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ROBERT CRAIS

L'OSTAGGIO
(Hostage, 2001)

A Frank, Toni, Gina, Chris e Norma;


e a Jack Hughes, che arricchisce la nostra vita.
Per vent'anni di amicizia e risate, per quello che può valere.

Prologo

L'uomo nella casa stava per uccidersi. Quando aveva scagliato il te-
lefono in cortile, Talley aveva capito che era pronto a farla finita. Dopo
sei anni come negoziatore nella squadra Swat del Dipartimento di polizia
di Los Angeles, il reparto speciale di pronto intervento, il sergente Jeff
Talley sapeva che le persone sotto pressione comunicano spesso mediante
azioni simboliche. E il significato di questa era chiaro: basta parlare. Tal-
ley temeva che l'uomo potesse suicidarsi o fare qualcosa per costringere
gli agenti a ucciderlo. Lo chiamavano "suicidio da polizia". Talley era
convinto che fosse colpa sua.
«Hanno trovato la moglie?»
«No, non ancora. La stanno cercando.»
«Cercare non basta, Murray. Dopo quello che è successo gli devo qual-
cosa di più.»
«Non è colpa tua.»
«Invece sì. Io ho sbagliato, e ora questo tizio sta andando a fondo.»
Talley andò a ripararsi dietro un veicolo blindato insieme al co-
mandante della squadra, un tenente di nome Murray Leifitz che era anche
il supervisore del suo gruppo di negoziatori. Da quella posizione, Talley
aveva parlato a George Donald Malik per mezzo di una linea telefonica di
fortuna allacciata in tutta fretta. Ora che Malik aveva lanciato il telefono
in cortile, Talley poteva continuare a parlargli o con l'altoparlante del-
l'auto oppure faccia a faccia. Lui odiava il megafono, che rendeva dura la
voce e spersonalizzava il contatto. L'illusione di un rapporto personale era
importante; l'illusione della fiducia era tutto. Talley indossò il giubbotto
antiproiettile.
Malik urlò attraverso la finestra sfondata, la voce tesa e stridula:
«L'ammazzo, questo cane! Ora l'ammazzo!».
Leifitz si sporse oltre Talley per guardare la casa. Era la prima volta
che Malik faceva riferimento a un cane.
«Ma che cazzo?... C'è un cane, là dentro?»
«E come faccio a saperlo? Sto cercando di limitare i danni, d'accordo?
Chiedilo ai vicini se ha un cane. Scopri il nome.»
«Se spara, noi entriamo, Jeff. Non c'è altro da fare.»
«Adesso calmati e fatti dire come si chiama il cane.»
Leifitz si allontanò per andare a parlare con i vicini di Malik.
George Malik era un imbianchino disoccupato e pieno di debiti; aveva
una moglie infedele, che si vantava delle proprie avventure, e un tumore
alla prostata. Quattordici ore prima, alle due e dodici di notte, aveva spa-
rato un colpo sopra la testa dei due poliziotti che si erano presentati alla
sua porta in seguito a una segnalazione per schiamazzi. Poi si era barri-
cato in casa, minacciando di uccidersi se la moglie non avesse accettato di
parlargli. I poliziotti che avevano isolato l'area erano venuti a sapere dai
vicini che la moglie di Malik, Elena, se n'era andata portando con sé il lo-
ro unico figlio, un bambino di nove anni di nome Brendan. Mentre gli a-
genti della divisione di Rampart cercavano di rintracciarla, Malik aveva
continuato a minacciare di suicidarsi con frequenza sempre maggiore, fin-
ché Talley si era convinto che l'uomo fosse arrivato al capolinea. Quando
quelli di Rampart gli riferirono che pensavano di aver scoperto dove si
trovasse la donna, grazie alle indicazioni fornite dalla sorella di lei, Talley
decise di rischiare. Disse a Malik che sua moglie era stata rintracciata.
Era stato quello il suo errore. Aveva violato una regola cardinale della
trattativa: aveva mentito, ed era stato scoperto. Aveva fatto una promessa
che non poteva mantenere, distruggendo così quell'illusione di fiducia che
era andato lentamente costruendo. Questo era successo due ore prima, e
ora aveva saputo che la moglie non era ancora stata trovata.
«Lo ammazzo questo cane maledetto! È il suo bastardo, e se lei non mi
parla io gli sparo in testai»
Talley usci da dietro il veicolo. Si trovava sul posto ormai da undici ore.
Era sudato, la testa gli pulsava e aveva i crampi allo stomaco per il troppo
caffè e il troppo stress. Mantenne un tono di voce colloquiale, ma era pre-
occupato.
«George, sono io, Jeff. Non ammazzare il cane, okay? Non vogliamo
sentire sparare.»
«Bugiardo. Avevi detto che mia moglie mi avrebbe parlato!»
Era una piccola casa decorata a stucco, color polvere. Ai due lati della
porta d'ingresso, sotto un minuscolo porticato, si aprivano due finestre
con le tende tirate. Il vetro di sinistra era stato rotto dal lancio del telefo-
no. A tre metri sulla destra del porticato, cinque uomini di un'unità tattica
della Swat erano accovacciati contro il muro, pronti a sfondare la porta.
Malik non si vedeva.
«George, ascoltami. Ti ho detto che l'avevamo trovata, ma mi sono sba-
gliato. Lascia che ti spieghi. Qui fuori c'è un po' di casino e mi hanno dato
l'informazione sbagliata. Ma la stiamo ancora cercando e quando l'avre-
mo trovata la porteremo qui perché parli con te.»
«Mi hai mentito prima, bastardo, e ora stai di nuovo mentendo. Vuoi
proteggere quella puttana, ma io non me la bevo. Adesso ammazzo il suo
cane e poi mi faccio saltare le cervella.»
Talley aspettava. Era importante apparire calmo e dare a Malik il tem-
po per sbollire. Parlando, la gente sfoga lo stress. Se fosse riuscito a ri-
durre il suo livello di tensione, potevano ancora superare l'ostacolo e ve-
nirne fuori.
«Non sparare al cane, George. Qualunque cosa ci sia fra te e tua mo-
glie, non prendertela con lui. È anche il tuo cane, no?»
«Non so di chi cazzo sia questo bastardo. Mi ha mentito su tutto il resto
e magari mi ha mentito anche su questo. È una bugiarda nata. Come te.»
«Avanti George. Ho sbagliato, ma non racconto bugie. Ho fatto un erro-
re. Un bugiardo non lo ammetterebbe mai, ma io voglio essere sincero con
te. Anche a me piacciono i cani. Di che razza è il tuo?»
«Non ti credo. Tu sai dov'è lei, e se non la convinci a parlarmi io lo
ammazzo, questo bastardo.»
Gli abissi insondabili della disperazione possono facilmente schiacciare
un uomo, come la pressione dell'acqua sul fondo dell'oceano. Talley aveva
imparato a capire quando quella pressione cresceva nella voce delle per-
sone, e adesso la sentiva. Malik stava per esserne annientato.
«Non disperare, George. Sono sicuro che verrà a parlarti.»
«E allora perché non vuole aprire bocca? Perché non dice qualcosa?
Non deve fare altro.»
«Troveremo una soluzione.»
«Parla, maledetta!»
«Ti ho detto che troveremo una soluzione.»
«Di' qualcosa o sparo a questo maledetto bastardo!»
Talley prese fiato, riflettendo. Le parole di Malik lo lasciavano per-
plesso. Lui aveva parlato chiaro, ma quell'uomo si comportava come se
non avesse sentito. Talley temeva che fosse prossimo a un attacco psicoti-
co.
«George, non ti vedo. Vieni alla finestra così ti posso vedere.»
«SMETTILA DI GUARDARMI!»
«Per favore, George, vieni alla finestra!»
Talley vide Leifitz tornare dietro al veicolo. Erano vicini, a meno di due
metri di distanza, Leifitz al riparo, Talley allo scoperto.
«Qual è il nome del cane?» chiese Talley sottovoce.
Leifitz scosse la testa.
«Dicono che non ha nessun cane.»
«APRI SUBITO QUELLA MALEDETTA BOCCA O SPARO A QUESTO
BASTARDO!»
Talley avvertì una sensazione di gelo alla schiena. Fu come se qualcosa
gli esplodesse dentro la testa. All'improvviso si rese conto che l'inganno
valeva nei due sensi. I poliziotti di Rampart non avevano trovato la moglie
di Malik perché la moglie di Malik era là dentro. I vicini si erano sbaglia-
ti. Lei era stata lì fin dall'inizio. Lei e il bambino.
«Murray, entrate!»
L'urlo di Talley si sovrappose a un'esplosione proveniente dall'interno
della casa. Un secondo sparo echeggiò proprio mentre gli uomini della
Swat sfondavano la porta d'ingresso.
Talley si precipitò in avanti, sentendosi quasi senza peso. In seguito, non
avrebbe ricordato di essere saltato nel portico o di aver varcato la soglia.
Il corpo senza vita di Malik era trattenuto saldamente al suolo, i polsi
ammanettati dietro la schiena anche se ormai era morto. La moglie giace-
va scomposta sul divano del soggiorno, morta da più di quattordici ore.
Due agenti della Swat stavano cercando di fermare il fiotto di sangue ar-
terioso che sprizzava dal collo del ragazzo. Uno dei due urlò chiamando ì
paramedici. Gli occhi del bambino erano spalancati, e frugavano la stanza
come se fossero alla ricerca di una ragione per tutto quello. Boccheggia-
va, la sua pelle traslucida stava progressivamente perdendo colore. I suoi
occhi trovarono Talley, che si inginocchiò e gli appoggiò una mano sulla
gamba. Talley non smise mai di guardarlo negli occhi, costringendosi a
non sbattere neppure le palpebre, il solo conforto che poteva dare a Bren-
dan Malik mentre lo guardava morire.
Dopo un po', Talley uscì a sedersi nel portico. La testa gli ronzava come
se fosse ubriaco. Dall'altra parte della strada, gli agenti si attardavano in-
torno alle loro auto. Talley si accese una sigaretta, poi ripassò mental-
mente le ultime undici ore, alla ricerca di qualche indizio che avrebbe do-
vuto fargli capire come stavano realmente le cose. Non ne trovò. Forse
perché non ce n'erano, ma lui non ci credeva. Aveva fallito. Aveva fatto
degli errori. Il bambino era stato là per tutto il tempo, accoccolato ai piedi
della madre assassinata, proprio come un cagnolino leale e fedele.
Murray Leifitz gli appoggiò una mano sulla spalla, dicendogli di andare
a casa.
Jeff Talley faceva parte della Swat da tredici anni, e da sei ricopriva
l'incarico di negoziatore dell'unità di crisi. Quello di oggi era stato il suo
terzo intervento in cinque giorni.
Cercò di ricordare gli occhi del bambino, ma aveva già dimenticato se
fossero castani o azzurri.
Talley spense la sigaretta, si avviò verso l'auto e andò a casa. Aveva una
figlia di undici anni, Amanda. Voleva guardarle gli occhi. Non ricordava
il loro colore e lo atterriva il fatto che la cosa non gli importasse.

Parte prima
IL CAMPO DI AVOCADO

Venerdì, 14.47
Bristo Camino, California

DENNIS ROONEY

Nei complessi residenziali a nord di Los Angeles era uno di quei giorni
arroventati in cui l'aria è così secca che ti sembra di respirare sabbia; i rag-
gi del sole lambivano la loro pelle come lingue di fuoco. Stavano man-
giando hamburger presi a un fast-food a bordo del fuoristrada di Dennis,
un pickup Nissan di colore rosso che lui aveva comprato per seicento dol-
lari da un boliviano conosciuto mentre lavorava in un cantiere, due setti-
mane prima di essere arrestato; alla guida c'era Dennis Rooney, ventidue
anni, uscito undici giorni prima dall'Antelope Valley Correctional Facility,
il "Formicaio", come lo chiamavano i suoi ospiti; sul sedile del passeggero
un giovane di nome Mars; incastrato nel mezzo c'era Kevin, il fratello mi-
nore di Dennis. Dennis e Mars si conoscevano da appena quattro giorni.
In seguito, ripensando affannosamente alle proprie azioni, Dennis a-
vrebbe concluso che non era stato il caldo micidiale a fargli venire voglia
di commettere un crimine: era stata la paura. La paura che qualcosa di spe-
ciale lo stesse aspettando, e che, se non l'avesse colto, questo qualcosa si
sarebbe volatilizzato, e con esso la sua unica opportunità di diventare qual-
cuno.
Dennis decise che avrebbero dovuto rapinare il minimarket.
«Ehi, sentite. Perché non ripuliamo quel fottuto minimarket, quello dal-
l'altra parte di Bristo, sulla strada che va verso Santa Clarita?»
«Ma non dovevamo andare al cinema?»
Tipico di Kevin, con quella sua faccia da cagasotto: sopracciglia che gli
arrivavano fino alla radice dei capelli, occhi spiritati, e labbra tremolanti da
lattante. Nel film della sua vita, Dennis si vedeva come il tenebroso
outsider che tutte le ragazze pon-pon si sarebbero volute scopare; suo fra-
tello era lo sfigato che glielo impediva.
«Questa è un'idea migliore, stronzo. Al cinema ci andremo dopo.»
«Sei appena uscito dal Formicaio, Dennis. Hai intenzione di tornarci?»
Dennis lanciò la sigaretta fuori dal finestrino e si attardò a rimirarsi nel
retrovisore laterale della Nissan, ignorando lo sbuffo di cenere e scintille
che gli arrivava addosso. A suo avviso possedeva occhi profondi e malin-
conici del colore della tempesta, zigomi alti e labbra sensuali. Guardando-
si, cosa che faceva spesso, sapeva che era solo questione di tempo prima
che il suo destino si compisse, prima che quella cosa speciale che aspetta-
va solo lui si facesse avanti permettendogli di liberarsi di una vita fatta di
lavori pagati quattro soldi e di quel buco di appartamento che divideva con
quello stronzo di suo fratello.
Dennis si aggiustò la semiautomatica calibro 32 nella cintura dei panta-
loni e lanciò un'occhiata a Mars.
«Cosa ne pensi, amico?»
Mars era un tipo grande e grosso, con spalle e schiena massicce. Aveva
la testa completamente rasata con un tatuaggio sulla nuca che diceva "Bru-
cialo". Dennis lo aveva conosciuto al cantiere dove lui e Kevin lavoravano
a giornata per un imprenditore edile. Non sapeva quale fosse il suo co-
gnome. Non glielo aveva mai chiesto.
«Ehi, amico, ti ho chiesto cosa ne pensi.»
«Andiamo a vedere.»
Tutto lì.

Il minimarket si trovava sulla Flanders Road, uno stradone in aperta


campagna che collegava parecchi complessi edilizi molto esclusivi. Quat-
tro isole di rifornimento circondavano il piccolo emporio a forma di bun-
ker che vendeva articoli da toletta, bibite, alcolici e altri oggetti di largo
consumo. Dennis accostò sul retro dell'edificio, in modo da non essere vi-
sto dall'interno. Mentre scalava le marce, la Nissan cominciò a procedere a
strappi. La trasmissione faceva schifo.
«Guarda guarda. 'Sto posto sembra proprio deserto. È perfetto.»
«Dennis, è una cosa stupida. Ci prenderanno.»
«Voglio solo dare un'occhiata. Non è il caso che ti pisci addosso.»
Il parcheggio era vuoto, a parte una Bmw nera ferma a una pompa e due
biciclette accanto all'ingresso. Dennis aveva il cuore che andava a mille e
le ascelle umide di sudore nonostante il caldo asciutto che gli seccava la
bocca. Non lo avrebbe mai ammesso, ma si sentiva nervoso. Era appena
uscito dal Formicaio; non voleva assolutamente tornarci, ma non riusciva
proprio a vedere come potessero prenderli, o cosa potesse andare storto.
Era come essere travolto da una passione irragionevole. Inutile resistere.
L'aria fredda lo investì appena varcò la soglia. Due ragazzini erano da-
vanti allo scaffale delle riviste vicino alla porta. Un cinese grasso se ne
stava accovacciato dietro il bancone, seduto così in basso che Dennis riu-
sciva a vedergli solo la testa che spuntava come una rana che gioca a fare il
sottomarino in una pozzanghera di fango.
Il minimarket era costituito da due corridoi tra le scaffalature e da un
mobile frigorifero pieno di birra, yogurt e bibite. Dennis ebbe un attimo di
indecisione, pensò di raccontare a Mars e Kevin che dietro il bancone c'era
un intero esercito di cinesi, così da avere la scusa per non rapinare quel po-
sto, ma non ne fece nulla. Andò al mobile frigorifero e poi percorse la pa-
rete sul fondo per assicurarsi che non ci fosse nessuno nei corridoi, con il
cuore che batteva forte perché sapeva che l'avrebbe fatto. Stava per rapina-
re quel posto di merda. Mentre tornava al fuoristrada, la Bmw si allontanò.
Dennis andò al finestrino del passeggero, da Mars.
«Ci sono solo due ragazzini e un cinese, il cinese sta dietro al bancone. È
un grassone.»
«Sono coreani» disse Kevin.
«Cosa?»
«Sull'insegna c'è scritto "Kim". Kim è un nome coreano.»
Tipico di Kevin, sempre con qualcosa del genere da dire. Dennis avreb-
be voluto allungare un braccio e afferrarlo per il collo. Si tirò su la T-shirt
per mettere in mostra il calcio della pistola.
«E chi se ne fotte, Kevin? Quel cinese se la farà addosso non appena ve-
drà questa. Non dovrò nemmeno estrarla. Trenta secondi, e saremo già
fuori. E lui dovrà pulirsi per bene il culo prima di chiamare la polizia.»
Kevin si contorceva in preda a un attacco di panico, gli occhi che balla-
vano di qua e di là come fagioli in una padella di olio bollente.
«Dennis, ti prego. Cosa vuoi farci qui, un paio di biglietti da cento? Dài,
andiamo al cinema.»
Dennis pensò che se Kevin non fosse stato una tale lagna, avrebbe anche
potuto andarsene, ma no, Kevin doveva sempre fare quella faccia da mez-
zasega, doveva sempre metterlo in difficoltà.
Mars li osservava. Dennis si sentì avvampare, e si chiese se lui lo stesse
giudicando. Era grosso come una montagna; massiccio, tranquillo, attento,
paziente. Dennis se n'era accorto sul lavoro: Mars studiava la gente. Lui
osservava una conversazione, che so, tipo due messicani che cercano di
convincere un terzo a unirsi a loro per comperare dei tamales. Mars osser-
vava come se fosse al di fuori della scena, al di sopra di tutto, come se po-
tesse vedere la loro vita fin dalla nascita, vederli quando bagnavano il letto
a cinque anni o quando si masturbavano credendo di essere soli. E poi fa-
ceva quel suo sorriso assente, come se fosse a conoscenza di tutto quello
che avrebbero fatto, adesso e in futuro, anche a proposito di quei maledetti
tamales. C'erano delle volte che quella sua espressione gli faceva venire i
brividi, ma Mars pensava che Dennis avesse delle buone idee, e di solito lo
seguiva. La prima volta che si erano incontrati, quattro giorni prima, Den-
nis aveva sentito di avere finalmente il proprio destino a portata di mano.
Ecco Mars, carico di un qualche pericoloso potenziale energetico che gli
crepitava sotto la pelle, e che faceva qualunque cosa lui gli dicesse.
«Mars, facciamolo. Ripuliamo 'sto cazzo di posto.»
Mars scese dal fuoristrada, l'espressione così gelida che neppure un cal-
do torrido come quello avrebbe potuto sciogliere.
«Facciamolo.»
Kevin non si mosse. I due ragazzini si allontanarono in bicicletta.
«Kevin, dentro non c'è nessuno! Devi solo stare di fianco alla porta e fa-
re la guardia. Quel grassone tirerà subito fuori la grana. Sono assicurati,
consegnano subito i soldi. Se non lo fanno, li licenziano.»
Dennis afferrò il fratello per la maglietta. Una maglietta dei Lemonhe-
ads, perdio. Suo fratello era un "lemonhead"! Mars era già a metà strada
verso la porta d'ingresso.
«Scendi, stronzo. Ci stai facendo fare una figura di merda.»
Kevin, mortificato, scivolò fuori come un bambino.
JUNIOR KIM, JR
KIM'S MINIMART

Junior Kim, Jr, sapeva riconoscere un piantagrane a un chilometro di di-


stanza.
Junior, un coreano-americano di seconda generazione, aveva passato se-
dici anni dietro il bancone di un minimarket a Newton, Los Angeles. Sul
"Fronte di Newton" (come lo chiamava la polizia di Los Angeles) Junior
era stato picchiato, aggredito, accoltellato, preso a colpi di pistola e rapina-
to quarantatré volte. Quando è troppo è troppo. Dopo sedici anni di quella
vita, Junior, sua moglie, i sei figli e tutti e quattro i nonni avevano abban-
donato il crogiolo multietnico della Grande Los Angeles e si erano spostati
più a nord, verso la coabitazione di gran lunga meno pericolosa delle co-
munità dormitorio.
Junior non si faceva illusioni. Un minimarket, per sua natura, attira i
piantagrane come la carne andata a male attira le mosche. Anche lì a Bristo
Camino c'erano taccheggiatori (per la maggior parte ragazzini, ma spesso
anche uomini in giacca e cravatta), gente che leggeva i giornali a sbafo
(per la maggior parte donne), prostitute che ti rifilavano banconote false
(portate fin lì da Los Angeles dai loro protettori) e ubriachi (in mag-
gioranza bianchi attaccabrighe con quelle facce rosse da alcolizzati). Roba
da ridere in confronto a Los Angeles, ma Junior era un convinto assertore
dell'essere preparati. Dopo sedici anni di lezioni di "vita in città" imparate
a caro prezzo, teneva in serbo una "cosina" per chiunque andasse fuori dal
seminato.
Quando tre malintenzionati entrarono nel negozio quel venerdì pomerig-
gio, Junior si chinò in avanti in modo che il torace appoggiasse contro il
bancone e le mani restassero nascoste alla vista.
«Desiderate?»
Un ragazzo magro con una T-shirt dei Lemonheads si era fermato accan-
to alla porta. Un altro più grande che indossava una maglietta senza mani-
che nera sbiadita e un uomo massiccio con la testa rasata venivano verso di
lui, il secondo ragazzo sollevando l'orlo della maglietta per mostrare la mi-
nacciosa impugnatura nera di una pistola. «Due pacchetti di Marlboro per
il mio amico e tutti i soldi che hai in quella cassa, fottuto muso giallo.»
Junior Kim sapeva fiutare un problema a un chilometro di distanza.
Restando impassibile, allungò la mano sotto il bancone verso la Glock 9
millimetri. La trovò proprio mentre il piantagrane con la maglietta nera si
lanciava sopra il bancone. Junior si alzò barcollando in piedi, brandendo la
Glock mentre il ragazzo gli piombava addosso. Junior non si aspettava che
quello stronzo scavalcasse, e non aveva fatto in tempo a togliere la sicura.
«Ha una pistola!» urlò l'uomo più grosso.
Accadde tutto così in fretta che Junior non capì più dove fossero le mani
di chi. Il ragazzo con la maglietta nera dimenticò la sua pistola e cercò di
strappargli di mano la Glock. L'uomo più grosso allungò le braccia al di
sopra del bancone, anche lui cercando di afferrare la pistola. Junior non
aveva mai avuto così tanta paura le altre volte in cui era stato costretto a
difendersi. Se non riusciva a togliere la sicura prima che il ragazzo estraes-
se la pistola o riuscisse a strappargli di mano la sua, sapeva di essere finito.
Junior Kim lottava per salvarsi la pelle.
D'un tratto la sicura scattò, e Junior Kim capì di avere vinto.
«Vi ho beccato, stronzi» disse.
Dalla Glock partì un colpo, un'esplosione così forte che il ragazzo spa-
lancò gli occhi per la sorpresa.
Junior sorrise, trionfante.
«Vaffanculo!»
A quel punto Junior provò un dolore incredibile al petto, che lo sopraf-
fece come se fosse un attacco di cuore. Barcollò all'indietro andando a
sbattere contro il distributore di granite, mentre il sangue zampillava dal
petto inzuppandogli la camicia. Poi scivolò a terra.
L'ultima cosa che Junior sentì fu il ragazzino alla porta che urlava:
«Dennis, sbrigati! C'è qualcuno, fuori!».

MARGARET HAMMOND
TESTIMONE

Alla seconda pompa di benzina, Margaret Hammond sentì il botto del ri-
torno di fiamma di un'auto mentre scendeva dalla sua Lexus.
La donna, che viveva dall'altra parte della strada, in una casa con il tetto
di tegole esattamente uguale ad altre cento del suo complesso, vide tre
giovani di razza bianca correre fuori dal minimarket e saltare a bordo di un
pickup Nissan rosso che si allontanò a balzi con l'andatura saltellante ca-
ratteristica di una frizione bruciata. Il fuoristrada si diresse a ovest, verso
l'autostrada.
Margaret mise il blocco all'erogatore per fare il pieno, poi entrò nel
minimarket per comperarsi una barretta di cioccolato che voleva mangiarsi
sulla strada di casa.
Meno di dieci secondi dopo, tornò di corsa nel parcheggio. La Nissan
era scomparsa. Con il cellulare, Margaret Hammond chiamò il 911, che la
mise in contatto con il Dipartimento di polizia di Bristo Camino.

DENNIS

Le loro voci si accavallavano. Kevin afferrò Dennis per un braccio, fa-


cendo sbandare il fuoristrada. Dennis lo allontanò con un pugno.
«Hai ammazzato quel tizio! Gli hai sparato!»
«Non lo so se è morto!»
«C'era sangue dappertutto! Anche tu sei tutto sporco!»
«Piantala, Kevin! Aveva una fottuta pistola! Io non potevo saperlo! È
partito un colpo!»
Kevin continuava a picchiare sulla plancia, rimbalzando tra Dennis e
Mars, come se fosse sul punto di schizzare fuori dal tetto.
«Siamo fottuti, Dennis, fottuti! E se è morto?»
«Chiudi quella bocca!»
Dennis si leccò le labbra, e sentì un gusto salato e metallico. Si guardò
nello specchietto. Aveva il volto tutto schizzato da una specie di rugiada
rossa. A quel punto perse il controllo, terrorizzato all'idea di aver ingerito
del sangue umano. Si passò la mano sul volto, pulendosela sui jeans.
Mars lo sfiorò.
«Calmati, amico.»
«Dobbiamo andarcene da qui!»
«Ce ne stiamo andando. Nessuno ci ha visto. Nessuno ci ha fermato.
Siamo a posto.»
Mars se ne stava tranquillo sul sedile del passeggero. Kevin e Dennis e-
rano come impazziti, invece lui sembrava essersi appena svegliato da una
trance. Stringeva in mano la pistola del cinese.
«Cazzo! Buttala via! Potrebbero fermarci.»
Mars si infilò la pistola nella cintura dei pantaloni, lasciandovi la mano
posata sopra, come certi uomini si tengono l'inguine.
«Potremmo averne bisogno.»
Dennis cambiò marcia con violenza, ignorando il rumore di ingranaggi e
avviandosi velocemente verso l'autostrada, tre chilometri più avanti. Al-
meno quattro persone avevano visto il fuoristrada. Persino quegli stupidi
poliziotti di Bristo sarebbero stati capaci di fare due più due, se avessero
avuto dei testimoni in grado di collegarli alla Nissan.
«Sentite, dobbiamo riflettere. Dobbiamo pensare a cosa fare.»
Gli occhi di Kevin erano sgranati.
«Cristo, Dennis, dobbiamo costituirci.»
Dennis sentiva una pressione così forte dentro la testa che temeva gli sa-
rebbero schizzati gli occhi dalle orbite.
«Qui non si costituisce nessuno! Possiamo venirne fuori! Dobbiamo solo
pensare!»
Mars lo sfiorò di nuovo.
«Senti.»
Mars sorrideva assente. Non li guardava neppure.
«Siamo solo tre tizi su un fuoristrada rosso. Ci sono un milione di ca-
mioncini rossi.»
Dennis voleva disperatamente credergli.
«Dici davvero?»
«Devono trovare dei testimoni. Se rintracciano quei due ragazzini, o la
donna, loro devono dare una nostra descrizione. Forse sono in grado di far-
lo, ma non è detto. Quando i poliziotti hanno risolto tutto questo, allora i-
nizieranno a cercare tre bianchi su un fuoristrada rosso. Sai quanti ce ne
sono?»
«Un milione.»
«Esatto. E quanto tempo ci vuole? Tutto oggi? Tutto domani? In quattro
ore possiamo essere oltre il confine. Andiamo in Messico.»
Lui era così calmo, il suo sorriso assente così sicuro, che Dennis scoprì
di essersi convinto; era come se Mars avesse già percorso questa strada al-
tre volte e ne conoscesse tutte le insidie.
«È proprio uno sballo di piano, Mars. Questo sì che è un piano! Ci rilas-
siamo per qualche giorno, e quando tutto si è sgonfiato torniamo indietro.
Tutto si sgonfia, prima o poi.»
«Esatto.»
Dennis pigiò ancora di più sull'acceleratore, sentì il fuoristrada esitare,
poi da sotto la carrozzeria venne un forte "bang". La trasmissione era anda-
ta. Seicento dollari, in contanti. Cosa si aspettava?
«Fottuto cambio di merda!»
Il pickup perse potenza, procedendo a balzi mentre Dennis accostava a
lato della strada. Ancora prima di fermarsi con un ultimo sussulto, aveva
già spalancato la porta, pronto a scappare. Kevin lo prese per un braccio,
trattenendolo.
«Non possiamo fare nulla, Dennis. Stiamo solo peggiorando le cose.»
«Sta' zitto!»
Dennis si liberò dalla mano del fratello e smontò. Guardò la strada in en-
trambe le direzioni, quasi si aspettasse di vedere una pattuglia della Strada-
le, ma le auto erano poche, e per la maggior parte guidate da casalinghe.
Dal punto in cui si trovavano fino all'autostrada, la Flanders Road attraver-
sava una zona di lussuosi complessi residenziali. Alcuni erano protetti da
inferriate, ma la maggior parte no, seppure nascosti da siepi messe lì per
mascherare massicci muri di pietra. Dennis osservò le siepi e i muretti che
queste nascondevano. Si chiese se la loro salvezza fosse là dietro.
Fu come se Mars gli avesse letto nel pensiero.
«Rubiamo una macchina.»
Dennis guardò nuovamente verso il muro. Dall'altra parte ci dovevano
esserci decine di auto. Potevano introdursi in una casa, legare per bene la
casalinga del caso per guadagnare un po' di tempo, e filare via con la sua
automobile.
Dennis non ci pensò un attimo.
«Andiamo.»
«Dennis, ti prego.»
Dennis tirò giù a forza il fratello dal fuoristrada.
Si aprirono la strada fra le siepi e saltarono oltre il muro.

AGENTE MIKE WELCH


POLIZIA DI BRISTO CAMINO

L'agente Mike Welch, trentadue anni, sposato con un figlio, era nel bel
mezzo di un codice sette, diretto alla caffetteria Krispy Kreme nella parte
ovest di Bristo Camino, quando ricevette la chiamata.
«Auto quattro, qui centrale.»
«Auto quattro.»
«Rapina a mano armata al Kim's Minimart sulla Flanders Road. Sono
stati uditi colpi d'arma da fuoco.»
Welch pensò che fosse assurdo.
«Ripeti, colpi d'arma da fuoco? Stai scherzando?»
«Tre maschi di razza bianca, vent'anni circa, jeans e magliette, a bordo
di un pickup Nissan di colore rosso visto per l'ultima volta sulla West
Flanders Road. Vai sul posto e guarda come sta Junior.»
Mike Welch stava percorrendo la Flanders Road in direzione ovest. La
stazione di servizio di Junior era dritto davanti a lui, a meno di tre chilo-
metri. Welch partì a razzo con un codice tre, inserendo lampeggianti e si-
rena. Nei suoi tre anni di servizio non aveva mai utilizzato il codice tre se
non per fermare qualche automobilista che andava troppo forte.
«Mi trovo sulla Flanders. Hanno sparato a Junior?»
«Affermativo. Sta arrivando l'ambulanza.»
Welch accelerò a tavoletta. Era così intento a cercare di battere sul tem-
po i paramedici che oltrepassò il fuoristrada parcheggiato sull'altro lato
della strada prima di rendersi conto che corrispondeva alla descrizione del
veicolo in fuga.
Welch spense la sirena e accostò. Si voltò a guardare indietro lungo la
strada. Non si vedeva nessuno a bordo né nelle vicinanze, ma il pickup
Nissan rosso era lì.
Welch attese un varco nel traffico, quindi fece inversione di marcia e
tornò indietro, andando a fermarsi dietro il fuoristrada. Attivò il microfono
che portava appuntato sulla spalla.
«Centrale, qui auto quattro. Sono sulla Flanders, due chilometri a est del
minimarket di Kim. Ho trovato un pickup Nissan di colore rosso, targa
Tre-Kilo-Lima-Mike-Quattro-Due-Nove. Sembra abbandonato. Potete
mandare qualcun altro da Kim?»
«Va bene.»
«Vado a controllare.»
«Tre-Kilo-Lima-Mike-Quattro-Due-Nove. Ricevuto.»
Welch scese dall'auto tenendo la mano destra sul calcio della Browning
Hi-Power. Non la estrasse, ma voleva essere pronto. Costeggiò il lato de-
stro del fuoristrada, guardò sotto la carrozzeria, poi girò intorno alla parte
anteriore. Il motore stava ancora ticchettando, il cofano era caldo. Porca
puttana, pensò Welch, quello poteva essere il fuoristrada dei fuggiaschi.
«Centrale, qui auto quattro. L'area è libera. Il veicolo è stato abbandona-
to.»
«Ricevuto.»
Welch proseguì il giro, arrivò alla portiera del guidatore e guardò dentro.
Non era certo che quello fosse il fuoristrada della fuga, ma il cuore gli bat-
teva forte per l'eccitazione. Mike Welch era arrivato al Dipartimento di po-
lizia di Bristo Camino dopo sette anni passati a costruire tetti. Aveva pen-
sato che il lavoro di poliziotto fosse qualcosa di più che fare multe per ec-
cesso di velocità o ricomporre liti familiari, ma non era andata così; ora,
per la prima volta nella sua carriera, poteva trovarsi faccia a faccia con un
vero criminale. Gettò uno sguardo su e giù lungo la strada, chiedendosi
perché avessero abbandonato il pickup e dove fossero andati. All'improv-
viso ebbe paura. Welch guardò verso le siepi, accucciandosi sotto i rami
bassi, ma non vide nulla a parte un muro. Estrasse la pistola e si avvicinò,
esaminandole più da vicino. Parecchi rami erano spezzati. Si voltò verso il
pickup, valutando la situazione, immaginandosi i tre sospetti che si apriva-
no la strada tra le siepi. Tre ragazzi in fuga, che se la facevano addosso per
la paura, e saltavano oltre il muro. Dall'altra parte c'era un complesso re-
sidenziale molto esclusivo chiamato York Estates. Dopo il suo giro di per-
lustrazione, Welch si rese conto che c'erano solo due vie di uscita, a meno
che non decidessero di scavalcare di nuovo il muro. Si sarebbero nascosti
in qualche garage, oppure avrebbero cercato di fuggire correndo come
matti verso il retro.
Welch rimase ad ascoltare il motore della Nissan che continuava a tic-
chettare e stabilì che non potevano avere più di un paio di minuti di van-
taggio. I battiti del suo cuore accelerarono. Welch prese la sua decisione e
partì sgommando, determinato a tagliare loro la strada prima che riuscisse-
ro a fuggire dal complesso, pronto ad arrestarli.

DENNIS

Dennis si lasciò cadere oltre il muro e si ritrovò in un mondo diverso,


nascosto da felci lussureggianti, piante con grandi foglie lucide e verdi, e
da alberi di arancio. Il suo primo impulso fu quello di continuare a scappa-
re, di correre a perdifiato attraverso il cortile, scavalcare il muro successi-
vo, e continuare a correre, ma la sirena era proprio dietro di loro. E poi si
era zittita.
«Dennis, ti prego, la polizia vedrà il fuoristrada. Capiranno dove siamo»
disse Kevin.
«Sta' zitto, Kevin. Lo so. Lasciami pensare!»
Si trovavano in un fitto giardino che circondava un campo da tennis sul
retro di una casa che pareva una reggia. Davanti a loro c'era una piscina, e
oltre quella l'edificio principale a due piani, con un sacco di finestre e di
porte, una delle quali era aperta. Proprio così. Aperta. Se c'era qualcuno in
casa, doveva esserci una macchina. Da una grossa radio Sony posata vici-
no alla piscina proveniva della musica. Non sarebbe stata accesa, se in casa
non ci fosse stato nessuno.
Dennis lanciò un'occhiata a Mars e questi, senza guardarlo, quasi gli a-
vesse letto nel pensiero, annuì.

JENNIFER SMITH

A una ventina di metri da loro, oltre la porta aperta, Jennifer Smith era
davvero stufa della piega che aveva preso la sua vita. Suo padre era chiuso
nello studio che dava sul davanti della casa. Faceva il contabile, e lavorava
spesso a casa. Sua madre era in Florida, a fare visita alla zia Kate. Con
mamma in Florida e papà che lavorava, Jen era costretta a tenere d'occhio
Thomas, il fratellino di dieci anni, ventiquattr'ore al giorno, sette giorni al-
la settimana. Se le sue amiche volevano andare al Multiplex, dovevano
portarsi dietro anche Thomas. Se avesse mentito dicendo che andava a Pal-
mdale, così da poter fare una scappata fino a Los Angeles, Thomas avreb-
be fatto la spia. Jennifer Smith aveva sedici anni. Avere una piattola come
Thomas sempre attaccata al sedere le stava rovinando l'estate.
Jen era stata per un po' sdraiata sul materassino in piscina, ma ora era
entrata in casa per preparare qualche sandwich al tonno. Le sarebbe piaciu-
to far morire di fame quello stronzetto, ma doveva preparare da mangiare
anche per suo padre.
«Thomas?»
Lui odiava essere chiamato Tommy. Neanche Tom gli piaceva. Doveva
essere Thomas.
«Thomas, va' a dire a papà che il pranzo è pronto.»
«Lasciami stare.»
Thomas stava giocando in soggiorno con il suo Nintendo.
«Avverti papà.»
«Urla, tanto ti sente.»
«Vai a chiamarlo, altrimenti ti sputo nel panino.»
«Sputaci due volte. Mi eccita.»
«Sei un maiale.»
Thomas mise in stand-by il videogioco e alzò gli occhi verso la sorella.
«Lo vado a chiamare se tu chiedi a Elyse e a Tris di venire a prendere il
sole da noi.»
Elyse e Tris erano le sue due migliori amiche. Avevano smesso di venire
da lei perché Thomas faceva di tutto per metterle a disagio. Se ne stava in
casa fino a che non erano sdraiate vicino alla piscina, poi saltava fuori of-
frendosi di spalmare loro l'olio solare. E anche se tutt'e due dicevano: "Che
schifo! Fila via!", lui restava lì a fissarle.
«Non verranno se ci sei tu. Sanno che tu le guardi.»
«A loro piace.»
«Sei proprio un maiale.»
Quando i tre giovani entrarono, il primo pensiero di Jen fu che si trattas-
se di giardinieri, ma tutti i giardinieri che conosceva erano bassi, con la
pelle scura e originari del Centroamerica. Poi pensò che fossero ragazzi al-
l'ultimo anno di scuola, ma scartò anche questa idea.
«Desiderate?» chiese Jennifer.
Il primo ragazzo indicò Thomas.
«Mars, occupati del nanetto.»
Il più grosso dei tre corse verso Thomas, mentre quello che aveva parla-
to si precipitava in cucina.
Jennifer fece appena in tempo a gridare, che il ragazzo le coprì la bocca
con una violenza tale da farle sembrare che la faccia le si schiacciasse. An-
che Thomas cercò di urlare, ma il giovane più grosso gli premette il viso
contro il tappeto.
Il terzo era più giovane. Era rimasto indietro, vicino alla porta, e parlava
concitato, cercando però di tenere la voce bassa.
«Dennis, andiamocene! È una pazzia!»
«Sta' zitto Kevin! Ormai è fatta! Rassegnati!»
Quello che la teneva ferma, quello che ora sapeva chiamarsi Dennis, la
spinse all'indietro sul bancone della cucina, schiacciando i sandwich. Le
cosce di lui premevano contro le sue, immobilizzandola. L'alito gli puzza-
va di hamburger e di sigarette.
«Piantala di tirare calci! Non ti faccio niente!»
Lei cercò di mordergli la mano. Dennis la spinse ancora di più all'indie-
tro, finché le sembrò che il collo fosse sul punto di spezzarsi.
«Ho detto di smetterla. Rilassati e ti lascio andare.»
Jennifer continuò a divincolarsi finché non vide la pistola. Il ragazzo più
grosso la teneva puntata contro la testa di Thomas.
Jennifer smise di lottare.
«Ora tolgo la mano, ma farai meglio a non urlare. Hai capito bene?»
Jennifer non riusciva a distogliere lo sguardo dalla pistola.
«Kevin, chiudi la porta.»
Lei sentì il rumore della porta che si chiudeva.
Dennis tolse la mano, ma la tenne vicina, pronto a tapparle nuovamente
la bocca. La sua voce era un sibilo.
«Chi altro c'è qui?»
«Mio padre.»
«Qualcun altro?»
«No.»
«Dov'è?»
«Nel suo studio.»
«Avete una macchina?»
Le mancò la voce. Riuscì solo ad annuire.
«Non urlare. Se urli ti ammazzo. Capito?»
Lei fece cenno di sì con la testa.
«Dov'è lo studio?»
Jennifer indicò la porta d'ingresso.
Dennis le affondò le dita tra i capelli e la spinse in direzione dell'ingres-
so. La seguiva così da vicino che il suo corpo la sfiorava, ricordandole che
indossava solo un paio di calzoncini e il reggiseno di un bikini. Jennifer si
sentì nuda e vulnerabile.
Lo studio di suo padre si apriva sull'ingresso, dietro una grande porta
doppia. Non si presero il disturbo di bussare o di dire qualcosa. Dennis a-
prì la porta di scatto e il ragazzo più grosso, Mars, trascinò dentro Thomas,
sempre tenendogli la pistola puntata alla testa. Dennis la gettò a terra, poi
attraversò di corsa la stanza, puntando la pistola contro suo padre.
«Non dire una parola! Non ti muovere!»
Suo padre stava lavorando al computer, circondato da un cumulo disor-
dinato di fogli. Era un uomo magro e stempiato, con gli occhiali. Sbatté le
palpebre, guardando da sopra le lenti come se non riuscisse a capire bene
ciò che stava succedendo. Forse pensava che fossero suoi amici, che gli
stessero facendo uno scherzo. Ma poi Jennifer capì che suo padre si era re-
so conto della realtà.
«Cosa state facendo?»
Dennis gli puntò contro la pistola, tenendola con entrambe le mani, ur-
lando ancora più forte.
«Non muoverti, cazzo! Resta con il culo su quella sedia! Fammi vedere
le mani!»
Ciò che suo padre disse a quel punto, per Jennifer non aveva alcun sen-
so.
«Chi vi manda?»
Dennis diede uno spintone a Kevin con la mano libera.
«Kevin, chiudi le finestre! E piantala di fare lo stronzo!»
Kevin eseguì e chiuse le tapparelle. Piangeva ancora più di Thomas.
Dennis agitò la pistola verso Mars.
«Amico, coprilo e fa' attenzione alla ragazza.»
Mars spinse Thomas sul pavimento insieme a Jennifer, poi puntò la pi-
stola contro il padre. Dennis si infilò la pistola nella cintura, poi con uno
strattone staccò dal muro la spina di una lampada sulla scrivania, quindi
strappò il cavo.
«Non vi fate prendere dal panico e andrà tutto bene. Capito? Mi prendo
la macchina. Prima però vi lego, così non potete chiamare la polizia. Non
voglio farvi del male, voglio solo la macchina. Dammi le chiavi.»
Suo padre sembrava confuso.
«Cosa state dicendo? Perché siete venuti qui?»
«Voglio quella cazzo di macchina, brutto stronzo! Voglio rubarti la
macchina! Dove sono le chiavi?»
«È solo questo che vuoi, la macchina?»
«Parlo russo, forse? Ce l'hai una macchina?»
Suo padre alzò le mani, in un segno conciliante.
«In garage. Prendetela e andatevene. Le chiavi sono appese alla parete,
vicino alla porta. Dopo la cucina.»
«Kevin, va' a prendere le chiavi, poi dammi una mano a legare questi
bastardi, così ce ne andiamo.»
Kevin, ancora vicino alle finestre, disse: «Sta arrivando un poliziotto».
Jennifer vide l'autopattuglia attraverso le fessure delle tapparelle. Ne
scese un poliziotto che si guardò intorno, come per orizzontarsi, e quindi si
diresse verso la loro casa.
Dennis l'afferrò nuovamente per i capelli.
«Non dire una parola! Non dire un cazzo!»
«Vi prego, non fate male ai miei ragazzi.»
«Zitto. Mars, stai pronto! Mars!»
Jennifer osservò il poliziotto venire verso di loro lungo il vialetto.
Scomparve oltre la cornice della finestra, poi il campanello suonò.
Kevin corse verso il fratello, afferrandolo per il braccio.
«Sa che siamo qui, Dennis! Deve avermi visto chiudere le tapparelle!»
«Sta' zitto!»
Il campanello suonò di nuovo.
Jennifer sentì il sudore di Dennis gocciolarle sulla spalla, e avrebbe vo-
luto urlare. Suo padre la guardò, gli occhi fissi nei suoi, scuotendo lenta-
mente la testa. Lei non capiva se le stesse dicendo di non urlare, o di non
muoversi, e neppure se fosse conscio di ciò che stava facendo.
Il poliziotto superò le finestre, diretto verso l'altro lato della casa.
«Sa che siamo qui, Dennis! Sta cercando di entrare!»
«Non sa un cazzo! Sta solo guardando in giro.»
Kevin era come impazzito, e ora Jennifer avvertiva la paura anche nella
voce di Dennis.
«Mi ha visto alla finestra! Sa che c'è qualcuno qui! Molliamo tutto!»
«Zitto!»
Dennis andò alla finestra. Sbirciò attraverso le tapparelle, poi all'im-
provviso tornò indietro verso di lei e l'afferrò di nuovo per i capelli.
«Alzati.»

WELCH

L'agente Mike Welch non sapeva che in quel momento tutti gli occupan-
ti della casa erano raggruppati a meno di dieci metri da lui, e lo osservava-
no attraverso le fessure delle tapparelle.
Al suo arrivo non aveva visto né Dennis Rooney né nessun altro. Era
troppo impegnato a parcheggiare la macchina. Ma poteva supporre che gli
occupanti della Nissan avessero scavalcato il muro e fossero finiti dentro il
giardino di quella casa. Temeva che i tre sospetti fossero ormai lontani, ma
sperava che qualcuno, in quella o nelle altre case del "cul-de-sac", li avesse
visti e potesse dirgli da che parte erano fuggiti.
Quando nessuno venne a rispondere alla porta, Welch andò verso il can-
cello laterale e chiamò. Ancora nessuna risposta. Allora tornò alla porta e
suonò una terza e ultima volta. Era sul punto di allontanarsi per andare a
chiedere informazioni ai vicini quando il pesante portone dell'ingresso si
aprì e fece capolino un'adolescente molto carina. Era pallida e aveva gli
occhi arrossati.
Welch sfoderò il suo miglior sorriso professionale.
«Signorina, sono l'agente Mike Welch. Ha per caso visto qui in giro tre
giovani che andavano di corsa?»
«No.»
La sua voce era così bassa che Welch riuscì a malapena a sentirla. Notò
che sembrava turbata e si chiese come mai.
«Dovrebbe essere accaduto cinque o dieci minuti fa. Ho motivo di cre-
dere che abbiano scavalcato il muro del vostro giardino.»
«No.»
Gli occhi di lei si riempirono di lacrime. Welch se ne accorse, vide due
lacrime scenderle lungo le guance e capì che loro erano nella casa con lei.
Probabilmente si trovavano proprio dietro la porta. Il cuore di Mike Welch
cominciò a battere forte. Gli formicolavano le dita.
«Va bene signorina, come le ho detto, stavo solo controllando. Le augu-
ro una buona giornata.»
Senza dare troppo nell'occhio slacciò il gancio della fondina e appoggiò
la mano sulla pistola. Lanciò uno sguardo verso la porta, poi mosse in si-
lenzio le labbra in una muta domanda, chiedendole se ci fosse qualcuno
con lei. La ragazza non ebbe il tempo di rispondere.
All'interno, qualcuno che Mike Welch non poteva vedere urlò: «Sta
prendendo la pistola!».
Esplosioni assordanti eruppero attraverso la porta e la finestra. Qualcosa
colpì Mike Welch in pieno petto, facendolo volare all'indietro. Il giubbotto
di Kevlar fermò il primo proiettile, ma un altro gli perforò il ventre sotto il
giubbotto, mentre il terzo scivolò sopra il bordo superiore della protezione
per andare a conficcarsi nella parte alta del torace. Cercò di restare eretto,
ma sentì i piedi sfuggirgli da sotto. La ragazza urlò, come pure qualcun al-
tro dentro la casa.
Mike Welch si ritrovò sdraiato sulla schiena nel cortile davanti alla casa.
Si tirò su a sedere, poi si rese conto di essere stato colpito e cadde di nuovo
a terra. Sentì altri spari, ma non fu più in grado di alzarsi per schivare i
colpi né di correre al riparo. Estrasse la pistola e sparò verso la casa, senza
pensare a chi avrebbe potuto colpire. Pensava solo a sopravvivere.
Ancora spari, urla, ma ormai non riusciva più a reggere la pistola. Poté
solo accendere il microfono sulla spalla.
«Agente ferito. Agente ferito. Oh, Dio, mi hanno sparato!»
«Ripeti. Mike? Mike, cosa sta succedendo?»
Mike Welch fissava il cielo, senza poter rispondere.

Venerdì, 15.24

JEFF TALLEY

Jeff Talley era parcheggiato a tre chilometri e mezzo dagli York Estates,
in un campo di avocado, il volume della radio di servizio ridotto a un sus-
surro mentre parlava al cellulare con la figlia. Spesso, nel pomeriggio, la-
sciava l'ufficio e andava in quel campo, che aveva scoperto poco tempo
dopo aver accettato l'incarico di capo del Dipartimento di polizia di Bristo
Camino e dei suoi quattordici membri. File di alberi, tutti uguali, tutti alla
stessa calcolata distanza l'uno dall'altro, immobili nell'aria limpida del de-
serto come un coro di testimoni silenziosi. Nell'armonia di quel posto lui
trovava la pace.
Sua figlia, Amanda, ora quattordicenne, aveva interrotto quella pace.
«Perché non posso portare con me Derek? Almeno avrei qualcuno con
cui stare.»
La voce della ragazza trasudava freddezza. Lui l'aveva chiamata perché
quel giorno era venerdì e lei sarebbe venuta per il weekend.
«Pensavo che saremmo andati insieme al cinema.»
«Andiamo al cinema tutte le volte che vengo da te. Possiamo andarci
comunque e portare anche Derek.»
«Magari un'altra volta.»
«Quando?»
«La prossima volta. Non so.»
Lei fece un sospiro esagerato che lo mise sulla difensiva.
«Mandy? Mi va bene se porti degli amici. Ma mi piace anche quando
stiamo da soli. Voglio parlare con te di tante cose.»
«Mamma vuole parlarti.»
«Ti voglio bene.»
Lei non rispose.
«Ti voglio bene, Amanda.»
«Dici sempre che vuoi parlare, ma poi finisce che ci rinchiudiamo in un
cinema e non lo facciamo mai. Ti passo la mamma.»
Jane Talley prese il telefono. Si erano separati cinque mesi dopo che lui
aveva dato le dimissioni dal Dipartimento di polizia di Los Angeles. Si era
installato sul divano e aveva cominciato a restare davanti alla televisione
per venti ore al giorno, finché sua moglie non aveva più resistito e lui se
n'era andato. Questo accadeva due anni prima.
«Salve, capo. Mandy non è del suo umore migliore.»
«L'ho capito.»
«Come te la passi?»
Talley ci pensò su.
«Non le vado molto a genio.»
«Adesso è dura, per lei. Ha quattordici anni.»
«Lo so.»
«Sta ancora cercando di capire. Ogni tanto lo accetta, ma ci sono delle
volte in cui tutto sembra sopraffarla.»
«Cercherò di parlarle.»
Avvertì la frustrazione nella voce di Jane, e nella propria.
«Jeffrey, sono due anni che cerchi di parlarle, ma non risolvi nulla. Un
bel giorno te ne sei andato e hai iniziato una nuova vita, di cui noi non fa-
cevamo più parte. Ora tu hai la tua nuova vita, lì, e lei se ne sta facendo
una nuova qui. Questo lo capisci, vero?»
Talley non rispose, perché non sapeva cosa dire. Ogni giorno, da quando
si era stabilito a Bristo Camino, si riprometteva di chiedere loro di rag-
giungerlo, ma ancora non era stato capace di farlo. Sapeva che Jane aveva
passato gli ultimi due anni ad aspettarlo. Pensò che se glielo avesse chiesto
in quel preciso momento lei avrebbe accettato, ma tutto quello che gli riu-
scì fu fissare in silenzio le file di alberi immobili e silenziosi.
Alla fine, Jane ne ebbe abbastanza di quel silenzio.
«Non voglio più andare avanti così. Tu e Mandy non siete gli unici che
hanno bisogno di rifarsi una vita.»
«Lo so. Lo capisco.»
«Non ti chiedo di capire. Non mi interessa se capisci.»
La sua voce si fece dura e dolente, poi entrambi restarono in silenzio.
Talley pensò a lei nel giorno del matrimonio; a come la sua pelle dorata
spiccava sul bianco abito country da sposa.
Alla fine Jane ruppe il silenzio con voce rassegnata. Quel giorno non a-
vrebbe saputo niente di più rispetto al precedente; suo marito non le avreb-
be detto niente di nuovo. Talley si sentì in imbarazzo, in colpa.
«Vuoi che te la porti a casa o in ufficio?»
«A casa va bene.»
«Alle sei?»
«Alle sei. Potremmo cenare insieme.»
«Non mi fermo.»
Quando il telefono divenne muto, Talley lo mise da parte e pensò al so-
gno. Era sempre lo stesso, una piccola casa di legno circondata da una
squadra tattica della Swat al gran completo, elicotteri in cielo, giornalisti
tutt'intorno relegati dietro le transenne. Talley era il primo negoziatore, ma
in quell'incubo quasi reale si trovava allo scoperto, senza protezione, men-
tre Jane e Amanda lo guardavano da dietro le barriere. Talley era impegna-
to in una trattativa con un soggetto sconosciuto di sesso maschile che si era
barricato dentro la casa e minacciava di suicidarsi. "Lo faccio! Adesso lo
faccio!" continuava a gridare. Ogni volta Talley riusciva a convincerlo a
fare marcia indietro, ma ogni volta sapeva che l'uomo era andato un po' più
vicino alla fine. Era solo questione di tempo. Nessuno lo aveva mai visto.
Non era stato trovato alcun vicino o familiare che potesse fornirne l'identi-
tà. Per tutti era una voce dietro un muro, per tutti tranne che per Talley,
che sapeva con un cupo terrore di essere lui l'uomo nella casa. Era diventa-
to il soggetto nella casa, imprigionato nel tempo e nello spazio, costretto a
trattare con se stesso per salvarsi la vita.

In quelle prime settimane, gli occhi di Brendan Malik lo guardavano da


ogni angolo buio. Talley vedeva la loro luce morire più e più volte, smor-
zarsi come un televisore con il cavo di alimentazione staccato dalla presa,
la scintilla che era stata Brendan Malik diventava sempre più piccola, al-
lontanandosi fino a sparire. Dopo un po' Talley non provò più nulla, guar-
dava quegli occhi morenti allo stesso modo in cui avrebbe potuto guardare
un gioco a premi in tivù: perché era sempre lì.
Talley aveva dato le dimissioni dal Dipartimento di polizia di Los Ange-
les e per quasi un anno era rimasto seduto sul divano, prima a casa sua, poi
nello squallido appartamento che aveva affittato a Silver Lake dopo che
Jane lo aveva cacciato di casa. Si ripeteva che aveva lasciato il lavoro e la
famiglia perché non poteva sopportare che assistessero alla sua autodi-
struzione, ma dopo un po' cominciò a credere che le sue ragioni fossero più
semplici, e meno nobili: si era convinto che la sua vita precedente lo stesse
uccidendo, e aveva paura. La municipalità di Bristo Camino stava cercan-
do un capo per il suo corpo di polizia forte di quattordici unità. Furono fe-
lici di assumerlo: a loro piaceva che avesse fatto parte della Swat, anche se
il lavoro non prevedeva altro che scrivere multe o parlare nelle scuole. Tal-
ley si convinse che era un buon posto per guarire. Jane era stata disposta
ad attendere la guarigione, ma questa pareva non arrivare mai. E lui teme-
va che non sarebbe mai avvenuta.
Mise in moto la macchina e si allontanò sul terreno compatto del campo,
imboccando un viottolo di ghiaia, e lo seguì fino all'autostrada che attra-
versava da un capo all'altro la Santa Clarita Valley. Quando entrò in auto-
strada, alzò il volume della radio e sentì subito Sarah Weinman, l'operatri-
ce radio del Dipartimento di polizia, che urlava terrorizzata: «... Welch è a
terra. Abbiamo un uomo a terra agli York Estates...».
Altre voci si inserirono gracchiando per rispondere, e le parole degli a-
genti Larry Anders e Kenn Jorgenson si accavallarono in una folle rincor-
sa.
Talley pigiò il pulsante di selezione delle frequenze, che gli permetteva
di collegarsi all'operatore su un canale riservato.
«Sarah, qui auto uno. Cosa significa, Mike è ferito?»
«Capo?»
«Cosa è successo a Mike?»
«Gli hanno sparato. I paramedici del pronto intervento di Sierra Rock
sono per strada. Jorgy e Larry stanno arrivando da est.»
Nei nove mesi che Talley aveva passato a Bristo Camino, c'erano stati
solo tre crimini degni di questo nome: due rapine incruente e una donna
che aveva tentato di investire il marito con l'auto di famiglia.
«Stai dicendo che gli hanno sparato intenzionalmente?»
«Hanno sparato anche a Junior Kim! Tre maschi di razza bianca a bordo
di un pickup Nissan di colore rosso. Mike ha ritrovato il fuoristrada, poi ha
comunicato un quarantuno-quattordici al diciotto di Castle Way negli York
Estates, e subito dopo ha chiamato per dire che gli avevano sparato. Da al-
lora non sono più riuscita a mettermi in contatto con lui.»
Quarantuno-quattordici. Welch aveva intenzione di avvicinarsi all'abita-
zione.
Talley premette l'interruttore che azionava luci e sirena. Gli York Estates
si trovavano a sei minuti da lì.
«Quali sono le condizioni del signor Kim?»
«Al momento sconosciute.»
«Abbiamo l'identità dei sospetti?»
«Al momento no.»
«Mi trovo a sei minuti di distanza. Sto andando là. Tienimi aggiornato.»
Nell'ultimo anno Talley si era convinto che il giorno in cui era diventato
negoziatore per il Dipartimento di polizia di Los Angeles avesse cambiato
per sempre la sua vita in peggio.
Ma la sua vita stava per cambiare di nuovo.

JENNIFER

Jennifer non aveva mai sentito nulla di così assordante come gli spari
delle loro armi; di certo non i mortaretti che Thomas aveva fatto esplodere
nel giardino o l'urlo della folla quando i Lakers avevano messo a segno
l'impossibile canestro della vittoria. Le sparatorie dei film non erano nep-
pure comparabili. Quando Mars e Dennis avevano iniziato a sparare, il
rumore le aveva scosso il cervello, assordandola.
Jennifer urlò. Dennis chiuse con violenza la porta e la trascinò all'indie-
tro verso lo studio, poi la spinse a terra. Lei afferrò Thomas e lo tenne
stretto a sé. Il padre li prese tra le braccia. Il fumo degli spari restava come
sospeso nelle lame di luce che filtravano attraverso le tapparelle; l'odore le
faceva pizzicare il naso.
Quando la sparatoria cessò, il respiro di Dennis ricordava il soffio di un
mantice, mentre camminava avanti e indietro fra lo studio e l'ingresso, pal-
lido come un morto.
«Siamo fottuti! Il poliziotto è morto!»
Mars andò nell'ingresso. Senza fretta, senza paura, apparentemente rilas-
sato.
«Prendiamo l'auto prima che ne arrivino degli altri.»
Kevin era a terra accanto alla scrivania, e tremava, bianco come un cen-
cio.
«Hai sparato a un poliziotto. Hai sparato a un poliziotto, Dennis!»
Dennis afferrò il fratello per la maglietta.
«Non hai sentito Mars? Stava per impugnare la pistola!»
Al di sopra delle urla, Jennifer sentì una sirena che si avvicinava. Anche
Dennis la udì e si precipitò di nuovo verso le finestre.
«Oh, merda, stanno arrivando!»
Il padre di Jennifer la strinse a sé con tutte le forze.
«Prendete le chiavi e andatevene. Sono sul muro vicino al garage. È una
Jaguar. Prendetela, finché siete in tempo.»
Dennis guardava attraverso i listelli delle tapparelle come fossero sbarre
di una prigione, fissava la strada con un'attesa carica di paura. Jennifer a-
vrebbe voluto che fuggissero, che se ne andassero, che uscissero dalla sua
vita, e invece Dennis restava lì, impietrito davanti alle finestre come in at-
tesa di qualcosa.
Mars parlò dall'ingresso, la voce piatta come l'acqua di uno stagno.
«Prendiamo la macchina di quest'uomo, Dennis. Dobbiamo andare.»
Poi, all'improvviso, parve che la sirena fosse dentro la casa, e allora fu
troppo tardi. Fuori si sentì uno stridore di pneumatici. Dennis corse alla
porta d'ingresso e la sparatoria ricominciò.

TALLEY
Gli York Estates, un complesso residenziale cintato da un muro, aveva-
no preso il nome dalla leggendaria città di York, in Inghilterra, separata dal
mondo da imponenti mura di pietra. I costruttori avevano edificato ventot-
to abitazioni su lotti da quattro a dodicimila metri quadri, collegati da stra-
de serpeggianti, alcune senza sbocco, che portavano nomi come Lancelot
Lane, Queen Anne Way, e King John Place, il tutto circondato da un muro
di pietra che aveva più una funzione estetica che di protezione. Imboccan-
do l'ingresso sul lato nord, Talley spense la sirena, ma lasciò accesi i lam-
peggianti. Jorgenson e Anders stavano urlando, dicevano di essere sotto ti-
ro. Dalla radio gli giunse il rumore di un colpo d'arma da fuoco.
Come imboccò Castle Way, Talley vide Jorgenson e Anders accovaccia-
ti dietro la loro auto con le pistole in pugno. Due donne stavano sulla so-
glia della casa alle loro spalle, mentre un ragazzo era fermo in piedi all'im-
bocco del cul-de-sac. Mentre risaliva la strada a tutta velocità, Talley pre-
mette l'interruttore che collegava il suo microfono all'altoparlante dell'auto.
«Voi, laggiù, mettetevi al riparo! Entrate in casa!»
Jorgenson e Anders si voltarono verso di lui. Le due donne sembravano
confuse e il ragazzo non dava cenno di muoversi. Talley accese per un at-
timo la sirena e urlò nuovamente verso di loro.
«Andate dentro! Muovetevi!»
Frenò bruscamente, andando a fermarsi dietro l'auto di Jorgenson. Due
spari esplosero dalla casa, un proiettile passò alto sopra di loro, l'altro colpì
con un tonfo sordo il parabrezza. Talley scivolò fuori dalla portiera e si ac-
covacciò dietro la ruota anteriore, usando il cofano come riparo. Mike
Welch giaceva rannicchiato sul prato antistante la casa, una grande casa in
stile Tudor a poco più di una decina di metri da loro.
«Welch è ferito! Gli hanno sparato!» urlò Anders.
«Tutti e tre i fuggiaschi sono all'interno?»
«Non lo so! Non abbiamo visto nessuno!»
«Ci sono dei civili in casa?»
«Non lo so!»
Altre sirene si stavano avvicinando da est. Talley sapeva che doveva
trattarsi dell'unità sei, con Dreyer e Mikkelson, e dell'ambulanza. Gli spari
erano cessati, ma si sentivano urla e strilli provenire dall'interno della casa.
Si appiattì al suolo e chiamò Welch da sotto la macchina.
«Mike! Mi senti?»
Welch non rispose.
«Ho paura che sia morto!» urlò Anders terrorizzato.
«Calmati, Larry. Ti sento.»
Doveva valutare la situazione e prendere delle decisioni senza sapere
con chi o con che cosa aveva a che fare. Welch era nel bel mezzo del pra-
to, immobile e allo scoperto. Talley doveva agire.
«Il retro di questa casa dà sulla Flanders Road?»
«Sì, capo. Il fuoristrada è sull'altro lato del muro che corre dietro la casa.
È la Nissan rossa! Sono quelli che hanno fatto il colpo da Kim.»
Le sirene erano più vicine. Talley doveva presumere che degli innocenti
fossero all'interno della casa. Doveva presumere che Mike Welch fosse vi-
vo. Attivò il microfono della ricetrasmittente.
«Auto sei, qui auto uno. Chi c'è a bordo?»
Gli rispose la voce di Dreyer.
«Sono Dreyer, capo. Siamo a un minuto da voi.»
«Dov'è l'ambulanza?»
«Subito dietro di noi.»
«Va bene. Voi prendete posizione sulla Flanders, vicino al pickup, nel
caso questi qui decidessero di scavalcare di nuovo il muro. Fate entrare
l'ambulanza, ma avvertiteli di aspettare all'incrocio tra la Castle e la To-
wer. Porterò io Welch da loro.»
Talley chiuse la comunicazione, poi si raddrizzò, restando però rannic-
chiato.
«Larry, voi avete aperto il fuoco contro la casa?»
«No, capo.»
«Non fatelo.»
«Cos'ha intenzione di fare?»
«State giù. E non sparate contro la casa.»
S'infilò in macchina, tenendo la testa bassa e la portiera spalancata. In-
dietreggiò, poi partì veloce sul prato, andandosi a fermare tra Welch e la
casa, usando l'auto come scudo. Un altro colpo fece esplodere il finestrino
del passeggero. Talley rotolò fuori dall'auto, rischiando di finire addosso a
Welch. Aprì la portiera posteriore, poi trascinò il collega verso la macchi-
na. Era come sollevare un peso morto di un quintale, ma Welch si lamen-
tava. Era vivo. Talley lo sollevò e, facendo appello a tutte le proprie forze,
lo spinse sul sedile posteriore. Chiuse con violenza la portiera, poi vide la
pistola di Welch sull'erba e tornò indietro a raccoglierla. Risalì in auto e
partì a tutta velocità, sbandando sull'erba viscida mentre attraversava il
prato, diretto verso l'imbocco della strada, dove lo aspettava l'ambulanza.
Due paramedici tirarono fuori Welch dall'auto e gli premettero una com-
pressa di garza sul torace. Talley non chiese se Welch ce l'avrebbe fatta.
Sapeva per esperienza che non sarebbero stati in grado di dirglielo.
Rimase a fissare la strada e venne percorso da un brivido. La prima on-
data di panico stava passando; ora aveva tempo per pensare. Aveva tempo
per prendere coscienza del fatto che quello che stava accadendo lì era ciò
che gli era costato così caro a Los Angeles. Si trattava a tutti gli effetti di
un sequestro di ostaggi. Si sentiva la bocca asciutta e qualcosa di acido in
gola, che rischiava di farlo vomitare. Attivò ancora la ricetrasmittente per
chiamare l'operatrice radio. Disponeva di quattro pattuglie operative e di
altri cinque agenti fuori servizio. Avrebbe avuto bisogno di tutti.
«Capo, ho richiamato Dreyer e Mikkelson dal minimarket. Ora non ab-
biamo più nessuno sulla scena del crimine. È completamente scoperta.»
«Chiama la Stradale e l'Ufficio dello sceriffo. Riferisci cosa sta succe-
dendo e richiedi un'unità di crisi al completo. Digli che abbiamo due uo-
mini feriti e dei possibili ostaggi.»
Gli occhi di Talley si riempirono di lacrime quando si rese conto di aver
usato quella parola. Ostaggi.
Si ricordò della pistola di Welch. Annusò la canna, poi controllò il cari-
catore. Welch aveva risposto al fuoco, e questo significava che poteva aver
colpito qualcuno all'interno della casa. Forse addirittura un innocente.
Strinse forte gli occhi e aprì la ricetrasmittente.
«Digli di sbrigarsi.»

JENNIFER

«Papà» bisbigliò Jennifer.


«Shh» sussurrò lui, tenendole la testa.
Si strinsero ancora più vicini. Jennifer aveva l'impressione che suo padre
stesse tentando di farli passare attraverso il pavimento, e che se solo fosse
riuscito a renderli abbastanza piccoli, sarebbero potuti scomparire. Guardò
Mars sbirciare attraverso le tapparelle; la sua grossa schiena curva ricorda-
va un enorme rospo gonfio. Quando si voltò verso di loro sembrava come
drogato.
Kevin gli lanciò una rivista di programmi televisivi.
«Che cazzo hai in testa? Perché hai cominciato a sparare?»
«Per tenerli lontano.»
«Avremmo potuto scappare dal retro!»
Dennis spinse Kevin verso l'ingresso.
«Svegliati, Kev! Hanno trovato il fuoristrada. Ci stanno addosso.»
«Cazzate, Dennis! Dovremmo arrenderci!»
Jennifer avrebbe voluto che se ne andassero. Che riuscissero a scappare,
se necessario, purché se ne andassero da lì.
«Non vi vogliamo qui!»
Le parole le uscirono dalla bocca prima che potesse trattenerle.
Suo padre la strinse. «Calmati» le disse con dolcezza.
Ma Jennifer non riusciva più a fermarsi.
«Non avete il diritto di stare qui! Nessuno vi ha invitato!»
Suo padre la strinse ancora di più a sé.
Dennis le puntò contro un dito.
«Sta' zitta, troia!»
Poi si voltò e spinse il fratello contro il muro con tale violenza che Jen-
nifer trasalì.
«Smettila Kevin! Fa' il giro della casa e chiudi tutte le finestre. Chiudi le
porte, e sorveglia il giardino sul retro. Passeranno da lì, scavalcando il mu-
ro, proprio come abbiamo fatto noi.»
Kevin pareva confuso.
«Perché non ci arrendiamo, Dennis? Siamo in trappola.»
«Tra un paio d'ore farà buio. Le cose cambiano, di notte. Datti da fare,
Kev. Ci tireremo fuori da questo casino. Vedrai, ne usciremo.»
Jennifer sentì suo padre sospirare, poi, lo vide alzarsi lentamente in gi-
nocchio.
«Nessuno di voi ne uscirà.»
«Zitto, stronzo!» disse Dennis. «Avanti, Kevin, va' a sorvegliare il re-
tro.»
Kevin scomparve, diretto verso il retro della casa.
Il padre di Jennifer si alzò in piedi. Dennis e Mars gli puntarono contro
le pistole. Jennifer si aggrappò alle sue gambe.
«Papà! Non farlo!»
Suo padre alzò le mani.
«È tutto a posto, tesoro. Non ho intenzione di fare nulla. Voglio solo an-
dare alla scrivania.»
Dennis lo teneva sotto tiro.
«Sei fuori di testa?! Tu non vai da nessuna parte!»
«Sta' calmo, figliolo.»
«Papà, non farlo!»
Suo padre sembrava muoversi come in un sogno. Lei avrebbe voluto
fermarlo, ma non poteva. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma non riusciva a
parlare. Lui camminava rigido, quasi si aspettasse di essere colpito. Era
come se quell'uomo nel sogno non fosse suo padre, ma qualcuno che non
aveva mai visto prima.
Lui andò dietro la scrivania e infilò con calma due dischetti in una cu-
stodia di pelle nera. Dennis lo seguì, standogli di fianco, urlandogli di fer-
marsi, di non provare a fare un altro passo, tenendogli la pistola puntata al-
la testa. Dennis sembrava spaventato almeno quanto lei.
«Cazzo, ti ho avvertito!»
«Ora apro il cassetto.»
«Ti ammazzo, stronzo!»
«Papà, ti prego!!!»
Il padre di Jennifer alzò un dito, come per dire che un solo piccolo dito
non poteva fare loro nessun male, poi lo usò per aprire il cassetto. Fece un
cenno con il capo verso l'interno, come per mostrare a Dennis che non c'e-
ra niente di pericoloso. Poi tirò fuori uno spesso libriccino.
«Questo è l'elenco di tutti i penalisti della California. Se vi arrendete a-
desso, vi farò avere il miglior avvocato dello Stato.»
Dennis diede un colpo al libretto, facendolo volare via.
«Vaffanculo! Abbiamo appena ammazzato un poliziotto! Abbiamo am-
mazzato quel cinese! Ci daranno la pena di morte!»
«E io ti dico che non sarà così, se lasciate che vi aiuti. Ma se resterete in
questa casa, ti posso garantire una cosa: che morirete.»
«Zitto!»
Dennis roteò con violenza la pistola e lo colpì alla tempia con un tonfo
sordo. Lui si afflosciò di lato come un sacco lasciato cadere a terra.
«No!»
Jennifer si lanciò in avanti. Prima di rendersi conto di cosa stava facen-
do, diede uno spintone a Dennis.
«Lascialo stare!»
Spinse Dennis da una parte e si lasciò cadere in ginocchio accanto al pa-
dre. La pistola gli aveva aperto un orribile squarcio sulla tempia destra. La
ferita era piena di sangue e pulsava, gonfiandosi a vista d'occhio.
«Papà! Papà, svegliati!»
Lui non rispose.
«Papà, ti prego!»
Gli occhi di suo padre danzarono in modo folle sotto le palpebre, mentre
il corpo venne percorso da un tremore.
«Papà!»
Le lacrime le offuscarono la vista, mentre mani invisibili la sollevavano,
trascinandola via.
L'incubo era cominciato.

Venerdì, 15.51

TALLEY

Talley avrebbe voluto restare con Welch, ma non c'era tempo. Doveva
rendersi conto di cosa stava succedendo dentro quella casa. Richiese una
seconda ambulanza, nel caso ci fossero altri feriti, quindi risalì in auto e
tornò ancora una volta in fondo alla strada. Si fermò così vicino a quella di
Anders che i paraurti delle due macchine cozzarono leggermente. Scivolò
fuori e tornò ad accucciarsi dietro la ruota, chiamando Anders e Jorgenson.
«Larry, Jorgy, ascoltate.»
Erano giovani, ragazzi che avrebbero fatto il carpentiere o il piazzista se
non fossero entrati nella polizia. Non avevano mai visto niente di parago-
nabile a ciò che stava accadendo su Castle Way, e, come loro, nessuno de-
gli altri uomini di Talley. Non si erano mai trovati nella condizione di do-
ver estrarre la pistola o di arrestare qualcuno per un grave crimine.
«Dobbiamo evacuare queste case e isolare la zona. Voglio che vengano
bloccate tutte le strade che portano qua.»
Anders annuì con vigore, eccitato e spaventato al tempo stesso.
«Solo il cul-de-sac?»
«Tutte quelle che portano a questi lotti. Prendi l'auto di Welch, torna al-
l'angolo e passa di casa in casa, tenendoti sul retro. Scavalca i muri di cin-
ta, se necessario, e fa evacuare tutti, dalla stessa strada. Non fatevi vedere
dalle persone che sono là dentro, né tu né gli altri.»
«E se non vogliono venire?»
«Faranno quello che gli ordini. Ma non permettere a nessuno di uscire
dall'ingresso sul davanti. Comincia dalla casa che si trova qua dietro. Po-
trebbe esserci qualcuno ferito, là dentro.»
«Subito, capo.»
«Scopri chi vive in quella casa. Dobbiamo saperlo.»
«D'accordo.»
«Un'ultima cosa. Potrebbe esserci ancora qualche criminale in giro. Di'
agli altri di perquisire casa per casa. E avverti tutti gli abitanti del quartiere
perché stiano all'erta.»
Restando accucciato, Anders si avvicinò all'auto di Welch, la prima della
fila, salì, fece una brusca inversione e uscì dal cul-de-sac a tutta velocità.
I primi minuti di ogni situazione di crisi sono sempre i peggiori. All'ini-
zio è raro sapere con cosa si ha a che fare, e questa incognita potrebbe ri-
sultare fatale. Talley doveva assolutamente scoprire chi aveva di fronte e
chi si trovava in quella casa. Forse tutti e tre i criminali erano là dentro, ma
lui non aveva modo di saperlo. Potevano essersi separati, o forse aver già
ucciso tutte le persone all'interno. Potevano aver massacrato gli occupanti,
essere fuggiti lungo la strada ed essersi suicidati. In quel caso, lui si sareb-
be trovato davanti a una casa piena di morti.
Talley aprì il microfono della ricetrasmittente per comunicare con le al-
tre unità.
«Parla Talley. Liberate la frequenza e rimanete all'ascolto. Jorgenson e
io ci troviamo davanti al 18 di Castle Way agli York Estates. Anders sta
facendo evacuare i residenti delle abitazioni vicine. Dreyer e Mikkelson
sono sul retro della proprietà, sulla Flanders Road, vicino al pickup Nissan
rosso. Crediamo che nella casa si trovi uno o più dei rapinatori che hanno
sparato a Junior Kim e a Mike Welch. Sono armati. Bisogna identificarli.
Welch aveva già chiesto un controllo sulla targa del fuoristrada?»
Fu Mikkelson a rispondere.
«Capo, qui auto due.»
«Parla, auto due.»
«Il fuoristrada è intestato a un certo Dennis James Rooney, maschio,
bianco, ventidue anni. Residente ad Agua Dulce.»
Talley tirò fuori il taccuino e annotò il nome di Rooney. In un'altra vita
avrebbe mandato immediatamente una pattuglia al suo indirizzo, ma ades-
so non aveva gli uomini sufficienti per farlo.
La radio crepitò nuovamente.
«Capo, sono Anders.»
«Dimmi, Larry.»
«Sono con una vicina. Dice che gli abitanti della casa si chiamano
Smith, Walter e Pamela Smith. Hanno due figli, un maschio e una femmi-
na. Un momento... Va bene. Si chiamano Jennifer e Thomas. Dice che la
ragazza ha una quindicina d'anni, il maschio è più piccolo.»
«Sa se sono in casa?»
Talley udì Anders parlare con la donna. Il suo collega era così nervoso
che attivò il microfono prima ancora di essere pronto a riferire. Talley gli
disse di calmarsi.
«Dice che la moglie è in Florida, a far visita a una sorella, ma crede che
il resto della famiglia sia dentro. Il marito lavora a casa.»
Talley imprecò sottovoce. Era possibile che ci fossero tre ostaggi. Tre
assassini, tre ostaggi. Doveva assolutamente scoprire cosa stava succeden-
do in quella casa e tenere calmi i rapinatori. Nel gergo della polizia questo
si chiamava "stabilizzare la situazione". Non c'era altro da fare. Continuò a
ripeterselo più volte, come un mantra: "Non c'è altro da fare".
Fece un respiro profondo, per calmarsi, poi un altro. Attivò l'altoparlante
dell'auto in modo da poter parlare agli occupanti della casa. Da lì a un
momento avrebbe stabilito un contatto. In quell'istante sarebbe cominciata
la trattativa. Talley aveva giurato a se stesso che non si sarebbe mai più
trovato in una situazione del genere. Aveva stravolto la sua esistenza per
evitarlo, e invece eccolo di nuovo lì.
«Mi chiamo Jeff Talley. C'è qualche ferito nella casa?»
La sua voce echeggiò per il vicinato. Sentì un'auto della polizia fermarsi
all'imbocco della strada, ma non si voltò a guardare. Tenne lo sguardo fis-
so sulla casa.
«Ehi, voi, nella casa, restate calmi. Non c'è nessuna fretta. Se avete dei
feriti, lasciate che vengano soccorsi. Possiamo trovare una soluzione.»
Nessuno rispose. Talley sapeva che i soggetti all'interno si trovavano
sottoposti a una tensione incredibile. Erano stati coinvolti in due sparato-
rie, e ora erano in trappola. Sicuramente avevano paura, e il rischio per i
civili era alto. Il compito di Talley era quello di ridurre il loro stress. Se si
dava ai soggetti il tempo per calmarsi e riflettere sulla propria situazione,
talvolta erano loro stessi a rendersi conto che l'unica via d'uscita era la re-
sa. A quel punto era sufficiente fornire loro una scusa per consegnarsi. Era
così che funzionava. Queste cose, Talley le aveva imparate al corso del-
l'Fbi sulla gestione delle crisi, e ogni volta aveva sempre funzionato, fin-
ché George Malik non aveva sparato al figlio.
«Prima o poi dovremo cominciare a parlare. Tanto vale farlo adesso.
State tutti bene, o qualcuno ha bisogno di un dottore?»
Finalmente dalla casa rispose una voce.
«Vaffanculo!»

JENNIFER
Le palpebre di suo padre sbattevano come se stesse sognando, avanti e
indietro, su e giù. Dalle labbra gli sfuggì un debole gemito, ma i suoi occhi
non si aprirono. Thomas, accucciato accanto a lei, sussurrò: «Cosa succe-
de?».
«Non si sveglia. Perché non si sveglia?»
Non era possibile che stesse accadendo tutto questo: non in casa sua,
non a Bristo Camino, non in quella perfetta giornata d'estate.
«Papà, ti prego!»
Mars si inginocchiò accanto a lei per tastargli il collo. Era grosso e roz-
zo. Puzzava di sudore e verdura.
«Sembra una lesione cerebrale.»
Jennifer venne assalita da un'ondata di nausea e di paura, ma poi capì
che l'uomo si stava solo prendendo gioco di lei.
«Vai a farti fottere.»
Mars sbatté le palpebre, turbato, come se le parole di lei lo avessero sor-
preso e messo in imbarazzo.
«Io non le faccio quelle cose. Sono brutte.»
Mars si allontanò.
La ferita continuava a pulsare, ma non sanguinava quasi più; il sangue
rappreso e il tessuto gonfio intorno alla lesione ricordavano un orribile
vulcano rosso. Jennifer si alzò e affrontò Dennis.
«Vado a prendere del ghiaccio.»
«Chiudi il becco e posa il culo.»
«Io vado a prendere del ghiaccio. È ferito.»
Dennis la fulminò con lo sguardo, rosso in volto per la collera. Lanciò
un'occhiata a Mars, poi a suo padre. Alla fine tornò a voltarsi verso le tap-
parelle.
«Mars, accompagnala in cucina. Controlla che Kevin non stia combi-
nando qualche casino, là dietro.»
Jennifer si allontanò senza aspettare Mars ed entrò in cucina. Vide Kevin
nascosto dietro il divano nella saletta in modo da poter tenere d'occhio la
porta finestra. Avrebbe voluto che il giardino sul retro fosse pieno di poli-
ziotti e cani feroci, ma purtroppo era vuoto. L'acqua della piscina era così
limpida e calma che il materassino con cui aveva giocato fino a neppure
mezz'ora prima sembrava galleggiare immobile sull'aria. La radio era an-
cora posata per terra al bordo della piscina, ma da dove si trovava non po-
teva sentirla. Era accaduto tutto così in fretta...
Jennifer aprì lo sportello sotto il lavandino. Mars lo richiuse con un cal-
cio.
«Cosa stai facendo?»
Mars incombeva su di lei, l'inguine a pochi centimetri dal suo volto.
Lentamente Jennifer si alzò in piedi. Anche così lui era una trentina di cen-
timetri più alto di lei, e tanto vicino che faceva male guardarlo. Jennifer
sentì nuovamente quella puzza di verdura. Si fece forza per non scappare.
«Sto prendendo uno strofinaccio. Poi aprirò il freezer per tirare fuori il
ghiaccio. Ti va bene?»
Mars le andò ancora più vicino. Con il torace le sfiorò la punta dei seni.
Jennifer si costrinse a non distogliere lo sguardo, a non arretrare, ma la sua
voce era roca.
«Stammi lontano.»
Mars abbassò gli occhi, lo sguardo annebbiato come se non la vedesse.
Sulle sue labbra comparve un sorriso assente. Ondeggiò, sfiorandole piano
il seno con il torace.
Ma Jennifer non indietreggiò di un passo. Facendo ricorso a tutte le pro-
prie forze, ripeté, questa volta con voce chiara: «Stammi lontano».
Il sorriso vuoto svanì, gli occhi di lui si focalizzarono come se potesse
nuovamente vederla.
Jennifer aprì lo sportello senza aspettare una risposta, trovò uno strofi-
naccio, quindi andò verso il frigo. Era un grosso Sub-Zero nero, il tipo con
lo scomparto del freezer nella parte bassa. Lo aprì e mise un po' di ghiac-
cio nello strofinaccio, rovesciandone qualche cubetto per terra.
«Ho bisogno di una ciotola.»
«Fa' pure.»
Mentre lei prendeva la ciotola, Mars si allontanò. Andò nella saletta e
chiese a Kevin se avesse visto qualcosa. Jennifer non udì la risposta di Ke-
vin.
La ragazza scelse una grossa ciotola di plastica verde, poi vide il coltel-
lino da verdura sul bancone, che aveva dimenticato dopo aver tagliato la
cipolla per il sandwich al tonno. Si voltò a guardare Mars e vide che era
ancora con Kevin. Sentiva il terrore all'idea che potessero vederla allunga-
re la mano verso il coltello. Poi, pensò: anche se fosse riuscita a prenderlo,
cosa avrebbe potuto fare? Aggredirli? Figuriamoci, loro erano più grandi e
più forti. Inoltre, i calzoncini non avevano tasche ed era impossibile na-
scondere un coltello nel reggiseno del bikini. Si voltò di nuovo. Mars la
stava fissando. Jennifer distolse subito lo sguardo, ma con la coda dell'oc-
chio vide che era rimasto con Kevin. Mars tornò in cucina. Senza pensarci,
Jennifer spinse il coltellino dietro il mixer Cuisinart che sua madre teneva
sul bancone.
«Perché ci metti così tanto?»
«Ho finito.»
«Un momento.»
Mars andò al frigo e lo aprì. Tirò fuori una birra, la stappò e bevve. Poi
prese una seconda bottiglia e gliela porse.
«Ne vuoi una?»
«Non bevo birra.»
«La mamma non lo verrà a sapere. Ora puoi fare tutto quello che vuoi,
tanto lei non lo scoprirà.»
«Voglio tornare da mio padre.»
Lo seguì nello studio. Mars diede la seconda birra a Dennis, di guardia
dietro le tapparelle. Jennifer raggiunse Thomas, che stava sempre al fianco
del padre, accanto alla scrivania. Prese lo strofinaccio con il ghiaccio dalla
ciotola e lo premette contro la ferita. Trasalì sentendo suo padre gemere.
Thomas le si avvicinò e le parlò con voce così bassa che lei lo udì appe-
na.
«Cosa succederà?»
La voce di Mars attraversò la stanza.
«Zitti!»
Mars la stava fissando, facendo correre lo sguardo lungo le curve del suo
corpo. Jennifer arrossì, sforzandosi di concentrarsi su suo padre. Capiva
che Mars si stava divertendo alle sue spalle, proprio come prima.
Squillò il telefono.
Tutti si voltarono a guardare l'apparecchio, ma nessuno si mosse. Gli
squilli sembrarono farsi più forti, più insistenti.
«Cristo!» esclamò Dennis.
Arrabbiato, andò al telefono e sollevò il ricevitore ma gli squilli prose-
guirono.
«Che cazzo succede? Perché non la smette?»
«C'è più di una linea» rispose Thomas. «Bisogna premere il pulsante che
lampeggia.»
Dennis diede un pugno sulla lucina, poi sbatté giù la cornetta. Gli squilli
si interruppero.
Quindi tornò alla finestra, borbottando qualcosa sui ricchi che si poteva-
no permettere più di una linea.
Il telefono riprese a squillare.
«Vaffanculo!»
La voce all'altoparlante in strada echeggiò per tutta la casa.
«Dennis Rooney, rispondi al telefono. È la polizia.»

