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I PRINCIPALI SISTEMI . <\

DELLA FILOSOFIA

SUL CRITERIO
DISCUSSI CON LE DOTTBINE

DE' SANTI PADRI E DE' DOTTORI

DEL MEDIO EVO

per <Sactati0 ^angctyctino


Membro dell' almo R. Collegio de1 Teologi,
Professore di Logica e Metafisica nel Liceo Arcirescovilet
Prof. Sost. d' Etica nella R. Università degli Sludi
e Scrittore della S. Biblioteca Borbonica

SECONDA
■stabilmente accresciuta e migliorata

h i re l i
ALL'UFFIZIO DELLA BIBLIOTECA CATTOLICA
in casa del sig. Camillo d' Amelio
Pignatelli a ». Giov. Magg. palazzo Fibreno, 1° p.°
1858

ì
NAPOLI—FÉ' TIPI DI VINCENZO MANFBEDI
a£i Sa Si Si

MONSIGNOR D. FRANCESCO SAVERIO APUZZO

ARCIVESCOVO DI SORRENTO
PRELATO DOMESTICO ED ASSISTENTE AL PONTIFICIO SOGLIO
DI SUA SANTITÀ
Membro dell' Almo Real Collegio de1 Teologi e Socio Onorario
delle Beali Accademie delle Scienze ed Ercolanese ecc.

Eccellenza Reverendissima

Investa novella stampa di un lavoro fatto per espresso


comando dell' Eccellenza Vostra Reverendissima, natural
mente Le va dedicata; perchè unico scopo, a cui mirai
scrivendo, fu di colorire, secondo il mio debol potere, quel
disegno cui Ella aveasene sapientemente formato. Dando
incentivo a studi cosiffatti, assai bene meritò l' E. V. R.
cosi della Chiesa, come della civil comunanza; conciossia-
che diffondati per mezzo loro moltissima luce sulle atti
nenze della Filosofia coir insegnamento della Cattolica Fe
de. Ed oggi., che il suffragio dé dotti ha rifermato, poter
questo libro riuscir comechessia proficuo a ehi puoi cau
sare gli scogli, ove urtano gli studiosi delle scienze filo
sofiche, quando la guida abbandonano de' Padri e Dottori
della Chiesa, è cosa non solo conveniente, ma giusta, che
esso riesca alla pubblica luce recandosi in fronte V ono
rando nome deW E. V. R. La quale, continuando t opera
salutevolissima della riforma degli sludi, ridesta oggidì
né" suoi Seminari di Sorrento e di Fico il gusto della bel
la letteratura, e f amore della più soda scienza.
A questo io mirando, mentre un profondo sentimento di
gratitudine mi spinge dall' altra parte a presentare t E.
V. R. di un qualche omaggio, son certo, eli Ella perdo
nerà la pochezza del dono. In tale fiducia Le bacio ri*
spettosamente la mano e il pastorale anello, e mi di
chiaro

DelV Eccellenza Vostra Reverendissima

Da Napoli, il dì sacro agli Angioli Custodi, 1858

Umilissimo Seito
ocetaito SaiiòcwtiviQ
INTRODUZIONE

Eni Fides Bit supra rationem, nulla tamea


vera dissensio, nullumque dissidium inter
ipsas inveniri unquam poteste cum am-
bae • • ■ ita libi mutuam opem ferant, ut
recta ratio Fidai veritatem demoxutret ,
tueatur, defendat; fides vero rationem ab
omnibus erroribus Kbcrct,camque divina-
rum rerum cognitione mirificc illustre!,
confirmet atque perficia*.
Eri». Ehcxcl.Pii PP.IX, 9 Not.18ì9.

Ecu è cosa evidente di per sé, che la Rivelazione è la ra


gione non possano in nessun caso 1' una insegnare una cosa
contraria all' altra. Imperocché essendo Iddio nel tempo stes
so l'autore della ragione e della Rivelazione, è impossibile
che una cosa ci si manifesti per la ragione, bene e legitti
mamente usata , ed un' altra contraria per la Rivelazione.
Questo irrepugnabile principio, posto in piena luce da Cle
mente Alessandrino , fu opposto da tutti i Padri a' nemici
della credenza cattolica. San Tommaso, interprete fedelissi
mo delle dottrine de' ss. Padri, ha mostrato , che la verità
della ragione non può contrariare alla verilq della Fede
cristiana \ Il nerbo della sua argomentazione è questo: i La
Bcienza del maestro contiene tutto ciò eh' egli insegna al di
scepolo, salvo se non voglia ingannarlo; il che non si può
senza empietà affermare di Dio. Or, essendo Dio autore di
nostra natura, è chiaro, che la conoscenza de' princìpi natu
ralmente noti ci è largita da Lui , e che però fanno parte
della sapienza divina. Onde tutto ciò che è contrario a co
testi principi, è ad un tempo stesso contrario alla divina sa
pienza, e non può originare da Dio. Adunque quelle cose che
si tengono per fede dalla Rivelazione, non possono alla natu-

*) Quod veriiati fidei chrislianac non contrariaiur veritas ra-


tionis; è questo il titolo del capo 1 del libro I De veniale ealho-
Itcae fidai contra Gemila.
VI INTB0DUZI0NE
ra! conoscenza contrariare1». L'Angelico Dottore conforta
il suo ragionamento con Y autorità di s. Agostino , il quale
scrisse che « tutto che la verità manifesta, non può contrad
dire in verun modo a' santi Libri sia dell' antico, sia del nuo
vo Testamento "i. Partendo da questo vero incontrastabile,
i ss. Padri ed i grandi Dottori dell' età di mezzo ponevano
diligentissima cura nel ragguagliare ì risultamenti del na
turai discorso con le verità della credenza cristiana, e laddo
ve scorgerangli ad esse contraddicenti,gli avevano in luogo
di argomentazioni sofistiche , non già dimostrative , e però
facili a confutarsi con un più diligente esame de' princìpi ra«
zionali. Ecco come conchiude s. Tommaso il succitato capo:
e Per il che chiara cosa é, che tutti gli argomenti che alla
dottrina della Fede ripugnano, non scorrono legittimamente
da' primi principi naturali e per sè noti ; onde non hanno
alcuna forza di dimostrazione, ma sono ragioni o probabili
o sofistiche, e quindi tali da potersi smentire' t.
Se non che, il principio della convenienza della ragione

*) Loc. cit. § 2: c Illud idem quod ioducitur io animatu discipuli


a docente, doctoris scienlia coaiinet , mai doceat fiele , quod de
Deo nefas est dicere. Priacipiorum autem naturaliter ootorura co
gnito nobis diviuitus est indita, curo ipse Deus sit auctor oostrae
oaturac. Haec ergo principia eiiam divina sapienlia coniinet. Quic-
quid igilur principiis huiusmodi contrarimi! est, est divinae sapien-
tiae contrarino) : non igitur a Deo esse potest. Ea igitur, quae ex
revelatione divina per fidem teneotur, non possunl naturali cogni-
tioni esse contrariai.
*) De Genesi ad litteram, lib. II, c. 18: c Illud quidem,quod ve-
ritas patefacil, libris sanctis sive veteris Testamenti, sive novi nul
lo modo potest esse adversum j.
*) Loc. cit. § 4: e Ex quo evidenter colligilur, quaecumque ar-
gumenta contra [idei documenta ponantur, baec ex principiis pri
mis naturae inditis per se notis non recte procedere: unde oec de*
rnonstrationis vim babent, sed vel sunt rationcs probabiles, vel so-
phisticae; et sic ad ea solvenda locus relinquitur s. Nella Sutnma
I, q. 1, a. 8 c. : tCum fides infallibili verilali inoilalur,impossibile
autem sii de vero demonstrari contrariato, manifeslumjesi, proba-
tiones quae contra fidem iuducun(ur,uonesse demonstrationes,sed
solubilia argumeuta».
INTRODUZIONE VII
con la Fede, il quale nelle mani dogi' insigni filosofi del Cri
stianesimo non pure impedì, che le scienze umane traviasse*
ro, ma eziandio mirabilmente le fecondò, fu dagli amichi £
moderni avversari della Chiesa cattolica indirizzato a distrug
gere la verità della Rivelazione. In effetto, costoro rovescian
do l'ordine sapientemente osservato da' Padri, non subordi
narono la Filosofia alla Fede , ma chiamarono la Fede al
sindacato della filosofìa , ed affidatisi di aver mostrato la
dottrina della Fede cristiana contraria a' princìpi certi della
ragione, argomentarono. eh' ella dovessesi avere per un'im
postura. Perciocché, essi diceano , il veracissimo Iddio non
può con un insegnamento esteriore smentire queir interna ri
velazione , che fa perennemente ad ogni uomo per mezzo
della ragione. Ed in questi ultimi tempi,in cui gli studi del
le scienze naturali si sono arricchiti d' innumerevoli e nutra-
Tigliosi trovati, non è a dire con quanta smania si è prete
so dagli odierni increduli, nascosti sotto il superbo nome di
razionalisti, mostrar la Fede cristiana avversa a' risultameli
della scienza. Non havvi branca dell' umano sapere, per quan
to lontana sembri dallo studio della Religione, la quale non
sia da loro forzata a guerreggiare contro la dottrina della
Chiesa cattolica.
Or, se tale è oggigiorno la condizione delle scienze uma
ne, chi non vede, che i Professori cattolici sono strettamente
obbligati a studiare le attenenze della propria scienza con
la Religione, per premunire attentamente i loro allievi con
tro gli assalti degli eterodossi e degli increduli? Per ciò tutti
i buoni fecero plauso all' insigne pietà dell' Augusto nostro
Sovrano , quando , salvato il reame da' mali dell' anarchia,
sanciva, che chiunque volesse insegnare una qualsiasi scien
za, dovea dar saggio di saperla in tutti i punti armonizzare
con la Fede *- Per tal uopo il Presidente dell' Istruzione pub-
*) Questa sanzione del nostro religioso Principe è conforme a1
Canoni della Chiesa. Il terzo Concilio di Colonia stabili , nessuno
poter essere ammesso ad insegnare, se non fosse prima esaminalo
e trovalo idoneo per riguardo a\la fede ed a' costumi. E Leone X,
Della Constituzione Merelur, dichiarò, che i maestri non debbono
istruire i giovani solo nella Grammatica , nella Reltorica e nelle
VHI INTRODUZIONE
Mica a quo' dì, oggi degnissimo Arcivescovo della Sorrenti
na diocesi, eseguendo i comandi Reali, ebbe cura di far pub
blicare un elenco di quistioni , concernenti a1 precipui rami
del sapere nelle loro attinenze con la Fede cattolica , delle
quali ciascun professore dovea esser pronto a dar ragione.
Mosso allora dal comando del Presidente medesimo, e di
altri Membri del Consiglio di Pubblica Istruzione, impresi a
comporre, e pubblicare la prima volta Un Saggio di risposte
alle quistioni di Logica, MetaQsica ed Etica in queir elenco
racchiuse.Ma, per cagioni che qui non occorre riandare,que-
sto Saggio si rimase alle sole quistioni di Logica, che ver
sano intorno al Criterio; onde spacciatene, fuori di ogni mia
espettazione, in breve tempo tutte le copie, non mi cadde in
pensiero di farne prestamente un'altra stampa. Però mi vidi
poi stretto a ripubblicarlo dalle domande, che me ne faceano
i dotti non solo del nostro regno, ma eziandio della rimanente
Italia e della Germania, alle quali mi fu forza soddisfare. Ed
ecco nuovamente il Saggio sul Criterio , che presento con
tali mutamenti ed aggiunzioni da dirsi piuttosto un libro nuo
vo, che rifatto. Giacché parvemi, che se alcun bene esso può
recare all' universale degli studiosi, facca d'uopo dare un or
dine alquanto diverso alle materie, ed a queste fare aggiun
te anche d' interi capitoli.
Al savio lettore lascio il giudizio sull' opportunità di que
sto libro nelle presenti condizioni delia scienza filosofica , e
sulla riuscita delle fatiche, che intorno vi ho speso ne' brevi
ritagli di tempo rimastimi liberi dalle altre letterarie .mie oc
cupazioni. Di una cosa sola son certo , ciò è di averlo io
inteso scrivere per aiutar con ogni mio potere la diffusione
della sana filosofiate l' apologia dell' insegnamento della Chie
sa cattolica, di cui sono tenerissimo e come fedele, e come
Ministro della divina Parola,

altre scienze, ma ancora nelle cose che riguardano la Religione;


e non solamente esortarli, ma altresì obbligarli ad ascollar la Mes-
sa, e la predica, non che a recitare i divini Ufficii,
S 0 M M AMI 0
del Telarne 1*1' *
PARTE I.
Lo Scetticismo volgare ne' suoi rapporti
con la Fede
INTRODUZIONE
PAGr 1—3
Definizione dello Scetticismo. Lo scetticismo Folgore, Trascendentale
e Mitico; in che differiscano tra loro. Lo Scetticismo Storico.
CAPITOLO I.
Si può difendere lo Scetticismo in Filosofia senza distruggere
la Fede?
§ I. Importanza della ragione per riguardo alla Fede
PAG. 4—18
Sani' Agosliao e san Tommaso dimostrano, come lo Scetticismo rea*
de impossibile la Fede. Ufficii della Ragione verso la Fede secondo i
Padri, tra i quali si menzionano Clemente Alessandrino, Origene, san
Basilio e sani' Agostino. San Tommaso enumera e svolge quattro rap
porti della scienza con la Fede.
§ II. Storia dello Scetticismo volgare; e primamente da Pirrone
tino ad Agrippa
pag. 18—33
Come Pirrone dedusse il suo scetticismo dal nuovo indirizzo che Sa
crale avea dato alla Filosofia. Esposizione del suo scetticismo. Motivi
dell' epoca, o sia della sospensione del giudizio proposti da Pirrone, ed
ordinati da Timone, o da altro suo successore. Nuovo scetticismo degli
Accademici, e loro lotta con gli Stoici. Teorica della percezione secon
do Zenone e Crisippo, e scetticismo che ne dedussero Arcesilao e Cor-
neade. Teorica del probabile e delle sue diverse specie introdotta da
Cameade. Differenza tra lo scetticismo de' Pirronisti e quello degli Ac
cademici. Adoperamenti di Enesidemo per ritornare in onore il pirro
nismo. Com' egli con la teorica del sillogismo e de' segni insegnata
dagli Stoici, tentò distruggere il principio di causalità.Altri sofismi di lui
coatro il medesimo principio, e contro le stesse nozioni di causa e di
sostanza.Nuova argomentazione di Agrippa e de'suoi discepoli in soste
gno del pirronismo. Lavori di Sesto Empirico in difesa dello scetticismo.
Sìjisiv«bino;Sist.Fh,os.,I. *•
X SOMMARIO
§ III. Continuazione delia medesima Storia, da Gazali
tino a Bayle
pag. 33—40
Azione del Cristianesimo su la Filosofia del medio-ero. Lo scettico
arabo Gasali. Sua suora argomentazione contro il principio di causa
lità , e suoi ingegnosi sofismi contro la veracità de' sensi e la fona
della ragione. Scettici moderni: Michele Montaigne, Pietro Charroo,
Francesco Sancbez, il canonico Foucber, Glanwill, Pietro Bayle.
$ IV, Lo teellicùmo di Bume ■ ■
FA6. 40-57
Bume abbraccia la dottrina di Locke intorno all' origine delle idee,
ed espone tre principi con cui queste si congiungono tra loro. Distin
to le conoscenze ideali dalle reali, pone la certezza delle esistenze rea
li nel pronnnziato della causalità. Il quale, a giudizio di Ini , non si
pan) conoscere a priori, ma solo per esperienza, e si appoggia al prin
cipio di analogia, o sia alla simigiianza del futuro col preterito. Argo
mentazioni di queste Scettico contro la certezza del pwacipio di ana
logia. Cagioni per le qnali, secondo lui, si forma nell'animo la dispo
sizione di riguardare il futuro come simile al passalo, o sia il tenti-
mento della credenza. Analisi di M tal sentimento, e differenza della
credenza dalla finzione. Bume pretende, che noi non abbiamo il con
cetto della Jiirsa o del potere, e però non riconosciamo alcun legame
necessario tra i falli della natura, perchè un lai concetto non può for-
■ircisi dall' esperienza interna o esterna che è 1' unica fonte delle no
stre conoscenze, ajoltipliei sofismi che oppone alle argomentazioni de'
Dogmatici su l' origine della nozione del potere. Quindi conchiude che
il concetto di causa possibile per la nostra mente é quello, che non po
ne una connessione tra i fatti della natura, ma solo una congiunzione,
( V. Del metodo più acconcio a confutar» lo Scetticiemo,
e delle contraddizioni che in ««so ai contengono
pab. 58-72
De' Filosofi greci alenai stimarono, lo Scetticismo non potersi con
futare, né essetri bisogno di confutarlo; altri poi sostennero, che si può
• ai dee confutare. Gli antichi Filosofi cristiani furono nella seconda
sentenza, la quale Tenne poi ridotta in formola e chiaramente ragio
nata da s. Tommaso. Contraddizione nella massima fondamentale del
lo scetticismo in ordiue alla conoscenza. Dirersi pareri de' Filosofi gre
ci, de' ss. Padri e degli Scolastici sul rotore di questa massima. La
SOMMARIO XI
qnate, in qualunque modo intendasi, sempre distrugge sé slessa secon
do il parere di Clemente Alessandrino, di Lattanzio, di Eusebio e di
s. Agostino. Simigliente obbiezione fatta da s. Agostino contro il prin
cipio fondamentale degli Accademici. La massima fondamentale degli
Scettici in ordine alla condotta della vita, involge anche molte con
traddizioni; argomentazioni di Eusebio e del Card. Pallavicini. Altre
contraddizioni notate da Eusebio e da s. Agostino ne' pronunziati del
pirronismo e dell' Accademia. II medesimo s. Agostino numerò molti
veri che da nessuna sorta di Scettici si possono -negare. Si avvertono
alcune contraddizioni proprie ìli Sesto Empirico e di Hume.
§ VI. Confutazione aV sofismi delle diverse selle di Sceltici
e primamente di que'di Pirrone e degli Accademici
pag. 72—80
Rinviato ad altro luogo l'esame de' primi nove motivi dell'epoche di
Pirrone, si discute brevemente il decimo, e si dimostra, che questo»,
lungi dallo stabilire il pirronismo, Io distrugge. Per abbattere l' unico
motivo che, secondo Sesto Empirico, comprende tutti i dieci di Pirro
ne, si dichiara con più argomenti di s. TommasOjjjer £ual riguardo
la conoscenza delle cose é relativa, e per quale è assoluta, e come da
che v' ha sempre nella conoscenza un rispetto di relazione, non conte-
gnita, che non é possibile conoscere la forza assoluta delle cose. Si op
pone a Sesto Empirico,cbe se pud esservi talvolta lotta ne* sensibili tra
loro,o vero Ira i sensibili e gP intelligibili,non può essa ritrovarsi tra
intelligibili c intelligibili; argomentazione di Ploucquet confermata Con
un luogo di s. Agostino, e teorica di s. Tommaso, e di Leibniz su tal
punto. Si chiarisce contro gli Accademici, che H Savio,seguendo l'opi-
nione,può errare.Si ribadisce questo vero con 1' avviso di s. Agostino,
§ VII. Esame dello Scetticismo di Enesidemo
pag. 81—99
La forma primaria del ragionamento é il sillogismo categorico, e non
già, come vuole Enesidemo, l* ipotetico. Si espone la vera natura de'se-
gni secondo la dottrina di s. Agostino e di s. Tommaso; donde si rac
coglie primamente esser falso, che nel sillogismo si proceda dal segna
•Ila cosa significata; e poi che non vi ha veramente segni dimostrativi»
Enesidemo mira co' suoi argomenti a distruggere ogni specie di segni;
■ss i suoi argomenti non hanno veruna forza. Si dimostra con s. Tom
maso, che dacché _Hjsegno e la twtà^VBmi^MBojgMfOt non ne
censegue,che debbano da noi sperimentarsi nel tempo stesso. Si fa chi*.
XII SOMMARIO
ro con le ragioni del medesimo s. Dottore , che la causa e 1' effetto
non debbano sempre e necessariamente essere insieme, se non quando
si considerano emendile nel loro rapporto di causalità, donde si dedu
ce , che la nozione di causa non é assurda. Differenze tra le cagioni
immanenti e transeunti su tal punto secondo la teorica di s. Tomma
so. S' inferisce dalle cose antidelte, che la cognizione della causa non
debb' esser sempre simultanea a quella dell' effetto. La sentenza di E-
nesidemo sul valore subbiettivo della nozione di causa fu sostenuta da
altri prima e dopo di luì, ed egregiamente combattuta da s. Tommaso.
Si espongono col santo Dottore le diverse specie di nozioni relative, e
se ne indaga il diverso valore, perchè si faccia manifesto, che le nozio
ni relative di cagione e di effetto sono obbiettive. Si rifiutano con oppor
tune teoriche del medesimo Angelico i rimanenti sofismi di Enesidemo(
§ Vili. Esame de' sofismi di Agrippa e dello scopo ultimo
del Pirronismo
pag. 99—107
Si compendia 1' argomentazione di Agrippa, e si ritorce contro luì
medesimo. E manifesto pe' principi stessi di Agrippa, che può aversi
un' evidenza senza dimostrazione , e però la dimostrazione non è im
possibile. Clemente Alessandrino ed Atenagora sentenziarono, esservi
pronunziati evidenti per sè, sì per riguardo al senso, sì per riguarda
all' intelligenza. Profonde argomentazioni di 8. Tommaso, di Arrigo di
Gand e di Scoto , in comprovazione di questo vero. Si dimostra con
s. Agostino, che lo scetticismo, non solo non è fonte di felicità, ma ren
de necessariamente infelici quo' che lo professano. Belle parole di G.
G. Rousseau su tal proposito.
§ IX. Crìtica dello Scetticismo di Bume
pag. 108-135
E falso, che tutte le idee nostre o sono impressioni sensibili, o vero
aggregati d' impressioni. Si mostra con s. Tommaso, che i sensi non
possono fornirci né d' idee universali , né di spirituali , ma queste si
debbono ad una facoltà diversa dal senso, cioè alla ragione, la quale
movendo da' dati sensibili si forma le idee universali. Cinque capi pe'
quali il senso si differenzia dalla ragione , e le conoscenze sensitive
dalle intellettive; sposizione più minuta degli uffici! della ragione. Due
argomenti dell' Aquinate per mostrare, che il contingente è capace di
dimostrazione , e quindi può esser materia della scienza. L' argomen
tazione con cui Bume combatte il pronunziato di causalità, è equivo»
SOMMARIO XIII
ca, e dà luogo a due quistioni; 1° Vi ha un legame necessario Ira
U causa e 1' effetto, sicché I'una non possa esser senza l'altra, e per
Moreno ? 2° Conosciuto un effetto in particolare , può conoscersi la
causa che l'ha prodotta? San Tommaso mostra, che vi ha un legame
necessario tra la causa e P effetto, e però può stabilirsi a priori, che
l' una non può essere senza dell' altro; che la conoscenza della causa
talvolta ci dà quella dell' effetto con certezza, talvolta con conghietlura,
e talvolta in nessun modo, ed il simile assevera dell' effetto in ordì*
ne alla causa. Compendiata 1' argomentazione di Hume contro il valo
re dell' esperienza , si chiarisce che con essa non considerò il princi
pio di causalità in generale, ma solo il principio induttivo, e che im
pugnò in generale il concetto di causa. Osservazioni di s. Agostino,
di Ugone da s. Vittore, di s« Tommaso e di Scoto, le quali mostrano
che tanto P esperienza interna, quanto la esterna, ci somministrano il
sentimento di potere e di forza. Con s. Tommaso stesso si ribattono
tutte le obbiezioni di Hume intorno alla facoltà locomotrice dell' ani
ma. Si dimostra che, oltre alle cause- fisiche, v' ha anche le logiche,
riferendo a tal uopo le molteplici e importanti teoriche dell' Aquinals
su la natura e valore del raziocinio , e si riferma altresì 1' esistenza
delle cause metafisiche. Legittimità e valore del principio di causali
tà. Conciliudesi contro Hume esservi vere cause ed effetti in natura
secondo la sentenza de' Dogmatici, ed essere irrepugnabile il pronun
ziato di costoro, che non può darsi effetto senza cagione.
§ X. Contìnua la critica dello Scetticismo di Hume
pag. 136—149
Hume combatte il principio di analogia, perché crede non potersi co
noscere da noi la virtù intima delle cose , e però alcun legame delle
qualità sensibili delle cose con la loro natura, o forza intima. Si di
mostra con s. Tommaso 1" che ben si conoscono da noi le virtù inti
me delle cose, e che in effetto questa conoscenza é il fondamento del
la riduzione degli esseri in alcune determinate classi; 2° anche dato
che non ci possa esser conta la virtù intima delle cose, pure abbiamo
argomenti per conoscere la connessione tra gli effetti delle cause na
turali con la loro forza o natura, la quale é il fondamento del princi
pio di analogia. Questa dottrina dell' Angelico fu bellamente usata da
Scoto per render ragione del principio di analogia; onde si chiarisce
falso il pronunzialo di Hume, che ogni dimostrazione del principio di
adagia, debba contenere una contraddizione. Argomentazioni di ». Tom
XIV
naso opportune a provare contro Huwe, che nelle cose naturali vi ha
una necessità assoluta, e quindi una ripugnanza assoluta dell1 opposto,
e si dichiara, come, ad onta di tale ripugnanza, avvenga che le cau
se naturali non sempre sortiscano il loro effetto. Grave errore di Gio
vanni Salisburiense, di Gassendi, di Locke e di altri moderni, intorno
a tal punto. Concili usione.
CAPITOLO II.
i alla dottrina cattolica le teoriche della verità
e progressiva aV Sofisti Creai e degli ultimi
Progressisti alemanni e francesi ?
§ 1. Be' Sofisti e della convenienza della loro dottrina eoa
quella aV Progressisti moderni
PAG. ISO—155
Connessione del presente Capo col precedente. I Sofisti: donde renne
loro un tal nome. Lo slato della Grecia poco innanzi a' tempi di Pe
ricle diede occasione al loro insegnamento. Protagora, principe de' So
fisti , tolse le sue sentenze dal dogma del flusso perenne di Eraclito.
Dottrina di Eraclito. Pronunziati di Protagora che logicamente ne o-
riginano. Attinenze e discrepanze tra le teoriche de' Sofisti e quelle
degli ultimi Progressisti francesi.
§ IL Dottrine degli ultimi filosofi tedeschi e francesi, e i
del vero progressivo che ne hanno avuta origine
pag. 156-166
», Kant ed Herder sull' andamento progressivo del
Idea di una Scienza della storia tolta dal Vico per Federico
Schelling e Giorgio Hegel. Esposizione de' sistemi di questi due filo
sofi tedeschi sulla Filosofia delia storia e sulla Storia della filosofia.
Progressisti francesi prima di Cousin, e diversi aspetti con cui fu do
loro trattata la quistione del progresso. V. Cousin introduce in Fran
cia le teoriche di Schelling ed Hegel; ecletismo filosofico e storico di
lui. Passaggio dalle teoriche di Schelling, Hegel e Cousin a quelle de
gli odierni partigiani del vero relativo e progressivo. Dottrine di Ler-
menier, Jouffroy, Lamennais e P. Leroux.
§ IH. Attinenze delle diverse teoriche del vero
e progressivo colla Religione
pag. 167-185
La leorica de! vero relativo e i
SOMMABK» XV
i Era gli antichi professò V ateismo, chec-
fbé ti aia detto in discolpa di lui. Meo de' moderni Filosofi intorno
alla Religione in generale ed al Cristianesimo in particolare. Ecange-
Ho ettrno di Leasing. Il Cristianesimo, per irriso di fiant, é la vera
religione , ed esso va a poco a poco attuando il Regna di Dio sa la
terra. Herder non riconosce altra religione,che naturale, e mentre con
fessa i beneficii dal Cristianesimo arrecati all' untatila, lo crede ormai
insufficiente all' attuale coltura della società. Origine, natura e svilup
po del Cristianesimo secondo Schelling. Hegel ammette un passaggio
dell' idea religiosa sotto varie ferme dal feticismo sino alla religione
assoluta , cioè al Cristianesimo. Teismo illogico di Turgot, e massime
empie di Condercet sul Cristianesimo e generalmente contro tutte le
religioni positive. Il Cristianesimo é, secondo Saint-Simon, un progres
so del monoteismo ebraico; sue vicende e sua morte; disegno di a»
Nuovo Cristianésimo da sostituirsi all' antico. Idee de' Saosimoaiani
su T ordinamento della società. Cousin loda il Cristianesimo , perché
rappresenta il terzo elemento della religione, cioè la congiuntone del
finito coli' infinito, ed é quindi naa religione eclettica. Eccellenza, del
Cristianesimo, secondo Lermenier, e suo perfezionamento successivo per
opera di Paolo, di Gregorio VII e di Lutero; sua morte cerla, sebbe
ne non cosi vicina, come da molti ti erede. Quale fa I* intendimento
di Gesù Cristo nel fondare la Chiesa, a parere di Lamennais, e come
ti viene attuando questo disegno. Leroux ha spacciato, che il Cristia
nesimo, è, come tutte le altre religioni, una forma passeggera del sen
timento religioso, la quale essendosi ornai corrotta, dee dar luogo a
una nuova religione. Consimile avviso di Jouffroy.
$ IV. Confutazione delle teoriche dell» verità relativa
e progressiva
pag. 186—204
Si riduce ad alcuni capi 1* esame delle teoriche sul vero relativo e
progressivo. Il vero è assoluto e immutabile , 1° perché Dio e non ,
V tomo é le misera del vero. Sentenze di Platone , di Eusebio , di
e.Agostino e di t. Anselmo tu tal punto. Profonda argomentazione di
i. Tommaso. 2° Perché nelle cote vi ha tempre nn principio immu
tabile che è il fondamento proprio del vere. Si stabilisce esservi nel
le cose elementi mutabili ed immutabili e si mostra, come U mutazio
ne nelle cote sarebbe impossibile, te aon vi fosse in loro un principio
■ ~ ' di Aristotele n tal punto eoa le
XVI SOMMARIO
chiose fattevi sopra da s. Tommaso; alcuni be' luoghi di s. Agostino;
e poche parole di Rosmini. Si chiarisce coli' Aquinate, come la scien
za versa propriamente sn gli elementi immutabili delle cose. 3° Per
ché la teorica del vero relativo e progressivo mena allo scetticismo,
al panteismo, c al nullismo. Belle argomentazioni di Platone, di Ari
stotele, di Eusebio, di s. Agostino e di s. Tommaso.
§ V. Continua la Confutazione
' pag. 205-212
Si considera la mente in risguardo alla conoscenza delle cose, e si
dimostra, che la conoscenza del vero si per rispetto a ciascun nomo,
e sì per rispètto alle succedentisi generazioni umane é naturalmente
progressiva; ma che cosiffatto progresso non dee essere necessariamen
te continuo, e non é stato tale in effetto. Lucida e solida argomenta*
rione di s. Tommaso a tal proposito. Studio della storia delle opinio
ni raccomandato per tal ragione dagli antichi, tra cai si fa menzione
dell' Autore Dell'1 antica Medicina, e di Aristotele.
g VI. Confutazione delle teoriche del vero progressivo considerate)
in ordine alla Religione in generale
PAG. 213-233
Ragione per la quale si fa un esame speciale delle teoriche del pro
gresso in ordine alla Religione. Esse sono fondate sul panteismo e sul-
I* ecletismo. Errore fondamentale de' Progressisti nel negare ogni re
ligione positiva, e sentenza di un recentissimo Progressista su tal pun
to. 1° Si stabilisce P esistenza di una religione rivelata e positiva , e
se ne dimostra la necessità con pruove razionali e storiche. Argomen
tazione di Origene e di Van Droj ; confessione di Herder e di Con
stant. 2° Ancorché non si ammetta altra religione dalla naturale, que
sta non può essere progressiva, né le diverse forme di religione appar
se sulla terra poteano originare 1' una dall' altra; sentenza di Cicero
ne addotta dal Pallavicino, e gravi parole di Papa s. Agatone. 3° Si
chiarisce con la Storia biblica , come il monoteismo é stata la prima
religione del mondo, e non é mancata mai sulla terra, e come le al
tre forme di religione sono state corruzione del monoteismo primitivo.
Argomenti di s. Agostino e di Riccardo da s. Vittore per mostrare,
che il numero de' monoteisti fu grande presso le nazioni pagane. Con
ferma del racconto biblico tolta da' Libri sacri e da altri antichi monu
menti del gentilesimo , e dall' autorità de* Legislatori e de' Sapienti.
Bellissimo luogo di s. Agostino su tal punto. 4° Si aggiugae, 1° che
SOMMARIO ITU
le conoscenze religiose sono andate sempre più peggiorando presso i
pagani; 2° che il feticismo si scontra presso poche orde di selvaggi,
e non può per sua natura allignare, se non presso di queste, siccome
ha dimostrato lo stesso Herder; 3° che le diverse maniere di supersti
zione sono contemporanee, e non successive.
| VII. Confutazione delle teoriche del vero progressivo intorno
alla vera Religione in particolare
pag. 234-253
Le condizioni della filosofia greca all' epoca dell' avvenimento del
Cristianesimo mostrano, che questo non potette prodursi da quella; sen
tenza di Tertulliano. Errore del Leroux e di altri, ripetuto dal Laurent,
che il Cristianesimo per la parte speculativa si deriva da Platone, e
per la morale dagli* Stoici. Si chiarisce con 1' autorità de' Padri, e so
prattutto di Tertulliano, che i dogmi fondamentali della filosofia pla
tonica sono stati le fonti di tutte le antiche eresie. Sani' Agostino poi
se antipose i Platonici a tutti i filosofi pagani, non gli stimò immuni
da gravissimi errori contro la dottrina della Chiesa; solenne luogo del
le sue Ritrattazioni. Confessione di un Razionalista su tal controver
sia. Non può credersi che la morale stoica abbia data origine al Cri
stianesimo, anche per ciò solo che ella fondavasi sul panteismo, sul fa
talismo e sulla negazione dell' immortalità dell' anima. Conviene sce
verare gli antichi Stoici da Seneca, Epitelio e M. Antonino, vivuti do
po la promulgazione del Cristianesimo: la morale de' primi é contami
nata da' più abbominevoli errori , e quanto di nobile e di sublime é
ne' libri de' secondi, fu per loro tolto al Cristianesimo. In fatti, se Se
neca, Epitelio ed Antonino non furono cristiani, conobbero le dottrine
del Cristianesimo. Nondimeno vi ha gran divario tra la morale di co
storo, e la cristiana. Opinioni degli eruditi su tal punto, massimamen
te quanto a Seneca. San Paolo disse la filosofia pagana fonte di ere
sia, e tale riusci fin da' primi tempi della Chiesa , come fu mostrato
da' Padri. Celebre sentenza di Tertulliano approvata da s. Girolamo, e
discussa da' critici moderni. Quale fosse davvero il giudizio He' Padri
sai valore della filosofia pagana, e quale il disegno della Provvidenza
in ordine a lei.
§ VOI. Continua la Confutazione
pag. 254-270
Se possa riconoscersi progresso, e quale, nella vera Religione. Ne*.
Ire periodi dell» vera Religione , di legge di natura, di legge scritta
XVIII SOMMARIO
e di grazia, una e medesima é (tata la sostanza del credere. Sani' A-
gostino lo prova dalla medesimezza della fede de* patriarchi e de* cri
stiani, e dall'unità del Capo de' veri fedeli. Eosebio lo dimostra dal'
la uniti de' precetti morali. Tre capi di divario accidentale Ira tutti
e tre i periodi, indicati da sani1 Agostino, e spiegati da lui con esem
pi. Sant'Ireneo mostra ad evidenza, che ciò non tocca la sostanza del
la Fede. Il Cristianesimo é adunque aulico, quanto il genere ornano ;
parole di Eusebio e sant* Agostino. Sapientissime cure della Provviden
za divina ne' tre accennati periodi della vera Religione, dichiarate eoa
be' paragoni da' Padri della Chiesa. Osservazione di Bossuet. Conse
guenze delle esposte dottrine in confutazione delle teoriche progressi
ste. Né le nuove definizioni dogmatiche dinotano mutabilità di crede
re ne' fedeli. Acconce dichiarazioni del Lirinese. £onchiugione.
CAPITOLO IIL
La Filosofia del lento comune è opportuna a ribattere
io Scetticitmo f
§ I. Cenni eterici della filosofia del tento comune fino a Reid
WG. 271—281
La filosofia del senso comune che da' più si attribuisce a Reid, ebbe,
secondo la confessione dello stesso Reid , per primo autore il p. BaC
Ber. Il quale, abbandonato il metodo delle Scuole cattoliche, si acco
stò di mollo a Cartesio e a Locke, e ne lodò il metodo e le scover
te filosofiche; onde 1* elogio fattogli da Voltaire e da Tracy. Sua filo
sofia. Egli rileva P importanza de' primi veri, ed osserva contro Car
tesio , non potersi tutti trarre dal senso intimo, ma molti doversi at
tingere dal senso comune. Definisce il senso comune, ed enumera ad
esempio alcuni pronunziati di esso. Espone i caratteri pe' quali si fa
manifesto che un tal vero appartenga al senso comune, e stabilisce il
valore logicò di un tal criterio , paragonandolo con quello del senso
intimo. Precessori immediati di Reid nella stessa Scozia. Prìncipi di
Butcheson e di Smith , e loro confronto fatto da Cousin. Dottrina di
Turnbull, maestro di Reid, col quale si conchiude la Storia della filo
sofia del senso comune prima di Rèid.
5 II. FUotofia del tento comune di Reid
pag. 282—308
Reid confessa che Io scetticismo di Berne indusselo a rigettare le
teoriche 'occhiane delle idee-immagini e del giudizio comparativo , le
SOMMARIO XIX
quii avea da principio abbracciate insieme coli' idealismo di Berkeley,
e mostra in effetto, come dalle medesime teoriche logicamente nascono
T idealismo e lo scetticismo. Per distruggere questi due errori, e' com
bine da prima le mentovate teoriche di Locke, e 'poi si fa a rilevare
l' esistenza di una facoltà dell' animo nostro delta da lui di suggestione,
o d' ispirazione, la quale congiunta ad alcune operazioni, ci determina
a credere la realità del mondo corporeo, e l' obbiettività delle nozio
ni di sostanza e di cagione. E' chiarisce che queste credenze sono giu
dizi, ma non comparativi, si naturali e iattiniÌDÌ,e quindi anteriori al
le idee ; ed espone i caratteri pe' quali torna facile riconoscerli. Ac
cennala T importanza, ed insieme la difficoltà di rinvenire e determi-
Bare tali prìncipi, li divide, conformemente al duplice ordine di veri
tà, in contingenti e necessari, e ne novera e chiarifica i più rilevanti.
Questi principi formano quel che dicesi senso comune, e poiché da loro
tolgono origine e autorità tutte le conclusioni scientifiche, ne trae es
sere il senso comune l' origine, il fondamento e la guarentigia di lut
to il sapere umano, e però I* unico baluardo della scienza contro gli
assalti dell' idealismo e del pirronismo. Altri filosofi , che poco prima
di Reid aveano in qualche modo fondalo la conoscenza su l'insliuto.
§ III. La Filosofia del tento comune dopo Reid
pag. 309—319
Dugald-Stewart ed Hamilton propugnano nella slessa Scozia la dot
trina del senso comune di Reid. La quale viene introdotta e divulgata
in Francia per le lezioni di Royer-Collard. Vittorio Cousin la espone
ed abbraccia sul principio del suo insegnamento ; ma presto l' abban
dona, o per dir meglio, la fonde nel suo ecletismo. Jouffroy e Jacques
la raltemperauo co' pronunziati della filosofia cousiniana. 11 Jouffroy
insegna, unica e la stessa essere la materia del senso comune e del
la filosofia, ma l'uno soprastare all'altra per un rispetto, e vicever
sa. Perocché il senso comune comprende lutto il vero , là dove la fi
losofia ne considera soltanto una faccia; ma il senso comune é incon
sapevole del vero che comprende , perché non se ne rende ragione,
laddove la filosofia, rendendosi ragione de' suoi pronunziati, ne ha con
sapevolezza. Donde trae che la filosofia origina dalla riflessione sul
senso comune, e che allora toccherà il comignolo , quando avrà rea
dulo ragione di tutto il vero compreso dal senso comune. Jacques, vo
lendo compire la filosofìa del senso comune, ricerca i caratteri per i
quali i pronunziali del senso comune vanno sceverati da que' della fi*
XX SOMMARIO
losofia, e ne novera (re, cioè la spontaneità, V imperionalità e I' uni
versalità. Da1 quali conchiude nascere la sua infallibilità. Riepiloga
di questa Parte storica della quistione.
§ IV. La Filosofia del senso comune in riguardo alla Religione
pag. 319-353
Importanza del presente esame. Nel quale si toglie a combattere il
giudizio del Comm. Capone e del Bar. Winspeare intorno al valore
della Filosofia scozzese, mostrando eh' essa non può servire di prope
deutica alla Religione, perché manca de' requisiti a ciò propri.
I. La Filosofia scozzese non basta a confutare lo scetticismo, perchè
né gli antichi né i moderni Scettici negarono il fatto della conoscen
za istintiva, ma si ne combattettero il valore. Accennato Pirrone tra
gli antichi, si tiene particolare ragione di Hume tra i moderni. Il no
me di credenza usato a significare l'istinto presso Hume, come pres
so Reid. I princìpi istintivi di Reid ragguagliati con que'di Bume in
torno alla conoscenza dell'ordine fisico e morale , e al testimonia li
mano, non diversificano in altro tra loro, se non in ciò che Hume li
crede contraddetti dalla ragione , e Reid li 'tiene per verità indimo
strabili. In che modo la quistione é da istituirsi contro Bume, e come
Reid non vi ha punto soddisfatto.
II. Non solo la Filosofia di Reid non valse a confutare il pirronismo
di Bume, ma spianò la via a quello di Kant. Paragone tra' principi
della conoscenza di Reid e di Kant fatto da Jouffroy. Scetticismo di
costui fondato sulla filosofia reidiana del senso comune.
HI. La Filosofia scozzese confessa di non poter definire lavatura
del corpo e dello spirito; e sebbene essa creda di poter provare 1' e-
sìstenza di Dio , la fonda su principi poco valevoli. Stewart, Royer-
Collard, Jouffroy, Hamilton confermano questo risultamento. Riepilogo
delle cose dette.
IV. Questo giudizio intorno alla filosofìa scozzese vien confortato
con l' autorità del Riambourg, Baulain, Salinis, Scorbiac, Bouvier, Pee-
mans, Galluppi, Rosmini, Bonelli, Perrone, ed infine dello stesso Bar.
iWinspeare. Poche parole sul p. Buffier ed Amedeo Jacques.
§ V. Esame della Filosofia del senso comune considerata
»e' suoi principi generali, ed in particolare
lecondo il sistema del p. Buffier
pag. 354—372
Come debbo procedersi iu questa controversia. Differenze capitali
SOMMARIO XXI
Ira' sistemi di Buffier, Reid e Jacques, i quali, come più notevoli de
gli altri , si scelgono ad obbielto della presente discussione. Si nota
prima in generale , che la filosofia del senso comune , qualunque sia
la forma che riveste, si fonda sopra una manifesta contraddizione. Os
servazioni particolari sul sistema del p. Buffier. Questi mostra d' igno
rare i primi e più ovvii pronunziati della dinamilogia. In fatti , per
non dir lungamente di altri, la propensione degli animi a formare al
cuni giudizi uniformi non é né una facoltà speciale, né un atto di lei,
ma é il conato proprio di ogni facoltà congiunto co\V abito nell1 intel
letto. Si dimostra con le teoriche di s. Agostino , svolto da s. Tom-
naso, 1' esistenza e la necessità del conato e dell' abito nelle facoltà
intellettive, e si arguisce, che quindi nascono 1' uniformità e la cer
tezza de' giudizi attribuiti dal p. Buffier al senso comune.
§ VI. Esame della Filosofia del senso comune di Reid
pag. 372—389
La quislione con Reid si restringe a tre punti. De' quali il primo è,
se il giudizio debbe precedere all' apprensione nell' attuarsi dell' intel
ligenza. E prima, con molte e profonde argomentazioni di s. Tomma
so vien chiarito essere assurdo il fondamento su cui Reid appoggia la
sua sentenza, per qualunque verso il processo dell' intelligenza si vo
glia riguardare. Poi, si dimostra con ragioni tolte dal medesimo , da
Scoto e da Occamo che l' apprensione deve andare innanzi al giudizio.-
Contraddizione di Reid.
§ VII. Critica della conoscenza istituiva di Reid
pag. 390-417
Reid ingiustamente censura la definizione comune del giudizio: 1"
perchè è falso il fondamento su cui la fonda; 2° perché la definizione
comune esprime esattamente la natura del giudizio; 3° perchè la de
finizione comune non conduce all' idealismo. Argomentazioni di s. A-
goslino, Alberto M. e s. Tommaso su questo punto, da cui si racco
glie esser falso il principio il quale mosse Reid ad ammettere i giu
dizi istintivi. Dichiarata la vera nozione dell'istinto, e statuito il di
vario tra la conoscenza istintiva e razionale , si dimostra con molte
plici argomenti, tolti tutti dall' Aquinale, 1° che la conoscenza de' bruti
è istintiva, e non può essere più, che tale ; 2° che la conoscenza u-
nana non può essere istintiva , ma debb' essere razionale ; sicché i
giudizi istintivi ripugnano alla natura razionale dell' uomo; 3° che non
dere ammettersi nell' anima la facoltà di suggestione, si perchè è in
XXII SOMMARIO
intelligibile in sé, e ti perché non si richiede a spiegare ì fati! conoscitivi
dell' anima. Incertezze e contraddizioni di Reid in questa sua teorica.
§ Vili. Appendice alla Quistione precedente—Critica della cono
scenza istintiva di Gioberti—Principi generali
pag. 418—453
1" Dottrina di Gioberti. Sue massime generali sulla conoscenza istin
tiva, ed applicazione di esse alle due pretese facoltà della sovrintelli
genza e del desiderio della beatitudine: sentimento delle potenze ani-
messe da Ini, come mezzo di loro conoscenza. 2° Esame delle massi
me generali. Ricordato che le potenze conoscitive dell' uomo non pos
sono essere cieche per venia risguardo, Si dimostra il medesimo del
le sue potenze appetitive. Nozione dell'appetito, e sue diverse specie.
Differenza Ira l' appetito dell' uomo, e quello de' bruti; donde si argui
sce, che le potenze appetitive nell' uomo , non altrimenti dalla cono»
scitive, non possono essere cieche né quanto all' obbielto , né quanto
a' mezzi con cui si attuano. 1 caratteri che Gioberti assegna alle po
tenze istintive, mostrano, quanto la sua teorica si disformi dal vero, e
coinè si colleghi coli' autoteismo di Fichte, e col sensismo di Condì I-
lac. Luoghi delle opere postume in cui professa apertamente ora l' au
toteismo di Fichte, ora il panteismo di Hegel. In fine si mostra , che
il sentimento delle potenze è assurdo, e dato, che Ti fosse, non sareU
be una conoscenza iniziale.
§ IX. Continua f Appendice interno alla conoscenza istintiva i
del Gioberti—Critica delle potenze sovrarazionali 1
pag. 454-487
Si dimostra in generale con san Tommaso, quanto sìa assurdo am
mettere nell' anima potenze sovrarazionali. Critica di due presupposti
su cui é fondata questa dottrina. Due lucide argomentazioni dell' Aqui-
nate contro il primo presupposto , cioè che l' anima si conosce capace
di essere sublimala alla visione dell' essenza divina. Si combatte il se*
condo presupposto, cioè che il desiderio naturale della beatitudine ri-
sguardi la visione dell'essenza divina, mostrandolo falso tanto per la
sua connessione col precedente, quanto in sé stesso. Risposta alle ob
biezioni: 1" Dacché l' uomo desidera naturalmente di essere beato, non
consegue, che abbia il desiderio naturale della visione di Dio. 2° Per
ché la volontà non é dèterminala ad alcun bene particolare, non dee
credersi, che 1 di essa sia il bene supremo. 3° Non
può r uomo dalla potenza obbedeaziale
in sé, raccogliere,
che tU capace di estere elevato alla contemplazione dell'essenza divi-
m, e quindi concepire il desiderio naturale di vederla. Teorica della
potenza obbedensiale che san Tommaso e gli Scolastici haa tratta da
no bellissimo luogo di sant'Agostino. Gli elementi da cui essa polen
ta si compone, mostrano che anche dato, secondo l'opinione di Sco
tt, che la beatitudine sia il fine naturale dell' uomo, non può questo
fine conoscersi da noi con ragioni certe. Argomentazioni dello stesso
Scolo.
§ X. Continua P Appendice
pio. 488—333
Come il Gioberti intende le nozioni di essenza, di natnra, di sussisten
za, e di proprietà, considerale si per rispetto a Dio, come per rispetto
alle creature, e come da esse arguisce il bisogno delle potenze sovra
razionali. Accennato il poco che se n'é detto dagli antichi Filosofi,
1* si capone , come quelle nozioni si definirono da' ss. Padri e dagli
Scolastici, e con quali differenze da loro si predicarono di Dio e del
le creature. 2° Si dimostra , che esse , come sono intese da' suliodatt
Dottori punto bob si accordavo colla dottrina del Gioberti.
§ XI. Continua P Appendice
pag. 334-603
Le Dosiosi dì essenza, natura, eccetera, date dal Gioberti, per mol
li rispetti non si avverano neppure nelle creature. Critica particolare
delle singole nozioni; donde si raccoglie, che queste nozioni menano
al pirronismo, al sensismo, al criticismo. Si dimostra, secondo la dot
trina di Aristotele e di s. Tommaso, come la nostra mente giunge al
ia cognizione dell' essenze. Opportuni schiarimenti dati a questa dot
trina dal Dandini, dal Suarez e dal Card. Gaetano. Razionalismo teo
logico rinchiuso nella teorica delle potenze sovrarazionali del Gioberti,
il quale nasce da un falso concetto del sovrintelligibile, fondato sovra
va concetto egualmente falso del sovrannaturale. Luoghi delle sue o-
pere, da coi si rileva, che egli non pone un divario specifico, ma ac
cidentale tra il sovrintelligibile e P intelligibile, e tra il sovrannaturale
e il naturale: quindi la negazione del mistero e del miracolo intesi se
condo la dottrina cattolica. Veri concetti del sovrannaturale e del so
vrintelligibile, secondo la dottrina de' ss. Padri e de' Teologi suggella
ta dall' autorità della Chiesa , in contrapposto di que' dei Gioberti. Si
risponde a* principali sofismi, con cui il filosofo piemontese si argomen
XXIV SOMMARIO
la di provare il bisogno delle potenze sovrarazionali dell' uomo, ed Ia«
fine si accenna la origine storica del concetto del sovrintelligibile.
§ XII. Critica della conoscenza istintiva di Rad
Conchiusione e fine
pag. 604—619
Reid, considerando come credenze i giudizi primitivi, ha ridotto fa
scienza alla credenza, o sia fede. Critica di questa dottrina. Diversi sta
ti della mente in ordine al vero. Opinioni de' Filosofi pagani e cristia
ni sa la scienza e la opinione; Parmenide, Platone, gli Accademici,
gli Stoici, Epicuro, Aristotele, Atenagora , Clem. Alessandrino , Ter
tulliano, s. Agostino, s. Tommaso, Arnaldo, Wolfio, Kant, Fries, Schel
ling. Differenze della fede strettamente inlesa dalla scienza e dall' opi
nione, e capi di convenienza, per cai si é detta scienza la fede, e fe
de la scienza: s. Agostino e s. Tommaso. La fede , riguardata come
conoscenza razionale, talvolta si é riconosciuta in generale in ogni spe
cie di essa: s. Tommaso, Clemente Alessandrino, Aristotele. Ma pro
priamente si é dato il nome di fede all' opinione: Platone, Aristotele,
s. Tommaso e Alberto M. Ragioni di quest' oso della voce fede. Si
conchiude, che in qualunque de' suddetti modi la vocefede s' intenda,
la dottrina della credenza di Reid é falsa. Conchiusione.

FINE DEL SOMMARIO .'.


PARTE PRIMA

LO SCETTICISMO

ne' suoi rapporti

CON LA FEDE

INTRODUZIONE

Definizione dello Scetticismo. Lo scetticismo Volgare, Trascenden


tale e Mistico; in che differiscano Ira loro. Lo Scetticismo Storico.

vtli Scettici, come ognun sa, si son detti que' filosofi i


quali Iian professato essere impossibile alla mente umana
alcuna conoscenza certa, e questa loro professione ha ri
cevuto il nome di Scetticismo. Però varie sono le maniere
di scetticismo.A noi pare doversi ridurre a tre, dacché lo
scetticismo può essere o volgare, o trascendentale, o misti
co. Gli Scettici volgari, cominciando da Pirrone sino ad Hu-
me, mantennero che la mente nostra, mentre non può ave
re alcuna conoscenza certa delle cose in sè, ha però imme
diata e certa notizia di sè e delle affezioni sue. Il barone
Galluppi nella sua dotta e profonda Memoria contro Fichte 1

') Sul sistema di Fichte, ovvero Considerazioni filosofiche


sull'idealismo trascendentale e sul razionalismo assoluto , Na
poli 1841. Ved. 1' analisi di questa opera fatta dal eh. p. Libe
ratore d. C. d. G. nella nostra Raccolta La Scienza e La Fe
de, voi. II, p. 417 segg., Napoli 1841.
SamseverinOjSist.Fuos., I. 1
2 LO SCETTICISMO
ha posto fuor di ogni dubitazione questa parte dell' istoria
dello scetticismo, e noi la dichiareremo appresso con nuove
e calzanti ripruove *. Per giustificare il loro metodo di du
bitazione, gli scettici volgari usarono argomenti di fatto.
Perciocché discorrendo tutti i diversi mezzi di conoscenza,
propugnati da' Filosofi dogmatici, adopraronsi a mostrare,
che gli uomini valendosi di essi cadono del continuo in ma
nifesti errori; sicché al savio conviene sospendere il suo giu
dizio intorno alle cose. Le Instituzioni Pirroniane , ed i
libri Cóntro i Matematici di Sesto Empirico comprendono
quanto lo scetticismo volgare può immaginare contro la
certezza del sapere umano ; cotalchè gli Scettici moderni
non han saputo aggiugnervi nulla, che stato fosse di qualche
momento.
Ma Emmanuele Kant nell' ultima metà del secolo pas
sato tentò una novella via. Egli intraprese un minuto e-
same delle facoltà dell' anima, a fin d' investigare, come
la mente pervenga alla conoscenza dell' io, del mondo e di
Dio, questi tre grandi obbietti della scienza filosofica. 0-
gnun sa esser egli riuscito a questa fatale conclusione, che
la mente nostra non altro conosce, se non le apparenze
delle cose sensibili, ma che niente può stabilire intorno al
la realità dell' io, del mondo e di Dio. Amedeo Fichte me
nò innanzi con più di franchezza e di ardire i principii po
sti dal suo maestro. Egli in effetto ammise un io puro an
teriore all' io empirico, o sia all' io con la coscienza di sé
stesso e del mondo, e cercò di stabilire questa paradossi
ci dottrina, che l' io crea sé, il mondo e Dio. Questa spe
cie di scetticismo si è chiamata trascendentale , perché
Kant e Fichte, trascendendo ogni esperienza interna ed e-
sterna , han cercato investigare a priori, come 1' una e
l' altra originano in noi. Egli è chiaro, che gli Scettici tra
scendentali dubitano eziandio della realità dell'io, e delle
sue affezioni, e non ammettono, se non un io apparente.
Se non che a Kant ed a Fichte fu avviso, che ben la ra-

') Si può vedere la nostra opera latina, Instilutiones Logicae


et Metaphysìcae, Pars altera, c. XXXII, Neapoli 1852.
ne' scoi rapporti con la fede 3
gione pratica ci conduce nel campo della realtà, e ci ri
dona le tre realità che la ragione teoretica è impotente a
fornirci.
Altri filosofi ne' tempi moderni, sfiduciati di poter ribat
tere le difficoltà degli Scettici, riposero il criterio della ve
rità o in un sentimento interiore, come Jacobi, o vero nella
Rivelazione divina, la quale, secondo Lamennais deesi ri
cercare nel consenso di tutti gli uomini , secondo 1' abate
Bautain nella Sacra Scrittura, e giusta il Donnetty nella
Tradizione. A costoro possono aggiungersi quegli altri, i
quali pretendono che la ragione individuale non può ri
trovare alcun vero, ma solo dimostrare que'che il senso
comune le somministra. Questa è quella foggia di filoso
fare la quale suole chiamarsi scetticismo mistico.
Oltre a queste tre specie di Scetticismo speculativo?? ha
ancora uno scetticismo storico. Sonovi infatti di coloro, i
quali non negano in generale la veracità della testimonian
za umana ; ma son persuasi non esservi alcun mezzo di
renderci certi della verità delle antiche narrazioni. Gli o-
dierai tedeschi, sopra tutti gli altri, foggiando assurdi ca
noni di critica, han manomesso o in tutto, o in parte la
storia antica, ed han propagato ed ampliato di molto lo
scetticismo storico.
Or, per ridurre ad unità le questioni concernenti allo Scet
ticismo, noi le ordineremo secondo le quattro succennate
specie, e ne istituiremo 1' esame con 1' ordine che abbiamo
indicato.
4 LO SCETTICISMO
CAPITOLO I.
Si può difendere lo scetticismo in filosofia senza
distruggere la Fede?

51.

Importanza della Ragione per riguardo alla Fede

Sani' Agostino e san Tommaso dimostrano,come lo Scetticismo rende


impossibile la Fede. Uffici della Ragione verso la Fede secondo i Padri,
tra i quali si menzionano Clemente Alessandrino, Origene, san Basilio e
sant' Agostino. San Tommaso enumera c svolge quattro rapporti della
scienza con la Fede.

Xja risposta alla presente quistione è chiara a chiunque


anche per poco ha meditato i rapporti della Ragiono con
la Fede. Imperocché se 1' uomo non altro conosce delle co-
se,fuorichè le apparenze,e nulla può sapere della loro rea
lità; anzi se, come alcuni spacciano, non può esser certo
nè pure della propria esistenza, è manifesto che egli non
può conoscere 1' esistenza di Dio, non quella di altri esseri a
sè simili; e poniamo, come sembrò agli Scettici antichi, che
sia certo di sua esistenza, non per ciò può conoscere la sua
natura ed i suoi rapporti con Dio, e con gli altri uomini, uè
sapere in che stia la virtù, ed in che il vizio. Quindi per
lo Scettico è impossibile la certezza della dottrina rivela
ta, stantechè, senza ammettere la certezza di molte veri
tà razionali, la Fede, o sia 1' assentimento alle verità da
Dio rivelate,è impossibile. Come, per fermo, potremo crede
re alla rivelazione fatta da Dio, laddove non sappiamo, se
Dio esiste, o pur no; se nulla possiamo sapere della no
stra natura, e della nostra dipendenza da Dio; se non ab
biamo mezzo certo per conoscere l'esistenza di altri uo
mini e delle cose sensibili ? Però sapientemente s. Tomma
so, battendo le orme de' ss. Padri, sin dal principio della
sua Somma ha avvertito, che la esistenza di Dio, e altre
cosiffatte verità le quali possono esserci note intorno a Dio
ne' scoi rapporti con la fède 5
per la ragione naturale, sebbene possano conoscersi anche
per fede, e da taluni in effetto solo per fede si conoscano;
nondimeno non costituiscono propriamente la Fede, ma so
no conoscenze preliminari alla Fede, e cui questa presup
pone'. La dottrina di s. Tommaso è stata abbracciata co
munemente da' teologi.
Ma l'iia di più. Gomechè la fede nasca nell'anima di
molti per la operazione interna della grazia, interiori in-
stinchi Dei invitantis, secondo V espressione di s. Tom
maso*, senza esame anteriore, siccome massimamente av
viene a* nati nel grembo della Chiesa; nondimeno molte
volte 1* uomo non perviene alla Fede, se non conosce che
la dottrina la quale gli si propone come divina, sia vera
mente rivelata da Dio. Ha egli forse 1' infedele il dovere
di credere senza conoscere le ragioni di sua credenza?
Certo no, perocché, l'atto della Fede essendo libero, non
può non dipendere dal giudizio particolare di chi lo fa»
Oltre a che, se il cristiano non può neppure per un mo
mento solo dubitare della verità della Fede, ha certamente
la facoltà di studiare i titoli su cui ella è fondata. Anzi
non solo può, ma dee per quanto è in lui, acquistare la
scienza della Fede, sì perchè per tal modo ella si radica
più profondamente nell' anima sua, e sì perchè sapendo
dar conto della credenza cattolica, si rende capace di ri
battere le solistiche argomentazioni degl'increduli, e di gua-

*) t Deum esse, et alia buiusmodi, quae per ralionem natura-


lem noia possuut esse de Deo, ut dicilur Uom. I, uon sunt ar-
liculi (idei, sed praeambula ad articulos. Sic enim fìdes prae-
supponit coguilionem oaturaleai, sicut gcatia naturam, et ut per
ielio perfectibile: nihil tamen probibet iilud, quod secundum se
demoustrabile est et scibile, ab aliquo accipi ut credibile,qui da-
moostralionem non capit »; 1, q. II, art. 2 ad I.— t Ea quae de-
mooslralive probari possunt, inler credenda nuraeraniur, non
quia de ipsis siraplieiler sit fìdes apud omaes, sed quia praeexi-
gunlur ad ea quae suni lìdei, et oportet ea saliera per fidem
praesuppoui ab bis, qui corum dcmoustralioucm nou babau »j
2, 2, q. I, art. 5, ad 3.
!) 2, 2, q. H» art. 9 ad 3.
6 LO SCETTICISMO
dagnare con la persuasione nuovi figliuoli alla Chiesa. Per
tal ragione al certo s. Pietro confortava i cristiani a far
si abili a rendere ragione della propria credenza , e
e. Paolo richiedeva da loro un ossequio ragionevole del-
la Fede \
Ancora, poiché Iddio ha rivelato agli uomini una dottri
na a cui devono . credere, e secondo cui deono operare,non
ha potuto, sapientissimo com' è , non fornire agli uomini
segni certi ed evidenti, affinchè potesserla sceverare dalle
suggestioni pagamene, e conoscere ad un tempo stesso la
Chiesa che n'è la vera conservatrice e che la propaga. Que
sti segni si dissero da' teologi motivi di credibilità; giac
che per essi 1' uomo , aiutato dalla grazia interiore del
lo Spirito Santo, viene indotto ad abbracciare la creden
za cristiana, o vero, se la tiene, viene in essa confermato.
Cotali motivi sono, secondo la dottrina di s. Agostino e di
s. Tommaso, i miracoli, le profezie , il numero e la co
stanza de' martiri, la subita e numerosissima conversione
di uomini dotti ed ignoranti, di semplici e di astuti, la san
tità singolare di molti cristiani, e parecchi altri 2. Or que
sti motivi, sebbene una parte di essi, siccome attcstata dal
le Scritture, si ammetta per fede da' credenti, sono per i
non credenti verità naturali, per le quali la Fede si rende
loro credibile. Adunque, egli bisogna ad ogni modo am
mettere l' autorità della ragione, se non si vuole crollare,
anzi annichilare 1* autorità della Fede; perocché chi toglie
all' uomo la facoltà di conoscere le verità naturali, gli to
glie ad un' ora medesima la facoltà di credere alle verità
soprannaturali, o sia, per dirla brevemente, chi priva l'uo
mo della ragione, lo priva altresì della Fede.
Per tali ragioni i ss. Padri ed i Dottori han posto mol
ta cura nel rilevare l'importanza della ragione, come mez
zo preparatorio alla Fede. Eglino hanno con unanime con
senso osservato, che se la Fede è necessaria al pieno e per-

*) 1 Petr. HI, 1S; Rotti. XII, I.


■j S. Agostino, De militate crederteli, c. XVII, n. 35 ; S. Tom
maso, Contra Gcntiles, lib. I, c. VI.
fili" SUOI RAPPORTI CON LA FEDE 7
fello svolgimento della ragione, bisogna ancora ammettere
un uso qualsiasi della ragione prima della Fede, dacché
chi è incerto di ogni verità razionale , è incapace di co-
aoscere ed abbracciare la Fede. Clemente Alessandrino ,
forse primo degli Scrittori Ecclesiastici,che abbia ragionato
distesamente le attinenze della ragione con la Fede,nel libro
primo deJJe sue Miscellanee imprende a bello studio a con
futar cosi que' che stimavano la filosofia inutile al cristiano,
come que' ehe la spacciavano venuta da qualche malvagio
inventore. Distinguendo il professore alessandrino la filoso
fia pagana dalla filosofia cristiana, o sia dalla scienza del
la dottrina rivelata, chiarisce con molti argomenti la ne
cessità ed i vantaggi dell' una per riguardo all' altra. Quel
che appartiene al nostro scopo, torna a ciò : Siccome la
legge di Dio agli Ebrei, cosi la filosofia fu necessaria a'
Greci per rendersi al Cristianesimo; onde questa dee sti
marsi un dono fatto da Dio a' Greci , innanzi cbe gli a-
vesse chiamati alla Fede. La filosofia è necessaria presen
temente a coloro i quali pervengono alla Fede per via di
argomentazioni. Per queste due ragioni è chiaro , che la
filosofia prepara la via a colui che è perfezionato da Cri
sto. Ma oltre a ciò la filosofia serve al fedele come una
corazza per serbare la sapienza, o sia la dottrina rivela
ta incrollabile a' sofismi. Siccome le arti liberali, cioè la
musica, la geometria , la grammatica ed altrettali mena
no alla filosofia che le signoreggia tutte; cos'i la filosofia
ci conduce ad acquistar la sapienza, eh' è la signora, cui
ella precede *. Clemente paragona la sapienza a Sara e la

') Stromatum lib. I, § V, p. 331, Opp. Vcnetiis 1757: Ila fàv ol-j
-pìs t% tov Kup/Vj rapouff/ots dixaiooùvqt EXXvjo-<y o.j<xyiia.ia cpj-
ijyicyicf vjvì de. %pvpip'i ffpos beoaifiuav yhitxai, ~po~ai)da rie; olì-
0» roìg ryv zicrrrj di a;ro<}e<i=£u>s xaprou/tÉvois' ori à ttojs <rcu, <pij-
ob, où xpoav.òi^, ini ripi itpos/oia-j rà xa\à avayépojTo? , sdii
te EXfopixà vj, èàsu re ìj/tércpoc* ità-sfwj fà-j yàp ahios tw-j xàtJà-j b
Olii. c&Xtx Ttuy (J.iv, xarà KpcnfyoÓp&Ba*, u>; rvj; n 3t<&ipcifS t%
rataictS, x«i T% nfiOC' rùto dì, y.ar' ÈVoixeXoi&Tjjua, u>s rijs fifa*
tnyias • ài vuu zporfy?){iévu>s rois EXtajfnw èìscttj tote, vph
ì T» Eip«v Ttià&xaì /.ai toùs .EW.ijirats. ìxzidayuyyu yàp x«ì otw
8 LO SCETTICISMO
filosofìa ad Agar; perocché Sara, non potendo da prima
dar figliuoli ad Abramo, le affidò Agar donna egiziana ,
affinchè, ricevuto prima da questa figliuoli, si accostasse
poi a lei per divina provvidenza, e generasse Isacco'.Con-
chiude il paragrafo con queste parole: e La scienza la qua
le precede quella quiete eh' è in Cristo, esercita la mente
e sveglia l' intelligenza, producendo un' acutezza d'ingegno
opportuna alle investigazioni, in virtù della vera filosofia
che gì' iniziati tengono come 'inventata, e, per dir meglio,
ricevuta dalla medesima Verità a j . Alquanto dopo scrive
cosi: e Che se la filosofia greca al certo non abbraccia la
verità in tutta la sua ampiezza, ed è tuttavia impotente a
compire i comandamenti di Dio, ella lastrica sena' altro la
strada alla regalissima dottrina, correggendo in una qual
siasi maniera e formando prima i costumi, e confortando
all'investigazione della verità colui che opina esservi la
Provvidenza * » . La medesima dottrina inculcò negli altri

7>| t3 ÌDàypixòv, u>s ó nfywg Toòg E/3pa/ous, «S %p/8T^ • ffpora-


paaxtva^si ts/i/dh y\ yikoToyia, Ttpoodoicoiouaa ròv vitò %p«TToù rsXs/oS-
fievov . Airiva rv[V aoyìav ò SaXo^wv, vepi%apàxu>aov, <pqtli> . xaì
hittputytoav artyfonù dì Tpixpìjs tnctpaaxìau av ìitù xaì oò ru> Spe).-
xu) ù«po%upó>ffas aÙT^u dia (p/Xeowpias, xaì itoknù.da<s óp&ìjs, d-
veirìfiarov to/s aòtpiarais TTjp^aa/s.
*) Loc. cit. p. 333: Tu>v vp^jstv&v [W.prnpiav napi%u vj Tpacp-yj
dia r&rvdz. Sdppa cre/pa \u raJla/ , A/Spaà/x dì ynr\. ^ Tixroi)-
aa \ lippa, ttjm laiiTÌjs iraidiad^v, 6vópo.ri Ayxp, rqv AtyazTÌoait
e?s iraidozoiìav izirpézù tu) Afipaip • y\ aoyia roivuv , v| rù> zi~
Sto arùvoixo'S ' 7lt<zòg di £vkv).bS-/i Afipaàp, xaì Sixaios . artipa ypt
Eri xaì otexvos xaTà ryv ytugàv exe/mjv, pydkzta ptfihi ivàpsrov à-
Koxv\aa.aa tù> Afipa&fji. • yfaicto dì e/xÓTu>s, ròv vfiy xaipòv \%ovx<x.
Trpoxoffvjg, tv] xoo-ju/xìj itaidda. Aìyvxros dì ò xòapò$ àXkyftopuroii'
avmejvaar^vai zpézepav • l'zzpov dì, xaì aùrSj rposùSsòvra xarà tvju
Stiav Ttpòvoiav, ywiripai ròv laadx.
2) Loc. cit. p. 335: T^h rs «3 Trpcnrotidùav rvjs £v Xp/<?5> àva-
Ttauamz, iv[i.và%£tv ròv vsu , xaì dnydpeiv r>ji> avutala, ày%ivoiav
•)twù>aav ^ttjtjxvjw dtà yiloaotptas àhfiSs, Sp eupirog , /idfàoii
dì àkìffores, zap aur^s t% aX^eìds S%wrra oi /jiùeat.
') Ibìd. § XVI, p. 366: AXk' si pìv xaralapPavu vj
va.\ y&aaoyia rè /*éjs^cs 7% àta^/a?, Sri di i§<xc&&ù jrp&miu
ne' suoi rapporti con la fede 9
librici cui luoghi per amore di brevità tralasciamo. Nò con
minore attenzione descrive Clemente l'altro uGzio della filoso-
fia,cioè quello di vendicar le verità sopraintelligibili contro
gli assalti degli eterodossi e degF increduli. « La filosofia
greca, e1 dice, non rende la verità più poderosa, ma per-
che \a Mende contro le argomentazioni e le ingannevoli
trappole de' Sofisti, è stata detta una siepe opportuna a pro
teggere la vigna ed il bastione ... La dialettica ci aiuta,
perchè noi non stramazziamo per gl'impeti dell'eresia1 s.
c Lo gnostico (o sia il perfetto cristiano), egli aggiugne,
non debbe ignorare le discipline encicliche ( la grammatica,
la geometria ecc.), nè la filosofia; ma non deve impararle
per un fine principale, ed in grazia di sè, ma per fine se
condario, e giusta il bisogno e le congiunture. Imperoc
ché fa mestiere, che lo gnostico volga a bene quelle cose
di cui i sostenitori delle eresie scelleratamente ed astuta
mente abusano" ». Non è diversa dalla sentenza di Cle
mente quella del suo discepolo Origene. Tra i molti luoghi
ne recheremo questo: <t Io desiderava che tu prendessi dal
la filosofia de' Greci quelle cose le quali possono essere scien
ze circolari, e preludii alla dottrina cristiana, e dalla geo
metria ed astronomia quelle le quali gioveranno all' inter
pretazione della Scrittura sacra; sicché noi stimiamo la fi-

ras xuptouàq ivroXàg, aXk'ìsv ■>£ rpovonauxeua^st t\v lòìv Tvj /3a-
e/)jxci)TÓrv) didaif/.aXìa, oc^lrv) matfpovi^aira, xai tò >|&os sporti-
rwa. , xai rpoffU<p8(ra ei"s napadsx^v r>|S akyfitias tvjw irpàvoiaat
') Ibid. § XX, p. 377: Upoaiouaa. Sk yiXooroyia y\ EU.fnì], où
hjarwTÉpav notti -r*p àkifteiav, àXK' ddivarov xapi%ovoa rijw xar*
aurijs aotfiarTtxypi ii:i%dpvpiv, xai Siaxpovoftkyq t«s doXepàs xarà rìjs
Shfitiag èiri/SovXis, <pp*>/iòs cìxeios Mfnjrcu xai Sptyxòs fivai Toà
ànzà.&>vos. . . .
') Stromatum lib. VI, §X, p. 781;Oùx àzoljwfèyjexai rotimi twv
zpsxozTÓvrvM iti.pt ras fiaSyasis ras è^xuxX/ous, xai tvjw EX^/x^y
?À07o<?iav' otXX.' oò xarà tbv Trpo'q).ob[&-jov Xéyov, ròv ìiì à-jay/.atov,
xai Setrrepov, r-aì mpi^&Tlxòv. Oì; yàp av Kavoupjtas %p-\awstai li
xarà t«5 a/p£<re/s xovoùijévoi, xoiiXot$ o yHOfixòi si's eu -/.aTa%p'}-
RTW.
IO LO SCETTICISMO
losoGa socia ed aiututrice della religione cristiana, siccome
i filosofi stimano socie ed aiutataci della filosofia la geo
metria, la musica, la grammatica, la rettorica e l'astrono
mia *». Conforme all' avviso di Clemente Alessandrino, e di
Origene, anche s. Basilio scrisse: a Alla fede che riguarda
Dio, va innanzi la cognizione dell' esistenza di Dio,la quale
noi raccogliamo dalle creature. . . Questa conoscenza è se
guita dalla Fede*».
Ma meglio de' suoi precessori s. Agostino , vero fonda
tore della filosofia cristiana,dimostrò la necessità di un uso
qualsiasi della ragione per arrivare alla fede cattolica , S
per difenderla da' sofismi de' suoi nemici. Egli ne ragiona
in molte sue opere, da cui noi leveremo, come per un pic-
ciol saggio, alcune sentenze, a E assai bella, e' scrive, la
ben distinta gradazione , con cui la Provvidenza di Dio
nell' indicibile sua misericordia porge la medicina all' ani
ma. Perciocché egli adopera 1' autorità e la ragione. L' au
torità richiede la fede, e spiana la via alla ragione. La ra->
gione mena all' intelligenza ed alla cognizione. Sebbene
1* autorità ancora debb' essere accompagnata dalla ragione,
quando si esamina a cui si debba credere , e per fermo
somma è l' autorità della medesima verità già conosciuta e
chiara* ». « Se cosa ragionevole è, che la Fede vada in
nanzi alla ragione in alcune ardue verità che non ancora
possono intendersi, certamente la stessa ragione la quale

') Philocaliae, c. XIII, p. 41, 42; Cf. Contro Celsum, l. IH,


p. 146, 147.
E) 'Ev -/.ai rvj zapi Geou vicnu, y^arai /xkv \ tvvoi<X, \ ffepì tou,
ori èarì 0eós • rayTtjy xa/ Èx rusv òvtfiiojpy/tfiàxun TMÓ.yojj&-j. . .
Tauri] xa/ tv] yuùxtu -<\ ìcìttis dxohaorù. Epist. CCXXXV, n. I.
3) <t Aniinae medicina, quae diviua Provideutia et ineli'abili bts-
neficentia gerilur, gradaiim distiucieque pulcherriina est. Distri-
buitur eniin in auctoritatem , atque rationem. Auctorilas fldem
ilagitat et rationi praeparat viam. Ratio ad iutcllectum cognilio-
uemque perducit. Quamquam nequc auctoritatem ratio peoilus
deserit, cum consideratur, cui sit credeudum, et certe summa
est ipsius iam cognitae atque pcrspicuau veritatis auctorilas s;
Ve vera Religione, c. 45.
ne' suoi rapporti con LA FEDE II
ciò persuade, per quanto debole sia, precede alla Fede '» .
« Comechè I* uomo, se nulla intenda, non possa credere in
Dio; pure la medesima Fede con cui crede, lo conforta ad
intendere cose più ardue. Sonovi in effetto alcune cose le
quali non possiamo credere, se non le intendiamo, ed al
tre che se non le crediamo, non possiamo intenderle a ».
Le quali parole del s. Dottore, ed altre simiglianti che, per
grazia di brevità, tariamo, tornano a quella sentenza co-
mune a tutti i Padri, che sebbene la Fede renda la ragio
ne umana abile a conoscer quelle cose che con sole le sue
forze non potrebbe conoscere; nondimeno senza un certo
uso della ragione, 1' uomo non potrebbe giugnere alla Fe
de. Imperocché bisogna innanzi con un uso qualunque del
la ragione renderci certi dell' esistenza della dottrina rive
lata, e poi con r aiuto di questa perfezionare la ragione.
Donde conseguita, che la conoscenza naturale dee prece
dere alla soprannaturale , e però chi dichiara impossibile
air uomo ogni certezza umana, dichiara ad un tempo im
possibile per lui la certezza divina. « Senz' alcun dubbio,
dice il s. Dottore, tu vedi alcuna cosa per credere alcuna
cosa, e per credere da quel che vedi, quel che non vedi*»*
Egli ancora nel prezioso opuscolo Dell' utilità di crede
re distingue nella mente umana tre maniere di conoscen
za, l' intelligenza, la fede e 1* opinione, e dimostra, che
P intelligenza è sempre senza vizio, perchè avendo l' in
tuizione della verità, è immune da errore; 1' opinione, es*

') a Si rationabile est, ut ad magna quaedam quae capi non-


dum possimi, lides praecedat rationem, procul dubio quantula-
cumque ratio quae hoc persuade!, etiatn ipsa anlecedit (Idem»;
Ad Coseni. Ep. 120, alias 122, c. 3.
2) t Quamvis , nisi aliquid intelligat, nemo possit credere in
Dram, (amen ipsa fldes qua credit , sanatur , ut intelligat ara-
pliora. Alia sunt enim quae nisi intelligarnus, non credimus, et
a/ia sunt quae nisi credamus, uou intelligiuius i>; In Ps.CXFUi,
Sera. XVIII, c. 3.
') t Utiquc vides aliquid ut credas aliquid, et «x co quod vi-
(ics, credas quod uou vides ì,I)e Fefbo £t)a/;</.Si;rui,CXXVIjC.;$.
12 LO SCETTICISMO
sendo sempre accompagnata dal timore di errare, è sem
pre un vizio; la fede tiene un luogo mezzano tra l' una e
l'altra, secondo che è fondata sopra un'autorità fallibile,
od infallibile '. Adunque perchè la fede sia senza la colpa,
bisogna esser certo dell'autorità da cui la dottrina che noi
crediamo, dimana. Il s.Dottore ed in questo opuscolo.e nel-
1' altro Della vera religione, ed altrove accenna i carat
teri infallibili con che Iddio si è compiaciuto render ma
nifeste a tutti le verità della Fede cristiana, e la divinità
della Chiesa Cattolica, che n' è la sola legittima custode
e banditrice. Ecco come ragiona nel mentovato opuscolo
Dell' utilità di credere : « Se la Provvidenza divina non
presiede alle cose umane, non bisogna pigliarsi pensie
ro della religione. Ma se la bellezza delle cose umane,
la quale certamente dee credersi derivare da qualche fon
te di veracissima bellezza, ed- un non so quale sentimento
interiore invitano come con pubblici e privati ammonimenti
ogni animo ben fatto a cercare e servir Dio, non è a di
sperare che Dio abbia istituita alcuna autorità, su cui, co
me su fermo scalino sostenendoci, ci eleviamo a Dio. Or
questa, posto da parte la ragione la quale assai difficilmen
te può bene intendersi dagli stolti , ci commuove in due
modi, cioè crf miracoli e con la moltitudine de' suoi segua
ci 8 ». Di poi, mostrando che per opera della cattolica re-
*) e Iotelligere, credere, opinari. . . Primum semper side vilio
est,secundum aliquando cum vilio,terlium numquam sine vitio. . .
Credere autem lune est culpandum, cum vel de Deo indignimi
aliquid credilur, vel de homine facile creditur. . . Quod iniclligi-
mus igilur, debemus rationi: quod credimus, auctorilati: quod o-
pinainur, errori»; De militate credendi, c. XI, n. 25.
a) « Si Dei providentia non praesidet rebus humanis, nihil est
de religione saiagendurn. Sin vero et specics rerum omnium ,
quam profecto ex aliquo verissimae pulchritudinis fonte manare
credendum est, et interior nescio quae conscienlia Deum quae-
rendum Deoque serviendum meliores quosque animos quasi pu-
blice privatimque hortatur; non est desperaodum ab eodem ipso
Deo aucloriiaicm aliquam constitutam, quo velut gradu certo in-
uitenies, adlollamur iu Deum. Haec autem, seposila ralione,quain
sinccram inleliigerc, ut saepe diximus, diflìcilliuiuiu stultis est,
ne' suoi rapporti con la fede 13
ligionc una dottrina sublime intorno a Dio erasi propaga
ta in tante e sì diverse nazioni , e presso lo stesso inno-
Tante volgo de* maschi e delle femmine, e che i costumi
eransi maravigliosamente riformati, approvandosi la santi
tà della morale cattolica anche da que' che non la prati
cavano, conchiude: « La Provvidenza divina ha operato ta
li cose per i vaticinii de' Profeti, per 1' umanità e dottrina
di Cristo, per i viaggi degli Apostoli, per le ingiurie, le
croci, il sangue, le morti de' martiri, per la vita esempla
re de' Santi, e per i miracoli operati tra tutte queste cose
secondo il bisogno de' tempi, degni al certo di così grandi
fatti e virtù. Adunque, se noi veggiamo un si grande aiu
to di Dio, un sì gran progredimento e frutto, dubiteremo
di rifuggirci nel grembo di quella Chiesa, la quale è giun
ta al colmo dell' autorità, Ano a fare abbracciar la sua dot
trina al genere umano, per la successione de' Vescovi, ve
nuti appresso agli Apostoli, non ostante le contraddizioni
degli eretici condannati e per giudizio della stessa plebe,
e per V autorità de' Goncilii , ed anche per la maestà de'
prodigi ? 1 »

dupliciler nos movet, partim miraculis, panini sequentium mu(-


litudinci; Ibid. c. XVI, n. 34.
1) f Parura ne consultum rebus humanis arbitraris, quod nihil
terreuum, nihil igneum, nihil denique quod corporis sensus ad-
tingit, prò Deo colendum esse, ad quem solo intelleclu ambien
tium est,non pauci doctissimi disputarli,sed imperiato) etiam vui-
gus marium feminarumque in tam multis diversisque genlibus et
credit, et praedical ? Quod continentia usque ad tenuissimum vi-
cium panis et aquae, et non quotidiana solum , sed etiam per
contextos plures dies perpetuala ieiunia; quod castitas usque ad
cooiugii prolisque conlemtum; quod patientia usque ad cruces
tìammasque neglectas, quod liberalitas usque ad pafrimoma di
stributa pauperibus; quod denique totius huius mundi aspernatio
usque ad desiderium mortis intenditur? Pauci haec faciunt,pau-
c'mes bene prudenterque faciunt: sed populi probant, populi au-
diuni, populi favent, diligunt postremo populi: populi suam im-
icciJJiiatera, quod ista non possuat, nec sine provectu mentis in
Deum nec sine quibusdam sciulillis virtutis, accusant. Hoc fa-
Cium est divina providentia per Prophetarum vaticinia , per hu-
I^ LO SCETTICISMO
Noi potremmo riferire le sentenze di tutti gli altri Pa
dri; ma, per non esser lunghi, saremo contenti ad espor
re la dottrina di s. Tommaso, il quale, siccome in ogni altro
punto, così in questo meravigliosamente compendia le sen
tenze de' Dottori che 1' han preceduto. E veramente 1' An
gelico ha costantemente inculcato la necessità ed utilità del
la scienza per riguardo alla Fede, e le ha dedotte da quat
tro capi i quali sono questi : la Fede presuppone la scien
za, si rende credibile per la scienza, è illustrata in qual
che modo con la scienza, e dalla scienza vien difesa con
ferà i solismi della falsa filosofìa. Abbiamo innanzi 1 ripor
tato alcuni luoghi della Somma, ne' quali il s. Dottore in
segna che la cognizione di fede presuppone la cognizio'
ne naturale, perchè la cognizione dell' esistenza di Dio e
di altrettali verità razionali dee precedere alla cognizione
delle verità rivelate , e dee almeno presupporsi per Fede
da chi non può averla per dimostrazione. Aggiungiamo ora
altri ragionameuti di lui. « La Fede, e' dice, non compor
ta l' investigazione della ragione naturale la quale dimostri
quel che si crede; ma ben comporta un certo esame de' mo
tivi da cui 1' uom s' induce a credere, ad esempio perchè
Iddio lo ha detto e confermato co' miracoli a » . «Le cose

manitatern doctrinamque Cbristi, per Apostolorum itincra , per


Marlyrum contumelias, cruces.sanguinerò, morles, per Sauctoruui
praedicabilem vita tu, atque in his universis digna rebus tanlis
atque virtutibus prò temporuni opportunitate miracuta. Cum igi-
lur tantum auxilium Dei,tantum profectum fruclumque videamus,
dubitabimus nos eius Ecclesiae condere gremio , quae usque ad
confessionem generis Immani ab apostolica Sede per successio-
ues episcoporutn, frustra haereticis circumlatrantibus, et partita
plebis ipsius iudicio, partirei conciliorum gravitate, partirei eliana
miraculorum maiestate damnati» , culmeu auctoritatis oblinuit ?
Cui nolle primas dare vel summae profecto impietatis est, vel
praecipilis arroganliae. Nam si nulla certa ad sapicnliam salu
tereiquo animis via est, nisi cum eos rationi praecolit fides; quid
est aliud ingratum esse opi atque ausilio divino,quam tanto la
bore praeditae audorilati velie resistere ? > Ibid. c. XVII, u. 35.
*) Pag. 5, nota ').
") «Fides non habet inquisitionem rationis naturalis demostran-
lis id quod creditur ; habet tamen inquisitionem quareidam eo
ne' suoi bappobti con la fede i5
che si conoscono per la Fede, possono considerarsi in due
modi: F uno speciale, e Y altro generale. Nel primo, cioè
in quel che hanno di particolare, non si possono nel tem
po stesso vedere e credere; nel secondo, cioè in ciò che a
tutte è cornane, eh' è 1' essere credibili, sono vedute da chi
erede. Imperocché uom non le crederebbe, se non vedesse
di doversi credere, sia per l' evidenza de' segni, sia per qual
che altro simigliamo motivo1 ». « Colui ebe crede, ha ba
stevole motivo che l'induce a credere. Conciossiachè vie
ne indotto dall' autorità della dottrina divina comprovata
co* miracoli, e eh' è più, per un istinto interiore di Dio che
l' invita. Onde non crede senza fondamento 2 ».
11 medesimo santo Dottore nel libro primo Della verità
della Fede cattolica contro «' Gentili , dopo distinto
una doppia verità per riguardo alle conoscenze divine ,
cioè naturale e soprannaturale, aggiunge: ce Per la mani
festazione della prima verità bisogna usare ragioni dimo
strative, con cui 1' avversario possa esser convinto. Ma
poiché cosiffatte dimostrazioni non sono possibili per la se
conda verità, non debbono esse arrecarsi con l' intendimen
to di convincere con ragioni l' avversario, ma di confuta
re le ragioni che propone contro la verità, non potendo
la ragione naturale contrariare alla verità di Fede. L' uni
co modo poi di persuadere cosiffatte verità all' avversario
sta nell' autorità della Scrittura, confermata per opera di
vina co' miracoli. Perciocché non crediamo quelle cose che

rum, per quae inducitur homo ad credendum; puta quia suol


dieta a Deo9et miraculis confìrmata »; 2, 2, q. II, art. I ad 1.
') c Ea quae subsuot fidei, dupliciter cousiderari possunt. Uno
modo in speciali: et sic non possunt esse siraul visa et eredita. . .
Alio modo in generali, scilicet sub communi ratione credibilis:
et sic sunt visa ab eo qui credit. Non cnim crederei, Disi vide-
rei ea esse credendo, vcl propter cvidentiam signorum, vel pro
Pier aliquid huiusmodi »; 2, 2, q. I, art. 4 ad 2.
') dille qui credit, habet suflicieus inductivum ad credendum*.
inducitur eoim auctoritate divinae doctrinae miraculis confìrma-
tae,et, quod plus est, interiori instinctu Dei invitautis: unde non
/evitar credit a; 2, 2, q. II, art. 9 ad 3.
l6 LO SCETTICISMO
sono superiori alla ragione umana, se Dio non le rivela.'
Nondimeno si possono per la dichiarazione di cotal verità
recare alcune ragioni verisimili, non per convincere gli av
versarti, ma per esercizio e dilettazione de' fedeli 1 ». « Co
loro che aggiustano credenza a queste verità, non osserva»
bili all' umana ragione, non credono senza fondamento, qua
si seguendo stolte favole, siccome si dice nel primo capo del
la seconda lettera di s. Pietro. Conciossiachè questi miste
ri della Sapienza divina sono rivelati agli uomini dalla stes
sa divina Sapienza, che tutto perfettissimamente conosce.
La quale con opportuni argomenti dimostrò la sua presen
za e la verità della dottrina e dell' ispirazione, mentre per
confermare le verità sopraintelligibili,operò visibilmente co
se superiori a tutto il potere della natura, come nella ma-
ravigliosa guarigione delle malattie, nel risuscitamento de'
morti , nel mirabile cangiamento de' corpi celesti, e eh' è
più da maravigliare , noli' ispirazione delle menti umane ;
talché uomini rozzi e semplici, ripieni del dono dello Spi
rito Santo,acquistavano istantaneamente una somma sapien
za e facondia. Onde per l' efficacia di cotesta pruova, e non
per violenza di armi, nè per promessa di piaceri, e quel
eh' è molto stupendo, tra la tirannide de' persecutori innu-

*) < Ex praemissis igitur evidenter apparet sapientis intentio-


nem circa duplicem veritatem divinorum debere versari, et circa
errores conirarios destrueados: ad quarum unatn investigano ra-
tionis perlingere potest; alia vero omnem rationis excedit indu-
striam Ad primae igitur ventati manifestationem per
rationes demonstrativas, quibus adversarius convinci possit, pro-
cedendum est. Sed quia tales rationes ad sccundam veritatem
haberi non possunt, non debet esse ad hoc intentio , ut adver
sarius rationibus convincami", sed ut eius rationes quas contra
veritatem habet , solvantur , cum ventate fidei ratio naluralis
contraria esse non possit, ut osteusura est. Singularis vero mo
dus convincendi adversarium contra huiusmodi veritatem, est ex
auctoritate Scripturae divinitus confirmata miraculis. Quae enim
supra raiiouem humanam sunt, non credimus nisi Deo revelante.
Suot lamen ad huiusmodi veritatem mauifestandam rationes ali-
quae verisimiles ioduceodae, ad fldelium quidam exercitium, et
solatium, non autem ad adversarios convincendosi; lib. f, c. IX.
ne' scoi rapporti con la fède i7
merevoli moltitudini di nomini non pure semplici, ma sa
pientissimi, ridusse alla fede cristiana. La quale bandisce
verità ad ogni umano intendimento superiori, infrena i pia
ceri della carne , e comanda il disprezzo di tutte le cose
mondane. Or, è un massimo prodigio che la mente umana
s' inchini a queste cose, ed è un' opera manifesta dell' ispi
razione divina, che, poste in non cale le cose visibili, so
ie Je invisibili si agognino1 ».
Dalle cose finora discorse, con la guida de' Dottori del
la Chiesa, agevolmente si raccoglie, che i nemici della ra
gione sono nel tempo stesso nemici della Fede, e i nemi
ci della Fede sono medesimamente nemici della ragione.
Perciocché la verità di Fede senza la verità di ragione è
impossibile; e la verità di Fede è in certo modo verità di
ragione, comandandoci la ragione di prestare consenso al
la Fede. Dopo ciò ci sembra utile esporre brevemente i so-

*) sHuiusmodi autem veritati, cui ratio humaaa experimentum


non praebet, fidera adhibentes, non leviler credimi, quasi indo-
cias fabulns secuti, ut II Pet. I dicitur. Haec enim divinae Sa-
pientiae secreta, ipsa divina Sapientia, quae omnia pienissime no-
Titp dignata est hominibus revelare, quae sui praesemiatn, et do-
cirinae, et inspirationis verilatem convenientibus argumentis o-
s(endit,dum ad conflrmandum ea quae naluralem coguilionem ex-
cedunt, opera visibililer ostendit quae totius naturae superant fa-
culiatem, videlicet in mirabili curatione languorum, mortuorum
suscitatone, caelestium corporum mirabili immutaiione, et, quod
est mirabilius, humanarum mentium inspiratione; ut idiotae, et
simplices, dono Spiriius Sancti repleti, summam sapientiam, et
facuDdiam in instanti consequerentur. Quibus inspectis , praedi-
ciae probaiionis efficacia non armorum violentia, non volupta-
tuui promissione, et, quod est mirabilissimum, inter persecuto-
rum tirannidem innumerabiles turbas non solum simplicium, sed
cliam sapiemissimorum hominum ad fldem Christianam convoca-
vii: in qua omnem humanum intellectum excedentia praedican-
lur, voluptates carnis cobibentur, et omnia quae in mundo sunt,
baberi contempliti docentur. Quibus animos mortalium assenti-
ri, et maximum miraculum est, et manifestum divinae inspira
tionis opus, ut conlemptis visibilibus, sola invisibilia cupiantuo;
Ibid. c. VI.
SiHSEVURlHOjStST.FlLOS., I. 2
I8 LO SCETTICISMO
fismi de' Pirronisti, e far vedere, con quanto nerbo e lu
cidezza di discorso i Padri e i Dottori dell' età di mezzo
gli risolsero e confutarono.
fin.
Storia dello scetticismo volgare; e primamente
da Pirrone sino ad Agrippa
Come Pirrone dedusse il suo scetticismo dal nuovo indirizzo che Socra
te area dato alla Filosofia. Esposizione del suo scetticismo. Molivi dell'e
poca, o sia della sospensione del giudizio proposti da Pirrone, ed ordina
ti da Timone, o da altro suo successore. Nuovo scetticismo degli Accade
mici, e loro lotta con gli Stoici. Teorica della percezione secondo Zeno
ne e Crisippo,e scetticismo che ne dedussero Arcesilao e Cameade.Teo
rica del probabile e delle sue diverse specie introdotta da Cameade. Dif
ferenza tra lo scetticismo de' Pirronisti e quello degli Accademici. Ado
peramenti di Enesidemo per ritornare in onore il pirronismo. Com' egli
con la teorica del sillogismo e de' segni insegnata dagli Stoici, tentò di
struggere il principio di causalità. Altri solismi di lui contro il medesimo
principio, e contro le stesse nozioni di causa c di sostanza. Muova argo
mentazione di Agrippa e de' suoi discepoli in sostegnodel pirronismo.
Lavori di Sesto Empirico in difesa dello scetticismo.
Egli è noto, che Socrate non solo iniziò con im nuo
vo metodo di filosofare le più importanti ricerche metafisi
che, le quali vennero a mano a mano compite da' suoi di
scepoli e successori; ma altresì diede loro un indirizzamen
to alfatto morale, ponendo a scopo di tutte le investiga
zioni filosofiche il conseguimento della felicità; ond' ebbe
a dire Cicerone, eh' egli e fece discendere la filosofia dal
cielo, e 1' allogò nelle città, ed introdussela eziandio nel
le case, e la trasse a ragionare della vita e de' costumi,e
del bene e dei male 1 ». Quindi tutti que' che filosofarono
dopo Socrate, posero il principale loro studio nel definire,
in che stia veramente la felicità umana, e con quali mezzi
si possa dall'uomo conseguire. A queste ricerche subor
dinarono tutte le loro indagini filosofiche , e pressoché
*) f Primus, Socrates, philosophiam devocavit e caelo et in
Hrbibus collocavi!, et in domos eliam introduzit, et coegit de
vita et moribus, rebnsque bonis et malis quaerere i; Tuscul.
quaest. lib. V, c. 4; Cf. s.August.,ite Civit. Dei, ìib. Vili, c. 4.
ne" scoi rapporti con la pedb i9
talli vennero nelV avviso di Democrito, che la felicità gia
ce nelV imperturbabilità dell' animo, arapa^ia \ Nondimeno
poiché Socrate non si occupò molto della filosofia, ma at
tese quasi soltanto a difflnire il più acconcio metodo di fi
losofare, ed il vero fine della filosofia , avvenne natural
mente, che i suoi successori, sebbene mantenessero il me
desimo metodo, e mirassero al medesimo scopo; pure di
scordarono immensamente nel definire la natura delle co
se, e nell' indicare i mezzi di usarne, a fin di raggiunge
re la quiete dell' animo.
Or, Pirrone di Elea notò, che questa lotta che s'era
ingaggiata da' Filosofi, e che da nessuno di loro potea vin
cersi, dovea senz' altro turbare i loro animi, e però essi in
effetto si allontanavano da quello scopo che con le loro
ricerche si proponevano di conseguire, e di cui volevano
accennare altrui la strada. Quindi stimò, che l'uomo non
può esser felice, se non sospende il suo giudizio intorno
dia natura vera delle cose, e le riguardi solo ne' rappor
ti che hanno con sè; e del pari non si dia pensiero di sa
pere, che cosa è bene, e che cosa è male, ma viva secondo
le credenze morali de' suoi concittadini, e secondo le leggi
del proprio paese2. Pirrone adunque stanziò che 1' uomo
sa unicamente, com'egli è impressionato dalle cose che lo
circondano; ma che niente può decidere intorno alla vera
natura delle cose medesime; cotalchè conosce degli obiet
ti solamente le relazioni che hanno con lui, non già la
loro natura; o sia, per usare le parole di Sesto Empirico,
conosce i fenomeni, cioè la parte apparente e sensata , e

*) Laeriio, lib. IX, segna. 45, 46; Cic. De fin. lib. V, c. 19;
Seneca, De tranquillitate anim. 2, 3.
") Tennemann è di parere, che Pirrone non negò il valore
della ragione pratica,ma soltanto quello della ragione teoreti
ca, e però tenne per impossibile all' uomo la conoscenza della
natura delle cose,non quella del bene e del male. Ma lo Storico
tedesco s' è ingannato, perciocché Laerzio ( in Pyrr/i. lib. IX,
segni. 101), e Sesto Empirico (Byp. Pyrrh. lib. Ili, c. 22, 24)
testimoniano manifestamente il contrario. Vedi le nostre Instit.
Logicae et Mei. eie. Pars alt. c. 32, § 325.
9.0 LO SCETTICISMO
non i immetti, o sia la parte reale e intelligibile. Valga
no per tutti gli altri documenti che potremmo addurre,
queste parole di Sesto Empirico: « Allorché ricerchiamo,
se un obbietto sia tale in effetto, quale ci apparisce, noi
con ciò riconosciamo 1' apparenza dell' obbietto stesso, nè
ricerchiamo, o mettiamo in dubbio 1' apparenza dell' obbiet
to, ma sì la natura dell' obbietto che ci apparisce. . . Per
grazia di esempio, a noi apparisce, che il mele ci renda
un sapore dolce; or, noi concediamo cotesta apparenza,
perchè il senso sperimenta esso la dolcezza; ma dubitiamo,
se il mele sia dolce per riguardo alla ragione ed all' intel
ligenza ( o sia considerato nella sua natura la cui cono
scenza appartiene alla ragione ed all'intelligenza)1 ». Se
la natura delle cose non si manifesta al nostro intelletto,
ne conseguita secondo Pirrone, che di ogni cosa possano
arrecarsi ragioni opposte di uguale valore", e però biso
gna sospendere il giudizio intorno alla natura delle cose.
Or,poichè la scienza si genera appunto dalla conoscenza del
la natura delle cose, egli manteneva che la scienza per
F uomo è impossibile.
Il Filosofo di Elea non trasandò di noverare i motivi, per
i quali fa mestiero sospendere il giudizio su la natura del
le cose*. Timone *, suo discepolo, o Enesidemo, o vero al-

*) Òrav dì ^ra/wt u rotooròv ieri rò ùzoxdpevov, bxìiov <pcu-


inTCtt, rò fùv 8ri (pxwzrai, didofisu, £v]toÙ/ì£v où r.tpì tou yCUJO-
(lévoo, aXXà rspt ÈxeLo'J 8 Xìyerat ~epi tou <pau*o/*Éyou • roaro Sk
diasfipii tou Tapi ocmso roù yaivofikvou • oiov, ipauvcdrai vt-
ftùv yhnta^ejv rò fizKi • rouro mryxfopaùfi&t • ^jxa^éfuOa y*p ai-
oStjt/xùìs • ei Ss v.ai ^Xuxu iariv , oaov «ri t"> \óya , ^Tjroù/te;.
Pyrrh. Bypoth. lib. I, c. 10, sez. 19, 20.
B) Orari Xoyif "kàyov Xaov àmatsìa^au, Sest. Emp. Pyrrh. Hy-
poth. lib. I, c. 6, scz. 12.
') Questi molivi della sospensione del giudizio furon detti da
gli Scettici rpozoi, cioè modi, roxoi, luoghi, Xojo<, ragioni, nj;
s*°X1S> d' sospensione. Giova consultare su tal punto Pico del
la Mirandola, De VaniL Doctr. Genlium, tra le Opera utrius-
que Pici, t. Il, p. 854,881, Basileae 1573; Gassendi, De fine Lo-
gwae, c. 3, etc. Opp. t. I, p. 65 seqq. Florenliae 1727; Siaùdlin,
Storia dello scetticismo (in ted.), t. I, p. 392, 412, Lipsia 1794.
*) Questi è autore di uu poema, intitolato ZiXXoi, sarcasmi,
NE' SCOI RAPPORTI CON LA FEDE 21
tri tra i successori di lui li ordinò e li ridusse a dieci '•'
De' (piali i primi sette e il nono comprendono le varie ca
gioni, dalle quali i nostri sensi possono venir tratti in er
rore. Noi non ci occupiamo qui a noverarli,perchè ci con
verrà discuterli in generale nell'esame dell'idealismo. L'ot
tavo motivo stabilisce che la conoscenza, essendo propria
del soggetto, non ha un valore assoluto, ma sì relativo ;
e il decimo è fondato su la diversità delle instituzioni, de'
costumi, delle leggi presso i diversi popoli, e delle discordi
opinioni de' Filosofi.
Adunque i Pirronisti, movendo dal principio che intor
no ad ogni quistione v' ha ragioni contraddicentisi di ugual
peso, concbiusero, che noi dobbiamo sospendere ogni giu
dizio intorno alla natura delle cose, e che in fine aste
nendoci da tal giudizio possiamo mantener F animo nostro
lontano da ogni turbamento, e con ciò esser felici. Sicché,
secondo i Pirronisti, dall'equipollenza delle ragioni, uorck-
■jua. Ttoy Xoyuì-j 2, o sia dalla lotta della ragione, avrikoyta »f
ha origine la sospensione del giudizio, stto^tj *, e alla so
spensione del giudizio tien dietro, siccome al corpo F om
bra, F imperturbabilità dell' animo, arapa^'*5, e la modera
zione degli affetti nelle cose necessarie, /wrp/o/raOe/a 6.

perchè è un* aspra satira contro i Dogmatici. Cf. Lamio lib. IX,
e. 12, segni. Ili; Snida, voc. Ti/uudv.
') Gli storici della filosofìa non concordano nuli' indicare il ve
ro autore di questi dieci modi dell' epoca. E' ci sembra certo,
che la sostanza di essi appartenga a Pirrone, ma che il loro or
dinamento debbasi o a Timoue,o più probabilmente a Eneside-
ino, siccome si è dimostrato da Holwerda ( Commetti, qua vele-
rum Sceptieorum de veri iudicio sententia , eorumque adver-
sus dogmatico* argumenta explicantur, c. 2, p. 36, 37, Lngd.
Bat. 1827), e da Hitler ( Hist. de la phil. ancien, trad. Tissot,
lib. IX, c. I, t. HI, p. 360, Paris 1835), con le testimonianze di
Arislocle (presso Eusebio, Praep. Evangel. lib. XIV, c. 18), e
di Sesto Emp. Adver. Log. lib. I, sez. 345.
") Laerzio, lib. IX, segm. 76, 101.
3) Laerzio, ibid. segm. 61; Sesto Emp. Pyrrh. Bypoih.,\ìb. I,
c. 6, sez. 12.
*) Ibid. c. 22, sez. 196.—5) Sesto Emp. ibid. c. 22, sez. 196,
•) Ibid. c. 12, sez. 23; c. 27, sez. 20'j eie. Laerzio , in Pyrrh.
22 LO SCETTICISMO
Dopo Timone, discepolo di Pirrone, sino ad Enesìdemo,
il Pirronismo ebbe propugnatori di oscuro nome 1 ; anzi
Laerzio con 1' autorità di Menodoto ci fa certi, che Timo
ne non ebbe alcun successore sino a Ptolomeo da Cirene ".
In questo frattempo Arcesilao e Cameade , combattendo le
dottrine degli Stoici intorno al Criterio, introdussero nella
scuola di Platone una nuova specie di scetticismo, e die
dero origine 1' uno alla seconda, e 1' altro alla terza Acca
demia *. Arcesilao la iniziò nella sua lotta con Zenone, e
Cameade la svolse e la difese contro i molteplici e vigo
rosi assalti di Crisippo. Vediamo, come Arcesilao e Car-
neade, oppugnando la teorica della percezione degli Stoi
ci, caddero nello scetticismo.
Zenone, ripose, siccome in altro luogo vedremo, il cri
terio del vero nella percezione comprensiva, e pretese di
stinguersi la percezione comprensiva dalla non comprensi
va, o sia la vera dalla falsa percezione, dacché la com
prensiva sfolgora di sì smagliante luce innanzi alla men
te, che questa è tratta naturalmente a consentirvi; ondechè
la vera percezione va sempre congiunta col consenso, e
per dir meglio, è una cosa sola col consenso1'. Secondo
x) Possono leggersi i nomi di costoro, presso Laerzio lib. IX,
segra. 115, a' quali delibo aggiungersi, secondo Snida, Pirrone
di Fliasia (voc. Uùpptav QXiànos). Staiidlin nella sua opera innan
zi mentovata (t. I, p. 285) ba indagato l'ordine della loro suc
cessione.
») Ibid. Cf. Cic. Tuscul. quaest. Iib.IV,c.30; de Finib.,ìib.U,cA2.
') Si ritrovano anche menzionale presso gli antichi una quarta
e una quinta Accademia; quella fondata da Filone e Carmida, e
questa da Antioco. Vedi Sesio Emp., Pyrrh. Hypoth. lib. I,c. SS,
sect. 220 ; Eusebio, /Vac/;. Evang. lib. XIV, c. 4; e s. Agostino,
Lontra Acad. lib. Ili, c. 17, 18. Si è tentato ancora d'indagare,
per quali rispetti le quattro nuove Accademie si differenziassero
tra loro; ma pare che non si distinguessero, se non pe' nomi di
coloro, onde l'Accademia venne maggiormente illustrala.
♦) t Sensus ipsos assensus esse», Cic. Acad. I, lib. II, c. 33;
Cf. Sest. Emp., Jdvers. Log. lib. II, sez. 397; Plutarco, o vero,
come vuoisi da alcuni Critici moderni,il Pseudo-Plutarco,De pla
citi* PàUosopAorum, lib. IV, c. 12.
ne' suoi rapporti con la FEDE 23
il capo della scuola stoica, la percezione comprensiva sta
tra la scienza e l' opinione, e confina con amendue, per
ciocché la scienza è una comprensione fermissima e immu
tabile, e 1' opinione è un consenso debole dato alla perce
zione, laddove la semplice percezione comprensiva non ha
ne \a fermezza della scienza, nè l' imbecillità dell' opinio
ne \ Egli quindi conchiuse , che la scienza, essendo l'e
spressione della fortezza, si rinviene nel solo savio, e per
contrario l' opinione, nascendo da imbecillità di mente, è
propria dello stolto; donde quel paradosso degli Stoici, che
il savio non dee opinare.
Questa teorica della percezione sensibile non potea certa
mente piacere a' mantenitori dell'Accademia. Conciossiachè
costoro aveano apparato da Platone, che le sensazioni non
fanno parte della scienza, e nè pure concorrono a formar
la; ma solamente sono occasione, che la scienza si risve
gli ncll' animo nostro; onde per le sensazioni origina 1' opi
nione, e non la scienza. Però Arcesilao1* tolse a mostra
re, che la percezione comprensiva degli Stoici è impossi
bile. E dapprima egli strinse Zenone con questo dilemma:
la comprensione, xaroX-^/s, si rinviene o nel savio, o nello
stolto; ma se si rinviene nel savio, è scienza, e se nello
«tolto, è opinione; dunque non v' ha altro, se non scien-
') Sesto Emp., Adv. Log. lib. I, sez. 151, 152; Cic. dead. I,
lib. II, c.12.
*) Un luogo di Cicerone presso s. Agostino ( Coni. Acad. lib.
DI, c.20) ed un altro di Sesto Empirico (Pyrrh. llypoth. lib. I,
c.33, sez. 234) han fatto sospettare, che Arcesilao difcnclfisse
lo scetticismo non di vera sentenza, ma solo a fine di confuta
re Zenone, e quindi avesse un doppio insegnamento esoterico^
ed essoterico. Bayle dichiarò insolubile una tal quistione (art. Ar-
cesilas). Staiidlin ha stimato, che scettico era solo l' insegnamen
to essoterico di Arcesilao {Op. cit. t. I,p. 312, 313). Torbecke è
convenuto con Staiidlin, che Arcesilao ebbe una dottrina esoteri
ca; ma avvisò non potersi per ciò dubitare dello scetticismo di
lai, Responsio ad quacst. phil.: «Quaeritur in Dogmalicis oppu-
guandis,nuinquid inter Acadcmicos et Scepticos interfuerit ? Quod
si ila sii', quae fuerit discriminis causa ? » énn. Acad. p. 59,
LugduDi Batav. 1820.
14 LO SCETTICISMO
za ed opinione*. Dopo chiarito che, secondo gli stessi prin-
cipii di Zenone, non vi hanno percezioni comprensive, fe-
cesi a dimostrare,che la nozione della percezione compren
siva data da Zenone è assurda, perciocché il consenso è
proprio de' pronunziati della ragione, e non mai delle sen
sazioni a. Aggiunse in fine, che, sebbene vi fossero perce
zioni comprensive; nondimeno noi non abbiamo mezzi per
isceverarle dalle percezioni non-comprensive; stantechè non
v' ha alcuna percezione vera,che non possa esservene un'al
tra apparente simigliantissima alla vera, e però tale da
non potersi discernere da essa, ó^w/oràri xaz ìòiarupnos *. Gli
Accademici solevano arrecare a tale uopo le simiglianze del
le uova, de' capelli, de' gemelli, ed altresì le percezioni che
si hanno ne' sogni e nello stato di demenza *. Inoltre pi
gliando come vera l' ipotesi ammessa dagli Stoici, che noi
non veggiamo immediatamente gli obbietti, ma le imma
gini che gli obbietti con la loro azione su gli organi sen-
sorii formano nella mente, conchiudevano non potersi da
noi conoscere con certezza, se le immagini degli obbietti,
le quali formansi nella nostra mente, siano conformi alla
natura degli stessi obbietti. Crisippo aggiungeva , che il
vero se non si raggiunge con la percezione, non può ot
tenersi nè pure con la ragione, perciocché la ragione, se
condo la dottrina degli Stoici, si fonda su la percezione,
e pronunziava, <t non esservi assolutamente alcun criterio
del vero, non la ragione, non il senso, non la percezione,
non altra qualsiasi cosa 5 ». In fatti, se per gli Stoici la
scienza è un sistema di comprensioni è chiaro, che se

") Sesto Emp. Adv. Log. lib. I, sez. 1S3.


