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IL ROMANTICISMO

Il Roman cismo è stato un movimento le erario, ar s co e musicale nato in Germania intorno al 1770
e poi sviluppatosi in tu a Europa. Il movimento roman co esalta valori, come la spiritualità, l’emo vità,
la fantasia, l’immaginazione e l’affermazione del cara ere individuale di ogni ar sta. Il Roman cismo
italiano si basava anche sul principio del “vero” includendo temi per esempio come la storia, la religione,
le tradizioni popolari e i sen men dell’uomo moderno. La corrente roman ca ha come obie vo
fondamentale quello di porre in primo piano l’individuo, che in nome del sen mento, intende non solo
recuperare la sua autonomia, ma può essere finalmente libero di esprimere sè stesso; respinge perciò
regole e tradizioni le erarie del passato, che non si adeguano più alle esigenze dell’uomo di quel tempo.
Il Roman cismo nella le eratura italiana a ribuisce un valore fondamentale all’animo umano, al
sen mento e alla natura, in contrapposizione alla razionalità del movimento illuminista del 1700. In
Italia i più importan esponen della le eratura roman ca sono Alessandro Manzoni e Giacomo
Leopardi; invece Ugo Foscolo invece è considerato un poeta preroman co.
In italia il roman cismo giunge successivamente a causa della mancanza di un'iden tà nazionale
sopra u o in le eratura ed era uno dei territori più vicini alla classicità.
l’ascesa del romanzo
Nella prima metà 800 il romanzo acquista posto di preminenza tra i generi le erari, sia in Italia che fuori
d’Italia: ascesa della borghesia, di cui esprime le aspirazioni e le contraddizioni, esso aspira ad un nuovo
pubblico composto da le ori di ogni classe ed età.
Si presentano nuovi temi che si distaccano dalla con nua ricerca di avventure e bensi si concentrano
sulle vite di persone comuni con avvenimen privi di eroismo.
La mobilità sociale ad esempio fu una delle novità presen nei raccon del romanzo poiché la borghesia
in quel momento era in ascesa.
Molta fortuna, sopra u o nella prima metà dell’o ocento,ha il genere del romanzo storico che intreccia
vicende immaginarie che intreccia con fa storici, poli co-economici e di costume.

ALESSANDRO MANZONI

Nacque a Milano nel 1785 da Giulia Beccaria, figlia di Cesare (l’autore del Dei deli e delle pene) e dal
conte Pietro Manzoni: in realtà già allora si malignava che il vero padre fosse Giacomo Verri (fratello di
Pietro e Alessandro), con cui Giulia aveva una relazione. Fra il 1791 e il 1801 Alessandro frequentò
diversi collegi, prima di rientrare nella casa paterna; nel fra empo la madre, separatasi dal marito, si era
trasferita a Parigi con il conte Carlo Imbona .

Il trasferimento a parigi
Su invito della madre nel 1795 si trasferì a Parigi, dove non potè incontrare Imbona , morto
prematuramente. Venne introdo o dalla madre nella cerchia degli idéologues, un ambiente
culturalmente vivace e all’avanguardia che lo s molò aprendogli la mente, in questo periodo matura il
suo interesse per la filosofia. Da Parigi tornò diverse volte in Italia con la madre. Nel 1807 conobbe
Enriche a Blondel, di fede calvinista, che sposò andando a vivere con lei e la madre a Parigi, dove
nacque la primogenita Giulia. Andava intanto maturando in Manzoni la conversione alla fede ca olica,
che abbracciò nel 1810 assieme alla moglie e alla madre
Questa conversione porta con sé un aneddoto che manzoni narra da se, svoltosi durante le nozze di
napoleone il 2 aprile 1810.

Il ritorno a milano
Nel 1810 manzoni e la moglie rientrano defini vamente a milano dove Alessandro intraprese l’ambizioso
proge o degli Inni sacri. Con l’avvio della Restaurazione e il rientro degli austriaci a Milano Manzoni
visse, in par colare nel 1817, una profonda crisi assieme poli ca, religiosa, esistenziale e psicofisica, da
cui lentamente uscì per ge arsi in un periodo di straordinario fervore crea vo; nel giro di 10 anni
compose o avviò La Pentecoste, Marzo 1821, Il cinque maggio; le Osservazioni sulla morale ca olica, la
le era Sul Roman cismo, la Le re à M. Chauvet; Il conte di Carmagnola e l’Adelchi; infine il Fermo e
Lucia, corre o poi nei Promessi sposi del 1827.
Dopo il 1827 Manzoni si dedicò in modo par colare agli studi linguis ci, filosofici, storici e le erari.
Insoddisfa o del linguaggio dei Promessi sposi e alla ricerca dell’unità linguis ca italiana, prefigurazione
dell’unità poli ca, provvide al rifacimento del romanzo, uscito in edizione defini va nel 1840-42. Intanto
portava a compimento le Osservazioni sulla morale ca olica, la Storia della colonna infame, il dialogo
Dell’invenzione.
le cinque giornate di Milano
La passione poli ca e civile è una costante nell’opera di Manzoni, che sull’onda dei mo indipenden s
del 1821 compose l’ode Marzo 1821. Il fallimento delle speranze e la repressione austriaca impedirono la
pubblicazione dell’opera, data alle stampe solo nel 1848
Spesso nei suoi scri Manzoni is tuisce un processo alla storia, come nella Storia della colonna infame e
in La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859, un saggio compara vo, rimasto
incompiuto.
i promessi sposi: Dal fermo e lucia all’edizione Ven se ana
La composizione fu lunga e laboriosa: iniziò il 24 aprile 1821 (è la data posta da Manzoni all’inizio del
primo manoscri o) e terminò nel 1842 con la conclusione della stampa dell’edizione defini va.
I passaggi redazionali furono tre: 1. fra il 1821 e il 1823 venne composta la prima redazione, in qua ro
tomi, che l’amico Ermes Viscon lesse e ba ezzò Fermo e Lucia. 2. Dopo una profonda revisione, il
primo tomo del romanzo venne pubblicato nel 1827.
La trama resta la stessa solo che manzoni elimina le pagine di taglio saggis co eliminando o riducendo
diversi episodi. Inoltre cambierà anche i nomi di diversi personaggi come Renzo.
3. Manzoni cominciò a questo punto il lavoro di revisione linguis ca, prendendo a modello la lingua
parlata dai fioren ni col . Si arrivò così all’edizione defini va, pubblicata a dispense tra il 1840 e il 1842
accompagnata da illustrazioni e seguita dalla Storia della colonna infame. Il componimento prenderà il
nome di “quarantana”