TALLEY

Rannicchiato dietro la ruota anteriore della sua auto, Talley ascoltava il


telefono squillare, quando vide arrivare l'elicottero. Il velivolo scese a spi-
rale avvicinandosi finché Talley riuscì a vedere che era di una delle stazio-
ni televisive di Los Angeles. Dovevano aver sentito di Kim e Welch sinto-
nizzandosi sulle frequenze radio della polizia. Se già c'erano gli elicotteri,
presto sarebbe stata la volta dei furgoni e dei fotoreporter. Talley coprì il
ricevitore con la mano e si voltò verso Jorgenson.
«Dove sono gli uomini dello sceriffo?»
«Stanno arrivando, capo.»
«Richiamali e chiedi una copertura aerea. Digli che stanno arrivando gli
elicotteri delle stazioni televisive.»
Il telefono all'interno della casa stava ancora squillando. "Rispondi a
quel telefono, brutto figlio di puttana" pensò Talley.
«Di' a Sarah di chiamare la società dei telefoni. Fatti dare un elenco di
tutte le linee della casa e fa' bloccare ogni possibilità di accesso escluso il
mio cellulare. Non voglio che questa gente parli con nessun altro a parte
noi.»
«Okay.»
Talley stava ancora impartendo ordini quando al telefono rispose una
voce maschile.
«Pronto?»
Talley fece un cenno con la mano verso Jorgenson per farlo tacere, poi
respirò a fondo nel tentativo di concentrarsi. Non voleva che dalla sua voce
trasparisse la paura.
«Parla Dennis Rooney?»
«E tu chi sei?»
«Mi chiamo Jeff Talley. Sono del Dipartimento di polizia di Bristo. So-
no qui, dietro l'auto che vedi davanti alla casa. Tu sei Dennis Rooney?»
Talley aveva evitato di proposito di identificarsi come capo della polizia.
Voleva far capire di avere un certo potere, ma non essere visto come il più
alto in grado. Il negoziatore è sempre l'uomo che sta nel mezzo. Se Rooney
avesse avanzato delle richieste, Talley voleva avere la possibilità di guada-
gnare tempo dicendo che doveva parlarne con il suo superiore. In quel
modo avrebbe interpretato la parte del buono. E avrebbe potuto stabilire un
legame con Rooney attraverso le comuni difficoltà.
«Quel poliziotto stava estraendo la pistola. E anche il cinese ha tirato
fuori la pistola. Nessuno voleva sparargli. È stato un incidente.»
«Sei Dennis Rooney? Voglio sapere con chi sto parlando.»
«Sì, sono Rooney.»
Talley cominciò a rilassarsi. Rooney non era un pazzo scatenato: non
aveva iniziato urlando di voler uccidere tutti quelli che si trovavano dentro
la casa.
Talley si sforzò di parlare in modo che la sua voce apparisse decisa ma
rilassata.
«Bene, Dennis, vorrei sapere se qualcuno lì dentro ha bisogno di un dot-
tore. Abbiamo sentito un sacco di spari.»
«Stiamo bene.»
«Se vuoi, posso mandarti un dottore.»
«Ho detto che stiamo bene. Non ci senti?!»
La voce di Rooney era tesa, agitata. Talley se lo aspettava.
«Qua fuori sono preoccupati. Vogliono sapere chi c'è lì con te e se stan-
no tutti bene. C'è qualcuno lì?»
Rooney non rispose. Talley udì un respiro, poi dei rumori soffocati come
se l'altro avesse coperto il ricevitore con la mano. Stava pensando. Talley
sapeva che in quelle circostanze sarebbe stata dura per Rooney riflettere
razionalmente. Di certo era carico di adrenalina e spaventato. Alla fine
Rooney riprese la comunicazione.
«C'è una famiglia. Ma non si tratta di rapimento, no? Voglio dire, loro
stavano già qua. Non è che li abbiamo presi e trascinati da qualche parte.»
La risposta di Rooney era un buon segno: la sua preoccupazione per il
futuro indicava che non voleva morire e temeva le conseguenze delle pro-
prie azioni.
«Mi puoi dire chi sono, Dennis?»
«Non ti interessa. Ti ho già detto fin troppo.»
Talley lasciò correre. Il negoziatore dello sceriffo avrebbe potuto richie-
derglielo più tardi.
«E va bene. Ora non vuoi dirmi i loro nomi. Ho capito. Posso sapere al-
meno come stanno?»
«Stanno bene.»
«E i tuoi due amici? Non è che uno sta morendo, vero?»
«Stanno bene.»
Talley era riuscito a fargli ammettere che tutti e tre i fuggiaschi si trova-
vano all'interno della casa. Coprì il ricevitore e si rivolse a Jorgenson.
«Tutti e tre i soggetti sono nella casa. Di' a Larry di sospendere le per-
quisizioni.»
«Ricevuto.»
Jorgenson comunicò la notizia via radio, mentre Talley tornava a parlare
con Rooney. Un secondo elicottero si aggiunse a quello già presente e si
posizionò direttamente sopra di loro. Un'altra rete televisiva.
«Okay, Dennis» disse Talley. «Ora ti spiego come sei messo.»
Rooney lo interruppe.
«Tu mi hai fatto un sacco di domande. Ora voglio dirti una cosa io. Non
ho sparato a quel cinese. Lui ha tirato fuori la pistola, stavamo lottando ed
è partito un colpo. Si è sparato da solo.»
«Capisco, Dennis. Probabilmente c'è una telecamera di sorveglianza. Po-
tremo vedere cosa è successo.»
«Ti dico che è partito un colpo. È partito un colpo e noi siamo scappati.
Ecco cosa è successo.»
«D'accordo.»
«Quello che voglio sapere è se il cinese sta bene.»
«Il signor Kim non ce l'ha fatta, Dennis. È morto.»
Rooney non rispose, ma Talley sapeva che nella sua testa stava vorti-
cando una serie di possibilità: da quella di aprirsi una via di fuga sparando
all'impazzata a quella del suicidio. Doveva dargli la possibilità di sfogare
la pressione.
«Non voglio mentirti, Dennis. Siete nei guai. Ma se quello che mi hai
detto a proposito della lotta è vero, potrebbe essere un'attenuante. Non
peggiorare le cose. Possiamo trovare una via d'uscita.»
Il fatto che Kim avesse tirato fuori la pistola non attenuava proprio un
bel niente. Per la legge della California, ogni uccisione avvenuta nel corso
di un crimine grave era considerata un omicidio, ma Talley doveva dare a
Rooney un barlume di speranza. Funzionò.
«E il poliziotto? Anche lui stava tirando fuori la pistola.»
«È ancora vivo. In questo caso t'è andata bene.»
«Non dimenticare che ho qui questa gente, nel caso ti venisse in mente
di fare irruzione qua dentro.»
La voce di Rooney aveva perso un po' della sua aggressività.
«Dennis, devo chiederti di lasciarli andare.»
«Non ci penso nemmeno.»
«Finché a loro non succede nulla, per te è un vantaggio. Il poliziotto è
vivo. Hai detto che è stato Kim a tirare fuori la pistola. Lascia andare quel-
la gente.»
«Fottiti. Loro sono l'unica cosa che vi trattiene dal fare irruzione qua
dentro. Ci uccidereste per aver sparato a quel poliziotto.»
«Lo so che adesso la pensi così, Dennis, ma ti do la mia parola: non fa-
remo irruzione nella casa. Non entreremo con la forza. D'accordo?»
«Sarà meglio per voi.»
«Non lo faremo. Ma voglio che tu sappia cosa vi aspetta. E non lo dico
per minacciarti, lo dico perché voglio essere onesto con te. La casa è cir-
condata, la zona è isolata. Non potete fuggire, Dennis. È impossibile. Il
motivo per cui sono qua fuori a parlare con te è che voglio che tu esca da
questa situazione senza che tu o qualcun altro nella casa vi facciate male.
Questo è il mio scopo. Lo capisci?»
«Lo capisco.»
«La cosa migliore che tu possa fare è lasciar andare quella gente, Den-
nis. E poi ti arrendi. Tutto regolare, calmo, tranquillo. Se collabori ora, il
giudice ne terrà conto. Questo lo capisci, no?»
Rooney non rispose, e Talley lo prese come un segnale positivo. Rooney
non faceva obiezioni: stava pensando. Talley decise di troncare il contatto
e lasciare che riflettesse sulle opzioni.
«Non so tu, Dennis, ma io ho bisogno di una pausa. Pensa a quello che ti
ho detto. Ci risentiamo tra una ventina di minuti. Se vuoi parlarmi prima,
lancia un urlo e ti chiamo.»
Talley interruppe la comunicazione. Gli tremavano così tanto le mani
che il cellulare gli scivolò a terra. Inspirò a fondo una volta, due, ma non
servì.
«Capo, si sente bene?» chiese Jorgenson.
Talley rispose con un cenno della mano.
Gli elicotteri erano ancora lassù. Erano fermi a mezz'aria, come sospesi.
Significava che stavano riprendendo la scena.
Talley infilò il telefono in tasca, disse a Jorgenson di chiamarlo se ci
fossero stati sviluppi, quindi uscì in retromarcia dalla strada. Una conver-
sazione con un ventenne terrorizzato e gli veniva da vomitare. Larry An-
ders aspettava al bivio con altri due agenti, Scott Campbell e Leigh Me-
tzger. Campbell era un agente di sicurezza di Bakersfield in pensione ar-
ruolatosi nella polizia di Bristo per arrotondare. Metzger era una madre
single che aveva all'attivo otto anni come istruttrice nella polizia di San
Bernardino ma ben poca esperienza sul campo. Vederli non diede a Talley
alcuna tranquillità.
«Larry, ma quei maledetti sceriffi vengono qui a piedi? Dove sono, Cri-
sto?»
«Sarah gli ha parlato al telefono. Dice se la chiami.»
Talley avvertì una morsa allo stomaco.
«Cosa c'è?»
«Non lo so. Dice anche che i giornalisti vogliono sapere cosa sta succe-
dendo. Alcuni reporter sono stati al minimarket e ora stanno venendo qui.»
Talley si sfregò il volto, poi guardò l'orologio. Erano passati cinquanta-
tré minuti da quando Junior Kim era stato ucciso. Cinquantatré minuti, e il
suo mondo si era ridotto alle dimensioni di quel complesso residenziale.
«Quando arrivano i giornalisti, lasciali entrare nel comprensorio, ma non
farli avvicinare al cul-de-sac.»
«Ah, c'è uno spiazzo libero all'incrocio tra la King e la Lady. Posso met-
terli là?»
«Perfetto. E non lasciare che se ne vadano in giro. Tra qualche minuto
verrò io a fare una dichiarazione.»
Talley si diresse alla sua auto, dicendosi che andava tutto bene. Aveva
stabilito un contatto, aveva scoperto che tutti e tre i soggetti erano nella ca-
sa e al momento nessuno stava sparando. Aprì la portiera e fu investito da
una vampata di aria rovente, ma era così stanco che non ci fece caso.
Chiamò l'ufficio via radio.
«Dammi qualche buona notizia, Sarah. Ne ho bisogno.»
«La Stradale ha inviato sei auto di pattuglia da Santa Clarita e da Pal-
mdale. Dovrebbero trovarsi a una decina di minuti da lì.»
Auto di pattuglia.
«E l'unità tattica? La squadra dei negoziatori? Abbiamo bisogno di quel-
la gente.»
La voce gli uscì stridula, ma non se ne curò.
«Mi dispiace, capo. La squadra di pronto intervento è bloccata a Pico
Riviera. Hanno detto che arriveranno appena possibile.»
«Fantastico! E noi cosa dovremmo fare, fino ad allora?»
«Hanno detto che dovrà cavarsela da solo.»
Talley teneva il microfono posato in grembo: non aveva neppure la forza
di sollevarlo.
«Capo? È ancora lì?»
Talley chiuse la portiera, avviò il motore e accese il condizionatore.
Quando udirono il motore partire, Anders e Campbell si voltarono e rima-
sero perplessi nel vedere che l'auto non si muoveva. Talley girò le bocchet-
te in modo che gli sparassero l'aria fredda dritto in faccia. Tremava così
tanto che fu costretto a infilare le mani sotto le cosce. Provava paura e ver-
gogna. Affondando le unghie nelle gambe, si disse che quella non era Los
Angeles, lui non era più un negoziatore e che la vita delle persone dentro
quella casa non era nelle sue mani. Doveva soltanto tenere duro finché non
fossero subentrati gli uomini dello sceriffo, e allora avrebbe potuto tornar-
sene al campo di avocado, alla sua pace e alla sua perfetta immobilità. Era
solo questione di minuti. Di secondi. Si disse che chiunque avrebbe potuto
tenere duro per pochi secondi. Ma non ci credeva.

Venerdì, 16.22

DENNIS

Dennis sbatté giù il ricevitore, livido di rabbia. «Vaffanculo!» urlò.


Talley doveva considerarlo un idiota, con tutte quelle stronzate sul fatto
di volere una soluzione pacifica e le promesse di non fare irruzione nella
casa. Dennis sapeva benissimo come andavano a finire le cose con la poli-
zia. C'era un agente ferito? Qualcuno doveva pagare. Probabilmente quei
bastardi lo avrebbero ammazzato alla prima occasione senza neppure dar-
gli la possibilità di arrivare al processo. E forse quel Talley voleva essere
proprio lui a premere il grilletto. Dennis era così incazzato che gli veniva
da vomitare.
«Cosa vogliono?» chiese Mars.
«Secondo te cosa vogliono? Vogliono che ci arrendiamo!»
Mars si strinse nelle spalle, un'espressione vacua sul viso.
«Io non mi arrendo.»
Dennis lanciò uno sguardo torvo ai due ragazzi raccolti intorno al loro
padre, quindi uscì a grandi passi dalla stanza. Doveva trovare un modo per
andarsene da quel cazzo di casa e sfuggire alla polizia. Aveva bisogno di
un piano. Camminando gli riusciva più facile pensare, quasi potesse allon-
tanarsi dalla paura di essere in trappola; una casa da ricchi come quella...
gli pareva che lo schiacciasse con il suo peso, impedendogli di respirare.
Se avesse vomitato, non voleva farlo di fronte a Mars.
Dennis attraversò la cucina. Trovò le chiavi appese a un pannello nella
dispensa, proprio come aveva detto il vecchio, e spalancò la porta che dava
in garage. Una scintillante Jaguar berlina e una Range Rover erano lì che
lo aspettavano. Entrambe dovevano avere al massimo due anni. Controllò
il serbatoio della Jaguar e vide che era pieno. Se il loro fuoristrada si fosse
rotto solo cinque minuti prima, se avessero trovato quella casa cinque mi-
nuti prima, se si fossero allontanati a bordo di quella splendida Jaguar cin-
que minuti prima, non si sarebbero trovati a dover rispondere di un'accusa
di omicidio. Non si sarebbero trovati in trappola.
«Merda!!» urlò, mollando un pugno sul volante.
Chiuse gli occhi.
Calmati.
Doveva esserci una soluzione.
«Dennis?»
Dennis aprì gli occhi e vide Kevin sulla porta; si dimenava come se gli
scappasse da pisciare.
«Non dovresti essere di guardia per controllare se arriva la polizia?»
«Ho bisogno di parlarti. Dov'è Mars?»
«Sta facendo la guardia sul davanti, quello che dovresti fare tu da un'al-
tra parte. Fila!»
Dennis serrò gli occhi. La polizia teneva sotto controllo il davanti e il re-
tro, ma era una casa grande; doveva pur esserci una porta o una finestra
che i poliziotti non potevano vedere. L'abitazione era circondata da alberi,
cespugli e muri di cinta che si fondevano con quelli delle case vicine.
Quando fosse scesa la notte, le ombre sarebbero state come pesanti mantel-
li neri. Se lui fosse riuscito a creare un diversivo - per esempio vestire gli
ostaggi in modo da sembrare loro tre, legarli dentro la Jaguar e poi aprire
la porta del garage con il telecomando - tutti i poliziotti si sarebbero con-
centrati sull'auto, mentre lui se la filava dall'altra parte con il favore delle
tenebre.
«Dennis?»
«C'è in ballo un'accusa di omicidio, Kevin. Lasciami pensare.»
«Si tratta di Mars. Dobbiamo parlare di quello che è successo.»
Kevin aveva di nuovo quell'espressione da mezzasega, le sopracciglia da
cane bastonato e quell'aria da non-prendermi-a-calci che a Dennis faceva
venire voglia di prenderlo a pugni. Dennis odiava il fratello minore. Da
sempre. Odiava il fastidio opprimente di doverselo portare dietro per tutta
la vita. Non aveva avuto bisogno dello strizzacervelli del carcere per capire
il perché: Kevin rappresentava il loro passato, la loro madre debole e inet-
ta, il loro padre violento e drogato che li picchiava, il loro patetico, imba-
razzante posto nella vita. Kevin era l'ombra del loro futuro di falliti, e
Dennis lo odiava per questo.
Scese dalla Jaguar sbattendo la portiera.
«Dobbiamo trovare un modo per andarcene da questa fottutissima casa,
Kevin, ecco cosa dobbiamo fare. Semplice. Adesso cerchiamo di darci una
mossa, perché io non ho nessuna intenzione di tornarmene in galera.»
Dennis passò davanti al fratello, spingendolo di lato, incapace persino di
guardarlo. Kevin lo seguì. Attraversarono la cucina e poi, seguendo un
ampio corridoio, passarono davanti alla sala da pranzo fino a una saletta
con lussuosi divani di pelle e un magnifico mobile bar rivestito di rame.
Dennis si immaginò mentre serviva da bere a degli ospiti eleganti, pro-
tagonisti di spot pubblicitari o di cassette porno. Se avesse potuto vivere in
una casa come quella, se la sarebbe goduta. Sarebbe diventato l'artefice del
suo destino.
Arrivarono alla camera da letto padronale sul retro della casa. Era enor-
me, con porte finestre scorrevoli che davano sulla piscina; più grande del-
l'appartamento che lui divideva con Kevin. Si chiese se per caso in bagno
non ci fosse una finestra da cui svignarsela.
Kevin lo tirò per un braccio.
«Dennis, ascolta.»
«Cerca un modo per uscire di qui.»
«Mars ha mentito su quel poliziotto che è venuto alla porta. Non aveva
estratto la pistola. Non c'era bisogno di sparargli.»
Dennis afferrò Kevin per la maglietta.
«Piantala! Non avevamo altra scelta!»
«Io ero lì. Lo stavo guardando, Dennis. Il poliziotto ha messo la mano
sulla pistola, ma non l'ha tirata fuori. Ti sto dicendo che non ha estratto la
pistola.»
Dennis mollò la presa e fece un passo indietro, non sapendo che dire.
«Tu non hai visto bene.»
«Io ero là! Mars ha mentito.»
«Perché avrebbe dovuto?»
«C'è qualcosa che non va, in quel tipo. Lui voleva sparargli, a quel poli-
ziotto.»
Dennis si sentì chiudere la gola. Era furibondo, convinto che fosse una
delle solite uscite di quello svitato di suo fratello, che gli stava scaricando
addosso un'altra palata di merda proprio adesso che lui c'era già dentro fino
al collo.
In camera da letto si aprivano tre porte. Dennis pensò che dessero su ri-
postigli o bagni, magari con una finestra sul lato della casa, ma non fu que-
sto che trovò.
Vestiti appesi, scarpe riposte negli appositi scomparti sotto gli abiti, co-
me in una qualsiasi cabina armadio di grandi dimensioni, ma c'era qualco-
s'altro. Una fila di piccoli schermi in biaaco e nero occupava tutta una pa-
rete; su uno degli schermi si vedevano Mars e i due ragazzi, un altro mo-
strava l'auto della polizia ferma davanti alla casa, un terzo inquadrava la
Jaguar e la Range Rover nel garage; ogni ambiente - stanza, bagno, cor-
ridoio - all'interno della casa era visibile sugli schermi, come pure inqua-
drature esterne della piscina, il piccolo edificio adibito a spogliatoio, e per-
sino la zona dietro a questo. Pareva che ogni centimetro quadrato della
proprietà fosse sotto controllo.
«Kevin?»
Kevin si avvicinò, lasciandosi sfuggire un'esclamazione.
«Cos'è questo?»
«Un sistema di sicurezza. Cristo, guarda che roba!»
Dennis osservò le immagini della camera da letto. Sembrava che la tele-
camera riprendesse dall'angolo sinistro del soffitto sopra la porta dalla qua-
le era appena entrato. Dennis uscì e guardò in alto, ma non vide niente.
«Ehi, ti vedo» disse Kevin da dentro.
Dennis tornò dal fratello. I monitor erano sistemati sopra una lunga con-
sole munita di file e file di bottoni, display led e lucine rosse e verdi. Sulla
destra si trovava una serie di pulsanti contrassegnati da etichette: "sensori
movimento", "infrarossi", "blocco piano superiore", "blocco piano inferio-
re", "allarmi". Dennis ebbe paura. Si voltò verso la porta e la spinse lenta-
mente. La porta si mosse senza difficoltà, ma si capiva che era pesante.
Nell'anta era installato un massiccio chiavistello in modo che potesse esse-
re chiusa dall'interno. Dennis batté con le nocche sulla superficie: acciaio.
Tornò a voltarsi verso il fratello.
«Che cazzo succede, qua dentro? Questo posto è blindato come una ban-
ca.»
Kevin era inginocchiato in fondo alla cabina armadio, parzialmente co-
perto dagli abiti appesi. Lentamente spostò il peso sui talloni e si voltò.
Teneva tra le mani una scatola di cartone bianca, grande quanto una scato-
la da scarpe. Dennis vide che la parete dietro gli abiti sembrava una picco-
la saracinesca da garage e poteva essere sollevata e abbassata. Ora era al-
zata e dentro si vedevano pile di scatole bianche.
Kevin gli porse quella che teneva in mano.
«Guarda.»
La scatola era piena di banconote da cento dollari. Kevin ne tirò fuori
una seconda e poi una terza. Erano piene zeppe di soldi. Dennis ne aprì
una quarta. Ancora soldi.
Dennis e Kevin si guardarono.
«Va' a chiamare Mars.»

JENNIFER

Jennifer era preoccupata. Il respiro di suo padre era ridotto a un sibilo.


Gli occhi si muovevano spasmodici sotto le palpebre, come succede quan-
do si sta facendo un brutto sogno. Prese un cuscino dal divano e glielo mi-
se sotto la testa, quindi si sedette accanto a lui, tenendogli il ghiaccio pre-
muto contro il capo. Ora la ferita non sanguinava più, ma era rossa e in-
fiammata, e sul viso si stava allargando un brutto ematoma.
Thomas le diede un colpetto al ginocchio e le sussurrò: «Perché non si
sveglia?».
Prima di rispondere, lei lanciò un'occhiata a Mars. Aveva trascinato la
scrivania sull'altro lato della stanza e ci si era seduto sopra per poter osser-
vare meglio le mosse della polizia.
«Non lo so.»
«Morirà?»
Anche Jennifer lo temeva, ma non voleva dirlo. Pensava che suo padre
potesse avere una commozione cerebrale, anche se la sua unica esperienza
in questo campo veniva dalla volta in cui il ricevitore della sua squadra di
baseball si era fatto male durante una partita quando aveva bloccato una
casa base e un giocatore più grosso di lui lo aveva travolto. Il ragazzo ave-
va dovuto passare la notte in ospedale ed era rimasto assente da scuola per
due giorni. Jennifer aveva paura che anche suo padre avesse bisogno di un
medico, e che potesse peggiorare senza le cure adeguate.
«Jen?»
Thomas la richiamò con un altro colpetto, sussurrando con insistenza.
«Jen?»
Alla fine lei rispose, cercando di sembrare ottimista.
«Credo che abbia una commozione cerebrale. Tutto qui.»
Il telefono sulla scrivania squillò. Mars lo guardò, ma non si mosse. Il
telefono si zittì nell'attimo in cui Dennis e Kevin ricomparvero dal retro
della casa. Dennis si avvicinò, fissò il padre di Jennifer e poi lei. L'espres-
sione del suo volto le fece accapponare la pelle. Anche Kevìn li stava fis-
sando.
Dennis si accucciò accanto a lei.
«Il tuo vecchio, che lavoro fa?»
«Il contabile.»
«Fa le denunce dei redditi per altri ricconi come lui, gestisce i loro soldi,
cosa?»
«Be'... fa quello che fanno i contabili.»
Sapeva che lo stava provocando, ed era preparata alla sua collera; invece
Dennis parve riflettere. Guardò Thomas, poi di nuovo lei, sorridendo.
«Come ti chiami?»
«Jennifer.»
«Il cognome?»
«Smith.»
«Okay, Jennifer Smith. E il tuo vecchio?»
«Walter Smith.»
Dennis guardò verso Thomas.
«E tu, ciccione?»
«Fottiti.»
Dennis afferrò il ragazzo per l'orecchio.
«Thomas!» si affrettò a rispondere.
«Ciccione, se mi provochi ancora ti rompo il culo. Intesi?»
«Sissignore.»
Dennis lasciò andare l'orecchio.
«Bravo, ciccione.»
Jennifer avrebbe voluto che lui li lasciasse in pace, ma purtroppo non fu
così. Dennis sorrise. «Staremo qui per un po', Jennifer. Dov'è la tua stan-
za?» disse, abbassando la voce.
Lei arrossì violentemente e lui sorrise ancora di più.
«Non pensare male, Jennifer. Non intendevo in quel senso. Pensavo che
avessi freddo, solo con il bikini. Ti prenderò una maglietta per coprire quel
tuo bel corpicino.»
Lei distolse lo sguardo e arrossì ancora di più.
«È al piano di sopra.»
«Okay. Ti porto qualcosa.»
Dennis ordinò a Mars di andare con lui e i due uscirono. Kevin andò alla
finestra.
Il telefono riprese a suonare, ma Kevin fece finta di niente. Gli squilli
parvero andare avanti un'eternità.
Thomas le diede un altro colpetto al ginocchio.
Voltandosi verso di lui, Jennifer vide che era pallido in volto, con chiaz-
ze rosa acceso agli angoli della bocca. Gli succedeva così quando si arrab-
biava. Jennifer sapeva che essere chiamato ciccione lo mandava in bestia.
Lui le diede un altro colpetto. Voleva dirle qualcosa. «Allora?» disse lei,
muovendo silenziosamente le labbra, dopo essersi accertata che Kevin non
li stesse guardando.
Thomas si avvicinò. Le chiazze rosa agli angoli della bocca si fecero più
accese.
«So dove papà tiene una pistola» disse in un sussurro.

Venerdì, 17.10

GLEN HOWELL

Dopo quindici squilli, Glen Howell chiuse il cellulare. La cosa non gli
piaceva. Era atteso, e sapeva che chi lo aspettava rispondeva sempre al te-
lefono. Era irritato dal fatto che quel figlio di puttana avesse scelto di non
rispondere proprio adesso, quando lui era già così in ritardo. Nel mondo di
Glen Howell i ritardi non erano tollerati e le scuse erano meno che inutili.
Le punizioni potevano essere severe.
Howell non sapeva perché le strade che portavano agli York Estates fos-
sero bloccate, ma il traffico era fermo. Doveva trattarsi di un guasto a una
conduttura del gas o qualcosa del genere: una cosa grossa, se erano arrivati
a chiudere l'intero complesso, bloccando il traffico e facendo perdere del
tempo a tutti. I ricchi non amano i contrattempi.
Il finestrino della grossa Mercedes Classe S si abbassò senza fare rumo-
re. Glen mise fuori la testa, cercando di capire il motivo di quel rallenta-
mento. Un poliziotto smistava il traffico all'incrocio; fece allontanare alcu-
ne auto con un gesto, ma lasciò passare il furgone di una stazione televisi-
va. Glen chiuse il finestrino, e subito il vetro oscurato attenuò il bagliore
del sole. Prese dalla tasca la Smith & Wesson calibro 40 e la mise nel vano
portaoggetti. Aveva una regolare licenza rilasciata dallo Stato della Cali-
fornia, ma non voleva attirare l'attenzione nel caso fosse stato costretto a
scendere dall'auto.
Guardò l'orologio per la quarta volta nel giro di cinque minuti. Ne aveva
già dieci di ritardo. Di questo passo sarebbero diventati ancora di più. Tre
delle auto davanti a lui erano state deviate, una era passata, e ora era il suo
turno. Il poliziotto era giovane, alto e squadrato, con un pomo d'Adamo
prominente.
Glen abbassò il finestrino. Il caldo lo investì, facendogli desiderare di
essere a Palm Springs invece che lì, a fare il fattorino. Provò ad assumere
un atteggiamento superiore e professionale, cercando di far leva sulle dif-
ferenze sociali: un ricco uomo d'affari, un impiegato pubblico senza istru-
zione.
«Cosa succede, agente? Perché la strada è bloccata?»
«Lei vive qui, signore?»
Glen sapeva che, se avesse risposto di sì, il poliziotto avrebbe potuto
chiedergli la patente per verificare il suo indirizzo, e lui non voleva essere
sorpreso a mentire.
«Ho un appuntamento di lavoro. Mi stanno aspettando.»
«Abbiamo un problema all'interno, e siamo stati costretti a isolare la zo-
na. Facciamo passare solo i residenti.»
«Che genere di problema?»
Il poliziotto parve incerto.
«Ha dei familiari che abitano qui, signore?»
«Solo degli amici, agente. Ma quello che mi dice mi fa preoccupare per
loro.»
Il poliziotto aggrottò la fronte e si voltò a guardare la fila di auto dietro a
quella di Glen.
«Be', degli individui sospettati di aver commesso una rapina si sono as-
serragliati in una delle case. Siamo stati costretti a evacuare parecchie abi-
tazioni e a isolare il complesso finché la zona non sarà sicura. Potrebbe vo-
lerci un po' di tempo.»
Glen annuì, cercando di apparire ragionevole. Dopo dieci secondi aveva
già capito che non sarebbe servito a nulla allungargli un centone per con-
vincerlo a lasciarlo passare. Quel tizio non avrebbe mai accettato.
«Senta, agente, il mio cliente mi sta aspettando. Non ci vorrà molto,
davvero. Pochi minuti e me ne vado.»
«Mi dispiace, signore, ma non è possibile. Se vuole può telefonare a
quella persona e chiederle di venire qui, se è ancora in casa. Abbiamo
mandato degli agenti di porta in porta per avvertire i residenti di non muo-
versi o per accompagnarli fuori. Non posso farla passare.»
Glen si sforzò di restare calmo. In ogni confronto, il suo primo impulso
era sempre stato quello di mettere mano alla pistola e piazzare due pallot-
tole in fronte al suo avversario, ma ora riusciva a dominarsi. Anni di tera-
pia gli avevano insegnato che, nonostante la sua personalità iraconda, po-
teva riuscire a controllarsi. E ora si controllò.
«Okay. Potrebbe essere un'idea. Posso parcheggiare là per telefonare?»
«Certamente.»
Glen accostò l'auto, quindi chiamò di nuovo. Anche questa volta lasciò
squillare quindici volte, ma non ebbe risposta. La cosa non gli piaceva.
Con tutta quella polizia in giro, il suo uomo poteva essersela fatta addosso
dalla paura ed essersi nascosto sotto il letto, o forse era stato costretto ad
abbandonare l'abitazione. Era addirittura possibile che si ritrovasse dentro
casa un gruppo di poliziotti che la utilizzava come posto di comando, o
qualcosa del genere. Al pensiero, Glen scoppiò in una fragorosa risata. No,
questo non era possibile, doveva essere stato evacuato. In quel caso avreb-
be chiamato Palm Springs per fissare un incontro da qualche altra parte, e
Palm Springs avrebbe avvertito lui. Probabilmente il poliziotto sapeva qua-
li famiglie erano state evacuate, o avrebbe potuto scoprirlo, ma lui non vo-
leva attirare l'attenzione sul suo uomo.
Glen fece una lenta inversione di marcia e si avviò nella direzione da cui
era venuto, immerso nelle proprie riflessioni, quando vide che un altro fur-
gone di una rete televisiva si metteva in coda. Decise di tentare la sorte e
abbassò il finestrino, avvicinandosi al veicolo. L'autista era un tizio quasi
calvo, con un ciuffo di capelli dietro le orecchie e la pelle cascante. Sul se-
dile del passeggero era appollaiata una donna orientale tutta azzimata e con
le labbra turgide. Glen pensò che fosse la bella del notiziario e si chiese se
quella bocca carnosa fosse naturale o siliconata. Le donne che si iniettava-
no quella schifezza nelle labbra gli facevano venire i brividi. Decise che
probabilmente era una che sputava quando parlava.
«Scusate» disse. «Non vogliono dirmi cosa sta succedendo, so solo che
alcune persone del complesso sono state evacuate. Voi ne sapete niente?»
La donna si voltò e si sporse in avanti per vedere oltre l'autista.
«Non lo sappiamo per certo, ma pare che tre tizi che fuggivano dopo a-
ver compiuto una rapina abbiano preso in ostaggio una famiglia.»
«Davvero? Ma è terribile.»
A Glen non importava un accidente, se non fosse stato per il fatto che gli
stavano rovinando la giornata. Gli venne in mente che forse avrebbe potuto
convincere l'autista a portarlo con loro.
«Lei abita qui?» chiese la donna.
Glen capì dove stava cercando di arrivare e cominciò a rilassarsi. Forse,
se avesse avuto il dubbio che lui sapeva qualcosa di utile, sarebbe stata di-
sposta a farlo entrare insieme a loro.
«No, io no, ma ho degli amici che ci vivono. Perché?»
La coda di veicoli si stava muovendo, ma il furgone restava fermo. La
giornalista sfogliò un taccuino giallo.
«Notizie non confermate dicono che sono coinvolti dei bambini, ma non
riusciamo a trovare nessuno che ci dica qualcosa di questa famiglia. Si
chiamano Smith.»
La grossa Mercedes avvertì che la temperatura era salita. Il condiziona-
tore si mise a pompare più forte, ma Glen non se ne accorse.
«Come ha detto che si chiamano?»
«Walter Smith e signora. Abbiamo saputo che hanno due bambini, un
ragazzo e una ragazza.»
«E li hanno presi in ostaggio? Questi tre tizi hanno preso in ostaggio gli
Smith?»
«Esattamente. Li conosce? Stiamo cercando di avere notizie dei bambi-
ni.»
«Mi spiace, ma non li conosco.»
Glen chiuse il finestrino e ripartì. Guidò lentamente, in modo da non at-
tirare l'attenzione. Aveva la strana sensazione di trovarsi al di fuori del
proprio corpo, come se il mondo si fosse ritirato e lui non ne facesse più
parte. Il condizionatore andava al massimo. Walter Smith. Tre stronzi ave-
vano fatto irruzione nella casa di Walter Smith, che ora era circondata da
poliziotti e telecamere, e tutto il fottiitissimo complesso isolato.
Tre isolati più avanti, Glen si infilò in un parcheggio. Tirò fuori la pisto-
la dal vano portaoggetti e se la mise in tasca. Si sentiva più sicuro, con
quella. Aprì di nuovo il telefono e compose un altro numero. Questa volta
risposero al primo squillo.
Glen pronunciò solo tre parole.
«Abbiamo un problema.»
Venerdì, 17.26
Palm Springs, California

SONNY BENZA

L'ossigeno era la chiave. Sonny fece un respiro profondo, nel tentativo


di alimentare il suo cuore. Aveva quarantasette anni, la pressione alta, e
viveva nel terrore dell'infarto che si era portato via suo padre a cinquanta-
cinque.
Sonny Benza si trovava nella sala da biliardo della sua grande casa ap-
pollaiata sulle alture di Palm Springs. Fuori, Chris e Gina, i suoi due bam-
bini a casa per le vacanze, sguazzavano in piscina. Dentro, sudando come
porci, Phil Tuzee e Charles "Sally" Salvetti stavano trascinando un televi-
sore accanto allo schermo gigante, un Sony da trentasei pollici. Lavorava-
no in fretta, freneticamente, ansiosi di collegarlo. Tra lo schermo gigante,
con la funzione "immagine nell'immagine", e il Sony sarebbero stati in
grado di seguire tutte e tre le maggiori stazioni televisive di Los Angeles.
Due trasmettevano vedute dall'alto della casa di Walter Smith, la terza la
faccia di un tizio effeminato che parlava davanti a una stazione di riforni-
mento.
Sonny Benza ancora non riusciva a crederci.
«Cosa sappiamo? Non queste stronzate che dicono in televisione... cosa
sappiamo per certo? Forse si tratta di un altro Walter Smith.»
Salvetti si asciugò il sudore dalla fronte, pallido sotto l'abbronzatura da
Palm Springs.
«Ha chiamato Glen Howell, Sonny. Si trova nelle vicinanze della casa. È
il nostro Walter Smith.»
Tuzee fece un piccolo gesto con le mani, cercando di calmare gli animi.
«Cerchiamo di non agitarci. Calmiamoci e affrontiamo la questione un
passo alla volta. Non è che abbiamo i federali alla porta.»
«Non ancora.»
Phil Tuzee sembrava sul punto di farsela addosso. Sonny gli mise un
braccio intorno alle spalle, stringendolo, per fargli vedere che aveva tutto
sotto controllo.
«Abbiamo ancora dieci, quindici minuti prima che arrivino, eh, Phil?»
Tuzee rise. Bastò quello, e si sentirono subito più calmi. Preoccupati,
certo, consapevoli di avere un grosso problema per le mani, ma la prima
ondata di panico era passata. Ora avrebbero affrontato razionalmente la si-
tuazione.
«Allora» disse Benza «come siamo messi, esattamente? Cos'ha Smith in
casa?»
«È periodo di denunce dei redditi, Sonny. Dobbiamo presentare i reso-
conti trimestrali della società. Ha tutti i nostri registri.»
Benza sentì un brivido.
«Ne sei sicuro? Glen non era passato a ritirarli?»
«Ci stava andando quando è scoppiato il casino. È arrivato là e ha sco-
perto che l'intero complesso è stato isolato. Ha detto che Smith non ri-
sponde al telefono, cosa che farebbe se potesse, e poi ha saputo di questa
storia da alcuni reporter. Tre stronzi hanno fatto irruzione nella casa per
sfuggire alla polizia e ora tengono in ostaggio lui e la sua famiglia. È il no-
stro Walter Smith.»
«E tutte le nostre carte sono ancora lì da lui.»
«Tutte.»
Benza fissò i televisori. Fissò la casa sugli schermi. Fissò gli agenti di
polizia che circondavano la casa, accucciati dietro i cespugli e le auto.
Le attività legali di Sonny Benza comprendevano sedici bar, otto risto-
ranti, una società di catering, e tredicimila ettari di vigneti nella California
centrale. Queste attività erano già di per sé remunerative, ma servivano an-
che a riciclare i novanta milioni di dollari generati annualmente da traffico
di droga, contrabbando e commercio con l'estero di veicoli e macchinari
edili rubati. Il compito di Walter Smith era quello di creare una do-
cumentazione falsa, ma credibile, che giustificasse i profitti delle attività
legittime. Benza avrebbe poi consegnato questi documenti ai suoi "veri"
contabili che, a loro volta, avrebbero presentato regolari denunce dei reddi-
ti ignari del fatto che i dati su cui avevano lavorato erano stati falsificati.
Benza avrebbe pagato regolarmente le tasse (tolta ogni detrazione legal-
mente applicabile), dopodiché sarebbe stato in grado di versare in banca,
spendere o investire il contante che restava. Perché potesse fare questo,
Walter Smith teneva la contabilità di tutte le attività di Benza, legali e ille-
gali.
E la contabilità era nei suoi computer.
Nella sua casa.
Circondata da poliziotti.
Sonny andò alla grande vetrata da cui si godeva una vista mozzafiato di
Palm Springs adagiata nel deserto sottostante.
Phil Tuzee lo seguì, cercando di mostrare un atteggiamento ottimista.
«Senti, Sonny, sono solo tre ragazzi. Si stancheranno e usciranno. Smith
sa cosa fare. Nasconderà la nostra roba. Quelli si arrendono, la polizia li
arresta e la cosa finisce lì. Non c'è motivo per cui la polizia debba perquisi-
re la casa.»
Sonny non lo stava ascoltando. Pensava a suo padre. Un tempo Frank
Sinatra viveva lì, su quella strada, nella casa che aveva fatto ristrutturare
con l'idea di ricevere John Kennedy, spendendo duecentomila dollari per
rimetterla a nuovo solo perché lui e "The Man" potessero godersi qualche
ragazza sul bordo della piscina mentre discutevano di affari; aveva gettato
via tutti quei soldi solo per vedersi scaricare da JFK che, dopo che gli as-
segni erano stati firmati e il lavoro ultimato, si era rifiutato di fargli visita.
Pare che allora Sinatra andò su tutte le furie, si mise a sparare contro le pa-
reti, gettò i mobili in piscina, urlando che gli avrebbe sparato di persona a
quel figlio di puttana del presidente degli Stati Uniti. Chissà come, si era
messo in testa che Kennedy avrebbe accettato di diventare culo e camicia
con un cantante in odore di amicizie mafiose. La casa di Sonny Benza era
un po' più in alto sulla collina rispetto alla vecchia residenza di Sinatra, e
più grande, ma suo padre era rimasto molto colpito dalla casa del cantante.
La prima volta che era andato da lui era sceso a piedi lungo la strada, vi si
era fermato davanti ed era rimasto a guardarla come se fossero vestigia
dell'impero romano.
"La cosa migliore che io abbia mai fatto, Sonny, è stata di cedere le re-
dini a te. Guarda quanta strada hai fatto, e ora vivi nello stesso quartiere di
Francis Albert."
I persiani che allora vivevano nella casa si erano così spaventati per la
presenza del padre di Sonny che avevano chiamato la polizia.
«Sonny?»
Benza si voltò a guardare l'amico. Tuzee era sempre stato la persona a
lui più vicina, fin da quando erano ragazzi.
«I registri non mostrano solo le nostre attività, Phil. Indicano da dove ar-
rivano i soldi, come li ricicliamo e come li dividiamo con le famiglie del-
l'altra costa. Se la polizia mette le mani su quei dati, non saremo gli unici a
cadere. Anche la costa orientale prenderà una bella batosta.»
Phil Tuzee espirò come se fosse sul punto di crollare.
Sonny si voltò verso gli altri. Lo guardavano. Aspettavano ordini.
«Okay. Sono solo ragazzi. La polizia gli darà il tempo di calmarsi, di ca-
pire che sono in trappola e che l'unica via d'uscita è arrendersi. Nel giro di
due ore al massimo usciranno con le mani alzate e finiranno alla stazione
di polizia per fare la loro brava deposizione. Fine della storia.»
A sentirlo dire così, aveva senso.
«Ma questa è l'ipotesi migliore. Nella peggiore, potrebbe esserci un ba-
gno di sangue. E quando tutto è finito, gli investigatori entrano per racco-
gliere le prove e se ne escono con il computer di Smith. Se dovesse succe-
dere, noi finiamo in galera per il resto dei nostri giorni.»
Guardò i suoi uomini, uno per uno.
«Sempre che viviamo abbastanza a lungo da finire sotto processo.»
Salvetti e Tuzee si scambiarono un'occhiata, ma nessuno dei due aggiun-
se una parola, perché sapevano che era vero. Le famiglie della costa orien-
tale li avrebbero uccisi.
«Forse dovremmo avvertirli» disse Tuzee. «Chiamiamo il vecchio Ca-
stellano e gli raccontiamo come stanno le cose. Potremmo tenerli buoni per
un po'.»
Salvetti alzò le mani al cielo.
«Per carità! Non se ne parla nemmeno. Andrebbero fuori di testa e ci
salterebbero addosso.»
Sonny era della stessa idea.
«Sally ha ragione. Dobbiamo occuparci al più presto di questo problema
con Smith, e risolverlo prima che quei bastardi di Manhattan lo vengano a
sapere.»
Sonny tornò a guardare i televisori, riflettendo. Controllo e riservatezza.
«Sotto che giurisdizione cade? Polizia di Los Angeles?»
Salvetti emise un grugnito. Come Phil Tuzee, si era laureato in legge alla
University of South California - gli studi se li era pagati rubando auto e
vendendo cocaina - e conosceva bene il codice penale.
«Bristo Camino è una municipalità autonoma nella Canyon Country. E
hanno il loro Dipartimento di polizia: dieci, quindici agenti in tutto. Stiamo
parlando di un foruncolo sul culo di Los Angeles.»
Tuzee scosse il capo.
«Questo non ci aiuta. Se la polizia locale non ce la fa da sola, chiamerà
lo sceriffo, se non addirittura i federali. Ci manca solo questo, i federali. In
un modo o nell'altro, non si tratta di qualche poliziotto di campagna.»
«Questo è vero, Phil, ma tutto dovrà passare attraverso la polizia di Bri-
sto, perché la giurisdizione resta comunque la loro. Hanno un capo della
polizia. Anche se passa il controllo ad altri, il capo resta sempre lui.»
Sonny si girò verso gli schermi. Una telecamera stava inquadrando la
casa dalla strada. A Sonny parve di vedere qualcuno muoversi dietro una
finestra, ma non ne era certo.
«Questo capo della polizia, come si chiama?»
Salvetti lanciò un'occhiata ai suoi appunti.
«Talley. L'ho visto quando lo intervistavano.»
La telecamera passò a inquadrare tre poliziotti accucciati dietro un'auto-
pattuglia. Uno di loro stava indicando con il dito il lato della casa, come se
stesse impartendo degli ordini. Sonny si chiese se quello fosse Talley.
«Mandiamo là qualcuno dei nostri. Quando arrivano gli uomini dello
sceriffo e i federali, voglio sapere chi li comanda e se si è mai occupato di
crimine organizzato.»
In quel caso, avrebbe dovuto prestare molta attenzione a chi mandava
sul posto.
«Ci ho già pensato, Sonny. Sono per strada, gente pulita, nessuno che
possa essere riconosciuto.»
Benza annuì.
«Voglio sapere tutto quello che esce da quella casa. Voglio sapere chi
sono i tre stronzi che hanno combinato questo casino. Quel bastardo di
Smith potrebbe parlare, anche solo per salvare se stesso e la sua famiglia.
Potrebbe spifferare tutto.»
«Non è così stupido.»
«Be', io voglio esserne sicuro, Phil.»
«Ho capito. Me ne occupo io.»
Sonny Benza continuò a osservare i tre poliziotti accucciati al riparo die-
tro l'autopattuglia. Quello che lui pensava fosse il capo della polizia stava
parlando a un telefono cellulare. Non aveva mai ammazzato un poliziotto
perché era dannoso per gli affari, ma adesso non avrebbe esitato un attimo.
Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Anche se questo si-
gnificava ammazzare un poliziotto.
«Voglio sapere di questo Talley. Scopri tutto quello che c'è da scoprire,
e come possiamo fare pressioni su di lui. Prima di stasera voglio averlo in
pugno.»
«Tranquillo, Sonny. Consideralo già fatto.»
«Sarà meglio per tutti.»

Parte seconda
LA MOSCA

6
Venerdì, 18.17

TALLEY

Due degli agenti di Talley incaricati del turno di notte, Fred Cooper e
Joycelyn Frost, arrivarono a bordo delle loro auto personali. Cooper era
senza fiato, come se fosse venuto di corsa da casa sua, a Lancaster; Frost
non aveva neppure perso tempo a indossare l'uniforme: si era infilata il
giubbotto antiproiettile e il cinturone con la fondina sopra una maglietta di
cotone e un paio di calzoncini sformati che lasciava scoperte le gambe pal-
lide come la pasta di pane cruda. Raggiunsero Campbell e Anders sulla
strada.
Talley sedeva immobile a bordo della sua auto.
Quando era ancora con la Swat e veniva chiamato a risolvere situazioni
simili, in cui qualcuno si era barricato all'interno di un edificio con degli
ostaggi, l'unità di crisi era formata da una squadra tattica, una di negoziato-
ri, una che gestiva le comunicazioni, più i supervisori che coordinavano
tutte le operazioni. Già solo la squadra dei negoziatori comprendeva un
supervisore, un agente incaricato di raccogliere informazioni e condurre
interrogatori, un primo negoziatore per trattare con il soggetto, un secondo
negoziatore con il compito di prendere appunti e tenere nota di tutto, più
uno psicologo di sostegno per valutare la personalità del soggetto e sugge-
rire le adeguate tecniche di trattativa. Ora Talley poteva contare solo su se
stesso e una manciata di agenti privi di qualsiasi preparazione.
Chiuse gli occhi.
Sapeva che quelli erano i primi momenti di panico. Si costrinse a con-
centrarsi sulle cose fondamentali da fare: isolare la zona, raccogliere in-
formazioni, tenere calmo Rooney. Solo questo, finché non fossero arrivati
gli uomini dello sceriffo a prendere in mano la situazione. Talley ripassò
mentalmente l'elenco: era l'unico modo per impedire che la testa gli esplo-
desse.
Sarah lo chiamò via radio.
«Capo?»
«Parla, Sarah.»
«Mikkelson e Dreyer hanno la registrazione video del sistema di sicu-
rezza del minimarket. Dicono che i tizi si vedono perfettamente, come un
punto nero sul naso.»
«Stanno venendo qui?»
«Sì. Arriveranno fra cinque minuti. Forse meno.»
Pensando alla cassetta, Talley cominciò a rilassarsi: era qualcosa di con-
creto su cui concentrarsi. Vedere Dennis Rooney e gli altri soggetti avreb-
be reso più facile decifrare i contenuti emotivi nella voce del ragazzo. Non
aveva mai rischiato la vita di un ostaggio basandosi sul proprio intuito, ma
era convinto che ci fossero sottili indizi di punti deboli, o di forza, che un
negoziatore accorto poteva decifrare. Quella era una cosa che sapeva, che
gli era familiare.
I suoi quattro agenti lo fissavano. In attesa.
Talley scese dall'auto e si avviò verso di loro. Metzger aveva un'espres-
sione sulla faccia come per dire: "Era ora".
Avevano bisogno di un posto in cui visionare la cassetta. Talley incaricò
Metzger di occuparsene, quindi assegnò gli altri compiti: qualcuno doveva
scoprire se gli Smith avessero dei parenti nella zona e, in quel caso, avver-
tirli; poi dovevano rintracciare la signora Smith in Florida. Gli uomini del-
lo sceriffo avrebbero avuto bisogno di una piantina della casa e di sapere
se questa fosse dotata di qualche impianto di allarme; se non ne avessero
trovato una copia all'ufficio del catasto, qualche vicino avrebbe potuto far-
ne uno schizzo. Inoltre bisognava scoprire, sempre tramite i vicini, se
qualcuno degli Smith aveva bisogno di farmaci salvavita.
Talley cominciò a sentirsi a proprio agio nel familiare svolgersi dell'a-
zione. Era un lavoro che aveva già fatto altre volte, finché non ne era stato
annientato.
Stava terminando di assegnare gli incarichi quando arrivarono Mikkel-
son e Dreyer con la cassetta. Li incontrò in una grande casa in stile medi-
terraneo, proprietà di una donna corpulenta dall'aspetto solare, originaria
del Brasile, la signora Pena. Talley si identificò come capo della polizia e
la ringraziò per la sua collaborazione. Lei li accompagnò in un soggiorno
spazioso, spiegando come funzionava il videoregistratore. Mikkelson inse-
rì la cassetta.
«Abbiamo guardato il nastro da Kim per essere sicuri di avere qualcosa.
L'ho fermato al momento dell'irruzione.»
«Hai trovato qualcosa a carico di Rooney? Arresti o multe della Strada-
le?»
«Sì, signore.»
Dreyer aprì il blocchetto delle multe. Talley vide che aveva scaraboc-
chiato gli appunti sopra una contravvenzione, probabilmente mentre stava
guidando.
«Dennis James Rooney. Ha un fratello più giovane di lui, Kevin Paul,
diciannove anni. Vivono insieme ad Agua Dulce. Dennis ha appena scon-
tato trenta giorni al Formicaio per una violazione di domicilio con furto,
patteggiata in furto semplice. Ha molti precedenti, compresi furto d'auto,
taccheggiamento, detenzione di droga, possesso di merce rubata, guida in
stato di ubriachezza. Il fratello, Kevin, è stato in riformatorio per furto
d'auto. Anche se in momenti diversi, sono stati entrambi in affidamento o
sotto tutela dello Stato. Nessuno dei due ha terminato la scuola.»
«Precedenti per reati violenti?»
«Non c'è altro, a parte quello che le ho detto.»
«Quando abbiamo finito qui, voglio che tu vada a parlare con il loro pa-
drone di casa. Gente come questa è sempre in arretrato con l'affitto o fa
troppo rumore, ed è possibile che il padrone di casa abbia dovuto richia-
marli all'ordine. Nel caso, voglio sapere come hanno reagito. Scopri se
l'hanno minacciato, magari tirando fuori un'arma, o se invece se ne sono
stati calmi e tranquilli.»
Talley sapeva che il comportamento precedente di un soggetto criminale
era un buon modo per prevedere quello futuro. Era plausibile che persone
che in passato avevano fatto ricorso alla violenza e all'intimidazione rea-
gissero con percosse e minacce. Era il loro modo di affrontare lo stress.
«Fatti dire dal padrone di casa se hanno un'occupazione, nel qual caso
chiedi ai loro datori di lavoro di venire a parlare con me.»
«Ricevuto.»
Mikkelson si allontanò dal videoregistratore.
«Siamo pronti, capo.»
«Vediamo.»
Lo schermo prese vita mentre la cassetta partiva. Le vivaci immagini a
colori di una soap opera in lingua spagnola vennero quasi immediatamente
sostituite dai muti fotogrammi in bianco e nero registrati dal sistema di si-
curezza del minimarket di Junior Kim. Dall'inquadratura si capiva che la
telecamera era montata in alto sulla destra rispetto al registratore di cassa,
e inquadrava Junior Kim e una piccola zona dietro il bancone, che termi-
nava sulla sinistra dell'inquadratura, mentre sulla destra si vedeva il primo
scaffale. La telecamera offriva una veduta parziale del resto del negozio.
Sulla parte inferiore destra dello schermo, dei numeretti bianchi riempiva-
no la casella del contaminuti.
«Okay. Eccoli che arrivano» disse Mikkelson. «Il tizio che crediamo sia
Rooney è entrato qualche minuto prima, poi è uscito. Qui dove inizia la
registrazione saranno passati circa cinque minuti.»
«Okay.»
Un maschio di razza bianca, con i lineamenti affilati, che corrispondeva
alla descrizione di Dennis Rooney aprì la porta e andò dritto verso Kim
Junior. Insieme a lui entrò un altro maschio di razza bianca, con la faccia
larga e una corporatura più massiccia. Il secondo uomo aveva il cranio ra-
sato.
«Questo è il fratello di Rooney?»
«Sta per entrare il terzo uomo, quello che somiglia a Rooney.»
Un terzo individuo apparve prima che Mikkelson finisse di parlare. An-
che se era più basso e più magro, dalla somiglianza Talley capì che si trat-
tava del fratello di Dennis Rooney, Kevin, che indossava una T-shirt dei
Lemonheads. Kevin rimase ad aspettare vicino alla porta.
Talley studiò le loro espressioni e il modo in cui si muovevano. Dennis
era un bel ragazzo, con uno sguardo duro ma indeciso. Aveva una cammi-
nata arrogante e dinoccolata. Talley pensò che fosse tutta una posa, ma non
avrebbe saputo dire se a beneficio degli altri o di se stesso. Kevin si ap-
poggiava un po' su un piede un po' sull'altro, continuando a guardare ora
Dennis ora la pompa di benzina davanti al negozio. Era chiaramente terro-
rizzato. Il tizio più grosso, invece, quello con la faccia piatta e larga, aveva
occhi del tutto inespressivi.
«Sappiamo chi è quello grosso?»
«No, signore.»
«La telecamera è nascosta?»
«È appesa al soffitto, in bella vista, e questi tipi non si sono neppure
preoccupati di indossare delle maschere.»
Talley guardò il video senza la minima partecipazione. Nel periodo tra-
scorso alla polizia di Los Angeles aveva visto almeno tre o quattrocento di
queste registrazioni, tutte che riprendevano rapine finite in tragedia, pro-
prio come stava per accadere con questa, e solo un rapinatore su venti si
era preoccupato di nascondere il volto. Perlopiù non gliene importava, op-
pure non ci pensavano. I geni non si danno al crimine. Soltanto il primo
video lo aveva scioccato. Aveva ventidue anni, era appena uscito dall'ac-
cademia ed era ancora un ufficiale giudiziario addetto alla sorveglianza
delle persone in libertà vigilata. Aveva visto una ragazzina vietnamita di
tredici anni entrare in un negozietto come quello, sparare a bruciapelo in
faccia al vecchio commesso negro, e poi rivolgere la pistola verso l'unica
persona presente nel negozio, una donna latinoamericana incinta, di nome
Muriel Gonzales. La donna era caduta in ginocchio, implorando con le
mani alzate di essere risparmiata. La vietnamita le aveva poggiato la canna
della pistola contro la fronte e, senza la minima esitazione, aveva fatto
fuoco. Poi, con calma, era andata dietro il bancone e aveva ripulito la cas-
sa, prima di avviarsi verso l'uscita. Giunta sulla porta, aveva esitato un at-
timo, quindi era tornata al bancone, dove aveva rubato una scatola di ca-
ramelle alla menta. Poi, scavalcato il corpo di Muriel Gonzales, era uscita.
Talley era rimasto così scosso da quegli omicidi che nei due mesi succes-
sivi aveva seriamente pensato di dare le dimissioni.
I fatti al minimarket di Kim erano avvenuti con altrettanta velocità: Ro-
oney che solleva la camicia per far vedere la pistola, quindi salta oltre il
banco. Kim si alza stringendo in mano una pistola. Talley si sentì sollevato
nel vedere che Rooney aveva detto la verità: in tribunale non sarebbe ser-
vito a nulla, ma poteva essere utile per far leva sulla convinzione di Roo-
ney di essere vittima della sfortuna. Al momento gli interessava solo que-
sto: trovare degli elementi da poter usare per manipolare Dennis Rooney.
La lotta fra Rooney e Junior Kim dura pochi secondi, poi Kim barcolla
all'indietro, lasciando cadere la pistola e accasciandosi contro la macchina
delle granite. Si vede chiaramente che Rooney è sorpreso. Salta di nuovo il
banco e corre alla porta. Il tizio più grosso non si muove. Talley lo trovò
strano. Kim è appena stato colpito, Rooney sta scappando, ma quello resta
lì. La pistola di Junior Kim è caduta. Il terzo uomo se la infila in cintura,
quindi si sporge oltre il banco, poggiando tutto il peso sulla mano sinistra.
«Cosa sta facendo?» chiese Mikkelson.
«Sta guardando Kim che muore.»
Il volto pallido e molliccio dell'uomo si increspa. «Gesù, sta sorridendo»
disse Mikkelson.
Talley avvertì un prurito al petto e alla schiena. Fermò la cassetta, quindi
la riavvolse fino al punto in cui il tizio non identificato si sporgeva in a-
vanti.
«Abbiamo bisogno della conferma che il più giovane è Kevin Rooney, e
poi dobbiamo identificare il terzo soggetto. Fate sviluppare delle stampe
dal video. Mostratele al padrone di casa di Rooney, ai vicini, a quelli che
lavorano con lui. In questo modo potremmo riuscire a identificare veloce-
mente anche l'altro uomo.»
Mikkelson lanciò un'occhiata incerta in direzione di Dreyer.
«Ehm, capo, come facciamo a fare delle stampe dal video?»
Talley imprecò sottovoce. A Los Angeles qualunque agente avrebbe
portato la cassetta alla Scientifica di Glendale e un'ora dopo sarebbe stato
di ritorno con tutte le stampe che desiderava. Talley pensò che forse il Di-
partimento di polizia di Palmdale poteva avere l'apparecchiatura necessa-
ria, ma ci si metteva un sacco di tempo per arrivare fin là, specialmente di
venerdì sera.
«Sai quel negozio di computer al centro commerciale?»
«Certo. Quello che vende le PlayStation.»
«Chiamali. Digli che hai un video e chiedi se possono stampare un'im-
magine. Se sanno come fare, portaglielo. Se ti dicono di no, chiama il ne-
gozio di apparecchiature fotografiche di Santa Clarita. Se neanche loro
possono farlo, chiama Palmdale.»
Talley indicò la mano del soggetto sconosciuto posata sul banco, e si
voltò verso Cooper e Frost.
«Avete visto dove mette la mano? Andate da Kim ad attendere gli uomi-
ni dello sceriffo e riferitegli questo. Loro saranno in grado di rilevare una
bella serie di impronte.»
«Sì, signore.»
Talley disse loro di affrettarsi, quindi tornò in strada e salì in macchina.
Pensò all'impressione che aveva ricavato sul conto di Rooney dal video e
dalla loro conversazione. Quel ragazzo voleva essere "capito", ma anche
dare di sé un'immagine esageratamente eroica: duro, virile, dominante.
Talley decise che il giovane aveva pochissima autostima e desiderava ar-
dentemente l'approvazione degli altri, oltre che tentare di dominare l'am-
biente circostante. Era quasi certo che fosse un codardo che mascherava la
sua mancanza di coraggio con un comportamento aggressivo. Talley con-
cluse che avrebbe potuto usare le aspirazioni di Rooney a proprio vantag-
gio. Guardò l'orologio. Era ora.
Talley aprì il cellulare e premette il pulsante di composizione automatica
dell'ultimo numero chiamato. Il telefono in casa Smith prese a squillare. E
andò avanti. Al decimo squillo, Rooney non aveva ancora risposto. Talley
cominciò a preoccuparsi, immaginando una strage, anche se era molto più
probabile che Rooney stesse facendo lo stronzo. Chiamò Jorgenson con la
radio.
«Jorgy, sta succedendo qualcosa nella casa?»
Jorgenson era ancora accucciato dietro la sua auto in fondo al cul-de-sac.
«Nada. Finora è tutto tranquillo. L'avrei chiamata se avessi sentito qual-
cosa.»
«Okay. Resta in linea.»
Talley premette di nuovo il pulsante di ripetizione. Questa volta lasciò
che il telefono suonasse almeno una dozzina di volte prima di chiudere.
Quindi tornò alla radio.
«Hai sentito qualche rumore provenire dalla casa?»
«Mi è parso di sentir squillare il telefono.»
«Vedi qualche movimento?»
«No, capo. È tutto tranquillo.»
Talley si chiese se Rooney si stesse rifiutando di rispondere al telefono.
Nel corso del primo contatto si era dimostrato abbastanza ragionevole.
Talley tornò nuovamente alla radio.
«Chi c'è con gli uomini della Stradale?»
Gli agenti della California Highway Patrol erano stati dispiegati in ap-
poggio ai suoi uomini per rafforzare il controllo del perimetro della pro-
prietà. Utilizzavano le proprie frequenze radio, diverse da quelle della po-
lizia di Bristo.
«Io.»
«Digli di avanzare fino al confine della proprietà. Non voglio che si e-
spongano, ma voglio che Rooney li veda. Falli prendere posizione sui lati
est e ovest, e sul muro posteriore.»
«Ricevuto. Me ne occupo subito.»
Se Rooney non voleva rispondere al telefono, lui lo avrebbe costretto a
chiamare.

DENNIS

Il denaro cambiava tutto. Dennis non riusciva a smettere di pensare al


denaro. Ora non era più sufficiente scappare: voleva scappare con il dena-
ro. Portò Mars a vedere l'armadio, mostrandogli le scatole piene di soldi
che coprivano il pavimento. Dennis posò le mani sulle banconote per assa-
porare la sensazione vellutata. Si portò una mazzetta di banconote da cento
dollari al naso e le fece frusciare, inalando l'odore della carta e dell'inchio-
stro, come pure quello più dolciastro lasciato dalle dita di chi le aveva ma-
neggiate. Cercò di indovinare il numero di banconote per mazzetta. Alme-
no cinquanta, forse cento. Cinquemila dollari. Forse diecimila. Dennis non
riusciva a smettere di toccarle, di accarezzarle. Più morbide di qualsiasi
seno, più setose della coscia di una donna, più sexy del più sexy dei culi.
Si voltò verso Mars con un sorriso così largo che gli vennero i crampi al-
le mascelle.
«Qui dentro dev'esserci un milione di dollari, se non di più. Guarda,
Mars! Questo posto è una banca!»
Mars lanciò appena un'occhiata distratta al denaro. Andò in fondo alla
stanzetta osservando il soffitto e il pavimento, battendo sulle pareti, quindi
si mise a osservare i monitor, scostando le scatole con i piedi.
«È una camera di sicurezza. Porta d'acciaio, pareti blindate, sistemi di al-
larme. È come un bunker. Se qualcuno fa irruzione dentro la casa, ti ci
puoi nascondere. Chissà se ci fanno anche sesso qua dentro?»
Dennis era seccato che Mars dimostrasse così poco interesse per tutti
quei soldi. Lui, invece, avrebbe voluto farne un mucchio e tuffarcisi dentro
nudo.
«Ma chi se ne frega, Mars! Guarda quanti soldi! Siamo ricchi!»
«Siamo intrappolati in una casa.»
Dennis si stava incazzando. Quello era l'evento che avrebbe cambiato la
sua vita, l'evento che, come lui aveva sempre saputo, lo stava aspettando.
Quella casa, quel denaro, lì, adesso... quello era il suo destino e il suo fato;
il momento che lo aveva trascinato per tutti gli anni della sua vita, che lo
aveva spinto a rischiare, a commettere gesti violenti, che lo aveva fatto di-
ventare la star del film della sua vita... e Mars voleva rovinargli la festa. Si
infilò una mazzetta di banconote in tasca e si alzò.
«Mars, ascolta, noi ci porteremo via questi soldi. Li metteremo dentro a
qualcosa. Avranno pure delle valigie, delle borse di plastica.»
«Non possiamo correre con una valigia.»
«Troveremo un modo.»
«Peserà un accidente.»
Dennis si stava incazzando sempre di più. Diede un pugno nel petto a
Mars. Era come colpire un muro, ma Mars distolse lo sguardo. Dennis a-
veva imparato che Mars si lasciava convincere solo se lo picchiavi.
«Ce la faremo. Piuttosto ce li infiliamo su per il culo, ma non li lascere-
mo qui.»
Mars annuì, adeguandosi, proprio come Dennis si aspettava.
«Sono contento che tu abbia trovato i soldi, Dennis. Puoi tenere anche la
mia parte.»
Mars lo deprimeva. Dennis gli disse di tornare nello studio per controlla-
re che Kevin non stesse facendo casini. Quando se ne andò, Dennis provò
un senso di sollievo: quel tipo era strano e lo stava diventando sempre di
più. Se non voleva i soldi, li avrebbe tenuti tutti lui.
Frugò negli altri armadi della camera finché non trovò una valigia Tumi
nera, con la maniglia e le rotelle. Dennis la riempì di mazzette da cento,
tutte banconote usate, usatissime, neppure una nuova. Quando la valigia fu
piena, la trascinò in camera e la posò sul letto. Mars aveva ragione: non
sapeva proprio come avrebbe potuto andarsene da lì trascinandosi dietro
quell'affare. Non avrebbe potuto svignarsela da una finestra o scappare at-
traverso i cortili sul retro, ma avevano due auto e tre ostaggi. Dennis si ri-
fiutava di credere di essere arrivato così vicino al proprio destino e dover-
selo lasciar sfuggire dalle mani.
Tornò nello studio e trovò Mars che guardava la televisione. Mars alzò il
volume.
«Sei su tutti i canali, amico. Sei diventato una star.»
Dennis si vide sullo schermo. I giornalisti avevano scovato una vecchia
foto di un suo arresto, che ora campeggiava nell'angolo superiore destro
dello schermo. Sembrava Charles Manson.
L'inquadratura cambiò, sostituita da una veduta aerea della casa in cui si
trovavano. Dennis vide le auto della polizia ferme in strada e due poliziotti
accucciati dietro le ruote. Una conduttrice piuttosto figa stava dicendo che
lui era stato recentemente rilasciato dal Formicaio. Dennis si scoprì di
nuovo a sorridere. Qualcosa di indefinibile gli corse nelle vene, proprio
come gli succedeva quando riusciva a rubare un'auto: in parte rabbia e fu-
rore, in parte eccitazione, in parte la splendida sensazione che il mondo in-
tero si stesse congratulando con lui. Eccolo lì, con un milione di dollari
tutti per lui, eccolo lì, in televisione. Era un grosso VAFFANCULO per i
suoi genitori, per i suoi insegnanti, per i poliziotti, per tutti gli stronzi che
lo avevano ostacolato. VAFFANCULO! Era arrivato. Era se stesso. Era
meglio del sesso.
«E vai! Vai così!»
Andò alla porta.
«Kevin! Vieni a vedere!»
Il telefono si mise a squillare rompendo l'incantesimo. Doveva essere
Talley. Dennis lo ignorò e tornò davanti al televisore. Gli elicotteri, i poli-
ziotti, i reporter... erano tutti lì per lui. Quello era il Dennis Rooney Show,
e lui aveva appena pensato a un finale: avrebbero usato i ragazzini come
ostaggi e sarebbero arrivati al confine a bordo di quella grossa Jaguar luc-
cicante, con gli elicotteri che riprendevano e trasmettevano dal vivo ogni
istante del viaggio.
Dennis diede un colpo sul braccio a Mars.
«Io so come faremo, amico. Useremo la Jaguar. Prendiamo i soldi e i
bambini, e lasciamo qui il padre. La polizia ci lascerà in pace se abbiamo i
ragazzini. Ce ne andiamo dritti a Tijuana.»
Mars si strinse nelle spalle, calmo, la voce poco più che un sussurro.
«Non funzionerà, Dennis.»
Dennis si irritò nuovamente.
«Perché no?»
«Ci spareranno nelle gomme e poi un cecchino della polizia ti pianterà
una pallottola in mezzo alla fronte da cento metri di distanza.»
«Cazzate, Mars. O.J. Simpson se n'è andato in giro per ore.»
L'inquadratura cambiò di nuovo, sostituita da una veduta aerea del
minimarket circondato da macchine della polizia. L'immagine zumò len-
tamente intorno alle auto. Quel movimento gli fece venire la nausea, come
quando viaggiava in macchina sul sedile posteriore. Osservò i poliziotti
accucciati dietro le auto e temette che Mars avesse ragione a proposito dei
cecchini. Era proprio il genere di giochetto che quegli stronzi della polizia
erano capacissimi di fare.
Stava ancora pensando a questo quando Kevin si mise a urlare dal suo
punto di osservazione dietro le porte finestre.
«Dennis! Qua fuori è pieno di poliziotti! Stanno arrivando!»
Dennis dimenticò i cecchini e corse dal fratello.

TALLEY

Talley era nel cul-de-sac, in attesa dietro la sua auto, quando Dennis
cominciò a urlare dall'interno della casa. Lo lasciò sfogare, poi aprì il cel-
lulare e lo chiamò.
Dennis rispose al primo squillo.
«Bastardo! Di' a quei fottuti poliziotti di allontanarsi! Non li voglio così
vicini!»
«Calmati, Dennis. Stai dicendo che non ti va di vedere poliziotti intorno
alla casa?»
«Piantala di ripetere tutto quello che ti dico! Sai benissimo cosa voglio
dire!»
«Lo faccio solo per essere sicuro di aver capito bene. Non possiamo
permetterci malintesi.»
«Se quei bastardi cercano di entrare qui dentro, io faccio una strage! Li
ammazzo tutti!»
«Nessuno ti farà del male, Dennis. Te l'ho detto anche prima. Ora dam-
mi un minuto per capire cosa sta succedendo qua fuori, d'accordo?»
Talley premette il tasto di attesa, escludendo Dennis dalla comunicazio-
ne.
«Jorgy, sei con gli agenti sul perimetro della proprietà?»
«Sì, signore.»
«Sono ancora sui muri dove li abbiamo fatti mettere?»
«Sì, signore. Due a nord sulla Flanders, altri due in ognuno dei cortili la-
terali sul retro.»
Talley riaprì la comunicazione.
«Dennis, sto controllando, d'accordo? Dimmi cosa vedi.»
«Vedo dei fottuti poliziotti. Ce li ho qui davanti. Sono troppo vicini!»
«Io non riesco a vederli da dietro la mia auto. Aiutami, okay? Dove so-
no?»
Talley udì dei rumori attutiti, come se Rooney si stesse muovendo con il
telefono. Si chiese se fosse un telefono senza fili. Come tutti i negoziatori
che dovevano liberare degli ostaggi, odiava i cordless e i cellulari perché
davano la possibilità di muoversi. Con gli apparecchi fissi si poteva stabili-
re una posizione certa. A quel punto sapevi dove si trovava il soggetto ogni
volta che era al telefono con te. Se dovevi lanciare un'azione, conoscere
con certezza la posizione del soggetto poteva salvare delle vite.
«Sono tutt'intorno!» urlò Rooney. «Quei bastardi maledetti sono qui, su
questa casa bianca. Sono sul muro! Falli scendere!»
Talley premette nuovamente il tasto di attesa. La casa bianca era una co-
struzione moderna, di pianta estesa e irregolare, alla sua sinistra. Un can-
cello bloccava il vialetto d'accesso. La casa sul lato orientale alla destra di
Talley era grigio scuro. Talley contò fino a cinquanta, poi riaprì la comu-
nicazione.
«Dennis, abbiamo un piccolo problema.»
«Lo puoi ben dire, cazzo. Falli rientrare!»
«Quelli sono uomini della Stradale, Dennis. Io appartengo al Diparti-
mento di polizia di Bristo Camino. Loro non lavorano con me.»
«Stronzate!»
«So già cosa mi diranno.»
«Me ne sbatto di quello che ti diranno! Se superano il muro, qualcuno ci
rimetterà la pelle! Ho degli ostaggi, qui dentro!»
«Se dico a quei tizi che tu stai collaborando, loro saranno più disposti ad
accontentarti. Questo lo capisci, vero? Qua fuori sono tutti preoccupati che
le persone che sono lì dentro stiano bene. Fammi parlare con il signor
Smith.»
«Ti ho detto che stanno bene.»
Talley capì che le cose non stavano proprio come diceva Rooney, e que-
sto lo preoccupò. Di solito, i soggetti che prendono in ostaggio delle per-
sone acconsentono che queste dicano qualche parola, perché tenere in
scacco la polizia li fa sentire potenti. Se Rooney non voleva lasciar parlare
gli Smith significava che aveva paura di ciò che avrebbero potuto dire.
«Dimmi cosa c'è che non va, Dennis.»
«Non c'è niente che non va! Lascerò parlare quel figlio di puttana quan-
do andrà bene a me, d'accordo? Sono io che comando, qui, non tu!»
Sembrava così sotto pressione che Talley decise di fare marcia indietro.
Se nella casa c'era qualcosa che non andava, non voleva peggiorare la si-
tuazione. Ma, dopo aver insistito perché Rooney gli facesse una conces-
sione, doveva per forza ottenere qualcosa, altrimenti avrebbe perso credibi-
lità.
«D'accordo, Dennis. Per adesso va bene così. Ma devi pur darmi qualco-
sa in cambio se vuoi che quegli uomini si ritirino. Senti cosa ti propongo:
tu mi dici chi hai lì con te. Mi dici solo i loro nomi.»
«Lo sai di chi è la casa.»
«Abbiamo sentito dire che insieme ai ragazzi potrebbero esserci dei loro
amichetti.»
«Se te lo dico, convincerai quegli stronzi a ritirarsi?»
«Posso farlo, Dennis. Ho appena sentito il loro comandante. È d'accor-
do.»
Dopo un attimo di esitazione, Rooney rispose.
«Walter Smith, Jennifer Smith e Thomas Smith. Non c'è nessun altro.»
Talley escluse di nuovo il microfono del cellulare.
«Jorgy, di' a quelli della Stradale di scendere dal muro. Voglio che si
appostino in modo da tener d'occhio la casa, ma che non stiano sul muro.
Subito.»
«Ricevuto.»
Talley attese che Jorgenson avesse finito di parlare nel suo microfono,
quindi riprese la comunicazione.
«Dennis, cosa vedi?»
«Si stanno ritirando.»
«Okay. Sembra che ci siamo riusciti, tu e io. Siamo riusciti a fare qual-
cosa, Dennis. Va bene così.»
Talley voleva che Rooney avesse l'impressione che, insieme, erano riu-
sciti a raggiungere un obiettivo, come se fossero una squadra.
«Tienili lontani. Non mi piace averli così addosso. Se scavalcano il mu-
ro, la gente che è qui morirà. Capisci cosa sto dicendo? Guarda che con me
non si scherza.»
«Ti do la mia parola fin da ora. Non entreremo. Non scavalcheremo quel
muro, a meno che qui qualcuno non pensi che tu stia facendo del male a
quella gente. Voglio essere franco, con te. Se dovessimo pensare che tu
stia per fare del male a quelle persone, entreremo senza preavviso.»
«Se state lontani non farò male a nessuno. Semplice.»
«Bene, l'importante è restare calmi.»
«Tu la vuoi questa gente, Talley? La vuoi sana e salva? Ora?»
Talley sapeva che Rooney stava per fare la sua prima richiesta. Poteva
essere una cosa innocente come un pacchetto di sigarette, oppure eccessi-
va, come una telefonata dal presidente.
«Lo sai benissimo.»
«Voglio un elicottero con il serbatoio pieno che ci porti in Messico. Tu
mi fai avere l'elicottero e ti prendi queste persone.»
Negli anni passati alla Swat, Talley aveva ricevuto richieste di elicotteri,
jet, limousine, autobus, macchine e, una volta, persino di un disco volante.
A tutti i negoziatori veniva insegnato che certe pretese non erano trattabili:
armi, munizioni, droga, alcol, mezzi di trasporto. Non si doveva mai dare a
un soggetto la speranza di poter fuggire. Bisognava tenerlo isolato. In quel
modo si spezzava la sua resistenza.
Talley rispose senza alcuna esitazione, cercando di risultare ragionevole
ma fermo, facendo capire a Rooney che il suo rifiuto non era poi la fine del
mondo e, soprattutto, non era frutto di un braccio di ferro.
«Questo non posso farlo, Dennis. Non accetteranno mai di darti un eli-
cottero.»
La voce di Rooney si fece ancora più nervosa. «Io ho queste persone.»
«Lo sceriffo non li scambierà con un elicottero. Hanno le loro regole su
queste cose. Potresti chiedere anche una corazzata, ma non te la daranno
comunque.»
Quando parlò di nuovo, Rooney sembrava meno sicuro di sé.
«Tu chiediglielo.»
«Non potrebbe neppure atterrare, qui, Dennis. E poi il Messico non si-
gnifica la libertà. Anche se avessi l'elicottero, la polizia messicana ti arre-
sterà non appena toccherai terra. Non siamo nel Far West.»
Talley voleva spostare la conversazione su un altro argomento. Rooney
avrebbe continuato a rimuginare sull'elicottero, ma lui voleva dargli qual-
cos'altro a cui pensare.
«Ho visto il nastro registrato dalla telecamera del sistema di sicurezza
del minimarket.»
Rooney esitò, come se gli ci volesse un momento per rendersi conto di
cosa stava parlando, ma poi la sua voce suonò apprensiva e speranzosa.
«Hai visto il cinese che tirava fuori la pistola? L'hai visto?»
«Proprio come avevi detto tu.»
«Tutto questo non sarebbe successo se lui non avesse estratto quella pi-
stola. Mi sono quasi cagato addosso per la paura.»
«Quindi non c'è stata premeditazione. È questo che mi stai dicendo, che
non avevi progettato quanto è successo?»
Rooney voleva essere considerato una vittima della situazione, quindi
Talley gli stava inviando un sottile messaggio per fargli capire che simpa-
tizzava con lui.
«Noi volevamo solo rapinare il negozio. Lo ammetto. Ma poi questo
cazzo di cinese tira fuori una pistola. Dovevo difendermi, no? Non volevo
sparargli. Stavo solo cercando di togliergli la pistola di mano perché non
sparasse a me. È stato un incidente.»
Dalla voce di Rooney era sparita quella nota polemica. Talley sapeva
che era la prima indicazione che il giovane cominciava a considerarlo dalla
sua parte. Abbassò la voce, per fargli capire che ciò che stava per dire do-
veva restare fra loro.
«Gli altri due possono sentirmi?»
«Perché lo vuoi sapere?»
«So che potrebbero essere lì con te, quindi non devi per forza rispondere
alle mie domande, Dennis. Limitati soltanto ad ascoltare.»
«Cosa stai dicendo?»
«So che sei preoccupato di quello che potrebbe accadere perché avete
sparato all'agente. Ci ho pensato, sai, e ho una domanda da farti. Lì dentro,
ha sparato qualcun altro, a parte te? Mi basta un sì o un no, se non puoi di-
re altro»
Talley conosceva già la risposta da Jorgenson e Anders. Lasciò che la
domanda restasse sospesa nell'aria. Sentiva il respiro di Rooney.
«Sì.»
«Allora, forse non sono stati i proiettili della tua pistola a colpire l'agen-
te. Forse non sei stato tu a sparargli.»
Talley si era spinto fin dove era possibile. Aveva insinuato che Rooney
avrebbe potuto cavarsela dando la colpa a qualcun altro. Gli aveva indicato
una via d'uscita. Ora doveva fare un passo indietro e lasciare a lui la possi-
bilità di decidere se varcare o meno quella soglia.
«Dennis, voglio darti il mio numero di cellulare. Così puoi chiamarmi in
qualsiasi momento, senza dover gridare dalla finestra.»
«Buona idea.»
Talley gli diede il numero, e gli disse che avrebbe fatto un'altra pausa,
quindi ancora una volta uscì in retromarcia dal cul-de-sac. Leigh Metzger
lo stava aspettando in strada davanti alla casa della signora Pena. Non era
sola. Con lei c'erano la moglie e la figlia di Talley.

