interes-
si di questo Igino, e soprattutto comprendere una fisionomia prima
culturale e poi letteraria riconoscibile nel bibliotecario di Augusto,
in un quadro in cui in particolare la mitologia può rappresentare
dapprima un “ingrediente” ricorrente e trasversale, determinante
anche per la materia dell’opera astronomica conservata, per costi-
tuire poi l’argomento di un’opera in cui sia trattata monografica-
mente. Inoltre possiamo anche osservare come questi argomenti e

20
Servio, Aen. 2,15; 5,389. Lo stesso Servio, Aen. 5,704 testimonia che
un’opera simile era stata composta anche da Varrone, e non c’è da stu-
pirsene, considerando che l’ascendenza troiana costituiva un elemento
importante nella pubblicistica sia di Cesare che soprattutto di Augusto.
21
Rispettivamente Macrobio Sat. 2,8 e 3,4.
22
Columella 9,2,2.
23
Columella 3,11,18; 11,2,13;11,3,62; Plinio, nat. 13,24; 16,43; 18,26.
24
La circostanza appare insormontabile da Mascoli 2002, che di conse-
guenza nega decisamente che l’Igino mitografo e astronomo sia il bibliote-
cario pur attribuendo entrambe le opere allo stesso autore (così p. es. già
anche Desmedt 1970).

XXIII
Fabio Gasti

questi tagli letterari incontrano le attese del pubblico fra la tarda


età repubblicana e quella augustea e che pertanto il letterato che si
cimenta in questi generi è attento alla destinazione dei suoi scritti
ed è, per così dire, culturalmente parlando, figlio del suo tempo.
Nel vivace ambiente della Roma di Augusto, in altri termini, la
mitologia ci pare di casa. Per non restare nel dominio della lette-
ratura, certamente non è infatti casuale che possiamo disporre di
solide testimonianze sulla produzione artistica proprio a soggetto
mitologico anche a proposito della decorazione di portici ed edifici.
E inoltre è molto significativo che un poeta prolifico come Ovi-
dio – del quale, sappiamo da Svetonio, Igino era familiarissimus
–, senz’altro più attento al gusto del pubblico che alle attese del
potere costituito, faccia del mito, nelle sue varie manifestazioni e a
seconda delle diverse percezioni di esso che la società romana po-
teva avere, la sostanza di diverse sue opere (basti pensare alle Me-
tamorfosi, ai Fasti e alle Epistulae Heroidum, anche se il mito come
elemento comparativo è presente anche nella produzione elegiaca),
tutte obbiettivamente fortunate. In questo quadro, le Fabulae di
Igino rappresentano allora per noi un’ulteriore modalità di fare let-
teratura con la mitologia, beninteso ad un diverso livello – come
vedremo – e anche con una diversa ispirazione, ma il risultato è
stato comunque quello di garantire al testo una permanenza nelle
biblioteche degli anni a venire25.

25
In ottima e sensata sintesi Chiarini-Guidorizzi 2009, LVII: «Se dunque
il nostro Igino non è quel medesimo Gaio Giulio Igino, dotto poligrafo,
portato a Roma da Cesare, poi affrancato e divenuto direttore della Bi-
blioteca Palatina, poco ci manca. Nel caso fosse davvero lui, comunque,
meglio si capirebbe il peso che ebbe nel guidare o assecondare gli interes-
si eruditi dell’amico Ovidio quali risultano dai Fasti e dalle Metamorfosi.
In un’epoca, dunque, in cui tutti si occupavano del cielo o desideravano
farlo, venne a questo Igino, o gli fu instillata da altri, l’idea di approntare
un manualetto in prosa che servisse a facilitare il primo approccio alle
nozioni fondamentali dell’astronomia». Senza contare comunque i casi in
cui non si fatica a trovare convergenze contenutistiche fra gli Astronomica
e le Fabulae (su questo vd. le note di commento), già Le Boeuffle 1983 cita
il caso di raffigurazioni su vasi collocabili senz’altro in età augustea che
rappresenterebbero scene del mito di Ifigenia del tutto compatibili con
fab. 120 e 121.

XXIV
Saggio introduttivo

Caratteri dell’opera

L’attribuzione della nostra raccolta all’età augustea e all’Igino bi-


bliotecario sembra quindi ormai ben più verosimile che il contrario,
cioè postdatare l’opera e sostanzialmente attribuirla a un diversa-
mente sconosciuto autore omonimo del poligrafo contemporaneo
di Augusto. Comprensibilmente il dibattito fra studiosi ed editori
in tal senso data da tempo, e si basa in sostanza sulla percezione
della verosimiglianza di una paternità iginiana, cioè dell’Igino au-
gusteo, anche se – sempre in linea di principio – possiamo perfino
supporre che un autore successivo scriva o raccolga le nostre Fa-
bulae attribuendole all’Igino bibliotecario come garanzia di un’at-
tendibilità che soltanto la fama di quel letterato poteva conferire
all’opera. Come che sia, l’opera è sicuramente collocabile prima
del 207 d.C., anno in cui è datata la traduzione pseudo-dositeiana.
A dire il vero, chi propende per una datazione più tarda, come
Bunte e in particolare Rose, che finisce per collocarlo in età Anto-
nina26, lo fa soprattutto per ragioni stilistiche, per quello stile così
lontano dalla prosa letteraria classica e in particolare augustea, ba-
sato – come sintetizza lo stesso Rose – su «verba obsoleta haud ita
pauca cum volgaribus et plebeiis commixta». Inoltre, l’editore di
Leida, a questa motivazione stilistica aggiunge un elemento squisi-
tamente letterario, e cioè la presunta dipendenza del nostro autore
in materia di mito argonautico (in fab. 14 e altrove) da alcuni scoli
ad Apollonio Rodio databili all’età di Tiberio. Conviene pertanto
partire da questa posizione per cercare di definire pur sommaria-
mente i caratteri dell’opera.
Anzitutto il versante stilistico. La prosa di Igino è certamente

26
Rose 1933, p. VIII: «mihi quidem non ita veri dissimile videtur Hyginum
nostrum Antoninorum fere aetate scriprsisse. Quae res nec certa mihi vi-
detur neque qui certior fiat video, nedum ut ipsum annum quo Hyginus
operam fabulis suis dederit invenisse me credam». Igino sarebbe pertanto
un contemporaneo di Frontone e partecipe di quel comune orientamento,
del tutto assente prima del II secolo, che definiamo arcaizzante «studium…
priscorum verborum e tenebris eruendorum». Una datazione in età antoni-
na era comunque già sostenuta a suo tempo da Scheffer nella sua edizione
del 1674, p. 20, e viene ora riproposta convintamente da Mascoli 2002.

XXV
Fabio Gasti

diversa da quella classicamente storiografica di Livio, preso come


significativo esempio di prosatore d’età augustea, ma è altrettanto
lontana dallo stile composito e scolasticamente retorico di Frontone
e Gellio: la prima era richiesta da una codificazione di genere che fa
della storiografia il più consapevole opus oratorium (secondo la cele-
bre definizione di Cicerone, (leg. 1,5), il secondo – l’elocutio novella
di cui Frontone stesso scrive a Marco Aurelio in epist. 5,1 – basato
su una rigorosa teoria che fonda l’innovazione linguistica sulla sele-
zione creativa incompatibile sia con l’ostentazione affettata dei colti
sia tuttavia con la sciattezza della comunicazione informale. Il tratto
stilistico non pare dunque costituire una ragione stringente per so-
stenere una determinata cronologia, soprattutto quando trattiamo
di generi compositi, come quello delle nostre Fabulae, e soprattutto
privi di una sperimentata codificazione: forse non è del tutto fuori
luogo avvicinare al nostro il caso del Satyricon, per lungo tempo
considerato un prodotto del III secolo per ragioni stilistiche, ma
finalmente restituito all’età neroniana come opera di un autore che
della varietà di registro, volutamente distante dai toni della lettera-
tura contemporanea, fa una straordinaria scelta estetica.
Evidentemente la personalità stilistica di Igino mitografo va cer-
cata nelle fabulae vere e proprie, dal momento che la parte propria-
mente genealogica e quella catalogica sono per loro natura basate
su standard ripetitivi e comunque poco significativi da questo pun-
to di vista. Tuttavia, anche considerando i testi narrativi, è difficile
giungere a farsi un’idea unitaria di Igino scrittore, perché lo stato in
cui si trova il corpus, con i problemi testuali causati dalle successive
aggiunte e interpolazioni, impedisce osservazioni circostanziate. Pos-
siamo tuttavia notare alcune costanti stilistiche, a partire dall’uso si-
stematico di una sintassi semplice, fondata su moduli ripetitivi e qua-
si convenzionali (per esempio accompagnare i nomi dei personaggi
da quello del padre e della madre e talvolta addirittura dei nonni),
su una fraseologia che ritorna, su stilemi frequenti (come le perifrasi
coepi + infinito per indicare un’azione iniziata nel passato i cui effet-
ti perdurano e volui + infinito per un’azione iniziata e conclusa nel
passato). La struttura del periodo mostra poi la netta preponderanza
della paratassi, come se l’intenzione dell’autore fosse quella di garan-
tire al pubblico la massima comprensibilità anche a costo di conferire
alla propria prosa un andamento prevedibile e perfino scontato.

XXVI
Saggio introduttivo

A fronte di tale monotonia compositiva, risulta senz’altro più


interessante il lessico, che rappresenta se vogliamo il punto di mas-
sima lontananza dalle convenzioni letterarie classiche, non soltanto
da quelle d’età augustea27. Troviamo infatti termini, magari dotati
di chiara espressività, poco rappresentati altrove, oppure testimo-
niati ma in età successive e certamente non in testi di registro pret-
tamente letterario: si pensi per esempio al verbo comprimere (e il
sostantivo compressus) per indicare l’unione sessuale (non sempre
consenziente) e, nello stesso campo semantico, al verbo devirginare
e al sostantivo stuprum, oppure all’uso ardito del verbo intransitivo
interire costruito con ab + abl. (di causa?) alla stregua di un passivo
(fab. 33,3). Alcuni vocaboli poi addirittura non sono attestati in
precedenza e si potrebbe trattare quindi di neologismi28; ed è altret-
tanto significativa la presenza di termini greci, soprattutto quando
l’autore inserisce un’osservazione eziologica o etimologica: un caso
a parte è invece rappresentato dagli aggettivi atrotus (fab. 28,3 e
30,2), una precisa traslitterazione dal greco ἀτρωτός (“invulnera-
bile”) che si ritroverà molto sporadicamente in età medievale, e am-
phistomus (30,2), corrispondente a ἀμφίστομος, che non troviamo
altrove e che quindi si qualifica come hapax assoluto. Dal punto di
vista morfologico è infine notevole l’uso preponderante – la per-
centuale è circa 3:1 – della forma di nominativo Iovis a fronte di
Iuppiter, tassativo in letteratura29.
Quanto alle fonti, in generale dobbiamo osservare che è lo stesso

27
Sulle peculiarità linguistiche e lessicali, con l’attenzione rivolta alla ten-
denza di Igino alla creazione verbale (anche a partire dal greco), vale la
pena di rinviare alle osservazioni di del Hoyo-García Ruiz 2007; in partico-
lare, su supposti influssi del sermo rusticus vd. van Krevelen 1972.
28
Boriaud 1997, p. XXIX ne conta otto: abiurgare (fab. 107,2), clipeolum
(139,3), compastor (187,2), deoptare (191,4), donificare (112,2), fulgitrua
(183,2), stramentari (142,6), velificium (277,5). Rilevante in questo senso, e
ancora da studiare a fondo, il caso del verbo veneror nel significato di coeo,
da ricondurre evidentemente al tema di Venus (75,1).
29
La forma classica Iuppiter si trova in gen. 13 e fab. 7,1; 8,1; 49,1, 52,1 e
3; 152A,1; 176,3; 178,1; 185,5; il nominaivo Iovis ha invece 28 occorrenze.
Come documento dell’aspetto composito e stratificato del testo, è interes-
sante osservare che all’interno delle stesse fab. 152A, 176 e 185 ricorrono
entrambe le forme.

XXVII
Fabio Gasti

autore che riconosce i propri debiti nei confronti di altri autori:


in qualche caso cita l’autore da cui ricava la versione del mito che
racconta o il dato che accoglie (fab. 4; 8; 154; 260), in numerosi
altri fa generico riferimento ad “altri”30. Non ci è difficile pertanto
credere che l’ampia e varia materia condensata nell’opera derivi da
fonti scritte, facilmente reperibili e comparabili soprattutto da chi,
come Igino, può contare su una biblioteca oltre che sulla propria
competenza, anche se non è escluso che qualche suggestione po-
trebbe provenire da una tradizione orale difficilmente ricostruibile
ma sempre da considerare: basta forse pensare a pratiche prelet-
terarie come gli elogia e le laudationes funebri, in cui il rinvio a
presunte origini mitiche della gens è doveroso; e Catone testimonia
la consuetudine romana di celebrare le gesta dei clari viri durante i
banchetti con lodi e racconti accompagnati dal suono del flauto31.
Quest’ultima osservazione porterebbe a valorizzare un radicamen-
to della tradizione iginiana in ambito latino, come suggeriscono
anche le aggiunte – che obbiettivamente appaiono piuttosto estrin-
seche – di episodi e personaggi latini accanto a quelli di ben più
solida tradizione greca, iniziando una tradizione poi organicamente
ripresa da commentatori come Servio e Donato.
Certamente, rispetto a noi, Igino dispone di fonti scritte greche
(ma anche latine d’età arcaica) che non ci sono conservate o che co-
munque non possiamo riconoscere con precisione, ma al limite sol-
tanto ipotizzare, talvolta con margini plausibili di verosimiglianza32.

30
Nello specifico Igino si riferisce ad alii (gen. 9; fab. 14 passim; 28,3;
40,5¸128; 139,4; 181,5; 182 passim; 192,5; 198,1; 277,1) oppure ad alii (o
quidam o nonnulli) auctores (fab. 14,3; 28,3; 70,1; 111; 181,5; 183,5; 201,4)
o ancora ad alii poetae (fab. 186,1; 200,1; 273,8).
31
Troviamo il riferimento in Cicerone, Tusc. 4,3.
32
La circostanza non è naturalmente limitata al nostro autore, ma riguarda
il più generale discorso del travaso dei miti greci nel mondo culturale, e
specificamente letterario, latino: sulle modalità e gli esiti di tale travaso vd.
la messa a punto di Cameron 2004, che offre stimolanti riflessioni anche a
proposito della molteplicità dei canali di trasmissione, sul difetto di cono-
scenza da parte nostra in merito e sulla possibilità o meno di riconoscerne
alcuni in probabili repertori e compendi (in particolare da Virgilio). In
particolare, una posizione di pregiudiziale prudenza nel valutare la dipen-
denza di Igino da Euripide (e di conseguenza l’opportunità di ricostruire a

XXVIII
Saggio introduttivo

Se le genealogie e gli elenchi della parte finale dipendono senz’altro


da analoghi testi grechi di cui abbiamo notizia e qualche esempio
pseudo-esiodeo e aristotelico, e di cui si sarebbe servito poi anche
Plinio il Vecchio, in particolare è plausibile che le notizie relative
ai grandi argomenti mitologici trattati nelle fabulae derivino dalle
opere fondamentali in quell’ambito, come le Argonautiche di Apol-
lonio Rodio, i poemi omerici, che tuttavia sono anche mediati dalla
tradizione dei commentatori e degli scoliasti, costituenti un bacino
di informazioni di cui è sempre difficile ricostruire i contorni, la dif-
fusione e talvolta perfino la cronologia: un esempio di tale integra-
zione fra fonti potrebbe essere costituito dalla materia dell’Odissea,
per la quale dobbiamo ipotizzare, accanto all’autorità del poema,
anche trattamenti diversi, tanto più che Igino spezza il racconto in
due fabulae (125 e 126), la seconda delle quali riprende e amplifica
dati soltanto accennati nella prima. La nostra opera ci pone dunque
di fronte al complicato problema delle cosiddette fonti intermedie,
di grande momento e interesse per testi, come il nostro, basati sulla
raccolta di notizie e che abbiamo ulteriore motivo di assimilare a
buon diritto a un’enciclopedia.
Nell’uso del materiale proveniente da tali – di fatto sfuggenti
– canali d’informazione conviene apprezzare una disposizione del
nostro autore che dobbiamo considerare originale. Abbiamo citato
la rilevanza dei testi di primo riferimento per le grandi saghe mito-
logiche e insieme quella della tradizione collaterale di commento a
essi, ma dobbiamo riconoscere che un modello di grande efficacia
per il trattamento dei miti è costituito dal teatro. I titoli di tragedie
greche (e, in misura minore, latine) che non ci sono pervenute ma
di cui abbiamo notizia – in qualche caso anche dettagliati riassunti
d’età bizantina – sono in numero davvero considerevole e ai nostri
occhi sono in grado di rappresentare un significativo antecedente
per tutte le storie raccontate da Igino33. Anzi, possiamo senz’altro
dire che nelle Fabulae iginiane la suggestione dei trattamenti dram-

partire da Igino la trama di tragedie euripidee non conservate) è sostenuta


da Huys 1996, con continuazione in Huys 1997a.
33
Sulla rilevanza dell’attenzione da parte di Igino nei confronti del trat-
tamento del mito quale possiamo constatare (e ipotizzare, per i testi non
pervenuti) nella drammaturgia greca vd. Masiá González 1996.

XXIX
Fabio Gasti

matici del mito si manifesta in due modalità, una strutturale e una


compositiva: da un lato infatti Igino è per così dire aiutato dalla
tradizione tragica a raccontare i miti rinunciando a riprodurre il
racconto unitario ed esteso ma strutturandoli funzionalmente in
quadri separati, in cui per esempio la storia di un personaggio vie-
ne ripresa più volte a seconda delle circostanze o dell’avventura in
cui si viene a trovare (tanto per riferirci a testi conservati, pensiamo
all’Edipo re e all’Edipo a Colono, all’Ifigenia in Aulide e all’Ifigenia
in Tauride, ecc.); d’altro lato i testi teatrali sicuramente sono per
Igino un modello per l’intreccio dei suoi racconti, che spesso mo-
stra il compiacimento dell’autore per l’intrigo, il colpo di scena, il
riconoscimento a effetto fra personaggi e la creazione di una vera e
propria suspence nel lettore.

Il profilo del letterato

In un quadro in cui molti dati sono incerti e non aiuta la complessi-


tà dei problemi cui abbiamo soltanto accennato, è opportuno dare
a Igino quel che è di Igino, senza voler ravvisare nella sua opera
elementi e pretese che non appartengono a essa né al suo autore.
È evidente che è significativa la distanza letteraria fra la nostra
opera e il contemporaneo trattamento del mito che offre in modo
indimenticabile Ovidio non soltanto nelle Metamorfosi, che rap-
presentano a buon diritto il culmine da questo punto di vista, ma in
tutta la sua produzione poetica: ovvio il riferimento alle Heroides,
una sorta di esito poetico di prove tecnico-retoriche di scrittura
mitologica, ma anche all’elegia (sia gli Amores che quella dell’e-
silio), in cui, secondo le convenzioni del genere, il riferimento a
episodi del mito ha un’importante funzione esemplare e conso-
latoria. Si tratta di due modi diversi – probabilmente sentiti dal
pubblico come complementari – di raccontare il grande patrimo-
nio narrativo e favolistico che Roma eredita dalla Grecia e a sua
volta fa diventare patrimonio dell’età moderna: poetico, elegante
ed emozionante quello di ovidiano, così capace di imporsi all’im-
maginario dei contemporanei e dei posteri da formalizzare definiti-
vamente, nella memoria e soprattutto nella letteratura, il racconto
della maggior parte dei miti facendo di conseguenza trascurare in

XXX
Saggio introduttivo

prospettiva personaggi e storie non contemplate; conciso, informa-


tivo e disadorno quello di Igino, che in una forma del tutto estranea
alle concessioni alla retorica intende fornire un ampio e composito
compendio “di servizio” e trova la sua fortuna proprio in questa
funzione di sistemazione del materiale noto a disposizione di chi
vuole utilizzarlo.
Non si tratta pertanto di valutare la personalità di scrittore di
Igino alla luce di quella di Ovidio o di altri autori, ma piuttosto
di ravvisare nelle Fabulae una manifestazione del trattamento let-
terario del mito dotata di proprie caratteristiche e di una propria
destinazione. La fortuna dell’opera è determinata infatti proprio
dalla varietà dei dati trasmessi, che costituiscono un repertorio di
prima mano per letterati e anche mitografi successivi, e si impone
alla considerazione di questi ultimi proprio perché in moltissimi
casi trasmettono varianti del mito non compresi nell’affresco delle
Metamorfosi ovidiane e perfino non attestate in nessun’altra fonte
nota. Se per esempio il poeta-retore africano d’età vandala Dra-
conzio è l’unico, per quanto possiamo giudicare, insieme a Igino
(fab. 25 e 239,1) nella letteratura latina a ricordare in un suo epil-
lio intitolato Medea (Romul. 10,531-532) i nomi dei due figli ucci-
si dalla madre, ciò potrebbe costituire un elemento a favore della
considerazione in cui l’opera iginiana veniva tenuta nel V secolo in
ambiente retorico-grammaticale, e quindi non soltanto come testo
di lettura per così dire d’evasione.
Insomma, l’enciclopedia mitografica di Igino segue una propria
strada “documentaria”, direi parallela e autonoma rispetto alla tra-
dizione “alta” rappresentata da Ovidio. Questa strada configura
presto a sua volta una tradizione autorevole in ambito latino, come
dimostra, secoli dopo – e in un ambiente ben diverso dal punto di
vista del livello culturale del pubblico, ma meno da quello delle
motivazioni dell’autore –, la scelta di Isidoro di Siviglia di dedicare
spazio al mito nelle sue Etimologie, la fortunatissima enciclopedia
in cui, all’inizio del VII secolo, sistema organicamente i contenuti
giudicati rilevanti della cultura antica e li trasmette al mondo me-
dievale34. D’altra parte in ambito latino è proprio Igino, da diversi

34
Gasti 2014. La circostanza riveste una consistente portata storico-cultu-
rale, soprattutto se rapportata alla successiva storia del genere enciclopedi-

XXXI
Fabio Gasti

punti di vista, anche formali, il corrispettivo dell’opera mitografica


greca per eccellenza, cioè quella Biblioteca del cosiddetto Apollo-
doro (ma anche a questo proposito è problematico riconoscere con
certezza l’autore), la prima opera sistematica sul mito dopo la Teo-
gonia esiodea, che nel IX secolo Fozio giudicava niente più che “un
libretto” (βιβλιδάριον)35 e il cui nucleo principale oggi si è arrivati
a datare fra III e II sec. a.C. (mentre a un abbreviatore del II-III
sec. d.C. si dovrebbe l’Epitome)36, un momento di fioritura degli
studi letterari, grammaticali ed eruditi per molti versi avvicinabile
all’età augustea.
Come Apollodoro e, in prospettiva ormai medievale, anche i
cosiddetti Mitografi Vaticani, che al nostro autore per vari motivi
già citati rinviano37, Igino prescinde del tutto da qualsiasi forma di
elaborazione letteraria dei miti che racconta, e in questo documen-
ta perfettamente la tradizione dei mitografi, che consapevolmen-
te interpretano la loro funzione nell’assicurare a poeti e letterati
la materia prima su cui cimentare la propria ispirazione38. Com’è
comprensibile, in questa ottica la cura formale della prosa non rap-
presenta un’istanza prioritaria: le Fabulae, come abbiamo già osser-
vato, al pari della Biblioteca e delle altre opere mitografiche, preve-
dono una prosa “di servizio”, disadorna ma efficace, comprensibile

co in età medievale, nell’ambito del quale, nonostante il rilievo goduto da


Isidoro, vengono in sostanza banditi i riferimenti al mito, come dimostra
prima di ogni altro Rabano Mauro nel suo corposo De rerum naturis che
rappresenta in sostanza una riproposizione di Isidoro con integrazioni in
senso allegorico come risorsa per l’esegesi scritturistica.
35
Fozio, bibl., cod. 186, p. 142 a-b.
36
Scarpi 1996, p. XII.
37
Non va dimenticato al proposito che Angelo Mai, che rinviene nella Bi-
blioteca Apostolica Vaticana e pubblica per la prima volta nel 1831 i testi
di questi tre mitografi (oggi datati più sicuramente al Medioevo), conside-
ra proprio Igino l’autore del primo (come Fulgenzio del secondo e Lattan-
zio Placido, l’autore di un commentario mitologico ovidiano, del terzo). A
livello introduttivo generale, rinvio all’efficace sintesi di Basile 2013.
38
A proposito dello stile dei Mitografi Vaticani, Basile 2013, 16 parla di
“laconismo”, inserendo peraltro la scelta stilistica in un discorso che tiene
conto dell’aderenza alle fonti di natura grammaticale-scoliastica e alla tra-
dizione prosaica della novella medievale destinata a originare il Novellino.

XXXII
Saggio introduttivo

da vari strati di lettori. Si tratta di una scelta estremamente fun-


zionale e non necessariamente di un’ammissione di incapacità o di
autosvalutazione da parte del prosatore. In questo senso la prosa
di Igino ai nostri occhi è semmai più vicina a quella degli autori di
breviari e degli enciclopedisti, per i quali l’elaborazione formale,
che non è mai assente da qualsiasi formalizzazione letteraria del-
la scrittura, è funzionale a determinate e perfettamente dominate
istanze comunicative39.
Considerare le nostre Fabulae alla stregua di un’enciclopedia e
soprattutto Igino alla stregua di un enciclopedista per il fatto che
nella sua opera ci pare che vengano osservati caratteri minimi con-
notativi del genere enciclopedico, sia di tipo contenutistico-com-
positivo sia di tipo stilistico, può apparire una posizione eretica o
perlomeno sfrontata; e comunque certamente dobbiamo fare rife-
rimento, più che al genere, a un’impostazione di tipo enciclope-
dico. Questa almeno è la percezione che già gli antichi potevano
farsi. Se infatti rileggiamo le testimonianze su Igino di Columella, il
prosatore-poeta di pieno I secolo d.C. che contribuisce con gli altri
a tramandare il ricordo (insieme a qualche frammento) di opere
da attribuire all’autore, constatiamo che da esse emerge non una
generica figura di scrittore, ma una precisa fisionomia di lettera-
to che ricerca, seleziona e sistema. È costante il suo ricorso alle
fonti (9,13: antiquos secutus auctores), in particolare greche (9,11,5:
auctoritatem Graecorum sequens), ma soprattutto – da allievo del
Poliistore e buon bibliotecario – ha metodo: scheda assiduamente
le opere allo scopo di estrapolarne la documentazione che gli inte-
ressa (9,2,1: veterum auctorum placita secretis dispensa monimentis
industrie collegit). Ebbene, sia l’industria, cioè la costanza nella rac-
colta dei materiali (si pensi all’ammirata descrizione di quella quasi
maniacale di Plinio il Vecchio da parte del nipote), sia la capacità

39
Altrove ho esaminato i caratteri genetici della cosiddetta forma breve
proponendo un raffronto fra le istanze della tradizione dei breviari e di
quella enciclopedica in termini di scelte stilistiche e di destinazione dell’o-
pera (Gasti 2015). Segue un altro ordine d’idee Guidorizzi 2000, secondo
il quale «anche la monotonia della forma non andrà attribuita solo alla
scarsa vena stilistica di un erudito, ma a interventi formali di redattori e
interpolatori successivi» (XXVI).

XXXIII
Fabio Gasti

di leggere e colligere (o excerpere) quanto interessa rappresentano


proprio l’atteggiamento dell’enciclopedista secondo un cliché che
non ha tempo: secoli dopo Isidoro presenterà la propria opera en-
ciclopedica come opus… ex veteris lectionis recordatione collectum
atque ita in quibusdam locis adnotatum sicut extat conscriptum stilo
maiorum (epist. 6).
In tal senso allora l’immagine tramandata di un Igino mitografo
e quella altrettanto documentata di un poligrafo possono convive-
re e permetterci di valorizzare indizi che descrivono un orizzonte
di scrittura meno frammentario. Ma che la nostra opera, al pari
della tradizione mitografica, si collochi – dobbiamo credere con-
sapevolmente – in una direzione stilistico-compositiva che parte-
cipa dell’impostazione enciclopedica è documentato anche da un
altro autore di racconti di miti del mondo classico, che può ben
rappresentare il legame fra Igino e Isidoro, presi come estremi del
percorso, e cioè Fulgenzio. Grammatico ed esegeta di scuola carta-
ginese fra V e VI secolo, a lungo identificato ma ora definitivamente
distinto dall’omonimo vescovo di Ruspe, scrive la sua Mitologia in
tre libri come opera motivata (e forse anche finalizzata) dall’esegesi
scolastica degli auctores in senso anche allegorico, ed è un dotto
poligrafo, perché gli dobbiamo attribuire un commentario virgilia-
no, a un curioso sommario storico dalla struttura abbecedaria e poi
un’interessante Expositio sermonum antiquorum, una sorta di pron-
tuario lessicale e semantico per lemmi che raccoglie e spiega diverse
parole antiche anticipando di un secolo le Etimologie isidoriane40.

40
L’idea, argomentata in prospettiva isidoriana, apre Gasti 2014. Igino e
Fulgenzio adottano due parallele modalità di descrivere i miti della tradi-
zione letteraria e sono certamente i punti di riferimento per la mitografia
latina successiva. Il nostro, da inserire quindi nella più generale tendenza
culturale alle sintesi, documentabile soprattutto in campo storiografico
(da Giustino fino a Eutropio) ma anche in opere di respiro più genera-
le (che chiameremmo antiquarie) come il Liber memorialis di Ampelio;
sintesi di vario genere, insomma, che costituiscono un prontuario di dati
anche – ma non esclusivamente – a servizio dei commentatori. Il secondo,
da valorizzare per l’attitudine mostrata dai letterati di estrazione gram-
maticale a leggere la mitologia come un repertorio di figure di cui essi
offrono una pratica interpretazione a uso dei lettori, assicurando così a
quello stesso repertorio, perfino in un’età ideologicamente lontanissima,

XXXIV
Saggio introduttivo

(Ri)leggere Igino

In fondo la sorte di Igino è analoga a quella di altri scrittori presto


metabolizzati dalla tradizione scolastica proprio per l’accessibilità
della loro prosa, in grado di permettere ai discenti di apprendere e
insieme esercitarsi nella traduzione: in altri termini Igino potrebbe
essere considerato un presunto “semplice” come Eutropio41.
Come infatti la pratica della scuola ha canonizzato Eutropio
come autore da tradurre, in sostanza ignorando la possibilità e
magari l’opportunità di qualsiasi valutazione critica della sua fisio-
nomia di storico e di scrittore, così le Fabulae iginiane da sempre
trovano posto nelle antologie scolastiche di testi da tradurre; e
questo è un bene, se tale consuetudine, di per sé dotata di un evi-
dente valore aggiunto – quello di trasmettere contenuti mitologici,
che per il curriculum classico rappresenta un elemento sostanziale
di cultura e civiltà, e non soltanto di letteratura –, non impedisce
al lettore, docente prima, e discente poi, di allargare lo sguardo a
comprendere osservazioni comparative. In questa ottica, leggere e
tradurre Igino significherà allora, a un primo livello, estendere le
competenze linguistiche e storico-letterarie in direzione di altri au-
tori e di altre storie mitologiche per apprezzarne costanti e varianti
soprattutto rispetto ai testi noti; a un ulteriore conseguente livello,
conoscere meglio l’autore e opportunamente riconoscere un aspet-
to più variegato all’apparentemente unitaria e stilizzata produzione
letteraria dell’età augustea; infine, ragionare sulla lingua in cui tro-
viamo scritte le Fabulae e, attraverso il confronto con la contem-
poranea tradizione prosastica (e al limite anche poetica) di registro
stilistico ben diverso e del tutto familiare agli studenti, introdurre i

una “nuova stagione” che trasforma i miti del mondo classico non tanto in
risorsa ornamentale quanto piuttosto in opportunità esegetica dei testi. La
situazione culturale e la qualità dei rapporti fra Ovidio, Igino e Fulgenzio
è illustrata e argomentata da Venuti 2015, che sa trarre dall’analisi partico-
lare osservazioni valide in generale.
41
Alludo ad alcune riflessioni a margine del Breviarium di Eutropio in
prospettiva didattica a suo tempo da me proposte proprio nell’ottica di un
recupero ragionato (e integrato) della lettura di un autore convenzional-
mente presente in tutti gli eserciziari scolastici: Gasti 2013.

XXXV
Fabio Gasti

concetti di registro stesso, di destinazione, di complessità letteraria.


Ma non è destituita di valore né deve apparire speciosa o ec-
cessivamente specialistica un’ulteriore applicazione didattica del
lavoro sul nostro manuale, quella cioè che riguarda le modalità at-
traverso cui un testo giunge sui nostri scaffali e sui banchi di scuola.
Problematizzare la tradizione del testo è sempre utile, per evitare
che gli studenti per inerzia (o perché non sollecitati) si abituino a
pensare che i testi prodotti allora giungano fino a noi direttamente
e in modo lineare, ovvio, asettico. La storia delle Fabulae (o Genea-
logie?), l’identità di Igino (bibliotecario e/o poligrafo?), la cronolo-
gia (augustea o più tarda?), configurano nodi problematici che, se
adeguatamente posti, nella prospettiva di ricreare quasi un nuovo
spirito umanistico di riscoperta di un classico, hanno la possibilità
di appassionare e rendere la materia di impegno quotidiano un’o-
perazione che non si ferma al tradurre.
E poi, naturalmente, la mitologia, che è il motivo principale
della fortuna delle nostre Fabulae, anche perché – il dato non va
certamente sottovalutato – di molte varianti qui ravvisiamo l’unica
fonte42. Non è raro trovare nei repertori mitologici, non soltanto
ottocenteschi43, le versioni del mito che tramanda il solo Igino sen-
za alcuna attestazione in fonti diverse, e così pure vedervi compresi
nomi di personaggi o rapporti di parentela che non si trovano al-
trove ma sono citati – non senza talvolta problemi testuali di tra-
dizione – dal nostro autore. Inoltre, alle origini della circolazione
dell’opera, in una forma che doveva essere diversa da quella che
leggiamo noi caratterizzata dalla tradizione poco solida che cono-

42
Insiste sul concetto, in un quadro generale di rivalutazione dell’opera
(che attribuisce senz’altro al bibliotecario), Maeck-Desmedt 1973.
43
Il riferimento è ovviamente alla monumentale opera di Wilhelm H. Ro-
scher, Ausführliches Lexikon der griechischen und römischen Mythologie
(Leipzig, Teubner, 1884-1924), in cinque volumi tuttora punto di riferi-
mento per gli studiosi, in cui confluisce tutta la motivazione della filologia
tedesca animata dallo spirito positivistico dell’epoca; ma vanno conside-
rati in questo senso anche i numerosi manuali di varia – anche minima
– ampiezza, destinati soprattutto alla pratica scolastica e spesso esito di
riproposizioni di fonti vulgate antiche (Igino in particolare), più che di
meticolosi riscontri comparativi.

XXXVI
Saggio introduttivo

sciamo, riveste un valore notevole dal nostro punto di vista la cir-


costanza stessa per cui, a distanza di due secoli dalla verosimile
composizione, l’opera trova un traduttore greco proprio perché
era universalmente nota ma anche perché era considerata utile. Era
infatti attraverso il mito che i caratteri della civiltà latina potevano
essere davvero colti in un ambiente diverso, una prospettiva che
vede riprodotto al contrario il percorso del patrimonio mitologico
costituitosi in Grecia e poi giunto a Roma e variamente intrecciato
alle tradizioni locali di lettura e spiegazione della realtà.
Qui sta anche il valore generalmente culturale dell’operazione
che inconsapevolmente Igino compie, perché il suo compendio,
nella forma enciclopedica che il bibliotecario di Augusto gli confe-
risce, contribuisce senz’altro, insieme ad altri testi letterariamente
più fortunati (e magari anche di più sicura attribuzione), a dotare
l’Occidente di un canone di miti. Forse sotto questa luce il no-
stro testo, scomparso nelle sue attestazioni materiali fino al Cin-
quecento, ma presente nelle letture di tanti autori, sfruttato dalla
tradizione grammaticale e antiquaria antica e moderna come nella
pratica di insegnamento della lingua fino a noi, può a buon diritto
rivendicare un posto senza sfigurare accanto al suo amico Ovidio e
a tanti altri autori.

Fabio Gasti

XXXVII
Bibliografia

Edizioni moderne delle Fabulae

Hygini Fabulae, recensuit, prolegomenis commentario appendi-


ce instruxit H. I. Rose, Lugduni Batavorum, Sythoff, 1933
(19632).
C. Iulius Hyginus, historicus et mithographus, a cura di Fabrizio
Serra, Pisa, Giardini (Scriptorum Romanorum quæ extant
omnia, 259-262), 1976.
Hyginus, Fabulae, edidit Peter K. Marshall, Stutgardiae et Lipsiae,
Teubner (Bibliotheca scriptorum Graecorum et Latinorum
Teubneriana), 1993.
Hygin, Fables, texte établi et traduit par Jean-Yves Boriaud, Pa-
ris, Les Belles Lettres (Collection des Universités e France),
1997.
Igino, Miti, a cura di Giulio Guidorizzi, Milano, Adelphi (Bibliote-
ca Adelphi, 398), 2000.
Higino, Fábulas, introducción y traducción de Javier del Hoyo y
José Miguel García Ruiz, notas e índices de Javier del Hoyo,
Madrid, Gredos (Biblioteca clásica Gredos, 380), 2009.
Hyginus, Fabulae. eine Reise durch die wundersame Welt der gri-
echischen Mythologie, ausgewählt, übersetzt und kommen-
tiert von Lucius Annaeus Senecio, Berlin, Autumnus, 2013.

XXXIX
Fabio Gasti

Saggi e opere

Angeli Bernardini 2010-2011 = P. Angeli Bernardini, I giochi fu-


nebri in onore di Pelia: agoni atletici e musicali?, «Rudiae»
22-23, 63-77.
Argenio 1958 = R. Argenio, Ricostruzione dell’Antiope di Pacuvio,
«RSC» 6, 50-58.
Basile 2013 = B. Basile, Mitografi Vaticani. Cento fabulae, Roma,
Carocci.
Borecký 1955 = B. Borecký, La tragédie Alopé d’Euripide. A pro-
pos du motif d’une jeune fille séduite et d’un enfant rejeté
et retrouvé, in Studia antiqua A. Sala septuagenario oblata,
Pragae, Sumptibus Acad. Scient. Bohemoslovenicae, 82-89.
Breen 1991 = A.B. Breen, The Fabulae Hygini reappraised. A re-
consideration of the context and compilation of the work,
Urbana-Champaign, University of Illinois Press.
Cameron 2004 = Alan Cameron, Greek mythography in the Roman
world, Oxford-New York, Oxford University Press.
Chiarini-Guidorizzi 2009 = Igino, Mitologia astrale, a cura di G.
Chiarini e G. Guidorizzi, Milano, Adelphi.
Cipriani 1973 = G. Cipriani, Una nuova versione della fine di Scilla
Megarese, «SicGymn» 26, 349-355.
del Hoyo 2010 = X. del Hoyo, Contradicciones internas en las “Fa-
bulae” de Higino, in Perfiles de Grecia y Roma. Actas del XII
Congreso Español de Estudios Clásicos (Valencia, 22 al 26
de octubre de 2007), ed. por J.F. González Castro, J. de la
Villa Polo, Madrid, Sociedad Española de Estudios Clásicos,
2, 957-966.
del Hoyo-García Ruiz 2007 = J. del Hoyo, Javier, J.M. García Ruiz,
Peculiaridades lingüísticas en las “Fabulae” de Higino, «RELat»
7, 39-52.
Desmedt 1970 = C. Desmedt, Fabulae Hygini, «RBPh» 48, 26-35.
Desmedt Maeck 1972 = C. Desmedt Maeck, Fabula Hygini viii,
eadem Euripidis quam scribit Ennius, «RBPh» 50, 70-77.
Dognini 2003 = C. Dognini, Médée et les serpents, «Gerión» 21,
93-98.
Gasti 2013 = F. Gasti, Eutropio e il destino dei “semplici”, in Latina
didaxis XXVII: Dove va il latino. Atti del Convegno (Genova-

XL
Bibliografia

Bogliasco, 20-21 aprile 2012), a cura di S. Rocca, Genova,


Coedit, 83-103.
Gasti 2014 = F. Gasti, Introduzione alla mitografia isidoriana, in
Incontri di filologia classica, XII (2012-2013), Trieste, EUT,
101-128.
Gasti 2015 = F. Gasti, La forma breve della prosa nella storiografia
latina d’età imperiale e tarda, «Koinonia» 39, 345-365.
Giangrande 1974 = G. Giangrande, Zum Argonautenkatalog des
Hyginus, «WS» 8, 77-79.
Grilli 1971 = A. Grilli, I cani d’Atteone. Igino e il P. Med. inv. 123.
La tradizione poetica, «PP» 26, 354-367.
Grilli 1975 = A. Grilli, La vicenda di Oreste e Ifigenia in Igino (Fab.
120-121), «RFIC» 102, 154-156.
Huys 1996 = M. Huys, Euripides and the “Tales from Euripides”:
sources of the Fabulae of Ps.-Hyginus?, «APF» 42, 168-178.
Huys 1997a = M. Huys, Euripides and the “Tales from Euripides”:
sources of the Fabulae of Ps.-Hyginus?, «APF» 43, 11-30.
Huys 1997b = M. Huys, The names of some Kalydonian boar-hun-
ters in P. Oxy. 61.4097 fr. 2, Apollodoros 1.8.2.3-6 and Hygi-
nus, F. 173, «Mnemosyne» 50, 202-205.
Kannicht 1991 = R. Kannicht, De Euripidis Autolyco vel Autolycis,
«Dioniso» 61, 91-99.
King 1986 = H. King, Agnodike and the profession of medicine,
«PCPhS» 32, 53-77.
Inglese 1992 =L. Inglese, Antigone di Euripide: la trama e l’occasio-
ne, «RCCM» 34, 175-190.
Inowlocki 2007 = S. Inowlocki, Une trace de Genèse 11,1-9 dans les
“Fabulae” attribuées à Hygin?, «Latomus» 66, 342-349.
Kenens 2012 = U. Kenens, Some observations on the catalogue
of Danaids (Apollod. 2.16-20 and Hyg. Fab. 170), «Mne-
mosyne» 65, 726-731.
Le Boeuffle 1983 = Hygin, L’astronomie, par A. Le Boeuffle, Paris,
Les Belles Lettres.
Liénard 1938 = E. Liénard, Pro Hygini Argonautarum catalogo,
«Latomus» 2, 240-255.
Liénard 1940 = E. Liénard, Obscurités d’Hygin, «AC» 9, 47-51.
Liénard 1963 = E. Liénard, Atreus Hygini, «Latomus» 22, 56-67.
Luppe 2014 = W. Luppe, Der Gürtel der Hippolyte in den Athla des

XLI
Fabio Gasti

Herakles bei Hygin, «Prometheus», 40, 289.


Maeck-Desmedt 1973 = C. Maeck-Desmedt, Fabulae Hygini,
«BStudLat» 3, 26-34.
Mascoli 2002 = P. Mascoli, Igino bibliotecario e gli Pseudo Igini,
«InvLuc» 24, 119-125.
Masiá González 1996 = A. Masiá González, Fábulas CIX y CXXIII
de Higino: variantes respecto a la tradición clásica, «Epos»
12, 31-52.
Muellner 1998 = L. Ch. Muellner, Glaucus rediuiuus, «HSPh» 98,
1-30.
Pasqualini 2009 = A. Pasqualini, Oreste nel Lazio. Percorso della
leggenda e funzioni del mito, in Οὐ πᾶν ἐφήμερον. Scritti in
memoria di Roberto Pretagostini, a cura di C. Braidotti, E.
Dettori, E. Lanzillotta, Roma, Quasar, 1091-1113.
Perutelli 2003 = A. Perutelli, Tante voci per Arione, «MD» 51, 9-63.
Pociña 2004 = A. Pociña, Algunas reflexiones sobre la tragedia “Me-
dus” de Pacuvio, «Paideia», 59, 451-466.
Rose 1929 = H.J. Rose, An unrecognized fragment of Hyginus Fabu-
lae, «CQ» 23, 96-99.
Rose 1958 = H.J. Rose, Second thoughts on Hyginus, «Mnemosyne»
11, 42-48.
Scarpi 1996 = Apollodoro, I miti greci (Biblioteca), a cura di P.
Scarpi, traduzione di M. G. Ciani, Milano, Mondadori.
Schwartz 1956 = J. Schwartz, Une source papyrologique d’Hygin le
Mythographe, in Studi in onore di Aristide Calderini e Rober-
to Paribeni, Milano, Ceschina, II, 151-156.
Slater-Cropp 2009 = W.J. Slater, M.J. Cropp, Martin, Leukippe as
tragedy, «Philologus» 153, 63-85.
Stégen 1972 = G. Stégen, Notes de lecture, 260, «Latomus» 31,
1103.
Troso 2006 = C. Troso, Ottaviano e Oreste tra vendetta e purificazio-
ne. Le “migrazioni” di un mito, «NAC» 35, 317-335.
Urbán 2003 = Á. Urbán, Higino. Balance crítico sobre un mitógrafo
traducido, desaparecido y encontrado, «Alfinge» 15, 139-164.
Urbán 2004 = Á. Urbán, Tres observaciones filológicas a Higino
mitógrafo (Hyg. fab. 31, 121 y 152), «ExClass» 8, 103-121.
van de Woestijne 1929 = P. van de Woestijne, Un ami d’Ovide: C.
Julius Hyginus, «MB» 33, 33-45.

XLII
Bibliografia

van Krevelen 1959 = D.A. van Krevelen, Bemerkungen zu Hygini


Fabulae, «Philologus» 103, 151-152.
van Krevelen 1966 = D.A. van Krevelen, Zu Hyginus, «Philologus»
110, 315-318.
van Krevelen 1968 = D.A. van Krevelen, Zu Hyginus, «Philologus»
112, 269-275.
van Krevelen 1972 = D.A. van Krevelen, Zu Hyginus, «Philologus»
116, 313-319.
Venuti 2015 = M. Venuti, Spoudogeloion, hyperbole and myth in
Fulgentius’ Mythologiae, in Culture and Literature in Latin
Late Antiquity. Continuities and Discontinuities, ed. by P. F.
Moretti, R. Ricci, C. Torre, Turnhout, Brepols, 307-322.

XLIII
Igino

Miti del mondo classico


(testo latino a fronte)*

*Il testo latino riprodotto tiene conto delle ultime edizioni (Marshall e
Boriaud), costantemente confrontate con le scelte a suo tempo avvalorate
da Rose, secondo un orientamento generalmente conservativo. Nelle note
di commento, quando ritenuto opportuno, si discutono salienti questioni
testuali senza tuttavia addentrarsi in questioni critiche ed ecdotiche,
sempre tenuto conto della destinazione del presente lavoro.
Fabularum hygini per capita index

1 Themisto
2 Ino
3 Phrixus
4 Ino alia Euripidis
5 Athamas
6 Cadmus
7 Antiope
8 Eadem Euripidis
9 Niobe
10 Chloris
11 Niobidae
12 Pelias
13 Iuno
14 Argonautae
15 Lemniades
16 Cyzicus
17 Amycus
18 Lycus
19 Phineus
20 Stymphalides
21 Phrixi filii
22 Aeeta
23 Absyrtus
24 Iason
25 Medea

2
Titoli dei miti

1 Temisto
2 Ino
3 Frisso
4 Ino, altra versione (di Euripide)
5 Atamante
6 Cadmo
7 Antiope
8 La stessa (versione di Euripide)
9 Niobe
10 Cloride
11 I Niobidi
12 Pelia
13 Giunone
14 Gli Argonauti
15 Le donne di Lemno
16 Cizico
17 Amico
18 Lico
19 Fineo
20 Gli uccelli Stinfalidi
21 I figli di Frisso
22 Eeta
23 Absirto
24 Giasone
25 Medea

3
Igino

26 Medea exul
27 Medus
28 Otus et Ephialtes
29 Alcumena
30 Herculis athla
31 Parerga eiusdem
32 Megara
33 Centauri
34 Nessus
35 Iole
36 Deianira
37 Aethra
38 Thesei labores
39 Daedalus
40 Pasiphae
41 Minos
42 Theseus apud Minotaurum
43 Ariadne
44 Cocalus
45 Philomela
46 Erechtheus
47 Hippolytus
48 Reges Athenienses
49 Aesculapius
50 Admetus
51 Alcestis
52 Aegina. Myrmidones
53 Asterie
54 Thetis
55 Tityus
56 Busiris
57 Stheneboea. Bellerophon
58 Smyrna
59 Phyllis
60 Sisyphus et Salmoneus
61 Salmoneus
62 Ixion
63 Danae

4
Miti del mondo classico

26 Medea in esilio
27 Medo
28 Oto ed Efialte
29 Alcmena
30 Le fatiche di Ercole
31 Altre imprese dello stesso Ercole
32 Megara
33 I centauri
34 Nesso
35 Iole
36 Deianira
37 Etra
38 Le fatiche di Teseo
39 Dedalo
40 Pasifae
41 Minosse
42 Teseo dal Minotauro
43 Arianna
44 Cocalo
45 Filomela
46 Eretteo
47 Ippolito
48 I re di Atene
49 Esculapio
50 Admeto
51 Alcesti
52 Egina. I Mirmidoni
53 Asteria
54 Teti
55 Tizio
56 Buriside
57 Stenebea. Bellerofonte
58 Smirna
59 Fillide
60 Sisifo e Salmoneo
61 Salmoneo
62 Issione
63 Danae

5
Igino

64 Andromeda
65 Alcyone
66 Laius
67 Oedipus
68 Polynices
69 Adrastus
70 Reges septem Thebas profecti
71 Epigoni
72 Antigona
73 Amphiaraus, Eriphyle et Alcmaeon
74 Hypsipyle
75 Tiresias
76 Reges Thebani
77 Leda
78 Tyndareus
79 Helena
80 Castor
81 Helenae proci
82 Tantalus
83 Pelops
84 Oenomaus
85 Chrysippus
86 Pelopidae
87 Aegisthus
88 Atreus
89 Laomedon
90 Priami filii
91 Paris
92 Iudicium Paridis
93 Cassandra
94 Anchises
95 Ulysses
96 Achilles
97 Qui ad Troiam et quot navibus ierunt
98 Iphigenia
99 Auge
100 Teuthras
101 Telephus

6
Miti del mondo classico

64 Andromeda
65 Alcione
66 Laio
67 Edipo
68 Polinice
69 Adrasto
70 I sette re partiti per Tebe
71 Gli epigoni
72 Antigone
73 Anfiarao, Erifile e Alcmeone
74 Ipsipile
75 Tiresia
76 I re di Tebe
77 Leda
78 Tindaro
79 Elena
80 Castore
81 I pretendenti di Elena
82 Tantalo
83 Pelope
84 Enomao
85 Crisippo
86 I figli di Pelope
87 Egisto
88 Atreo
89 Laomedonte
90 I figli di Priamo
91 Paride
92 Il giudizio di Paride
93 Cassandra
94 Anchise
95 Ulisse
96 Achille
97 Coloro che partirono per Troia e numero delle loro navi
98 Ifigenia
99 Auge
100 Teutrante
101 Telefo

7
Igino

102 Philoctetes
103 Protesilaus
104 Laodamia
105 Palamedes
106 Hector
107 Armorum iudicium
108 Equus Troianus
109 Ilione
110 Polyxena
111 Hecuba
112 Provocantes
113 Quem quis occidit
114 Graeci quot occiderunt
115 Troiani quot occiderunt
116 Nauplius
117 Clytaemnestra
118 Proteus
119 Orestes
120 Iphigenia Taurica
121 Cryses
122 Aletes
123 Neoptolemus
124 Reges Achivorum
125 Odyssea
126 Ulyssis agnitio
127 Telegonus
128 Augures
129 Oeneus
130 Icarus, Erigone et canis
131 Nysus
132 Lycurgus
133 Hammon
134 Tyrrheni
135 Laocoon
136 Polyidus
137 Merope
138 Philyra
139 Curetes

8
Miti del mondo classico

102 Filottete
103 Protesilao
104 Laonamia
105 Palamede
106 Ettore
107 Il giudizio sulle armi
108 Il cavallo di Troia
109 Ilione
110 Polissena
111 Ecuba
112 Combattenti in duello
113 Uccisori e uccisi
114 Quanti nemici uccisero di Greci
115 Quanti nemici uccisero i Troiani
116 Nauplio
117 Clitemnestra
118 Proteo
119 Oreste
120 Ifigenia in Tauride
121 Crise
122 Alete
123 Neottolemo
124 I re degli Achei
125 Odissea
126 Il riconoscimento di Ulisse
127 Telegono
128 Gli indovini
129 Eneo
130 Icaro, Erigone e il cane
131 Niso
132 Licurgo
133 Ammone
134 I Tirreni
135 Laocoonte
136 Poliido
137 Merope
138 Flira
139 I Cureti

9
Igino

140 Python
141 Sirenes
142 Pandora
143 Phoroneus
144 Prometheus
145 Niobe sive Io
146 Proserpina
147 Currus Triptolemi
148 Vulcanus. Harmonia
149 Epaphus
150 Titanomachia
151 Ex Typhone et Echidna geniti
152 Typhon
153 Deucalion et Pyrrha
154 Phaeton Hesiodi
155 Iovis filii
156 Solis filiii
157 Neptuni filii
158 Vulcani filii
159 Martis filii
160 Mercurii filii
161 Apollinis filii
162 Herculis filii
163 Amazones
164 Athenae
165 Marsyas
166 Erichthonius
167 Liber
168 Danaus
169 Amymone
170 Filiae Danai quae quos occiderunt
171 Althaea
172 Oeneus
173 Qui ad aprum Calydonium ierunt
174 Meleager
175 Agrius
176 Lycaon
177 Callisto

10
Miti del mondo classico

140 Pitone
141 Le Sirene
142 Pandora
143 Foroneo
144 Prometeo
145 Niobe o Io
146 Proserpina
147 Il carro di Trittolemo
148 Vulcano. Armonia
149 Epafo
150 La Titanomachia
151 I nati da Tifone ed Echidna
152 Tifone
153 Deucalione e Pirra
154 Fetonte (versione di Esiodo)
155 I figli di Giove
156 I figli del Sole
157 I figli di Nettuno
158 I figli di Vulcano
159 I figli di Marte
160 I figli di Mercurio
161 I figli di Apollo
162 I figli di Ercole
163 Le Amazzoni
164 Atene
165 Marsia
166 Erittonio
167 Libero
168 Danao
169 Amimone
170 Chi ciascuna delle figlie di Danao uccise
171 Altea
172 Eneo
173 Coloro che andarono contro il cinghiale Calidonio
174 Meleagro
175 Agrio
176 Licaone
177 Callisto

11
Igino

178 Europa
179 Semele
180 Actaeon
181 Diana et canum nomina
182 Oceani filiae
183 Equorum Solis et Horarum nomina
184 Pentheus et Agave
185 Atalanta
186 Melanippe
187 Alope
188 Theophane
189 Procris
190 Theonoe
191 Rex Midas
192 Hyas
193 Harpalycus
194 Arion
195 Orion
196 Pan
197 Venus
198 Nisus
199 Scylla altera
200 Chione
201 Autolycus
202 Coronis
203 Daphne
204 Nyctimene
205 Arge
206 Harpalyce
207 Macareus
208 Rhodos
209 Cyrene
210 Hecatea
211 Herse
212 Endymion
213 Atys
214 Narcissus
215 Hermaphroditus

12
Miti del mondo classico

178 Europa
179 Semele
180 Atteone
181 Diana e i nomi dei cani
182 Le figlie di Oceano
183 Nomi dei cavalli del Sole e delle Ore
184 Penteo e Agave
185 Atalanta
186 Melanippe
187 Alope
188 Teofane
189 Procri
190 Teonoe
191 Il re Mida
192 Iante
193 Arpalico
194 Arione
195 Orione
196 Pan
197 Venere
198 Niso
199 L’altra Scilla
200 Chione
201 Autolico
202 Coronide
203 Dafne
204 Nittimene
205 Arge
206 Arpalice
207 Macareo
208 Rodo
209 Cirene
210 Ecatea
211 Erse
212 Endimione
213 Ati
214 Narciso
215 Ermafrodito

13
Igino

216 Eurydice
217 Maleas
218 Hyacinthus
219 Archelaus
220 Cura
221 Septem sapientes
222 Septem lyrici
223 Septem opera mirabilia
224 Qui facti sunt ex mortalibus immortales
225 Qui primi templa deorum constituerunt
226 Quae mortales cum Iove concubuerunt
227 Quae cum Apolline
228 Quae cum Neptuno
229 Quae cum Mercurio
230 Quae cum Libero
231 Quae cum Marte
232 Quae cum Aquilone
233 Quae immortales cum mortalibus concubuerunt
234 Qui patres suos occiderunt
235 Qui matres suas occiderunt
236 Qui fratres suos occiderunt
237 Patres qui filios suos suos occiderunt
238 Qui filias suas occiderunt
239 Matres quae filios interfecerunt
240 Quae coniuges suos occiderunt
241 Qui coniuges suas occiderunt
242 Qui se ipsi interfecerunt
243 Quae se ipsae interfecerunt
244 Qui cognatos suos occiderunt
245 Qui soceros et generos occiderunt
246 Qui filios in epulis consumpserunt
247 Qui a canibus consumpti sunt
248 Qui ab apro percussi interierunt
249 Faces sceleratae
250 Quadrigae quae rectores suos perdiderunt
251 Qui ab inferis redierunt
252 Qui lacte ferino nutriti sunt
253 Quae contra fas concubuerunt

14
Miti del mondo classico

216 Euridice
217 Malea
218 Giacinto
219 Archelao
220 Cura
221 I sette Sapienti
222 I sette Poeti lirici
223 Le sette meraviglie
224 I mortali resi immortali
225 I primi costruttori di templi agli dei
226 Le mortali che giacquero con Giove
227 Le mortali che giacquero con Apollo
228 Le mortali che giacquero con Nettuno
229 Le mortali che giacquero con Mercurio
230 Le mortali che giacquero con Libero
231 Le mortali che giacquero con Marte
232 Le mortali che giacquero con Aquilone
233 Le immortali che giacquero con mortali
234 Assassini del proprio padre
235 Assassini della propria madre
236 Assassini dei propri fratelli
237 Padri assassini dei propri figli
238 Assassini delle proprie figlie
239 Madri assassine dei figli
240 Mogli che uccisero il proprio marito
241 Mariti che uccisero la propria moglie
242 Suicidi
243 Suicide
244 Assassini dei propri parenti
245 Assassini di suoceri e generi
246 Coloro che si cibarono dei figli a banchetto
247 Coloro che furono divorati dai cani
248 Coloro che morirono assaliti da un cinghiale
249 Le fiaccole di sventura
250 Le quadrighe che causarono la morte dei loro conducenti
251 Coloro che tornarono dagli inferi
252 Coloro che furono allevati con latte di animali selvatici
253 Coloro che si unirono in modo incestuoso

15
Igino

254 Quae piae fuerunt vel qui pii


255 Quae impiae fuerunt
256 Quae castissimae fuerunt
257 Qui inter se amici et coniunctissimi fuerunt
258 Atreus et Thyestes
259 Lynceus
260 Eryx
261 Agamemnon qui Dianae cervam ignarus occidit
262 Noctua
263 Ceres
264 Qui fulmine icti sunt
265 Qui a Neptuno perierunt vel a Mercurio vel a Minerva
266 Qui ab Apolline perierunt
267 Quae bellicosissimae fuerunt
268 Qui fortissimi heroes fuerunt
269 Qui amplissimi fuerunt
270 Qui formosissimi fuerunt
271 Qui ephebi formosissimi fuerunt
272 Iudicia parricidarum qui in Areopago causam dixerunt
273 Qui primi ludos fecerunt usque ad Aeneam quintum
decimum
274 Qui quid invenerit
275 Oppida qui quae condiderunt
276 Insulae maximae
277 Rerum inventores primi

16
Miti del mondo classico

254 Le più pie e i più pii


255 Le donne empie
256 Le donne più fedeli
257 Coloro che furono amici più d’ogni altro
258 Atreo e Tieste
259 Linceo
260 Erice
261 Agamennone che senza saperlo uccide la cerva di Diana
262 Nottua
263 Cerere
264 Coloro che furono colpiti da un fulmine
265 Coloro che morirono uccisi da Nettuno, da Mercurio e da
Minerva
266 Coloro che morirono uccisi da Apollo
267 Guerriere battagliere
268 Gli eroi più forti
269 I più facoltosi
270 I più belli
271 Gli efebi più belli
272 Processi dei parricidi che si difesero nell’Areopago
273 Coloro che istituirono giochi, fino ad Enea (quindicesimo)
274 Inventori e invenzioni
275 Città e loro fondatori
276 Le isole più grandi
277 I primi inventori

17
Igino

<Praefatio>

1 Ex Caligine Chaos.
Ex Chao et Caligine Nox, Dies, Erebus, Aether. Ex Nocte et Erebo
Fatum, Senectus, Mors, Letum Continentia, Somnus, Somnia id est
Lysimeles, Epiphron, Dysmenes, Porphyrion, Epapus, Discordia,
Miseria, Petulantia, Nemesis, Euphrosyne, Amicitia, Misericordia,
Styx; Parchae tres, id est Clotho, Lachesis, Atropos; Hesperides
Aegle, Hesperie, Aerica.
2 Ex Aethere et Die Terra, Caelum, Mare.
3 Ex Aethere et Terra Dolor, Dolus, Ira, Luctus, Mendacium, Iusu-
randum, Ultio, Intemperantia, Altercatio, Olbivio, Socordia, Timor,
Superbia, Incestum, Pugna; Oceanus, Themis, Tartarus, Pontus; et Ti-
tanes, Briareus, Gyges, Steropes, Atlas, Hyperion et Polus, Saturnus,
Ops, Moneta, Dione; Furiae tres, id est Alecto, Megaera, Tisiphone.
4 Ex Terra et Tartaro Gigantes, Enceladus, Coeus, †elentesmo-
phius†, Astraeus, Pelorus, Pallas, Emphytus, Rhoecus, †ienios,
Agrius, †alemone, Ephialtes, Eurytus, †effracorydon, Theomises,
Theodamas, Otus, Typhon, Polybotes Menephiarus, Abseus, Co-
lophomus, Iapetus.
5 Ex Ponto et Mari piscium genera.
6 <Ex Oceano et Tethye> Oceanitides: Hestyaea, Melite, Ianthe,
Admete, Stilbo, Pasiphae, Polyxo, Eurynome, Euagoreis, Rhodo-
pe, Lyris, Clytia, †teschinoeno, Clitemneste, Metis, Menippe, Argia.
Eiusdem seminis flumina Strymon, Nilus, Euphrates, Tanais, Indu,
Cephisus, Ismanus, Axenus, Achelous, Simois, Inachus, Alpheus,
Thermodoon, Scamandrus, Tigris, Maeandrus, Orontes.
7 Ex Ponto et Terra Thaumas, Ceto, Nereus, Phorcus.
8 Ex Nereo et Doride Nereides quinquaginta: Glauce, Thalia, Cymo-
doce, Nesaea, Spio, Thoe, Cymothoe, Actaea, Limnoria, Melite, Iae-
ra, Amphithoe, Agave, Doto, Proto, Pherusa, Dynamene, Dexamene,
Amphinome, Callianassa, Doris, Panope, Galatea, Nemertes, Apseu-
des, Clymene, Ianira, Panopaea, Ianassa, Maera, Orithya, Amathia,
Drymo, Xantho, Ligea, Phyllodoce, Cydippe, Lycorias, Cleio, Beroe,

18
Miti del mondo classico

Genealogie

1 Da Oscurità nacque Caos.


Da Caos e Oscurità Notte, Giorno, Erebo, Etere. Da Notte ed
Erebo Fato, Vecchiaia, Morte, Fine, Introversione, Sonno, Sogni
cioè Lisimele o Epifrone o Dismene, Porfirione, Epafo, Discordia,
Miseria, Petulanza, Nemesi, Eufrosine, Amicizia, Compassione,
Stige; le tre Parche, cioè Cloto, Lachesi, Atropo; le Esperidi, cioè
Egle, Esperia, Erica.
2 Da Etere e Giorno Terra, Cielo, Mare.
3 Da Etere e Terra Dolore, Inganno, Ira, Lutto, Menzogna, Giu-
ramento, Vendetta, Intemperanza, Litigiosità, Oblio, Pigrizia,
Timore, Superbia, Incesto, Combattività; Oceano, Temi, Tarta-
ro, Ponto; e i Titani (Briareo, Gige, Sterope, Atlante, Iperione
e Polo), Saturno, Opi, Moneta, Dione; le tre Furie, cioè Aletto,
Megera, Tisifone.
4 Da Terra e Tartaro i Giganti: Encelado, Ceo, †…, Astreo, Pelo-
ro, Pallante, Enfito, Reco, †ienio Agrio, †alemone, Efialte, Eurito,
†Effra Coridonte, Teomise, Teodamante, Oto, Tifone, Polibote,
Menefiaro, Abseo, Colofomo, Giapeto.
5 Da Ponto e Mare le specie dei pesci.
6 Da Oceano e Teti le Oceanidi: Estiea, Melite, Iante, Admete, Stil-
bo, Pasifae, Polisso, Eurinome, Evagoreide, Rodope, Liri, Clizia,
†Teschinoeno, Clitemneste, Meti, Menippe, Argia. Dallo stesso
seme i fiumi Strimone, Nilo, Eufrate, Tanai, Indo, Cefiso, Ismeno,
Asseno, Acheloo, Simoenta, Inaco, Alfeo, Termodonte, Scaman-
dro, Tigri, Meandro, Oronte.
7 Da Ponto e Terra Taumante, Cetone, Nereo, Forco.
8 Da Nereo et Doride le cinquanta Nereidi: Glauce, Talia, Cimo-
doce, Nesea, Spio, Toe, Cimotoe, Attea, Limnoria, Melite, Iera,
Anfitoe, Agave, Doto, Proto, Ferusa, Dinamene, Dessamene, An-
finome, Callianassa, Doride, Panope, Galatea, Nemerte, Apseu-
de, Climene, Ianira, Panopea, Ianassa, Mera, Orizia, Amazia,
Drimo, Xanto, Ligea, Fillodoce, Cidippe, Licoriade, Clio, Beroe,

19
Igino

Ephyre, Opis, Asia, Deiopea, Arethusa, Clymene, Creneis, Eurydice,


Leucothoe.
9 Ex Phorco et Ceto Phorcides: Pemphredo, Enyo, Persis (pro hac
ultima Dino alii ponunt). Et Gorgones ex Ceto Sthenno, Euryale,
Medusa.
10 Ex Polo et Phoebe Latona, Asterie, Aphirape, Perses, Pallas.
11 Ex Iapetho et Clymene Atlas, Epimetheus, Prometheus.
12 Ex Hyperione et Aethra Sol, Luna, Aurora.
13 Ex Saturno et Ope Vesta, Ceres, Iuno, Iuppiter, Pluto, Neptunus.
14 Ex Saturno et Philyra Chiron, Dolops.
15 Ex Astraeo et Aurora Zephyrus, Boreas, Notus, Favonius.
16 Ex Atlante et Pleione Maia, Calypso, Alcyone, Merope, Electra,
Celaeno.
17 Ex Pallante gigante <et> Styge Scylla, Vis, Invidia, Potestas, Vic-
toria, Fontes, Lacus.
18 Ex Neptuno et Amphitrite Triton.
19 Ex Dione et Iove Venus.
20 Ex Iove et Iunone Mars.
21 Ex Iovis capite Minerva.
22 Ex Iunone sine patre Vulcanus.
23 Ex Iove et Eurynome Gratiae.
24 Ex Iove rursus et Iunone Iuventus, Libertas.
25 Ex Iove et Themide Horae.
26 Ex Iove et Cerere Proserpina.
27 Ex Iove et Moneta Musae.
28 Ex Iove et Luna Pandia.
29 Ex Venere et Marte Harmonia et Formido.
30 Ex Acheloo et Melpomene Sirenes Thelxiepia, Molpe, Pisinoe.
31 Ex Iove et Climene Mnemosyne.
32 Ex Iove et Maia Mercurius.
33 Ex Iove et Latona Apollo et Diana.
34 Ex Terra Python draco divinus.
35 Ex Thaumante et <Electra> Iris, Harpyae Celaeno, Ocypete,
Podarce.
36 Ex Sole et Persa Circe, Pasiphae, Aeeta, Perses.
37 Ex Aeeta et Clyzia Medea.
38 Ex Sole et Clymene Phaethon et Phaethontides (Merope, Helie,
Aetherie, Dioxippe).

20
Miti del mondo classico

Efire, Opi, Asia, Deiopea, Aretusa, Climene, Creneide, Euridice,


Leucotoe.
9 Da Forco e Ceto le Forcidi: Pemfredo, Enio, Perside (invece di
questa alcuni considerano come ultima Dino). Da Ceto pure le
Gorgoni: Steno, Euriale, Medusa.
10 Da Polo e Febe Latona, Asteria, Afirape, Perse, Pallante.
11 Da Giapeto e Climene Atlante, Epimeteo, Prometeo.
12 Da Iperione ed Etra Sole, Luna, Aurora.
13 Da Saturno e Opi Vesta, Cerere, Giunone, Giove, Plutone,
Nettuno.
14 Da Saturno e Filira Chirone e Dolope.
15 Da Astreo e Aurora Zefiro, Borea, Noto, Favonio.
16 Da Atlante e Pleione Maia, Calipso, Alcione, Merope, Elettra,
Celeno.
17 Dal gigante Pallante e Stige Scilla, la Violenza, l’Invidia, il Pote-
re, la Vittoria, le Fonti e i Laghi.
18 Da Nettuno e Anfitrite Tritone.
19 Da Dione e Giove Venere.
20 Da Giove e Giunone Marte.
21 Dalla testa di Giove Minerva.
22 Da Giunone, senza padre, Vulcano.
23 Da Giove ed Eurinome le Grazie.
24 Da Giove e Giunone, ancora, Gioventù e Libertà.
25 Da Giove e Temi le Ore.
26 Da Giove e Cerere Proserpina.
27 Da Giove e Moneta le Muse.
28 Da Giove e la Luna Pandia.
29 Da Venere e Marte Armonia e Paura.
30 Da Acheloo e Melpomene le Sirene (Telsiepia, Molpe, Pisinoe).
31 Da Giove e Climene Mnemosine.
32 Da Giove e Maia Mercurio.
33 Da Giove e Latona Apollo e Diana.
34 Da Terra Pitone, il serpente con facoltà divine.
35 Da Taumante ed Elettra Iride e le Arpie (Celeno, Ocipete, Podarce).
36 Da Sole e Persa Circe, Pasifae, Eeta, Perse.
37 Da Eeta e Clizia Medea.
38 Da Sole e Climene Fetonte e le Fetontidi (Merope, Elia, Eteria,
Diossippe).

21
Igino

39 Ex Typhone et Echidna Gorgon, Cerberus, draco qui pellem


auream arietis Colchis servabat, Scylla, quae superiorem partem fe-
minae, inferiorem canis habuit, quam Hercules interemit, Chimae-
ra, Sphinx quae fuit in Boeotia, Hydra, serpens quae novem capita
habuit, quam Hercules interemit, et draco Hesperidum.
40 Ex Neptuno et Medusa Chrysaor et equus Pegasus.
41 Ex Chrysaore et Callirhoe Geryon trimembris.

22
Miti del mondo classico

39 Da Tifone ed Echidna la Gorgone, Cerbero, il drago che custo-


diva il vello d’oro dell’ariete in Colchide, Scilla, che aveva la parte
superiore di donna e quella inferiore di cane, poi uccisa da Ercole,
la Chimera, la Sfinge che abitava in Beozia, l’Idra, il serpente che
aveva nove teste, poi uccisa da Ercole, e il drago delle Esperidi.
40 Da Nettuno e Medusa Crisaore e il cavallo Pegaso.
41 Da Crisaore e Calliroe Gerione dai tre corpi.

23
Igino fabb. 1,2

<Fabulae>

1 Themisto
Athamas Aeoli filius habuit ex Nebula uxore filium Phrixum et fi-
liam Helle, et ex Themisto Hypsei filia filios duo, Sphincium et Or-
chomenum, et ex Ino Cadmi filia filios duo, Learchum et Melicer-
ten. Themisto, quod se Ino coniugio privasset, filios eius interficere
voluit; itaque in regia latuit clam et occasione nacta, cum putaret
se inimicae natos interfecisse, suos imprudens occidit, a nutrice de-
cepta quod eis vestem perperam iniecerat. Themisto cognita re ipsa
se interfecit.

2 Ino
1 Ino, Cadmi et Harmoniae filia, cum Phrixum et Hellen ex Ne-
bula natos interficere voluisset, init consilium cum totius generis
matronis et coniuravit ut fruges in sementem quas darent torrerent,
ne nascerentur; ita ut, cum sterilitas et penuria frugum esset, civitas
tota partim fame partim morbo interiret. 2 De ea re Delphos mit-
tit Athamas satellitem, cui Ino praecepit ut falsum responsum ita
referret: si Phrixum immolasset Iovi, pestilentiae fore finem. Quod
cum Athamas se facturum abnuisset, Phrixus ultro ac libens pol-
licetur se unum civitatem aerumna liberaturum. 3 Itaque cum ad
aram cum infulis esset adductus et pater Iovem comprecari vellet,
satelles misericordia adulescentis Inus Athamanti consilium patefe-
cit; rex facinore cognito uxorem suam Ino et filium eius Melicerten
Phrixo dedidit necandos. 4 Quos cum ad supplicium duceret, Li-
ber pater ei caliginem iniecit et Ino suam nutricem eripuit. Athamas
postea, ab Iunone insania obiecta, Learchum filium interfecit. 5 At
Ino cum Melicerte filio suo in mare praecipitavit; quam Liber Leu-
cotheam voluit appellari, nos Matrem Matutam dicimus, Melicer-
tem autem deum Palaemonen, quem nos Portunum dicimus. Huic
quinto quoque anno ludi gymnici fiunt, qui appellantur Isthmia.

24
Miti del mondo classico

Miti del mondo classico

1 Temisto
Atamante, figlio di Eolo, dalla moglie Nuvola ebbe un figlio, Fris-
so, e una figlia, Elle; da Temisto, figlia di Ipseo, due figli, Sfincio e
Orcomeno; da Ino, figlia di Cadmo, due figli, Learco e Melicerte.
Temisto, poiché era stata privata del marito da Ino, volle uccidere
i figli di questa: così furtivamente si nascose nella reggia e, trovato
il momento giusto, pensando di uccidere i bambini della sua rivale
per errore colpì i propri, ingannata dalla nutrice che aveva fatto
loro indossare il vestito sbagliato. Saputa la cosa Temisto si uccise.

2 Ino
1 Ino, figlia di Cadmo e Armonia, intenzionata a uccidere Frisso ed
Elle, nati da Nuvola, fece un piano con le donne di tutta la sua fami-
glia e brigò per bruciare le granaglie destinate alla semina affinché
non germogliassero; e così, sopravvenuta una carestia e un’avaria di
granaglie, l’intera popolazione moriva in parte di fame e in parte di
malattia. 2 Per far luce su questo Atamante manda a Delfi un suo
uomo, al quale Ino comanda di riferire un responso falso: se avesse
sacrificato Frisso a Giove la pestilenza sarebbe finita. Siccome Ata-
mante si era rifiutato di farlo, Frisso spontaneamente e di buon grado
promette di liberare da solo la popolazione dal malanno. 3 E così,
dopo che era stato condotto all’altare con le sacre bende e mentre il
padre stava per invocare Giove, il suo uomo provando compassione
per il ragazzo rivelò ad Atamante il piano di Ino; venuto a sapere il
suo crimine, il re consegnò a Frisso sua moglie Ino e il figlio di questa
Melicerte perché li uccidesse. 4 Mentre li portava alla morte, il padre
Libero gli annebbiò la vista e portò via Ino, sua nutrice. In seguito
Atamante, reso pazzo da Giunone, uccise il figlio Learco. 5 Ino allora
con suo figlio Melicerte si gettò in mare: Libero volle che fosse chia-
mata Leucotea, che noi diciamo Madre Matuta, mentre Melicerte
dio Palemone, che noi diciamo Portuno. In suo onore ogni quattro
anni si tengono ludi atletici che si chiamano Istmici.

25
Igino fabb. 3,4

3 Phrixus
1 Phrixus et Helle insania a Libero obiecta cum in silva errarent
Nebula mater eo dicitur venisse et arietem inauratum adduxisse,
Neptuni et Teophanes filium, eumque natos suos ascendere iussit
et Colchos ad regem Aeetam Solis filium transire ibique arietem
Marti immolare. 2 Ita dicitur esse factum; quo cum ascendissent et
aries eos in pelagus detulisset, Helle de ariete decidit, ex quo Helle-
spontum pelagus est appellatum, Phrixum autem Colchos detulit;
ibi matris praeceptis arietem immolavit pellemque eius inauratam
in templo Martis posit, quam servante dracone Iason, Aesonis et
Alcimendes filius, dicitur petisse. 3 Phrixum autem Aeeta libens
recepit filiamque Chalciopen dedit ei uxorem; quae postea liberos
ex eo procreavit. Sed veritus est Aeeta ne se regno eicerent, quod
ei responsum fuit ex prodigiis ab advena Aeoli filio morte caveret;
itaque Phrixum interfecit. 4 At filii eius, Argus, Phrontis, Melas,
Cylindrus, in ratem conscenderunt ut ad avum Atamantem transi-
rent: hos Iason cum pellem peteret naufragos ex insula Dia sustulit
et ad Chalciopen matrem reportavit, cuius beneficio ad sororem
Medeam est commendatus.

4 Ino Euripidis
1 Athamas in Thessalia rex cum Inonem uxorem, ex qua duos filios
<susceperat>, perisse putaret, duxit nymphae filiam Themistonem
uxorem; ex ea geminos filios procreavit. 2 Postea resciit Inonem in
Parnaso esse, quam bacchationis causa eo pervenisse; misit qui eam
adducerent; quam adductam celavit. 3 Resciit Themisto eam inven-
tam esse, sed quae esset nesciebat. Coepit velle filios eius necare; rei
consciam quam captivam esse credebat ipsam Inonem sumpsit, et
ei dixit ut filios suos candidis vestimentis operiret, Inonis filios ni-
gris. 4 Ino suos candidis, Themistonis pullis operuit; tunc Themisto
decepta suos filios occidit; id ubi resciit, ipsa se necavit. 5 Athamas
autem in venatione per insaniam Learchum maiorem filium suum
interfecit; at Ino cum minore filio Melicerte in mare se deiecit et
dea esta facta.

26
Miti del mondo classico

3 Frisso
1 Mentre Frisso ed Elle, dopoché Libero li fece impazzire, erra-
vano in un bosco, si dice che si presentò la madre Nuvola e portò
un ariete d’oro, figlio di Nettuno e Teofane; invitò i figli a salirvi
in groppa e a recarsi in Colchide dal re Eeta, figlio del Sole, e lì
immolare l’ariete a Marte. 2 Si dice che avvenne questo: dopoché vi
salirono in groppa, l’ariete li portò sul mare, Elle cadde dall’ariete
(e per questo il mare fu chiamato Ellesponto) e portò invece Frisso
in Colchide; lì, secondo le indicazioni della madre, immolò l’ariete
e depose il suo vello d’oro nel tempio di Marte, sotto la custodia di
un drago, e si dice che Giasone, figlio di Esone e Alcimede, andò
a cercarlo. 3 Quindi Eeta accolse volentieri Frisso e gli diede in
moglie la figlia Calciope, che poi da lui ebbe figli. Ma Eeta temette
che lo cacciassero dal regno, in quanto in seguito a prodigi gli era
stato rivelato di guardarsi dal pericolo di morte per mano di uno
straniero figlio di Eolo; e così uccise Frisso. 4 Però i suoi figli, Argo,
Frontide, Mela, Cilindro, si imbarcarono per raggiungere il nonno
Atamante: Giasone, andando in cerca del vello, li prelevò naufraghi
dall’isola di Dia e li riportò alla madre Calciope, che per ricono-
scenza lo raccomandò alla sorella Medea.

4 Ino (versione di Euripide)


1 Atamante, re in Tessaglia, credendo morta la moglie Ino, dalla
quale aveva avuto due figli, prese in moglie Temisto, figlia di una
ninfa, e da lei ebbe due gemelli. 2 In seguito venne a sapere che Ino
era sul Parnaso e che vi era arrivata per fare la baccante; mandò
qualcuno a riportarla a casa e, una volta riportata a casa, la tenne
nascosta. 3 Temisto venne a sapere che era stata ritrovata ma non
sapeva chi fosse. Cominciò a voler uccidere i figli di lei e come
complice del suo piano prese proprio Ino, che pensava fosse una
prigioniera, e le disse di fare indossare ai suoi figli vesti candide, ai
figli di Ino nere. 4 Ino rivestì i propri di bianco e quelli di Temisto
di scuro; allora Temisto fu ingannata e colpì i propri figli; quando
lo venne a sapere, si uccise. 5 Atamante, per parte sua, impazzito,
durante una partita di caccia uccise il suo figlio maggiore, Learco;
allora Ino col figlio minore, Melicerte, si gettò in mare e fu trasfor-
mata in divinità.

27
Igino fabb. 5-8

5 Athamas
Semele quod cum Iove concubuerat, ob id Iuno toto genere eius
fuit infesta; itaque Athamas Aeoli filius per insaniam in venatione
filium suum interfecit sagittis.

6 Cadmus
Cadmus Agenori et Argiopes filius, ira Martis quod draconem
fontis Castalii custodem occiderat, suorum prole interempta cum
Harmonia Veneris et Martis filia uxore sua in Illyriae regionibus in
dracones sunt conversi.

7 Antiopa
1 Antiopa Nyctei filia ab Epapho per dolum est stuprata, itaque a
Lyco viro suo eiecta est. Hanc viduam Iuppiter compressit. 2 At
Lycus Dircen in matrimonium duxit, cui suspicio incidit virum
suum clam cum Antiopa concubuisse; itaque imperavit famulis ut
eam in tenebris vinctam clauderent. 3 Cui postquam partus insta-
bat, effugit ex vinculis Iovis voluntate in montem Cithaeronem;
cumque partus premeret et quaereret ubi pareret, dolor eam in
ipso bivio coegit partum edere. 4 Quos pastores pro suis educa-
runt et appellarunt Zaeton, ἀπὸ τοῦ ζητεῖν τόπον, alterum autem
Amphionem, ὅτι ἐν διόδῳ ἢ ὅτι ἀμφὶ ὁδὸν αὐτὸν ἔτεκεν, id est
quoniam in bivio eum edidit. 5 Qui postquam matrem agnoverunt,
Dircen ad taurum indomitum deligatam vita privarunt, ex cuius
corpore in monte Cithaerone fons est natus qui Dircaeus est appel-
latus, beneficio Liberi, quod eius baccha fuerat.

8 Eadem Euripidis quam scribit Ennius


1 Nyctei regis in Boeotia fuit filia Antiopa; eius formae bonita-
te Iupiter adductus gravidam fecit. 2 Quam pater cum punire
vellet propter stuprum minitans periculum, Antiopa effugit.
Casu in eodem loco quo illa pervenerat Epaphus Sicyonius
stabat; is mulierem advectam domo matrimonio suo iunxit. 3
Id Nycteus aegre ferens, cum moreretur Lyco fratri suo per
obtestationem mandat, cui tum regnum relinquebat, ne impu-
ne Antiopa ferret; huius post mortem Lycus Sicyonem venit;
interfecto Epapho Antiopam vinctam adduxit in Cithaeronem;

28
Miti del mondo classico

5 Atamante
Siccome Semele si era unita a Giove, per questo Giunone fu ostile a
tutta la sua stirpe; e così Atamante, figlio di Eolo, impazzito, duran-
te una partita di caccia uccise il proprio figlio a frecciate.

6 Cadmo
Cadmo, figlio di Agenore e Argiope, a causa dell’ira di Marte per-
ché aveva ucciso il drago custode della fonte Castalia, dopo che la
sua discendenza fu eliminata, insieme alla moglie Armonia, figlia di
Venere e Marte, fu trasformato in serpente nei territori dell’Illiria.

7 Antiope
1 Antiope, figlia di Nitteo, con l’inganno fu violentata da Epafo,
e per questo fu ripudiata da suo marito Lico. Una volta separa-
ta, Giove la possedette. 2 Allora Lico prese per moglie Dirce, che
venne a sospettare che suo marito di nascosto si fosse unito ad An-
tiope; e così ordinò ai servi di incatenarla e rinchiuderla al buio.
3 Siccome il suo parto era imminente, per volontà di Giove dalla
prigionia fuggì sul monte Citerone; e quando il parto pressava e
lei cercava dove partorire, le doglie la fecero partorire proprio in
un bivio. 4 I pastori allevarono i neonati come fossero figli loro e li
chiamarono Zeto, da “cercare il luogo”, e l’altro Anfione, “perché
lo partorì in un bivio o per la strada”, cioè perché lo diede alla luce
in un bivio. 5 Essi, dopo aver riconosciuto la madre, legarono Dirce
a un toro selvaggio e le tolsero la vita; dal suo corpo sul monte Cite-
rone sgorgò una fonte che è stata chiamata Dircea, per concessione
di Libero, perché era stata una sua baccante.

8 La stessa (versione di Euripide tramandata da Ennio)


1 Nitteo, re in Beozia, ebbe un figlia, Antiope; attratto dalla sua
bellezza fisica Giove la mise incinta. 2 Siccome il padre voleva pu-
nirla per l’affronto minacciando di farle del male, Antiope fuggì.
Per caso nel medesimo luogo dove era arrivata si trovava Epafo di
Sicione; costui si portò la donna a casa e le si unì in matrimonio. 3
Nitteo, mal sopportando la cosa, in punto di morte dà mandato te-
stamentario a suo fratello Lico, al quale allora lasciava il regno, che
Antiope non restasse impunita; dopo la morte di questo, Lico andò
a Sicione e, ucciso Epafo, condusse Antiope in catene sul Citerone;

29
Igino fabb. 8-10

parit geminos et reliquit, quos pastor educavit, Zetum et Amphio-


nem nominavit. 4 Antiopa Dirce uxori Lyci data erat in cruciatum;
ea occasione nacta fugae se mandavit; devenit ad filios suos, ex qui-
bus Zetus existimans fugitivam non recepit. In eundem locum Dir-
ce per bacchationem Liberi illuc delata est; ibi Antiopam repertam
ad mortem extrahebat. 5 Sed ab educatore pastore adulescentes
certiores facti eam esse matrem suam, celeriter consecuti matrem
eripuerunt, Dircem ad taurum crinibus religatam necant. 6 Lycum
cum occidere vellent, vetuit eos Mercurios, et simul iussit Lycum
concedere regnum Amphioni.

9 Niobe
1 Amphion et Zetus Iovis et Antiopes Nyctei filii iussu Apollinis
Thebas muro circumcinxerunt usque ad Semelae bustum, La-
iumque Labdaci regis filium in exsilium eiecerunt, ipsi ibi regnum
obtinere coeperunt. 2 Amphion in coniugium Niobam Tantali et
Diones filiam accepit, ex qua procreavit liberos septem totidemque
filias; quem partum Niobe Latonae anteposuit, superbiusque locu-
ta est in Apollinem et Dianam, quod illa cincta viri cultu esset, et
Apollo veste deorsum atque crinitus, et se numero filiorum Lato-
nam superare. 3 Ob id Apollo filios eius in silva venantes sagittis in-
terfecit, et Diana filias in regia sagittis interemit praeter Chloridem.
At genetrix liberis orba flendo lapidea facta esse dicitur in monte
Sipylo, eiusque hodie lacrimae manare dicuntur. 4 Amphion autem
cum templum Apollinis expugnare vellet, ab Apolline sagittis est
interfectus.

10 Chloris
1 Chloris Niobes et Amphionis filia quae ex septem superaverat.
Hanc habuit in coniugem Neleus Hippocoontis filius, ex qua pro-
creavit liberos masculos duoecim. 2 Hercules cum Pylum expu-
gnaret Neleum interfecit et filios eius decem, undecimus autem
Periclymenus beneficio Neptuni avi in aquilae effigiem conversus
mortem effugit. 3 Nam duodecimus Nestor in Ilio erat, qui tria sae-
cula vixisse dicitur beneficio Apollinis; nam quos annos Chloridis

30
Miti del mondo classico

partorisce due gemelli e li abbandonò: li allevò un pastore e li chia-


mò Zeto e Anfione. 4 Antiope era stata data da torturare a Dirce,
moglie di Lico; essa, colta l’occasione, si diede alla fuga; raggiunse
i suoi figli, ma di essi Zeto, scambiandola per una schiava fuggiti-
va, non l’accolse. Nel medesimo luogo fu portata Dirce durante il
delirio bacchico di Libero; lì trovò Antiope e la stava per uccidere.
5 Ma i ragazzi, informati dal pastore che li aveva allevati che quella
era la loro madre, subito la inseguirono e la rapirono, legano per i
capelli Dirce a un toro e la uccidono. 6 Volevano uccidere Lico, ma
Mercurio glielo impedì e nello stesso tempo ordinò a Lico di cedere
il regno ad Anfione.

9 Niobe
1 Anfione e Zeto, figli di Giove e Antiope, per ordine di Apollo
circondarono Tebe di mura fino al sepolcro di Semele, mandarono
in esilio Laio, figlio del re Labdaco, e loro stessi brigarono per avere
il regno. 2 Anfione prese per moglie Niobe figlia di Tantalo e Dio-
ne, da cui ebbe sette figli e altrettante figlie; Niobe dichiarò che la
propria prole era superiore a quella di Latona e parlò con superbia
nei confronti di Apollo e Diana dicendo che una era abbigliata con
vestiti maschili e Apollo con una veste ricadente e i capelli lunghi,
e che lei stessa superava Latona nel numero di figli. 3 Per questo
motivo Apollo uccise a frecciate i suoi figli mentre erano a caccia
in un bosco e Diana eliminò a frecciate le figlie nella reggia eccetto
Cloride. Si dice che allora la madre, una volta privata dei figli, per il
pianto fu trasformata in una roccia sul monte Sipilo e si dice che le
sue lacrime scorrono ancora oggi. 4 Anfione, per parte sua, poiché
voleva mettere le mani sul tempio di Apollo, fu ucciso a frecciate
da Apollo.

10 Cloride
1 Cloride, figlia di Niobe e Anfione, delle sette era la sopravvissuta.
La prese per moglie Neleo, figlio di Ippocoonte, e da lei ebbe dodi-
ci figli maschi. 2 Quando Ercole conquistò Pilo uccise Neleo e dieci
suoi figli; l’undicesimo, Periclimeno, assunto l’aspetto di aquila per
concessione di suo nonno Nettuno, scampò alla morte. 3 Il dodice-
simo poi, Nestore, era a Troia; si dice che visse per tre generazioni
per concessione di Apollo: infatti Apollo concesse a Nestore gli

31
Igino fabb. 10-14

fratrum Apollo eripuerat Nestori concessit.

11 Niobidae
Lerta, Tantalus, Ismenus, Eupinus, Phaedimus, Sipulus, Chiade,
Cloris, Astygratia, Siboe, Sictothius, Eudoxa, Archenor, Ogygia: hi
sunt filii et filiae Niobae uxoris Amphionis.

12 Pelias
1 Peliae Crethei et Tyrus filio responsum erat ut Neptuno sacrum
faceret, et si quis monocrepis, id est uno pede calciatus superve-
nisset, tum mortem eius appropinquare. 2 Is cum annua sacra fa-
ceret Neptuno, Iason Aesonis filius, fratris Peliae, cupidus sacra
faciendi, dum flumen Euhenum transiret calciamentum reliquit;
quod ut celeriter ad sacra veniret neglexit. 3 Id Pelias inspiciens,
memor sortium praecepti iussit eum pellem arietis quam Phrixus
Marti sacraverat inauratam Colchis ab rege Aeeta hoste petere. 4
Qui convocatis Graeciae ducibus Colchos est profectus.

13 Iuno
Iuno cum ad flumen Euhenum in anum se convertisset et staret ad
hominum mentes tentandas, ut se flumen Euhenum transferret, et
id nemo vellet, Iason Aesonis et Alcimedes filius eam transtulit. Ea
autem irata Peliae quod sibi sacrum intermiserat facere, effecit ut
Iason unam crepidam in limo relinqueret.

14 Argonautae convocati
1 Iason Aesonis filius et Alcimedes Clymeni filiae et Thessalorum
dux.
Orpheus Oeagri et Calliopes musae filius, Thrax, urbe Flevia quae
est in Olympo monte ad flumen Enipeum, mantis citharista.
Asterion Pyremi filius, matre Antigona Pheretis filia, ex urbe Pel-
lene; alii aiunt Hyperasii filium, urbe Piresia quae est in redicibus
Phyllei montis qui est in Thessalia, quo loco duo flumina, Apida-
mus et Enipeus, separatim proiecta in unum conveniunt.

32
Miti del mondo classico

anni che aveva sottratto ai fratelli di Cloride.

11 I Niobidi
Lerta, Tantalo, Ismeno, Eupino, Fedimo, Sipilo, Chiade, Cloride,
Asticrazia, Siboe, Sictozio, Eudossa, Archenore, Ogigia: questi
sono i figli e le figlie di Niobe, moglie di Anfione.

12 Pelia
1 A Pelia, figlio di Creteo e Tiro, un oracolo aveva detto che se
mentre faceva un sacrificio a Nettuno fosse sopraggiunto un mo-
nosandalo, cioè uno con il calzare a un solo piede, allora si stava
avvicinando la sua morte. 2 Mentre egli celebrava il sacrificio an-
nuale a Nettuno, Giasone, figlio di Esone, fratello di Pelia, deside-
roso di partecipare al sacrificio, mentre attraversava il fiume Eveno,
perse un calzare e, per arrivare in tempo al sacrificio, non ci badò.
3 Quando Pelia lo notò, ricordando l’insegnamento dell’oracolo,
gli ordinò di chiedere al re Eeta, che era un nemico, il vello d’oro
dell’ariete che Frisso in Colchide aveva consacrato a Marte. 4 Que-
sti radunò i capi della Grecia e partì per la Colchide.

13 Giunone
Sulla riva del fiume Eveno Giunone si era trasformata in una vecchia
e restava lì per mettere alla prova l’indole delle persone chieden-
do che le facessero attraversare il fiume Eveno, ma nessuno voleva
farlo; Giasone, figlio di Esone e Alcimede, la trasportò al di là. Lei
allora, adirata con Pelia perché aveva smesso di celebrare i riti in suo
onore, fece in modo che Giasone perdesse nel fondo uno dei calzari.

14 Gli Argonauti radunati


1 Giasone, figlio di Esone e di Alcimede, figlia di Climene, capo
dei Tessali.
Orfeo, figlio di Eagro e della musa Calliope, trace, della città di Fle-
via sul monte Olimpo vicino al fiume Enipeo, indovino e citaredo.
Asterione, figlio di Pireno e di Antigone, figlia di Ferete, dalla città
di Pellene; altri dicono che era figlio di Iperasio, dalla città di Pi-
resia che si trova ai piedi del monte Filleo, che sorge in Tessaglia,
nel luogo in cui i due fiumi Apidano ed Enipeo, che fin lì scorrono
separati, confluiscono in un unico corso.

33
Igino fab. 14

2 Polyphemus Elati filius, matre Hippea Antippi filia, Thessalus ex


urbe Larissa, pedibus tardus.
Iphiclus Phylaci filius, matre Clymene Minyae filia, ex Thessalia,
avunculus Iasonis.
Admetus Pheretis filius, matre Periclymene Minyae filia ex Thes-
salia, monte Chalcodonio, unde oppidum et flumen nomen traxit;
huius Apollinem pecus pavisse ferunt.
3 Eurytus et Echion Mercurii et Antianirae Meneti filiae filii, ex
urbe Alope quae nunc vocatur Ephesus; quidam auctores Thessa-
los putant.
Aethalides Mercurii et Eupolemiae Myrmidonis filiae filius; hic fuit
Larissaeus.
<Coronus Caenei filius>, urbe Gyrtone quae est in Thessalia.
4 Hic Caeneus Elati filius, Magnesius, ostendit nullo modo Cen-
tauros ferro se posse vulnerare, sed truncis arborum in cuneum
adactis; hunc nonnulli feminam fuisse dicunt, cui petenti Neptu-
num propter conubium optatum dedisse ut in iuvenilem speciem
conversus nullo ictu interfici posset. Quod est nunquam factum,
nec fieri potest ut quisquam mortalis non posset ferro necari aut ex
muliere in virum converti.
5 Mopsus Ampyci et Chloridis filius; hic augurio doctus ab Apolli-
ne, ex Oechalia vel ut quidam putant Titarensis.
Eurydamas, Iri et Demonassae filius, alii aiunt Ctimeni filium, qui
iuxta lacum Xynium Dolopeidem urbem inhabitabat.
Theseus Aegei et Aethrae Pitthei filiae filius a Trezene; alii aiunt ab
Athenis.
6 Piritous Ixionis filius, frater Centaurorum, Thessalus.
Menoetius Actioris filius, Opuntius.
Eribotes Teleontis filius ab Eleone.
7 Eurytion Iri et Demonassae filius.
Ixition ab oppido Cerintho.
Oileus Hodoedoci et Agrianomes Perseonis filiae filius ex urbe
Narycea.
8 Clytius et Iphitus Euryti et Antiopes Pylonis filiae filii, reges Oe-
chaliae; alii aiut ex Euboea. Hic concessa ab Apolline sagittarum
scientia cum auctore muneris contendisse dicitur. Huius filius Cly-
tius ab Aeeta interfectus est.

34
Miti del mondo classico

2 Polifemo, figlio di Elato e di Ippea figlia di Antippo, tessalo dalla


città di Larissa, lento nel camminare.
Ificlo, figlio di Filaco e di Climene figlia di Minia, dalla Tessaglia,
zio di Giasone.
Admeto, figlio di Ferete e di Periclimene figlia di Minia, dalla Tes-
saglia, dal monte Calcodonio, da dove hanno preso nome una città
e un fiume; si dice che Apollo abbia pascolato il suo gregge.
3 Eurito ed Echione, figli di Mercurio e di Antianira figlia di Mene-
to, dalla città di Alope che ora si chiama Efeso; alcune fonti credo-
no che fossero tessali.
Etalide figlio di Mercurio e di Eupolemia figlia di Mirmidone; era
di Larissa.
Corono, figlio di Ceneo, dalla città di Girtone, che è in Tessaglia.
4 Questo Ceneo, figlio di Elato, di Magnesia, mostra che in nessun
modo i Centauri potevano ferirlo con un’arma, ma con tronchi di
albero appuntiti; alcuni dicono che fosse una femmina: dietro sua
richiesta, Nettuno per unirsi a lei esaudì il suo desiderio di assume-
re l’aspetto di un giovane e di non poter essere ucciso da nessun
colpo. Questo però non è mai accaduto: non può accadere a nessun
mortale di non poter essere ucciso da un’arma o di essere trasfor-
mato da donna in uomo.
5 Mopso, figlio di Ampicio e Cloride; costui fu istruito da Apollo
nell’arte degli auguri, di Ecalia o, come alcuni pensano, da Titaro.
Euridamante, figlio di Iro e di Demonassa, altri dicono figlio di
Ctimeno, che abitava nella città di Dolopeide vicino al lago Sinio.
Teseo, figlio di Egeo e di Etra figlia di Pitteo, di Trezene; altri dico-
no da Atene.
6 Piritoo, figlio di Issione, fratello dei Centauri, tessalo.
Menezio, figlio di Attore, di Opunte.
Eribote, figlio di Teleonte, di Eleone.
7 Euritione, figlio di Iro e di Demonassa.
Issizione dalla città di Cerinto.
Oileo, figlio di Odedoco e di Agrianome figlia di Perseone, dalla
città di Naricea.
8 Clizio e Ifito, figli di Eurito e di Antiope figlia di Pilone, re di Eca-
lia; altri dicono dall’Eubea. Si dice che Apollo gli avesse concesso la
competenza nel tirare le frecce e che egli avesse gareggiato in que-
sta con chi gliel’aveva concessa. Suo figlio Clizio fu ucciso da Eeta.

35
Igino fab. 14

Peleus et Telamon Aeaci et Endeidos Chironis filiae filii ab Aegina


insula. Qui ob caedem Phoci fratris relictis sedibus suis diversas
petierunt domos, Peleus Phthiam, Telamon Salaminam, quam
Apollonius Rhodius Atthida vocat.
9 Butes Teleontis et Zeuxippes Eridani fluminis filiae filius ab Athenis.
Phaleros Alcontis filius ab Athenis.
Thiphys Phorbantis et Hyrmines filius Boeotius; is fuit gubernator
navis Argo.
10 Argus Polybi et Argiae filius, alii aiunt Danai filium; hic fuit Ar-
givus, pelle tauri nigra lanugine adopertus; is fuit fabricator navis
Argo.
Phliasus Liberi patris et Ariadnes Minois filiae filius ex urbe
Phliunte, quae est in Peloponneso; alii aiunt Thebanum.
Hercules Iovis et Alcimenae Electryionis filiae filius Thebanus.
11 Hylas Theodamantis et Menodices nymphae Orionis filiae
filius, ephebus, ex Oecalia; alii aiunt ex Argis, comitem Herculis.
Nauplius Neptuni et Amymones Danai filiae filius, Argivus.
Idmon Apollonis et Cyrenes nymphae filius, quidam Abantis
dicunt, Argivus. Hic augurio prudens quamvis praedicentibus
avibus mortem sibi denuntiari intellexit, fatali tamen militiae non
defuit.
12 Castor et Pollux Iovis et Ledae Thestii filiae filii Lacedaemonii,
alii Spartanos dicunt, uterque imberbis; his eodem quoque tem-
pore stellae in capitibus ut viderentur accidisse scribitur.
Lynceus et Idas Apharei et Arenae Oebali filiae filii, Messenii ex
Peloponneso. Ex his Lynceus sub terra quaeque latentia vidisse
dicitur, neque ulla caligine inhibebatur. 13 Alii aiunt Lynceum
noctu nullum vidisse. Idem sub terra solitus cernere dictus est
ideo quod aurifodinas norat; is cum descendebat et aurum subito
ostendebat, ita rumor sublatus eum sub terra solitum videre. Item
Idas acer, ferox.
14 Periclymenus Nerei et Chloridis Amphionis et Niobes filiae
filius; hic fuit Pylius.
Amphidamas et Cepheus Alei et Cleobules filii de Arcadia.
Ancaeus Lycurgi filius, alii nepotem dicunt, Tegeates.

36
Miti del mondo classico

Peleo e Telamone, figli di Eaco e di Endeide figlia di Chirone, dall’i-


sola di Egina. Costoro dato che avevano ucciso il fratello Foco ab-
bandonarono la loro città e cercarono dimore diverse, Peleo a Ftia,
Telamone a Salamina, che Apollonio Rodio considera Attica.
9 Bute, figlio di Teleonte e di Zeusippe figlia del fiume Eridano, di
Atene.
Falero, figlio di Alconte, di Atene.
Tifi, figlio di Forbante e di Irmine, dalla Beozia; fu lui il timoniere
della nave Argo.
10 Argo, figlio di Polibo e Argia (altri dicono che era figlio di Da-
nao); era di Argo, e si copriva con una pelle di toro di pelo nero; fu
lui il costruttore della nave Argo.
Fliaso, figlio del padre Libero e di Arianna figlia di Minosse, dalla città
di Fliunte che si trova nel Peloponneso; altri dicono che era di Tebe.
Ercole, figlio di Giove e di Alcmena figlia di Elettrione, di Tebe.
11 Ila, figlio di Teodamante e della ninfa Menodice figlia di Orione,
efebo, di Ecalia (altri dicono di Argo), compagno di Ercole.
Nauplio, figlio di Nettuno e di Amimone figlia di Danao, di Argo.
Idmone, figlio di Apollo e della ninfa Cirene (alcuni dicono di
Abante), di Argo; costui era preveggente e, anche se comprese che
gli uccelli gli annunciavano la morte, tuttavia non mancò a quella
spedizione fatale.
12 Castore e Polluce, figli di Giove e di Leda figlia di Testio, di
Lacedemone (altri dicono di Sparta), entrambi imberbi; si trova
scritto che è accaduto che nello stesso momento si vedessero delle
stelle sul loro capo.
Linceo e Ida, figli di Afareo e di Arena figlia di Ebalo, di Messene
nel Peloponneso. Fra loro, si dice che Linceo vedesse ogni cosa
nascosta sotto terra e nessun offuscamento glielo impediva; 13 altri
dicono che nessuno di notte poteva vedere Linceo. Si diceva che
sempre lui normalmente vedeva sottoterra, per il fatto che cono-
sceva le vene aurifere: egli, quando scendeva sotto e subito rivelava
l’oro, fece nascere la diceria che normalmente vedeva sottoterra.
Ida parimenti era determinato e coraggioso.
14 Periclimeno, figlio di Neleo e di Cloride figlia di Anfione e di
Niobe; era di Pilo.
Anfidamante e Cefeo, figli di Aleo e di Cleobule, dall’Arcadia.
Anceo, figlio di Licurgo (altri dicono nipote), di Tegea.

37
Igino fab. 14

15 Augeas Solis et Nausidames Amphidamantis filiae filius; hic fuit


Eleus.
Asterion et Amphion Hyperasii filii, alii aiut Hippasi, ex Pellene.
Euphemus Neptuni et Europes Tityi filiae filius, Taenarius; hic
super aquas sicco pede cucurrisse dicitur.
16 Ancaeus alter, Neptuni filius, matre Althaea Thestii filia, ab
Imbraso insula quae Parthenia appellata est, nunc autem Samos
dicitur.
Erginus Neptuni filius, a Mileto, quidam Periclymeni dicunt, Or-
chomenius.
Meleager Oenei et Althaeae Thestii filiae filius, quidam Martis pu-
tant, Calydonius.
17 Laocoon Porthaonis filius, Oenei frater, Calydonius.
Iphiclus alter, Thestii filius, matre Leucippe, Althaeae frater ex
eadem matre, Lacedaemonius; hic fuit acer cursor iaculator.
Iphitus Nauboli filius Phocensis; alii Hippasi filium ex Pelopon-
neso fuisse dicunt.
18 Zetes et Calais Aquilonis venti et Orithyiae Erechthei filiae
filii; hi capita pedesque pennatos habuisse feruntur crinesque
caeruleos, qui pervio aere usi sunt. Hi aves Harpyias tres, Thau-
mantis et Ozomenes filias, Aellopoda Celaeno Ocypeten, fugave-
runt a Phineo Agenoris filio eodem tempore quo Iasoni comites
ad Colchos proficiscebantur; quae inhabitabant insulas Strophadas
in Aegeo mari, quae Plotae appellantur. Hae dicuntur fuisse capi-
tibus gallinaceis, pinnatae, alasque et brachia humana, unguibus
magnis, pedibusque gallinaceis, pectus alvom feminaque humana.
Hi autem Zetes et Calais ab Hercule telis occisi sunt, quorum in
tumulis superpositi lapides flatibus paternis moventur. Hi autem
ex Thracia esse dicuntur.
19 Phocus et Priasus Caenei filii ex Magnesia.
Eurymedon Liberi patris et Ariadnes Minois filiae filius a Phliunte.
Palaemonius Lerni filius Calydonius.
20 Actor Hippasi filius ex Peloponneso.
Tersanon Solis et Leucothoes filius ex Andro.
Hippalcimos Pelopis et Hippodamiae Oenomai filiae filius ex Pelo-
ponneso a Pysis.

38
Miti del mondo classico

15 Augia, figlio del Sole e di Nausidame figlia di Anfidamante; era


di Elea.
Asterione e Anfione, figli di Iperasio (altri dicono di Ippaso), di
Pellene.
Eufemo, figlio di Nettuno e di Europa figlia di Tizio, dal Tenaro; si
dice che costui correva sulle acque con i piedi asciutti.
16 Un altro Anceo, figlio di Nettuno e di Altea figlia di Testio,
dall’isola di Imbraso, chiamata Partenia, ora invece Samo.
Ergino, figlio di Nettuno, di Mileto; alcuni dicono che era figlio di
Periclimeno, di Orcomeno.
Meleagro, figlio di Eneo e di Altea figlia di Testio (alcuni dicono
che era figlio di Marte), di Calidone.
17 Laocoonte, figlio di Portaone, fratello di Eneo, di Calidone.
Un altro Ificlo, figlio di Testio e di Leucippe, fratello di Altea della
stessa madre, di Lacedemone; era un bravissimo corridore e lancia-
tore di giavellotto.
Ifito, figlio di Naubolo, di Focea; altri dicono che era figlio di Ippa-
so, dal Peloponneso.
18 Zete e Calaide, figli del vento Aquilone e di Orizia figlia di Eret-
teo; si dice che avessero la testa e i piedi alati e i capelli azzurri, e
usavano muoversi nell’aria. Costoro cacciarono le tre Arpie, figlie
di Taumante e Ozomene (Ellopode, Celeno, Ocipete), dalla casa di
Fineo, figlio di Agenore, nel tempo in cui Giasone e i suoi compa-
gni partivano per la Colchide; esse abitavano nelle isole Strofadi,
nel mar Egeo, che sono dette Plote. Si dice che avessero la testa di
uccello, con penne, ali e braccia umane, grandi artigli e zampe di
uccello, petto, ventre e cosce umane. Zete e Calaide furono uccisi
da Ercole a colpi di giavellotto e le lapidi poste sulla loro tomba si
muovono al soffio del vento loro padre; si dice che venivano dalla
Tracia.
19 Foco e Priaso, figli di Ceneo, di Magnesia.
Eurimedonte, figlio del padre Libero e di Arianna figlia di Minosse,
di Filunte.
Palemonio, figlio di Lerno, di Calidone.
20 Attore, figlio di Ippaso, dal Peloponneso.
Tersanone, figlio del Sole e di Leucotoe, da Andro.
Ippalcimo, figlio di Pelope e di Ippodamia figlia di Enomao, di Pisa
nel Peloponneso.