") Sesto Empirico, Adv. Log. lib. I, sez. 154. Cf. Garve, De
rottone scribendi historiam philosophiae, Lipsiae 1768.
■) Arriano, Disserti. Epict.,Disseri. If, c. 20; Cf. Cic. Acad.l,
lib. II, c. 24.
«) Ved. Cic. Acad. I, lib. II, passim; Tertulliano, De anima)
C. 17; s. Agostino, Coni. Acad. lib. Ili, passim.
*) OuiJb ieri àffXuis ahfiiias xpnypiov, oi \fyo$, ovx afotopnff,
où yarrafia, oùx SXko ti rwv Svriav. Sest. Emp., Adv. Log. lib. I,
sez. 159.
Surre/Mi twj» <t<m«afov, Avtìaao}Dissertt. Epici., Dhs, I,c.20.
ne' scoi rapporti con la fede »5
non v'ha mezzi per conoscere le vere comprensioni, la scien
za è impossibile. Per tutte queste ragioni conchiudeva Ar-
cesilao, che se il savio non dee opinare, e non è altro
possibile all' uomo, se non 1' opinione,eg\i dee sospendere
in ogni cosa il suo giudizio *.
Se non che Cameade osservò, che se non possiamo co
noscer fermamente le vere percezioni, è un fatto irrepu
gnabile, che talune percezioni ci appariscano vere, ed al
tre false, e che noi approviamo le prime, e riproviamo le
seconde. Egli chiamò probabili, r/Oai/a/, le une, ed impro
babili, àxiOayat, le altre,ed insegnò, che se giova accostarsi
il piò eh' è possibile alla scienza, il savio debbe adoprarsi,
secondo ogni suo potere, a distinguere le percezioni proba
bili dalle improbabili, ed a rendere, quanto più è possibile,
probabili le sue percezioni.Quindi studiò la teorica del pro
babile^ pervenne ad assegnare tre sorte di percezioni pro
babili. Perciocché tenne, esser semplicemente probabili le
percezioni le quali ci sembrano vere di per sè,e senza che
noi ne abbiamo fatto alcun esame; più probabili quelle le
quali dopo un certo esame non ci presentano circostanze,per
le quali possa sorgere neh' animo alcun dubbio su la loro
verità, riOava? xaì ó.KtpfoTtacrrot; probabilissime quelle le qua
li non solo non presentano circostanze che fan dubitare
della loro verità, ma ancora dall' esame di tutte le circo
stanze esterne ed interne ricevono maggior luce , mbavaì
xaì ÌTtpfofxaToi,xaì vtpioS&fàvcu, v] iè,odzo[iÀ-jct.i* . Cameade e gli
altri Accademici professavano di seguire i diversi gradi di
probabilità secondo il diverso valore delle cose, e secondo
le diverse circostanze in cui versavano. Eglino in effetto si
contentavano della semplice probabilità nelle faccende di

') Sesto Emp., Pyrrh. llypoth. lib. I, 157; Cic, dead, quaest.
Db. Il, c. 18, 33, 35.
*) Sesto Emp., Adv. Log. lib. I, sez. 166-189; Pyrrh. Hypoth.
lib. I, c. 33, sez. 227-229. Cicerone chiamò la prima sorta di
probabile: primo quasi aspectu probabile; l'altra: probabile et
quod non impediaiur; l'ultima, ex circumspectione quadam et
accurata consideratone probabile, dead. I, lib. 11, c. 11, 18.
26 LO SCETTICISMO
poeo conto,o quando la strettezza del tempo loro non con
sentila di esaminare le percezioni ; ma nelle cose di piò
importanza,e quando il tempo loro il concedeva, studiavan-
si di conseguire una probabilità maggiore; ed in Gne, quan
do aveano abbastanza di ozio, o rintracciavano le norme
di una buona e beata vita, usavano il criterio della mas
sima probabilità *.
Per poco che si ragguaglino tra loro lo scetticismo de'
Pirronisti e quello dogli Accademici *, manifestamente si
scorge differenziarsi questi fontalinente in ciò, che per gli
uni tutte le percezioni sono del pari incerte, e che incerto è
sempre, se un' azione sia buona, o malvagia; per questi le
percezioni possono essere più, o meno probabili, e divenir
talvolta anche probabilissime, e però si può con piò,o me
no di probabilità sceverare il bene dal male. Secondo que
sto principio fondamentale gli Accademici condannavano il
proponimento de' Pirronisti di non voler decidere nulla in
torno alla natura delle cose, «pamoi» % e la loro indifferen-
za verso il vero, oraOs/av; e traevano con un certo propo
nimento e comunanza di affetto * alla ricerca del proba-
„ bile, e questo toglievano per norma delle loro azioni s.
Malgrado i poderosi sforzi di Cameade 1' Accademia in
One fu vinta dagli Stoici; talché 1* ultimo de' suoi campio-

') Sesto Emp., Adv. Log. lib. I, sez. 184-189. Cf. Gerlach ,
Commentano exhibens Academicorutn iuniorum de frobabilita-
te disputationes, Goitingae 1815.
•) Intorno alle differenze che corrono tra il Pirronismo e la
mezzana e terza Accademia, giova leggere tra gli antichi Enesi-
demo (presso Fozio, Cod. 212, p. 544, 545, ed. Boesch. 1612);
Aulo Gellio (Noctes Alticae, lib. XI, c.5); Sesio Empirico (Pyrrh.
Bypoth.l\b.i,c.dS);e tra i moderni soprattutto Torbecke (Op.cil.).
*) Sesto Emp. Adv. Log. lib. I, sez. 158.
*) Mera aJpÉtraus xoh oicn/y ouftìraOeias, Sesto Emp.,PyrM. By-
polh. lib. I, c. 33, sect. 230. Per contrario i Pirronisti cedeva
no alle apparenze senz' affezione, ava rpoairaOs/a?, ibid.
*) t Voluot enim, dicca Cicerone, probabile aliquid esse, et
quasi verisimile, eaque se uli regula et in agenda vita ci in quae-
rcndo et in disscrcndo i; dead. I, lib. II, c. 10.
NE*1 SUor BAPPOBTI CON LA FEDE 27
ni Antioco introdusse la setta stoica noli' Accademia Ma
in quella vece la setta de' Pirronisti ritornò di nuovo mi
nacciosa in campo per opera di Enesidemo, ed assalì nel-
la persona degli Stoici il dogmatismo con armi assai pia
fatali che non avea fatto per innanzi. Enesidemo preluden
do ad Hume e Kant , tolse ad impugnare il principio di
causalità, ed anche la stessa nozione di causa. Ed e' per
fermo s'appose. Perciocché, dimorando la scienza,per con
senso di tutti gli antichi Filosofi,nella conoscenza delle ca
gioni, ben si affidò, che, spogliato di ogni valore obietti
vo il principio di causalità, e chiarita assurda la stessa no
zione di causa, la scienza mostrerebbesi assurda e impos
sibile.
Per ben comprendere l'argomentazione con che il Filoso
fo Gnosso tentò distruggere il principio di causalità, convien
ricordarsi, che, secondo gli Stoici, la forma primitiva ed o-
riginaria del ragionamento non è il sillogismo categorico^
siccome insegnavano i Peripatetici, ma V ipotetico 2, e che
f antecedente del sillogismo ipotetico fu considerato da loro
come segno della verità del conseguente, perchè la verità
dell'antecedente significa la verità del conseguente. Eglino,
secondo la testimonianza di Sesto lo Sperimentatore,definiva-
no il segno ce il pronunziato antecedente di una enunciazione
condizionale legittima, per il quale si conosce il conseguen
te '». Quindi l'artificio del ragionamento, secondo gli Stofc

') Sesto Emp. narra, che Antioco introdusse la setta stoica nel
l'Accademia, tv)k 2Toan (ixrfoa/yg» e/"s tvju Ay.a.d-/ifj,ictv {PyrrAMy'
potà. lib. I, c. 33, sez. 235 ); e Cicerone scrisse, che Antioco
lerat, si perpauca muiavisset, germanissimus Sioicus », Acad. I,
lib. II, c. 43.
*) Tutta la dottrina degli Stoici intorno al sillogismo ipotetico
si può vedere brevemente, e con la chiarezza che si potea mag
giore, esposta secondo i documenti tramandatici da Cicerone,
da Laerzio, da Sesto Empirico e da Aulo Gellio nelle nostre In
sinui. Log. etc. part. I, c. 7, § 102 seqq., p. 76 seqq.
') Toivw tptXTÌ crqfKiou ujcu oc4/u)jna, ìv iyiu ffumj/wjiiii^t xaOvjT-ou-
fi&o-j, ixxakvxTixòv roo 'kfavros; ddv. Log, lib. Il," sez. 244. Cf.
Pyrrh. Hypoth. lib. II, c. 10, sez. 101.
38 LO SCETTICISMO
ci sta tutlo nelF inferire dall' esistenza del segno l' esisten
za della cosa significata. Per grazia di esempio, se io ra
giono cosi:—Se v' ha il fumo, convien dire, che vi abbia
il fuoco: or v' ha il fumo, dunque v' ha il fuoco, io mi fo
certo dell' esistenza del fuoco,dacchè veggo il fumo il quale
è segno del fuoco. Gli Stoici osservarono ancora, che tal
volta i segni ci richiamano alla mente fenomeni che 1* e-
sperienza per innanzi ci ha mostrati associati a loro, e
talvolta ci rivelano cose, che 1' esperienza non ci ha mai
mostrate, nè vale a mostrarci. Pel primo riguardo il lam
po è segno del tuono, e il fumo è segno del fuoco, e pel
secondo i movimenti del corpo son segni dell' esistenza
dell' anima. I segni della prima specie furon detti da loro
segni rammemorativi, vymct hmoiunprné.,% que' della secon
da segni indicatori, a-yizìa ìxkixrmà, o rivelatori, tmaX^izri-
sai E poiché la cosa significata dal segno rammemorati-
vo è sensibile, e la cosa significata dal segno demonstra-
tivo è intelligibile, si comprende di leggieri, perchè il se
gno rammemorativo venne chiamato ancora sensibile, ara--
fr/jrov, e il dimostrativo, intelligibile, voyrov*.
Or, Enesidemo si avvide, che i due pronunziati della so
stanza e della causa fondavansi dagli Stoici su la teorica
de' segni rivelatori e intelligibili , e poiché que' pronunzia
ti sono i principali cardini di tutto lo scibile, egli trava-
gliossi ad abbattere la teorica de' segni rivelatori, lascian
do intatta 1' altra de' segui rammemorativi e sensibili, non
perchè vera, ma perchè necessaria alla condotta della vita.
Molti sono i sofismi che Enesidemo od anche alcuni de'
Pirronisti che gli succedettero, opposero al pronunziato di
causalità e di sostanza ed alla nozione slessa di causa. Noi
dovendo restringerci tra i limiti della brevità richiesti dal
nostro lavoro, ne riporteremo alcuni di maggior rilevanza.
Enesidemo argomentò così: Il segno e la cosa significata
sono correlative, perocché il seguo che nulla siguifica, è

») Sesto Empirico, Pgrrà. Ilypolh. lib. II, c. 10, sez. 97, 101;
Adv. Log. lib. II, sez. 151, 155.
2) Diog. Laerzio, lib. IX, segui. 91.
NE1 SCOI «APPORTI CON LA FEDE 2g
una contraddizione. Or, allorché due cose sono correlati-
re, è impossibile, che si conosca 1' una delle due senza co
noscer 1' altra. Chi in effetto potrebbe comprendere il drit
to senza il sinistro, 1' alto senza il basso , il soprano sen
za il sottano ? Non è possibile dunque, che si conosca
un segno in quanto è segno, se non si conosca la cosa
che da esso vien significata, e però la conoscenza della
cosa rirelata dal segno debb' essere in noi simultanea alla
conoscenza del segno che la rivela. Ma, se la conoscenza
del segno non può precedere quella della cosa significata,
manifesta cosa è, che i fenomeni non possono farci cono
scere, se non ciò che si conosce nel tempo medesimo, e
nella medesima guisa eh' essi si conoscono, e che per ciò
è impossibile esservi segni rivelatori. Quindi ragionava ,
che i fenomeni non possono rivelarci né la sostanza,»© la
causa, c che per conseguente non si può dall' esistenza del
l'accidente e dell' effetto dedurre quella della sostanza e del
la cagione: onde crollano que' due principii, che non v' ha
accidente senza sostanza, né effetto senza cagione. Se la
teorica de' segni rivelatori, conchiudeva Enesidemo, è as
surda, debb'essere del pari assurda la dimostrazione la qua
le in esse si fonda, e poiché la scienza si genera per la
dimostrazione, bisogna tener per fermo che la mente uma
na non è capace di scienza.
Enesidemo mantenne non solo, che è impossibile rimon
tare dall' effetto alla causa, ma che la stessa nozione di cau
sa é impossibile e assurda. Ecco la sua argomentazione ri
ferita da Sesto Empirico: 0 la causa produce F effetto,
quando già esiste ed è causa, o quando non è causa. Cer
tamente non può produrlo, quando non è causa. Ma se lo
produce, quando è causa, bisogna dire, che abbia esistito,
e sia stata causa, prima di produrre 1' effetto. Or, è chia
ro esser ciò impossibile, perchè la causa va noverata tra
le cose correlative. Dunque se la causa non produce l'ef-
felto, nè quando è causa, né quando non è causa, biso
gna concbiudere, che non vi ha alcuna causa, perciocché
k causa non può concepirsi dall' intelletto come causa, se
non produce 1' effetto. Brevemente, l' argomento di Enesi
3o LO SCETTICISMO
demo è questo: La nozione di causa è contraddittoria, pe
rocché se vi fosse alcuna causa, questa dovrebbe esistere
prima dell' effetto e nel tempo stesso in cui è 1' effetto. Pri
ma dell'effetto,perchè una cosa non può produrne un' altra,
Be non sia prima di questa; nel tempo stesso in cui è l'ef
fetto, perchè la causa e l' effetto sono correlative, e le co
se correlative debbono esser simultanee non solo nel pen
siero, ma eziandio nell' esistenza.
Ma poniamo, aggiungeva Enesidemo, o altri tra i suoi
successori, che la nozione di causa non sia assurda, non
potrà negarsi eh' ella è subbiettiva, e però incapace di ri
velarci la realtà delle cose. Imperciocché la causa si an
novera tra le cose relative, e « le cose relative non hanno
esistenza reale, ma sono concetti della mente 'a,secondo il
pronunziato degli stessi Dogmatici, che « una cosa è re
lativa, allorché s1 intende per rapporto ad un'altra* ».
Tra gli altri sofismi di Enesidemo, o della sua scuola non
vogliamo trasandare quelli, i quali riguardano la causa ne'
diversi modi con che potrebbe produrre l' effetto. Eccoli in
poche parole: 0 la causa basta a produrre da sè sola il
suo effetto, o vero ha bisogno di una materia, nella quale
lo produce. Secondo il primo presupposto bisognerebbe am
mettere due assurdi, 1° eh' essendo produttrice per sua na-
tura,debba produrre sempre effetti sino all' infinito, anzi in
finite specie di effetti 3; 2° eh' ella produca sè stessa, e pe
rò da una eh' è, addivenga due, e da due quattro , e via
dicendo sino all' infinito 4. Nel secondo presupposto si po
ne, che il principio attivo e il principio passivo concorro
no ugualmente alla produzione dell' effetto. Ma se 1' effet
to nasce dalla presenza simultanea de' due principii attivo
e passivo, non può per fermo giudicarsi, quale de' due sia
la causa efficiente dell' azione. Così, per cagion di esem
pio, se la combustione risulta dalla presenza simultanea del
* ) Tà dì rpc's ri ixivoùrou pòvov, ovàri de xaJ ùs:óp%ei, Sest.
Emp. Adv. Log. lib. II, sez. 453.
*) llpóg ti lari tò rpis iripta wol/nvov, Ibid. sez. 454,
') Adv. Phys. lib. I, sez. 228.
«) Ibid. sez. 220, 221.
•NE1 SCOI RAPPOBTI CON LA PEDB 3l
fuoco e del combustibile, come può conoscersi, quale de*
due principii, il fuoco, o il combustibile sia cagione della
combustione1. Enesidemo qui argomenta, come dicono i Lo
gici, ad hominem contro gli Stoici, perchè costoro defini
rono la causa ciò per la cui presenza V effetto ha luo
go Oltre a che, la causa non potrebbe operare su la ma
teria, o sia sul principio passivo, se non per contatto, pe
rocché secondo la teorica degli Stoici tutto ciò che opera
è corpo, ed il corpo non può operare,se non per contat
to. Or, un corpo non può toccare un altro corpo nè col
compenetrarsi amendue, perchè in tal modo diverrebbero
un corpo solo, nè col toccarsi le loro superficie, perchè
le superficie, a parere degli Stoici, sono astrazioni e però
incorporali, e perchè tali, incapaci di operare3. Anche que
sto argomento si fonda, come è chiaro, su le teoriche del
la setta Stoica.
Enesidemo, sostenendo la epoca nel medesimo senso che
i Pirronisti anteriori a lui, si discostò da loro nello stabi
lire il fine dell' epoca medesima; perciocché tenne che l'a
nimo per la mercè di lei non solo consegue uno stato di
tranquillità, ma sperimenta ancora un piacere, -^Ssi/ìp *.
Tra i successori di Enesidemo meritano speciale men
zione Agrippa e i suoi discepoli. I quali non tanto impu
gnarono la materia , quanto la forma della conoscenza ,
adoprandosi d' indebolire la forza della dimostrazione in
generale. Per questo bisogno Agrippa a' dieci modi o luo
ghi degli antichi Scettici ne aggiunse altri cinque, cioè il
nodo tolto dalla dissidenza défilosofi, X ipotetico,quello
che mena air infinito, V alternatorio e X altro della reia
sione s. I suoi discepoli avvisarono potersi restringere in

') Pyrrh. Bypoth. lib. Ili, sez.25; Adv. Phys. lib. I,sez. 234.
"j Ou ztxpàvTos oiuETCti rà catoritecrfitt, Adv.Phys.Mb. I,sez.228.
*) lbid. sez. 237-242.
*J Arisiocle, presso Eusebio, Op. cit. lib.XIV,c.I8. Su 1' tyovn
ài Enesidemo è utile consultare Staùdlin (Op. cit. t. I, p. 303,
BOI. 214); non che Siedler, De scepticismo, Halae 1827.
'} Staùdlin avvisa,che gli Scettici più recenti non vollero ag
giungere a' dieci modi de' più antichi altri cinque, si ridurre i
3a to SCETTICISMO
tre, cioè in quello tolto dalla dissidenza, nell' altro che me
na all' infinito, e nell' alternato™. Senza entrare ne' parti
colari dell' argomentazione di costoro, noi la ridurremo in
questi brevi termini: Ciò che si dice vero, o si conosce
vero per sè, o sia senza dimostrazione, oppure ha bisogno
di dimostrazione. Or, che non si possa conoscer per vero
senza dimostrazione, è manifesto per la discordia de' Filo
sofi: ecco il modo della discordia dé Filosofi. Se poi vuol
dimostrarsi, v' ha certamente bisogno di un principio di
dimostrazione. Un tale principio, se si toglie per vero ,
senza che sia innanzi dimostrato, si cade nel modo ipote
tico, perocché si presuppone per vero quel che non si è
dimostrato; se poi vuol dimostrarsi il principio stesso per
un altro principio, bisognerà, se non vuoisi cadere nel mo- k
do ipotetico, dimostrare anche questo per un altro, e così
andando sempre innanzi sino all' infinito; ecco il modo che
dicesi progresso all' infinito. Che se in fine si pretende
dimostrare la conseguenza pel principio,ed il principio per
la conseguenza, ecco il modo alternatorio. Il modo detto B
dalla relazione è quel medesimo di Pirrone^ ed importa, n
che la nostra conoscenza è sempre relativa *.
Tralasciando i successori di Agrippa, non possiamo non ^
ricordare Sesto Empirico, il quale raccolse nelle sue opere ,
tutto quanto si era detto dagli Scettici prima di lui contro
la scienza tanto riguardata in generale, quanto ne' suoi ra- 11
^
dieci. a cinque, e De arreca per pruova le parole di Seslo: «Sce-
ptici autem aetate posteriores hos quiuque modos suadendae as-
sensus reteulionis tradunt » (Pyrr/i. Uypoih. lib. I, c. 15 , sez. "
164). Ma e'oou avverti che, mentre in questo luogo Sesto non )
disse, se esposero i cinque modi, come una giunta a' dieci, o "
come riduzione di essi, più sotto chiaramente disse la prima co- ■
sa: c Et hi quidem sunt quiuque modi quos posterior actas tra- i
didit: non quod decem modos iam ecplicatos excluderet, sed ut
magis varie una cum illis temeritatem Dogmaticorum refelleret»;
Jbid. sez. 177. Anche Laerzio (lib.IX,segni. 88 ) espone i cinque
modi, come una giunta fatta a' dicci.
') Sesto Emp., Pyrrh. Hypoth., lib. I, c. 15 e 16, sez. 164-179. 1
Intorno all' uso di tali modi veggasi la summentovata opera di
Torbecke, p. 38, 39.
ne' suoi bapporti con la fède 33
mi particolari. Ed in vero,ne'tre libri delle Inslituzioni Pir-
rmiane espose l' obbietta, il fine ed il metodo dello Scet
ticismo, e negli undici libri Contro gli Scienziati pigliò a
combattere i fondamenti particolari e i singoli dogmi delle
scienze speciali. E degno di osservazione, ch'egli definì lo
Scetticismo /' opposizione vicendevole de' fenomeni e de*
nummi, o sia de' sensibili e degl' intelligibili, perché vedre
mo per innanzi X uso di poi fattone da Emmanuele Kant.
Con questi ultimi Pirronisti ebbe fine lo Scetticismo volga
re degli antichi.

§ni.

Continuazione della medesima storia, da Gazali


sino a Bayle
Azione del Cristianesimo su la Filosofia del medio-evo.Lo scettico ara
be Gazali. Sua nuova argomentazione contro il principio di causalità, e
suoi ingegnosi sofismi contro la veracità de' sensi e la forza della ragio
ne. Scettici moderni : Michele Montaigne, Pietro Charron, Francesco San-
rhez , il canonico Foucher, Glanwili, Pietro Bayle.

Il Cristianesimo, poiché ebbe vinto dopo lunga e ferma


lotta la filosofia pagana, operò con la sua potente e sa
lutevole efiicacia,che la ragione non più in sì strana gui
sa traviasse. Quindi in tutto il medio evo, cioè ne' secoli
di Fede,come di buon dritto alcuni storici gli han chia
mati, lo Scetticismo non potè levare il capo, e per vederlo
di nuovo in campo fa mestieri ridursi a' tempi moderni. Ne'
quali la ragione umana, sottrattasi per opera de' pseudo-
riformatori al salutevole giogo della Fede cattolica,la quale
aveala con tante fatiche custodita, educata e condotta a
maturità, incominciò nuovamente ad imbizzarrire, e partorì
poi que' mostri di errori che manomettendo scienza, re
ligione e società, tentano oggimai di ridurci a selvatichezza.
Non si dee però pretermettere , che mentre la filosofìa ,
salvo poehi casi, mostravasi, ne' secoli di mezzo, ossequen
te alla Fede, e quindi tenace del vero, surse appo gli A-
rabi su lo scorcio dell' undecime e sul principio del dodi-
Sahskvbruio,Si8t.Filos., i. 3
cesimo secolo un famoso scettico Al Gazali, il quale ripi
gliando sotto fogge alquanto diverse la lotta contro il prò-
nunziato di causalità, vien riguardato noli' istoria della Fi
losofìa come 1' anello che rannoda 1* antico Enesidemo a
Glanwill e ad Hume tra i moderni.
In fatti Gazali nella sua Distruzione de* Filosofi, la qua
le fu poi confutata da Averroe nella Distruzione della Di
struzione de' Filosofi *, non solo diede opera ad abbattere
i dogmi de' diversi Filosofi ; ma tentò scrollare il princi
pio di causalità per quella via che fu dopo più secoli bat
tuta da Glanwill e da Hume.Noi, egli disse, non altro sap
piamo, se non che alcuni fatti vengono gli uni dopo gli
altri; ma non abbiamo mezzi per conoscere, se gli uni na
scono e dipendono dagli altri , o sia se gli uni sono cau
sa degli altri2. In altro trattato filosofico9 di cui un italiano,
il sig. Pallia, offrì alcuni anni sono un sunto ed alcuni estrat
ti all' Accademia delle scienze morali di Francia, e che poi
il sig. Schmoelders pubblicò intero ne' suoi Saggi su le
scuole filosofiche presso gli Arabi, il nostro Filosofo ara
bo propugnò lo scetticismo assoluto. Egli in effetto ci fa
sapere, che sbalordito dalla varietà delle opinioni per le
quali le diverse sette maomettane si accapigliavano, ripu
diò l'autorità come criterio della scienza e, preludendo a
Cartesio, volle dubitare di ogni cosa, e farsi a cercar da sè
solo il vero. Innanzi tutto resesi conto di ciò eh' è la scien
za, e fermò dovérsi dare il nome di scienza alle conoscen
ze così certe , che non ammettono né pure la possibilità
dell' errore, e Io, e' dice, considerai meco stesso, che, es-

'\Deslructio destructionis Philosophorum, Opp. t. X, Vene-


UisTWaO.
*) Vedi questa argomentazione nella su mentovata opera di A-
verroe.
') 11 titolo del trattato è questo : Colui il quale libera dal
l' errore, e spiega ti vero sialo, delie cose. Noi non abbiamo ve
duto ancora l'opera dello Scbmoelders;ma solo il sunto e gli e-
stratti del sig. Pallia nelle Mémoires de C Jcadémie Rogale des
sciences mar. et poi: de France, Mèm. des sav. étrang., I. I]
p. 155 segg. Paris 1841. - -
NE? SCOI KAPPORTI CON LA FEDB 35
snido 1' obbietto delle mie ricerche la scienza della reali»
là delle cose, mi facea assolutamente mestiere d' investi
gare ciò che vuol dire effettivamente scienza, e mi parve
chiaro, che la scienza certa è quella il cui obietto è tal
mente manifesto , che non lasci luogo a dubbio alcuno ;
talché lo spirito non può errare o smarrirsi intorno ad es
so. IN è ciò basta; ma è necessario che la certezza sia tal
mente guarentita da ogni inganno,che uè pure i più stupen
di miracoli che si facessero per mostrare il contrario, potreb
bero far nascere il menomo dubbio della verità delle cose 'j.
Dopo ciò enumerando gli errori de'sensi, conchiuse che le
cose sensibili aprivano una larga porta al dubbio, e però
egli non potea loro in alcun modo affidarsi. Nè gli sembra
rono meno soggette al dubbio le cose intelligibili, come
dieci è piò di tre, ed altrettali, per questa ragione, che
se il giudizio dell' intelletto scovriva gli errori de' sensi,
potea manifestarsi in noi un' altra potenza la quale svele
rebbe gli errori dell' intelletto. Ecco come secondo lo stile
orientale si fa egli a ragionare delle cose intelligibili: «Per
che sei tu certo, che non possa avvenire dalla fiducia, da
te messa nelle cose intelligibili, il medesimo che ti è in
contrato per la fiducia conceduta alle cose sensate ? Tu ti
eri innanzi affidato interamente a noi ; ma sopraggiunto
i giudice d' intelligenza, ci ha convinti di errore. Porse
dietro a quello che si comprende con l'intelligenza, v'ha
un altro giudice il quale manifestandosi mostrerà menzo
gneri i giudizi dell' intelligenza; siccome il giudice d' in
telligenza essendosi manifestato, ha convinto di menzogna
i giudizi de' sensi; e dacché questo giudice non si manife
sta, non può inferirsi, che la sua manifestazione sia im
possibile. Io ruminava per qualche tempo tra me queste
difficoltà per rispondervi; ma le cose sensibili confortarono
con 1' esempio del sonno, e dissero: Non vedi, che nel son
no tu sogni cose e circostanze alle quali dai ferma creden
za? hi tale stato tu punto non dubiti della loro verità;
ma subito, che ti sei risvegliato, riconosci che tutti i tuoi

«) Op. cil. P- 169> Yì0-


36 LO SCETTICISMO
sogni non hanno nè sostanza, nè fondamento. Or perchè
sei sicuro, che tutte le cose sensibili, o intelligibili alle
quali tu porgi fede nella veglia, sono vere assolutamente,
e non per riguardo al tuo stato ? Puoi tu esser sicuro, che
non ti sopraggiunga un altro stato, il quale sia per la tua
veglia quel medesimo che la tua veglia è per rispetto al
sonno, e che per ciò la tua veglia non sia un vero son
no in rapporto al novello stato; per guisa che al soprag
giungere di questo tu conosca accertatamele, che tutt' i
tuoi pensieri sono un sogno senza fondo ? Forse di tal
sorta è lo stato che si attribuiscono i Sufis, allorché credo
no vedere nelle loro estasi cose non conformi a' concetti
del nostro intelletto. Forse questo stato di cose è la morte,
perocché il Profeta ha detto: Gli uomini dormono, ed al
lorché muoiono,si svegliano. Perchè la vita di questo mon
do è un sogno per riguardo alla vita futura; cotalchè quan
do 1' uomo muore , le cose gli si mostrino il rovescio di
quel che presentemente le vede; ed allora gli si dice:Noi
ti abbiamo tolto innanzi il velo, ed oggi la tua vista si è
fatta acuta 1 ».
Con questo discorso Gazali professò il più assoluto pir
ronismo, perocché rigettò del pari i criterii del vero, cioè
1* autoritàri senso e la ragione. Se non che vistosi deluso
nelle ricerche fllosofiche,rifuggissi in seno al Corano,e quivi
stimò poter attingere quel vero che in vano avea chiesto dal
le sue potenze naturali ; onde il suo scetticismo dee dirsi
più mistico che volgare ".
Siccome neh' antichità lo Scetticismo tenne dietro alla
lotta delle grandi scuole di filosofia; così ne' tempi moderni
ricomparve, ppsciachè furono ristorati tutti i vasti sistemi

*) Loc. cit. p. 172, 173.


") Iba-Roschd, o sia l'Averroe delle Scuole ( Op. cit. prol. e
disp. Ili, fol. 84), Mose di Narbona (presso Deliizsch, Calai codd.
hebr. Bibl. Lips. u. 26), Ibn-Tofaìl, dello dagli Scolastici Abuba-
cer {PhUosophus autodidactus ed. Pacocke,Proem. p. 19 segg.),
cerca ron mostrare,che Al Gazali ebbe uua dottrina esoterica af
fano dogmatica, e però diversa dall' essoterica che fu sceltica.
£Ì.ReHaaìJvverroèi et fJtwerroisme,c.2;§ 1, p. 74, Paris J852.
ne' suoi rapporti con la fede 37
della filosofia greca, e quale dagli uni e quale da altri il
lustrato e difeso. Michele Montaigne cominciò il corso del
pirronismo moderno.Indarno si cercherebbe ne' suoi Saggi
uh sistema netto e fermo di scetticismo , perciocché egli
anzi elegante ed erudito scrittore, che profondo e sottile
filosofo, ne ha ragionato là, dove gli si è porta l' occasio
ne, e non rade volte ha contraddetto a sé stesso \ Ad ogni
modo é certo eh' egli lodò manifestamente le massime de'
Pirronisti e degli Accademici *; dichiarò impotenti alla in
vestigazione del vero tanto la ragione, quanto Y esperien
za *, e mantenne essere affatto subiettive le nostre conoscen
ze *. Non dubitò di scrivere , che V ultimo libro che leg
geva, sembravagli più ragionevole degli altri, e che in ef
fetto tutti avean ragione,sebbene tutti si contraddicessero s.
Egli volle cercare nel dubbio il suo riposo, perchè scrisse
di averne fatto il suo guanciale
Dopo Montaigne sono da nominare Pietro Charron ' e
Francesco Sanchez8; ma noi volentieri ci teniamo dall' e-
sporre i loro sofismi contro la certezza delle conoscenze
umane, perocché questi sono que' medesimi degli antichi
Scettici. Merita di esser mentovato il canonico di Digione
Foucher, il quale per combattere Cartesio e Malebranche
espose e commentò la filosofia degli Accademici °,ed accu
sato di essere scettico,s' ingegnò di mostrare,che lo Scettici
smo è conforme a' dogmi della Religione cristiana ed alle

') Ved. Degerando, Histoirc comparée des systèmes de phila-


tophie, ed. 2, Part. moder. c. VIH, t. I, p. 332 segg. Paris 1847.
*) Essais, lib. H, c. 12, Bordeaux 1650.
»> /6«/.lib.IH,c8e 13.—*) /6jd.lib.ll,c. 12.—") lbid. lib.II, c.3.
*) Contro Montaigne scrisse il de Silhou, De la certilude de
la connaissance fiumaine, Paris 1671.
') De le sagesse, Bordeaux 1610. La stampa fattane a Parigi
fu emendata per ordine della Sorbona ne' luoghi contrari al
l' insegnamento cattolico. Charron fu confutato dal Gesuita F.
Garasse, Somme théologiquc, passim, Paris 1625.
') De mulium nobili et prima universali scieniia, quod ni/Ul
scitw, Liigduni 1662.
") Lettre par un dcadémickn, Paris 1675.
38 LO SCETTICISMO
dottrine de' Padri *. Sono notevoli gii argomenti, con che
combattè l'obbiettività delle percezioni, ma noi ci riserbia
mo a recarli, allorché faremo 1' esame dell' idealismo. Non.
vogliamo intanto trasandare, che, a parere di Leibniz *, il
can. di Digione non ebbe veramente V animo di propugna
re lo scetticismo degli Accademici; ma solamente di mo
strarlo sotto un aspetto meno tristo di quel che gli si at
tribuiva prima di lui, non altrimenti che aveano adopera
lo Gassendi per riguardo alla filosofia epicurea, e Lipsio
per riguardo alla stoica. Noi ci sappiamo aver detto il me
desimo Foucher,che tale era stato il suo intendimento*;
ma se fu tale daddovero, come potè poi scrivere, che la
filosofia accademica è la prima di tutte le filosofie, la.fi-
losofia di tutt i tempi, il gran cammino della verità?*
Il primo scettico in Inghilterra fu Glanwill, il quale me
rita di esser ricordato, perchè oltre all'aver ripetuto al
cuni sofismi di Montaigne e di Charron, propose contro il
pronunziato della causalità quell'obiezione la quale era sta
ta già accampata da Gazali, e di cui si fa comunemente
autore Davide Hume. Ecco con quali parole egli argomen-
ta:cOgnì conoscenza di causa è deduttiva,perciocchè noi non
ne conosciamo nessuna intuitivamente; ma conosciamo le
cause soltanto da' loro effetti. Però noi non possiamo con
chiudere, che una cosa è cagione dell' altra, se non perchè
F una accompagna costantemente 1' altra, essendo la causa
lità per sè stessa impercettibile. Or, dedurre una causalità
da una semplice concomitanza, non pure non è una con
clusione certa, ma è ancora un manifesto inganno 5 ».
Qui non può trapassarsi in silenzio Pietro Bayle per la
singolare maniera con cui insinuò il suo pirronismo, a fin
di renderlo popolare. In effetto, mentre nelle sue pubbliche
lezioni insegnava una filosofia scolastico-cartesiana, sparse

') Apologie des Académieiens, pan. I, ari. 1-15; part. II, m,


IV, passim, Paris 1687 — ■) Théodicèe, § 353.
') Distertalion sur la reeherche de la vérùé, p. 2, ;
') Ibid. p.3.—") Scepsis scientifica, or
p. 142, Lond. 1665.
MB* SUOI RAPPORTI CON LA FEDB 3q
qua e là nel suo famoso Dizionario storico-crilico dubbii
contro ogni sorta di veri. Noi non sapremmo delbriyere il
rero carattere dello scetticismo di Bayle meglio, che ha
fatto il sig. Degerando. « Bayle, e' dice, non ha professa
to lo scetticismo con una forma didascalica, perocché non
1' ha ridotto ad una teorica generale,e non ne ha costrui
to uno stretto sistema. . . Quel che vuoisi notare in Bayle
Forse piò che in altro serittore,è quello scetticismo di cri
tica e di pruova, il quale può dirsi un semi-scetticismo. '.
Lo scetticismo di Bayle è al tutto operoso, e 1' operosità
sua versa ne' particolari, ed assale le uue dopo le altre tut
te le quistioni.Egli non ispoglia sistematicamente l' intelletto
umano della facoltà di conoscere;ma sparge dubbii succes
sivamente su ciascun vero, e su ciascun fatto . . Bayle avea
il genio delle difficoltà, perciocché niuno si è mostrato piò
abile di lui ad inventare obbiezioni Egli con la sua eru
dizione del pari svariata e vasta abbraccia l' uno dopo l'al
tro tutti i subbietti ; col suo ingegno arrendevole se li fa
propri senza veruna fatiga, e nell' esame di ciascun sub
biotto svolge un ingegno di analisi, che gli fa vedere le
cose sotto un nuovo aspetto, e questo aspetto è quello che
dà origine alla contraddizione. Tanto instancabile in questo
sentiero di negazione, quanto tutti i filosofi insieme in quel
lo dell'affermazione, scovre in ogni cosa qualche motivo dì
esitanza. Nè solamente ritrova qualche lato debole in ogni
teorica ; ma altresì vede fallire i testimoni su cui la sto
ria è fondata. Noi discorriamo con lui tutta la scena del
l' universo, tutto il corso delle tradizioni, il campo intero
dell' intelligenza,e ad ogni passo egli ci arresta pel timore di
qualche inganno. Egli si guarda dal dire, che una asser
zione è falsa; ma vuole che ne dubitiamo con lui. Non ci
vieta di convincerci in altro modo; anzi invita a tale ope
ra gli animi generosi; ma non mai ci aiuta a raggiunge
re cosiffatto scopo, nè ci fa travedere, come potremmo rag-
giugnerlo. Ben si potrebbe ragguagliare alle sentinelle di
notte, le quali ammoniscono gli abitatori di una città di te
nersi all' erta, senza dar loro altro ammonimento. Essendo
fornito d' ingegno sottile e franco valeva meglio a censu-
4o LO SCETTICISMO
, che a servir dì guida, ed effettivamente scrollò
senza costruir nulla, e tutto sconvolgendo non
nulla* a.
$ iv.
Lo scetticismo di Bérne
Bone abbraccia la dottrina di Locke intorno all' origine delle idee,e4
1 tre priocipii con cui queste si congiungono tra loro. Distinte le
'. ideali dalle reali, pone la certezza delle esistenze reali nel
o della causalità. 11 quale,a giudizio di lui, non si pnòcono-
: a priori, ma solo per esperienza,e si appoggia al principio di ana
logia, o sia alla simiglianza del futuro col preterito. Argomentazioni di
questo Scettico contro la certezza del principio di analogia. Cagioni per
le quali, secondo lui,si forma nell' animo la disposizione di riguardare il
futuro come simile al passato,o sia il tentimenlo della credenza. Analisi
di un tal sentimento,e differenza della credenza dalla /inzioiie.Bunie pre
tende, che noi non abbiamo il concetto dellaforza o del potere, e però
non riconosciamo alcun legame necessario tra i fatti della natura,perebé
tra tal concetto non può fornircisi dall' esperienza interna o esterna che
è l'unica fonte delle nostre conoscenze. Molliplici sofismi che oppone alle
argomentazioni de' Dogmatici su l'origine della nozione del potere.Quiu-
di conchiude che il concetto di causa possibile per la nostra mente è quel
lo, che non pone una connessione tra i fatti della natura , ma solo una
congiunzione.
Tra i moderni settatori dello scetticismo volgare Davi
de Hume ha levato più gran rumore di sé. Conciossiachè
10 Scettico inglese, in vece di ammonticchiar sofismi a so
fismi per distruggere la scienza della realtà, divisò svolge
re e confortare le obbiezioni fatte da' suoi precessori contro
11 principio di causalità, attenendosi più a Gazali ed a
Gianvili, che ad Enesidemo. Veggiamo , come ragionò i
suoi dubbii su quel principio ne' suoi Saggi su r intendi
mento umano *.
Hume mosse da' dogmi della filosofia locchiana. Locke
avea insegnato che tutte le idee hanno origine dalla sen
sazione e dalla riflessione , ondechè l' esperienza è 1* uni-

*) Bùi. comp. des systèmes ecc. 2e ed., c. X7W, tom. Ili,


p. 185-187.
■) Essai* sur tenlendement kumain, Ess. II-V, VII,
pàti., trad. de l' augi., t. I, p. 73 segg. Londres 1788,
IH? SCOI BAPPOBTI CON LA FEDE $1
ca scaturirne di tutte le nostre idee. Secondo questa teo
rica, piò volte Home sentenziò non esservi alcuna sor
ta d* idee nel nostro spirito, la quale non sia effetto d' una
impressione , e ne addusse due ragioni. « Primamente,
e' disse, se noi facciamo 1' analisi de' nostri pensieri e del
le nostre idee , per quanto composte e sublimi sieno, ve
dremo eh' esse risultano da un complesso d idee semplici,
di coi ciascuna è ritratta da qualche sentimento o sensa
zione che le corrisponda . . . Secondamente , allorquando
un nomo per qualche vizio degli organi non è capace di
nna specie di sensazioni , noi sempre lo troviamo ancora
privo delle idee le quali ne rampollano. Però un cieco na
to non ha la nozione de' colori, nè il sordo quello de' suo
ni ... Il simile ha luogo, laddove gli obbietti,acconci ad
eccitare una certa sensazione, non sono stati applicati al
l' organo; come, ad esempio, un lappone, od un negro non
ha idea del succhio del vino 'a.Il filosofo scozzese fu costan
te nel mantenere questa opinione , perocché se n' era in
nanzi servito nel suo Trattato della natura umana, per
negarci 1' idea dell' io, o sia della sostanza spirituale, a Se
noi, avea egli scritto , dobbiamo aver un' idea chiara ed
intelligibile dell' io, è d' uopo esservene alcuna impressio
ne; che da un' impressione dee sgorgare ogni idea la qua
le abbia un obbietto reale. Or, l' io , o sia la persona non
è un' impressione (e per consequente nè pure un' idea), ma
è quel che si presuppone sottostare alle impressioni e alle
idee nostre. Oltracciò, se qualche impressione produce que
sta idea dell' io, bisogna, eh' ella duri la medesima in tut
to il corso di nostra vita. Ma il fatto è, che non v' ha ve
runa impressione costante e invariabile , stantechè nè il
piacere, nè il dolore, nè la sensazione dura. Onde nè da
queste impressioni, nè da altre può nascere l' idea dell' io;
da che si dee inferire che non vi è tale idea * ».
Home, dopo di aver indicato la sorgente delle nostre i-

') Ess. II, p. 77-79.


*) Trattato della natura umana (in iugl.) lib. Il, pari. 4, c. 6,
pp. 436, 439, 445, Londra 1739.
£i LO SCETTICISMO
dee, fece notare, che queste collegansi tra loro per alcu
ni principii. ce Egli è chiaro, e' dice, i nostri pensieri strin
gersi tra loro per la mercè di alcuni principii , perocché
essi s' introducono gli uni dopo gli altri nello spirito , e
si presentano con un certo metodo e con certe norme al
la memoria e all' immaginazione * i. Ed in vero, ( se un
pensiero estraneo , e' soggiugne, si fa a disturbare 1' an
damento , o vero a rompere la catena delle idee nostre,
noi subito ce ne addiamo, e lo mettiamo all' un de' canti.
Ma che dissi ? Ne' medesimi più incerti e strani vaneggia
menti, e ne' nostri sogni altresì, l'immaginazione non sco
razza del tutto all' impazzata; ma a chi ben vi pone men
te, un legame si manifesta sempre tra le idee le qua
li si avvicendano* ». Si dolse altresì Hume, che nessun fi
losofo abbia applicato l' animo a rintracciare i diversi
principii i quali attuano e governano il collegamento del
le nostre idee. A lui fu avviso che debbano ridursi a tre,
cioè la simiglianza, la contiguità di tempo e di luogo, e
la causalità. Eccone la pruova che ne dà per modo di
interrogazione: t Si può dubitare che questi principii non
servono a congiungere le idee V Dalle vedute dell' immagi
ne non si trapassa naturalmente all' idea dell' originale 1
(simiglianza). Se si parla di un appartamento, subito si muo
vono quistioni su le parti contigue (contiguità). Pensando
ad una ferita che si è ricevuta, puossi far di meno di pen
sare al dolore che ne nasce? (causa ed effètto) ' a. Egli
protestò di non conoscer per certa,né di dar come certa una
tale enumerazione, ed in quella vece esorta i suoi lettori a
diligentemente esaminare i principii i quali collegano i no
stri pensieri, e renderli, per quanto è possibile, generali *.
Dopo ciò Hume s' accinse ad investigare la natura ed il
valore delle nostre conoscenze. Le quali, per suo avviso, o
riguardano le relazioni delle idee, siccome la geometria,
l'algebra,l' aritmetica, o vero le cose di fatto,come la fisi-
ca,la morale ed altrettali. Le prime come quelle che scovron-
li con le semplici operazioni del pensiero, e sono affatto di-

') Ess. IH, p. 8G.—*) Ivi.—') Ess. IH, p. 87, 88.—'; Ivi.
ne' scoi rapporti con la fede 45
pendenti dalle cose reali, hanno un' evidenza ed una eterna
terita.e noi ce ne facciamo certi o per intuizione o per
dimostrazione. Ma non così va la bisogna per le cose di
fatto, perocché 1 il contrario di ciascun fatto rimane sem
pre possibile, e poiché non involge contraddizione, lo spiri
to Vo concepisce con la medesima distinzione ed agevolezza,
che se fosse vero e conforme alla realità. Così queste due
proposizioni: il sole sorgerà domani, e il sole non sorgerà
domani, sono del pari intelligibili, ed anche tanto 1' una,
quanto f altra poco contraddittorie. E senza fallo,invano si
vorrebbe dimostrar falsa la seconda; essendoché, se si po
tesse dimostrar falsa, sarebbe contraddittoria, e però lo spi
rito non potrebbe averne una rappresentazione distinta *».
Qui novellamente Hume riprende i filosofanti sì antichi,
si moderni, perchè avean trasandata la ricerca ce dell' evi
denza che ci fa certi delle esistenze reali, e eh' è il fonda
mento de' fatti non presenti ai sensi, e non ordinati nella
memoria»; onde chiede perdono a' suoi lettori, se mai av
verrà che in questo sentiero, non battuto da altri prima dì
Ini, talvolta si smarrisca *. Pertanto egli è di credere, che il
principio di causalità è l'unico fondamento di tutt'i raziocini!
ehe noi facciamo intorno alle cose. «A parer mio, e' dice,
tutt* i ragionamenti che facciamo intorno alle cose, si fon
dano su la relazione la quale corre tra le cagioni e gli effetti.
E di vero, questa è sola capace di menarci di là dall' evi
denza che accompagna i sensi e la memoria. Se io trovo
un oriuolo, 0 altra opera di meccanica in un' isola deser
ta, subito conchiudo esser questa isola stata scoverta , in
nanzi che io vi approdassi. Cosiffatta è la natura di tutti gli
a\tri ragionamenti i quali versano intorno a' fatti, presuppo
nendosi sempre in essi un legame tra il fatto presente e
quello che se ne inferisce. Certo, senza un tal legame tut
te le nostre induzioni sono precarie. Perchè mai una voce
articolata ed un discorso della ragione. ascoltati nelle tenebre,
mi accertano della presenza di un uomo? Nasce ciò da che

') Ets. IV, pari. I, voi. cit, p. 107, 108.


•) Ibid. p. 108, 109.
44 L0 SCETTICISMO
son questi atti inerenti alla natura organica dell' uomo ? '»
Se i ragionamenti che concernono alle cose di fatto, si
radicano nel principio di causalità, ne conseguita, che non
possiamo conoscere il valore di que' ragionamenti , e con
esso il valore delle conoscenze concernenti alle cose reali,
se non conosciamo il valore del principio di causalità. Ed
Hume osserva che per conoscere qual sia il valore di questo
principio, bisogna osservare la via che noi battiamo nella
ricerca delle cause e degli effetti ». Egli avvisagliela rela
zione tra le cause e gli effetti non può per veruna guisa
conoscersi a priori,va& solo per via di esperienza, merce-
chè la sola esperienza può mostrarci certuni obietti insieme
collegati, « Porgete, egli argomenta, al più valoroso ragio
natore uscito dalle mani della Natura, o sia all' uomo or
nato della più sublime mente, un obietto affatto nuovo per
lui, e concedetegli, che n' esamini minutamente ogni qua
lità sensibile; io lo disfido a potermi dire dopo questo e-
sane, una sola tra le sue cagioni, od un solo tra' suoi ef
fetti. Ancorché le facoltà di Adamo di fresco creato fos
sero state più perfette di quel che si narra,non 1' avrebbe
ro renduto abile a raccogliere dalla fluidità e dalla traspa
renza dell' acqua, che questo elemento poteva soffocarIo,nè
dalla luce e dal calore del fuoco,che poteva incenerirlo.E
senza dubbio,nessun obietto manifesta con le sue qualità sen
sibili le cagioni le quali hannolo prodotto, e gli effetti che
esso alla sua volta produrrà; ond'è chela ragione senza il
soccorso dell' esperienza non mai formerà la menoma in
duzione sopra i fatti e le realità * » . Dopo apportato di
versi esempi in comprovazione del suo avviso, concbiude
così : « Poiché ogni effetto è un avvenimento distinto e se
parato dalla sua causa, è impossibile che sia osservato nel
la sua causa, e le idee che vorranseue formare a priori,
saranno arbitrarie. Ed anche, allorquando questo effetto
sarà conosciuto, il suo legame con la causa dee sembrar
parimente arbitrario, perciocché Y intelletto concepirà sem
pre innumerevoli altri effetti ugualmente naturali e non più

*) Ibid. p. 109, HO.—2) Ibid. p. Ili, 112.


NE* SUOI RAPPORTI CON LA FEDE 0
ripugnanti. Adunque non havvi un sol caso in cui senza
V Mirto dell' esperienza si possano determinare gli avveni
menti, ed arguirne 1' esistenza, sia come cagioni, sia come
effetti 1 s . E perchè 1' esperienza non può manodurci sino
alla conoscenza delle cause prime delle cose, Hume con
chiude, che « la fisica, per quanto voglia progredire, può
appena un poco slontanare V ignoranza nostra; la mora
le e la metafisica non valgono ad altro, che a palesarla
assai piò estesa; in somma, il risultamento compiuto della
filosofia e insegna, quanto è poco quel che sappiamo , e
quanto inabili alla conoscenza noi siamo " a . Nè da questo
anatema vanno, a parer di lui, immuni le stesse matema
tiche miste *.
Hume, da poi eh' ebbe fermato questi due punti, che il
principio di causalità è il fondamento di tutti i ragiona
menti relativi alle cose di fatto,e che 1' esperienza è runi
co mezzo per conoscere il principio di causalità e però
tutte le conclusioni che ne nascono, trapassa in terzo luo
go a ricercare il fondamento su cui le conclusioni, tolte
dall' esperienza, si appoggiano per giudicare definitivamente
del valore che bisogna attribuire alla conoscenza delle co
se. Egli crede che anche questa inchiesta sia al tutto nuo
va, e per soprassoma più difficile delle precedenti *. Ecco
come argomenta lo Scettico inglese: E certo, che la natu
ratici nasconde costantemente tutte quelle forze e tutti que'
principii, donde 1' azione vicendevole degli obietti scaturi
sce, e non altro ci palesa , se non poche qualità su perii-
cialissime di essi .... Mercè della vista, o del tatto, noi
acquistiamo l' idea del moto attuale; ma sapremmo formar
ci V idea anche più remota di questa stupenda forza capa
ce di operare un perpetuo cambiamento di luogo, la quale
i corpi non mai perdono, comunicandola ad altri corpi?1 »
Se non può dubitarsi,che noi ignoriamo le forze primitive
della natura,è un fatto incontrastabile,che« noi non lasciamo
di crederle simili in tutti quegli obietti ne' quali scontria-

'llbid. p. 117, 118—») Ibid. p. 119.—') Ivi.


*) Età. IV, parf. II, p. 122.-*) Ibid. p. 123, 124.
/(6 LO SCETTICISMO
mo simili qualità sensibili, e cbe ne aspettiamo in questi'
casi effetti simigliami a que' che innanzi abbiamo sperimen
tati. Se ci si porga un corpo simiglievole per colore e per
sodezza al pane, da noi altra volta mangiato, senza nulla
curarci di ripetere l' esperienza, abbiamo fermissima fiducia
di riceverne il medesimo nutrimento e il medesimo con
forto 1 a . ... i
Or se noi ignoriamo le forze primitive degli obietti, on-
d' è, chiede Hume, che ci sentiam tratti a concedere simili
forze primitive ad obietti ornati di simili qualità sensibili ?
È chiaro, che dalla risposta a questa inchiesta dipende il
valore delle nostre conoscenze obiettive. Hume nota dap
prima, che per potere raccogliere dalla simiglianza delle .
qualità sensibili degli obietti la simiglianza delle loro for- i
ze intime,sarebbe mestieri conoscere il legame che v' ha tra
le une e le altre. Ma e è incontrastabile, egli soggiunge,
che non si scorge alcun legame tra le qualità sensibili e
queste forze segrete, e però niente ci è conto della loro
natura,che possa condurre lo spirito a conchiudere, che deb
bono trovarsi costantemente ed ordinatamente insieme con
giunte Infatti 1' antidetto legame non si può conoscere ,
per opera deH'esperienza;awegnachè « 1' esperienza del pas
sato non riguardando, se non certi obietti determinati, ed
in quel tempo preciso in cui ella ha potuto giudicarne, con
qual dritto la si può trasferire ad altri tempi e ad altri
obietti la cui simiglianza co' precedenti ben potrebbe, rag
guagliato ogni cosa, non esser più, che apparente ? *i
Per applicare legittimamente i casi sperimentati ad altri
non mai sperimentati,bisognerebbe sapere con certezza.che
la medesimezza delle forze porta necessariamente con sè la
medesimezza delle qualità sensibili. Or, « non ha in ciò,
dice Hume, ombra di necessità; o almanco debbesi conve-
nire, che questa inferenza, questa continuazione di pensie
ri, questa induzione non sono cose chiare per noi. E per
verità,la proposizione:io ho sempre ritrovato un tale ab
bietto seguito da un tale effetto, è lungi dall' essere iden-

') Ibid. p. 124, 125.—*) Ibid. p. 125.—5; Ivi.


NK scoi rapporti con la fede ^7
fica con 1* altra:ib preveggo che tutti gli altri obietti si
migliatiti nelle loro apparenze saranno altresì simigliati
ti né loro effetti 1 » . E ne arreca questa pruova, che la
medesimezza delle due proposizioni non è un vero nè intui
tivo, nè dedotto. Ecco le sue parole: a II legame delle due
proposizioni non si scorge per un' evidenza immediata; onde
se V anima lo ritrova in virtù di un ragionamento, è giuoeo-
forza.cie vi sia un termine medio per formare cosiffatto ra
gionamento. Ma, 'qual è cotesto mezzo termine? Io confesso,
che lo spirito mio non basta a scovrirlo. Però tocca indicar
melo a coloro i quali ne ammettono l' esistenza, e da esso
riconoscono tutte le conclusioni relative alle cose di fatto2» .
Hume va innanti in questa quistione,Ia quale un'altra volta
chiama affatto nuova, ed imprende l'esame,a parer suo, ma
lagevole delle diverse sorte di conoscenze umane a fin di
provare, che la medesimezza delle due summentovate propo
sizioni non si può per verun modo dimostrare. Per ispianarsi
la via a questa ripruova primieramente ricorda che « tutti i
ragionamenti possono dividersi in dimostrativi, i quali ver
sano intorno alle relazioni delle idee, ed in morali, o sia
probabili che riguardano le cose esistenti 3 » .Qui Hume, co
ni' è chiaro,intende per dimostrazione l'mreJÈ&s di Aristo
tele, cioè quella sorta di sillogismi, ne' quali da princi
pi!' necessari e certi traggonsi necessarie e certe conclu
sioni^ la distingue dal sillogismo topico o dialettico, o sia
da quel genere di sillogismi, in cui si va da principi! pro
babili a conclusioni del pari probabili. Dopo ciò Hume si
fa a provare primamente, che la simiglianza del futuro col
passato non può conoscersi per dimostrazione, perciocché
V opposto di quel che si dimostra, debb' essere assolutamen
te impossibile, e quindi inintelligibile. Or, « mi pare eviden
te, e' dice, che non vi ha luogo a dimostrazione nel caso
di cui discorriamo, punto non ripugnando nè che si can
gi il corso della natura , nè che gli obbietti apparente
mente simili a que' che abbiamo sperimentati, partorisca
no effetti diversi, ed anco contrari. Non mi formo un' idea

*) Ibid. p. 126.—') Ibid. p. 126, 127.—') Ibid. p. 128.


chiara e distinta di un corpo cascante dalle nuvole, e si-
migliarne per ogni altro verso alla neve, il quale sappia di
sale, ed imiti il tatto della Gamma ? Evvi proposizione più
intelligibile di questa, che gli alberi si adornino di fiori ne'
mesi di dicembre e di gennajo, e se ne dispoglino ne1 mesi
di maggio e di giugno ? Or, le cose intelligibili, o sieno
quelle di cui si ha una conoscenza distinta, non possono
contenere alcuna contraddizione, e la loro falsità non può
dimostrarsi con argomenti astratti e costruiti a priori1 ».
«Oltre a che, se questa inferenza(cioè della simiglianza degli
effetti dalla simiglianza delle cagioni ) si operasse dalla ra
gione, dovrebbe essere, a giudizio mio, tanto perfetta la pri
ma volta, ed in un sol fatto, quanto potrebb' esserlo dopo
il corso più lungo di molte esperienze. Or . . in ogni ge
nere solo dopo una lunga serie di esperienze omogenee noi
acquistiamo una stabile e perfetta sicurezza per riguardo
a' fatti particolari ».
Secondariamente dimostra che non può stabilirsi la simi- "
glianza del futuro col passato per 1' esperienza, senza ca
dere nel sofisma che dicesi da' Logici petizione di prin
cipio, ovvero circolo. E' ragiona brevemente in questa for
ma: i Noi abbiamo detto, che ogni argomento il quale con
cerne alle cose reali, si fonda su la relazione di causa e
di effetto; che questa relazione ci si manifesta dalla sola '
esperienza; che ogni conclusione sperimentale presuppone
la conformità del futuro col passato. Adunque, laddove vo
glia provarsi la proposizione con probabilità, o sia con ar- 1
gomenti relativi ad obietti reali, è chiaro che si fa un cir- -
colo, o sia si dà come fatto quel eh' è in quistione * ».In
somma, 1' argomentazione di Hume brevemente è questa :
L' esperienza presuppone la conformità del futuro col pas-
sato;dunque la conformità del futuro col passato non può
provarsi per esperienza.
Non vogliamo tacere altri luoghi ne'quali lo Scettico scoz
zese espone la medesima sentenza. « L' esperienza, e' dice,
non fa altro, se non mostrarci un certo numero di effetti

') Ibid. p. 128, 129.—"j Ibid. p. 129, 130.


ne"* scoi «apporti con la ffdk 49
uniformi nascenti da determinati obietti, o sia, che questi
o quegli obietti in questo o quel tempo aveano queste o
quelle facoltà. Or , se ci si mostra un obietto ornato -
delle qualità medesime, noi gli attribuiamo senza esitanza
alcuna le facoltà medesime, e ne aspettiamo i medesimi ef
fetti. Così un corpo il quale ha il colore e la solidezza del
pane, ci fa sperare, che ne saremo nutriti e rifocillati. Que
sto è senza dubbio un progresso di pensieri,del quale biso
gna dare una spiegazione. Taluno dice: io ho in ogni oc
casione ritrovato una qualità sensibile congiunta con una
eerta facoltà segreta ; ed aggiugne che tutte le qualità
sensibili le quali si rassomigliano, saranno sempre con
giunte con facoltà le quali saranno eziandio simiglianlij
Certo, costui non dice due volte la medesima cosa, nè so
no identiche le proposizioni eh' egli pone. Mi direte, che
la seconda segue dalla prima ? Ma concedete almeno ,
che non è una conseguenza nè intuitiva , nè dimostrata.
Quale è dunque la sua natura ? Se vuol dirsi eh' è spe
rimentale, si presuppone quel eh' è in quistione; stantechè
le induzioni dell' esperienza si fondano su la simiglianza
dell' avvenire col passato, e su la convenienza necessaria
delle qualità con le facoltà. Ma se v' ha il menomo sospet
to, che la natura possa mutare il corso suo, il passato ces
sa di essere una regola per 1' avvenire, e l'esperienza non
è di alcun uso , e non può partorire alcuna conclusione.
Ond' è impossibile, che 1' esperienza dimostri il futuro si
mile al passato, poiché ella non potrebbe fornirci una pro
va, la quale non la presupponga. Se il processo della na
tura mi si è mostrato regolare sino ad oggi, avrò sempre
bisogno di un nuovo argomento per dimostrare, che con
tinuerà di esser tale ' ».
« Se le nostre conclusioni sperimentali, prosegue Hiune
a ragionare, non si fondano su legittimi argomenti, è neces
sario che si fondino su qualche altro principio di un peso ed
autorità uguali all'argomentazione, e la cui azione duri quan
to la natura dell'uomo. Ma quale è questo principio? Ciò

") Ibid. p.132-134.


SiHKVERmO;SlST.FlLOS , I. 4
5o . LO SCETTICISMO
merita di essere investigato Filosofo scozzese per rime*
nire un tal principio osserva, che se un uomo ricco di non
ordinario ingegno venisse al mondo, osservando una conti
nua successione di obietti,non altro apparerebbe sul bel prin-
cipio,se non che gli avvenimenti si traggon gli uni appresso
agli altri; ma dopo una lunga esperienza egli conoscerebbe
altresì, che gli obietti, o gli avvenimenti simili ritrovami
sempre congiunti. Quindi si sentirebbe determinato a rac
cogliere dall' apparizione di un obietto 1' esistenza dell' al
tro, comechè nessun argomento razionale potesse giusti
ficare la sua condotta. Cotale disposizione dell' animo for
matasi per lunga esperienza, è, secondo V avviso di Hume,
il principio il quale ci muove ad aspettare da simili ca
gioni simili effetti, e questo principio dicesi da lui abitu- .
dine, o costume. Ecco come egli definisce il costume: «Ogni
qualvolta la frequente ripetizione di un' azione particolare
ha disposto 1' animo a riprodurre la medesima azione, sen
za che nè il ragionamento, nè alcuna altra operazione in
tellettuale vi abbiano parte,diciamo che questa disposizione
è effetto dell' abitudine2 ». La disposizione dell'animo pro
dotta dall' abitudine fu detta da Hume credenza, o senti
mento della credenza. Ma da quali elementi risulta il sen
timento della credenza? Hume risponde, che « dipende tut
to quanto è, da due cose,cioè dalla percezione di un ob-
bietto per la mercè de' sensi, o dalla memoria, e dal suo
collegamento abituale con altri obietti 3 ì. Egli stima ne- c
cessaria la presenza immediata di un fatto allo spirito per
chè « i nostri ragionamenti sono ipotetici quantunque vol
te non si appoggiano su qualche fatto o sensibile, o custo
dito dalla memoria*)). Necessario altresì il legame abituale,
perchè non può lo spirito unire un fatto presente a' sensi
con altro posto di là da' sensi medesimi, se non ha acqui
stato f abitudine di riferire F uno all' altro *. Quindi con
chiude : k Per esprimerci in poche parole , laddove si è
avverato con molti esempli , che due cose di diverse spe-

') Ess. V, pan. I, p. J42.-*) Ibid. p.154.


*) Ibid. p. 151.—*J Ibid. p. 51 —5; Ivi.
NE1 SCOI RAPPORTI CON LA FEDE 5f
eie , siccome la fiamma e il calore , la neve e il freddo ,
vanno sempre congiunte, si genera ncll' animo nostro il co
stume di aspettar caldo, o freddo, ogni volta che il senso
della vista è impressionato novellamente dal fuoco, o dal
la neve , e di credere che tali qualità si manifesteranno
all' avvicinarsi di questi obietti ' ».
Perchè ad un obietto presente a'nostri sensi simile ad un
altro innanzi percepito si possano attribuire le qualità di que-
sC ultimo,è necessario che si risveglino nella nostra mente i
fantasmi dell'obietto e delle qualità sue altra volta percepite.
Da ciò è manifesto,che il sentimento della credenza sorge in
noi per un atto d' immaginazione. Ma se un atto di credenza
è un atto d' immaginazione , è certo , che non ogni atto
d'immaginazione è un atto di credenza. Il perchè Hu-
me si fa a divisare, in che 1' atto del credere si differen
zia dall' atto di fingere. Ed osserva che c questa differenza
non può originare da qualche idea la quale non si rinvie
ne nelle finzioni , ma solo ne' racconti che producono la
credenza; perciocché essendo 1' anima per la volontà signo
ra assoluta de' suoi alti, potrebbe congiungere questa idea
a* parti di sua immaginazione, e credere tutto quel che le
aggrada. Ma ciò viene smentito ogni giorno dall' esperien
za. In fatti noi ben possiamo mentalmente congiungere
un capo umano al tronco di un cavallo; ma non dipende
da noi il credere, che un simigliarne animale sia mai sta
to in natura. Quindi è necessario, che quel che scevera la
finzione dalla credenza, sia un sentimento inseparabile dal
l' una e non comunicabile all' altra; donde nasce, che un
tal sentimento non dipenda dalla volontà nostra, e non si
effettui per un nostro cenno . . . Non credendo noi alcun
fatto con tanto di fermezza,che non possiamo concepire il
contrario , non sarebbevi certamente differenza tra quel
lo a cui aggiustiamo fede, e quello a cui la ricusiamo, se
un sentimento non distinguesse l'uno dall'altro 2 ». Or,
I io dico, risponde 1 1 urne, che la credenza non è altra co
sa, se non il concetto di una cosa più vivo, più forte, più

') Jbid. p. 151.—») IMJ, p. 130.


52 LO SCETTICISMO
solido e durevole di quello che potremmo conseguire con
la sola immaginazione' ». Il nostro Filosofo, mentre affer
ma che questo fatto è difficile a spiegarsi, crede poterse
ne dare questa probabile ragione , che i fantasmi i quali
generano la credenza, sono prodotti da obietti presenti a'
sensi, là dove que' della semplice immaginazione si produ
cono da altri fantasmi. La qual cosa egli cerca dimostra
re da ciò, che i tre principii di associazione, la simiglian-
sa, la contiguità, e la causalità muovono sempre da una
sensazione. In fatti, per cominciar da quel della simiglian-
za, i se la pittura, dice Hume, non rassomiglia il nostro
amico, o non è destinata a rappresentarlo, non ci risve
glierà nè pure il pensiero di lui. Se il ritratto è lontano
del pari che la persona, V anima può trapassare dall' i-
dea dell' uno a quella dell' altra ; ma questa idea in un
tal passaggio lungi dal ravvivarsi si farà debole ; per
ciocché noi godiamo di contemplare l' immagine presen
te di un amico , ma se va via quest' immagine, antipo-
niamo il ravvisare la persona in sè stessa al vederla in
un' immagine, che la lontananza appanna ■ » . Per riguardo
al principio della contiguità, certa cosa è, prosegue Hume,
non esservi idea la quale, a cagione della distanza, non ri
metta di sua forza; mentre che la sola vicinanza dell' obbiet-
to, sebbene i sensi non ancora lo scovrano, esercita un'a
zione su l' anima, ritraente dalle impressioni immediate.
L' anima la quale pensa a un obiettori trasporta facilmente
agli obietti contigui; ma è proprio della presenza attuale di
trasportarvela con una vivacità maggiore. In effetto, allor
ché sono lontano tre, o quattro leghe da mia casa, tutto
quel che si riferisce alla casa mia, mi commuove maggior
mente, che, quando ne sono lontano ducento leghe* ».In
fine, per ciò che concerne al principio di causalità, Hume
argomenta cosi: «Non vi ha dubbio,che la causalità non eser
citi in ogni cosa tanto di forza,quanto le precedenti relazio
ni. .. . Poniamo, che ci si presenti il figliuolo di un ami-
co morto, o lontano da molti anni; questo obietto rlsve-

*) Ibid. p. ICO.—a) Ibid. p, 161.—s; Ibid. p. 162.


ne' suoi bappobti con la fede 53
gliando subito le idee che vi si riferiscono, ci ritrarrà la
nostra familiarità, e le strette attinenze che vi sono state
tra noi, con colori assai più vivi, che non avremmo potu
to rappresentarcelo senza questo soccorso 1 » . « E chiaro,
dice Hume, che in tutti questi fenomeni si presuppone l'e-
stoia dell'obietto correspettivo, coinè creduta, perchè sen
za questa credenza la sua idea non sarebbe avvalorata dal
la conoscenza della relazione 2» .
Egli ancora,dopo statuito che noi conosciamo solamen
te le qualità sensibili delle cose,ma non la loro forza in
tima, e indicato i principii i quali ci determinano ad am
mettere un legame tra le qualità sensibili e le forze inti
me da cui sono prodotte, si fa a rintracciare la natura ed
il valore di un tal legame, o sia ad esaminare,se noi ab
biamo il concetto di un legame necessario tra i fatti della
natura, o sia in fine, eh' è lo stesso, se abbiamo le idee
di potere , di forza e di energia. Il nostro Scettico non
esita a dire, che non abbiamo idea del potere, o sia di un
legame necessario, e ne ricapitola tutte le pruore in que
sto unico sillogismo che spiega e difende in tutto il settimo
Saggio : « Ogni idea è copia di un* impressione, o di un
sentimento da cui è stata preceduta; talché , dove non vi
ba alcuna impressione, noi siamo certi non esservi alcuna
idea. Or, non avviene alcuna operazione ne' corpi e negli
spiriti, la quale pigliata in particolare, produca la meno
ma impressione di potere, o di legame necessario. Dunque,
non ve n' ha alcuna la quale ne generi l' idea 3 ». Hume
piglia per conceduta la maggiore del sillogismo, perchè ha
cercato di provarlo ne' Saggi precedenti. Quanto è alla
minore, egli sentenzia che l' impressione, necessaria a da
re l' idea di potere , non può prodursi in noi dalle azioni
de' corpi. Perciocché se consideriamo queste ne' corpi stes
si, i veggiamo, che le une avvengono appresso alle altre,
e nulla più. Quando una palla urta un'altra palla, i
sensi non ci manifestano altro, se non che questa si ratto-

') Jbid. p. 16*, 165.—*) Ivi.


') Es. VII, pari. II, p. 212.
54 LO SCETTICISMO
ve ' ». Se le consideriamo per riguardo a noi , « questa
successione di obietti non produce neU' anima alcun senti
mento, o alcuna impressione interna "» . Ed in vero « non
iscorgiamo nelle qualità sensibili della materia alcuna co
sa la quale manifesta questo potere, o questa forza, e dà
luogo ad immaginare , che tali qualità possono produrre
una qualsiasi cosa, o cbe debba loro seguire alcuna cosa
la quale possa dirsi loro effetto. La scena dell' universo
soggiace ad un perpetuo cangiamento, e gli obietti si suc
cedono di continuo gli uni agli altri ; ma il potere, o la
forza onde questa macchina è animata , si sottrae agli
sguardi nostri, e le qualità sensibili de' corpi non bastano
a scovrirle * ». E si ponga mente altresì, che t la prima
volta che noi vediamo un obietto, non sapremmo indovi
nare 1' effetto che dee nascerne. Or, se lo spirito nostro
scovrisse il potere e la forza delle cagioni,dovremmo non
solo indovinarlo, ma ancora prevederlo senza avere nè pu
re bisogno dell' esperienza, ma solo in virtù del ragiona
mento, e darvi su il nostro avviso senza vacillare1».
Nè l' idea del potere può fornircisi dalla conteraplazioue
delle azioni del nostro spirito. Taluni credono di coglie
re in loro stessi una tale idea , perchè t noi ci sentiamo
capaci di muovere gli organi del corpo e di governare le
facoltà dello spirito con un semplice atto delia volontà5». <
Ma Hume pretende che questa è un'illusione, perciocché
« 1* azione delle volizioni su gli organi corporali è un fat
to sperimentale, non altrimenti che tutte le operazioni del
la natura, e quindi tale che non si sarebbe potuto preve
dere neU' attività della causa sua, non essendosi mai mo
strata a noi la forza che costituisce il legame necessario
delle cagioni co' loro effetti. Noi sentiamo in ogni momen
to, che il moto de' nostri corpi obbedisce a' cenni della vo
lontà; ma ad onta delle più profonde nostre ricerche, sia
mo condannati ad ignorare per sempre i mezzi efficaci pe'
quali una cosiffatta operazione si effettua; tanto è falso,

») Ibid. pari. I, p. IS3.—*) Ivi.—') Ibid. p. 184.


•) Ibid. p. 183—5) Ibid. p. 185.
Nb' SUOI RAPPORTI CON tA FEDE 55
che ne abbiamo un sentimento immediato ' » . Egli inol*
tre osserva essere un fatto , che la volontà non esercita
un uguale impero su tutti gli organi del corpo. Or , se
questo impero consegue 1' effetto suo per l'azione dell' ani
mo su gli organi corporali,perchè mai potrebbe la volon
tà operaie solo sopra alcuni organi, e non sopra tutti ? 2
Ancora , e' riflette che alcune volte il sentimento di un
tale potere è illusorio, perchè colui il quale ha perduto
per Ja paralisi V uso di alcun membro del suo corpo, cre
de sul principio aver sul suo corpo il medesimo potere che
un uomo sano crede averne, perciocché si sforza di muo
verlo, siccome per addietro adoprava. Pertanto un vero sen
timento non può esser mai illusorio. Dunque bisogna con"
chiudere, che nè il paralitico nè il sano sentono vera
mente il potere della loro volontà su gli organi del cor*
po '. Tralasciando altri argomenti , Hume afferma che
per conoscere T azione dell' anima su gli organi del cor
po, bisognerebbe conoscere, in che maniera 1' anima si
congiunge col corpo. Che se il principio di tale unione
è un mistero, convien dire, che noi non abbiamo, nè pos
siamo avere alcuna conoscenza dell' azione dell'anima sul
corpo *.
Altri tengono che noi acquistiamo l'idea del potere, al
lorquando per un atto della volontà diamo 1' essere a un' i-
dea la quale possiamo contemplare per tutt'i versi, e poi
mettere da parte. Ma Hume contrasta ancora a questa nuo
va spiegazione. Primieramente,perchè 1' anima non sapen
do il modo con cui produce le idee,non può sentire in sè il
potere di produrle; anzi, essendo la produzione delle idee
una specie di creazione, le sembra un potere anzi infinito,
che finito. Appresso, perchè il potere di formare le idee è
anche limitato ugualmente che quello di muovere gli or
gani corporali. Ancora, perchè questo potere non è uguale
in tutti gli uomini, nè uguale nel medesimo uomo ne' di-
tersi suoi stati e ne' diversi tempi. A tutte le quali ragio-

'Jlbid. p. 186, 187.—") Ibid. p. 188.


•) Ibid. p. 188, 189.—«) Ibid. p. 189, 190.
56 to SCETTICISMO
ni egli aggiunge, che « la volizione è senz' alcun dubbio
un atto dell' anima , del quale non abbiamo bastante co-
gnizione'».
« Da che, concbiude Hume, non possiamo formarci alcu
na idea delle cose le quali non mai hanno impressionato
nè i nostri sensi esteriori, nè il nostro sentimento interno,
sembra necessario inferire, che noi manchiamo al tutto di
ogni idea di connessione, o di potere, e che questi termini
non hanno alcuna significazione,sia che si adoprino nelle
indagini filosofiche,sia che se ne faccia uso nella vita co
mune *j>. Ed aggiugne: a Le più profonde investigazioni
nostre non ci manifestano altro intorno a ciò, se non av
venimenti in seguito di altri avvenimenti1 ». « Tutti gli
avvenimenti ci appariscono smussati, e gli uni dagli altri
separati. Vero è che essi vanno gli uni appresso gli altri,
ma vero è altresì , che non iscorgiamo alcun legame tra
loro, vedendovi, per così dire, una congiunzione, non una
connessione * s. Noi , prosegue egli, allorquando veggia-
mo due fatti sempre congiunti insieme, di guisa che alla
manifestazione dell' uno sempre conseguita la manifesta
zione dell' altro,presupponiamo nel primo un potere di pro
durre infallibilmente il secondo, e chiamiamo 1' uno cau
sa e l'altro effetto" ». Però, quantunque volte discorriamo
di un legame di obietti, non vogliamo significar altro le
game da quello onde traggono origine le nostre induzioni,
e per la cui mercè gli obietti si porgono vicendevoli ri-
pruove di loro esistenza0 ».
Secondo tutti questi principii Hume conchiude, che non
si può dare una definizione della causa tclta da' suoi prin
cipii intrinseci , ma solo da elementi estrinseci, cioè tolti
dall' esperienza. Or , poiché crede , siccome demmo vede
re innanzi, due essere i pronunziati sperimentali per la cui
opera ci formiamo le idee di causa e di effetto , dà due
definizioni della causa. « Gli obbietti simili, e' dice, sono

') Ibid. p. 193-195. — ») Ess. cit. pari. Il, p. 205.


s) Ibid. p. 204.—*) Ibid. p. 205. — s) Jbid. p. 207.
•) Ibid. p. 208, 209.
ne' scoi rapporti con la fede 5j
sempre congiunti con obietti simili; ecco una prima espe
rienza la quale ci mena a definire la causa : un obietto
talmente seguito da un altro obietto, che tutti gli obietti
simili al primo sono seguiti da obietti simili al secondo.
La veduta di una causa mena l' anima in virtù del suo
passalo abituale all' idea dell' effetto ; ecco una seconda
esperienza la quale ci somministra una seconda definizione,
cioè: la causa è un obietto seguito per modo da un altro
obietto, che la presenza del primo sempre richiama al pen
siero il secondo 1 ».
Ecco in breve i sofismi con cui Davide Hume confidò
di aver abbattuto il pronunziato della causalità, e con es
so la scienza. Dopo costui, lo scetticismo volgare non eb
be altri propugnatori, meritevoli di particolare rammemo
razione* onde ci sembra bene por fine a questo cenno sto
rico, ed imprendere a palesare la irragionevolezza di questo
cenere di scetticismo.

«) ìbid. p. 210.
SjHSEVERlWOjSlST.PltOS., I.
58 Lo SCETTICISMO

$ v.

Del metodo più acconcio a confutare lo scetticismo,


e delle contraddizioni che in esso si contengono
De' Filosofi greci alcuni stimarono,lo Scetticismo non potersi confuta
re, né esservi bisogno di confutarlo; altri poi sostennero, die si può e si
flee confutare. Gli antichi Filosofi cristiani furono nella seconda senten
za, la quale venne poi ridotta in forinola e chiaramente ragionata da
b. Tommaso.Corilraddizione nella massima fondamentale dello scettici-
Emo in ordine alla conoscenza. Diversi pareri de' Filosofi gréci,de' ss. l'a •
dri e degli Scolastici sul valore di questa massima. La quale,in qualun
que modo intendasi,sempre distrugge sé stessa secondo il parere di Cle
mente Alessandrino, di Lattanzio, di Eusebio e di s. Agosti no.Simigliali
te obbiezione fatta da s. Agostino contro il principio fondamentale degli
Accademici. La massima fondamentale degli Scettici in ordine alla con
dotta della vita, involge anche molle contraddizioni ; argomentazioni di
Eusebio e del Card. Pallavicini. Altre contraddizioni notate da Eusebio e
da s. Agostino ne' pronunziati del pirronismo e dell'Accademia. [1 me
desimo s. Agostino numerò molti veri che da nessuna sorla di Scettici
si possono negare. Si avvertono alcune contraddizioui proprie di Sesto
Empirico e di Ilume.

Volendo opporre allo Scetticismo le argomentazioni de'


Filosofi cristiani,dobbiamo innanzi tratto domandare, con
quale metodo eglino divisarono combattere i pronuncia
ti degli antiebi Scettici. Convien qui ricordarsi, che i Fi
losofi greci non concordarono su tal punto. In fatti, secon
do il testimonio di Cicerone , ad alcuni di non mediocre
valore fu avviso non doversi, e non potersi disputare con
tro gli Scettici, perciocché da una parte non si può dispu
tare con coloro i quali non riconoscono alcun vero, e dal
l' altra non ce n'è mestiero, perocché niente vi può esse
re più evidente dell' evidenza, enapjei? \ Altri per contra-

*) E chiaro- costoro essere stati della setta degli Stoici, per


ciocché questi ponevano il criterio del vero Dell' evidenza. Ec
co il luogo nel quale Cicerone parla a uouie di Luculk>:c Quod
nos facere nane aggredimur, ut contra Academicos disseramus,
id quidam e philosophis, et ii quidem non mediocres, faciendum
camino non pulabant ; nec; veruna esse ulla ratione disputare
cuoi iis qui nihil probarent . . . , eosque qui persuadere vellent,
ne' suoi rapporti con la fedr 5g
rio consentivano, die lo Scetticismo non si può confutare
direttamente, cioè dimostrando 1' esistenza della scienza ,
stantechè gli Scettici , non riconoscendo alcun pronunzia
lo per certo, non ammettevano principii di dimostrazione;
ma osservavano potersi confutare indirettamente, cioè mo
strando la falsità de* pronunziati su cui si fonda. Ed aggiun
gevano non solo potersi, ma doversi confutare gli Scettici,
affinchè gl' ignoranti non fossero avviluppati nelle loro reti'.
Or, i Padri della Chiesa furono nella seconda sen
tenza, perocché non si restrinsero a dire, che gli Scettici
chiudevano gli occhi all' evidenza stossa, e però non merita
vano, che con loro si disputasse; ma si travagliarono al
tresì a rifiutare le ragioni per le quali costoro persuadevan-
si di esser ciechi in mezzo alla luce che sfolgorava innan
zi a' loro occhi. San Tommaso non solo calcò he' suoi di
versi libri la medesima via battuta da' Padri, e da altri an
tichi , ma eziandio su le orme di Aristotele dimostrò che
lo scetticismo può confutarsi solo con dimostrazione indi
retta. « Per riguardo alle scienze filosofiche, dice il san
to Dottore sul principio della Somma, bisogna considera
re, che le scienze subordinate nè dimostrano i loro prin-
eipii,nè disputano contro coloro che li negano; ma la Meta-
tisica eh' è la suprema di tutte, argomenta contro coloro i
quali negano i principii, se Y avversario ne riconosce alcu
no per vero; se poi non ne riconosce niuno,non può venire
a disputa con lui, ma può soltanto sciogliere i suoi argo
menti* j.E ne dà in altro luogo questa ragione: « Ogni

esse aliquid quod compreherjdi ei percipi posset , inscicnter fa-


cere dicebant , proplerea quod nihil esset clarius tvap'ysia, ut
graeci: perspicuitatem aut evidenti.-™ nos , si placet , nomine*
min; ... . sed (amen oralionem nuli a m puiabant illustriorem
ipsa evidemia reperiri posse , nec ea quae tara clara essent ,
delìoienda censebani 1; Acati. I, lib. Il, c. 6. Cf. Epittelo presso
Arriano, Disserti, in Epit., Dissert. I, c. 5.
') « Alii antera, subdit idem Lucullus , negabant se prò hac
eviileolia quidquam priores dicturos,sed ad ea quae contra di-
fweniur, dici oporlere putabant, ne qui fallerentur »; Ibid. ibid.
*) « Considerandum est in scientiis philosophicis, quod inferi»
6ò LO SCETTICISMO
discorso e dimostrazione consiste' nel concedere e nell'investl-
gare la ragione di alcun pronunzialo. Ma quo' che non con
cedono la verità di alcun pronunziato, rendono impossibile
ogni disputa ed ogni discorsojondechè non si può loro indiriz
zare nessun ragionamento per trarli fuori dell' errore1 ». Lo
stesso s.Dottore,chiosando Aristotele,afferraa che il princi
pio di contraddizione non si può dimostrare, se non per via
di redarguzione, ìX^xtkùìcì e definisce la redarguzione ,
£/.£>%os,a un sillogismo fatto per contraddire^ quindi desti
nato a convincer di falsità alcuna tesi z ». Adunque, secondo
la dottrina di s. Tommaso e la pratica de' ss. Padri, lo scet
ticismo può confutarsi solo con quel genere di dimostra
zione che da Aristotele fu detta riduzione all' impossibile,
e dà' moderni generalmente dimostrazione indiretta. La
qual dimostrazione, siccome altrove vedremo ' col medesi
mo s. Tommaso, ha tutto il suo valore, allorché si tratta
di confutare 1' errore , sebbene non valga a renderci ra
gione del vero.
I Filosofi cristiani, usando del metodo or da noi indica
to, osservarono sul bel principio, che una solenne contrad
dizione si contiene nella stessa professione di scetticismo,
attesoché que' che professano di non saper nulla,o sia se
condo il linguaggio moderno,non conoscer nulla di certo,
res scientiae nec probant sua principia , nec contra negantem
principia disputanl, sed hoc relinquuni superiori scientiae : su
prema vero inter eas, scilicel Meiaphysica, disputai coatra no-
ganleui sua principia, si adversarius aliquid concedit; si aulem
nihil concedit, non potest cum eo disputare; potest tamen sol
vere raliones ipsiusi; I, q. 1, a. 8 c.
*) ( Omnia ratio et demonstratio flt boc modo, scilicel conce
dendo et ezquirendo rationeui alicuius dicti. Sed ì 1 lì qui nihil
concedunt, inlerimunt disputationem, et omnein argumentativatn
ralionem. Vnde ad eos non potest haberi sententia ratiocinaiio-
nis per quam a suo errore lollantur»; In lib. XI Met. lect. 6.
■) i Nam elenchus est syllogisinus ad cootradiceodum. Vnde in
ducitur ad redarguendum aliquain falsam positionem ijfa lib.IV
Mei. lect. 6.
*) Nella Ili* pari, delle nostre lnstist, Log. et Met, che sliam
pubblicando per le stampe.
ne' scoi rapporti con la FEDE 61
debbono almeno sapere questa cosa, che non sanno nulla;
e però con ciò medesimo, che dicono di non saper nulla,
dicono di saper qualche cosa. Per ben comprendere la for
za di questo argomento, bisogna sapere , che gli Accade
mici a questa obbiezione, fatta loro dagli Stoici, non ri
sposero nella stessa guisa. Antipatro *,Antioco a e altri opi
narono, che lo Scettico debb' esser certo che niente si può
sapere, perocché questo è il pronunciato fondamentale del
lo scetticismo. Per contrario", Arcesilao *, Cameade *, Me-
trodoro di Chio s sostenevano,che coloro i quali affermano
nulla potersi sapere , non sono obbligati di sapere, che
nulla si può sapere , escludendo palesemente quel loro
pronunciato universale anche la scienza di sè stesso. I
primi diceano in sostanza: ogni dogma debb' essere certo
e fermo; ma è dogma degli Accademici non potersi saper
nulla , o sia non esservi alcuna conoscenza certa; dun
que l' Accademico debbe almeno aver per vero questo,che
niente si può sapere. Gli altri poi argomentavano così :
Non si può sapere alcuna cosa; ma tra le cose da sapere
vi ha anche questo, che niente si può sapere; dunque non
si può sapere ne pure, che niente si può sapere. Questi
ultimi,secpndo il testimonio di Eusebio, per dichiarare con un
esempio sensibile la loro sentenza,arrecavano F esempio delle
medicine purgative: t Siccome, diceano, le medicine pur
gative caccian via dal corpo insieme con gli escrementi
anche sè stesse; cosi la ragione in quello che dimostra tut
te le cose incerte, sè stessa al paro delle rimanenti cose
al tutto distrugge; però se ella confuta sè stessa, stolta
mente opera chi se ne vale 6».
Quindi surse la quistione tra i Padri e i Filosofi delle età
susseguenti,se colui il quale sentenzia non potersi saper nul-
') Cic., dead. I, lib. II, c. 9.—») Ivi.
') Cic, Acad. H, lib. I, c. 12.
') Cic, Acad. I, lib. II, c. 9.—s) lbid. c. 23.
') Kartóep rà xaraprixà <pap/xaxa oowtxpivai juerà ru>y jrcpirrtu-
film xou laura, r'ov aùróu rpòxov, -/ai b jtàvru. d^iùv eìvai Xò^os
"tyd) fitrd Tu» o-Xhtav avaipu xa/ éauròv ■ ei *>àp aùrig aurea ùÀy
tyoìvi ùv ol %pu>(tówi toìtu). lbid. ibid.
6à LO SCETTICISMO
la,dee tener per certo, che niente si può sapere,o vero nò
pure di questo debbe esser certo. La prima sentenza fu
difesa da Clemente Alessandrino, da Lattanzio , da Euse
bio, da s. Agostino, i cui luoghi qui appresso riporteremo;
non che da Avverroe * e da altri Arabi, da s. Tommaso * ,
dal Caietano 3 e da altri Tomisti. La seconda che piacque
a Lucrezio tra gli antichi , ebbe per sostenitori Scoto 4 ,
Gregorio da Rimini 5 ed altri Scolastici. Ma, qualunque sia
il modo con cui si voglia intendere il pronunziato fondamen
tale dello scetticismo, ben i rammemorati Scrittori Ecclesia
stici mostrarono distruggersi per esso solo fontalmente lo
scetticismo. Incominciamo da Clemente Alessandrino, il quale
nel.capo quinto dell'ottavo libro delle Miscellanee scrisse tra
le molte cose: « Lasciamo a' Pirronisti la sospensione del
giudizio che dicono epoche, la quale importa non esservi
alcuna cosa certa e stabile. E chiaro, che se ella comincerà
da sè, distruggerà innanzi tutto sé stessa.Imperciocchè,se
concede esservi alcun vero , dovrà concedere che non si
dee negare il consenso ad ogni cosa ; se poi si ostina a
dire che non v' ha alcun vero, chiara cosa è, che prima
di tutto ella non è conforme al vero. L' una delle due, o
ella asserisce il vero , o no. Nel primo presupposto con
cede, suo malgrado, che vi ha qualche vero; nel secondo
lascia salva la verità delle cose che mirava a distruggere.
Conciossiachè per quanto si dimostra falsa Y epoche o sia
la sospensione del giudizio, la quale tutto distrugge, per
tanto si chiariscono vere quelle cose che da essa voglionsi
distruggere, non altrimenti dal sogno il quale dice che o-
gni sogno è falso, perciocché distruggendo sè stessa con
ferma le cose alla cui distruzione mira 6 ». Più breve, ma
*) In Iib. IV Mei.—a) I, q. Il, a. 1 ad 3.
3J Sul I. cii. di s. Tommaso.—*) I Seni. Disi. Il, q. 2 ad 3.
I Seni. Disi. Il, q. 1 ad 2.
•) Hpos roòg lTjppu>vio-Js eii), yaah, \ ÙTo%v|, (ièfiauoi/ uvtxi y^r
òìv. JìjXoa ori àf' éayrvjs ap£a^£yi], jrepuiroy àz-jpó>o-£/ éaunii' ' i
toìwj J/Ju>w dkyfìég ri elvou, v.ou où rapì zól'jtwj étftxréou- ij eiiut-
rarai, ptfSi» tìvcu oX-fòks Xiyaoaa, • xai ò^Kó-j ori cù<$' aùr^ zpóa-
pan aXyfiiùau ' ypci •yap aù'r>| dkifiuiuy sùx dk-faùif àÀA.à
nb' suoi raprora con la fede 63
non metto lucida é l'argomentazione di Lattanzio, laddove
scrisse: « Se non si può saper niente, è necessario sapere
che niente si sa. Se poi si sa, che niente si può sapere,
è falso quel che si dice, che niente si può sapere. Onde
si mette in campo un dogma contraddittorio e distruttivo
di se etesso * ».
Eusebio fa suo contro gli Scettici il ragionamento del
peripatetico Aristocle,simigliantissimo a quegli testé arrecati.
« Son que' senz' altro matti , mentre dimentichi della loro
propria professione ci comandano,e ad un' ora ci vietano di
difendere alcuna opinione,e formano alcuni pronunziati in
torno alle cose,mentre sentenziano niente doversi pronunzia
re. Non vogliono punto, che tu abbracci la sentenza di alcu
no-, ma vogliono che tutti loro aggiustino fede, e nel tempo
stesso che professano di non saper nulla,tutti ad ogni pie so
spinto rampognano, come se avessero perfetta conoscenza
delle cose*».Una tal contraddizione che da' sullodati e da al
tri Filosofi cristiani fu rimproverata a' Pirronisti, s.Agostino
mostrò contenersi altresì nella massima fondamentale degli
Accademici. Ci ricordi che , a parer di costoro, il savio
non dee dare il suo consentimento ad alcun pronunciato in
certo, o sia secondo il loro linguaggio, non dee opinare, e
perchè niente è certo per V uomo, il savio non dee dare il
consenso ad alcuna proposizione.Or, il s. Dottore Africano
òXvjSeSsi, òi3oì7iv àv.ovcrà ri sìvai a\yftìs . et Sì jxvj aktfieùu,
azókuzu aztp àveXerj • h> tò yàp $bv5v[S Szr/.wrat >j anai-
pouaa lzo%^, hi rourw ri àncupoùjwwi dAijTÌj Sehamw ó>s S o'vet-
pos o Xiyuìv 4*uJJs tlvai xavrag roùg di/e/poug aùrov %.àp ana/pe-
7«v] ovvei, ru>v aXhov xup/cimx-ij; Slrom. lib. VHI,c.5,p.923.
*) c Si nihil sciri potest, necesse est idipsum sciri, quod nihil
sciatur. Si aulem scitur, posse nihil scire, falsum est ergo, qnod
dicilur, nihil posse sciri. Sic inducilur dogma sibi ipsi repugna ns,
seque dissolvens » ; Div. Inst. lib. Ili, c. 6.
") EVei vù» ys. pzuypaai, vòppoì ri%vv$ à/M fiìv y[tuv Siaxzkeiò-
pi-jot ai) Soè,a^uv, oju* Se xsXsuóures durò rovxo r.oievn • xaì Xiyov-
Té? 0)5 izt.pi oòSevòg drofcnima^ai Slot, xazeira iicoycuvoiiaior xai
àfyswt fji.y [tySssi (juyt{a.ra.rfàecrra.i, rsfòcoQa/ Si àuro/s neXmóoaiu
ura lèyovrzs \K4S\v eìòivra , jràuras èXiyxfiwjrj u>s eu ài eiSóns
<a»ynn Praep. Evang. Ub. XIV, c. 18.
64 LO SCETTICISMO
oppose agli Accademici, che se la sapienza è qualche cosa,
come daddovero è,il savio dovendo almeno sapere che la sa
pienza sta nel non tener per certo alcun pronunziato, cono
sce una cosa con certezza, cioè che cosa è la sapienza, men
tre professa di non saper nulla. Il quale argomento egli
concilili de in questi termini : i Io dunque son di credere,
che il savio conosce certamente la sapienza, cioè ha per
certa la sapienza, e che però non opina, allorché dà il suo
consenso alla sapìenza,perciocchè consente ad una cosa la
quale se non avesse percepita, non sarebbe savio. Costoro
in effetto affermano che il savio non dee negare il suo con- ì
sentimento, se non alle cose le quali non possono percepir
si. Or, non può dirsi che la sapienza non è veruna cosa.
Adunque, poiché il savio sa che cosa è sapienza, e vi dà
il suo consenso, è chiaro,che né non sa nulla, né non con
sente a nulla cosa'».
Eusebio, continuando a battere le orme di Aristocle,os-
servò, che la massima fondamentale degli Scettici in or- j
dine alla condotta della vita , non è meno contradditto
ria dell' altra concernente alla conoscenza, « Inoltre, e' di
ce , mentre tengono per egregio e sapiente dettato dover
1' uomo nel regolar la sua vita pigliar per guida la natu
ra e la consuetudine, e medesimamente insegnano che non
debba attenersi fermamente ad alcuna cosa, assai stolta
mente ailoprano. Perciocché non si può negar credito ad
ogni altra cosa , se non si conceda almeno questa mas
sima, e si stabilisca, che così in effetto è. Ma di grazia,
per qual ragione dobbiamo seguir la guida della natura e j
della consuetudine , anzi che allontanarci da essa, se nien-

') c Ergo arbitrar ego, sapienti cerlam esse sapieoiiam, 'desi


sapientoni percepisse sapientiam ; et ob hoc eura non opinari,
ciim asseniitur sapientiae: assenliiur enim ei quam si non per
cepisse! , sapiens non esset. Neque isti quemquam non debere
assentiri, nisi rebus quae non possunt percipi, affirmant. Non
autem sapientia nibil est. Cuin igitur et scit sapieoiiam, et as
senliiur sapientiae; ncque nihil scii; neque nulli rei sapiens as
senliiur i; Coni. Acad. lib. 1U, c. 14, n. 32. Si legga l'intero
libro.
ne' suoi happobti con la FEDE 65
te sappiamo, nè abbiamo alcun criterio per dare giudizio
delle cose ? *»
Nè vogliamo tralasciare le obbiezioni fatte contro il me
desimo fondamento del pirronismo da un sottile moderno
filosofo cristiano, il Card. Pallavicini. « E bene, egli dice,
per confession degli Scettici, il conformarsi colla vita co
mane. Or, io chiedo a Pirrone ed a Sesto, onde sappiano
essi che ciò sia bene; qual sia il criterio con cui abbia
no giudicata questa verità; come sia lor manifesto, che in
formar questo giudizio non sognino, o non delirino. Oltre
a ciò domando loro per qual via conoscano, qual' è la vita
comune: se col senso, essere il senso menzognero; se col
discorso, non trovarsi come il discorso possa pervenire a
far noto l' ignoto. In somma, tutte le cavillazoni scettiche
si rilanciano contro quest' unica proposizione : che , loro
malgrado, sono costretti d' affermare 2» .
Per tutte le quali cose fermamente conchiudasi, che le
due massime prime e fondamentali degli Scettici , 1' una
delle quali riguarda la conoscenza, e 1' altra la pratica, di
struggono per loro sole ogni scetticismo.
Ma Eusebio e s. Agostino ripresero ancora gli Scettici,
perchè professando di nulla sapere, e di esser tutto incer
to per la mente umana, mostravano di sapere, che cosa è
sapere e non sapere, e che cosa è il eerto, e che cosa è
I' incerto. Quegli, secondo la sentenza dello stesso Aristo-
cle, disse: <c Or, si potrà loro dimandare, donde appara
rono che tutto è incerto ? E certamente, per dire che tutto
è incerto, bisogna che sappiano prima che s' intende per
certo, stantechè la conoscenza dell' affermazione precede
quella della negazione. Che se non conosceranno ciò che
è il certo, non potranno conoscere nè pure che cosa è l'in-
') Oitóraui pinot «p?5(r< rò owpòy dt) rovro , Sr/ òìoi xaraxoXou-
Souyrot (fùau xotì roig ìSvzi £>p , jjy^SvA pkvroi <rjy>KXTaTÌxe<tàai ,
robrj nvis tiara EÙjjSe/s . e< yàp fiy^sul «>Au>, roiru) youv otuTÙ) dèoi
in rrsyxaro&ì&iìai, xai oxoXafìù» ounug d%erj auro. Ti iiè paXkov
t\ y&rel , vai to/s 'éfean del xaraxoXouSE/i' , >j où dei, eiàórag
J£ 3>( ftr>j3ev, [i-^Sk E%onras 7/ oru> xpc/ou/uy; Jbid. ibid.
l).Del Bene, lii>. II, pari. I, c. 23, § 2,t. I, p.l90,MiIauo 1831.
66 , IX) SCETTICISMO
certo 1 ». E s. Agostino nella medesima sentenza scrisse:
«Non solamente colui il quale dice: io so, dee sapere, che
cosa è sapere, ma altresì chi dice: non so, e lo dice con
fidanza, e dice il vero, e sa di dire il vero , sa certamen
te, che cosa è sapere, perciocché distingue chi non sa,da
chi sa, quando contemplando bene sè dice: io non so. E
quando sa che quel che dice, é vero, donde lo saprebbe,
se non sapesse, che cosa è sapere ? a » Simigliantemente
argomentò il s. Dottore in riguardo al verisimile e pro
babile degli Accademici, « Niente, e' dice, mi sembra tan
to assurdo, quanto che colui il quale non sa che cosa è
il vero, dica di tener dietro al verisimile. Nè quella tua
simiglianza mi scompiglia, mercechè interrogato, se que
sta temperatura di cielo domani produrrà la pioggia, ben
rispondo esser ciò verisimile, mentre non nego di conosce
re alcun vero. In fatti io so, che cotesto arbore non può
divenire di argento, e senza rossore io dico di sapere mol
te altre cose di simil fatta, alle quali vedo rassomigliarsi
quelle che chiamo verosimili. Ma tu, o Cameade. . ^men
tre dici non sapere alcun vero, come seguiti questo ve
rosimile ? ' »

*) k%iov Sk ^Tjrvjirai, róQsv xaì /u«0&tss, ctJvjXa ràvta (px&h ei-


vai. 3ù ^.àp eldévai zporepov aùr/s, ti <5vj tot' iiti tb St\\ov • eStm
>>oua àv ì%oivj Xsjìw, a>s o'ux ti'4 rà xpaypat* toiaura . zpwtov
yàp dòijai jgpìj r:/\u xairacpoco-/v,6ira tvjm dzófotcriv. 01 ò\ iyooxsn
czoiòv iati tò Jvjtay, Àix av eiSsuv, oidz ti tb àJvjXou; Ibìd. ibid.
■) t Non soluin qui dicii scio, et verum dicit, necesse est, ut
quid sit, scire sciai ; sed eliam qui dicit nescio, idque fidenter
et veruni dicit, et scit verum se dicere, scit utique quid sit sci-
re; quia et discernit ab sciente oescientem, cum veracitcr se in-
luens dicit Descio: et cum id se scit verum dicere, uade sciret,
si quid sit scire nesciret?» De Trititi, lib. X, c. 1, n. 3.
*) « Rogo, nihil raihi videlur esse absurdius, quam dicere, se
verisimile sequi, cum qui verum quid sit, ignorcl: nec il la me
tua similiiudo conturbai. Nam rcclc ego iuterrogatus, utrum ex
isla temperie coeli nulla in crastinum pluvia cogatur, respondeo
esse verisimile, qui me non nego uosse aliquid veri. Nam scio
arborea) islam modo argeuleam fieri non posse, ruuliaquc liilia
vera non itupiuienlcr me scire dico, quorum video esse similia
NE1 SUOI RAPl'OHTI CON LA FEDE 6j
Lucullo appresso Cicerone avea già notato questa con
traddizione degli Stoici. « Se può avvenire , che il savio
dopo di aver adoprato ogni mezzo , ed usata la diligenza
che per lui si potea maggiore, può giudicare verisimile una
cosa la quale è lontanissima dal vero, come potranno (gli
Accademici) confidare di aver raggiunto in gran parte, co
me sogliono dire , e molto da vicino il vero ? Per poter
confidare è necessario che conoscano il criterio del vero;
perciocché, laddove questo è loro oscuro ed ignoto, qual
vero mai parrà loro raggiungere una volta ? Qual discorso
può esservi tanto assurdo,quanto è quello che da loro si fa:
E questo un indizio, o argomento di queir obbietto, e perciò
io mi vi appiglio; ma può stare,che esso sia o falso, o al
latto nullo? ' » Per rendere più aperto un tal punto, giova re
car T esempio con cui Cicerone, caldo zelatore degli Acca
demici, travagliasi a ribattere la difficoltà di Lucullo. «E che?
e' dice, forsechè fi savio montando in barca è certo di na
vigare secondo il suo proponimento? No, senza fallo; ma
Ise muova di qui per Pozzuoli,Iontano non più di quaranta
stadii, con un saldo naviglio, con un buono piloto, e con
questa bonaccia di mare, giudichi pure probabile di giunge
re colà sano e salvo a ».Or, questo paragone non solo non

ea quae verisimilia nomino. Tu vero, Carneades, ve! quae alia


graeca peslis, ut nostris parcarri ( quid enim dubiicm in ha ne
partem transire ad eum cui caplivus debeor iure vicioriae ? ):
tu ergo cum te nihil veri scire dicas, unde hoc verisimile se-
queris?» Cont. Jcad. lib. Il, c. 12, a. 27.
*) c Cum dicant posse accidere sapienti ut cum omnia Escerti,
diligentissimeque circumspexerit , existal aliquid quod verisimi
le videatur, et absit longissime a vero : quo modo, si magna
parte quidem, ut solent dicere, ad verum ipsum, aut quam pro-
xiine accedaut, confidere sibi poterunt? Vi enim confldant, no-
tura his esse debebit insigne veri, quo obscurato ci oppresso,quod
tandem verum sibi videbunt attingere? Quid lam absurde dici
potest, quam cum ita loquuntur: Est hoc quidem rei illius si
gnora, aut argumentum, et ea re id sequor : sed fieri potest,
ut id quod signifìcalur, aut falsum sit, aut nihil sit oranino ? »
dead. I, lib. H, c. 11.
(Quid eniin? couscendeus naveui sapiens, nuin compre
68 . LO SCETTICISMO
conferma,ma distrugge il criterio degli Accademici. E per
verità, come poteva il savio giudicar probabile, che con le
condizioni da lui descritte si sarebbe giunto salvo a Poz
zuoli, se non avesse conosciuto, quali condizioni richiede-
vansi per poter essere certo di salvamente giungervi?
Sant'Agostino rimproverò agli Accademici un' altra con
traddizione la quale è questessa, che mentre coloro bandiva
no nessun vero potersi conoscere dalla mente, ammettevano
per vera la definizione della percezione comprensiva data
dagli Stoici. E gli sfidava in questi termini : a Gli Acca
demici dicono, che non si può saper nulla. Donde ha a-
vuto origine questo vostro convincimento, o uomini studio
sissimi e dottissimi ? Dalla definizione di Zenone, rispon
dono. E per qual ragione, di grazia ? Perocché , se la è
vera, chi la sa, sa qualche vero; se poi è falsa, non do-
vca far breccia su animi fermissimi 1 » .
Oltre a ciò Eusebio notò con Aristocle, i Pirronisti con
traddirsi per questo altro verso , che esponendo i motivi
della sospensione del giudizio per dimostrare l'incertez
za di tutte le nostre conoscenze, mostravano di conoscere
le diverse nature e differenze delle cose. Ecco le parole
del Filosofo aristotelico approvate da Eusebio: « E per
verità Enesidemo, sponendo nella sua Instituzione i die
ci modi ( perciocché tanti sono i motivi con cui trava-
gliavasi di chiarire V incertezza di ogni cosa ) gli conosce
va , o ignorava egli che li asseriva ? Imperocché ricono
sce una differenza negli animali , anzi ancora in noi stes
si, nelle città, negl' instituti, ne' costumi e nelle leggi; ed

bcnsura animo habet atqtie percepiti m,se ex sentenlia navigati]-


rum ? qui potest? sed si iam ex hoc loco proflciscalur Puleolos
stadia iriginta, probo navigio , bono guberuatore, hac Iranquil-
litale, probabile videatur, se illuc venturum esse salvum 1; I-
bid. n. 31.
*) fi Negant Academici sciri aliquid posse. Vnde hoc vobis pia-
cuit , studiosissimi boinincs atque doctissimi ? Movit nos, in
quilini, Jefinitio Zeoonis. Nam si vera est, non nibil veri novit,
qui ipsatn novit. Sia falsa, non debuit conslaulissimos commovc-
rei; Coni, dead, lib. Ili, c. 9, n. S.
ne* suoi rapporti con la fede Cg
e'medesimo afferma essere deboli i nostri sensi, e rammemo
ra molti impedimenti estrinseci, i quali sì attraversano alle
nostre conoscenze, cioè gì' intervalli, le grandezze, i mo
vimenti, e le dissimiglianze de' sensi ne' giovani e ne' vec
chi, ne' vegghianti e ne' dormienti, ne' sani e negli amma
lati , e V apparenza non sempre semplice e sincera delle
cose, mentre le percjpiamo, perciocché sono un risultato
di più elementi e sono relative ad altre. Mentre egli, io
diesa, discorre con magniloquenza di queste cose , gli si
chiegga da alcuno, se è questo il discorso di un uomo che
ben conosce quelle diverse condizioni delle cose , o vero
che le ignora ? Gonciossiachè, se le ignora, come potremo
aggiustargli fede ? Se non le conosce bene, è certamente
ano stolto,poichè,mentre divisa che ogni cosa è oscura, mo
stra in effetto di saper molte cose *».
*) Oróroiii >j.s Aiinjtn'ibjjgos, h SrorujrwirEi rous ìwka 3is-
fin Tpóarous • xarà rcoourouc, yàp àteo^aivuu aJxXa rà ìiparyfiàr»
zaruparau • nórtpov àwòv tfvàfiyv udirà Xéffetu aùroùg, jj ìyioairj-
ra; ip^aì yàp %n rà Zwa diayipu, v.at itfKis axrrot, xai ai jróXs/g,
xaì ol Gioì, xai rà e9tj, xai oì 110^.01 . stai ras aìa^trui; dì yyrrj
\u.wv wtSeveìs eTko7, xai vóKkà rà e^ioCeu Xu/jiOitvófuva Tip ytiSxxi-jy
droTr<|juarat, xaì (i&yify xai xtvvpus ' tri Ss. ri [à\ S/w/ws jiaxenr-
Sat visus xai npzv(5»r\paoq, xa< i^pyfyópérag xai xoipMfiivovs, xai
Trpeo-jSjrìpo-J?, xau È^pij^opóras nat xo/^wjoih/ous, xai ùytalvovrag xaì
«oCToooaras. oÙJehós te "-j/ias a7rXou, xa/ óxpaitpjous avrt\ufi(ìxiiza-
Sai. rdbra 'jàp eTs^i ai>).XE%u/xeiia, xai' rpós ri X^yé/isva. Taura Js,
«pijjui, xa* ra roiaura vo^oXojouta duriv, ydéag àu t/s ei/jeto • ró-
repon e5 e<<5ù>s J/óV/ rà zpà^fiara rourau e%ei tow rpòxav, ^
annodi» . e? juèii 7-àp oìx vjfki , ffùis àa vjweTs aaro 7r/TT£'Jo//ie» ; ei
à' E^ivuxrxe, xojonJvj r/s \) vjXtòios, Sj«a /uÈn òé^Xa sàura àroepamó-
jueucs, S/ufl <5e Tc<raura Xe^ioh sidevai; Ibid. —Abbiamo tradotta la
parola enfia per dieci, e non per nove, perchè stimiamo col dot
tissimo Menagio (ad Diog. Laert. lib. IX, segm. 79), con Hol-
werde (Op. cit. pari. I, c. 2, p. 36), e con altri eruditi, che si
debba leggere nel testo di Arislocle Jex« e non ÉWa.Di che ci
fornisce un irrepugnabile argomento Sesto Empirico. Il quale net
lib. 1 Contro a' Logici afferma di avere esposti nelle Inslituzio-
ni Pirronie i dieci motivi deli' epoche secondo la donnina di E-
nesidemo. 0 I sensi molte volte errano, e' disse, e discordano
tra loro, siccome dimostrammo espouendo i dieci molivi che so-
<JO LO SCETTICISMO
Ultimamente, s. Agostino oppose agli Scettici molti veri
logici i quali da loro non solo non possono ripudiarsi, ma
per converso vengon confermati co'loro medesimi cavilli. Egli
ne arreca ad esempio quella specie di proposizioni ipotetiche
che dagli Stoici si dissero disgiuntive. « Se il sole è uno,
e' dice, non sono due. Non può la slessa anima essere mor
tale ed immortale: LT uomo non può essere ad un tempo
felice ed infelice. Qui o v' ha luce,ò tenebre. O vegghiarao,
o dormiamo. Quel che mi sembra vedere , o è corpo , o
non è corpo 1 » . Tralasciando altri esempi di s. Agostino %
ricordiamo a' nostri lettori, aver Cicerone prima del s. Dot
tore osservato che gli Scettici si valevano della logica per
combattere la logica stessa, « Imperciocché, scrivea 1' Ora
tore Romano, le definizioni e le partizioni, ed il discorso
il quale si giova de' loro lumi, non che le simiglianze e le
dissimiglianze, e la loro sottile ed acuta distinzione, è pro
pria di uomini i quali confidano esser vere e stabili e cer
te le cose che propugnano, e non di que' che gridano non
esser esse niente più vere , che false. Che direbbero, se
dopo definito alcuna cosa, taluno gli domandassero quella
cotal definizione possa convenire ad altra qualsiasi cosa?
Se diranno si, qual ragione possono addurre della verità
di quella definizione. Se diranno no, debbono confessare
che quella definizione del vero non può convenire al falso;
perchè spiega potersi avere la percezione di quella tale co
sa: il che da loro non si concede 3 ».