Pronto soccorso del Santa Monica Hospital


Santa Monica, California
Quindici anni prima

L'agente Jeff Talley, senza camicia ma con indosso i pantaloni blu del-
l'uniforme strappati e intrisi di sangue, per prima cosa viene attirato dalle
sue caviglie. Lui va pazzo per le belle caviglie. È seduto su una barella, la
mano straziata infilata in una scodella piena di ghiaccio per ridurre il
gonfiore e calmare il dolore mentre aspetta che lo portino a fare i raggi. Il
suo compagno, un agente anziano di nome Darren Consueto, sta mettendo
al sicuro nel portabagagli dell'auto di pattuglia la pistola di Talley, la ra-
dio, il cinturone e altre attrezzature.
L'infermiera sbuca da una porta e attraversa la stanza, tutta presa da
qualcosa che sta annotando su una cartellina rigida. È vestita di bianco,
con un grembiule azzurro, i capelli scuri raccolti in una coda di cavallo.
Le caviglie lo colpiscono perché non sono nascoste dalle pesanti calze
bianche che le infermiere indossano di solito: sono snelle, forti, abbronza-
te. Ha le gambe di una ginnasta o di una velocista, cosa che a Talley piace
molto. La guarda meglio: bel fondoschiena, corpo snello, spalle larghe
per la corporatura minuta. E poi vede il suo viso. Dimostra più o meno la
sua età: ventitré, ventiquattro anni.
«Infermiera?»
Quando lei si volta a guardarlo lui fa una smorfia, cercando di apparire
molto sofferente. In realtà, non sente neppure la mano.
Lei riconosce i pantaloni e le scarpe della polizia, e gli rivolge un sorri-
so di incoraggiamento.
«Come va, agente?»
Non è bella, si potrebbe dire graziosa, con una pelle liscia e l'aspetto
sano, e un'espressione dolce che lo colpisce. I suoi occhi emanano un ca-
lore che lo rincuora.
«Ah, infermiera...»
Legge il suo nome sulla targhetta. Jane Whitehall.
«Jane... dovevano portarmi a fare i raggi, ma sono qui da un'eternità.
Potrebbe informarsi?»
Fa un'altra smorfia, cercando di impressionarla con le sue sofferenze.
«So che oggi sono molto indietro, ma vedo cosa posso fare. Cos'è suc-
cesso?»
Lui solleva la mano dal ghiaccio ormai diventato rosa. Il polpastrello
del dito medio è dilaniato. I margini della ferita sono blu per il freddo, ma
il sanguinamento è quasi del tutto cessato.
L'infermiera Whitehall sorride comprensiva.
«Oh, brutta ferita!»
Talley annuisce.
«Ho rincorso un presunto stupratore in un cortile a Venice. Il tizio mi ha
aizzato contro il suo pit bull. Sono fortunato ad avere ancora la mano.»
L'infermiera Wliitehall rimette con attenzione la mano nel ghiaccio. Il
suo tocco è caldo e deciso come il suo sguardo.
«Lo ha preso?»
«Sì. Si è difeso, ma ce l'ho fatta. A me non sfuggono mai.»
Sorride per farle capire che sta scherzando, e lei contraccambia il sorri-
so. Talley pensa di essere sulla buona strada ed è sul punto di dirle che è
stato appena ammesso al corso per diventare un agente della Swat quando
arriva Consueto con la sua andatura pesante, una Diet Coke e due barret-
te di cioccolato in mano. Come sempre, puzza di sigarette.
«Cristo, sei ancora lì? Non ti hanno ancora scattato la foto?»
Talley prende la Diet Coke, sperando che in quel modo il suo compagno
torni al distributore di bibite. Vuole restare solo con l'infermiera.
«Sono indietro con il lavoro. Puoi aspettarmi nella caffetteria, se vuoi.
Vengo a cercarti quando ho finito qui.»
L'infermiera Whitehall rivolge un sorriso gentile a Consuelo.
«Vado a vedere a che punto sono con i raggi.»
Consuelo grugnisce, seccato di dover passare la giornata al pronto soc-
corso.
«Già che c'è, prenda anche una boccetta di pillole contro l'imbranatag-
gine per il mio amico. Di quelle forti.»
«Vai, aspettami alla caffetteria» si affretta a dire Talley.
L'infermiera Whitehall piega la testa di lato, perplessa, interrogandosi
sul significato di quelle parole.
«Era con lui quando il pit bull lo ha attaccato?»
«È questo che le ha detto a proposito della mano?»
Talley avverte una vampata al collo. Guarda Consuelo negli occhi, con
una silenziosa implorazione d'aiuto.
«Già, lui era là. Quando abbiamo arrestato lo stupratore a Venice.»
Consuelo scoppia in una risata fragorosa, spruzzando caramello e noc-
cioline per tutta la barella.
«Uno stupratore? Un pit bull? Questo scemo si è schiacciato il dito nel-
la portiera dell'auto.»
Consuelo si allontana, con la sua risata gorgogliante da fumatore.
Talley vorrebbe infilarsi sotto la barella e scomparire. Quando alza
nuovamente gli occhi, vede che l'infermiera lo sta guardando.
Talley si stringe nelle spalle, cercando di scherzarci su.
«Ci ho provato.»
«Davvero si è fatto male in quel modo? Si è chiuso la mano nella portie-
ra dell'auto?»
«Non è molto eroico, vero?»
«No.»
«Be', è andata così.»
L'infermiera fa qualche passo per allontanarsi, poi si ferma, si volta e lo
guarda con un'espressione profondamente confusa.
«Devo essere pazza»
Lo bacia proprio mentre due medici e un'altra infermiera escono dall'a-
scensore. Talley l'attira a sé, baciandola con passione, proprio come fa la
sera del loro appuntamento al Rod and Gun Club dell'Accademia di poli-
zia, e tutte le sere seguenti. Nell'attimo in cui vede il calore del suo sguar-
do, Jeff Talley si innamora.
Dopo tre mesi e un giorno si sposano.

TALLEY

Talley si sentiva imbarazzato e in collera con se stesso. Era stato così


occupato da dimenticarsi di Jane e Amanda. Controllò che la batteria del
cellulare fosse ancora carica, quindi se lo infilò in tasca e andò da loro.
Amanda assomigliava a sua madre: tutte e due piccole di statura, anche
se Amanda era un poco più alta, tutte e due magre. Avevano in comune
quella che lui considerava la loro caratteristica più significativa: un volto
talmente espressivo da essere lo specchio dell'anima. Talley era sempre
stato in grado di leggere i sentimenti di Jane: all'inizio, quando tutto anda-
va bene, era una bella cosa, ma verso la fine, l'evidente riflesso di dolore e
confusione era andato ad aggiungersi a un peso già di per sé in-
sopportabile.
Talley baciò la figlia, che rispose con il calore di un asciugamano bagna-
to.
«Sarah ci ha detto che ci sono degli uomini armati barricati in una casa!
Dove sono?»
Talley indicò il cul-de-sac.
«In fondo a quella strada, dietro l'angolo. Vedi gli elicotteri?»
Il frastuono dei velivoli rendeva difficile capirsi.
Amanda si guardava intorno con occhi sgranati ed eccitati, ma Jane ave-
va un'aria tirata e profonde occhiaie scure. Talley pensò che fosse stanca, e
provò una fitta di rimorso e vergogna.
«Stai facendo gli straordinari?» le chiese.
«Non molti. Due sere la settimana.»
«Hai l'aria stanca.»
«Significa che sembro anche più vecchia?»
«Gesù, Jane! Non intendevo questo. Scusami.»
Lei chiuse gli occhi e annuì, ma la sua espressione diceva che si erano
già trovati a fare quel discorso.
Per non restare in strada, Talley le accompagnò dentro la casa della si-
gnora Pena. La cucina era invasa dall'aroma ricco di caffè appena fatto e di
enchiladas al formaggio. La signora Pena aveva messo sul tavolo una
brocca d'acqua fresca e alcune lattine di bibite, insistendo perché gli agenti
si servissero, e ora stava preparando da mangiare.
Talley le presentò Jane e Amanda, quindi accompagnò moglie e figlia in
soggiorno. Il grosso televisore trasmetteva immagini in diretta. Amanda si
avvicinò.
«Sarah ha detto che hanno degli ostaggi.»
«Un uomo e i suoi figli. Pensiamo che non ci sia nessun altro, ma non è
sicuro. La ragazzina ha la tua età.»
«Accidenti! Possiamo andare a vedere la casa?»
«No, non si può.»
«Ma tu sei il capo della polizia. Perché no?»
«È la scena di un crimine, Mandy. È pericoloso» disse Jane.
Talley si voltò verso la moglie.
«Avrei dovuto avvertirti, Jane. Ma è successo tutto subito dopo che ci
siamo parlati, e così in fretta che non ci ho neppure pensato. Mi dispiace.»
Jane gli sfiorò il braccio.
«Come stai?»
«Credo che quel tizio si convincerà. Gli ho parlato al telefono: è spaven-
tato, ma non mi sembra che abbia intenzione di suicidarsi.»
«Non voglio sapere com'è la situazione, capo. Voglio sapere di te.»
Lei lanciò un'occhiata alla mano che gli teneva posata sul braccio, poi
tornò a guardarlo negli occhi.
«Stai tremando.»
Talley si spostò di un passo, in modo che la mano di lei cadesse. Poi
lanciò un'occhiata allo schermo. Si vedeva Jorgenson accucciato dietro
l'autopattuglia.
«Subentreranno gli uomini dello sceriffo, appena saranno arrivati.»
«Ma non ci sono ancora. Ci sei tu. E io lo so l'effetto che ha su di te.»
«Arriveranno quando arriveranno, Jane. Io sono il capo della polizia. È
così.»
Lei lo guardò come faceva quando cercava un significato recondito die-
tro le sue parole. Era una cosa che lo mandava in bestia. Mentre il viso di
Jane era un libro aperto, il volto di lui era impassibile e non lasciava trape-
lare nulla. Lei lo aveva accusato spesso di indossare una maschera, e lui
non era mai riuscito a spiegarle che non si trattava di una finzione. Era
quel rigido autocontrollo che gli impediva di crollare.
Lui distolse lo sguardo. Gli faceva male vedere la sua preoccupazione.
«Va bene, Jeff. Sono solo preoccupata per te, tutto qui.»
Talley annuì.
«Dovreste mangiare qualcosa prima di ripartire. Così anche il traffico sa-
rà diminuito. Cosa ne dici del ristorante thailandese? Ti piaceva, no?»
Jane assunse un'espressione seria, poi annuì.
«Si potrebbe fare. Non ho motivo di tornare a casa di corsa.»
«Bene.»
«Non voglio mollarla a casa tua e lasciarla là tutta sola. Cosa ne dici se
io e lei andiamo a mangiare qualcosa, e poi ci fermiamo tutt'e due? Noleg-
giamo una cassetta. Se la cosa si risolve in nottata, domani a quest'ora tu e
Mandy ci riderete sopra.»
Talley era imbarazzato. Annuì, ma solo perché non sapeva cosa dire.
Vide che Jane aveva tinto i capelli di un colore nuovo. Da sempre se li tin-
geva di un bel castano profondo, ma ora erano di un rosso così scuro da
sembrare quasi nero. Se li era anche tagliati, un bel taglio piuttosto corto,
quasi maschile. Talley si rese conto che quella donna meritava più di quan-
to lui avrebbe mai potuto darle. Si disse che, se ancora teneva a lei e a ciò
che avevano vissuto insieme, avrebbe dovuto lasciarla libera e non gettarle
addosso il peso di un uomo il cui cuore era morto.
«Cosa c'è?»
Lui distolse nuovamente lo sguardo.
«Tu e io dobbiamo parlare.»
Per un attimo lei non rispose, limitandosi a guardarlo finché l'ombra di
un sorriso non le passò sulle labbra. Talley capì che era spaventata.
«Va bene, Jeff.»
«Gli uomini dello sceriffo saranno qui tra poco. Quando si saranno si-
stemati passo a loro il telefono e poi dovrei essere libero di venire via.»
Jane annuì.
Talley avrebbe voluto dirglielo in quel momento. Avrebbe voluto dirle
che era libera, che lui non voleva più trattenerla e che aveva capito di esse-
re andato oltre ogni possibilità di redenzione. Ma non gli venivano le paro-
le, e questo lo fece sentire un codardo.
Ordinò a Metzger di scortare la moglie e la figlia fuori dal complesso re-
sidenziale, quindi tornò alla sua auto ad aspettare l'arrivo degli uomini del-
lo sceriffo nella luce morente del giorno.

Venerdì, 19.02
Santa Clarita, California
Nove chilometri a ovest di Bristo Camino
Chill's Restaurant

GLEN HOWELL

Non c'era bisogno che Glen Howell ricordasse ai suoi uomini di parlare
a bassa voce; erano circondati da famigliole bianche della classe media,
venute a ingozzarsi di gamberetti surgelati e formaggio fuso a prezzi popo-
lari, gente che Glen Howell considerava degli zombi: donne e uomini fru-
strati, alla fine di un'altra inconcludente settimana, che facevano di tutto
per ignorare che i loro bambini grassi, urlanti e maleducati erano dei mo-
stri.
Howell proibì ai quattro uomini e alle due donne di ordinare alcolici o
piatti che non fossero già pronti. Non aveva tempo da perdere aspettando i
comodi dei cuochi in cucina, ex detenuti in libertà sulla parola, e l'alcol a-
vrebbe fatto venir loro sonno, mentre lui aveva bisogno che fossero ben
svegli. Howell li aveva convocati uno per uno, personalmente, dopo aver
vagliato ogni nome insieme a Sonny Benza. Erano collaboratori da lungo
tempo, in grado di fare ciò che doveva essere fatto senza attirare l'attenzio-
ne, e in fretta. Dalle notizie che gli giungevano, la velocità era determinan-
te. La velocità e il totale controllo della scena. Sapeva già che non avrebbe
potuto concedersi un minuto di sonno finché la vicenda non si fosse con-
clusa.
Ken Seymore, che aveva passato le ultime due ore fingendosi un
reporter del "Los Angeles Times", stava dicendo: «Hanno richiesto un'uni-
tà di crisi al completo all'Ufficio dello sceriffo di Los Angeles. Stanno ve-
nendo qui, ma hanno avuto qualche problema e sono in ritardo».
Duane Manelli sparò una domanda a bruciapelo. Manelli parlava a scatti
improvvisi, un po' come un M16A2 che faceva partire raffiche di tre colpi.
«Quante persone ci sono?»
«Nella squadra dello sceriffo?»
«Sì.»
Quando Duane Manelli aveva diciotto anni, un giudice del tribunale sta-
tale gli aveva dato la possibilità di scegliere tra arruolarsi nell'esercito o
farsi venti mesi di galera per rapina a mano armata. Manelli aveva scelto
l'esercito, e gli era piaciuto. Ci aveva passato dodici anni, nelle truppe a-
viotrasportate, nei ranger e infine nelle forze speciali. Ora gestiva la mi-
gliore banda di contrabbandieri di tutta l'organizzazione di Sonny Benza.
Seymore guardò gli appunti.
«Dunque, ecco cosa ci dobbiamo aspettare: una squadra di comando, un
gruppo di negoziatori, una squadra tattica - composta da agenti addetti al
controllo del perimetro, una squadra d'assalto, cecchini e demolitori - e una
squadra per la raccolta delle informazioni. Alcune di queste persone po-
trebbero rivestire un doppio incarico, ma in linea di massima dovrebbero
arrivare circa trentacinque persone.»
Qualcuno fece un fischio.
«Accidenti, quando ci si mettono, fanno le cose in grande.»
LJ Ruiz si sporse in avanti, poggiato sui gomiti, la fronte aggrottata.
Ruiz era un tipo tranquillo, dai modi pacati, che lavorava per Howell come
"persuasore". Era specializzato nel terrorizzare i proprietari di bar finché
non accettavano di acquistare gli alcolici dai grossisti approvati da Benza.
«Cos'è un demolitore?»
«Se c'è bisogno di far saltare una porta o una finestra, i demolitori siste-
mano la carica. Frequentano un corso speciale, per questo.»
A Howell non piaceva che stessero arrivando così tanti poliziotti, ma se
lo aspettava. Seymore aveva riferito che per il momento non erano stati
chiamati i federali, ma Howell sapeva bene che con il passare del tempo le
probabilità di averli tra i piedi aumentavano.
Chiese quando sarebbero arrivati gli uomini dello sceriffo.
«Il poliziotto con cui ho parlato ha detto fra tre ore, massimo quattro.»
Howell guardò l'orologio, poi fece un cenno con il capo in direzione di
Gayle Devarona, una delle due donne sedute al tavolo. Come Seymore,
anche lei si era finta giornalista in modo da poter fare liberamente delle
domande. Se queste erano troppo sfacciate, usava la sua abilità di ladra.
«Cosa mi dici della polizia locale?»
«Abbiamo sedici persone, di cui quattordici agenti di polizia, alcuni
part-time, altri in servizio pieno, più due persone che fanno lavoro d'uffi-
cio. Ho i loro nomi e l'indirizzo di alcuni. Avrei potuto procurarmeli tutti,
ma ho dovuto interrompere per venire qua.»
Seymore scoppiò a ridere. «Ah, che stronza!»
«Fottiti.»
Howell ordinò loro di smetterla. Non c'era tempo per le cazzate.
Gayle Devarona strappò un foglio da un taccuino giallo e glielo passò.
«Mi sono fatta dare i nomi dall'ufficio della polizia di Bristo. Gli indiriz-
zi e i numeri di telefono li ho avuti da un contatto nella società dei telefo-
ni.»
Howell scorse l'elenco scritto a mano con cura. Il nome di Talley era il
primo della lista, completo di indirizzo e due numeri di telefono. Howell
pensò che il primo fosse quello di casa, l'altro del cellulare.
«Hai qualche informazione su queste persone che ci faccia capire con
chi abbiamo a che fare?»
La donna riferì i dati in suo possesso, che facevano assomigliare Bristo a
un ricovero per vigilesse addette ai tassametri e ritardati mentali. In realtà
non era proprio così, ma Howell pensò che tutto sommato erano stati for-
tunati. Sapeva di piccole cittadine dell'Idaho in cui metà della popolazione
aveva lavorato nella squadra Omicidi e Rapine della polizia di Los Ange-
les e l'altra metà era composta da agenti dell'Fbi in pensione. Se a qualcu-
no fosse venuto in mente di andare a fare dei casini laggiù, gliene avrebbe-
ro fatto passare la voglia. Howell guardò di nuovo l'orologio. Entro mez-
zanotte avrebbe avuto in mano la situazione finanziaria e lo stato di servi-
zio nell'esercito (se disponibili) di tutti quegli agenti, come pure informa-
zioni dettagliate sulle loro famiglie.
«E questo Talley?»
Sonny Benza le aveva chiesto espressamente di concentrarsi su di lui. Se
tagli la testa, il corpo muore.
«Ho trovato quello che ho potuto» rispose la donna. «Single, proviene
dal Dipartimento di polizia di Los Angeles. L'appartamento in cui vive è
messo a disposizione dall'amministrazione cittadina.»
Seymore la interruppe.
«I poliziotti con cui ho parlato davanti alla casa degli Smith mi hanno
detto che Talley faceva il negoziatore nella polizia di Los Angeles.»
Gayle lo guardò torva, risentita che lui le avesse rubato la scena.
«Lo è stato per gli ultimi tre anni di servizio nella polizia di Los Ange-
les. Prima era nella Swat. In ufficio c'è una sua fotografia appesa al muro,
con tanto di tuta tattica e artiglieria spianata.»
Howell annuì. Queste due ultime informazioni erano la prima cosa inte-
ressante che sentiva. Si chiese come mai un negoziatore della Swat fosse
finito a dirigere il traffico davanti alle elementari nel paradiso delle Bmw.
Forse era per via dell'appartamento gratis.
«È rimasto nella polizia di Los Angeles per un totale di quattordici anni,
poi ha dato le dimissioni. La donna con cui ho parlato non me l'ha voluto
confermare, ma credo che non abbia retto allo stress. C'è qualcosa di strano
nel modo in cui ha mollato tutto, all'improvviso.»
Howell prese un appunto per ricordarsi di passare l'informazione a Palm
Springs. Sapeva che Benza aveva dei contatti nella polizia di Los Angeles.
Se avessero trovato qualcosa di marcio sul conto di Talley, avrebbero po-
tuto usarla per far leva su di lui. Aveva ancora una domanda su Talley.
«Faceva il detective, laggiù?»
«L'ho chiesto. La ragazza non lo sapeva, ma varrebbe la pena di accer-
tarlo.»
Quando Gayle Devarona ebbe finito di parlare, Howell aspettò un atti-
mo, ma le informazioni erano esaurite. Ognuno aveva riferito quanto sape-
va. Tutto sommato, non poteva lamentarsi. Avevano avuto a disposizione
sì e no due ore per mettere insieme quei dati. Ora bisognava andare avanti.
Rifletté sui sedici nomi che comparivano nell'elenco di Gayle. L'elenco di
banchieri, avvocati, investigatori privati e agenti sul libro paga di Sonny
Benza e dei suoi soci era ben più lungo: centinaia e centinaia di nomi che
potevano essere attivati per occuparsi della questione.
«Okay, procuratevi gli indirizzi che mancano, poi dividetevi i nomi e
cominciate a scavare. Gayle, tu occupati della parte economica. Se siamo
fortunati, uno di questi potrebbe essere con l'acqua alla gola, e noi po-
tremmo lanciargli un salvagente. Duane, Ruiz, voi scoprite cosa fa nel
tempo libero questa gente. Ci sarà pure uno sposato che se la spassa con
una puttana, oppure che ha tendenze particolari. Scavate e scoprite i loro
segreti. Ken, tu torna alla casa insieme ai giornalisti. Se succede qualcosa,
voglio venire a saperlo ancora prima di Dio.»
Seymore si appoggiò allo schienale con un'espressione irritata. Howell si
incazzava sempre quando lui faceva così.
«Non cominciare con quella faccia. Se hai qualcosa da dire, sputa il ro-
spo.»
«Ci serve più gente. Se questa vicenda dovesse trascinarsi per qualche
giorno, ci vorrà un sacco di aiuto.»
«Me ne sto già occupando.»
Seymore si sporse in avanti, abbassando ulteriormente la voce. «Se le
cose si mettono male, avremo bisogno di gente che sappia gestire la situa-
zione.»
Si riferiva a qualcuno che si sporcasse le mani. Howell ci aveva già pen-
sato e aveva telefonato a chi di dovere.
«Le persone giuste sono già per strada. Tu preoccupati del tuo lavoro. Al
mio ci penso io.»
Howell guardò l'orologio ancora una volta, quindi annotò l'indirizzo e i
numeri di telefono di Talley in fondo al conto del ristorante. Strappò via il
pezzo di carta e si alzò mettendoselo in tasca.
«Voglio un aggiornamento fra due ore.»
Howell si avviò alla macchina. Non si poteva incaricare uno qualunque
di assassinare un capo della polizia circondato da un esercito di telecamere
e giornalisti. Per un lavoro del genere ci voleva una persona speciale.

Venerdì, 19.39
Newhall, California
MARION CLEWES

Si chiamava Marion Clewes. Aspettava in una caffetteria di Newhall,


California, una ventina di chilometri a ovest di Bristo Camino, una zona
dove tutte le insegne erano in spagnolo. Marion era l'unica persona, lì den-
tro, a parte la donna dietro il banco che non parlava inglese e sembrava a
disagio per la sua presenza. Anche se era ormai il tramonto, il negozio,
privo di aria condizionata, era un forno. La donna aveva la pelle coperta da
una patina di sudore. Era un locale lurido, con il pavimento appiccicoso e i
cerchi scuri lasciati dalle tazze di caffè sui ripiani di formica scheggiata dei
tavoli. A Marion non interessava. Avvertiva il peso dell'aria, greve di gras-
so e cannella. Era seduto a un tavolo davanti alla porta, in attesa di Glen
Howell.
Marion era abituato a incontrarlo in posti come quello. Howell non si
trovava a proprio agio con lui, probabilmente lo temeva. Marion aveva il
sospetto di non andargli a genio, ma pazienza: lo pagavano bene per fare
un lavoro che gli piaceva. E lui lo faceva con spietata affidabilità.
Marion fissò la donna. Lei incrociò le braccia sul petto, più volte, quindi
scomparve dietro la friggitrice, ansiosa di sottrarsi al suo sguardo. Marion
si mise a guardare il parcheggio. Una mosca gli passò ronzando vicino al-
l'orecchio. Era una mosca del deserto, nera, coperta di peli ispidi, e riflet-
teva bagliori verdi sotto la luce al neon delle lampade sudicie. Prese a vo-
lare bassa sopra il tavolo, seguendo un percorso a S, virò lentamente e an-
dò a posarsi su alcuni granelli di zucchero. Marion la colpì con la mano.
Aspettò, cercando di capire se si muoveva. Quando sollevò la mano, la
mosca si muoveva lentamente di lato, agitando le zampe nel tentativo di
camminare. Marion la osservò. Tutto ciò che l'insetto riusciva a fare era
spostarsi in un patetico girotondo. Marion si esaminò la mano: aveva il di-
to medio sporco di una sostanza appiccicosa, cui era attaccata una singola
zampetta nera. Si leccò il dito e sentì un gusto dolciastro. Osservò la mo-
sca trascinarsi in cerchio. Delicatamente, la tenne ferma con l'indice sini-
stro e con l'unghia del destro staccò un'altra zampa e se la mise in bocca. A
una a una strappò le zampe della mosca e se le mangiò. Un'ala era danneg-
giata, ma l'altra batteva furiosamente. Tirò via anche questa. Si chiese cosa
stesse pensando la mosca.
Fasci di luce guizzarono sul vetro.
Marion alzò lo sguardo e vide la Mercedes di Howell che si fermava.
Era una bellissima macchina. Osservò Howell scendere dall'auto ed entra-
re; quando venne a sedersi accanto a lui, Marion spinse via la mosca.
«C'è una donna nel retro, ma non credo che parli inglese.»
«Non ci vorrà molto.»
Howell parlò a voce bassa, andando dritto al punto. Posò un foglio di
carta giallo sul tavolo davanti a Marion.
«Talley vive qui. È un appartamento in un residence. Non so niente di
questo posto, né se è sorvegliato.»
«Non ha importanza.»
«Adesso le istruzioni: quest'uomo dev'essere nostro, sono ordini dall'al-
to, e non abbiamo molto tempo. Ho bisogno che tu trovi il sistema per
convincerlo.»
Marion mise l'indirizzo al sicuro. Sapeva già come fare. Avrebbe cercato
i suoi punti deboli. La gente se li teneva belli stretti. Avrebbe annotato il
numero di conto corrente, avrebbe cercato materiale pornografico, droga,
vecchie lettere d'amore e giocattoli erotici, ricette mediche e file nel com-
puter. Magari un esame diagnostico prescritto da un medico che evidenzia-
va una patologia cardiaca, o qualche telefonata alla moglie di un altro. Po-
teva trattarsi di qualsiasi cosa, ma c'era sempre qualcosa.
«Ora è là?»
«Ma non ascolti le notizie?»
Marion scosse il capo.
«Non è a casa, ma non so dirti se tornerà e quando. Quindi, tieniti pron-
to.»
«E se mi becca?»
Howell distolse lo sguardo, prese una decisione e tornò a voltarsi verso
di lui.
«Allora, uccidilo.»
«D'accordo.»
«Senti, noi non lo vogliamo morto. Vogliamo essere in grado di control-
larlo. Ci serve. Ma se ti becca, pazienza. Fallo fuori.»
«E dopo? Dopo che l'abbiamo usato?»
«Quella è una decisione che spetta a Palm Springs.»
Marion non fece obiezioni. Talvolta li tenevano in vita per utilizzarli di
nuovo, ma di solito gli permettevano di portare a termine il lavoro. Era la
parte che preferiva.
«Hai i miei numeri di cercapersone e di cellulare?»
«Sì.»
«Okay. Chiamami sul cercapersone quando hai finito. Che tu abbia tro-
vato qualcosa o no, tienimi al corrente.»
«E se in casa non c'è niente?»
«Proveremo in ufficio. Anche se sarà più difficile. È il capo della poli-
zia.»
Howell si alzò senza aggiungere altro.
Marion rimase a osservare la splendida Mercedes che si allontanava nel
crepuscolo, quindi tornò a guardare la mosca. Il corpo privo di zampe gia-
ceva rovesciato di lato, immobile. L'ala superstite sbatteva.
«Povera mosca» disse Marion.
Poi staccò con cura l'ala e uscì, pronto a mettersi al lavoro.

Venerdì, 19.40

TALLEY

Gli elicotteri sopra gli York Estates accesero le luci, trasformandosi in


stelle scintillanti. Talley non era contento che il sole fosse tramontato: l'a-
vanzare delle tenebre cambiava la psicologia dei sequestratori, come pure
quella degli agenti. I criminali si sentivano più sicuri, al buio, nascosti e
più forti, la notte alimentava le loro fantasie di fuga. Gli agenti di guardia
al perimetro lo sapevano, e la tensione aumentava in maniera inversamente
proporzionale al loro livello di efficienza. La notte creava i presupposti per
reazioni sproporzionate, e per epiloghi tragici.
Talley era in piedi accanto all'auto, sorseggiando Diet Coke mentre i
suoi agenti facevano rapporto. Il datore di lavoro di Rooney, che pensava
di poter dare un nome al terzo soggetto, ancora sconosciuto, era stato rin-
tracciato e stava per arrivare; della moglie di Walter Smith, invece, non si
sapeva ancora nulla; era stato identificato il funzionario addetto alla sorve-
glianza di Dennis Rooney dopo che era uscito sulla parola dal Formicaio,
ma era in viaggio per Las Vegas e non c'era modo di contattarlo; dieci
grosse pizze (metà vegetariane, metà con salsiccia) erano appena state con-
segnate dalla Domino's, ma qualcuno aveva dimenticato di portare i tova-
glioli. Le informazioni si susseguivano a un ritmo tale che Talley comin-
ciava a non tenergli più dietro, e il flusso si sarebbe intensificato. Imprecò
dentro di sé perché gli uomini dello sceriffo non erano ancora arrivati.
Barry Peters ed Earl Robb arrivarono a passo svelto lungo la strada.
Robb teneva in mano la torcia.
«Capo, con la compagnia dei telefoni siamo a posto. La Pacific Bell dice
che la casa ha sei linee fisse, quattro sull'elenco e due riservate. Le hanno
bloccate tutte come ha chiesto lei. Nessun altro può chiamare quei numeri,
e dalla casa l'unico numero raggiungibile è quello del suo cellulare.»
Talley provò un senso di sollievo, seppure contenuto: non doveva più
preoccuparsi che qualche svitato chiamasse il numero degli Smith e con-
vincesse Rooney a far fuori gli ostaggi.»
«Ben fatto, Earl. Ci hanno mandato altri rinforzi dalla Stradale?»
«Quattro uomini e due auto da Santa Clarita.»
«Schierali sul perimetro. Fallo fare a Jorgenson. Lui sa cosa ho detto a
Rooney.»
«Sì, signore.»
Robb si allontanò rapidamente mentre Peters accendeva la torcia e illu-
minava due piantine schizzate a mano su fogli bianchi.
«Le ho messe assieme con l'aiuto dei vicini, signore. Questo è il pianter-
reno, questo il piano superiore.»
Talley si lasciò sfuggire un grugnito. Non erano fatte male, ma non si il-
ludeva che fossero precise; particolari come la posizione delle finestre e
degli armadi a muro erano di fondamentale importanza nel caso fosse stato
necessario entrare con la forza. Talley chiese se esistessero dei disegni del
progetto.
«Questo è il meglio che sono riuscito a procurarmi. All'ufficio del cata-
sto non c'era niente.»
«Eppure dovrebbe esserci. Questo complesso è nato sulla base di un
progetto unitario. Per ogni casa dovrebbe essere stato depositato un piano
esecutivo.»
Peters sembrava mortificato.
«Mi dispiace, capo. Ho chiamato sia il catasto di Santa Clarita sia quello
di Antelope Valley, ma non hanno nulla. Vuole che provi da qualche altra
parte?»
«Gli uomini dello sceriffo avranno bisogno di quei prospetti, Barry.
Trova qualcuno dell'ufficio del sindaco o del consiglio municipale. Sarah
ha tutti i loro numeri. Digli che abbiamo bisogno di visionare immediata-
mente tutti i permessi edilizi per controllare chi è il costruttore. Qualcuno
deve pur avere le planimetrie di queste case.»
Mentre Peters si allontanava di corsa, da dietro l'angolo sbucò l'auto di
Larry Anders, che venne a fermarsi accanto a Talley. Un uomo magro e
nervoso scese dal lato del passeggero.
«Capo, questo è Brad Dill, il datore di lavoro di Rooney.»
«Grazie per essere venuto, signor Dill.»
«Si figuri.»
Talley sapeva che Dill era il titolare di una piccola impresa edile con se-
de a Lancaster. Aveva la pelle cotta dal sole e occhi piccoli che continua-
vano a guizzare di qua e di là. Aveva problemi a mantenere il contatto vi-
sivo.
«Lei sa cosa sta succedendo qui, signor Dill?»
L'uomo lanciò un'occhiata oltre Talley, poi abbassò lo sguardo. Era mol-
to nervoso.
«Sì, me l'ha detto l'agente. Ma io non so nulla di tutto questo. Non avevo
idea di quali fossero le loro intenzioni.»
A Talley venne il sospetto che l'uomo avesse qualche precedente penale.
«Signor Dill, quei due non avevano idea di cosa avrebbero combinato
fino a un attimo prima di farlo. Non si preoccupi di questo. Lei è qui per-
ché ha lavorato con loro e io spero che possa fornirmi degli elementi utili a
conoscerli meglio. Capisce?»
«Sì. Certo. Dennis lo conosco da quasi due anni, Kevin da un po' meno.»
«Prima di cominciare, vorrei che lei li identificasse. L'agente Anders mi
ha detto che lei conosce anche il terzo soggetto?»
«Okay. Certo. Dovrebbe essere Mars.»
«Diamo un'occhiata alle foto. Larry, le hai qui?»
Anders andò alla macchina e tornò con le stampe diciotto per ventiquat-
tro che aveva fatto fare dalla cassetta. Fu costretto a tornare alla macchina
una seconda volta per prendere la torcia. Presto avrebbero dovuto spostarsi
all'interno di una delle case. Talley si chiese se la signora Pena li avrebbe
ospitati.
«Allora, signor Dill, diamo un'occhiata. È in grado di identificare queste
persone?»
La prima foto era un'immagine un po' sfocata di Kevin Rooney accanto
alla porta d'ingresso; nella seconda si vedevano chiaramente Dennis e il
terzo soggetto. Talley era soddisfatto. Anders aveva fatto un buon lavoro.
«Okay. Certo. Questo è Kevin, il fratello minore di Dennis. E quest'altro
è Dennis. È appena uscito dal Formicaio.»
«Conosce il terzo uomo?»
«Mars Krupchek. È venuto a lavorare da noi circa un mese fa. No, un
momento, non sono neppure quattro settimane, mi pare. Lui non lo cono-
sco bene.»
Anders annuì mentre Dill parlava, confermando quanto aveva già senti-
to.
«Venendo qui ho chiamato Sarah, dicendole di fare qualche controllo sul
conto di Krupchek. Sta guardando negli archivi della motorizzazione e del-
l'Ncic.»
Talley chiese a Dill come si comportasse Dennis sul lavoro. L'uomo de-
scrisse una personalità instabile, con una propensione alle esagerazioni e
agli atteggiamenti teatrali. Talley si convinse sempre più che la sua prima
impressione fosse corretta: Rooney era un narcisista aggressivo con pro-
blemi di autostima. Kevin, invece, mostrava di preoccuparsi degli altri;
mentre Dennis arrivava tardi al lavoro e non si impegnava, Kevin era sem-
pre in orario e disposto ad aiutare gli altri; aveva un atteggiamento passivo
e si faceva trascinare dalle personalità più forti. Non avrebbe mai guidato
un'azione, ma avrebbe reagito agli eventi.
Talley fece una pausa, chiedendosi se per caso non stesse trascurando di
chiedere qualcosa di ovvio. Prese la torcia dalle mani di Anders per osser-
vare meglio la foto di Kevin, quindi decise di passare a Mars Krupchek.
Questo soggetto gli aveva dato da pensare fin dal momento in cui lo aveva
visto sporgersi oltre il bancone per vedere Junior Kim morire. Nella foto
Talley notò un particolare che gli era sfuggito visionando la cassetta, un ta-
tuaggio sulla nuca rasata che diceva: "Brucialo".
«Cosa mi sa dire di Krupchek?»
«Non molto. Si è presentato un giorno a cercare lavoro. Io avevo biso-
gno di una persona. Lui era educato, parlava bene. È grosso e forte, sa. E
così ho deciso di prenderlo in prova.»
«Conosceva i Rooney prima di venire a lavorare per lei?»
«No. Lo so per certo. Sono stato io a presentarli. Sa, del tipo: Mars, ti
presento Dennis. Dennis, questo è Mars. Mars se ne sta per conto suo, se
non è con Dennis.»
Talley indicò il tatuaggio.
«Cosa significa "Brucialo"?»
«Non lo so. È un tatuaggio...»
Talley lanciò un'occhiata ad Anders.
«Hai inserito il tatuaggio tra i segni particolari?»
«Sì, signore.»
L'identità delle persone sul computer dell'Ncic, l'archivio nazionale del
crimine, poteva essere sottoposta a controllo incrociato inserendo segni
particolari permanenti quali tatuaggi e cicatrici. Talley tornò a concentrarsi
su Brad Dill.
«Sa cosa faceva prima di venire a lavorare per lei?»
«No, signore.»
«Sa da dove viene?»
«Non parla volentieri. Anche se gli fai delle domande, non dice molto.»
«Va d'accordo con gli altri uomini?»
«Abbastanza. Ma da quando Dennis è tornato non sta molto con gli altri.
Parliamo di una settimana, al massimo. Prima che Dennis tornasse, se ne
stava sempre per conto suo a osservare gli altri.»
«Cosa intende dire?»
«Non so se riesco a spiegarmi. Quando gli uomini fanno una pausa, lui
non si siede insieme a loro. Rimane in disparte e li osserva, come se li te-
nesse d'occhio. No, non è neanche questo. È più come se stesse guardando
la tivù. Mi capisce? A volte mi veniva da pensare che si fosse addormenta-
to, e invece era lì che li fissava.»
A Talley non piaceva quanto stava scoprendo sul conto di Krupchek, ma
d'altro canto non sapeva neppure come interpretarlo.
«Si è mai dimostrato violento o aggressivo verso gli altri uomini?»
«No. Si limita a starsene seduto per i fatti suoi.»
Talley restituì le foto ad Anders. Mars Krupchek poteva essere ritardato
o soffrire di qualche handicap mentale, ma lui non aveva modo di saperlo.
Non aveva idea di chi fosse, di cosa fosse capace, né di come potesse
comportarsi. E questo lo preoccupava. L'ignoto può ucciderti e spesso va
oltre ogni immaginazione.
«Signor Dill, lei ha l'indirizzo di Krupchek?»
Dill tirò fuori un'agendina dalla tasca posteriore dei pantaloni e lesse un
indirizzo e un numero di telefono. Anders li annotò.
Talley ringraziò l'uomo per la sua collaborazione e gli disse che Anders
lo avrebbe riaccompagnato a casa, quindi prese da parte l'agente.
«Controlla che l'indirizzo di Krupchek corrisponda a quello registrato
presso la compagnia telefonica. In questo caso, chiama l'ufficio del procu-
ratore di Palmdale e fatti dare un mandato di perquisizione per telefono.
Poi vai a casa sua e vedi cosa ti riesce di trovare. Porta qualcuno con te.»
Mentre Anders e Dill si allontanavano, Talley cercò di ricordare ciò che
doveva ancora fare. Bisognava trovare la signora Smith, i suoi agenti do-
vevano mangiare e lui voleva controllare la posizione degli ultimi uomini
della Stradale per accertarsi che Jorgenson non li avesse piazzati troppo vi-
cino alla casa. Quando si rese conto che presto avrebbe dovuto ristabilire il
contatto con Rooney, venne sopraffatto da un'ondata di panico. Doveva
chiamarlo ogni ora, per tutta la notte, interrompergli il sonno, spezzare la
sua resistenza, sfiancarlo. Quella contro i sequestratori di ostaggi era una
guerra di logoramento e di nervi. Talley non sapeva se i suoi fossero suffi-
cientemente saldi per arrivare fino in fondo.
Dalla radio gli giunse la voce di Metzger.
«Capo, parla Metzger.»
«Dimmi, Leigh.»
«Gli uomini dello sceriffo stanno arrivando. Saranno qui fra dieci minu-
ti.»
Talley si appoggiò all'auto, chiudendo gli occhi. Grazie al cielo.

DENNIS

Dopo aver parlato con Talley, Dennis si sforzò di non guardare Mars,
ma non riusciva a trattenersi. Ripensò a quanto gli aveva detto Kevin, al
fatto che Mars aveva voluto sparare al poliziotto venuto alla porta, al fatto
che aveva mentito, e sparato per primo. Forse Talley aveva ragione. Forse
avrebbe potuto cavarsela se era stato Mars, e non lui, a sparare all'agente.
Se Kevin gli fosse venuto dietro, forse sarebbero riusciti a fare un accordo
con il procuratore in cambio della loro testimonianza contro Mars. Dennis
provò una speranza rabbiosa, ma poi si ricordò del denaro. Per fare un ac-
cordo doveva rinunciare al denaro. Spinse da parte il telefono e tornò a
voltarsi verso gli altri. Non era disposto a rinunciare al denaro.
Kevin lo guardò con espressione ansiosa.
«Ci danno l'elicottero?»
«No. Dobbiamo trovare un altro modo per andarcene da qui. Comincia-
mo a pensarci.»
La ragazza e quel ciccione del fratello erano ancora inginocchiati accan-
to al padre. Lei iniziò immediatamente a inveire contro di lui.
«Non c'è niente da pensare. Dovete fare qualcosa per aiutare mio padre.»
Continuava a tenergli lo strofinaccio premuto contro la tempia, ma il
ghiaccio si era sciolto e la pezza era intrisa d'acqua. Dennis provò un'onda-
ta di collera.
«Chiudi quella boccaccia! Ho un problema da risolvere, caso mai non te
ne fossi accorta.»
L'espressione di lei si fece più dura.
«Tu non fai altro che guardarti in tivù. Lo hai ferito. Guardalo. Ha biso-
gno di un dottore.»
«Sta' zitta.»
«Sono passate ore!»
«Metti dell'altro ghiaccio nel panno.»
«Il ghiaccio non serve!»
Il ragazzino ciccione cominciò a piangere.
«È in coma!»
La ragazza lo colse di sorpresa. Saltò in piedi con lo scatto improvviso
di un pupazzo a molla e si diresse verso la porta.
«Io vado a chiamare un dottore!»
Dennis era fuori di sé, come se l'incubo dei poliziotti e del fatto di essere
intrappolato dentro quella casa fosse diventato improvvisamente reale, a
differenza di prima. La raggiunse in due passi, schiaffeggiandola proprio
come aveva visto suo padre fare con la madre, quella cagna petulante. La
colpì in pieno sulla guancia, con tutta la forza, facendola cadere a terra. Il
ciccione urlò il suo nome e si lanciò in avanti, prendendolo a pugni come
un nano incazzato. Dennis affondò le dita nella carne morbida del collo del
ragazzo, che strillò. Kevin gli diede una spinta.
«Piantala!»
Kevin buttò il ragazzino a terra, insieme alla sorella, e si piazzò fra loro
e Dennis.
«Smettila, Dennis. Per favore!»
Dennis era furibondo. Avrebbe voluto stendere Kevin, rompergli la fac-
cia, ridurlo in polpette a suon di calci. Avrebbe voluto ammazzare di botte
la ragazzina e il ciccione, gettare i soldi a bordo della Jaguar, sfondare la
porta del garage e arrivare fino in Messico sparando all'impazzata contro la
polizia.
Mars lo fissava con un'ombra sul volto, gli occhi ridotti a minuscoli pun-
tini di una strana luce, come quelli di un furetto che sbircia da una caverna.
«Cos'hai da guardare?» urlò Dennis.
Mars fece quel suo sorriso quieto e scosse il capo.
Dennis arretrò, ansimando. Stava andando tutto a rotoli. Si voltò a guar-
dare il televisore, aspettandosi quasi di vedere i poliziotti che attaccavano
la casa, ma la scena all'esterno era esattamente la stessa di qualche minuto
prima. La ragazza si stringeva il volto fra le mani. Il ciccione lo guardava
con occhi pieni d'odio, quasi avesse voluto tagliargli la gola. Il padre dei
ragazzi respirava rumorosamente con il naso. Tutta quella tensione lo fa-
ceva impazzire.
«Dobbiamo fare qualcosa. Non possiamo continuare a sopportare queste
stronzate» disse.
Mars si alzò in piedi, grosso e ingombrante.
«Dobbiamo legarli, così non ci dovremo più preoccupare di loro. Dove-
vamo farlo comunque.»
Dennis fece un cenno con la testa in direzione della ragazza, rivolto a
Kevin.
«Mars ha ragione. Non possiamo lasciare che questi due stronzi se ne
vadano in giro e ci stiano fra i piedi. Legali e portali di sopra.»
«E con cosa li lego?»
«Guarda in garage, in cucina. Mars, trova tu qualcosa, okay? Sai cosa ci
serve, no? Questo stronzo non capisce niente.»
Mars scomparve nel garage. Kevin prese la ragazza per il braccio come
se temesse di essere colpito, ma lei si alzò senza opporre resistenza, il vol-
to contratto e le lacrime che scendevano copiose.
«E mio padre? Non potete lasciarlo lì così.»
Suo padre era freddo al tatto; a intervalli sempre più brevi il suo corpo
era scosso da tremiti. Dennis gli tastò il polso come se sapesse cosa fare,
ma non capì un accidente. Non gli piaceva il suo aspetto, ma non disse nul-
la, perché non c'era nulla da dire.
«Lo metteremo sul divano. Starà più comodo.»
«Ha bisogno di un dottore.»
«Sta solo dormendo. Se prendi un colpo in testa, ti fai una bella dormita
e ti passa, tutto qui. Il mio vecchio mi picchiava molto peggio di così.»
Dennis si fece dare una mano da Kevin per sistemare l'uomo sul divano.
Quando Mars tornò, Dennis gli disse di portare di sopra i ragazzi. Era
stanco di doversi occupare di loro. Era stanco di dover pensare a qualsiasi
cosa che non fosse il denaro. Doveva trovare una via d'uscita.

JENNIFER

Mars aprì la porta della camera, poi si fece da parte per far entrare la ra-
gazza e Kevin. Era tornato dal garage con prolunghe, nastro adesivo da
pacchi, un martello e dei chiodi. Diede due prolunghe a Kevin.
«Falla sedere su quella sedia e legala stretta. Bloccale i piedi. Quando
avrò finito con il ragazzo mi occuperò io di porte e finestre.»
Mars la guardò con occhi sfocati, come se si fosse appena svegliato da
un sonno profondo e lei fosse soltanto il ricordo di un sogno.
«Quando torno controllo come l'hai legata.»
Mars trascinò Thomas via con sé mentre Kevin la faceva entrare nella
camera. Le luci erano accese perché lei non le spegneva mai: si addormen-
tava con la luce accesa, parlando al telefono o guardando la tivù, e quando
si svegliava al mattino erano ancora accese e lei non si preoccupava di
spegnerle. Le tende erano tirate, il telefono per terra contro la parete, la
spina frantumata in modo da non poter essere utilizzata. Kevin trascinò la
sedia della scrivania in mezzo alla stanza. Era nervoso. Evitava il suo
sguardo.
«Lasciami fare e andrà tutto bene. Devi fare pipì o qualcosa?»
Jennifer avvampò, imbarazzata. Aveva una tale voglia di urinare che
sentiva un bruciore fortissimo.
«È là dentro.»
«Cosa? Hai il tuo bagno personale?»
«Sì. È là dentro.»
«Okay. Andiamo.»
Lei non si mosse.
«Non puoi venire con me.»
Kevin era fermo sulla porta del bagno, e aspettava.
«Non posso lasciarti sola.»
«E io non posso farlo di fronte a te.»
«Preferisci pisciarti addosso?»
«Non voglio che tu mi guardi. Non ho pistole o cose del genere, qua
dentro, se è questo che ti preoccupa.»
Lui parve seccato, ma a lei non importava. Kevin entrò in bagno, si
guardò intorno, poi uscì.
«Okay, non entrerò con te, ma non puoi chiudere la porta. Io resto qui,
così non ti vedo.»
«Ma mi senti.»
«Ascolta. Se vuoi pisciare fallo, a me non interessa. Se non vuoi, posa il
culo su quella sedia prima che torni Mars.»
Le scappava così tanto che decise di andare. Cercò di fare piano, ma le
parve che la pipì facesse più rumore che mai. Quando ebbe finito, tornò in
camera, troppo imbarazzata per guardarlo in faccia.
«Sei disgustoso.»
«Pazienza. Siediti lì e metti le mani dietro lo schienale.»
«Non capisco perché tu non possa semplicemente chiudermi dentro. Non
è che possa andare da qualche parte.»
«O ti lego io, o lo farà Mars.»
Lei sedette, rigida e tesa.
Kevin aveva due prolunghe nere. Quando la toccò, Jennifer si fece pic-
cola piccola, ma lui non le fece male.
«Non voglio fare il nodo troppo stretto, ma un po' devo stringere. Mars
verrà a controllare.»
La sua voce esprimeva un rammarico che la sorprese. Sapeva che Kevin
era spaventato, ma ora si chiedeva se non provasse imbarazzo per ciò che
stavano facendo. Forse aveva persino una coscienza. Quando ebbe finito di
legarle i polsi, si spostò davanti a lei per assicurarle le caviglie alle gambe
della sedia. Lei lo guardò, pensando che di tutti era l'unico che poteva farsi
amico.
«Kevin.»
«Cosa c'è?»
Lei tenne la voce bassa, per paura che Mars la sentisse.
«Tu sei finito dentro questa cosa proprio come me.»
Il volto di lui si fece scuro.
«Vi ho sentito parlare. Tu sei l'unico che sa di aver peggiorato le cose
venendo qui. Dennis sembra non capirlo» continuò la ragazza.
«Non parlare di Dennis.»
«Perché fai sempre quello che ti dice?»
«Le cose succedono, tutto qui. Non voglio parlarne.»
«Mio padre ha bisogno di un medico.»
«È solo svenuto. È successo anche a me.»
«Sai benissimo che sta male. Pensa a quello che stai facendo, Kevin, ti
prego. Cerca di far ragionare Dennis. Se mio padre muore, vi accuseranno
anche del suo omicidio. Lo sai.»
«Non posso farci niente.»
«Non è stata tua l'idea di rapinare quel minimarket, vero? Scommetto
che hai cercato di convincere Dennis a non farlo, ma lui non ha voluto a-
scoltarti, e ora siete tutti intrappolati qui dentro e ricercati per omicidio.»
Lui teneva gli occhi bassi, armeggiando con le prolunghe.
«Sono sicura che è andata così. Tu sapevi che era una cosa sbagliata. E
ora sai che anche questo è sbagliato. Mio padre ha bisogno di un dottore,
ma Dennis è ostinato. Se continui ad assecondare Dennis e Mars, la polizia
vi ucciderà tutti.»
Kevin si appoggiò all'indietro sui talloni. Sembrava stanco, come se ci
pensasse da tempo e tutto quel rimuginare lo avesse logorato. Scosse la te-
sta.
«Mi dispiace.»
Un'ombra si mosse dietro a Kevin, attirando l'attenzione di Jennifer.
Mars era fermo sulla porta e li fissava con espressione vacua. Lei non sa-
peva da quanto fosse lì, né cosa avesse sentito.
Mars non guardava Kevin. Fissava lei.
«Non ti scusare.»
Kevin si alzò così di scatto che per poco non cadde.
«Le avevo legato le caviglie troppo strette. Ho dovuto rifare il nodo.»
Mars andò alle finestre. Piantò dei grossi chiodi nei davanzali interni, in
modo che non si potessero aprire, poi venne a mettersi davanti a lei. Le
stava molto vicino, incombeva su di lei, così alto che pareva toccare il sof-
fitto. Poi si accucciò tra le sue gambe, tirando i legacci che le immobiliz-
zavano le caviglie. Il cordone le incise la pelle.
«Non è stretto bene. Hai fatto un nodo da femminuccia.»
Mars strinse il nodo, e poi fece lo stesso con quello dei polsi. Il cavo le
premeva sulla carne così forte che dovette mordersi la lingua per non urla-
re, ma era troppo spaventata per protestare. Poi Mars strappò un pezzo di
nastro adesivo grigio dal grosso rotolo e glielo premette con forza sulla
bocca.
Kevin continuava a tormentarsi le mani, chiaramente intimorito da Mars.
«Assicurati che possa respirare, Mars. Non metterlo così stretto.»
Mars premette le dita sul nastro. Il suo tocco le fece così schifo che a-
vrebbe voluto urlare.
«Va' di sotto, Kevin.»
Sulla soglia, Kevin esitò. Mars era ancora inginocchiato davanti a lei e
premeva il nastro così forte che pareva volesse farglielo entrare nei pori.
Premeva e premeva, con movimento ritmico. Jennifer pensò che sarebbe
svenuta.
«Tu non vieni?» chiese Kevin.
«Ora arrivo. Tu vai.»
Jennifer guardò Kevin, implorandolo con gli occhi di non lasciarla sola
con Mars.
Kevin scomparve.
Quando, alla fine, alzò lo sguardo verso Mars, vide che lui la stava os-
servando. Si abbassò con il viso all'altezza di quello di lei, poi si sporse in
avanti. Jennifer si ritrasse, pensando che lui volesse baciarla, ma si sba-
gliava. Mars rimase immobile per un tempo che le parve interminabile, fis-
sandola prima nell'occhio sinistro, poi in quello destro. Quindi si sporse
ancora più in avanti e tirò su con il naso. La stava annusando.
Poi si tirò su.
«Voglio mostrarti una cosa.»
Si tolse la maglietta, scoprendo un corpo flaccido e biancastro, un colore
che ricordava quello di un lenzuolo sporco. Sul torace aveva un tatuaggio
che diceva: "Cocco di mamma".
«Lo vedi? Mi è costato duecentoquaranta dollari. Ecco quanto voglio
bene a mia madre.»
Guardarlo le fece venire il vomito. Aveva il petto e la pancia punteggiati
di piccoli rigonfiamenti grigiastri. Pensò che fossero verruche. Lui ne toc-
cò uno, un nodulo duro e grigio, poi un altro, e l'angolo della sua bocca si
incurvò in un impercettibile sorriso.
«Mia madre mi bruciava con le sigarette.»
Jennifer provò un senso di nausea. Non erano bitorzoli o verruche: erano
cicatrici.
Mars si rimise la maglietta, quindi tornò a sporgersi verso di lei, e questa
volta lei fu certa che l'avrebbe toccata. Il cuore le batteva all'impazzata.
Avrebbe voluto voltarsi ma non poteva.
Lui le mise una mano sulla spalla.
Jennifer diede uno strattone ai legacci, voltando la testa di qui e di là, i-
narcando la schiena, sentendo il cavo segarle polsi e caviglie, mentre lei
cercava di urlare sotto il nastro adesivo.
Mars le strinse la spalla, una sola volta, come se stesse saggiando la con-
sistenza dell'osso sotto la carne, quindi ritrasse la mano.
Fece di nuovo quell'impercettibile sorriso, poi andò alla porta. Lì si fer-
mò, fissandola con occhi così vuoti che lei li vide pieni di incubi. Spense le
luci e uscì chiudendo la porta. Il rumore del suo martello era forte come il
tuono, ma non come il battito terrorizzato del cuore di Jennifer.

DENNIS

Dennis era alla finestra intento a osservare i movimenti della polizia


quando udì il rumore degli elicotteri cambiare. Quello era il primo segnale:
gli elicotteri si riposizionavano. Poi l'autopattuglia di testa si mise in moto
e compiendo un ampio cerchio si allontanò proprio mentre arrivava un'al-
tra macchina della Stradale. Non avrebbe saputo dire se Talley fosse an-
cora là fuori o meno. Di certo la polizia aveva in mente qualcosa, e questo
lo metteva in ansia, lo spaventava. Dennis pensò che se non se ne fossero
andati da lì al più presto, forse non avrebbero potuto farlo mai più.
Mars sedette sul divano accanto a Walter Smith. Gli posò una mano sul-
la testa come se stesse accarezzando la peluria morbida fra le orecchie di
un cane.
«Non ti hanno dato l'elicottero perché non credono che tu faccia sul se-
rio.»
Dennis si allontanò dalla finestra, irritato. Non gli piaceva quel sorrisetto
compiaciuto di Mars del tipo "te l'avevo detto". Era lui che lo aveva istiga-
to a rapinare il minimarket, lui che aveva sparato al poliziotto.
«Tu non sai di cosa parli. Hanno delle regole, per queste cose. E comun-
que, che vadano a farsi fottere. Non ho mai pensato che ce l'avrebbero da-
to, ma valeva la pena provarci.»
Mars accarezzò la testa di Smith, facendo correre lentamente le dita sul
cranio come se stesse tastandone i contorni. Dennis la trovò una cosa stra-
na.
«A te sfugge la situazione d'insieme, Dennis.»
«Vuoi sapere com'è la situazione, Mars? Ora te la spiego: dobbiamo tro-
vare un modo per andarcene da qui con quei soldi.»
Mars diede un colpetto sulla testa di Smith.
«La nostra via d'uscita è qui dentro. Tu non ti rendi conto del potere che
abbiamo.»
«Gli ostaggi? Cristo, è l'unica cosa che abbiamo. Altrimenti gli sbirri ci
salterebbero addosso.»
Quando Mars alzò di nuovo lo sguardo, Dennis pensò che i suoi occhi
fossero più luminosi e in un certo senso più vigili.
«Quello che noi abbiamo è la paura che provano. La loro paura è il no-
stro potere. La polizia ci prenderà sul serio solo quando avrà paura che uc-
cidiamo questa gente. Non sono le persone, che dobbiamo usare come
scambio, Dennis. È la loro morte.»
Dennis pensò che stesse scherzando.
«Okay, amico. Sbalordiscimi.»
«La polizia non ha motivo di trattare se non ci prende sul serio. Non de-
vono fare altro che aspettare che ci stanchiamo e ci arrendiamo. Loro lo
sanno, Dennis, e ci contano.»
Dennis sentì il petto espandersi contro la tensione che opprimeva la
stanza. Mars continuava a guardarlo, gli occhi ridotti a due puntini neri e
duri. Dennis aveva la vaga sensazione che tra di loro il rapporto di forza
fosse in qualche modo cambiato e che ora fosse Mars a condurre, aspettan-
do di vedere se lui lo avrebbe seguito.
«Allora, come facciamo a convincerli?»
«Gli diciamo che siamo disposti a lasciar andare il ciccione in segno di
buona volontà.»
Dennis rimase immobile. Vedeva Kevin con la coda dell'occhio e sapeva
che anche lui avvertiva quell'insopportabile pressione.
«Mandiamo fuori il ciccione. Ci limitiamo ad aprire la porta e gli dicia-
mo di andarsene. Deve solo attraversare il cortile e dirigersi verso le auto.
Il tuo amico Talley probabilmente lo chiamerà, dicendogli qualcosa tipo:
"Su, vieni, è tutto a posto".»
Dennis aveva i sudori freddi alla schiena.
«Aspettiamo che arrivi a metà strada, e poi gli spariamo.»
Dennis udì il battito del proprio cuore. Udì il proprio respiro fluire attra-
verso i denti come un sibilo lontano.
Mars allargò le mani davanti alla semplice bellezza del suo piano.
«Allora capiranno che facciamo sul serio, e avremo qualcosa da scam-
biare.»
Dennis cercò di convincersi che Mars stava scherzando, ma sapeva che
era serio. Mortalmente serio.
«Mars, non possiamo fare una cosa simile.»
Mars lo guardò, incuriosito.
«Io sì. Se vuoi, lo faccio io.»
Dennis non sapeva cosa dire. Sopra di loro, il frastuono degli elicotteri si
era fatto più forte. Andò alle tapparelle e finse di sbirciare fuori, ma la ve-
rità era che non riusciva più a guardare Mars. Lo terrorizzava.
«No, amico. Direi di no.»
«No?»
«No. Non possiamo farlo.»
Gli occhi di Mars persero la loro brillante intensità, come una candela la
cui fiamma si affievolisce. Mars si strinse nelle spalle e Dennis provò un
gran sollievo. Disse a lui e a Kevin di stare in guardia e si allontanò per fa-
re un altro giro della casa. Entrò in ogni stanza del pianterreno, controllan-
do le finestre per vedere se potevano essere usate per svignarsela, ma erano
tutte in piena vista. Dennis sapeva di avere poco tempo a disposizione. Se
voleva fuggire doveva farlo in fretta perché stavano arrivando altri poli-
ziotti. Si spostò sul retro della casa, attraversò il soggiorno e andò in gara-
ge. Sperava di trovarci una porticina laterale, ma scoprì solo un piccolo
bagno di servizio in fondo a una specie di officina annessa al garage. Nella
parete sopra il lavandino c'era una finestrella con il vetro scorrevole. Den-
nis l'aprì e vide le foglie fitte di un cespuglio di oleandro, verde scuro e ap-
puntite, che spingevano contro la rete della zanzariera. Premette il volto
contro la griglia e guardò fuori, ma era impossibile vedere qualcosa nell'o-
scurità crescente. La finestra dava sulla strada dalla parte del muro, ma era
nascosta dall'oleandro. Se non fosse stato per il cespuglio, i poliziotti in
strada avrebbero potuto vederlo. Dennis spinse all'esterno la zanzariera, at-
tento a non fare rumore. Aprì ulteriormente la finestra, salì sul lavandino e
si sporse. Di giorno non avrebbe mai fatto una cosa simile, ma il buio gli
dava coraggio. La finestra si trovava a un metro e mezzo d'altezza dal ter-
reno. Infilò le spalle nell'apertura. La fila di oleandri costeggiava il muro,
ma non si capiva per quanto. Dennis era sempre più eccitato. Tornò dentro
e si girò in modo da far uscire i piedi, prima una gamba, poi l'altra. Si la-
sciò cadere a terra. Era fuori.
Si accucciò sotto l'oleandro, la schiena premuta contro la parete del ga-
rage, e rimase in ascolto. Sentiva le radio delle due autopattuglie parcheg-
giate sul davanti della casa. Le intravide attraverso le foglie, scintillanti
sotto la luce dei lampioni. Non riusciva a vedere i poliziotti, ma sapeva che
stavano sorvegliando il davanti della casa, e non la fila di cespugli che cor-
revano sul lato. Dennis si sdraiò e strisciò piano lungo il muro. In alcuni
punti gli oleandri erano più folti, in altri più radi, ma nessuno lo vide. Ar-
rivò in fondo al muro e vide che gli oleandri proseguivano nel giardino
della casa accanto. Dennis era sempre più eccitato. Potevano prendere i
soldi, trascinarli lungo i cespugli e svignarsela proprio sotto il naso della
polizia che sorvegliava il davanti della casa!
Dennis tornò alla finestrella e si infilò di nuovo in casa. Era eccitatissi-
mo. Ce l'avrebbe fatta! Sarebbe sfuggito a Talley e all'accusa di omicidio,
e sarebbe andato a spassarsela alla grande a Tijuana.
Corse nello studio per comunicare a Kevin e Mars che aveva trovato una
via d'uscita.

CLEWES

Venere brillava bassa a occidente nel cielo sempre più buio, correndo
verso il crinale delle montagne e il colmo del tetto di Talley. Le stelle non
si vedevano ancora, ma lì, nell'alto deserto, lontano dalla città, il cielo sa-
rebbe stato presto invaso dalle loro luci.
L'appartamento di Talley era una delle quarantotto unità distribuite in
quattro edifici disposti in modo da formare una H. Grandi alberi di euca-
lipto si piegavano sopra gli edifici come ubriachi appoggiati a una ringhie-
ra. Marion immaginò che un tempo gli appartamenti dovevano essere stati
unità più grandi poi frazionate e vendute. Ognuno aveva un piccolo patio
circondato da una recinzione e, al centro fra i quattro edifici, c'era una bel-
la piscina; sui due lati esterni di ogni edificio c'erano dei posti auto scoper-
ti per i residenti. Sembrava un bel posto in cui vivere.
Marion attraversò il complesso, sentendo musica e voci. Alcune auto
stavano parcheggiando, uomini e donne che tornavano dal lavoro; una
donna anziana nuotava con bracciate metodiche, unica occupante della pi-
scina. Erano accesi parecchi barbecue, che riempivano l'aria dell'odore di
carne bruciata.
Marion girò intorno all'edificio in cui si trovava l'appartamento di Tal-
ley. Poiché non era di recente costruzione (Marion immaginò che risalisse
agli anni Settanta), i contatori del gas, della luce e le centraline di telefono
e tivù via cavo erano tutti radunati in un punto lontano, di fronte ai par-
cheggi. Qualunque impianto individuale di sorveglianza doveva essere col-
legato alle linee telefoniche. Marion vide con piacere che gli edifici non
erano dotati di sistemi di allarme. Il fatto non lo sorprese. Trattandosi di
una cittadina sonnolenta e tranquilla, così lontana da Los Angeles, il mas-
simo di cui il condominio avrebbe potuto dotarsi in fatto di sicurezza sa-
rebbe stato un agente di sorveglianza che facesse un giro ogni ora. E forse
neppure quello.
Marion trovò l'appartamento di Talley e varcò il cancello che conduceva
alla porta d'ingresso. Strinse la mascella per non scoppiare a ridere: il patio
e la porta erano nascosti da una staccionata alta neppure due metri, tanto
per garantire un miniino di privacy. Non avrebbe potuto essere più facile
di così. Suonò il campanello due volte, poi bussò, sapendo già che in casa
non c'era nessuno. Indossò i guanti di lattice, tirò fuori il grimaldello,
quindi si mise all'opera. Dopo quattro minuti il chiavistello scattò. Ottanta
secondi dopo, Marion entrò
«C'è qualcuno?»
Non si aspettava una risposta, e infatti non ci fu. Richiuse la porta ma
non a chiave.
Sulla sinistra c'era la cucina, sulla destra una piccola sala da pranzo. Una
porta a vetri dava sul patio. Davanti si apriva un grande soggiorno con un
caminetto. Marion cercò una scrivania o una postazione di lavoro, ma non
ne vide. Spalancò la porta a vetri e poi attraversò il soggiorno per andare
ad aprire la finestra più grande. Se fosse uscito con calma avrebbe richiuso
tutto, ma per il momento voleva garantirsi rapide vie di fuga. Howell non
voleva Talley morto, quindi Marion avrebbe cercato di non ucciderlo, an-
che se lui lo avesse sorpreso in casa.
Marion salì la ripida scala che portava al primo piano. Sul pianerottolo si
aprivano un bagno e due camere da letto; quella alla sua destra era la ca-
mera padronale. Accese la luce. Si aspettava di dover perquisire ogni ar-
madio e ogni cassetto della casa alla ricerca di qualche elemento che po-
tesse essere usato per far leva su Talley, e invece eccolo lì, proprio davanti
a lui, che l'aspettava. A volte succedeva proprio così.
Appoggiata alla parete di fronte a lui c'era una scrivania, e sopra, gettate
alla rinfusa, carte, conti, ricevute. Ma non fu questo ad attirare l'attenzione
di Marion. Furono le cinque foto incorniciate e posate verso il fondo della
scrivania: Talley in compagnia di una donna e una bambina, la donna e
Talley sempre uguali, la bambina ritratta in età diverse.
Marion si accovacciò, e se le avvicinò al volto.
Una donna. Una bambina.
Una moglie. Una figlia.
Marion rifletté sulle possibilità.

Venerdì, 20.06

TALLEY

L'unità di crisi dello sceriffo della contea di Los Angeles sbucò da dietro
la curva come un convoglio militare. Una berlina senza contrassegni apriva
la fila, seguita da un ingombrante veicolo adibito a postazione mobile di
comando che sembrava il furgone di una panetteria dopo una cura di ana-
bolizzanti. Gli uomini dello sceriffo non avrebbero avuto bisogno della ca-
sa della signora Pena: il furgone era dotato di generatore di corrente, toilet-
te, centralina per i computer dell'agente incaricato delle operazioni di
intelligence e tutto l'occorrente per trasmettere gli ordini e coordinare l'a-
zione. C'era anche un distributore automatico di caffè. La squadra Swat
seguiva a bordo di due grossi GMC Suburban e con un secondo furgone
che portava armi e attrezzature. Mentre il convoglio si fermava, gli uomini
della Swat scesero di corsa, già vestiti con le loro uniformi tattiche verde
scuro. Andarono rapidamente al secondo furgone, dove un sergente super-
visore distribuì ricetrasmittenti e armi. A bordo di quattro autopattuglie,
che seguivano i veicoli tattici, arrivarono altri vice in uniforme, al coman-
do di un ufficiale di coordinamento. Talley percepì una variazione nella
turbolenza generata dalle pale degli elicotteri, mentre questi si riposiziona-
vano per riprendere l'arrivo degli automezzi. Se Rooney stava guardando
la televisione, il suo stress sarebbe salito alle stelle. In momenti come quel-
li aumentava la possibilità che il soggetto si facesse prendere dal panico e
decidesse di agire. Talley andò velocemente verso la prima auto della fila.
Dal posto di guida scese un afroamericano alto e snello, mentre dall'altra
parte smontava un uomo con radi capelli biondi.
«Jeff Talley» disse, porgendo la mano. «Sono il capo della polizia loca-
le. È lei il comandante della squadra?»
L'uomo di colore gli rivolse un sorriso tranquillo.
«Will Maddox. Sono il primo negoziatore. Questo è Chuck Ellison, il
mio secondo. Il comandante è il capitano Martin. Ci segue a bordo del fur-
gone.»
Mentre Talley e Maddox si scambiavano una stretta di mano, Ellison
disse, con una strizzatina d'occhio: «Lei preferisce viaggiare a bordo del
furgone anziché con noi negoziatori. Ci sono un sacco di belle lucine là
dentro».
«Chuck!»
Ellison assunse un'aria innocente.
«Perché, cos'ho detto?»
L'attività nella strada cambiò drasticamente. Talley si era sentito come
appeso per la punta delle dita a uno spuntone di roccia, ma ora una forza
organizzata militarmente stava prendendo il controllo della situazione ne-
gli York Estates. Una macchia di luce bianca scintillante li investì spostan-
dosi lungo il convoglio. Tutti e tre alzarono le mani per difendersi dal ba-
gliore accecante. Per Talley era un conforto vedere le diverse squadre che
si organizzavano con collaudata efficienza. Non si sentiva più solo. Di lì a
pochi minuti questo Will Maddox gli avrebbe tolto dalle spalle la respon-
sabilità di altre vite umane.
«Signor Maddox, sono davvero felice di vederla» disse.
«Will» ribatté lui. «Il signor Maddox è mia moglie.»
Ellison scoppiò in una sonora risata.
Maddox si limitò a sorridere distrattamente per la battuta, lanciando u-
n'occhiata verso l'imbocco del cul-de-sac, poco più avanti.
«I soggetti asserragliati sono laggiù?»
«In fondo. Ho due uomini piazzati proprio davanti alla casa, tre sparsi
per la proprietà su ogni lato, altri tre oltre il muro di cinta sul retro, che dà
sulla Flanders Road. Abbiamo anche due agenti in ogni punto di accesso
agli York Estates, e tre con i giornalisti. Avremmo bisogno di rinforzi per
tenere a bada i reporter, prima che comincino a infiltrarsi nel complesso.»
«Di questo potrà informare il capitano, ma prima di tutto ci sono un paio
di punti che avrei bisogno di chiarire con lei.»
«Dica.»
Talley andò con i due uomini verso il furgone della postazione mobile di
comando per parlare con il capitano. Sapeva per esperienza che Maddox
ed Ellison avrebbero voluto ascoltare una replica il più dettagliata possibile
delle sue conversazioni con Rooney.
«È lei ad aver avuto contatti diretti con i soggetti?»
«Sì. Solo io.»
«Okay. Gli ostaggi sono in immediato pericolo?»
«Non credo. L'ultima conversazione con Rooney l'ho avuta una ventina
di minuti fa. Da come gliel'ho messa, si è convinto di potersela cavare sia
per l'omicidio di Kim che per il tentato omicidio dell'agente. Voi siete al
corrente, vero?»
Mentre erano diretti là, gli uomini dello sceriffo avevano ricevuto un ag-
giornamento via radio sugli eventi che avevano portato all'attuale situazio-
ne. Maddox confermò che conoscevano i fatti essenziali.
«Bene. È saltato fuori che Kim aveva una pistola, e qualcun altro dei
soggetti oltre a Rooney ha sparato all'agente. Io gli ho lasciato intendere
che un buon avvocato potrebbe trovare un accordo per entrambi i capi di
imputazione.»
«Ha avanzato qualche richiesta?»
Talley spiegò che Rooney aveva chiesto un arretramento degli agenti dal
perimetro e dell'accordo che avevano raggiunto, i nomi degli ostaggi in
cambio del ritiro. La prima concessione era spesso la più difficile da otte-
nere, e il modo cui vi si giungeva poteva stabilire un precedente per quanto
sarebbe venuto in seguito.
Maddox camminava con le mani in tasca, un'espressione concentrata e
pensierosa sul volto.
«Ottimo lavoro, capo. Pare che non siamo messi poi così male. Lei era
nella squadra Swat del Dipartimento di polizia di Los Angeles, vero?»
Talley lo guardò con maggior attenzione.
«Esatto. Ci siamo già visti?»
«Prima di andare a lavorare nell'Ufficio dello sceriffo, ero agente di pat-
tuglia nel Dipartimento di polizia di Los Angeles, più o meno nel periodo
in cui c'era anche lei. Quando ci hanno chiamato qui, oggi, il suo nome
non mi è giunto nuovo. Lei è quello dell'asilo nido.»
Ogni volta che qualcuno menzionava l'asilo nido, Talley si sentiva a di-
sagio.
«È successo tanto tempo fa.»
«Dev'essere stata dura. Io non credo che avrei avuto le palle per farlo.»
«Non si tratta di palle. È che non mi è venuto in mente nient'altro.»
In una radiosa mattina di primavera, nella zona di Fairfax, un uomo ave-
va fatto irruzione in un asilo nido ebraico, prendendo in ostaggio un'inse-
gnante e tre bambini. Al suo arrivo, Talley aveva trovato l'uomo confuso,
incoerente e in preda a un rapido processo di dissociazione. Temendo che
il soggetto fosse vicino a un attacco psicotico, e che i bambini si trovassero
in imminente pericolo, Talley aveva offerto se stesso come ostaggio in
cambio dei piccoli, un gesto che andava contro gli ordini espliciti del suo
superiore e violava le procedure del Dipartimento di polizia di Los Ange-
les. Talley si era avvicinato all'asilo disarmato e senza protezione, conse-
gnandosi all'uomo, che contemporaneamente aveva rilasciato i piccoli.
Mentre l'uomo stava sulla porta con un braccio stretto intorno al collo di
Talley e una Smith & Wesson 9 millimetri puntata alla sua tempia, il mi-
glior amico di Talley a quell'epoca, Neal Craimont, lo aveva fatto secco da
cinquanta metri con un colpo al sopracciglio destro. Il proiettile ultrasoni-
co da 5,56 millimetri era passato a soli dieci centimetri dal cervello di Tal-
ley. I giornali avevano parlato di lui come di un eroe, anche se per Talley
gli avvenimenti di quella mattina erano da considerarsi un insuccesso. Lui
era un primo negoziatore, e per un negoziatore quando muore qualcuno è
sempre un fallimento. Il successo deriva solo dalla sopravvivenza.
Maddox parve avvertire il disagio di Talley e lasciò cadere l'argomento.
Quando arrivarono dietro il veicolo di comando, una donna in tuta tattica
si staccò da un gruppo di sergenti per andare loro incontro. Aveva una ma-
scella volitiva, occhi neri molto vivaci, capelli biondi e corti.
«È il capo Talley?»
Maddox annuì.
«È lui.»
Lei gli porse la mano. Ora che le era vicino, Talley vide i gradi di capi-
tano sul colletto. La donna aveva una stretta decisa.
«Laura Martin. Capitano. Sono il comandante operativo dell'unità di cri-
si.»
A differenza di Maddox ed Ellison, che erano rilassati, il capitano Mar-
tin era tesa come una corda di violino, e i suoi modi bruschi fino al limite
della scortesia.
«Mi fa piacere che abbia già conosciuto i nostri negoziatori. Il sergente
Maddox prenderà il comando come primo.»
Laura Martin attivò la ricetrasmittente assicurata all'imbracatura e chiese
un controllo delle comunicazioni tra i supervisori da lì a cinque minuti,
quindi tornò a rivolgersi a Talley.
«Ha piazzato degli uomini intorno alla casa?»
«Sissignora.»
«Quanti sono?»
«Undici. In parte uomini miei, in parte agenti della Stradale. Prima li ho
disposti vicino alla casa, poi li ho fatti arretrare per prendere contatto con
Rooney, quindi dovrete stare attenti.»
Il capitano Martin pareva non prestare alcuna attenzione alle sue parole;
continuava a voltarsi per guardare la strada in entrambe le direzioni. Talley
si convinse che fosse intenta a valutare la situazione e a farsi un'idea dei
suoi uomini. La cosa lo irritò. Stavano spostando il furgone della postazio-
ne di comando vicino a un quadro di accesso alle linee elettriche e telefo-
niche interrate. Se volevano collegarsi alle linee telefoniche della casa,
come pure a quelle elettriche, da lì avrebbero potuto farlo. Talley aveva già
convocato sul posto alcuni uomini della compagnia telefonica e di quella
che forniva l'energia elettrica.
«Radunerò tutti i miei supervisori, in modo che lei possa fare un unico
resoconto. Appena avremo stabilizzato la situazione, voglio far subentrare
la mia squadra tattica.»
Talley provò un'altra ondata di irritazione: era evidente che la situazione
era stabilizzata. Suggerì al capitano Martin di radunare i suoi supervisori in
casa della signora Peña, ma lei obiettò che ci voleva troppo tempo. Mentre
la donna riuniva i suoi sotto un lampione, Talley chiamò via radio Metzger
chiedendo le copie della piantina della casa. Le distribuì e fece un rapido
resoconto delle sue conversazioni con Rooney, descrivendo quanto aveva
appreso sulla casa e sulle persone che si trovavano all'interno.
Laura Martin gli stava accanto, le braccia incrociate sul petto, e lo osser-
vava con quello che lui avvertiva come un crescente scetticismo.
«Avete fatto tagliare luce e telefono?»
«Abbiamo bloccato i telefoni. Ma non vedevo il motivo di tagliare la
corrente elettrica finché non sapevamo per certo con chi avevamo a che fa-
re.»
Il capitano Martin ordinò al suo agente addetto all'intelligence, un ser-
gente di nome Rojas, di chiamare qualcuno delle compagnie fornitrici, in
caso avessero avuto bisogno di staccare la spina.
Metzger indicò un punto lungo la strada.
«Sono già qua. Vede quel tizio con il berretto della Duke? È lui.»
Il responsabile della squadra tattica, un sergente di grande esperienza di
nome Carl Hicks, studiò gli schizzi della piantina della casa, e parve secca-
to scoprendo che Talley non era in grado di fornirgli una copia del proget-
to originale presentato al comune.
«Sappiamo dove tengono gli ostaggi?»
«No.»
«E la posizione dei soggetti?»
«La stanza subito a destra rispetto alla porta d'ingresso è lo studio del
padre. Di solito quando Rooney parla con me sta lì, ma non potrei dire che
sia sempre così. So che si muove all'interno della casa per tenere d'occhio
il perimetro, ma è molto abbottonato. Le tapparelle sono tutte chiuse tran-
ne quelle della porta finestra che dà sulla piscina nel retro. Lì non ci sono
tende, ma lui tiene le luci spente.»
Hicks guardò il capitano con espressione accigliata.
«Peggio per noi, ma cosa ci possiamo fare? Potremmo riuscire a scattare
qualche immagine termica.»
Se fossero stati costretti a fare irruzione nella casa, sarebbe stato molto
più sicuro per tutti conoscere con certezza la posizione degli occupanti.
Maddox fece un cenno con il mento in direzione di Talley.
«Il capo, qui, è riuscito a far ammettere a Rooney che tutti e tre i ricerca-
ti si trovano dentro la casa. Forse potrei riuscire a farmi dire dove si trova-
no.»
Laura Martin non parve affatto colpita.
«Hicks, sguinzaglia due uomini intorno al perimetro per scoprire esatta-
mente con cosa abbiamo a che fare. Accertiamoci che il posto sia sicuro.»
«Capitano» disse Talley «la avverto che Rooney è ossessionato dalla po-
sizione degli agenti. Ho fatto arretrare gli uomini per poter cominciare una
trattativa. Faceva parte dell'accordo.»
La donna si spostò di qualche passo per vedere meglio la strada. Talley
non avrebbe saputo dire cosa stesse guardando esattamente.
«L'ho capito, capo. Grazie. Allora, è pronto a passare il telefono a Mad-
dox ed Ellison non appena si saranno sistemati?»
«Sono già pronto adesso.»
Lei fece schioccare la lingua con un gesto brusco e poi si rivolse a Mad-
dox.
«Per me va bene, Maddox. Voi tre dovreste prendere posizione davanti
alla casa.»
Maddox aveva un'espressione tesa. Talley pensò che i modi della donna
irritassero pure lui.
«Preferirei avere ancora qualche minuto per esaminare le precedenti
conversazioni del capo con quei tizi.»
Laura Martin guardò l'orologio, impaziente.
«Potrete farlo mentre subentriamo sulla scena. Voglio cominciare. Capo
Talley, ho il comando della situazione?»
«Sissignora, è tutto suo.»
Il capitano Martin guardò l'orologio.
«Allora, da questo momento subentro al comando. Sergente Maddox,
prenda posizione. Sergente Hicks, lei resti con me.»
Martin e Hicks si allontanarono a passo svelto verso gli uomini della
Swat.
Maddox rimase a fissarla per un momento, poi si voltò verso Talley.
«È molto tesa.»
Talley annuì ma non disse nulla. Aveva creduto che si sarebbe sentito
sollevato al momento di passare il comando, ma non era così.