39
Igino fab. 14

21 Asclepius Apollinis et Coronidis filius, a Tricca <…> Thestii


filia, Argivus.
Neleus Hippocoontis filius, Pylius.
22 Iolaus Iphicli filius, Argivus.
Deucalion Minois <et> Pasiphaes Solis filiae filius ex Creta.
Philoctetes Poeantis filius, a Meliboea.
23 Caeneus alter Coroni filius, Gortyna.
Acastus Peliae et Anaxibiae Biantis filiae filius, ex Iolco, duplici
pallio coopertus. Hic voluntarius Argonautis accessit, sponte sua
comes Iasonis.
24 Hi autem omnes Minyae sunt appellati, vel quod plurimos eo-
rum filiae Minyae pepererunt, vel quod Iasonis mater Clymenes
Minyae <filiae> filia erat.
Sed neque Colchos omnes pervenerunt neque in patriam regres-
sum habuerunt. 25 Hylas enim in Moesia a nymphis iuxta Cion flu-
menque Ascanium raptus est, quem dum Hercules et Polyphemus
requirunt, vento rapta nave deserti sunt. Polyphemus ab Hercule
quoque relictus, condita in Moesia civitate, perit apud Chalybas.
26 Tiphys autem morbo absumptus est in Mariandynis in Propon-
tide apud Lycum regem; pro quo navem rexit Colchos Ancaeus
Neptuni filius. Idmon autem Apollinis filius ibi apud Lycum cum
stramentatum exisset, ab apro percussus decidit; ultor Idmonis fuit
Idas Alpharei filius, qui aprum occidit. 27 Butes Teleontis filius
quamvis cantibus et cithara Orphei avocabatur, victus tamen est
dulcedine Sirenum et nataturus ad eas in mare se praecipitavit; eum
Venus delatum fluctibus Lilybaeo servavit. 28 Hi sunt qui non per-
venerunt Colchos.
In reversione autem perierunt Eurybates Teleontis filius et Canthus
Ceriontis filius; interfecti sunt in Libya a pastore Cephalione Na-
samonis fratre, filio Tritonidis Nymphae et Amphithemidis, cuius
fuste pecus depopulabantur.
29 Mopsus autem Ampyci filius ab serpentis morsu in Africa obi-
it. Is autem in itinere accesserat comes Argonautis, Ampyco patre
occiso.
30 Item accesserunt ex insula Dia Phrixi et Chalciopes Medeae
sororis filii, Argus Melas Phrontides Cylindrus, ut alii aiunt voci-
tatos Phronius Demoleon Autolycus Phlogius, quos Hercules cum

40
Miti del mondo classico

21 Asclepio, figlio di Apollo e Coronide, di Tricca […] figlia di


Testio, di Argo.
Neleo, figlio di Ippocoonte, di Pilo.
22 Iolao, figlio di Ificle, di Argo.
Deucalione, figlio di Minosse e di Pasifae figlia del Sole, da Creta.
Filottete, figlio di Peante, di Melibea.
23 Un altro Ceneo, figlio di Corono, di Gortina.
Acasto, figlio di Pelia e di Anassibia figlia di Biante, da Iolco, che
indossava un doppio mantello: egli si aggiunse come volontario agli
Argonauti, per il piacere di essere compagno di Giasone.
24 Tutti questi sono stati chiamati Minii, sia perché erano state le
figlie di Minio a partorire parecchi di loro, sia perché la madre di
Giasone era figlia di Climene figlia di Minia.
Non tutti però arrivarono in Colchide e fecero ritorno in patria. 25
Infatti Ila fu rapito in Misia dalle ninfe nei pressi di Cione e del fiu-
me Ascanio; mentre lo cercavano, Ercole e Polifemo furono abban-
donati perché il vento aveva portato via la nave. Polifemo, lasciato
anche da Ercole, dopo aver fondato una città in Misia morì nella
terra dei Calibi. 26 Tifi poi fu ucciso da una malattia nel territorio
dei Mariandini in Propontide a casa del re Lico; in sua vece governò
la nave fino in Colchide Anceo, figlio di Nettuno. Ancora, Idmone,
figlio di Apollo, sempre da Lico, uscito a raccogliere paglia, fu as-
salito da un cinghiale e morì; a vendicare Idmone fu Ida, figlio di
Afareo, che uccise il cinghiale. 27 Bute, figlio di Teleonte, anche se
veniva richiamato indietro dal canto e dalla cetra di Orfeo, tuttavia
fu vinto dalla dolcezza delle Sirene e si gettò in mare per nuotare
verso di loro; trasportato dalle onde, fu messo in salvo da Venere a
Lilibeo. 28 Questi sono quelli che non giunsero in Colchide.
Durante il ritorno invece morirono Euribate, figlio di Teleonte, e
Canto, figlio di Cerionte: in Libia furono uccisi dal pastore Cefalio-
ne, fratello di Nasamone, figlio della ninfa Tritonide e di Anfitemi,
di cui razziavano il gregge a colpi di bastone. 29 Mopso figlio di
Ampico, morì in Africa per il morso di un serpente; si era aggiunto
al gruppo degli Argonauti durante il loro viaggio dopo l’uccisione
del padre Ampico.
30 Pure si aggiunsero dall’isola di Dia i figli di Frisso e di Calciope
sorella di Medea, Argo, Mela, Frontide e Cilindro (chiamati secon-
do altri Fronio, Demoleonte, Autolico e Flogio): Ercole li aveva

41
Igino fab. 14

eduxisset habiturus comites dum Amazonum balteum petit, reli-


quit terrore perculsos a Dascylo Lyci regis Mariandyni filio.
31 Hi autem cum exirent ad Colchos, Herculem ducem facere vo-
luerunt; ille abnuit, sed potius Iasonem fieri oportere, cuius opera
exirent omnes; dux ergo Iason regnavit.
32 Faber Argus Danai filius, <gubernator Tiphys,> cuius post mor-
tem rexit navem Ancaeus Neptuni filius; proreta navigavit Lynceus
Apharei filius, qui multum videbat; tutarchi autem fuerunt Zetes et
Calais Aquilonis filii, qui pennas et in capite et in pedibus habue-
runt; ad proram et remos sederunt Peleus et Telamon; ad pitulum
sederunt Hercules et Idas; ceteri ordinem servaverunt; celeuma
dixit Orpheus Oeagri filius. Post, relicto ab <Argonautis> Hercule,
loco eius sedit Peleus Aeaci filius.
33 Haec est navis Argo quam Minerva in sideralem circulum retulit
ob hoc quod ab se esset aedificata. Ac primum in pelagus deducta
est haec navis, in astris apparens a gubernaculo ad velum; cuius
speciem ac formam Cicero in Phaenomenis exponit his versibus:

at Canis ad caudam serpens praelabitur Argo,


conversam prae se portans cum lumine puppim;
non aliae naves ut in alto ponere proras
ante solent, rostris Neptunia prata secantes;
sicut cum coeptant tutos contingere portus,
obvertunt navem magno cum pondere nautae,
adversamque trahunt optata ad litora puppim,
sic conversa vetus super aethera labitur Argo.
Inde gubernaclum tendens a puppe volante
Clari posteriora Canis vestigia tangit.

Haec navis habet stellas in puppe quattuor, in gubernaculo dextro

42
Miti del mondo classico

presi per averli come compagni durante la sua ricerca del cinto del-
le Amazzoni, ma li abbandonò perché presi dalla paura di Dascilo,
figlio del re dei Mariandini Lico.
31 Quando tutti questi partirono per la Colchide vollero nominare
Ercole loro comandante; egli rifiutò dicendo che era preferibile che
lo facesse Giasone, per iniziativa del quale tutti stavano partendo:
per questo fu Giasone a comandare.
32 Il costruttore fu Argo, figlio di Danao, il timoniere Tifi, e dopo la
sua morte governò la nave Anceo figlio di Nettuno; ufficiale di prua
durante la navigazione fu Linceo figlio di Afareo, che aveva buona
vista; primi rematori poi furono Zete e Calaide figli di Aquilone,
che avevano capo e piedi alati; ai remi a prora sedettero Peleo e Te-
lamone; al remo lungo sedettero Ercole e Ida; gli altri mantennero
il loro posto nelle file; Orfeo, figlio di Eagro, dava il ritmo con il
canto. In seguito, quando Ercole fu abbandonato dagli Argonauti,
al suo posto sedette Peleo figlio di Eaco.
33 Questa è la nave Argo, che Minerva inserì nell’orbita delle co-
stellazioni per il fatto che era stata costruita da lei. Questa nave fu
la prima a essere portata in mare, e fra gli astri si vede dal timone
fino alle vele: come appare e come è fatta lo descrive Cicerone in
questi versi dei Fenomeni:

Scivolando Argo costeggia la coda


del Cane e scintillante la sua poppa
in avanti rivolge, mentre le altre
navi nell’alto mare sono aduse
protendere la prora, con il rostro
solcando i prati di Nettuno. E come
quando i marinai provano ad entrare
sicuri al porto girano la nave
con grande contrappeso ed alla costa
desiderata volgono la poppa,
così nel cielo scivola all’indietro
l’antica Argo. Poi, distendendo in volo
da poppa il timone, tocca da dietro
del Cane luminoso le vestigia.

Questa nave ha quattro stelle sulla poppa, cinque sul timone de-

43
Igino fabb. 14-17

quinque, in sinistro quattuor, consimiles inter sese; omnino tredecim.

15 Lemniades
1 In insula Lemno mulieres Veneri sacra aliquot annos non fece-
rant, cuius ira viri earum Thressas uxores duxerunt et priores spre-
verunt. At Lemniades eiusdem Veneris impulsu coniuratae genus
virorum omne quod ibi erat interfecerunt, praeter Hypsipylen, quae
patrem suum Thoantem clam in navem imposuit, quem tempestas
in insulam Tauricam detulit. 2 Interim Argonautae praenavigantes
Lemno accesserunt; quos ut vidit Iphinoe custos portae, nuntiavit
Hypsipylae reginae, cui Polyxo aetate constituta dedit consilium ut
eos laribus hospitalibus obligaret. 3 Hypsipyle ex Iasone procreavit
filios Euneum et Deipylum. 4 Ibi cum plures dies retenti essent,
ab Hercule obiurgati discesserunt. 5 Lemniades autem postquam
scierunt Hypsipylen patrem suum servasse, conatae sunt eam inter-
ficere; illa fugae se mandavit. Hanc praedones exceptam Thebas
deportaverunt et regi Lyco in servitium vendiderunt. 6 Lemniades
autem quaecunque ex Argonautis conceperunt, eorum nomina
filiis suis imposuerunt.

16 Cyzicus
1 Cyzicus Eusori filius rex in insula Propontidis Argonautas hos-
pitio liberali excepit; qui cum ab eo discessissent totumque diem
navigavissent, nocte tempestate orta ad eandem insulam ignari
delati sunt. 2 Quos Cyzicus hostes Pelasgicos arbitrans esse, cum
eis noctu in litore arma contulit et ab Iasone est interfectus; quod
postero die cum prope litus appropinquasset et vidisset se regem
interfecisse, sepulturae eum tradidit atque filiis regnum tradidit.

17 Amycus
Amycus, Neptuni et Melies filius, Bebryciae rex. In huius regna
qui venerat caestis cogebat secum contendere et devictos perde-
bat. Hic cum Argonautas provocasset ad caestus, Pollux cum eo
contendit et eum interfecit.

44
Miti del mondo classico

stro, quattro sul sinistro, tutte uguali: in tutto tredici.

15 Le donne di Lemno
1 Sull’isola di Lemno le donne non avevano celebrato per alcu-
ni anni i riti in onore di Venere: per l’ira di questa i loro mariti
sposarono donne di Tracia e ripudiarono le prime. Le Lemniadi
allora, accordatesi per istigazione della stessa Venere, uccisero tutti
gli uomini che erano lì; fece eccezione Ipsipile, che di nascosto fece
imbarcare suo padre Toante su una nave che una tempesta portò
sulla penisola Taurica. 2 Frattanto gli Argonauti durante la loro
navigazione approdarono a Lemno; come li vide, Ifinoe, guardiana
della porta, lo annunciò alla regina Ipsipile, e Polisso, che era avanti
con l’età, le consigliò di ingraziarseli con un atteggiamento ospitale.
3 Ipsipile da Giasone ebbe come figli Euneo e Deipilo. 4 Dopo es-
sersi trattenuti lì parecchi giorni, rimproverati da Ercole ripartiro-
no. 5 Ma le Lemniadi, una volta venute a sapere che Ipsipile aveva
messo in salvo loro padre, tentarono di ucciderla; ella allora fuggì,
ma dei predoni la catturarono, la portarono a Tebe e la vendettero
come schiava al re Lico. 6 Le Lemniadi infine a tutti i loro figli avuti
dagli Argonauti diedero il nome di questi.

16 Cizico
1 Cizico, figlio di Eusorio, re in un’isola della Propontide, accolse
gli Argonauti con un liberale senso di ospitalità. Essi, dopo averlo
lasciato e avere navigato tutta la giornata, a causa di una tempesta
sorta di notte, senza saperlo furono respinti sulla medesima isola. 2
Pensando che si trattasse di nemici greci, Cizico di notte si scontrò
in armi con loro sulla spiaggia e fu ucciso da Giasone; quando il
giorno dopo costui si avvicinò alla spiaggia e vide che aveva ucciso
il re, gli diede sepoltura e consegnò il regno ai suoi figli.

17 Amico
Amico, figlio di Nettuno e di Melie, era re della Bebricia. Costrin-
geva chi entrava nel suo regno a battersi contro di lui al pugilato e
lo mandava a morte quando perdeva. Egli aveva sfidato al pugilato
gli Argonauti, Polluce si battè con lui e lo uccise.

45
Igino fabb. 18-20

18 Lycus
Lycus rex insulae Propontidis Argonautas recepit hospitio in ho-
norem, eo quod Amycum interfecerant, quod eum saepe inficia-
retur. Argonautae dum apud Lycum morantur et stramentatum
exissent, Idmon Apollinis filius ab apro percussus interiit, in cuius
dum diutius sepultura moratur, Tiphys Phorbantis filius moritur.
Tunc Argonautae Ancaeo Neptuni filio navem Argo gubernandam
dederunt.

19 Phineus
1 Phineus, Agenoris filius, Thrax ex Cleopatra habuit filios duos.
Hi a patre novercae crimine excaecati sunt. 2 Huic etiam Phineo
Apollo augurium dicitur dedisse; hic deorum consilia cum enun-
tiaret, ad Iove est excaecatus, et apposuit ei Harpyas, quae Iovis
canes esse dicuntur, quae escam ab ore eius auferrent. 3 Huc cum
Argonautae devenissent et eum iter ut demonstraret regarent, dixit
se demonstraturum si eum poena liberarent. Tunc Zetes et Calais,
Aquilonis venti et Orithyiae filii, qui pennas in capite et in pedi-
bus habuisse dicuntur, Harpyas fugaverunt in insulas Strophadas
et Phineum poena liberaverunt. 4 Quibus monstravit quomodo
Symplegadas transirent, ut columbam mitterent; quae petrae cum
concurrissent, in recessu earum <…> illi retro refugerent. Argo-
nautae beneficio Phinei Symplegadas transierunt.

20 Stymphalides
Argonautae cum ad insulam Diam venissent et aves ex pennis suis
eos configerent pro sagittis, cum multitudini avium resistere non
possent, ex Phinei monitu clipeos et hastas sumpserunt, <et> ex
more Curetum sonitu eas fugarunt.

46
Miti del mondo classico

18 Lico
Lico, re di un’isola della Propontide, accolse gli Argonauti come
ospiti con tutti gli onori per il fatto che avevano ucciso Amico, che
spesso lo provocava. Mentre gli Argonauti dimoravano a casa di
Lico ed erano usciti a raccogliere paglia, Idmone, figlio di Apollo,
fu assalito da un cinghiale e morì; poiché si tratteneva troppo a lun-
go sulla sua tomba, Tifi, figlio di Forbante, morì. Allora gli Argo-
nauti affidarono il governo della nave ad Anceo, figlio di Nettuno.

19 Fineo
1 Fineo, figlio di Agenore, originario della Tracia, da Cleopatra
ebbe due figli: questi furono accecati dal padre in seguito un tra-
nello della matrigna. 2 Sempre a Fineo si dice che Apollo concesse
la capacità di divinare: ma siccome rivelava i piani degli dei fu ac-
cecato da Giove, che gli mandò le Arpie, che sono chiamate cani
di Giove, perché gli sottraessero il cibo dalla bocca. 3 Quando gli
Argonauti erano arrivati qui e gli chiedevano indicazioni sull’itine-
rario, egli disse che le avrebbe date se l’avessero liberato da quel
problema. Allora Zete e Calaide, figli del vento Aquilone e di Ori-
zia, che si dice avessero capo e piedi alati, cacciarono le Arpie nelle
isole Strofadi e liberarono Fineo dal problema. 4 Spiegò loro come
passare al di là delle Simplegadi e cioè mandare avanti una colom-
ba: dopo che quelle rocce si fossero avvicinate l’una all’altra, nel
momento in cui tornassero ad allontanarsi… essi dovevano correre
dietro a lei. Fu con l’aiuto di Fineo che gli Argonauti passarono al
di là delle Simplegadi.

20 Gli uccelli Stinfalidi


Quando gli Argonauti arrivarono all’isola di Dia, degli uccelli li col-
pivano con le loro penne come se fossero state frecce; siccome non
potevano fare fronte alla moltitudine di uccelli, dietro consiglio di
Fineo presero scudi e lance e, come facevano i Cureti, li cacciarono
con il frastuono.

47
Igino fabb. 21,22

21 Phrixi filii
1 Argonautae cum per Cyaneas cautes, quae dicuntur petrae
Symplegades, intrassent mare quod dicitur Euxinum et errarent,
voluntate Iunonis delati sunt ad insulam Diam. 2 Ibi invenerunt
naufragos nudos atque inopes Phrixi et Chalciopes filios Argum,
Phrontidem, Melam, Cylindrum; qui cum casus suos exposuissent
Iasoni, se cum ad avum festinarent Athamanta ire naufragio facto
ibi esse eiectos, quos Iason receptos auxilio iuvit; qui Iasonem
Colchos perduxerunt per flumen Thermodontem. 3 Et cum iam
non longe essent a Colchis, iusserunt navem in occulto collocari,
et venerunt ad matrem Chalciopen Medeae sororem indicantque
Iasonis beneficia et cur venissent. Tunc Chalciope de Medea indi-
cat perducitque eam cum filiis suis ad Iasonem. 4 Quae cum eum
vidisset agnovit quam in somniis adamaverat Iunonis impulsu om-
niaque ei pollicetur et perducunt eum ad templum.

22 Aeeta
1 Aeetae Solis filio erat responsum tam diu eum regnum habitu-
rum quamdiu ea pellis, quam Phrixus consecraverat, in fano Mar-
tis esset. 2 Itaque Aeeta Iasoni hanc simultatem constituit, si vellet
pellem auratam auferre, tauros aeripedes, qui flammas naribus spi-
rabant, iungeret adamanteo iugo et araret dentesque draconis ex
galea sereret, ex quibus gens armatorum statim enasceretur et se
mutuo interficerent. 3 Iuno autem Iasonem ob id semper voluit
servatum, quod, cum ad flumen venisset volens hominum mentes
temptare, anum se simulavit et rogavit ut se transferret; cum ceteri
qui transierant despexissent, ille transtulit eam. 4 Itaque cum sciret
Iasonem sine Medeae consilio imperata perficere non posse, petit a
Venere ut Medeae amorem iniceret. Iason a Medea Veneris impul-
su amatus est; eius opera ab omni periculo liberatus est. Nam cum
tauris arasset et armati essent enati, Medeae monitu lapidem inter
eos abiecit; illi inter se pugnantes alius alium interfecerunt. Dra-
cone autem venenis sopito pellem de fano sustulit, in patriamque
cum Medea est profectus.

48
Miti del mondo classico

21 I figli di Frisso
1 Dopo che gli Argonauti, attraverso le rupi Cianee che sono chia-
mate rocce Simplegadi, entrarono nel mare chiamato Eusino, nel
loro errare per volere di Giunone furono portati all’isola di Dia. 2
Lì trovarono, naufraghi, nudi e privi di risorse, i figli di Frisso e di
Calciope: Argo, Frontide, Mela, Cilindro. Essi raccontarono la loro
storia a Giasone, cioè che, mentre correvano dal nonno Atamante,
fecero naufragio ed erano stati gettati lì, e Giasone li prese sotto la
sua protezione e li aiutò: essi condussero Giasone in Colchide attra-
verso il fiume Termodonte. 3 Quando non erano molto lontani dalla
Colchide gli fecero tenere nascosta la nave e andarono dalla madre
Calciope, sorella di Medea, e le raccontano le attenzioni di Giaso-
ne e il motivo della venuta. Allora Calciope parla loro di Medea e,
insieme ai suoi figli, la conduce da Giasone. 4 Quando lo vide, lei
riconobbe colui di cui si era innamorata in sogno per iniziativa di
Giunone; gli fa ogni promessa e lo accompagnano al tempio.

22 Eeta
1 Eeta, figlio del Sole, ricevette come responso che avrebbe tenuto il
regno fintantoché fosse rimasto nel tempio di Marte il vello che Fris-
so aveva consacrato. 2 Pertanto a Giasone Eeta lanciò questa sfida:
se voleva portare via il vello d’oro, doveva imporre un giogo d’ac-
ciaio a tori dagli zoccoli di bronzo che spiravano fuoco dalle narici,
arare e seminare i denti del drago prendendoli da un elmo, dai quali
subito sarebbe nata una generazione di uomini armati che si sareb-
bero uccisi a vicenda. 3 Ma Giunone ha sempre voluto che Giasone
fosse salvo perché, arrivata a un fiume con l’intenzione di mettere
alla prova l’indole delle persone, si trasformò in una vecchia e chiese
di essere trasportata al di là; mentre gli altri che avevano attraversato
non l’avevano considerata, quello la trasportò. 4 Pertanto, sapendo
che Giasone senza la collaborazione di Medea non poteva realizza-
re quanto gli era stato imposto, chiese a Venere di far innamorare
Medea. Giasone fu amato da Medea per iniziativa di Venere; grazie
a lei fu liberato da ogni pericolo. Infatti, dopo aver arato con i tori e
dopo che nacquero gli uomini armati, per consiglio di Medea gettò
un sasso in mezzo a loro e questi combattendo fra loro si uccisero a
vicenda. Poi, una volta che il drago si era addormentato grazie a un
filtro, prese il vello dal tempio e tornò in patria insieme a Medea.

49
Igino fabb. 23,24

23 Absyrtus
1 Aeeta ut resciit Medeam cum Iasone profugisse, nave compa-
rata misit Absyrtum filium cum satellitibus armatis ad eam per-
sequendam. 2 Qui cum in Adriatico mari in Histria eam persecutus
esset ad Alcinoum regem et vellet armis contendere, Alcinous se
inter eos interposuit, ne bellarent; quem iudicem sumpserunt, qui
eos in posterum distulit. Qui cum tristior esset et interrogatus est a
coniuge Arete quae causa esset tristitiae, dixit se iudicem sumptum
a duabus diversis civitatibus, inter Colchos et Argivos. Quem cum
interrogaret Arete, quidnam esset iudicaturus, respondit Alcinous,
si virgo fuerit Medea, parenti redditurum, sin autem mulier, coniu-
gi. 3 Hoc cum audivit Arete a coniuge, mittit nuntium ad Iasonem,
et is Medeam noctu in antro devirginavit. Postero autem die cum
ad iudicium venissent et Medea mulier esset inventa, coniugi est
tradita. 4 Nihilominus cum profecti essent, Absyrtus timens patris
praecepta persecutus est eos in insulam Minervae; ibi cum sacrifi-
caret Minervae Iason et Absyrtus intervenisset, ab Iasone est inter-
fectus. Cuius corpus Medea sepulturae dedit, atque inde profecti
sunt. 5 Colchi, qui cum Absyrto venerant, timentes Aeetam illic
remanserunt oppidumque condiderunt quod ab Absyrti nomine
Absorin appellarunt. Haec autem insula posita est in Histria contra
Polam, iuncta insulae Cantae.

24 Iason: Peliades
1 Iason cum Peliae patrui sui iussu tot pericula adisset, cogitare coe-
pit, quomodo eum sine suspicione interficeret. Hoc Medea se factu-
ram pollicetur. 2 Itaque cum iam longe a Colchis essent, navem iussit
in occulto collocari et ipsa ad Peliae filias pro sacerdote Dianae venit;
eis pollicetur se patrem earum Pelian ex sene iuvenem facturam, idque
Alcestis maior filia negavit fieri posse. 3 Medea quo facilius eam per-
duceret ad suam voluntatem, caliginem eis obiecit et ex venenis multa
miracula fecit, quae veri similia esse viderentur, arietemque vetulum in
aeneum coniecit, unde agnus pulcherrimus prosiluisse visus est. 4 Eo-
demque modo inde Peliades, id est Alcestis, Pelopia, Medusa, Pisidice,
Hippothoe, Medeae impulsu patrem suum occisum in aeneo coxerunt.

50
Miti del mondo classico

23 Absirto
1 Quando Eeta venne a sapere che Medea era fuggita con Giasone,
allestì una nave e inviò all’inseguimento suo figlio Absirto con dei
soldati. 2 Egli la inseguì nel mar Adriatico in Istria presso il re Alci-
noo e voleva affrontarlo in armi, ma Alcinoo si infrappose fra loro
perché non combattessero; lo presero allora come arbitro e riman-
dò il giudizio. Siccome era pensieroso, sua moglie Arete gli chiese
quale fosse il motivo di quei pensieri e le rispose di essere stato scel-
to come arbitro da due diversi popoli, i Colchi e gli Argivi; Arete gli
chiese quale decisione fosse orientato a prendere e Alcinoo rispose
che, se Medea era ancora vergine, doveva restituirla a suo padre,
se invece era ormai donna, a suo marito. 3 Sentita questa risposta
dal marito, Arete manda un messo a Giasone e questi nottetempo
in una grotta tolse la verginità a Medea. Il giorno seguente allora si
presentarono al giudizio: si constatò che Medea era donna e quindi
fu consegnata al marito. 4 Nonostante questo, quando erano par-
titi, Absirto, timoroso per gli ordini del padre, li inseguì nell’isola
di Minerva; lì, mentre Giasone faceva un sacrificio, Absirto si pre-
sentò e fu ucciso da Giasone. Medea diede sepoltura al cadavere e
se ne andarono. 5 I Colchi che erano arrivati con Absirto, temendo
Eeta, rimasero lì e fondarono una città che chiamarono Absoride
dal nome di Absirto. Questa isola è sita in Istria di fronte a Pola,
vicino all’isola di Canta.

24 Giasone: le Peliadi
1 Dopo aver affrontato tanti pericoli per ordine di suo zio, Giasone
cominciò a pensare a come ucciderlo senza essere sospettato; Me-
dea promette che se ne sarebbe occupata. 2 Così, quando già erano
lontani dalla Colchide, ordinò di ormeggiare la nave in un luogo
nascosto e lei andò dalle figlie di Pelia nelle vesti di sacerdotessa
di Diana: promette loro che avrebbe fatto ringiovanire loro padre,
ma la figlia maggiore, Alcesti, disse che non poteva avvenire. 3 Per
farle fare più facilmente quello che voleva, Medea fece scendere
una nebbia su di loro e usando filtri fece molti sortilegi che sembra-
vano realtà: mise in una caldaia un vecchio ariete e sembrò uscirne
un agnello bellissimo. 4 Alla stessa maniera allora le Peliadi, cioè
Alcesti, Pelopia, Medusa, Pisidice e Ippotoe, per suggerimento di
Medea uccisero il padre e lo misero a cuocere nella caldaia. Resesi

51
Igino fabb. 24-27

Cum se deceptas esse viderent, a patria profugerunt. 5 At Iason, si-


gno a Medea accepto, regia est potitus Acastoque Peliae filio fratri
Peliadum, quod secum Colchos ierat, regnum paternum tradidit;
ipse cum Medea Corinthum profectus est.

25 Medea
1 Aeetae Medea et Idyiae filia cum ex Iasone iam filios Merme-
rum et Pheretem procreasset summaque concordia viverent, obi-
ciebatur ei hominem tam fortem ac formosum ac nobilem uxorem
advenam atque veneficam habere. 2 Huic Creon Menoeci filius rex
Corinthius filiam suam minorem Glaucen dedit uxorem. Medea
cum vidit se erga Iasonem bene merentem tanta contumelia esse
affectam, coronam ex venenis fecit auream eamque muneri filios
suos iussit novercae dare. 3 Creusa munere accepto cum Iasone et
Creonte conflagravit. Medea ubi regiam ardere vidit, natos suos ex
Iasone Mermerum et Pheretem interfecit et profugit a Corintho.

26 Medea exul
1 Medea Corintho exul Athenas ad Aegeum Pandionis filium de-
venit in hospitium eique nupsit; ex eo natus est Medus. 2 Postea
sacerdos Dianae Medeam exagitare coepit regique negabat sacra
caste facere posse eo quod in ea civitate esset mulier venefica et sce-
lerata. Tunc iterum exulatur. 3 Medea autem iunctis draconibus ab
Athenis Colchos redit; quae in itinere Absoridem venit, ubi frater
Abysrtus sepultus erat. Ibi Absoritani serpentium multitudini resis-
tere non poterant; Medea autem ab eis rogata lectas eas in tumulum
fratris coniecit, quae adhuc ibi permanentes, si qua autem extra
tumulum exit, debitum naturae persolvit.

27 Medus
1 Persi Solis filius, fratri Aeetae, responsum fuit ab Aeetae pro-
geniae mortem cavere: ad quem Medus dum matrem persequitur
tempestate est delatus, quem satellites comprehensum ad regem

52
Miti del mondo classico

conto di essere state ingannate, fuggirono lontano dalla patria. 5


Giasone quindi, ricevuto un segnale da Medea, occupò la reggia:
assegnò il regno paterno ad Acasto, figlio di Pelia e fratello delle
Peliadi, perché era andato con lui in Colchide; egli stesso partì per
Corinto insieme a Medea.

25 Medea
1 Medea, figlia di Eeta e di Idia, aveva avuto da Giasone due figli,
Mermero e Ferete, e vivevano in perfetto accordo. A lui veniva rin-
facciato che un uomo forte, bello e nobile come lui avesse come
moglie una straniera e una maga. 2 Creonte, figlio di Meneceo, re
di Corinto, gli diede in moglie Glauce, sua figlia minore. Medea,
quando si rese conto di stare subendo un oltraggio così grande no-
nostante meritasse riconoscenza da parte di Giasone, con veleni
fece una corona d’oro e disse ai suoi figli di recapitarla alla matri-
gna. 3 Ricevuta la corona, Creusa prese fuoco insieme a Giasone e
a Creonte. Medea, quando vide che la reggia era in fiamme, uccise
Mermero e Ferete, i figli avuti da Giasone, e fuggì lontano da Co-
rinto.

26 Medea in esilio
1 Esule da Corinto, Medea giunse ad Atene, ospite di Egeo, figlio
di Pandione, e lo sposò; dall’unione nacque Medo. 2 In seguito la
sacerdotessa di Diana cominciò a tormentare Medea e al re diceva
di non essere in grado di compiere i riti in stato di purezza per il fat-
to che in quella città abitava una donna malefica che usava filtri. E
allora si trovò di nuovo in esilio. 3 Allora Medea sul suo carro tirato
da draghi da Atene torna in Colchide; durante il percorso arriva
ad Absoride, dov’era sepolto suo fratello Absirto. Lì gli Absoritani
non potevano andare avanti per il gran numero di serpenti; allora
Medea, in risposta alle loro preghiere, li raccoglie e li getta nella
tomba del fratello: quelli ancora sono lì, e se uno esce dalla tomba
muore di morte naturale.

27 Medo
1 Perse, figlio del Sole e fratello di Eeta, ricevette come responso di
guardarsi dalla morte per mano della progenie di Eeta: a lui fu portato
da una tempesta Medo, mentre andava in cerca della madre, e i soldati

53
Igino fabb. 27,28

Persen perduxerunt. 2 Medus Aegei et Medeae filius ut vidit se in


inimici potestatem venisse, Hippoten Creontis filium se esse men-
titus est. Rex diligentius quaerit et in custodia eum conici iussit;
ubi sterilitas et penuria frugum dicitur fuisse. 3 Quo Medea in
curru iunctis draconibus cum venisset, regi se sacerdotem Dianae
ementita est dixitque sterilitatem se expiare posse; et cum a rege
audisset Hippotem Creontis filium in custodia haberi, arbitrans
eum patris iniuriam exsequi venisse, ibi imprudens filium prodi-
dit. 4 Nam regi persuadet eum Hippoten non esse sed Medum
Aegei filium a matre missum ut regem interficeret, petitque ab
eo ut interficiendus sibi traderetur, aestimans Hippoten esse. 5
Itaque Medus cum productus esset ut mendacium morte puniret,
et illa aliter esse vidit quam putavit, dixit se cum eo colloqui velle
atque ensem ei tradidit iussitque avi sui iniurias exsequi. Medus
re audita Persen interfecit regnumque avitum possedit; ex suo
nomine terram Mediam cognominavit.

28 Otos et Ephialtes
1 Otos et Ephialtes, Aloei et Iphimedes Neptuni filiae filii, mira
magnitudine dicuntur fuisse. Hi singuli singulis mensibus novem
digitis crescebant; itaque cum essent annorum novem in caelum as-
cendere sunt conati. 2 Qui aditum sibi ita faciebant: montem enim
Ossam super Pelion posuerunt (unde etiam Pelion Ossa mons
appellatur) aliosque montes construebant; qui ab Apolline nacti
sunt interfecti. 3 Alii autem auctores dicunt Neptuni et Iphimedes
filios fuisse atrotos; hi cum Dianam comprimere voluissent, quae
cum non posset viribus eorum obsistere, Apollo inter eos cervam
misit, quam illi furore incensi dum volunt iaculis interficere, alius
alium interfecerunt. 4 Qui ad inferos dicuntur hanc poenam pati:
ad columnam aversi alter ab altero serpentibus sunt deligati; est
strix inter, columnam sedens ad quam sunt deligati.

54
Miti del mondo classico

lo catturarono e lo portarono al re Perse. 2 Medo, figlio di Egeo e di


Medea, come si rese conto di essere finito nelle mani del nemico, mentì
dicendo di essere il figlio di Creonte, Ippote. Il re si volle informare
con maggior cura e ordinò di metterlo in prigione; in quel tempo si
racconta che venne una carestia e una penuria di messi. 3 Dopo essere
giunta qui sul suo carro tirato da draghi, Medea mentendo disse al
re di essere una sacerdotessa di Diana e gli assicurò di essere in gra-
do di far terminare la carestia; e avendo sentito dal re che in prigione
era custodito Ippote, il figlio di Creonte, pensando che fosse venuto a
vendicare l’assassinio del padre, in modo avventato rivelò l’identità di
suo figlio. 4 Infatti convince il re che quello non era Ippote, ma Medo,
figlio di Egeo, mandato da sua madre a uccidere il re, e, credendo che
sia Ippote, gli chiede che le venga consegnato per ucciderlo. 5 E così,
una volta che Medo era stato portato perché pagasse con la morte la
sua menzogna, lei si rese conto che la realtà era diversa da come ave-
va pensato: disse che voleva avere un colloquio con lui, gli diede una
spada e gli ordinò di vendicare le offese fatte a suo nonno. Compresa
la situazione Medo uccise Perse e ottenne il regno del nonno; dal suo
nome chiamò quella terra Media.

28 Oto ed Efialte
1 Oto ed Efialte, figli di Aleo e di Ifimede figlia di Nettuno, si dice
che fossero di statura straordinaria. Ciascuno di loro ogni mese cre-
sceva di nove dita, e pertanto a nove anni tentarono di scalare il
cielo. 2 La strada se la facevano così: sovrapposero il monte Ossa al
Pelio (e per questo anche il Pelio è chiamato monte Ossa) e impila-
vano altri monti; ma sorpresi da Apollo furono uccisi. 3 Altri autori
dal canto loro dicono che erano figli di Nettuno e Ifimede, ed era-
no invulnerabili; siccome volevano violentare Diana e quest’ultima
non poteva far fronte alla loro violenza, Apollo pose una cerva fra
loro: mentre quelli, presi da furore, volevano ucciderla a colpi di
lancia, si uccisero a vicenda. 4 Si dice che negli inferi essi patiscono
la seguente pena: stanno l’uno di schiena all’altro legati con serpen-
ti a una colonna; in mezzo a loro, appollaiata alla colonna alla quale
sono legati, c’è una strige.

55
Igino fabb. 29,30

29 Alcimena
1 Amphitryon cum abesset ad expugnandam Oechaliam, Alcimena
aestimans Iovem coniugem suum esse eum thalamis recepit. Qui
cum in thalamos venisset et ei referret quae in Oechalia gessisset, ea
credens coniugem esse cum eo concubuit. 2 Qui tam libens cum ea
concubuit ut unum diem usurparet, duas noctes congeminaret, ita
ut Alcimena tam longam noctem ammiraretur. Postea cum nuntia-
retur ei coniugem victorem adesse, minime curavit, quod iam pu-
tabat se coniugem suum vidisse. 3 Qui cum Amphitryon in regiam
intrasset et eam videret neglegentius securam, mirari coepit et queri
quod se advenientem non excepisset; cui Alcimena respondit: «Iam
pridem venisti et mecum concubuisti et mihi narrasti quae in Oe-
chalia gessisses». 4 Quae cum signa omnia diceret, sensit Amphi-
tryon numen aliquod fuisse pro se, ex qua die cum ea non concu-
buit. Quae ex Iove compressa peperit Herculem.

30 Herculis athla XII ab Eurystheo imperata


1 Infans cum esset, dracones duos duabus manibus necavit, quos
Iuno miserat, unde primigenius est dictus.
2 Leonem Nemaeum, quem Luna nutrierat in antro amphistomo
atrotum, necavit, cuius pellem pro tegumento habuit.
3 Hydram Lernaeam Typhonis filiam cum capitibus novem ad fon-
tem Lernaeum interfecit. Haec tantam vim veneni habuit ut afflatu
homines necaret, et si quis eam dormientem transierat, vestigia eius
afflabat et maiori cruciatu moriebatur. Hanc Minerva monstrante
interfecit et exinteravit et eius felle sagittas suas tinxit; itaque quic-
quid postea sagittis fixerat, mortem non effugiebat, unde postea et
ipse periit in Phrygia.
4 Aprum Erymanthium occidit.
5 Cervum ferocem in Arcadia cum cornibus aureis vivum in con-
spectu Eurysthei regis adduxit.
6 Aves Stymphalides in insula Martis, quae emissis pennis suis iacu-
labantur, sagittis interfecit.
7 Augeae regis stercus bobile uno die purgavit, maiorem partem
Iove adiutore; flumine ammisso totum stercus abluit.

56
Miti del mondo classico

29 Alcmena
1 Quando Anfitrione era lontano, all’assedio di Ecalia, Alcmena,
scambiando Giove per suo marito, lo accolse nel suo letto. E sic-
come, una volta entrato nel suo letto, le raccontava le sue imprese
a Ecalia, lei, credendo che fosse suo marito, si unì a lui. 2 E a lui
piacque talmente unirsi a lei che impiegò un intero giorno e unì
due notti, al punto che Alcmena si stupiva che la notte fosse così
lunga. Quando poi le annunciarono che stava tornando il marito
vittorioso, non vi fece caso, perché credeva di aver già visto il ma-
rito. 3 Quando poi Anfitrione entrò nella reggia e la vedeva ecces-
sivamente distratta, cominciò a stupirsi e a lamentarsi che non gli
era andata incontro al suo arrivo; e Alcmena gli rispose: «Sei già
arrivato prima, ti sei unito a me e mi hai raccontato le tue imprese
a Ecalia». 4 E siccome lei gli raccontava ogni cosa in modo circo-
stanziato, Anfitrione suppose che al suo posto si fosse presentato
un dio, e da quel giorno non si unì più a lei. Questa, posseduta da
Giove, partorì Ercole.

30 Le dodici fatiche di Ercole per ordine di Euristeo


1 Quando era in fasce uccise con le sue mani due serpenti che aveva
mandato Giunone, e per questo fu chiamato primogenito.
2 Uccise il leone di Nemea, invulnerabile, che la Luna aveva alleva-
to in una grotta a due aperture: usò la sua pelle come indumento.
3 Vicino alla fonte di Lerna uccise l’idra di Lerna, figlia di Tifone,
con nove teste. Questa aveva un tale potere venefico che con il fiato
faceva morire le persone, e se qualcuno le si avvicinava mentre dor-
miva lei alitava sulle impronte di quello, che moriva con tormenti
ancora maggiori. Secondo le indicazioni di Minerva la uccise, la
sventrò e intinse le proprie frecce nel fiele di quella; e così da allora
qualunque essere egli avesse colpito con le frecce non sfuggiva alla
morte, ma in seguito anche lui stesso morì per questo in Frigia.
4 Uccise il cinghiale dell’Erimanto.
5 Portò vivo al cospetto di Euristeo il cervo selvaggio con le corna
d’oro dell’Arcadia.
6 Uccise a frecciate gli uccelli Stinfalidi sull’isola di Marte, che lan-
ciavano le loro penne usandole come giavellotti.
7 In un sol giorno ripulì lo sterco delle stalle del re Augia, soprattutto
con l’aiuto di Giove: deviò il corso di un fiume, e così tutto lo sterco

57
Igino fabb. 30,31

8 Taurum, cum quo Pasiphae concubuit, ex Creta insula Mycenis


vivum adduxit.
9 Diomedem Thraciae regem et equos quattuor eius, qui carne hu-
mana vescebantur, cum Abdero famulo interfecit; equorum autem
nomina Podargus, Lampon, Xanthus, Dinus.
10 Hippolyten Amazonam, Martis et Otrerae reginae filiam, cui re-
ginae Amazonis balteum detraxit; tum Antiopam captivam Theseo
donavit.
11 Geryonem Chrysaoris filium trimembrem uno telo interfecit.
12 Draconem immanem Typhonis filium, qui mala aurea Hesperi-
dum servare solitus erat, ad montem Atlantem interfecit, et Eurys-
theo regi mala attulit.
13 Canem Cerberum Typhonis filium ab inferis regi in conspectum
adduxit.

31 Parerga eiusdem
1 Antaeum Terrae filium in Libya occidit. Hic cogebat hospites se-
cum luctari et delassatos interficiebat; hunc luctando necavit.
2 Busiridem in Aegypto, qui hospites immolare solitus erat; huius
legem cum audiit, passus est se cum infula ad aram adduci: Busiris
autem cum vellet deos imprecari, Hercules eum clava ac ministros
sacrorum interfecit.
3 Cygnum Martis filium armis superatum occidit. Quo cum Mars
venisset et armis propter filium contendere vellet cum eo, Iovis in-
ter eos fulmen misit.
4 Cetum cui Hesione fuit apposita Troiae occidit; Laomedontem
patrem Hesionis, quod eam non reddebat, sagittis interfecit.
5 Aethonem aquilam, quae Prometheo cor exedebat, sagittis in-
terfecit.
6 Lycum Neptuni filium, quod Megaram Creontis filiam uxorem
eius et filios Therimachum et Ophiten occidere voluit, interfecit.
7 Achelous fluvius in omnes figuras se immutabat. Hic cum Her-
cule propter Deianirae coniugium cum pugnaret, in taurum se
convertit, cui Hercules cornu detraxit, quod cornu Hesperidibus
sive nymphis donavit, quod deae pomis replerunt et cornu copiae
appellarunt.

58
Miti del mondo classico

defluì via.
8 Dall’isola di Creta portò vivo a Micene il toro a cui si unì Pasifae.
9 Insieme al suo servo Abdero uccise i quattro cavalli di Diomede,
re di Tracia, che mangiavano carne umana; i nomi dei cavalli erano
Podargo, Lampone, Xanto e Dino.
10 Rubò la cintura dell’amazzone Ippolita, figlia di Marte e della
regina Otrera, e regina lei stessa delle Amazzoni; nella circostanza
diede in dono a Teseo Antiopa, sua prigioniera.
11 Con un solo colpo di giavellotto uccise Gerione, figlio di Crisa-
ore, che aveva tre corpi.
12 Vicino al monte Atlante uccise l’enorme drago figlio di Tifone
che custodiva continuamente le mele d’oro delle Esperidi, e portò
le mele al re Euristeo.
13 Portò via dal regno dei morti il cane Cerbero, figlio di Tifone, e
lo condusse al cospetto del re.

31 Altre imprese dello stesso Ercole


1 Uccise in Libia Anteo, figlio della Terra. Costui costringeva i suoi
ospiti a battersi con lui e li uccideva quando erano allo stremo; lo
uccise lottando con lui.
2 In Egitto Busiride aveva l’abitudine di sacrificare i suoi ospiti;
quando conobbe la consuetudine di quello, si lasciò condurre all’a-
ra con la benda sacrificale, e quando poi Busiride iniziò a invocare
gli dei, Ercole uccise lui e i ministri del culto a colpi di clava.
3 Vinse in duello Cicno, figlio di Marte, e lo uccise; e quando Marte
si presentò con l’intenzione di sfidarlo in duello per vendicare il
figlio, Giove scagliò un fulmine in mezzo a loro.
4 A Troia uccise il mostro marino cui era stata esposta Esione; uc-
cise a colpi di freccia Laomedonte, padre di Esione, perché non
voleva consegnargliela.
5 Uccise a colpi di freccia l’aquila Etone, che mangiava il cuore a
Prometeo.
6 Uccise Lico, figlio di Nettuno, perché voleva uccidere sua moglie
Megara, figlia di Creonte, e i figli Terimaco e Ofite.
7 Il fiume Acheloo assumeva varie forme; mentre combatteva con-
tro Ercole per avere in moglie Deianira si mutò in toro, ed Ercole
gli staccò un corno che donò alle Esperidi o alle ninfe: le dee lo
riempirono di frutti e lo chiamarono cornucopia.

59
Igino fabb. 31-33

8 Neleum Hippocoontis filium cum decem filiis occidit, quoniam is


eum purgare sive lustrare noluit tunc cum Megaram Creontis filiam
uxorem suam et filios Therimachum et Ophiten interfecerat.
9 Eurytum, quod Iolen filiam eius in coniugium petiit et ille eum
repudiavit, occidit.
10 Centaurum Nessum, quod Deianiram violare voluit, occidit.
11 Eurytionem centaurum, quod Deianiram Dexameni filiam spe-
ratam suam uxorem petiit, occidit.

32 Megara
1 Hercules cum ad canem tricipitem esset missus ab Eurystheo rege
et Lycus Neptuni filius putasset eum periisse, Megaram Creontis
filiam uxorem eius et filios Therimachum et Ophiten interficere
voluit et regnum occupare. 2 Hercules eo intervenit et Lycum in-
terfecit; postea ab Iunone insania obiecta Megaram et filios The-
rimachum et Ophiten interfecit. 3 Postquam suae mentis compos
est factus, ab Apolline petiit dari sibi responsum quomodo scelus
purgaret; cui Apollo sortem quod reddere noluit, Hercules iratus
de fano eius tripodem sustulit, quem postea Iovis iussu reddidit et
nolentem sortem dare iussit. 4 Hercules ob id a Mercurio Ompha-
lae reginae in servitutem datus est.

33 Centauri
1 Hercules cum in hospitium ad Dexamenum regem venisset eiu-
sque filiam Deianiram devirginasset fidemque dedisset se eam uxo-
rem ducturum, post discessum eius Eurytion Ixionis et Nubis filius
centaurus petit Deianiram uxorem. Cuius pater vim timens pollici-
tus est se daturum. 2 Die constituto venit cum fratribus ad nuptias.
Hercules intervenit et centaurum interfecit, suam speratam abdu-
xit. 3 Item aliis in nuptiis, Pirithous Hippodamiam Adrasti filiam
cum uxorem duceret, vino pleni centauri conati sunt rapere uxores
Lapithis; eos centauri multos interfecerunt, ab ipsis interierunt.

60
Miti del mondo classico

8 Uccise Neleo, figlio di Ippocoonte, insieme a dieci figli, perché non


aveva voluto purgarlo e purificarlo nel tempo in cui aveva ucciso sua
moglie Megara, figlia di Creonte, e i suoi figli Terimaco e Ofite.
9 Uccise Eurito perché aveva chiesto in moglie la figlia di quello,
Iole, e lui gliel’aveva rifiutata.
10 Uccise il centauro Nesso perché aveva voluto violentare Deianira.
11 Uccise il centauro Euritione perché era un pretendente di Deia-
nira, figlia di Dessameno, che era sua promessa sposa.

32 Megara
1 Quando Ercole era stato mandato dal re Euristeo a catturare il
cane dalle tre teste, Lico, figlio di Nettuno, avendo creduto che
fosse morto, pensò di uccidere la moglie di quello, Megara, figlia
di Creonte, e i figli Terimaco e Ofite, e di impadronirsi del regno.
2 Ercole arrivò e uccise Lico; poi Giunone lo fece impazzire e uc-
cise Megara e i figli Terimaco e Ofite. 3 Una volta tornato padrone
della sua mente, chiese ad Apollo di dargli un responso su come
espiare il delitto, e siccome Apollo non gli volle dare l’oracolo, Er-
cole adirato sottrasse dal suo santuario il tripode, che poi restituì
per ordine di Giove, e gli ordinò di dargli l’oracolo anche se non
voleva. 4 Per questo Ercole fu dato in schiavitù da Mercurio alla
regina Onfale.

33 I centauri
1 Ercole arrivò come ospite a casa del re Dessameno e tolse la ver-
ginità a sua figlia Deianira; dopo che ripartì, essendosi impegnato a
prenderla in moglie, il centauro Euritione, figlio di Issione e Nube,
chiese Deianira in moglie, e suo padre, nel timore di subire ritor-
sioni, promise di concederla. 2 Il giorno stabilito, venne con i suoi
fratelli per le nozze. Ercole arrivò, uccise il centauro e portò via
con sé la sua promessa sposa. 3 Allo stesso modo, in occasione di
altre nozze, quando Piritoo stava prendendo in moglie Ippodamia,
figlia di Adrasto, i centauri per effetto del vino tentarono di rapire
le mogli dei Lapiti: i centauri uccisero un gran numero di loro, ma
morirono per mano di quelli.

61
Igino fabb. 34-36

34 Nessus
1 Nessus Ixionis et Nubis filius centaurus rogatus ab Deianira ut
se flumen Euhenum transferret: quam sublatam in flumine ipso
violare voluit. Hoc Hercules cum intervenisset et Deianira cum fi-
dem eius implorasset, Nessum sagittis confixit. 2 Ille moriens, cum
sciret sagittas hydrae Lernaeae felle tinctas quantam vim haberent
veneni, sanguinem suum exceptum Deianirae dedit et id philtrum
esse dixit; si vellet ne se coniunx sperneret, eo iuberet vestem eius
perungi.
Id Deianira credens conditum diligenter servavit.

35 Iole
Hercules cum Iolen Euryti filiam in coniugium petiisset, ille eum
repudiasset, Oechaliam expugnavit; qui ut a virgine rogaretur, pa-
rentes eius coram ea interficere velle coepit. Illa animo pertinacior
parentes suos ante se necari est perpessa. Quos omnes cum interfe-
cisset, Iolen captivam ad Deianiram praemisit.

36 Deianira
1 Deianira Oenei filia Herculis uxor, cum vidit Iolen virginem
captivam eximiae formae esse adductam, verita est ne se coniu-
gio privaret. Itaque memor Nessi praecepti, vestem tinctam cen-
tauri sanguine Herculi qui ferret nomine Licham famulum misit.
2 Inde paulum quod in terra deciderat et id sol attigit ardere
coepit. Quod Deianira ut vidit, aliter esse ac Nessus dixerat in-
tellexit, et qui revocaret eum, cui vestem dederat, misit. 3 Quam
Hercules iam induerat statimque flagrare coepit; qui cum se in
flumen coniecisset ut ardorem extingueret, maior flamma exi-
bat; demere autem cum vellet, viscera sequebantur. 4 Tunc Her-
cules Licham, qui vestem attulerat, rotatum in mare iaculatus
est, qui quo loco cecidit, petra nata est, quae Lichas appellatur.
5 Tunc dicitur Philoctetes Poeantis filius pyram in monte Oetaeo
construxisse Herculi, eumque ascendisse immortalitatem. Ob id
beneficium Philocteti Hercules arcus et sagittas donavit. 6 Deianira
autem ob factum Herculis ipsa se interfecit.

62
Miti del mondo classico

34 Nesso
1 Il centauro Nesso, figlio di Issione e di Nube, fu pregato da Deianira
di aiutarla ad attraversare il fiume Eueno; egli la prese su di sé e in
mezzo al fiume la volle violentare. Arrivò Ercole e Deianira invocò
il suo aiuto, e quello trafisse Nesso con le sue frecce. 2 Quello, in
punto di morte, sapendo quanto fosse potente il veleno delle frecce,
che erano state intinte nel fiele dell’idra di Lerna, raccolse il proprio
sangue e lo diede a Deianira dicendole che si trattava di un filtro: se
voleva che il marito non la trascurasse, doveva cospargere con quel
sangue la sua veste.
Deianira ci credette, lo ripose e lo conservò con cura.

35 Iole
Ercole chiese in moglie Iole, figlia di Eurito, ma siccome questi lo
rifiutò espugnò Ecalia. Per farsi pregare dalla ragazza, disse che
avrebbe ucciso i suoi genitori sotto i suoi occhi; ma lei, che era
molto ostinata di carattere, sopportò che i genitori fossero uccisi
davanti a lei. Dopo aver ucciso tutti, mandò Iole come prigioniera
a Deianira.

36 Deianira
1 Deianira, figlia di Eneo, quando vide che la prigioniera che le era sta-
ta portata, Iole, era una ragazza di straordinaria bellezza, ebbe paura
che le rubasse il marito. Così, ricordandosi delle indicazioni di Nes-
so, mandò un servo di nome Lica a portare a Ercole una veste intrisa
del sangue del centauro. 2 Ma quel poco che era caduto a terra e fu
esposto al sole cominciò a prendere fuoco: quando Deianira lo vide,
comprese che era diverso da quello che aveva detto Nesso e mandò
qualcuno a richiamare colui a cui aveva affidato la veste. 3 Ercole però
l’aveva già indossata, e subito prese a bruciare; e per quanto si fosse
gettato in un fiume per spegnere il fuoco, una fiamma ancora più gran-
de divampava; voleva poi togliersela, ma si strappava anche la carne. 4
Allora Ercole gettò lontano in mare Lica, che gli aveva portato la veste,
dopo averlo fatto roteare in aria: nel luogo in cui cadde sorse una roc-
cia che è chiamata Lica. 5 Allora si dice che Filottete, figlio di Peante,
costruì una pira sul monte Eta e che così lui raggiunse l’immortalità.
Per questo favore Ercole donò a Filottete il suo arco e le sue frecce. 6
Deianira, per parte sua, per quello che aveva fatto a Ercole si uccise.

63
Igino fabb. 37-39

37 Aethra
1 Neptunus et Aegeus Pandionis filius in fano Minervae cum Aethra
Pitthei filia una nocte concubuerunt. Neptunus quod ex ea natum
esset Aegeo concessit. 2 Is autem postquam a Troezene Athenas
redibat, ensem suum sub lapide posuit et praecepit Aethrae ut tunc
eum ad se mitteret, cum posset eum lapidem allevare et gladium
patris tollere; ibi fore indicium cognitionis filii. 3 Itaque postea
Aethra peperit Theseum, qui ad puberem aetatem cum pervenisset,
mater praecepta Aegei indicat ei lapidemque ostendit ut ensem tol-
leret et iubet eum Athenas ad Aegeum proficisci, eosque qui itineri
infestabantur omnes occidit.

38 Thesei labores
1 Corynetem Neptuni filium armis occidit.
2 Pityocamptem, qui iter gradientes cogebat ut secum arborem pi-
num ad terram flecterent, quam qui cum eo prenderat, ille eam vi-
ribus missam faciebat; ita ad terram graviter elidebatur et periebat,
hunc interfecit.
3 Procrusten Neptuni filium. Ad hunc hospes cum venisset, si lon-
gior esset, minori lecto proposito reliquam corporis partem praeci-
debat; sin autem brevior statura erat, lecto longiori dato incudibus
suppositis extendebat eum usque dum lecti longitudinem aequaret.
Hunc interfecit.
4 Scironem, qui ad mare loco quodam praerupto sedebat et qui iter
gradiebatur cogebat eum sibi pedes lavare et ita in mare praecipita-
bat, hunc Theseus pari leto in mare deiecit, ex quo Scironis petrae
sunt dictae.
5 Cercyonem Vulcani filium armis occidit.
6 Aprum, qui fuit Cremyone, interfecit.
7 Taurum, qui fuit Marathone, quem Hercules a Creta ad Eurys-
theum adduxerat, occidit.
8 Minotaurum oppido Gnosi occidit.

39 Daedalus
Daedalus Eupalami filius, qui fabricam a Minerva dicitur accepis-
se, Perdicem sororis suae filium propter artificii invidiam, quod is

64
Miti del mondo classico

37 Etra
1 Nettuno ed Egeo, figlio di Pandione, nella stessa notte si unirono
a Etra, figlia di Pitteo, nel tempio di Minerva. Nettuno cedette a
Egeo il figlio che era nato da lei. 2 Quello dunque, mentre tornava
ad Atene da Trezene, pose la propria spada sotto a una roccia e
diede indicazioni a Etra che gli mandasse il ragazzo quando avesse
potuto sollevare la roccia e prelevare la spada del padre: quello
sarebbe stato il segno di riconoscimento del figlio. 3 In seguito Etra
partorì Teseo: quando era giunto all’età della pubertà, la madre gli
comunica le indicazioni di Egeo, gli mostra la roccia perché prele-
vasse la spada e lo spinge a recarsi ad Atene da Egeo; e questi uccise
tutti quelli che infestavano la strada.

38 Le imprese di Teseo
1 Uccise in duello Corinete, figlio di Nettuno.
2 Uccise Pitiocampte, che costringeva i viandanti a piegare insieme
a lui un tronco di pino fino a terra, e lui con forza lo lasciava andare
con chi lo afferrava con lui, e così quello veniva abbattuto a terra
con tutto il suo peso e moriva.
3 Uccise Procuste, figlio di Nettuno; quando uno straniero arrivava
da lui, se era troppo alto lo faceva coricare su un letto più corto
e tagliava la parte del corpo che eccedeva; se invece era piuttosto
basso di statura, faceva portare un letto più lungo, predisponeva
delle incudini ed estendeva il corpo finché uguagliasse la lunghezza
del letto.
4 Scirone stava seduto in un luogo a precipizio sul mare, costringe-
va i viandanti a lavargli i piedi e così li precipitava in mare: Teseo
lo gettò in mare infliggendogli la stessa morte e da lui hanno preso
nome le rocce di Scirone.
5 Uccise in duello Cercione, figlio di Vulcano.
6 Uccise il cinghiale che viveva a Cremione.
7 Uccise il toro che viveva a Maratona, che Ercole aveva portato da
Creta a Euristeo.
8 Uccise il Minotauro nella città di Cnosso.

39 Dedalo
Dedalo, figlio di Eupalamo, che si dice avesse ricevuto l’abilità tec-
nica da Minerva, precipitò dall’alto del tetto Perdice, figlio di sua

65
Igino fabb. 39-42

primum serram invenerat, summo tecto deicit. Ob id scelus in exsi-


lium ab Athenis Cretam ad regem Minoem abiit.

40 Pasiphae
1 Pasiphae Solis filia uxor Minois sacra deae Veneris per aliquot
annos non fecerat. Ob id Venus amorem infandum illi obiecit, ut
taurum quem ipsa amabat alia amaret. 2 In hoc Daedalus exsul
cum venisset, petiit ab ea auxilium. Is ei vaccam ligneam fecit et
verae vaccae corium induxit, in qua illa cum tauro concubuit; ex
quo compressu Minotaurum peperit capite bubulo parte inferio-
re humana. 3 Tunc Daedalus Minotauro labyrinthum inextricabili
exitu fecit, in quo est conclusus. 4 Minos re cognita Daedalum in
custodiam coniecit, at Pasiphae eum vinculis liberavit; itaque Da-
edalus pennas sibi et Icaro filio suo fecit et accommodavit et inde
avolarunt. Icarus altius volans, a sole cera calefacta, decidit in mare
quod ex eo Icarium pelagus est appellatum. Daedalus pervolavit
ad regem Cocalum in insulam Siciliam. 5 Alii dicunt: Theseus cum
Minotaurum occidit, Daedalum Athenas in patriam suam reduxit.

41 Minos
1 Minos Iovis et Europae filius cum Atheniensibus belligeravit,
cuius filius Androgeus in pugna est occisus. Qui posteaquam
Athenienses vicit, vectigales Minois esse coeperunt; instituit au-
tem ut anno uno quoque septenos liberos suos Minotauro ad epu-
landum mitterent. 2 Theseus posteaquam a Troezene venerat et
audiit quanta calamitate civitas afficeretur, voluntarie se ad Mino-
taurum pollicitus est ire. 3 Quem pater cum mitteret, praedixit ei
ut si victor reverteretur vela candida in navem haberet; qui autem
ad Minotaurum mittebantur velis atris navigabant.

42 Theseus apud Minotaurum


Theseus posteaquam Cretam venit ab Ariadne Minois filia est ada-
matus adeo ut fratrem proderet et hospitem servaret; ea enim The-

66
Miti del mondo classico

sorella, per invidia della sua abilità, poiché costui aveva inventato
la sega. Per questo delitto se ne andò da Atene in esilio a Creta dal
re Minosse.

40 Pasifae
1 Pasifae, figlia del Sole e moglie di Minosse, per alcuni anni non
aveva celebrato i riti sacri di Venere. Per questo Venere fece na-
scere in lei un amore mostruoso, così da amare in modo diverso il
toro che lei amava. 2 Quando Dedalo arrivò lì in esilio, le chiese
ospitalità: per lei costruì una vacca di legno e la rivestì della pelle
di una vacca vera: lei si unì al toro stando all’interno di essa, e in
seguito a questa unione partorì il Minotauro, che aveva la testa di
un bovino e le membra inferiori umane. 3 Allora Dedalo costruì
per il Minotauro un labirinto da cui era impossibile uscire, e vi fu
rinchiuso all’interno. 4 Venuto a sapere la vicenda, Minosse gettò
Dedalo in prigione, ma Pasifae lo liberò dalle catene: così Dedalo
costruì delle ali e le adattò a se stesso e al figlio Icaro, e volarono via
di lì. Icaro, che volava più in alto, dato che la cera era stata sciolta
dal sole, precipitò nel mare che da lui è stato chiamato mare Icario.
Dedalo volò fino all’isola di Sicilia dal re Cocalo. 5 Secondo la ver-
sione di altri, Teseo, quando uccise il Minotauro, riportò Dedalo ad
Atene, sua patria.

41 Minosse
1 Minosse, figlio di Giove e di Europa, combatté contro gli Atenie-
si e suo figlio Androgeo fu ucciso in battaglia. E dopo che costui
vinse gli Ateniesi, questi ultimi cominciarono a pagare un tributo a
Minosse; stabilì allora che ogni anno mandassero sette loro figli in
pasto al Minotauro. 2 Dopo esser giunto da Trezene e aver sentito
da quanto grande malanno continuava a essere afflitta la popolazio-
ne, Teseo spontaneamente promise di recarsi dal Minotauro. 3 Nel
congedarlo suo padre gli raccomandò di issare vele bianche sulla
nave nel caso in cui tornasse vincitore; difatti quelli che venivano
inviati al Minotauro navigavano con vele nere.

42 Teseo dal Minotauro


Dopo che Teseo arrivò a Creta dal Minotauro, di lui si innamorò
Arianna, figlia di Minosse, al punto da tradire il fratello e salvare la

67
Igino fabb. 42-45

seo monstravit labyrinthi exitum, quo Theseus cum introisset et


Minotaurum interfecisset, Ariadnes monitu licium revolvendo fo-
ras est egressus eamque, quod fidem ei dederat, in coniugio secum
habiturus avexit.

43 Ariadne
1 Theseus in insula Dia tempestate retentus, cogitans si Ariadnen
in patriam portasset sibi opprobrium futurum, itaque in insula Dia
dormientem reliquit; quam Liber amans inde sibi in coniugium
abduxit. 2 Theseus autem cum navigaret oblitus est vela atra mu-
tare, itaque Aegeus pater eius credens Theseum a Minotauro esse
consumptum in mare se praecipitavit, ex quo Aegeum pelagus est
dictum. 3 Ariadnes autem sororem Phaedram Theseus duxit in co-
niugium.

44 Cocalus
Minos quod Daedali opera multa sibi incommoda acciderant in Si-
ciliam est eum persecutus petitque a rege Cocalo ut sibi redderetur.
Cui cum Cocalus promisisset et Daedalus rescisset, ab regis filiabus
auxilium petiit. Illae Minoem occiderunt.

45 Philomela
1 Tereus Martis filius Thrax cum Prognen Pandionis filiam in co-
niugium haberet, Athenas ad Pandionem socerum venit rogatum
ut Philomelam alteram filiam sibi in coniugium daret, Prognen
suum diem obisse dicit. 2 Pandion ei veniam dedit Philomelamque
et custodes cum ea misit; quos Tereus in mare iecit Philomelamque
inventam in monte compressit. Postquam autem in Thraciam redit,
Philomelam mandat ad Lynceum regem, cuius uxor Lathusa, quod
Progne fuit familiaris, statim pellicem ad eam deduxit. 3 Progne
cognita sorore et Terei impium facinus, pari consilio machinari
coeperunt regi talem gratiam referre. Interim Tereo ostendebatur
in prodigiis Ity filio eius mortem a propinqua manu adesse; quo
responso audito cum arbitraretur Dryantem fratrem suum filio suo
mortem machinari, fratrem Dryantem insontem occidit. 4 Progne
autem filium Itym ex se et Tereo natum occidit patrique in epulis

68
Miti del mondo classico

vita al forestiero. Infatti fu lei a indicare a Teseo la via d’uscita dal


labirinto: dopo esservi entrato e aver ucciso il Minotauro, seguendo
le indicazioni di Arianna Teseo uscì riavvolgendo un filo, e, come le
aveva promesso, la portò con sé intenzionato a prenderla in moglie.

43 Arianna
1 Mentre era trattenuto sull’isola di Dia da una tempesta, Teseo,
pensando che, se avesse portato Arianna in patria, per lui la cosa
sarebbe stata di scandalo, l’abbandonò sull’isola di Dia mentre dor-
miva; ma Libero, innamoratosi di lei, la portò via da lì per sposarla.
2 Per parte sua Teseo durante la navigazione si dimenticò di cam-
biare le vele nere, e perciò suo padre Egeo, pensando che Teseo
fosse stato sbranato dal Minotauro, si precipitò in mare, che per
questo fu chiamato mar Egeo. 3 Teseo poi prese in moglie Fedra,
sorella di Arianna.

44 Cocalo
Minosse, siccome a opera di Dedalo gli erano capitate molte sven-
ture, lo inseguì in Sicilia e chiese al re Cocalo di consegnarglielo.
Cocalo glielo promise e Dedalo, venutolo a sapere, chiese aiuto alle
figlie del re. Queste uccisero Minosse.

45 Filomela
1 Tereo, figlio di Marte, viveva in Tracia e aveva come moglie Procne,
figlia di Pandione. Si recò ad Atene dal suocero Pandione a chiedergli
di dargli in moglie l’altra sua figlia, Filomela, dicendo che Procne era
morta. 2 Pandione gli diede ascolto e gli mandò Filomela accompagna-
ta da alcune guardie; ma Tereo le precipitò in mare e violentò Filomela
che aveva sorpreso sulla montagna. Poi, dopo esser tornato in Tracia,
manda Filomela dal re Linceo, ma la moglie di quest’ultimo, Latusa,
che era molto amica di Procne, subito la riportò da lei considerandola
una concubina. 3 Procne riconobbe in lei sua sorella e il gesto empio
di Tereo, e di comune accordo cominciarono a pianificare un’azione di
risposta al re. Intanto a Tereo dei prodigi annunciavano che la mano
di un parente stava preparando la morte di suo figlio Iti; venuto a co-
noscenza di questo responso, convinto che fosse suo fratello Driante
a pianificare la morte di suo figlio, uccise suo fratello Driante che era
innocente. 4 Ma fu Procne a uccidere il figlio Iti, nato da lei e da Tereo,

69
Igino fabb. 45-48

apposuit et cum sorore profugit. 5 Tereus facinore cognito fugien-


tes cum insequeretur, deorum misericordia factum est ut Progne in
hirundinem commutaretur, Philomela in lusciniam; Tereum autem
accipitrem factum dicunt.

46 Erechtheus
1 Erechtheus Pandionis filius habuit filias quattuor, quae inter se
coniurarunt si una earum mortem obisset, ceterae se interficerent.
2 In eo tempore Eumolpus Neptuni filius Athenas venit oppugna-
turus, quod patris sui terram Atticam fuisse diceret. 3 Is victus cum
exercitu cum esset ab Atheniensibus interfectus, Neptunus ne filii
sui morte Erechtheus laetaretur expostulavit ut eius filia Neptuno
immolaretur. 4 Itaque Chthonia filia cum esset immolata, ceterae
fide data se ipsae interfecerunt; ipse Erechtheus ab Iove Neptuni
rogatu fulmine est ictus.

47 Hippolytus
1 Phaedra Minois filia Thesei uxor Hippolytum privignum suum
adamavit; quem cum non potuisset ad suam perducere voluntatem,
tabellas scriptas ad suum virum misit se ab Hippolyto compressam
esse seque ipsa suspendio necavit. 2 Et Theseus re audita filium
suum moenibus excedere iussit et optavit a Neptuno patre filio suo
exitium. Itaque cum Hippolytus equis iunctis veheretur, repente e
mari taurus apparuit, cuius mugitu equi expavefacti Hippolytum
distraxerunt vitaque privarunt.

48 Reges Atheniensium
Cecrops Terrae filius;
Cephalus Deionis filius;
Aegeus Pandionis filius;
Pandion Erichthonii filius;
Theseus Aegei filius;
Erichthonius Vulcani filius;
Erechtheus Pandionis filius;
Demophon Thesei filius.

70
Miti del mondo classico

lo servì al padre durante un banchetto e fuggì via con la sorella. 5 Una


volta scoperto il delitto, mentre Tereo inseguiva le fuggitive, per volere
degli dei avvenne che Procne fu trasformata in rondine e Filomela in
usignolo; dicono che Tereo a sua volta diventò un avvoltoio.

46 Eretteo
1 Eretteo, figlio di Pandione, ebbe quattro figlie: esse di comune
accordo giurarono che se una di loro fosse morta le altre si sareb-
bero uccise. 2 In quel tempo Eumolpo, figlio di Nettuno, arrivò
ad Atene per conquistarla, perché diceva che l’Attica era stata un
possedimento di suo padre. 3 Dato che fu vinto con il suo esercito
e ucciso dagli Ateniesi, Nettuno, per non far esultare Eretteo per la
morte di suo figlio, pretese che una figlia di quello fosse immolata
a Nettuno. 4 Dopo che sua figlia Ctonia fu immolata, le altre come
avevano promesso si uccisero; Eretteo stesso su richiesta di Nettu-
no fu colpito da Giove con un fulmine.

47 Ippolito
1 Fedra, figlia di Minosse e moglie di Teseo, si innamorò del suo
figliastro Ippolito; siccome non era riuscita a piegarlo alla propria
volontà, scrisse una lettera e la fece avere al marito, dicendo di esse-
re stata violentata da Ippolito, e poi si uccise impiccandosi. 2 Teseo
allora, dopo aver saputo il fatto, ordinò a suo figlio di uscire dalle
mura della città e chiese a suo padre Nettuno di farlo morire. E
così, mentre Ippolito andava sul suo cocchio tirato da cavalli, im-
provvisamente dal mare apparve un toro: spaventati dal muggito
di quello, i cavalli trascinarono Ippolito a terra e gli tolsero la vita.

48 I re di Atene
Cecrope, figlio della Terra;
Cefalo, figlio di Deione;
Egeo, figlio di Pandione;
Pandione, figlio di Erittonio;
Teseo, figlio di Egeo;
Erittonio, figlio di Vulcano;
Eretteo, figlio di Pandione;
Demofonte, figlio di Teseo.

71
Igino fabb. 49-52

49 Aesculapius
1 Aesculapius Apollinis filius Glauco Minois filio vitam reddidisse
sive Hippolyto dicitur, quem Iuppiter ob id fulmine percussit. 2
Apollo quod Iovi nocere non potuit, eos qui fulmina fecerunt, id
est Cyclopes, interfecit; quod ob factum Apollo datus est in servi-
tutem Admeto regi Thessaliae.

50 Admetus
1 Alcestim Peliae filiam cum complures in coniugium peterent et
Pelias cum multos eorum repudiaret, simultatem his constituit,
ei se daturum qui feras bestias ad currum iunxisset: is quam vel-
let aveheret. 2 Itaque Admetus ab Apolline petiit ut se adiuvaret.
Apollo cum ab eo esset liberaliter tractatus cum in servitium fuit ei
traditus, aprum et leonem ei iunctos tradidit, quibus ille Alcestim
in coniugium avexit.

51 Alcestis
1 Alcestim Peliae et Anaxibies Biantis filiae filiam complures proci
petebant in coniugium; Pelias vitans eorum condiciones repudiavit
et simultatem constituit: ei se daturum qui feras bestias ad currum
iunxisset et Alcestim in coniugio avexisset. 2 Itaque Admetus ab
Apolline petiit ut se adiuvaret. Apollo autem quod ab eo in servi-
tutem liberaliter esset acceptus, aprum et leonem ei iunctos tradid-
it, quibus ille Alcestim avexit. 3 Et illud ab Apolline accepit ut pro
se alius voluntarie moreretur. Pro quo cum neque pater neque ma-
ter mori voluisset, uxor se Alcestis obtulit et pro eo vicaria morte
interiit; quam postea Hercules ab inferis revocavit.

52 Aegina
1 Iuppiter cum Aeginam Asopi filiam vellet comprimere et Iu-
nonem vereretur, detulit eam in insulam Delon et gravidam fecit,
unde natus est Aeacus. 2 Hoc Iuno cum rescisset, serpentem in aq-
uam misit quae eam venenavit, ex qua qui biberat debitum naturae
solvebat. 3 Quod cum amissis sociis Aeacus prae paucitate hom-

72
Miti del mondo classico

49 Esculapio
1 Si dice che Esculapio, figlio di Apollo, ridiede vita a Glauco, figlio
di Minosse, e a Ippolito: per questo Giove lo colpì con un fulmine.
2 Non potendo far del male a Giove, Apollo uccise coloro che ave-
vano fabbricato i fulmini, cioè i Ciclopi; per questo gesto Apollo fu
dato in schiavitù al re della Tessaglia Admeto.

50 Admeto
1 Dal momento che parecchi pretendenti chiedevano in moglie Al-
cesti, figlia di Pelia, e Pelia rifiutava molti di loro, impose loro una
prova: avrebbe concesso la figlia a colui che avesse aggiogato al
cocchio animali selvaggi: costui poteva portare via con sé colei che
desiderava. 2 Così Admeto chiese ad Apollo di aiutarlo. Apollo,
siccome era stato trattato con generosità da quello quando gli era
stato dato come schiavo, aggiogò un cinghiale e un leone e glieli
consegnò: e grazie a questi quello portò via con sé Alcesti come
sposa.

51 Alcesti
1 Parecchi pretendenti chiedevano in moglie Alcesti, figlia di Pelia e
di Anassibie, figlia di Biante; Pelia rifiutò le loro condizioni e impose
una prova: avrebbe concesso la figlia a colui che avesse aggiogato al
cocchio animali selvaggi e avesse portato via con sé Alcesti. 2 Così
Admeto chiese ad Apollo di aiutarlo. Dal canto suo Apollo, siccome
era stato trattato con generosità da quello quando gli era stato dato
come schiavo, aggiogò un cinghiale e un leone e glieli consegnò:
grazie questi quello portò via con sé Alcesti. 3 Anche un’altra cosa
ottenne da Apollo, che qualcun altro morisse volontariamente al suo
posto. Mentre né suo padre né sua madre avevano voluto morire al
suo posto, si offrì la moglie Alcesti e subì al suo posto una morte
sostitutiva; ma Ercole in seguito la fece ritornare dagli inferi.

52 Egina
1 Desiderando unirsi a Egina, figlia di Asopo, e temendo la reazione
di Giunone, Giove la portò nell’isola di Delo e la rese gravida: da lei
nacque Eaco. 2 Venuta a sapere ciò, Giunone mandò in quelle acque
un serpente che le rese velenose: chi ne beveva estingueva il suo de-
bito con la natura. 3 Persi tutti i suoi compagni, Eaco per scarsità di

73
Igino fabb. 52-56

inum morari non posset, formicas intuens petiit ab Iove ut homines


in praesidio sibi daret. Tunc Iuppiter formicas in homines trans-
figuravit, qui Myrmidones sunt appellati, quod Graece formicae
myrmices dicuntur. 4 Insula autem Aeginae nomen possedit.

53 Asterie
1 Iovis cum Asterien Titanis filiam amaret, illa eum contempsit; a
quo in avem ortygam commutata est, quam nos coturnicem dici-
mus, eamque in mare abiecit, et ex ea insula est enata, quae Ortygia
est appellata. 2 Haec mobilis fuit; quo postea Latona ab Aquilone
vento delata est iussu Iovis, tunc cum eam Python persequeretur,
ibique oleam tenens Latona peperit Apollinem et Dianam; quae
insula postea Delos est appellata.

54 Thetis
1 Thetidi Nereidi fatum fuit, qui ex ea natus esset fortiorem fore
quam patrem. 2 Hoc praeter Prometheum cum sciret nemo et Iovis
vellet cum ea concumbere, Prometheus Iovi pollicetur se eum prae-
moniturum si se vinculis liberasset. Itaque fide data monet Iovem
ne cum Thetide concumberet, ne si fortior nasceretur Iovem de
regno deiceret, quemadmodum et ipse Saturno fecerat. 3 Itaque
datur Thetis in coniugium Peleo Aeaci filio, et mittitur Hercules
ut aquilam interficiat quae eius cor exedebat; eaque interfecta Pro-
–––
metheus post XXX annos de monte Caucaso est solutus.

55 Tityus
Latona quod cum Iove concubuerat, Iuno Tityo Terrae filio immani
magnitudine iusserat ut Latonae vim afferret; qui cum conatus es-
set, a Iove fulmine est interfectus. Qui novem iugeribus ad inferos
exporrectus iacere dicitur, et serpens ei appositus est qui iecur eius
exesset, quod cum luna recrescit.

56 Busiris
In Aegypto apud Busiridem Neptuni filium cum esset sterilitas
et Aegyptus annis novem siccitate exaruisset, ex Graecia augures
convocavit. Thrasius Pygmalionis fratris filius Busiridi monstravit

74
Miti del mondo classico

uomini non poteva più abitare quel luogo: osservando delle formiche
chiese a Giove di dargli uomini in aiuto, e allora Giove trasformò le
formiche in uomini, che furono chiamati Mirmidoni, perché in greco
le formiche si dicono myrmices. 4 L’isola poi acquisì il nome di Egina.

53 Asteria
1 Giove si era innamorato di Asteria, figlia di un Titano, ma lei lo
respinse; fu da lui allora trasformata in un uccello detto ortyx, che
noi chiamiamo quaglia, la precipitò in mare e da lei si formò un’i-
sola che è stata chiamata Ortigia. 2 Questa era mobile; per ordine
di Giove qui in seguito fu trasportata dal vento Aquilone Latona, al
tempo in cui la inseguiva Pitone, e lì, aggrappata a un olivo, Latona
partorì Apollo e Diana; questa isola in seguito fu chiamata Delo.

54 Teti
1 Alla nereide Teti fu predetto che colui che fosse nato da lei sareb-
be stato più forte del padre. 2 Nessuno lo sapeva, tranne Prometeo;
e siccome Giove voleva unirsi a lei, Prometeo promette a Giove di
fargli una rivelazione se l’avesse liberato dalle catene. E così, avuta
la sua parola, mette in guardia Giove dall’unirsi a Teti, per evitare
che, se ne fosse nato uno più forte, lo cacciasse dal regno come lui
stesso aveva fatto a Saturno. 3 E così a Teti viene dato come sposo
Peleo, figlio di Eaco, e viene inviato Ercole a uccidere l’aquila che
rosicchiava il fegato a quello; uccisa questa, Prometeo dopo trenta-
mila anni fu liberato dal monte Caucaso.

55 Tizio
Poiché Giove si era unito a Latona, Giunone aveva ordinato a Ti-
zio, figlio della Terra, di eccezionali dimensioni, di usare violenza su
Latona; come costui si provò a farlo, fu ucciso dal fulmine di Gio-
ve. Si dice che costui negli inferi copre un’estensione di nove iugeri,
e accanto a lui è stato posto un serpente perché gli rosicchiasse il
fegato, che ricresce con la luna.

56 Busiride
Dal momento che sotto il re Busiride, figlio di Nettuno, in Egitto
era venuta una carestia e l’Egitto era riarso da nove anni di siccità,
fece venire dalla Grecia degli indovini. Trasio, figlio del fratello di

75
Igino fabb. 56-59

immolato hospite venturos imbres, promissisque fidem ipse im-


molatus exhibuit.

57 Stheneboea
1 Bellerophon cum ad Proetum regem exsul in hospitium venis-
set, adamatus est ab uxore eius Stheneboea; qui cum concumbere
cum ea noluisset, illa viro suo mentita est se ab eo compellatam. 2
At Proetus re audita conscripsit tabellas de ea re et mittit eum ad
Iobaten regem, patrem Stheneboeae. Quibus lectis talem virum in-
terficere noluit, sed ad Chimaeram eum interficiendum misit, quae
tripartito ore flammam spirare dicebatur. 3 Idem: prima leo, pos-
trema draco, media ipsa chimaera. 4 Hanc super Pegasum sedens
interfecit, et decidisse dicitur in campos Aleios, unde etiam coxas
eiecisse dicitur. At rex virtutes eius laudans alteram filiam dedit ei
in matrimonium. 5 Stheneboea re audita ipsa se interfecit.

58 Smyrna
1 Smyrna Cinyrae Assyriorum regis et Cenchreidis filia, cuius mater
Cenchreis superbius locuta quod filiae suae formam Veneri antepo-
suerat. Venus matris poenas exsequens Smyrnae infandum amorem
obiecit, adeo ut patrem suum amaret. 2 Quae ne suspendio se ne-
caret nutrix intervenit et patre nesciente per nutricem cum eo con-
cubuit, ex quo concepit, idque ne palam fieret, pudore stimulata in
silvis se abdidit. 3 Cui Venus postea miserta est et in speciem arbo-
ris eam commutavit unde myrrha fluit, ex qua natus est Adonis, qui
matris poenas a Venere est insecutus.

59 Phyllis
1 Demophoon Thesei filius in Thraciam ad Phyllidem in hospitium
dicitur venisse et ab ea esse amatus; qui cum in patriam vellet re-
dire, fidem ei dedit se ad eam rediturum. 2 Qui die constituta cum
non venisset, illa eo die dicitur novies ad litus cucurrisse, quod ex
ea Ἐννέα Ὁδοὶ Graece appellatur. Phyllis autem ob desiderium

76
Miti del mondo classico

Pigmalione, interpretò che sarebbero venute le piogge se fosse stato


immolato uno straniero: e fu lui stesso, una volta immolato, a dimo-
strare la veridicità della profezia.

57 Stenebea
1 Quando Bellerofonte nel suo esilio era giunto ospite dal re Preto,
la moglie di quest’ultimo, Stenebea, si innamorò di lui; e siccome
questi non aveva voluto unirsi a lei, questa mentendo disse a suo
marito di essere stata violentata da quello. 2 Preto allora, dopo aver
ascoltato, descrisse l’accaduto su tavolette e mandò il giovane dal
padre di Stenebea, il re Iobate. Costui, letto il tutto, decise di non
uccidere quell’uomo, ma lo mandò dalla Chimera perché lo ucci-
desse. Questa si diceva che soffiasse fuoco da tre bocche. 3 Erano
così: la prima di leone, la terza di drago e quella mediana era la
chimera vera e propria. 4 Egli la uccise cavalcando Pegaso, e si dice
che cadde nei campi Alei e che di conseguenza si fosse lussato le
anche. Così il re lodò il suo valore e gli diede in moglie l’altra sua
figlia. 5 Venuta a sapere la cosa, Stenebea si uccise.

58 Smirna
1 Smirna era figlia del re di Assiria Cinira e di Cencreide; sua madre
Cencreide parlò con eccessiva superbia, considerando la bellezza
della figlia superiore a quella di Venere. Venere, volendo punire la
madre, fece nascere in Smirna un amore indicibile, al punto che si
innamorò di suo padre. 2 Per evitare che si impiccasse, la nutrice si
offrì di mediare, e grazie alla nutrice si unì al padre senza che questi
se ne rendesse conto ed ebbe un figlio; e affinché non lo si scopris-
se, perseguitata dalla vergogna, si nascose nei boschi. 3 In seguito
Venere provò compassione di lei e la trasformò in una varietà di
albero da cui fuoriesce la mirra: da questa nacque Adone, che si
vendicò di Venere per la punizione della madre.

59 Fillide
1 Si racconta che Demofoonte, figlio di Teseo, giunse in Tracia ospite di
Fillide e che fu amato da lei; siccome voleva tornare in patria, le diede la
sua parola che sarebbe tornato da lei. 2 E siccome quello il giorno con-
venuto non era arrivato, lei – si racconta – quel giorno corse nove volte
alla spiaggia, che da lei in greco è chiamata “le nove strade”. Fillide così

77
Igino fabb. 59-63

Demophoontis spiritum emisit. 3 Cui parentes cum sepulchrum


constituissent, arbores ibi sunt natae quae certo tempore Phyllidis
mortem lugent, quo folia arescunt et diffluunt; cuius ex nomine
folia Graece phylla sunt appellata.

60 Sisyphus et Salmoneus
1 Sisyphus et Salmoneus Aeoli filii inter se inimici fuere. Sisyphus
petiit ab Apolline quomodo posset interficere inimicum, id est fra-
trem; cui responsum fuit, si ex compressu Tyronis Salmonei fratris
filiae procreasset liberos, fore ultores. 2 Quod cum Sisyphus fecis-
set, duo sunt filii nati, quos Tyro mater eorum sorte audita necavit.
3 At Sisyphus ut resciit <...> qui nunc dicitur saxum propter impie-
tatem adversus montem ad inferos cervicibus volvere, quod cum ad
summum verticem perduxerit, rursum deorsum post se revolvatur.

61 Salmoneus
Salmoneus, Aeoli filius, Sisyphi frater, cum tonitrus et fulmina imi-
taretur Iovis, sedensque quadrigam faces ardentes in populum mit-
teret et cives, ob id a Iove fulmine est ictus.

62 Ixion
Ixion Leontei filius conatus est Iunonem comprimere: Iuno Iovis
iussu nubem supposuit, quam Ixion Iunonis simulacrum esse cre-
didit; ex ea nati sunt Centauri. At Mercurius Iovis iussu Ixionem ad
inferos in rota constrinxit, quae ibi adhuc dicitur verti.

63 Danae
1 Danae Acrisii et Aganippes filia. Huic fuit fatum ut quod pe-
perisset Acrisium interficeret; quod timens Acrisius, eam in muro
lapideo praeclusit. Iovis autem in imbrem aureum conversus cum
Danae concubuit, ex quo compressu natus est Perseus. 2 Quam
pater ob stuprum inclusam in arca cum Perseo in mare deiecit. 3
Ea voluntate Iovis delata est in insulam Seriphum, quam piscator
Dictys cum invenisset effracta <arca> vidit mulierem cum infante,

78
Miti del mondo classico

per la mancanza di Demofoonte morì. 3 I genitori le fecero costruire


una tomba sulla quale nacquero piante che, nella precisa ricorrenza,
piangono la morte di Fillide, e le loro foglie si avvizziscono e cadono;
dal nome di quella, “foglie” in greco si dice φύλλα.

60 Sisifo e Salmoneo
1 Sisifo e Salmoneo, figli di Eolo, erano avversari l’uno dell’altro.
Sisifo chiese ad Apollo come potesse uccidere il suo avversario,
cioè suo fratello; e il responso fu che, se avesse avuto dei figli unen-
dosi a Tiro, figlia di suo fratello Salmoneo, questi sarebbero stati i
suoi vendicatori. 2 Sisifo lo fece, e nacquero due figli; ma la madre
Tiro, quando conobbe il loro destino, li uccise. 3 Ma Sisifo, quando
lo venne a sapere, … Ora si dice che, a causa della sua empietà,
negli inferi spinge con le sue spalle un masso su per un monte,
ma quando l’ha portato fino in cima questo rotola nuovamente in
fondo dietro di lui.

61 Salmoneo
Salmoneo, figlio di Eolo e fratello di Sisifo, imitava i tuoni e i ful-
mini di Giove e stando seduto su una quadriga scagliava fiaccole
ardenti sulla folla dei suoi concittadini. Per questo fu colpito dal
fulmine di Giove.

62 Issione
Issione, figlio di Leonteo, cercò di violentare Giunone: Giunone,
per ordine di Giove, mise al proprio posto una nuvola che Issione
prese per l’immagine della dea: da questa nacquero i Centauri. Ma
Mercurio per ordine di Giove legò Issione negli inferi a una ruota e
si dice che sta ancora girando in quel luogo.

63 Danae
1 Danae era figlia di Acrisio e Aganippe. A lei fu predetto che il figlio
nato da lei avrebbe ucciso Acrisio; per paura di questo, Acrisio la ten-
ne rinchiusa con un muro di pietra. Ma Giove si trasformò in pioggia
d’oro e si unì a Danae, e da questa unione nacque Perseo. 2 Per questo
gesto impudico, suo padre la rinchiuse in una cassa insieme a Perseo
e la gettò in mare. 3 Per volere di Giove fu trasportata verso l’isola
di Serifo: il pescatore Ditti la trovò, aprì la cassa e vide la donna col

79
Igino fabb. 63-65

quos ad regem Polydectem perduxit, qui eam in coniugio habuit


et Perseum educavit in templo Minervae. 4 Quod cum Acrisius
rescisset eos ad Polydectem morari, repetitum eos profectus est;
quo cum venisset, Polydectes pro eis deprecatus est, Perseus
Acrisio avo suo fidem dedit se eum numquam interfecturum. 5
Qui cum tempestate retineretur, Polydectes moritur; cui cum fu-
nebres ludos facerent, Perseus disco misso, quem ventus distulit
in caput Acrisii, eum interfecit. Ita quod voluntate sua noluit,
deorum factum est; sepulto autem eo Argos profectus est regna-
que avita possedit.

64 Andromeda
1 Cassiope filiae suae Andromedae formam Nereidibus anteposu-
it. Ob id Neptunus expostulavit ut Andromeda Cephei filia ceto
obiceretur. 2 Quae cum esset obiecta, Perseus Mercurii talaribus
volans eo dicitur venisse et eam liberasse a periculo; quam cum ab-
ducere vellet, Cepheus pater cum Agenore, cuius sponsa fuit, Per-
seum clam interficere voluerunt. 3 Ille cognita re caput Gorgonis
eis ostendit omnesque ab humana specie sunt informati in saxum.
Perseus cum Andromeda in patriam redit. 4 Polydectes <ut> vidit
Perseum tantam virtutem habere, pertimuit eumque per dolum in-
terficere voluit; qua re cognita Perseus caput Gorgonis ei ostendit
et is ab humana specie est immutatus in lapidem.

65 Alcyione
Ceyx Hesperi sive Luciferi et Philonidis filius cum in naufragio pe-
riisset, Alcyone Aeoli et Aegiales filia uxor eius propter amorem
ipsa se in mare praecipitavit; qui deorum misericordia ambo in aves
sunt mutati quae alcyones dicuntur. hae aves nidum ova pullos in
mari septem diebus faciunt hiberno tempore; mare his diebus tran-
quillum est, quos dies nautae alcyonia appellant.

80
Miti del mondo classico

bambino; li condusse dal re Polidette, che prese lei per moglie e allevò
Perseo nel tempio di Minerva. 4 Quando Acrisio venne a sapere che
erano ospiti del re Polidette, partì per riportarli a casa; una volta arriva-
to là, Polidette intercedette in loro favore, e Perseo diede la sua parola
al nonno Acrisio che non l’avrebbe mai ucciso. 5 Mentre era trattenuto
da una tempesta, Polidette morì. Mentre si svolgevano i giochi funebri
in suo onore, Perseo lanciò il disco e il vento lo dirottò sul capo di
Acrisio uccidendolo. Così, ciò che non voleva che si compisse per sua
iniziativa, fu compiuto per iniziativa degli dei. Dopo che fu tumulato,
partì per Argo e prese possesso del regno avito.

64 Andromeda
1 Cassiopea affermò che la bellezza di sua figlia Andromeda era su-
periore a quella delle Nereidi: per questo Nettuno ottenne che An-
dromeda, figlia di Cefeo, fosse esposta a un mostro marino. 2 Una
volta esposta, si dice che Perseo, volando con i calzari di Mercurio,
giungesse in quel luogo e la liberasse dal pericolo; e siccome voleva
portarla via con sé, suo padre Cefeo e Agenore, con il quale era
fidanzata, tramarono di ucciderlo di nascosto. 3 Quello, compresa
la situazione, mostrò loro la testa della Gorgone e tutti da uomini
furono trasformati in pietra. Perseo tornò in patria insieme ad An-
dromeda. 4 Polidette, resosi conto che Perseo aveva un così grande
potere, ebbe una gran paura e tramò per ucciderlo di nascosto;
compresa la situazione, Perseo gli mostrò la testa della Gorgone e
quello da uomo fu trasformato in una pietra.

65 Alcione
Ceice, figlio di Espero (o Lucifero) e Filonide, morì in un naufragio
e sua moglie Alcione, figlia di Eolo ed Egiale, per amore si gettò in
mare; gli dei ebbero pietà ed entrambi furono trasformati in uccelli,
che si chiamano alcioni. Questi uccelli in sette giorni fanno nido,
uova e pulcini in mare, durante la stagione invernale; in quei giorni
il mare è calmo, e i marinai li chiamano “giorni degli alcioni”.

81
Igino fabb. 66,67

66 Laius
1 Laio Labdaci filio ab Apolline erat responsum de filii sui manu
mortem ut caveret. Itaque Iocasta Menoecei filia uxor eius cum
peperisset, iussit exponi. 2 Hunc Periboea Polybi regis uxor, cum
vestem ad mare lavaret, expositum sustulit; Polybo sciente, quod
orbi erant liberis, pro suo educaverunt eumque quod pedes tran-
siectos haberet Oedipum nominaverunt.

67 Oedipus
1 Postquam Oedipus Laii et Iocastes filius ad puberem aetatem
pervenit, fortissimus praeter ceteros erat eique per invidiam aequa-
les obiciebant eum subditum esse Polybo, eo quod Polybus tam
clemens esset et ille impudens; quod Oedipus sensit non falso sibi
obici. 2 Itaque Delphos est profectus sciscitatum de <…> in pro-
digiis ostendebatur mortem ei adesse de nati manu. 3 Idem cum
Delphos iret, obviam ei Oedipus venit, quem satellites cum viam
regi dari iuberent, neglexit. Rex equos immisit et rota pedem eius
oppressit; Oedipus iratus inscius patrem suum de curru detraxit
et occidit. 4 Laio occiso Creon Menoecei filius regnum occupavit;
interim Sphinx Typhonis in Boeotiam est missa, quae agros The-
banorum vexabat; ea regi Creonti simultatem constituit, si carmen
quod posuisset aliquis interpretatus esset, se inde abire; si autem
datum carmen non solvisset, eum se consumpturam dixit neque
aliter de finibus excessuram. 5 Rex re audita per Graeciam edixit:
qui Sphingae carmen solvisset, regnum se et Iocasten sororem ei in
coniugium daturum promisit. Cum plures regni cupidine venissent
et a Sphinge essent consumpti, Oedipus Laii filius venit et carmen
est interpretatus; illa se praecipitavit. 6 Oedipus regnum paternum
et Iocasten matrem inscius accepit uxorem, ex qua procreavit Eteo-
clen et Polynicen, Antigonam et Ismenen. Interim Thebis sterilitas
frugum et penuria incidit ob Oedipodis scelera, interrogatusque
Tiresias quid ita Thebae vexarentur respondit, si quis ex draconteo
genere superesset et pro patria interiisset, pestilentia liberaturum.

82
Miti del mondo classico

66 Laio
1 A Laio, figlio di Labdaco, l’oracolo di Apollo disse di guardarsi dalla
morte per mano di suo figlio. Pertanto, quando sua moglie Giocasta,
figlia di Meneceo, partorì, ordinò che il bambino fosse esposto. 2 Pe-
ribea, moglie del re Polibo, mentre lavava le vesti sulla riva del mare
prese con sé il bambino esposto; d’accordo con Polibo, visto che non
avevano figli, lo allevarono come se fosse il loro e, siccome aveva i piedi
bucati, lo chiamarono Edipo.

67 Edipo
1 Edipo, figlio di Laio e Giocasta, una volta giunto alla pubertà era il
più forte di tutti, e per invidia i suoi coetanei gli rinfacciavano che per
Polibo era un figlio acquisito, dal momento che Polibo era così mite
e lui così sfrontato; ed Edipo si rese conto che non glielo rinfacciava-
no senza fondamento. 2 Così partì per Delfi allo scopo di interrogare
l’oracolo… (a Laio) era stato predetto tramite prodigi che la morte gli
sarebbe venuta per mano di suo figlio. 3 Mentre andava a Delfi, gli
venne incontro Edipo; i servi gli intimarono di lasciargli il passo e lui si
rifiutò. Il re allora spronò i cavalli e gli schiacciò il piede con una ruota
del carro; in preda all’ira, Edipo tirò giù suo padre dal carro e, senza
sapere chi fosse, lo uccise. 4 Ucciso Laio, assunse il regno Creonte,
figlio di Meneceo; in quel tempo fu mandata in Beozia la Sfinge, figlia
di Tifone, e devastava il territorio di Tebe; questa sfidò il re Creonte: se
qualcuno avesse dato la giusta interpretazione dell’enigma da lei for-
mulato, se ne sarebbe andata, ma se non avesse risolto l’enigma propo-
sto disse che l’avrebbe divorato e non avrebbe lasciato quella regione
per nessun altro motivo. 5 Colta la sfida, il re promulgò un editto in
tutta la Grecia, promettendo di cedere il regno e la mano di sua sorella
Giocasta a chi avesse risolto l’enigma della Sfinge. Dopo che tanti pre-
tendenti si erano presentati attirati dalla prospettiva del regno ed erano
stati divorati dalla Sfinge, si presentò Edipo, figlio di Laio, e diede la
giusta interpretazione dell’enigma; quella si precipitò nel vuoto. 6 Così
Edipo guadagnò, senza saperlo, il regno di suo padre e la mano di sua
madre Giocasta, da cui generò Eteocle e Polinice, Antigone e Ismene.
Intanto, a causa dell’empietà di Edipo, a Tebe sopravvenne la sterilità
dei raccolti e una carestia; Tiresia, consultato sul motivo di una tale
devastazione a Tebe, rispose che, se fosse rimasto qualche discendente
della stirpe del drago, costui avrebbe liberato la città dalla pestilenza se

83
Igino fabb. 67-69

Tum Menoeceus Iocastae pater se de muris praecipitavit. 7 Dum


haec Thebis geruntur, Corintho Polybus decedit, quo audito Oe-
dipus moleste ferre coepit aestimans patrem suum obisse; cui
Periboea de eius suppositione palam fecit; item Menoetes senex,
qui eum exposuerat, ex pedum cicatricibus et talorum agnovit Lai
filium esse. 8 Oedipus re audita, postquam vidit se tot scelera nefa-
ria fecisse, ex veste matris fibulas detraxit et se luminibus privavit,
regnumque filiis suis alternis annis tradidit et a Thebis Antigona
filia duce profugit.

68 Polynices
1 Polynices Oedipodis filius anno peracto regnum ab Eteocle fratre
repetit; ille cedere noluit. Itaque Polynices Adrasto rege adiuvan-
te cum septem ductoribus Thebas oppugnatum venit. 2 Ibi Capa-
neus, quod contra Iovis voluntatem Thebas se capturum diceret,
cum murum ascenderet fulmine est percussus; Amphiaraus terra
est devoratus; Eteocles et Polynices inter se pugnantes alius alium
interfecerunt. 3 His cum Thebis parentaretur, etsi ventus vehemens
esset, tamen fumus se numquam in unam partem convertit sed alius
alio seducitur. 4 Ceteri cum Thebas oppugnarent et Thebani rebus
suis diffiderent, Tiresias Eueris filius augur praemonuit, si ex dra-
contea progenie aliquis interiisset, oppidum ea clade liberari. Me-
noeceus cum vidit se unum civium salutem posse redimere, muro
se praecipitavit; Thebani victoria sunt potiti.

69 Adrastus
1 Adrasto Talai et Eurynomes filio responsum ab Apolline fuit
eum filias suas Argiam et Deipylam apro et leoni daturum in co-
niugium. 2 Sub eodem tempore Polynices Oedipodis filius ex-
pulsus ab Eteocle fratre ad Adrastum devenit et Tydeus simul
Oenei et Periboeae captivae filius a patre, quod fratrem Mena-
lippum in venatione occiderat, fere sub eodem tempore venit. 3
Quod cum satellites Adrasto nuntiassent duos iuvenes incogni-
ta veste venisse (unus enim aprinea pelle opertus alter leonina),

84
Miti del mondo classico

fosse morto per la patria. Allora Meneceo, il padre di Giocasta, si pre-


cipitò dalle mura. 7 Mentre questo avveniva a Tebe, a Corinto morì
Polibo, ed Edipo, una volta appresa la notizia, molto si addolorò,
perché credeva che fosse morto suo padre; Peribea allora gli rivelò
che lui era stato accolto in casa loro, e anche il vecchio Menete, che
l’aveva esposto, dalle cicatrici sui piedi e sulle caviglie riconobbe
che era il figlio di Laio. 8 Venuto a conoscenza della situazione, Edi-
po, resosi conto che aveva compiuto una serie di empietà indicibili,
staccò dalla veste della madre le fibbie e si cavò gli occhi; cedette
il regno ai suoi figli ad anni alterni e fuggì via da Tebe con la figlia
Antigone come guida.

68 Polinice
1 Polinice, figlio di Edipo, trascorso un anno, chiese il regno al fra-
tello Eteocle, ma quest’ultimo non glielo volle cedere. Così Polinice
con l’aiuto del re Adrasto andò ad assediare Tebe con sette condot-
tieri. 2 Lì Capaneo, dato che affermava che avrebbe conquistato
Tebe contro il volere di Giove, fu colpito da un fulmine mentre sca-
lava le mura; Anfiarao fu inghiottito dalla terra; Eteocle e Polinice
in un combattimento corpo a corpo si uccisero a vicenda. 3 Mentre
erano in corso i funerali a Tebe, anche se c’era vento forte, tuttavia
il fumo non si indirizzava da una sola parte ma si divideva in due da
una parte e dall’altra. 4 Mentre gli altri continuavano l’assedio e per
i Tebani la situazione era disperata, l’indovino Tiresia, figlio di Eve-
re, annunciò che la città sarebbe stata liberata da quel pericolo se
fosse morto un discendente della stirpe del drago; Meneceo, com-
prendendo di essere l’unico che poteva assicurare la salvezza ai suoi
concittadini, si precipitò dalle mura e i Tebani ottennero la vittoria.

69 Adrasto
1 Adrasto, figlio di Talao e di Eurinome, ricevette da Apollo la profezia
che avrebbe dato in moglie le sue figlie Argia e Deipila a un cinghiale e
a un leone. 2 In quello stesso tempo Polinice, figlio di Edipo, cacciato
da suo fratello Eteocle, arrivò da Adrasto, e insieme a lui giunse pure
Tideo, figlio di Eneo e della prigioniera Peribea, bandito dal padre per-
ché durante una battuta di caccia aveva ucciso il proprio fratello Mena-
lippo. 3 Quando le guardie annunciarono ad Adrasto che erano arrivati
due giovani vestiti in modo strano (e infatti uno era coperto da una pelle

85
Igino fabb. 69,70

tunc Adrastus memor sortium suarum iubet eos ad se perduci


atque ita interrogavit quid ita hoc cultu in regna sua venissent.
4 Cui Polynices indicat se a Thebis venisse et idcirco se pellem
leoninam operuisse quod Hercules a Thebis genus duceret et
insignia gentis suae se cum portaret; Tydeus autem dicit se Oe-
nei filium esse et a Calydone genus ducere, ideo pelle aprinea
se opertum, significans aprum Calydonium. 5 Tunc rex responsi
memor Argiam maiorem dat Polynici, ex qua nascitur Thersan-
der; Deipylam minorem dat Tydeo, ex qua nascitur Diomedes
qui apud Troiam pugnavit. 6 At Polynices rogat Adrastum ut sibi
exercitum commodaret ad paternum regnum recuperandum a fra-
tre; cui Adrastus non tantum exercitum dedit sed ipse cum <VI>
aliis ducibus profectus est, quoniam Thebae septem portis clau-
debantur. 7 Amphion enim qui Thebas muro cinxit septem filia-
rum nomine portas constituit; hae autem fuerunt Thera, Cleodoxe,
Astynome, Astycratia, Chias, Ogygia, Chloris.

70 Reges septem Thebas profecti


1 Adrastus Talai filius ex Eurynome Iphiti filia Argivus.
Polynices Oedipodis filius ex Iocasta Menoecei filia Thebanus.
Tydeus Oenei filius ex Periboea captiva Calydonius.
Amphiaraus Oeclei, vel ut alii auctores dicunt Apollinis, ex Hyper-
mestra Thestii filia Pylius.
Capaneus Hipponoi filius ex Astynome Talai filia, sorore Adrasti,
Argivus.
Hippomedon Mnesimachi filius ex Metidice Talai filia, sorore
Adrasti, Argivus.
Parthenopaeus Meleagri filius ex Atalanta Iasii filia ex monte Par-
thenio Arcas.
2 Hi omnes duces apud Thebas perierunt praeter Adrastum Ta-
lai filium; is enim equi beneficio ereptus est; qui postea filios
eorum armatos ad Thebas expugnandas misit ut iniurias pater-
nas vindicarent, eo quod insepulti iacuerant Creontis iussu, qui
Thebas occuparat, fratris Iocastes.

86
Miti del mondo classico

di cinghiale e l’altro di leone), allora Adrasto si ricordò dell’oracolo: or-


dinò che venissero portati da lui e chiese loro perché fossero arrivati nel
suo regno abbigliati in quel modo. 4 Polinice gli rivela di essere arrivato
da Tebe e di aver indossato una pelle di leone perché a Tebe faceva risa-
lire le sue origini Ercole, e che quindi portava addosso le insegne della
sua gente; Tideo per parte sua dice di essere figlio di Eneo e che le sue
origini risalivano a Calidone, ed era rivestito di una pelle di cinghiale
perché voleva ricordare il cinghiale Calidonio. 5 Allora il re, ricordando
il responso, concede in sposa la figlia maggiore Argia a Polinice, da cui
nasce Tersandro, e la minore Deipila a Tideo, da cui nasce Diomede,
che combatté a Troia. 6 Polinice poi chiede ad Adrasto di fornirgli un
esercito per riprendere al fratello il regno paterno; Adrasto non soltanto
gli concesse l’esercito, ma partì lui stesso con altri sei condottieri, visto
che erano sette le porte che chiudevano Tebe. 7 E infatti Anfione, che
circondò di mura Tebe, aveva dato alle porte il nome delle sue sette
figlie: Tera, Cleodosse, Astinome, Asticrazia, Chia, Ogigia, Cloride.

70 I sette re partiti per Tebe


1 Adrasto, figlio di Telao e di Eurinome figlia di Ifito, di Argo.
Polinice, figlio di Edipo e di Giocasta figlia di Meneceo, di Tebe.
Tideo, figlio di Eneo e della sua prigioniera Peribea, di Calidone.
Anfiarao, figlio di Ecleo (o di Apollo, secondo altre fonti) e di Iper-
mestra figlia di Testio, di Pilo.
Capaneo, figlio di Ipponoo e di Astinome figlia di Talao e sorella di
Adrasto, di Argo.
Ippomedonte, figlio di Mnesimaco e di Metidice figlia di Talao e
sorella di Adrasto, di Argo.
Partenopeo, figlio di Meleagro e di Atalanta figlia di Iasio, del mon-
te Partenio in Arcadia.
2 Tutti questi condottieri morirono a Tebe tranne Adrasto, figlio di
Talao, perché fu strappato alla morte grazie al suo cavallo; costui in
seguito armò i figli di quelli e li mandò a espugnare Tebe per ven-
dicare l’oltraggio recato ai loro padri, visto che erano stati lasciati
insepolti per ordine di Creonte, fratello di Giocasta, che aveva pre-
so il potere a Tebe.

87
Igino fabb. 71-73

71 Septem epigoni id est filii


1 Aegialeus Adrasti filius ex Demoanassa Argivus; hic solus periit
ex septem qui exierant; quia pater exsuperaverat pro patre vica-
riam vitam dedit; ceteri sex victores redierunt.
2 Thersander Polynicis filius ex Argia Adrasti filia Argivus.
Polydorus Hippomedontis filius ex Euanippe Elati filia Argivus.
Alcmaeon Amphiarai filius ex Eriphyle Talai filia Argivus.
Tlesimenes Parthenopaei filius ex Clymene nympha Mysius.

72 Antigona
1 Creon Menoecei filius edixit ne quis Polynicen aut qui una vene-
runt sepulturae traderet, quod patriam oppugnatum venerint; An-
tigona soror et Argia coniunx clam noctu Polynicis corpus subla-
tum in eadem pyra qua Eteocles sepultus est imposuerunt. 2 Quae
cum a custodibus deprehensae essent, Argia profugit, Antigona
ad regem est perducta; ille eam Haemoni filio, cuius sponsa fue-
rat, dedit interficiendam. Haemon amore captus patris imperium
neglexit et Antigonam ad pastores demandavit ementitusque est
se eam interfecisse. 3 Quae cum filium procreasset et ad puberem
aetatem venisset, Thebas ad ludos venit; hunc Creon rex, quod ex
draconteo genere omnes in corpore insigne habebant, cognovit.
Cum Hercules pro Haemone deprecaretur ut ei ignosceret, non im-
petravit; Haemon se et Antigonam coniugem interfecit. 4 At Creon
Megaram filiam suam Herculi dedit in coniugium, ex qua nati sunt
Therimachus et Ophites.