no ne* libri di Enesidemo f.VevSovTai ^ in xoXkots aia&^cr£/;,xai


iliatpwvovn dk\y[ka.is, xaOot/rep ideiè,afigv, roùs rapa rù> khvpià/ijua
òìyjo. Tpézovg izióuTeg; Adv. Log. lib. I, sect. 345.
') e Si sol uaus est, non sudi duo. Non potasi una anima et
mori el esse immortalis. Non potest homo simili et beatus et
tniser esse. Non hic et sol lucei, el noi est. Aut vigilaraus mine
aul dormimus. Aut corpus est quod mini videri video, aut non
est corpus »; Op. cit. lib. Ili, c. 12, n. 23.
*) Cf. ibid. c. 10, n. 23.
') i Definiiiones eniea et parli liones et horum lumioibus utens
oralio, tum siniililudines>dissimiliiudiuesque, el earum lenuis el
.acuta dislinclio, iidenlium est bominum, illa vera et firma el
NE1 SUOI RAPPORTI CON LA FEDE 7I
Oltre a queste contraddizioni generali e comuni agli Scet
tici, se ne possono notare altre più particolari in Sesto Em
pirico che rappresenta lo scetticismo antico, negli Accademi
ci, ed in Hume il più sistematico degli Scettici moderni. Se
sto, siccome apparisce dalla semplice esposizione del suo
sistema, per rispetto alle conoscenze speculative ammise la
reale esistenza dell'animo nostro,come subietto de' fenomeni
e de* numeni ; riconobbe ancora 1' esistenza reale degli o-
bi'elti sensibili e intelligibili fuori dello spirito,sebbene pro
testasse d' ignorarne la natura; tenne per certo non esser
f antitesi, o sia la lotta de' contrarli il principio di tutte
quante le cose, perchè, se questa antitesi vi fosse, le anti
nomie non sarebbero solo apparenti, come volca Pirrone,
ma reali, siccome Eraclito avvisava. E per riguardo alle co
noscenze morali, tutte le sue argomentazioni presuppongo
no come dogmi non sottoposti a controversia, che la bea
titudine umana dimora nella tranquillità dell' animo; che
la tranquillità dell' animo è prodotta dall' equilibrio delle
opinioni nelle cose incerte, e dal raffrenameuto delle pas
sioni nelle sventure: che ogni uomo è obbligato d' indiriz
zare le azioni sue al conseguimento della felicità. Gli Ac
cademici poi, mentre negavano all' umana mente la stessa
possibilità di raggiunger con certezza il vero, mostravano
di tener molte cose per certe. Conciossiachò non peritavan-
si in affermar primamente , che le cognizioni nostre non
sono tutte ugualmente incerte . secondo la sentenza de' Pir
ronisti^ nè pure ve ne ha di quelle aiFatto certe, come gli
Stoici insegnavano; ma che ve ne sono alcune nè al tutto
certe , nè al tutto incerte, le quali chiamavano probabili.
Inoltre stimavano senza veruna esitazione esservi varie spe-
ceria esse, quae lutentur; non eorum qui clamant nihilo magis
illa vera esse, quam falsa. Quid enim agani, si cum aliquid de-
fìuieriut, roget eos quispiam, num illa definiiio possi t in aliam
rem iransferri quamlibet ? Si posse dixerini,quid dicere habeani,
cur illa vera deflnitio sii ? Si negaveriut, fatendum sit, quoniam
vel illa veri deflniiio non possit transferri in falsum;quod eade-
fioiiione esplicetur, id perei pi posse: quod minime illi voluni »;
dead. I, lib. II, c. 17. Cf. ibid. c. 18.
72 IX) SCETTICISMO
eie di probabìli,e non mancar punto regole certe per cal
colare i diversi gradi di probabilità. Quindi presupponevano
ancora di conoscer con certezza le circostanze per le quali
si palesava , a parer di loro, la maggiore o minore proba- ,
bilità di un fatto, ed aveano ancora per certi i fatti , tra'
quali stimavano scorgere una connessione più o meno pro
babile, fa
Ne' Saggi di Hume poi , oltre a1 punti comuni con gli
altri Scettici, questo è massimamente da notare, che pi- ,
glia le mosse dalla teorica di Locke su l' origine delle i-
dee, e su questa fonda tutti i suoi ragionamenti; percioc
ché, siccome vedemmo, presuppone sempre, che la sensa
zione e la riflessione sono le due sole sorgenti delle no
stre conoscenze.

jvi. j
Confutazione da' sofismi delle diverse sette di Sceltici, e i
primamente di qué di Pirrone e degli Accademici
\
Rinviato ad altro luogo 1' esame de1 primi nove motivi dell' epoche di
Pirrone, si discute brevemente il decimo, e si dimostratile questo,lungi
dallo stabilire il pirronismo, lo distrugge. Per abbattere P unico motiva ■
che, secondo Sesto Empirico, comprende tutti i dieci di Pirrone, si di-
chiara con più argomenti di s. Tommaso , per qual riguardo la cono-
scenza delle cose é relativo, e per quale è assoluto ,c come da che v'ha
Sempre nella conoscenza un rispetto di relazione,non conseguita che non
è possibile conoscere la forza assoluta delle cose. Si oppono a Sesto Era- }
pirico,che se può esservi talvolta lotta ne' sensibili tra loro,o vero tra i
sensibili e gì' intelligibili, non può essa ritrovarsi tra intelligibili e in
telligibili ; argomentazioni di Ploucquet confermata con un luogo di
s. Agostino,e teorica di s.Tommaso,e di Leibniz su tal punto. Si chiari-
sce contro gli Accademici, che il Savio, seguendo l' opinione, può cr-
rare. Si ribadisce questo vero con 1' avviso di s. Agostino.
I
Rendutosi aperto, come lo Scetticismo,in qualunque mo
do si spieghi , contiene in sè stesso i principii di sua di
struzione^ bene esaminare i diversi motivi di dubbio, che *
si sono addotti da' suoi difensori. E cominciando da' Pir- *
ranisti, non dobbiamo qui tener conto de' primi nove mo- t
tivi della sospensione del giudizio, attesoché , riferendosi
tutti questi agli errori de' sensi , è necessario rimetterne
i
NE^SDOI RAPPORTI CON tA FEDE j3
V esame alla quistìone che versa intorno all' idealismo. Il
decimo motivo, tolto dalla discordia de' Filosofi, non solo
non giustifica lo scetticismo, ma eziandio lo distrugge. E
certamente, se deesi dubitare della natura delle cose, al
lorché i filosofi discordano nel definirla, bisogna per la ra
gione de' contrari esser certo di essa, laddove i filosofi con
vengono tra loro. Or chi non sa esservi non pochi veri
speculativi e pratici, confessati concordevolmente da tutti
i Filosofi, di guisa che se altri ne ha negato alcuno, sia
stato anzi deriso, che confutato, e siasi attribuito il suo
errore piò a libidine di battagliare che a verace convin
cimento di animo ? Nè poteva altrimenti accadere , per
ciocché, come mostreremo in altro luogo con la dottrina
dell' Angelico , se in riguardo ad alcune sorte di veri le
menti umane possono traboccare, ed in effetto non di rado
traboccano nell' errore, ve ne ha di altre nelle quali l'er
rore è impossibile.
Adunque, ci resta a discutere in questo luogo 1' unico
motivo tolto dalla natura della conoscenza in generale,al
quale, secondo l'opinione di Sesto Empirico,riduconsi tutt' i
dieci modi degli antichi Pirronisti. Lo Scettico di Mitilene
notò, che tutt' i dieci motivi della sospensione del giudizio
valgono questo uno, cioè che la conoscenza essendo sempre
relativa al subietto il quale conosce, non può aver giammai
un valore assoluto. Ma qui egli mostra d' ignorare la na
tura vera della conoscenza. In fatti da che la conoscenza si
riferisce naturalmente al subielto il quale conosce, non con
seguita, che sia impotente a rivelarci la natura reale ed
assoluta delle cose. Imperocché se la conoscenza si riferi
sce naturalmente al soggetto che conosce, dee naturalmen
te ancora riferirsi alla cosa la quale si conosce; stantechè
se non vi può essere conoscenza senza un soggetto che co
nosce, non può esservi neanco conoscenza senza un obiet
to conosciuto. Per tal ragione s. Tommaso, siccome poco
stante vedremo, insegnava, che mentre le cose le quali da
noi si conoscono, hanno soltanto una relazione di ragio
ne con la conoscenza, come quelle che non dipendono nel
loro essere da essa, la conoscenza per contrario ha una
SAKSEVEniKO:SlST.FlI,OS., I. tt
n\ LO SChTTICIS.MO
relazione reale con le cose elio sono il suo obietto, non
potendo essere , né concepirsi la scienza senza Io scibi
le '. Per virtù di questa relazione la quale corre tra la
conoscenza e il suo obbietto, il medesimo santo Dottore
osservava, che il concetto di conoscenza si collega neces
sariamente col concetto di un obietto conosciuto, e che
se il concetto di un obietto , assolutamente riguardato ,
non racchiude il concetto di una conoscenza, certo è, che
considerato nell' atto della conoscenza, o sia come cono
sciuto, necessariamente si collega con la conoscenza, non
potendo esservi un obietto conosciuto senza una cono
scenza
Se ogni conoscenza ha una doppia relazione necessaria
col subietto e coli' obietto, chiaro è non potersi ella porre
in atto, se non per la congiunzione dell' uno coli' altro, o
sia per la vicendevole loro azione. In fatti, siccome dimo
streremo appresso, dal contatto immediato del senso coir o-
bietto sensato si formano le specie sensibili per le quali 1' a-
* nima sente,e per l'azione immediata dell'intelletto sul senso,
le specie sensibili rendonsi intelligibili e la mente inten
de le cose. Quindi sapientemente s. Tommaso e i Dottori
dell' età di mezzo seguirono e dichiararono quella dot
trina di Aristotele, che neh' atto della conoscenza il sog
getto e 1' oggetto sono una cosa sola, appunto perchè le
loro azioni si confondono in uno, e s' immedesimano, t Que
gli il quale intende , dice l' Angelico , e la cosa la qua-

*] ti Gì ideo in seientia quidem, et sensu est relalio realis, se


cundum quod ordinamur ad sciendtira, vel senliendum res: sed
res ipsae in se considerarne suol eitra ordinem huiusmodi.Vnde
in eis non est aliqua relatio realiter ad scientiam et seosum,sed
secundum rationem tantum, inquanlum intelleclus apprehendit
ea, ui terminos relaliomim scientiae et sensus »j I, q.XIII,a.7 c.
') « Et hoc modo se liabeni scienlia, et scibile. Nam scibile
dicitur secundum polentiam; seientia autem secundum habiimn,
vel secundum actum. Vnde scibile secundum raodum suae signi-
ficalionis praeexislit scientiae. Sed,si accipiatur scibile secundum
actum,tunc est limul cum scienlia secundum actum. Nam sci-
tum non est aliquid,nisi sit eius scienlia jj I, q.XIII, a. 7 ad 6.
NE1 SUOI RAPPORTI CON LA FEDE j5
le s' intende, formando colla. l'oro unione una certa co
sa sola la quale è l' intelletto in atto , sono un principio
solo di cotesto atto che si dice intendere. E dico formar
si da essi una cosa unica, perciocché la cosa intesa si con
giunge col subietto intelligente sia per mezzo della sua es
senza, sia per una simiglianza dell' essenza sua '». Per ta
cere d' infiniti altri luoghi, il santo Dottore dice poco dopo:
c 11 subietto che conosce, e f obietto il quale è conosciuto,
formano amendue un principio unico di conoscenza, stan-
tecbè la cognizione riceve il suo essere in un certo modo
dalla cosa la quale si conosce,e da colui che la conosce * ».
11 b. Alberto Magno, s. Tommaso ed Arrigo di Gand, sic
come vedremo in altro luogo, insegnarono che la mente
nostra conoscendo le cose per le specie che se ne forma in
se, conosce in effetto le cose nella loro propria natura;
perciocché le specie non sono V obbietto, ma l' istrumeuto
della conoscenza. Ond' è eh' ella sentendo e intendendo le co
se per le specie sensibili e intelligibili, le sente e intende ef
fettivamente, quali sono in loro medesime.
Il ragionato sin qui fa manifesto che la conoscenza delle
cose può, anzi dee dirsi relativa, se si ha riguardo al ter
mine che n' è il subietto; poiché essendo un' affezione del
subietlo , dee ritrovarsi in questo in una maniera conve
niente alla sua natura. Ma se riguardasi neh' altro termi
ne, cioè neh' obietto, ella è assoluta, mereechè la natura
delle cose non dipende dalla conoscenza nostra individuale
e mutabile, ma dalla conoscenza assoluia ed immutabile di
Dio che n' è V autore. Per tanto, secondo l' acuta osserva
zione del medesimo Dottore, il valore della conoscenza deb-
b' estimarsi dalla natura dell' obietto che si conosce, e non

')»... intclligcns et inlellectum, prout ex eia efleclwn est


unum quid, quod est inlulleclus in aclu, sunt unum principimi!
huius acltts qui est iutelligere. Et dico ex eis edici unum quid
ioquanium iniellecium coniungilur intelligenti si ve per esseutiam
luain, sive per simililudioem i; Qq. dispp. q. Vili, a. 6 c.
*)(... cognoscens et cogaoscibile se liabent ut unum pria-
cipium coguitioois, iuquaatum ex coguoscibili , et cognascente
tìt aliquo modo cogoitio »; Jbid. a. 8 ad 10.
•JO LO SCETTICISMO
dal modo onde il sabbietto conosce. Ecco le sue parole:
a La cosa la quale si conosce, si chiama obietto della co
gnizione, secondo eh' ella sussiste in sè fuori del subietto
che la conosce, sebbene il subietto non ne acquisti cono
scenza, se non per quel che ne ha in sè, siccome il colore
della pietra eh' è 1' obbietto della vista, non si conosce, se
non per la specie della pietra stessa nell'occhio 1 ». Per le
quali cose conchiudasi contro Sesto Empirico, che se, co
me non può dubitarsi, la natura delle cose le quali si co
noscono, determina la natura della nostra conoscenza, la
cognizione che abbiamo delle cose poste fuori di noi, dee
dirsi assoluta, e non relativa, perchè le cose le quali sono
fuori di noi, hanno un valore assoluto. Essendo falso que
sto motivo della disciplina scetlica,che la nostra conoscen
za essendo relativa, non può raggiungere il valore assolu
to delle cose, bisogna aver per falsi tutt' i dieci motivi i
quali , secondo 1' autorevole avviso di Sesto Empirico, a
queir unico in sostanza si riducono.
Per ciò che riguarda la definizione dello scetticismo da
ta dal medesimo, conviene notare, che se può esservi lotta
tra i sensibili, ed anco tra i sensibili ed i numeni, è impos
sibile, che vi sia lotta tra numeni e numeni. Per ben in
tendere l' errore di Sesto, bisogna ricordarsi, che gli Scet
tici non ammisero l'antitesi nella natura delle cose, come
avea insegnato Eraclito, ma solo nella nostra conoscenza;
talché la natura delle cose , secondo il loro parere, è
una, ma la nostra mente, allorché dà opera a definirla,
ritrova uguali ragioni dall' una parte e dall'altra. Per gra
zia di esempio, i Pirronisti divisavano esser 1' anima consi
derata in sè o mortale o immortale, e non miga mortale
ed immortale nel tempo stesso; ma credevano fornircisi dalla
ragione argomenti di ugual peso per 1' una e per 1' altra
") «... res cognita dicilur esse cogniiionis obiecium, secuu-
dum quod esl elira cognosccnlem in se ipsa subsisteus, quatti'
vis de re tali non sit cogoiiio, nisi per id quod de ipsa est iu co-
gnoscente ; sicut color lapidis, qui est visus obiecium, non co-
gnoscitur, nisi per speciem eius in oculo »; Qq. dispp. q. XIV,
a. 8 ad 5.
ne' suoi rapporti con la fkde 77
sentenza; onde ci é forza sospendere il giudizio. Or, se la
natura delle cose, per giudizio de' medesimi Pirronisti,non
si compone da un' antitesi , convien dire che le potenze
le quali abbiamo per conoscere le cose, non possono per
vizio loro naturale produrre giudizi contraddicentisi intor
no alla natura delle cose stesse. Quindi nè il senso, nè la
ragione possono per loro stesse partorire cognizioni con
traddittorie intomo agli obietti sensibili e intelligibili. Con
tutto ciò, dipendendo le sensazioni dalle attitudini e dispo
sizioni degli organi sensorii, può avvenire, e non di raro
avviene, che il medesimo obietto produca diverse sensazio
ni ne' diversi subietti senzienti,ed altresì nel medesimo sub-
bietto posto in diverse condizioni. Così un cibo a taluni
riesce disgustevole, ad altri piacevole, ed al medesimo uo
mo, secondo eh' è sano, o malato, or piacevole, or disgusto
so. Oltre a ciò si consideri,che dovendo la ragione giudi
care, se il senso è nel caso di poter convenevolmente ac
cogliere 1' azione degli obietti esterni, può ancora accade
re, che il pronunziato della ragione contrasti al testimonio
del senso. Ecco 1' origine della lotta de' fenomeni sì tra lo
ro , sì co' numeni. Noi sporremo, allorché tratteremo del
l'idealismo questi fatti con le teoriche de' Padri raccolte ed
ordinate da s. Tommaso. Presentemente ci facciamo a di
chiarare, come l' opposizione de' numeni tra loro è impos
sibile, e che le antinomie della ragione,poste in mezzo da
gli antichi Scettici, e risuscitate da Kant, sono assurde.
E di vero, siccome bene argomenta il sig. Ploucquet, lo
Scettico il quale non dubita che quel che si dice mele, gli
produca una sensazione di dolce, qualunque sia la natura
del mele , non dee nè pure dubitare eh' egli intenda che
uno e uno sono più di uno, ed altri somiglianti veri. Se
siamo certi d' intendere che due sono più di uno , sicco
me siamo certi di sentire 1' azione degli obietti esterni ,
dobbiamo esser certi ancora d' intenderebbe l' uno il qua
le è ne' due, non è in uno, o sia non è nulla. Or, se noi
intendessimo che due è più di uno , e che due é pari ad
uno, dovremmo intendere, che 1' uno il quale è ne' due, e
non è oell' uno, sia qualche cosa e sia nulla,e quindi, che
10 stesso non è lo stesso. Gli Scettici aon ci negano , nè
possono negarci che i contraddittori! non s' intendono da
noi,perchè se intendessimo i contraddittori!, non si potrebbe
affermare, siccome affermasi da loro,che si dee sospendere
11 giudizio su la vera natura delle cose. Ed in effetto, là
dove i contraddittori! potessero aver l'essere,non si dovrebbe
sospendere il giudizio su la vera natura delle cose,quando
la ragione ci mostra pruove contraddicentisi intorno ad es
se. Ad un tale argomento del PIoucquet,da noi ora svolto
e dichiarato, è bene aggiugnere che l' identità la quale si
ritrova ne' termini delle proposizioni immediate, si rinviene
ancora nelle mediate e dedotte, essendo che in ogni ragio
namento ben fatto dee rinvenirsi identità tra le premesse
e la conchiusione. Come potrebbesi in effetto dedurre la
conchiusione dalle premesse, se' l'una e le altre non fossero
o in tutto o in parte lo stesso ? 1
Con queste considerazioni ci sombra potersi intendere
quel pronunziato di s. Agostino, che chi erra non intende
propriamente quello intorno a cui erra, « Chiunque, e' dice,
intende alcuna cosa altrimenti da quel eh' è, s' inganna, e
colui che s' inganna, quello intorno a cui s' inganna, non
intende. Però chiunque intende una cosa altrimenti da ciò
eh' è, non la intende, attesoché non può intendersi alcuna
cosa, se non siccome èB». Leibniz difese questa medesima
teorica contro Pietro Bayle, e gli mostrò, che le apparenze
sensibili possono essere talvolta contrarie al vero, e trarci
in errore, se non attendiamo a ben estimarle; ma un ragio
namento fatto secondo le leggi dell' arte di ragionare non
mai, perchè il raziocinio è una catena di verità L' erro-

') Per più ampio schiarimento di questa dottrina logica si pos


sono vedere le nostre Instiluliones Logicae etc. pars II, c. 13,
p. 196 seqq.
') < Quisquis ullain rem alitcr, qua in ea res est, intelligit, fai-
litur; et omnis qui fallitur, id in quo fallitur, non intelligit. Quis
quis igitur ullam rem aliter quam est, intelligit, eam uon intel
ligit. Non enim potest quidquam intclligere, uisi ut est »;Lit>. de
Divers. quaesl. octoginlatribus, q. XXXII.
*) Oissert. De conformitaie Fidei cum Ratione, § 64, 65, Opp.
phil, ed. Erdmanu, p. 497, Berolini 1839, 1840.
ti* .«rOl IUPror.Tl CON LA pfde
re in effetto può introdursi nel ragionamento, come fu nota*
(o da s. Tommaso, o quando una delle premesse è falsa, o
?ero quando non vi ha connessione tra il principio e la
conclusione \ Restringendo in breve il ragionato sin qui,
conchiudiamo, che la lotta de' sensibili tra loro, e de' sen
sibili con gì' intelligibili è possibile , perchè non inchiude
veruna contraddizione; ma la lotta degl' intelligibili tra lo
ro tanto primitivi, quanto dedotti, involgendo una contrad
dizione, punto non puossi avverare.
A' sofismi speciali degli Accademici contro la scienza non
dobbiamo di presente rispondere. Perocché fondandosi par
te di loro su la dottrina stoica della percezione , e parte
indirizzandosi ad infermare il valore del testimonio de' sensi
in generalo, conviene rimetterne f esame alla parte seguen
te laddove parleremo dell'idealismo. Allora avremo 1' oppor
tunità di svelare i vizi della definizione zenoniana, i qua
li diedero vinta la causa agli Accademici contro que' del
Portico, e mostreremo che i pretesi errori de' sensi non val
gono a far dubitare della reale esistenza del mondo sensato.
In questo luogo ci è mestiere discutere solamente quella loro
sentenza, che il savio, opinando, o sia appigliandosi al pro
babile ne' suoi giudizi sì teoretici, sì pratici, non mai erra,
per la ragione che l'opinione è sempre scompagnata dal con
senso; e senza il consenso, siccome non vi ha scienza,così
né pure errore. Quesia dottrina degli Accademici ci sembra
falsissima, e contraria a' loro medesimi pronunziati. Con-
ciossiachè,se secondo il loro avviso, non v' ha alcuna cosa
la quale per quanto ci appaia simigliantissima al vero,non
possa essere dal vero lontanissima, può, anzi dee talvolta
avvenire, che colui il quale si appiglia all' opinione, erri.
Nè si può concedere agli Accademici, che 1' opinione va
scompagnata dal consenso. Imperocché la mente non si
può in qualunque modo appropriare il vero se non lo af-

') c ... ex aliquo principio vero dalo non sequilur falsa con-
clusio , aisi per aliquam falsitatem rationis vel assumemis ali
quam falsari!, vel falso ordinanlis principimi! in conclusione"! ti
Qq. ditpp., q. XXII, a. 6 c.
80 LO SCETTICISMO
ferma, o sia lo riconosce, e, per usare il linguaggio de
gli Stoici, se non vi consente. Onde allorché essa, opi
nando, si appropria in qualche maniera il vero, è neces
sario, che in qualche modo vi consenta. Per la qual co
sa non altro divario corre tra la scienza e l'opinione, se
non che in quella il consenso è fermo ed incrollabile, in
questa debole e vacillante. Tale in vero fu l' insegnamen
to degli Stoici, perciocché diceano essere 1' opinione un
debole consenso, e però la chiamavano imbecille '. Adun
que l' imbecillità dell' opinione non dee ripetersi dalla man
canza, ma dall' imbecillità del consenso, e se senza il con
senso non vi ha scienza, non vi ha neppure opinione.
Sant'Agostino esaminando questa sentenza degli Accade
mici osservò, che colui il quale si appiglia al probabile ,
se non consente al falso, per confessione de' medesimi Ac
cademici, può andar mille miglia lungi dal vero, e che, a
parer suo, erra non solo chi calca una via falsa, ma an
cora chi non batte la vera2». Quel che vi ha di vero nella
presente dottrina degli Academici, è, che laddove alcuno
seguendo, per difetto di un giudizio pratico certo, un giudi-
zìo soltanto probabile, s' inganna, 1' errore non gli si può
Tolgere a colpa, purché sia fermamente convinto, che in
simiglianti congiunture vien licenziato ad operare secondo
l' opinione probabile. Ma vuoisi avvertire , che anche in
queste circostanze V operatore muove da un principio cer
to per lui, cioè eh' è lecito operare secondo un giudizio
probabile, qualvolta non si possa avere uno certo; onde
ta moralità dell' azione sempre rampolla da un giudizio
certo.

") «Opinationem. . . volimi esse imbecillam assensionemi; Cic.


Qq. Tusc. lib. IV, c. 7;« Opinio. . . imbecilla i; Jcad.U, lib. 1, eli.
*) « Non solum puto euna errare, qui fa Isain viam sequitur ,
sed eliara eum qui veram non sequitur »; Coni. Acad, lib. IH,
c. 15, n. 34.
nb' suoi rapporti con la. FEDE 81

$ VII.
> i
Esame dello scetticismo di Enesidemo

La forma primaria del ragionamento é il sillogismo categorico, e non


già, come vuole Enesidemo, l' ipotetico. Si espone la vera natura de' se
gni secondo la dottrina di s. Agostino e dis.Tommaso;donde si raccoglie
propriamente esser falso, die nel sillogismo si proceda dal segno alla co
sa significala; nè vi Ita veramente segni dimostrativi. Enesidemo mira
co'suoi argomenti a distruggere ogni specie di segni; i quali per verità
non banno veruna forza. Si,dimoslra con s. Tommaso, che dacché il se
gno e la cosa significata sono relative, non ne consegue, che debbano da
noi sperimentarsi nel tempo slesso. Si fa chiaro con le ragioni del mede
simo s. Uol [ore, clic la causa e l'effe Ilo non debbano sempre e necessaria
mente essere insieme , se non quando si considerano amendne nel loro
rapporto di causalità, donde si deduce,che la nozione di causa non è as
surda. Differenze Ira le cagioni immanenti e transeunti su tal punto se
condo la teorica di s. Tommaso. S' inferisce dalle cose antidette , chela
cognizione della causa non debb' esser sempre simultanea a quella del
l'effetto. La sentenza di Enesidemo sul valore subbiettivodella nozione di
causa fu sostenuta'da altri prima e dopo di lui , ed egregiamente com
battuta da s. Tommaso. Si espongono col s. Dottore le diverse specie di
nozioni relative,e se ne indaga il diverso valore, perchè si faccia manife
sto. che le nozioni relative di cagione e di effetto sono obbiettive.Si rifiu
tano con opportune teoriche del medesimo Angelico i rimanenti sofismi
di Enesidemo.

Le argomentazioni di Enesidemo meritano un esame più


accurato. Il Filosofo di Gnosso insegnò , siccome innanzi
dicemmo, che ogni dimostrazione dimora nel dedurre dal
l' esistenza di un segno 1' esistenza della cosa per lui signifi
catale poiché la cognizione del segno è simultanea a quella
della cosa significata, la dimostrazione non vale a darci al
cuna nuova conoscenza. Or, Enesidemo con questa argomen
tazione piglia per certe e concedute due cose. Delle quali
la prima è quella dottrina degli Stoici, che la forma primiti
va e vera di ogni sillogismo è l' ipotetica; 1' altra è, che nel
sillogismo ipotetico si va dal segno alla cosa significata '. Ma
dapprima è un errore il dire, che la forma primitiva del
discorso sia l' ipotetica e non la categorica, o sia assoluta.

') Ved. a p. 27 segg.


Sahsev£riko:Sist.Filos., I. 7
82 - LO SCBTTICISmO
Perchè, se dee dirsi primitiva e principale forma del ragio
namento quella eh' è più conforme alla natura delle cose,
è inevitabile confessare, che il sillogismo categorico è per
appunto cotal forma; stanlechè, sebbene le cose siano ipote
tiche in ordine all' esistenza, siccome quelle che hanno 1' es
sere contingente, nondimeno la loro natura è assoluta '.
Nè dee stimarsi meno contraria alla logica 1' altra loro
dottrina, che in ogni sillogismo si procede dal segno alla
cosa significata. In fatti, i segni, siccome fu osservato da
s. Tommaso, sono primamente e principalmente cose sen
sibili secondo la definizione data da s. Agostino nel lib. II
Della Dottrina Cristiana , che il segno è ciò che, oltre
alla sua specie sensibile, ci fornisce la conoscenza di
altra cosa; onde gli effetti intelligibili non possono avere
1' essere di segni, se non per quanto si manifestano per la
mercè di alcuni sensibili. Perciocché, cominciando la nostra
conoscenza da' sensi, è proprio delle cose sensate condur
la nostra mente alla conoscenza delle insensate *. Sant' A-
gostino dichiarò la sua definizione con esempi riferentisi ad
amendue le specie di segni eh' e' disse naturali e conven-
xionali, cioè del fumo, della pedata, della tromba per gli
eserciti, ed altrettali \ Or, i principii del ragionamento non

*) Ved. le nostre Inst. Log. et Mei. pari. I, c. 7.


*) < Voumquodque praecipue denomiuatur, et definitur secun-
dum id, quod convenit ei primo, et per se, non autem secunduni
id, quod convenit ei per aliud. Effeclus autem sensibilis per se
babei, quod ducat in cogoilionera alterius, quasi primo,et per se
homini innotescens ; quia oranis nostra cognitio a sensibus ori-
tur: Effeclus autem intelligibiles non habent, quod possidi duce
re in cogniiionem alterius, nisi ioquantum sunt per aliud mani
festati , idest per aliqua sensibilia. Et inde est, quod primo, et
principaliter dicuntur signa, quae sensibus offeruntur, sicut Au-
gustinus dicit in II de Doct. Càrist. (cir. princ), ubi dicit, quod
signum est, quod praeter specieoi, quam ingerit sensibus, faci!
aliquid aliud in cognitionera venire. Effeclus autem intelligibiles
non habent rationem signi, nisi secuadum quod sunt manifesta
ti per aliqua signa i; III, q. LX, a. 4 ad I.
') Ecco le parole che il s. Dottore aggiunse immediatamente
a quelle trascritte dall' Angelico: i Sicut vestigio viso, transisse
inb' suoi rapporti con la fedb 83
sono sempre verità, o fatti sperimentali, ma non di rado a-
stralli e intelligibili. Adunque la nozione del ragionamen
to data dagli Stoici è falsa. Però con migliore accorgimen
to Aristotele avea considerato, come un genere speciale di
argomentazione e proprio de' Retori quello in cui da' segni
si traeva argomento alle cose significate, e 1' aveva detto
entimema *.
Per queste due osservazioni logiche rendesi manifesto ,
che se vogliasi parlar strettamente , non vi sono altri se
gni, se non quelli che Enesidemo chiamò commonitorii. Im
perocché segno propriamente dicesi quello, che, oltre alla
nozione di sè, richiama alla mente la notizia di una cosa
innanzi sperimentata. Così, poiché noi abbiam veduto più
volte , che il fumo è prodotto dal fuoco , ogni qual volta
reggiamo il fumo , si risveglia in noi l' idea del fuoco.
Quindi il segno non ci fa propriamente conoscere cose le
quali non mai abbiamo addietro sperimentate, ma ci risve
glia nell' anima conoscenze acquistate per anteriori espe
rienze. Infatti, se non avessimo mai veduto prodursi il fumo
dal fuoco, la vista del fumo non ci menerebbe alla cogni
zione del fuoco. E però, allorquando dall' esame di un ef
fetto noi risaliamo alla conoscenza di una cagione , non
mai da noi innanzi sperimentata, non possiamo logicamente
dire, che 1' uno è segno dell' altra. Per mo' di esempio, ben
noi dalle osservazioni de' movimenti del corpo raccogliamo
che viene esso informato dall'anima; ma non possiamo logi-
animal cuius vestigium est, cogitamus; et fumo viso, ignem sub
esse coguoscimus; et voce animantis audila, affeciionem auiini
eius adverlimus; et tuba sonante, mililes vel progredi se, ve)
regredì, et si quid aliud pugna postulai, oportere noveruni »;
De Doct. Christ. lib. II, c.l, n. 1. Il s. Padre discorre in que
sto libro della natura e delle diverse maniere di segni.
*) 2'j5iXo>io-juàs é§ eixótujv, vj o-vjweJuw, Prior. Anal. I. II, c. 27.
Lo Sugirita giudicò esser cosa accidentale, e un mero artifizio
degli oratori, che vi si tacia alcuna delie premesse, ex xoìXàt-is
ùjatrróvuv vj ih <s>v o xpuires cr-jXXaytifjiòs (Rhet. lib. I,c. 2), per
chè nel sillogismo talvolta torna utile agli oratori usare rapido e
«treno discorso. Ved. la nostra opera, Inslitutiones Log. et Mei.
pirt. I, c. 7, § 106, 107.
84 V° SCETTICISMO
eamento dire, come gli Stoici diceano, che i moti del cor
po sono segni dell' anima. Or , se cotale è , conforme al
l' avviso degli Stoici e degli Accademici, la natura de' se
gni indicatorii e dimostrativi, a tutti è forza confessar»,
che propriamente uon v' ha segni dimostrativi.
Se non che, l'argomentazione con cui Enesidemo combat
te la possibilità de' segni dimostrativi, mira a distruggere i
segni di ogni maniera. Ma ella è un pretto sofisma. Infat
ti è vero, che il segno e la cosa significata sono nozioni
cbrrelative , e che le nozioni correlative non si possono
comprendere 1' una senza dell' altra; ma punto non è vero
che delle cose correlative bisogna avere immediata ed intui
tiva conoscenza, e non si possa dedurre la conoscenza del
l'una da quella dell' altra. Per non dipartirci dalla teorica de'
segni, si faccia ragione, che tanto la cosa significativa di
un' altra,cioè il segno, quanto la cosa significata, hanno una
esistenza distinta e separata;sicchè può bene offrirsi a' nostri
sensi 1' una delle due senza dell'altra. Ma avendo conosciu
to per esperienza, che amendue vanno congiunte insieme,
cogliamo naturalmente dalla presenza dell' una 1' esistenza
dell' altra che non vediamo. In ciò poi 1' ordine della cono
scenza, siccome fu notato dall' Angelico, non è sempre con?
forme all' ordine della realità; conciossiachè, dovendosi in
ogni discorso andar dal più noto al meno noto, quando l' ef
fetto ci è piti noto della causa, V effetto è il segno , e la
causa è la cosa significata, e per converso, se la causa ci
è più nota dell' effetto, ella è il segno dell'effetto. «Quan
tunque, dice s. Tommaso, nelle cose naturali i cui effetti
ci sono più cogniti delle cagioni , il segno sia quel eh' è
naturalmente posteriore; pur tuttavolta 1' essenza del segno,
strettamente intesa, non richiede, che sia esso prima, o do
po della cosa significata, ma soltanto, che sia da noi co
nosciuto prima di essa. Però talvolta noi pigliamo gli ef
fetti, quali segni delle cagioni, come il polso della sanità;
talvolta poi le cagioni per segni degli effetti, come le di
sposizioni de' corpi celesti segni delle piogge 1 » .

*) c Quamvis in oaiuralibus, quorum effecius suot nobis ma-


NK SUOI RAPPORTI CON LA FEDE 85
Questo è quanto a' segni naturali di cui è quistiona
contro Enesidemo. Quanto è poi a' segni di convenzione ,
6. Tommaso bene considerò, eh' essi ora precedono le co
se significate, ora le accompagnano, ed ora infine vengo»
no loro appresso '.
Le considerazioni che abbiamo fatto intorno alla teorica
de' segni, hanno ancora la loro forza per rispetto al prin
cipio di causalità, ed in generale a tutte le idee correla
tive. Enesidemo, come dicemmo, per quel principio, tanta
volte da lui inculcato, che le cose correlative debbono a-
vere un' esistenza simultanea, si avvisò, che la nozione di
causa è assurda, perchè se alcuna causa vi fosse, ella do-
vrebb' esistere insieme con 1* effetto al quale si riferisce ,
e dovrebbe precedere all' effetto per poterlo produrre. Il
principio da cui muove 1' argomentazione di Enesidemo, è
stato posto da' moderni Ontologisti per pietra angolare del
loro sistema. Perciocché questi avendo per fermo, che 1' or
dine della conoscenza debbe andar sempre di conserva con
quello delle cose, argomentano, che, siccome la causa non
può esistere senza 1' effetto,nè 1' effetto senza la causa, cosi
è impossibile conoscere l'una seriza dell'altro; ed in generale
sentenziano che, dovendo i termini di ogni relazione reale
esser simultanei nell' esistenza, bisogna che siano tali an
che in ordine alla conoscenza. Adunque coli' esame di que*

gis Doti, quam causae, sigaum sii id quod est posterius in natu
ra; (amen de ratione signi proprie accepla non est quod sit vel
prius, vel posterius io natura, sed solummodo quod sii nobis
praecognitum: unde quandoque accipimus effecius ui sigua cau-
sarum, ut pulsum sanualis; quandoque vero causas signa efftì-
ctiiuoi, sicut disposiliones corporum coelesiium signa imhrium,
et pluviaruin i; Qq. dispp. q. IX, a. 4 ad S.
*) c Signura quandoque sequitur signatum, sicut Denteronofa.
18: Hoc habebis sigaum: Quod in nomine Domini propbeta ilio
praedixerit, et non evenerit, hoc Domiuus non est locutus. Quan
doque est simul 11 Reg. 5: Cura audieris sonitum gradienti» in
cacumine pyrorum, lune inibis praelium. Quandoque praecedit,
sicut Judic. 7 de Gedeone, ubi datum est siguum, quod vince
re debebat in bis qui aquam manibus lambierant » ; in Isaiam
e. r.
86 LO SCETTICISMO
sto pronunziato di Enesidemo ne va in gran parte la for
tuna dell' ontologismo.
Or, questa teorica di Enesidemo e de' moderni Ontologi
intorno la causalità, comprende equivoci così manifesti, che
sembra incredibile aver potuto abbacinare le menti di no
bili Filosofi. E sul bel principio indaghiamo, in che modo
debbono essere 1' effetto e la causa simultanee in ordine
all' esistenza. Certo, se si considerano nell' atto della pro
duzione, e quanto alla produzione medesima, è chiaro, che
una cosa qualsiasi non può dirsi causa, se non ha già pro
dotto l' effetto, né una cosa si può dire effetto, se non è
stata prodotta da un' altra la quale dicesi causa. Onde ra
gionevolmente s. Tommaso scrisse « esser necessario , che
la cosa prodotta sia simultanea alla cagione la quale l'ha
prodotta 1 ».
Ma, perchè la causa e 1' effetto molte volte sono cose
sostanzialmente distinte 1' una dall' altra, siccome avviene
nelle cause dette dagli Scolastici transeunti*, non ripugna,
che ciò eh' è causa, esista innanzi di produrre l' effetto, e
che l'effetto sopravviva alla causa. E ciò aperto negli e-
sempi. In fatti il padre ha il suo essere, prima che comin
ci ad averlo il figliuolo, ed il figliuolo può ritener l'essere
suo, dappoiché il padre l' ha perduto. Anzi, là dove si tratta
di cause le quali producono 1' effetto con un' azione suc
cessiva, é forza, che la causa preceda all' effetto. Bisogna
dunque fare con s. Tommaso questa importante distinzio
ne, che quando la causa è istantanea, o sia produce l'ef
fetto con un'azione istantanea (subito), 1' effetto può esi
stere, da che la causa di esso esiste; ma laddove la cau-

*) i Omne causalum oporiet , quod habeat aliquam causam.


Vode, si posilo isto causato, non simul ponitur, quod isla eius
causa sii, sequiiur, quod sii eius aliqua alia causa: et hoc ideo,
quia necesse est, quod causalum simul sit cum aliqua causa.
Sicul ad hoc quod est terram esse in medio, sequiiur quod luna
deflciat t; Post. Arial. lib. II, lez. XVIII.
") Esporremo altrove la teorica delle azioni immanenti e tran
seunti degli Scolastici.
Nfi' SUOI RAPPORTI CON L* FEDB 87
sa produce V effetto eoa un' azione successiva (per motum),
ella debb' essere sempre innanzi all' effetto \
Il s. Dottore ne arreca questa ragione, ohe quando la
causa produce 1' effetto con un' azione istantanea , 1' effet
to esiste, da che l'azione esiste. Onde, allorché si dice che
l'effetto si produce (Jìl),non si vuole indicare una succes
sione n eli' azione,e nella formazione dell' effetto, sicché l'effet
to si vada producendo; ma sì bene, che riceve da altri il suo
essere, ed è al presente, mentre prima non era. Quindi io
questo genere di azioni il farsi una cosa (aliquid fieri), «
l'essere stata fatta (factum esse) è tutt' uno. Così nella crea
zione eh' è azione istantanea, non si dee distinguere il crear
si una cosa dall' essere gtata creata; ma dee, dirsi che la si
crea ed è stata creata Per contrario, se una causa produce
1' effetto con un' azione successiva , poniamo che incomin
ciasse ad operare sin dal principio di sua esistenza, 1' ef
fetto non sarebbe neh' istante in cui V azione comincia ,
ma in quello in cui termina. E però di questo secondo ge
nere di cause non si può dire, che una cosa, mentre si fa, .
è già stata fatta; ma una cosa non può dirsi fatta, se non
quando F azione è compiuta1. In somma, come dice altro-

*) i In quocumque instanti ponilur agens producens effecium


suum subito, potest poni terminus aciionis suae. Sed termiuug
aciionis est simul cum suo facto; ergo non repugnat inlellectui,
si ponatur causa producens effectum suum subito, non prece
dere duratione effecium suum. Repugnarel autem in causis prò-
duceDtibus per motum,quia oportet, quod principium moius prae-
cedat finem eiuss; Opusc. XXVII, De aelernilate mundi.
*) ( In bis quae fi uni sine moni, simul est fieri, et factum es
se, sive lalis factio sit terminus motus, sicut illumioatio ( natn
simul aliquid illuminalur, et illuminatum est), sive non sit ter
minus motus, sicut simul fòrmatur verbum in corde, et forma-
uim est. Et in bis quod fit, est; sed cum dicitur fieri, significa-
tur ab alio esse, et prius non fuisse. Vnde cum creatio sit sina
raotu, simul aliquid creatur et creatura est >; I, q. XLV, a. 2
ad 3.
') c Ex parte aciionis impeditur, ne id, quod est a principio,
*imul sii cum suo principio, propter boc, quod actio est succes
sa, rude dato , quod aliquod agens tali aclione agere incipe
88 LO SCETTICISMO
ve 1' Angelico stesso, poiché il principio del moto non è il
termine del moto, è chiaro, che la causa,se opera per mo
to, dee precedere per tempo all' effetto, ma se opera senza
movimento, può 1' effetto essere simultaneo neir esistenza
con la causa '.
Se la causa e V effetto hanno molte volte un' esistenza
separata, di leggieri si comprende, che possiamo conosce
re T una o F altro nella loro natura assoluta, e seuz' aver
riguardo alla relazione che corre tra loro ; inoltre , che
conoscendo amendue rispettivamente, dalla cognizione del
l' uno deduciamo la cognizione dell' altra. La nostra co
noscenza suole procedere in questo modo. Dapprima noi
percepiamo la causa e 1' effetto, puramente come cose e-
sistenti senza conoscere ancora la loro natura; di poi esa
minando la natura dell' una, o dell' altro, conosciamo che

rei station, cuna est, non statica in eodem instanti esset effectus,
sed io istanti, ad quod terminatur actio »; I, q. XLII, a. 2 c.
(Fieri non simul est causa esse rei in his quae per molum fluii!,
in quorum Aeri snccessio invenitur; in bis autem quae non flunt
per motum, non prius est fieri, quam esse j; Cont. Geni., lib. II,
c. 37,
') i Res produco per molum in esse, primo esse incipit in
principio, quam in termino raotiis. Cura autem principium rao-
tus de necessitale terminum motus duraiione praecedat,quod De
cesse est propter motus successionein,nec possit esse motus prin
cipium, vel ioitium sine causa ad producendura movente, Deces
se est, ut causa movens ad aliquid producendum praecedat du
raiione id quod ab ea producitur. Vnde quod ab aliquo sine mo-
tu procedit, simul est duraiione cum eo, a quo procedit, sicut
splendor in igne, vel in sole. Nani splendor subito et non suc
cessive a corpore lucido procedit, cum illuminano non sit mo
tus, sed lerminus motus 1) ; Qq. dispp., De polentia Dei, q. IIF,
a. 13 c. n Quod euim dicitur, agens de necessitate praecedere
effectum qui per suam operaliooem Dì, veruni est in his quae
agunt aliquid per motum, quia etTeclus nou est, nisi iu termino
moius; agens autem necesse est esse etiam cum motus incipit;
in his autem, quae in instanti agunt, hoc non est necesse, sic
ut simul, dura Sol est in pimelo orienti», illuminai nostrum he-
misphaerium »j Coni. Cent. lib. Il, c. 38, u. 6.
KB' «COI RAPPORTI CON LA FBDB 8g
1* una sì riferisce all' altro, o viceversa, e perciò se 1* uno
de' termici è, convien che sia anche V altro. Per grazia
di esempio, io posso conoscere una donna eh' è madre ,
senza far ragione della sua qualità di madre; ma da che
m' avvedo eh' ella è madre, il mio pensiero trascorre subito
all' idea di uno o più figliuoli da lei prodotti. Anzi S.Tom
maso osservò, che anche quando l'effetto incomincia ad esi
stere insieme con la causa, o sia, com' e' dice, è coetaneo alla
causa quanto alla durata, la causa considerata nel suo es
sere assoluto sempre precede all' effetto sì per la sua natu
ra, sì per riguardo alla nostra conoscenza; e che solamente
se si riguardano la causa e l' effetto nelle relazioni che han
no tra loro, sono simultanei nella natura e nella conoscen
za, perchè la nozione della causa contiene quella dell' effet
to, e la nozione dell' effetto contiene alla sua volta quella
della causa '. Stringente le molte in poche, affermiamo 1°
che la cognizione di uno de' termini di ogni relazione trae
con sè la cognizione dell'altro, allorché si considerano nella
ragione di rapporto, ma che potendosi considerare in sè,
ben si può conoscere l'uno senza e prima dell'altro; 2° che
allorquando la cognizione di uno de' due termini ci mena a
quella dell' altro, la cognizione del secondo termine è dedut
tiva e posteriore a quella del primo. E quindi, per dirlo di
passata, si raccoglie, con quanto poco accorgimento gli On-
tologi pretendono non esser possibile, che la cognizione del
necessario sia posteriore a quella del contingente , e de
dotta da essa, ma amendue le cognizioni esser simultanee.
Vedemmo che la nozione di causa non è assurda. Fac
ciamoci ora ad indagare , se ella è subbiettiva , e però
incapace di palesarci la natura vera delle cose. Anche
I' esame di cosiffatto errore di Enesidemo conferisce mol-
') t la rebus creatis etiam, cum id, quod est a principio, sit
suo principio coaevuni secundum durationem; (amen principiura
est prius secundum oaluram, et intelleclum, si consideretur id,
quod est principium. Sed, si considercntur ipsae relaiiones cau-
sae, et causati, et priacipii, et principiali, inaDifestum est, quod
relativa sunt simul natura, et intelleciu, inquanUim unum est iu
definitione allerius >; I, q. XL1I, a. 3 ad 2.
go LO SCETTICISMO
to a chiarire le odierne questioni di filosofia, essendo esso
uno de' fondamenti del criticismo alemanno. Enesidemo,
secondo che dicemmo, deduce questa sua teorica da una
massima generale, cioè che tutte le nozioni relative tra
le quali si comprendono quelle di cagione e di effetto, so
no puri concetti della mente, privi di ogni valore obbiet
tivo. E noto che questa massima ha vantato di partigiani
ne' diversi tempi della filosofia prima e dopo Enesidemo. la
fatti Aristotele nel dodicesimo della sua Metafisica fece
menzione di alcuni Filosofi, i quali la propugnavano; s. Tom
maso nell'età di mezzo più volte la confutò per difender
contro alcuni eretici 1' augusto ed ineffabile mistero della
Trinità *, e quindi tolse ¥ occasione di definire sottilmen
te la natura, le proprietà ed il valore delle nozioni rela
tive ; gli ultimi Scettici in fine 1' hanno rimessa in sella,
stimandola un puntello assai valevole del pirronismo. Noi
ne diremo qui con la guida del nostro Aquinate, quanto il
nostro intendimento ne richiede.
« La relazione, secondo la definizione di s. Tommaso ,
non è altro, che l'ordine di una cosa creata ad un' altra*}.
Secondo questa definizione il concetto di relazione per se
non comprende altro, se non un certo rispetto di più cose
tra loro; onde per conoscere le diverse sorte di relazioni
bisogna indagare, tra quali specie di cose una cotal rela
zione può correre. Primieramente, la mente nostra può di
visare un Ordine, o rispetto de' suoi concetti tra lóro. Or,
poiché questi concetti, come tali, non hanno il loro essere,
se non nella mente stessa, 1' ordine eh' è tra essi, non ha
realità, se non nella mente, e quindi le relazioni che cor
rono tra' nostri concetti, sono logiche, o sia di ragione,
perchè logici e razionali ne sono i termini. Di tal fatta è
la relazione d' identità per la quale consideriamo una co
sa esser la medesima con se; ancora le relazioni le quali
concepiamo tra l' essere e il non-essere, riconoscendo il

») I Disi., dist. XXVI, q. 2, a. 1 Sol; I, q. XIII, a. 7 c.


*) « Relatio . . . nihil est aliud, quam ordo unius creaturae ad
aliami; Qq. dispp., De polentia Dei, q. VII, a. 9 ad 7.
ne' suoi «apporti con la fede gt
non-essere per uno de1 termini; in fine quelle le quali po
niamo tra ì generi e le specie' ed altrettali.
La nostra niente non pure pone un ordine tra i suoi con
cetti; ma eziandio Io ritrova talvolta nelle cose le quali
hanno una reale esistenza, in quanto che scorge tra loro
nn vicendevole ordinamento. In questi casi 1' ordine di
una cosa all' altra esiste per effetto nella natura, e per ciò
le relazioni di questa seconda sorta sono relazioni reali.
Per esempio , la paternità è una relazione reale, perchè
havvi un rispetto reale tra il padre ed il figliuolo. Se
non che, un tale rispetto alle volte esiste realmente in
amendue i termini,e altre volte in uno realmente,e nell' al
tro per una considerazione della ragione, secondo che com
prende qualche cosa conveniente realmente ad ambedue i
termini, o solamente ad alcuno de' due. Nel primo case
la relazione è reale per ambo i termini; nel secondo è rea
le in uno de' due, e logica nell' altro. Della prima manie
ra sono le relazioni reali le quali versano intorno alla
quantità, siccome il doppio e la metà, il grande e il pic
colo, ed altre simigliami, perciocché la quantità giace in a-
mendue i termini; e parimente quelle concernenti all' azio
ne e passione, come il motore e la cosa mossa, il padre ed
il figliuola, ed altre simigliami. Della seconda sono le rela
zioni le quali corrono tra i tei'miai di diversa natura, sicco
me le relazioni del senso con le cose sensibili e della scien
za con le cose intelligibili. In fatti,il senso e la scienza non
possono essere senza le cose sensibili ed intelligibili, per
chè le potenze non possono ridursi in atto senza il loro
obbietto;ma le cose hanno il loro essere assoluto e indipen
dente dal senso e dalla scienza, e non divengono sensibili
e intelligibili,se non in quanto 1" intelletto le apprende, come
termini del senso e della scienza. Laonde la relazione è
reale nel senso e nella scienza, ed è logica nelle cose sen
sibili ed intelligibili Tale è ancora la relazione la qua-

') Ecco,tra i molli, due luoghi in cui s. Tommaso ragiona tali


teoriche:* Ea vero,quae dicuutur ad aliquid,significant secundum
propriam rationem soluna respectum ad aliud.Qui quideoa raspe
91 LO SCETTICISMO
le è tra Dio « 1« creature. Perocché essendo Dio fuori di
ogni ordine di cose create, è chiaro, eh' egli non è ordi
nato alle cose create, ma che le cose create sono ordinato
a lui; onde nelle creature v' ha un rapporto reale con Dio,
ma in Dio vi ha solo un rapporto di ragione con le crea-

dui aliquando est in ipsa natura rerum, utpote quando aliquae


res leeundura suam naturano ad iuvicem ordinarne sunt, et io-
viceni inclioationem habent: et huiusmodi relaliones oportet esse
reales ; sicut in corpore gravi est inclioatio, et ordo ad locum
medium: unde respectus quidam est in ipso gravi respectu loci
medii: et simililer est de aliis huiusmodi. Aliquando vero respa-
ctus signiBcatus per ea, quae dicuntur ad aliquid, est tantum in
ipsa apprchensione raiionis cooferenlis unum alteri; et tunc est
relatio rationis tantum; sicut cum comparai ratio hominem ani
mali, ut speciem ad genus. Cum auleiri aliquid procedit a prin
cipio eiusdem naturae, necesse est, quod ambo, scilicet prece-
deus, et id, a quo procedit, in eodem ordine conveniant; et sic
oportet, quod habeant reales respecius ad iuvicem j; I, q. XXVIII,
a. 1 c. ( Cum relatio requirat duo estrema, tripliciter se habet
ad hoc, quod sii res naturae, aut rationis. Quaodoque enim ex
utraque parte est res rationis tantum: quaudo scilicet ordo, vel
babitudo non potest esse inter aliqua, nisi secundum apprehen-
sionem rationis tautum, uipote, cum dicimus, idem eidem idem.
Nam, secundum quod ratio apprehendit bis aliquod unum, sta
tuii illud, ut duo; et sic apprehendit quandam babiludinem i-
psius ad seipsum. Et simililer est de omnibus relationibus, quae
sunt inter ens, et non ens, quas format ratio, in quantum appre
hendit non ens, ut quoddam extremum. Et idem est de omnibus
relationibus, quae cousequuutur aclum raiionis, ut genus, et spe-
cies, et huiusmodi. Quaedam vero relationes sunt quantum ad
ulrumque extremum res naturae, quando scilicet est habiiudo
inter aliqua duo secundum aliquid realiler conveniens ulrique ;
sicut patet de omnibus relationibus, quae consequuntur quanii-
latem, ut magnnm, et parvum, duplum,ei dimidium, et huius
modi: nam quantitas est in utroque exiremorum; et simile est de
relationibus quae consequuntur actionem, et passionem, ut moli-
vura, et mobile, pater el fìlius, et similia. Quandoque vero re
latio in uno extremorum est res naturae, et in altero est res
raiionis tantum : et hoc coniingit quandocumque duo estrema
non sunt unius ordinis; sicut sensus, et scienti» referuntur ad
sensibile et scibile: quae quidem, in quantum sunt res quaedam
nk' suoi rapporti con la pkdb g3
ture, in quanto noi conosciamo, che questa si riferiscono
a lui \
Bisogna considerare ancora, che le relazioni logiche sono
di due maniere, perciocché talune hanno un fondamento
reale ne' loro termini ; talune poi non hanno altro fonda
mento se non nel modo con cui noi intendiamo le cose.
Quelle della prima sorta si verificano, allorquando la nostra
mente considera l'ordine che le sue conoscenze intellettive
hanno tra loro, o vero co' loro obietti i quali sono fuori
della mente; quelle della seconda, allorché la mente pone
un certo ordine tra alcune sue intellezioni, mentre conosce
che i loro obietti, posti fuori di essa, non hanno in effetto
quesl' ordine *.

io esse naturali exisientes, sunt extra ordiuem esse setisibilis, et


mlelligibilis. Ei ideo in scieulia quidem, et sensu est relatio rea-
lis, secundum quoti ordinantur ad sciendum, vel senliendum res;
?ed res ipsae in se considerale sunt extra ordinem huiusmodi:
linde in eis nou est aliqua relatio realiter ad scientiam, et sen
nini, sed secundum raiionem tantum, in quantum iotellectus ap-
prchendit ea, ut terminos relationum sciéntiae, et sensus. Vnde
Philosophus dicit in V. Meiaph. (tex. 20) quod non dicuntur re
lative eo, quod ipsa referantur ad alia, sed quia alia referti ni ur
ad ipsa. Et similiter dextrum non dicilur de columna, nisi in
quantum poniiur animali ad dexteram. Vnde huiusmodi relatio
Don est realiter in columna, sed in animali j; I, q. XIII, a. 7 c.
e Cum creatura procedat a Deo in diversi tate naturae, Deus
est extra ordiuem totius creaturae, uec ex eius natura, est eins
habiiudo ad creaturas : non enim producit creaturas ex neces
sitate suae naturae, sed per intellectum, et per voliintatcm . . .
Et ideo io Deo non est realis relatio ad creaturas, sed in crea-
turis est realis relatio ad Deum: quia creaturae contineniur sub
ordine divino, et in canini natura est, quod dependeant a Deo»;
I, q. XXV IH, a. 1 ad 3.
•) t Sicut realis relatio consislit in ordine rei ad rem, ita re
latio rationis consistil in ordine intellectuum. Quod quidem du-
pliciter poiest conlingere. Vno modo secundum quod ille ordo
est adinventus per intellectum, et altributus ei quod relative di
cilur. Et huiusmodi suut relationes, quae attribuuntur ab intel-
lectu rebus intellectis, prout suut intellectae, sicut relatio gene
ris et speciei, has eaiui relationes ratio adiuveuit considerando
gI LO SCETTICISMO
Quanto è alle relazioni reali, queste richiedono prima
mente, che i due termini siano reali e realmente distinti
tra loro, 0 secondamente, che l' ordine il quale è tra' ter
mini, sia reale *. E senza fallo, se i termini che sono la.
materia della relazione, non sono reali, non può essere cer
tamente reale 1' ordine che dalla mente tra loro si conce
pisce. Nè pure 1' ordine può esser reale, se si concepisce
dalla mente non tra due termini realmente distinti l'uno dal
l' altro,ma in un medesimo obbietto riguardato inverso di
sè stesso. Conciossiachè la mente non può riguardar un ob
bietto inverso di sè stesso, se non lo duplica in certo modo,
e poiché questa reduplicazione di un medesimo obbietto non
è reale, ma è opera dell' intelletto, la relazione che in essa
si fonda, non è reale, ma di ragione. Oltracciò, se quello
per cui la mente riferisce gli obbietti l'uno all' altro vicen
devolmente , o vero soltanto 1' uno de' due all' altro, non
esiste realmente negli obbietti medesimi , o in uno degli
obbietti che all' altro si riferisce, manifesta cosa è, che la
relazione la quale ne nasce, non avendo un fondamento
obbiettivo e reale, non può dirsi reale".

ordioem eius, quod est in intellectu ad res quae sunt extra, vel
etiamordineui imellectuum ad invicem.Alio modo secundum quod
huius relatiooes coosequuntur moduro intelligendi, videlicet,quod
ÌDtellectns inlelligit aliquid in ordine ad aliud , licet illuni ordi*
nem intellectus non intelligat, sed magis ex quadam necessitate
consequatur modum intelligendi. Et huiusmodi relatioues intel
lectus nou attribuii ei quod est in intellectu, sed ei quod est in
re. Et hoc quidem comingit secundum quod aliqua non baben-
tia secundum se ordinem, ordinate intelligunlur, licet intellectus
non intelligat ea habere ordinem, quia sic esset falsus 1 ; Qq.
disp., De pot. Dei, q. VII, art. II conci.
*) f Ad hoc aulem quod aliqua habeant ordinem, oportet quod
utrumque sit eus, et utrumque distinctum . . ., et utrumque or
dinabile ad aliud ì. Qq. dispp., De pot. Dei, q. VII, a. 11 c.
Cf. De Ferii., q. XXI, a. 1 c.
*) San Tommaso espone le condizioni della relazione reale
in più luoghi, tra i quali possono leggersi Qq. dispp., De poi.
Dei,q. VII, a. 11 conci.; .De Ferii, q. XXI, a. le; /Seni. disi.
XXVI, q. 2, a. 1 e; Coni. Geni. lib. II, c. li ; Summ. II. citi.
nk' scoi rapporti con la fede g5
Questi argomenti di s. Tommaso palesemente fermano,
che le nozioni relative non sono tutte per loro natura sub
biettive, ma che ve ne ha subbiettive ed obbiettive. Ed in
vero, quante volte le nozioni relative si riferiscono ad obbiet
ti reali i quali hanno un ordinamento reale tra loro, chi
non vede, che, essendo reali i termini, e reale 1' ordine che
corre tra loro, queste nozioni sono obbiettive e reali ? Co
siffatte relazioni rappresentando quel che gli obbietti sono
in sè stessi, e non nella nostra mente, sono per loro natura
obbiettive, non subbiettive. Subbiettive, com' è chiaro di per
sè, sono tutte le relazioni logiche. In fine quelle le quali
sono logiche per uno de' termini, e reali per 1* altro, sono
per un riguardo subbiettive e per un' altro obbiettive.
Quindi chiaramente conseguita, che, dacché le nozioni
di causa e di effetto sono relative, non si può conchiudere
esser esse subbiettive; ma è forza esaminare, se debbano no
verarsi tra le nozioni relative subbiettive, o vero obbiettive.
E vuoisi innanzi tratto por mente, che qui non è quistione
con Enesidemo, se abbiamo, o no le nozioni di causa e di ef
fetto; ma se concesso che noi abbiamo queste nozioni, siano
elleno necessariamente subbiettive, per la ragione che sono
relative. Or, ci torna agevole dimostrare col medesimo san
Tommaso", che le relazioni della causa con l'effetto e del
l' effetto con la causa sono reali. E di vero, la causa e 1' ef
fetto sono due termini reali,perchè la causa con l'azione sua
dà 1* essere a quel che dicesi effetto ; sono altresì termini
realmente distinti 1' uno dall! altro, perchè niuna cosa può
produrre sè stessa, ed anche, quando una causa modifica il
suo proprio essere , la modificazione è realmente distinta
dalla sostanza modificata; in fine hanno un fondamento rea
le, perchè nella causa debb' esservi un principio attivo donde
nasce 1' azione, e nell' effetto un principio passivo il quale
accoglie 1' azione. Se non che bisogna osservare, che qual
volta si parli della Causa Creatrice, cioè di Dio, la rela
zione, siccome osservammo con s. Tommaso, è reale solo
negli effetti, o sia nelle creature, ma in Dio è solo di ra.

') Ne' luoghi succitati ne' quali discorre delle relazioni.


96 LO SCETTICISMO
pone. In effetto, quando Iddio produce alcuna cosa fuo
ri di sè , niente di nuovo guadagna , ma solamente inco
mincia ad essere fuori di Lui qualche cosa la quale pri
ma non era. Se 1' atto della creazione ponesse in Dio una
relazione reale, senza dubbio Iddio, creando le cose acqui
sterebbe una nuora realtà, e però si muterebbe \ Oltre che,
se Dio si riferisse realmente alle creature, dipenderebbe da
queste nell' essere e nella conoscenza, perchè non potrebbe
esistere, nè concepirsi senza di esse a. Pertanto bisogna ri
conoscere in Dio relazioni di ragione con le creature. E cer-
taménte, secondo argomentò il Dottore Angelico, « poiché,
le relazioni non sono reali in Dio, e nondimeno si attri
buiscono a Lui, rimane che gli si attribuiscano soltanto
secondo un nostro modo d' intendere , o sia per ciò che
le cose si riferiscono a Lui. Conciossiachè il nostro intel
letto, conoscendo che una cosa si riferisce ad un' altra, con
cepisce nel tempo stesso, che questa si riferisce a quella,
sebbene talvolta effettivamente non vi si riferisca . . . Né
per ciò l' intelletto s' inganna, mercechè V intelletto nostro
conoscendo che le relazioni delle opere di Dio si termina
no in Dio stesso, dà a Lui alcuni attributi relativi, nella
medesima guisa che noi ci formiamo un concetto relativo
dello scibile, e lo denominiamo tale appunto per ciò che
la scienza ad essa si riferisce * ».

*) i Guicumque aliquld de novo advenit, necesse est illud ma


uri, vel per se, vel per accidens. Relationes a li lem quaedam de
novo dicuaiur de Deo, sicut quod Deus est Domiuus, vel guber-
oator huius rei, quae de novo incipit esse. Si igitur praedica re
tar aliqua relatio realiter in Deo existens, sequeretur quod ali-
quid Deo de novo adveniret, et sic quod mutaretur vel per se,
Tel per accidens t; Coni. Geni. lib. II, c. 12, d. 4.
") Coni. Geni. lib. II, c. 12, n. 4.
') (Cura .... non siat (relationes) in ipso realiter, et tamen
dicumur de Deo; relioquitur quod ei altribuautur secuodum so-
lum in(elligentiae modum,ex eo quod alia reforuntur ad ipsum.
Intellectus enim noster iotelligendo aliquid referri ad alteruin,
eo inielligit relaiionem illius ad ipsum, quamvis secundura rem
quanfoque non referatur . . . Nec tamen intellectus est falsa» :
NE' SUOI RAPPOiVn CON LA FEDE 97
Procedasi avanti, e s' istituisca un breve esame de' rima
gliti sofismi di Enesidemo, di già esposti nel cenno storico
del Pirronismo. Enesidemo adunque, adopraadosi a torre
di mezzo ogni causa col chiarire assurde le diverse guise
con cui una causa, se alcuna ve ne fosse, dovrebbe pro
durre F effetto, presuppone non esservi altro genere di cau-
se, se non quelle le quali producono l' effetto fuori di sé.
Or egli è certo, che vi ha due maniere di cause, percioc
ché talune con le loro azioni modificano sé stesse, altre
producono una modificazione in un subbietto diverso da sé.
Gli Scolastici dissero le prime immanenti, perchè il termi
ne dell' azione é il medesimo subietto il quale opera; le al
tre poi transeunti, perchè il termine dell' azione è fuori
del subbietto, e però 1' azione trapassa dal subbietto che la
produce , in un altro subbietto il quale la riceve \ Con
quanta sapienza abbiano poi ragionato le differenze dell' uno
e dell' altro genere di cause , appresso il vedremo.
Quanto alle cause transeunti, Enesidemo s' ingannò ma
nifestamente nel credere, che se la causa producesse l' ef
fetto per propria virtù , dovrebbe produrne sempre ed al
l' infinito. Per convincerci di ciò, conviene scernere eoa
s. Tommaso le cause naturali dalle libere, e porre monte, che
le prime non possono non operare, e sono ristrette ad un
determinato genere di operazioni; le altre volontarie poi,
come quelle che si determinano liberamente ad operare ,
possono operare, o non operare, ed operare anzi una co
sa, che un' altra *. Questa bella dottrina dell' Angelico Dot-

ex hoc enim ipso quod intellectus nosler intelligii relationes di-


vinorum effectuum term'mari in ipsum Oeiim, aliqua praedlcat
relative de ipso; sicut et scibile relative intelligimus, et signifl-
raoius ex hoc quod scieolia refertur ad ipsum a ; Coni. Geni.
lib. II, c. 13.
') c Duplex est actionuin genus: Vna scilicet, quae transit in
aliquid exlerius, inferens ei passionimi , sicut urere et secare ;
alia vero actio est, quae uon transit in rem exteriorem,sed ma-
gis manet in ipso agente, sicut sentire, iiitelligere,el velie »; I,q.
UV,j.2 e. Cf. !• 2", q. LXXIV,a.l c.; Cont. Gent. lib. I, c. 6,u.5.
*j c Inter voluniatein et uaturam hoc interest , quod natura
SiKSEVXaiKOiSlST.FlUOS.,1. 8
QO LO SCETTICISMO
tore palesa affatto false le due conclusioni di Enesidemo,
perchè da essa si raccoglie,che non tutte le cause le quali
bastano da sè a produrre l'effetto,debbono necessariamente
produrlo, ed altresì che quelle le quali producono necessa
riamente 1' effetto, hanno una virtù di produrre determinata
e per riguardo al numero e per riguardo alla specie de
gli effetti.
Nè con più apparenza di ragione Enesidemo osservò, non
potersi produrre l'effetto dal concorso di un principio attivo
e di un principio passivo, essendo impossibile il contatto
tra due sostanze, di qualunque specie esse siano. Imperoc
ché il contatto tra due sostanze non si compie con ciò che
esse si compenetrano tra loro, ma sì con ciò, che 1' una
esercita l'azione sua su 1' altra. Or, non v'ha nessuna ri
pugnanza, che lo spirito eserciti la sua azione sul corpo,
o vero un corpo sopra un altro corpo. I Materialisti rico
nobbero per possibile il contatto solamente tra' corpi, e gl'I
dealisti, come Berkeley, solamente tra gli spiriti,consenten
do gli uni e gli altri essere impossibile ogni contatto tra
la materia e lo spirito. Ma s. Tommaso sapientemente os
servò, esservi non pure un contatto materiale, ma altresì
un contatto spirituale , perocché « lo spirito debbe ave
re un contatto spirituale col corpo che muove 1 ». Quello
che Enesidemo aggiunse, esser le superficie de' singoli cor
pi pure astrazioni, non merita una seria confutazione. In
fatti la superfìcie è una nozione astratta, laddove si con
sidera separatamente dal corpo; ma se si considera ne' sin
goli corpi, ella è reale, siccome reali sono i corpi.
In fine una falsa definizione della causa condusse Ene
sidemo a dire, che se un effetto nascesse dal concorso di

determinata est ad unum quantum ad id quod virtule nalurae pro-


ducitur, et quantum ad hoc quod est producere , vel non pro
ducere. Voluntas vero quantum ad neulrum determinata inve-
nitur, potest lamen aliquid hoc, vel illud per voluntatem facere,
sicut artifex scamnum, vel arcam; et iterum facere ea, et a fa-
ciendo cessarej; Qq. dispp., De poientia Dei, q. IH, a. 13 c.
*) «Oporlere, quod Angelo sit quidem taclus spirituali ad
corpus quod movel»; Qq.dispp^De poientia Dei, q. VII, a. 7 ad 12.
>e" scoi rapporti con la fedo, gg
due principi!, V uno attivo, e V altro passivo, non potreb
be» distinguere, quale di loro é la cagione, e quale l' ef
fetto. Certo, Enesidemo si apporrebbe, se 1' effetto real
mente nascesse dalla sola presenza simultanea dell' uno e
dell' altro principio. Però a tutti è conto 1' effetto non pro
dursi dalla presenza de' due principii, ma dall' azione di un
principio su 1' altro; onde, poiché 1' effetto è il termine del
l' azione, ed il termine dell' azione si ritrova nel principio
il quale riceve l' azione, chiaro è , che il principio attivo
è la causa, ed il principio passivo è 1' effetto. E ciò basti
di Enesidemo. Rivolgiamoci di presente ad Agrippa.
$ Vili.

Esame de" sofismi di Agrippa e dello scopo ultimo


del Pirronismo
Si compendia )' argomentazione di Agrippa, e si ritorce contro lai
medesimo. E manifesto po' principii stessi di Agrippa, che può aversi
un' evidenza senza dimostrazione, e però la dimostrazione non é im
possibile. Clemente Aless. ed Atenagora sentenziarono, esservi pro
nunziati evidenti per sé, si per riguardo al senso, sì per riguardo al
l' intelligenza. Profonde argomentazioni di s. Tommaso, di Arrigo di
Gand e di Scolo, in comprovazione di questo vero. Si dimostra con
s. Agostino, che lo scetticismo, non solo non è fonte di felicità, ma ren
de necessariamente infelici que' che lo professano. Belle parole di G.
G. Rousseau su tal proposito.

Agrippa, come dicemmo, si argomentò di abbattere la


scienza , impugnando la possibilità della dimostrazione.
La conclusione della sua argomentazione si riduce a que
sto, che da una parte la dimostrazione è impossibile sen
za alcuni pronunziati evidenti di per sè, e dall' altra nessun
pronunziato può rendersi evidente senza una dimostrazione;
onde chi imprende a fare una dimostrazione, in sostanza
dà opera all' impossibile. Chiaro è, che tutta la controversia
tra Agrippa e i Dogmatici si comprende in questa unica in
chiesta: Havvi per la mente umana alcuni veri evidenti di
per sè, o sia havvi un' evidenza immediata , cioè un' evi
denza la quale non nasce dalla dimostrazione?
Prima di recare le risposte date da' Filosofi Cristiani a
lOO LO SCETTICISMO
questa quistione, non vogliamo omettere che i Dogmatici
potrebbero ritorcere tutta l' argomentazione di Agrippa con
tro di lui medesimo. Questo Scettico volea convincere i Do
gmatici, che in ogni dimostrazione é necessario sdruccio
lare o nel modo ipotetico , pigliando il principio di essa
per evidente, sebbene non dimostrato, o vero nel modo che
mena air infinito, dimostrando sempre il principio di ogni
dimostrazione, o vero in fine nel modo alternatori, pro
vando la conclusione mercè del principio, ed il principio
, mercè della conclusione. Or, i Dogmatici potrebbero argo
mentare nella medesima guisa contro gli Scettici: O gli
Scettici tengono per evidente, senz' addurne dimostrazione,
questo pronunziato, che non v' ha evidenza immediata, e ca
dono manifestamente nel modo ipotetico; o lo dimostrano,
e sono obbligati ad ammettere un progresso infinito di di
mostrazioni; o vero provano 1' uno per l' altra il principio
e la conclusione, e cadono nel modo alternatorio. Dun
que non è certo il dogma fondamentale di tutto lo scetti
cismo di Agrippa, che nissun pronunziato può riconoscersi
per vero senza dimostrazione. Ci si consenta ancora di chie
dere ad Agrippa, perchè la mente dee cedere all' evidenza
mediata, e non all' immediata. Certamente le due specie
di evidenza convengono nella loro natura, e f una non si
differenzia dall' altra, se non per le diverse vie con cui la
mente le raggiugne. Ed in vero, noi diciamo evidente un
pronunziato, allorché reggiamo la convenienza de' suoi e-
stremi, qualunque sia il mezzo onde giugniamo alla cogni
zione di essa convenienza, e solo per questa diversità di
mezzo scerniamo 1' evidenza in immediala , e mediata.
In fatti diciamo immediatamente evidente un pronunciato,
qualvolta dal solo confronto de' suoi estremi ne scorgiamo
la convenienza, e lo diciamo mediatamente evidente, qual
volta per conoscere cosiffatta convenienza v' è bisogno di
un termine medio. Or, se gli Scettici non voglion mentire
a loro stessi, debbono consentire per certo, che molte vol
te la convenienza, o disconvenienza di un attributo con un
subbietto ci si manifesta di per sè stessa, senza che abbiamo
mestiero di ragguagliarli ad una comune misura. Potrebbe-
NE' BUOI RAPPORTI CON l.A FFDE !Of
ro mai dire di non veder senza dimostrazione la conve
nienza della nozione del tutto con quella delie parti prese
insieme ? O vero potrebbero dire, che scorgono meglio la
convenienza ne' termini di questo pronunziato: a tatti gii an
goli di un triangolo equivalgono a due retti», che nell' al
tro: e tutte le parti di un tutto prese insieme equivalgono
ai tutto medesimo ?» Anzi le proposizioni nelle quali la con
venienza, o la ripugnanza de' termini si scorge immediata
mente, deono dirsi evidenti con più di ragione, che le altre
selle quali la convenienza o ripugnanza de' termini si ma-
nifesta mediatamente, mercechè quelle risplendono di una
luce loro propria, queste la ricevono da un principio este
riore. Adunque, se Agrippa e i suoi discepoli avvisano ,
che laddove potesse ottenersi l' evidenza per mezzo della
dimostrazione, o sia 1' evidenza mediata, dovrebbe ricono
scersi per fonte di certezza, non possono, senza contrad
dirsi , non concedere il medesimo privilegio all' evidenza
immediata, e poiché, anche ad opinione di lui, se havvi
evidenza immediata, la dimostrazione è possibile, riman
chiarito pe' principii medesimi di Agrippa, che la scienza
non è impossibile.
Ma indaghiamo, che cosa i Filosofi Cristiani opposero
a questi sofismi degli Scettici antichi. Eglino consentivano
a costoro, che senza principii evidenti per sé la dimostra
zione non è possibile, ma gli obbligavano a confessare, che
vi ha alcuni veri primitivi ed indimostrabili tanto di fatto,
quanto di ragione. Odansi per tutti Clemente d' Alessan
dria ed Atenagora, zelatori della logica di Aristotele. Quegli
scrisse: « La dimostrazione riguarda quelle cose le quali
dicesi di ritrovare, ed ella ben si definisce un discorso che
prova una cosa da un' altra. E forza poi, che colui il qua
le impara, confessi ed ammetta quelle cose da cui si pro
va quel che si ricerca. Delle quali cose il principio è ciò
eh' è evidente pel senso e per f intelligenza. Or, la pri
ma dimostrazione si fa per tutti questi principii. Quella poi,
che dalle cose, già per la prima dimostrate, ricava un'al
tra nuova conclusione, si rende non manco della prima
credibile, ma non può dirsi anche prima, giacché non si
I02 LO SCETTICISMO
deduce dalle prime proposizioni 1 » . Egli dimostra i esser
vi in effetto molti veri sensibili ed intelligibili chiari a pri
mo aspetto, i quali valgono per principii della dimostrazio
ne. Perciocché t le cose le quali cadono sotto i sensi, sono
semplici, nè possono risolversi, e quelle che appartengono
all'intelligenza, sono semplici, razionali e primitive * s .
Atenagora, dopo aver detto che la dimostrazione la qua
le produce la certezza, si fonda su nozioni comuni e ra
zionali, o sopra verità che sgorgano da loro, aggiunge :
« Imperocché, se si tratta de' primi principii , basterà e-
sporli alla mente , perché se ne svegli in lei la natura
le notizia. Se poi di que' pronunziati i quali nascono da
essi naturalmente, e del loro naturale ordinamento, è for
za mantenere in ciò un ordine , dimostrando quel eh' è
consentaneo a primi veri e principii; sicché non si trascu
ri il vero e la sicura dimostrazione del vero, nè si turbi
l' ordine e la distinzione che v' ha naturalmente tra le co
se, nè la loro naturale serie si rompa 3 ».
") Kon/vg d* svi zSiai toTs tùpimeoSou Xtyofuvois rkraxrai \ dxòdu-
l/S, >]t/; e<?/ Xéyos, È4 \ripu>v irepov ri xizoùfuvos, u>^ dì %pv|
■xisovoSou rò %yT8[izvov}&iJo\(y}zi<tòai te xaì yivisrxeo^ai dti ria juaw-
Savovri. àp%vj dì tstoov dnr&vrwj è<?i rb trpbq alódvfo'hi te xaì jióij-
07v ivapyig. (j i&v ouu Ttpwry a,7ró<5=/§/s, tu tstioh àràvruMi ov>xei-
ro-i. •>) 3' ex tu» ^«J-ij «j&aoài/ru) vdxodtdu%$OLi, dia Tìjs dt iràXiv éte-
póv ri itzpalì/owx, r/s-!] piìv ovdìv \rròv ìqi TÌjs itporkpag,oùfàii xaì
rpùVrvj òvofj.a^njòai divarai, diàri juijiì' ex rpù>ru» zepafatrai rpoàà-
ceu»; Stromat. lib. VIU, c. IV.
") . . . tò jrpòg aìa&yfrlv ri xaì vóvpiv ivapyù>s tpaivòfiEva . ri
fùv ^.àp jrpàj atoifyow ovpLfiivra, l'ortv àzXà te xaì àXuTa ■ Tà dì
irpòs vó-ijam, iacka te xaì Xoyr/.à, xaì rpùiTa. Si può vedere que
sta teorica aristotelica di Clemente Alessandrino presso Rei nkens,
De Clemente presbytero Alex. etc. c. 4, § 9, p. 310 seqq-, Va-
trislaviae 1851.
*) H" yàp iupi tu» itpóirmv ìan ioypvxrvai, xaì dtì ptóvys axopvq-
<T£u)g ry/; r*p> tpvixyp/ dvaxivoÙT^s 'ivvoia-j • y 5repì tu» xara <pj?&
inoniviav to/s rpwrois , xaì Tijs cp-JOT/ójs àxoXoj5ìas, xaì dù tvjs
t7ii roùroig Talstos deinvùvras ri rotg jrpùjro/s, % ròlq TtportraryfjÀ-
vài<z dv.oXovbu xar' dX'<fèuav , zzi rùì pe^re tvjs dX-fìtias , y[ r>(S
xaT'àurvjy aotfaXtk^ dpteXtiv, /ìvjte tò rì\ if&va rtrotypi-jx xaì 3iu>-
pio-piva oDyyj.iv vj rov tfavaòv tippàv, diaonàv. De Res. mori. a. 14.
NE* SCOI RAPPORTI CON LA FEDH IoJ
San Tommaso e gli Scolastici svolgendo la dottrina di
Aristotele accennata da Clemente e da Atenagora,più volte
fermarono esservi pronunziati evidenti a primo aspetto, e
però capaci di essere principii della dimostrazione. Il Dot
tore Aquinate notò esservi proposizioni naturalmente insite
all' umana mente, per guisa che il solo pensiero dell' op
posto è impossibile , e però tali che intorno ad esse nè
pure il dubbio è possibile, conciossiachè il dubbio richie
de che si possa pensare l'opposto. Il Dottore Aquinate ra
gionò in questa forma: E certo esservi alcuni pronunziati
nella nostra mente di tal sorta, che noi non possiamo nè
pure pensare che siano falsi. Or, se nè pure il concetto
della loro falsità è possibile, bisogna consentire che siano
ferissimi, e inoltre, che non solo siano veri in loro stessi,
ma eziandio che si mostrino veri a noi per sè stessi, cioè
siano noti per sè. Ma questi sono i caratteri de'principii.
Bisogna dunque tener per fermo, che vi siano principii delle
scienze '. La quale argomentazione del s. Dottore è irre
pugnabile, perocché per poter dubitare della verità di un
pronunziato, e ricercarne la dimostrazione, è necessario che
se ne possa pensare l'opposto. Ben si può, come disse al
trove il medesimo Santo, col discorso esteriore, o sia con
le parole negare colali pronunciati, siccome in effetto si è
da taluni negato lo stesso principio di contraddizione, ma
col discorso interiore non mai, perchè l' intelletto non può
concepirne opposti ". San Tommaso osservò altresì, che l' in-

') i Ea quae naturaliter raiioni sunMnsita, verissima esse con


stai io tantum ut uec falsa esse sit possibile cogitare >; Coni.
Cent. lib. I, c. 21. iProprium est horuio principioruin quoti non
soluta aecesse est ea per se esse vera,sed eiiam necesse est vi-
deri, quod siot per se nota. Nullus euim potesl per se opinari
coDirarium eorumi; I Post. Analyt. lez. 19-
*) f . . . Dibil est adeo veruni, quia voce possit negari. Nani
et hoc principium noiissimum, quod non conliugal idem esse et
non esse, quidam vere negaverunl.Quaedam vero adeo vera surtt,
quod eorum opposita imellectu capi non possunt, et ideo in in
teriori ratione eis obviari non potest, sed solum esteriori quaa
est per vocem. Et huiusuiodi sunt communes animi couccpiio-
oes »j Ibid. ibid.
lo.f LO SCETTICISMO
telletto il cui obbietto proprio è la conoscenza de'principii,
non può non consentire a' principii medesimi, perchè que
sti non mai possono apparirgli falsi1, e che l'intelletto ac
consentendovi, non mai cade in errore, perchè nissuna po
tenza può errare nelle cose che sono 1' obbietto suo essen
ziale *.
Arrigo di Gand, contemporaneo di s. Tommaso, detto il
Dottore Solenne, arrecò un' altra ragione per mostrare, che
la mente non può ingannarsi nella conoscenza delle verità
primitive. Egli osservò ehe 1' errore può intromettersi so
lamente nelle verità di evidenza mediata, o sia nelle veri
tà dedotte, perciocché si può talvolta adoprare un termi
ne medio falso, o probabile che si stimi vero, o certo; ma
poiché nelle verità di evidenza mediata, la convenienza de
gli estremi si fa manifesta per la percezione immediata de
gli stessi estremi, 1' errore non è possibile. <r Laddove, e'
conchiude, la cosa chiaramente manifesta sé stessa, non
vi può essere luogo ad inganno, stantechè l' intelletto co
nosce di per sè le verità per sè evidenti, e non invoca al
tro testimonio per rendersene certo * a.

■) e Inveniiur aliquod veruni in quo nulla apparentia falsitalis


admisceri potest, ut patet in digniiaiibus, uude intellectus non
polest subieiTugere, ut illis asseniiatur »; II Diti., disi. XXV.
*) ( Intellectus semper est rectui, secundum quod iotellecins
est priocipiorum, circa quae non deeipitur .... Nam principia
per se noia suol Mia, quae statini, intellectis lermiois, cognoscun-
tur ex eo, quod praedicatum pouitur in defioitione subiecti»; I,
q. XVII, art. 3 ad 2. Si vegga tutto l'articolo.
') i. Distinguenti um est de evidentia veritatis rei sciiae, quae
duplex est : quaedam ex ipsa re in se percepta, alia ex medio
aliquo acquisita, verbi gratia, aliquis ex medio cognito per li
nearmi extractionem cogaoscil evidenter, quod anguli triangu-
li sunt aequales duobus refltis, qui taraen sioe ilio medio viven
do et iotelligendo, angulos irianguli ex evideniia veritatis rei in
se numquam eogoosceret, quod aequales essent duobus rectis.
Hoc enira non posse! scire, nisi siaiim viso quocunique augulo
videret, cuius proporlionis esset ad aogulutn recium. Vnde quia
sic ex evidentia rei abstracia non potest homo scire veriiaies
conclusiouuin rerum naturalium, requirit medium, per quod iu-
NE' SUOI RAPPORTI CON LA FEDE Io5
Ànche Scoto alla sua volta dichiara perchè la verità
de'principii è manifesta di per sè, e senza veruna dimo
strazione. « Quanto alla certezza de' principii, io così ra
giono, che i termini de' principii noti per sè sono identici
tra loro per guisa, che l' intelletto coogiungendoli insieme
nel momento che li percepisce, è determinato necessaria
mente ad operare questa congiunzione conformemente alla
natura de' termini che congiunge, e chiaramente conosce
cotale conformità. . . Or, hi verità della congiunzione de'
termini dimora appunto nella conformità della congiunzio
ne de' termini con la natura de' termini medesimi: quindi
non può effettuarsi la loro congiunzione senza che sia ve
ra, e però non si possono percepire i termini e la loro con
giunzione senza percepire la convenienza della congiunzione
de' termini co' termini stessi, e quindi percepire il vero * k
Questa dottrina congnissima nelle scuole del medio evo

dieci noiiiiam earum evidenlcm; sed si primo modo possct illam


immediate accipcre, illa multo clarior esset, et evidentior, quia
media inducia posseut esse fallibilia. Aliquando cnim credit ho
mo habere medium demonstrativum, cum latneo noa habet nisi
lopicum. Sed ubi seipsam res evidenter manifestai, minime pot-
esi esse deceptio, quia intelleclus per se cognoscit veritates ex
se evidenies, et circa eas non requirit aliud testimonium, et i-
deo illorum uolilia, quae non possunt habere medium demon-
tlruimm, nec de natura sua habent evideniiam notiiiae, ut sunt
maxime sciemiae naturales, minime possunt habere cerùtudinem
uoiitiae ex evidenlia»; Sum. part. I, a. Vili, q. 2, § 8.
*) c Quantum ad certitudinem de principiis,dico sic,quod termi
ni priocipiorum per se notorum talem habent identitatem, ut alter
evidenter necessario alterimi includat, et ideo intellectus compo-
nens illos terminos, ex quo apprehendit eos, habet apud se neces-
sariam causam cooformitatis tllius actus ad ipsos terminos, quo
rum est compositio, et eliam causam evidentem illius conformita-
lis. . . Haec autem conformitas compositionis ad terminos est ve-
ritas compositionis; ergo non potest stare compositio talium ter-
minorum, quin sit vera , et ita non potest esse percepiio illius
compositionis, et perceptio terminorum, quin stet perceptio cou-
formitatis compositionis ad terminos, et ita perceptio veritatis »;
V&n/.,dist. IH, q.4,n.7,0ìpp.t.V, part.I, p.480,481,Lugdiini 1639,
SinSEV£RINO}SlST.FlLOS., I. 9
I 06 LO SCETTICISMO
diede origine a quel precetto logico : A chi impugna i
principii, non si dee rispondere \
Se havvi pronunziati la cui verità è evidente ali' intel
letto senza dimostrazione di sorta, è chiaro, che nella di
mostrazione non è necessario o andare all' infinito, o pre
supporre per vero quel che non si sa esser tale, o in fine
provare il principio per la conclusione , e la conclusione
pel principio; donde si scorge esser possibile la dimostra
zione senza cadere in alcuno di quegli sconci immaginati
dagli ultimi Scettici dell'antichità.
Per compiere la nostra disputa con gli antichi Pirronisti,
ci stringe il debito di esaminare, se la disciplina scettica
o sia, come ben fu chiamata da Lattanzio, questa nuova
filosofia di non filosofare 2 possa arrecare allo spirito quel
la quiete di animo, la quale gli Scettici antichi, seguitati

') Non sappiamo capire', come Degerando, mentre stabilisce


con tanto studio 1' esistenza di alcuni veri primitivi ed indimo
strabili, e ripete spesso, che senza ammetterli è impossibile can
tare il pirronismo, censura aspramente quel dettato delle Scuole:
Contendenti principia respondere nefas, spacciando, che nell'età
di mezzo c si ragionava solamente su I' autorità e dopo di aver
accozzalo una lunga nomenclatura di principii, sempre vaghi e
sempre arbitrarli,si sarebbe colpito di anatema chiunque ne avesse
impreso Tesarne »; Histoire comp. pari. II, c. 13, ed. 1. Il nostro
Galluppi nella quarta delle sue Lezioni di logica e di metafisi
ca ha riportato, senza ribatterla, la censura del filosofo france
se. Noi notiamo di passaggio, che chiunque per poco conosce
la dottrina delle Scuole, sa 1° che gli Scolastici non altro volle
ro intendere con quel dettato , se non ciò che Io stesso Dege
rando è venuto insegnando , cioè non potersi i primi principii
dimostrare contro coloro che gli contrastano; 2° che ne' molti e
ponderosi volumi di quella classica età delle scienze metafìsiche,
lungi dal rinvenirsi principii ambigui e gratuiti, havvi una for
za di ragionare smarrita da' moderni, e spesso vi si dimostrano
verità le quali i moderni o lasciano senza dimostrazione, o fiacca
mente dimostrano; di che può valere per piccolo assaggio questo
nostro lavoro. Con quale intendimento poi gli Scolastici usassero
dell' autorità divina ed umana, lo dichiareremo in altro luogo.
") i Ita (Arcesilas) constiiuit novara non philosophaudi philo-
sophiam »; Div. Insiti. lib. Ili, c. 6.
NE1 SCOI BAPPOBTI CON LA PEDB I07
la ciò da alcuni moderni, se ne impromettevano. S. Ago
stino nel suo libro Della vita beata mostrò loro, che molta
ne va lontano l' animo di colui il quale o dubita di ogni ve
ro o si travaglia continuamente nella ricerca di esso. C di
ce: (Se manifesta cosa è non esser beato, chi non ha quel
che vuole, siccome poco innanzi abbiamo dimostrato con.
argomenti razionali, e se niuno ricerca quel che non vuole
ritrovare , e se coloro tracciano sempre il vero , bisogna
dire, che vogliono ritrovarlo, e vogliono giugnere alla sco
verta di esso. Ma non lo ritrovano. Dunque non hanno
quel che vogliono, e però non sono beati 1 ». E nel lib. II
Contro gli Accademici fa dire a Licenzio: e Mi rincresce
di aver asseverato con tanto calore contro Trigezio , che.
la beatitudine della vita dimora nell' indagine del vero.
Conciossiachè tale quistione mi disturba in guisa che per
poco non sono infelice, mentre certamente a voi, se avete
cuore in petto, parmi esser degno di compassione2». A con
fortare la sentenza di s. Agostino giova arrecare la con
fessione di un deista moderno, il quale assaggiò per qual
che tempo le angosce del dubbio. Questi è G. G. Rousseau
il quale scrisse: « Il dubbio su le cose che rileva conosce
re, è uno stato troppo violento per lo spirito umano; ond' e-
gli non vi resiste lungo tempo, ma vi si determina contro
il suo volere in una maniera qualsiasi, ed ama meglio in
gannarsi, che non creder nulla' ».

*) c Si manifestimi est beaium non esse, qui quod vult, non


habet, quod paulo ante ratio demonstravii; nemo autem quaerit
quod invenire non vult, et quaerunl miti semper ventateti), vo-
lum ergo invenire ; volimi igitur habere inventionem veritalis.
Al non invernimi; sequilur eos non habere quod volimi, ei ex
co sequilur etiam beaios non esse. Ai nemo sapiens, nisi bea
ti»: sapiens igitur Academicus non est ì; De vita beata, n. 14.
*) c Poenitet me, tantopere afflrmasse contra Trygelium, bea
tasi vitara in veritatis inquisitone consistere. Nam me isla quaestio
ili perturbai, ut vix non miser sim, qui certe vobis, si quid Imma-
niiatis geriti*, videor miserandosi; Cont. Acad. lib. Il, c.7,d.16.
*) Étnile, lib. IV, I. HI, p. 21, Ginevra 1780.
*
LO SCETTICISMO

§ ix.
Critica dello scetticismo di Hume

E falso, che tulle te idee nostre o sono impressioni sensibili, o vero


aggregali <T impressioni. Si mostra eoo s.Tommaso,che i senti non pos
sono fornirci né d" idee universali, né di spirituali,ma queste si debbono
ad una facoltà diversa dal senso,cioè alla ragione, la quale movendo da'
dati sensibili si forma le idee universali. Cinque capi pe' quali il senso
si differenzia dalla ragione, e le conoscenze sensitive dalle intellettive;
sposizione più minuta degli ufficii della ragione. Due argomenti dell'A-
quinate per mostrare, che il contingente è capace di dimostrazione, e
quindi può esser materia della scienza. L'argomentazione con cui fiu
me combatte il pronunziato di causalità, é equivoca, e dà luogo a due
quistioni: 1° Vi ha un legame necessario tra la causa e l' effetto, sicché
l'una non può esser senza l' altra,e per converso? 2* Conosciuto un ef
fetto in particolare,può conoscersi la causa che l'ha prodotta? San Tom
maso mostra che vi ha un legame necessario tra la causa e l' effetto, e
però può stabilirsi a priori, che l' una non può essere senza dell' altra;
die la conoscenza della causa talvolta ci dà quella dell' effetto con eer
tezza, talvolta con conghietlura,e talvolta in nessun modo, ed il simile
assevera dell' effetto in ordine alla causa. Compendiata 1' argomenta
zione di Hume contro il valore dell'esperienza, si chiarisce che con essa
non considerò il principio di causalità in generale, ma solo il principio
induttivo, e che impugnò in generale il concetto di causa.Osservazioni
di s.Agostino, di Dgone da s. Vittore, di s.Tommaso e di Scoto. le qua
li mostrano che tanto il senso intimo, quanto i sensi esterni ci sommini
strano il sentimento di potere e di forza. Con s. Tommaso stesso si ri
battono tutte le obiezioni di Hume intorno alla facoltà locomotrice del
l' anima. Si dimostra che, oltre alle cause fisiche,v' ha anche le logiche,
riferendo a tal uopo le molteplici e importanti teoriche dell'Aquinate su
la natura e valore del raziocinio, e si riferma altresì 1' esistenza delle
cause metafisiche. Legittimità e valore del principio di causalità. Con-
cbiudesi contro Hume esservi vere cause ed effetti in natura secondo la
sentenza de' Dogmatici, ed essere irrepugnabile il pronunziato di co
storo, che non vi può darsi effetto senza cagione.