suddivisione della trama


E’ possibile suddividere i 38 capitoli dei promessi sposi in qua ro grandi sequenze che hanno
un’estensione approssima vamente omogenea.
1. prima sequenza: 7-10 novembre 1628. capitoli dall’uno all’o o (minaccia matrimonio)
2. seconda sequenza: 11-13 novembre 1628. capitoli dal nove al diciasse e (monaca)
3. terza sequenza: 13 novembre 1628- febbraio 1629. capitoli dal dicio o al ven se e (rapimento)
4. quarta sequenza: marzo 1629- o obre 1631 capitoli dal vento o al trento o (peste)

il sistema dei personaggi


I personaggi principali sono o o: Renzo, Lucia, don Abbondio, padre Cristoforo, don Rodrigo, il
cardinale Federigo Borromeo, l’Innominato e Gertrude, tu lega da una fi a rete di relazioni fondate
sulla bipar zione: qua ro sono storici (padre Cristoforo, Federigo, l’Innominato, Gertrude) e qua ro
d’invenzione (Renzo, don Rodrigo, don Abbondio, Lucia); qua ro sono ecclesias ci (Federico, don
Abbondio, padre Cristoforo, Gertrude) e qua ro laici (Renzo, Rodrigo, l’Innominato, Lucia); qua ro sono
“buoni” (Renzo, Federigo, padre Cristoforo, Lucia) e qua ro “ca vi” (don Rodrigo, don Abbondio,
l’Innominato, Gertrude);

gli ul mi anni
seppur la sua vita sarà lunga, la sua carriera le eraria andrà a perdersi infa comporrà quasi o poco
niente.

Personaggi principali
Don Abbondio - È il curato del paesino di Renzo e Lucia, colui che all'inizio della vicenda dovrebbe
celebrare il matrimonio dei due promessi: è il primo personaggio del romanzo a entrare in scena,
all'inizio del cap. I, e poi in seguito all'incontro coi bravi. E’ presentato come un uomo di circa
sessant'anni, dai capelli bianchi e con "due fol sopraccigli, due fol baffi, un folto pizzo", che
incorniciano una "faccia bruna e rugosa". Non è assolutamente un uomo molto coraggioso e dimostra
anzi in numerose occasioni la sua viltà e la sua codardia, che sono all'origine anche della scelta di farsi
prete: non de ata da una sincera vocazione, ma dal desiderio di sfuggire i pericoli della vita ed entrare
in una classe agiata e dotata di un certo pres gio, che offre una discreta protezione in tempi in cui regna
la violenza e la legge non dà alcuna garanzia agli uomini quie . Il curato svolge dunque il suo ministero
tenendosi fuori da ogni contrasto, mantenendo la neutralità in qualunque controversia o li gio, non
contrastando mai i poten ( so omissione a don Rodrigo, che pure odia) e mostrandosi in ogni
occasione come un debole, cosa di cui approfi ano un po' tu .
È accudito da un a empata domes ca, Perpetua, donna decisa ed energica che spesso gli rimprovera la
sua debolezza e lo esorta a comportarsi con maggior determinazione, quasi sempre senza successo. Si
dile a a leggere libri.
Don Abbondio è comunque una figura fondamentalmente posi va, sinceramente affezionato
a Renzo e Lucia, anche se la sua paura e la sua debolezza lo spingono a comportarsi in modo scorre o e
a farsi complice delle prepotenze altrui, al di là delle sue stesse intenzioni.

Renzo- È il protagonista maschile della vicenda, il promesso sposo di Lucia le cui nozze vengono
mandate a monte da don Rodrigo: è descri o come un giovane di circa vent'anni, orfano di entrambi i
genitori dall'adolescenza e il cui nome completo è Lorenzo; Compare per la prima volta nel cap. II,
quando si reca dal curato la ma na del matrimonio per concertare le nozze: è presentato subito come
un giovane onesto e di buona indole, ma piu osto facile alla collera e impulsivo, con un'aria "di
braveria; infa porta sempre con sé un pugnale e se ne servirà indire amente per minacciare don
Abbondio e costringerlo a rivelare la verità sul conto di don Rodrigo. Il suo cara ere irascibile e irruento
gli causerà spesso dei guai, specie durante la sommossa a Milano il giorno di S. Mar no quando, per
ingenuità e leggerezza, verrà scambiato per uno dei capi della rivolta e sfuggirà per miracolo all'arresto;
dimostra comunque in più di una circostanza un notevole coraggio, sia durante i disordini cita della
sommossa, sia quando torna nel ducato di Milano nonostante la ca ura, al tempo della peste. È
semi-analfabeta, in quanto sa leggere con difficoltà ma è incapace di scrivere. Rispe o a Lucia si può
considerare un personaggio dinamico, in quanto le vicende del romanzo cos tuiscono per lui un
percorso di "formazione" al termine del quale sarà più saggio e maturo (è lui stesso a trarre questa
morale nelle pagine conclusive dell'opera). Nel Fermo e Lucia il suo personaggio aveva il nome di Fermo
Spolino, mentre il nome Lorenzo era a ribuito al sagrestano di don Abbondio, poi chiamato Ambrogio.