73 Amphiaraus, Eriphyla et Alcmaeon


1 Amphiaraus Oeclei et Hypermestrae Thestii filiae filius augur,
qui sciret si ad Thebas oppugnatum isset se inde non rediturum,
itaque celavit se conscia Eriphyle coniuge sua Talai filia. 2 Adra-
stus autem ut eum investigaret monile aureum ex gemmis fecit
et muneri dedit sorori suae Eriphylae, quae doni cupida coniu-
gem prodidit; Amphiaraus Alcmaeoni filio suo praecepit ut post
suam mortem poenas a matre exsequeretur. 3 Qui postquam apud
Thebas terra est devoratus, Alcmaeon memor patris praecepti

88
Miti del mondo classico

71 I sette epigoni, cioè i figli


1 Egialeo, figlio di Adrasto e di Demoanassa, di Argo: dei sette che
avevano partecipato alla spedizione morì solo lui, diede la vita al
posto di quella del padre, perché quello era sopravvissuto; gli altri
sei tornarono vincitori.
2 Tersandro, figlio di Polinice e di Argia figlia di Adrasto, di Argo.
Polidoro, figlio di Ippomedonte e di Evanippe figlia di Elato, di
Argo.
Alcmeone, figlio di Anfiarao e di Eripile figlia di Talao, di Argo.
Tlesimene, figlio di Partenopeo e della ninfa Climene, dalla Misia.

72 Antigone
1 Creonte, figlio di Meneceo, emanò un editto secondo il quale
nessuno doveva dare sepoltura a Polinice o a chi era venuto con
lui, perché erano venuti a combattere contro la patria; sua sorel-
la Antigone e sua moglie Argia nottetempo presero di nascosto il
cadavere di Polinice e lo deposero sullo stesso rogo sul quale era
stato posto Eteocle. 2 Sorprese dalle guardie, Argia riuscì a fuggire,
Antigone fu portata dal re ed egli la consegnò a suo figlio Emone,
cui era stata promessa, perché la uccidesse. Emone, che era inna-
morato, non tenne conto dell’ordine di suo padre, affidò Antigone
ai pastori e mentendo disse di averla uccisa. 3 Il figlio che diede alla
luce, una volta giunto alla pubertà, arrivò a Tebe per partecipare ai
giochi; Creonte lo riconobbe, perché tutti i discendenti della stirpe
del drago portavano un marchio sul corpo. Ercole intercedette per
Emone perché lo perdonasse, ma non ci riuscì, ed Emone uccise se
stesso e la moglie Antigone. 4 Poi Creonte diede in sposa a Ercole
sua figlia Megara, dalla quale nacquero Terimaco e Ofite.

73 Anfiarao, Erifile e Alcmeone


1 Anfiarao, figlio di Ecle e di Ipermestra figlia di Testio, era un indovi-
no e quindi sapeva che, se fosse andato a combattere contro Tebe, di lì
non sarebbe tornato; allora si nascose con la complicità di sua moglie
Erifile, figlia di Talao. 2 Ma Adrasto per scovarlo fece confezionare un
gioiello d’oro e gemme e lo offrì in dono a sua sorella Erifile, che, bra-
mosa di averlo, tradì il marito; Anfiarao incaricò suo figlio Alcmeone
di farla pagare alla madre una volta che lui fosse morto. 3 Dopo che
questi fu inghiottito dalla terra a Tebe, Alcmeone si ricordò del man-

89
Igino fabb. 73-76

Eriphylen matrem suam interfecit; quem postea furiae exagita-


runt.

74 Hypsipyle
1 Septem ductores qui Thebas oppugnatum ibant devenerunt in
Nemeam, ubi Hypsipyle Thoantis filia in servitute puerum Arche-
morum sive Ophiten Lyci regis filium nutriebat; cui responsum erat
ne in terra puerum deponeret antequam posset ambulare. 2 Ergo
ductores septem qui Thebas ibant aquam quaerentes devenerunt
ad Hypsipylen eamque rogaverunt ut eis aquam demonstraret. Illa
timens puerum in terram deponere <…> apium altissimum erat
ad fontem, in quo puerum deposuit. 3 quae dum aquam eis tradit,
draco fontis custos puerum exedit. At draconem Adrastus et ceteri
occiderunt et Lycum pro Hypsipyle deprecati sunt, ludosque pue-
ro funebres instituerunt, qui quinto quoque anno fiunt, in quibus
victores apiaciam coronam accipiunt.

75 Tiresias
1 In monte Cyllenio Tiresias Eueris filius pastor dracones veneran-
tes dicitur baculo percussisse, alias calcasse; ob id in mulieris figu-
ram est conversus; postea monitus a sortibus in eodem loco draco-
nes cum calcasset, redit in pristinam speciem. 2 Eodem tempore
inter Iovem et Iunonem fuit iocosa altercatio quis magis de re ve-
nerea voluptatem caperet, masculus an femina, de qua re Tiresiam
iudicem sumpserunt, qui utrunque erat expertus. 3 Is cum secun-
dum Iovem iudicasset, Iuno irata manu aversa eum excaecavit; at
Iovis ob id fecit ut septem aetates viveret vatesque praeter ceteros
mortales esset.

76 Reges Thebanorum
Cadmus Agenoris filius, Amphion Iovis, Polydorus Cadmi, Laius
Labdaci, Pentheus Echionis, Creon Menoecei, Oedipus Lai, Poly-
nices Oedipi, Lycus Neptuni, Eteocles Oedipi, Zetus Iovis, Labda-
cus Polydori.

90
Miti del mondo classico

dato di suo padre e uccise sua madre Erifile, ma in seguito le Furie lo


perseguitarono.

74 Ipsipile
1 I sette condottieri che andavano a combattere a Tebe giunsero in
Nemea, dove Ipsipile, figlia di Toante, ridotta in schiavitù allevava
un bambino, Archemoro o Ofite, figlio del re Lico; e le era stato
predetto di non deporre a terra il bambino prima che fosse in grado
di camminare. 2 Dunque i sette condottieri che andavano a Tebe
giunsero da Ipsipile in cerca d’acqua e le chiesero di indicare loro
dove fosse l’acqua. Temendo di deporre il bambino a terra, depose
il bambino su un altissimo cespuglio di apio che sorgeva vicino alla
fonte. 3 Mentre offriva loro l’acqua, il drago che era il custode della
fonte divorò il bambino. Allora Adrasto e gli altri uccisero il drago
e intercedettero presso Lico per Ipsipile; in memoria del bambino
istituirono giochi funebri che si tengono ogni quattro anni: in essi i
vincitori ottengono una corona di apio.

75 Tiresia
1 Si racconta che il pastore Tiresia, figlio di Evere, sul monte Cil-
lene picchiò con il bastone o calpestò due serpenti che si stavano
accoppiando; per questo fu trasformato in donna; in seguito, istrui-
to dall’oracolo, calpestò dei serpenti nello stesso luogo e riacquistò
l’antico aspetto. 2 Nello stesso tempo fra Giove e Giunone nacque
una scherzosa disputa su chi provasse maggiore piacere nell’atto
amoroso, se l’uomo o la donna: allo scopo presero come giudice
Tiresia, che aveva sperimentato l’una e l’altra parte. 3 Egli espresse
il giudizio a favore di Giove, e Giunone adirata lo colpì col dorso
della mano e lo accecò; ma Giove in cambio fece in modo che vi-
vesse per sette generazioni e che fosse l’indovino più bravo di ogni
altro mortale.

76 I re di Tebe
Cadmo figlio di Agenore, Anfione di Giove, Polidoro di Cadmo,
Laio di Labdaco, Penteo di Echione, Creonte di Meneceo, Edipo
di Laio, Polinice di Edipo, Lico di Nettuno, Eteocle di Edipo, Zeto
di Giove, Labdaco di Polidoro.

91
Igino fabb. 77-80

77 Leda
Iuppiter Ledam Thestii filiam in cygnum conversus ad flumen Eu-
rotam compressit, et ex eo peperit Pollucem et Helenam, ex Tyn-
dareo autem Castorem et Clytaemnestram.

78 Tyndareus
1 Tyndareus Oebali filius ex Leda Thestii filia procreavit Clytae-
mnestram et Helenam; Clytaemnestram Agamemnoni Atrei filio
dedit in coniugium; Helenam propter formae dignitatem complu-
res ex civitatibus in coniugium proci petebant. 2 Tyndareus cum
repudiari filiam suam Clytaemnestram ab Agamemnone vereretur
timeretque ne quid ex ea re discordiae nasceretur, monitus ab Ulixe
iureiurando se obligavit et arbitrio Helenae posuit ut cui vellet nu-
bere coronam imponeret. 3 Menelao imposuit, cui Tyndareus eam
dedit uxorem regnumque moriens Menelao tradidit.

79 Helena
1 Theseus Aegei et Aethrae Pitthei filiae filius cum Pirithoo Ixionis
filio Helenam Tyndarei et Ledae filiam virginem de fano Dianae
sacrificantem rapuerunt et detulerunt Athenas in pagum Atticae
regionis. 2 Quod Iovis eos cum vidisset tantam audaciam habere ut
se ipsi ad periculum offerrent, in quiete eis imperavit ut peterent
ambo a Plutone Pirithoo Proserpinam in coniugium; qui cum per
insulam Taenariam ad inferos descendissent et de qua re venissent
indicarent Plutoni, a Furiis strati diuque lacerati sunt. 3 Quo Her-
cules ad canem tricipitem ducendum cum venisset, illi fidem eius
implorarunt; qui a Plutone impetravit eosque incolumes eduxit.
4 Ob Helenam Castor et Pollux fratres belligerarunt et Aethram
Thesei matrem et Phisadiem Pirithoi sororem ceperunt et in servi-
tutem sorori dederunt.

80 Castor
1 Idas et Lynceus Apharei filii ex Messenis habuerunt sponsas Pho-
eben et Hilairam Leucippi filias; hae autem formosissimae virgi-
nes cum essent et esset Phoebe sacerdos Minervae, Hilaira Dianae,
Castor et Pollux amore incensi eas rapuerunt. 2 Illi amissis sponsis

92
Miti del mondo classico

77 Leda
Giove, trasformatosi in cigno, si unì a Leda, figlia di Testio, sulle
rive del fiume Eurota. Da questo Leda partorì Polluce ed Elena, da
Tindaro poi Castore e Clitemnestra.

78 Tindaro
1 Tindaro, figlio di Ebalo, da Leda, figlia di Testio, generò Cli-
temnestra ed Elena; diede in moglie Clitemnestra ad Agamennone,
figlio di Atreo; Elena, a causa della sua eccezionale bellezza, era
richiesta in sposi da numerosi pretendenti. 2 Temendo che sua fi-
glia Clitemnestra fosse ripudiata da Agamennone, per paura che da
ciò nascesse un motivo di discordia, su consiglio di Ulisse Tindaro
si impegnò con un giuramento, e lasciò a Elena la libertà di porre
una ghirlanda sul capo di chi volesse sposare. 3 La pose sul capo di
Menelao, e a Menelao Tindaro diede lei in moglie e alla sua morte
gli lasciò il regno.

79 Elena
1 Teseo, figlio di Egeo e di Etra figlia di Pitteo, e Piritoo, figlio di
Issione, rapirono dal tempio di Diana Elena, la vergine figlia di Tin-
daro e di Leda, mentre stava compiendo un sacrificio, e la portaro-
no dalle parti di Atene, in un villaggio dell’Attica. 2 Quando Giove
vide che avevano tanto coraggio da mettersi in pericolo, ordinò
loro in sogno di recarsi entrambi da Plutone a chiedergli in mo-
glie Proserpina per Piritoo; una volta discesi agli inferi attraverso
il promontorio del Tenaro, dichiararono a Plutone il motivo della
loro venuta e furono gettati a terra e a lungo torturati dalle Furie.
3 Quando Ercole arrivò lì per portar via il cane dalle tre teste, essi
implorarono il suo aiuto: egli convinse Plutone e li riportò alla luce
sani e salvi. 4 Per Elena combatterono i suoi fratelli Castore e Pol-
luce: catturarono Etra, madre di Teseo, e Fisadie, sorella di Piritoo,
e le diedero come schiave a Elena.

80 Castore
1 Ida e Linceo, figli di Afareo, di Messene, erano fidanzati con
Febe e Ilaira, figlie di Leucippo; dato che queste erano vergini bel-
lissime e Febe era sacerdotessa di Minerva e Ilaira di Diana, Casto-
re e Polluce, innamoratisi di loro, le rapirono. 2 Quelli, una volta

93
Igino fabb. 80-82

arma tulerunt, si possent eas recuperare. Castor Lynceum in pro-


elio interfecit; Idas amisso fratre omisit bellum et sponsam, coepit
fratrem sepelire. 3 Cum ossa eius collocaret in pila, intervenit Cas-
tor et prohibere coepit monumentum fieri, quod diceret se eum
quasi feminam superasse. Idas indignans gladio quo cinctus erat
Castori inguina traiecit. Alii dicunt quemadmodum aedificabat pi-
lam super Castorem impulisse et sic interfectum. 4 Quod cum an-
nuntiassent Polluci, accurrit et Idam uno proelio superavit corpus-
que fratris recuperatum sepulturae dedit; cum autem ipse stellam
ab Iove accepisset et fratri non esset data, ideo quod diceret Iovis
Castorem semine Tyndarei et Clytaemnestram natos, ipsum autem
et Helenam Iovis esse filios, tunc deprecatus Pollux ut liceret ei
munus suum cum fratre communicare; cui permisit ideoque dicitur
alterna morte redemptus. Unde etiam Romani servant institutum;
cum desultorem mittunt, unus duos equos habet, pileum in capite,
<de> equo in equum transilit, quod ille sua et fratris vice fungatur.

81 Proci Helenae
Antilochus, Ascalaphus, Aiax Oileus, Amphimachus, Ancaeus,
Blanirus, Agapenor, Aiax Telamonius, Clytius, Cyaneus, Menelaus,
Patroclus, Diomedes, Peneleus, Phemius, Nireus, Polypoetes, Ele-
phenor, Eumelus, Sthenelus, Tlepolemus, Protesilaus, Podalirius,
Eurypylus, Idomeneus, Leonteus, Thalpius, Polyxenus, Prothous,
Menestheus, Machaon, Thoas, Ulysses, Phidippus, Meriones, Me-
ges, Philoctetes. Alia veteres.

82 Tantalus
1 Tantalus Iovis et Plutonis filius procreavit ex Dione Pelopem. 2
Iuppiter Tantalo concredere sua consilia solitus erat et ad epulum
deorum admittere, quae Tantalus ad homines renuntiavit; ob id di-
citur ad inferos in aqua media fine corporis stare semperque sitire,
et cum haustum aquae vult sumere aquam recedere. 3 Item poma
ei super caput pendent, quae cum vult sumere rami vento moti re-
cedunt. Item saxum super caput eius ingens pendet, quod semper

94
Miti del mondo classico

privati delle fidanzate, presero le armi per potersele riprendere.


Castore uccise Linceo in un combattimento corpo a corpo; Ida,
perso il fratello, lasciò perdere combattimento e fidanzata e prese
a dare sepoltura al fratello. 3 Mentre disponeva i resti di quello su
un rialzo, sopraggiunse Castore e prese a impedirgli di innalzare un
monumento, perché – diceva – l’aveva battuto come se fosse stato
una donna. Indignato, Ida trafisse all’inguine Castore con la spada
che aveva alla cintola. Altri dicono che mentre costruiva il rogo lo
rovesciò addosso a Castore e così lo uccise. 4 Quando lo riferirono
a Polluce, accorse, sconfisse Ida a duello, recuperò il corpo del fra-
tello e gli diede sepoltura. Egli aveva ricevuto da Giove una stella,
che non era stata data al fratello, perché Giove riconosceva che
Castore e Clitemnestra erano nati dal seme di Tindaro mentre lui
ed Elena erano figli di Giove; allora Polluce lo scongiurò di poter
condividere quel dono col fratello: glielo permise, ed è per questo
che si dice che è stato riscattato con morte vicendevole. Da questo
discende una tradizione per i Romani: quando fanno uscire un sal-
tatore, lui da solo ha due cavalli e un berretto sul capo, e salta da un
cavallo all’altro perché fa la parte sua e di suo fratello.

81 I pretendenti di Elena
Antiloco, Ascalafo, Aiace Oileo, Anfimaco, Anceo, Blaniro, Agape-
nore, Aiace Telamonio, Clizio, Cianeo, Menelao, Patroclo, Diomede,
Peneleo, Femio, Nireo, Polipete, Elefenore, Eumelo, Stenelo, Tle-
polemo, Protesilao, Podalirio, Euripilo, Idomeneo, Leonteo, Talpio,
Polisseno, Protoo, Mnesteo, Macaone, Toante, Ulisse, Fidippo, Me-
rione, Mege, Filottete. Fonti antiche tramandano altre liste.

82 Tantalo
1 Tantalo, figlio di Giove e Pluto, generò Pelope da Dione. 2 Giove si
era abituato a condividere i suoi pensieri con Tantalo e ad ammetter-
lo al banchetto degli dei, ma Tantalo li riferì agli uomini; per questo
si racconta che negli inferi stia immerso nell’acqua fino a metà corpo,
e che sia sempre assetato ma, quando vuole prendere un sorso d’ac-
qua, l’acqua si ritira. 3 E così sopra la sua testa sono appesi dei frutti
ma, quando li vuole cogliere, i rami si ritirano mossi dal vento. E
ancora sopra la sua testa incombe un enorme masso e lui ha sempre

95
Igino fabb. 82-85

timet ne super se ruat.

83 Pelops
Pelops Tantali et Diones Atlantis filiae filius cum esset in epulis
deorum a Tantalo caesus, bracchium eius Ceres consumpsit, qui a
deorum numine vitam recepit; cui cum cetera membra ut fuerant
coissent, umero non perpetuo eburneum eius loco Ceres aptavit.

84 Oenomaus
1 Oenomaus Martis et Asteropes <Atlantis> filiae filius habuit in
coniugio Euareten Acrisii filiam, ex qua procreavit Hippodamiam,
virginem eximiae formae, quam nulli ideo dabat in coniugium,
quod sibi responsum fuit a genero mortem cavere. 2 Itaque cum
complures eam peterent in coniugium, simultatem constituit se ei
daturum, qui secum quadrigis certasset victorque exisset, quod
is equos aquilone velociores habuit, victus autem interficeretur. 3
Multis interfectis novissime Pelops Tantali filius cum venisset et ca-
pita humana super valvas fixa vidisset eorum qui Hippodamiam in
uxorem petierant, paenitere eum coepit regis crudelitatem timens.
4 Itaque Myrtilo aurigae eius persuasit regnumque ei dimidium
pollicetur si se adiuvaret. Fide data Myrtilus currum iunxit et cla-
vos in rotas non coniecit; itaque equis incitatis currum defectum
Oenomai equi distraxerunt. 5 Pelops cum Hippodamia et Myr-
tilo domum victor cum rediret, cogitavit sibi opprobrio futurum
et Myrtilo fidem praestare noluit eumque in mare praecipitavit, a
quo Myrtoum pelagus est appellatum. Hippodamiam in patriam
adduxit suam quod Peloponnesum appellatur; ibi ex Hippodamia
procreavit Hippalcum, Atreum, Thyesten.

85 Chrysippus
Laius Labdaci filius Chrysippum Pelopis filium nothum propter
formae dignitatem Nemeae ludis rapuit, quem ab eo Pelops bello
recuperavit. Hunc Atreus et Thyestes matris Hippodamiae impulsu
interfecerunt; Pelops cum Hippodamiam argueret, ipsa se interfecit.

96
Miti del mondo classico

paura che gli rovini addosso.

83 Pelope
Pelope, figlio di Tantalo e di Dione figlia di Atlante, fu smembrato
da Tantalo durante un banchetto degli dei e Cerere ne mangiò un
braccio. Poi per volere degli dei riebbe la vita; quando tutte le altre
membra erano tornate insieme com’erano, Cerere alla spalla attac-
cò un braccio d’avorio al posto di quello mortale.

84 Enomao
1 Enomao, figlio di Marte e di Asterope figlia di Atlante, ebbe in
moglie Evarete figlia di Acrisio, dalla quale generò Ippodamia, ver-
gine di straordinaria bellezza, che non concedeva in moglie a nes-
suno perché gli era stato profetizzato di guardarsi dalla morte per
mano del genero. 2 Così, dal momento che parecchi la chiedevano
in moglie, istituì una gara: l’avrebbe concessa a colui che l’avesse
affrontato in una corsa di quadrighe risultando vincitore (aveva dei
cavalli più veloci del vento Aquilone), mentre se fosse stato vinto
sarebbe stato ucciso. 3 Dopo che molti erano stati uccisi, alla fine
arrivò Pelope, figlio di Tantalo, ma quando vide fissate sui battenti
delle teste umane, quelle di chi aveva chiesto la mano di Ippoda-
mia, cominciò a pentirsi temendo la crudeltà del re. 4 Così corrup-
pe Mirtilo, l’auriga di quello, promettendogli la metà del regno in
cambio del suo aiuto. Stretto l’accordo, Mirtilo preparò il carro
senza inserire i perni nelle ruote; così, spronati i cavalli, i cavalli
di Enomao mandarono in pezzi il carro manomesso. 5 Pelope, ri-
tornando vincitore in patria insieme a Ippodamia e Mirtilo, pensò
che questo sarebbe stato per lui motivo di disonore e decise di non
osservare la parola data: lo precipitò nel mare che da lui è stato
chiamato Mirtoo. Portò con sé Ippodamia in patria, che si chiama
Peloponneso; lì da Ippodamia generò Ippalco, Atreo, Tieste.

85 Crisippo
Laio, figlio di Labdaco, durante i giochi a Nemea rapì Crisippo, figlio
illegittimo di Pelope, per la sua eccezionale bellezza; Pelope glielo
riprese con una guerra. Atreo e Tieste lo uccisero incitati dalla madre
Ippodamia; quando Pelope accusò Ippodamia, essa si suicidò.

97
Igino fabb. 86-88

86 Pelopidae
Thyestes Pelopis et Hippodamiae filius quod cum Aeropa Atrei
uxore concubuit a fratre Atreo de regno est eiectus; at is Atrei
filium Plisthenem, quem pro suo educaverat, ad Atreum interfi-
ciendum misit, quem Atreus credens fratris filium esse imprudens
filium suum occidit.

87 Aegisthus
Thyesti Pelopis et Hippodamiae filio responsum fuit quem ex filia
sua Pelopia procreasset, eum fratris fore ultorem; quod cum audis-
set <...> puer est natus, quem Pelopia exposuit, quem inventum
pastores caprae subdiderunt ad nutriendum; Aegisthus est appella-
tus, ideo quod Graece capra aega appellatur.

88 Atreus
1 Atreus Pelopis et Hippodamiae filius cupiens a Thyeste fratre
suo iniurias exsequi, in gratiam cum eo rediit et in regnum suum
eum reduxit, filiosque eius infantes Tantalum et Plisthenem oc-
cidit et epulis Thyesti apposuit. 2 Qui cum vesceretur, Atreus
imperavit bracchia et ora puerorum afferri; ob id scelus etiam Sol
currum avertit. 3 Thyestes scelere nefario cognito profugit ad re-
gem Thesprotum, ubi lacus Avernus dicitur esse; inde Sicyonem
pervenit, ubi erat Pelopia filia Thyestis deposita; ibi casu nocte
cum Minervae sacrificarent intervenit, qui timens ne sacra conta-
minaret in luco delituit. 4 Pelopia autem cum choreas ducit lapsa
vestem ex cruore pecudis inquinavit; quae dum ad flumen exit
sanguinem abluere, tunicam maculatam deponit. Capite obducto
Thyestes e luco prosiluit. Et ea compressione gladium de vagina
ei extraxit Pelopia et rediens in templum sub acropodio Miner-
vae abscondit. Postero die rogat regem Thyestes ut se in patriam
Lydiam remitteret. 5 Interim sterilitas Mycenis frugum ac penu-
ria oritur ob Atrei scelus. Ibi responsum est ut Thyestem in reg-
num reduceret. 6 Qui cum ad Thesprotum regem isset, aestimans
Thyestem ibi morari, Pelopiam aspexit et rogat Thesprotum ut
sibi Pelopiam in coniugium daret, quod putaret eam Thesproti
esse filiam. Thesprotus, ne qua suspicio esset, dat ei Pelopiam,
quae iam conceptum ex patre Thyeste habebat Aegisthum. 7

98
Miti del mondo classico

86 I figli di Pelope
Tieste, figlio di Pelope e di Ippodamia, siccome si era unito ad Ero-
pe, moglie di Atreo, fu espulso dal regno dal fratello Atreo; ma egli
mandò il figlio di Atreo, Plistene, che aveva allevato come fosse
suo, a uccidere Atreo; ma Atreo, credendolo figlio di suo fratello,
lo uccise senza sapere che era il proprio figlio.

87 Egisto
A Tieste, figlio di Pelope e di Ippodamia, fu profetizzato che il fi-
glio che avesse generato da sua figlia Pelopia sarebbe stato il suo
vendicatore sul fratello. Quando lo venne a sapere … Nacque un
bambino che Pelopia espose; lo trovarono dei pastori e lo fecero
nutrire da una capra: fu chiamato Egisto, perché in greco capra si
dice αἴξ.

88 Atreo
1 Desideroso di punire le offese da parte di suo fratello Tieste, Atreo,
figlio di Pelope e di Ippodamia, si riconciliò con lui, lo richiamò nel
suo regno e uccise i figli piccoli di quello, Tantalo e Plistene, e durante
un banchetto li servì a Tieste. 2 Mentre era a tavola, Atreo ordinò di
portargli le braccia e le teste dei bambini; di fronte a tale delitto anche
il Sole invertì il proprio corso. 3 Scoperto l’inaudito delitto, Tieste si
rifugiò dal re Tesproto, dove si dice che ci sia il lago Averno; di lì ar-
rivò a Sicione, dove era stata collocata Pelopia, la figlia di Tieste. Per
caso vi giunse di notte mentre era in corso un sacrificio a Minerva, e
per timore di contaminare il rito si nascose nel bosco. 4 Dal canto suo
Pelopia, mentre guidava un coro, scivolò e si macchiò la veste con il
sangue della vittima sacrificale; va allora al fiume per lavare il sangue e
si toglie la tunica macchiata. Con il capo nascosto Tieste saltò fuori dal
bosco, e Pelopia mentre veniva violentata gli sfilò la spada dal fodero e
tornando al tempio la nascose sotto il piedistallo della statua di Miner-
va. Il giorno dopo Tieste chiede al re di rimandarlo in Lidia, sua patria.
5 Nel frattempo a Micene, a causa del delitto di Atreo, sopraggiunse la
sterilità delle messi e la carestia. L’oracolo lo invitò a richiamare Tieste
nel regno. 6 Recatosi dal re Tesproto, perché pensava che lì si trovasse
Tieste, vide Pelopia e chiese a Tesproto che gliela concedesse in mo-
glie, credendo che fosse la figlia di Tesproto. Per non destare sospetti
Tesproto gli concede Pelopia, che già aveva in grembo Egisto, conce-

99
Igino fabb. 88,89

Quae cum ad Atreum venisset, parit Aegisthum, quem exposuit;


at pastores caprae supposuerunt, quem Atreus iussit perquiri et
pro suo educari. 8 Interim Atreus mittit Agamemnonem et Mene-
laum filios ad quaerendum Thyestem, qui Delphos petierunt scis-
citatum. Casu Thyestes eo venerat ad sortes tollendas de ultione
fratris; comprehensus ab eis ad Atreum perducitur, quem Atreus
in custodiam conici iussit, Aegisthumque vocat, aestimans suum
filium esse, et mittit eum ad Thyestem interficiendum. 9 Thyestes
cum vidisset Aegisthum et gladium quem Aegisthus gerebat, et
cognovisset quem in compressione perdiderat, interrogat Aegis-
thum unde illum haberet. Ille respondit matrem sibi Pelopiam
dedisse, quam iubet accersiri. 10 Cui respondit se in compressio-
ne nocturna nescio cui eduxisse et ex ea compressione Aegisthum
concepisse. Tunc Pelopia gladium arripuit, simulans se agnoscere,
et in pectus sibi detrusit. 11 Quem Aegisthus e pectore matris
cruentum tenens ad Atreum attulit. Ille aestimans Thyesten inter-
fectum laetabatur; quem Aegisthus in litore sacrificantem occidit
et cum patre Thyeste in regnum avitum redit.

89 Laomedon
1 Neptunus et Apollo dicuntur Troiam muro cinxisse; his rex La-
omedon vovit quod regno suo pecoris eo anno natum esset immo-
laturum. Id uotum avaritia fefellit. Alii dicunt parum eum promi-
sisse. 2 Ob eam rem Neptunus cetum misit qui Troiam vexaret; ob
quam causam rex ad Apollinem misit consultum. Apollo iratus ita
respondit, si Troianorum virgines ceto religatae fuissent, finem pes-
tilentiae futuram. 3 Cum complures consumptae essent et Hesio-
nae sors exisset et petris religata esset, Hercules et Telamon, cum
Colchos Argonautae irent, eodem venerunt et cetum interfecerunt,
Hesionenque patri pactis legibus reddunt, ut cum inde rediissent
secum in patriam eam abducerent et equos qui super aquas et aris-
tas ambulabant. 4 Quod et ipsum Laomedon fraudavit neque He-
sionen reddere voluit; itaque Hercules ad eos navibus comparatis
ut Troiam expugnaret venit et Laomedontem necavit et Podarci
filio eius infanti regnum dedit, qui postea Priamus est appellatus
ἀπὸ τοῦ πρίασϑαι. 5 Hesionen reciperatam Telamoni concessit in

100
Miti del mondo classico

pito con suo padre. 7 Una volta arrivata da Atreo, partorì Egisto e lo
espose; ma dei pastori lo diedero da nutrire a una capra, e Atreo ordinò
che fosse ricercato e allevato come se fosse suo. 8 Nel frattempo Atreo
manda i figli Agamennone e Menelao a cercare Tieste, e andarono a
Delfi per consultare l’oracolo. Per caso Tieste era giunto là per avere
un oracolo in merito alla vendetta sul fratello; catturato da loro viene
portato da Atreo, e Atreo ordinò che fosse imprigionato, convoca Egi-
sto, ritenendo che fosse il proprio figlio, e lo manda a uccidere Tieste.
9 Tieste vide la spada che Egisto brandiva, la riconobbe come quella
che aveva perso durante lo stupro e chiese ad Egisto dove l’avesse pre-
sa. Egli rispose che gliel’aveva data sua madre Pelopia e la fece venire.
10 Gli rispose di averla sottratta non sapeva a chi durante uno stupro
notturno e che da quello stupro aveva concepito Egisto. Allora Pelopia
prese la spada, fingendo di volerla osservare, e se la conficcò nel petto.
11 Egisto la tolse sanguinante dal petto della madre e la portò ad Atreo.
Quello, pensando che fosse stato ucciso Tieste, era contento, ma Egisto
lo uccise sulla spiaggia mentre compiva un sacrificio e riprese il regno
avito insieme al padre Tieste.

89 Laomedonte
1 Si racconta che Nettuno e Apollo costruirono le mura attorno a Tro-
ia; il re Laomedonte fece voto di immolare a loro tutto il bestiame che
in quell’anno fosse nato nel suo regno, ma per avarizia non osservò
quel voto. Altri dicono che promise una ricompensa misera. 2 Per que-
sto Nettuno mandò un mostro marino a tormentare Troia; per questo
motivo il re mandò a consultare l’oracolo di Apollo. Apollo adirato
rispose che la piaga avrebbe avuto fine se fossero state incatenate delle
vergini e offerte al mostro. 3 Dopo che molte vergini erano state divo-
rate, era stata estratta a sorte Esione e fu incatenata alle rocce; Ercole
e Telamone, mentre come Argonauti viaggiavano verso la Colchide,
arrivarono in quel luogo e uccisero il mostro: restituiscono Esione al
padre e stabilirono l’accordo che, di ritorno da là, l’avrebbero portata
con loro in patria insieme ai cavalli che camminavano sulle acque e
sulle spighe. 4 Ma Laomedonte non osservò neanche questo accordo e
non volle cedere Esione; e così Ercole tornò da loro dopo aver allestito
una flotta per conquistare Troia, uccise Laomedonte e cedette il re-
gno a Podarco, il figlio ancora bambino di quello, che poi fu chiamato
Priamo da πρίασϑαι (“essere riscattato”). 5 Prese Esione e la diede in

101
Igino fabb. 89-92

coniugium, ex qua natus est Teucer.

90 Priami filii et filiae numero LIV


1 Hector, Deiphobus, Cebriones, Polydorus, Helenus, Alexander,
2 Hipposidus, Antinous, Agathon, Dius, Mestor, Lyside, Polymena,
Ascanius, Chirodamas, Euagoras, Dryops, Astynomus, 3 Polyme-
tus, Laodice, Ethionome, Phegea, Henicea, Demnosia, Cassandra,
Philomela, Polites, Troilus, Palaemon, 4 Brissonius, Gorgythion,
Protodamas, Aretus, Dolon, Chromius, Eresus, Chrysolaus, De-
mosthea, Doryclus, Hippasus, Hypirochus, Lysianassa, Iliona, Ne-
reis, Evander, Proneus, 5 Archemachus, Hilagus, Axion, Biantes,
Hippotrochus, Deiopites, Medusa, Hero, Creusa.

91 Alexander Paris
1 Priamus Laomedontis filius cum complures liberos haberet ex
concubitu Hecubae Cissei sive Dymantis filiae, uxor eius praeg-
nans in quiete vidit se facem ardentem parere, ex qua serpentes
plurimos exisse. 2 Id visum omnibus coniectoribus cum narratum
esset, imperant quicquid pareret necaret, ne id patriae exitio fo-
ret. 3 Postquam Hecuba peperit Alexandrum, datur interficiendus,
quem satellites misericordia exposuerunt; eum pastores pro suo fi-
lio repertum expositum educarunt eumque Parim nominaverunt. 4
Is cum ad puberem aetatem pervenisset, habuit taurum in deliciis;
quo cum satellites missi a Priamo ut taurum aliquis adduceret ve-
nissent, qui in athlo funebri quod ei fiebat poneretur, coeperunt
Paridis taurum abducere. 5 Qui persecutus est eos et inquisivit quo
eum ducerent; illi indicant se eum ad Priamum adducere <ei> qui
vicisset ludis funebribus Alexandri. Ille amore incensus tauri sui
descendit in certamen et omnia vicit, fratres quoque suos superavit.
6 Indignans Deiphobus gladium ad eum strinxit; at ille in aram Io-
vis Hercei insiluit; quod cum Cassandra vaticinaretur eum fratrem
esse, Priamus eum agnovit regiaque recepit.

92 Paridis iudicium
1 Iovis cum Thetis Peleo nuberet ad epulum dicitur omnis deos
convocasse excepta Eride, id est Discordia, quae cum postea su-
pervenisset nec admitteretur ad epulum, ab ianua misit in medium

102
Miti del mondo classico

moglie a Telamone, e da lei nacque Teucro.

90 I 54 figli e figlie di Priamo


1 Ettore, Deifobo, Cebrione, Polidoro, Eleno, Alessandro, 2 Ippo-
sido, Antinoo, Agatone, Dio, Mestore, Liside, Polimena, Ascanio,
Chirodamante, Evagora, Driope, Astinomo, 3 Polimeto, Laodice,
Etionome, Fegea, Enicea, Demnosia, Cassandra, Filomela, Polite,
Troilo, Palemone, 4 Brissonio, Gorgitione, Protodamante, Areto,
Dolone, Cromio, Ereso, Crisolao, Demostea, Doriclo, Ippaso, Ipi-
roco, Lisianassa, Ilione, Nereide, Evandro, Proneo, 5 Archemaco,
Ilago, Assione, Biante, Ippotroco, Deiopite, Medusa, Ero, Creusa.

91 Alessandro Paride
1 Priamo, figlio di Laomedonte, aveva molti figli dal matrimonio
con Ecuba, figlia di Cisseo o di Dimante; sua moglie, mentre era
incinta, sognò di partorire una fiaccola ardente dalla quale erano
usciti moltissimi serpenti. 2 Tutti gli indovini ai quali questo sogno
fu raccontato ordinarono di uccidere il bambino una volta partori-
to, qualunque fosse, per evitare che portasse la patria alla rovina. 3
Dopo che Ecuba partorì Alessandro, questi fu dato ai servi perché
fosse ucciso, ma essi per pietà lo esposero; una volta esposto, lo ri-
trovarono dei pastori, lo allevarono come se fosse figlio loro e lo
chiamarono Paride. 4 Giunto alla pubertà, questi si affezionò a un
toro; arrivarono lì dei servi mandati da Priamo a prelevare un toro
da mettere in palio nei giochi funebri in suo onore e pensarono di
prelevare il toro di Paride. 5 Egli li inseguì e chiese dove lo stessero
portando; essi gli rivelano che lo portavano da Priamo per il vincito-
re nei giochi funebri per Alessandro. E lui, spinto dall’affetto per il
suo toro, gareggiò e vinse ogni gara, superando anche i suoi fratelli.
6 Indignato, Deifobo impugnò la spada contro di lui, ma quello sal-
tò sull’altare di Giove Erceo; e quando Cassandra vaticinò che quel-
lo era loro fratello, Priamo lo riconobbe e lo accolse nella reggia.

92 Il giudizio di Paride
1 Si racconta che Giove, quando si celebrava il matrimonio di Peleo
e Teti, avesse invitato al banchetto tutti gli dei tranne Eris, cioè la
Discordia; al suo arrivo, siccome non veniva ammessa al banchetto,

103
Igino fabb. 92-95

malum, dicit quae esset formosissima attolleret. 2 Iuno, Venus, Mi-


nerva formam sibi vindicare coeperunt, inter quas magna discordia
orta, Iovis imperat Mercurio ut deducat eas in Ida monte ad Alexan-
drum Paridem eumque iubeat iudicare. 3 Cui Iuno, si secundum se
iudicasset, pollicita est in omnibus terris eum regnaturum, divitem
praeter ceteros praestaturum; Minerva, si inde victrix discederet,
fortissimum inter mortales futurum et omni artificio scium; Venus
autem Helenam Tyndarei filiam formosissimam omnium mulierum
se in coniugium dare promisit. 4 Paris donum posterius prioribus
anteposuit Veneremque pulcherrimam esse iudicavit; ob id Iuno
et Minerva Troianis fuerunt infestae. 5 Alexander Veneris impulsu
Helenam a Lacedaemone ab hospite Menelao Troiam abduxit ea-
mque in coniugio habuit cum ancillis duabus Aethra et Thisadie,
quas Castor et Pollux captivas ei assignarant, aliquando reginas.

93 Cassandra
Cassandra Priami et Hecubae filia in Apollinis fano ludendo lassa
obdormisse dicitur; quam Apollo cum vellet comprimere, corporis
copiam non fecit. Ob quam rem Apollo fecit ut cum vera vaticina-
retur fidem non haberet.

94 Anchisa
Venus Anchisam Assaraci filium amasse et cum eo concubuisse
dicitur, ex quo procreavit Aeneam, eique praecepit ne id apud
homines enuntiaret. Quod Anchises inter sodales per vinum est
elocutus. Ob id a Iove fulmine est ictus. Quidam dicunt eum sua
morte obisse.

95 Ulixes
1 Agamemnon et Menelaus Atrei filii cum ad Troiam oppugnan-
dam coniuratos duces ducerent, in insulam Ithacam ad Ulixem La-
ertis filium venerunt, cui erat responsum, si ad Troiam isset, post
vicesimum annum solum sociis perditis egentem domum reditu-
rum. 2 Itaque cum sciret ad se oratores venturos, insaniam simu-
lans pileum sumpsit et equum cum bove iunxit ad aratrum. Quem

104
Miti del mondo classico

dalla porta scagliò una mela fra loro invitando la più bella a pren-
dersela. 2 Giunone, Venere e Minerva cominciarono a rivendicare
a sé la bellezza: sorta fra loro una grande lite, Giove ordina a Mer-
curio di portarle sul monte Ida da Alessandro Paride e di ordinare
a quest’ultimo di esprimere il giudizio. 3 Giunone gli promise che,
se avesse giudicato in suo favore, avrebbe regnato su tutte le terre
e sarebbe diventato ricco più di ogni altro; Minerva che, se avesse
lasciato il campo da vincitrice, sarebbe stato il più forte dei mortali
ed esperto in ogni arte; Venere infine promise di dargli in moglie
Elena, figlia di Tindaro, la donna più bella di tutte. 4 Paride preferì
l’ultimo dono ai primi due e giudicò che la più bella era Venere; per
questo motivo Giunone e Minerva furono ostili ai Troiani. 5 Con
l’aiuto di Venere Alessandro rapì Elena da Sparta dov’era ospite da
Menelao, la portò a Troia e la prese in moglie; con lei due ancelle,
Etra e Tisadie, che un tempo erano regine e che Castore e Polluce
le avevano dato come prigioniere.

93 Cassandra
Si racconta che Cassandra, figlia di Priamo ed Ecuba, giocando nel
bosco sacro ad Apollo, si addormentò per la stanchezza; Apollo al-
lora cercò di violentarla ma quella gli negò il suo corpo. Per questo
motivo Apollo fece sì che lei profetizzasse cose vere ma non fosse
creduta.

94 Anchise
Si racconta che Venere si innamorò di Anchise, figlio di Assaraco,
e giacque con lui concependo Enea, ma gli ordinò di non rivelarlo
agli uomini. Però Anchise ubriaco raccontò tutto ai suoi amici. Per
questo motivo fu colpito dal fulmine di Giove; secondo alcune fon-
ti morì di morte naturale.

95 Ulisse
1 Quando Agamennone e Menelao, figli di Atreo, guidavano gli
alleati alla conquista di Troia, giunsero all’isola di Itaca da Ulisse,
figlio di Laerte; a lui era stato predetto che, se fosse andato a Tro-
ia, sarebbe tornato in patria dopo vent’anni, solo, avendo perso i
compagni, e povero. 2 E così, sapendo che sarebbero andati da lui
gli ambasciatori, si finse pazzo, si mise in testa il pileo e aggiogò

105
Igino fabb. 95-97

Palamedes ut vidit, sensit simulare atque Telemachum filium eius


cunis sublatum aratro ei subiecit et ait «Simulatione deposita inter
coniuratos veni». Tunc Ulixes fidem dedit se venturum; ex eo Pa-
lamedi infestus fuit.

96 Achilles
1 Thetis Nereis cum sciret Achillem filium suum quem ex Peleo ha-
bebat, si ad Troiam expugnandam isset, periturum, commendavit
eum in insulam Scyron ad Lycomedem regem, quem ille inter vir-
gines filias habitu femineo servabat nomine mutato; nam virgines
Pyrrham nominarunt, quoniam capillis flavis fuit et Graece rufum
pyrrhon dicitur. 2 Achivi autem cum rescissent ibi eum occultari,
ad regem Lycomeden oratores miserunt qui rogarent ut eum adiu-
torium Danais mitteret. Rex cum negaret apud se esse, potestatem
eis fecit, ut in regia quaererent. 3 Qui cum intellegere non possent
quis esset eorum, Ulixes in regio vestibulo munera feminea posu-
it, in quibus clipeum et hastam, et subito tubicinem iussit canere
armorumque crepitum et clamorem fieri iussit. 4 Achilles hostem
arbitrans adesse vestem muliebrem dilaniavit atque clipeum et ha-
stam arripuit. Ex hoc est cognitus suasque operas Argivis promisit
et milites Myrmidones.

97 Qui ad Troiam expugnatum ierunt et quot naves


1 Agamemnon Atrei et Aeropes filius Mycenis, navibus centum.
Menelaus frater eius Mycenis, navibus LX.
2 Phoenix Amyntoris filius Argiuus, navibus L.
Achilles Pelei et Thetidis filius insula Scyro, navibus LX.
Automedon auriga Achillis Scyro, navibus X.
Patroclus Menoetii et Philomelae filius Phthia, navibus X.
3 Aiax Telamonis ex Eriboea filius Salamine, navibus XII.
Teucer frater ex Hesiona Laomedontis filia, navibus XII.
4 Ulysses Laertae et Anticliae filius Ithaca, navibus XII.
Diomedes Tydei et Deipylae Adrasti filiae filius Argis, navibus
XXX.
Sthenelus Capanei et Euadnes filius Argis, navibus XXV.

106
Miti del mondo classico

all’aratro un cavallo insieme al bue. Quando Palamede lo vide, capì


che stava fingendo: prese suo figlio Telemaco dalla culla e lo depose
sotto all’aratro dicendo: «Smetti di fingere e unisciti agli alleati».
Allora Ulisse promise di andare; da quel momento odiò Palamede.

96 Achille
1 La Nereide Teti, sapendo che il figlio che aveva avuto da Peleo,
Achille, sarebbe morto se fosse partito alla conquista di Troia, lo
affidò al re Licomede sull’isola di Sciro, e questi lo custodiva fra le
sue figlie vergini travestito da donna e gli cambiò il nome: infatti le
ragazze lo chiamarono Pirra perché aveva i capelli biondi e in greco
“fulvo” si dice πυρρός. 2 Quando gli Achei vennero a sapere che si
nascondeva lì, mandarono ambasciatori dal re Licomede a chieder-
gli che lo mandasse a dare aiuto ai Danai. Il re disse che non si tro-
vava da lui e tuttavia diede loro il permesso di cercarlo all’interno
della reggia. 3 Siccome essi non riuscivano a distinguere chi fosse
fra gli altri, Ulisse depose nell’atrio della reggia dei doni per femmi-
ne e fra questi uno scudo e una lancia; ordinò subito al trombettiere
di dare il segnale e ordinò di fare rumore e urla di guerra. 4 Achille
pensò che stessero arrivando i nemici, si stracciò le vesti femminili
e afferrò lo scudo e la lancia. Da questo fu riconosciuto e promise
agli Argivi la propria collaborazione e l’esercito dei Mirmidoni.

97 Coloro che partirono alla conquista di Troia e numero delle navi


1 Agamennone, figlio di Atreo ed Erope, da Micene, con cento
navi.
Menelao, suo fratello, da Micene, con 60 navi.
2 Fenice, figlio di Amintore, da Argo, con 50 navi.
Achille, figlio di Peleo e Teti, dall’isola di Sciro, con 10 navi.
Automedonte, auriga di Achille, da Sciro, con 10 navi.
Patroclo, figlio di Menezio e Filomela, da Ftia, con 10 navi.
3 Aiace, figlio di Telamone ed Eribea, da Salamina, con 12 navi.
Teucro, suo fratellastro, figlio di Esione figlia di Laomedonte, con
12 navi.
4 Ulisse, figlio di Laerte e Anticlea, da Itaca, con 12 navi.
Diomede, figlio di Tideo e Deipila figlia di Adrasto, da Argo, con
30 navi.
Stenelo, figlio di Capaneo ed Evadne, da Argo, con 25 navi.

107
Igino fab. 97

5 Aiax Oilei et Rhenes nymphae filius Locrus, navibus XX.


Nestor Nelei et Chloridis <Amphionis> filiae filius Pylius, navibus XC.
Thrasymedes frater ex Eurydice Pylius, navibus XV.
Antilochus Nestoris filius Pylius, navibus XX.
6 Eurypylus Euaemonis et Opis filius Orchomeno, navibus XL.
Machaon Asclepii et Coronidis filius a Tricca, navibus XX.
Podalirius frater eius, nauibus IX.
7 Tlepolemus Herculis et Astyoches filius Mycenis, navibus IX.
Idomeneus Deucalionis filius a Creta, navibus XL.
Meriones Moli et Melphidis filius a Creta, navibus XL.
8 Eumelus Admeti et Alcestis Peliae filiae filius a Perrhaebia, navi-
bus VIII.
Philocteta Poeantis et Demonassae filius Meliboea, navibus VII.
Peneleus Hippalci et Asteropes filius Boeotia, navibus XII.
9 Leitus Lacreti et Cleobules filius ex Boeotia, navibus XII.
Clonius frater eius ex Boeotia, navibus IX.
Arcesilaus Areilyci et Theobulae filius ex Boeotia, navibus X.
Prothoenor frater <eius> ex Thespia, navibus VIII.
10 Ialmenus Lyci et Pernidis filius Argis, navibus XXX.
Ascalaphus frater eius Argis, navibus XXX.
Schedius Iphiti et Hippolytes filius Argis, navibus XXX.
Epistrophus frater eius itidem, navibus X.
Elephenor Calchodontis et Imenaretes filius Argis, navibus XXX.
11 Menestheus † oeae filius Athenis, navibus L.
Agapenor Ancaei et † Iotis filius Arcadia, navibus LX.
Amphimachus Cteati filius Elea, navibus X.
Eurytus Pallantis et Diomedae filius Argis, navibus XV.
Amarynceus Onesimachi filius Mycenis, navibus XIX.
Polyxenus Agasthenis et Peloridis filius Aetolia, navibus XL.
12 Meges Phylei et Eustyoches filius a Dulichio, navibus LX.
Thoas Andraemonis et Gorgidis filius Tyto nauibus XV <…>
Podarces frater eius itidem, navibus X.
13 Prothous Tenthredonis filius Magnesia, navibus XL.
Cycnus Ociti et Aurophites filius Argis, navibus XII.
Nireus Charopi et <Aglaies> nymphae filius Argis, navibus XVI.
14 Antiphus Thessali et Chalciopes filius Nisyro, navibus XX.
Polypoetes Pirithoi et Hippodamiae filius Argis, navibus XX.

108
Miti del mondo classico

5 Aiace, figlio di Oileo e della ninfa Rene, da Locri, con 20 navi.


Nestore, figlio di Neleo e Cloride figlia di Anfione, da Pilo, con 90
navi.
Trasimede, suo fratellastro, figlio di Euridice, da Pilo, con 15 navi.
Antiloco, figlio di Nestore, da Pilo, con 20 navi.
6 Euripilo, figlio di Evemone e Opi, da Orcomeno, con 40 navi.
Macaone, figlio di Asclepio e Coronide, da Tricca, con 20 navi.
Podalirio, suo fratello, con 9 navi.
7 Tlepolemo, figlio di Ercole e Astioche, da Micene, con 9 navi.
Idomeneo, figlio di Ducalione, da Creta, con 40 navi.
Merione, figlio di Molo e Melfide, da Creta, con 40 navi.
8 Eumelo, figlio di Admeto e Alcesti figlia di Pelia, da Perrebia,
con 8 navi.
Filottete, figlio di Peante e Demonassa, da Melibea, con 7 navi.
Penelo, figlio di Ippalco e Asterope, dalla Beozia, con 12 navi.
9 Leito, figlio di Lacreto e Cleobule, dalla Beozia, con 12 navi.
Clonio, suo fratello, dalla Beozia, con 9 navi.
Arcesilao, figlio di Areilico e Teobule, dalla Beozia, con 10 navi.
Protenore, suo fratello, da Tespia, con 8 navi.
10 Ialmeno, figlio di Lico e Pernide, da Argo, con 30 navi.
Ascalafo, suo fratello, da Argo, con 30 navi.
Schedio, figlio di Ifito e Ippolite, da Argo, con 30 navi.
Epistrofio, suo fratello, dalla stessa città, con 10 navi.
Elefenore, figlio di Calcodonte e Imenarete, da Argo, con 30 navi.
11 Mnesteo, figlio di …ea, da Atene, con 50 navi.
Agapenore, figlio di Anceo e …ioti, dall’Arcadia, con 60 navi.
Anfimaco, figlio di Cteato, da Elea, con 10 navi.
Eurito, figlio di Pallante e Diomeda, da Argo, con 15 navi.
Amarinceo, figlio di Onesimaco, da Micene, con 19 navi.
Polisseno, figlio di Agastene e Peloride, dall’Etolia, con 40 navi.
12 Mege, figlio di Fileo ed Eustioche, da Dulichio, con 60 navi.
Toante, figlio di Andremone e Gorgide, da Tito, con 15 navi. <…>
Podarce, suo fratello, dalla stessa città, con 10 navi.
13 Protoo, figlio di Tentredone, da Magnesia, con 40 navi.
Cicno, figlio di Ocito e Aurofite, da Argo, con 12 navi.
Nireo, figlio di Caropo e della ninfa <Aglaie>, da Argo, con 16 navi.
14 Antifo, figlio di Tessalo e di Calciope, da Nisiro, con 20 navi.
Polipete, figlio di Piritoo e Ippodamia, da Argo, con 20 navi.

109
Igino fabb. 97-99

15 Leonteus Coroni filius a Sicyone, navibus XIX.


Calchas Thestoris filius Mycenis augur.
Phocus Danai filius architectus.
Eurybates et Talthybius internuntii.
Diaphorus iudex.
Neoptolemus Achillis et Deidamiae filius ab insula Scyro; hic idem
Pyrrhus est vocitatus a patre Pyrrha.
Summa naves CCXLV.

98 Iphigenia
1 Agamemnon cum Menelao fratre Achaiae delectis ducibus Hele-
nam uxorem Menelai quam Alexander Paris avexerat repetitum ad
Troiam cum irent, in Aulide tempestas eos ira Dianae retinebat,
quod Agamemnon in venando cervam eius violavit superbiusque
in Dianam est locutus. 2 Is cum haruspices convocasset et Calchas
se respondisset aliter expiare non posse, nisi Iphigeniam filiam
Agamemnonis immolasset, re audita Agamemnon recusare coe-
pit. 3 Tunc Ulysses eum consiliis ad rem pulchram transtulit; idem
Ulysses cum Diomede ad Iphigeniam missus est adducendam, qui
cum ad Clytaemnestram matrem eius venisset ementitur Ulysses
eam Achilli in coniugium dari. 4 Quam cum in Aulidem adduxis-
set et parens eam immolare vellet, Diana virginem miserata est et
caliginem eis obiecit cervamque pro ea supposuit Iphigeniamque
per nubes in terram Tauricam detulit ibique templi sui sacerdotem
fecit.

99 Auge
1 Auge Alei filia ab Hercule compressa cum partus adesset in
monte Parthenio peperit et ibi eum exposuit. Eodem tempore
Atalante Iasii filia filium exposuit ex Meleagro natum. 2 Hercu-
lis autem filium cerva nutriebat. Hos pastores inventos sustulerunt
atque nutrierunt, quibus nomina imposuerunt Herculis filio Tele-
phum, quoniam cerva nutrierat, Atalantes autem Parthenopaeum,
quoniam virginem simulans se in monte Parthenio eum exposuerat.

110
Miti del mondo classico

15 Leonteo, figlio di Corone, da Sicione, con 19 navi.


Calcante, figlio di Testore, da Micene, indovino.
Foco, figlio di Danao, architetto.
Euribate e Taltibio, araldi.
Diaforo, giudice.
Neottolemo, figlio di Achille e Deidamia, dall’isola di Sciro; costui
è chiamato anche Pirro, dal nome Pirra dato al padre.
Totale delle navi: 245.

98 Ifigenia
1 Quando Agamennone, insieme al fratello Menelao e ai condottieri
scelti dell’Acaia, erano in partenza verso Troia per riprendere Ele-
na, moglie di Menelao, che Alessandro Paride aveva rapito, a causa
dell’ira di Diana una tempesta li tratteneva ad Aulide, perché Aga-
mennone durante una battuta di caccia aveva colpito una cerva di
quella e rivolto a Diana aveva parlato con superbia. 2 Egli dunque
fece venire gli indovini e Calcante rispose che non poteva espiare
in nessun altro modo se non sacrificando la figlia di Agamennnone,
Ifigenia; sentita la cosa, Agamennone sulle prime rifiutò. 3 Allora
Ulisse con i suoi consigli lo fece propendere per la soluzione giusta:
lo stesso Ulisse fu inviato insieme a Diomede a prelevare Ifigenia,
e Ulisse, una volta arrivati da Clitemnestra, madre di quella, disse
mentendo che doveva essere data in moglie ad Achille. 4 Una volta
portata ad Aulide, quando il padre era pronto a sacrificarla, Diana
provò pietà della vergine: fece calare la nebbia su di loro, mise una
cerva al posto di quella e sulle nubi trasportò Ifigenia nella regione
della Tauride, dove ne fece una sacerdotessa nel suo tempio.

99 Auge
1 Auge, figlia di Aleo, fu violentata da Ercole; quando era giunto
il momento di partorire, partorì sul monte Partenio e lì espose
il neonato. Nello stesso tempo Atalanta, figlia di Iasio, espose il
figlio nato da Meleagro. 2 Una cerva nutriva il figlio di Ercole.
Li trovarono dei pastori, li presero con sé e li nutrirono: al figlio
di Ercole diedero il nome di Telefo, perché lo aveva nutrito una
cerva, a quello di Atalanta invece quello di Partenopeo, perché
lo aveva esposto sul monte Partenio fingendo di essere vergine.

111
Igino fabb. 99-101

3 Ipsa autem Auge patrem suum timens profugit in Moesiam ad re-


gem Teuthrantem, qui cum esset orbus liberis hanc pro filia habuit.

100 Teuthras
1 Teuthrantem regem in Moesia Idas Apharei filius regno privare
uoluit; quo cum Telephus Herculis filius ex responso quaerens
matrem cum comite Parthenopaeo venisset, huic Teuthras regnum
et filiam Augen in coniugium daturum promisit si se ab hoste tutas-
set. 2 Telephus condicionem regis non praetermisit, cum Partheno-
paeo Idam uno proelio superavit; cui rex pollicitam fidem praestitit
regnumque et Augen matrem inscientem in coniugium dedit; quae
cum mortalem neminem vellet suum corpus violare, Telephum
interficere voluit inscia filium suum. 3 Itaque cum in thalamum
venissent, Auge ensem sumpsit ut Telephum interficeret. Tum deo-
rum voluntate dicitur draco immani magnitudine inter eos exisse,
quo viso Auge ensem proiecit et Telepho inceptum patefecit. 4
Telephus re audita inscius matrem interficere voluit; illa Herculem
violatorem suum implorauit et ex eo Telephus matrem agnovit et in
patriam suam reduxit.

101 Telephus
1 Telephus Herculis et Auges filius ab Achille in pugna Chironis
hasta percussus dicitur. Ex quo vulnere cum in dies taetro cru-
ciatu angeretur, petit sortem ab Apolline quod esset remedium;
responsum est ei neminem mederi posse nisi eandem hastam qua
vulneratus est. 2 Hoc Telephus ut audivit, ad regem Agamem-
nonem venit et monitu Clytaemnestrae Orestem infantem de cu-
nabulis rapuit, minitans se eum occisurum nisi sibi Achivi mede-
rentur. 3 Achivis autem, quod responsum erat sine Telephi ductu
Troiam capi non posse, facile cum eo in gratiam redierunt et ab
Achille petierunt ut eum sanaret. Quibus Achilles respondit se ar-
tem medicam non nosse. 4 Tunc Ulysses ait: «Non te dicit Apollo
sed auctorem vulneris hastam nominat». Quam cum rasissent, re-
mediatus est. 5 A quo cum peterent ut secum ad Troiam expugnan-
dam iret, non impetrarunt, quod is Laodicen Priami filiam uxorem

112
Miti del mondo classico

3 Dal canto suo Auge per paura del padre fuggì in Misia dal re
Teutrante, che essendo privo di figli la tenne con sé come una figlia.

100 Teutrante
1 Ida, figlio di Afareo, volle impadronirsi del regno di Teutrante, re
della Misia. Telefo, figlio di Ercole, arrivò lì seguendo un oracolo in
cerca della madre insieme al suo compagno Partenopeo, e Teutran-
te gli promise di dargli il regno e la figlia Auge in sposa se l’avesse
difeso dal suo nemico. 2 Telefo non respinse l’accordo con il re, e
con Partenopeo sconfisse Ida in un duello corpo a corpo; il re ri-
spettò la parola data e gli diede in sposa Auge, madre di quello, che
non sapeva nulla. E lei, che non voleva che alcun mortale toccasse
il suo corpo, decise di uccidere Telefo, non sapendo che era suo
figlio. 3 Così, quando si ritirarono nel talamo, Auge prese la spa-
da per uccidere Telefo. Allora – si racconta – per volere degli dei
comparve fra loro un drago di enormi dimensioni, e Auge a quella
vista estrasse la spada e rivelò a Telefo le proprie intenzioni. 4 Udito
ciò, Telefo voleva uccidere sua madre, ma quella invocò Ercole, che
l’aveva violentata, e da questo Telefo la riconobbe come sua madre
e la riportò con sé in patria.

101 Telefo
1 Si racconta che Telefo, figlio di Ercole e di Auge, fu colpito in
battaglia da Achille con la lancia di Chirone. Siccome a causa di
quella ferita ogni giorno di più pativa terribili sofferenze, chiese
all’oracolo di Apollo quale fosse il rimedio: gli fu risposto che nes-
suno poteva sanarlo se non la stessa lancia dalla quale era stato feri-
to. 2 Udito ciò, Telefo andò dal re Agamennone e, dietro consiglio
di Clitemnestra, afferrò dalla culla il piccolo Oreste minacciando
di ucciderlo se gli Achei non l’avessero sanato. 3 Gli Achei allo-
ra, dato che l’oracolo aveva detto loro che Troia non sarebbe stata
conquistata se Telefo non avesse dato loro indicazioni, non fecero
fatica a riconciliarsi con lui e chiesero ad Achille di guarirlo. Achille
rispose loro di non conoscere l’arte medica, ma Ulisse disse: «Non
parla di te Apollo: è la lancia che indica come autore della ferita».
Quindi la raschiarono e quello si ristabilì. 5 Gli chiesero allora di
andare con loro alla conquista di Troia, ma non l’ottennero perché

113
Igino fabb. 101-104

haberet; sed ob beneficium quod eum sanarunt, eos deduxit, locos


autem et itinera demonstrauit; inde in Moesiam est profectus.

102 Philoctetes
1 Philoctetes Poeantis et Demonassae filius cum in insula Lemno
esset, coluber eius pedem percussit, quem serpentem Iuno miserat,
irata ei ob id quia solus praeter ceteros ausus fuit Herculis pyram
construere, cum humanum corpus est exutus et ad immortalitatem
traditus. 2 Ob id beneficium Hercules suas sagittas divinas ei do-
navit. Sed cum Achivi ex vulnere taetrum odorem ferre non pos-
sent, iussu Agamemnonis regis in Lemno expositus est cum sagittis
divinis; quem expositum pastor regis Actoris nomine Iphimachus
Dolopionis filius nutrivit. 3 Quibus postea responsum est sine Her-
culis sagittis Troiam capi non posse. Tunc Agamemnon Ulixem
et Diomedem exploratores ad eum misit; cui persuaserunt ut in
gratiam rediret et ad expugnandam Troiam auxilio esset eumque
secum sustulerunt.

103 Protesilaus
1 Achivis fuit responsum, qui primus litora Troianorum attigisset
periturum. Cum Achivi classes applicuissent, ceteris cunctantibus
Iolaus Iphicli et Diomedeae filius primus e naui prosilivit, qui ab
Hectore confestim est interfectus; quem cuncti appellarunt Prote-
silaum quoniam primus ex omnibus perierat. 2 Quod uxor Lao-
damia Acasti filia cum audisset eum perisse, flens petit a diis ut
sibi cum eo tres horas colloqui liceret. Quo impetrato a Mercurio
reductus tres horas cum eo collocuta est; quod iterum cum obisset
Protesilaus, dolorem pati non potuit Laodamia.

104 Laodamia
1 Laodamia Acasti filia amisso coniuge cum tres horas consumpsis-
set quas a diis petierat, fletum et dolorem pati non potuit. Itaque
fecit simulacrum aereum simile Protesilai coniugis et in thalamis
posuit sub simulatione sacrorum, et eum colere coepit. 2 Quod

114
Miti del mondo classico

aveva in moglie Laodice, figlia di Priamo; però, per riconoscenza


per il fatto che l’avevano guarito, li indirizzò e cioè indicò loro luo-
ghi e itinerari; poi partì per la Misia.

102 Filottete
1 Quando Filottete, figlio di Peante e di Demonassa, si trovava
nell’isola di Lemno, un serpente lo morse a un piede; il serpente
l’aveva inviato Giunone, adirata con lui perché era stato l’unico fra
tutti che aveva osato costruire la pira di Ercole, quando questi si
spogliò del suo corpo umano e si consegnò all’immortalità. 2 Per
questo favore Ercole gli donò le proprie frecce divine. Ma siccome
gli Achei non potevano sopportare il terribile odore che proveni-
va dalla ferita, per ordine del re Agamennone fu abbandonato a
Lemno con le frecce divine; una volta abbandonato, fu nutrito da
un pastore del re Attore di nome Ifimaco, figlio di Dolopione. 3 A
questi in seguito l’oracolo disse che Troia non poteva essere con-
quistata senza le frecce di Ercole. Allora Agamennone mandò da
lui in avanscoperta Ulisse e Diomede; lo convinsero a riconciliarsi e
ad aiutarli a conquistare Troia, e lo portarono con loro.

103 Protesilao
1 Agli Achei l’oracolo disse che colui che avesse toccato per primo
il litorale di Troia sarebbe morto. Quando gli Achei ormeggiarono
la flotta, in mezzo all’esitazione generale Iolao, figlio di Ificlo e di
Diomedea per primo saltò giù dalla nave e immediatamente fu uc-
ciso da Ettore: tutti lo chiamarono Protesilao, perché era stato il
primo fra tutti a morire. 2 Quando sua moglie Laodamia, figlia di
Acasto, udì che era morto, in lacrime chiese agli dei la possibilità
di incontrarlo per tre ore. Esaudita la richiesta, fu riportato in vita
da Mercurio e lei stette con lui per tre ore; quando poi Protesilao
morì per la seconda volta, Laodamia non poté sopportare il dolore.

104 Laodamia
1 Laodamia, figlia di Acasto, dopo la perdita del marito, quando
ebbe esaurito le tre ore che aveva chiesto agli dei, non poté sop-
portare pianto e dolore. E così fece costruire una statua di bronzo
uguale al marito Protesilao e la collocò nella stanza nuziale con la
scusa di riti sacri, e cominciò a venerarla. 2 Una mattina, mentre

115
Igino fabb. 104-106

cum famulus matutino tempore poma ei attulisset ad sacrificium,


per rimam aspexit viditque eam ab amplexu Protesilai simulacrum
tenentem atque osculantem; aestimans eam adulterum habere Aca-
sto patri nuntiavit. 3 Qui cum venisset et in thalamos irrupisset, vi-
dit effigiem Protesilai; quae ne diutius torqueretur, iussit signum et
sacra pyra facta comburi, quo se Laodamia dolorem non sustinens
immisit atque usta est.

105 Palamedes
1 Ulysses quod Palamedis Nauplii dolo erat deceptus, in dies ma-
chinabatur quomodo eum interficeret. Tandem inito consilio ad
Agamemnonem militem suum misit qui diceret ei in quiete vidisse
ut castra uno die moverentur. 2 Id Agamemnon verum existimans
castra uno die imperat moveri; Ulysses autem clam noctu solus
magnum pondus auri, ubi tabernaculum Palamedis fuerat, obruit,
item epistulam conscriptam Phrygi captivo ad Priamum dat per-
ferendam, militemque suum priorem mittit qui eum non longe a
castris interficeret. 3 Postero die cum exercitus in castra rediret,
quidam miles epistulam quam Ulysses scripserat super cadaver
Phrygis positam ad Agamemnonem attulit, in qua scriptum fuit
«Palamedi a Priamo missa», tantumque ei auri pollicetur quantum
Ulysses in tabernaculum obruerat, si castra Agamemnonis ut ei
convenerat proderet. Itaque Palamedes cum ad regem esset pro-
ductus et factum negaret, in tabernaculum eius ierunt et aurum
effoderunt, quod Agamemnon ut vidit, vere factum esse credidit.
Quo facto Palamedes dolo Ulyssis deceptus ab exercitu universo
innocens occisus est.

106 Hectoris lytra


1 Agamemnon Briseidam Brisae sacerdotis filiam ex Moesia capti-
vam propter formae dignitatem, quam Achilles ceperat, ab Achil-
le abduxit eo tempore quo Chryseida Chrysi sacerdoti Apollinis
Zminthei reddidit; quam ob iram Achilles in proelium non prodi-
bat, sed cithara in tabernaculo se exercebat. 2 Quod cum Argivi ab
Hectore fugarentur, Achilles obiurgatus a Patroclo arma sua ei tra-

116
Miti del mondo classico

le portava dei frutti per l’offerta sacra, un servo guardò attraverso


una fessura e la vide stringersi in un abbraccio alla statua di Prote-
silao e baciarla; pensando che lei avesse un amante lo riferì al padre
Acasto. 3 Questi andò, fece irruzione nella stanza nuziale e vide la
riproduzione di Protesilao: per non farla soffrire più a lungo ordinò
di preparare un rogo e di bruciarvi l’immagine e gli oggetti sacri:
non resistendo al dolore, Laodamia vi si gettò sopra e fu arsa.

105 Palamede
1 Ulisse, siccome era stato ingannato da un’astuzia di Palamede
figlio di Nauplio, di giorno in giorno continuava a escogitare come
ucciderlo. Alla fine studiò un piano: mandò da Agamennone un suo
soldato per dirgli che aveva sognato che si dovesse togliere l’accam-
pamento per un solo giorno. 2 Agamennone, credendo che fosse
vero, ordina di togliere l’accampamento per un solo giorno; allora
Ulisse da solo nottetempo di nascosto sotterra una grande quantità
di oro dove stava la tenda di Palamede, poi scrive una lettera e la
consegna a un prigioniero frigio da portare a Priamo, e poi manda
il suo soldato di prima a ucciderlo non lontano dall’accampamento.
3 Il giorno dopo, mentre l’esercito tornava nell’accampamento, un
soldato portò ad Agamennone la lettera scritta da Ulisse e deposta
sul corpo del frigio, sulla quale era scritto «indirizzata da Priamo a
Palamede»: se avesse consegnato l’accampamento di Agamennone,
secondo i loro accordi, prometteva tanto oro quanto Ulisse aveva
sotterrato nella sua tenda. E così, mentre Palamede era stato por-
tato al cospetto del re e negava il fatto, andarono nella sua tenda
e dissotterrarono l’oro: quando Agamennone lo vide, credette che
fosse proprio successo così. Per questo fatto Palamede, ingannato
da un’astuzia di Ulisse, fu ucciso da tutto l’esercito nonostante fos-
se innocente.

106 Il riscatto di Ettore


1 Per la sua grande bellezza Agamennone sottrasse ad Achille Bri-
seide, figlia del sacerdote Brise, che Achille aveva portato dalla Mi-
sia come prigioniera, e nello stesso tempo restituì Criseide a Crise
sacerdote di Apollo Sminteo; adirato per questo fatto, Achille non
usciva a combattere ma stava nella sua tenda a suonare la cetra.
2 Siccome gli Argivi erano messi in fuga da Ettore, Achille, rim-

117
Igino fabb. 106-108

didit, quibus ille Troianos fugavit aestimantes Achillem esse, Sar-


pedonemque Iovis et Europae filium occidit. Postea ipse Patroclus
ab Hectore interficitur, armaque eius sunt detracta Patroclo occiso.
3 Achilles cum Agamemnone redit in gratiam Briseidamque ei red-
didit. Tum contra Hectorem cum inermis prodisset, Thetis mater a
Vulcano arma ei impetravit, quae Nereides per mare attulerunt. 4
Quibus armis ille Hectorem occidit astrictumque ad currum traxit
circa muros Troianorum, quem sepeliendum cum patri nollet dare,
Priamus Iovis iussu duce Mercurio in castra Danaorum venit et filii
corpus auro repensum accepit, quem sepulturae tradidit.

107 Armorum iudicium


1 Hectore sepulto cum Achilles circa moenia Troianorum vagare-
tur ac diceret se solum Troiam expugnasse, Apollo iratus Alexan-
drum Parin se simulans talum, quem mortalem habuisse dicitur,
sagitta percussit et occidit. 2 Achille occiso ac sepulturae tradito
Aiax Telamonius quod frater patruelis eius fuit postulavit a Danais
ut arma sibi Achillis darent; quae <ei> ira Minervae abiurgata sunt
ab Agamemnone et Menelao et Ulyssi data. 3 Aiax furia accepta
per insaniam pecora sua et se ipsum vulneratum occidit eo gladio
quem ab Hectore muneri accepit dum cum eo in acie contendit.

108 Equus Troianus


1 Achivi cum per decem annos Troiam capere non possent, Epeus
monitu Minervae equum mirae magnitudinis ligneum fecit eoque
sunt collecti Menelaus, Ulysses, Diomedes, Thessander, Sthene-
lus, Acamas, Thoas, Machaon, Neoptolemus; et in equo scripse-
runt danai minervae dono dant castraque transtulerunt Tenedo.
2 Id Troiani cum viderunt arbitrati sunt hostes abisse; Priamus
equum in arcem Minervae duci imperavit, feriatique magno ope-
re ut essent edixit; id vates Cassandra cum vociferaretur inesse
hostes, fides ei habita non est. 3 Quem in arcem cum statuissent
et ipsi noctu lusu atque vino lassi obdormissent, Achivi ex equo

118
Miti del mondo classico

proverato da Patroclo, consegnò a quest’ultimo le sue armi, e con


esse quello mise in fuga troiani, che pensavano che fosse Achille,
e uccise Sarpedone, figlio di Giove ed Europa. Poi Patroclo stesso
venne ucciso da Ettore, che tolse al cadavere di Patroclo le armi di
quello. 3 Achille si riconciliò con Agamennone, che gli restituì Bri-
seide. Allora, dato che era uscito ad affrontare Ettore ed era privo
di armi, sua madre Teti ottenne per lui nuove armi da Vulcano e le
Nereidi gliele portarono attraversando il mare. 4 Con quelle armi
egli uccise Ettore, lo legò al carro e lo trascinò attorno alle mura
di Troia; siccome non voleva restituirlo al padre per la sepoltura,
Priamo guidato da Mercurio per ordine di Giove si recò all’accam-
pamento dei Danai, riprese il corpo del figlio riscattandolo con oro
e gli diede sepoltura.

107 Il giudizio sulle armi


1 Una volta seppellito Ettore, Achille andava in giro attorno le
mura di Troia dicendo di aver espugnato Troia da solo; Apollo, adi-
rato con lui, prese le sembianze di Alessandro Paride, lo colpì con
una freccia al tallone, che – si racconta – aveva avuto mortale, e lo
uccise. 2 Ucciso Achille e datagli sepoltura, Aiace Telamonio chiese
ai Danai che gli dessero le armi di Achille perché era suo cugino;
ma, a causa dell’ira di Minerva, gli furono negate da Agamennone
e Meleao, e furono date a Ulisse. 3 Aiace, impazzito, nella sua follia
uccise le proprie pecore e si ferì a morte con la spada che ricevette
in dono da Ettore quando lo affrontò sul campo.

108 Il cavallo di Troia


1 Visto che gli Achei in dieci anni non riuscirono a conquistare Troia,
per indicazione di Minerva, Epeo costruì un cavallo di legno di gran-
dezza straordinaria e all’interno si raccolsero Menelao, Ulisse, Dio-
mede, Tessandro, Stenelo, Acamante, Toante, Macaone, Neottolemo;
sul cavallo scrissero i danai offrono questo dono a minerva, quindi
trasferirono l’accampamento a Tenedo. 2 Quando i Troiani lo videro,
pensarono che i nemici se ne fossero andati; Priamo ordinò che il ca-
vallo fosse trasportato sulla rocca di Minerva e proclamò che si facesse
un grande festeggiamento; e sebbene la profetessa Cassandra andasse
dicendo che all’interno c’erano i nemici non fu creduta. 3 Dopo che
lo collocarono sulla rocca, i Troiani a notte fonda si addormentarono

119
Igino fabb. 108-110

aperto a Sinone exierunt et portarum custodes occiderunt socio-


sque signo dato receperunt et Troia sunt potiti.

109 Iliona
1 Priamo Polydorus filius ex Hecuba cum esset natus, Ilionae filiae
suae dederunt eum educandum, quae Polymnestori regi Thracum
erat nupta, quem illa pro filio suo educavit; Deipylum autem, quem
ex Polymnestore procreaverat, pro suo fratre educavit, ut, si alteri
eorum quid foret, parentibus praestaret. 2 Sed cum Achivi Troia
capta prolem Priami exstirpare vellent, Astyanacta Hectoris et An-
dromachae filium de muro deiecerunt et ad Polymnestorem legatos
miserunt, qui ei Agamemnonis filiam nomine Electram polliceren-
tur in coniugium et auri magnam copiam, si Polydorum Priami fi-
lium interfecisset. 3 Polymnestor legatorum dicta non repudiavit
Deipylumque filium suum imprudens occidit arbitrans se Polydo-
rum filium Priami interfecisse. 4 Polydorus autem ad oraculum
Apollinis de parentibus suis sciscitatum est profectus, cui respon-
sum est patriam incensam, patrem occisum, matrem in servitute
teneri. 5 Cum inde rediret et vidit aliter esse ac sibi responsum fuit
<ratus> se Polymnestoris esse filium, ab sorore Ilionea inquisivit
quid ita aliter sortes dixissent; cui soror quid veri esset patefecit
et eius consilio Polymnestorem luminibus privavit atque interfecit.

110 Polyxena
Danai victores cum ab Ilio classem conscenderent et vellent in
patriam suam quisque reverti et praedam quisque sibi duceret,
ex sepulcro vox Achillis dicitur praedae partem expostulasse. Ita-
que Danai Polyxenam Priami filiam, quae virgo fuit formosissima,
propter quam Achilles cum eam peteret et ad colloquium venisset
ab Alexandro et Deiphobo est occisus, ad sepulcrum eius eam im-
molaverunt.

120
Miti del mondo classico

stremati dal divertimento e dal vino; gli Achei allora uscirono dal caval-
lo aperto da Sinone: uccisero le sentinelle alle porte, dopo un segnale
convenuto aprirono ai loro compagni e conquistarono Troia.

109 Ilione
1 Quando a Priamo ed Ecuba nacque un figlio, Polidoro, lo die-
dero da allevare alla loro figlia Ilione, che era sposata con Polim-
nestore, re di Tracia, e lei lo allevò come se fosse il proprio figlio, e
allevò come se fosse suo fratello Deipilo, il figlio che aveva avuto da
Polimnestore, in modo che, se fosse accaduto qualcosa a uno dei
due, ai genitori restasse l’altro. 2 Ma gli Achei, una volta conquista-
ta Troia, volendo cancellare la progenie di Priamo, gettarono dalle
mura Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca, e mandarono degli
ambasciatori da Polimnestore per promettergli in moglie la figlia di
Agamennone, che si chiamava Elettra, e una grande quantità di oro
se avesse ucciso il figlio di Priamo Polidoro. 3 Polimnestore non
rifiutò l’offerta degli ambasciatori e, senza rendersene conto, uccise
il proprio figlio Deipilo credendo di aver ucciso Polidoro, il figlio
di Priamo. 4 Polidoro poi partì per interrogare l’oracolo di Apollo
in merito ai propri genitori: il responso fu che la patria era stata
incendiata, il padre ucciso e la madre ridotta in schiavitù. 5 Al suo
ritorno, si rese conto che la situazione era diversa da quanto gli era
stato detto dall’oracolo, perché riteneva di essere figlio di Polimne-
store; chiese allora alla sorella Ilione come mai l’oracolo aveva dato
un responso così diverso, e la sorella gli rivelò quale fosse la verità:
allora consigliato da lei accecò Polimnestore e quindi lo uccise.

110 Polissena
Si racconta che, quando i Danai vincitori stavano partendo con la flot-
ta da Ilio con l’intenzione di tornare ciascuno nella propria patria por-
tando ciascuno con sé il proprio bottino, la voce di Achille dalla tomba
pretese la propria parte di bottino. E così i Danai immolarono sulla
sua tomba la figlia di Priamo Polissena, che era una ragazza bellissima:
infatti Achille era stato ucciso da Alessandro e Deifobo quando stava
andando a un incontro con lei perché la voleva conquistare.

121
Igino fabb. 111-113

111 Hecuba
Ulysses Hecubam Cissei filiam, vel ut alii auctores dicunt Dyman-
tis, Priami uxorem, Hectoris matrem, in servitutem cum duceret,
illa in Hellespontum mare se praecipitavit et canis dicitur facta
esse, unde et Cyneum est appellatum.

112 Provocantes inter se qui cum quo dimicarint


1 Menelaus cum Alexandro, Alexandrum Venus eripuit.
Diomedes cum Aenea, Aeneam servavit Venus.
Idem cum Glauco, inde hospitio cognito discesserunt.
Idem cum Pandaro et Glauco alio, Pandarus et Glaucus occiduntur.
2 Aiax cum Hectore, donificantes discessere; Aiax Hectori donavit
balteum, unde est tractus, Hector Aiaci gladium, unde se interfecit.
Patroclus cum Sarpedone, Sarpedon occiditur.
3 Menelaus cum Euphorbo, Euphorbus occiditur, qui postea Py-
thagoras est factus et meminit suam animam in corpora transisse.
Achilles cum Asteropaeo, Asteropaeus occiditur.
4 Idem cum Hectore, Hector occiditur.
Idem cum Aenea, Aeneas fugatur.
Idem cum Agenore, Agenorem servavit Apollo.
Idem cum Penthesilea Amazone Martis et Otrerae filia, Penthesilea
occiditur.
Antilochus cum Memnone, Antilochus occiditur.
Achilles cum Memnone, Memnon occiditur.
Philoctetes cum Alexandro, Alexander occiditur.
Neoptolemus cum Eurypylo, Eurypylus occiditur.

113 Nobilem quem quis occidit


1 Achillem Apollo Alexandri figura.
Hector Protesilaum, idem Antilochum.
Agenor Elephenorem, idem Clonium.
Deiphobus Ascalaphum, idem Autonoum.
2 Aiax Hippodamum, idem Chromium.
Agamemnon Iphidamantem, idem Glaucum.

122
Miti del mondo classico

111 Ecuba
Mentre Ulisse portava via come schiava Ecuba, figlia di Cisseo (o,
secondo altre fonti, di Dimante), moglie di Priamo, madre di Et-
tore, lei si precipitò nell’Ellesponto: si racconta che si trasformò in
cagna e da questo è venuto il nome di Cineo.

112 Coloro che combatterono in duello e loro avversari


1 Menelao con Alessandro: Venere portò via Alessandro.
Diomede con Enea: Venere salvò Enea.
Sempre lui con Glauco: poi, dopo aver riconosciuto legami di ospi-
talità fra loro, abbandonarono il campo.
Sempre lui con Pandaro e un altro Glauco: Pandaro e Glauco ven-
gono uccisi.
2 Aiace con Ettore: abbandonarono il campo scambiandosi doni
(Aiace donò a Ettore una cintura, con la quale fu trascinato, Ettore
ad Aiace una spada, con la quale si uccise).
Patroclo con Sarpedone: Sarpedone viene ucciso.
3 Menelao con Euforbo: Euforbo viene ucciso, e in seguito rinac-
que come Pitagora e ricordò che la propria anima era passata attra-
verso altri corpi.
Achille con Asteropeo: Asteropeo viene ucciso.
4 Sempre lui con Ettore: Ettore viene ucciso.
Sempre lui con Enea: Enea viene messo in fuga.
Sempre lui con Agenore: Apollo salvò Agenore.
Sempre lui con l’amazzone Pentesilea, figlia di Marte e Otrera:
Pentesilea viene uccisa.
Antiloco con Memnone: Antiloco viene ucciso.
Achille con Memnone: Memnone viene ucciso.
Filottete con Alessandro: Alessandro viene ucciso.
Neottolemo con Euripilo: Euripilo viene ucciso.

113 Eroi che ne uccisero altri


1 Apollo, sotto le sembianze di Alessandro, uccise Achille.
Ettore Protesilao e, sempre lui, Antiloco.
Agenore Elefenore e, sempre lui, Clonio.
Deifobo Ascalafo e, sempre lui, Autonoo.
2 Aiace Ippodamo e, sempre lui, Cromio.
Agamennone Ifidamante e, sempre lui, Glauco.

123
Igino fabb. 113-115

Aiax Locrus Gargasum, idem † Gavium.


Diomedes Dolonem, idem Rhesum.
Eurypylus Nireum, idem Machaonem.
Sarpedon Tlepolemum, idem Antiphum.
Achilles Troilum.
Menelaus Deiphobum.
Achilles Astynomum, idem Pylaemenem.
Neoptolemus Priamum.

114 Achivi qui quot occiderunt


Achilles numero LXXII.
Antilochus numero II.
Protesilaus numero IV.
Peneleus numero II.
Eurypylus numero I.
Aiax Oilei numero XXIV.
Thoas numero II.
Leitus numero XX.
Thrasymedes numero II.
Agamemnon numero XVI.
Diomedes numero XVIII.
Menelaus <numero> VIII.
Philocteta numero III.
Meriones numero VII.
Ulysses numero XII.
Idomeneus numero XIII.
Leonteus numero V.
Aiax Telamonius numero XXVIII.
Patroclus numero LIII.
Polypoetes numero I.
Teucer numero XXX.
Neoptolemus <numero> VI.
Fit numerus CCCLXII.

115 Troiani qui quot occiderunt


Hector numero XXXI.
Alexander numero III.
Sarpedon numero II.

124
Miti del mondo classico

Aiace di Locri Gargaso e, sempre lui, † Gavio.


Diomede Dolone e, sempre lui, Reso.
Euripilo Nireo e, sempre lui, Macaone.
Sarpedone Tlepomeno e, sempre lui, Antifo.
Achille Troilo.
Menelao Deifobo.
Achille Antinomo e, sempre lui, Pilemene.
Neottolemo Priamo.

114 Achei uccisori e numero degli uccisi


Achille: 72.
Antiloco: 2.
Protesilao: 4.
Penelo: 2.
Euripilo: 1.
Aiace Oileo: 24.
Toante: 2.
Leito: 20.
Trasimede: 2.
Agamennone: 16.
Diomede: 18.
Menelao: 8.
Filottete: 3.
Merione: 7.
Ulisse: 12.
Idomeneo: 13.
Leonteo: 5.
Aiace Telamonio: 28.
Patroclo: 53.
Polipete: 1.
Teucro: 30.
Neottolemo: 6.
In totale: 362.

115 Troiani uccisori e numero degli uccisi


Ettore: 31.
Alessandro: 3.
Sarpedone: 2.

125
Igino fabb. 115-117

Panthous numero IV.


Gargasus numero II.
Glaucus numero IV.
Polydamas numero III.
Aeneas numero XXVIII.
Deiphobus numero IV.
Clytus numero III.
Acamas numero I.
Agenor numero II.
Fit numerus LXXXVIII.

116 Nauplius
1 Ilio capto et divisa praeda Danai cum domum redirent, ira deo-
rum, quod fana spoliaverant et quod Cassandram Aiax Locrus a
signo Palladio abripuerat, tempestate et flatibus adversis ad saxa
Capharea naufragium fecerunt. 2 In qua tempestate Aiax Locrus
fulmine est a Minerva ictus, quem fluctus ad saxa illiserunt, unde
Aiacis petrae sunt dictae; ceteri noctu cum fidem deorum implora-
rent, Nauplius audivit sensitque tempus venisse ad persequendas
filii sui Palamedis iniurias. 3 Itaque tamquam auxilium eis afferret,
facem ardentem eo loco extulit quo saxa acuta et locus periculo-
sissimus erat; illi credentes humanitatis causa id factum naves eo
duxerunt, quo facto plurimae earum confractae sunt militesque
plurimi cum ducibus tempestate occisi sunt membraque eorum
cum visceribus ad saxa illisa sunt; si qui autem potuerunt ad terram
natare, a Nauplio interficiebantur. 4 At Ulixem ventus detulit ad
Maronem, Menelaum in Aegyptum, Agamemnon cum Cassandra
in patriam pervenit.

117 Clytaemnestra
1 Clytaemnestra Tyndarei filia Agamemnonis uxor cum audisset
ab Oeace Palamedis fratre Cassandram sibi paelicem adduci, quod
ementitus est ut fratris iniurias exsequeretur, tunc Clytaemnestra
cum Aegistho filio Thyestis cepit consilium, ut Agamemnonem et
Cassandram interficeret, quem sacrificantem securi cum Cassan-
dra interfecerunt. 2 At Electra Agamemnonis filia Orestem fratrem

126
Miti del mondo classico

Pantoo: 4.
Gargaso: 2.
Glauco: 4.
Polidamante: 3.
Enea: 28.
Deifobo: 4.
Clito: 3.
Acamante: 1
Agenore: 2.
In totale: 88.

116 Nauplio
1 Dopo la conquista di Ilio e la spartizione del bottino, quando i Danai
tornavano in patria, a causa dell’ira degli dei perché avevano depreda-
to i templi e Aiace di Locri aveva strappato Cassandra dalla statua di
Pallade, una tempesta e i venti contrari li fecero naufragare sugli scogli
Cafarei. 2 In quella tempesta Aiace di Locri fu colpito con un fulmine
da Minerva e le onde lo sbatterono contro gli scogli che ora sono chia-
mati rocce di Aiace; mentre gli altri di notte imploravano l’aiuto degli
dei, Nauplio lì udì e comprese che era venuto il momento di vendicare
l’affronto subito da suo figlio Palamede. 3 Così, come per portar loro
aiuto, innalzò una torcia accesa nel luogo in cui gli scogli erano appun-
titi e il luogo era più pericoloso; quelli pensarono che lo facesse per
generosità e diressero le navi là, e per questo parecchie di esse anda-
rono in pezzi e parecchi soldati con i loro comandanti morirono nella
tempesta e i loro corpi e i visceri si sfracellarono contro gli scogli; quelli
che riuscivano a raggiungere la terraferma a nuoto venivano uccisi da
Nauplio. 4 Nonostante ciò, il vento portò Ulisse da Marone e Menelao
in Egitto; Agamennone fece ritorno in patria insieme a Cassandra.

117 Clitemnestra
1 Clitemnestra, figlia di Tindaro e moglie di Agamennone, aveva saputo
da Eace, fratello di Palamede, che stava per arrivare da lei Cassandra
come concubina: egli aveva mentito per vendicare l’affronto subito dal
fratello. Allora Clitemnestra, insieme a Egisto, figlio di Tieste, prese
la decisione di uccidere Agamennone e Cassandra, e lo uccisero con
una scure insieme a Cassandra mentre stava facendo un sacrificio. 2
Ma Elettra, figlia di Agamennone, prese il fratello Oreste, che era un

127
Igino fabb. 117-120

infantem sustulit, quem demandavit in Phocide Strophio, cui fuit


Astyochea Agamemnonis soror nupta.

118 Proteus
1 In Aegypto Proteus senex marinus divinus dicitur fuisse, qui in
omnes se figuras convertere solitus erat; quem Menelaus Idotheae
filiae eius monitu catena alligavit ut sibi diceret quando domum
repetitionem haberet. 2 Quem Proteus edocuit iram deorum esse
quod Troia esset devicta, ideoque id fieri debere quod hecatombe
Graece dicitur, cum centum armenta occiduntur. Itaque Menelaus
hecatomben fecit. Tunc demum post octavum annum quam ab Ilio
decesserat cum Helena in patriam redit.

119 Orestes
1 Orestes Agamemnonis et Clytaemnestrae filius postquam in pube-
rem aetatem venit, studebat patris sui mortem exsequi; itaque con-
silium capit cum Pylade et Mycenas venit ad matrem Clytaemne-
stram dicitque se Aeolium hospitem esse nuntiatque Orestem esse
mortuum, quem Aegisthus populo necandum demandaverat. 2
Nec multo post Pylades Strophii filius ad Clytaemnestram venit ur-
namque secum affert dicitque ossa Orestis condita esse; quos Aegi-
sthus laetabundus hospitio recepit. 3 Qui occasione capta Orestes
cum Pylade noctu Clytaemnestram matrem et Aegisthum interfi-
ciunt. Quem Tyndareus cum accusaret, Oresti a Mycenensibus fuga
data est propter patrem; quem postea furiae matris exagitarunt.

120 Iphigenia Taurica


1 Orestem furiae cum exagitarent, Delphos sciscitatum est pro-
fectus, quis tandem modus esset aerumnarum. Responsum est,
ut in terram Taurinam ad regem Thoantem patrem Hypsipyles
iret indeque de templo Dianae signum Argos afferret; tunc finem
fore malorum. 2 Sorte audita cum Pylade Strophii filio sodale suo
navem conscendit celeriterque ad Tauricos fines devenerunt, quo-
rum fuit institutum ut qui intra fines eorum hospes venisset tem-
plo Dianae immolaretur. 3 Ubi Orestes et Pylades cum in spelunca

128
Miti del mondo classico

bambino piccolo, e lo portò in Focide a Strofio, che era sposato con la


sorella di Agamennone Astiochea.

118 Proteo
1 Si racconta che Proteo, il vecchio indovino del mare che era solito
assumere tutte le forme, dimorasse in Egitto; Menelao, consigliato
da sua figlia Idotea, lo immobilizzò con una catena perché gli di-
cesse quando sarebbe ritornato a casa. 2 Proteo gli rivelò che gli
dei erano adirati perché Troia era stata conquistata, e per questo si
doveva compiere quello che in greco si chiama ecatombe, quando
vengono immolati cento animali. E così Menelao fece un’ecatom-
be. Allora finalmente sette anni dopo la sua partenza da Troia fece
ritorno in patria insieme a Elena.

119 Oreste
1 Oreste, figlio di Agamennone e Clitemnestra, una volta raggiunta
la pubertà cercava il modo di vendicare la morte di suo padre; così
si accorda con Pilade e va a Micene dalla madre Clitemnestra, le
dice di essere un forestiero venuto dall’Eolia e le annuncia che Ore-
ste, che Egisto aveva invitato il popolo a uccidere, era morto. 2 Non
molto dopo arriva da Clitemnestra Pilade, figlio di Strofio, portan-
do con sé un’urna e dicendo che lì erano raccolte le ossa di Oreste;
Egisto soddisfatto concede l’ospitalità a entrambi. 3 Sfruttando la
circostanza, Oreste insieme a Pilade di notte uccide la madre Cli-
temnestra ed Egisto. E quando Tindaro lo citò in giudizio, gli abi-
tanti di Micene fecero fuggire Oreste per riguardo a suo padre, ma
in seguito lo perseguitarono le Furie della madre.

120 Ifigenia in Tauride


1 Dal momento che le Furie lo perseguitavano, Oreste andò a Delfi
per chiedere all’oracolo quando arrivasse finalmente il termine delle
sue sciagure. Gli fu risposto di andare in Tauride dal re Toante, padre
di Ispipile, e da lì portare ad Argo la statua di Diana prendendola dal
tempio: allora i suoi mali avrebbero avuto fine. 2 Udito l’oracolo salpò
in nave insieme al suo compagno Pilade, figlio di Strofio, e veloce-
mente giunsero nella regione Taurica: qui vigeva la consuetudine che
se qualche forestiero giungeva in quella regione veniva immolato nel
tempio di Diana. 3 Oreste e Pilade allora si rifugiarono in una grotta

129
Igino fabb. 120-122

se tutarentur et occasionem captarent, a pastoribus deprehensi


ad regem Thoantem sunt deducti. Quos Thoas suo more vinctos
in templum Dianae ut immolarentur duci iussit, ubi Iphigenia
Orestis soror fuit sacerdos; eosque ex signis atque argumentis qui
essent, quid venissent, postquam resciit, abiectis ministeriis ipsa
coepit signum Dianae avellere. 4 Quo rex cum intervenisset et
rogitaret cur id faceret, illa ementita est dicitque eos sceleratos si-
gnum contaminasse; quod impii et scelerati homines in templum
essent adducti, signum expiandum ad mare ferri oportere et iu-
bere eum interdicere civibus ne quis eorum extra urbem exiret. 5
Rex sacerdoti dicto audiens fuit; occasione Iphigenia nacta signo
sublato cum fratre Oreste et Pylade in navem ascendit ventoque
secundo ad insulam Zminthen ad Chrysen sacerdotem Apollinis
delati sunt.

121 Chryses
1 Agamemnon cum ad Troiam iret, Achilles in Moesiam venit et
Chryseidam Apollinis sacerdotis filiam adduxit eamque Agamem-
noni dedit in coniugium; quod cum Chryses ad Agamemnonem
deprecandum venisset ut sibi filiam suam redderet, non impetravit.
2 Ob id Apollo exercitum eius partim fame <partim peste> prope
totum consumpsit, itaque Agamemnon Chryseida gravidam sacer-
doti remisit, quae cum diceret se ab eo intactam esse, suo tempore
peperit Chrysen iuniorem et dixit se ab Apolline concepisse. 3 Po-
stea Chryses Thoanti eos cum reddere vellet, Chryses audiit senior
Agamemnonis Iphigeniam et Orestem filios esse; † qui Chrysi fi-
lio suo quid veri esset patefecit, eos fratres esse et Chrysen Aga-
memnonis filium esse. Tum Chryses re cognita cum Oreste fratre
Thoantem interfecit et inde Mycenas cum signo Dianae incolumes
pervenerunt.

122 Aletes
1 Ad Electram, Agamemnonis et Clytaemnestrae filiam, soro-
rem Orestis, nuntius falsus venit fratrem cum Pylade in Tauricis
Dianae esse immolatos. Id Aletes Aegisthi filius cum rescisset ex
Atridarum genere neminem superesse, regnum Mycenis obtine-

130
Miti del mondo classico

e cercavano di cogliere il momento opportuno, ma furono sorpresi da


pastori e portati dal re Toante. Toante, secondo la sua consuetudine,
ordinò di legarli e di portarli al tempio di Diana, dove la sacerdotessa
era la sorella di Oreste Ifigenia, perché fossero immolati; questa, dopo
che da indizi e domande comprese chi erano e perché erano venuti,
interruppe i riti che stava svolgendo e cominciò lei stessa a rimuovere
la statua di Diana. 4 Quando il re arrivò lì e le chiese perché lo stesse
facendo, lei mentendo disse che quegli scellerati avevano contami-
nato la statua; siccome uomini empi e scellerati erano stati introdotti
nel tempio, bisognava portare la statua al mare per purificarla, e lui
doveva decretare ai cittadini che nessuno di loro uscisse dalla città. 5
Il re obbedì alle parole della sacerdotessa; Ifigenia, colto il momento
opportuno, prese la statua, si imbarcò con il fratello Oreste e con Pi-
lade e con il vento a favore furono portati all’isola di Sminte da Crise,
sacerdote di Apollo.

121 Crise
1 Mentre Agamennone andava a Troia, Achille lo raggiunse in Misia e
vi portò Criseide, la figlia del sacerdote di Apollo e la diede in moglie
ad Agamennone; e quando Crise andò da Agamennone a implorare
che gli restituisse la figlia non lo ottenne. 2 Per questo Apollo sterminò
quasi tutto esercito di quello in parte per una carestia e in parte per una
pestilenza, e così Agamennone rimandò al sacerdote Criseide gravida:
questa, sebbene dicesse che non era stata toccata da lui, allo scadere del
tempo partorì Crise il Giovane e disse di averlo concepito da Apollo.
3 In seguito, quando Crise voleva riconsegnare costoro a Toante, Crise
il Vecchio sentì che Ifigenia e Oreste erano figli di Agamennone; egli
rivelò a suo figlio Crise la verità, che essi erano suoi fratelli e che lui era
figlio di Agamennone. Allora Crise, scoperta la cosa, insieme al fratello
Oreste uccise Toante e di lì arrivarono sani e salvi a Micene con la statua
di Diana.

122 Alete
1 A Elettra, figlia di Agamennone e Clitemnestra e sorella di Oreste,
giunse la falsa notizia che il fratello era stato immolato a Diana insieme
a Pilade nella regione Taurica. Quando Alete, figlio di Egisto, venne a
sapere che della stirpe degli Atridi non era sopravvissuto nessuno, volle

131
Igino fabb. 122-124

re coepit. 2 At Electra de fratris nece Delphos sciscitatum est


profecta; quo cum venisset, eodem die Iphigenia cum Oreste
venit eo. Idem nuntius qui de Oreste dixerat, dixit Iphigeniam
fratris interfectricem esse. 3 Electra ubi audivit id, truncum ar-
dentem ex ara sustulit voluitque inscia sorori Iphigeniae ocu-
los eruere, nisi Orestes intervenisset. Cognitione itaque facta
Mycenas venerunt et Aleten Aegisthi filium Orestes interfecit et
Erigonam ex Clytaemnestra et Aegistho natam voluit interfice-
re, sed Diana eam rapuit et in terram Atticam sacerdotem fecit.
4 Orestes autem Neoptolemo interfecto Hermionen Menelai et
Helenae filiam adductam coniugem duxit; Pylades autem Elec-
tram Agamemnonis et Clytaemnestrae filiam duxit.

123 Neoptolemus
1 Neoptolemus Achillis et Deidamiae filius ex Andromacha Ee-
tionis filia captiva procreauit Amphialum. Sed postquam audivit
Hermionen sponsam suam Oresti esse datam in coniugium, La-
cedaemonem venit et a Menelao sponsam suam petit. 2 Cui ille
fidem suam infirmare noluit Hermionenque ab Oreste adduxit et
Neoptolemo dedit. Orestes iniuria accepta Neoptolemum Delphis
sacrificantem occidit et Hermionen recuperavit; cuius ossa per fi-
nes Ambraciae sparsa sunt, quae est in Epiri regionibus.

124 Reges Achivorum


Phoroneus Inachi filius
Argus Iovis filius
Piranthus Argi filius
Triops Piranthi filius
Pelasgus Agenoris filius
Danaus Beli filius
Tantalus Iovis filius
Pelops Tantali filius
Atreus Pelopis filius
Temenus Aristomachi filius
Thyestes Pelopis
Agamemnon Atrei

132
Miti del mondo classico

occupare il regno di Micene. 2 Elettra però andò a Delfi per interrogare


l’oracolo sull’uccisione del fratello; ed era appena arrivata lì che, lo stes-
so giorno, vi arrivò Ifigenia insieme a Oreste. Lo stesso messaggero che
aveva dato la notizia relativa a Oreste disse che era Ifigenia l’assassina
del fratello. 3 Quando Elettra lo udì, prese un tizzone ardente dall’ara e
avrebbe cavato gli occhi alla sorella Ifigenia, che era innocente, se non si
fosse infrapposto Oreste. E così si riconobbero e si recarono a Micene:
Oreste uccise Alete, figlio di Egisto, e avrebbe ucciso Erigone, nata da
Clitemnestra ed Egisto, ma Diana la sottrasse loro e la fece diventare
sacerdotessa in Attica. 4 Oreste poi, ucciso Neottolemo, prese in moglie
Ermione, figlia di Menelao ed Elena, che quello gli aveva sottratto; Pila-
de invece sposò Elettra, figlia di Agamennone e Clitemnestra.

123 Neottolemo
1 Neottolemo, figlio di Achille e Deidamia, generò Anfialo da An-
dromaca, sua prigioniera, figlia di Eezione. Ma dopo che venne a
sapere che Ermione, sua promessa, era stata data in moglie a Ore-
ste, andò a Sparta e chiese a Menelao la sua promessa sposa. 2 Que-
sti non volle mancare alla parola data: sottrasse Ermione a Oreste e
la diede a Neottolemo. Subìto l’affronto, Oreste uccise Neottolemo
mentre compiva un sacrificio a Delfi e si riprese Ermione; le ossa
di quello furono disperse nel territorio di Ambracia, che si trova in
Epiro.

124 I re degli Achei


Foroneo, figlio di Inaco
Argo, figlio di Giove
Piranto, figlio di Argo
Triope, figlio di Piranto
Pelasgo, figlio di Agenore
Danao, figlio di Belo
Tantalo, figlio di Giove
Pelope, figlio di Tantalo
Atreo, figlio di Pelope
Temeno, figlio di Aristomaco
Tieste, figlio di Pelope
Agamennone, figlio di Atreo

133
Igino fabb. 124,125

Aegisthus Thyestis
Orestes Agamemnonis
Clytus Temeni filius
Aletes Aegisthi
Tisamenus Orestis
Alexander Eurysthei.

125 Odyssea
1 Ulysses cum ab Ilio in patriam Ithacam rediret, tempestate ad
Ciconas est delatus, quorum oppidum Ismarum expugnavit prae-
damque sociis distribuit. 2 Inde ad Lotophagos, homines minime
malos, qui loton ex foliis florem procreatum edebant, idque cibi
genus tantam suavitatem praestabat ut qui gustabant oblivionem
caperent domum reditionis. Ad eos socii duo missi ab Ulysse cum
gustarent herbas ab eis datas, ad naves obliti sunt reverti, quos
vinctos ipse reduxit. 3 Inde ad Cyclopem Polyphemum Neptuni
filium. Huic responsum erat ab augure Telemo Eurymi filio ut ca-
veret ne ab Ulysse excaecaretur. Hic media fronte unum oculum
habebat et carnem humanam epulabatur. Qui postquam pecus in
speluncam redegerat, molem saxeam ingentem ad ianuam oppo-
nebat. 4 Qui Ulyssem cum sociis inclusit sociosque eius consu-
mere coepit. Ulysses cum videret eius immanitati atque feritati
resistere se non posse, vino quod a Marone acceperat eum ine-
briavit seque Utin vocari dixit. 5 Itaque cum oculum eius trunco
ardenti exureret, ille clamore suo ceteros Cyclopas convocavit ei-
sque spelunca praeclusa dixit: «Utis me excaecat!». Illi credentes
eum deridendi gratia dicere neglexerunt. At Ulixes socios suos
ad pecora alligavit et ipse se ad arietem, 6 et ita exierunt ad Ae-
olum Hellenis filium, cui ab Iove ventorum potestas fuit tradita;
is Ulyssem hospitio libere accepit follesque ventorum ei plenos
muneri dedit. Socii vero aurum argentumque credentes cum ac-
cepissent et secum partiri vellent, folles clam solverunt ventique
evolaverunt. Rursum ad Aeolum est delatus, a quo eiectus est,
quod videbatur Ulysses numen deorum infestum habere; 7 ad La-
estrygonas, quorum rex fuit Antiphates <...> devoravit navesque
eius undecim confregit, excepta nave qua sociis eius consumptis
evasit 8 in insulam Aenariam ad Circen Solis filiam, quae potione

134
Miti del mondo classico

Egisto, figlio di Tieste


Oreste, figlio di Agamennone
Clito, figlio di Temeno
Alete, figlio di Egisto
Tisameno, figlio di Oreste
Alessandro, figlio di Euristeo.

125 Odissea
1 Mentre faceva ritorno a Itaca, sua patria, Ulisse fu portato da una tem-
pesta dai Ciconi: conquistò la loro città, Ismaro, e distribuì il bottino fra
i compagni. 2 Di qui arrivò dai Lotofagi, un popolo per nulla ostile: si
nutrivano del fiore che cresce dalle foglie del loto, e questo cibo risul-
tava per loro così piacevole che chi l’assaggiava dimenticava di tornare
a casa. Due compagni, inviati a loro da Ulisse, dopo aver assaggiato le
erbe offertegli da loro si dimenticarono di far ritorno alle navi e fu lui
a legarli e a riportarli indietro. 3 Di qui arrivò dal ciclope Polifemo,
figlio di Nettuno. A questi era stato predetto dall’indovino Telemo,
figlio di Eurimo, di guardarsi da Ulisse per non essere accecato. Egli
aveva un solo occhio in mezzo alla fronte e si nutriva di carne umana.
Raccoglieva il suo gregge nella sua caverna e poi spingeva un enorme
masso roccioso contro l’apertura. 4 Chiuse all’interno Ulisse insieme ai
compagni e prese a divorare i suoi compagni. Rendendosi conto di non
potersi opporre alle dimensioni e alla ferocia di quello, Ulisse lo fece
ubriacare con il vino che aveva avuto in dono da Marone e gli disse di
chiamarsi Nessuno. 5 E così, mentre bruciava il suo occhio con un palo
incandescente, quello a gran voce chiamo a sé gli altri ciclopi e, siccome
la sua caverna era chiusa, disse loro “Nessuno mi acceca!”; e quelli,
credendo che lo dicesse per prenderli in giro, lasciarono perdere. Ulisse
allora legò i suoi compagni alle pecore e se stesso all’ariete, 6 e così fug-
girono e giunsero da Eolo, figlio di Elleno, al quale da Giove fu affidato
il potere sui venti. Costui accolse generosamente Ulisse come ospite e
gli diede in dono degli otri pieni di venti; ma i compagni, credendo che
contenessero oro e argento, li rubarono nell’intenzione di spartirseli, li
aprirono di nascosto e i venti volarono via. Tornò allora da Eolo, ma da
lui fu cacciato, perché era chiaro che a Ulisse era ostile la potenza degli
dei; 7 giunse dai Lestrigoni, il re dei quali era Antifate <…> li divorò
e distrusse undici sue navi, tranne la nave sulla quale, dopo la morte
dei suoi compagni, fuggì 8 verso l’isola Enaria da Circe, figlia del Sole,

135
Igino fab. 125

data homines in feras bestias commutabat. Ad quam Eurylochum


cum viginti duobus sociis misit, quos illa ab humana specie immu-
tavit. Eurylochus timens, qui non intraverat, inde fugit et Ulyssi
nuntiavit, qui solus ad eam se contulit; sed in itinere Mercurius ei
remedium dedit monstravitque quomodo Circen deciperet. 9 Qui
postquam ad Circen venit et poculum ab ea accepit, remedium
Mercurii monitu coniecit ensemque strinxit, minatus nisi socios
sibi restitueret, se eam interfecturum. 10 Tunc Circe intellexit non
sine voluntate deorum id esse factum; itaque fide data se nihil tale
commissuram socios eius ad pristinam formam restituit, ipsa cum
eodem concubuit, ex quo filios duos procreavit, Nausithoum et
Telegonum. 11 Inde proficiscitur ad lacum Avernum, ad inferos
descendit, ibique invenit Elpenorem socium suum, quem ad Cir-
cen reliquerat, interrogavitque eum quomodo eo pervenisset; cui
Elpenor respondit se ebrium per scalam cecidisse et cervices fre-
gisse et deprecatus est eum, cum ad superos rediret, se sepulturae
traderet et sibi in tumulo gubernaculum poneret. 12 Ibi et cum
matre Anticlia est locutus de fine errationis suae. Deinde ad supe-
ros reversus Elpenorem sepelivit et gubernaculum, ita ut rogave-
rat, in tumulo ei fixit. 13 Tum ad Sirenas Melpomenes Musae et
Acheloi filias venit, quae partem superiorem muliebrem habebant,
inferiorem autem gallinaceam. Harum fatum fuit tam diu vivere
quam diu earum cantum mortalis audiens nemo praetervectus es-
set. Ulysses monitus a Circe Solis filia sociis cera aures obturavit
seque ad arborem malum constringi iussit et sic praetervectus est.
14 Inde ad Scyllam Typhonis filiam venit, quae superiorem cor-
poris <partem> muliebrem, inferiorem ab inguine piscis, et sex
canes ex se natos habebat; eaque sex socios Ulyssis nave abreptos
consumpsit. 15 In insulam Siciliam ad Solis pecus sacrum venerat,
quod socii eius cum coquerent in aeneo mugiebat; monitus id ne
attingeret ab Tiresia et a Circe monitus Ulysses; itaque multos so-
cios ob eam causam ibi amisit, ad Charybdinque perlatus, <quae>
ter die obsorbebat terque eructabat, eam monitu Tiresiae praeter-
vectus est. Sed ira Solis, quod pecus eius erat violatum (cum in in-
sulam eius venisset et monitu Tiresiae vetuerit violari, cum Ulysses
condormiret socii involarunt pecus; itaque cum coquerent, carnes

136
Miti del mondo classico

che somministrava una pozione e trasformava gli uomini in animali sel-


vatici. Inviò da lei Euriloco con ventidue compagni e quella fece loro
perdere l’aspetto umano; Euriloco, che non era entrato, scappò via di
lì impaurito e lo raccontò a Ulisse, che si recò da lei da solo; durante
il cammino però Mercurio gli diede un antidoto e lo istruì su come
averla vinta su Circe. 9 Dopo esser giunto da Circe e aver ricevuto da
lei il filtro, assunse l’antidoto secondo il consiglio di Mercurio: quindi
impugnò la spada e la minacciò di ucciderla se non gli avesse restituito
i compagni. 10 Circe allora comprese che ciò non era avvenuto senza
il volere degli dei, e così promise che non avrebbe più fatto niente del
genere, ridiede l’originario aspetto ai suoi compagni; lei stessa si unì a
lui e generò due figli, Nausitoo e Telegono. 11 Di lì si dirige al lago Aver-
no, discende agli inferi e lì trova il suo compagno Elpenore, che aveva
lasciato da Circe: gli chiede come mai fosse arrivato lì ed Elpenore gli
rispose che era caduto da una scala perché ubriaco e si era rotto la testa;
lo implorò quindi di dargli sepoltura, una volta tornato fra i vivi, e di
porre un timone sulla sua tomba. 12 Lì inoltre parlò con sua madre An-
ticlea del termine delle sue peregrinazioni. Poi, tornato fra i vivi, diede
sepoltura a Elpenore e, come gli aveva chiesto, fissò un timone sulla
sua tomba. 13 Poi arrivò dalle Sirene, figlie della Musa Melpomene e
di Acheloo, che avevano la parte superiore di donna e quella inferiore
di uccello: a queste era stato predetto che sarebbero rimaste in vita fin-
tantoché nessun essere umano ascoltando il loro canto fosse riuscito
a passare oltre. Ulisse, seguendo il consiglio di Circe, figlia del Sole, si
turò le orecchie con la cera e ordinò che lo legassero all’albero maestro:
e così riuscì a passare oltre. 14 Di lì giunse da Scilla, figlia di Tifone, che
aveva la parte superiore del corpo di donna e quella inferiore, a partire
dall’inguine, di pesce e aveva sei cani nati da lei; costei afferrò dalla nave
sei compagni di Ulisse e li divorò. 15 Era giunto all’isola di Sicilia dove
c’era la mandria sacra del Sole, che emetteva muggiti dalla pentola di
bronzo quando i suoi compagni la cuocevano; Ulisse fu messo in guar-
dia dal toccarla da Tiresia e da Circe, e per questo motivo lì perse molti
compagni. Fu trasportato verso Cariddi, che tre volte al giorno inghiot-
tiva acqua e tre volte la rigurgitava, ma riuscì a passare oltre grazie al
consiglio di Tiresia. Tuttavia per l’ira del Sole, perché era stata profana-
ta la sua mandria (giunse nella sua isola e aveva vietato di profanarla per
consiglio di Tiresia, ma mentre Ulisse dormiva, i compagni rapirono la
mandria e, mentre la cuocevano, la carne dalla pentola di bronzo emet-

137
Igino fabb. 125,126

ex aeneo dabant balatus), ob id Iovis navem eius fulmine incendit.