Ci rimane in ultimo luogo a confutare i soGsmi di Hu


me contro il principio di causalità. Il Glosofo inglese, sic
come vedemmo, mosse dal principio, che tutte le nostre
idee o sono semplici impressioni, o vero composte d' im
pressioni. La confutazione di questa dottrina ideologica ri
chiederebbe lungo ed operoso discorso ; ma non essendo
questo luogo da ciò , ci restringeremo ad opporle alcune
teoriche di s. Tommaso opportunissime a mostrarne l'as
ne' suoi rapporti con la fede 109
nudità. E dapprima certo è, che la mente nostra ha idee
universali ed astratte. Imperocché noi siamo consapevoli
non solo di avere le percezioni de' singoli uomini, ma e-
ziandio il concetto dell' uomo in generale, e oltre a ciò i
concetti astratti e spirituali della bontà, della giustizia ec
cetera, e delle relazioni delle cose. Or, cosiffatte idee ed al
trettali, siccome s. Tommaso dimostra, non possono dar-
cisi dal senso, nè noverarsi tra le impressioni sensibili. In
fatti, il senso non conosce le cose universali, ma soltanto
le individuali e concrete , perocché egli conosce le cose
per mezzi individuali, quali sono appunto le specie sensi
bili formate dall' azione delle cose medesime negli organi
corporali, e qualvolta il mezzo della conoscenza è individua
le, la conoscenza non può non essere individuale '. Né può
conoscere le cose spirituali, perché le qualità sensibili che
sono la materia propria de' sensi, si ritrovano negli obbiet
ti corporali, talché senza la presenza di questi il senso non
apprende nulla E falso dunque, che tutte le nostre idee
sono impressioni sensibili, e però bisogna ammettere, oltre
alla sensazione, un' altra potenza nell' anima la quale sia
la sorgente delle idee universali e spirituali. I
Non è difficile scovrire quale sia questa potenza,se ponga
si mente col medesimo s. Tommaso, come lo spirito umano
dall'osservazione delle cose sensibili si forma le nozioni imi-
versali. Il santo Dottore ne ha ragionato in più luoghi delle
sue opere; ma forse in nessuno con tanta lucidezza, quanta
ne ha posta nella sua chiosa all'ultimo capo degli Analitici
Posteriori. Dove ragiona in questa guisa: <r Dalle impressioni
sensibili le quali rimangono nell' animo dopo la sparizio
ne degli obbietti che le hanno prodotte, si forma la me-

% c Sensus non est cognoscitivus, nisl smgularium: cognoscit


cnim omnia sensitiva potentia per species individuales, cum re-
cipiat species renum in organis corporalibusi; Cont. Gcnt.lib. II,
c. 66, n. 2.
*) t Cogniiio sensus non se extendit, nisì ad corporata: quoti
ex hoc patet, quod qualitaies sensHes, quae sunt propria obie
tta sensuum, non sunt nisi iu corporalibus: sioe eis autem seu-
us nibil cognoscit t; Ibid, n. 3. . *
I IO LO SCETTICISMO
moria; da molte memorie, o sia da molte impressioni sen
sibili prodotte da obbietti individuali della medesima na
tura, si forma l'esperimento, perocché pare che l'espe
rimento appunto stia nel togliere da molte impressioni sen
sibili conservate nella memoria alcuna cosa loro comune.'
Ma 1' esperimento non è possibile senza un ragionamento
col quale le cose individuali si ragguaglino tra loro; e que
sto è 1' uffizio della ragione. Come, quando taluno si ri
corda che una cotale erba ha guarito molti dalla febbre,
si sa per esperimento, che queir erba risana dalla febbre.
La ragione poi non riguarda gl' individui, siccome l'espe
rimento; ma da molti individui, conosciuti per esperienza,
prende alcuna cosa comune a loro, la quale si rafferma Del
l' animo, e questa considera separatamente da ogni indivi
duo, e pone a principio dell' arte e della scienza. Per gra
zia di esempio, il medico, se ha osservato che una cosif
fatta erba ha guarito dalla febbre Socrate , Platone ed al
tri individui umani, non può dirsi che possegga una rego
la di medicina per la guarigione delle febbri, se non dopo
che si è sollevato con la sua considerazione al principio
che quella cotale erba guarisce in generale chiunque è tor
mentato dalla febbre'». Prosegue il santo Dottore, che per

*) f . . . Ex seosu flt memoria, in illis scilicet aoimalibus, in


quibus scilicet reinanet impressio sensibilis ... Ex memoria
autem multolies facia circa eamdem rem io diversis tamen sin-
gularibus fit experimentum , quia experimentum nihil aliud vi-
deiur, quam accipere aliquid ex multis io memoria relentis.Sed
tamen experimentum indiget aliqua ratiocinatione circa particu-
laria, per quam confertur unum- ad aliquid, quod est proprium
ratioais. Pula, cum talis recordalur, quod tali* nerba multolies
sanavi! multos a febre, dicitur experimentum quod talis sii sa
nativa febris. Ratio autem Don sistit in experimento particula
noa», sed ex multis particularibus in quibus expertus est, ac-
cipit unum eommune quod firmatur in animo, et considerai illud
absque consideratione alicuius singularium,et hoc accipit ut priav
cipium artis et scientiae. Pula diu medicus consideravi! hanc
berbam sanasse Socralem febrientem e! Plaionem ei multos aho»
siugulares homines,cum autem sua consideratio ad hoc ascendi!,
quod talis species herbaa sanat febrientem simpuciter, hoc acci
NE SCOI BAPPOHTI CON LA FEDB III
la ragione la quale opera sui dati della memoria, V uomo
si differenzia da* bruti. « Alcuni tra gli animali , e' dice ,
ragionano intorno alle cose le quali si conservano nella
memoria, come gli uomini; altri noa già, siccome le bestie1».
San Tommaso con questo nitido ragionamento , calcato
su le parole di Aristotele , dimostra che le nostre cono
scenze, sebbene muovano dalla sensazione; pure non tutte
si debbono alla sensazione, ma parte ancora alla ragione;
e che per ciò v' ha in noi non solo conoscenze sensibili ,
ma anche razionali, e non Bolo potenze sensitive,ma altresì
potenze razionali.
Il medesimo Aquinate in infiniti luoghi delle sue opere
pone diligentissimo studio nello sceverare gli uffizi della
ragione da quo' de' sensi , e le conoscenze razionali dal
le sensibili, mostrando che le une distinguendosi per ca
ratteri essenzialmente diversi da que' delle altre, debbono
per necessità scaturire da potenze di diversa natura. Egli,
per tacere di altri molti, nel luogo pocanzi citato dell' o-
pera Contro i Gentili enumera cinque capi per i quali il
senso differisce dall' intelletto e le conoscenze sensitive
dalle 'intellettive. Il primo è, che « mentre tutti gli ani
mali hanno il senso, i soli uomini hanno l' intelletto; per
ciocché gli altri animali non adoprano cose diverse e con
trarie, siccome si adoprano dagli uomini; ma sono natu
ralmente disposti ad una determinata sorta di azioni , e
queste sono uniformi nella medesima specie, come ad esem
pio , ogni rondinella fa simiglianteinente il suo nido * ».
piiur ut quaedam regula artis medicinae »; Post. Jnatyt.lib. II,
sect. 20.
*) f... Cum multa sint talia ammalia habentia memoriain,inter
ea ulterius est quaedam diflèrentia. Nam in quibusdam eoriitn
fit raiiocinalio de bis quae remanent in memoria, sicut in ho-
minibus, in quibusdam aulem noa, sicut in brutta ij Ibid. , ibid.
*) f Sensus enim ia omnibus aniraalibus inventtur. Alia auleta
ammalia ab houiiue intejlectuni non nabent: quod ex hoc appa-
ret, quia non operantur diversa, et opposita, quasi intellectura
habeutia, sed sicut a natura mola ad determinata* quasdam opi-
niooes, et uniformes in eadem specie, sicut ornuis irundo simi»
h'ter nidificai »; Coni. Geni, lib, II, cap. LXVI, u, 1.
112 LO SCETTICISMO
Il secondo e terzo capo sono que' medesimi cui abbiam po
co anzi mentovati: cioè che il senso conosce solo le cose
individuali e materiali, laddove l'intelletto conosce le univer
sali e spirituali MI quarto è, che il senso non è consape
vole di sè stesso e delle operazioni sue. In fatti, « la vista
non vede sè stessa, nè vede di vedere . . .; ma l' intellet
to conosce sè stesso e le sue intellezioni * ». Questo argo
mento di s. Tommaso. presuppone la teorica di molti an
tichi e moderni combattuta da Reid, ma difesa contro le
obiezioni di lui da Hamilton, che la coscienza non è una
facoltà sui generis, cioè distinta dalle altre facoltà, ma è
un'affezione delle facoltà intellettive3. Qualunque di que
ste sentenze voglia giudicarsi conforme al vero, è certo,
che gli animali i quali hanno solo il senso, non hanno co
scienza delle loro azioni, siccome 1' hanno gli animali for
niti d' intelligenza; donde agevolmente si raccoglie, che il
senso non dee confondersi con l' intelletto. Il quinto iu fi
ne sta in ciò, ( ctie il senso perde ogni suo uso, allorché
l' impressione sensibile è troppo gagliarda, dove l' intellet
to non vien distrutto dall' eccellenza dell' obbietto intelli
gibile, anzi n' è maggiormente perfezionato; talché chi in
tende le cose di maggiore momento, può di poi meglio in
tendere le cose che meno rilevano * » .
*) «Sensus non est cognoscitivus oisi singuIarium:cogaoscitenim
omois sensitiva potenlia per species indi vidnales curi recipiat
species rerum in organis corporalibus. Intellectus autem est co
gnoscitivus universalium, ut per experimentum patet i;lbid.n.2.
c Cognitio sensus non se extendit nisi ad corporalia: quod ex
hoc patet, quod qualitates sensibile*, quae Miai propria obiecta
sensuum, non sunt nisi in corporalibus ; sine eis autem sensus
nibil cognoscit. Intellectus autem cognoscit incorporalia , sicut
sapieutiam, veritatem, et relationes rerum j; Ibid. n. 3.
*) ( Nuilus sensus seipsum cognoscit, nec suam operationem:
visus enim non videt seipsum, nec videt se videre; sed hoc su-
perioris potentiae est. . . Intellectus autem cognoscit se ipsum,
et cognoscit se inlelligere dj Ibid. n. 4.
s) Hamilton, Fragments de phil. art. Reid-Brown, p. 65 segg.
Paris 1840.
4; « Sensus cprrumpitur ab eicellenua sensibili} intellectus au-
ne' scoi rapporti con LA FEDE I !3
u 8. Dottore non si tenne contento a svelare V esistenza
di una potenza neli' animo diversa dal senso ; ma con la
guida dell' osservazione interna applicò 1' animo ad investi
garne la natura e i diversi uffizi. Egli osservò che « vi ha in
ciascun uomo un lume intellettuale pel quale egli natural
mente, e però sin dal primo sviluppo dell' intelligenza sua
conosce alcuni principii universali di tutte le scienze, e chi
applica questi principii alle cose singolari conosciute per
la memoria e l' esperienza sensata, ritrova da sé ed acqui
sta nuove conoscenze, trapassando dal noto all'ignoto1!.
Quindi descrive due uffici della ragione; uno con cui co
nosce i principii, e l' altro con cui fa germogliare da essi
altri veri che vi si contengono. Sebbene attribuisca amen-
due gli uffizi ad una potenza unica, la quale talvolta chia
ma ragione * e talvolta intelletto pure dà propriamente

tem dod corrumpilur ab intelligibilis excellenlia, quinimmo qui


imelligit maiora, polest melius postmodum minora iuielligerei;
Ibid. n. 5.
*) c Inest enim unicuique nomini quoddam principimi! scien-
liae, scilicet lumen inlellecius agentis, per quod cogaoscuntur
stallia a principio naiuraliter quaedara universalia principia o-
mnium scientiarum. Cura aulenti aliquis huiusmodi universalia
principia applicat ad aliqua pariicularia, quorum memoriaai et
experimentum per scnsum accipit, per inventionem propriam a-
cguirit scienliam eorum qtiae nesciebat, ex notis ad ignota prò-
cedensi; I, q. CXVII, a. 1 c.
*; S. Tommaso dice nelle sue chiose sul Maestro delle Sen
tenze, che la ragione se s' intende strettamente, dinota la cono
scenza discorsiva, o sia dedotta, e se largamente, qualunque
specie di conoscenza indipendeute dalla materia sia intuitiva, sia
discorsiva. « Rationale dicitur dupliciter. Quandoque enim suoli
ti]r stride et proprie, secundum quod ratio dicil quamdam ad-
umbraiionem intellectualis naturae: ut dicit Isaac quod ratio o-
ritur in umbra intelligenliae. Quod patet ex hoc quod statim non
ofteriur ei veritas, sed per inquisitiooem discurrendo cani inva
nii ... . Quandoque vero communiter prò qualibet cogitinone
meniis uou impressae iu materia »; 1 Seni,, disi. XXV, q. l,a.
1 ad 4.
') « Sed intellectui nou omnia inlelligibilia aequaliler vicina
114 tO SCETTICISMO
U nome d* intelletto alla facoltà de' principi!, e quello di
ragione alla facoltà di dedurre le conseguenze de' princi-
pii considerando 1' uno e l' altra non come due potenze
diverse, ma come due rispetti di una medesima potenza *.
Conchiudasi secondo questa irrepugnabile dottrina di
s. Tommaso, che non tutte le nostre idee sono impressioni
sensibili , o complessioni d' impressioni , e però narri al
tra potenza oltre la sensazione e la riflessione. La quale
teorica, se non andiamo errati, Home medesimo con ma
nifesta contraddizione ci concede. Imperciocché egli affer
ma che le idee le quali rappresentano le relazioni delle no
stre idee, cioè, secondo lui, le nostre impressioni sensibili,
hanno una natura diversa dalle impressioni sensibili, perchè
quelle rappresentando le relazioni de ' nostri pensieri sono
tali, eh' è assolutamente impossibile avvenire 1' opposto, e
quindi hanno un' evidenza e veri tà eterna , dove 1' oppo
sto delle impressioni sensibili può bene ridursi in atto. Or,
possiamo noi dire ad. Hume, se v' ha in noi idee le quali
han caratteri affatto diversi da quelli che si osservano nel
le impressioni sensibili, è forza confessare, che non tutte le
nostre idee sono impressioni sensibili, o vero aggregati di
esse, e che se le sensazioni e la riflessione non possono
dare altro, se non impressioni sensibili, bisogna riconosce
re neh' anima nostra un' altra potenza da quelle diversa,
per la quale conosciamo i veri evidenti ed eterni.
Ma è poi vero 1' altro pronunziato di Hume, che non può
esservi certezza, se non per le cose il cui opposto è assolula-
jnente impossibile ? No,senza dubbio; che per aver la certez
za non si richiede la ripugnanza assoluta dell' opposto, ma

sunt ad cognosce ndum; sed quaedam statini causpicere potest,


(verità primitive), quaedam vero non conspicit uisi ex aliis prin
cipila inspectis (verità dedotte) j; Qq. dispp. q. XI, a. 8 c.
') « lotelligere enim est simpliciter veritatem iotelligibilem ap-
prehendere : raiiociuari autem est procedere de uno ititeli ecto
ad aliud, ad veritatem iutelligibiiem cogoosceDdan»; I,q.LXXIX,
a. 8 c.
") Esporremo appresso quesla rilevante teorica di psicologia
dell' Angelico.
ne' scoi rapporti con LA FEDR 1 15
basta l' ipotetica. Hume non ha considerato, otte ogni cosa
eh' esiste, ha un' esistenza necessaria, e quindi tale che il
suo opposto è impossibile; essendoché, se potesse avverarsi
l'opposto di quel eh' è, allora una cosa nel tempo stesso sa
rebbe e non sarebbe. Però l'Aquinate appoggiandosi a quel»
la massima di Aristotele, che ciò efi è, mentre è, necessa
riamente è *, insegaò, che, il contingente mentre, può esser
materia della scienza, o sia, che vale il medesimo secondo la
dottrina aristotelica, può conoscersi con certezza, perchè,
mentr' è, è impossibile che non sia. Ecco le belle parole del
s. Dottore: « II contingente ed il necessario differenziano tra
loro secondo la differenza del modo con cui l'uno e l' altro
sono nella propria cagione; perocché il contingente si tro
va nella sua causa in modo che può nascere e non nasce*
re dalla sua causa, ma il necessario non può non nasce
re dalla sua cagione. Il contingente però ed il necessario,
secondo che sono in loro stessi, non sono diversi tra loro
per riguardo all' essere; e quindi per riguardo della verità
che si fonda sull' essere, stantechè, sebbene il contingente
per rispetto al futuro possa non essere, pure, quando è in
sè,non gli conviene 1' essere e il non essere,ma solo l' esse
re * j.Secondo queste massime il s. Dottore osservò il contin
gente non distinguersi dal necessario nell' atto dell' esisten
za, ma nel principio di essa, giacché il contingente, lad-
dov' è, potea non essere, ma il necessario é, e non potea
non essere, a Non ripugna, ei dice, che del contingente si
abbia certa conoscenza, se non in quanto è futuro, ma non
in quanto attualmente è. Conciossiachè il contingente, quan-

*) Tè psv ov» tivai ri ov 2rav ?j, xocì rè jitv) ov (i\ uveu *oxctì> fKÌ\
\, ówó'j.Joj, Perihirm. c. 9.
*) c Conlingens a necessario diifert, secundum quod unura-
quodque in sua causa est: coutingens entra sic io sua causa est,
ut noo esse ex ea possit , et esse , Decessarium autem ex sua
uussa non potest non esse: secundum id vero, quod uirumqua
boram in se est, non differì quantum ad esse, sopra quod fuu-
datur veruna: quia in contingenti secundum id quod io se est,
ooo est esse, et non esse, sed solum esse, licet io futurum coolia*
(tu possit opti esse»; Coni. Geni. lib. I, c. 67, n. 2.
Il6 LO SCETTICISMO
do non è, ma è futuro, può nou essere ; onde se taluno
giudica che sarà per essere, la sua conoscenza può fallirei
e fallirà in effetto, se non avverrà quel che egli stimò do*
ver avvenire. Così, allorché taluno vede correre un uomo,
il suo senso non perde nulla di sua certezza, sebbene sia
cosa contingente che un uomo corra. Adunque ogni cono
scenza la quale riguarda il contingènte in quanto è pre
sente, può esser certa* 9.
Hume dopo ciò si accinge , come vedemmo, a combat
tere il principio di causalità, perchè in questo si radicano
tutti i ragionamenti de' FilosoG intorno alle cose. La sua
argomentazione che lungamente innanzi recammo, può ri
dursi in questi brevi termini: La relazione la quale cor
re tra la causa e 1' effetto non può conoscersi per la na
tura dell' una, o dell' altro ; ma solo per esperienza, o
sia non a priori, ma a posteriori; siccome, ad esempio,
la conoscenza del fuoco non ci manifesta la sua qualità di
bruciare, nè 1' acqua quella di soffocare, e noi non cono
sciamo queste loro qualità, se non posciachè abbiamo ve
duto in effetto, che il fuoco ha bruciato alcun corpo, e
1' acqua soffocato qualche animale. Dunque non può aver-
,si per pronunziato necessario e universale,che non può es
servi effetto senza cagione.
Qui Hume confonde, se non andiamo errati, due quistio-
ni diversissime tra loro. Altro è in effetto chiedere, se può
aversi un effetto senza la causa ed una causa senza effet
to, o sia, se v' ha un legame necessario tra la causa e l' ef-

') Contingens cerlitudini cognitionis Don repugnat,nisi secundum


quod futurum est, non antera secundum quod praesens est: con
tingens enim cuna futurum est, potest nou esse; et sic cognitio
aestimantis ipsum futurum esse, falli potest: falletur enim, si non
erit quod futurum esse aestimavit: ex quo autera praesens est ,
prò ilio tempore non potest non esse; potest aulem in futurum
non esse. Sed hoc non iam perlinct ad contingens prout prae
sens est, sed prout futurum est: unde nihit certitudinis sensus
deperii, quuin quis videi currere hominem, quamvis hoc dicium
sit cootingeus. Omnia igitur cognitio, quae supra contiogens fer-
tur, prout praesens est, certa esse potest j);Co;«.Gen/.c.LXVH,§I.
NE1 SUOI RAPPOim CON LA FEDE I IJ
felto, o vero se l' esistenza di un obbietto è possibile senza
nna causa qualsiasi cbe l'abbia prodotto, ed altro è chie
derò, se percependo un obietto sensibile, si possono a prio
ri conoscere tutte le sue qualità, e quindi conoscere la cau
sa cbe l'ha prodotta, e tutti gli effetti che da essa possono
prodursi. Se l' inchiesta ci si porge nella prima forma, noi
risolutamente rispondiamo, che la relazione tra la causa e
1' effetto si conosce a priori. Imperciocché, siccome innan
zi dimostrammo, la relazione eh' è tra la causa e l' effetto,
è reale in amendue i termini, perchè in amendue i termi
ni vi ha qualche cosa reale per la quale 1' uno si riferi
sce all' altro. Or, se una cosa è cagione in quanto ha in
se qualche realtà per la quale si riferisce all' effetto, ed una
cosa è effetto, in quanto ha una realtà per la quale si ri
ferisce alla cagione, si scorge di leggieri, che la causa, in
quanto è causa, non può esistere, né concepirsi senza l' ef
fetto, nè 1' effetto può esistere, e concepirsi senza la cagio
ne sua, o sia, per usare l'espressione di s. Tommaso, la cau
sa e 1' effetto sono simultanee in ordine alla loro natura e
m ordine alla nostra conoscenza, perchè la nozione dell' li
no si contiene nella nozione dell' altro *.
San Tommaso esponendo con linguaggio strettamente fi
losofico questa teorica, disse che qualvolta la relazione è
reale in amendue i termini, il concetto di ciascuno de' due
termini rinchiude in sé quello dell' altro, come il concetto
di motore racchiude il concetto di una cosa mossa, e vi
ceversa il concetto di cosa mossa ci mena per sè al con
cetto di un motore. Quando poi la relazione è reale in uno
de' termini, e logica nell' altro, allora il concetto del ter
mine nel quale la relazione è reale, rinchiude in sè il con
cetto dell' altro termine in cui la relazione è logica , ma
non viceversa. Così il concetto del contingente ci mena ne
cessariamente a quel del necessario, o sia a Dio e il con
cetto della scienza allo scibile; ma per contrario la nozio
ne del necessario non ci mena a quella del contingente, nè

') Si vegga il bel luogo di s. Tommaso che abbiam riportalo


nella face. 94 del presente volume.
1 18 LO SCETTICISMO
il concetto di un obietto capace di esser saputo al concet
to della scienza. In fatti Dio è, senza che siano le crea
ture, e 1' obbietto esiste anche senza che sia conosciuto, e
Dio col creare le cose nulla guadagna, nè 1' obbietto gua
dagna alcuna qualità intrinseca e reale coli' esser conosciu
to: quindi il concetto di Dio non rinchiude il concetto del
le cose finite, nè il concetto di un obbietto in sé quello del
la scienza '. Or, applicando questa teorica al caso nostro,
palesemente si conosce, che non solo la causa ha un le
game necessario con 1' effetto, ma che il concetto dell' ef
fetto rinchiude il concetto della causa, e il concetto della
causa quello dell' effetto, perchè sono reali tanto la rela
zione dell' effetto alla causa, quanto la relazione della cau
sa all' effetto. Di qui si scorge, che inteso il principio di
causalità nel primo modo , ben può dirsi quel che Hume
crede assurdo, che la nozione di causa contiene quella di
, effetto, e viceversa.
Se poi l' inchiesta si formoli nel secondo modo che pa
re più conforme all' intendimento di Hume , è necessario,
per rispondervi compiutamente, risolvere con la guida del,
medesimo s. Tommaso, queste due quistioni: 1° se dalla
conoscenza della causa possiamo conoscere 1* effetto e per
converso; 2° Posto che ciò sia possibile,se questa conoscen
za si ottiene a priori, o vero a posteriori.
Quanto alla prima quistione, s. Tommaso ragionò in que
sta foggia: E noto, che alcuna, cause producono 1' effetto
necessariamente, come il risorgimento del sole domani;
altre contingentemente, ma si che inchinino anzi a pro
durre un tale effetto, che l' opposto; altre in fine indifferenr
\ temente, cioè che sono egualmente disposte a produrre un
dato effetto, o un altro contrario, siccome le cause libere.
Or, è massima irrepugnabile, che « ciascuna cosa si cono
sce in un' altra nello stesso modo eh' è in essa » . Dunque
laddove la causa è necessaria,si può con certezza rileva
re da essa l' effetto , perchè non può non produrre l' ef
fetto che naturalmente ne nasce; se é contingente, si può

') l,q. XIII, a. 7 ad 6; Qq. dispp. de Poi, q. VI, a 8 ad 1.


Nk' SUOI IIAPPOUTI CON LA FEDE I ig
da essa conoscere 1' effetto soltanto per conghìettura; lad
dove in fine è libera, non si può per veruna guisa in es
sa conoscere i suoi effetti '.Ecco come,secondo questa bel
la teorica di s. Tommaso, la natura della conoscenza cor
risponde alla natura delle cose, perocché alla necessità,
alla contingenza, alla indifferenza della causa produttiva
nell' ordine della natura corrispondono la certezza, V opi
nione i T ignoranza per riguardo all' effetto nell' ordine
della conoscenza.
Se poi si considera il progresso della conoscenza" dal
l' effetto alla causa, è manifesto, che, quando l' effetto non
può nascere, se non da una sola causa, la conoscenza del
l' effetto ci dà ancora la conoscenza della causa. Se non
ehe talvolta si procede dall'effetto alla cagione in virtù di
un principio razionale, ed in questo caso la conoscenza
della cagione punto non dipende dall' esperienza. Così in
virtù di questo principio , che le cose limitate non han
potuto da altri ricevere il loro essere , se non da Dio, o
sia da queir Essere il quale in sè contiene lutto 1' essere,dal-
1' esistenza delle creature 1' esistenza di Dio legittimamen
te s' inferisce. Se poi non può conoscersi, se non per e-
sperienza, che una data causa produce un tale effetto, al
lora non si può dalla conoscenza dell' effetto conoscere la
sua causa, se innanzi non siasi conosciuto per esperienza

*) < Vnumquodque hoc modo cognoscitur in aliquo quo est in


eo. Quaedam igitur futura in causis suis proximis detcrminata
sunt hoc modo, ut ex eis necessario conlingant, sicut solem o-
riri «ras; et tales effeclus futuri in suis causis cognosci possimi.
Quidam vero effeclus in causis suis non sunt determinali, ut a-
Uler evenire non possint; sed tamen eorum causae magis se ha-
bent ad unum, quam ad alterum; et isia contingentia sunt, quae
ut in pluribus, vel paucioribus accidunt: el huiusmodi effeclus
ia causis suis non possunt cognosci infailibililer , sed cum qua-
dam certitudine coniecturae. Quidam autem effeclus futuri sunt,
quarum causae indifferenter se habent ad utrumque. Haec au
tem vocantur comingeniia ad ulrumlibet , ut sunt Illa praeci-
pue, quae dependeut ex libero arbitrio i; Qq. dispp., de Ferii.,
q. Vili, a 12 e. Cf. 1, q. LVH, a. 3 c.
IIO LO SCETTICISMO
che quella specie di effetti sia prodotta da quella specie di
cagioni. Per grazia di esemplo, io non posso dalla pene*
sione del fumo argomentare qeella del fuoco, se non dap
poiché ho sperimentato che il fuoco produce il fumo. Qual
volta poi un effetto può prodursi da diverse cagioni, s' in
tende di leggieri, che la conoscenza dell'effetto o non ci
dà per nessun verso quella della causa, o vero solo per
conghiettura, secondo che o 1* effetto può esser prodotto
ugualmente da diverse cause, o vero più soventemente da
una, che da un' altra. Ed ecco come anche nel processo
dell'effetto alla causa per la suddetta armonia che dee rin
venirsi tra la natura delle cose e la conoscenza nostra, la
deduzione della causa dall'effetto è certa, opinabile, o nul
la, secondo che il legame dell'effetto con la causa sua è
necessario, contingente, o indifferente. Conformemente a
queste teoriche, noi rispondiamo alla soprallegata argomen
tazione di Hume, che l'effetto non può vedersi nella causa, se
la causa è indifferente a produrlo; ma se la causa lo produce
per necessità di natura, si vede certamente in esso, e se
soventi volte, vi si vede probabilmente. E parimente la cau
sa può vedersi nell' effetto , ogni qualvolta è causa unica
e naturale, sia che ciò sia noto per virtù di qualche pro
nunziato razionale, sia per virtù dell' esperienza; ma se lo
effetto nasce per libera elezione della causa, o vero è pro
dotto da essa nè necessariamente, nè costantemente , al
lora o non si scorge nella sua causa , o solo probabil
mente. Bimane dunque dimostrata la massima spesso rac
comandata da s. Tommaso, che talvolta dalla conoscenza
dell' effetto si procede a quella della causa, ed altra volta
avviene l' opposto *.
Conviene ora soddisfare alla seconda quistione, cioè con
qual metodo si può dalla conoscenza dell' effetto trapassare
a quella della causa, o viceversa. Hume, poiché ebbe fer
mato, che la relazione tra causa ed effetto non può cono
scersi , se non per esperienza , si studiò infermare , anzi

*) c Cum quaodoque cogooscamus per causas sensibiles effe-


ctusigDOtos,quaudoque autem e converso»;I,q.LXXXV,a3ad 4.
MB1 SCOI BAPPORTI CON LA FEDE 121
distruggere il valore dell'esperienza. Ripetiamo brevemen-
le la sua argomentazione: Ogni conoscenza sperimentale,
e' dice, si fonda sul pronunziato, detto l' espettazione del
futuro simile al passato. Or, questo pronunziato è affatto
arbitrario , perché dipende da altri pronunziati arbitrarli,
cioè che obbietti simili sono ornati di qualità simili, e
quindi simile cause producono simili effetti, e simili ef
fetti sono prodotti da simili cause. In falli, per esser si
curi della verità di tali pronunziati sarebbe mestiere cono-
scere il legame delle qualità sensibili degli obbietti con le
forze intime degli obbietti medesimi , perchè que' pronun
ziali presuppongono, che quelle qualità sensibili siano co
stantemente congiunte con quelle forze intime. Ma quel le
game non può da noi conoscersi nè per esperienza, nè per
ragione. Non per l'esperienza, perocché primamente l'espe
rienza riguardando il passato, non si può legittimamente ap
plicare a' fatti futuri; secondamente l' esperienza stessa è fon
data su la simiglianza del futuro coi passato, terzamente ba
sterebbe l' osservazione di un solo fatto per decidere della
simiglianza del futuro col passato, e non si richiederebbe,
siccome vuoisi da' Dogmatici, una lunga serie di fatti. Non
per la ragione, perchè la simiglianza del futuro col passa
lo non è un vero nè intuitivo, nè dedotto. Non è necessa
rio dimostrare che non è intuitivo , perchè chiara cosa è
non conoscersi per evidenza immediala; ma nè pure è de*
dotto, perchè la dimostrazione non può aversi, se non per
ciò il cui opposto è inintelligibile, e l' opposto degli effetti
che veggiamo avverarsi ogni giorno in natura, è affatto in
telligibile. Noi aspettiamo da simili cause simili effetti in
virtù di un' abitudine o costume , perchè avendo veduto
più volte due fatti congiunti iusieme, acquistiamo l' abitudi
ne, o il costume di aspettar 1' uno, allorché l' altro si offre
di nuovo a' nostri sensi. L'abitudine produce il sentimento
della credenza,\\ quale si produce in noi o per la simiglia»'
za dell' obbietto futuro col presente, o per la contiguità del
l' uno con 1' altro, o per la causalità. Si aggiunga a tutte
queste ragioni, che noi non abbiamo idea del potere,o della
forza, perchè niuna operazione avviene ne' corpi, o negli
SiJrSEVMiHO^IST.FllOS.il. 10*
123 LO SCETTICISMO
spiriti, la quale ci dia l' idea del potere. In fatti, quanto è
a' corpi, 1* noi veggiamo Delle loro operazioni successione,
ma non congiunzione; 2° se scorgessimo alcun potere ne'
corpi, alla prima percezione di un obbietto do?remmo indo
vinarne l'effetto che dee nascerne. Quanto è agli spiriti, la
nozione di potere non può sorgere in noi per l' impero del
la volontà su i movimenti del corpo, e su le facoltà dello
spirito, 1° perchè l'anima non sa il modo, come attua que
ste operazioni ; 2° perchè non esercita uguale impero sa
tutti gli organi del corpo; 3° perchè talvolta crede di a-
ver questo potere, mentre non 1' ha, siccome interviene a*
paralitici; 4° perchè ignora il modo con cui ella si congiunge
col corpo. Quindi la causa e l' effetto non sono pel nostro
spirito due falli connessi; ma solo due fatti totalmente con
giunti tra loro , che 1' uno è costantemente seguito dal
l' altro.
Riduciamo per maggior chiarezza la medesima argomen
tazione in questa forinola sillogistica: La scienza delle co
se reali si fonda, tutta quanta è, sul principio di causalità;
ma il principio di causalità non ha alcuna forza; dunque
la scienza delle cose reali non è possibile. Si prova la
minore: 1° Il principio di causalità si fonda sul principio
d analogia, o sia della somiglianza del futuro col passa
lo, che è il fondamento dell' induzione; ma il principio di
analogia non ha valore scientifico. Si prova la minore: il
principio di analogia si forma mercè dell' esperienza ; ma
l' esperienza non può giustificare il principio di analogia,
perchè non ci mostra una connessione tra le qualità sen
sibili degli obbietti con le forze dalle quali sono prodotte;
talché si possa esser certo, che qualità simili debbano na
scere da forze simili, e quindi forze simili produrre qua
lità simili. 2° 11 principio di causalità non si può concepi
re senza il concetto di potere e di forza; or noi non ab
biamo alcun concetto della forza, o del potere; dunque il
principio di causalità non ha verun valore.
Prima di sottoporre a sindacato tutte le parti dell' argo
mentazione di Hume , giova avvertire che lo Scettico in
glese, fondando il principio di causalità sul principio di a
NE1 SCOI DAPPODTI CON LA FEDE 123
oalogia, presuppone , che non vi siano altre cause, se non
fisiche. la fatti il principio di analogia governa le cause
e gli effetti sensibili , perocché in virtù di esso lo spirito
attribuisce ad alcuni obbietti la virtù di produrre determi
nati effetti che ha più volte veduti nascere da loro. Però,
se gli argomenti di Hume avessero alcun peso, ne sarebbe*
ro scrollate solamente le scienze fisiche. Ma ci ricordi che
Hume si propose di mostrar vane ed assurde non pure le
scienze naturali, ma altresì la metafisica, la morale, in som
ma tutte le scienze, salvo le matematiche pure. Quindi è
forza credere, o eh' egli impugnando una sola scienza volle
accennare a ferirle tutte, o vero stimò che tutte le scien
ze, eccetto le matematiche pure, si fondassero su 1' esisten
za delle cause fisiche, e quindi tutte le scienze , salvo le
matematiche pure, si confondessero con la fisica. Ma qua
lunque sia stato l' intendimento di Hume , due punti sono
certi nel suo sistema: 1° eh1 egli non impugnò il principio
di causalità universalmente inteso, ma propriamente il prin
cipio induttivo sul quale si fonda la conoscenza delie cau
se fisiche; 2° che negò in generale alla nostra mente il
concetto di causa.
Chiaro è che per ben disaminare 1* argomentazione di
Hume, dobbiamo sul bel principio ricercare, se daddovero
la mente nostra è priva del sentimento del potere, o del.
la forza. A noi sembra certo quel che fu tenuto, come un
fatto indubitato, da' Padri e dagli Scolastici, che tanto per
la esperienza interna , quanto per la esterna conosciamo
la esistenza della causa. S. Agostino più fiate notò , che
la mente nostra è consapevole non solo di essere, ma e-
audio d' intendere, di volere, di giudicare, i Chi dubita,
e' dice, di vivere, e di ricordarsi, e d' intendere, e di vo
lere, e di pensare, e di sapere, e di giudicare? '» Questa
stessa sentenza fu ripetuta quasi con le medesime parole
di s. Agostino da Ugone da s.-Vittore, principe de' Mistici
del medio evo B. S. Tommaso contro agli Avverroisti i

') c Vivere se et metnioisse, et intelligere , et velie, et cogi-


tare,et scire,et iudicare quis dubiiet?» De jT/,mit.lib.X,c.lO,n.l4.
!) e Nana cogaoscit (uiens) se vivere, se metnioisse, se intel
11$ LO SCETTICISMO
quali tenevano, le intellezioni prodursi da un intelletto u-
Divergale separato da ciascuna anima , oppose 1' autorità
dell'esperienza interna, notando che c ciascuno sperimenta
esser egli colui che intende Ed altrove scrisse esser no
lo per interna esperienza, che noi ci formiamo dalle per
cezioni sensibili le idee intelligibili , o sia universali per
mezzo dell' astrazione *. Scoto mantenne la medesima dot
trina di s. Agostino e di s. Tommaso, perocché disse, che
tra i fatti immediati e però noti di per sè, de' quali parla
Aristotele nel quarto de' Metafisici , bisogna noverare an
che questi: a che io intendo , e che io ascolto eccetera,
e di molte altre azioni perfette, e che sono in nostro po
tere9)). Con le quali parole Scoto affermò, essere un vero
primitivo di fatto, che 1' animo ha il potere di operare, e
ch'egli è autore di molti fatti dipendenti dal suo volere.
Questa osservazione è incontrastabile, perocché noi siamo
consapevoli non solo, che v' ha in noi intellezioni e voli
zioni, ma altresì, che noi siamo il principio di esse, per
chè siamo noi i quali ci determiniamo a questi, o ad altri
voleri, e che produciamo alcune intellezioni. Or, se ci è
conto per esperienza interna che noi siamo il principio
delle nostre volizioni e intellezioni, convien dire, che per
essa ci è conto ancora esservi cause ed effetti.
Il simile dee dirsi dell' esperienza esterna; stantechè, sic
come fu osservato dopo Aristotele da s. Agostino, da Eusebio,

ligere, se velie, cogitare, scire, iudicare, haec omnia novit in se »;


De Anima, lib. II, c. 18, p. 159, Opp. ed. Can. Regul. s. Vi
ctoria, Rothomagi 1848.
') f Experitur unusquisque, seipsum esse qui intelligit i; I, q.
LXXVI, a. 1.
") » Ex hoc esperimento cognoscimus, dum percipimus , nos
absirahere formas universales a conditioaibus particularibus,quod
est facere iotelligibilia >; I, q. LXXIX, a. 4 c.
") « Et sicut est ceriiludo de vigilare (esempio di Aristotele),
sicut de per se noto; ita etiam de multis aliis actibus qui suol
io potesiate nostra, ut de me intelligere et de me audire, et sic
de aliis qui sunt actus perfecii t; Lib. I Seni., Dist. Ili, q. IV,
u. 10, Opp. ed. cit., t. V, part. I, p. 484.
nk' suoi rapporti con la ff.de i«5
da s. Tommaso e dagli altri FilosoG cristiani, i' animo nella
sensazione si sente passivo. Riferiremo altrove i luoghi, ne'
quali essi osservano col Filosofo di Stagira, compiersi la
sensazione per l'azione degli obbietti sul senso, e però « sen
tire esser patire ». Al presente ricordiamo soltanto , che
s. Tommaso espressamente insegnò, le cose esteriori esser
non solo obbietti, ma ancora cagioni delle nostre sensazio
ni, i L'obbietto, e' dice, in ordine all'atto della potenza
passiva, ha la ragione di principio e di causa '».
Di qui si raccoglie esserci noto e per interna e per e*
slerua esperienza, che vi hanno cagioni ed effetti. Non é
qui poi luogo di esaminare , come la mente dalla cono
scenza sperimentale, e però confusa di cagione e di effet
to, si formi il concetto distinto di cagione e di effetto, e
per essi il principio di causalità.
Le ragioni allegate da Hume per mostrare che noi non
abbiamo il sentimento del potere, tutte riguardano le azio
ni dell' anima sul proprio corpo. Or, noi abbiamo veduto
che conosciamo per interna esperienza essere l' anima no
stra principio di talune azioni le quali hanno per termine
l' anima medesima, e non il corpo, siccome sono le intelle
zioni e le volizioni. Quindi l'anima, ancorché non cono
scesse di produrre con la sua virtù i movimenti i quali
dietro i suoi voleri avvengono nel corpo proprio; pure el
la non mancherebbe della cognizione del proprio potere,
facendolesi questo palese per le modificazioni le quali in
sé stessa produce. In fatti anche que' Filosofi i quali opi
narono che 1' anima non esercita nessuna azione sul suo
corpo, non le negarono la consapevolezza del proprio potere.
Del resto le obbiezioni di Hume non valgono punto a
farei credere illusoria la conoscenza che ha di muovere
il proprio corpo. E per certo, di niun valore è quella tol
ta dal diverso potere che 1* anima esercita su gli organi;
perocché si sa , che effettuandosi i movimenti nelle parti
del corpo, la virtù locomotrice dell' anima dee considerarsi
non solo nell' anima stessa che n' è il principio , ma c-

') i Obieclum comparalur ad aduni poienliae passivae , sicut


priacipimn et causa moveus»; I q. LXXV1I, a. 3 c.
•aG LO SCETTICISMO
zlandio nelle partì del corpo, che ne sono il termine. On-
d' è, che s. Tommaso insegna cbe c la potenza di muo-
vere il corpo dee considerarsi non solo Dell' appetito sen
sitivo cbe comanda il moto, ma eziandio nelle |gtesse parti
del corpo, in quanto cbe sono capaci di obbedire all' ap
petito dell' anima cbe le muove. La qual cosa si fa ma
nifesta per ciò, che, dove le membra perdono la loro at
titudine naturale, non secondano l' appetito ne' suoi movi
menti *>. Però il potere che ha 1* anima di muovere gli
organi del corpo , debb' esser diverso secondo la diversa
attitudine degli organi medesimi ad eseguire i suoi appe
titi ed inchinamenlu
Nella stessa guisa si risponde all' altra obbiezione, eoa
la quale Home pretende, non esistere in noi il sentimento
del potere di muovere il corpo, perchè alle volte noi cre
diamo di poter muovere il nostro corpo , dove in effetto
non possiamo muoverlo. Imperocché, quando l' anima cre
de di poter muovere il corpo che realmente non si può
muovere, ella non perde il suo potere di muovere il cor
po, e però la cognizione di questo suo potere non è in
gannevole. Per convincerci di ciò, consideriamo con san
Tommaso , che il movimento richiede tre cose , cioè il
principio da cui il moto procede, 1' organo con cui si co
munica il moto, e la cosa la quale vien mossa; ed inol
tre, che il principio alla sua volta debb' esser mosso, per
chè la virtù motrice non può determinarsi al moto, se un
obbietto non la determini. Il santo Dottore dimostra, come
nel movimento dell' animale hanno luogo tutte queste con
dizioni, mercechè un obbietto cbe l' intelletto apprende co
me un bene, muove la potenza appetitiva dell'anima , e
questa, mentr' è mossa dal bene, muove alla sua volta le
parti del corpo le quali sono 1' organo del moto, e il mo-

') « Daec antem vis motiva noo Boiata est in appetitu, et Bea
sti, ut imperante motum; sed etiam est io ipsis partibus corporis,
ut Bini babiles ad obedieodum appetilui animae movaoUs. Cuius
signum est, quod, quando membra removcniur a sua disposino
ne naturali, non obediunl appclitui ad motum ij I, q. LXXV11I,
a. 1 ad 4.
Nb' SUOI RAPPORTI CON LA FBDB 13 7
10 sì effettua neh' animale '. Or, chi bene considera que
sta genesi del movimento nel corpo animale, scorge facil
mente che per avverarsi il moto nel nostro corpo si ri
chiede non solo nell' anima una potenza la quale comandi
11 movimento , cioè la potenza appetitiva guidata dall' in
telletto, come negli animali razionali, o vero dalla fanta
sia, come negl'irrazionali; ma altresì una potenza nel cor
po , la quale esegua gli ordini della potenza appetitiva
e che perciò , laddove il movimento nell' animale non si
effettui per alcun vizio della potenza esecutiva del corpo,
1' anima non perde il suo potere imperativo, Quiudi è ma
nifesto, che l' anima nostra , allorché ignorando il vizio
degli organi corporati del moto , crede di poter muovere
H corpo, ella non erra nel riconoscere in sè questo pote
re, essendoché non per difetto del suo potere il movimen
to non succede nel corpo. Si conchiuda adunque» clic que
sta difficoltà di Hume non vale a mostrare falsa la cogni
zione che ha l'animo della sua forza e del suo potere, e
però non giustifiea l'avviso di Ileid e di altri filosofi i
quali per essa s' indussero a credere , che la nozione di
forza e di potere non ci si somministri dal senso inlimo,
come dicono, ma dall' istinto, o dalla ragione.
L' altra difficoltà tolta da ciò che l' animo non sa, come
avvengano nel corpo i moti volontari, è di maggiore ira-

') t Tria sunt quao iuveniuntur in motu. Vuum quod est mo-
vens , ei aliud esi organimi quo nioveos muvcl , et lertium est
quod movetur. Movens autem est duplex, uumn quidem immo
bile, et aliud quod est movens moium. In motu igitur animalis,
movens quod non movetur, est bonuin aditale quod movet ap-
petilum, preut est iulellectum vel imagioatum. Sed movens mo
tu n est ipse appeiitus, quia ouine quod appetii, movetur , et i-
psum appetere est quidam actus, vel motus prout moius est a-
ctus perfecli, prout dicium est de operatone seusus et iotelle-
ctus. Quod autem movetur , est animai. Organum autem , quo
appeiitus movet, est aliquid corporeum, scilicot quod est primuui
orgaoum motus s; la lib. I De An. lect. 15.
") lutelleclus et appeiitus moveut sicul impcrantes motuui. Sed
Oporlel esso polenliam motivam, quae molum excqualur, secun-
duin quam scilicel membra scquuulur imperimi] appetitila et in?
tellcctus vel seusus »; Qq. dispp., q. de An. a. 13 ad 13.
128 LO SCETTICISMO
portanza, perchè Pietro Bayle con essa si argomentò di prò-*
vare che 1' anima non può esser causa non solo delle sue
idee, e delle sensazioni, siccome s' insegnava da parecchi
Cartesiani, ma né pure dèlie sue volizioni. Ecco con quali
parole conchiude il suo discorso: i Per raccogliere in poche
parole la forza del ragionato sin qui, osserverò esser co*
sa manifesta a tutti coloro i quali considerano profonda
mente le cose, che la vera cagione produttiva di un effetto
dee conoscere 1' effetto medesimo, ed eziandio sapere , io
che modo, bisogna produrlo. . . Or se noi bene scandagliamo
noi medesimi , ci convinceremo perfettamente , che senza
1' aiuto dell' esperienza 1' anima nostra sa tanto poco che
cosa è una volizione, quanto sa', che cosa è un'idea, e che
dopo una lunga esperienza ella non sa, come si formano le
volizioni meglio che lo sapeva prima che avesse voluto al
cuna cosa. Che conchiuderemo da ciò, se non ch'ella non
può essere la cagione efficiente delle sue volizioni,siccome
non cagione efficiente delle sue idee e del movimento degli
spiriti i quali mettono in movimento le nostre braccia
Ma le cose innanzi dette mostrano vana e futile questa
difficoltà de' moderni Pirronisti. In fatti, noi abbiamo ve
duto che l' anima è causa di alcuni movimenti del corpo,
in quanto che la ragione comanda i movimenti medesimi,
o sia dirige le potenze sensitive le quali sono princìpi mo
tori degli organi corporali; ma che essi movimenti si ese
guono da alcuni organi corporali destinati a tale ufficio \
Or, se T esecuzione di que' movimenti che 1' anima vuole
produrre nel corpo, non appartiene all' anima, ma ad al
cuni movimenti del corpo stesso, è chiaro, che T anima dee

') Réponse aux Questione tf un Provinciale pari. II, c. 140,


Oeuvr. divers. t. HI, p. 783, à T Raye 1727.
*) « Membra corporis sud! organa quaedam potentiarum anì-
mae. Vode eo modo quo potentiae animae se habeDt ad hoc quod
obediant ralioni, hoc modo se habeDt eliam corporis membra.
Quia igitur vires sensiiivae subduntur imperio rationis,non autem
vires rjaturales, ideo omnes motus membrorura quae moveniur
a potentiis sensitivis, subduntur imperio rationis ; molus autem
nicmbrorum qui coDsequuniur vires naturales , non subduntur
imperio rationis »j I, q. XVII, a. 9 c.
Ne' SCOI BAPPOBTI CON LA FEDE 129
conoscere i movimenti che vuol produrre, perchè non po
trebbe volere l' ignoto, ma non dee conoscere il modo eoa
che essi movimenti si effettuano, perchè 1' effettuazione di
essi non appartiene a lei , ma agli organi del corpo. Per
meglio persuadersi di ciò, si ponga mente, che le cause na
turali, cioè quelle cause le quali naturalmente producono
I1 effetto , non han bisogno di sapere il modo con cui lo
producono , perchè lo producono per determinazione na
turale, e non per proprio studio o deliberazione. Al con
trario, le cause artificiali, come quelle che producono l' effet
to non per alcuna necessaria determinazione di natura, ma
per propria invenzione e studio, è necessario che sappia
no il modo onde si dee porre in essere il diseguo dell' ef
fetto da loro concepito. Così 1' acqua estingue la sete e
produce mille altri effetti maravigliosi senza sapere, come
gli produce; ma l'architetto non può costruire un edifìcio
di cui ha concepito il tipo nella mente sua, se non sappia
il modo con che questo tipo dee recarsi in atto. Quindi, se
la parte razionale dell' uomo non fa altro che comandare i
movimenti volontari del corpo , o sia determinare le po
tenze sensitive, e mettere in attività gli organi corporali,
e questi organi eseguono i movimenti naturalmente e senza
veruna cognizione degli effetti che producono , manifesta
cosa è , che Y anima ben dee conoscere quali movimenti
vuole si producano nel proprio corpo , ma non il modo
con cui essi movimenti si eseguono.
Leibniz accennò appunto questo divario che corre tra le
cause naturali e le artificiali, per ribattere il principio di Hu-
me, tanto inculcato da Bayle. «Qual necessità, e' dice, vi ha,
che si sappia sempre, come si' opera quel che si opera? I
sali , i metalli, le piante , gli animali e mille altri corpi
animati, o inanimati sanno , come si fa quel che fanno ,
ed ban mestiero di saperlo? Vi ha bisogno che una goc
cia di olio, o di grasso si sappia di geometria per riton-
darsi su la superficie dell'acqua. Tutl* altro è cucire pun
ti; chè, quando si tratta di un fine , bisogna conoscere i
mezzi per conseguirlo. Ma noi non formiamo le idee no
stre, perchè le vogliamo ; ma elleno si formano in noi e
l3o LO SCETTICISMO
da noi non dietro un cenno della volontà nostra, ma se
condo la natura nostra e quella delle cose 1 >..
Veduto che l' anima ha il sentimento del potere e della
forza, e che, per la mercè di cotal sentimento, ella acqui-
Bla il concetto di causa , trapassiamo a mostrare contro
Doma, che non v' ha solamente cause fisiche, ma ancora
cause logiche e spirituali ; onde malamente egli si affidò
di combattere ogni sorta di cause, combattendo 1' esisten
za delle cause fisiche. E dapprima, allorché doì, in virtù
di alcun ragionamento, deduciamo da un vero a noi noto
un altro ignoto, il primo è vera cagione produttiva del se*
condo, perchè attua fuori di sé un vero che virtualmente
in sè rinchiudeva, o sia riduce ad essere quel che innan
zi era solo in potenza. Questa dottrina di Aristotele " fu
largamente svolta da a. Tommaso e dagli altri Scolastici.-
S. Tommaso ne' suoi Commentari su' Secondi Analitici
disse, che < i princìpi hanno con le conclusioni nelle co
noscenze dimostrative que' medesimi rapporti che hanno,
quanto alle cose naturali, le cause attive co' loro effetti
e conformemente a ciò, nella Somma chiamò il sillogismo
un discorsa per via di causatila *.
Noi non ignoriamo che Van-IIeimont * , La Ramèe 8 ,
Patrizzi', Nizzoli % e dopo costoro non pochi, da Locke * si-
*) Thèodkèe pari. Ili, § 403, Opp. Philos. ed. Erdmann, p.619-
620, Beroliui 1840.—») Post. Anal. lib. I, c. 1; Phys. lib. Il, c. 3.
') c Principia se habeot ad conci usiones io demonstraiivis, sic-
ut causae aciivae in naturalibus ad suos effeclus )j J Post, d-
nal. lect. 3.
') c In scienti» enim nostra duplex est discursus. Vnus secuo-
dura successionem tantum; sicut, curo, postquara intelligimus a-
liquid in actu, couvertimus nos ad inlelligeudum aliud. Alius dis-
cursus est secundum causalilalem: sicul curo per principia pct>
veniraus io cognilionem couclusionum i; I, q. XIV, a 1 c.
*) Logica inutilis, Traci. VIII, Opp. p. 27, Lugduni 1667.
°) Scholae dialecticae in artes liberales, lib. IX, Basileae 1559,
') Discussiones peripateticae, t. Ili, lib.IV, p. 323, Basileae 1551.
*) De veris principiis et vera rattorte pàiiosophandi, lib. IV,
e. 1-5) ed. Leibniiius, Francofurii 1674.
*) Eitai» sur t enlendcment humaìn, hh. IV, c. 11, § 7; c. 7,
S 2, 14, 15, ed. cit.
ne' scoi happobti con la fede l3{
no a Vincenzo Gioberti ', negarono che nel sillogismo la con
clusione sia una nuova conoscenza prodotta dalle premesse,
perchè la conoscenza delle conclusioni è simultanea a quel
la delle premesse , e che per tal ragione 1' uffizio del sii»
logismo non è quello di produrre nuove conoscenze, si di
ordinare le conoscenze già acquistate. Ma basta anche una
leggiera considerazione sulle nostre azioni intellettuali per
conoscere, che, sebbene le conclusioni sieno ne' princìpi e
debbano esservi, perchè altrimenti non se ne potrebbero ca
var fuori; pure la mente non ne acquista conoscenza, se non
dipoi che le ha tratte fuori da' principi. S. Tommaso ba e-
sposto più volte questa incontrastabile sentenza. Egli ha
notato, che < allora può dirsi cbe taluno ha acquistato la
scienza, quando dalle conoscenze universali la mente è con
dotta alla conoscenza attuale de' particolari che innanzi pò*
tenzialraente, e quasi in modo particolare conosceva9». U
medesimo Santo, per tacere d'altri infiniti luoghi, sceverando
le conoscenze intuitive dalle dedotte, scrisse che ila potenza
di intendere snl bel principio conosce alcune cose quali co
gnite per sè, ma che in questa ve ne ha di altre le quali
non può intendere, se non per la mercè del ragionamento,
cioè con lo svolgere que' pronunziati i quali ne* princìpi ini-
patitamente si contengono Ed è bello vedere, come fa
notare in ciò la convenienza della produzione delle cono
scenze con quella delle cose, c Siccome, e' dice, l' effetto
innanzi che si rechi in atto , è virtualmente nelle cause
attive, e non già attualmente, il che importa essere sem
plicemente; così la conclusione, innanzi che sia dedotta da'

') Introd. lib. I, c. 4, l. II, par. I, p. 30, Brunelle 1840; Er


rori ecc. i. I, p. 131, 163, 164, 165, 174, 347.
") c Quando ex istis universalibus cogoiliooibus meng educilur,
ut acid cogooscat pariicularia, quae prius in poteniia, et quasi
io universale cogooscebat, lune aliquis dicilur scieatiam acqui-
rere »; Qq. disp. q. XI, De Magistro, a. 1 c.
') f Poienlia iatelleciiva . . . statini quaedani videi, ut quae
sunt per se nota, io quibus implicite continentur quaedanj alia,
quae iutelligere non polest, nisi per officili m raiioois, et quae io
priocipiis implicite coaliucuiur, ezplicandoi; Jùid. ibid. ad 12.
l3l LO SCETTICISMO
principi dimostrativi , si conosce in essi princìpi , già co*
gatti virtualmente , non attualmente 1 ». Ponete mente T
dice il medesimo Dottore, che « ognuno il quale ragiona,
non intuisce la conclusione con la stessa considerazione
con la quale intuisce i principi, perocché, se col conside
rare i princìpi, considerasse nel tempo stesso la conclusio
ne , dopo considerato i princìpi, non avrebbe mestiero di
passare alla considerazione della conclusione VEd in vero,
continua a ragionare il santo Dottore, «tra il vedere una
cosa in un' altra , ed il vedere una cosa dall' altra corre
questo divario , che nel primo caso con una sola azione
si conoscono amendue le cose , e nel secondo v' ha biso
gno di due azioni, perchè con la prima si conosce una co
sa, e con la seconda da quella prima cosa si raccoglie la
conoscenza dell' altra. Or, di questa seconda guisa è la co
noscenza che si ha per la dimostrazione, stantechè l' intel
letto prima conosce solamente i princìpi, e poi per mezzo
de' principi trapassa alle conclusioni * ».
Oltre alle cagioni naturali e logiche v' ha un altro ge
nere di cause, cioè le spirituali e intellettuali, le quali ci
si appalesano per gli effetti sensibili. In fatti la natnra de-

') t KOectus aotequam perducatur in aclu, praeexislit qui Jem


in causis adi vis virlute , non aulem aetu , quod est simpliciter
esse. Et similiter, aotequam ex priocipiis demooslrativis deduca-
lur conclusio, in ipsis priocipiis quidero praecoguiiis praecogao-
scilur conclusio cintile, non auteua aclu »; 1 Post. Analyl. leci. 3.
*) t Omnis ratiocinans alia consideratone intuelur principia,
et alia conclusionem: non enim oportet consideratis priocipiis ad
conclusionem procedere, si ex hoc tpso, quod principia conside-
rantur, conclusiones eliam considerami i; Coni. Geni. lib. I,
C. 57.
') t Differì cognoscere aliquid io aliquo, et aliquid ex aliquo.
Quando enim aliquid in aliquo cognoscitur, uno motu fertur co-
gooscens io utrumque . . . Sed lune dicitur aliquid ex aliquo co-
guosci, quando Don est idem motus in utrumque, sed primo mo-
vetur iniellecius io unum, et ex hoc moveiur in aliud: unde bic
est quidam discursus, sicut patet io demonstrationibus. Primo e-
Dim iniellecius fertur io principia tantum, et secundario fertur
per principia in conclusionem »; Qq. disp., De ver», q. Vili, a.lj.
ne' suoi rapporti con la FEDE 1 33
gli effetti sensibili talvolta è tale, che non possono creder
si prodotti da cause sensibili, ma ben da qualche cagione
superiore ad ogni conoscenza sensata. Cosi, noi conoscen
do, per la testimonianza de' sensi esterni e per la conoscen
za riflessiva dell' intelletto, 1' esistenza di esseri finiti, e con
siderando che ogni essere finito debb' esser prodotto dal
l' Essere infinito, ci leviamo dalla conoscenza de' sensibili
alla conoscenza di un Essere infinitamente intelligibile, per
chè infinito essere. Egli è chiaro che la conoscenza della
causa spirituale ponta tutta sul famoso pronunziato di cau
salità, cioè che non può esservi effetto senza causa. Hume
non combattè espressamente questo pronunziato , percioc
ché avendo detto che non abbiamo il concetto di potere,
e quindi non possiamo vedere ne' fenomeni succedentisi nel
la natura alcuna connessione, ma solo consecuzione, non
avea bisogno di dimostrare che può esservi effetto senza
causa. E per fermo , se la causa non è ciò , che con la
virlù sua fa esistere una cosa , e 1' effetto non è ciò che
esiste per virtù di una causa , siccome vuoisi da' Dogma
tici , ma diconsi causa ed effetto due fenomeni de' quali
I' uno succede costantemente all' altro , sènza veruna di
pendenza, chi non vede, che non ripugna esservi un effet
to senza cagione 7
Ma oltre a quel che abbiamo innanzi ragionato contro
tali pretensioni di Hume, stimiamo aggiungere qualche al
tra cosa per dimostrare, che vi sono effetti e cause secon
do la. dottrina de' Dogmatici , e eh' è verissimo quel loro
pronunziato, non esservi effetto senza causa. Hume convie
ne co' Dogmatici in ciò, che l'effetto è una sostanza, o un
modo, o un fenomeno, come meglio gli piace dire, il quale
mentre innanzi non era, al presente è, o sia che ha comin
ciato ad essere. Or, noi gli domandiamo, come una cosa
la quale non è, può venire all' essere ? Certo v' ha bisogno
di una forza, o sia di una virtù attiva estranea alla cosa
stessa secondo quel pronunziato evidente ed irrepugnabile
delle nostre scuole, che a nessuna cosa può venire all' at
to, se non per qualche cosa eh' è già in atto 'j.PertantOjSe è

') t De potentia non potest aliquid reduci in aclum , nisi per


1 3/f SCRTTICISMO
chiaro altresì, elie una cosa non può operare , sé non è,
perchè a ogni essere per ciò eh' è in atto, opera *», e «per
ciò eh' è, è principio attivo di una cosa *», agevolmente si
comprende, che niuna cosa può per propria forra ridursi in.
atto, o sia dare a sè V esistenza, perchè bisognerebbe dire,
come fa osservato da s. Agostino, eh' ella era prima di es
sere, o vero, secondo F espressione di Clemente Alessandri*
no, che nel tempo stesso sia e venga prodotta; infine, co
me disse s. Tommaso, che sia pria di sè stessa, e sia in po
tenza ed in atto nel tempo stesso. « Niuna cosa, disse s. A-
gostino, produce, o genera sè stessa; altrimenti era, pri
ma che fosse " j. Clemente scrisse: i L' essere si differenzia
dall' essere, fatto .... Perciò non accade che una mede
sima cosa secondo il medesimo rispetto sia nel tempo stes
so, e sia prodotta. Ond' é, che nissuna cosa è causa di sè
stessa4 j. E s. Tommaso in Cne: «Non è possibile, che al
cuna cosa sia cagione efficiente di sè stessa, perchè in tal
modo sarebbe anteriore a sè stessa; il che è impossibile 'ws
Egli confortò un tal vero con quest* altra ragione, che se
una cosa si riducesse in essere da sè , dovrebbe credersi
nel tempo stesso in potenza ed in atto , laddove < non è
possibile, che una cosa medesima secondo il medesimo ri
spetto sia medesimamente in potenza ed in atto6 a.

aliquod ens in actu>; I, q. II, a. 3 c. ( Quo d est in poteatia, non


reducilur io actum, nisi per ens actu s; Ibid. q. Ili, a. 1 c.
*) (Vnumquodque agii, secuDdum quod est io actu i; I, q. XXv",
a. 1 ad 1.
B) s Manifestimi est enim, quod unumquodque secuudum quod
est acuì, et perfeciura, secundum hoc est principium activum a-
licuius a; Ibid. c.
') ( Nulla res se facit, aut gignìt, alioquia era!, antequam es
se! »; De immorl. an. c. 8, n. 14.
') AratpEpsi te tò taou , ou ijeiwàoe/. cDra)S xocì curio» /he» rea
«yvojaEsoD, rarvjp <5fc u/o3 . oùx tvSt%trtxt yap rò avrò xctTW rò avrò
xaì tlvai &fux xai ^imesSou . ouSÈ» o3» Ìvtcj iauToù al'rtov; Slrom.
lib. Vili, c. 9, ed. cil.
*) « Nec est possibile, quod aliquid sit causa efilciens suipsius,
quia sic esset prius seipso, quod est impossibile >; I, q. Il, a. 3 c.
") c Nou ameni est possibile, ut idem sii siuiul in aclu et pò-
lentia secundum idem »; Ibid,
nb' scoi rapporti con LA FEDE 1 35
Se effetto è, per consenso di Hurae stesso, ciò che co*
mincia ad essere, e quel che comincia ad essere, non può
cominciare ad essere per propria azione , conviene con-
chiudere, che niuna cosa può venire all' essere, senza l' a-
zione di un' altra cosa eh' é. Però sapientemente 8. Tom
maso fermò quel principio, che e quel che non è, non co
mincia ad essere , se non per alcuna cosa la quale è *»w
f Essendovi, ragiona il medesimo Santo, un tale legame di
dipendenza tra gli effetti e le cagioni , è necessario che
quando è 1' effetto , sia ancora la causa * s, e « laddove
alcun effetto ci è più manifesto della cagione sua, l' effetto
ci meni alla cognizione della causa *s. Quindi si raccoglie
che il pronunziato di causalità riceve il suo valore dal
principio di contraddizione, perchè se un effetto fosse sen
za causa, ad un tempo stesso sarebbe e non sarebbe effet
to; ond' esso è un vero giudizio analitico e identico.
Adunque noi movendo da un punto, conceduto da Hu*
me, che vi ha fatti i quali cominciano ad essere, ne ab*
biam dedotto, 1° che v' ha fatti connessi in natura, e però
vi ha cagioni ed effetti intesi secondo la sentenza de' Dog
matici; 2° che se le nozioni di cagione e di effetto s' in*
tendano secondo la dottrina de' Dogmatici, siccome daddo*
vero bisogna intenderle, è certo che non può esservi effet
to senza causa.

') c Quod non est, non incipit esse, disi per aliquid, quod est i;
Ibid.
*) f Cam effectus dependeant a causa, posilo effeclU , necesso
ni causam praeeiistere i; I, q. II, a. 2 c.
*) i Cuoi effectus aliquis oobis est manifestior, quam sua ca,U*
•a» per eQeclum procedimus ad cogniiionem causae », Ibid.
1 36 LO SCETTICISMO

§ x.
Continua la critica dello Scetticismo di Hume
Home combalte il principio di analogia, perché crede non potersi co
noscere da noi la virtù intima delle cose, e però alcun legame delle
qualità sensibili delle cose con la loro naturalo forza intima. Si di
mostra con s.Tommaso l°che ben si conoscono da noi le virtù inti
me delle cose, e che in effetto questa conoscenza é il fondamento del
la riduzione degli esseri in alcune determinate classi; 2° anche dato
che non ci possa esser coota la virtù intima delle cose, pure abbiamo
argomenti per conoscere la connessione tra gli effetti delle cause na
turali con la loro forza o natura, la quale è il fondamento del princi
pio di analogia. Questa dottrina dell' Angelico fu bellamente usata da
Scolo per render ragione del principio di analogia; onde si chiarisce
falso il pronunziato di Hume, che ogni dimostrazione del principio di
analogia debba contenere una contraddizione. Argomentazioni di s.Tom
maso opportune a provare contro Hume, che nelle cose naturali vi ha
una necessità assolutale quindi una ripugnanza assoluta dell'opposto,
e si dichiara, come, ad onta di tale ripugnanza, avvenga che le cau
se naturali non sempre sortiscano il loro effetto. Grave errore di Gio
vanni Salisburiensc, di Gassendi, di Locke e di altri moderni, intorno
a tal punto. Conchiusione.
Resta ora che ribattiamo le obbiezioni di Hume contro il
principio di analogia a fin di stabilire la certezza delle
scienze fisiche. Hume stimò, che noi non dobbiamo aspet
tare da simiglianti cagioni effetti simigliatiti , perchè non
conosciamo esservi legame tra gli effetti , o vero qualità
sensibili, e le forze intime delle cagioni, e questo legame
ignoriamo, perchè ci sono ignote le forze intime delle co
se. Quindi, per chiarir con un esempio questa teorica del Fi
losofo inglese, noi non possiamo esser sicuri, che ogni qual
volta berremo 1' acqua, ci si smorzerà la sete, siccome sem
pre ci è accaduto, perchè non conosciamo esservi un lega
me tra questa qualità dell' acqua di estinguer la sete, e la
forza dell' acqua medesima che la produce. A fin d' esser
certi, secondo lui, che ogni qual volta berremo l' acqua, ci
si smorzerà la sete, sarebbeci mestiero di conoscere, che
questa virtù dell' acqua ha un legame necessario , o sia
una connessione con la natura, o. forza intima dell' acqua,
^r, questa forza intima dell' acqua, siccome le forze intime
di tutte le altre cose, ci sono occulte.
NE' SCOI BAPPonTI CON LA FEDE l3j
Se Hume aresse studiato per poco ne* libri de' Maestri
delle Scuole cristiane , non gli sarebbero surti in men
te questi dubbi contro il principio di analogia. In fotti
s. Tommaso col quale concordano gli altri Dottori , da
queir irrepugnabile pronunciato poco anzi riferito , cbe
i ogni cosa opera in quanto eh' è », dedusse che « ogni co*
sa opera nel medesimo modo cbe è * », e quindi 1 1' opera-
rione di qualsiasi cosa corrisponde a capello all' essere del
la cosa medesima 2 »; e da questo secondo pronunziato ne
raccolse un terzo, cbe t V operazione di ciascuna cosa di
mostra la natura della cosa stessa 3 s. Or, con queste mas
sime incontrastabili del nostro Aquinate riesce agevole
rispondere ad Hume. Imperciocché, se le qualità sensibili
de' corpi si producono , secondo Hume medesimo , dalle
forze intime degli stessi corpi, é chiaro che dalla natura
delle qualità sensibili di un corpo si può conoscere, se non
adeguatamente, almeno bastevolmente la natura della for
ca produttiva di esso.
In fatti, si consideri che le qualità sensibili degli obbiet
ti, nascendo da una virtù intima degli obbietti medesimi,
debbono contenersi in qualche maniera nella natura loro
propria; siccome gli effetti, comechè in diverse guise se
condo la diversa loro natura , si contengono nelle loro
cagioni*. Però dalla diversa natura delle operazioni di
una cosa si può o in tutto , od in parte conoscere quel-

1 iEo modo atiquid operatur, quo est »; I, q. LXXV, a. 2 c.


Ed altrove: « Operatio cuiuslibet rei est secundum uiodum sub-
sianiiae eius i; I, q. L, a. 2 c.
") c Similiter uoumquodque habet esse et operationem »; I, q.
LXXV, a. S. Ecco, come brevemente deduce V un principio dal
l' altro : c Sic enim res habet esse , sicut et operatur , cum
uoumquodque operetur , inquaolum est > ; Coni. Geni. iib. II ,
e. LXXXVI, d. 1.
*) f Natura uniuscuiusque rei ex eius operaiione oslendiiur »;
I, q. LXXV1, a. 1 c.
') Ssa Tommaso più volte espose le diverse maniere onde uu
effetto può essere nella sua cagione. Vedi tra i molli luoghi, III,
q. LXII, a. S e, a. 4 c.
&IHSEVMlHO,SlST.FU0S., I, U
1 38 IO SCETTICISMO
la della cosa medesima. Per esemplificare nn tal vero con
dottrine tolte dal medesimo s. Tommaso , giova osserva
re col s. Dottore, che noi dalla conoscenza delle diverse
operazioni degli esseri i quali si mostrano nella natura ,
ci formiamo la triplice principale divisione degli esseri me
desimi. E nel vero, veggendo noi che l'uomo ha un giudizio
libero, e però opera sempre per elezione; che il bruto ha
un giudizio necessario, e quindi opera istintivamente , e
che in fine altri esseri operano senza veruna conoscenza
nè razionale, né istintiva \ risolutamente asseveriamo che
il principio delle operazioni umane è intellettivo , quello
delle operazioni de' bruti è unicamente sensitivo, e quello
io fine che opera nelle altre specie inferiori all' umana ed
alla bestiale, è privo di ragione e di senso, e quindi di
vidiamo tutte le cose che sono, in tre principali ordini ,
cioè razionale, sensitivo e naturale \ E queste stesse spe
cie di cose sfornite di senso e di ragione, noi le scernia
mo tra loro secondo la diversità de' principii che si ci ma
nifestano dalle loro diverse operazioni.
Ma vogliamo esser larghi con Hume, e concedergli, che
le qualità sensibili degli oggetti in verun modo palesino la
natura delle forze intime in cui si radicano ; nondimeno
abbiam per fermo , che anche senza ciò può esserci con
ta la loro connessione con esse forze. Ed in tale avviso sia
mo venuti per i sottili ragionamenti del medesimo s. Tom
maso. Il quale osserva con Aristotele , che tra gli effetti
delie cause naturali alcuni accompagnano sempre, o nel

*) I Quaedara agunt iudicio , sed non libero , sicut ammalia


bruta: iudicat eniui ovis videns lupum , eum esse fugiendum ,
naturali iudicio, et non libero ; quia non ex collatione , sed ex
naturali instinctu hoc iudicai: et simile est de quolibet iudicio bru-
torum animalium. Sed homo agii iudicio, quia per vira cogno-
scitivam iudicai aliquid esse fugiendum, ve) prosequendum. Sed
quia iudicium istmi non est ex naturali instinctu in particulari
operabili, sed ex collatione quadam ratioois; ideo agii libero iu
dicio , potens io diversa ferri. Ratio enim circa contingeulia
babet viam ad opposita i; I, q. LXXXIU, a. l.c.
*) I, q. LXXVIII, a. 1 e, e altrove passim.
NK SUOI RAPPORTI CON LA FEDB I 3g
più. de' casi, cioè costantemente l' azione delle cause sles
se, altri solamente «V» pochi casi, o sia di rado \ Secon
do questa osservazione e' ragiona col medesimo Stagirita,
che la prima sorta di effetti debba originare dalla natu
ra della cosa che opera, e la seconda è accidente di es
sa; perciocché, non potendo alcuna cosa essere dispoglia
ta dalla natura sua , é chiaro che quel che è naturale
ad una cosa , dee rinvenirsi costantemente in lei, e per
contrario quel che può essere, o mancare in lei, ed esse
re in un modo anzi che in un altro, n'è un semplice ac
cidente. Or, continua a ragionare s. Tommaso , gli effetti
i quali originano dalla natura delle cose , sono per ne
cessità costanti ed uniformi; stanteche, se ogni cosa ope
ra , in quanto eh' è , e se unico è il principio pel quale
ogni cosa é quel eh' è, le potenze naturali debbono esser
determinate ad un certo genere di effetti corrispondente
alla loro natura, e però gli effetti che nascono dalla na
tura, debbono essere sempre uniformi. ., ■
Il santo Dottore bellamente svolge cosiffatta teorica, al
lorché discorre il divario che è tra le operazioni naturali
e le volontarie. Tra i molti luoghi scegliamo il seguente:
«La volontà e la natura si differenziano nella produzione
degli effetti in ciò, che la natura é determinata ad un solo
genere di effetti, laddove per la volontà avviene il contrario.
E questa n' é la ragione, che 1' effetto è simigliante al prin
cipio formale dell' agente ( o sia a ciò per cui 1' agente è
quel eh' è), perché in virtù di un tal principio opera. Or, è
chiaro che una cosa unica ha un solo principio formale pel
quale è quel eh' è; quindi P effetto che produce, debb' es
ser conforme al suo essere. Ma, poiché il principio pel quale
la volontà si muove ad operare, è l'apprensione dell' ob-
bietto il quale si vuole, la volontà non opera per un prin
cipio unico, ma per più princìpi, secondo che più sono le
apprensioni dell' intelletto. Onde quel che si opera per vo
lontà, non è conforme all' essere dell' operante, ma all' ob
bietta che P operante intende e vuole. Adunque la volon-

') Vedi i luoghi citali nella face. «eg.


1 4o hO SCETTICISMO
tà è il principio di quegli effetti i quali possono essere
in questo, o in quel modo, dove la natura è il principio
di quegli effetti i quali non possono essere altrimenti da
quel che sono' s. Quindi il santo Dottore ricorda in mil
le guise questo dettato, che gli effetti naturali sono seni*
pre uniformi. Ora egli Borire, che s è proprio dell' agente
naturale produrre un effetto unico, perchè la natura ope
ra in un solo e medesimo modo ... e ciò, perchè opera
conformemente al suo essere . . . e P essere dell1 operante
naturale è determinato * ». Ora dice, che < il corso della
natura, siccome è noto per esperienza, procede sempre, o
quasi sempre nella stessa guisa *». Ora inculca, che « le po
tenze naturali non producono, se non determinati effetti *»,
e che i le cose naturali hanno il potere di operare deter
minato ad un solo genere di effetti , perchè non s' indi
rizzano al loro scopo per un movimento proprio, siccome
le creature ragionevoli in virtù del libero arbitrio col qua
le deliberano e scelgono , ma per ispinta di un principio
estrinseco * i.
') < Voluntas, et natura secundum hoc differunt in causando,
quia natura determinata est ad unum: sed voluntas non est de
terminata ad unum. Cuius ratio est : quia effeclus assimilaiur
formae agentis, per quam agit. Manifestum est autera, quod unius
rei non est nisi una forma naiuralis, per quam res habet esse:
unde quale ipsum est, tale facit. Sed forma, per quam voluntas
agit, non est una tantum, sed snnt plures, secundum quod sudi
plures rationes intellectae. Vnde, quod volunlate agitur, non est
tale, quale est agens, sed quale vult , et illud intelligit esse a-
gens. Eorura igitur voluntas principium est, quae possunt sic,
vel aliter esse. Eorum aulem, quae non possunt nisi sic esse ,
principium natura est >; I, q. XLI, a. 2 c.
■) ( Ad quod (agens naturale) pertinel, ut unum effeclum pro
duca!, quia natura uno et eodcm modo operatur, nisi impcdia-
tur; et hoc ideo, quia secundum quod est tale, agit: unde quam-
diu est tale , non facit nisi tale. Orane enim agens per naturata
habet esse determinatimi »; I, q. XIX, a. 4 c.
*) ( Naturae cursum videmus semper eodem modo progredì ,
aut ut iu pluribus»; Qq. dispp., de verìt. q. HI, a. 1 c.
*) « Potentiae naturales sunt determinatae ad unum » ; Qq.
ditpp., de verit., q. XIV, a. 10 ad 13.
*) « Non praclìgitur ei (nomini) virlus operativa determinata
ne' scoi rapporti con la fedr 141
Con queste massime di san Tommaso agevolmente si di»
mostra la certezza del principio di analogia, negato da Hu-
me. Imperciocché se gli effetti che sempre, o quasi sem
pre nascono dalle cause naturali , si radicano nella na-
tura stessa delle cose, e se la natura è fatale e necessa
ria nelle sue produzioni, evidente cosa è, che il corso del-
le cose naturali debb' essere costante ed uniforme, e quin
di il futuro debb' essere simile al passato.
I nostri lettori hanno per certo osservato la soprallegata
dimostrazione non fondarsi sopra un principio di petizione,
che Home crede essere il vizio di ogni dimostrazione con la
quale si voglia stabilire il principio di analogia. Ed in vero,
se noi dimostriamo il principio di analogia dalla costanza
dell'ordine della natura, non dimostriamo la costanza dell'or
dine della natura col principio di analogia,ma sì con elemen
ti, parte di semplice osservazione e parte razionali. Concio*-
siachè dapprima sperimentiamo che talune cause producono
sempre i medesimi effetti; indi ragioniamo che questi effetti
debbono derivare dalla natura delle cause le quali li pro
ducono, in virtù di quel pronunziato che solamente ciò che
appartiene alla natura della cosa, si rinviene costantemente
nella cosa stessa; in fine, usando di un altro pronunziato ra
zionale che la natura è necessaria e fatale nelle sue produ
zioni, conchiudiamo che il corso delle naturali cose è co
stante ed uniforme. Ecco in che modo aiutati dall' osserva
zione e dalla ragione ghigniamo a rilevare la costanza del
l'ordine della natura, e da questa per immediata inferenza
deduciamo il principio di analogia, primo e necessario fon
damento delle scienze naturali. Bello è il vedere, come questi
due elementi, cioè l' empirico e il razionale, siansi intrecciali
nella dimostrazione del principio induttivo da Duns Scoto il
quale, in queir età di sottili e profondi ragionatori, meritò
il nome di Dottor Sottile. E' ragiona così: «Quanto alle co
gnizioni acquistate con 1' esperienza, affermo che, sebbene
ad unum, sicut rebus naturalibus, quae agunlur tantum, quasi
ab altero directae in flnem , non autem seipsa agunt , quasi se
dirigenza in finem , ut creaturae ralionales per libertini arbi
trino!, quo coasilianlur, el eliguul »; I, q. XXII, a. 2 ad 4.
I/fz LO SCETTICISMO
non tutti, ma più singolari cadano sotto 1' esperienza, nè
vi cadano nella stessa guisa in tutti , ma nella maggior
parte de' casi; nondimeno ogni uomo, dotto di tali esperien
ze, sicuramente conosce che la cosa sta in questa guisa e
in tutti i casi, e per riguardo a tutt' i singolari. E questa
sicurezza egli acquista in virtù di quel pronunziato razio
nale: ciò che si opera nella maggior parte de' casi da qual
che cagione priva di libertà, è naturale effetto di essa. Il
quale pronunziato l' intelletto immediatamente conosce, seb
bene ne abbia appreso i termini da' sensi sottoposti all' er
rore, stantecbè una cagione non libera non può produrre
un effetto contrario al line a cui viene ordinata, o un ef
fetto al quale non è pel suo principio formale ordinata.
Per esperienza poi sappiamo, che la causa la quale pro
duce cotale effetto, lo produce nella più parte de' casi, per
ciocché scorgendo una certa natura ora con uno, ora con
altro accidente, ritrovasi che per quanto grande sia la di
versità degli accidenti , sì fatta natura è costantemente
accompagnata da un tale effetto ; cosicché cotesto effetto
non ha origine da qualche accidente della natura, ma dal
la natura medesima 1 »,

■ *) c De cogoilis per experieniiam dico, quod, licet experien-


tia oon babeatur de omnibus singularibus, sed de pluribus, uec
quod semper, sed quod pluries; lameu expertus infallibililer no
vi i, quod ila est, et quod semper, et in omnibus ; et hoc per i-
stam propositionem quiesceotem in anima: quidquid evenit, ut in
pluribus ab aliqua causa non libera, est effeclus naturalis illius
causae. Quae propositio noia est intellectui, licet accepissel ter»
minos eius a sensu errante, quia causa non libera non potest
producere, ut in pluribus, effectum, ad cuius oppositum ordina
tili-, vel ad quem ex forma sua non ordinalur. . . . Quod autem
iste effeclus evenit a tali causa producente ut in pluribus, hoc
acceptura est per experieniiam, quia inveniendo nunc talem na-
luram cum tali accidente, nunc cura tali, inventum est, quod
quantumeumque esset diversitas accidentium talium, semper i-
stam naiuram sequebatur talis effeclus : ergo non per aliquod
accidens per accideos ( sic ) ipsius naturae, sed per naturami i-
psaiu in se consequilur talis effeclus s;lu 1 Seni. disi. Ili, q. IV,
Scltol. I. V, pari. I, p. 482, ed. cit.
NE' SCOI RAPPORTI CON IA FEDE I
Se non che Hume, siccome vedemmo, pretende non po
terci esser conta la simiglianza del futuro col passato, per
chè non ripugna avverarsi intorno a1 fatti naturali il con
trario di quel che sinora si è sperimentato accadere. Ma noi,
anche in ciò appoggiandoci agli argomenti di s. Tommaso,
risolutamente gli rispondiamo, esservi daddovero cotal ripu
gnanza, comechè tale, quale conviene alle cose naturali. E
qui ricordiamo a' nostri lettori la dottrina di s. Tommaso a-
vanti accennata, che il contingente si differenzia dal neces
sario solo in ciò, che innanzi che fosse, poteva non essere;
ma, poiché è, non è diverso da esso, secondo quella massima
dello Stagirita, che « ciò eh' è, mentre è, è necessario che
sia * j; onde il contingente si distingue dal necessario per
riguardo del principio, ma non dell' attualità dell' esisten
za. Quindi s. Tommaso insegnò, che ce se le cose tutte on
de il mondo si compone, si considerino in ordine al lo
ro primo principio, si scorge non aver esse altra necessi
tà, se non ipotetica, perchè esse hanno esistenza per la
volontà di Dio. Ma se si considerino in ordine a' princì
pi da cui prossimamente emanano, si scorge che hanno
una necessità assoluta. Perciocché non ripugna, che alcu
ni princìpi, mentre non sono necessariamente prodotti, poi
ché sono prodotti, producano necessariamente alcun effet
to. Per grazia di esempio, la morte dì un dato animale
ha un' assoluta necessità, per la ragione eh' è composto di
contrari elementi , sebbene non fosse stato assolutamente
necessario, che si componesse di contrari elementi. Simi-
gliantemente fu cosa volontaria, che sì fatte nature di co
se si producessero da Dio; ma posciachè Dio le ha in tal
modo prodotte, è di assoluta necessità, che alcuna cosa ac
cada, o esista in esse 2 ». Dopo ciò s. Tommaso si fa ad

*) Vedi più innanzi, alle face. 115, 116.


■) < Sciendum est itaque quod si rerum creatarum universi-
us consideretur, prout sunt a primo principio inveniuntur de-
peodere ex voluntate, non ex necessitate principii, nisi necessi
tate suppositionis ut dicium est. Si vero compareatur ad prin
cipia proxima, inveniuntur necessitateti! habere absolutara: nihil
eaim prohibet aliqua principia non ex necessitale produci; qui
esporre, in quante diverse guise, secondo la diversità delle
cagioni, havvi un1 assoluta necessità nelle cose create. Ma
noi passandoci di ciò per amore di brevità, conchiudiamo
che, essendo assolutamente necessarie le nature delle co
ite, gli effetti che da esse derivano, hanno altresì un'asso
luta necessità, e però bisogna dire che il contrario degli
effetti naturali ripugna.
Ha è forse falso, ci chiede Home con tutti i Pirronisti,
che le cause naturali non sempre sortiscono il loro ef
fetto? No, certamente; ma ciò non avviene, perchè le
cose naturali non hanno la virtù di produrre gli effetti lo
ro, ma perché si abbattono ad alcuni ostacoli che rendo
no vana la loro azione. Per questa considerazione gli
Scolastici dopo Aristotele insegnarono la natura sempre
operare nella stessa guisa , qualvolta non sia impedita, e
poiché alcune fiate in effetto è contrariata nelT azione
sua, esser naturale non pure quel che sempre avviene, ma
eziandio quel che avviene nella maggior parte de' casi,
c La natura, dice s. Tommaso, dove non venga impedi
ta, opera nella stessa guisa 1 », ed altrove, che < il cor
so della natura sempre, o il più delle volte tiene il me
desimo andamento * ». Ed in effetto, siccome fu osservato
dallo stesso s. Dottore, perchè un effetto proceda necessa
riamente dalla causa sua, non solo si richiede la virtù nel-
l' operante, ma ancora la potenza di ricevere l' azione nel
paziente. Conciossiachè, quantunque volte la virtù dell' ope
rante non basta alla produzione dell' effetto, o vero 1' essere
su cui opera, è impotente a ricevere l'azione, sia per proprio
vizio, sia per 1' azione di altra cagione contraria, l' effetto
non può avverarsi. Ad esempio, un fuoco debole non liane-

bus (amen positis , de necessitate sequilur lalis efiectus ; sicut


mori animalis liuius necessitateli! absolutam habet propter hoc
qnod iara ex contrarila est couipositura, quamvis ipernii ex con
trariis componi non fuisset necessarium absoIule.Simililer auletn
quoti tales rerum naturae a Deo producereotur , voluntarium
fuit ; quod autem eis sic slalutis aliqiiid proveniat , vel exisiat,
absolutam necessitatesi habet i; Cora. Geni. lib. II, c. XXX, ■. 4.
*) Vedi il luogo citato alla face. 140.—*) Nel luogo cil. ibid.
NE1 SUOI RAPPORTI CON LA FBDB I/f5
fà il ferro, e la sete dell' idropico non si smorza con Y a-
cqna, perchè il fuoco debole non ha virtù bastevole a pro
durre la liquefazione del fuoco, e il corpo dell' idropico ha
disposizioni contrarie a ricevere la virtù dell' acqua spe-
goitrice della sete '. Di qui si scorge che se le disposi
zioni dell' operante e del paziente per la produzione del
l' efletto sono necessarie ed assolute , 1' operante produce
sempre, e con assoluta necessità Y effetto. Ma, se le dispo
sizioni dall' una e dall' altra parte possono venir manco ,
l' effetto non è necessario, se non laddove le suddette di
sposizioni esistano, e quindi non ha una necessità assolu
ta, ma condizionale. Queste cause la cui azione può venir
meno, o per la pochezza della loro forza, o per 1' azione
violenta di altro operante contrario, non producono sem
pre per necessità i loro effetti , ma nella maggior parte
de' casi ".

*) i Necessilas autem, quae est a causa agente, vel movente


in effectu, vel molo, non tantum dependet a causa agente, sed
etiara a conJitione ipsius moli, et recipienlis actionem agentis,
cui vel nullo modo inest poientia ad recipiendum talis actionis
effecium, sicut lanae, ut ex ea fiat prora; vel est poientia impe
dita per dispositioues inhaerentes mobili, aul formas, motore im
pecilo, quo iinpeditur virtus agemis in agendo, sicut ferrum non
liquefi! a debili calido. Oportet igitur ad hoc quod sequatur ef-
fectus, quod in passo sjt potentia ad recipiendum, et in agente
sii Victoria supra passum, ut posset ipsum transmulare ad con
trarialo dispositionem >; Cotti. Geni. lib. Il, c. XXX, n. 3.
■) c Ex praedictis igitur palei quod necessilas quae est io cau
sa agente, in quibusdam dependet ex disposinone agentis tantum;
in quibusdam vero ex dispositione agentis, et patientis. Si igitur
lalis dispositio, secundum quam de necessitate sequitur effectus,
fueril necessaria et absoluta in agente et patiente; eril necessi
las absolula in causa agente, sicut in bis quae agunt ex neces
sitate et semper. Si autem non fuerit absolute necessaria, sed
possibilis removeri; non erit necessilas ex causa agente, nisi ex
suppostone dispositionis utriusque debitae ad agendum; sicut in
bis quae impediuntur interdum in sua operattone vel propter
defectum virtutis, vel propter violcniiam alicuius contrarii: nu
de non agunt semper ex necessitale, sed ut io pluribus »; Ibid.
SìhsevebinOjSist.Fjlos., I. 12
1^6 LO SCETTICISMO "
Se non che, è da notare col medesimo Aquinate,che al
lorquando 1' azione di una causa non produce il suo effet
to, perchè ritrova impedimento nell'azione di causa contra
ria, T ordine della natura non viene menomamente turba
to, perchè tanto Y una, quanto 1' altra causa, essendo par
ticolari, sottostanno ad una causa universale. Così, se l'a
zione di una causa è vinta dall' azione più valida di una
causa contraria, ciò avviene per una legge superiore della
natura, che quando due forze disuguali e contrarie si ur
tano, ne nasce un effetto corrispondente all' eccesso della
forza maggiore su la minore. Rechiamo alcune parole del
l' argomentazione di san Tommaso: k Può ben prodursi al
cuna cosa che sia fuori dell' ordine di qualche causa parti
colare operante, ma non mai alcuna cosa che sia fuori del
l' ordine di alcuna causa universale, la quale tutte le cau
se particolari abbraccia. Che se alcuna causa viene meno
nella produzione del suo effetto , ciò interviene per impe
dimento di qualche altra causa particolare, la quale si con
tiene sotto 1' ordine di una causa universale. Laonde l'ef
fetto non può per verun modo uscir fuori dell' ordine del
la causa universale 1 » . Giova per maggiore schiarimento di
questa importante teorica, applicarla, con s. Tommaso me
desimo , all' efficacia della volontà divina. oc Adunque, e*
conchiude, essendo la volontà di Dio causa universale di
tutte le cose, non può accadere che la volontà di Lui non
consegua il suo effetto. In fatti quefche sembra discoslar-
si dalla volontà divina per rispetto ad un ordine , ricade
sotto di essa per rispetto ad un altro ordine. Così, per gra
zia di esempio, il peccatore per quanto è in suo potere ,
si allontana col peccare dalla volontà divina; ma entra nel-
I' ordine della volontà di Lui, mentre vien punito dalla sua

') f Poiest enim aliquid fieri extra ordioem alicuius causae par-
licularis agenlis, con autem extra ordinem alicuius causae uni-
versalis, sub qua otnnes causae pariiculares eomprehendumur.
Quod si aliqua causa particularis deficial a suo effeciu, hoc est
propier aliquam aliam causani pariicularem impedieulem, quae
continelur sub ordine causae universalis. Vnde effectus ordinem
causae universalis nullo modo potesi exireijl, q. XIX, art. 6 c.
NE' SCOI «APPORTI CON LA FEDE
giustizia * s . Altrove il s. Dottore osserva che per le ra
gioni innanzi allegate nè pure i miracoli turbano propria
mente 1' ordine della natura; perciocché, se sono fatti con
trari alle nature particolari, non sono contrari alle natu
re universali a cui sottostanno, e poiché 1' ordine di tut-
toquanto il mondo risulta dalla subordinazione delle natu
re particolari alle universali, e però degli ordini partico
lari all'universale, è chiaro che nel fatto de' miracoli l'or
dine dell' universo rimane saldo *. Questa bellissima teori
ca dell' Angelico ci proponiamo di esporre altra volta in
questo nosto lavoro.
Ma, se le cause naturali possono incontrare alcun osta
colo nella produzione de' loro effetti, come possiamo esser
certi, che una data causa particolare non sarà per abbatter
si ad alcun ostacolo, e però produrrà infallibilmente quel
l'effetto, che abbiamo molte volte per addietro sperimentato
di aver prodotto ? Questa ragione, se non andiamo errati,
indusse, dopo uno scrittore del secolo decimosecondo Gio
vanni di Salisbery *, molti Dogmatici, siccome Gassendi *,

*) i Curo igilur voluntas Dei sit universalis causa omnium re


rum, impossibile est quod divina volunlas suiim effecium non
consequatur. Vnde quod recedere videtur a divina voluntatc se-
cunduin unum ordinem, relabilur in ipsam secundum alium; sic-
ih peccator, qui quantum est in se, recedit a divina voluntale
peccando, incidii in ordinem divinae voluntalis, dum per eius
iuslitiam punitur »; Coni. Geni. loc. cit.
•) Può vedersi quel che ne dice nelle Qq. dispp., q. XIII De
raplu,a. 1 ad 2, oltre a' molti luoghi che altra volta citeremo.
*) Costui, celebre per alcune notizie che ci fornisce ne' suoi
libri su la prima età della Scolastica, insegnò sonz' ambagi, che
non si può con certezza applicare una legge universale ad uu
fatto particolare futuro, e che però del futuro può esservi opi
nione, non mai scienza. Ecco le sue parole: i Scio equidem la-
pidem aut sàgittam quam in nubes iaculatus suoi, exigente na
tura, recessuram in terram, nec (amen simpliciter recidere in
terram, et quia novi, necesse est; potest enim recidere, et non
reciderei; Poiicraticus, lib. II, c. 21, Lugduni Batavorum 1639.
♦) Exercitationes adversus Jristoielem, Exercit. V, lib. II, n. 5,
Opp. t. Ili, Florenliae 1717.
1 /J8 IX) SCETTICISMO
Arnauld *, Locke Leibniz ', Wolf *, Genovesi s, Rosmini *,
ed altri assaissimi a credere che le conclusioni dell'induzione
siano solamente probabili. Ma questi valorosi Filosofanti, a
parer nostro, non posero mente a ciò, che la cognizione di
un avvenimento particolare futuro non si acquista solamente
col principio di analogia, ma eziandio con una conoscen
za particolare di fatto. Conciossiachè a saper con cer
tezza, che una causa particolare produrrà per innanzi il
medesimo effetto , che tante volte vedemmo aver per ad
dietro prodotto , bisogna esser certo di due cose. Prima
mente della legge concernente gli effetti di quella spe
cie di causa , la quale si forma mercè dell' induzione , e
quindi del principio di analogia , a cui ogni induzione
si appoggia ; secondamente , che nel dato caso nissuno
ostacolo si attraversi all' azione della cagione da cui
P avvenimento si aspetta. Così , io non posso esser certo
che, bevendo l'acqua, mi si spegnerà la sete, se non cono
sco con certezza, non solo che V acqua ha la virtù di spe
gnere la sete; ma ancora, che non v' ha nel corpo mio al
cun vizio il quale possa rintuzzare l' azione dell' acqua. Di
questi due elementi il primo eh' è universale, è sempre certo,
perchè si fonda su la natura assoluta ed immutabile delle
cose ; il secondo eh' è un fatto particolare presente , può
esser certo, probabile, o dubbioso per noi. Laonde allor
ché l' espettazione di un caso simigliante vieti meno, V er
rore non nasce dall' elemento universale di cui L' induzio-

") La logique, out Art de penser, pari. Ili, c. 19, n.9; pari. IV,
c. 5, Paris 1664. V ha chi attribuisce questa logica, conforme
alte dottrine cartesiane, a Nicole o ad altro scrittore di Porto-
reale. Cf. Walchio , Hisioria logicae nelle sue miscellanee in
titolate, Parerga Academica, p. 6S2, Lipsiae 172J.
■) Essais etc. lib. IV, c. 11, § 9; c. 14, § 1, 2, ed. cit.
*) Dissert. De siylo pàti. Morii Mzotii, § 32, Opera pMlot.
pari. I, p. 70, ed. cit.
*) Logica, pari. 2, § 674, 677.
") Logico-critica, lib. V, c. 6, Veneiiis 1767.
") Trattato delta coscienza morale, lib. HI, sez. 2, c. 2, ari.
3, Opp. l. XI, p. 151 segg. Napoli 1844.
ne' suoi rappobti con la fede I ^9
ne ci fornisce, ma dal valore dell'elemento particolare che
non abbiamo attentamente ponderato nel riprometterci da
una data causa simile un simile effetto. Adunque la con
clusione dell' induzione è sempre certa, ancorché in talune
congiunture V espettazione de' casi simili sia dubbiosa , o
si tenga da noi per certa senza ragionevole fondamento.
Clii, nel vero, potrebbe persuadersi, che F acqua non ha la
virtù di estinguere la sete , allorché bevuta dall' idropico
non gliela estingue? Ci fa stupire che a' valentuomini da
noi testé rammemorati sia sfuggito , che la conclusione
dell' induzione è necessariamente universale, e quindi non
mai può riguardare 1' espettazione di un caso particolare.
In fatti V espettazione di un caso particolare è la conclusio
ne di un sillogismo in cui la conclusione di un' induzio
ne è la maggiore. Eccone un esempio : « L' acqua ha la
virtù di estinguere la sete, se non vi sia nel corpo dell' a-
nimale un vizio che rintuzzi 1' azione dell' acqua ; ma
questo corpo è acqua ; dunque se berrò quest' acqua, mi
si estinguerà la sete , laddove la disposizione del corpo
mio non opporrà ostacolo alla produzione di un tale ef
fetto. Ma io son certo per immediata esperienza, che ta
le è la disposizione del mio corpo ; dunque io son certo,
che bevendo 1' acqua, mi si spegnerà la sete». E qui nel
metter fine a questa controversia, giova notare, quanto più
sagaci de' moderni siano stati gli antichi nel recare in for
inola il principio di analogia , perciocché dove i moderni
ban detto semplicemente: cause simili producono effetti si
mili, gli antichi diceano, siccome abbiamo veduto in s. Tom
maso : la natura opera nella medesima guisa, se non sia
impedita; o sia: cause simili producono effetti simili, qual
volta non sono impedite.
Per queste teoriche di s. Tommaso intorno al principio
di causalità le quali abbiamo contrapposte al pirronismo
di Hume, restano confutati ancora i sofismi di Gazali e di
Glanwill. Ondeché possiamo metter fine alla confutazione
dello scetticismo volgare, riserbandoci di difendere appresso
lungamente il valore de' singoli criterii.
1 5o LO SCETTICISMO
CAPITOLO II.
Sono contrarie alla dottrina cattolica le teoriche della verità
relativa e progressiva de1 Sofisti Greci e degli ultimi Progres
sisti alemanni e francesi?
51-
Ve' Sofisti e della convenienza della loro dottrina
con quella de' Progressisti moderni
Connessione del presente capo col precedente. I Sofisti : donde ven
ne loro un tal nome. Lo stato della Grecia poco innanzi a' tempi di Pe
ricle diede occasione al loro insegnamento. Protagora, prìncipe de* So*
fisti, tolse le sue sentenze dal dogma del flusso perenne di Eraclito. Dot
trina di Gradito. Pronunziati di Protagora che logicamente ne origina
no. Attinenze e discrepanze tra le teoriche de' Sofisti e quelle degli ul-
timi Progressisti francesi.

JLjk teoriche della verità relativa e progressiva , mentre


hanno strettissima affinità tra loro, si collegano amendue
logicamente con lo Scetticismo. Però , avendo nel prece
dente capo disputato lungamente contro ogni maniera di
Scettici, stimiamo prezzo dell' opera esporre di presente ,
ed esaminare i diversi sistemi del vero relativo e progres
sivo. Per procedere con ordine parleremo da principio de'
Sofisti greci i quali dissero il vero essere relativo, e mo
streremo la loro convenienza con la dottrina del vero pro
gressivo ; indi accenneremo le ultime filosofie trascenden
tali di Germania le quali sono state la fonte immediata de'
diversi sistemi degli odierni progressisti francesi, ed espor
remo brevemente questi sistemi; poi riguarderemo tutte que
ste teoriche in ordine al Cristianesimo; in fine ne faremo
un accurato esame.
Cominciamo da' Sofisti. È noto essersi detti Sofisti ' al
cuni Filosofi i quali trassero ad Atene verso la ottantesi-

") Sofista vuol dire 85 roderai, cioè colui che studia filoso
fia, Tf;j aoyìoLv, e però deriva da aofì^taQai, dare opera alla fi
losofia. Cf. Ast nelle note al Fedro di Platone, p. 238, 244.
NE SUOI RAPPORTI CON LA t'KUE I5I
ma olimpiade, e diedero opera ad educare ne' negozi poli
tici o forensi la gioventù ateniese. Conviene avvertire eoa
Uegel che i Greci generalmente avanti all' epoca di Pe
ricle conobbero il bisogno di rivolgere i loro studi su le
faccende della vita , e non più , siccome innanzi , gover
narle coir autorità degli oracoli , o vero secondo le co
stumanze e gl' interessi individuali o civili. Or , i Sofisti
vollero trar partito da questa nuova inchinazione la quale
ti manifestava nella Grecia , ed offrirono un insegnamen
to mercenario alla gioventù ateniese 2. A conseguire que
sto scopo parve loro necessario di congiuntore all' inse
gnamento della filosofia quello della rettorica *, divisando
che a trionfare nelle quistioni del foro , non bastava co
noscere i diversi aspetti delle cose ; ma bisognava altresì
posseder l' arte di rendere probabile la propria sentenza,e
rintuzzare quella de' contraddittori Mn fatti Protagora, pri
mo tra' Sofisti, si gloriava, secondo il testimonio di Laer
zio e di Clemente Alessandrino , di propugnare il prò e il
conlra in ogni controversia \ Ognun comprende di leggieri,
che doveasi adottare da' Sofisti una maniera di filosofare
consentanea alla loro professione. Ed il germe di questa si
presentava loro nella dottrina di Eraclito. Il quale avea

') Lezioni su la storia della Filosofia (in ieà.),Opp. compi. ,


Berlini) 1832-1845, t. XIV, p. 3 seg.
*! Laert. lib. IX, segna. 52.
') 1 Sofisti sin dal principio furono detti retori , p^rcpes, per
chè più che alla filosofìa , davano opera alla rettorica ( vcd.
Piai, nel Gorgia, p. 449). La quale comunanza di nomi durò
luogo tempo , perchè si scontra ancora a' tempi di Luciano (cf.
A. Mees , De Luciani sludiis et scriptis iuvenilibus , p. II, Traj.
ad fihen. 1841). Se non che alcuni di loro, come Gorgia, mag.
fioreggiavano per eloquenza; altri come Protagora , per l'arte
di disputare. Anzi Isocrate rammemorò tre maniere di Sofisti ,
cioè gli Erisiici , i Politici e i Retori ( Orai, adi: Soph. § J ,
5, il, e altrove).
i) Platone scrisse, che la loro conoscenza restringe vasi iti
ogni cosa tra' condili del probabile; Soph. p. 283. Cf. Arisi.,
Metaph. lib. IH, c. 2; Elench. soph. lib. XI, c. 4.
*) Laert. lib. IX , segni. 60 segg. Cf. Cleui. Aless., Stromat.
lib. VI, p. Hi ed. cit.
i5i LO SCETTICISMO
sentenziato, che F essere non è più che il non-essere , ma
l' uno è identico con V altro; perciocché , essendo le cose
sottoposte a continue trasformazioni, la loro vera essenza
dimora nel cangiamento. Pertanto ciò che si cangia, co
mincia ad essere, e quindi è, e non è ad un tempo mede
simo, o sia diviene. Il divenire dunque è 1' essenza vera
delle cose, o sia è il vero, e l' essere e il non-essere sono
semplici astrazioni *. Il filosofo di Efeso volendo dichiarare
il suo pensiero con una similitudine non uguale, ma la più
significativa che si avesse per l' intelligenza de' più, para
gonò la natura delle cose a un Gume le cui acque scor
rono del continuo "; sicché è impossibile tuffarsi due volte
Del medesimo fiume *. Se non che, egli riconobbe un prin
cipio assoluto e unico attraverso a' fenomeni incessante
mente cangiatitisi, cioè una. ragione la quale penetra tut
to, e questa designò col nome di destino , o vero di ne-

Per poco che si rifletta su i ragionamenti soprallegati di


Eraclito ,' non si dura fatiga a comprendere, che il prin
cipio assoluto nel suo sistema male si ammoglia col flusso
perenne delle cose ; onde potè riuscir facile a' Sofisti met
ter quello dall' un de' canti , e questo usufruttuare al con-

•) . . . icàvra èhm xocì /i>j chat, Met. lib. Ili, c. 7, ex ree. Bek-
keri, Berol. 1831. Cf. ibid. c. 4 et de Coel. lib. Ili, c. 1. ''Era
(ùv ^àp ov5ìtcot' ouSiv • aie! di yiyvtrou , Plat. Theaet. ed. Bip.
I. II, p. 70. Hegel dà la lode ad Eraclito di avere il primo ban
dita V identità dell' Essere e del Niente, e svillaneggia Cicerone
perchè non seppe capire la profondità di questo pronunziato e-
racliteo il quale è, a suo avviso,il cardine di ogni vera filosofia.
Ved. Op. di., Opp. voi. XII, p. 304; XIII, p. 301; XIV, p. 305.
*) . . . peTn rà ZXa. roTa/totì dixvjy, Laert. lib. IX,c. 1, segni.8;
njv juera/S«>.ì]a bààv olmo xótu> tòt» re xóo/iov yveaQai varò. Taùrnp,
Ibid. ibid.
*) BoTCt/ùÒ >yàp oix lami spiòvami Jig tu» aurw x«t* H'pàxXe/roi»,
Plut. De et apud Delphos, Opp. ed. Gul. Xiland. t. II, p. 392,
Frane. 1620.
*) Xc^os Sia Tvjs oimaq roD iraarros 3iyxu>v, Heracliti Fragmen-
ta collegi!, lai. reddidit, notisque illustravi! Schleiermacherus in
Musaeo scientiae antiquitatum JPotfii et Buttmanni, 1. 1, part. 3
(in led.).
ne' scoi rapporti con LA F£DB I 53
seguimento del loro scopo. In fatti Protagora movendo dal
dogma eracliteo del flusso perenne delle cose , stabili, che
la sensazione è l'unico mezzo di conoscenza. Conciossia-
chè , se l'essenza di ogni cosa è nel cangiamento , e nien
te v' ha più in natura oltre al cangiamento perenne , i
soli sensi i quali apprendono un tal cangiamento , deb
bono aversi per criterio dell' umana conoscenza. Or , es
sendo le sensazioni proprie del soggetto , e però varie
secondo le diverse disposizioni de' diversi soggetti, chiaro
è, che non v'ba vero in sè, cioè assoluto, ma soltanto
in ordine al subbietto , cioè relativo , e quindi vario e
mutabile secondo le varie e mutabili condizioni degli uo
mini. Però , gli antichi attribuiscono a Protagora la sen
tenza , che « per ciascun uomo è vero quel che tale a luì
si manifesta 1 >, e quindi « l'uomo è la misura di tutte le
cose " ». Se il vero è relativo , aggiungea il nostro So-

*) c Aliud iudicium est Prolagorae, qui putet id cuique veruni


esse , quod cuique videatur » ; Cic.» Jcad. lib. II, c. 46. S. Tom*
■naso sapientemente Dotò , che i Sofisti tennero la verità delle
cose dimorare ne11' apparenza , rerum veritatem esse solum in
hot quod est videri ; I PerÙierm. lect. 2. Cf. I , q. XVI , a.
1 ad 2. ,
") Uàarrtav %pijj&araw perpov SvOpwaros, Laert. lib. IX, segui.311.
Hegel molto s' è ingannato nel credere, che questa sentenza dì
Protagora fosse il preludio dell' altra di Socrate: Tuw&i <noarròvt
e che però i Sofisti avessero prodotto Socrate. Si sa che Hegel
in questi ultimi tempi si è adoprato nelle sue Lezioni su la Sto
ria della filosofia a mettere in onore le scuole de' Sofisti , sti
mandoli i primi precursori del suo sistema. A loro si dee, a suo
giudizio , la gloria di avere i primi tra tutti i filosofi scoveria
l'importanza dell'elemento subbiettivo della scienza, e dichia
rato che lo spirito, lungi dal ricevere le sue leggi dalle ma
ni della natura, pensa, ordina ed in certo modo costruisce la
natura secondo leggi sue proprie. Egli avvisa da ciò esser na
to, che si formassero un sublime concetto della potenza e della
indipendenza dello spirito umano, e quindi traessero innocente-
mente ad un orgoglio eccessivo, e giungessero sino all' ateismo
(ved. Op. cit. p. 3 segg-). Ma l' inganno di Hegel è manifesto,
perocché Protagora non sapendo ridurre la varietà e la con
1 54 LO SCETTICISMO
lista, si vede bene che quel che è vero per ùdo, può es
ser falso per un altro , e in ordine al medesimo uomo
quel che è vero in un tempo , può divenir falso appres
so, perchè possono cangiarsi, come sogliono effettiva
mente cangiarsi , le disposizioni organiche del corpo. Quin
di raccoglie che « in ogni controversia v' ha ragioni sì
per r affermazione , sì per la negazione1 i. Quanto una
tal maniera di filosofia conferisse alle brighe e a' raggiri
del foro , ciascuno sei vede da sè. Perciocché i giovani
con tal convincimento si esercitavano a rintracciare in
torno ad ogni cosa le ragioni opposte e contraddittorie, e
adusavansi a sostenere in ogni quistione il prò o il contra,
secondo che a' loro interessi si attagliava 2 .
11 dogma cardinale dell' insegnamento de' Sofisti , che il
vero non è assoluto , necessario e immutabile , forma al
tresì il fondamento delle diverse teoriche intorno al pro-

traddiziooe de' fenomeni ad un principio eterno e immutabile ,


rome erasi fallo innanzi da Eraclito, e si fece di poi dagli Stoi
ci, voile .spiegarla per la mobilila delle sensazioni , e con ciò ,
siccome abbiamo veduto, distrusse il vero, riducendolo ad una
mera relazione del senso. Del resto avremo più volte occasione di
mostrare in questo nostro lavoro,come Hegel per rinvenire da per
lutto professori del suo sistema, spesso corrompe stranamente
le dottrine de' Filosofi di (ulte le età.
') IIp&Tos ìfl 9oo kóyovg ùvau jrepì Ttoazìg Tpay/jaroq cbrnuu-
uì-jous i/M'ì.ois , Lacrt. lib. IX, segai. 51. Cf Aristocle presso
Eusebio , Praep. Evang. lib. XIV , c. 20.
■) Cf. G. H. Milhauser, De Sophislarum Graecorum origine,
Lipsiae 1834 ; T. Geel , Hisloria critica Sophislarum qui Socra
te aelate Jthenis floruerunl , in Nov. Jet. Liler. Societ., p. II,
p. 2 seqq., Traj.ad Rhen. 1823; Roscher, De hiitoricae doctrinae
opud Sophislat maiores vestigli» , Gotti ugae 1838 ; T. C. M.
Bauaihauer, Dissert. qua examinatur , quam vim Sophistae
habuerunt Athenis ad aetatis suae disciplinam , more» ac stu
dia immutando , c. 2 , p. 19 seqq., Trajecti ad Rheuum 1844.
Merita di esser notalo, che i Sofisti oon fonuarouo inai sella,
se non vogliano eccettuarsi i soGsti di Sicilia, de'quali Polo fu
primo, ed ebbe per successori Gorgia, Lisia , Corace. Cf. Dionigi
d'Alicarnasso , Jntiq. p. 82, ed. Sylburg.
NE1 SUOI HAPPORTl CON LA FEDE 1 55
gresso, spacciate dagli ultimi Progressisti francesi. Se non
che , ove quelli faceano dipendere il vero dalle condizio
ni peculiari di ciascun uomo , questi lo fan dipendere
dalle condizioni nelle quali l'umanità ne' diversi suoi pe
riodi si ritrova. La quale prima differenza ne produce
un* altra di grande momento,ed è che per i Sofisti una cosa
può esser vera e falsa nel medesimo tempo , sebbène non
inverso al medesimo individuo ; laddove per i Progressi
sti francesi , come vedremo , il vero non varia ne' diversi
uomini all' epoca medesima, ma da un' epoca all' altra nel
corso dell' umanità;e poiché questa è spinta naturalmente
a perfezionarsi, il vero, a loro giudizio, mentre si muta,
progredisce , o sia non solo è mutabile, ma eziandio pro
gressivo.

$11.

Dottrine degli ultimi filosofi tedeschi e francesi, e i si'


stemi del vero progressivo che ne hanno avuto origine

Lcssing, Kant ed Herder,suU' andamento progressivo del genere ■-


mano.Idea di una Scienza delta storia tolta dal V ico per Federico Schel
ling e Giorgio Hegel. Esposizione de' sistemi di questi due filosofi tede-
sebi sulla Filosofia della storia e sulla Storia della filosofia. Progres
sisti francesi prima di Consto, e diversi aspetti con cui fu da loro tratta
ta là quistione del progresso. V.Cousin introduce in Francia le teoriche
di Schelling ed Hegel ; ecletismo filosofico e storico di lui . Passaggio dal
le teoriche di Schelling, Hegel e Cousin a quelle degli odierni partigia
ni del vero relativo e progressivo. Dottrine di Lermenier, Jouffroy, La-
mennais e P. Leroux.

Sebbene la convenienza degli ultimi sistemi del vero pro


gressivo con la teorica de' Sofisti sia abbastanza manifesta;
nondimeno noi siam di credere che essi fossero derivati
dirittamente dalle ultime filosofie di Germania e segnata
mente da quelle di Federigo Schelling e di Giorgio Hegel.
Avanti di costoro Lessing che dee noverarsi tra' primi
autori della presente condizione letteraria e filosofica del
l' Alemagna, avea creduto scorgere nel genere umano una
forza infinita di perfezionamento, la cui mercè questo tra
• 56 LO SCETTICISMO
passa incessantemente da uno stato meno perfetto ad un
altro piò perfetto. Onde dopo aver riconosciuto la sovremi
nenza del Vangelo cristiano su l' antico Testamento saluta
va come vicino 1' avvenimento di un Evangelio eterno, in
nanzi tempo annunziato da' sognatori del XIV e XV seco
lo. Anzi , avendo piena fiducia nel dogma della metemsi-
cosi, spacciava, che i singoli uomini, apparendo sotto in
finite forme 1' una più perfetta dell' altra , partecipano al
l' andamento continuo e progressivo del genere umano *.
Emmanuele Kant spacciò eziandio che le generazioni u-
mane van progredendo 1' una più che 1' altra nel costruire
una società conforme alla natura morale dell' uomo, e che
verrà alla fine una generazione la quale raccoglierà il
frutto delle fatighe durate da tutte le altre che 1' hanno
preceduta \
Herder in una lunga opera nella quale ha esposto i suoi
pensieri su la stona del genere umano, non ha creduto ,
come Kant, che tutte le generazioni umane vanno trava
gliandosi per la prosperità di una sola la quale dovrà sor
gere quando che sia, ma sì, che ogni generazione racco
glie i frutti di sue fatighe ; talché tutte le frazioni della
specie umana versano nelle medesime condizioni, e ciascu
na trae la perfezione e la felicità unicamente dalla sua
condotta morale. Non però di meno ha gettato,come fon
damento di tutte le sue meditazioni su le vicende storiche
dell' umanità, quella massima, che il genere umano secon
do che va innanzi, sempre più progredisce, e che anche
quando sembra indietreggiare, effettivamente avvanza: mas
sima propugnata prima di lui, come innanzi accenneremo,
da alcuni eruditi francesi *.