Lucia - È la protagonista femminile della vicenda, la promessa sposa di Renzo che subisce le moles e
di don Rodrigo e le cui nozze vengono impedite dal signoro o: compare per la prima volta alla fine
del cap. II, quando Renzo la raggiunge e la informa del mancato matrimonio, dopo aver costre o don
Abbondio a parlare circa le minacce ricevute dai bravi. È una giovane di circa vent'anni, unica figlia di una
vedova (Agnese) con la quale vive in una casa posta in fondo al paese: ha lunghi capelli bruni ed è dotata
di una bellezza modesta, che non gius fica una passione morbosa da parte di don Rodrigo (il quale
infa ha deciso di sedurla per una sciocca scommessa col cugino A lio) e che spiegherà la delusione dei
nuovi compaesani quando i due sposi si trasferiranno nel Bergamasco, alla fine del romanzo. Viene
descri a come una ragazza molto pia e devota, ma anche assai mida e pudica sino all'eccesso, tanto
che si imbarazza e arrossisce nelle più diverse occasioni: passiva e alquanto priva di spirito di inizia va,
viene trascinata nel tenta vo di "matrimonio a sorpresa" dalle minacce di Renzo, che prome e in caso
contrario di fare una pazzia; in seguito, quando si trova prigioniera nel castello dell'innominato,
pronuncia il voto di cas tà che cos tuirà un grave ostacolo al ricongiungimento dei due promessi e che
verrà sciolto alla fine del romanzo da padre Cristoforo. Lucia è il personaggio che forse più di ogni altro
ha fede nella Provvidenza divina e anche per questo sembra incapace di serbare ogni minimo rancore,
persino nei confron del suo odioso persecutore (è dunque un personaggio sta co, a differenza di Renzo
che compie un percorso di maturazione all'interno della vicenda). È anche il personaggio che interagisce
con figure di poten , ad esempio Gertrude, l'innominato, il cardinal Borromeo. Curiosamente,
nel Fermo e Lucia era dapprima indicata con un cognome differente.

Don Rodrigo - È il signoro o del paese di Renzo e Lucia, un aristocra co che vive di rendita e abita in
un palazzo o situato a metà strada tra il paese stesso e Pescarenico: personaggio malvagio del romanzo,
si incapriccia di Lucia e decide di sedurla in seguito a una scommessa fa a col cugino A lio. A questo
scopo manda due bravi a minacciare il curato don Abbondio perché non celebri il matrimonio fra i due
promessi, e in seguito tenta senza successo di far rapire la ragazza dalla sua casa; si rivolgerà poi
all'innominato per ritentare l'impresa quando la giovane è prote a nel convento di Gertrude, a Monza,
ma l'ina esa conversione del bandito manderà a monte i suoi proge criminosi. Morirà nel Lazzare o,
lasciandoci nel dubbio se si sia ravveduto o meno dei pecca commessi (o ene comunque il perdono
di Renzo, cui il nobile agonizzante viene mostrato da padre Cristoforo).
Viene presentato come un uomo rela vamente giovane, con meno di quarant'anni e di lui non c'è una
vera e propria descrizione fisica; appar ene a una famiglia di an co blasone. Non sappiamo molto del
suo passato, salvo il fa o che il padre era uomo di tempra ben diversa e Rodrigo, rimasto erede del suo
patrimonio, si è dimostrato figlio degenere. Alla fine della vicenda verrà introdo o il suo erede, un
marchese che entra in possesso di tu i suoi beni e che aiuterà i due sposi sia a livello economico sia
garantendo che renzo non venisse arrestato.
Don Rodrigo è ovviamente un malvagio, ma mediocre e di mezza tacca, come più volte è evidenziato nel
romanzo: la sua persecuzione ai danni di Lucia non nasce da un'ossessione amorosa, ma è più un a o di
prepotenza sessuale di un nobile su una povera contadina, oltretu o a causa di una sciocca scommessa
fa a col cugino; egli è il rappresentante di quella aristocrazia oziosa e improdu va che Manzoni cri ca
spesso e che esercita soprusi sui deboli più per passatempo che per crudeltà gratuita. Don Rodrigo si
mostra moroso della gius zia e delle leggi, mentre nutre un sincero terrore per tu o ciò che riguarda la
religione e l'aldilà. La piccolezza morale del personaggio è so olineata nella scena del cap. XI, quando il
signoro o a ende con impazienza il ritorno dei bravi invia a rapire Lucia e pensa tra sé alle possibili
conseguenze di quell'a o scellerato. Nel Fermo e Lucia la fine del personaggio era decisamente diversa,
poiché Rodrigo (moribondo per la peste e in preda al delirio) balzava su un cavallo dopo aver visto Lucia
e lo spronava al galoppo, cadendo rovinosamente e morendo così sicuramente in disgrazia (nei Promessi
Sposi, invece, la no zia della sua morte giunge al paese solo nel cap. 38).

Fra Cristoforo -È uno dei fra cappuccini del convento di Pescarenico, padre confessore di Lucia e
impegnato ad aiutare i due promessi contro i soprusi di don Rodrigo. E’ descri o come un uomo di circa
sessant'anni, con una lunga barba bianca e un aspe o che reca i segni dell'as nenza e delle privazioni
monas che, anche se conserva qualcosa della passata dignità e fierezza. Viene introdo o nel cap. 3,
quando Lucia spiega di avergli raccontato in confessione delle moles e di don Rodrigo. Il personaggio
compare dire amente nel cap. IV, a raverso un lungo flashback che racconta la vita precedente di
Cristoforo e le circostanze che lo indussero a farsi frate: si chiamava Lodovico ed era figlio di un
ricco mercante ri ratosi dagli affari, che viveva come un nobile e aveva allevato il figlio con modi signorili
(il cognome del personaggio e la ci à non sono menziona dall'anonimo, secondo la finzione
dell'autore). Il giovane Lodovico, non acce ato dagli aristocra ci della sua ci à, era in ca vi rappor
con loro e a poco a poco era divenuto un difensore di deboli e oppressi, circondandosi di sgherri e
bravacci coi quali compiva talvolta azioni inclini alla violenza. In seguito a un duello nato per fu li mo vi
cavallereschi con un nobile noto per la sua prepotenza, Lodovico aveva ucciso il suo avversario ed era
rimasto ferito egli stesso; portato dalla folla in un convento di cappuccini per salvarlo dalla gius zia e
dalla vende a dei paren del morto, Lodovico aveva maturato la decisione di farsi frate e aveva poi
chiesto perdono al fratello dell'ucciso, scegliendo come nome quello di Cristoforo per espiare la morte
del servitore da lui indire amente provocata. È dunque con la carità e la fiducia nella Provvidenza che
padre Cristoforo tenta di aiutare i due promessi: affronta don Rodrigo nel suo palazzo (V-VI) e tenta
dapprima di farlo recedere dai suoi piani. In seguito, consiglia ai due promessi di lasciare il paese e
indirizza Renzo a Milano, dove dovrà rivolgersi a un suo confratello del convento di Porta Orientale,
mentre Agnese e Lucia andranno a Monza e verranno accolte nel convento dove vive Gertrude, a cui
sono presentate da un altro padre cappuccino. Entrambi andranno incontro a varie vicissitudini, in
quanto Renzo verrà coinvolto nei tumul di milano e dovrà fuggire nel Bergamasco, mentre Lucia sarà
rapita dai bravi dell'innominato grazie proprio alla complicità di Gertrude, amante di Egidio. Verra poi
mandato a milano ad assistere i mala di peste, in questo luogo di sofferenza ritroverà Renzo che è in
cerca di Lucia e alla fine scioglierà il voto di cas tà che Lucia aveva pronunciato la no e in cui era
prigioniera al castello dell'innominato.
Curiosamente, nel Fermo e Lucia era dapprima indicato col nome di padre Galdino e ciò avvalora
l'ipotesi in base alla quale Manzoni si sarebbe ispirato alla figura storica di Cristoforo Picenardi, padre
cappuccino che prestò la sua opera di assistenza ai mala nel lazzare o di Milano, dove morì anch'egli di
peste.