16 Ex his locis errans naufragio facto sociis amissis enatavit in in-
sulam Aeaeam; <hic> Calypso Atlantis filia nympha, quae specie
Ulyssis capta anno toto eum retinuit neque a se dimittere voluit
donec Mercurius Iovis iussu denuntiavit nymphae ut eum dimit-
teret. 17 Et ibi facta rate Calypso omnibus rebus ornatum eum
dimisit eamque ratim Neptunus fluctibus disiecit, quod Cyclopem
filium eius lumine privaverat. Ibi cum fluctibus iactaretur, Leu-
cothoe, quam nos Matrem Matutam dicimus, quae in mari exigit
aevum, balteum ei dedit quo sibi pectus suum vinciret, ne pessum
abiret. Quod cum fecisset, enatavit. 18 Inde in insulam Phaeacum
venit nudusque ex arborum foliis se obruit, qua Nausicaa Alcinoi
regis filia vestem ad flumen lavandam tulit. Ille erepsit e foliis et ab
ea petit ut sibi opem ferret. Illa misericordia mota pallio eum ope-
ruit et ad patrem suum eum adduxit. 19 Alcinous hospitio liberali-
ter acceptum donisque decoratum in patriam Ithacam dimisit. Ira
Mercurii iterum naufragium fecit. Post vicesimum annum sociis
amissis solus in patriam redit, et cum ab hominibus ignoraretur
domumque suam attigisset, procos qui Penelopen in coniugium
petebant, obsidentes vidit regiam seque hospitem simulavit. 20 Et
Euryclia nutrix ipsius dum pedes ei lavat ex cicatrice Ulyssem esse
cognovit. Postea procos Minerva adiutrice cum Telemacho filio et
duobus servis interfecit sagittis.

126 Ulyssis cognitio


1 Ulysses ab Alcinoo rege Nausicaae patre cum esset <cum> mu-
neribus dimissus, naufragio facto nudus Ithacam pervenit ad quan-
dam casam suam ubi erat nomine Eumaeus sybotes, hoc est subul-
cus pecoris; quem canis cum agnosceret et ei blandiretur, Eumaeus
eum non recognoscebat, quoniam Minerva eum et habitum eius
commutaverat. 2 Eumaeus eum rogavit unde esset, et ille ait se nau-
fragio huc pervenisse. Quem cum pastor interrogaret an Ulyssem
vidisset, dixit se comitem eius esse, et signa et argumenta coepit
dicere. 3 Quem mox Eumaeus casa recepit, cibo potuque anima-
vit. Quo cum venissent famuli missi solito more pecora petitum et
ille interrogasset Eumaeum qui essent, ait: «Post Ulyssis profectio-

138
Miti del mondo classico

teva muggiti), per questo Giove incendiò la sua nave con un fulmine.
16 Da questi luoghi, dopo il naufragio in cui perse i compagni, vagando
arrivò a nuoto all’isola Eea; qui la ninfa Calipso, figlia di Atlante, inna-
moratasi di Ulisse per la sua bellezza, lo trattenne per un intero anno e
non lo lasciò partire da sé finché Mercurio, per ordine di Giove, impose
alla ninfa di lasciarlo partire. 17 E allora, costruita una zattera, Calipso
lo lasciò partire con una scorta di ogni provvista, ma Nettuno con le sue
onde mandò in pezzi quella zattera perché aveva privato della vista il
ciclope suo figlio. A quel punto, mentre era in balia delle onde, Leuco-
toe, che noi chiamiamo Madre Matuta, che passa la sua vita in acqua,
gli diede una cintura perché se l’assicurasse al petto per non avere la
peggio: lo fece e si salvò a nuoto. 18 Di lì giunse all’isola dei Feaci e,
essendo nudo, si nascose fra le piante e la vegetazione, nel luogo dove
Nausicaa, figlia del re Alcinoo, portò la biancheria da lavare nel fiume.
Egli sbucò fuori dalla vegetazione e le chiese di aiutarlo; e quella, spinta
dalla compassione, lo coprì con un mantello e lo portò da suo padre.
19 Alcinoo lo ricevette generosamente come ospite, gli concesse doni e
lo lasciò partire per Itaca, sua patria. Per l’ira di Mercurio fece nuova-
mente naufragio. Dopo vent’anni, dopo aver perso i compagni, tornò
in patria da solo; una volta tornato nella sua casa, dal momento che le
persone non lo riconoscevano, vide che i proci che chiedevano in mo-
glie Penelope occupavano la reggia e finse di essere un forestiero. 20 La
sua nutrice Euriclea però, mentre gli lavava i piedi, riconobbe che era
Ulisse da una cicatrice. In seguito, con l’aiuto di Minerva, insieme al
figlio Telemaco e a due servitori uccise a frecciate i proci.

126 Il riconoscimento di Ulisse


1 Una volta congedato con doni dal re Alcinoo, padre di Nausicaa,
dopo aver fatto naufragio, Ulisse giunse nudo a Itaca in una sua ca-
panna dove stava un subote – cioè un guardiano di porci – di nome
Eumeo; sebbene il cane lo riconoscesse e gli facesse feste, Eumeo non
lo riconosceva, perché Minerva aveva mutato il suo aspetto. 2 Eumeo
gli chiese da dove venisse e quello disse che era giunto lì in seguito a
naufragio. Quando il guardiano gli domandò se avesse visto Ulisse,
disse di essere un suo compagno e cominciò a citare indizi e prove. 3
Allora Eumeo lo accolse nella capanna e lo rifocillò con cibo e bevan-
de. E visto che arrivarono lì dei servi mandati come al solito a preleva-
re animali, egli domandò ad Eumeo chi fossero, e quello disse: «Dopo

139
Igino fabb. 126,127

nem cum iam tempus intercederet, proci Penelopen in coniugium


petentes venerunt. 4 Quos illa condicione ita differt: ‘Cum telam
detexuero, nubam’; quam interdiu <texebat, noctu> detexebat et
sic eos differebat. Nunc autem illi cum ancillis Ulixis discumbunt
et pecora eius consumunt». 5 Tunc Minerua effigiem suam ei re-
stituit; subito sybotes ut vidit Ulyssem esse, tenens amplectensque
lacrimari coepit prae gaudio et admirari quid esset illud quod eum
immutaverat. Cui Ulysses ait «Crastino die perduc me in regiam ad
Penelopen». 6 Quem cum duceret, Minerva ei iterum faciem men-
dici transformavit. Quem cum Eumaeus ad mnesteras perduxisset
et cum ancillis discumberent, ait ad illos: «Habetis ecce alterum
mendicum qui cum Iro vos delectet». 7 Tunc Melanthius unus ex
mnesteribus ait: «Immo inter se luctentur et victor accipiet ventri-
culum farsum et harundinem unde victum eiciat». Qui cum luctati
essent et Ulysses Irum applosisset atque eum eiecisset, Eumaeus in
mendici persona Ulyssem ad Eurycliam nutricem perduxit dicitque
eum socium Ulyssis fuisse, cui cum vellet <...> Ulysses ei os com-
pressit atque Penelopen et eam praemonuit ut arcum et sagittas
eius daret procis, ut qui ex iis eum intendisset eam uxorem duceret.
8 Quae cum fecit <...> inter se certarent et nemo posset intendere,
Eumaeus ait deridendi gratia: «Demus <...>» non pateretur Me-
lanthius, qui erat <...>. Eumaeus arcum seni tradidit. 9 Ille omnes
procos confixit excepto Melanthio servo; is clam procis <...> de-
prehensus est, cui nares et bracchia et reliquas partes membrorum
minutatim secuit, atque domum suam cum coniuge potitus est.
Ancillas autem suas iussit corpora eorum ad mare deferre, in quas
rogatu Penelopes post caedem procorum Ulysses animadvertit.

127 Telegonus
1 Telegonus Ulyssis et Circes filius missus a matre ut genitorem
quaereret, tempestate in Ithacam est delatus ibique fame coactus
agros depopulari coepit; cum quo Ulysses et Telemachus ignari
arma contulerunt. 2 Ulysses a Telegono filio est interfectus, quod
ei responsum fuerat ut a filio caveret mortem. Quem postquam
cognovit qui esset, iussu Minervae cum Telemacho et Penelope in

140
Miti del mondo classico

la partenza di Ulisse, siccome il tempo passava, arrivarono i proci a


chiedere Penelope in moglie. 4 E lei rimanda con una scusa: ‘Mi spo-
serò quando avrò terminato di tessere una tela’: ma quello che tesseva
di giorno, di notte lo disfaceva, e così rimandava. Ora quindi quelli
si uniscono alle ancelle di Ulisse e mangiano tutto il suo bestiame».
5 Allora Minerva gli restituì le sue sembianze, e subito, non appena
il porcaro si rese conto che era Ulisse, stringendolo forte cominciò a
piangere per la gioia e a chiedersi stupito quale fosse la causa di quella
trasformazione. Ulisse gli disse: «Domani portami alla reggia da Pene-
lope». 6 Mentre lo guidava, di nuovo Minerva gli cambiò le sembian-
ze in quelle del mendicante. Una volta che Eumeo l’ebbe portato dai
pretendenti, mentre quelli giacevano con le ancelle, disse loro: «Ecco,
avete a disposizione un secondo mendicante perché vi faccia divertire
insieme a Iro». 7 Allora Melanzio, uno dei pretendenti, disse: «Allora
si affrontino nella lotta: il vincitore avrà uno stomaco di maiale ripieno
e un bastone per cacciare il perdente». Dopo essersi affrontati, Ulisse
batté Iro e lo cacciò via; Eumeo condusse Ulisse nelle sembianze di
mendicante dalla nutrice Euriclea e le disse che era stato un compa-
gno di Ulisse. Ma quando gli voleva <…>, Ulisse le chiuse la bocca e
suggerì a lei e a Penelope di dare ai proci il suo arco e le sue frecce, e
dire che chi di loro l’avesse teso l’avrebbe avuta in moglie. 8 Quando
questa lo fece <…>, facevano a gara fra loro e nessuno riusciva a ten-
derlo, Eumeo per deriderli disse: «Diamolo <...>», Melanzio, che era
<…>, non voleva, Eumeo porse l’arco al vecchio. 9 E lui trafisse tutti
i proci, tranne il servo Melanzio; costui di nascosto dai proci <…>
venne preso e fece a piccoli pezzi il suo naso, le braccia e le altre parti
del corpo, e si impadronì della sua casa e di sua moglie. Ordinò alle
sue ancelle di gettare in mare i loro corpi e su richiesta di Penelope
punì anche queste dopo aver ucciso i proci.

127 Telegono
1 Telegono, figlio di Ulisse e Circe, inviato dalla madre alla ricerca
di suo padre, fu portato da una tempesta a Itaca e lì, spinto dalla
fame, iniziò a saccheggiare i campi: contro di lui presero le armi,
senza sapere chi fosse, Ulisse e Telemaco. 2 Ulisse fu ucciso da suo
figlio Telegono: l’oracolo gli aveva raccomandato di guardarsi dalla
morte per mano di suo figlio. Questi, dopo aver saputo chi era, per
ordine di Minerva tornò in patria, l’isola Eea, insieme a Telemaco e

141
Igino fabb. 127-130

patriam redierunt, in insulam Aeaeam; ad Circen Ulyssem mortu-


um deportaverunt ibique sepulturae tradiderunt. 3 Eiusdem Mi-
nervae monitu Telegonus Penelopen, Telemachus Circen duxerunt
uxores. Circe et Telemacho natus est Latinus, qui ex suo nomine
Latinae linguae nomen imposuit; ex Penelope et Telegono natus est
Italus, qui Italiam ex suo nomine denominavit.

128 Augures
Ampycus Elati filius.
Mopsus Ampyci filius.
Amphiaraus Oeclei vel Apollinis filius.
Tiresias Everis filius.
Manto Tiresiae filia.
Polyidus Coerani filius.
Helenus Priami filius.
Cassandra Priami filia.
Calchas Thestoris filius.
Theoclymenus Protei filius.
Telemus Eurymi filius.
Sibylla Samia, alii Cymaeam dixerunt.

<129 Oeneus>
Liber cum ad Oeneum Parthaonis filium in hospitium venisset,
Althaeam Thestii filiam uxorem Oenei adamavit, quod Oeneus
ut sensit voluntate sua ex urbe excessit simulatque se sacra facere.
At Liber cum Althaea concubuit, ex qua nata est Deianira; Oeneo
autem ob hospitium liberale muneri vitem dedit monstravitque
quomodo sereret, fructumque eius ex nomine hospitis oeneon ut
vocaretur instituit.

<130 Icarius et Erigone>


1 Cum Liber pater ad homines esset profectus ut suorum fruc-
tuum suavitatem atque iucunditatem ostenderet, ad Icarium et
Erigonam in hospitium liberale devenit. Iis utrem plenum vini
muneri dedit iussitque ut in reliquas terras propagarent. 2 Icarius
plaustro onerato cum Erigone filia et cane Maera in terram Atti-
cam ad pastores devenit et genus suavitatis ostendit. Pastores cum
immoderatius biberent, ebrii facti conciderunt; qui arbitrantes

142
Miti del mondo classico

Penelope; portarono il corpo di Ulisse a Circe e lì gli diedero sepol-


tura. 3 Per consiglio sempre di Minerva Telegono prese in moglie
Penelope e Telemaco Circe. Da Circe e Telemaco nacque Latino,
che dal suo nome diede nome alla lingua latina; da Penelope e Tele-
gono nacque Italo, che dal suo nome diede nome all’Italia.

128 Gli indovini


Ampico, figlio di Elato.
Mopso, figlio di Ampico.
Anfiarao, figlio di Ecle o di Apollo.
Tiresia, figlio di Evere.
Manto, figlia di Tiresia.
Poliido, figlio di Cerano.
Eleno, figlio di Priamo.
Cassandra, figlia di Priamo.
Calcante, figlio di Testore.
Teoclimeno, figlio di Proteo.
Telemo, figlio di Eurimo.
La Sibilla Samia, che altri chiamano Cumana.

129 Eneo
Quando andò come ospite da Eneo, figlio di Partaone, Libero si
innamorò di Altea, figlia di Testio e moglie di Eneo; quando Eneo
se ne rese conto, di propria volontà uscì dalla città con la scusa di
dover compiere un rito. Libero allora si unì ad Altea, e da loro nac-
que Deianira; a Eneo quindi, per la sua generosa ospitalità, diede in
dono la vite, gli insegnò come piantarla e stabilì che il suo prodotto
fosse chiamato οἶνος (vino) dal nome del suo ospite.

130 Icario ed Erigone


1 Quando il padre Libero andò fra gli uomini per mostrare loro la dol-
cezza e la piacevolezza dei suoi frutti, arrivò da Icario ed Erigone, ac-
colto generosamente come ospite. Diede loro in dono un otre pieno di
vino e ordinò di diffonderne la pratica nelle altre regioni. 2 Icario caricò
un carro e insieme alla figlia Erigone e al cane Mera arrivò nell’Attica
da alcuni pastori e mostrò loro la dolcezza di quel prodotto. Siccome ne
bevvero in quantità eccessiva, i pastori caddero a terra ubriachi; e pen-

143
Igino fabb. 130-132

Icarium sibi malum medicamentum dedisse fustibus eum inter-


fecerunt. 3 Icarium autem occisum canis ululans Maera Erigonae
monstravit ubi pater insepultus iaceret; quo cum venisset, super
corpus parentis in arbore suspendio se necavit. Ob quod factum
Liber pater iratus Atheniensium filias simili poena afflixit. 4 De ea
re ab Apolline responsum petierunt, quibus responsum est quod
Icarii et Erigones mortem neglexissent. Quo responso de pastori-
bus supplicium sumpserunt et Erigonae diem festum oscillationis
pestilentiae causa instituerunt et ut per vindemiam de frugibus
Icario et Erigonae primum delibarent. 5 Qui deorum voluntate
in astrorum numerum sunt relati; Erigone signum Virginis, quam
nos Iustitiam appellamus, Icarius Arcturus in sideribus est dictus,
canis autem Maera Canicula.

<131 Nysus>
1 Liber cum in Indiam exercitum duceret, Nyso nutricio suo,
dum ipse inde rediret, regni Thebani potestatem tradidit; sed po-
steaquam inde reversus est Liber, Nysus regno cedere noluit. 2
Liber cum nutricio contendere noluit passusque est eum regnum
obtinere dum occasio sibi regni recuperandi daretur. Itaque post
annum tertium cum eo redit in gratiam simulatque in regno se
sacra facere velle quae trieterica dicuntur, quoniam post tertium
annum faciebat, militesque muliebri ornatu pro Bacchis introdu-
xit, et Nysum cepit regnumque suum recuperavit.

<132 Lycurgus>
1 Lycurgus Dryantis filius Liberum de regno fugavit; quem cum ne-
garet deum esse vinumque bibisset et ebrius matrem suam violare
voluisset, tunc vites excidere est conatus, quod diceret illud malum
medicamentum esse quod mentes immutaret. 2 Qui insania ab Li-
bero obiecta uxorem suam et filium interfecit, ipsumque Lycurgum
Liber pantheris obiecit in Rhodope, qui mons est Thraciae, cuius
imperium habuit. Hic traditur unum pedem sibi pro vitibus exci-
disse.

144
Miti del mondo classico

sando che Icario avesse somministrato loro un filtro nocivo, lo uccisero


a bastonate. 3 Il cane Mera con i suoi guaiti fece capire a Erigone che
Icario era stato ucciso e indicò dove il padre giaceva insepolto; arrivata
in quel luogo, si impiccò a un albero sopra il corpo del padre. Adirato
per questo delitto, il padre Libero inflisse la stessa pena alle figlie degli
Ateniesi. 4 Chiesero allora ad Apollo un responso su questa circostan-
za, e il responso fu che si erano disinteressati della morte di Icario e di
Erigone. Per effetto di quel responso misero a morte i pastori e in onore
di Erigone in ricordo della pestilenza istituirono una festa dell’oscilla-
zione, e stabilirono che durante la vendemmia le primizie del raccolto
fossero dedicate in libagione a Icario e Erigone. 5 Essi per volontà degli
dei furono assunti fra gli astri: Erigone è il segno della Vergine, che noi
chiamiamo Giustizia, Icario fra le stelle è chiamato Arturo, e il cane
Mera è la Canicola.

131 Niso
1 Quando Libero guidò il suo esercito in India, affidò al suo pedago-
go Niso il governo del regno di Tebe fino al suo ritorno; ma dopo che
Libero fece ritorno, Niso non volle lasciare il potere. 2 Dal momento
che non voleva entrare in conflitto con il suo pedagogo, Libero lasciò
che mantenesse il potere finché gli si presentasse l’occasione per re-
cuperare il potere. E così dopo tre anni si riconciliò con lui: fece finta
di celebrare nel regno dei riti che si chiamano “trieterica”, perché li
celebrava il terzo anno, fece entrare dei soldati travestiti da donne
come se fossero Baccanti, catturò Niso e si riprese il suo regno.

132 Licurgo
1 Licurgo, figlio di Driante, cacciò Libero dal proprio regno: affer-
mava che non era un dio, aveva bevuto del vino e, ubriaco, aveva
tentato di violentare la propria madre; allora cercò di estirpare le
viti, perché sosteneva che quello fosse un filtro nocivo che scon-
volgeva la mente. 2 Reso folle da Libero, uccise sua moglie e suo
figlio; Libero gettò lo stesso Licurgo alle pantere sul Rodope, che è
un monte della Tracia su cui aveva potere. Si racconta che costui si
fosse amputato un piede pensando che fosse una vite.

145
Igino fabb. 133-136

<133 Hammon>
Liber in India cum aquam quaereret nec invenisset, subito ex hare-
na aries dicitur exiisse, quo duce Liber cum aquam invenisset, petit
ab Iove ut eum in astrorum numerum referret, qui adhuc hodie
aequinoctialis Aries dicitur. In eo autem loco ubi aquam invenerat
templum constituit, quod Iovis Hammonis dicitur.

<134 Tyrrheni>
1 Tyrrheni, qui postea Tusci sunt dicti, cum piraticam facerent, Li-
ber pater impubis in navem eorum conscendit et rogat eos ut se
Naxum deferrent; qui cum eum sustulissent atque vellent ob for-
mam constuprare, Acoetes gubernator eos inhibuit, qui iniuriam ab
eis passus est. 2 Liber ut vidit in proposito eos permanere, remos in
thyrsos commutavit, vela in pampinos, rudentes in hederam; dein-
de leones atque pantherae prosiluerunt. 3 Qui ut viderunt, timen-
tes in mare se praecipitaverunt; quos et in mari in aliud monstrum
transfiguravit; nam quisquis se praecipitaverat in delphini effigiem
transfiguratus est; unde delphini Tyrrheni sunt appellati et mare
Tyrrhenum est dictum. 4 Numero autem fuerunt duodecim his
nominibus: Aethalides, Medon, Lycabas, Libys, Opheltes, Melas,
Alcimedon, Epopeus, Dictys, Simon, Acoetes; hic gubernator fuit,
quem ob clementiam Liber servavit.

<135 Laocoon>
1 Laocoon, Capyos filius, Anchisae frater, Apollinis sacerdos, con-
tra voluntatem Apollinis cum uxorem duxisset atque liberos pro-
creasset, sorte ductus, ut sacrum faceret Neptuno ad litus. 2 Apollo
occasione data a Tenedo per fluctus maris dracones misit duos qui
filios eius Antiphantem et Thymbraeum necarent, quibus Laoco-
on cum auxilium ferre vellet, ipsum quoque nexum necaverunt. 3
Quod Phryges idcirco factum putarunt, quod Laocoon hastam in
equum Troianum miserit.

<136 Polyidus>
1 Glaucus, Minois et Pasiphae filius, dum ludit pila cecidit in do-
lium melle plenum. Quem cum parentes quaererent, Apollinem sci-

146
Miti del mondo classico

133 Ammone
Si racconta che, quando Libero in India cercava l’acqua e non riu-
sciva a trovarla, improvvisamente dalla sabbia fuoriuscì un ariete;
guidato da questo, Libero trovò l’acqua e chiese a Giove di assu-
merlo fra gli astri: ancora oggi si chiama Ariete equinoziale. Inol-
tre, nel luogo in cui aveva trovato l’acqua innalzò un tempio che si
chiama di Giove Ammone.

134 I Tirreni
1 I Tirreni, che poi furono chiamati Etruschi, esercitavano la pirate-
ria. Il padre Libero, da ragazzino, si imbarcò con loro e chiese loro di
portarlo a Nasso; dopo averlo preso con sé lo volevano violentare tutti
insieme a causa della sua bellezza, ma il timoniere Acete lo impedì loro
e per questo subì le loro ritorsioni. 2 Libero allora, come si rese conto
che erano fermi nel loro proposito, trasformò i remi in tirsi, le vele in
pampini e le gomene in edera; quindi saltarono a bordo leoni e pantere.
3 Come se ne resero conto, si gettarono in mare per la paura, e in mare
li fece oggetto di un’altra trasformazione prodigiosa: mano a mano che
si gettavano furono trasformati nell’aspetto in delfini, e per questo i
delfini sono chiamati Tirreni e il mare si dice Tirreno. 4 Erano dunque
dodici e si chiamavano così: Etalide, Medonte, Licabante, Libi, Ofelte,
Mela, Alcimedonte, Epopeo, Ditti, Simone, Acete; quest’ultimo era il
timoniere, e Libero per il suo equilibrio lo risparmiò.

135 Laocoonte
1 Laocoonte, figlio di Capi, fratello di Anchise, sacerdote di Apollo,
aveva preso moglie contro il volere di Apollo e aveva generato dei
figli. Fu estratto a sorte per celebrare un rito in onore di Nettuno
sulla spiaggia. 2 Offertasi l’occasione, Apollo mandò due serpenti
da Tenedo attraverso le onde del mare a uccidere i suoi figli Anti-
fante e Timbreo; e dato che Laocoonte voleva portare loro aiuto,
avvilupparono anche lui e lo uccisero. 3 I Frigi pensavano che que-
sto fosse avvenuto per il fatto che Laocoonte aveva scagliato una
lancia contro il cavallo di Troia.

136 Poliido
1 Glauco, figlio di Minosse e Pasifae, mentre giocava a palla cadde in
una giara piena di miele. Nel cercarlo, i genitori consultarono Apollo

147
Igino fabb. 136,137

scitati sunt de puero; quibus Apollo respondit: «Monstrum vobis


natum est, quod si quis solverit, puerum vobis restituet». 2 Minos
sorte audita coepit monstrum a suis quaerere; cui dixerunt natum
esse vitulum qui ter in die colorem mutaret per quaternas horas,
primum album secundo rubeum deinde nigrum. 3 Minos autem ad
monstrum solvendum augures convocauit, qui cum non inveniren-
tur, Polyidus Coerani filius Byzantius monstrum demonstravit, eum
arbori moro similem esse; nam primum album est, deinde rubrum,
cum permaturavit nigrum. 4 Tunc Minos ait ei: «Ex Apollinis re-
sponso filium mihi oportet restituas». Quod Polyidus dum augu-
ratur vidit noctuam super cellam vinariam sedentem atque apes
fugantem. Augurio accepto puerum exanimem de dolio eduxit. 5
Cui Minos ait: «Corpore invento nunc spiritum restitue». Quod
Polyidus cum negaret posse fieri, Minos iubet eum cum puero in
monumento includi et gladium poni. 6 Qui cum inclusi essent, dra-
co repente ad corpus pueri processit; quod Polyidus aestimans eum
velle consumere, gladio repente percussit et occidit. Altera serpens
parem quaerens vidit eam interfectam et progressa herbam attulit,
atque eius tactu serpenti spiritum restituit. 7 Idemque Polyidus fe-
cit; qui cum intus vociferarentur, quidam praeteriens Minoi nuntia-
vit, qui monumentum iussit aperiri et filium incolumem recupera-
vit, Polyidum cum multis muneribus in patriam remisit.

<137 Merope>
1 Polyphontes Messeniae rex Cresphontem Aristomachi filium cum
interfecisset, eius imperium et Meropen uxorem possedit. Cum
quo Polyphontes occiso Cresphonte regnum occupavit. 2 Filium
autem eius infantem Merope mater quem ex Cresphonte habebat
absconse ad hospitem in Aetoliam mandavit. Hunc Polyphontes
maxima cum industria quaerebat aurumque pollicebatur si quis
eum necasset. 3 Qui postquam ad puberem aetatem venit, capit
consilium ut exsequatur patris et fratrum mortem. Itaque venit ad
regem Polyphontem aurum petitum, dicens se Cresphontis interfe-
cisse filium et Meropes, Telephontem. 4 Interim rex eum iussit in
hospitio manere, ut amplius de eo perquireret. Qui cum per lassitu-
dinem obdormisset, senex, qui inter matrem et filium internuntius

148
Miti del mondo classico

a proposito del bambino; Apollo rispose loro: «Vi è nato un prodigio:


se qualcuno saprà interpretarlo vi restituirà il bambino». 2 Udito il
responso, Minosse cominciò a informarsi presso i suoi sul prodigio,
e gli dissero che era nato un vitello che cambiava colore tre volte al
giorno quattro ore per volta, dapprima bianco, poi rosso e infine nero.
3 Minosse allora fece venire gli auguri per interpretare il prodigio, e
mentre quelli non ci riuscirono, Poliido di Bisanzio, figlio di Cerano,
spiegò il prodigio, dicendo che era simile a un albero di more: dappri-
ma è bianco, poi rosso e, quando è giunto a maturazione completa,
nero. 4 Allora Minosse gli disse: «Secondo il responso di Apollo ora
devi restituirmi mio figlio». Mentre traeva auspici, Poliido vide una ci-
vetta appollaiata su una cella vinaria e nell’atto di cacciare via delle api.
Accolto l’auspicio, estrasse dalla giara il bambino ormai privo di vita.
5 Minosse gli disse: «Hai trovato il corpo, ora ridagli la vita». Siccome
Poliido diceva che non gli era possibile farlo, Minosse ordina di rin-
chiuderlo insieme al bambino nel sepolcro e di mettergli accanto una
spada. 6 Una volta rinchiusi, subito un serpente si avvicinò al corpo del
bambino; pensando che lo volesse divorare, Poliido subito lo colpì con
la spada e lo uccise. Un altro serpente, in cerca del suo compagno, vide
che era stato ucciso, si allontanò e portò un’erba, e toccandolo con
questa ridiede la vita al serpente. 7 Poliido fece la stessa cosa; un tale
che passava, dato che all’interno gridavano, lo riferì a Minosse: questi
ordinò di aprire il sepolcro e riebbe suo figlio sano e salvo; rimandò
Poliido in patria con molti doni.

137 Merope
1 Polifonte, re di Messenia, uccise Cresfonte, figlio di Aristomaco,
e si impadronì del suo regno e di sua moglie Merope. E così, ucciso
Cresfonte, Polifonte si prese il potere. 2 Merope però di nascosto
da buona madre affidò a un ospite in Etolia suo figlio ancora pic-
colo, che aveva avuto da Cresfonte. Polifonte lo ricercava con ogni
mezzo e prometteva oro a chi l’avesse ucciso. 3 Costui, dopo esser
giunto alla pubertà, prese la decisione di vendicare la morte del
padre e del fratello. E così andò dal re Polifonte a chiedere l’oro,
dicendo di aver ucciso il figlio di Cresfonte e Merope, Telefonte. 4
Intanto il re lo invitò a rimanere come ospite, per assumere infor-
mazioni più dettagliate su di lui. Mentre questi per la stanchezza
si era addormentato, il vecchio che era stato intermediario fra ma-

149
Igino fabb. 137-140

erat, flens ad Meropen venit, negans eum apud hospitem esse nec
comparere. 5 Merope credens eum esse filii sui interfectorem qui
dormiebat, in chalcidicum cum securi venit inscia ut filium suum
interficeret. Quem senex cognovit et matrem ab scelere retraxit.
6 Merope postquam vidit occasionem sibi datam esse ab inimico
se ulciscendi, redit cum Polyphonte in gratiam. Rex laetus cum
rem divinam faceret, hospes falso simulavit se hostiam percussisse
eumque interfecit patriumque regnum adeptus est.

<138 Philyra quae in tiliam versa est>


1 Saturnus Iovem cum quaereret per terras, in Thracia cum Philyra
Oceani filia in equum conversus concubuit, quae ex eo peperit
Chironem centaurum, qui artem medicam primus invenisse dici-
tur. 2 Philyra postquam inusitatam speciem se peperisse vidit, petit
ab Iove ut se in aliquam speciem commutaret; quae in arborem
philyram, hoc est tiliam, commutata est.

<139 Curetes>
1 Postquam Opis Iovem ex Saturno peperit, petit Iuno ut sibi eum
concederet, quoniam Saturnus Orcum sub Tartara deiecerat et
Neptunum sub undas, quod sciret <ut>, si quis ex eo natus esset,
se regno privaret. 2 Qui cum Opem rogaret ut esset quod illa pe-
perisset, illa lapidem involutum ostendit; eum Saturnus devorauit.
Quod cum sensisset, coepit Iovem quaerere per terras. 3 Iuno au-
tem Iovem in Cretensi insula detulit. At Amalthaea pueri nutrix
eum in cunis in arbore suspendit, ut neque caelo neque terra neque
mari inveniretur, et ne pueri vagitus exaudiretur impuberes con-
vocauit eisque clipeola aenea et hastas dedit et iussit eos circum
arborem euntes crepare. 4 Qui Graece Curetes sunt appellati; alii
Corybantes dicunt, hi autem Lares appellantur.

<140 Python>
1 Python Terrae filius draco ingens. Hic ante Apollinem ex ora-
culo in monte Parnasso responsa dare solitus erat. Huic ex La-
tonae partu interitus erat fato futurus. 2 Eo tempore Iovis cum
Latona Poli filia concubuit; hoc cum Iuno resciit, facit ut Latona

150
Miti del mondo classico

dre e figlio, andò piangendo da Merope e le disse che quest’ultimo


non era più dall’ospite ed era scomparso. 5 Merope, pensando che
quello che stava dormendo fosse l’assassino di suo figlio, andò nella
camera con una scure senza sapere di stare per uccidere il proprio
figlio. Il vecchio lo riconobbe e impedì alla madre di commettere
un delitto. 6 Dopo aver compreso che le era stata data l’occasione
per vendicarsi del suo nemico, Merope si riconciliò con Polifonte.
Mentre il re, tutto contento, compiva un sacrificio, l’ospite fece fin-
ta di colpire la vittima ma uccise lui, e riebbe così il regno paterno.

138 Filira trasformata in tiglio


1 Mentre Saturno ricercava Giove sulla terra, in Tracia trasformatosi
in cavallo giacque con Filira, figlia di Oceano, e da lei generò il cen-
tauro Chirone, che – si racconta – è stato il primo a scoprire l’arte
della medicina. 2 Filira, resasi conto di aver partorito un essere fuori
dal comune, chiese a Giove di farle assumere un aspetto diverso: e
così fu trasformata nell’albero chiamato φιλύρα, cioè il tiglio.

139 I Cureti
1 Dopo che Opi partorì da Saturno Giove, Giunone chiese che le ve-
nisse affidato, dal momento che Saturno aveva sprofondato Orco nel
Tartaro e Nettuno in fondo al mare perché sapeva che, se da lui fosse
nato un figlio, costui l’avrebbe privato del regno. 2 Quando chiese a
Opi di fargli mangiare quello che aveva partorito, quella gli porse un
sasso avvolto in fasce, e Saturno lo divorò. Ma quando se ne rese con-
to, cominciò a cercare Giove sulla terra. 3 Giunone allora portò Giove
sull’isola di Creta, e la nutrice del bambino, Amaltea, lo appese nella
culla a un albero per non farlo trovare né in cielo, né in terra, né in
mare; e per non fare udire i vagiti del bambino, chiamò dei ragazzini,
diede loro piccoli scudi di bronzo e delle lance e li invitò a girare intor-
no all’albero e fare rumore. 4 Questi in greco si dicono Cureti; altri li
chiamano Coribanti, ma qui sono detti Lari.

140 Pitone
1 Pitone, figlio della terra, era un serpente enorme. Era lui solitamente
a dare responsi oracolari sul monte Parnaso prima di Apollo. A lui
secondo il fato la morte sarebbe venuta dal parto di Latona. 2 In quel
tempo Giove giacque con Latona, figlia di Polo; quando Giunone lo

151
Igino fabb. 140-142

ibi pareret quo sol non accederet. Python ubi sensit Latonam ex
Iove gravidam esse, persequi coepit ut eam interficeret. 3 At La-
tonam Iovis iussu ventus Aquilo sublatam ad Neptunum pertulit;
ille eam tutatus est, sed ne rescinderet Iunonis factum, in insulam
eam Ortygiam detulit, quam insulam fluctibus cooperuit. Quod
cum Python eam non invenisset, Parnassum redit. 4 At Neptunus
insulam Ortygiam in superiorem partem rettulit, quae postea in-
sula Delus est appellata. Ibi Latona oleam tenens parit Apollinem
et Dianam, quibus Vulcanus sagittas dedit donum. 5 Post diem
quartum quam essent nati, Apollo matris poenas exsecutus est;
nam Parnassum venit et Pythonem sagittis interfecit (inde Pythius
est dictus) ossaque eius in cortinam coniecit et in templo suo po-
suit ludosque funebres ei fecit, qui ludi Pythia dicuntur.

<141 Sirenes>
1 Sirenes Acheloi fluminis et Melpomenes Musae filiae Proserpi-
nae raptu aberrantes ad Apollinis terram venerunt ibique Cereris
uoluntate, quod Proserpinae auxilium non tulerant, volaticae sunt
factae. 2 His responsum erat tam diu eas victuras quam diu can-
tantes eas audiens nemo esset praetervectus. Quibus fatalis fuit
Ulysses: astutia enim sua cum praenavigasset scopulos in quibus
morabantur, praecipitarunt se in mare. 3 A quibus locus Sirenides
cognominatur, qui est inter Siciliam et Italiam.

<142 Pandora>
Prometheus Iapeti filius primus homines ex luto finxit. Postea Vul-
canus Iovis iussu ex luto mulieris effigiem fecit, cui Minerva ani-
mam dedit ceterique dii alius aliud donum dederunt; ob id Pando-
ram nominarunt. Ea data in coniugium Epimetheo fratri; inde nata
est Pyrrha, quae mortalis dicitur prima esse creata.

152
Miti del mondo classico

viene a sapere, stabilisce che Latona partorisse laddove il sole non po-
teva penetrare. Pitone, quando seppe che Latona era stata ingravidata
da Giove, cominciò a cercarla ovunque per ucciderla. 3 Ma per ordine
di Giove il vento Aquilone prese Latona e la portò a Nettuno; quest’ul-
timo la prese sotto la propria protezione ma, per non contrastare
quanto stabilito da Giunone, la trasferì sull’isola di Ortigia e ricoprì
quest’isola con il mare. Pitone, dal momento che non l’aveva trovata,
se ne tornò sul Parnaso. 4 Nettuno allora riportò in superficie l’isola di
Ortigia, isola che in seguito fu chiamata Delo. Lì Latona, aggrappata a
un olivo partorì Apollo e Diana, ai quali Vulcano diede in dono delle
frecce. 5 Quattro giorni dopo la loro nascita, Apollo vendicò l’oltrag-
gio fatto alla madre: andò sul Parnaso e uccise Pitone con le sue frecce
(per questo è detto Pitio), raccolse le sue ossa in un tripode e le pose
nel proprio tempio, e istituì in suo onore dei giochi funebri, e questi
giochi sono detti Pitici.

141 Le Sirene
1 Le Sirene, figlie del fiume Acheloo e della musa Melpomene, al-
lontanandosi dal luogo del rapimento di Proserpina giunsero alla
terra di Apollo e lì, per volontà di Cerere, furono trasformate in
uccelli perché non avevano prestato aiuto a Proserpina. 2 A costo-
ro era stato predetto che avrebbero vissuto finché qualcuno, pur
sentendole cantare, fosse passato oltre. E per loro l’uomo voluto
dal destino fu Ulisse: siccome grazie a uno stratagemma era passato
oltre gli scogli sui quali dimoravano, esse si precipitarono in mare.
3 Quel luogo da loro ha preso il nome di Sirenide, e sta fra la Sicilia
e l’Italia.

142 Pandora
Prometeo, figlio di Giapeto, alle origini plasmò gli uomini dal fan-
go. In seguito Vulcano, per ordine di Giove, dal fango trasse un’im-
magine di donna, e Minerva le diede il respiro e gli altri dei le fece-
ro ciascuno un dono diverso: per questo la chiamarono Pandora.
Fu data in sposa a suo fratello Epimeteo; da loro nacque Pirra che
si racconta sia la prima mortale a esser stata creata.

153
Igino fabb. 143-145

<143 Phoroneus>
1 Inachus Oceani filius ex Argia sorore sua procreavit Phoroneum,
qui primus mortalium dicitur regnasse. 2 Homines ante saecula
multa sine oppidis legibusque vitam exegerunt una lingua loquen-
tes sub Iovis imperio, sed postquam Mercurius sermones hominum
interpretatus est, unde hermeneutes dicitur esse interpres (Mercu-
rius enim Graece Hermes vocatur; idem nationes distribuit), tum
discordia inter mortales esse coepit, quod Iovi placitum non est.
3 Itaque exordium regnandi tradidit Phoroneo, ob id beneficium
quod Iunoni sacra primus fecit.

<144 Prometheus>
1 Homines antea ab immortalibus ignem petebant neque in perpe-
tuum servare sciebant; quod postea Prometheus in ferula detulit in
terras, hominibusque monstravit quomodo cinere obrutum serva-
rent. 2 Ob hanc rem Mercurius Iovis iussu deligavit eum in monte
Caucaso ad saxum clavis ferreis et aquilam apposuit quae cor eius
exesset; quantum die ederat, tantum nocte crescebat. Hanc aqui-
–––
lam post XXX annos Hercules interfecit eumque liberavit.

<145 Niobe sive Io>


1 Ex Phoroneo et Cinna nati Apis et Nioba; hanc Iupiter mortalem
primam compressit; ex ea natus est Argus, qui suo nomine Argos
oppidum cognominavit. 2 Ex Argo et Evadne Criasus, Piranthus,
Ecbasus nati: ex Pirantho <et> Callirhoe Argus, Arestorides, Trio-
pas; hic <...> ex hoc <et> Eurisabe Anthus, Pelasgus, Agenor; ex
Triope et Oreaside Xanthus et Inachus; ex Pelasgo Larisa, ex Ina-
cho et Argia Io. 3 Hanc Iupiter dilectam compressit et in vaccae
figuram convertit ne Iuno eam cognosceret. Id Iuno cum rescivit,
Argum, cui undique oculi refulgebant, custodem ei misit; hunc
Mercurius Iovis iussu interfecit. 4 At Iuno formidinem ei misit, cu-
ius timore exagitatam coegit eam ut se in mare praecipitaret, quod
mare Ionium est appellatum. Inde in Scythiam transnavit, unde Bo-
sporum fines sunt dictae. Inde in Aegyptum, ubi parit Epaphum.

154
Miti del mondo classico

143 Foroneo
1 Inaco, figlio di Oceano, da sua sorella Argia generò Foroneo, che
– si racconta – fu il primo re fra i mortali. 2 Prima gli uomini per
molti secoli erano vissuti senza città e senza leggi, parlando un’uni-
ca lingua, sotto il comando di Giove; ma dopo che Mercurio inter-
pretò i discorsi degli uomini, ed è per questo che l’interprete si dice
che è un ermeneuta (Mercurio infatti in greco si chiama Ermes; è
sempre lui che ha distinto le nazioni), allora fra i mortali cominciò
a dimorare la discordia, e a Giove la cosa non piacque. 3 E così
concesse a Foroneo di essere il primo a regnare, in segno di rico-
noscenza perché per primo celebrò riti sacri in onore di Giunone.

144 Prometeo
1 Un tempo gli uomini chiedevano il fuoco agli dei, ma non era-
no capaci a conservarlo in modo continuato; in seguito Prometeo
lo portò sulla terra all’interno di una canna e insegnò agli uomini
come conservarlo coprendolo di cenere. 2 A causa di questo gesto,
per ordine di Giove Mercurio lo immobilizzò contro una roccia
con chiodi di ferro sul monte Caucaso e gli mise accanto un’aquila
che divorasse il suo cuore: e quello che divorava di giorno si rifor-
mava di notte. Trentamila anni dopo fu Ercole a uccidere quest’a-
quila e a liberarlo.

145 Niobe o Io
1 Da Foroneo e Cinna nacquero Api e Niobe, che fu la prima
mortale cui Giove si unì: da lei nacque Argo, che diede il proprio
nome alla città di Argo. 2 Da Argo ed Evadne nacquero Criaso,
Piranto ed Ecbaso; da Piranto e Calliroe Argo, Arestoride e Trio-
pe; questi (…) da costui ed Eurisabe, Anto, Pelasgo, Agenore; da
Triope e Oreaside Xanto e Inaco; da Pelasgo Larisa e da Argia Io.
3 Giove si innamorò di quest’ultima e si unì a lei, poi cambiò il
suo aspetto in vacca perché Giunone non la riconoscesse. Quando
Giunone lo venne a sapere, le mise accanto come custode Argo,
che aveva ovunque occhi luminosi; Mercurio lo uccise per ordine
di Giove. 4 Giunone allora le mandò un assillo, che la fece impaz-
zire per la paura e la spinse a precipitarsi in mare, nel mare che
è stato chiamato Ionio. Di lì andò a nuoto in Scizia, e per questo
quella regione è detta Bosforo. Di lì in Egitto, dove partorì Epafo.

155
Igino fabb. 145-148

5 Iovis cum sciret suapte propter opera tot eam aerumnas tulisse,
formam suam ei propriam restituit deamque Aegyptiorum esse fe-
cit, quae Isis nuncupatur.

<146 Proserpina>
1 Pluton petit ab Iove Proserpinam filiam eius et Cereris in coniu-
gium daret. Iovis negavit Cererem passuram ut filia sua in Tartaro
tenebricoso sit, sed iubet eum rapere eam flores legentem in monte
Aetna, qui est in Sicilia. 2 In quo Proserpina dum flores cum Vene-
re et Diana et Minerva legit, Pluton quadrigis venit et eam rapuit;
quod postea Ceres ab Iove impetravit ut dimidia parte anni apud
se, dimidia apud Plutonem esset.

<147 Triptolemus>
1 Cum Ceres Proserpinam filiam suam quaereret, devenit ad Eleusi-
num regem, cuius uxor Cothonea puerum Triptolemum pepererat,
seque nutricem lactantem simulavit. 2 Hanc regina libens nutricem
filio suo recepit. Ceres cum vellet alumnum suum immortalem red-
dere, interdiu lacte divino alebat, <noctu> clam in igne obruebat. 3
Itaque praeterquam solebant mortales crescebat; et sic fieri cum mira-
rentur parentes, eam observaverunt. Cum Ceres eum vellet in ignem
mittere, pater expavit. 4 Illa irata Eleusinum exanimavit, at Tripto-
lemo alumno suo aeternum beneficium tribuit. Nam fruges propa-
gatum currum draconibus iunctum tradidit, quibus vehens orbem
terrarum frugibus obsevit. 5 Postquam domum rediit, Celeus eum
pro benefacto interfici iussit. Sed re cognita iussu Cereris Tripto-
lemo regnum dedit, quod ex patris nomine Eleusinum nominavit,
Cererique sacrum instituit quae Thesmophoria Graece dicuntur.

<148 Vulcanus>
1 Vulcanus cum resciit Venerem cum Marte clam concumbere et
se virtuti eius obsistere non posse, catenam ex adamante fecit et
circum lectum posuit, ut Martem astutia deciperet. Ille cum ad

156
Miti del mondo classico

5 Quando seppe che davvero per colpa sua aveva patito tante sof-
ferenze, Giove le restituì il suo aspetto originario e la fece diventare
una dea egizia, che si chiama Iside.

146 Proserpina
1 Plutone chiese a Giove che gli concedesse in moglie Proserpina,
figlia sua e di Cerere. Giove disse che Cerere non avrebbe consen-
tito che sua figlia dimorasse nel tenebroso Tartaro, ma lo invita a
rapirla mentre coglie fiori sul monte Etna, che è in Sicilia. 2 Men-
tre Proserpina coglieva fiori in quel luogo insieme a Venere, Diana
e Minerva, Plutone arrivò con una quadriga e la rapì. In seguito
Cerere ottenne da Giove che essa abitasse con lei per una metà
dell’anno e con Plutone per l’altra metà.

147 Trittolemo
1 Mentre cercava sua figlia Proserpina, Cerere giunse da re Eleusi-
no, la cui moglie Cotonea aveva partorito un bambino, Trittolemo,
e finse di essere una balia da latte. 2 La regina l’assunse volentieri
come balia per suo figlio. Volendo rendere immortale il suo figlio
di latte, Cerere di giorno lo nutriva con latte divino, di notte di
nascosto lo metteva nel fuoco. 3 E così cresceva più di quanto nor-
malmente fanno i mortali; i genitori, stupiti di quanto avveniva,
la tennero d’occhio. Quando Cerere stava per deporlo nel fuoco,
il padre si spaventò. 4 Quella adirata uccise Eleusino, mentre al
suo figlio di latte Trittolemo concesse in eterno un beneficio: gli
affidò un carro trainato da draghi per diffondere la coltivazione dei
cereali, e alla sua guida quello seminò cereali in tutto il mondo. 5
Dopo che ritornò a casa, Celeo in risposta al suo dono ordinò di
ucciderlo. Ma, quando la cosa fu nota, per ordine di Cerere cedette
il regno a Trittolemo, che dal nome del padre lo chiamò regno di
Eleusi, e istituì una festa in onore di Cerere che in greco si chiama-
no Tesmoforie.

148 Vulcano
1 Vulcano, quando venne a sapere che Venere si univa segreta-
mente a Marte e siccome non poteva avere la meglio sulla forza di
quello, fabbricò una catena d’acciaio e la pose intorno al letto, così
da sorprendere Marte con uno stratagemma. Quando quello arrivò

157
Igino fabb. 148-151

constitutum venisset, concidit cum Venere in plagas adeo, ut se


exsolvere non posset. 2 Id Sol cum Vulcano nuntiasset, ille eos
nudos cubantes vidit; deos omnis convocavit; <…> viderunt. Ex
eo Martem id ne faceret pudor terruit. 3 Ex eo conceptu nata est
Harmonia, cui Minerva et Vulcanus vestem sceleribus tinctam mu-
neri dederunt, ob quam rem progenies eorum scelerata exstitit. Soli
autem Venus ob indicium ad progeniem eius semper fuit inimica.

<149 Epaphus>
Iuppiter Epaphum, quem ex Io procreaverat, Aegypto oppida com-
munire ibique regnare iussit. Is oppidum primum Memphim et alia
plura constituit, et ex Cassiopia uxore procreavit filiam Libyen, a
qua terra est appellata.

<150 Titanomachia>
1 Postquam Iuno vidit Epapho ex pellice nato tantam regni potesta-
tem esse, curat in venatu ut Epaphus necetur Titanosque hortatur
Iovem ut regno pellant et Saturno restituant. 2 Hi cum conarentur in
caelum ascendere, eos Iovis cum Minerva et Apolline et Diana prae-
cipites in Tartarum deiecit. Atlanti autem, qui dux eorum fuit, caeli
fornicem super umeros imposuit, qui adhuc dicitur caelum sustinere.

<151 Ex Typhone et Echidna nati>


1 Ex Typhone gigante et Echidna Gorgon canis Cerberus triceps,
draco qui mala Hesperidum trans oceanum servabat, hydra quam
ad fontem Lernaeum Hercules interfecit, draco qui pellem arietis
Colchis servabat, Scylla quae superiorem partem mulieris, inferio-
rem canis et canes sex ex se natos habebat, Sphinx quae in Boeotia
fuit, Chimaera in Lycia quae priorem partem leonis figuram, po-
steriorem draconis habebat, media ipsa Chimaera. 2 Ex Medusa
Gorgonis filia et Neptuno nati sunt Chrysaor et equus Pegasus; ex
Chrysaore et Callirhoe Geryon trimembris.

158
Miti del mondo classico

all’appuntamento, cadde insieme a Venere nella trappola in modo


tale da non potersi liberare. 2 Il Sole allora andò a riferirlo a Vulca-
no e questi li vide nudi nel letto; chiamò a raccolta tutti gli dei, (…)
li videro. Da allora il senso di vergogna trattenne Marte dal rifarlo.
3 Da quell’unione nacque Armonia, a cui Minerva e Vulcano rega-
larono una veste decorata con scene di delitti, e per questo fatto la
loro discendenza risultò delittuosa. Venere poi fu sempre ostile al
Sole e alla sua discendenza a causa di quella delazione.

149 Epafo
A Epafo, che aveva generato da Io, Giove ordinò di fortificare le
città in Egitto e di regnarvi. Costui per prima fondò la città di Men-
fi e poi molte altre, e dalla moglie Cassiopea generò la figlia Libia, e
quella terra fu chiamata con il nome di quest’ultima.

150 La titanomachia
1 Dopo aver visto che a Epafo, nato da una concubina, era toccato un
regno tanto grande e potente, Giunone fa in modo che in una battuta
di caccia Epafo fosse ucciso e ordina ai Titani di cacciare Giove dal suo
regno e restituirlo a Saturno. 2 Mentre costoro cercavano di dare la
scalata al cielo, Giove, insieme a Minerva, Apollo e Diana, li fece preci-
pitare nel Tartaro. Ad Atlante poi, che era stato il loro capo, mise sulle
spalle la volta celeste, e si racconta che ancora oggi sorregge il cielo.

151 I figli di Tifone ed Echidna


1 Dal gigante Tifone ed Echidna nacquero Gorgone, Cerbero, il
cane con tre teste, il drago che custodiva le mele delle Esperidi al di
là dell’oceano, l’idra che Ercole uccise alla fonte di Lerna, il drago
che custodiva in Colchide la pelle dell’ariete, Scilla, che aveva la
parte superiore di donna, quella inferiore di cane e sei cani nati dati
da lei, la Sfinge che era stata in Beozia, la Chimera in Licia, la cui
prima parte aveva l’aspetto di leone, quella finale di drago e quella
intermedia era la Chimera vera e propria. 2 Da Medusa, figlia di
Gorgone, e Nettuno nacquero Crisaore e il cavallo Pegaso; da Cri-
saore e Calliroe Gerione dai tre corpi.

159
Igino fabb. 152-154

<152 Typhon>
1 Tartarus ex Tartara procreavit Typhonem immani magnitudine
specieque portentosa, cui centum capita draconum ex humeris
enata erant. Hic Iovem provocavit si vellet se cum de regno certa-
re. 2 Iovis fulmine ardenti pectus eius percussit; cui cum flaglaret
montem Aetnam qui est in Sicilia super eum imposuit, qui ex eo
adhuc ardere dicitur.

<152 A Phaethon>
1 Phaethon Solis et Clymenes filius cum clam patris currum con-
scendisset et altius a terra esset elatus, prae timore decidit in flumen
Eridanum. Hunc Iuppiter cum fulmine percussisset, omnia ardere
coeperunt. 2 Iovis ut omne genus mortalium cum causa interficeret,
simulavit se id velle extinguere; amnes undique irrigavit omneque
genus mortalium interiit praeter Pyrrham et Deucalionem. 3 At so-
rores Phaethontis, quod equos iniussu patris iunxerant, in arbores
populos commutatae sunt.

<153 Deucalion et Pyrrha>


1 Cataclysmus, quod nos diluvium vel irrigationem dicimus, cum
factum est, omne genus humanum interiit praeter Deucalionem et
Pyrrham, qui in montem Aetnam, qui altissimus in Sicilia esse di-
citur, fugerunt. 2 Hi propter solitudinem cum vivere non possent,
petierunt ab Iove ut aut homines daret aut eos pari calamitate affi-
ceret. Tum Iovis iussit eos lapides post se iactare; quos Deucalion
iactavit, viros esse iussit, quos Pyrrha, mulieres. 3 Ob eam rem laos
dictus, laas enim Graece lapis dicitur.

<154 Phaethon Hesiodi>


1 Phaethon Clymeni Solis filii et Meropes nymphae filius, quam
Oceanitidem accepimus, cum indicio patris avum Solem cognovis-
set, impetratis curribus male usus est. 2 Nam cum esset propius
terram vectus, vicino igni omnia conflagrarunt, et fulmine ictus in
flumen Padum cecidit; hic amnis a Graecis Eridanus dicitur, quem

160
Miti del mondo classico

152 Tifone
1 Tartaro da Tartara generò Tifone, di dimensioni enormi e di
aspetto prodigioso: aveva cento teste di drago spuntate dalle spalle.
Costui sfidò Giove a volersi battere con lui per il regno. 2 Giove lo
colpì al petto con un fulmine infuocato e, mentre quello bruciava,
pose sopra a lui il monte Etna che si trova in Sicilia, e si racconta
che brucia ancora da quel momento.

152 A Fetonte
1 Fetonte, figlio del Sole di Climene, salito di nascosto sul carro del
padre e portatosi troppo in alto dalla terra, per la paura cadde nel
fiume Eridano. Giove lo colpì con un fulmine e tutto all’intorno
cominciò a prendere fuoco. 2 Per sterminare con un pretesto tutto
il genere umano, Giove finse di voler spegnere l’incendio: fece stra-
ripare ovunque i fiumi e tutto il genere umano morì tranne Pirra e
Deucalione. 3 Dal canto loro, le sorelle di Fetonte, poiché avevano
aggiogato i cavalli senza che il padre l’avesse ordinato, furono tra-
sformate in alberi di pioppo.

153 Deucalione e Pirra


1 Quando avvenne quella catastrofe che noi chiamiamo diluvio o
inondazione, tutto il genere umano morì tranne Deucalione e Pirra,
che si rifugiarono sul monte Etna, che si dice essere il più alto in
Sicilia. 2 Dal momento che non potevano vivere in quella solitu-
dine, essi chiesero a Giove di dare loro degli esseri umani oppure
di colpirli con la stessa morte. Giove allora ordinò loro di gettare
delle pietre alle loro spalle: quelle che gettava Deucalione ordinò
che diventassero uomini, quelle che gettava Pirra delle donne. 3
Per questo motivo si dice λαός (popolo): infatti in greco pietra si
dice λᾶας.

154 Fetonte (versione di Esiodo)


1 Fetonte, figlio di Climeno figlio del Sole e della ninfa Merope, che
sappiamo essere un’oceanide, siccome aveva saputo grazie a un’in-
formazione del padre che il Sole era suo nonno, gli chiese il suo carro
ma ne fece cattivo uso. 2 Infatti, dato che si era portato troppo vicino
alla terra, tutto ciò cui passava vicino prese fuoco; colpito da un ful-
mine cadde nel fiume Po: questo fiume dai greci è chiamato Eridano,

161
Igino fabb. 154-157

Pherecydes primus vocavit. 3 Indi autem, quod calore vicini ignis


sanguis in atrum colorem versus est, nigri sunt facti. Sorores autem
Phaethontis dum interitum deflent fratris in arbores sunt populos
versae. 4 Harum lacrimae, ut Hesiodus indicat, in electrum sunt
duratae; Heliades tamen nominantur. Sunt autem Merope, Helie,
Aegle, Lampetie, Phoebe, Aetherie, Dioxippe. 5 Cygnus autem rex
Liguriae, qui fuit Phaethonti propinquus, dum deflet propinquum
in cygnum conversus est; is quoque moriens flebile canit.

<155 Iovis filii>


1 Liber ex Proserpina, quem Titanes carpserunt.
Hercules ex Alcumena.
Liber ex Semele Cadmi et Harmoniae <filia>.
Castor et Pollux ex Leda Thestii filia.
Argus ex Nioba Phoronei filia.
Epaphus ex Io Inachi filia.
2 Perseus ex Danae Acrisii filia.
Zethus et Amphion ex Antiopa Nyctei filia.
Minos Sarpedon et Rhadamanthus ex Europa Agenoris filia.
Hellen ex Pyrrhe Epimethei filia.
3 Aethlius ex Protogenie Deucalionis filia.
Dardanus ex Electra Atlantis filia.
Lacedaemon ex Taygete Atlantis filia.
Tantalus ex Plutone Himantis filia.
Aeacus ex Aegina Asopi filia.
Aegipan ex capra.
†Boetis.
4 Arcada ex Callisto Lycaonis filia.
Pirithous ex Dia Deionei filia.

<156 Solis filii>


Circe ex Perside Oceani filia.
Pasiphae.
Ex Clymene Oceani filia Phaethon Lampetie Aegle Phoebe <...>.

<157 Neptuni filii>


1 Boeotus et Hellen ex Antiopa Aeoli filia.

162
Miti del mondo classico

e il primo a chiamarlo così fu Ferecide. 3 E gli Indi diventarono neri


perché, per la vicinanza del calore del fuoco, il loro sangue assunse
un colore scuro. Le sorelle di Fetonte, poi, mentre piangevano la
morte del fratello, furono trasformate in alberi di pioppo. 4 Le loro
lacrime, come dice Esiodo, si solidificarono in ambra; alla fine furo-
no chiamate Eliadi. Esse sono: Merope, Elie, Egle, Lampezia, Febe,
Eteria, Diossippe. Inoltre Cicno, re della Liguria, che era amico inti-
mo di Fetonte, mentre piangeva il suo amico fu trasformato in cigno:
anche questo in punto di morte canta in modo lamentoso.

155 I figli di Giove


1 Libero, che i Titani dilaniarono, da Proserpina.
Ercole da Alcmena.
Libero da Semele, figlia di Cadmo e Armonia.
Castore e Polluce da Leda, figlia di Testio.
Argo da Niobe, figlia di Foroneo.
Epafo da Io, figlia di Inaco.
2 Perseo da Danae, figlia di Acrisio.
Zeto e Anfione da Antiopa, figlia di Nitteo.
Minosse, Sarpedone et Radamanto da Europa, figlia di Agenore.
Elleno da Pirra, figlia di Epimeteo.
3 Etlio da Protogenia, figlia di Deucalione.
Dardano da Elettra, figlia di Atlante.
Lacedemone da Taigete, figlia di Atlante.
Tantalo da Pluto, figlia di Imante.
Eaco da Egina, figlia di Asopo.
Egipane da una capra.
Betide.
4 Arcade da Callisto, figlia di Licaone.
Piritoo da Dia, figlia di Deioneo.

156 I figli del Sole


Circe da Perseide, figlia di Oceano.
Pasifae.
Fetonte, Lampezia, Egle, Febe <…> da Climene, figlia di Oceano.

157 I figli di Nettuno


1 Beoto ed Elleno da Antiope, figlia di Eolo.

163
Igino fabb. 157-159

Agenor et Bel<us ex Libye Epaphi filia.


Bel>lerophon ex Eurynome Nysi filia.
Leuconoe ex Themisto Hypsei filia.
Hyrieus ex Alcyone Atlantis filia.
2 Abas ex Arethusa Nerei filia.
Epopeus ex Alcyone Atlantis filia.
Belus.
Actor.
Dictys ex Agamede Augiae filia.
3 Evadne ex Pitana Leucippi filia.
Megareus ex Oenope Epopei filia.
Cygnus ex Calyce Hecatonis filia.
Periclymenus et Ancaeus ex Astypalaea Phoenicis filia.
Neleus et Pelias ex Tyro Salmonei filia.
Euphemus et Lycus et Nycteus ex Celaeno †Ergei filia.
4 Peleus †Arprites.
Antaeus <...>
Eumolpus ex Chiona Aquilonis filia.
<...> Amymone <...>.
Item Cyclops.
Euphemus <...>.
Amycus ex Melie Busiris filia.

<158 Vulcani filii>


Philammon, Cecrops, Erichthonius, Corynetes, Cercyon, Philot-
tus, Spinther.

<159 Martis filii>


Oenomaus ex Sterope.
Harmonia ex Venere.
Leodocus ex Pero.
Lycus.
Diomedes Thrax.
Ascalaphus.
Ialmenus.
Cycnus.
Dryas.

164
Miti del mondo classico

Agenore e Belo da Libia, figlia di Epafo.


Bellerofonte da Eurinome, figlia di Niso.
Leuconoe da Themisto, figlia di Ipseo.
Irieo da Alcione, figlia di Atlante.
2 Abante da Aretusa, figlia di Nereo.
Epopeo da Alcione, figlia di Atlante.
Belo.
Attore.
Ditti da Agamede, figlia di Augia.
3 Evadne da Pitana, figlia di Leucippo.
Megareo da Enope, figlia di Epopeo.
Cicno da Calice, figlia di Ecatone.
Periclimeno e Anceo da Astipalea, figlia di Fenice.
Neleo e Pelia da Tiro, figlia di Salmoneo.
Eufemo, Lico e Nitteo da Celeno, figlia di Ergeo.
4 Peleo †Arprite.
Anteo <...>.
Eumolpo da Chione, figlia di Aquilone.
<…> da Amimone, <figlia di Danao>.
Pure il Ciclope.
Eufemo <…>.
Amico da Melie, figlia di Busiride.

158 I figli di Vulcano


Filammone, Cecrope, Erittonio, Corinete, Cercione, Filotto,
Spintere.

159 I figli di Marte


Enomao da Sterope.
Armonia da Venere.
Leodoco da Pero.
Lico.
Diomede tracio.
Ascalafo.
Ialmeno.
Cicno.
Driante.

165
Igino fabb. 160-163

<160 Mercurii filii>


Priapus.
Echion ex Antianira <et> Eurytus.
Cephalus ex Creusa Erechthei filia.
† Eurestus Aptale †.
Libys ex Libye Palamedis filia

<161 Apollinis filii>


Delphus.
Asclepius ex Coronide Phlegyae filia.
Euripides ex Cleobula.
Ilius ex Urea Neptuni filia.
Agreus ex Euboea Macarei filia.
Philammon ex Leuconoe Luciferi filia.
Lycoreus ex nympha.
Linus ex Urania musa.
Aristaeus ex Cyrene Penei filia.

<162 Herculis filii>


Hyllus ex Deianira.
Tlepolemus ex Astyoche.
Leucites.
Telephus ex Auge Alei filia.
Leucippus.
Therimachus.
Creontiades.
Archelaus.
Ophites.
Deicoon.
Euhenus.
Lydus.
Et duodecim Thespiades, quos ex Thespii regis filiabus procreavit.

<163 Amazones>
Ocyale, Dioxippe, Iphinome, Xanthe, Hippothoe, Otrere, An-
tioche, Laomache, Glauce, Agave, Theseis, Hippolyte, Clymene,
Polydora, Penthesilea.

166
Miti del mondo classico

160 I figli di Mercurio


Priapo.
Echione ed Eurito da Antianira.
Cefalo da Creusa, figlia di Eretteo.
Euresto † Aptale.
Libis da Libia, figlia di Palamede.

161 I figli di Apollo


Delfo.
Asclepio da Coronide, figlia di Flegia.
Euripide da Cleobule.
Ilio da Urea, figlia di Nettuno.
Agreo da Eubea, figlia di Macareo.
Filammone da Leuconoe, figlia di Lucifero.
Licoreo da una ninfa.
Lino dalla musa Urania.
Aristeo da Cirene, figlia di Peneo.

162 I figli di Ercole


Illo da Deianira.
Tlepolemo da Astioche.
Leucite.
Telefo da Auge, figlia di Aleo.
Leucippo.
Terimaco.
Creontiade.
Archelao.
Ofite.
Deicoonte.
Euhenus.
Lido.
E i dodici Tespiadi, che generò dalle figlie del re Tespio.

163 Le Amazzoni
Ociale, Diossippe, Ifinome, Xante, Ippotoe, Otrera, Antioche,
Laomache, Glauce, Agave, Theseide, Ippolita, Climene, Polidora,
Pentesilea.

167
Igino fabb. 164-166

<164 Athenae>
1 Inter Neptunum et Minervam cum esset certatio qui primus op-
pidum in terra Attica conderet, Iovem iudicem sumpserunt. Miner-
va quod primum in ea terra oleam sevit, quae adhuc dicitur stare,
secundum eam iudicatum est. 2 At Neptunus iratus in eam terram
mare coepit irrigare velle, quod Mercurius Iovis iussu id ne face-
ret prohibuit. 3 Itaque Minerva ex suo nomine oppidum Athenas
condidit, quod oppidum in terris dicitur primum esse constitutum.

<165 Marsyas>
1 Minerva tibias dicitur prima ex osse cervino fecisse et ad epu-
lum deorum cantatum venisse. 2 Iuno et Venus cum eam irriderent,
quod et caesia erat et buccas inflaret, foeda visa et in cantu irrisa
in Idam silvam ad fontem venit ibique cantans in aqua se aspexit
et vidit se merito irrisam; unde tibias ibi abiecit et imprecata est ut
quisquis eas sustulisset gravi afficeretur supplicio. 3 Quas Marsyas
Oeagri filius pastor unus e satyris invenit, quibus assidue comme-
letando sonum suaviorem in dies faciebat, adeo ut Apollinem ad
citharae cantum in certamen provocaret. 4 Quo ut Apollo venit,
Musas iudices sumpserunt et cum iam Marsyas inde victor disce-
deret Apollo citharam versabat idemque sonus erat; quod Marsya
tibiis facere non potuit. 5 Itaque Apollo victum Marsyan ad arbo-
rem religatum Scythae tradidit, qui cutem ei membratim separavit;
reliquum corpus discipulo Olympo sepulturae tradidit e cuius san-
guine flumen Marsyas est appellatum.

166 Erichthonius
1 Vulcanus Iovi ceterisque diis solia ex auro et adamante cum
fecisset, Iuno cum sedisset, subito in aere pendere coepit. Quod
cum ad Vulcanum missum esset ut matrem quam ligaverat sol-
veret, iratus quod de caelo praecipitatus erat, negat se matrem
ullam habere. 2 Quem cum Liber pater ebrium in concilio deo-
rum adduxisset, pietati negare non potuit; tum optionem a Iove

168
Miti del mondo classico

164 Atene
1 Fra Nettuno e Minerva sorse una contesa su chi dovesse fondare
per primo una città in Attica, e presero Giove come giudice. Dal
momento che Minerva per la prima volta piantò in quella regione
un olivo che – si racconta – c’è ancora, il giudizio fu a suo favore.
2 Nettuno allora in preda all’ira volle sommergere col mare quella
regione, ma Mercurio per ordine di Giove gli impedì di farlo. 3 E
così Minerva fondò la città di Atene, chiamata dal suo nome, e si
racconta che questa città fu la prima a essere costruita sulla terra.

165 Marsia
1 Si racconta che Minerva sia stata la prima a costruire un flauto
con un osso di cervo e sia andata a suonarlo a un banchetto degli
dei. 2 Siccome Giunone e Venere la prendevano in giro perché di-
ventava verdognola e gonfiava le gote, appariva goffa ed era presa
in giro mentre suonava, andò a una fonte nel bosco sull’Ida: lì si
specchiò nell’acqua mentre suonava e constatò che veniva presa
in giro a ragione; e così gettò via in quel luogo il flauto e giurò di
colpire con una terribile punizione chiunque l’avesse raccolto. 3 Lo
trovò uno dei satiri, il pastore Marsia, figlio di Eagro: suonandolo
ripetutamente otteneva un suono sempre più melodioso di giorno
in giorno, al punto da sfidare a una gara Apollo mentre suonava la
cetra. 4 Apollo si presentò e presero le Muse come giudici. Mentre
Marsia stava risultando vincitore, Apollo capovolse la cetra e la me-
lodia rimaneva la stessa, cosa che Marsia non poté fare con il flauto.
5 E così Apollo, dopo averlo sconfitto, legò Marsia a un albero e
lo consegnò a uno scita che gli tolse la pelle membro a membro;
quello che restava del corpo lo consegnò al suo discepolo Olimpo
perché lo seppellisse, e dal suo sangue prese nome il fiume Marsia.

166 Erittonio
1 Vulcano per Giove e per gli altri dei fabbricò dei seggi d’oro e d’ac-
ciaio; quando Giunone vi si sedette, subito cominciò a restare appesa
nel vuoto. Fu allora mandato a chiamare Vulcano perché liberasse
sua madre, che aveva legato, ma egli, adirato per essere stato gettato
giù dal cielo, affermò di non avere alcuna madre. 2 Quando poi il pa-
dre Libero riuscì a portarlo perché ubriaco al concilio degli dei, non
poté sottrarsi a quel gesto doveroso; allora da Giove ebbe la facoltà

169
Igino fabb. 166-168

accepit, si quid ab iis petiisset impetraret. 3 Tunc ergo Neptunus,


quod Mineruae erat infestus, instigavit Vulcanum Minervam pe-
tere in coniugium. Qua re impetrata in thalamum cum venisset,
Minerva monitu Iovis virginitatem suam armis defendit, interque
luctandum ex semine eius quod in terram decidit natus est puer,
qui inferiorem partem draconis habuit; 4 quem Erichthonium
ideo nominarunt quod eris Graece certatio dicitur, chthon autem
terra dicitur. Quem Minerva cum clam nutriret, dedit in cistula
servandum Aglauro Pandroso et Herse Cecropis filiabus. 5 Hae
cum cistulam aperuissent, cornix indicavit; illae a Minerva insania
obiecta ipsae se in mare praecipitaverunt.

167 Liber
1 Liber Iovis et Proserpinae filius a Titanis est distractus, cuius cor
contritum Iovis Semele dedit in potionem. 2 Ex eo praegnans cum
esset facta, Iuno in Beroen nutricem Semeles se commutavit et ait:
«Alumna, pete a Iove ut sic ad te veniat quemadmodum ad Iuno-
nem, ut scias quae voluptas est cum deo concumbere». 3 Illa autem
instigata petit ab Iove, et fulmine est icta; ex cuius utero Liberum
exuit et Nyso dedit nutriendum, unde Dionysus est appellatus et
bimater est dictus.

168 Danaus
1 Danaus Beli filius ex pluribus coniugibus quinquaginta filias
habuit, totidemque filios frater Aegyptus, qui Danaum fratrem et
filias eius interficere voluit, ut regnum paternum solus obtineret;
filiis uxores a fratre poposcit. 2 Danaus re cognita Minerva adiutri-
ce ex Africa Argos profugit; tunc primum dicitur Minerva navem
fecisse biproram in qua Danaus profugeret. At Aegyptus ut resciit
Danaum profugisse, mittit filios ad persequendum fratrem et eis
praecepit ut aut Danaum interficerent aut ad se non reverterentur.
3 Qui postquam Argos venerunt, oppugnare patruum coeperunt.
Danaus ut vidit se eis obsistere non posse, pollicetur eis filias suas
uxores ut pugna absisterent. 4 Impetratas sorores patrueles accepe-
runt uxores, quae patris iussu viros suos interfecerunt. Sola Hyper-
mestra Lynceum servavit. 5 Ob id ceterae dicuntur apud inferos in

170
Miti del mondo classico

di ottenere qualunque cosa avesse chiesto loro. 3 Allora Nettuno,


che era ostile a Minerva, suggerì a Vulcano di chiedere in moglie Mi-
nerva. Ottenuta la sua mano, quando giunsero nel talamo, Minerva
su consiglio di Giove difese con le armi la propria verginità, e dal
seme di lui che mentre lottavano cadde a terra nacque un bambino
che aveva la parte inferiore del corpo di serpente; 4 lo chiamarono
Erittonio, perché in greco lotta si dice ἔρις e terra χϑών. Minerva,
nell’allevarlo di nascosto, lo diede in una cesta ad Aglauro, Pandroso
ed Erse, figlie di Cecrope, perché vi badassero. 5 Ma siccome apriro-
no la cesta e una cornacchia lo rivelò, Minerva le fece impazzire ed
esse si gettarono in mare.

167 Libero
1 Libero, figlio di Giove e Proserpina, fu dilaniato dai Titani. Giove
macinò il suo cuore e lo diede da bere a Semele. 2 Dopo che essa
rimase incinta in conseguenza di questo, Giunone prese le sem-
bianze di Beroe, la nutrice di Semele, e le disse: «Figlia mia, chiedi
a Giove di presentarsi a te come si presenta a Giunone, per renderti
conto di quale piacere si provi a giacere con un dio». 3 E quella,
così indotta, lo chiese a Giove e fu colpita dal fulmine; dal suo utero
fece uscire Libero e lo diede da allevare a Niso, e per questo è stato
chiamato Dioniso e si dice che è bimadre.

168 Danao
1 Danao, figlio di Belo, da diverse mogli ebbe cinquanta figlie, e altret-
tanti figli ebbe suo fratello Egitto. Questi pensò di uccidere il fratello
Danao e le sue figlie per gestire da solo il regno paterno; e allora chiese
al fratello le figlie come mogli dei suoi figli. 2 Danao venne a sapere la
cosa e con l’aiuto di Minerva dall’Africa si rifugia ad Argo; si racconta
che per la prima volta in quell’occasione Minerva fabbricò una nave
con due prue sulla quale far fuggire Danao. Ma come seppe che Danao
era fuggito, Egitto manda i suoi figli a inseguire fratello e impone loro
di uccidere Danao o di non fare ritorno. 3 Dopo essere arrivati ad Argo,
cominciarono a combattere contro lo zio. Come si rese conto di non
poter far fronte a loro, Danao promette loro in moglie le figlie purché
interrompessero la guerra. 4 I cugini presero in moglie le sorelle che de-
sideravano, ma queste per ordine del padre uccisero i mariti. Soltanto
Ipermestra risparmiò Linceo. 5 Si racconta che per questo gesto le altre

171
Igino fabb. 168-170

dolium pertusum aquam ingerere. Hypermestrae et Lynceo fanum


factum est.

169 Amymone
1 Amymone Danai filia dum studiose in silva venatur, satyrum ia-
culo percussit; eam satyrus voluit violare; illa Neptuni fidem im-
ploravit. Quo Neptunus cum venisset, satyrum abegit et ipse cum
ea concubuit, ex quo conceptu nascitur Nauplius. 2 Id in quo loco
factum est Neptunus dicitur fuscina percussisse terram et inde
aquam profluxisse, qui Lernaeus fons dictus est et Amymonium
flumen.

<169 A Amymone>
1 Amymone Danai filia missa est a patre aquam petitum ad sacrum
faciendum, quae dum quaerit lassitudine obdormiit; quam satyrus
violare voluit. Illa Neptuni fidem imploravit. Quod cum Neptunus
fuscinam in satyrum misisset, illa se in petram fixit, satyrum Neptunus
fugavit. 2 Qui cum quaereret <quid ageret> in solitudine a puella, illa
se aquatum missam esse dixit a patre; quam Neptunus compressit.
Pro quo beneficium ei tribuit iussitque eius fuscinam de petra edu-
cere. Quae cum eduxisset, tres silani sunt secuti, qui ex Amymones
nomine Amymonius fons appellatus est. Ex qua compressione na-
tus est Nauplius. Hic autem fons Lernaeus est postea appellatus.

170 Filiae Danai quae quos occiderunt


1 Midea Antimachum.
Philomela Panthium.
Scylla Proteum.
Amphicomone Plexippum.
Euippe Agenorem.
Demoditas Chrysippum.
Hyale Perium.
2 Trite Enceladum.
Damone Amyntorem.
Hippothoe Obrimum.
Myrmidone Mineum.

172
Miti del mondo classico

negli inferi trasportano acqua con un orcio bucato. In onore di Iperme-


stra e Linceo fu costruito un tempio.

169 Amimone
1 Amimone, figlia di Danao, mentre era tutta presa a cacciare nel
bosco, colpì un satiro con una freccia; il satiro tentò di violentarla e
lei invocò l’aiuto di Nettuno. Nettuno, una volta arrivato, cacciò il
satiro e fu lui a giacere con lei, e da questa unione nasce Nauplio. 2
Si racconta che, nel luogo dove ciò avvenne, Nettuno colpì la terra
col suo tridente e di lì sgorgò acqua, una fonte detta Lernea e un
fiume detto Amimonio.

169 A Amimone
1 Amimone, figlia di Danao, fu mandata dal padre a prendere ac-
qua per celebrare un rito, e mentre la cercava si addormentò per
la stanchezza; un satiro tentò di violentarla. Lei invocò l’aiuto di
Nettuno. Quando Nettuno scagliò il tridente contro il satiro, que-
sto si conficcò nella roccia e Nettuno mise in fuga il satiro. 2 Chiese
alla ragazza che cosa facesse in quel luogo deserto e lei rispose di
essere stata mandata dal padre a prendere acqua; Nettuno giacque
con lei. Per questo le diede una ricompensa: la invitò a estrarre il
suo tridente dalla roccia, e quando l’ebbe estratto sgorgarono tre
zampilli, e dal nome di Amimone la fonte fu chiamata Amimonia.
Da questa unione nacque Nauplio. In seguito questa fonte è stata
chiamata Lernea.

170 Chi ciascuna delle figlie di Danao uccise


1 Midea uccise Antimaco.
Filomela Pantio.
Scilla Proteo.
Amficomone Plessippo.
Evippe Agenore.
Demodita Crisippo.
Iale Perio.
2 Trite Encelado.
Damone Amintore.
Ippotoe Obrimo.
Mirmidone Mineo.

173
Igino fab. 170

Eurydice Canthum.
Cleo Asterium
3 Arcadia Xanthum.
Cleopatra Metalcem.
Phila Philinum.
Hipparete Protheonem.
Chrysothemis Asteriden.
† Pyrante Athamantem
4 † Armoasbus.
Glaucippe Niavium.
Demophile Pamphilum.
Autodice Clytum.
Polyxena Aegyptum.
Hecabe Dryantem.
5 Achamantis Ecnominum.
Arsalte Ephialtem.
Monuste Eurysthenem.
Amymone Midamum.
Helice † Euideam.
Oeme Polydectorem.
6 Polybe Iltonomum
Helicta Cassum.
Electra Hyperantum.
Eubule Demarchum.
Daplidice † Pugnonem.
7 Hero Andromachum.
Europome Athleten.
† Pyrantis Plexippum.
Critomedia Antipaphum.
Pirene Dolichum.
Eupheme Hyperbium.
Themistagora Podasimum.
8 Celaeno Aristonon.
Itea Antiochum.
Erato Eudaemonem.
9 Hypermestra Lynceum servavit; qui cum Danaus perisset primu-
sque Abas ei nuntiasset, Lynceus circumspiciens in templo quid ei
muneri daret, casu conspexit clipeum quem Danaus consecraverat

174
Miti del mondo classico

Euridice Canto.
Cleo Asterio.
3 Arcadia Xanto.
Cleopatra Metalce.
Fila Filino.
Ipparete Proteone.
Crisotemide Asteride.
Pirante Atamante.
4 ... Armoasbo.
Glaucippe Niavio.
Demofile Panfilo.
Autodice Clito.
Polissena Egitto.
Ecabe Driante.
5 Acamante Ecnomino.
Arsalte Efialte.
Monuste Euristene.
Amimone Midamo.
Elice Evidea.
Eme Polidettore.
6 Poliba Iltonomo.
Elitta Casso.
Elettra Iperanto.
Eubule Demarco.
Daplidice Pugnone.
7 Ero Andromaco.
Europome Atleta.
Pirante Plessippo.
Critomedia Antipaphum.
Pirene Dolico.
Eufeme Iperbio.
Temistagora Podasimo.
8 Celeno Aristonoo.
Itea Antioco.
Erato Eudemone.
9 Ipermestra risparmiò Linceo; quando Danao morì e Abante per
primo gli portò la notizia, Linceo cercando all’intorno nel tempio
che cosa dargli in dono, per caso notò lo scudo che Danao aveva

175
Igino fabb. 170-173

Iunoni, quem in iuventa gesserat. 10 Refixit et donavit Abanti lu-


dosque consecravit qui quinto quoque anno aguntur, qui appel-
lantur Ἀσπὶς ἐν Ἄργει. Quibus ludis cursoribus corona non datur
sed clipeus.
11 At Danaides post patris interitum viros duxerunt Argivos, e qui-
bus qui nati <Danai> sunt appellati.

171 Althaea
1 Cum Althaea Thestii filia una nocte concubuerunt Oeneus et
Mars, ex quibus cum esset natus Meleager subito in regia appa-
ruerunt Parcae Clotho Lachesis Atropos. 2 Cui fata ita cecinerunt:
Clotho dixit eum generosum futurum, Lachesis fortem, Atropos
titionem ardentem aspexit in foco et ait: «Tam diu hic vivit quam
diu hic titio consumptus non fuerit». 3 hoc Althaea mater cum au-
disset, exiluit de lecto et titionem extinxit et eum in regia media
obruit fatalem ne ab igni consumeretur.

172 Oeneus
Oeneus Porthaonis filius Aetoliae rex cum omnibus diis annua
sacra fecisset et Dianam praeterisset, ea irata aprum immani ma-
gnitudine, qui agrum Calydonium vastaret, misit. Tunc Meleager
Oenei filius se pollicetur cum delectis Graeciae ducibus ad eum
expugnandum iturum.

173 Qui aprum Calydonium ierunt


1 Castor et Pollux Iovis filii.
Eurytus Mercurii Sparta.
Echion Mercurii Thebis.
Aesculapius Apollinis.
Iason Aesonis Thebis.
Alcon Martis, Thracia.
Euphemus Neptuni.
2 Iolaus Iphicli.
Lynceus et Idas Apharei.
Peleus Aeaci.
Telamon Aeaci.
Admetus Pheretis.

176
Miti del mondo classico

consacrato a Giunone e che aveva utilizzato in gioventù. 10 Lo stac-


cò e lo donò ad Abante, e instituì dei giochi sacri che si effettuano
ogni quattro anni e che si chiamano “Scudo in Argo”. In questi
giochi ai concorrenti non si dà una corona ma uno scudo.
11 Le Danaidi poi, dopo la morte del padre, sposarono degli uomi-
ni di Argo, e quelli nati da loro furono chiamati Danai.

171 Altea
1 Con Altea, figlia di Testio, nella stessa notte giacquero Eneo e
Marte, e da loro nacque Meleagro. Improvvisamente nella reggia
comparvero le Parche Cloto, Lachesi e Atropo 2 e gli predissero il
destino così: Cloto disse che sarebbe stato coraggioso, Lachesi for-
te, Atropo notò un tizzone che bruciava nel focolare e disse: «Co-
stui vivrà finché questo tizzone non sarà consumato». 3 La madre
Altea, ascoltate queste parole, saltò fuori dal letto, spense il tizzone
del destino e lo seppellì all’interno della reggia perché non fosse
consumato dal fuoco.

172 Eneo
Eneo, figlio di Portaone, re di Etolia, nel fare il sacrificio annuale
a tutti gli dei aveva dimenticato Diana; questa, adirata, mandò un
cinghiale di grandezza esagerata a devastare il territorio di Calido-
ne. Allora il figlio di Eneo, Meleagro, promette di andare ad affron-
tarlo con combattenti scelti della Grecia.

173 Coloro che andarono contro il cinghiale Calidonio


1 Castore et Polluce, figli di Giove.
Eurito, figlio di Mercurio, da Sparta.
Echione, figlio di Mercurio, da Tebe.
Esculapio, figlio di Apollo.
Giasone, figlio di Esone, da Tebe.
Alconte, figlio di Marte, dalla Tracia.
Eufemo, figlio di Nettuno.
2 Iolao, figlio di Ificlo.
Linceo e Ida, figli di Afareo.
Peleo, figlio di Eaco.
Telamone, figlio di Eaco.
Admeto, figlio di Ferete.

177
Igino fabb. 173-174

Laerta Arcesii.
Deucalion Minois.
Theseus Aegei.
Plexippus, Ideus, Lynceus Thestii filii, fratres Althaeae.
3 Hippothous Cercyonis.
Caeneus Elati.
Mopsus Ampyci.
Meleager Oenei.
Hippasus Euryti.
Ancaeus Lycurgi.
Phoenix Amyntoris.
Dryas Iapeti.
Enaesimus, Alcon, Leucippus, Hippocoontis Amyclis.
Atalante Schoenei.

173 A Quae civitates auxilium miserunt Oeneo


Tenedos, Iolcos, Sparta, Pleurone, Messene, Perrhaebia, Phthia,
Magnesia, Salamina, Calydon, Thessalia, Oechalia, Ithaca, Tegea,
Creta, Dolopea, Athenae et Arcadia.

174 Meleager
1 Althaea Thestii filia ex Oeneo peperit Meleagrum. Ibi in regia
dicitur titio ardens apparuisse. 2 Huc Parcae venerunt et Meleagro
fata cecinerunt eum tam diu victurum quam diu is titio esset inco-
lumis. 3 Hunc Althaea in arca clusum diligenter servavit. 4 Interim
ira Dianae, quia Oeneus sacra annua ei non fecerat, aprum mira
magnitudine qui agrum Calydonium vastaret misit. 5 Quem Me-
leager cum delectis iuvenibus Graeciae interfecit pellemque eius
ob virtutem Atalante virgini donavit, quam Ideus, Plexippus, Lyn-
ceus Althaeae fratres eripere voluerunt. 6 Illa cum Meleagri fidem
implorasset, ille intervenit et amorem cognationi anteposuit avun-
culosque suos occidit. Id ubi Althaea mater audivit filium suum
tantum facinus esse ausum, memor Parcarum praecepti titionem ex
arca prolatum in ignem coniecit. Ita dum fratrum poenas vult exe-
qui, filium interfecit. 7 At sorores eius praeter Gorgen et Deianiram
flendo deorum voluntate in aves sunt transfiguratae, quae meleagri-
des vocantur; at coniunx eius Alcyone maerens in luctu decessit.

178
Miti del mondo classico

Laerte, figlio di Arcesio.


Deucalione, figlio di Minosse.
Teseo, figlio di Egeo.
Plessippo, Ideo, Linceo, figli di Testio e fratelli di Altea.
3 Ippoto, figlio di Cercione.
Ceneo, figlio di Elato.
Mopso, figlio di Ampico.
Meleagro, figlio di Eneo.
Ippaso, figlio di Eurito.
Anceo, figlio di Licurgo.
Fenice, figlio di Amintore.
Driante, figlio di Giapeto.
Enesimo, Alconte, Leucippo, Ippocoonte da Amicla.
Atalanta, figlia di Scheneo.

173 A Città che inviarono aiuto a Eneo


Tenedo, Iolco, Sparta, Pleurone, Messene, Perrebia, Ftia, Magne-
sia, Salamina, Calidone, Tessaglia, Ecalia, Itaca, Tegea, Creta, Do-
lopia, Atene e Arcadia.

174 Meleagro
1 Altea, figlia di Testio, da Eneo partorì Meleagro. Si racconta che in
quel momento nella reggia apparve un tizzone ardente. 2 Arrivarono le
Parche e predissero il destino a Meleagro: sarebbe vissuto finché quel
tizzone fosse stato integro. 3 Altea lo chiuse in uno scrigno e lo conser-
vò con cura. 4 Nel frattempo Diana, adirata perché Eneo non le aveva
fatto i sacrifici annuali, mandò un cinghiale di dimensioni straordina-
rie a devastare il territorio di Calidone. 5 Meleagro, insieme a giovani
scelti della Grecia, lo uccise e donò la sua pelle alla vergine Atalanta
per il suo valore, ma i fratelli di Altea, Ideo, Plessippo e Linceo, gliela
volevano sottrarre. 6 Quella allora invocò l’aiuto di Meleagro, questi
intervenne e antepose l’amore ai rapporti di parentela, uccidendo i
suoi zii. Quando la madre Altea venne a sapere che suo figlio aveva
osato compiere un delitto così grave, ricordando la profezia delle Par-
che estrasse il tizzone dallo scrigno e lo gettò nel fuoco. E così volendo
vendicare i fratelli uccise suo figlio. 7 Per volere degli dei le sue sorelle,
tranne Gorge e Deianira, per il pianto furono trasformate negli uccelli
chiamati meleagridi; e sua moglie Alcione morì affranta dallo strazio.

179
Igino fabb. 175-177

175 Agrius
1 Agrius Parthaonis filius ut vidit Oeneum fratrem orbum libe-
ris factum, egentem regno expulit atque ipse regnum possedit. 2
Interim Diomedes Tydei filius et Deipyles Ilio devicto ut audivit
avum suum regno pulsum, pervenit in Aetoliam cum Sthenelo Ca-
panei filio et armis contendit cum Lycopeo Agri filio, quo interfecto
Agrium egentem e regno expulit atque Oeneo avo suo regnum re-
stituit. 3 Postque Agrius regno expulsus ipse se interfecit.

176 Lycaon
1 Ad Lycaonem Pelasgi filium Iovis in hospitium venisse dicitur
et filiam eius Callisto compressisse, ex quo natus est Arcas, qui ex
suo nomine terrae nomen indidit. 2 Sed Lycaonis filii Iovem tentare
voluerunt deusne esset; carnem humanam cum cetera carne com-
miscuerunt idque in epulo ei apposuerunt. 3 Qui postquam sensit
iratus mensam evertit, Lycaonis filios fulmine necavit. Eo loco po-
stea Arcas oppidum communivit, quod Trapezos nominatur. Pa-
trem Iuppiter in lupi figuram mutavit.

177 Callisto
1 Callisto Lycaonis filia ursa dicitur facta esse ob iram Iunonis,
quod cum Iove concubuit. Postea Iovis in stellarum numerum ret-
tulit, quae Septentrio appellatur, quod signum loco non movetur
neque occidit. Tethys enim Oceani uxor nutrix Iunonis prohibet
eam in oceanum occidere. 2 Hic ergo Septentrio maior, de qua in
Creticis versibus

tuque Lycaoniae mutatae semine nymphae,


quam gelido raptam de vertice Nonacrinae
oceano prohibet semper se tinguere Tethys,
ausa suae quia sit quondam succumbere alumnae.

3 Haec igitur ursa a Graecis Helice appellatur. Haec habet stellas


in capite septem non claras, in utraque aure duas, in armo unam, in
pectore claram unam, in pede priore unam, in extrema coxa claram

180
Miti del mondo classico

175 Agrio
1 Agrio, figlio di Partaone, come vide il fratello Eneo privato dei
figli, lo cacciò dal regno privandolo di tutto e se ne impossessò lui
stesso. 2 Nel frattempo Diomede, figlio di Tideo e Deipile, dopo
che Ilio fu conquistata, avendo sentito dire che suo nonno era stato
cacciato dal regno giunse in Etolia con Stenelo, figlio di Capaneo, e
affrontò in armi Licopeo, figlio di Agrio; dopo averlo ucciso cacciò
dal regno Agrio privandolo di tutto e lo restituì al suo avo Eneo. 3
In seguito Agrio, cacciato dal regno, si uccise.

176 Licaone
1 Si racconta che Giove sia andato ospite da Licaone, figlio di Pela-
sgo, e abbia violentato sua figlia Callisto, da cui nacque Arcade, che
diede il proprio nome a quella regione. 2 Ma i figli di Licaone volle-
ro mettere alla prova Giove per vedere se era un dio: mescolarono
carne umana all’altra carne e gliela servirono a banchetto. 3 Quando
se ne accorse, adirato rovesciò il tavolo e uccise con un fulmine i figli
di Licaone. In quel luogo in seguito Arcade edificò una città che si
chiama Trapezunte. Giove trasformò il padre in un lupo.

177 Callisto
1 Si racconta che Callisto, figlia di Licaone, fu mutata in orsa a
causa dell’ira di Giunone, perché giacque con Giove. In seguito
Giove l’annoverò fra gli astri: si chiama Settentrione, una costella-
zione che non si muove dal suo posto e non tramonta. Infatti Teti,
moglie di Oceano e nutrice di Giunone, le proibisce di tramontare
nell’oceano. 2 Questo dunque è il grande Settentrione, di cui si
parla in versi cretici:

Dal seme della ninfa Licaonia


discendi, trasformata e poi rapita
da fredda cima della Nonacrina.
Teti le vieta sempre di tuffarsi
nell’oceano, perché ha osato un tempo
prendere il posto della sua figliola.
3 Questa orsa dunque dai greci è chiamata Elice. Presenta sulla
testa sette stelle non splendenti, due in ognuna delle orecchie, una
sulla spalla, una splendente sul petto, una sulla zampa anteriore,

181
Igino fabb. 177-179

unam, in femine posteriori duas, in pede extremo duas, in cauda


tres, omnes numero viginti.

178 Europa
1 Europa Argiopes et Agenoris filia Sidonia. Hanc Iuppiter in
taurum conversus a Sidone Cretam transportavit et ex ea pro-
creavit Minoem, Sarpedonem, Rhadamanthum. 2 Huius pater
Agenor suos filios misit ut sororem reducerent aut ipsi in suum
conspectum non redirent. 3 Phoenix in Africam est profectus
ibique remansit; inde Afri Poeni sunt appellati. Cilix suo no-
mine Ciliciae nomen indidit. 4 Cadmus cum erraret Delphos
devenit; ibi responsum accepit ut a pastoribus bovem emeret
qui lunae signum in latere haberet eumque ante se ageret; ubi
decubuisset, ibi fatum esse eum oppidum condere et ibi regna-
re. 5 Cadmus sorte audita cum imperata perfecisset et aquam
quaereret, ad fontem Castalium venit, quem draco Martis filius
custodiebat. Qui cum socios Cadmi interfecisset, a Cadmo la-
pide est interfectus dentesque eius Minerva monstrante sparsit
et aravit, unde Spartoe sunt enati. 6 Qui inter se pugnarunt. Ex
quibus quinque superfuerunt, id est Chthonius, Udaeus, Hype-
renor, Pelorus et Echion. Ex bove autem, quem secutus fuerat,
Boeotia est appellata.

179 Semele
1 Cadmus Agenoris et Argiopes filius ex Harmonia Martis et Ve-
neris filia procreavit filias quattuor, Semelen, Ino, Agaven, Auto-
noen, et Polydorum filium. 2 Iovis cum Semele voluit concumbe-
re; quod Iuno cum resciit, specie immutata in Beroen nutricem
ad eam venit et persuasit ut peteret ab Iove ut eodem modo ad se
quomodo ad Iunonem veniret, «ut intellegas – inquit – quae sit
voluptas cum deo concumbere». 3 Itaque Semele petiit ab Iove ut
ita veniret ad se. Qua re impetrata Iovis cum fulmine et tonitribus
venit et Semele conflagravit. Ex utero eius Liber est natus, quem
Mercurius ab igne ereptum Nyso dedit educandum, et Graece
Dionysus est appellatus.

182
Miti del mondo classico

una all’estremità della coscia, due sulle gambe posteriori, due all’e-
stremità della zampa, tre sulla coda: in tutto venti.

178 Europa
1 Europa, figlia di Argiope e Agenore, era di Sidone. Giove, trasforma-
tosi in toro, la trasportò da Sidone a Creta e da lei generò Minosse, Sar-
pedone e Radamanto. 2 Suo padre Agenore mandò i suoi figli perché
riportassero indietro la sorella; altrimenti non si presentassero al suo
cospetto. 3 Fenice partì alla volta dell’Africa e lì si stabilì; per questo gli
africani sono chiamati Punici (Poeni). Cilice dal suo nome diede nome
alla Cilicia. 4 Cadmo nelle sue peregrinazioni giunse a Delfi; lì ricevet-
te come responso di comprare da pastori un bue che aveva sul fianco
l’immagine della luna e di condurlo davanti a sé; laddove questo si fosse
accosciato, lì era destino che lui fondasse una città e che vi regnasse. 5
Dopo aver ascoltato il responso, volendo realizzare gli ordini, Cadmo
cercava dell’acqua e arrivò alla fonte Castalia, che era custodita da un
serpente figlio di Marte. Questi uccise i compagni di Cadmo ma fu uc-
ciso da Cadmo con un colpo di pietra: quindi egli secondo le indicazio-
ni di Minerva seminò i denti di quello e poi arò, e da questi nacquero
gli Sparti. 6 Essi combatterono l’uno contro l’altro e ne sopravvissero
cinque, cioè Ctonio, Udeo, Iperenore, Peloro ed Echione. Dal bue che
Cadmo aveva seguito ricevette nome la Beozia.

179 Semele
1 Cadmo, figlio di Agenore e Argiope, da Armonia, figlia di Marte
e Venere, generò quattro figlie, Semele, Ino, Agave, Autonoe, e un
figlio, Polidoro. 2 Giove volle giacere con Semele, ma quando Giu-
none lo venne a sapere trasformò il proprio aspetto in quello di Be-
roe, la nutrice di quella, andò da lei e la convinse a chiedere a Giove
di presentarsi a lei come faceva con Giunone, «per capire – diceva
– quale piacere si prova a giacere con un dio». 3 E così Semele
chiese a Giove di presentarsi a lei in quel modo e l’ottenne: Giove si
presentò con fulmini e tuoni e Semele bruciò completamente. Dal
suo grembo nacque Libero, che Mercurio strappò dall’incendio e
diede da allevare a Niso, e in greco fu chiamato Dioniso.

183
Igino fabb. 180-182

180 Actaeon
Actaeon Aristaei et Autonoes filius pastor Dianam lavantem specu-
latus est et eam violare voluit. Ob id irata Diana fecit ut ei cornua
in capite nascerentur et a suis canibus consumeretur.

181 Diana
1 Diana cum in valle opacissima cui nomen est Gargaphia aestivo tem-
pore fatigata ex assidua venatione se ad fontem cui nomen est Par-
thenius perlueret, Actaeon Cadmi nepos Aristaei et Autonoes filius,
eundem locum petens ad refrigerandum se et canes quos exercuerat
feras persequens, in conspectum deae incidit; 2 qui ne loqui posset,
habitus eius in cervum ab ea conversus est. Ita pro cervo laceratus est
a suis canibus. 3 Quorum nomina: masculi Melampus, Ichnobates,
Pamphagos, Dorceus, Oribasus, Nebrophonus, Laelaps, Theron, Pte-
relas, Hylaeus, Nape, Ladon, Poemenis, Therodanapis, Aura, Lacon,
Harpyia, Aello, Dromas, Thous, Canache, Cyprius, Sticte, Labros,
Arcas, Agriodus, Tigris, Hyletor, Alce, Harpalus, Lycisce, Melaneus,
Lachne, Leucon; 4 item tres qui eum consumpserunt feminae: Melan-
chaetes, Agre, Theridamas, Oresitrophos. 5 Item alii auctores tradunt
haec nomina: Acamas, Syrum, Aeon, Stilbon, Agrius, Charops, Ae-
thon, Corus, Boreas, Draco, Eudromus, Dromius, Zephyrus, Lampus,
Haemon, Cyllopodes, Harpalicus, Machimus, Ichneumo, Melampus,
Ocydromus, Borax, Ocythous, Pachitos, Obrimus; 6 feminae Argo,
Arethusa, Urania, Theriope, Dinomache, Dioxippe, Echione, Gor-
go, Cyllo, Harpyia, Lynceste, Leaene, Lycaena, Ocypode, Ocydrome,
Oxyboe, Orias, Sainon, Theriphone, Hylaeos, † Chedietros.

182 Oceani filiae


1 Oceani filiae Idothea, Althaea, Adrasta; alii aiunt Melissei filias
esse, Iovis nutrices. 2 Quae nymphae Dodonides dicuntur (alii Nai-
das vocant) <…> quarum nomina Cisseis, Nysa, Erato, Eriphia,
Dromie, Polyhymno; hae in monte Nysa munere alumni potitae sunt,
qui Medeam rogaverat, et deposita senectute in iuvuenes mutatae
sunt, consecrataeque postea inter sidera Hyades appellantur. 3 Alii
tradunt vocitatas Arsinoe, Ambrosie, Bromie, Cisseis, Coronis.

184
Miti del mondo classico

180 Atteone
Il pastore Atteone, figlio di Aristeo e Autonoe, osservò Diana men-
tre faceva il bagno e pensò di violentarla. Adirata per questo, Diana
gli fece spuntare delle corna sulla testa e lo fece divorare dai suoi
stessi cani.

181 Diana
1 Durante la stagione estiva in una valle molto ombreggiata il cui nome
è Gargafia Diana, stanca per aver cacciato continuamente, si lavava a
una fonte il cui nome è Partenia; Atteone, nipote di Cadmo e figlio di
Aristeo e Autonoe, si diresse nello stesso luogo per cercare refrigerio
per sé e per i cani che aveva lanciato a inseguire gli animali selvatici, e
finì per vedere la dea. 2 Affinché non lo potesse raccontare, lei trasfor-
mò il suo aspetto in cervo e così, come se fosse un cervo, fu sbranato
dai suoi cani. 3 Ecco i nomi di questi: i maschi Melampo, Icnobate,
Pamfago, Dorceo, Oribaso, Nebrofono, Lelape, Terone, Pterelao,
Ileo, Nape, Ladone, Pemenide, Terodanapide, Aura, Lacone, Arpia,
Ello, Dromade, Too, Canache, Ciprio, Stitte, Labro, Arcade, Agriodo,
Tigre, Iletore, Alce, Arpalo, Licisco, Melaneo, Lacne, Leucone; 4 e poi
le tre femmine che lo finirono: Melanchete, Agre, Teridamante, Oresi-
trofo. 5 Inoltre altre fonti tramandano i seguenti nomi: Acamante, Siro,
Eone, Stilbone, Agrio, Carope, Etone, Coro, Borea, Dracone, Eudro-
mo, Dromio, Zefyro, Lampo, Emone, Cillopode, Arpalico, Machimo,
Icneumone, Melampo, Ocidromo, Borace, Ocitoo, Pachito, Obrimo;
6 le femmine Argo, Aretusa, Urania, Teriope, Dinomache, Diossippe,
Echione, Gorgone, Cillone, Arpia, Linceste, Leena, Licena, Ocipode,
Ocidrome, Ossiboe, Oriante, Sainone, Terifone, Ileo, † Chedietro.

182 Le figlie di Oceano


1 Le figlie di Oceano Idotea, Altea, Adrasta – che secondo altre fonti
sono figlie di Melisseo – furono le nutrici di Giove. 2 Le ninfe che sono
denominate Dodonidi – altri le chiamano Naiadi – … i cui nomi sono
Cisseide, Nisa, Erato, Erifia, Dromie, Poliinno. Queste sul monte Nisa
ottennero un dono da parte del loro figlio di latte, che l’aveva chiesto
a Medea: abbandonata la vecchiaia, si trasformarono in ragazze e in
seguito furono divinizzate come costellazioni e si chiamano Iadi. 3 Al-
tre fonti tramandano che erano chiamate Arsinoe, Ambrosia, Bromia,
Cisseide, Coronide.

185
Igino fabb. 183-185

183 Equorum Solis et Horarum nomina


1 Eous: per hunc caelum verti solet.
Aethiops quasi flammeus est, qui coquit fruges.
Hi funales sunt mares.
2 Feminae iugariae: Bronte, quae nos tonitrua appellamus, Stero-
peque quae fulgitrua. Huic rei auctor est Eumelus Corinthius.
3 Item quos Homerus tradit: Abraxas, † io therbeeo †.
Item quos Ovidius: Pyrois, Eous, Aethon, Phlegon.
4 Horarum vero nomina haec sunt Iovis Saturni filii et Themidis
filiae titanidis: Auxo, Eunomia, Pherusa, Carpo, Dice, Euporie,
Irene, Orthosie, Thallo.
5 Alii auctores tradunt decem his nominibus: Auge, Anatole, Mu-
sica, Gymnastica, Nymphe, Mesembria, Sponde † elete actem et †
Hesperis, Dysis.

184 Pentheus et Agave


1 Pentheus Echionis et Agaves filius Liberum negavit deum esse
nec mysteria eius accipere voluit. Ob hoc eum Agave mater cum
sororibus Ino et Autonoe per insaniam a Libero obiectam mem-
bratim laniavit. 2 Agave ut suae mentis compos facta est et vidit se
Liberi impulsu tantum scelus admisisse, profugit ab Thebis; quae
errabunda in Illyriae fines devenit ad Lycothersen regem, quam
Lycotherses excepit.

185 Atalanta
1 Schoeneus Atalantam filiam virginem formosissimam dicitur
habuisse, quae uirtute sua cursu viros superabat. Ea petiit a patre
ut se virginem servaret. 2 Itaque cum a pluribus in coniugium
peteretur, pater eius simultatem constituit: qui eam ducere vellet
prius in certamine cursu cum ea contenderet, termino constituto,
ut ille inermis fugeret, haec cum telo insequeretur; quem intra
finem termini consecuta fuisset interficeret, cuius caput in stadio
figeret. 3 Plerosque cum superasset et occidisset, novissime ab
Hippomene Megarei et Meropes filio victa est. Hic enim a Ve-
nere mala tria insignis formae acceperat, edoctus quis usus in eis
esset. 4 Qui in ipso certamine iactando puellae impetum alligavit.

186
Miti del mondo classico

183 Nomi dei cavalli del Sole e delle Ore


1 Eoo: di norma grazie a questo il cielo ruota.
Etiope, che è come fatto di fiamme: è quello che brucia le messi.
Questi sono i cavalli anteriori e sono maschi.
2 Quelli attaccati al giogo sono femmine: Bronte, che per noi significa
tuono, e Sterope, che significa lampi. Lo attesta Eumelo di Corinto.
3 Poi, quelli che tramanda Omero: Abraxas, † ioterbeeo.
Poi quelli che tramanda Ovidio: Piroente, Eoo, Etone, Flegonte.
4 D’altronde i nomi delle Ore, figlie di Giove, figlio di Saturno, e
della titanide Temi, sono i seguenti: Ausso, Eunomia, Ferusa, Car-
po, Dice, Euporia, Irene, Ortosia, Tallo.
5 Altre fonti ne tramandano dieci così chiamate: Auge, Anatole,
Musica, Ginnastica, Ninfa, Mesembria, Sponde, † elete atte, Espe-
ride, Dise.