') Lessiog manifestò i suoi pensieri sul progresso in un' ope-


ricciuola, pubblicata poi in francese dal Rodrigue, De C educa'
tion du gerire humain, Paris 1841.
■) Idèe de ce que pourrait étre une hittoire universelle dans
les vues d'un citoyen du monde, trad. par Villers, Neuf'acha-
teau 1801.
') Idèes sur la philosophie del1 hisloire de V àumanitè, trad.
par Edgar Quinet, Paris 1827, 1828.
ne' suoi rapporti con la fede i 5y
Ma Schelling ed Hegel , seguendo Y assurdo assunto di
Vico di sollevare la storia alla dignità di scienza 1 ado-
praronsi a costruire , ciascuno secondo la sua filosofia ,
una teorica metafisica del progresso, e lastricarono la via
agli ultimi progressisti francesi. Schelling essendo convin
to , come vedremo in altro luogo di questo lavoro , non
esservi altro dell' Assoluto in fuori, e però tutto quel che
si manifesta, sia spirito, o materia, essere uno svolgimen
to fatale e necessario dell' Assoluto, stimò che tutte le se
rie de' pensieri umani, siccome quelle di tutti gli altri av
venimenti, si svolgono fatalmente , e poiché uno è 1' As
soluto il quale si (manifesta nelle singole cose sotto for
me particolari, così uno essere il sistema della conoscen
za che viene sotto diverse forme particolari rappresentalo
da' diversi sistemi di filosofia. Ond' egli avvisò doversi con
siderare Pitagora, Parmenide, Eraclito, Platone, Leibniz,
Spinoza , come autori di frammenti diversi di un sistema
unico, e dare opera ad unirli insieme, perchè ne sorga un
sistema unico e compiuto il quale comprenda in sè il ma
terialismo e l' intellettualismo, l' idealismo e il realismo, e
con ciò riduce ad armonia Bruno e Leibniz, Spinoza e
Fichte
Poco difforme da questa è la dottrina filosofica di Hegel
intorno a tal punto. Bisogna ricordarsi, che per Hegel l'As
soluto il quale considerato in sé, contiene tutte le esisten
ze, svolgendosi esce fuori di sè, e produce la Natura; in
di rientrando in sè acquista la conscienza di sè e si rico
nosce come Spirito; sicché la Natura è 1' Assoluto, o sia
Dio attuato nel mondo , e lo Spirito è 1' Assoluto con la

') Ved.Za Scienza e /<j/'ede(vol.XXIX,p.l07.112,Nap<ili 1855),


dove esponemmo brevemente i principi! della filosofia della sto
ria di Vico, e mostrammo, come da essi tolsero il pensiero e la
mosse tntti i moderni scrittori di filosofia della storia.
•) Ved. Giornale di fisica speculativa (in ted.)vol.II,1800-18O3.
Io questo secondo volume evvi una esposizione compendiosa del
suo sistema la quale versa soprattutto su la nozione deli' asso
luto, su la natura del metodo di costruzione, e su la forma del
sistema, 1S03, fase. 1.
1 58 LO SCETTICISMO
conscienza di sè stesso. Secondo tali pronunziati che in al
tro luogo largamente sporremo, egli considerò la storia ,
come lo svolgimento dello spirito universale nel mondo
o sia della ragione di Dio la quale si manifesta nel gover
no generale del mondo; sicché 1' ufficio della storia dimo
ra appunto nel dimostrare,come lo spirito universale, o sia
la nozione di Dio, si rivela nella natura, nell' anima, nel
diritto, e da per tutto *.
Venendo alla Francia, bisogna notare che la quistione
intorno al progresso è presso i Francesi di più antica da
ta; ma ella si agitò ne' diversi tempi sotto diverse forme.
Sul bel principio la lotta versò sul merito comparativo de
gli antichi e de' moderni in fatto di scienza , di lettere e
di arti, ed ebbe per principali campioni Pascal, Perrault,
Boileau , Fontenelle. Pugnò a prò degli antichi massima
mente il pulito ed elegante Boileau, signore di Desprèaux
e pe' moderni Carlo Perrault. Ma la maggior parte de' dot
ti convenne nella sentenza di Pascal accennata anche in
Inghilterra dal Cancelliere Bacone', che « tutta la seguenza
degli uomini nel corso di tanti secoli debb' essere conside
rata come un medesimo uomo il quale sussiste sempre, ed
apprende del continuo ... ; per modo che gli uomini ver
sano oggigiorno in certa guisa nella stessa condizione in
cui quegli antichi filosofanti si troverebbero,se avessero po
tuto invecchiare insino ad oggi, aggiungendo alla propria
conoscenza le altre le quali per la mercè di tanti secoli ,
avrebbono potuto co' loro studi guadagnare 4 ». Il Per
rault prima di Herder e forse prima di tutti , risponden
do all' obbiezione cavata da' secoli di barbarie contro la

*) Lezioni su lafilosofia della slorla('m ted.),Ojop.Berlino 1832-


1845, voi. IX, p. 11-13. Cf. Principii della fil. del dritto, § 342,
Opp. voi. Vili.
») Reflexions critiques sur quelques passages de Longin,Oeuvr.
t. II, p. 86 seg., Amsterdam 1718.
*) Saggi dì morale e di politica, Sag. LVU;Delle vicende del
le cose (in ingl.).
*) Prèf. att Traile du vide, Oeuv. ed. Faugère, t. I, p. 97,
98, Paris 1844.
KB1 SCOI IUPPOKTI CON liA FEDE 1 5g
teorica del progresso continuo , sentenziò , che l' interru
zione la quale si mostra nelle epoche di barbarie e d' igno
ranza, è solamente apparente, non ristandosi anche in quel
le il genere umano a progredire , sebbene per vie a noi
ignote; non altrimenti de' fiumi i quali inabissandosi tal
fiata in una voragine , scorrono sotterra un lungo tratto
di più province, e poi abbattendosi in qualche nuova aper
tura, ne sboccano fuori novellamente*.
Turgot allargò i confini della controversia, avendo im
preso a considerare il progresso del genere umano non solo
in ordine alla conoscenza e alle arti , ma eziandio alle
sue condizioni sociali e politiche ; per il che Cotisin lo
disse il vero fondatore della filosofia della storta B. E-
gli abusando di quel dettato di Pascal, innanzi indicato da
Ocello di Lucania" e da altri moderni , che bisogna con
siderare tutta la seguenza degli uomini durante il corso
di tanti secoli come un medesimo nome il quale dura sem
pre, ed apprende continuamente * » ,sentenziò il progresso
del genere umano aver proceduto di guisa, che i popoli
furon da prima cacciatori, poi pastori, in fine artisti '.Ma
poiché Turgot non giunse a fare altro , che tirare le li
nee del suo disegno , Condorcet suo amico applicò T ani
ma a colorirle in un' apposita opera ove si studiò di mo
strare col ragionamento e co' fatti, che non è stato posto
alcun termine al perfezionamento delle facoltà umane , e
però la perfettibilità dell' uomo è veramente infinita 6 ».
Egli , dopo esposto uua teorica sensista delle facoltà del-

") Parallèle des anciens et des modernes, 4 voi. in 12, Paris


1688-1696.
*) t Turgot, scrive Cousin , ha creato nel millesettecentocin-
quanta la filosofìa della storia », Hisl. des principaux syst. de
phil. mod. sur la question de C existence personelle, le$. XXII,
(kuvr. phil. ser. 1, t. I, p. 147, Paris 1846.
') De Universi natura, ed. Vizzanius, Bononiae 1646.
*) Op. Kit. ibid. p. 97.
*) Discours sur l' fiistoireuniverselle,Oeuvr. t. II, Paris 1818.
') Esquisse d'un tableau historique des progrès de l'esprit
hwmain, p. 2, Paris 1795.
iGo LO SCETTICISMO
l' anima umana, pretese mostrarcisi dall' istoria, che tutta
T umanità progredisce alla guisa de' singoli uomini '. On
de ,siccome il progresso in ciascun uomo cominciando dal
l' infimo grado della conoscenza, cioè dalla sensazione si va
sempre perfezionando sino alla vecchiezza, così il genere
umano movendo dalla condizione di selvatichezza, è giunto
alla condizione della cultura attuale, e tende a migliorarsi
sino all' infinito \ Questo medesimo concetto fu posto da
Saint-Simon e da' suoi seguitatori come fondamento alle
loro empie e strane utopie. Saint-Simon in effetto disse
che « l' umanità è un essere collettivo il quale si è ag
grandito da generazione in generazione , siccome un uomo
solo cresce nella successione dell' età ' ».
Ma a questi primi tra' moderni autori della Storia della
filosofia, se così voglia dirsi col Cousin, non venne certa
mente in pensiero, che i fatti dell' umanità sottostessero a
leggi necessarie ed immutabili, e che per ciò si potesse, an
zi si dovesse scrivere la storia a priori, ed elevarla al gra
do di scienza speculativa, o razionale. Sì fu loro avviso,
che si dovessero ricercare tra i fatti fuggevoli e contingenti
della storia dell' umanità alcune leggi universali secondo
cui essi sono avvenuti e succedutisi tra loro, ed è sem
brato loro, che la storia in effetto ci presenta tali leggi, e
che queste leggi sono affatto conformi alla natura umana.
Il Cousin tentò pel primo d' insegnare a' Francesi il ri
trovato di Vico e degli alemanni di costruire la storia
a priori; onde di lui conviene tener più conto, perchè a'
suoi pronunziati, siccome a quelli de' Trascendentali te
deschi si addentella la teorica del vero mutabile. Cousin
tenne con Hegel, che la storia della filosofia non si distin
gue dalla filosofia stessa, perchè lo Svolgimento degli ele
menti della ragione, che è 1' obbietto della storia della fi
losofia, debb' effettuarsi conformemente alla ragione nel cui

*) lbid.—*) Op. cìt. passim.


*) Expositìon de ladoetrine de Saint-Simon par Bazar,p. 107,
Paris 1810. Vedi quel che più stesamente abbiamo detto intor
no a queste diverse teoriche del progresso nella Raccolta cit.Za
Scienza e La Fede, voi. XXIX cit. p. 36-42.
ne' suoi aappobti con la FEDE 161
studio sta propriamente la filosofia. Di poi immedesimò
la storia della filosofìa con la storia di tutto il genere te
mano, o sia la considerò come la storia universale , per
questa ragione che, essendo la natura umana l'obbietto del
la storia, la filosofia della storia la quale espone lo svolgi
mento progressivo degli elementi della ragione umana, é
tutt' uno con la storia universale la quale narra le vicen
de dell' umana natura. Di qui conchiude , che la storia
non dee contenere altri elementi da que' che sono nella ra
gione umana, né può presentare altro ordine nello svolgi
mento di essi, se non quello che si osserva nello svolgimen
to della medesima ragione; laonde esaminando quali sono
gli elementi della ragione umana, e l'ordine con cui si svol
gono, torna agevole a chicchessia conoscere i fatti dell'u
manità e 1' ordine con cui si sono succeduti tra loro*.
Se la storia del genere umano è la storia della filoso
fia, e la storia della filosofia è la filosofia stessa, e se la fi
losofia è lo svolgimento della ragione , e lo svolgimento
della ragione non può non essere razionale , conseguita,
che tutte le epoche della storia sono incolpabili, e tutt' i
sistemi di filosofia sono veri. Quindi siccome i grandi per
sonaggi , rappresentatori delle epoche , non sono garanti
delle loro azioni, ma queste debbono addebitarsi all' epo
ca in cui ciascuno di essi vive ; così i Filosofanti ne' di
versi tempi scorgono il vero per quel lato ed in quel
grado che la condizione di ciascun tempo richiede. E poi
ché lo spirito di ciascun uomo progredisce in ordine alla
conoscenza da un' età ad un' altra di sua vita mortale; così
il genere umano nelle diverse epoche le quali si succe
dono, viene scovrendo le molteplici facce del vero, o sia
i suoi molti e diversi frammenti. Pertanto egli persua
so , che i sistemi di filosofia i quali hanno avuto corso
sino alla fine del secolo decimottavo , porgono tutte le
facce del vero, e ne contengono tutti gli elementi ; avvi-

') Vedi Fragmens de phU. tnod. Prèf. de la 1» edit., Oeuvr.


pfiil. ser. 3, t. IV, passim; Jntrod. à V hitt. de la phU. , Oeuvr.
ed. cit. ser. 2, t. I, Lezz. II, V, VII, passim, Paris 1847.
Sakseveihko,Sist.Fii,os., I. 13
162 LO SCETTICISMO
M potersi avere oggigiorno ima vera filosofìa ; laddove
tutti i sistemi filosofici, spacciati sinora, si raccolgano in
sieme e si riducano ad armonia.
Esposte brevemente le teoriche di Schelling, di Hegel e
di Cousin , ci è facile il chiarire , come da esse gli ulti
mi Progressisti francesi abbian potuto agevolmente trarre i i
loro assurdissimi sistemi del vero progressivo e mutabile.
Imperocché, se tutti i sistemi di filosofia sono altrettante
forme più perfette sotto cui il vero si manifesta nella sto- ;
ria ne' diversi periodi del suo svolgimento ; se le varietà
de' sistemi filosofici non sono reali, ma apparenti siccome i
quelle che rappresentano in sostanza le diverse guise con
cui l' Idea si svolge ne' diversi tempi nello spirito umano,
e si rende in esso sempre meglio consapevole di sé stesso; 5
se tutt' i sistemi di filosofia , nessuno eccettuato , sono veri ?
in sè e difettuosi solamente, perchè non contengono tutto fl >
vero, ma ciascuno una parte di esso, è forza confessare di
buona , o mala voglia , cbe il vero nel tempo stesso che
va innanzi , si muta. Imperocché la storia della filosofia
ci testimonia in modo irrepugnabile esserci una manifesta
e spiccata opposizione tra i sistemi principali di filosofia,
i quali hanno avuto corso nelle diverse epoche della sto
ria. Onde, se tutt'i sistemi di filosofia che la storia ci porge,
sono da aversi per veri , ne conseguita per necessità lo
gica , che il vero va cangiandosi nelle diverse epoche , "e
cbe il progresso del vero dimora per appunto nel suo can
giamento.
Né altro per verità debb' essere stato il pensiero di tutti ,
i propugnatori del progresso continuo dell' umanità. Impe
rocché, se il genere umano in tutte le sue conoscenze, in
tutte le sue instituzioni, in tutte le sue religioni ha fatto
sempre un passo più o meno notabile verso il progresso,
e se non vi ha verace progresso , se non in riguardo al
vero e al bene, chiaro è, che bisogna tener per veri tutt' i
sistemi di conoscenza, tutte le costituzioni politiche, e tutte
le diverse guise di religione. Ed in effetto, i progressisti
stimano ugualmente utili ed opportune tutte le instituzioni
sociali e morali; spacciano come sante e legittime tutte le
NE' SUOI RAPPORTI CON LA FEDE l63
forme di religione le quali la storia ci presenta , e ban
discono senza veruna differenza per benefattori del genere
umano Mosè , Zoroastro, Solone, Numa, Gesù Cristo, ed i
rimanenti fondatori di città e di religioni. Or, essendo con
trari gli uni agli altri i molti princìpi speculativi , morali ,
politici, religiosi, adottati da coloro ne' diversi periodi della
storia, non si potrebbero tutti parimente benedire, se non
si credesse che il vero in ordine alla speculazione , alla
praticatila religione non è tale, che per rispetto ad un'e
poca, e però da un' epoca all' altra, o come a taluno me
glio piace , da una generazione all' altra si muta. Ecco
qual'è, a parer nostro, l'origine di questa strana dottrina
del vero mutabile, della quale si è menato tanto scalpore
in questi ultimi tempi, massimamente in Francia. Noi ne
nomineremo i principali autori.
Lermènier , le cui lezioni furono accolte alla Sorbona
con strepitosissimi applausi, insegnò senza raggiri il dogma
della verità relativa. t Il nostro inchinamento, e' dice, è la
verità. In una maniera assoluta? E chiaro, che no. Per
chè in tal presupposto nè la scienza che sta nella deduzione,
ne la storia eh' è un combattimento , sarebbero possibili.
Noi concepiamo la verità in una maniera relativa ; le tra
duzioni che ne facciamo, sono mozze ed alterate. La leg
ge ed il bene sono idee generali ed universali ; ma si svol
gono in una maniera particolare , successiva , locale e
quindi meschina. La legge é divina , perchè l' uomo non
la fa, ma si studia d' interpretarla e di leggerla. L' ordine
è divino , perchè non nasce dall' arbitrio dell' uomo , ma
gli è imposto dalla natura delle cose. In questo senso il
diritto è divino. Ma bavvi un diritto divino in questo senso,
che ridotto una volta a formola, e scritto ne' testi eterni,
non si cambia , non varia, e colpisce le società con una
immobilità che non potrebbero scuotere? Strana maniera
sarebbe questa d' interpretare e di onorar Dio l'attribuir
gli su la terra un' imperfezione immutabile. Le leggi so
ciali sono nel loro svolgimento la parte più mobile del
l' umanità, e questa immobilità d' instituzioni forma la sua
storia. In ogni momento i limiti si spostano, e , se mi è
1 C)£ LO SCETTICISMO
permesso di usare questo vocabolo con la certezza di es
ser capito, lo stesso Dio, essenza della legge, non si svol
ge, che in un modo progressivo, nella società 1 ». Ed in
altro luogo dice, che c la virtù può cangiar forma, e che,
secondo la storia ci testimonia, le ha cangiate in effetto;
perocché la virtù cristiana si è messo in luogo dell' anti
ca, e queste mutazioni della virtù sua non finiranno che
con la fine de' tempi * ».
L'ab. Lamennais nelle sue chiose alla traduzione degli
Evangeli ha scritto, che la scienza in generale progredisce
del continuo, e nel suo progresso riveste diverse forme; che
Gesù Cristo col suo insegnamento non intese ad inceppar
punto le trasformazioni della scienza, perocché egli predicò
come immutabile e necessaria la sola legge dell'amore;rna
questa medesima legge, dovendo soggiacere nelle applicazioni
alle condizioni mutabili della scienza , anch' ella per questo
rispetto si modifica e si trasforma. Gesù Cristo , e' dice,
ha lasciato « un intera libertà alla speculazione , o sia al
lavoro perpetuo del pensiero , donde nasce la scienza, la
quale progredendo del continuo , del continuo si trasfor
ma' ». La dottrina di Gesù, scrive in altro luogo, « men
tre soggiace alla legge del progresso solo nelle sue ap
plicazioni , rimane immobile in sè stessa , e si differenzia
in ciò da tutto quello che gli uomini possono aggiungervi,
cioè da' concetti mutabili secondo la condizione dello spirito
e della scienza con cui cercano spiegarla alla ragione. Il
dogma in questo senso ha le sue vicende , si modifica e
si trasforma; ma la legge del diritto e del dovere eh' è la
legge delia vita , partecipa nel suo immobile dominio della
stessa eternità di Dio 4 » .

*) PMiosophie du droit, I. Il, c. 1, p. 192, Bruxelles 1836.


B) De f influence de la phdosop/ùe au XP111 siede sur la
legislation et la sociabilità du XIX siede , c. 46 , p. 79 , Pa
ris 1833.
') Les Éoangites, [rad. nouvelle avec des notes et des réfle-
xions à la fin de chaque chapitre par. F. Lamennais, 2 ed. p.
158, Paris 1846.
*) Jbid. p. 312; Cf. p. 88, 384 e altrove.
Ne' SCOI RAPPORTI CON LA FEDE l65
Jouffroy , sebbene appartenesse alla scuola eclettica,pure
ne' due empii articoli: Comefiniscono i dogmi, e Della Sor
bona e afe' Filosofi, chiaramente inculcò la teorica del ve-
ro progressivo: «Lo spirito umano trapassa dalla verità al
l' errore, e dall' errore alla verità, e, per dir meglio, da
una faccia ad un' altra della verità. Se un secolo tutta la
verità, tutta la bellezza, e tutta la giustizia possedesse ,
la scienza , Y arte e la morale sarebbero eternamente de
terminate, ed il mondo non mai si muterebbe. Il principio
della mobilità delle umane cose sta nella mobilità delle i-
dee dell' intelligenza umana. Le idee dell' intelligenza uma
na variano secondo i tempi ed i luoghi, dacché variano se
condo la conoscenza umana la quale cresce e decresce * ».
Pietro Leroux , il più fiero e manifesto avversario del
Cattolicismo in Francia,dopo immedesimato la religione eoa
la filosofia, e la filosofia con la scienza della vita, sostiene
la vita essere un movimento continuo, una continua crea
zione, una serie continua di progresso, giacché la natura
ci mostra in tutti gli ordini delle cose un continuo e pro
gressivo svolgimento; anche l'umanità soggiacere alla leg
ge generale del progresso, ed avviarsi per successive tra
sformazioni verso uno stato sempre più perfetto , senza
che le sia dato conoscere il principio ed il termine del
suo progredimento ; ingannarsi i razionalisti i quali, col
locandosi fuori della vita, stimano di poter conoscere altre
verità che le matematiche; l'unico criterio della certezza
per le verità concernenti all' ordine metafisico e morale
non stare nella ragione individuale, sì nella tradizione del
genere umano, e non nella tradizione del Cattolicismo ve
nuta ormai per la sua vecchiezza in disistima , ma nella
tradizione attuale vivente ; a noi ignoranti de' disegni di
Dio nelle diverse epoche dell'umanità, apparir false tutte
le forme con che l'umanità s'è mostrata ne' secoli andati,
e la verità manifestatisi solo nella tradizione del decimot-
tavo secolo di cui siam figliuoli. A questi precipui capi si

') I. Comment les dogmes finissem? II. De la Sorbonne et dts


philosophcs, Mélange* , p. 3-47. 2e ed. Paris li*38.
l66 LO SCETTICISMO
riduce la dottrina del Leroux intorno al vero '. Dalla quale
apparisce , eh' egli , mentre sembra concedere a noi , uo
mini del secolo XIX , il possesso del vero immobile ; pure,
poiché non altro mezzo ci dà per conoscere il vero , se
non quel medesimo riuscito ingannevole a' nostri maggiori,
cioè il consentimento , o la tradizione attuale del genere
umano, bisogna dire, o che non è possibile all'uomo la
conoscenza certa della verità , o che non hawi verità im
mutabile ed universale , ma sì una verità propria per cia
scun tempo e ciascun luogo.

*) Il Leroux pose le fondamenta del suo sistema nel suo li-


bercoletto De la doctrme du progrès contimi , e lo svolse poi
ampiamente nell'opera De Chumanilè, de son principe, et de
ton avernir, 2 voi. io-8°, Paris 1840.
NE' SUOI BAPFOBT1 CON LA FEDE 167

5 IH.
Attinenze delle diverse teoriche del vero relativo
e progressivo eolla Religione
La teorica del vero relativo e progressivo si connette logicamente
coli' ateismo. In falli Protagora fra gli antichi professò l'ateismo, chec
ché si sia detto in discolpa di lui. Idee de' moderni Filosofi intorno al.
la Religione in generale ed al Cristianesimo in particolare. Evangelio
eterno di Lessing.U Cristianesimo, per avviso di Kant, è la vera religio
se, ed esso va a poco a poco attuando il Regno di Dio su la terra.
Herder non riconosce altra religione che naturale, e mentre confessa i
beneficii dal Cristianesimo arrecati all' umanità, lo crede ormai insuffi
ciente all' attuale coltura della società. Origine, natura e sviluppo del
Cristianesimo secondo Schelling. Hegel ammette un passaggio dell' idea
religiosa sotto varie forme dal feticismo sino alla religione assoluta ,
cioè al Cristianesimo. Teismo illogico di Turgot e massime empie di
Condorcet sul Cristianesimo e generalmente contro tutte le religioni
positive.II Cristianesimo é, secondo Saint-Simon, un progresso del mo
noteismo ebraico; sue vicende e sua morte; progetto dì un Nuovo Cri*
itianesimo da sostituirsi all' antico. Idee de' Sansimoniani su 1' ordina
mento della società. Cousin loda il Cristianesimo, perchè rappresenta il
terzo elemento della religione, cioè la congiunzione del finito coli' infi
nito, ed è quindi una religione eclettica. Eccellenza del Cristianesimo,
secondo Lermènier, e suo perfezionamento suooessivo per opera di Pao
lo, di Gregorio VII e di Luteroj; sua morto certa , scimene non così vi
cina come da molti si crede. Quale fu l' intendimento di Gesù Cristo nel
fondare la Chiosa, a parere di Lamennais, e come si viene attuando que
sto disegno. Leroux ha spacciato, che il Cristianesimo, è, come tutte le
altre religioni, una forma passaggiera del sentimento religioso, la qua
le essendosi ornai corrotta, dee dar luogo a una nuova religione, Cousi-
inile avviso di Jouffroy.
Esposti i diversi sistemi del vero relativo e progressivo,
non che le attinenze le quali hanno tra loro, e con le fi
losofie onde sono stati preceduti , giova indagare , quali
conclusioni ne originano intorno alla Religione.
Non è malagevole intendere, che i difensori del vero
relativo e progressivo se vogliono esser coerenti a' loro pro
nunciati logici e metafisici, non debbono ammettere nè an
co 1' esistenza di Dio. Conciossiachè, essendo la nozione di
Dio una nozione assoluta e immutabile, chiaro è che se la
mente nostra non è capace di alcun vero assoluto, la no
zione di Dio è impossibile per lei. Così Protagora, avendo
l68 LO SCETTICISMO
sentenziato, che l' uomo è la misura di ogni cosa, o dovea
tor di mezzo l' idea di Dio, o tenerla come un portato della
mente umana; il che importa lo stesso. In fatti Platone *, Ci
cerone % Sesto Empirico *, Diogene Laerzio *,Suidas, e altri
antichi testimoniano, che Protagora fu cacciato dalla città
e dal territorio, e bruciati tutti i suoi libri, perchè a capo di
uno di questi avea scritto, secondo le parole di Diogene:
«Non mi è dato sapere intorno agli Iddìi, se sieno, o non
sieno»; o vero secondo quelle di Sesto: «Quanto agli Iddìi,
io non posso dire, nè se vi sieno, nè di che natura sieno
Ben ci sappiamo, che dopo Filostrato ' ed altri tra gli anti-
chi,Gerardo Vossio % Giannalberto Fabricio 9 ed altri moder-
*) Theaet. Opp. ed. Bip.
") De Nat. Deorum, lib. I, n. 12, 23.
*) Lib. I Adv. Phys. sect. 56, p. 564, ed. cit.
*) De vitis etc. lib. IX, segm. 51.
e) Voc' Protagoras, t. HI, p. 217, Cantabrigiae 1705.
e) llspì fùv @eÙ>v oùx e%io eiSkvai, £<&* <I>s eia» , I/& <3s oux
eio-ìv; Laert. loc. cit. Hepi 0cù>v, oSre a tfoh>% ouO' licclot t/k'ss ««,
èvvapai Xéyuv; SexI. Emp. loc.cil.cot. c.Nel luogo rammentato da
Cicerone si leggere Abderites quidem Protagoras ...Sophistes illis
temporibus vel maximus, cum in principio libri sui sieexposuisset:
De Diis, neque ut tini, neque ut non sint, habeo dicere, urbe at-
que agro est exlerminatus, libriqueeius io concione combusti i.
Reimaoa (Hist. atheismi, sect. II, c.17, p. 30, Hildesiae 1725) notò
che questo luogo,se voglia concordarsi,come in effetto la critica
richiede, con que' di Sesto e di Diogene, dee leggersi : non ha
beo dicere; e si maraviglia che siesi meotovato senza una tale
ammenda da Gianfrancesco Buddeo {De atheismo, c. I, § 19,
p. 47, Lugd.Bat.l767),e da Sam. Parker (Cogit. de Deo, disp. I,
sect. XI,p.27, Londini 1678). Ma Giov. Lulofs, nelle sue note alia
suddetta opera di Buddeo (ivi), ragionevolmente avverti, che le
parole di Cicerone hanno la medesima significazione, e consen
tono con quelle di Sesto e di Diogene, o che si legga habeo di
cere, o vero non habeo dicere.
') De vitis Sophistarum, lib. I, n. 10 ed. Kayser, Heidelberg
gae 1838. Egli è di parere che il sofista di Abdera, conforme
mente alla disciplina de' Persiani, in cui era stalo educato, non
volle pubblicamente parlare di Dio.
') De idol. lib. I, c. I, Opp. t. V, p. 2, Amslelodami 1700.
'} Sul luogo mentovato di Sesto, noi. c.
to' suoi rapporti con la fede 169
ni ban voluto scagionare Protagora dalla colpa di ateismo;
ma le testimonianze degli antichi sono chiare per guisa ,
che non pare potervi essere luogo a veruna ragionevole
dubitazione.
I moderni difensori del vero progressivo o relativo si
sono mostrati aborrenti dall' ateismo che rampolla natural
mente da' loro princìpi, ed hanno ammessa come naturale
e necessaria all' uomo una religione : se non che, questa
fu considerata da loro progressiva, siccome il vero di cui
fa parte.
Restringendoci a que' di cui innanzi abbiam fatto cenno,
Lessing,siccome vedemmo,dopo aver mostrato un progresso
in fatto di religione dal mosaismo al Cristianesimo , sen
tenziò doversi avere accesissima fiducia in un nuovo per
fezionamento della religione, e questo doversi avverare col-
l'avvenimento di un Vangelo eterno'.
Kant, come ben fu notato dal Wilm*,« non ha lasciato
nulla che possa assomigliarsi alla così detta filosofia del
le religioni , le quali considera come altrettante forme
storiche dello svolgimento della vita religiosa più 0 meno
determinata nelle sue necessarie trasformazioni per la mer
cè di elementi fattizi e strani. A lui è avviso, che una sto
ria filosofica delle religioni dee ragguagliare le diverse for
me religiose con la fede razionale unica e immutabile alla
quale si indirizza lo spirito religioso, allorquando può svol
gersi con perfetta libertàri che si avvera in una sola reli
gione positiva, cioè nel Cristianesimo il quale solo mira ad
attuare l'idea del regno di Dio, e divenire fede pura».
In effetto Kant avendo insegnato nelle due sue Critiche
non potersi stabilire altrimenti l'esistenza di Dio se non
mercé della morale, e però non conoscersi Dio da noi, se
non come un legislatore morale, ne inferi, che la verace
religione dimora unicamente nelf osservanza della legge
morale riguardata in ordine a Dio, e però ella non è in
sostanza altra cosa dalla morale. E da che le passioni of-

') Ved. La Scienza e La /Vcfe.vol.XXIX.p. 43> Napoli 18155.


2) Op. cit., sect. il, c. 14, t. II, p. SO.
170 LO SCETTICISMO
irono molti ostacoli al compimento de' doveri morali, na
sce il bisogno di una società durevole nella quale gli uo
mini congiungendo insieme le loro forze, e crescendole vie
più di giorno in giorno col trarre altri a sè, possano a vi
cenda destarsi al bene, e in ciò opporre al male un argi
ne insuperabile. Questa società è, per Kant, la Chiesa la
quale è appunto una repubblica morale governata con una
legislazione morale. Adunque la vera Chiesa non può a-
vere altra credenza, se non la legge morale per la quale
la volontà di Dio è scritta originariamente ne' nostri cuo
ri. In fatti, dovendo la vera Chiesa raccorre in sè tutti gli
uomini, non può avere altra credenza, se non morale, per
chè la morale a tutti gli uomini in ogni tempo , in ogni
luogo, in ogni condizione conviene.
Se non che, aggiunge Kant, per istabilire questa Chie
sa morale e invisibile vi ha mestiere di una Chiesa posi
tiva e visibile, perché gli uomini non possono communi-
care tra loro, se non per l'opera de' sensi. E però vi ba
bisogno altresì di un sistema di leggi esteriori ed empiri
che, o sia di una credenza ecclesiastica, la quale dee sta
bilire e propagare tra gli uomini la credenza religiosa. Quin
di secondo che il genere umano procede nella perfezione, la
credenza ecclesiastica dee cedere il campo alla religiosa:
sicché, svestite a poco a poco le religioni di ogni sorta
di statuti storici, ed elevate a grado a grado alla morali
tà, la religione razionale occupi sola il loro posto. Il pas
saggio insensibile dalla credenza ecclesiastica al predomi
nio assoluto della religiosa, o sia il perfezionamento suc
cessivo dell' una per l' altra è V avvenimento del regno di
Dio su la terra. Tosto che il principio di un tal passag
gio si è manifestato pubblicamente, almeno in un luogo
solo, segna il principio di un progresso continuo verso la
perfezione, e il germe di quella dottrina la quale dovrà
un giorno illuminare tutto il mondo ; perocché il vero e
il bene, laddove sonosi una volta conosciuti, non fallisco
no di comunicarsi da per tutto, mercè l' intima affinità che
hanno con la natura degli esseri razionali. Può sembrare
tal Hata, che alcuni accidenti sociali si attraversino alla
ne' suoi bapporti con la fede 171
propagazione del bene; ma la cosa non è cosi in effetto;
che per contrario essi l' aiutano vie maggiormente, renden
do più intima la comunione delle anime nel bene.
Conformemente a ta' princìpi egli sentenzia, che la storia
della Chiesa comincia col Cristianesimo; perocché la reli
gione cristiana è stata la prima religione razionale la quale
è apparsa su la terra. In fatti Gesù. Cristo ripose la vera
religione nell'osservanza de'propri doveri, non avendo altro
compreso nel doppio precetto dell' amore di Dio e del pros
simo, se non l'adempimento de' doveri in generale, e di
que' verso il suo prossimo in particolare per l' amore im
mediato de' doveri medesimi, e non per alcun interesse in
dividuale *. Che se aggiunse a questi credenze positive e
riti ésteriori, volle con quelle scolpire piò profondamente
negli animi i precetti razionali, e con questi destarli con
mezzi sensati all' osservanza de' medesimi. Ma verrà tempo
nel quale la vera credenza cristiana, o sia la religione pu
ra razionale, rotti gì' inviluppi della credenza ecclesiastica
sotto cui giace nascosta, regnerà sola su la terra, ed il re
gno esclusivo di lei è appunto quel Regno di Dio nelle
Scritture profetato , e il quale verrà preceduto dall' ap
parizione dell' Anticristo, dalla seconda venuta del fonda
tore della Chiesa , dall' estremo giudizio con che i buoni
da' malvagi saranno separati, dalla fine del mondo, e dal
regno de' mille anni a.
Herder riguardò la religione, come un portato della ra-

') Chi desidera leggere un breve cenno ed esame di questi pro


nunziali della morale kantiana, può riscontrare quel che ne di
cemmo nella cit. Raccolta La Scienza e la Fede,\o\. MI, p. 265-
299, e voi. Vili, p. 25 segg., Napoli 1843, 1844.
s) Può vedersi l' opera di Kant, io Religion dans les limite» de
la rawon,irad.par Trullard,Paris 1841;overo il compendio pub
blicatone dopo la seconda stampa tedesca, dal medesimo Kant a
Riga nel 1796,e voltalo in francese dal Lortet, con questo titolo:
Thèorie de Kant sur la Religion dans les limites de la raison,
Paris 1842. Noi demmo nella cit. Raccolta La Scienza e la Fede.,
una sufficiente notizia della suddetta opera; ved. voi. Vili. p. 168-181,
241-260, Napoli 1844.
172 SCETTICISMO
gione umana, il cui scopo è V asseguimento della perfetta
umanità, e che però è venuta secondo lo sviluppo diverso
della ragione medesima variandosi secondo i diversi tempi
e i diversi luoghi. L'uomo si è elevato all' idea di una re
ligione per la mercè del pronunziato di causalità. Percioc
ché ricercando le cagioni de' fatti che si compivano innan
zi a' suoi occhi, pervenne un giorno a rimenare tutte le
cagioni ad una sola. Cosiffatta fu 1' origine di ogni reli
gione sia vera sia falsa. Di tutte le forme sotto cui si è
manifestata, non ce n' è nota alcuna più perfetta della no
stra. « La religione, e' dice, è la più sublime umanità del
genere umano. ... La prima e 1' ultima filosofia è stata
la religione. ... E avvenuto tal volta, che i popoli han
rapportato tutte le cagioni ad una sola. La religione era
altresì in questo primo sforzò. . . Tosto che l' uomo appa
rò ad usare di sua intelligenza, ricevutone l'occasione dal
la più lieve spinta, cioè tosto che conobbe il mondo ia
una maniera diversa dall' animale, aggiustò fede ad esseri
invisibili ed onnipotenti i quali danno premii e pene,e#stu
diosa a renderlisi favorevoli e guadagnarsi la loro bene
volenza. Per tal guisa la religione vera, o giusta, o ingiu
sta nacque in seno a' popoli a fin d' istruirli, confortarli e
guidarli attraverso al laberinto oscuro e pericoloso della
vita. In tutte le religioni della terra havvi una simiglian-
za più o meno perfetta tra 1' uomo e la divinità sia che
siesi sollevato 1' uomo sino a Dio, sia che siesi abbassato
il Padre del mondo sino all' uomo. Noi non conosciamo al
cuna forma superiore alla nostra, e non altro da quel che
concepiamo nel campo dell' umanità, può svolgere in noi
profondi affetti 1 2.
Laddove si fa ad esporre 1' origine e le vicende del Cri
stianesimo, descrive da prima l'azione da esso esercitata
su la civiltà de' popoli di Europa, e i beneficii che ne col
se 1* umanità ; ma aggiugne che pervenuta la società ad
una maturità di coltura , cominciò ad essere d' impaccio
a' suoi progressi; donde s' introdusse un nuovo sistema in

') Op. eìt. lib. IV, c. 6, t. I, p. 238-243.


Ne' SCOI RAPPORTI CON LA FEDE 1j3
Europa , foriere di una stagione più propizia. « Forse il
dispotismo, dice, della gerarchia romana fu un giogo ne
cessario ed un freno alla violenza grossolana de' popoli del
l' età di mezzo . . . Però fu un utile contrappeso ; ma di
tal natura che se fosse durato, avrebbe assoggettata V Eu
ropa a una teocrazia tibetana.Dall' azione e opposizione na
cque un effetto che non si era antiveduto da nessuno del
le due fazioni. Perocché il bisogno, la necessità, il peri
colo operarono, che sorgesse tra loro un terzo sistema il
quale dovea infondere lo spirito di vita in questo gran cor
po, o vero lasciarlo in balìa della corruzione. Il regno del
le scienze, d' un' utile attività e di un' emulazione rivale
fatalmente, ma gradatamente rovesciò la cavalleria e il mo
nachismo j. Di qui e' conchiude aver originata la nuova
coltura di Europa; onde « la ragione e l' attività del gene
re umano affratellatesi, continuano il loro eterno corso, e
ornai se ne ha un felice segno, da che i migliori frutti
non maturano innanzi alla propizia stagione 1 » .
Schelling nell' ottava, nona, e decima delle sue Lezio
ni accademiche, esponendo le sue idee su la filosofia del
l' istoria , ragiona della religione in generale e del Cri
stianesimo in particolare. Noi crediamo non poter me
glio compendiare le sue idee, cbe con le parole di Wilm,
accuratissimo spositore delle ultime filosofie alemanne:
t Schelling, e' dice , ricorda le sue ipotesi di una rivela
zione primitiva , e crede che una certa civiltà è stata il
primo stato del genere umano. Quindi avvisa, che la storia,
al pari della natura, rampolla dall' eterna unità, cioè dal
l' assoluto, e n'è uno svolgimento necessario: onde gl'indi
vidui non altro sono, se non strumenti predestinati ad effet
tuare i bisogni della Provvidenza,e la religione è il più subli
me aspetto sotto cui può considerarsi la storia. . . Egli divi
sa che col Cristianesimo ha principio l' età della provvidenza.
Il mondo antico riguardato in generale è nell'aspetto religio
so quel che è la natura in ordine allo spirito, cioè la ma-

*) Lib. XX, c. 6, t. HI, p. 490, 491. Vedi lib. VII-XX, t. Ili,


p. 207-491.
1^4 L0 SCETTICISMO
nifestazione dell'infinito e del finito. Ed il mondo moder
no governato dal Cristianesimo è il lato opposto ed idea
le; che per opera di lui il finito dee ritornare in seno al
l' infinito.Adunque, l' idea fondamentale della Religione Cri
stiana sta in Dio fatto uomo, o sia neh" infinito fatto car
ne. Il Cristo, compiuta la sua missione, ritorna in grem
bo dell'assoluto, lasciando al mondo la promessa della
venuta dello Spirito, cioè del principio ideale, che dee ri
condurre il finito all' infinito. Con ciò si rende ragione di
tutti i misteri, e di tutte le istituzioni del Cristianesimo,
il cui principio sta nella riconciliazione del finito decadu
to con Dio, mercè V incarnazione dell' infinito. Del rima
nente, l' idea della nuova Religione è stata molto tempo in
nanzi che avesse avuto corpo nella storia. In fatti,V idea
lismo è tanto antico quanto il mondo; perocché ha signo
reggiato da per tutto, massime nell' Oriente, e se ne scon
trano vestigi eziandio presso i Greci, essendo Platone quasi
una profezia del Cristianesimo1!).
Nè vogliam trasandare alcune altre parole sul Cristiane
simo pronunziate dal medesimo Filosofo a Monaco in un
corso di filosofia religiosa, e riferite dal Tailliander: «Il Cri
sto aveva scelti tre apostoli, sopra i quali fermava le vi
cende future della sua Chiesa, cioè Pietro, Giacomo e Gio
vanni. Giacomo morì poco dopo, e venne sostituito da Pao
lo. Pietro è il fondatore, e rappresenta il principio dell'au
torità; Paolo è il mediatore, e rappresenta il principio del
la libertà; Giovanni poi è ordinato a compier l'opera, rap
presentando il principio dell' amore che compisce e conci
lia ogni cosa. Questi tre personaggi sono figurati nell'An
tico Testamento da Mosè, Elia e san Gio. Battista. Pietro
in effetto rappresenta il Cattolicismo, Paolo il Protestan
tesimo, e Giovanni il venturo Cristianesimo che li colleghe
rà amendue. Giovanni è dunque 1' Apostolo de' tempi av
venire : e nel modo che s. Gio. Battista alla venuta del
Cristo ha fatto la via, e n' è stato il Precursore; Giovan-

*) Dictionnaire des sciences pMlosop/i'ques,vo\.V,p. 524, Pa


ris 1851.
nr' scoi mrroRTi con t,a fede iy5
ni Evangelista altresì prepara una strada novella, ed è il
Precursore del Cristo alla seconda venuta la quale ci si pro
mette nell' avvenire; donde, quando Pietro dimandò a Ge
sù: che farà mai questi ? Gesù disse: io voglio che egli re
sti fino a quando verrò; che te ne cale ? 1 s
Il medesimo Wilm espone brevemente, ma con molta
chiarezza la sentenza di Hegel intorno alla religione, to
gliendola soprattutto dalle sue Lezioni sulla filosofìa reli
giosa.— « La filosofia religiosa si divide in tre parti. L' ob
bietta della prima è Videa della religione, la quale svol
gendosi, dà origine alle diverse Religioni, o sia alle reli
gioni determinate che sono V obbietto della seconda , e
nella terza sì considera V idea religiosa ritornata in sè stes
sa, cioè la religione assoluta e vera. Le religioni deter
minate esprimono una relazione del soggetto allo spirito,
come Dio ; ma mercè del progresso poi questa relazione
svanisce, e l'uomo sa che Dio è in lui, è congiunto eoa
lui, è una stessa cosa con lui. Hegel considera tutte le
forme della religione dal feticismo sino al Cristianesimo
quali momenti necessari dello sviluppo della coscienza re
ligiosa, determinatesi prima come religione della nata-
ra, poi come religione dell individualità spirituale. La
religione della natura ha tre vicende : che ella da princi
pio è religione di magia { feticismo, Camanismo, religione
de' Mongoli, de' Cinesi, Lamaismo, e Buddismo ); indi reli
gione dell'immaginazione ( religione degli Indiani, brama-
nismo ) ; in fine religione della luce ( parsismo ) ; e reli
gione del simbolo ( religione degli Egiziani ). La religione
spirituale diviene a mano a mano religione del sublime
( giudaesimo ), religione della bellezza (religione de' Gre
ci), e religione deU intelletto (quella de' Romani). Da que
sta si trapassa alla Religione assoluta. Nella quale lo spi
rito lascia di essere l' oggetto di sè stesso sotto una deter
minata forma, ed è per sè ciò che è in sè, e questo sa
pere che lo spirito ha di sè stesso, costituisce la religione

') Tailliander, Scot-Érigène , et la Philosophie scholaslique ,


i, pari. c. 5, p. 273, Paris 1843.
1^6 tO SCETTICISMO
perfetta e manifesta. Adunque lo spirito ha percorso in
fatto di religione, non altrimenti che in ogni altra cosa, le
diverse vicende del suo svolgimento in sino a che è giun
to a negare tutte le forme finite , ed è divenuto al pre
sente idealità pura. Per tal modo la coscienza religiosa si
va a smarrire nella coscienza filosofica, e viene da questa
medesimamente negata e compiuta1 ». La religione asso
luta, secondo Hegel, è il Cristianesimo.
Per ciò che concerne a' francesi, non bisogna tener gran
conto di Turgot e di Condorcet; perocché il Turgot si ri
mase tra i limiti di un teismo incoerente , e Condorcet
trasse dalle massime di lui quelle conclusioni atee le qua
li naturalmente ne rampollavano. Costui in effetto , met
tendo in fascio tutte le religioni positive , le tassa tutte ,
secondo il vezzo de' suoi tempi , di fanatismo e di super
stizione^ non arrossisce talvolta di antiporre al Cristiane
simo la stessa sozza ed impura religione di Maometto. Però,
spaccia ogni maniera di religione positiva, non altrimenti
che ogni foggia di reggimento politico, salvo la democrazia,
come contraria al progresso e all' incivilimento del genere
umano. E' crede che col secolo XVIII siasi compiuto la nona
epoca del genere umano, ed ha fermissima fiducia, che nel
la decima ed ultima epoca la quale cominciava, 1' umani
tà avrebbe conseguito il suo perfezionamento reale col pro
gresso dell' uguaglianza in un medesimo popolo, e colla di
struzione della disuguaglianza tra le nazioni
Co' Sansimoniani si cominciò in Francia a mutar il ge
nere di lotta contro il Cristianesimo. E senza fallo, gli En
ciclopedisti la cui tattica fu seguitata da Condorcet , vo
lendo svellere ogni seme di Cristianesimo dagli animi de'
popoli, credettero lecita a conseguire il loro intendimento
ogni maniera di sofismi contro i suoi dogmi, le sue institu-
zioni , i suoi riti ed ogni specie di sarcasmi e di villanie
contro il suo divin Fondatore, i suoi propagatori, e i suoi
eroi. Ma i Sansimoniani, fecondando ed applicando a' fat-

») Op. ài. voi. Ili, p. 30, 40.


*) Vedi I* opera succitata.
he' scoi rapporti con la pedb 177
ti l' idea della perfettibilità indefinita della specie umana,
predicarono come buone ed opportune a' loro tempi tutte
le religioni , e travagliaronsi a mostrare , che siccome in
ogni altra cosa, così in fatto di religione il genere urna-
no è venuto sempre più progredendo. E però, dopo rico
nosciuto un lungo tempo di barbarie nello svolgimento del
genere umano, fan cominciare il suo cammino progressivo
in fatto di religione dal monoteismo ebreo che credono a-
ver Mose tolto dalla dottrina segreta de' sacerdoti egiziani
da lui perfezionata; laddove Cecrope, Inaco ed altri aveano
recato in Grecia la dottrina pubblica di quelli, ed introdot
tovi il politeismo. Indi accennano il progresso della reli
gione dal mosaismo al Cristianesimo che riguardano come
un perfezionamento della religione mosaica. Se non che,
per non restringere tra i confini del solo popolo ebreo presso
gli antichi 1' avveramento del loro sistema storico , e tra
sandare del tutto 1' azione del politeismo su gii avveni
menti che succedettero alla sua distruzione, collocano So
crate nell' intervallo che è tra Mose e Gesù Cristo, ed as
severano che Socrate, scrollando le basi del politeismo,
rendè possibile nell' Occidente la propagazione del mono
teismo cristiano. Ma questo non potea recarsi in atto, se
i Romani con le loro conquiste non avessero atterrato le
barriere ehe separavano i popoli, e congiuntili in un sol
vasto impero. Quindi nel tempo che corse tra Mose e Ge
sù Cristo, i lavori filosofici cominciati da Socrate e le con
quiste de' Romani apparecchiavano que' progressi che il
Cristianesimo mise in essere.
Ma il Cattolicismo buono pe' tempi in cui signoreggiò,
e vera cagione della civiltà moderna, non potea conciliar
si co' progressi di questa. Il protestantesimo ruppe il lega
me che tenea congiunti i popoli tra loro, e produsse tut-
t' i mali onde la società da circa tre secoli era travaglia
ta. Or, questo legame, rotto dalla Riforma, dee , secondo
Saint-Simon, ricercarsi nell' industria; sicché quindi innan
zi il progresso generale dell' umanità debbe misurarsi col
progresso dell' industria \ E però, egli rimproverava agi in-
*) Toul pour r industrie, toul pour elle. E questa l* epigrafe
SlHSBVKRINOjSlST.FlLOS., I. 14
178 lo sci-TTicisaio
creduli ile' suoi tempi i loro matti tentativi a distruggere
ogni Cristianesimo; perocché se « il sistema religioso del
medio evo . . . non è in armonia col progresso delle scien
ze positive, irragionevolmente si vuole che debba affatto
scomparire; ma solo deve armonizzarsi col progresso delle
scienze ». E' pubblicò le sue idee sul modo di effettuare
cotale armonia nel suo Nuovo Cristianesimo. Nel quale
dopo stabilito che la legge religiosa soggiace alla legge
universale del progresso, insita allo svolgimento necessario
della specie umana, ripudiò come ereticali tutte le chiese
cristiane, così la cattolica come le protestanti, sentenzian
do che il Cristianesimo quindi innanzi dovea mirare all' u-
nico'scopo di migliorare , mercè del progresso nell' indu
stria, le condizioni fisiche e morali de' poveri. Egli avvisò
il nuovo Cristianesimo dover avere al paro di tutte le altre
società ereticali cristiane una morale, un culto, un dogma
ed una gerarchia clericale; ma esser mestiero, che il dog
ma signoreggi a tutto, e i capi del chiericato non sieno
altri, se non i più idonei a promuovere il bene delle classi
bisognose della società '.
Saint-Simon ebbe molti seguitatoti delle sue massime,
come Rodrigues, Enfautin,Bazard,BIanqui,Carrel,A. Comte,
Buchez, ed altri non pochi. Questi in generale divisero i di
versi periodi della storia in epoche religiose, o sia dì ordi
namento, ed epoche critiche, o sia d' incredulità. Un' epoca
religiosa comincia, a loro giudizio,allorchè una nuova idea
generale comparisce nell' umanità, e termina, allorché que
sta si è applicata a tutti gli svariati bisogni de' più civili
popoli. Dappoiché una tale applicazione si è fatta,soprag
giunge l' epoca critica, la quale distrugge tutti gli elementi
sociali antichi, ed apparecchia il terreno all' introduzione
di sue idee religiose. In fatti,allorquando il paganesimo eb-
«li un' opera intitolata: V industrie, pubblicata in quattro volu
mi dal come Saint-Simon e da Agostino Thierry in Parigi nel 1817.
Vedi anche di Saini-Simon Le Polilique 1819 ; V Organisateur
1820; Système indusiriel 1821; Catecàisme des indusiriels 1822.
*) Nouveau Càristianisme, avec un avant-propos de M. Olindo
Hodrigues, Paris 1825.
• nk' suoi bappohti con la fkdb ijg
be compiuto il suo stadio di applicazione, la filosofìa anti
ca inaugurò l'epoca d'incredulità, e lastricò la via al Cat-
tolicismo ; e posciachè il Cattolicismo si fece strada in
tulte le instituzioni della società,la Riforma del secolo de
cimosesto e la filosofia del decimottavo, scrollando a mano
a mano tutte le massime cattoliche, hanno aperto 1' adito a
una novella idea religiosa, proclamata da Saint-Simon;e
questa debbe esser la base di una nuova epoca religiosa,
o sia di ordinamento. Intanto venendo a svolgere le basi
del nuovo Cristianesimo, gettate da Saint-Simon, proclama
rono non doversi ammettere altra disuguaglianza tra gli
uomini, se non quella richiesta dalla diversa capacità di
ciascuno; non doversi concedere all'uomo dominio di sor
ta su la donna; dover scomparire 1' antagonismo tra la
carne e lo spirito; esservi mestieri di un' autorità suprema
religiosa, e quindi di una gerarchia sacerdotale; il prete
dover essere il distributore del lavoro e il depositario del
le ricchezze sociali, e però capo spirituale e temporale,
legislatore e giudice, in una parola la legge viva di so
cietà; quindi tutta l' umana famiglia doversi ridurre ad
un'ampia società di lavoratori, governata da una gerar
chia chericale \
Jl profess. Cousin, introducendo nella Francia le mas
sime su la filosofia dell' istoria di Schelling e di Hegel ,
adottò altresì la loro maniera di considerare il Cristiane
simo, ed in generale tulte le religioni, innestandole sul suo
ecletismo. Ed in effetto la vera religione , e' dice , non è
una cosa disunta dalla filosofia, e le molteplici e diver
se religioni positive, apparse sulla terra, non sono altro,
che manifestazioni esteriori di esse, e non altro i loro dog
mi e i loro riti, se non simboli e inviluppi sensibili di
veri razionali. Quindi, siccome le diverse epoche dell' isto-

*) Vedi, olire alle opere de* rammemorati Siinsimoniani, l'al


tra intitolala: Doctrine de Saint-Simon, Paris 1829, 1830. Giova
leggere intorno al Sansinionismo Thonissen, Le Sucialisme de
puta Canliqutlé jusqu àia Constilulion fruncaise du 14 janvter
1852, c. IX, l. Il, p. 1 segg., Louvain 1852.
l£o LO SCETTICISMO
ria della filosofia rappresentano lo svolgimento de' singoli
elementi della ragione con lo stesso ordine con cui que
sti si svolgono ne' singoli uomini; le religioni positive le
quali si sono l'una all'altra succedute, rappresentano con
diversi simboli, o sia con diversi dogmi e riti esteriori
gli elementi medesimi della ragione. Il Cristianesimo, sic
come quello che ha compiuta l' unione e la conciliazione
del finito con l' infinito, simboleggia l' ultimo termine dello
svolgimento della ragione, o sia il rapporto del finito col-
l' infinito, e adempie in ordine alla religione quel che l' ecle-
tismo inverso alla filosofia, e però è la più perfetta delle
religioni positive. Quindi egli si mostra ossequente verso tut
te le religioni antiche, e s' induce ad antiporre loro il Cri
stianesimo solamente, perchè questo raduna in sè,ed armo
nizza gli elementi che scontransi separati nelle altre. Ec
co alcuni suoi pronunziati raccolti dalla sua Introduzione
alla Storia della filosofia : 11 Cristianesimo è il vero de'
veri, e la più perfetta religione di quante sono apparse sul
la terra : il Cristianesimo è il compimento di ogni altra
religione anteriore, e 1' ultimo risultato di tutti i movimen
ti religiosi del mondo: il Cristianesimo è la fine di ogni
sorta di religione, come quella che le altre tutte compren
de e compie. E di fatti, il Cristianesimo, così poco studia
to ed inteso, non è punto meno di un compendio de' due
gran sistemi religiosi che alla loro volta han dominato nel-
1' Oriente e nell' Occidente , riunendo in sè tutto che di
buono di santo e di saggio venissegli offerto dal teismo O-
rientale, e dall'eroismo e naturalismo mitologico della Gre
cia e di Roma. La Religione di un Dio fatto uomo è una
Religione che eleva 1' animo verso il Cielo, verso il suo
principio assoluto, verso un altro mondo: e medesimamente
gì' insegna che 1' operar suo ed i suoi doveri sono in que
sto mondo e su questa terra. La religion di un Uomo-Dio
mette 1' umanità in altissimo pregio ; epperò 1' umanità è
molto grande cosa, come quella che è stata eletta a do
ver ritrarre V immagine di un Dio.
Lermenier parlò più volte ne' suoi libri del Cristianesimo
conformemente alle sue idee sul progresso. Nella Filoso
NE' StOI RAPPORTI CON lA FEDE 181
fia del diritto , dopo detto che la religione nasce dal
la fede, dall' immaginazione e dal sentimento , e che ella
associa gli uomini per mezzo del culto, espone il Cristia
nesimo in questo modo: t L'istoria non ci descrive una
instituzione più salutevole del Cristianesimo. . . Dopo il suo
fondatore tre uomini massimamente rappresentano il carat
tere e lo sviluppo del Cristianesimo, e questi sono san Pao
lo, Gregorio VII e Lutero . . . San Paolo ampliò la dot
trina di Gesù, stabilendola sopra un panteismo al tutto spi
rituale, e ornato che era, d'ingegno politico, conforta e
governa le comunioni sorgenti de' fedeli, e dà alla Chiesa
cristiana' massime ed esempli di governo. . . Dopo guadagna
to col corso de' secoli tutti gli spiritici Cristianesimo vuol
effettualmente signoreggiare il mondo, e questo annunzio,
ragionevole in quella stagione, fu fatto agli imperatori e
a' re dal settimo Gregorio... Ma ecco un frate brutale sbu
cato dalle bettole di Lamagna, il quale non sottomette la
tradizione cattolica all' esame inflessibile della ragione in
dividuale. . . Il Cristianesimo, pervenuto allo stato in cui
lo vediamo, mira ancora all' avvenire. Per me, sono cer
to , che egli serba ancora in sè tesori da spandere su i
popoli; sicché il suo regno durerà ancora molto altro tem
po su la terra, non essendo potente a conquiderlo quel che
si oppone, e però si è voluto troppo tempo innanzi celebrar
gli i funerali. Nondimeno la Biosofìa dee al suo cospetto
mantenere i suoi diritti . . . Socrate e Platone in grembo
al paganesimo annunziarono il Cristianesimo; dunque la fi
losofia ha il debito di preparare i rivolgimenti in fatto di
religione, e lungi dal confondersi con la tradizione, dee
andare innanzi con pie fermo, e compiere il corso fortu
nato del genere umano. Mentre il Cristianesimo prosegue
a consolare i popoli, benedicendoli e amandoli,ripigli pu
re il suo volo il genio filosofico della Francia, e si cacci
nella via delle scoverte1 ».
In un altro suo lavoro , fermo nel pronunziato de' pro
gressisti che ogni religione è una forma mutevole dell' idea

*) Lib. I, c. 5, p. 100, Bruxelles 1836.


183 I/O SCETTICISMO
religiosa, sostiene che il genere umano cade spesso Dell' er
rore di credere , che il dogma religioso da lui posseduto
sia nè più nè meno del vero stesso; laddove lo spirito u-
jmano lavora intorno al simbolo imperfetto da sè stesso
creato, e però sottoposto alle condizioni dello spazio e del
tempo. Chè 1' eresia comincia a combattere il dogma; di
poi si effettua lo scisma; in fine lo spirito partorisce un
nuovo dogma. Il quale tosto che sarà da taluno immede
simato con sè , amorosamente abbracciato, e bandito con
entusiasmo come una superstizione religiosa , diverrà ob
bietta della fede, e pigtierà le sacre divise di una religione')).
In fine in altro suo libro scrisse: « IT uomo siu da' suoi
primi passi su la terra concepì, comprese e sentì, sebbene
grossolanamente, il dritto e la religione. ... La religione
ha tenuto dietro ad ogni progresso e ad ogni fortuna del
lo spirito umano ... Vi ha un divario fondamentale della
religione cristiana dalle religioni antiche, perocché queste
ultime nacquero con la stessa società, e col primo svolger
si storico del genere umano; laddove il Cristianesimo è una
idea pura la quale si è svolta tramezzo alla società invec
chiata e il genere umano, ormai formato. Il Cristianesimo
è una conseguenza, che ebbe l' aspetto di principio per la
rovina compiuta dell' antichità *s.
Le idee dell' ab. Lamennais, spacciate da lui nelle ulti
me sue opere, esponemmo stesamente in altro nostro lavo
ro *, di cui questa é la somma: Il Lamennais persuaso, che i
soli precetti i quali scaturiscono dalla legge dell'amore,
Bono immutabili, e che i dogmi variano del continuo, spac
ciò, che la religione cristiana, quale fu fondata da Gesù,
ugualmente che la patriarcale e mosaica, non contiene
alcun dogma; ma che il dogma ebbe la prima sua origi-

*) De P injtuence de la philosophie au XVlll siede sur la


legislatìon et la sociabilità du XIX siècle, c. 39.Z?e la religion,
Paris 1833.
•) Eludes <f hisioire et de phil., De C emeignement des legis-
lations comparées, t. Il, p. 21-23 , Bruxelles 1836.
*) Il Vangelo secondo Lamennais,veA.La Scienza e La Fede,
voi. XIII, p. 321-384.
NE' SCOI RAPPORTI CON LA FEDE l83
ne dagli Apostoli. « Io non conosco, e' dice, nelle sue Di
scussioni critiche, alcuna rivelazione dogmatica. I Patriar
chi , come si nominano , aveano rivelazioni storiche , ma
nessun simbolo propriamente detto Mose ha pre
scritto leggi ad un popolo, ed ha promulgato precetti, ma
non ha rivelato dogmi. Gesù Cristo nè pure. Il dogma,
come obietto di fede comandata e rigidamente definita ,
comincia co' suoi Discepoli1 a. Nelle sue Riflessioni e No
te su gli Evangeli ripetè spesso il medesimo avviso, ed ag
giunse che il dogma nel Vangelo fu introdotto da s. Gio
vanni^ compiuto da san Paolo, perocché scrisse: £ Il Van
gelo di san Giovanni è stato scritto molto tempo dopo de
gli altri tre. In esso si scontrano alcuni fondamenti del si
stema dogmatico compiuto da san Paolo, da cui è sorta la
filosofia cristiana3». Nondimeno, egli aggiunse, lo stesso
Apostolo su lo scorcio di sua vita restrinse tutta la sua
predicazione al solo precetto dell' amore, ripetendo mai
sempre a' suoi discepoli quelle parole : « Figliuoli miei, ar
matevi a vicenda " ». Quindi divisò, che Gesù Cristo non
altro si propose nel fondare la sua religione, se non di rac
cogliere gli uomini in una sola società, nella quale, abo
lita ogni distinzione tra sovrani e sudditi, padroni e ser
vi, ricchi e poveri , tutti si amassero come fratelli , e
godessero con eguale misura delle ricchezze e di ogni
altro bene sociale. E però scrisse, che col regno di Dio
s' indica negli Evangeli questo regno di libertà e di ugua
glianza, siccome col regno di Satana si vuole accenna
re il regno della servitù e dell' ineguaglianza. Pertanto,
poiché la condizione di que' tempi non consentiva, che il
regno designato e predicato da Gesù si attuasse, egli la
sciò a' suoi seguitatoti il carico di proseguire la guerra da
lui intimata al regno di Satana, e di stabilire quando che
sia il regno di Dio su la terra. Questo regno egli credea
non essersi sino ad oggi pubblicamente stabilito,ma il tem
po essere ornai vicino.Donde si scorge, che il Lamennais,

*) Discussioni critiques, p. 50, Paris 1841.


•) Pag. 319, ed. cil.—*) Ibid.
1 84 LO SCETTICISMO
mentre considerò il Cristianesimo come un progresso per
riguardo al passato, vide in esso eziandio un progresso,
almeno per la sua attuazione \
Pietro Leroux ha manifestato il suo avviso sul Cristia
nesimo in vari articoli dell' Enciclopedia Nuova , che
l'ab. Maret ha ristretto in queste poche parole: a Per sen
tenza di Leroux il Cristianesimo è un portato naturale, e
un necessario svolgimento dell' umana intelligenza. Or, poi*
che ogni svolgimento particolare non può essere per sua
natura compiuto, chiaro è, che il Cristianesimo non con
tiene la verità compiuta, ma sì offre immense lacune on-
dechè non è da stimarsi più , che una setta della vera
Religione, o una forma fuggevole di che il pensiero uma
no si è rivestito per metterne in suo luogo quando che sia
un* altra diversa. Oltreché il senso ideale, che è il senso
profondo del Cristianesimo, si è smarrito, e fatto materiale
in una mitologia novella, posta in luogo della primiera fi
losofia da' fondatori di questa Religione. Quindi questo su
blime senso oggidì è sconosciuto , disgradate ne sono le
instituzioni, gravi errori sonosi destramente intramessi a'
dogmi,e la costituzione sacerdotale è addivenuta istrumen-
to verace di dispotismo. Il terribile imperio di queste ca
gioni diverse ha interamente corrotto il Cristianesimo,e ren-
dutolo oggimai impotente a reggere l' umanità. Questa re
ligione adunque ha corsa la sua vita, e fornita la sua mis
sione; ed è arrivato il momento in cui, mercè gli sforzi
riuniti di tutte le umane facoltà svolte per il moderno in
civilimento, sorgerà una novella religione" ».
Il Jouffroy ne' due articoli innanzi rammemorati non
tralasciò di applicare alla religione la sua teorica del pro
gresso. Egli discorrendo del passaggio di una nuova fog
gia di religione all'altra, e della morte già avvenuta del
.Cristianesimo, scrisse fra le altre tali parole: c In che modo

*) Vèd. il nostro lavoro innanzi citato, passim.


") Ved. Saggio sul Panteismo nelle società moderne , trad. dal
frane, per cura della Società della Biblioteca Cattolica} c.VIII,
p.225, Napoli 1850, 2" ediz.
m SCOI BAPPOBTI CON LA FEDE 1 85
questo gran fatto verrà compiuto ? Per quali particolari
circostanze avverrà ansi in ita giorno, che in un altro, ed
anzi in questo, che in quel tempo farà la sua apparizione ?
Niente vi ha di necessario e di assoluto in questo fatto.
Ora, il potere si scompone di per sè stesso, ed abbandona
il campo aperto a chi vuol signoreggiare; ora, un avveni
mento esteriore lo sospinge, e determina la manifestazione
del vero; ora, un fatto volgare, non preveduto e di poco
conto in apparenza, reca a parlare in isceoa un uomo, e
una scintilla lo accende; ora, un profeta entusiasta il quale
non può tener celato il vero ond' è investito, e che confi
dente nella sua missione e nel suo zelo, fa mostra impro-
visa di sè. L' uomo, il luogo, il momento e F occasione non
vi pigliano veruna parte ; chè la forza delle cose rende
inevitabile una promulgazione da lei apparecchiata e sgom
brata da tutti gli ostacoli. Per tal modo si compie la mi
na del vecchio dogma, e si effettua F apparizione del nuo
vo. Quanto al vecchio dogma, è già scorso lungo tempo
da che è morto* ».
Ecco in somma le attenenze, che le diverse teoriche del
vero relativo e progressivo hanno colla Religione, Faccia
moci di presente a discuterle.

') tìelang., ed. cif. p. 26, 27.


Sanseverimo,Sist.Filos., I. 1S
i86 LO SCETTICISMO

§ IV.

Confutazione delle teoriche della verità relativa


e progressiva

Si ridflce ad alcuni capi l'esame delle teoriche sul vero relativo e pro
gressivo. I. Il vero é assoluto e immutabile, 1° perché Dio e nou l' uomo è
la misura del vero. Sentenze di Platone, di Eusebio, di s. Agostino e di'
S.Anselmo sii tal punto. Profonda argomentazione di S.Tommaso. 2° Per
chè nelle cose vi ha sempre un principio immutabile che è il fondamenta-
proprio del vero Si stabilisce esservi nelle cose elementi mutabili ed im
mutabili^ si mostra, come la mutazione nelle cose sarebbe impossibile,
se non vi fosse in loro un principio permanente ed immutabile. Dottrina
di Aristotele su tal punto con le chiose fattevi sopra das.Tommaso;alcuni
be' luoghi di s. Agostino; e poche parole di Rosmini. Si chiarisce coli' A ->
quinate, come la scienza versa propriamente su gli elementi immutabili
delle cose. 3° Perchè la teorica del vero relativo e progressivo mena allo
scetticismo,al panteismo,e al nullismo. Belle argomentazioni di Platone,
di Aristotele, di Eusebio, di s. Agostino c di S.Tommaso.

Chiunque ha meditato per poco le antidette teoriche della


verità relativa, e progressiva, ha dovuto scorgere esser esse
cosiffatte da non potersi miga intendere senza V altra della
mutabilità delle essenze delle cose, che ne è il puntello, e)
che professata apertamente dagli antichi Sofisti, dee prestar
base e principio a tutti gli svariati sistemi de' Progressisti
moderni. In breve, al dogma della mutabilità del vero dee
andare innanzi il presupposto della mutabilità delle essenze.
Quindi, a dar fermo e convenevole giudizio della presente
controversia , non basta considerare la scienza in ordine
all' intelletto, ma è mestieri disaminarla principalmente io
ordine all'obbietto; onde, sebbene i Progressisti de' nostri
tempi non fondassero la mutabilità del vero nella natura
mutabile delle cose, non è possibile definire, se il vero è
mutabile o no, se prima di ogni altro non s' istituisca la
medesima quistione intorno alla natura delle cose. Però,
indagheremo primamente se le essenze delle cose sieno mu
tabili, o immutabili, e quindi definiremo se il vero possa
dirsi mutabile e progressivo; indi trapasseremo a vedere se
sia alcun progresso possibile nella scienza; ultimamente cer
ne' scoi rapporti con la FEDB 1 87
cheremo, se vi sia stato, o possa darsi mai cangiamento o
progresso in fatto di religione:
Quanto è alla prima parte, chi non voglia cader nell'as
surdo de' moderni panteisti tedeschi, di reputare cioè la
mente umana creatrice dell' essere delle cose , non può
dubitare che nel fatto della conoscenza la misura è negli
obbietti. Conciossiachè, se alla mente umana non arriva
notizia delle cose, se non quando già sono stato prodotte,
dimorando la conoscenza nell'adeguatezza del pensiero col-
1' obbieito, è chiaro che essa è dipendente da loro.Or, ciò
che dipende da altro, certo non è misura di quel da cui
dipende, ma è misurato da esso; la mente umana quindi
non è misura delle cose conosciute, sì bene ne è misurata.
Questo indubitabile vero, posto in piena luce da' filosofi
cristiani, non isfuggì a quanti de' filosofi pagani ebbero,
a preferenza degli altri , voce di sapienti. Imperciocché
sebbene anche tra costoro non fossevi un solo che trave
duto avesse il dogma della creazione ; pur non di meno
aggiustandosi essi più che gli altri al vero, ebbero predi
cato Dio misura di tutte le cose che sono. Valga per tutti
Platone, il quale nel quarto delle Leggi scrisse che «Dio
senza dubbio è massimamente la misura di tutte le cose,
e molto più, come da taluno si dice, di ciascun uomo'».
Per ciò, egli conformemente al suo sistematiti volte af
fermò non potere la mente umana per altra via giungere
alla conoscenza del vero, che col torcere lo sguardo dalle
cose sensate, e indirizzarlo al Bene, fonte di ogni essere,
cioè a Dio. Basti pe' molti questo luogo tolto dal settimo del
la Repubblica: « La presente disputa rende aperto, che
questa forza la quale è nell' animo, ed è strumento a cia
scuno ad imparare, debba insieme con tutto 1' animo tor
cere lo sguardo da ciò che è generato; sicché divenga po
tente a contemplare quel che è, e quel che sfolgora di
massima luce in esso, cioè quel che abbiamo chiamato

noi zókv fiàXXoa y[ ttout'Sj youriv aaOpwirss; De Ltg. lib, IV,


p. 186, Biporu. 1782.
1 88 LO SCETTICISMO
bene; siccome niuno può rivolgere 1' occhio da un luogo ò-
scuro alla luce, se non con tutto il corpo 1 ». Di che si
comprende, come il Filosofo ateniese definisse la filosofia
un rotearsi, od aggirarsi della mente intorno a Dio, o vero
un ritorno a Dio2.
Che se i Sofisti furono venuti in tuff altra sentenza ,
S.Tommaso ha ben cerco e trovatone l'addentellato nell'as
surda loro ipotesi dell' atomismo. « Gli antichi filosofi, così
egli, avvisando le spezie delle cose naturali non dipende
re da intelletto di sorta, ma originare dal caso, e facen
do ragione non potere esservi verità senza relazione ad un
intelletto, erano obbligati a riporla nel suo ordine con l'in
telletto umano 3 ».
Per contrario, i filosofi cristiani istruiti, per la rivelazio
ne della verace origine delle cose, tutti di unanime con-,
sentimento insegnarono, la verità delle cose non dipendere
dalla mente umana, ma dall' intelletto di Dio, e però Dio
esser 1' unica misura del vero, come è 1' unico fonte del
l' essere. Eusebio nella sua Preparazione Evangelica ben
dichiara, come la mente umana non produce la verità nelle

. *) & de ■>£ vun Xó^og (tvjjuo/hei, Taùrypi r!)n ivouaav %'KÓaroo di'
vafiiv tv rvj <|/u%ìj xct/ tò opyavov , ù> xara^ai/Octt'e/ exaoros , olou
li o/ijua fj.y\ òj-m-zò-j yp òXXus e §ùa 8Xu> tù> awfj/XTi orpecpt/y -pò?
tò tpavòv ex tou o-xotw^ous, oÌ!tu> È,ùv 'òX^ rvj ^uxvj ex tou yryuo-
fìzvcro itipiaar.rkov ilvai, et»s à-j us tò Sv xaì tou cVtos_tò cpamoTa-
tou 3uv(XTy\ ^sv^rat à.vata%io^ai Setu/uénij • touto <J' ttvai <pa[i£v toi-
^aSci/. De tìepub., Opp. voi. VII, p. 134, ed. cit.
*) Plaione ha usale queste parole : ffEp/rrpocpv] , circumversio,
ttpto-^usy^, circumaelio j etavodos, redilus. Touto <5->j , <!>; So/xei»
cùx òorpàwn oca tr^ «p/o-rpicp-I], à'h'kó 4^%% ~ipta.yu>y\ ex i/uxrep<-
Tivòg i\ftip^ eig òXyfìivvp rov cvtoz ìoùzas , i~ó.-jorìoii vp <5>j
f>i'ko<ro<?i<x-j dkvfivi vp/pofivj sìvai; De liepabl. voi. VII, p. 141 , ed. cit*
Con molla lucidezza espose queslo punto Vau Reustìe, Inilia pìiii*
Piai. 31-33, 376-388, ed. 2a, Lugduni Batavorum 1842.
') « Dicendum quod aoiiqn i philosophi species rerum natura-
lium non diccbaut procedere ab aliquo inielleciu , sed eas pro
venire a easu. Ei quia considerabaut, quod veruni importai, coin-
parationera ad intellec.um, cogebaninr veritatem rerum cousii-
tuere in ordine ad intelleclum nostrum jt; I, q. XVI, a. 1 ad 2.
NF." SUOI «APPORTI CON LA FEDE 189
cose, ma la riceve da loro. «Del resto, e' dice, vanno errati
coloro che credono esser le cose quali ci appariscono, ove-
chè in iscambio esse ci appariscono quali sono. E la ra
gione si ò,che noi non siamo autori dell' essere delle cose,
ma in vece siamo da loro in maniera speciale impressiona
ti 1 >. Sant' Agostino ancora coli' usato suo nerbo e robu
stezza di dire, ribadì in più luoghi la medesima sentenza,
s Ogni vero, e' dice, trae origine da Colui che disse: Io
sono la verità ». E poco di poi: « Intenda ogni verace e
dabben cristiano, che il vero si appartiene al suo Signore,
in qualunque luogo gli si ,farà d'avanti* i. Ed altrove
più chiaramente disse: « Essendoché la misura determina
ogni cosa, ed il numero dà ad ogni cosa la sua specie ,
ed il peso rende quieta e stabile ogni cosa; misura, nume
ro, e peso primamente, veramente, e in modo speciale é
Colui, per cui opera ogni cosa, possiede il suo [termine, la
sua forma, ed il suo ordinamento 3 ». E sant'Anselmo nel
«uo Dialogo intorno alla verità, di tratto in tratto ragio
nò, che se le cose son vere in quanto che sono, non può
dubitarsi , che esse come V essere, così ancora la verità
si hanno da Dio: onde Egli è la somma e prima verità da
cui ogni altro vero rampolla, egualmente che è il primo
essere, fonte di tutti gli esseri. Ecco fra i molti un luogo
del santo Dottore: ti M. Credi tu forse esser qualcosa in
alcun tempo o luogo, che non sia nella somma verità, e

') Ka&óXou de a/MipTavoumv, afycwvns, or.oia. av y\[ùv (panerai Tà


rpi^fiura, roiocura xaz iivxt . roùvavrlov 'j.ap, liroia 7rétpuxe, «Mau
ra tpai'i/erai, xaì où% >)jaSfs àura noimfi&v, outuì? t%en>, o&A* Ótt's-
Xiiwiv avroì iJ/an&ejttEOà 7rtos; Praep. Evang. lìb. XIV, c. 20.
*) (Omne veruni ab ilio est qui mi:Ego sum veritasi; De do
ttrina CArist. Prolog. § 9. « Quisquis bonus verusque Christia-
nus est, Domini sui esse inielligat, ubicumque invenerit, veri-
latem >; lbid. lib. I, e. 18, § 28.
') ( Secuodum id vero, quod mcnsura orani rei niodum prae*
fìgil, et numerus omni rei speciem praebet, et pondus omnem
rem ad quietem et slabiliiatem trabit, Mie primilus et veraciler
et singularitcr iste est, qui terminai omnia , et formai omnia ,
et ordinai omnia »; De Cenes, ad liti. lib. IV, n. 7.
igo LO SCETTICISMO
clic non abbia ricevuto da questa tutto quella che è io
quanto è, o vero che possa essere altro da quello che è ì—
D. No, senza fallo. —M. Dunque quel che è, veramente è,
in quanto è ciò che ivi è. —D. E' si può conchiudere asso
lutamente, che tutto ciò che è, veramente è, perchè non
è altro da quel che ivi è.—M. E però, havvi verità nell'es
senza di tutte le cose che sono, come quelle le quali sono
ciò che sono nella somma verità 1 » .
Non occorre recare in mezzo altre testimonianze de' Pa
dri su questo punto; attesoché la loro dottrina è stata ma
ravigliosamente svolta e discussa da s. Tommaso. LT ar
gomentazione del santo Dottore, a quel che ne abbiamo
raccolto, può compendiarsi così: Nella verità vuol esservi
sempre una relazione tra le cose e l' intelletto. Or, le co
se possono riferirsi all' intelletto, o perchè ne dipendono
nell' essere ,o perchè ne sono conosciute. Nel primo caso
la relazione è essenziale, nel secondo accidentale; a mo*
d' esempio, una casa si riferisce per sua natura all' intel
letto dell' artefice che ne ha ideato il disegno, ed acciden
talmente all' intelletto di colui che la conosce , essen
doché , quanto al suo essere , non da chi la conosce ,
ma sì dalle forme innanzi concepite dall' intelletto del
l' artefice dipende. Però è, che originando le cose dal
l' intelletto di Dio, come da loro cagione, tolgono da Lui la
loro misura ". Laonde il santo Dottore recando In somma i
') « Mag. Ad pulns aliquid osse aliquando, aut alicubi, quòd
non sit in summa v< ritale, et quoti inde non acceperit, quod
«stiu quantum est; aut quod possi! aliud esse, quam quod ibi
est i—Disc. Non est putandum.—Mag. Quidquid igilur vere est,
iu quantum boc est,quod ibi est.—Disc. Absolute concludere po-
tes, quia omne quod est, vere est; quoniatn non est aliud,quam
ibi est.—Mag. Est igitur veritas iu omnium quae sunt, essentia,
quia hoc suoi quod in summa veriiate sunt.—Dial. De Ferii.
c. VII, Opp. ed. Gerb. p. Ili, 112. Si legga tutto il Dialogo.
. *) i Cura verum sit in iotelleciu, secundum quod conforma-
tur rei ioielleciae, necesse est, quod ratio veri ab intellectu ad
.rem iatellectam derivetur, ut res etiam intellecta vera dicatur,
secundum quod babet aliquem ordinem ad iniellcctum. Res au
leiu intellecla ad iotcllectum aliquem potest babere ordinem vel
mb' suoi happobti con la fede 191
riferimenti delle cose coli' intelletto di Dio e dell' uomo,
conchiude: « Le cose naturali da cui l' Intelletto riceve 1«
scienza, misurano l' intelletto nostro,siccome si dice nel de
cimo delle cose Metafisiche; ma sono misurate dall' intel
letto divino in cui sono tutte le cose create, siccome ogni
opera di arte nella mente dell' artefice. Per tal guisa l'in»-
telleito divino misura, e non è misurato; la cosa naturale
misura, ed è misurata; l' intelletto nostro è misurato dalle
cose naturali, e non misura che solo le cose artefatte* ».
Essendo l'intelletto di Dio, e non già quello dell'uomo
la misura delle cose, è agevole argomentare, che la verità
delle cose è immutabile, siccome è immutabile l' intellet
to di Dio da cui dipendono. Ma per ben comprendere ciò,

per se, vel per aecidens. Per se quideui iiabet ordinem ad intelle-
cium,a quo dependei secundum suum esse; per aecidens aulem ad
ìntellecium, a quo cognoscibilis esi.Sicut si dicainus, quod domus
comparaiur ad intellectum artificis per sp, per aecidens auteia
comparaiur ad ÌDtelleclum,a quo non dependet.Iudicium àulem de
re non sumitur secundum id,quod ioest ei per accideus,sed secun-
dum id, quod inest ei per se. Vnde unaquaeque res dicilur vera
absolute secundum ordinem ad intellectum, a quo dependel. Et
inde esl,quod res ariiflciales dicuntur verae per ordinem ad ia-
lellectum nostrum; dicilur euiuu domus vera, quae assequitur si-
mililudinem forni a e, quae est in mente artificis; et dicimr oratio
vera, iuquaiiium est signum intelleclgs veri. JEt similiter res na-
lurales dicuntur esse verae, secundum quod assequuntur simi-
limdinera specicrum, quae suoi in mente divinai; I,q. XVI, art. 1.
') « Sciendum, quod ree aliter comparaiur ad intellectum pra-
ciicum, aliter ad speculaiivum. InieUecius enim praelicus cau
sai res, unde est mensuralio rerum quae per ipsum fiunt: sed
iuiellectus speculativa, quia accipit a rebus, est qjiQdammodo
motus ab ipsis rebus; et ita res mensurant ipsum. Ex quo patet
quod res naturales, ex quibus intellectus noster scieptiam accipit,
mensurant intellectum nostrum, ut dicilur X. Metapliys .(cpm.IX) ,
sed sunt mensuratae ab iutellectu divino,in quo sunt omnia creata,
sicut omnia artificiata in intelleciu artificis. Sic ergo iaielleclus di-
vinusest mensuransjnon mensuratus; res autem. naturalis .mensu-
rans et mensurata; sed intellectus nosier est measuratus,non men-
surans quidem res naturales, sed arlificiales tantum j; Qq.dispp.
de perii, q. I, a. 2 c.
ig2 LO SCETTICISMO
vuoisi notare con Aristotele, là dove conruta il dogma del
flusso perenne di Eraclito, che la mutazione nelle cose non
potrebbe aver luogo, se non vi fosse in loro qualcosa d'im
mutabile; che le cose soggette a mutazione si mutano per
rispetto alla quanlità,essendo la quantità capace di aumento
e di scemamente, ma non per rispetto alle essenze le quali
sono sempre immutabili; che versando la scienza intorno al
l'essenza,e non agli accidenti, può esservi anche una scienza
delle c ose mutabili, e Ciò che si perde, e' dice, ha però qual
cosa di ciò che si va perdendo, ed è necessario che qual
cosa di ciò che si genera, già sia. E in somma, se qual
che cosa si corrompe, vi avrà pure ad essere qualcosa che
sia ; e se qualcosa si genera , è necessario che sia così
quello da cui, come quello mediante cui si genera, e che
non si vada all' infinito. Ma lasciando stare questo, dicia
mo piuttosto, che il cangiare nella quantità non è lo stes
so che il cangiare nella qualità. Sia pure che nella quan
tità non dura nulla: che fa ? Noi conosciamo ogni cosa
mediante la specie'». San Tommaso, chiosando questo luogo
dello Stagirita, conchiude: n Anche dato che tutte le cose
per rispetto alla quantità sieno in continuo movimento, e
che per. ciò sempre ed insensibilmente si muovano ; non
però vuoisi comprendere in tal movimento eziandio la lo
ro qualità, o essenza. Il che basta a rendere possibile una
certa scienza delle cose ; essendoché le cose anzi per la
loro essenza , che per la loro quantità si conoscono" d.
') Met.tib.lV, c.5,§ll,trad. di Ruggiero Bonghi, p. 188, Tori
no 1854.E chiaro che in questo luogo Aristotele piglia la qualità
ìu senso di forma, o specie, e conseguentemente per mutazione
iutende la produzione, o distruzione specifica di una cosa. Là
dove nella Fisica dice qualità la disposizione propria o acciden
tale di una forma o essenza ; nel quale senso il cangiamento
proprio della qualità è V alterazione. Vedi Bonghi, loc.cit.
■) e Quamvis concedatur, quod motus secundum quanlilalem
sii conlinuus in rebus, et quod omnia hoc molu semper ìuseu-
sibiliter nioveaotur, tainen secundum qualitatem vel formatti ,
non oporiet, quod propter hoc semper omnia inovcanuir. Et ila
poterit babcri cogniiio de rebus determinata: quia rcs magis co-
giiostuutur per suam spccicm, quain per suam quamitatem »j
In Uà. IV Mei. Icct, 13.
NiS1 SCOI KAPPOIlTI CON LA FEDE ig3
Il santo Dottore espose ed usò spesso ne' suoi libri di que
sta dottrina peripatetica/Togliamone qaesto solo luogo dalla
Somma: e Appartiene alla natura della mutazione, che lo
stesso essere sia in un tempo altramente da quello che sì
era in un altro; essendoché essa si effettua, in quanto o lo
slesso essere in atto è diversamente in tempi diversi, come
avviene nella mulazione secondo la quantità e la qualità,
0 è lo stesso essere in potenza, come nella mutazione della
sostanza, di cui la materia è il subbietto 1 ».
Sant' Agostino divisò questo doppio elemento nelle co
se , ed avverti che non può esservi mutazione senza utt
principio immutabile. « Il corpo, e' disse, si muta secondo
1' età , si muta al mutarsi de' luoghi e de' tempi, si muta
per cagione delle malattie e de' difetti della carne. Nè pure
1 corpi celesti sono stabili in se, perocché hanno certi loro
cangiamenti, sebbene occulti; senza fallo poi mutano del
continuo luogo, salendo dall' oriente all' occidente, e nuo
vamente girando attorno all' oriente. . . . Nè manco l'ani
ma umana sta. Ed in vero, per quanto vari modi ella non si
muta? in quanto diversi pensieri non si avvolge? da quanto
svariati piaceri non è sollueherata ? da quanto enormi cu
pidigie non è sbattuta e lacerata? La stessa mente dell' uo
mo la quale dicesi razionale, è mutabile ... ; chè ora ella
vuole , ora non vuole ; ora sa, ora non sa ; ora si ricor
da, ora si dimentica ; dunque non ha in sé la fermezza
sua 2 ». Ma se il santo Dottore vide mutazione in tutte le
cose, altresì osservò in loro un principio immutabile. la

') ( De ralioue mutationis est, quod aliquid idem se habeat ali-


ter nunc, et prius. Piani quandoque est idem ens actu aliter se
habens nunc, et prius, sicut iu molibus secundum quantilatem,
et qualitateui. Quandoque vero est idem eus in polentia tantum,
sicut in mutatione secundum substantiara cuius subiectum èst
materia i; I, q. XLV, a. 2 ad 2. Ed altrove disse: a In omni
mutatione vel motu oportet esse aliquid aliter se habens nunc,
quam prius; hoc enim ipsum uomen uiutationis oslendil m; Coni.
Cent. lib. Il, c. 12, u. 3.
") « Quod corpus habel, non est idipsum: quia non in se stai.
Mulaiur per aetates, mutatur per niutatioucs tocorum ac tem
I 94 , n SCETTICISMO
fatti egli parte adottando, parte emendando la dottrina pla
tonica delle idee, sentenziò, che si le ragioni delle cose,
si le leggi onde si governano, sono immutabili ed eterne,
perchè rispondono agi' immutabili ed eterni tipi della mente
divina, tl'er idee, e' dice, vuoisi intendere certe forme princi
pali o certe ragioni ferme e immutabili delle cose , non
fatte, e però eterne e sempre uniformi, le quali son com
prese nell' intelligenza divina 1 ». Ed aggiugne : c Non si
può senza ripudiare la religione, negare, che tutti i vi
venti vivono per la virtù di Dio, e la stabilità di tutte le
cose, e lo stesso ordine con cui le cose, sottoposte a mu
tazione , compiono con una certa regola i loro corsi nel
tempo, sussistono e governansi secondo le leggi del som
mo Iddio * a.
Molto acconciamente egli dichiarò nel secondo de1 Soli-

porum, mulalur per morbos et defectas carnales, non ergo io


se stai. Corpora caelestia non io se stani, habent quasdam mu-
taiiones suas, elsi occultasi certe de locis io loca mutaniur, a-
sccoduni ab Oriente in Oceidentem, et rursum circumeunt ad
Orieniem: non ergo stani, nec suol idipsum. Anima fiumana nec
ipsa slat. Quamis coiai mutationibus et cogilationibus variaiur,
quaolis volupiatibus immutatur, quamis cupiditatibus diverbera-
tur atque discinditur? Meos ipsa bominis quae dicitur rationa-
lis, mutabilis est, nec est idipsum. Modo vult, modo non vulf,
modo scii, modo riesci!; modo meminit, modo obliviscitur: ergo
idipsum non ha bei ex se a; In Piai. CXXl, n. 6.
') I Suol namque ideae principales formae quaedam, vel ra-
tiones rerum stabiles alque incommuiabiles, quae ipsae forma-
tao non suni, ac per hoc aeternae, ac semper eodem modo se
babentes quae in divina iatelligentia couiineutur »; Lib. de di-
vers. quacst. LXXXlll, quaest. XLVI.
*J f Quis antem religiosus, et vera religione imbutus, quam-
vis nondum possit bacc jntueri, negare lameii audeat, aut non
eliam proflteatur, omnia quae suot, idest, quaecumque in suo
genere propria quadaui natura contioentur, ut srat, Oeo aucio-
re esse procreala, eoque auctore omnia quae vivunt, vivere,
atque universalem rerum incolumitaleoi, urdineuique ipsum, quo
ca quae mutantur, suos lemporales cursus certo moderauiiue
celebranl, summi Dei legibus coulineri et gubernari ? i ; lb'id.
ne' suoi rapporti con la fedr 193
loquù'la medesima dottrina, asseverando esservì in ogni sub-
bietto qualità le quali non comportano verun cangiamento,
ina deono sussistere nel subbietto, in sino a che il sub-
bietto esiste, ed altre le quali possono disparire nel sub
bietto , senza che il subbietto stesso sparisca, « II colo
re, egli dice, di questo corpo può cangiarsi o per cagio
ne di salute, 0 vero per età, rimanendo vivo ancora esso
corpo. Ma ciò non ha luogo in tutte le- affezioni del sub
bietto, sì in quelle le quali non si richiedono all'esisten
za de' subbietti. Ed in vero , questo colore che veggiamo
in questo muro, non è cagione che questo muro sia mu
ro; stantechè,anche divenendo bianco 0 nero,o avvicendan
dosi in esso alcun altro colore, non lascia di essere e di
chiamarsi muro. Ma il fuoco, se perde il calore, non è più
fuoco,nè possiamo dire una cosa neve, se non è bianca '».
Ancora e' si avvide,come ogni mutazione richiede un prin
cipio stabile e permanente. E gli venne acconcio, allor
ché ebbe mestiero di mostrare che il male sminuisce, non
-distrugge al tutto il bene nel subbietto. e Adunque tutte
le nature sono buone , perchè tuttequante sono fattura
di un artefice sommamente buono; ma, non essendo tali,
quale il loro architettore, supremamente ed immutabilmen
te buone , può in loro il bene sminuirsi , e aumentare;
Or, il male dimora per appunto nello scemamente) del be
ne ; comecbè, per quantunque scemi il bene, giuocoforza
è, che, se la natura sussiste, ve ne resti qualcosa, donde
è costituita la natura. . . Adunque ogni natura è un bene;
un bene grande, se è incorruttibile, picciolo, se corruttibi-

') ( Si quidem huius corporis color potest vel valetudini^ ra-


lione vel aetale immuiari,curo ipsum corpus nondura interieril.
Et boc non peraeque ìd omnibus valet, sed in iis in quibus non
ut siol ipsa subiecia, ea quae in subieclis sunt, coexisluut. Non
cnim ut sit iste paries, paries, boc colore lìt, quem jn eo vide-
rausj cuoi eliam, si quo casu nigrescat aut albescat, vel aliquem
alium immulet colorem, nihilominus maneat paries ac dicaiur.
At vero iguis si calore careat, oc ignis quidem eril; nec nivem
vocare, Disi candidato possumus »; SoliL lib. II, c. XII, n. 22.
196 no SCETTICISMO -
le; ma non si può senza nota di stoltezza e d' ignoranza ne
gacene sia un bene. Perchè se la natura si perde con la
corruzione, la stessa corruzione non sarà più, non potendo
esservi corruzione, dorè non vi ha natura ». In fatti, e' sog
giunge, ese non vi fosse un subbielto corruttibile,la corruzio
ne non potrebbe,non dico sussistere, ma nè pure aver prin
cipio, essendo la corruzione un distruggimento del bene
Con simigliarne argomentazione il Rosmini chiariva as
surda la nozione del divenire di Hegel , la quale, come
dicemmo, è il fondamento del protagorismo. 1 II diventare
e' dice, suppone 1' essere che diventa un altro, e però 1' es
sere precede il diventare; se precede il diventare stesso,non
può esser l'essere, ma cosa che sussegue all' essere V
Rendutosi manifesto, come la natura delle cose è immu
tabile, non è mestieri di troppo lungo discorso per dimostra
re la un mutabilità del vero. E senza fallo, la verità che è
nelf intelletto nostro, detta logica, a differenza della me
tafisica che è nelle cose, è posta propriamente nell' ade
guatezza del concetto coli' obbietta- Quindi ella è propria
mente, secondo la bella definizione di Isaac adottata e lo
dala da s. Tommaso, f adeguamento dell intelletto con le
cose, in quanto f intelletto afferma essere ciò che è, e
non essere ciò che non è3. Or, se si discorre delle cose

*) (Naturae igilur oinnes, quouiam naturarum prorsus omnium


Condiior siumne bonus est, booae suut: sed quia non sicut ea-
rura Coodilor, suoline aique incouimulabiliier booae suoi, ideo
in eis el mioui bouuin et augeri potcst. Sed booucn minili ma
lli m est: quamvis, quanfumcumque minuatur, remaneat aliquiJ
Decesse est (si adhuc natura est) upde natura sii. . . Omnia er
go natura bonum esi, magnato si corrompi non potasi, parata
si potesi: negari tamen bonum esse , nisi slulle atque imperile
prorsus non potest. Quae si corrupiione consumitur , nec ipsa
corruptio remanebii, nulla ubi essel possil subsistente natura 1;
Enchiridion de Fide, Spe et Charitate, c. XII, n. 4. Ed alquan
to gin : 1 . . . non modo ubi consisterei, sed unde oriretur cor-
rupiio, non baberei,uisi esse quod eorrumperetur: quoniam nihil
aliud est corrupu'ò, quam boni eitermioaiio >; 7610*. e. XIV.
•) Log. voi. unic, p. xlii, Torino 1854.
') t Adaequalio rei ci ioiellectus, quateous inlelleclus dicit es
NK1 Sl'OI RAPPORTI CON l\ PEDE Y97
individuali, non v'ha dubbio, che essendo esse a continui
cangiamenti soggette, anche la verità dell' intelletto per
rispetto a loro si muta; onde non è assurdo affermare o
negare alcuna cosa di loro in tempi diversi. Di qui tras
se origine 1' errore di Protagora e de' rimanenti Sofisti , i
quali tenendo ragione solo degl' individui , e non elevan
dosi alla considerazione delle loro generali relazioni, dis
sero il vero mutabile. Ma la controversia della mutabilità
0 immutabilità del vero riguarda l' essenza delle cose, ed
1 loro generali riferimenti, che sono 1' obbietta proprio del
la scienza. Or, egli è indubitato, che essendo i' essenza del
le cose immutabili, come innanzi vedemmo, anche la loro
verità vuole essere immutabile. E il discorso, a quel che
ci pare, viene in questi due termini: O il concetto corri
sponde alla natura delle cose, significandola come é, op-
pur no. Nel primo caso la verità è immutabile, come im
mutabile è la natura, che si pone esserne 1' obbielto; nel
secondo mancando l' adequatezza del concetto con P ob
bielto, non vi è verità, e quindi si è fuori di quistionc.
Però, con somma sapienza san Tommaso insegna potersi
avere una conoscenza scientifica delle cose mutabili e
contingenti, da che la scienza ha per obbielto la essenza
delle cose e le generali relazioni, le quali sono immuta
bili, i Nelle cose mutabili, e' dice, v' ha un' abitudine im
mutabile. Ad esempio, sebbene Socrate non segga sempre,
pure è stabilmente vero, che quando siede , resta in un
solo luogo. Donde si scorge, come può aversi una scien-

se quod est, et non esse quod non est i;Cont. Geni. lib. I, ci
49, n.I; Cf. Qq. disp. De Ferii. q. I, a. 1 c. Il conte Giuseppe de
Maisire disse, che queste parole dell' Aquinaie sono un lampo
della veriià che definisce sè slessa; Soirèes de saitu-Petersbourg,
Eniret. II, t. I, p. 141, 161, 162, Parigi 1831. Del resto innan
zi di Isaac s. Agostino avea detto nella medesima sentenza: a O-
rania vera sunt,in quantum suut, nec quidquam est falsitas, nisì
cura putaretur esse quod non est»; Confess. lib. VII, c. 15, n.
21. Ed altrove: t Cui saltera illud manifcsium est, falsilalem es
se, quia iil putalur esse, quod non est, intelligit cani esse vejci.-
tateui quae osiendit id quod est»; De vera rclig. c. 36.
ig8 to SCETTICISMO
za stabile di cose non stabili ». Ed altrove: «r Anche le co-
se sottoposte a corruzione e generazione sono capaci di
scienza, come la tisica; là dove non si considerino i par
ticolari, sottoposti a generazione e corruzione, ma le loro
ragioni universali le quali sono necessarie ed eterne ».Ed
in vero, egli aggiugne: « le scienze speculative considera*
no i contingenti solamente nelle loro regioni universali * ».>
Dopo tutto ciò non sarà inutile accennare alcune assur
do conclusioni che, per tacer di altri, Eusebio, sant' Ago
stino, san Tommaso dopo Platone ed Aristotele han divisato
nascere dalla filosofia subbiettiva e relativa di Protagora;
perocché, riducendosi, come dicemmo, la teorica del vero
progressivo a quella del vero relativo, le osservazioni degli
antichi hanno forza ancora contro i moderni Progressisti.
Lo scetticismo é la prima cagione la quale fu appo-
sta al protagorismo da Platone e da Aristotele. E con ra
gione. Perocché é un fatto irrepugnabile, che non tutti
gli uomini sono nella stessa guisa impressionati dagli ob
bietti, e che né pure il medesimo uomo ne' diversi tempi
riceve dallo stesso obbietto simigliarne impressione. Quindi
se le cose non hanno altra verità, se non quella che rice
vono dalla loro relazione con la mente umana; bisogna
dire,che la medesima cosa possa essere vera e falsa no»
solo per rispetto a diversi uomini, ma per rispetto al me
desimo uomo in diversi tempi e condizioni. Or, se una co
sa può essere ad un tempo vera e falsa, non ci è mezzo
di sceverare il vero dal falso; ed ecco in campo il pirro
nismo. Udiamo Socrate appresso Platone: « Socr. Non ac-

■) f Rerum mutabilium sunt immobiles habitudiues, sicut So-


crates, etsi non scraper sedeat, (amen immohiliter est veruna,
quod quando sedei, in uno loco raanet. Et propter hoc oihil prò-
hibet de rebus mobilibus iramobilem scirntiam habere d ; I, q.
LXXXIV, art. 1 ad 3. c Poipst edam de generabilibus et cor-
ruptibilibus esse aliqua scieutia, puta naturalis, non autera se-
cundum particularia qune generationi et corrupiioni subduntur,
sed secundum rationes uoiversales, quae sunt ex necessitate et
semper i; In EtAie. I. VI, lect. 3. k Scientiae speculalivae non
sunt circa comingentia,nisi secundum rationes universalesi;ibid.
RE1 SUOI RAPPORTI CON LA FEDE tO,g
cade spesso, che al soffiar del medesimo vento, questi as
sideri, quegli no ? E tra que' che assiderano, altri meno, al
tri più ? - Teet. Senza fallo.—Socr. Diremo pertanto che
il vento è in sè freddo e non freddo ? o vero ci rassegne
remo alla sentenza di Protagora, che è freddo per l' uno e
non per l'altro?1 ». Platone osservò altresì, che per que
sta diversità delle apparenze sensibili, il protagorista non
può riputarsi misura del vero. Infatti, egli è obbligato di
creder veri anche que' pronunziati i quali a lui sembra
no falsi, ad altri veri; mercechè ciascun uomo, secondo il
suo stesso giudizio, è, al paro di lui, misura del vero e del
falso. Quindi egli, in virtù del suo pronunziato che debb'a-
versi per vero solamente quello che apparisce tale, non può
mai definire, se una cosa sia vera o falsa, ma dee recare
in forse ogni cosa a.
Aristotele tenne la sentenza di Platone, avendo mostrato,
che,secondo la massima di Protagora, debbo aversi per falso
sì quello che affermasi, e sì quello che nf gasi di ciascuna
cosa. Ecco come san Tommaso espose questo luogo dello
Stagiritn: « Se è vero, che qualcosa è uomo e non uomo^
vero è altresì che nè è uomo, né è non uomo; sicché que*
ste due nozioni di uomo e di non uomo si riducono a due
negazioni, cioè non uomo, e non uomo. Or, se de' due pri
mi pronunziati se ne fa una sola proposizione, dicendo ad
esempio: Socrate non è uomo, nè non uomo, è chiaro, che
né 1' affermazione, nè la negazione è vera , ma amendue
sono false 3 » .

*) 'Ap' om ivtors ìtvtivros àvk/jtm rov aùroù, t> fùv %ùZ>v pr}Stt
c d' o3; xaì h ph>, vipera, ó 5è, o-tpi<5pa ; 0EAI. Rai nóXa . lù .
tlórepov olv rare aùró £9' saurùi 70 tcv£ùfj.a., 4'U%pòy vj où 4*%piii
yqtrofiEv; >j mt^éfjn^a ru> HpoTa^ópa, 'òri ru> /jlì-j piyoùvTt, ty'xpèit
tuì <5e (ù, ov; 0EAI. Nai; Theaet. Opp. ed. cit. voi. II, p. 68, 69.
») Ibid. p. 89, 90, ed. cil.
') f Si veruno sii, quod aliquid sit homo et non homo, veruni
est, quod id non erit homo, nec erit non homo. Et hoc palei :
borum enitn duorum, quae sunt homo et non homo, sunt duao
uegaliones, scilicei non homo, et non homo: si autem ex primi»
dudhus fiat una proposito, ut dicamus, Socrales non est homo,
SOO tO SCETTICISMO
Eusebio conformemente a Platone, asseverò, che secon»
do i princìpi di Protagora nessun uomo può reputarsi mi*
sura delle cose. Perocché « se ogni apparenza è vera per
ciascun uomo, e a noi non sembra vero quel che da altri
si giudica tale, sarà vero altresì, che l'uomo non è la mi*
sura di tulle le cose 1 ».
Sant' Agostino chiari brevemente la sentenza di Platone,
che il protagorismo chiude ogni via a discernere il vero
dal falso: « Agost. Vero è quel che è tale, quale si mostra
a colui che lo conosce, se voglia e possa conoscerlo. —Rag.
Adunque non è vero ciò che da niuno si conosce. Oltre*
che, se è falso quel che apparisce in altro modo da quel
che è, adunque se questa pietra apparisce pietra ad uno,
legno ad altri, sarà la stessa cosa e vera e falsa*».
Aristotele andando innanzi, fece chiaro che lo scettici*
smo rampollante dal protagorismo si collega col nullismo.
Platone prima di lui avea notato, che i propugnatori del
vero relativo non ammettono alcuna esistenza assoluta,ma
sole esistenze relative. Conciossiachè la sensazione si ri*
ferisce necessariamente a un doppio termine, cioè al sub-
bieilo e all' obbietto, perchè la sensazione non è possibi
le senza un subbietto che sente, e un obbietto che è sen
tilo. Or, poiché il subbietto non è senziente, nè l' obbiet
to è sentito, se non nell' alto della sensazione, consegui
ta, che se la sensazione è la misura unica delle verità del
le cose, il subbietto e l' obbietto non hanno alcun valore
per sè,ma T uno ha valore per 1' altro, o sia nessuno de*
due esiste per sè, ma 1' uno per 1* altro'. Ciò che Platone
nec non homo, scqtiitur quod nec affirmalio, nec oegatio sit ve
ra, sei! utraque falsa »; In lib. IV Mei. lecl. 8.
') Praep. Evangel. lib. XIV, c. 20. Eì tò faivóftivov kvàcruì xai
ahftés ianv, Tfyùv dt ou vfMvtTtxt rà ujtò iveinwv 'Ki'yòfj.vjOL ìfafify. holì
tò fj.y\ inai "àirtov zpa.yfj.a-tuìv fiirpov rbv cuSpwffov afafòès àj ilyj.
1 2) i A. Verum est quod ila se habet, ut coguitori videtur, si
velit possiique cogooscere.—Ji. Non erit igiiur verum quod De
mo polesl cogooscere. Deinde si -falsimi est quod aliter quam
est, videtur, quid si alteri videatur hic lapis, lapis; alteri I igni) in;
cadem res et falsa et vera erit? i Solii. lib. li, c. V, n. 8.
*) T/ieaet p. 79 , 90 ed. cit.
NE1 StJOI «APPORTI CON LA FEDE 20 I
ha osservato contro Protagora per riguardo alla sensazio
ne, ha forza in generale per ogni sorta di conoscenza. E
di vero, ogni conoscenza involge una relazione tra il sub*
bietto che conosce, e 1* obbietto che è conosciuto; quindi
se la cognizione delle cose è la norma e la misura della
loro verità, convien dire, che le cose sono, in quanto si
conoscono, e però la loro esistenza non è assoluta ma re
lativa.
Aristotele ne' suoi Metafisici espose profondamente que
sto pensiero di Platone. Ecco alcune sue parole: r Se tut
to quello che si crede, e che apparisce, è vero, è neces
sario che ogni cosa sia iusieme falsa e vera. Giacché pa
recchi hanno sentenze contrarie gli uni agli altri, e cia
scuno reputa in errore,chi non crede a modo suo: di ma
niera che è necessario, che una cosa sia e non sia. E se è
cosi, è necessario, che tutto quel che si crede,sia vero;giac-
chè chi è in errore,crede delle cose contrarie a chi è nel
vero1». Il quale ragionamento il Bonghi , traduttore ed in
terprete della Metafisica di Aristotele, riduce in questa for-
mola:la Tutto quello che m' apparisce è vero. 2" Ma tutto
quello che m' apparisce, può apparire in un modo contrario
di quello che m' apparisce. 3* Dunque il contrario di quello
che m' apparisce e che è vero, è anche vero. 1° Perchè il
contrario di quello che m' apparisce, possa apparire ed es
ser vero, bisogna che la cosa che m' apparisce sia tale da
produrre ora una modificazione, ora la contraria, e perchè
possa produrla, bisogna che abbia non solo la natura che
1* ha, ma anche la contraria di quella che l' ha, e perciò
essere e non essere insieme. 2° Ma il contrario di quello
che m' apparisce può apparire, ecc. 3° Dunque ecc. E da
capo si può ritornare da quest'ultima conclusione alla prima
proposizione, da cui si è ricavata: perchè appunto se la na
tura degli enti è a questa maniera, può con eguale proba
bilità produrre le due impressioni contrarie, e queste de
vono con eguale legittimità dirsi vere2».

') Cap. 5, § 1, trad. di Bonghi, ediz. cil. p. 181, 182.


*) Sul luogo citato p. 181, noi. 3.
Sakseveiuno;Sist.Filos., I. 16
PO» LO SCETTICISMO
Il medesimo pensiero Aristotele espone con maggiore am
piezza nel capo sesto: « Poi, non potrebbe esser vero tutto
quello cbe appare, se non nel caso, che fosse relativa ogni
cosa e non ce ne fosse veruna che stesse da sè; giacché
quello che appare, appare a qualcuno: di maniera che chi
dice, che sia vero tutto quello che appare, fa consistere
ogni entità in una relazione. Perciò, quelli che vogliono
essere sforzati dal ragionamento e pure si contentano di
ragionare, bisogna che si guardino ed avvertano, che non
è già vero quello che appare , ma quello che appare a
chi appare e quando appare e per quella via e in quella
tale maniera che appare. Se, mettendosi a ragionare, non
determinano così la loro tesi,accadrebbe loro di cascare su
bito ne' contradittorii. Può, difatti, alia stessa persona una
cosa parer mele alla vista e al gusto no: e alla vista di
ciascuno de' due occhi non parere identica una stessa co
sa, quando siano disuguali. Poiché, di certo, a quelli, che,
per le ragioni già dette, affermano, che quello che appa
re è vero , e che perciò ogni cosa non sia più falsa che
vera (perchè non appare lo stesso a tutti nè sempre lo
stesso ad uno stesso, anzi parecchie volle appaiono insie
me cose contrarie : il tatto, per esempio, se s' intrecciano
le dita dà due oggetti, dove la vista ne dà uno '), a que
sti tali, ripeto, si può dire , che non però appaiono cose
contrarie ad uno stesso senso, e secondo lo stesso rispet
to, e della stessa maniera e nello stesso tempo: di sorla
che qui almeno s' avrebbe del vero. Ma forse appunto
per questo , quelli che parlano non perchè dubitino , ma
per parlare, sarebbero sforzati a dire, che non s'avrebbe
già del vero , ma del vero a qualcuno. E come s' è già
detto prima , dovrebbero fare ogni cosa relativa a quaU
cos'altro e all'opinione e al senso, di maniera, che non

*) Ecco come il Bonghi dichiara questo esempio dietro il Muel-


ler: t Se, accavalcale le dite, fate girare una palluccia tra' due
polpastrelli, vi pare di girarne due, perchè percepite divise e ri
volte in fuori le due mela convesse dell'orbita; di maniera che
obbligato a compire le due percezioni, le integrale di per voi,
e ciascuna mela vi diventa un'orbita intera); p. 194, noi. 2.
Nk'sUOI RAPPORTI CO!» LA FEDB -2o3
ci sia stata, nè sia per esserci cosa veruna, se non ci è
uno prima che 1' opini. Che se ci fosse stata , o ci fosse
per essere, si vede, che allora ogni cosa non sarebbe re
lativa air opinione '».
Sani' Agostino fece eco a Platone e ad Aristotele nel se-
eondo de'Soliloquii: « Ma se asseveri che non vi ha vero as
soluto, non paventi di essere obbligato a concedere che non
vi è alcuna esistenza assoluta ? Perchè quel che dà la quid
dità al legno, gli dà altresì la verità, non potendo avveni
re, che il legno sia tale per sè stesso, cioè senza che uomo
lo conosca, e non sia vero legno * t.
Aristotele divisò ancora, che il nullismo nella dottrina
di Protagora nasce non solo dal pirronismo, ma anche dal
panteismo che in esso s' inchiude. « Oltre di che, e' dice,
è chiaro che se le contradittorie, dette dello stesso, fos
sero vere, si farebbe di tutte le cose una sola. Giacché
sarebbero lo stesso e trireme e parete ed uomo, se d' o-
gni cosa si può affermare o negare qualunque altra. E di
qui non s' esce, chi ragioni alla maniera di Protagora. Di
fatto, se a uno pare che 1' uomo non sia trireme, è chia
ro che non è trireme: di guisa che 1' è anche, se la con-
tradittoria è vera. E ne vien fuori quello d' Anassagora :
ogni cosa insieme; di maniera che non ci esista nulla dav
vero ' j. Ed in vero, « la dottrina della verità de'contra-
dittorii, aggiugne il sullodato interprete, richiede che si am
metta l' identità di ogni cosa. . . Di fatto, se tutto quello
die appare, è vero, e se le cose appaiono in modi sva-
riatissimi, e ciascuno di questi modi è sempre il proprio
e vero loro modo di essere, e se sempre che una cosa ap
pare ad un modo , è vero che appare anche nel modo
contrario, si vede, che ciascuna cosa non solo può essere,
ma è in effetto tutte le altre * ».
') Lib. cit. c. 6, § 3, p. 194, 195.
*) ( Ai si dicis nihil esse veruni, non times, ne sequatur, ut
nihil sii per se? Vnde enim lignum est hoc, inde eitara veruni
lignum est. Nec fieri poiest, ut per seipsum, illesi sine cogui-
lorc lignum sii, et veruni lignum non sit t\ Solìl. lil).II,c.S,ii. 7.
3) Lib.lll,c.4, § 12; p, 175,irad cii. —*) Sul luogo ciialo,not. !•
Anche Eusebio vide originarsi il panteismo dalla dottri
na di Protagora sul criterio, t E poi, a giudizio di eosto-
ro, non vi ha verun divario tra il piò e il meno in eia-
bcud genere di cose , non che tra il necessario e il con
tingente, tra il naturale e il preternaturale. Per tal modo
si fa tutt' uno di quel che è, e di quel che non è; che può
ben intervenire, che una medesima cosa a taluno sembri
essere, ad altri non essere. Dunque l'uomo e il legno deb
bono essere il medesimo, da che talvolta il medesimo al
l' uno apparisce uomo, all' altro legno ' 1. San Tomma
so in poche ma, lucide parole mostrò, che il dogma del
flusso perenne, o sia del divenire di Eraclito, su cui potila
il protagorismo, è un pretto panteismo. E' dice: » Quel che
diviene, non è: perocché, mentre dora il movimento, una
cosa diviene, e non è; nel termine del moto poi, in eoi
comincia il riposo,già non addiviene, ma è stata fatta * >.
Non è difficile a scorgere, come questi rimproveri fat
ti dagli antichi al protagorismo, si possono indirizzare da
noi con ugual drillo contro i moderni Progressisti. Avve
gnaché costoro facendo il vero mutabile secondo il diverso
sviluppo delle facoltà dell' uomo nelle diverse epoche del
l' umanità, non considerano, al paro de' SoGsli, il vero in
sè, ma in ordine al subbietto che lo conosce. Però, debbono
ammettere che ogni cosa possa essere vera e falsa, e quin
di ogui cosa possa essere e non essere nel tempo mede
simo, o sia che i contradittorii possono avverarsi sì nel-
V ordine della conoscenza (scetticismo), sì nell' ordine del
la realtà (panteismo e nullismo).