THOMAS SMITH

Solo nella sua camera buia, Thomas tratteneva il respiro per udire me-
glio oltre il mutevole rumore delle pale degli elicotteri. Temeva che Mars
potesse far finta di allontanarsi e poi tornare in silenzio per vedere se lui
cercava di slegarsi. Thomas conosceva ogni cigolio del corridoio del piano
superiore perché Jennifer si divertiva a spiarlo: un'asse che scricchiolava
era proprio davanti alla sua porta, un'altra a metà strada tra la sua camera e
quella di Jennifer. Restò in ascolto.
Niente.
Thomas era sdraiato a braccia e gambe divaricate sul più basso dei letti a
castello, faccia in su, i polsi e le caviglie legati così stretti alle colonnine
del letto che non sentiva più i piedi. Una volta finito di legarlo, Mars era
rimasto lì accanto, incombendo su di lui come una specie di gigante ritar-
dato, la bocca aperta come quei pervertiti che si trovano nei gabinetti pub-
blici, contro i quali sua madre lo metteva in guardia ogni volta che anda-
vano al centro commerciale. Poi Mars gli aveva chiuso la bocca con il na-
stro adesivo. Thomas era terrorizzato: sudava come se fosse un irrigatore a
pioggia e pensava di soffocare. Si dimenava, tirando i legacci che lo im-
mobilizzavano, lottando per liberarsi, finché sentì l'alito di Mars sulla
guancia. E allora non riuscì più neppure a muoversi, come se il suo corpo e
la sua mente non comunicassero più tra loro e lui fosse condannato a resta-
re lì, fermo come una tartaruga che aspetta la macchina che la ridurrà in
poltiglia.
Mars gli posò una mano sul petto, e l'alito si spostò sull'orecchio. Caldo
e umido. Poi un sussurro.
«Ti mangerò il cuore.»
Thomas provò una sensazione di bruciore, dall'interno verso l'esterno,
una specie di calore umido che si faceva sempre più rovente. Se la fece nei
pantaloni.
Mars andò alla porta, spense le luci e uscì, chiudendosi la porta alle spal-
le. Thomas attese, contando lentamente fino a cento. Poi si mise al lavoro
per liberarsi.
Era bravissimo, in questo. Ed era anche molto abile a sgattaiolare fuori
dalla casa, cosa che aveva fatto quasi ogni notte, quell'estate. Aspettava
che i suoi andassero a letto e poi se la svignava per andare da Duane Fer-
gus, che viveva in una grande casa rosa in King John Place. A volte lan-
ciavano uova e rotoli di carta igienica bagnata contro le auto che passava-
no sulla Flanders. Quando si stufavano, attraversavano la strada e an-
davano nel cantiere di un complesso in costruzione dove parcheggiavano
gli adolescenti per pomiciare. Duane Fergus (che aveva un anno più di lui
e sosteneva di farsi la barba) una volta aveva lanciato un sasso contro una
Bmw nuova fiammante perché (così diceva lui) quello stronzo fortunato al
volante si stava facendo fare un pompino. Per poco non se l'erano fatta ad-
dosso tutti e due quando l'auto si era messa in moto, illuminandoli con i fa-
ri. Avevano attraversato la Flanders così di corsa che per poco non erano
finiti sotto le ruote di un gigantesco autoarticolato.
Thomas aveva perfezionato l'arte di muoversi non visto attraverso la ca-
sa cambiando l'angolazione di alcune telecamere. Appena appena, solo un
pochino, quel tanto perché i suoi non potessero vedere proprio tutto. Sape-
va che gran parte della gente non viveva in case in cui ogni stanza era sor-
vegliata da un sistema televisivo a circuito chiuso. Suo padre gli aveva
spiegato che quella precauzione era necessaria perché lui teneva i libri con-
tabili di persone importanti e qualcuno avrebbe potuto tentare di rubarli.
Era un grossa responsabilità, aveva detto, e quindi dovevano proteggere la
casa nel miglior modo possibile. Spesso aveva raccomandato a lui e Jane
di stare in guardia da tipi sospetti, e di non parlare mai degli allarmi e delle
telecamere con i loro amici. Sua madre diceva che le considerava tutte
sciocchezze e che erano solo il giocattolo del padre. Ma per Duane erano
una bomba.
Il cavo che gli bloccava il polso sinistro era allentato.
Mentre Mars gli legava il polso destro alla colonnina del letto, Thomas
si era scostato appena, in modo che ora il cavo aveva un po' di gioco. Tirò
con forza, serrando di più i nodi, ma riuscendo così a toccare con le dita il
nodo che lo assicurava alla colonnina. Era stretto. Thomas vi conficcò le
dita così forte che il dolore gli fece venire le lacrime agli occhi, ma il nodo
si allentò. Continuò a lavorare freneticamente, terrorizzato all'idea che
Mars o uno degli altri spalancasse la porta, ma poi il nodo cedette e la sua
mano fu libera. Strappare il nastro adesivo dalla bocca gli fece più male di
un'otturazione dal dentista. Slegò la mano destra, poi i piedi, e fu libero.
Come diceva Duane, dovevi rischiare di rimanere spiaccicato sulla strada
se volevi vedere un tizio che si faceva fare un pompino.
Thomas rimase sdraiato sul letto, in ascolto.
Niente.
So dove papà tiene una pistola.
Thomas si sentiva calmo e sicuro di ciò che doveva fare. Sapeva esatta-
mente cosa le telecamere potevano riprendere e cosa no. Avrebbe voluto
andare in bagno a lavarsi, ma sapeva che sarebbe stato visibile sul monitor.
Si tolse i pantaloni e si pulì alla meglio con le mutande, quindi le appallot-
tolò e le infilò sotto il letto. Scivolò a terra e strisciò lungo la parete verso
l'armadio, passando sotto la scrivania. Qualcuno aveva divelto il suo tele-
fono dal muro, lasciando la spina nella presa, ma strappando i fili. Stronzi.
Nel libro Il leone, la strega e l'armadio, i bambini trovavano una porta
segreta in fondo al guardaroba attraverso la quale fuggivano dal mondo re-
ale per entrare nella terra fantastica di Narnia. Anche lui aveva la sua porta
segreta in fondo al guardaroba: una botola di accesso a un passaggio che
correva sotto le falde ripide del tetto. Era il suo percorso privato (suo e di
Duane), attraverso il quale poteva raggiungere le altre botole di accesso
sparse per la casa.
Thomas aprì lo sportello e si infilò nell'apertura, facendo attenzione a
non battere la testa contro le travi. Il calore accumulatosi nello spazio ri-
stretto lo avvolse come un gas. Cercò la torcia elettrica che teneva lì vici-
no, la accese, quindi richiuse lo sportello. In quella parte della casa il sotto-
tetto era un lungo tunnel a sezione triangolare che seguiva il margine po-
steriore del tetto. Nei punti in cui le finestre erano ritagliate nel tetto, il
triangolo diventava un basso rettangolo che lo costringeva a strisciare sulla
pancia. Procedette così finché non arrivò a una seconda botola d'accesso,
che si apriva nell'armadio a muro di Jennifer. Rimase in ascolto finché non
fu certo che gli stronzi non fossero nella camera della sorella, quindi la a-
prì facendo crollare una montagna di scarpe.
L'armadio era avvolto nell'oscurità, la porta chiusa.
Si fece largo tra le scarpe e i vestiti, quindi spense la torcia. Arrivato alla
porta si immobilizzò, ma non sentì nessun rumore. La socchiuse. Nella
camera le luci erano spente; era un bene perché gran parte del locale era
visibile sui monitor. Aprì la porta così lentamente che gli parve di impie-
garci un'eternità. La stanza era illuminata dal chiarore azzurrino della luna.
Vide Jennifer legata alla sedia, la schiena rivolta verso di lui.
«Jen?»
Lei si mosse di colpo e borbottò qualcosa. Thomas le parlò, tenendo la
voce bassa.
«Sono nel tuo armadio a muro. Rilassati, okay? Se stanno guardando, ti
possono vedere sui monitor.»
Lei smise di agitarsi.
Thomas cercò di ricordare quale parte della camera venisse coperta dalla
telecamera. A volte, quando i suoi erano via, lui e Duane andavano nella
stanza di sicurezza perché l'amico potesse vedere Jennifer nuda. Era quasi
certo che se fosse uscito strisciando a terra e poi si fosse tenuto contro la
parete sotto le finestre, dove c'era più ombra, avrebbe potuto avvicinarsi
alla sedia. Se avesse sentito Mars o gli altri avvicinarsi, avrebbe potuto ri-
fugiarsi di nuovo dentro il sottotetto e da lì tornare nella propria camera,
oppure fuggire in garage.
«Jen, ascoltami. Ora vengo vicino a te.»
Lei scosse il capo con violenza, borbottando freneticamente sotto il na-
stro adesivo.
«Sta' zitta! Non posso slegarti.»
Thomas spinse la porta di qualche centimetro, poi avanzò nell'oscurità
strisciando sui gomiti. Passando davanti alla scrivania, si accorse che an-
che il telefono di Jane era stato strappato dal muro. Stronzi.
Girò tutt'intorno alla stanza, e presto si trovò sdraiato accanto al letto,
sfruttando l'ombra per nascondersi. Era a poco più di un metro dalla sorel-
la, e vide che aveva la bocca coperta dal nastro adesivo. Alzò gli occhi
verso l'angolo del soffitto in cui era inserita la telecamera. Queste teleca-
mere non erano visibili: erano quelli che suo padre chiamava "stenoscopi",
montati nel sottotetto dietro la parete da cui sbirciavano attraverso minu-
scoli fori. Scivolò fino alla sedia e andò a mettersi dietro la sorella. Imma-
ginò che la telecamera potesse riprenderla dalla vita in su, ma non molto
bene nell'oscurità. Decise di rischiare. Allungò la mano e velocemente
strappò via il nastro adesivo per poi tornare a nascondersi dietro alla sedia.
«Merda! Che male!»
«Sta' zitta e ascolta!»
«Ti beccheranno!»
«Shh! Ascoltami!»
Thomas allungò le orecchie, concentrandosi per sentire oltre il rumore
degli elicotteri e della polizia, là fuori.
Niente.
«Va tutto bene, Jen. Non mi hanno visto e ora non possono vedermi.
Non ti voltare. Stammi solo a sentire.»
«Come hai fatto a entrare qui?»
«Sono passato attraverso il sottotetto. Ora ascoltami e sta' ferma. Adesso
ti slego. Hanno inchiodato le finestre, ma credo che possiamo scendere
passando per il sottotetto. Se riusciamo ad arrivare fino al garage, possia-
mo aprire la porta e scappare.»
«No!»
Thomas lavorava con gesti frenetici. Il cavo non era teso intorno a polsi
e caviglie, ma i nodi erano stati stretti molto forte.
«Thomas, smettila! Dico sul serio! Non slegarmi.»
«Ma sei scema? Potremmo riuscire a scappare!»
«Ma papà resterebbe qui. Io non me ne vado senza di lui.»
Thomas si accovacciò sui talloni, confuso.
«Ma, Jen...»
«No! Thomas, se ci riesci fa' pure, ma io non me ne vado senza papà.»
Thomas era così arrabbiato che l'avrebbe presa a pugni. Erano chiusi là
dentro con tre killer pazzi furiosi che probabilmente bevevano sangue u-
mano, tra cui un maniaco deciso a mangiargli il cuore, e lei non voleva an-
darsene. Ma poi, riflettendoci, Thomas capì che la sorella aveva ragione.
Neanche lui avrebbe potuto lasciare lì suo padre.
«Cosa facciamo, Jen?»
Per lunghi istanti lei non rispose.
«Chiama la polizia.»
«La casa è circondata dalla polizia.»
«E tu chiamali comunque! Forse loro hanno un'idea. Forse se gli dicia-
mo esattamente cosa sta succedendo qua dentro, questo potrebbe aiutarli.»
Thomas lanciò un'occhiata verso la scrivania, ricordandosi che i cavi e-
rano stati strappati.
«Hanno messo fuori uso i telefoni.»
Jennifer rimase di nuovo in silenzio.
«Allora non lo so. Thomas, tu dovresti scappare.»
«No!»
«Dico sul serio. Se riesci a raggiungere la polizia, forse li puoi aiutare.
Tu sai tutto sugli allarmi e le telecamere. Sai che papà è ferito. Quel ba-
stardo di Dennis ha mentito, continua a dire che stiamo tutti bene.»
«Lascia almeno che ti sleghi. Potresti nasconderti nell'intercapedine.»
«No! Potrebbero fare del male a papà. Senti, se scoprono che non sei più
nella tua camera, io dirò loro che sei scappato. Non possono sapere che sei
nascosto dentro le pareti. Non ci penseranno mai! Ma se scompariamo tutti
e due, se la prenderanno con papà. Potrebbero fargli del male!»
Thomas ci rifletté.
«Okay, Jen.»
«Okay, cosa?»
«Non lo lasceremo. Troverò il modo. Ce ne andremo tutti.»
Jennifer tirò il cavo con tanta violenza che per poco non fece ribaltare la
sedia.
«Lascia stare quella pistola! Ti uccideranno!»
«No, se ho la pistola. Li posso tenere a bada abbastanza a lungo da
chiamare la polizia. Non dobbiamo fare altro.»
Lei si girò sulla sedia, nel tentativo di vederlo.
«Thomas, non ci provare! Sono adulti! Sono dei criminali e anche loro
sono armati!»
«Non parlare così forte, o ti sentiranno!»
«Non mi interessa! È sempre meglio che lasciare che ti uccidano!»
Thomas allungò la mano verso l'alto e le rimise il nastro adesivo sulla
bocca, premendo con forza perché si riattaccasse. Jennifer si dimenò, cer-
cando di urlare sotto il bavaglio. Thomas non sopportava l'idea di lasciarla
lì, ma non aveva altra scelta.
«Mi spiace Jen. Ti slegherò quando torno. Porteremo papà fuori di qui,
vedrai. Non lascerò che ci facciano del male.»
Jennifer si stava ancora dimenando quando Thomas rifece il percorso al
contrario, nascosto nell'ombra. Quando arrivò all'armadio a muro, sentì
che cercava ancora di urlare attraverso il nastro. Continuava a urlare la
stessa cosa. Lui riusciva a capirla anche se le parole erano smorzate dal
bavaglio.
Ti uccideranno.
Ti uccideranno.
Thomas si infilò nel sottotetto, avanzando con cautela nel buio.

DENNIS

Il piccolo bagno di servizio annesso al garage era buio come una caverna
quando Dennis mostrò loro la finestra, spiegando che avrebbero potuto in-
filarsi nel giardino della casa vicina e da lì girare intorno all'edificio elu-
dendo la polizia. Mars sembrava pensieroso, ma Dennis non avrebbe sapu-
to dirlo con certezza, lì, con tutto quel buio.
«Potrebbe funzionare.»
«Puoi dirlo forte che potrebbe funzionare.»
«Ma non sappiamo cosa sta facendo la polizia né dove possono essere.
Dobbiamo dargli qualcosa da pensare, a parte noi.»
«Staranno sorvegliando questa casa. Non hanno nient'altro da fare.»
«A me non piace proprio per niente» disse Kevin. «Io dico che dovrem-
mo arrenderci.»
«Sta' zitto.»
Mars andò in garage e si fermò accanto alla Range Rover. Dennis teme-
va che avrebbe suggerito di nuovo di uccidere il ragazzo
«Dài, Mars, dobbiamo muoverci. Non abbiamo tutto il tempo di questo
mondo.»
Mars si voltò verso di lui, il volto illuminato dal debole chiarore prove-
niente dalla cucina.
«Se vuoi scappare, dovremmo dar fuoco alla casa.»
Dennis fece per dire di no, poi si bloccò. Aveva pensato di far salire i ra-
gazzi a bordo della Jaguar e di aprire la porta con il telecomando come a-
zione diversiva, ma un incendio era molto meglio. I poliziotti se la sareb-
bero fatta addosso per la paura se la casa avesse preso a bruciare.
«Non è una cattiva idea. Potremmo dar fuoco a qualcosa sull'altro lato
della casa.»
Kevin alzò le mani.
«Voi siete matti. Così ci accuseranno anche di incendio doloso.»
«Ma Kevin, è una buona idea! Tutti i poliziotti saranno concentrati sul-
l'incendio. Non guarderanno il giardino della casa vicina.»
«Ma... e questa gente?»
Kevin si riferiva agli ostaggi.
Dennis stava per rispondere quando Mars parlò di nuovo. La sua voce
era calma e inespressiva.
«Bruceranno.»
Dennis sentì un brivido alla schiena, come se Mars avesse passato un
chiodo su una lavagna.
«Mars, non ce n'è bisogno. Possiamo chiuderli qui in garage prima di
andarcene. Penseremo a qualcosa.»
Decisero di usare della benzina per far scoppiare l'incendio. Dennis tro-
vò una tanica di plastica da dieci litri che probabilmente la famiglia teneva
per le emergenze, ma era quasi vuota. Allora Mars si servì della cannuccia
di plastica dell'acquario per aspirare benzina dalla Jaguar. Riempì la tanica
e poi un grosso secchio. Stavano portando la benzina in casa quando il ru-
more degli elicotteri cambiò nuovamente e altre auto vennero a prendere
posizione nel cul-de-sac.
Dennis si fermò, con il secchio in mano, in ascolto. Poi, all'improvviso,
la parte anteriore della casa venne investita da una luce fortissima che si
concentrò sulla grossa porta del garage e filtrò all'interno del bagno di ser-
vizio nonostante gli oleandri.
«Ma che cazzo... Cosa sta succedendo?»
Si precipitarono verso il davanti della casa, con la benzina che sciabor-
dava dal secchio.
«Kevin! Tu sorveglia la porta finestra!»
Dennis e Mars lasciarono la benzina nell'ingresso, poi corsero nello stu-
dio, dove Walter Smith continuava a tremare sul divano. Lame di luce fil-
travano, dipingendo ogni cosa con pennellate luminose. Dennis aprì i li-
stelli delle tapparelle e vide altre due auto della polizia ferme in strada.
Tutte e quattro le auto avevano puntato i fari sulla casa, mentre dagli eli-
cotteri potenti fasci di luce investivano il giardino. Arrivarono altre mac-
chine.
«Oh, merda!»
La televisione stava trasmettendo l'arrivo degli uomini dello sceriffo del-
la contea di Los Angeles attraverso le strade buie degli York Estates. Den-
nis vide un gruppo della Swat attraversare correndo l'ovale di luce proietta-
to dagli elicotteri e andare ad appostarsi intorno alla casa. Cecchini. Killer
a sangue freddo vestiti come guerrieri ninja, armati di fucili dotati di visori
notturni, puntatori laser e - per quello che ne sapeva lui - pure di raggi
mortali. Mars aveva ragione: quei bastardi li avrebbero fatti secchi se aves-
sero cercato di fuggire con i ragazzi.
«Siamo fottuti. Guarda quanti poliziotti.»
Dennis sbirciò attraverso i listelli delle tapparelle, ma in strada erano sta-
ti sistemati così tanti fari che la luce era accecante: avrebbero anche potuto
esserci mille poliziotti a venti metri da loro e lui non li avrebbe visti.
«Vaffanculo!»
La situazione era di nuovo cambiata. Un attimo prima aveva un piano di
fuga fantastico, un attimo dopo tutti i lati della casa erano illuminati a
giorno e le strade invase da un esercito di poliziotti. In cielo, pareva che gli
elicotteri stessero per atterrare sul tetto. Ora sarebbe stato impossibile svi-
gnarsela attraverso il giardino della casa accanto. Dennis tornò a voltarsi
verso la televisione. Sei autopattuglie ostruivano il cul-de-sac, illuminate
dalla luce bianca degli elicotteri, e dietro di loro si muoveva almeno una
dozzina di agenti.
Dennis andò da Walter Smith e ispezionò la ferita. Il livido si allargava
intorno all'orbita e si stava espandendo fin sotto la guancia, coprendo an-
che gran parte del lato destro della fronte. L'occhio si era gonfiato così tan-
to che era completamente chiuso. Dennis si pentì di aver colpito quel figlio
di puttana. Si voltò e andò alla porta.
«Vado a controllare di nuovo le finestre. Voglio essere sicuro che Kevin
non si addormenti. Mars, tu tieni d'occhio la tivù. Se succede qualcosa,
fammi un fischio.»
Mars, appoggiato alla parete con il viso rivolto verso le tapparelle, non
rispose. Dennis non era sicuro che lo avesse sentito, ma non gliene impor-
tava. Andò in soggiorno, dov'era Kevin.
«Cosa succede? Non ce ne andiamo più?»
«Sono arrivati quei fottutissimi sceriffi. Sono dappertutto, come le for-
miche. E hanno piazzato dei tiratori scelti, là fuori!»
Dennis era terrorizzato all'idea di poter essere ucciso. I poliziotti non vo-
levano altro che farla pagare al bastardo che aveva ferito uno dei loro, e
quel bastardo era lui. Se fosse passato davanti a una finestra o si fosse fatto
vedere alla porta finestra, quei maledetti cecchini gli avrebbero piazzato
una pallottola in mezzo alla fronte.
Ovviamente, Kevin rese le cose ancora peggiori assumendo quella sua
aria da inconcludente.
«E ora cosa facciamo?»
«Non lo so, Kevin! Hanno acceso così tante luci là fuori che non distin-
guo più un cazzo. Forse potrei vedere qualcosa di più in quelle televisioni
nella stanza di sicurezza.»
Kevin si voltò di colpo verso il retro della casa.
«Hai sentito?»
Dennis rimase in ascolto, terrorizzato che quei killer della Swat si stesse-
ro infilando in casa silenziosi come un verme su per il culo di un gatto.
«Sentito cosa?»
«Mi è parso di sentire un tonfo, là dietro.»
Dennis trattenne il fiato per ascoltare meglio, ma non udì alcun rumore.
«Stronzo. Avvertimi se arriva Mars.»
Dennis lasciò Kevin di guardia all'inizio del corridoio, quindi si avviò
veloce verso la camera padronale e da lì entrò nella stanza di sicurezza.
Era dal tramonto che non controllava più i monitor. Vide Mars in piedi
vicino alle finestre, l'ingresso con la porta forata dai proiettili, la ragazza
legata alla sedia nella sua camera al piano superiore. Non vide il ragazzo
ma non ci fece caso. Cercò i monitor che riprendevano l'esterno della casa,
ma le inquadrature erano buie e indecifrabili.
«Merda!»
Si allontanò di scatto dai monitor, frustrato e irritato. Afferrò una brac-
ciata di giacche appese al bastone dell'armadio e le scagliò contro la parete
in fondo. Se c'era un modo per farsi fottere, si poteva stare sicuri che lui lo
avrebbe trovato!
Dennis tornò a guardare gli schermi. Osservò i pulsanti e gli interruttori
della console. Non c'erano indicazioni, ma tanto lui non aveva niente da
perdere. Abbassò tutte le levette che trovò alzate e premette tutti i tasti. Al-
l'improvviso, un monitor che fino ad allora aveva mostrato solo ombre sul
lato non illuminato della casa prese vita con un'immagine luminosa. Pigiò
un pulsante e la zona della piscina si riempì di luce. Un altro, e si illuminò
anche il lato del garage. Vide alcuni poliziotti indicare le luci che li aveva-
no abbagliati.
Dennis premette altri pulsanti, e il muro sul retro della proprietà oltre la
piscina venne inondato dalla luce. Due uomini della Swat armati di carabi-
na lo stavano scavalcando.
«MERDA!!!!»
Dennis attraversò di corsa la casa, urlando.
«STANNO VENENDO QUI!! KEV, MARS!!! STANNO ARRI-
VANDO!!!»
Andò alla porta finestra della cucina. Non riusciva a vedere i poliziotti
per via della luce accecante proveniente dall'esterno, ma sapeva che erano
là e sapeva che stavano arrivando.
Dennis sparò due colpi alla cieca, senza pensarci, così, solo per premere
il grilletto. Due pannelli della porta finestra andarono in frantumi.
«Quei porci stanno arrivando! Quel bastardo di Talley! Quel fottuto bu-
giardo!»
Dennis pensò che il suo mondo stesse per esplodere. Avrebbero sparato
candelotti lacrimogeni e poi sfondato le porte. Probabilmente in quello
stesso istante stavano correndo verso la casa con gli arieti.
«Mars! Kev! Andiamo a prendere i ragazzi!»
Dennis corse su per le scale, con Kevin che gli urlava dietro.
«Cosa ce ne facciamo dei ragazzi?»
Dennis non rispose. Salì i gradini tre alla volta.

THOMAS

Tre minuti prima che Dennis Rooney vedesse gli agenti della Swat e
sparasse i due colpi, Thomas si era calato attraverso il soffitto nel locale
lavanderia. Era così buio che mise una mano davanti alla torcia e si arri-
schiò ad accenderla per pochi istanti, usando il debole bagliore che filtrava
dalle dita per orientarsi. Poi si lasciò cadere in cima al boiler dell'acqua
calda, cercò con il piede la lavatrice, e da lì scivolò a terra.
Rimase immobile, in ascolto. La lavanderia era collegata alla cucina da
un piccolo corridoio dal quale si accedeva anche alla dispensa. Thomas
sentiva le voci di Kevin e Dennis ma non riusciva a capire cosa stessero
dicendo, poi le voci si zittirono.
Thomas attraversò silenzioso la lavanderia fino al piccolo locale che suo
padre usava come laboratorio per i suoi hobby, sull'altro lato rispetto alla
cucina. Si trovavano entrambi sul retro del garage, ma per andare in garage
si doveva per forza passare attraverso la lavanderia. Era quello il percorso
che bisognava fare per entrare in casa, una volta scesi dall'auto: garage, la-
vanderia, cucina.
Arrivato nel laboratorio, Thomas chiuse piano la porta, poi accese di
nuovo brevemente la torcia. Suo padre aveva l'hobby di costruire modellini
in plastica di razzi risalenti ai primi periodi dei programmi spaziali. Com-
perava i kit da eBay, li costruiva e li dipingeva al piccolo banco da lavoro,
poi li riponeva sulle mensole. Sullo scaffale più alto, suo padre conservava
anche una Sig Sauer 9 millimetri chiusa in una scatola di metallo. Thomas
aveva sentito i genitori discutere in proposito: prima papà la teneva sotto il
sedile della Jaguar, ma la mamma aveva piantato un tale casino che lui era
stato costretto a metterla altrove.
Sulla mensola più alta.
Parecchio in alto.
Thomas riaccese la torcia per pochi secondi, allargando appena le dita
della mano per far filtrare una lama di luce. Pensò che poteva servirsi dello
sgabello per salire sul banco e da lì, forse, allungare la mano fino alla sca-
tola.
Si arrampicò. C'era un tale silenzio che ogni minimo scricchiolio del
banco pareva un terremoto. Accese ancora una volta la torcia, solo per un
attimo, per fissare negli occhi della mente la posizione della scatola, poi al-
lungò la mano in quella direzione, ma la scatola era troppo in alto. Si sol-
levò sulla punta dei piedi. Le sue dita la sfiorarono quel tanto da spostarla
verso il bordo dello scaffale.
Fu allora che sentì Dennis urlare.
«STANNO VENENDO QUI!! KEV, MARSH! STANNO ARRI-
VANDO!!!»
Thomas non perse un solo secondo: era andato lì per prendere la pistola,
ma ora non c'era tempo. Il suo unico pensiero fu quello di tornare nella sua
stanza prima che lo scoprissero. Saltò giù dal banco e corse nella lavande-
ria mentre due colpi in rapida successione esplodevano dentro la casa, così
forti da fargli fischiare gli orecchi.
Non pensava assolutamente alla borsa di Jennifer, ma eccola lì, posata
sul tavolino pieghevole accanto alla porta del garage, il posto più comodo
dove ogni membro della famiglia mollava le proprie cose entrando in casa
dal garage. La borsa di Jennifer era proprio lì, una Kate Spade uguale a
quella di tutte le altre ragazze della sua scuola. Thomas l'afferrò.
Si arrampicò sulla lavatrice e da lì sul boiler, quindi si infilò dentro la
botola che portava al sottotetto. L'ultima cosa che udì prima di chiudere lo
sportello fu Dennis che urlava di prendere i ragazzi.

TALLEY

Passare le consegne come primo negoziatore non era mai facile. Talley
era riuscito a costruire un legame con Rooney e ora doveva ritirarsi, la-
sciando che Maddox lo sostituisse. Rooney avrebbe potuto opporre resi-
stenza, ma al soggetto non era mai data alcuna scelta. Avere la possibilità
di scegliere significava avere potere, e al soggetto questo non era concesso,
mai. Talley accompagnò Maddox ed Ellison nel cul-de-sac, e lì si accuc-
ciarono dietro la loro auto. Talley avrebbe voluto descrivere con maggiori
dettagli le sue precedenti conversazioni con Rooney, in modo che Maddox
avesse più elementi su cui lavorare, ma non c'era tempo. Gli spari prove-
nienti dalla casa crepitarono nell'aria estiva come ritorni di fiamma di u-
n'auto in un canyon lontano.
Quasi istantaneamente dalle loro ricetrasmittenti si scatenò una tempesta
di messaggi.
«Colpi d'arma da fuoco! Colpi d'arma da fuoco! Ci stanno spaiando dal-
l'interno della casa, muro posteriore, lato ovest! Aspettiamo ordini!»
Tutti e tre capirono cos'era successo nell'attimo stesso in cui udirono i
messaggi.
«Maledizione, li ha messi troppo vicini! Rooney pensa che stiano per fa-
re irruzione!»
«Siamo fottuti» disse Ellison.
Talley venne assalito da un'ondata di nausea: era così che le cose dege-
neravano, che la gente ci lasciava la pelle. Bastavano pochi secondi.
Maddox allungò la mano verso la radio, mentre altri agenti chiedevano
di verificare posizione e collegamenti. La voce metallica di Carl Hicks, il
supervisore tattico, rispose calma al di sopra delle richieste concitate dei
suoi uomini.
«Restate in attesa, tenetevi pronti mentre valutiamo la situazione.»
Talley non perse tempo. Digitò la frequenza della squadra tattica sulla
sua ricetrasmittente.
«Ritiratevi. Ritiratevi! Non rispondete al fuoco!»
La voce del capitano Martin si sovrappose alla sua, brusca e tagliente.
«Chi parla?»
«Talley. Le avevo detto di rispettare il perimetro!»
«Talley, liberi la frequenza.»
Maddox era finalmente riuscito ad afferrare la radio, imprecando mentre
attivava il microfono.
«Unità uno, qui Maddox. Gli dia ascolto, capitano. Non faccia irruzione
nella casa. Ritiri gli uomini, altrimenti sarà una carneficina!»
«Liberi la frequenza! Quella gente è in pericolo.»
«Non fate irruzione nella casa! Posso parlargli!»
Talley aveva già estratto il cellulare. Premette il pulsante di ripetizione
automatica dell'ultimo numero chiamato, pregando che Rooney rispondes-
se, quindi corse all'auto di Jorgenson, ancora ferma nella strada, e accese
l'altoparlante.

THOMAS

Thomas corse carponi in mezzo ai travetti, veloce come un ragno. Pic-


chiò la testa contro le travi del tetto così forte da battere i denti, ma non si
fermò né si curò del rumore che stava facendo. Scappò per il tunnel lungo
e diritto del sottotetto, oltrepassando la stanza di Jennifer, infilandosi sotto
la finestra di lei, poi sotto la propria, fino alla botola da cui si accedeva al
suo armadio a muro. Non si fermò neppure per controllare se fossero già
entrati nella sua stanza, ma corse subito al letto. Voleva legarsi di nuovo
per fingere di non essersi mai mosso. Si avvolse il cavo intorno alle cavi-
glie, con movimenti frenetici, le mani umide per il sudore, mentre dal cor-
ridoio gli giungevano urla e rumore di passi.
Girò il cavo e vi infilò dentro le mani, rendendosi improvvisamente con-
to con terrore di aver dimenticato il nastro adesivo che gli copriva la boc-
ca, ma ormai era troppo tardi.

DENNIS

Dennis spalancò la porta di colpo. Vide che il ragazzo era quasi riuscito
a slegarsi, ma ora non aveva più importanza.
«Avanti, ciccione!»
«Stammi lontano!»
Dennis si infilò la pistola nella cintura dei pantaloni, quindi immobilizzò
Thomas con un ginocchio per slegarlo. Fuori, la voce di Talley echeggiò
attraverso l'altoparlante, ma Dennis non riuscì a distinguere le parole. Sbat-
té il ragazzo giù dal letto, lo afferrò mettendogli un braccio intorno al collo
e lo sospinse verso le scale. Se i poliziotti avessero fatto irruzione attraver-
so l'ingresso principale, gli avrebbe puntato la pistola alla tempia, minac-
ciando di ucciderlo. Lo avrebbe usato come scudo per costringere i poli-
ziotti ad arretrare. Era una chance, una speranza.
«Sbrigati, Kevin! Porta la ragazza!»
Dennis trascinò il ragazzo giù per le scale fin dentro lo studio dove Mars
aspettava, accanto alla finestra. Sembrava perfettamente calmo, come se
stesse ammazzando il tempo in un bar in attesa di andare al lavoro. Quan-
do vide Dennis piegò la testa di lato, con quel suo sorrisetto da stupido sul
volto impassibile.
«Non stanno facendo nulla. Sono fermi lì.»
Dennis trascinò il ragazzino fino alla finestra. Mars aprì le tapparelle
quel tanto da permettergli di vedere fuori. I poliziotti non stavano per fare
irruzione nella casa: erano accucciati dietro le auto.
Dennis si rese conto che il telefono stava squillando mentre l'altoparlante
diffondeva la voce di Talley.
«Rispondi al telefono, Dennis. Sono io, Talley. Rispondi al telefono, co-
sì posso spiegarti cosa è successo.»
Dennis afferrò il ricevitore.

TALLEY

Il capitano Martin e Hicks corsero verso il fondo del cul-de-sac senza


aspettare un veicolo di copertura. Laura Martin si buttò a terra dietro l'auto
con una tale violenza che per poco non lo travolse. «Cosa diavolo crede di
fare interferendo con il mio operato?» urlò.
«Sta sparando ai suoi uomini perché è convinto che stiano per assaltare
la casa, capitano. Lei sta violando gli accordi che io ho preso con lui.»
«Ora la scena è di mia competenza. Lei mi ha passato il comando.»
«Faccia arretrare i suoi uomini, capitano, e si rilassi. In quella casa non
sta succedendo niente.»
Talley attivò di nuovo il microfono dell'altoparlante.
«Dennis, vacci piano là dentro. Per favore. E rispondi al telefono.»
«Hicks!»
Hicks si sporse dentro l'auto e strappò il cavo del microfono dalla spina.
Talley aveva la testa che pulsava, si sentiva preso in una morsa.
«Mi lasci parlare con lui, capitano. Ordini ai suoi di stare indietro e mi
lasci parlare con lui. Se la situazione degenera farete irruzione, ma ora mi
faccia provare. Glielo dica anche lei, Maddox.»
Il capitano Martin lanciò un'occhiata torva in direzione di Maddox, il
quale annuì, imbarazzato.
«Ha ragione, capitano. Non facciamoci vedere troppo aggressivi. Se Tal-
ley ha fatto un accordo, dobbiamo rispettarlo, altrimenti questo tizio non si
fiderà più di me.»
Laura Martin gli rivolse uno sguardo così feroce che pareva volesse in-
cenerirlo. Poi si voltò verso Hicks e a denti stretti disse: «Ritiratevi».
Hicks, imbarazzato, inserì di nuovo il cavo del microfono nella spina,
quindi mormorò gli ordini nella sua ricetrasmittente.
Talley tornò a voltarsi verso la casa.
«Rispondi al telefono, Dennis. Abbiamo fatto un errore, qua fuori, ma
non abbiamo intenzione di entrare nella casa. Guarda tu stesso. Gli uomini
si stanno ritirando. Controlla e poi vieni a parlare con me.»
Talley teneva il cellulare premuto contro l'orecchio, contando gli squilli.
Suonò quattordici volte, quindici...
Alla fine, Rooney rispose, urlando.
«Mi hai mentito, testa di cazzo! Ho una pistola puntata contro la testa
del ragazzino! Questa gente è nelle nostre mani. Lo uccideremo!»
Talley parlò sopra le sue parole, con voce forte e decisa in modo che
Rooney lo sentisse. Era importante far vedere che si aveva il controllo del-
la situazione, anche se così non era.
«Si stanno ritirando. Si stanno ritirando, Dennis. Guarda. Vedi gli agenti
che si allontanano?»
Al telefono si sentì un rumore come di movimento. Talley immaginò che
Rooney avesse un cordless e stesse osservando la squadra tattica sul retro
della proprietà.
«Sì, credo di sì. Stanno scavalcando il muro.»
«Io non ti ho mentito, Dennis. Ora è tutto a posto, okay? Non fare del
male a nessuno.»
«Se cercate di entrare, gli diamo fuoco a questo cazzo di posto! Abbia-
mo già la benzina pronta, Talley. Se cercate di entrare, questo posto va ar-
rosto!»
Talley guardò Maddox negli occhi. Il fatto che Rooney stesse collocan-
do trappole incendiarie in giro per la casa era un brutto segno; se si veniva
a creare una situazione pericolosa per gli ostaggi, questo avrebbe giustifi-
cato un'irruzione nella casa.
«Non fare nulla che possa mettere in pericolo te stesso o quei ragazzi,
Dennis. Per il tuo bene e per il bene delle persone innocenti che sono lì
dentro con te. Questo tipo di comportamento può creare dei problemi.»
«E allora restate dall'altra parte del muro. Cercate di venire a prenderci,
brutti stronzi, e questa casa brucerà come un fiammifero.»
Mentre Dennis rispondeva, Talley coprì il telefono con la mano per av-
vertire Maddox della benzina. Maddox passò l'informazione all'unità tatti-
ca. Se Rooney diceva la verità, il lancio di candelotti lacrimogeni o granate
stordenti all'interno della casa avrebbe potuto scatenare un inferno.
«Nessuno vuole entrare. Abbiamo fatto un po' di casino, tutto qui. È ar-
rivata gente nuova e non ci siamo capiti, ma io non ti ho mentito. Non lo
farei mai.»
«Lo puoi ben dire che avete fatto un casino, amico!»
La tensione nella voce di Rooney era diminuita e con essa anche la mor-
sa alla testa di Talley. Finché continuava a parlare, Rooney non avrebbe
sparato.
«Com'è la situazione lì dentro, Dennis? Non hai fatto del male a nessu-
no, vero?»
«Non ancora.»
«Quei colpi che hai sparato, erano diretti fuori dalla casa?»
«Io non ho detto di aver sparato. Lo stai dicendo tu, non io. Lo so che
stai registrando tutto.»
«Non c'è nessuno che ha bisogno di un dottore?»
«Ne avrai bisogno tu di un dottore, se ci riprovi con queste cazzate.»
Talley fece un respiro profondo. Era fatta. Avevano superato il momento
di crisi. Talley lanciò un'occhiata al capitano Martin. Pareva seccata, ma
seguiva attentamente gli sviluppi.
Talley coprì il ricevitore.
«Si sta calmando. Credo che questo sarebbe il momento buono per un
passaggio delle consegne.»
Laura Martin guardò Maddox.
«È pronto?»
«Sono pronto.»
Il capitano Martin fece un cenno con il capo a Talley.
«Vada.»
Talley scoprì il ricevitore.
«Dennis, hai riflettuto su quello che ti ho detto prima?»
«Ho un sacco di cose a cui pensare.»
«Non ne dubito. Però era un buon consiglio, quello che ti ho dato.»
«Può darsi.»
Talley abbassò la voce cercando di dare l'impressione che ciò che stava
per dire era una cosa tra loro due, da uomo a uomo.
«Posso dirti una cosa personale?»
«Cosa?»
«Ho una gran voglia di fare una bella pisciata.»
Rooney scoppiò a ridere e Talley capì che il passaggio non sarebbe stato
un problema. Cercò di apparire rilassato, assumendo un tono amichevole,
facendo intendere che ciò che stava per accadere era la cosa più naturale
del mondo. Rooney era sollevato quanto lui di aver superato l'incidente.
«Dennis, io devo fare una pausa. Vedi tutta questa gente nuova?»
«Avrete mille uomini là fuori... certo che la vedo.»
«Ora ti passo un agente che si chiama Will Maddox. Mi hai fatto prende-
re un tale spavento che devo andare a pulirmi le braghe, mi capisci? Quin-
di, se vuoi parlare o devi chiedere qualcosa, Maddox resterà in linea.»
«Sei davvero un tipo strano, Talley.»
«Eccolo qui, Dennis. E mantenete la calma, là dentro, okay?»
«Io sono calmo.»
Talley porse il telefono a Maddox, che si presentò con voce morbida e
calda.
«Ehi, Dennis, avresti dovuto vedere Jeff, qua fuori. Credo che se la sia
fatta addosso.»
Talley non ascoltava più. Da lì in poi se ne sarebbe occupato Maddox. Si
sedette a terra, appoggiandosi alla macchina, come prosciugato.
Lanciò un'occhiata al capitano Martin e si accorse che lei lo stava osser-
vando. La donna gli si avvicinò camminando accucciata e venne a sedersi
al suo fianco, poi lo guardò negli occhi come se stesse cercando le parole
giuste. I suoi lineamenti si ammorbidirono.
«Aveva ragione. Mi sono lasciata prendere dalla fretta e ho commesso
un errore.»
Talley l'ammirò per quanto aveva detto.
«Siamo sopravvissuti.»
«Per adesso.»

THOMAS

Dopo tutte quelle urla, quei momenti frenetici in cui Thomas credeva
che Dennis gli avrebbe sparato in testa come minacciava, Jennifer lo ful-
minò con lo sguardo e gli disse solo due parole: «Non farlo».
Solo Thomas le udì. Dennis stava camminando su e giù, parlando da so-
lo, Kevin seguiva Dennis con gli occhi come un cane nervoso osserva il
padrone. Si trovavano nello studio, con il televisore acceso che riportava la
notizia dei colpi di arma da fuoco esplosi all'interno della casa. Dennis si
fermò a guardare, scoppiando improvvisamente a ridere.
«Cristo, ci siamo andati vicino!»
Kevin incrociò le braccia, dondolandosi nervosamente.
«E adesso cosa facciamo? Non possiamo più scappare. Hanno circonda-
to la casa. Sono persino nel giardino qui accanto.»
Dennis si fece scuro in volto e rispose brusco.
«Non lo so, Kevin, non lo so. Ci verrà in mente qualcosa.»
«Dovremmo arrenderci.»
«Sta' zitto!»
Thomas si sfregò il collo, pensando che avrebbe vomitato. Dennis lo a-
veva trascinato giù nello studio tenendogli un braccio intorno alla gola,
stringendo così forte da impedirgli di respirare. Jennifer venne a inginoc-
chiarsi accanto a lui, fingendo di aiutarlo; invece gli diede un pizzicotto sul
braccio e gli sussurrò, spaventata e arrabbiata al tempo stesso: «Hai visto?
Hai visto? Per poco non ti sei fatto beccare!».
Poi si avvicinò al padre.
Mars entrò nello studio, portando un fascio di grosse candele bianche.
Senza dire una parola ne accese una, fece colare un po' di cera sul televiso-
re, quindi vi fece aderire la base della candela. Andò alla libreria e fece lo
stesso. Dennis e Kevin stavano crollando, ma Thomas aveva l'impressione
che Mars fosse compiaciuto.
Alla fine Dennis se ne accorse.
«Che cazzo stai facendo?»
Mars continuò accendendo un'altra candela.
«Potrebbero tagliare la corrente. Prendi questa.»
Si interruppe solo per lanciare una torcia a Dennis. Era quella che di so-
lito stava nel cassetto degli utensili in cucina. Ne lanciò un'altra a Kevin,
che se la lasciò sfuggire di mano.
Dennis accese la torcia, poi la spense.
«Queste candele sono una buona idea.»
In breve, lo studio assunse l'aspetto di un altare.
Thomas guardava Dennis: pareva chiuso in se stesso, e seguiva Mars
con circospezione, come se questi lo tenesse in pugno per qualche oscuro
motivo. Thomas li odiava tutti quanti, pensava che se avesse avuto la pi-
stola li avrebbe uccisi, Mars con le sue candele, Dennis che guardava
Mars, Kevin che guardava Dennis, e nessuno che guardasse lui, lui che li
avrebbe ammazzati tutti, uno dopo l'altro, bangbangbang.
«Dovremmo sistemare delle pentole sotto le finestre, nel caso cercassero
di entrare. Cose che facciano rumore, così possiamo sentirli» disse Dennis
all'improvviso.
Mars grugnì.
«Mars, quando torni fra noi fallo, per piacere, okay? Sistema qualche
trappola.»
«E mio padre?» chiese Jennifer.
«Oh, Cristo. Ora basta! Non ricominciare!»
«Ha bisogno di un dottore, stronzo!» rispose lei, alzando la voce.
«Kevin, riportali di sopra. Per favore.»
Thomas non fece una piega. Era proprio quello che voleva.
«Vuoi che li leghi di nuovo?»
Dennis stava per rispondere, ma poi si bloccò e fece una smorfia, riflet-
tendo.
«C'è voluto troppo tempo per slegarli. Tu e Mars li avete legati che sem-
bravano due mummie. No, ma assicurati che siano chiusi dentro come si
deve. Non solo con i chiodi.»
Mars finì di accendere le candele.
«Posso farlo io. Tu portali su.»
Kevin obbedì. Prese Jennifer per il braccio, quasi costretto a trascinarla;
Thomas, invece, camminava davanti a loro, ansioso di tornare nella sua
stanza, anche se cercava di non darlo a vedere. Arrivati in cima alle scale
attesero che Mars li raggiungesse con un martello e un cacciavite. Salì i
gradini rumorosamente, con la lenta inesorabilità di un montacarichi buio e
sporco. Mars entrò prima nella camera di Thomas, in fondo al corridoio.
Era spettrale, senza luce.
«Entra, ciccione. Tirati le coperte sulla testa.»
Mars lo spinse dentro in malo modo, poi si inginocchiò davanti alla ma-
niglia, quella che Thomas avrebbe usato se avesse cercato di uscire. Piantò
il cacciavite sotto la base servendosi del martello, la fece saltare, tolse le
viti, quindi la estrasse, lasciando solo un buco squadrato. E poi guardò
Jennifer, solo lei.
«Visto? È così che si fa per tenere un bambino chiuso nella sua stanza.»
Lo lasciarono là dentro, richiudendo la porta e poi bloccandola con dei
chiodi. Thomas rimase in ascolto, finché non sentì il tonfo della maniglia
di Jennifer che cadeva dalla porta, e poi i colpi delle martellate. Solo allora
corse all'armadio a muro. Pensava alla pistola ma, come accese la torcia,
vide la borsa di Jennifer. L'aveva gettata dentro quando era tornato in ca-
mera di corsa. La aprì e la rovesciò.
Il cellulare di Jennifer cadde a terra.

10

Venerdì, 20.32
Palm Springs, California

BENZA

Benza, Tuzee e Salvetti stavano parlando con Glen Howell al telefono


vivavoce, le televisioni accese senza il sonoro in modo da sentire quello
che lui diceva. Benza, alla terza pastiglia di Gaviscon, si massaggiava lo
stomaco, nell'inutile tentativo di calmare il bruciore.
Howell era seduto da qualche parte nel buio, a bordo della sua auto. «Ha
una moglie e una figlia» disse, la voce gracchiante per il pessimo collega-
mento. «Sono divorziati, separati, o qualcosa del genere. La moglie e la fi-
glia vivono giù a Los Angeles, ma lui vede la figlia ogni due settimane, o
qualcosa del genere.»
Tuzee, pallido come un morto sotto l'abbronzatura, si sfregò la faccia, ir-
ritato, e lo interruppe.
«Piantala.»
«Cosa?»
«Piantala di dire "o qualcosa del genere". Non finire ogni frase con "o
qualcosa del genere". Mi dà fastidio. Sei anche andato al college.»
Benza allungò una mano e gli diede un colpetto sulla gamba, senza dire
una parola.
Tuzee si teneva il volto stretto fra le mani, la pelle floscia intorno alle di-
ta come quella di un uomo con il doppio dei suoi anni.
«O vede la figlia ogni due settimane oppure no. Non c'è alternativa. Pri-
ma di chiamarci vedi di appurare i fatti, perdio.»
Si udirono sibili e scoppiettii, poi un rombo in sottofondo.
«Scusa.»
«Va' avanti.»
«Si vedono questo weekend. La moglie sta accompagnando su la figlia.»
«Di questo sei sicuro?» chiese Benza schiarendosi la voce.
«Sicurissimo. L'abbiamo saputo dal suo ufficio, una signora anziana che
adora chiacchierare. Sai, dice a tutti come sia triste la situazione, perché lui
è una così brava persona.»
«Dove sono, adesso? La sua famiglia, intendo.»
«Non lo so. Ho qualcuno che se ne sta occupando. Ma devono arrivare
stasera, questo è certo.»
Benza annuì.
«Dobbiamo riflettere.»
Salvetti aveva già deciso. Si appoggiò allo schienale, le gambe allungate
e divaricate davanti a sé, e incrociò le braccia.
«Dobbiamo muoverci. Ci siamo andati troppo vicino.»
«Ti riferisci agli uomini dello sceriffo?»
«Già.»
«Sì, c'è mancato poco.»
Rimasero in silenzio per un po', ognuno immerso nelle proprie conside-
razioni. Benza aveva chiamato Howell appena aveva visto le auto dello
sceriffo entrare nel complesso. Poi, quando la televisione aveva riferito
degli spari, c'era mancato poco che non vomitasse la cena all'idea che era
finita: quelli della Swat stavano per fare irruzione nella casa e loro erano
fritti.
«C'è dell'altro» disse Howell.
«Parla.»
«Stanno facendo indagini sulle licenze edilizie.»
«Perché?»
«Quando succede una cosa del genere, e uno stronzo si barrica dentro un
edificio, loro vogliono vedere le planimetrie. E così ora stanno cercando
l'impresa che ha costruito la casa.»
«Merda.»
Benza si appoggiò allo schienale della poltrona con un sospiro. Tuzee gli
lanciò un'occhiata, scuotendo la testa. Benza era il titolare delle imprese
che avevano costruito la casa e installato i sistemi di sorveglianza. Non gli
piaceva per niente la piega che stavano prendendo le cose. Si alzò in piedi.
«Ho bisogno di camminare. Se non riesci a sentirmi, dimmelo, okay?»
«Certo, Sonny.»
«Prima le cose più importanti. I libri contabili. Sto vedendo la casa in
questo momento, in tivù, e ci sono così tante divise che sembra lo sbarco
in Normandia. Ma voglio farti una domanda.»
«Dimmi.»
«Potremmo far entrare dei nostri uomini là dentro?»
«Nella casa?»
«Sì, nella casa. Ora, sotto gli occhi della polizia, sotto gli occhi delle te-
lecamere, eccetera eccetera. È possibile infiltrare un paio di persone all'in-
terno?»
«No. I miei uomini sono in gamba, Sonny. I migliori. Ma non possiamo
entrare, in questo momento. Non come stanno le cose adesso. Dovremmo
avere dei poliziotti sul libro paga per fare una cosa del genere. Dammi un
giorno o due e forse potrei riuscirci.»
Benza, irritato, guardò i televisori, uno mostrava la casa con un gruppo
di uomini della Swat davanti, l'altro una lesbica vestita come un uomo, ca-
pelli biondi e corti pettinati all'indietro.
«Non potremmo almeno avvicinarci? Adesso. Senza la collaborazione
dei poliziotti, ma adesso?»
Howell ci pensò su.
«Okay. Senti, io non ho un televisore, quindi non vedo quello che vedi
tu, giusto? Ma conosco la casa di Smith e conosco i dintorni, quindi ti ri-
spondo di sì. Probabilmente potremmo avvicinarci.»
Benza guardò Tuzee e Salvetti.
«E se la bruciassimo? Stanotte. Facciamo entrare qualcuno con degli ac-
celeranti. Lo capiranno tutti che si tratta di un incendio doloso, ma chi se
ne frega, basta che la casa bruci tutta e non resti più niente.»
Allargò le mani, guardando gli altri, pieno di speranza.
Salvetti si strinse nelle spalle, impassibile.
«Non c'è modo di essere sicuri che i dischetti vengano distrutti. Ma una
cosa te la do per certa. Se Smith tiene quella roba nella stanza di sicurezza,
non brucerà. Siamo fottuti.»
Benza fissò il pavimento, vergognandosi di se stesso, pensando che era
un'idea stupida quella di dare fuoco alla casa.
Tuzee si allungò nuovamente, incrociando le braccia e fissando il soffit-
to.
«Okay. Ecco come la vedo io: se quei ragazzi avessero voluto arrendersi,
l'avrebbero già fatto. C'è qualcosa che li trattiene in quella casa. Non so
perché, ma non vogliono uscire. Più poliziotti si ammassano intorno alla
casa, più è probabile che ci sia un'irruzione.»
Salvetti si sporse in avanti, alzando una mano come se fosse a scuola,
per interromperlo.
«Aspetta. Dimmi pure che sono pazzo, ma senti questa. Perché non li
chiamiamo? Gli parliamo noi e facciamo un accordo.»
La voce di Howell sibilò dall'altoparlante.
«Le linee sono bloccate. È stata la polizia.»
«Forse le linee normali di Smith, ma non le nostre. Paghiamo un costo
extra, per quelle.»
«Cosa intendi dire con "facciamo un accordo"?» stava chiedendo Tuzee.
«Facciamo capire a quegli stronzi con chi hanno a che fare, gli diciamo
che conosciamo i loro guai con la polizia, ma che non possono neppure
immaginare il genere di problemi che possiamo dargli noi. Ci mettiamo
d'accordo, gli promettiamo cinquanta testoni se si arrendono, e gli fornia-
mo gli avvocati e tutto il resto.»
«Non esiste.»
«Perché?»
«Vuoi andare a spifferare i nostri affari a tre balordi? Avanti, Sally.»
Salvetti si zittì, imbarazzato.
Benza si accorse che Tuzee lo guardava, rassegnato.
«Phil?»
Tuzee era accasciato sulla poltrona, più stanco che mai.
«La famiglia di Talley.»
«Dobbiamo pensarci bene.»
«Lo so. Ci sto pensando. Una volta imboccata quella strada non si può
più tornare indietro.»
«E tu sai dove porta, vero?»
«Hai appena suggerito di dare fuoco alla casa con sei persone dentro, e
con tutto il mondo che ci guarda.»
«Lo so.»
«Non possiamo starcene qui seduti a guardare. Con quello che è succes-
so stasera ci siamo andati a un passo. Ora stanno cercando le licenze edili-
zie e Dio solo sa cos'altro. Come se non bastasse, sono preoccupato per
New York. Quanto tempo ancora potremo tenerli all'oscuro?»
«Per ora ci stiamo riuscendo. Mi fido delle persone che abbiamo sul po-
sto.»
«Anch'io mi fido di loro, ma prima o poi Castellano lo verrà a sapere. È
inevitabile.»
«Sono passate solo poche ore.»
«Comunque sia, dobbiamo avere la situazione sotto controllo prima che
loro scoprano tutto. Quando lo verrà a sapere il vecchio, bisogna potergli
dire che la cosa non costituisce più una minaccia, per lui, e che può riderci
sopra davanti a un bicchiere e a un buon sigaro, se non vogliamo giocarci
il culo.»
Benza si sentiva mortalmente stanco, ma anche sollevato. Aver preso
una decisione era già un conforto.
«Glen?»
«Sono qui, Sonny.»
«Se decidiamo di procedere in questo modo, con Talley, hai un uomo
che possa occuparsene?»
«Sì, Sonny.»
«È in grado di fare tutto quello che deve essere fatto? Fino in fondo?»
«Sì, Sonny. È in grado di farlo e lo farà. Io posso occuparmi del resto.»
Benza lanciò un'occhiata a Phil Tuzee, che annuì, e poi guardò Salvetti,
che fece un unico, secco cenno del capo.
«Okay, Glen. Procedi pure.»

11

Venerdì, 23.40, ora della costa Est


20.40, ora della costa Ovest
New York City

VIC CASTELLANO

Sua moglie aveva il sonno pesante e così Vittorio "Vic" Castellano uscì
dalla camera da letto per prendere la chiamata. Indossò il morbido accap-
patoio di spugna, regalo di compleanno dei suoi figli con la scritta "Non
scocciatemi" ricamata sulla schiena, e, zoppicando, seguì Jamie Beldone in
cucina. Beldone teneva in mano un cellulare. All'altro capo c'era l'uomo
del quale si servivano per tenere d'occhio gli affari in California.
Vic, settantotto anni, reduce da solo due settimane da un intervento al-
l'anca, si versò un bicchiere di succo d'arancia, ma non riuscì a berlo. Ave-
va già acidità di stomaco.
«Sei sicuro che la faccenda sia così grave?»
«La polizia ha circondato la casa, e dentro ci sono tutti i documenti di
Benza, compresi i libri contabili che lo collegano a noi.»
«Quel figlio di puttana! Cosa c'è in quei libri?»
«Tutti i movimenti, le cifre che ci passa. Non so fino a che punto siano
dettagliati, ma di certo deve tener conto di dove vanno a finire i soldi. Se i
federali ci mettono le mani sopra, potrebbero accusarla di frode fiscale.»
Vic versò il succo d'arancia nel lavandino e fece scorrere dell'acqua nel
bicchiere. Ne bevve un sorso. Era calda.
«E da quanto è cominciata questa cosa?»
«Ormai sono quasi cinque ore.»
Castellano guardò l'orologio.
«Benza sa che ne siamo al corrente?»
«No, signore.»
«Quello stronzo, figlio di puttana. Non sia mai che mi chiami per avver-
tirmi, come un vero uomo. Preferisce lasciare che mi becchino di sorpresa
anziché informarmi.»
«È un pezzo di merda, capo. Non c'è altro da dire.»
«Cosa sta facendo?»
«Ha mandato una squadra. Conosce Glen Howell?»
«No.»
«È il liquidatore di Benza. Uno in gamba.»
«Abbiamo un nostro uomo, sul posto?»
Beldone inclinò il telefono, annuendo.
«Ce l'ho in linea. Sta aspettando che gli dica cosa fare.»
Vic bevve dell'altra acqua tiepida, poi sospirò. Sarebbe stata una lunga
nottata. Stava già pensando a quello che avrebbe dovuto dire ai suoi avvo-
cati.
«Pensi che dovremmo mandare la nostra squadra?»
Beldone increspò le labbra, poi scosse il capo.
«Dovremmo mettere insieme gli uomini, senza contare le cinque ore d'a-
ereo... non c'è tempo, Vic. È lo show di Sonny. Sonny e Glen Howell.»
«Non riesco a credere che quello stronzo non mi abbia chiamato. Ma co-
s'ha nella testa?»
«Starà pensando che, se va tutto a puttane, lui scappa. Probabilmente ha
più paura di lei che dei federali.»
«E fa bene.»
Vic fece un altro sospiro, poi si avviò alla porta. Quarant'anni al vertice
della più potente famiglia criminale della costa Est gli avevano insegnato a
preoccuparsi delle cose che poteva controllare e lasciare agli altri quelle su
cui non aveva alcun potere.
Giunto sulla soglia si fermò e si voltò verso Jamie Beldone.
«Sonny Benza è uno stronzo incompetente, proprio come suo padre.»
«È la mafia di Topolino, capo. Il sole della California gli ha danneggiato
il cervello.»
«Se va tutto a puttane, Sonny Benza non ci deve scappare. Hai capito
bene?»
«Sì, signore.»
«Se fanno dei casini la devono pagare.» «La pagheranno, capo.»
«lo me ne vado a letto. Se succede qualcosa, avvertimi.» «Sì, signore.»
Vic Castellano se ne tornò a letto zoppicando, ma non riuscì a dormire.

12

Venerdì, 20.43

TALLEY

Talley si trovava nella casa della signora Pena insieme agli uomini dello
sceriffo. Bevevano il caffè preparato dalla donna, forte, con molto zucche-
ro di canna e latte. Lei spiegò che in Brasile si beveva così. Stavano guar-
dando la cassetta registrata dalla telecamera del sistema di sorveglianza del
minimarket.
Talley indicò lo schermo con la mano che reggeva la tazza.
«Il primo a entrare è Rooney, poi viene Krupchek. L'ultimo è Kevin.»
Il capitano Martin guardava le immagini con l'espressione distaccata e
imperturbabile del poliziotto esperto. Talley si scoprì a osservare lei anzi-
ché il nastro, chiedendosi come fosse arrivata a diventare un capitano della
Swat.
La donna fece un cenno con il capo in direzione dello schermo.
«Cos'ha sulla testa, un tatuaggio? Quello lì, il tizio grande e grosso.»
«Krupchek.»
«Sì, Krupchek.»
«Dice "Brucialo". Stiamo controllando sul computer.»
Talley riferì quanto aveva appreso da Brad Dill sul conto di Krupchek e
dei fratelli Rooney, quindi informò gli altri di aver mandato Mikkelson e
Dreyer a cercare il padrone di casa e i vicini.
«Questa gente ha una famiglia, qualcuno che possiamo far venire qui?»
chiese Ellison. «Una volta ci è capitato un tizio che ci ha tenuto in scacco
per dodici ore finché non è arrivata sua madre: lei gli ha detto di muovere
le chiappe e di uscire da quella casa, e lui è venuto fuori piangendo come
un bambino.»
Anche a Talley erano capitati tipi così.
«Forse Rooney ha una zia a Bakersfield, ma Dill non sa nulla di Kru-
pchek. Se riusciamo a trovare i loro padroni di casa, o degli amici, po-
tremmo anche arrivare alle famiglie. Se volete posso chiedere a Larry An-
ders, il mio ufficiale superiore, di mettere in contatto il vostro agente ad-
detto all'intelligence con chiunque riusciamo a trovare.»
Maddox annuì, il volto corrugato per la concentrazione.
«Avrei piacere di parlare di persona con Dill e con gli altri. A lei non di-
spiace, vero?»
«Conosco il lavoro. Tutto quello che vuole. Lo dica ad Anders e lui li
porterà qui.»
In quanto primo negoziatore, Maddox doveva formarsi una sua opinione
personale delle caratteristiche comportamentali di un soggetto. Nei suoi
panni, Talley avrebbe fatto lo stesso.
Il capitano Martin si avvicinò allo schermo. Erano arrivati al punto in
cui Krupchek si sporgeva oltre il banco.
«Cosa sta facendo?»
«Guardi.»
Maddox raggiunse il capitano davanti al televisore. Incrociò le braccia in
un gesto che a Talley parve di difesa.
«Gesù, sta guardando quell'uomo mentre muore.»
Talley annuì.
«L'ho pensato anch'io.»
«Quel figlio di puttana sta sorridendo.»
Talley finì di bere il caffè e posò la tazza. Non aveva bisogno di rivedere
quel nastro.
«Abbiamo avvertito gli investigatori della mano sul banco. Vedete? Do-
vrebbero aver ricavato un'impronta palmare piuttosto buona, ma non li ho
ancora sentiti.»
Laura Martin lanciò un'occhiata a Ellison.
«Controlla le impronte di tutti i ricercati e delle persone colpite da man-
dato.»
«Sissignora.»
Metzger si avvicinò a Talley e gli sfiorò il braccio.
«Capo, posso parlarle un secondo?»
Talley si scusò e la seguì nella stanza accanto. L'agente lanciò un'occhia-
ta agli uomini dello sceriffo, quindi si decise a parlare, abbassando la voce.
«Sarah vuole che la chiami immediatamente. Dice che è importante. Mi
ha detto di darle un colpo in testa e trascinarla a un telefono, se necessario,
tanto è importante.»
«Perché stai bisbigliando?»
«Ha detto che è molto importante. Deve chiamarla sulla linea dell'uffi-
cio, e non con la radio.»
«Perché?»
«Perché sulla radio possono sentire anche altre persone. Ha detto di usa-
re un telefono.»
Talley provò una fitta di apprensione all'idea che fosse successo qualco-
sa a Jane e Amanda. Tirò fuori il cellulare e premette il tasto di composi-
zione automatica del numero dell'ufficio. Maddox lo osservava preoccupa-
to, sempre vicino al televisore.
Sarah rispose al primo squillo.
«Sarah, sono io. Cosa c'è?»
«Oh, grazie al cielo! C'è un ragazzino al telefono. Dice di chiamarsi
Thomas Smith e di telefonare dalla casa.»
«È uno scherzo. Lascia perdere.»
Warren Kenner, il responsabile del personale di Talley e uno dei due
sergenti della polizia di Bristo, si inserì nella conversazione.
«Capo, credo che sia una cosa seria. Ho controllato il numero di cellula-
re da cui il ragazzo dice di chiamare. La compagnia telefonica mi ha con-
fermato che è intestato agli Smith.»
«Hai parlato anche tu con il ragazzo, o soltanto Sarah?»
«Gli ho parlato anch'io. Mi sembra che dica la verità, ha raccontato dei
tre tizi nella casa, di sua sorella e di suo padre. Dice che suo padre è ferito,
che è privo di sensi.»
Talley si morse il labbro, riflettendo, e cominciò ad accalorarsi.
«È ancora al telefono?»
«Sissignore. Sarah sta parlando con lui su un'altra linea. Lo hanno rin-
chiuso nella sua stanza. Dice che sta usando il cellulare della sorella.»
«Resta in linea.»
Talley andò alla porta: parecchi agenti dello sceriffo e della Stradale in-
dugiavano vicino alla cucina della signora Pena, bevendo caffè e mangian-
do enchiladas al formaggio. Chiamò il capitano Martin, Maddox ed Elli-
son e li condusse il più possibile lontano dagli altri.
«Forse abbiamo qualcosa. C'è un ragazzo al telefono che afferma di es-
sere Thomas Smith e di chiamare da dentro la casa.»
L'espressione del capitano si fece subito tesa. «È vero o è uno scherzo?»
Talley tornò a parlare nel telefono.
«Warren, chi altri sa di questo?»
«Solo noi, capo. Io e Sarah, e adesso lei.»
«Se la cosa dovesse risultare vera, non voglio che la stampa lo venga a
sapere, hai capito? Dillo anche a Sarah. Questo significa che non dovete
farne cenno con nessuno, neppure con altri agenti della polizia, neppure in
via confidenziale.»
Parlando, Talley guardava il capitano Martin, che annuì.
«Se Rooney e gli altri venissero a sapere che qualcuno ha chiamato da
dentro la casa, non so cosa potrebbero fare.»
«Bene, capo. Lo dirò anche a Sarah.»
«Passamelo.»
Si sentì la voce di un ragazzo che parlava a voce bassa, con circospezio-
ne, ma non spaventato.
«Pronto? Parlo con il capo della polizia?»
«Sì, sono il capo Talley. Dimmi come ti chiami, figliolo.»
«Thomas Smith. Sono dentro la casa che si vede in televisione. Dennis
ha colpito mio papà e lui non si sveglia più. Dovete venire a prenderlo.»
Una nota di paura si insinuò nella voce del ragazzo mentre parlava di
suo padre, ma Talley non era ancora certo che quella telefonata non fosse
uno scherzo.
«Prima ho un paio di domande da farti, Thomas. Chi c'è nella casa con
te?»
«Questi tre tizi. Dennis, Kevin e Mars. Mars ha detto che mi mangerà il
cuore.»
«A parte loro.»
«Mio padre e mia sorella. Dovete convincere Dennis a mandare mio pa-
pà da un dottore.»
Il ragazzo poteva aver appreso tutte quelle informazioni dalla televisione
ma, per quanto ne sapeva Talley, nessuno finora aveva detto dove si tro-
vasse la madre. Stavano ancora cercando di rintracciarla.
«E tua madre?»
Il ragazzo rispose senza la minima esitazione.
«È in Florida, dalla zia Kate.»
Talley sentì qualcosa di caldo sbocciargli nel petto. Poteva essere vero.
Fece un cenno con la mano, come per scrivere, indicando al capitano di
stare pronta a prendere nota. Questa lanciò un'occhiata a Ellison, che co-
minciò ad armeggiare con un taccuino a spirale e una penna.
«Come si chiama tua zia, socio?»
«Kate Toepfer. Ha i capelli biondi.»
Talley ripeté, osservando Ellison che scriveva.
«Dove vive?»
«A West Palm Beach.»
Talley non si diede la briga di coprire il ricevitore.
«È lui. Trovate il numero di questa donna, di questa Kate Toepfer a
West Palm Beach. La madre si trova lì.»
Maddox ed Ellison si scambiarono qualche parola, che Talley non sentì
perché era già tornato in linea con il ragazzo. Il capitano gli si avvicinò, ti-
randolo per il braccio in modo da inclinare il telefono per poter sentire an-
che lei.
«Dove sei, adesso, figliolo? Stai bene? Possono scoprirti mentre telefo-
ni?»
«Mi hanno chiuso nella mia stanza. Questo è il cellulare di mia sorella.»
«Dove si trova la tua stanza?»
«Al piano di sopra.»
«Okay. Dove sono tuo papà e tua sorella?»
«Papà è giù nel suo studio. Lo hanno messo sul divano, ma ha bisogno
di un dottore.»
«Gli hanno sparato?»
«Dennis lo ha colpito e ancora non si sveglia. Mia sorella dice che ha bi-
sogno di un dottore, ma Dennis non vuole ascoltarla.»
«Sta sanguinando?»
«Ora non più. È solo che non si sveglia. Ho paura.»
«E tua sorella? Lei sta bene?»
«Gli chieda se sa dove si trovano gli ostaggi» disse Maddox.
Talley alzò una mano; il ragazzo stava ancora parlando, stava dicendo
qualcosa a proposito della sorella.
«Come hai detto, Thomas? Non ho capito. Lei sta bene?»
«Ho detto che non ha voluto venire via. Ho cercato di convincerla, ma
lei non ha voluto andarsene senza papà.»
Il capitano tirò Talley per un braccio.
«Può uscire? Gli chieda se può uscire.»
Talley annuì.
«Okay, Thomas, vi tireremo fuori di lì il più in fretta possibile, ma ora ti
voglio chiedere una cosa. Tu sei solo nella tua stanza al piano superiore,
giusto?»
«Sì.»
«Potresti calarti dalla finestra se noi fossimo sotto a prenderti?»
«Hanno bloccato le finestre con i chiodi. Ma anche se fossero libere, mi
vedrebbero.»
«Ti vedrebbero calarti dalla finestra anche se sei solo?»
«Abbiamo delle telecamere di sorveglianza. Mi potrebbero vedere sui
monitor che sono in camera dei miei. Vedrebbero anche voi se vi avvicina-
ste alla casa.»
«Okay, figliolo. Ancora una cosa. Dennis mi ha detto di avere della ben-
zina per dare fuoco alla casa. È vero?»
«C'è un secchio di benzina nell'ingresso. L'ho visto quando mi hanno
portato giù. Puzza.»
Talley udì un fruscio e poi la voce del ragazzo divenne un sussurro.
«Stanno venendo qui.»
«Thomas? Thomas, stai bene?»
Il ragazzo non c'era più.
«Cosa sta succedendo?» chiese il capitano Martin.
Talley rimase in ascolto, ma la linea era muta.
«Ha detto che stavano arrivando e ha chiuso la comunicazione.»
Laura Martin inspirò a fondo ed espirò facendo sibilare l'aria.
«Pensa che l'abbiano scoperto?»
Talley chiuse il telefono e lo mise via.
«Direi di no. Non mi sembrava in preda al panico, quindi non credo che
l'abbiano scoperto. Ha solo dovuto interrompere la telefonata.»
«Rooney diceva la verità a proposito della benzina?»
«Sì.»
«Merda. Questo è un problema. È un fottutissimo problema. Ci manca
solo un bel barbecue.»
«Ha detto anche che c'è un sistema di telecamere di sorveglianza. È così
che Rooney ha visto i suoi uomini avvicinarsi alla casa.»
Il capitano si rivolse a Ellison.
«Di' all'agente addetto all'intelligence di controllare le linee telefoniche
per vedere se c'è qualche collegamento dedicato. Potremmo riuscire a rin-
tracciare il provider e capire con chi abbiamo a che fare.»
Talley stava per informarlo che i suoi uomini avevano già controllato
senza trovare nulla, ma poi ci ripensò. Nella sua posizione, avrebbe verifi-
cato di nuovo.
«Dice che il padre è ferito. È per questo che ha chiamato, per dire che
suo padre ha bisogno di un medico.»
L'espressione di Laura Martin si fece cupa. Quella parte non l'aveva sen-
tita.
«Prima la benzina, adesso questo. Se quell'uomo è in imminente pericolo
di vita, potrebbe rendersi necessario tentare un'irruzione.»
Maddox si mosse, chiaramente a disagio.
«Come possiamo decidere un'irruzione sapendo che questo tizio ci vede,
e tiene pronta la benzina? Faremmo soltanto dei morti.»
«Se c'è qualcuno che sta morendo, non possiamo ignorarlo.»
Talley alzò le mani come se volesse dividerli.
«Il ragazzo non ha detto che sta morendo, solo che è ferito.»
Ripeté le parole precise usate da Thomas per descrivere le condizioni del
padre. Il capitano ascoltò, a capo chino, guardando ora Maddox ora Elli-
son, come per valutare le loro reazioni. Quando Talley ebbe concluso, an-
nuì.
«Be', non ci dice molto.»
«No.»
«Va bene, se non altro sappiamo che non si tratta di una ferita da arma
da fuoco. Smith non sta morendo dissanguato.»
«Sembra più un colpo alla testa.»
«Potrebbe essere un trauma cranico, ma non possiamo saperlo con cer-
tezza. Non possiamo certo richiamare Rooney per chiedergli di Smith. Po-
trebbe capire che uno dei ragazzi sta comunicando con l'esterno.»
Talley fu costretto a darle ragione.
«Dobbiamo proteggere il ragazzo. Se avrà occasione di richiamare, sono
certo che lo farà.»
Maddox annuì.
«La prossima volta che parlo con Rooney insisterò per sapere come
stanno gli ostaggi. Chissà, forse riuscirò a strappargli qualche informazio-
ne sul padre dei ragazzi.»
Convennero che per il momento la cosa migliore era lasciare che Roo-
ney e gli altri si calmassero.
«Se il ragazzo richiama, passerà attraverso il suo ufficio» disse il capita-
no, guardando Talley.
«Suppongo di sì. Deve essersi fatto dare il numero dal servizio informa-
zioni.»
Talley sapeva dove lei voleva arrivare.
«Farò in modo che in ufficio ci sia sempre qualcuno. Se il ragazzo si farà
vivo, mi rintracceranno e io vi avvertirò.»
Laura Martin guardò l'orologio e poi Maddox.
«Dobbiamo metterci al lavoro. Voglio che tu ed Ellison prendiate posi-
zione davanti alla casa, in modo da poter cominciare a martellare quegli
stronzi.»
Talley sapeva bene a cosa si riferiva: avrebbero mantenuto un livello di
rumore piuttosto alto, chiamando periodicamente Rooney nel corso della
notte per tenerlo sveglio. Avrebbero cercato di sfiancarlo impedendogli di
prendere sonno. A volte, se si riusciva a stancarli abbastanza, si arrendeva-
no.
Il capitano Martin si voltò verso Talley, questa volta con un'espressione
cordiale sul volto. Gli tese la mano e lui la strinse. La stretta di lei non era
più così forte come prima.
«La ringrazio per il suo aiuto, capo. Ha fatto un buon lavoro per tenere
la situazione sotto controllo.»
«Grazie, capitano.»
«Se vuole mettere in libertà i suoi uomini, adesso lo può fare. Mi servi-
rebbero quattro dei suoi per mantenere i contatti con i locali, ma a parte
questo siamo a posto. So che il suo Dipartimento non è molto numeroso.»
«È tutto suo, capitano. I miei numeri li ha tutti. Se ha bisogno, mi chia-
mi. In caso contrario, mi prenderò qualche ora di riposo e ci vediamo do-
mani mattina.»
«Siamo a posto.»
La donna gli rivolse un sorriso incerto, ma aggraziato, poi si allontanò.
Talley pensò che avesse difficoltà a sorridere; ma alla gente succede spes-
so, e per i motivi più sorprendenti. Maddox ed Ellison la seguirono.
Talley riportò la tazza del caffè in cucina, ringraziò la signora Pena per
l'ospitalità e andò alla sua auto. Informò Larry Anders degli ultimi svilup-
pi, quindi guardò l'ora, chiedendosi se Jane e Amanda stessero ancora ce-
nando o lo aspettassero a casa.
E poi si chiese perché mai Laura Martin gli avesse stretto la mano.

KEN SEYMORE

Quei pezzenti delle troupe televisive non avevano intenzione di dividere


con lui la loro cena a base di caffè e cibo in grossi contenitori che qualcuno
aveva fatto arrivare da Starbucks, ciambelle di Krispy Kreme e pizza. Tan-
to meglio. Se l'avessero fatto, Ken Seymore non si sarebbe accorto che
Talley stava andando via.
Invece di mangiare, Seymore se ne stava seduto a bordo della sua auto,
una Ford Explorer, subito fuori dal cancello. Ai due poliziotti che gli ave-
vano chiesto cosa ci facesse lì, aveva risposto che aspettava un fotografo
che stava arrivando da Los Angeles per fare qualche foto ai ragazzi che
montavano la guardia al complesso. Era bastato. Da quel momento lo ave-
vano lasciato in pace.
Quando Seymore vide uscire Talley, prese il telefono.
«Sta venendo via.»
Non fu necessario aggiungere altro.

13

Venerdì, 20.46

JANE

Il cuore le batteva forte, le labbra formicolavano ancora per il bacio, la


voce di lui era un sussurro nel buio dell'auto parcheggiata davanti a casa.
«Staremmo bene insieme. Ci penso da settimane. Noi due siamo fatti l'u-
no per l'altra, come tessere di un puzzle.»
Lui era medico nell'ospedale dove lei lavorava; divorziato da poco, due
figli alle superiori, uno più grande di un anno rispetto a Mandy, l'altro più
giovane di uno.
«Lo sai anche tu che sarebbe bello.»
«Sì.»
Lei amava il suo calore, la sua fisicità, una cosa di cui sentiva la man-
canza, questo forte corpo maschile che stringeva il suo, e che lei poteva
stringere. E poi era un bell'uomo. Proprio un bell'uomo. Avevano lo stesso
senso dello humour, pungente e sarcastico.
«Vieni a casa mia, stasera. Solo per un po'.»
Era il suo primo appuntamento con un altro da quando Jeff se n'era an-
dato, quasi un anno prima. Jeff là a Bristo, Jeff che le aveva chiuso in fac-
cia la porta del suo cuore, aveva smesso di provare sentimenti, si era riti-
rato in se stesso, allontanato, scomparso, o cosa diavolo fosse. Le pareva
di tradirlo.
«Non lo so.»
«Non voglio che questa sera finisca. Non dobbiamo fare niente. Almeno
per i primi cinque minuti.»
Lei non riuscì a trattenersi e scoppiò a ridere.
Lui la baciò, e lei ricambiò il suo bacio, in un gioco sensuale di labbra e
lingue. Si sentiva ebbra, e viva.
«Ho detto ad Amanda che sarei rientrata a quest'ora.»
«Mi viene da piangere. Peggio. Faccio il broncio. Sono terribile quando
faccio il broncio.»
Ridendo, lei gli mise una mano sul volto e lo spinse via. Dolcemente.
Lui sospirò, improvvisamente serio.
«D'accordo. Sono stato bene.»
«Anch'io.»
«Ci vediamo domani al lavoro. Faccio un salto in reparto a salutarti.»
«Non sono in servizio domani e dopodomani.»
«Allora giovedì. Ci vediamo giovedì.»
Lo baciò un'ultima volta, un bacio veloce, anche se avrebbe voluto che
durasse di più, poi corse dentro, nella casa deserta. Amanda dormiva a
casa della sua amica Connie. Non le aveva detto che sarebbe uscita, tan-
tomeno che sarebbe rientrata a quell'ora. Era stata una bugia.
Il giorno seguente si tinse i capelli di un altro colore, passando a un
rosso scuro, quasi nero, chiedendosi se l'avrebbe fatta sembrare più gio-
vane, chiedendosi cosa avrebbe detto Jeff.
Tutto, di quella sera, le era parso un tradimento.

«Pianeta terra chiama mamma.»


Jane Talley si concentrò sulla figlia.
«Scusa.»
«A cosa stavi pensando?»
«Se a tuo padre piacciono i miei capelli.»
Amanda si fece scura in volto.
«Come se te ne importasse qualcosa. Per favore!»
«D'accordo. Mi stavo chiedendo se questo casino gli scoppierà fra le
mani. Così va meglio?»
Si erano fermate al Le Chine, un ristorante vietnamita-thailandese in un
centro commerciale vicino all'autostrada, e avevano ordinato pho ga, una
zuppa di taglierini e gamberi croccanti che erano... be', gamberi croccanti.
Mangiavano spesso lì, a volte con Jeff. Jane aveva assaggiato appena il ri-
so scondito e più nulla. Posò la forchetta.
«Voglio spiegarti una cosa.»
«Non possiamo andarcene a casa? Io non voglio stare qui, e lui lo sa.
Gliel'ho detto.»
«Non dire "lui". È tuo padre.»
«Comunque sia.»
«Sta passando un momento difficile.»
«Un anno fa era un momento difficile. Ora è soltanto una rottura.»
Jane era così stanca di fare i salti mortali, di fare la madre comprensiva e
affettuosa, di aspettare che Jeff rinsavisse, che avrebbe voluto urlare. Certi
giorni lo faceva. Premeva il viso contro il cuscino e urlava con tutta la for-
za che aveva in corpo. Provò un impeto di rabbia così forte che, se Mandy
avesse alzato gli occhi al cielo ancora una volta, lei l'avrebbe infilzata con
la forchetta.
«Lascia che ti dica una cosa. È stato duro per tutti: per te, per me, per
lui. Lui non è così. È colpa di quel maledetto lavoro.»
«Rieccoci con il lavoro.»
Jane chiese il conto, così arrabbiata che non riusciva neppure a guardare
in faccia la figlia. Come sempre la proprietaria, una donna di nome Po, che
le conosceva, insistette nell'offrire loro la cena. Come sempre Jane pagò,
questa volta più in fretta del solito, in contanti, e senza aspettare il resto.
«Andiamo.»
Jane uscì nel parcheggio, sempre senza guardare Amanda, i tacchi che
picchiettavano sull'asfalto come spari. Si mise al volante ma non avviò il
motore. Amanda salì accanto a lei, chiudendo la portiera. L'aria della notte
odorava di salvia, polvere e aglio.
«Perché non partiamo?»
«Sto cercando di non ucciderti.»
Quando finalmente Jane riuscì a mettere a fuoco ciò che voleva dire,
parlò.
«Ho una paura del diavolo che tuo padre stia per arrendersi. L'ho capito
vedendolo stasera. Si rende conto dell'effetto che questa situazione ha su di
noi, non è uno stupido. Noi parliamo, Amanda: lui dice che si sente vuoto,
e io non so come riempire questo vuoto. Dice che si sente morto, e io non
so come farlo rinascere. Pensi che non ci abbia provato? Eppure eccoci
qui, uno da una parte, uno dall'altra, con il tempo che passa, e lui che si
crogiola in questa maledetta depressione. La farà finita per risparmiarci
tutto questo. Be', signorina, lascia che ti dica una cosa: io non voglio essere
risparmiata. Scelgo di non esserlo. Un tempo tuo padre era una persona
piena di vita e di forza, e io mi sono innamorata di questa persona speciale
in un modo che tu non puoi neanche immaginare. Non vuoi sentir parlare
del suo lavoro. Okay. Ma solo un uomo buono come tuo padre poteva es-
sere colpito nel modo in cui è rimasto colpito lui. Se pensi che lo stia scu-
sando, bene. Se pensi che io sia una perdente perché ho deciso di aspettar-
lo, pazienza. Potrei avere altri uomini, ma non li voglio. Non so neppure se
lui mi ami ancora, ma lascia che ti dica una cosa: io lo amo, io voglio che
questo matrimonio vada avanti, e ti posso assicurare che mi interessa ec-
come se gli piacciono i miei capelli.»
Fra le lacrime, Jane si accorse che anche Amanda stava piangendo: gros-
si lucciconi color miele si gonfiavano nei suoi occhi. Si appoggiò all'indie-
tro, contro lo schienale.
«Merda.»
«Signora, si sente bene?»
Jane abbassò il finestrino di qualche centimetro. L'uomo sembrava imba-
razzato, proteso in avanti, una mano posata sul tetto, l'altra sulla portiera,
la faccia che pareva chiedere se poteva fare qualcosa per lei.
«Mi scusi, lo so che non sono fatti miei, ma l'ho sentita piangere.»
«È tutto a posto. Grazie.»
«Ne è sicura?»
«Sì. Grazie.»
Jane stava allungando la mano verso la chiavetta d'accensione quando
lui spalancò la portiera, spingendola di lato contro Amanda; l'auto venne
invasa da un forte odore di ciambelle.
In seguito, sarebbe venuta a sapere che si chiamava Marion Clewes.