184 Penteo e Agave


1 Penteo, figlio di Echione e Agave, affermò che Libero non era un
dio e non volle ammettere i riti misterici in suo onore. Per questo
motivo la madre Agave con le sue sorelle Ino e Autonoe lo smem-
brarono in preda alla follia mandata loro da Libero. 2 Quando ritor-
nò in sé e si rese conto di aver commesso un così grave delitto per
istigazione di Libero, Agave fuggì via da Tebe; nel suo errare giunse
nel territorio dell’Illiria dal re Licoterse, e Licoterse l’accolse.

185 Atalanta
1 Si racconta che Scheneo avesse una figlia vergine bellissima, Ata-
lanta, che nella sua bravura batteva nella corsa gli uomini. Essa
chiese al padre di conservarle la verginità. 2 E così, siccome veniva
chiesta in moglie da parecchi pretendenti, suo padre stabilì una
gara: chi voleva prenderla in moglie prima doveva confrontarsi con
lei in una gara di corsa, stabilito un traguardo; lui doveva fuggire
disarmato e lei doveva inseguirlo con un giavellotto: se l’avesse rag-
giunto entro la linea di arrivo, lo doveva uccidere e doveva affiggere
la testa di quello nello stadio. 3 Dopo aver vinto e ucciso parecchi
concorrenti, alla fine fu sconfitta da Ippomene, figlio di Megareo e
Merope. Costui infatti aveva ricevuto da Venere tre mele di straor-
dinaria bellezza ed era stato istruito su come usarle. 4 Lasciandole
cadere durante la gara rallentò lo slancio della ragazza, perché lei

187
Igino fabb. 185,186

Illa enim dum colligit et ammiratur aurum, declinavit et iuveni


victoriam tradidit. 5 Cui Schoeneus ob industriam libens filiam
suam dedit uxorem. Hanc cum in patriam duceret, oblitus bene-
ficio Veneris se vicisse, grates ei non egit. 6 Irata Venere in monte
Parnasso cum sacrificaret Iovi Victori, cupiditate incensus cum ea
in fano concubuit, quos Iuppiter ob id factum in leonem et leam
convertit, quibus dii concubitum Veneris denegant.

186 Melanippe
1 Melanippen Desmontis filiam, sive Aeoli ut alii poetae dicunt,
formosissimam Neptunus compressit, ex qua procreavit filios
duos. 2 Quod cum Desmontes rescisset, Melanippen excaeca-
vit et in munimento conclusit, cui cibum atque potum exiguum
praestari iussit, infantes autem feris proici. 3 Qui cum proiecti
essent, vacca lactens veniebat ad infantes et ubera praestabat.
Quod cum armentarii vidissent, tollunt eos ut educarent. 4 In-
terim Metapontus rex Icariae a coniuge Theano petebat ut sibi
liberos procrearet aut regno cederet. Illa timens mittit ad pas-
tores ut infantem aliquem explicarent quem regi subderet. Qui
miserunt duos inventos, ea regi Metaponto pro suis supposuit.
5 Postea autem Theano ex Metaponto peperit duos. Cum au-
tem Metapontus priores valde amaret, quod formosissimi essent,
Theano quaerebat ut eos tolleret et filiis suis regnum servaret. 6
Dies advenerat ut Metapontus exiret ad Dianam Metapontinam
ad sacrum faciendum. Theano occasione nacta indicat filiis suis
eos suppositicios priores esse: «Itaque cum in venatione exierint,
eos cultris interficite». 7 Illi autem matris monitu cum in montem
exissent, proelium inter se commiserunt. Neptuno autem adiu-
vante Neptuni filii vicerunt et eos interfecerunt; quorum corpora
cum in regia allata essent, Theano cultro venatorio se interfecit.
8 Ultores autem Boeotus et Aeolus ad pastores ubi educati erant
confugerunt; ibi Neptunus eis indicat ex se esse natos et matrem
in custodia teneri. 9 Qui ad Desmontem pervenerunt eumque
interfecerunt et matrem custodia liberarunt, cui Neptunus lu-
men restituit. Eam filii perduxerunt in Icariam ad Metapontum
regem et indicant ei perfidiam Theanus. 10 Post quae Metapon-
tus duxit coniugio Melanippen eosque sibi filios adoptavit, qui

188
Miti del mondo classico

raccogliendole e ammirandone l’oro rallentò e diede la vittoria al


ragazzo. 5 A causa della sua intraprendenza Scheneo gli diede di
buon grado sua figlia in sposa. Mentre la portava in patria, dimen-
ticò di aver vinto grazie all’aiuto di Venere e non la ringraziò. 6 A
causa dell’ira di Venere, mentre sul monte Parnaso faceva un sacri-
ficio a Giove Vincitore, fu preso dal desiderio e giacque con lei nel
tempio: per questo gesto Giove li trasformò in un leone e in una
leonessa, animali cui gli dei negano i piaceri di Venere.

186 Melanippe
1 Melanippe, figlia di Desmonte o di Eolo, come dicono altri poeti, era
bellissima e Nettuno si unì a lei e da lei generò due figli. 2 Desmonte,
quando lo venne a sapere, accecò Melanippe e la rinchiuse in prigio-
ne; ordinò di darle poco da mangiare e da bere e di esporre i neonati
alle belve. 3 Questi furono esposti, ma da loro andava una mucca da
latte e offriva loro le mammelle. Visto ciò, i pastori li prendono con sé
per allevarli. 4 Nel frattempo Metaponto, re di Icaria, chiedeva a sua
moglie Teano di dargli dei figli o di andarsene dal regno; impaurita,
quella manda a dire ai pastori di procurarle un neonato da presentare
al re: essi le mandano i due che avevano trovato e lei di fronte al re li fa
passare come i suoi. 5 In seguito però Teano generò da Metaponto due
bambini, e siccome Metaponto amava moltissimo i primi due, perché
erano davvero belli, Teano cercava il modo per eliminarli e garantire
il regno ai figli suoi. 6 Arrivò il giorno in cui Metaponto si allontanava
per celebrare un sacrificio a Diana Metapontina. Teano, colta l’occa-
sione, rivela ai propri figli che i primi erano adottivi: «Pertanto, quan-
do usciranno per andare a caccia, uccideteli a pugnalate!». 7 Quelli
dunque, secondo le indicazioni della madre, una volti andati a caccia
sulla montagna cominciarono a combattere fra loro; tuttavia, siccome
Nettuno li aiutava, ebbero la meglio i figli di Nettuno e li uccisero.
Quando furono portati nella reggia i corpi di quelli, Teano si uccise
con il pugnale da caccia. 8 Allora i due vendicatori, Beoto ed Eolo, si
rifugiarono dai pastori dai quali erano stati allevati; lì Nettuno rivela
loro che erano nati da lui e che la loro madre era tenuta prigioniera. 9
Essi si recarono da Desmonte e lo uccisero, liberarono la madre dalla
prigionia e Nettuno le restituì la vista. I figli la conducono a Icaria dal
re Metaponto e rivelano a questi la slealtà di Teano. 10 Dopo questi
fatti Metaponto prese in moglie Melanippe e adottò i suoi figli, che

189
Igino fabb. 186-188

in Propontide ex suo nomine condiderunt Boeotus Boeotiam,


Aeolus Aeoliam.

187 Alope
1 Alope Cercyonis filia formosissima cum esset, Neptunus eam
compressit. Qua ex compressione peperit infantem, quem inscio
patre nutrici dedit exponendum. Qui cum expositus esset, equa
venit et ei lac praestabat. 2 Quidam pastor equam persecutus vidit
infantem atque eum sustulit, qui veste regia indutum cum in casam
tulisset, alter compastor rogavit ut sibi eum infantem donaret. 3 Ille
ei donavit sine veste; cum autem inter eos iurgium esset, quod qui
puerum acceperat insignia ingenuitatis reposceret, ille autem non
daret, contendentes ad regem Cercyonem venerunt et contendere
coeperunt. 4 Ille autem qui infantem donatum acceperat, repetere
insignia coepit, quae cum allata essent et agnosceret Cercyon ea
esse ex veste scissa filiae suae, Alopes nutrix timens regi indicium
fecit infantem eum Alopes esse, qui filiam iussit ad necem includi,
infantem autem proici. 5 Quem iterum equa nutriebat; pastores
iterum inventum infantem sustulerunt, sentientes eum deorum nu-
mine educari, atque nutrierunt nomenque ei imposuerunt Hippo-
thoum. 6 Theseus cum ea iter faceret a Troezene Cercyonem inter-
fecit; Hippothous autem ad Theseum venit regnaque avita rogavit,
cui Theseus libens dedit, cum sciret eum Neptuni filium esse, unde
ipse genus ducebat. 7 Alopes autem corpus Neptunus in fontem
commutavit, qui ex nomine Alopes est cognominatus.

188 Theophane
1 Theophane Bisaltis filia formosissima virgo. Hanc cum plures
proci peterent a patre, Neptunus sublatam transtulit in insulam
Crumissam. 2 Quod cum proci eam scissent ibi morari, nave com-
parata Crumissam contendere coeperunt. Neptunus ut eos deci-
peret Theophanen in ovem commutavit formosissimam, ipse au-
tem in arietem, cives autem Crumissenses in pecora. 3 Quo cum
proci venissent neque ullum hominem invenirent, pecora mactare
coeperunt atque ea victu consumere. 4 Hoc Neptunus ut vidit,
in pecora commutatos consumi, procos in lupos convertit; ipse

190
Miti del mondo classico

dal loro nome fondarono, nella Propontide, Beoto la città di Beozia e


Eolo Eolia.

187 Alope
1 Alope, figlia di Cercione, era bellissima e Nettuno si unì a lei.
Da questa unione partorì un bambino che, all’insaputa del padre,
diede alla nutrice da esporre. Questo fu esposto, ma da lui andò
una cavalla e gli forniva il suo latte. 2 Un pastore, mentre era in
cerca della cavalla, vide il neonato e lo prese con sé; siccome l’aveva
portato nella sua capanna rivestito della veste regale, l’altro pastore
gli chiese di dargli il neonato. 3 Quello allora glielo diede, ma senza
veste: nacque dunque una lite, perché colui che aveva ricevuto il
bambino pretendeva il segno della sua nobiltà ma l’altro non glielo
dava: essendo in disaccordo andarono dal re Cercione e presero a
litigare. 4 Colui che aveva ricevuto in dono il neonato prese a re-
clamare quel segno, e, quando fu esibito e Cercione riconobbe che
proveniva dalla veste tagliata di sua figlia, la nutrice di Alope per
paura rivelò al re che quello era il bambino di Alope; quello allora
ordinò che la figlia venisse rinchiusa fino alla morte e che il neonato
venisse esposto. 5 Di nuovo la cavalla lo allattava, di nuovo i pastori
trovarono il neonato e lo presero con sé capendo che stava crescen-
do per volere degli dei, lo allevarono e gli diedero il nome di Ippo-
too. 6 Teseo, durante il suo viaggio da Trezene, uccise Cercione, e
Ippotoo andò da Teseo a richiedere il regno degli antenati; Teseo
glielo concesse di buon grado sapendo che era figlio di Nettuno,
dal quale lui stesso discendeva. 7 Nettuno poi trasformò il corpo di
Alope in una fonte, chiamata dal nome di Alope.

188 Teofane
1 Teofane, figlia di Bisalte, era una vergine bellissima. Siccome parec-
chi pretendenti la chiedevano a suo padre, Nettuno la prese e la portò
sull’isola di Crumissa. 2 Quando i pretendenti vennero a sapere che
lei dimorava là, allestirono una nave e presero l’iniziativa di diriger-
si a Crumissa. Per confonderli Nettuno trasformò Teofane in pecora
bellissima, se stesso in ariete e gli abitanti di Crumissa in un gregge. 3
Dopo essere arrivati e non trovando nessun essere umano, i preten-
denti presero a macellare le pecore e a cibarsene. 4 Quando Nettuno
vide che coloro che aveva trasformato in gregge venivano mangiati tra-

191
Igino fabb. 188,189

autem ut erat aries cum Theophane concubuit, ex quo natus est


aries chrysomallus, qui Colchos Phrixum vexit, cuius pellem Aee-
ta in luco Martis habuit positam, quam Iason sustulit.

189 Procris
1 Procris Pandionis filia. Hanc Cephalus Deionis filius habuit
in coniugio; qui cum mutuo amore tenerentur, alter alteri fidem
dederunt ne quis cum alio concumberet. 2 Cephalus autem cum
studio venandi teneretur et matutino tempore in montem exis-
set, Aurora Tithoni coniunx eum adamavit petitque ab eo concu-
bitum, cui Cephalus negavit quod Procri fidem dederat. 3 Tunc
Aurora ait: «Nolo ut fallas fidem nisi illa prior fefellerit». Itaque
commutat eum in hospitis figuram atque dat munera speciosa
quae Procri deferret. Quod cum Cephalus venisset immutata spe-
cie, munera Procri dedit et cum ea concubuit. Tunc ei Aurora
speciem hospitis abstulit. 4 Quae cum Cephalum vidisset, sensit
se ab Aurora deceptam et inde profugit in Cretam insulam, ubi
Diana venabatur. Quam cum Diana conspexisset, ait ei: «Me cum
virgines venantur tu virgo non es; recede de coetu». 5 Cui Pro-
cris indicat casus suos et se ab Aurora deceptam. Diana miseri-
cordia tacta dat ei iaculum, quod nemo evitare posset et canem
Laelapem quem nulla fera effugere posset et iubet eam ire et cum
Cephalo contendere. 6 Ea capillis demptis iuvenili habitu Dianae
voluntate ad Cephalum venit eumque provocauit, quem in vena-
tione superavit. Cephalus ut vidit tantam potentiam canis atque
iaculi esse, petit ab hospite, non aestimans coniugem suam esse,
ut sibi iaculum et canem venderet. 7 Illa negare coepit. Regni
quoque partem pollicetur; illa negat. «Sed si utique – ait – perstas
id possidere, da mihi id quod pueri solent dare». Ille amore iaculi
et canis incensus promisit se daturum. 8 Qui cum in thalamos
venissent, Procris tunicam levavit et ostendit se feminam esse et
coniugem illius; cum qua Cephalus muneribus acceptis redit in
gratiam. 9 Nihilo minus illa timens Auroram matutino tempore
secuta eum ut observaret atque inter virgulta delituit; quae vir-
gulta cum Cephalus moveri vidit, iaculum inevitabile misit et Pro-
crin coniugem suam interfecit. 10 Ex qua Cephalus habuit filium
Arcesium, ex quo nascitur Laertes Ulyssis pater.

192
Miti del mondo classico

sformò i pretendenti in lupi; lui, visto che era un ariete, si unì a Teofane
e ne nacque l’ariete dal vello d’oro che trasportò Frisso fra i Colchi e
la cui pelle Eeta depose nel tempio di Marte e conservò, ma che poi
portò via Giasone.

189 Procri
1 Procri era figlia di Pandione. La prese in moglie Cefalo, figlio di De-
ione; dal momento che erano innamorati l’uno dell’altra, si promisero
vicendevolmente di non giacere con nessun altro. 2 Ma Cefalo, preso
dalla passione della caccia, uscì di buon mattino per andare sulla mon-
tagna e Aurora, sposa di Titono, se ne innamorò e gli chiese di giacere
con lei. Cefalo le disse di no, perché aveva dato la sua parola a Procri.
3 Allora Aurora disse: «Non voglio che tu manchi alla parola, a meno
che non manchi lei per prima». E così gli cambia l’aspetto in forestiero
e gli dà doni di pregio da portare a Procri. Cefalo dunque arrivò nel-
le mutate sembianze, diede i doni a Procri e giacque con lei. In quel
momento Aurora gli tolse l’aspetto di forestiero. 4 E lei, quando vide
che era Cefalo, comprese di essere stata ingannata da Aurora e fuggì
via nell’isola di Creta, dove Diana cacciava. Quando Diana la scorse
le disse: «Con me cacciano le vergini: tu non sei vergine, lascia questo
gruppo!». 5 Procri le racconta la sua storia e l’inganno da parte di
Aurora. Diana impietosita le dà un giavellotto che nessuno può evitare
e il cane Lelape cui nessuna preda può sfuggire, e la invita a tornare e
a gareggiare con Cefalo. 6 Lei si taglia i capelli, indossa i vestiti di un
giovane e come voleva Diana andò da Cefalo e lo sfidò, vincendolo poi
nella caccia. Come vide che il cane e il giavellotto avevano un così gran-
de potere, Cefalo chiese al forestiero – non immaginava che si trattasse
di sua moglie – di vendergli giavellotto e cane. 7 Quella iniziò a dire
di no. Le promette perfino una parte di regno; e quella dice di no.
Allora gli dice: «Se persisti a volerli a ogni costo, dammi quello che
di solito danno i ragazzi». E lui, acceso di desiderio per il giavellot-
to e il cane promise di concedersi. 8 Quando andarono nel talamo
Procri si tolse la tunica e mostrò di essere una donna e per di più
sua moglie; e con lei, avuti i doni, Cefalo si riconciliò. 9 Cionono-
stante, temendo Aurora, di prima mattina lo seguì per controllarlo
e si nascose fra gli arbusti: e Cefalo, vedendo muoversi gli arbusti,
scagliò il giavellotto infallibile e uccise sua moglie Procri. 10 Da lei
Cefalo ebbe un figlio, Arcesio, da cui nasce Laerte, padre di Ulisse.

193
Igino fabb. 190,191

190 Theonoe
1 Thestor mantis habuit Calchantem filium et Leucippen filiam et
Theonoen, quam ludentem a mari piratae rapuerunt et detulerunt
in Cariam; quam rex Icarus sibi in concubinatum emit. 2 Thestor
autem filia amissa inquisitum profectus est, qui naufragio in terram
Cariam venit et in vincula est coniectus ibi, ubi et Theonoe moraba-
tur. 3 Leucippe autem patre et sorore amissis Delphos petit an eorum
foret investigatio. Tum Apollo respondit: «Pro meo sacerdote per
terras vade et eos reperies». 4 Leucippe sorte audita capillos totondit
atque pro iuvene sacerdote circum terras exit investigatum. Quae
cum in Cariam devenisset et Theonoe eam vidisset, aestimans sacer-
dotem esse in amorem eius incidit iubetque ad se perduci ut cum
eo concumberet. 5 Illa autem quia femina erat negat id posse fieri;
Theonoe irata iubet sacerdotem includi in cubiculum atque aliquem
ex ergastulo venire qui sacerdotem interficeret. 6 Quem ad interfi-
ciendum mittitur senex Thestor imprudens ad filiam suam; quem
Theonoe non agnovit datque ei gladium et iubet eum sacerdotem
interficere. Qui cum intrasset et gladium teneret, Thestorem se voci-
tari dixit; duabus filiis Leucippe et Theonoe amissis ad hoc exitium
venisse, ut sibi scelus imperaretur. 7 Quod ille in se cum convertisset
et vellet ipsum se interficere, Leucippe audito patris nomine gladium
ei extorsit; quae ad reginam interficiendam ut veniret, patrem Thes-
torem in adiutorio vocavit; Theonoe patris nomine audito indicat
se filiam esse eius. Icarus autem rex agnitione facta cum muneribus
eum in patriam remisit.

191 Rex Midas


1 Midas rex Mygdonius filius Matris deae a Timolo <...> sumptus
eo tempore quo Apollo cum Marsya vel Pane fistula certavit. Quod
cum Timolus victoriam Apollini daret, Midas dixit Marsyae potius
dandam. 2 Tunc Apollo indignatus Midae dixit: «Quale cor in iudi-
cando habuisti, tales et auriculas habebis». Quibus auditis effecit ut
asininas haberet aures. 3 Eo tempore Liber pater cum exercitum in
Indiam duceret, Silenus aberravit, quem Midas hospitio liberaliter
accepit atque ducem dedit, qui eum in comitatum Liberi deduceret.

194
Miti del mondo classico

190 Teonoe
1 L’indovino Testore aveva un figlio, Calcante, e due figlie, Leucippe
e Teonoe. I pirati venuti dal mare rapirono quest’ultima mentre stava
giocando e la portarono in Caria, e il re Icaro la comprò per averla
come concubina. 2 Dal canto suo Testore, perduta la figlia, partì alla
sua ricerca: in seguito a un naufragio giunse in Caria e fu imprigiona-
to nel luogo in cui anche Teonoe risiedeva. 3 Leucippe, poi, perduti
padre e sorella, chiese all’oracolo di Delfi se ci fosse modo di trovarli;
rispose allora Apollo: «Va’ per le terre come mio sacerdote e li ritrove-
rai». 4 Ascoltato il responso, Leucippe si rasò i capelli e nelle vesti di
giovane sacerdote parte di terra in terra a ricercarli. Dopo che arrivò in
Caria, Teonoe la vide e, pensando che fosse un sacerdote, se ne inna-
morò e ordinò che fosse portato da lei per giacere con lui. 5 Lei però,
siccome era una femmina, si dice contraria a che questo potesse avve-
nire; in preda all’ira, Teonoe ordina che il sacerdote venisse rinchiuso
in camera e che qualcuno dal carcere venisse a uccidere il sacerdote. 6
A ucciderlo viene mandato il vecchio Testore, inconsapevole di andare
dalla propria figlia; Teonoe non lo riconobbe, gli consegna la spada
e gli ordina di uccidere il sacerdote. Dopo essere entrato, tenendo in
mano la spada, disse di chiamarsi Testore e di essere giunto al punto
estremo di farsi ordinare di compiere un delitto perché aveva perso le
sue due figlie, Leucippe e Teonoe. 7 Rivolse dunque la spada contro di
sé volendo uccidere se stesso, ma Leucippe, udito il nome del padre,
gli strappò di mano la spada; chiese quindi al padre Testore aiuto per
andare a uccidere la regina. Teonoe, udito il nome di suo padre, rivela
di essere sua figlia. E così il re Icaro, avvenuto questo riconoscimento,
lo fece partire per la sua patria carico di doni.

191 Il re Mida
1 Mida, re dei Migdoni, figlio della dea Madre, … scelto da Timolo al
tempo in cui Apollo gareggiò nel suonare il flauto con Marsia o con
Pan; e mentre Timolo assegnò la vittoria ad Apollo, Mida affermò che
bisognava assegnarla piuttosto a Marsia. 2 Allora Apollo adirato disse:
«Di colui del quale hai avuto lo spirito nel giudicare, avrai anche le
orecchie». E come risuonarono tali parole, gli fece avere orecchie d’a-
sino. 3 In quel tempo, quando il padre Libero portava il suo esercito in
India, Sileno sbagliò strada: Mida lo accolse generosamente come ospi-
te e gli diede una guida perché lo riaccompagnasse al seguito di Libero.

195
Igino fabb. 191-193

4 At Midae Liber pater ob beneficium deoptandi dedit potesta-


tem ut quicquid vellet peteret a se. Quo Midas petiit ut quicquid
tetigisset aurum fieret. Quod cum impetrasset et in regiam venis-
set, quicquid tetigerat aurum fiebat. 5 Cum iam fame cruciare-
tur petit a Libero ut sibi speciosum donum eriperet; quem Liber
iussit in flumine Pactolo se abluere, cuius corpus aquam cum te-
tigisset facta est colore aureo; quod flumen nunc Chrysorrhoas
appellatur in Lydia.

192 Hyas
1 Atlas ex Pleione sive Oceanitide duodecim filias habuit et filium
Hyantem, quem ab apro vel leone occisum dum lugent sorores ab
eo luctu consumptae sunt. 2 Ex his quinque primae inter sidera
relatae locum habent inter cornua Tauri: Phaesyla, Ambrosia, Co-
ronis, Eudora, Polyxo, quae a fratris nomine appellantur Hyades;
easdem Latine Suculas vocant. 3 Quidam aiunt in modum Y lit-
terae positas inde Hyades dici; nonnulli quod cum oriantur plu-
vias efficiunt (est autem Graece hyin pluere); sunt qui existiment
ideo has in sideribus esse quod fuerint nutrices Liberi patris, quas
Lycurgus ex insula Naxo ediderat. 4 Ceterae sorores postea luctu
consumptae sidera facta sunt, et quia plures essent Pleiades dictae.
Nonnulli existimant ita nominatas quia inter se coniunctae, quod
est plesion; adeo autem confertae sunt ut vix numerentur, nec un-
quam ullius oculis certum est sex an septem existimentur. 5 Earum
nomina haec sunt: Electra, Alcyone, Celaeno, Merope, Sterope,
Taygeta et Maia, ex quibus Electram negant apparere propter Dar-
danum amissum Troiamque sibi ereptam; alii existimant Meropen
conspici erubescere quia mortalem virum acceperit, cum ceterae
deos haberent; 6 ob eamque rem de choro sororum expulsa mae-
rens crinem solutum gerit, quae cometes appellatur sive longodes,
quia in longitudinem producitur, sive xiphias quia gladii mucronis
effigiem producit; ea autem stella luctum portendit.

193 Harpalycus
1 Harpalycus rex Amymneorum Thrax cum haberet filiam Har-
palycen, amissa matre eius vaccarum equarumque eam uberibus

196
Miti del mondo classico

4 Pertanto il padre Libero per riconoscenza gli diede la possibilità


di chiedere di ottenere da lui qualunque cosa volesse. E così, Mida
chiese che qualunque cosa avesse toccato diventasse oro. Una volta
ottenutolo, tornò a palazzo e qualunque cosa toccava diventava oro. 5
Ormai tormentato dalla fame, chiede a Libero di togliergli quel dono
così particolare: Libero gli ordinò di bagnarsi nel fiume Pattolo, e
quando il suo corpo toccò l’acqua, questa assunse il colore dorato:
questo fiume in Lidia ora è chiamato Crisorroa.

192 Iante
1 Atlante da Pleione (detta anche Oceanide) ebbe dodici figlie e un
figlio, Iante, che fu ucciso da un cinghiale o da un leone: mentre lo pian-
gevano, le sorelle si consumarono per il dolore. 2 Di esse le prime cin-
que, trasformate in stelle, occupano la posizione fra le corna del Toro:
Fesila, Ambrosia, Coronide, Eudora, Polisso; dal nome del fratello
sono chiamate Iadi, e sono le stesse che in latino si chiamano Sucule. 3
Alcuni dicono che si chiamano Iadi perché sono disposte come la lette-
ra Y, altri perché quando sorgono provocano piogge e in greco piovere
si dice ὕειν. C’è anche chi ritiene che esse sono fra le stelle perché erano
state le nutrici del padre Libero, che Licurgo aveva bandito dall’isola di
Nasso. 4 Le altre sorelle, consumate per il dolore, in seguito diven-
tarono stelle e siccome erano “di più” furono dette Pleiadi. Alcuni
ritengono che siano chiamate così perché sono vicine fra loro, cioè
sono πλησίον; sono infatti così addensate che a stento si possono
contare e non è mai evidente a occhio nudo se ne risultano sei o
sette. 5 Questi sono i loro nomi: Elettra, Alcione, Celeno, Merope,
Sterope, Taigete e Maia. Di esse, si dice che Elettra non si mostra
perché ha perso Dardano e le è stata sottratta Troia; altri ritengono
che Merope si vergogni di farsi vedere perché ha preso un marito
mortale mentre le altre avevano degli dei; 6 per questo motivo fu
cacciata dal gruppo delle sorelle e per il suo dispiacere porta sciolta
la chioma, che viene chiamata cometa o longode perché si estende
in lunghezza, oppure xifiade perché mostra la forma della punta di
una spada; questa stella inoltre annuncia un evento doloroso.

193 Arpalico
1 Arpalico, re degli Amimnei in Tracia, aveva una bambina di nome
Arpalice; morta la madre, la fece nutrire con il latte di mucche e caval-

197
Igino fabb. 193,194

nutrivit et crescentem armis exercuit, habiturus successorem regni


sui postmodum; nec spes paternas puella decepit: nam tantum bel-
latrix evasit ut etiam saluti fuerit parenti. 2 Nam revertens a Troia
Neoptolemus cum expugnaret Harpalycum gravique eum vulnere
affecisset, illa periturum patrem impetu facto conservavit fuga-
vitque hostem. 3 Sed postea Harpalycus per seditionem civium in-
terfectus est. Harpalyce graviter tum ferens patris mortem contulit
se in silvas ibique vastando iumentorum stabula tandem concursu
pastorum interiit.

194 Arion
1 Arion Methymnaeus cum esset arte citharae potens, rex Pyran-
thus Corinthius eum dilexit; qui cum a rege petiisset per civitates
artem suam illustrare et magnum patrimonium adquisisset, con-
senserunt famuli cum nautis ut eum interficerent. 2 Cui Apollo
in quietem venit eique dixit ut ornatu suo et corona decantaret
et eis se traderet qui ei praesidio venissent. Quem cum famuli et
nautae vellent interficere, petit ab eis ut ante decantaret. 3 Cum
autem citharae sonus et vox eius audiretur, delphini circa navem
venerunt, quibus ille visis se praecipitavit, qui eum sublatum
attulerunt Corinthum ad regem Pyranthum. Qui cum ad terram
exisset, cupidus viae delphinum in mare non propulit, qui ibi
exanimatus est. 4 Qui cum casus suos Pyrantho narrasset, ius-
sit Pyranthus delphinum sepeliri et ei monimentum fieri. Post
paucum tempus nuntiatur Pyrantho navem Corinthum delatam
tempestate in qua Arion vectatus fuerat. 5 Quos cum perduci
ad se imperasset et de Arione inquireret, dixerunt eum obisse
et eum sepulturae tradidisse. Quibus rex respondit: «Crastino
die ad delphini monimentum iurabitis». 6 Ob id factum eos cus-
todiri imperavit atque Arionem iussit ita ornatum quomodo se
praecipitaverat in monimento delphini mane delitescere. 7 cum
autem rex eos adduxisset iussissetque eos per delphini manes
iurare Arionem obisse, Arion de monimento prodit; quod illi
stupentes qua divinitate servatus esset obmutuerunt. 8 Quos rex
iussit ad delphini monimentum crucifigi. Apollo autem propter
artem citharae Arionem et delphinum in astris posuit.

198
Miti del mondo classico

le e durante la sua crescita la fece addestrare nelle armi, intenzionato


a prenderla in seguito come successore al trono. La ragazza non delu-
se le aspettative del padre, in quanto divenne una guerriera al punto
di salvare perfino la vita al padre. 2 Infatti mentre tornava da Troia,
Neottolemo fece guerra ad Arpalico e lo aveva ferito gravemente; lei
allora sferrò un attacco, salvò la vita al padre che era in punto di morte
e mise in fuga il nemico. 3 In seguito tuttavia Arpalico fu ucciso in una
rivolta di cittadini. Arpalice, molto addolorata per la morte del padre,
si ritirò nei boschi e lì, mentre devastava le stalle del bestiame, morì
per un assalto da parte dei pastori.

194 Arione
1 Arione di Metimna era bravissimo nell’arte della cetra e il re di Co-
rinto, Piranto, gli si affezionò. Poiché aveva chiesto al re di poter valo-
rizzare la propria arte di città in città e aveva ottenuto grandi ricchezze,
i suoi servi complottarono insieme ai marinai per ucciderlo. 2 In sonno
gli apparve Apollo e gli disse di cantare con i suoi abiti di scena e con
la corona e di affidarsi a chi fosse arrivato in suo aiuto. Quando i servi
e i marinai stavano per ucciderlo, chiese loro di poter prima cantare. 3
Mentre dunque si diffondevano il suono della sua cetra e la sua voce,
intorno alla nave arrivarono dei delfini: appena li vide si gettò in mare e
quelli lo raccolsero e lo portarono a Corinto dal re Piranto. Appena egli
approdò sulla terraferma, smanioso di andare, non riportò il delfino in
mare e quello morì in quel luogo. 4 Dopo che raccontò la sua storia
a Piranto, Piranto odinò di dare sepoltura al delfino e di costruirgli
un mausoleo. Poco tempo dopo fu annunciato a Piranto che era stata
spinta a Corinto da una tempesta la nave sulla quale aveva viaggiato
Arione. 5 Egli ordinò che fossero portati al suo cospetto e chiese no-
tizie di Arione, e quelli dissero che era morto e che gli avevano dato
sepoltura. Il re rispose loro: «Domani lo giurerete davanti al mausoleo
del delfino». 6 A questo scopo ordinò che fossero messi in prigione e
invitò Arione a nascondersi l’indomani nel mausoleo del delfino con gli
stessi abiti di scena così come quando si era gettato in mare. 7 Poi dopo
che il re li aveva fatti portare lì e aveva ordinato di giurare sull’anima
del delfino che Arione era morto, Arione uscì dal mausoleo; quelli, non
sapendo grazie a quale divinità si fosse salvato, restarono senza parole.
8 Il re ordinò di crocifiggerli al mausoleo del delfino. Apollo, per parte
sua, per la sua arte nella cetra trasformò in stelle Arione e il delfino.

199
Igino fabb. 195-198

195 Orion
1 Iovis, Neptunus, Mercurius in Thraciam ad Hyrieum regem in hos-
pitium venerunt; qui ab eo cum liberaliter essent excepti, optionem
ei dederunt si quid peteret. Ille liberos optavit. 2 Mercurius de tauro
quem Hyrieus ipse eis immolarat corium protulit; illi in eum urinam
fecerunt et in terram obruerunt, unde natus est Orion. 3 Qui cum
Dianam vellet violare, ab ea est interfectus. Postea ab Iove in stella-
rum numerum est relatus, quam stellam Orionem vocant.

196 Pan
1 Dii in Aegypto cum Typhonis immanitatem metuerent, Pan iussit
eos ut in feras bestias se converterent quo facilius eum deciperent;
quem Iovis postea fulmine interfecit. 2 Pan deorum voluntate,
quod eius monitu vim Typhonis evitarant, in astrorum numerum
relatus et quod se in capram eo tempore converterat, inde Aegoce-
ros est dictus, quem nos Capricornum dicimus.

197 Venus
In Euphratem flumen de caelo ovum mira magnitudine cecidisse
dicitur, quod pisces ad ripam evolverunt, super quod columbae
consederunt et excalfactum exclusisse Venerem, quae postea Dea
Syria est appellata; ea iustitia et probitate cum ceteros exsuperasset,
ab Iove optione data pisces in astrorum numerum relati sunt, et ob
id Syri pisces et columbas ex deorum numero habent nec edunt.

198 Nisus
1 Nisus Martis filius, sive ut alii dicunt Deionis filius, rex Megaren-
sium, in capite crinem purpureum habuisse dicitur; cui responsum
fuit tam diu eum regnaturum quam diu eum crinem custodisset. 2
Quem Minos Iovis filius oppugnatum cum venisset, a Scylla Nisi
filia Veneris impulsu est amatus, quem ut victorem faceret patri
dormienti fatalem crinem praecidit. Itaque Nisus victus a Minoe
est. 3 Cum autem Minos Cretam rediret, eum ex fide data rogavit
ut secum aveheret; ille negavit Creten sanctissimam tantum scelus

200
Miti del mondo classico

195 Orione
1 Giove, Nettuno e Mercurio si recarono in Tracia ospiti del re
Irieo; dal momento che erano stati accolti da lui con generosità, gli
concessero di ottenere qualunque cosa chiedesse, ed egli chiese dei
figli. 2 Mercurio staccò la pelle da un toro che lo stesso Irieo aveva
immolato loro; quelli vi orinarono sopra e la ricoprirono di terra: di
qui nacque Orione. 3 Dato che voleva violentare Diana, fu ucciso
da lei. In seguito fu trasformato in costellazione da Giove e questa
costellazione è chiamata Orione.

196 Pan
1 Quando in Egitto gli dei avevano paura di Tifone per le sue enor-
mi dimensioni, Pan li invitò a trasformarsi in animali selvatici per
ingannarlo più facilmente, e in seguito Giove lo uccise con un ful-
mine. 2 Pan, per volere degli dei, dal momento che per suo con-
siglio avevano evitato la violenza di Tifone, fu portato nel novero
delle stelle, e siccome in quel tempo si era trasformato in capra, per
questo fu chiamato Egocero, che noi diciamo Capricorno.

197 Venere
Si racconta che dal cielo fosse caduto nel fiume Eufrate un uovo di
straordinarie dimensioni: i pesci lo spinsero a riva, delle colombe
vi si posarono e, una volta covato, ne uscì Venere, che in seguito si
chiamò Dea Siria. Dal momento che superò tutti gli altri in giustizia
e onestà, per suo desiderio i pesci furono portati da Giove nel nove-
ro delle stelle: per questo motivo i Siri annoverano pesci e colombe
fra gli dei e non se ne cibano.

198 Niso
1 Niso, figlio di Marte o, secondo altri, figlio di Deione, era re di Me-
gara e si racconta che avesse sul capo un capello purpureo; gli era
stato predetto che avrebbe regnato tanto a lungo quanto avesse con-
servato quel capello. 2 Nel tempo in cui Minosse, figlio di Giove, era
arrivato a fargli guerra, la figlia di Niso, Scilla, per volere di Venere
si innamorò di lui, e per farlo vincere recise il capello fatale al padre
mentre dormiva. E così Niso fu sconfitto da Minosse. 3 Quando poi
Minosse era in partenza per Creta, gli chiese di rispettare l’accordo
e di portarla via con sé, ma quello disse che Creta era il luogo più

201
Igino fabb. 198-201

recepturam. Illa se in mare praecipitavit ne persequeretur. 4 Nisus


autem dum filiam persequitur in avem haliaeton, id est aquilam ma-
rinam, conversus est, Scylla filia in piscem cirim quem vocant, ho-
dieque si quando ea avis eum piscem natantem conspexerit, mittit
se in aquam raptumque unguibus dilaniat.

199 Scylla altera


1 Scylla Crataeidis fluminis filia virgo formosissima dicitur fuisse.
Hanc Glaucus amavit, Glaucum autem Circe Solis filia. 2 Scylla au-
tem cum assueta esset in mari lavari, Circe Solis filia propter zelum
medicamentis aquam inquinavit, quo Scylla cum descendisset, ab
inguinibus eius canes sunt nati atque ferox facta; quae iniurias suas
exsecuta est; nam Ulyssem praenauigantem sociis spoliavit.

200 Chione
1 Cum Chione, sive ut alii poetae dicunt Philonide, Daedalionis
filia Apollo et Mercurius una nocte concubuisse dicitur. Ea pepe-
rit ex Apolline Philammonem, ex Mercurio Autolycum. 2 Quae
postea in venatione in Dianam est locuta superbius; itaque ab ea
sagittis est interfecta. At pater Daedalion unicam filiam flendo ab
Apolline est conversus in avem daedalionem, id est accipitrem.

201 Autolycus
1 Mercurius Autolyco, ex Chione quem procreaverat, muneri dedit
ut furacissimus esset nec deprehenderetur in furto, ut quicquid sur-
ripuisset, in quamcunque effigiem vellet, transmutaretur, ex albo in
nigrum vel ex nigro in album, in cornutum ex mutilo, in mutilum
ex cornuto. 2 Is cum Sisyphi pecus assidue involaret nec ab eo pos-
set deprehendi, sensit eum furtum sibi facere, quod illius numerus
augebatur et suus minuebatur. 3 Qui ut eum deprehenderet in pe-
corum ungulis notam imposuit. Qui cum solito more involasset et
Sisyphus ad eum venisset, pecora sua ex ungulis deprehendit quae
ille involauerat et abduxit. 4 Qui cum ibi moraretur, Sisyphus An-
ticliam Autolyci filiam compressit, quae postea Laertae data est in

202
Miti del mondo classico

sacro e non avrebbe accolto l’autrice di un così grande misfatto. Lei


allora si precipitò in mare per non essere raggiunta. 4 Niso, mentre
insegue la figlia, fu trasformato in un uccello, l’ἁλιάετος, cioè l’aquila
marina, sua figlia Scilla nel pesce che chiamano κεῖρις: oggi, quando
quell’uccello scorge quel pesce nell’acqua, si tuffa in mare, lo afferra e
lo dilania con i suoi artigli.

199 L’altra Scilla


1 Si racconta che Scilla, figlia del fiume Crateide, fosse una vergine
bellissima. Di lei si innamorò Glauco e di Glauco a sua volta Circe,
figlia del Sole. 2 Dunque, siccome Scilla aveva preso l’abitudine di la-
varsi in mare, Circe, figlia del Sole, per gelosia contaminò l’acqua con
filtri magici, e quando Scilla si immerse dal suo inguine spuntarono
dei cani e divenne un mostro; ma si vendicò del maleficio, perché
privò dei compagni Ulisse che le si avvicinò durante la navigazione.

200 Chione
1 Si racconta che a Chione (o Filonide, come dicono altri poeti), fi-
glia di Dedalione, nella stessa notte si unirono Apollo e Mercurio:
da Apollo generò Filammone, da Mercurio Autolico. 2 In seguito
durante una caccia si rivolse a Diana in modo superbo e così è stata
uccisa a frecciate da questa. Suo padre Dedalione, mentre piangeva
la sua unica figlia, fu trasformato da Apollo in un uccello, il dedalio-
ne, cioè lo sparviero.

201 Autolico
1 Ad Autolico, che aveva generato da Chione, Mercurio diede il dono
di essere un ladro bravissimo e di non essere mai preso in flagrante;
inoltre di poter dare qualunque aspetto a qualunque cosa avesse ruba-
to, da bianca nera e da nera bianca, cornuta da liscia e liscia da cornuta.
2 Nonostante rubasse ripetutamente il bestiame di Sisifo senza essere
sorpreso da lui, quest’ultimo si accorse che lo stava derubando perché
il numero dei capi di quello aumentava e il suo diminuiva. 3 Dunque
per prenderlo in flagrante impresse un marchio sullo zoccolo dei capi
di bestiame; dopo che quello li rubò come di consueto, Sisifo andò da
lui, dagli zoccoli riconobbe i capi di sua proprietà che quello gli aveva
sottratto e li portò via con sé. 4 Mentre si tratteneva lì, Sisifo violentò
Anticlea, figlia di Autolico, che in seguito fu data in moglie a Laerte e

203
Igino fabb. 201-206

coniugium, ex qua natus est Ulysses. Ideo nonnulli auctores dicunt


Sisyphium. Ob hoc Ulysses versutus fuit.

202 Coronis
1 Apollo cum Coronida Phlegyae filiam gravidam fecisset, corvum
custodem ei dedit, ne quis eam violaret. Cum ea Ischys Elati filius
concubuit; ob id ab Iove fulmine est interfectus. 2 Apollo Coroni-
dem gravidam percussit et interfecit; cuius ex utero exsectum As-
clepium educavit, at corvum qui custodiam praebuerat ex albo in
nigrum commutavit.

203 Daphne
Apollo Daphnen Penei fluminis filiam cum virginem persequere-
tur, illa a Terra praesidium petit, quae eam recepit in se et in ar-
borem laurum commutavit. Apollo inde ramum fregit et in caput
imposuit.

204 Nyctimene
Nyctimene Epopei regis Lesbiorum filia virgo formosissima dicitur
fuisse. Hanc Epopeus pater amore incensus compressit, quae pu-
dore tacta silvis occultabatur. Quam Minerva miserata in noctuam
transformavit, quae pudoris causa in lucem non prodit sed noctu
paret.

205 Arge
Arge venatrix cum cervum sequeretur cervo dixisse fertur: «Tu li-
cet solis cursum aequaris, tamen te consequar». Sol iratus in cer-
vam eam convertit.

206 Harpalyce
Clymenus Schoenei filius rex Arcadiae amore captus cum Har-
palyce filia sua concubuit. Ea cum peperisset in epulis filium appo-
suit patri; Clymenus pater re cognita Harpalycen interfecit.

207-218 <…>

204
Miti del mondo classico

dalla quale nacque Ulisse. Di conseguenza alcuni scrittori lo chiamano


Sisifio. Per questo motivo Ulisse fu astuto.

202 Coronide
1 Apollo ingravidò Coronide, figlia di Flegia, e le diede come custo-
de un corvo, per evitare che qualcuno la violentasse. Tuttavia Ischi,
figlio di Elato, si unì a lei, e per questo fu ucciso dal fulmine di
Giove. 2 Apollo colpì Coronide, anche se incinta, e la uccise; incise
l’utero di quella ed estrasse Asclepio. Il corvo che aveva posto di
guardia da bianco lo fece diventare nero.

203 Dafne
Dal momento che Apollo inseguiva la vergine Dafne, figlia del fiu-
me Peneo, questa chiese aiuto alla Terra, che l’accolse dentro di sé
e la trasformò in una pianta di alloro. Apollo ne staccò un ramo e
se lo pose sul capo.

204 Nittimene
Si racconta che Nittimene, figlia di Epopeo re di Lesbo, fosse una
vergine bellissima. Suo padre Epopeo, infiammato d’amore per lei
la violentò e lei piena di vergogna si nascondeva nei boschi. Miner-
va, impietosita, la trasformò in civetta, che per la vergogna non si
mostra alla luce del giorno ma compare di notte.

205 Arge
Si racconta che la cacciatrice Arge, mentre inseguiva un cervo, gli
disse: «Corri pure veloce come il corso del sole: io ti raggiungerò
comunque!». Adirato, il Sole la trasformò in una cerva.

206 Arpalice
Climeno, figlio di Scheneo, re dell’Arcadia, preso da passione, si
unì a sua figlia Arpalice. Dopo aver partorito, questa in un ban-
chetto servì suo figlio al padre; il padre Climeno, venuto a sapere la
cosa, uccise Arpalice.

207-218 mancano

205
Igino fabb. 219,220

219 Archelaus
1 Archelaus Temeni filis exul a fratribus eiectus in Macedoniam
ad regem Cisseum venit, qui cum a finitimis oppugnaretur, Arche-
lao regnum et filiam in coniugium dare pollicetur si se ab hoste
tutatus esset Archelaus, quia ab Hercule esset oriundus; nam Te-
menus Herculis filius fuit. 2 Qui hostes uno proelio fugavit et ab
rege pollicita petit. Ille ab amicis dissuasus fidem fraudavit eumque
per dolum interficere voluit. 3 Itaque foveam iussit fieri et mul-
tos carbones eo ingeri et incendi et super virgulta tenuia poni, quo
cum Archelaus venisset ut decideret. 4 Hoc regis servus Archelao
patefecit; qui re cognita dicit se cum rege colloqui velle secreto; ar-
bitris semotis Archelaus regem arreptum in foveam coniecit atque
ita eum perdidit. 5 Inde profugit ex responso Apollinis in Macedo-
niam capra duce oppidumque ex nomine caprae Aegeas constituit.
Ab hoc Alexander Magnus oriundus esse dicitur.

220 Cura
1 Cura cum quendam fluvium transiret, vidit cretosum lutum, sus-
tulit cogitabunda et coepit fingere hominem. Dum deliberat secum
quidnam fecisset, intervenit Iovis; rogat eum Cura ut ei daret spiri-
tum, quod facile ab Iove impetravit. 2 Cui cum vellet Cura nomen
suum imponere, Iovis prohibuit suumque nomen ei dandum esse
dixit. Dum de nomine Cura et Iovis disceptarent, surrexit et Tellus
suumque nomen ei imponi debere dicebat, quandoquidem corpus
suum praebuisset. 3 Sumpserunt Saturnum iudicem; quibus Satur-
nus aequus videtur iudicasse: «Tu Iovis quoniam spiritum dedisti
<…> corpus recipito. Cura quoniam prima eum finxit, quamdiu
vixerit Cura eum possideat; sed quoniam de nomine eius contro-
versia est, homo vocetur quoniam ex humo videtur esse factus».

206
Miti del mondo classico

219 Archelao
1 Archelao, figlio di Temeno, mandato in esilio dai fratelli, giunse
in Macedonia dal re Cisseo: questi, siccome era assediato dai popoli
vicini, promette di dare ad Archelao il regno e la mano della figlia
se Archelao l’avesse difeso dal nemico, dal momento che era un
discendente di Ercole: Temeno infatti era figlio di Ercole. 2 Egli in
un solo scontro mise in fuga i nemici e chiese al re di mantenere le
promesse. Questi però, mal consigliato dagli amici, non osservò il
patto e pensò di ucciderlo con l’inganno. 3 E così ordinò di scavare
una fossa, gettarvi all’interno molto carbone e appiccarvi il fuo-
co, e quindi ricoprirla con frasche leggere, in modo che Archelao,
passando di lì, vi cadesse dentro. 4 Ma un servo del re lo rivelò ad
Archelao che, venuto a sapere la cosa, disse di voler avere un collo-
quio con il re da solo; fatti allontanare i testimoni, Archelao afferrò
il re e lo gettò nella fossa e così lo uccise. 5 Quindi, secondo il re-
sponso di Apollo, fuggì in Macedonia sotto la guida di una capra e
fondò la città di Ege dal nome della capra. Si dice che Alessandro
Magno fosse un suo discendente.

220 Cura
1 Nell’attraversare un fiume Cura notò del fango argilloso, lo prese
avendo in mente qualcosa e cominciò a plasmare l’uomo. Mentre
rifletteva fra sé su quanto aveva fatto, sopraggiunse Giove; Cura gli
chiede di dargli vita e da Giove l’ottenne facilmente. 2 Ma se Cura
voleva imporgli il proprio nome, Giove glielo vietò e affermò che
bisognava dargli il suo nome. Mentre Cura e Giove discutevano sul
nome, intervenne anche la Terra e affermava che era il suo nome
che doveva essergli imposto, perché era stata lei a dargli il corpo. 3
Presero allora Saturno come giudice, e Saturno secondo loro giudi-
cò in modo equo: «Tu, Giove, siccome gli hai dato vita … riceverai
il corpo; siccome è Cura ad averlo plasmato per prima, Cura lo
possegga finché vivrà; ma siccome è nata una controversia sul suo
nome, si chiamerà uomo perché si sa che è fatto di terra (humus)».

207
Igino fabb. 221-223

221 Septem sapientes


1 Pittacus Mitylenaeus, Periander Corinthius, Thales Milesius, So-
lon Atheniensis, Chilon Lacedaemonius, Cleobulus Lindius, Bias
Prieneus. 2 Sententiae eorum sunt:

Optimus est, Cleobulus ait, modus, incola Lindi;


ex Ephyre Periandre doces Cuncta emeditanda;
Tempus nosce, inquit Mitylenis Pittacus ortus;
Plures esse malos Bias autumat ille Prieneus;
Milesiusque Thales Sponsori damna minatur;
Nosce, inquit, tete, Chilon Lacedaemone cretus;
Cepcropiusque Solon Ne quid nimis induperavit.

222 Septem lyrici


<…>

223 Septem opera mirabilia


1 Ephesi Dianae templum quod fecit Amazon Otrera Martis co-
niunx.
2 Monimentum regis Mausoli lapidibus lychnicis, altum pedes
LXXX, circuitus pedes MCCCXL.
3 Rhodi signum Solis aeneum, id est colossus, altus pedibus XC.
4 Signum Iovis Olympii, quod fecit Phidias ex ebore et auro se-
dens, pedes LX.
5 Domus Cyri regis in Ecbatanis, quam fecit Memnon lapidibus
variis et candidis vinctis auro.
6 Murus in Babylonia, quem fecit Semiramis Dercetis filia latere
cocto et sulphure ferro vinctum, latum pedes XXV, altum pedes
LX, in circuitu stadiorum CCC.
7 Pyramides in Aegypto, quarum umbra non videtur, altae pedes
LX.

208
Miti del mondo classico

221 I sette sapienti


1 Pittaco di Mitilene, Periandro di Corinto, Talete di Mileto, Solo-
ne di Atene, Chilone di Sparta, Cleobulo di Lindo, Biante di Prie-
ne. 2 Le loro massime sono le seguenti:

La miglior cosa – dice Cleobulo


di Lindo – è la moderazione;
da Efira, Periandro, tu ci insegni
che Tutto quanto va ben ponderato;
Conosci il momento giusto ci dice
Pittaco, nativo di Mitilene;
La maggioranza è fatta di malvagi
avverte quel Biante di Priene;
Talete di Mileto minaccioso
annuncia Danni a chi dà garanzia;
Conosci te stesso è l’affermazione
di Chilone, nato e cresciuto a Sparta;
e Solone della città di Cecrope
sentenzia che Alcunché vi sia di troppo.

222 I sette poeti lirici


(manca il testo)

223 Le sette meraviglie


1 Il tempio di Diana a Efeso, che costruì l’amazzone Otrera, moglie
di Marte.
2 Il monumento del re Mausolo in marmi splendenti, alto 80 piedi
e col perimetro di 1340 piedi.
3 A Rodi la statua in bronzo del Sole, detta colosso, alto 90 piedi.
4 La statua di Giove Olimpio seduto, che realizzò Fidia in avorio e
oro, di 60 piedi.
5 Il palazzo di Ciro a Ecbatana, che costruì Memnone in marmi
variegati e bianchi legati fra loro in oro.
6 Le mura di Babilonia, che fece innalzare Semiramide, figlia di
Dercete, in mattoni cotti e zolfo legato in ferro, di 25 piedi di lar-
ghezza, 60 di altezza e di 300 stadi di estensione.
7 Le piramidi in Egitto, l’ombra delle quali non si vede, alte 60 piedi.

209
Igino fabb. 224,225

224 Qui facti sunt ex mortalibus immortales


1 Hercules Iovis et Alcumenae filius.
Liber Iovis et Semelae filius.
Castor et Pollux Helenae fratres, Iovis et Ledae filii.
2 Perseus Iovis et Danaes filius in stellas receptus.
Arcas Iovis et Callisto filius in stellas relatus.
Ariadnen Liber pater Liberam appellavit, Minois et Pasiphaes filiam.
3 Callisto Lycaonis filia in Septentrionem relata.
Cynosura Iovis nutrix in alterum Septentrionem.
4 Asclepius Apollinis et Coronidis filius.
Pan Mercurii et Penelopes filius.
Crotos Panis et Euphemes filius conlactius Musarum in stellam
Sagittarium.
Icarius et Erigone Icari filia in stellas: Icarius in Arcturi, Erigone in
Virginis signum.
5 Ganymedes Assaraci filius in Aquario duodecim signorum.
Ino Cadmi filia in Leucotheam, quam nos Matrem Matutam dici-
mus.
Melicertes Athamantis filius in deum Palaemonem.
Myrtilus Mercurii et Theobules filius in Heniocho.

225 Qui prima templa deorum constituerunt


1 Aedem Iovi Olympio primum fecit Pelasgus Triopae filius in Ar-
cadia.
Thessalus templum quod est in Macedonia Iovis Dodonaei in terra
Molossorum.
Eleuther primus simulacrum Liberi patris constituit et quemadmo-
dum coli deberet ostendit.
2 Phoroneus Inachi filius templum Argis Iunoni primus fecit.
Otrera Amazon Martis coniunx templum Dianae Ephesi prima fe-
cit, quod postea a rege <…> restituerunt.
Lycaon Pelasgi filius templum Mercurio Cyllenio in Arcadia fecit.
Pierius <…>

226-237 <…>

210
Miti del mondo classico

224 I mortali resi immortali


1 Ercole, figlio di Giove e Alcmena.
Libero, figlio di Giove e Semele.
Castore e Polluce, fratelli di Elena, figli di Giove e Leda.
2 Perseo, figlio di Giove e Danae, trasformato in costellazione.
Arcade, figlio di Giove e Callisto, trasformato in costellazione.
Arianna, chiamata Libera dal padre Libero, figlia di Minosse e Pasifae.
3 Callisto, figlia di Licaone, inserita nella costellazione dell’Orsa.
Cinosura, nutrice di Giove, inserita nell’altra Orsa.
4 Asclepio, figlio di Apollo e Coronide.
Pan, figlio di Mercurio e Penelope.
Croto, figlio di Pan e di Eufeme, fratello di latte delle Muse, nella
costellazione del Sagittario.
Icario ed Erigone figlia di Icario divenuti stelle: Icario nella costel-
lazione di Arturo, Erigone in quella di Venere.
5 Ganimede, figlio di Assaraco, nell’Aquario fra i dodici segni.
Ino, figlia di Cadmo, nella costellazione di Leucotea, che noi chia-
miamo Mater Matuta.
Melicerte, figlio di Atamante, nel dio Palemone.
Mirtilo, figlio di Mercurio e Teobule, nell’Auriga.

225 I primi costruttori di templi agli dei


1 Primo in assoluto, Pelasgo, figlio di Triope, costruì il santuario a
Giove Olimpio in Arcadia.
Tessalo il tempio di Giove Dodoneo che si trova in Macedonia nel
territorio dei Molossi.
Eleutero per primo consacrò una statua del padre Libero e insegnò
in quale modo doveva essere venerato.
2 Foroneo, figlio di Inaco, per primo costruì un tempio a Giunone
ad Argo.
L’amazzone Otrera, moglie di Marte, per prima costruì un tempio a
Diana a Efeso, che in seguito dal re … restaurarono.
Licaone, figlio di Pelasgo, costruì un tempio a Mercurio Cillenio
in Arcadia.
Pierio …

226-237 mancano

211
Igino fabb. 238-240

238 Qui filias suas occiderunt


1 Agamemnon Atrei filius Iphigeniam, quam Diana servavit.
Idem Callisthenem Euboeae filiam ex sortibus pro patriae salute.
Clymenus Schoenei filius Harpalycen, quod ei filium suum in epu-
lis apposuit.
2 Hyacinthus Spartanus Antheidem filiam ex responso pro Athe-
niensibus.
Erechtheus Pandionis filius Chthoniam ex sortibus pro Atheniensi-
bus; reliquae ipsius sorores ipsae se praecipitaverunt.
3 Cercyon Vulcani filius Alopen propter incestum cum Neptuno.
Aeolus Canacen propter incestum cum fratre Macareo admissum.

239 Matres quae filios interfecerunt


1 Medea Aeetae filia Mermerum et Pheretem filios ex Iasone.
Progne Pandionis filia Ityn ex Tereo Martis filio.
Ino Cadmi filia Melicerten ex Athamante Aeoli filio dum eum fugit.
2 Althaea Thestii filia Meleagrum ex Oeneo Parthaonis filio, quod
is avunculos suos occiderat.
Themisto Hypsei filia Sphincium et Orchomenum ex Athamante
Aeoli filio impulsu Inus Cadmi filiae.
Tyro Salmonei filia duos ex Sisypho Aeoli filio ex responso Apollinis.
3 Agave Cadmi filia Pentheum Echionis filium impulsu Liberi patris.
Harpalyce Clymeni filia propter impietatem patris quod cum eo
invita concubuerat, ex eo quem conceperat interfecit.

240 Quae coniuges suos occiderunt


1 Clytaemnestra Thestii filia Agamemnonem Atrei filium.
Helena Iovis et Ledae filia Deiphobum Priami filium.
Agave Lycothersen in Illyria, ut regnum Cadmo patri daret.
2 Deianira Oenei filia Herculem Iovis et Alcumenae filium impulsu
Nessi.
Iliona Priami filia Polymnestorem regem Thracum.
Semiramis Ninum regem in Babylonia.

212
Miti del mondo classico

238 Assassini delle proprie figlie


1 Agamennone, figlio di Atreo, uccise Ifigenia, che poi Diana salvò.
Lo stesso uccise Callistene, figlia di Eubea, estratta a sorte per la
salvezza della patria.
Climeno, figlio di Scheneo, uccise Arpalice perché gli aveva servito
suo figlio in un banchetto.
2 Giacinto, di Sparta, uccise la figlia Anteide seguendo un oracolo
per aiutare gli Ateniesi.
Eretteo, figlio di Pandione, uccise Ctonia estratta a sorte a favore
degli Ateniesi; le altre sorelle di questa si uccisero.
3 Cercione, figlio di Vulcano, uccise Alope per la sua unione inde-
bita con Nettuno.
Eolo uccise Canace per l’incesto compiuto con il fratello Macareo.

239 Madri assassine dei propri figli


1 Medea, figlia di Eeta, uccise i figli Mermero e Ferete avuti da Giasone.
Procne, figlia di Pandione, il figlio Iti avuto da Tereo, figlio di Marte.
Ino, figlia di Cadmo, Melicerte avuto da Atamante, figlio di Eolo, men-
tre fuggiva da lui.
2 Altea, figlia di Testio, Meleagro avuto da Eneo, figlio di Partaone,
perché aveva ucciso i suoi zii.
Temisto, figlia di Ipseo, Sfincio e Orcomeno avuti da Atamante, figlio di
Eolo, spinta da Ino, figlia di Cadmo.
Tiro, figlia di Salmoneo, i due figli avuti da Sisifo, figlio di Eolo, seguen-
do l’oracolo di Apollo.
3 Agave, figlia di Cadmo, Penteo, figlio di Echione, spinta dal padre
Libero.
Arpalice, figlia di Climeno, a causa dell’empietà del padre, che si era
unito a lei anche se lei non voleva, uccise il figlio concepito da costui.

240 Mogli che uccisero il proprio marito


1 Clitemnestra, figlia di Testio, uccise Agamennone, figlio di Atreo.
Elena, figlia di Giove e Leda, Deifobo, figlio di Priamo.
Agave Licoterse in Illiria per dare il regno al padre Cadmo.
2 Deianira, figlia di Eneo, Ercole, figlio di Giove e Alcmena, spinta
da Nesso.
Ilione, figlia di Priamo, Polimnestore, re di Tracia.
Semiramide il re Nino a Babilonia.

213
Igino fabb. 241-243

241 Qui coniuges suas occiderunt


Hercules Iovis filius Megaram Creontis filiam per insaniam.
Theseus Aegei filius Antiopam Amazonam Martis filiam ex respon-
so Apollinis.
Cephalus Deionis sive Mercurii filius Procridem Pandionis filiam
imprudens.

242 Qui se ipsi interfecerunt


1 Aegeus Neptuni filius in mare se praecipitavit, unde Aegeum pe-
lagus est dictum.
Euenus Herculis filius in flumen Lycormam se praecipitavit, quod
nunc Chrysorrhoas appellatur.
Aiax Telamonis filius ipse se interfecit propter armorum iudicium.
2 Lycurgus Dryantis filius obiecta insania a Libero ipse se interfecit.
Macareus Aeoli filius propter Canacen sororem, id est sponsam,
ipse se interfecit.
Agrius Parthaonis filius expulsus a regno a Diomede ipse se inter-
fecit.
3 Caeneus Elati filius ipse se interfecit.
Menoeceus Iocastes pater se de muro praecipitavit Thebis propter
pestilentiam.
Nisus Martis filius crine fatali amisso ipse se interfecit.
4 Clymenus Schoenei filius rex Arcadiae ipse se interfecit quod
cum filia concubuerat.
Cinyras Paphi filius rex Assyriorum, quod cum Smyrna filia con-
cubuerat.
Hercules Iovis filius ipse sese in ignem misit.
5 Adrastus et Hipponous eius filius ipsi se in ignem iecerunt ex
responso Apollinis.
Pyramus in Babylonia ob amorem Thisbes ipse se occidit.
Oedipus Laii filius propter Iocasten matrem ipse se occidit ablatis
oculis.

243 Quae se ipsae interfecerunt


1 Hecuba Cissei filia, sive Dymantis, uxor Priami, in mare se prae-
cipitavit, unde Cyneum mare est dictum, quoniam in canem fuerat
conversa.

214
Miti del mondo classico

241 Mariti che uccisero la propria moglie


Ercole, figlio di Giove, uccise Megara, figlia di Creonte, in preda
a follia.
Teseo, figlio di Egeo, l’amazzone Antiopa, figlia di Marte, seguendo
il responso di Apollo.
Cefalo, figlio di Deione o di Mercurio, Procri, figlia di Pandione,
involontariamente.

242 Suicidi
1 Egeo, figlio di Nettuno, si precipitò in mare, e per questo il mare
si chiama Egeo.
Eveno, figlio di Ercole, si precipitò nel fiume Licorma, che ora si
chiama Crisorroa.
Aiace, figlio di Telamone, si uccise a causa del giudizio sulle armi.
2 Licurgo, figlio di Driante, si uccise perché reso folle da Libero.
Macareo, figlio di Eolo, si uccise a causa di sua sorella Canace, pure
sua sposa.
Agrio, figlio di Partaone, si uccise perché cacciato dal regno da
Diomede.
3 Ceneo, figlio di Elato, si uccise.
Meneceo, padre di Giocasta, si precipitò dalle mura di Tebe a causa
della pestilenza.
Niso, figlio di Marte, perso il suo capello fatale, si uccise.
4. Climeno, figlio di Scheneo e re dell’Arcadia, si uccise perché si
era unito alla figlia.
Cinira, figlio di Pafo e re di Assiria, perché si era unito alla figlia
Smirna.
Ercole, figlio di Giove, si gettò nel fuoco.
5 Adrasto e suo figlio Ipponoo si gettarono nel fuoco seguendo il
responso di Apollo.
Piramo si uccise a Babilonia per amore di Tisbe.
Edipo, figlio di Laio, si uccise dopo essersi strappato gli occhi a
causa della madre Giocasta.

243 Suicide
1 Ecuba, figlia di Cisseo o di Dimante e moglie di Priamo, si gettò
in mare, e di conseguenza il mare è stato chiamato Cineo perché era
stata trasformata in cane.

215
Igino fabb. 243,244

Ino Cadmi filia in mare se praecipitavit cum Melicerte filio.


Anticlia Autolyci filia, mater Ulyssis, nuntio falso audito de Ulysse
ipsa se interfecit.
2 Stheneboea Iobatis filia, uxor Proeti, propter amorem Bellero-
phontis.
Euadne Phylaci filia propter Capaneum coniugem qui apud The-
bas perierat in eandem pyram se coniecit.
Aethra Pitthei filia propter filiorum mortem ipsa se interfecit.
3 Deianira Oenei filia propter Herculem, decepta a Nesso, quod ei
tunicam miserat in qua conflagravit.
Laodamia Acasti filia propter desiderium Protesilai mariti.
Hippodamia Oenomai filia, uxor Pelopis, quod eius suasu Chrysip-
pus occisus est.
4 Neaera Autolyci filia propter Hippothoi filii mortem.
Alcestis Peliae filia propter Admetum coniugem vicaria morte obiit.
Iliona Priami filia propter casus parentum suorum.
5 Themisto Hypsei filia, impulsu Inus, quod filios suos occidit.
Erigone Icari filia propter interitum patris suspendio se necavit.
Phaedra Minois filia propter Hippolytum privignum suum suspen-
dio se necavit ob amorem.
6 Phyllis propter Demophoonta Thesei filium ipsa se suspendio
necavit.
Canace Aeoli filia propter amorem Macarei fratris ipsa se interfecit.
Byblis Mileti filia propter amorem Cauni fratris ipsa se interfecit.
7 Calypso Atlantis filia propter amorem Ulyssis ipsa se interfecit.
Dido Beli filia propter Aeneae amorem se occidit.
Iocasta Menoecei filia propter interitum filiorum et nefas.
8 Antigona Oedipodis filia propter sepulturam Polynicis.
Pelopia Thyestis filia propter scelus patris.
Thisbe Babylonia propter Pyramum, quod ipse se interfecerat.
Semiramis in Babylonia equo amisso in pyram se coniecit.

244 Qui cognatos suos occiderunt


1 Theseus Aegei filius Pallantem <…> filium Nelei fratris.
Amphitryon Electryonem Persei filium.

216
Miti del mondo classico

Ino, figlia di Cadmo, si gettò in mare con il figlio Melicerte.


Anticlea, figlia di Autolico e madre di Ulisse, si uccise dopo aver
ricevuto la falsa notizia relativa a Ulisse.
2 Stenebea, figlia di Iobate e moglie di Preto, a causa dell’amore
per Bellerofonte.
Evadne, figlia di Filaco, per il marito Capaneo, che era morto a
Tebe, si gettò sul medesimo rogo.
Etra, figlia di Pitteo, si uccise a causa della morte dei suoi figli.
3 Deianira, figlia di Eneo, per Ercole, perché, ingannata da Nesso,
gli aveva inviato la tunica indossata la quale prese fuoco.
Laodamia, figlia di Acasto, per la mancanza del marito Protesilao.
Ippodamia, figlia di Enomao e moglie di Pelope, perché per sua
istigazione Crisippo fu ucciso.
4 Neera, figlia di Autolico, per la morte del figlio Ippotoo.
Alcesti, figlia di Pelia, si diede una morte sostitutiva per il marito
Admeto.
Ilione, figlia di Priamo, per la sorte dei suoi genitori.
5 Temisto, figlia di Ipseo, per istigazione di Ino, perché aveva uc-
ciso i suoi figli.
Erigone, figlia di Icario, per la morte del padre si uccise impiccandosi.
Fedra, figlia di Minosse, si uccise impiccandosi perché innamorata
del suo figliastro Ippolito.
6 Fillide si uccise impiccandosi per Demofoonte, figlio di Teseo.
Canace, figlia di Eolo, si uccise perché innamorata del fratello Macareo.
Biblide, figlia di Mileto, si uccise perché innamorata del fratello
Cauno.
7 Calipso, figlia di Atlante, si uccise perché innamorata di Ulisse.
Didone, figlia di Belo, si uccise perché innamorata di Enea.
Giocasta, figlia di Meneceo, a causa della morte dei figli e dell’incesto.
8 Antigone, figlia di Edipo, per aver dato sepoltura a Polinice.
Pelopia, figlia di Tieste, per l’incesto commesso dal padre.
Tisbe a Babilonia per Piramo, perché si era ucciso.
Semiramide a Babilonia, dopo la morte del suo cavallo, si gettò sul
rogo di quello.

244 Assassini dei loro parenti


1 Teseo, figlio di Egeo, uccise Pallante … figlio di suo fratello Neleo.
Anfitrione uccise Elettrione, figlio di Perseo.

217
Igino fabb. 244-247

Meleager Oenei filius avunculos suos Plexippum et Agenorem


propter Atalantam Schoenei filiam.
2 Telephus Herculis filius Hippothoum et <Cephea> Neaerae aviae
suae filios.
Aegisthus Atreum et Agamemnonem Atrei filium.
Orestes Aegisthum Thyestis filium.
3 Megapenthes Proeti filius Perseum Iovis et Danaes filium propter
patris mortem.
Abas propter patrem Lynceum Megapenthem occidit.
Phegeus Alphei filius Alphesiboeae filiae suae filiam.
4 Amphion Terei filius avi sui filios.
Atreus Pelopis filius Tantalum et Plisthenem Thyestis filios infantes
in epulis Thyesti apposuit.
Hyllus Herculis filius Sthenelum Electryonis proavi sui fratrem.
5 Medus Aegei filius Persen Aeetae fratrem Solis filium.
Daedalus Eupalami filius Perdicem sororis suae filium propter arti-
ficii invidiam.

245 Qui soceros et generos occiderunt


1 Iason Aesonis filius <…> † Phlegyonam.
Pelops Tantali filius Oenomaum Martis filium.
2 Qui generos suos occiderunt: Phegeus Alphei filius Alcmaeonem
Amphiarai filium; idem et Eurypylum; Aeeta Solis filius Phrixum
Athamantis filium.

246 Qui filios suos in epulis consumpserunt


Tereus Martis filius ex Progne Ityn.
Thyestes Pelopis ex Aerope Tantalum et Plisthenem.
Clymenus Schoenei filius ex Harpalyce filia filium suum.

247 Qui a canibus consumpti sunt


Actaeon Aristaei filius.
Thasius Delo, Anii sacerdotis Apollinis filius; ex eo Delo nullus
canis est.
Euripides tragoediarum scriptor in templo consumptus est.

218
Miti del mondo classico

Meleagro, figlio di Eneo, i suoi zii Plessippo e Agenore per Atalan-


ta, figlia di Scheneo.
2 Telefo, figlio di Ercole, Ippotoo e Cefeo, figli di sua nonna Neera.
Egisto Atreo e Agamennone, figlio di Atreo.
Oreste Egisto, figlio di Tieste.
3 Megapente, figlio di Preto, Perseo, figlio di Giove e Danae, per
la morte del padre.
Abante uccise Megapente per il padre Linceo.
Fegeo, figlio di Alfeo, la figlia di sua figlia Alfesibea.
4 Anfione, figlio di Tereo, i figli di suo nonno.
Atreo, figlio di Pelope, servì a Tieste in un banchetto i piccoli figli
di quest’ultimo, Tantalo e Plistene.
Illo, figlio di Ercole, Stenelo, fratello di suo bisnonno Elettrione.
5 Medo, figlio di Egeo, Perse, fratello di Eeta e figlio del Sole.
Dedalo, figlio di Eupalamo, Perdice, figlio di sua sorella, perché
invidioso della sua abilità.

245 Assassini di suoceri e generi


1 Giasone, figlio di Esone … Flegione.
Pelope, figlio di Tantalo, Enomao, figlio di Marte.
2 Assassini del loro generi: Fegeo, figlio di Alfeo, Alcmeone, figlio
di Anfiarao; sempre lui anche Euripilo. Eeta, figlio del Sole, Frisso,
figlio di Atamante.

246 Coloro che si cibarono dei loro figli a banchetto


Tereo, figlio di Marte, si cibò di Iti, figlio avuto da Procne.
Tieste, figlio di Pelope, Tantalo e Plistene avuti da Erope.
Climeno, figlio di Scheneo, suo figlio avuto dalla figlia Arpalice.

247 Coloro che furono divorati dai cani


Atteone, figlio di Aristeo
Tasio, figlio del sacerdote di Apollo Anio, a Delo; per questo moti-
vo a Delo non c’è nessun cane.
Il poeta tragico Euripide fu divorato in un tempio.

219
Igino fabb. 248-251

248 Qui ab apro percussi interierunt


Adonis Cinyrae filius.
Ancaeus Lycurgi filius a Calydonio.
Idmon Apollinis filius, qui stramentatum exierat cum Argonautis
apud Lycum regem.
Hyas ab apro vel leone, Atlantis et Pleiones filius.

249 Faces sceleratae


Facem quam sibi visa est parere Hecuba Cissei filia sive Dymantis.
Nauplii ad saxa Capharea, cum naufragium Achivi fecerunt.
Helenae quam de muris ostendit et Troiam prodidit.
Althaeae quae Meleagrum occidit.

250 Quae quadrigae rectores suos perdiderunt


1 Phaethonta Solis filium ex Clymene.
Laomedonta Ili filium ex Leucippe.
Oenomaum Martis filium ex Asterie Atlantis filia.
2 Diomedem Martis filium ex eadem.
Hippolytum Thesei filium ex Antiope Amazone.
Amphiaraum Oiclei filium ex Hypermnestra Thestii filia.
3 Glaucum Sisyphi filium ludis funebribus Peliae equae suae con-
sumpserunt.
Iasionem Iovis filium ex Electra Atlantis filia.
Salmoneus, qui fulmina in quadrigas sedens imitabatur, cum qua-
driga fulmine ictus.

251 Qui licentia Parcarum ab inferis redierunt


1 Ceres Proserpinam filiam suam quaerens.
Liber pater ad Semelen matrem suam Cadmi filiam descendit.
Hercules Iovis filius ad canem Cerberum educendum.
2 Asclepius Apollinis et Coronidis filius.
Castor et Pollux Iovis et Ledae filii alterna morte redeunt.
Protesilaus Iphicli filius propter Laodamiam Acasti filiam.
3 Alcestis Peliae filia propter Admetum coniugem.
Theseus Aegei filius propter Pirithoum.
Hippolytus Thesei filius voluntate Dianae, qui postea Virbius est
appellatus.

220
Miti del mondo classico

248 Coloro che morirono assaliti da un cinghiale


Adone, figlio di Cinira.
Anceo, figlio di Licurgo, dal cinghiale Calidonio.
Idmone, figlio di Apollo, del gruppo degli Argonauti, che era uscito
a raccogliere paglia, ospite del re Lico.
Iante, figlio di Atlante e Pleione, da un cinghiale o un leone.

249 Le fiaccole di sventura


La fiaccola che Ecuba, figlia di Cisseo o di Dimante, sognò di partorire.
Quella di Nauplio agli scogli Cafarei, quando gli Achei fecero nau-
fragio.
Quella che Elena mostrò dalle mura nel tradire Troia.
Quella di Altea che uccise Meleagro.

250 Le quadrighe che causarono la morte dei loro conducenti


1 Morì Fetonte, figlio del Sole e Climene.
Laomedonte, figlio di Ilo e Leucippe.
Enomao, figlio di Marte e Asteria, figlia di Atlante.
2 Diomede, figlio di Marte e della stessa.
Ippolito, figlio di Teseo e dell’amazzone Antiope.
Anfiarao, figlio di Ecle e Ipermestra, figlia di Testio.
3 Glauco, figlio di Sisifo, fu divorato dalle sue cavalle durante i
giochi funebri in onore di Pelia.
Iasione, figlio di Giove ed Elettra figlia di Atlante.
Salmoneo, che stando seduto sulla quadriga imitava i fulmini, fu
colpito da un fulmine con la quadriga.

251 Coloro che tornarono dagli inferi con il permesso delle Parche
1 Cerere alla ricerca di sua figlia Proserpina.
Il padre Libero discese per andare da sua madre Semele.
Ercole, figlio di Giove, per portare via il cane Cerbero.
2 Asclepio, figlio di Apollo e Coronide.
Castore e Polluce, figli di Giove e Leda, ritornano morendo a vicenda.
Protesilao, figlio di Ificlo, per Laodamia, figlia di Acasto.
3 Alcesti, figlia di Pelia, per suo marito Admeto.
Teseo, figlio di Egeo, per Piritoo.
Ippolito, figlio di Teseo, per volontà di Diana, e in seguito fu chia-
mato Virbio.

221
Igino fabb. 251-254

Orpheus Oeagri filius propter Eurydicen coniugem suam.


4 Adonis Cinyrae et Zmyrnae filius voluntate Veneris.
Glaucus Minois filius restitutus a Polyido Coerani filio.
Ulysses Laertae filius propter patriam.
Aeneas Anchisae filius propter patrem.
Mercurius Maiae filius assiduo itinere.

252 Qui lacte ferino nutriti sunt


1 Telephus Herculis et Auges filius ab cerva.
Aegisthus Thyestis et Pelopiae filius ab capra.
Aeolus et Boeotus Neptuni et Melanippes filii a vacca.
2 Hippothous Neptuni et Alopes filius ab equa.
Romulus et Remus Martis et Iliae filii ab lupa.
Antilochus Nestoris filius expositus in Ida monte ab cane.
3 Harpalyce Harpalyci regis Amymneorum filia a vacca et equa.
Camilla Metabi regis Volscorum filia ab equa.

253 Quae contra fas concubuerunt


1 Iocaste cum Oedipo filio.
Pelopia cum Thyeste patre.
Harpalyce cum Clymeno patre.
Hippodamia cum Oenomao patre.
2 Procris cum Erechtheo patre, ex quo natus est Aglaurus.
Nyctimene cum Epopeo patre rege Lesbiorum.
Menephron cum Cyllene filia in Arcadia et cum Bliade matre sua.

254 Quae piissimae fuerunt vel <qui> piissimi


1 Antigona Oedipi filia Polynicen fratrem sepulturae dedit.
Electra Agamemnonis filia in fratrem Oresten.
Iliona Priami filia in fratrem Polydorum et parentes.
2 Pelopia Thyestis filia in patrem, ut eum vindicaret.
Hypsipyle Thoantis filia patri, cui vitam concessit.
Chalciope <Aeetae> filia patrem non deseruit regno amisso.
Harpalyce Harpalyci filia in bello patrem servavit et hostem fugavit.

222
Miti del mondo classico

Orfeo, figlio di Eagro, per sua moglie Euridice.


4 Adone, figlio di Cinira e Smirna, per volere di Venere.
Glauco, figlio di Minosse, resuscitato da Poliido, figlio di Cerano.
Ulisse, figlio di Laerte, per la patria.
Enea, figlio di Anchise, per il padre.
Mercurio, figlio di Maia, con viaggi continui.

252 Coloro che furono allevati con latte di animali selvatici


1 Telefo, figlio di Ercole e Auge, da una cerva.
Egisto, figlio di Tieste e Pelopia, da una capra.
Eolo e Beoto, figli di Nettuno e Melanippe, da una mucca.
2 Ippotoo, figlio di Nettuno e Alope, da una cavalla.
Romolo e Remo, figli di Marte e Ilia, da una lupa.
Antiloco, figlio di Nestore, esposto sul monte Ida, da una cagna.
3 Arpalice, figlia del re degli Amimnei Arpalico, da una mucca e
da una cavalla.
Camilla, figlia del re dei Volsci Metabo, da una cavalla.

253 Coloro che si unirono in modo incestuoso


1 Giocasta con suo figlio Edipo.
Pelopia con suo padre Tieste.
Arpalice con suo padre Climeno.
Ippodamia con suo padre Enomao.
2 Procri con suo padre Eretteo, da cui nacque Aglauro.
Nittimene con suo padre Epopeo, re di Lesbo.
Menefrone con sua figlia Cillene in Arcadia e con sua madre Bliade.

254 Le più pie e i più pii


1 Antigone, figlia di Edipo, diede sepoltura a suo fratello Polinice.
Elettra, figlia di Agamennone, nei confronti di suo fratello Oreste.
Ilione, figlia di Priamo, nei confronti di suo fratello Polidoro e dei
suoi genitori.
2 Pelopia, figlia di Tieste, nei confronti di suo padre, per vendicarlo.
Ipsipile, figlia di Toante, al quale salvò la vita.
Calciope, figlia di Eeta, non abbandonò il padre quando questi per-
se il regno.
Arpalice, figlia di Arpalico. Salvò la vita a suo padre e mise in fuga
i nemici.

223
Igino fabb. 254,255

3 Erigone Icari filia patre amisso suspendio se necavit.


Agave Cadmi filia in Illyrica Lycothersen regem interfecit et patri
suo regnum dedit.
Xanthippe Myconi patri incluso carcere lacte suo alimentum vitae
praestitit.
Tyro Salmonei filia propter patrem filios suos necavit.
4 In Sicilia cum Aetna mons primum ardere coepit, Damon ma-
trem suam ex igne rapuit, item Phintia patrem.
Aeneas item in Ilio Anchisem patrem umeris et Ascanium filium ex
incendio eripuit.
5 Cleops et Bitias Cydippae filii. Cydippe sacerdos Iunonis Argi-
vae cum boves in pastionem misisset neque ad horam, qua sacra
in monte ad templum Iunonis duci et fieri deberent, apparerent
et essent mortui, quae nisi ad horam sacra facta essent, sacerdos
interficiebatur; 6 inter quam trepidationem Cleops et Bitias pro
bubus sub iugo se iunxerunt et ad fanum sacra et matrem Cydip-
pen in plaustro duxerunt; sacrificioque peracto Cydippe precata
est Iunonem, si sacra eius caste coluisset, si filii adversus eam pii
fuissent, ut quicquid bonum mortalibus posset contingere, id fili-
is eius contingeret. 7 Precatione peracta plaustrum et matrem filii
domum reduxerunt et fessi somno acquieverunt <…> at Cydippe
diligenter agnovit nihil esse melius mortalibus quam mori, et ob
hoc obiit voluntaria morte.

255 Quae impiae fuerunt


1 Scylla Nisi filia patrem occidit.
Ariadne Minois filia fratrem <…>
<…> et filios occidit.
Progne Pandionis filia filium occidit.
2 Danaides coniuges suos patrueles occiderunt.
Lemniades in Lemno insula patres et filios occiderunt.
Harpalyce Clymeni filia filium, quem ex patris concubitu pepererat,
occidit.
Tullia Romanorum super parentis corpus currum duxit, unde Vi-
cus Sceleratus est dictus.

224
Miti del mondo classico

3 Erigone, figlia di Icario, dopo aver perso suo padre si uccise im-
piccandosi.
Agave, figlia di Cadmo, in Illiria uccise il re Licoterse e diede il
regno a suo padre.
Santippe salvò la vita a suo padre Micone quand’era in prigione
nutrendolo col proprio latte.
Tirone, figlia di Salmoneo, per suo padre uccise i propri figli.
4 In Sicilia, quando il monte Etna cominciò a dare avvisaglie di eru-
zione, Damone salvò dal fuoco sua madre e così Fintia suo padre.
Così pure Enea a Troia salvò dall’incendio suo padre Anchise por-
tandolo sulle spalle e suo figlio Ascanio.
5 Cleope e Bitia erano figli di Cidippe. Cidippe, sacerdotessa di
Giunone Argiva, aveva mandato al pascolo i buoi e, siccome mori-
rono, non si presentarono all’ora in cui dovevano portare gli oggetti
sacri per il rito al tempio di Giunone sul monte; se questo non fosse
avvenuto all’ora prestabilita, la sacerdotessa sarebbe stata messa a
morte. 6 In questo momento critico, Cleope e Bitia si attaccarono
al giogo al posto dei buoi e trasportarono al tempio sul carro gli og-
getti sacri e la madre Cidippe; terminato il rito, Cidippe, visto che
aveva osservato scrupolosamente il rito e che i suoi figli erano stati
pii verso di lei, pregò Giunone di far capitare loro tutto il bene che
poteva capitare ai mortali. 7 Terminata la preghiera, i figli ripor-
tarono a casa il carro e la madre, e per la stanchezza si coricarono
a dormire … Cidippe così comprese senz’altro che per i mortali
non c’era nulla di meglio che morire, e per questo motivo si diede
volontariamente la morte.

255 Le donne empie


1 Scilla, figlia di Niso, uccise suo padre.
Arianna, figlia di Minosse, suo fratello …
… e i suoi figli uccise.
Procne, figlia di Pandione, uccise suo figlio.
2 Le Danaidi uccisero i loro mariti, loro cugini.
Le Lemniadi nell’isola di Lemno uccisero padri e figli.
Arpalice, figlia di Climeno, uccise il figlio che aveva generato in
seguito all’unione con suo padre.
Fra i romani Tullia guidò il carro sul corpo di suo padre, e per que-
sto quella strada fu chiamata Scellerata.

225
Igino fabb. 256,257

256 Quae castissimae fuerunt


1 Penelope Icarii filia uxor Ulyssis.
Euadne Phylacis filia coniunx Capanei.
Laodamia Acasti filia coniunx Protesilai.
Hecuba Cissei filia uxor Priami.
2 Theonoe Thestoris filia <…>.
<Alcestis Peliae filia> uxor Admeti.
Romanorum Lucretia Lucretii filia coniunx Collatini.

257 Qui inter se amicitia iunctissimi fuerunt


1 Pylades Strophii filius cum Oreste Agamemnonis filio.
Pirithous Ixionis filius cum Theseo Aegei filio.
Achilles Pelei filius cum Patroclo Menoetii filio.
2 Diomedes Tydei filius cum Sthenelo Capanei filio.
Peleus Aeaci filius cum Phoenice Amyntoris filio.
Hercules Iovis filius cum Philocteta Poeantis filio.
Harmodius et Aristogiton more fraterno.
3 In Sicilia Dionysius tyrannus crudelissimus cum esset suosque
cives cruciatibus interficeret, Moeros tyrannum voluit interfi-
cere; quem satellites cum deprehendissent armatum ad regem
perduxerunt. 4 Qui interrogatus respondit se regem voluisse
interficere; quem rex iussit crucifigi; a quo Moerus petit tridui
commeatum ut sororem suam nuptui collocaret et daret tyran-
no Selinuntium amicum suum et sodalem qui sponderet eum
tertio die venturum. 5 Cui rex indulsit commeatum ad sororem
collocandam dicitque rex Selinuntio, nisi ad diem Moerus veni-
ret, eum eandem poenam passurum et dimitti Moerum. 6 Qui
collocata sorore cum reverteretur, repente tempestate et pluvia
orta, flumen ita increvit ut nec transiri nec transnatari posset;
ad cuius ripam Moerus consedit et flere coepit, ne amicus pro
se periret. 7 Phalaris autem Selinuntium crucifigi cum iuberet,
ideo quod horae sex tertii iam diei essent nec veniret Moerus,
cui Selinuntius respondit diem adhuc non praeteriisse. Cumque
iam horae novem essent, rex iubet duci Selinuntium in crucem.
8 Qui cum duceretur, vix tandem Moerus liberato flumine con-
sequitur carnificem exclamatque a longe: «Sustine carnifex,
adsum quem spopondit». Quod factum regi nuntiatur; quos rex

226
Miti del mondo classico

256 Le donne più fedeli


1 Penelope, figlia di Icario, moglie di Ulisse.
Evadne, figlia di Filace, moglie di Capaneo.
Laodamia, figlia di Acasto, moglie di Protesilao.
Ecuba, figlia di Cisseo, moglie di Priamo.
2 Teonoe, figlia di Testore, …
Alcesti, figlia di Pelia, moglie di Admeto.
Fra i Romani Lucrezia, figlia di Lucrezio, moglie di Collatino.

257 Coloro che furono amici più di ogni altro


1 Pilade, figlio di Strofio, e Oreste, figlio di Agamennone.
Pritoo, figlio di Issione, e Teseo, figlio di Egeo.
Achille, figlio di Peleo, e Patroclo, figlio di Menezio.
2 Diomede, figlio di Tideo, e Stenelo, figlio di Capaneo.
Peleo, figlio di Eaco, e Fenice, figlio di Amintore.
Ercole, figlio di Giove, e Filottete, figlio di Peante.
Armodio e Aristogitone, come fratelli.
3 Ai tempi in cui in Sicilia viveva Dionisio, un tiranno assai crudele, e
uccideva i suoi sudditi torturandoli, Mero decise di uccidere il tiranno;
le guardie però lo sorpresero con le armi in pugno e lo portarono al
cospetto del re. 4 Alle domande rispose di aver avuto l’intenzione di
uccidere il re, e il re ordinò che fosse crocifisso; Mero allora gli chiese un
rinvio di tre giorni per occuparsi del matrimonio della sorella e offriva
al re un suo amico fraterno, Selinuntio, perché garantisse che dopo due
giorni sarebbe tornato. 5 Il re accondiscese al rinvio per occuparsi della
sorella, ma il re disse a Selinuntio che, se Mero non fosse tornato il gior-
no stabilito, sarebbe stato lui a soffrire la stessa pena e che Mero poteva
andare. 6 Questi si occupò della sorella, ma mentre tornava all’improv-
viso venne un acquazzone e il fiume si ingrossò in modo tale da non
poter essere attraversato né a piedi né a nuoto; Mero si sedette sulla riva
e cominciò a piangere, temendo che il suo amico morisse al suo posto. 7
Intanto Falaride ordinò che Selinuntio fosse crocifisso perché erano già
le sei del terzo giorno e Mero non era tornato, ma Selinuntio gli rispose
che non era ancora finita la giornata. Ma quando ormai erano le nove
il re ordina che Selinuntio fosse portato alla croce. 8 Ma mentre veniva
portato via, Mero, che alla fine aveva oltrepassato a fatica il fiume, corre
dietro al carnefice e da lontano grida: «Fermati, carnefice, sono qui!
È per me che aveva garantito!». Questo fatto viene riferito al re; il re

227
Igino fabb. 257-259

ad se iussit perduci rogavitque eos ut se in amicitiam reciperent


vitamque Moero concessit.
9 Harmodius et Aristogiton
Item in Sicilia eundem Phalarim Harmodius cum vellet interfice-
re, simulationis causa scrofam porcellos habentem occidit et ve-
nit ad Aristogitonem amicum suum ense sanguinolento dicitque
se matrem interfecisse rogatque eum ut se celaret. 10 Qui cum ab
eo celaretur, rogavit Aristogitonem ut progrederetur rumoresque
qui essent de matre sibi renuntiaret. Nullos esse rumores. 11 Qui
vesperi ita litem contraxerunt ut alius alio potiora ingererent, nec
ideo Aristogiton voluit obicere eum matrem interfecisse. Cui Har-
modius patefecit se scrofam porcellos habentem interfecisse et ideo
matrem dixisse; cui indicat se regem velle interficere rogatque eum
ut sibi adiutorio esset. 12 Qui cum ad regem interficiendum venis-
sent, deprehensi sunt a satellitibus armati et cum perducerentur ad
tyrannum Aristogiton a satellitibus effugit, Harmodius autem solus
cum perductus esset ad regem quaererentque ab eo quis ei fuis-
set comes, ille ne amicum proderet linguam dentibus sibi praecidit
eamque regis in faciem inspuit.
13 Nisus cum Eurylo suo, pro quo mortuus est.

258 Atreus et Thyestes


Atreus et Thyestes germani cum in dissensione sibi nocere non
possent, in simulatam gratiam redierunt, qua occasione Thyestes
cum fratris uxore concubuit. Atreus vero ei filium epulando appo-
suit; quae sol ne pollueretur, aufugit. Sed veritatis hoc est: Atreum
apud Mycenas primum solis eclipsim invenisse; cui invidens frater
ex urbe discessit.

259 Lyncus
Lyncus rex Siciliae fuit, qui missum a Cerere Triptolemum ut homi-
nibus frumentum monstraret susceptum hospitio, ut in se gloria
tanta migraret, interimere cogitavit. Ob quam rem irata Ceres eum
convertit in lyncem varii coloris, ut ipse variae mentis extiterat.

228
Miti del mondo classico

ordinò che venissero portati al suo cospetto, chiese loro di poter essere
loro amico e concesse la grazia a Mero.
9 Armodio e Aristogitone
Sempre in Sicilia, Armodio, volendo uccidere lo stesso Falaride,
ammazza una scrofa che aveva dei piccoli e va dal suo amico Ari-
stogitone con la spada insanguinata, dice di aver ucciso la madre e
lo prega di nasconderlo. 10 Una volta nascosto da lui, pregò Ari-
stogitone di uscire e di riferirgli che cosa si diceva a proposito della
madre. Non si diceva nulla. 11 La sera intrapresero una discussione
su chi era meglio disposto nei confronti dell’altro, ma Aristogitone
non volle rifacciargli di aver ucciso la madre. Armodio allora gli
rivelò di aver ucciso una scrofa che aveva dei piccoli ed era per que-
sto motivo che aveva parlato di madre; gli manifesta poi la propria
volontà di uccidere il re e lo prega di aiutarlo. 12 Quando andarono
a uccidere il re, furono sorpresi con le armi in pugno dalle guardie
ma, mentre venivano portati al cospetto del re, Aristogitone sfuggì
alle guardie, e così Armodio fu portato da solo al cospetto del re;
quando gli fu chiesto chi fosse il suo complice, per non tradire l’a-
mico si tagliò la lingua coi denti e la sputò in faccia al re.
13 Niso e il suo Eurialo, per salvare il quale morì.

258 Atreo e Tieste


I fratelli Atreo e Tieste, visto che non potevano farsi del male re-
stando nemici, fecero finta di riconciliarsi, e in quell’occasione Tie-
ste si unì alla moglie del fratello. Atreo allora gli servì il figlio duran-
te un banchetto, e il sole per non essere contaminato fuggì lontano
da quei fatti. Ma la verità è questa: Atreo fu il primo a Micene a
osservare un’eclissi di sole e il fratello invidioso abbandonò la città.

259 Linco
Linco era re di Sicilia. Dopo aver accolto come ospite Trittolemo,
che Cerere aveva inviato a far scoprire agli uomini il frumento, pen-
sò di ucciderlo per guadagnarsi una così grande gloria. Per questo
motivo Cerere adirata lo trasformò in una lince di colore cangiante,
come lui si era rivelato di indole cangiante.

229
Igino fabb. 260,261,269

260 Eryx
Eryx Veneris et Butae filius fuit, qui occisus ab Hercule est. Monti
ex sepultura sua nomen imposuit in quo Aeneas Veneris templum
constituit. In hoc autem monte dicitur etiam Anchises sepultus,
licet secundum Catonem ad Italiam venerit.

261 Agamemnon qui ignarus Dianae cervam occidit


Cum de Graecia ad Aulidem Danai venissent, Agamemnon Dia-
nae cervam occidit ignarus; unde dea irata flatus ventorum remo-
vit. Quare cum nec navigare possent et pestilentiam sustinerent,
consulta oracula dixerunt Agamemnonio sanguine esse placandam
Dianam. Ergo cum ab Ulyxe per nuptiarum simulationem adducta
Iphigenia in eo esset ut immolaretur, numinis miseratione subla-
ta est et cerva supposita. Et translata ad Tauricam civitatem regi
Thoanti tradita est, sacerdosque facta Dictynnae Dianae secundum
consuetudinem statutam humano sanguine numen placaret cogno-
vit fratrem Orestem. Qui accepto oraculo carendi furoris causa,
cum amico Pylade Colchos petierat, et cum <his> occiso Thoante
simulacrum sustulit, absconditum fasce lignorum (unde et fascelis
dicitur, non tantum a face cum qua pingitur, propter quod et luci-
fera dicitur) et Ariciam detulit. Sed cum postea Romanis sacrorum
crudelitas displiceret, quamquam servi immolarentur, ad Laconas
Diana translata, ubi sacrificii consuetudo adolescentum verberibus
servabatur, qui vocabantur bomonicae, quia aris superpositi con-
tendebant, qui plura posset verbera sustinere. Orestis vero ossa
de Aricia Romam translata sunt et condita ante templum Saturni,
quod est ante clivum Capitolinum iuxta Concordiae templum.

262-268 <…>

<269 Qui amplissimi fuerunt>


<…> Iovis et Europae filius.
Cygnus alter Martis filius, quem idem Hercules occidit.

230
Miti del mondo classico

260 Erice
Erice era figlio di Venere e Bute e fu ucciso da Ercole. Una volta
sepolto, diede il suo nome al monte su cui Enea fondò un tempio a
Venere. Si racconta inoltre che su questo monte fu sepolto Anchise,
anche se secondo Catone arrivò in Italia.

261 Agamennone che senza saperlo uccide la cerva di Diana


Dopo che i Danai giunsero ad Aulide dalla Grecia, Agamennone
senza saperlo uccise la cerva di Diana; adirata per questo, la dea fece
sparire il soffio dei venti. E così, non potendo navigare ed essendo vit-
time di una pestilenza, consultarono l’oracolo che rispose che Diana
doveva essere placata con il sangue della casata di Agamennone. E
così Ifigenia fu condotta lì da Ulisse con la scusa del suo matrimonio
e, nel momento in cui stava per essere immolata, fu portata via dalla
dea impietosita e sostituita con una cerva. Fu trasferita nella regione
della Tauride e affidata al re Toante; diventata sacerdotessa, mentre
secondo la consuetudine stabilita da Diana Dittinna placava la dea
con sangue umano, riconobbe il fratello Oreste. Questi, dopo aver
consultato l’oracolo per sfuggire alle Furie, era giunto in Colchide
con l’amico Pilade, uccise Toante con la loro complicità, prelevò la
statua e la portò ad Ariccia nascosta all’interno di una fascina di le-
gna: ecco perché si chiama fascelis (“della fascina”), non tanto per la
fiaccola con cui viene rappresentata e per cui viene chiamata anche
lucifera (“portatrice di luce”). Quando poi ai Romani venne in odio
la crudeltà nei riti, anche se si immolavano gli schiavi, Diana venne
trasportata a Sparta: qui si manteneva la consuetudine di sacrificare
a bastonate dei giovani che erano chiamati “bomonici”, perché si
mettevano sugli altari e facevano a gara a chi poteva sopportare le
bastonate più a lungo. Le ossa di Oreste poi da Ariccia vennero tra-
slate a Roma e seppellite davanti al tempio di Saturno, che si trova
davanti al colle del Campidoglio vicino al tempio della Concordia.

262-268 mancano

269 I più facoltosi


… figlio di Giove ed Europa.
Cicno, un altro figlio di Marte, che sempre Ercole uccise.

231
Igino fab. 270,271,273

270 Qui formosissimi fuerunt


1 Iasion Corythi filius, quem Ceres dicitur amasse, quod ipsum his-
toriis creditur.
Cinyras Paphi filius rex Assyriorum.
Anchises Assaraci filius, quem Venus amavit.
2 Alexander Paris Priami filius et Hecubae, quem Helena secuta est.
Nireus Charopis filius.
Cephalus Pandionis filius, quem Aurora amavit.
Tithonus Laomedontis filius Aurorae coniunx.
3 Parthenopaeus Meleagri et Atalantes filius.
Achilles Pelei et Thetidis filius.
Patroclus Menoetii filius.
Idomeneus qui Helenam amavit.
Theseus Aegei et Aethrae filius, quem Ariadne amavit.

271 Qui ephebi formosissimi fuerunt


1 Adonis Cinyrae et Smyrnae filius, quem Venus amavit.
Endymion Aetoli filius, quem Luna amavit.
Ganymedes Erichthonii filius, quem Iovis amavit.
Hyacinthus Oebali filius, quem Apollo amavit.
2 Narcissus Cephisi fluminis filius, qui se ipsum amavit.
Atlantius Mercurii et Veneris filius, qui Hermaphroditus dictus est.
Hylas Theodamantis filius, quem Hercules amavit.
Chrysippus Pelopis filius, quem Theseus ludis rapuit.

272 <…>

273 Qui primi ludos fecerunt usque ad Aeneam quintum decimum


1 <…> quinto loco Argis quos fecit Danaus Beli filius filiarum nup-
tiis cantu, unde hymenaeus dictus.
2 Sexto autem iterum Argis quos fecit Lynceus Aegypti filius Iu-
noni Argiuae, qui appellantur Ἀσπὶς ἐν Ἄργει. Quibus ludis qui
vicit accipit pro corona clipeum, ideo quod Abas Lyncei et Hyper-
mestrae filius nuntiavit Danaum parentibus perisse, cui Lynceus
de templo Iunonis Argivae detraxit clipeum, quod Danaus in iu-
venta gesserat et Iunoni sacraverat, et Abanti filio muneri dedit. 3
In his ludis qui semel vicit et iterum descendit ad certamen <…>

232
Miti del mondo classico

270 I più belli


1 Iasione, figlio di Corito, di cui si racconta che Cerere si innamorò:
lo accredita la tradizione stessa.
Cinira, figlio di Pafo e re di Assiria.
Anchise, figlio di Assaraco, di cui si innamorò Venere.
2 Alessandro Paride, figlio di Priamo ed Ecuba, che Elena seguì.
Nireo, figlio di Carope.
Cefalo, figlio di Pandione, di cui si innamorò Aurora.
Titono, figlio di Laomedonte, marito di Aurora.
3 Partenopeo, figlio di Meleagro e Atlanta.
Achille, figlio di Peleo e Teti.
Patroclo, figlio di Menezio.
Idomeneo, che si innamorò di Elena.
Teseo, figio di Egeo ed Etra, di cui si innamorò Arianna.

271 Gli efebi più belli


1 Adone, figlio di Cinira e Smirna, di cui si innamorò Venere.
Endimione, figlio di Etolo, di cui si innamorò la Luna.
Ganimede, figlio di Erittonio, di cui si innamorò Giove.
Giacinto, figlio di Ebalo, di cui si innamorò Apollo.
2 Narciso, figlio del fiume Cefiso, che si innamorò di se stesso.
Atlantio, figlio di Mercurio e Venere, che fu detto Ermafrodito.
Ila, figlio di Teodamante, di cui si innamorò Ercole.
Crisippo, figlio di Pelope, che Teseo rapì durante i giochi.

272 manca

273 Coloro che istituirono giochi, fino ad Enea (quindicesimo)


1 … Quinto: i giochi che istituì ad Argo Danao, figlio di Belo, con il
canto per le nozze delle figlie, da cui viene il termine imeneo.
2 Sesto: quelli che istituì ancora ad Argo Linceo, figlio di Egitto,
in onore di Giunone Argiva, che si chiamano “Scudo in Argo”: in
questi giochi il vincitore invece di una corona riceve uno scudo,
per il fatto che Abante, figlio di Liceo e Ipermestra, annunciò ai
genitori la morte di Danao e Linceo staccò dal tempio di Gionone
Argiva lo scudo che Danao aveva portato in gioventù e che aveva
consacrato a Giunone, e lo diede in dono al figlio Abante. 3 In que-
sti giochi chi ha vinto una sola volta e gareggia una seconda volta …

233
Igino fab. 273

ut nisi iterum vincat <…> saepe descendat.


4 Septimo autem loco Perseus Iovis et Danaes filius funebres Poly-
dectae nutritori suo in insula Seripho, ubi cum luctatur percussit
Acrisium avum suum et occidit. Itaque quod sua voluntate noluit,
id deorum factum est numine.
5 Octavo loco fecit Hercules Olympiae gymnicos Pelopi Tantali
filio, in quibus ipse contendit pammachium, quod nos pancratium
vocamus, cum Achareo.
6 Nono loco facti sunt in Nemea Archemoro Lyci et Eurydices
filio, quos fecerunt septem duces qui Thebas ibant oppugnatum,
in quibus ludis postea vicerunt cursu Euneus et Deipylus Iasonis
et Hypsipyles filii. 7 His quoque ludis pythaules qui Pythia canta-
verunt septem habuit palliatos qui voce cantaverunt, unde postea
appellatus est choraules.
8 Decimo Isthmia Melicertae Athamantis filio et Inus fecisse dicitur
Eratocles, alii poetae dicunt Theseum.
9 Undecimo fecerunt Argonautae in Propontide Cyzico regi una
cum filio, quem Iason imprudens noctu in litore occiderat, saltu
luctatione et iaculo.
10 Duodecimo autem Argivis quos fecit Acastus Peliae filius. His
ludis vicerunt Zetes Aquilonis filius dolichodromo, Calais eiusdem
filius diaulo, Castor Iovis filius stadio, Pollux eiusdem filius caestu,
Telamon Aeaci filius disco, Peleus eiusdem luctatione, Hercules Io-
vis filius pammachio, Meleager Oenei filius iaculo; 11 Cygnus Mar-
tis filius armis occidit Pilum Diodoti filium, Bellerophontes vicit
equo; quadrigis autem vicit Iolaus Iphicli filius Glaucum Sisyphi
filium, quem equi mordici distraxerunt; Eurytus Mercurii filius sa-
gitta, Cephalus Deionis filius funda, Olympus Marsyae discipulus
tibiis, Orpheus Oeagri filius cithara, Linus Apollinis filius cantu,
Eumolpus Neptuni filius ad Olympi tibias voce.

234
Miti del mondo classico

se non vince una seconda volta … gareggi spesso.


4 Settimo: quelli funebri che Perseo, figlio di Giove e Danae, isti-
tuì in onore di Polidette, che l’aveva allevato, sull’isola di Serifo,
dove durante un combattimento colpì e uccise suo nonno Acrisio.
E così, ciò che non voleva che si compisse per sua iniziativa, fu
compiuto per volere degli dei.
5 Ottavo: Ercole istituì giochi ginnici a Olimpia in onore di Pelope,
figlio di Tantalo, in cui egli stesso gareggiò con Acareo nel pamma-
chio, che noi chiamiamo pancrazio.
6 Nono: quelli istituiti a Nemea in onore di Archemoro, figlio di
Lico ed Euridice, che istituirono i sette condottieri che andavano
a conquistare Tebe: in questi giochi in seguito vinsero nella corsa
Euneo e Deipilo, figli di Giasone e Ipsipile. 7 Sempre in questi gio-
chi il pitauleta che cantava inni Pitici ottenne sette attori con pallio
che cantavano con la sola voce, e per questo in seguito si chiamò
corauleta.
8 Decimo: si racconta che fu Eratocle a istituire i giochi Istmici in
onore di Melicerte, figlio di Atamante e Ino; altri poeti dicono che
sia stato Teseo.
9 Undici: quelli che istituirono gli Argonauti nella Propontide con
gare di salto, lotta e giavellotto in onore del re Cizico e insieme di suo
figlio, che Giasone senza volerlo aveva ucciso di notte sulla spiaggia.
10 Dodici: quelli che istituì ad Argo Acasto, figlio di Pelia. In questi
giochi vinsero Zete, figlio di Aquilone, nella corsa lunga, suo figlio
Calaide nel doppio giro, Castore, figlio di Giove, nella corsa dello
stadio, Polluce, figlio sempre di Giove, nel pugilato, Telamone, fi-
glio di Eaco, nel lancio del disco, Peleo, figlio sempre di Eaco, nella
lotta, Ercole, figlio di Giove, nel pammachio, Meleagro, figlio di
Eneo, nel lancio del giavellotto; 11 Cicno, figlio di Marte, nella lotta
armata uccise Pilo, figlio di Diodoto, Bellerofonte vinse nell’ippica,
mentre nella corsa delle quadrighe Iolao, figlio di Ificle, vinse su
Glauco, figlio di Sisifo, che i suoi cavalli dilaniarono a morsi; Euri-
to, figlio di Mercurio, nel tiro con l’arco, Cefalo, figlio di Deione,
nel tiro con la fionda; Olimpio, allievo di Marsia, nella gara di flau-
to, Orfeo, figlio di Eagro, in quella di cetra, Lino, figlio di Apollo,
in quella di canto, Eumolpo, figlio di Nettuno, in quella di canto
accompagnato dal flauto di Olimpio.

235
Igino fab. 273

12 Tertio decimo fecit in Ilio Priamus cenotaphium Paridi, quem


natum iusserat interfici, gymnicos, in quibus certati sunt cursu Nes-
tor Nelei filius, Helenus Priami filius, Deiphobus eiusdem, Polites
eiusdem, Telephus Herculis filius, Cygnus Neptuni filius, Sarpedon
Iovis filius, Paris Alexander pastor Priami ignarus filius. Vicit au-
tem Paris et inventus est esse Priami filius.
13 Quarto decimo Achilles Patroclo funebres, in quibus Aiax vicit
lucta et accepit lebetem aureum munus, deinde Menelaus vicit ia-
culo et accepit muneri iaculum aureum. Dimisso spectaculo eodem
Phrygas captivos duodecim in rogum Patrocli et equum et canem
coniecit.
14 Quinto decimo fecit Aeneas Veneris et Anchisae filius in Sicilia
ad Acesten Crinisi fluminis filium hospitem; ibi Aeneas patris orna-
vit exsequias ludicroque certamine honores debitos manibus solvit,
in quibus primum navale certamen fuit de <…> Mnestheus, navis
Pistris, Gyas, navis Chimaera, Sergestus, navis Centaurus. 15 Vicit
autem Cloanthus cum navi Scylla et accepit praemium talentum ar-
genti, auratam chlamydem ex purpura intextum Ganymeden; Mnes-
theus loricam adeptus est, Gyas abstulit lebetas cymbiaque argento
caelata, Sergestus captivam cum duobus filiis nomine Pholoen.
16 Secundo deinde certamine cursu Nisus, Euryalus, Diores, Sa-
lius, Helymus, Panopes; vicit Euryalus, accepit praemium equum
phaleris insignem, secundo Helymus Amazoniam pharetram, ter-
tio Diores galeam Argolicam, Salio exuvias leonis donavit, Niso
clipeum opus Didymaonis. 17 Tertio deinde certamine, caestibus
Dares et Entellus; vicit Entellus, accepit praemium taurum, Dareti
gladium et ensem tribuit. 18 Quarto deinde certarunt sagitta Hip-
pocoon, Mnestheus, Acestes, Eurytion, qui accepit muneri galeam,
qui iudicis propter omen Acestae honorem cessit. 19 Quinto Asca-
nio puero duce luserunt pueri Troiam.