*) A'xAjds te òuaipou7oi ovto/ ye. rò uìù'Jjyn , nat ri -fmxi , /ai


xb iè, àuiffnfii vn tò tvdE%jpak», mi rò xorà fórar, «ai rò ra
pò . curio dì Sai tnj rooròa, nati ca xai * oux crj. /tfj&v yàp xn>-
)Ài raurs toi? uvj iacu <foùveoSai,Tois rat ùsxi . xai rcorò às>
IT) òaQputrog, mai t&jXa» . er&' an yap isaòeriu toutò, za> ie fisi àv-
£ptor&s, ro> 3t rat Op. e loc. cit.
*) f Qnod Gì, non est: quia quamdiu durai motus, aliquid fit
et non est; in ipso aniea termino motus io quo incipit quies, iam
non Gì aliquod sed factum est »; Coni. Ceni. lib. II, c. 17, n. 3.
NE1 SUOI BAPPORTI CON LA FEDE »o5

$ v.

Continua la confutazione

Si considera la mente in risguardo alla conoscenza delle cose, e ti


dimostra, die la conoscenza del vero si per rispetto a ciascun uomo,
e sì per rispetto alle succedentisi generazioni umane è naturalmen
te progressiva; ma che cosiffatto progresso non dee essere necessaria
mente continuo, e non è stato tale in effetto. Lucida e solida argo
mentazione di s. Tommaso a tal proposito. Studio della storia delle
opinioni raccomandato perlai ragione dagli antichi, tra cui si fa men
zione dell'Autore Deli'antica Medicina, e di Aristotele.

Sia qui abbiamo veduto, che il vero inverso di sé, o sia


in quanto è nelle cose, dipendendo dall'intelletto divino, deb-
b' essere immutabile, come è immutabile l' intelletto di Dio.
Abbiamo veduto inoltre, che esso è immutabile altresì per
r guardo alla mente umana , perchè risulta dall' adequa-
mento del concetto col suo obbietto, e quindi consiste io
un punto indivisibile , incapace di diminuzione , o di au
mento. Ma ciò non basta; bisogna ancora indagare, se può
esservi mutazione, o progresso nella mente umana rispet
to alla conoscenza del vero. Conciossiacbè, sebbene il vero
in ogni cosa sia uno ed immutabile,può stare, che non sem
pre la mente umana lo raggiunga,o vero che lo conosca in
un modo più o meno adequalo. La quale indagine si ri
duce a queste due inchieste: 1° Come è possibile 1* erro
re nella mente umana ? 2" La conoscenza umana è capa
ce di progresso ? Quanto alla prima inchiesta, è da os
servare secondo V Aquinate nostro , che dimorando 1' es
senza del vero nella conformità del concetto col suo obbietto,
la conoscenza può mutarsi nella mente umana per tante
vie, per quante essa conformità può fallare. Or, prose
gue il medesimo Aquinate, essa conformità correndo tra
due termini, cioè il subbietto che conosce e la cosa cono
sciuta, può mutarsi per P uno, o per P altro risguardo. In
fatti, può avvenire, che rimanendo 1' obbietto nello stesso
modo,varia il giudizio intorno ad esso; o veramente, mutato
1' obbielto, il giudizio non varia. Chiaro è, che la verità
•2o6 LO PCRTflCISMO
nell' intelletto divino non può cangiarsi per nessuno de' due
modi, tra perchè il giudizio divino è immutabile , e per
chè uiuna mutazione delle cose può sfuggire alla mente
divina. Ma nella mente umana può avvenire per ambedue
i rispetti ; da che , essendo la natura delle cose indipen
dente dalla mente umana, ben può f obbietto variare, sen
za che la varietà sia percepita dall' iateIletto,e quindi sen
za che sia mutato il giudizio; o vero per qualche nuova
apparenza nata in esso, può variare il giudizio nella mente,
dove T obbietto non ha in effetto variato. Se non che,
secondo il notato dallo stesso Dottore, anche in tal caso
non dee dirsi che il vero si muti nella nostra mente, ma
che la mente si muti in ordine al vero; perocché in amen-
due i casi noverati ella si tramuta dal vero nel falso '.
Per soddisfare alla seconda inchiesta, fa mestiero con
siderare la conoscenza del vero prima in ordine alle sin
gole menti, poi in ordine alla successione delle genera
zioni umane. £ per la prima parte, è un fatto incontra
stabile, che la conoscenza del vero non è uguale in tutti
gli uomini, nè nel medesimo uomo ne' diversi tempi. Peroc-
') « Respondeo dicendum, quod, tieni saprà dieium est, veri-
tas proprie est in solo intelleciu : res auiem dicuoiur verae a
veniale, quae est in aliquo intelleciu. Vode mutabilità* ventati*
consideraada est circa inlellectura. Cuius quidem veriias io hoc
consisti!, quod habeai couformiiaiem ad res iulellecias. Quae qui
dem conformiias variari potest dupliciler , sicut et quaelibei a-
]ia situi liiudo ex mutatione allerius exiremi. Vnde uno modo
variaiur veriias ex parte iatellectus ex eo , quod de re eodem
modo se babeute aliquis aliato opinionem accipii.^rto modo, si,
opinione eadem manente, res mutetur. Ex utroque modo flt mu-
latio de vero in falsum. Si ergo sii aliquis inlellectus, iu quo
non possit esse alternano opioionum, vel cuius acceptionem nou
poiest subterfugere res aliqua, io eo est immuiabilis veriias. Ta
li* autem est intellcctus divinus, ut ex superioribus palei. Vude
veritas divini intellecius est iinmulabilis, veriias autem inlellectus
nostri mulabilis est, nou quod ipsa sii subiectum mulalionis, sed
ioquaoium inlellectus ooster mutatur de verilaie in falsitatem:
sic euira formae mmahiles dici possimi. Veriias autem inlelle
ctus divini est, sccuudum quam res naiurales dicualur verae,
quae est omnino iinmutabilis i; I, q. XVI, art. 8.
nk' suoi «apporti con la Vwb téoy
chè la mente umana conoscendo le cose non per virtù d' in
timo, ma per opera di discorso, dee andare dal noto all' i-
gnoto, e però non può conoscere in un momento solo tut
ti i veri di cui è capace, e nè pure molte volte nn solo
vero compiutamente. Per il che, può ben progredire, e,
come 1' esperienza è testimone ad ognuno, progredisce in
effetto nella conosceuza del vero, sì profondandosi vie me
glio ne' veri già conosciuti, sì scovrendo nuovi veri. San-
t' Agostino , propugnando in molti luoghi l' immutabilità
del vero, non tralascia di notare, come la mente uma
na può versare in diversi stati in rispetto ad esso, e mu
tare successivamente tali stati ; là dove la mente divina
è immutabile , perchè il vero immutabilmente in Lei si
trova. Rechiamone un luogo da' suoi Trottali sul Vange
lo di san Giovanni, dove fa osservare che anche quel che,
ci è noto intorno a Dio per la ragione, non da tutti s' in
tende, nè in ugual modo da que' che l' intendono: i Quel
medesimo che dell' eternità, della verità , della santità di
Dio agevolmente e palesemente del continuo si dice, da ta
luni si comprende bene, da altri male, anzi da questi si,
da quelli no; che colui il quale non intende bene, punto
non intende. Que' medesimi poi, i quali lo intendono, al
tri meno, altri meglio, secondo la forza della propria men
te, Io contempla, e nessun uomo raggiugne in ciò la com
prensione degli Angeli 1 ».
Dalle, cose ora ragionate è agevole raccogliere, che la
scienza considerata nella successione dell' età è capace di
grandi progressi. E certo, se ciascun uomo non può , sic
come vedemmo, comprendere con uno sguardo solo molti
veri, od anche un solo vero compiutamente, non può nò
pure raggiungere tutti i veri , nè acquistare notizia com-

*) t Ea ipsa ergo, quae de Dei aeierniiate, veriiale,sanctitate, in


promptu et pai ara sine cessaiione dicuniur,ab aliis bene, ab aliis
male iolelliguDtur, imo ab aliis intelliguntur,ab aliis non inlellr-
gunlur.Qui euim male inlelligil, non inlelligil. Al> eis ipsis aliterai;
a quibus bene intelligunlur, ab aliis mioiis, ab aliis melius men
tis vivaciiate ceraunlur, et a nullo nomine sicul ab Angelis ra-
piuniur»; In Ioan. Evang. c. J6, Traci. 97, n. 1.
•>t>8 LO SCETTICISMO
più la di tutti que* veri che gli è dato asseguire. Perilchè la
conoscenza umana può, nell' avvicendarsi delle generazio
ni , e quanto alla somma , e quanto alla profondità, mai
sempre progredire, c Lo studio della verità, disse Aristo
tele, sotto un aspetto è difficile, sotto un altro facile. .Ve
segno il non poterlo nessuno, nè coglierlo per F appunto,
né sbagliarla affatto , e , uno per uno, ci cavan davvero
poco o nulla, pure da tutti insieme vien fuori no bel gruz
zolo ' 1.
Ma questo progresso debb' essere continuo , o può ces
sare in alcune età, e quale la storia ce lo presenta ? La
storia delle scienze ci è testimone irrefragabile, che il ge
nere umano in alcune età non solo non ha cresciuto il
retaggio delle conoscenze accolte dalle generazioni prece
denti, ma Io ha' in gran parte smarrito. Alcuni Progressisti,
come vedemmo,non osano contraddire ad nn fatto cotanto
manifesto; ma vogliono persuaderci, che le sono anomalie
nel corso dell' umanità, le quali conferiscono per vie occulte
al progresso necessario e fatale del genere amano. GÌ' in
tenda chi può e vuole; noi non sappiamo restar capaci,come
r ignoranza possa conferire al progresso della scienza; on
de teniam per fermo, che il progresso nelle scienze e nelle
arti non si mostra continuo nella storia del genere umano.
ISè la ragione di ciò è malagevole ad intendere. Con-
ciossiacbè , siccome l' individuo per cagioni volontarie od
involontarie non pure non avvanza sempre nelle sue cono
scendola talvolta smarrisce ancora in massima parte le co
noscenze innanzi acquistate ; così molti accidenti posson
cagionare che il genere umano indietreggi nel cammin del
sapere, per poi ripigliare in un' altra generazione il corso
per alcun tempo interrotto.
Le considerazioni che abbiam qui fatte, sono del nostro
Aquinate. È buono riferire distesamente il suo discorso, per
chè si vegga come il santo Dottore avea brevemente e luci
damente definita la quistione intorno al progresso della
scienza, cotanto dibattuta a' nostri tempi. »L' uomo, secon-

*) Lib. Il, c. 1, § 1, irad. cit. p. 78.


NE'sTOI RAPPORTI CON hX FEDB 20Q
do sua natura, ha bisogno della tfhgione nella ricerca del
vero. Or, poiché la ragione non conosce il vero a primo
aspetto, chiaro è , che 1" uomo naturalmente dee dare un
passo dopo r altro nella ricerca di esso ... Il tempo ,
secondo che pare , per poco inventa i mezzi acconci a
determinare alcuna cosa , o senza fallo conferisce poten
temente alla loro invenzione ; non perchè il tempo con
la sua propria azione cooperi alla determinazione della
cosa medesima, ma perchè i mezzi i quali la determinano,
si compiono nel tempo. Imperciocché, se taluno nel pro
cesso del tempo dia opera all' investigazione del vero , il
tempo lo aiuta a rinvenirlo, così in rispetto di un solo e
medesimo uomo il quale vedrà per innanzi quel che pri
ma non avea veduto, come in rispetto a più uomini, ve
dendo uno quel che fu ritrovato da' suoi precessori, e fa
cendovi alcuna aggiunta. Ed in tal modo le arti si sono
arricchite di nuove aggiunte; stanteché una piccola par
te di esse fu da principio inventata, e questa poi per o-
pera de' più venne a poco a poco grandemente aumentata,
potendo ognuno aggiungere nuove considerazioni sfuggite
a' suoi precessori. Per contrario, se tralasciasi l' esercizio
della contemplazione, il tempo , anzi che concorrere alla
seovcrta del vero, è cagione che lo si dimentichi, come è
detto nel quarto de'/%?'«,e da ciascun uomo in particola
re, il quale datosi all' ozio dimenticherà le cose apprese,
e da' più. Oudechè veggiamo che molte scienze, state fio
renti presso gli antichi, per interruzione di studi sono ca
dute nell' obblio ' ».

') a Ad hominis naturare pertinet ratione uti ad verilalis invc-


Bligalionero. Ralionis autem proprium est non statini apprehen-
dcre veritatem. Et ideo ad hominem pertinet paulniim in cogni-
tione veritalis proficere; Subslantiae vero separatae quae intel-
lectuales dicuntur, statini absque iuquisilione umiliarli veritatis
habent. . . . Eorum quae bene se habent ad aliquid circumscri-
bendum, videtur tcmpus esse quasi adinventor, vel bonus eoo-
perator, non quidem quod tempus per se ad hoc aliqui'l opere-
tur, sed secundum ea quae in tempore agunlur. Si enim aliquis
tempore procedente det operanti investigandae ventati, iuvatur
SAKSEVEniMOjSlST.FlLOS., I. 17
aio LO SCETTICISMO
Per queste belle cosidorazioni dell' Angelico si rende ma*
nifesto, che le scienze e le arti sono per loro natura pro
gressive, ma che il progresso non dee essere, e non suo*
le essere in effetto continuo. Se non che resta sempre sal
do il detto innanzi, che questo progresso o regresso nelle
scienze ha luogo senza veruna alterazione del vero; peroc
ché il vero resta sempre immobile in sé, come è immobi
le la natura delle cose che rappresenta , e solo le menti
umane nella conoscenza di esso avvanzano,o vanno indietro.
I Filosofanti sin da' piò antichi tempi mostrarono di ave
re avuto conta la natura progressiva del sapere , perchè
raccomandarono caldamente a' ricercatori del vero lo studio
della storia delle scienze. L'antichissimo autore dell'opuscolo
Della medicina antica,Ai cui il sig. Littrè crede autore Ip-
pocrate',ed il nostro cav. de Renzi un pitagorico più antico
d' IppocrateI,Alcmeone di Crotone, più volte notò, quanto
sia giovevole al cultore di una scienza il conoscere per
appunto le opinioni di que' che nel medesimo aringo lo
han preceduto. < La medicina, e' dice, possiede da molto
tempo ogni cosa, avendo trovato un principio ed un meto
do. Con tali guide si son fatte innumerevoli ed egregie sco
verte nel lungo corso de' secoli, ed il rimanente sarà seo-

ex tempore ad veritatem inveniendam, et quantum ad unum et


euindem hominem, qui poslea videbit, quod prius non viderai,
et eliara quantum ad diversos, ulpole cuio aliquis intuetur ea,
quae sunt a praecessoribus inventa, et aliquid snperaddit. Et per
bunc modum facta sunt additamenta in artibus,quarum a princi
pio aliquod modicum fuit adinvenlum, et postino dum per diver
sos paulatim profecit in magna quantiiale, quia ad quemlibet
perline! superaddere id quod deficit in consideralione praede-
cessorum. Si aulein e contrario ezercitium studii praetermilta-
lur, tempus est magis causa oblivionis ut dicitur io 4 Pftyt. et
quantum ad unum hominem, qui si se negligeniiae dederit obli*
viscetur, quod scivit, et quantum ad diversos.Vode videmus mal-
tas scieuiias quae apud antiquos viguerunt, paulatim cessaolìbus
Mudiis io oblivionem abiisse 1; Elhìc. I, lect. 11.
*) Nella Prefazione al suddetto libro.
*) Nella Dissertazione in cui rivendica ad Alcmeone l'opera
De Prisca medicina, Napoli 1846.
NE' SUOI BAPPOttTI CON ti FEDE 2I I
verto, se uomini capaci e dotti delle antiche scoverte, muo
vono da queste nelle loro indagini. Ma colui il quale ri
pudiando e avendo in non cale tutto il passato, lenta al
tri metodi, e si mette su altre vie, credendo aver fatte al
cune scoverte, sé stesso e gli altri inganna 1 ».
Ma Aristotele tra gli antichi inculcò più di tutti 1' uso
della storia nell' investigazione del vero; ond' è stato giusta
mente gridato da' moderni il padre della storia della fìloso-
fiaa.Ne sono una lucida ed abbondevole riprova soprattutto i
suoi libri delle Cose metafisiche. Ne' quali, più che altrove,
usò della storia,ne descrisse i vantaggi, e mostrò il vero me
todo di usarne 3. Dopo le parole innanzi riferite, e' dice:
< Perciò, è giusto di saper grado non solo a coloro le cui
opinioni participiamo, ma ancora a quelli che ne hanno e-
spresse delle alquanto superficiali; di fatto, anch' essi han
no contribuito qualcosa: ci hanno preesercitata la facoltà.
Se non ci fosse stato Timoteo, di certo non avremmo un
gran numero di melodie: ma senza Frini, Timoteo stesso
non ci sarebbe stato. Dite il medesimo di coloro che han
messa fuori una dottrina sul vero: di alcuni abbiamo ac
colto qualche opinione; gli altri sono stati cagione che que
sti ci fossero* ». Altrove pigliando a ragionare delle ca
gioni, e detto quante e quali sono, aggiunse : <r |E vera
mente, noi le abbiamo studiate a sufficienza tutte e quattro

*) T.jTpiy.^ Sk icàma nàXtxi mip%u, y.aì ap%y\ naì Zòòs eup-j/xw-i),


xaO'^a, xai toc zlpypiiva xoXKx v.aì y.aXws \%ovrct eupijrcu i» zoK-
t& %pó^u>, >M rà Xourà zvpzO-/\<rerai, yp t/s «xanóg te iòni xai toc
ivp-fydva, xaO' ypi xai rà evpy/xiva eidùig, ex rourÈuiv op/iw^tvoc;
réfj. ''Otti? Se raura àffojSaXwu xa« àTcoòoy.ifióaou; itàma, irépy óJù>
xai Érépu» ayy^fiari ixi%tipizi Zyrìtiv, xaz cpv|je/ ti supijxÈi'ai, E^vjrà-
njrai, xai E^oarararai; llepr ap%arr]s jarp/xijs; Opp. ed. e Irad. in
frane, di E. Liltré, 1. 1, p. 572, Paris 1839.
*) Ravaisson, Mei. dVrw/o/e,part.III,lib.H, c. 1, t. I,p.267,268.
') Il sig. A. Jacques ha scrino una tesi su tal punto, Jrisio-
le considéré camme hislorien de la philosophte ( Parigi 1837 ),
in cui ha trasformato Aristotele in un cousiuiauo. Ne faremo l'e
same nella nostra Metodologia latina.
*; Lib. II, c. 1, § 3, p. 78, 79.
ne' libri delia natura *: pure qui vogliamo accompagnar
ci eoo coloro che prima di noi si sono messi a considera-
re gli enti, e hanno filosofalo intorno al vero. Di fatto, è
chiaro, che anch' essi parlano di principi e di causa; il
darci dunque una scorsa, non farà che bene al presente:
giacché o troveremo qualche altro genere di cause, o avre
mo più fede a queste nostre quattro *».
Sarebbe opera vana recare iu mezzo le sentenze di altri
filosofi, perché è cosa nota che i più nobili tra loro stu
diarono, e commendarono la sapienza de' loro precessori.
Né diremo nulla de' Padri e degli Scolastici, bastando scor
rere leggermente i loro aurei volumi per vedere quanto
studio misero nella lettura degli scrittori pagani , e con
quanta cura attesero a sceverare ne' loro sistemi il vero
dal falso1.Noteremo solamente essersi malamente governati
sì que' filosofi moderni che propugnarono secondo lutto il
loro potere la teorica del progresso, in quella che insinua
vano negli animi un disprezzo degli antichi; si gli Eclettici
francesi i quali la storia della filosofia eon la- filosofia me
desima hanno confusa. Chè gli uni rompendo il filo delle
tradizioni scientifiche pretendevano in effeito,che la scien
za cominciasse in ogni generazione; gli altri non ricono
scendo altra scienza, se non quella che la storia ci porge,
chiudon la via ad ogni progresso ulteriore, anzi ogni pro
gresso dichiarano impossibile. Ma di questi due errori, non
essendo qui luogo di ragionare, rimandiamo i lettori alla
nostra Metodologia vicina a pubblicarsi, e trapassiamo ad
esaminare la dottrina del progresso in ordine alla Religione.
*) Phyt. Juscuu. lib. If, e. 3, 7.
*) Op. cit. lib. 1, e. 3, $ 1, p. 13, 14, trad. dt.
') Non vogliam tacere, che san Tommaso su le orme di Ari
stotele nel primo Del? anima riduce a due capi 1* utilità della
Storia,osservando che per lei noi ci gioviam delle cose ben dette
dagli antichi, ed impariamo a guardarci da' loro errori: i De qua
(anima)intenden tes praesens necesse est accipere opiniones antiquo-
rum quicumque tini, qui aliquod enunciatimi de ipsa. Et hoc qui-
dem ad duo erit utile, primo quia illud quod bene dicium est
ab eia , accipiemus in adiuiorium nostrum. Secundo quia illnd
qnod male euuncialum esi, cavebimus >;la lib. I de Jnim.lccl.2.
ne' suoi rapposti CON la FEDE 21 3

§ VI.

Confutazione delle teoriche del vero progressivo consi


derate in ordine alla Religione in generale

Ragione per la quale si fa un esame speciale delle teoriche del pro


gresso in ordine alla Religione. Esse sono fondate sul panteismo e sull' e-
ciclismo. Errore fondamentale de' Progressisti nel negare ogni religione
positiva,e sentenza di un recentissima Progressista su tal pu.ilo. 1° Si sta
bilisce I' esistenza di una religione rivelata e positiva, e se ne dimostra
la necessità con pruove razionali e storiche. Argomentazione di Origene
e di Van Droy; confessione di Herder e di Constant. 2° Ancorché non si
ammi Ha altra religione dalla naturale,questa non può essere progressiva,
né le diverse forme di religione apparse sulla terra poteano originare
1' una dall' altra; sentenza di Cicerone addotta dal Pallavicino, e gravi
parole di Papa s. Agatone. 3" Si chiarisce con la Storia biblica, corno
il monoteismo è stala la prima religione del mondo , non é mancata
mai sulla terra, e come le altre forme di religione sono state corruzione
del monoteismo primitivo. Argomenti di s. Agostino e di Riccardo da
s. Vittore per mostrare che il numero de' monoteisti fu grande presso
le nazioni pagane.Conferma del racconto biblico tolta da' libri sacri e da
altri antichi monumenti del gentilesimo, e dall'autorità de' Legislatori
e de' Sapienti. Bellissimo luogo di s. Agostino su tal punto. 4" Si ag-
giugne, Juche le conoscenze religiose sono andate sempre più peggio
rando presso i pagani ; 2° che il feticismo si scontra presso poche ordo
di selvaggi, e non può per sua natura allignare che presso di queste,sio-
comc ha dimostrato lo stesso Herder ; 3° che le diverse maniere di su
perstizione sono contemporanee, e non successive.

Gli argomenti arrecati ne' due precedenti § per convin


cere di errore le diverse teoriche del vero progressivo, val
gono eziandio a far manifesto, che non debbonsi avere per
ugualmente vere e sante le molteplici e diverse forme con
cui la religione si è mostrata in diversi tempi e presso di
versi popoli. Ed in fatti, poiché la religione è fondata sul ve
ro, ed il vero è sempre lo stesso e non sottoposto a verun
cangiamento o variazione, nessun non vede dover ella es
sere una ed immulubile, e però non soggetta a verun so
stanziale mutamento. Di che conseguita , che , cozzando
tra loro le molte guise di religione, le quali nelle diverse
età , od anche nella medesima età presso i diversi popoli
han signorcggiato,potrebbero essere tutte false, ma non mai
ai 4 LO SCETTICISMO
tutte vere, essendo l' errore di sua natura molteplice e va»
rio,siccome il vero è sempre mai uno e lo stesso. Ben disse
san Giancrisostomo, che s le vie dell' empietà sono molte,
dove quella del vero è unica; attesoché 1' errore è per sua
natura vario,multiforme e coufuso,e il vero è uno 1 ». In
tanto , perchè il valore di un sistema si rende più mani-
festo per la qualità delle sue applicazioni, ci è sembralo
uon inutile fare alcune osservazioni generali sulle teoriche
della religione progressiva cosi per rispetto alla parte spe
culativa, come per rispetto alla parte storica. E dicemmo
generali, perchè non è questo il luogo di esaminare i principi
da cui esse rampollarono, cioè il panteismo e 1' ecletismo.
Quando ci faremo nella seconda parte di questo nostro lavo
ro a combattere amendue questi errori sotto tutte le assise
che han rivestite in questi ultimi tempi in Francia ed in
Germania, porgeremo una novella ripruova contro i molte
plici sistemi di religione progressiva.E veramente, se l'as
surdità della conclusione palesa 1' assurdità del principio
da cui scaturisce, l' assurdità del principio mostra eziandio
l' assurdità della conclusione che logicamente ne deriva;pe-
rocche il valore del principio ci dà anticipata contezza del
valore della conclusione, ed alla sua volta il valore della
conclusione riferma e chiarisce maggiormente quello del
principio.
Ed innanzi tratto, si ponga mente, che le varie scuole
de' Progressisti, da noi rammemorate, tengono che non vi è
stata, nè può esservi alcuna religione fondata sopra una ri
velazione positiva di Dio,e che l' origine di tutte le religio
ni è da ricercarsi nello svolgimento naturale dell' umani
tà, e quindi la religione dee variare secondo le diverse con
dizioni intellettuali e morali delle società umane. La ra
gione di ciò è che la più parte de' Progressisti, riconoscen
do, conformemente a' pronunziati del loro panteismo, tutti
gli avvenimenti di qualunque sorta , come diversi gradi

') UoXKbù rvjs iare{3ùag al bòoì , \ xai rvjs «X^ShistS, pia , xai
yìp zomfìji-j, xai jtoXu udù, xai ovym&xppkvoii, y rXiyvj • 5) xai à-
kfiua, pia ; in Eput, ad Rovi. Uom. Ili, a. 1.
NE1 StOl RAPPORTI CON LA PEDB I5
della manifestazione fatale dell' assoluto, non possono am
mettere due ordini, 1' uno naturale e 1' altro soprannatu
rale, nò considerare in altro modo le diverse religioni, ap
parse e da apparire nel mondo, che come diversi e natura
li modi onde 1' assoluto si è manifestato, e sarà per mani
festarsi sotto la forma religiosa.
Un ultimo Progressista di cui di presente abbiamo avu
to notizia, comechè protesti di abborrire dal panteismo,
ha chiarito questa opposizione tra la teorica del progres
so e quella di una rivelazione positiva ed esteriore. Que
sti è il sig. Laurent, professore all' Università di Gand,
il quale in un' opera testò data alla luce ', rimprovera
al Cristianesimo sopra ogni altra cosa « la superba pre
tensione di aver un'origine immediata da Dio 2 »; là do
ve , a parer suo , non può esservi altra rivelazione da
quella che si fa neh" umanità e mediante 1' umanità , e
però ella non può esser altra , se non la ragione svol-
gentesi secondo la legge del progresso continuo '; sicché
per opera dell' umanità il vero si manifesta secondo un
ordine successivo e progressivo *. Quindi arguisce, che
la religione,come ogni altro ordine di conoscenze umane,
è venuta a poco a poco perfezionandosi, e questo perfe
zionamento non avrà mai fino; perocché non è dato alla
mente umana raggiugnere il vero assoluto , o sia senza
mescuglio di errori , e però non è possibile veruna reli
gione senza qualche errore Secondo tali princìpi egli
non tiene. Gesù Cristo per Dio , ma per uno de' più gran
di rivelatori^ e delle più grandi personalità apparse sulla
terra, siccome Colui che ha fondata la più perfetta delle
religioni state quaggiù ". Se non che, questa non più sod-
*) Èludes sur r histoire de l' humaniléfi&ni\ 1854. L' amore
uvea fondala su questa medesima teorica del progresso continuo
l'altra opera pubblicata nel 1852, cioè Histoire du droit des
gens, 3 voi. iu-8.°
•) Éludes ecc., pp. 43, 391.—') lbid. pp. 63, 66, ed altrove.
*) Histoire du droit des gens, t. I, p. 321.
B) Hist. ecc., t. I, p. 244; Ètudes ecc., pp. 12, 393.
") Ètudes ecCf, p. 60.
9. 1 6 LO SCETTICISMO
disfa al sentimento religioso e all' intelligenza della presen*
te generazione; onde dee cedere il luogo a una religione
affatto razionale \
Or, anche senza pigliar qui a combattere il costoro pan*
teismo, è certo per prue- ve storiche incontrastabili, che Iddio
diede a' primi uomini con una rivelazione esteriore una re*
Iigione soprannaturale, e che questa, tramandata da' Pa
triarchi al popolo ebreo,formò per molti secoli la sua reli
gione, e perfezionata poi nella piewzza de' secoli da Gesù
Cristo si propalò presso tutt'i popoli,e divenne religione cat
tolica^ sia universale.Le pruove di cui abbiano detto,ci si
forniscono da' Libri dell' antico e del nuovo Testamento, i
quali si conservano interi e puri di ogni errore nella Chiesa
Cattolica.Questi libri ci raccontano, che Iddio si compiacque
di rivelare alla prima società da lui crema un corpo di dot
trine non solo intelligibili, ma anche soprintelligibili, ed una
maniera di culto degno della sua Maestà divina; che questa
religione da Lui medesimo data all' uomo, si conservò sino
a Mose mediante i Patriarchi, uomini ammirabili pe* divini
privilegi onde Iddio gli contrassegnò tra gli altri; che Mose,
instimi, secondo le norme ricevute dall' oracolo vivo di Dio
medesimo,la teocrazia ebrea, facendo certo il popolo di sua
missione con opere divine e soprannaturali; che in fine Ge
sù Cristo il quale è il Verbo eterno del divin Padre fatto
uomo, svolse più largamente la rivelazione primitiva e mo-
saica, e svestito la religione ebrea de' suoi elementi nazio
nali e locali, la rese acconcia a tutte le nazioni del mon
do , o sia cattolica. I Libri stessi di Mose ci testimonia
no ancora, che le rimanenti religioni, o per usare un lin
guaggio più esatto , le varie superstizioni nacquero dalla
corruzione e dimenticanza della religione primitiva avvenu
ta alcun tempo dopo il diluvio tra' discesi da Noè. L' in
tendimento di questo nostro lavoro nou ci permette che ci
dilatiamo ad allegare, chiarire e difendere cotali pruove;
ma chi ne fosse vago, potrebbe torsi in mano le molte e
dottissime apologie scritte da' primi tempi della Chiesa sino

') Études ecc., pp. 192, 360, 393 e passim.


NE' SCOI RAPPORTI CON LA FEDE 1ÌJ
ti giorni nostri, e testé raccolte insieme e pubblicate in
Francia dal Migne\
Noi non ignoriamo , che i Progressisti su le orme de'
Razionalisti, impugnando 1' autenticità e la genuinità de' li*
bri suddetti, riducono a miti di varie sorte quanto di sopra-
intelligibile e di soprannaturale vi ha in loro, e riguarda
no il monoteismo ebreo e il cristiano siccome due porta
ti naturali de' tempi in cui sursero, e di cui furono rap
presentatoti, senea veruna intervenzione divina, rna con la
sola capacità naturale di loro mente, Mose e Gesù Cristo.
Ma, oltre a quel che in altro nostro lavoro ne accennam
mo " , in questa stessa opera noi ci adopereremo a scal-
eare le fondamenta del autismo in rispetto alla storia in
generale, e particolarmente per la storia mosaica ed evan
gelica. Di presente pigliando per autentici e genuini que'
libri , traggiamo da essi , che una religione fu sin dal
principio del mondo rivelata da Dio alla prima società u-
mana,ed ella con accidentali modificazioni si conserva sino
ad oggi, e tutte le altre religioni non sono più che altera
zioni più o meno notabili di quella primitiva. Donde si ri
trae, che non pure la religione la quale tiensi per unica
mente vera da' cattolici, ma eziandio le molte e diverse su
perstizioni di cui le storie de' popoli antichi e moderni ci
danno contezza, non possono dirsi onninamente invenzione
di alcun uomo, o di alcuna società di uomini.
Se non che, senza consultare la storia, si può stabilire
con argomenti razionali 1' esistenza di una rivelazione pri
mitiva. Ci piace recare cosiffatta dimostrazione, adornata
') Démonstrations évangéliques ecc. 16 voi. in-4°. Può vedersi
quel che ne dicemmo iu breve ne'nosiri articoli sul Razionalismo
teologico ecc. inseriti nella più volte cil. Raccolta La Scienzi. e
La Fede, voi. Vili, pp. 413 e segg.; IX, pp. 241 e segg., Na
poli 1844-1845.
") Spinoza e i moderni Razionalisti nella suddetta Raccolta
voi. X, pp. 5 segg. e 241 segg.; XI, pp. 100 segg. e 401 segg.;
XIV, pp. 263 segg. Napoli 1845-1847,dove dimostrammo che iuì-
l* i sistemi dell' odierno razionalismo alemanno si ritrovano parte
ampiamente svolti , e parte abbastanza accennati nel Trattato
teologico-politico di Benedetto Spinosa.
Sa«8E V£HiriO,Sl5T.FlLOS., I. 18
9.1 8 IX) SCETTICISMO
in varie guise dagli Apologisti, con le parole di un recen
te scrittore, eh' è il signor Von Drey: i Nessun essere fi
nito, e' dice, si svolge, se non sia scosso dagl' influssi di
un altro essere della natura medesima, o simigliarne per
alcuni riguardi. Questa legge secondo la quale tutti gli
esseri si sviluppano,si sperimenta altresì ogni giorno nello
svolgimento dell' uomo. E veramente, 1' uomo educa 1' altro
uomo, e la ragione non ancora svolta si svolge per una
ragione innanzi svolta. Se da questa legge universale e
costante rimontiamo al primo uomo,e l' applichiamo al suo
sviluppo religioso, la rivelazione che la Bibbia ai porge
come un fatto, ci si paleserà con l' impronta della necessi
tà. 11 primo uomo in effetto non potea asseguire la cono
scenza di Dio, uè svolgere in generale le sue potenze in
tellettive senza 1' azione benevola di un essere superiore ,
cioè di Dio. . . Il primo uomo noi) avendo dappresso a se
altro uomo,avea bisogno dell' aiuto di un essere sopruma
no; or cbi mai questi potea essere, se non Colui il quale
comechè non sia della terra,distende l' azione sua su tutta
essa terra ? Essendo Dio solo questo essere, chiaro è che
lo svolgimento religioso dell' uomo è sin dall' origine ope
ra di Dio e frutto di sua rivelazione 1 s.
Origene ne' suoi ammirabili libri contro Gelso avea ac
cennato, come una rivelazione era necessaria a' primi uo
mini, perchè il genere umano potesse cominciare il suo
corso: < Se Dio, secondo sua provvidenza, ha crealo il mon
do ed ogni mondana cosa amministra , forza è che i pri
mi uomini sieno stati vegliati da nature più di loro eccel
lenti; cotalcbè sin dal principio mantenessero un' intima so
cietà con Dio. ... Ed in vero, le storie divine di Mose ci
fan conto, che fu dagli uomini udita la voce di Dio, uditi
gli oracoli divini, veduti talvolta gli angeli che Dio loro
inviava. E ben conveniva che gli uomini nella culla del
mondo fossero degnati di maggiori aiuti, insino a che pro
gredita l'industria, conosciuta la forza delle cose, e in*
ventate le arti, potessero da sè custodire la loro vita, senza
*) Apologetica-, o sia Dimostrazione scientifica della divinità
del Cristianesimo (io led.)> t. I, p. 140, Magooza 1839.
NE1 SCOI «APPORTI CON LA FEDE ai 9
cho avessero bisogno di essere vegliati e governati da' mi
nistri di Dio, i quali per la volontà di lui in guise straor-
dinarie si fecero loro vedere 1 ».
Herder, sebbene professasse un mero naturalismo in fat
to di religione, nondimeno confessò talvolta, che gli uo
mini ebbero bisogno sul principio di un' assistenza positi
va di Dio. ( Un fanciullo, e' dice, abbondonato, e lascia
to in balia di sè per alcuni anni, non può slare che non
muoia, o si degradi; come dunque la specie umana avreb
be potuto bastare a sè stessa ne' suoi primordi ? L' uomo,
ove si fosse adusato a vivere secondo 1* ourang-outang ,
non si sarebbe adoperato a vincere sè stesso, nò avrebbe
apparato a sollevarsi dalla condizione muta e vile dell'a
nimale a' portenti della ragione e della parola umana. Se
Dio volea che 1' uomo usasse di sua intelligenza e del suo
cuore, dovea largirgli l' una e 1' altro; che sin dal primo
momento dell' esistenza sua egli avea bisogno di educazio
ne, di arte, di coltura. Per tal guisa il carattere intimo
dell' umanità rende testimonio alla verità di questa antica
filosofia della nostra storia * n.
Ma né anco ci è mestieri rifarci alla culla del genere
umano, per conoscere il bisogno di una primitiva rivela
zione. I Teologi e gli Apologisti han dimostrato con argo
menti di molto polso e di facile presa, ohe alla mente urna-

') E/zrsp *>àp xarà rpàviaai b xeir/ios ^i^hr^tctt xou 0«è? ÈtpsoTij-
xe tois 3Xo/s • ìvay/jùov \p tò ^dirupa reo yè-jo-jg rujy àv/r&f-oujrwj
àp^&fisvcx uri riva. iiyo-Avai tppoypài) tvju ari upenrówj, Sire xa-
l* àp%às ixifti^ìaai ytyovkvat ttjs &s/ag tpyo-sws jrpis roòg iv av-
Spónrous • . . . Kcu b &stas xarà MouVea Xoyog ziny^<xyt to'*;
jrpó>rous «xouovTas Sfiorepas tpuMnjg , xa/ wqjiùòv , xa/ bp&vrag
eoS' Erg xat wyyÙM» Seou èittS-yjjas ^s^yvj/uénas rpis iuTaùs • xai
yàp c'xòs ai ap%y io» tavfim ivi itlÀlov (ìitiv/ffiiTa.i -zvp diBpùi-
ziou cpia/y ■ £ujs rpoxerijs yaioyhr^ eig avviatv , x«< ras Xo/ràs
àpzràg, xa/ r>|v eSpeviv twv TE%iiùto, <$uì/)]&<ì>07 xa/ x«t' èavroy; %yp,
arò %py^ovrs? à? 6riTpo7rEuéi»Tu>y, xai onovofioòrtav àuroùs /ìetòc ra-
pado'fjou er/<pave»as Ta>y ureprou^wui» fi>s ro3 &eoy ^mk^aarr, Coni,
Celsum, lib. IV, n. 79, 80.
*) Op. cil. lib. X, c. 6, t. I, p. 279. ■< i '
320 LO SCETTICISMO
na nella presente sua condizione , non è dato conoscere
senza una rivelazione difina, quanto riguarda il vero colto
religioso e tutte le regole de' costumi: ancorché Dio non
avesse destinali gli uomini ad un fine soprannaturale, e pe
rò non altro da loro chiedesse, se non una religione natu
rale; la quale ipotesi, come vedremo avanti, è contraria al
fatto. Ed in effetto, a conoscere il verace culto ed i precetti
della legge morale v'ha mestieri di sottile e pronto ingegno,
di studio assiduo e lungo,e di una maniera di vita tranquil
la e agiata.Or,è chiaro che queste squisite condizioni non si
trovano,se non in pochissimi uomini; ond' essi soli,ancorché
il potessero senza errore, la qual cosa non concediamo, a-
cquisterebbono dopo molti anni le succennate cognizioni.ove
queste son necessarie a tutti gli nomini, e in ogni periodo di
lor vita. E potrebbono poi costoro addottrinare le moltitu
dini nelle verità religiose ? Nè pure ciò.L' istoria ci mostra
i filosofi pagani, ora ignoranti de' più capitali dogmi della
filosofia, ora discordissimi di opinioni tra loro, e i moder
ni nemici della rivelazione traboccati quali neh" idealismo,
quali nel materialismo, e quali in un falso misticismo, sino
a tanto che si è giunto oggigiorno a professare universal
mente, sotto strane e varie fogge, il panteismo; errore di
struttivo non pure della vera religione, ma ancora dell'esi
stenza stessa di Dio. E si conceda pure, che i filosofi ab
biano conosciuto, o possano conoscere i precetti morali, e
un ragionevole colto religioso; con quale autorità avreb-
bon potuto, o potrebbero proporli a' popoli, e fare sì che
questi li accogliessero e praticassero ? Si sa che ì popoli
non hanno avuto alcun riguardo alla sapienza de' filosofici
che i filosofi erano talmente persuasi di ciò, che Vairone,
dottissimo de' Romani, disse, parlando di religione, c es
servi molte cose che non giova al volgo conoscere V Cer
to, fu massima de' più celebri filosofi doversi lasciare ad ogni
popolo la propria religione. La storia suggella quanto ab-
biam detto intorno alla necessità della rivelazione, giacché
ella ci presenta tutte le religioni pagane antiche e moder-

*) Presso uni' Agostino, De Civilate Dei, lib. IV, c. 31.


nb' scoi rapporti CON LA FEDB 221
ne contaminate quali più, quali meno da' più ridicoli errori
e dalle più vergognose cerimonie e pratiche, che la cor
rotta mente umana può mai immaginare.
Del rimanente, comunque vogliano considerarsi le reli
gioni, le quali si sono succedute su la terra, certo è, che
elle non han potuto essere tutte ugualmente sante e vere.
Ed in effetto, se il vero che riguarda la natura e le relazioni
naturali delle cose, è immutabile,siccome innanzi dicemmo,
si comprende di leggieri, che la religione risultando dalle
naturali e necessarie relazioni che stringono l'umanità eoa
Dio, non può non essere immutabile. Oltre a ciò, poiché 1' u-
manità, come tutte le altre nature, non varia secondo la
diversità de' tempi e de' luoghi, ma rimane immobile nel
la varietà de' suoi accidenti, è chiaro altresì , che la re
ligione vera debb' essere necessariamente una nelle sue
parti sostanziali , e non può variare , se non negli acci
denti. Però, Cicerone, come notò il Pallavicino, nel Pro
logo a' suoi libri Sulla natura degt iddìi, dopo accennate
le grandi discordie de' filosofi e del volgo intorno alla re
ligione, pigliò per massima indubitabile, che « potea ben
venire a quistione, se tutte le religioni fossero false, affer
mandolo i negatori o della Divinità, o almeno della Prov
videnza di Dio, come Democrito ed Epicuro; ma non po
tea già venire a quistione , se fosse verità in più d' una,
da che ciascuna è contraria alle altre, e condanna per fal
si Numi que' che le altre adorano per veri, e rifiuta per em
pii o vani riti, que' che le altre osservano per santi '•. In
somma, non potendo essere più di una la verità in ordine
ad ogni specie di cose, perchè una e inalterabile è 1' ade-
quatezza del misurabile con la misura , la vera religione
che dee adequatamente esprimere le relazioni dell' uomo
con Dio, non può essere più di una,e perciò sempre la stessa
*) Arie della perfezione cristiana, lib. I, c. 17, p. 91, 92, Ro
ma 1605. Ecco le parole con cui Cicerone conchiude: c Rea e-
nìm nulla est de qua tanto opere non soluto iadooti, sed edam
docti dissennane quorum opinioaes cura tata varine tìat, (.ini
que intcr se dissidentes; alteruin perfecio fieri poicsi, ut carimi
nulla, alternai certe non potest, ut plus una vera sii i.
223 LO SCETTICI*MO
e immutabile. Là dove il misurabile, potendo scostarsi per
infiniti gradi dalla sua misura, 1' errore può essere vario e
molteplice, e quindi le false religioni le quali si oppongo
no alla vera, possono esser molte e cangiare del continuo
natura ed aspetto. Per questi irrepugnabili princìpi sant'A
gatone scriveva al sesto Concilio Ecumenico, cioè al terzo
Costantinopolitano: a La verace professione di religione ab-
borre dal variare, secondo che variano i tempi ; siccome
non può essere varietà in Colui al quale essa si riferisce:
Io sono e non mi muto 1 j .
Questa dottrina di cui abbiamo innanzi dato le ripruo-
ve metafisiche, rende aperto essere al tutto impossibile, che
le varie religioni apparse su la terra sieno tutte egualmen
te vere, perchè tutte conformi al diverso sviluppo dell'u
manità nelle diverse epoche in cui sono apparse. Concios-
siachè, per far buon viso a questa teorica, bisognerebbe
credere che 1' umanità nelle varie epoche muti la natura
sua, e quindi le sue relazioni con Dio.Ma. se gli stessi Pro
gressisti non disconsentono che la natura umana, al paro di
tutte le altre cose, rimane immobile e identica nel corso
de'secoli, debbono pur confessare,che le diverse religioni le
quali han signoreggiato sulla terra, essendo diversissime tra
loro non solo ne' riti esteriori, ma ne' dogmi cardinali,[non
possono esser tutte vere,nè han potuto l' una dall' altra ori-
ginare,richiedendosi all'originazione naturale la simiglianza
di natura. Ed in effetto, per recarne alcun esempio, quale
accordo od attenenza può stabilirsi tra il feticismo che è l'a
dorazione della materia grezza, cioè senza forma determi
nata e presa senza studio, ed a caso, ed il politeismo che
riconosce per iddii esseri forniti di forza e d' intelligenza, e
questi se non per natura, certo per piò risguardi, superiori
agli uomini? Quale convenienza tra il politeismo ed il mono-

*) 'Axorpaiirau ^.òp ffpòs ròg J/a<popàs rwv xoup&v vj àfoflfy; £•


/loXtyyict TÌjs ewnPiiaq itonùXkztàai, xarù>s oxtSk aùrós rvp xoiìu'Kiau

cifu., xai oùx ìiKkolto/itu ; Labbè , Coiteci. Condì, ed. Uansi, an.
680, voi. XI, p. 238.
Ut' SCOI RAPPORTI CON LA FEDE Ìl3
teismo, se quello ammette più Dei di natura sebbene più no-
bile, pure della stessa specie dell'umana, dipendenti dalla
materia, originati gli uni dagli altri, e questo, un solo Dio
immateriale, infinito, eterno, onnipotente, in una parola,
perfettissimo V Anzi, quale accordo tra le moltissime guise
di politeismo le quali o sono state contemporanee,o sono*
si avvicendate tra loro ? Chi ignora il lamento di Giove*
naie, che non 6olo tra popoli e popoli, ma tra borghi con
finanti eravi spesso antica inimicizia e odio immortale in
fatto di religione ? ' Il quale odio tra' seguaci delle religio
ni politeiste non sarebbesi acceso, se non fussevi stato un
notabile divario tra esse.
Poi, è possibile egli, che le diverse fogge di religione si
sieno succedute secondo queir ordine che generalmente si
descrive da' Progressisti ? No, senza dubbio. Egli non era
possibile, che il genere umano dal feticismo trapassasse al
politeismo,e dopo corso le varie forme di questo giungesse
al monoteismo. Perocché il feticismo non può allignare, se
non presso un popolo al tutto selvaggio e stupido, o sia
presso un popolo fanciullo. Or,siccome il fanciullo non può
senza educazione svolgere le sue facoltà intellettuali, e giun
gere alla condizione perfetta di uomo: così un popolo bar
baro e selvaggio, se non viene educato da un popolo cul
to , in cambio di uscir fuori dello stato di selvatichezza,
maggiormente vi si profonda. Beniamino Constant,sebbene
avversario manifesto della rivelazione positiva, adotta la
nostra asserzione, e la conferma con pruove di fatto, tolte
dalla storia de' viaggi, c Se questo fosse lo stato naturale
dell' uomo (selvaggio), e' dice, per quali mezzi l'uomo se ne
sarebbe cavato ? I ragionamenti che vuoisi da lui fatti per
adottare lo stato Mciale,non involgono una manifesta peti-

*) Inter finitimos velus atque antiqua simultas


Immortale odium, et nunquam sanabile vulnus
Ardet adhuc, Ombos et Tentyra. Summus utrioque
Inde furor vulgo, quo Numina vicinorum
Odi! uterque locus; cum solos credai habendos
Esse deos quos ipse colii.
Sai. XV, v. 34-39.
92 4 LO SCETTICISMO
«ione di principio,e non si aggirano in un circolo vizioso? Ed
in vero,essi presuppongono che l'uomo fosse già in una con
dizione sociale, non essendo possibile riconoscere i bene
fizi della società innanzi di averli assaporati. Per il che,
secondo colai sistemala società trarrebbe origine dallo svi
luppo dell' intelligenza; là dove lo sviluppo dell' intelligenza
è alla sua volta efletto della società.Chi crede potersi ciò at
tribuire al caso, piglia per cagione una parola vuota di sen.*
so. 11 caso non trionfa giammai della natura: in fatti, esso
non ha ridotto a civiltà alcuna specie di esseri inferiore
all' umana.rsè manco può credersi, che V incivilimento sia
stato prodotto dagli stranieri. Avvegnaché, se vi ha mae
stri i quali istruiscono i discepoli, bisogna ricercar coloro,
da cui i maestri sono stati istruiti; d' altro modo si ha u»
sa catena sospesa io aria. Oltreché i selvaggi si mostra'
no abborrenti della civiltà, se altri loro la porge. Quan
to l'uomo più partecipa dello stato selvaggio, tanto è più
stazionario. Le orde vagabonde da noi scoverte sparse qua
e là nelle parti ultime del mondo , non sono andate un
passo innanzi neh" incivilimento. Gli abitanti delle coste,
visitate un tempo da Nearco, versano oggigiorno nella mede
sima condizione in cui erano son già due mila anni. I viag
giatori moderni gli hanno ritrovati quali li osservava sin da
venti secoli scorsi l'ammiraglio di Alessandro... Il medesimo
va delio de' selvaggi descritti nell'antichità da Agatarchide*
ed a' nostri tempi dal cav. Bruce. . . I secoli sono corsi sul
loro dorso, senza che essi immegliassero punto, o avvan-
zassero di un passo1 >. Notabilissime son poi su tal pun
to le parole dello storico Niebuhr. t Un' osservazione, e-
gli dice, non fatta da questi filosofi, è che non vi ha e-
sempio di un solo popolo veramente selvaggio il quale sia
passato spontaneamente alio stato di civiltà, e che dovun
que questa si è voluta imporre da una potenza straniera,
n' è nata la morte e la distruzione fisica del ramo selvag
gio il quale 1' ha ricevuta.Noi citeremo a tal proposito quel

*) De la Religion considerée dans sa source, ses formes et


sei décoleppements, lib, I, c. 8, 1. 1, p. Iti, 157, Parigi 1824.
Ne' SUOI BAPPORTI CON LA FEDB 225
che avvenne Degli Stati-Uniti di Americane' Nattis,ne' Gue-
rinis, nelle missioni della Nuova California ed in quella
del Capo* ».
Ma consultiamo la storia antica. E da prima bisogna u-
dire Mose la cui storia, se si ragguaglia con gli antichi
documenti, anche considerata umanamente, ci si palesa,
come la sola la quale può istruirci intorno alle prime ori
gini del genere umano, ce Quale pruova di sua verità, di*
ce Mons. Bossuet, non è il vedere che ne' tempi in cui le
storie profane non ci raccontano- altro da favole, o vera-
mente,ch' è più, fatti confusi e quasi dimenticati,la Scrittura,
cioè il libro senza veruu dubbio il più antico che siavi al
mondo, ci riconduce, per la mercè di tanti avvenimenti e
della seguenza stessa delle cose, al loro verace principio,
voglio dire a Dio, il quale ha fatto tutto, e c'indica con tanta
precisione la creazione del mondo, e segnatamente dell'uo
mo, la felicità del suo stato primitivo, le cagioni delle mi
serie e debolezze sue, la corruzione del mondo e il dilu
vio, 1' origine delle arti e delle nazioni , la distribuzione
delle terre, ed in ultimo la propagazione del genere uma
no ed altri fatti di ugual peso, di cui le storie umane ci
parlano confusamente, e ci obbligano a ricercarli in altre
sorgenti sicure V "« Lo stesso Herder la cui autorità spes
so invochiamo, perchè se ne fa gran conto da' Razionalisti
in cosiffatte controversie, discorrendo del valore degli an
tichi documenti storici, conchiude: « Però, non ci resta
no altri monumenti storici, se non quelle tradizioni scrit
te le quali diconsi tradizioni mosaiche. Messo dall' un de'
canti ogni preoccupazione, ed anche senza disputare la lo
ro origine, sappiamo che trasalgono V età di tre mila an
ni, e comprendonsi nell' antichissimo de' libri a noi tra
mandati * ». Or , la storia biblica ci testimonia che il
monoteismo non solo fu la prima religione dell' uomo,ma
che questo solo regnò tra gli uomini sino a' tempi poste-

*) Op. ali. IH». X, c. 4, t. II, p. 253. .


m) Discours sur f hisloire universelle, pari. II, n. 1. Vedi la
bella stampa fattane a Parigi nel 1681.
')Bist. i?<wi.,trad.per Golbery,Inirod. I.I, p.77, Bruxelles 1S30.
Sasseveriko,Sist.Fjlos.,I. 19
LO SCETTICISMO
riori al Diluvio, cioè, quando, dopo il fatto della confusione,
delle lingue, stirscro colla separazione de' figliuoli di Noè
diverse nazioni,e la rivelazione divina venne a poco a po
co corrompendosi e degenerando nell'idolatria e nel poli
teismo. Intanto dalla medesima storia si rileva, che il mo
noteismo non cessò mai di essere la religione di alcune
famiglie care a Dio, sino a che non formò il fondamento
del reggimento politico e civile di un numerosissimo po
polo, cioè dell' ebreo, e durante i molti secoli che ebbe
vigore in esso, non mancò di altri seguaci tra le nazioni
pagane *. Nessuno poi nega che il monoteismo dagli ebrei

■) Sani' Agostino sapientemente divisò aversi a tenere per certo


che altri credenti fossero stati presso i popoli pagani oltre a' ri
cordati nella Scrittura : c Et tamen ab initio generis fiumani ,
alias occullius, alias evidentius, sicut congruere temporibus vi-
sum est, nec prophetari destiti! , nec qui in eura ere Jerent ,
defueruot, ab Adam usque ad Moysèn, et io ipso populo Israel,
qui speciali quodara modo gens prophetica fuii , et in aliis
geniibus,antequam venissel in carne. Cura enim nonnulli coni-
memorantur in sanctis hebraìcis libris iam ex tempore Abra-
bae, nec de stirpe carnis eius, nec ex populo Israel , nec ex
ad vernicia societate in populo Israel , qui tamen buius sacra
menti participes fuerint: cur non credamus etiam in celeri? bae
atque illac gentibus, alias alios fuisse, quamvis eos commemo
ra tos in eisdem aucioriiatibus non legamus ? Ila salus religionis
buius, per quam solam veram salus vera veracilerque promiui-
tur, nulli unquam defuit, qui dignus fuit, et cui defuit, dignus
nonfuiti;£pM/.CII,q.II,o.l5; cf.DeCiv.Dei, I.XVHI,c.47.Riccardo
da s. Vittore argomentò da alcuni luoghi della Scritturarne il nu
mero di costoro dovette esser considerabile. Ricordando il luo
go di Isaia ad me clamai ex Seir, dice: t Non autem solummo-
do multi ex bis qui Seir erant, huiusmodi Dominura clamoribus
ìntcrpellabant, sed etiam ex aliis nationibns innumeri in Christì
adventum suspirabanl, Christì adveotum desiderabant et cnm o-
mni desiderio expectabant. Hioc est iliud Iacobi Patriarci) ae de
Christo vaticinium:' Et ipse, ioquit, trai expectalio Geruium
(Gen. 49); De Incarti. Verbi e. 2, Opp. ed. Canon. Regul. s.Vi-
ctoris, p. 272, 273, Rothomagi 1650. E nel capo ottavo dove si
fa spiegare con quali passi i Gentili avvaozarono nella conoscen
za dell' Incarnazione, dice: i Multi non soluta ex Iudaeis, sed et
Ne' SCOI RAPPORTI CON LA FEDB
trapassò nella Chiesa cristiana,e sin da quel tempo è stato
mai sempre la religione di tutti i popoli civili.
Le poche notizie che gli antichi scrittori pagani ci tra
mandarono intorno alle origini delle cose, confermano, co-
mechè in modo oscuro e confuso, H racconto de' Libri san
ti. Se n1 eccettui i settatori di Epicuro , i quali ritrasse
ro i primi abitatori della terra quale sozzo e muto greg
ge, gli scrittori antichi sì poeti si storici hanno ricordata
un'antichissima età nella quale gli uomini viveario sotta
1* immediato reggimento degl' iddìi , e da questi venivano
ammaestrati non solamente nella religione, ma in tutti i
bisogni della vita. In fatti , ne' monumenti più antichi
delle] nazioni si scorgono alcuni vestigi dell' Unità e del
la Trinità di Dio, e solo nelle età posteriori apparisce più
spiccato e netto il politeismo. Che altro in effetto sono pec
riguardo all' unità di Dio il Brahm ne' Vedami dell' India;
il Taiki ne' Ringh de' Cinesi; il Principio supremo de' li
bri zendici della Persia; il Tina degli Etruschi; V Alfader
de' popoli della Scandinavia; il Tetti, o Tuiston delle orde
della Germania ? Il dogma della Trinità si trova adombra
to nella Trimourli indiana ; in quella famosa formola di
Lao-Tseu cinese: « Il Tao ha prodotto Uno, Uno ha pro
dotto Due, Due han prodotto Tre, Tre han prodotto tutte
le cose » ; nelle tre parole con che dagli Egizi significavasi
la mente divina Anton, Phta,Osirin; nelle tre manifestazio
ni del Dio persiano in Ormuzd, Ahriman e Mithra; nel-
1' Alfader, Thor e Balder presso gli Scandinavi ; ne' tre
Anaki, o Tritopatori della Trinità cabirica *.

lam ex gentilibus Christi advenlum praenoverani, et cura magno


desiderio expeotabant secundum illudi: Ecce, veniel desideratiti
cunclis gentibus.Noa dicit desiderando, sed desiderali^, ut in-
telligas in oinni genie aliquos aliquando in eius desiderio ila-
grasse. Erat igitur eius adventus a mukis genlilium praecogui-
tus et ardenier desideratus ì,lbid. p. 275. Cf. s. Tommaso, 2a
2*>, q. If, a. 7.
*) Veggansi per l' India Creutzer, Religioni de V antiquitè,
irad. del Guigoiaut, 1. 1, c. 2, § 2, Parigi 1825, e l' opera di
Paolino da s. Bartolommeo , Systerna Brahmanicum t Romae
2!l8 tO SCETTICISMO -
Oltre a questo,la credenza di uno stato felice primitivo
del genere umano, la sua dechinazione al peggio, e 1' a-
spettazione di un futuro Liberatore sono accennate con più
o meno di chiarezza ne' libri sagri delle antidette nazioni,
e formano il fondamento di tutte le loro tradizioni religiose
e civili '. Ci teniamo dal recare i documenti storici di
queste credenze, essendo questo un fatto oggigiorno con
sentito da' medesimi Razionalisti. Tra i quali nomineremo
il Cousin e il prof. Laurent: t Tutte le antiche tradizio
ni, dice il primo, fanno capo ad un' età nella quale 1' uo
mo, nel momento che esce dalle mani di Dio , riceve da
Lui immediatamente tutti i lumi e tutti i veri, tantosto in
tenebrati e magagnati dal tempo e dalla scienza incom
piuta degli uomini. È dessa 1' età dell' oro, cioè 1' Eden che
la poesia e la religione collocano a capo della storia 8 n.
E 1' altro: « Tutte le tradizioni dell' antichità cominciano
con un- quadro ideale delle prime società umane; peroc
ché gli uomini scambiando le loro speranze con le ricor
danze, riferivano alla culla del mondo la felicità di cui sen
tivano in se un doloroso bisogno 9 ».
Poggiati a queste tradizioni gli antichi poeti e storici

1791, p. 64 segg.; per la Cioa le Mémoires concernami les Cài-


no», t. V, p. 51-53, collezione in 16 volumi, Parigi 1775-1791, e
la Memoria di de Guignes, nel t. LXXI delle Mèm. de C Aca-
demie des Inscriptions; per gli Egizi, Eusebio, Praep. evang.
lib. Ili, c.3,9,e Giamblico, De Mysier. sect. Vili, c. SI, cf. Creut-
zer, Op. cit. voi. I, lib. Ili, c. 2, p. 407 segg.; quanto a' Per
siani, il Zendavesta attribuito a Zoroastro e trad.dal Duperroo,
Parigi 1771; per la Scandinavia, V Edda rhytmica, seti anliquior.
fab. V, XI, XII, Copenbagae 1787; sugli Etruschi, Seneca, Quaesti
nat. lib. 11, 48; per la Germania, Tacito, De mor. Germanorwn;
in fine intorno alla Trinità Cabirica, il Bar. di St-Croix, Recher-
càes àist. et crii, sur les mystères dtt paganisme, ed. rived. ed
accresciuta dal Bar. de Sacy, t. I, sez. 2, art. 1, Paris 1817, e
Creutzer, Op. cit. lib. V, c. 2, voi. II, p. 293, ed. cit.
') Veggansi le opere citate nella precedente nota.
2) Introd. à F hist. de la p/Ulos. lez.VII, OeuvrM. cit.sor. 2,
t. I, Parigi 1847.
') Eistoire du droit des gens, t. I, p. I,
ne' scoi rapporti con li fede 229
nominavano dall' oro la prima età del genere umano, e ne
porteudevano vicino il ritorno Se non che,alcuni filosofi
dalla miserevole attuale condizione dell' umanità trassero
coDghiettura di qualche colpa de' primi uomini, per la qua
le tutto' il genere umano fosse da Dio punito. Notevolis
simo è su tal punto un frammento dell' Ortensio di Cice
rone , che sant' Agostino ci ha conservato nel quarto
de' suoi libri contro Giuliano per mostrare a' Pelagiani,
come anche i filosofi pagani aveano scorto in qualche mo
do che senza una colpa primitiva nod si potea render ra
gione dell' attuale condizione dell' uomo. Ecco le pa
role di Tullio: e Per i quali errori e sventure è addivenuto,
che talvolta que' prisci profeti, o vero interpelli della men
te divina in ordine a' sacrifizi e alle iniziazioni i quali
dissero noi esser nati per pagare il fio di peccati com
messi nella precedente vita, pare abbiano pronosticata qual
che cosa, e però sia vero quel detto di Aristotele, che noi
siamo puniti del supplizio di que' che una volta caddero
nelle mani di ladroni toscani. Perchè siccome quelli veni-
van fatti morire con isquisita crudeltà,congiungendosi stret
tissimamente 1' uno a fronte dell' altro i corpi vivi co' mor
ti ; cosi gli animi nostri sono congiunti co' corpi, come i
vivi co' morti * j.
') Meritevoli di attenzione sono i luoghi di Virgilio, Eclog. IV;
Georg, lib. I; Aen. VI.
') Fragm., Opp. t. XV, p. 578, 579, Taurin. 1835. È buono
leggere il testo con le chiose del saulo Dottore: 1 Videntur au>
lem non frustra Christianae fidei propinquasse, qui vitam islam
fallaciaé miseriaeque pleaissimam non opinati sunt nisi divino
iudicio contigisse, tribueutes inique iu'stitiam conditori, a quo
factus est et administratur hic mnndus. Quantum ergo te melius,
veritatique vicinius de hominum generatione censuerunt,quos Ci
cero in extremis partibus Bortensii dialogi velut ipsa rerum e-
videutia ductus compulsusque commemorai ? Nam cura multa
quae videmus et gemimus, de hominum vanitate atque infelici-
tale dixisset: «ex quibus humanae, inquit, vitae erroribus et ae-
rumnis fit, ul interdum veteres illi, sive vates, sive in sacris ini-
liisque tradendis divinae mentis interpetres, qui nos ob aliqua
sederà suscepta in vita superiore, poenarum luendarum causa
23o " tO SCETTICISMO
Per tulle le cose Onora discorse si comprende , perchè
i fondatori delle nazioni antiche' si credettero addottrinali
e quasi manodotti dagli Dei, allorché tolsero a stringere
le famiglie o le borgate selvagge in ordinata e civile socie
tà. Certamente, questa condotta mostra radicata non solo
presso i savi, ma anche presso i popoli più rozzi la per
suasione che la religione non può venire, se non da Dio,e
che Dio ha ispirato sempre agli uomini il modo e le nor
me del culto religioso con cui ha voluto essere da loro
onorato. E si comprende altresì, perchè tutti i Sapienti del
paganesimo si chiarissero ossequenti all' antichità, e spesso
invocassero il loro testimonio in compruova delle loro dot
trine filosofiche e religiose
Restringiamo in breve discorso le tre pruove antidette
colle parole dell' ab. Bergier: « Questa rivelazione (primiti
va) viene comprovata dall' andamento delle umane cono
scenze; attesoché queste son venute crescendo e immegliando
col processo del tempo, ovechè la religione presso la mag
gior parte de' popoli ci si porge più pura nella loro ori
gine, che ne' loro progressi. E testimoniata altresì da' più
antichi documenti; che questi ci menano o a rivelazioni im
mediate, o a una tradizione la quale va a parare nell' oscu
rità de' tempi primitivi. Tutti i popoli in vero sono stati per
suasi, che i primi uomini furono istruiti da Dio. . . E con-

naios esse dixerunt, aliquìd vidisse videanlur: verumque sit it


iliil quod est apud Aristotelem, simili nos affectos esse supplicio,
alque eos qui quondam, cum io praedonuin Elruscorum raanus
iucidissent, crudelitate excogitata necabantur, quorum corpora
viva cum mortuis, adversa adversis accommodata, quacn aprissi
mo colligabautur, sic nostros animos cum corporibus copulatos,
ut vivos cum mortuis esse coniunctos 1. Nonne qui ista seoseruot,
multo quam tu melius grave iugum super fllios Adam et Dei
potentiam iustitiamque videruut, etiam si gratiam, quae per me-
diaiorem liberandis hoininibus concessa est, non videruut); Contr.
Julianum Ptlag. lib. IV, c. 25.
«) Piai., De legibus lib. IV; Cic, Qq, Tuscul. lib. I, c. 12, e
De nat. Deorum lib. I, c. 42; Arist. De mundo c. 6 ecc. Cf.
l'ab. Lefbvre, Essai sur C origine, la nature,ci la c/tute de Pi-
dolairie,ue\\c Hlérn. della Società letteraria dell' Università cat
tolica di Lovauio, t. IV, p. 229.
NE* SCOI RAPPORTI CON LA FEDE 23 1
fortala in fine dal giudizio de' sapienti, de' legislatori, de'fi-
losofi. De'quali alcuni si son creduti ispirati, accorgendosi
del bisogno di cosiffatto aiuto per dare agli uomini una so»
lida istruzione; altri, confessando la loro incertezza e i li*
miti de' loro lumi circa alle cose che meglio rileva cono
scere, hanno invocato le antiche tradizioni sul Dio unico e
creatore del mondo, sull' immortalità dell' anima e sulla
vita avvenire ' ».
Alle quali pruove bisogna aggiungere tre considerazio
ni di non lieve polso. La V è che la religione è venu
ta sempre decadendo nel tempo stesso che le scienze e
le arti progredivano, c Gli Apologisti, dice 1' ab. Lafo-
ret, han dimostrato collo svolgere attentamente gli an
nali religiosi de' popoli antichi, che la religione lungi dal
progredire appo loro, si era andata corrompendo, secondo-
che i secoli si accavallavano a' secoli. Han fatto chiaro
che la storia non ci mostra presso veruna nazione le co
noscenze religiose quale portato spontaneo della ragione
umana, e che a chiunque si fa a meditare la religione de'
popoli pagani, vi scorge un carattere affatto contrario a
quello che contraddistingue lo sviluppo delle scienze e del
le arti; perocché ogni cosa s' avanza, progredisce, si per
fezionala dove le idee religiose si corrompono,si svisano,si
scompongono, e vanno a riuscire in fine in un ammasso di
strani errori. Se la religione fosse nata dalle investigazio
ni dello spirito, non sarebb'ella andata di conserva con le
altre conoscenze ? Quale cagione potrebbe rendersi di cosif
fatta diversità e contrasto? Se la ragione umana svolta e
perfezionata è andata addietro in fatto di conoscenze reli
giose, con qual diritto la si loda per la scoverta di alcu
ni veri che splendono di tratto in tratto in mezzo alle te
nebre del paganesimo ? 2 b
La 2a riflessione è che il culto de' fetisci che i Pro-

*) Traitè hist. et dogm. de la vraie rcligion, part. I, C. 12,


BecapUulalion, § 4, t. IV, p. 445, 446, Paris 1780.
") De f éiat primitif de ffiomme, art. 3,nella Revue cathoh di
Lovaoio, se». 1854.
l7>1 LO SCETTICISMO
gressisli vogliono essere slata la religione de' primi uomini,
non è stato altrove che presso alcune popolazioni dechinate ad
una vita veramente vagabonda e silvestre, quali si scontrano
oggigiorno in alcuni luoghi del Continente Australe, della
Tasmania, della Polinesia, dell' Àfrica centrale, dell' Asia
e dell' America Lo stesso Beniamino Constant non potè
contraddire a questo fatto, avendo scritto senza veruna esitan
za: <r Noi punto non asseveriamo, che questo rozzo stato sia
stato il primo ,nè contrastiamo che si consideri come un peg
gioramento, un decadimento, una caduta, e il termine piò
lontano dalla perfezione"».Ma giova udire su tal punto Her
der il quale raccolse dalla natura stessa del feticismo, che
questa rozzissima guisa di religione non può convenire se
non ad orde vagabonde e non aventi forma di società, e. L'i
solamento, e' dice, in cui i fetisci viveano, non può mede
simamente convenire agl'iddii delle popolazioni strette in
società; chè gli Uomini i quali formano un corpo, debbo
no aver comuni i loro sentimenti, e di questa comunanza
di sentimenti si godono. Quindi essi mettono in comune i
loro dei ; in fatti, subito che gli uomini stringonsi in so
cietà tra loro, si rende necessaria altresì 1' unione degli
dei. ... Il fetisce, essendo il dio dell' uomo isolato, dovea
soddisfare a tutti i bisogni dell'adoratore suo; per il che
tutti i fetisci aveano le stesse funzioni, ovechè gì' iddii han
no uffizi distinti. . . Siccome nello stato selvaggio ciascu
no provvede a tutti i bisogni suoi, e nella società civile
ciascuno restringendosi- ad un certo carico, provvede con
ciò non solo a' suoi, ma . eziandio a' bisogni altrui; così nel
feticismo il fetisce ha cura esclusiva di un solo; là dove,
quando il politeismo comincia a succedere al feticismo ,
ciascun dio bene adempie a un solo carico, ma in prò di
tutti • j>.
La 3a considerazione Analmente è, che le varie forme di
superstizione, noverate da' Progressisti ci si presentano nella

*) Adriano Balbi, Compendio di Geografia, t. I, p. 88, Tori


no 1840.
*) Op. cit. p. 157.—') Op. cit. lib. HI, c. 2, t. D, p. 63 7.
HI SUOI RAPPORTI CON LA FEDB 233
storia dell' umanità contemporanee,non successive.Imperoc-
chè, ia quella che il monoteismo si manteneva uno e stabile
ne' discesi da Adamo e nel popolo d' Israele, o in altri uomU
ni uniti con loro nella medesima credenza, l' idolatria signo
reggiava nel tempo stesso sotto molte e dissimiglianti fog
ge in amendue gli emisferi. E questa discrepanza nelle for
me dell' idolatria, siccome dicemmo, era notabile e palese
nelle borgate contermini del medesimo popolo.Ed anche og-
gigiorno,se la vera religione cristiana è disseminata in tutte
le parti del mondo,ed è veramente quale Gesù Cristo la vol
le, cattolica, chi non sa che il bramanismo novera sessanta
milioni di settatorijil buddismo in tutte le sue svariate sette
centosettanta milioni; le religioni di Confucio, di Zoroastro
ed altrettali quaranta milioni; il sabeismo, il feticismo e le
altre superstizioni che ia esse si comprendono, centosette
milioni ? 1
E ciò basti quanto alle diverse religioni ragguagliate tra
loro; trapassiamo a vedere, se nelle diverse epoche del
monoteismo innanzi indicate debba riconoscersi un progres
so secondo il modo che vuoisi da' Sansimoniaai e da altri
Progressisti.

') Ved. Adriano balbi, Compendio di Geografia, Princìpi ge


nerali, d. 1, ed. cii.
SanseveiunOjSist.Filos., I. 20
LO SCfcTTICISMO

5 vii.
Confutazione delle teoriche del vero progressivo intorno
alla vera Religione in particolare
I.
Dalle condizioni della filosofia greca all' epoca dell' avvenimento del
Cristianesimo si deduce,clie questo non potette prodursi da quella ; sen
tenza di Tertulliano. Errore del Leroui e di altri.ripetuto dal Laurent,
che il Cristianesimo per la parte speculativa si deriva da Platone,e per la
morale dagli Stoici. Si chiarisce con l'autorità de1 Padri,e soprattutto di
Tertulliano, che i dogmi fondamentali della filosofia platonica sono stali
le fonti di tutte le antiche eresie. S. Agostino poi, se antipose i Platonici
a tutti i filosoli pagani, non gli slimò immuni da gravissimi errori contro
la dottrina della l.hiesa,solenne luogo delle sue Rilrallaziont. Confessio
ne di un Razionalista su tal controversia. Non può credersi che la morale
stoica abbia data origine al Cristianesimo , anche per ciò solo che ella
fondavasi sul panteismo, sul fatalismo e sulla negazione dell'immortalità
dell'anima.Conviene sceverare gli antichi Stoici da Seneca,Epitelio e M.
Antonino, vivuti dopo la promulgazione delCrìstianesimo: la morale de'
primi è contaminata da' più abbominevoli errori, e quanto di nobile e
di sublime é ne' libri de' secondi, fu per loro tolto al Cristianesimo. la
fatti, se Seneca, Epitelio ed Antonino non furono cristiani, conobbero le
dottrine del Cristianesimo. Nondimeno vi ha gran divario tra la morale
di costoro, e la cristiana. Opinioni degli eruditi su tal punto, massima»
mente quanto aSeneca.San Paolo disse la filosofia pagana fonte di eresia,
e tale riuscì fin da'primi tempi della Chiesa,come fu mostrato da' Padri.
Celebre sentenza di Tertulliano approvata da S.Girolamo,e discussa da*
critici moderni.Quale fosse davvero il giudizio de' Padri sul valore della
filosofia pagana,e quale il disegno della Provvidenza in ordine a lei.
Confutate in breve le teoriche del progresso per rispet
to all' origine e allo svolgimento delle religioni in gene
rale, dobbiamo ora ragionare particolarmente di quella
sorta di progresso, che alcuni Progressisti e i più serii tra
i Sansimoniani credono scorgere dal monoteismo ebraico
al cristiano , ponendo Socrate e la filosofia greca come
ponte di passaggio dall' uno all'altro. E primamente, è ne
cessario discutere la pretesa azione della filosofìa greca
sull' origine del Cristianesimo , non quanto l' importanza
di questa controversia richiede , ma quanto lo scopo del
nostro lavoro ci consente. E si rifletta innanzi tutto, che
allorquando il Cristianesimo cominciò a diffondersi e di
ramarsi nelle diverse parti del mondo, la filosofia inizia
ne' suoi rapporti con la FEDE 235
ta da Socrate , erasi dipartita da' vasti e profondi sistemi
di Platone e di Aristotele, ed era degenerata nel semiscet
ticismo degli Accademici, nel panteismo degli Stoici,e nel
sensismo degli Epicurei. Gli Accademici non ammettendo
altro che il probabile, dichiaravano impossibile la scienza;
gli Epicurei separavano al tutto gli uomini da Dio, e predi
cavano la morale del piacere; gli Stoici immedesimando Dio
col mondo, riducevano la teologia alla fisica *. Or, quale
accordo può immaginarsi tra coleste dottrine, e la teodicea
e la morale del Cristianesimo ? Nissuno per certo;anzi corre
tra loro la piò manifesta contraddizione, la quale non si tra
lasciò di opporre dagli antichi Apologisti a' filosofi paga
ni, che voleano concordare quelle filosofie col Vangelo. «Che
v' ha di comune , dicea a costoro col suo severo dettato
Tertulliano, tra Atene e Gerusalemme ? Che tra l' Accade
mia e la Chiesa ? Che tra gli Eretici e i Cristiani ? Il no
stro istituto è sorto dal portico di Salomone, il quale ci
avea insegnato di cercare il Siguore nella semplicità del

*) Gli Stoici tenendo, come vedremo appresso, Dio non essere


altro dal principio attivo di questo mondo, anzi essere lo stesso
mondo, e le diverse specie delle cose, particelle di esso, si ri
dussero a dire , che i molti iddii del gentilesimo non fossero
altro, se non un unico Dio, il quale ebbe diversi nomi secondo
le diversità delle regioni del mondo in cui si ritrova , e la di
versità delle potenze che in ciascuna di esse sviluppa. Perilchà
il medesimo Dio fu detto Zeus ove è sorgente di vita , Here
ne II' aria, Attiene nell' etere, Ephaestos nel fuoco, Poseidon nel
l'acqua, eccetera. ( Laert. lib. VII, segni. 147; cf. Cic. De nau
Deor. lib. II, c. 24, Plut., De placit. phil. iib. I, c. 7.) Ecco la
spiegazione fisica della mitologia pagana sostituita dagli Stoici
alla poetica e civile. Giova leggere circa alla teologia tìsica de
gli Stoici l'opera di Cornuto o Fornuto, De natura Deorum,
pubblicata primamente da Aldo Manuzio (Venezia 1505),indi da
Tommaso Gale negli Opuscul. mytologic. ( p. 132-236, Amstel.
1688), in fine da Red. Osanna sulle scede del Villoison, Lucius
Annaeus Cornutus,De natura Deorum ex schedis I.B.C.d'Aussa
de Villoison recensuit, commentariisque inslruxit Frid. Osanna,
Gott. 1844; cf. De Martini, Disp. de t. Amato Cornuto,Lugdn
Batav. 1825,
a 36 hO SCETTICISMO
cuore (Sap.c.l).Vi pongano mente que' che han recato in
mezzo un cristianesimo stoico, e platonico, e dialettico1 ».
Noi ci sappiamo, che parecchi Progressisti voglion rife
rire 1' origine del Cristianesimo veramente e propriamen
te alla teodicea di Platone e alla morale degli Stoici, le
quali, a loro giudizio , pochissimo , o punto sconsentono
dalle dottrine cristiane. « Il Cristianesimo, dice Pietro Le-
roux , trasse origine dalla mescolanza del platonismo e
dello stoicismo, avendo seguito la metafisica di Platone e
1' etica di Zenone. Non è questo il luogo di spiegare, co
me si com penetrassero tra loro, e come si stringessero in,
questa alleanza necessaria, utile, voluta dalla Provvidenza;
ci basta di presente, che il fatto sia indubitabile. I Cri
stiani, al paro degli Stoici,rifiutarono la natura e la vita,
e come loro,si persuasero esser venuti al mondo per sqf'
frire e contenersi zd. La medesima sentenza ha in vari luo
ghi ribadita il Laurent, da noi altrove ricordato. Il quale
non contento al bestemmiare più volte in generale , che
« il Cristianesimo non ha fatto più che compendiare in
un' unità superiore i dogmi già formati dall' antichità *»,
col lungo e lento corso de' secoli preceduti *, e che la fi
losofia pagana « si assise alla culla del Cristianesimo, e
governò il suo svolgersi5», ha divisato in modo particolare,
che, quanto al dogma, Pitagora e Platone meritano di
èssere noverati tra' Padri della Chiesa % e quanto alla mo
rale, i Cinici e gli Stoici sono stati i precursori del Cristo ' .
Ma costoro s' ingannano a partito. E quanto a Platone,

') i Quid ergo Alhenis et Hierosolymis ? Quid Academiae et


Ecclesiae? Quid Haereticis et Christiaois ? Nostra institulio de
porticu Salomonis est : qui et ipse tradiderat Domiuum in sim-
plicitate cordis (cap. I) esse quaereadum. Videriat qui Stoicum,
et Platonicum, et Dialecticum Christiaoismum protulerunl *; De
Praescript. c. 7.
2) De f humanitè ecc., Iutrod. t. I, p. 63, 64, ed. cit.
") Éiudes ecc. p. 210.
*) Op. cit. p. 18 segg. Cf. Eistoire du droit des gens, t. I,
p. 194, 195, 219, ed. cit.
s) Éiudes ecc. p. 30.— s; Ibìd. p. 371. —') Jbid. p. 47.
Ms'sroi rapporti con LA FEDE 9.^7
noi dovremo in altro luogo trattare questa controversia
tante Date disputata sin da' primi tempi della Riforma,e rin
novata con molto studio oggigiorno da'Guntheriani'.Ci basti
per al presente avvertire dapprima,che i Padri lodando Pla
tone pe' molti veri che sparse ne' suoi libri, lo vituperano
per non pochi errori,i quali sono la parte sostanziale e pro
pria della sua filosofìa, come, ad esempio, la preesistenza
delle anime, la metempsicosi, l'eternità e la natura della
materia, la teorica delle idee, comunque si voglia questa
intendere, ed altrettali. Secondamente,che per cosiffatti errori
fu stimato da loro, che la filosofìa platonica avesse dato
origine, o almanco occasione alla maggior parte delle e-
resie onde la Chiesa cattolica ne' primi secoli fu con tan
ta furia sbattuta e travagliata. Senza rammemorare sant'I
reneo, san Gregorio Nazianzeno, san Girolamo ed altri %
chi non sa, che Tertulliano chiamò Platone il vivandiere
di tutti gli eretici ' ? Or, se un sistema si dee giudicare
pe' pronunziati che sono propri di lui, e non per que' che
gli sono comuni con le altre scuole , è forza dire che ì
ss. Padri non pure non hanno approvato il platonismo ,
ina lo han dannato come fonte di eresie.
Per riguardo a sant' Agostino, il quale più che gli altri
Padri, è comunemente stimato come lodatore e seguace del
la filosofia platonica, è da sapere che il santo Dottore di
chiarò di stimare i platonici superiori a tutt' i filosofi pa
gani, non perchè avessero raggiunto il vero , essendone
assai lontani,ma perchè vi si erano più che tutti gli altri
avvicinati 4. E non contento dell' aver menomate le sue

*) Ved. quel che ne accennammo nel voi. XXIX della cit./tac-


colta La Scienza e la Fede,p. 401.
') Sani' Ireneo, Adv. 'Haeres. lib. Il, c. 14; san Greg. Nazian-
zo, Orai. XXIV; san Girolamo, Epist. XXXVI ad Pammachium.
') « Doleo Platonem omnium haereticorum condimentarium
factum »; De Anima, c. 23.
*) c Isti philosophi caeteros nobilitate atque auctoritate vice-
rum, non ob aliud, nisi quia longo quidem intervallo, verum-
lamen reliquis propinquiores crani veri tati j; De Civit.Dei, lib.
XI, c. 5. t Et in quo illi crani meliores, quamvis in utuliis a
a38 LO SCETTICISMO
lodi a' Platonici, mostrandoli ancora molto lontani dal vero,'
nel Libro delle Ritrattazioni si lascia veder dolente di quel
la stessa lode che loro avea data, essendoché riscontratisi
ne' loro libri errori gravi contro la dottrina della Chiesa.
Ecco le solenni parole del santo Dottore, le quali sole bastano
a scagionarlo di platonismo, o come altri vuole, di neopla
tonismo, e convincono di pervicacia tutti coloro,i quali fanno
una simile accusa a' ss. Padri: « E' mi rincrebbe,non senza
ragione, della stessa lode con la quale tanto ho levato a
cielo Platone e i Platonici, o sieno i Filosofi dell'Accade
mia,quanto non si conveniva adoperare inverso uomini em
pi; massimamente perchè dee difendersi l'insegnamento cri
stiano contro i loro enormi errori* ».
Tacendo infinite altre cose che potrebbero dirsi su tal
punto, ci piace conchiudere con le parole di un razionali
sta francese, a Se il Cristianesimo, scrivea testé il Rému-
sat, ha una parte affatto spirituale la quale ha potuto es
sere prodotta da Platone, i dogmi speciali hanno una signifi
cazione positiva e letterale che nessuna filosofia può con le
sue forze asseguire. Né la trinità di Platone, né quella de
gli Alessandrini rassomigliano propriamente alla Trinità cri
stiana^ questa Trinità sostanziale la quale é obbietto della
fede i. E' dice ancora: i Bisogna guardarsi dal fare i fi
losofi più cristiani di quel che sono stati davvero, essendovi
rischio di ridurre i dogmi a simboli d' idee filosofiche; ed in
fatti il platonismo non è meglio il vangelo, che la filosofia
alessandrina é il platonismo. Lo stesso sant'Agostino levos-
si un bel giorno contro all' adorazione della sapienza ama-
na,confessando di averla soverchiamente piaggiata*». Chiaro

ventale deviantes, tamen io quo erant istis superiores, ventati


fuerunt propioquantes »; Serm. CCXL de tempore.
*) f Laus quoque ipsa qua Plaionem, vel Platonicos sen Aca-
demicos philosophos tantum extuli, quantum impios homioes noo
oporluit, non immerito roihi displicuit, praeserlim quorum con-
ira errores magnos defendenda est Christiana doctriua j; lib. I,
c. 1, d. 4.
') Ilevue dei deux J/on<fe«,ser.2*,t.VH,p.295, 15 luglio 1854.
Nk' SUOI RAPPORTI CON l-A FEDE <:^3g
è dunque , che la dottrina cristiana non nacque dal pla
tonismo, o neoplatonismo delle scuole filosofiche
Non meno rilevante è la controversia intorno allo stoi
cismo. Sulla quale, senza metter tempo in mezzo, notia
mo in primo luogo che radicandosi la morale nel dogma,
debbe aversi per certo, innanzi ad ogni esame, correre un
gran divario tra la morale stoica e quella del Cristianesimo;
essendoché le dottrine speculative degli Stoici si discosta
no assai dalla dogmatica cristiana. Ed in vero, gli Stoici
insegnavano Dio non essere altro dal principio attivo , o
dalla natura o dal mondo, o sia dalla ragione seminale uni
versale di tutte le cose,e tutte quante le cose non essere
più che particelle di cui essa natura risulta. Tertulliano
che pur taluni han detto stoico in morale,scrisse che « ad
opinione degli Stoici, Dio si trova disteso per la materia
alla stessa guisa, che il mele si distende nelle arnie**;
e Lattanzio rimproverò loro di aver creduto « che la na
tura fosse Dio mescolato col mondo * t. Dottrina per ve
rità in tutto conforme a' pronunziati degli Stoici *.
*) Su questa controversia,la quale oetla parte filosofica, secon
do a noi pare, non è stata siaora convenientemente discussa ,
giova leggere tra i moltissimi il p. Baltus, Défense dcs ss. Pò-
res accusés de Pialonisme,, Paris 1711; I' Autore anonimo del
l' Histoire critique de tEclètisme,ou des Nouveaux Plaioniciens,
176f> ; Roesler, Dissert. de originibus philosophiae chrisliunae,
Tubingae 1781; e più di tutti Cari. Aug. Teof. Keil, De Dodo-
ribus veieris Ecclesiae culpa eorruplae per platonica* senten-
tias theologiae liberandis. Commenti. XXII. Queste dissertazioni
pubblicate dall' A. dal 1793 al 1716 si trovano riunite nella rac
colta di tutti i suoi Opuscoli accademici data in luce da Giov.
Dav. Goldhorn, in Lipsia 1821.
•) c Stoici enira volunt Deum sic per materiato decucurrisse,
quomodo mei per favos n; De Anima, c. 44.
*) c Tamquam natura sit Deus mando permixtus ij Ity. div.
lib. VII, c. 8.
*)Citiamo tra i molti Seneca, il quale scrisse: (Quid enim aliud
est natura, quam Deus et divina ratio, toti mundo et eius par-
libus inserta ?i (De benef. lib. IV,c.7),e Plutarco che defluì Dio,
secondo gli Stoici, miopa. imi òfìp.ov òC'óhav re» Y.scrnov.(De pia-
cit. phil. lib. I, c. 7.)
2ifo I/O SCETTICISMO
Secondo tale dottrina la Provvidenza divina per gli
Stoici era appunto questo principio uni versale, detto da loro
fuoco, dal quale secondo un metodo fatale, sebbene razio
nale, sono prodotti gli avvenimenti di qualsiasi sorta nel
mondo '; quindi tutto quel che accade, è fatalmente con
catenato , e gli uomini credono di operar liberamente ,
ovechè sono determinati necessariamente in ogni loro me
noma azione '.Per ciò, la libertà da loro si pone nel con
formare volentieri le proprie azioni alla legge, o sia alla
ragione universale, al destino; sicché il savio, a loro av
viso, è libero, in quanto immedesima la ragione sua con
la ragione universale '.
Ultimamente, per non dir altro, si sa che gli Stoici nega
vano la durata della personalità alle anime dopo la morte,

*) Uvp rt%vot&v SSw $<tòiLpv eìs lytvvriv, Laert. lib. VII, segni.
156. Cf. ibid. segm. 137, 148; Plut. De placiti* phil. lib. I,c. 7;
Cic. De nat. Deorum, lib. II, c. Il, 15, 22, 32. Circa alla pa
rola càùi, cioè al modo che serbasi dal fuoco nella generazione
delle cose, può vedersi la nota di Gaiakero, Ad M. Antonia. ,
lib. 1, c. 9, Lendini 1707.
a) t Tdlis necessitas, ut quidquid accidat, id ex aeterna veri-
tate, causarumque contiouatione fluxisse dicatisi; Dettai. Deor.
lib. I, c. 2. Crisippo, secondo il testimonio di Gellio ( Noct. Alt.
lib.VI, c.2), defluiva la provvidenza! aeternam fati legem et inde-
clinabilem fati sericiti et catenam volventem semetipsam, sese-
que implicantera per aeternos consequentiae ordines, ex quibus
apta connexaque est». Circa la quale definizione veggasi CrisU
Tomasio, De exustione mundi Stoica, Dissert. XIII, p. 166 segg.,
Lipsiae 1672. Seneca disse nella medesima sentenza : « Causa
pendet ex causa; privata et publica longus ordo rerum trahiti;
De Provid. c. 5; Cf. \dem,Quaest. nat. lib. II,c. 45; M. Antonino,
Tà e/; eaurov, cioè Commentarli quos ipse siòi scripsil, lib. IV,
§ 38, 40, 45; Laert. lib. VII, segni. 149; Plut., De placit.phU. lib.I,
c. 27. Ved.Bruckero, De providenlia stoica, MisceL àist.,pAU.t
liti., crii., p. 147-154, Aug. Vindel. 1748.
*) Udiamo Cicerone nel quinto de'Paradossi degli Stoici:! Quid
est libertas ? Potestas vivendi, ut velis. Quis igitur vi vii, ut vult,
Disi qui recte sequitur ? qui gaudet officio ? cui vivendi via con
siderala atque provisa est? >
NK1 SCOI IMPTORTI CON LA FEDE 2^1
divisando disparire elleno colla dissoluzione del corpo nel
principio universale donde erano state, come dice Cicerone,
stralciate \ Pertanto, rinnovandosi sempre il mondo dopo
un determinato tempo,e cominciando da capo il medesimo
corso,le anime rinascono del continuo,e discorrono le me
desime vicende 2; onde disse Seneca, che « la morte inter
rompe la vita, ma non la toglie3». Se non che, siccome
la perdita della personalità è una vera morte, é però esclu
de ogni idea d' immortalità,lo stesso Seneca diede più volte
indizio di dubitare dell' immortalità degli animi umani *.
Trapassiamo ora a vedere quale morale trassero gli Stoici
da' detti dogmi. E' vuoisi attentamente separare le dottrine
etiche di Zenone, di Crisippo, di Cleante e di altri antichi
da quelle di Seneca, di Epitetto e di Marco Aurelio, o sia
considerare lo stoicismo prima e dopo del Cristianesimo.
Quanto a' primi,si sa,che essi permettevano il suicidio *, la
menzogna la fornicazione ',la sodomia 8,le nozze simili a
quelle di Edipo e di Giocasta 9 , la comunanza delle don
ne ,0, il nutricarsi di carni umane 1' ubbriachezza s%il di-

*) Quaett. Tuscul. lib. V, c. 13.


") Ved. i luoghi degli Stoici presso Lipsio, De Physiol. stoica,
lib. II, c. 22, 23, Antuerpiae 1610; e Crist. Tomasio, De exustione
mundi Stoica, Dissert. II, p. 160 segg.
*) i Mors . . . imermittil vitam, non eripit j; Epist. 36.
*) Veil. Epist. 54, 71, 88.
') Laeri. lib. VII, segm. 130; Pini. Adv. Sloic. e. 33.
e) Siobeo, Eclog. lib. U,c. 7,p. 230,ed.Heeren, Gotiingae 1801.
') Epici., Enchir. c. 4; Cf. Sext. Emp. Pyrrh. hypotfi. lib.III,
sect. 201.
•) Laert. lib. VII, sect. 129; Stobeo, 1. c. p. 118, 238.
') Sen. Emp. Pyrrh. hypoth. lib. Ili, c. 24, sect. 205; c. 25,
sect. 246; Adv. Eth. lib. Il, sect. 191; Laert. lib. VII, segm. 188;
Plot., De Sloic. repagnantiis, c. 26.
") Può vedersi quel che ne pensarono Zenone e Crisippo presso
Laert. lib. VII, segm. 131.
") Sext. Emp. Pyrrh. hypoth. lib. Ili, c. 24,sect. 208, c.25,
sect. 245, 248; Adv. Eth. lib. II, sect. 192, 193; Laert. lib. VII,
segm. 121.
**) Seneca, De tranquil. anim. c. ult.; Laert. lib.VIl,segm. 26
e 84; Plut. nella Fila di Catone di Ulica.
o.^ i LO SCETTICISMO
sprezzo della sepoltura1, ed altri più enormi vizi contro la na
tura^ quali non è lecito rammemorare '.Ne dee udirsi quel
che si è detto dal Cousin * e da altri in favore degli Stoi
ci, fondandosi sa quel principio supremo della loro mo
rale, che bisogna vivere secondo la ragione. Conciossia-
che la ragione, secondo gli Stoici, siccome dicemmo, non
è altro dalla natura, sia universale, sia particolare, che è una
particella dell' universale. Quindi vivere conformemente
alla ragione importava, secondo la filosofia stoica, secondare
in tutto l' istinto naturale, e però torre anche, ad esempio
de' Cinici, i bruti a modello della vita, i Gli Stoici, dice
Ritter, a compiere il precetto di vivere conformemente alla
natura,raccomandavano la vita de' Cinici, e porgevano l'ani
male per modello all' uomo * ». ET Henne nel dizionario
delle scienze GlosoGche dice così: (Vivere secondo natura!
O che si voglia intendere la natura universale, secondo divi
sava Cleante, o la particolare che è un compendio dell' uni
versale secondo Crisippo, il principio resta sempre lo stes
so; se non che, la seconda interpetrazione ha una signifi
cazione più precisa ed un' interpetrazione meno pericolo
sa. Pertanto, uno spirito fermo come lui, nel chiosare co
siffatto precetto tradisce sè stesso, e si smarrisce in uno
strano cinismo1 ». Dopo accennato alcuni immorali pre
cetti di Crisippo, soggiunge: « Considerate gli animali, di
ce l'arrischiato logico, e da costoro apparerete che que-

') Sexl.Emp. Pyrrh. hypoth. lib. Ili, c. 25,sect. 248; Ade. EtA.
Iib. II, sect. 194.
■) Intorno alla morale de' primi Stoici si possono leggere Sian-
ìey ,flistoria ecc., De doctr.Stoie. pari.2. p.390 622, Lipsiae 1711;
Riiter, Hisl. de la pàti, ancienne, t. Ili, p. 595, e per lacer di altri,
il Villemain nel suo discorsocela filosofia stoica e del Cristia
nesimo nel secolo degli Antonini, nelle sue Miscellanee cit. da
Chassay,£e Càrist et r Evangile, La France c.III, art. 5, t. I,
p. 460 465, Parigi 1849.
') Cours d/ust. de la phil. lez. VlII.ser. 2,1. II, p. 200, 201,
Paris 1847.—♦) Op. cit. t. Ili, p. 520.
*) Diction. des scienc. phil. ed. cit., art. Chrysippe. Cf. Si
mon, Op.cii. art. Epicléte, e Manuel de pA(/.p.557,Parigi 1846.
4

NE1 SCOI «APPORTI CON LA FEDE 1


sti precetti non contrastano alla morale, o sia alla natu
ra 1. Questa dichiarazione del principio supremo della mo
rale stoica è fondata sopra il testimonio degli antichi. 0-
dasi Crisippo presso Laerzio: « Vivere secondo la virtù im
porta conformare la propria vita a quel che sperimentia
mo avvenire in natura . . ., che le nature nostre sono par
ti dell' universo 1 ».
Ma non istà cosi la cosa per rispetto a Seneca, Epitetto,
Marco Antonino ed altri Stoici posteriori all'epoca cristiana,
perocché costoro adottarono molte massime della morale e-
vangelica che san Paolo dicea oggimai annunziarsi in tut
to 1* universo mondo. La qual cosa dee riuscire evidentis
sima a chiunque si faccia a ragguagliare le dottrine de'
tre suddetti FilosoG co' libri del Nuovo Testamento,e mas
sime con le Lettere di san Paolo. Cosiffatto riscontro ci
menerebbe troppo di là da' confini della presente trat
tazione; onde ce ne rimaniamo, rimandando i nostri letto
ri alle opere del Lipsio % dello Schimidio ', del Sibero *,
dell' Apino B,del Buddeoe,del Bruckero ';e tra' più recenti,
a quelle dell'ab.Greppo di un anonimo milanese°,e di altri
molli. Né pare che i più gravi scrittori neghino oggigiorno

*) UóXìw 3' iiov tari ri xorr* apersi/ "fyp t5> xar' i/jzeipiav t<j-j
tfùcri ovfifixivóvruiv £vjn . . . juìpì] y&p tltjiv ai Tjjaèrepocj tpuws Tvjs
tou 8>.su; lib. VII, segni. 87.
*) Physiologiae Stoicorum libri tres, ed. cit.
■J De Seneca eìusque t/teologia, lenae 1668.
*) Seneea divini» oraculis quodammodo consonarti, Dresdae
1675.
*) De religione Senecae, Viieb. 1692.
•) Introducilo ad philosophiam stoicam ad mentem M. Anto
nini. E premessa all' edizione di M. Antonino fatta daWolle, Li-
psiae 1729.
') Dissert. De Stoicis subdoli* Christianorum imitatoribus, tra
le Miscellanea hist., phil., litler., crii. p. 227-257, ed. cit.; Id.,
Otiutn Findel., August. Vind. 1729.
") Trois Mémoires pour servir à t histoire ecclesiastique ecc.
Mem. I, Les chrèliens de la maison de Neron, Paris 1840.
•) L' autore del discorso Seneca cristiano, inserito mWAmico
Cattolico di Milano, fase. 2 e 4, Milano 1841.
244 t0 SCETTICISMO
l'azione esercitata dal Cristianesimo sulla morale stoica x.
Né meno può rivocarsi in dubbio, che le sacre Scritture
fossero state conosciute da' tre famosi Stoici. E quanto a
Seneca,sebbene sieno tenute generalmente per apocrife le
lettere di lui a san Paolo e di san Paolo a lui, pubblicate dal
Fabricio nel suo Codice apocrifo del Nuovo Testamento 9;
nondimeno è probabile, che vi sia stato alcun commerciò
epistolare tra 1' Apostolo delle Genti e il filosofo morale.
Tale è 1* opinione tenuta per 1' autorità di san Girolamo 1
e di sant' Agostino *,dopo molti altri, da Giusto Lipsio ",da
Ernesto Cipriano 6,da Tillemont ', da Natale Alessandro
Ad ogni modo,egli è purtroppo verisimile che nel tempo che
san Paolo fu prigioniero in Roma, Seneca l'avesse conosciu
to e tenuto discorso con lui. Gli argomenti che rendono
assai probabili cosiffatte conghietture, proposti da molti e-
ruditi e discussi di bello studio dal Glepke % sono stati
testé compendiati da Champagny nella sua egregia opera
/ Cesari. Eccone un brano: « Nel 52 san Paolo si re
ca neh' Acaia dinnanzi al Proconsole Gallione,il qual era il
fratello stesso di Seneca I0. Nel 61 menato prigioniero a
Roma, viene inviato a Burro, prefetto del pretorio, col
lega ed amico di Seneca Appena è libero in Roma ,

*) Cf. il discorso soprallegato del Villemain.


*) Codex apocriphus N. Testamenti, t. I, p. 880-904, Bara-
burgi 1719.
*) Catalog. script, eccles.
*) Spisi. CLIII ad Maced.yCf.De Civit.Dei lib. VI, c. IO. II Ba-
ronio (an. 66) avvisò, rilevarsi dall' alleala lettura di questo ca
po decimo e dell' undecimo, che sant' Agostino non avesse ag
giustalo fede all'autenticità delle mentovate lettere.
') De vita et scriptis Seneca*, c. 10.
8) Ad cit. 1. Hieronymi.
*) Hist. des Emper. t. I, p. 560, Parigi 1701.
8) Hist. eccles. saec. I; Syn. hist. c. 12, art. 5.
9) Tractatiuncula de familiaritate, quae Paulo Apostolo cutn
Seneca philosopho intercessisse iraditur, verisimillima , Lipsiae
1813.
") Acl. XVIII, 12 e seg.
■*) Atti. XXVHI, 16, secondo il lesto greco,perchè nella Vol
gala ciò si trova omcssot
NE' SCOI RAPPORTI CON LA FEDI 9^5
ed egli a guardia di un soldato accoglie per ben due an
ni chiunque a lui venisse, annunziando il regno di Dio,
e predicando con tutta confidenza e franchezza Gesù Cri
sto Signor nostro \ Nel 6S, quando Seneca era favorito
della Corte, due volte e' compare al cospetto di Nerone,
e colà stesso guadagna gente 2, e rende, com' e' dice, glo
riosi in Gesù Cristo i suoi ceppi in tutto il pretorio Or,
Seneca eh' era curioso e in un medesimo di molto inten
dimento; che si era fatto a picchiar Y uscio di qualunque
fosse maestro; che alla fine della sua vita come semplice
discepolo usava alla scuola di Metrodatto , avrebbe egli
disdegnato mai l' insegnamento di questo dottor giudaico?
0 vero san Paolo il quale sapeva di dover insegnare a' Gre
ci ed a' barbari, agi' ignoranti altresì ed a' dotti *, avreb
be mai non curato Seneca ? Ciò non può dirsi , peroc
ché son troppo evidenti in questo filosofo i vestigi delle
dottrine cristiane. Certo, egli non ha ogni sentenza com
presa, né ricevuta, ed ha dato in forte abbaglio chiunque
ha voluto far di lui un verace cristiano.Vero è che il Cri
stianesimo si distingue mai sempre da questa filosofia d'im-
prestito , come il sole dallo specchio che ne ha ritratto
qualche raggio; come il fiume dal canale onde si deriva;
e come 1' albero pieno e fecondo da quello spoglio e
sterile, sopra cui alcun de' suoi rami è stato innestato.
Non però di meno le tracce delle dottrine di Cristo sono
evidentissime. Difatti Seneca non solamente conosce le sa
cre Scritture,e par che più volte traduca la Bibbia, la qua
le per l' interpetrazione de' Settanta era venuta a mano di
tutti gli eruditi; non solo fa menzione de' Giudei, conosce
la loro dottrina , e rende ossequio ancora alla fede soda
di questa gente *, alla quale t almeno debb' esser conto che
essa possiede la ragione delle sue misteriose pratiche 6 a; ma
possiamo pur dire con Tertulliano,che Senecaè soventi volte

*) Jcl. XX.Vm, 16, 30-31. — Jd Philipp. IV, 22.


