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L'APOSTOLATO

il --------------------

MEDITAZIONI
ADATTATE

PER GLI ESERCIZIl DEL MESE DEL SACR0 CUORE


D

ENRIC0 RAMIÈRE S. J.

VERSIONE ) AL F, NCESE
-2 -

terza edizione notevoli accresciuta

) NA
saggere del S. Co
S l
Presso l'Ufficio del Messaggere
SONO VENDIBILI

I SE(GU ENTI (0PUSC (0) L, I


che si spediscono franchi per posta
----------------

Apparecchio di 13 giorni alla festa di S. An


tonio di Padova; e preghiera da recitarsi
quotidianamente, pag. 4, al cento 2. f.
Appello alle Pie Unioni delle Figlie di Maria
sul modo di organizzare l'Apostolato della
Preghiera 10 c.
BOUGAUD – Storia della B.a Margherita M.°
Alacoque, con la Notizia del P. Claudio
de la Colombièr pel P. Pouplard. 3 f.
Cantici al Cuor di Gesù 15 c.
Catechismo della Divozione al S. Cuore 25 c.
Catechismo dell'Apostolato 20 c.
Cenni della B* Margherita Alacoque, e No
vena per implorare qualunque grazia 10 c.
CROISET – La divozione pratica al Sacro
Cuore di Gesù 1 f., 20 c.
Cuore a cuore con Gesù. Pi affetti d'un'anima
che si pone in intimità con Dio, e Novena
d'apparecchio al 1.º Venerdì del mese 25 c.
DE FRANCIOSI — Nozioni dottrinali e pratiche
sulla devozione al Cuor di Gesù, con ap.
dice sulla divozione al Cuor di Maria 1,
DE GALLIFET – Eccellenza e pregi della di-*
vozione al Cuore adorabile di Gesù 1 f.
DEHAM – Il S. Cuore di Gesù offerto alla
pietà della gioventù studiosa 25 c.
DOYOTTE – Elevazioni sul S. Cuore 40 c. |
Esercizio dei 6 Venerdì o 6 Domeniche pr ce
denti la Festa del S. Cuore proposto gli
Associati dell'Apostolato della Preghiera 5) c.
Esercizio. del Culto Perpetuo del Sacro C ore
di Gesù proposto agli Asscciati dell'Aposto
lato della Preghiera, pag. 160 ,0 e,
GEROLA – Il Vero Amante del S. Cutre di
L' APOSTOLATO

DEL SACR0 CUORE DI GESÙ


MEDITAZIONI
SULL'UNIONE DEL CRISTIAN0 COL CUORE DI GESU'
PROPOSTE SPECIALMENTE

A ZELATORI E ZELATRICI
DELL' AP0STOLAT0 DELLA PREGHIERA
E ADATTATE

PER GLI ESERCI DEL MESE DEL SACR0 (CUORE


DA

ENRICO RAMIÈRE S. J.

BOLOGNA -

Presso l'Ufficio del Messaggere del S. Cuore


1877
l'ROiRIETA LE TERAIA

Con Approvazione dell'Autorita Ecclesiastica

A/ %. 2)VA
PARTE PRIMIA
PR o EMI o

La B* Margherita M.* Alacoque,


nell' esporre ciò che avea dal medesimo
Salvatore appreso intorno alla divozione
del divin Cuore di lui, afferma ripetuta
mente, non esservi esercizio più acconcio
a sollevare in breve, per la via più facile
e sicura le anime alla più alta perfezione
propria del loro stato, o sieno esse chia
mate da Dio a servirlo nel chiostro op
pure nel secolo. Come debbono però in
tendersi queste promesse e che bisogna
fare per ottenerne l'adempimento? Non
si può certamente pensare che, da quando
sì bella divozione fu rivelata infino a
noi, le condizioni per ottenere la santità
abbiano cangiato, nè che questa corona
6

celeste offrasi a minor costo, sicchè in


tempi più tardi sieno i cristiani dispen
sati da quegli sforzi e da quelle lotte
senza le quali non si potea prima con
seguire. Poichè non cangiando la santità
di natura, anche le condizioni per arri
varvi debbono rimanere sostanzialmente
le stesse. Sarebbe quindi assai grave
inganno il darsi a credere che una pra
tica divota, per quanto eccellente, possa
valere invece dell'umiltà, dell'annega
zione, della pazienza ne' travagli, della
carità verso il prossimo e delle altre
virtù, poste dal Vangelo come indispen
sabili per la santità.
In che dee consistere adnnque l'ec
cellenza ed efficacia della divozione al
Sacro Cuore di Gesù? Consiste nel poter
questa più d'ogni altra far nascere e
progredire tutte le virtù donde risulta
la santità, o meglio, essa le contiene in
sè, e con sè le introduce nei cuori, ed
a misura del suo rassodarvisi anche la
perfezione di tali virtù e della santità
va costantemente crescendo nelle anime
veramente devote al Cuore di Gesù. In
fatti come la santità non è altro di sua
7

natura se non la carità, l'amor di Dio e


degli uomini per Gesù Cristo, così la di
vozione al Sacro Cuore non è altro se
non la carità medesima, contemplata nel
più perfetto modello e stimolata dal mo
tivo più valido, che è il Cuore infini
tamente amante ed infinitamente ama
bile dell'Uomo Dio,
Così vanno intese le prerogative
onde la devozione al divin Cuore sovra
sta le altre, e di qua il sodo fondamento
delle magnifiche promesse che ne accom
pagnarono la rivelazione. Essa metten
doci sott' occhio in più viva luce l' infi
nita amabilità e la tenerezza ineffabile
di questo Cuore, in cui tutta la sublimità
della perfezione divina si congiunge alla
più soave indulgenza verso la debolezza
umana, ci necessita in certo modo ad
amar lui e in lui la santità, ond'è per
fetto modello; e come l' amore ha per
effetto l' unire e rendere somigliante chi
ama all' oggetto amato, così tale divo
zione produce nei cuori la somiglianza
di questo Cuore divino, li anima de'suoi
sentimenti, li riempie della sua santità,
ed unendoli a lui rende loro facile il dis
8

amore di tutto ciò che potesse allonta


narli da lui.
Ma essa, ben s' intende, non var
rebbe ad esercitar nelle anime una virtù
così intima ed a produrvi una trasfor
mazione così compiuta, ove si terminasse
puramente a qualche pratica esteriore e
transitorio esercizio. Per ottenerne ap
pieno i frutti, conviene ch'ella s'impos
sessi della intera vita del cristiano, ne
avvivi del proprio spirito i sentimenti,
le parole, gli atti, tutta la condotta in
terna ed esterna, e ponga chi la pratica
in istato di ripetere con S. Paolo: Vivo,
non già io, ma vive in me Cristo.
Intesa così, la divozione al Sacro
Cuore riesce un vero apostolato, col ren
dere chi la pratica docile strumento di
questo Cuore adorabile, acconcio ad ef
fettuare pienamente i disegni dell'amore
di lui; e col metterlo a parte dello zelo
ond'Esso arde per la gloria di Dio e per
la salute de' suoi fratelli, lo spinge a
consecrare al conseguimento di sì gran
fine quanto gli dà in mano il proprio
stato e condizione, e quanto può otte
nere colla preghiera, che è mezzo assai
9

più efficace, benchè interiore ed invisi


bile. E così essa rende fruttuoso il mi
nistero di coloro i quali hanno per vo
cazione l'apostolato, ed agli altri ancora
chiamati a grado più basso conferisce il
potere di aiutarli molto validamente colla
preghiera e coll' opera. Il perchè ad un
libro, che presenta sotto questo aspetto
tale divozione, non ci parve di poter dare
titolo più appropriato che quello di Apo
stolato del Cuore di Gesù.
Ci siamo poi sforzati in questa edi
zione di renderlo più meritevole del
titolo, e più atto a conseguire lo scopo.
Con un più notevole svolgimento delle
due parti onde si componeva l'edizione
precedente, abbiamo quasi raddoppiato
il volume. Due cose formano l'Aposto
lato ; l' una è la devozione verso Gesù
Cristo, la quale ci santifica per una
più intima unione con lui; l'altra è
l' esercizio di questa devozione verso
il prossimo, procurandone la santifica
zione delle anime, in unione di tutti i
servi fedeli del divin Salvatore; e queste
porgono materia alle due parti della pre
sente operetta.
10

Questa Prima contiene le medita


zioni destinate a stabilire, fra il cuore
del cristiano e il Cuore di Gesù, quella
perfetta unione che è la medesima san
tità. Si divide in tre novene, l'una con
sidera i vincoli onde il Sacro Cuore di
Gesù si unisce al nostro; l' altra spiega
l' esercizio di tale unione, posto nello
scambio delle nostre miserie colle ric
chezze del Cuore di Gesù; la terza espone
i frutti che ne debbono provenire, e sono
appunto le virtù delle quali il divin Cuore
è perfetto esemplare da ricopiarsi per
suo amore nel nostro. Avendo poi cia
scuna di esse aggiunta una meditazione
di compimento, ne danno così trenta ,
che potranno servire di comodo alimento
alla pietà dei divoti durante il mese con
secrato al Cuor di Gesù.
Offeriamo poi in modo speciale agli
Zelatori e alle Zelatrici dell'Apostolato
della Preghiera la nuova edizione di que
sto lavoro, come ne abbiamo offerto la
precedente, riconoscendone dal loro zelo
il buon successo ed i frutti che ne pro
vennero: laonde abbiamo cagion di spe
rarne la stessa benevola accoglienza ed
11

operosa propagazione ora che l'offeriamo


ampliata e più compita. Abbiamo cer
cato di aprire alle anime elette i sen
tieri della più alta perfezione, rinunciando
a quella maggior voga che si può otte
nere coll' accondiscendere alla fiacchezza
dei più: ma di tal perdita ci stimeremo
abbondantemente rifatti, quando ci riesca
di aumentare anche di pochi il numero
dei veri amici dell' Amantissimo sopra
tutti i cuori.

----3SG-8ss---
PRIIA NVINA
Dei Vincoli della nostra Unione col Cuore di Gesù
-----------------------

MEI) ITAZI(0) N E I,

Della Fraternità
Primo Vincolo della nostra Unione
col Cuore di Gesù

Filius datus est nobis: Un figlio


ci è stato dato. (Is, IX. 6)

I. Il Figliuolo di Dio ci è dato real


mente per fratello. — Chi è questo Figlio
il cui nascimento annunziasi con tanta so
lennità come il più felice degli avvenimenti ?
Chi sono quelli a cui è dato in proprietà per
autentica donazione ? Forsechè la chiesa cele
ste si rallegra per la nascita del suo Re? E
se i cantici di gioia si sollevano dalla terra,
qual è la illustre famiglia a cui nacque di
recente un nuovo rampollo ?
Questo figlio è il Figliuolo unigenito del
l'eterno Padre, Dio come il Padre, eterno
come il Padre; sì ricco, sì grande, sì po
14
tente come il Padre; Dio da Dio, Lume da
Lume, vero Dio da Dio vero; il Verbo eterno
del Padre, splendore della sua gloria, imagine
sostanziale della sua bellezza; Quegli senza
cui Dio non può esistere, come non può esi
stere la luce senza il suo splendore, come non
può esistere il pensiero senza conoscersi. Sì,
è l'Unigenito Figliuolo di Dio, donatoci dal
Padre, che ha riposte in lui tutte le sue com
piacenze. Questo Dio che dalla eternità trova
tutta la sua beatitudine nel conoscerlo, nel
l'amarlo, nel possederlo; che non istima
niente se non in lui, che non può amar niente
fuori di lui; questo Padre infinitamente amante
del più amabile di tutti i figli, brama di co
municare ad altri il suo tesoro, di donarlo
realmente, interamente, irrevocabilmente, di
oramai possederlo per indiviso con una na
tura differente dalla sua.
E quale sarà essa ? Certo l' angelica, la
più somigliante fra tutte le creature alla na
tura divina per la sua purezza senza mac
chia, per la sua perfetta spiritualità, per la
sua sapienza, pel suo amore. No, Iddio Padre
non fece dono a questa del suo Figliuolo;
ma sì all'umana, alla più deturpata, alla più
debole, alla più povera, alla più inferma di
tutte le create nature, alla schiatta maledetta
di Adamo, la quale da migliaia di anni si
trascina nel fango della miseria, e giace tutta
15
piaghe sulle immondezze delle sue colpe; a
noi che siamo gli infimi tra gli esseri spiri
tuali, a noi che nasciamo in peccato, involti
nelle tenebre della nostra ignoranza, avvinti
dai vergognosi lacci delle nostre cupidigie ;
che però possiam dire a buon diritto: Un
Figlio ci è donato; il vero Figlio dell'Al
tissimo è divenuto nostro fratello, e per lui
ci siamo imparentati con Dio; Ipsius enim
et genus sumus. (ACT., XVII, 28). Da secoli
e secoli noi cercavamo di salire fino a lui,
ma per vie che sempre più lo allontanavano
da noi; ed eccoci ammessi di tratto alla più
stretta e indissolubile parentela con lui; ec
coci a lui congiunti per tale unione, che fa
della sua persona divina e della nostra mise
rabile natura una medesima carne, una me
desima sussistenza, un medesimo essere, onde
egli è veramente carne della nostra carne, e
osso delle nostre ossa, os ex ossibus meis, et
caro de carne mea (GEN. II, 23. – EPH.,
V, 30).

II. Il Cuore di Gesù è di nostra spe


ciale proprietà. – Il suo Cuore, per conse
guenza, ci appartiene; poichè nel dono fattoci
di tutta la persona di lui,Iddio Padre non ha
certamente eccettuato la più preziosa parte
di così grande tesoro e a noi più necessaria,
cioè il suo Cuore. Infatti questo ineffabile re
16
galo era destinato a colmare il vuoto im
menso della nostra povera umanità, fra le cui
miserie era massima e senza rimedio l'im
potenza di amare il vero bene, ed era troppo
meritato castigo che non potesse più elevarsi
verso il bene infinito, essa che avea fatto in
degno sacrifizio del proprio cuore al niente.
Così erasi veduta per una serie di secoli ab
bandonata all' orribile tormento d' un im
menso bisogno di amare, senza mai poter
giungere all'oggetto che solo poteva soddisfarne
le insaziabili brame. Chi dunque le restituirà
quell' amore la cui perdita era stata principio
di tutte le sue rovine ? Ecco venire il Figliuol
di Dio a recarglielo dal cielo; nè si contenta
egli di renderle quel raggio d'amore divino
che riscaldò il cuore dei primi parenti, ma
gliene comunica la sorgente medesima; cioè
l' infinito Amore che arde nel seno del Padre,
e donandole se stesso, dona insieme lo Spi
rito Santo, di cui egli con Dio suo Padre è
principio comune; preso dal seno immacolato
d'una figlia di Adamo un Cuore somigliante
al nostro, un Cuore formato della nostra so
stanza, come a vaso dove racchiudere tesoro
sì grande. Di qui le inestimabili ricchezze
onde noi, per quanto miserabilissimi, possiamo
amare, e con ciò soddisfare ogni nostro debito.
Col Cuore del Figliuol di Dio, che insieme è
Cuore del Figlio dell'uomo, l'umanità può
17
gareggiare amando col suo Creatore, rendere
a lui tanto quanto ne riceve, ed alla sua in
finita larghezza rispondere con una ricono
scenza infinita.
Dunque il Cuore di Gesù ci appartiene ,
e niente vi è in quella divina Persona, che
ci appartenga più di esso. Ogni dono procede
dall' amore, e l' amore istesso è il primo di
tutti i suoi doni: se però Gesù si è veramente
e interamente dato a noi, secondo il detto del
l'Apostolo Dilexit me et tradidit semetipsum
pro me (GAL., II, 20), egli ci donò prima di
tutto l' amor suo, e per conseguenza il suo
Cuore, organo di questo amore. Fra gli or
gani del corpo umano il cuore vien formato
il primo e forma poi tutti gli altri; nel che
la natura ci porge una bella somiglianza del
gran mistero della nostra rigenerazione in Gesù
Cristo. Giacchè l'Unigenito di Dio per farsi
nostro fratello, ha dovuto anzitutto amarci
d'ineffabile amore, prendere un Cuore e do
narcelo; Cuore che poi lo ha fatto tutto quello
che egli è stato per noi, e la compiuta do
nazione di questo Cuore può solo spiegare
tutti gli altri doni ed ineffabili sacrifici di lui.

III. Col dono del suo Cuore Gesù acqui


Sta nuovo diritto sul nostro. — Ma se
la fratellanza nostra col Figliuolo di Dio ci
flette in possesso del suo Cuore , come po
L' Apostolato del Cnor di Gesù 2
18
tremo noi negargli il diritto che egli ne ac
quista sul nostro ? Le relazioni di fratellanza
sono necessariamente scambievoli, nè Iddio po
tea divenire nostro fratello, senza che noi di
venissimo fratelli di Dio, contraendo verso di
lui tutti i doveri propri di tale stato, primo
de' quali è l' amore. Egli ci ha donato il Cuor
suo, noi non gli dovremo donare il nostro?
E sarà chi voglia disconoscere così glo
riosa obbligazione, e con mostruosa ingrati
tudine respingerla ? Come ! Il Figliuolo di
Dio, per niente bisognoso di noi, del quale
non avevamo meritato se non la collera, si de
gna di venire a noi, di darsi a noi, di unirsi
a noi, di comunicare a noi i suoi tesori, di
donare a noi il suo Cuore; e noi che dob
biamo tutto a lui, che non possiam nulla senza
di lui, noi ricuseremo d' amarlo, ne rifiute
remo i doni e la parentela infinitamente glo
riosa a cui Egli ci chiama ! Vile quel cuore
e codardo, il qualè osi di patteggiare l'amor
suo con un Dio che stato è così prodigo del
proprio : anatema a colui che non amerà il
Salvatore Gesù, Si quis non amat Domi
num nostrum Jesum Christum, sit anathe
ma (I CoR., XVI, 22) ! -

No, no, dolce Signore, non ispingeremo


noi fino a questo eccesso la nostra viltà e in
gratitudine ; ma riceveremo riconoscenti il
dono che ci fate del vostro Cuore, che dev'es
9
sere d'ora in poi il nostro più caro, il
stro unico tesoro ! Fossero pure in nostra
mano i beni di tutto il mondo, paragonati
al vostro Cuore noi li avremo in conto di
vile immondezza, Omnia detrimentum feci
ut Christum lucrifaciam (PHIL., III, 8).
Fossimo pure spogliati fino alla estrema nu
dità, noi ci riputeremo sempre ricchissimi per
la possessione dell'amor vostro e del vostro
Cuore. Ma non ci basta l'essere amati da
voi, o Padre infinitamente amoroso, noi vo
gliamo amarvi di ricambio. È vero che non
potremo giammai soddisfare l' immenso de
bito, contratto con voi e col vostro Padre ce
leste, quando egli vi diede a noi; che è
mai il nostro cuore in confronto del vostro ?
ma per quanto miserabile, freddo, imperfetto
e malconcio esso sia, pure dacchè voi degnate
accettarne l'offerta, noi ve l'offriamo con gioia,
ve lo doniamo senza riserva; prendetelo, pu
rificatelo, rendetelo degno di voi, usatene co
me strumento in tutte le opere alle quali sarà
di piacer vostro l' applicarlo. Quanto a noi
non vogliamo più altra gloria se non se di
servire a voi, altra libertà se non se di ap
partenere a voi, altra felicità se non se di
piacere a voi, altra ricompensa se non se di
possedere eternamente voi.
20)

MEDITAZIONE II.

Dell'Amicizia
Secondo Vincolo della mostra Unione
col Cuore di Gesù

Jam non dicam vos servos...,


vos autem diri amicos: Non vi
chiamerò già più servi..., ma vi ho
chiamati amici (Jo., XV, 15).

I. 0stacoli che impediscono il Figliuol


di Dio di addivenire amico degli uomini.
– Non si contenta il Verbo incarnato di dare
agli uomini il titolo, sì glorioso peraltro, di
servi, nè quello ancora più glórioso di fratelli
risponde sufficientemente alle mire dell'amor
suo. Nelle relazioni di padrone a servo si tro
va l' interesse, in quelle di fratellanza si tro
va la natura; e Gesù vuole che tra il suo
Cuore ed il cuore degli uomini esista un le
game più intimo, puro del tutto e spirituale,
e insieme tenero e sensibile, quale appunto
ritrovasi nella generosa unione di un'amici
zia a tutta prova. Sì, questo gran Dio, no
stro creatore, nostro padrone, nostro re , ha
voluto essere nostro amico.
Ma come sarà ciò possibile alla stessa
sua onnipotenza, mentre l' amicizia esige una
21
condizione, si nutre di un alimento, soggiace
ad una legge che sembrano ripugnanti alla
perfezione infinita del Figlio di Dio ? In
fatti l'amicizia domanda l'uguaglianza, per
chè tende di sua natura alla compiuta u
nione dei cuori , nè ciò si potrebbe in cuo
ri al tutto fra loro disparati. Quindi l'ami
cizia non nasce d' ordinario se non fra gli
uguali; e se attrae talvolta l'uno verso l'al
tro due cuori, cui la nascita, il grado o la
fortuna tenea prima lontani, anche si affretta
di produrre in essi quella eguaglianza che
non vi avea trovato: Amicitia aequales inve
nit, aut facit. Ora tra il Figliuol di Dio e i
figliuoli degli uomini, tra l' Eterno e i con
dannati a morire, tra l' Infinito e il niente ,
tra la Santità somma e il peccato, come sarà
possibile l' eguaglianza, e Dio medesimo colla
sua onnipotenza come riempirà questo abisso
sterminato che li separa ?
Così legge dell' amicizia si è il disinte
resse, pel quale l' amore di amicizia si di
stingue da ogni altro genere di affezione, e
senza proprio riguardo, per pura benevolenza
cerca il bene dell' amico. Ma Dio potrà nu
trire un amor tale verso la sua creatura, men
tre ne è necessariamente il fine ultimo e dee
riferire alla propria gloria tutto ciò che o
pera fuori di sè? E Dio Figlio non ha comuni
cato quest'istessa prerogativa alla umana natura
22
da lui assunta ? E Dio Padre non ha ordi
nato che tutte le create cose , in cielo e in
terra , servano e sieno subordinate all' Uo
mo-Dio , In ipso condita sunt universa in
coelis et in terra., omnia per ipsum et in
ipso creata sunt (CoL., I, 16) ? Questa è la
suprema legge della creazione; e Gesù Cristo
come potrà non curarla, subordinando le pro
prie ragioni a quelle degli uomini ?
Infine, alimento dell' amicizia è il sacri
ficio : laonde com'essa sia veramente entrata
in un cuore, comincia subito a stimolarlo di
dare ciò che possiede ; e quando l'amico ab
bia così sacrificato per l'amico ogni suo bene,
crede di non avere ancora fatto nulla: Si de
derit homo omnem substantiam suam pro dile
ctione, quasi nihil despiciet eam (CANT., VII,
7); nè trova pace fino che abbia sacrificato se
stesso. Ma questo doppio sacrificio, a cui tende
ogni verace amicizia, è egli possibile al Fi
gliuolo di Dio ? A lui, Dio come il Padre ,
impassibile , beato necessariamente ed infini
tamente ?
O Salvatore divino, permettetemi ancora la
domanda, come potete voi diventare nostro
amico ? Siate pur nostro padre, nostro bene
fattore , nostro sostegno, nostro re, nostro ri
muneratore: tutti questi titoli vi convengono,
e noi non potremo mai troppo ringraziarvi che
vi degniate prenderli a nostro riguardo; ma
23
deponete il pensiero di voler essere nostro
amico, perchè nol potreste senza rinunciare
alle vostre più essenziali prerogative.