14

Venerdì, 21.12

TALLEY

Il cielo era strano senza le luci rosse e verdi degli elicotteri. Talley spen-
se la radio di servizio e abbassò i finestrini, lasciandosi avvolgere dall'aria
dolce, ancora tiepida per il calore della terra e odorosa di yucca. Non era
più il suo show, quindi la radio non serviva. Aveva bisogno di pensare.
La strada si apriva davanti a lui, curvando fra le montagne, tempestata di
fari scintillanti che gli venivano incontro. Le ultime sei ore erano passate
in un lampo; ogni istante si era sovrapposto a quello precedente come le
auto in un tamponamento a catena, rincorrendosi con un'intensità che Tal-
ley non ricordava da tempo: in parte era paura, in parte euforia. Si scoprì a
passare in rassegna gli avvenimenti della giornata e dopo un po' si rese
conto che si era divertito. La cosa lo sorprese. Era come se una parte sopita
di lui si stesse risvegliando.
L'aria calda della notte gli riportò alla mente ricordi di Jane.
Erano andati in luna di miele nel deserto. Non subito dopo il matrimonio
- allora non avevano abbastanza soldi - ma in seguito, al termine dei suoi
sei mesi di prova. Si erano presi due giorni di ferie da attaccare a un fine
settimana, pensando di andare a Las Vegas. L'idea era quella di evitare il
caldo estivo mettendosi in viaggio dopo il tramonto, ma Las Vegas era
lontana, quattro ore di macchina. Si fermarono a metà strada per mangiare
qualcosa, una cittadina insignificante ai confini del deserto californiano, e
non proseguirono più. Quella notte, la suite della loro luna di miele fu la
stanza di un motel da venti dollari accanto all'autostrada; la cena una sem-
plice bistecca da Sizzler, dopodiché andarono a esplorare la città. Ora,
mentre guidava, Talley si rammentò del calore di quella sera; Jane lo aveva
spaventato - lui, il giovane e duro poliziotto della Swat - sporgendosi con il
tronco dal finestrino dell'auto e sedendosi sulla portiera mentre correvano
per le strade buie in mezzo al deserto.
Erano anni che Talley non ripensava a quei giorni, quasi fossero stati di-
spersi dentro di lui, e si sentì a disagio. Si chiese cos'altro potesse essersi
smarrito, insieme a quei ricordi.
Si infilò nel parcheggio del residence dove abitava. Trovò l'auto di Jane
nel primo dei due posti a lui assegnati e vi si fermò accanto. Rimase a fis-
sare il vialetto che portava al suo appartamento, preoccupato per la discus-
sione che li aspettava. Lei lo aveva invitato a prendere una decisione sul
loro futuro, e ora lui doveva affrontare il problema. Basta fuggire, basta
negare, basta scuse: poteva riuscire a trattenerla oppure perderla. Quella
sera si sarebbe deciso tutto.
Scendendo dall'auto, si accorse che il parcheggio era più buio del solito:
entrambe le luci di sicurezza erano spente. Talley stava chiudendo a chiave
la portiera quando una donna sbucò dal vialetto che portava al suo edificio.
«Capo Talley? Posso parlarle un attimo?»
Talley pensò che fosse una vicina. Quasi tutti i residenti del complesso
sapevano che era il capo della polizia, e spesso si rivolgevano a lui per e-
sporgli lamentele o problemi.
«È un po' tardi. Non può aspettare domani?»
Era attraente ma non bella, con un'espressione pulita ed efficiente, i ca-
pelli che le incorniciavano il volto. Non la riconobbe.
«Mi piacerebbe, capo, ma dobbiamo parlarne stasera.»
Talley udì un passo dietro di sé, il fruscio di una scarpa sulla ghiaia, poi
un braccio lo afferrò per la gola da dietro, sollevandolo. Qualcuno gli pun-
tò una pistola davanti alla faccia.
«La vedi? Vedi la pistola? Guardala.»
Talley tentò di afferrare il braccio che lo stava strangolando, ma quando
vide l'arma smise di lottare.
«Così va meglio. Vogliamo solo parlare, tutto qui, ma se mi costringi
t'ammazzo.»
Lo lasciarono andare. Qualcuno aprì di nuovo la portiera mentre qualcun
altro gli frugava sotto la giacca e intorno alla cintura.
«Dov'è la pistola?»
«Non la porto.»
«Stronzate. Dov'è?»
Le mani si spostarono alle caviglie.
«Non la porto. Sono il capo. Non mi serve.»
Lo spinsero al posto di guida. Talley vide delle ombre, ma non avrebbe
saputo dire quanti fossero: tre, o forse cinque. Qualcuno sul sedile poste-
riore mandò in frantumi la luce dell'abitacolo colpendola con la pistola,
quindi gli premette l'arma contro la nuca.
«Metti in moto e fai retromarcia. Vogliamo solo parlarti.»
«Chi siete?»
Talley fece per voltarsi, ma mani forti gli spinsero la testa in avanti. Sul
sedile posteriore c'erano due uomini con passamontagna e guanti neri.
«Metti la retromarcia.»
Talley fece come gli veniva ordinato. I fasci dei fari sferzarono il vialet-
to. La donna era scomparsa. Le luci posteriori rosse di un'auto attendevano
in fondo al parcheggio.
«Vedi quell'auto? Seguila. Non andremo lontano.»
Talley si avvicinò all'auto. Era una Ford Mustang ultimo modello, verde
scuro con il tettuccio rigido e targa della California. Talley si sforzò di
memorizzare il numero, 2KLX561, poi guardò nello specchietto retroviso-
re, mentre una seconda macchina si accodava subito dietro di lui.
«Chi siete?»
«Tu guida.»
«Ha a che fare con quanto sta succedendo?»
«Tu pensa solo a guidare. Il resto non ti interessa.»
La Mustang procedeva con cautela, diretta verso la strada principale, poi
imboccò la Flanders Road e proseguì fino a un piccolo centro commerciale
a meno di due chilometri di distanza. Tutti i negozi erano chiusi, il par-
cheggio deserto. Talley seguì l'auto in un vicolo sul retro; si fermò accanto
a un grosso contenitore per rifiuti.
«Avvicinati. Più vicino. Attaccato al paraurti.»
Talley urtò leggermente la Mustang.
«Spegni il motore e dammi le chiavi.»
Aveva conosciuto la paura, quando lavorava nelle unità tattiche della
Swat prima di diventare negoziatore, ma quella era una paura spersonaliz-
zata, la paura di andare in combattimento, alimentata dalla divisa che in-
dossavi, dalle armi, dal sostegno dei tuoi compagni. Questa paura era di-
versa, più vicina, più privata. La gente veniva assassinata in quel modo, e
poi i corpi finivano nei cassonetti.
«Dammi quella cazzo di chiave.»
Talley la tenne alzata, e una mano l'afferrò.
La portiera del passeggero si aprì e salì un terzo uomo, anche lui con
guanti e passamontagna. Indossava una giacca sportiva nera sopra i jeans e
una T-shirt grigia. La manica sinistra salì appena, scoprendo un Rolex d'o-
ro. L'uomo non era grosso, aveva una corporatura come quella di Talley,
alto più o meno uno e ottanta, magro. La pelle intorno agli occhi e alla
bocca era abbronzata. Teneva in mano un cellulare.
«Okay, capo, lo so che hai paura, ma ti assicuro che, a meno che tu non
faccia qualcosa di stupido, non ti faremo del male. Quindi controllati, d'ac-
cordo? Hai capito?»
Talley cercò di ricordare il numero di targa della Mustang. Era KLX o
KLS?
«Non mi guardare, capo. Dobbiamo proseguire.»
«Cosa volete?»
L'uomo fece un gesto con il telefono in direzione del sedile posteriore,
scoprendo nuovamente l'orologio. Mentalmente Talley lo soprannominò
"l'Uomo con l'orologio".
«Ora la persona dietro di te ti immobilizzerà. Non ti far prendere dal pa-
nico. È per il tuo bene. Okay? Vuole solo tenerti fermo.»
Il braccio gli serrò nuovamente la gola. Una mano gli afferrò il polso si-
nistro torcendoglielo dietro la schiena. Il secondo uomo lo prese per la de-
stra. Talley riusciva a malapena a respirare.
«Cosa significa?»
«Ascolta.»
L'Uomo con l'orologio gli accostò il telefono all'orecchio.
«Saluta.»
Talley non riusciva a immaginare chi fossero né cosa volessero. Si sen-
tiva la bocca come se fosse piena d'ovatta. Il telefono era freddo contro l'o-
recchio.
«Chi parla?»
«Jeff, sei tu?» disse la voce di Jane, scossa e spaventata.
Tailey cercò di liberarsi dal braccio che lo immobilizzava, lottando in-
vano. Passò qualche secondo prima che si rendesse conto che l'Uomo con
l'orologio gli stava parlando.
«Calmati, capo. Lo so, lo so. Ora ascolta, okay? Tua moglie sta bene.
Anche tua figlia sta bene. Calmati, respira a fondo e ascolta. Sei pronto?
Ricordati una cosa: da questo momento in poi dipende da te. Te solo. Tu
hai il controllo su quello che accade a loro. Vuoi sentirla di nuovo? Vuoi
parlarle? Chiederle se sta bene?»
Talley annuì contro il braccio che lo teneva fermo, e alla fine riuscì a
gracchiare: «Figlio di puttana».
«Brutto inizio, capo, ma ti capisco. Anch'io sono sposato. Fosse per me,
io vorrei che qualcuno se la prendesse, mia moglie, ma è solo un parere
personale. Ecco, tieni.»
L'Uomo con l'orologio gli avvicinò di nuovo il telefono all'orecchio.
«Jane?»
«Cosa succede, Jeff? Chi è questa gente?»
«Non lo so. Stai bene? E Mandy?»
«Jeff, ho paura.»
Jane stava piangendo.
L'Uomo con l'orologio riprese il cellulare.
«Ora basta.»
«Chi diavolo siete?»
«Possiamo lasciarti andare? Hai superato lo choc? Non farai qualcosa di
stupido, vero?»
L'Uomo con l'orologio lanciò un'occhiata verso il sedile posteriore e Tal-
ley fu libero. L'Uomo con l'orologio si avvicinò a lui, molto vicino, per
guardarlo dritto negli occhi.
«Walter Smith ha in casa due dischetti di computer che ci appartengono.
Non ti preoccupare del motivo per cui li vogliamo. Anzi, ti dirò di più, non
ti deve interessare. Ma ci servono, e tu farai in modo di lasciarceli recupe-
rare.»
Talley non capiva di cosa stesse parlando. Scosse la testa.
«Cosa significa?»
«Che tu avrai il controllo delle operazioni.»
«Non io, gli uomini dello sceriffo.»
«Non più. Ora è il tuo momento. Tu farai in modo che sia così, a qua-
lunque costo, perché nessuno, ripeto, nessuno, dovrà mettere piede in quel-
la casa finché non ci sono entrati i miei uomini.»
«Non sapete di cosa state parlando.»
L'Uomo con l'orologio sollevò un dito come se stesse per impartire una
lezione.
«Io so esattamente di cosa sto parlando. Ora è in corso un'azione coordi-
nata tra il Dipartimento di polizia di Bristo e l'Ufficio dello sceriffo. Tra un
paio d'ore un gruppo di miei uomini arriverà agli York Estates. Tu dirai a
tutti che sono una squadra tattica dell'Fbi. Lo sembreranno in tutto e per
tutto e sanno come comportarsi. Ora capisci dove voglio arrivare?»
«Non ho idea di cosa stia dicendo. Io non ho alcun controllo sulle opera-
zioni. Non ho potere su quello che accade in quella casa.»
«Allora sarà meglio che tu ti dia da fare. Tua moglie e tua figlia contano
su di te.»
Talley non sapeva cosa dire. Si infilò le mani sotto le cosce, cercando di
pensare.
«Cosa volete che faccia?»
«Tu prepari la scena per i miei uomini, poi ti fai da parte e aspetti istru-
zioni da me.»
L'Uomo con l'orologio gli porse il cellulare.
«Quando questo telefono squilla, tu rispondi. Sarò io. Ti dirò cosa fare.»
Talley rimase a fissare il telefono.
«Quando verrà il momento di entrare nella casa, i miei saranno i primi.
Niente, e intendo dire niente, verrà rimosso da quella casa se non dai miei
uomini. Hai capito bene?»
«Io non controllo i movimenti di quei ragazzi. Potrebbero essersi arresi
in questo momento, come invece aver cominciato a sparare. Oppure gli
uomini dello sceriffo potrebbero aver deciso di fare irruzione.»
L'Uomo con l'orologio lo colpì forte con una manata in piena fronte. La
testa di Talley volò all'indietro.
«Niente panico, capo. Tu dovresti saperlo. Quelli della Swat le sanno
queste cose. Il panico uccide.»
Talley strinse il cellulare con entrambe le mani.
«Okay. D'accordo.»
«Ti chiederai "cosa posso fare?". Sei un poliziotto, potresti pensare di
chiamare l'Fbi o di chiedere aiuto agli uomini dello sceriffo, perché mi
prendano prima che accada qualcosa a tua moglie e a tua figlia. Ma ricor-
dati questo: io ho degli uomini agli York Estates, proprio sotto il tuo naso,
gente che mi riferisce tutto quello che succede. Se ne parli con qualcuno,
se fai qualcosa di diverso da quello che ti dico io, ti restituiremo moglie e
figlia per posta. Ci siamo capiti?»
«Sì.»
«Quando avrò avuto ciò che voglio, loro verranno rilasciate. Di questo
puoi essere certo. Non sanno chi le ha rapite, propria come tu non sai chi
siamo noi. Meglio così.»
«Cos'è che volete? Dei dischetti di computer? Dove sono? In che punto
della casa?»
«Due dischetti, poco più grossi di quelli normali. Si chiamano zip, e por-
tano l'etichetta "Disco Uno" e "Disco Due". Finché non li troviamo non
sappiamo dove sono, ma Smith lo sa.»
L'uomo aprì la portiera, poi si fermò e si voltò a guardare il cellulare.
«Rispondi quando squilla, capo.»
Le chiavi dell'auto gli caddero in grembo. Le portiere si aprirono e si ri-
chiusero e lui restò solo nel vicolo dietro il piccolo centro commerciale in
mezzo al nulla. La Mustang si allontanò. La seconda macchina partì in re-
tromarcia, rombando. Talley rimase seduto al volante, ansimante, incapace
di muoversi, sentendosi al di fuori del proprio corpo, come se tutto fosse
successo a qualcun altro.
Afferrò le chiavi, mise in moto e girò con forza il volante, schiacciando
l'acceleratore a tavoletta e facendo schizzare ghiaia tutt'intorno. Accese lu-
ci e sirena, su codice tre, tornando a tutta velocità al suo appartamento.
Parcheggiò a casaccio, con i lampeggianti accesi, e corse dentro come se
loro potessero essere sedute lì ad aspettarlo, e quanto era accaduto fosse
frutto di un'allucinazione.
L'appartamento era vuoto, il silenzio assordante. Le chiamò, non sapen-
do cos'altro fare.
«Jane! Amanda!»
L'unico segno della loro presenza erano le chiavi dell'auto di Jane, posa-
te in bella vista sul tavolo in soggiorno, piccole e fredde, lasciate lì come
avvertimento.

Talley si infilò in tasca le chiavi di Jane. Salì al piano superiore e andò


alla piccola scrivania in camera da letto. Rimase a fissare le fotografie: Ja-
ne e Amanda, molto più giovani, allora, in una foto scattata a Disneyland,
Jane seduta in uno di quei ristoranti all'aperto di Adventureland, che strin-
geva a sé Amanda, mettendo entrambe in mostra denti bianchissimi. Ave-
vano mangiato tostadas o tacos, con una salsa così poco piccante che ne
avevano riso a lungo; proprio loro tre, losangelini DOC, costretti a man-
giare una salsa saporita quanto una zuppa Campbell, che solo gente del
Minnesota o del Wisconsin avrebbe potuto trovare piccante. Talley soffocò
un singhiozzo. Estrasse la foto dalla cornice e la mise in tasca insieme alle
chiavi. Andò all'armadio a muro, prese la sacca da ginnastica di nylon blu
e la posò sul letto. Tirò fuori la pistola che aveva in dotazione durante il
suo servizio alla Swat, una Colt .45 modello 1911, messa a punto dall'ar-
maiolo della squadra perché fosse ancora più precisa e affidabile. Era gros-
sa, sinistra ed estremamente pericolosa. Aveva solo sette colpi, ma veniva
usata come pistola da combattimento perché anche uno solo di quei proiet-
tili era in grado di stendere un uomo grande e grosso. Una .38 o una 9 mil-
limetri non potevano garantirlo, ma la .45 sì. Era letale.
Talley estrasse il caricatore vuoto, lo riempì e lo rimise a posto. Frugò
dentro la sacca alla ricerca della fondina di nylon nero. Si tolse l'uniforme,
indossò un paio di jeans e scarpe da ginnastica. Agganciò la fondina alla
cintura, spostandola sul fianco, quindi la coprì con una felpa nera. Alla
cintura assicurò anche il distintivo.
Il cellulare consegnatogli dall'Uomo con l'orologio era posato sulla scri-
vania. Talley lo fissò. E se avesse squillato? E se gli avessero ordinato di
fare subito irruzione nella casa e la gente al suo interno fosse rimasta ucci-
sa? E se avesse sentito le urla di Jane e Amanda mentre venivano assassi-
nate?
Sedette sul bordo del letto dicendosi che era uno stupido. Avrebbe dovu-
to rivolgersi immediatamente allo sceriffo e all'Fbi: anche l'Uomo con l'o-
rologio lo sapeva. Sarebbe stato il modo più furbo per togliersi da quel ca-
sino, e l'avrebbe anche fatto se non fosse stato convinto che l'uomo diceva
la verità: aveva effettivamente qualcuno agli York Estates, e avrebbe uc-
ciso la sua famiglia. Talley aveva paura. È facile dire cos'è giusto fare se
non sei coinvolto, ma quando si tratta di te è un incubo. Si impose di stare
attento. L'Uomo con l'orologio aveva ragione anche su un altro punto: IL
PANICO UCCIDE. Un cartello con quello stesso motto era appeso su una
parete alla scuola della Swat: "Il panico uccide". Gli istruttori glielo ave-
vano inculcato. Anche se la situazione era incalzante bisognava riflettere:
agire in fretta ma con efficienza. La mente è un bene troppo prezioso per
essere sprecato, e niente la danneggia più in fretta di un proiettile. Pensa,
prima di agire.
Talley si infilò in tasca il cellulare, salì in auto e andò al suo ufficio.
Il Dipartimento di polizia di Bristo Camino occupava i locali di un ex
negozio di giocattoli, un immobile su due piani nel centro commerciale. I
suoi uomini lo chiamavano scherzosamente "la culla". A quell'ora di notte,
il centro commerciale era deserto; parcheggiata davanti alla sede c'era solo
un'autopattuglia, a parte le auto personali degli agenti. Talley si fermò ac-
canto al marciapiede. Il piano superiore ospitava una camera di sicurezza,
una sala riunioni, un bagno e uno spogliatoio. I criminali più pericolosi
trattenuti là dentro erano stati due ladri d'auto sedicenni scappati da Santa
Monica a bordo di una Porsche rubata che poi avevano distrutto andandosi
a schiantare contro una palma. Gran parte del pianterreno era occupato dal-
l'ufficio di Sarah con un bancone destinato all'agente di guardia: pur non
essendo un pubblico ufficiale, Sarah assolveva anche a quella funzione
ogni qualvolta non era impegnata al centralino. La stanza di Talley si tro-
vava sul retro, ma il suo computer non era collegato al Nlets, il sistema in-
formativo nazionale delle forze dell'ordine. Un solo computer aveva acces-
so al sistema, e si trovava nell'ufficio centrale, sulla scrivania di Sarah.
Kenner, seduto al bancone, vedendolo entrare inarcò le sopracciglia,
sorpreso.
«Ehi, capo, credevo che fosse in codice sette.»
Il codice sette indicava la pausa pranzo, ma in gergo significava anche
smontare dal servizio. Talley varcò il cancelletto che separava la zona de-
stinata al pubblico dalle scrivanie, senza guardare in faccia l'agente. Vole-
va evitare ogni conversazione.
«Ho da fare.»
«Cosa sta succedendo alla casa?»
«Ora se ne occupano gli uomini dello sceriffo.»
Sarah, al centralino, lo salutò con la mano. Era un'insegnante in pensione
con i capelli rosso fuoco che svolgeva quel lavoro perché le piaceva. Tal-
ley le fece un cenno con il capo, ma non si fermò a scambiare due parole,
come avrebbe fatto normalmente. Invece, andò subito al computer collega-
to al Nlets.
«Pensavo fosse andato a casa» osservò Sarah.
«Avevo delle cose da fare.»
«Non è triste, per quel povero bambino? Com'è andata a finire?»
«Ho fatto un salto perché avevo bisogno di cercare una cosa, ma devo
tornare laggiù.»
Cercò di usare un tono brusco per scoraggiarla.
Talley batté il numero di targa della Mustang, 2KLX561, e richiese una
verifica agli archivi della motorizzazione civile.
«Ah, capo, mi farebbe piacere partecipare anch'io, sa, alla casa...»
Kenner si era avvicinato alle sue spalle, e lo guardava con aria speranzo-
sa. Talley si sporse in avanti per impedirgli di vedere lo schermo.
«Chiama Anders. Digli che ho dato ordine di farti prendere servizio là
alla fine del turno.»
Talley tornò a rivolgere la propria attenzione al computer.
«Ah, capo, pensa che potrei stare di guardia al perimetro?»
«Vuoi fare un po' di tiro a segno, eh, Kenner?»
L'agente si strinse nelle spalle.
«Be'... sì, signore.»
«Dillo ad Anders.»
Talley rimase a guardare finché Kenner non fu tornato al bancone. Dalla
motorizzazione arrivò la risposta: il numero di targa 2KLX561 non corri-
spondeva ad alcuna auto immatricolata. Allora batté il nome "Walter
Smith" e fece una ricerca nell'archivio nazionale del crimine, limitandola
ai maschi di razza bianca del Sudovest in un arco di tempo di dieci anni.
Questo gli fruttò centoventotto risposte. Conoscendo il secondo nome di
Smith avrebbe potuto limitare di molto il campo, ma purtroppo lo ignora-
va. Restrinse la ricerca a cinque anni e questa volta ottenne trentuno risul-
tati. Li esaminò. Ventuno dei trentuno arrestati erano ancora in carcere, gli
altri dieci erano troppo giovani. Per il sistema informativo delle forze del-
l'ordine il Walter Smith che viveva negli York Estates era solo un onesto
cittadino americano che conservava in casa qualcosa per cui qualcuno era
disposto a uccidere.
Talley spense il computer, poi cercò di ricordare quanti più dettagli pos-
sibile dei tre uomini e della donna che lo avevano rapito. La donna: capelli
scuri e neri che le incorniciavano il volto, un metro e sessantacinque, snel-
la, camicetta chiara e gonna. Era troppo buio per vedere altro. I tre uomini
indossavano giacche sportive di buon taglio, guanti e passamontagna. Non
aveva notato alcun segno particolare. Cercò di ricordare eventuali rumori
di sottofondo quando aveva parlato con Jane, qualcosa che potesse identi-
ficare il luogo in cui si trovava, ma non c'era stato nulla.
Talley estrasse il telefono dell'Uomo con l'orologio, chiedendosi se fosse
possibile rilevare qualche impronta. Era un Nokia nero nuovo. Il display
della batteria indicava che era completamente carica. All'improvviso ebbe
paura che si scaricasse, e così lui non avrebbe mai più potuto parlare con
Jane e Amanda. Cominciò a tremare, man mano che il panico cresceva, ma
si costrinse a scacciare quei pensieri. Rifletti. Il cellulare era il suo legame
con le persone che avevano rapito Jane e Amanda, un legame che avrebbe
potuto condurlo a loro. Se era stato l'Uomo con l'orologio a chiamare il
luogo in cui si trovava Jane, il numero avrebbe dovuto trovarsi in memo-
ria. Il suo cuore prese a battere forte. Premette il tasto per ricomporre l'ul-
timo numero chiamato. Niente. Allora controllò la memoria, ma non vi e-
rano numeri inseriti. Rifletti!!! Se erano stati i carcerieri di Jane a telefona-
re all'uomo, lui avrebbe potuto richiamare utilizzando la funzione asteri-
sco-6-9. La digitò. Non accadde nulla. Il suo cuore batté ancora più forte.
Avrebbe voluto farlo a pezzi, quel fottuto telefono. Avrebbe voluto lan-
ciarlo contro il muro, e poi saltarci sopra finché non fosse stato ridotto in
frantumi. Rifletti, maledizione!!! Qualcuno aveva acquistato quel telefono
e pagava per il servizio. Talley lo spense e poi lo riaccese. Quando il
display si accese, comparve il numero: 555-1367. Talley si sarebbe messo
a saltare per l'eccitazione. Copiò il numero, la sua unica traccia.
Ma poi si rese conto che ne aveva anche un'altra: Walter Smith. Smith
avrebbe potuto identificare questa gente, Smith aveva quello che loro vo-
levano, forse era addirittura in grado di dirgli dove avevano portato Jane e
Amanda. Smith aveva tutte le risposte. Talley doveva solo arrivare a lui.
E farlo uscire da quella casa.

Quando arrivò a qualche chilometro dal complesso, Talley chiamò Larry


Anders, dicendogli di venirgli incontro all'ingresso sud e di attenderlo lì,
da solo. Il traffico era diminuito rispetto a prima, ma quando lasciò la
Flanders, restò intrappolato in una lunga fila di curiosi. Azionò per un at-
timo la sirena per farli scostare e oltrepassò il posto di blocco.
Anders era parcheggiato a lato della strada. Talley andò a fermarsi dietro
di lui e gli fece segno con le luci. Anders si avvicinò al finestrino, visibil-
mente agitato.
«Cosa c'è, capo?»
«Dov'è Metzger?»
«Con gli uomini dello sceriffo, caso mai avessero bisogno di qualcosa.
Ho fatto qualcosa che non va?»
«Sali.»
Talley attese che Anders girasse intorno alla macchina e salisse. Pur non
essendo la persona più anziana del suo dipartimento, lo era in quanto a
servizio, e Talley lo rispettava. Ripensò al fatto che gli uomini con il pas-
samontagna avevano qualche infiltrato sul posto, e si chiese se quella per-
sona fosse Larry Anders. Ripensò a quella foto, apparsa sul "Los Angeles
Times", quella scattata all'asilo, che mostrava Spencer Morgan, l'uomo che
aveva preso in ostaggio i bambini, mentre gli puntava la pistola alla testa.
Pensò alla fiducia cieca che gli ci era voluta per stare lì, immobile, mentre
il suo amico Neal Craimont prendeva la mira.
Anders era chiaramente a disagio.
«Capo, perché mi guarda in quel modo?»
«Ho un lavoro per te. Ma non devi parlarne con nessuno, né con Me-
tzger né con gli altri, neppure con gli uomini dello sceriffo. Con nessuno.
Di' solo che ti ho chiesto di fare alcuni controlli, ma non dire quali. Mi hai
capito bene, Larry?»
«Credo di sì» rispose lentamente Anders.
«Non basta. O sai tenere la bocca chiusa oppure no. È importante.»
«Non è qualcosa di illegale, vero, capo? A me piace fare il poliziotto.
Non potrei mai fare una cosa illegale.»
«È lavoro di polizia, quello vero. Voglio che tu scopra quanto più possi-
bile sul conto di Walter Smith.»
«Il tizio della casa?»
«Credo sia coinvolto in attività illegali, di persona o attraverso suoi soci.
Devo scoprire di cosa si tratta. Parla con i vicini, ma non ti scoprire. Non
dire a nessuno cosa stai facendo e non parlare dei tuoi sospetti. Cerca di
capire tutto quello che puoi: da dove viene, che lavoro fa, chi sono i suoi
clienti, qualunque cosa ci possa fornire degli elementi su di lui. Mi servi-
rebbe anche conoscere il suo secondo nome. Quando hai finito, torna in uf-
ficio e fa' una ricerca su di lui nelle banche dati del Nlets e dell'Fbi. Io so-
no andato indietro di cinque anni, ma tu vai indietro di venti.»
Anders si schiarì la gola. La cosa non lo convinceva.
«Perché non devo parlarne con gli altri?»
«Perché voglio così, Larry. Ho le mie buone ragioni, ma non posso par-
lartene adesso. E conto sul fatto che tu sappia tenere la bocca chiusa.»
«Lo farò, capo. Sissignore.»
Talley gli diede il numero del Nokia.
«Prima di tutto, però, voglio che tu risalga all'intestatario di questo nu-
mero. Puoi farlo anche per telefono da qui. Scopri a chi sono intestate le
bollette. Se hai bisogno di un ordine del tribunale, chiama il tribunale di-
strettuale, giù a Palmdale. Hanno un giudice sempre in servizio per le e-
mergenze notturne. Sarah ha il numero.»
Anders guardò il pezzetto di carta.
«Il giudice vorrà sapere il motivo, no?»
«Digli che pensiamo che questo numero ci possa fornire informazioni di
vitale importanza sul conto di uno degli uomini all'interno della casa.»
Anders annuì, poco convinto, sapendo che si trattava di una bugia.
«D'accordo.»
Talley si sforzò di ricordare se ci fosse qualcos'altro, qualcosa che potes-
se fornirgli un'indicazione sulla gente con cui aveva a che fare.
«Quando torni in ufficio, fa' una ricerca sull'elenco delle auto rubate.
Una Mustang verde scuro, ultimo modello. Dovrebbe essere un furto re-
cente, forse addirittura di oggi.»
Anders tirò fuori il taccuino per prendere nota.
«Ha il numero di targa?»
«Il computer dice che è un numero inesistente. Se la trovassi, prendi no-
ta di dove è stata rubata. Chi doveva controllare i permessi edilizi?»
«Ah... Cooper.»
«Voglio che lo faccia tu.»
«Ma è mezzanotte.»
«Se devi tirare giù dal letto i responsabili dell'ufficio licenze edilizie, fal-
lo. Digli che gli uomini dello sceriffo hanno un disperato bisogno del pro-
getto della casa, che è una questione di vita o di morte. Digli quello che
vuoi, ma scopri chi ha costruito quella casa.»
«Sì, signore.»
«Dovrai lavorare tutta la notte, Larry. È importante.»
«Non c'è problema.»
«Aggiornami su tutto quello che trovi, a qualunque ora. Non usare la ra-
dio. Chiamami sul cellulare. Ce l'hai il numero?»
«Sì, signore.»
«Datti da fare.»
Talley rimase a osservarlo mentre si allontanava a bordo dell'auto. Si
disse che poteva fidarsi di Anders. Gli aveva appena messo tra le mani la
vita della sua famiglia.
Talley parcheggiò davanti alla casa della signora Pena e andò verso il
posto mobile di comando dello sceriffo. Il portellone posteriore era aperto,
illuminato da un bagliore rossastro proveniente dall'interno. Il capitano
Martin, Hicks e l'agente addetto all'intelligence erano radunati intorno al
distributore del caffè.
Talley bussò sul portellone e salì. Il capitano si voltò e, vedendolo, gli
sorrise con una cordialità che lo sorprese.
«Credevo che se ne fosse andato.»
«Riprendo il comando delle operazioni.»
Ci volle un momento perché il significato delle sue parole venisse pie-
namente compreso, e allora il capitano si accigliò. Ogni cordialità scom-
parve.
«Non capisco. È stato lei a richiedere il nostro aiuto. Non vedeva l'ora di
passarmi la patata bollente.»
Talley aveva già la bugia pronta.
«Lo so, capitano, ma è una questione di responsabilità. Gli amministra-
tori cittadini vogliono che il comando sia in mano a un rappresentante di
Bristo. Mi spiace, ma è così. Da questo momento in poi, riprendo io il co-
mando delle operazioni.»
Hicks si portò le mani strette a pungo sui fianchi.
«Queste sono cazzate da campagnoli ignoranti.»
Talley lo guardò fisso.
«Nessuna azione dovrà essere intrapresa senza il mio consenso. Sono
stato chiaro?»
Il capitano Martin andò verso Talley a grandi passi, fermandosi a qual-
che centimetro. Era alta quasi quanto lui.
«Venga fuori. Voglio parlarle.»
Talley non si mosse. Sapeva che per gli uomini dello sceriffo era norma-
le intervenire sotto il controllo delle autorità locali quando venivano chia-
mati con compiti di supporto e appoggio tattico: il capitano Martin avrebbe
comunque mantenuto il comando diretto dei suoi uomini, anche se Talley
avrebbe avuto la responsabilità dell'operazione. Talley sapeva che lei non
avrebbe fatto storie.
«Non c'è niente di cui parlare, capitano. Non ho alcuna intenzione di ve-
nire a dirle come fare il suo lavoro: ho bisogno di voi e apprezzo il fatto
che siate qui. Ma devo avallare ogni decisione che verrà presa, e al mo-
mento le dico che non ci sarà alcuna irruzione.»
Laura Martin fece per dire qualcosa, ma ci ripensò. Lo fissava come se
volesse leggergli dentro. Talley sostenne il suo sguardo senza abbassare gli
occhi, nonostante l'imbarazzo e la paura. Si chiese se per caso la donna
non avesse capito che stava mentendo.
«E se quegli stronzi là dentro perdessero la testa, capo? Vuole che le
corra dietro per chiederle il permesso di salvare quei ragazzini?»
Talley si costrinse a rispondere.
«Non si arriverà a questo.»
«Non può saperlo. Nel giro di un secondo quella casa potrebbe diventare
un inferno.»
Talley arretrò di qualche passo. Voleva uscire dal furgone.
«Voglio parlare con Maddox. È ancora davanti alla casa?»
Il capitano continuò a scrutarlo negli occhi. «Cosa c'è che non va, ca-
po?» gli chiese, abbassando la voce. «Sembra che qualcosa la preoccupi.»
Talley distolse lo sguardo.
«Mi è stato ordinato così. Semplice. Io devo rispondere al consiglio cit-
tadino.»
Il capitano continuò a osservarlo, poi disse, abbassando ancor più la vo-
ce, come se non volesse che Hicks e l'agente dell'intelligence potessero
sentire: «Maddox mi ha raccontato qualcosa di lei. Si è fatto un nome, giù
a Los Angeles».
«È successo molto tempo fa.»
Laura Martin si strinse nelle spalle e sorrise, anche se con minore cordia-
lità rispetto a prima.
«Non così tanto.»
«Voglio vedere Maddox.»
«È laggiù, al cul-de-sac. Lo avvertirò che sta andando da lui.»
«Grazie, capitano, per non aver reso le cose più difficili.»
Lei lo guardò, poi si voltò senza rispondere.
Talley trovò Maddox ed Ellison ad attenderlo vicino alla loro auto.
Ellison aveva un'espressione incuriosita.
«Non riesce proprio a stare lontano, eh, capo?»
«No. Ha fatto altre richieste?»
Maddox scosse il capo.
«Niente. Lo chiamiamo ogni quindici, venti minuti per tenerlo sveglio
ma, a parte questo, non è successo niente.»
«Va bene. Voglio avvicinarmi alla casa.
Maddox aprì la portiera dalla parte del guidatore.
«Riprende lei il telefono?»
«Esatto. Andiamo.»
Talley controllò il cellulare che gli aveva dato l'Uomo con l'orologio, per
accertarsi che fosse acceso. Si infilarono nel cul-de-sac e tornarono verso
la casa.

JENNIFER

Jennifer continuava ad appisolarsi, senza però addormentarsi completa-


mente, un orecchio rivolto al rumore degli elicotteri e al gracchiare delle
radio dei poliziotti. Pensò che si trattasse di un sogno. Jennifer non riusci-
va a mettersi comoda, sdraiata sul letto sopra le coperte con i polsi immo-
bilizzati, la stanza così calda che lei si sentiva sudare in modo disgustoso.
Ogni volta che si assopiva, il telefono si metteva a squillare, lontano, al
piano di sotto, e la sua testa tornava a riempirsi di pensieri che non riusciva
a fermare: suo padre, suo fratello, e l'idea che vagasse nel sottotetto per fa-
re qualcosa di stupido.
Quando la porta si aprì, Jennifer si tirò su di scatto. Vide Mars illumina-
to da dietro da una debole luce. Si sentì accapponare la pelle nel trovarsi
sul letto con lui lì, lui e i suoi occhi da rospo. Si alzò in piedi.
«Non riusciamo a far funzionare il microonde.»
«Cosa?»
«Abbiamo fame. Devi cucinare.»
«Siete pazzi. Io per voi non cucino.»
«Lo farai.»
«Va' a farti fottere!»
Le parole le uscirono dalla bocca prima che potesse fermarle.
Mars si avvicinò e la guardò negli occhi come aveva fatto quando lei era
legata alla sedia, prima un occhio, poi l'altro. Jennifer cercò di scostarsi,
ma lui la afferrò per i capelli, attirandola a sé. Parlò a voce così bassa che
lei fece fatica a sentire.
«Te l'ho già detto. È una cosa brutta.»
«Lasciami andare.»
Mars strinse ancora di più, tirandole i capelli.
«Piantala.»
Lui torse il pugno, tirando. Il suo volto non tradiva alcuna emozione, se
non una blanda curiosità. Il dolore era insopportabile. Jennifer era tesa in
tutto il corpo, sudata.
«Io posso farti tutto quello che voglio, bambina. Tienilo a mente.»
Mars la spinse oltre la porta, lungo il corridoio, e la costrinse a scendere
le scale. In cucina tutte le luci erano accese, forti e accecanti dopo l'oscuri-
tà della sua camera. Mars tagliò il nastro adesivo che le immobilizzava i
polsi. Jennifer non aveva ancora visto il suo coltello: la lama era ricurva e
minacciosa. Lanciò un'occhiata alla porta finestra, provando l'impulso di
fuggire anche se prima, quando Thomas gliel'aveva proposto, aveva rifiu-
tato. Due pizze surgelate erano posate sul bancone e lo sportello del mi-
croonde era aperto.
«Riscalda la pizza.»
Mars si allontanò da lei e andò al frigorifero. La sua schiena imponente
le faceva paura. Jennifer si ricordò del coltellino che aveva spinto dietro il
mixer poco dopo la loro irruzione. Lanciò un'occhiata per accertarsi che
fosse ancora lì. Quando tornò a voltarsi verso Mars, vide che lui la osser-
vava, tenendo in mano una confezione di uova. Era come se lui potesse
guardarle dentro.
«Sulla mia ci voglio uova strapazzate e hot dog.»
«Sulla pizza?»
«Sì. E burro e salsa piccante.»
Mentre Jennifer tirava fuori l'occorrente, Dennis comparve sulla soglia. I
suoi occhi erano torvi e segnati da profonde occhiaie.
«Sta cucinando?»
«Fa delle uova.»
Dennis grugnì, indifferente, e si allontanò senza dire altro. Jennifer si
scoprì ad augurarsi che morisse.
«Quando ci lascerete andare?»
«Tu sta' zitta e pensa a preparare.»
Ruppe tutte e nove le uova in una ciotola di vetro, quindi mise la padella
sul fuoco. Non si diede la pena di aggiungere sale e pepe. Voleva che risul-
tassero pessime.
Mars era sempre lì in piedi, che la osservava.
«Smettila di guardarmi o brucerò le uova.»
Mars andò alla porta finestra.
Quando lui si allontanò, Jennifer provò un tale sollievo, come se le aves-
sero tolto un peso dalle spalle. Riprese a respirare. Sbatté le uova e le versò
nella padella, dopo averla unta. Prese la salsa piccante dal frigorifero, poi
si voltò a guardare Mars. Era in piedi davanti alla porta finestra e fissava il
nulla, una mano poggiata contro il vetro. Versò della salsa piccante nelle
uova finché non diventarono arancione, sperando che li avvelenasse. E poi
pensò che avrebbe potuto avvelenarli sul serio. Sua madre aveva delle pil-
lole per dormire, nel garage doveva esserci del veleno per i topi o del di-
serbante. E poi c'era il liquido per sgorgare i lavandini. Pensò che Thomas
avrebbe potuto prendere il sonnifero e, se l'avessero obbligata a cucinare di
nuovo, lei poteva metterlo nel cibo.
Lanciò un'altra occhiata a Mars, aspettandosi che le avesse di nuovo let-
to nel pensiero e che ora la stesse guardando, ma lui si era spostato nella
saletta. Jennifer fissò il coltellino, il cui manico spuntava da dietro il
mixer, proprio sotto il pensile dei piatti. Guardò di nuovo verso Mars. Non
riusciva a vedere il suo volto, solo la sagoma del suo corpo. Forse la stava
osservando, ma lei non poteva saperlo. Andò al pensile, tirò giù qualche
piatto e prese il coltello. Resistette alla tentazione di voltarsi verso Mars,
sapendo che se i loro sguardi si fossero incrociati, lui avrebbe capito. Infilò
il coltello nelle mutandine del costume da bagno, orizzontalmente, in mo-
do che restasse schiacciato contro la pancia.
«Cosa stai facendo?»
«Prendo i piatti.»
«Hai bruciato le uova. Sento l'odore.»
Portò i piatti accanto ai fornelli, sentendo il coltello premere contro la
pancia e pensando che ora, se le avessero dato le spalle, lei avrebbe potuto
ucciderli.
Nello studio, il telefono cominciò a squillare.

15

Venerdì, 23.02

TALLEY

Gli uomini dello sceriffo avevano installato una linea telefonica dedicata
per Maddox ed Ellison. Utilizzava un collegamento cellulare tra l'auto di
Maddox e la postazione mobile di comando, e da lì si connetteva alla linea
telefonica fissa di Smith. Forniva ai negoziatori la libertà di movimento di
un telefono cellulare e nello stesso tempo permetteva che le conversazioni
venissero registrate dall'apparecchiatura sul furgone. Il capitano Martin,
Hicks e chiunque altro si trovasse a bordo potevano ascoltare ogni parola.
E questo a Talley non andava bene.
Estrasse il suo cellulare, ma aveva dimenticato il numero di Smith e fu
costretto a chiederlo.
«Abbiamo la nostra linea» obiettò Maddox, perplesso.
Talley lo ignorò.
«Mi sento più a mio agio con questo. Ha il numero?»
A meno che gli uomini dello sceriffo non avessero dato altre disposizio-
ni, il telefono degli Smith avrebbe dovuto ancora accettare le chiamate dal
suo cellulare. Ellison gli dettò il numero, mentre Maddox restava a osser-
varlo. Talley sapeva che lui trovava strana la cosa, ma non se ne curò.
«Perché fa questo?»
«Cosa?»
«Così, all'improvviso, chiama il soggetto. Ogni telefonata ha un suo
scopo ben preciso. Perché?»
Talley si interruppe e cercò di riordinare le idee. Aveva cominciato a nu-
trire un certo rispetto per Maddox e avrebbe voluto dirgli la verità, ma la
paura non glielo permetteva. Lui voleva Smith. Smith era il collegamento
con le persone che avevano preso sua moglie e sua figlia. Osservò la casa e
immaginò ciò che poteva esserci dall'altro lato della porta, poi tornò a
guardare verso Maddox. Doveva dire qualcosa per portare quell'uomo dal-
la sua parte.
«Ho paura che Smith sia morto. Credo di poter convincere Rooney a
dircelo senza fargli capire che il ragazzino ci ha chiamato.»
«Se è morto, Rooney non ci dirà una parola, e poi il ragazzino ce l'a-
vrebbe detto.»
«Allora cosa facciamo, Maddox? Vuole fare irruzione?»
Maddox sostenne il suo sguardo, poi si voltò a guardare la casa e annuì.
«D'accordo.»
Talley digitò il numero e attese che il telefono nella casa squillasse. Il
davanti e i lati dell'edificio erano illuminati a giorno dai riflettori sistemati
dagli uomini dello sceriffo, un bagliore così accecante che la casa sembra-
va quasi priva di colore. Smisurate ombre scure si allungavano sul prato
come pietre tombali. Il telefono fece quattro lunghi squilli prima che Roo-
ney rispondesse.
«Sei tu, Talley? Ti ho visto arrivare.»
Per la durata di tre lunghi battiti Talley non disse nulla. Non gli era mai
accaduto, ma ci volle tutto quel tempo per riuscire a calmare l'ansia che, lo
sapeva, sarebbe trapelata dalla sua voce. Non poteva permettersi alcuna
debolezza, niente che potesse avvisare Rooney o metterlo in guardia.
«Talley?»
«Ciao, Dennis. Eri nello studio? Ci stavi guardando?»
I listelli delle veneziane si aprirono per un attimo e si richiusero.
«Già, suppongo di sì. Ti sono mancato?» continuò Talley.
«Non mi piace quel tizio nuovo, quel Maddox. È convinto che io sia un
idiota, mi chiama ogni quindici minuti, fingendo di volersi assicurare che
stiamo bene, ma lo fa solo per tenerci svegli. Non sono stupido.»
Adesso che era di nuovo al telefono, Talley cominciò a calmarsi. Poche
ore prima aveva odiato quella situazione, ma ora la sensazione familiare
gli dava forza: lui, il telefono e il soggetto, un piccolo mondo a sé stante in
cui lui giocava una partita contro una voce all'altro capo del filo. Fu sor-
preso di provare quella sicurezza che non conosceva più da anni, la sensa-
zione profonda di poter controllare almeno quel mondo. Alzò lo sguardo
verso gli elicotteri. Angeli rossi e verdi.
«Sono tornato, stasera, perché qua abbiamo un problema.»
Come Talley aveva previsto, Rooney esitò. Stava pensando. Talley sa-
peva che ciò che stava per dire avrebbe sorpreso Maddox ed Ellison, quin-
di si voltò verso di loro e si portò un dito alle labbra. Poi si accinse a riem-
pire il silenzio lasciato da Rooney, assumendo un tono fermo, serio e deci-
so.
«Ho bisogno che tu mi faccia parlare con il signor Smith.»
«Ne abbiamo già discusso, Talley. Lascia perdere.»
«Questa volta non posso lasciar perdere, Dennis. Le persone qua fuori,
gli uomini dello sceriffo, sono convinti che tu non voglia farmi parlare con
il signor Smith o con i suoi figli perché sono morti. Pensano che tu li abbia
ammazzati.»
«Stronzate!»
Maddox ed Ellison si avvicinarono, tenendo gli occhi puntati su di lui.
Talley avvertì su di sé il peso dei loro sguardi, ma li ignorò.
«Se non mi fai parlare con il signor Smith, loro daranno per scontato che
sia morto e faranno irruzione nella casa.»
Rooney si mise a imprecare, a urlare che sarebbero morti tutti e che la
casa sarebbe bruciata. Talley si aspettava una reazione del genere, e lasciò
che Rooney si sfogasse.
Maddox lo afferrò per un braccio.
«Cosa diavolo sta dicendo? Non può dire una cosa del genere!»
Talley alzò una mano, facendogli cenno di allontanarsi. Attese un mo-
mento di tregua nello sproloquio di Rooney.
«Dennis? Dennis, ti dico subito che io ti credo, ma loro no. Non dipende
da me, figliolo. Io ti credo. Ma se non mi dai qualcosa per convincerli,
questi entrano. Fammi parlare con lui, Dennis.»
Talley stava correndo un grosso rischio. Se Smith era cosciente e in gra-
do di parlare, Rooney avrebbe davvero potuto passarglielo. In quel caso,
Talley avrebbe comunque cercato di ottenere delle informazioni sugli uo-
mini con il passamontagna, ma sapeva che le probabilità di riuscirci erano
minime. L'unica sua speranza era che Smith fosse ancora privo di co-
noscenza. Se Rooney lo avesse ammesso, lui poteva tentare di convincerlo
a liberarlo.
«Vaffanculo tu e anche loro!» urlò Rooney. «Se cercate di entrare qua
dentro, faccio fuori i ragazzi!»
«Lascia che gli parli, Dennis. Per favore. Sono convinti che lui sia morto
e faranno irruzione.»
«MERDA!!» urlò Rooney.
Talley avvertì la frustrazione nella sua voce. Attese. Rooney rimase in
silenzio: significava che stava pensando; non poteva chiamare Smith al te-
lefono, ma aveva paura di ammettere che l'uomo era ferito. Talley provò
un moto di eccitazione, ma non lo diede a vedere. Ammorbidi il tono della
voce, cercando di apparire comprensivo e disponibile. Siamo sulla stessa
barca, amico.
«C'è qualcosa che non va, Dennis? C'è un motivo per cui non puoi pas-
sarmi Smith?»
Rooney non rispose.
«Parlami, Dennis.»
Rooney ci mise almeno un minuto prima di rispondere.
«Ha preso un colpo in testa. Non si sveglia.»
Talley si guardò bene dal chiedergli come fosse successo. Sarebbe solo
servito a mettere Rooney sulla difensiva e lui questo non lo voleva. Ormai
il ghiaccio era rotto: avrebbe cercato di farsi consegnare Smith. Maddox
continuava a osservarlo, un'espressione interrogativa sul volto. Talley an-
nuì, arrivando al punto: ripeté l'ammissione a beneficio di Maddox.
«Allora mi stai dicendo che è privo di sensi. Va bene, sono felice che tu
me l'abbia detto, Dennis. Questo spiega un sacco di cose. Ora potremo oc-
cuparcene noi.»
«Sarà meglio che non tentino di entrare qui dentro.»
"Tentino". Non "tentiate".
«Credo che riusciremo a trovare una soluzione, Dennis. Si tratta di una
ferita alla testa? Non ti sto chiedendo come è successo. Voglio solo sapere
cos'ha.»
«È stato un incidente.»
«Respira?»
«Sì, ma è svenuto. Non parla.»
Ora Talley doveva passare alla mossa successiva. Doveva entrare nella
casa, oppure far uscire Smith.
«Dennis, ora capisco perché non potevi passarmelo, ma c'è un uomo che
ha bisogno di essere portato in ospedale. Lascia che venga a prenderlo.»
«Col cazzo! Lo so cosa farete, bastardi! Assalterete la casa.»
Rooney era spaventato. Terrorizzato.
«No. Non lo faremo.»
«Va' a farti fottere. Tu qui dentro non ci vieni!»
Talley insistette. Sapeva che avrebbe potuto suggerire di mandare un
medico o un paramedico, ma non voleva che nessuno entrasse in quella ca-
sa. Voleva che Walter Smith uscisse.
«Se non ti va di lasciarci entrare, mettilo fuori, davanti alla porta.»
«Non sono così stupido! Non ho intenzione di uscire da quella porta con
tutti i cecchini che avete là fuori!»
Talley avvertì un movimento al suo fianco. Maddox ed Ellison. Sentì
Maddox attivare la sua radio e ordinare a qualcuno di mandare un'ambu-
lanza.
«Non ti sparerà nessuno. Tu mettilo fuori e noi verremo a prenderlo. Se
gli salvi la vita, Dennis, questo ti aiuterà in tribunale.»
«No!»
«Non serve altro, Dennis. Mettilo fuori.»
«NO!» urlò nuovamente Rooney, a voce più alta.
«Salvalo.»
«No!»
«Aiutami ad aiutarti.»
Rooney sbatté giù il telefono.
«Dennis?»
Niente. Rooney non c'era più.
«DENNIS?!»
Maddox ed Ellison lo fissavano, immobili. Aspettavano.
«Allora?»
Talley c'era andato vicinissimo, ma aveva chiesto troppo. Aveva insistito
troppo. E aveva perso.
DENNIS

Dennis sbatté giù il telefono, poi lo afferrò di nuovo e lo scagliò sulla


scrivania.
«Quello stronzo! Quello stronzo mi vuole morto!»
Era così arrabbiato che si sentiva scoppiare la testa. Kevin camminava
su e giù davanti al televisore a braccia incrociate. Era un fascio di nervi.
Andò al divano e rimase a fissare Walter Smith.
«Dovremmo darglielo. È molto peggiorato.»
«Che vadano a farsi fottere! Loro non ce l'hanno dato l'elicottero, no?»
«Cosa importa? Guardalo, Dennis! Credo che abbia degli attacchi epilet-
tici.»
Smith giaceva immobile come un cadavere, poi all'improvviso veniva
scosso da un sussulto, tutto il corpo percorso da uno spasmo. Dennis non
riusciva neppure a guardarlo.
«Non riconosceresti una crisi epilettica neanche se ce l'avessi tu.»
«Potrebbe avere dei danni al cervello.»
Dennis andò alle finestre. Niente era cambiato dall'ultima volta che ave-
va guardato fuori, o dalla volta precedente: il cul-de-sac era pieno di agenti
e auto della polizia, e pareva che continuassero ad arrivarne. Dennis non
voleva ammetterlo con Kevin, ma aveva paura. Era affamato e stanco, e
l'odore di benzina nell'ingresso gli faceva venire la nausea. Aveva le tasche
rigonfie di banconote.
Kevin gli si avvicinò.
«Dennis, sta morendo. Già abbiamo fatto fuori il cinese. Poi c'è il poli-
ziotto. Se questo tizio crepa ci affibbiano un'altra accusa di omicidio.»
«Chiudi quella bocca, Kevin.»
«Dovremmo parlare con un avvocato come ha detto quel poliziotto. Ci
serve un avvocato che faccia un accordo. Possiamo dare la colpa a Mars.»
«Sta' zitto, che ti sente.»
«Non mi interessa, se mi sente!»
«Calmati, Kevin. Ci sto pensando, okay? Ho solo bisogno di mangiare.
Qualcosa da mettere nello stomaco e un po' di tempo per pensare. Trove-
remo una via d'uscita. La ragazza sta cucinando.»
«Come puoi pensare a mangiare? A me viene su tutto.»
«Ho visto del Gaviscon in bagno. Prendi quello.»
«Voglio dormire.»
«Vuoi chiudere quella cazzo di bocca? I poliziotti ti sbatteranno in gale-
ra, così potrai dormire ogni notte per il resto della tua vita!»
Dennis sapeva che Kevin aveva ragione, ma non voleva pensarci. Ogni
piano che gli veniva in mente aveva dei buchi grandi come una casa e ora
la polizia minacciava di abbattere la porta. Walter Smith si contorse sul di-
vano, percorso da un altro tremito. Sembrava che stesse morendo di fred-
do, e rabbrividiva come se fosse sdraiato su una lastra di ghiaccio. Dennis
era così spaventato che gli occhi gli si riempirono di lacrime. Era lì, con un
milione di dollari a portata di mano e non sapeva cosa fare.
Mars e la ragazza entrarono portando le pizze. Dennis pensò che forse il
cibo lo avrebbe aiutato, ma quando la ragazza vide il padre mollò la pizza
e corse da lui.
«Cosa succede? Papà!»
Dennis pensò che gli sarebbe scoppiata la testa.
Lei cadde in ginocchio, china sopra il padre, ma senza toccarlo.
«Guarda come trema. Perché trema in questo modo? Fai qualcosa!»
Kevin esibì quella sua espressione inconcludente.
«Dennis, ha bisogno di un medico.»
Dennis avrebbe voluto spaccargli la testa.
«No.»
La ragazza lo guardò piena d'odio, urlando: «È ghiacciato! Ma non capi-
sci che sta morendo?».
Kevin si avvicinò a Dennis, implorandolo. «Per favore, se muore ci bec-
chiamo un'altra accusa di omicidio. Siamo già abbastanza nei casini così.»
Dennis era spaventato. Non voleva che quel figlio di puttana morisse.
Non voleva un'altra accusa di omicidio.
Kevin sollevò il telefono.
«Chiamali. Lascia che se lo vengano a prendere.»
«No.»
«Terranno conto del fatto che sei disposto ad aiutarli. Potrebbero farci
uno sconto di pena. Pensaci, Dennis. Riflettici.»
Kevin si avvicinò ancora, il suo sussurro era più che un'implorazione.
«Se quei tizi entrano qui dentro, tu non potrai tenerti i soldi.»
Dennis lanciò un'occhiata a Mars che, seduto a terra, mangiava un piatto
di pizza con le uova. Mars incrociò il suo sguardo e fece quel suo sorriset-
to, come se l'avesse sempre saputo che lui non aveva le palle per giocare
duro.
Vaffanculo anche Mars.
Dennis voleva i soldi.
Prese il telefono e compose il numero di Talley.

TALLEY

Talley stava ricaricando il cellulare nella presa dell'accendisigari a bordo


della macchina di Maddox quando il telefono squillò. Si irrigidì, assalito
dalla paura, poiché temeva che fosse il Nokia dell'Uomo con l'orologio.
«È il suo telefono» disse Maddox.
Talley lo aprì.
«Parla Talley.»
Era Rooney.
«Okay, Talley. Se lo vuoi, vienitelo a prendere. Ma solo tu.»
Talley aveva pensato che fosse finita, era convinto di essersi giocato o-
gni possibilità di mettere le mani su Smith, e invece ora Rooney glielo sta-
va consegnando. A Talley parve di rinascere. Aveva un'occasione per sal-
vare Jane e Amanda.
Talley si mise in ginocchio e sbirciò oltre il cofano dell'auto. Coprì il
microfono del telefono e bisbigliò a Maddox: «Ambulanza. Sta uscendo».
«Figlio di puttana» disse Ellison.
Maddox tornò alla linea dedicata mentre Talley riprendeva a parlare.
«Okay, Dennis. Sono qui. Sono con te. Vediamo di risolvere questo pro-
blema.»
«Non c'è niente da risolvere. Te lo vieni a prendere e basta. Ma sarà me-
glio che tieni lontano quelli della Swat. Questo è l'accordo.»
«Non posso portarlo da solo. Devo farmi aiutare da qualcuno.»
«Maledetto bugiardo! Tu stai cercando di fregarmi!»
«No, Dennis. Di me puoi fidarti. Io, un'altra persona e un barelliere. Fi-
ne.»
«Fottiti, Talley! Fottiti! E va bene! Tu e un altro tizio, e basta. Però do-
vete spogliarvi! Vi voglio vedere spogliati! Devo sapere che non siete ar-
mati!»
Talley guardò Maddox e gli fece un segno con il dito, per dire che faces-
se arrivare in fretta l'ambulanza.
«Okay, Dennis. Se è questo che vuoi, lo faremo.»
«Tienili lontani da qui! L'accordo è questo, giusto? Siamo d'accordo?»
«Siamo d'accordo.»
«Giuro su Dio che se quei bastardi cercano di fare qualcosa, questi ra-
gazzi moriranno! Moriranno tutti.»
«Calmati. Collabora con me e non morirà nessuno.»
«Vaffanculo!»
Si sentì un fruscio. Rooney non c'era più.
Talley fissò la casa. Passarono parecchi istanti prima che abbassasse il
cellulare. La mano era ferma, ma gli faceva male l'orecchio per la pressio-
ne. Aveva la felpa zuppa di sudore e la Colt gli premeva contro la pancia.
Si sentiva come intontito.
Maddox lo fissava. Ellison sorrideva.
«Figlio di puttana! È riuscito a farne mollare uno. Gran bel lavoro, ami-
co. Da manuale.»
Talley si allontanò senza dire una parola. Sedette sul sedile posteriore, si
tolse tutto, tranne le mutande e le scarpe, e attese l'arrivo dell'ambulanza.
Nella sua vita precedente si sarebbe sentito orgoglioso, ma ora no. Non l'a-
veva fatto per Walter Smith. Stava rischiando la vita di Smith, la propria e
quella dei due ragazzi dentro la casa. L'aveva fatto per sé, per Amanda e
per Jane.

16

Venerdì, 23.19

TALLEY

Il capitano Martin gli stava appresso come una vespa arrabbiata. Era a
bordo dell'ambulanza insieme a un medico del pronto soccorso del Canyon
Country Hospital di nome Klaus.
«Indossi un giubbotto antiproiettile. Anche a torso nudo. Lui vedrà che
non è armato.»
«L'accordo è che saremmo stati svestiti. Non voglio innervosirlo» ribadì
Talley.
Klaus era un uomo giovane e magro, con occhiali dalla montatura nera.
Si presentò, stringendo la mano a Talley.
«Mi hanno detto che abbiamo un trauma cranico e possibili ferite da ar-
ma da fuoco.»
«Speriamo di no, dottore.»
Klaus sorrise, imbarazzato.
«Immagino che abbiano mandato me perché ho fatto due anni al Martin
Luther King, a Los Angeles. Se ne vedono di tutti i colori, laggiù.»
Uno dei paramedici, un uomo sovrappeso di nome Bigelow, si era offer-
to di andare con Talley. Ed eccolo scendere dall'ambulanza nella luce fioca
dietro la linea del fronte, con indosso soltanto dei boxer a righe, un paio di
grosse scarpe da paramedico e calzettoni neri al ginocchio. Il compagno di
Bigelow, una donna di nome Colby, portava la barella.
«È pronto?» chiese Talley.
«Sì, signore. Prontissimo.»
Il capitano Laura Martin sembrava seccata.
«Sa che è una cosa stupida accettare condizioni del genere. Lei era nella
Swat. Sa bene che non ci si deve mai esporre senza un'adeguata protezio-
ne. Potremmo ritrovarci con altri due morti.»
«Lo so.»
Talley non fece parola dell'asilo nido. Avvolse la felpa intorno alla Colt
e la lasciò insieme agli altri abiti sul sedile posteriore dell'auto di Maddox,
quindi raggiunse Bigelow. Voleva agire prima che Rooney cambiasse idea.
Chiamò la casa con il cellulare. Rooney rispose al primo squillo.
«Okay, Dennis. Portalo fuori. Siamo svestiti, quindi puoi vedere che
siamo disarmati. Aspetteremo sul vialetto. Non ci avvicineremo alla casa
finché tu non avrai richiuso la porta.»
Rooney riattaccò senza rispondere.
«Non mi piace. Dovrebbe essere una squadra tattica a recuperare que-
st'uomo» disse il capitano Martin.
Talley la ignorò e lanciò un'occhiata a Bigelow.
«Eccoci qua. All'andata starò davanti io. Quando lo avremo caricato sul-
la barella, starò dietro. D'accordo?»
«Non è necessario.»
«Va bene così.»
Talley e Bigelow uscirono da dietro l'auto e si fermarono in piena luce.
Era come entrare in un mondo accecante. Figure indistinte si mossero al-
l'imbocco del vialetto e poi si fermarono, in attesa. Talley capiva che Bige-
low aveva paura; probabilmente le parole di Laura Martin lo avevano spa-
ventato.
«Andrà tutto bene.»
«Oh, certo. Lo so.»
«Pensi che figura da scemi se mettono la nostra foto sul giornale.»
Bigelow sorrise nervoso.
Talley fissò la casa. Le tapparelle si aprirono appena, come un occhio
che si socchiude. Doveva essere Rooney, per accertarsi che non avessero
armi. La porta si aprì di qualche centimetro, poi un po' di più. Talley av-
vertì il cambiamento nella linea di agenti alle sue spalle: neppure uno scal-
piccio, nessuno che si schiarisse la voce, non un colpo di tosse. Il rumore
degli elicotteri cambiò di tono e un fascio di luce investì la porta, senza
aggiungere nulla al bagliore accecante dei riflettori. Non era Dennis Roo-
ney. Kevin e Mars Krupchek uscirono con andatura goffa e ondeggiante,
portando Smith. Lo deposero a terra, a circa due metri dalla porta, quindi
rientrarono in casa.
«Okay, andiamo.»
Talley andò dritto verso Walter Smith. Era un uomo di mezza età, con
una maglietta Polo, jeans sbiaditi e scarpe da ginnastica; e c'erano persone
disposte a uccidere Jane e Amanda per qualcosa che quest'uomo teneva in
casa sua. La ferita alla tempia era visibile dall'imbocco del vialetto.
«Mi lasci inginocchiare vicino alla testa» disse Bigelow.
Talley si fece da parte, lasciando che il paramedico aprisse la barella e la
bloccasse in posizione. Si sforzò di non guardare verso la casa. Teneva gli
occhi puntati su Smith. Cercava qualche indicazione che si stesse sve-
gliando, ma la profondità del sonno lo spaventò. L'uomo era scosso da
tremiti che parevano partire dall'interno del suo corpo, e Talley ebbe paura
che fosse in coma.
«Cosa gliene pare?»
Bigelow sollevò una palpebra, puntò una pila sottile nell'occhio di Smith
e rispose con un grugnito. «Di sicuro ha una brutta commozione cerebra-
le.»
Bigelow gli tastò il collo, alla ricerca di lesioni cervicali, e parve soddi-
sfatto di quanto aveva appurato.
«Okay. Siamo fortunati. Non c'è bisogno di collare. Io gli sostengo la te-
sta e le spalle, lei lo sollevi prendendolo tra le anche e le ginocchia. Sarà
più pesante di quanto possa pensare, quindi stia pronto. Al mio tre. Tre.»
Lo fecero scivolare sulla barella. Bigelow si accingeva a legarlo con una
cintura sul petto, ma Talley lo fermò.
«Lasci perdere. Portiamolo via di qui finché possiamo.»
Puntarono dritto verso il marciapiede e poi sulla strada, dentro la luce.
Furono subito circondati dalla squadra tattica di Hicks. Klaus corse imme-
diatamente alla barella, gridando a Bigelow: «Perché non gli ha messo il
collare?».
«Non ho visto alcun segno di lesione cervicale.»
«Avrebbe dovuto metterglielo comunque.»
Colby prese il posto di Talley per aiutare Bigelow. Ellison portò i vestiti
e Talley indossò i pantaloni mentre caricavano Smith sull'ambulanza. Tal-
ley seguì Klaus all'interno del mezzo.
«Devo parlargli.»
«Un momento.»
Se prima Klaus era parso timido e imbarazzato, adesso appariva molto
concentrato e deciso. Sollevò una palpebra al ferito e gli puntò la torcia
nell'occhio, come aveva fatto Bigelow. Poi ripeté la manovra con l'altro
occhio.
«Abbiamo una reazione pupillare disuguale. Nella migliore delle ipotesi
si tratta di un grave trauma cranico, ma potrebbe anche esserci una lesione
cerebrale. Per saperlo dobbiamo fare i raggi e una Tac.»
«Lo svegli. Ho bisogno di parlargli.»
Klaus continuò a darsi da fare. Controllò il polso di Smith.
«Non ho nessuna intenzione di svegliare quest'uomo» ribatté.
«Ho bisogno di parlargli solo per pochi minuti. È per questo che sono
andato a prenderlo.»
Klaus premette lo stetoscopio contro il collo del ferito.
«Quest'uomo va portato in ospedale. Potrebbe avere un ematoma intra-
cranico o una frattura, oppure entrambe le cose. Se dovesse verificarsi un
aumento della pressione endocranica potrebbe morire.»
Talley si sporse oltre Klaus. Prese Smith per il viso e lo scosse.
«Smith! Si svegli!»
Klaus gli afferrò la mano cercando di allontanarla.
«Che cazzo sta facendo? Lo lasci stare!»
Talley lo scosse ancora più forte.
«Svegliati, maledizione!»
Le palpebre di Smith sbatterono, una più aperta dell'altra. Ma pareva che
l'uomo non lo vedesse e così Talley gli andò ancora più vicino. Sembrò
che gli occhi mettessero a fuoco.
«Chi sei?» disse Talley.
Klaus lo spinse via.
«Lo lasci stare. Io la denuncio, figlio di puttana.»
Gli occhi di Smith si annebbiarono e si richiusero. Talley afferrò Klaus
per il braccio, cercando di convincerlo.
«Usi i sali, gli faccia un'iniezione, quello che vuole. Ho bisogno solo di
un minuto.»
Colby mise in moto e Talley batté la mano contro il divisorio, urlando:
«Ferma!».
Klaus e Bigelow si voltarono a guardarlo. Klaus abbassò lentamente lo
sguardo sulla mano di Talley, che gli stringeva forte il braccio.
«Non ho intenzione di svegliarlo. Non so neppure se sia possibile. E ora
mi lasci andare.»
«Ma stiamo parlando di altre vite. Vite innocenti. Ho solo bisogno di
fargli qualche domanda.»
«Mi lasci andare.»
Talley fissò gli occhi duri e implacabili del dottore, il viso e il collo con-
tratti per la tensione. Continuava a stringergli il braccio, pensando alla Colt
avvolta nella felpa.
«Solo una domanda, la prego.»
Gli occhi duri non mostrarono alcuna pietà.
«Non può risponderle.»
Talley fissò il corpo immobile di Smith. Vicino. Così vicino.
Klaus abbassò nuovamente lo sguardo sul braccio che Talley continuava
a stringere spasmodicamente.
«Mi lasci andare, maledizione! Devo portare quest'uomo in ospedale.»
Il capitano Martin osservava la scena dal portellone aperto, con Ellison e
Metzger accanto. Talley mollò la presa.
«Quando si sveglierà?»
«Non so se si sveglierà. In presenza di un'emorragia tra cranio e cervel-
lo, la pressione può aumentare al punto da causare la morte cerebrale. Per
ora non sono in grado di dirle niente. E ora si sieda o scenda, ma ci lasci
andare.»
Talley guardò un'ultima volta il viso di Smith, sentendosi impotente.
Scese dall'ambulanza e prese da parte Metzger.
«Chi c'è qui, dei nostri uomini?»
«Jorgy. Credo che Campbell sia ancora...»
«Allora, Jorgenson resta qui. Voglio invece che tu non abbandoni mai
quest'uomo. Voglio sapere l'istante, e intendo dire l'istante esatto, in cui si
sveglia.»
Metzger si voltò, attivando il microfono appuntato sulla spalla per co-
municare con Jorgenson.
Talley andò all'auto di Maddox per rivestirsi e recuperare tutta la sua ro-
ba. Ansimava. Era teso, furibondo. Aveva messo a repentaglio la vita di
tutti, e Smith era comunque irraggiungibile. Non poteva parlare. Rimase a
fissare la casa. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma non c'era nulla da fare.
Talley provava un odio così feroce nei confronti di Dennis Rooney che
avrebbe voluto ucciderlo.
Si voltò e vide che Laura Martin lo stava osservando. Non gliene impor-
tava nulla.

DENNIS

Niente sembrava reale: Talley e l'altro tizio, in mutande, che portavano


via Smith e lo caricavano sull'ambulanza; i fasci di luce degli elicotteri che
si incrociavano sul terreno come sciabole luminose. Le pozze di luce erano
così forti da alterare il colore delle cose: i poliziotti erano ombre grigie, la
strada era blu, l'ambulanza rosa. Dennis la osservò uscire dal cul-de-sac, ri-
flettendo solo allora che quello avrebbe potuto essere il suo veicolo di fu-
ga, che avrebbe potuto chiederlo come parte dell'accordo, prendere la vali-
gia con i soldi, assicurare una pistola alla mano con il nastro adesivo e poi
la pistola al corpo di Smith, quindi prendere il comando dell'ambulanza e
farsi portare al confine con il Messico. Perché le idee migliori gli venivano
sempre quando era ormai troppo tardi?
Mars gli si avvicinò con la stessa espressione che aveva quando osser-
vava gli operai messicani: posso leggerti dentro, so cosa stai pensando, tu
non hai segreti per me.
«Ti avrebbero ucciso appena fossi salito sull'ambulanza. Meglio restare
qua.»
Dennis lanciò un'occhiata a Mars e si allontanò, furibondo all'idea di ri-
sultare così ovvio. Mars stava diventando una vera rottura di coglioni.
Dennis sedette alla scrivania di Smith e ci appoggiò sopra i piedi.
«Sono stufo di stare qua, Mars. A te potrà anche piacere, ma io voglio
andarmene. Ho guadagnato un po' di tempo; ora, però, dobbiamo trovare
una soluzione. Qualche idea?»
Spostò lo sguardo da Mars a Kevin, ma nessuno dei due disse nulla.
«Fantastico. Davvero fantastico! Caso mai qualcuno decidesse di dare
una mano mi faccia un fischio.»
Dennis si voltò verso la ragazza, allargando le mani.
«Bene. Il tuo vecchio è uscito. Sei contenta, adesso?»
«Grazie.»
«Sto morendo di fame. Va' in cucina a prepararmi qualcos'altro. E questa
volta non farlo cadere per terra. E fai del caffè. Bello forte. Staremo svegli
tutta la notte.»
Mars riaccompagnò la ragazza in cucina.
Quando furono usciti dalla stanza, Dennis si accorse che Kevin lo stava
fissando.
«Cosa c'è?»
«Non usciremo mai da qui.»
«Oh, Cristo! Per favore!»
«A Mars e a me non interessano i soldi. Tu non li vuoi mollare ed è per
questo che siamo ancora qui. Non c'è modo di cavarsela, Dennis. Siamo
circondati Siamo in televisione, cazzo! Siamo fottuti.»
Dennis si alzò dalla sedia così in fretta che Kevin fece un salto all'indie-
tro. Era arcistufo di dover lottare con il loro atteggiamento negativo.
«Siamo fottuti finché non troviamo una soluzione, stronzo. E a quel pun-
to non saremo più fottuti, saremo ricchi.»
Dennis girò intorno alla scrivania e andò a passo deciso verso la saletta.
Lì l'odore di benzina era forte, a causa della vicinanza con l'ingresso, ma
lui aveva voglia di bere e voleva stare nella saletta. Era la sua stanza prefe-
rita. Le pareti pannellate di legno scuro e i morbidi divani di pelle lo face-
vano sentire ricco, come se si trovasse nell'atrio di un albergo di lusso. Il
bar, poi, era bellissimo: rame martellato, lucidissimo, che sembrava risalire
a dieci secoli prima, mobiletti bar con vetri smerigliati, accessori in acciaio
inossidabile che scintillavano sotto la luce dei faretti. Dennis scelse una
bottiglia di vodka Stolichnaya, trovò del ghiaccio in un piccolo frigorifero
e i bicchieri su una mensola di vetro fumé. Si versò un po' di liquore, girò
intorno al banco del bar e andò a sedersi su uno sgabello. Estrasse una
banconota da cento dal rotolo che aveva in tasca e la gettò sul banco.
«Tenga il resto.»
Dennis bevve quasi tutta la vodka nel bicchiere. Gli piaceva il modo in
cui gli scendeva veloce nella gola, una staffilata che si faceva strada a for-
za nella sua testa. Si riempì un'altra volta il bicchiere. La vodka fredda e
secca gli fece bruciare il naso e lacrimare gli occhi. Se li sfregò, ma non
riuscì a fermare le lacrime.

Vivevano in un appartamentino sopra una stazione di rifornimento della


Exxon: Dennis, undici anni, Kevin, più giovane di due, e la loro madre,
Flo Rooney. Dennis non sapeva quanti anni avesse, né allora né adesso; il
loro padre se n'era andato da tempo, un tossico di nome Frank Rooney
che facezia il meccanico e non mandava i soldi per il loro sostentamento.
Be', chi se ne frega, tanto non erano neppure sposati, stavano solo insie-
me.
Dennis spinse Kevin verso la camera da letto, Kevin con quei suoi occhi
così sporgenti che sembrava dovessero schizzargli fuori dalla testa, e lui si
tirava indietro perché aveva paura. Avrebbero dovuto dormire: fuori era
buio.
«Lo stanno facendo.»
«Smettila di dire così.»
«Non li senti? Fanno le cose sporche. Andiamo a vedere.»
Avevano vissuto in così tanti appartamenti che Dennis non se li ricorda-
va neppure più; in alcuni solo una o due settimane, in altri per quasi un
anno, ma tutti posti squallidi, con i soffitti macchiati e i gabinetti che per-
devano. Di solito Flo Rooney aveva un lavoro, una volta ne aveva avuti
due, spesso neanche uno. Non c'erano mai abbastanza soldi. Flo era una
donna piccola, con il corpo come una palla da bowling, gambe secche e la
pelle rovinata. Le piaceva il gin e puzzava di crema da barba Noxzema.
Quando era depressa e beveva troppo, cominciava a tormentare i ragazzi,
dicendo che non aveva abbastanza soldi per tenerli e che avrebbe dovuto
metterli in un istituto. Allora Kevin si metteva a piangere, ma Dennis pre-
gava: sì, sì, mettimi in un istituto. Era sempre un problema di soldi.
Dennis spinse Kevin verso la porta della camera da letto della madre.
Cercavano di non fare rumore, perché lei era con un uomo che si era por-
tata a casa dal bar. Quel mese lavorava come barista, il mese dopo avreb-
be fatto qualcos'altro, ma c'era sempre un uomo. Lei li chiamava i suoi
"piccoli piaceri", Dennis li chiamava "ubriaconi".
«Non vuoi vederli mentre lo fanno?»
«No!»
«Avevi detto di sì! Senti cosa le sta facendo!»
«Dennis, smettila! Ho paura!»
L'odore di sudore e di sesso ammorbava l'aria, e Dennis la odiò per
questo. Era geloso per il tempo che lei dedicava a quegli uomini e umiliato
da ciò che lei gli lasciava fare, e da ciò che lei faceva a loro. Si vergogna-
va, ma al tempo stesso la cosa lo eccitava. I suo sospiri, i suoi grugniti lo
attiravano.
Diede un'altra spinta a Kevin, questa volta meno violenta.
«Su, vai. Capirai.»
Questa volta Kevin andò, avvicinandosi lentamente alla porta. Dennis
rimase sul divano letto, a osservarlo. Non sapeva perché lo stesse spin-
gendo a guardare; forse voleva che la odiasse almeno quanto lui. Con il
padre in galera e la madre al lavoro, Dennis doveva occuparsi del fratello
minore, preparare la colazione e andare a scuola, assicurarsi che tornasse
a casa e poi preparare la cena. Se proprio doveva fargli da padre e da
madre, non c'era posto per nessun altro. Forse era quello il motivo, o for-
se voleva soltanto punirla.
Kevin arrivò alla porta e sbirciò dentro. Dennis capì che stava succe-
dendo qualcosa di brutto perché sentiva l'uomo che le diceva cosa fare.
Lei non si era neppure preoccupata di chiudere la porta.
Kevin rimase a guardare per un tempo interminabile, e poi entrò, oltre
la soglia, dove sua madre avrebbe potuto vederlo.
«Kev!» chiamò Dennis, con un sussurro.
Kevin si lasciò sfuggire un singhiozzo, poi scoppiò a piangere.
Da dentro la camera l'uomo urlò: «Brutto figlio di puttana, vattene subi-
to da lì!».
Kevin barcollò all'indietro mentre l'uomo si lanciava verso la porta, nu-
do, con un'enorme erezione. In mano stringeva i jeans,
«Ti insegnerò io a guardare, stronzo!»
Era un uomo grosso, con il corpo bianco e le braccia abbronzate, rozzo
e peloso, le spalle coperte di tatuaggi, e una pancia molle e cascante. Ave-
va gli occhi rossi per l'alcol e la droga. Sfilò la spessa cintura di cuoio dai
pantaloni e si mise a rincorrere Kevin, facendola roteare. La fibbia era un
grosso ovale d'ottone con intarsi di turchese. La cintura calò, colpendo
sulla schiena Kevin, che urlò di dolore.
Dennis si scagliò contro l'uomo con tutte le proprie forze, tempestandolo
inutilmente di pugni. Adesso la cintura era tutta per lui, e l'uomo continuò
a colpirlo finché lui non ebbe più lacrime.
La madre non uscì neppure dalla camera e dopo un po' l'uomo tornò da
lei. Il suo piccolo piacere.

«Dennis?»
Dennis si asciugò gli occhi e scese dallo sgabello.
«Sta' zitto, Kevin. Io non me ne vado da qui senza soldi.»
Dennis tornò nello studio e staccò il telefono dalla presa. Era inutile par-
lare con la polizia se non sapeva cosa dire. Lui voleva i soldi.

SEYMORE
Il furgone del notiziario di Channel Eight era fermo sul limitare del par-
cheggio deserto. Il reporter era un ragazzo effeminato sui venticinque anni,
che si esaltava nel dire a tutti che frequentava la University of South Cali-
fornia. Trojan di qui, Trojan di là, anche Dio apparteneva alla squadra
sportiva dell'università. Per Seymore, Trojan era solo una marca di preser-
vativi, ma si guardò bene dal dirglielo. I giornalisti non avevano fatto altro
che lamentarsi tutta la sera che non c'erano gabinetti; la polizia locale ave-
va promesso di farne arrivare uno portatile al più presto, ma per il momen-
to non si era ancora visto.
Seymore chiese al tizio se poteva andare dietro il loro furgone per "cam-
biare l'acqua al canarino".
Il ragazzo rise. Certo che poteva andare, ma che stesse attento a dove
metteva i piedi, perché non era il primo ad andare là dietro. Testa di cazzo.
Doveva essere uno che ordinava "chocolate martini".
Seymore andò dietro il furgone, dove nessuno poteva vederlo, e si fece
due cucchiaini di roba. Gli andò alla testa come un getto d'aria gelida e gli
fece bruciare gli occhi, ma aiutava a restare sveglio. Erano le undici passa-
te e ormai erano tutti lì da ore. Seymore notò che la bella giornalista orien-
tale continuava a entrare e uscire dal suo SUV e aveva un bel paio di narici
dilatate. Quel posto sembrava una convention della Hoover.
Uscendo da dietro il furgone, Seymore vide la reporter di Channel Eight
parlottare con il responsabile della troupe e il cameraman, un uomo con le
braccia muscolose. Parevano molto eccitati.
«Grazie, amico» disse Seymore.
Figurati. Hai sentito? Dalla casa ne stanno portando via uno.»
Seymore si bloccò.
«Davvero?»
«Credo che sia il padre. È ferito.»
Si udì una sirena, e tutti capirono che si trattava dell'ambulanza. Ogni
troupe presente si precipitò in strada nella speranza di riprendere qualcosa,
ma l'ambulanza imboccò un'altra uscita. Il suono della sirena si fece più
forte e poi pian piano svanì.
Il telefono di Seymore squillò proprio mentre l'urlo della sirena scema-
va. Rispose allontanandosi dai reporter, abbassando la voce, ma incapace
di nascondere la propria irritazione. Sapeva già chi era. Partì subito all'at-
tacco.
«Perché cazzo devo venire a saperlo da un giornalista? Quello stronzo di
Smith esce, perdio, e io sono l'ultimo a saperlo?»
«Pensi che possa attaccarmi al telefono ogni volta che voglio? Guarda
che sono esposto. Devo stare attento.»
«D'accordo. D'accordo. Allora, dimmi, ha parlato? Il tizio, qui, dice che
era ferito.»
«Non lo so. Non sono riuscito ad avvicinarmi abbastanza.»
«Aveva i dischetti?»
«Non lo so.»
Seymore sentì che stava per perdere la pazienza. Casini come quello po-
tevano costargli il culo.
«Se c'è qualcuno che dovrebbe saperlo, quel qualcuno sei tu, accidenti.
Che cazzo ti paghiamo a fare?»
«Lo stanno portando al Canyon Country Hospital. Va' a farti fottere.»
La comunicazione si interruppe.
Seymore non aveva tempo per incazzarsi. Chiamò Glen Howell.

Parte terza
LA TESTA

17

Venerdì, 23.36
Pearblossom, California

MIKKELSON E DREYER

Era notte fonda quando Mikkelson e Dreyer trovarono la roulotte di


Krupchek, uno sgangherato caravan di dieci metri, che li aspettava in fon-
do a una stradina lastricata di Pearblossom, una comunità di agricoltori e
braccianti ai piedi delle colline dell'Antelope Valley. Quando finalmente
trovarono quel dannato posto, l'impressione di Mikkelson fu che la roulotte
li stesse aspettando come un rospo grosso, piatto e polveroso aspetta di in-
goiare un insetto.
Dreyer girò il faro mobile sul lato del passeggero e glielo puntò contro.
Qui e là, sotto la polvere, era azzurro chiaro e chiazzato di ruggine.
«Pensi che dovremmo aspettare la polizia di Palmdale?» chiese Dreyer,
più cauto per natura.
«Perché fare tanta fatica per ottenere un mandato e poi aspettare? Lascia
il faro acceso» rispose Mikkelson, impaziente di entrare.
La stradina di Krupchek correva lungo un canyon chiuso da due basse
creste. Niente lampioni, niente televisione via cavo, niente di niente: c'era-
no luce e telefono, ma lì finivano le comodità. Quando il sole tramontava,
era il buio assoluto.
Mikkelson, alta e atletica, al volante perché soffriva il mal d'auto quando
guidava Dreyer, scese per prima. Dreyer, basso e squadrato, la seguì, fa-
cendo scricchiolare il selciato a ogni passo. Tutti e due impugnavano le
torce. Rimasero a fissare il caravan, un po' tesi.
«Credi che ci sia qualcuno, dentro?»
«Lo scopriremo.»
«Pensi che quella sia la sua auto?»
«Controlleremo la targa, una volta che avremo finito dentro.»
Una Toyota Camry degli anni Ottanta, anch'essa coperta di ruggine e di
polvere, era parcheggiata accanto alla roulotte immersa nell'oscurità.
Erano arrivati così tardi perché prima erano andati all'appartamento di
Rooney, dove avevano perso un sacco di tempo con il padrone di casa e la
donna che abitava al piano di sopra, una stupida che aveva continuato a
chiedere se sarebbe finita in televisione. Mikkelson avrebbe voluto pren-
derla a sberle. Quando finalmente erano arrivati a Pearblossom, trovare il
caravan era stata una menata, per via del buio e delle strade non segnalate,
e quindi erano stati costretti a fermarsi tre volte per chiedere indicazioni.
Scoprirono così che l'ultima persona cui si erano rivolti, un messicano di
Zacatecas che faceva il mozzo di stalla per ricche signore, viveva subito
accanto. Il messicano, un ometto minuto con una moglie minuta e sei o
sette bambini, minuti pure loro, disse che Krupchek se ne stava per conto
suo, non faceva rumore e non dava mai fastidio a nessuno. Lui gli aveva
parlato una volta sola, quando qualcuno aveva lasciato un cuore inciso in
un osso sui loro gradini, e lui era andato a chiedergli se per caso fosse suo.
Krupchek aveva risposto di no e aveva chiuso la porta. Fine.
«Andiamo» disse Mikkelson.
Si avvicinarono alla roulotte, osservandola da un capo all'altro. Era come
se qualcosa li trattenesse dal toccarla, una di quelle strane sensazioni.
«Come facciamo a entrare?» chiese Dreyer. «Vediamo se c'è una chiave,
o cosa?»
«Non lo so.»
Avevano un mandato, ma non sapevano come fare a entrare. Non ci a-
vevano pensato.
Mikkelson bussò alla porta tenendo in mano la torcia. «Polizia! C'è
qualcuno in casa?»
Lo ripeté per due volte, poi, non ricevendo risposta, provò ad aprire. Era
una di quelle maniglie dall'aria inconsistente ma ingannevole. La porta era
chiusa a chiave.
«Potremmo forzarla.»
«Forse dovremmo cercare il padrone e chiedergli di aprirla.»
Il messicano aveva detto che tutto il terreno lungo la strada era proprietà
di un certo Brennert, che affittava i lotti, principalmente a braccianti emi-
grati.
«Merda, ci vorrà un secolo. La faremo saltare.»
Dreyer assunse un'espressione afflitta.
«Non voglio doverla ripagare.»
«Abbiamo il mandato, non dobbiamo ripagarla.»
«Lo sai che quel bastardo potrebbe farci causa? Non dico Krupchek, ma
Brennert. Sai com'è la gente.»
«Oh, al diavolo!»
Dreyer era fatto così. Era terrorizzato all'idea che la gente potesse fargli
causa. Non faceva che parlarne, di come gli agenti di polizia venivano de-
nunciati a destra e a manca solo per aver fatto il loro lavoro. Meditava di
intestare ogni suo avere alla moglie per mettersi al sicuro dagli avvocati.
Mikkelson prese il cric dal bagagliaio, lo infilò nello stipite all'altezza
della maniglia e spinse contro la porta. Finì che dovette darle una spallata
perché quelle maledette serrature erano più forti di quanto sembrassero.
Vennero investiti da un odore come di foglie di senape messe a bollire.
«Gesù, ma questo tizio non pulisce mai?»
Mikkelson si sporse all'interno, fiera di sé perché quella era la prima vol-
ta che faceva irruzione in una proprietà privata con il pieno appoggio della
legge, e la cosa le dava una gran soddisfazione.
«C'è qualcuno in casa? Toc-toc. Siamo amici. Polizia.»
«Piantala.»
«Rilassati. Non c'è nessuno.»
Mikkelson trovò l'interruttore ed entrò. L'interno della roulotte era squal-
lido, ingombro di mobili sfondati e scoloriti, soffocante per il calore accu-
mulatosi durante la giornata.
«E ora?» chiese Dreyer.
Fu Dreyer a vederle per primo, voltandosi verso la cucina. «Gesù, guar-
da là.»
Avrebbe potuto essere persino divertente se non fossero state così tante:
cinque, sei scatole, magari addirittura dieci o dodici, e Mikkelson ne a-
vrebbe riso, ci avrebbe anche scherzato sopra, senonché quello spettacolo
gridava follia. In seguito, la squadra Scientifica dello sceriffo avrebbe con-
tato settecentosedici scatole di Count Chocula, vuote, schiacciate e piegate,
accuratamente legate con lo spago, impilate contro le pareti e sul banco
della cucina, negli armadietti, ogni scatola mutilata esattamente allo stesso
modo, con una singola bruciatura di sigaretta, nera e carbonizzata, sulla
punta del naso di Count Chocula. In seguito avrebbero compreso anche il
significato di quelle bruciature.
Dreyer, che non ne aveva ricevuto la stessa sensazione inquietante di
Mikkelson, ci scherzò su.
«Pensi che abbia vinto qualche premio con tutte queste scatole?»
«Mettiti i guanti.»
«Cosa?»
«I guanti. Dobbiamo fare attenzione.»
«Ma sono solo cereali!»
«Tu mettiti i guanti.»
«Pensi che se li sia mangiati tutti?»
«Come?»
«Tutti questi cereali. Credi che li mangi? Forse vuole solo le scatole.
Dev'esserci qualche concorso a premi.»
Il caravan era diviso in tre sezioni: la cucina a destra, il soggiorno con
l'ingresso e una camera da letto alla loro sinistra; il tutto risultava compres-
so e claustrofobico, ingombro di giornali, indumenti sporchi e lattine di
birra. Il cucinino era costituito da un minuscolo lavandino, un fornello e-
lettrico e un frigorifero di dimensioni ridotte.
Mikkelson, ignorando le parole di Dreyer, incuriosita dall'odore, andò a
sinistra, verso la camera da letto, indossando i guanti usa e getta in vinile.
Si fermò sulla porta e illuminò il letto con la torcia, vide un groviglio di
lenzuola macchiate, altre cartacce e vestiti sul pavimento, e poi i vasi di
vetro.
«Dreyer. Credo che dovremmo chiamare qualcuno.»
Lui le si avvicinò da dietro, e il fascio di luce della sua torcia danzò nella
stanza buia.
«Oh, merda. Cos'è?» disse a voce bassa.
Mikkelson entrò, puntando la torcia. Allineati contro le pareti c'erano dei
contenitori di vetro, di quelli che si comprano nei supermercati con dentro
i sottaceti. I barattoli erano impilati l'uno sull'altro, anche contro le fine-
stre, che erano state sigillate per non far passare l'aria. All'interno galleg-
giavano delle forme sospese in un liquido giallo. Alcuni vasetti erano così
pieni che il liquido quasi non si vedeva.
«Accidenti! Credo che siano topi.»
«Gesù!»
Mikkelson si accucciò per guardare meglio. Avrebbe tanto voluto potersi
coprire la bocca, magari indossare una maschera antigas, per non dover re-
spirare quell'aria fetida.
«Oh, merda! Sono scoiattoli!»
«Cazzo. Io chiamo.»
Dreyer uscì, attivando la ricetrasmittente mentre batteva in ritirata verso
l'aria più salubre della notte.
Mikkelson uscì arretrando dalla camera e rimase sulla soglia, pensando
al da farsi. Sapeva che avrebbe dovuto frugare tra le cose di Krupchek,
cercare informazioni, numeri di telefono di familiari, elementi che avreb-
bero potuto essere utili a Talley. Tornò in cucina, cercando un telefono.
Schifata, rimase a fissare il forno. In seguito avrebbe spiegato di aver
provato una sensazione di raccapriccio, tutto lì: l'odore, gli scoiattoli, tutte
quelle scatole deturpate. Fece un respiro profondo, come se stesse per tuf-
farsi nell'acqua gelida, e spalancò il forno.
Ancora scatole di cereali.
Mikkelson rise di sé. Cosa si aspettava di trovare?
Svanita la tensione, cominciò ad aprire gli armadietti, uno dopo l'altro,
tutti pieni di scatole, legate e bruciacchiate. Tornò al telefono, ma ancora
una volta esitò. Poi si ritrovò davanti al frigorifero.
«Allora, esci o no?» urlò Dreyer, da fuori.
«Va tutto bene.»
«Ti aspetto qui. Lo sceriffo sta mandando degli uomini.»
«Dreyer?»
«Cosa c'è?»
«Hai mai notato che un frigorifero assomiglia a una bara messa in pie-
di?»
«Gesù! Vuoi venire fuori o no?»
Il frigorifero si aprì senza sforzo; era vuoto e stranamente pulito in con-
fronto allo squallore del resto. Niente bibite, niente birra, niente avanzi, so-
lo smalto bianco pulito con cura. Quel frigorifero, avrebbe dichiarato Mik-
kelson in seguito, era la cosa più pulita di tutta la roulotte.
Nella parte superiore si trovava uno sportello sottile di metallo. Il free-
zer. Pareva che la mano di Mikkelson agisse da sola. Avanzò e aprì lo
sportello. Il suo primo pensiero fu che doveva trattarsi di un cavolo, avvol-
to nel foglio di alluminio e poi nella pellicola trasparente. Lo guardò, lo
osservò meglio, poi richiuse gli sportelli: non fu tentata, neppure per un at-
timo, di toccare quella cosa dentro il freezer.
Mikkelson uscì dalla roulotte e rimase ad attendere con Dreyer nell'aria
calda della notte, senza dire nulla, aspettando gli uomini dello sceriffo e
pensando: "Lascia che la tocchino loro".