*) Ad Philipp. I, 12-14. — «) AdRom. 1, 14.
*) De Maistre, Soirées de Sainl-Pètersbourg, Entret. 9, noi. 7.
") Sani' Agostino, De Civit. Dei, lib. VI; Seneca, Ep. 95.
i lo KimcMn
cristiano: Seneca taepe notter M vestìgi della predicanone
di Cristo hannogli spesso occupata la mente, vedendosene
sparsa ogni sua espressione,e dirò perfino la lingua. Seneca
ha veduto 1' orrendo supplicio de' primi martiri: e al veder
di colali crudeltà, fece ragione di allontanarsi da Nerone
e dalla corie *. Ha veduto inoltre, come tutto il popolo di
Roma, vivere il Cristianesimo, pregare e patire; e se tan
to loda ed ammira la fermezza della fede incontro alle
tortore, non ha potuto cancellare nel sno animo questa
ricordanza. Or, se egli non fa parola de' cristiani, non ci
è forza di dire con sant'Agostino,ch' egli ha temuto di lo*
darli contro I* opinione de' tempi suoi, o di biasimarli a
dispetto della sua propria coscienza ? * »
Per riguardo ad Epitelio, oltreché il suo Manuale, più
die i libri di Seneca e di Antonino, si accosta al Cri
stianesimo, è noto aver egli vivuto nella corte di Nerone,
dove alcuni cristiani, secondo il testimonio di san Paolo,
aveano stanza *. E per fermo, comechè Epafrodito di cui
parla san Paolo a que' di Filippi1, non sia, secondo piacque
a taluni critici,quel medesimo di cui fu schiavo Epitelio *,
certo è che 1' Epafrodito padrone di Epitetto visse nella
corte di Nerone',e che però lo schiavo moralista dovette
per necessità conoscere e conversare co' cristiani 8.
Il Villemain nel discorso in cui ha messo a riscontro lo
Stoicismo e il Cristianesimo , volendo mostrare , come i
dogmi della fede cristiana nel tempo stesso che erano com
battuti, o ignorati da' pagani, esercitavano una salutevole
azione su la loro condotta morale, e raddrizzavano insensi
bilmente le false opinioni e le abitudini crudeli di una so-
*) Tertulliano, De Anima, c. 20.—*) Tacito, Armalet,XVJà.
*} Le* Cctars, voi. IV, Le Chrisiiunisme, Parigi 1842.
«) Ad Philipp. IV, 22.—") Cap. II, 25.
•) Vedi G. Alb. Fabricio, Bibliot. graec. lib. IV, c. 9, voi. V,
p. 63, Dot. a, ed. Harles, Amburgi 1796.
*) Cf. Tacito, Armai. XV , 55; Arriauo, Disteni. Epici. Iib.I,c.l.
■) Vedi la citala Memoria di Greppo, nella quale ha dispu
talo con ogni possibile diligenza, quali fossero i cristiani della
Casa di Nerone , di cui san Paolo parla nel capo quarto della
sua Epistola a que' di Filippi.
>

NE' SCOI RAPPORTI CON tA PEDB


cietà volta cotanto in basso, ne arreca ad esempio le dot
trine morali di Marco Aurelio e di Epitetto, facendo rilevare
quanto divario corresse tra le massime di costoro e quelle
recate in atto da Bruto e Catone, filosofi stoici ancor essi \
Affermando 1' azione esercitata dal Cristianesimo sulla
morale stoica, siamo lontani dal credere, come ad alcuni
eruditi è sembrato , che i tre Stoici moralisti rammerao-
rati,e massimamente i due più celebri, Seneca ed Epitetto, si
sieno renduti cristiani a. E ciò, trasandando ogni altro ar
gomento, per due potentissime ragioni generali. L' una che
parecchie loro dottrine speculative e pratiche solamente
nella corteccia sono conformi alla morale evangelica; ma
in sostanza hanno una significazione al tutto falsa, siccome
quelle che si radicano nel panteismo e nel fatalismo. Così,
per grazia di esempio , gli Stoici suddetti esortano V uo«
mo a rassegnarsi alle sventure della vita. Ma chi non
vede, che la rassegnazione nel senso di costoro i quali
non riconoscono altro che il mondo , nè altra provvi
denza dal destino in fuora , non può rassomigliarsi alla
rassegnazione de1 cristiani, i quali credendo in un Dio di
stinto dal mondo,e autore e provveditore sapientissimo del
le cose, sono fermamente persuasi, che non cada la me
noma foglia dell' albero senza il suo volere ? In fatti la
rassegnazione, a parere di coloro,si dee fondare nel credere,
che il dolore non è un male *. Se inculcano il disprezzo
de' beni visibili, non mirano a svellere le sole passioni mal-
vage, come l' etica cristiana comanda, ma le buone insieme
con le malvage ; onde questo precetto nella loro dottrina
x) Op. cit. loc. cit.
■) Si posson vedere gli autori di tale opinione, per rispello a
Seneca, presso G. A. Fabricio, Bibl. taf. lib. II, c. 9, t.I, p. 424,
Veneliis 1728; e Bruckero,Zftsf. ertì.phU., period.2, pari. I, lib. I,
c. 2,sect. 7, l. II, p. 559, seg. Similmente per Epitelio, presso
Eioeccio, Dissert. cit. § 15, p. 174,177,e Fabricio, Bibl. grate.
I. e, noi. cit. con le osservazioni di Harles. E in fine, per ri
guardo ad Antonino , presso i medesimi Fabricio, Bibl. graee.
lib. IV, c. XX, § 2, noi. p.50, e Bruckero, Qp.cii.ibid.p.596.597.
') Antoniuo, 0/>.cit.lib. V,c. 22; lib. Vili, c.55-59; lib. IX,§ 45.
LO SCETTICISMO
non muore a virtù, siccome avviene presso i cristiani, ma
e mira, secondo che scrisse degli stoici in generale lo stesso
Cousin,alla morte mèdiante l'apatia e Y ataraxia,chc ne so
no rimmagine,e va a terminare ultimamente in un suòli/ne
egoismo \ Quando pongono la libertà del savio nel tener
F animo lontano da' beni della terra e da' falsi giudizi del
mondo, essi vogliono in vero chiuso F animo ad ogni com
passione, e non curante delle sventure del prossimo % con
trastando apertamente al precetto datoci da san Paolo di
godere con chi gode, e piangere aW altrui pianto *.
1 medesimi filosofanti ancora si studiano a consolare
F animo proprio e degli altri nel dolore; ma è forse per
le ragioni sublimi che la dottrina cristiana ci porge? No,
senza dubbio; ma col negare F esistenza del dolore, affer
mando non esser male quel che é volere di Giove, e pe
rò non doversene dar fastidio nè per se , nè per gli al
tri, e se a taluno rincresce per ciò di questo mondo ,
Giove avergli dato pronto il rimedio , permettendogli di
torsi la vita*. In fine, se vi ha punto per cui la loro morale
meglio si accosta alla cristiana, sembra esser quello di
perdonare le ingiurie. Pertanto, qual divario non corre
anche in ciò tra F una e F altra ! Essi vogliono , che le
ingiurie sieno condonate all' ingiuriatore , ma non per
carità verso di lui, sì perchè sono fatti necessari , come
tutti gli effetti naturali, e quindi bisogna sopportarli in
pace, come ogni altro danno che ci si reca dalle forze na
turali *. Onde si scorge essere davvero immorali quelle
che a taluni apparvero dottrine degne del Cristianesimo
presso i tre celebri stoici rammemorati.
L'altra cosa è che non mancano ne' libri di questi stes
si moralisti del Portico grossolani errori si nella dottrina

*) Op. cit. I. c.
*) Cf. Epict. Op. cil. lib. I,c. 28;lib.IV,c.lO,$5.Questa dottrina
insegnarono anche gli antichi stoici; ved.Laert. lib. VII,segoi.l23.
') Ad Rom. XII, 15.
«) Cf. Epict. Ub.Il, c. 8, § 2, e Antonino, ne'luoghi testé citati.
*) Epici. Op. cit. lib. IV, c. 5, § 4; Anton, lib, XI, c. 18,
lib. XII, c. 12.
NE- SUOI BAPPOBTI CON h\ F1ÌDE ^9
speculativa, bì nella morale. E per verità , anche costo
ro insegnavano che le anime nostre, siccome tutte le
altre cose,sono particelle di Dio, il quale non altro è dal
l'universo mondo, e però esse sono propriamente Dio o sia
il mondo. Quindi essi deducevano ancora, che l' uomo è
Gne a sè stesso e non a Dio, anzi è uguale agli stessi dei;
donde originava il loro orgoglio. Medesimamente negavano
la personalità all' anima dopo la morte , come è chiaro
in Epitetto e in Antonino; quanto a Seneca, sembra que
sti al tutto dubitare, come dicemmo, dell' immortalità del
l' anima. A ciò si aggiugne la teorica del suicidio adottata
anche da costoro, di che si è detto innanzi \
Per le quali tutte cose si vede aperto,con quanta ragione
Tertulliano, come fu da noi già avvertito, ebbe solenne
mente negato a' filosofanti dell'età sua l'accordo del Cristia
nesimo col platonismo e con lo stoicismo. Del rimanerne è
oggimai comprovato, che la filosofìa fu l'infausta generatri
ce delle eresie onde la Chiesa cristiana sin dalla culla sua
fu afflitta e lacerata. San Paolo avea già ammonito i nuo
vi credenti, che si fossero guardati da' tranelli cori cui la
filosofìa tentava di corrompere la loro fede.Ed i primi Pa
dri ci attestano essersi avverato il timore dell'Apostolo del
le nazioni, quando ci vengon mostrando le eresie nate da'
falsi dogmi della filosofia greca,massimamente della platoni
ca. Senza dire di sant' Ireneo il quale pensò discendere gli
errori de' Valentiniani dalla filosofia di Anassagora, di De-
mocrito,di Empedocle e di Platone*; nè di Origene che prese

') Cf. le opere di Buddeo, Fabricio, Bruckero, Greppo ne' luo


ghi citati, e Chassay, Op. cit. p. 257-266, 438 460. A' quali, per
rispetto ad Epitetto, le cui massime morali fan vista di scostar
si meno dall'etica cristiana, si può aggiungere Crisi. Aug.
Heuman, De philosophia Epicteii, Ienae 1703; Michele Rossa!,
Disquisilio de Epiciclo, qua probatur eum non fuisse chrislia-
num, Groningae 1708, e Lud. Crisi. Crellio, Tà tou Es/x-tvjtcu
ìiTdpaotya.y.ai aooya. in doctrina de Deo et officiis erga se ipsum,
Lipsiae 1711 1716.
*) Adv. haeres. lib. II, c. 14.
SakseverinojSist.Filos., I. 21
»5o LO SCETTICISMO
Valentino, Basilide e Marciano come introduttori delle sette
filosofiche! nella Chiesa*, e del Nazianzeno, che paragonò
l' invasione delle filosofie greche nella Chiesa a' flagelli onde
Dio percosse l' Egitto *, Tertulliano disse e provò con una
enumerazione di parti, che « tutte le eresie sono raffazzo
nate dalla filosofia *> . E' divisò che san Paolo esortando
i cristiani a stare in su le ale contro la filosofia e i so*
fismi, condannò in effetto tutte le eresie, perchè queste tut
te quante da quella doppia fonte si derivano *. Chi poi non
sa, che Tertulliano chiamò i filosofi Patriarchi degli Ere
tici ? * A cui fece plauso san Girolamo, scrivendo a Ctesi-
fonte: « Bellamente disse un de' nostri: i filosofi patriarchi
degli eretici bruttarono la purità della Chiesa con la loro
malvagia dottrina 6 s.
•) Hom. VII in los., Opp. t. II, p. 414, ed. cit.
■) Orai. XXXII, n.25,Opp. t.I,ed. Maur. Parisiis 1778; Poem.
lib. I, sect. 2, X, v. 45, 49, t. II, Parisiis 1842.
*) f Ipsae denique haereses a philosophia subornantur. lode
aeooef et formae Descio quae , et trinitas hominis apud Va*
leniinum: Plalouicus erat. Inde Marcionis Deus meHbr de tran-
quilliiate: a Stoicis veoerat. Vi anima interire dicatur, ab Epi-
cureis observatur. Et ut carois restitutio negetur , de una o-
aiuium schola Philosophorum sumitur. Et ubi materia cuna Deo
aequalur, Zenonis disciplina est. Et ubi aliquid de ìgueo Deo al-
legaiur, Beraclitus iulerveoit.Eaedem materiae apud baereticos
et Philosophos volutanlur, iidem retractatus implicaotur. Vndt
malum? et quare? Et, Vude homo? et quomodo? Et quod prò-
xime Valeutinus posuit, Vnde Deus 1 1 De praescript. c. 7.
*) 1 At cum monel (Apostolus) cavendum a subtiloquentia et
philosophia, ut inani seductione quae flt secundum elemeuta mun
di: loogum est quideoi, et alterius operis osteodere hac sententia
omoes haereses damnari,quod omnes ex subtiloquentiae viribus,
et philosophiae regulis coostent >; Adv. J/«rc.lib.V,c.l9.
■) Lib.ddv.Hermog.c.VUl.Su questo luogo di Tertulliano sono
da leggere Ern. Sam. Cipriano, Diatribe acad. qua expenditur
illud TertuUiani:HiKK*TicoRVM patriarchìi PHiL0S0PHi,Helmst.
1699, non che Ad.Rechenberg, An haerelieorum patriarchae phi-
losophi ? ex ilio Tertulliani, adv. Hermog. c. VIIJ, ad. illusi*
3. Pauli Coloss. ]tl, S, monitum, Lipsiae 1705.
') c Pulcre quidam nostroruin ait: philosOphi patriarchae hae
ne' scoi rapporti con la fede a5i
Ma ci si potrebbe opporre da taluno: Se è vero, che i
Padri hanno additato nella filosofia greca 1' origine delle e-
resie, è vero altresì aver eglino spesso invocato le loro
dottrine in compruova di molte verità insegnate dal Cristia
nesimo; e neanco può negarsi, che la filosofìa pagana fu
da alcuni di loro detta preludio al Cristianesimo. Per ri
spondere a questa difficoltà, farebbe mestieri di più lungo
discorso, che al presente nostro intendimento non conviene.
Nondimeno non dobbiamo passarcene del tutto , potendo
sembrare a taluno, che le cose testé ragionate contrastino
a quel che da noi si disse sin dal principio di questo la
voro, intorno alle attenenze delia Ragione con la Fede, e
della Filosofia greca col Cristianesimo.
Noi non neghiamo,che i ss.Padri stimarono essere molti
veri ne' libri de' Filosofanti pagani, e se ne giovarono vuoi
a confortare alcune verità fondamentali della vera Reli
gione che propugnavano, vuoi a convincere i nemici di
questa coli' autorità degli stessi loro maestri e sapienti .
Anzi non solo Clemente di Alessandria ed Origene, per
avventura soverchiamente favorevoli alla sapienza pagani-
ca,ma lo stesso Lattanzio, troppo acerbo avversario di lei,
stimò, che là dove raccogliessersi tutte le verità dissemi
nate ne' libri de' filosofi pagani , ne risulterebbe una fi
losofia compiuta2.
Ma se ciò non può negarsi, non si dee nè meno dubita-

reticorum Ecclesiae purilatem perversa maculavere doctrina j;


Epist. XL1II ad Chtesiph.
*) Senza nominare i più recenti, si possono leggere Clemente
Alessandrino (Sirom. lib. I, c. 5, 16, 20, lib. VI, c. 10 );Origene
( Epist. ad Greg. Neocaesar. che è nelle Philocalia c. 13; cf.
Ja testimonianza resagli da san Gregorio stesso , Oratio pane-
gyrica in 0r»£ene»i,riporlata nella Biblioth. vet. Patrum del Gal-
landi, t. IH); Lattanzio (Divi*. Jnst. lib. VII, c.7). Sant'Agosti
no ci dice il medesimo di san Cipriano,di Lattanzio, di Vittorino,di
sani' Oliato, di sani' Ilario (De doelr.cnrist.ìib. II, c.4,n. 61). Egli
poi assevera il medesimo fatto in infiniti luoghi , per non dire
nulla di san Girolamo e degli altri Padri.
■) Ved. i luoghi innanzi citati.
a5a LO SCETTICISMO
re,avere i medesimi Padri opinato, che i sapienti del pa
ganesimo non ritrovarono da se la piò parte di qne' Te*
ri, ma gli appararono dalla rivelazione ebraica, sia con
versando con gli Ebrei,già da più secoli avanti Gesù Cri
sto tramutati in varie parti dell' Asia e della Grecia,
sia pellegrinando nella stessa Giudea *. I Padri dissero ol
tre a questo, che i filosofi pagani sformarono e strana
mente corruppero le dottrine apparate dagli Ebrei,ed eb
bero per massima certa, che se ciascun filosofo antico ha
conosciuto e predicato alcuni veri, niuno di loro ha po
tuto non diciamo formare un sistema compiuto di filoso
fia, ma neppure tenersi di non sdrucciolare in gravi e abbo-
minevoli errori: onde commendando la lettura de' Greci,
costantemente vietarono , che si seguitasse alcuna setta
particolare z.
Aggiunsero, che per questi errori appunto la filosofia
greca somministrò armi a' nemici della rivelazione cristia
na per combatterla, e agli eretici strumenti per corrom
perla Nè sfuggi' all' acuto loro sguardo, che ne' tempi
vicini al Cristianesimo la religione pagana andò maggior
mente corrompendosi, non solo presso i popoli barbari, ma
altresì presso gli stessi Greci e Romani , e che i loro sa
pienti comecbè illuminati dalla luce, la quale, dalla Gin-
dea movendo spandevasi sempre più presso le nazioni
pagane, meglio conoscessero gli errori del gentilesimo, e
deridessero le] sue pratiche strane e immorali; non per tan
to non solo non davano opera a cavar d' inganno le

*) Clem. Aless., Paedag. lib.l, c. 1; Strom. lib. I, ci; lib. V,


e. 1; lib. VI, C.4; Origene, lib. IV cantra Celsvm c. VII, n. 30;
lib. IV,c. 39; s. Giustino, Cohort. ad Graecos, n. 19-21 e passim;
Tertulliano, Jpologei. c. 47; id. De Anim. e. 2; Taziano, Orai,
eontr. Grate, n. 40 ; san Cirillo, Conira lulian. lib. I, passim,
Euseb. Praep. evang. lib. II, c. 9; lib. XI, Fratto, e c.14. Nulla
diciamo di san Girolamo , di sani' Agostino (soprattutto De Ot't.
Dei lib. Il ) e di altri, perchè la loro dottrina è nota.
*) Vrggaosi i luoghi de' Padri citati nelle note precedenti ,
massime Clemente di Alessandria, Origene, Lattanzio ecc.
Ved. i Padri qui innanzi citali.
nk' scoi rapporti con la fede a53
moltitudini, ma spacciavano per massima, che <c non dee
farsi verun mutamento nella religione già stabilita, e che
il solo pensarvi sarebbe una follia1 ». A tutto ciò ag
giungiamo noi,che le dottrine de' pagani filosofi, rammemo
rate e lodate da' Padri, non sono la parte sostanziale e
propria della fede cristiana, cioè le verità sopraintelligibili,
ma solo veri razionali predicati ed inculcati dalla fede
slessa , perchè con più facilità fossero accolti dal volgo, e
più profondamente si radicassero negli animi. Onde qua
lunque sia la lode data a' filosofi gentili da' ss.Padri, non
può credersi che per questo abbiano voluto essi attribuire
alcuna azione alla filosofia greca su lo stabilimento del Cri
stianesimo.
Persuasi per tutte le suddette ragioni , che la filosofia
greca non fu cagione che sorgesse il Cristianesimo, non vo
gliamo disconoscere Y ammirabile disegno della Provviden
za divina nelle vicende di lei. Conciossiachè là dove que
sta filosofia da una parte esercitò gì' intelletti umani e gli
rendette più acconci a comprendere la verità e la divinità
del Cristianesimo, dall' altra essendo già caduta dopo co
tanto travagliosi e lunghi studi nello scetticismo , nel
sensualismo, e nel panteismo , allorché il Cristianesimo
apparve,fece chiaro a' più superbi e ritrosi savi del paga
nesimo,quanto fossero deboli le forze della mente umana
lasciata in balia di sè, e quanto stringente per 1' uomo il
bisogno di una rivelazione positiva divina. La quale lo istruis
se non pure circa i veri sopraintelligibili che piacque a
Dio rivelargliela ancora lo dirigesse e lo rifermasse nella
stessa conoscenza de' veri razionali che alla religione e alla
morale si appartengono.

*) Platone, De leg. lib. V. Cf. ira gli altri Padri s. Agostino,


De Civit. Dei lib. VI,c. 2. Bossuet nel suo ammirabile Discorso
su la Storia universale(part. Il,c. lC)con brevi, ma vivi tratti
ha descritto Io stato della religione presso i popoli barbari e ci
vili nel!' epoca dello stabilimento del Cristianesimo, e la condot
ta de' filosofi per rispetto ad essa.
a54 LO SCETTICISMO

5 Vili.

Contìnua la Confutazione

II.

Se possa riconoscersi progresso, e quale, nella vera Religione.


Ne' tre periodi della vera Religione,di legge di natura, di legge scritta e
di grazia.una e medesima è stata la sostanza del credere. Sani' Agostino
lo prova dalla medesimezza della fede de' patriarchi e de'cristiani,e dal
l' unità del Capo de' veri fedeli. Eusebio lo dimostra dalla unita de' pre
cetti morali. Tre capi di divario accidentale tra lutti e tre i periodi, in
dicati da sant' Agostino, e spiegati da lui con esempi. Sant'Ireneo mostra
ad evidenza, che ciò non tocca la sostanza della fede. 11 Cristianesimo é
adunque antico, quanto il genere umano; parole di Eusebio e sant'Ago-
Stino. Sapientissime cure della Provvidenza divina ne' tre accennati pe
riodi della vera Religione, dichiarate con be' paragoni da' Padri della
Chiesa. Osservazione di Bossuet. Conseguenze delle esposte dottrine in
confutazione delle teoriche progressiste. Né le nuove definizioni dogma
tiche dinotano mutabilità di credere ne' fedeli. Acconce dichiarazioni
del Liriucse. Coachiusione.

Arrivati all' ultima parte di questo discorso sulle Teo


riche della verità relativa e progressiva , ci sia lecito
ricordare al cortese lettore , come le argomentazioni per
noi fatte finora, mirarono ad abbatter le fondamenta stes
se di quelle illogiche ed ateiste dottrine. Perocché non
solo con prove dirette ed indirette dimostrammo, che il ve
ro è di per sé stesso immutabile ed assoluto, ma chiarimmo
eziandio, che una sola Religione debbe aversi per vera,
e questa positiva e rivelatala quale ha origine immediata
da Dio, e di nulla è debitrice alle dottrine filosoGche an
tiche. Con ciò noi venimmo a convincere di manifestissimo
errore l' insegnamento de' progressisti, a qualunque scuola
essi appartengano; che il ragionamento e la storia depon
gono contro di loro.
Ma poiché la Religione rivelata da Dio agli uomini, la
quale dicemmo essere l'unica vera, conta tre periodi di
un' scoi rapporti con la prdk 255
versi, da Abele alla fondazione del reggimento ebreo sot
to Mose , da Mose sino a Gesù Cristo, e da Gesù Cristo
sino alla fine del mondo, fa d' uopo, a compimento dell'o
pera , mostrare , che in tutti e tre questi periodi ella è
restata immutabile ne' suoi dogmi e nella parte essenziale
del culto, ed ha variato solamente in ordine allo svolgi
mento del dogma medesimo, ed anche alle parti accidentali
del culto; ondechè ella non ha avuto un progresso nel modo
voluto da' Sansimoniani, e da altri progressisti.
Ed in vero, la credenza è la medesima quanto alla so
stanza in tutti e tre i periodi. Perciocché, siccome noi, di
ce sant' Agostino, crediamo', che Egli (Gesù Cristo) ed è
appresso il Padre, ed è già venuto nella carne ; così gli
antichi credevano, che era appo il Padre, e sarebbe ve
nuto nella carne. tNè da che, secondo la diversità de' tem
pi, si annunzia di presente già avvenuto ciò che allora si pro
nunziava dovere avvenire, la fede ha variato,o vero la sal
vezza é diversa. E neanco, perchè una sola e medesima
cosa si bandisce e si prenunzia con diversi riti e sagra-
menti, bisogna credere, che si tratti di diverse cose e di
salvezze diverse1 ».I1 simile e' disse della morale:»: Peroc
ché tutti que' che sin da' primordii del mondo ebbero fede
in Lui (Gesù Cristo), ed in qualsiasi modo lo conobbero,
e conformemente a' suoi precetti vissero una vita religio
sa e giusta , in qualunque luogo e in qualunque tempo
furono, senza fallo debbono a Lui la loro salvezza 2 ».
Il santo Dottore scrisse altrove a tal uopo con un' accon
cia comparazione: £Vi ha per fermo divario di tempo, ma

') t Nec quia prò teraporum varietale mine factum anounlia-


lur, quod lune fulurum praenuntiabatur , ideo fldes ipsa va
riala, vel salus ipsa diversa est. Nec quia una eademque res,
aliis atque aliis sacris et sacrameolis vcl praedicatur, aul prò-
pbeiaiur, ideo alias atque alias res, vel alias atque alias salu
ta oporiet intelligi »; Epist. CU, quaest. II, n. 12.
") < liaque ab exordio generis Immani, quicumque in eum cre-
dideruDt,eumque ulcumque intellexeruul, et secundum cius prae-
cepia pie et iuste vixerunt, quandolibei, et ubilibet fu«rint,per
eum procul dubio salvi facti sunt i; Loc. cit.
25tì LO SCETTICISMO
non di fede.Conciossiachè gli stessi verbi hanno varietà di
tempo, quando variamente si declinano. Altro suono rende
il verbo : è per venire, ed altro è venuto; si è mutalo il
suono ne'verbi, è per venire, in è venuto; ma la medesima
credenza stringe tra loro que' che Lo credettero avere a
venire, e que' che han creduto di essere Egli oramai ve
nuto '».
Ancora, unico è il Capo de' veri adoratori di Dio sotto
tutte tre Je condizioni diverse della vera Religione, e per
la fede in quest' unico capo si è derivata' in loro Ja sal
vezza, e Quanti giusti, dice il medesimo sant' Agostino, vi
sono stati dal principio del mondo,hanno tutti per loro capo
Cristo. Avvegnaché que' credettero che sarebbe venuto
Lui, cui noi crediamo essere già arrivato;ed e' risanarono
altresì per la fede in quel medesimo, per cui noi ancora
risaniamo ; così dovendo Egli essere il capo dell' intera
città di Gerusalemme "i.
Oltreché le medesime virtù si veggono praticate, e lodate
ne'giusti sotto le tre leggi nelle quali la rivelazione ha avuto
luogo; in quella di natura, nell' altra scritta, e nell' ultima
di grazia. Lasciando stare le Scritture dell' uno e dell* altro
Patto, le quali chiaramente testimoniano cotale accordo,
udiamo quel che Eusebio sul bel principio della sua Storia
scrisse: s Poiché il nome di Cristiano non vuol dire altro
che un uomo, il quale mercé la conoscenza e la dottrina
di Cristo, mostra in sè modestia, giustizia, temperanza,for-
tezza, e professa la religione e il culto del sommo unico

*} « Tempora variala sui», non fides. Quia et ipsa verba prò


tempore varianlur, cuna varie declinamur. Alium sonùm babel
vemurus; alium sonum babet, veoit; uuiatus est sonus, ventu-
rus est et venit; eadem lameo fides ntrosque coniungii, et eos
qui veuturuoi esse, et eos qui eum venisse crediderunt i\Tract.
XLV in Joan.
") c Omnes qui ab initio saeculi fuerunt iusti, caput Christum
babent. Illuni enim venturum esse crediderunt, quem nos ve
nisse iam credimus; et iu eius fide et ipsi sanati sunt, io cuius
et nos, uti esset et ipse totius caput civitalis Icrusalem j;/m Psal.
XXX1U, cf. ffewf.CLXXXVH, n.34; Epist. CXC n.8; e altrove.
ne' suoi «apporti c»n LA FEDE 25^
Dio, gli antichi giusti in tutto ciò non furono a noi se
condi '».... ,
Per verità noi non disconfesc'amo, esservi de' capì acci
dentali ne' quali l'una Legge ha variato dalle altre,ma riguar
dano questi un modo più 0 meno perfetto in ordine alla cre
denza, e agli aiuti necessari per recarla nella condotta mora
le. Io fatti primamente la credenza, la quale in alcuni punti
• era oscura,o iniziale appo gli antichi, fu poi pienamente svol
ta ed esposta da Gesù Cristo e dagli Apostoli da Lui fatti pro
pagatori di essa. «: Tutto quello, dice san Tommaso, che fu
creduto da' que' venuti di poi, si conteneva, comechè impli
citamente, nella fede de' Padri precedenti 2». Secondamente,
i Sacramenti indirizzati a mantener viva la credenza, e ad
aiutare 1' umana fralezza nell' adempimento de' precetti di
vini, han senza manco variato ne' vari periodi antidetti,
sì pel numero , e sì per la loro efficacia. In fine, per ta
cer di altro, il numero de' credenti è stato ancora vario;
perciocché la fede comune a tutti da principio, cominciò
a smarrirsi a poco a poco presso molti, insino a che si re
strinse a' discendenti di Giacobbe, e fu per molti secoli la
religione del solo popolo ebreo , non che di altri presso
le nazioni pagane; là dove Gesù Cristo ruppe questi con
fini, e rendette la rivelazione comune a tutti i popoli, a'
quali dagli Apostoli si cominciò ad annunziare , e si va
tuttavia da' loro successori annunziando. Sant' Agostino ,
se ci apponiamo, accennò i tre suddetti capi di divario in
queste poche parole: « Allora con alcuni , ora con altri
nomi e segni; prima più occultamente, poi più manifesta-

*) '0 ryòp roi tlyfovj è()lXu revvop.'x to3 Xptariavov, àvdpat dia ttjs
tou Xpmrov ^iwa-etog, wì 5id<x<rv.a.X'iois, Croypoobvy xai dMaiovisfi,
xaprzpìix n fiiov, noi opEr/jg à-jòpid, tùa-e/Seìag n liioì.cy.a , tvog
y.aì liévoù toh ini Kcnrtvss QìoQ òi(XTcé.irpuì> , tmxo r&v ixtivoig où
y/ipov ytfxwv ecrjroo(M£eT«; Bist. Eccl. 1. I, c. 4, ed. G. ReadiDg,
Cauiabrigiae 1720.
*) t Quaecuuique posteriores crediderunt, continebauiur in fide
praecedeon'um Patruai, licei implicite i; 2» 2*> q. I, art. 7.
230 LO SCETTICISMO
mente; prima da meno , poi da piò uomini , una sola e
medesima fede viene significata ed osservata '».
Il medesimo santo Dottore si studiò di chiarire con vari
esempi, che per cosiffatta varietà la religione non si è mu
tata, ma è rimasa la stessa in sostanza ne' diversi tempi.
Conciossiachè « in quella guisa, egli dice, che un unico
uomo facendo, conforme a' diversi tempi del giorno, altra
offerta la mattina, altra la sera, non muta nè Dio, né re- -
ligione; e siccome non muta il suo salato, chi altrimenti la
mattina, altrimenti la sera salutatosi non ha variato Dio,
o la religione, da che in tutto il tratto de' secoli si è fatta
dagli antichi Santi altra offerta da quella, che dà Santi di
questi tempi si fa, celebrandosi i divini misteri in accon
cio de' tempi non per temerità umana, ma per autorità di
vina* i.
Nè poi questa varietà di modi potrà destar mai ad al
cuno in mente il pensiero, che siasi pure mutata sostan
zialmente la cosa; perciocché da questo stesso più e meno
in capi accidentali di credenza, si deve anzi dedurre una
e medesima essere stata sempre la sostanza della fede. In
effetto, scrivea sant' Ireneo, t il più ed il meno non si af
fermano di quelle cose, che niente hanno tra sè di comu
ne, ed a vicenda si escludono; ma si di quelle, che sono
di una stessa sostanza, e convengono tra loro, differenzian
dosi soltanto pel numero e per la grandezza: come acqua

*) ( Proiode aliis tunc nomiaibus et sigais, aliis auteoi ouoc,


et prius occuliius , postea manifesiius , et prius a paucioribus,
postea a pluribus, una (amen eademque religio vera sigoifica-
lur et observalur 1; Epist. CU, q. 2, a. 12. Vedi tutta la quisiione
n. 8-15.
*) c Quemadmodum unus idemque homo, si Deo mane aliud
offerat, aliud vespere prò cODgruentia diurni temporis,non Deum
mutat, nec religiooem, sicut uec salutem,qui alio modo mane,
alio vespere salutai: ila io universo tractu saeculorum, non a-
liud oblatum est ab antiquis sanclis ; aliud ab eis qui Dune
sudi, offerlur, nec bumaoa praesumptione , sed aucioriiate di
vina, temporibus congrua sacra mysieria celebrantur, nec Deus,
aul religio commulatur »; Epist. CU, q. 3, n. 21.
NE' SCOI BAPPORTI CON LA FEDB s5g
da acqua, lume da lume, e grazia da grazia. E però quel
la legge, che ne concede libertà di figliuoli di Dio, è da
più di queir altra legge emanata a tenere gli uomini in
servitù; onde la prima non ad una sola nazione, ma a tut
to il mondo è promulgata. Ma uno e medesimo è il Si
gnore, il quale dona con ciò agli uomini assai più, che il
Tempio, assai più, che Salomone, assai, più che Giona;
perciocché dà loroda sua presenza e la sua risurrezione
dal sepolcro, non mutando Iddio, nè predicando altro Pa
dre, sì quel medesimo, il quale ha sempre di che propor
zionatamente regalare i suoi domestici. Poiché secondo che
si accresce la loro dilezione verso Dio, egli più e maggio
ri doni concede 1 j. Queste considerazioni contro 1' errore
de' Gnostici, che l'Antico dal Nuovo Testamento facevano
nella sostanza diverso,sono avvalorate da sant'Ireneo in altri
luoghi di quel quarto suo libro, ora dimostrando che la mu
tazione é nell' uomo beneficato da Dio, non in Dio che be
nefica *, ed ora che molti essendo i precetti,ed i gradi per

') < Plus autem et minus non in bis dicitur, quae inter se com-
munionem oon babent, et sudi conirariae naiurae, et pugaant
adversum se; sed in bis quae eiusdem sunt substautiae, et coni-
rounicaot leeoni, sol uni autem multitudiue et magnitudine dif-
ferunt: quemadmodum aqua ab aqua, et lumen a Iumine, et gra
fia a gratia. Maior est igilur legislatio, quae in libertatem,quam
quae data est in servitutem: et ideo non in unam geolem, sed
in totum mundum diffusa. Vnus autem et idem Dom'mus , qui
plus, quam Templum est, et plus quam Salomon, et plus quaut
lonas donai bominibus, idest suam praesentiam et resurrectio-
nem a mortuis; sed non Deum immutaos, noe alium praedicans
Patrem, sed eumdem ipsum, qui semper babet plura metiri do-
meslicis; et proficiente eorum erga Deum dileciioae, plura et ma
lora douansi; Contro haeres. I. IV, c. IX, n. 2.
■) f Et hic Deus ab homine differì, quoniam Deus quidem fa
ci!, homo autem flt: et quidem qui facit, semper idem est: quod
autem flt, et initium, et medietatem, et adiectionem, et aiigmeu-
tum accipere debet. Et Deus quidem bene facit, bene autem flt
nomini. Et Deus quidem, perfectus in omnibus, ipse sibi aequa-
lis et similis; totus cum sit lumen, et tolus mens, et tolus sub-
stantia, et fous omnium honorum: homo vero profeclum perei
260 LO SCETTICISMO
sempre piò avvicinarsi a Dio, non può a Dio negarsi il po
tere di concedere doni più grandi agli uomini, per vie mag
giormente unirli a sè *.
Di qui raccoglievano gli antichi Apologisti, che i giusti
di tutti i tempi e vivuti sotto le tre leggi , o sia ne' di
versi periodi della rivelazione, ben deono stimarsi e dirsi
cristiani. Lo stesso Eusebio disse: <c Comecbè senza dubbio
noi siamo nuovi, e questo nuovo nome di Cristiani testé
si è fatto palese; non però di meno daremo a divedere ,
che la setta e la maniera di vivere non è stata di fresco
da noi creata; ma sin dalla culla del genere umano, per
così dire,fu fondata e caldeggiata da uomini cari a Dio
La qual cosa dopo aver dichiarato in tutto il capo, con
chiude dicendo, che il nome di Cristiano è nuovo, ma la
professione religiosa da esso significata è antica quanto il
mondo, c Quindi, e' dice, si rende manifesto,che quella re
ligione perfetta la quale per la predicazione di Gesù Cristo

piens, et augmentuni ad Deum. Quemadmodum enim Deus sem-


per idem est; sic et homo in Deo iuventus, semper proficiat ad
Deum. Neque euim Deus cessai aliquando in benefaciendo, et
locupletando hominem: neque homo cessai accipere, et ditari a
Deo >; Loc. eit. c. II, o. 2.
') 1 Novo enim Testamento cognito et praedicato per Prophe-
tas, et i Ile qui illud dispositurus erat secundum placiium Patris,
praedicabaiur , manifestatus bominibus, quemadmodum voluil
Deus ut possint semper proflcere creiientes in eum, et per Te-
stameota maturescere profectum saluiis. Vna enim salus, et unus
Deus: quae aulem formant hominem praecepia multa, et non
pauci gradus qui ducuut hominem ad Deum. Terreno quidem
et temporali Regi, cuna sit homo, licei aliquoties maiores pro-
fecius attribuere his qui sunt subiecti ; Deo auledi dod licebit,
cum sit idem et semper maiorem velit gratiam praesiare huma-
no generi, et pluribus muneribus assidue huuorare eos, qui pia-
cent ei? > Jbid. c. IX, n.3.
*) 'AXk' ti v.aì vioi <ratpù>s y^lg, v.oiì toutc y.ouvòv óvrajg cvoux
tò Xpiariauivi'J àpri'tos, jrapà zoloiìi 'iòjtai yiinpicfiran, b /3i's; S'oZ-j
'òfjiuig, vai tv]s dytay^q b rpéxos, auro/s eùas/Ssias Soypaurrj, cri /jy^
Vio.yxps xyjf ^fiw-j iitKiiÙMarai, ex T.pù>T/fe di, u>s eitirj còàpwro-
^.svi'as. . . . ràiy zóXai biofùJàìi i-jòpwv xaroipSouTO , ù)3èzu>£ èsri-
tó^o/tóu ; Op. c«. lib. I, c. IV. Cf. s. Epifau., Uasres. 66.
ne' scoi bapporti con LA FEDB 7.6 1
ci è stata trasmessa, non sia nuova,o strana,ma se vuoisi
dire il vero,prima, sola e vera1 s.Edopo lui sant'Agosti
no: « Quel che di presente dicesi religione cristiana, non
mancò alla culla del genere umano, e si perpetuò appo
gli antichi, prima che venisse Gesù Cristo nella carnemel
qual tempo quella religione che era vera,cominciò a chia
marsi cristiana*».
Che se taluno si faccia ad indagare, perchè Dio abbia
voluto queste varietà accidentali nella vera ed unica re
ligione da lui imposta all' uomo , non potrà non ricono
scere le sapientissime cure di Lui, il quale volle la mede
sima religione piegare alle diverse condizioni del genere
umano.Questo è stato il pensiero di sant' Agostino, il qua
le meditò lungamente ed attesamente i disegni della Prov
videnza divina nel reggimento delle cose umane , e sol
levò, per quanto ad uomo è conceduto, il velo che li na
sconde all' inferma pupilla dell' occhio nostro. « Avvegna
ché, egli dice, siccome 1' arte della medicina, senza lasciar
di essere quale è, ne cangiarsi in alcun modo, prescrive
agli ammalali diversi rimedi, secondo che varia lo stato
di loro malattia; così la divina Provvidenza, sebbene sia
in sè affatto immutabile,soccorre in vari modi alla creatu
ra sottoposta a cangiamenti,e secondo che i suoi morbi si
mutano, ora ordina o proibisce una cosa,ora un'altra, af
finchè le cose le quali mancano, o sia inchinano al nulla,
dal vizio che è il principio della morte e dalla stessa morte
nella loro natura ed essenza sien ricondotte e rifermate s.

') Oors fiv| viav,xai Qzvyv, àXVei <5e! <póbou akybeóo-jra, tpuirqi
hzòpxztv, xaì iibvtp, xai à>.->)9ij v.a.rop'òtù'Tiv sutrs/Sei'as Tvjy Sta t%
roti Xpiartov MaorxaX/as ■Ka.padofeiiray \fùv airs3eex.va&èai; Ibid.
■) a Res ista quae nunc Christiana religio nuncupatur, erat a-
pud antique», neo defuit ab inaio generis immani, quousque
ipse Christus venire! in carne, unde religio qtiae vera erat, coe-
pit appellari Christiana n; Retract. 1. I, c. XIII, n. 3.
*) t Vi eniin ars medieinae, cura eadem mancai , ncque ullo
pacto ipsa mulelur, mutat lamen praecepta langueniibus, quia
mulabilis esl nostra valetudo: ita divina providentia cuin sii ipsa
omnino immutabilis , mutabili tanica creauirae varie subvenii,
l6l UJ SCETTICISMO
Un' altra non meno soda spiegazione di questo andamen
to della Provvidenza divina ci bau lasciato i Padri della
Chiesa, quando hanno ragguagliato la vita intera del ge
nere umano talora a' primi sei giorni della creazione del
mondo, e talvolta a' vari periodi della vita naturale di un
uomo. Iddio rivelando alla umana generazione la Religio
ne, con che volea esserne onorato, compiacquesi mante
nere quel graduato progredire che si scontra nella cosmo
gonia Mosaica, e nell'infanzia, gioventù e vecchiaia de'sin
goli uomini: ecco l'idea svolta maestrevolmente da Tertul
liano e da sant'Agostino. Ed in effetto, difendendo sani' k-
goslino il Nuovo Testamento da' sofismi de' Manichei , fa
notare, che la vita del mondo è passata per sei età, cor
rispondenti a' sei giorni della creazione, e che la sesta, la
quale rappresenta la vecchiezza, cominciò con la venuta di
Gesù Cristo '. Ed acciocché altri non dica, essere arbitra
rio quest' assegnare la vecchiaia del mondo all' età Ideila
legge evangelica, il Santo ricorda, che anche tra gli uo
mini la vecchiezza non si adatta ad un numero stabilmen
te determinato di anni, ma sì a queir età, in che soprag
giunge la morte; e ne inferisce, eh' essendo riposto tutto
ra in seno di Dio 1' estremo giorno del mondo , possiam
noi dire, essere la presente 1' ultima età del mondo *. Dot
trine a queste simiglianti egli espone anche in altri luoghi
delle sue opere *. E poi ragiona così: « La sbaglia grosso
lanamente colui, il quale vorrebbe scorgere una sola età
in tutto 1' uman genere; giacché questo, come se fosse un
sol uomo, vive nelle diverse età. Onde non fu necessario,
che quel maestro divino, sulle cui orme dovea il genere
umano formarsi ad ottimi costumi, apparisse prima che il

et prò diversilate morborum alias alia iubet , aut velai, ut a


vitio unde mori incipit, et ab ipsa morte ad naluram suam et
esseoiiara, ea quae deGciunt, id est ad nibilum tendoni, redu
ca! et firmcti; De vera reiig. c. XVII, n. 34.
') De Genesi contro Mamcàaeos, 1. 1, c. 23-25, e specialmen
te, c. 24, d. 41.
») Lib. cil. c. 25, n. 42.
") Vedi Quaest. LUI, n. I; e Retract. I. I, c. 26.
di' SCOI BAPPOBTI CON LA FEDE 5ì63
mondo fosse arrivato nel periodo di gioventù. A questo al
lude l'Apostolo là dove dice, che fu mestieri custodire gli
uomini sotto 1' impero della legge scritta, quasi sotto il pe
dagogo, insino a che non venisse Quegli, a cui era ser
bato il magistero, e cui i profeti aveano promesso 1 ». La
predicazione adunque della legge evangelica corrisponde qui
al periodo della gioventù del genere umano, in riguardo al
culto, eh' esso tributa a Dio. Se non che, a taluni è sem
brato, che sant' Agostino si contraddicesse chiamando il
tempo della legge evangelica ora il periodo della gioventù
del genere umano, ed ora quello della vecchiezza. Ma a
costoro doveva esser conto, che il santo Dottore nelle sue
Ritrattazioni avea tolto via questa apparente contraddi
zione. Udiamo cono' egli dichiarò quivi sua mente: « Quello
adunque che si è detto intorno alla gioventù dell' uman
genere, si riferisce al vigore e fervor della fede, la quale
opera per via dell' amore: là dove la vecchiaia accennata
riguarda il novero de' secoli. E veramente, queste due co
se, cui non possiam capire insieme congiunte nell'età de*
singoli individui, possono bene intendersi in riguardo all' u-
Diverso genere umano; siccome nel tempo non possono tro
varsi insieme giovinezza e vecchiaia; ma sì nell' animo del
l' uomo, il quale può avere fior di gioventù quanto a vivez
za, e per la serietà essere nella vecchiaia "s.

') ( Absurdus est, qui in universo genere hutnano unara ae-


lalem desiderai; nam et ipsum tamquain unus homo, aetaies suas
agii. Nec oporluit venire diviuitus magistrum, cuius imitatiooe
io mores oplimos formaretur, nisi tempore iuventutis. Ad hoc
valet, quod Aposlolus dicii, sub lege tamquam sub paedagogo
parvulos custodiri, donec veniret cui servabatur, qui per pro-
phelas promissus erat j; De Quaest. LXXX1IJ, q. 44.
*) e Hoc ergo quod de iuveolute dicium est, ad vigorem fer-
voreroque fldei referlur, quae per dilectionera operatur: iilud
autem de senectute ad lemporum numerum. Potest enim inlel-
ligi uirumque in universitate hominum, quod non potest in ae-
latibus siogulorum: sicut in tempore non potest esse iuventus et
senectus, io animo autem potest ; i Ila propter alacritaiem, ista
propier gravitatelo i; Relract. I. I, c. 26.
u6{ LO SCETTICISMO
Tertulliano prima del Vescovo d' Ippona con una viva
cissima simiglianza avea pur egli reso ragiono di questo
avvanzarsi che ha fatto per gradi la rivelazione, e di
scorsone così : < Nissuna cosa è al mondo senza età , e
tulte quante le cose aspettano il loro tempo. L' Eccle
siaste in fatti dice: E il tempo di ogni cosa (Eccl. Ili, 17).
Mira come fin la stessa creatura a poco a poco aggiunga
ad avere il frutto. Innanzi ogni altro è la semenza, da
questa vien fuora il frutice, che poi dà l'arboscello; quin
di acquistan vigore i rami e le frondi, e l' albero dispiega
tutta la sua virtù. Allora s' ingrossa il pollone e ne spunta
il fiore; dal Gore esce il frutto, il quale pure rimasto per
alcun tempo acerbo ed imperfetto , percorre 1' età sua e
viene così acquistando la dolcezza del sapore. Non altri*
menti avviene alla santità ( che uno stesso è il Dio della
santità e della creatura); da principio ella stette quasi in
embrione, onorando naturalmente Dio ; di poi per mezzo
della legge e de1 profeti cominciò la sua infanzia; quindi
cOn 1' Evangelio addivenne alla gioventù, ed ora, dopo la
missione del Paraclito, si ordina alla maturità1 i.
Restringendo in poche parole l'ampiezza del precedente
discorso, diciamo che la vera Religione non è, e non può
essere, se non unica e sempre la stessa; che questa re
ligione non è mancata mai su la terra sin dall' origine
del mondo , e solo ha variato negli accidenti sotto i Pa-

') « Nihil sine aelate, et omnia tempus expeciant. Denique Ec-


clesiasies tempus, inquit, omnis rei {Eccl. Ili, 17). Aspice ipsam
creaturam paullatim ad fructuni promoveri. Granimi est primo,
et de grano fruiex oritur, et de frutice arbuscula enititur; dein
de rami et frondes iavalescunt, et totum arboris nomen expan-
ditur; inde germinis tumor, et flos de genuine solvitur, et de
flore fructus aperitur : is quoque rudis aliquandiu et ioformis,
paullatim aelatem suam dirigens eruditur in mansuetudioem sa-
poris. Sic et iustitia (nam idem Deus iustitiae et creaturae) pri
mo fuii in rudimenlis, natura Ocum metuens; dehiuc per legem
et prophetas promovit in iufanliam: dehinc per Evangeliuin effer-
buil in iuventutem: nuDC per Paraclilum compooilur iu maturi-
taleinx; De velatici. Virgin, c. I.
ne' suoi rapporti con LA FEDE 265
Inarchi, nel popolo ebreo, e presso i Cristiani. Ci piace
di addurre a tale proposito alcune parole di Bossuet.il qua
le nel suo Discorso sulla storia universale, dando princi
pio alle considerazioni sulla religione, dice al Delfino: «Ec
co dunque la religione sempre uniforme , anzi sempre la
stessa sin dall' origine del mondo ; chè si è in essa rico
nosciuto sempre il medesimo Dio come autore, ed il mede
simo Cristo come Salvatore del genere umano. Così vedre
te, che niuna cosa è tanto antica tra gli uomini, quanto
la religione che voi professate , e che meritamente i vo
stri maggiori han riputata la massima loro glòria esserne i
protettori 's .La sola Chiesa cattolica per una incontrasta
bile continuazione signoreggia tutte le età. Perchè la leg
ge viene innanzi al Vangelo; la successione di Mose e de'
Patriarchi forma una medesima seguenza con quella di Ge
sù Cristo;e però essere aspettato, venire, essere riconosciu
to da una posterità duratura quanto il mondo, è il caratte
re proprio del Messia in cui dobbiamo aver fede; Gesù Cri
sto ieri ed oggi, egli è anche ne' secoli de' secoli, « Che se
tanta autorità, continua Bossuet, si deriva nella religione
dalla sua antichità, la sua continuazione non interrotta e
dod alterata mai nel corso di tanti secoli, e malgrado tanti
ostacoli ond' è stata attraversata,dà manifesti segni di es
sere sostenuta dalla mano di Dio.Qual cosa può cagionare
maggior maraviglia , che vederla sempre fermata su le
stesse fondamenta dal principio del mondo, senza che nè
l' idolatria , nè l' empietà che la circondavano da tutti i
lati, nè i tiranni i quali 1' hanno perseguitata, nè gli ere
tici e gì' infedeli i quali si son travagliati a corromperla,
uè i vigliacchi che 1' hanno tradita, nè i malvagi (suoi se
guitatoci i quali co' loro delitti l' hanno messa in disistima,
uè in fine la lunghezza de' tempi, la quale sola vale a ro
vesciare le cose umane, non mai abbiano avuto forza,
non dico a spegnerla,ma sformarla in qualche modo ? " »A-
dunque la società che Gesù Cristo, in tutti i secoli trascor
si atteso, ha in fine fondato su la pietra, e in capo a cui
') Discorso sulla storia universale, p. II, § I.
•) Loc. cit.
SlNSEVSRlKOjSlST.FlLOS.,1. 22
y.66 LO SCETTICISMO
volle stessero san Pietro e i suoi successori, vien giustifi
cala dalla propria sua seguenza, e porta nella sua dura
ta il suggello della mano di Dio.
Dal discorso sin qui agevolmente si ritrae quel che deb
ba pensarsi della futura trasformazione del Cristianesimo,
sognata da parecchi Progressisti. E per certo, il Vange
lo eterno di Lessing, il nuovo Cristianesimo del conte di
Saint-Simon, e altre utopie di simigliante risma si disfor
mano sostanzialmente dalla vera religione, di cui abbiam
detto,in qualunque periodo e sotto qualunque forma ella si
risguardi. Imperocché esse non sono altro,che capricciose
ed arbitrarie espressioni del sentimento religioso connatu.
rato negli animi umani,e strane ad ogni elemento sopraintel-
ligibile e soprannaturale; dovechè la vera religione, sicco
me dicemmo sin dal principio, comprende elementi sopra-
intelligibili,e poggia sopra fatti soprannaturali. Senza dire,
che i dogmi e i riti delle nuove fogge di Cristianesimo,
affannosamente aspettate da questi profeti di una futura
alleanza, non pure non hanno nulla di sopraintelligihile e
soprannaturale, ma sono altresì la più parte empii, assurdi,
sozzi, ed anzi sogni di deliranti, che concetti di mente fi
losofica o religiosa. ,
Ed a ciò si aggiunge, che la vera religione rivelata da
Dio agli uomini,e da Dio medesimo accomodata alle diverse
condizioni del genere umano, è di cosiffatta natura che non
dee quindi innanzi sostenere altre modificazioni;ma dee du
rare ferma ed immobile, quale ci fu lasciata da Gesù Cristo,
quanto il mondo,lontana.Ed in effettore la religione fondata
da Gesù Cristo è vera, conviene eh' ella sia quale il suo
Fondatore 1' ha ordinata. Or, non può negarsi da veruno,
che Egli ebbe in animo di fondare una Chiesa la quale
si attagliasse a tutti gli uomini, in tutt' i luoghi e in tutte
le età, e quindi durasse immobile ne' suoi dogmi e nelle
sue istituzioni sino alla fine del mondo. « Andate, E' disse
dopo la sua resurrezione agli Apostoli, istruite tutte le gen
ti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello
Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutto quello,che
io vi ho comandato. Ed ecco che io sono con voi per
ne' suoi bapporti con la fede 267
tutti i giorni, sino alla consumazione de'secolir». E tale
in vero trova questa religione, chiunque si faccia per po
co ad esaminarla in tutte le sue parti; chè i suoi precet
ti, e le sue istituzioni, come si è lungamente dimostrato
dagli antichi e moderni Apologisti, sono di natura da po
tersi senza veruna difficoltà praticare in tutt' i tempi, in
tati i luoghi, da tutte le età e da tutte le condizioni di
uomini. Quindi se ella dovesse essere sottoposta ad altri
cangiamenti,darebbe manifesto indizio di non rispondere allo
scopo inteso dal sue Fondatore, e però essere falsa.
La ragione adunque,perchè la vera religione quale fu costi
tuita da Gesù Cristo,non debba subire altre modificazioni,
si raccoglie senza veruna difficoltà dalle cose che abbiamo
innanzi ragionate. Imperocché Iddio avendo stabilito Gesù
Cristo, come unico redentore del genere umano, decaduto
per la colpa di Adamo suo capo, volle che quaranta secoli
in circa precedessero alla venuta sua, e gli apparecchiasse
ro le vie. Per la qual cosa, la legge naturale, e la legge
scritta, la quale non fu altro che una salvaguardia e una
dilatazione*, o sia una più minuta determinazione della legge
naturale, non poteano essere la forma unica e immutabile
della vera religione; ma dovevano cedere il luogo alla leg
ge evangelica bandita da Gesù Cristo, a cui si riferivano e
da cui ritraevano ogni loro forza,e lastricare a lei la via.
In fatti, il mosaismo fu in tutte le sue istituzioni e le sue
vicende storiche una figura,e per ciò ancora una continua
profezia del Cristianesimo.La qual cosa chi non volesse per
l' autorità di san Paolo confessare, potrebbe ben rilevarla
dal ragguaglio de' libri dell' una e dell'altra Legge, e questo
ragguaglio, chi non volesse far da sè, lo riscontrerebbe già
latto qua e là nelle opere de' Padri,e sulle orme di costo
ro da' Teologi lucidamente delineato ". Or, chi non sa,che
non vi ha figura senza il figurato; che 1' una non ha al-

*) Malih. XXVIII, 19,20. Solo san Matteo usa l'espressione di


consumazione de1 secoli,e sempre per significare la fine del mon
do. Veggasi c.XIII,v.29,40; XXIV,v.3,confrontato co'versi 30,31.
*) Veggasi tra' molli il Decano, Analogia ralionis et Fidei.
268 LO SCETTICISMO
tro uso, se non di sostituire l'altro,e quella da questo to
glie ogni sua forza; talché alla presenza del figurato cessa
la figura ?
Per contrario, dopo Gesù Cristo la vera religione non
può ricevere altro incremento, e vestire quindi altra for
ma. Gesù Cristo, essendo la verità per essenza, insegnò a'
suoi discepoli tutti i veri, parte da sè stesso,e parte per lo
Spirito Santo che inviò loro dal Cielo,pochi giorni di poi che
vi ebbe gloriosamente asceso per collocarsi alla destra del
suo divin Padre \ Qual innocente, santo, impolluto e se
parato da' peccatori, diede a' suoi seguaci l'esempio di tut
te le virtù, perchè ne avessero secondo il modo di loro pos
sibilità fatto in sè ritratto 2.Essendo la sorgiva unica della
grazia, necessaria a credere i veri da lui rivelati, ed a re
care nelle azioni la morale da lui praticata e predicata, è
manifesto ch'Egli solo potè indicare le fonti, alle quali sola
mente si può attingere, e i canali, capaci a derivarle ne' cre
denti MI perchè vano sarebbe agognare altro compimento,e
credere possibile,non che aspettare come certa,una mutazio
ne nella credenza, nella morale e nelle instituzioni della
verace religione cristiana, o sia della religione cattolica.
Che se taluno ci venisse incontro, ricordandoci, chela
Chiesa cattolica di tratto in tratto ha proposto a credere a'
suoi alcune verità come dogmi di fede,siccome fece testé de
finendo l' Immacolato Concepimento di Maria,noi senza ve-
run esitazione risponderemo loro.che la Chiesa ne' casi ac
cennati non aggiugne alla rivelazione cristiana alcun ve
ro. Perchè avendo Gesù Cristo, come innanzi vedemmo ,
manifestato agli Apostoli ogni verità, la rivelazione divina
trasmessaci da questi, sia colla Scrittura, sia a voce, dee
comprendere ogni verità. Onde la Chiesa, ogni qual vol
ta definisce un dogma , manifesta solamente , che nella
divina rivelazione quello si contiene.! La Chiesa, dicea san
Vincenzo da Lerina,studiosa ed accorta custode de' dogmi a

') Ioann.XVI, 13; cf. XV.


■) Ved. Bossuet, Op. cit. pari. 2, § VI.
a) Ibid.
ne' scoi bapporti con la fede 269
lei dati ia deposito,non ne cangia un niente,nè li muta mai;
niente ne toglie, niente vi aggiugne; non ne svelle il ne
cessario, non vi appone il soverchiò; non perde punto del
suo, non fa suo 1' altrui ; ma trattando con fedeltà e con
saviezza i dogmi antichi,pone ogni suo studio nel lavorare
e ripulire quel che in loro è senza netta forma ed inizial
mente, e nel custodire quel che è rassodato e definito. Che
altro infine ha ella adoprato co' decreti de' Concili, se non
che quel medesimo che prima semplicemente si credeva,
si credesse poi con maggiore diligenza ? Che quel medesi
mo che addietro più rimessamente si predicava,per innanzi
con più di calore si predicasse? Che quel che una volta
senza molto pensarvi si onorava , quindi innanzi con più
calda premura si onorasse? 1 j
Il Lirinese chiarifica questa dottrina con quel che acca
de al corpo nelle diverse sue età; perocché mentre nelle
diverse età V uomo muta complessione, rimane sempre la
stessa natura e la stessa persona.E dopo descritto le vi
cende del corpo umano nelle sue varie età,concbiude co
sì: « Forza é che il dogma della religione cristiana pro
gredisca secondo le medesime leggi ; ondechè confortan
dosi nell' avvanzar degli anni, dilatandosi nel corso del
tempo, nobilitandosi col proceder dell' età, resti incorrotto
e senza macchia; e si compia e perfezioni in tutte le mi
sure delle sue partì, e in tutte, per così dire, le sue mem
bra e i suoi sensi, senza che soffra un menomo mutamen-

*) 1 Christi vero Ecclesia sedula et cauta depositorum apùd se


dogmatum custos, nihil in bis umquam permutai, nihil minuit,
nihil addit; non amputai necessaria, non apponi! superflua, nou
amiitit sua, non usurpai aliena; sed ornai industria, hoc unum
studet, ut vera fideliler sapienterque tractaudo, si qua sunt illa
antiquitus informata et incboata, accuret et poliat ; si qua iam
confirmala, et definita, custodiat. Denique quid umquam aliud
Conciliorum decretis enisa est; nisi ut quod antea simpliciter ere-
debalur , hoc idem postea diligenlius crederetur ? quod antea
Ienlius praedicabalur, hoc idem postea inslantius praedicarelur ?
quod antea securìus colebalur, hoc idem postea sollicitius exeo-
leretur ? 2 Commonit. I, c. 32.
270 LO SCETTICISMO
io, o rimetta della proprietà sua, 0 vari! la sua defini
zione 1 ».
Ma poniamo ormai fine alla presente trattazione. Net
la quale ei pare aver eoo poche parole, ma chiaramente,
fermato, ohe la religione non può per sua natura compor
tare alcun progresso sostanziale; che le diverse fogge di
religione, le quali sono surte in diversi tempi e presso di
versi popoli, non poteano originarsi V una dall' altra, e se
condo T ordine di perfezione: e che in effetto non si sono
con tale ordine suocedute;che la vera religione,cioè quel
la rivelata da Dio medesimo , non ha variato sostanzial
mente ne' tre stadli che ha percorsi , ma solo per alcuni
rispetti accidentali; che il Cristianesimo il quale è 1' ulti
ma forma da lei rivestita, non solo non può mutare la so
stanza sua,ma nò anco comportare queUa specie di varia
zione, che ebbe trapassando dalla legge di natura alla leg
ge scritta, e da questa all' evangelica.

'} c Imilelur animarti m religio rationem corporum : quae licei


ancorala processi! nnmeros suos evoLvanl et explicent, eadem
tamen quae erant , permanent. . . Ila etiam christianae religio,
iris dogma sequatur has dece! profecluum leges; ut aonis seili
ce! coDsolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aeiale; incorra-
ptum tamen illibaiumque permaneat, et uoiversis partium sua-
rum mensuris, cunclisque quasi membris ac sen&ibus propriis
plenum alque perfectum sii; quod nitrii praeterea permutationis
admittat, nulla proprietatis dispendia, nullam delinitioois susli-
ncai vari da lem »; Commonit. I, c. 30.
CAPITOLO III.

la filosofia del temo comune è opportuna a ribattere


io Scetticismo ?

fi.

Cenni ttorici della filosofia del senso comune


fino a Reid
La filosofia del senso comune che da1 più si attribuisce a Rei J,ebbe,
secondo la confessione dello stesso Reid, per primo autore il p. Buffier.
11 quale, abbandonalo il metodo delle Scuole cattoliche, si accosta di
molto a Cartesio e a Locke, e ne lodò il metodo e le scoverte fi
losofiche ; onde 1' elogio fattogli da Voltaire e da Tracy. Sua filo
sofia. Egli rileva l' importanza de' primi veri, ed osserva contro Car
tesio, non potersi tutti trarre dal senso intimo, ma molti doversi at
tingere dal senso comune. Definisce il senso comune, ed enumera ad
esempio alcuni pronunziati di esso. Espone i caratteri pe' quali si fa
manifesto che un tal vero appartenga al senso comune, e stabilisce il
valore logico di un tal criterio, paragonandolo con quello del senso in
timo. Precessori immediati di Reid nella stessa Scozia. Principi di Hut-
cheson e di Smith, e loro confronto fatto da Cousin. Dottrina di Tura-
bull, maestro di Reid, col quale si conciliude la Storia della filosoi
fia del senso comune prima di Reid.

E cosa naturale il pensare, che il Pirronismo, e gli er


rori ebe ne pullularono, da noi innanzi esposti e confuta»
ti , abbiano dovuto incontrare opposizioni di ogni sorta
da parte de' Filosofi dogmatici. E veramente.la storia del
la filosofia ci mostra in tutt' i tempi i dogmatici in lotta
co' pirronisti. Se non che, tra' diversi tentativi fatti contro
lo scetticismo, ve ne ha di que' che non solo non valsero
ad abbatterlo, ma gli spianarono una più larga e comoda
via. Tra' quali è senza verun dubbio molto meritevole di
attenzione la filosofia del senso comune con cui i filosofi
scozzesi, con a capo Tommaso Reid, han creduto di argi
nare, anzi dissipare del tutto lo scetticismo devastatore di
llume.Or, avendo noi veduto quanto il Pirronismo moderno
con le teoriche le quali vi hanno attenenza, sia riuscito fa-
SiascviBino,SisT.Fii,os.,l. 23
ìjt LO SCETTICISMO
tale alla Religione \non possiamo lasciare senza esame la
filosofia scozzese, la quale ha menato tanto scalpore, ed ha
avuto tanta parte nella creazione degli attuali sistemi di fi
losofia, la maggior parte radicalmente contrari all' insegna
mento della Chiesa cattolica.
Tommaso Reid, fattosi ad esaminare i ragionamenti con
cui Davide Hume e Giorgio Berkeley aveano tentato di
struggere il primo in tutto, e 1' altro in parte la scienza
delie cose, reslò scosso dal loro apparente valore , e pa
rendogliene difficile e pericoloso 1' esame, stimò meglio in
vocare le credenze naturali e istintive del genere umano,
e su questa base incrollabile collocare la filosofia, detta per
ciò con ragione filosofia del senso comune. Ma non vuoisi
tacere che questo medesimo disegno era stato prima di lui
ideato e colorito da un gesuita francese, il p.Buffier, delie
cui opere non può dubitarsi che il professore di Glascovia
siasi giovato , avendone fatto lusinghevole menzione ne'
suoi Saggi M*er la qual cosa volendo ben conoscere le ori
gini e vicende della filosofia del senso comune, forza è far
capo dalle opere del p. Buffier. « E' non vi ha dubbio, di
ce il Bouillier, che Reid sovrasti ad Hume, vuoi per una
analisi più compiuta e più profonda de' principali fenome
ni dell' intelligenza umana, vuoi per la sua lotta ferma
e vittoriosa contro Berkeley e Hume , cioè l' idealismo e
il pirronismo, e contro i principi della filosofia di Locke
da cui sgorgavano. Ma se Reid ha sopravvanzato il p. Buf-
fier,egli ha filosofato dopo di lui, ed ha conosciuto,studiato
') Lo stesso Reid, la cui filosofia ci accingiamo qui ad esami-
tiare, dichiarò di aver messo mano a confutare fiume, perchè
t uno Scetticismo assoluto non distrugge meno la fede cristiana,
che la Sdenta del filosofo, e la prudenza dell' uomo di buon sen.
ao > ; Recherches sur l' entcndement humain , Dèdicace etc. ,
Oeuvr. irad. par Jouffroy, t. Il, p. 1- 10, Paris 1828.
') c Ho trovato più cose originali in questo Trattato, che nella
maggior parte de' libri metafisici da me letti. Le osservazioni di
Buffier sono ia generale , a parer mio , affatto ragionevoli , e
quelle poche medesime che non saprei in tutto approvare, sono
almanco molto ingegnose n;Essais sur le»facullès intelkctueties
dtChomme, Ess. Vi, c. 7, Oeitvr, ed. cit. t. V,p. 179.
NE* SCOI «APPORTI CON LA FEDE
e lodato II Trattato de' veri primi; sicché bisogna tener
per eerto che lo abbia tolto a guida , e attintovi lumi di
filosofia « j>. Dugald-Stewart, uno de' più chiari discepoli
di Reid, notò che il p. Buffier introdusse nella filosofia la
espressione del senso comune \
Il p. Buffier, autore di molti lavori di 'svariati argomen
ti '.abbracciò una maniera di filosofare più conforme a quel
la di Cartesio , di Locke , e di altri filosofi riformatori
del XVII secolo, che a quella tenuta a' suoi tempi nelle
scuole gesuitiche, e generalmente nelle cattoliche4. Infatti,
secondo 1' indole della scuola cartesiana , e' si adoprò a
rendere le controversie metafisiche acconce all' intelligen
za del volgo. Neil' Avvertimento messo innanzi al Trai'
tato delle verità prime disse : « Se non sono stato piag
giato , questo trattato almanco varrà a rendere intelligi
bili alcune materie che a' più non sembrano tali, e che
pure sono essenziali 8 s. E pel medesimo fine scrisse gli
Elementi di Metafisica accomodali all' intendimento di
lutti '.Ma quel che è più,a giudicarlo dalle lodi che dà qua -
e là a Cartesio e a Locke, sembra persuaso, che prima
di loro s' ignorassero le vere dottrine metodiche e psicologi
che. E' dice del primo: « Noi dobbiamo a Cartesio una ma
niera metodica di filosofare, la quale è venuta in uso per
*) Vedi la sua Introduzione alle Oeuvre* phìl. du p. Buffiert
p. xlv, slvi, Paris 1843.
*) t Uno de' primi scrittori che abbia introdotto 1' espressione
di senso comune nel linguaggio tecnico, o proprio della logica,a
il p. Buffier in un libro intitolato: Trattato de' veri-primi. Il qual
termine è stato dipoi adottato da alcuni autori celebri di questo
paese, massimamente dal Dr Reid,dal Dr Oswald e dal Dr Beat-
tie; comecbè forse mi sia forza confessare che lutti questi scrittori
non sempre ne abbiano un concetto abbastanza preciso»; Vie. de
Reid premessa alle Oeuvr. de Reid, ed. cit. voi. I, p. 73.
*) Vedine 1' elenco nelle Memoires des Trevoux, agosto 1837,
p. 1504.
*) Si può vedere soprattutto il suo Examen det prèjugét vul-
gaires, prop. VI, Oeuvr. ed. cit. p. 375.381.
*) Oeuvr. ed. cit. p. I.
'ì Oeuvr. ed. cit. p. 833-309.
ay4 LO SCETTICISMO
1* occasione o l'esempio che egli ne ha dato,e gli dobbiamo
anco piò di quel che credesi da alcuni suoi partigiani,per
chè si usa talvolta il suo metodo per combattere lui stes
so1!. Ed altrove: c Ancora dopo lui si è cominciato a fi
losofare con maggior diligenza * i. Quivi medesimamente
ripete quella lode, ingiustamente data al Descartes da' suoi
encomiatori, di aver egli il primo mostrato chiaramente il
divario dell' anima dal corpo, c L' attenzione da Ini richia
mata sulla natura dell' anima, o dello spirito, e su quella
del corpo, o della materia, ha renduto più manifesto il di
vario tra 1' anima e il corpo * ». Quanto all' altro, i la
metafisica del Locke ha scosso una gran parte dell' Eu
ropa da certe illusioni ornate della veste di sistemi* >.
Ed altrove: c E', primo di tutti in questi tempi, ha intra
preso a discutere le operazioni dello spirito umano dirit
tamente secondo la loro natura, non abbracciando opinio
ni anzi fondate su sistemi, che su realità; ondecbè la sua
filosofia sembra stare in comparazione di quelle di Descar
tes e di Malebranche, come la storia inverso il romanzo5»;
Se in questi suoi giudizi e adoperamenti si apponesse,non
e questo luogo di disputarne. Solamente ricordiamo, che
egli ha avuto il tristo vanto di essere lodato da Voltaire %
e da Destutt-Tracy7; e da' calunniatori de' Gesuiti è ripu-
x) Traile ecc., Dessein de i'ouvrage, § 5, Oeuvr.ed. cit.p. 4.
") Remarques sur les principes ou la metaphysique de Dei-
cortes, art. 1, Oeuvr. ed. cit. p. 219.
») Ibid. —*) Traile etc. I. c. p. 4, 5.
*) Remarques sur lametaphysique de M.Locke, art.l, p.225,
ed. cit.
•) t Vi ha ne' suoi Trattati di Metafisica brani che Locke non
avrebbe disconfessati, ed egli è il solo Gesuita che abbia usalo
una filosofia ragionevole nelle sue opere »; Catalogue desÈcri-
vains du siede de Louis XIV, alla fine dell'opera Les siècles
de Louis HIV et de Louis XV, t. V, p. 207, Paris 1803.
*) e E' mi duole nell' anima,che Condillac nelle sue profonde
e savie meditazioni sull' intendimento umano non abbia più at
tesamente meditale le idee del p. Buffier. Certamente, quanto a
me, mollo mi rincresce di aver conosciuto da poco tempo certe
opinioni del p.Buffier,perchè se le avessi prima scoutrate io qual
nb' scoi BAPPORTI CON hH PEDB a^5
tato V unico filosofo della Compagnia, la quale pure tanti a
sì profondi ne vanta.
Il p. Buffer adunque divisò, che se la filosofia debb' es
sere il fondamento di tutte le scienze, ella dee innanzi tut
to travagliarsi nel ricercare i primi veri per i quali tutti
gli altri si dimostrano, e con ciò fermare princìpi i quali
valgano a distruggere i pregiudizi del popolo , i raggiri
delle scuole, e le preoccupazioni de' dotti. « In fatti, e' di
ce, la conoscenza de' primi veri è la chiave di tutte le scien
ze , il mezzo di ogni diritto giudizio , la norma delle piò
esatte scoverte nelle nostre conoscenze, l'anima e, ad un
certo modo, P essenza del vero considerato nella sua uni
versalità, il quale non è in atto se non per i primi veri1:»:
E' disse, essere i veri primi proposizioni tanto chiare, che
non possono « nè provarsi, nè distruggersi con proposizio
ni più chiare2». Or, facendosi ad investigarli e ordinarne
1* analisi, convenne con Cartesio,che s la prima sorgiva e il
primo principio di tutti i veri di cui siamo capaci , é il
sentimento della propria esistenza e di tutte le affezioni
interne , essendo questo la base di ogni altro vero e dì
ogni altra scienza'»; che e non vi ha mezzo tanto imme
diato a convincerci, non esser meno reale 1' obbietto del
l' esistenza nostra , quanto il nostro pensiero medesimo ;
perocché Y obbietto, il pensiero, e il sentimento intimo che
ne abbiamo , non sono veramente altro da noi stessi che
pensiamo, che siamo, e che ne abbiamo sentimento*»;
che qualunque pruova si tentasse darne, varrebbe anzi ad
oscurarlo , che a chiarirlo; sicché col dubbio stesso degli
Scettici si conferma8.
Concedendo a Cartesio, che il cogito, ergo sum,è il pun
to donde la scienza dee muovere, lo accusa del grave er
rore di aver ammesso per unico mezzo immediato di co
che parte, mi avrebbero risparmiato molti travagli e molti dub
bi j; Elemens d idéologie, 3 part. Logique, Disc. prèl. p. 136;
cf p. 130-139, Paris 1805.
*) Op. cit., Dessein de C ouvrage, § 1, 2, p. 3.
») Jbid. § 8, p.S, 6.-') Op. cit, part.I, ci, § 9.
•) Ibid.—") Ibid. p. 10, 11.
2^6 tO SCETTICISMO
noscenza il sentimento, mostrando che secondo tale senten
za non possiamo esser certi dell1 esistenza non che degli al
tri corpi,del nostro, non dell'esistenza di altri spiriti oltre al
nostro, non del valore della memoria e di molte altre cose
le quali dalla conoscenza di quelle dipendono Or, se
dal principio che riduce ogni evidenza immediata al sen
so intimo, si derivano conclusioni cotanto strane, debb' es
servi, oltre al senso intimo, altra fonte di veri primi, la
quale risguardi le realtà esteriori , siccome il sentimento
intimo le interiori. Cotal fonte fu detta dal p. Buffer sen
timento comune della natura, o come suol dirsi dall' uni
versale , senso comune « Io intendo per senso comune
la disposizione connaturata a tutti gli uomini, o vero sen
za dubbio alla maggior parte di loro, per la quale per
venuti all' uso della ragione, possono formare un giudizio
comune ed uniforme circa obbietti diversi dal sentimento
intimo della loro propria percezione, e non dedotto da ve
rno principio anteriore * >. -
Il filosofo gesuita recò in mezzo cinque giudizi di tal
sorta, o sieno veri primi, o vero princìpi, e questi per gra
zia di esempio;ma non perchè stimasse non esservene altri,
o tutti essere del medesimo polso. I quali sono questessi :
« 1° Vi ha nel mondo altri esseri ed altri uomini fuori di
me. 2° In questi è qualche cosa che si appella verità,
saggezza, prudenza; e che non dipende del tutto dall' ar
bitrio. 3" Io trovo in me qualcosa che chiamo intelligen
za , e qualcosa che non è punto intelligenza, e chiamasi
corpo; in maniera che V una abbia proprietà differenti dal
l' altra.4° Tutti gli uomini affatto non si accordano a trar
rai in errore, ed a farlo progredire in me. o° Quello che
non è intelligenza, non saprebbe produrre tutti gli effetti
dell' intelligenza ;nè potrebbe di particelle di materia, combi
nate a caso,formare un'opera sì ordinata e regolata nel suo
movimento, come un orologio 4 1. Ed aggiugne: e Io nou
pretendo già di restringere il numero delle verità prime

*) Ibid. c. 3, § 19-23, p. 9-12.—«) lbid. c.4, § 27, p. 13, 14.


•) lbid. c. 5, § 33, p. 15.—*) lbid. $ 34, 35, p. 15, 16.
NE1 SUOI RAPPORTI CON LA FEDE iyj
alle sopraddette, né credo che tutte sieno in simil modo e
colla facilità stessa ricevute dall' universale: ma son quelle
In luogo di esempi, de' quali alcuni almeno non potrebbero
legittimamente venir rifiutati; e tutte sono di tal fatta, che
se taluno nella condotta di sua vita negasse fermamente
di ammetterle per verità,noi non potremmo dispensarci di
tenerlo senza dubbio per cervello guasto.
Ma quali sono queste note per le quali i veri primi si
contraddistinguono dagli altri ? 11 nostro filosofo ne novera
tre. « La prima di queste note, e' dice, è, che sieno così
chiari , che non possano provarsi od impugnarsi per via
di proposizioni più chiare o manifeste. La seconda è di
essere sì universalmente approvati tra gli uomini in qual
sivoglia tempo e luogo , e da qualsivoglia ingegno , che
chi mai li combatta sia nel genere umano come 1' uno con
tro cento o mille. La terza è di esserne noi tanto fortemente
persuasi, da conformarvi la nostra condotta in faccia alle
soflstichezze di coloro che portano sentenze contrarie, e
pur non a queste, ma a quelle moderano le loro azioni' ».
Confrontando poi la forza de' giudizi del senso comune
con que' del senso intimo in ordine alla certezza, senten
zia da prima, che a que' giudizi sono norme di verità non
meno reali e sicure che la norma del sentimento intimo
delia nostra propria percezione; perchè, sebbene non scuo
tano il nostro spirito con la medesima vivacità di eviden
za, pure lo traggono con la medesima forza a consentire.
Siccome io non posso giudicare che non penso, mentre dì
presente penso; cosi del pari non posso seriamente giudi
care, che non vi sia altri al mondo di me all' infuori; che
tutti gli uomini abbiano congiurato ad ingannarmi in tutto
quel che dicono; che un portato dell' industria umana, e-
sempligrazia un orologio il quale indica regolarmente le
ore, sia un mero effetto del caso * > . Ma notabilissime so
do le parole che aggiugne,siccome quelle che aiutano a fare
diritta stima della filosofia del senso comune. « Nondimeno,

■) Jbid. c.7, § Sl-53, p. 22.


■j lbid. c. 5, § 38, p. 16, 17.
3^8 LO SCETTICISMO
e'dice,bisogna confessare che tra il genere delle verità prime
raccolte dal senso intimo, ed ogni altro genere di verità pri
me trovasi una differenza: ed è che nell' uno non può so
spettarsi neppur 1' ombra del dubbio, e nell' altro può dir
si che manca quel genere supremo di evidenza. Ma biso
gna pur ricordarsi, che quelle verità che non sono del pri
mo genere, cadendo sopra gli oggetti posti fuori di noi ,
non possono farci un* impressione tanto viva, come quel
le, di cui 1' oggetto ritrovasi in noi stessi: di modo che
per negare le prime basterebbe esser fuori di sé , laddo
ve per negare le altre bisognerebbe esser privo di ragio
ne. Quindi, a torre ogni equivoco, se taluni perfidiassero a
non dare il nome di certezza evidente se non al primo
genere di verità, che è il sentimento intimo della nostra
percezione, e non assegnare agli altri che il nome di su-
prema verisimiglianza ; questo non sarebbe , come o-
gnun vede, più che question di nome, di cui niuna cu
ra ci daremmo; dovendo ognuno acconsentirmi che queste
maniere di verisimiglianza suprema equivalgono tra gli uo
mini a quelle che diconsi certitudini evidenti, e che per
dubitarne fortemente nell' uso della vita è forza di rinun
ciare al senso comune 1 a. Questi sono i principali pro
nunziali della filosofia del p. BuJfier, i quali dierono ori
gine alla scuola scozzese.
Se Reid propriamente ebbe formato codesta scuola, noi
è da tacersi,che egli fu in ciò preceduto da Hutcheson e
da Smith; perocché questi fermarono le loro teoriche mo
rali su quella maniera di Closofare, la quale fecondata e
dilatata dal Reid generò la così detta scuola fìlosoGca di
Scozia. Poiché non trattiamo qui di morale, basterà un
brevissimo cenno di que' due iniziatori della filosofia scoz
zese. A conoscere i quali convien ricordarci, che la filo
sofia scozzese sta tutta quanta nella lotta contro Locke;
perciocché dalle teoriche di questo filosofo inglese i filo
sofi scozzesi stimarono essersi derivati tutti i mali della fi
losofia e della religione ne' tre Regni uniti. Quanto ali Hut-

*) ìbid. § 40, p. 17, 18.


Nb' SCOI BAPPOBTI CON tA FEDE }M
cheson, ecco con quali parole il prof. Cousin ne compen
dia la dottrina: e In brieve, la filosofia di Hutcheson è u-
na prima protesta seria e ponderata contro il sistema di
Locke. E' non disconviene in generale, che tutte le idee
nascono da' sensi; ma là dove Locke ammette i soli sensi
fisici, e li tiene per le sole fondamenta di tutte le cono-
scenze umane, egli se ne discosta e gli contraddice, mo
strando esservi nel nostro spirito idee le quali non posso
no originare dirittamente da alcun nostro senso, quali so
do quelle del buono o del bello. Però, combatte manife
stamente Hume su tal punto che costituisce tuttaquan-
ta la filosofia. Hutcheson stimando che le idee del bello
e del buono non traggono origine da' sensi fisici, e nè pu
re dalla riflessione e dal ragionamento, le deriva da due
facoltà, che per un certo riguardo verso la filosofia am
messa dall' universale, chiama ancora col nome di sensi;
ma questo riguardo usato inverso la scuola sensualista é
apparente e di mero nome, celando in sè un profondo di
vario, il quale presto o tardi si renderà palese. . . Hutche
son, primo tra' scozzesi, ha chiarito le idee del bello e del
buono , e con ciò ha dato un primo colpo alla filosofia
locchiana 1 i.
Adamo Smith rifiutò ancora la ragione come fonte delle
norme morali, e si rifuggì al sentimento, sebbene nel deG-
nire la qualità del sentimento, si dipartisse da Hutcheson,
essendo un tal sentimento per costui la benevolenza, e per.
Smith la simpatia. Giova recare alcune sue parole: a La
ragione non può di per sè rendere verun obbietto piacevo
le, o veramente dispiacevole allo spirito. Ben può ella mo
strarci , che una certa cosa vale di mezzo a conseguirne1
un' altra, la quale notevolmente ci piace, o ci dispiace, e
rendere i' una piacevole per rispetto all' altra; ma non ci
rende verun obbietto piacevole o dispiacevole in sè stesso*
là dove il sentimento immediato non parla nè prò nè contra
di esso.Àdunque, qualvolta la virtù piace di per sè al nostro

*) Histoire de la phil. morale au dìx huitièma siede, lec. XV,


Oeuvr. ser. 1, t. IV, p. 190, Paris 1846,
SinSKV«RIHO,SlST,F 108.,!. 24
afa LO SCETTICISMO
cuore,e il vizio gli dispiace,non la ragione,ma il sentirne»
to ci conduce verso l' una e ci allontana dall' altro. Con-
ciossiacbè il sentimento immediato, e non la ragione scor
ge il piacere e il dolore, che sono i principali obbietti de]
desiderio e dell'avversione. E veramente, se la virtù è de
siderabile per sè, e il vizio per sè muove all' odio, non
può l' uoa distinguersi dall' altro in virtù della ragione, ma
del sentimento 1 >.
Udiamo un' altra volta il sig. Consin che mette in ri
scontro tra loro Locke, Hutcheson e Smith: c A Locke,
era stato avviso, che nella sensibilità fusse il principio, sic
come di tutte le altre idee, così dell' idea del bene e del
male, del giusto e dell' ingiusto, dell' onesto e del disone
sto. Egli giudicava, che l' idea del bene si riducesse ulti*
inamente alla sensazione del piacevole. . . . Hutcheson e
Smith confessano, che la sensibilità è la fonte di tutte le
idee, e che il bene è il piacevole; però si dipartono da Lo
cke in un punto apparentemente lievissimo, ma in sostan-
za notabilissimo. Perchè, il piacevole in cui si pone da lo
ro il bene, non è quel che piace a' sensi esterni, siccome
è sembrato a Locke e a' suoi settatori Condillac, Elvezia,
Saint-Lambert, ma quel che piace a una parte diversa dal
la sensibilità, cioè al sentimento e al cuore. E per cuore
non s' intende da loro, siccome dagli altri discepoli ingle
si e francesi di Locke, ad un certo modo il rovescio del
corpo; perocché non credono essere il sentimento una sen
sazione trasformata. No; Hutcheson avvisa che il sentimen
to del bene è un senso morale speciale, in tutto diverso
da' sensi fisici, ed avente, al paro di essi, le sue percezio
ni proprie ed indipendenti. Smith , è forza pure il dirlo,
non è tanto riciso quanto Hutcheson, e la sua stessa sa-
gacità talvolta lo illude. . . Almanco scevera la simpatia
dall' amore ordinario di sé stesso, e le dà un carattere af
fatto puro d' interesse " s.

■J Théorie des sentimento morata trad. de 1* angl. par mada


me de Coodorcet, t. Il, p. 48, Paris 1798.
«) Op. ci!., lec XVI, XVH, voi. cit. r- 78, 79.
ne' scoi bappobti con u pbdb 981
Né dee tacersi dì Giorgio Turnbull, il quale essendo sta
to nell' Università di Aberdeen maestro a Reid, non potò
non esercitare col suo insegnamento una certa azione sul
le idee del suo discepolo. Dugald-Stewart, il cui giudi
zio debb' essere io questo assai autorevole, non ne area
punto di dubbio Or, Turnbull nella sua Prefazione a*
Princìpi della filosofia morale disse di voler camminare
quasi sempre su le orme di Hutcheson. c Lo scrittore, e*
dice, di cui maggiormente mi sono giovato, è il sig. Hut
cheson, professore di GlosoDa morale all'Università di Già-
scovia, il quale colle sue lezioni e i suoi libri ha renduto
servigi di cotanta importanza alla virtù e alla religione,
e prosegue con una fermezza instancabile nel suo arrin
go *».
Cosiffatte modificazioni avea ricevuto nella Scozia la fi
losofia di Locke, quando Reid spaventato dallo scetticismo
di Home, imprese a considerarla nelle sue relazioni eoa
questo, ed avvisò di non poterla combattere tanto in sè,:
quanto nelle sue conclusioni, se non cou la filosofia del sen«
io comune di cui aveva scorto un primo abozzo nelle 0*
pere del p. Buffer e de' Filosofi scozzesi suoi precessori
E in effetto pose ogni sua opera nel costruire una com
piuta teorica del senso comune, e mostrare, com' ella ba
stasse a tutelare la realtà della scienza umana dagli ado«
perameoti sceltici di Hume.

*) Pie de Reid, ed. e\l.ìOeuvr.tie Reid,U, p.7, not.B, p. 99,


•j Princìpi di filosofia morale, o sieoo Ricerche intorno al sa-
rio e buon reggimento del mondo morale (ingl.), Pref. Londra
ofi% LO SCETTICISMO

g h.
Filosofia del senso comune di Reid
Reid confessa che Io scetticismo di Hume indusselo a rigettare le (eoa
riche locchiane delle idee-immagini e del giudizio comparativo,^ qua»
li avea da principio abbracciate insieme coli' idealismo di Berkeley, e
nostra in effetto, come dalle medesime teoriche logicamente nascono
l' idealismo e lo scetticismo. Per distruggere questi due errori, e' com«
batte da prima le mentovate teoriche di Locke, e poi si fa a rilevare
l' esistenza di una facoltà dell' animo nostro che dice di suggestione, o
ispirazione,^ quale congiunta ad alcune operazioni,ci determina acrv-
dere la realità del mondo corporeo,e l' obbiettività delle nozioni di so
stanza e di cagione. E' chiarisce che queste credenze sono giudizi, ma
non comparativi,sì naturali e inslintivi, e quindi anteriori alle idee; ed
espone i caratteri pe' quali, torna facile riconoscerli. Accennata l'im
portanza, ed insieme la difficoltà di rinvenire e determinare tali prin
cipi, li divide, conformemente al duplice ordine di verità, in contingenti
e necessari, e ne novera e chiarifica i più rilevanti. Questi principi for
mano quel che dicesi senso comune, e poiché da loro tolgon origine e
autorità tutte le conclusioni scientifiche, ne trae essere il senso comune
r origine, il fondamento e la guarentigia di tutto il sapere amano, e
però l'unico baluardo della scienza contro gli assalti dell'idealismo e
del pirronismo. Altri filosoli, che poco prima di Reid aveano in qualche
modo fondato la conoscenza sul'instinto.
Reid medesimo confessò più volte d'essersi condotto a
combattere i pronunziati principali della filosofia di Locke,
posciachè conobbe le conclusioni scettiche che Hume lo
gicamente ne area dedotte. «Per manifestare schiettamente,
e' scrisse, i miei [pensieri, io mi affidava un tempo eoa tan
ta fermezza alla dottrina delle idee,che volendo essere coe
rente a me stesso, abbracciai tutto il sistema di Berkeley*
Ma essendomi addato covarsi in quella altre conclusioni le
quali mi riuscivano più dispiacevoli della negazione del»
la materia, volli investigare la forza di quel famoso pria*
cipio , ebe le idee sono la sola materia della conoscen
za'». Quali fossero queste conclusioni da cui Reid fu co
tanto conturbato , egli medesimo lo palesò nella Dedica
delle sue Ricerche al cancelliere dell' Università di Aber-

*) Essate sur les facultèi intellectuelles; Oeuvr.lnà, par TQ<


Jouffroy, Es. H, c. 10, t. IH, p. 190, 191, Paris 1828,
NE' SCOI HAPPOBTI CON IiA FEDB »83
3een, dove serìcea: c Io vi confesso, che non mi sarebbe
venuto alla mente il pensiero di porre in dubbio le dot
trine prevalse presso l' universale circa l' intelletto urna-
no, se non avessi letto un Trattato della natura umana,
pubblicato nel millesettecentonove. Il cui ingegnoso scrit
tore ha levato su le massime cardinali di Locke, che non
fu miga pirronista, un compiuto sistema di scetticismo . . .
I suoi ragionamenti, a parer mio, reggono a martello; on
de stimai dovermi rifare su i princìpi che ne sono il fon
damento, e sottoporli ad esame; d'altro modo sarei stato
Obbligato ad ammettere le conclusioni che egli ne traeva '».
Pertanto, fattosi ad investigare, quale parte della filoso
fia locchiana covasse i germi dell' idealismo di Berkeley e
del pirronismo di Hump,non durò fatiga ad accorgersi, sic
come dal primo de' recitati luoghi apparisce, che quella
fosse appunto la teorica delle idee-immagini con cui si
collega F altra del giudizio comparativo. Locke,in effetto,
non solo insegnò, che 1' osservazione, vuoi esterna, cioè
la sensazione, vuoi interna o sia la riflessione che conse
guita la sensazione, è 1' unica fonte della conoscenza2; ma
tenne altresì quella dottrina tanto divulgata ne' tempi mo
derni, che 1' animo non vede gli obbietti in loro stessi ,
ma nelle idee o immagini che dagli obbietti s' imprimono
nell' animo mediante la loro azione su gli organi seusorii *.
Da quest' ultima teorica dedusse l' altra, che il giudizio si
fa per la sola comparazione delle idee,e consiste nella per
cezione della loro convenienza, o disconvenienza *.La qua
le deduzione è chiara, poiché se non le cose, ma le loro
idee sono 1* obbietto della conoscenza, il giudizio non può
versare, se non su le idee, e nascere dal loro paragone.
Se non che, la convenienza o disconvenienza di due idee
talvolta si conosce immediatamente, o sia col semplice loro
confronto, talvolta poi mediatamente cioè pel confronto di
amendue con una terza; onde la distinzione della conoscenza
*) Oeuvr. ed. cit. I. II, p. 4, 5.
») Essais etc. lib. II, c. 2, § 2.
') Op. cit. lib. IV, § 2; cf. lib. II passim.
') Op. cit. lib. IV, c. 14, § 4.
384 LO SCETTICISMO
in immediata S mediata ammessa dal Filosofo inglese mì
Reid osservò più volte, che la teorica del giudizio dee
concordare con quella delle idee , e che questo accordo
è veramente nel sistema filosofico di Locke: « Se i sensi,
e' disse, esterni ed interni non hanno altro uffizio], che
quello di fornire allo spirito le idee, le quali sono la ma
teria del giudizio e del ragionamento, conviene dire, che
il giudizio sta tutto nel confrontare queste idee, e perce
pirne le necessarie relazioni. Queste due opinioni hanno
nn collegamento cotanto stretto tra loro, che pare affatto
chiaro l'una esser nata dall'altra* ». E poco dopo: « La
teorica delle idee partorisce necessariamente una teorica
del giudizio , e questa alla sua volta ci porge un mezzo
sicurissimo per verificare l' esattezza di quella. È tanto
stretto il loro collegamento,che se sono sode, si sostengo»
no a vicenda, e se l' una delle due è diffettuosa, amendue
insieme crollano *».
A chiunque si faccia a meditare questi pronunziati di Lo
cke , dee riuscire incontrastabile 1' osservazione fatta pri
ma da Reid e poi da Dugald Stewart, che quegli in sostan
za pose nel senso intimo 1' unica fonte delle conoscenze
umane. Conciossiachè, se P animo nostro non ha comuni
cazione immediata e diretta cogli obbietti,ma questi cono
sce per le idee che ne ha, e se ogni conoscenza è idea,
o combinazione d' idee, chiara cosa è, che il senso intimo
per il quale si manifesta l' esistenza delle idee in noi, è
il fondamento e la scaturigine di tutte le nostre conoscen
ze. Reid censurando la teorica locchiana della origine del
le idee mostrò , che la sensazione di Locke in effetto si
riduce alla riflessione, e che le idee attribuite da lui alla
prima, le dobbiamo veramente alla seconda. Ecco la sua
argomentazione : i La divisione delle nozioni primitive in
idee di sensazione ed in idee di riflessione contraddice a
tutte le regole della logica, stantechè il secondo membro

») Op. eit. lib. IV, c.2,§ 1 e 2.


•) Essais sur les facultés inUtt, ecc. Es. VI, c. 2, t. V, p. SO.
•> Ibid. c. 3, p. 40.
NE* SCOI RAPPORTI CON LA FBDI 2$5
Contiene il primo. Ed in vero, possiamo mai Formarci no-
sioni chiare e distinte delle sensazioni nostre per altra via,
te non per la riflessione ? No, per fermo. La sensazione è
una operazione dello spirito di cui abbiamo coscienza, e
ce acquistiamo la nozione , riflettendo su quanto avviene
in noi, allorché sentiamo. La sensazione va in ciò di con
serva col dubbio e colla credenza ; sicché il dubbio , la
credenza e la sensazione sono operazioni dello spirito di
cui abbiamo coscienza , e noi ne acquistiamo le nozioni
col riflettere su quel che elleno, nell' attuarsi, in noi ca
gionano. Adunque le sensazioni sono idee di riflessione al
paro di quelle del dubbio , della credenza e di qualsiasi
altra sorta1!. Proseguendo la medesima censura aggiugne
queste altre parole concernenti al nostro proposito: «Poi
ché la sensazione è un' operazione dello spirito non altri
menti , che tutti i fatti di cui mercè della riflessione ci
formiamo le nozioni, chiaro è, che là dove si asseveri es
sere tutte le nostre nozioni o idee di sensazione, o idee di
riflessione, medesimamente si assevera che lo spirito uma
no non pensa e non può pensare altro dalle sue proprie
operazioni *j.
Dngald-Stewart esponendo la sentenza di Locke so tal
punto, scrisse, che secondo la costui dottrina « non vi ha
una sola idea nello spirito, la quale non sia o il tubbietto
proprio del senso intimo,come ad esempio son quelle delle
operazioni proprie dello spirito , o una copia di qualche
qualità percepita da' nostri sensi esterni. E' sembra altresì,
che Locke considerasse quelle copie o immagini quali ob
bietti immediati del pensiero, ed avvisasse che per la loro
mercè noi acquistiamo tutte le nostre conoscenze del mon
do materiale. Perciò, il principio fondamentale . del sistema
suo, secondo il mio avviso che poco innanzi manifestai, si
risolve nel presupposto, che unica fonte di tutte le idee
nostre è il senso intimo ' a .
*) Recherchet, Conci, voi. II, p. 383, 384 ») Ibid.
") Essaii plùL sur ies systèmes de Locke, Berkeley, Priesle-
hy, Horne-Tooke ecc. trad. par Ch. Hurct, Ess. I, ci, p- 'OG,
107, Paris 1828.
286 LO SCETTICISMO
Sebbene Locke riduca in effetto tutte le idee alla sensazio-
ne,facendo nascere e dipendere da essa la riflessione; pur non
di meno spesso professa ed inculca, che tutta la conoscen
za versa su le idee, e quindi su le operazioni interiori del
l' anima, i Poiché lo spirito, e' dice, non ha altro obbiet
ta de' suoi pensieri e ragionamenti, se non le sue idee, le
quali sole e' contempla e può contemplare , chiaro è che
tutta la conoscenza nostra non versa in altro, se non nel
le proprie idee 1 ». Ed aggiugne : c E' pare che la cono
scenza stia nella percezione del collegamento e della con
nessione , o vero dell' opposizione e della disconvenienza
di alcune nostre idee tra loro , e non in altro. Onde là
dove vi ha questa percezione , vi ha conoscenza , e dove
quella non è, questa non mai potremmo raggiugnere"».
Or, fu agevole a Reid il dimostrare, come questi pronun
ziati di Locke racchiudessero in sé il semiscetticismo , o
l' idealismo di Berkeley, e lo scetticismo compiuto di Bu
ine. E per verità, quanto al primo,se alle idee delle qua
lità seconde, come il sapore,l' odore,il caldo eccetera, non
corrisponde, secondo Locke, alcuna realtà esteriore, per
chè nulla può esservi ne' corpi che loro rassomigli, bene
argomentò Berkeley,che nè pure le qualità prime sieno reali
fuori dello spirito, perchè tra quesle,quali 1' estensione, la
figura eccetera,e la materia non vi è, nè può esservi alcuna
simiglianza.Or, poiché non possiamo conoscere i corpi, se
non per le loro qualità, chiaro è, che non conoscendo le
qualità de' corpi , non possiamo dire di conoscere i cor
pi, e però quel che dicesi comunemente materia, può da
noi concepirsi solo come la causa ignota delle nostre sen
sazioni.
Non è questo il luogo di sporre l' idealismo di Berke
ley; nondimeno ci piace di riferir poche parole di lui, per
chè si vegga, come tale è veramente 1' origine del suo i-
dealismo, quale ci è stata indicata da Tommaso. Reid. Ber
keley ricisamente insegnò, che la conoscenza nostra con
sta tutta quanta è d' idee: « Noi non altro percepiamo, se

*) Essai cit. lib. IV, c. 1, § Ibìd. § 2.


tur' suoi bapposti con la fede 287
non le percezioni e le idee nostre. Chiunque per poco eoa*
sidera gli obbietti dell' umana conoscenza , di leggieri si
avvede essere esse idee 0 impresse di presente su i sensi,'
o percepite dall' attenzione rivolta su le passioni, 0 sieno
operazioni dello spirito, o finalmente formate per la mer
cè della memoria e dell' immaginazione, la quale raccozza,'
divide, o rappresenta puntualmente le idee originarie peri
cepite in uno de' due precedenti modi1 ». E' mostrò an
cora, che non possiamo dire esservi cose in natura simir
glianti alle nostre idee sensibili, c Quanto a' sensi, noi, la
loro mercè, non altro conosciamo, che le nostre sensazior
ni, le nostre- idee, 0 sia quelle cose di qualunque nome vo
gliano chiamarsi, le quali sono immediatamente percepite
da' sensi. Per contrario, poiché la nozione, o il pensiero
non esiste, se non in un essere pensante, è manifesto, che
la sensazione non può rinvenirsi, se non in un essere sen
ziente. La sensazione è l' atto di un essere senziente, poi
ché la sua essenza sta neh" essere sentita. Però,nulla può
rassomigliare alla sensazione, se non una sensazione con
simile o nel medesimo spirito, 0 in altro qualsiasi. E un
assurdo ed una contraddizione manifestabile una cosa ina
nimata possa ad una sensazione assomigliarsi * j . Secon
do tali pronunziati ben potè noverare tra le verità di per
■é evidenti , che e la volta luminosa de' cieli ; la terra e
quanto nel suo seno si accoglie, in una parola tutti i cor
pi di cui questo magnifico universo si compone,non han
no esistenza fuori degli spiriti nostri 3 ». Per questi, ed al
tri luoghi Reid fu condotto a dire, che ce tutti i ragiona
menti di Berkeley hanno per base il pronunziato delle i-
dee , ammesso da lui, siccome da tutti i suoi precessori,
senza dimostrarne per verun modo 1' evidenza. Posta la
verità di un tal pronunziato , il sistema di Berkeley è ir
repugnabile, e inconstrastabili sono i suoi argomenti. Per
ciocché, se quel che percepite, è un' idea, e un' idea non
può esistere, se non nello spirito, ne conseguita che ella

') Princìpi della conoscenza umana{\a ingl.^sez.rLomlra 1710.


') Ibid, sez. 18.—') IbiJ. p. 6. ..
&88 IO SCETTICISMO
Don esiste se non quando è percepita, e non altro, se noit
un* idea può esser simigliamo a un' idea 1 >.
Quanto ad Uume, è chiaro esser egli stato piò coerente
idi Berkeley alla teorica loccbiaua dell' origine e della natu
ra delle idee, riGutando 1' esistenza dello spirito non meno
che quella della materia. Perocché, se le idee le quali sono
il solo obbietto della conoscenza nostra, non possono farci
conoscere i corpi, perchè non possono rappresentare le qua
lità de' corpi, bisogna dire che non possono neanco mani
festarci il soggetto, o sia la sostanza in cui vuoisi cbe i-
neriscono, nè la forza che le produce, o sia la cagione,
perchè nessuna idea può rappresentare la sostanza e la ca
gione. Quindi, siccome si dà il nome di corpi ad alcuni
gruppi d' idee rappresentative di fenomeni esteriori, così si
adatta il nome di spiriti ad altri che riguardano i fenomeni
interiori; onde come non puossi ragionevolmente intendere
per materia altro, cbe la successione de' fenomeni esteriori
appresi pe' sensi; così non altro deve intendersi per spiri
to che la successione de' fenomeni interni. Reid chiariGcò
l' argomentazione di Hume in questa guisa : « Hume a-
dottò l' opinione di Locke su 1' origine delle idee, e ne
inferì che non abbiamo veruna idea di sostanza sia cor
porale , sia spirituale, nè veruna idea di potere, nè al
tra idea di cagione, se non di una cosa la quale- precede
sempre quel che chiamiamo effetto^ in una parola, non ab
biamo nessuna idea di tutto ciò che non è una sensazio
ne , o sia operazione dello spirito , attestataci dalla co
scienza ■ ». E altrove: « Se fosse vero, e dovesse tenersi
come pronunziato filosofico, che la sensazione e il pensie
ro possono esistere senza un subbietto pensante, sarebbe
questa senz' altro la più meravigliosa scoverta, cbe fossesi
mai fatta. La teorica comune delle idee è il principio da
cui questa dottrina si è dedotta, e da cui sembra in effetto
strettamente e naturalmente originare. . . Egli è un punto
fondamentale della teorica delle idee, che ogni obbietto del

•) Essai* sur leficuliès intcllcct Ess 11,0.10, Oetwr. UH. p. 191.


*) Ibid. c. 12, Oeucr. I. Ili, p. 222.
nb'scoi rapporti con la fede u8g
pensiero debba essere o uà* impressione, o vero un1 idea,'
cioè una smorta copia di alcuna precedente impressione.:
Questo principio è per modo accolto e creduto dall' uni"
versale, che l' Autore del Trattato della Natura fonda su
di esso tutto l' ediGzio del suo sistema. . . . Egli beo ve*
dea, quanto poteva avvantaggiarsene. Ed in vero, esso so
lo gli bastava a raggiungere il suo scopo; perocché se le
impressioni e le idee sono i soli obbietti del pensiero, con-
seguita che la terra e il cielo, gli spiriti ed i corpi, e tutte
le cose possibili sono impressioni, o idee, se non vogliono
dirsi parole vóte di senso. Questa conclusione, coiiechè
possa a taluno sembrare strana, si collega strettamente
con la teorica delle idee ; sicché è giuocoforza o rifiutar
questa, o ammettere la conclusione che ne nasce 1 s.
Trattandosi di un punto capitale nella storia de' moder
ni sistemi della Glosofìa, non ci sembra inutile aggiunge
re a' rapportati luoghi altri, ne' quali il professore di Già-
sgovia ha messo in piena luce, come l' idealismo di Berke
ley e il pirronismo di Hume fossero venuti X un dopo
l' altro svolgendosi dalla teorica locchiana delle idee rap
presentative. «Da che, e' dice, si die luogo alle idee, queste
cominciarono ad avvantaggiarsi. Secondo che si ragionò e
si pigliò conGdenza con essoloro, la stima in che venne
ro, le fece animose a mettersi in luogo delle realità che
erano destinate a rappresentare, ed a sacrificare la costoro
esistenza alla propria. Elleno impugnano sul bel princi
piò le qualità secondarie de' corpi , rendendo abbastanza
credibile, non essere caldo il fuoco, non fredda la neve,
non dolce il mele; o sia il calore, il freddo, i suoni, i co
lori, i sapori e gli odori esser cose loro proprie, e però
non altro, se non idee e impressioni. Il Vescovo di Cloyne
allargò la loro signoria, deducendo da' medesimi princìpi,
con diritto e chiarezza uguali, che sono altresì idee 1' e-
■tensione, la solidità, lo spazio, la figura e i medesimi corpi;
sicché oltre alle idee e agli spiriti non altro sievi in natu
ra. In fine il Trattato della natura umana compì il trionfo

*) Recàerc/tes, c. 2, sez. 6, Oeuvr. voi. Il, i>. 54, óo.


ago LO SCETTICISMO
'delle idee, perocché facendo man bassa su gli spiriti, noti
lasciò 1" essere ad altro, che alle idee e alle impressioni *>j
Ed altrove: e Se le idee sono i soli obbietti del pensiero,
coi non conosciamo nè la nostra esistenza propria, nè quella
degli obbietti esterni,nè quella di Dio. Berkeley ha applicata
questa conseguenza agli obbietti esterni con quel rigore di
dimostrazione che si può maggiore, ed ha voluto abbraccia
re questa conseguenza, anzi ebe rifiutare la teorica donde
sgorgava. Ma volendo sottrarre ad essa i nostri spiriti ,
que' de' nostri simili e l' Intelligenza suprema, ne ba rifiu
tata una parte solo, sostenendo che noi conosciamo gli spi
riti, i loro attributi e le loro relazioni senza verun mezzo
e senza l' aiuto delle idee. Home poi ne ha tratto la con
seguenza in tutte le sue parti, ma 1' ha mantenuta ne' con
fini della sola speculazione. Egli ingenuamente confessa ,
che nell' uso della vita non pure opera come il volgo, ma
che non può fare almanco di credere tutto ciò che gli al
tri uomini credono. Pertanto il suo Trattato della natu
ra umana è V unico sistema di filosofia che l' ipotesi delle
idee partorisce, perchè tuttaquanta è, in esso si contiene,
e necessariamente ne deriva * ». « Oltre all' idea del sole
in me, scrisse il medesimo Reid, vi ha veramente un sole
reale e permanente, il quale era innanzi che io lo vedessi,
e che non cesserà di essere, quando più non lo vedrò ?
Sì, risponderanno Descartes, Malebranche e Locke. Havvi
in effetto un essere sostanziale e permanente, detto sole;
se non che questo non ci si mostra di persona, ma per
un' idea mediana che lo rappresenta; onde non altro sap
piamo di lui, se non quello, che la sua idea ci rappre
senta. No, rispondono Berkeley ed Hume, la realità degli
obbietti esterni è un errore del volgo,e un pregiudizio del
l' ignoranza. Non vi ha un sole sostanziale e permanente;
chè i corpi celesti e terrestri, ed altresì i corpi nostri non
sono altro da idee degli spiriti nostri, e niente può essere
somigliante alle idee di uno spirito, fuorichè le idee di un

*) Recherches, loc. cìt. p. Sa, 5G.