236
Miti del mondo classico

12 Tredici: a Troia Priamo innalzò un cenotafio a Paride, il figlio che


aveva ordinato di uccidere, con giochi ginnici ai quali gareggiarono
nella corsa Nestore, figlio di Neleo, Eleno, figlio di Priamo, Deifo-
bo, figlio dello stesso Priamo, Polite, figlio dello stesso Priamo, Te-
lefo, figlio di Ercole, Cicno, figlio di Nettuno, Sarpedone, figlio di
Giove, il pastore Paride Alessandro, inconsapevole di essere figlio
di Priamo: il vincitore fu Paride e si scoprì che era figlio di Priamo.
13 Quattordici: quelli funebri che istituì Achille in onore di Patro-
clo, nelle quali Aiace vinse nella lotta e ricevette come premio un
lebete d’oro, poi Menelao vinse nel lancio del giavellotto e ricevette
come premio un giavellotto d’oro; finite le gare, gettò sul rogo di
Patroclo dodici prigionieri troiani, il suo cavallo e il suo cane.
14 Quindici: quelli che istituì Enea, figlio di Venere e Anchise, in
Sicilia dal suo ospite Aceste, figlio del fiume Criniso; lì Enea celebrò
i funerali del padre e tributò i dovuti onori alla sua anima con le gare
dei giochi. In essi la prima gara fu quella delle navi… Mnesteo con la
nave Pistri, Gía con la nave Chimera, Sergesto con la nave Centauro;
15 il vincitore fu Cloanto con la nave Scilla e ottenne come premio
un talento d’argento e una clamide dorata con Ganimede ricamato
in porpora, mentre Mnesteo ottenne una lorica, Gía si prese lebeti e
coppe d’argento cesellate, Sergesto una schiava di nome Foloe con
due figli.
16 Nella seconda gara gareggiarono nella corsa Niso, Eurialo, Diore,
Salio, Elimo, Panope: il vincitore fu Eurialo e ricevette come premio
un cavallo splendido nei suoi finimenti, il secondo, Elimo, ebbe una
faretra da amazzone e il terzo, Diore, un elmo argolico, mentre a Sa-
lio diede una pelle di leone e a Niso uno scudo opera di Didimaone.
17 Nella terza gara poi gareggiarono nel pugilato Darete ed Entello:
il vincitore fu Entello ed ebbe in premio un toro, mentre a Darete
assegnò una spada e un pugnale. 18 Nella quarta gara gareggiarono
nel tiro con l’arco Ippocoonte, Mnesteo, Aceste, Euritione, che rice-
vette come premio un elmo ma, a causa del presagio venuto al giudi-
ce, cedette l’onore ad Aceste. 19 Nella quinta gara, sotto la guida di
Ascanio ancora ragazzo, i ragazzi rappresentarono Troia.

237
Igino fab. 274

274 Quis quid invenerit


1 <… quidam> nomine Cerasus vinum cum Acheloo flumine in
Aetolia miscuit, unde miscere cerasae est dictum. Antiqui autem
nostri in lectis tricliniaribus in fulcris capita asellorum vite alli-
gata habuerunt, significantes <eum vini> suavitatem invenisse.
Caper autem vitem quam praeroserat plenius fructum protulit,
unde etiam putationem invenerunt.
2 Pelethronius frenos et stratum equis primus invenit.
3 Belone prima acum repperit, quae Graece belone appellatur.
4 Cadmus Agenoris filius aes Thebis primus inventum condidit.
Aeacus Iovis filius in Panchaia in monte Taso aurum primus invenit.
Indus rex in Scythia argentum primus invenit, quod Erichtho-
nius Athenas primum attulit.
5 Elide, quae urbs est in Peloponneso, certamina quadrigarum
primum instituta sunt.
6 Midas rex Cybeles filius Phryx plumbum album et nigrum pri-
mus invenit.
7 Arcades res divinas primi diis fecerunt.
8 Phoroneus Inachi filius arma Iunoni primus fecit, qui ob eam
causam primus regnandi potestatem habuit.
9 Chiron centaurus Saturni filius artem medicinam chirurgicam ex
herbis primus instituit; Apollo artem oculariam medicinam primus
fecit; tertio autem loco Asclepius Apollinis filius clinicen repperit.
10 Antiqui obstetrices non habuerunt, unde mulieres verecun-
dia ductae interierant. Nam Athenienses caverant ne quis servus
aut femina artem medicinam disceret. Agnodice quaedam puella
virgo concupiuit medicinam discere, quae cum concupisset,
demptis capillis habitu virili se Herophilo cuidam tradidit in dis-
ciplinam. 11 Quae cum artem didicisset et feminam laborantem
audisset ab inferiore parte, veniebat ad eam, quae cum credere
se noluisset aestimans virum esse, illa tunica sublata ostendit se
feminam esse et ita eas curabat. 12 Quod cum vidissent medici se
ad feminas non admitti, Agnodicen accusare coeperunt, quod di-
cerent eum glabrum esse et corruptorem earum et illas simulare
imbecillitatem. 13 Quod cum Areopagitae consedissent, Agno-
dicen damnare coeperunt; quibus Agnodice tunicam allevavit et

238
Miti del mondo classico

274 Inventori e invenzioni


1 … di nome Ceraso in Etolia mescolò il vino con l’acqua del fiume
Acheloo, e per questo mescolare si dice κεράσαι. I nostri antenati sui
montanti dei letti del triclinio tenevano teste d’asino legati con le viti,
a dimostrazione che era questo che aveva scoperto la piacevolezza del
vino. D’altra parte un capro che aveva brucato una vite fece ottenere un
prodotto più abbondante, e così scoprirono pure la potatura.
2 Peletronio inventò il morso e la sella per i cavalli.
3 Belone inventò l’ago, che in greco si chiama βελόνη.
4 Cadmo, figlio di Agenore, inventò e per primo produsse il bronzo a
Tebe.
Eaco, figlio di Giove, trovò per primo l’oro in Panchea, sul monte Taso.
Il re Indo in Scizia trovò per primo l’argento, che fu Erittonio a intro-
durre ad Atene.
5 A Elide, che è una città nel Peloponneso, furono inventate le gare di
quadriga.
6 Il re Mida, figlio di Cibele, frigio, scoprì il piombo bianco e quello
nero.
7 Gli Arcadi sono stati i primi a celebrare riti religiosi in onore degli dei.
8 Foroneo, figlio di Inaco, fu il primo a fabbricare armi per Giunone, e
per questo motivo fu il primo ad avere il potere di re.
9 Il centauro Chirone, figlio di Saturno inventò l’arte medica chirurgi-
ca con le erbe, Apollo invece praticò per primo l’oculistica, per terzo
Asclepio, figlio di Apollo, introdusse la clinica.
10 Gli antichi non avevano ostetriche, e di conseguenza le donne finiva-
no per morire perché si vergognavano; gli Ateniesi infatti avevano fatto
in modo che nessuno schiavo o nessuna donna imparasse l’arte medica.
Una giovane vergine, una certa Agnodice, desiderò fortemente impa-
rare la medicina, e per questo forte desiderio si tagliò i capelli, si vestì
da uomo e si presentò alla scuola di un certo Erofilo. 11 Una volta che
ebbe imparato questa arte, siccome aveva sentito che c’era una donna
malata nelle parti basse, andò da lei e, dato che quella non voleva affi-
darsi a lei credendola un uomo, si sollevò la tunica e dimostrò di essere
una donna, e così le curava. 12 I medici, siccome avevano notato che
le donne non si rivolgevano più a loro, presero ad accusare Agnodice
perché – dicevano – era senza barba ed era un corruttore di donne, e
quelle facevano finta di essere malate. 13 Gli Areopagiti si riunirono
per questo e decisero di condannare Agnodice, ma Agnodice davanti a

239
Igino fabb. 274,275

se ostendit feminam esse. Et validius medici accusare coeperunt;


quare tum feminae principes ad iudicium convenerunt et dixe-
runt: «Vos coniuges non estis sed hostes, quia quae salutem nobis
invenit eam damnatis». Tunc Athenienses legem emendarunt ut
ingenuae artem medicinam discerent.
14 Perdix Daedali sororis filius et circinum et serram ex piscis
spina repperit.
15 Daedalus Eupalami filius deorum simulacra primus fecit.
16 Oannes qui in Chaldaea de mari exisse dicitur astrologiam
interpretatus est.
17 Lydi Sardibus lanam infecerunt, postea idem stamen.
18 Pan fistulae cantum primus invenit.
In Sicilia frumentum Ceres prima invenit.
19 Tyrrhenus Herculis filius tubam primus invenit hac ratione,
20 quod cum carne humana comites eius vescerentur, ob cru-
delitatem incolae circa regionem diffugerunt; tunc ille quia ex
eorum decesserat, concha pertusa buccinavit et pagum convoca-
vit, testatique sunt se mortuum sepulturae dare nec consumere.
Unde tuba Tyrrhenum melos dicitur. 21 Quod exemplum hodie
Romani servant, et cum aliquis decessit tubicines cantant et ami-
ci convocantur testandi gratia eum neque veneno neque ferro
interiisse.
22 Cornicines autem classici invenerunt.
Afri et Aegyptii primum fustibus dimicaverunt, postea Belus
Neptuni filius gladio belligeratus est, unde bellum est dictum.

275 Oppida qui quae condiderunt


1 Iovis in India Thebas, Thebaidos nomine nutricis suae; quae He-
catompylae appellantur ideo quod centum portas habent.
2 Minerva in Chalcide Athenas, quas ex suo nomine appellavit.
Epaphus Iovis filius in Aegypto Memphim.
Arcas Iovis filius in Arcadia Trapezunta.
3 Apollo Iovis filius Arnas.
Eleusinus Mercurii filius Eleusinem.
Dardanus Iovis filius Dardaniam.

240
Miti del mondo classico

loro si sollevò la tunica e dimostrò di essere una donna. I medici allora


cominciarono ad accusarla con maggior forza, e così le donne più in
vista si presentarono nel luogo del processo e dissero: «Voi non siete
dei mariti, ma dei nemici, perché state condannando colei che ci ha
ridato la salute!». Allora gli Ateniesi riscrissero la legge, in modo che le
donne libere potessero imparare l’arte medica.
14 Perdice, figlio della sorella di Dedalo, con una spina di pesce inven-
tò il compasso e la sega.
15 Dedalo, figlio di Eupalamo, fu il primo a costruire statue degli dei.
16 Oanne, che si racconta che fuoriuscì dal mare in Caldea, interpretò
i segni astrologici.
17 I Lidi a Sardi lavorarono la lana e in seguito, sempre loro, l’ordito.
18 Pan per primo produsse il suono del flauto.
Cerere per prima coltivò il frumento in Sicilia.
19 Tirreno, figlio di Ercole, inventò la tromba nel seguente modo: 20
siccome i suoi compagni si cibavano di carne umana, a causa di questa
efferatezza gli abitanti dei dintorni fuggirono via; e lui, dal momento
che era morto uno di loro, praticò un foro in una conchiglia e la suonò
come una tromba, e così chiamò quelli del villaggio perché fossero
testimoni che seppellivano il morto e non se ne cibavano. Per que-
sto il colpo di tromba è chiamato suono tirreno. 21 I Romani di oggi
mantengono questa consuetudine e, quando qualcuno muore, suona-
no i trombettieri e vengono chiamati gli amici perché testimonino che
quello non è morto né per veleno né per un colpo d’arma.
22 I marinai, poi, furono i primi suonatori di corno.
Africani ed Egizi sono stati i primi a combattere fra loro con bastoni; in
seguito Belo, figlio di Nettuno, fece guerra con la spada, e per questo
la guerra si chiamò bellum.

275 Città e loro fondatori


1 Giove fondò Tebe in India, dal nome della sua nutrice Tebaide: la
chiamano Ecatompila per il fatto che ha cento porte.
2 Minerva fondò Atene in Calcide, e la chiamò col suo nome.
Epafo, figlio di Giove, fondò Menfi in Egitto.
Arcade, figlio di Giove, fondò in Arcadia Trapezunte.
3 Apollo, figlio di Giove, fondò Arne.
Eleusino, figlio di Mercurio, fondò Eleusi.
Dardano, figlio di Giove, fondò Dardania.

241
Igino fabb. 275-277

4 Argus Agenoris filius Argos.


Cadmus Agenoris filius Thebas heptapylas, quae septem portas ha-
buisse dicuntur.
5 Perseus Iovis filius Perseida.
Castor et Pollux Iovis filii Dioscorida.
Medus Aegei et Medeae filius in Ecbatanis Medam.
6 Camirus Solis filius Camiram.
Liber in India Hammonem.
Ephyre nympha Oceani filia Ephyren, quam postea Corinthum
appellarunt.
7 Sardo Stheneli filia Sardis.
Cinyras Paphi filius filiae suae nomine Smyrnam.
Perseus Iovis filius Mycenas.
Semiramis Dercetis filia in Syria Babylonem.

276 Insulae maximae


1 Mauritania posita ad solis occasum in circuitu stadia LXXVI.
Aegyptus in sole et austro posita, quem Nilus circumlavat, circuitu
stadia <…>.
Sicilia in triscelo posita, circuitu stadia XXXDLXX.
2 Sardinia in circuitu stadia XCCL.
Creta in longitudine <…> et oppida utraque parte centum possi-
det, circuitu stadia XXC.
Cyprus posita est inter Aegyptum et Africam, similis scuto Gallico,
circuitu stadia XLIC.
3 Rhodos in rotundo posita, circuitu stadia XXC.
Euboea consimilis arcui, circuitu stadia XXCC.
Corcyra, ager bonus, circuitu stadia XXC.
4 Sicyon, ager bonus, circuitu stadia mille centum.
Tenedos insula contra Ilium, circuitu stadia MCC.
Corsica, ager pessimus, circuitu stadia MCXX.
5 Cyclades insulae sunt novem, id est Andros, Myconos, Delos, Te-
nos, Naxos, Seriphus, Gyarus, Paros, Rhenia.

277 Rerum inventores primi


1 Parcae, Clotho Lachesis Atropos, invenerunt litteras Graecas
septem, Α Β Η Τ Ι Υ <…>; alii dicunt Mercurium ex gruum vola-

242
Miti del mondo classico

4 Argo, figlio di Agenore, fondò Argo.


Cadmo, figlio di Agenore, fondò Tebe eptapila, che si racconta che
avesse sette porte.
5 Perseo, figlio di Giove, fondò Perseide.
Castore e Polluce, figli di Giove, fondarono Dioscoride.
Medo, figlio di Egeo e Medea, fondò Meda nel territorio degli
Ecbatani.
6 Camiro, figlio del Sole, fondò Camira.
Libero in India fondò Ammone.
La ninfa Efire, figlia di Oceano, fondò Efira, che in seguito chiama-
rono Corinto.
7 Sardo, figlia di Stenelo, fondò Sardi.
Cinira, figlio di Pafo, fondò Smirne dal nome di sua figlia.
Perseo, figlio di Giove, fondò Micene.
Semiramide, figlia di Dercete, fondò Babilonia in Siria.

276 Le isole più grandi


1 La Mauritania, situata a occidente, dal perimetro di 76 stadi.
L’Egitto, situata sotto il sole e rivolta all’austro, che il Nilo lambi-
sce, dal perimetro di … stadi.
La Sicilia, conformata a triangolo, dal perimetro di 30570 stadi.
2 La Sardegna, dal perimetro di 10250 stadi.
Creta, … di lunghezza, e possiede cento città su ogni lato, dal peri-
metro di 20100 stadi.
Cipro è situata fra l’Egitto e l’Africa, simile a uno scudo gallico, dal
perimetro di 41100 stadi.
3 Rodi, di forma circolare, dal perimetro di 20100 stadi.
L’Eubea, simile a un arco, dal perimetro di 20200 stadi.
Corcira, terra fertile, dal perimetro 20100 stadi.
4 Sicione, terra fertile, dal perimetro di 1100 stadi.
Tenedo, l’isola di fronte a Troia, dal perimetro di 1200 stadi.
La Corsica, terra pessima, dal perimetro di 1120 stadi.
5 Le isole Cicladi sono nove, e cioè Andro, Micono, Delo, Teno,
Nasso, Serifo, Giaro, Paro, Renia.

277 I primi inventori


1 Le Parche Cloto, Lachesi e Atropo inventarono sette lettere gre-
che (A B H T I Y …); altri dicono che sia stato Mercurio dal volo

243
Igino fab. 277

tu, quae cum volant litteras exprimunt; Palamedes autem Nauplii


filius invenit aeque litteras undecim <…>, Simonides litteras aeque
quattuor, Ω Ε Ζ Φ, Epicharmus Siculus litteras duas, Π et Ψ. 2
Has autem Graecas Mercurius in Aegyptum primus detulisse dici-
tur, ex Aegypto Cadmus in Graeciam, quas Euandrus profugus ex
Arcadia in Italiam transtulit, quas mater eius Carmenta in Latinas
commutauit numero XV. Apollo in cithara ceteras adiecit.
3 Idem Mercurius et palaestram mortales primus docuit.
4 Ceres boves domare et alumno suo Triptolemo fruges serere
demonstravit; qui cum sevisset et sus, id est porcus, quod severat
effodisset, suem comprehendit et duxit ad aram Cereris et frugibus
super caput eius positis eidem Cereri immolavit. Inde primum in-
ventum est super hostias molam salsam imponere.
5 Velificia primum invenit Isis; nam dum quaerit Harpocratem fi-
lium suum, rate velificavit.
Minerva prima navem biproram Danao aedificavit, in qua Aegyp-
tum fratrem profugit.

244
Miti del mondo classico

delle gru, che quando volano disegnano delle lettere; anche Pala-
mede, figlio di Nauplio, poi inventò undici lettere …, Simonide
quattro lettere (Ω E Z Φ), il siculo Epicarmo due lettere (Π e Ψ). 2
Si racconta che Mercurio per primo portò queste lettere greche in
Egitto, e Cadmo dall’Egitto in Grecia; ancora, Evandro, fuggendo
dall’Arcadia, le portò in Italia, e sua madre Carmenta le trasformò
in latine, in numero di quindici. Apollo con la sua cetra aggiunse
le rimanenti.
3 Sempre Mercurio insegnò per primo ai mortali anche la lotta.
4 Cerere insegnò a domare i buoi e al suo figlio di latte Trittolemo
a seminare i cereali; dopo che li aveva seminati, un suino, un maiale
per la precisione, riportò alla luce ciò che aveva seminato, e allora
afferrò il suino e lo portò all’altare di Cerere, gli pose sul capo dei
cereali e lo sacrificò proprio a Cerere: di qui nacque la trovata di
porre sopra alle vittime la mola salsa.
5 Fu Iside a inventare le vele: infatti innalzò la vela sulla sua zattera
mentre era alla ricerca di suo figlio Arpocrate.
Minerva fu la prima a costruire una nave biprora per Danao, che su
questa sfuggì al fratello Egitto.

245
Commento

Titoli dei miti

L’elenco è presente nell’edizione di Mycillus, anche se non è chiaro se


comparisse nel codice di riferimento del primo editore, ed è stato ripreso
da tutti gli editori moderni. Non si tratta naturalmente di un vero e proprio
indice, perché presenta numerose incongruenze rispetto alla successione
delle fabulae: l’esame comparativo dimostra infatti variazioni, per quanto
minime, nei titoli, senza contare poi che, in alcuni casi, non abbiamo il
testo corrispondente al titolo in indice. È facile ipotizzare che questa
parte di testo risalga all’opera di glossatori o addirittura di amanuensi
successivi, intenzionati a razionalizzare l’organizzazione del testo, secondo
consuetudini comuni a opere di tipo antologico ed enciclopedico.

Genealogie

Gli editori di riferimento (Rose, Boriaud, Marshall) titolano questa sezio-


ne Praefatio. In realtà la forma testuale ricorda quella delle genealogie; in

247
Fabio Gasti

effetti lo stesso titolo di Genealogiae si alterna a quello più attestato e poi


invalso di Fabulae per indicare l’intera opera, ma sembra convenientemen-
te da riferire semmai a questa prima parte, che consiste in un elenco o un
indice e non in un racconto articolato. Come prevedibile in casi del genere,
in diversi luoghi il testo si presenta insicuro sia perché alcuni nomi hanno
forma incomprensibile o comunque non diversamente attestata, sia perché
i rapporti genealogici qui indicati non corrispondono a quelli tradizionali.

1 Chaos: la genealogia di Igino inizia con l’Oscurità indistinta (Caligo),


corrispondente al nulla prima della creazione delle cose, ed è quindi il
Caos, cioè l’assenza di cose, la prima realtà a comparire: in questo si allinea
all’antica tradizione rappresentata da Esiodo, theog. 116, in cui è appunto
il Caos a essere creato “prima di ogni altra cosa”; anche la rappresenta-
zione primordiale del mondo presente nelle Metamorfosi di Ovidio inizia
con il Caos, che tuttavia è definito come l’insieme disordinato di tutta la
creazione (1,7-9: rudis indigestaque moles e pondus iners). – Continentia:
questo è il testo presente nella editio princeps e in questo contesto il termi-
ne deve avere un significato negativo (di conseguenza si è scelto di tradur-
re “Introversione”), che tuttavia non è del tutto chiaro; per questi motivi
Rose pone la crux e alcuni emendano Contentio (“Contesa”, “Lite”). – ly-
simeles, epiphron, dysmenes: i tre termini greci introdotti dal nesso id est
si presentano come epiteti (non si tratta quindi personificazioni) e signi-
ficano rispettivamente “che scioglie le membra” (cioè indebolisce, met-
te in difficoltà), “prudente” (anche nel senso di “calcolatore”) e “ostile”
(quest’ultimo incerto: tenuto conto che il testo dell’editio princeps, dove si
legge dumiles, è insostenibile, la nostra trascrizione è la più vicina, conside-
rato che Rose e Boriaud pongono la crux e Marshall emenda Hedymeles):
a buon diritto possono riferirsi al sonno e ai sogni e agli effetti di questi
sulla mente e le azioni degli uomini. Non pare quindi necessario ipotiz-
zare, come fanno alcuni editori (Rose, Marshall), dopo Somnia la caduta
del termine Amor che nella tradizione è caratterizzato dagli stessi epiteti
o da epiteti di simile significato. – Parcae tres: figlie della Notte anche per
Esiodo, theog. 217-219, dove già sono presenti i nomi; secondo una va-
riante sarebbero invece generate da Zeus e Temi (lo stesso Esiodo, theog.
901-905; Apollodoro 1,3,1). – Hesperides: sia il numero che i nomi delle tre
Esperidi presentano varianti nella tradizione: secondo Apollodoro 2,5,11
sono quattro e si chiamano Egle, Eurizia, Esperia e Aretusa; qui sarebbero
tre, ma l’ultimo nome, che è peculiare di Igino e che secondo alcuni editori
sarebbe deteriorato, potrebbe far presupporre qui una caduta di testo.
2 Aethere: si tratta della trascrizione latina del greco Urano. – Terra: secon-
do Esiodo, theog. 117 Gaia (corrispondente greco del nome latino, come

248
Commento

anche Gea) è la seconda realtà a essere creata.


3 Tartarus: il Tartaro, entità che nell’immaginario antico rappresenta il buio
lontano dalla realtà quotidiana e dalla vita, identificato spesso per questo
col regno dei morti, è ricordato anche da Esiodo, theog. 119 alle origini del-
la creazione. – Titanes: secondo la tradizione rappresentata da Apollodoro
1,1,2 i Titani propriamente sono Oceano, Ceo, Iperione, Crio, Giapeto e
Crono; nell’elenco di Igino i Titani figurano invece qui come nome colletti-
vo: alcuni di essi vengono citati altrove, altri non compaiono; d’altra parte
p. es. non figura neanche Cotto, che, insieme a Briareo e Gige (qui invece
presenti), è uno dei Centimani (o, alla greca, Ecatonchiri, perché avevano
appunto cento mani, oltre che cinquanta teste), che secondo Apollodoro
1,1,1 sono i primi a essere generati da Urano e Gea; secondo la Teogonia
esiodea invece i primi sono i Titani, poi i Ciclopi e infine gli Ecatonchiri. –
Ops: Opi è la dea dell’abbondanza, connessa alla terra, considerata sposa di
Saturno e madre degli dei olimpici (par. 13): niente a che vedere con la Opi
(Opis) figlia di Nereo (par. 8). – Furiae tres: secondo la tradizione esiodea,
in realtà le Erinni (Furie nella trasposizione latina) nascono dal sangue di
Urano quando Crono lo evira (theog. 183-185; Apollodoro 1,1,4).
4: L’elenco non è omogeneo, nel senso che contempla personaggi diversi
(nella tradizione vulgata p. es. Ceo e Giapeto non sono giganti ma titani)
e anche altrimenti ignoti: il fatto che il testo si presenti variamente incerto
non aiuta un’identificazione sicura dei personaggi o delle personificazioni.
6 Oceanitides: un elenco più sintetico troviamo in Apollodoro 1,2,4, ma
Esiodo, theog. 346-366 ne offre uno ben più ampio sostenendo comunque
che il numero è altissimo e che è impossibile enumerarle tutte.
8 Nereides: mentre Omero conta 33 Nereidi e ne fa un elenco parziale (Il.
18,38-49), il numero di cinquanta è in Esiodo, theog. 243-264; altri cata-
loghi in Apollodoro 1,2,7 e in ambito latino in Virgilio, georg. 4,334-344,
ma quello di Igino non corrisponde perfettamente a nessuno di quelli noti.
9 Phorcides: se in origine sono due (Esiodo, theog. 270-273), la tradizione
presto le rappresenta come tre vecchie (sono infatti conosciute anche come
Graie, cioè “grigie” in quanto appunto vecchie) dotate di un solo occhio e di
un solo dente che usano a vicenda (Apollodoro 2,4,2). – Gorgones: si tratta
dei mostri orribili che hanno serpenti nei capelli, zanne di cinghiale, mani di
bronzo e ali d’oro, e capaci di pietrificare chi le guarda (Apollodoro 2,4,2);
a fab. 151 tuttavia Igino segue una versione che considera Medusa figlia di
Gorgone e Nettuno. Il testo qui è del tutto incerto: la soluzione adottata è
quella a suo tempo preferita da Rose, che concorda con altre fonti e che vede
le tre Gorgoni nate da Forco e Ceto e sorelle delle Forcidi (p. es. Apollodo-
ro 1,2,6), anche se non si comprenderebbe perché Igino qui ripete la sola
madre tacendo il padre; gli editori più recenti invece propendono per una

249
Fabio Gasti

formulazione ancora meno chiara: ex Gorgone et Ceto.


13 ex Saturno et Ope: dall’unione delle due divinità nasce la generazione
degli dei olimpici, destinata a sostituire quella precedente in molti e vari
racconti mitologici. Quanto a Opi (vd. anche par. 3), identificata con la
terra, il nome è chiarito da Festo, p. 203,9, secondo cui la sposa di Satur-
no si chiama così perché la terra dona agli uomini ogni risorsa per vivere
(omnem opem).
16 ex Atlante et Pleione: si tratta delle Pleiadi: se secondo la tradizione (p.
es. Apollodoro 3,10,1) sono sette, Igino ne cita sei, omettendo Taigete e
Sterope e includendo per errore Calipso.
19 Venus: rispetto a questa versione, che si trova a partire da Omero, Il.
5,370 (vd. pure Apollodoro 1,3,1), un’altra altrettanto famosa racconta
che Afrodite nasce dal mare dove cade il membro di Urano dopo l’evira-
zione da parte di Crono (Esiodo, theog. 188-189).
21 ex Iovis capite: con una scure Efesto apre il capo di Zeus e Atena ne fuo-
riesce completamente armata: Omero, Il. 5,880; Esiodo, theog. 886-900.
22 sine patre: la nascita di Efesto dalla sola Era, appunto senza un padre, si
trova in Esiodo, theog. 927-928 (anche Apollodoro 1,3,5; secondo Servio,
Aen. 8,454 dalla coscia della madre), ma è altrettanto antica la versione che
fa del dio un figlio “regolare” di Zeus ed Era (Omero, Il. 5,578).
28 Pandia: l’etimo del nome è “tutta lucente” ed è la personificazione del
plenilunio: in onore della figlia di Zeus e Selene sono celebrate ad Atene le
feste Pandie fra marzo e aprile.
29 Formido: Igino identifica con un unico nome due dei tre figli di Ares
e Afrodite, che nella tradizione sono Φόβος e Δεῖμος (Paura e Terrore)
e a ragione fanno parte del corteggio del dio della guerra (Esiodo, theog.
933-936).
30 Il nome delle sirene è stato così ricostruito già da Rose: l’editio prin-
ceps (rispettata da Boriaud) riporta l’incomprensibile sirenes teles raidne
molphetes tione.
36 Persa: in realtà la tradizione riporta al proposito il nome di Perseide,
e per questo Boriaud emenda in tal senso; non è però escluso che, come
accade non di rado, Persa rappresenti una variante onomastica.
39 Scylla: per Igino il mostro è figlia di Tifone anche in fab. 125,14 e 151;
quando invece ne descrive la metamorfosi a opera di Circe la identifica
come figlia del fiume Creteide (fab. 199).
40 ex Neptuno et Medusa: quando Perseo taglia la testa di Medusa, balzano
fuori dal troncone il gigante Crisaore e il cavallo Pegaso, che erano stati
concepiti da Posidone: Esiodo, theog. 280-281; Apollodoro 2,4,2.

250
Commento

Miti del mondo classico

1
La storia del matrimonio fra Atamante e Nefele (nome greco che Igino
traduce scolasticamente in Nebula) è materia di tragedie perdute di Sofo-
cle ed Euripide intitolate Frisso (alla prima si riferirebbe il riassunto che
troviamo in Igino, astr. 2,20); ma per quanto ne sappiamo qui Igino dipen-
de soprattutto dalla Ino di Sofocle, ugualmente perduta. Alle vicende del
mitico re dedicano un dramma intitolato Atamante sia Eschilo sia ancora
Sofocle e poi, in ambito latino, Ennio e Pacuvio; sono quindi ricordate
anche da Ovidio, fast. 3,853-868: il trattamento letterario dato alla storia
della famiglia del personaggio da parte di questi ultimi poeti doveva rap-
presentare un modello importante per la versione seguita del nostro autore
nei primi cinque testi della raccolta.
Aeoli filius: l’ascendenza di Atamante è tradizionale (vd. anche fab. 5): an-
che Ovidio designa il personaggio con il patronimico Eolide (met. 4,512).
– ex Nebula… ex Themisto… et ex Ino: la tradizione è concorde sul triplice
matrimonio di Atamante e che la prima moglie sia una dea e le altre due
mortali; l’ordine tuttavia non è univoco: Apollodoro 1,9,2 p. es. inverte le
ultime due mogli. – perperam: l’avverbio è piuttosto raro per quanto sia at-
testato in varie epoche della latinità, e pertanto risalta; la frequenza appare
legata soprattutto a contesti tecnici e formulari di tipo giuridico.

2
3 satelles… consilium patefecit: la svolta impressa alla vicenda da questo
personaggio in preda al rimorso, oltre a costituire un elemento narrativo
caratteristico, rappresenta una circostanza tipica dei trattamenti dramma-
tici del mito, e con ogni probabilità Igino in questo è debitore dei suoi
modelli tragici.
4 ab Iunone: il risentimento di Giunone, che qui non è motivato (ma vd.
fab. 5), deriva dal fatto che Giove aveva affidato ad Atamante e Ino il
piccolo Dioniso, nato dalla sua unione adultera con Semele. – Learchum

251
Fabio Gasti

filium interfecit: sensazionale la versione di Ovidio, met. 4,512-519: Ata-


mante, scambiando Ino e i due figli per una leonessa con i cuccioli, ne
afferra uno e, mentre questi gli sorride e tende le braccia, lo fa roteare per
sfracellarlo contro una roccia; secondo Euripide (vd. fab. 4,5) Atamante
uccide Learco durante un partita di caccia. – cum… Melicerte: un’altra
versione del mito racconta che Ino, prima di gettarsi in mare con Melicer-
te, uccide quest’ultimo immergendolo in un calderone d’acqua bollente
(Apollodoro 1,9,1; 3,4,3; Nonno di Panopoli, Dion. 10,50-125).
5 Liber: Ovidio (met. 4,539-542) attribuisce la trasformazione non a Li-
bero-Bacco ma a Nettuno, cui spetta la gestione dei fenomeni marini, in
seguito a un’accorata richiesta di Venere. Bacco interviene a favore di Ino
perché a lei era stato affidato neonato da Giove per sottrarlo all’ira di Giu-
none. – Matrem Matutam… Portunum…: vd. Ovidio, fast. 4, 545-547; Por-
tuno è venerato nel tempio al Porto Tiberino: nell’Eneide il suo intervento
è descritto come determinante per la vittoria nella regata dei giochi fune-
bri in onore di Anchise (5,241). Lo scrupolo di confrontare la tradizione
mitologica greca e quella latina e di segnalare la varia convergenza di esse
emerge in diversi luoghi dell’opera, e probabilmente in questo bisogna
vedere una pratica diffusa in ambito scolastico. – Isthmia: l’occasione per
l’istituzione di ludi è spesso segnalata dall’autore e partecipa della pratica
dell’eziologia, la ricerca delle origini delle realtà citate, che pure è in voga
nelle scuole grammaticali. I giochi Ismici, per i quali la tradizione ricorda
varie storie di istituzione, sempre legate al mito e in particolare a Posidone,
erano celebrati a Corinto ogni due anni a partire dal 582 ed erano molto
frequentati anche per la posizione sull’istmo, molto favorevole all’afflusso
di partecipanti da ogni parte della Grecia.

3
1 arietem inauratum: l’ariete dal vello d’oro, figlio di Nettuno e Teofane
(vd. fab. 188) viene donato a Nefele-Nebula da Mercurio (Apollodoro,
1,9,1); a seconda delle varianti del mito, l’animale viene infine immolato a
Marte o a Giove (p. es. lo stesso Apollodoro).
2 Hellespontum: il consueto scrupolo eziologico spiega il nome greco dello
stretto dei Dardanelli come “mare di Elle”, indicante appunto il braccio
di mare in cui cade la sorella di Frisso. Secondo Igino, astr. 2,20, una volta
precipitata in mare, quest’ultima non muore ma viene accolta da Nettuno
che si unisce a lei.
4 Cylindrus: una tradizione diversa rappresentata da Apollonio Rodio
(2,1155-1156) e Apollodoro (1,9,1) riporta per il quarto figlio il nome di
Citisoro.

252
Commento

4
La fabula documenta la presenza di una Ino all’interno del corpus delle
tragedie euripidee e rappresenta sostanzialmente la fonte sulla quale è
possibile ricostruirne la trama. Il dramma di Euripide doveva avere avuto
una certa risonanza se compare con significativa evidenza fra i testi della
raccolta di Igino come una versione del mito degna di nota.
1 in Thessalia rex: altre versioni – come quella di Ovidio, met. 4,516 ss. –
collocano Atamante in Beozia come re di Orcomeno o Tebe e fratello di
Sisifo e Salmoneo.
2 in Parnaso: i riti bacchici, connessi al culto di Bacco, si svolgevano sul
monte Parnaso vicino a Delfi, in Focide; la tradizione mitologica ricorda
diverse donne abbandonare la casa e la città per unirsi a questi riti, e in par-
ticolare Euripide si mostra sensibile a utilizzare a scopo drammatico questa
circostanza (come nel caso tipico di Agave nelle Baccanti). – quam: il prono-
me relativo (da interpretarsi come un nesso relativo equivalente a et eam) è
proposta del primo editore, accolta da Rose e Marshall; Boriaud preferisce
invece adottare in questo luogo l’atque (tutto sommato facilior) che si trova
a margine dell’editio princeps, che nel testo riporta l’asintattico quae.
5 in venatione: nella sua follia Atamante scambia il figlio per un cerbiatto e
lo colpisce con le sue frecce (Apollodoro, 3,4,3; qui fab. 5): la circostanza
dello scambio del figlio o comunque del congiunto per un animale selvati-
co da abbattere è presente in altre storie mitologiche (p. es. Agave, Licur-
go). Per la versione per cui Learco è ucciso nella reggia vd. fab. 2,4 e nota.

5
Fabula brevissima ma contenente un particolare che non compare nelle
precedenti: spiega infatti il motivo dell’odio di Giunone nei confronti della
casata di Atamante.

6
Dal punto di vista sintattico il periodo presenta un caso di concordanza a
senso: il soggetto è Cadmus ma sia il verbo principale (sunt conversi) sia il
predicativo (in dracones) sono concordati al plurale.
ira Martis: secondo un’altra tradizione (Apollodoro 3,4,2, ma anche Euri-
pide, Phoen. 931-941) Marte pretende che Cadmo espii l’offesa restando al
suo servizio per un certo periodo di tempo e ricevendo al termine in sposa
Armonia, che di Marte è appunto figlia. – draconem fontis Castalii custo-
dem: il combattimento e l’uccisione del serpente, che di Marte è figlio,
è raccontata nei dettagli da Ovidio, met. 3,28-94; la fonte, collocata sul
monte Parnaso, era sacra alle Muse; Apollodoro (3,4,1) ambienta il gesto
di Cadmo nei pressi di una fonte in Beozia (e non quindi in Focide, dove

253
Fabio Gasti

sorge il Parnaso), legandolo così strettamente al mito tebano. – in Illyriae


regionibus: analogamente Ovidio, met. 4,568: contigit Illyricos profuga cum
coniuge fines. – in dracones: Ovidio racconta che Cadmo, trasformato in un
grande serpente, avvolge Armonia con le sue spire e quest’ultima accarez-
zandolo si trasforma a sua volta (met. 4,576-597).

7
La storia di Antiope, presente in Apollodoro 3,5,5 (ma già citata in Odissea
11,260-265), nel mondo latino costituisce l’ampio riferimento mitologico
su cui si struttura l’elegia 3,15 di Properzio, che Igino deve sicuramente
conoscere.
1 ab Epapho: veramente l’editio princeps riporta qui – come poi in fab.
8,2 – il nome di Epopeo (conservato da Boriaud), ma deve trattarsi di un
errore, dal momento che il personaggio si chiama senza dubbio Epafo in
fab. 8,3 ed è questo il nome ripreso in questa circostanza da altri mitografi.
3 in montem Cithaeronem: il Citerone, situato fra Attica e Beozia, è uno
dei luoghi sacri a Bacco, dove si svolgono i rituali delle baccanti (vd. § 5).
4 Zeton… Amphionem: l’autore allega la spiegazione etimologica dei nomi
collegandoli rispettivamente al verbo greco ζητέω (“cercare”) e all’avver-
bio ἀμφί (“intorno”, “vicino”). La storia dei gemelli figli di un dio e di una
mortale, abbandonati in natura ma destinati a grandi cose e in particolare a
vendicare la madre e a fondare una città, riproduce un elemento narrativo
che ritroviamo p. es. a proposito di Romolo e Remo.
5 ad taurum indomitum: il supplizio di Dirce, immortalato dal gruppo scul-
toreo della collezione Farnese al Museo Archeologico di Napoli, riporta
alla sfera dionisiaca e ai riti bacchici, dal momento che Libero-Bacco viene
spesso raffigurato nelle sembianze di un toro.

8
I frammenti conservati dell’Antiope di Euripide fanno di questa tragedia
la più antica trattazione letteraria monografica del mito; per altro verso
non abbiamo testimonianza diversa del fatto che Ennio abbia composto
un’Antiopa, mentre abbiamo dei versi di una tragedia dallo stesso titolo
opera del nipote di quest’ultimo, Pacuvio, che secondo Cicerone (fin. 1,4)
aveva tradotto l’originale euripideo (ricostruzione della tragedia sulla base
delle fonti, e in particolare anche di Igino, in Argenio 1958): è probabil-
mente quest’ultimo dramma la fonte immediata qui seguita da Igino, e
pertanto nel titolo il nome di Ennio – sia che riveli una confusione da parte
dell’autore, sia che si tratti di una glossa successiva – può rappresentare
un errore (per questo motivo Rose espunge la parte contenente il nome
del poeta latino); per noi comunque la fabula segue molto da vicino la

254
Commento

versione narrata da Apollodoro (3,5,5). Analisi circostanziata della fabula


in Desmedt Maeck 1972.
2 Epaphus Sycionius: vd. nota a 7,1.
6 Mercurius: l’intervento del dio compare in uno dei frammenti della trage-
dia euripidea, mentre non si trova in quelli superstiti di Pacuvio.

9
La storia di Niobe, madre prolifica ma superba e per questo punita, si tro-
va spesso in letteratura anche per i suoi risvolti moralistici a partire già da
Omero (Il. 24,602-617); sappiamo p. es. che sia Eschilo che Sofocle le han-
no dedicato una tragedia, e in latino è trattata da Ovidio, met. 6,165-312.
1 muro: la costruzione delle mura di Tebe da parte di Anfione e Zeto è
ricordata già nell’Odissea, 11,260-265, e avviene in modo prodigioso, dal
momento che le pietre trasportate da Zeto si andavano sovrapponendo da
sole al suono della lira di Anfione (Apollodoro, 3,5,5). – ad Semelae bu-
stum: si tratta della correzione universalmente accettata per il semedustum
dell’editio princeps che evidentemente non ha senso. Il sepolcro di Semele,
incenerita dal fulmine di Giove per aver voluto vedere il dio nel suo ful-
gore (fab. 167; 179), viene citato nel prologo delle Baccanti di Euripide (8)
come continuamente fumante: si trovava nelle vicinanze di Tebe ancora in
età storica (Pausania 9,16,7 nel II sec. dice di averlo visitato).
2 in Apollinem et Dianam: mentre la tradizione, consacrata in ambito la-
tino da Ovidio, racconta variamente l’offesa sprezzante da parte di Niobe
a Latona a proposito del numero di figli, Igino è l’unico autore ad aggiun-
gere anche quella rivolta ai divini figli di questa, che deride perché l’uno
effeminato e l’altra mascolina.
3 lapidea: la trasformazione di Niobe in roccia sul monte Sipilo in Lidia
(oggi una regione della Turchia) rappresenta una specie di contrappasso,
perché condanna il personaggio a diventare quanto di meno prolifico ed
emotivo possa esistere.
4 templum Apollinis: Igino ancora è l’unico a testimoniare questo gesto
estremo di Anfione, intenzionato a vendicarsi su Apollo per l’uccisione
dei figli con l’assalto al tempio dedicato al dio, che mostra una certa co-
erenza caratteriale dei due coniugi, entrambi portati all’offesa sacrilega.
Nella tradizione Anfione muore suicida per il dolore (p. es. Ovidio, met.
6,271-272).

10
Secondo Pausania (2,21,9 e 5,16,4) Cloride (o Clori) si chiamava in origine
Melibea; a cambiarle il nome è stato il pallore mostrato assistendo all’uc-
cisione delle sue sorelle e dei suoi fratelli: in greco infatti l’aggettivo che

255
Fabio Gasti

denota quel colore è lo stesso che designa il verde (χλωρός).


1 ex septem: per la prima volta troviamo indicato il numero dei figli di
Niobe (sette maschi e sette femmine), elencati alla fab. 11.
2 Hercules: l’uccisione di Neleo da parte di Ercole durante la sua campa-
gna a Pilo è motivata a fab. 31,8. – Periclymenus: la tradizione racconta che
Periclimeno riceve da Nettuno (a fab. 157,3 è addirittura registrato fra i
figli del dio) il potere di mutarsi continuamente in diverse forme, in parti-
colare in vari animali, per sfuggire ai suoi nemici e quindi batterli; in Igino
così è trasformato in aquila per salvarsi, ma in altri autori muore ucciso da
Ercole nonostante la metamorfosi (p. es. Apollodoro 1,9,9; Ovidio, met.
12,556-558).
3 Nestoris concessit: anche l’informazione sul risarcimento a Nestore da
parte di Apollo in termini di prolungamento della vita ci è documentata
soltanto da questo luogo; sono comunque attestate in antico storie simili,
fino al caso limite rappresentato da Alcesti che muore al posto del marito
(fab. 51,3).

11
Igino accoglie la tradizione che conta sette maschi e sette femmine, anche
se sono attestati numeri diversi come ci riporta Apollodoro 3,5,6. Il testo si
presenta come una semplice lista di natura scolastica, una forma essenziale
di elenco di nomi che risulta ben rappresentata all’interno delle Fabulae,
accanto a quelle di tipo narrativo, e che documenta pertanto la varietà
dell’opera dal punto di vista delle fonti e della destinazione.
Astycratia: il testo presenta la forma Astygratia, che tuttavia non è diver-
samente attestata: Astycratia invece corrisponde al nome riportato anche
da Apollodoro (Ἀστυκράτεια) e ha un’etimologia chiara (“la dominatri-
ce della città”). – Archenor: lo stesso personaggio è chiamato Agenore da
Apollodoro (3,5,6) e Alfenore da Ovidio (met. 6,248).

12
1 monocrepis: l’aggettivo greco μονόκρηπις (come tale glossato con un’e-
spressione latina introdotta dal nesso esplicativo id est) è un composto
costruito sul sostantivo κρηπίς (“calzare”, “sandalo”) e designa la circo-
stanza, frequente nelle storie mitologiche, per cui il personaggio destinato
a risolvere una situazione presenta delle anomalie, in genere fisiche. Lo
stesso aggettivo connota Giasone in Pindaro (Pyth. 4,5,133), mentre Apol-
lodoro (1,9,16) e Apollonio Rodio (1,7) usano rispettivamente i sinonimi
μονοσάνδαλος e οἰοπέδιλος.
2 Euhenum: Eveno è il nome di un fiume che scorre in Etolia: il suo nome
originario era Licorna, ma prende in seguito il nome del figlio di Marte,

256
Commento

valente guidatore di carri, che si uccide per disperazione nelle sue acque
non potendo raggiungere e salvare la figlia Marpessa rapita da Apollo (o
da Ida). Secondo un’altra tradizione il fiume in questione sarebbe l’Anau-
ro in Troade (Apollodoro 1,9,16; Apollonio Rodio 1,9).
3 pellem arietis: vd. fab. 3,1.

13
La fabula racconta un episodio relativo a Giunone, rappresentando di fat-
to l’ampliamento di un fatto solo accennato nella precedente (fab. 12,2).
in anum: trasformarsi in vecchio (o vecchia, come qui) o in mendicante,
o comunque apparire in condizioni di bisogno per mettere alla prova la
lealtà e la fedeltà di un personaggio, costituisce un elemento favolistico
ampiamente presente in ogni cultura: raffronti con l’agiografia cristiana
sono evidente p. es. nelle leggende riguardanti san Cristoforo, san Giu-
liano Ospitaliere, san Martino di Tours ecc. – irata Peliae: per vendicare
la madre Tiro, Pelia insegue e uccide la suocera di questa, Sidero, che da
sempre l’aveva maltrattata, presso l’altare di Giunone rifiutandosi poi di
celebrare un sacrificio espiatorio e inimicandosi così la dea (Apollodoro,
1,9,8).

14
Altra fabula elencatoria, sui problemi di tradizione della quale vd. già Gian-
grande 1974. Rispetto ad altri esempi del genere, questa lista non riporta sol-
tanto i nomi accompagnati dall’ascendenza diretta ma comprende anche la
provenienza e altre notizie di natura antiquaria; nel merito, Igino qui non
riporta che uno dei cataloghi degli Argonauti di varia estensione conservati
dalla tradizione mitologica: il più antico (e anche il più stringato) è quello
di Pindaro, Pyth. 4,171-183. Il nostro conta 67 personaggi ed è uno dei più
nutriti, rispetto p. es. alla lista di Apollonio Rodio (1,23-228: 55; secondo
Liénard 1938 sarebbe in sostanza questa, integrata dalle aggiunte degli scolia-
sti, la fonte di Igino) e di Apollodoro (1,9,8: 45); in ambito latino va ricordato
ovviamente quello di Valerio Flacco (1,353-483: 52).
1 alii aiunt: la menzione dell’opinione di “altri” ricorre con frequenza
nell’opera di Igino e documenta sia la presenza di varie tradizioni mitolo-
giche attestate in letteratura sia lo scrupolo dell’autore nel comparare fonti
diverse, non sempre riconoscibili da parte nostra.
2 pedibus tardus: l’aggiunta non è semplicemente descrittiva: durante la
spedizione è proprio Polifemo a sentire le grida di Ila rapito dalle ninfe
in Misia e ad avvertire Ercole, ma, proprio perché impedito nella corsa,
non riesce a soccorrerlo (Apollonio Rodio 1,1240-1242). – pecus pavisse: la
figura di Admeto re pastore rappresenta un luogo comune legato alla città

257
Fabio Gasti

di Fere che viene connotata epicamente come appunto “ricca di greggi”


(Apollonio Rodio 1,49).
3 Aetalides: Igino tace delle doti prodigiose di Etalide, l’araldo degli Ar-
gonauti, che vengono illustrate da Apollonio Rodio 1,641-648: dal padre
Mercurio riceve il dono di una memoria prodigiosa (fondamentale per le
sue funzioni di araldo) e quello di poter tornare tra i vivi dopo la morte.
4 Il mito di Ceneo è notissimo in antico come caso di bisessualità, più che
per le sue imprese contro i Centauri, a partire già da Esiodo (fr. 87 M.-W.)
fino ad autori latini di riferimento per Igino, come Virgilio, Aen. 6,448-449
e Ovidio, met. 12,171-209 e 470-476. L’aggiunta razionalistica che chiude
il paragrafo, che peraltro partecipa di una tendenza in varia misura pre-
sente fra i mitografi nell’approccio alla materia, dimostra come di fatto
la curiosa attenzione con cui veniva trattata la circostanza mitologica. Lo
stesso Igino in fab. 242,3 annovera Ceneo fra i suicidi, ma la versione più
diffusa lo vede sconfitto e ucciso da Lapiti e Centauri insieme (secondo
Ovidio sotto una catasta di alberi del monte Pelio).
5 Mopsus: il personaggio è uno degli indovini di maggior fama: non a caso
la tradizione – ma Igino tuttavia non ne fa menzione – ricorda una mitica
sfida che lo contrappone a Calcante in seguito alla quale riesce vincito-
re (già Esiodo, fr. 278 M.-W.). – Eurydamas: il personaggio è ricordato
soltanto da Apollonio Rodio, che lo considera tuttavia figlio di Ctimeno
(1,67-68): non sappiamo dunque risalire alla fonte utilizzata qui da Igino.
6 Eribotes: eroe-medico, che cura Oileo dalla ferita degli uccelli Stinfalidi
(Apollonio Rodio 2,1036-1041). – ab Eleone: si tratta di un emendamento
accolto dal solo Marshall, mentre gli altri editori pongono una crux accan-
to a un testo incomprensibile.
7 Ixition: il personaggio è citato soltanto qui e non è altrimenti noto, al
punto che già Rose supponeva una corruzione del testo.
8 sagittarum scientia: l’abilità di arciere di Eurito costituisce un luogo co-
mune e secondo la tradizione sarebbe stato proprio lui a insegnare a Erco-
le a tirare con l’arco (Apollodoro 2,4,11); un luogo comune è anche la gara
con la divinità, ricorrente in varie storie e a proposito di varie arti (p. es.
Aracne, Marsia…), che puntualmente termina con la vittoria della divinità
e la punizione, spesso la morte, dello sfidante mortale. Sempre secondo la
tradizione, quando Apollo uccide Eurito, l’arco di quest’ultimo passa al
figlio Ifito che a sua volta lo donerà a Ulisse (Omero, Od. 21,13-14). – ob
caedem Phoci fratris: invidiosi per la prestanza atletica del fratello, Peleo e
Telamone lo uccidono durante una gara colpendolo con il disco e nascon-
dendo quindi il cadavere; una volta scoperti, il padre li condanna all’esi-
lio: il mito è citato già in Esiodo, theog. 1003-1005. – Apollonius Rhodius:
riferimento diretto alla fonte: vd. Apollonio Rodio 1,93, dove comunque

258
Commento

il poeta specifica che l’uccisione di Foco da parte dei fratelli avviene “per
errore”.
9 Tiphys: leggendario timoniere, apprende l’arte da Atena in persona, che
lo invia per questo agli Argonauti (Apollonio Rodio 1,109-110); secondo
la versione accolta dallo stesso Apollonio e anche da Apollodoro (1,9,16),
Tifi è figlio di Agniade.
10 Argus: la tradizione seguita da Apollonio Rodio, per il quale Argo è
figlio di Arestore (1,112), considera la nave Argo costruita da Atena con la
collaborazione di questo omonimo personaggio, che definisce infatti con-
cretamente “operaio di Atena” (1,225).
11 comitem Herculis: il sostantivo allude al rapporto amoroso del giova-
ne Ila con l’eroe: il mito racconta che Ercole uccide Teodamante, re dei
Driopi, perché si rifiuta di dargli in dono un bue e prende con sé suo figlio
Ila di cui è innamorato (Apollonio Rodio 1,1207-1217; Apollodoro 2,7,7).
– Nauplius: il personaggio è oggetto della fab. 116. – Idmon: il nome del
personaggio contiene la radice greca id- (in latino vid-) che significa “ve-
dere” ed è quindi un “nome parlante”: Idmone prevede la propria morte
con la pratica dell’auspicium, l’osservazione degli uccelli, e muore ucciso
da un cinghiale (fab. 18).
13 Lynceum… nullum vidisse: la tradizione è concorde nel ricordare la
vista prodigiosa del personaggio, che diventa presto proverbiale (Pindaro,
Nem. 10,61-63; Apollodoro 3,10,3): in questo senso va risolta l’ambiguità
grammaticale della frase, che potrebbe anche significare che di notte Lin-
ceo non poteva vedere nessuno. – rumor sublatus: Igino spiega in modo
razionalistico il rumor secondo cui Linceo addirittura è in grado di vedere
sottoterra e ne fa un esperto di vene aurifere, in grado cioè di individuare
la presenza di oro nel sottosuolo.
14 Periclymenus: vd. fab. 10,2. – Ancaeus: è proverbiale la forza del perso-
naggio, al pari di quella di Ercole, accanto al quale difatti aveva posto sulla
nave (Apollonio Rodio 1,168-171 e 396-399).
15 Augeas: è il personaggio le cui stalle Ercole deve ripulire (fab. 30,7).
– super aquas… cucurrisse: la prodigiosa capacità di correre sulle acque è
naturalmente connessa alla discendenza diretta da Nettuno, che in quanto
dio del mare possiede la stessa prerogativa (Apollonio Rodio 1,182).
16 Ancaeus alter: questo secondo Anceo, proprio perché figlio di Nettu-
no e pertanto in assodata dimestichezza con il mare, sostituisce Tifi come
timoniere nell’ultima parte del viaggio (Apollonio Rodio 2,864-900). – Er-
ginus: Igino identifica due personaggi mitologici diversi: l’argonauta è in
effetti il figlio di Nettuno, mentre il figlio di Periclimeno (o di Climeno,
secondo la tradizione maggioritaria), re di Orcomeno, è ucciso dal giovane
Ercole in un combattimento in cui fra gli altri muore Anfitrione, il padre

259
Fabio Gasti

putativo di quest’ultimo (Apollodoro 2,4,11; Euripide, Herc. 220-221).


17 Laocoon: viene qui accolto un dato tramandato soltanto da Apollonio
Rodio (1,190-198): Laocoonte era anziano, ma partecipa alla spedizione
con suo fratello Eneo come precettore del figlio di quest’ultimo, Melea-
gro. – Iphiclus alter: questo secondo Ificlo, che Apollonio Rodio riconosce
esperto nel lancio del giavellotto ma anche nella lotta (1,199-201), secondo
Apollodoro non era spartano ma veniva dalla Tessaglia (1,7,10). – fuit acer
cursor: Marshall accoglie l’emendamento acer, mentre gli altri editori pon-
gono la crux accanto al tràdito arcas, che non si spiega; di fatto, l’abilità di
corridore non è diversamente attestata a proposito del personaggio.
18 La voce dell’elenco riguardante i due personaggi si amplia a contenere
una breve digressione sulle Arpie che assomiglia a una fabula autonoma.
Zetes et Calais: capo e piedi alati e capelli azzurri rappresentano peculia-
rità fisiche rappresentative della capacità di volare e sono prerogative an-
che delle rappresentazioni antropomorfe dei venti; secondo Ovidio (met.
6,714-721) ai due figli dell’Aquilone le ali spuntano soltanto con la pubertà
insieme alla prima barba. – ab Hercule… occisi sunt: questa versione della
morte dei fratelli, uccisi da Ercole mentre tornavano dai giochi in onore di
Pelia (fab. 273) perché cercavano di convincere gli Argonauti ad abban-
donare l’eroe in Misia, risale ad Apollonio Rodio (1,1298-1308); secondo
Apollodoro invece muoiono cadendo in volo durante la battaglia contro
le Arpie (3,15,2).
19 Eurymedon: il dato di Igino non trova riscontro nella tradizione: in
quanto figlio di Minosse dovrebbe venire da Creta, e comunque contrasta
con la provenienza da Fliunte anche un’altra tradizione che lo fa, insieme
ai tre fratelli, re di Paro (Apollodoro 2,5,9). – Palaemonius: secondo Apol-
lonio Rodio (1,202-206) il vero padre di Palemonio è Vulcano, e infatti è
zoppo come il padre.
20 Thersanon: personaggio ricordato soltanto da Igino senza altri riscon-
tri; se tuttavia si emenda in Thersanor (Bouriaud) si ottiene il nome di un
personaggio che non è stato argonauta e la cui storia è nota da Ovidio,
met. 4,206-270. – Hippalcimos: l’etimologia del nome significa “forte con
i cavalli” ed è quindi estremamente coerente con il mito legato ai genitori.
21 Neleus: vd. fab. 31,8.
22 Iolaus: il personaggio è noto come il fedele collaboratore e scudiero di
Ercole, ma non come argonauta: Igino è l’unico autore a contemplarlo nel
catalogo. – Deucalion: Deucalione di Creta, ricordato anche in fab. 173,2
fra i partecipanti alla caccia al cinghiale Calidonio, non compare in nessun
catalogo degli Argonauti; Valerio Flacco tuttavia ricorda un altro Deuca-
lione, figlio di Ipso, da Pellene (1,365-368) ed è quindi probabile che Igino
abbia confuso i due omonimi.

260
Commento

24 Conclude la rassegna la notazione etimologica sull’appellativo di Minii


(Minyae si trova in latino sia in prosa che in poesia), che partecipa di un
gusto diffuso in antico per la spiegazione dell’origine della parola; è pure
frequente la tendenza a dare più spiegazioni dell’etimo in questione, come
nel nostro caso, dove le etimologie proposte sono due, entrambe in deriva-
zione da un nome proprio. La seconda parte del paragrafo invece introdu-
ce la successiva sezione, presente anche al termine del poema di Apollonio
Rodio, relativa alla sorte degli Argonauti stessi, che coniuga sia la tendenza
al racconto sintetico sia l’attenzione all’eziologia in particolare delle città.
25 Il mito del rapimento da parte delle ninfe del bellissimo Ila, allontana-
tosi dalla nave per attingere acqua a una fonte, e la conseguente sfortunata
ricerca da parte di Ercole e Polifemo è un luogo comune letterario connes-
so al mito argonautico: non soltanto rappresenta una curata digressione in
Apollonio Rodio (1,1207-1272), ma diventa materia “monografica” di un
idillio di Teocrito (il XIII) e in ambito latino addirittura di un prezioso epil-
lio (Hylas) opera del poeta Draconzio nell’Africa vandalica del V secolo.
27 Butes: l’episodio relativo a Bute è citato in forma altrettanto sintetica da
Apollodoro 1,9,25; Lilibeo è il nome antico di Marsala, e il figlio di Venere
e Bute, Erice, darà nome al sito della città siciliana (fab. 260).
28 Eurybates… Canthus: Igino accomuna la sorte del primo a quella del
secondo, variando il racconto della fine di quest’ultimo rispetto al testo di
Apollonio Rodio: nel poema ellenistico infatti Canto in Libia incontra un
gregge e lo vuole portare ai compagni affamati, ma viene ucciso con un
colpo di pietra dal pastore Cafauro (e quindi non Cefalione), fratello di
Nasamone e figlio di Anfitemi (o Garamante), figlio di Apollo e Acacalli-
de figlia di Minosse (4,1485-1501). – Tritonidis nimphae: non è chiaro se
Tritonide sia il nome della ninfa, che non troviamo diversamente attestato
(per quanto ne sappiamo, in antico Tritonide è il nome di un lago dell’A-
frica settentrionale), o il patronimico (cioè figlia di Tritone).
29 ab serpentis morsu: la notizia della morte di Mopso qui è molto sin-
tetica, mentre Apollonio Rodio dedica all’episodio una sezione piuttosto
estesa in cui gran parte occupa la descrizione dei poteri letali del serpente,
nato dal sangue colato dalla testa della Gorgone, e il compianto sull’eroe
(4,1501-1536).
30 Phronius Demoleon Autolycus Phlogius: in realtà la tradizione argonau-
tica nomina soltanto gli ultimi tre (ma il secondo si chiamerebbe Deileon),
identificati tuttavia come figli di Deimaco e in effetti raccolti dagli argo-
nauti una volta separatisi da Ercole (Apollonio Rodio2,955-960; Valerio
Flacco 5,113-115). – Lici regis: Lico è grato agli Argonauti perché l’hanno
salvato dai soprusi del suo avversario Amico: per questo si occupa della
sepoltura di Tifi e Idmone e manda con loro il figlio Dascilo come guida

261
Fabio Gasti

(Apollonio Rodio 2,792-804).


31 Inizia qui un’ulteriore sezione avente per oggetto i ruoli principali della
spedizione. – regnavit: il verbo è utilizzato nel senso generico di “avere po-
tere”, un’accezione documentata raramente di fronte a quella più ristretta
di “essere re” poi divenuta tecnica.
32 faber Argus: vd. Igino, astr. 2,37; secondo Apollodoro 1,9,16 invece
l’Argo che costruisce la nave con l’aiuto di Atena è figlio di Frisso. – relicto
ab <Argonautis> Hercule: gli Argonauti riprendono il loro viaggio senza
attendere il ritorno di Ercole, impegnato a cercare Ila: l’integrazione si
deve a Marshall; gli editori precedenti si limitano a integrare relicto ab
<eo> Hercule.
33 Il lungo capitolo sugli Argonauti si conclude con la notizia del cataste-
rismo (cioè la trasformazione in costellazione) della mitica nave Argo, sul
quale vd. p. es. Igino, astr. 2,37 (dove muta la disposizione delle stelle e si
arriva a un totale di 26). Il testo è impreziosito dalla citazione di dieci esa-
metri tratti dagli Aratea di Cicerone (126-138), che Igino tuttavia riporta
non sempre fedelmente e con qualche omissione .

15
1 Thoantem: il salvataggio di Toante da parte di Ipsipile qui è conveniente-
mente sintetizzato ed è simile al racconto di Apollonio Rodio, secondo cui
la figlia rinchiude il padre in una cassa poi affidata al mare (1,621-623); più
sensazionale invece il racconto di Valerio Flacco, che vede Ipsipile nascon-
dere il padre nel tempio di Bacco e quindi farlo uscire di città rivestito con
gli attributi del dio come fosse una statua in un’improvvisata processione
(2,242-305). – in insulam Tauricam: la Tauride non è una insula, ma una
penisola, corrispondente all’odierna Crimea: anche altrove Igino utilizza il
termine per indicare penisole o promontori (p. es. fab. 79,2).
2 Argonautae: lo sbarco degli Argonauti a Lemno, a seconda delle fonti
avvenuto nel viaggio verso la Colchide o al ritorno, è raccontato sia da
Apollonio Rodio 1,608 ss. e Valerio Flacco 2,242 ss., sia da Apollodoro
1,9,17. – Polyxo: il nostro racconto non specifica che Polisso è la vecchia
nutrice di Ipsipile, come apprendiamo da Apollonio Rodio che le attribu-
isce un vero e proprio discorso finalizzato ad accogliere pacificamente gli
ospiti (1,675-696; anche Valerio Flacco 2,316-235).
3 Deipylum: per Deipilo la tradizione, come spesso capita, conserva anche
nomi alternativi (Toante, Nebrofono), mentre è costante quello di Euneo.
5 Thebas deportarunt: secondo la tradizione Ipsipile viene portata a Nemea
e non a Tebe; probabilmente quest’ultima città ricorre qui per la rilevanza
del personaggio nell’episodio dei Sette a Tebe (fab. 74).

262
Commento

16
L’episodio, collocato nella Propontide (l’odierno Mar di Marmara), com-
pare in Apollonio Rodio 1,936-1077, Valerio Flacco 2,634 ss. e 3,1 ss.,
Apollodoro 1,9,18; Igino in fab. 273,9 ricorda anche che gli Argonauti per
espiazione instituiscono dei giochi.

17
L’episodio compare in Apollonio Rodio 2,1-168 e Valerio Flacco 4,99-137
ed è ambientato in una regione della Bitinia (Asia Minore).
eum interfecit: secondo la versione conservata da Teocrito, Amico una vol-
ta sconfitto non viene ucciso ma ridotto in catene (22,131-134).

18
L’episodio della benevola accoglienza da parte di Lico, ancora in Pro-
pontide (vd. fab. 16), è raccontato da Apollonio Rodio 2,752-814, Valerio
Flacco 4,733-762, Apollodoro 1,9,23 e 2,5,9; la morte di Idmone invece da
Apollonio Rodio 2,815-834 e Apollodoro 1,9,23: secondo Valerio Flacco
invece muore di malattia (5,2-3) e per Seneca per il morso di un serpente
in Africa (Medea 651-652).
inficiaretur: il testo è accolto da Marshall, nonostante l’accezione particola-
re da riconoscere al verbo, a fronte della crux di Rose e dell’emendamento
insidiaretur proposto da Boriaud.

19
La storia di Fineo, citata anticamente già in Esiodo (frr. 157 e 254 M.-
W.), è descritta ampiamente da Apollonio Rodio 2,178-300, Valerio Flacco
4,422-493 e Apollodoro 1,9,21; deve aver impressionato molto la fantasia
dei greci, dal momento che sappiamo che Eschilo gli dedica una tragedia
e Sofocle due.
1 filios duos: Fineo dapprima sposa Cleopatra, figlia del vento Aquilone e
Orizia (e quindi sorella di Zete e Calaide, che poi la vendicheranno), e poi
Idea che, secondo un luogo comune narrativo, accusa falsamente al marito
i due figli di Cleopatra di averla violentata; Igino tace il motivo dell’accusa.
2 est excaecatus: l’accecamento di Fineo da parte di Giove corrisponde al
luogo comune antico secondo cui gli indovini, che vedono cose nascoste
agli uomini, non vedono invece quanto questi ultimi vedono; ma può esse-
re visto altresì come una sorta di contrappasso: chi acceca a sua volta viene
accecato. – Harpyas: questi mostri mitologici attraversano variamente la
letteratura antica almeno a partire da Esiodo (theog. 265-269), ma la carat-
terizzazione più immediata nella memoria letteraria dei latini è senz’altro
quella offerta da Virgilio (Aen. 3,225-258). L’efficace definizione di «cani

263
Fabio Gasti

del grande Zeus» è in Apollonio Rodio 2,289 e probabilmente riproduce


un modo di dire: fa riferimento alla caratteristica dei cani (da caccia) di
inseguire in modo persistente la preda senza lasciarle scampo.
3 Zetes et Calais: sui personaggi e la loro storia vd. fab. 14,18, dove si trova-
no anche particolari qui assenti, come i nomi delle Arpie, e una descrizione
dei mostri. – in insulas Strophadas: Apollonio Rodio racconta che i due
argonauti inseguono in volo le Arpie che, giunte appunto alle Strofadi,
si girano su se stesse (in greco στρέφω = “girare”, “girarsi”) e ottengono
dagli dei di essere risparmiate promettendo di cessare le vessazioni contro
Fineo (2,284-297): è appunto in quelle isole che Enea e i compagni in fuga
da Troia ritroveranno i mostri alati (Virgilio, Aen. 3,210-257); secondo
Apollodoro invece cadono in volo trovando così la morte (1,9,21).
4 quomodo Sympledagas transirent: lo stratagemma suggerito agli Argo-
nauti per riuscire a oltrepassare le rocce che improvvisamente cozzano
l’una contro l’altra (questo l’etimo greco del termine Simplegadi, da σύν
“insieme” eπλήσσω “io urto”) schiacciando quanto è fra loro in realtà
non basta: in Apollonio Rodio è risolutivo infatti l’intervento di Atena per
risolvere la situazione (2,311-340 e 549-606). Sulle Simplegadi vd. anche
fab. 21,1.

20
L’episodio è raccontato da Apollonio Rodio 2,1069-1089, anche se nel poe-
ma lo stratagemma per cacciare gli uccelli è suggerito da Anfidamante.
ad insulam Diam: l’isola è collocata all’imboccatura del Ponto Eusino (Mar
Nero); sull’arrivo vd. fab. 21,1. – ex more Curetum: il rumore dei sacerdoti
Cureti a Creta deve coprire i vagiti del piccolo Zeus per evitare che il padre
Crono lo trovi e lo divori temendo di essere spodestato dal figlio: il mito è
molto antico ed è presente già in Esiodo, theog. 459-506; vd. la menzione
anche fab. 139,3-4 e nota.

21
1 per Cyaneas cautes: le Simplegadi, all’imboccatura del Ponto Eusino,
sono conosciute con due nomi descrittivi: mentre Simplegadi allude al
movimento di esse (vd. fab. 19,4), Cianee allude al loro colore (blu scuro,
in greco κύανος. – Euxinum: L’aggettivo greco εὔξενος significa “ospita-
le” ed è riferito alla posizione opportuna per i commerci e i trasferimenti;
se stiamo ad alcune testimonianze (p. es. Pomponio Mela, chor. 1,102) in
origine il nome era ἄξενος (“inospitale”) in riferimento alle caratteristiche
fisiche del luogo e alle rozze abitudini degli abitanti.
2 Argum… Cylindrum: per la storia e i nomi vd. fab. 3,4.
4 in somniis: il sogno premonitore di Medea è raccontato da Apollonio

264
Commento

Rodio 3,616-648 e costituisce un ingrediente tipico di situazioni simili.


Sull’origine dell’atteggiamento benevolo di Giunone nei confronti di Gia-
sone vd. fab. 13 e 22,3.

22
1 in fano Martis: vd. fab. 3,1-2.
2 hanc simultatem: le prove imposte a Giasone sono descritte da Apollo-
nio Rodio 3,401-421, Apollodoro 1,9,23, ma anche già da Pindaro, Pyth.
4,229-231. Il termine simultas indica la prova, la gara, ma anche, in senso
giuridico, la contesa: in quest’ultima accezione è attestato ampiamente p.
es. in Livio.
3 Iuno: l’episodio è oggetto della fab. 13.

23
1 Absyrtum filium: quella proposta da Igino è soltanto una delle versioni
del mito; secondo un’altra – che poi è la più nota – Absirto è un bambino,
addirittura un neonato, che Medea rapisce come ostaggio al momento di
fuggire: durante la navigazione, per ritardare l’inseguimento da parte di
Eeta, fa a pezzi il fratellino e ne getta i resti a mare (Apollodoro 1,9,24, ma
anche Euripide, Med. 167 e, in ambito latino, Ovidio, trist. 3,9).
2 ad Alcinoum regem: l’arrivo e la permanenza di Giasone e Medea da
Alcinoo e Arete è ampiamente raccontata nel libro IV di Apollonio Rodio,
anche se qui la morte di Absirto precede questi fatti.
3 in antro: Apollonio Rodio con scrupolo eziologico racconta che la grotta
in questione, un luogo sacro perché in esso un tempo la ninfa Macride
aveva allevato il dio Dioniso, da quel momento si era chiamata “Antro di
Medea” (4,1153-1155). – devirginavit: il verbo appartiene alla lingua par-
lata: se facciamo eccezione per una ricorrenza in Varrone (Moen. fr. 409) e
Petronio 25,1, lo troviamo più volte in Gerolamo (una volta nella Vulgata,
Eccl. 20,2) e poi dall’VII secolo in poi; Igino lo usa anche in fab. 33,1.
4 ab Iasone est interfectus: l’uccisione di Absirto da parte di Giasone con
la complicità di Medea è raccontata da Apollonio Rodio in modo diverso
e truculento (4,421-481): la vittima è attirata con un tranello (la promessa
di molti doni ospitali fra cui la tunica di Ipsipile intessuta addirittura dalle
Grazie per Dioniso), colpita a tradimento come un toro dal macellaio e
poi mutilata.
5 Absorin: il nome è incerto (Rose e Boriaud emendano Absron) ma senz’al-
tro Igino accoglie la tradizione che colloca la morte di Absirto in Dalma-
zia e Plinio vi riconosce le isole dalmate di Ossero e Cherso (nat. 3,151);
secondo altri l’assassinio si colloca sul Mar Nero a Tomi (oggi Costanza,
in Romania), toponimo da collegare apppunto a una radice presente nel

265
Fabio Gasti

verbo greco τέμνω (“tagliare”, “colpire”). – insulae Cantae: l’isola è sco-


nosciuta e per questo alcuni editori (Rose, Boriaud) hanno posto una crux.

24
La morte di Pelia, in cui si mescolano elementi magici e insieme drammati-
ci, è raccontata p. es. da Apollodoro 1,9,27, Diodoro Siculo 4,51,3 ss., Ovi-
dio, met. 7,297-349, ma soprattutto è l’oggetto delle Peliadi di Euripide,
di cui abbiamo soltanto frammenti ma che dalle testimonianze sappiamo
che si tratta della prima tragedia del drammaturgo, rappresentata nel 455.
1 quomodo… interficeret: la vendetta di Giasone nella versione di Igino è
motivata unicamente dalle prove cui per ordine dello zio deve sottoporsi.
Il mito però ricorda motivi ben più gravi: in particolare la condanna a
morte di suo padre Esone (alla fine suicidatosi), il conseguente suicidio
della madre e l’uccisione del fratellino Promaco: p. es. Apollodoro 1,9,27,
Valerio Flacco 1,767-826.
3 in aeneum coniecit: la storia della bollitura che porta a un rinvigorimento
invece che alla morte, come sarebbe naturale, è attestata anche a propo-
sito di Pelope: il padre Tantalo lo fa a pezzi e lo fa bollire in un calderone
servendolo in pasto agli dei, che tuttavia lo resuscitano giovane e sano, a
eccezione di una spalla, che nel frattempo Demetra aveva mangiato, sosti-
tuita pertanto da una protesi d’avorio (qui vd. fab. 83).
4 Peliades: anche a proposito delle Peliadi sono attestate varianti numeri-
che e onomastiche: Apollodoro p. es. ricorda Pisidice, Pelopia, Ippotoe e
Alcesti (1,9,10).
5 Corinthum profectus est: nella versione di Apollodoro Giasone e Medea
non se ne vanno volontariamente, ma vengono esiliati da Acasto (1,9,27).

25
1 Mermerum et Pheretem: Igino (anche in fab. 239,1), insieme al poeta
dell’Africa vandalica Draconzio (Medea, 531-532), ad Apollodoro 1,9,28
e a Pausania 2,3,6, tramanda il nome dei due figli che Medea ha da Gia-
sone e che poi, nella versione del mito più conosciuta (come tale ogget-
to soprattutto delle tragedie di Euripide e di Seneca), uccide come gesto
insieme di vendetta e sacrificio. Il particolare del nome è invece taciuto
nei testi considerati fondamentali per la tradizione letteraria a riguardo,
come Euripide, Ovidio, Seneca. – advenam atque veneficam: i due aggettivi
condensano l’immagine che Medea dà di se stessa agli abitanti di Corinto
(una “diversa” insomma: vd. p. es. fab. 26,1) e in sostanza quella che la
tradizione letteraria assimila a proposito del personaggio.
2 Creon Menoeci filius: Igino commette un errore a causa dell’omonimia
di due personaggi: il Creonte re di Corinto è infatti figlio di Licete; il figlio

266
Commento

di Meneceo è il fratello di Giocasta, che diventa re di Tebe una volta con-


sumata la tragedia di Edipo; è possibile che sia per lo stesso motivo che
il poeta Draconzio nel suo epillio intitolato Medea ambienta la tragedia
proprio a Tebe. – Glaucen: A proposito del nome della figlia di Creonte,
Igino compendia due tradizioni e ricorda sia il nome di Glauce, presente
poi in Draconzio, sia quello di Creusa (par. 3), che si impone in ambito
latino e ricorre in Ovidio e Seneca. – coronam ex venenis: il dono intriso di
veleni che provoca la morte della destinataria è comune a tutti i trattamenti
letterari del mito di Medea, e la corona è un particolare ricorrente anche in
autori che non trattano specificamente la storia (Ovidio, Ibis 603; Apuleio,
met. 1,10,2); altri autori ricordano doni diversi, come un peplo (Euripide,
Med. 784-786) e anche un bracciale (Seneca, Med. 570-574).
3 cum Iasone et Creonte: l’incendio sprigionato per effetto dei veleni della
corona coinvolge Glauce-Creusa e anche Creonte e Giasone: il particolare
della morte del fedifrago Giasone non è tassativo e anzi, oltre che qui, si
trova soltanto in Draconzio: nei testi classici a proposito di Medea (come
Euripide e Seneca) la punizione di Giasone consiste proprio nell’assistere
alla morte della nuova moglie e dei figli.

26
1 Medus: la nascita di Medo (altrimenti chiamato Polisseno) da Medea ed
Egeo re di Atene è ricordata anche da Apollodoro 1,9,28.
3 iunctis draconibus: Igino ricorda qui un particolare in genere sempre
presente nei trattamenti letterari del mito di Medea, e cioè il carro trainato
da draghi o serpenti alati su cui la maga si sposta (vd. anche fab. 27,3):
in particolare è ricordato in toni sensazionali quando Medea, dopo aver
provocato la morte dell’antagonista e aver ucciso i figli, fugge da Corinto.
– lectas eas… coniecit: è possibile che il racconto si riferisca a un rito, pro-
babilmente di origine etrusca, di cui possiamo trovare indizi anche in Co-
lumella 10,367-368 e Servio, Aen. 7,750 (Dognini 2003); la dimestichezza
con i rettili in generale e con i veleni a essi connessi in antico rappresenta
fra l’altro un tratto caratteristico della magia nera. – debitum... persolvit:
sull’espressione idiomatica vd. nota a fab. 52,2.

27
Fra i mitografi, il personaggio di Medo compare solo in Apollodoro 1,9,28,
ma la storia che racconta qui Igino trova riscontro piuttosto in Diodoro
Siculo 4,56,1; è comunque probabile che il riferimento più immediato sia
rappresentato da una delle perdute tragedie latine arcaiche sull’argomen-
to, come il Medus di Pacuvio (che pare però che si occupasse soprattutto
di eventi in Colchide: vd. comunque, anche in riferimento a questa fabula,

267
Fabio Gasti

Pociña 2004) o la Medea exul di Ennio.


1 Persi: Perse aveva usurpato il trono di Eeta, secondo il luogo comune del
litigio dei fratelli per il potere e il regno. Qui verrà ucciso dal nipote Medo,
ma in altre versioni (p. es. Apollodoro), la vendicatrice è la stessa Medea.
2 Hippotem Creontis filium: si tratta del Creonte re di Corinto ucciso da
Medea insieme alla figlia Glauce-Creusa (e anche con Giasone, secondo
una variante del mito); il figlio Ippote è colui che accoglie Medea e Giaso-
ne dopo che quest’ultimo cede il trono paterno ad Acasto dopo la morte
di Pelia (fab. 24,5).

28
La fabula ha un andamento composito perché di fatto contiene due versio-
ni della storia dei due giganti protagonisti, una ai parr. 1-2 e l’altra al par.
3, già compendiate da Apollodoro 1,7,4; il par. 4 poi rappresenta la con-
clusione descrivendo la pena eterna. Il mito è già presente in Omero, Od.
11,305-320, e in ambito latino è citato anche da Virgilio, Aen. 6,582-584.
2 Il Pelio e l’Ossa sorgono in Tessaglia non lontano dal monte Olimpo, dal
quale li divide la valle di Tempe; consueta per Igino l’attenzione all’ono-
mastica quando osserva l’interscambiabilità dei nomi per riferirsi all’uno
o all’altro nel parlare comune. Il gesto di sovrapporre i monti per arrivare
al cielo presto diventa, anche nei modi di dire antichi, simbolo del tentare
un’impresa eccezionale, ma è soprattutto dimostrazione della superbia dei
personaggi, la hybris, punita come tale dagli dei. Omero fa riferimento
anche a un altro sensazionale gesto dei due gemelli, che testimonia ulte-
riormente tale atteggiamento, e cioè l’imprigionamento di Ares in un vaso
di bronzo per tredici mesi (Il. 5,385-391).
3 Il tentativo di violenza su Diana, in quanto dea e inoltre tipicamente
vergine, configura un ennesimo caso di hybris presente nella tradizione a
proposito dei due personaggi; Apollodoro 1,7,4 insiste sull’idea di sacrile-
gio e addirittura racconta che Oto insidia Artemide-Diana (che per fuggire
si trasforma in cerva) ed Efialte Era-Giunone.
4 strix: la strige è un rapace notturno che in letteratura viene citato in contesti
in cui si vuole insistere sull’atmosfera cupa e cimiteriale; già Rose annota che
la presenza di un uccello sulla colonna nella rappresentazione infernale dei
due dannati potrebbe significare la presenza assidua della divinità e il con-
trollo da parte di questa che la pena venga scontata. È curioso che tutti gli
editori, pur interpretando che si tratti di un uccello (Boriaud traduce «une
chouette»), riportano qui la forma styx, termine che indica semmai lo Stige,
uno dei fiumi infernali della tradizione, che tuttavia non darebbe alcun senso.

268
Commento

29
La storia dello scambio fra Zeus e Anfitrione e del conseguente concepi-
mento di Ercole è un mito cui molti autori fanno riferimento, presente
già in Esiodo, scut. 27-56; in ambito latino, oltre a Ovidio, am. 1,13.45,
è famosa la messa in scena comica offerta dall’Anfitrione di Plauto. Sap-
piamo comunque che una tragedia intitolata Alcmena era stata scritta da
Euripide.
1 ad expugnandam Oechaliam: Igino qui confonde due storie mitologiche:
la città della Tessaglia infatti è stata espugnata da Ercole, mentre Anfitrio-
ne conduce una guerra contro i Teleboi, una popolazione dell’Acarnania
colpevole di aver ucciso i fratelli di Alcmena; quest’ultima si sarebbe con-
cessa allo sposo soltanto dopo che questi l’avesse vendicata (Apollodoro
2,4,6).
4 signa omnia: secondo la variante del mito accolta p. es. in Apollodoro
2,4,8, Anfitrione comprende la situazione rivolgendosi all’indovino Tire-
sia. – cum ea non concubuit: Igino tralascia il particolare, abbastanza con-
diviso in letteratura (p. es. Apollodoro), che Anfitrione al suo ritorno si
unisce alla moglie non sapendo quanto avvenuto prima, e così Alcmena
resta incinta di due gemelli: uno immortale figlio di Giove (Ercole) e l’altro
mortale figlio di Anfitrione (Ificle).

30
Il catalogo delle fatiche oggetto di questa fabula e della successiva coincide
quasi perfettamente con quello di Apollodoro 2,4,8-7,8.
1 In realtà l’uccisione dei serpenti nella culla non è una delle fatiche or-
dinate da Euristeo, dal momento che avviene ben prima, ma comunque
rappresenta un cimento dell’eroe fin da neonato, e in questo senso se ne
spiega la presenza in questo contesto e la fortuna dell’episodio in letteratu-
ra; Apollodoro 2,4,8 comunque ricorda anche la versione secondo la quale
i serpenti non vengono inviati da Giunone ma deposti nella culla dallo
stesso Anfitrione per scoprire con tale stratagemma quale dei due neonati
(vd. nota a fab. 29,4) avesse poteri soprannaturali e pertanto identificarlo:
così si spiega il fatto che Ercole viene chiamato “primogenito”.
2 amphistomo atrotum: molto interessante dal punto di vista linguistico
l’accostamento di questi due aggettivi greci, traslitterati in latino: il primo
letteralmente significa “a due bocche” ed è riferito a antro, il secondo let-
teralmente “non trafiggibile” e si riferisce a leonem (quest’ultimo peraltro
molto lontano, a inizio periodo). D’altra parte è pure greco il termine scel-
to da Igino per indicare le fatiche, ἆϑλα, che in latino corrisponderebbe
a labores.
3 Igino semplifica molto la lotta con l’idra: da Apollodoro 2,5,2 infatti

269
Fabio Gasti

sappiamo che Ercole è aiutato da Iolao, cui affida il compito di bruciare


i monconi delle teste mano a mano che lui le mozzava; inoltre ad aiutare
l’idra disturbando Ercole interviene un granchio, poi trasformato da Giu-
none in costellazione. – cum capitibus novem: nella raffigurazione dell’idra
l’elemento delle teste è ovviamente quello più sensazionale, e per questo
esistono varianti in cui il numero è anche molto alto (p. es. in Ovidio, met.
9,71 sono addirittura cento).
4 L’Erimanto è un monte che sorge in Arcadia. Al ritorno dalla fatica,
Ercole si aggrega agli Argonauti, nonostante la contrarietà di Euristeo, la-
sciando il cinghiale nella piazza di Micene (Apollonio Rodio 1,122-132).
5 La tradizione (p. es. Apollodoro 2,5,3) parla in realtà di una cerva, la
caccia della quale impegna Ercole per molto tempo e, secondo alcuni (Pin-
daro, Olymp. 3,26-32), lo spinge fino all’estremo nord, fra gli Iperborei.
6 in insula Martis: non è chiaro a quale isola ci si riferisca, ma lo stesso Igino
(come Apollonio Rodio) racconta di un attacco subito dagli Argonauti da
parte di uccelli simili nell’isola di Dia (fab. 20); la tradizione infatti colloca
questi volatili nella vegetazione del lago paludoso vicino alla città di Stinfalo
nel Peloponneso. Non compare qui lo stratagemma consigliato all’eroe da
Atena per uccidere gli uccelli, e cioè spaventarli con il suono di sonagli per
stanarli dalla vegetazione e poterli dunque colpire con le frecce (Apollo-
doro 2,5,6): un simile stratagemma sonoro è semmai descritto nella simile
situazione della fab. 20.
7 Le stalle secondo il mito si trovano in Elide ed è l’Alfeo il fiume deviato. In-
vece è del tutto senza riscontri la notizia dell’aiuto fornito all’eroe da Giove.
8 Il toro di cui si parla è quello che Posidone fa emergere dal mare sul lito-
rale di Creta perché il re Minosse glielo immolasse; al rifiuto di quest’ulti-
mo, il dio fa innamorare del toro sua moglie Pasifae. Una tradizione vuole
che, una volta portato a Micene da Ercole, il toro viene liberato e finisce
per devastare la pianura di Maratona e perciò verrà ucciso da Teseo (Apol-
lodoro 2,5,7 e qui fab. 38,7).
9 Diomedem… et equos: la tradizione parla in realtà specificamente di ca-
valle antropofaghe, e, secondo una variante rappresentata da Pindaro (fr.
169a Snell-Maehler), Ercole dà in pasto lo stesso Diomede ai suoi animali.
I nomi ricordati da Igino obbediscono come in altri casi alla tradizione
erudita e nomenclatoria cui l’autore è ampiamente debitore. – Abdero fa-
mulo: figlio di Ermes, Abdero è uno degli amasii di Ercole, che finisce
proprio divorato dalle cavalle di Diomede, e in suo onore l’eroe fonda in
quel luogo la città di Abdera (Apollodoro 2,5,8).
10 Sui problemi grammaticali posti dal testo vd. Luppe 2014. – reginae
Amazonis balteum: la richiesta della cintura è per accontentare Admeta, fi-
glia di Euristeo, che ne aveva desiderio. La guerra fra Ercole e le Amazzoni

270
Commento

è materia ampiamente trattata in letteratura (p. es. Euripide, Eracle 408-


415, Apollonio Rodio 2,776-780 e 964-969; Apollodoro 2,5,9). Durante
il viaggio per raggiungere il paese delle Amazzoni, Ercole giunge a Troia,
come racconta la fab. 89. – Antiopam captivam: la ricompensa per Teseo,
che accompagna Ercole in questa missione, è appunto il dono di questa
amazzone di cui l’eroe ateniese si era innamorato: altre varianti ricordano
al proposito il nome di Melanippa o ancora di Ippolita.
11 La storia di Gerione è ricordata già molto anticamente da Esiodo, theog.
287-294. Secondo la tradizione è durante il viaggio alla volta della terra di
Gerione che Ercole innalza le famose “colonne d’Ercole” sull’attuale stret-
to di Gibilterra; l’aggettivo trimembris accompagna sempre la menzione di
Gerione in Igino (vd. anche gen. 41; fab. 151,2) come una specie di epiteto:
si deve trattare di un uso comune, se Porfirione nel commento a Orazio,
carm. 2,14,7 chiarisce che il poeta a proposito del gigante usa la perifrasi ter
amplum al posto di trimembrem, che considera quindi corrente.
12 draconem immanem: Apollonio Rodio riporta anche il nome di questo
drago, Ladone (4,1396): aveva cento teste e cambiava voce per disorientare
gli avventori – ad montem Atlantem: Igino situa il giardino delle Esperidi
in prossimità della catena dell’Atlante, in Nordafrica, mentre Apollodoro
fra gli Iperborei, cioè nell’estremo Nord (2,5,11).
13 La cattura del cane infernale è la fatica citata più anticamente, già nei
poemi omerici (Il. 8,360-369 e Od. 11,623-626), dove Ercole appare aiuta-
to nell’impresa da Atena ed Ermes. Secondo la rappresentazione vulgata,
Cerbero ha tre teste, ma secondo altre versioni cinquanta (Esiodo, the-
og. 311-312) o cento (Pindaro, fr. 249b Snell-Maehler e poi Orazio, carm.
2,13,24).

31
Oggetto della fabula sono altre imprese variamente attribuite all’eroe dalla
tradizione e non comprese nel canone delle più famose dodici; si tratta in-
fatti di vicende legate alle fatiche principali o compiute da Ercole durante
gli spostamenti e i viaggi per affrontare quelle. Il termine greco parerga
significa infatti propriamente “imprese collaterali”.
1 Ercole affronta il gigante nel suo viaggio alla volta del giardino delle
Esperidi (fab. 30,12): in quanto figlio della Terra, Anteo riceve nuova for-
za dalla terra stessa e perciò l’eroe per vincerlo deve tenerlo sollevato a
mezz’aria e soffocarlo fra le braccia: Pindaro, Isthm. 4,52-54; Diodoro Si-
culo 4,17,4 e 27,3; Apollodoro 2,5,11; in latino Ovidio, met. 9,183-184;
Plinio, nat. 5,1.
2 Vd. fab. 56. Busiride è fratello di Anteo. Sul mito Apollodoro 2,5,11 e in
latino Ovidio, met. 9,182-183 e ars 1,645-650; circolavano versioni parodi-

271
Fabio Gasti

che della vicenda: sappiamo che una commedia intitolata Busiride è opera
di Epicarmo e che lo stesso titolo ha un dramma satiresco di Euripide.
3 Nella versione raccontata da Apollodoro il fulmine di Giove separa Er-
cole e Cicno, che tuttavia viene ucciso dall’eroe nonostante la protezione
di Ares-Marte (2,5,11 e 2,7,7; ma anche già Erodoto 7,124 e 127).
4 Tema ripreso più ampiamente dalla fab. 89, dove fra l’altro si specifica
che l’impresa si colloca durante la spedizione argonautica e che Ercole è
aiutato in essa da Telamone (89,3).
5 Il nome greco dell’aquila significa “splendente” ed è riportato da Dio-
doro Siculo 4,15,2: vd. anche Igino, astr. 2,15,5. Vd. anche la fab. 144: in
entrambe Igino racconta che l’aquila rode il cuore di Prometeo, mentre
nella tradizione vulgata l’organo in questione è il fegato, che nella fisiologia
antica è sede della volontà, oltreché della passione: su questo vd. la nota
filologica di Urbán 2004.
6 La storia, qui soltanto accennata, è oggetto della fab. 32. Questo Lico,
personaggio primario nelle tragedie dedicate a Ercole da Euripide e Sene-
ca, non è citato prima dello stesso Euripide.
7 Il riferimento alla lotta fra Ercole e il fiume per la mano di Deianira – una
gara cui secondo la tradizione partecipano addirittura gli dei a sostegno
di uno o dell’altro contendente – è presente in vari testi letterari, p. es.
Sofocle, Trach. 9-21; in ambito latino vd. in particolare Ovidio, met. 9,1-88.
– cornu detraxit: la circostanza è topica nella descrizione della lotta (p. es.
Ovidio, her. 16,267-268; am. 3,6,35-36; Serv. Aen. 8,299), con la conseguen-
te raffigurazione dell’Acheloo con un solo corno invece di due (l’immagi-
nario antico spesso rappresenta i fiumi in sembianze animali o umane con
le corna, che simboleggiano anche la ramificazione delle loro acque): p. es.
Ovidio, her. 9,96-97; Stat. Theb. 7,416-417. – cornu copiae: la cornucopia è
la rappresentazione iconica dell’abbondanza e della fertilità: Igino accoglie
la versione secondo la quale sarebbe uno dei corni staccato al fiume Ache-
loo e poi riempito di frutti dalle ninfe, precisamente dalle Naiadi.
8 Vd. specificamente la fab. 32.
9 Vd. specificamente la fab. 35.
10 Vd. specificamente la fab. 34.
11 Vd. fab. 33,1.

32
1 Lycus: sul personaggio e la sua sorte vd. anche fab. 31,5.
2 insania obiecta: la pazzia di Ercole è notoriamente materia dell’Eracle
di Euripide e dell’Hercules furens di Seneca; entrambi i tragici collocano
questo momento fatale al termine delle fatiche dell’eroe, mentre un’altra
tradizione (p. es. Apollodoro 2,4,12) narra che è l’oracolo di Apollo a con-

272
Commento

sigliare a Ercole di mettersi al servizio di Euristeo per espiare l’uccisione


dei figli. – Megaram et filios Therimachum et Ophitem: non è univoco che
anche Megara venga uccisa dal marito impazzito; a differenza di Igino (e
anche di Euripide e Seneca), p. es Apollodoro 2,6,1 racconta che la moglie
sopravvive e viene poi affidata dall’eroe al fedele scudiero Iolao. Discorde
la tradizione, come spesso accade, anche a proposito del numero dei figli,
che secondo alcuni erano tre e non due.
3 tripodem sustulit: l’episodio della contesa del tripode, l’oggetto-simbolo
del tempio di Apollo a Delfi, fra l’eroe e il dio è naturalmente racconta-
to con toni sensazionali anche dalle raffigurazioni vascolari; secondo una
tradizione rappresentata da Apollodoro 2,6,2 la contesa ha termine per
intervento diretto di Zeus che scaglia un fulmine tra i contendenti impo-
nendo la pace.
4 Ercole viene venduto all’asta da Mercurio, dio dei commerci, alla regina
della Lidia, Onfale; il periodo di schiavitù varia da uno (Sofocle, Trach.
252-253) a tre anni (Apollodoro 2,6,3).

33
1 eiusque filiam Deianiram: Igino confonde qui due racconti: la figlia di
Dessameno, dal quale l’eroe è ospitato a Oleno dopo aver ripulite le stalle
di Augia, si chiama Mnesimache (Apollodoro 2,5,5) ed Ercole appunto la
salva dalla sgradita corte del centauro Euritione. Deianira invece è figlia
di Eneo, re di Calidone in Etolia. – devirginasset: sul verbo raro, usato da
Igino soltanto due volte, vd. la nota a fab. 23,3. – Nubis filius: la tradizione
greca ricorda al proposito il nome di Nefele, lo stesso che si trova per la
moglie di Atamante e che Igino traduce Nebula (vd. fab. 1-2): qui proba-
bilmente Igino segue una fonte latina diversa o vuole diversificare i nomi,
dal momento che si tratterebbe di personaggi diversi.
3 ab ipsis interierunt: costruzione sintattica non classica, in cui un ver-
bo intransitivo si accompagna a un complemento espresso con ab + abl.
(come se si trattasse di un passivo), da valutare come di causa: vd. invece
la costruzione prevedibile nel titolo di fab. 248 ab apro percussi interierunt,
dove regolarmente il complemento di agente gravita sul participio perfetto
e non sul verbo di modo finito.

34
La vicenda riguardante la morte del centauro e le conseguenze di essa sono
oggetto di diversi trattamenti letterari soprattutto a partire dalle Trachinie
di Sofocle (vd. anche Apollodoro 2,7,6); in ambito latino, Ovidio, met.
9,101-158.
1 Nubis filius: come gli altri centauri (vd. fab. 33,1), Nesso è figlio di Issio-

273
Fabio Gasti

ne e Nefele: questo nome greco viene trasportato in latino come Nubes,


ma è interessante notare che altrove Igino opta per il sinonimo Nebula
(fab. 1-3) a proposito di un’altra Nefele, moglie di Atamante). – flumen
Euhenum: cf. nota a fab. 12,2.

35
La versione di Igino è estremamente sintetica (anche in fab. 31,9): la tra-
dizione racconta che Eurito, re di Ecalia (in Tessaglia), aveva promesso in
sposa la bellissima (eximiae formae è definita in fab. 36,1) figlia Iole a chi
l’avesse superato in una gara di tiro con l’arco; Ercole vince la gara ma si
vede rifiutata la mano di Iole, e questo provoca la reazione dell’eroe. La
gara di tiro a scopo matrimoniale deve costituire un luogo comune nella
mentalità greca, come dimostra quella famosa raccontata nell’Odissea (qui
fab. 126,7-8).

36
4 Licham: la fine di Lica, il servo-araldo di Ercole, è raccontata dai testi di
riferimento, come Ovidio, met. 9,211-229, ma anche già Sofocle, Trach.
777-782. Qui Igino utilizza un lessico che, anche se sintetico, insiste sul
gesto plateale dell’eroe per scaraventare l’innocente servo in mare (rota-
tum… iaculatus est; similmente Ovidio, 217-218: terque quaterque rotatus /
mittit); consueta poi l’attenzione all’eziologia, su cui insiste Ovidio dicen-
do che lo scoglio ha forma umana e che i marinai hanno perfino scrupolo
a salirvi sopra.
5 La faticosa e dolorosa morte di Ercole sul monte Eta (nella Tessaglia
meridionale) è raccontata da diversi testi letterari di tradizione, dalle Tra-
chinie di Sofocle (1191 ss.) alle Metamorfosi di Ovidio (9,159-272), ed è
specifico oggetto dell’Hercules Oetaeus, una tragedia attribuita a Seneca
ma certamente opera di un attento imitatore. – Philoctetes: la tradizione
racconta che, di fronte all’imbarazzo generale, l’unico che si risolve ad
accendere la pira è Filottete, attratto dalla prospettiva di ottenere in dono
l’arco di Ercole riconoscente; Apollodoro 2,7,7 racconta invece che il ge-
sto viene compiuto da Peante, il padre di Filottete, giunto sul monte alla
ricerca delle sue greggi. – eumque ascendisse immortalitatem: gli editori
prima di Marshall segnalano una lacuna fra ascendisse e immortalitatem,
considerando particolarmente dura la costruzione transitiva del verbo
ascendere senza preposizione.
6 ipsa se interfecit: il suicidio di Deianira, sconvolta dal rimorso, si trova
nelle Trachinie sofoclee (874-891), dove si impicca.

274
Commento

37
1 Neptunus et Aegaeus: non è raro che una stessa donna sia ingravidata
contemporaneamente (o quasi) da due uomini, e in questo caso la tradi-
zione prevede che vengano concepiti due gemelli, uno divino e uno uma-
no (come Castore e Polluce oppure Ercole e Ificle); questa storia invece
prevede alcune anomalie, come il fatto che l’unione carnale avvenga in un
tempio e che il nascituro sia uno solo, Teseo. Diversa comunque la sto-
ria raccontata da Apollodoro 3,15,6-7, secondo cui Egeo, che aveva avuto
due mogli ma nessun figlio, di ritorno dall’oracolo di Delfi interpellato per
questo motivo, viene ospitato a Trezene da Pitteo e, una volta ubriaco,
giace senza rendersene conto con Etra, posseduta poi nella stessa notte
da Posidone.
2 ensem suum sub lapidem: immediato il rinvio alla storia della spada nella
roccia presente nel Ciclo Bretone e riguardante la giovinezza di re Artù:
l’arma è un simbolo di appartenenza e di forza, e documenta la trasmissio-
ne di qualità al giovane eroe che se ne impossessa superando una prova.
3 omnes occidit: il primo cimento del giovane Teseo è quello di liberare
la strada verso Atene dai predoni che l’infestavano: in qualche modo è la
prima delle fatiche ascritte all’eroe.

38
Le fatiche di Teseo appartengono alla gioventù dell’eroe e rappresentano
un’evidente alternativa tutta ateniese a quelle, ben più note e più antica-
mente documentate, di Ercole; infatti vengono probabilmente formalizza-
te nel tempo in cui la supremazia di Atene crea le proprie basi valendosi
anche di strumenti pubblicistici legati alla storia e alla tradizione. L’espo-
sizione di Igino è piuttosto sintetica e anche strutturalmente monotona:
ogni paragrafo inizia sempre col nome dell’antagonista in caso accusativo.
1 Corynetem: si tratta del soprannome (letteralmente “portatore di clava”)
di un brigante di nome Perifete, della zona di Epidauro, che la tradizione
considera figlio di Efesto-Vulcano (infatti è zoppo) mentre Igino è l’unico
a indicarne in Nettuno il padre. Il modello di Ercole è evidente anche
nel fatto che Teseo, dopo averlo ucciso, si impossessa della sua clava. Vd.
Plutarco, Thes. 8,1-2; Apollodoro, 3,16,1; in ambito latino Ovidio, met.
7,443-447.
2 Pityocamptem: soprannome (“il piegatore di pini”) di un altro brigante
dei dintorni di Corinto chiamato in realtà Sinis. Igino è molto vicino ad
Apollodoro 3,16,2 e Plutarco, Thes. 8,3; Ovidio accoglie invece la variante
secondo la quale il personaggio soleva legare i malcapitati a due alberi pie-
gati a forza in e quindi rilasciati in direzione opposta perché ne lacerassero
il corpo (met. 7,440-442).

275
Fabio Gasti

3 Procustem: anche Procuste, nome molto noto anche proverbialmente


per il supplizio del letto, è in realtà il soprannome (“il tagliatore”) di un
brigante della zona di Eleusi chiamato Damaste; Teseo lo sconfigge e, se-
condo la tradizione, gli fa subire la stessa sorte inflitta alle vittime. La te-
stimonianza più antica è quella di Bacchilide 17,27 ss; vd. anche Plutarco,
Thes. 11,1, Apollodoro, epit. 1,4.
4 Scironem: brigante operativo nel territorio di Megara. Secondo Apol-
lodoro, epit. 1,2, i passanti precipitati in mare venivano divorati da una
tartaruga. Vd. Plutarco, Thes. 10; Ovidio, met. 7,443-448.
5 Cercyonem: non è un brigante ma il re di Eleusi: sfidava i passanti a un
incontro di lotta, che vinceva sempre, finché viene sconfitto da Teseo; la
tradizione lo considera figlio di Branco e Argiope (Igino è l’unico che lo
considera figlio di Vulcano e che descrive l’incontro come un duello in
armi e non come una lotta a mani nude): vd. Bacchilide 18,25; Apollodoro,
epit. 1,3; Ovidio, met. 7,439.
6 aprum: Igino passa ora a fatiche riguardanti animali feroci: il primo è un
cinghiale (altre fonti tuttavia ricordano una scrofa, chiamata Fea, identifi-
cata come figlia di Tifone ed Echidna) che devasta il territorio del promon-
torio di Crommio, a nord di Corinto: Bacchilide 18,23-24; Apollodoro,
epit. 1,1; Plutarco tramanda anche una lettura razionalistica della storia, in
cui Fea è una donna violenta e disonesta soprannominata appunto “scro-
fa” (Thes. 9,2).
7 taurum: Igino tradizionalmente riconosce nel toro di Maratona l’animale
catturato da Ercole a Creta in una delle sue fatiche (vd. fab. 30,8): si tratta
dell’ultima fatica compiuta dall’eroe prima di essere riconosciuto come
figlio da Egeo: Plutarco, Thes. 12,3 ss; Apollodoro, epit. 1,5-6. L’impre-
sa, qui elencata in estrema sintesi, in età alessandrina costituisce l’oggetto
dell’Ecale di Callimaco.
8 oppido Gnosi: l’ultima fatica di Teseo è la più celebre ed è ambientata
oltremare, a Cnosso. In questo modo la narrazione di Igino passa ai miti di
ambientazione cretese.

39
Daedalus Eupalami filius: l’abilità tecnica (fabrica) di Dedalo è carattere
fondamentale e proverbiale del personaggio, e per di più ereditato, come
dimostra l’onomastica: Dedalo è infatti connesso al verbo greco δαιδάλλω
(“cesellare”, “intarsiare”), mentre Eupalamo significa “colui che bene si
muove”. – Perdicem: l’omicidio del nipote è raccontato anche da Apollo-
doro 3,15,8 (che sostiene che l’avrebbe precipitato dall’acropoli di Atene)
e Diodoro Siculo 4,76,4-7, dove tuttavia il personaggio si chiama Talos
(Perdice sarebbe è il nome della sorella di Dedalo); per il nome Igino

276
Commento

dipende invece probabilmente nella tradizione seguita anche da Ovidio,


met. 8,236-259 e Servio, georg. 1,143, che si rifanno a loro volta ai Camici,
una tragedia non conservata di Sofocle. – serram: l’idea era venuta osser-
vando la lisca di un pesce (fab. 274,14, come Ovidio, met. 8,244 e Servio,
Aen. 6,14) oppure la mascella di un serpente (Apollodoro 3,15,8).

40
1 amorem infandum: il mito di Pasifae è per eccellenza la storia dell’amore
innaturale (è fortissimo il concetto suggerito dall’aggettivo infandum, che
contraddice la sfera del fas, cioè il lecito, da tutti i punti di vista) fra una
donna e un animale, aggravato dalla circostanza per cui si ricorre a un espe-
diente per realizzare l’amplesso che la natura stessa impedisce. Tale amore
è considerato in tutte le versioni del mito una punizione da parte di un dio:
mentre Apollodoro 3,1,3-4 tramanda la versione più fortunata, che cioè Po-
sidone si vendica in questo modo dell’empietà di Minosse, che rifiuta di sa-
crificargli come promesso uno splendido toro bianco sorto dal mare, Igino
individua originalmente la colpa nella negligenza di Pasifae nei confronti
di Venere; quest’ultima dea è citata al proposito anche da Omero, secondo
il quale la dea dell’amore si vendica del fatto che il Sole, padre di Pasifae
(come di Circe e di Eeta), rivela a Vulcano la relazione della stessa Venere
con Marte (Od. 8,266-366). – alia amaret: Igino sceglie una formulazione a
effetto, quasi un gioco di parole, in cui alia rappresenta un predicativo e il
verbo amare assume dapprima un’accezione generica (simile a “predilige-
re”) e poi quella specifica. Sul testo e il senso vd. Stégen 1972.
2 ex quo compressu: il sostantivo compressus, derivato dal verbo comprime-
re nell’accezione di possedere carnalmente e anche violentare, è utilizzato
anche in fab. 60,1 e 63,1; per il resto, bisogna risalire alla commedia (Plau-
to, Amph. 109 e Epid. 542; Terenzio, Ad. 474) e arrivare poi a Macrobio,
Sat. 5,19,18 (la materia è mitologica: nimpha Thalia compressu Iovis gravi-
da), ma certamente si tratta di un uso non letterario.
4 in custodiam coniecit: la versione di Igino, che prevede una punizione di
Dedalo per aver assecondato la passione innaturale di Pasifae, non segue
quella più diffusa rappresentata p. es. da Apollodoro, epit. 1,12, e cioè che
Dedalo viene rinchiuso nel labirinto insieme al figlio Icaro per aver aiutato
Arianna a liberare Teseo dopo che quest’ultimo aveva ucciso il Minotau-
ro; secondo Ovidio invece Minosse si limita a vietare a Dedalo di lasciare
Creta (met. 8,183-235). – Icaro filio suo: la storia di Pasifae lascia il posto a
quella altrettanto celebre del volo sfortunato di Icaro (figlio di Dedalo e di
Naucrate, una schiava di Minosse), un mito molto raccontato in letteratura
(le versioni più note sono quelle di Apollodoro 2,6,3 e Ovidio, met. 8,183-
235) soprattutto per la lezione moralistica che contiene (il giovane che non

277
Fabio Gasti

segue i consigli degli esperti è destinato a soccombere: un parallelo in-


somma del mito di Fetonte): Dedalo sarebbe caduto nei pressi di un’isola
chiamata Doliche (Isola lunga), quindi trovato e seppellito da Eracle, che
chiama l’isola Icaria. – ad regem Cocalum: vd. fab. 44.
5 alii dicunt: Igino testimonia l’esistenza di altre versioni della fuga di De-
dalo da Creta in direzione di Atene, probabilmente create dalla pubblici-
stica ateniese.

41
1 in pugna occisus est: la notizia della morte di Androgeo in battaglia du-
rante la guerra contro Atene si trova solo qui: generalmente infatti la guer-
ra intrapresa da Minosse è considerata una conseguenza dell’uccisione del
figlio ad Atene, dove Androgeo si era recato per partecipare ai giochi delle
feste Panatenaiche (Apollodoro 3,15,7 racconta che ad assassinarlo erano
stati i concorrenti invidiosi della sua bravura altletica).
3 vela candida: la raccomandazione di Egeo è destinata a essere ignorata
per una dimenticanza da parte di Teseo e a provocare il suicidio per dispe-
razione dello stesso re: la storia viene completata nella fab. 43,2.

42
ut fratrem proderet: si allude al Minotauro, che essendo figlio di Pasifae
come Arianna va considerato propriamente il fratellastro di quest’ultima.
– licium revolvendo: la versione del mito più accreditata vuole che sia De-
dalo stesso, l’ideatore del labirinto, a suggerire ad Arianna lo stratagemma
del gomitolo affinché Teseo ritrovasse agevolmente la via d’uscita (Apol-
lodoro, epit. 1,8-9).