18

Venerdì, 23.40
Santa Clarita, California

HOWELL

Howell prese tre stanze al Comfort Inn, tutte situate sul retro del motel e
con ingresso direttamente dall'esterno. In una c'era Marion Clewes, che fa-
ceva la guardia alla donna e alla ragazza. Le avevano legate mani e piedi, e
messo del nastro adesivo su occhi e bocca. Dopo essere andato a controlla-
re che fosse tutto a posto, Howell se n'era tornato nella sua stanza, anche se
puzzava di detergenti e moquette nuova. Non gli piaceva stare vicino a
Clewes.
Era seduto sul letto quando ricevette la telefonata di Ken Seymore. Co-
me seppe che Walter Smith era stato portato via dalla casa, gli parve che il
cuore volesse schizzargli dal petto.
«La polizia è entrata? Che cazzo sta succedendo?»
«Non è entrato nessuno. È solo uscito Smith.»
«Se n'è uscito, così?»
«Lo hanno portato fuori. È messo male. Uno degli stronzi là dentro deve
averlo picchiato per bene. L'hanno caricato su un'ambulanza.»
Howell rimase in silenzio per un attimo, a riflettere. Che Smith fosse u-
scito ma i suoi figli rimanessero ancora dentro era un problema. E anche il
fatto che lo stessero portando in un ospedale, dove lo avrebbero imbottito
di stupefacenti, era un problema.
«È uscito qualcos'altro, dalla casa?»
«Niente, secondo i giornalisti.»
Howell riattaccò e chiese subito al servizio informazioni il numero di te-
lefono e l'indirizzo del Canyon Country Hospital, quindi chiamò l'ospedale
per avere indicazioni sul percorso uscendo dall'autostrada. Fece un ulterio-
re controllo sulla sua Thomas Guide, poi chiamò Palm Springs con il cellu-
lare.
Rispose Phil Tuzee. Howell lo mise al corrente degli sviluppi, quindi at-
tese che Tuzee riferisse agli altri. Sonny Benza venne al telefono.
«Va di male in peggio, Glen.»
«Lo so.»
«Aveva i dischetti con sé?»
«Non lo so, Sonny. Me l'hanno detto due minuti fa. È appena successo.
Mando subito una persona.»
«Scopri se ha i dischetti e vedi se ha parlato con qualcuno. Speriamo di
no. I figli sono ancora nella casa?»
«Già.»
«Figlio di puttana.»
Howell sapeva che tutti stavano pensando la stessa cosa: un uomo che
cerca disperatamente di salvare i propri figli è pronto a raccontare qualun-
que cosa. Howell tentò di sembrare ottimista.
«Dicono che è messo parecchio male. Non ne sono certo, Sonny, ma se è
privo di conoscenza non c'è pericolo. I giornalisti qui parlano di commo-
zione cerebrale e di possibili lesioni al cervello. Dicono che è in coma.»
«Senti, non azzardare ipotesi se non sei sicuro. Con i "si dice" mi ci pu-
lisco il culo. Tu resta al tuo posto, mantieni il controllo e occupati della co-
sa.»
«È quello che sto facendo.»
«È per questo che quegli stronzi lo hanno lasciato andare, perché è feri-
to? Chissà, con un po' di fortuna potrebbe anche lasciarci la pelle.»
«È stato Talley a convincerli a mollarlo.»
«Sai una cosa, Glen? Non mi pare che tu abbia il controllo della situa-
zione. A me pare che le cose siano del tutto fuori dal tuo controllo. Devo
venire lì io?»
«Assolutamente no, Sonny. È tutto a posto.»
«Io voglio quei fottutissimi dischetti.»
«Certo.»
«Non voglio che Smith parli. Con nessuno. Mi sono spiegato bene?»
«Sì.»
«Hai capito cosa sto dicendo?»
«Sì.»
«Okay.»
Benza riattaccò. Era una decisione che spettava a loro e loro l'avevano
presa. Howell alzò il ricevitore e chiamò la stanza vicina.
«Vieni qui subito. Ho un lavoro per te.»

19

Venerdì, 23.52

TALLEY

Talley guardò l'ora, poi tirò fuori il Nokia dell'Uomo con l'orologio e
controllò il livello di carica della batteria. Gli balenò per la mente un pen-
siero folle: lui che puntava una pistola alla tempia del medico, minaccian-
dolo. Smith sapeva chi c'era, dietro a tutto questo. Sapeva chi aveva rapito
la sua famiglia. Talley camminava avanti e indietro all'imbocco del cul-de-
sac, la mente un caleidoscopio di pensieri: Amanda, Jane, Rooney. Mad-
dox ed Ellison avevano ripreso a telefonare, ma Dennis si rifiutava di ri-
spondere alle loro chiamate e aveva staccato l'apparecchio. Talley sentiva
che Dennis si stava preparando a qualcosa, ma non sapeva cosa.
Quando udì lo squillo del cellulare, Talley pensò che si trattasse del No-
kia, e invece era la sua linea privata.
«Capo? È solo?» Era Larry Anders. Parlava a voce bassa, come se cer-
casse di non farsi sentire. Anche Talley l'abbassò, nonostante non ci fosse
nessuno vicino a lui.
«Dimmi, Larry.»
«Sono con Cooper nell'ufficio del capo settore urbanistica. Ragazzi, co-
m'era incazzato! Non voleva alzarsi.»
Talley tirò fuori il taccuino.
«Prima dimmi del cellulare. Hai già controllato?»
«Ho dovuto farmi dare un telefonico per quello. Non è sull'elenco e la
compagnia dei telefoni non voleva passarmi le informazioni.»
Il "telefonico" significava che Anders era stato costretto a ottenere un
mandato per telefono.
«Okay.»
«Il numero è intestato alla Rohiprani Bakmanifelsu & Associates. È una
ditta di gioiellieri di Beverly Hills. Vuole che cerchi di contattarli?»
«Lascia perdere. Non porterebbe a nulla.»
Talley aveva già capito che il numero di cellulare era stato clonato. Ma
visto che la Bakmanifelsu non l'aveva ancora disattivato, voleva dire che
non l'aveva ancora scoperto. Probabilmente il numero era stato clonato do-
po l'emissione dell'ultima bolletta.
«E la Mustang?»
«Niente, capo. Ho controllato i dati sui modelli degli ultimi due anni. Ho
trovato sedici denunce di auto rubate e non ancora ritrovate, ma nessuna
era verde.»
«Qualcuna rubata oggi?»
«No, signore. Neppure nell'ultimo mese.»
Talley lasciò perdere.
«Okay. Ora le licenze edilizie.»
«Non riusciamo a trovarle, ma forse non ci servono. Il responsabile del-
l'ufficio urbanistica conosce l'impresario che ha costruito gli York Estates,
un certo Clive Briggs. Prima, lì c'erano solo campi di avocado.»
«Va' avanti.»
«Gli ho appena parlato per telefono. Dice che il costruttore della casa
degli Smith potrebbe trovarsi a Terminal Island.»
Terminal Island era il carcere federale di San Pedro.
«Potrebbe?»
«Briggs non lo sa di sicuro, ma gli sembra di ricordare il costruttore. Si
chiamava Lloyd Cunz. Briggs se lo ricorda perché gli piaceva così tanto
come lavorava questo tizio, che aveva cercato di assoldarlo per un altro
complesso che aveva in programma, ma Cunz aveva rifiutato. La sede del-
la ditta era a Palm Springs, gli aveva risposto, e lui non voleva prendere al-
tri lavori così lontano.»
«Veniva da Palm Springs?»
«Non solo l'imprenditore, anche tutti gli operai: carpentieri, muratori, i-
draulici, elettricisti, tutta la banda. Non aveva assunto nessuno sul posto.
Diceva che voleva essere sicuro della qualità del lavoro. Tre o quattro anni
dopo, Briggs aveva cercato nuovamente di affidargli un cantiere ed era ve-
nuto a sapere che Cunz era stato accusato di contrabbando e attività di ra-
cket. Aveva cessato l'attività.»
Talley sapeva che un costruttore non si porta dietro un'intera squadra di
operai da così lontano a meno che non stia costruendo qualcosa di cui la
gente del posto non deve sapere nulla. Talley si stava facendo un'idea della
situazione: crimine organizzato.
«Hai già passato il nome di Cunz al computer?»
«Sono ancora qui, dal capo settore urbanistica.»
«Quando torni in ufficio fallo, e guarda se trovi qualcosa.»
«Pensa che questa gente appartenga alla mafia, vero?»
«Sì, Larry. Proprio così. Fammi sapere cosa trovi.»
«Non ne parlerò con nessuno.»
«Ecco. Bravo.»
Talley chiuse il telefono e rimase a fissare il cul-de-sac. Quasi sicura-
mente Walter Smith aveva legami con il crimine organizzato. Probabil-
mente l'Uomo con l'orologio era suo socio, e i dischetti contenevano prove
altamente compromettenti per entrambi. La pressione che avvertiva era
come un pallone che gli si gonfiava dentro la testa e nel petto. Talley era
consapevole che stava perdendo il controllo delle operazioni e degli eventi
che presto si sarebbero verificati. Con l'arrivo dei finti agenti dell'Fbi man-
dati dall'Uomo con l'orologio, la situazione gli sarebbe sfuggita completa-
mente di mano e questo avrebbe aumentato i rischi per le persone dentro la
casa. All'Uomo con l'orologio non interessava chi poteva morire. Lui vole-
va solo i dischetti.
Anche Talley li voleva. Voleva sapere cosa contenevano. Quella gente
non avrebbe mai rapito la sua famiglia se i dischetti in casa di Smith non
avessero costituito una grave minaccia. Temevano che cadessero nelle ma-
ni della polizia ancora più di quanto temessero un'indagine sul rapimento
della famiglia di Talley. Sapevano di poter sopravvivere a un'inchiesta, ma
non al ritrovamento di quei dischetti. Quindi, quei dischetti significavano
nomi.
Talley era convinto che né lui né la sua famiglia sarebbero sopravvissuti
fino al giorno seguente. Gli uomini che lo avevano preso a bordo dell'auto
non potevano contare sul fatto che, dopo quanto era accaduto, non ci sa-
rebbe stata un'indagine su di loro. Non potevano correre un rischio del ge-
nere. Talley era assolutamente certo che, appena entrato in possesso dei di-
schetti, l'Uomo con l'orologio li avrebbe ammazzati tutti e tre. Talley do-
veva arrivarci prima di lui e credeva di sapere come fare.
Si avviò a passo svelto verso l'auto di Maddox ed Ellison.
«Ha risposto al telefono?»
Ellison stava bevendo caffè da un bicchiere di plastica.
«Negativo. La compagnia dei telefoni dice che l'apparecchio è ancora
staccato.»
«Avete un altoparlante, su questa macchina?»
«No, perché?»
Talley si allontanò, camminando piegato, diretto all'unica auto della po-
lizia di Bristo Camino rimasta sul posto. Afferrò il microfono e accese
l'impianto. Maddox lo aveva seguito, curioso.
«Cosa sta facendo?»
«Mando un messaggio.»
Talley attivò il microfono.
«Sono Talley. Ho bisogno di parlarti.»
La sua voce echeggiò tra le case. Gli agenti schierati intorno lo guarda-
rono.
«Se puoi, chiamami.»
Talley non si aspettava che Rooney lo chiamasse. Non era a lui che si
stava rivolgendo.
«Vaffanculo!» rispose la voce di Rooney dalla casa.
Ellison scoppiò a ridere.
«Tentar non nuoce.»
«Cosa voleva dire con "se puoi"?» chiese Maddox.
Talley non rispose. Gettò il microfono nell'auto e tornò in fondo al cul-
de-sac. Si sedette sul marciapiede, al riparo di un'autopattuglia. Sperava
che il ragazzo avesse capito che si stava rivolgendo a lui.
Il suo telefono si mise a squillare quasi immediatamente.
Era Sarah, tutta eccitata.
«Capo, c'è di nuovo il ragazzino in linea.»
Il cuore di Talley si mise a battere più forte. Se Smith non poteva dirgli
chi aveva rapito la sua famiglia, forse avrebbe potuto scoprirlo da quei di-
schetti.
«Thomas? Stai bene, figliolo?»
«Non ero sicuro che stesse parlando a me. Papà sta bene?» Il ragazzo
sembrava calmo, però la sua voce era molto bassa, quasi un sussurro. Tal-
ley alzò il volume del telefono, ma anche così riusciva a malapena a sentir-
lo.
«È in ospedale, al Canyon Country. Tu e tua sorella state bene?»
«Sì. Lei non è più nella sua camera. L'hanno portata al piano di sotto.
Credevo che volessero farle del male, ma era perché non sapevano come
usare il microonde.»
«Sei in pericolo, adesso?»
«No.»
Talley guardò fuori dal cul-de-sac. Le squadre tattiche dello sceriffo era-
no in posizione dietro ai veicoli. Hicks e il capitano Martin dovevano esse-
re a bordo della postazione di comando, in attesa che succedesse qualcosa.
Talley ripensò al suo primo giorno nella Swat, quando un sergente gli ave-
va spiegato che il loro lavoro era fatto soprattutto di lunghe attese. Gli oc-
chi di Talley si riempirono di lacrime, mentre cercava di dominare la pau-
ra. Provò a concentrarsi sui ragazzi dentro la casa. Se avesse avuto anche il
minimo sospetto che Thomas o Jennifer si trovavano in immediato perico-
lo di vita, avrebbe ordinato di fare irruzione. L'avrebbe fatto, senza un solo
attimo di esitazione. Ma non lo pensava.
«Com'è la batteria del cellulare?»
«Indica metà carica, forse un po' meno. Lo spengo, quando non lo uso.»
«Bravo. Puoi caricarlo, quando non lo usi?»
«No. I caricabatteria sono tutti al piano di sotto. Ci pensa sempre la
mamma, perché noi ce ne dimentichiamo.»
Talley temeva che se la batteria si fosse esaurita, avrebbero perso ogni
possibilità di comunicare. Non gli restava altro che fare in fretta.
«Okay, Thomas, spegnilo quando non parli e cerca di conservare quanta
più carica possibile, d'accordo?»
«D'accordo.»
«Tuo papà ha dei soci. Tu sai chi sono?»
«No.»
«Ha mai fatto i loro nomi?»
«Non mi ricordo.»
«Oggi stava lavorando nello studio?»
«Sì. Doveva finire una cosa perché sarebbe venuto un cliente a prender-
la.»
Talley aveva qualche problema a passare al livello successivo, ma sape-
va che quel ragazzo era l'unica speranza di salvare sua moglie e sua figlia.
«Thomas, ho bisogno che mi aiuti in una cosa. Potrebbe essere facile,
oppure pericoloso. Se pensi che i tizi lì dentro possano scoprirti, non vo-
glio che tu faccia niente. Okay?»
«Certo.»
Thomas era eccitato. Era un ragazzo. Non capiva i rischi.
«Tuo papà ha un paio di dischetti di computer. Non ne sono sicuro, ma è
probabile che siano sulla sua scrivania o nella sua valigetta. Probabilmente
ci stava lavorando oggi. Si chiamano zip. Tu sai di cosa parlo?»
Thomas si lasciò sfuggire una risatina ironica.
«Ce li ho da anni, capo. Gli zip sono grossi e spessi. Contengono più in-
formazioni dei dischetti normali.»
«Sono contrassegnati "Disco Uno" e "Disco Due". Quando ti troverai di
nuovo giù, potresti andare alla scrivania, prenderli e vedere cosa conten-
gono?»
«No. Non mi lasciano avvicinare alla scrivania. Dennis mi fa sedere sul
pavimento.»
La sottile speranza che Talley aveva nutrito fino a pochi attimi prima
svanì. Ma Thomas proseguì.
«Però, potrei sgattaiolare nello studio, se loro non sono lì intorno. Così,
potrei fregare i dischetti e aprirli sul computer in camera mia.»
«Credevo che ti avessero chiuso nella tua camera.»
«Sì, ma posso uscire.»
«Davvero?»
Talley ascoltò Thomas che gli spiegava come fosse in grado di spostarsi
nel sottotetto e uscire in diverse parti della casa attraverso le botole di ac-
cesso.
«Thomas, potresti arrivare nello studio in quel modo, attraverso il sotto-
tetto?»
«No, lì no, ma nella saletta sì. C'è una porta di servizio nella cantina die-
tro il bar. Si trova proprio di fronte allo studio di papà. La mamma dice
che si accorge sempre quando lui fa un giro di troppo al bar.»
La speranza di Talley riaffiorò, seppure gravata dalla consapevolezza di
non avere il diritto di rischiare la vita di quel ragazzino.
«Mi sembra troppo pericoloso.»
«No, se non mi vedono. Mars sta quasi sempre nello studio, ma Kevin è
alla porta finestra. Dennis è sempre in giro per la casa. A volte va nella
stanza di sicurezza, quella dove si trovano i monitor. Ma una volta arrivato
alla saletta non ci vuole niente a passare nello studio e andare alla scrivania
di papà. Ci metto solo un secondo.»
Talley rifletté, cercando di non lasciare che la necessità gli offuscasse il
buon senso. Doveva fare in modo che tutti e tre i soggetti si allontanassero
da quella parte della casa. E doveva accecare le telecamere, nel caso che
qualcuno di loro si trovasse davanti ai monitor.
«Se riuscissi a far allontanare Rooney e gli altri dallo studio, credi che
riusciresti a prendere i dischetti senza farti vedere?»
«Nessun problema.»
«Riusciresti a farlo al buio?»
«Lo faccio quasi ogni notte.»
Thomas lo disse ridendo. Talley, però, non rise. Avrebbe dovuto aiutare
quel ragazzo, e invece era lui a chiedere aiuto. Si sentiva ostaggio almeno
quanto Thomas e Jane, e sperava di potersi perdonare per ciò che stava per
fare.
«Okay, figliolo. Vediamo un po' di trovare una soluzione.»

L'aria della notte era così limpida che le case, le auto e i poliziotti sulla
strada sembravano incisi sul vetro. Le luci delle case, dei lampioni e il ba-
gliore rosso delle sigarette erano nitidi punti luminosi. Sopra di loro, gli e-
licotteri fluttuavano contro il cielo stellato come uccellarci notturni in atte-
sa di qualche vittima. Talley guardò l'ora e capì che l'Uomo con l'orologio
avrebbe richiamato presto. Thomas era ancora nella sua stanza e la sorella
stava cucinando, ma le cose potevano cambiare da un minuto all'altro. Tal-
ley non aveva molto tempo.
Trovò Jorgenson e lo condusse al camion della compagnia distributrice
dell'energia elettrica. Il tecnico, un giovane con la testa rasata e una barbet-
ta intrecciata, dormiva allungato sul sedile a panchetta del camion. Talley
lo scrollò prendendolo per un piede.
«Può togliere la corrente elettrica alla casa?»
Il tecnico si sfregò la faccia, assonnato.
«Certo, che posso. Lo faccio subito.»
«Non ora. Se lei la toglie, l'energia elettrica viene a mancare in tutta la
casa e non solo in una parte?»
Talley non poteva permettersi errori, e neppure Thomas.
Il tecnico scese dal camion. Il tombino di servizio era aperto, circondato
da una bassa ringhiera di protezione.
«Non solo nella casa, in tutto il cul-de-sac. Da qui controllo tutta la di-
ramazione. Se la taglio, si spegne tutto. Se mi fossi piazzato là, dentro il
cul-de-sac, avrei potuto tagliare l'energia a una singola casa, ma mi hanno
detto di mettermi qui.»
«Qui va benissimo. Quanto tempo ci vuole per togliere la corrente?»
«Un secondo. Come accendere e spegnere un interruttore.»
«I telefoni ne risentiranno?»
«Con quelli io non c'entro.»
Talley lasciò Jorgenson insieme al tecnico, quindi chiamò il capitano
Martin con la ricetrasmittente perché dicesse a Hicks e Maddox di andare
alla postazione mobile di comando per incontrarsi con lui. Il capitano gli
rispose in modo brusco.
«Senta, apprezzo che lei abbia convinto Rooney a rilasciare il signor
Smith, ma poi se n'è andato senza una parola. Se vuole avere lei il coman-
do, deve restare a disposizione. Potevamo avere bisogno di un suo okay
per qualche azione, ma lei non c'era.»
Talley si mise subito sulla difensiva, ma era anche risentito che lei lo
stesse riprendendo, facendogli perdere tempo.
«Non me ne sono andato. Ero con Maddox ed Ellison, e poi ho fatto
qualche telefonata.»
Non le disse che aveva parlato con Thomas.
«Lei ha il comando di questa operazione, ma la prego di non fare altre
bravate senza prima avvertirmi. Se vuole la mia collaborazione, deve te-
nermi informata di quello che fa.»
«A cosa si riferisce?»
«L'ho sentita, con l'altoparlante, quando ordinava a Rooney di chiamarla.
I negoziatori ci sono per questo.»
«Maddox era proprio accanto a me.»
«Lui dice che lei l'ha fatto senza consultarsi.»
«Potremmo parlarne dopo, capitano? Al momento vorrei occuparmi di
Rooney.»
Laura Martin accettò di ordinare a Hicks e a Maddox di incontrarlo sul
furgone. Quando arrivò, Talley non disse loro di aver parlato con Thomas,
né spiegò il vero motivo di ciò che stava per fare.
«Sappiamo che Rooney è fissato sulla posizione degli agenti intorno alla
casa. Voglio tagliare la corrente, e poi scuoterlo un po' con una Starflash
per costringerlo a riprendere i contatti.»
La Starflash era una granata sparata da un fucile, costituita da un numero
variabile di submunizioni che esplodevano come una serie di potenti mor-
taretti. Veniva utilizzata per disorientare i soggetti armati prima di un'irru-
zione.
Hicks incrociò le braccia.
«Ha intenzione di spararla dentro la casa con tutta quella benzina in gi-
ro?»
«No, all'esterno. Dobbiamo richiamare la sua attenzione. L'ultima volta
che ho fatto avanzare gli uomini non abbiamo dovuto chiamarlo. È stato
lui a chiamare noi.»
Il capitano Martin lanciò un'occhiata a Maddox, il quale annuì, come pu-
re Hicks.
Il capitano si strinse nelle spalle, quindi tornò a voltarsi verso Talley.
«È lei che comanda.»
Erano partiti.

THOMAS

Thomas rimase in ascolto dietro la porta. Non si sentivano rumori in cor-


ridoio. Tornò all'armadio a muro costeggiando la parete e si infilò nel sot-
totetto. Questa volta non si fermò a ogni botola. Jennifer era ancora in cu-
cina, ma gli altri non si sentivano. Gli bastava uno starnuto o un colpo di
tosse per localizzarli, ma non udì nulla.
La casa aveva la forma di una U corta e larga, con la base orientata verso
il cul-de-sac e i lati brevi che puntavano verso la piscina. Gran parte del
sottotetto seguiva l'interno della U tranne una diramazione che si infilava
in uno spazio morto sopra la cantina. Thomas aveva sempre pensato che
fosse strano chiamarla cantina, visto che in realtà si trattava solo di un pic-
colo locale dietro il bar nella saletta.
Non era facile da raggiungere. La cantina aveva un suo impianto di con-
dizionamento, e il compressore, appeso con quattro catene ai travetti, oc-
cupava tutto lo spazio utile. Thomas fu costretto a infilarvisi sotto per arri-
vare all'ultima botola. Non si poteva girargli intorno. L'aveva già fatto altre
volte, ma non molto spesso, e a quei tempi era più piccolo. Si sdraiò a pan-
cia in su e pian piano vi strisciò sotto. Anche così, toccò con il naso il fon-
do piatto del compressore. Puzzava di umido.
Quando sbucò dall'altra parte era fradicio di sudore. La polvere che lo
copriva si era trasformata in una specie di fanghiglia. C'era voluto molto
più tempo di quanto pensasse.
Thomas rimase in ascolto vicino alla botola. Dopo qualche secondo, la
sollevò lentamente. La cantina era buia e deserta. Era un locale lungo e
stretto, le pareti coperte da scaffali per bottiglie che andavano dal pavi-
mento al soffitto, la temperatura mantenuta costante sui dodici gradi.
Thomas accese la torcia, la infilò tra una bottiglia e l'altra, poi si girò in
modo da uscire con i piedi, cercando un appiglio. Dopo pochi secondi era
a terra.
Socchiuse la porta. La saletta era inondata di luce. Sentì il televisore ac-
ceso nello studio di suo padre, sull'altro lato del corridoio, e Jennifer in cu-
cina. Poi udì una voce maschile: non avrebbe saputo dire se si trattasse di
Dennis o di Mars, ma era quasi certo che non fosse quella di Kevin.
La saletta era una stanza accogliente che suo padre usava per gli incontri
d'affari e per fumare i sigari. Due divani di pelle scura con in mezzo un ta-
volino, scaffali pieni di libri che il padre amava leggere nel tempo libero,
vecchi volumi sulla caccia in Africa, e romanzi di fantascienza che lui so-
steneva valessero oro per i collezionisti. Un lato della stanza era occupato
dal bar, davanti al quale erano allineati quattro sgabelli. Era l'unica stanza
della casa in cui mamma permetteva a papà di fumare i sigari, ma sempre
con la porta chiusa.
Thomas doveva solo arrivare allo studio, che si trovava proprio davanti
alle doppie porte della saletta, e poi attraversare il corridoio di corsa. Alla
sua destra c'era la porta d'ingresso, alla sua sinistra la cucina e il retro della
casa.
Thomas prese il cellulare e lo accese.
Chiamò il capo Talley.

TALLEY

Talley controllò la ricetrasmittente.


«Jorgenson?»
«Eccomi, capo.»
«Tieniti pronto.»
Talley si trovava sul retro della proprietà degli Smith, in compagnia di
un agente della squadra tattica dello sceriffo, un uomo di nome Hobbs.
Hobbs aveva un fucile di precisione Remington modello 700 dotato di vi-
sore notturno. La camera di scoppio era vuota, come pure il caricatore.
Talley portava una carabina caricata con la granata Starflash.
«Mi faccia vedere.»
Talley prese il fucile dalle mani di Hobbs e lo puntò contro la porta fine-
stra. Erano quasi sei minuti che sbirciava da sopra il muro, in attesa che
Thomas lo chiamasse. Jennifer e Krupchek erano in cucina. Pensava che
Kevin fosse in soggiorno, ma non ne era sicuro. Dennis attraversò due vol-
te la cucina. Tre minuti prima era uscito in direzione della camera da letto
e non era ancora tornato. Talley pensò che fosse nella stanza di sicurezza e
stesse sorvegliando i confini della proprietà dai monitor.
Il telefono squillò. Talley se lo aspettava, ma trasalì comunque, spaven-
tato.
«Calma» sussurrò Hobbs.
Talley gli restituì il fucile, e poi rispose, a voce bassa: «Talley».
«Salve, capo» sussurrò la voce di Thomas. «Sono nella saletta.»
«Okay, amico. Sei pronto? Ricordi cosa abbiamo detto?»
«Sì. Non mi farò beccare.»
«Se c'è un pericolo, anche minimo, torna nella tua stanza.»
Al solo pronunciare quelle parole, Talley si sentì un bugiardo. Tutto il
piano era disseminato di pericoli.
«Si parte.»
Talley attivò il microfono sulla spalla.
«Via la luce.»
La casa piombò nell'oscurità.

DENNIS

Dennis era seduto alla scrivania di Walter Smith e guardava la televisio-


ne. Kevin era nuovamente di guardia alla porta finestra, Mars teneva d'oc-
chio la ragazza in cucina. Tutte le stazioni, tranne due emittenti locali, era-
no tornate alla programmazione normale, interrompendola spesso con ri-
prese dall'alto degli York Estates, ma i canali nazionali via cavo non si in-
teressavano più della cosa. Dennis si sentì come sminuito. Guardava MTV
con il volume abbassato; c'erano dei neri con i capelli biondi che fingevano
di essere gangster. Dennis gli puntò contro la pistola. "Beccati questo, fi-
glio di puttana."
Era passato dalla vodka con ghiaccio alla vodka liscia direttamente dalla
bottiglia, arrovellandosi alla ricerca di un modo per scappare con i soldi.
Era incazzato, frustrato, e sempre più spaventato all'idea che Kevin avesse
ragione: che non fosse possibile andarsene con i soldi e che lui sarebbe
tornato a essere uno dei tanti falliti rinchiusi in una cella. Dennis bevve u-
n'altra sorsata di vodka pensando che avrebbe preferito morire, piuttosto.
Forse poteva semplicemente scappare. Infilarsi in tasca più soldi che pote-
va, dar fuoco alla casa come aveva suggerito Mars e poi svignarsela a
gambe levate dalla finestrella, giù fra gli oleandri. Probabilmente lo avreb-
bero steso a colpi di mitra prima che potesse fare tre metri, ma era sempre
meglio che essere un fallito.
«Merda.»
Dennis uscì dallo studio, tornò in camera e mise la valigia sul letto. Fis-
sò il denaro. Accarezzò le banconote usate, morbide e setose. Le desidera-
va così tanto che il suo corpo venne percorso da un tremito. Libertà, auto,
donne, vestiti, droga, Rolex, buon cibo, barche, case, libertà, felicità. Tutti
volevano essere ricchi. Non importava chi eri, da dove venivi, né quanti
soldi avevi. Tutti ne volevano di più. Era quello il sogno americano. Essere
ricchi.
L'idea lo colpì come un rush indotto dall'ecstasy, mentre fissava il dena-
ro: i poliziotti sono poveri. I poliziotti desiderano essere ricchi, come
chiunque altro. Forse poteva dividere il bottino con Talley, barattare i soldi
con un passaggio in Messico, ideare un piano all'insaputa degli altri poli-
ziotti, che so, fingere di scambiare gli ostaggi con lui, e poi scappare a Ti-
juana insieme, loro due, ridendosela per tutto il viaggio perché gli altri a-
genti non avrebbero osato assassinarlo se pensavano che la vita di Talley
fosse in pericolo. Era persino disposto a mettere sulla bilancia anche Kevin
e Mars, che pagassero loro per la morte del cinese. A mano a mano che e-
laborava le varie possibilità, Dennis si sentiva sempre più eccitato. Lo san-
no tutti che i poliziotti non guadagnano un cazzo. Fin dove si sarebbe spin-
to Talley per centomila dollari? Duecentomila? Mezzo milione?
Dennis decise di chiamarlo subito. Era già a metà strada verso lo studio,
pensando al modo migliore per convincerlo che poteva diventare un uomo
ricco, quando la casa piombò nell'oscurità. Le luci si spensero, la televisio-
ne pure, quel ronzio di sottofondo che riempie ogni casa abitata scompar-
ve.
«Dennis! Cos'è successo?» gridò Kevin dall'altra parte della casa.
«È la polizia! Prendi i ragazzi!»
Reso cieco dall'oscurità, Dennis si precipitò in avanti, seguendo la pare-
te. Si aspettava di sentire da un momento all'altro la porta che andava in
pezzi, e sapeva che la sua unica possibilità di salvezza era arrivare alla ra-
gazza o a quel ciccione del fratello.
«Kevin! Mars! Prendete i ragazzi!»
Una luce lattea proveniente dalla porta finestra riempiva il soggiorno.
Kevin era dietro il divano, Mars in cucina, e teneva la ragazza per i capelli.
Sorrideva, quel pazzo bastardo. Come se si stesse divertendo un mondo.
«Te l'avevo detto che avrebbero tagliato la luce.»
La voce amplificata di Talley echeggiò nella casa, ma questa volta non
proveniva dalla strada. Veniva dal giardino sul retro.
«Dennis? Dennis Rooney?»
Dennis si chiese perché mai Talley fosse dietro la casa.
«Dennis, è ora di parlare.»
Poi ci fu una specie di eruzione: forti esplosioni riempirono l'aria, rifles-
se dalla superficie della piscina, come colpi di un'arma automatica. Lampi
accecanti come stelle illuminarono il giardino come una parata del Capo-
danno cinese. Il mondo si stava trasformando in un inferno.
Dennis si tuffò dietro il bancone della cucina, aspettando la fine.

THOMAS

Thomas uscì dalla cantina non appena le luci si spensero, scivolò intorno
al banco del bar e corse alla porta. Dennis e Kevin stavano urlando; le loro
voci provenivano dal soggiorno. Sapeva di non avere molto tempo.
Thomas si mise a quattro zampe e sbirciò oltre la soglia. Di fronte a lui,
sull'altro lato del corridoio, lo studio di suo padre era appena illuminato
dalla luce delle candele. Thomas si sporse ancora un po' più avanti per ve-
dere se arrivava qualcuno. Il corridoio era vuoto.
Non c'è gloria senza coraggio.
Thomas attraversò il corridoio di corsa e si infilò nella stanza proprio
mentre la voce di Talley rimbombava nella casa. Sapeva che stava per e-
splodere qualcosa che avrebbe fatto molto rumore, quindi decise di non la-
sciarsi distrarre. Si concentrò, invece, sul rumore dei passi.
Andò dritto al computer. Aveva portato con sé la torcia, ma le candele
erano sufficienti, quindi non l'accese. La scrivania era ingombra di carte,
ma non vide alcun dischetto. Controllò il driver dello zip. Vuoto. Sollevò
le carte intorno al computer e alla tastiera, ma non trovò nulla.
Una serie di esplosioni attraversò la casa come una salva di potenti mor-
taretti. Thomas pensò che Dennis stesse sparando. Kevin urlò qualcosa, ma
Thomas non capì. Aveva paura che venissero da quella parte. Corse alla
porta per tornare nella saletta, ma sulla soglia si fermò, in ascolto. Il cuore
gli batteva così forte che quasi non riusciva a sentire altro, ma non arrivava
nessuno.
Il capo Talley gli aveva detto di non perdere più di un minuto o due.
Non aveva molto tempo e lo aveva già usato quasi tutto.
Thomas guardò in corridoio, verso la salvezza della saletta, poi si voltò a
guardare la scrivania e gli tornò alla mente un'immagine: quel giorno, subi-
to dopo la sparatoria, suo padre aveva cercato di convincere Dennis a tro-
varsi un avvocato e ad arrendersi. Era andato alla scrivania, infilando i di-
schetti in un astuccio nero, che poi aveva riposto nel cassetto. I dischetti
erano nel cassetto!
Thomas tornò alla scrivania.

DENNIS
Il retro della casa venne travolto da un'esplosione di rumore e di luce.
Sembrava uno sbarco dei marines. Dennis vide i poliziotti appostati sul
muro, illuminati dal bagliore degli scoppi, ma restavano fermi.
"Che cazzo?..." pensò Dennis.
La voce di Talley echeggiò dal giardino sul retro.
«È ora che parliamo, Dennis. Tu e io. Faccia a faccia. Voglio che tu
venga fuori, da solo. Ti verrò incontro e parleremo.»
Kevin arrivò in cucina camminando a quattro zampe come un personag-
gio dei cartoni animati.
«Cosa stanno facendo? Cosa succede?»
Dennis non sapeva cosa dire. Era confuso, perplesso, spaventato.
«Mars! Quei porci fottuti stanno cercando di fregarci! Va' a vedere cosa
stanno facendo sul davanti!»
Dennis strappò la ragazza dalle mani di Mars, che si rimise in piedi e si
precipitò lungo il corridoio.

THOMAS

L'astuccio di morbida pelle nera era grande quanto una custodia per CD.
Dietro la scrivania il chiarore delle candele era troppo debole per poter ve-
dere dentro il cassetto, e così Thomas accese la torcia, schermando con una
mano il raggio di luce.
L'astuccio era nel primo cassetto.
Si apriva a libro. Ogni lato aveva delle tasche per contenere i dischetti.
In quelle di destra ce n'erano due, contrassegnati proprio come aveva detto
Talley, "Disco Uno" e "Disco Due". Thomas stava chiudendo il cassetto
quando udì dei passi avvicinarsi lungo il corridoio.
Avrebbe voluto scappare, ma era troppo tardi.
I passi si avvicinavano veloci!
Stavano venendo verso lo studio!
Erano sulla porta!
Thomas spense la torcia e si infilò sotto la scrivania, raggomitolandosi a
palla, le braccia strette intorno alle ginocchia, sforzandosi di non respirare.
Nella stanza c'era qualcuno.
La scrivania di suo padre era un mostro di quercia, antica, pesante, gran-
de come una barca (papà la chiamava scherzosamente "Lexington", come
la portaerei). Poggiava su gambe di legno curvo che lasciavano aperto un
piccolo spiraglio vicino al pavimento. Thomas vide dei piedi. Pensò che
fossero di Mars, ma non ne era sicuro.
I piedi andarono alla finestra.
Thomas sentì aprirsi di scatto i listelli delle tapparelle. La luce prove-
niente da fuori invase la stanza. Poi i listelli si richiusero.
I piedi rimasero davanti alle tapparelle. "Sta sbirciando attraverso le fes-
sure" pensò Thomas.
«Cosa diavolo sta succedendo?» urlò Dennis dal retro della casa.
Quello nella stanza con lui era Mars. Thomas restò immobile.
«Accidenti, Mars!»
I piedi si allontanarono dalla finestra, ma Mars non uscì dalla stanza. I
piedi si voltarono verso la scrivania. Thomas cercò di farsi ancor più pic-
colo e strinse le ginocchia così forte da farsi male alle braccia.
I piedi mossero un passo verso la scrivania.
«Mars! Che cazzo stai facendo?»
I piedi andarono fino in fondo alla scrivania. Thomas cercò di chiudere
gli occhi, di distogliere lo sguardo, ma non ci riuscì. Continuò a fissare i
piedi come se fossero serpenti.
«Mars!»
I piedi fecero dietrofront e uscirono. Thomas seguì il rumore dei passi,
fuori, lungo il corridoio, finché non sparì del tutto.
Uscì veloce da sotto la scrivania e andò alla porta. Sbirciò in corridoio,
quindi corse nella saletta. Sentì il capo Talley parlare con l'altoparlante,
mentre entrava nella cantina, si arrampicava sugli scaffali e si infilava
nuovamente al sicuro nel sottotetto.

TALLEY

Talley sapeva che Rooney e gli altri sarebbero stati presi dal panico. A-
vrebbero pensato che fosse in corso un'irruzione e Dennis o qualcuno degli
altri si sarebbe precipitato sul davanti della casa per vedere cosa stavano
facendo gli uomini dello sceriffo. Talley doveva tenere la loro attenzione
concentrata sul retro della casa. Su di sé.
«È ancora in cucina?»
Hobbs guardava attraverso il visore notturno.
«Sì. Lui e la ragazza. Sta cercando di vederci, ma non può, per via delle
luci. Quello grosso si è allontanato lungo il corridoio. Non vedo il fratel-
lo.»
Talley aprì il megafono.
«Non abbiamo intenzione di fare irruzione, Dennis. Ma io e te dobbiamo
parlare. Faccia a faccia. Vengo alla piscina.»
Il capitano Martin e Hicks uscirono dall'ombra e corsero verso di lui.
Laura Martin non era affatto contenta.
«Perché faccia a faccia? Non se n'era discusso.»
«Io vado.»
Talley posò a terra il megafono e si issò oltre il muro, prima che lei po-
tesse dire altro. Voleva distogliere l'attenzione di Rooney dal davanti della
casa, anche se questo significava offrirsi come ostaggio.
La voce del capitano lo seguì dalla sommità del muro.
«Maledizione, Talley. Così si sta solo offrendo come bersaglio.»
Talley arrivò al bordo della piscina e gridò: «Sono disarmato. Ma questa
volta non ho intenzione di spogliarmi, quindi devi fidarti della mia parola.
Sono solo e disarmato».
Talley allontanò le mani dai fianchi, con i palmi aperti e rivolti in avanti,
e andò verso la casa, costeggiando la piscina. Un materassino scuro gal-
leggiava sull'acqua. Un asciugamano era allargato vicino al bordo, la radio
ormai muta perché le batterie si erano scaricate.
Arrivato all'estremità della piscina più vicina alla casa si fermò. Sul pa-
vimento della cucina giaceva una torcia accesa: il fascio di luce pareva una
lama bianca che rimbalzava sui piani di lavoro. Talley sollevò ancora di
più le mani. Le potenti luci dietro di lui proiettavano la sua ombra verso la
casa. Pareva quella di un crocefisso.
«Vieni fuori, Dennis. Parlami.»
Dennis urlò da dentro la casa, la voce attutita dai vetri della porta fine-
stra chiusa.
«Tu sei pazzo!»
«No, Dennis, sono solo stanco.»
Talley si avvicinò ancora.
«Nessuno ti farà del male. Purché tu non faccia del male a quei ragazzi.»
Giunto davanti alla porta finestra, Talley si fermò. Ora riusciva a vedere
chiaramente Dennis e Jennifer. Con una mano, Dennis teneva la ragazza,
con l'altra impugnava una pistola. Un'ombra si mosse alla sinistra di Tal-
ley, in soggiorno, e lui scorse una figura snella. Kevin. Sembrava un bam-
bino. Sull'altro lato della cucina, quello opposto al soggiorno, si apriva un
corridoio che veniva verso il retro. Talley vide un chiarore incerto proveni-
re da una porta. Una grossa sagoma bloccava la luce, e pareva diventare
più grande nell'ombra. Doveva trattarsi di Krupchek. Talley provò un'on-
data di sollievo: ovunque fosse Thomas, loro non lo avevano scoperto. Era
riuscito a tenerli occupati. Allargò ancora di più le mani. E si avvicinò.
«Sono qui, Dennis. Ti vedo. Esci e parliamo.»
Talley li sentì confabulare. Dennis chiamava Kevin in cucina. Ora Kru-
pchek era fermo all'imbocco del corridoio, come sospeso nel buio. Aveva
qualcosa in mano, una torcia, forse una pistola.
Dennis si alzò in piedi e andò alla porta finestra. Guardò oltre Talley,
poi cercò di vedere il lato della casa, probabilmente pensando che qualcu-
no sarebbe entrato di corsa se lui avesse aperto. Talley parlò con calma.
«Non c'è nessuno, qui, a parte me, Dennis. Ti do la mia parola.»
Dennis posò la pistola sul pavimento, poi aprì la porta e uscì. Talley sa-
peva che in fotografia le persone sembrano sempre più grandi, ma Rooney
era più basso e più magro di quanto avesse pensato dopo averlo visto sul
nastro registrato, e molto più giovane.
Talley sorrise, ma Rooney non ricambiò.
«Come va, Dennis?»
«Ho conosciuto tempi migliori.»
«Devo darti atto che è stata una lunga giornata.»
Dennis fece un cenno con il capo in direzione del muro.
«Hai un cecchino lassù, pronto a spararmi?»
«Se tu cercassi di afferrarmi probabilmente lo farebbero. Altrimenti no.
Avremmo potuto spararti dal muro, se avessimo voluto.»
Dennis parve convenirne.
«Posso uscire? Venire più vicino?»
«Certo. Fa' pure.»
Dennis si allontanò dalla porta e raggiunse Talley alla piscina. Fece un
respiro profondo, alzando gli occhi a guardare le stelle.
«È bello stare qua fuori.»
«Già.»
«Ora abbasso le mani, va bene?» disse Talley.
«Certo.»
Talley vide che Kevin era ancora con la ragazza, mentre Krupchek era
fermo in corridoio. Thomas era dentro, da qualche parte, occupato a pren-
dere i dischetti. Talley sperava che non ci volesse molto.
«Questa cosa va avanti da un sacco di tempo. Cosa stai aspettando?»
«Tu avresti fretta di finire in prigione per il resto dei tuoi giorni?»
«Al tuo posto farei di tutto per ottenere il miglior accordo possibile. La-
scerei andare questa gente, collaborerei con le autorità, lascerei che fosse
un avvocato a parlare per me. Sarei abbastanza furbo da capire di essere
circondato dalla polizia e di non poter andare da nessuna parte senza il loro
permesso.»
«Voglio quell'elicottero.»
Talley scosse la testa.
«Te l'ho già detto prima. E dove potrebbe atterrare? Non posso dartelo.
Non è possibile.»
«Allora una macchina. Voglio una macchina che mi porti in Messico,
con una scorta e un lasciapassare per la frontiera.»
«Ne abbiamo già parlato.»
Pareva che Rooney si stesse infiammando. Agitò le braccia in un gesto
di rabbia.
«E allora a che cazzo mi servi?»
«Sto cercando di salvarti la vita.»
Dennis si voltò verso la casa. Talley lo osservò, pensando che mostrava
tutto lo stress di quella giornata. Alla fine, Rooney tornò a girarsi verso di
lui e disse a bassa voce: «Sei ricco?».
Talley non rispose. Non sapeva dove volesse arrivare. Aveva imparato a
lasciar parlare i soggetti finché non avevano detto tutto quello che avevano
da dire.
Rooney si diede un colpetto sulla tasca.
«Posso mettere una mano in tasca per mostrarti una cosa?»
Talley annuì.
Rooney gli si avvicinò. Sulle prime Talley non riusciva a capire cosa
Rooney avesse tirato fuori, ma poi vide che si trattava di denaro. Pareva
che Rooney cercasse di non farsi vedere dagli altri.
«Queste sono cinquanta banconote da cento dollari, capo. Cinquemila
dollari. Ne ho una valigia piena, in casa.»
Rooney si rimise le banconote in tasca.
«Quanto vorresti per tirarmi fuori da qui? Centomila dollari? Potresti
portarmi in Messico, solo tu e io, senza che nessuno sappia niente. Basta
dire agli altri che hai fatto un accordo, senza parlare dei soldi. Io non parlo.
Ce ne sono un sacco in questa casa, capo. Più di quanti ne abbia visti in vi-
ta tua. Possiamo dividerceli.»
Talley scosse la testa.
«Hai scelto la casa sbagliata per nasconderti, Dennis.»
«Duecentomila in contanti, in banconote da cento, dritti nelle tue tasche,
senza che nessuno sappia niente.»
Talley non rispose. Si chiese cosa ci facesse Smith lì, in mezzo al nulla,
in quella anonima comunità di Bristo Camino, con tanti soldi per i quali
quel ragazzo era pronto a morire, e informazioni così importanti che gli
uomini della macchina erano pronti a uccidere. E dire che a volte si crede
di conoscere i propri vicini...
«Arrenditi, Dennis.»
Rooney si passò la lingua sulle labbra. Il suo sguardo saettò oltre Talley,
poi tornò a posarsi su di lui.
«Stai cercando di tirare su il prezzo? Okay, trecento. Trecentomila dolla-
ri. Arriverai mai a guadagnare così tanto? Puoi avere Mars e Kevin. Puoi
sbatterli dentro. Fanno parte dell'accordo.»
«Tu non sai con chi hai a che fare. Non puoi comperarti la libertà.»
«Ma tutti vogliono i soldi! Tutti! Io non ho intenzione di rinunciarci!»
Talley lo guardò, chiedendosi fin dove spingersi. Se Rooney si arrende-
va adesso, Amanda e Jane avrebbero potuto pagare per questo. Ma se Ro-
oney si fosse arreso in quel momento e fosse uscito da quella casa, lui a-
vrebbe avuto i dischetti. Una volta arrivata la squadra dell'Uomo con l'oro-
logio, lui avrebbe potuto non avere un'altra occasione.
«Questa casa non è quello che pensi. Credi davvero che qualcuno po-
trebbe tenere in casa tutto quel denaro?»
«Là dentro c'è un milione di dollari, se non addirittura due! Ti darò la
metà!»
«L'uomo che avete spedito all'ospedale, Walter Smith, è un criminale.
Quel denaro è suo.»
Rooney scoppiò in una risata.
«Stai mentendo, sono tutte cazzate!»
«Ha dei soci, Dennis. Questa è casa loro, e loro la rivogliono. Quella che
ti sto offrendo è la tua unica possibilità di salvezza.»
Rooney lo fissò, poi si sfregò il volto.
«Vaffanculo, Talley. Vaffanculo. Credi davvero che sia un idiota?»
«Ti ho detto la verità. Arrenditi. Collabora con me, se non altro ti salve-
rai la pelle.»
Rooney si lasciò sfuggire un sospiro e Talley vide la tristezza scendere
su di lui come un pesante mantello.
«E cosa vale?»
«Quello che intendi farne tu.»
«Ora torno dentro. Ci penserò e domani ti darò una risposta.»
Talley sapeva che Dennis stava mentendo. Aveva imparato a capire
quando erano disposti ad arrendersi: Rooney restava aggrappato a qualcosa
che non poteva mollare.
«Ti prego, Dennis.»
«Vai a farti fottere.»
Rooney indietreggiò, varcò la soglia e chiuse la porta finestra. L'oscurità
della casa lo ingoiò come una pozzanghera d'acqua sporca.
Talley si voltò verso gli agenti disposti lungo il muro e si allontanò, pre-
gando che Thomas avesse preso i dischetti e si fosse messo in salvo. Roo-
ney non era il solo a restare aggrappato a qualcosa che non poteva mollare.

20

Sabato, 00.04

THOMAS

Thomas grondava sudore. Aveva le ginocchia ferite per aver strisciato


contro i travetti, e quando il sudore colava sui tagli, bruciava. Ma lui non
se ne curava: era felice ed eccitato, era... carico! Quella era la sua miglior
fuga in assoluto, meglio di qualunque altra compiuta con Duane Fergus!
Adesso che non c'era più la luce, non doveva preoccuparsi che lo vedes-
sero sui monitor. Si infilò nella botola da cui si accedeva al suo armadio a
muro, e attraversò la stanza, diretto al computer. Lo smontò e lo trascinò a
terra ai piedi del letto, in modo da non essere visto dalla telecamera quan-
do fosse tornata la corrente. Aveva le mani così sudate che lo schermo gli
scivolò e lui lo prese con le ginocchia.
Le luci si accesero senza preavviso. Thomas era preoccupato che quegli
stronzi salissero a controllarlo, quindi si affrettò a caricare il primo di-
schetto.
La cartella che comparve era senza nome. Vi cliccò sopra due volte per
aprirla. Comparve un elenco di nomi di società che non conosceva. Aprì
un file a caso, ma vide solo tabelle e numeri. Venne assalito dal timore di
aver preso i dischetti sbagliati, ma quelli erano gli unici che aveva trovato.
Non capiva nulla di quanto vedeva sullo schermo, ma erano i dischetti che
Talley voleva, forse per lui avrebbero avuto un senso.
Thomas si immobilizzò per sentire se arrivava qualcuno. Il corridoio era
silenzioso.
Accese di nuovo il cellulare, e questa volta l'indicatore di carica della
batteria era a meno di metà, anzi, era più vicino a un quarto.
Premette il tasto di ripetizione automatica del numero per chiamare Tal-
ley.

TALLEY

Talley scavalcò il muro oltre il quale lo aspettavano il capitano Martin e


Hicks. Laura Martin era furibonda.
«È stata una mossa davvero stupida. Cosa pensava di ottenere?»
Talley si allontanò in fretta senza rispondere. Non la voleva intorno
quando Thomas avesse chiamato. Si mise in contatto radio per riferire a
Maddox la sua conversazione con Rooney mentre girava intorno alla pro-
prietà confinante. La fece breve e non parlò dell'enorme quantità di denaro
nascosta nella casa, poiché sapeva che questo avrebbe sollevato troppe
questioni, ma si sentì in colpa. Era un negoziatore. Un altro negoziatore di-
pendeva dalle sue indicazioni e lui gli stava mentendo, o quanto meno sta-
va omettendo informazioni importanti. Forse fu per questo che tagliò cor-
to: si odiava per ciò che stava facendo.
Il telefono squillò proprio mentre arrivava al cul-de-sac. Si infilò nel via-
letto di una casa vicina, in cerca di silenzio e solitudine.
«Li ho presi!»
Talley si sforzò di restare calmo. Non aveva ancora niente in mano.
«Ottimo lavoro, figliolo. Ora sei di nuovo nella tua camera, vero? Sei al
sicuro?»
«Quello grosso, Mars, per poco non mi beccava, ma io mi sono nasco-
sto. Cos'era quella roba che avete fatto esplodere in giardino? È stato fan-
tastico!»
«Thomas, quando questa storia sarà finita, te ne faccio sparare uno tutto
da solo, se vuoi. Ma ora devo sapere cosa c'è su quei dischetti, d'accordo?»
«Numeri. Credo siano le tasse di qualcuno.»
«Li hai aperti?»
«Gliel'avevo detto che sono capace.»
Laura Martin e Hicks uscirono dal vialetto accanto e si avvicinarono agli
agenti appostati dietro i veicoli che bloccavano il cul-de-sac. Il capitano
stava andando verso Maddox. Talley si allontanò.
«Bravo, Thomas. Sono etichettati?»
«Sì, proprio come ha detto lei. "Disco Uno" e "Disco Due".»
«Dimmi cos'hai trovato quando li hai aperti.»
«Ce l'ho proprio davanti in questo momento.»
«Okay, dimmi cosa vedi.»
Talley si tastò alla ricerca di penna e taccuino nel caso avesse dovuto
prendere nota di qualcosa.
Thomas gli descrisse un elenco di file contrassegnati da nomi che Talley
non riconobbe, nomi anonimi tipo Southgate Holdings e Desert
Entertainment. Poi Thomas menzionò altre due società: Palm Springs Ven-
tures e The Springs Winery. C'era il collegamento con Palm Springs: la ca-
sa di Smith era stata costruita da un imprenditore edile di Palm Springs.
Talley chiese a Thomas di aprire il file della Palm Springs Ventures, ma
dalla descrizione del ragazzo sembrava un bilancio patrimoniale o una
specie di conto economico, senza i nomi delle persane interessate. Talley
annotò i nomi delle società.
«Apri i file e guarda se trovi dei nomi.»
Dopo qualche secondo, Thomas disse: «Vedo solo numeri. Soldi».
«Okay. Apri l'altro dischetto e dimmi cosa c'è.»
I pochi secondi che Thomas impiegò a cambiare dischetto parvero un'e-
ternità. Ogni attimo che passava, Talley temeva che il ragazzo potesse es-
sere scoperto. Ma quando Thomas gli lesse i nomi dei file, capì che era
quello giusto: "Nero", "Pulito", "Entrate", "Uscite", "Trasferimenti", "Fon-
ti", "Ricevute"... Thomas stava ancora leggendo quando Talley lo inter-
ruppe.
«È sufficiente. Apri il file contrassegnato con "Nero".»
«Contiene più di un file.»
«Come si chiamano?»
«Credo siano nomi di Stati. CA, AZ, NV, FL. NV sta per Nevada, ve-
ro?»
«Sì, è il Nevada. Apri la California.»
Thomas gli descrisse una tabella lunga pagine e pagine, sulla quale era-
no elencati nomi che a Talley non dicevano nulla, insieme a date e paga-
menti ricevuti. Talley divenne impaziente. Ci stavano mettendo troppo
tempo.
«Leggimi i nomi degli altri file.»
Thomas aveva letto sei o sette nomi, quando Talley lo fermò di nuovo.
«Apri questo. "Tasse società".»
«Ci sono degli altri file... credo che si riferiscano agli anni. Novantadue,
novanta tré, novantaquattro eccetera.»
«Apri quello di quest'anno.»
«È uno di quei moduli delle tasse che mio padre compila per mandarli al
governo.»
«Guarda in cima alla pagina. Dice di chi sono quelle tasse? C'è il nome
di una ditta?»
Il ragazzo non rispose.
«Thomas?»
«Sto guardando.»
Talley lanciò un'occhiata verso il cul-de-sac. Il capitano Martin lo stava
osservando. Lo guardò negli occhi per un attimo, poi disse qualcosa a
Hicks, e venne verso di lui, il capo chino per restare coperta dalle auto.
«Dice Family Enterprises.»
«Ma non c'è un nome di persona?»
«No.»
Talley avrebbe dovuto guardare i dischetti di persona: allora avrebbe po-
tuto trovare quello che cercava senza dover dipendere da un ragazzino di
dieci anni.
«Cerca qualcosa con un nome tipo "Compensi dirigenti" o "Funzionari".
Qualcosa del genere.»
Laura Martin aveva costeggiato tutta la fila di veicoli e ora si trovava
fuori dalla linea di tiro della casa. Si raddrizzò e si diresse verso di lui. Tal-
ley alzò una mano come per fermarla, ma lei aggrottò la fronte e proseguì.
«Devo parlarle» disse.
«Tra un minuto.»
«È importante.»
Talley si allontanò da lei, seccato.
«Quando ho finito di telefonare.»
Il suo tono la bloccò. La donna gli rivolse uno sguardo duro e infunato,
ma mantenne le distanze.
«Eccolo qui» disse Thomas.
«Hai trovato il nome?»
«Sì, c'è un file che si chiama "Retribuzione dirigenti", ma c'è solo un
nome.»
«Quale?»
«Charles G. Benza.»
Talley fissò il terreno. Di colpo l'aria fresca della notte si fece soffocan-
te. Guardò la casa, poi si voltò verso il capitano Martin. Si era sbagliato.
Walter Smith non era un mafioso che nascondeva in casa qualcosa di pre-
zioso. Teneva i conti di Sonny Benza. Sì, doveva essere proprio così:
Smith era il contabile di Benza, e conservava la sua documentazione fi-
nanziaria. Era tutto lì, in casa di Smith, e ce n'era abbastanza per stroncare
Benza e la sua organizzazione. Lì, a Bristo Camino.
Talley fece un sospiro profondo che sembrò salire dall'anima e lasciarlo
prosciugato di ogni forza. Ecco perché quella gente era disposta a rapire e
a uccidere. Smith poteva farli chiudere. Smith conosceva i loro segreti e
poteva mandarli dentro per sempre. La mafia. Gli uomini dell'auto erano
mafiosi. Jane e Amanda erano in mano al capo della più potente famiglia
mafiosa della costa Ovest.
La voce di Thomas si fece bassa e concitata.
«Sta arrivando qualcuno. Devo andare.»
La comunicazione si interruppe.
«Possiamo parlare, ora?» disse Laura Martin, con le mani sui fianchi.
«No.»
Talley corse alla sua auto. Se i dischetti potevano sbattere dentro Benza,
poteva farlo anche Walter Smith. Mentre si allontanava a tutta velocità,
chiamò Metzger all'ospedale.

THOMAS

Thomas sentì il chiodo che veniva estratto dallo stipite. Con uno stratto-
ne staccò il cavo del computer dalla presa e si catapultò sul letto, nascon-
dendo il cellulare sotto le coperte proprio mentre la porta si apriva. Era
Kevin. Portava un piatto di carta con due fette di pizza e un bicchiere di
Diet Coke.
«Ti ho portato qualcosa da mangiare.»
Thomas infilò le mani fra le gambe incrociate, nel tentativo di nasconde-
re il fatto che si era slegato, ma il nastro che si era tolto dai polsi era rima-
sto in bella vista sul pavimento. Vedendolo, Kevin si fermò di colpo, ful-
minandolo con lo sguardo.
«Brutto stronzo. Dovrei prenderti a calci.»
«Mi faceva male.»
«Chi se ne frega, tanto non ha più importanza.»
Thomas si sentì sollevato dal fatto che Kevin non sembrava troppo ar-
rabbiato. Gli porse la pizza e la Coca, poi andò a controllare i chiodi che
bloccavano le finestre. Thomas temeva che si accorgesse che il computer
si trovava in un posto diverso, ma Kevin sembrava assorto nei suoi pensie-
ri.
Si accertò che le finestre fossero ben salde, quindi si appoggiò alla pare-
te quasi avesse bisogno di sostegno per restare in piedi. I suoi occhi parve-
ro posarsi su ogni oggetto della stanza, ogni gioco, ogni libro, ogni mobile,
sugli abiti gettati in un angolo, sui poster alle pareti, sul telefono rotto get-
tato a terra, sul televisore e sul lettore CD, persino sul computer appoggia-
to contro il muro, ma il suo sguardo era vuoto, distante.
Alla fine gli occhi si posarono su Thomas.
«Sei proprio fortunato.»
Kevin si staccò dalla parete e si avviò verso la porta.
«Quando ve ne andrete da casa mia?» chiese Thomas.
«Mai.»
Kevin uscì senza voltarsi indietro e richiuse la porta.
Thomas aspettò.
Il chiodo venne piantato di nuovo al suo posto nello stipite. Il pavimento
scricchiolò sotto i passi di Kevin che si allontanava.
Thomas cercò di contare fino a cento, ma arrivato a cinquanta si fermò.
Si infilò ancora una volta nell'armadio a muro. Voleva sapere cosa aveva-
no in mente di fare. E voleva prendere la pistola.

21

Sabato, 00.02
Canyon Country, California

MARION CLEWES

Il Canyon Country Hospital si trovava fra due crinali in una po2za di lu-
ce azzurrina. Era una costruzione bassa e moderna a tre piani, dalla forma
irregolare. Marion pensò che assomigliava a quelle costruzioni high-tech
che ospitano società di servizi, tirate su nel giro di una notte in mezzo al
nulla accanto a un'uscita dell'autostrada, tutte pietra rossa e vetri a spec-
chio.
Girò intorno all'ospedale con l'auto e trovò l'ingresso del pronto soccorso
sul retro. Venerdì sera, mezzanotte appena passata, il posto era praticamen-
te deserto. Marion conosceva ospedali così trafficati che al venerdì sera il
personale del pronto soccorso raddoppiava e le urla si sentivano a un isola-
to di distanza. Doveva essere proprio bello vivere nella Santa Clarita Val-
ley, pensò. Più cose scopriva di quel posto, più gli piaceva.
Nel piccolo parcheggio c'erano solo tre auto e un paio di ambulanze, ma
poco più in là erano fermi quattro veicoli delle stazioni televisive. Marion
se l'aspettava e non si fece scoraggiare. Piazzò l'auto vicino all'ingresso,
con il muso rivolto verso la strada, quindi entrò nell'ospedale.
I giornalisti erano ammassati davanti al banco dell'accettazione e parla-
vano con una donna in camice bianco, che pareva infastidita. Marion rima-
se ad ascoltare quel tanto da apprendere che era la dottoressa Reese, re-
sponsabile del pronto soccorso, e che al momento Walter Smith era sotto-
posto ad accertamenti. Due giovani infermiere, entrambe molto graziose e
con occhi da tolteche, osservavano con interesse la scena da dietro il ban-
cone. Marion pensò che per loro doveva essere molto eccitante avere lì tut-
ti quei giornalisti.
Andò a un distributore automatico nella piccola sala d'attesa e prese una
tazza di caffè nero. Un'agente di polizia osservava la scena. Un giovane i-
spanico era seduto di fronte a lei e cullava un bambino mentre un altro
bimbo, un po' più grande, dormiva sdraiato per metà in grembo a lui e per
metà sul sedile accanto. L'uomo aveva un'aria così atterrita che Marion
provò pena per lui: probabilmente si trovava lì per via della moglie.
«È come se si fossero dimenticati di lei, vero?»
L'uomo alzò lo sguardo, senza comprendere. Marion sorrise, pensando
che probabilmente lui non parlava inglese.
«È triste» concluse Marion, poi si allontanò, tornando all'accettazione.
Una porta dava su un piccolo corridoio, oltre il quale si apriva una specie
di sala comune con parecchi letti separati da tende azzurre e un altro corri-
doio chiuso da porte a ventola. Marion attese davanti alla porta finché non
uscì un inserviente. Gli rivolse un sorriso timido.
«Mi scusi, la dottoressa Reese mi ha detto di rivolgermi a qualcuno,
qui.»
L'inserviente lanciò un'occhiata in direzione della Reese, ancora attor-
niata dai reporter.
«Sono il vicino di casa di Walter Smith. Mi hanno detto di passare a
prendere i suoi vestiti e gli effetti personali.»
«Il tizio che è stato preso in ostaggio?»
«Esatto. Non è orribile?»
«Ah, succedono certe cose...»
«Già, non si può mai sapere. Siamo preoccupati per i ragazzi. Sono an-
cora là dentro.»
«Poverini.»
«Dovrei portare questa roba a casa.»
«Okay. Mi dia un momento e vedo cosa posso fare.»
«Come sta?»
«Il dottore sta controllando i risultati della Tac proprio ora. Presto si do-
vrebbe sapere qualcosa.»
L'inserviente infilò una delle porte in fondo al corridoio. Marìon si ac-
certò che si fosse allontanato, quindi si intrufolò nel corridoio in modo da
non essere visto dalle infermiere al banco dell'accettazione. Aspettò lì fin-
ché l'inserviente non ritornò con un sacchetto di carta verde.
«Ecco qua. Hanno dovuto tagliargli i vestiti. Non si poteva fare altri-
menti.»
Marion prese il sacchetto. Sentì le scarpe in fondo a tutto.
«Devo firmarle qualcosa?»
«No, non è il caso. Non siamo così fiscali. Quando lavoravo a Los An-
geles, allora sì che ci voleva una firma per ogni cosa. Qui è diverso. Que-
ste cittadine piccole sono un paradiso.»
«Senta, la ringrazio molto. C'è un'altra strada per uscire? Non voglio
passare davanti ai giornalisti. Prima mi hanno fatto tante di quelle doman-
de...»
«Da quella parte, poi prende a sinistra. In fondo vedrà il cartello rosso
dell'uscita. Sbucherà fuori sul davanti.»
«Grazie ancora.»
Marion posò a terra la borsa per guardare gli effetti personali di Smith.
Lo fece lì, nel corridoio. Il sacchetto conteneva jeans, cintura, un portafo-
glio di pelle nera, mutande bianche di Calvin Klein, una maglietta Polo,
calze grigie, scarpe da tennis Reebok nere, un orologio da polso Seiko. Gli
indumenti erano stati tutti tagliati sul davanti. Marion frugò nelle tasche
dei pantaloni, ma trovò solo un fazzoletto bianco. Niente dischetti di com-
puter. Il signor Howell sarebbe rimasto deluso.
Marion si mise il sacchetto sotto il braccio e imboccò il corridoio, pas-
sando davanti ai letti della stanza comune. Erano vuoti. Si chiese dove fos-
se la moglie dell'ispanico, ma non pensò più a lei quando trovò Smith in
una stanza verso il fondo. Aveva la tempia sinistra coperta da una medica-
zione e una cannula dell'ossigeno infilata nel naso. Due infermiere, una
con i capelli rossi e l'altra con i capelli scuri, stavano sistemando alcuni
macchinari dotati di monitor, apparentemente un elettrocardiografo e un
elettroencefalografo. Il fatto che stessero posizionando i monitor solo a-
desso gli fece capire che i test erano stati completati, ma si stavano ancora
attendendo i risultati. Questo gli dava un po' di tempo. Quando i medici
avessero avuto un'idea più chiara delle sue condizioni, avrebbero procedu-
to a qualche ulteriore intervento, oppure lo avrebbero trasferito in un repar-
to dell'ospedale. Una stanza avrebbe facilitato le cose, ma nel caso di un
intervento chirurgico il suo compito sarebbe stato impossibile. Marion de-
cise di non rischiare.
Trovò un punto tranquillo poco più avanti, dove c'era una barella appog-
giata contro la parete. Posò il sacchetto sulla barella, quindi vi mise dentro
una siringa e una fialetta contenente lidocaina. Sia la fiala che la siringa
erano sue. Le aveva portate con sé dalla macchina.
Un giovane alto con l'espressione assonnata girò l'angolo spingendo una
sedia a rotelle vuota.
Marion gli rivolse un sorriso cordiale.
«Pensavo che mi sarei abituato a questi orari, ma non ci si abitua mai.»
Il giovane ricambiò il sorriso, convinto di aver trovato un'altra vittima
dei turni di notte.
«A chi lo dice.»
Quando il giovane si fu allontanato, Marion si mise all'opera tenendo le
mani dentro il sacchetto, in modo che nessuno potesse vedere cosa stava
facendo. Strappò l'involucro di carta della siringa, tolse la protezione all'a-
go e perforò il tappo della fiala. Aspirò tutto il liquido, riempiendo la si-
ringa. La lidocaina era una delle sostanze che preferiva: iniettata a una per-
sona in condizioni cardiache normali provocava l'infarto. Marion posò la
siringa sopra gli indumenti di Smith in modo che fosse facile da prendere,
quindi chiuse il sacchetto e attese.
Dopo qualche minuto, l'infermiera con i capelli scuri uscì dalla stanza di
Smith, seguita poco dopo dall'altra.
Marion entrò nella stanza. Sapeva di non avere molto tempo, ma gli ba-
stavano pochi secondi. Posò il sacchetto sul letto. Smith sbatté le palpebre,
aprendole parzialmente, e poi le richiuse, come se stesse lottando per sve-
gliarsi. Marion gli diede uno schiaffo.
«Svegliati.»
Marion lo colpì di nuovo.
«Walter?»
Smith aprì gli occhi, ma non del tutto. Marion non era certo che Smith
potesse vederlo. Lo schiaffeggiò una terza volta, lasciandogli un segno
rosso sulla guancia.
«I dischetti sono ancora in casa tua?»
Smith emise un mormorio che Marion non riuscì a decifrare. Lo afferrò
per la faccia e lo scosse violentemente.
«Parlami, Walter. Hai detto a qualcuno chi sei?»
Smith sbatté di nuovo le palpebre e parve mettere a fuoco lo sguardo su
Marion.
«Walter?»
Gli occhi si annebbiarono e si richiusero.
«Okay, Walter. Come vuoi tu.»
Marion decise che era venuto il momento. Era ragionevolmente sicuro
che i dischetti si trovavano ancora nella casa e che Smith non era stato in
grado di parlare con nessuno dopo il rilascio da parte dei suoi sequestrato-
ri. Quelli di Palm Springs sarebbero stati contenti. Sarebbero stati contenti
anche di sapere che Walter Smith era morto.
«Non ti farà male, Walter. Te lo prometto.»
Marion sorrise, soffocando una risata.
«Be', non è del tutto vero. Gli attacchi di cuore fanno un male dell'acci-
dente.»
Marion aprì il sacchetto e fece per prendere la siringa.
«Cosa sta facendo?»
L'infermiera con i capelli rossi era ferma sulla soglia. Lo fissò, chiara-
mente insospettita, quindi andò direttamente al letto.
«Lei non dovrebbe trovarsi qui.»
Marion le sorrise. Era una donna piccola con il collo esile. Con le mani
ancora nascoste nel sacchetto, Marion mollò la siringa e sollevò gli abiti in
modo che questa ricadesse sul fondo. Non distolse mai lo sguardo da lei,
né smise per un attimo di sorridere. Marion aveva un bel sorriso. Un sorri-
so dolce, diceva sempre sua madre.
«Lo so. Sono venuto a prendere la sua roba, ma ho pensato di lasciargli
una cosa sua, sa, come portafortuna, e non c'era nessuno a cui chiedere.»
Marion tirò fuori il portafoglio e lo aprì. Estrasse una foto consumata di
Walter con la moglie e i figli. La mostrò all'infermiera.
«Posso lasciarla? La prego, sono sicuro che lo aiuterà.»
«Potrebbe andare persa.»
Marion guardò oltre la donna. In corridoio non c'era nessuno. Lanciò u-
n'occhiata verso l'altro lato della stanza. Una porta. Forse un bagno, forse
un armadio o un corridoio. Avrebbe potuto tapparle la bocca, sollevarla...
sarebbero bastati pochi secondi.
«Lo so, ma...»
«Be', allora la infili sotto il guanciale. Lei non può stare qui.»
L'infermiera con i capelli neri entrò nella stanza e andò a uno dei moni-
tor. Marion chiuse il sacchetto.
«Va bene se lascia questa foto? È del signor Smith» disse la rossa.
«No. Andrà persa e qualcuno potrebbe avere da ridire. Va sempre a fini-
re così.»
Marion rimise la foto nel portafoglio e sorrise all'infermiera con i capelli
rossi.
«Be', grazie comunque.»
Marion era paziente. Era disposto ad aspettare che Smith restasse di
nuovo solo, ma mentre tornava verso l'accettazione udì delle sirene. Da-
vanti all'ingresso vide l'agente donna. Pensò che stesse parlando da sola,
ma poi si rese conto che stava parlando nella ricetrasmittente. Le sirene si
avvicinarono. I reporter uscirono, pochi per volta, per farle delle domande,
ma all'improvviso lei si staccò da loro e rientrò di corsa nell'ospedale. Ma-
rion decise di non aspettare.
Tornò alla macchina, deluso per come erano andate le cose. In effetti,
quelli di Palm Springs non sarebbero stati contenti di sentire il suo rappor-
to, ma non c'era niente da fare. Non adesso, per lo meno.
Arrivarono due auto della polizia. Marion rimase a guardare gli agenti
che correvano dentro l'ospedale, inseguiti dai reporter, poi telefonò a Glen
Howell.

TALLEY

Dalla sua auto, Talley chiamò Metzger all'ospedale. Le disse che la vita
di Smith era in pericolo e le ordinò di piazzarsi davanti alla porta della sua
camera. Prelevò Jorgenson e Campbell dalla casa della signora Pena e dis-
se loro di seguirlo.
Talley partì con un codice tre, luci e sirena accese. Sapeva che gli uomi-
ni di Benza sarebbero venuti a sapere ciò che stava facendo, e questo a-
vrebbe potuto mettere in pericolo lui e la sua famiglia, ma non poteva la-
sciare che quell'uomo venisse ucciso. Non sapeva cos'altro fare.
Quando arrivarono all'ospedale, Talley vide il capannello di reporter ve-
nire verso di lui dalla porta d'ingresso. Scese di corsa dall'auto e si unì a
Jorgenson e Campbell.
«Non dite una parola. Sono tutte informazioni riservate. Avete capito?»
I due parvero confusi e intimiditi, quando i giornalisti li circondarono.
«Andiamo.»
Mentre entravano nell'ospedale, Talley si guardò intorno con attenzione,
sperando di vedere una mano abbronzata, un Rolex massiccio, abiti simili
a quelli indossati dagli uomini e dalla donna che l'avevano sequestrato nel
parcheggio. Chiunque era sospetto. Chiunque era un potenziale assassino.
Chiunque avrebbe potuto condurlo ad Amanda e Jane.
Il capo della sicurezza dell'ospedale, un uomo sovrappeso di nome Jobs,
andò loro incontro al banco dell'accettazione, insieme a Klaus e al respon-
sabile del pronto soccorso, una donna anziana che si presentò come la dot-
toressa Reese. Talley chiese di poter parlare loro in privato, e li seguì oltre
una porta che dava su un corridoio. Vide Metzger ferma davanti a una por-
ta poco lontano. Andò da lei, dicendo alla Reese e agli altri di aspettare.
«Tutto bene?»
«Sì. Cosa sta succedendo?»
Talley si fermò sulla porta. Smith era solo nella stanza. La testa gli cion-
dolò di lato, poi si raddrizzò.
«Torno subito» disse Talley.
Ordinò a Jorgenson e a Campbell di aspettare insieme a Metzger, quindi
tornò dai medici per spiegare loro cosa stava succedendo.
«Abbiamo motivo di credere che potrebbe esserci un attentato alla vita
del signor Smith. Metterò un agente di guardia fuori dalla sua stanza e ter-
rò degli agenti qui in ospedale.»
Klaus assunse un'espressione accigliata.
«Un attentato alla sua vita? Come quello che ha fatto lei in ambulanza?»
La dottoressa Reese lo ignorò.
«Questo è un pronto soccorso, sceriffo. Qui dobbiamo poter agire in
fretta. Non posso permettere che ci siano intralci.»
«Sono il capo della polizia di Bristo, non uno sceriffo.»
«Ho capito. Il mio staff è in pericolo?»
«Se i miei uomini sono qua, no, signora.»
«Sono tutte stronzate» sbottò Klaus. «Chi potrebbe voler uccidere quel-
l'uomo?»
Talley non avrebbe voluto mentire. Era stanco di menzogne. Si strinse
nelle spalle.
«Non possiamo prendere alla leggera queste minacce.»
Jobs, il capo della sicurezza, annuì.
«Il mondo è pieno di pazzi.»
Talley si accordò perché i suoi agenti rimanessero fissi di guardia davan-
ti alla porta di Smith, con il personale di Jobs come rinforzo. Se Smith fos-
se stato trasferito in un'altra ala dell'ospedale, la polizia di Bristo lo avreb-
be scortato. Stavano ancora discutendo quando Metzger chiamò dal suo
posto di guardia.
«Si sta svegliando.»
Klaus si fece largo tra il gruppetto e corse nella stanza, seguito da Tal-
ley. Smith aveva gli occhi aperti, ma il suo sguardo, sebbene orientato, era
ancora un po' annebbiato. Borbottò qualcosa e poi disse, più chiaramente:
«Dove sono?».
Le parole erano mal articolate, ma Talley le comprese comunque.
Klaus tirò fuori la sottile pila, sollevò le palpebre di Smith ed esaminò
prima un occhio poi l'altro.
«Mi chiamo Klaus. Sono un medico del Canyon Country Hospital, dove
lei si trova. Ricorda il suo nome?»
Smith ci mise qualche secondo a rispondere, come se gli ci volesse un
po' a capire la domanda e a trovare la risposta. Si passò la lingua sulle lab-
bra.
«Smith. Walter Smith. Cosa mi è successo?»
Klaus lanciò un'occhiata ai monitor.
«Non lo sa?»
Smith parve riflettere ancora, poi spalancò gli occhi e cercò di alzarsi a
sedere. Klaus lo fece sdraiare.
«Piano. Stia giù, se non vuole svenire.»
«Dove sono i miei figli?»
Klaus si voltò verso Talley, il quale rispose: «Sono ancora nella casa».
Gli occhi di Smith si spostarono incerti nella sua direzione. Talley solle-
vò la felpa in modo che potesse vedere il distintivo.
«Sono Jeff Talley, il capo della polizia di Bristo. Ricorda cosa è succes-
so?»
«Della gente è entrata in casa mia. Tre uomini. Cosa ne è dei miei ragaz-
zi?»
«Sono ancora dentro la casa. Ci risulta che stiano bene. Stiamo cercando
di trovare una soluzione.»
Klaus annuì di malavoglia. «È stato il capo Talley a tirarla fuori da là.»
Smith lo guardò. «Grazie.»
La sua voce era debole, lontana. Smith si abbandonò, chiudendo gli oc-
chi. Talley pensò che stesse di nuovo perdendo i sensi.
A Klaus non piaceva ciò che vedeva sui monitor. La sua faccia assunse
nuovamente un'espressione tirata.
«Non voglio che si stanchi.»
Talley prese Klaus di lato e gli parlò a voce bassa.
«Dovrei scambiare qualche parola con lui, adesso. Su quello che abbia-
mo appena detto.»
«Non ne vedo il motivo. Servirà solo ad agitarlo.»
Talley guardò Smith, sapendo che avrebbe potuto toccare il tasto giusto
perché riusciva a leggere Klaus proprio come riusciva a leggere un sogget-
to barricato dentro una casa.
«Ha diritto di sapere, dottore. Lo capisce anche lei. Ci vorrà solo un mi-
nuto. La prego.»
Klaus scosse la testa, ma uscì.
«Smith?»
Sinith aprì gli occhi, ma non completamente. Talley vide che stavano
per richiudersi, pesanti. Si chinò per essergli più vicino.
«Io so chi è lei.»
Gli occhi si riaprirono.
«Sonny Benza ha rapito la mia famiglia.»
Smith lo fissò, inespressivo, senza mostrare alcuna sorpresa, senza rive-
lare nulla. Ma Talley capì. Lo sentì.
«Vuole i suoi registri. Ha preso mia moglie e mia figlia per essere certo
che io collabori. Ho bisogno del suo aiuto, Smith. Devo sapere dove le tie-
ne prigioniere. Ho bisogno di sapere come arrivare a lui.»
Qualcosa di umido cadde sulla spalla di Smith. Talley sentì gli occhi ap-
pannarsi e si rese conto che stava piangendo.
«Mi aiuti.»
Smith si leccò le labbra. Scosse la testa.
«Non so di cosa sta parlando.»
Talley gli si avvicinò ancora di più.
«Lui ti ucciderà, figlio di puttana!» disse con voce roca.
Klaus rientrò nella stanza.
«Ora basta.»
«Mi lasci ancora un minuto.»
«Ho detto basta.»
Talley mise gli uomini di guardia e se ne andò. Guidava con i finestrini
abbassati, frustrato, arrabbiato. Calò dei pugni sul volante. Urlò. Avrebbe
voluto tornare di corsa alla casa, e allo stesso tempo non voleva tornarci.
Avrebbe voluto buttare giù porte e finestre, finché non avesse trovato Jane
e Amanda. Era in preda a una rabbia impotente. Prese il Nokia dalla tasca
e lo posò sul sedile. Sapeva che avrebbe squillato. Sapeva che l'Uomo con
l'orologio avrebbe chiamato. Non aveva altra scelta.
Il cellulare squillò.
Talley accostò bruscamente. Si trovava su un tratto deserto tra Canyon
Country e Bristo, in mezzo al nulla, nient'altro che rocce, strada e camioni-
sti che cercavano di arrivare a Palmdale prima dell'alba. Talley si fermò
con una sbandata e rispose. L'Uomo con l'orologio prese a urlare prima che
lui potesse dire una sola parola.
«Hai fatto una cazzata, coglione di un poliziotto! Hai fatto un'enorme
cazzata!»
Talley urlò più di lui, coprendo le sue parole.
«No! Tu hai fatto una cazzata, figlio di puttana! Pensavi davvero che ti
avrei lasciato assassinare un uomo?»
«Vuoi sentirle urlare? Eh? Vuoi che avvicini una fiamma da saldatore al
bel visino di tua figlia?!»
Talley prese a pugni il cruscotto, senza neppure sentire i colpi.
«Ti tengo in pugno, testa di cazzo! Io ti ho in pugno! Tu toccale, torci
loro un solo capello e io entro in quella casa, mi prendo quei dischetti e
vedo cosa c'è dentro. Li vuoi vedere sul giornale? Vuoi che li consegni alla
vera Fbi? Non credo proprio che tu voglia questo, BRUTTO FIGLIO DI
UNA TROIA! E ho anche Smith, non te lo dimenticare! Io ho Smith!»
A Talley tremavano le mani per la rabbia. Era così che si sentiva subito
dopo un'irruzione con la Swat, quando si era sparato, e il sangue gli ribol-
liva in un modo che solo altro sangue avrebbe potuto calmarlo.
Quando l'Uomo con l'orologio parlò di nuovo, la sua voce era pacata.
«A quanto pare, tutti e due abbiamo qualcosa che l'altro vuole.»
Talley si sforzò di stare calmo. Aveva preso tempo.
«Ricordatelo. Ricordatelo bene.»
«D'accordo. Hai messo degli uomini a guardia di Smith. Mi sembra giu-
sto. Di lui ci occuperemo al momento opportuno. Ora vogliamo ciò che ci
appartiene.»
«Neppure un capello gli dovete torcere. Un capello e vi rovino, brutti
bastardi.»
«L'abbiamo già chiarito, Talley. Ora andiamo avanti. Devi ancora fare in
modo che io possa avere quei dischetti. Se non ci riesci, altro che capel-
lo...»
«Cosa vuoi?»
«I miei uomini sono pronti a partire. Sai a chi mi riferisco?»
«L'Fbi.»
«Sei, a bordo di due furgoni. Se fai qualche cazzata, se fai qualcosa di
diverso da quello che ti dico io, la tua famiglia la riavrai indietro un pezzo
alla volta.»
«Io faccio quello che posso, maledizione! Dimmi cosa vuoi.»
«Tutto quello che ti chiedono, tu glielo dai. Tutto quello che ti dicono di
fare, tu lo fai. Ricordati, Talley: quando io mi riprendo i dischetti, tu ti ri-
prendi la tua famiglia.»
«Cristo! Non puoi mandare una squadra di assassini. Il posto è pieno di
agenti di polizia. Non sono stupidi.»
«Neanch'io lo sono, Talley. I miei sanno esattamente come muoversi e
come parlare. Agiranno in modo professionale. Metti gli uomini dello sce-
riffo intorno alla casa, ma tieni buoni quelli della squadra tattica. Il mio
uomo, il caposquadra, ci penserà lui a parlare con loro. Si trovavano in zo-
na per una missione di addestramento insieme ad agenti doganali e US
Marshal. Ti hanno chiamato, ti hanno offerto la loro collaborazione e tu
hai accettato.»
Talley sapeva che il capitano Martin non se la sarebbe mai bevuta. Capì
che la cosa gli sarebbe scoppiata fra le mani.
«Non ci crederà nessuno. Perché avrei dovuto accettare, con gli uomini
dello sceriffo già sul posto?»
«Perché i federali ti hanno informato che Smith fa parte del loro pro-
gramma di protezione testimoni.»
«Davvero?»
«Non essere stupido, Talley. Il mio uomo chiarirà tutto con la squadra
dello sceriffo quando sarà lì. Sa cosa dire per convincerli. Vuoi sentire di
nuovo tua moglie?»
«Sì.»
La linea rimase muta per qualche momento, poi Talley udì delle voci e
sentì Jane urlare.
«Jane?!»
Talley strinse il cellulare con entrambe le mani. Si mise a urlare, dimen-
ticando dov'era, cosa stava facendo.
«JANE!!»
L'Uomo con l'orologio tornò in linea.
«L'hai sentita, Talley. Ora occupati dei miei uomini e fa' in modo che
possano lavorare.»
La comunicazione si interruppe. Talley tremava e sudava. Premette aste-
risco-6-9, nel tentativo di richiamare il numero, ma non successe nulla. Ja-
ne non c'era più. L'Uomo con l'orologio non c'era più. Talley tremava così
forte che gli pareva di essere ubriaco. Si sforzò di calmarsi, poi mise via il
telefono e tornò alla casa.