Gertrude - È la monaca del convento di Monza dove si rifugiano Agnese e Lucia in seguito alla fuga
dal paese e al fallito tenta vo di rapire la giovane da parte di don Rodrigo: de a anche la "Signora", è
presentata come la figlia di un ricco ed influente principe di Milano, la quale grazie alle sue nobili origini
gode di grande pres gio e di una certa libertà all'interno del convento. Il personaggio è chiaramente
ispirato alla figura storica di Marianna de Leyva.
Manzoni modifica in parte la vicenda storica e la ada a alle esigenze narra ve del romanzo, anche se
rivela fin dall'inizio la storicità del personaggio: la Gertrude dei Promessi sposi è de a figlia di un
gen luomo milanese il cui casato non è dichiarato in modo esplicito, anche se la ci à dove sorge il
convento è Monza. È presentata come una giovane di circa ven cinque anni, dalla bellezza sfiorita e dal
cui aspe o traspare qualcosa di torbido e di morboso, unitamente al fa o che il suo abbigliamento
non si conforma perfe amente alla regola monas ca (la tonaca è a llata in vita come un ves to laico e
la donna porta i capelli neri ancora lunghi so o il velo, mentre dovrebbe in realtà averli cor ). Il padre
guardiano dei cappuccini presenta Agnese e Lucia alla monaca, la quale acce a di ospitare nel convento
la ragazza e la madre, che alloggeranno nella stanza lasciata libera dalla figlia maritata della fa oressa e
svolgeranno i servizi di cui si occupava la ragazza; in seguito si apparta con Lucia e mostra una curiosità
morbosa per la sua vicenda, obbligandola a rivelare più precisi de agli sulla persecuzione subìta da don
Rodrigo e sul suo rapporto con Renzo. L'eccessiva libertà con cui Gertrude parla alla giovane suscita il
suo stupore e Agnese, alla quale Lucia confiderà in seguito la sua perplessità.
La storia passata di Gertrude è narrata dall'autore con un ampio flashback, che occupa gran parte dei
capp. IX-X e descrive la sua vicenda come esemplare dei soprusi che spesso nelle
famiglie aristocra che venivano esercita sui membri più deboli: il principe padre di Gertrude, nobile
milanese e feudatario di Monza, aveva deciso il des no della figlia prima ancora che nascesse, ovvero
aveva stabilito che si facesse monaca per non intaccare il patrimonio di famiglia, des nato interamente
al primogenito. Dunque la piccola Gertrude viene educata fin da bambina inculcandole nella testa l'idea
del chiostro , finché a sei anni viene mandata in convento per essere educata come molte sue coetanee.
All'inizio la ragazza è alle ata all'idea di diventare un giorno la madre superiora del monastero, ma
nell'adolescenza inizia a rendersi conto che non è quella la vita che si a ende e, sopra u o, che
vorrebbe anche lei sposarsi e avere un'esistenza nel mondo come tu e le sue compagne. Decide allora
di scrivere una le era al padre, per comunicargli di non voler dare il suo assenso alla monacazione, ma
quando rientra a casa per trascorrere un periodo di un mese fuori dal convento, è accolta con freddezza
da tu i suoi familiari e posta in una sorta di isolamento che ha il fine di forzarla ad acce are di
prendere il velo. La giovane Gertrude un giorno scrive un biglie o per un paggio verso cui nutre
un'innocente passione, ma la carta viene interce ata da una cameriera e finisce nelle mani del padre, il
quale è abile nel servirsi di questo "fallo" della ragazza per farla sen re terribilmente in colpa e forzarla a
dare il suo assenso, cosa che la poverina è indo a a fare per debolezza, senso di colpa, so omissione
all'autorità del padre. Da quel momento Gertrude è indo a in ogni modo dalla famiglia ad affre are i
passi che la condurranno alla monacazione, supera il colloquio col vicario delle monache che deve
esaminarla per accertare la sincerità della sua vocazione e, alla fine, prende il velo iniziando il suo
noviziato nello stesso convento in cui era stata educata, godendo di ampi privilegi e venendo tra ata con
rispe o e considerazione come se fosse lei la badessa.
In seguito Gertrude diventa la maestra delle educande e sfoga su queste ragazze il malanimo e
l'insofferenza per il des no che le è stato imposto, ranneggiandole e diventando talvolta la loro
confidente e la complice delle loro beffe; nei confron delle altre monache prova un profondo as o,
specie per quelle che a suo tempo sono state complici del padre nel costringerla ad acce are il velo.
Gertrude vive in un quar ere isolato del chiostro e questo è con guo ad una casa laica, dove vive un
giovane scapestrato di nome Egidio: ques un giorno osa rivolgere il discorso alla monaca e Gertrude
risponde, iniziando in seguito con lui una torbida relazione sessuale che l'autore riassume in modo molto
sinte co, accennando per sommi capi anche alla sparizione di una conversa che aveva scoperto il suo
segreto e che, verosimilmente, è stata assassinata da Egidio con la complicità di Gertrude. Quando Lucia
e Agnese entrano nel convento è trascorso circa un anno da questo avvenimento, e in seguito Gertrude
sembra affezionarsi sinceramente alla giovane e prendersi a cuore il suo caso, offrendo dunque una
protezione sicura dalla persecuzione di don Rodrigo. Il signoro o riesce tu avia a scoprire il nascondiglio
della ragazza e in seguito a ua un piano per rapirla.
Manzoni tra eggia una figura tragicamente solenne e fa di Gertrude uno dei personaggi più
affascinan del romanzo, specie nel racconto de agliato della sua storia precedente la monacazione in
cui dà prova di grande finezza e introspezione psicologica, mentre nella vicenda della relazione con
Egidio e del deli o della conversa il racconto è decisamente più re cente, in accordo alla poe ca
dell'autore che non vuole rappresentare il male in modo dire o o in modi che possano risultare
affascinan e seducen per il le ore. La vicenda di Gertrude è anche esemplare del male insito nel
mondo del potere e nella stessa condizione nobiliare, poiché l'imposizione del padre nasce da mo vi che
riguardano il decoro aristocra co e la necessità di lasciare inta o il patrimonio, mentre alla fine
Gertrude è indo a ad acce are il velo pur di non perdere quegli stessi privilegi nobiliari a cui è in fondo
a accata.