II. Il Cuor di Gesù ha vinto tutti que


Sti ostacoli con prodigi d' amore. – Ma
che dico io, dimentico di quanto sia grande
la potenza dell' amore ? Non è forse suo di
stintivo il far cose che non sono possibili se
non ad esso ? Il Figliuoio di Dio ha risoluto di
essere nostro amico, e sarà, malgrado di tutte
le difficoltà. La distanza che lo separa da
noi è infinita, ma egli sa vincerla e unire,
come per un ponte immenso, le due rive ,
prima da uno smisurato abisso disgiunte.
Senza cessare di essere uguale al Padre, egli
si rende somigliante agli uomini, annientan
dosi col prendere la forma di servo , Semet
ipsm exinamivit, formam servi accipiens,
in similitudinem hominum factus (PHIL. ,
II, 7): e poichè la sua Incarnazione lo la
scia tuttavia troppo lontano da ciascun degli
uomini, egli annientandosi ancora di più, isti
tuisce un Sacramento che lo accosti a cia
scuno e intimamente congiunga; e per que
sta via compie la prima condizione dell' a
micizia che è l'uguaglianza.
Quanto poi alla legge del sacrificio, bra
ma di ogni cuore veramente amante, egli
ebbe come appieno seguirla dal momento che
24
assunse questa natura passibile e mortale.
Vero è che nel prenderla comunicolle ancora
tutti i suoi diritti alla beatitudine, alla glo
ria, alla immortalità ; ma egli è padrone di
sacrificarli tutti, e con quanta premura egli
lo fa ! Preso appena un corpo , l' offre in
olocausto : formatosi appena un Cuore , lo
abbandona all'apprension viva dei disprezzi,
degli oltraggi , delle miserie d'ogni maniera
a lui serbate, che già gli cagionano una vera
agonia , Improperium expectavit Cor meum
et miseriam (Ps. LXVIII, 21): la quale ago
nia dee durare quanto la sua vita terrestre ,
e questa finita, allorchè la lancia del soldato
avrà fatto stillare l'ultima goccia di sangue
dal Cuore di Gesù, questo Cuore insaziabile
di sacrificio comincerà una vita novella , in
cui ripetere ad ogni istante e in ogni luogo
del mondo l'immolazione del Calvario !
Che gli manca dunque per l'adempi
mento di quanto richiede l'amicizia ? Forse
il disinteresse? Ah non potrà egli, senza dub
bio , impedire che il suo divin Padre faccia
servire tutte le cose alla gloria di lui; ma
l' amor suo non è per questo meno disinte
ressato ! Quale guadagno a lui viene dai no
stri omaggi ? Non potea del pari esser beato
e glorioso in cielo, se ci avesse lasciati an
dare perduti ? Non poteva invece creare altri
uomini, o puri spiriti più perfetti che lo a
25
vrebbero servito assai meglio di noi ? E an
zitutto, chi obbligavalo a patir tanto e a mo
rire per nostra salute? Non avea che a dire
una parola, e Dio Padre lo avrebbe liberato
dai tormenti e preservato dalla morte. Ma
no; egli mi ha amato, senza obbligo alcuno,
e si è dato in preda per me ad ogni sorta di
dolori. Poteva bearsi di tutte le gioie celesti,
e volle sostenere invece la croce, non facendo
caso alcuno dell'ignominia , Proposito sibi
gaudio, sustinuit crucem, confusione contem
pta (HEBR., XII, 2). Si può egli concepire un
amore più generoso, un' amicizia più disin
teressata ?

III. Riflessioni sopra di noi. — Tocca


ora a me di rispondere, se voglio concedere
la mia amicizia ad un Dio che per acquistarla
ha operato tanti miracoli e compiuti tanti sa
crifici. Egli col divenire mio amico non avea
niente da guadagnare, niente da perdere ab
bandonandomi alla infelice mia sorte. Al con
trario, io se divengo amico del mio Dio, ho
guadagnato tutto, ho tutto perduto se gli di
vengo nemico. Può esser mai che egli usi
tutte le prevenienze, e non ottenga da me
se non ripulse ? Se uno de' miei simili avesse
fatto il millesimo per ottenere la mia amici
zia, io l' amerei; ed al mio divino amico ce
leste, infinitamente più amabile ed infinitamen
26 -
te più amante, ricuserò di essere amico, o
smentirò più a lungo coi fatti le vuote pro
teste di amore onde gli sono prodighe le mie
labbra ? Che vi può essere di più mostruoso ?
Oppure consentirò io d' amarlo, ma di
solo amore servile, che ha per motivo il ti
more , o di solo amore mercenario, che non
ha di mira se non il guadagno ? Lo servirò io a
patto di averne pagati a contanti i miei os
sequi, di non impormi verun sacrificio che non
sia di presente rimunerato ? E avrò coraggio
di conteggiare e patteggiare in tal modo con
quello che non ha punto risparmiato per me
nè i suoi travagli, nè i suoi prodigi, nè il
suo sangue ?
O vorrò forse imitare un troppo gran nu
mero d'uomini che si dicono cristiani, e si
danno ad intendere di amar Gesù, di esser
gli devoti, ma inventando a proprio comodo
un amore cui non accetterebbero da altri per
sè; un amore sempre timido di far troppo ,
che riduce ai più stretti limiti il tempo da
consecrare a Dio, la parte dei propri beni da
donargli, i sacrifici a cui si rassegna, a fine
di uscirne col proprio vantaggio ?
Oh no, io non saprei diportarmi così, per
poco che intendessi quanto mi abbia amato
Gesù ! Non vorrei mai chiamare mio amico
colui che misurasse in tal guisa le prove del
suo amore ; e volendo io essere fermamente
27
amico del mio Dio, non sarò cotanto avaro a
suo riguardo. E poi come troverei l'util mio,
privandomi della sua amicizia ? Anzi l'inte
resse mio più prezioso non istà forse nell' ac
quistare colla purezza e generosità del mio
amore il titolo di amico di Dio ?
O Cuore di Gesù, Cuore del mio Amico,
il più tenero, più amante, più sacrificato di
tutti i cuori, fate che al fine io cominci ad
amarvi, e non in sole parole, ma in verità !
Fate che io vi dimostri l'amor mio, come voi
mi avete dimostrato il vostro, unendomi a voi,
cercando puramente la vostra gloria, sacrifi
cando a voi, se bisogni, le mie sensibili sod
disfazioni, i miei interessi temporali; e così
acquisti le forze, la pace, i frutti copiosi che
accompagnano il verace amore!

MEDITAZIONE III,
Della Comunanza di Vita
Terzo Vincolo della, nostra, Unione
col Cuore di Gesù

Vivo autem, ianu non ego, ivit


vero in me Christus: Vivo io, non
già io, ma vive in me Cristo (AL.
II, 20).

I. L'Uomo Dio ci comunica realmente


la sua Vita divina. – I vincoli del sangue
28
che formano del Figliuolo di Dio e dei fi
gliuoli degli uomini una stessa famiglia , e i
legami tuttavia più stretti dell' amicizia, che
del Cuore di lui e del nostro formano un cuor
solo, non appagano ancora le brame del suo
amore per noi. Oh no, questo amore ha dise
gni ancor più alti, e prima di chiamarsi sod
disfatto, conviene che egli compia miracoli più
grandi assai. Grande era già il prodigio del
suo discendere in mezzo a noi, colmando l'a
bisso posto tra la sua perfezione infinita e la
nostra infinita miseria; ma questo primo pro
digio non era se non preludio di altro ancor
più stupendo. Gesù si rese a noi somigliante
appunto per render noi somiglianti a lui ;
prese la nostra umana natura per render noi
partecipi della sua natura divina, Ut efficia
mini divinae consortes naturae (PETR., I, 4);
si fece carne della nostra carne per fare di
noi un medesimo spirito con lui, Qui adhae
ret Deo unus spiritus est (I CoR., VI, 17);
si incarnò perchè noi fossimo deificati. O
Gesù, apriteci un po' gli occhi, sì che inten
diamo la verità dei meravigliosi doni del vo
stro amore, Ut sciamus quae a Deo donata
sunt nobis (I CoR., II, 13); e l' inestimabile
valore delle ricchezze lasciateci da voi in ere
dità , Illuminatos oculos cordis, ut sciatis
quae divitiae gloriae haereditatis eius (EPH.,
I, 18) ! Voi stesso ci dite, o Gesù , Io sono
2)
la vite , voi i tralci; chi si tiene in me , ed
in chi io mi tengo, questi porta gran frutto.
Or quale sarà il frutto da voi promesso, se
noi ci teniamo a voi uniti come il tralcio alla
vite ? Le opere che voi fate, ed opere ancora
più grandi. Quale promessa è questa vostra,
0 Dio mio ! Come ? noi, esseri così miserabili
potrem fare opere divine ? E perchè meravi
gliarcene, quando voi ci comunicate veramente
la vostra vita, come la vite comunica al tral
cio il suo umore e la sua fecondità ? Il vo
stro Evangelo e l' insegnamento della vostra
Chiesa non ce ne lasciano dubitare. Sì certo,
nel giorno del mio battesimo ho io ricevuto
la comunicazione vera e reale del vostro Spi
rito, di quello Spirito che è principio della
vita soprannaturale, e fino a che io non lo
ebbi cacciato dall' anima mia con grave colpa,
esso vi rimase unito com'è unito all'anima
vostra santissima, non già nella medesima
pienezza, ma nella maniera medesima; nè
ha cessato di spandersi dal vostro Cuore al
mio, come il succhio non resta di scorrere dal
ceppo ai sarmenti; e come i sarmenti, seb
bene distinti dal ceppo,vivono però della vita
istessa, così, o Gesù, per quanto noi siamo
differenti da voi, tuttochè voi siate il vero Fi
glio di Dio, e noi miserabili creature, pure
nel comunicarci che voi fate per una grazia
pienamente gratuita il divino Spirito, da voi
30)
posseduto per diritto di nascimento, ci co
municate insieme la vita, conferita da esso
all'anima vostra, e in conseguenza l'anima no
stra e la vostra vivono di una sola e mede
sima vita.

II. Il Cuor di Gesù è sorgente donde la


vita divina si deriva in noi. – Ma, o dol
ce mio Salvatore, degnate dichiararmi ancor
meglio questo glorioso mistero e dirmi quale
sia in voi il principio, a cui debbo io mag
giormente riferire il dono che voi mi fate
della vostra vita divina. Ah posso io dubitare
che non sia il vostro Cuore ? Non riposa forse
in esso lo Spirito Santo come nel proprio san
tuario ? Non è il vostro Cuore la fornace dove
arde questo fuoco celeste, l'oceano dove que
st' acqua vivificante si è smisuratamente dif
fusa ? E non siete voi libero di donare a cui
vi piace questo Spirito da voi posseduto in
tutta la sua pienezza ? Non è forse l'amor
vostro che irraggia le anime della luce e ca
lore di questa divina fiamma, e diffonde nei
cuori la copia di queste acque salutari ? Oh
certo i palpiti del vostro Cuore fanno scor
rere in tutti i membri della Chiesa le onde
vivificatrici della grazia, a quel modo che i
palpiti del mio cuore fanno scorrere in tutte
le parti di questo corpo materiale il sangue
che le alimenta e le riscalda: esso è il vin
31
colo della società ineffabile onde i cristiani
vengono a partecipare della natura divina ,
divinae consortes naturae ; esso il fonte delle
vive acque donde la Divinità sparge nelle crea
ture i rivi della sua infinita sovrabbondanza.
Se però la comunicazione agli uomini vostri
fratelli della divina vostra vita non si fa se non
per influsso del vostro amore, egli è indubi
tato che il vostro Cuore , organo dell' amor
vostro, è la sorgente di questa vita.
Grazie alla mia unione col divin Cuore ,
io non sono più uomo puramente , ma come
voi siete Dio per essenza, anch'io per ado
zione vengo associato a dignità cotanto su
blime. L'uomo si compone di un corpo si
mile a quello degli animali e di un'anima
ragionevole, per la quale è incomparabilmente
ad essi superiore: nel cristiano si dà, oltre
il corpo animale e l'anima ragionevole, un
terzo principio, senza confronto superiore al
l'anima più che l' anima non è al corpo, cioè
lo spirito, ossia quel complesso di forze e di
facoltà divine risultanti dall' unione dell' ani
ma collo Spirito di Dio. Questo Spirito in
fatti , unendosi all' anima , l' assimila perfet
tamente a sè, senza cessare di esserne di
stinto, come il fuoco conferisce al ferro tutte
le sue qualità senza cambiarne la natura; e
la comparazione, o Dio mio, si adopera dai
Dottori della vostra Chiesa a farmi compren
32
dere questa deificazione dell' anima mia per
virtù dello Spirito Santo; e ciò io debbo
al vostro Cuore. Essi ancora mi attestano
che, come l'acqua mista col vino non perde
la sua natura, ma riveste tutte le proprietà
del vino, così l' anima più ignorante,più fiac
ca, più imperfetta di sua natura, unendosi a
voi per lo Spirito vostro, viene anche a parte
della luce, delle forze, delle perfezioni onde
il divino Spirito è principio nell'anima vo
stra. Finalmente per darci ancor meglio a
capire somigliante mistero, il vostro Apostolo
usa di una comparazione tuttavia più splen
dida e appropriata, dicendoci che voi siete no
stro capo e noi vostri membri. I nostri mem
bri sono certamente distinti dalla nostra te
sta, anzi gli elementi che li compongono ne
erano pocanzi estranei , mentre appartene
vano essi all' aria, all' acqua, alla natura ve
getale o animale : ma dal punto che per la
nutrizione passarono sulla nostra sostanza,
l' anima se li è fatti propri, e senza privarli
del loro essere materiale , li avviva e fa es
sere parti integranti di una persona ragione
Vole: non altrimenti le anime nostre, per na
tura estranee affatto alla vita divina, dal mo
mento che per lo battesimo furono innestate
nel vostro corpo mistico, il vostro Spirito le
accolse, loro comunicando una maniera no
33
vella di esistere, una vita divina e facendone
veri membri di un corpo veramente divino.

III. In virtù della Comunanza di Vita


il Cuor di Gesù si fa n0stro cuore. – O
Gesù, se voi non me lo aveste detto, io non
potrei credere che mi abbiate sollevato a così
sublime dignità. Imperocchè io posso dire di
me quel medesimo che il vostro grande A
postolo, dopo essere stato rapito fino al terzo
cielo , disse di sè : Vivo io, non già io, ma
vive in me Cristo: poichè se ho la felicità di
essere in istato di grazia, io possiedo come
lui il vostro Spirito, pel quale io vivo in voi
come le membra vivono della vita del capo ,
e voi vivete in me come il capo vive nelle
sue membra. Perciò , o Cuore del mio Dio ,
voi mi appartenete, ed il mio cuore appar
tiene a voi, più assai che il cuor dell' amico
e del fratello appartenga all'amico ed al fra
tello; appartenendomi voi come il cuor mio
e il mio capo appartiene al mio corpo, e ap
partenendo io a voi come ciascuno dei mem
bri del corpo appartiene al cuore che gli dà
vita, e al capo che gli dà moto.
Qual cosa mi è più propria della mia
vita ? Io non la ho da me, senza dubbio, ma
poichè mi fu data, come ne potrei esser diviso
se io non sono se non per essa ? Che se
fra i vari organi, per opera dei quali si man
L'Apostolato del Cuor di Gesú 3
34
tiene la vita, uno più degli altri mi appar
tiene, esso è certamente il cuore. Il mag
gior numero degli altri mi può venir tolto,
senza però che io cessi di essere; ma distrutto
o leso anche solo il cuore, la vita sparisce,
essendone esso l'asilo ultimo e la più intima
sede. Parimenti, tra le facoltà dell' anima che
son tutte mie, una si trova in cui la mia per
sona in cotal guisa si concentra , e nella cui
perfezione consiste il mio merito, mentre la
perfezione delle altre piuttosto che un merito
è un dono; e questa facoltà, questa intima
forza, ben più mia della mia memoria e del
mio intelletto, questa facoltà di cui il mio
cuore materiale è simbolo e stromento, è ap
punto il mio cuore morale, la mia volontà, il
mio amore. Posso pertanto affermare senza
timore d'ingannarmi, non essere niente al
mondo più mio di questo doppio cuore, di
questo centro comune della mia doppia vita
sica e morale. •
fi

Ma in tal caso posso anche affermare con


uguale certezza, non esservi niente al mondo
che io, come cristiano, possa con maggior di
ritto riputar mio del Cuore di Gesù. Infatti
io come cristiano vivo di una vita molto più
vera che la vita mia fisica e morale, poichè
essa è veramente divina. Non è mia per na
tura, sì un puro dono, una pura grazia; ma
una volta che gratuitamente mi venne data, essa
35
è in me sì veramente come la mia vita na
turale; anzi è molto più mia, non potendo
alcuno levarmela mal mio grado, mentre la
naturale mi può esser tolta ogni momento ,
per quanto io m' adoperi a conservarla.
Or bene, io so , mio Gesù, che principio
di questa vita divina in me e ne'miei fratelli
è il vostro Cuore , ossia l' amor vostro, del
quale è stromento il vostro Cuore. Ecco l' u
nica sorgente da cui si spande la grazia so
prannaturale onde siamo fatti figliuoli di Dio;
grazia che non ci fu solo infusa il primo gior
n0 della nostra vita cristiana, ma continua
0gni momento a sgorgare da quella divina
fonte in noi.
Da cotesto Cuore adorabile dipende la
conservazione del mio essere soprannaturale
non meno di quello che il raggio dipenda dal
Sole, e la vita di ciascuna delle mie membra
dipenda dalla loro unione col mio cuore di
carne. Voi siete dunque sostegno , radice,
centro della mia vita divina, e poichè tal
vita è mia verissimamente, anche il Cuorvo
stro è mio, e mio più assai che nol sia il mio
cuore di carne. Questo mi verrà certamente
rapito dalla morte, ma quello, se io voglio ,
non mi si potrà togliere giammai. Non per
mettete però, Dio mio, ch' io arrivi mai a tal
punto di colpevole insensatezza d' attirarmi
in capo tanta disgrazia. Come la sacra Sposa,
36
ho io trovato il diletto dell' anima mia, l'ho
trattenuto, nè mai lascerollo partire, Inveni
quem diligit anima mea, tenui eum nec di
mittam (CANT., III, 4).
E ciò che ancor più mi rapisce, o buon
Signore, si è ch'io posso ad ogni istante
rendere più perfetto il possesso concessomi da
voi sul vostro Cuore, con far discendere in
me più copiose le acque della vita divina
ond' esso è sorgente, ed arricchirmi così mag
giormente della pienezza di Dio, Ut implea
mini in omnem plenitudinem Dei (EPH., III, 19).

MiEDITAZIONE IV.

Della Comunanza di Azione


Quarto Vincolo della nostra Unione
col Cuore di Gesù

Sicut accepistis Jesum Christum


Dominum, in ipso ambulate : Co
me riceveste Gesù Cristo per Signo
re, in lui camminate (CoL., II, 6)

I. Lavoro incessante dello Spirito Santo


nelle anime giuste. – Alla luce che disfa
villa dal Cuore di Gesù ho appreso quanto
sia sublime la mia dignità di cristiano, e
quanto intimo il legame cui egli si piacque
di stringere con me, facendomi non pure a sè
37
fratello e amico, ma di più uno dei membri
del suo corpo e il tabernacolo vivente del suo
Spirito. Rimane or a sapere, perchè sia ve
nuto questo divino Spirito a riempirmi il
cuore. Forse a fine di prendervi il suo riposo,
sì che la vita divina da lui arrecatami debba
restare oziosa? E Gesù Cristo mi ha fatto viva
parte del suo corpo per associarmi alla glo
ria ch' egli gode in cielo, prima di avere
partecipato ai travagli da lui sostenuti in terra?
Nol posso pensare. Non è la terra il luo
go del riposo, ma il campo della fatica e
l'arena del combattimento. La mia vita di
vina non è tuttavia se non in germe, e bisogna
che si svolga prima di giungere alla sua beata
consumazione. Bisogna che la sorte dei mem
bri del corpo mistico dell'Uomo-Dio sia tutto
somigliante a quella del loro Capo; bisogna
che come lui sieno provati prima che coro
nati, e comprino con duro travaglio il beato
riposo che egli loro apparecchia.
Ed ecco il perchè Gesù ci mandi il suo
Spirito, cioè per operare in noi e farci com
piere in lui opere divine. Egli dimora nel corpo
mistico della Chiesa come l' anima nel no
stro corpo, vivificando ciascuno dei membri,
avvalorando la loro energia, operando in essi
e facendoli operare, svolgendone così la vita
e promovendone la perfezione. In effetto la
vita interna sta nel movimento, vita in motu,
38
e per esso si conserva e si perfeziona. Perciò
lo Spirito Santo, coll'arrecare all'anima no
stra, una vita divina, le arreca insieme divini
movimenti, e come la vita sua è infinita, an
che la sua operosità è infinita. Egli è dunque
assiduamente all' opera nel nostro cuore , e
se noi volessimo fedelmente cooperare, acqui
steremmo del pari grandissima operosità. Per
questa fedeltà perfetta alle interne impul
sioni del divino Spirito, poterono alcuni san
ti, come uno Stanislao Kostka, morendo nel
primo fiore dell' età , aver fornito in breve
una lunga carriera; poichè aiutati da quello
moltiplicarono in pochi anni gli atti meritori
e divini di molti.
Non vi ha cristiano del quale il divino Spi
rito non sia disposto ad aumentare in tal mo
do l' attività; mentre quanto a sè non posa
un istante nelle anime dove abiti per la gra
zia. Egli è in atto continuo di operare in
esse quel medesimo che operò in Gesù Cristo,
cioè di far loro produrre operazioni somiglianti
a quelle di lui: e la somiglianza ne sarà com
piuta, quando esse arrivate al termine dov'è
arrivato Gesù Cristo , ne saranno anche inon
date della medesima luce, accese dei mede
simi ardori, saziate della medesima beatitu
dine. Ma già lo Spirito Santo loro ispira sen
timenti ed azioni che sono sulla terra prin
cipio e pegno di questa perfezione e felicità
39)
del cielo; e per via di fede fa loro conoscere
ciò che Gesù vede per lume di gloria; fa spe
rare ciò ch'egli gode, amare ciò ch'egli ama; in
80mmafa loro praticare tutte le virtù, le anima
de'suoi sentimenti, forma in loro la sua imagine,
In eandem imaginem transformamur, tam
quam a Domini Spiritu (II CoR., III, 18); le
fa crescere in lui ed avvicinarsi a quella perfetta
misura cui sono destinate , e per cui rende
rannosi degne di essere col loro divin Capo
sublimate alla gloria , Donec occurramus
0mnes. , in virum perfectum in mensuram
aetatis plenitudinis Christi (EPH., IV, 13).

II. Al Cuor di Gesù dee riferirsi spe


cialmente l'operare dello Spirito Santo nelle
anime. – Tal è, o Gesù, il lavoro incessante
del vostro Spirito nell' anima mia; o meglio
tal è il lavoro che in me compite voi stesso
per opera del vostro Spirito. Perocchè ben
mi è noto che da voi solo io possiedo l'ospite
divino, venuto ad abitare in me il giorno del
mio battesimo, e da quel punto l' opera sua
dura in me senza interruzione per vostro dono:
di maniera che voi m'ispirate tutti i buoni
movimenti ch' egli m' ispira, voi mi conferite
tutti i meriti ch' egli mi fa conseguire , voi
fate in me tutte le opere ch' egli mi fa fare,
e se queste sono soprannaturali ed accette
Voli a Dio vostro Padre, perciò appunto sono
40

tali che sono più ancora vostre che mie. In


quella guisa che la scrittura di un fanciullo
al quale il maestro conduce la mano, è più
del maestro che del fanciullo, così le mie o
perazioni sono molto più vostre che mie, es
sendone voi solo la causa primaria, mentre io
non ne sono che la secondaria. Tale è l' in
segnamento della vostra Chiesa nel Concilio
di Trento: « Gesù Cristo infonde ognora, co
me il capo nelle membra e la vite nei tralci,
la sua virtù in tutti i giustificati, virtù che
precede sempre, accompagna e sussegue le
loro opere buone (1) ». E il detto del Conci
lio, o mio Gesù, dee specialmente riferirsi al
vostro Cuore, perchè ogni grazia che mi fa
pensare, parlare ed operare soprannaturalmen
te, è libero dono dell' amor vostro, è effetto
dei palpiti vivificanti del vostro Cuore.
Ora pertanto mi è dato l'intendere in
qualche modo le intime relazioni che corrono
fra voi ed i membri del mistico vostro corpo;
ora il formarmi un più giusto concetto del
l' attuosità immensa del vostro Cuore. Que
sto del mio corpo materiale è l' organo più
attivo di tutti gli altri, che non si dà mai re

(1) Christus Jesus, tamquam caput in membra et tam


quam vitis in palmites, in omnes iustificatos iugiter virtutem
influit, quae virtus omnia bona ipsorum opera semper antece-
dit, comitaturet subsequitur (CoNc. TRID., Sess. VI, cap. XVI).
41
quie e non cessa , mentre gli altri si abban
donano al riposo, di fornir loro il succo vitale
che li mantiene. Ma che è mai l' attività del
mio cuore, o Gesù, in paragone di quella del
vostro ? Dal profondo dell' apparente riposo
della vostra vita eucaristica, voi diffondete ad
0gni istante in tutte le anime giuste i lumi,
le ispirazioni, gli aiuti, le forze che le fanno
vivere soprannaturalmente ; e per quanto si
estende il vostro corpo mistico, in cielo in
terra in purgatorio, non si forma un solo pen
siero di fede, non si pronuncia parola meri
toria, non si compie atto virtuoso, non si ac
quista merito, non si gusta gioia celeste, di
cui non sia sorgente il vostro Cuore.