22

Sabato, 00.03

DENNIS

Quando Dennis rientrò in casa Mars non disse nulla, ma Kevin gli saltò
subito addosso.
«Cosa ti ha detto? Ti ha offerto un accordo?»
Dennis non provava nulla: non era più disperato né spaventato. Era solo
confuso. Non capiva come Talley potesse rifiutare così tanti soldi, a meno
che non pensasse che stava mentendo a proposito del denaro, proprio come
lui aveva mentito sul fatto che la casa apparteneva a un mafioso.
«Cosa voleva, Dennis? Ci ha dato un ultimatum?»
La ragazza era carponi sul pavimento della cucina e lo fissava.
«Il tuo vecchio è un mafioso?»
«Cosa stai dicendo?»
Capì subito che la ragazza non ne sapeva niente. Era stata una scioc-
chezza anche solo chiederglielo.
«Mars, levamela di torno. Riportala nella sua stanza.»
Dennis andò nello studio a prendere la vodka e portò la bottiglia nella
saletta, bevendo a garganella strada facendo. Le luci si accesero proprio
mentre si lasciava cadere sul divano di pelle.
Kevin si fermò sulla porta.
«Vuoi dirmi cos'è successo?»
«Non avrei dovuto raccontargli del denaro. Ora vorrà tenerlo tutto lui.»
«Ha detto questo?»
«Ho cercato di convincerlo a spartirlo. Cazzo, sono un sacco di soldi.
Pensavo bastassero a farci uscire da qui. Capisci, è stato questo il mio erro-
re. Quando gliene ho parlato, probabilmente ha cominciato a pensare che
poteva tenerli tutti per sé. Vaffanculo. Se non riusciamo a scappare lo dirò
a tutti. Tutti e tre racconteremo del denaro, così se Talley cerca di tenerselo
gli faranno il culo.»
Dennis si attaccò alla bottiglia, senza più sentire l'alcol, incazzato che
quel bastardo di Talley volesse rubargli i suoi soldi.
«Ci ammazzerà, Kev. Siamo fottuti.»
«È pazzesco. Non può ammazzarci.»
Kevin era troppo stupido.
«Deve ucciderci, idiota! Non può lasciare che diciamo a tutti dei soldi.
L'unico modo per tenerseli è che non lo venga a sapere nessuno. Ci farà
fuori prima che qualcuno possa leggerci i nostri diritti. Probabilmente pro-
prio in questo momento sta pensando a come fare.»
Kevin si avvicinò, fermandosi davanti al divano. Già solo la sua presen-
za lo infastidiva.
«È finita, Dennis. Dobbiamo arrenderci.»
«Non è finita un cazzo! Quei soldi sono miei!»
Dennis sentì la rabbia montare dentro e bevve dell'altra vodka. Era sem-
pre stato così. Per tutta la vita Kevin lo aveva trattenuto, frenato, tirato a
fondo come un peso morto.
Kevin gli andò ancora più vicino.
«Tu ci farai uccidere, per quei soldi. Talley non scherza. La polizia si
stancherà di aspettare e ci ammazzeranno tutti!»
Dennis levò la bottiglia, stringendosi nelle spalle.
«Allora tanto vale morire ricchi.»
«No!»
Kevin allontanò la bottiglia con un colpo della mano. Dennis schizzò in
piedi, fuori di sé per la rabbia e la frustrazione. Diede uno spintone al fra-
tello, scaraventandolo sul tavolino, e gli si lanciò addosso. Kevin grugnì
per il dolore e cercò di ripararsi il volto, ma Dennis lo tenne fermo con la
mano sinistra e lo colpì ripetutamente con il destro.
«Fermati, Dennis!»
Ma lui continuò a mollare pugni con tutta la forza.
«Smettila di piangere!»
Un altro pugno, ancora più forte
«Smettila di piangere!»
Kevin si raggomitolò a palla, singhiozzando, il volto rosso per le percos-
se. Dennis lo odiava. Odiava suo padre, sua madre, quelle topaie in cui a-
vevano vissuto e tutti quegli stronzi che sua madre si portava a casa, odia-
va il suo lavoro di merda, il Formicaio e ogni giorno della loro vita di falli-
ti, ma più di ogni altra cosa odiava Kevin perché gli ricordava tutte queste
cose ogni volta che lo guardava.
«Sei patetico.»
Dennis si rimise in piedi, svuotato, senza fiato.
«Quei soldi sono miei. Io non me ne vado senza, Kevin. Mettitelo bene
in testa. Noi non ci arrendiamo.»
Kevin si allontanò strisciando e mugolando come un cane bastonato.
Dennis recuperò la bottiglia, e vide Mars fermo sulla soglia che li osser-
vava con un'espressione vuota sul viso. Avrebbe voluto picchiare anche
Mars, quel figlio di puttana.
«Allora? Hai qualcosa da dire?»
Mars non rispose, il volto parzialmente in ombra.
«Allora?»
Mars rispose con voce grave.
«Mi piace qui, Dennis. Non ce ne andiamo.»
«Lo puoi ben dire che non ce ne andiamo.»
Un vago sorriso passò sulle labbra di Mars, l'unica parte del suo viso che
Dennis riusciva a vedere.
«Andrà tutto bene, Dennis, vedrai. Mi occuperò io di tutto.»
Dennis gli voltò le spalle e bevve un'altra sorsata di vodka.
«Bravo, Mars, fallo.»
Mars si confuse con l'ombra e sparì.
Dennis ruttò.
Quel bastardo gli faceva venire i brividi.

TALLEY

Il silenzio scese sugli York Estates. Il traffico sulla Flanders Road era
andato diminuendo; la fila di auto cariche di morbosi guardoni in cerca di
un incontro ravvicinato con il crimine se n'era andata, dando un po' di tre-
gua agli agenti della Stradale addetti ai posti di blocco. All'interno del
complesso, gli uomini dello sceriffo se ne stavano in auto o ai loro posti.
Nessuno parlava. Tutti aspettavano.
Talley fermò l'auto accanto al marciapiede davanti alla casa della signo-
ra Pena e spense il motore. Guardò la postazione mobile di comando. Visto
che nella casa non succedeva nulla, Maddox ed Ellison dovevano essere
rientrati nel furgone, alternandosi al telefono; il negoziatore non impegnato
poteva fare un pisolino sul furgone o sul sedile posteriore di un'auto. Tal-
ley era stanco. Sentiva un dolore alla schiena proprio in mezzo alle scapo-
le, un nodo di tensione che si irradiava a tutta la colonna. Aveva la testa
annebbiata, non solo dalla fatica, e temeva di aver perso la lucidità di pen-
siero. Non era più un ragazzo.
Entrò per bere una tazza di caffè, ma tornò subito alla sua auto. In cucina
c'erano tre uomini della Stradale e due dello sceriffo, e lui non aveva vo-
glia di parlare. Sedette sul cordolo del marciapiede con il Nokia e il suo
cellulare posati accanto. Sorseggiò il caffè pensando ad Amanda e Jane,
sedute insieme su un divano nella stanza anonima dove erano tenute in o-
staggio, vive, sane e salve. Immaginarsele così aiutava.
La ricetrasmittente agganciata al cinturone prese vita.
«Capo, qui Cooper.»
«Dimmi, Coop.»
«Ehm, mi trovo all'ingresso sud. Ci sono dei tipi dell'Fbi che chiedono di
lei.»
Talley non rispose. Era troppo impegnato a respirare. Fissò la postazione
mobile di comando e la fila di auto della polizia lungo la strada, gli agenti
che si muovevano tra i veicoli. Si sentiva preoccupato, spaventato. Stava
per diventare un traditore. Sarebbe stato come far entrare il nemico nel
campo. Avrebbe mentito a questa gente, venuta lì per aiutare lui e le per-
sone nella casa.
«Capo? Dicono che lei li sta aspettando.»
«Falli passare.»
Talley andò fino all'angolo della strada. Non sapeva cosa aspettarsi e vo-
leva incontrarli da solo, lontano dagli altri. Arrivato a un lampione si fer-
mò: in quel modo avrebbe potuto vederli alla luce.
Due furgoni grigi svoltarono l'angolo, quattro uomini a bordo del primo,
due sul secondo. Talley alzò una mano per fermarli. I due furgoni accosta-
rono al marciapiede, spegnendo il motore. Gli uomini all'interno avevano
capelli corti e indossavano tute da combattimento nere, la divisa standard
delle unità tattiche dell'Fbi. Uno degli uomini seduti dietro indossava un
berretto con la scritta "Fbi".
«Lei è Talley?» chiese l'autista del primo furgone.
«Sì.»
L'uomo seduto dalla parte del passeggero scese e girò intorno al muso
del veicolo. Era più alto di Talley e muscoloso. Era perfetto: tuta nera, an-
fibi, capelli cortissimi. Portava una pistola nera infilata in una fondina sot-
to l'ascella sinistra.
Si fermò di fronte a Talley, lanciò un'occhiata lungo la strada in direzio-
ne della casa, quindi tornò a voltarsi verso di lui.
«Okay, capo. Mi mostri un documento. Voglio sapere con chi sto par-
lando.»
Talley sollevò la felpa quel tanto da mostrare il distintivo.
«Non me ne faccio un cazzo di quello. Voglio vedere una fotografia.»
Talley tirò fuori il portafoglio e gli fece vedere un documento con foto-
grafia. Quando l'uomo fu soddisfatto, tirò fuori la custodia del distintivo e
l'aprì perché Talley lo vedesse.
«Okay. Io sono l'agente speciale Jones.»
Talley esaminò le credenziali che identificavano l'uomo come William
F. Jones, agente speciale del Federal Bureau of Investigation. C'era anche
una foto. Sembrava un documento autentico.
«Non perda tempo a chiedere i documenti a tutti. Ogni uomo della squa-
dra ne ha uno.»
«E vi chiamate tutti Jones?»
Jones chiuse l'astuccio con un colpo secco e lo mise via.
«Non faccia lo spiritoso, capo. Non se lo può permettere.»
Diede un colpetto al muso del furgone, facendo un cenno all'autista. Le
portiere dei due veicoli si aprirono. Gli altri cinque uomini scesero, diri-
gendosi verso il retro del secondo furgone. Come Jones, anche gli altri e-
rano perfetti, dagli stivali al taglio di capelli. Indossarono giubbotti anti-
proiettile con il logo dell'Fbi stampato sulla schiena.
«Tra qualche minuto il suo telefono squillerà» disse Jones. «Sa a quale
telefono mi riferisco. Quindi, chiariamo prima alcune cose. Mi sta ascol-
tando?»
Talley stava osservando gli uomini. Dopo i giubbotti indossarono delle
nuove protezioni per le cosce, il tutto con gesti calcolati ed efficienti. Dal
retro del secondo furgone qualcuno cominciò a distribuire passamontagna
neri, granate stordenti ed elmetti. Gli uomini piegarono il passamontagna
in due e lo infilarono sotto un passante sistemato sulla spalla, dove sarebbe
stato a portata di mano. Agganciarono le granate all'imbracatura con gesti
precisi e gettarono gli elmetti sui sedili oppure li posarono sul tetto del
furgone. Talley conosceva quei gesti perché li aveva compiuti un sacco di
volte quando lavorava nell'unità tattica della Swat. Questi uomini doveva-
no averli fatti altre volte.
«La sto ascoltando. Lei prima faceva il poliziotto.»
«Non si preoccupi di cosa facevo prima. Ora ha altre cose di cui preoc-
cuparsi.»
Talley lo guardò.
«Come potete pensare che funzionerà? Lo sceriffo ha mandato un'unità
di crisi al completo. Si incazzeranno e cominceranno a fare delle doman-
de.»
«Sono perfettamente in grado di occuparmi di loro e di qualsiasi altra
cosa. Come mi chiamo?»
Talley non capiva cosa cavolo volesse.
«Come?»
«Le ho chiesto il mio nome. Ha appena visto il mio tesserino. Come
cazzo mi chiamo?»
«Jones.»
«Bene. Io sono l'agente speciale Jones. Pensi a me in questi termini e
non farà stronzate. Io sono perfettamente in grado di fare la mia parte. Sua
moglie e sua figlia pregano che lei sappia fare la sua.»
Talley aveva la testa che gli pulsava, il collo così teso che sembrava in
fiamme, ma riuscì ad annuire.
Jones si voltò a guardare la fila di veicoli.
«Chi comanda, là?»
«Il capitano Laura Martin.»
«L'ha già avvertita del nostro arrivo?»
«No. Non sapevo cosa dire.»
«Bene. Meno tempo ha per fare domande, meglio è. L'uomo al telefono,
lei sa a chi mi riferisco, le ha detto che copertura useremo?»
«Smith è inserito nel programma di protezione testimoni.»
«Esatto. Smith è nel nostro programma, quindi è cosa nostra. Come mi
chiamo?»
Talley arrossì per la rabbia, ma si sforzò di dominarsi. Sembrava tutto
fuori controllo, surreale starsene lì alla luce del lampione, con le falene che
sbattevano contro il vetro e quegli agenti che non erano agenti.
«Jones. Lei si chiama Jones. Però vorrei tanto sapere il suo vero nome.»
«Stia calmo, capo. Noi dobbiamo collaborare. Io comando un'unità ope-
rativa speciale che stava conducendo delle esercitazioni insieme agli uo-
mini della Dogana quando Washington è venuta a sapere quello che sta ac-
cadendo qui. Hanno chiamato lei, spiegandole la situazione e chiedendo la
sua collaborazione. Abbiamo degli obblighi nei confronti di Smith, dob-
biamo proteggerlo, lui e la sua copertura, e quindi lei ha accettato. Spie-
gherò tutto questo al capitano Martin. Lei non dovrà fare altro che stare a
sentire e annuire. Ha capito?»
«Ho capito.»
«Al capitano non piacerà la nostra presenza, ma non farà storie perché
quello che le diremo ha un senso.»
«E se decidesse di controllare? Se conoscesse qualcuno dell'ufficio di
Los Angeles?»
«È mezzanotte passata di venerdì sera. Se chiama Los Angeles troverà
solo un agente di servizio, e questo dovrà chiedere a qualcun altro, cosa
che non vorrà fare. Anche se chiamasse l'agente responsabile di Los Ange-
les e lo svegliasse, quello aspetterà domani per parlare con Washington,
perché nessuno, assolutamente nessuno, ha motivo di dubitare di noi. E poi
non staremo qui molto a lungo.»
Jones porse a Talley un biglietto da visita bianco con il sigillo dell'Fbi
impresso nell'angolo sinistro in alto e un numero telefonico di Washington.
«Se quella si mette in testa di controllare, le dica che questo è il tizio che
l'ha chiamata. Può parlare con lui quanto vuole.»
Talley si mise il biglietto in tasca, chiedendosi se il nome sul biglietto
fosse quello di un vero agente. Probabilmente sì. Il solo pensarlo lo terro-
rizzò. Era come un avvertimento: questo ti fa capire quanto siamo potenti.
Talley lanciò un'occhiata agli uomini. Erano pronti. Dal secondo furgone
un uomo stava distribuendo MP5, CAR-15 e relativi caricatori.
«Cosa avete intenzione di fare?»
«Lei e io chiariremo la situazione con gli uomini dello sceriffo. Due dei
miei uomini faranno una ricognizione della casa, per vedere come siamo
messi. Dopodiché ci schieriamo in posizione e aspettiamo che l'uomo
chiami. Lei ha il suo telefono, io ho il mio. Quando lui dà l'ordine, ci muo-
viamo. Se nella casa dovesse succedere qualcosa che ci costringe ad agire
prima del tempo, agiremo. Ma continueremo ad avere il controllo delle o-
perazioni finché non avremo recuperato l'obiettivo. Dopodiché, la casa è
sua.»
Talley pensò alle parole dell'uomo, pensò che doveva aver già compiuto
azioni simili per l'esercito, i Ranger, o magari le Forze speciali.
«Non riuscirò a tenere fuori gli altri, lo sa bene. Gli uomini dello sceriffo
entreranno, e io con loro.»
Jones incrociò il suo sguardo e scosse la testa.
«Senta, amico, se questo la può aiutare, noi non vogliamo uccidere nes-
suno, neppure quei tre stronzi che hanno causato tutto questo casino. Vo-
gliamo solo la roba che si trova nella casa. Ma sapremo cos'è necessario
solo dopo aver fatto irruzione. Prima di recuperare quello che vogliamo,
dobbiamo rendere sicura la scena. E lo faremo. Siamo dei professionisti.»
Il telefono prese a squillare nella tasca di Talley. Ne aveva uno nella ta-
sca destra e uno in quella sinistra, e non ricordava più quale fosse. Tirò
fuori il cellulare dalla tasca sinistra. Era il Nokia. Suonò di nuovo.
«Risponda, capo.»
Talley premette il tasto di risposta.
«Talley.»
«Il signor Jones è con lei?»
«Sì, è qui.»
«Me lo passi.»
Talley porse il Nokia a Jones senza dire una parola. L'uomo se lo portò
all'orecchio, dicendo il proprio nome per far capire all'interlocutore che era
in linea. Talley lo osservò. Aveva gli occhi azzurri o grigi, non era facile
capirlo alla luce debole del lampione. Era sui quarantacinque anni, forte e
in perfetta forma fisica. Mentre parlava, i suoi occhi continuavano a guiz-
zare nervosi verso gli uomini dello sceriffo. Talley pensò che forse aveva
paura. Qualunque uomo sano di mente avrebbe avuto paura nella sua posi-
zione. Talley si chiese quale potere avesse l'Uomo con l'orologio su di lui,
o se Jones lo facesse per i soldi.
Jones finì di parlare e restituì il telefono a Talley.
«Andiamo, capo. È ora.»
«Cosa ha su di lei?»
Jones lo fissò, poi distolse lo sguardo senza rispondere.
«Io so perché lo faccio. Ma lei? Che cos'ha su di lei?»
Jones allacciò il giubbotto, più stretto di quanto fosse necessario, così
stretto che le cinghie tiravano.
«Lei non sa un cazzo.»
Jones si avviò lungo la strada.
Talley lo seguì.

KEVIN

La puzza di benzina era così forte nell'ambiente ristretto dell'ingresso


che a Kevin bruciavano gli occhi e sentiva in bocca un sapore metallico.
Ebbe un rigurgito, l'acido gli risalì in gola, poi non riuscì più a trattenersi e
vomitò, schizzando il muro. Dennis, nella saletta con la sua vodka, era
troppo brillo per accorgersene.
Sarebbero morti.
A Kevin tornò in mente una storia sentita alla scuola elementare, su co-
me gli africani delle zone costiere catturavano le scimmiette che vivevano
sulla riva. Praticavano un buco in una noce di cocco grande quel tanto che
la scimmietta potesse infilarvi la zampa e dentro alla noce di cocco mette-
vano una nocciolina sporca di miele. L'animale infilava la zampa per af-
ferrare la nocciolina ma, essendo stretta a pugno, non riusciva più a tirarla
fuori. Finché stringeva la nocciolina, la scimmia non poteva estrarre la
zampa. Le scimmie erano così ghiotte delle noccioline coperte di miele che
non le lasciavano andare neppure quando i cacciatori si avvicinavano per
catturarle con le reti. Dennis era la scimmia in quella casa: circondato dalla
polizia, ma deciso a non mollare la sua nocciolina.
Kevin entrò nel piccolo bagno vicino all'ingresso e si spruzzò dell'acqua
sul viso. L'occhio e il labbro si stavano gonfiando per le percosse ricevute
da Dennis. Si sciacquò la bocca, si lavò il viso, passandosi l'acqua tra i ca-
pelli e sul collo. Dopo le sparatorie, la paura, la fuga e l'incubo di quella
giornata, finalmente capì cosa doveva fare e perché. A dispetto dell'infan-
zia trascorsa insieme, a dispetto del fatto che il fratello le avesse prese per
difenderlo, a dispetto degli orrori che avevano sopportato insieme, lui non
sarebbe morto con suo fratello. Dennis era disposto a morire per del dena-
ro che non poteva avere, ma lui no. Avrebbe preso i due ragazzi e tutti e tre
sarebbero fuggiti. Che Dennis e Mars facessero pure quello che volevano.
Kevin si asciugò il viso e poi tornò nella saletta per vedere se Dennis era
ancora là. Si aspettava che lui e Mars gli impedissero di andarsene. Sapeva
che avrebbero potuto farlo e voleva portare i ragazzi fuori dalla casa senza
essere visto. I piedi di Dennis spuntavano dal divano: era ancora lì, sdraia-
to sulla schiena. Sbirciò dentro lo studio alla ricerca di Mars, ma non lo vi-
de. Pensò che fosse tornato in soggiorno, alla porta finestra, ma all'im-
provviso ebbe la sensazione che lui lo stesse osservando attraverso i moni-
tor. Kevin scivolò lungo il corridoio verso la camera da letto matrimoniale.
Se Mars era nella stanza di sicurezza, gli avrebbe detto che Dennis lo vo-
leva nuovamente di guardia sul davanti della casa, ma la stanza da letto era
vuota, come pure gli armadi a muro e la stanza di sicurezza. Kevin osservò
i monitor. Vide la polizia all'esterno, suo fratello nella saletta e la ragazza
nella sua camera, ma non vide Mars. Pensò che forse avrebbe fatto meglio
a rompere i monitor o a, trovare un modo per spegnere il sistema di sorve-
glianza, ma se si fosse mosso in fretta, non aveva più importanza; una vol-
ta presi i ragazzi, sarebbe stato fuori nel giro di pochi secondi oppure non
sarebbe uscito affatto.
Kevin tornò di corsa nell'ingresso e salì le scale. Bussò piano, due volte,
alla porta della ragazza, tolse il chiodo dallo stipite ed entrò. La ragazza
era raggomitolata sul letto, gli occhi aperti, tutte le luci accese. Quando vi-
de la porta aprirsi, gettò i piedi giù dal letto e si alzò.
«Cosa vuoi?»
«Shh. Parla piano.»
Kevin aveva paura. Era un uomo, eppure si sentiva un bambino ogni
volta che si opponeva al volere di suo fratello. Certe volte il misto di paura
e desiderio di compiacerlo era così forte da impedirgli di muoversi.
«Ce ne andiamo da qui.»
La ragazza pareva confusa. Guardò prima la porta, poi lui.
«Dove mi portate?»
«Non con loro. Voglio dire, non con Dennis e Mars. Porto via te e tuo
fratello. Loro li lasciamo qua.»
La ragazza si accorse dei segni delle percosse sul volto di Kevin e lui ar-
rossì.
«Cosa ti è successo?»
«Non ha importanza. Dennis non vuole arrendersi. Resterà qui a ogni
costo, ma noi no.»
«Ci lasciano andare?»
«Dennis e Mars non lo sanno. Ce lo impedirebbero, quindi dobbiamo
stare attenti, ma noi ce ne andiamo da qui. Loro facciano quello che vo-
gliono.»
La ragazza pareva incerta. Lanciò un'altra occhiata alla porta.
«Vuoi venire o no? Ti sto offrendo la possibilità di uscire da qui» disse
Kevin.
«Non posso andarmene senza Thomas.»
«Lo so. Ce ne andremo tutti e tre, ma dobbiamo fare attenzione e muo-
verci in fretta. Allora vuoi venire o no?»
«Voglio venire!»
«Resta qui e comportati come se niente fosse. Io vado a prendere Tho-
mas e torno. Quando saremo tutti e tre insieme, scenderemo per le scale e
usciremo. Ce l'hai una federa bianca?»
«Usciamo dalla porta? Così?»
«Certo. Però abbiamo bisogno di una bandiera bianca o qualcosa di si-
mile, così i poliziotti non ci sparano addosso.»
Kevin capiva che la ragazza era spaventata, ma anche eccitata e ansiosa
di abbandonare la casa.
«Sì, certo. Ce l'ho una federa.»
«Preparala, mentre io vado a prendere tuo fratello. Quando torno, non
dire una parola. Seguimi e cerca di non fare rumore, ma tieniti pronta. Do-
vremo fare in fretta.»
Lei annuì con convinzione.
«Sì, certo.»
Kevin aprì piano la porta e sbirciò. Dal piano di sotto proveniva un de-
bole chiarore. Il corridoio sembrava più buio di prima, avvolto in un'oscu-
rità che gli fece desiderare di avere con sé una torcia. Udì delle voci e si
preoccupò. Se Mars e Dennis erano nello studio, li avrebbero visti scende-
re le scale.
Kevin si chiuse la porta alle spalle e scivolò silenzioso lungo il corri-
doio, le orecchie tese. Per ben due volte le assi del pavimento scricchiola-
rono, facendolo trasalire. Arrivato al pianerottolo si fermò per ascoltare
meglio, e provò un'ondata di sollievo: le voci provenivano dal televisore.
Tornò indietro verso la camera del ragazzo, dicendosi di far presto, di far
piano, di farlo adesso, altrimenti il momento sarebbe passato e lui sarebbe
rimasto intrappolato in quella casa con Dennis e Mars e sarebbe morto.
Kevin aveva così tanta paura che gli riusciva difficile ragionare. Il ragazzo,
la ragazza, fuori. Continuò a ripeterselo come un mantra.
Qualcosa si mosse nell'oscurità davanti a lui.
Kevin si bloccò, tutti i sensi all'erta, il cuore che batteva all'impazzata.
La ragazza doveva essere uscita dalla camera.
«Resta nella tua stanza» sussurrò.
Un'ombra scura si spostò nel buio fuori dalla camera, ma non rispose.
Kevin si sforzò di vedere nella caverna senza fondo del corridoio, ma inu-
tilmente.
Il pavimento scricchiolò alle sue spalle. Kevin si voltò di scatto.
Mars era a pochi centimetri da lui, illuminato da dietro dalla luce prove-
niente dalle scale. Kevin fece un balzo all'indietro. Se non fosse riuscito a
tenerlo lontano dalla porta d'ingresso erano fottuti. Pensò alla stanza di si-
curezza, il punto della casa più lontano dalla porta.
«Mars! Mi hai spaventato. Ti stavo cercando. Dennis vuole che vai a
controllare i monitor in camera da letto.»
Lui gli si avvicinò, il volto pallido e privo di espressione.
«Ti ho sentito, con la ragazza, Kevin. Te ne vuoi andare.»
Kevin arretrò. Mars lo seguì, standogli vicino in modo inquietante.
«Stronzate, Mars. Non so di cosa stai parlando.»
«Non rovinare una cosa buona, Kevin. Te ne pentiresti.»
Kevin provò una fitta di rabbia che lo fece tremare. Chi se ne frega.
Mars aveva sentito, tanto valeva che sentisse tutto. Kevin smise di arretra-
re.
«E allora resta! Io ne ho abbastanza. Siamo in trappola. È finita! Se re-
stiamo la polizia ci ucciderà. Non lo capisci?»
Mars abbassò lo sguardo su di lui, pensieroso. Poi si fece da parte.
«Capisco, Kevin. Se vuoi andare, vai.»
Kevin attese ancora un po', pensando che Mars fosse sconvolto o arrab-
biato, che lo avrebbe trascinato di sotto da Dennis, ma Mars si limitò a sol-
levare una mano, indicandogli la via delle scale. La sua voce era concilian-
te.
«Va'.»
Kevin lanciò uno sguardo verso la camera di Thomas.
«Porto con me i ragazzi.»
Mars annuì.
«Bene. Va' pure.»
Kevin lo fissò, poi si voltò ed entrò nelle tenebre.

TALLEY

Dopo che Talley e Jones ebbero parlato con il capitano Martin, Jones
portò i due furgoni all'imbocco della strada. Talley tornò alla sua auto, do-
ve rimase tutto solo a osservare i furgoni. Jones e uno dei suoi uomini, un
tizio biondo con i capelli a spazzola e gli occhiali cerchiati di metallo, si
allontanarono per perlustrare il perimetro.
Talley si sentiva un traditore, un codardo. Era tornato alla macchina in
modo da evitare i suoi uomini e quelli dello sceriffo. Quando lui e Jones
erano saliti sul furgone della postazione mobile di comando, non era riu-
scito a guardare in faccia il capitano Martin e aveva lasciato che fosse l'al-
tro a parlare.
Quando Jones e il suo uomo scomparvero nel cul-de-sac, la strada rima-
se deserta.
Il capitano Martin scese dalla postazione mobile di comando, vide Tal-
ley a bordo dell'auto e si avvicinò. Si era tolta il giubbotto antiproiettile e
tutta la roba che gli agenti della Swat si portano addosso, e indossava solo
la tuta verde scuro e un berretto con la scritta "Boss". Talley la osservò av-
vicinarsi, sperando che proseguisse verso la casa della signora Pena, ma lei
venne a mettersi accanto alla sua auto.
Si fermò a pochi passi di distanza, tirò fuori un pacchetto di sigarette e
ne offrì una a Talley.
«Non fumo.»
Laura Martin accese la sigaretta senza dire una parola. Aspirò a fondo,
poi espirò una boccata di fumo, che si espanse per l'aria della notte come
una coltre di nebbia. Talley non conosceva molti agenti della Swat che
fumassero. Non andava bene per il fiato.
Quando il capitano parlò, il suo tono era calmo e ragionevole.
«Vuole dirmi cosa sta succedendo?»
Talley fissava il fumo.
«Cosa intende dire?»
«Non sono stupida.»
Talley non rispose.
«Tutte quelle telefonate. La scena in ambulanza fra lei e il medico,
quando voleva che svegliasse Smith. Pensavo che stesse per sparargli. La
sua conversazione con il ragazzo, la corsa verso l'ospedale. Avevo là il mio
agente per l'intelligence, Talley; a nessuno risulta che siano state fatte mi-
nacce di morte nei confronti di Smith, neppure al suo ufficio.»
Tirò un'altra boccata, studiandolo.
«E ora arriva l'Fbi con questa stronzata secondo la quale Smith sarebbe
nel loro programma di protezione. Cosa sta succedendo, capo? Chi è Wal-
ter Smith?»
Talley le lanciò un'occhiata: lo sguardo di lei era fermo, tranquillo e pri-
vo di cattiveria. A Talley piacevano i suoi modi diretti, l'atteggiamento mi-
surato. Pensò che, se ne avesse avuto il tempo, sarebbe arrivato a trovarla
gradevole; probabilmente era una brava poliziotta. All'improvviso tutto il
peso della giornata gli crollò addosso con un'intensità che lo lasciò quasi
stordito. Troppe cose da tenere sotto controllo, troppe bugie da raccontare.
Era tutto troppo complicato, e lui non poteva permettersi di commettere er-
rori. Come un giocoliere con cento palle per aria, prima o poi ne avrebbe
lasciata cadere una. Una palla per terra e qualcuno sarebbe morto. Non po-
teva permetterlo. Non poteva abbandonare Amanda e Jane, o i ragazzi nel-
la casa, e neppure Walter Smith.
«Ho bisogno di aiuto.»
«È per questo che siamo qui, capo.»
«Le dice qualcosa il nome Sonny Benza?»
Lei scrutò il suo volto, e Talley pensò che non conoscesse quel nome.
Ma non era così.
«Il mafioso, giusto?»
«Smith lavora per lui. Smith ha qualcosa in casa sua che può rovinare
Benza, e Benza lo vuole.»
«Cristo.»
Talley la guardò e sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
«Ha preso mia moglie e mia figlia.»
Il capitano Martin distolse lo sguardo.
Talley le disse dei dischetti, dell'Uomo con l'orologio e di Jones. Le rac-
contò di come aveva gestito la cosa e come intendeva mandarla avanti. Lei
ascoltò senza fare domande né commenti finché lui non ebbe concluso, poi
spense la sigaretta schiacciandola con il piede e si voltò a guardare i due
furgoni a bordo dei quali aspettavano gli uomini di Jones.
«Deve informare l'Fbi.»
«Non posso.»
«Si rivolga al Dipartimento crimine organizzato. Con gli elementi che ha
in mano potrebbero muoversi subito, tirare Benza giù dal letto e incrimi-
narlo. Noi facciamo irruzione nella casa, prendiamo i dischetti che lui vo-
leva e fine della storia. E così salva la sua famiglia.»
«Però, non è la sua famiglia.»
Lei fissò la sigaretta spenta e fece un sospiro.
«No, suppongo di no.»
«Io ho solo una voce al telefono, capitano. Non so dove sono, non so chi
le tiene prigioniere. Benza ha delle persone, qui sul posto, è informato di
cosa stiamo facendo. Potrebbe far sparire Jane e Amanda prima ancora che
riusciamo a leggergli i suoi diritti, e a me cosa resterebbe? Tre uomini che
non sono in grado di identificare, a bordo di auto che non esistono, e Jo-
nes. Non me ne frega un accidente di incriminarlo. Io rivoglio la mia fami-
glia.»
Laura Martin rimase a fissare i due furgoni, e sospirò di nuovo. Sarebbe
stata una lunga notte per tutti.
«Non ho intenzione di lasciar commettere alcun omicidio, qui, Talley.
Non posso farlo.»
«Neanch'io.»
«E allora cosa farà?»
«Non posso permettere che quei dischetti vengano ritrovati. Sono l'unica
merce di scambio che ho.»
«Cosa vuole che faccia?»
«Che mi aiuti. Tenga tutto per sé, ma mi aiuti a prendere quei dischetti.
Non posso lasciar entrare Jones in quella casa da solo.»
Talley la guardò, sperando che acconsentisse. Non poteva impedirle di
rivolgersi ai suoi superiori: doveva fidarsi di lei. Lei ricambiò il suo sguar-
do e annuì.
«Farò quello che posso. Mi tenga informata, Talley. Non voglio beccar-
mi una pallottola nella schiena. E non posso neanche mettere a repentaglio
la vita dei miei uomini.»
Talley si sentì meglio; il peso era diminuito perché ora lei lo aiutava a
portarlo.
«Ho solo bisogno di quei dannati dischetti. Se li trovo, avrò qualcosa da
scambiare.»
Lei lo osservò, quindi rimise le sigarette nella tasca della tuta. Talley ca-
pì cosa stava per dire ancora prima che aprisse bocca.
«Lei ha bisogno di molto di più. Sa troppe cose perché Benza la lasci vi-
vo. Se ne rende conto, vero? Lei, la sua famiglia, Smith: non può lasciare
vivo nessuno di voi. Cos'ha intenzione di fare?»
«Ci penserò quando avrò in mano quei dischetti.»
Il cellulare di Talley squillò, rumoroso nel silenzio della notte. Il capita-
no Martin trasalì.
«Merda.»
Talley pensò che fosse Thomas, ma era Mikkelson. Sembrava lontana e
aveva una voce strana.
«Capo, Dreyer e io siamo ancora qui alla roulotte con gli investigatori
dello sceriffo. Ho delle novità.»
Talley si era completamente dimenticato di Mikkelson e Dreyer. Gli ci
volle un minuto per raccogliere le idee.
«Dimmi, Mikkelson.»
«Krupchek non si chiama Krupchek. Il suo vero nome è Alvin Marshall
Bonnier. Tiene la testa della madre nel freezer.»

Parte quarta
STRATEGIE

23

Sabato, 00.52
TALLEY

Alvin Marshall Bonnier, ventisette anni, noto anche come Mars Kru-
pchek, era ricercato per quattro omicidi compiuti a Tigard, Oregon. Le au-
torità locali avevano ricostruito la seguente catena di eventi in base alle
deposizioni dei testimoni e ai rilievi della Scientifica: Bonnier, che a quel-
l'epoca viveva con la madre, aveva rapito e violentato una vicina, Helen
Getty, di diciassette anni, abbandonandone il corpo nel letto di un ruscello
in una zona fitta di vegetazione. La ragazza era stata strangolata e ripetu-
tamente pugnalata al petto, all'addome e alla vagina. Qualche tempo dopo,
la signora Bonnier, inferma e affetta da una grave forma di artrite, aveva
scoperto le mutandine e la scarpa sinistra della Getty macchiate di sangue
nella camera del figlio. Lo aveva affrontato, e lui l'aveva uccisa a pugnala-
te nel soggiorno, poi aveva portato il cadavere in bagno per farlo a pezzi.
Bonnier aveva avvolto arti e torso in fogli di giornale e sacchetti di plastica
per la spazzatura e poi seppellito il tutto sotto i cespugli di rose della ma-
dre. I vicini avevano raccontato che quando il figlio era piccolo, la donna
era solita fare delle bacchette con i rami spinosi delle rose per picchiare il
ragazzo. Bonnier aveva tenuto la testa della madre in frigo, per poi tra-
sferirla alcuni giorni dopo nel bagagliaio dell'auto di famiglia. Con la testa
della madre al seguito per tenergli compagnia, aveva fatto amicizia in un
centro commerciale con un ragazzo sedicenne di nome Stephen Stilwell, e
l'aveva convinto a fare un giro in macchina, probabilmente offrendogli bir-
ra e sigarette. Invece, Bonnier aveva portato Stilwell in un vicino cinema
all'aperto abbandonato, dove lo aveva sodomizzato e poi ripetutamente ac-
coltellato. Messo il corpo nel bagagliaio insieme alla testa della madre, si
era quindi recato nella stessa zona dove si era già sbarazzato del cadavere
di Helen Getty. Arrivato sul posto si era accorto che Stilwell era ancora vi-
vo; allora gli aveva tagliato la gola, mutilato i genitali e abbandonato i resti
senza neppure tentare di occultarli. Alcuni testimoni al centro commerciale
erano stati in grado di fornire una descrizione di Bonnier e della sua auto.
Dodici giorni più tardi, una diciottenne liceale di nome Anita Brooks ave-
va chiesto un passaggio a Bonnier dopo aver perso l'autobus. Invece di ac-
compagnarla a scuola, Bonnier l'aveva portata a un lago lì vicino, dove l'a-
veva strangolata prima di bruciarle seni e vagina con le sue stesse sigarette.
Prove raccolte sulla scena del delitto indicavano che Bonnier aveva siste-
mato la testa della madre su un tavolo da picnic perché potesse osservare la
mutilazione. Bonnier era tornato immediatamente a casa, aveva parcheg-
giato l'auto al solito posto e poi, secondo quanto appurato dalla polizia, si
era subito allontanato. Le autorità avevano scoperto per primo il cadavere
di Anita Brooks, senza sospettare di Alvin Marshall Bonnier, finché due
giorni dopo i vicini, insospettiti dal cattivo odore che proveniva dalla casa
dei Bonnier, si erano convinti a chiamare la polizia, che aveva rinvenuto il
cadavere della madre sotto i cespugli di rose. Stilwell e la Getty furono ri-
trovati la settimana seguente.
Talley ascoltò il resoconto di Mikkelson con una crescente impazienza,
che non sfuggì al capitano Martin.
«Cosa diavolo sta succedendo?»
Talley alzò una mano, facendole segno di aspettare.
«Mikki, siamo sicuri che Bonnier e Krupchek siano la stessa persona?»
«Affermativo, capo. L'impronta palmare che ha lasciato nel minimarket
corrisponde perfettamente, e quelli dell'Fbi hanno portato una copia dei
mandati d'arresto emessi in Oregon. Ho visto la foto. È Krupchek.»
«Cosa sta succedendo lì, adesso?»
«La segnalazione al Vicap ha automaticamente allertato l'Fbi. I detective
dello sceriffo hanno isolato la scena in attesa che arrivi una squadra da Los
Angeles.»
Talley guardò l'orologio.
«Quando dovrebbero arrivare?»
«Non lo so. Vuole che chieda?»
«Sì.»
Mentre aspettava Mikkelson in linea, Talley mise al corrente il capitano
Martin, che ascoltò con un'espressione cupa e perplessa. Mikkelson tornò
in linea prima che lei potesse fare commenti.
«Capo?»
«Dimmi, Mikki.»
«I federali dovrebbero essere qui tra un paio d'ore. Vuole che li aspet-
tiamo o che torniamo lì?»
Talley le disse di tornare, quindi chiuse il cellulare con un colpo secco.
Si passò una mano tra i capelli e fissò la casa.
«Fantastico. Qua fuori abbiamo la mafia, dentro Freddy Krueger.»
Il capitano lo osservava, calma.
«Questo cambia le cose.»
«Lo so che cambia le cose, capitano! Sto cercando di salvare mia moglie
e mia figlia, ma devo tirare fuori quei ragazzi da là.»
«Per via di Krupchek? È tutto il giorno che sono là dentro con lui. Qual-
che ora in più non farà differenza.»
«Invece sì. Eccome.»
Talley lasciò Laura Martin alla postazione di comando e trovò Jones che
stava impartendo istruzioni ai suoi. Jones lo vide avvicinarsi e si staccò
dagli altri. Talley si accorse che sembrava nervoso, e teneva la mano posa-
ta sull'MPS appeso alla spalla.
«Cosa c'è, capo?»
«Abbiamo un problema. Uno dei tre soggetti nella casa non è quello che
credevamo. Krupchek. Il suo vero nome è Alvin Marshall Bonnier. È ri-
cercato per omicidio plurimo in Oregon.»
Jones fece un sorriso tirato, come se Talley avesse fatto una battuta nien-
te affatto divertente.
«Mi sta prendendo per il culo.»
«No, e c'è dell'altro che le piacerà ancora meno. La vera Fbi sta venendo
qui. Non sto scherzando, Jones, o come diavolo si chiama. Gli uomini del-
lo sceriffo hanno rilevato un'impronta sul banco del minimarket che questi
stronzi hanno rapinato. Hanno trovato una corrispondenza sul Vicap. Sa
che cos'è?»
Jones non sorrideva più, ma l'accenno all'archivio degli arresti per cri-
mini violenti non sembrava preoccuparlo granché.
«Lo so.»
Talley gli spiegò che gli uomini della Omicidi dell'Ufficio dello sceriffo
si trovavano in quel momento al domicilio di Krupchek, in attesa dell'arri-
vo degli agenti dell'Fbi da Los Angeles.
«Perlustreranno la sua casa e poi verranno qui. E non se ne andranno.
Domani mattina questo posto sarà invaso dall'Fbi, compresa una vera
squadra Swat.»
«A quell'ora noi ce ne saremo già andati. Aspettiamo solo l'ordine per
l'irruzione.»
«Io voglio entrare adesso.»
Jones scosse il capo.
«Finché non ho ricevuto la telefonata, no.»
Talley non sapeva se Jones fosse sospettoso o semplicemente non capis-
se.
«Mi ascolti. Le cose sono cambiate. Non si tratta più di tre balordi che
tengono in ostaggio una famiglia. Quei ragazzi sono prigionieri di un paz-
zo.»
«Andrà tutto bene, Talley.»
«Stiamo parlando di un uomo ricercato per diversi omicidi, Jones. Ha
tagliato la testa alla madre e l'ha messa nel freezer.»
«Non me ne frega un cazzo.»
«È uno psicopatico. Gli psicopatici sottoposti a forte stress si scompen-
sano, e questo tizio si trova dentro una pentola a pressione da questa matti-
na. Potrebbe fare qualsiasi cosa.»
Jones fu irremovibile.
«Faremo irruzione dopo che sarà arrivata la telefonata.»
«Vada a farsi fottere.»
«Dopo la telefonata.»
Talley si allontanò. Vide che il capitano Martin lo osservava dal furgo-
ne, ma non avrebbe saputo cosa dirle. Ripensò alla conversazione con Ro-
oney e concluse che lui non conosceva la vera identità di Krupchek. Se a-
vesse consapevolmente fatto comunella con un serial killer, questo avrebbe
significato che traeva un piacere indiretto dalla sua compagnia. Il bisogno
di Rooney di essere considerato speciale lo avrebbe spinto a seminare in-
dizi sull'identità di Bonnier nella speranza di far colpo su Talley, ma Roo-
ney non l'aveva fatto. Rooney non sapeva nulla, e quindi poteva cadere vit-
tima di Bonnier quanto tutti gli altri.
Talley si voltò a guardare verso Jones. Aspettava insieme ai suoi uomini
dietro i furgoni. Aspettava la telefonata.
Talley decise che non poteva più attendere. Doveva mettere in guardia
Rooney e Thomas, e far uscire di là i ragazzi.
In quel momento si udì un urlo provenire dalla casa.

DENNIS

Dennis allungò una mano verso la bottiglia di Stolichnaya e ruzzolò dal


divano, cadendo a faccia in giù in una pozza di vodka. Finì con il sedere
per aria, rivolto verso il davanti della casa, in direzione dei poliziotti che
affollavano il cul-de-sac.
Dennis si siede un colpetto sul deretano, ridendo.
«Peccato che voi poliziotti non potete vedermi! Potreste darmi un bacio
sul mio bel culo bianco!»
Dennis raccolse la bottiglia e si mise in piedi. Si aggrappò ai braccioli
del divano per non cadere all'indietro, poi prese la pistola dalla cintola. Te-
nerla in mano lo faceva sentire meglio. Il televisore trasmetteva l'immagi-
ne di una donna che reclamizzava un attrezzo ginnico. Aveva degli addo-
minali così ben scolpiti da sembrare un atlante anatomico. Dennis rimase a
guardarla con un senso di profondo smarrimento, poi si portò la pistola alla
testa.
«Bang.»
Abbassò l'arma.
«Merda.»
Lasciò cadere la pistola sul divano e si mise a fissare il denaro. Mazzette
di banconote da cento dollari erano allineate sul tavolino. Ne tirò fuori al-
tre dalle tasche e le aprì come fossero mazzi di carte. Aveva cercato in o-
gni modo di tenere quei soldi, ma non c'era riuscito. Aveva cercato di farsi
dare una macchina e un elicottero, aveva cercato di corrompere Talley.
Niente da fare. Dennis Rooney era a corto di idee, e cominciava a pensa-
re che forse i suoi genitori e i suoi insegnanti non avevano tutti i torti: era
uno stupido. Era un fallito, uno sfigato, uno che viveva di sogni, e lo sa-
rebbe sempre rimasto. Venne preso dall'impeto folle di scappare con una
borsa piena di soldi, di correre attraverso l'oscurità in un ultimo, debole
tentativo, ma dentro di sé sapeva che la polizia lo avrebbe ucciso, e lui non
voleva morire. Non aveva le palle. Nonostante volesse quei soldi a tutti i
costi, Dennis Rooney fu costretto ad ammettere con se stesso di essere uno
stronzo. Lacrime di rimpianto e di vergogna gli riempirono gli occhi. Ke-
vin aveva ragione. Era ora di arrendersi.
Dennis si asciugò il naso e cercò di riprendersi.
«E va bene. È andata così.»
Lanciò il denaro per aria e rimase a osservare le banconote verdi che
scendevano svolazzando tutt'intorno a lui, poi chiamò il fratello.
«Kev!»
Kevin non rispose.
«Mars!»
Niente.
«Oh, merda!»
Dennis si lanciò in corridoio e andò in cucina. Era ancora avvolta dall'o-
scurità, illuminata solo dalla luce dei fari della polizia che filtrava dalle
porte finestre. Aveva bisogno di un bicchiere d'acqua. Poi avrebbe chiama-
to Talley. Pensò che avrebbe potuto mollare uno dei ragazzi in cambio di
un colloquio con un avvocato, per valutare quale accordo poteva fare pri-
ma di arrendersi.
«Kevin, dove cazzo sei?»
Ecco. Quel figlio di puttana lo aveva implorato di arrendersi, e adesso
che lui era pronto, quella mezzasega era sparito.
«Mars!»
La voce proveniente dall'altro lato della cucina lo fece trasalire.
«Cosa stai facendo, Dennis?»
Dennis si voltò come un veliero in virata, strizzando gli occhi per vedere
nel buio.
«Dov'è Kevin?»
«Non è qui.»
«Dov'è? Ho bisogno di parlargli.»
Dennis voleva chiarire le cose con Kevin prima di parlarne con Mars.
Una parte di lui temeva che Mars potesse tentare di fermarlo.
Mars prese forma alla luce. Dennis pensò che Kev doveva essere andato
in dispensa o in garage.
«Kevin non c'è.»
Dennis era sempre più seccato. Non capiva.
«Questo non mi dice niente, Mars. È nella stanza di sicurezza, nello stu-
dio, o cosa? Devo parlargli.»
«Non voleva più stare qui. Se n'è andato.»
Dennis fissò Mars. Ora aveva capito, ma non voleva crederci. No. Kevin
non poteva averlo abbandonato.
«Un momento! Mi stai dicendo che se n'è andato nel senso che ha preso
la porta e si è arreso?»
«L'ho sentito parlare con la ragazza.»
«COSA?! QUEL PEZZO DI MERDA!»
«Mi dispiace, Dennis. Sono sceso a cercarti.»
Dennis provò un senso di nausea. Se Kevin si era arreso portando con sé
i ragazzi, gli aveva tolto l'unica possibilità di fare un accordo con Talley.
«Ha portato via anche i ragazzi?»
«Non lo so.»
«Cristo, Mars! Va' su a vedere! Se li ha portati via siamo fottuti!»
Mars salì senza dire una parola.
«KEVIN! SEI UNO STRONZO!» urlò Dennis con quanto fiato aveva in
corpo. Poi lanciò la bottiglia di vodka contro il frigorifero con tanta forza
che si fece male a una spalla. Tornò a grandi passi verso la saletta per
prendere un'altra bottiglia. Anche quando voleva arrendersi dovevano suc-
cedere dei casini.

THOMAS
Thomas udì Dennis e Kevin litigare attraverso la bocchetta dell'impianto
di condizionamento. Kevin voleva arrendersi, Dennis no. Thomas capiva
bene cosa significava: se Dennis non voleva arrendersi, quei tre stronzi sa-
rebbero restati là per giorni, e uno di loro avrebbe potuto cercare di fare del
male a sua sorella. Thomas aveva visto come Mars la guardava.
Le urla si placarono in fretta. Thomas attese che qualcuno salisse, ma il
corridoio rimase silenzioso. Pensò che forse stavano cercando di dormire.
Si infilò nell'armadio a muro e tornò nel sottotetto. Pensò di fermarsi
nella camera di Jennifer per dirle cosa aveva in mente, ma la sorella non
voleva che lui toccasse la pistola. Attraversò tutta la casa, fermandosi ad
ascoltare a ogni bocchetta di aerazione, ma sentì solo il televisore acceso
nella saletta. Il resto della casa era silenzioso.
Si calò attraverso la botola nella lavanderia, scendendo sul boiler e da lì
sulla lavatrice e poi a terra. Era buio: l'unica, debole luce filtrava dalla cu-
cina attraverso la dispensa. Fu costretto a ricorrere alla torcia.
Come toccò terra, sentì Dennis che chiamava Kevin e Mars. Dennis era
vicino, in cucina dall'altra parte del muro, o forse nella saletta. Thomas
venne preso dal panico. Fece per risalire verso la botola, ma in quel mo-
mento Mars rispose e allora lui si bloccò. Stavano parlando. Thomas aveva
ancora paura, ma era arrivato così vicino alla pistola che non voleva dover
rinunciare un'altra volta. Si sforzò di sentire cosa dicevano. Dennis stava
imprecando contro il fratello. Non stavano andando da quella parte, non
cercavano lui.
Thomas corse nel laboratorio. Mise una mano davanti alla torcia e l'ac-
cese di nuovo, il tempo strettamente necessario a localizzare il punto esatto
sopra il bancone, poi la spense e si arrampicò.
Si sollevò in punta di piedi, allungandosi più che poteva, ma non riuscì
ad arrivare alla scatola. Accese di nuovo la torcia e vide una latta di pittura
da cinque litri posata sul bordo del bancone. La mise in posizione, vi mon-
tò sopra con un piede e salì. Il barattolo cigolò ma resse. Thomas si allun-
gò di nuovo e questa volta le sue mani trovarono la scatola della pistola.
Ce l'aveva fatta! La tirò giù dallo scaffale, scese dalla latta e poi dal ban-
cone. Il cuore gli batteva forte per l'eccitazione. La scatola era molto più
pesante di quanto avesse immaginato. Pareva che ci fosse dentro una mi-
tragliatrice!
Thomas tirò fuori la pistola. Era pesante come un mattone e di gran lun-
ga troppo grande per la sua mano. Thomas non sapeva che calibro fosse,
non se ne intendeva, anche se una volta, al poligono, suo padre gli aveva
permesso di sparare un colpo. Il rinculo era stato così forte che gli aveva
fatto male!
Thomas aveva bisogno delle mani libere per risalire, e così se la infilò
nei pantaloni. La pistola lo faceva sentire potente, ma allo stesso tempo lo
spaventava. La sicurezza di poter proteggere se stesso e la sorella lo riem-
piva di ottimismo, ma non voleva far male a nessuno. Sperava di non do-
verla usare.
Thomas stava per tornare nella lavanderia, quando scivolò. Per poco non
cadde, ma riuscì ad aggrapparsi al bancone appena in tempo. Esplorò il
pavimento con il piede e trovò qualcosa di bagnato e scivoloso. Alzò la
scarpa che si staccò da terra come se fosse finita in un lago di colla. Tho-
mas accese la torcia. Un liquido scuro come l'olio si stava spandendo sul
pavimento. Lo seguì con il raggio della torcia. Veniva dal ripostiglio delle
scope. Thomas allargò le dita per far filtrare un po' più di luce dalla torcia.
Quell'olio era rosso.
Nella mente di Thomas, la porta del ripostiglio diventava sempre più
grande, mentre si avvicinava progressivamente come l'inquadratura di uno
zoom. Lo spazio angusto del ripostiglio si restrinse, mentre la porta au-
mentava di dimensioni. Dimenticò la pistola: ora esisteva solo la porta e
quel liquido rosso e viscoso che filtrava da sotto.
Thomas fissava la porta. Avrebbe voluto aprirla. Avrebbe voluto fuggi-
re.
Scavalcò la pozza rossa, allungò la mano verso la maniglia, ma non riu-
scì a toccarla. Le sue dita restavano a pochi centimetri da essa.
Aprila!
Thomas afferrò la maniglia con attenzione, terrorizzato all'idea che qua-
lunque cosa si trovasse dall'altra parte potesse cercare di tenerla chiusa.
Aprì lentamente la porta.
Kevin cadde all'esterno, crollando in un fagotto scomposto ai piedi di
Thomas, le braccia senza vita intorno alle gambe del ragazzo.
Aveva gli occhi spalancati, e la testa quasi staccata di netto, trattenuta
ormai solo da un pezzo d'osso biancastro, la gola squarciata da parte a par-
te si apriva nell'orribile parodia di una risata silenziosa. Thomas urlò.

JENNIFER

Jennifer ascoltava dietro la porta, l'orecchio premuto contro il legno


freddo, sperando che Kevin tornasse. Doveva soltanto arrivare in fondo al
corridoio per prendere Thomas, ma ci stava mettendo così tanto che le
venne il dubbio che fosse stato bloccato da Mars o da Dennis. Aveva lo
stomaco annodato e si premette un pugno contro il ventre nell'inutile tenta-
tivo di alleviare la tensione. Il piccolo coltello nascosto nelle mutandine le
punse la pelle, facendola trasalire. Spostò la lama in modo che non le desse
fastidio.
Il pavimento del corridoio scricchiolò.
Kevin!
Sentì il chiodo che veniva estratto dallo stipite. Era eccitata, felice, pron-
ta a scappare. Voleva rivedere suo padre. Voleva stringere Thomas così
forte da soffocarlo. Voleva abbracciare la mamma!
La porta si spalancò ed entrò Mars, alto, grosso, ingombrante come un
orso. Jennifer arretrò così bruscamente che per poco non cadde.
Il sorriso di lui le ricordava quei ragazzi malvagi che danno fuoco alle
formiche.
«Aspettavi qualcun altro?» disse lui.
Lei si allontanò dalla porta, sperando che Kevin tornasse subito. Mars
era un individuo orrendo.
Si costrinse a guardarlo in faccia senza abbassare gli occhi.
«Non aspetto nessuno, a parte la polizia.»
Mars annuì, arrendevole.
«Arriveranno presto. Probabilmente non dovrai aspettare molto.»
Jennifer maledisse la propria linguaccia: non le piaceva ciò che lui dice-
va, né il modo in cui lo diceva. Voleva solo che se ne andasse.
Mars entrò nella stanza e chiuse la porta. Aveva in mano il chiodo che
usavano per bloccare la porta. Lo batté distrattamente contro la propria
gamba. A Jennifer non piaceva che avesse chiuso la porta, non le piaceva
che giocherellasse con il chiodo. Incrociò le braccia sul petto in un gesto di
difesa.
«Cosa vuoi?»
Mars la osservò con occhi lucidi e nervosi, che contrastavano con la sua
espressione inerte. Era come se non si trovasse lì nella stanza con lei, ma
dall'altro lato di una parete di vetro, presente e allo stesso tempo lontano,
come se da fuori guardasse dentro di sé, dentro il suo orribile mondo.
«Cosa vuoi?»
«Kevin se n'è andato senza di te.»
Jennifer si sentì avvampare. Strinse le braccia con tanta forza che le un-
ghie le affondarono nella carne. Avrebbe voluto urlare.
«Voleva che te lo dicessi. Ci ha pensato su e poi ha deciso che era trop-
po pericoloso svignarsela con te e tuo fratello all'insaputa di Dennis, e così
se n'è andato da solo. Mi ha incaricato di dirti che gli dispiace.»
Jennifer scosse il capo. Non sapeva più cosa credere, cosa fosse vero e
cosa no, cosa Mars sapesse realmente.
«Non so di cosa stai parlando.»
Mars si avvicinò.
«No? Be', non importa. Le luci sono quasi tutte spente.»
«Cosa stai dicendo?»
Mars sembrava farsi più alto a mano a mano che si avvicinava, pareva
riempire tutta la stanza. Jennifer cominciò a indietreggiare.
«I bravi ragazzi spengono le luci, così al buio nessuno li vede fare le co-
se brutte. Me l'ha detto mia madre.»
Jennifer urtò con la schiena contro la scrivania. Non poteva più arretrare
e adesso Mars era molto vicino. Lui batté con il chiodo contro il petto di
lei.
«Non toccarmi.»
Tap-tap.
«Smettila.»
Tap.
«Kevin se n'è andato. Dennis se n'è andato. Tuo padre se n'è andato. An-
che il piccolo ciccione se n'è andato. Ora possiamo divertirci.»
Le spinse il chiodo contro il petto, una pressione costante che faceva ma-
le, ma non le incise la pelle. Jennifer cercò di allontanarsi ancora, ma non
poteva andare da nessuna parte. Mars fece correre il chiodo fra i suoi seni.
Jennifer lo guardò negli occhi, la vista annebbiata dalle lacrime. Gli occhi
di lui erano pozze di acqua nera, la superficie increspata da venti segreti.
Sapeva che stava facendo qualcosa di brutto, sapeva che si stava compor-
tando male. Mars non guardava il chiodo: Jennifer capì che traeva piacere
dall'osservare la sua paura. Jennifer fece scivolare una mano verso il basso;
infilò le dita sotto le mutandine cercando il coltello. Lui premette più forte
il chiodo. Ansimava. Jennifer avrebbe voluto urlare.
«Ti piace?»
Jennifer afferrò il coltello e colpì alla cieca, cercando di spingerlo via.
La lama corta e rigida urtò qualcosa di duro. Mars emise un grugnito di
dolore e sorpresa, un suono simile al colpo di tosse di un cane. Il coltello
era conficcato nella parte alta del torace, nella clavicola sinistra.
Mars emise un gemito, un uggiolio patetico, il volto contratto dal dolore.
Jennifer gli diede uno spintone, urlando, cercando di scappare, ma lui
non si mosse. Mars l'afferrò per la gola, stringendo forte, premendo le co-
sce contro quelle di lei per immobilizzarla contro la scrivania.
Con la mano libera afferrò il coltello, e con un altro gemito estrasse la
lama. Dalla ferita sbocciò un fiore color cremisi.
Lui la guardò negli occhi e le avvicinò il coltello al viso. Strinse ancora
di più la gola, impedendole di respirare.
«Ti piacerà.»
Jennifer credette di svenire.

DENNIS

L'urlo proveniente dal retro della casa si insinuò nel suo stupore alcolico,
lasciandolo più sorpreso che spaventato. Era un urlo stridulo, come se fos-
se stata una ragazza a gridare, seguito da colpi sordi provenienti dal punto
più lontano della cucina, vicino al garage. Dennis tirò fuori la pistola, gri-
dando: «Che cazzo è stato? Chi c'è?».
Non poteva essere Mars, che era appena uscito da lì, né i due ragazzi che
si trovavano di sopra, a meno che quello stronzo di Kevin non fosse andato
a prenderli. Forse Kevin era tornato.
«Kev? Sei tu, stronzo?»
Dennis accese la torcia ed esplorò la cucina. Nessuna risposta, nessun
movimento.
«Maledizione, chi c'è qui?»
Niente.
Dennis puntò la luce verso la porta finestra, terrorizzato al l'idea che la
polizia gli stesse tendendo una trappola.
«Talley?»
Niente.
Spianò la pistola davanti a sé e attraversò la cucina diretto in garage.
«Sei tu, ciccione?»
Niente.
Dennis entrò nella dispensa e poi nel locale lavanderia. Il pavimento era
coperto da una pozza rossastra che si allargava, venendo verso di lui. Den-
nis aggrottò la fronte, perplesso. Fece un passo avanti, poi un altro. Vide il
fratello sul pavimento. Abbassò la pistola, raddrizzandosi.
«Kevin, che cazzo?... Alzati.»
Venne assalito da un tremito profondo e violento, proveniente da dentro,
che crebbe fino a che tutto il suo corpo ne fu scosso e il fascio di luce pre-
se a sobbalzare come impazzito per il piccolo locale.
«Kevin, alzati!»
Dennis avanzò con passo incerto. Era difficile mantenere l'equilibrio.
Giunto al limitare della pozza di sangue si fermò e puntò la torcia contro il
fratello. Vide il collo squarciato, il grottesco osso bianco esposto tra la
carne, gli occhi spalancati. Dennis spense la luce.
Non potevano essere stati il ciccione e la ragazza.
Mars.
Mars aveva mentito.
Mars aveva ucciso Kevin.
Dennis arretrò fino alla cucina, poi corse verso le scale.
«Mars!»
Salì i gradini due alla volta, con l'unico scopo di trovare Mars e uccider-
lo. Era arrivato a metà della scala quando sentì urlare la ragazza.
«MARS!»
Dennis si scagliò contro la porta, spalancandola e mandandola a sbattere
contro la parete. Mars teneva la ragazza per la gola, spingendola contro la
scrivania. Dennis puntò la pistola.
«Sei morto, stronzo.»
Con calma Mars girò la ragazza davanti a sé, bloccandogli la linea di ti-
ro. Dennis vide il coltello e la macchia di sangue che si allargava sulla
spalla sinistra.
Mars gli sorrise con un'espressione innocente.
«Cosa c'è che non va, amico? Perché sei così incazzato?»
Dennis vide la faccia terrorizzata della ragazza, vide i suoi occhi gonfi e
arrossati. Lei riuscì a pronunciare solo due parole: «Per favore».
Dennis sollevò la pistola. Non voleva sparare con lei davanti, ma voleva
piazzare un colpo in mezzo agli occhi di quel bastardo di Mars. Voleva
sentirlo urlare.
«Questo bastardo ha ucciso Kevin. Gli ha tagliato la gola. C'è sangue
dappertutto.»
Come se avesse bisogno dell'assoluzione di lei.
La ragazza chiuse gli occhi e urlò ancora più forte.
Dennis avrebbe dovuto essere pronto, ma non lo era. Avrebbe dovuto
premere il grilletto, ma non lo fece.
E poi fu troppo tardi.
Mars sollevò la ragazza per il collo e corse in avanti, caricandolo, co-
prendo in un lampo la distanza che li divideva. Dennis ebbe solo un attimo
di esitazione perché non voleva colpire la ragazza, ma fu comunque trop-
po. La ragazza gli crollò addosso, spinta da tutta la massa del corpo di
Mars, facendolo ruzzolare all'indietro, nel corridoio. Poi la ragazza venne
scagliata di lato e Mars gli fu addosso. Dennis ebbe solo il tempo di vedere
lo scintillio del coltello che calava su di lui.

THOMAS

Non riusciva a pensare razionalmente, era al di là delle sue possibilità: si


sentiva preda di un terrore cieco che lo spingeva a scappare, a uscire da lì,
a muoversi. Thomas non si era reso conto di aver urlato. Scivolò sul san-
gue, cadendo in pieno nella pozza rossa, poi scivolò di nuovo mentre sali-
va sulla lavatrice. Si arrampicò nel sottotetto, ferendosi mani e ginocchia
sui travetti. Gli pareva di non muoversi abbastanza in fretta, e prese una
zuccata tremenda. Ora aveva la pistola. Poteva salvarsi. Il suo unico pen-
siero era quello di raggiungere Jennifer. Sarebbero corsi giù per le scale,
fuori dalla porta, e né Mars né Dennis avrebbero potuto fermarli. Aveva la
pistola!
Thomas udì la porta di Jennifer sbattere contro la parete proprio mentre
si calava dalla botola nel suo armadio a muro. Si immobilizzò, restando in
ascolto, e sentì delle voci. Dennis stava urlando contro Mars. Mars teneva
Jennifer e Dennis stava di fronte a loro, urlando che Mars aveva tagliato la
gola a Kevin. Thomas estrasse la pistola dai pantaloni. Era grossa e pesan-
te, ma lui non sapeva cosa fare. Anche Dennis ne aveva una!
Poi Mars spinse Jennifer contro Dennis, e tutti e tre caddero a terra in
corridoio. Thomas scivolò silenzioso nella stanza. Mars grugniva come un
maiale quando mangia, e la bava gli colava dalla bocca mentre continuava
a pugnalare Dennis. Jennifer si stava allontanando, strisciando a terra, tutta
sporca di sangue.
«Jen! Vieni!»
Thomas schizzò accanto a Mars nel corridoio, e afferrò la ragazza per il
braccio, trascinandola verso le scale.
«Scappa!»
Si allontanarono incespicando, mentre Mars si tirava su. Gli occhi, spiri-
tati, guizzavano di qua e di là. Era più grosso, più forte, più veloce. Tho-
mas sapeva che li avrebbe presi.
Thomas si voltò, brandendo la pistola con entrambe le mani.
«Ti sparo!»
Mars si bloccò. Ansimava ed era coperto di sangue, sul volto e sul cor-
po. C'era sangue anche sulle pareti e sul pavimento. Dennis zampillava
come una fontana e si lamentava.
La pistola era pesante, difficile da reggere. Ondeggiava, nonostante
Thomas la impugnasse a due mani. Jennifer lo tirò per una spalla, sussur-
randogli: «Continua a camminare. Usciamo da qui».
Arretrarono, con Thomas che cercava di tenere ferma la pistola.
Mars li seguiva, passo dopo passo.
«Sta' lontano o ti sparo!»
Mars allargò le braccia come per stringerli entrambi, e continuò ad a-
vanzare verso di loro.
«Ricordi cosa ti ho detto quando ti ho legato al letto?»
Thomas se lo ricordava benissimo. Ti mangerò il cuore.
Arrivarono al pianerottolo. Jennifer fece per imboccare le scale.
Mars accelerò il passo.
«Ti strapperò il cuore. Ma prima lo strappo a tua sorella, così starai a
guardare.»
«Stammi lontano!»
La paura saettò attraverso Thomas come corrente elettrica. Il suo corpo
tremò, la vescica cedette. Non voleva sparare; lui aveva paura a sparare,
paura che fosse una cosa sbagliata anche se era in pericolo la sua vita, pau-
ra che sarebbe stato punito per questo e sarebbe bruciato nel fuoco dell'in-
ferno, sarebbe stato marchiato come una persona cattiva che aveva com-
messo un atto terribile, ma Mars veniva avanti e lui aveva troppa paura per
non sparare, aveva paura di quell'orribile coltello e del sangue che colava e
sporcava ogni cosa, paura che Mars l'avrebbe fatto veramente, che gli a-
vrebbe strappato il cuore, il suo e quello di Jennifer, e se li sarebbe man-
giati.
Thomas premette il grilletto.
Clic!
Mars si immobilizzò, bloccato dal rumore secco.
Clic!
La pistola non sparò.
Gli tornò in mente di colpo tutto quello che suo padre gli aveva insegna-
to al poligono. Afferrò con forza il carrello e lo tirò indietro per mettere un
colpo in canna, ma questo si bloccò in posizione aperta. Thomas guardò
dentro la camera di scoppio. Era vuota. La pistola era scarica. Non c'erano
proiettili. Non c'erano proiettili!
Quando alzò lo sguardo vide che Mars sorrideva.
«Benvenuto nel mio incubo.»
«Scappa!» urlò Jennifer.
Thomas lanciò la pistola contro Mars e corse via, seguendo la sorella giù
per le scale. L'aria puzzava di benzina e vomito. Jennifer arrivò per prima
alla porta d'ingresso e allungò una mano verso la maniglia, ma la porta non
si aprì.
«Aprila!»
«Il chiavistello è bloccato! Dov'è la chiave?»
La chiave non era nella toppa. Thomas capì che con tutta probabilità era
di sopra, nella tasca di Dennis.
Mars scese rumorosamente le scale, accorciando la distanza tra loro. Li
avrebbe raggiunti in pochi secondi. Non sarebbero mai arrivati alle porte
finestre o al garage. Lui li avrebbe raggiunti prima.
Jennifer afferrò Thomas per il braccio e tirò.
«Da questa parte! Scappa!»
Lo tirò verso la camera dei genitori. Thomas capì che lei lo stava por-
tando nel punto più sicuro della casa, ma Mars si stava avvicinando, era ar-
rivato in fondo alle scale ed era dietro di loro.
Thomas seguì la sorella, attraversando il corridoio e la camera dei geni-
tori, e si infilò nella stanza di sicurezza. Riuscirono a chiudere la pesante
porta di acciaio e a tirare il chiavistello nell'attimo in cui Mars si lanciava
contro la porta, dall'altro lato.
Il mondo diventò d'un tratto silenzioso.
Thomas e Jennifer si abbracciarono, spaventati e tremanti. Thomas udiva
solo il proprio respiro affannato.
Poi Mars prese a battere sulla porta, colpi lenti e ritmici che echeggiava-
no nel piccolo locale... bum... bum... bum.
Jennifer strinse la mano di Thomas, sussurrando: «Non ti muovere. Non
può entrare qua».
«Lo so.»
«Siamo al sicuro.»
«Sta' zitto!»
Suo padre gli aveva detto che quella porta era in grado di fermare qual-
siasi cosa.
I colpi cessarono.
Mars si portò le mani a coppa intorno alla bocca, vicino alla porta e urlò
per farsi sentire all'interno. La voce giunse attutita attraverso la lastra d'ac-
ciaio.
«Siete cattivi, cattivi, cattivi. Ora vi punirò.»
Mars diede un ultimo colpo alla porta, poi uscì dalla stanza.
Thomas si ricordò del cellulare.
Lo tirò fuori dalla tasca e lo accese.
Accendendosi, il telefono pigolò.
«Thomas! Guarda!»
Jennifer stava osservando Mars sui monitor. Era nell'ingresso, davanti
alla porta. Prese i due contenitori di benzina e cominciò a fare il giro della
casa, rovesciandola sulle pareti. E intanto sorrideva.
«Oh, mio Dio! Vuole bruciarci!» disse Jennifer.
Il cellulare pigolò di nuovo e Thomas guardò il display. L'indicatore di
carica lampeggiava.
Il telefono stava per spegnersi.

24

Sabato, 02.16

MARS

Mars spense le luci ancora accese a mano a mano che passava davanti
agli interruttori. Uno dopo l'altro, l'ingresso, lo studio e la saletta piomba-
rono nell'oscurità. Mars sapeva che i poliziotti avrebbero visto le luci spe-
gnersi e si sarebbero chiesti il motivo.
Andò in cucina. Trovò dei fiammiferi in un barattolo vicino ai fornelli,
quindi spense le fiammelle pilota. Spruzzò benzina sul piano cottura e sui
tubi del gas, poi tornò verso la camera da letto matrimoniale, versando una
scia ininterrotta di carburante lungo le pareti. Il buio gli dava la forza del-
l'invisibilità; l'oscurità gli era amica. Mars pensò con rammarico che non
avrebbe più rivisto sua madre, ma solo perché ci godeva un mondo a tortu-
rare quella strega schifosa. Sentì la voce di lei, viva e chiara nella mente.
Non sopporto di vedere un ragazzo fare le cose brutte! Io non voglio ve-
dere un ragazzaccio, Marshall! Perché mi costringi a punirti in questo
modo?
Non lo so, mamma.
Questo ti insegnerà a essere migliore.
A lei non piaceva vedere un ragazzo fare le cose brutte, e così ora lui la
costringeva a vederle tutte, e qualche volta anche a partecipare. Si ramma-
ricò che non fosse con lui in quel momento: gli sarebbe piaciuto presentar-
la a Kevin e Dennis.
Finito il primo secchio di benzina, Mars passò alla tanica, continuando
la scia di carburante nella camera da letto. La rovesciò sul letto, sulle pareti
e sulla porta della stanza di sicurezza.
Poi tirò fuori i fiammiferi.

THOMAS

Thomas digitò il numero di Talley e premette il tasto di invio della


chiamata.
Il telefono si spense.
«Thomas!»
«La batteria è scarica! Ti dimentichi sempre di caricarla!»
Jennifer gli strappò il telefono di mano e pigiò il tasto di accensione. Il
cellulare pigolò e si accese, ma solo per spegnersi subito dopo.
Jennifer scosse l'apparecchio, fuori di sé.
«Pezzo di merda!»
«Pensi che lo farà davvero?»
«Non lo so!»
«Forse dovremmo scappare!»
«Non riusciremmo mai a farcela.»
Thomas vide Jennifer estrarre la batteria del cellulare. Fregò con forza i
contatti di rame sulla manica della maglietta, poi li leccò, e rimise la batte-
ria al suo posto.
«Cosa stai facendo?»
«Thomas, io vivo attaccata a questo telefono. Conosco ogni trucco per
farlo funzionare.»
Sui monitor, Mars sorrise e poi accese un fiammifero, tenendolo ben al-
zato per essere certo che lo vedessero. La fiammella era una macchiolina
bianca e tremolante sullo schermo. Lasciò che la fiamma prendesse vigore,
quindi la avvicinò alla porta.
Thomas afferrò Jennifer per un braccio.
«Sta per farlo!»
Jennifer premette il tasto d'accensione. Il cellulare prese vita con un tril-
lo e questa volta rimase acceso. Jennifer lo mise in mano a Thomas.
«Tieni! Funziona!»
Thomas digitò il numero di Talley, poi alzò lo sguardo verso i monitor.
Mars fissava la telecamera come se stesse guardando dritto nei loro occhi e
nei loro cuori. Poi Thomas vide che muoveva le labbra.
«Cosa sta dicendo?»
Jennifer afferrò Thomas e lo trascinò lontano dalla porta.
«Sta dicendo addio.»
Mars gettò il fiammifero.
La stanza venne inghiottita dalle fiamme.

TALLEY

Quando Talley udì il primo urlo provenire dalla casa, prese posizione
dietro un'auto della Stradale. Gli agenti erano agitati poiché lo avevano
sentito anche loro. Talley non avrebbe saputo dire se si trattava di una voce
maschile o femminile, ma era stato un grido isolato. Ora la casa era nuo-
vamente silenziosa.
Talley andò verso l'agente più vicino.
«È sulla frequenza operativa?»
«Sì, signore. Ha sentito? Credo che nella casa stia succedendo qualco-
sa.»
«Dammi la tua radio.»
Talley chiamò Laura Martin, che prese atto della comunicazione senza
fare commenti. Talley si spostò lungo la fila di veicoli, cercando di sentire
se dalla casa provenisse qualche altro rumore, ma era tutto silenzioso.
Poi, una stanza dopo l'altra, le luci si spensero.
Talley vide il capitano Martin avvicinarsi e le andò incontro. L'urlo lo
aveva spaventato, ma il silenzio lo atterriva ancora di più. Jones era troppo
lontano per averlo sentito.
«Cosa succede? Perché la casa è al buio?» sbottò lei, eccitata.
Talley aveva cominciato a spiegarle i fatti quando vide un riflesso aran-
cione spostarsi all'interno della casa, incorniciando le tapparelle. Pensò che
si trattasse di una torcia.
Squillò il telefono.
«Talley.»
Era Thomas, ma non si distingueva una parola di quanto diceva perché
urlava e il collegamento era pessimo.
«Parla più lentamente, Thomas, non ti capisco!»
«Mars ha ucciso Kevin e Dennis e ora sta incendiando la casa! Io e Jen-
nifer siamo nella stanza di sicurezza! Siamo in trappola!»
Il collegamento stava perdendo di intensità. Talley sapeva che il ragazzo
doveva aver esaurito la batteria.
«Okay, figliolo. Ora vengo a prendervi! Quanta carica hai?»
«Sta finendo.»
Talley guardò l'orologio.
«Spegnilo, figliolo. Spegnilo, ma riaccendilo fra due minuti. Sto arri-
vando!»
Talley si sentiva stranamente distaccato, come se le sue sensazioni fosse-
ro ovattate. Ora non aveva altra scelta: doveva agire per salvare quei ra-
gazzi. Non importava più cosa volesse l'Uomo con l'orologio, o Jones, e
neppure che l'azione mettesse a rischio la vita di Jane e Amanda. Afferrò il
capitano Martin per il braccio trascinandola con sé mentre correva lungo la
strada verso Jones, urlando istruzioni strada facendo.
«Krupchek ha dato fuoco alla casa! Chiami i pompieri!»
«E Jones?»
«Sto andando da lui. Entriamo!»
«E sua moglie?»
«Chiami i pompieri e dica ai suoi uomini di tenersi pronti. Se Jones non
vuole venire, entreremo senza di lui!»
Laura Martin rimase indietro, occupata con la radio. Talley corse verso
Jones.
«Krupchek ha incendiato la casa. Dobbiamo andare.»
Jones si voltò a guardare la casa con espressione distaccata. Talley capì
che non gli credeva.
«Stiamo ancora aspettando istruzioni.»
Talley lo afferrò per un braccio e lo sentì irrigidirsi. Alle loro spalle, il
camion dei pompieri svoltò l'angolo rombando.
«La casa è in fiamme, maledizione! I ragazzi sono intrappolati nella
stanza di sicurezza. Non possiamo aspettare.»
«Stronzate.»
«Guardi!» esclamò Talley, dando uno spintone a Jones in direzione della
casa.
Attraverso la finestra della saletta ora si vedevano le fiamme. Le ricetra-
smittenti della polizia presero vita mentre gli agenti di guardia al perimetro
tenevano d'occhio l'incendio e quelli nel cul-de-sac si muovevano nervosi
dietro le loro auto, chiaramente in attesa che qualcuno facesse qualcosa.
Hicks e la squadra tattica dello sceriffo arrivarono di corsa verso il ca-
pitano Martin.
Jones sembrava bloccato, ogni decisione rimandata nell'attesa di quella
telefonata.
Talley lo tirò di nuovo per il braccio, costringendolo a voltarsi.
«Io faccio irruzione nella casa, Jones. Viene con me o no?»
«Entreremo quando ce lo dirà il nostro uomo. Non prima.»
«Non possiamo aspettare!»
«Uccideranno la sua famiglia.»
«Quei ragazzi sono in trappola!»
Jones impugnò il suo MPS. Talley fece scivolare la mano sotto la felpa e
sfiorò la .45.
«Vuole un conflitto a fuoco con il capo della polizia qui, in strada? Pen-
sa davvero di riuscire a mettere le mani su quei dischetti in questo modo?»
Jones lanciò un'altra occhiata alla casa e fece una smorfia. Niente di tut-
to ciò era nei piani. All'improvviso ogni cosa era sfuggita al controllo, e
Jones, come Talley, era stato spazzato via dalla tempesta.
Jones prese una decisione.
«E va bene, maledizione, ma saremo solo noi a entrare. Metteremo al si-
curo la struttura e poi recupereremo i dischetti.»
«Se non fa partire subito i suoi uomini, entreranno prima i pompieri.»
Misero a punto il piano d'attacco mentre correvano verso la casa.

MARS

Le fiamme si propagavano lentamente, avviluppando le porte e le pareti


come fiori su un graticcio. Mars le seguì mentre avanzavano seguendo la
scia di benzina che lui aveva sparso per tutta la casa. Aveva pensato che il
fuoco sarebbe divampato con un boato sordo, e invece si sviluppava con
sorprendente lentezza. L'aria si riempì di un fumo nero che puzzava di ca-
trame.
Mars voleva della musica.
Andò nella saletta, dove aveva visto un bell'impianto stereo. Si sintoniz-
zò su una stazione locale di hip-hop, alzando il volume al massimo. Prese
una bottiglia di scotch e tornò in camera da letto.
Il letto era un inferno di fuoco. Le fiamme coprivano porte e pareti, un
fitto strato di fumo si stava accumulando contro il soffitto. Il calore lo co-
strinse a stringere gli occhi. Mars si tolse la maglietta e bevve. Controllò la
pistola del cinese e vide che c'erano ancora un sacco di proiettili, poi tirò
fuori il coltello.
Si accucciò in un angolo, lontano dalle fiamme e sotto il fumo. Guardò
la porta. Sperava che la stanza di sicurezza diventasse rovente e i ragazzi si
spaventassero così tanto da aprire la porta per fuggire.
Allora si sarebbe divertito.