Innominato - È il potente bandito cui si rivolge don Rodrigo perché faccia rapire Lucia dal convento
di Monza in cui è rifugiata, cosa che l'uomo o ene grazie all'aiuto di Egidio: in seguito a una crisi di
coscienza e all'incontro decisivo col cardinal Borromeo giunge a un clamoroso pen mento, decidendo
così di liberare la ragazza prigioniera nel suo castello e di mandare a monte i piani del signoro o, che
dovrà successivamente lasciare il paese e andare a Milano. L'autore non fa mai il suo nome e infa lo
indica sempre col termine "innominato", dichiarando di non aver trovato documen dell'epoca che lo
ci no in maniera esplicita, tu avia la sua figura è chiaramente ispirata al personaggio storico di
Francesco Bernardino Viscon , noto bandito. Viene introdo o a par re dal cap. 18, quando don Rodrigo
accarezza l'idea di rivolgersi a lui per tentare il rapimento di Lucia dal convento della "Signora", mentre la
sua storia passata e un de agliato ritra o del personaggio vengono riporta dall'autore nella seconda
parte del cap. XIX, quando il signoro o parte alla volta del suo castello. Viene descri o come un uomo di
alta statura, bruno, calvo, con pochi capelli ormai bianchi e il volto rugoso che dimostra più dei suoi
sessant'anni, anche se il suo contegno e l'a eggiamento risoluto tes moniano una vigoria fisica e
un'energia che sarebbero straordinari in un giovane. L'autore lo presenta come un bandito feroce e
spietato a cui tu devono portare rispe o. Spesso l'uomo acce a di aiutare degli oppressi vi me delle
prepotenze dei nobili, il che lo rende esecutore della gius zia di uno stato corro o; L'innominato si
compiace della sua reputazione famigerata e si propone come un nemico pubblico delle leggi e di ogni
autorità.
In seguito alla conversione l'innominato ene con sé solo i bravi che acce ano la sua nuova vita, mentre
egli va in giro senz'armi e si propone come un difensore di deboli e oppressi, non però con i metodi della
violenza usa in passato. Egli man ene una corrispondenza col cardinal Borromeo, l'artefice in qualche
modo del suo ravvedimento, e fa avere per il suo tramite cento scudi d'oro ad Agnese come
risarcimento per il male fa o alla figlia, che la donna acce a e di cui manda la metà a Renzo che nel
fra empo si è nascosto nel Bergamasco; In seguito non viene più nominato e ignoriamo dunque in quali
circostanze sia avvenuta la sua morte.
Il personaggio era protagonista già del Fermo e Lucia, in cui però era chiamato Conte del Sagrato e dove
la sua storia si arricchiva di par colari macabri.

Federigo Borromeo - È il cardinale arcivescovo di Milano che raccoglie la confessione dell'innominato e


ne favorisce la clamorosa conversione, consentendo in tal modo la liberazione di Lucia prigioniera
nel castello del bandito e una posi va svolta nella vicenda dei due promessi: la sua figura è
dichiaratamente ispirata al personaggio storico di Federigo Borromeo (1564-1631), il patriarca milanese
cugino di S. Carlo di cui Manzoni traccia una biografia. Diviene sacerdote nel 1580. Durante la peste del
1630 si segnalò per il suo zelo in favore dei mala , anche se crede e agli untori e promosse alcuni
processi per stregoneria. Il personaggio è introdo o per la prima volta nel cap. XXII, quando il cardinale
si reca da solo a far visita all’innominato e, dopo un intenso colloquio in cui emerge il sincero
pen mento del bandito, quest'ul mo si converte ed esprime il proponimento di liberare Lucia.
In seguito viene citato nel cap.28 e nei capp. 31-32 in cui si parla del suo impegno per la cura degli
ammala in occasione dell'epidemia di peste del 1630. Viene citato ancora nel cap.37, quando
la mercantessa informa Lucia che Gertrude è stata imprigionata in seguito ai suoi deli proprio per
ordine del cardinal Federigo (il fa o corrisponde alla verità storica).
Federigo Borromeo rappresenta nel romanzo l'unica eccezione fra tan personaggi poten i quali, per
malvagità, incuria o incompetenza, si macchiano di gravi colpe, oltre ad essere pra camente l'unico
esponente dell'alto clero a comportarsi in modo schie o e a non comprome ersi col potere poli co
e aristocra co (è dunque una figura ben diversa dalla badessa del convento di Monza che compiace i
disegni perversi del principe padre di Gertrude, e del padre provinciale dei cappuccini che acce a di
trasferire padre Cristoforo da Pescarenico).