III. Applicazioni pratiche. – O Gesù,


quanto è consolante questa considerazione !
quanto valevole a sollevare i miei pensieri, a
fortificare il mio coraggio !! Perchè rifletto io
c0sì poco a queste relazioni sì intime, sì glo
riose, cui a voi piacque stabilire con me ?
Perchè mi oppongo io colla mia trascuraggine
alla effettuazione dei vostri misericordiosi di
segni ?
Dunque, o Dio del mio cuore, è vero
che sta in mia mano ogni momento il poter
operare in voi ed il fare col vostro soccorso
opere divine ! Sì, ogni momento voi siete di
sposto ad animare le mie azioni colsopranna
42
turale influsso del vostro Spirito;nè vi è puruno
de' miei pensieri, uno de' miei atti per quanto
picciolo in sè, una delle mie pene, o manda
temi da voi o inflitte dalle creature, uno dei
miei passi, delle mie parole, de' miei sospiri,
che in unione con voi non mi possano acqui
stare un merito divino ! Chè voi siete pronto
a riconoscerle come vostre al pari delle laudi
che tributano a Dio vostro Padre i beati del
cielo, essendo le une e le altre opere diverse
di un medesimo corpo, e la vita ond' io vivo
sopra la terra non altra da quella onde vi
vono i membri del mistico vostro corpo, go
denti con voi nella patria. Per voi io faccio
con loro una cosa sola; godo di loro gloria
com' essi prendono a cuore i miei travagli ;
se mi vincono essi nel gaudio, io li vinco nel
merito; e com'essi attingono dal vostro Cuore
l'amor benefico che alla bellezza divina li
unisce e abbevera al torrente delle divine de
lizie, Torrente voluptatis potabis eos (Ps.
XXXV, 9), anch' io ne attingo l' amor forte
e laborioso che mi pone in grado di combat
tere i nemici della divina gloria e di conqui
stare corona immortale.Così voi ne' compren
sori del cielo rinnovate ed estendete la vostra
beata vita presente, e in noi pellegrini sulla
terra rinnovate la vita da voi già menata fra
gli uomini e ne prolungate la durazione ; e
compiendo in loro e in noi la divina vostra
43
missione, continuate a santificare le anime e
a dar gloria a Dio vostro Padre.
Se dunque noi vi siamo fedeli, se ab
biam cura di non operar mai se non sotto il vo
stro influsso, se riceviamo nella sua pienezza
e trasmettiamo senza indebolirlo l' impulso
datoci in ciascun istante dal vostro Cuore, non
vi saremo men cari dei nostri fratelli del cielo
e la nostra servitù non vi sarà meno prege
vole. Anzi la libertà ed il merito del nostro
operare con voi ci renderà superiori agli an
geli ed ai santi i quali più non l'hanno; perchè
l'infinito attraimento della bellezza divina,
loro manifesta, li mette nella beata necessità
di non poter più resistervi, e di non poter
più operare se non divinamente.
Noi al contrario siamo del continuo in
preda degli attraimenti terreni, stimolati da
impulsi malvagi, e per conseguenza liberi di
0pporci e ribellarci alle mozioni del vostro
Cuore: onde in mezzo a questo violento con
flitto, la nostra fedeltà può a voi procurare
maggior gloria, ed a noi un tesoro di meriti;
e mentreveniamo violentemente incitati ad ope
rare all'umana secondo i desideri della carne,
Sarà tanto più onorevole per noi l' operare
alla divina secondo l'impulso del vostro Spirito.
Pertanto , o Dio mio, sarà in avvenire
unica mia cura di operare in voi, camminare
in voi, consultare in ogni cosa i vostri pen
44
sieri, ascoltare la voce interiore del vostro
Spirito, seguirne le ispirazioni, non far nulla
se non sotto l'influsso del vostro Cuore, nè ces
sare un solo istante di appoggiarmi alla vo
stra grazia.
Se posso eseguire questa mia risoluzione,
o Gesù, quanto sarà fruttuosa la mia vita,
quanto invincibile la mia forza, quanto soavi
le mie fatiche, quanto ricca la mia ricom
pensa !

MEDITAZIONE V,

Della Comunanza di Fine


Quinto Vincolo della nostra Unione
col Cuore di Gesù,

Pro eis ego sanctifico meipsum.


Per loro io santifico me stesso. (Jo.,
XVII, 19).

I. I tre Fini del Cuore di Gesù. – Ecco


una parola del divino Maestro, che dee riem
pirci di meraviglia, parola quanto gloriosa
per noi, altrettanto piena di mistero. Come
per noi il Figliuolo di Dio si santifica, per
noi si offre in sacrificio, per noi egli compie
le opere sue divine! E chi siamo noi dunque?
miserabili creature, vile niente, peccatori degni
dell'inferno, schiavi del demonio; ed egli il
45
Santo dei santi, il Re dei re, l'Unigenito di
Dio, Dio come il Padre. Che il Re liberi lo
schiavo, la Santità perdoni al delitto, un Dio
tutto bontà sparga i suoi benefici sulla crea
tura, è già più assai di quello che essa avrebbe
ragione di aspettare; ma che la creatura di
venga fine per cui fatichi, patisca, si sacri
fichi il Creatore, e la Santità divina si subor
dini in qualche modo alla santificazione del
peccatore, riducendo a fare le parti di semplice
mezzo quegli che è l'alfa e l'omega, il prin
cipio e il fine di ogni cosa, non sembra ciò
una contraddizione patente, un'assoluta im
possibilità ?
E tuttavia non possiamo dubitarne; è ar
ticolo di fede cui la santa Chiesa ci fa pro
fessare nel simbolo: « Per noi, uomini pec
catori, e per nostra salute il Figlio di Dio
discese dai cieli, s'incarnò per virtù dello
Spirito Santo, nacque di Maria Vergine, Qui
propter nos homines et propter nostram sa
lutem descendit de caelis; et incarnatus est
de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine.
Egli è morto a cagione dei nostri peccati, ed
è risorto per nostra giustificazione, dice san
Paolo, Traditus est propter delicta nostra,
et resurrexit propter iustificationem nostram
(RoM., IV, 25). Che mai possono significare,
o buon Signore, queste parole, se non che voi
discendendo dal cielo, incarnandovi nel seno
46
di una Vergine, nascendo in una stalla, mo
rendo su d'una croce, risuscitando glorioso
dal sepolcro, vi proponeste a fine la reden
zione dei nostri peccati e la santificazione
delle nostre anime ? Se non vogliamo negare
questi articoli di fede, dev'essere per noi in
dubitato che il vostro Cuore ebbe di continuo
presenti gl'interessi eterni dei vostri fratelli,
e per questi sacrificò i temporali della propria
gloria e dei propri godimenti. Eravamo noi
dunque veramente vostro fine, o Gesù, essendo
proprietà del fine che ad esso vengano subor
dinati, e al bisogno sacrificati i mezzi.
Peraltro noi sappiamo con uguale cer
tezza, come Iddio in tutte le sue opere non
può avere altro fine che sè medesimo, e come
primo dovere di tutte le creature si è il su
bordinarsi con ogni loro cosa al fine supremo
della gloria divina. Come dunque, o Gesù,
avete potuto proporvi un fine che pare sì alieno
da voi, il quale siete veramente Dio? Qual cosa
più opposta all'infinita vostra Maestà che la
nostra miseria? Come dunque avete potuto
proporvi per fine la nostra miseria, mentre
fine per voi necessario è la vostra infinita
Maestà ? E più di tutto, come avete potuto
porre la esaltazione della nostra miseria a fine
delle umiliazioni della vostra Maestà infinita
E non ci avete voi forse detto le tante volte
che fine vostro unico era la gloria del Padre,
47
che questa voi cercavate unicamente, e scopo
della vostra venuta nel mondo era la manife
stazione della eterna verità?
Finalmente, o Salvatore divino, può egli
essere che voi non accettiate pienamente l'or
dine stabilito dalla provvidenza del vostro
Padre celeste, e non vogliate soggette tutte le
cose create al fine da lui medesimo ad esse
fissato ? Ora noi sappiamo che voi stesso siete
fine al quale Iddio riferisce tutte le cose, se
condo il detto del vostro Apostolo: Tutto per
voi e a riguardo di voi fu creato, Omnia per
ipsum et in ipso creata sunt (CoL., I, 16).
L' eterno disegno seguito nella produzione del
mondo dei corpi e del mondo degli spiriti è
l'unione di questo doppio mondo nella vostra
Persona, divina insieme ed umana, spirituale
e corporea; e gli stessi spiriti ricevettero or
dine di adorarvi come loro ultimo fine, Et
adorent eum omnes Angeli eius (HEBR., I, 6).
La vostra gloria dunque, come la gloria del
Padre, è fine supremo della creazione, suprema
legge che ne obbliga tutti gli esseri a coo
perarvi, ed i nemici di essa vi fu promesso
che sarebbono costretti a fare di sgabello ai
vostri piedi, Ponam inimicos tuos scabellum
pedum tuorum (Ps. CIX, 1).
Questo è , o divino Salvatore, l'ordine
immutabile posto per volontà del vostro Pa
dre. Se però la volontà vostra si conforma perfet
48
tamente alla sua, voi non potete lasciar di rife
rire alla gloria vostra tutte le vostre opere e
tutti i nostri vantaggi: e allora come possono
i nostri vantaggi essere fine di tutte le vo
stre opere?

II. Unità di questi tre Fini nel Cuore di


Gesù. – La soluzione della difficoltà mi svela
in più chiara luce l'intima unione che a voi
mi lega, o mio Gesù. Questa, di già fondata
sulla fraternità e sulla comunanza di vita e
di azione, fondasi ancora sulla medesimezza
di fine: poichè a quel modo che la vostra
gloria e quella del Padre sono una sola e
stessa gloria, anche gl'interessi vostri ed i
nostri sono un medesimo.
Imperocchè la vostra gloria si distingue
forse dalla gloria del Padre? Per l'unità di na
tura che di voi e di lui forma un solo Dio, e
avendo voi una stessa esistenza, anche dovete
avere una stessa gloria con lui. Indarno però
tenterebbono gli uomini di separare lui da voi
ne'loro omaggi, di onorar lui oltraggiando voi,
o di credere in lui senza credere per ciò stesso
in voi. La è vostra chiarissima parola: Ren
dano tutti onore al Figlio, come lo rendono
al Padre, Ut omnes honorificent Filium si
cut honorificant Patrem (Io., V, 23); e tutti
quelli che credono in Dio, credano anche in
me, Creditis in Deum, et in me credite (Io.,
49)
XIV, 1). Dunque, quando voi dite altrove di
non cercare la vostra gloria, ma la gloria di
Colui che vi mandò, non intendete con ciò
di rinunciare alla vostra gloria eterna, ma
invece di far capire a noi , come questa
essendo inseparabile da quella del Padre, non
era il caso di farne separato oggetto delle vo
stre ricerche, e di temere che le vostre tempo
rali umiliazioni vi arrecassero il minimo de
trimento. Da questa parte, o Gesù, era ed è
ancora perfetta unità nelle tendenze del vostro
Cuore, essendochè la gloria vostra e del Padre
vi si presenta come solo ed unico fine a voi
comune con lui, come patrimonio infinito da
voi goduto con lui, ad uno stesso titolo e ad
una stessa misura; tanto n'è impossibile non
pure la separazione, ma la distinzione ancora,
trattandosi di assoluta identità.
Ma, o buon Signore, si dà forse una si
mile unità fra le ragioni della vostra gloria e
della nostra salute? Appunto, questa seconda
unità è tuttò somigliante alla prima, aven
done essa un somigliante fondamento. A quella
maniera che voi avete col Padre una natura
ed una vita medesima, noi ancora abbiamo in
comune con voi una natura umana ed una
vita divina medesima, la natura da voi as
sunta e la vita che a noi donaste. Assumendo la
nostra natura, voi ci addiveniste fratello; do
nandoci la vostra vita, faceste noi vostri mem
L'Apostolato del Cuor di Gesù 4
50)
bri; e per questo doppio legame contratto con
noi vi obbligaste a non mai separare le ra
gioni della nostra salute da quelle della vo
stra gloria, se pure non vi foste costretto dalla
nostra ostinata malizia. In una bene unita fa
miglia tutto è comune, i beni e i mali, le
prospere cose e le avverse; i fratelli tutti si
gloriano dell'onore conceduto ad uno di loro;
tutti ne sentono come proprie le sventure. Ma
ben ancora più stretta in un corpo vivo è
l'unione in solido delle membra. Il capo, che
ne è centro comune del senso e del moto, non
può aver bene se non nel bene di loro tutte;
sanità e malattia, godimenti e dolori, glorie
ed ignominie, tutto ha comune con loro.
Ma, o buon Gesù, come paragonare l'u
nione cui la comunanza di sangue e di ori
gine mette fra gli individui di una medesima
famiglia, o quella cui l'identità del sentire e
del vivere mantiene fra le membra di un me
desimo corpo, coll'unione che fra il vostro
Cuore ed il nostro si forma sempre più stret
tamente per la effusione del vostro Spirito e
la virtù infinita del vostro amore? Dove tro
vare una fratellanza pari a quella che rende
voi nostro fratello; una comunanza pari a
quella che fa di noi vostri membri, che fa di
voi nostro capo ? No, non è a voi più possi
bile il separare la gloria vostra dalla nostra
gloria, il bene vostro dal nostro bene. Pote
51
vate non incarnarvi; potevate, incarnandovi,
non diventarci fratello; potevate, diventandoci
anche fratello secondo natura, non comuni
carci la vostra vita nè renderci per sopran
naturale unione veri membri vostri, veri figli
del vostro Padre celeste; ma dappoichè tale
unione è compiuta, voi non potete più fare
che le ricchezze dei vostri fratelli non sieno
vostre ricchezze, che la gloria e il bene dei
vostri membri non sieno vostro bene e vostra
gloria. -

Da quel momento il vostro eterno Padre


si obbligò di estendere a ciascuno di noi
l'amore che a voi porta; e vedendo in noi il
vostro carattere, la vostra immagine, il vostro
Spirito, non può a meno di compiacersi in noi,
come si compiace in voi. Fino a che noi du
reremo inseriti in voi, suggendo l'alimento
della vostra grazia divina ; i frutti da noi
prodotti gli riusciranno accetti, come i prodotti
da voi a sua gloria sulla terra, perchè sono
anch' essi vostri frutti. I grappoli pendenti dai
tralci non meno appartengono nè fanno meno
onore alla vite di quello che se spuntassero
immediatamente dal ceppo. Come dunque la
gloria del Padre non sarà mai separata dalla
vostra, così non potrà esser mai dalla nostra
salute. In hoc clarificatus est Pater meus,
ut fruetum plurimum afferatis et efficiannini
miei discipuli (J0, XV, 8).
52
III. Conclusione pratica. — Quanto è
mai consolante questa verità, o Dio mio !
quanto per me gloriosa questa indissolubile
unione del mio fine col vostro! Ma non esa
gero io troppo dichiarandola indissolubile ?
Non già, perchè non può rompersi nè dalle
potenze della terra, nè dell'inferno; nè punto
ha da temere nè da voi nè dal vostro divin
Padre; ma ohimè! troppo facilmente può rom
persi per mia colpevole follia. Sì, mio Dio,
io l'ho questo potere di separare i miei inte
ressi dai vostri, di opporre alla vostra gloria
la mia, il mio capriccio alla legge del vostro
Padre, e di costringere voi così a cercare la
vostra gloria nelle mie umiliazioni, ed il com
pimento della volontà paterna nel mio castigo.
Potere funesto per l'abuso che io posso farne,
ma che per se medesimo è la condizione del
mio merito e dovrebbe essere il principio di
tutte le mie glorie ! Perocchè appunto pel
mio potere di separare il bene mio dal vo
stro, io merito, rimanendo fedele a voi e re
sistendo a tutte le seduzioni tendenti ad al
lontanarmene. La libertà di perdermi è inse
parabile in me dalla libertà di meritare le
vostre ricompense. Ma come potrei, mio Dio,
usarne per allontanarmi da voi e perdermi,
mentre mi vien concessa per salvarmi, unendomi
a voi? Come potrei darmi a credere che siavi
per me guadagno alcuno, separandomi dal
53
Bene infinito e dall'infinito Amore? Che potrei
sperare io mai lontano da voi? Quale creatura
potrà rifarmi della perdita del Creatore? Per
lusingarmi di sì vana ed insensata speranza,
per cedere ad illusione sì stupida, non dovrei,
0 mio Dio, spogliarmi tutto insieme e della
fede e della ragione?
Ma tant'è, mio Signore; io pretendo di
conservare l'una e l'altra, e mi rendo ad ogni
0ra colpevole di questa incomprensibile
in teorica la riconosco senza fine assurda, in
pratica l'ammetto con animo deliberato e con
tinuamente, e in ogni picciola cosa oppongo
il mio bene sensibile, la mia gloria umana,
le mie terrene affezioni alla vostra gloria
eterna, alle vostre divine ragioni ! Così mi
persuado che quelle valgono meglio per me; che
mi sarebbe troppo difficile il durare costante
mente a voi fedele; che troppo dura riescirebbe
la mia vita, ove s'assomigliasse più alla
V0stra; che qualche cosa mancherebbe al mio
cuore, ove fosse puramente animato dei vostri
sentimenti; che i miei giorni non sarebbero
abbastanza pieni, ove fossero al tutto rivolti
a conseguire il fine che occupò tutta la vostra
tarriera mortale, ed occupa tuttavia l' intera
Vstra eternità.
0h follia della mia pretesa saviezza! oh ini
quità dell' apparente mia giustizia ! Altri mi
crede giusto, o Dio mio, mentre a ciascun
54
istante io mi rendo colpevole di tali ingiu
stizie: altri mi loda ed io me ne compiaccio,
mentre un atto solo dei mentovati degno mi
rende di ogni disprezzo e mi dovrebbe far
morire di vergogna!
Oh Dio mio ! quando finirò io dunque di
così prevaricare? Quando mi risolverò io a
questa unione de' miei beni coi vostri, la quale,
comecchè sì bella in teorica, sarà pur mia
condanna, se non la riduco in pratica? Quando
non cercherò io più la mia gloria se non nella
vostra, il mio benessere se non nel vostro be
neplacito ? Quando mi terrò assiduamente in
nanzi gli occhi questo fine glorioso a cui si ri
volgono tutti i vostri pensieri, e tutti i vostri
affetti ? Solo col tendere ad esso costante
mente sotto l'influsso della vostra grazia io
potrò far perenni, di libera volontà, i gloriosi
nodi che a voi mi stringono, e rendere al tutto
indissolubile la unione del mio bene colla vo–
stra eterna felicità!

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MEDITAZIONE VI.

Della Comunanza di Perdite e Guadagni


Sesto Vincolo della nostra Unione
col Cuore di Gesù.

In quo totum corpus. crescit in


augmentum Dei. In lui tutto il corpo
cresce con aumento di Dio (CoL., II, 19).

I. Quanto sia vera questa Comunanza e


quanto per noi gloriosa. – Gran Dio! quale
parola, quale nuova gloria per noi, e insieme
quale mistero! l'accrescimento di Dio! come
mai queste due parole possono andare con
giunte? Non è Dio infinito ed insieme immu
tabile ? Se è infinito, come può ricevere au
mento? E se potesse crescere, come rimarrebbe
poi immutabile? E posto ancora che l'Infinito
possa crescere, e l' Immutabile patir cangia
mento, come lo potrà ripetere da esseri così
meschini quali siam noi?
Ciò sembra un cumulo d' impossibi
lità; eppure il detto dell'Apostolo è chiaro
ed ispirato. Di noi, sì certamente, egli parla,
e di ogni cristiano incorporato a Gesù Cristo
per lo battesimo e tuttavia rivestito della sua
grazia ; attribuendo a tutti il potere, non solo
di crescere in Gesù Cristo, In quo totum cor
56
pus crescit, ma ben anche di far crescere Dio
in se medesimi, Crescit in augmentum Dei.
Quindi ci addita, qual effetto della nostra
unione col Cuore di Gesù, due accrescimenti
che vanno inseparabili di pari passo, l'accre
scimento nostro in Dio, e l'accrescimento di
Dio in noi. Sono queste due maniere di gua
dagno, prodotte dalla società cui piacque a
Dio di stringere con noi in Gesù Cristo suo
Unigenito, Ut societas nostra sit cum Patre
et Filio eius Jesu Christo (I. Jo., I, 3). Mem-
bri di tale società sono dall'un lato la san
tissima Trinità, famiglia di Dio; dall'altro
la povera umanità, famiglia di Adamo; Ge
sù Cristo, Dio e Uomo, è il vincolo di que
ste due famiglie, il sigillo vivente della so
cietà che le congiunge, e per lui le ragioni di
amendue sono talmente commiste insieme che
le ricchezze loro aumentano in una costante
proporzione. E fino a che fedelmente si man
tengano le leggi della società, niuno dei mem
bri può far guadagno, senza parteciparne gli
altri; laonde quanto noi guadagniamo in per
fezione ed in merito, altrettanto Iddio guada
gna in gloria; e quanto Iddio acquista in
gloria, altrettanto si aggiunge alla nostra
eterna beatitudine. Così alla triplice comu
nanza di vita, di azione, di fine, che a lui già
ci univa sì strettamente, accompagnasi la
comunanza di vantaggi e di scapiti, di per
dite e di guadagni.
57
A bene intenderlo, riduciamoci a mente
ciò che la ragione e la fede concordemente
c' insegnano. Dio non può acquistare niente
in sè, perchè immutabile ed infinito; ma
nondimeno ha diritto di riscuotere dalle sue
creature una gloria, che senza punto aggiun
gere alla sua perfezione e beatitudine, gli è
pur dovuta, nè può essergli negata senza pec
cato. Siffatta gloria è un bene divino, e perciò
infinito; e benchè Iddio possa farne a meno,
come potea fare a meno di produrre niente
fuori di sè, pure dall' istante che si compia
que comunicarci l' essere, non potea lasciare
d' imporci l' obbligazione di ricambiarlo con
questa gloria. Perocchè l' operare per altro
fine fuori di lui, e il non esigere dalle crea
ture a lui debitrici dell' esistenza che a lui
riferissero le proprie azioni, sarebbe stato un
rinnegar se medesimo, che essendo necessa
riamente primo principio di tutte le cose, così
ne dev'essere anche ultimo fine. È questo il
solo vantaggio cui possa Iddio aver di mira
nelle opere della sua potenza, e lo ha spe
cialmente avuto nell' opera divina per eccel
lenza della incarnazione del suo Figliuolo. La
gloria di Dio consiste nella manifestazione dei
suoi attributi: ora tutti questi, la potenza, la
sapienza, la santità, la liberalità, l'amore so
pratutto e la misericordia, in nessun'altra
opera si manifestano con isplendor compa
58
rabile a quello che sfavilla dal volto e dal
Cuore del Verbo incarnato, dal suo presepio,
dalla sua croce. Per tali annientamenti inef
fabili, per la suprema sua esaltazione, per la
ignominiosa sua morte e gloriosa risurrezione,
questo Salvatore divino procurò al Padre e
a sè una gloria senza confronto maggiore di
quella, che avrebbe potuto arrecargli una se
rie innumerevole di mondi quanto si voglia
più perfetti dell'abitato da noi.
Ebbene: sta in nostra mano l' accrescere
o diminuire questo tesoro, a misura che rice
veremo in noi con più o meno abbondanza la
comunicazione delle ricchezze di Gesù Cristo.
Mercecchè quanto noi acquistiamo in perfe
zione e santità, tutto evidentemente si acqui
sta dal corpo intero di cui siam membri, e
in conseguenza da Gesù Cristo che ne è capo,
e tanto più vien glorificato egli, manifestata con
più splendore la sua vita, più sensibile la sua
divina virtù, quanto più il corpo si svolga e
ciascuno dei membri acquisti più vigore e
più bellezza. Alla stessa guisa dal maggior
numero di grappoli pendenti dai tralci della
mistica vite, più n'è ammirato il ceppo, ed
il celeste agricoltore se ne compiace, come di
propria bocca ci afferma Gesù Cristo: In que
sto è glorificato il Padre mio, che portiate
gran frutto, In hoc clarificatus est Pater meus,
ut fructum plurimum afferatis (Jo., XV, 8).
59
Dunque non ha punto esagerato l'Apostolo
dicendo, che possiam far crescere Dio in noi;
essendo vero che possiamo crescere in Gesù
Cristo, ed ogni nuovo grado di perfezione,
acquistato da noi in questo divin Salvatore,
fa crescere lui stesso come nostro capo, e fa
crescere del pari la gloria di Dio suo Padre.
Vera è dunque doppiamente la parola, Crescit
in augmentum Dei.
Qual cosa è più valevole a dilatarci il
cuore, animandolo di ardentissimo zelo per la
propria santificazione, di questa certezza di
arricchir Dio arricchendo noi, e di farci in
certo modo suoi benefattori, a misura della
fedeltà colla quale ci gioveremo de' suoi be
nefici ! Qual cosa è più gloriosa per misera
bili creature come noi di questa inseparabile
unione dei nostri beni coi beni dell' Onnipo
tente !