43
1 in insula Dia: non è univoca l’individuazione dell’isola in questione (in
particolare Dia, per la quale propende anche Catullo 64,52, trovandosi
all’imboccatura del Mar Nero, pare piuttosto decentrata rispetto a Cre-
ta): generalmente viene identificata piuttosto con Nasso (già Esiodo, fr.
298 M.-W.), secondo una tradizione che peraltro dovrebbe aver generato
anche l’espressione idiomatica “piantare in asso” per intendere “abbando-
nare improvvisamente” (con semplificazione delle due nasali contigue in
nasso > in asso). – reliquit: anche sull’abbandono di Arianna da parte di
Teseo le versioni sono diverse e non tutte a sfavore: se infatti anticamente
Esiodo vuole l’eroe innamorato di una delle ragazze ateniesi che riportava
in patria dopo averle salvate dal Minotauro (fr. 298 M.-W.), Diodoro Sicu-
lo lo fa partire all’improvviso per obbedire a un ordine di Dioniso stesso
apparsogli in sogno (5,51,4) e Plutarco racconta che la nave di Teseo fa

278
Commento

naufragio su un’isola vicino a Cipro e l’eroe, dopo aver portato in salvo


Arianna sulla terraferma, viene risospinto in mare aperto dalla tempesta
nel tentativo di recuperare la nave (Thes. 20).
2 oblitus est vela atra mutare: l’incomprensibile leggerezza dell’eroe che
provoca la morte del padre per una banale dimenticanza trova varie giusti-
ficazioni nella tradizione, dall’angoscia per il rapimento dell’amata Arian-
na da parte di Dioniso (Apollodoro, epit. 1,10; Diodoro Siculo 4,61,6),
all’incontrollata euforia per aver avuto la meglio sul Minotauro (Plutarco,
Thes. 22,1) e ancora all’obnubilamento della mente provocato nell’eroe da
Giove per vendicare Arianna (Catullo 64,204).
3 Phaedram: il matrimonio di Teseo con Fedra avrà poi conseguenze tra-
giche: vd. fab. 47.

44
in Siciliam: la permanenza di Dedalo in Sicilia presso Cocalo, re dell’antica
città di Camico (anticipata in fab. 40,4, ma vd. Apollodoro, epit. 1,13-15),
era l’oggetto di una tragedia di Sofocle non conservata, i Camici. – illae
Minoem occiderunt: se Igino resta vago, già Erodoto conserva la notizia che
le figlie di Cocalo uccidono Minosse mentre faceva il bagno versandogli
addosso acqua bollente (7,170: vd. anche Apollodoro, epit. 1,15, Ovidio,
Ibis 289-290); secondo Diodoro Siculo poi a uccidere Minosse sarebbe lo
stesso Cocalo (4,79,2-3).

45
La cupa storia di adulterio e antropofagia che ha per protagonisti Tereo,
Procne e Filomela è variamente raccontata dalla letteratura, come mostra-
no non solo gli autori che si occupano specificamente di miti (Apollodoro
3,14,8 e ampiamente Ovidio, met. 6,426-674), ma anche in particolare i
tragediografi: anche se non conserviamo le opere, sappiamo che sull’ar-
gomento Sofocle scrive un Tereo, e tragedie sul tema scrivono anche Livio
Andronico e Accio. Una storia molto simile, ma con nomi diversi, trovia-
mo citata addirittura già in Omero, Od. 19,518-523.
1 Pandionis filiam: il Pandione di cui si tratta è il figlio di Erittonio ed è
quindi legato alle origini mitiche di Atene. Secondo Apollodoro 3,14,8
Tereo ottiene la mano di Procne perché con i propri soldati viene in aiuto
dell’esercito di Pandione nella guerra contro Tebe. – suum diem obisse di-
cit: in Ovidio leggiamo invece che è la stessa Procne, presa dalla nostalgia
per la famiglia d’origine, a chiedere al marito di recarsi ad Atene per con-
vincere Filomela a raggiungerla in Tracia, causando così l’invaghimento di
Tereo alla vista della bellezza della cognata.
2 ad Lyncaeum regem: i riferimenti al re Linceo e a sua moglie Latusa

279
Fabio Gasti

(come peraltro quello a Driante al par. 3) si trovano per quanto ne sap-


piamo soltanto in Igino e potrebbero derivare da uno dei trattamenti let-
terari del mito che non possediamo. La permanenza di Filomela da Linceo
doveva impedirle di raccontare alla sorella la violenza subita da parte di
Tereo; nella versione di Ovidio invece Tereo taglia la lingua alla ragazza
per garantirsi il suo silenzio.
3 cognita sorore: la versione del mito più nota prevede che Filomela,
nell’impossibilità di parlare perché le è stata tagliata la lingua, ricami su
un tessuto la sua vicenda con Tereo e lo faccia avere a Procne (Apollodoro
3,14,18; Ovidio, met. 6,572-600).
5 Tereum… accipitrem: la versione che prevede la metamorfosi di Tereo
in sparviero è per noi documentata solo in Igino; le altre fonti letterarie
dicono invece che viene trasformato in upupa, uccello lugubre e comun-
que predatore. Servio aggiunge che in uccello viene trasformato anche Iti
(buc. 6,78).

46
La storia di Eretteo e quella di Eumolpo rappresentano miti fondativi per
gli ateniesi, che infatti divinizzano Eretteo: oltre alle diverse citazioni in
opere letterarie, sappiamo p. es. che una tragedia intitolata appunto Eret-
teo è opera sia di Euripide (abbiamo soltanto frammenti) sia, in ambito
latino, di Ennio.
1 Pandionis filius: Eretteo è figlio di Pandione e Zeusippe, come Procne,
Filomela e Bute. – filias quattuor: Apollodoro 3,15,1 riporta anche i nomi:
Creusa, Ctonia, Procri e Orizia (altre versioni ne contano sei, aggiungendo
Pandora e Protogenia); la madre era Prassitea.
2 Eumolpus: figlio di Posidone e Chione, è re di Eleusi e capostipite della
dinastia sacerdotale del santuario (gli Eumolpidi) in quanto fondatore dei
misteri di Demetra. Sul mito di Eumolpo, molto articolato e ricco di va-
rianti, vd. Apollodoro 3,15,4-5.
3 ne… laetaretur: ricorre il frequente concetto dell’invidia da parte divina
delle fortune umane (φϑόνος τῶν ϑεῶν) cui segue la punizione della reale
o presunta superbia (hybris) di colui cui arride il successo.
4 Chthonia: il nome letteralmente significa “la sotterranea”: il fatto è citato
anche in fab. 238,2. Secondo la versione di Apollodoro e quella che si può
dedurre dai frammenti dell’Eretteo di Euripide, è lo stesso re a immolare la
figlia in seguito al responso dell’oracolo prima di iniziare la battaglia decisi-
va per ottenere la vittoria – se ipsae interfecerunt: la tradizione prevede co-
munque che due figlie sopravvivano: la piccola Creusa sposerà Xuto da cui
avrà Ione (Euripide, Ione 277-280) e Orizia verrà rapita dal vento Borea.
– ab Iove… fulmine ictus est: la versione più diffusa (p. es. accolta da Euri-

280
Commento

pide) prevede invece che Eretteo sia colpito dal tridente dello stesso Posi-
done, che apre una spaccatura nella terra nella quale il re viene inghiottito.

47
La storia di Fedra e Ippolito (un personaggio che peraltro ha un nome
parlante, perché letteralmente significa “smembrato dai cavalli”) conosce
grande fortuna letteraria a partire da Euripide, che dedica a Ippolito ben
due tragedie di cui abbiamo soltanto la seconda; in ambito latino se ne
occupa comprensibilmente Ovidio (met. 15,497-546 e epist. 4,17-36) e Se-
neca compone a riguardo una tragedia, Phaedra. La versione di Igino è
perfettamente allineata a quella vulgata; molto curata e sensazionale la de-
scrizione del toro emergente dalle acque che troviamo in Seneca, Phaedr.
1036-1048, un mostro che soffia insieme acqua e fiamme e ha un’orribile
coda squamosa.

49
1 Apollinis filius: la madre è Coronide, sulla quale vd. fab. 202. – vitam red-
didisse: Asclepio, che viene anche venerato come dio della medicina, è per
eccellenza il risanatore da tutti i mali, compresa la morte: un ricco elenco
dei personaggi da lui riportati in vita troviamo p. es. in Apollodoro 3,10,3.
In Igino, astron. 2,14 troviamo l’articolato racconto della resurrezione di
Glauco, per provocare la quale Asclepio impara l’uso di un’erba miraco-
losa da due serpenti che, avvolgendosi sul suo bastone, creano un simbolo
figurativo (il caduceo) ancora oggi adottato in ambito medico.
2 in servitutem: la storia della schiavitù punitiva di Apollo, che troviamo
anche altrove (p. es. dopo l’uccisione di Pitone), è citata anticamente: vd.
Esiodo, fr. 55 M.-W.

50
1 simultatem his constituit: la prova per i pretendenti, un luogo comune in
molti miti, è citata anche da Apollodoro 1,9,15.
2 in servitium: sulle cause del periodo di schiavitù presso Admeto vd. fab.
49,2.

51
I primi due paragrafi della fabula riproducono con minime variazioni il
testo della fabula precedente. La parte nuova è costituita dal par. 3, che
racconta la storia del sacrificio di Alcesti, che si dice disposta a morire al
posto dello sposo, testimoniata già da Esiodo, fr. 54c M.-W., e trattata let-
terariamente in modo fortunatissimo da Euripide nella sua Alcesti.
3 ab Apolline accepit: secondo Eschilo, Eumen. 723-728, Apollo a sua volta

281
Fabio Gasti

deve chiedere il privilegio alle Parche, e lo ottiene dopo averle ubriacate.


– Hercules: racconta Euripide, Alc. 1140-1143, che Eracle per ottenere
Alcesti deve combattere a mani nude contro la morte stessa (Thanatos);
invece secondo la tradizione più diffusa, rappresentata p. es. da Apollodo-
ro 1,9,15, l’antagonista dell’eroe è Ade.

52
Il mito di Egina ed Eaco e la trasformazione delle formiche in uomini è
testimoniato anticamente (Esiodo, fr. 205 M.-W.); Apollodoro 3,12,6 rac-
conta peraltro che Asopo, personificazione di un fiume, va in cerca della
figlia rapita da Zeus finché quest’ultimo lo colpisce con un fulmine. In
ambito latino la versione più autorevole è quella di Ovidio, met. 7,615-674.
1 in insulam Delon: il primitivo nome di Egina (cfr. par. 4) secondo Igino è
Delo, mentre per Ovidio è Oenopia (Enopia comunque già Pindaro, Nem.
8,21); la tradizione conserva tuttavia per l’isola il nome di Enone (“terra
del vino”: p. es. Erodoto 8,46 e Apollodoro 3,12,6).
2 serpentem in aquam misit: Igino sintetizza al limite della reticenza l’am-
pia ricostruzione ovidiana: in questa Giunone manda sull’isola una terribi-
le pestilenza che perfino costringe i serpenti a cercare ristoro nelle acque
finendo così per avvelenarle. – debitum naturae solvebat: l’espressione di
tipo giuridico debitum solvere (“estinguere il debito”), di uso piuttosto
comune, viene adottata qui in senso idiomatico per indicare la morte, in-
tendendo che l’uomo morendo pareggia il conto con la natura aperto nel
momento della nascita, le restituisce insomma ciò che da lei aveva avuto,
cioè la vita; oltreché in questo luogo di Igino (e in fab. 26,3), si trova un
paio di volte in Ambrogio (hex. 5,16,55 e exp. psalm. 118,18,46) per ritro-
varsi poi in età medievale.

53
1 Titanis filiam: si tratta del titano Ceo, figlio di Urano e Gea; in gen. 10 è
invece annoverata fra le figlie di Polo.
2 mobilis fuit: Ortigia-Delo è considerata un’isola fluttuante e disabitata,
finché, quale ricompensa per aver accolto Latona fuggitiva e averle per-
messo di partorire, viene fissata al fondale marino e diventa popolosa, se-
condo una tradizione ampiamente illustrata dall’Inno omerico ad Apollo.
– oleam tenens: la tradizione più antica e locale parla in realtà non di un
ulivo ma di una palma, simbolo di fecondità: Omero, Od. 6,162-163; Inno
omerico ad Apollo 117-119. – Delos est appellata: Igino propende dunque
per la tradizione che identifica Ortigia e Delo, ma secondo un’altra ver-
sione si tratta di due isole distinte: nell’Inno omerico ad Apollo leggiamo
infatti che Apollo nasce a Delo mentre Artemide a Ortigia e per Strabone

282
Commento

10,5,5 Ortigia va identificata con Renia, un isolotto vicino a Delo.

54
1 fatum fuit: la storia della profezia è bene attestata in letteratura: Igino qui
segue la versione di Eschilo (Prometeo incatenato, 908-915).
2 praeter Prometheum: a differenza della versione seguita da Igino, per
Ovidio è Proteo l’unico a conoscere l’oracolo (met. 11,211-228), mentre è
Temis per Pindaro, Isthm. 8,27-48 e Apollodoro 3,13,5.
3 in coniugium Peleo: il matrimonio con un mortale, che in questa versio-
ne rappresenta un opportuno escamotage a favore di Giove, in un’altra
versione appare invece una punizione inflitta a Teti dallo stesso Giove,
perché, per rispetto di Giunone, aveva rifiutato la sua corte (Apollonio
Rodio 4,790-98; Apollodoro 3,13,5). – eius cor exedebat: Igino è l’unico
a raccontare che l’aquila rosicchia il cuore di Prometeo (vd. anche fab.
144,2); ogni altra versione di questo celebre mito parla infatti di fegato. –
mittitur Hercules ut aquilam interficiat: la liberazione di Prometeo da parte
di Ercole era oggetto del perduto Prometeo liberato di Eschilo ma pare
accennata anche in Esiodo, theog. 527-529; vd. anche Apollodoro 2,5,11.
–––
– post XXX annos: anche se l’editio princeps riporta triginta, è universal-
mente accettata la ragionevole ed economicissima correzione di Rose, che
porta il limite cronologico a trentamila anni: è infatti questo il dato che si
legge anche in un frammento del Prometeo liberato di Eschilo (208a Radt)
e soprattutto in Igino, astr. 2,15,3.

55
Terrae filio: l’epiteto attribuito a Tizio è antico e di sapore epico (Omero,
Od. 11,576; Virgilio, Aen. 6,595), ma il mito ne fa il figlio di Elara che,
resa gravida da Giove, viene poi nascosta nelle profondità della terra per
timore delle ritorsioni di Giunone; quando partorisce, il bambino di di-
mensioni prodigiose fuoriesce dalla terra e da qui il suo epiteto (vd. già
Esiodo, fr. 78 M.-W.; Apollodoro 1,4,1). – ut Latonae vim afferret: questa
versione del mito, secondo cui Tizio tenta di violentare Latona per ordine
di Giunone e di conseguenza viene ucciso da Giove, si trova soltanto in
Igino; la tradizione racconta invece che Tizio attenta a Latona di propria
iniziativa, e per questo viene ucciso a colpi di freccia dai figli di questa,
Diana e Apollo (p. es. Pindaro, Pyth. 4,90-92; Apollodoro 1,4,1; Lucrezio
3,984-991). – serpes ei appositus: già a partire da Omero, Od. 11,576-581,
la tradizione parla non di un serpente ma di avvoltoi; Tizio comunque è
uno dei “dannati eccellenti” che si trova sempre citato nelle descrizioni dei
luoghi infernali (oltre a Omero, vd. almeno Lucrezio 3,984-994 e Virgilio,
Aen. 6,595-600).

283
Fabio Gasti

56
Sulla figura di Busiride vd. soprattutto Apollodoro 2,5,11, anche se si trat-
ta di un personaggio molto citato in letteratura (p. es. Erodoto 2,45; Dio-
doro Siculo 1,67,11 e 4,18,1; Virgilio, georg. 3,5; Ovidio, met. 9,182-183) la
sua morte per mano di Ercole è peraltro annoverata fra i parerga dell’eroe
in fab. 31,2.
Thrasius: Apollodoro 2,5,11 al proposito documenta una grafia legger-
mente diversa: Φράσιος, corrispondente dunque a Phrasius; l’editio prin-
ceps riporta invece Thasius.

57
La storia di Bellerofonte e Stenebea ricalca un modello noto e piuttosto
diffuso (p. es. quello di Fedra e Ippolito: qui fab. 47). In letteratura si trova
a partire da Omero, Il. 6,155-195 (dove però la donna si chiama Antea),
ed Esiodo, theog. 319-325, e sappiamo che Euripide è autore di una trage-
dia intitolata appunto Stenebea di cui abbiamo solo frammenti; vd. anche
Apollodoro 2,3,1.
2 talem virum: caso di usura dell’aggettivo talis, che ha perso il valore
“classico” per rappresentare semplicemente un aggettivo dimostrativo. –
ad Chimaeram: il mostro era figlio di Tifone ed Echidna. Dalla descrizione
di Apollodoro 2,3,1 sappiamo che aveva il corpo di leone, la coda di ser-
pente e tre teste, di cui quella in mezzo di capra da cui eruttava fiamme.
3 Il breve paragrafo contiene una descrizione della chimera che ha tutte le
caratteristiche di una glossa apposta da qualche lettore a un manoscritto
e poi, come spesso succede, penetrata nel testo. Per questo Rose (seguito
da Boriaud) l’aveva espunto ritenendo il testo non genuino. L’espressione
media ipsa Chimaera (ripetuta poi in fab. 151,1) è la riproduzione della
clausola di un verso di Lucrezio (5,905: qui fieri potuit, triplici cum corpore
ut una, / prima leo, postrema draco, media ipsa Chimaera, / ore foras acrem
flaret de corpore flammam?).
4 coxas eiecisse: Pegaso disarciona Bellerofonte perché il cavaliere, insu-
perbito dalla vittoria sulla chimera, punta verso il cielo: si tratta di un caso
classico di hybris, cioè di superbia umana, che gli dei sono soliti punire in
vario modo: per quanto ci è dato sapere dai frammenti conservati, nel Bel-
lerofonte di Euripide il protagonista compariva sulla scena appunto zop-
picando (vd. anche Pindaro, Isthm. 7,43-47). – alteram filiam: secondo la
tradizione il suo nome era Filonoe, “l’amante del senno”, che rappresenta
l’esatto opposto di Stenebea. – se interfecit: da quanto sappiamo, nella sua
Stenebea Euripide racconta invece che è lo stesso Bellerofonte a vendicarsi
della donna, facendola salire su Pegaso che l’avrebbe poi disarcionata pre-
cipitandola in mare dove trova appunto la morte.

284
Commento

58
Per la storia di Smirna, chiamata più comunemente Mirra (questo il titolo
p. es. della tragedia Vittorio Alfieri le dedica), vd. ampiamente Apollodoro
3,14,4; Ovidio, met. 10,298-518; sappiamo che la storia era stata trattata
anche da Antimaco di Colofone e Catullo (95) ci testimonia che un epillio
letterariamente molto elaborato dal titolo Zmyrna era opera del suo amico
Elvio Cinna; la testimonianza più antica del mito si deve comunque a Esio-
do, fr 139 M.-W. Il nome Smirna compare tuttavia in fab. 242,4.
1 Cynirae Assyriorum regis: il testo di Igino dipende da una fonte ibrida:
secondo le versioni correnti Smirna è figlia di Tiante, re di Assiria (Apollo-
doro), oppure di Cinira, re di Pafo (Ovidio). – superbius locuta: la passione
di Smirna per il padre è una punizione dovuta al comportamento superbo
della madre (il tipico atteggiamento dettato dalla hybris), in Apollodoro
invece è la stessa ragazza a provocare Afrodite rifiutandosi di compiere
i sacrifici alla dea. – infandum amorem: l’amore concepito da Smirna è
“indicibile”: l’aggettivo infandus (simile a nefandus) nega infatti la sfera
del fas, cioè del lecito e del convenzionale, ed è lo stesso utilizzato per
descrivere l’amore di Pasifae per il toro (fab. 40,1).
2 pudore stimulata: secondo Apollodoro e Ovidio, Smirna fugge dalla città
perché il padre, una volta scoperto l’inganno e resosi conto di aver com-
piuto un gesto indicibile, insegue la figlia con la spada per ucciderla finché
quest’ultima impietosisce gli dei e subisce la metamorfosi in albero.
3 natus est Adonis: Adone nasce dalla corteccia dell’albero in cui Smirna
era stata trasformata. Secondo la tradizione (Apollodoro 3,14,4; Bione,
Epitafio di Adone) era così bello che di lui si innamorano sia Afrodite sia
Persefone, regina dell’Ade, al punto che ne nasce una controversia affi-
data al giudizio dello stesso Zeus: Adone sarebbe stato quattro mesi con
l’una, quattro con l’altra e quattro con chi voleva; avendo egli scelto di
restare con Afrodite anche il terzo dell’anno rimanente, Ares, accecato
dalla gelosia, gli scaglia contro un cinghiale che lo uccide. Smirna viene
quindi “vendicata” perché Venere resta vittima di una passione violenta
e incontenibile come quella a suo tempo da lei fatta nascere nella madre
del suo amato.

59
La storia dell’amore e della morte di Fillide è raccontata da Apollodoro,
epit. 6,16-17; Servio, buc. 5,10 che rispettivamente la arricchiscono in tono
romanzesco; Ovidio le dedica la seconda delle Epistulae Heroidum.
1 in Thraciam: Demofonte attraversa la Tracia nel suo cammino per Troia,
dove riscatta la nonna Etra, condottavi in schiavitù (vd. fab. 79,4).
2 Ἐννέα Ὁδοὶ: questa spiegazione eziologica sul nome del luogo si trova

285
Fabio Gasti

soltanto qui; questo è il sito dove poi viene localizzata la città di Anfi-
poli. Apollodoro racconta invece che è Fillide ad accompagnare fin qui
Demofonte alla sua partenza. Il nome greco è restituito da Rose; il testo
dell’editio princeps è infatti Enneados (conservato da Boriaud) – spiritum
emisit: la morte per il desiderium (il termine latino indica insieme mancan-
za, nostalgia, rimpianto) dell’amato è qui descritta come una romantica
consunzione, mentre nella versione più intrecciata di Apollodoro, Fillide
si toglie la vita maledicendo l’ingrato Demofonte, nel frattempo stabilitosi
a Cipro, e provocando la morte di quello; in fab. 243,6 Igino adotta la
versione che vede Fillide darsi la morte impiccandosi.
3 arbores ibi sunt natae: Servio, buc. 5,10, identifica in queste piante il
mandorlo. – folia Graece phylla sunt appellata: la notazione etimologica in
riferimento al greco φύλλα è integrata da Servio con la notizia che prima
il nome greco delle foglie era πέταλα.

60
Questa versione del mito di Sisifo viene tramandata solo da Igino. La tra-
dizione conserva tuttavia altre versioni relative a questo personaggio che
variamente viene ricordato come colui che svela agli uomini i progetti degli
dei (Servio, Aen. 6,616), che rivela ad Asopo che era stato Zeus a rapire
la figlia di quello, Egina (Apollodoro 1,9,3; Pausania 8,5,1), o ancora che
riesce con uno stratagemma a tornare in vita dopo esser morto per essere
poi riportato a forza negli inferi (Teognide 702-713).
3 saxum: Sisifo è uno dei grandi dannati nell’immaginario mitologico:
mentre infatti non c’è concordanza sulla natura della sua impietas, la pena
a cui è condannato, e cioè la sua vana fatica, è senz’altro ricordata ed è
presente anche come elemento proverbiale.

61
La storia di Salmoneo, un ennesimo esempio di hybris rappresentato da
un uomo che vuole essere pari a un dio (in questo caso addirittura il padre
di tutti gli dei), è presente in dettaglio in Apollodoro 1,9,7 e Virgilio, Aen.
6,585-594, ma la troviamo citata già in Esiodo, fr. 30 M.-W. e dai frammen-
ti di un dramma satiresco di Sofocle intitolato appunto Salmoneo.
tonitrua: il testo di Igino si limita di fatto a raccontare come Salmoneo
imitasse i fulmini di Giove; in Servio, Aen. 6,585 (ma già anche in Manil.
5,91-96) leggiamo che imitava anche i tuoni, legando al suo carro otri pieni
di ghiaia e vasi di bronzo e trascinandoli in velocità su una struttura so-
spesa da terra.

286
Commento

62
Anche Issione è ricordato come uno dei grandi dannati del mito perché
di fatto nella sua superbia sfida Zeus cercando unirsi alla moglie di questo
e di conseguenza riceve una punizione esemplare. La storia è variamente
citata in letteratura: la più antica testimonianza della versione raccontata
da Igino è in Pindaro, Pyth. 2,35-49, e sappiamo che sia Eschilo che Euri-
pide avevano scritto una tragedia intitolata appunto Issione. Una diversa
versione è testimoniata anticamente da Omero, Il. 317-318, dove è Zeus a
violentare la moglie di Issione generando Piritoo.
Leontei filius: soltanto Igino attribuisce Leonteo come padre a Issione; le
altre fonti citano nomi diversi e per questo, a differenza degli editori recen-
ti, Rose a suo tempo riteneva il testo corrotto.

63
Il mito di Perseo, fondatore della dinastia regia di Argo, e della madre
Danae è stato oggetto di diversi trattamenti drammatici che conosciamo
soltanto per pochi frammenti: Eschilo è autore di un dramma satiresco
intitolato i Trascinatori di reti, che racconta il ritrovamento della cassa in
mare, Sofocle scrive un Acrisio e una Danae, Euripide infine ancora una
Danae e un Ditti.
1 in muro lapideo: secondo Apollodoro 2,4,1 la prigione di Danae sarebbe
stata sotterranea e protetta da pareti di bronzo; così anche Sofocle, Ant.
994-997. – Iovis: la versione di Apollodoro dice che a unirsi a Danae non
era stato Giove ma Preto, il fratello di Acrisio, interpretando dunque la
prigionia della ragazza come una punizione e non come una cautela.
3 in insulam Seriphum: i latini modificano la versione classica del mito e
immaginano una continuazione italica delle vicende: la cassa giunge nel
Lazio e viene recuperata dal dio Pilumno, che quindi sposa Danae fon-
dando poi con lei la città di Ardea (Virgilio, Aen. 7,371-372; Servio, Aen.
10,76). – piscator Dictys: Igino si limita a citare questo personaggio-chiave;
per Apollodoro 2,4,2-3 invece si tratta del fratello del re Polidette.
5 funebres ludos: Apollodoro 2,4,4 colloca in un’altra occasione i giochi in
cui Acrisio trova accidentalmente la morte secondo la profezia: si tratta dei
giochi funebri del padre di re Teutamide di Larissa in Tessaglia, cui Perseo
partecipa, finendo per colpire il nonno che si era rifugiato là per timore di
essere ucciso dal nipote. – deorum factum est: l’intera frase ha un sapore
sentenzioso e conclude il racconto esprimendo una morale contenente il
giudizio dell’autore. – regnaque avita possedit: anche in questo il racconto
di Apollodoro si conclude in modo diverso: sconvolto per aver provocato
la morte del nonno, Perseo cede il regno di Argo a Megapente, figlio di
Preto, ottenendo in cambio quello di Tirinto.

287
Fabio Gasti

64
Il mito ha molta risonanza letteraria, soprattutto per gli “effetti specia-
li” da ravvisare da un lato nel mostro marito e dall’altro nella testa della
Gorgone che pietrifica: una tragedia intitolata Andromeda è opera sia di
Sofocle che di Euripide; vd. anche Apollodoro 2,4,3-4 e in ambito latino
Ovidio, met. 4,670-756 e Igino, astr. 2,11.
1 Nereidibus anteposuit: la superbia di Cassiopea è un tipico gesto di
hybris nei confronti delle divinità, regolarmente punito da queste ultime;
secondo Apollodoro invece è la propria bellezza che Cassiopea magnifica.
– Cephei filia: nella versione di Apollodoro il padre di Andromeda, Cefeo,
è re di Etiopia.
2 eo dicitur venisse: Perseo giunge a uccidere il mostro marino e quindi
a liberare Andromeda di ritorno dalla sua impresa maggiore, cioè l’ucci-
sione di Medusa, una delle tre Gorgoni, un mito molto noto e raccontato
in antico. Di questo tuttavia Igino stranamente non fa menzione nella sua
opera, pur considerandone qui le conseguenze, e cioè il possesso da parte
dell’eroe della testa con i capelli di serpenti che Perseo aveva staccato dal
corpo di Medusa e che brandiva come un’arma, avendo questa conservato
il potere di pietrificare chi l’avesse guardata. – liberasse a periculo: mentre
Igino si mostra molto reticente su questa parte del mito, che evidentemen-
te non gli interessa, al combattimento fra Perseo e il mostro Ovidio dedica
un’ampia sezione del suo racconto. – cum Agenore: Agenore è fratello di
Cefeo e promesso sposo di Andromeda; non c’è concordanza con l’iden-
tificazione del personaggio: in Apollodoro 2,4,3 e Ovidio, met. 5,1-235 si
chiama Fineo.
4 Polydectes: evidentemente qui Igino si serve di fonti diverse rispetto a
quelle seguite a proposito del racconto precedente, dove Polidette è de-
scritto come premuroso nei confronti di Danae e Perseo; qui invece risulta
personaggio negativo e ostile, che invia Perseo ad affrontare le Gorgoni
per poter avere campo libero con Danae e poi ne ha paura una volta che lo
vede tornare vittorioso al punto da volerlo uccidere.

65
La storia di Ceice e Alcione così come è raccontata da Igino segue la ver-
sione raccontata dettagliatamente e in toni drammatici da Ovidio, met.
11,710-748. Del tutto diversa invece quella di Apollodoro 1,7,4, dove i due
peccano di hybris atteggiandosi rispettivamente a Zeus ed Era e subiscono
pertanto la metamorfosi per punizione.
nautae alcyonia appellant: si tratta delle due settimane di bonaccia a cavallo
del solstizio d’inverno, nelle quali secondo la tradizione Zeus impone la
calma al mare per permettere agli alcioni di deporre le uova sulla distesa

288
Commento

piatta e di covarle in galleggiamento fino allo schiudersi (vd. p. es. Plinio,


nat. 2,125; Gellio 3,10,5; anche Ambrogio, hex. 5,13,40).

66
Con questo racconto inizia la sezione relativa a Tebe, che espone materiali
mitici ampiamente documentati dalla letteratura sia drammatica che epica.
2 Periboea: questo il nome tramandato p. es. da Apollodoro 3,5,7 e presen-
te anche nell’Oedipus di Seneca; nell’Edipo re di Sofocle invece si chiama
Merope. – ad mare: Igino segue una variante che fa del piccolo Edipo
un “affidato alle acque”, secondo un luogo comune leggendario che fa
ricordare almeno le storie di Mosè e di Romolo e Remo; nella versione
classica sofoclea invece l’esposizione avviene sul monte Citerone, dove un
pastore raccoglie il bambino e lo consegna a uno dei servi del re Polibo. –
pedes transiectos: il nome Edipo letteralmente significa “piedi gonfi”, e la
spiegazione etimologica in genere non manca mai nei racconti di questo
mito: secondo Sofocle era stato Laio a bucare le caviglie del neonato per
applicarvi un laccio al fine di esporlo (Oed. rex 717-722 e 1032-1034).

67
1 aequales obiciebant: Igino segue la versione accolta da Apollodoro 3,5,7
e attribuisce il dubbio di Edipo sulla propria nascita alle insinuazioni dei
compagni, invidiosi della sua prestanza fisica; diversamente Sofocle l’attri-
buisce alle rivelazioni di un convitato ubriaco (Oed. rex 779-780).
3 detraxit et occidit: il caso vuole che Edipo e Laio si incontrino da direzio-
ni opposte sulla stessa via per Delfi, per interrogare l’oracolo in fondo sulla
stessa circostanza: la sintesi di Igino ricalca la versione classica di Sofocle
(Oed. rex 800-813; vd. anche Apollodoro 3,5,7), tranne nel particolare del
piede schiacciato, per cui non si risale a una fonte certa.
4 Sphinx: secondo Apollodoro 2,3,8 la sfinge, figlia del gigante Tifone e di
Echidna, rappresenta una punizione inviata a Tebe da Era per vendicare il
rapimento di Crisippo da parte di Laio (vd. fab. 85); lo stesso Apollodoro
la descrive come un mostro dal volto di donna, il corpo di leone e le ali di
uccello (3,5,8), ma p. es. in Sofocle Edipo la chiama con disprezzo «cagna
che ricuce canti» (Oed. rex 391). – carmen: il termine designa variamente
il canto poetico, ma anche la formula magica e in generale connota forme
cadenzate e variamente ritmiche di comunicazione caratterizzate da solen-
nità; qui si riferisce al celebre enigma che descrive l’uomo come l’essere
con una sola voce e dotato dapprima di quattro, poi due e infine tre gambe
(Apollodoro 3,5,8, ma il riferimento è in vari altri autori).
6 ex draconteo genere: l’espressione si riferisce alla discendenza di Cad-
mo, che per fondare Tebe aveva dovuto uccidere un drago, seminarne i

289
Fabio Gasti

denti e uccidere i guerrieri (gli “sparti”, cioè i seminati) nati da questi


(vd. fab.178,5-6); tutti i discendenti di Cadmo recavano su corpo anche un
insigne, cioè un marchio, un tatuaggio, citato in fab. 72,3. – Menoeceus Io-
castae pater: figlio di Oclaso, Meneceo è padre di Creonte e Giocasta; il suo
suicidio come sacrificio per salvare Tebe dalla peste è confermato dalla fab.
242,3, ma non trova altra documentazione nei testi a noi noti. Probabil-
mente nelle fonti di Igino si è ingenerata confusione con il figlio di Creonte
e nipote di Meneceo, pure di nome Meneceo, di cui si parla in fab. 68,4.
7 palam fecit… agnovit: il riconoscimento di Edipo come figlio di Laio
qui avviene in due momenti, dapprima grazie alla rivelazione di Peribea e
poi con la conferma del vecchio che riconosce le antiche cicatrici; Sofocle
invece adotta una versione più drammatica, in cui Edipo estorce la confes-
sione al vecchio servo di Laio che l’aveva esposto e al servo di Polibo che
l’aveva raccolto.
8 a Thebis… profugit: l’allontanamento di Edipo da Tebe è considerato
una conseguenza del gesto empio anche nell’Edipo re e nell’Edipo a Colo-
no di Sofocle, in quanto essere contaminato e destinato a espiare con una
vita raminga e desolata. Tuttavia secondo un’altra versione, p. es. accolta
da Euripide nelle Fenicie, Edipo resta a Tebe, seppure in una sorta di re-
clusione.

68
Il materiale qui sintetizzato alimenta i trattamenti letterari dei mito dei
“sette a Tebe”, che immediatamente riporta, in momenti e luoghi ben di-
versi, all’omonima tragedia di Eschilo e alla Tebaide di Stazio. Anche per
questo, il titolo della fabula appare del tutto parziale.
1 cedere noluit: i due figli maschi di Edipo ricevono il regno dal padre
impegnandosi a regnare ad anni alterni (vd. fab. 67,8); la discordia nata fra
loro per la brama di potere è luogo comune, e come tale ricordato varia-
mente in letteratura: il rifiuto da parte di Eteocle in particolare è ricordato
nelle Fenicie di Euripide e da Apollodoro 1,8,5.
2 Capaneus: Capaneo afferma che nemmeno il fulmine di Giove avreb-
be potuto fermarlo nella conquista di Tebe e per questo viene incenerito
(Eschilo, Sept. 423-446; Euripide, Phoen. 1172-1186; Apollodoro 3,6,7;
Stazio, Theb. 10,827-936): l’episodio diventa presto simbolo di hybris e
così arriva fino a Dante, che colloca il personaggio, raffigurato come un gi-
gante ancora preda di quel sentimento, fra i bestemmiatori (Inf. 14,43-75).
3 alius alio seducitur: l’immagine tradizionale della colonna di fumo che si
eleva dal rogo dei cadaveri dei due fratelli e che si bipartisce contro ogni
legge fisica rappresenta in modo molto efficace la discordia di quelli, che
non si acquieta neppure dopo la loro morte.

290
Commento

4 ex dracontea progenie: vd. fab. 67,6 e nota. – Menoeceus: il volontario


sacrificio del figlio di Creonte, nipote quindi di un omonimo personaggio
(vd. comunque fab. 67,6), è spesso ricordato come gesto magnanimo per
salvare la patria: p. es. Euripide, Phoen. 903-1018; Apollodoro 3,6,7; Cice-
rone, Tusc. 1,116; Stazio, Theb. 10,589 ss.

69
1 responsum ab Apolline fuit: l’oracolo di Apollo ad Adrasto è ricordato da
Euripide sia nelle Fenicie 408-411 che nelle Supplici 132 ss., ma anche da
Apollodoro 3,6,1 e da Stazio, Theb. 1,390-400.
3 incognita veste venisse: alcune fonti (p. es. Apollodoro 3,6,2) tramandano
al proposito una versione più razionalistica, precisando che non si trattava
di un travestimento o comunque di un abbigliamento particolare, ma che
sullo scudo dei due guerrieri figurava rispettivamente l’immagine di un
leone e quella di un cinghiale.
7 Amphion: sulla costruzione prodigiosa delle mura di Tebe vd. fab. 9,1
e nota. – hae autem fuerunt: diversa la lista di nomi contenuta in Eschilo,
Sept. 375 ss. (Preto, Elettra, Nuova, Atena Onca, Nord, Omoloide, Setti-
ma) e ancora in Apollodoro 3,6,6 (Omoloide, Ogigia, Pretide, Oncaide,
Ipsista, Elettra, Crenide); a ogni porta si schiera uno dei sette eroi da cia-
scuna delle due parti in guerra.

70
La lista dei Sette a Tebe è del tutto tradizionale, e come tale ricorrente
negli stessi termini nei testi letterari che trattano il mito: vd. p. es. Eschilo,
Sept. 375 ss., Sofocle, Oed. Col. 1309 ss., Euripide, Phoen. 1090 ss., Apol-
lodoro 3,6,3.
2 equi beneficio: il cavallo di Adrasto si chiama Arione: nato in Beozia
dall’unione di Posidone e Demetra (Apollodoro 3,6,8), viene donato al re
beota Copreo, che a sua volta lo dona a Eracle (è a cavallo di questo che
vince la gara contro Cicno: fab. 31,3), che lo cede infine ad Adrasto.

71
1 vicariam vitam dedit: essendo Adrasto l’unico sopravvissuto dei sette
condottieri, suo figlio Egialeo compensa essendo l’unico dei figli di questi
a morire. Lo scambio della vita è un tratto favolistico attestato in ambienti
e storie diverse, la più famosa delle quali è quella di Alcesti (vd. fab. 51,3).

72
La vicenda di Antigone è materia trattata dalla celebre tragedia di Sofocle,
che tuttavia qui Igino mostra di non seguire quanto a contenuto, forse a

291
Fabio Gasti

favore dell’Antigone di Euripide, di cui però abbiamo soltanto qualche


notizia, o di altri trattamenti letterari del mito, anche di ambito latino, che
non siamo in grado di seguire: ricostruzione del problema in Inglese 1992.
1 Antigona soror et Argia coniunx: la moglie di Polinice, Argia, non com-
pare nell’Antigone di Sofocle, dove Antigone è accompagnata dalla sorella
Ismene, che tuttavia alla fine non si sente di sostenere il suo progetto di
dare sepoltura al fratello. – in eadem pyra: altra differenza con la tragedia
sofoclea, dove Antigone si limita a seppellire simbolicamente Polinice get-
tando sul suo cadavere qualche manciata di terra.
3 in corpore insigne habebant: sappiamo da Plutarco che si trattava di una
specie di tatuaggio a forma di lancia (sera num. vind. 563a-b); quanto alla
stirpe del drago, vd. fab. 67,6 e nota.
4 Megaram… Therimachus et Ophites: vd. fab. 31-32.

73
Il mito è materia drammatica: una tragedia intitolata Alcmeone si attribui-
sce a Eschilo ed Euripide ne aveva dedicate ben due a questo personaggio,
mentre in ambito latino un altrettanto perduto Alcmeo (o Alcumeo) è ope-
ra di Ennio; vd. comunque Sofocle, Electr. 835 ss.; Ovidio, met. 9,406-412.
3 terra est devoratus: sulla scenografica fine di Anfiarao vd. naturalmente
Stazio, Theb. 7,690-893, che Dante ricorda in Inf. 20,31-34.

74
Sappiamo che una tragedia intitolata Ipsipile è opera sia di Eschilo che di
Euripide, ma sono conservati soltanto riassunti; il testo di Igino comunque
pare seguire molto da vicino la versione formalizzata da Apollodoro 3,6,4.
1 in servitute: Ipsipile è venduta come schiava dai predoni dopoché fugge
da Lemno, dove le donne l’avevano minacciata di morte, quando scopro-
no che ha contravvenuto all’accordo di uccidere tutti gli uomini salvan-
do la vita al padre Toante (vd. fab. 15,5). – Archemorum sive Ophitem: il
bambino allevato da Ipsipile secondo Apollodoro è figlio di Licurgo (non
Lico, nome che in Igino è probabilmente frutto di una banalizzazione) ed
Euridice; sempre in Apollodoro il nome è Ofelte (e non Ofite), ma viene
cambiato in Archemoro (letteralmente “iniziatore del destino”) dai Sette
condottieri, per suggerimento di Anfiarao: un nome parlante che allude
al destino di morte che li attendeva a Tebe. – ne in terram puerum depo-
neret: la notizia sul responso dell’oracolo compare solo qui fra i testi noti
sull’argomento.
2 puerum in terram deponere, etc.: il testo presenta una sintassi franta e
disarticolata (la frase che inizia il periodo ha per soggetto illa, ma bru-
scamente la struttura cambia e la principale ha come soggetto apium), al

292
Commento

punto che c’è chi ha supposto una lacuna. A dire il vero il testo di Igino
mostra abbastanza spesso cambi strutturali di questo tipo e comunque il
senso è del tutto evidente.
3 ludosque… funebres instituerunt: si tratta dei Giochi Nemei, che in età
storica si celebrano ogni due anni (e non ogni quattro), e Apollodoro con-
serva anche la distinta dei vincitori delle prime gare; secondo una tradi-
zione parallela i Giochi vengono istituiti da Ercole una volta sconfitto il
leone di Nemea.

75
Il racconto del duplice cambiamento di sesso di Tiresia è presente in molti
testi antichi: per tutti vd. almeno Apollodoro 3,6,7 (che dice di prendere
la notizia da Esiodo) e Ovidio, met. 3,316-338: quest’ultimo precisa che
Tiresia restò femmina per sette anni.
1 dracones venerantes: degno di nota il participio venerantes, connesso
etimologicamente con il tema di Venus, che esprime quello che Ovidio
racconta più distesamente (met. 3,324-325: duo magnorum… coeuntia…
/ corpora serpentum), come se fosse Venere (cioè amore) coeuntes (“che si
univano in amore”); si tratterebbe di un verbo omografo di veneror (“ve-
nerare”), che non troviamo diversamente attestato in tutta la latinità, e
non è pertanto escluso che siamo in presenza di una corruzione del testo.
2 quis magis… voluptate caperet: il giudizio di Tiresia propende per l’opi-
nione di Giove, ma in maniera non schiacciante: Apollodoro esplicita il
ragionamento dicendo che dal punto di vista di Tiresia, dividendo il piacere
amoroso in 19 parti uguali, dieci spettavano al maschio e nove alla femmina.
3 eum excaecavit: la cecità è condizione specifica dell’abilità divinatoria di
Tiresia e nelle varie versioni, tutte sintetizzate da Apollodoro, rappresenta
una punizione per un gesto indebito nei confronti degli dei: qui per aver
dato la vittoria a Giove invece che a Giunone, altrimenti per aver rivelato
agli uomini i progetti segreti degli dei o ancora per aver guardato inde-
bitamente Atena nuda mentre faceva il bagno in una sorgente sul monte
Elicona.

77
Leda, figlia di Testio re dell’Etolia, partorisce due coppie di gemelli da
due padri diversi, cui secondo una tradizione si unisce nella stessa notte:
l’attribuzione di ogni coppia al legittimo padre corrisponde a quella di
Apollodoro 3,10,7, che ricorda anche che la trasformazione di Giove in
cigno fa sì che i suoi figli nascano da un uovo (conservato in un tempio a
Sparta e visto da Pausania 3,16,1). Nella successiva fab. 78,1 Igino eviden-
temente segue una versione diversa perché attribuisce a Tindaro la pater-

293
Fabio Gasti

nità di Elena e Clitemnestra. La circostanza per cui un dio e un mortale


si uniscono nella stessa notte a una mortale, che quindi inizia una duplice
gravidanza, si verifica anche a proposito di Alcmena, che si unisce a Giove
e ad Anfitrione (vd. nota a fab. 29,4).

78
1 Clytaemnestram et Helenam: vd. invece fab. 77 e nota. – complures...
proci: all’elenco dei pretendenti Igino dedica la fab. 81.
2 repudiari filiam suam: il testo non chiarisce il motivo dell’eventuale ripu-
dio di Clitemnestra da parte di Agamennone, circostanza che Tindaro vuole
scongiurare a ogni costo: possiamo ipotizzare che si trattasse di una ritorsione
nel caso in cui Elena non fosse andata sposa a Menelao, fratello di Agamen-
none. – monitus ab Ulixe: il re di Itaca impersona sempre l’astuto consigliere,
ma in questo caso con un evidente tornaconto: Apollodoro 3,10,9 ricorda
infatti che in cambio ottiene da Tindaro l’impegno a convincere Icario a dare
in sposa a Ulisse la figlia Penelope. – iureiurando se obligavit: probabilmente
Igino travisa le sue fonti, perché già nel Catalogo delle donne di Esiodo (fr.
204 M.-W.; vd. anche Apollodoro 3,10,9) sono i pretendenti a pronunciare
un giuramento in forma solenne impegnandosi ad aiutare il prescelto a difen-
dere l’unione matrimoniale a ogni costo e pertanto stabilendo le basi della
futura alleanza contro Troia. – arbitrio Helenae: sempre secondo Apollodoro
è lo stesso Tindaro a operare la scelta e non Elena; un’altra tradizione invece
racconta che il nome di Menelao viene estratto a sorte.

79
1 Athenas in pagum Atticae regionis: la tradizione vuole che Elena, ancora
bambina, venga rapita mentre danzava nel tempio di Artemide Orzia a
Sparta e portata ad Afidna, un demo dell’Attica (Erodoto 9,73; Plutarco,
Thes. 31 ss.; Apollodoro 3,10,7 e epit. 1,23, che dice che all’epoca Elena
aveva dodici anni), e pertanto questo è il pagus cui Igino dovrebbe riferirsi;
la menzione di Atene nel testo deve quindi intendersi come una determi-
nazione generica di luogo.
2 Proserpinam in coniugio: come Piritoo aiuta Teseo a rapire la piccola
Elena, così quest’ultimo aiuta l’amico nella sua trasferta negli inferi, in
un’operazione che pure riveste caratteri di esagerata tracotanza, la solita
hybris punita dagli dei; in questo senso, Igino è l’unico che descrive la
vicenda come conseguenza di un suggerimento di Giove. La discesa della
coppia di amici nell’oltretomba appartiene comunque alla tradizione let-
teraria a partire almeno da Esiodo, fr. 280 M.-W. – per insulam Taenariam:
il Tenaro, dove il mito situa uno degli ingressi al mondo dei morti, è in
realtà un promontorio; analogo scambio di concetti geografici in fab. 15,1.

294
Commento

– strati diuque lacerati sunt: la versione accolta da Apollonio Rodio 1,102


e Apollodoro, epit. 1,24 racconta che Plutone all’inizio si mostra benevolo
e li invita a un banchetto, ma presto i due vengono immobilizzati sui loro
sedili da un groviglio di serpenti.
3 ad canem tricipitem ducendum: si tratta di una delle canoniche fatiche
compiute per volontà di Euristeo (fab. 30,13). – eosque incolumes eduxit:
in realtà già dai poemi omerici si apprende che Ercole riesce a riporta-
re nel mondo dei vivi soltanto Teseo (Il. 1,262 ss.; Od. 11,631; ma anche
Apollodoro 2,5,12; Plutarco, Thes. 30 ss.), mentre Piritoo resta negli inferi
a scontare variamente una pena; un ritorno anche di quest’ultimo alla vita
era però contenuto in una perduta tragedia di Euripide, il Piritoo, che
conosciamo soltanto attraverso un riassunto bizantino.
4 Aethram… Phisadiem: vd. anche fab. 92,5.

80
1 Apharei… Leucippi: fidanzamento, rapimento e scontro avvengono
all’interno della stessa famiglia, fra coppie di cugini: infatti Afareo e Leu-
cippo sono fratelli di Tindaro (padre di Castore e Polluce).
2 amissis sponsis arma tulerunt: nella versione più diffusa, rappresentata
dagli antichi Canti Cipri ma anche da Apollodoro 3,11,2, il combattimento
mortale fra cugini è motivato non dal conteso rapimento delle promesse
spose ma da un contrasto sulla spartizione di una mandria di bovini.
4 Castorem semine Tyndarei et Clytaemnestram natos: vd. analogamente la
fab. 77.
5 alterna morte redemptus: evidente citazione di Virgilio, Aen. 6,121: si
fratrem Pollux alterna morte redemit; l’idea della “morte vicendevole” dei
due gemelli, anche se diversamente motivata, ricorre già in Omero, Od.
11,303-304. – Romani servant institutum: questa tradizione romana non
è diversamente attestata, ma testimonia ulteriormente lo scrupolo dell’au-
tore nel collegare elementi del mito a tradizioni latine: in particolare, l’in-
teresse per l’eziologia di una manifestazione di tipo sportivo richiama la
celebre e dettagliata descrizione del ludus Troianus da parte di Virgilio
(Aen. 5, 545-602), menzionato in fab. 273,19.

81
In antico circolavano diverse liste di pretendenti di Elena, sempre rispon-
denti alla diffusa tendenza al catalogo, come lo stesso Igino riconosce al
termine: la più antica risale a Esiodo, frr. 196-204 M.-W., ma un altro nu-
trito elenco troviamo p. es. in Apollodoro 3,10,8. La rassegna di Igino
contiene anche nomi sconosciuti, come Blaniro e Clizio, che potrebbero
anche essere esito della corruzione del testo.

295
Fabio Gasti

82
2 ad homines renuntiavit: nell’immaginario antico Tantalo è uno dei grandi
peccatori, e non è un caso che il suo sia un peccato di hybris, perché rivela-
re agli uomini i disegni degli dei significa aver tradito la fiducia addirittura
di Zeus e quindi volersi sostituire allo stesso padre degli dei. Secondo altre
versioni la colpa di Tantalo consisteva nell’aver cercato di dare in pasto agli
dei carne umana, e cioè il proprio figlio Pelope (vd. fab. 83). – semperque
sitire: il supplizio di Tantalo consiste anzitutto nella condanna alla sete e
fame perenne, come leggiamo già in Omero, Od. 11,582-592, e diventa un
elemento anche proverbiale frequente in letteratura.
3 saxum super caput: la menzione di questa ulteriore punizione, alternativa
alla precedente, si trova pure testimoniata anticamente, a partire da Archi-
loco, fr. 91 West.

83
La storia dello smembramento e successiva ricomposizione (anche se par-
ziale) di Pelope è presente già in Pindaro, Ol. 1,24-51. Quanto alla parte
mangiata da Cerere e quindi sostituita (il corpo ricomposto annovera così
una parte “non immortale”), la tradizione tuttavia parla sempre di una
spalla e non del braccio: Plinio racconta che questa specie di protesi d’avo-
rio era esposta alla venerazione in un tempio dell’Elide (nat. 28,34).

84
Il mito di Enomao e Pelope è attestato anticamente, almeno a partire da
Esiodo, fr 259 M.-W., e variamente presente in letteratura (sappiamo della
rappresentazione di due tragedie intitolate appunto Enomao, una di Sofo-
cle e una di Euripide): per tutti, Apollodoro, epit. 2,4-9.
1 Euareten Acrisii filiam: la tradizione vuole che Acrisio avesse un’unica
figlia, Danae (fab. 63,1), e che la madre di Ippodamia sia una delle Pleiadi,
Sterope (Apollodoro 3,10,1): Igino segue una versione diversa, ma è l’uni-
co a riportarla fra le fonti note.
4 Myrtilo aurigae eius persuasit: a differenza di Igino, nella cui versione
Mirtilo accetta di boicottare la gara per brama di potere, Apollodoro, epit.
2,8 propende per quella che vede l’auriga innamorato a sua volta di Ip-
podamia. Pindaro, Ol. 1,67-89 poi aderisce a una tradizione eroica che
subordina la vittoria di Pelope non all’inganno ma all’aiuto di Posidone,
che fa dono all’eroe di un carro divino trainato da cavalli alati irraggiungi-
bili. – equi distraxerunt: naturalmente anche Enomao muore nell’incidente
provocato da Mirtilo e Apollodoro, epit. 2,7 aggiunge che, compreso l’in-
ganno, in punto di morte maledice l’auriga infedele augurandogli di essere
ucciso per mano di Pelope.

296
Commento

5 cogitavit sibi opprobio futurum: Igino non è chiaro al proposito e non


si comprende di quale disonore si tratti: probabilmente si allude alla ver-
sione (conservata p. es. da Servio, georg. 3,7) che include nell’accordo fra
Pelope e Mirtilo la scabrosa clausola per cui l’auriga, innamorato di Ippo-
damia, avesse il diritto di unirsi all’amata anche se promessa a Pelope. Si
spiega così anche la variante testimoniata da Apollodoro, epit. 2,8 in base
alla quale Pelope uccide Mirtilo perché aveva cercato di violentare Ippo-
damia durante il viaggio. – eumque in mare praecipitavit: secondo Apol-
lodoro, epit. 2,8 Mirtilo precipitando in mare lancia una maledizione su
Pelope e i suoi discendenti, che è all’origine della sfortunata serie di lutti
che la tradizione tragica conserva; secondo un’altra versione, documentata
peraltro da Igino, astr. 2,13, Mirtilo viene salvato dal padre Ares/Marte e
viene trasformato nella costellazione dell’Auriga.

85
Nemeae ludis rapuit: Apollodoro 3,5,5 ci informa che Laio rapisce Cri-
sippo, di cui si era innamorato, mentre gli insegnava a guidare il carro, e
pertanto l’ambientazione a Nemea allude senz’altro alle gare dei Giochi
Nemei. – Hippodamiae impulsu: Ippodamia riveste qui il ruolo di matri-
gna, che spinge i propri figli a uccidere il fratellastro: il materiale è eviden-
temente tragico, e infatti sappiamo che Euripide è autore di una tragedia
intitolata Crisippo che, secondo la testimonianza di Cicerone (Tusc. 4,71),
aveva per soggetto appunto l’amore di Laio per Crisippo.

86
Igino segue una tradizione che fa di Plistene il figlio di Atreo rapito e alle-
vato lontano, che a un certo punto ritorna per fare il vendicatore; in altre
versioni è uno dei figli di Tieste, che Atreo uccide e dà in pasto al padre
inconsapevole (vd. fab. 88,1). Sappiamo che Euripide aveva scritto una
tragedia intitolata Plistene, che probabilmente costituisce una delle fonti
di Igino.

87
L’incesto fra Tieste e Pelopia è raccontato nella fab. 88. La breve fabula
condensa una serie di luoghi comuni mitologici, come l’esposizione del ne-
onato e il reperimento da parte di pastori, ma contiene anche l’etimologia
del nome Egisto dal termine greco αἴξ, appunto “capra”.

88
La materia può derivare da una delle tragedie sull’argomento opera di So-
focle (che ne scrive due, fra cui un Tieste a Sicione) o da quella di Euripide;

297
Fabio Gasti

in ambito latino un Thyestes è opera di Ennio e dai frammenti vediamo


che uno dei personaggi della tragedia è proprio Tesproto; gli elementi di
tradizione latina valorizzati qui da Igino sono illustrati da Liénard 1968.
1 iniurias exsequi: Tieste aveva sedotto la moglie di Atreo (fab. 86).
2 Sol currum avertit: l’inversione del corso del sole, che quindi tramonta
a oriente, rappresenta il sovvertimento dell’ordine naturale delle cose, e
quindi bene simboleggia la scena rappresentata, in cui in modo del tutto
innaturale un padre si ciba delle carni dei propri figli e pertanto il sole si
rifiuta di illuminare un gesto così nefando: la circostanza sarà descritta in
toni apocalittici anche nel Thyestes di Seneca dal coro (vv. 827 ss.), ma
anche Lucano all’inizio del libro VII della Pharsalia si serve dell’imma-
gine dicendo che il sole si rifiuta di sorgere per non illuminare il giorno
della battaglia decisiva fra Cesare e Pompeo. Già in un altro momento
comunque il mito di Atreo e Tieste prevede l’inversione del corso del sole,
quando cioè per suggerimento di Zeus Tieste si accorda col fratello di
rinunciare al regno se quel giorno il sole fosse tramontato a oriente, e così
in effetti avviene (Apollodoro, epit. 2,12).
7 caprae supposuerunt: dal fatto di essere allattato dalle capre Egisto deriva
il suo nome (fab. 87).

89
1 muro cinxisse: la tradizione che vuole le mura di Troia costruite da Po-
sidone e Apollo al servizio di Laomedonte risale a Omero (Il. 7,452-453;
21,441-457), che descrive l’opera come una punizione inflitta ai due dei da
Zeus per aver cercato di metterlo in catene; secondo Apollodoro 2,5,9 i
due dei erano invece scesi sulla terra impegnandosi a fortificare la rocca di
Troia per mettere alla prova l’arroganza del re. – id votum avaritia fefellit:
Omero addirittura dice che Laomedonte, in preda alla hybris, caccia i due
dei da Troia minacciando addirittura di vendere Apollo come schiavo (Il.
21,441-457). – parum eum pomisisse: secondo Luciano la somma ammon-
tava a trenta dracme (sacrif. 4). Il confronto con il passo lucianeo dà valore
alla lezione parum che si trova nell’editio princeps ed è stata conservata da-
gli editori eccetto Mashall, che invece preferisce adottare l’emendamento
aurum a suo tempo proposto da Barthius: in questo senso bisogna intende-
re che Posidone e Apollo si sentono offesi per il fatto che Laomedonte ha
promesso loro una bella somma senza poi mantenere l’impegno.
2 Neptunum cetum misit: il testo di Igino è molto sintetico al limite della
reticenza, perché parla del mostro marino inviato da Nettuno ma non cita
la pestilenza inviata da Apollo (Apollodoro 2,5,9; Ovidio, met. 11,194-215):
per come si presenta il testo infatti bisogna interpretare in modo generico il
termine pestilentia che si trova poco dopo e riferirlo sempre al cetum.

298
Commento

3 cum Colchos Argonautae irent: l’impresa è variamente collocata dalle


fonti: durante la spedizione argonautica, come dice Igino, oppure quando
Ercole va alla ricerca della cintura delle Amazzoni o ancora quando era
al servizio della regina Onfale (vd. p. es. Apollodoro 2,5,9; Ovidio, met.
11,212-214). – equos qui super aquas et aristas ambulabant: apprendiamo
da Omero, Il. 5,263-267, che questi cavalli rappresentano il dono fatto da
Zeus a Troo, eroe eponimo di Troia (chiamata anche Ilio, dal nome di Ilo,
uno dei suoi figli), per convincerlo a concedergli il figlio minore Ganimede
di cui si era invaghito.
4 ut Troiam expugnaret: la spedizione punitiva a Troia è ricordata da Pin-
daro, Isthm. 6,26. – Priamus est appellatus: con la consueta attenzione per
l’etimologia, Igino collega il nome Priamo al verbo greco πρίαμαι (che
significa “comprare” e qui “riscattare”), ma senza spiegare: la tradizione,
ben rappresentata da Apollodoro 2,6,4, vuole infatti che Ercole uccida
Laomedonte e i suoi figli tranne Podarce, che viene fatto prigioniero e poi
simbolicamente riscattato da Esione; Diodoro Siculo 4,32,4-5 poi sostiene
che Podarce viene risparmiato da Ercole perché era stato il solo a insistere
presso il padre perché mantenesse la parola data e concedesse i cavalli
pattuiti.
5 Telamoni concessit: nel testo di Apollodoro 2,6,4 leggiamo che Ercole dà
Esione a Telamone come ἀριστεῖον, facendone cioè una “ricompensa del
valore”, per sdebitarsi insomma del significativo aiuto avuto dall’eroe nella
conquista di Troia, in quanto aveva aperto un varco nelle mura ed era stato
il primo a entrare in città.

90
Ulteriore lista di nomi che corrisponde solo in parte alla tradizione, peral-
tro non univoca neanche in questo caso, tanto più che qui, a dispetto del
titolo, i nomi sono 55. Una lista più breve è già in Omero, Il. 24,247-258;
invece conta effettivamente 54 figli (con variazioni) Apollodoro 3,12,5.

91
La storia di Alessandro, connotata da elementi romanzeschi, doveva co-
stituire il soggetto dell’Alessandro di Sofocle e di un’omonima tragedia
di Euripide, a sua volta alla base dell’Alexander di Ennio, di cui noi co-
nosciamo un frammento in cui è in primo piano la figura di Cassandra;
dettagliato poi il racconto di Apollodoro 3,12,5.
2 facem ardentem: il sogno di Ecuba rappresenta una constante significa-
tiva per la sua efficacia narrativa e risale probabilmente ai Canti Cipri; la
menzione di esso, inserita nel delirio profetico di Cassandra, è presente
anche nel frammento della tragedia di Ennio.

299
Fabio Gasti

3 satellites misericordia exposuerunt: Igino parla dei servi che non uccido-
no il bambino ma lo espongono e poi dei pastori che lo trovano e lo alle-
vano, secondo un tratto narrativo comune a molti miti e a fiabe moderne;
nel racconto di Apollodoro invece il servo di Priamo si chiama Agelao:
abbandona il bambino, che viene allattato per cinque giorni da un’orsa
(anche essere nutriti da un animale rappresenta un luogo comune mitolo-
gico: vd. specificamente fab. 252), e poi, ritrovatolo sano e salvo, lo alleva
in campagna come fosse figlio suo. – Parim nominaverunt: Apollodoro
racconta esattamente l’opposto: il bambino si chiamava Paride e viene so-
prannominato Alessandro (letteralmente “difensore degli uomini”) perché
respingeva le incursioni dei predoni e difendeva il gregge.
6 in aram Iovis Hercei: Erceo è l’epiteto di Zeus come protettore della casa
e della sede della famiglia: non è quindi un caso che il riconoscimento
di Paride e la sua riammissione nella famiglia di Priamo avvenga proprio
sull’altare di Giove Erceo.

92
Il giudizio di Paride è uno dei miti del mondo classico più noti e più ri-
petuti in letteratura: non si trova raccontato nell’Iliade, dove però è pre-
supposto, visto che Era e Atena sono ostili ai Troiani, ma dalle notizie che
abbiamo doveva comunque essere descritto anticamente nei Canti Cipri.
5 ab hospite Menelao: l’innamoramento e il rapimento di Elena a Sparta,
dove Paride è ospite di Menelao, è descritto già in Omero, Il. 6,290-293,
e si compie sfruttando la partenza di quest’ultimo per Creta dove doveva
partecipare ai funerali di suo nonno Catreo. – Aethra et Thisadie: la prima
è la madre di Teseo e la seconda la sorella di Piritoo; vd. fab. 79,4, dove
però compare la variante onomastica Fisadie.

93
Cassandra fra i figli di Priamo è la profetessa e rappresenta la versione
femminile di Eleno, suo gemello, dotato della stessa arte divinatoria, e così
doveva comparire nei Canti Cipri; la sua particolarità di vaticinare il vero
ma non essere creduta, famosa in tutta la letteratura, viene spiegata come
una ritorsione da parte di Apollo di fronte al rifiuto: così anche Eschilo,
Agam. 1202-1012 e Apollodoro 3,12,5, dove tuttavia Cassandra dapprima
si promette al dio e, una volta avuto il dono della profezia, gli si nega.
ludendo: il verbo può significare che Cassandra si addormenta stanca per
aver giocato oppure per aver suonato uno strumento: mentre la prima
interpretazione rappresenta una giovane Cassandra che gioca secondo le
consuetudini delle ragazze da marito (si pensi alla Nausicaa dell’Odissea
che gioca a palla con le ancelle sulla riva del mare), la seconda rinvia alla

300
Commento

circostanza di una festa in onore del dio nel tempio a lui dedicato.

94
La relazione fra Anchise e Venere è celebrata nell’Inno omerico ad Afrodi-
te, dove peraltro si dice che a spingere Venere fra le braccia di un mortale
è lo stesso Zeus per punirla del fatto che aveva fatto innamorare tutti gli
dei (45-52); è ricordata inoltre già anticamente, in Omero, Il. 2,819-821 ed
Esiodo, theog. 1008-1010.
Arrasaci filium: in realtà Anchise è nipote di Assaraco, perché figlio di suo
figlio Capi. – ex quo procreavit Aeneam: secondo Apollodoro 3,12,2 dall’u-
nione di Anchise e Venere nascono Enea e anche Liro, che muore senza
discendenza. – a Iove fulmine est ictus: la punizione di Giove interviene
secondo la consuetudine quando un mortale rivela ai suoi simili circostan-
ze relative agli dei che agli uomini devono restare nascoste (come p. es. nel
caso di Prometeo e Tantalo); secondo la tradizione latina, secondo la quale
Anchise accompagna Enea in buona parte del suo viaggio, il fulmine di
Giove non lo incenerisce, ma lo colpisce alle gambe (Virgilio, Aen. 2,647-
649) o agli occhi (Servio, Aen. 1,617).

95
Lo stratagemma di Ulisse connota fin dall’inizio il personaggio con i tratti
dell’astuzia che sarà una sua caratteristica in ogni sua vicenda. Il racconto
della sua finzione per evitare l’arruolamento fra i condottieri in partenza
per la guerra di Troia è antico e, secondo le testimonianze, si trovava già
nei Canti Cipri; anche Sofocle risulta autore di una tragedia intitolata La
follia di Ulisse. In ambito latino la notizia dello stratagemma è presente in
Ovidio, met. 13,36-37 e Plinio, nat. 35,129 descrive un dipinto conservato
a Efeso che raffigurava la scena, opera di Eufranore.
2 pileum sumpsit: il pileo, un berretto a forma di cono più o meno alto,
nell’immaginario dei greci era il simbolo della libertà e quindi anche del
folle, cui si riconosce il diritto di agire come vuole, anche in modo con-
trario alle usanze e alle leggi: la tradizione ricorda il caso di Solone che,
volendo invitare i suoi concittadini a continuare la guerra, per non incor-
rere nelle sanzioni di legge che lo vietavano indossa il pileo e si finge pazzo
(Plutarco, Sol. 8,1; Platone, resp. 406d). – equum cum bove iunxit: la follia
consiste nel compiere gesti assurdi riguardo alla tecnica dell’aratura, come
appunto aggiogare due animali dalle consuetudini diverse che impedireb-
bero il regolare uso dell’aratro; Servio, Aen. 2,81 aggiunge che, per dare un
ulteriore segno di follia, Ulisse sparge sale nei solchi, un gesto che impe-
direbbe a qualsiasi seme di germogliare. – aratrum ei subiecit: il folle viene
smascherato mettendo in pericolo la vita del figlio; la versione seguita da

301
Fabio Gasti

Igino è molto efficace: secondo Apollodoro, epit. 3,7 Palamede si limita a


strappare il piccolo Telemaco dalle braccia di Penelope minacciando di
trafiggerlo con la spada. – Palamedi infestus fuit: l’astuto Ulisse così viene
giocato da Palamede e questo rappresenta un affronto per il re di Itaca
che da quel momento cerca il modo di ucciderlo per vendicarsi, alla fine
riuscendoci (vd. fab. 105).

96
La storia di Achille a Sciro, un’isola delle Sporadi settentrionali, rappre-
senta un caso di riluttanza ad aggregarsi all’esercito acheo nella campagna
di Troia molto più famoso di quello di Ulisse (fab. 95): doveva essere pre-
sente nei Canti Cipri e aveva fornito il soggetto a una perduta tragedia di
Euripide, Gli uomini di Sciro; Ovidio lo cita in met. 13,162-170 e natural-
mente in Achill. 1, 207-211; vd. anche Apollodoro 3,13,8. Pausania 1,22,6
descrive un famoso dipinto di Polignoto nei Propilei di Atene raffigurante
appunto la scena.
1 Pyrrham nominarunt: la tradizione a proposito del nome fittizio di Achil-
le a Sciro è varia e la questione doveva rappresentare anche un argomento
di dibattito: Svetonio infatti racconta che l’imperatore Tiberio si divertiva
a intavolare discussioni sul tema (Tib. 70). Pirro comunque è il nome alter-
nativo imposto al figlio di Achille e Deidamia, figlia di Licomede, che era
in effetti rosso di capelli.

97
L’elenco dettagliato dei partecipanti achei alla spedizione di Troia rap-
presenta una costante della letteratura mitografica (ma non soltanto), che
idealmente dipende dal catalogo delle navi di Omero, Il. 2,484-759: lo tro-
viamo infatti comprensibilmente in Apollodoro, epit. 3,11-14 ma anche in
Euripide, Iphig. Aul. 164-302; in ambito latino va segnalato Ditti Cretese,
ephem. 1,17. Nessuna lista è naturalmente univoca e corrispondente alle al-
tre, e ciascuna – quella di Igino compresa – presenta incongruenze, varianti
e problemi testuali: che il nostro testo sia esito di rimaneggiamenti ulteriori
e che pertanto si presenti in una forma non definitiva è provato anche dal
fatto che il totale delle navi conteggiato al termine non corrisponde alla
somma delle navi di volta in volta attribuita a ogni eroe partecipante.

98
La storia del sacrificio di Ifigenia da parte del padre per garantire il vento
favorevole alla flotta in partenza per Troia non compare in Omero, che
non racconta gli antefatti, ma dal riassunto che possediamo sappiamo che
era presente nei Canti Cipri; la vicenda costituisce il soggetto dell’Ifigenia

302
Commento

in Aulide di Euripide (con il prosieguo poi nell’Ifigenia in Tauride), ma


sappiamo che anche Sofocle aveva scritto una tragedia, per noi perduta,
sull’argomento. Vd. anche Apollodoro, epit. 3,21-22.
1 cervam eius violavit: a proposito del gesto di hybris da parte di Aga-
mennone, che gli vale l’ostilità di Diana, Igino compensa due versioni:
quella che racconta che la cerva uccisa da Agamennone era sacra alla dea
(Servio, Aen. 2,116) e quella per cui l’eroe durante la caccia offende la dea
dicendo che neppure lei avrebbe potuto salvare la sua preda (Apollodoro,
epit. 3,21); Apollodoro vede anche un ulteriore motivo nel fatto che Atreo,
padre di Agamennone, aveva promesso in sacrificio ad Artemide l’animale
più bello e prezioso, ma si rifiutò di farlo quando gli nacque un’agnella
d’oro (epit. 2,10).
4 Diana virginem miserata est: quella della compassione provata da Diana,
della sostituzione in extremis e del trasferimento in Tauride (l’odierna Cri-
mea) è senz’altro la versione del mito più conosciuta e tramandata; un’altra
tuttavia, documentata isolatamente da Ditti Cretese, racconta che Achille
interviene durante il sacrificio, salva Ifigenia e la porta in salvo in Scizia
(ephem. 1,19-22).

99
1 ab Hercule compressa: Apollodoro 2,7,4 racconta che Ercole, di passag-
gio a Tegea mentre si reca in Elide da Augia, viene ospitato dal re Aleo e
violenta Auge senza sapere che fosse sua figlia. – ibi eum exposuit: secondo
Apollodoro (anche a 3,9,1) Auge deposita il neonato nel tempio di Atena
di cui è sacerdotessa, ma Aleo, dopo aver scoperto che la pestilenza insorta
era dovuta al parto della figlia, provvede a consegnare Auge a Nauplio
perché – a seconda della versione – la uccidesse o la vendesse in terra
straniera e fa esporre il neonato sul Partenio. – Atalante Iasii filia: in fab.
185,1 Igino segue fonti diverse, perché Atalanta è detta figlia di Scheneo,
e sappiamo da Apollodoro 3,9,2 che questa era l’opinione di Esiodo e di
altri autori. – ex Meleagro natum: Meleagro è padre di Pertenopeo anche
in fab. 70,1 e 270,3; secondo Apollodoro 3,9,2 invece è figlio di Melanione
o del dio Ares.
2 quoniam cerva nutrierat: l’etimologia del nome Telefo, in collegamen-
to ai termini greci ϑήλη (“mammella”) e ἔλαφος (“cervo”), rappresen-
ta una costante nei miti del mondo classico, come p. es. in Apollodoro
3,9,1. – virginem simulans: l’etimologia si spiega in riferimento al termine
παρϑένος (“vergine”).

303
Fabio Gasti

100
La vicenda di Auge e Teutrante (conosciuto anche nella variante onomasti-
ca Teutra) doveva costituire il soggetto di una perduta tragedia di Sofocle,
i Misii, ma sappiamo anche che in ambito latino una tragedia intitolata
Teutrante era stata scritta da Giulio Cesare Strabone, morto nell’87 a.C. e
quindi contemporaneo di Accio, lodato da Cicerone come oratore.
1 filiam Augen: s’intende figlia adottiva: vd. fab. 99,3.
2 mortalem neminem: Auge infatti è sacerdotessa di Atena (Apollodoro 3,9,1)
e quindi votata alla verginità, che le viene sottratta da Eracle con la violenza.
4 Herculem violatorem suum: vd. fab. 99,1.

101
Varie le fonti che tramandano la storia di Telefo: oltre ai Canti Cipri, sap-
piamo che un Telefo è opera di Euripide e che nei Misii di Sofocle poteva
essere contenuta parte del racconto. Resta la sintetica versione di Apollo-
doro, epit. 3,17-20 e, in latino, Ditti Cretese, ephem. 2,1-20.
1 ab Achille in pugna: Apollodoro, epit. 3,17 racconta che Telefo è ferito
a una coscia da Achille quando prende le armi per respingere i greci, al
tempo in cui questi arrivano in Misia e saccheggiano del territorio scam-
biandolo per la regione di Troia; l’eroe riesce a raggiungerlo e a ferirlo per-
ché Telefo inciampa in una vite fatta nascere prodigiosamente da Dioniso,
ostile a lui. – Chironis hasta: si tratta della lancia infallibile che Chirone
dona a Peleo, padre di Achille, come regalo di nozze: era stata Atena a
levigare l’asta fatta con il legno del monte Pelio ed Efesto aveva forgiato la
punta (Omero, Il. 14,140-144; 19, 387-391; 22,131-135).
2 monitu Clytaemnestrae: l’intervento di Clitemnestra non è presente nelle
fonti note, ma senz’altro deriva a Igino da una tradizione che vede il perso-
naggio non soltanto come moglie snaturata che uccide il marito ma anche
come madre che non esita a mettere in pericolo la vita del figlio.
3 sine Telephi ductu Troiam capi non posse: spiegazioni più dettagliate in
Apollodoro, epit. 3,19-20: gli Achei erano riuniti ad Argo ma non conosce-
vano la via per Troia e Telefo, che stava in Misia, regione affacciata sul Mar
di Marmara, quindi confinante con la Troade, poteva senz’altro indicarla.
4 cum rasissent: per comprendere il senso del testo bisogna fare riferimen-
to ad Apollodoro, epit. 20, dove si racconta che, in seguito alle suppliche
e alla promessa d’aiuto di Telefo, Achille cura la ferita con la ruggine otte-
nuta appunto raschiando la propria lancia.
5 locos autem et itinera demonstravit: secondo Apollodoro, epit. 3,20, le
indicazioni di Telefo vengono poi confermate dall’indovino Calcante.

304
Commento

102
La storia del ferimento, dell’abbandono e del recupero di Filottete è docu-
mentata già in Omero, Il. 2,716-725 e nei Canti Cipri, oltreché in Apollodo-
ro, epit. 3,27; è anche materia tragica, visto che sia Eschilo, sia Sofocle, sia
Euripide sono autori di una tragedia intitolata Filottete: ci resta soltanto il
dramma sofocleo, ma possediamo il confronto fra le tre opere a cura di Dio-
ne Crisostomo (orat. 52), dal quale pare emergere una maggiore fedeltà di
Igino nei confronti dell’intreccio euripideo; del tutto sfuggente l’eventuale
influsso del Philocteta di Pacuvio, di cui ci restano solo pochi frammenti.
1 in insula Lemno: così anche Sofocle, Phil. 270; le altre fonti situano la vi-
cenda nell’isola di Tenedo. – quem serpentem Iuno miserat: secondo Sofo-
cle, Phil. 1327-1328 la mandante è Crisa, una ninfa innamorata di Filottete
ma respinta da quest’ultimo; secondo un’altra diffusa versione Filottete
si ferisce il piede con una delle frecce avvelenate di Ercole (p. es. Servio,
Aen. 3,402).
2 pastor… nomine Iphimachus: mentre le fonti raccontano che Filottete
vive su un’isola deserta in completa solitudine, ricoverato in una caverna,
Igino è il solo a far intervenire un pastore, di cui peraltro tramanda con
precisione nome e paternità. Quanto al citato re Attore, si tratta di un
omonimo del re di Fere, padre di Menezio e nonno di Patroclo.
3 Ulyssem et Diomedem: il compagno di Ulisse nella spedizione è Diomede
anche in un frammento del Filottete di Euripide e in Apollodoro, epit.
5,8, mentre nella tragedia di Sofocle è Neottolemo. – secum sustulerunt: a
guarire la ferita di Filottete sarà quindi il medico Podalirio (Apollodoro,
epit. 5,8), figlio e allievo nell’arte medica di Asclepio oltre che di Chirone.

103
La vicenda è citata da Omero, Il. 2,695-702, come un fatto avvenuto in
precedenza, ed era presente nei Canti Cipri; costituisce poi materia per
una delle Epistulae Heroidum di Ovidio (13).
1 fuit responsum: il responso dell’oracolo si trova menzionato in Ovidio,
epist. 13,91-93; invece in Apollodoro, epit. 3,29 a rivelare il fato è Teti, la
madre di Achille, che difatti trattiene il figlio desideroso di sbarcare subito
sul litorale di Troia per combattere. – Iolaus Iphicli et Diomedeae filius:
Igino si confonde: il padre di Protesilao è Ificlo, ma qui evidentemente
è confuso con Ificle, il fratellastro di Ercole e padre di Iolao, compagno
di avventure dello stesso Ercole (fab. 14,22). Nelle fonti infatti non c’è
traccia del cambiamento di nome in Protesilao. – Protesilaum quoniam
primus ex omnibus perierat: consueto gioco etimologico sull’onomastica:
il nome deriverebbe dalla composizione dei termini πρῶτος (“primo”) e
λαός (“popolo”).

305
Fabio Gasti

2 dolorem pati non potuit Laodamia: secondo Servio, Aen. 6,447 Laodamia
muore di dolore e rimpianto fra le braccia dell’amato nel momento in cui
quest’ultimo deve definitivamente congedarsi da lei, e così abbracciati l’u-
no all’altra scendono nel regno dei morti.

104
1 tres horas: vd. fab. 103,2. – fecit simulacrum: nella versione di Ovidio,
epist. 13 Laodamia plasma la statua (in cera) dello sposo partito per la
guerra di Troia perché ne sentiva la mancanza, essendosi lasciati senza aver
consumato il matrimonio, e quindi prima di conoscere la notizia della sua
morte. Sulla storia in ambito latino vd. anche Properzio 1,19,7-10 e Servio,
Aen. 6, 447.

105
La vicenda di Palamede, che adombra la proverbiale astuzia e saggezza di
Ulisse facendo di quest’ultimo un subdolo vendicativo, è esposta in modo
molto più sintetico da Apollodoro, epit. 3,8, ma sappiamo che una tragedia
intitolata Palamede era opera sia di Sofocle che di Euripide. Non mancano
altre versioni: i Canti Cipri p. es. raccontano che Palamede viene assassina-
to da Ulisse, che lo affoga con l’aiuto di Diomede.
1 dolo erat deceptus: è Palamede a smascherare la finta pazzia di Ulisse – e
pertanto a superarlo in dolum – quando quest’ultimo con uno stratagem-
ma vuole evitare la partenza per la guerra di Troia (fab. 95). Con un’effi-
cace ripetizione non casuale Igino ripete la stessa espressione al termine
della fabula, invertendo i protagonisti (Palamedes dolo Ulyssis deceptus),
quando è Ulisse a ripagare con la stessa moneta il suo antico antagonista.
3 ab exercitu universo… occisus est: come precisa Apollodoro, epit. 3,8,
Palamede viene lapidato come traditore; probabilmente risente di questa
versione il racconto di Ditti Cretese, ephem. 2,15, secondo cui viene fatto
scendere con l’inganno in un pozzo da Ulisse e Diomede e ucciso a sassate.

106
La titolatura della fabula riproduce esattamente il titolo di una delle trage-
die scritte da Ennio (di cui abbiamo soltanto qualche frammento), dove,
secondo le consuetudini della letteratura latina d’età arcaica, lytra rappre-
senta la trascrizione del plurale del termine greco λύτρον (“riscatto”), ed
è pertanto possibile che Igino la tenga presente; sappiamo comunque che
gli stessi eventi erano stati dapprima condensati da Eschilo in una trilogia
tragica per noi perduta (Mirmidoni, Nereidi, Riscatto di Ettore) che, come
poi Ennio, rivisitava in maniera tragica il contenuto essenziale dell’Iliade.
3 Nereides per mare attulerunt: le nuove armi di Achille nell’Iliade vengo-

306
Commento

no portate all’eroe dalla stessa Teti (18,615-616): al coinvolgimento delle


Nereidi tuttavia allude il titolo di una delle tragedie della trilogia eschilea.
4 filii corpus auro repensum: nell’Iliade non si parla di un riscatto materiale,
compiuto tramite l’offerta di oro: anche questo potrebbe rappresentare un
particolare presente nei trattamenti letterari successivi.

107
La vicenda della contesa sulle armi di Achille, che si lega al tragico suici-
dio di Aiace, è raccontata da Omero, Il. 11,543-564 e ha offerto materia
per una tragedia perduta di Eschilo (Il giudizio sulle armi) e all’Aiace di
Sofocle, delle quali una trasposizione alle origini della letteratura latina si
può immaginare nell’Aiax mastigophorus di Livio Andronico; vd. anche
Ovidio, met. 12,620-628 e Apollodoro, epit. 5,6-7.
1 se solum Troiam expugnasse: l’atteggiamento spavaldo di Achille, che
provoca l’ira di Apollo e quindi la sua fine, configura un caso di hybris nei
confronti degli dei, che partecipano attivamente alla guerra determinan-
done l’esito. – Alexandrum Parin se simulans: la versione di Igino mette in
scena lo stesso Apollo a colpire Achille con le sembianze di Paride, men-
tre la tradizione omerica racconta che la freccia viene scoccata da Paride
in persona e che Apollo guida la sua mano (Il. 22,359-360): così anche
Apollodoro, epit. 5,3. – talum quem mortale habuisse dicitur: il “tallone
d’Achille”, l’unica parte mortale e quindi vulnerabile del corpo dell’eroe,
è il punto afferrando il quale la madre Teti sorreggeva il corpo del ne-
onato quando l’aveva immerso nelle acque del fiume Stige per renderlo
immortale: Stazio, Achill. 1,264-271 e 382-396; Servio, Aen. 6,57; anche
Apollodoro 3,13,6 racconta il mancato completamento dell’invulnerabilità
di Achille in una versione diversa, ascrivendolo cioè al preoccupato inter-
vento del padre Peleo che, vedendo Teti porre il neonato sul fuoco per
eliminare gradualmente la residua parte mortale, interrompe l’operazione
finendo per vanificarla.
2 ira Minervae: la concessione delle armi di Achille a Ulisse e non ad Aiace
che ne aveva fatto esplicita richiesta allude a un ennesimo dispiegamento
della proverbiale astuzia del re di Itaca, che di fatto impedisce a un eroe
valoroso e guerriero di fregiarsene. Igino insiste sull’ostilità di Minerva
nei confronti di Aiace (protettrice invece di Ulisse, come mostra l’Odis-
sea), elemento nodale anche nell’Aiace sofocleo dove è pure causa della
pazzia stessa che porta l’eroe al suicidio. – obiurgata sunt ab Agamemnone
et Menelao: la tradizione rappresentata da Apollodoro, epit. 5,6 esclude
un coinvolgimento diretto dei capi nella contesa, quanto meno nella deci-
sione finale, e anzi si dice che il giudizio si definisce sentendo l’opinione
dei troiani e degli alleati. – Ulyssi data: Ulisse ottiene quanto desidera, ma

307
Fabio Gasti

una tradizione giunta fino ai Sepolcri di Foscolo (vv. 215-225) raccontava


che le armi di Achille, fissate sulla prua della nave del re di Itaca, vengono
strappate dalla tempesta e portate sul promontorio Reteo dove sorgeva la
tomba di Aiace, dal momento che né senno astuto né favor di regi / all’Itaco
le spoglie ardue serbava (222-223).

108
I diversi i riferimenti omerici all’episodio risolutivo della guerra di Tro-
ia (Od. 4,271-289; 8,492-515; 11,523-532) vedono diverse rielaborazioni
letterarie, fra cui la più famosa è in ambito latino quella di Virgilio, Aen.
2,13-267.
1 monitu Minervae: nonostante la predilezione di Minerva per la parte
achea, secondo Apollodoro, epit. 5,14 l’idea del cavallo di legno è l’ennesi-
ma delle astuzie di Ulisse, ed Epeo lo costruisce con il legname del monte
Ida. – eoque sunt collecti: se Igino conta solo nove guerrieri all’interno del
cavallo, le cifre variano al rialzo nelle fonti: per Apollodoro erano addirit-
tura cinquanta, cioè i migliori guerrieri.
3 aperto a Sinone: il personaggio di Sinone è descritto come infido e astuto
da Virgilio, Aen. 2,57-198, e per molti versi è simile a Ulisse con cui è lega-
to anche da un vincolo di parentela (Servio, Aen. 2,79); Apollodoro, epit.
5,19 aggiunge che Sinone accende anche un fuoco per dare un segnale
agli achei in avvicinamento da Tenedo, ma Igino annota in fab. 249 che un
segnale di fuoco era stato acceso anche dalla stessa Elena.

109
La storia non trova spazio nei poemi omerici, ma è materia trattata nell’E-
cuba di Euripide, in cui la vicenda è narrata dal punto di vista di Ecuba, la
madre fatta schiava che apprende la morte del figlio Polidoro nel momen-
to in cui sta perdendo anche la figlia Polissena e finisce per vendicarsi di
Polimnestore con il sostanziale avvallo perfino di Agamennone; in ambito
latino una Iliona è opera di Pacuvio, che forse Igino ha tenuto presente, se
consideriamo che in un frammento doveva apparire in sogno alla madre il
fantasma di Deipilo informandola drammaticamente della propria morte.
Quanto a Polidoro, la versione del mito più duratura non è questa, ma
quella interpretata da Virgilio, Aen. 3,22-68, che diventa una condanna
della auri sacra fames, cioè della maledetta brama di ricchezze che conduce
a delitti atroci come quello cui arriva appunto Polimnestore.
1 Polydorus filius: che Polidoro fosse figlio di Ecuba è una versione po-
stomerica: nell’Iliade infatti è citato come figlio di una concubina di Pria-
mo e viene ucciso in battaglia da Achille (20,407-418). – dederunt eum
educandum: la tradizione seguita p. es. da Virgilio, Aen. 1,654 considera

308
Commento

Ilione maxima natarum Priami, cioè la più grande delle figlie di Priamo,
ed è quindi plausibile che a lei, come a una seconda madre, venga affidato
Polidoro, che era il figlio più piccolo.
2 Astyanacta… de muro deiecerunt: la tradizione vuole che sia il figlio di
Achille Neottolemo a scaraventare il piccolo Astanatte giù dalle mura di
Troia, in prossimità delle Porte Scee, dietro consiglio di Ulisse, per elimi-
nare ogni discendente della casata di Priamo: il fatto è evocato nelle Troia-
ne di Euripide, che inscena lo straziante addio della madre Andromaca e
il compianto funebre da parte della nonna Ecuba, e anche nelle Troades di
Seneca, dove lo stesso Astianatte sceglie di precipitarsi dalle mura per non
cadere prigioniero dei greci; di una tragedia di Accio intitolata Astyanax
conosciamo soltanto il titolo. – pollicerentur in coniugium: in genere il cor-
rispettivo citato per l’uccisione di Polidoro è solo l’offerta di una grande
quantità di oro (vd. Virgilio, Aen. 3,49 auri… cum pondere magno).
5 eius consilio: la versione seguita qui da Igino prevede che sia Polidoro a
vendicarsi di Polimnestore, anche se in fab. 240,2 Ilione è annoverata fra le
mogli assassine del marito; non c’è dunque concordanza fra le fonti, tanto
più che nell’Ecuba Euripide attribuisce comunque l’accecamento del re
alla stessa Ecuba.

110
La vicenda del sacrificio di Polissena sulla tomba di Achille costituisce
l’avvio dell’Ecuba di Euripide, dove la ragazza è descritta con la dignità
di chi preferisce morire piuttosto che finire in schiavitù, e si trova citata
anche in Apollodoro, epit. 5,23, Quinto Smirneo, posthom. 14,209-328,
Ovidio, met. 13,439-480 e nelle Troades di Seneca.
ex sepulcro vox Achillis: l’immagine è naturalmente molto efficace: in al-
tre versioni a chiedere il sacrificio è il fantasma di Achille apparso a suo
figlio Neottolemo, che poi materialmente immolerà la vittima (Quinto
Smirneo), oppure ad Agamennone (Ovidio). La richiesta viene presen-
tata come espiazione dell’uccisione a tradimento dell’eroe greco oppure
come gesto propiziatorio per garantire il ritorno a casa degli achei; nella
rappresentazione di Seneca poi Achille, sempre innamorato della ragazza,
ne richiede il sacrificio per potersi ricongiungere a lei nei Campi Elisi. –
ad colloquium venisset: Achille viene ucciso al suo ingresso nel tempio di
Apollo Timbreo, dove appunto doveva incontrare Polissena, da Paride,
che si era nascosto dietro alla statua del dio (Servio, Aen. 6,57).

111
I dati essenziali della fabula ritornano in una formulazione molto simile,
anche se in modo più sintetico, in fab. 243,1.

309
Fabio Gasti

Cissei filiam, vel… Dymantis: che il padre di Ecuba fosse Cisseo è opinione
di Euripide, Hec. 3 e di Virgilio, Aen. 7,320; tuttavia la paternità di Di-
mante è sostenuta più anticamente, addirittura da Omero, Il. 16,718. – in
servitutem cum duceret: Ecuba, prigioniera eccellente in quanto moglie del
re avversario, per i greci vincitori è una preda di guerra ambita: è quindi
per sorteggio che tocca a Ulisse (Euripide, Tro. 277-291). – canis dicitur
facta esse: la metamorfosi in cane con gli occhi di fuoco avviene, secondo
Euripide, Hec. 1265-1273 (si tratta della maledizione di Polimnestore),
una volta che Ecuba si getta dalla nave; esistono però tradizioni diverse,
come quella raccolta da Ovidio, met. 13,565-575, in cui Ecuba si trasforma
mentre è inseguita dai soldati che vogliono ucciderla dopo l’accecamento
di Polimnestore, e quella che troviamo in Servio, Aen. 3,6, in cui la trasfor-
mazione è conseguenza della disperazione per aver visto il cadavere del
figlio galleggiare in mare. – Cyneum est appellatum: il toponimo si riferisce
ala radice greca κυν- del sostantivo che significa “cane”; Euripide testi-
monia che la tomba di Ecuba era chiamata “tomba del cane” (Hec. 1273)
e il nome di κυνὸς σῆμα, cioè Kynossema, è rimasto per il promontorio
del Chersoneso Tracico dove si immaginava avvenuta la morte di Ecuba.

112
1 Menelaus cum Alexandro: il duello fra il marito e l’amante di Elena do-
veva definire la guerra senza ulteriori perdite: Afrodite tuttavia sottrae il
suo protetto dalla situazione quando stava per avere la peggio e lo riporta
entro le mura: Omero, Il. 3,15-120 e 264-382. – hospitio cognito: il legame
di ospitalità è sacro presso i greci, e viene riconosciuto anche a distanza di
anni e di generazioni: qui Diomede e Glauco si sentono impegnati per i
loro antenati Eneo e Bellerofonte, al punto da smettere il combattimento e
farsi dono delle armi: Omero, Il. 6,212-236. – cum Pandaro et Glauco alio:
secondo Omero nel combattimento fra Diomede e Pandaro quest’ultimo
era insieme a Enea e non a questo altro Glauco (Il. 5,171-296).
3 qui postea Pythagoras est factus: Igino interpreta secondo la teoria della
metempsicosi quanto tramandano le fonti: racconta infatti Diogene Laerzio
8,1,4 che Pitagora, vedendo lo scudo di Euforbo conservato ad Argo come
reliquia dell’eroe ucciso da Menelao (Il. 17,1-60), afferma di esserne la rein-
carnazione perché ricorda gli eventi di quel momento della sua esistenza.
4 idem cum Penthesilea: la regina delle Amazzoni era accorsa in aiuto ai
troiani dopo la morte di Ettore e la tradizione rappresentata dalla perduta
Etiopide di Arctino di Mileto (di cui abbiamo però un riassunto) dice che
Achille, vedendo la bellezza della donna una volta uccisa, si innamora di
lei: vd. Apollodoro, epit. 5,1. – Achilles cum Memnone: figlio dell’Aurora e
di Titone, viene in aiuto ai troiani dall’Etiopia con armi fabbricate da Efe-

310
Commento

sto come quelle di Achille: la storia era raccontata dall’Etiopide di Arctino


di Mileto.

113
1 idem Autonoum: secondo Omero, Il. 11,301 viene ucciso da Ettore e non
da Deifobo.
2 idem Glaucum: secondo Quinto Smirneo, posth. 3,278 viene ucciso da
Aiace Telamonio e non da Agamennone. – Gavium: il testo tramandato è
corrotto perché il nome di questo personaggio non si trova in nessun altro
autore.

116
Il personaggio è descritto da Apollodoro 2,1,5 e epit. 6,7 e 11 come una
specie di predone e comunque un uomo senza scrupoli, qui capace di met-
tere in atto la propria vendetta con determinazione. Sofocle aveva scritto
un Nauplio di cui abbiamo solo frammenti.
1 a signo Palladio abripuerat: il gesto di Aiace, che violenta Cassandra
nonostante si fosse rifugiata presso la statua di Pallade nel tempio sull’a-
cropoli di Troia, è considerato empio anche dagli stessi greci, che infatti
per espiare condannano Aiace alla lapidazione, da cui si salva rifugiandosi
proprio presso il Palladio (Apollodoro, epit. 5,22, ma il racconto era anche
nella perduta Iliou persis di Arctino di Mileto). – fulmine est a Minerva ic-
tus: la tradizione rappresentata da Apollodoro, epit. 6,6 vuole invece Aiace
colpito dal tridente di Posidone.
2 filii sui Palamedis iniurias: Palamede viene ucciso essendo innocente,
perché Ulisse, per vendicarsi, lo fa credere colpevole di tradimento: vd.
fab. 105.
4 detulit ad Maronem: Igino allude a un episodio materia dell’Odissea:
Marone è sacerdote di Apollo nella città di Ismara, capitale del regno dei
Ciconi, nella Tracia sud orientale; quando Ulisse e compagni sbarcano e
sterminano la popolazione, colpevole di essere stata alleata di Priamo, ri-
sparmiano l’anziano sacerdote, che si sdebita donando loro il vino che poi
avrebbero offerto a Polifemo (Omero, Od. 9,193-230).

117
1 Tyndarei filia: vd. fab. 78,1: Clitemnestra è figlia di Tindaro e quindi
sorella di Elena. – ementitus est: Eace mente dicendo che Cassandra viene
portata a casa da Agamennone come concubina e non come prigioniera di
guerra e schiava. – ut fratris iniurias exsequeretur: in questa versione, che
troviamo documentata solo in Igino, anche Eace, come il padre Nauplio, si
fa vendicatore della morte innocente di Palamede, giudicato erroneamente

311
Fabio Gasti

traditore e messo a morte proprio da Agamennone (fab. 105,3). – quem


sacrificantem… interfecerunt: il sanguinoso assassinio di Agamennone e
Cassandra da parte di Clitemnestra e del suo amante Egisto, già citato
nell’Odissea (3,263-275; 4,512-537; 11,405-434), è ampiamente dramma-
tizzato da tragedie famose e conservate di Eschilo e Seneca, ma sappiamo
che il mito aveva ispirato drammi di altri poeti, a partire addirittura da
Livio Andronico.
2 Orestem fratrem sustulit: il mito prevede che il piccolo Oreste venga
prelevato e messo in salvo da Elettra, come riporta Igino, o da un servo,
comunque per iniziativa di Elettra: vd. Euripide, Electr. 14-18; Sofocle,
Electr. 11-14; Apollodoro, epit. 6,24. – in Phocide Strophio: Strofio, che
accoglie Oreste esule, è re della Focide e padre di Pilade, che diverrà il
grande amico del figlio di Agamennone. Solo Igino fra le fonti a noi note
riporta tuttavia che era anche cognato di Agamennone.

118
Il racconto della laboriosa interrogazione di Proteo da parte di Menelao e
dello stratagemma utilizzato per immobilizzarlo (per sorprenderlo l’eroe
e i compagni si nascondono fra il gregge di foche che l’indovino pascola)
si trova in Omero, Od. 4,351-557. Una tradizione parallela, sintetizzata da
Apollodoro, epit. 3,5 ma risalente a Stesicoro e in parte accolta da Euripi-
de nella sua Elena, racconta che in custodia da Proteo in Egitto per volere
di Zeus Ermes porta Elena per preservarla dal rapimento di Paride, che a
sua volta porta a Troia soltanto un εἴδωλον, cioè un fantasma, dell’amata.
2 hecatombe: il consueto scrupolo etimologico di Igino spiega correttamen-
te il termine, derivato da ἑκατόν (“cento”) e la radice di βοῦς (“bovino”).

119
Il compimento della vendetta da parte di Oreste, aiutato dall’amico Pilade,
è citata già dal Catalogo delle donne di Esiodo (fr. 23 M.-W.) ed è inserita in
un contesto sociale e culturale, e non soltanto mitologico, da Eschilo nelle
Coefore e nelle Eumenidi. La versione di Igino non comprende tuttavia
un elemento importante nell’immaginario greco, e cioè l’autorizzazione
al matricidio fornita a Oreste dall’oracolo di Delfi (vd. anche Apollodoro,
epit. 6,24-25).
3 Tyndareus cum accusaret: il padre di Clitemnestra denuncia Oreste, fug-
gito in esilio, davanti all’Areopago (letteralmente “collina di Ares”) di
Atene, il tribunale supremo che, oltre ai delitti contro la patria, giudicava
cause relative a delitti di sangue in particolare fra familiari e che come pri-
mo processo aveva avuto proprio questo (Eschilo, Eum. 681-690); un’altra
tradizione sostiene che la denuncia era venuta da Erigone, figlia di Cli-

312
Commento

temnestra ed Egisto (Apollodoro, epit. 6,25). Il giudizio sarà favorevole a


Oreste per il voto determinante di Atena.

120
Il racconto, ambientato nella regione Taurica, corrispondente all’odierna
penisola di Crimea, ripropone la trama dell’Ifigenia in Tauride di Euripide,
ma la storia si trova interpretata anche da Ovidio, Pont. 3,2,43-96; vd. poi
in sintesi Apollodoro, epit. 6,27. Sulle fonti (greche) di Igino a proposito
del materiale confluito in questa fabula e nella successiva vd. Grilli 1975.
1 ad regem Thoantem: Toante viene salvato dalla figlia Ipsipile con la fuga
in Tauride (fab. 15,1) e, a differenza di Euripide, Igino identifica il Toante
re della Tauride con questo. – Dianae signum: secondo Euripide la statua è
destinata al tempio di Atena Brauronia ad Atene, e non ad Argo, e comun-
que in fab. 121,3 sembra che la statua venga portata a Micene; sulla statua
vd. anche fab. 261.
2 cum Pylade: l’amicizia fraterna fra Oreste e Pilade risale a quando il pic-
colo Oreste viene portato in salvo in Focide da Elettra (fab. 117,2).
3 abiectis ministeriis: il sostantivo ministerium allude senz’altro al “servi-
zio”, cioè alle incombenze di sacerdotesse che Ifigenia sta svolgendo e che
interrompe senza esitazione per venire in aiuto ai prigionieri; il confronto
con il testo di Euripide, in cui la sacerdotessa allontana “i ministri”, cioè i
collaboratori, per restare sola con Oreste e Pilade e pianificare pertanto il
da farsi, potrebbe indurre a vedere in ministeriis un errore per il corretto
ministris.

121
Nella stesura del racconto Igino aveva a disposizione sia una perduta tra-
gedia di Sofocle, intitolata appunto Crise, sia anche quella dallo stesso tito-
lo che sappiamo opera di Pacuvio, entrambe amplificazioni drammatiche
del noto episodio con cui inizia l’Iliade. La tradizione dell’uccisione di
Toante da parte di Crise e Oreste e il trasferimento a Micene della statua
di Diana è presente, a quanto ne sappiamo, soltanto in Igino, ma possiamo
constatarne la fortuna nel repertorio iconografico tardo-repubblicano e
imperiale (Troso 2006).
2 partim fame <partim peste>: l’aggiunta si deve già al primo editore, il
quale così si allinea al quanto raccontato da Omero e peraltro bilancia
sintatticamente il testo, che altrimenti presenta l’avverbio partim in una
struttura correlativa priva tuttavia del secondo elemento.
3 Iphigeniam et Orestem: Ifigenia e Oreste erano approdati da Crise fug-
gendo dalla Tauride (vd. fab. 120,5). Nella parte iniziale del paragrafo il te-
sto presenta alcuni problemi testuali e di interpretazione. – Chrisi filio suo:

313
Fabio Gasti

Crise il Giovane in realtà è nipote di Crise il Vecchio: il termine filius qui


va dunque intepretato nel senso generale di “discendente”, propriamente
“figlio del figlio” (al proposito, precisazione lessicale in Urbán 2004).

122
Sappiamo che Sofocle scrive una tragedia intitolata Alete e che in ambito
latino un’altra tragedia sulle vicende dei discendenti di Agamennone (Aga-
memnonides) è opera di Accio: Igino può pertanto aver presenti opere
come queste.
4 Hermionem… adductam: Menelao promette in moglie la figlia Ermione a
Neottolemo e a Oreste, ma la concederà poi al primo per mantenere la pa-
rola data, “sottraendola” così a Oreste, che la riavrà solo dopo la morte del
figlio di Achille: vd. Apollodoro, epit. 6,13-14 ma anche Euripide, Andr.
49-55; Igino riprende la storia in fab. 123.

123
Il mito di Neottolemo, del suo matrimonio e della sua morte è oggetto
dell’Andromaca di Euripide, ma anche Livio Andronico e poi Pacuvio
sono autore di perdute tragedie intitolate Hermione; per il resto vd. Apol-
lodoro, epit. 6,13-14; Virgilio, Aen. 3,325-332 (e Servio, Aen. 3,297); Ovi-
dio dedica alla storia l’ottava delle Epistulae Heroidum.
1 Achillis et Deidamiae filius: Achille si unisce a Deidamia, figlia del re
Licomede, nel suo ritiro a Sciro (vd. fab. 96 e 97,15). – ex Andromacha…
Amphialum: Andromaca, vedova di Ettore, tocca come preda di guerra a
Neottolemo, che peraltro è colui che uccide il piccolo Astianatte scara-
ventandolo dalle mura di Troia (fab. 109,2); le fonti parlano del figlio che
nasce dai due, ma il nome di Anfialao è ricordato soltanto da Igino.
2 Neoptolemo dedit: Menelao decide di revocare la promessa di concedere
in sposa Ermione a Oreste perché prima l’aveva promessa a Neottolemo
e, di fronte alla rivendicazione di quest’ultimo, non vuole mancare all’im-
pegno preso (vd. anche fab. 122,4). Il matrimonio tuttavia sarà privo di
discendenza, e la drammatica gelosia di Ermione nei confronti di Andro-
maca, fatta di violenze e false accuse, è il motore dell’azione dell’Androma-
ca di Euripide. – Delphis sacrificantem: Euripide è più dettagliato: Neotto-
lemo si reca a Delfi per fare ammenda dell’accusa ad Apollo di aver retto
la mano di Paride quando aveva colpito a morte Achille, e in realtà viene
ucciso non da Oreste ma da un suo sicario (Andr. 1086-1155). Un’altra
versione tramandata da Pindaro, Nem. 7,34-47 racconta che a uccidere
Neottolemo è un sacerdote perché l’eroe, non pratico del rituale, disturba
il compimento di un sacrificio. – per fines Ambraciae: la tradizione che ri-
porta Igino, che cioè Neottolemo viene sepolto ad Ambracia, è quella che

314
Commento

lo fa eroe eponimo dell’Epiro, i cui discendenti (fra cui il Pirro che com-
batte contro Roma) lo riconoscono come capostipite; un’altra tradizione
invece vuole che i suoi resti fossero seppelliti a Delfi davanti all’ingresso
del tempio in cui era stato ucciso.

124
L’elenco dei re obbedisce alla forma catalogatoria e, come negli altri casi,
non mancano imperfezioni e incongruenze. Liste simili sono in Apollodo-
ro 2,1-13 e in Pausania 2,15,4-16,1.

125
L’Odissea di Igino è un riassunto estremamente sintetico, quando non omis-
sivo, dei fatti principali accaduti a Ulisse e compagni nel viaggio di ritorno
a Itaca da Troia, come da parte sua fa Apollodoro, epit. 7,1-33. La falsariga
ovviamente è il poema omerico, ma non possiamo non presupporre una
o più fonti intermedie, come p. es. i riassunti a scopo scolastico, anche di
episodi singoli, che forniscono allo scrittore una versione già compendiata.
1 ad Ciconas: vd. Omero, Od. 9,39-66. Il popolo della Tracia viene pra-
ticamente sterminato con l’eccezione dell’anziano sacerdote Marone, cui
Ulisse risparmia la vita (vd. fab. 116,4 e nota).
2 ad Lotophagos: vd. Omero, Od. 9,82-104. La terra dei Lotofagi era col-
locata nel Nordafrica, in Cirenaica o nell’attuale isola tunisina di Djerba.
3 ad Cyclopem Polyphemum: vd. Omero, Od. 9,105-542. La tradizione
localizza Polifemo nella Sicilia orientale e fa dei faraglioni che sorgono
davanti ad Aci Trezza i massi scagliati in mare dal ciclope accecato mentre
Ulisse e i compagni erano ormai in fuga.
4 vino quod a Marone acceperat: vd. fab. 116 e nota. – Utin: trascrizione
latina del pronome greco οὔτις, che appunto significa “nessuno”.
5 spelunca praeclusa: siccome la caverna era chiusa dall’interno, i ciclopi
accorsi alle grida di Polifemo non vedono all’interno Ulisse e compagni, ed
è per questo che chiedono al fratello che cosa stesse succedendo.
6 ad Aeolum: vd. Omero, Od. 10,1-79, ma anche Apollodoro, epit. 7,10-11
e Ovidio, met. 14,223-232; Eolo vive nell’isola Eolia, localizzabile nelle
odierne Eolie, in un palazzo di bronzo e faceva sposare fra loro i figli e le
figlie per tenerli sempre con sé. Al proposito Igino confonde – come molti
altri mitografi – nonno e nipote: il primo Eolo infatti è veramente figlio di
Elleno, mitico capostipite di tutti gli Elleni, cioè i Greci, che dalla ninfa
Orseide ha tre (o quattro) figli a loro volta capostipiti delle etnie (Achei/
Danai da Acheo/Danao, Dori da Doro, Eoli appunto da Eolo, Ioni da
Iono); il secondo Eolo è invece figlio di Posidone e Melanippe (o Arne),
figlia del primo Eolo, e gemello di Beoto (vd. fab. 187), infine stabilitosi

315
Fabio Gasti

nell’isola Eolia e sposo di Ciane figlia di Liparo: a questo Eolo Zeus affida
il dominio dei venti divinizzandolo di conseguenza.
7 ad Laestrigonas: vd. Omero, Od. 10,80-102, ma anche Apollodoro, epit.
7,12-13 e Ovidio, met. 14,233-244; nonstante la lacuna testuale, il senso è
chiaro.
8 in insula Aenariam ad Circen: vd. Omero, Od. 10,135-574; Apollodoro,
epit. 7,14-17; Ovidio, met. 14,246-440. Circe è figlia del Sole e Perseide (o
Persa: vd. gen. 36), sorella del re Eeta e quindi zia di Medea; la tradizione
la situa sull’isola Eea e non Enaria. – Mercurius ei remedium dedit: si tratta
di una pianta chiamata μῶλυ, dal fiore latteo e dalla radice nera, che sol-
tanto gli dei possono cogliere (Od. 10,302-306).
10 Nausithoum et Telegonum: secondo Esiodo, theog. 1017 Nausitoo è
figlio di Ulisse e della ninfa Calipso, e non è quindi figlio di Circe; Apol-
lodoro infatti ricorda soltanto il secondo (epit. 7,16), che in un verso dal
testo non proprio sicuro comparirebbe addirittura in Esiodo, theog. 1014.
La tradizione omerica ignora tutto quanto.
11 ad lacum Avernum: mentre Omero ambienta l’evocazione dei morti da
parte di Ulisse nel Nord caucasico, nel paese dei Cimmeri, dove c’è nebbia
perenne e il sole non arriva mai (Od. 11,13-19), Igino segue in questo la
tradizione latina, rappresentata soprattutto da Virgilio (Aen. 6,201-211),
che colloca uno degli ingressi al regno dei morti presso il lago Averno,
vicino a Pozzuoli. – ad inferos descendit: se Omero dedica l’intero libro
XI dell’Odissea a narrare l’interrogazione dei morti da parte di Ulisse (e
Virgilio a sua volta il VI dell’Eneide), Igino secondo le consuetudini dà
un’estrema sintesi del viaggio nell’Ade, citando soltanto due anime, le pri-
me due incontrate, e tralasciando le diverse altre; Apollodoro, epit. 7,17
è addirittura più sintetico di Igino, e in un contesto elencativo si limita a
citare Tiresia, Anticlea ed Elpenore. – Elpenorem socium suum: quella di
Elpenore, morto il giorno stesso per un banale incidente nella casa di Cir-
ce, è effettivamente la prima anima che Ulisse incontra nel regno dei morti
(Omero, Od. 11,51-83).
12 cum matre Anticlia: anche in Omero segue il penoso incontro con la
madre (Od. 11,84-89 e poi 152-224; è interrotto dalla comparsa di Tire-
sia), della cui morte, avvenuta durante la lunga assenza del figlio, Ulisse
non era informato. – de fine errationis suae: Anticlea informa Ulisse dello
stato della sua casa, della fedeltà perdurante della moglie Penelope e delle
insistenze dei pretendenti, e infine della propria morte nel rimpianto del
figlio lontano; altre notizie sul ritorno e sui pericoli da affrontare prima
di giungere in patria vengono invece date in forma profetica dall’indovi-
no Tiresia (Omero, Od. 11,90-151), proprio per ascoltare il quale Ulisse,
indirizzato da Circe, viene a contatto con i morti, ma questo incontro pur

316
Commento

fondamentale non compare qui, e Igino lo cita solo più avanti.