"J Essais sur les fucutiès ititeli. Ess< VI, c. 3, t. cit. p. 63.
Ne' SUOI BAPPOBTI CON LA FEDE 29 1
altro spirito. Adunque, dice Berkeley, in. natura non vi bai
altro dagli spiriti e dalle idee infuori. Gli spìriti stessi,;
dice Hume, sono una chimera; che non vi è altro in na
tura se non idee, e quel che si dice spirito, non é più che
una conseguenza d' idee succedentisi e stringatisi secondo
certe leggi a.
Per tutte queste cose facilmente si comprende, perchè
Reid ne' suoi lavori filosofici siasi data tanta cura di com«
battere la teorica delle idee rappresentative in tutte le fogge,
di cui ha creduto essere stata adornata da' Filosofanti di
ogni età, e siasi gloriato di aver reso con ciò un servigio
rilevantissimo alla scienza dello spirito umano. Di che n' è
una ripruova quel che scrisse pochi anni innanzi alla sua
morte al dottor Gregory:»: Mancherei di lealtà, se non con
fessassi, ctie a me sembra esservi alcun merito nella mia
filosofia, siccome voi la chiamate, e questo dimorare pre
cipuamente nell' aver messo ad esame la teorica comu
ne delle idee, o immagini delle cose nello spirito, consi
derate come soli obbietti del pensiero. La quale teorica è
Eostenuta da preoccupazioni cotanto naturali e propagate
presso 1' universale,che s' è intromessa eziandio nella struN
tura del linguaggio. Che se vi raccontassi minutamente
quel che mi ha indotto a dubitarne , posciachè 1' ebbi a-
vuta lungo tempo per evidente e irrepugnabile, credereste
come me, che il caso ha avuto gran parte in questa fac
cenda. E per vero, questa scoverta è dovuta anzi al tem
po che al genio, e dee attribuirsi con maggiore ragione
a Berkeley e ad Hume, che al medesimo} suo autore; es
sendo difficile rinvenire nella filosofia dello spirito umano
una sola mia osservazione, la quale non si derivi natural
mente dalla distruzione di questo giudizio anticipato 1 ».
Allorché ci faremo a trattare del criterio de'sensi, reche
remo le argomentazioni di Reid su tal punto, ed esamine
remo, quanta parte di verità, e quanta di errore si annidano
nella sua dottrina della percezione immediata. Presentemente

*) Questo frammento è stato riportalo da Dugald-Slewart nella


sua Vie de Reid) Oeuvr, ed. cit. 1. 1, p. 57, 58,
9g? LO 8CBTTICISMO
dobbiamo notare, cbe, rigettata la teorica locchiana dette
idee, egli rifiutò eziandio 1' altra del giudizio che ne sca
turisce, ed adottò la definizione del giudizio data dagli
antichi, e Le logiche antiche, e' dice, definivano il giudi*
zio un atto dello spirito, con cui una cosa viene afferma*
ta , o negata di un' altra. Io stimo buona questa definì*
rione, per quanto la natura del subbietto lo permette \ Nel
che, per ferrao,è coerente a sè stesso,perocchè se gli obbietti
della conoscenza non sono le idee, ma le cose, il giudizio
dee versare nelle cose, e non nelle idee; sicché non può
consistere nel confronto delle idee, ma nella realtà delle
cose. Del resto, egli crede, che la definizione del giudizio
da una parte non è necessaria, e dall' altra non è atta a
far capire questa operazione della mente, i La sigoificazio-
De della parola giudiziosi dice,è tanto cognita,e l' operazio
ne dell' intelletto con esso espressa è tanto famigliare a
tutti gli spiriti, che non vi è mestiero chiarirla eoa una
definizione. Oltre a che, siccome un cieco non potrebbe
formarsi l' idea del colore dalla sua definizione; così colui
che non mai avesse giudicato, o non fosse capace di riflet
tere attentamente su gli atti del proprio spirito, non po
trebbe acquistarne conoscenza per la mercè della sua defini
zione* j . Ma le cose le quali siamo per dire, ci renderanno
meglio manifesta la sua opinione su la natura del giudizio.
Reid , dappoiché ebbe combattute le due teoriche delle
idee rappresentative e del giudizio comparativo, si adoprò
a stabilire intorno a questi due punti una dottrina per la
quale stimava distruggersi l' idealismo di Berkeley e il pir
ronismo di Hume. Se l' anima, e' ragiona,nou avesse altre
facoltà da quella di sentire, non mai potrebbe uscir di sé
Etessa,e conoscere gli obbietti posti fuori di lei. Perocché pec
quanto ella potesse attendere a una sensazione, certamente
non potrebbe altro conoscerete non la sensazione, cioè una
affezione dell' animo proprio. Sia se l' esistenza della sen
sazione in noi è un fatto incontrastabile, è un altro fatto

') Essai* sur lesfacultés inleUeet. Ess. VI, c. I, t. ci... p. i,


») lòid. p. 3.
Ufi' SCOI BAPPOBTI CON LA PEDB 20,3
egualmente incontrastabile, esser ella accompagnata dalla
percezione del suo obbietto. In fatti, allorquando noi spe
rimentiamo una sensazione, percepiamo l' obbietto di lei.
Or, se il fatto della sensazione ci mena a riconoscere in
noi una facoltà di sentire, il fatto della percezione die è
diverso dall' altro della sensazione.ci obbliga ad ammette*
re una facoltà diversa da quella di sentire, cioè la facol
tà di percepire. Sicché concedendo a Berkeley che la sen
sazione è incapace di rivelarci alcun obietto esterno , lo
rimproverò, perchè non riconosceva la percezione la quale
1' accompagna, e per la quale giudichiamo per uo instinto
irresistibile che l' obbietto di lei realmente esiste. Siccome
la sensazione va congiunta col convincimento, che un ob
bietto esterno è presente a noi; così la memoria col con
vincimento, che il suo obbietto ha esistito in un tempo
passato. Per contrario, nel semplice concetto della cosa
cosiffata credenza non si avvera.
Parimente, sebbene la coscienza non ci manifesti diret
tamente e immediatamente il soggetto de' fenomeni avvi
cendatisi in noi ; nondimeno è un fatto , che non pos
siamo concepire un fenomeno della coscienza senza rife
rirlo a un soggetto in cui inerisca. Ed in vero, chi mai
vi ha , il quale non riferisce naturalmente e necessaria
mente ad un essere unico tutti i fenomeni che in lui si
avvicendano ? Se dunque è un fatto incontrastabile , che
noi siamo conscii de' fenomeni che avvengono in noi , è
un altro fatto incontrastabile, che giudichiamo appartenere
que' fenomeni ad un soggetto, e questo soggetto rimanere
lo stesso in mezzo al variare e al succedersi di loro. Ri
portiamo queste poche parole di Reid: c Ecco due fatti di
cui non si può dubitare. L* uno è, che tutti gli uomini ,
sin dal primo momento della loro vita riflessiva, interna
mente e costantemente han riconosciuto, che i loro pen
sieri e le loro sensazioni testimoniano una facoltà di pen
sare e di sentire, e un essere permanente, o sia uno spi
rito in cui quella facoltà si rinviene. L' altro é, che tutti
han sempre ed uniformemente riferito tutte le loro sensa
zioni e tutti i loro pensieri a uno spirito solo, il quale at
%g4 LO SCETTICISMO
traverso alla loro varietà e moltitudine rimane nn mede
simo individuo *». Di qui concbiude che Home ammetten
do 1' esistenza de' fenomeni interni , debba ammettere e-
xiandio l' esistenza di un subbietto, e quindi la nozione del
la sostanza.
Da questi fatti Reid raccoglie, esser noi dotati di una fa
coltà la quale congiunta ad alcune operazioni dell' animo
nostro ci rivela la reale esistenza degli obbietti e le loro
relazioni, t Lo spirito adunque, e' dice, ba una certa fa
coltà d* inspirazione, o di suggestione, se mi è lecito di co
sì dire,la quale è sfuggita alle menti penetrative di quasi
tutti i Olosofl , e a cui dobbiamo un' infinità di nozioni
semplici, le quali non sono nè impressioni, nè idee, e mol
li principi primitivi di credenza. Tutti conosciamo un cer
to rumore il quale ascoltato da noi , immediatamente ci
testimonia che passa una carrozza nella strada , ed esso
non pure ci fa immaginare che passa una carrozza nella
strada, ma altresì ci fa credere e ci persuade, che vera
mente la carrozza passa. Nè valga opporci che questa sug
gestione non è nè naturale, nè primitiva, ma cognita per
1* esperienza e per 1' abitudine ; chè ve ne ha ancora di
consimili naturali. Ed in vero, la sensazione ci suggerisce
immediatamente la conoscenza dell' esistenza presente , e
la credenza che quel che percepiamo , o sentiamo, esiste
di presente ; la memoria ci suggerisce medesimamente la
nozione dell' esistenza passata ; da ultimo i pensieri e le
sensazioni nostre ci suggeriscono altresì la nozione di uno
spirito, e con essa la credenza della sua esistenza, e del
la sua relazione con le nostre sensazioni e i nostri pen
sieri. In virtù di un simigliante principio naturale ogni
cominciamento di esistenza , ed ogni cambiamento nella
natura ci suggerisce l' idea e il convincimento dell' esi
stenza di una' cagione che 1' ha prodotta. In fine, "ànche
per questa guisa alcune sensazioni del tatto ci suggerisco
no alcune leggi a noi connaturate, come l' estensione, la

') Recherch. c. 2, sez. 7, t. ciu p, 62,


NE1 SCOI BAPPOBT! CON U FEDE 2g3
solidità, il movimento; qualità affatto diverse da esse sen
sazioni '».
Queste parole fanno manifesto, che la evidenza dell'e
sistenza che accompagna cosiffatte operazioni dell' anima,
è primitiva ed originaria, e però distinta e indipendente da
ogni altra evidenza. Ciò fu dichiarato espressamente; dal
professore di Glasgovia, allorehè scrisse: « Poche sono le
operazioni dello spirito, in cui l' analisi non ci mostra 1' e-
lemenfo della credenza. Niuno può aver coscienza delle
operazioni dello spirito, senza credere che pensi, nè per
cepire un obbietta senza credere che questo obbietto esi
sta, nè ricordarsi distintamente di un obbietto, senza cre
dere che questo sia avvenuto in effetto. Sicché la credenza è
un elemento della coscienza, della percezione e della me
moria. L'elemento della credenza si rinviene ancora nel
la maggior parte delle operazioni intellettuali, non che in
in molti principi attivi dello spirito nostro. Chè nella gioia,
nella tristezza , nella speranza , nel timore si contiene la
credenza di un bene, o di un male presente, o futuro. . ^
La credenza è una parte cotanto rilevante delle nostre o-
perazioni intellettuali, de' princìpi di nostra attività e della,
etesse azioni nostre, che se la fede nelle cose si riguarda
come il principale movente della vita di un cristiano, si
può dire, che la credenza in generale è il movente prin
cipale della vita di un uomo Bs. Ed appresso: « Io conchiu
do ultimamente , la natura umana essere cosiffatta , che
noi siamo costretti di aggiustar fede all' esistenza attuale
delle sensazioni nostre, e all'esistenza passata delle cose
di cui ci ricordiamo; nella stessa guisa che siamo obbliga
ti di credere, che due più due fanno quattro. L' evidenza
della conscienza, 1' evidenza della memoria e l' evidenza del
le relazioni necessarie delle cose sono sorte di evidenza af
fatto distinte e originarie, connaturate medesimamente in
noi, le une del tutto indipendenti dalle altre, e tutte di
una peculiare natura1*.
z) Rec/terc/i. c. 2, sez. 6, t. cit. p. 64.
*) Etsais eie, Ess. Il, c. 20, t. IV, p. 16, 17.
■) Recherch. c. 2, sez. 5, t. cit. p 52.
Sahssv£Rino,Sist.Filos.,i. 23
2g6 LO SCETTICISMO
Ma quaV è, secondo Reid, la natura di que9te credeiv
ze? Son esse altrettanti giudizi che accompagnano alcu
ne operazioni della mente, e fanno sì che noi conoscia*
mo la realità delle cose e le loro necessarie relazioni; on>
d' è che non trovansi implicate ne' semplici concetti e
ne' loro rapporti, c Allorché, e' dice, l' intelletto si è svol*
to, il giudizio accompagna mai sempre la sensazione , la
percezione esteriore, la coscienza e la memoria , ma non
punto la concezione . . . Chiaro è, che quando il giudizio
ha preso forma nell' anima, chi soffre, giudica e crede di
soffrire in effetto, e chi percepisce un obbietto, è persuai
so esistere questo obbietto, e tale essere, quale lo percepì
pisce. Il simile può dirsi della memoria e della coscien
za. Io non diffinirò, se il giudizio va constantemente con*
giunto con queste operazioni , o se n' è una parte inte
grante; ma certa cosa è, che ciascuna di loro porta eoa
sé una determinazione dello spirito su la verità o falsità
di questa, o quella cosa, e di una credenza che ne con-;
seguita. Se questa operazione non vuol dirsi giudizio, bi
sogna ritenerla senza nome, perocché la non si può con
fondere per verun verso colla semplice apprensione, o col
ragionamento. E per verità, poiché ella dimora in un'af
fermazione, o negazione mentale, può esprimersi con una
proposizione affermativa, o negativa, e produce una soli*
dissima credenza , e poiché il giudizio non ha altri ca
ratteri da questi, io le darò il nome di giudizio insino a
che non siasi rinvenuto un altro nome più acconcio a si
gnificare la sua natura']).
Né potrebbe opporsi, egli aggiugne, che chiunque per*
cepisce un obbietto, o se ne ricorda, non forma un espres
so giudizio, che 1' obbietto esiste presentemente, o vero ha
esistito altra volta. Perocché, contenendosi cosiffatti giu
dizi chiaramente nella percezione e nella memoria , non
che in altre operazioni dello spirito, inutile cosa sarta far
ne espressa manifestazione. Non incresca udire le sue me
desime parole: a Vero è, che chiunque dice: io ho veduto,

*) Essais su* Ics facuii, inlelkct. Ess. VI,c. 1, l.Vj p. 7 e S.


Ne' SUOI BiPFOBTI CON LA FEDB 297
0 io mi ricordo, punto non aggiugne: io credo alla te»
vita di ciò che ho veduto, o di ciò che la memoria mi
richiama ; ma la ragione n' è che sarebbe inutile aggiu-
gnere cotali parole, essendo tutti persuasi che non si può
non giudicar vere le cose le quali si veggono, o si ripro
ducono distintamente nell' animo. Non altrimenti asseve
rando una cosa esser chiara di per sè, o dimostrata a fil
di logica , non aggiugniamo di crederla vera'; perocchà
niuno ignora aver noi per vere le cose le quali stimiamo
esser chiare per sè , o vero con rigore di logica dimo
strate. Ed in effetto , siccome a chi dice di aver vedu
to una cosa , o di ricordarsene, o averla per evidente
o dimostrata , sarebbe ridicolo dimandare , se la giudica
vera; così sarebbe ridicolo che egli si travagliasse di av
vertirne altrui .... Adunque, abbiamo buone ragioni di
non pronunziare il nostro giudizio sia nel discorso , sia
cella scrittura in tutti que' casi che involgono necessaria-
mente un giudizio . . . Una femmina viaggiando non asi
severa che il fanciullo che reca nel suo seno, viaggia con
lei,sapendosi non poter avvenire altrimenti.il simile inter
viene delle operazioni dello spirito le quali accolgono nel
loro seno un giudizio, e che n' è per ciò inseparabile; doni
de nasce che parlando di tali operazioni non lo manife
stiamo. Forse una tale omissione ha dato occasione a*
filosofi di credere, che il giudizio non si rinviene nella'
percezione, nella memoria e nella coscienza. Costoro, per
chè, quando si parla di cosiffatte operazioni, non si pro
nuncia verun giudizio, ne hanno inferito che questo giu
dizio non vi è, e non hanno scorto nell' esercizio di quei
ste facoltà,se non diversi modi di concepire, o di acquistai
re le idee, spogliandole di ogni potere di giudicare 1 ».
Ma se le credenze sono giudizi , di quale sorta cotesti
giudizi sono 7 La ragione di questa inchiesta è chiara, pe
rocché le cose dette da Reid intorno alla credenza mostra
no, che non possa loro convenire la definizione del giudi-
zio data comunemente da' Logici. Ed infatti, il nostro Fi-

') Essais cit. Ess. VI, c. 1, t. cit. p. 9, 10.


aq8 lo scetticismo
losofo, siccome accennammo innanzi, fulminò in molti Ino*
ghi delle sue opere contra la teorica comune, la quale ri
pone il giudizio nella percezione della convenienza, o dis
convenienza di due concetti tra loro, sia che la convenien
za, o disconvenienza si conosca immediatamente, sia che
vi sia mesliero di una terza idea, come loro misura comu
ne. Egli per contrario è di credere, che ogni concetto sia
il risultato di un giudizio ; tanto è falso, che il giudizio
risulta da' concetti.La ragione principale, da lui datane, é,
che siccome la natura non ci offre gli elementi sparpaglia
ti , ma raccolti ne' corpi , onde non conosciamo gli eie*
menti se non per 1' analisi di essi corpi; cosi le semplici
apprensioni che sono gli elementi del giudizio, consegui
tano per ordine al giudizio, e si formano per l' analisi di
questi, a Quanto a me, e' dice, confesso che panni esser
questa teorica priva di ogni fondamento reale. Ed in effetto
tutti riconoscono, che la sensazione deve andar innanzi al
la memoria e all' immaginazione, e che per ciò 1' appren
sione accompagnata colla credenza e colla conoscenza deb-
b' essere anteriore all'apprensione semplice. Per ciò,in vece
di dire che la credenza e la conoscenza hanno origine dal
ravvicinamento e dalla comparazione delle apprensioni sem
plici, bisogna dire che le apprensioni semplici nascono
dall' analisi de' nostri giudizi naturali e primitivi. La na
tura non ci porge questi elementi divisi l'uno dall' altro,la
sciando a noi il carico di raccozzarli tra loro, ma ce li dà
raccolti ed ordinati ne' corpi concreti; sicché ci è mestiero
dell'analisi per coglierli nella loro semplicità 1 ». Egli chia
rifica ed esempliGca in più modi la sua dottrina, siccome
apparisce da' seguenti luoghi che tra' molti scegliemmo :
c Io credo che la sensazione che presentemente ho, esi
ste, e che la sensazione di cui mi ricordo, non esiste più,
ma ieri esisteva. Con ciò, a parere di Locke, io raggua
glio la idea di sensazione con le idee di esistenza attua
le e preterita, e percepisco nel primo caso, che l'idea di
sensazione si accorda con quella dell' esistenza attuale, e

*) Rechercli- c. 2, sez. 4, t. ci'., p. 4S.


ne' scoi rapporti con la fede agg
ripugna alP altra di esistenza passata, e nell' altro, che el
la conviene con V idea di esistenza passata, e disconviene
con l' altra di esistenza presente. Or, e' mi pare primamen
te, che queste relazioni di convenienza e disconvenienza
siano affatte arbitrarie, e secondamente, che non posso per
verun verso capire ciò che queste relazioni si vogliano di
re. Per contrario, quando io dico, che una sensazione esi
ste, parmi capire perfettamente la significazione delle pa
role che pronunzio. Quando affermo: questa sensazione esi-
ste,credo d' intendere perfettamente quel che vuole dire 'j.
c Tutti asseriscono che acquistiamo le nozioni di relazio»
ni , ponendo in confronto le idee tra cui esse esistono.
Quel che interviene nel caso attuale, sembra ad una tale
dottrina contraddire. Conciossiachè non percepiamo che la
nozione di spirito ha la relazione di sostanza e di subbietto,
e la sensazione quella di atto, o di operazione, da ciò che
abbiamo anticipatamente le nozioni di spirito e di sensa
zione, e le confrontiamo tra loro ; ma per contrario una
sola di queste cose relative, cioè la sensazio&e,ci svela me
desimamente e senza verun preliminare la cosa relativa è
la relazione " j.
Adunque, a parere di Reid, la conoscenza nostra comin
cia da alcuni giudizi i quali facciamo per un instinto natu
rale e non per confronto d' idee innanzi acquistate: talché
li dice naturali, primitivi, instintivi, distinguendoli con
queste denominazioni da'comparativi,e li nomina altresì per-
suasioni, credenze, convincimenti, perché per la loro mer
cè noi siamo persuasi e convinti della realtà dell' obbietto
delle operazioni dell' animo , le quali essi accompagnano,
o se voglia dirsi, crediamo la loro realità. Però, e' dice,
che in ordine a cosiffatti giudizi, gì' ignoranti stanno a paro
co' dotti,e che qualunque divario possa esservi tra gli uomi
ni nell' esercizio di quelle facoltà che sono da simili giudizi
accompagnate, la persuasione della realità de' loro obbietti è
uguale in tutti. Udiamo Reid stesso: k Ne'giudizi fondati sul

') Ibid. c. 2, se.z. 5, t. cit. p. 50, 51.


•J Ibid. p. 63, 64.
3o<3 tO gCBTTICUMO
testimonio de'sensl,della memoria,e della coscienza non vHa
divario tra gli nomini ; che il filosofo non sopravvanza punto
il più goffo de' suoi simili , non affidandovisi con piò so
lidezza ed evidenza di loro. Egli maggioreggia in que' giù-
dizi, il cui obbietto versa nelle relazioni assolute e neces
sarie delle cose >.E nel medesimo senso aggiugne che c i
giudizi di questa sorta non sono un portato dello studio,
e non sono capaci di progresso o di coltura. Conciossia-
che può ben la memoria di uno esser più tenace di quel
la di un altro, e la vista più lunga, e il suo tatto più de
licato; ma amendue sono ugualmente persuasi della reali
tà di quel che la memoria ha loro distintamente riprodot
to, i loro occhi veduto, le loro mani toccato. . . . Questi
giudizi potrebbero dirsi giudizi di natura, perocché in ef
fetto la natura ci aggioga alla loro autorità, e ci vieta di
riluttarvi. Noi non ne siamo debitori al buon uso delle fa
coltà nostre, e non possiamo distruggerli col malvagio uso
che ne facciamo 1 s.
Poiché cotesti giudizi si fanno per instìnto di natura,
avviene, secondo Reid,che non si possono con rigore logico
definire, sebbene s' intendano chiaramente da noi, e por
tino seco 1' evidenza del loro valore obbiettivo. « Le paro
le credenza, consentimento e convincimento non sono ca
paci di una definizione logica, essendo 1' operazione dello
spirito da loro significata al tutto semplice e sui generis;
ma non vi è bisogno di definirle,perchè fanno esse parte del
linguaggio comune, e sono a tutti evidenti2». Cd innanzi
javea scritto:! Dalle cose anzidette inferisco che la credenza
la quale accompagna la sensazione e la memoria,è un atto
semplice dello spirito il quale non si può definire. Onde
avviene in così fatta operazione lo stesso che nelle altre di
udire e di vedere. Perocché siccome non é possibile dare
una spiegazione tanto chiara di queste, che sieno compre»
se da' sordi e da' ciechi, e que' che odono e veggono, non
se ne possono formare una definizione qualsiasi, acconcia

•) Essai» cit. Ess. VI, c. 1, t. V, p. Il, 12.


■j Ibid. Ess. II, c. 20, t. IV, p. 15.
NE* SUOI RAPPORTI COff LA FEDE 3oI
h darne loro un' idea più distinta di quella che natural
mente ne hanno; così ogni uomo il quale ha un qualun
que convincimento ( e colui che non ne avesse nessuno,
sarebbe un mostro unico nella specie), sa molto bene, in
che la credenza dimora, ma non può né definirla, né spie-
garla ' ». Cd altrove: t La credenza ha necessariamente un
obbietto, perchè non si crede senza credere alcuna cosa,
e quel che si crede, è V obbietto della conoscenza. Si ha
sempre un concetto qualsiasi chiaro, o oscuro di questo
obbietto, perchè se si può chiarissimamente concepire una
cosa senza credere l' esistenza di lei,ninna cosa si potrebbe
credere, senza che fosse concepita "a.
Quindi dichiara altresì indefinibili le operazioni della
mente,con cui la credenza va congiunta, t Noi abbiamo,egli
dice, un concetto immediato delle operazioni dello spirito
accompagnate dalla ferma credenza della loro esistenza. Noi
diciamo ciò aver coscienza. Ma dando un tal nome a
questa sorgente particolare della conoscenza nostra, non
ne sveliamo la natura. Parimente , per la mercè de' no
stri sensi, acquistiamo il concetto degli obbietti esteriori ac
compagnato dalla credenza dell' esistenza loro, e questo
diciamo percepire, nominando ancora un' altra fonte di
nostra conoscenza, senza che la conosciamo3!.
Questi giudizi naturali e primitivi compongono quel che
dicesi senso comune, il quale è retaggio non solo de' dotti
ma anche degli ignoranti, e sì negli uni, come negli altri
senza verun divario si rinviene. Giova udire lo stesso Reid
che così discorre: «Questi giudizi naturali e primitivi fanno
parte de' dati primitivi, di cui la natura ha arricchito l' intel
letto umano, e sono, al par delle nozioni,o semplici appren
sioni^ dono di Dio. Essi valgono a governarci in molti casi
ne'quali la ragione ci avrebbe lasciati nelle tenebre, fanno
parte della natura nostra, e sono il punto onde deono ne
cessariamente muovere tutte le investigazioni della, ra-

*) Recherch. e. 2, sez. 5, t. II, p. SI.'


») Essai* cii. Ess. II, c. 20, t. IV, p. 15 c 10.
') Ibid. p. 14.
3o2 LO SCETTICISMO
gìone. Quel che chiamiamo senso comune, è appunto il
complesso di tali princìpi, e quel che loro contrasta, è
T assurdo,e la loro energia forma il buon senso, il quale
non rare volte s" incontra anche io uomini incapaci di ragio
nare. Allorché taluno ingannato da argomenti filosofici vol
ge le spalle a questi princìpi , contrae una malattia che
potrebbe dirsi follia metafisica. La quale malattia dalle
altre si differenzia per ciò, che non è continua, ma inter
mittente. L' ammalato sottostà a cotali apcessi nella soli
tudine e nelle ore che attende alla speculazione; ma quan
do rientra nella società, ritorna all' autorità e all' impero
del senso comune "j.
Nè bisogna trasandare, che Reid avendo creduto ne ca
paci, nè bisognevoli di definizione la nozione di credenza
e quelle delle operazioni che la involgono, stimò tale al
tresì la nozione di senso comune. Ecco le sue parole ?
c Senso comune vuol dire giudizio comune, secondo che
per appunto va intesa cosiffatta espressione. Certo, che non
è agevole determinare i limiti precisi che separano il sen
so comune da quel che è di qua , o di là da esso. Que"
medesimi che non si sono dati alcun pensiero al mondo di
fissarli, o che non li fissano nella stessa guisa, non lascia
no d' intendere medesimamente la significazione della pa
rola ... Mi è avviso, che il senso comune è una parola
molto chiara, e la cui significazione non è equivoca 2 s.
Or, il complesso de' giudizi primitivi che dicesi senso co
mune, dà a parere di Reid, origine ed autorità a tutta la
scienza umana, perocché tutte le conclusioni della scienza
sono fondate su di loro. Udiamo,come ragiona la sua sen
tenza: i E' vuoisi distinguere la percezione non pure dal
la sensazione , ma ancora dalla conoscenza degli ob
bietti sensibili fornitaci dal ragionamento. Ed in vero, la
percezione, secondo il detto innanzi , non contiene pun
to di ragionamento; che la credenza da lei inspirataci è
un effetto dell' instinto. Ma vi ha più cose concernenti a-

•) Rechereh , Conci, voi. II, p. 385.


■j Essah ciu Es. VI, c. 2, p. 33.
NE' SCOI BAPPOBTJ COS U FRDB 3o5
gli obbietti sensati che possiamo raccogliere da quel che
percepiamo, e le conclusioni trattene per la mercè della
ragione, vanno dalle semplici percezioni sceverate. ....
La semplice percezione ha con la conclusione che la ragio
ne ne trae, quel medesimo rispetto che gli assiomi eoa
le proposizioni in matematica hanno. Io non posso dimo
strare né che due quantità uguali ad una terza sono uguali
tra loro, nè che 1' arbore che io percepisco , esiste. Ma
per una virtù all' animo mio connaturata, io non conce
pisco l'assioma e non percepisco l'arbore, innanzi che la
verità dell' uno e 1' esistenza dell' altro mi si palesino evi
denti, e l'evidenza mia è invittamente determinata. Ogni
ragionamento si fonda su' princìpi. I primi princìpi del ra
gionamento matematico sono assiomi o definizioni, e que'
di tutti i nostri ragionamenti concernenti alle cose esisten
ti, sono le nostre percezioni. I quali princìpi primi di ogni
ragionamento possibile ci sono dati dalla natura, e la loro
autorità uguaglia quella della ragione, la quale è altresì
un dono della natura. Le conclusioni, tratte per la ragio
ne, debbono di necessità fondarsi su i primi principi , e
non possono averè altro fondamento. Quindi questi eoa
buon diritto sdegnano di sottoporsi all' esame della ragio
ne,e dispettano tutta la potenza della logica,allorchè que
sta si rivolge contro di loro'».
E ne' suoi Saggi su le facoltà intellettuali rifermò quer
sta medesima dottrina. Dove tolse a stabilire di bello stu
dio, essere i giudizi altri chiari per sé, altri bisognosi di
pruove. Perocché t le proposizioni le quali sono la materia
del nostro giudizio, non sono tutte della medesima na
tura. Alcune sono cosiffatte, che un uomo di sano intel
letto può raggiungerle e capirne bene la significazione,sen-
za che sia costretto a riputarle vere, o false, o vero pro
babili , o improbabili: sicché il giudizio rimane in bilico,
insino a che il peso della ragione non lo faccia tracollai
re da un lato anzi, che da un altro. Ma altre ve ne ha,
le quali sono credute, tostochè sono capite; cotalchè il con-

') Betherch. c. 7, sez. 20, p. SII, 312.


5o| LO SCETTICISMO
eetto che le afferra, conseguita necessariamente al gfW
disio che le adotta, èssendo questa un' opera della natura
e un risultato immediato dell' azione delle nostre facoltà
primitive1 ». Ed aggiugne che queste seconde proposizioni
sono quelle che diconsi assiomi, primi principi, principi
del sento comune, falli primitivi, nozioni comuni, veri
chiari per sè ", e che c ogni vero conosciuto per la mer
cè del ragionamento ponta su i primi princìpi * >.
Merita anche di esser notato, che il professore di (Ha-
Bgovia considera il senso comune , come il primo grado
della ragione; essendoché i pronunziati su cui poggiata
la ragione si eleva alia conoscenza scientifica delle cose,
appartengono alla ragione medesima. < Noi diamo, e' di*
ce, alla ragione due ufficii , o due gradi. L' uno dimora
nel giudicare delle cose chiare per sè stesse » e 1' altro
nel trarre da questi giudizi conclusioni non chiare di per
eè. Il primo de' quali è il proprio e solo ufficio del senso
comune; sicché il senso comune tutto quanto è, sì com
prende nella ragione, e non è altro, se non nno de' suoi
gradi. Perchè dunque, ci si dirà, dargli un nome specia
le ?.. . E' vuoisi dare un nome peculiare al primo grado
della ragione, perchè i più degli uomini non ne hanno al
tro. Questo grado solo gli rende razionali, e però capaci
di governare le loro azioni, e contrarre obbligazioni co'
loro simili * ».
Per le cose anzidette non tornò difficile a Reid investi
gare le note, onde i pronunziati del senso comune vanno
contrassegnati. Egli ne novera tre. La prima è, che c ogni
uomo è giudice competente delle controversie le quali sor
gono intorno a' primi princìpi, e però difficilissima cosa è
ingannare i più su tal punto ». La seconda, che i le opi
nioni contrarie a' primi princìpi si sceverano dagli altri er
rori per ciò che non pure sono false, ma eziandio assurde».
La terza, che c sebbene la natura de' primi princìpi non sia

*) Essai* ecc. Bs. VI, c. 4, t. V, p. 69, 70.


*) Ibid. ibiJ. —») Ibirf. p. 73.
♦J Essais cit., Ess. Vi, c. 2, p. 41 e 42.
rb' scoi RAPPORTI con ti PBDB 3o§
fcapace dì pruova diretta , o apodittica ; tuttavolta si pu8
con ragionamenti indiretti sceverare que' che hanno in ef-
fetto questo carattere, dagli altri che lo hanno solo in ap«
parenza j. I quali argomenti sono « la pruova ad hominem^
la pruova ad aòsurdum, il consenso unanime di tutte le
età e di tutti i popoli,e tanto de' dotti, quanto degli igno«
ranti; le opinioni che sorgono in noi sul primo] svolgersi
dell' intelligenza, e che per ciò non possono attribuirsi né
all'educazione, nè al ragionamento; le opinioni necessarie
alla condotta della vita , per guisa che nessuno potrebbe
svestirsene senza cadere in infiniti assurdi speculativi e
pratici *j:
Essendo cotanta l' importanza de' principi del senso co*
mune, Reid applicò l' animo a rinvenirli e ridurli a clas
si, non dissimulandosi la difficoltà di una tale intrapresa^
E' dice: t Non sarà mai soverchio qualunque studio posto
nel ricercare esattamente i primi princìpi della conoscono
za, e nello squadrarli in tutte le loro facce. Le cose, da noi
innanzi dette, mirano a far manifesta l'importanza di cota
le investigazione, e a renderla agevole. . . Comechè non
ignori la difficoltà di questa impresa, mi farò ardito di no
verare i veri che io considero come primi princìpi, e dirò,
perchè io giudico, che ciascun di loro sia veramente tale*»
Egli divise i princìpi in due ordini, secondo il doppio
genere di verità a cui porgono un fondamento , cioè in
princìpi delle verità contingenti, e in princìpi delle verità
necessarie. Perocché , se vi ha verità dedotte contingenti
e necessarie , bisogna che vi sieno princìpi per le une e
per le altre, derivandosi tutta la forza delle verità dedot
te dalla natura de' princìpi, c Le conclusioni, dedotte per
• virtù del ragionamento da' primi princìpi, sono necessarie
o contingenti,secondo che gli stessi princìpi sono dell' una
o dell' altra sorta. E dapprima io reputo certo, che tutte
le conclusioni di un principio necessario sono verità ne
cessarie, e che nessun vero contingente potrebbe ricavar*

*) Ibid. c. 4, p. 81-93.
*) Essais cit. Ess. VI, c. 5, p. 93.
3o6 Ì0 SCETTICISMO
si da un principio necessario . . . .Per ciò poi cbe riguarda i
veri necessari , io credo essere pochissimi i casi in cui
puossi trarre veri necessari da' principi contingenti. Io non
ne conosco altro esempio , se non quello ia cui. dall' esi
stenza di cose contingenti e mutabili ci conduciamo a eoo*
chiudere con certezza 1' esistenza di un essere necessario,
immutabile ed eterno 1 ».
Dopo ciò si fa ad investigare cosiffatti princìpi. De' con
tingenti ne norera dodici, i quali sono questessi: 1° Tut
to quello che mi si testimonia dalla coscienza e dal sen
so intimo, esiste realmente. 2° I pensieri di cbe ho co
scienza, sono i pensieri di un essere che io chiamo io.
3° Le cose che la memoria distintamente mi rammen
ta , sono realmente avvenute, 4° Io son certo della mia
identità personale dall' epoca più lontana, a cui la mia me
moria possa giungere. 5° Gli obbietti che percepisco per
mezzo de' sensi , realmente esistono , e sono tali quali io
li percepisco. 6" Io esercito alcun grado di potere sulle
mie azioni, e sulle mie determinazioni. 7° Le facoltà na
turali per le quali io distinguo la verità dall' errore, non
sono fallaci. 8° I miei simili seno creature viventi ed in
telligenti, come sono io. 9° Certi lineamenti del volto, cer
ti suoni della voce, e certi gesti indicano certi pensieri e
certe disposizioni dello spirito. 10° Noi abbiamo natural
mente qualche riguardo alle testimonianze degli uomini ,
trattandosi di fatti, ed eziandio all' autorità umana, quan
do trattasi di opinione. 11° Molti avvenimenti che dipen
dono dalla volontà libera de' nostri simili, possono nondi
meno prevedersi con più o meno probabilità. 12° Neil' or
dine della natura , quel che avverrà , sarà probabilmente
simile a quel che in simiglianti circostanze intervenne.
Trapassando a' principi necessari , non ne intrapren
de una minuta enumerazione, perchè la maggior parte di
loro sono stati ammessi per veri dall' universale. Però, e'
si restringe a richiamarli tutti ad alcune poche classi, ed
accennatone e chiaritone, ad esempio,qualcuno di esse sin-

') Jbid. p. 96.


ne' scoi rapporti con La fede 3oy
góle, discorre alquanto di que' solamente, la cui verità é
stata da taluni combattuta, o almanco richiamata in dub
bio. I princìpi necessari, a parere di lui, sono grommati-
cali, logici, matematici, estetici , morali e metaQsici. Tra
questi poi giudicò che i soli metafisici meritano di essere
discussi, e màssime tre, si perchè sono di gran momento
per la scienza , si perché sono stati impugnati da Hurae
contro cui egli in modo particolare combatteva. De' quali
princìpi il primo è, che i le qualità sensibili le quali sono
1* obbietto delle percezioni nostre, hanno un subbietto che
noi chiamiamo corpo, ed i pensieri di cui abbiamo co
scienza, hanno un subbietto che diciamo spirilo*. L'al
tro, che t tutto quel che comincia ad esistere, è prodotto
da una cagione a. Il terzo, da ultimo , che s i segni evi
denti dell' intelligenza e del disegno nell' effetto provano
un disegno ed un' intelligenza nella cagione 1 ».
Raccogliendo in breve le cose sinora dette conchiudiamo,
che, secondo l' avviso di Reid, la certezza delle conclusioni
scientifiche è fondata su la conoscenza primitiva e instinttva,
da cui elleno sono tratte, e poiché la conoscenza instintiva
e primitiva, siccome quella che è comune a tutti gli uomi
ni, constituisce il senso comune , questo senso comune è
1* origine, il fondamento e la guarentigia di tutto il sapere
umano , e quindi il solo baluardo della scienza contro gli
assalti dell' idealismo e del pirronismo.
Non vogliamo levar mano a questa nostra esposizione,
senza notare con Dugald-Stewart che altri Filosofanti
prima di Reid aveano ammesso una conoscenza instinti
va , e formatovi sopra 1' edificio della scienza umana. In
fatti D'Alembert nel Discorso preliminare all' Enciclope~
dia scrisse: a Poiché non vi ha alcuna relazione tra cia
scuna sensazione e 1' obbietto che n' è 1' occasione, o al*
meno, a cui noi la riferiamo, e' pare che il ragionamento
dou valga a mostrarci un passaggio possibile dall'una al
l' altro. Solo una sorla d instinto più sicuro della stessa
ragione può obbligarci a valicare cotanto intervallo * i.

*) Kssnis ecc., Ess. VI, c. 6, p. 128 segg,


■j D' Alembert, Disc. Prél. allo Enckl,
3o8 LO SCETTICISMO
Nell'articolo Metafisica ribadì la stessa dottrina! e Ciascuna
scienza ha" principi veri, o presupposti, appresi per una ma
niera a"ins/ì'rìto.dà cui conviene farsi governare senza re
sistenza di sorta. D'altro modo dovrebbesi ammettere ne'prin-
cipi un progresso all'infinito negli esseri e nelle loro cagio
ni: la quale cosa ci profonderebbe in una dubitazione[uni*
versale per difetto di un punto donde si potesse muovere').
E il dottissimo p.Boscovich in uno de' suoi schiarimenti
al poema di Benedetto Stay , avea detto nella medesima
sentenza: < Noi distinguiamo mercè della riflessione le idee
esistenti nel nostro spirito in due ordini diversi. Perocché,
noi siamo fermissimamente persuasi, che alcune hanno ori*
gine da una fonte esteriore a noi,ed appartengono ad alca*
ni obbietti esterni, venuti a tale persuasione da un instinto
irresistibile comune a tutta la specie umana, e che al*
tre sorgono nello stesso spirito, ed in questo hanno stan
za. Noi diamo il nome di sensi agi' istrumenti, mediante
ì quali acquistiamo le idee della prima sorta, ed il nome
di materia, o corpo alla cagione esterna, o come suol dir*
si comunemente, all' obbietio che opera su loro. Diciamo
poi Spirito o Anima il principio della seconda sorta d'i
dee che acquistiamo mercè della riflessione su i fatti del*
la nostra propria coscienza. Per tal guisa noi conosciamo
due sostanze diverse, di cui solamente abbiamo una nozio
ne, cioè una sostanza sensibile, e un' altra dotata delle fa
coltà di pensare e di volere. Non sarebbe possibile per
noi formare un menomo dubbio della loro esistenza ; chè
la voce interna della natura lo ci vieta, anche quando ci
sforziamo a dubitarne co' Pirronisti, cogli Egoisti ed altret
tali nimicissimi della verità. I quali non sono forse costretti
a confessare che tutt' i loro dubbi speculativi se ne vanno
affatto in fumo, ogni qual volta gli obbietti di essi impres
sionano i loro sensi ?'j Ci rimane vedere nel paragrafo
che segue, quali vicende la filosofia del senso comune eb-
be dopo Reid nella stessa Scozia ed in Francia.

*) Art. Metaphysique.
*) Pfulosophiae recentioris a Benediclo Stay versibut tradita*
libri X cura adnot. et suppl. P, R. I. Boscovicb , t. I, p. 531,
1755.
NE' SUOI BAPPORTI COH IH FEDE

5 in.

La filosofia del senso comune dopo Reid

DogMd-Stewart ed Hamilton propugnano nella stessa Scozia la dot'


trina del senso comune di Reid. La quale viene introdotta e divulgata
in Francia per le lezioni di Royer-Collari. Vittorio Cousin la espone ed
abbraccia sul principio del suo insegnamento; ma presto I* abbandona ,
o per dir meglio, la fonde nel suo ecletismo. Jouffroy e Jacques la rat
temperano co' pronunziati della filosofia cousiniana.il Jouffroy insegna,
unica e la stessa essere la materia del senso comune e della filosofia, ma
T uno soprastare all'altra per un rispetto, e viceversa. Perocché il senso
comune comprende tutto il vero, là dove la filosofia ne considera soltanto
una faccia;ma il senso comune é inconsapevole del vero che comprende,
perché non se ne rende ragione, laddove la filosofia rendendosi ragione
de' suoi pronunziati ne ha consapevolezza. Donde trae che la filosofia ori
gina dalla riflessione sul senso comune, e che allora toccherà il comi-
gnolo,quando avrà renduto ragione di tutto il vero compreso dal senso
comune. Jacques, volendo compire la filosofia del senso comune, ricer
ca i caratteri per i quali i pronunziati del senso comune vanno scevera
ti da que' della filosofia, e ne novera tre,cioè la tpontaneilà, V imperso
nalità e 1' vnivertalitd.Da.' quali conchiude nascere la tua infallibilità.
Riepilogo di questa Parte storica della quistionc.

Tra i successori di Reid faremo breve menzione solamen


te di Dugald-Stewart e di Hamilton i quali, in fatto di ri
cerche metafisiche ban levato maggiore rinomanza degli
altri. Il primo ne' suoi Schizzi di filosofia morale, oltre
all' evidenza degli assiomi e alle altre dell' autorità della
coscienza, della percezione e della memoria , ammise an
cora c 1' evidenza di quelle leggi fondamentali della cre
denza umana, che sono una parte essenziale della nostra
natura, e la cui autorità s' involge non pure ne'ragionamenti
di ogni sorta, ma eziandio in tutte le manifestazioni dell'at
tività nostra. Questa specie di evidenza ci si appalesa in
ordine alla nostra identità personale, all' esistenza del mon
do materiale, alla costanza delle leggi della natura, o per
usare altre parole, di queir ordine il quale governa la suc
cessione de' fenomeni, e che l' esperienza c' insegna. Niuno
riduce cosiffatti veri a proposizioni, e ne imprende la so.
S*nsivcriho,Sist.Fiu».,X. 26
3lO LO SCETTICISMO
luzione; si noi gli pigliamo per veri in tutte le azioni di
nostra vita, e in tutti i ragionamenti. E senza dubbio, per
ché la credenza di cosiffatti princìpi si richiede necessaria
mente alla conservazione della nostra vita , ella sorge in
noi una con le prime operazioni dell' intelligenza ' s .
Quanto all' Hamilton, senza darci la fatiga di andar rac
cogliendo quel che intorno al nostro subbietto si scontra
qua e là ne' suoi Frammenti , tradotti e pubblicati dal
Peisse 9 , noi recheremo il giudizio autorevole del prof.
Cousin. Il quale in una lettera al Pallans scrisse tra le
altre cose : « L' Hamilton dopo Dugald-Stewart è il solo
rappresentatore della Scozia in Europa. Ed in vero, egli
va contraddistinto da ogni altro appunto per l' indole scoz
zese, e si è reso partigiano della Biosofia di Reid e di Du
gald-Stewart, perchè questa è la stessa indole scozzese
applicata alla metafisica. L' Hamilton non mai abbando
na l'ampia strada del senso comune, e nel tempo stesso
mostra molto ingegno ed accorgimento; oltre a che ri fo
certo (mi è noto per esperienza),che la sua dialettica non
va punto « garbo al suo avversario. Se sottostà a Reid
per l' inventiva e 1' originalità, e a Stewart per la grazia
e per la vastità dell' erudizione, sopravvanza amendue, e
senza dubbio il secondo pel nerbo della dialettica, ed al
tresì per la vastità dell' erudizione. Che egli ha notizia di
tutt* i sistemi antichi e moderni, e ne fa la censura secon
do la filosofia scozzese ' a.
La filosofia del senso comune , apparsa la prima volta
in Francia col Trattato delle prime verità, vi ritornò nel
1811, quale era stata modificata dal Reid, per le lezioni di
Royer-Collard. Le opere di Reid furono sino a questo tem
po ignorate, o per dir meglio, neglette da' filosofi france
si, sebbene la prima di loro, cioè le Ricerche, fusse stata
*) Esquittes de philosophie morale, pari. I, sect. IX, § 71,
Oeuvr. trad. Jouffroy, t. I, p. 158, Bruxelles 1839.
") Fragments de philosophie, trad. de l'augi, par M. Louis
Peisse, Paris 1840.
*) Questa lettera è riportata dal Peisse nella sua Prefazione
a' citati Frammenti, p. mi, not. 2.
ne' scoi rapporti con LA FEDE 31 [
tradotta nel 1768 '. Royer Collard ne' tre anni del suo ia-
Begaamento alla Facoltà di lettere dell' Accademia di Pa
rigi vi richiamò 1' attenzione de' suoi compatrioti , espo
nendo e svolgendo le dottrine di Tommaso Reid. Chiunque
fassi a discorrere i suoi Frammenti, pubblicati dal Jouf-
froy quasi commentari alla filosofìa del professore di Gla-
Sgovia, scorge di leggieri, che il professore francese nel
la teorica delle credenze comuni, siccome negli altri pun
ti da lui toccati , calcò fedelmente le orme di Reid , pa
ragonando le idee di lui con quelle de' Filosofanti moderni,
massime francesi,i quali aveangli preceduto. Noi tralascian
do il ragionato da lui su le singole credenze in ispecie ,
ne leveremo soltanto queste parole generali: « Il pensiero
dell' uomo è una successione continua non solo d' idee ,
come altri assai falsamente ha detto, ma eziandio di cre
denze esplicite, o implicite. Le credenze dello spirito so
no le forze dell' anima , e i moventi della volontà. Quel
che ci muove a credere, dicesi da noi credenza. Pertanto,
1' evidenza si diversiGca in tante specie , quante sono le
leggi fondamentali dell' umana credenza. La ragione non
rende conto dell' evidenza, se non si voglia annullare 1' e-
videnza stessa , avendo anche ella bisogno dell' evidenza.
Qualvolta il ragionamento non si levasse su princìpi an
teriori, e per ciò superiori alla ragione, 1' analisi non ag-
giugnerebbe mai il suo Due, e però la sintesi non avreb
be principio. Le leggi fondamentali della credenza per ap
punto formano la credenza, ed elleno hanno la medesima
origine, uguale potere, e uguale diritto a giudicare; onde-
che non è lecito appellare dal tribunale delle une a quel
lo dell' altra » ».
Vittorio Gousin, discepolo di Royer-Collard, nelle sue pri
me lezioni di fllosoBa poco o punto si discostò dalla filo-
sofia scozzese. Ma poiché e' rivolse subito i suoi studi a'

*) Vedi Jouffroy , Jntrod. aux Fragments de Royer-Collard,


alla flne del t. Ili delle Opere di Reid, p. 299 segg.
") Fragra, tàeoriq., Fragni. VII ad cale. Oewr. de Reid l. IV,
p. 294, 295.
3 li IO SCETTICISMO
molti e vasti sistemi degli Alemanni, e sì adoprò a crea*
re un metodo che tutte le precedenti maniere di filosofa
re chiamasse a concordia, non dobbiamo far parola di lui
io questo luogo*.
Tra ì suoi discepoli però non vuoisi passare in silenzio
Jouffroy e Jacques , i quali propugnarono la GIosoGa del
senso comune, modificandola con alcune dottrine del loro
maestro.
E quanto al Jouffroy, questi avvisa in prima, i filosofi non
aver avuto un concetto preciso del senso comune,e quindi
essersi indotti a credere che fussevi una lotta tra il sen
so comune e la filosoGa; laddove questa veramente non vi
ha. c Tutti, e' dice, intendono per senso comune un certo
numero di principi e di nozioni chiare per sè, a cui gli
nomini attingono i motivi de' loro giudizi e le norme di
loro condotta. Questa idea è in tutto vera; ma 1' universa
le non conosce, che questi princìpi punto si diversano dalle
soluzioni positive di tutt* i grandi problemi disputati della
filosofia. Secondo quali norme governeremmo le nostre a-
zìoni, e quali giudizi potremmo formare , se non sapessi
mo scernere il bene dal male , il vero dal falso , il bello
dal brutto; se vacillassimo con la mente in ordine agli ob
bietti della nostra vista, a' sentimenti della coscienza no
stra, e a' concetti della nostra ragione; se non avessimo al
cuna idea dello scopo di questa vita e de' fatti che le con
seguitano, e dell'Autore di tutte le cose e della sua na
tura ? Se 1' animo nostro potesse menomamente dubitare
delle sue nozioni intorno alla più parte di questi punti ,
che cosa avverrebbe della fiaccola dell' intelligenza , e
quale sarebbe la condizione della comunanza civile ? Or,
queste nozioni cotanto necessarie all' intelligenza di tutti
gli uomini, e tanto fortemente chiavate in lei, non espri
mono il risultato delle risposte alle quistionl: che cosa è
il vero ? che cosa il bene ? che cosa il bello ? quale è la
natura delle cose ? che cosa è l' essere '/ quale l' origine

*) Sulla iueoslanza del Cousin nel filosofare è da leggere il


Lermenier nelle sue Letires phil.à un Berlinoù, Paris 1843.
NE' SUOI BAPl'ORTI CON LA FEDE 313
e la certezza delle conoscenze umane ? quale la destinazio
ne dell' uomo in questo mondo ? come si compie questa
nella presente vita ? è il mondo prodotto dal caso , o da
una causa intelligente ? Non son queste, di grazia , tutte
le quistioni che si disputano in filosofia, o almanco i ger«
mi di tutte le quistioni logiche,metafisiche, morali, politiche
e religiose ? ' » Quindi ritrae , che il senso comune « è
un' altra filosofia la quale precede per tempo alla filosofia
propriamente detta, manifestandosi ella di per sé nell' in
terno di tutte le coscienze, e senza veruna investigazione
scientifica a i.
Dopo ciò, e' si fa a divisare due capi per i quali il sen
so comune e la filosofia diversificano,e per 1' uno de' qua
li quello sovrasta a questa, e per 1' altro questa vince quel
lo. Il primo che rende il senso comune superiore alla
filosofia, merita di essere attentamente notato, perchè ren
de ragione della contraddizione la quale si scontra mai
sempre tra ii senso comune e i sistemi di filosofia, e Ac
cade costantemente, e' dice, che il senso comune risolva
i problemi più largamente della filosofia. Ed eccone gli e-
sempi: Zenone definiva il bene quel che è conforme alla
ragione; Epicuro la sensazione piacevole; Kant quel che
genera obbligazione. Or, il senso comune accoglie in sé
tutte coteste opinioni, e per questo non può contentarsi di
una sola di loro. Gli spiritualisti tengono esservi lo spiri
to, e i materialisti la materia;onde quelli riescono ultima
mente a negare la materia, e questi lo spirito. Or, il sen
so comune contraddice ad amendue i detti sistemi, ammet
tendo medesimamente 1' uno e 1' altra ' a. Recatone altri
esempi, conchiude: « Dimodoché ne nasce questa rilevante
conclusione, che il non accogliersi tutti i sistemi di filoso
fia dal senso comune non deriva da che altro insegnasi
da quelli, altro da questo; ma da che questo si dilata più
di quella. Se vi fate a conoscere addentro tutte le opinio-

') De la philosophie et djt sena commun^Fragm.philos.fl.ìtài


145, 2° edit. Paris 1838.
#«/.—*) Ibid. p. 146.
314 LO SCETTICISMO
ni filosofiche, scovrirete in ciascuna di loro un elemento
positivo ammesso dal senso comune, la cui mercè si col
legano con la coscienza del genere nmano * ».
L' altro capo par cui la filosofìa si solleva sul senso comu
ne , è che e il senso comune non porge allo spirito del
l' uomo spiegatamente e positivamente le soluzioni de' pro
blemi. Il senso comune è un' opinione realissima , ma di
natura tale che gli uomini ne sono signoreggiati senza
esserne consapevoli , e non rinviensi in esso loro, se non
perchè giudicano e vivono come se sapessero di averlo...
La mente non può restar contenta di questa sorta d' ispira
zione, la quale per sua natura sè medesima ignora, e non
pensa neanco a rendersi consapevole di sè. Conciossiaché
se gli uomini nascono col senso comune, nascono altresì
col bisogno di comprendersi , essendo questo non meno
naturale di quello. Or, tostochè l' uomo comincia a sen
tire il bisogno di comprendere sè slesso , la coscienza u-
mana sente in sè una cosa diversa del senso comune, co
minciando ad essere rischiarata da una Ince,o sia ad avere
nna filosofia. Se non che, da quel tempo ella scorge in
sè alcuni punti chiari, altri oscuri, e vede gli uni sovra
stare agli altri , e con ciò turbarsi l' equilibrio del senso
comune. Di qui germoglia lo spirito di sistema *».
Per queste cose si rende chiaro, che 1' orìgine della filo
sofia si dee alla riflessione sul senso comune; ma il puuto
della quistione, aggiunge il Jouflroy , sta nel tracciare
la sorgente del senso comune. « A risolvere la quale qui
stione, e' dice, non invocheremo né le reminiscenze di Pla
tone, nè le idee innate di Descartes, nè le forme dell'in
telletto della filosofia kantiana; chè un fatto semplicissimo
della natura umana ci svela tutto il mistero s. Il fatto è
questesso: « Innanzi che noi usciamo dell' intelligenza , e
imprendiamo ad esaminare una parte della realità, la rea
lità tuttaquanta, o almanco la parte di lei visibile e in
telligibile all' uomo si manifesta a lei. 11 nostro iutelletto

*) Ibid. p. 147.
») Ibid. p. 148, 149.
NE' scoi rapporti con la fede 3i5
sin dal principio della vita nostra viene impressionato sen
za reruna interruzione da tutte le cose; talché noi abbia-
mo il sentimento, o sia l' intuizione oscura di tutto quel
lo che ci è conceduto conoscere. . . ; quiudi quelle nozioni
vaghe, quelle credenze confuse, ma profonde, que' senti
menti confusi, ma gagliardi, i quali investendo tutti gli or
dini della società, la governano in tutte le epoche; quindi,
in una parola , tutto quanto è il senso comune. Ma la
parte più nobile dell' umanità, non contenta a questi chia
roscuri, cioè a questi vaghi convincimenti, anela a com
prendere le cose credute dall' universale .... Donde la
scienza la quale consiste nello schiarire 1' uno dopo l' al
tro le diverse parti di questo smisurato patrimonio d' idee,
ammonticchiate nell' intelligenza mediante la manifestazione
delle cose . ■ . Filosofare vuol dire apparare, ed apparare
non vuol dire conoscere, ma rifermare quel che si cono
sceva; d'altro modo come si potrebbe voler apparare l'i
gnoto ? ' »
Il Jouffroy conchiude che il divorzio da lui accennato
tra la filosofia e il senso comune se durava, sino al suo
tempo , perchè la filosofia non conosceva ancora nè la
natura sua, nè i mezzi da usare, nè la sua destinazione,
non debba esser per sua natura eterno. Egli confidava che
c la filosofia, allorquando meditando sè stessa e la storia
de' suoi primi tentativi, si accorgerà non avere i suoi più
arrischiati adoperamenti conseguiti altro effetto, se non
quello di dar luce ad alcune credenze del senso comune, e
allorquando capirà, esser ciò derivato da questo fatto della
natura umana, che l' intelligenza non scovre la realità, ma
la realità si manifesta all' intelligenza , di modo che gli
uomini di più potente ingegno non possono avvantaggiarsi
sopra il volgo, se non capendo meglio alcuni articoli di
questa comune rivelazione, conoscerà la destinazione sua,
ed in fine si rassegnerà ad essa*».
Il pensiero di Jouffroy tornò gradito al Jacques ; ma

•) Jbid. p. 152, 15S.


») Ibid. p. 156.
3r6 io KRTtcmo
parvegli non essersi dal discepolo di Consta si fattamente
svolto,che bastasse ad elevare la filosofia del senso cornane,
esposta da Reid io una forma troppo volgare, al grado e
alla nobiltà di trattazione scientifica. ET non negò doversi
al professore di Glasgovia la lode di aver fondata la filo
sofia del senso comune; ma gli rimproverò c il difetto di
una certa profondità nell' analisi , e di quella esposizio
ne compatta di cai fa mestiero eziandio a un principio
vero e fecondo, affinchè svolga tutta la sua luce, e sveli
tutte le conclusioni cbe in sé contiene* i. Né pure rifiutò
alla scuola eclettica il merito di aver chiarito e dilatato
la filosofia scozzese , tradotta da lei in Francia ; ma si
dolse di non essersi ancora raggranellate e ragguagliate
le osservazioni sparse da' filosofi francesi in opere di vasta
mole, e dedotte le conclusioni le quali nascono dal loro
ragguaglio , e numerate almanco rapidamente le verità
del senso comune. A tale bisogno e' confidò di aver sod
disfatto in un suo lavoro sul senso comune inserito nelle
Memorie dell' Accademia francese; del quale qui rechiamo
la somma.
e II nostro intelletto, e' dice, è fatto di guisa, che sen
za nostro volere, e per così dire, contro il nostro volere,
comincia ad esercitare l' azione sua, e mercè l' imperio di
leggi stupende da cui è governato, arricchisce 1' uomo, sin
dalla natività sua, di tutti i veri fondamentali. Intanto,
perchè questa disposizione dell' intelletto svolgentesi in noi
è in sè costante ed uniforme in tutta la specie,opera non
pure presso tutti,ma presso tutti nello stesso modo; cotal-
ché dee fornir le medesime idee, ed investirli de'medesi-
mi princìpi. Donde quell'accordo unanime di nozioni le
quali sono una conseguenza necessaria ed un segno ma
nifesto dell'identità dello spirito umano, o sia quel che
dicesi senso comune * j. Egli chiama senso comune c il
complesso delle nozioni ed opinioni comuni a tutti gli uo
mini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sieno dotti, o i-

") Vedi Memoire* dei favanls étrang, U I, p. 392, Paris 1839.


*) Op. cil. p. 352, 353.
m SCOI BAPPORTI CON LA FEDE 31J
gQ oranti, o vero barbari, o puramente civili1».Non si tra
vaglia a stabilirne 1' esistenza , perocché « è tanto agevo
le, e' dice, a comprendersi, quanto malagevole a negare,
che sienvi di cosiffatte opinioni, riposte nell' intima par
te di tutti gli spiriti , e che questo unanime consenso
si scontri in certe opinioni da tutti consentite2». Statuita
la realità del fatto, ne fa vedere la ragione nella natura
umana considerata tanto inverso sè stessa, quanto inver
so la Provvidenza divina, e Chi bene vi pon mente, e' di
ce, questa comunanza di lui (senso comune), palesata dalla
coscienza e dalla ragione, richiedevasi assolutamente dalla
nostra condizione di uomini , e doveasi dalla Provviden
za all' ordine morale ; perocché questo non avrebbe po
tuto sussistere, se fussesi conceduto a solo un piccol nu
mero di uomini conoscere le leggi del dovere , e la rive
renza verso di queste, la quale é fondata sulle idee di Dio
e della vita futura
Dopo ciò, e' ricerca le note distintive e costitutive del
senso comune, da cui fa nascere la sua forza.Tra le quali
la fondamentale e produttiva di tutte le altre gli è avviso es
sere la spontaneità. « Quel che costituisce, e' dice, il fon
damento e l' essenza delle nozioni del senso comune, e da
cui tutte le loro qualità traggono origine, sta propriamen
te nel modo onde da noi si acquistano; il qual modo di
mora appunto nell' escludere ogni intervento della volon
tà nostra, o sia nella spontaneità*». Da questo carattere
primo e fondamentale delle nozioni del senso comune, cioè
di essere spontanee, egli dimostra senza veruna difficoltà,
che esse debbono essere impersonali ed universali; atte
soché la personalità, a parere suo e degli eclettici france
si, è costituita dalla volontà; onde quel che avviene in cia
scun uomo senza il cenno della volontà sua, non è pro
dotto dalla sua persona, ma è effetto della natura comune
a tutti gli uomini, e a tutte le singole persone. Il che vuol
dire, che non è personale e individuale , ma impersonale
e universale. « Questa ( cioè la spontaneità ) ci svela un

•) Ibid. p. 350.—B) Ibid.pMl—>) Jbid. p.352.—*) 76itf.p.359.


SiMSKVERIKOjSlST.FlLOS.jI. g7
jT 3l8 *~ LO SCETTICISMO
nuovo carattere del senso comune , e con ciò un nuovo
argomento di aver confidenza ne' suoi pronunziati, il quale
carattere è 1' impersonalità di queste nozioni. Ed in ef
fetto, poiché la ragione nell'acquisto di cosiffatte nozioni
si svolge in noi senza il nostro volere, siccome quella che
opera spontaneamente, il vero da lei manifestatoci non
può dirsi nostro per altra ragione, se non perchè si ma
nifesta in noi. Ma se per questo rispetto ci appartiene,
non ci appartiene per l'altro che non è opera nostra , e
non è in poter nostro il mutarlo *». Ed aggiunge: « E
questo medesimo carattere di spontaneità ne porta seco
un altro, per il quale le nozioni del senso comune sono me
ritevoli del loro nome , ed hanno il diritto di vantarlo,
cioè 1' universalità. Con la quale parola io non voglio
significar altro , se non la loro uguale comunicazione a
tutte le intelligenze,e la loro presenza in tutti gli spiriti di
qualsivoglia dignità e ordine. Conciossiachè tutti deono sa
pere quel che a nessuno fa mestieri di apparare,ed essendo
la ragione un beneficio di cui nessuno, per la mercè di Dio,
è stato diredato, le nozioni che ella ci suggerisce, allor
quando è lasciata in balìa delle sue virtù naturali di ope
rare, debbono per necessità essere comuni
Dall' essere il senso comune spontaneo trae Jacques, che i
suoi pronunziati sono infallibili, a Non ha parlato, e' dice,
l'uomo, questo essere debole e limitato, ma la ragione.cioè
Dio stesso, autore e subbietto eterno di ogni ragione e dì
ogni vero,il quale si è fatto udire da noi per la voce del
l' intelligenza, forse ristretta senza dubbio, ma non ingan-
natrice,messa da lui nella sua fattura. La quale intelligenza,
sebbene non sia più che un frammento della sua, non per
questo non ritrae fedelmente la realità che rappresenta.-
Però , le nozioni del senso comune rimangono immobili
in sè *».
Queste sono le principali vicende della filosofia del sen
so comune, che ci è riuscito raccogliere dalla storia dei
moderni sistemi filosofici. Dalle quali si rende manifesto,

■) Ibid. p. 360.-») Ibid. p, 361.-') Ibid. p. 360, 361.


ne' scoi rapporti con l\ fede 3 19
che ella iniziata dal p. Buffier, e introdotta nelle disquisizio
ni morali da Hutcheson, da Smith e da altri scozzesi, fu poi
svolta ampiamente ed applicata a tutte le .diverse branche
di filosofia da Tommaso Reid e dal suo discepolo Dugald-
Stewart; ed in ultimo, tramutata in Francia per opera di
Royer-Collard, è stata da Jouffroy e Jacques rattemperata
co' pronunziati della filosofìa cousiniana.

5 IV;

La filosofia del senso comune in riguardo alla Religione


Importanza del presente esame. Nel quale si toglie a combatterà
il giudizio del Comm. Capone e del Bar. Winspeare intorno al valore
della Filosofia scozzese, mostrando ch'essa non può servire di pro
pedeutica alla Religione, perchè manca de' requisiti a ciò propri.
I. La Filosofia scozzese non basta a confutare lo scetticismo, perchè
né gli antichi ne i moderni Scettici negarono il fatto della conoscenza
istintiva, ma sì ne combattettero il valore. Accennato Pirrone tra
gli antichi, si tiene particolare ragione di Hume tra i moderni. Il Do
me di credenza^ usato a significare l'istinto presso Hume, come pres
so Reid. I princìpi istintivi di Reid ragguagliati con que' di Hume in
torno alla conoscenza dell'ordine fisico e morale,e al testimonio uma
no, non diversificano in altro tra loro, se non in ciò che Hume li cre
de contraddetti dalla ragiooe,e Reid li tiene per verità indimostrabi
li. In che modo la quistione è da istituirsi contro fiume, e come Reid
non vi ha punto soddisfatto.
II. Non solo la Filosofia di Reid non valse a confutare il pirronismo
di Hume,ma spianò la via a quello di Kant. Paragone tra' principi del
la conoscenza di Reid e di Kant fatto da Jouffroy. Scetticismo di co
stui fondalo sulla filosofia reidiana del senso comune.
IH. La Filosofia scozzese confessa di non poter definire la natura
del corpo e dello spirito; e sebbene essa creda di poter provare l'esi
stenza di Dio, la fonda su princìpi poco valevoli. Stewart, Royer-Col
lard, Jouffroy, Hamilton confermano questo risultamelo. Riepilogo
delle cose dette.
IV. Questo giudizio intorno alla filosofia scozzese vien confortato
con l'autorità del Riambourg,Bautain,Salinis,Scorbiac,Bouvier,Pee-
mans, Galluppi, Rosmini, Bonelli, Perrone.ed infine dello stesso Bar»
Winspeare- Poche parole sul p. Buffier ed Amedeo Jacques.

Innanzi di por mano all' esame de' sistemi che ne' precedenti
paragrafi esponemmo , dobbiamo, secondo l' intendimento di
questo nostro lavoro, considerare in generale la filosofia del
senso comune in rispetto alla Religione. Cosiffatta considera
3ad LO SCETTICISMO
zione nella presente controversia è di una importanza mag
giorenne nelle altre; perocché, se non audiamo errati, non da
tutti i filosofi cattolici si sono divisate le pericolose conclusioni
che in ordine alla Religione si annidano ne' pronunziati delia
filosofia scozzese, e che in effetto se ne sono dedotte da al
cuni Filosofi. Per tacere di altri da noi lontani, due nostri
concittadini, ragguardevoli per iscienza e pietà, le cui ceneri
sono ancora calde, slimarono di poter rendere un grande ser
vigio alla nostra Religione ed al verace progresso della filo
sofia, mettendo in onore tra noi la filosofia di Tommaso Reid.
I nostri lettori han già compreso, che vogliamo rammemorare
il Comm. D. Gaspero Capone e il Barone Winspeare. De' qua
li il primo in cinque sue Memorie lette nell'Accademia delle
Scienze *, e 1' altro ne' suoi Saggi di filosofia intellettuale
intesero ad esporre e difendere la filosofia reidiana come la
più assennata e la più vicina al vero tra quelle che corrono
oggidì. In fatti il Comm. Capone avvisò.che la filosofia scozzese
') Sposizione de principali fondamenti della filosofia scozzese
e detta sua influenza sulla moderna francese, negli ^«ideila Rea
le Accademia delle Scienze, voi. VI, Napoli 1851.
*j Saggi di Filosofia intellettuale , voi. 2 in 3 , in-4° , Napoli
1843-1846. Il Barone Winspeare avea scritto nel I volume, che
C la dottrina della scuola scozzese è stata finora poco gustata in Ita»
lia, dove ha trovato più critici, che fedeli ed intelligenti espositori!
(Pref. voi. I, p. XI). Contraddetto da noi per questa ingiusta ac
cusa fatta a' filosofi italiani, fra' quali nominammo segnatamente il
Galluppi, il Rosmini ed il Gioberti *, nella H* parte del 11 volume
si adoprò a dimostrare, che i tre rammemorati filosofi non aTea
no capito addentro la filosofia di Reid ( Risposta ad alcune Ob
biezioni § V, p. XII-XX ) Ha per rilevare, se fosse egli giudi
ce competente in cosiffatta materia , basta leggere la definizione
del senso comune secondo Reid da lui data io questa stessa ri
sposta apologetica, eli senso comune, e' disse, non è altro, che
la ragione sperimeutale ; è un contrapposto del falso seoso dot
trinale, il quale ha creato e crea principi contrari all' esperienza
e al senso di tutta I' umanità » (Ibid. § V, p. XVIII). Per fermo,
chi ha scritto queste parole, dà chiaro a divedere, che non ha ca
pito nè punto nè poco della filosofìa di Reid.
*) Ved. la Raccolta Religiosa hi Sciznu. a La Fwk, toL. VTJ, p. 116 tegg.,
Hapoli 18**.
NE' SUOI BAPPOBTI CON LA FEDE 321
tiene il mezzo tra gli opposti scogli, ne' quali sogliono rom
pere le altre , cioè tra il dogmatismo e Io scetticismo , tra
il razionalismo e 1' empirismo, tra 1' idealismo e il materia
lismo, k 11 Reid, e' conchiude , trapassando destramente fra
tanti e si fatti scogli, né di tutto giudica, né dispera di o-
gni giudizio-, toglie dall' esperienza i germi del vero , e gli
dà a fecondare alla ragione; riconosce spiriti e corpi, e nel
loro intreccio contempla la mirabile composizione dell' uni
verso. La sua metafisica è il perfezionamento di quella che
ben lontana dall' empirismo si chiama òggi sperimentale *.
E il Barone Winspeare fa plauso alla filosofia della scuola scoz
zese , perchè gli pare necessario « indirizzare una solenne
invocazione al sano criterio della comune ragione, acciocché
venga a confondere lo spirito dottrinale de' sapienti , e a
diffondere tra noi con maggiore stabilità quella luce, che in
Francia apparve, come una meteora, allorché volle quivi di
sperdere la falsa e perniciosa scienza del secolo trascorso2».
Or, a noi sembra certo che cotesti valentuomini ed altri
prima e dopo di loro, punto si apponessero al vero. Ed in
questo nostro parere siamo venuti sì per proprio convinci
mento, sì pel giudizio recatone prima di noi da valorosi fi
losofi cattolici , ed anche da' Razionalisti. Ed in vero , noi
abbiamo accennato in altro luogo, che secondo I' autorevole
insegnamento de' ss. Padri e degli Scolastici, la filosofia per
essere un' utile propedeutica della Teologia, dee fermare su
basi incrollabili la certezza della scienza, e dimostrare quei
veri speculativi e pratici, senza di cui è impossibile poter
conoscere 1' esistenza della Rivelazione e difenderne 1' auto
rità divina. Or , a tali uffizi non può soddisfare una filoso
fia fondala su i pronunziati del senso comune, massimamente
siccome viene proposta da' Filosofi scozzesi.
I. E primamente, la filosofia scozzese, sebbene sia stata dal
suo principale Autore indirizzata contro i due più gagliardi
propugnatori dell' idealismo e del pirronismo moderni, Giorgio
Berkeley e Davide Hume; pure ella non valse a combattere né
1' uno, né V altro. E quanto al pirronismo, Reid, come vedem
mo, pose il criterio nella conoscenza istintiva. Or, a cui non è
') Memoria IV, p. 104, 105.—*) Pref, voi. I, p. XI.
322 LO SCETTICISMO
conto che la conoscenza istintiva non è stata negata mai dà
verun pirronista ? Certo, gli Scettici di ogni età han confessa-'
to esservi nella nostra natura un istinto, che ci obbliga ad am
mettere la realità obbiettiva de' fenomeni, o sia delle cose ap
parenti, e che tutti gli uomini secondo questo naturale istin
to governano le loro azioni. Tra gli antichi basta nominare
Pirrone di Elea, il quale diede il suo nome allo scetticismo^
Narrano di costui Laerzio ed Aristocle, che facendosigli un dì
rimprovero di respingere da sè un cane che assalivate, rispo
se: oc È cosa ben dura e malagevole spogliarsi in tutto del
l' umanità; non però di meno, aggiunse, doversi combattere
secondo ogni potere, e con le opere e con la ragione contro la
forza delle cose 1 ». Ma lasciando stare gli antichi, ci basta
nominare tra i moderni il medesimo scettico Hume, alle cui
teoriche Reid contrappose la dottrina della conoscenza istinti
va. Certo, non increscerà a' nostri lettori, se ci allargheremo
alquanto a mostrare, come Hume, al pari di Reid, ebbe ri
conosciuti per istintivi que' pronunziati che sono il fonda
mento dell' ordine sensibile e del morale, e ripetuto piò vol
te, che in virtù di questo istinto le principali massime con
cernenti al duplice ordine suddetto, sono tenute per vere da
tutti gli uomini, e governano ogni loro azione.
Ed innanzi tutto notiamo aver Hume prima di Reid signi
ficato l' istinto col nome Alfede e di credenza cotanto cele
bre nella filosofia scozzese, dichiarandone attesamente il con
cetto, e Quel che distingue, e' dice, la finzione da ciò eh' è
credibile, debb' esser qualche sentimento inseparabile dall' u-
na, e incomunicabile all' altro; donde conseguita che questo
sentimento punto non dipende dalla volontà, e non s' ingenera
per verun nostro comando. Essendo naturale, al paro di tutti
gli altri, trae origine dalle condizioni in cui lo spirito versa in
certune congiunture. Tostochè i sensi o la memoria afferrano
un obbietto, l' abitudine esercita la sua signoria su l' imma-
*) Ka? xuvis zar' irnvi^/fiìvros Sicuxo^yfihra., th&iv zpò<; rb-j «ir/a-
oàfitvo-j, cos <%akzxòv enj £Xocr%spS>s izdvvtxi ròv èbOpiorow dia^-ji^i-
erOai <T <ì>s oiòv rs irpuirov fàv ro7s £p>o/g rpis Tòt -itpayfiara; Laert.
De vii. et dogm. philosophorum , lib. IX, segra. 66. Cf Arislocle
presso Eusebio, Praeparat. evangel. lib. XIV, c. 18.
NE1 SUOI RAPPORTI CON LA FEDE 323
ginnzione, e la costringe a concepire un altro obbielto che
V uso ha collegato col precedente. Questa rappresentazione
Ta congiunta col sentimento, la cui mercè si differenzia dalle
illusioni della fantasia, ed acquista propriamente la natura
di credibilità. Comechè noi non crediamo nessun fatto eoa
tanta fermezza, che non possiamo concepire il contrario; tut-
tavolta non vi sarebbe alcun divario tra quello a cui aggiu
stiamo fede,e quello a cui la rifiutiamo, se un certo sentimen
to l' uno dall' altro non sceverasse. Per grazia di esempio ,
vedendo sopra una tavola levigata una palla muoversi verso
un' altra, mi torna agevole concepire, che ella dopo 1' urto
si fermi; ma questo concetto, sebbene non sia contradditto
rio, pure non mi fa sentire quel che sento, rappresentando
mi 1' urto e il movimento comunicato dalla prima palla al
la seconda 1 ». Lo Scettico inglese tenne per indefinibile un
tal sentimento, e Sarebbe opera, e' disse, molto malagevole,
se non voglia dirsi impossibile, dare una definizione, o una
descrizione di colai sentimento; che varrebbe il voler defini
re la sensazione del freddo, o la passione della collera a
que' che non mai le hanno sperimentate 2 ». Nondimeno e'
soggiunse potersi dire, che t la credenza non è altro dal con
cepimento di un obbietto più vivo, più animato, e più solido
e durevole di qualunque altro ci si potesse offrire dalla sola
immaginazione * ».
Quindi Federico Jacobi accusato di misologia e di super
stizione, perchè fondava la realtà della conoscenza su la ri
velazione del senso interiore, o sia su la fede , pubblicò il
suo dialogo: Davide Hume su la fede, o sia l Idealismo e
il Realismo, nel quale dichiarò aver egli adoprato il vocabo
lo di credenza nella medesima significazione che avea nelle
opere di Hume *. Ned e' non si appose, poiché « Hume, se
condo 1' osservazione di Wilm, significa colla parola di fe
de quel medesimo che Jacobi, e tiene al par di lui, che la
') Essais etc, Ess. V, Oeuv. phil. ed. cit. 1. 1, p. 154, 155.
«) Ibid. p. 155.—s) Ibid. p. 156.
') Questo Dialogo fu messo a slampa Del 1787, e si ritrova nel
volume II di tutte le Opere di Jacobi pubblicate iu fi voi. io 8",
Lipsia 1813-1826.
324 LO SCETTICISMO
fede è il principio di ogni conoscenza e di ogni azione1
Se non che, tra Jacobi e Hume corre quel divario che vedre
mo correre a un di presso tra Hume stesso e Reid; stante-
che Hume giudicando l' istinto non solo non confortato, ma
contraddetto dalla ragione, faceva aperta professione di scetti
cismo "; laddove Jacobi fondò sa quello tutta la realità del
sapere umano.
Ma veniamo al ragguaglio de' pronunziati di Reid con quei
del suo avversario. Hume confessò esservi nella natura uma
na una pendenza fatale ad ammettere come obbiettivi i feno
meni de' sensi, e tenne essersi quindi ingenerato negli animi
il convincimento universale su la realità obbiettiva del mon
do sensibile, s E' pare, così scrive, che un istinto naturale
inducesse gli uomini come per dritto di possesso, ad affidarsi
a' loro sensi. Perocché noi senza far uso della ragione, anzi
prima di usarne, presupponiamo un universo esterno indipen
dente dalle percezioni nostre; sicché esisterebbe non ostante
che noi ne fossimo lontani, o annichilati con tutte le crea
ture sensitive. Anche i bruti, siccome tutti i loro pensieri, i
loro disegni e le loro azioni fanno manifesto, governarci con
questa opinione * ì. E eh' è più, non isfuggì allo Scettico scoz
zese quel che poi Reid disse ed inculcò tante volte, cioè tutti
gli uomini per la mercè del medesimo istinto naturale credere
che non le immagini de' corpi, ma i corpi stessi sono l'ab
bietto delle loro percezioni. « Sembra chiaro altresì, che gli
uomini, tratti a questo istinto così potente, sempre presup
pongono le immagini offerte da' sensi esser proprio essi ob
bietti esterni, non concependo il menomo sospetto al mon
do, che quelle non sono altro, se non mere rappresentazioni.
Noi portiamo giudizio, che questa medesima tavola di cui ve
diamo la bianchezza, e di cui tocchiamo la solidità, abbia una
esistenza indipendente dalla percezione nostra. Però, l' abbia
mo per una cosa esteriore all'anima che la percepisce; sicché
ella non esista per la nostra presenza , né ritorni nel nulla
per la nostra lontananza, ma tenga in sé tutto ed uniforme-

*) Op. air., PAH. de Jacobi, sez. 2, c. 1, t. II, p. 49S.


*) Est. Ess. XII, t. II, passim.—') Ess. cit. p. 102, 103.
ne' scoi rapporti con la fede 3a5
mente l' essere suo, e per verun verso sottostia alle condi
zioni delle intelligenze dalle quali vien percepita, o contem
plata *».Tralasciamo altri luoghi da' quali,siccome da' già re*
cati, si rende aperto, come Huine avea riconosciuto prima di
Reid, che tutti gli uomini tengono per un giudizio istintivo,
che esiste fuori di loro un mondo sensibile, e che credono
averne una percezione immediata.
Ma egli fu di credere eziandio, che in virtù del medesimo
istinto naturale gli uomini sono convinti della costanza dell'or
dine della natura,e che questo convincimento governa tutte le
nostre azioni. Reid,siccome è noto,sentenziò,che rinchiusi nella
cerchia dell'esperienza, non altro possiamo sapere, se non che
alcuni fenomeni nella natura vanno sempre congiunti tra loro;
che non possiamo conoscere esservi fenomeni talmente tra lo
ro connessi, che 1' uno non possa esistere senza dell'altro; che
soltanto per istinto giudichiamo,che ogni cangiamento che si
avvera in natura, debba avere una cagione, e che il futuro
Bara simile al passato *. Or,non altro in sostanza era stato l'av-
•) Ibid. p. 103.
•) Il Bar. Winspeare riprende Galluppi, perchè scrisse non aver
Reid riconosciuto una connessione ne' falli della sensazione, ma un
semplice congiungimento Secondo il suo avviso, il professore di Gla-
Sgovia l°ooa negò esservi connessione fra'fenoraeni naturali,ma solo
divisò che s' ignora da noi il modo di loro connessione; 2° non mai
scrisse che in natura niun fenomeno ci si presenta connesso con al»
tro, ma solo seguito da altro. 3° Nè potea dirlo, perchè una cosa
cbe costantemente conseguita ad un' altra, è per ciò stesso connessa
con essa(I.c.p.XIII,XrV). Basta leggere il solo capo VI della sezione
XXI delle Ricerche , per vedere quanio lungi vada dal segno il
Bar. Winspeare nell' inielligeoza della filosofia reidiana. Iu fatti
Reid dice e ripete più volle, che noi apprendiamo i fatti i quali ban
luogo nella percezione de' corpi, soltanto come, l'uno seguilo dal
l' altro ; ma ignoriamo il modo eoo cui si legano e si connettono
Ira loro.Oode si rileva che Reid adopra veramente la voce seguilo^
e che non intende per legame e connessione quel medesimo che se
condo il rigore filosofico s' intende dal Galluppi e da altri filosofi,
cioè una necessaria dipendenza di un fallo da un altro; altrimen
ti non avrebbe potuto ivi medesimo dire, che tale connessione po
trebbe essere arbitraria, e che i fatti i quali noi sperimentiamo nella
sensazione, potrebbero avverarsi l' uno senza dell' altro. Non è qui
3a6 lo scetticismo
viso di Hume; perocché quegli, siccome più innanzi vedemmo,
insegoò che gli uomini sono indotti da un cieco istinto a ri
conoscere una necessaria dipendenza tra alcuni fenomeni, e
quindi ad aspettare in simili congiunture simili avvenimenti *.
Se non che, in questo, come nel fatto della realtà delle per
cezioni, aggiungeva l' istinto contraddire al vero; e ben co
noscendo che sopra i suddetti princìpi riposa tutta la realità
del sapere umano , confortava lo scettico a combattere in
nanzi tutto la forza di esso istinto, c Egli ( lo scettico )
farà con tutta ragione rilevare , che ogni evidenza cbe va
congiunta colle cose di fatto , non sostenuta dal testimonio
de' sensi e della memoria, ha origine dalla relazione la quale
corre tra le cagioni e gli effetti. E' farà chiaro, che noi non
abbiamo altra idea di questa relazione, se non quella di un
eollegamento frequente di due obbietti; la quale ci manife
sta solamente, che gli obbietti che l'esperienza ci ha mostrati
sempre congiunti, saranno tali eziandio nelT avvenire, ed iu
ogni altra congiuntura. Breve, proverà che questa induzione
non trae la sua forza da altro,se non dal costume, o sia da
un istinto naturale fallibile, siccome tutti gli altri istinti "a.
Reid medesimo disse convenire con Uume,che il pronunziato
di causalità non si debba nè all' evidenza,nè al ragionamen
to; sebbene non paresse a lui, come ad Hume, nascere dal
l' associazione delle idee, t Hume, e' dice, ha dimostrato con
molta chiarezza, che questa credenza ma ha origine nè dal
ragionamento,né dall'esperienza. Egli si studia di trarne ra
gione dall' associazione delle idee,e sebbene non mi abbia con
vinto di ciò, io non gli farò per al presente alcuna opposi
zione, bastando all' attuale mio intendimento , che cosiffatta

luogo di esaminare, se la congiunzione costante di alcuni fenome


ni sia indizio sicuro della loro connessione; ma certo, secondo Reid,
Tuna è cosa tutto diversa dell'altra, perchè egli, come tesiè di
cemmo, professa d'ignorare, se la conseguenza, o come e' la chia
ma, la connessione de' fatti della sensazione sia necessaria o vero
accidentale. Vedi Oeuvr. di Reid,ed. cil.vol. II, p. 314,315,317,318.
*) Ved. cap. I, § 4, p. 40 segg. del preseute volume.
a) Essais ecc. Ess. XII, t. II, p. US, 119.
ne' scoi bapporti con la fede 327
credenza non sia fondata sopra un1 evidenza sia reale, sia ap-
parente,della qual cosa egli, a parer mio, ha dato una dimo
strazione positiva. Ed in effetto,un uomo, posciachè ha tanto
tempo vivuto su questa terra, quanto ha potuto osservare la
natura reggersi secondo leggi costanti, può con fondata ra
gione aspettare in simigliami congiunture il ritorno di simi
gliami accidenti.! Ma la faccenda non va nello stesso modo
in riguardo al fanciullo; chè la sua credenza non si appog
gia all' evidenza,ma è un effetto del suo essere naturale. Dato,
che originasse dall' associazione delle idee,non lascerebbe di
essere istintiva; mercechè i' associazione delle idee è una leg
ge della natura nostrana quale partorisce i suoi effetti; senza
che noi vi cooperiamo con verun atto della nostra ragione
e senza che punto ne sappiamo* 2.
Quanto alla morale,iI sentimento è il criterio del bene e del
male così per Hume , come per Reid e per tutta la scuola
scozzese. Hume veramente non escluse del tutto l'uso della
ragione nella conoscenza della legge morale; ma divisò che la
ragione vi ha solamente una parte remota,e che nel sentimento
dimora propriamente il criterio della morale. Ecco con quali
parole conchiude 1' esame di questa disputazione: e Sembra
chiaro, che la ragione non valga a spiegare 1' ultimo fine
delle azioni umane. Conciossiachè queste non hanno la me
noma dipendenza dalle facoltà intellettuali, ma si governano
in tutto secondo i sentimenti e le affezioni dell' umanità. In
terrogate un uomo, perchè passeggia, ed e' vi dirà: per ra
gione della salute mia; se proseguite a chiedergli,perchè de
sidera la salute, ed egli, senza por tempo in mezzo, vi rispon
derà, perchè la malattia è uno stato doloroso; che, se in
calzando le vostre interrogazioni, vogliate saper da lui, per'
chè odia il dolore, non potrà darvi nessuna risposta, essen
do quella la ragione ultima ed unica per ogni obbietto ... E
impossibile in ciò un progresso all' infinito, non potendo una
cosa essere sempre la ragione, perchè se ne desideri un' altra.
Onde fa mestiero, che sienvi cose desiderabili in grazia di sè

') Essai! sur les facultés de f esprit humain, Fqculfés actives.


Ess. Ili, pari. I, c. 3, Oeuvr. ed. cit. t. VI, p. 24.
328 LO SCETTICISMO
stesse e per l' immediata loro conformità co' sentimenti e colle
affezioni degli uomini. Poiché la virtù è un fine ultimo, e per
ciò desiderabile per sè, cioè non per riguardo di premio, ma
per l' immediata soddisfazione che ne cògliamo, debb' essere
in noi un sentimento che la faccia sorgere nell' animo, e un
senso, un tatto, o un gusto , come meglio piace chiamarlo,
il quale scorge il bene e il male morale, ed abbraccia l'uno,
e rifiuta 1' altro. Quinci si scorge potersi di leggieri indicare
i confini e gli uffizi della ragione e del gusto. La ragione
ci largisce la cognizione del vero e del falso , e il gusto ii
sentimento del bello e del brutto, o sia della virtù e del vi-
zio'». Dalle quali ultime parole si raccoglie, chela ragione,
a parere di Hume, non è produttiva delle conoscenze mora*
li, ma solo condizione preliminare di esse, perchè le sugge*
stioni del sentimento debbono essere precedute da' pronun
ziati della ragione.
Quasi simigliarne a questa è la dottrina sul criterio della
morale difesa dal professore di Glasgovia. Di fatto egli aper
tamente riprova la opinione di que' filosofi i quali « avvisano
potersi rendere ragione de' nostri giudizi morali senza il sus
sidio di un senso o di una facoltà speciale 2, accostandosi al
l' opinione di que' che a concedono un tal potere essere una
facoltà originale, delta da loro senso morale , facoltà mo
rale, coscienza. Osserva che il nome di senso dato a que
sta facoltà avea scandolezzato i filosoQ, i quali disgradando
i sensi, gli hanno spogliati di ogni potere di giudicare, ma
a que' che riconoscono ne' sensi un giudizio , siccome in ef
fetti vi si dee riconoscere, non dee riuscir strano, che il po
tere di distinguere il bene dal male si appelli col nome di
senso. Rechiamo qualche brano del suo discorso, nel quale
dopo ricordato gli uffici de' sensi da lui esposti ne' Saggi pre-
cedenti, dice: < Se sono questi daddovero gli uffizi de' sensi
esterni, ci pare potersi la nostra facoltà morale con ogni pro
prietà di linguaggio appellarsi senso. Ed in verOj ella, seb
bene occupi certamente un posto supcriore ad ogni altra

*) Recherches sur les principe» de la morale, addilion. I, Oeuvr.


phil. ed. cit. t. V, p. 260-262.
ne' SUOI rapporti con la fede 3&Q
facoltà , pure serba co' sensi esteriori una smagliante ana
logia. Perocché , siccome i sensi ci somministrano non so
lo le nozioni primitive delle diverse qualità de' corpi, ma ci
suggeriscono altresì tuli' i giudizi primitivi che portiamo in
torno alle proprietà di ciascun corpo determinato ; così la
facoltà morale ci somministra non pure le idee primitive del
giusto e dell' ingiusto, e del merito e del demerito, ma ci sug
gerisce altresì tult' i giudizi particolari che formiamo intor
so alla giustizia o ingiustizia di una certa azione, e sul me
rito o demerito di ciascun carattere singolare. Il testimonio
della nostra facoltà morale, non altrimenti da quello de' no
stri sensi esterni, trae origine dalla natura; sicché le mede
sime ragioni ci muovono ad affidarci ali' uno, ed all' altro ».
E prosegue a dire, che siccome la sensibilità fisica è il
fonte e il criterio delle conoscenze concernenti all' ordine fi
sico; così la sensibilità morale è fonte e criterio in risguar
do alla conoscenza dell' ordine morale. E fonte, perchè e sic
come i veri, immediatamente attestati da' sensi esterni , so
do i princìpi primi secondo cui ragioniamo del mondo ma
teriale, e donde traggiamo la conoscenza fisica; così i veri,
immediatamente rivelati dalla facoltà morale, sono i primi
princìpi di tult' i ragionamenti morali, e la sorgiva onde ogni
conoscenza morale rampolla ». E più giù : « I primi princìpi
della morale sono i suggerimenti immediati della facoltà mo
rale, e questi ci mostrano non quel eh' è 1' uomo , ma quel
che debb' essere. Tutto quello che immediatamente si conce
pisce come giusto ed onorevole nella condotta umana , reca
con se un'obbligazione morale, e tutto quel che non è tale, un
demerito e una riprovazione. Dalla conoscenza immediata di
queste obbligazioni il ragionamento trae necessariamente la
conoscenza di tutte le alire ».È criterio altresì,perchè « ogni
uomo nel suo buon senso per gli stessi motivi,e per la stessa
necessità onde aggiusta credenza a' suoi occhi, a' suoi orec
chi, ed agli altri sensi; al senso intimo in risguardo a' feno
meni i quali si avverano in noi; alla sua memoria per rispet
to agli avvenimenti passati ; al suo intelletto in ordine alle
relazioni astratte delle cose ; al suo gusto per rispetto al
bello e al brutto, aggiusta fede ancora alle ispirazioni chia
330 LO SCETTICISMO
re e disinteressate di sua coscienza sul giusto e siili' ingiusto,
sull'onorevole e sul vituperevole. Brevemente, l'anima è do
tata di una facoltà originaria che chiamiamo coscienza, o
vero facoltà morale, la cui mercè acquistiamo le nozioni del
bene e del male, del merito e del demerito, del dovere e
dell'obbligazione, ed ogni altra sorta di nozioni morali che
sono in noi, e la cui mercè conosciamo altresì la giustizia
o vero l' ingiustizia di una certa azione. I primi princìpi del
la morale sono i suggerimenti immediati di cotesta facoltà,
alla quale non altrimenti che alla sensitiva e ad ogni altra
sorta di facoltà naturali, abbiamo uguali ragioni di confi
darci 1 ».
E ancora di gran momento nella presente quistione rag
guagliare l'avviso di Hume con quello di Reid sulla forza del
testimonio umano; perocché, senza questo criterio morale, sic
come altrove vedremo, non è possibile stabilire il fatto del
la Rivelazione divina. Quanto ad Hume, questi combattendo
la credibilità de' miracoli non dissimulò,che gli uomini e per
F amore che hanno inverso il vero,e per il rossore che loro
cagiona la menzogna, e per altri princìpi insiti nell' umana
natura, si conducono naturalmente a porger fede al testimo
nio umano. Anzi soggiunse, che , là dove si tratta di avve
nimenti religiosi, gli uomini ingollano facilmente ogni piò
assurdo racconto ".Or, Reid non da altro ripete il valore del
testimonio umano, se non da un giudizio istintivo, detto da
lui principio di credulità. Noi vedemmo essersi da lui no
verato tra' giudizi istintivi contingenti anche questo, che a. noi
abbiamo naturalmente qualunque rispetto alle testimonianze
umane che risguardano i fatti * ». Qui aggiugniamo ch'egli
svolse questo principio in più luoghi, « Io ho creduto, e' dice,
in virtù di un istinto tutto ciò, che i miei genitori mi han.
fatto credere molto tempo innanzi che l' idea di menzogna si
facesse strada nel mio spirito,e che io sospettassi esser pos
sibile che m' ingannassero* ». Ed altrove: <t Chiara cosa è,
•) Op. cit., Facult. acliv., Ess. NI, pari. 5, c. 6, p. 152-160.
") Essais ecc. Ess. X, Oeuvr. pini. t. II, p. Il segg.
*) Facult. intellect., Ess. VI, c. 5, t. V, p. 123.
') Récherches ecc. c. VI, sez. 20, Oeuv. I. II, p. 308,
NE' SCOI RAPPORTI CON LA FEDE 33 1
che in fatto di testimonio la conformazione dell' esser nostro
fa traboccare la bilancia del nostro giudizio dal lato della con
fidenza; a questa propensione 1' esperienza non aggiunge pun
to di forza, ed ella, per difetto di una voce più acconcia, può
dirsi principio di credulità 1 » .
Quel che merita ancora considerazione , è 1' aver Hume
assegnato per la conoscenza di queste credenze, o princìpi
istintivi questi medesimi caratteri che Reid dopo lui minu
tamente numerò e descrisse. Non è mestieri parlare del pri
mo carattere osservato da Reid ne' princìpi istintivi, siccome
quello eh' è intrinseco a' princìpi stessi. Ed in fatti l' istinto
essendo un accidente naturale dell' essere che n' è dotato, é
mestiero che sia in tutti gli esseri i quali alla medesima na
tura partecipano. Gli altri due sono bastantemente accenna
ti da Hume, siccome può raccogliersi dalle seguenti sue pa
role: e Nella vita comune noi ragioniamo ad ogni momento
su fatti e su cose esistenti , e non potremmo far senza di
questa sorta di argomenti. . . Il pirronismo e lo scetticismo
esagerato incontrano la loro morte nell' azione , nel movi
mento, e nelle occupazioni della vita comune. Regnino pure
e trionfino, se così piace, questi princìpi nelle scuole , ove
se non è impossibile, certo è difficile confutarli ! Ma tostochè
usciti fuori delle tenebre di questa dimora, e messi alla pre
senza degli obbietti reali che sono V anima de' nostri senti
menti e delle nostre passioni, verranno a cozzare co' princìpi
più poderosi di nostra natura, agguaglieranno lo scettico al
resto degli uomini2». Ed alquanto dopo prosiegue: « Egli (lo
scettico) dee consentire, se per avventura può consentire al
cuna cosa,che se le sue massime mettessero barba universal
mente e costantemente nel mondo, trarrebbero nella propria
ruioa la vita umana, cesserebbe ogni commercio ed ogni a-
zione,ed all'uomo non resterebbe altro partito, se non di se-
pellirsi io un perfetto letargo, aspettando che i bisogni della
natura a' quali non più potrebbe soddisfare, mettessero fine
all' infelice sua vita. Vero è che non vuoisi temere gran fat-

') Jbid. c. VI, sez. 24, p. 348.


") Essais eie. Ess. XII, Ocuvr. t. II, p. 117, 118.
33.» LO SCETTICISMO
lo un si fatale sconvolgimento di cose; che la natura sarà
sempre superiore a tali massime. Ben può il pirronista ca
gionare o in sè od in altri un inganno fuggevole, o un mo-
mento di scompiglio; ma il primo e il più triviale avveni
mento di sua vita manderà in dilieguo tutti i suoi dubbi e
scrupoli, e lo ritornerà in tutti i punti si pratici, e si spe
culativi alla condizione medesima in cui versano e gli al
tri filosofi e que' che non s' intromettono di filosofiche di
squisizioni. Talché riscosso come da un sogno, egli prima di
tutti riderà di sè stesso, e confesserà che tutte le obiezioni
sue valgono solo a sollazzare altrui, e a palesare la strana
condizione degli uomini, i quali sono obbligati ad operare, ra
gionare , credere ; senza che possano per quantunque studio
acquistare una soddisfacente notizia del fondamento di tali o-
perazioni, e risolvere nè pure una delle obbiezioni che loro
si possono opporre 1 a.
Per tutte queste cose chiaramente si scorge,cheReid contrap
ponendo allo scetticismo di Hume la sua teorica de' giudizi
istintivi, o sia, come la chiama,del senso comune, fece opera
affatto inutile. Conciossiachè lo scettico inglese non avea ne
gato, anzi espressamente insegnato che da questi giudizi istin
tivi formanti il senso comune dell' umanità, s' ingenera negli
animi umani la persuasione della reale esistenza delle cose,o
sia la credenza. Se non che, secondo il giudizio di lui, il sen
so comune non pure non è un mezzo scientifico di conoscen
za, ma spesso ancora ne' suoi pronunziati è contraddetto dalla
scienza, s Reid (dice il prof.Moeller *),Beattie,Oswald, Priestley,
concittadini di Hume, volendo confutare lo scetticismo di co
stui con le sue conseguenze tanto pregiudizievoli alla Religione
e alla morale, gli opposero le testimonianze del senso comu
ne. Or, Hume combattè il preteso valore del senso morale; per
ciocché ammettendone l' esistenza come una sorta d' istinto na
turale, pretese di esser esso sfornito di ogoi fondamento scien
tifico ». Adunque il punto della controversia contro Hume di-

') Ibid. p. 120, 121.


*) De r état de la philos. moderne en Jllemagne, p. 28, Lou
vain 1843.
NK SCOI BAPPOBT1 CON LA FEDE 333
morava appena nel definire, se queste conoscenze istintive o
credenze che vogliono dirsi, coincidono co' risultati della in
vestigazione della scienza, o pure sono da queste contraddette;
onde apparisca se debbono rilegarsi tra le preoccupazioni
del volgo, o vero aversi per verità incontrastabili. Però, come
fu bene notato dal Rosmini e dal Mamiani, volendo Reid sal
vare dal dubbio scettico di Hume la credenza del genere u-
maoo, era suo debito investigare le fonti da cui esse ram
pollano, e mostrare, quale e quanta virtù dimostrativa in quel
le fonti si contenesse. Or, a questo compito non soddisfece
il professore di Glasgovia , credendo non doversi disputare
con que' che le negavano, o le avvolgevano nel dubbio; onde-
chè la sua critica di Hume, come notò il Buhle, non valse a
rendere migliore la causa del dogmatismo filosofico , e in
particolare, quello del realismo empirico 1 » . Udiamo il Ma
miani: « Errò (Reid) nel proporre per fondamento di ogni
dimostrazione il consenso degli uomini, il quale è per sé me
desimo un vero e Baldo argomento, se appoggia ad altri an
cor superiori, ma è nullo, se diviene principio e termine di
ogni prova ; imperocché a lui medesimo Hanno bisogno le
prove. Scambiò adunque il Reid il fine col mezzo: attesoché
il senso comune è istrumento ultimo e inizio eccellente di
ogni filosofia; ma il fine di questa è di pervenire quando che
sia a rendere ragione degli assiomi del senso comune"».
II. Ma vi ha di più. La filosofia del senso comune difesa
da Reid non solo riusci impotente ad atterrare il pirronismo di
fiume, ma spianò la via al pirronismo più severo e sistema
tico di Emmanuele Kant. 11 nostro egregio Galluppi osservò
molto acconciamente, che sebbene Kant ci narri di essersi ri
scosso del suo sonno dogmatico, per la lettura di Hume, pure
non è da dubitare, che siesi giovato ancora de' Saggi di Reid
Ed in vero, i suoi giudizi sintetici a priori, da cui fa scatti-

') Hisloire de la phil. moder. irad. par Jourdaio, c. XII, t. V.


■) Rinnovamento dell' antica filosofia italiana, pan. 1, c. XVII,
n. 3, ed. 3, p. 187, Firenze 1836. Cf Rosmiui, Nuovo Saggio sul~
l'origine delle idee, sez. 4, c. 3, ari. 10.
') Leu filos., leu. V, p. 76, Napoli 1838.
Sa«severino,Sist.Filos.,I. 28
334 IX> SCETTICISMO
rire tutta la conoscenza umana, non differiscono gran fatto
da' giudizi istintivi del Filosofo scozzese , perchè così negli
uni, come negli altri la realtà non è ritrovata, ma posta dal
lo spirito. Secondo il giudizio di Kant, siccome vedremo ap
presso, lo spirito non altro riceve dal di fuori che sensazioni
prive di ogni valore obiettivo; ma egli costruisce con le for
me subbietlive della sensibilità e co' concetti dell' intelletto il
mondo sensibile,e per la virtù della ragione si eleva alla co
noscenza del mondo soprassensibile. Secondo Reid , alcuni
giudizi istintivi determinano lo spirito umano a porre la real
tà dell' obbielto sensibile e dello stesso subietto senziente, ed
altresì alcuni giudizi istintivi sono i princìpi e la guarentigia
sì del processo induttivo che ci dà la scienza del mondo vi
sibile, sì del processo deduttivo per il quale ci solleviamo al
mondo soprassensibile.
Si aggiunge a tutto ciò 1' altra osservazione fatta dal prof.
Cousin, che Reid non si discosta gran fatto da Kant anche
nel definire 1' origine ed il valore delle nozioni dello spazio e
del tempo. Kant, siccome è noto , considerò lo spazio e il
tempo quali visioni a priori, o sieno forme subbiettive del-
l' animo con cui questi comincia la sintesi degli elementi
della sensibilità. Or, Reid discorre variamente, e sempre sen
za lucidezza, della natura e dell' origine di queste due nozioni.
Nondimeno dalle cose che qui e là ragiona, possono racco
gliersi con fermezza questi due punti: 1° I sensi, a parere
di lui, ci danno la conoscenza di alcune parti circoscritte e
limitate dello spazio, e la memoria ci dà alcune durate parti
colari, perchè la mercè di quelli noi conosciamo la estensione
de'corpi, e questa ci richiama gli avvenimenti passati; ma que
ste nozioni particolari dello spazio e della durata sarebbero
impossibili per noi, se innanzi non avessimo le nozioni ge
nerali dell' uno o dell' altra, cioè le nozioni dello spazio e
del tempo non ristrette da verun confine; non potendosi con
cepire l'estensione senza lo spazio, e la successione senza la
durata. 2° Che sebbene queste nozioni non si manifestino
nel nostro spirito prima dell' esercizio de' sensi e della me
moria ; pure non possono derivarsi da essoloro , essendo di
sua natura indipendenti da ogni spazio e tempo limitati. I
ne' scoi rapporti con la fede 335
nostri lettori potranno vedere presso il Filosofo francese i
luoghi da cui egli raccoglie i due suddetti pronunziati di
Reid '. Noi noteremo solo , che il professore di Glasgovia
in fine dichiarò insolubili colle facoltà conoscitive che di
presente abbiamo , i problemi risguardanti alla natura del*
10 spazio e del tempo. Avvegnaché, dopo rifiutato le teoriche
di Clarke e di Newton i quali immedesimavano il tempo e lo
spazio infiniti coli' eternità e l' immensità di Dio, conchiude:
0 Gii uomini si avvolgono senza volerlo in questi paradossi
ed enigmi, allorquando disputano del tempo e dello spazio,
e si travagliano a comprenderne la natura. Queste sono co
se di cui le facoltà umane, secondo che apparisce per tut-
t' i versi, ci dànno un concetto imperfetto; onde si fa luogo
a quelle difficoltà che invano ci studiamo di risolvere , e a
que' dubbi che non ci è dato di schiarire. . . A voler stene
brare le nozioni dello spazio e del tempo, forse ci sarebbe
mestiero di una nuova facoltà, della quale essendo noi privi,
avviene che brancoliamo nelle tenebre , ogni qual volta vo
gliamo vederne addentro la natura* s.
Adunque Reid, non altrimenti che Kant dopo di lui con
una più profonda e minuta analisi adoprò, deriva dalla na
tura stessa del subbietto i princìpi da cui tutta l' umana co
noscenza scaturisce. Pertanto egli divisò, e pertinacemente
mantenne, che noi non possiamo, e non dobbiamo giustifica
re 1' autorità di que* princìpi, porgendo essi un fondamento
autorevole alla conoscenza per ciò solamente, che sono na
turali. Kant per contrario convenne col Filosofo scozzese, che
1 princìpi della nostra conoscenza sono a priori, e che sono
11 fondamento della credenza, o sia della certezza umana; ma
stimò,che questa credenza o certezza relativa non è acconcia a
combattere il pirronismo; perocchè,essendo la natura delle cose
assoluta, e indipendente dalla nostra conoscenza, è necessario
che la loro conoscenza scientifica si adagi sopra un fondamento
assoluto e non relativo. Quindi trasse esser mestiero d' investi-

«) Cours «T Hist. de phil. moderne, lec. XXI, Oeuv. ser. I, voi.


IV, p. 435-446, ed. eh.
s) Facultès intellect. Ess. Ili, c. 3, t. IV, p. 63.
336 LO SCETTICISMO
gare, se la conoscenza nostra afferra la natura reale delle
cose, o vero no, o sia se la verità relativa consuona colla ve
rità assoluta. Egli in effetto imprese la soluzione di questo
problema, la cui conchiusione fu, che la nostra conoscenza
essendo affatto subbiettiva, siccome quella che si fonda tutta
sulla natura del subbietto,è incapace di manifestarci la natura
obbiettiva e reale del sensibile e del soprassensibile.Ci piace
esporre questo ragionamento di Kant con le parole di Jouf-
froy,il quale, dopo chiarita la convenienza della filosofia rei-
diana e kantiana su' due punti succennati, fa parlare Kant
in questo modo: «Diasi pare,ha detto il filosofo di Conisberga,
che il complesso di questi princìpi costituisce la ragione e la
verità umana, rimane a sapere, se la verità umana è la vera
verità, o sia la verità assoluta. Sino a tanto che non verrà
soddisfatto a questa inchiesta, la certezza umana sarà pro
blematica, e rimarrà non definito il valore della scienza. E
questa dunque la prima e fondamentale quistione della scien
za . . . Kant, dopo fermato lo stato della questione, e asse
gnatole il suo luogo, considerando che i concetti della ra
gione sono credenze cieche, inverso cui il nostro spirito si
sente fatalmente tratto dalla sua natura, argomenta che so
no elleno relative ad essa nostra natura; onde se questa fos
se altro da quel che è, potrebbero esser diverse, e che per
conseguente non essendo in loro una virtù assoluta , la no
stra verità, la nostra scienza , la nostra certezza sono una
verità, una scienza , una certezza meramente subbiettiva e
meramente umana, e però tale, che la natura nostra ci trae
a confidarci a lei, sebbene ella si sottragga all'esame della
ragione, e non abbia veruna forza obbiettiva ' ».
Il medesimo filosofo francese, il quale dopo Royer-CoIIard
si mantenne più degli altri fedele alla filosofia di Reid, fece
plauso al problema proposto da Kant, e giudicò che la ra
gione umana non è capace di risolverlo, t Punto non ci gio
va, egli dice, 1' esser noi spontaneamente o, come dicono gli
Scozzesi, istintivamente obbligati a credere alle leggi della
ragione nostra. Avvegnaché, ove noi abitualmente ci lasciamo

F) Préface, p. cuvn, clxviii.


ne' scoi bapporti con la pedb 337
condurre con V umanità dal torrente irresistibile delle sue
leggi e de' suoi istinti, di tratto in tratto un dubbio, o un' in
quietudine si manifesta in grembo a questa confidenza, e la
turba. ÌS un fatto, che crediamo; ma abbiamo fondamento a
creder quel che crediamo ? È realmente vero quel che giu
dichiamo vero ? Questo universo dove siamo inviluppati, que
ste leggi da cui esso sembra esser governato, e che ci trava
gliamo a scoprire, questa causa potente, savia e giusta che
affidati alla nostra ragione presupponiamo esserne 1' autore,
queste massime del bene e del male che il genere umano
rispetta, e che ci paiono costituire la legge del mondo mo
rale, sarebbero un'illusione e un sogno connesso, ed un so
gno altresì, come tutto il resto, 1' umanità, e con essotei noi
che ne siamo parte ? Quistione spaventevole, dubbio terribile
che sorge nel pensiero volontario di ogni uomo, il quale ri
flette , e che la filosofìa ha soltanto ridotta a termini più
precisi nel problema che gli Scozzesi le vietano di proporre *j.
Di qui si scorge , che il Jouffroy non vide nella filosofia
del senso comune, da lui esposta e difesa, verun nerbo a
ribattere lo scetticismo. Intanto, credendo non potersi met
tere altra filosofia in suo luogo , ricisamente dichiarò che
10 scetticismo non si può confutare con argomenti razionali,
e però sono ugualmente legittimi il credere dell' umanità e
11 dubitare degli scettici. Potremmo allegare molti luoghi de'
suoi Frammenti; ma ci basta toglierne un solo dal suo ar
ticolo sullo scetticismo, dove esprofesso ragiona la sua sen
tenza. Quivi assevera, che le credenze del genere umano so
no fondate sul convincimento del valore dell' intelligenza, e
che non potendosi provare il valore dell' intelligenza sen
za petizione di principio, perchè la prova dovrebbe farsi per
la stessa intelligenza, quelle credenze deono esser ciò che sono
per loro natura, o sia sfornite di ogni pruova razionale, e
però incapaci di produrre un convincimento scientifico. Onde
conchiude: c Dunque un atto di fede cieca, ma irresistibile,è
il fondamento di ogni credenza. Perchè questo atto di fede
è irresistibile,avviene che tutti gli uomini, non esclusi gli scet-

') Ibid. p. cxxxxvii-cxc.


338 v
tici, credono; e perche è cieco, cioè non fondato sa motivi
razionali , è nato che tra coloro i quali filosofando hanno
latto tale seorerta, alcuni ban divisato, non aver la umana
intelligenza ragione di creder nulla. . . Se vuoisi considerare
la cosa secondo ragione, barri contraddizione tra la fede e
lo scetticismo, perocché l' uomo non può ad un tempo cre
dere, e non avere il diritto di credere. Frattanto la ragione
ricisamente dichiara, che l'uomo crede senza motivi, o sia,
per usare altre parole, che non ha diritto di credere. Ma
se si risguarda il fatto, nissuna contraddizione si scontra tra
la fede e lo scetticismo, mercechè l' uomo crede per istinto,
• dubita per la ragione. Or, tra il fatto della credenza de
terminata dal nostro essere naturale, e il fatto della nostra
credenza senza aver diritto di credere, manifestato dalla no
stra ragione, non vi ha contraddizione di sorta. . . Però, noi
assolviamo ugualmente l'umanità che crede, e gli scettici
che dubitano; ma non assolviamo i filosofi i quali bau com
battuto lo scetticismo , facendo pruova di mostrare che le
credenze umane sono secondo ragione. Come non si sono ad
dati, che questo loro tentativo importa dimostrare Y intelli
genza umana con la medesima intelligenza umana ì La quale
cosa è stata, e sarà sempre impossibile. Noi siam persuasi,
che lo scetticismo sarà sempre invincibile, perchè lo riguar
diamo quale ultima parola della ragione in sè stessa1}.
Altri argomenti dello scetticismo del Jooffroj ci darebbo-
no i lavori suoi postumi , se fossero stati pubblicati quali
furono lasciati da lui. In effetto si sa ebe il Damiroo , tol
tosi il carico di raccogliere e mettere alla luce gli scrìtti
del suo condiscepolo, ne cancellò que' brani che faceano ma
nifesto il pirronismo dell' Autore , e

■) Fragmattt ecc. Bui. de lapkdot. Fragra. HI^p. 217, 2» edit.


Paris 1838.
"J I lavori postumi del JouOVoy furono pubblicali dal Damiroo
eoi titolo: Nouteaux Melange*. Io queste Mescolanze, come| sooo
di presente, mancano i luoghi in cui I* Autore manifestava senza
riserbo il suo dubitare de* più rilevanti dogmi, perchè l'editore,se-
> 1* autorevole insinuazione del Vìllemain e del Cousin, s' in
ne' suoi rapporti con m fede 33g
IH. Se la filosofia del senso comune di Reid non pure è im
potente a confutare lo scetticismo contro cui dal suo Autore fu
indirizzata, ma altresì contiene in sè i germi di quel più fa
tale scetticismo che ne fu dedotto da Kant, non dee tornar
difficile intendere, com' ella non potè nulla definire nettamen
te e fermamente intorno a que' veri che sono la introduzio
ne alla teologia. In fatti, avendo posto un fondamento del tutto
stibbieitivo alla sua filosofia, egli dovette restringerla alla sola
critica delle facoltà dell' anima, e dichiararla incapace di ri
solvere i problemi concernenti alla natura delle cose. E pri
mamente, e' divisò che a noi non altro è dato conoscere del
le cose, se non gli attributi , rimanendoci affatto ignota la
loro natura. « La nostra conoscenza degl' individui, e' dice, versa
tuttaquanta intorno a' loro attributi; perciocché la nostra fa
coltà non può addentrare la loro essenza, siccome quella che
sta di là da' contini dell' intelligenza umana. . . Or, non al
tro che questi attributi noi conosciamo distintamente negl' in
dividui. Perocché la nozione che abbiamo di un subbietto al
quale appartengono,vuoi materiale, o immateriale, là