II. 0gni profitto, propriamente detto, di


questa società è per noi. – Ma non bisogna
perder di vista una ragione che dee far cre
scere in noi la riconoscenza verso il nostro
socio divino, e la stima per la società che a
lui ci unisce. Il profitto è comune, come ab
biamo spiegato; ma non può acquistarsi ad
un modo da lui e da noi. Chè i vantaggi indi
provenienti per noi sono tutto, e forman0
ogni nostra ricchezza, ogni nostra perfezione,
60)
ogni nostro bene; laddove per lui, quanto alla
ricchezza, alla perfezione, al bene, sono niente.
Tutto e niente, qui sta la differenza, nè può
dubitarsene.
Infatti questa gloria esteriore che noi
possiamo rendere a Dio, benchè a lui dovu
ta, benchè da esigersi da lui, benchè d'un
valore senza pari, non aggiunge niente, asso
lutamente niente, al bene e alla gloria posse
duta da Dio essenzialmente in se medesimo.
Egli, come abbiamo notato, è infinitamente
perfetto, e all'infinita perfezione non si può
aggiunger niente: egli esiste per sè, nè deve
che a sè il proprio bene, come il proprio es
sere, nè si darebbe maggiore assurdità del
supporlo dipendente dalle sue creature: che
noi lo amiamo o non lo amiamo, che noi
meritiamo l' eterno bene cui ci offre o ci git
tiamo da stolti ed ingrati nell' eterno male,
egli non cesserà di essere quegli che è da
tutta la eternità, infinitamente perfetto e in
finitamente beato ; egli è nostro Dio e non
abbisogna dei nostri beni, Deus meus estu, quo
niam bonorum meorum non eges (Ps. XV, 2).
Quando però egli ci fa invito di amarlo, quando
ci ordina di glorificarlo, quando c'impone di
aver lui per nostro ultimo fine, i suoi inviti
e comandi sono al tutto disinteressati : po
tendo egli nella sua eternità passarsi della
gloria che ci domanda così dopo, come potè
(51
prima del nostro nascimento, senza risentirne
la minima privazione. Tanto più che se noi
resistiamo, egli saprà ottenere mal nostro grado
quella gloria medesima cui attende dal nostro
libero amore e dal bene che ne deve a noi
provenire: chè se gliela toglie la nostra ri
bellione, il castigo onde questa sarà punita
gliela renderà, e noi glorificheremo la sua giu
stizia in proporzione del nostro aver ricusato
di glorificarne l'amore, per quel sentire che
fa il dannato nell' inferno la perdita di Dio
a misura del godimento che avrebbe gustato
nel possesso del sommo Bene, e col dolore
della perdita egli ne esalta l'amabilità infi
nita nè più nè meno di quello che avrebbe
fatto colla gioia del possederlo. Ha potuto
perdere se stesso, ma vincere il suo Creatore
non mai.
Dunque Iddio opera doppiamente senza
interesse nella società formata con noi e nel
comando fattoci di unire i nostri interessi coi
suoi. O società veramente ammirabile! O ad
mirabile commercium/ Il capitale tutto quanto
è del nostro socio celeste, i guadagni sono
tutti quanti per noi! Sì,per noi, formando essi
una ricchezza tutto nostra. Quando le ombre
del tempo si dissiperanno, e scomparranno le
vane apparenze di ciò che appellasi mondo,
non ci resterà in mano se non l'acquistato da
noi nel nostro commercio con Gesù Cristo, e
62
i meriti colti per la virtù del suo Cuore di
vino saranno misura della nostra perfezione e
della nostra eterna felicità. Se avrem trascu
rato di far valere questa divina società, aves
simo pure goduto ogni bene del mondo, pos
seduta la stima universale, operato prodigi, ci
troveremo a mani vuote, e durante la eternità
sarà nostra porzione la sola spaventosa indi
genza dell' inferno, la fame del bene infinito.
Anzi fin d' ora non abbiamo meriti veri e
vere ricchezze se non negli acquisti di tale
società, in virtù de' quali noi siamo padroni
dell'eternità, coeredi degli angeli e di Gesù
Cristo, possessori di Dio!
Quanto adunque somiglianti vantaggi non
sono necessari a Dio, altrettanto sono indi
spensabili a noi: senza di essi egli rimarrebbe
l' infinita perfezione che è per essenza; ma
noi non saremmo più altro che niente e pec
cato: senza di essi egli possederebbe del pari
la pienezza della eterna felicità, ma noi non
avremmo in eredità che la eterna dannazione.

III. Gesù Cristo cerca di accrescere i


n0Stri Vantaggi con sì gran zelo come fossero
a lui necessari. – Quando la cosa stia
così, come potremo dire, essere fra Dio e noi
una inseparabile unione di perdite e di gua
dagni? Se i nostri profitti non arrecano a lui
vantaggio di sorta, se le nostre perdite a lui
63
tornano di gloria eguale, che mai avviene di
quella connessione che parve a noi sì compiu
ta? E un terzo mistero da cui ci si porge un
terzo oggetto di ammirazione ed il motivo
principale della nostra riconoscenza.
Ne troviamo la spiegazione, apparente
mente impossibile, nella carità del Cuore del
nostro divino Maestro e nel Nome di Gesù,
che ne è la più commovente espressione. Così
è: facendosi egli Gesù, che vuol dir Salvatore,
ha ristabilito e sigillato questa dipendenza fra
gl'interessi di Dio ed i nostri, la quale pa
reva ripugnasse alla divina perfezione. Niente
obbligavalo a farsi Salvatore, e poteva del
pari farsi giudice glorificando Dio suo Padre
nel peccato degli uomini, come questo Dio
infinitamente giusto erasi glorificato nel pec
cato degli angeli ribelli, punendolo col meri
tato castigo. Ma egli amò meglio di farsi Sal
vatore, e per questo titolo si obbligò a cer
care anzi tutto la gloria del Padre e la pro
pria nella salute del peccatore. Giacchè dove
consiste la gloria del Salvatore se non in sal
vare ? Dove si mostra la perizia e la cura del
medico se non in curare e guarire il maggior
numero di infermi e le malattie più incurabili?
Dirà egli: Queste malattie non mi riguardano
e, morto il malato, io non ne resterò men
sano? No, chè parlando così, egli rinuncerebbe
al titolo e all' officio di medico. Ora Gesù
64

non può rinunciare all'officio suo di Salvatore,


essendo questa tutta la ragione della sua ve
nuta, e lo scopo della sua missione sopra la
terra: Non venit Filius in hunc mundum ,
ut iudicet mundum, sed ut salvetur mundus
per ipsum (Jo., III, 17). GEsù non è per lui
accidentale, ma proprio suo nome, Vocabis
nomen eius Jesum; ipse enim salvum faciet
populum suum a peccatis eorum (MAT., I, 21).
Vero è che gli uomini rimangono liberi
di accettare la salute loro arrecata, e se per
sistono in rigettarla, il Salvatore, che dee so
pratutto glorificare il Padre, sarà costretto a
ricordarsi di esser giudice, ed in tal caso sarà
sforzato a separare i loro interessi da quelli di
Dio; ma questa separazione non sarà opera
sua, bensì degli uomini. E anche allora, dopo
quanti sforzi della umana malizia per costrin
gere la divina Bontà a tal passo, e dopo quante
cure di Gesù per non essere altro se non Salva
tore, e sfuggire la necessità d'esser giudice!
Finchè dura la vita presente, non serba egli
verso la rubella sua creatura l'attitudine di
supplichevole? Egli, che non ha niente da gua
dagnare dalla nostra salute, non si conduce
forse come se da essa dipendesse il suo pro
prio bene? Ci offre il perdono, ci spinge ad
accettarlo, ci scongiura di non volerci perdere:
manda i suoi ministri in traccia de' suoi ne
mici, ordina loro di non lasciarsi disgustare
(55
da veruna resistenza, da verun risulto, da ve
runa persecuzione; di dare il sangue, ove bi
sogni, e lasciarsi trattare da micidiali, piut
tosto che rinunciare a salvar dalla eterna morte
coloro che liberamente preferiscono tal morte
alla vita che Gesù Cristo vuole dar loro ad
ogni costo. E non contento di correr dietro in
persona de' suoi ministri a questi ingrati, viene
egli stesso, e ferma la sua dimora fra noi,
per esser più vicino a cui vuol salvare; di
nuovo si espone agli oltraggi ed alle violenze
dell' odio loro, pure bramando di esser loro
più presso al momento che venissero a pen
tirsi!
O Dio mio! e potreste voi fare di più,
quand'anche il vostro eterno bene dipendesse
dalla nostra salvezza ? Posso io concepire un
legame più forte di quello onde l'amor vostro
congiunge i vostri interessi co' miei? Una
madre, che vedesse dipendere per lei ogni bene
dall'unico suo figlio, potrebbe, per salvarlo
dai pericoli, far più di quello che voi fate per
ritrarre i vostri nemici dall'abisso in cui si
precipitano abbandonandovi ?
Ma se voi così trattate i nemici più osti
nati, che non avremo a sperar noi, de'quali,
per grazia vostra, la brama più ardente si
è di rimanervi fedeli? Permetterete voi che
il nostro bene sia, mal nostro grado e per sola
nostra fiacchezza, separato dal vostro, mentre
L'Apostolato del Cuor di Gesù 5
66
vi opponete di tutta forza contro questa sepa
razione, anche quando la malizia del peccatore
vi costringerebbe a compirla? No, mio Gesù,
nol permetterete; al contrario voi c' inspi
rerete una stima ognor crescente della ineffa
bile società che a voi ci lega ; voi ci riem
pirete ciascun giorno di nuovo zelo per l'a
vanzamento dei nostri comuni interessi; voi
fortificherete vieppiù nel cuor nostro il senti
mento della nostra unione con voi, ed ani
mandoci a crescere di continuo in voi, crescerete
voi stesso in noi, riempiendoci al fine di
tutta la pienezza di Dio, ut impleamini in
omnem plenitudinem Dei.

MEDITAZIONE VII,

Della Comunanza di Nemici e di 0stacoli


Settimo Vincolo della nostra Unione
col Cuore di Gesù.

Si me persecuti sunt, et vos per


sequentur. Se hanno perseguitato me,
perseguiteranno ancora voi (Jo., XV, 20).

I. I Nemici dei Servi di Gesù Cristo sono


i Nemici del suo divin Cuore. – Quanto è
maravigliosa la società che il Figliuolo del
l'Altissimo si degnò di formare con noi! Il
67
fine a cui tende è divino, il guadagno che ci
assicura è infinito, e noi saremmo senza fine
colpevoli, senza fine insensati se non l'accet
tassimo con gratitudine. Una sola cosa po
trebbe reprimere il nostro ardore e snervare
la nostra buona volontà, la tema cioè degli
0stacoli. Noi siamo deboli, ed i nemici con
giurati alla nostra perdita sono potenti, e for
mano una legione innumerevole di schiere vi
sibili ed invisibili, che ci assalgono dentro e
fuori ad un tempo. Mentre i maligni spiriti
che hanno signoria su questo tenebroso mondo,
Mundi rectores tenebrarum harum, spiritua
lia nequitiae (EPH., VI, 12), ci assediano in
visibilmente colle loro perfide e nequitose sug
gestioni, i loro visibili coadiutori mettono in
opera tutta la loro possa per sedurci o per
intimorirci; cosicchè stretti senza posa da ogni
parte, spesso abbattuti di viva forza, più
spesso per sorpresa, senza poter mai godere
compiuto riposo, nè trovare dove che sia per
fetta sicurezza, noi ci stanchiamo alfine, e ca
duti di coraggio non solo abbandoniamo ilfine
da Dio propostoci, ma ci lasciamo ancor stra
scinare fino all'orlo dell'abisso, e perduti di
vista i vantaggi della nostra divina società, a
malgrado della vergogna che ci opprime, ci
lasciamo incatenare schiavi al demonio, anzi
chè porre i generosi sforzi che assicurano il
trionfo ai soci di Dio.
68
Eppure, se sapessimo mirare le cose nel
loro vero aspetto, gli assalti dei nostri nemici,
meglio che affliggerci e disanimarci, ci do
vrebbero infondere allegrezza e coraggio. In
fatti non è forse grande onore per la creatura
il combattere a fianco del suo Creatore, l'avere
i medesimi nemici, patirne i medesimi odi?
Quale soldato non si stima felice, affrontando
i rischi più gravi sotto gli occhi del suo ge
nerale, esponendosi alla morte per istornare i
colpi diretti contro di lui ? E per noi tale
pericolo non si dà, ma la vittoria è certa, e
l'onor della pugna infinitamente più nobile,
essendo onnipotente il capitano del quale com
battiamo i nemici, che solo a cagione di lui
ci perseguitano.
Suoi nemici visibili sono in primo luogo
quegli uomini ciechi e nequitosi che insieme
congiurati fanno guerra al lor Salvatore per
rapirgli la signoria delle anime, e ribelli al
Re di amore è ben naturale che ne perseguano
i servi devoti con violenza pari al valor ge
neroso con che si veggono respinti. Nel che
l' odio sa dirigerli con un istinto che non dà
in fallo, rendendoli pieni di riguardi e d'in
dulgenza verso i cristiani tepidi e fiacchi, se-
gnatamente se li vedono disposti a transigere
sui principi e a cedere parte dei diritti di
Gesù Cristo, certi come sono del non potersi
intaccare i principi senza distruggerli, nè po
(6)
ter più Gesù Cristo serbare alcun diritto,
quando altri sia licenziato a negargliene un
solo; perchè con Dio fra il tutto e il niente
non si dà mezzo. L'onore poi del loro odio e
dei loro assalti riserbano a quelli cui veggono
decisi di sostenere nella loro integrità i diritti
dell'Uomo Dio; a quelli, che invece di celare
nel secreto impenetrabile della coscienza la
piena loro adesione a lui, ne fanno anzi la
regola di loro vita, il movente principale di
loro condotta. Ma fra questi privilegiati del
l'odio satanico si segnalano coloro che fanno
speciale professione di onorare il Cuor di Gesù.
E per verità, è ben giusto che questi si tro
vino esposti ad invettive più violenti, a per
secuzioni più atroci da parte dei satelliti del
diavolo. Gesù Cristo conquistò i cuori degli
uomini coll' amore; quelli che glieli vogliono
rapire non posson di meglio che muover guerra
al suo Cuore, e perseguitar senza tregua chi
consecrossi totalmente alla gloria di esso. Tutti
i nemici di Gesù Cristo sono ribelli al suo
amore. Quel Cuore li attrae del continuo; a
quel Cuore specialmente resistono, ed odiano
quindi con più violenza chi ricordi loro dal
l'una parte i diritti e le bontà di lui, dall'al
tra la nequizia e la ingratitudine loro.
Nè la guerra dei nemici invisibili del
Salvatore ci dee recare più meraviglia che le
persecuzioni de' suoi nemici visibili. Sono essi
70
malvagi spiriti, già precipitati dal cielo per
non aver voluto adorare l'Uomo Dio, il quale
distrusse poi colla sua morte il loro dominio
sopra la terra; e perciò concepirono contro
di Lui quell' odio immenso che forma nell'in
ferno il loro principale tormento. Ma non po
tendo sbramare tal odio sopra dell'Uomo Dio
rivolgonlo contro tutto ciò che a lui appar
tenga; e come il suo divin Cuore è inaccessi
bile ai loro colpi, così fanno sforzi per sedurre
almeno e tormentare quanti lo servano e siano
oggetto del suo amore,cercando di scuoterli ed
agitarli come grano nel vaglio, a quella stessa
guisa che un dì volevano fare cogli apostoli,
Satanas expetivit vos, ut cribraret sicut tri
ticum (LUC., XXII, 31).
Avvi alcun che di più glorioso per noi
che questi assalti? L'odio di Satana e dei
suoi non è, coll'amicizia di Dio, il segno più
sicuro di predestinazione? Ci odierebbe forse
questo spirito maledetto, se fossimo de' suoi?
Co' suoi assalti chiaro appalesa che gli siamo
nemici, e per ciò stesso non attesta insieme
che apparteniamo alla schiera degli eletti ?

II. La guerra dei nemici di Gesù Cristo


ne è per i servi motivo di sicurezza e ca
gione di guadagno. – Adunque una guer
ra siffatta non ci deve tornare nè di turba
mento nè di stupore, essendo anzi per noi
71
sorgente di merito e pegno di salute, che pe
ricolo e cagione di rovina. Rammentiamo che
il nostro divino Maestro ci predisse questi
combattimenti, li sostenne prima di noi e
additolli come l' impronta di nostra somi
glianza con lui. Egli, benchè fosse Dio, per
mise a Satana di accostarsegli; di far prova
in lui di quelle seduzioni cui mette in opera
per indurre noi al peccato; d'impadronirsi e
fare dell'adorabile sua persona ciò che non
può fare di noi, anche quando ci rendiamo
per lo peccato suoi schiavi. Quanto poi a' no
stri nemici visibili, non ve n'è pur uno in
balìa del quale non si vedesse posto nostro
Signore: la boriosa scienza degli scribi, la
Sensuale incredulità de' sadducei, l'ipocrita
fanatismo de'farisei, l' orgoglio di Erode, la
falsa politica di Pilato, la cieca ingordigia di
Giuda, l'ingrata incostanza delle moltitudini,
tutte le passioni e tutte le ingiustizie,al pre
sente in lega contro i soldati di Gesù Cristo,
si collegarono pure, sono ormai diciannove se
coli, contro il divino loro Capo; il quale dopo
S0stenuti odi e contraddizioni di ogni maniera,
sul punto di lasciarsi sopraffare dalla cospira
zione ordita da innumerevoli ingrati contro
l'amor suo, volge a noi tutti queste parole:
« Ricordatevi che il servo non è dappiù del
padrone: se hanno perseguitato me, perse
guiteranno ancora voi: nel mondo avrete tri
72
bolazioni come le ho avute io; In mundo
pressuram habebitis (Jo., XVI, 33). »
Questo annuncio dee bastare a rassicu
rarci pienamente. Perocchè il soldato solo allora
si sgomenta che vede negli assalti nemici un
ostacolo al compimento dei disegni del capi
tano; laddove se quelli, già preveduti, neces
sitano alla riuscita di questi, e tutto è prov
visto per assicurar la vittoria, egli marcia
pieno di gioia al combattimento che lo dee
coronare. Tale sicurezza possiede appunto il
cristiano riguardo ai nemici di Dio coi quali
è in lotta. Sa egli primieramente che non
possono assalirlo senza la permissione di quel
medesimo Gesù Cristo di cui è soldato, di cui
difende le ragioni da quelli in lui combat
tute; e come questo divin Salvatore è onni
potente in cielo e in terra, così è nell'inferno,
e con una sola parola vale a precipitarvi scon
fitto il tentatore. Senza la permissione di Dio,
non potè già costui assalire il santo Giobbe ;
e l'Uomo Dio ereditò fin dal principio tut
ta intera la podestà sull'universo creato, e
sercitata dal Padre prima della Incarnazione,
Quem constituit haeredem universorum (HEB.,
I, 2); a lui debbono ubbidire gli angeli, sieno
buoni sieno malvagi; e come i buoni non si
partono senz' ordine dal cielo messaggeri di
salute, così i malvagi non possono senza li
cenza uscire dall'inferno per tentarci; e quan
73
do lor si conceda, hanno anche segnato il li
mite oltre il quale indarno si sforzerebbero
di tentarci. - -

A questo primiero motivo di sicurezza


un altro se ne aggiunge ancor più consolante ;
ed è che Gesù Cristo non può licenziare i
suoi nemici a combatterci, se non a fine di
costringerli a farsi nostri aiutatori. Perchè le
nostre tentazioni ci debbono essere, secondo il
disegno di lui, validi mezzi di santificazione;
e il dubitarne verrebbe a supporre il divin
Capo dell'esercito degli eletti meno zelante
del trionfo della propria causa che il più inetto
dei generali di questa terra. Infatti, quale sa
rebbe quel duce tanto insensato, che, potendo
arrestare il nemico,gli dia campo di proce
dere più del necessario alla esecuzione del
suo ordine di battaglia ? L'ordine di Gesù
Cristo è di metterci a parte de' suoi combat
timenti, a fine di metterci poi a parte anche
della vittoria. La sua beatitudine non è li
mosina da gittarsi a mendicanti neghittosi,
ma corona da insignirne valorosi combattitori,
Non coronabitur nisi qui legitime certaverit;
ma come non si dà corona senza combatti
mento, così non si dà combattimento senza
nemici, e perciò Gesù Cristo abbisogna in qual
che modo del concorso di questi, per decretare
a' suoi servi la gloria che loro tiene serbata.
Ma se in apparenza lascia libero corso all'o
74
dio dei primi, anche ai secondi prepara il
grado di grazia e la misura di aiuti necessaria
a respinger l'assalto, e durante la pugna non
li perde un istante di vista, sempre loro vicino
e pronto a soccorrerli. Sieno essi dunque fe
deli ad invocarlo e ad appoggiarsi al suo
braccio; chè la vittoria è certa, ed i loro ne
mici, lungi dal perderli, li avranno anzi aiu
tati a conseguir la corona.
Iddio Padre ha promesso al Figliuolo che
gli farebbe servir di sgabello tutti i suoi ne
mici, Donec ponam inimicos tuos scabellum
pedum tuorum, e fino a quì la promessa si
è a meraviglia compita, e continuerassi a
compiere fino al terminare dei secoli. Durante
la vita mortale del pari che dopo l'ascensione
del Salvatore, quanti si sforzarono d' oscurarne
la gloria e di attraversarne i disegni, gli han
no servito d'involontari strumenti a farne
maggiormente risaltare la potenza e l'amore.
Sotto questo rispetto, la vita di ciascun cri
stiano non è che la copia della vita di Gesù
Cristo ed il compendio della storia della Chie
sa: quando però ci vediamo assalire dai ne
mici di Gesù Cristo e della Chiesa, duriamo
fedeli alla grazia, come la Chiesa a Gesù
Cristo, e quantunque deboli, faremo trionfare
Gesù Cristo in noi, costringendone i nemici
a farsi sgabello dei nostri piedi.
75
III. Conseguenze pratiche a dedursi da
questa sicurezza. – O buon Signore, fate,
Ve ne supplico, penetrare colla vostra grazia
fino al fondo del mio cuore questa consolante
sicurezza, e risovvenirmene ogni qualvolta la
tentazione mi starà di fronte. Oh se questo
pensiero mi fosse presente sempre, quale van
taggio per me, e quanto più facilmente riu
Scirei vincitore ! In cambio di lasciarmi an
dare ad una vergognosa paura e gittar l'ar
mi, farei come la sentinella, che sapendosi so
stenuta da valoroso esercito, all'approssimar
del nemico leva il grido d'allarme, sicura che
il capitano, più sollecito di tutti a respinger
l'attacco, non indugerà un momento ad in
viare soccorso. In tal guisa, o Dio mio, ram
menterò io pure in faccia dei nemici visibili
ed invisibili, che non sono solo, ed il rischio
è più vostro che mio; perchè a riguardo vo
stro unicamente tentano quelli di nuocermi.
Io vi chiamerò in aiuto, colla certezza che
Voi mi darete grazia proporzionata alla vee
menza della tentazione.
La quale fiducia deve accompagnarmi fin
chè duri la pugna, e quanto gli assalti saran
più violenti, più ripetuti i colpi, più feroci i
nemici, tanto più crescerà in me l'allegrezza
ed il coraggio, perchè nella forza degli assalti
sta la misura del premio che me ne deve di
certo provenire. Coll'aiuto del vostro Spirito
76 -

che è in me, mi troverò senza paragone più


forte di tutti i nemici insiem collegati contro
di me; ricorderò a voi ch'io sono dei vostri
membri, nè voi potete permettere in me fe
rita che non sia vostra, e quanto più diffiderò
della mia fiacchezza, tanto più mi affiderò alla
forza onnipotente del vostro amore. Per la
virtù salutare di questi due sentimenti con
giunti in uno, mi sentirò avvalorato e fisso in
una serenità imperturbabile; sempre vigilante,
perchè ogni momento la mia debolezza mi
può far cadere; sempre tranquillo, perchè si
curo di aver voi a lato per sostenermi; temerò
molto di me, pochissimo de' miei nemici, con
siderando il dragone infernale come un tra
stullo da voi lasciato a'vostri figliuoli per
esercizio di loro forze, Draco iste quem for
masti ad illudendum ei (Ps. CIII, 26); e gli
uomini suoi satelliti come schiavi costretti da
voi a servirmi, a loro insaputa ed a dispetto
di ogni loro resistenza in contrario. Pertanto
io procederò tranquillo di mezzo alle schiere
armate a mia rovina, ridendomi delle loro
minacce, nè sarò mai più allegro di quando
esse, col pieno sfogo del loro odio, penseranno
avermi del tutto conquiso; perchè allora mi
avranno assicurato il pieno acquisto della
beatitudine che dice: Beati voi, quando gli
uomini vi avranno vituperati e perseguitati,
dicendo il male e peggio di voi, per mia ca
- 77
gione; godete allora ed esultate, perchè la
vostra ricompensa è copiosa su in cielo (MAT.
V, 11, 12).