13 ad Sirenas: vd. Omero, Od. 12,165-200; qui vd. gen. 30: anche Igino,
come Apollodoro, epit. 7,18 ne conta tre rispetto alle due di tradizione
omerica. Il famoso stratagemma di turare le orecchie ai compagni e di
essere legato all’albero della nave impedisce all’equipaggio di morire come
accade invece a Bute, uno degli Argonauti (fab. 14,27). Sulla fine delle
Sirene vd. fab. 141,2.
14 ad Scyllam: la descrizione del mostro, come notiano anche in Apollo-
doro, epit. 7,20, è meno dettagliata che in Omero, Od. 12,85-100; sugli
ascendenti di Scilla vd. gen. 39, mentre la storia della metamorfosi di Scilla
in mostro è narrata in fab. 199.
15 Solis pecus sacrum: il testo presenta evidentemente un problema di tra-
dizione, perché l’episodio dell’uccisione sacrilega da parte dei compagni
di Ulisse delle vacche del Sole in Sicilia (Omero, Od. 12,320-419) viene
raccontato due volte in modo molto simile inframmezzandovi la menzione
di Cariddi. – in aeneo mugiebant: il particolare è omerico e Igino lo riporta
perché sensazionale: le pelli si muovono e le carni cotte e crude muggi-
scono infilate negli spiedi (Od. 12,394-396). – ad Charybdimque perlatus:
la descrizione del mostro che ingoia e vomita l’acqua del mare creando
un gorgo è in Od. 12,234-244; Omero ritrae Cariddi mentre ingoia due
volte, e quindi la notizia che il mare viene ingoiato e rigurgitato tre volte al
giorno che troviamo in Igino (ter die… terque) e anche in Apollodoro, epit.
7,21 non si fonda sull’autorità del poema omerico.
16 in insulam Aeaeam: Igino si confonde: Eea è l’isola di Circe, mentre
quella di Calipso è Ogigia, dove Ulisse arriva stremato dopo una deriva
di nove giorni su un relitto della sua nave (Omero, Od. 12,420-450). –
Calypso Atlantis filia: vd. gen. 16. – anno toto eum retinuit: lo spazio di un
anno non ha fondamento omerico: nel poema è lo stesso Ulisse infatti a
raccontare ai Feaci di essere rimasto da Calipso sette anni (Od. 7,259), ma
evidentemente circolavano tradizioni differenti in merito, anche perché
Apollodoro, epit. 7,24 da parte sua ne conta cinque; lo stesso Apollodoro
peraltro accoglie la tradizione che figlio di Calipso e Ulisse è Latino, l’anti-
co re laziale che accoglierà Enea (vd. invece qui fab. 127,3).
17 Leucothoe: vd. Omero, Od. 5,333-353, dove in realtà la divinità mari-
na si chiama Leucotea, cioè “dea bianca” (anche Ovidio, met .4,539 ss.):
si tratta della metamorfosi di Ino una volta precipitata in mare, come lo
stesso Igino racconta in fab. 2,5, dove il nome è corretto e dove pure è
citata la corrispondenza con la Mater Matuta latina; è Apollodoro 3,4,3 a
specificare che la divinità marina, insieme al figlio Palemone, è invocata dai
naviganti durante i naufragi.
18 in insulam Phaeacum: che la terra dei Feaci, chiamata Scheria, sia un’i-

317
Fabio Gasti

sola è ricavabile nell’Odissea soltanto da un’allusione a 6,204, e la circo-


stanza non è casuale, dal momento che i Feaci affermano di non amare la
vicinanza e i rapporti con gli altri popoli; già in antico comunque l’isola
viene identificata in Corfù, nello stesso arcipelago di Itaca.
19 ira Mercurii: di questo ennesimo naufragio per l’avversità di Mercurio
(vd. anche fab. 126,1) non c’è traccia nell’Odissea: Ulisse non si rende con-
to di giungere a Itaca perché si addormenta durante la navigazione e viene
deposto dai Feaci ancora nel sonno sulla spiaggia con i doni di Alcinoo
(Od. 13,113-124). Secondo Apollodoro, epit. 7,25 Posidone per ritorsione
nei loro confronti trasformerà in pietra la nave e schiaccerà la loro città
sotto una montagna.
20 La parte finale è estremamente sintetica, anche perché viene ripresa e
ampliata in fab. 126. – ex cicatrice: si tratta di un’antica cicatrice che Ulisse
si procura quando il nonno Autolico lo porta a caccia per la prima volta sul
monte Citerone (Omero, Od. 19,414-464).

126
Rispetto alla fabula precedente, in questa, che prosegue e termina il rac-
conto dell’Odissea, Igino mostra di utilizzare una forma narrativa diver-
sa, evidentemente caratterizzata dal discorso diretto, forse in dipendenza
da una fonte diversa, magari di genere drammatico; comunque, il poema
omerico non è l’unico testo base di questo compendio, anche perché le
differenze segnalabili non sono poche. Le lacune testuali presenti non im-
pediscono comunque di comprendere il senso generale del contenuto.
1 naufragio facto nudus: vd. fab. 125,19 e nota; in verità è sull’isola dei
Feaci che Ulisse approda dopo un naufragio e nudo, ed è probabile che
Igino qui si confonda. – subote: il termine è greco (συβότης), quello che
si trova nell’Odissea, e per questo Igino lo glossa con la corrispondente
espressione latina che ha la stessa radice (da sus, greco ὕς: “maiale”). – ca-
nis cum agnosceret: è soltanto citato cursoriamente il celebre episodio del
cane Argo, che muore dopo aver riconosciuto il padrone tanto atteso nel
momento in cui si presenta a palazzo (Od. 17,290-327), mentre qui sembra
che si tratti del cane di Eumeo.
2 dixit se comitem eius esse: nell’Odissea invece Ulisse nelle sembianze del
mendicante dice a Eumeo di essere un mercante di Creta dalla vita avven-
turosa che aveva comunque combattuto a Troia (14,191-359).
4 telam: un’altra imprecisione: l’espediente della tela, un lenzuolo funebre
destinato al padre di Ulisse, Laerte, nell’Odissea non viene rivelato allo
stesso Ulisse da Eumeo, ma dalla stessa Penelope (19,138-156).
5 effigiem suam restituit: in realtà nel racconto omerico il primo a ricono-
scere Ulisse, dopo la diffidenza iniziale, è il figlio Telemaco, giunto nella

318
Commento

capanna di Eumeo, mentre quest’ultimo è assente (Od. 16,156-219); a Eu-


meo e all’altro servo fedele, Filezio, Ulisse rivela la propria identità sol-
tanto più tardi a palazzo, una volta posta la gara dell’arco, chiedendo loro
aiuto per realizzare la vendetta (Od. 21,188-241).
6 ad mnesteras: è interessante che qui e al par. 7 isolatamente compare il
termine greco mnesteres (μνηστῆρες , dalla radice di μνηστεύω, “corteg-
giare”), sempre utilizzato in questo contesto da Omero e corrispondente
al latino proci (dal verbo arcaico proco, corradicale di precor, “chiedere”,
s’intende in moglie), che Igino utilizza nelle altre fabulae e anche in questa.
Probabilmente la variazione terminologica dipende dall’uso di fonti diverse.
7 Melanthius unus ex mnesteribus: nell’Odissea Melanzio non è uno dei
pretendenti, ma il guardiano delle capre, un servo di Ulisse ostile a Te-
lemaco e invece servile nei confronti dei pretendenti: insomma l’esatto
opposto rispetto al fedele Eumeo (17,204-260). – inter se luctentur: vd.
Od. 18,1-107. In Omero Iro è tracotante ed è lui a sfidare Ulisse perché
non vuole un altro mendicante che gli faccia concorrenza; Antinoo quindi
promette la protezione di tutti al vincitore. – ad Euricleam nutricem: nel
poema Ulisse chiede a Penelope di non essere accudito dalle ancelle ma da
una vecchia, e la regina lo affida a Euriclea che lo riconosce dalla cicatrice
(Od. 19,370 ss.); il testo è lacuoso ma il senso è chiarissimo (sull’episodio
vd. anche fab. 125,20 e nota). – eam praemonuit ut arcum et sagittas…:
la gara dell’arco occupa nell’Odissea l’intero libro XXI: l’idea di indirla
tuttavia non viene da Ulisse ma è un’idea di Penelope ispirata da Atena.
8 Il testo è piuttosto lacunoso, ma il senso è chiaro. In Omero è lo stesso
Ulisse a chiedere di cimentarsi nella gara, dopo aver assistito ai fallimentari
tentativi dei proci, che vorrebbero opporsi (Od. 21,271-310); Penelope al-
lora interviene a favore del mendicante ed Eumeo, nonostante le minacce,
materialmente consegna l’arco nelle sue mani (343-379).
9 omnes procos conflixit: la cosiddetta mnesterofonia, cioè l’uccisione dei
proci portata a segno da Ulisse con l’aiuto di Telemaco e dei fedeli Eumeo
e Filezio, occupa il libro XXII del poema. – excepto Melanthio servo: a
differenza che al par. 7, qui Melanzio è correttamente qualificato come un
servo: la sua punizione è severa e sintetizza quanto scritto con crudezza da
Omero: viene portato nella corte e mutilato del naso, delle orecchie e dei
genitali, che vengono gettati da divorare ai cani, e inoltre di mani e piedi
(Od. 22,474-477). – corpora eorum ad mare deferri: nel poema invece i cada-
veri dei proci vengono allineati dalle ancelle in lacrime sotto il portico della
corte (448-449). – rogatu Penelopes: nel poema le ancelle infedeli vengono
impiccate nella sala rotonda senza che Penelope lo sapesse (645-473).

319
Fabio Gasti

127
La morte di Ulisse per mano di Telegono era raccontata in un poema del
VI secolo, per noi perduto ma conosciuto da un riassunto bizantino, la
Telegonia di Eugammone di Cirene; sappiamo inoltre che Pacuvio è autore
di una tragedia intitolata Telegonus, probabilmente esemplata sulla pure
perduta tragedia Odisseo colpito con l’aculeo di Sofocle. Troviamo la storia
raccontata qui da Igino in Apollodoro, epit. 7,36.
2 a Telegono filio est interfectus: Apollodoro accoglie la tradizione secondo
cui Telegono colpisce a morte il padre con una lancia avente per punta
l’aculeo velenoso di un trigone o di una tracina (da cui il titolo della trage-
dia sofoclea): in tal modo si sarebbe realizzata la profezia di Tiresia che la
morte sarebbe venuta per Ulisse dal mare (Od. 11,134-135).
3 natus est Latinus: secondo Apollodoro, epit. 7,24 Latino è figlio di Ulisse
e Calipso, ma già in Esiodo, theog. 1113 leggiamo che Latino, insieme ad
Agrio, è figlio di Ulisse e Circe: la tradizione seguita da Igino deve quindi
essere un’altra. – natus est Italus: nessuna fra le fonti note fa discendere da
Telegono e Penelope l’eroe eponimo dell’Italia, che Apollodoro neppure
cita; per Tucidide 6,2,4 è re degli Enotri in Calabria ed è comunque varia-
mente collocato da Servio, Aen. 1,533.

128
Teoclymenus Protei filius: il testo non sembra sicuro, anche perché l’in-
dovino Teoclimeno, citato nell’Odissea (15,223 ss.), è figlio di Polifide e
discendente di un altro indovino, Melampo, e profetizza la morte ai proci,
da cui viene cacciato (20,350-357); il figlio di Proteo invece è il Teoclimeno
re d’Egitto che nell’Elena di Euripide cerca di sedurre Elena portata lì dal
dio Hermes per evitarle la guerra di Troia.

129
Fino alla fabula 165 mancano nel manoscritto base dell’editio princeps sia
i numeri d’ordine sia i titoli, che gli editori normalmente integrano sulla
base dell’indice.
ad Oeneum: secondo la tradizione accolta da Apollodoro 1,8,1 Eneo (o
Oineo) è re di Calidone in Etolia e a lui risale per i greci l’introduzione
della tecnica per coltivare la vite e ricavarvi il vino (vd. anche Servio, Aen.
4,127). – muneri vitem dedit: la vite è considerata un dono ospitale da par-
te di Dioniso; in Servio, georg. 1,8 Eneo scopre la vite grazie al suo pastore
Stafilo che trova una sua capra mentre bruca un grappolo d’uva insegnan-
dogli la spremitura. – oeneon ut vocaretur instituit: il legame etimologico
con il termine οἶνος (traslitterato in latino oeneos) è evidente.

320
Commento

130
Il mito di Icario ed Erigone è trattato variamente in letteratura: oltre ad
Apollodoro 3,14,7 e Servio, georg. 2,389, la conclusione della storia con la
trasformazione dei protagonisti in astri ha suscitato l’interesse degli scien-
ziati (Igino, astr. 2,4; un perduto epillio intitolato appunto Erigone è opera
di Eratostene).
1 ad homines esset profectus: la storia è presentata come un ulteriore epi-
sodio (vd. fab. 129) del viaggio di Libero fra gli uomini per promuovere la
coltivazione della vita e l’arte della vinificazione. Apollodoro fa coincidere
il soggiorno di Dioniso presso Icario (e il dono della vite) con quello di
Demetra presso Celeo a Eleusi (col dono dei cereali).
4 diem festum oscillationis: la festa che in latino anche Servio chiama oscil-
latio corrisponde alle αἰώραι (“pendagli”, “altalene”), la consacrazione
espiatoria dell’impiccagione di Erigone per togliersi la vita e delle ragazze
ateniesi per ordine del dio: si tratta di un momento all’interno delle feste
Antesterie, che si celebrano ad Atene in onore di Dioniso all’inizio della
primavera.
5 Icarius Arcturus: secondo la versione che troviamo in Igino, astr. 2,4 Ica-
rio è trasformato nel Boote, costellazione della quale fa parte Arturo, che
ne è la stella più luminosa. – Maera Canicula: Canicola (o Stella del Cane)
è l’altro nome di Sirio, la stella più visibile della costellazione del Cane
Maggiore.

131
1 in Indiam: il viaggio in India è descritto dalla tradizione come una cam-
pagna vittoriosa del dio, che sconfigge avversari e fonda città alla stregua
di un sovrano. – Nyso nutricio suo: Niso è colui che accoglie e alleva il
piccolo Dioniso dopo la morte della madre Semele: vd. fab. 167,3 e 179,3.
2 trieterica: come esplicita l’etimologia greca (τρεῖς “tre” + ἔτος “anno”),
si tratta delle feste in onore di Dioniso che si celebravano ogni terzo
anno, cioè ad anni alterni, dalle Baccanti soprattutto a Delfi: vd. Pausania
10,32,7.

132
La storia di Licurgo che si oppone al Dioniso e ai riti bacchici da questi
promossi è oggetto di opere drammatiche in particolare nella letteratura
latina d’età arcaica a partire dal Lucurgus di Nevio; il tema al tempo doveva
essere di attualità, considerato che viene promulgato il senatoconsulto sui
Baccanali (ne abbiamo una copia datata al 186 a.C.), che vietava appunto
tali pratiche per ragioni di ordine pubblico.
1 Lycurgus Driantis filius: la tradizione (p. es. Apollodoro 3,5,1) fa di Li-

321
Fabio Gasti

curgo il re degli Edoni in Tracia. – malum medicamentum: la diffidenza nei


confronti del vino mostrata da Licurgo è la stessa mostrata dai pastori che
uccidono Icario in fab. 130,2: anche l’espressione usata è la stessa.
2 filium interfecit: Apollodoro 3,5,1 racconta che Licurgo uccide il figlio,
di nome Driante come il nonno, con un colpo di scure, scambiandolo per
un tralcio di vite. – pantheris obiecit: pantere o tigri facevano parte del cor-
teggio di Dioniso, di cui tiravano il carro. La tradizione accolta da Apol-
lodoro prevede invece che gli stessi sudditi per ordine di Dioniso portino
Licurgo sul monte Pangeo dove viene sbranato da cavalli; in Omero invece
il re, venuto in odio a ogni mortale, viene accecato per punizione da Zeus
(Il. 6,138-140). – unum pedem sibi… excidisse: l’ennesimo gesto di pazzia,
questa volta in senso autolesionistico, si trova citato anche da Servio, Aen.
3,14.

133
La breve fabula è un tipico racconto eziologico, orientato cioè a spiegare
l’origine di una realtà, nel nostro caso quella del segno zodiacale dell’A-
riete e del tempio di Giove Ammone, all’interno del mito di Dioniso. Vd.
al proposito anche Igino, astr. 2,20, che fa risalire la storia a Ermippo di
Smirne, discepolo di Callimaco, probabilmente dai suoi Fenomeni.
Liber in India: Igino qui situa l’episodio durante in viaggio in India di Dio-
niso, anche se in astr. 2,20 situa correttamente il tempio di Giove Ammo-
ne nel Nordafrica come molti altri autori. – in astrorum numero: secondo
un’altra tradizione (p. es. Manilio 2,34) a essere trasformato in costellazio-
ne è l’ariete dal vello d’oro che aveva trasportato Frisso ed Elle – aequinoc-
tialis aries: l’Ariete è detto “equinoziale” perché all’inizio dell’era cristiana
il Sole si trovava appunto nel segno dell’Ariete nel giorno dell’equinozio
primavera (oggi la situazione è diversa a causa della cosiddetta precessione
degli equinozi). – templum constituit: il tempio, che era anche sede di un
oracolo, conservava all’interno una raffigurazione di Giove con le corna
d’oro di ariete (Erodoto 2,42).

134
La storia di Dioniso con i pirati costituisce evidentemente un elemento di
rilievo all’interno delle avventure del dio ed è raccontata o citata con diver-
se varianti a partire addirittura dall’Inno omerico a Dioniso fino a Nonno,
Dion. 45,105-169: vd. p. es. Apollodoro 3,5,3; Ovidio, met. 3,582-691; Igi-
no, astr. 2,17; Seneca, Oed. 449-466; Servio, Aen. 1,67.
1 Tyrrheni… Tusci: il nome di Tirreni è utilizzato in ambito greco per indi-
care dapprima in genere le popolazioni non greche, in particolare i pirati
che infestavano l’Egeo (così nel nostro contesto anche nell’Inno omerico

322
Commento

a Dioniso, 7-8; vd. Tucidide 4,109; Diodoro Siculo 10,19,6), e solo in un


secondo momento specificamente gli Etruschi o Tusci, come intende Igi-
no. – Acoetes gubernator: il personaggio è sempre descritto come mite e
riflessivo; nella versione di Ovidio l’episodio è presentato proprio come il
racconto di Acete al re Penteo.
2 thyrsos: il tirso è un bastone sormontato da una pigna e avvolto da tralci
e pampini, un simbolo dionisiaco attribuito allo stesso dio e alle Baccanti
del suo seguito. Qui Dioniso fa assumere alla nave un aspetto del tutto dio-
nisiaco, utilizzando ogni elemento connesso al suo culto; allo stesso modo
vanno considerati i leoni e le pantere (vd. fab. 132,2 e nota): in Ovidio si
tratta di pantere e linci.
4 duodecim his nominibus: la consuetudine catalogatoria a questo proposi-
to trova un antecedente in Ovidio, che tuttavia cita i nomi dei pirati in una
forma narrativa durante la trasformazione in delfini.

135
La storia della morte di Laocoonte è resa famosa in ambito latino dal rac-
conto di Virgilio, Aen. 2,40-54 e 199-227, mentre nel mondo greco sap-
piamo che compariva nella Iliou Persis di Arctino di Mileto e in una trage-
dia pure perduta di Sofocle intitolata appunto Laocoonte; per il resto vd.
Apollodoro, epit. 5,18 e Quinto Smirneo, posthom. 12,444-497.
1 Apollinis sacerdos: secondo la versione più diffusa Laocoonte è sacerdote
di Posidone. – contra voluntatem Apollinis: Servio, Aen. 2,201 ricostruisce
che l’errore di Laocoonte non consiste nell’aver preso moglie, ma nell’es-
sersi unito a lei in luogo sacro, davanti alla statua del dio.
3 hastam… miserit: la scena è descritta da Virgilio, Aen. 2,50-56, che ag-
giunge che, nonostante il colpo di lancia faccia risuonare il ventre cavo del
cavallo, i Troiani non si insospettiscono causando la fine della città.

136
La storia poteva essere oggetto di due tragedie intitolate Poliido, opera
rispettivamente di Sofocle (nota anche con il titolo Gli indovini) e di Eu-
ripide; vd. comunque anche Apollodoro 3,3,1, che tramanda un racconto
molto vicino al nostro. Secondo un’altra tradizione, accolta da Apollodoro
3,10,3 e anche da Igino, astr. 2,14 (vd. qui fab. 49,1), Glauco viene ri-
suscitato da Asclepio. Sul valore simbolico facilmente riconoscibile nella
resurrezione di Glauco vd. Muellner 1998.
1 dum ludit pila: secondo Apollodoro Glauco cade mentre insegue un
topo. – Apollinem sciscitati sunt: in Apollodoro sono i Cureti, i mitici dei-
sacerdoti di Creta, a dare il responso a Minosse.
3 Polyidus Coerani filius Byzantius: il nome Poliido è parlante e adatto a

323
Fabio Gasti

un indovino perché letteralmente significa “che vede molte cose”: è citato


anche da Omero, Il. 13,663-672, che tuttavia lo dice di Corinto (saremmo
qui in presenza di un errore da parte di Igino: Liénard 1940).
6 gladio repente percussit: secondo Apollodoro Poliido uccide il serpente
a sassate.
7 in patriam remisit: il racconto di Igino si ferma qui, ma Apollodoro 3,3,2
contiene anche un seguito: Minosse pretende da Poliido che questi insegni
l’arte divinatoria al piccolo Glauco; Poliido lo fa malvolentieri e, sul punto
di partire, si fa sputare in bocca dall’allievo che per effetto di questo gesto
magico dimentica ogni insegnamento ricevuto.

137
La storia era oggetto di una perduta tragedia di Euripide, il Cresfonte, e ri-
guarda le lotte per la spartizione del Peloponneso da parte dei discendenti
di Ercole di più generazioni, gli Eraclidi. Una versione più concisa trovia-
mo in Apollodoro 2,8,5. D’altra parte il mito di un ragazzo messo in salvo
fattosi poi vendicatore che collabora con la madre per uccidere il tiranno
riproduce un cliché ampiamente attestato anche in altre storie.
2 filium autem eius: Merope mette in salvo il figlio, ma Igino soltanto più
avanti (par. 3) dice che in realtà i figli sono più di uno, senza specificarne
il numero (per Apollodoro sono tre), dicendo che gli altri sono stati uccisi
da Polifonte insieme al padre. – absconse ad hospitem: secondo Apollo-
doro l’ospite è in realtà il padre di Merope. Il raro avverbio, che significa
“nascostamente”, “di nascosto”, trova qui la sua prima attestazione: per il
resto si trova sporadicamente in scrittori cristiani e anche nella traduzione
latina della bibbia, e appartiene al linguaggio colloquiale.
3 Telephontem: la tradizione rappresentata da Apollodoro chiama invece il
figlio sopravvissuto Epito.
5 in chalcidicum: si tratta di un termine tecnico dell’architettura che indica un
particolare tipo di stanza particolarmente decorata e sontuosa, in genere uti-
lizzata come stanza da pranzo o di rappresentanza; le attestazioni sono molto
rare e datano dall’età cristiana (due attestazioni in Arnobio e una in Ausonio).

138
1 Iovem cum quaereret: la storia è ambientata ai tempi in cui Saturno cerca
il piccolo Giove nascosto da Rea per evitargli di essere divorato dal padre
timoroso di essere spodestato dal figlio (vd. fab. 139,1-2). – Oceani filia:
Filira è figlia di Oceano e Teti. – in equum conversus: la trasformazione di
Crono in cavallo spiega la nascita di un centauro, un essere mezzo uomo e
mezzo cavallo; Igino non motiva tuttavia tale trasformazione: in Apollonio
Rodio 2,1231-1241 e Servio, georg. 3,93 leggiamo invece che Crono si tra-

324
Commento

sforma per fuggire velocemente dopo che Rea lo sorprende nel letto con
Filira. – artem medicam: Chirone è uno dei personaggi divini o semidivini
che la tradizione vuole esperti nella medicina e in questo, secondo alcuni,
maestro di Asclepio (Pindaro, Pyth. 3,5,ss.); sotto il suo nome circolava-
no anche opere e manuali anonimi in materia medica e veterinaria che in
parte possediamo.
2 in arborem philyram: la metamorfosi di Filira in tiglio (in greco φιλύρα),
albero che da lei prende il nome, non è tramandata univocamente: secon-
do una versione diffusa non subisce alcuna metamorfosi ma resta umana e
come tale diventa la nutrice del piccolo Achille in Tessaglia, di cui inoltre
Chirone è maestro.

139
1 Opis: Opi, dea latina dell’abbondanza, viene identificata variamente con
Rea, moglie di Crono/Saturno, ma anche con Cerere. – Orcum sub Tartara
deiecerat et Neptunus sub undas: la spartizione dei regni è qui presentata
come un accorgimento di Saturno, per allontanare il pericolo di essere
spodestato da uno dei figli; la tradizione vuole invece che l’assegnazione a
ciascuno dei tre figli avvenga per sorteggio dopo che Crono viene ridotto
all’impotenza. Notevole l’uso del nome Orco per indicare Plutone: in ori-
gine demone infernale di estrazione etrusca, nella letteratura d’età classica
preferibilmente è utilizzato per indicare il regno dei morti più che il suo re.
2 lapidem involutum: il mito è raccontanto già da Esiodo, theog. 453ss.:
come rea partorisce un figlio, Crono lo divora, finché al posto di Zeus
inghiotte una pietra; una volta sconfitto, sia questa che i figli inghiottiti
saranno poi rigurgitati (secondo Apollodoro 1,2,1 è Metis, prima moglie
di Zeus, a dare a Crono una pozione per provocare il vomito, mentre in
Esiodo, theog. 494 a consigliare in tal senso è la stessa Gea), e la pietra fi-
nirà a Delfi, dove diventa un simbolo religioso veneratissimo, il cosiddetto
ὀμφαλός l’ombelico del mondo, descritto da Pausania 10,24,6.
3 Amalthaea pueri nutrix: secondo una tradizione diffusa la nutrice del
piccolo Zeus sul monte Ida, e comunque a Creta, non è una donna ma una
capra che lo nutre col proprio latte mentre viene curato dalle ninfe Adra-
stea e Ida (Apollodoro 1,1,6-7) e che viene poi trasformata in costellazione
con i suoi due capretti (Igino, astr. 2,13); in un’altra variante a nutrire il
bambino sono anche le api con il loro miele (p. es. Virgilio, georg. 4,149-
152). – in cunis in arbore suspendit: questo accorgimento, fra il magico e il
sacro, per far sì che il neonato non si trovi in nessun luogo convenzionale e
quindi si trovi al sicuro, non è ricordato da altre fonti note.
4 Curetes… Corybantes… Lares: originariamente gruppi distinti, i Cureti
(divinità minori del corteggio di Rea) e i Coribanti (sacerdoti danzanti di

325
Fabio Gasti

Cibele) spesso vengono identificati, probabilmente anche a causa dell’i-


dentificazione fra Rea e Cibele; l’assimilazione con i Lari di tradizione la-
tina si basa sulla considerazione della funzione protettrice sulla casa e la
famiglia esercitata da queste divinità domestiche.

140
1 responsa dare solitus erat: il serpente rappresenta il legame con la terra
ed è quindi una divinità primordiale: non è quindi strano che a Pitone, pe-
raltro figlio di Gea, la Terra (gen. 34), si attribuiscano capacità profetiche
e in particolare un legame con il santuario di Delfi nei pressi del Parnaso;
mentre tuttavia Igino accoglie la tradizione che ne fa l’oracolo prima che
Delfi entrasse nell’orbita apollinea, un’altra versione lo considera sempli-
cemente un guardiano di luoghi sacri (p. es. Apollodoro 1,4,1).
3 fluctibus cooperuit: sprofondare l’isola rappresenta uno stratagemma per
mettere in salvo Latona e contemporaneamente non contraddire il decreto
di Giunone, che condanna Latona a partorire lontano dalla luce del sole.
Su Ortigia/Delo vd. anche fab. 53.
4 in superiorem partem rettulit: scampato il pericolo, l’isola riaffiora e resta
un’isola fluttuante finché, una volta che Latona partorisce, viene ancorata
al sottosuolo e così stabilita. – Latona oleam tenens: un’antica tradizione
parallela racconta che Latona partorisce aggrappata invece a una palma,
che, prima di essere simbolo di vittoria, lo è di rigoglio e fecondità: vd.
Omero, Od. 6,162-163; Inno omerico ad Apollo 115-118.
5 in cortinam coniecit: la tradizione vuole che i resti di Pitone siano presen-
ti a Delfi e che in qualche modo ispirino la sacerdotessa che emette i re-
sponsi, chiamata appunto Pitia; Servio, Aen. 3,92 al proposito ricorda che
tripode (cortina, con un termine latino), cioè lo scranno su cui sedeva o si
aggrappava la sacerdotessa nel vaticinare, era ricoperto dalla pelle di Pito-
ne; un’altra tradizione di tipo antiquario, rappresentata p. es. da Varrone,
ling. 7,17, vuole che le ossa si trovassero sotto la pietra-ombelico (vd. fab.
139,2 e nota). – ludi Pythia dicuntur: anticamente i Ludi Pitici prevedono
gare di musica e canto e si disputano ogni otto anni; in seguito, a partire
dal 582 a.C., si allineano alla scansione quadriennale dei Ludi Olimpici e
accolgono anche gare atletiche: vd. Pausania, 10,7,4-6.

141
1 Acheloi… et Melpomenes: la stessa genealogia in gen. 30, dove sono ri-
portati anche i nomi (analogamente Apollodoro, epit. 7,18, con un nome
diverso); la discendenza dalla musa (Melpomene è la musa della tragedia,
ma Apollonio Rodio 4,895-896 le dichiara figlie di Tersicore, musa della
danza) spiega il canto fascinoso delle Sirene: Apollodoro precisa che una

326
Commento

suona la cetra, la seconda canta e la terza suona il flauto. Vd. comunque


fab. 125,13 e nota. – volaticae sunt factae: la parziale trasformazione in
uccelli delle Sirene (vd. su questo fab. 125,13) è connessa al rapimento
di Proserpina, figlia di Demetra/Cerere, di cui erano ancelle (Apollonio
Rodio), da parte di Plutone: la versione accolta da Igino la considera una
punizione da parte della dea, mentre per Ovidio, met. 5,552-563 sono loro
stesse a chiedere di avere le ali per andare alla ricerca di Proserpina.
2 praecipitarunt se in mare: mentre l’Odissea non parla della fine delle Sire-
ne, della profezia sulla loro morte parla Apollodoro, epit. 7,19, ma si limita
a dire che, una volta che Ulisse supera il loro scoglio, in effetti muoiono; il
loro suicidio in mare è citato tuttavia da Licofrone, Alex. 713-716.
3 inter Siciliam et Italiam: il luogo veniva localizzato in alcune isolotti nel
golfo di Napoli (p. es. Strabone 1,2,12), e sulla costa prospiciente peraltro
è testimoniata l’esistenza di un tempio in loro onore (Virgilio, Aen. 5,864-
866; Plin. nat. 3,62).

142
homines ex luto finxit: mentre la tradizione vede Prometeo come il bene-
fattore del genere umano, in particolare per il dono del fuoco (vd. fab.
144,1), non è frequente che sia considerato il creatore degli uomini: oltre
che in Igino troviamo questa versione in Apollodoro 1,7,1 e Ovidio, met.
1,82-87, e sappiamo inoltre da Pausania 10,4,4 che in Focide, vicino a Pa-
nopeo, era conservata la terra avanzata a Prometeo nel plasmare l’uomo.
– Vulcanus… mulieris effigiem fecit: in Esiodo la creazione della donna da
parte di Efesto per ordine di Zeus rappresenta una punizione per il genere
umano a seguito del furto del fuoco da parte di Prometeo; la donna pla-
smata dal fango riceve da Atena la conoscenza della tessitura (e non quindi
l’anima, come dice Igino), da Afrodite l’arte della seduzione e da Ermes
infine un cuore di cane e l’arte di ingannare (theog. 513-514 e 571-584; op.
60-82). – Pandoram: evidente l’etimologia del nome, composto dalla radice
di πᾶς “tutto” e δῶρον “dono”.

143
1 ex Argia sorore sua: secondo Apollodoro 2,1,1 la madre di Foroneo è
Melia, sorella di Inaco come Argia. – primus mortalium dicitur regnasse: la
notizia, che Igino poi si incarica di contestualizzare, dipende da una diffu-
sa tradizione che fa di Foroneo il mitico fondatore della civiltà, in partico-
lare del Peloponneso, e che doveva sostanziare addirittura un poema epico
anonimo intitolato Foroneide, di cui resta soltanto qualche frammento e
linee generali di contenuto. Secondo una tradizione locale riportata da
Pausania 2,19,5 nel Peloponneso i meriti di Foroneo erano tali che si rite-

327
Fabio Gasti

neva che fosse lui ad aver donato il fuoco agli uomini, gesto che in genere
è riconosciuto a Prometeo (vd fab. 144).
2 Mercurius sermones hominum interpretatus est: la ricostruzione di Igino
è analoga all’immagine della Babele biblica: la divisione delle lingue, che
origina la divisione in nazioni, è anche all’origine delle discordie fra esse; il
consueto scrupolo etimologico lega il termine di origine greca hermeneu-
ta a Hermes, dio dei commerci e messaggero degli dei, e pertanto adatto
a simboleggiare lo scambio di idee attraverso il codice comunicativo lin-
guistico. Un paragone fra questa tradizione e quella biblica della torre di
Babele (Gen. 11,1-9) è ipotizzata da Inowlocki 2007.
3 Iunoni sacra primus fecit: nel dettaglio, Igino ricorda Foroneo anche come
il primo costruttore di un tempio dedicato a Giunone ad Argo (fab. 225,2)
e come il primo costruttore di armi sempre per Giunone (fab. 274,8).

144
1 ignem petebant: secondo la circostanziata versione che troviamo in Esio-
do (theog. 535-569 e op. 49-58) Prometeo, che è uno dei Titani, riporta
agli uomini il fuoco che gli dei avevano loro sottratto per punizione: infatti
lo stesso Prometeo aveva ingannato gli dei durante un banchetto facendo
scegliere loro le ossa e il grasso degli animali e lasciando invece la carne agli
uomini. – in ferula detulit in terras: lo stratagemma per trasportare il fuoco
è normalmente sempre citato dalle fonti; alcuni citano il particolare che il
furto avviene dall’officina di Efesto (Platone, Prot. 321d-e; Cicerone, Tusc.
2,10; Luciano, Prometh. 5), mentre per Servio, buc. 6,42 Prometeo ruba il
fuoco dal carro del Sole.
2 Mercurius: in genere è Efesto che imprigiona Prometeo, a partire dal
Prometeo incatenato di Eschilo (12 ss.); la tradizione che prevede invece
l’intervento di Ermes è accolta da Luciano, Prometh. 1. – aquilam apposuit,
etc.: sulla punizione e la liberazione di Prometeo vd. anche fab. 54,3 e nota.

145
In modo abbastanza atipico, il racconto del mito di Io è preceduto da una
genealogia che occupa due paragrafi: solo al par. 3 inizia infatti la vera e
propria fabula. Il testo, come spesso capita in casi del genere, presenta
alcuni problemi testuali dovuti sia alla tradizione sia anche alla mancata
corrispondenza con altre genealogie note (p. es. Apollodoro 2,1,2-3).
1 Nioba: questa Niobe, della quale peraltro la fabula vera e propria non
tratta, è un personaggio diverso rispetto alla figlia di Tantalo (fab. 9).
3 Iupiter dilectam compressit: Ino è sacerdotessa di Era (Apollodoro 2,1,3;
di Atena per Esiodo, fr. 125 M.-W.) e secondo la tradizione Giove per
unirsi a lei di nascosto alla moglie fa calare una fitta nebbia: Ovidio, met.

328
Commento

1,588-600. – in vaccae figuram convertit: la metamorfosi in giovenca bianca,


animale peraltro sacro a Era, è uno stratagemma ideato per nascondere
il tradimento, e tuttavia la dea, non convinta, chiede al marito di avere
in dono l’animale, che gliela concede per non insospettirla ulteriormente:
Ovidio, met. 1,610-621. – Argum: questo mostro rappresenta l’essenza del
guardiano, con molteplici occhi sempre vigili che vengono a un certo pun-
to contati nel numero simbolico di cento: questi si riposavano a turno, due
a due, in modo da garantire attenzione costante su Io anche se Argo era
voltato dalla parte opposta (Ovidio, met. 1,625-628); in origine tuttavia gli
occhi erano solo quattro ma in continuo movimento (Esiodo, fr. 294 M.-
W.). – hunc Mercurius… interfecit: Apollodoro 2,1,3 specifica che Ermes lo
uccide colpendolo con una pietra, mentre nell’articolata versione ovidiana
Mercurio fa addormentare Argo al suono del flauto e quindi lo decapita
(met. 1,668-719); impietosita dalla morte del suo collaboratore, Giunone
raccoglie i numerosi occhi e li usa per adornare la coda del pavone a lei
sacro (met. 1,722-724).
4 formidinem ei misit: in preda all’ira Giunone perseguita Io al limite della
follia: Ovidio icasticamente rappresenta questo senso di panico con l’im-
magine dell’orribile Erinni, la divinità persecutoria per eccellenza, che la
dea fa comparire davanti agli occhi e alla mente della ragazza (met. 1,725),
ma altre versioni lo concretizzano in un insetto fastidiosissimo, un tafano,
che assilla e punge continuamente (p. es. Eschilo, Prom. 580-589; Suppl.
307-309 e 538-546; Apollodoro 2,1,3). – Ionium… Bosporum: la denomi-
nazione da Io del mare è citata già in Eschilo, Prom. 839-841; quanto al
Bosforo, letteralmente significa “passaggio del bovino”. – Epaphum: sul
figlio di Io vd. fab. 149.
5 deamque Aegyptiorum: Ovidio, met. 1,747 parla della celeberrima dea
degli egizi, alludendo evidentemente a Iside: d’altra parte la dea veniva
raffigurata con due corna sulla fronte e pertanto l’assimilazione con Io-
giovenca è naturale; Apollodoro invece dice che era Demetra a essere chia-
mata Iside dagli Egizi, e che lo stesso nome viene dato anche a Io.

146
Il rapimento di Proserpina è un mito molto antico, ricordato da molti auto-
ri a partire da Esiodo, theog. 912-914 e d’altra parte presente già nell’Inno
omerico a Demetra, mentre è soltanto citato in Apollodoro 1,5,1; in ambito
latino sono rilevanti la trattazione di Ovidio, met. 5,346-571 e, in epoca
senz’altro posteriore a Igino, il poema De raptu Proserpinae di Claudiano.
1 flores legentem: grazie alla complicità di Zeus (già in Inno Dem. 30; se-
condo Esiodo e Ovidio interviene anche Afrodite), i fiori vengono fatti
nascere appositamente per attirare Proserpina nel luogo deputato al rapi-

329
Fabio Gasti

mento. – in monte Aetna: varia la localizzazione: Igino è l’unico che indica


l’Etna, non seguendo la versione di Cicerone, Verr. II 4,48 e Ovidio, met.
5,385-386 che parlano del lago di Pergo vicino a Enna, individuandovi il
passaggio per il regno dei morti.
2 cum Venere et Diana et Minerva: la presenza delle tre dee non ha ri-
scontro nella tradizione precedente, che descrive semmai Proserpina in
compagnia delle Oceanine (Inno Dem. 5-10); Claudiano, rapt. 1,212-286
tuttavia raffigura le tre dee recarsi nella casa di Proserpina per convincerla
ad andare a cogliere fiori e favorire quindi l’esposizione della ragazza al ra-
pimento. – dimidia parte anni: il patto sancito fra Cerere e Giove altro non
è che la trasposizione mitologica dell’avvicendarsi dei cicli del raccolto.

147
Il mito fondativo di Eleusi viene ampiamente raccontato già nell’Inno ome-
rico a Demetra e poi da Apollodoro 1,5,1, entrambi secondo una versione
dei fatti con diverse variazioni rispetto a Igino; in ambito latino si trova in
Ovidio, fast. 4,507-562, cui il nostro testo si avvicina di più: la variazione
maggiore riguarda i nomi dei genitori di Trittolemo, Celeo e Metanira,
e la presenza di un altro figlio di nome Demofonte, che è il piccolo cui
Demetra deve badare.
2 lacte divino alebat: nell’Inno omerico a Demetra non allatta ma cosparge
di ambrosia Trittolemo e gli alita in viso. – in igne obruebat: il gesto ha un
evidente valore rituale e in questo il mito presenta evidenti consonanze
con quello di Teti e Achille: vd. nota a fab. 107,1.
5 Celeus: Igino recupera il nome di Celeo, che nella versione più attestata
è padre di Trittolemo, facendone il re dopo la morte di Eleusino. – The-
smophoria: le feste erano indette in onore di Demetra con l’epiteto di Te-
smofora (letteralmente “portatrice di leggi”), cioè istitutrice e regolatrice
dell’agricoltura e dei rapporti matrimoniali: duravano tre giorni in conco-
mitanza con l’inizio della semina; Apollodoro 1,5,1 al proposito riprende
un tema accennato in Inno Dem. 201-205 e fa risalire gli insulti e gesti
osceni di rito nelle Tesmoforie all’intervento di una vecchia di nome Iambe
che provoca il riso in Demetra mentre era alla ricerca del figlio.

148
Il racconto dell’adulterio di Venere con Marte e lo stratagemma usato da
Vulcano per sorprendere i due amanti è antico ed è infatti presente già in
Omero, Od. 8,266-366; citato da Lucrezio nel proemio del suo poema, in
età tardoantica è oggetto di un poemetto opera di Reposiano.
3 vestem sceleribus tinctam: il dono citato da Igino è uno dei doni nuziali
presentati ad Armonia nel giorno del suo matrimonio con Cadmo, e quin-

330
Commento

di alle origini della dinastia regale tebana, connotata appunto da una cate-
na di delitti e atrocità. Secondo Apollodoro 3,4,2 i doni sono due: la veste
e una collana e vengono lasciati in eredità ai discendenti fino ad arrivare a
Polinice (3,6,1).

149
Epaphum: vd. fab. 145,4. – ex Cassiopia uxore: la tradizione vuole che la
moglie di Epafo sia Menfi, figlia del Nilo, il cui nome impone alla prima
città da lui fondata (Apollodoro 2,1,4); probabilmente Igino si è confuso
con un altro personaggio femminile di ambiente africano (vd. fab. 64,1).
– a qua terra est appellata: la denominazione di Libia per gli antichi è gene-
rica e comprende tutta l’Africa conosciuta.

150
Per Igino la titanomachia (letteralmente “battaglia dei Titani”) è il tenta-
tivo da parte dei Titani di rovesciare il governo di Giove per istigazione
di Giunone, risentita con quest’ultimo. In realtà la tradizione ne parla nel
momento in cui si trattava di spodestare Crono, e quindi sostituire la vec-
chia generazione divina con quella più giovane di cui fa parte anche lo
stesso Zeus (Esiodo, theog. 687-735; Apollodoro 1,2,1).
1 tantam regni potestatem: si tratta del regno d’Egitto (fab. 149): siccome
Giove genera Epafo da Io, Giunone considera quest’ultima con disprezzo.
2 Atlanti: soltanto Igino fa di Atlante il capo della rivolta contro Giove;
quanto alla punizione, è ricordata già da Omero, Od. 1,52-54 ed Esiodo,
theog. 517-520.

151
Un altro testo strutturato a elenco che compendia personaggi e figure già
variamente citati.
1 Scylla: descrizione analoga in fab. 125,14: alla luce di questa, forse qui
andrebbe corretto inferiorem canis in inferiorem piscis, considerando la
possibile attrazione in errore dal canes sex che immediatamente segue. –
Chimaera: il mostro è così descritto anche in fab. 57,2 allorché se ne rac-
conta l’uccisione da parte di Bellerofonte; su media ipsa Chimaera, vd. nota
a fab. 57,3.

152
1 Tartarus ex Tartara: soltanto in questo luogo si trova il nome Tartara, che
non ha altre attestazioni in antico (sul femminile insolito vd. Urbán 2004);
la tradizione vuole che Tifone sia figlio di Tartaro e Gea, cioè la Terra:
Esiodo, theog. 119; Apollodoro 1,6,3. – Typhonem: Tifone è ricordato an-

331
Fabio Gasti

che con il nome di Tifeo. – centum capita draconum: Apollodoro conserva


una descrizione più dettagliata: oltre alle teste di cento serpenti emergenti
dalla testa, dalle cosce uscivano le spire di vipere enormi, aveva ali su tutto
il corpo, capelli sulla testa e sulle guance e occhi fiammeggianti, e dalla
bocca sputava fuoco.
2 fulmine ardenti… percussit: in realtà se Esiodo, theog. 553-880 racconta
il duello fra Zeus e Tifone nei termini in cui lo fa Igino, cioè un confron-
to istantaneo, secondo Apollodoro 1,6,3 è lungo e si disputa in diversi
luoghi: Zeus inoltre fatica ad avere la meglio e non esce indenne. – mon-
tem Aetnam: la definitiva sconfitta di Tifone ha un risvolto eziologico che
spiega il fuoco del vulcano siculo e che le fonti in genere non tralasciano:
vd. p. es. Apollodoro 1,6,3 (le fiamme hanno origine dai fulmini di Zeus)
e Ovidio, met. 5,352-358 (Tifone emette fiamme e sabbia dal vulcano e
provoca terremoti volendo scrollarsi di dosso la montagna).

152 A
Si deve a Rose la separazione della fabula 152 in due parti, perché di fatto
gli argomenti trattati sono diversi, immaginando un difetto nella tradizione.
Il mito di Fetonte è attestato anticamente: sappiamo infatti che circolava
una versione di Esiodo (vd. fab. 154) e che aveva avuto almeno due trat-
tamenti tragici nelle Eliadi di Eschilo e nel Fetonte di Euripide; in ambito
latino la versione più fortunata e senz’altro più duratura è l’ampio raccon-
to di Ovidio, met. 2,1-400 (sul quale a sua volta pare significativa la sugge-
stione da Lucrezio 5,396-405, una delle più antiche testimonianze del mito
in latino), cui tuttavia la concisa versione di Igino non sempre corrisponde.
Interessante osservare che Apollodoro da parte sua ignora questa storia e
ricorda Fetonte solo cursoriamente in una parte genealogica come figlio di
Titono (3,14,3).
1 clam: a differenza di altre versioni, e in particolare di quella ovidiana,
Fetonte si impossessa del carro di nascosto dal padre: Igino vi insiste anche
in astr. 2,42. – prae timore: la versione seguita da Igino collega la caduta
di Fetonte al panico da altezza ed è pertanto più attenta al particolare
psicologico rispetto all’invalsa tradizione, per noi di matrice ovidiana, che
la motiva con la disobbedienza alle raccomandazioni del padre, l’eccessi-
va velocità e la conseguente perdita di controllo del carro (ma di timor e
addirittura di tenebrae sugli occhi Ovidio comunque parla a 2,180-181).
– omnia ardere coeperunt: in Ovidio invece il fulmine di Giove interviene
a colpire Fetonte su richiesta della alma Tellus (la madre Terra) per evitare
che il carro infuocato, ormai fuori controllo, incendiasse completamente
la terra e per questo tutti gli dei, compreso lo stesso Sole (2,304-314), sono
chiamati a testimoni.

332
Commento

2 amnes undique irrigavit: sul diluvio, qui motivato col pretesto di spegne-
re l’incendio provocato dall’incinerimento di Fetonte, e su Deucalione e
Pirra, vd. fab. 153. – sorores Phaetontis: vd. fab. 154,3-4.

153
Il mito del diluvio universale, che è comune a molti popoli, e la storia di
Deucalione e Pirra e della rinascita del genere umano da loro è trattato
ampiamente: per noi versioni significative sono quella di Apollodoro 1,7,2
e soprattutto quella di Ovidio, met. 1,253-415. È interessante osservare
che anche Lucrezio presenta in successione il racconto del mito di Fetonte
e quello (molto più breve e “scientifico”) del diluvio (5,411-415)
1 Cataclysmus: termine postclassico che si trova attestato sia nella forma
maschile sia in quella neutra. Qui mostra la desinenza -us ma di fatto è
concordato come nome neutro (quod… factum…). – praeter Deucalion et
Pyrrham: Apollodoro ricorda che Deucalione è figlio di Prometeo e che
Pirra è figlia di Epimeteo e Pandora. La sintesi di Igino tralascia di raccon-
tare che gli anziani coniugi si salvano imbarcandosi su un’arca costruita per
lo scopo da Deucalione su consiglio di Prometeo (Apollodoro) o su una
piccola barca (parva rate: Ovidio, met. 1,319). – in montem Aetnam: diver-
samente in Apollodoro e Ovidio, dove il monte in questione è il Parnaso.
2 Iovis iussit eos lapides post se iactare: in Apollodoro l’invito di Zeus a lan-
ciare le pietre arriva tramite Ermes; in Ovidio invece è la dea Temis a dare
un ordine in forma oracolare, e cioè gettare dietro le spalle le ossa della
grande madre (1,381-383), che Deucalione deve interpretare. – laos dictus:
l’etimologia è spiegata esattamente nello stesso modo da Apollodoro, ma
doveva essere diffusa: vd. anche Pindaro, Ol. 9,45-46; Ovidio termina il
racconto con una morale e spiegando così che gli uomini sono genus du-
rum proprio perché nati dalle pietre (1,414-415).

154
Non è chiaro a quale opera di Esiodo si riferisca qui Igino; l’unico luogo
noto del poeta in cui è presente Fetonte è theog. 984-991, in cui tuttavia si
tratta di un omonimo che non ha nulla a che fare con il nostro personaggio
e con il mito qui raccontato.
1 Clymeni… et Meropes: da quanto sappiamo dal Fetonte di Euripide, esi-
ste una tradizione che voleva Fetonte figlio di Helios e di Climene; Mero-
pe, re degli Etiopi, è marito di Climene e quindi padre putativo di Fetonte:
evidentemente Igino (o la sua fonte) fa confusione, visto che Merope è an-
che un nome femminile e che la mitologia annovera più di un personaggio
di nome Climeno (qui p. es. fab. 14,1; 206; 238,1; 239,3; 242,4; 246; 253;
255,2). – Pherecydes: la notizia, che non abbiamo attestata diversamente,

333
Fabio Gasti

probabilmente va riferita allo storico Ferecide di Atene (prima metà del


V sec.) che fra l’altro sappiamo autore di Genealogie di interesse anche
mitografico. Quanto al fiume Eridano, l’identificazione con il Po di questo
leggendario fiume della mitologia greca, e quindi la localizzazione nel Po-
lesine della scena finale del mito di Fetonte, è tarda: secondo Plinio, nat.
33,2 p. es. Eschilo nelle Eliadi identificava l’Eridano con il Rodano, ma per
Servio, Aen. 6,659 è senz’altro un fiume della Venetia.
3 sanguis in atrum colorem versus est: la circostanza è ricordata in termini
simili da Ovidio, met. 2,235-236 ma a proposito degli Etiopi in un contesto
in cui descrive le disastrose conseguenze dell’eccessiva vicinanza alla terra
del carro guidato da Fetonte. – in arbores populos: la metamorfosi in alberi
fluviali è descritta dettagliatamente da Ovidio, met. 2,344-360, ma di piop-
pi parlano specificamente Virgilio, Aen. 10,190 (che sono tuttavia ontani
in buc. 6,62-63) e Plinio, nat. 37,31.
4 in electrum: Ovidio, met. 2,364-366 formalizza la tradizione per cui
le lacrime si solidificano al sole e si trasformano così in ambra (in greco
ἔλεκτρον che cade nel fiume: in ambito greco le lacrime d’ambra com-
paiono in Euripide, Ippolito 742 e d’altra parte Lattanzio Placido nel suo
compendio ovidiano (narr. fab. Ovid. 2 p. 638 Magnus) fa risalire il tema a
Eschilo e a Euripide; secondo Plinio, nat. 37,31 le lacrime d’ambra scen-
dono dai pioppi ogni anno nella ricorrenza. – Heliades: le sorelle di Feton-
te, convenzionalmente indicate con il patronimico (“figlie di Helios”, cioè
del Sole), in Ovidio sono tre ma compaiono soltanto due nomi (Faetusa,
Lampezie); Igino evidentemente segue una tradizione diversa, peraltro
non diversamente attestata, che ne conta sette.
5 Cygnus: Cicno, figlio di Stenelo e re dei Liguri: le notizie qui compen-
diate collimano con la trattazione di Ovidio, met. 2,367-380, che motiva
l’etologia del cigno (il terrore del volo e la preferenza per ambienti fluviali)
con l’eperienza di Fetonte; secondo Pausania 13,30,3 la metamorfosi in
cigno si deve ad Apollo. – moriens flebile canit: il canto melodioso e triste
del cigno è un luogo comune già antico che Virgilio adatta alla situazione
del compianto di Fetonte (Aen. 10,189-193) ma che Platone interpretava
come un’espressione non di dolore ma di gioia perché i cigni considerano
la morte come il desiderato momento di ricongiunzione al loro dio, Apollo
(Phaed. 85a-b).

155
1 Titanes carpserunt: vd. fab. 167,1. – ex Nioba Phoronei filia: Niobe è la
prima mortale cui Giove si unisce: fab. 145,1.
2 ex Europa: Europa è rapita da Zeus in forma di toro e trasportata a Creta
(fab. 178,1), dove appunto nascono i suoi figli: Apollodoro 3,1,1 cita anche

334
Commento

la versione di Omero secondo la quale Sarpedone è figlio di Zeus e Laoda-


mia figlia di Bellerofonte.
3 Aethlius: il nome deriva dalla correzione del primo editore: il codice su
cui si basa l’editio princeps riporta infatti Ethalion, ma Etalione è il nome di
uno dei pirati che rapiscono Dioniso ricordato da Ovidio, met. 3,347 (qui
in fab. 134,4 vi corrisponde Aethalides); Etlio invece secondo Apollodoro
1,7,2 è il figlio di Zeus e Protogenia, figlia di Deucalione e Pirra. – Aegipan:
si tratta dell’altro nome di Pan, la divinità pastorale e boschiva simile che
in antico viene raffigurato variamente, come i satiri o i sileni, mezzo uomo
e mezzo capra (nel nome ricorre infatti la radice αιγ- presente anche nel
sostantivo αἴξ, “capra”): non è pertanto strana la circostanza rappresentata
dalla fonte (a noi ignota) qui seguita da Igino che la madre sia appunto una
capra; per il resto, in antico gli si riconosce come padre non solo Zeus, ma
anche Ermes, e la madre viene identificata in Penelope (vd. qui fab. 223,4)
o anche in Callisto. – Boetis: il nome per noi è sconosciuto e non a caso gli
editori ritengono in testo corrotto. Potrebbe comunque darsi che si tratti
della corruzione del nome Hybris e che riguardi ancora la genealogia di
Pan: in Apollodoro 1,4,1 infatti troviamo che Pan (che insegna l’arte divina-
toria addirittura ad Apollo, e che non è detto coincida col Pan precedente)
è figlio appunto di Zeus e Hybris.
4 Arcas: si tratta del frutto dell’unione fra Giove e Callisto sulla quale vd.
fab. 177,1 e Apollodoro 3,8,2.

156
ex Perseide: vd. invece gen. 36 e nota. – Lampetie, Aegle, Phoebe: l’elenco è
evidentemente monco, se confrontato con quello di fab. 154,5.

157
1 Bellerophon ex Eurynome: la tradizione seguita dalla fonte di Igino non
collima con quella di Apollodoro 1,9,3, che riconosce come madre di Bel-
lerofonte Eurinome e come padre Glauco.
2 Abas ex Arethusa: al contrario secondo Apollodoro 2,2,1 Abante è figlio
di Linceo, re di Argo, e Ipermestra. – Epopeus ex Alcyone: per Apollodoro
1,7,4 la madre era Canace. – Actor: un Attore è figlio di Agamede (co-
nosciuta anche con il nome di Perimede), che già Omero, Il. 11,738-741
ricorda come figlia di Augia, il re dell’Elide ricordato nel mito delle fatiche
di Ercole, e come maga: oltre ad Attore, i suoi figli erano Ditti e Belo, e
forse pertanto il nome di Actor, che nel nostro testo si trova privo dell’in-
dicazione di maternità, dovrebbe essere unito al successivo Dictys: Actor
<et> Dictys ex Agamede.
3 Evadne ex Pitana: si tratta della moglie di Epito, re degli Arcadi, che si

335
Fabio Gasti

unisce ad Apollo e partorisce Iamo, capostipite della dinastia sacerdotale


di Olimpia, gli Iamidi: Pindaro, Ol. 6,28-60; niente a che vedere con la
moglie di Capaneo, che si getta sul rogo del marito (vd. fab. 243,2).
4 Antaeus: si tratta del gigante ucciso da Ercole: fab. 31,1. – Amymone:
figlia di Danao, si unisce a Posidone e genera Nauplio: il testo quindi
potrebbe essere corrotto e verosimilmente integrato in <Nauplius ex>
Amymone < Danai filia>. – Euphemus: figlio di Europa, partecipa alla
spedizione degli Argonauti: vd. Apollonio Rodio 2,536-537; Apollodoro
1,9,16; parrebbe inutile quindi la correzione in Polyphemus avvalorata
da Boriaud: non si tratta di una ripetizione indebita rispetto all’Eufemo
citato al par. 3, che potrebbe essere un altro personaggio e d’altra parte
con Cyclops senz’altro Igino vuole indicare Polifemo senza bisogno di
esplicitarlo.

158
Philammon: altrove lo stesso Igino lo cita come figlio di Apollo: fab. 161
e 200,1. – Spinther: il personaggio non si trova altrimenti citato da alcuna
fonte a noi nota.

159
Leodocus ex Pero: il testo rappresenta la correzione del testo dell’editio
princeps, che non è chiaro: si tratterebbe del figlio di Pero (peraltro moglie
di Briante) che partecipa alla spedizione dei Sette a Tebe: Apollonio Rodio
1,119-129; Apollodoro 3,6,4. – Diomedes Thrax: re dei Bastioni di Tracia, è
il padrone delle cavalle antropofaghe oggetto di una delle fatiche di Ercole
(Apollodoro 2,5,8; vd. fab. 30,9). – Ascalaphus. Ialmenus: due fratelli, figli
di Astioche, entrambi combattenti a Troia (Omero, Il. 2,511-515).

160
Priapus: è il dio della fertilità, sia in ambito umano che vegetale, e per
questo è considerato figlio di Afrodite; quanto al padre, le fonti oscillano
nel riconoscerlo in Dioniso o in Ares. – Echion… Eurytus: l’integrazione è
opportuna, perché si tratta di due gemelli, entrambi argonauti (fab. 14,3).
– Libys ex Libye: non si capisce a quale tradizione qui Igino si riferisca,
perché Libia è figlia di Epafo e Menfi (o di Cassiopea, come detto in fab.
149), e genera Agenore e Belo da Posidone (fab. 157,1).

161
Delphus: figlio di Apollo e Celeno, figlia di Iamo, e mitico inventore dell’ar-
te aruspicina (Plinio, nat. 7,57), eroe eponimo di Delfi; secondo Ovidio,
met. 6,120 invece è figlio di Nettuno e Melanto, figlia di Deucalione. –

336
Commento

Euripides ex Cleobula: non si hanno altre attestazioni dei nomi. – Ilius ex


Urea: si tratta probabilmente di una variante per Oileo, il padre dell’eroe
omerico Aiace, che già Esiodo, fr. 235 M.-W. dice figlio di Apollo e di
una ninfa; non si hanno invece corrispondenze per Urea. – Philammon: in
fab. 200,1 invece è detto figlio di Apollo e Chione. – Lycoreus: la ninfa in
questione è Coricia, una delle ninfe che abitavano l’antro Coricio ai piedi
del monte Parnaso, sede di alcuni culti bacchici. – Linus: mitico inventore
del canto, figlio di Urania, musa dell’astronomia e della geometria (ma per
Apollodoro 1,3,2 di Calliope, musa dell’epica, come Orfeo), e maestro di
celebri poeti e cantori, come Orfeo e Tamiri; secondo Apollodoro 2,4,9
viene ucciso da Eracle in uno scatto d’ira con un colpo di cetra perché
Lino lo aveva a sua volta percosso. – ex Cyrene: la storia è celebrata da
Pindaro, Pyth. 9,4-70; in realtà comunque è figlia del re dei Lapiti Ipseo a
sua volta figlio di Peneo, che pertanto è il nonno e non il padre.

162
duodecim Thespiades: Apollodoro 2,4,10 racconta che quando il giovane
Eracle è ospite da Tespio, re di Tespi in Beozia per uccidere il leone del
Citerone, il re, volendo una discendenza eroica, ogni notte faceva giacere
una delle sue cinquanta figlie con Ercole, che pensava di possedere sem-
pre la stessa; da ognuna quindi ebbe un figlio. Secondo questa tradizione
pertanto i Tespiadi sarebbero cinquanta e non dodici.

164
Il mito della contesa fra i due dei per l’eponimia dell’Attica, peraltro
rappresentato nel frontone occidentale del Partenone, è molto antico e
racconta che Posidone con il tridente fa scaturire una sorgente o, in un’al-
tra versione, il cavallo, mentre Atena fa nascere il primo olivo risultando
vincitrice: la prima attestazione per noi è in Erodoto 8,55, ma vd. anche
soprattutto Apollodoro 3,14,1 e, in ambito latino, Virgilio, georg. 1,12-24
(con relativa glossa di Servio) e Ovidio, met. 6,70-82; interessante anche la
narrazione di Agostino, civ. 18,9 che rinvia a Varrone.
1 Iovem iudicem sumpserunt: secondo la versione autorizzata da Apollodo-
ro e Ovidio si tratta in realtà di un collegio giudicante composto da dodici
dei e presieduto da Giove; nella versione di Varrone riportata da Agostino
poi il voto è popolare (votano anche le donne, e siccome queste votano in
massa per Atena, la dea vince perché gli uomini sono in numero minore).
3 oppidum in terris primum: questo primato di Atene come prima città al
mondo non è altrimenti attestato e deve dipendere da una fonte appunto
attica che non conosciamo.

337
Fabio Gasti

165
La storia dell’invenzione del flauto e della punizione di Marsia, colpevo-
le di hybris perché osa considerarsi superiore ad Apollo, è raccontata da
Apollodoro 1,4,2 e da Ovidio, met. 6,382-400, che tuttavia si concentra
sullo scuoiamento, descritto minuziosamente con toni compiaciuti. Il mito
tuttavia ricorre variamente in letteratura anche per il significato simbolico
che riveste la contrapposizione fra il flauto, tipico dell’ambito dionisiaco
(e infatti suonato dai satiri come Marsia), e la cetra apollinea; anche lo
scuoiamento di Marsia per ordine di Apollo o anche direttamente da parte
del dio viene interpretato come una metafora della liberazione dai legami
terreni per arrivare a realtà superiori: così p. es. Platone paragona Socrate
a Marsia (symp. 215b-c) e in questo senso il riferimento compare anche in
Dante, nel momento in cui deve iniziare la sua ascesa verso le realtà della
fede (Par. 1,13-21).
2 et caesia erat et buccas inflaret: l’immagine così comicamente deformata
della dea potrebbe testimoniare la circolazione di trattamenti del mito nel
genere della pantomima, un genere diffuso in ogni epoca della latinità.
3 quas Marsyas… invenit: il ritrovamento del flauto deve rappresentare
un momento molto noto nell’immaginario mitologico antico: Plinio, nat.
34,54 descrive come molto celebre un gruppo bronzeo di Mirone (che noi
conosciamo da copie marmoree romane) destinato all’acropoli di Atene, e
un altro (o lo stesso?) è descritto da Pausania 1,24,1. – Oeagri filius: Igino è
l’unico a tramandare questo nome; secondo Apollodoro il padre si chiama
Olimpo, mentre per Ovidio Olimpio è un seguace del satiro (vd. nota al
par. 5); è infine Iagni per Plutarco, mus. 5,1132f.
4 Musas iudices sumpserunt: secondo un’altra tradizione, seguita anche da
Igino in fab. 191, giudici della contesa sono T(i)molo e Mida; d’altra parte
secondo Diodoro Siculo 3,59,2-5 la sfida si svolge a Nisa, patria di Dioni-
so, e a giudicare sono i cittadini.
5 ad arborem: un pino, secondo Apollodoro. – Scythae tradidit: nelle altre
fonti è Apollo in persona che procede allo scuoiamento. – discipulo Olympo:
in Ovidio, met. 6,393 Olimpo, tunc quoque carus, è presente in lacrime alla
morte di Marsia insieme ai fauni, alle divinità boschive, ai fratelli satiri e alle
ninfe. – sepulturae tradidit: una tradizione italica vuole invece che Marsia
dopo la sconfitta fugga in Italia diventando il capostipite della popolazione
dei Marsi in una regione dell’attuale Abruzzo: p. es. Silio Italico 8,502-503;
Plin. nat. 3,108. – flumen Marsyan: la pelle di Marsia è una reliquia conser-
vata a Celene in Frigia: ne parla già Erodoto 7,26 e fra i latini Plinio, nat.
5,106; del fiume che porta il nome di Marsia parla Senofonte, anab. 1,2,8; il
particolare che è il sangue del satiro a trasformarsi in fiume rappresenta un
tipico elemento narrativo sensazionale presente anche in Ovidio.

338
Commento

166
La fabula è composita, perché cerca di collegare in modo confuso diversi
nuclei mitologici, e cioè la caduta di Vulcano dall’Olimpo, l’imprigiona-
mento di Giunone, la tentata violenza da parte di Vulcano su Minerva e la
nascita di Erittonio.
1 in aere pendere coepit: Igino attribuisce a Vulcano l’episodio che in Ome-
ro, Il. 15,18-24 vede per protagonista Zeus, che ricorda quando aveva so-
speso Era nel vuoto utilizzando due incudini e una catena d’oro, minac-
ciando di ritorsioni gli dei che accorrevano in aiuto di quella. – matrem
quam ligaverat: secondo la versione prevalente, Vulcano si vendica della
madre che lo aveva fatto cadere dall’Olimpo donandole un trono d’oro sul
quale Giunone resta imprigionata da catene invisibili finché viene liberata
da Dioniso; l’imprigionamento è ricordato da Platone, resp. 2,378d come
un esempio di credenze risibili. – de caelo praecipitatus est: sulla caduta di
Efesto dall’Olimpo e quindi sull’allontanamento del dio zoppo e deforme
dalla perfezione olimpica, sono attestate due versioni, entrambe ricordate
nell’Iliade: in una è Zeus a farlo cadere sull’isola di Lemno perché il figlio
aveva preso le difese della madre (1,590-594), mentre nell’altra lo precipita
Era, disgustata dalla deformità e bruttezza del figlio, che cade nell’Oceano
e viene raccolto da Teti ed Eurinome presso le quali inizia la sua attività
forgiando monili (18,394-405).
3 Minervae erat infestus: l’ostilità di Nettuno nei confronti di Minerva è
antica e risale alla contesa per la fondazione di Atene (vd. fab. 164). – in
thalamum cum venissent: mentre la tradizione seguita da Igino descrive
un approccio coniugale che la moglie respinge per preservare la verginità,
quella su cui si basa Apollodoro 3,14,6 ne fa un vero e proprio tentativo di
violenza, perché Efesto insegue e aggredisce Atena mentre quest’ultima si
reca da lui per commissionargli delle armi.
4 Erichtonium ideo nominarunt: l’etimologia che lega il nome alla terra si
trova anche in Igino, astr. 2,13, ma vd. già Euripide, Ion. 20-21; il racconto
di Apollodoro, in cui Atena usa della lana per togliersi dalla gamba lo
sperma di Efesto e farlo cadere a terra, autorizza un’etimologia alternativa:
non da ἔρις (contesa), ma da ἔριον (lana). – Aglauro, Pandroso et Herse:
Apollodoro cita soltanto la seconda come destinataria del bambino, e sono
le altre due spinte dalla curiostità ad aprire la cesta.
5 se in mare praecipitaverunt: frequente la circostanza per cui la divinità,
per vendicarsi per un affronto subito da parte di un mortale, lo fa impaz-
zire provocandone la morte; stessa fine in Apollodoro 3,14,6, dove però le
bambinaie si uccidono gettandosi dall’acropoli e dove si testimonia anche
una versione differente secondo la quale vengono morse e uccise dal ser-
pente che trovano nella cesta.

339
Fabio Gasti

167
La fonte seguita da Igino assimila Libero a Zagreo, una divinità di origine
ctonia di importanza centrale nella religione orfica, figlio di Persefone e
Zeus, che si unisce a lei in forma di serpente.
1 a Titanis est distractus: il mito (vd. p. es. da Nonno di Panopoli, Dion.
6,165-176), è il fondamento di tutte le teogonie orfiche: i Titani, per ordi-
ne dell’invidiosa Era, attirano il piccolo Dioniso con alcuni giochi fra cui
uno specchio, e proprio mentre si specchia colpiscono il bambino con un
coltello, lo smembrano in sette pezzi e lo divorano, per essere poi fulminati
da Zeus.
2 in Beroem nutricem: il nome si trova in Ovidio, met. 3,278, con il parti-
colare che proveniva da Epidauro.
3 et fulmine est icta: il mito si arricchisce di un particolare narrativo uni-
versale, e cioè il consiglio malevolo che provoca l’infelicità o addirittura
la morte del protagonista: qui subdolamente Giunone fa sì che Semele
chieda a Giove di mostrarsi in tutto il suo fulgore restando di conseguen-
za incendiata: vd. più dettagliatamente fab. 179,3. Secondo Apollodoro
3,4,3 invece Semele muore per la paura del devastante incendio causato
dai fulmini di Zeus. – Liberum exuit: il soggetto è Giove, che secondo
la tradizione predominante (ma qui il particolare è omesso), preleva il
feto dall’utero di Semele e se lo racchiude in una coscia, dandolo quindi
alla luce allo scadere naturale del tempo di gestazione: vd. p. es. Erodoto
2,145-146; Euripide, Bacch. 88-98. – Nyso dedit nutriendum: sulla storia
di Niso vd. fab. 131. – unde Dionysus est appellatus: l’etimologia collega il
nome Dioniso appunto al nome di Niso, ma un’altra spiegazione vulgata
lo collega invece alla città di Nisa, in Tracia, considerata la patria del dio,
dove gode di un culto particolare (vd. anche nota a fab. 182,2). – bimater
est dictus: l’epiteto è attestato anche in Ovidio, met. 4,12, che lo definisce
solumque bimatrem.

168
La storia delle Danaidi è raccontata anche da Apollodoro 2,1,4-5; nel
mondo latino ha una grande risonanza in età augustea (Tibullo, 1,3,79-
80; Orazio, carm. 3,11,22-52; Virgilio, Aen. 10,497-500) al punto da esse-
re anche raffigurata nel portico del tempio palatino (Properzio, 2,31,1-4;
Ovidio, ars 1,71-74). L’elenco completo delle figlie di Danao e dei mariti,
figli di Egitto, costituisce la fab. 170.
2 Minervam navem fecisse biproram: Minerva aiuta Danao ispirando la co-
struzione di una nave biprora, simile cioè ai nostri traghetti (il particolare
è solo in Igino): la peculiarità è segnalata al proposito da Plinio, nat. 7,206;
la stessa dea era stata ispiratrice anche della costruzione della prima nave

340
Commento

in assoluto, quella degli Argonauti (vd. nota a fab. 14,10 e Apollodoro


1,9,16.).
4 patrueles acceperunt uxores: Apollodoro 2,1,5 conserva il particolare che
l’assegnazione delle mogli ai mariti avviene per sorteggio. – patris iussu:
Apollodoro 2,1,5 precisa che è proprio Danao a consegnare alle figlie il
pugnale per uccidere i mariti.
5 in dolium pertusum: la condanna oltremondana delle Danaidi è una delle
punizioni celebri nell’immaginario infernale antico: la più antica testimonian-
za è nell’Assioco pseudo-platonico (371e), mentre in ambito latino è menzio-
nata già da Lucrezio 3,1008-1010, che probabilmente Igino ha presente (cf.
1009 laticem pertusum congerere in vas; di dolium parla invece Orazio, carm.
2,11,27). Un’altra versione, riportata in fab. 170,11, racconta che le Danaidi
dopo aver ucciso i mariti si risposano con degli abitanti di Argo.

169
Il mito di Amimone, una delle Danaidi, costituisce il tema di un perduto
dramma satiresco di Eschilo, intitolato appunto Amimone, a conclusione
della trilogia delle Danaidi. La fabula viene tramandata in una duplice ver-
sione di estensione leggermente diversa (la seconda, qui fab. 169 A, più
circostanziata).
1 in silva venatur: il contesto silvestre è coerente con l’ambiente dei satiri,
ma la circostanza della caccia è valorizzata soltanto in questa versione di
Igino. – Nauplius: si tratta del fondatore della città di Nauplia e re dell’Eu-
bea; l’altro personaggio di nome Nauplio, connesso al mito di Troia (vd.
fab. 116), è un suo discendente.
2 Lernaeus fons: la sorgente è storicamente attestata da Pausania 2,37,1 e
Strabone 8,6,8.

169 A
La fabula rappresenta una versione più particolareggiata della precedente,
che deve dipendere anche da una fonte diversa, considerata la diversa cir-
costanza iniziale del racconto.
1 aquam petitum: mentre in fab. 169,1 Amimone incontra il satiro nel
bosco mentre è a caccia, la versione qui seguita la rappresenta in cerca
d’acqua per ordine di Danao; il testo di Apollodoro 2,1,4 compendia le
due versioni perché racconta che Amimone colpisce con una freccia un
cerbiatto mentre è in cerca d’acqua con le sorelle. Il mito racconta infatti
che la regione di Argo era priva d’acqua per volere di Posidone: il dio ave-
va fatto seccare tutte le sorgenti vendicandosi così di un’offesa da parte di
Inaco, che in una contesa fra Posidone stesso ed Era per il possesso della
regione aveva sostenuto che apparteneva a quest’ultima (Apollodoro 2,1,4,

341
Fabio Gasti

ma già Esiodo, fr. 128 M.-W.).


2 tres silani: se nella versione precedente si parla di una fonte e di un fiu-
me, qui troviamo il particolare che la fonte è una sola, dapprima chiamata
Amimone e poi Lernea, formata tuttavia da tre sorgive: secondo Strabo-
ne 8,6,8 comunque le fonti sono quattro e ciascuna porta il nome di una
Danaide: Amimone, Ippe, Fisadia e Automate (così anche Callimaco, fr.
66 Pf.). Notevole l’uso del sostantivo silanus (per il significato Festo, p.
482,3), che è raro in letteratura e, a quanto ci è dato osservare, si trova in
contesti di tono medio-alto (Lucrezio 6,1265; ps. Seneca, Oct. 148).

170
La fabula ha carattere composito: a una prima estesa parte di natura elen-
catoria (con i soliti problemi testuali: da notare p. es. la presenza di due
Plessippo a 1 e 7 e di due Pirante a 3 e 7) segue infatti una sezione finale
narrativa a proposito di Ipermestra e Linceo, contenente anche una notizia
eziologica. L’elenco delle Danaidi e dei loro mariti ha un corrispettivo in
Apollodoro 2,1,5 con la quale non concorda in tutto, come sempre capita
in testi di questo tipo, includendo anche nomi diversamente sconosciuti:
ha esaminato comparativamente le liste proponendo correzioni testuali
Kenens 2012.
9 cum Danaus perisset: circolava anche una versione secondo la quale è
addirittura Linceo a uccidere Danao: vd. p. es. Servio, Aen. 10,497.
11 post patris interitum: secondo un’altra versione Danao è ancora in vita
quando le figlie si risposano, e propone di assegnare le figlie in sposa ai
vincitori di una gara ginnica: p. es. Pindaro, Pyth. 9,111-125; Apollodoro
2,1,5; Pausania 3,12,2 precisa che si trattava di una corsa. Questa versione
è naturalmente alternativa all’altra che descrive la punizione infernale del-
le Danaidi per il loro omicidio collettivo (fab. 168,4).

171
1 Oeneus et Mars: la versione secondo la quale Meleagro è figlio di Ares
è diffusa e testimoniata almeno da Apollodoro 1,8,2 (in cui troviamo che
Altea ha Meleagro da Eneo ma la tradizione vuole che il padre sia Ares),
e Plutarco, parall. Gr. et Rom. 26,312a sostiene che questa era l’opinione
di Euripide nella sua tragedia perduta intitolata Meleagro. La circostanza
dell’unione di Altea a un dio ricorre anche a proposito del concepimento
di Deianira (da Libero: vd. fab. 129), ma la doppia unione, con un mortale
e con un dio, è descritta nella tradizione anche a proposito di Alcmena
(con Anfitrione e Zeus: vd. nota a fab. 29,4). – subito: secondo Apollodoro
1,8,2 le Parche si presentano quando il bambino aveva sette giorni.
2 Clotho dixit…: la triplice predizione delle Parche compare solo in Igino:

342
Commento

le altre fonti attribuiscono a tutte e tre soltanto la predizione relativa al


tizzone e quindi alla morte del bambino. – titionem ardentem: secondo
Pausania 10,31,4 il mito del tizzone compare per la prima volta nel tragico
Frinico, ma si trattava – aggiunge – di una storia universalmente nota in
Grecia. Se escludiamo Igino e due ricorrenze in Celso (età neroniana), il
sostantivo titio è usato in letteratura soltanto in età imperiale e tarda: se
ben interpretiamo la definizione di Lattanzio, inst. 4,14,14, si tratta di un
termine della lingua d’uso. – in regia media obruit: secondo altre versioni
Altea rinchiude il tizzone in uno scrigno (vd. fab. 174,3 e nota) oppure lo
spegne immergendolo in acqua (Ovidio, met. 8,457).

172
Oeneus… Aetoliae rex: su Eneo vd. fab. 129 e nota. – Dianam praeterisset:
si tratta della situazione classica, più volte riproposta anche da Igino, per
cui un mortale si dimentica o non vuole fare un sacrificio alla divinità fi-
nendo per patirne le conseguenze; Ovidio, met. 8,273-278 spiega la gravità
dell’affronto, perché in un’annata particolarmente fortunata nel raccolto,
il re offre primizie a Cerere, vino a Bacco, olio a Minerva, omaggi alle
altre divinità dimenticandosi appunto della sola Diana. – aprum immani
magnitudine: la piaga del cinghiale è ricordata in letteratura a partire da
Omero, Il. 9,533-546.

173
Il catalogo dei partecipanti alla caccia al cinghiale compare, con le solite
varianti nel numero e nei nomi, anche in Apollodoro 1,8,2 e Ovidio, met.
8,301-317 (al proposito vd. specificamente Huys 1997b); secondo Macro-
bio, Sat. 5,18,17 nel perduto Meleagro di Euripide l’elenco era affidato a
un messaggero.
2 Deucalion Minois: si tratta di un omonimo del figlio di Prometeo scam-
pato al diluvio (fab. 153) ma presente nel catalogo degli Argonauti (fab.
14,22 e nota).

173 A
Il testo che figura come titolo è in realtà individuato come tale da Rose
nella sua edizione; nell’editio princeps infatti tutta la fabula, compreso il
titolo, fa parte della precedente.

174
Il mito di Meleagro e la sua tragica morte compare già in Omero, Il. 9,529-
599, raccontata ad Achille da Fenice, quindi in Eschilo, Coeph. 604-611
e Bacchilide, epin. 5,127-154, ma è trattata anche da Sofocle ed Euripide

343
Fabio Gasti

in tragedie perdute; in ambito latino sappiamo che una tragedia sul tema,
probabilmente derivata da Euripide, è opera di Accio, e abbiamo poi l’am-
pia versione della caccia al cinghiale e della morte dell’eroe e in Ovidio,
met. 8,430-546. La fabula ricapitola eventi raccontati nelle precedenti ag-
giungendovi la conclusione.
1 ex Oeneo: nessuna menzione qui del doppio accoppiamento di Altea e
della paternità di Marte (fab. 171,1).
2 fata cecinerunt: anche in questo la fabula segue la versione secondo cui le
Parche pronunciano concordemente una sola predizione (vd. invece fab.
171,2).
3 in arca clusum: il particolare dello scrigno è presente in Apollodoro 1,8,2;
Ovidio, met. 455-459 racconta invece che Altea estrae il tizzone dal fuoco,
vi versa sopra acqua fresca e lo conserva penetralibus adbitus imis, cioè nel
punto più segreto e protetto della casa (similmente fab. 171,3).
4 sacra annua ei non fecerat: vd. fab. 172 e nota.
5 Althaeae fratres: i tre nomi qui citati dipendono da una delle versioni del
mito; secondo Apollodoro 1,7,10 p. es. i fratelli di Altea sono quattro e si
chiamano Ificlo, Evippo, Plessippo ed Euripilo.
6 in ignem proiecit: drammatico e dettagliato il racconto di Ovidio, met.
8,460-514, in cui Altea, molto combattuta, pronuncia una lunga invocazio-
ne alle Parche e alla fine getta nel rogo il tizzone che bruciando sembra che
emetta gemiti. – ita… filium occidit: la frase, con il suo contenuto moralisti-
co, ha l’aspetto di una morale conclusiva.
7 sorores eius: la trasformazione delle sorelle di Meleagro in meleagri-
di, cioè in faraone, da parte di Diana, finalmente impietosita, è descritta
estesamente da Ovidio, met. 8,533-546; una tradizione riportata da Elia-
no, hist. an. 4,42 dice che i seguaci di Artemide dovevano guardarsi dal
cacciare questi uccelli. – Alcyone: nella tradizione ben rappresentata da
Apollodoro 1,8,2 Meleagro «aveva come moglie Cleopatra, figlia di Ida
e Marpessa, ma voleva una discendenza anche da Atalanta»; il nome di
Alcione si trova solo qui, e probabilmente Igino si confonde con la moglie
di Ceice, pure trasformata in uccello per la disperazione in seguito alla
morte del marito (vd. fab. 65); secondo Apollodoro 1,8,3 sia Cleopatra che
Altea si impiccano.

175
Il mito si trova anche in Apollodoro 1,8,6 ma la versione rappresentata
vede protagonisti i sei figli di Agrio, che improgionano Eneo, gli tolgono
il regno e lo danno al padre per poi essere sconfitti da Diomede che, data
l’età avanzata di Eneo, stabilisce sul trono il genero di questo, Andremone,
e conduce Eneo nel Peloponneso dove tuttavia viene ucciso dai due figli

344
Commento

superstiti di Agrio.
2 avum suum: Diomede è figlio di Tideo, figlio a sua volta di Eneo: vd. fab.
69,4-5. – cum Lycopeo Agri filio: mentre Igino ricorda soltanto un figlio
di Agrio, Apollodoro oltre a questo conserva altri cinque nomi: Tersite,
Onchesto, Protoo, Celautore e Melanippo.

176
1 in hospitium venisse: qui non è chiaro il motivo per cui Giove si reca da
Licaone: Apollodoro 3,8,1 e anche Ovidio, met. 1,209-221 invece dicono
esplicitamente che Giove si traveste per metterere alla prova Licaone e
i suoi figli che si distinguevano per arroganza ed empietà. – filiam eius
Callisto compressisse: l’unione motiverà l’astio di Giunone nei confronti di
Callisto (fab. 177).
2 Lycaonis filii: secondo Apollodoro sono cinquanta, avuti da Licaone da
mogli diverse. Nella versione che troviamo in Ovidio a voler mettere alla
prova Giove è lo stesso Licaone. – carnem humanam: se Igino resta nel
vago, Esiodo, fr. 163 M.-W. dice che si tratta delle carni di Arcade, figlio
di Callisto (anche Igino, astr. 2,4), Apollodoro racconta invece che i figli di
Licaone uccidono un ragazzo del luogo, Ovidio infine parla di un ostaggio
dei Molossi (met. 1,226-229); l’iniziativa, secondo Apollodoro, è del primo
dei fratelli, Menalo.
3 mensam evertit: l’istintivo gesto di rabbia di Giove è ricordato anche
da Apollodoro. – fulmine necavit: Apollodoro ricorda che soltanto uno
dei figli di Licaone (Nittimo, il più giovane) riesce a salvarsi perché Gea
trattiene la mano di Zeus; lo stesso (3,8,2) dice che secondo una versione
del mito la punizione dei figli di Licaone è la causa del diluvio universale.
– quod Trapezos naminatur: l’origine della città di Trapezunte dal termine
greco τράπεζα (“tavola”, “mensa”) è ricordata anche da Apollororo. – in
lupi figuram: la trasformazione in lupo nella versione ovidiana segue l’in-
cendio della casa di Licaone da parte di Giove (met. 1,230 ss.).

177
1 ob iram Iunonis: così anche in Ovidio, met. 2,474-484, che descrive in
dettaglio la metamorfosi; tuttavia in un’altra versione del mito risalente
già a Esiodo, fr. 163 M.-W. la trasformazione in orsa si deve ad Artemide,
cui Callisto è consacrata; secondo Apollodoro 3,8,2 invece è Zeus che la
trasforma in orsa per evitare che Era la scopra. – cum Iove concubuit: vd.
fab. 176,1. Secondo la versione maggioritaria, che non trova eco in Igino,
Zeus per avvicinare Callisto mentre questa è a caccia assume le sembianze
di Artemide e la possiede contro la sua volontà: Apollodoro 3,8,2; Ovi-
dio, met. 2,425-440. – in stellarum numerum: Callisto viene trasformata

345
Fabio Gasti

nell’Orsa maggiore: nella versione di Ovidio, met. 2,496-530, Giove porta


l’orsa fra le stelle insieme al figlio Arcade, che diventa la vicina costellazio-
ne del Boote, per evitare che inconsapevolmente questi uccida la madre-
orsa durante una partita di caccia; vd. anche Igino, astr. 2,1. – prohibet eam
in oceanum occidere: l’episodio della richiesta in tal senso di Giunone a Teti
è narrato nei particolari da Ovidio, met. 2,508-531.
2 in Creticis versibus: in realtà i quattro versi anonimi (fr. inc. 33 Blänsdorf)
citati da Igino sono esametri, e non versi cretici, metricamente difformi
da questi; perciò Boriaud propone di correggere il testo in Arataeis versi-
bus, intendendo che i versi sono di argomento arateo, cioè astronomico:
Arato di Soli, poeta ellenistico del III secolo, in particolare è autore di un
poema didascalico in esametri in materia appunto astronomica intitolato
Fenomeni che ha grande fama al punto da essere tradotto in latino dap-
prima da Cicerone e poi da Germanico. – Lycaoniae… nymphae: secondo
una tradizione che Apollodoro 3,8,2 fa risalire a Esiodo Callisto, figlia di
Licaone, è una ninfa. – gelido… de vertice: nell’immaginario poetico clas-
sica l’Arcadia è tipicamente una regione montuosa e quindi anche coperta
di nevi e ghiacci. – Nonacrinae: l’aggettivo deriva dal nome di una delle
mitiche mogli di Licaone, Nonacri, che a sua volta dà il nome a una città
dell’Arcadia e che pertanto significa in generale “relativo all’Arcadia”. –
succumbere: il verbo descrive qui l’unione di Callisto e Giove dal punto
di vista di Giunone e Teti, cioè come una mossa proditoria e maliziosa da
parte della donna.
3 Helice: in astr. 2,2 Igino segue un’altra tradizione, che fa di Elice la nutri-
ce di Giove neonato quando viene nascosto a Creta e trasformata nell’Or-
sa per sottrarla alla vendetta di Crono; vd. anche Servio, georg. 1,246. –
omnes numero viginti: il totale è invece ventuno nella descrizione della
costellazione Elice in astr. 3,1.

178
1 Argiopes et Agenoris filia: Apollodoro 3,1,1 ricapitola: Agenore e Belo
sono figli di Posidone e Libia, e mentre il secondo resta in Egitto, il primo
va in Fenicia e sposa Telefassa (il nome di Argiope è alternativo) generan-
do Europa e tre maschi (Cadmo, Fenice e Cilice). – in taurum conversus: il
rapimento di Europa mentre coglieva fiori con le ancelle da parte di Zeus
trasformatosi in uno splendido toro bianco (profumato di rosa per Esiodo,
fr. 140 M.-W. e poi Apollodoro 3,1,1) è qui accennato solo cursoriamente,
ma il poeta alessandrino Mosco dedica al mito un elaborato poemetto in-
titolato appunto Europa; in ambito latino, vd. Ovidio, met. 2,836-875. – ex
ea procreavit: sui tre figli cretesi di Europa vd. fab. 41,1; 106,2; 155,2.
2 suos filios misit: Igino segue qui Apollodoro 3,1,1 e coinvolge tutti i figli

346
Commento

nella ricerca della sorella, mentre nella versione ovidiana Agenore manda
il solo Cadmo, minacciando di esiliarlo in caso di insuccesso (met. 3,1-5).
3 i viaggi dei fratelli di Europa sono ricordati da Apollodoro 3,1,1 ma per il
significato di fondazione che rivestono sono spesso citati: per tutti vd. Ero-
doto 7,91. Consueta, ma non peculiare in questo caso, l’attenzione di Igino
per l’etimologia dei toponimini Poeni (cioè punici, cartaginesi) e Cilicia.
4 Il mito dell’interrogazione dell’oracolo da parte di Cadmo e della conse-
guente fondazione di Tebe è raccontato da Apollodoro 3,4,1 e da Ovidio,
met. 3,6 ss.; il particolare del segno della mezzaluna sul fianco della gioven-
ca (o del bue, a seconda delle versioni) si trova soltanto in Igino.
5 ad fontem Castalium: non si tratta senz’altro della fonte Castalia, che si
trova a Delfi e che infatti Ovidio nomina (met. 3,14) raccontando il mito
di Cadmo quando parla dell’oracolo. Apollodoro 3,4,1 parla nel nostro
contesto di una fonte sacra ad Ares, senza specificarne il nome, e motiva
la ricerca dell’acqua come ingrediente rituale per sacrificare la giovenca ad
Atena. – draco Martis filius: dettagliata descrizione del mostro in Ovidio,
met. 3,31-34. – Spartoe: il nome tradizionale è etimologicamente legato alla
radice del verbo greco σπείρω (“seminare”).
6 inter se pugnarunt: la lotta fratricida degli Sparti (che Ovidio, met. 3,117
non a caso definisce civilia bella) in Apollodoro 3,4,1 è innescata dalle
pietre che Cadmo getta fra loro, secondo una modalità che ricalca preci-
samente il suggerimento di Medea a Giasone per impadronirsi del vello
d’oro (p. es. Apollodoro 1,9,23). – quinque superfuerunt: gli stessi nomi
sono conservati da Apollodoro 3,4,1. – Boeotia: altra osservazione etimo-
logica in riferimento alla giovenca indicata dall’oracolo, che Igino contra-
riamente alla tradizione a riguardo considera un bue proprio per favorire
la percezione del legame con la radice di Boeotia.

179
1 Agenoris et Argiopes filius: vd. fab. 178,1 e nota. – filias quattuor: i nomi
delle quattro figlie e del figlio corrispondono alla tradizione in merito: vd.
p. es. Apollodoro 3,4,2.
2 Il paragrafo e il successivo riprendono quasi alla lettera il testo di fab.
167,2-3 con qualche variazione.
3 cum fulmine et tonitribus: il racconto di Apollodoro 3,4,3 è più dettaglia-
to: Zeus «si presenta nella stanza da letto di quella sul carro con i fulmini
e i tuoni, e scaglia una folgore»; prevedibilmente ancora più scenografica
la descrizione di Ovidio, met. 288-309. – Liber est natus: vd. fab. 167,3 e
note. Qui compare la variante per cui a trarre in salvo il neonato è Mercu-
rio, il tradizionale aiutante di Giove.

347
Fabio Gasti

180
speculatus est et eam violare voluit: la tradizione più rappresentata vuole
che Atteone assista pur senza malizia al bagno di Diana e per questo venga
punito perché comunque si tratta di un gesto di hybris, quando cioè l’u-
mano supera i limiti imposti dalla propria natura aspirando a comportarsi
come un dio: p. es. Callimaco, hymn. lavacr. Pall. 107-116; Ovidio, met.
3,143-193; Igino comunque aggiunge dal canto suo “l’aggravante” del ten-
tativo di violenza, che non ha riscontro in questa circostanza se non in
Nonno di Panopoli, Dion. 5,303-315 e 435-437. Non mancano altre versio-
ni, come quella che fa di Atteone il cacciatore che dice di essere superiore
ad Artemide (Euripide, Bacch. 337-340) e quella per cui cerca di sedurre
Semele in competizione con Zeus venendo da questo punito (Stesicoro,
fr. 59 Page). – a suis canibus consumeretur: la metamorfosi in cervo e la
morte qui sono soltanto citate, mentre Ovidio le descrive in modo esteso
e drammatico: met. 3, 193-252; vd. comunque più diffusamente fab. 181.

181
La fabula è nettamente divisa in due parti, di cui la prima (1-2) è una ri-
proposizione più particolareggiata del contenuto di fab. 180, la seconda un
lungo elenco di nomi proposto in duplice versione (cioè quella che Igino
avvalora e una seconda, considerata una variante).
1 Gargaphia: nome e descrizione – un vero locus amoenus – in Ovidio, met.
3,155-164. – Parthenius: il nome della fonte non è altrove conservato: nel
suo racconto dettagliato anche Ovidio si limita a dire che si tratta di una
fonte dove abitualmente Diana e le compagne si rinfrescavano (met. 3,173:
solita lympha); comunque il nome è senz’altro creato ad arte, visto che si
tratta di un aggettivo greco che significa “virginea” e quindi coerente al
contesto e alla personalità di Diana. – Cadmi nepos: rispetto a fab. 180,
in cui troviamo soltanto i genitori, qui compare anche il riferimento da
Cadmo, capostipite della famiglia; d’altra parte anche il racconto ovidiano
prende le mosse proprio dal fondatore di Tebe, dicendo che la vicenda del
nipote costituisce per lui il primo motivo di dolore (met. 3,138-139).
2 ne loqui posset: se in fab. 180 la metamorfosi di Atteone appare come
una punizione, qui invece è un accorgimento necessario da parte della dea
per evitare che il cacciatore divulghi la scena cui assiste: analogamente in
Ovidio Diana esclama con sarcasmo: nunc tibi me posito visam velamine
narres, / si poteris narrare, licet! (met. 3,192-193).
3-6 Il catalogo come sempre presenta problemi di tradizione: basti consi-
derare che a 4 cita tres feminae ma conta quattro nomi. I nomi sono vari,
ma l’etimologia in genere rinvia alla velocità, alla capacità di sorprendere
la preda, ai boschi e ai luoghi di caccia. La prima lista dipende in gran

348
Commento

parte da quella, più narrativa e descrittiva, di Ovidio, met. 3,206-225; do-


vevano tuttavia circolare liste alternative, come testimonia lo stesso Igino
(5 alii auctores), e una in esametri molto lacunosi si trova p. es. in Apol-
lodoro 3,4,4, che peraltro descrive poi lo stordimento dei cani quando si
rendono conto di aver ucciso il loro padrone; una fonte greca ellenistica di
tradizione poetica, probabilmente Nicandro, è ipotizzata da Grilli 1971.

182
1 Idothea Althaea Adrasta: per le nutrici di Giove la tradizione riporta i
nomi di Ida e Adrastea e poi quello della capra Amaltea (vd. nota a fab.
139,3), che comunque non avrebbero nulla a che fare con Oceano (secon-
do la Teogonia di Esiodo le Oceanine sono ben tremila): evidentemente
qui c’è un problema di tradizione, perché i tre nomi riportati sembrano
storpiature di quelli tradizionali.
2 nymphae Dodonides: Dodona è un sito in Epiro sede di uno storico san-
tuario di Zeus e di un oracolo considerato da Erodoto il più antico della
Grecia. – Naides: si tratta delle ninfe che presiedono le acque dolci. – qua-
rum nomina: il testo evidentemente mostra una lacuna, dal momento che
passa ora a trattare di altre ninfe che secondo la tradizione sono le nutrici
di Dioniso. – in monte Nysa: Nisa (variamente detto anche Elicona) e Cirra
sono propriamente i due gioghi del monte Parnaso, vicino a Delfi. Dioniso
tradizionalmente è legato a questo monte o alternativamente alla città di
Nisa, da cui l’epiteto di Niseo (p. es. Ovidio, met. 4,13). – Medeam rogave-
rat: nella versione conservata p. es. da Ovidio, met. 7,294-296 Bacco assiste
dall’alto al sortilegio per cui Medea ringiovanisce Esone, il padre di Giaso-
ne, che ritorna com’era stato quarant’anni prima, e si fa rivelare il segreto
per poter ringiovanire le proprie nutrici; il mito probabilmente costituisce
la materia di un perduto dramma satiresco di Eschilo, le Nutrici di Dioniso.
– Hyades: letteralmente “le Piovose” (ma sull’etimo vd. fab. 192,2, che pe-
raltro contiene nomi diversi), le ninfe trasformate poi in costellazioni sono
dalla tradizione considerate anche abitatrici delle paludi e degli acquitrini.

183
Un’altra doppia lista complessa di nomi con gli inevitabili problemi di
testo e di riconoscimento nella tradizione: anche quando Igino cita espres-
samente le sue fonti non sempre è possibile risalire a un luogo certo.
2 Eumelus Corinthius: poeta greco fra VIII e VII secolo, è autore di com-
ponimenti epici di tema storico e mitologico di cui tuttavia restano pochi
frammenti.
3 Homerus: nessun riscontro né nell’Iliade né nell’Odissea, e vi è infatti chi
ha pensato che si tratti di un omonimo. – Ovidius: vd. met. 2,153-154, a

349
Fabio Gasti

proposito del mito di Fetonte.


4 Horarum: nella tradizione le Ore sono effettivamente figlie di Zeus e di
Temis, figlia di Urano e Gea (e quindi titanide). I nomi della prima lista
contengono i tre tramandati in origine da Esiodo, theog. 901-902 (Irene,
Eunomia e Dice, cioè rispettivamente Pace, Buon governo e Giustizia), in-
sieme ad altri che rinviano ai cicli naturali di fruttificazione e riproduzione
(Ausso “la crescita”, Carpo “il frutto”, Euporia “l’abbondanza”, Ortosia
“l’innalzamento”, Tallo “la fioritura”).
5 alii auctores: pur senza riconoscere la fonte, i nomi sembrano giocati su
momenti della giornata (Auge “la crescita”, Anatole “l’alba”, Mesembria
“il mezzogiorno”, Esperide “la sera”, Dise “il tramonto”) e su attività uma-
ne (Musica, Ginnastica).

184
Il mito di Penteo rientra nelle storie di opposizione ai culti bacchici (come
p. es. quello di Licurgo: fab. 132) e si trova drammaticamente raccontato
in particolare dalle Baccanti di Euripide, anche se sappiamo che Eschilo
aveva composto un Penteo; altri trattamenti letterari in Apollodoro 3,5,2 e
Nonno di Panopoli, Dion. 46,106-216; in ambito latino fa testo la versione
di Ovidio, met. 3,511-733.
1 mysteria eius: la tradizione vuole in particolare che Penteo si rechi sul
Citerone (nella versione euripidea travestito da baccante) per assistere di
persona ai riti di Dioniso. – membratim laniavit: Agave e le sorelle nel loro
invasamento scambiano Penteo per una belva feroce (nello specifico un le-
one in Euripide, un cinghiale in Ovidio) e lo fanno a pezzi con le loro mani.
2 ad Lycotersen regem: Agave finisce per sposare Licoterse, ma la tradizio-
ne vuole che poi lo uccida e consegni il regno di Illiria al padre Cadmo
(fab. 240,1; 254,3).

185
La fabula racconta una versione del mito di Atalanta abbastanza vicina a
quella ovidiana, e non comprende alcuni particolari significativi presenti
invece nel testo di Apollodoro 3,9,2, che fa dell’eroina anche una valida
cacciatrice, esposta alla nascita dal padre che voleva soltanto figli maschi
e per questo allevata da un’orsa, capace di uccidere addirittura i centauri
Reco e Ileo.
1 Schoeneus: Igino segue la versione che fa di Scheneo il padre di Atalanta,
come Ovidio, met. 10,609, e più anticamente Esiodo (secondo la testimo-
nianza di Apollodoro); invece per Apollodoro (ma in ambito latino anche
per Properzio 1,1,10) il padre si chiama Iaso. – cursu viros superabat: stesse
parole in Ovidio, met. 10,560-561: certamine cursus / veloces superasse viros.

350
Commento

2 caput in stadio figeret: il particolare macabro, che non è ricordato dalle


fonti a proposito di Atalanta, ricorre invece nel mito di Enomao e Ippoda-
mia, dove comunque si tratta di una gara di corsa di quadrighe (fab. 84,3).
3 ab Hippomene: il vincitore di Atalanta è Ippomene anche nella versione
ovidiana delle Metamorfosi (figlio di Megareo di Onchesto in Beozia e quin-
di pronipote di Nettuno: 10,605-606), ma lo stesso Ovidio, ars 2,188 pro-
pende per la versione che lo individua in Melanione, figlio di Anfidamante
(fratello di Iaso e quindi cugino di primo grado di Atalanta), come peraltro
Properzio 1,1,9 e Apollodoro 3,9,2. – mala tria insignis formae: si tratta di
mele d’oro, come si evince solo dal par. 4 (ammiratur aurum), che secondo
Ovidio, met. 10,644-648 provengono da un giardino sacro a Venere nell’i-
sola di Cipro, ma che altri dicono nate nel giardino delle Esperidi.
6 cum ea in fano concubuit: se il tempo in questione è quello di Zeus anche
in Apollodoro, nella versione di Ovidio si tratta del tempio della Gran
Madre (Cibele): una volta trasformati in leoni, i due amanti sono destinati
a tirare il carro della dea (met. 10,704). – quibus dii… denegant: nel con-
testo mitologico questa spiegazione non si trova nelle fonti a noi note; la
notizia in antico è comunque dotata di un fondamento “scientifico” visto
che Plinio, nat. 8,43 riferisce che le leonesse preferivano accoppiarsi con i
leopardi; vd. anche Servio, Aen. 3,113.

186
1 Desmontis filiam sive Aeoli: Melanippe nella tradizione è figlia dell’Eolo
figlio di Elleno e fondatore della stirpe degli Eoli (vd. anche nota a fab.
125,6); Desmonte è un personaggio altrimenti ignoto, ma non è escluso
che derivi da un’errata interpretazione del titolo di una delle due perdute
tragedie di Euripide sull’argomento, Μελανίππη δεσμῶτις (Melanippe
prigioniera: per quanto possiamo valutare dai frammenti, Igino ne segui-
rebbe la trama; il titolo dell’altro dramma è Melanippe saggia).
4 rex Icariae: difficile stabilire di preciso di quale luogo si parli: il toponimo
oggi indica un’isola dell’Egeo nordorientale nei pressi della costa turca,
ma potrebbe anche riferirsi a qualche città a noi oggi sconosciuta; alcuni,
valorizzando il nome di Metaponto, hanno anche sostenuto che si tratti di
una corruzione per Italia. – regi subderet: il verbo utilizzato (come anche
più avanti supposuit) è molto espressivo, perché il prefisso sub- qui conferi-
sce al composto di do un valore malizioso e indica pertanto non soltanto il
gesto di portare e presentare, ma anche l’intenzione malevola di ingannare.

187
La fabula, almeno nella prima parte e poi nell’intervento finale di Nettu-
no come deus ex machina, riprodurrebbe la perduta tragedia di Euripide:

351
Fabio Gasti

Borecký 1955 esamina nel contesto l’elemento della ragazza sedotta e del
figlio perso e ritrovato come topos drammaturgico euripideo.
1 Cercyonis filia: Cercione, re di Eleusi, è a sua volta figlio di Vulcano (fab.
158).
4 ad necem includit: vd. fab. 238,3. La punizione di Alope da parte del
padre è quella di essere rinchiusa viva, una morte che viene decretata per
coloro che si macchiano di orrendi delitti riguardanti la famiglia (o al li-
mite la patria), come dimostra il caso di Antigone, raccontato in modo
indimenticabile dalla tragedia di Sofocle, che comunque poi si uccide; a
Roma tale efferatezza è destinata alle vestali che violano il voto di castità
(vd. Livio 8,15,7).
5 Hippothoum: chiara l’etimologia del nome, che ha la radice del termine
greco ἴππος, “cavallo”.
6 Cercyonem interfecit: l’uccisione di Cercione da parte di Teseo è ricorda-
ta fra le imprese dell’eroe in fab. 38,5.

188
1 Bisaltis filia: Ovidio usa per Teofane l’epiteto “Bisaltide” (met. 6,117),
ma questo Bisalte è un personaggio altrimenti sconosciuto. – in insulam
Crumissam: il toponimo non corrisponde ad alcuno noto; l’editio princeps
reca Cromiusam e Cromiussa è l’antico nome di Maiorca nelle Baleari, ma
la dislocazione pare del tutto eccentrica.
4 cum Theophane concubuit: l’unione di Nettuno con l’aspetto di ariete
con Teofane è ricordata in un elenco anche da Ovidio, met. 6,117. – aries
chrysomallus: vd. fab. 3,1-2.

189
Il mito è raccontato brevemente ma con variazioni significative da Apol-
lodoro 3,15,1 e, sempre in greco, sappiamo che una Procri era opera di
Sofocle; in ambito latino la versione di riferimento è comunque quella di
Ovidio, met. 7,661-865, nella quale la storia è raccontata dallo stesso pro-
tagonista Cefalo e che tuttavia non corrisponde in tutto alla nostra fabula;
vd. anche Servio, Aen. 6,445.
1 Pandionis filia: Igino evidentemente confonde il personaggio con la quasi
omofona Procne, figlia effettivamente di Pandione e Zeusippe, sorella di
Filomela e moglie di Tereo, di cui racconta la storia (secondo una versione)
in fab. 45. La Procri di questa fabula invece è figlia di Eretteo.
2 Cephalus negavit: il rifiuto di Cefalo alle avances di Aurora appartengono a
una versione del mito; secondo un’altra versione, che troviamo in Apollodoro
3,14,3 (ma anche 1,9,4) Eos (Aurora) rapisce Cefalo e si unisce a lui in Siria
generando Titono, generalmente invece considerato il suo anziano marito.

352
Commento

5 iaculum: il giavellotto infallibile era fatto con il legno di una pianta scono-
sciuta e aveva la punta d’oro: Ovidio, met. 7, 672-673. – canem Laelapem:
il nome del cane evoca la velocità e la forza, dal momento che in greco
λαίλαψ significa “uragano”, “tempesta”, e doveva essere un nome diffu-
so, visto che compare anche nell’elenco dei cani di Atteone (fab. 181,2 e
Ovidio, met. 3,211); la storia del cane e del suo vano inseguimento della
volpe di Tartesso, che a sua volta era irraggiungibile, e la loro conseguente
trasformazione in statue di pietra sono raccontate pure da Ovidio, met.
7,756-793 come digressione all’interno del mito di Cefalo e Procri.
10 Arcesium: secondo un’altra tradizione il padre di Arcesio è lo stesso
Giove (p. es. Ovidio, met. 13,144-145).

190
La storia che la fabula racconta non ci è nota da autori diversi e pertanto
Igino è la sola fonte che ce la tramanda: a sua volta, considerato l’intrec-
cio del racconto, è plausibile che sia sia servito, come in altri casi, di un
testo drammatico a noi sconosciuto; è interessante osservare che la storia
è oggetto di un mosaico di recente pubblicato dal sito di Zeugma sull’Eu-
frate, nell’odierna Turchia, che parrebbe ritrarre proprio una scena tragica
(Slater-Cropp 2009).
1 Thestor: mitico indovino figlio di Apollo, è conosciuto per aver parteci-
pato alla spedizione argonautica (Apollonio Rodio 1,139) ma soprattutto
per essere il padre di Calcante: quest’ultimo infatti nella tradizione epica è
indicato anche con il patronimico “Testoride” (p. es. Omero, Il. 1,69; Ovi-
dio, met. 12,19). – in Cariam: si tratta della regione che si affaccia sull’Egeo
nell’odierna Turchia, fra la Ionia a nord e la Licia a sud: un luogo di facile
approdo nelle scorribande dei pirati.

191
La storia di Mida si articola in due parti (parr. 1-2 e 3-5), ciascuna dedi-
cata ai due mitici fatti per cui il personaggio è ricordato in letteratura; il
testo-base per questo in ambito latino è Ovidio, che in met. XI racconta gli
stessi due episodi, anche se in ordine inverso rispetto a Igino (le orecchie
d’asino: 146-179, con la concusione ai vv. 180-193 che non compare nella
nostra fabula; il tocco d’oro: 85-145). Sui rapporti fra Ovidio, Igino e Ful-
genzio, in senso contenutistico e retorico, vd. ora Venuti 2015.
1 filius Matris deae: si tratta di Cibele (come esplicitato in fab. 274,6), detta
anche Gran Madre o Dea Madre. – a Timolo: il nome del personaggio, che
è re di Licia e poi viene assimilato a un monte, è tramandato generalmente
come Tmolo. – cum Marsya vel Pane: senz’altro Pan nella versione di Ovi-
dio. – fistula certavit: si tratta di una rappresentazione compendiata della

353
Fabio Gasti

mitica gara: in realtà Marsia gareggia con il flauto, Apollo invece con la lira
e per questo vince (vd. fab. 165,3-4). – Timolus… Midas: Tmolo è giudice
della gara anche in Ovidio, met. 11,150ss.; secondo altra tradizione, rap-
presentata in fab. 165,4, sono le Muse a g