TALLEY

Due uomini avrebbero sfondato la porta d'ingresso, altri due la porta fi-
nestra, mentre Talley e Jones sarebbero entrati attraverso la finestra di una
camera degli ospiti situata accanto a quella padronale. Una volta dentro,
Jones avrebbe chiamato via radio il sesto uomo, il quale avrebbe mandato
in frantumi le porte finestre scorrevoli della camera da letto padronale per
distrarre l'attenzione di Krupchek dalla porta, che sarebbe stata la via di
accesso per l'attacco. Ognuno di loro avrebbe portato con sé un estintore
per domare le fiamme.
Talley non aveva tempo di andare a prendere il giubbotto antiproiettile
in macchina e se ne fece prestare uno da un agente della Stradale, lo indos-
sò sopra la felpa, e poi si mise l'estintore a tracolla. I pompieri corsero in
avanti con le manichette, rimanendo al coperto finché dalla casa non fosse
venuta la comunicazione che i soggetti ostili erano stati neutralizzati.
Una volta deciso il piano d'attacco, Talley chiamò Thomas. Il collega-
mento era ancora più debole della volta precedente, e Talley gli disse di la-
sciare il cellulare acceso. Riaccenderlo avrebbe probabilmente richiesto
più energia di quanta se ne poteva risparmiare. Jones non fece commenti
sul fatto che Talley e il ragazzo si stessero parlando.
Il capitano Martin si avvicinò a Talley mentre Jones disponeva i suoi
uomini.
«Cosa vuole che faccia?»
«Non lo so.»
«Lascerà che si prendano i dischetti?»
«Non so cosa farò, capitano, davvero non lo so. Ora devo tirare fuori di
là quei ragazzi.»
Talley finì di chiudere il giubbotto e sistemò la ricetrasmittente. Tutto
procedeva alla perfezione, senza parole o gesti inutili. Quando fu pronto,
guardò Jones.
«Pronti?»
Jones indossò l'elmetto, poi si scosse un'ultima volta per sistemare l'at-
trezzatura.
«Si ricordi, Talley.»
«Facciamolo e basta.»
Jones partì in direzione della casa. Talley gli lasciò un passo di vantag-
gio, poi si voltò verso il capitano Martin.
«Se io non dovessi farcela, non lo lasci andare via. Informi chi di dovere
e cerchi di salvare la mia famiglia.»
«Lei si preoccupi solo di uscirne vivo» ribatté il capitano, e prima che
lui potesse rispondere si voltò per gridare ai suoi uomini di restare ai loro
posti.
Talley raggiunse Jones all'angolo esterno, davanti alla finestra della ca-
mera per gli ospiti. Udirono una musica forte e martellante provenire dalla
casa in fiamme. Talley era contento di questo, poiché il rumore della musi-
ca e dell'incendio avrebbe coperto il loro ingresso. Tolsero la zanzariera e
Jones forzò la finestra con un piede di porco. Spinse via il pannello e fece
un cenno con i pollici alzati a Talley, indicando che la stanza era vuota.
Sollevarono gli estintori e li posarono all'interno, quindi aspettarono. Non
sarebbero entrati nella casa finché gli altri non fossero stati in posizione.
Talley tirò fuori il telefono e chiamò Thomas.
«Thomas?»
«Sono qui, capo.»
La voce del ragazzo gli giunse frammentata e coperta di scariche elettro-
statiche.
«Ci siamo quasi. Tre minuti, forse quattro. Appena prendiamo Krupchek
entreranno i pompieri.»
«Fa molto caldo qui dentro.»
«Lo so. Krupchek è ancora lì nella stanza?»
Talley voleva continuare a far parlare il ragazzo. Finché parlava, non a-
veva tempo di rendersi conto di quanto fosse spaventato. E neanche Tal-
ley.
«È seduto per terra vicino al...»
La linea si interruppe.
«Thomas? Thomas?»
Niente.
Il cellulare del ragazzo si era scaricato del tutto.
Jones si voltò verso Talley e fece roteare un dito. Si stavano preparando
ad attaccare.
«Andiamo, maledizione.»
Jones puntò il dito verso la finestra.
«Via!»
Jones entrò per primo. Talley gli diede una spinta per aiutarlo e poi si ar-
rampicò dietro di lui. La stanza era illuminata solo dalla piccola barriera di
fiamme che avvolgeva la porta verso il corridoio. La camera da letto pa-
dronale era a soli tre metri da lì. Jones sparò alla serratura con il suo MP5,
Talley mise il colpo in canna. Accesero le torce e si scambiarono un'oc-
chiata. Talley annuì. Jones attivò il microfono.
«Ora.»
Talley udì le finestre scorrevoli della camera da letto padronale andare in
frantumi nello stesso momento in cui la porta d'ingresso saltava per aria,
divelta dai cardini.
Dalla camera da letto vennero due colpi in rapida successione. Talley e
Jones si lanciarono lungo il corridoio mentre nella camera echeggiava un
terzo sparo, e poi entrarono.
La camera da letto era un inferno. L'uomo che aveva infranto le finestre
era a terra, ferito, e si contorceva per il dolore. Talley avvertì un movimen-
to alla sua destra e vide Krupchek sollevarsi in piedi dietro una grossa pol-
trona di legno, a petto nudo, luccicante di sudore e furioso, un sorriso di-
storto sul volto. Krupchek urlò, un urlo stridulo, puntando la pistola verso
di loro e sparando mentre Talley e Jones aprivano il fuoco. Krupchek bar-
collò all'indietro, facendo mulinare le braccia, e cadde tra le fiamme, di-
menandosi e continuando a urlare. Jones gli scaricò addosso altri due col-
pi, e lui rimase immobile.
Deposero gli estintori mentre gli altri uomini di Jones entravano nella
stanza con le armi spianate.
«La stanza è sicura!» urlò Talley.
Jones puntò il dito verso i primi due e indicò loro l'uomo ferito.
«Tu e tu. Portatelo fuori, sul furgone.»
Talley diresse brevi getti dell'estintore contro la porta della stanza di si-
curezza e chiamò Jones perché lo aiutasse.
«Jones! I ragazzi sono qua dentro.»
Jones spinse l'altro uomo verso la porta.
«Lo studio è sul davanti della casa. Assicurati che il corridoio sia libe-
ro.»
«Mi aiuti a liberare i ragazzi!»
Jones e l'ultimo uomo si unirono a Talley. Gli estintori sibilavano come
draghi. Le pareti rosse diventarono nere a mano a mano che le fiamme che
le avvolgevano si affievolirono. Talley batté sulla porta con l'estintore.
«Thomas! Sono io!»
Le fiamme sulle pareti ripresero forza, mangiando la pittura.
«Thomas!»
Talley diresse il getto sulla porta mentre questa si apriva. Il ragazzo e la
sorella si ritrassero, temendo di essere investiti dal calore. Jones afferrò
Talley per un braccio.
«Sono tutti suoi, Talley. Noi prendiamo i dischetti.»
Talley li lasciò andare. Spruzzò nuovamente le pareti intorno alla porta
per respingere le fiamme, poi entrò e prese il ragazzo per mano.
«Dobbiamo fare in fretta. State dietro di me.»
Jennifer gli si avvicinò, guardandosi intorno nervosamente.
«È morto?»
Quando la vide, Talley provò una fitta di dolore. Jennifer e Amanda a-
vevano più o meno la stessa età. Erano pettinate allo stesso modo. Si chie-
se dove fosse sua figlia in quel momento. Si chiese se anche lei stesse cer-
cando il suo mostro.
«È morto, Jennifer. Venite, ragazzi. Siete stati bravissimi.»
Talley fece strada in corridoio, ricorrendo all'estintore ogni volta che le
fiamme minacciavano di avvicinarsi troppo. Si fermò solo il tempo neces-
sario a sintonizzare la ricetrasmittente sulla frequenza della polizia di Bri-
sto e chiamare Mikkelson.
«Mikki!»
«Dica, capo!»
«I ragazzi stanno uscendo dalla porta principale. Occupati di loro.»
Quando arrivarono nell'ingresso, Talley riuscì a vedere dentro lo studio.
Jones e i suoi uomini stavano perquisendo la scrivania di Smith. Talley
scostò Thomas di lato perché loro non lo vedessero, consapevole che quelli
erano gli ultimi momenti che gli restavano per salvare la sua famiglia.
L'Uomo con l'orologio doveva sapere che erano entrati nella casa. Avrebbe
chiamato Jones per avere un rapporto e si sarebbe aspettato i dischetti.
Talley si chinò verso il ragazzo.
«I dischetti sono ancora su nella tua camera?»
«Sì, nel mio computer.»
Talley indicò l'agente Mikkelson che aspettava nel cul-de-sac e spinse i
ragazzi verso la porta.
«Andate da lei. Correte!»
Talley attese finché non vide i ragazzi correre verso le auto, quindi im-
boccò le scale. Al piano superiore l'aria era invasa da un fumo così denso
che il raggio della torcia si ridusse a un debole alone di luce. Non si vede-
va a più di un metro di distanza. Avanzò lungo la parete e trovò Rooney a
terra, fuori dalla prima porta. Bolle rosse si affollavano sul petto e sulla
bocca del ragazzo come funghi di vetro. Talley non avrebbe saputo dire se
fosse vivo o morto, e non perse tempo a controllare. Allontanò la pistola di
Rooney con un calcio, guardò dentro la prima stanza i pochi istanti neces-
sari a capire che era quella di Jennifer. Proseguì lungo il corridoio. La se-
conda stanza era quella di Thomas. Talley trovò il computer per terra, ai
piedi del letto. Un dischetto era posato sul pavimento, l'altro era inserito
nel drive accanto alla tastiera. Talley vi puntò la torcia per leggere le eti-
chette, con il cuore che batteva forte, e capì di averli trovati: "Disco Uno"
e "Disco Due". L'unica merce di scambio per salvare la sua famiglia!
«Talley!»
Talley sussultò, e vide il capitano Martin ferma sulla soglia. Indossava il
casco allacciato stretto e aveva la pistola nella fondina sul fianco.
«Li ha trovati?»
Talley le si avvicinò. Ora il fumo si era fatto più denso. Talley vide le
fiamme in fondo al corridoio.
«Dov'è Jones?» le chiese.
«Stanno buttando all'aria lo studio. Ma non hanno trovato nulla.»
«Il ragazzo li aveva in camera sua» disse Talley, mostrandole i dischetti.
Voleva uscire senza incontrare Jones e si avviò verso le scale. Il capitano
lo afferrò per il braccio, sollevando la pistola. «Me li dia.»
Talley rimase scioccato dal suo tono. Osservò l'arma, e poi vide che la
donna lo guardava con occhi nervosi.
«Di cosa sta parlando?»
«Mi dia quei dischetti.»
Talley guardò di nuovo la pistola e capì, senza ombra di dubbio, che la
donna era sul libro paga di Benza.
Scosse la testa.
«Quando sono arrivati a lei?»
Il capitano tolse la sicura.
«Mi dia quei dischetti, Talley e riavrà la sua famiglia.»
Lui sapeva che non era così. Sapeva che quando Sonny Benza si fosse
sentito al sicuro, chiunque era a conoscenza del suo rapporto con Smith sa-
rebbe morto.
Talley arretrò, tenendo i dischetti lungo il fianco. Una volta che lei li a-
vesse avuti, lo avrebbe ucciso. Sarebbe stato più facile, così.
«Dov'è Jones?»
«È di sotto. Lui non sa nulla.»
«Cosa intende fare, capitano? Raccontare che sono stato colpito nella
confusione? Intende dare la colpa a Krupchek e Rooney?»
«Se necessario.»
«Quanto la pagano?»
«Più di quanto lei possa immaginare.»
La donna sollevò ancora di più la pistola.
«Ora mi dia quei dischetti.»
Le fiamme salirono lungo le scale, in fondo al corridoio. Talley vide le
lingue rossastre danzare nel fumo, e in quel bagliore qualcosa si mosse.
«Me li dia, Talley. È l'unico modo per uscire vivo da qui.»
Un'ombra si sollevò da terra.
«Rooney è vivo.»
Lei lanciò un'occhiata veloce di lato, ma tornò subito a voltarsi verso di
lui. Non gli credeva.
«Mi dia i dischetti!»
Dennis Rooney avanzò barcollando verso di loro, lo sguardo vitreo,
grondante sangue. Aveva trovato la pistola.
«Martin!»
Lei si voltò, ma non abbastanza in fretta. Rooney sparò prima che lei po-
tesse puntargli contro la pistola. Qualcosa di duro colpì Talley al petto. Il
proiettile seguente colpì Laura Martin alla coscia, il terzo alla guancia, sot-
to l'occhio destro.
Mentre la donna ruotava lentamente su se stessa nel fumo, accasciandosi
al suolo, Talley estrasse la pistola e fece fuoco.

25

Sabato, 02.41

TALLEY

Il potente proiettile della .45 di Talley scaraventò Dennis Rooney contro


la parete, imbrattandola di sangue. Talley gli saltò addosso, piantandogli
un ginocchio in mezzo al petto e gettando lontano la sua pistola, ma questa
volta Rooney era davvero morto. Talley cercò di capire se la squadra di
Jones stesse salendo le scale, ma non si riusciva a distinguere alcun rumore
oltre il crepitio delle fiamme.
Chiamò Mikkelson via radio.
«Hai i ragazzi?»
«Abbiamo sentito degli spari!»
«Hai i ragazzi?»
«Sì, signore. Sono al sicuro.»
«Gli agenti dell'Fbi hanno portato fuori un uomo ferito. Sono tutti e tre
sul furgone.»
«Ricevuto. L'abbiamo visto.»
La mente di Talley andava a mille. Aveva lanciato l'offensiva e ora do-
veva portare a termine l'attacco. Era una lotta contro il tempo. Doveva to-
gliere l'iniziativa all'Uomo con l'orologio e sfruttare il vantaggio.
«Chiama Jorgenson e Cooper. Se Larry è tornato, chiama anche lui. Ar-
restateli. Toglietegli radio e cellulari, ammanettateli e non permettetegli di
comunicare con nessuno.»
«Cioè... dobbiamo arrestare gli agenti dell'Fbi?...»
«Non sono dell'Fbi. Arrestateli, Mikki. Sono armati e pericolosi. State
molto attenti. Falli portare dentro, ma non devono parlare con nessuno. Ri-
peto: niente telefonate, niente giornalisti, avvocati, niente di niente. Non
dite a nessuno di questo. Hai capito bene?»
«Ehm... certo, capo.»
«Resta in contatto.»
Ora era solo una questione di velocità. L'Uomo con l'orologio poteva
anche venire a sapere che i suoi uomini erano stati arrestati, ma le sue in-
formazioni sarebbero state frammentarie e incomplete. Non poteva sapere
cosa fosse successo o perché, quindi non poteva fare nulla contro Jane e
Amanda finché non avesse appurato tutti i dettagli. Talley contava su que-
sto. Era in gioco la vita della sua famiglia. Se esisteva anche una sola spe-
ranza di salvarla, doveva sbrigarsi, prima che l'Uomo con l'orologio venis-
se a sapere quello che stava succedendo.
Talley si infilò i dischetti sotto il giubbotto e corse verso le scale. Il fuo-
co nell'ingresso si era propagato su per le scale e sulle pareti. Il fumo era
una foschia arancione in movimento. Talley scese le scale tenendo d'oc-
chio lo studio, e arrivò alla porta proprio mentre usciva uno degli uomini
di Jones. Talley gli puntò la pistola alla faccia, portandosi un dito alle lab-
bra per fargli segno di restare zitto, poi gli tolse la pistola e l'MPS. Quindi
lo ammanettò e lo spinse dentro.
Jones stava perlustrando il pavimento intorno alla scrivania, il fascio
della torcia quasi azzerato dal fumo. Tutti i cassetti erano aperti, il conte-
nuto sparpagliato a terra. Un secondo uomo stava tirando giù i libri dagli
scaffali. Entrambi alzarono lo sguardo quando Talley spinse il loro com-
pagno a terra.
Talley puntò la pistola contro di loro. Non avvertiva più il calore del
fuoco: era così carico di adrenalina e di paura da curarsi solo dei due uo-
mini che aveva davanti.
«Mani sopra la testa e dita intrecciate. Voltatevi con la schiena verso di
me.»
«Che cazzo sta facendo?» chiese Jones.
Il secondo uomo spostò l'MPS, ma Talley lo centrò con un colpo: il pe-
sante proiettile gli trapassò il giubbotto. Durante ogni anno trascorso nella
Swat, Talley aveva sparato diecimila colpi nel poligono di addestramento
del Dipartimento di polizia di Los Angeles. Non ebbe la minima esitazio-
ne.
Poi puntò la pistola contro Jones.
«Mani sopra la testa. Ora!»
Sempre continuando a tenere Jones sotto tiro, Talley tolse le armi al-
l'uomo a terra, poi gli controllò il battito tastandogli il collo, quindi andò
da Jones. Gli prese la pistola e l'MPS, li gettò insieme agli altri, poi strappò
il cavo di alimentazione del computer di Smith. Costrinse Jones a sdraiarsi
a pancia in giù e gli tirò le braccia dietro la schiena, puntandogli la pistola
contro il collo.
«Se ti muovi ti ammazzo.»
Talley gli piazzò un ginocchio alla base della schiena e gli legò i polsi.
Voleva portarlo fuori dalla casa, ma non voleva che venisse ripreso dalla
televisione. Attivò la ricetrasmittente.
«Mikki?»
«Capo, sta bene? Abbiamo sentito altri spari.»
«Fa' avvicinare i tiratori scelti, poi porta la tua auto sul retro della casa,
in Flanders Road. Aspettami lì.»
Talley sapeva che le troupe televisive si sarebbero concentrate sui cec-
chini. Voleva che l'attenzione di tutti fosse puntata sul davanti della casa,
non sul retro. Non voleva che l'Uomo con l'orologio potesse vedere qual-
cosa in televisione.
«Cosa sta succedendo?»
«Tu fallo e basta!»
Talley spinse Jones e l'altro superstite sul retro della casa. L'incendio
stava divorando l'edificio: la carta da parati si staccava dalle pareti e dai
soffitti cadevano pezzi di intonaco. Quando arrivarono alle porte finestre,
Talley sintonizzò la ricetrasmittente sulla frequenza operativa dello scerif-
fo e ordinò agli uomini sul retro di spegnere i riflettori. Il giardino precipi-
tò nell'oscurità. Talley spinse fuori i due uomini e li costrinse ad andare
subito verso il muro. Quando il supervisore della squadra dello sceriffo vi-
de che Talley aveva legato i due agenti dell'Fbi, chiese: «Che cazzo sta
succedendo?».
«Mi aiuti a portare di là questi tizi.»
Talley saltò a terra nell'attimo in cui Mikkelson e Dreyer scendevano
dall'auto.
Gli agenti della Swat fissavano Jones e l'altro uomo, i giubbotti con so-
pra la scritta "Fbi" grande come una casa, ammanettati e trascinati di peso
oltre il muro. Il sergente chiese di nuovo a Talley cosa stesse succedendo,
ma questi lo ignorò.
«Il capitano Martin è dentro. Di sopra. È stata colpita.»
Talley ottenne ciò che voleva. I poliziotti della Swat scavalcarono il mu-
ro e corsero verso la casa.
«Sei finito, Talley» disse Jones.
«Non sono io quello con le mani legate.»
«Tu sai cosa farà, vero? Lo capisci?»
«Io ho i dischetti, figlio di troia. Ora vedremo quanto li desidera il tuo
capo.»
Quando Mikkelson vide i due agenti dell'Fbi, la sua espressione si fece
confusa.
«Accidenti. Mi sono persa un passaggio?»
«Questa gente non è dell'Fbi.»
Talley costrinse il primo uomo a salire sul sedile posteriore dell'auto, poi
spinse Jones contro il parafango.
«Dove si trovano?»
«Non lo so. Io non c'entro con quella storia.»
«E lui dov'è?»
«Non lo so.»
«Come si chiama?»
«Non funziona così, Talley. È solo una voce al telefono.»
Talley frugò nelle tasche di Jones e trovò il cellulare. Digitò asterisco-6-
9, ma non accadde nulla.
«Merda!»
Premette il cellulare contro la faccia di Jones.
«Qual è il numero?»
«Io ne so quanto te.»
Talley gli diede una ginocchiata nello stomaco.
«Oh, merda!» esclamò Dreyer.
Talley sbatté Jones contro l'auto.
«Tu lo sai benissimo, il numero!»
«Voglio un avvocato.»
Talley gli diede un'altra ginocchiata, facendolo piegare in due. Mikkel-
son e Dreyer cominciarono ad agitarsi, a disagio.
«Capo...»
«Questi bastardi hanno rapito la mia famiglia.»
Talley alzò il cane della .45 e puntò l'arma contro la guancia di Jones.
«Stiamo parlando di mia moglie e di mia figlia, brutto figlio di puttana.
Credi davvero che non ti ammazzerei?»
Talley non era più sulla Flanders Road. Era entrato nel Limbo, un luogo
immerso nel rumore bianco, in cui regnavano le emozioni e la ragione
scarseggiava. La rabbia e il furore erano biglietti di sola andata, il panico
un treno senza fermate. Ci aveva messo tutto il giorno per arrivarci, ma ora
eccolo lì. I ragazzi della Swat ne parlavano spesso. Se entravi nel Limbo
perdevi la lucidità, ti giocavi la carriera. Finivi con il farti ammazzare o,
peggio ancora, con il far ammazzare qualcun altro.
Talley fece piegare Jones all'indietro contro il cofano dell'auto. Doveva
arrivare all'Uomo con l'orologio e Jones sapeva come fare. Non aveva
tempo per aspettare che chiamasse lui. Doveva coglierlo in contropiede.
Era una lotta contro il tempo.
«È lui a chiamare. Proprio come fa con te.»
Talley aveva la testa che pulsava. Si disse che era venuto il momento di
piantare una pallottola nella spalla di quel figlio di puttana e di farlo grida-
re. La voce di Mikkelson gli giunse come da lontano.
«Capo?»
Il rumore bianco svanì e Talley uscì dal Limbo. Abbassò la pistola. Lui
non era come loro.
Jones distolse lo sguardo. ATalley sembrò quasi imbarazzato.
«Non sono io a chiamarlo. È lui che chiama me. In questo modo loro re-
stano al sicuro. Tieni il telefono. Lui chiamerà.»
Talley fissò il cellulare di Jones, poi lo gettò per terra e lo calpestò,
mandandolo in frantumi. Aveva il Nokia, ma se avesse squillato lui non
avrebbe risposto. Quando l'Uomo con l'orologio lo chiamava, si aspettava
che lui rispondesse. Talley non voleva fare quello che l'Uomo con l'orolo-
gio si aspettava da lui.
«Mettilo in una cella insieme agli altri.»
Pareva che tutto stesse finendo prima ancora di essere cominciato. Ora
non poteva più fermarsi. Una volta che davi inizio all'assalto, dovevi anda-
re avanti fino alla fine. Se ti fermavi, eri morto.
Smith doveva saperlo. Si fidavano di lui al punto da affidargli i loro se-
greti più riservati. Tutto riconduceva di nuovo a Smith.
«Dove sono i ragazzi?»
«Con Cooper e i paramedici. Stanno bene. Finalmente siamo riusciti a
rintracciare la madre. Sta tornando a casa.»
«Di' a Cooper di venire all'ospedale e di portare i ragazzi.»
Talley si voltò a guardare la casa, passandosi una mano sugli occhi. Le
fiamme stavano divorando il tetto. Lingue di fuoco lambivano il cornicio-
ne nonostante i getti d'acqua simili ad arcobaleni d'argento. Talley si senti-
va l'odore del fuoco sugli abiti e sulla pelle. Puzzava come una pira funera-
ria.

KEN SEYMORE

Seymore stava scambiando anfetamine per qualche snack cinese con un


tizio di una stazione televisiva di Los Angeles quando dalla casa provenne
una serie di colpi attutiti. Il responsabile della troupe di Los Angeles, un
ragazzo pelle e ossa con una barbetta a punta e nessuna esperienza di vita,
interruppe la sua concione sulla scelta delle notizie come strumento politi-
co.
«Cos'è stato?»
Ken Seymore riconobbe subito quel rumore: erano spari.
Sapeva che Howell non aveva ancora dato l'ordine di fare irruzione, al-
trimenti lui sarebbe stato avvertito. Andò al furgone più vicino per scoprire
cosa stava succedendo. Il tecnico teneva sotto controllo uno scanner di
quelli usati dalla polizia, sintonizzato sulla frequenza operativa della squa-
dra tattica dello sceriffo.
«Avete scoperto qualcosa?»
Il tecnico gli fece segno con la mano di tacere. Ascoltava con un aurico-
lare perché il responsabile della troupe non voleva che qualcun altro potes-
se sentire.
«Hanno chiamato i pompieri. C'è un incendio nella casa.»
«E gli spari?»
«Erano spari, quelli?»
«Be', sì.»
Il tecnico gli fece di nuovo segno di star zitto e si sintonizzò, passando
da una frequenza all'altra.
«La squadra Swat è entrata. Oh, merda. Ci sono delle vittime. Pare che
abbiano preso i ragazzi. Sì, i ragazzi stanno uscendo.»
Il tecnico si strappò l'auricolare dall'orecchio e chiamò il suo responsabi-
le.
Una colonna di fumo si levò nella luce proiettata dagli elicotteri, poi u-
n'altra serie di spari echeggiò tra le case.
Seymore tirò fuori il cellulare.

GLEN HOWELL

Viste le novità, le stazioni locali ripresero a trasmettere in diretta. Le


fiamme si levavano dalle finestre sul lato sinistro della casa, ma l'incendio
era sul retro, dalla parte della piscina, ed era parecchio esteso. I pompieri
gettavano acqua sul tetto e alcune ombre correvano intorno al perimetro,
ma la veduta aerea era così offuscata che Howell non avrebbe saputo dire
chi si muoveva, né cosa stesse succedendo. Capiva solo che stava andato
tutto a puttane.
«Sei sicuro che siano stati colpiti gli uomini di Jones?»
«Hanno detto che era l'Fbi, quindi deve trattarsi degli uomini di Jones.
L'abbiamo sentito con lo scanner.»
«Hanno preso i dischetti?»
«Non lo so. Sta succedendo tutto in questo momento. Nessuno ci dice
nulla.»
«Perché cazzo sono entrati?»
«Pensavo che avesse dato lei l'okay.»
«Non sono stato io.»
«Un momento. C'è del traffico sullo scanner. Sì, stanno dicendo che due
agenti dell'Fbi sono usciti, e anche i ragazzi. Sì, i ragazzi sono fuori.»
Howell cercò di mantenersi calmo.
«Chi c'è in quella cazzo di casa?»
«Non lo so.»
«Jones è ancora dentro?»
«Non lo so.»
«Dov'è Talley?»
«Non lo so.»
«Tu sei pagato per sapere, maledizione. Per questo sei lì.»
Howell interruppe la comunicazione, poi compose il numero di Jones.
Dopo un solo squillo una voce registrata gli disse che l'utente non era al
momento raggiungibile o poteva avere il cellulare spento. Allora Howell
chiamò Martin. Lasciò squillare quindici volte, e alla fine riattaccò.
«Vaffanculo!»
Compose il numero di Talley e ascoltò il Nokia che squillava. Lo lasciò
suonare venti volte, poi richiuse il cellulare con tanta forza che temette di
averlo rotto.

TALLEY

Talley corse all'ospedale a sirene spiegate. Batté Cooper sul tempo, arri-
vando poco dopo le tre del mattino. Il parcheggio era quasi deserto. Gli ul-
timi giornalisti rimasti erano accampati vicino all'ingresso del pronto soc-
corso. Parcheggiò sull'altro lato dell'edificio per evitarli, ma scese dall'auto
perché non riusciva a stare seduto. Si appoggiò alla portiera a braccia con-
serte, osservando la strada, e in quel momento si rese conto che indossava
ancora il giubbotto antiproiettile con la ricetrasmittente attaccata. Se li tol-
se e li gettò sul sedile di dietro. Trovò il Nokia e lo lanciò sul sedile ante-
riore.
Il Nokia si mise a squillare.
Talley esitò, pensando che l'Uomo con l'orologio doveva essere venuto a
sapere di quanto era successo. Rimase a fissare il cellulare come se volesse
nascondersi, come se ogni suo movimento potesse attirare l'attenzione del-
l'Uomo e questi potesse scoprire che lui si trovava là. Voleva che l'Uomo
con l'orologio restasse nel dubbio.
Talley provò una stretta al petto e si rese conto che aveva smesso di re-
spirare. Il cellulare si zittì proprio mentre Cooper entrava nel parcheggio.
Talley fece un respiro profondo e alzò una mano, ma Cooper stava già ve-
nendo verso di lui.
Talley osservò Thomas e Jennifer scendere dall'auto. Avevano un'aria
pallida e tirata, lo sguardo ansioso. Talley sapeva che adesso sembravano
stare bene, nell'iniziale euforia del rilascio, ma dopo sarebbero cominciati
gli incubi, i flashback, e gli altri sintomi dello stress post-traumatico. An-
cora una volta Jennifer lo fece pensare ad Amanda. Talley si sentì travol-
gere da una tempesta di sentimenti: avrebbe voluto piangere e abbracciarli,
ma si concesse solo un sorriso.
«Ci portate da nostro padre?» chiese Jennifer.
«Sì. L'agente Cooper vi ha detto di vostra madre? L'abbiamo rintracciata
in Florida. È già in volo.»
Sorrisero, felici. Jennifer si lasciò sfuggire un'esclamazione di trionfo.
Talley le porse la mano.
«Non ci siamo presentati. Mi chiamo Jeff Talley.»
«Jennifer Smith. Grazie per tutto quello che ha fatto.»
La ragazza gli strinse la mano con forza e con un sorriso smagliante.
Thomas, invece, gliela strinse come se stessero concludendo una trattativa
d'affari. I due ragazzi si tenevano così vicini che le loro braccia si sfiora-
vano, ed entrambi si stringevano a lui. Sapeva che era normale: lui era
l'uomo che aveva salvato loro la vita.
«È un piacere conoscerti, finalmente, Thomas. Mi sei stato di grande
aiuto. Sei davvero molto coraggioso. Tutti e due lo siete.»
«Grazie, capo. Sa che è proprio sporco?»
Jennifer alzò gli occhi al cielo e Cooper scoppiò a ridere.
Talley si guardò le mani. Erano striate di fuliggine e di sudore, come il
viso.
«Già. Non ho avuto tempo di darmi una ripulita.»
«A volte è proprio maleducato» disse Jennifer. «Ma ti sei visto, Tho-
mas? Hai il naso tutto sporco di cenere.»
Thomas se lo sfregò, senza mai distogliere lo sguardo da Talley.
«Nostro padre sta bene?»
«Sta meglio. Andiamo da lui.»
Talley li condusse all'interno passando da un ingresso secondario, tenen-
doli per mano. Li lasciò solo per mostrare il distintivo a un inserviente che
li accompagnò attraverso l'ospedale fino al pronto soccorso. Tutti quelli
che incontravano si voltavano a guardarli. Talley sapeva che era solo que-
stione di tempo prima che la stampa venisse a sapere che il capo della po-
lizia aveva accompagnato i due ragazzi presi in ostaggio dal loro padre. E
quando l'avesse saputo la stampa lo avrebbe saputo anche l'Uomo con l'o-
rologio.
Talley si rifiutò di passare attraverso l'accettazione del pronto soccorso.
Allora l'inserviente li portò oltre il laboratorio lungo un corridoio usato dal
personale per portare i campioni da analizzare. Klaus e la dottoressa Reese
non c'erano più, ma un'infermiera che lo aveva già visto prima lo fermò.
«Lei è il capo della polizia, vero? Posso aiutarla?»
«Sto portando i figli di Smith a vedere il loro padre.»
«Sarà meglio che vada a chiamare la dottoressa Reese.»
«Bene. Noi intanto andiamo.»
Talley cercò la stanza di Smith senza attendere. Pensava che stesse dor-
mendo, e invece lo trovarono sveglio, che fissava il soffitto. Era ancora
collegato ai monitor.
«Papà?» disse Jennifer.
Smith sollevò appena il capo, e sul suo volto comparve un'espressione
sorpresa ed euforica.
I ragazzi corsero verso di lui, entrambi dalla parte del letto libera dai ca-
vi, e lo abbracciarono. Talley attese sulla soglia, dando loro qualche mo-
mento, poi entrò e rimase ai piedi del letto. Jennifer piangeva, la faccia
premuta contro il petto del padre. Il ragazzino si asciugò gli occhi e si in-
formò se la ferita gli faceva male.
Talley li osservava. Smith li teneva stretti a sé. Poi alzò la testa, incon-
trando lo sguardo di Talley, e li strinse ancora più forte.
«Grazie al cielo state bene. State bene, vero? È tutto a posto?»
«La mamma sta tornando a casa.»
Talley si avvicinò a Jennifer.
«Abbiamo rintracciato sua moglie. In questo momento è in volo.»
Smith guardò Talley negli occhi, poi distolse lo sguardo.
«La sua famiglia è salva» disse Talley.
Smith annuì.
«Cosa è successo ai tre uomini?»
«Sono morti.»
Thomas tirò il padre per il braccio.
«Papà, la nostra casa sta bruciando. Per poco non bruciavamo anche
noi.»
Thomas diede un altro strattone al braccio del padre e poi si lasciò sfug-
gire un gran singhiozzo, nascondendo il volto sul suo petto. Stava venendo
tutto a galla, la tensione e la paura. Smith gli accarezzò i capelli.
«Va bene così. Sei salvo. Solo questo conta.»
Talley attese che il ragazzo si fosse calmato, poi strinse appena la spalla
di Jennifer, dicendole: «Potreste aspettare un secondo in corridoio? Ho bi-
sogno di parlare con vostro padre».
Smith indicò il corridoio con un cenno del capo. Jennifer prese Thomas
per mano e lo condusse fuori. Smith fece un respiro profondo e guardò
verso Talley.
«Grazie.»
Talley tirò fuori i due dischetti.
Smith li fissò, poi distolse lo sguardo.
«Lo ha detto ai ragazzi?»
«No. Ma le faranno delle domande. Thomas mi ha aiutato a recuperarli.
Li ha aperti sul suo computer.»
«Non significano nulla, per lui.»
«Si farà delle domande. Prima o poi vorrà sapere.»
Smith fece un altro sospiro.
«Merda.»
«Sono davvero dei bravi ragazzi. Thomas, poi, è speciale.»
Smith chiuse gli occhi.
Talley lo osservò, chiedendosi cosa avrebbe potuto dire per convincere
quell'uomo ad aiutarlo. Aveva trattato con centinaia di soggetti, e la strate-
gia era sempre la stessa: scoprire cosa avevano bisogno di sentirsi dire e
dirlo. Trovare il tasto giusto e premerlo. Ora sembrava tutto così lontano.
Non sapeva come comportarsi. Si voltò a guardare Jennifer e Thomas fuori
in corridoio, e provò un dolore così assoluto e profondo che pensò di esse-
re annientato. Se solo fosse riuscito a ritrovare Jane e Amanda non le a-
vrebbe più lasciate andare.
Diede un colpetto sul braccio di Smith.
«Non so da dove venga lei, né cosa abbia fatto nella sua vita, ma farà
meglio a comportarsi onestamente con quei ragazzi. Lei ha riavuto la sua
famiglia, Smith. Sono tutti salvi. Mi aiuti a riprendermi la mia.»
Smith sbatté le palpebre, fissando il soffitto. Scosse la testa e strinse gli
occhi. Fece un altro respiro profondo, poi guardò verso i figli.
«Merda.»
«Già. Merda.»
Smith lo guardò. Aveva gli occhi lucidi.
«Se ha i dischetti ha tutto. Può sbatterli dentro per sempre.»
«Chi ha preso la mia famiglia?»
«Dev'essere Glen Howell. Doveva venire da me proprio oggi. È l'uomo
di Benza qui in zona.»
Talley si toccò il polso.
«Rolex d'oro? Molto abbronzato?»
Smith annuì.
Talley si stava animando. Ora aveva qualcosa in mano. Era arrivato vi-
cino alla porta e si sentiva pronto a fare irruzione.
«Okay, Smith. Glen Howell. Lui mi ha chiamato spesso, ma ora ho bi-
sogno di chiamarlo io. Dove lo trovo?»
Smith gli diede il numero di telefono di Howell.

26

Sabato, 03.09

TALLEY

Talley raddoppiò la sorveglianza intorno a Smith e ai suoi figli, poi tor-


nò di corsa verso la sua macchina. Chiuse gli occhi e cercò di mettere a
fuoco gli avvenimenti. Lui era un negoziatore; Howell era un soggetto;
Amanda e Jane erano gli ostaggi. Lo aveva già fatto altre volte e poteva
farlo ancora. C'erano solo lui e il telefono.
Lo ammazzo, questo cane!
I lampioni dipingevano il mondo di viola. Talley guardò in alto verso il
cielo, ma oltre le luci abbaglianti riuscì a vedere solo un paio di stelle. Un
paio di stelle bastava: Jane e Amanda erano sotto quelle stesse stelle. E an-
che Howell.
Quando il suo respiro tornò a farsi regolare e le spalle si rilassarono, Tal-
ley salì in macchina. Il suo compito era quello di sembrare fiducioso e con-
trollato. Il suo compito era quello di prendere il controllo.
Talley digitò il numero di Howell sul Nokia. Cominciò a tremare per l'a-
gitazione, ma cercò di tranquillizzarsi. Chiuse di nuovo gli occhi e respirò
a fondo.
L'Uomo con l'orologio rispose al secondo squillo; il suo tono era brusco
e irritato.
«Cosa c'è?»
«Indovina» disse Talley con voce morbida.
Howell lo aveva riconosciuto. Talley lo capì dal suo silenzio ancora
prima che rispondesse.
«Come hai avuto questo numero?»
«Ho due parole per te: Glen Howell.»
«Fottiti.»
«Penso che sarà Sonny Benza a fottere te. Ho la sua documentazione fi-
nanziaria. Ho la tua squadra Swat. Ho il capitano Martin. Ho te. E ho Wal-
ter Smith.»
Howell alzò la voce.
«E io ho la tua famiglia del cazzo. Non te lo dimenticare.»
Talley mantenne un tono di voce pacato. Sapeva che, se restava calmo,
Howell si sarebbe spaventato di più. Avrebbe sospettato che Talley stesse
mettendo in atto qualche piano e avrebbe finito per credere che fosse pro-
prio così. Ora, la sua unica via d'uscita era attraverso di lui. E Talley dove-
va far sì che se ne convincesse.
«Sai qual è stato il tuo errore? Se te ne fossi stato buono e calmo ad a-
spettare che questa vicenda si concludesse da sola, se non mi avessi tirato
in mezzo o non avessi fatto intervenire quegli animali dei tuoi uomini, non
mi sarei mai accorto di nulla. Avreste recuperato i dischetti e Benza sareb-
be al sicuro. Ora, invece, devi fare i conti con me.»
«Stai andando a fondo, Talley. Sei solo un fottuto poliziotto che non ha
una cazzo di prova. Stai uccidendo la tua famiglia. Ti stai suicidando.»
«Ti do cinque minuti. Chiama Benza. Chiedigli se vuole passare il resto
della vita in prigione.»
«Gli chiederò quante volte vuole che mi fotta tua figlia.»
«Chiedigli anche se mi posso tenere i soldi.»
Talley sentì solo il sibilo del collegamento cellulare.
«Ho qualcos'altro che vi appartiene. Ho trovato un bel po' di soldi in
quella casa. Dovrebbero essere all'incirca un milione di dollari.»
Dopo centinaia di trattative, Talley aveva imparato che qualunque bu-
giardo pensa che tutti mentano, un ladro che tutti rubino, un disonesto che
tutti siano come lui. Quel silenzio teso significava che Howell stava cer-
cando di capire le intenzioni di Talley proprio come Talley cercava di ca-
pire le sue. Poteva essere spaventato e sospettoso, ma sarebbe anche stato
disposto a credergli. Era essenziale che se ne convincesse.
«Cosa vuoi, Talley?» chiese Howell lentamente.
«Quanti soldi ho trovato?»
«Un milione e due.»
«Ti vendo un lasciapassare. Mia moglie, mia figlia e i soldi in cambio
dei dischetti. Se fai loro del male, questi finiscono dritti all'Fbi e io mi ten-
go comunque i soldi.»
Talley sapeva che Howell non avrebbe mai preso in considerazione uno
scambio diretto, la sua famiglia in cambio dei dischetti, perché non c'era
motivo che lui mantenesse la parola. Ma i soldi cambiavano le cose. Ho-
well avrebbe compreso la cupidigia. Avrebbe visto se stesso in Talley e
avrebbe creduto che un poliziotto potesse pensare di passarla liscia.
Talley non aspettò che Howell rispondesse.
«Ti dico io come fare. Porterò i dischetti all'ingresso nord del centro
commerciale, quello vicino allo svincolo dell'autostrada. Tu porti la mia
famiglia. Se stanno bene, si fa lo scambio. Se non torno indietro stanotte, i
miei uomini hanno sempre Smith e i tuoi finti agenti.»
«Se torni indietro li lascerai andare?»
«Li lascerò andare.»
«Okay, Talley, penso che si possa fare.»
«Lo penso anch'io.»
«Ma non al centro commerciale. Lo faremo dove voglio io.»
«Basta che non sia in un posto deserto.»
«Il Comfort Inn, a ovest di Bristo.»
«Lo conosco.»
«Trovati lì entro dieci minuti. Ci sarà qualcuno ad aspettarti nel par-
cheggio. Un minuto di ritardo, e non troverai più nessuno.»
Talley interruppe la comunicazione. Appoggiò con attenzione il Nokia
sul sedile, poi chiuse gli occhi. Il Comfort Inn era a circa un chilometro da
lì. Scese dall'auto, si tolse la felpa e infilò il giubbotto antiproiettile. Vi in-
dossò sopra la felpa. Controllò la pistola; un colpo in canna, sicura inserita.
Lasciò la radio accesa, ma regolò il volume dell'altoparlante al minimo.
Risalì in macchina.
Aveva ancora tante cose da fare.

GLEN HOWELL

Quando chiuse il cellulare, Howell tremava. Talley l'aveva sorpreso con


la guardia abbassata e costretto a fare un accordo che poteva anche essere
una trappola, ma lui non vedeva altra possibilità. Il suo compito era quello
di recuperare i dischetti.
Howell alzò il telefono della stanza. Duane Manelli era in una camera
poco distante insieme a LJ Ruiz.
«Ho bisogno che tu e LJ andiate fuori. Talley sta venendo qui.»
«Cazzo!»
«Non so se è da solo. Muovete il culo e uscite a sorvegliare la zona.»
«Cosa è successo a Jones?»
«L'hanno beccato.»
Howell riattaccò. Guardò l'orologio. Non avrebbe voluto fare la telefo-
nata successiva, ma anche in quel caso non aveva altra scelta. Fare quella
telefonata lo spaventava più che attendere l'arrivo di Talley.
Compose il numero di Sonny Benza.

Palms Springs, California

SONNY BENZA

«Sonny? Sonny, svegliati.»


Benza aprì gli occhi, e vide Phil Tuzee. Charles Salvetti camminava a-
vanti e indietro vicino alla scrivania con aria inquieta. Benza era allungato
sul divano, ancora nel suo ufficio alle quattro del mattino insieme agli altri
due. La schiena gli faceva un male dell'accidente. Un'altra seduta dal chi-
ropratico.
«Cosa c'è?»
«Glen Howell è al telefono. È successo un gran casino. Guarda.»
Benza si alzò a sedere e diede un'occhiata alla televisione, strizzando gli
occhi. La casa di Smith era in fiamme.
«Oh, Cristo. Cos'è successo?»
«È un massacro. La squadra di Howell è entrata, ed è andato tutto a put-
tane. Stanno portando fuori i corpi.»
«Abbiamo recuperato i dischetti?»
A Benza bastò l'espressione di Tuzee per capire. Sentì una vampata d'a-
cido salirgli in gola.
«No, capo. Li ha Talley.»
Salvetti li chiamò dalla scrivania.
«Venite. C'è Howell sul vivavoce. Dice che non ha molto tempo.»
Benza andò al telefono, cercando di controllare la sua rabbia.
«Che cazzo stai facendo, laggiù?»
Howell si schiarì la voce e questo portò Benza a concludere che era
sconvolto. Brutto segno. Glen Howell non era il tipo da sconvolgersi fa-
cilmente.
«Le cose non stanno andando secondo i nostri piani.»
«Puoi dirlo forte.»
Howell gli spiegò la situazione. Non solo Talley aveva i dischetti; aveva
catturato Smith, Jones e tutta la sua squadra. Benza si vide nell'atto di uc-
cidere Glen Howell. Si vide caricarlo in macchina, portarlo nel deserto e
ridurlo uno spezzatino a colpi di machete.
«Sonny?»
La collera di Benza si stemperò. Salvetti e Tuzee lo guardavano. Howell
stava ancora parlando. Sonny Benza non aveva mai avuto così tanta paura
in vita sua. Lo interruppe.
«Ascoltami, Glen.»
Cercò di parlare a voce bassa e ferma. Salvetti e Tuzee continuavano a
fissarlo.
«Voglio dirti una cosa, prima che tu vada avanti. Mi sono fidato di te per
risolvere questo problema, e tu hai fatto un gran casino. Mi hai deluso,
Glen.»
«Sonny, Talley ha i dischetti, ma possiamo ancora sistemare le cose.»
La voce di Howell tremava.
«Mi fa piacere che tu abbia un piano.»
«Lui vuole i soldi che Smith conservava per noi, il milione e due. Se gli
diamo la sua famiglia e i soldi, dice che ci darà i dischetti e lascerà andare i
nostri uomini.»
«Un momento» intervenne Salvetti. «Stai dicendo che quello stronzo ci
sta ricattando?»
«Un milione e due sono un sacco di soldi.»
Tuzee scosse la testa, guardando Benza, ma parlando a Howell.
«È una trappola. Ti sta lanciando un'esca per riavere sua moglie.»
«Non abbiamo altra scelta.»
Benza rispose, sempre con voce pacata, senza aspettare l'opinione di Tu-
zee o di Salvetti.
«Tu non hai altra scelta.»
Per parecchi secondi Howell non rispose.
«Capisco.»
«Resta in linea.»
Benza chiuse il vivavoce. Si stirò la schiena, cercando di alleviare il do-
lore, ma riuscì solo a peggiorare le cose. Tentò di capire da che parte stare;
o Talley stava davvero cercando di accaparrarsi i soldi, o era tutta una fin-
ta. Se Talley stava preparando una trappola per Howell, le prossime ore sa-
rebbero state un diluvio di merda. Era possibile che i federali avessero già
analizzato i dischetti e chiesto i mandati. Benza sapeva che avrebbe dovuto
avvertire New York, ma al solo pensiero si sentiva annodare le budella.
«Phil, chiama l'aeroporto e fai preparare il jet. Non si sa mai.»
Tuzee andò all'altro telefono.
Benza riaprì il vivavoce. Non voleva accettare la sconfitta; poteva anco-
ra esserci una via d'uscita.
«Okay, Glen, ascolta: non me ne frega niente dei soldi. Se proprio devo
perderli per guadagnare un po' di tempo, pazienza.»
«È quello che pensavo anch'io.»
«E se Talley ti sta tendendo una trappola, siamo comunque fottuti.»
«Ti avvertirò in tempo.»
«Vaffanculo tu e il tuo avvertimento. Recupera i dischetti e sbarazzati di
lui. Se non li recuperi, avrai qualche problema, Glen. Questo lo capisci,
vero?»
«I nostri resteranno sotto chiave. Non li lascerà andare prima di aver ria-
vuto la sua famiglia.»
Benza lanciò un'occhiata a Tuzee. Non gli piaceva l'idea di eliminare i
suoi uomini, ma l'aveva già fatto in altre occasioni. Doveva sbarazzarsi di
Smith, Talley, Jones e il suo gruppo, e di chiunque altro si venisse a trova-
re in una posizione vulnerabile dopo gli avvenimenti di quella notte. Era
l'unico modo per essere al sicuro.
«Dopo che Talley sarà morto ci occuperemo di Smith e di Jones con i
suoi. Questo è il modo migliore. Devono morire tutti.»
«Capisco.»
Benza schiacciò il pulsante per porre fine alla telefonata, poi tornò al di-
vano.
Salvetti andò a sedersi accanto a lui.
«La situazione sta precipitando, Sonny. Dobbiamo fare qualcosa. Do-
vremmo avvertire New York. Se gli diciamo quello che sta succedendo,
forse il vecchio Castellano potrebbe dimostrarsi clemente.»
Benza considerò la cosa, poi scosse la testa.
«Al diavolo New York. Non sono così impaziente di morire.»
«Sei sicuro di questo, Sonny? Abbiamo ancora qualche minuto di tem-
po.»
«Se non riusciamo a recuperare quei dischetti, l'ultima cosa che voglio è
una conversazione con il vecchio. Al confronto anche la prigione è me-
glio.»
Salvetti aggrottò la fronte.
«Il vecchio ha gli artigli lunghi. Ci raggiungerà anche in prigione.»
Benza lo guardò.
«Cristo, Sally, tu hai sempre una parola di incoraggiamento!»
Tuzee incrociò le braccia e si strinse nelle spalle.
«Ma che cazzo, recupereremo i dischetti, lo metteremo nel culo ai fede-
rali e Castellano non verrà mai a sapere cosa è successo. Le cose possono
ancora aggiustarsi.»
Benza decise di fare i bagagli. Nel caso non si aggiustassero.

27

Sabato, 03.37
Santa Clarita, California

TALLEY

Talley guidava a luci spente, buttandosi sul limite estremo della carreg-
giata tutte le volte che incrociava un veicolo. Parcheggiò lungo la strada a
un centinaio di metri dal motel, lasciando l'auto in mezzo ai cespugli e rin-
graziando il cielo per la decisione di indossare una felpa nera. Legò un ro-
tolo di nastro adesivo da imballaggi a un passante della cintura, poi infilò
in tasca una manciata di fascette serrafilo di plastica. Si sfregò del terriccio
su faccia e mani per smorzare il chiarore della pelle, estrasse la pistola e si
avviò a passo svelto verso il motel. La luna, alta e lucente come una perla,
gli illuminava la strada.
Talley pensava che Howell avrebbe schierato delle sentinelle per essere
avvertito nel caso si fosse avvicinata la polizia. Arrivò ai confini della pro-
prietà e si fermò, immobile, vicino a un cespuglio di manzanita dalle foglie
pungenti, perlustrando l'oscurità ai limiti della zona illuminata alla ricerca
di qualche minimo movimento o di un'ombra sospetta. Quando era con la
Swat, Talley si era avvicinato a centinaia di case occupate da criminali ar-
mati, e questa volta non era diversa dalle altre. Il motel era un lungo edifi-
cio rettangolare a due piani circondato da un'area di parcheggio. Poche au-
to sostavano davanti alle stanze del pianterreno. Due enormi motrici di au-
toarticolato erano ferme sul retro, mentre una terza era parcheggiata vicino
alla strada. Talley fece il giro della proprietà muovendosi al di fuori della
zona illuminata e fermandosi ogni due passi per guardarsi in giro e ascolta-
re.
Individuò un uomo di guardia sul lato orientale del parcheggio, seduto
tra le ruote di un lungo autoarticolato. Pochi minuti dopo scoprì un secon-
do uomo accovacciato sotto una pianta di pepe dall'altra parte della strada,
sul lato ovest. Talley si guardò intorno attentamente alla ricerca di altri, ma
non ne vide.

DUANE MANELLI

Manelli era sdraiato a pancia in giù sul terreno compatto alla base di una
pianta di pepe, e osservava LJ Ruiz che si muoveva tra le ruote di un lungo
autoarticolato. Si tenevano in contatto con il cellulare. Se uno dei due a-
vesse avvistato un veicolo che si avvicinava, o qualcosa di sospetto, poteva
avvertire subito l'altro e poi Glen Howell. A Manelli non piaceva vedere
tutto quel movimento. Voleva dire che LJ era annoiato, e le persone an-
noiate fanno degli errori.
«LJ, sei al tuo posto?» sussurrò nel cellulare.
«Sì, sono qui.»
«Allora, sistemati e smettila di agitarti.»
«Vaffanculo. Io non mi sto agitando.»
Manelli non rispose: LJ aveva smesso di muoversi, e lui decise di lasciar
perdere. Aveva passato abbastanza tempo in esercitazioni di ricognizione
notturna quando era nell'esercito per sapere quando rispettare il silenzio
radio.
Tornò a sdraiarsi per terra.
Ruiz disse qualcosa, ma Manelli non capì.
«Ripeti.»
Ruiz non rispose.
«Non ti ho sentito, LJ. Cos'hai detto?»
Niente.
«LJ?»
Manelli udì uno scricchiolio di ghiaia alle sue spalle, poi la testa gli e-
splose con i colori dell'arcobaleno.

TALLEY

Talley legò i polsi a Manelli, bloccandoglieli dietro la schiena con le fa-


scette e tirando bene le estremità libere. Allo stesso modo gli legò le cavi-
glie, poi lo fece rotolare sulla schiena.
Lo schiaffeggiò in pieno volto.
«Svegliati.»
Lo colpì più forte.
«Svegliati, maledizione! Sei in arresto.»
Manelli sbatté le palpebre. Talley attese finché non gli sembrò che riu-
scisse a mettere a fuoco le immagini, poi gli premette la pistola contro il
collo.
«Tu sai chi sono?»
«Talley.»
«In quale stanza si trovano?»
«Non sono più qui. Howell le ha fatte portare via.»
Talley imprecò sottovoce. Non si aspettava che Howell le avrebbe tenute
con sé, ma lo aveva sperato.
«Va bene. Dove sono?»
«Non lo so. Le ha prese Clewes.»
Talley non aveva mai sentito prima quel nome, Clewes, ma non impor-
tava. Non aveva mai sentito nominare nessuno di loro.
«Dove le ha portate questo Clewes?»
«Non lo so. In macchina. Howell lo deve chiamare. Non so che inten-
zioni hanno. È una cosa tra loro due.»
Talley lanciò un'occhiata verso il motel, cercando di controllare il pani-
co. I secondi che passavano gli pesavano sulle spalle come sacchi di sab-
bia. Stava sprecando tempo prezioso, e aveva bisogno di un piano. Si im-
pose di pensare, ripetendosi il mantra della Swat: "Il panico uccide". Se
Jane e Amanda erano da qualche altra parte, avrebbe dovuto costringere
Howell a riportarle indietro.
Si voltò nuovamente verso Manelli.
«Quanti uomini ha, Howell?»
«Cinque qui al motel, più Clewes.»
«Tolti tu e quello stronzo al camion, ne restano tre all'interno?»
«Esatto, più Clewes. Lui ha dell'altra gente, ma non so dove sono. Po-
trebbero arrivare qui da un momento all'altro.»
Talley rifletté. Tre nella stanza. Tre conto uno, con altra gente in arrivo.
Non importava. Non aveva altra scelta.
«Che stanza è?»
Manelli esitò.
Talley gli spinse la .45 nella bocca. Sudore e polvere gli scendevano dal
viso, gocciolando su Manelli come una pioggia di fango.
«Che stanza è?»
Manelli sospirò.
«Centoventiquattro. Ti posso chiedere una cosa, Talley?»
Talley esitò. Non aveva tempo per le domande.
«Cosa?»
«Tu non sei un poliziotto di campagna, vero?»
«No. No, non lo sono.»
Talley coprì la bocca di Manelli con il nastro adesivo, poi attraversò ve-
loce la strada e tornò al parcheggio, cercando la stanza centoventiquattro.
Trovò la Mustang verde nella parte più distante del motel, parcheggiata nel
posto adiacente a quello davanti alla camera centoventiquattro. Un uomo
con una maglietta blu era in piedi accanto alla macchina: stava fumando.
Questo significava due uomini all'interno. Talley vide un orologio color
argento al braccio sinistro dell'uomo. Non era Glen Howell.
Talley si avvicinò il più possibile alla Mustang. L'uomo finì la sigaretta
e si appoggiò all'auto. Si trovava a meno di quindici metri. Non era poi co-
sì distante, rifletté Talley.
La porta della centoventiquattro si aprì e ne uscì un uomo molto abbron-
zato.
«Tieni gli occhi aperti. Dovrebbe essere già qui.»
Talley vide un Rolex d'oro al polso dell'uomo, e riconobbe la voce. Ho-
well.
Tolse la sicura della pistola e si preparò ad agire.
L'uomo della Mustang prese a lamentarsi con Howell.
«È una cazzata. Quel vigliacco di merda non si farà vedere. Dovremmo
andarcene da questo buco finché siamo ancora in tempo.»
«Verrà. Non ha scelta.»
Howell rientrò nella stanza, chiudendo la porta.
L'uomo della Mustang si accese un'altra sigaretta. Quando si voltò, dan-
dogli la schiena, Talley si lanciò in avanti.
L'uomo trasalì sentendo rumore, ma era troppo tardi. Talley lo colpì vio-
lentemente alla tempia, usando la .45 come una mazza. L'uomo barcollò di
lato. Talley lo afferrò da dietro serrandogli il collo in una presa di strango-
lamento e lo spinse in aranti verso la porta. Non voleva che perdesse cono-
scenza, ne aveva bisogno come scudo.
Talley si mosse velocemente: sferrò un calcio alla porta vicino al pomel-
lo, fracassando lo stipite, e spinse l'uomo oltre la soglia urlando: «Polizia!
Siete in arresto!».
Talley non pensava che gli avrebbero sparato fintanto che aveva lui i di-
schetti. Contava su questo.
Glen Howell estrasse una pistola acquattandosi, e lanciò un urlo a un
uomo dalla testa grossa, seduto vicino alla finestra. Quest'ultimo rotolò a
terra e si rialzò in ginocchio, impugnando una pistola con due mani.
«Non sparargli! Non sparare!» urlò Howell.
Talley teneva sotto mira ora l'uno ora l'altro, cercando di ripararsi il più
possibile dietro l'uomo della Mustang. Insetti avidi di luce entravano vol-
teggiando lenti.
«Dov'è la mia famiglia?» urlò Talley.
I loro respiri affannosi ricordavano il rumore dei grossi diesel che sfrec-
ciavano sulla strada. Nessuno sparava, ma se qualcuno lo avesse fatto, tutti
avrebbero aperto il fuoco. Ognuno aveva qualcosa che l'altro voleva. Tal-
ley lo sapeva. Anche Howell lo sapeva. Era l'unica cosa che li tratteneva.
All'improvviso Howell mollò la pistola, lasciandola ciondolare appesa al
dito.
«Stiamo calmi. Calmi. Siamo qui per concludere un affare.»
«Loro dove sono?»
«Hai i dischetti?»
Talley puntò la pistola contro l'uomo dalla testa grossa. Gli parve di es-
sere tornato in quell'asilo nido, tenuto in ostaggio da uomini armati.
«Sai bene che li ho, figlio di puttana. Dov'è la mia famiglia?»
Howell si alzò lentamente, tenendo le braccia larghe e lasciando penzo-
lare la pistola.
«Stai calmo. Loro stanno bene. Posso prendere il telefono dalla tasca?»
«Avrebbero dovuto essere qui.»
«Lasciami prendere il telefono. Potrai parlare con loro e sentire che
stanno bene.»
Talley puntò la pistola su Howell e poi di nuovo sull'uomo con la testa
grossa. Howell prese dalla tasca un cellulare e digitò un numero. Dall'altra
parte qualcuno rispose, e Howell gli disse di far venire la donna al telefo-
no. Protese in avanti il cellulare.
«Tieni. Parlale. Sta bene.»
Talley premette con forza la pistola contro la guancia dell'uomo della
Mustang, intimandogli di non muoversi. Howell gli porse il telefono, te-
nendolo con due dita come una tazzina di tè. Talley lo prese con la mano
libera e Howell indietreggiò.
«Jane?»
«Jeff! Noi...»
La comunicazione si interruppe.
«MERDA!»
Howell si strinse nelle spalle. «Hai visto? Sono vive. Il fatto che conti-
nuino a esserlo dipende da te.»
Talley lanciò il telefono a Howell, poi tirò fuori un solo dischetto. Quel-
lo era il momento in cui tutto poteva finire male. Il momento in cui correva
il rischio più grosso e si giocava il tutto per tutto.
«Un dischetto. L'altro lo avrai quando io avrò le mie ragazze. Non al te-
lefono, ma qui in carne e ossa. Se non ti va, pazienza. Se mi ammazzi, fini-
scono tutti in galera.»
Lanciò il dischetto sul letto.
Capì che Howell non era soddisfatto di averne uno solo, ma contava
proprio su quello. Voleva che fosse disorientato, preoccupato. Era una trat-
tativa. Talley sapeva che Howell avrebbe soppesato le alternative, proprio
come stava facendo lui; si sarebbe chiesto se Talley avesse con sé anche il
secondo dischetto, pensando che in questo caso poteva semplicemente spa-
rargli e fine della storia. Ma Howell non poteva esserne certo. Se lo avesse
ucciso e lui non avesse avuto con sé entrambi i dischetti, per Howell sa-
rebbe stata la fine. Per questo non gli avrebbe sparato. Non ancora. Questo
dava a Talley la possibilità di costringerlo a liberare Amanda e Jane.
La tensione era evidente sul volto di Howell. Talley non disse nulla.
Howell raccolse il dischetto.
«Devo controllare che sia autentico.»
«È autentico.»
«Devo esserne sicuro.»
Un ThinkPad IBM collegato a un drive per zip era posato sul comodino.
Howell sedette sul bordo del letto mentre leggeva il dischetto, poi grugnì,
una volta verificato il contenuto.
«Va bene. Questo è uno. Dov'è l'altro?»
«Prima le mie ragazze. Quando vedo le mie ragazze, tu ti prendi l'altro
dischetto. È così che funziona.»
Il sudore colava dai capelli di Talley, scendendogli lungo il collo. Pareva
ricoperto da un esercito di formiche. Howell poteva decidere se correre il
rischio. Nessuno dei due aveva altra scelta. Bisognava vedere chi sarebbe
crollato per primo.
Era una rimessa in gioco. La partita poteva ricominciare.
Talley aspettò che Howell valutasse le alternative. Talley sapeva già co-
sa avrebbe deciso. Non gli aveva lasciato scelta.
Howell prese il telefono.

GLEN HOWELL

Talley non agiva come un ex poliziotto logorato dal lavoro, scappato a


nascondersi in provincia; si comportava come un perfetto superpoliziotto
della Swat. Ma si capiva che era spaventato. Howell sapeva che doveva
sfruttare quella paura: doveva far sì che Talley fosse così terrorizzato di
perdere la sua famiglia da smettere di pensare. Era convinto che Talley a-
vesse con sé il secondo dischetto, ma l'unico modo per scoprirlo era ucci-
derlo, e se Talley non aveva il dischetto, lui era fottuto. Il messaggio di
Sonny Benza era chiaro: l'avrebbe ammazzato.
Marion Clewes rispose al primo squillo.
«Sì?»
Howell parlò con voce chiara, senza mai togliere gli occhi di dosso a
Talley. Voleva che capisse che lui aveva in mano la vita di sua moglie e
della figlia.
«Portale qui. Ferma l'auto davanti alla stanza, ma non scendere. Voglio
fargli vedere che stanno bene.»
«Ricevuto.»
Howell guardava Talley attentamente, e notò che si era irrigidito quando
lui aveva detto a Clewes di restare in macchina. A Talley la cosa non pia-
ceva, ma cercava di non darlo a vedere. Howell si sentì incoraggiato, come
se avesse giocato una carta vincente.
«Non riattaccare. È importante che resti in linea. Voglio parlarti ancora.»
«D'accordo.»
Howell abbassò il telefono. Clewes era parcheggiato dietro una stazione
di servizio della Mobil lungo la strada. Sarebbe arrivato in pochi secondi.
«Okay, Talley, stanno arrivando.»
«Non voglio solo vederle. Non ti darò il dischetto finché non saranno
con me.»
«Capisco.»
Howell sentì l'auto prima di vederla. Clewes manovrò fino a fermarsi
nello spazio vuoto a fianco della Mustang, il muso della macchina incorni-
ciato nel vano della porta aperta. Jane era sul sedile del passeggero, la fi-
glia sul sedile posteriore. Entrambe erano legate, la bocca chiusa con il na-
stro adesivo.
Howell vide Talley muoversi impercettibilmente verso la porta, verso
sua moglie, e subito riprendere il controllo per voltarsi di nuovo verso di
lui.
«Digli di scendere dall'auto.»
Howell alzò il telefono.
«Marion?»
Clewes alzò il cellulare. Si vedevano chiaramente attraverso la porta a-
perta.
«Sì?»
«Puntale la pistola alla testa.»

MARION CLEWES

Il mondo era confortevole all'interno dell'auto, che conservava ancora


quel buon odore di nuovo; con i finestrini chiusi, il motore al minimo e l'a-
ria condizionata ben regolata; Marion sentiva solo la voce nell'orecchio e il
pianto sommesso delle due donne. Non traeva alcun piacere dalle loro la-
crime.
«Va bene.»
Marion aveva ricevuto istruzioni precise. Così come il compito di Glen
Howell era quello di recuperare i dischetti, lui sapeva esattamente cosa a-
vrebbe dovuto fare e quando. Era tutta una questione di come svolgevi il
tuo lavoro, se avevi successo ti premiavano, se fallivi ti punivano. Succes-
so e fallimento dipendevano dai dischetti.
Marion sollevò la pistola, puntandola alla testa di Jane. Lei tremava,
stringendo gli occhi. Dietro di lei, sul sedile posteriore, la figlia gemeva
forte.
Marion sorrise con calore, cercando di confortarle, sempre tenendo d'oc-
chio l'azione nel motel.
«Non preoccupatevi, signore. Andrà tutto bene.»
La sua pistola restava fissa sul bersaglio.

TALLEY

Il mondo si ridusse a quell'automobile a pochi passi da lui. Talley vide


tutto quello che accadeva all'interno dell'auto con uaa chiarezza tale da
sembrare irreale: l'uomo al volante puntò una piccola pistola nera alla tem-
pia di Jane. Lacrime luccicanti le scesero dagli occhi. Sul sedile posteriore,
Amanda si dibatteva da una parte all'altra, piangendo anche lei.
«NO!» urlò Talley.
Howell teneva il cellulare davanti alla bocca, parlando a Talley, ma an-
che all'uomo nella macchina.
«Dammi il secondo dischetto o lui ucciderà tua moglie.»
«NO!»
Talley puntò improvvisamente la pistola contro l'uomo nella macchina,
ma temeva che l'inclinazione del parabrezza potesse deviare il proiettile.
Non era come quando Neal Craimont aveva ucciso l'uomo che gli teneva
una pistola puntata contro la testa davanti all'asilo. L'uomo nell'auto era
protetto dal vetro. Non si poteva essere sicuri di colpire con precisione.
Talley spostò nuovamente la mira su Howell. All'improvviso stava andan-
do tutto storto: il suo piano era fallito.
Stava vincendo Howell.
«Ti ammazzerò Howell! Non avrai mai quel dischetto!»
«E lui ucciderà tua moglie, ma tua figlia sarà ancora viva. Mi stai ascol-
tando, Marion?»
Talley vide l'uomo al volante annuire. Spostò nuovamente la mira, pun-
tando di nuovo la pistola contro l'uomo nell'auto.
«Ti ammazzo! Mi hai sentito, figlio di puttana?!»
L'uomo nell'auto sorrise.
«Io avrò ancora tua figlia» disse Howell con tono pacato. «Tua moglie
sarà morta, ma tua figlia sarà ancora viva. La vedi là, sull'auto, Talley? Ma
se tu mi spari, allora lui ucciderà anche tua figlia. Vuoi perderle tutt'e
due?»
Talley tornò a puntare la pistola contro l'uomo nell'auto. Ansimava così
forte che la pistola tremava. Se sparava basso, il proiettile sarebbe stato
deviato verso l'alto, ma non sapeva di quanto; un tiro poco meno che per-
fetto sarebbe costato la vita di Jane. Se avesse sparato all'uomo nell'auto,
Howell o l'uomo dalla testa grossa avrebbero sparato a lui, e a quel punto
sarebbero morti tutti.
«La trattativa è finita, Talley. Ho vinto io» disse Howell.
Talley lanciò un'occhiata verso di lui. Valutò i colpi: prima l'uomo sul-
l'auto, poi Howell, per ultimo quello sul pavimento. Doveva riuscire a farli
fuori tutti e tre per salvare la sua famiglia. Non pensava di poterci riuscire.
«Butta la pistola e dammi il secondo dischetto» ordinò Howell. «Dam-
melo o il cervello di tua moglie finirà sul finestrino.»
Gli occhi di Talley si riempirono di lacrime al pensiero che sarebbero
morti tutti comunque. Ma gli restava ancora una possibilità. Una possibili-
tà piccola, perché Howell e Benza volevano i dischetti.
Talley lasciò cadere la pistola.
L'uomo della Mustang si gettò di lato. Howell e l'uomo dalla testa grossa
si buttarono in avanti. Raccolsero la pistola di Talley e lo spinsero contro il
muro, inchiodandolo come un insetto su una tavoletta. Howell lo perquisì
anche se Talley gli disse dove teneva il secondo dischetto.
«È nel taschino di sinistra.»
Talley si sentiva intorpidito. Sconfitto. Fuori, l'uomo al volante era sceso
dall'auto e aveva raggiunto la porta. Talley guardò Jane e Amanda nell'abi-
tacolo. Lo sguardo di Jane incontrò i suoi occhi e in quel momento lui si
sentì sorretto da un'ondata di amore che gli parve quasi potesse trascinarlo
via.
Howell inserì il dischetto nel ThinkPad.
Talley lo osservò mentre ne verificava il contenuto e provò un sinistro
piacere nel vedere il viso dell'uomo ottenebrarsi di una collera furibonda.
«Figlio di puttana! Non è questo il dischetto. Questo non è il secondo di-
schetto! È vuoto!»
Talley si sentiva stranamente distaccato da quella stanza e da quelle per-
sone. Guardò nuovamente verso Jane. Le sorrise, lo stesso sorriso compli-
ce che spesso si erano scambiati la notte, quando erano da soli a letto, poi
tornò a voltarsi verso Howell.
«Non ho più il secondo dischetto. L'ho dato agli uomini dello sceriffo, e
loro lo daranno all'Fbi. Benza è finito. Tu sei finito. Né tu né io possiamo
più farci niente.»
Talley vide l'incredulità affiorare sul volto di Howell come una gigante-
sca bolla.
«Tu menti.»
«Non mento. Non c'è più niente da fare, qui, Howell. Lasciaci andare.
Lasciaci andare e ti risparmierai un'accusa di omicidio.»
Howell si alzò in piedi, rigido come un automa. Girò intorno al letto con
passo pesante, come se fosse in stato di choc, raccolse la pistola da terra e
la puntò contro Talley.
«Sei diventato matto?»
«Io voglio solo riportare la mia famiglia a casa.»
Howell scosse la testa come se non riuscisse ancora a credere a ciò che
stava succedendo, poi, come intontito, guardò l'uomo sulla porta, quello
che prima era al volante dell'auto.
«Ammazzali tutti.»
MARION CLEWES

Marion osservò Glen Howell che leggeva il secondo dischetto. Rimase


deluso nel vedere che Talley aveva cercato di giocarli con un dischetto fal-
so, ma se lo aspettava. Dopo tutto, Talley era un poliziotto; Marion non
aveva mai pensato che si sarebbe lasciato scappare un uomo come Sonny
Benza, neppure con la famiglia in ostaggio. In fondo, consegnare il di-
schetto alle autorità competenti era stata la cosa giusta da fare.
«Ammazzali tutti.»
Era tutta una questione di come facevi il tuo lavoro, se avevi successo ti
premiavano, se fallivi ti punivano. Successo e fallimento dipendevano dai
dischetti, e Glen Howell non aveva recuperato i dischetti.
Marion era dispiaciuto: Glen Howell gli era sempre stato simpatico, an-
che se al signor Howell lui non era mai andato a genio.
Marion aveva ricevuto istruzioni precise.
Marion alzò la pistola.

TALLEY

L'uomo sulla porta, che Howell aveva chiamato Marion, alzò la pistola
puntandogliela dritta in faccia. Marion era un uomo piccolo, dall'aspetto
comune, il tipo di persona anonima che risulta invisibile in un centro
commerciale e impossibile da descrivere per un testimone. Un signor Qua-
lunque: altezza media, corporatura media, capelli castani, occhi castani.
Talley fissò la bocca della pistola, aspettando il proiettile.
«Mi dispiace Jane.»
Marion spostò improvvisamente la pistola di lato e fece fuoco. Aggiustò
la mira e sparò ancora, e ancora. Il primo proiettile prese Howell sopra
l'occhio destro, il secondo centrò l'uomo della Mustang in pieno occhio si-
nistro, e il terzo colpì l'uomo dalla testa grossa alla tempia.
Marion abbassò la pistola.
Talley era in piedi contro la parete, immobile. Guardava Marion come
un uccello guarda un serpente.
Marion si strinse nelle spalle.
«La vita non perdona.»
Marion attraversò la stanza per prendere l'unico dischetto buono, se lo
mise in tasca e andò verso la macchina. Aiutò Jane a scendere, poi aprì la
porta posteriore e fece lo stesso con Amanda. Girò intorno alla vettura, salì
al posto di guida e partì senza dire una parola. Talley lo vide parlare al cel-
lulare prima ancora di essere uscito dal parcheggio.
Il motel era tranquillo.
Un vento scuro aveva soffiato su Bristo Camino, qualcosa che andava
oltre il controllo di Talley, oltre il suo dolore e il suo smarrimento, e ades-
so era cessato. Adesso restavano solo loro tre.
«Jane?»
Talley uscì barcollando dalla stanza e corse verso la moglie. L'abbracciò,
stringendola disperato, poi attirò a sé la figlia e le strinse entrambe, mentre
le lacrime gli rigavano il volto. Le tenne strette e capì che non le avrebbe
lasciate mai più andare via, che le aveva perse una volta e per poco non le
aveva perse una seconda, questa volta per sempre, e che avrebbe fatto tutto
quanto era in suo potere perché non accadesse di nuovo.
Era finita.

28

Sabato, 04.36
Palm Springs, California

SONNY BENZA

Dopo la telefonata con Glen Howell, Sonny Benza non provò nemmeno
a rimettersi a dormire. Si fece venti milligrammi di Adderall e due piste di
coca per tirarsi su, poi tutti e tre si sedettero ad aspettare.
Al primo squillo del telefono poco ci mancò che saltasse giù dal divano.
Tuzee lo guardò, chiedendogli se voleva che rispondesse lui. Benza an-
nuì.
Tuzee alzò la cornetta.
«È l'aeroporto. Vogliono sapere dove vuoi andare. Devono compilare un
piano di volo.»
«Digli Rio. Lo cambieremo in viaggio.»
«Sapranno dove siamo diretti» disse Salvetti come Tuzee ebbe riattacca-
to. «Quei jet vanno così in alto che il controllo aereo li segue per tutto il
volo.»
«Non ti preoccupare, Sally. Ci penseremo.»
«Facevo così per dire.»
«Non ti preoccupare.»
La seconda volta che il telefono squillò, Tuzee rispose senza chiedere
nulla. Dalla sua espressione, Benza capì che quella era la chiamata che a-
spettava.
«Merda» disse Salvetti.
Tuzee schiacciò il pulsante del vivavoce dicendo: «È Ken Seymore.
Ken, Sonny e Charlie sono qui. Cosa sta succedendo, laggiù?».
«È un casino. Sta andando tutto a puttane. Sono ancora qui nel comples-
so, ma...»
L'urlo di Benza coprì la sua voce. La paura nella voce di Seymore lo
mandò in bestia.
«Non me ne frega un cazzo di dove sei. Abbiamo quei maledetti dischet-
ti o no?»
«No! Li hanno loro. Glen Howell e altri due dei nostri sono morti. Han-
no preso Manelli, Ruiz e non so chi altri. È un gran casino, qui. Non so co-
sa sia successo.»
«Chi ha ammazzato Howell? Talley?»
«Non lo so! Sì, penso sia stato Talley. Non lo so. Cazzo, se ne sentono
di tutti i colori.»
Sonny Benza chiuse gli occhi. Tutto finito, tutto distrutto. Tre balordi
qualunque fanno irruzione in una casa e tutto quello che lui aveva costruito
in una vita stava per sparire.
«Sei sicuro che abbiano i dischetti?» chiese Tuzee.
«Talley li ha dati agli uomini dello sceriffo. Questo lo so di sicuro. Non
so cosa sia successo dopo. Glen l'hanno fatto fuori al motel, c'è stata una
gran sparatoria o qualcosa del genere, e ora sono arrivati quelli dell'Fbi, la
vera Fbi. Cosa volete che faccia?»
Benza scosse la testa: non c'era più nulla che Ken Seymore o altri potes-
sero fare.
«Sparisci» disse Tuzee. «Chiunque non sia stato preso deve sparire. Lì
avete finito.»
La linea restò muta. Ken Seymore non c'era più.
Benza si alzò senza una parola e andò alla grande vetrata che dominava
Palm Springs. Quella vista gli sarebbe mancata.
Salvetti gli si avvicinò, fermandosi alle sue spalle.
«Cosa vuoi fare, capo?»
«Quanto pensi che abbiamo prima che arrivino i federali?»
Aveva già un'idea, ma voleva sentirselo dire.
Salvetti e Tuzee si scambiarono un'alzata di spalle.
Fu Tuzee a parlare. «Talley dirà loro cosa c'è sui dischetti; poi, proba-
bilmente, parleranno con Smith. Non so se lui confermerà o meno.»
«Parlerà, parlerà.»
«Okay, diranno che ti trattengono come soggetto a rischio di fuga, e in-
tanto avranno il tempo di formulare i veri capi d'accusa; poi chiederanno
un mandato sulla base del nostro presunto coinvolgimento nei sequestri e
negli omicidi di Bristo. Supponendo che ottengano un mandato per telefo-
no e che si appoggino alla polizia di Stato attraverso il loro ufficio locale...
diciamo due ore.»
«Due ore.»
«Sì, non penso che possano arrivare qui prima.»
Benza sospirò.
«Okay ragazzi. Voglio essere in volo tra un'ora.»
«Va bene, Sonny.»
«Lo dirai a New York?» chiese Salvetti.
Benza non avrebbe detto nulla a New York. Aveva più paura della loro
reazione che di affrontare i federali.
«Si fottano. Andate a prendere le vostre famiglie. Non preoccupatevi dei
bagagli, compreremo tutto a destinazione. Troviamoci all'aeroporto al più
presto. Quarantacinque minuti al massimo.»
I tre uomini rimasero in silenzio per un momento. Erano nella merda fi-
no al collo e lo sapevano. Benza strinse loro la mano. Erano amici sinceri e
fidati. Benza voleva bene a entrambi.
«Siamo stati bene, qui, ragazzi.»
Charlie Salvetti cominciò a piangere. Voltò le spalle e uscì dall'ufficio
senza una parola.
Tuzee rimase a fissare il pavimento finché Salvetti non se ne fu andato,
poi allungò nuovamente la mano verso Benza, che la strinse.
«Si sgonfierà tutto, Sonny. Vedrai. Chiariremo le cose con New York, e
finirà tutto bene.»
Benza sapeva che erano tutte stronzate, ma apprezzò il tentativo di Tu-
zee per tirarlo su di morale. Trovò anche la forza di sorridere.
«Philly, dovremo guardarci le spalle per il resto della nostra vita. Be', fa
parte del gioco.»
Tuzee sorrise stancamente.
«Sì, penso di sì. Ci vediamo all'aeroporto.»
«Contaci.»
Tuzee si allontanò in fretta.
Sonny Benza tornò a voltarsi verso la finestra. Restò ad ammirare le luci
nel deserto sotto di lui, splendenti come sogni infranti, e ripensò a quanto
era stato orgoglioso suo padre, a come si vantava: "Solo in America,
Sonny, solo in America; a due passi dalla casa di Francis Albert!".
Frank Sinatra era morto da anni.
Benza andò a svegliare la moglie.

Sabato, 07.49, ora della costa Est


New York City

VIC CASTELLANO

Vic Castellano sedeva sulla terrazza che dominava l'Upper West Side di
Manhattan. Era una mattina stupenda, limpida e gradevole, anche se sareb-
be diventata più calda di un fottuto forno prima di mezzogiorno. Indossava
ancora l'accappatoio di spugna con la scritta "Non scocciatemi" sulla
schiena. Gli piaceva così tanto che probabilmente l'avrebbe indossato fino
a che non si fosse ridotto a uno straccio. Posò il caffè.
«Dalla tua espressione capisco che le cose non vanno bene.»
Jamie Beldone era uscito in quel momento a parlargli.
«Proprio così. La polizia ha i dischetti. Hanno preso il contabile di Ben-
za e parecchi altri dei suoi. Non appena i federali avranno visionato il con-
tenuto, avremo una bella grana per le mani.»
«Ma sopravviveremo.»
Jamie annuì.
«Incasseremo qualche colpo, ma sopravviveremo. Per Benza, invece, è
un altro discorso.»
«Quel figlio di puttana non ha ancora avuto la decenza di chiamare. Ma
ci pensi?»
«Dimostra di non avere classe.»
Castellano si appoggiò allo schienale, pensando a voce alta. Lui e Jamie
avevano affrontato l'argomento più e più volte durante la nottata, ma non
faceva mai male ripetere certe cose.
«Sopravviveremo, ma a causa di questo rottinculo della costa Ovest sa-
remo sottoposti a un sacco di pressioni da parte del procuratore federale.
Questo significa che abbiamo diritto a un risarcimento.»
«Le altre famiglie la vedranno in questo modo.»
«E dal momento che i federali stanno per mettere Benza fuori dal giro,
nessuno protesterà se ce ne occupiamo noi al posto loro.»
«Mi sembra giusto.»
Castellano annuì.
«In fondo, probabilmente è stato un bene per tutti che questo sia accadu-
to. Possiamo mandare qualcuno laggiù a rilevare quello che resta della par-
te di Benza, e ritagliarci una fetta più grossa della torta.»
«L'aspetto positivo che tutti gradiranno. Cosa intende fare, capo?»
Erano ore ormai che Castellano sapeva cosa avrebbe fatto. Non ne era
entusiasta, ma aveva già organizzato tutto.
«Telefona.»
Beldone fece per rientrare in casa.
«Jamie!»
«Sì, capo?»
«Voglio essere sicuro. Quel Clewes, Marion Clewes, è un po' strano.
Non voglio avere solo la sua parola che la colpa è stata tutta di Benza. Vo-
glio saperlo con sicurezza.»
«Sono sicuro, Vic. Ho controllato. Ho appena messo giù con Phil Tuze-
e.»
Castellano si sentì meglio. Sapeva che Phil Tuzee non gli avrebbe mai
detto una cosa per un'altra.
«Allora va bene. Fa' quella telefonata e finiamola qui.»

Sabato, 04.53, ora della costa Ovest


Palm Springs, California

SONNY BENZA

Sua moglie si muoveva così pigramente che gli venne voglia di infilarle
un pungolo da vacche su per il sedere. I ragazzi erano ancora più lenti.
«Vuoi sbrigarti, perdio? Dobbiamo andarcene da qui.»
«Non posso lasciare le mie cose!»
«Te ne comprerò di nuove!»
«Non possiamo abbandonare le nostre foto! E il nostro album del ma-
trimonio? Come fai a comperarmi un nuovo album del matrimonio?»
«Cinque minuti, hai cinque minuti! Prendi i ragazzi e aspettami davanti
a casa o ti lascio qui.»
Benza attraversò la casa a passo svelto, diretto verso il garage. Portava
solo una sacca da ginnastica blu di nylon con dentro centomila dollari in
contanti, le medicine per l'ipertensione e la .357. Qualunque altra cosa gli
servisse, poteva comperarla una volta atterrati: Benza aveva oltre trenta
milioni di dollari depositati su conti esteri.
Schiacciò il pulsante per aprire la porta del garage. Buttò la sacca sul se-
dile posteriore della Mercedes, quindi si mise al volante. Accese il motore,
inserì la retromarcia e accelerò con violenza, partendo all'indietro in u-
n'ampia curva verso la porta d'ingresso della casa. Andava così forte che
per poco non centrò in pieno l'anonima berlina che gli bloccava la strada.
Lampi di luce esplosero intorno all'auto, mandando in frantumi il lunotto
posteriore della Mercedes. I proiettili lo sbatterono contro il volante, e poi
di lato sul sedile. Sonny Benza cercò di estrarre la .357 dalla borsa, ma non
ne ebbe il tempo. Qualcuno spalancò la portiera dalla parte del guidatore e
gli sparò in testa.

Parte quinta
IL CAMPO DI AVOCADO

29

Domenica, 14.16
Due settimane dopo

TALLEY

La fantasia era sempre la stessa. I giorni in cui Jeff Talley andava al


campo di avocado, immaginava Brendan Malik che giocava tra gli alberi.
Vedeva il bambino ridere, correre alzando la polvere e poi arrampicarsi tra
i rami, da dove si lasciava penzolare a testa in giù tenendosi con le ginoc-
chia. In questi sogni a occhi aperti Brendan era sempre felice e rideva, an-
che se la sua pelle mostrava i segni della morte e il sangue gli usciva a fiot-
ti dal collo. Talley non era mai riuscito a immaginarlo diversamente.
«A cosa stai pensando?» chiese Jane.
Se ne stavano allungati sul sedile anteriore della sua auto di pattuglia, a
guardare i falchi dalla coda rossa che volteggiavano sopra gli alberi. A-
manda era rimasta a Los Angeles, ma Jane era venuta per il fine settimana.
«A Brendan Malik. Ti ricordi? Quel bambino.»
«Non me lo ricordo.»
Talley si rese conto di non averle mai raccontato nulla. Non aveva mai
parlato di Brendan Malik a nessuno dopo quella sera, quando era uscito
dalla casa del bambino, neppure allo psicologo della polizia.
«Non credo di avertelo mai nominato.»
«Chi era?»
«La vittima durante una trattativa. Non ha più importanza.»
Jane gli prese la mano. Si girò di fianco in modo da guardarlo dritto in
volto.
«È importante, invece, se tu ci stai pensando.»
Talley ci meditò su.
«Era un bambino di nove, dieci anni, qualcosa del genere. Più o meno
dell'età di Thomas. Qualche volta penso a lui.»
«Non me ne hai mai parlato.»
«Penso di no.»
Talley si ritrovò a raccontarle di quella sera con Brendan Malik, quando
gli aveva tenuto la mano, e lo aveva guardato negli occhi mentre moriva,
dell'opprimente senso di fallimento e vergogna.
Mentre ascoltava, Jane si mise a piangere, e Talley con lei.
«Proprio ora cercavo di rivedere il suo viso, ma non ci riesco. Non so se
esserne felice o triste. Pensi che sia un brutto segno?»
Jane gli strinse la mano.
«Penso che sia un bene che ne stiamo parlando. È segno che stai guaren-
do.»
Talley si strinse nelle spalle, poi le sorrise.
«Era ora.»
Jane gli rivolse uno di quei suoi sorrisi, allo stesso tempo incoraggianti e
compiaciuti.
«Hai saputo qualcosa di Thomas?»
«Ho provato, ma non mi vogliono dire nulla. Suppongo sia meglio così.»
Walter Smith e la sua famiglia erano entrati a far parte del programma di
protezione testimoni degli us Marshal. Erano semplicemente svaniti nell'a-
ria; un giorno erano qui, quello dopo non c'erano più, nascosti dalla rete.
Talley sperava che prima o poi Thomas si sarebbe fatto vivo con lui, ma
non lo riteneva probabile. Era più sicuro così.
«Quanto tempo hai prima di dover rientrare?»
«Quanto voglio. Sono io il capo.»
Il sorriso di Jane si fece più incoraggiante.
«Facciamo due passi.»
Passeggiarono tra sole e ombra, con le api che volavano indolenti intor-
no a loro, pigre nel caldo torrido delle ore centrali del giorno. Era bello
camminare lì. Era tranquillo. Talley era stato lontano per lungo tempo, na-
scosto dentro se stesso, ma adesso era tornato. Stava tornando.
Il campo, come sempre, era immobile e silenzioso come una chiesa.
«Sono felice che tu sia qui, Jane.»
Lei gli strinse la mano. In quel momento Talley comprese che le chiese
sono il luogo dove si seppelliscono i morti, ma anche dove si celebra la vi-
ta. E la loro poteva cominciare un'altra volta.

FINE

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