MEDITAZIONE VIII,

Della, Comunanza di Mezzi


0ttavo Vincolo della nostra Unione
col Cuore di Gesù

Omnia vestra sunt: Ogni cosa


è vostra (I. CoR., III, 22).

I. Verità indubitabile di questoVincolo.


– Le succitate parole dell'Apostolo sono di
natura da farci stordire, se alcuna cosa ciò
potesse dopo i misteri di gloria, a noi già rive
lati. A noi dunque, sì poveri di beni eterni,
e più ancora di interni e di propri meriti, fu
detto per 'infallibile oracolo: Ogni cosa è
vostra / E che vuol dire ogni cosa? Forse
le sole cose temporali e sensibili ? Non già,
ma sì ancora le eterne e spirituali, tutto
quanto appartiene a Dio, anzi Dio medesimo;
perocchè a questo ci conduce l'argomentar del
l'Apostolo: Chi non risparmiò perfino il suo
proprio Figliuolo, ma lo diede per tutti noi,
come non ci avrà donato ogni altra cosa con
lui? Qui etiam proprio Filio suo non pc
78
percit, sed pro nobis omnibus tradidit illum,
quomodo non etiam cum illo omnia nobis do
navit (RoM., VIII, 32)?
Gran Dio, quanto consola questa certezza !
Non basterebbe ella sola, bene compresa, per
metterci al coperto dallo scoramento e rendere
incrollabile la nostra fiducia ? Ed è facile as
sai il persuadercene. Gesù Cristo possiede la
pienezza della Divinità, e per essa è padrone
supremo di tutte le create cose; quindi non
poteva egli darsi a noi interamente senza
darci in proprietà e potere questo doppio
tesoro. Che se l'amicizia, anche fra' cuori
tanto freddi degli uomini, tutto rende loro
comune, quanto simile comunanza sarà più
perfetta, allorchè si tratti dell'amicizia più
generosa in cuore sì ardente, com'è quello di
Gesù? E non volle egli farsi nostro fratel
lo, appunto per renderci partecipi della sua
eredità ? La comunanza di mezzi poi, che ora
consideriamo, non è palpabile conseguenza di
quello che abbiamo considerato innanzi ? Se
abbiamo con Gesù uno stesso vivere ed uno
stesso operare, non dovremo avere anche le
medesime forze ? Se tendiamo al medesimo
fine, non dovremo avere alla mano anche i
mezzi medesimi? Se questo divino Salvatore
ha vincolato indissolubilmente i suoi interessi
ai nostri, non dovrà porre anche in opera
i medesimi aiuti per assicurarne la comune
79)
riuscita ? Finalmente se nei nostri nemici egli
riconosce i propri, non ci darà poi soccorso
per rintuzzarne gli assalti?
Niente di più certo, mio buon Signore,
e fino a che io dimorerò in voi, nè separerò
stoltamente i miei interessi dai vostri, avrò
a mia disposizione gl'infiniti aiuti che assi
curano il vostro trionfo. Ma, vi supplico, fate
mi ancor meglio intendere ciò che mi par già
d'intendere; giacchè questa verità è sì ca
pitale, ed offre tale appoggio alla mia de
bolezza sempre tentata di abbattimento, che
non saprei mai imprimerla troppo profon
damente nell'animo, nè troppo farla penetrare
avanti nel cuore e fino al midollo delle mie
0SSd.

II. Gli attributi infiniti delle divine


Persone posti dal Cuore di Gesù in comune
co' suoi servi. – Per contemplare questa ve
rità in tutto il suo luminoso splendore, ci
converrebbe poter entrare nel concilio della
santissima Trinità. Lì vedremmo le tre divine
Persone intese da tutta la eternità a produrre
il Cuor di Gesù, ornandolo della dovizia dei
loro doni, ordinando tutte le loro opere al
trionfo del suo amore, facendo concorrere tutte
le creature alla esecuzione de' suoi disegni.
Iddio Padre, col predestinar questo Cuore ad
esser Cuore del suo Unigenito, obbligasi ad
8()
amarlo quale oggetto di tutte le sue compia
cenze: Iddio Figliuolo, coll'assumerlo per suo
proprio Cuore, riveste tutte le affezioni, onde
sarà animato, della santità, sovranità ed ef
ficacia infinita, che sono proprietà essenziale
delle affezioni divine: Iddio Spirito Santo,
amor sostanziale del Padre e del Figliuolo,
col prenderlo per suo strumento, fa legge che
alle creature non si conceda grazia nè virtù,
della quale esso non sia principio e canale.
Dunque il Cuore di Gesù è il termine visibile
verso il quale convergono e si compiono tutte
le operazioni invisibili della Trinità divina; e
come nel seno della Divinità l'azione del Pa
dre e del Figlio si termina e consuma nella
produzione dello Spirito Santo, lor comune
amore; così nella Incarnazione, manifestazione
esteriore delle bellezze ineffabili dell'interiore
divino, il lavoro delle tre Persone non si ri
mane alla illuminazion dell'intelligenza del
l'Uomo Dio colla luce del Verbo, ma per
termine ha la piena effusione dello Spirito
Santo nel Cuore di Gesù, e la compiuta ef
fettuazione degli intendimenti del suo amore.
Ora questi intendimenti ci son noti, e
stanno nella unione inseparabile della santifi
cazion nostra colla gloria divina, rendendo noi
vivi membri del divin Capo; facendo lui cre
scere in noi e noi in lui, cangiando gli stessi
nostri nemici in nostri coadiutori, e volgendone
81
gli assalti in mezzi per noi infallibili al con
quisto della gloria, cui Gesù Cristo vuole par
tecipare con noi. In breve, i disegni del Cuore
di Gesù mirano al nostro bene del pari che
alla sua gloria, e perfetto adempimento ne
deve essere tutto insieme il nostro trionfo ed
il suo. Se però è fuori di ogni dubbio che le
divine Persone dirigono dalla eternità tutti i
loro pensieri, tutte le loro azioni, tutte le loro
forze al trionfo di Gesù Cristo, alla esecuzione
dei disegni del suo Cuore; possiamo star si
curi che mentre non ci separeremo da questo
Cuore, avremo a nostra disposizione, e in certo
modo a nostro servigio, tutti que' pensieri,
tutte quelle azioni, tutte quelle forze divine;
tutta la potenza del Padre, tutta la sapienza
del Figlio, tutto l' amore dello Spirito Santo.
Dio è con noi, e con lui possediamo ogni sua
appartenenza, i suoi attributi, le sue ricchezze
tutte quante.
Possiamo dire di possedere la sua neces
sità e la sua immutabilità; perchè sebbene
noi siamo poveri esseri accidentali, mobili ad
ogni soffio del tempo, pure, uniti a Gesù Cri
sto, veniamo con lui strettamente abbracciati
dal divino amore, che ci riveste della sua ne
cessità e della sua immutabilità. Ferisce l'a
more chi lo priva del suo oggetto e quindi,
se l'amore divino non può patire ferita nè
alterazione di sorta, anche tutti quelli, di cui
L'Apostolato del Cuor di Gesù 6
82
l'unione con Gesù Cristo l' obbliga a pren
dere la difesa, sono al sicuro come lui da
quanto potrebbe loro arrecar nocumento e ro
vina.
Possiam dire di possedere la sua eternità
e la sua immensità; perchè a quel modo che
non vi è punto nello spazio, nè momento nella
durazione, in cui Dio non ami Gesù Cristo e
non si adoperi a glorificarlo; così in qualun
que parte o stato noi ci troviamo, oggi, do
mani, sempre, possiamo star sicuri che rima
nendo uniti a Gesù, avremo Dio con noi, ope
rante per noi. Eleviamoci pure col pensiero
fino al sommo del cielo,fino a dove si perde
negli estremi spazi l'ultima stella; anche là
io sono presente a Dio che pensa a me, che
opera per me, come pensa ed opera per Gesù
Cristo mio divin capo. Attraversiamo pure
col pensiero milioni e milioni di secoli, ed
anche là dove la gloria delle umane imprese
più strepitose sarà svanita, io potrò dire di
essere presente a Dio, il quale a me pensa e
forma, come ora, della mia gloria in unione
a quella di Gesù Cristo il termine delle sue
operazioni onnipotenti. -

Possiam dire infine che disponiamo di


tutti i mezzi della divina Provvidenza. Essa,
infinitamente potente, infinitamente sapiente,
infinitamente amante, prevede tutto, dirige
tutto, provvede a tutto: a lei è sommesso il
83
mondo de' corpi come quello degli spiriti;
il suo impero si estende sopra il male, come
sopra il bene; sul bene per produrlo od ac
crescerlo, sul male per prevenirlo o ripararlo
con vantaggio: nessuno può scrutarne gl'im
penetrabili consigli; ma del fine unico, cui
dal principio al termne dei secoli ha di mira,
noi siamo certissimi: ed è la gloria di Gesù
Cristo e la salute de' suoi servi. A questo
fine fa servire ogni cosa, il male come il bene,
l'opposizione dei nemici come gli sforzi dei
fedeli, la malizia dei demoni come i buoni
uffici degli angeli. Dimoriamo dunque in
Gesù Cristo, e non avremo che a riposarci in
seno di questa materna Provvidenza. Noi fati
cheremo così, ma senza turbamento, perchè
sicuri ch'ella fatica con noi, e che supplisce
alla fiacchezza nostra l'invitta sua forza: lot
teremo contro gli ostacoli, ma senza inquie
tudine, perchè sostenuti dal suo braccio on
nipotente cui sentiremo lottare con noi, re
spingendo vittoriosamente ogni nemico: prov
vederemo ai nostri bisogni, ma senza ansietà,
sapendo ch'ella li conosce, nè ci lascerà man
care giammai il necessario: e, anche quando
non avremo niente, ci riputeremo pure ric
chissimi, perchè saranno sempre a nostra dis
posizione i suoi tesori, nè mai ci terremo
più sicuri di allora che sembreremo più ab
bandonati, per ciò appunto ch'ella sarà mag
84
giormente obbligata di accorrere in nostro
aiuto.

III. Le cure e i buoni ufficii degli An


geli e dei Santi posti dal Cuore di Gesù in
comune co' suoi Servi. — L'appoggio di Dio
ed il concorso delle Persone divine basterebbe
certo a sostenerci e metterci al sicuro di ogni
timore; ma Iddio promette, oltre di ciò, ai
servi del suo Figliuolo l'aiuto di tutti i pro
pri amici, mediante i quali si compiace di
farci grazie; volendo egli che formiamo in
sieme una società, una famiglia, un regno;
e come la natura di ogni società porta che i
suoi membri si giovino vicendevolmente, cia
scuno a misura del suo potere; ed in una
famiglia, i più maturi e robusti lavorano a
bene dei più giovani ed infermi; ed in un
regno vi sono eserciti posti a comune difesa;
così nella società, ond'è capo il Figliuol suo,
egli ordina che tutti, anche i coronati in pa
tria, si adoperino a pro dei loro compagni soci
ancor in esilio; ordina ai nostri maggiori fra
telli del cielo di spendersi a favore dei poveri
infermi della terra; invia in loro soccorso le
innumerevoli legioni dei suoi angeli, più forti
di lunga mano che quelle dei nemici. E po
tremo tuttavia temere ?
Questi beati fratelli del cielo hanno po
tere grandissimo di aiutare i poveri pellegrini
85
della terra, e l'hanno dalla propria natura
superiore d'assai alla nostra, tutto fatta per
esercitar sul creato una signoria cui non è
dato resistere; ma più ancora dai doni di
grazia e di gloria, partecipati anche dagli altri
eletti, benchè in gradi diversi. Tutti essi co
noscono in Dio ogni cosa, il futuro come il
presente; tutti comandano ai demoni con
autorità del pari sovrana ; tutti sono signori
del creato sensibile, cui trascorrono senza o
stacolo colla rapidità del baleno, bastando
men di un attimo a chiamarceli vicini, e un
puro segno di loro volontà a far piegare le
leggi più inflessibili. D'altro lato è loro fa
cile ottenere pregando quello che non possono
da sè medesimi; essi, amici di Dio, che ha
loro aperto il paradiso per dare ogni prova
del suo riconoscente amore, che pone sua glo
ria in glorificarli, che godeva durante la vita
loro mortale di farne la volontà, ora è mol
to più sollecito di esaudirli, mentre, finito il
tempo di prova, può dare corso spedito alla
infinita sua liberalità !
Or bene, ogni ragione porta i nostri fra
telli celesti a mettere in opera sì grande po
tere tutto per noi. Ve li porta il proprio van
taggio, perchè tale potere in tanto lor vale,
in quanto ne usano per noi. Dopo ricevuta
da essi, entrando in cielo, quella misura di
gloria sostanziale onde erano capaci, questa
86
non può più crescere, ma solo l'accidentale
che consiste specialmente nel maggior numero
di eletti dei quali partecipino la beatitudine;
e però essi, facendo crescere questo numero
coll'esercizio continuato del proprio potere
d'intercessione, possono a sè procurare quel
solo bene di cui non sieno ancora pienamente
in possesso.
Ma ve li porta più forte ancora la lor
sì accesa carità. Vedono essi in noi de'fra
telli ciechi ed infermi, stretti dalla più nuda
povertà, soggetti a tutti gli sfinimenti della
debolezza, schiavi forse del demonio, o almeno
in continuo rischio di cadere in così vergo
gnoso servaggio, e potranno rimanere indiffe
renti alla vista di tante miserie ?
E, se niente fosse di tutto questo, ancora
l'amor di Gesù ed il zelo dell' onor suo li ob
bligherebbe a non abbandonarci. Perocchè non
possono dimenticare che noi siam membri di
questo Capo divino, che la sua gloria è legata
necessariamente alla nostra salute, che il ne
mico delle anime nostre furiosamente ci com
batte, appunto perchè scorge in noi la imma
gine di lui; ed a quella maniera che soldati
già vittoriosi non possono gustare in pace le
gioie del trionfo, finchè una porzione dei
loro è alle prese tuttavia col nemico, così essi
nel cielo non possono, senza mancare verso
Gesù Cristo nostro Capo comune, durarla e
=
87
stranei alla battaglia cui sostengono i loro
fratelli sopra la terra.
Quanto più questo divin Salvatore si mo
stra generoso a riguardo loro, tanto più li
obbliga riconoscenza a spendersi ancora per
sua gloria; ciò che in Paradiso è solamente
loro possibile per via d'intercessione. Si veg
gono essi sommersi nel torrente delle delizie,
sopraffatti dal peso immenso di beatitudine
onde sono premiati i minimi loro meriti, e
vorrebbono pure aver modo di provarsi grati
ad un Rimuneratore così liberale; ma non
trovandolo che nell'assisterne i servi sopra la
terra, a questi si portano con tutta l'ardenza
del loro amore, con tutto l'impeto della loro
vivissima gratitudine.

IV. Il Concorso delle sensibili Creature


assicurato ai Servi del Cuore di Gesù. –
Non sono gli angeli e i santi que'soli di cui
ci assicura l'aiuto il Cuore di Gesù; ma dal
punto che noi ci consacriamo interamente
alla esecuzione dei suoi disegni, anche siam
certi di avere a nostro servigio il creato in
tero, del quale non vi è oggetto sensibile che
non sia stato prodotto e non si conservi a
questo fine. Gli elementi, gli astri del cielo,
l'aria, le nubi, la pioggia, i venti, i fiumi e
i mari, i minerali e le piante, gli uccelli del
cielo e i pesci del mare, gli animali che po
88
polano la terra, tutto fu sottoposto ai piè di
Gesù Cristo, con ordine di contribuire alla sua
gloria, fine generale a cui ogni altro loro fine
particolare viene subordinato. Ciascuna di que
ste creature ha sue leggi proprie, ma la ne
cessità di glorificare Gesù Cristo è la supre
ma, a cui tutte le altre del pari si sommet
tono, e avanti a cui tutte le altre perdon
vigore; come fu palese al morire del divino
Salvatore, quando il sole oscurò i suoi splen
dori, si spaccarono le rupi e le tombe dovet
tero rendere i loro cadaveri. La creazione ma
teriale può considerarsi qual fiume immenso,
di cui le onde mostrano di avere fra loro mo
vimento uniforme, costante, incontrastabile:
norma di questo movimento sono i disegni
del Cuore di Gesù, e la sua gloria è l'oceano
verso il quale procede incessantemente il fiu
me, anche quando parrebbe allontanarsene.
Dunque, se noi ancora tenderemo verso
questo medesimo termine, il fiume ci porta
con tutta la forza che lo spinge al mare; -
laddove chi tenta lottare contro la corrente,
si consuma in inutili sforzi ed è trasportato
dalla massa delle acque, quand'anche perve
nisse a sormontarne qualche ondata; e noi in
tanto lasciandoci condurre siamo sicuri di fare,
.anche dormendo, lungo cammino. E in verità,
come potremmo temer di perire, mentre regge
la nostra navicella colui che comanda ai venti
89
e ai flutti, e gli obbediscono ? Muggiscano pure
i venti, si gonfino i flutti, cresca l'impeto
della corrente fino a minacciare di spingerci
a rompere contro gli scogli; non abbiamo di
che sgomentarci; chè non è tanto certa la
presenza del pericolo, quanto l'onnipotenza di
Dio e il suo amore infinito per Gesù Cristo;
quanto l'amore di Gesù Cristo pe' suoi fedeli
e la sovrana sua padronanza su tutto il creato
sensibile. Come Gesù Cristo appartiene a Dio,
e noi apparteniamo a Gesù Cristo, così la
creazione appartiene a noi per intero,e quando
ancora ci sembri voltarsi a nostro danno, la
vora pur sempre a nostro vero bene: Omnia
vestra sunt, vos autem Christi, Christus au
tem Dei (I. CoR., III, 22, 23).
Guardiamoci pertanto da ogni bassezza
verso queste creature, dateci da Dio in ischia
ve: guardiamoci dal temerne o farcene di
pendenti; ciò sarebbe un rinunciare alla no
stra signoria sopra di loro, pigliandone igno
bilmente le parti di schiavi. Non lasciamoci
adescare dai godimenti che offrono, nè sbi
gottire dai dolori che minacciano; e allora che
queste minacce si compiano, facciamo di scor
gere in quale si voglia creatura la mano di
Dio che la muove, e dalla quale noi dipen
diamo unicamente. Di mezzo alle più violenti.
procelle, sola nostra cura sia il non separarci
da Gesù, e quando saremo arrivati al termine
90)
del viaggio, resteremo chiariti che gli appa
renti pericoli furono veramente nostra difesa,
e le tempeste ci aiutarono, meglio che i venti
propizi ad afferrare il porto.

MEDITAZI0NE IX.
Della Comunanza di Godimenti in cielo.
Ultimo Vincolo della nostra Unione
col Cuore di Gesù

Scimus quoniam cum apparue


rit, similes ei erimus : Sappiamo
che al suo apparire saremo simili a
Lui (I. Jo., III, 2).

I. Gesù Cristo destinaci a partecipare


della sua felicità. – O buon Signore, voi
ci avete invitati a seguirvi, e noi ci siamo
sforzati di corrispondere; voi ci avete propo
sto di fare lo scambio più vantaggioso, e di
contrarre con voi la più gloriosa unione, e noi
vi abbiamo del nostro meglio aderito. Ma ben
sappiamo che questi disegni del vostro amore
non si restringono alla terra. Per quanto le
glorie, a cui ne invitate quaggiù, sieno divine,
non sono se non saggio di quelle che ci ser
bate in una vita migliore. E voi, o Gesù, de
gnereste appalesarci codeste glorie ? Ne ab
biamo già qualche oscura conoscenza; ma
91
vorremmo procedere più addentro in una verità
che forma un articolo dei più importanti della
nostra fede, l'oggetto principale delle nostre
speranze, un motivo dei più validi della nostra
carità, la nostra più dolce consolazione nei
travagli della presente vita; e tale notizia per
noi sì necessaria non ci può venire se non dal
Cuor vostro, perchè si tratta di un vero mi
stero, solo accessibile alle menti rischiarate
dalla vostra luce. Chè nè occhio mortale ha
visto mai, nè orecchio ha udito, nè cuore u
mano ha potuto da sè formarsi concetto delle
cose apparecchiate da Dio a' suoi amatori,
Oculus non vidit, nec auris audivit, nec in
cor hominis ascendit, quae praeparavit Deus
iis qui diligunt illum (I CoR., II, 9). Quanto
l'inferno spaventa cogli eternali suoi tormenti
la nostra ragione, altrettanto colle sue delizie
divine la confonde il paradiso, il quale ad in
tenderne quel più che si possa quaggiù, deve
essere considerato, o Dio mio, al lume del
vostro Cuore, come l'ultimo termine dell'u
nione ammirabile stabilita dalla grazia in terra
fra i vostri membri e voi; unione che, comin
ciata nel battesimo, accresciuta dagli altri
sacramenti, compita dai meriti, rassodata dalle
prove e dai dolori di questa vita, suggellata
infine dalla morte, viene a consumarsi nel ri
poso eterno e negli ineffabili godimenti della
patria; dove la somiglianza dei membri al
92
Capo si perfeziona, dove giunge alla sua pie
nezza la effusione della vita divina dal Capo
nelle membra, dove, finita ogni lotta, i sol
dati che combatterono sotto le vostre inse
gne, gusteranno con voi il frutto delle vittorie
a voi dovute, ed i vostri servi s'immergeranno
beatamente nell' oceano infinito del vostro
gaudio.