Principali temi tra a


gli argomen tra a sono vari ma, anche se il nome del romanzo potrebbe suggerire manzoni si stacca
dal conce o di amore pre coniugale e coniugale di cui aveva una certa diffidenza.
Gius zia - È uno dei temi portan del romanzo, dal momento che l'intera vicenda prende avvio da un
sopruso esercitato da un nobile ai danni di due poveri contadini, che saranno in seguito costre a
separarsi e a lasciare il loro paese.
l'autore apre una lunga digressione in cui cita stralci delle gride dell'epoca, ovvero i provvedimen di
legge emana dallo Stato di Milano che minacciavano pene severissime contro gli sgherri dei signoro
locali, ma che poi restavano inapplicate e favorivano il proliferare degli "a rannici" (con un'evidente
sproporzione tra i toli al sonan dei governatori che le firmavano e la loro inu lità, poiché i bravi
prosperavano indisturba ). Il numero crescente delle gride (esse, spiega l'autore, "diluviavano") e
l'intensità delle pene che comminavano era inversamente proporzionale alla loro efficacia, poiché non
c'era un sistema giudiziario efficiente che le me esse in pra ca, dunque un rannello locale come don
Rodrigo. Lo stesso Renzo sperimenta di persona la corruzione dilagante nelle a vità legali quando si
reca dall'avvocato Azzecca-garbugli, il quale gli mostra la grida del 15 o obre 1627 scambiandolo per un
bravo e elargendo una possibile arringa in sua difesa sovvertendo i termini stessi dell'idea di gius zia. Al
sen re il nome di don Rodrigo, poi, l'avvocato caccia via il giovane su due piedi.
La gius zia non protegge i poveri e i contadini dalle prepotenze dei signori, ma il sistema giudiziario è fin
troppo sollecito a me ersi in moto per colpire in modo cieco e spietato i personaggi umili, quando vi
siano buoni mo vi per mostrare quella forza e quell'efficacia di cui esso è normalmente privo: è ancora
Renzo a sperimentare questo lato nega vo della gius zia, diventando vi ma di un procedimento
sommario in seguito al tumulto di S. Mar no a Milano, in cui è rimasto coinvolto a causa della sua
imprudenza e ingenuità. Il giovane non ha commesso alcun deli o né ha preso parte all'assalto dei forni,
tu avia il suo discorso in piazza a ra l'a enzione di un polizio o traves to, che si finge poi suo amico e
cerca di portarlo in carcere con la scusa di condurlo a una locanda. E’ chiaro così che al polizio o non
interessi chi sta arrestando ma solo che venga arrestata qualche testa calda dei tumul . Renzo è appunto
giudicato un "reo buon uomo", cioè un povero ignorante talmente ingenuo da cacciarsi con le sue stesse
mani nella rete della gius zia, così il suo comportamento incauto diviene l'occasione per accusarlo di
crimini che non ha commesso e che lo porterebbero probabilmente alla forca.; i tutori della legge non
esitano a men re e ad assumere un a eggiamento subdolo pur di raggiungere i loro scopi, a raverso
poi l’intervento e l’apparizione del personaggio del notaio (ovvero colui che emanerà il mandato di
arresto per renzo) si capirà un’ inadeguatezza rispe o all'idea di gius zia che dovrebbe rappresentare.
Renzo è comunque costre o alla fuga e a diventare "la tante" per evitare l'arresto, andando a rifugiarsi
nel Bergamasco (allora nel territorio della Repubblica di Venezia) e a nascondersi pur non essendo
colpevole di nulla.
Il tu o è una parodia gro esca della gius zia, poiché Renzo, che è vi ma di un sopruso e dovrebbe
essere prote o dal sistema legale, viene invece perseguito per qualcosa che non ha fa o. Le successive
vicende della guerra e poi della peste faranno cadere il suo caso nel dimen catoio, al punto che il
giovane potrà tornare indisturbato al suo paese e persino a Milano senza subire alcuna conseguenza.
A raverso le vicende del romanzo l'autore cri ca l'arretratezza e l'inefficienza del sistema giudiziario
dell'Italia del XVII secolo, il romanziere rivolge la sua a enzione a tu gli abusi e le storture
nell'applicazione della legge, di cui c'erano mol esempi ancora nell'Italia del XIX secolo e che erano sta
ogge o della tra a s ca dell'Illuminismo cui Manzoni si rifà in modo dichiarato. L'idea di fondo è che
occorrono profonde riforme del sistema giudiziario che assicurino più ampie garanzie ai ci adini e
consentano di perseguire nel modo dovuto i deli , secondo la lezione di intelle uali come P. Verri e C.
Beccaria, anche se alla gius zia terrena (imperfe a e sempre sogge a all'errore) viene sempre
contrapposta quella divina, infallibile e inesorabile, che ripar rà equamente premi e cas ghi nell'Aldilà
come anche nelle vicende di questo mondo, ad esempio all'immane tragedia della peste e della
successiva cares a
Lo a ai forni: riassunto easy
La cares a affligge anche il territorio di Bergamo in cui Renzo si rifugia dopo la sua fuga da Milano e i cui
effe si presentano al giovane poco dopo aver superato l'Adda. Il "modello" socio-economico del
Bergamasco è dunque quello vincente; Bergamo infa , ha acquistato un gran quan ta vo di grano a
basso prezzo da Venezia per sfamare la popolazione è presente una poli ca dei dazi doganali che
impedisce la libera circolazione delle merci ché stata superata e ciò ha permesso di lenire gli effe più
dolorosi della cares a, con una poli ca più oculata di quella dimostrata dal governo milanese.
il miglior rimedio contro la penuria è un'a vità economica che produce lavoro e ricchezza e non
sperpera i beni della terra per inu li pompe e spese militari, nella qual cosa si intravede un preciso
riferimento anche alla poli ca dell'O ocento e a ques oni economiche ancora a ualissime al tempo di
Manzoni.