II. I Membri vivi di Gesù Cristo hanno


stretto diritto di partecipare alla beatitu
dine del loro divin Capo. — Non è possibile
infatti, o Signore, che i chiamati da voi al
l'insigne onore di addivenire vostri membri
non sieno perciò anche chiamati a partecipare
in eterno della vostra sorte e a godere della
vostra beatitudine. Potevate sì non pensare
a somigliante unione con noi, lasciandoci nelle
miserie e nelle brutture in cui ci avea gittati
la colpa; potevate anche, perdonandoci, non
permetterci altra relazione convoi se non quella
di schiavo a padrone: ma dappoichè vi piac
que di farci vostri fratelli e figliuoli adottivi
del Padre vostro celeste, non potete più ne
garci porzione della vostra eredità, essendo
questa natural conseguenza della filiazione,
Si autem filii, et heredes (RoM., VIII, 17):
dappoichè voi diveniste nostro Capo e noi
vostri membri, non potevate destinarci a vi
vere quaggiù la vostra vita senza destinarci
93
a godere lassù la vostra felicità; essendo que
sta la plenitudine della vita, e l'unità di vita
la naturale conseguenza dell'unità di corpo.
Dunque voi, o divin Salvatore, dovete più a
voi stesso che a noi, per avercela promessa,
la comunicazione della vostra eterna beatitu
dine. Quando ce ne rassicuraste, non prende
ste impegno con istranieri, ma coi membri
vostri, che sono il compimento della vostra
sostanza, Corpus eius et plenitudo eius (EPH.,
I, 23), l'estensione e il finimento della vostra
Incarnazione, Crescit in augmentum Dei (CoL.
II, 19): cosicchè, coronandoli della vostra gloria
e saziandoli del vostro gaudio, voi non fate
altro se non porre l'ultima mano all'opera per
la quale il vostro Padre vi mandò al mondo;
e a non lasciare imperfetto l'edificio divino
di cui siete pietra angolare, voi non potete
negarmi questo divino coronamento.
Peraltro, se anche il poteste voi, non vi
potrebbe acconsentire Iddio vostro Padre, senza
rinunciare insieme e all'amor che vi porta, e
alla giustizia che vi deve; essendo questa
gloria divina, questa felicità infinita dei vo
stri membri dovuta a voi strettamente, sic
come acquistata dai meriti infiniti della vita,
passione e morte vostra. Ogni onore, ogni fe
licità a voi è dovuta per la unione colla Per
sona del Verbo; perciò questi meriti non po
tevate acquistare per voi: dunque, a non lasciar
94
tanti meriti senza premio, tanti travagli so
stenuti, e tanto sangue versato, senza frutto,
il divin Padre dee ricompensarli nei vostri
membri, e mostrare nella immensità di tale
ricompensa l'immenso pregio in che tiene i
vostri patimenti,e la sua immensa riconoscenza
delle fatiche fatte a voi durare dallo zelo della
gloria di lui. Oh Gesù, quale sicurtà maggiore
"potrei aver io della mia felicità, e quale più
ampia misura per rilevarne le dimensioni !
Quale sarà questa beatitudine, se dee propor
zionarsi all'amore del vostro Padre per voi !
Questo Padre infinitamente amante e infini
tamente grato non può aggiunger niente, per
quella gloria che gli avete procurato, alla vo
stra felicità; ma godrà di poter almeno, in
luogo vostro, colmare di doni e inebbriare
delle sue delizie i vostri vivi membri e come
l'amor suo per voi non può patire interrom
pimento e diminuzione, per quanto duri la
eternità, così le glorie e i godimenti dei vo
stri servi non avranno più limiti, sia nella
loro durata, sia nella loro eccellenza.
Finalmente lo Spirito Santo vi deve ad
un modo il suo concorso in questa glorifica
zione,che è termine cosìdella sua missione,come
della vostra. Egli che, animando divinamente
il gran corpo di cui siete capo, non cessa un
istante di adoperarsi a stringere di più intima
unione ciascuno dei membri con voi; egli che
95
ai pellegrini ancor nell'esiglio fa mandare
ineffabili sospiri verso le gioie della patria,
Postulat pro nobis gemitibus inenarrabili
bus (RoM., VIII, 26), contraddirebbe poi a sè
stesso, se non effettuasse durante la eternità
quelle brame, che di continuo avvivò loro in
cuore durante la vita presente. Egli fa sentir
loro che la terra non è lor propria stanza,
che l'aria cui vi respirano non è la natìa,
che lo stato presente è un doloroso passaggio,
di cui le tenebre e le angoscie debbono riu
scire alla rivelazion della gloria loro dovuta
come a figliuoli di Dio. E questi gemiti, mossi
loro in cuore dallo Spirito di verità, potranno
andare delusi ? tornar vane le speranze fatte
lor concepire ? rimanere senza ricompensa i
meriti fatti loro acquistare ?
Imperciocchè, o Gesù, per virtù del vo
stro Spirito presente nei loro cuori, i vostri
membri compiono opere veramente divine e
acquistano meriti cui nessuna creata felicità,
fosse pure eterna, non può degnamente ricom
pensare. Iddio solo colla sua beatitudine può
esser giusta retribuzione del più leggiero tra
vaglio patito in unione col vostro Cuore, della
minima preghiera fatta sotto l'influsso del
vostro Spirito; perchè questo travaglio e que
sta preghiera sono più opere vostre che del
cristiano a cui si reputano . a merito. Sono
movimenti della carità divina, che uscendo dal
96
vostro Cuore, come da sorgente inesauribile,
si spandono nei cuori de'vostri fedeli, e ten
dono con forza invincibile a risalire verso la
fonte donde sgorgarono; e sarebbe assai più
facile il ritenere tutti i fiumi della terra dal
loro corso verso l'oceano,di quello che impe
dire questo fiume divino di trasportare con
sè verso i celesti gaudi le anime sulle quali
si effondono le vivificatrici sue acque.

III. L' infinita Felicità dei Beati è ne


cessario effetto della loro perfetta somiglian
za con Gesù Cristo. – O Gesù, siate in e
terno benedetto della bella sicurtà che mi
date, tutta in acconcio a rilevare il mio cuore
abbattuto dalle prove dell'esilio; ma io vorrei
qualche cosa di più. Io bramerei già digustar
qualche saggio del bene promessomi, o mio
Dio: e voi non potreste esaudire tale deside
rio ? Se non potete farmi comprendere l'im
mensità di questo bene, non potreste dar
mene almanco qualche lontana idea ? Ma in
tendo; l' idea migliore che io ne possa qui
concepire è quella del vostro diletto Giovanni,
dove afferma, come nella beata dimora sare
mo perfettamente simili a voi, similes ei eri
mus. Il Cuor vostro è l'oceano in cui Iddio
Padre si compiacque versare la pienezza im
mensa delle sue gioie; i nostri vi partecipe
ranno tanto più largamente, quanto più somi
97
glieranno al vostro. Esso è l'esemplare so
vrano della beatitudine, com'è della santità;
ed a quel modo che in terra la perfezion no
stra si compendia nella imitazione di tale mo
dello; così tutta la perfezione della felicità
nostra in cielo compendierassi nella nostra so
miglianza con lui.
Noi gli saremo somiglianti, e quindi gu
steremo come lui il bene di vedere senza om
bre l'eterna Verità. Qui npi sperimentiamo,
per virtù dello Spirito di Gesù Cristo, l'amore
della Verità divina; sospiriamo ad essa; per
via di fede anche l'apprendiamo; ma tale co
noscenza è oscura e avvolta di tenebre impe
netrabili. Così noi affermiamo di certezza in
dubitata ciò che il Verbo di Dio ci rivela;
ma non vediamo ciò che affermiamo. Gesù
Cristo fa suonare all'orecchio della nostra
fede la sua parola; ma tuttavia nasconde al
l'occhio della nostra intelligenza il propostoci
a credere. Di qua il nostro merito, ma le no
stre ansie ancora; perchè siam figliuoli della
Luce, destinati quai membri del Verbo di
Dio a vederla in tutto il suo splendore. Oh
quando ci apparirà finalmente questa Luce,
che non è altro che il Verbo istesso; quando
mostrerassi egli, dicendo: Io son quello che
parlava, eccomi ; Qui loquebar, ecce. adsum
(Is., LII, 6)! quando alle oscurità del mistero
succederà lo splendore della chiara visione,
L'Apostolato del Cuor di Gesù 7
98
allora quale allegrezza, come sarà sazia la
nostra intelligenza, come sedate le ansie della
nostra fede ! Per la luce del Verbo, onde sa
remo penetrati, diverremo a lui somiglianti,
a guisa di cristallo che penetrato dalla luce
del sole si fa tutto com'esso luminoso, Cum
apparuerit, similes ei erimus, quoniam vi
debimus eum sicuti est (I Jo., III, 2).
Noi gli saremo somiglianti; e quindi ac
cesi come lui dei soavissimi ardori della ca
rità; ardori, che formano adesso il nostro tor
mento, allora formeranno la nostra beatitudine.
Più si ama, e più si soffre di non potersi
unire all'oggetto amato ; quaggiù esso si sot
trae ai nostri abbracciamenti; ama celarsi;
mostra sovente di combattere contro di noi ;
laonde le mortali tristezze, le dolorose que
rele, l'insopportabile disgusto della vita nei
cuori non aventi altra brama che di piacere
a lui: ma fine avrà questa lotta; queste arti
della divina Bontà, destinate unicamente a
provare e purificare i suoi amanti, non pon
no essere che momentanee ; e terminato il
breve istante della prova, quella Bontà non
metterà più limite alla sua propensione infi
nita di donarsi senza misura. Allora i cuori,
che per violenza di amore patirono ansiose
torture, assaporeranno i godimenti più deli
ziosi, amando senza misura l'infinito Bene e
senza misura possedendolo, certi che nol per
99
deranno nè cesseranno di amarlo giammai,
sicuri che il loro amore, sempre nuovo,verrà
in eterno ancora pienamente saziato. Tal è la
porzione del Cuore di Gesù, e tale sarà la
porzione di quelli, che, imitandolo in terra,
meriteranno di assomigliarlo in cielo.
Noi gli saremo somiglianti negli splen
didi irraggiamenti che dal suo Cuore, dove ri
siede la sostanziale sua beatitudine, si diffon
dono sopra tutti gli esseri: gli saremo somi
glianti, nelle doti gloriose del suo corpo ri
sorto; nella immortalità e nella impassibilità
che lo rendono inaccessibile alla morte ed al
dolore; nella sottigliezza e agilità, per cui
trasvola colla celerità del pensiero ogni spa
zio, e meglio che raggio per terso cristallo,
passa per entro ogni sostanza più impenetra
bile; nella chiarezza, che di gran lunga a
vanza quella del sole: gli saremo somiglianti
nelle pure delizie onde s'inebriano i suoi
sensi; somiglianti nella sua podestà sovra il
creato intero, che trasformato allora e reso
alla sua libertà, avrà il solo ufficio di glorifi
care per divina virtù i figliuoli di Dio. Noi
gli saremo somiglianti, infine, nel legame
intimo che lo unirà con tutti gli eletti, facen
do un medesimo tutto della sua beatitudine
e della loro; perchè noi ancora saremo pel
suo Cuore uniti a tutti gli angeli e a tutti
i santi; la loro luce sarà nostra luce, la
100
loro gioia sarà nostra gioia, la loro gloria
sarà nostra gloria; in noi si rifletterà il bene
di tutti, come in limpido specchio si riflettono
tutte le luci che lo attorniano : e noi godremo
così, per effetto d'una come divina simpatia,
anche della gloria non acquistata da noi, e
delle ricompense che anime di noi più gene
rose si guadagnarono. Con un flusso e riflusso
continuato, l'oceano della felicità divina,espan
dendosi dal Cuore di Gesù, inonderà i cuori
di tutti gli abitatori della santa città, por
tando in ciascuno il bene di tutti gli altri, e
riportando incessantemente al divin Cuore
quanto essi godono insieme di gioia, quanto
hanno acquistato digloria; perocchè, com'esso
fu l'unico principio dei loro meriti nel tem
po, così esser dee l'oggetto di tutte le loro
laudi nella eternità.
Allora la divozione al Cuor di Gesù avrà
tocco il suo termine; allora spiegherà tutta
la sua virtù; allora compirà tutte le promesse
intorno a lei fatte. Felici noi, se coll'imitare
fedelmente nell'esilio il divin Cuore, potrem
meritare di andare un giorno a cantarne le
lodi e a parteciparne la gloria nella patria !
101

MEDITAZIONE X.

Della Comunione Eucaristica


Vincolo che rannoda e stringe tutti i precedenti

Qui manducat meam carnem


et bibit meum sanguinem habet
vitam aeternam : Chi mangia la
mia carne e beve il mio sangue ha
la vita eterna (Jo., VI, 55).

I. La nostra Unione col Cuore di Gesù


abbisogna di continuo rinnovamento.– Non
m'avete voi rivelato, o buon Maestro, i le
gami tutti che mi uniscono a voi, e tutte le
prerogative che mi provengono da cotesta beata
unione ? Io vi ho veduto prendere la mia na
tura a fine di comunicarmi la vostra vita:
dopo avermi reso partecipe sulla terra del
vostro Spirito, della vostra luce, delle vostre
forze, delle vostre fatiche, delle vostre lotte,
voi mi avete fatto salire al cielo con voi e
mostratami la felicità divina che là mi ser
bate: posso io desiderare, e voi potete forse
darmi di più della eterna beatitudine ?
Senza dubbio, non avrei più che deside
rare, se di questa fossi già in possesso, come
ne ho da voi la proprietà, e se i legami da
voi contratti con me non fossero esposti a
102
rompersi. Ma purtroppo non è così; oggi vi
sono fratello, e domani posso diventarvi ne
mico : ho la dolce fiducia di essere membro
vivente del corpo vostro e come santuario del
vostro Spirito abitante nel mio cuore; ma
chi può rendermi sicuro che presto o tardi
non venga il demonio ad usurpare in questo
santuario il luogo di Dio che lo ha eretto e
consecrato, e la morte della colpa non di
strugga nell'anima mia la vita della grazia?
Mio è il cielo; ma un solo istante d'oblio
può bastare a spogliarmene di ogni diritto,
ed a fare di me lo schiavo del tiranno in
fernale.
Nè questa è semplice ed astratta possi
bilità; chè io trovo in me, a lato delle su
blimi prerogative accennate dianzi, le più
vergognose inclinazioni, le cupidigie più vio
lente; e discendendo dal cielo, ove l'Apostolo
esortami a dimorare in ispirito, io mi veggo
travolto in un mare di fango, Infixus sum
in limo profundi (Ps. LXVIII, 3). Lo stato
dell'anima mia è più volubile di una foglia;
anche dopo ricevute le grazie più segnalate
e fattevi le promesse più sincere, torno a sen
tirmi così debole e così esitante, come niente
fosse stato; alla luce più chiara succede la
notte più oscura, alla forza più indomabile
la spossatezza più rifinita.
O Dio mio, vi rimane dunque a far qual
103
che cosa, se non volete che riescano inutili
tutte le meraviglie da voi già operate in mio
favore ! Affinchè l'unicn mia col vostro Cuore
sia così intima, fruttuosa e durevole come voi
bramate, conviene aggiungere un legame che
rannodi e stringa tutti gli altri, quando mai ve
nissero ad allentarsi, e per un continuato rin
novamento salvarli dal pericolo di sciogliersi.
Ma la bontà vostra vi ha già provveduto;
e che sarebbe ora di me, o gran Dio, se non
fosse così? Nella comunione eucaristica sta il
divin nodo desiderato che avvalora gli altri,
ne aumenta la virtù, ne raccoglie il merito,
ne assicura la durata, ne fa la gloria più
splendida. O Gesù, degnatevi di rischiarare
il mio cuore, affinchè pregi degnamente un
portento sì degno del vostro amore, e sì pro
fittevole alla mia debolezza !

II. Quanto valga l' eucaristica Comu


nione ad unirci col Cuore di Gesù. – Ba
sta rammentare i vari legami onde il Verbo
di Dio volle unirsi a noi, per vedere come
tutti hanno il loro perfezionamento nella Co
munione eucaristica.
E primo, per l'Incarnazione il Figliuolo
dell'Altissimo erasi fatto nostro fratello e co
minciato ad abitare fra noi, come individuo
di nostra famiglia; per la comunione questo
stesso Unigenito di Dio si unisce a cia
104
scuno dei figli di Adamo, formasi abitazione
del nostro petto, e si confonde in certa guisa
colla nostra sostanza. Secondo, per la grazia
ci avea fatti membri del mistico suo corpo,
versando nelle anime nostre i rivi della vita
divina; per la comunione egli porta fin den
tro la colpevole nostra carne la pienezza di
questa vita racchiusa nel suo Cuore; egli
divin Capo si dà tutto intero a ciascuno de’
suoi membri, e, per farci crescere in lui, ren
de se medesimo nostro alimento. Terzo, per
la Chiesa egli ci rischiara della sua luce, ci
manifesta la sua volontà, ci tiene congiunti
ai fedeli della terra, alle anime giuste del
purgatorio, ai beati del paradiso; per la co
munione egli compie in persona verso ciascun
di noi questi uffici; fa del nostro cuore una
cattedra donde ammaestra le anime che lo in
tendono, ci rivela i suoi disegni, ci conforta
ad eseguirli; presente ed unito corporalmen
te a'suoi membri, li consuma nella unità
e rende in certa maniera sensibile quella co
munione dei santi, che di tutti forma un
corpo solo. Quarto, per la società da lui stretta
con noi mette in comune tutte le sue ric
chezze e si fa solidario di tutte le nostre per
dite: per l'istituzione del sacramento d'amore
egli aggiunge al tesoro sociale il suo corpo,
il suo sangue, la sua anima, la sua persona
interamente ; e ci dà piena libertà di appro
105
fittarci a nostro piacere di questo divino ca
pitale. E quando si muove contro di noi il
nemico delle anime nostre, Gesù si considera
come assalito nelle nostre persone, ed impe
gnasi a sostenerci con tutta la sua onnipoten
za; ma quanto tale sicurezza si rende più
ferma e più sensibile, quanto più invincibili
noi nel combattimento, allorchè ci sentiamo
presente questo divino sostegno nell'intimo
del nostro essere, allorchè il suo Cuore tro
vasi a contatto col nostro cuore, allorchè egli
ci fa schermo del suo corpo, e compone del
suo sangue una bevanda capace d'infondere
nei più deboli agnelli la forza del leone !
Pertanto la Comunione eucaristica rannoda
e rafforza quanto mai tutti i vincoli che ci
mettono a parte in terra della vita di Gesù
Cristo; e al tempo stesso stringe anticipata
mente in noi il beato legame che dee metterci
a parte della sua gloria per tutta la eternità;
perchè in un certo senso Gesù Cristo vi si
dona interamente a' suoi fedeli in terra, come
si dona, a' suoi santi in cielo. Solo vi corre
la differenza che in terra la comunione viene
attorniata dalle oscurità della fede, mentre in
cielo vien accompagnata dalla chiarezza dei
divini splendori: ma se questa è vantaggiosa
dall'un lato ai beati, pel gaudio onde son
pieni, dall'altro non è meno ai fedeli quag
giù, pel merito onde si arricchiscono. L'Euca
106
ristia ci acquista ed accresce di qua oltre
misura le gioie che dobbiamo assaporare di
là; ed ogni nuova comunione in terra ci as
sicura un nuovo cielo, una nuova eternità, un
nuovo diritto ai tesori del Cuore di Gesù, una
nuova perfezione della beatitudine infinita di
Dio. La comunione della terra, verso quella
del cielo,può assomigliarsi al grano che si
semina, verso quello onde altri si nutre. Il
grano in pane si gusta più certamente che il
grano in germe; ma quale agricoltore sarà
che più stimi il grano messo a macinare, di
quello che affidato alla terra dee fruttificare
il centuplo ?

III. Quanto la Comunione eucaristica


sia soccorrevole alla nostra debolezza. –
Quanto sono preziosi i vantaggi che la comu
nione eucaristica ci apporta, altrettanto sono
facili le condizioni che impone alla nostra
miseria per approfittarci de' suoi tesori. Que
sto paradiso della terra, questo divino oggetto
dell'amore dei santi, questo pelago di ogni
bene sta presso noi, in ogni città, in ogni
villaggio, per poco in ogni angolo di via. Ric
chi e poveri, padroni e servi, anime sante ed
imperfette, sani ed infermi, tutti sono invitati
a questa sorgente, ad attingervi le acque della
vita. Gesù Cristo l'ha prodigiosamente mol
tiplicata, a fine di renderla col più leggiero
107
sforzo accessibile anche ai più fiacchi; anzi,
se alcuno non può accostarvisi, Gesù viene a
lui, la fonte divina si porta sulle sue labbra,
l'oceano di ogni bene discende spontaneo nel
suo petto. -

Nè solo una volta l'anno, ma ogni giorno


può il cristiano rinnovellare così la sua unione
col Figlio di Dio, partecipare alla sua incarna
zione, ricevere in sè la fonte medesima della
grazia, la fornace della divina carità, il pegno
della celeste beatitudine. Se noi siamo ciascun
dì assaliti da novelle tentazioni, ciascun dì
ancora possiamo rivestirci di forze novelle per
vincerle: se il leone infernale si aggira di
continuo intorno a noi per divorarci, anche il
leone di Giuda ci sta vicino e si accampa nel
nostro cuore per impedirne a quello l'entrata,
ed essendo tanto più forte di lui, ce ne fa
dispregiare i vani ruggiti, Fortior qui in vo
bis quam qui in mundo est. se abbiamo in
noi propensioni indegne che ci portano verso
il male, ed il corpo nostro, schiavo del pec
cato, aggrava l'anima colle sue concupiscenze
e la ritarda di elevarsi a Dio; anche un al
tro corpo, assai più puro che non è guasto il
nostro, assai più tendente verso il cielo che
non è attirato il nostro verso la terra, il corpo
dell'Uomo-Dio viene a comunicarci la sua
purezza, la sua virtù, le sue celesti inclina
zioni: se la nostra vita creata, la vita del
108
l'anima nostra tende sempre a scadere e ve
nir meno, anche un nutrimento divino è pronto
sempre a rinnovarne le forze. Ecco il pane di
Dio che dona vita al mondo, Panis Dei qui
dat vitam mundo (Jo., VI, 33); ecco il vino
che germina i vergini, Vinum germinans vir
gines (ZACH., IX, 17) e tutte le virtù; ecco
il cibo e la bevanda che ristora il pellegrino
oppresso dalla stanchezza e lo pone in grado,
come già Elia, di attraversare il deserto e
giungere fino al santo monte di Dio.
O Gesù, siate pur sempre benedetto per
questo nuovo miracolo della vostra potenza,
per questa prodigiosa invenzione della vostra
sapienza, per questo pegno inestimabile del
vostro amore; gli angeli del cielo si uniscano
a noi per ringraziarvi della ineffabile pietà
con che sovvenite alle infermità dei poveri fi
gliuoli di Adamo ! L'Eucaristia fa scomparire
in tal qual modo l'ineguaglianza fra la con
dizion nostra e quella dei beati spiriti, e mette
noi in istato di assidersi con loro alla stessa
mensa, di prendervi lo stesso cibo, di attin
gere alla stessa fonte la vita; e se non toglie
anche via le miserie e i dolori che distinguono
la terrena vita dalla celeste, cambia con lu
cro migliore le miserie in ricchezze, ed ai do
lori conferisce virtù di meritare nel tempo i
godimenti dell'eternità.
Eccomi dunque, o Gesù, ben ricco nella
109
mia povertà, ben forte nella mia debolezza, e
finchè mi avrò vicino un altare ed un ciborio,
non mi potrà mancare mai nulla; sappia io
solamente apprezzare conforme il merito questi
divini tesori; sappia io ricavarne un rispon
dente vantaggio ! In essi sta il vostro Cuore
o Gesù, il vostro Cuore coll'infinità de' suoi
meriti, cogli ardori divampanti dell'amor suo;
sappia io venire a riscaldarmi alle fiamme di
questa celeste fornace, quante volte mi sen
tirò agghiacciare dal freddo della terra; sap
pia io imbevermi ogni dì più degli splendori
di questo divin sole, rivestirmi dei vostri me
riti e delle vostre virtù, ricolmarmi della pie
nezza di Dio ! Ut impleamini in omnem ple
nitudinem Dei (EPH., III, 19).

-------------------------
SNIA NVINA
Dell' Esercizio della nostra Unione
col Cuore di Gesù
•----------

MEDITAZI0NE I,

Come tutta la perfezion nostra


consiste nello scambio delle nostre miserie
colle ricchezze del Cuore di Gesù

Dilectus meus mihi et ego illi:


A me il diletto mio e io a lui (CANT.,
II, 16).

I. 0gni cristiano è invitato a questo


scambio. – O admirabile commercium / so
no parole della Chiesa per esprimere il dise
gno di misericordia e d'amore onde si con
dusse in terra il Verbo di Dio. E veramente
egli venne a fare con noi un commercio ben
meraviglioso, discendendo dai cieli fino al
fango della terra; prendendosi le nostre mi
serie, per offerici i suoi tesori ; facendosi fi
glio dell'uomo, per fare gli uomini figli di
Dio; dando a noi tutto sè, per aver noi tutti
suoi; cominciando a viver nel tempo della
111
nostra penosa e miserabile vita, per fare noi
vivere della vita sua beata e gloriosa nella
eternità.
Ma se questo commercio fu l'unico suo
intendimento venendo di cielo in terra, i no
stri doveri tutti a suo riguardo si riducono a
fare in modo di rendere un tale commercio a
noi più proficuo, a lui più glorioso. Dobbiamo
quindi porre tutta la santità,perfezione e me
rito nostro nel rivestirci di Gesù Cristo, In
duimini Dominum Jesum Christum (RoM.,
XIII, 14); nel cangiare i nostri pensieri ed
affetti co' suoi; Sentite in vobis quod et in
Christo Jesu (PHIL., II, 4); nel cessare di
vivere in noi per cominciare a vivere di lui,
Vivo ego, iam non ego, vivit vero in me
Christus (GAL., II, 20). Qui sta la santità
cristiana e la perfezione vivente, che tanto si
diversifica dalla puramente umana e filosofica,
quanto la morte dalla vita, l'apparenza dalla
realtà. La perfezione a noi propria non è in
cisa in tavole di marmo nè impressa nei fo
gli di un volume, ma vive in un Cuore che
è tutto insieme Cuore di un Dio e Cuore di
un Uomo, sempre in opera di unire a sè quelli
degli uomini, loro comunicando la perfezione
divina ond'esso è ripieno, ed il potere di farsi
veramente santi, come si addice a veri figliuoli
di Dio, Dedit eis potestatem filios Dei fieri
(J0, I, 12).
112
Qual uomo pertanto sarà così nemico di
sè che rifiuti lo scambio sì evidentemente
vantaggioso, offertogli dal misericordioso suo
Dio, e indugi a dare le miserie del povero
suo cuore per ricevere i tesori del Cuore di
Gesù? Ma se altri, come purtroppo avviene,
è così stolto, ah non sieno tali almeno quelli
che professano a questo Cuore un culto sin
cero di gratitudine e d'amore; ma sia invece
unica loro brama di conoscere le condizioni
di questo ammirabile commercio, per eseguirle
quanto meglio potranno !
Sì, buon Signore, così desidero io, e voi
istruitemi di ciò che debbo fare per ispogliar
mi di me e rivestirmi di voi; aiutandomi so
pratutto ad afferrare d'un solo sguardo i di
versi titoli che fanno mio il Cuor vostro, e
mi obbligano a fare in ricambio che vostro
sia pienamente il cuor mio !

II. Il Cuore di Gesù ci appartiene con


tutte le sue ricchezze. – È dunque vero che
io posseggo a diritto il Cuore di Gesù e posso
rivendicare per mio il tesoro in cui si rac
chiudono tutte le ricchezze del cielo? Sì, ani
ma mia, e tu non puoi dubitarne senza du
bitare della stessa veracità del tuo Creatore,
che afferma pel suo profeta: Un pargolo ci
è nato, un figliuolo ci è donato, Parvulus
natus est nobis et filius datus est nobis (Is.,
113
IX, 6): e questo figliuolo è il Figliuolo di
Dio, datoci con solenne atto di donazione,
stipulato dal Padre, dal Verbo e dallo Spirito
Santo, segnato autenticamente da un profeta,
sigillato da una serie di strepitosi miracoli ;
e ci vorrà di più per accertarci che questo
Figlio ci appartiene di legittima proprietà?
Se poi desideriamo che lo stesso Figlio
ratifichi di propria bocca la donazione, ecco
le sue parole : Tanto Iddio amò il mondo,
che diede l' Unigenito suo Figliuolo, Sic Deus
dilexit mundum, ut Filium suum Unigeni
tum daret (Jo., III, 16): E' la ratifica in modo
da spendere l'intera sua vita nell'eseguirla ;
a noi donandosi non solo come fratello, ma
come compagno ancora del nostro pellegri
naggio, ma come nostra vittima e nostro ali
mento, per donarsi poi come fonte della no
stra eterna beatitudine: Se nascens dedit so
cium, Convescens in edulium, Se moriens in
pretium, Se regnans dat in praemium. Tutti
novelli titoli che ci assicurano il possesso del
Cuore di Gesù.
Imperciocchè può darsi cosa che più mi
appartenga della vittima cui mi è concesso
d'imolare a riconoscimento del dominio so
vrano di Dio, a soddisfazione della sua giu
stizia, a salute di me medesimo? Cosìfacciam
noi ogni giorno, o Salvatore divino, rinno
vando misticamente il cruento sacrificio della
L' Apostolato del Cuor di Gesù S
114
croce, nel quale voi consumaste la vostra do
nazione, fornendoci col morirvi l'argomento su
premo del vost o amore per noi! Maiorem
hac caritatem nemo habet, ut animam suam
ponat quis pro amicis suis(I0,XV, 13). Que
sto sacrificio, da voi accettato con piena li
bertà, fu lo scopo della venuta vostra in terra,
per sostituirvi alle antiche vittime, troppo
inette a placare la giustizia del vostro divin
Padre; Holocaustum et oblationem noluisti,
tunc dixi: Ecce venio (HEB., X, 5). Obla
tus est quia ipse voluit (Is., LIII, 7)! Quan
do a noi vi deste, fu poco per voi il racchiu
dere nel dono i vostri pensieri, i vostri af
fetti, le vostre opere, i vostri travagli, la vo
stra potenza, la vostra ricchezza; ma come
avea già detto il vostro Spirito: Ancorchè
l'uomo dia per amore tutto il suo, non l'a
vrà in conto di nulla (1), il vostro Cuore non
potè esser pago che quando ebbe dato la vita e il
sangue, fino all'ultima stilla, che seguì la fe
rita del soldato romano, stromento inconsape
vole della vostra carità ! E dopo tanto resterà
dubbio, se il vostro dono sia intero e il no
stro diritto incontrastabile ?
Ma non ho detto bene, o Dio mio, affer
mando che il vostro amore fu pago col pieno

(1) Et si dederit homo omnem substantiam domus suae


pro dilectione, quasi nihil despiciet eam (CANT, VIII, 7).
115
sacrificio di voi medesimo; un amore umano
avrebbe potuto credere di avere passato ogni
confine, il vostro no, perchè è divino, e aspira
nientemeno che alla perfetta unione con noi.
Quindi non potevate contentarvi di un dono,
che tutto immolandovi a nostro bene, vi la
sciasse poi fuori di ciascuno di noi; e allora
il vostro amore vi suggerì la istituzione del
mistero augusto, nel quale voi siete non pure
nostra vittima, ma nostro cibo ancora; del
sacrificio che rinnova ogni dì la immolazione
dell'Agnello immacolato, invitando il popolo
tutto a cibarne le carni, senza togliere però
alla vittima il potersi immolare e donar tut
tavia: Immaculatum Agnum quotidie in al
tari sacrifico, cuius corpus, postea quam
omnis populus credentium manducaverit eiu
sque sanguinem biberit, Agnus qui sacrifi
catus est integer perseverat et vivus (ACT.
MARTYRII S. ANDREAE). Ed ora che posso io
domandare di più? Se mia è la vittima che
immolo, quanto più sarà, quando ella si fa
mio cibo e nutrimento della mia sostanza e
si confonde in certa guisa col mio essere ?
Questo cibo è il vostro Cuore, o Gesù, è la
vostra sostanza tutta quanta, di cui posso
nutrirmi ogni giorno; è il mio pane sopra
sostanziale, cui ben posso dir mio, e per cui
posso dire che lo stesso amore di un Dio ha
tocco il limite ultimo del donar se medesimo.
116
Eppure non ho detto bene ancora. Qual
che cosa ritrovasi ancor di più mio che l'a
limento onde in me si sostenta la vita, ed è
la stessa vita colla sua sorgente, il cuore. Non
si dà niente al mondo che sia più mio di
questi. Ma oltre- la vita naturale ed umana,
io, come cristiano, vivo per grazia una vita
soprannaturale e divina , molto più mia;
poichè quella mi può venir tolta ogni mo
mento, per quanto io mi adoperi a conser
varla; questa, se io non voglio, non mi potrà
venir tolta giammai. Ora, principio di questa
vita divina in me, o Gesù, è il vostro Cuore:
dunque come tale vita divina è mia verissi
mamente, anche il vostro Cuore è mio del
pari; ben più mio che questo di carne, che
mi sarà dalla morte rapito, mentre il vostro
non mi può essere contro mia voglia rapito
giammai. Anzi sta in me il rendere questo
mio prezioso possesso ognora più compiuto,
col donare cioè me stesso a voi, mio Dio, co
me voi vi donate a me, e col rammentarmi
ch'io appartengo a voi, come voi appartenete
a me. O Gesù, concedetemi grazia di bene
intendere questo vostro secondo insegnamento!

III. Il nostro cuore appartiene a Gesù.


– I miei titoli alla possessione del Cuor di
Gesù sono incontrastabili, e non ho a temere
che il Salvatore divino sia per richiamarne
117
in dubbio il valore: ma quanto più certi, va
lidi, necessari sono i titoli di Gesù alla pos
sessione del mio cuore ! Il Cuore di Gesù mi
appartiene perchè egli ha voluto; il mio ap
partiene a Gesù per diritto di natura, diritto
che io posso violare, ma non distruggere; e
Dio stesso che potea' non crearmi, e non man
dare il suo Figliuolo, non potea poi, crean
domi, sottrarmi al dominio di quest'Uomo-Dio.
Perocchè questi è il Verbo incarnato, pel
quale furono fatte tutte le cose: laonde io gli
appartengo per quel diritto assoluto, illimi
tato, inalienabile del Creatore verso la crea
tura cavata dal niente. Tutte le cose, dice san
Paolo, furono create in Gesù Cristo, in cielo
e in terra; le visibili e le invisibili, tutte fu
rono create per lui e a riguardo di lui; ed
egli è avanti tutte, e tutte sussistono in lui;
In ipso condita sunt universa, in coelis et
in terra, visibilia et invisibilia. omnia per
ipsum et in ipso creata sunt, et ipse est ante
omnes, et omnia in ipso constant (CoL., I,
16, 17). Forsechè umanandosi dispogliossi di
questi diritti inerenti essenzialmente alla sua
divina Persona ? Anzi non è manifesto invece
ch'egli ha comunicato tutti questi diritti alla
natura che assunse ? Perciò quando Iddio Pa
dre solennemente lo introdusse nel mondo,
ordinò a' suoi angeli di adorarlo: Cum intro
ducit Primogenitum in orbem terrae, dicit:
Et adorent eum omnes angeli eius (HEB., I, 6).
118
Quanto poi maggiormente ciò dovranno
gli uomini che appartengono a Gesù anche
come a Redentore, in quel modo che il pri
gioniero appartiene a chi lo ha salvo da morte
e ricompro da schiavitù? Tutti noi eravamo
prigioni della divina Giustizia e schiavi del
demonio; venne Gesù Cristo, vinse il demo
nio, soddisfece la divina Giustizia, e dando
per riscatto il suo Sangue cancellò la sentenza
di nostra condanna, affiggendola alla croce. E
dopo ciò, chi oserà contrastargli il dominio
più assoluto sopra la vita da lui acquistataci
a sì alto prezzo, strappandola da eterna morte?
Noi gli apparteniamo inoltre come figli
al padre da cui hanno ricevuta la vita. In
fatti non è egli nostro Padre secondo lo spi
rito, più assai di quello che chiamiamo qui
padre secondo la carne ? Questi non fu prin
cipio, ma solo canale della vita nostra, e quando
ce la diede, non era se non istrumento del vero
Padre che è nei cieli; laddove Gesù Cristo
ci diede per virtù, propria la vita divina che
a lui appartiene per natura; ci ha conosciuti
quando non eravamo ancora; ci ha scelti li
beramente dalla massa di corruzione della
quale formavamo parte per conferirci la sua
grazia; dal seno della madre ci chiamò a
nome, e rese figliuoli di Dio prima che po
tessimo conoscer lui, e noi stessi: e qual è
quel padre a cui tanto costasse il dare ad un
119
figlio la vita del tempo, quanto costò a Gesù
il dare a noi la vita dell'eternità ?
Noi gli apparteniamo infine come i mem
bri appartengono al capo da cui ricevono mo
vimento, e a cui non potrebbono resistere,
perchè ogni forza loro viene da lui. Ma l'uo
mo sventuratamente ha questa forza di op
porsi a colui donde gli viene ogni forza, e
pur troppo spesso ne abusa, servendosi delle
sue naturali facoltà per combattere contro il
principio della sua vita sopranaturale, e men
tre il Cuore di Gesù fa continui sforzi per
sollevarlo in alto, egli tende assiduo a calare
e sprofondarsi.
E vorrà esser così di noi ? Lotteremo noi
così contro il nostro divin Capo? No, mio
Signore, non mai ! Voi siete nostro Padrone,
nostro Padre, nostro Benefattore, sorgente
della nostra vita, principio della nostra forza,
arbitro del nostro avvenire: noi vi apparte
niamo senza riserva; tutto quanto abbiamo,
quanto siamo, gli organi del nostro corpo, le
facoltà dell'anima nostra, tutto è vostro per
ogni maniera di titoli. Voi ce lo avete dato
in origine, e dopo essercene spogliati noi per
colpa nostra, voi ce lo avete restituito: cento
volte ve ne abbiamo fatta l'offerta, e se a
vemmo la disgrazia di disdirla colla nostra
condotta, ora la rinnoviamo più che mai li
beramente, espressamente, irrevocabilmente.
vogliam più in alcun modo appartenere
a noi, perchè sappiamo che nel ripigliarci non
potremmo se non perderci: noi siamo vostri, o
Gesù, vostri interamente e per sempre. Pren
deteci, custoditeci, disponete di noi conforme
il vostro buon piacere; fateci cessare di vi
vere in noi per vivere unicamente in voi, nè
permettete che alcun potere al mondo da voi
ci disgiunga, e quando mai noi tentassimo di
farlo, deh voi, buon Signore, difendeteci dalla
nostra propria follia !

MEDITAZIONE II.

Come ci dobbiamo appropriare i sentimenti di Gesù


e sacrificare a lui
le nostre disordinate inclinazioni
Primo scambio fra il suo Cuore ed il nostro

Hoc sentite in vobis quod et in


Christo Jesu: Sia uno stesso sen
tire il vostro con Gesù Cristo (PHIL.,
II, 5),

Voi me lo avete fatto capire, o Gesù, e


non posso più in conto alcuno dubitare della
verità consolante che il vostro Cuore appar
tiene a me, il mio a voi, sicchè posso ripetere
il detto dei Cantici: Dilectus meus mihi et
ego illi, il mio Diletto è mio, e io son suo.
121
E dopo ciò, che rimane a fare fuorchè de
durne la pratica conclusione da voi medesimo
accennata nelle parole: Tenetevi in me, ed
io in voi, Manete in me, et ego in vobis(Jo.,
XV, 4)? Deh quanto grandi cose si compren
dono in sì breve detto, o Dio mio! Esso vale:
Poichè l'esser mio vi appartiene tutto intero,
prendetene possesso, e sforzatevi di appro
priarvene tutte le ricchezze: sia il Cuor mio
vostra dimora, vostra eredità, vostro tesoro:
ma badate bene, voi non potrete dimorare nel
mio Cuore, se non in quanto permetterete a
me di dimorare nel vostro; nè io posso dar
mi a voi senza riserva, se non in quanto voi
non vi riterrete niente nella donazione di --

voi stessi a me.


Intendo, mio buon Salvatore, intendo; e
come potrei rifiutarmi alla dolce obbligazione
di scambiare le mie miserie coi beni vostri
infiniti ? A questo scambio adunque sarà ora
mai dedicata la mia vita intera, e rivolte le
mie cure a ben conoscerne le gloriose condi
zioni.
La vostra vita, o divino Signore, contiene
tre parti; la mortale e travagliosa in terra;
la gloriosa ed immortale in cielo; la nascosta
e come annientata in sacramento. In questi
stati, che sóno come le tre porzioni della mia
eredità, voi mi appartenete ugualmente, ed in
ciascuno mi offerite i più preziosi tesori in
iscambio delle mie miserie.
122
Io amo anzi tutto di contemplarvi nel
primo. Qui voi vi rendeste in tutto a me so
migliante, tranne il peccato, accumulando per
me un triplice tesoro di sentimenti divini, di
operazioni divine, di patimenti divini, che
voi ponete a mia disposizione, purchè io voglia
offerire a voi i sentimenti, le operazioni e
i patimenti onde si compone la mia vita. Sì,
Dio mio, lo voglio, perchè mi torna infinita
mente più proficuo il vivere divinamente con
voi che il continuare una vita terrena e mi
serabile da me.

I. Necessità che abbiamo di far nostri


i sentimenti del Cuore di Gesù. – Se io
voglio unirmi al vostro Cuore, bisogna prin
cipalmente, o Dio mio, che faccia miei i suoi
sentimenti e li prenda per regola di quelli
del mio cuore : giacchè come potrei io esservi
amico senza partecipare a tutte le vostre af
fezioni e ripugnanze, senza stimare ciò che
voi stimate, dispregiare ciò che voi dispre
giate ? Il modo di sentire è principio del
modo di operare, e le opere sono esterna
manifestazione dell'interno sentire; e la vo
stra vita, o buon Signore, fu sì divina, e
le vostre azioni sì ammirabili, appunto per
chè i vostri sentimenti erano tutti divini, ed
il vostro Cuore fino dal primissimo istante del
suo essere chiudeva in sè tutta la perfezione
123
delle virtù. Io posso dunque farmi a voi so-
migliante solo a patto di studiare il vostro
Cuore per farne un modello del mio.
Questo, o Signore, è l'inestimabile privi
legio posseduto da me in comune con tutti
gli altri cristiani miei fratelli, e di cui va
privo il rimanente degli uomini: ci basta mi
rare il Cuor vostro per conoscere la perfezione
che voi esigete da noi, i sentimenti che dob
biamo nutrire, le virtù che dobbiamo prati
care. Il popolo d'Israele poteva imparare la
legge di Dio scritta su tavole di pietra, e
questo era per lui un gran bene che mette
valo al di sopra di tutti gli altri popoli: Non
fecit taliter omni nationi, et iudicia sua non
manifestavit eis (Ps. CXLVII, 20): ma Iddio
teneva in serbo al novello Israele un bene
ancora più grande, scrivendo per noi la sua
legge sulle tavole viventi di un Cuor di carne
simile al nostro, ma del nostro più perfetto
infinitamente: Epistola estis Christi, scripta
non atramento sed spiritu Dei vivi ; non in
tabulis lapideis, sed in tabulis cordis car
nalibus (II CoR., III, 3). Il perchè ci basta
contemplar questo Cuore, ed una sola occhiata
su d'esso val meglio di tutti i libri ad istru
irci, e l'amabilità sua infinita ci rende facile
a praticare la perfezione che ci predica.
Tale sarà dunque in avvenire il mio stu
dio, ed il Cuor vostro, o Gesù, sarà mio prin
124 -

cipale maestro. Ascolterò sì docilmente quelli


che hanno da voi l'ufficio d'insegnarmi la
vostra legge; leggerò con attenzione i libri
scritti da uomini rischiarati dalla vostra luce;
ma ciò che io cercherò dai dottori sarà
d'aiutarmi a meglio conoscer voi; e tale co
noscenza, o mio Signore, domanderò io al Cuor
vostro sopratutto, perchè nessuno meglio di
esso me la può dare, e non puo negarmi
tal dono, chi già mi ha fatto intero dono di
sè. A ciascun istante del mio vivere , a
ciascun oggetto che mi circonda, a ciascun
evento prospero o avverso che m'incolga, mi
sovverrò che a ben giudicare, e quindi a ben
operare, bisogna che mi conformi alla maniera
di giudicare e di sentire propria di questo
Cuore. E voi, mio Dio, non mi negherete la
grazia di darmela a conoscere; essendo ciò
necessario alla mia santificazione, da voi sì
ardentemente bramata. Non mi avete forse
mandato il vostro Spirito appunto perchè pro
duca nel mio cuore i sentimenti ond' egli
anima il vostro ? Se anche fra gli uomini una
affezione puramente naturale produce talvolta
un medesimo sentire così perfetto, quanto più
ciò dovrà essere tra voi e i vostri membri,
quando il divino Spirito, principio dei senti
menti del nostro Cuore, veramente ritrovasi
presente nei loro ?
125
II. Quali sieno i sentimenti del Cuore
di Gesù. – Ma se io desidero di potere a
ciascun passo della vita conformare così i miei
sentimenti ai vostri, conviene primieramente,
o buon Signore, che io mi formi un ben
giusto concetto di questi, e discerna chia
ramente quella che voi mi permetterete chia
mare vostra indole. Non l'avete forse an
cor voi questa indole ? E nel vostro Cuore non
si danno certe linee salienti, donde spicca e
si porge nettamente a conoscere il vostro a
spetto morale? Certo che sì; e basta leggere
il santo Vangelo per vedervele condotte di
vostra mano medesima, e quando a chi vi
chiedeva qual fosse il maggior precetto della
legge rispondeste: Ama il Signore Dio tuo
con tutto il cuore, con tutta l'anima, con
tutta la mente tua. Ama il prossimo tuo
come te stesso: Diliges Dominum Deum tuum
ex toto corde tuo, et in tota anima tua, et
in tota mente tua. Diliges proximum tuum
sicut teipsum (MAT., XXII, 37, 39): e quando
diceste ai discepoli: Chi vuol venir dietro a
me rinunci a se stesso, prenda la sua croce
e mi segua : Si quis vult venire post me, ab
neget semetipsum, et tollat crucem suam, et
sequatur me (MAT., XVI, 24). Amore dunque
e rinunciamento sono i due precipui elementi
della perfezione che voi m'insegnate; le due
grandi lezioni che dà il vostro Cuore al mio;
126
le due linee salienti del vostro divino aspetto;
i due sentimenti che io debbo fare miei pro
pri, se voglio rassomigliare a voi.
Prima di tutto bisogna ch'io ami: que
sto è vostro precetto e segno distintivo dei
vostri discepoli. Quanto è dolce questa legge,
o Dio mio, e con quanto trasporto il mio
cuore l'accetta ! L'amare è suo bisogno som
mo, la sua unica brama, l'alimento, la vita:
esso non sa far altro che questo; le sue spe
ranze e i suoi timori, le sue allegrezze e i
suoi affanni, i suoi desideri e i suoi ramma
richi, tutti i suoi moti insomma, non sono che
forme differenti del suo amore; e l'odio suo
stesso non è se non l'amore in lotta cogli
ostacoli opposti all'union sua coll' oggetto a
mato, o tendenti a distruggerlo. Non basta
solo a dimostrarvi per nostro Creatore l'averci
messo per condizione suprema della perfezion
nostra quel medesimo che è suprema necessità
della nostra natura ?
Dunque voi non volete, o Signore, che io
reprima le tendenze del mio cuore, che le re
stringa, che le abbassi. A crederne i vostri
nemici, questo sarebbe l'effetto necessario
della vostra morale; ma per convincerli di
menzogna basta mostrare ad essi il vostro
Cuore. Qual cuore fu mai più ampio, più ge
neroso, più nobile, più magnanimo, più affet
tuoso, più divinamente eroico ? Or questo è
127
mio esemplare, mia legge vivente, unica mia
obbligazione l'assomigliargli. Lungi adunque
da me il restringere il mio cuore, che anzi
non saprò mai troppo allargare, elevare, e dar
pieno sfogo a tutte le sue nobili aspirazioni.
Sursum corda, in alto i cuori / ci fa dire la
Chiesa ogni giorno; e il vostro Cuore, o Dio
mio, con- quanto maggiore assiduità ed effica
cia ci ripete la medesima esortazione !
O pensiero oltre ogni dir consolante ! non
vi è pur uno dei naturali affetti del mio cuore
ch' io non iscorga perfetto appieno nel vo
stro: non posso dire che voi abbiate tutte le
mie passioni, se intendessi gli sregolati moti
sensibili che prevengono o contrariano quelli
della ragione ; il vostro Cuore n'è del tutto
esente : ma se in senso non meno vero inten
dansi quei moti spontanei onde l'anima si
porta verso quanto vi ha di buono, di vero,
di bello, di piacevole, di ricco, di glorioso, di
grande, di beato, allora, o Gesù, avete anche
voi tutte le mie passioni, che nel vostro Cuore
ebbero ed hanno tuttavia una veemenza in
comparabile; e ne assaporaste dal primo i
stante del vostro essere il pieno soddisfaci
mento, abbracciando con ineffabili trasporti la
verità infinita, la beltà infinita, le stesse de
lizie di Dio, le sue ricchezze, le sue glorie,
le sue magnificenze.
Quando egli però mi si offre a modello,
128
tutt'altro che spegnere in me queste brame,
mi obbliga invece a spiegarle in tutta la loro
vigoria, solo a patto di volgerle verso il loro
verace oggetto, e distoglierle dal contrario.
Non dice già egli: Rinunciate alla verità, alla
bellezza, alla gloria, alle dovizie, alla gran
dezza; ma invece, cercate la verità infinita,
la sovrana bellezza, i puri e durevoli godi
menti, la gloria che non si oscura, le ric
chezze che non si consumano, la grandezza
che non crolla; e per mettere in sicuro il
possesso di beni così grandi, rinunciate alla
menzogna, alla fallace bellezza, agli anima
leschi piaceri, alla gloria che svanisce, alle
ricchezze che si rubano, alla grandezza che
si abbatte dalla morte: per acquistar l'infi
nito, rinunciate al niente.