Nobiltà e potere
Manzoni non rinuncia a rivolgere un'aspra cri ca nel romanzo ai membri dell'aristocrazia, accusa di
condurre una vita gaudente e dissipata che li porta a compiere abusi e ingius zie, spesso in nome di una
malintesa concezione di decoro e onore nobiliare: il suo bersaglio è sopra u o l'aristocrazia feudale che
nel XVII-XVIII secolo godeva di ampi privilegi e so oponeva le popolazioni contadine a vessazioni e
soprusi, benché il romanziere rivolga lo sguardo anche alla nobiltà del suo tempo che stentava a
integrarsi nella società borghese uscita dall'età napoleonica. Il rappresentante più pico di questa
nobiltà improdu va che vive sulle spalle delle classi più umili è naturalmente don Rodrigo, il quale, non
contento di trascorrere un'esistenza oziosa nel suo palazzo circondato da servi e bravi, inizia a
infas dire Lucia.
Esso delinea un quadro assai misero in cui gli esponen della nobiltà si fanno beffe della legge e
compiono le loro bravate senza temere conseguenze giudiziarie. Occasionalmente ques aristocra ci di
provincia arrivano a coinvolgere nelle loro malefa e anche membri influen del governo milanese
dell'epoca.
Le cose non sono diverse quando si parla di una famiglia aristocra ca di più alto rango e grado sociale
rispe o a quella di Rodrigo e A lio, vale a dire la casata del principe padre di Gertrude che obbliga la
figlia a farsi monaca contro la sua volontà, preferendo la garanzia del suo patrimonio alla libertà della
figlia.
La cri ca agli esponen della nobiltà si accompagna a quella, ancor più so le e penetrante, dei
meccanismi del potere connessi all'aristocrazia, tanto nei comportamen priva quanto nell'esercizio
della pubblica autorità in cui gli uomini di Stato dimostrano gravi mancanze, talvolta dovute a semplice
incompetenza e inadeguatezza. anzitu o il gran cancelliere Antonio Ferrer, che impone in maniera
dissennata durante la cares a del 1628 un calmiere sul prezzo del pane che contravviene alle leggi di
mercato, provocando così indire amente il tumulto di S. Mar no a Milano.
La visione del romanziere è dunque estremamente pessimis ca e trae origine dalla sua concezione
nega va del potere in quanto tale, poiché secondo lui chi è chiamato ad esercitare funzioni di governo e
dominio su altri uomini è naturalmente portato a provocare sofferenze negli umili, per malvagità, incuria
o semplice incompetenza. non è un caso che la sola eccezione in questo senso sia rappresentata dal
cardinal Federigo Borromeo, che è di nobile origine e ricopre un'alta carica ecclesias ca senza
macchiarsi di alcuna colpa. Ciò si collega anche alla volontà da parte di Manzoni di dedicare la sua
indagine storica alle vicende degli umili, di quelle popolazioni che hanno subìto le dissennate decisioni
dei poten senza potersi opporre e hanno sofferto per i loro errori e le loro mancanze.

La peste : È la terribile epidemia che si scatenò nel Nord Italia tra il 1630 e il 1631, decimando la
popolazione e infuriando con par colare virulenza nella ci à di Milano, allora tra le più popolose della
regione: è descri a nelle pagine finali del romanzo, in par colare nei capp. XXXI-XXXII interamente
occupa da una digressione storica che ricostruisce la diffusione del morbo e le sue dramma che
conseguenze (la descrizione del romanziere è rimasta giustamente celebre ed è ricordata tu ora come
uno dei momen più al della sua opera le eraria). L'epidemia si propagò facilmente anche grazie allo
stato di estrema povertà e privazione in cui il popolo si trovava dopo due anni di terribile cares a, e in
seguito a movimen di truppe e saccheggi avvenu nell'ambito della guerra per la successione di
Mantova, che vedeva la Spagna opposta alla Francia.

L'infuriare della mala a in ci à


Dal mese di marzo del 1630 la peste iniziò a mietere vi me in ogni angolo di Milano, rendendo di
dramma ca evidenza ciò che, fino a poco tempo prima, era stato negato o travisato con un linguaggio
ambiguo: i mala si affollavano in numero sempre crescente al lazzare o, già ricovero per i poveri e gli
acca oni durante la cares a, così alla direzione di questo fu posto padre Felice Casa , un frate
cappuccino che si adoperò in tu i modi con i suoi confratelli per accudire al meglio i mala . A par re
dal mese di maggio i casi di contagio crebbero notevolmente, complice il caldo che favoriva la diffusione
del male, al punto che gli appesta non potevano essere più ospita nel lazzare o e si ipo zzò di creare
un'area di raccolta dei mala fuori Porta Ticinese, oppure di sigillare l'intera zona di Porta Orientale dove
i casi erano più frequen (nessuno di ques provvedimen , tu avia, venne realizzato). Alla fine di
maggio i casi erano più di quaranta al giorno e fu deciso pertanto di creare un secondo lazzare o al
Gen lino.

La caccia agli untori


La paura per il contagio che mieteva vi me sempre più numerose in ci à fece nascere nella mol tudine
nuovi pregiudizi e iniziò così a diffondersi l'assurda credenza che alcuni uomini spargessero
appositamente unguen venefici per propagare la peste, personaggi immaginari no col nome
famigerato di untori: Manzoni cita due episodi emblema ci di come il furore popolare fosse
tragicamente in cerca di capri espiatori della peste: un vecchio che spolverava una panca in chiesa prima
di sedervisi venne accusato di essere un untore, linciato senza pietà e trascinato in carcere dove
probabilmente morì per le percosse; tre giovani francesi, nell'a o di osservare il duomo e di toccarne il
marmo con una mano, subirono lo stesso tra amento da parte della folla e furono condo al palazzo di
gius zia, dove fortunatamente furono scagiona e libera . Mol illustri medici cominciarono a
confermare con argomen pseudo-scien fici l'esistenza degli untori, cui crede e forse lo stesso
cardinal Borromeo, mentre si invocava l'apparizione di due comete nel 1628 e 1630 come cause del
contagio della peste e anche, assurdamente, del diffondersi delle unzioni. Furono condo e varie
inchieste che finirono fortunatamente in nulla.

La processione dell'11 giugno 1630


Il con nuo aumento dei decessi e l'infuriare senza tregua del morbo spinsero i decurioni (i magistra
di Milano che si occupavano di amministrare la ci à) a chiedere al cardinal Borromeo l'autorizzazione a
svolgere una solenne processione per le strade, in cui fosse esposto il corpo venerato di S. Carlo e si
invocasse così il soccorso divino per porre rimedio alla terribile calamità. Il Tribunale di Sanità non
oppose alcuna obiezione, né assunse par colari cautele dato l'elevato rischio di contagio con l'accorrere
di folla nelle strade di Milano. Fin dal giorno seguente, tu avia, i decessi per il morbo crebbero in
maniera vistosa e ciò evidentemente per il propagarsi più rapido del contagio nella processione
medesima, a raverso il mol plicarsi dei conta fra le persone radunate in strada.
Il colmo dell'epidemia nell'estate 1630
L'arrivo dell'estate e del caldo accrebbe ulteriormente la virulenza della peste e la situazione in ci à nei
mesi di luglio e agosto 1630 divenne pressoché insostenibile, anche per la quasi impossibilità da parte
del Tribunale di Sanità e delle altre autorità milanesi a far fronte ai bisogni della popolazione.
Gli ecclesias ci si prodigarono in effe per sollevare la popolazione dalle terribili conseguenze del
morbo, dentro e fuori il lazzare o, anche grazie all'opera incessante del cardinal Borromeo che non esitò
a mescolarsi più volte agli ammala e a usare ogni mezzo pur di lenire le loro sofferenze, uscendo
miracolosamente illeso dall'epidemia.

Il dramma co bilancio della pes lenza


La moria toccò il suo apice tra agosto e se embre 1630, momento in cui a Milano oltre ai viveri
iniziarono a scarseggiare anche i mona , poi nell'autunno e nel successivo inverno la virulenza del
morbo iniziò a scemare (anche grazie alle condizioni clima che più rigide), per cui all'inizio del 1631
l'epidemia poteva dirsi conclusa a dispe o di casi isola di contagio e di morte. L'autore descrive la
terribile epidemia con l'occhio a ento e obie vo dello storico, citando spesso le fon a sua
disposizione e so olineando sopra u o l'incuria e la negligenza mostrate dalle autorità milanesi nel
so ovalutare il rischio del contagio. Quanto all'aspe o religioso del flagello, Manzoni presenta la peste
come una terribile prova inviata da Dio agli uomini in base ai suoi disegni imperscrutabili, per cui è
vano cercare una logica nell'azione di un morbo che ha colpito egualmente colpevoli e innocen ,
personaggi malvagi e buoni: il male nella storia è un enigma insolubile e ciò appare chiaro sopra u o
nel dramma dell'epidemia, di fronte al quale l'a eggiamento del romanziere è spesso di sbalordito
a onimento e lontanissimo da quello di altri scri ori del passato, che l'avrebbero prontamente
interpretato come un meritato cas go divino. Del resto anche i personaggi del romanzo hanno pensieri
del tu o diversi riguardo alla spaventosa moria, da don Rodrigo che si fa beffe del morbo ma poi è
inorridito quando si scopre ammalato, a Renzo e Lucia che acce ano la mala a con cris ana
rassegnazione, a fra Cristoforo che vede nella peste l'occasione di sacrificarsi nel servizio caritatevole al
prossimo, fino a don Abbondio per il quale la peste è stata una "scopa" che ha spazzato via prepoten e
malvagi, massima che è conforme al suo consueto gre o egoismo.

Chiesa e religione
Le is tuzioni ecclesias che hanno ovviamente una grande importanza nelle vicende del romanzo,
insieme alla concezione della Provvidenza e dell'infallibile gius zia divina des nata a supplire alle
imperfezioni di quella terrena, ma altre anto manchevoli sono tu avia i ministri della Chiesa chiama a
tes moniare la parola di Dio nel mondo, perciò il clero è rappresentato come una dimensione assai
variegata che riproduce la diversificazione sociale (infa vi sono al suo interno personaggi borghesi e
nobili, figure posi ve che aiutano i protagonis e altre nega ve che, per malvagità o paura, sono
complici dei soprusi). La Chiesa è dunque formata da uomini e donne sogge all'errore e vi me delle
passioni mortali al pari di tu gli altri, il che rientra nella visione religiosa dell'autore per cui la
Provvidenza opera a vantaggio degli umili in base ai suoi disegni imperscrutabili, ma Dio resta invisibile
agli occhi degli uomini e si manifesta agitando il dubbio nel cuore dei peccatori. E infa il clero dimostra
nella vicenda del romanzo mol dife . La vicenda di Gertrude è anche esemplare dell'uso distorto della
religione in nome di una malintesa concezione del decoro nobiliare, in cui so o accusa vengono pos sia
i membri dell'alto clero monas co sia gli esponen dell'aristocrazia feudale, mentre il risultato è che la
"Signora" verrà meno in modo abie o ai suoi doveri claustrali e si farà suo malgrado complice
dell'innominato nel rapimento di Lucia.
L'unica eccezione fra gli esponen dell'alto clero sembra essere il cardinal Borromeo, il quale si
comporta in modo impeccabile e senza venir mai meno ai suoi doveri pastorali, nonostante ricopra
un'alta carica ecclesias ca e appartenga a una delle famiglie più nobili della Lombardia. Il cardinale è
tu avia un individuo eccezionale e dalla fama riconosciuta di santo, che spicca nel suo secolo dominato
da ignoranza e supers zione dimostrando una vocazione schie a e inflessibile, nonché una concezione
assolutamente rigorosa dell'ufficio sacerdotale. Il romanziere ricorda altresì il costante impegno del
cardinale nel prendersi cura degli affama durante la cares a del 1628 e poi degli appesta al tempo
della terribile epidemia del 1630, opere che lo accostano alla carità.

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