III. Come si debba intendere il rimun


ciare alle nostre inclinazioni per rivestirci
dei sentimenti di Gesù Cristo. – Tal è, o
Gesù, il senso del precetto della propria ri
nuncia, sì calunniato dai vostri nemici, e pur
troppo sì mal compreso da non pochi dei vo
stri amici. Ma i discepoli almeno del vostro
Cuore dovrebbono averne una più giusta in
telligenza; bastando mirarlo alla luce che
sgorga da questo Cuore divino, per intendere
come la rinuncia di sè, tanto raccomandata
da voi ai vostri discepoli, è il più glorioso e
129
soave dovere. Qual cosa infatti più gloriosa
del sottrarmi alla tirannia dei malvagi appe
titi, dell'acquistare pieno dominio sopra le
mie inclinazioni, e signore di me non operare
se non a norma di ragione illuminata dalla
fede? Ora questa libertà sì preziosa, la sola
vera, la sola che non mi può essertolta dagli
uomini, mi vien data e posta in sicuro dalla
rinuncia di me. Qual cosa più gloriosa del
vivere divinamente, e messo a tacere ogni
terreno e carnal sentimento, dar libero corso
alle più nobili tendenze di mia natura, ai ce
lesti istinti del mio cuore? Ora questa gra
duale distruzione dell'uomo animalesco, per
far crescere in me l'uomo spirituale, è tutta
opera di cosiffatta rinuncia. Qual cosa infine
più gloriosa dell'assomigliarmi a voi, o Mo
dello mio divino, cessando, all'esempio vostro,
di vivere, volere, operare per me e da me, a
fin di vivere, volere, operare unicamente per
Iddio e da Dio, per un consorzio ognora più
intimo, che tutto mi venga in lui trasforman
do? Io non potrò mai giungere all'annienta
mento della mia umana personalità, pel quale
la Umanità vostra santissima fece proprie
tutte le glorie della Divinità; non sarò mai
come voi Uomo Dio; ma per la rinuncia di
me io potrò sempre più avvicinarmivi, e quindi
sempre più rendermi uomo divino.
Tali meraviglie produce la rinuncia di sè,
L' Apostolato del Cuor di Gesù 9
130
che sola mi ridona l'animo a perfetta sanità,
spogliandolo delle malvage inclinazioni, vere
malattie assai più turpi, dolorose e funeste di
quelle del corpo; sola mi mantiene ordine e pace
nel cuore, distruggendovi le brame irrequiete,
le paure più irrequiete ancora, le ripugnanze,
i risentimenti, i rimorsi che lo agitano di con
tinuo e sconvolgono con turbini sì procellosi.
E se ciò è vero, come negare, riuscire la ri
nuncia di sè il più soave dei doveri, e come
temerne tuttavia in quel modo che io ne ho
temuto sin qui ?
Perdonatemi, o Dio mio, timori sì vili ed
irragionevoli; io non sapeva intendere tanto
glorioso e soave dovere, perchè non l'avea stu
diato alla scuola del vostro Cuore: ma ora
con darmelo voi a conoscere sotto il suo vero
aspetto, me lo rendeste anche in gran ma
niera desiderabile. Siate benedetto, o Signor
mio, per una lezione a me sì profittevole: e
giacchè una paura vana fino al presente mi
ritardò nel cammino della santità; tolta que
sta, il mio corrervi non avrà più ritegno. Ma
qui mi fa d'uopo una grazia ben grande;
mentre io non posso celare a me stesso come
tale dovere, di cui ora voi mi fate ap
prendere la bellezza incomparabile , mi si
parerà poi davanti in tutt'altre sembianze,
quando mi converrà praticarlo sopportando
eventi al mio naturale contrari. Voi allora
sostenetemi col vostro aiuto; allora riducetemi
alla mente ciò che testè m'insegnaste; allora
mostratemi il Cuor vostro, sommesso ai me
desimi travagli, con dar loro la divina virtù
che renda me ancora divino; allora infonde
temi coraggio di morire a me stesso per non
vivere più che in voi.

MEDITAZIONE III.

Come ci dobbiamo appropriare le azioni


di Gesù Cristo e far lui operare in noi
Secondo scambio fra il suo Cuore ed il nostro

Sicut accepistis Iesum Christum


Dominum, in ipso ambulate: Co
me riceveste Gesù Cristo per Si
gnore,in lui camminate (CoL., II, 6).

I. Le azioni di Gesù Cristo sono di e


semplare perfezione. – I sentimenti del vo
stro Cuore, o Gesù, non si manifestarono a
sole parole, ma prima di aprir bocca, voi co
minciaste ad ammaestrarci colle opere; e
maestro ben più pratico di quei vantati filo
sofi che smentivano malamente coi fatti la
loro dottrina, non ci raccomandaste virtù cui
Voi non aveste esercitata innanzi con perfe
zione senza confronto. Prova ne sta il vostro
santo Vangelo; tessuto ammirabile delle virtù
132
più eroiche, insieme unite con armonia tanto
perfetta, che quando pure voi non aveste ope
rato verun prodigio, bastano solo esse a dimo
strarvi per vero Dio. Prima e dopo della vo
stra venuta, vissero sulla terra parecchi uo
mini che detti furono grandi ; ma quale di
costoro può a voi paragonarsi ? Il maggior
numero dovettero quella qualunque grandezza,
più che al merito proprio, al favore di circo
stanze esterne, se pure non anche oscurarono
qualche loro splendida qualità con vizi dalla
ragione medesima riprovati: laddove voi, o Mo
dello divino di ogni perfezione, la vostra gran
dezza tenete da voi tutta quanta, nè si dà
virtù praticata dai sapienti ed eroi della terra,
cui voi non abbiate arrecata ad un grado di
perfezione oltre ogni intendere superiore, dan
do di più l'esempio di molte altre assoluta
mente sconosciute a chi non le apprese dalla
vostra scuola; e tutte fra di loro intrecciate
con sì divino, accordo da mostrare compiuto
nella vostra vita il tipo ideale di ogni moral
perfezione. Gli altri non conobbero nè pratica
rono se non terrene virtù, con intendimenti
ristretti all'angusta cerchia del tempo; e co
me nei loro simili non vedevano che l'uomo,
così il loro spendersi a pro di altrui esser non
potè che umano; ma voi, mio Gesù, voi c'in
segnaste a vedere e amar Dio nei nostri fra
telli, voi a conquistare nel tempo la eternità,
voi a praticar sulla terra celesti e divine virtù.
133
In tutto il resto, Dio mio, la realtà delle
cose rimane sempre di lunga mano al di sotto
del concetto dalla mente: sieno pure quanto
si voglia stupende le bellezze della natura,
sublimi le imprese coronate dell'arte; potrà
però sempre il pensiero andarne più oltre,
imaginando maggiore finitezza nelle parti,
maggiore armonia nel tutto, un grado di per
fezion che più salga ; ma quanto alla morale
bellezza, torna impossibile all'ingegno più
poderoso il concepirne una o nell'insieme più
perfetta, o nelle parti più ammirabile della
contenuta nel vostro Evangelo. No, si sforzino
pure a piacer loro gli uomini, non sapranno
mai figurarsene nè sapienza più grande, nè
più amabile semplicità, nè coraggio più intre
pido, nè più allettevole dolcezza, nè disinte
resse più assoluto, nè divozione più generosa,
nè più nobile indipendenza dalle umane gran
dezze, nè soggezione più umile alle legittime
autorità, nè odio più vigoroso contro il pec
cato, nè misericordia più tenera verso i pec
catori, nè più viva gratitudine ai benefici, nè
indulgenza più mite alle ingiurie; in una pa
rola, nè più amor di Dio, nè più amor degli
uomini.
Oh sì, mio Dio, questo è per me il mi
racolo dei miracoli, questo il più divino sug
gello dell'opera vostra divina; un modello di
perfezione così semplice che lo spirito più li
-
mitato lo segue, così sublime che le anime
più grandi nol possono arrivare, così vario
nelle parti e bene accordato nel tutto, acces
sibile ad ogni età, che si abbassa fino al no
stro fondo e noi solleva fino alle sue altezze,
fornendo a ciascuno di noi, non per via di
precetti astratti, ma di opere sensibili e quanto
mai attraenti, la regola sicura e facile di vi
vere ed operare divinamente !

II. Le azioni di Gesù Cristo sono pro


prietà di ciascun cristiano. — Ma le opere
vostre, o Signore, oltre l'essere mia regola,
sono anche mia proprietà; dappoichè voi siete
mio Capo, io uno dei vostri membri, e le
opere del capo appartengono al corpo intero.
Non per voi dunque viveste trenta e più anni
sulla terra, nè tante meraviglie vi operaste
per voi; chè niente vi abbisognava quaggiù;
ma operaste qual Capo di quel corpo mistico,
la cui esistenza dee continuarsi fino al ter
minare dei secoli, compiendovi per primo l'im
presa a noi comune con voi, e poi dalla Chiesa
ognora continuata, conforme il detto da voi
agli apostoli: Come mandò me il Padre, an
ch' io mando voi, sicut misit me Pater, et
ego mitto vos (Jo., XX, 21). Il Vangelo per
tanto racconta il cominciamento di questa
vita, ma non ne dice la fine; e quel medesi
mo Spirito, che ai primi scrittori lo dettò, è
135
tuttavia in opera di scrivere nelle anime la
continuazione di questa meravigliosa istoria,
che avrà l'ultima sua pagina il giorno estre
mo del mondo. In essa, o divin Salvatore,
ciascuno dei vostri membri ha la parte sua
propria; ma come noi tutti formiamo con voi
un sol corpo, così ciascuno deve riguardare
per sua la storia intera: così il soldato ri
guarda il racconto di una spedizione a cui
partecipò ; così il rampollo di nobile prosa
pia considera i fasti degli avi da cui discende.
Ebbene, o divino mio Capo, io sono congiunto
a voi più intieramente che il soldato al suo
generale, che il nepote di eroi agli illustri
suoi antenati, dei quali dicesi figuratamente
scorrere il sangue nei posteri; poichè io debbo
affermare a rigor di parola, che son nutrito
del vostro Corpo, abbeverato del vostro San
gue, animato del vostro Spirito. Dunque a
quanto più gran ragione debbo anche appro
priarmi le azioni divine narrate nel vostro
Evangelo, e più vivo sentirmi palpitare il
cuore nel petto per nobile desiderio di non
andarne degenere? Perchè se gli uomini di
cono giustamente, nobiltà obbliga, quale altra
mai può imporre obbligazioni più sacre e più
gloriose della divina nobiltà del cristiano?
Con tale spirito io leggerò quindi innanzi
il Vangelo, ed oh quanto me ne verrà così la
lettura più cara e più vantaggiosa ! Così leg
136
gerò ancora la storia della Chiesa e dei santi,
i cui svariati racconti non sono che parti di
mia storia, annali di mia famiglia, documenti
di mia nobiltà, regole del mio operare, per
non trovarmi altrimenti in contradizion con
me stesso.

III. Tutte le azioni del cristiano deb


bono essere azioni di Gesù Cristo. – Ecco
dunque, o Dio mio, la conclusione somma
mente pratica delle consolanti verità meditate,
Ma se le opere vostre son mie, in conseguenza
dell'onore fattomi da voi annoverandomi fra
i membri del vostro corpo; chiara cosa è che
anche le mie son vostre al medesimo titolo,
anzi maggiore. Perocchè il capo non appartiene
ai membri se non in virtù della loro unione con
esso, ma i membri appartengono altresì al
capo in virtù dell'influsso e direzione che ne
debbono assiduamente ricevere; e così io non
potrei essere dei vostri membri senza ren
dermi soggetto al vostro influsso, senza ce
dere le mie opere alla vostra direzione: ma
posta questa condizione, l' operar mio è nel
proprio senso divino, perchè è di Dio tanto e
più ancora che non sia mio. Come la scrit
tura del fanciullo cui regge la mano il mae
stro, è del fanciullo sì, ma più ancora del
maestro ; così le azioni sopranaturali del cri
stiano, mosso e assistito dallo Spirito di Gesù
137
Cristo, appartengono a lui veramente come a
causa seconda, ma insieme appartengono a
Gesù Cristo come a prima, e perciò anche
meritano in realtà e a rigore de condigno il
divin premio, al che non varrebbe quale altra
si voglia naturale operazione.
Se non che, o mio Dio, a lato di questa
facoltà concessami ogni momento di operare
divinamente in voi, quell'altra io possiedo,
troppo funesta e troppo da me abusata, di
resistere a voi e di porre azioni puramente
umane, carnali, colpevoli, colle quali vengo
praticamente a negarvi per mio Capo, ad in
terrompere, in tutto o in parte, la vitale
comunicazione del mio cuore col vostro, a
rendermi inetto di portar frutti di vita, e co
me sarmento privo dell'umor della vite, a lan
guire e inaridirmi. Deh fatemi ben sentire, o
Signore, quanto siffatto modo di procedere sia
colpevole e a me funesto !! Potere operar da
figliuolo di Dio per atti durevoli nella vita
eterna, e volere invece operare da figliuol del
niente, affaticandomi pel niente! Ora poichè
io posseggo quel medesimo Spirito che voi
animava, o Gesù, voglio ancora che egli fac
cia in me le opere che ha fatto in voi. Ab
biamo di bocca vostra, che chi crede in voi,
farà le opere che voi fate: Qui credit in me,
opera quae ego facio, et ipse faciet (Jo., XIV,
12); ma se le mie non possono arrivar tanto
138
alto, ah non sieno almeno troppo indegne di
voi ! Per tanto io non ho che a lasciar in me
operare questo divino Spirito, a non impedirlo,
a non contristarlo per via di sentimenti car
nali e tendenze opposte alle sue; non ho che
a secondare le sue ispirazioni ed a consul
tarlo fedelmente prima di dare un passo in
dubbioso sentiero : di tale maniera, illuminato
da lui, guidato da lui, sorretto da lui, io cam
minerò secondo il Cuor vostro, opererò sicco
me voi operaste, o meglio, voi opererete in
e, proseguendo il lavoro divino, cominciato
da voi sulla terra, e da coronarsi perennemente
nel cielo.

MEDITAZIONE IV,

Come dobbiamo appropriarci le pene di Gesù Cristo


e a lui offerire le nostre,
Terzo scambio fra il suo Cuore ed il nostro.

Vere languores nostros ipse tulit.


Abundant passiones Christi in nobis.
Veramente egli ha preso i nostri lan
guori sopra di sè (Is. LIII, 4). Ab
bandono sopra di noi i patimenti di
Cristo (II CoR., I, 5).

I. Gesù è il gran Maestro nell'arte del


patire. – Se noi fossimo tuttora nel primi
tivo nostro stato, o divino Signore, voi dopo
139
aver dato norma al nostro sentire ed operare,
non avreste più altro ad insegnarci: ma noi
siamo decaduti. I delitti della terra chiama
rono vendetta dal cielo, ed i castigi del cielo
si aggravarono sopra la terra; il patire di
Venne nostra porzione, nessuno eccettuatone
dei figliuoli di Adamo; epperò fino a tanto
che voi non ci abbiate insegnato a patire, non
ci avrete insegnato a vivere. Nè voi ci lascia
ste mancare, per quanto ve ne costasse, sì
grande e sì necessaria lezione, Già parecchi
secoli prima del vostro nascimento, l'evange
lista dell' antica legge, Isaia, vi avea presen
tato al mondo come l'uomo dei dolori, e pro
clamatovi esperto del patire: Virum dolorum,
scientem infirmitatem; ed il patire in fatti
formò l'occupazione di tutta la vostra vita,
dal presepio alla croce, nella umiliante po
vertà del nascere, nell' esilio di Egitto, negli
oscuri e faticosi lavori di Nazarette, nel di
giuno al deserto, nelle fatiche della predica
zione, nelle persecuzioni degli scribi e farisei,
nella ingratitudine di tanti vostri beneficati,
nel tradimento di Giuda, nell'abbandono degli
apostoli, nella negazione di Pietro, negli ol
traggi e tormenti della Passione, nel vostro
sudore di sangue, nella flagellazione spietata,
nella coronazione di spine, nel salir carico di
croce al Calvario, nella crocifissione, nell'ago
nia di tre ore, nel fiele onde veniste abbeverato,
140 -

negli insulti onde foste coperto, nel pelago


infinito delle interne ambasce onde andaste
sommerso fino all'estremo sospiro! Così a voi
piacque sperimentar il patire in tutte le sue
forme, assaporarne tutte le amarezze, pene
trarne tutte le profondità più recondite: così a
voi piacque acquistarvene come uomo quella
scienza di fatto, impossibile come a Dio, ma
pur tanto necessaria in chi deve ammaestrare
altrui nella grand'arte del ben patire: così a
voi piacque farvi a noi somigliante nel dolore
come nella natura, a fine, ci afferma l'Apo
stolo, di sentir meglio pietà delle nostre pene
e meglio accorrere in loro aiuto: Unde de
buit per omnia fratribussimilari,ut miseri
cors fieret. in quo passus est ipse et tentatus,
potens est et eis qui tentantur auxiliari (HEB.,
II, 17- 18). Così, o buon Signore, ora non
vi manca nulla per essere il più valido e più
perfetto consolatore dei travagliati; e noi, qua
lunque dolore ci triboli, nel corpo, nell'animo,
nel cuore, in ogni angustia, umiliazione, ab
bandono, agonia, non abbiamo se non a mirar
voi, perapprenderne d'una sola occhiata come
reggere alla prova, se vogliamo divinamente
patire.

II. Le pene di Gesù rendono divine le


n0Stre. – Tal è veramente il frutto senza
fine prezioso da cogliersi per noi alla scuola
141
dei vostri patimenti; soffrire non pure pazien
temente, ma ben anche divinamente. Percioc
chè se quanto a voi si attiene acquista ragion
divina, quanto più il patire, statovi compagno
assiduo nella vita terrestre, rivestito da voi
come il vostro manto reale, cibato fino ad
esserne sazio come l'alimento più saporoso,
penetratovi dentro fino al midollo, sommersovi
fuori come in un mare di sangue? Esso, esso
ha ricevuto l'impronta più profonda del vo
stro divino contatto; la croce vostra, come
già per Mosè la verga, fu lo strumento pre
cipuo dei vostri prodigi; le vostre pene, la
vostra morte sul tronco ignominioso, formò il
capolavoro delle opere vostre. Ammirabile voi
siete nei vostri sentimenti, più ammirabile
nei vostri atti, prove innegabili entrambi della
vostra divinità ; ma nei patimenti la vostra
sapienza e il vostro amore sfavillano di splen
dori ancor più vivi, e qui più che altrove
mai voi vi addimostrate nostro Salvatore e
nostro Dio.
Due mali immensi ed incurabili si ag
gravano sopra il povero cuore umano, il mo
rale ed il fisico, della colpa e della pena; e
l'umanità che ne andava come da doppia
cancrena divorata, indarno implorava da se
coli un liberatore. Ma veniste alfine, o Salva
tore sì a lungo sospirato, e promettendocene
il pieno affrancamento in una vita futura,
142
anche nella presente ci abilitaste a metter
mano con successo a tale impresa da noi me
desimi; mentre nel male di pena ci porgete
un mezzo efficacissimo di guarirci dal male
di colpa, con infondere al patir nostro virtù
di purificarci dalle nostre macchie, di riscat
tarci dai nostri debiti, di acquistarci la gloria
celeste, di farci santi, di farci divini. Sì, Dio
mio, questo stesso patire venne da voi così
trasformato e reso dolce ed amabile a quegli
uomini, che prima lo riguardavano solo come
lor crudele nemico, loro tormento, loro dispe
razione.
Al quale miracolo d'ogni altro più grande
vi bastò il soffrire nella persona vostra per
noi; e dappoichè voi, per amor degli uomini
vostri fratelli, entraste così a parte dei loro
dolori, espiandone le colpe con sopportarne la
pena, anche il dolore reso per voi manifesta
zione suprema dell' amore, divenne per noi
amabile quanto lo stesso amore. Laonde come
potremo più ricusarci di accompagnare i no
stri patimenti a quelli di un Dio, che a fine
di soffrire con noi, si spoglia per inaudito
prodigio della sua impass.bilità; e come amar
daddovero un Dio che soffre e muore per noi,
senza insieme amare i patimenti e la morte?
Ah dunque, o divin Crocifisso, la croce, sim-
bolo del patir per amore, riceva con voi
gli omaggi della redenta umanità, e per essa
143
specialmente si operi la rigenerazione delle
anime.
La croce infatti espia i nostri peccati:
avevam oltraggiata l' infinita Bontà col libero
anteporle fuggevoli godimenti; ripariamo il
disordine con abbracciar volentieri i dolori a
questi contrari. La croce abbatte il nostro
orgoglio; chiniamone sotto il peso la testa,
riconosciamci colpevoli, imploriamo dal Giu
dice nostro pietà. La croce ammollisce la no
stra durezza; le anime nostre, cui la prospe
rità rende cieche e sorde, si rischiarino alla
scuola dell' avversità, e docili ascoltino i con
sigli della sapienza. La croce purifica i nostri
cuori; mentre con farci sentire il vuoto e la
bruttura dei sensibili piaceri, ci spinge a de
siderare i beni sol degni delle nostre affe
zioni. La croce aumenta i nostri meriti; poi
chè il merito cresce coll' amore, e l' amore
non ha più eroico esercizio dell'accettazione
spontanea dei patimenti. La croce a voi mi
unisce, o Gesù; essa è il nodo più indissolu
bile che a voi mi stringe, essa il suggello più
indelebile della mia perseveranza finale ed
eterna predestinazione, essa la sorgente più
copiosa della felicità e gloria che con voi mi
attende in cielo.
Sono questi, Dio mio, i preziosissimi be
nefici del patire, da quel punto che voi lo
abbracciaste per me; non mi è possibile dis
144
conoscerlo, e voi fornendomi un mezzo al
l'acquisto di beni eterni ed infiniti con poco
e momentaneo dolore, mi avete meglio dimo
strato l'amor vostro, che se mi aveste di pre
sente liberato da ogni dolore.

III. Tutte le nostre pene si risentono


dal Cuore di Gesù. – Ma voi, o Salvator mio
infinitamente misericordioso, non foste pago di
darmi nel vostro patire il modello della pa
zienza ed amore, onde io sopporti il mio; non
foste pago di santificare i miei dolori e farne
sorgente dei più preziosi tesori, ma con un
vincolo assai più stretto ancora collegaste
coi vostri dolori i miei, come ci fa intendere
il vostro Profeta, dicendo : Vere languores
nostros ipse tulit, et dolores nostros ipse por
tavit (IS., LIII, 4). Ma posso io senza errore
intendere alla lettera il detto, che voi piglia
ste veramente sopra di voi le nostre infermità
e portaste i nostri dolori, e quindi persuadermi
che ne abbiate molto innanzi scorto i parti
colari in ciascuno dei vostri membri, e gu
statone tutta l' amaritudine ? Oh consolante
certezza, quando io la potessi ottenere! Seb
bene non se ne truovi nei santi dottori testi
monianza chiara in tutto e precisa, pure, o
Salvatore divino, io dico in vostra presenza e
con tutta la sincerità dell'anima mia, che io
non posso dubitarne, perocchè non so vedere
145
alcun serio motivo di storcere dal proprio na
tural senso l' espressione sì affermativa te
po stè arrecata; anzi il vostro titolo di Capo
Il(
dell'umanità mostra di suggerire il contrario.
pre
Certo, in corpo ben organato tutte le sensa
zioni, e però anche i dolori, riescono al capo,
il quale in se concentra la sensività, e le lesioni
delle membra risente anche più al vivo di
loro: e voi siete nostro Capo, o divin Salva
tore, resovi tale proprio a fine di parteci
pare ai nostri mali. Lo stesso apostolo Paolo
attesta di sè, come niun dei fedeli, ond'egli
era padre, soffriva infermità ch' egli non sof
ferisse con lui, Quis infirmatur, et ego non
infirmor (II CoR., XI, 19)? eppure l' amor
suo non era se non un riflesso ben languido di
quello che voi nudrite per noi; se però anche
solo così, valse a stabilire sì vivo affetto tra
que'fedeli e lui, che pur non ne era capo,
che pensare, o Signor mio buono, dell' affetto
vostro di capo verso i veri membri vostri, e
del vostro sentirne con molto maggior realtà
i dolori ?
Del rimanente anche i santi dottori non
mi lasciano dubitare dell'aver voi conosciuto
distintamente ciascuno dei nostri dolori al
pari di ogni nostro atto, di ogni nostro pen
siero: Anima Christi in Verbo cognovit omnia
exsistentia secundum quodcumque tempus, et
etiam hominum cogitatus, quorum est iude
L Apostolato del Cuor di Gesù 10
146
(S.TH. III, q. X, a. 2): ma quando sia così,
potrò io mai pensare, o Salvatore infinitamente
amante, che voi abbiate veduti questi dolori
con una cognizion fredda e indifferente, ed il
vostro tenerissimo Cuore non vi abbia compa
tito? No, mio Dio; chè questo, a sentire de
gnamente di voi, troppo mi ripugna. Accetto
dunque con intimo convincimento e con gra
titudine ancor più intima, accetto nella sua
diritta e piena significazione l' oracolo del
profeta vostro. Ed oh quanto mi è dolce a
pensare, che voi abbiate veramente risentite
tutte le mie pene, tutte, senza eccezione; ed
il Cuor vostro benedetto, senza paragone più
sensibile del mio, anche ne abbia gustato ben
più dolorosamente l'amaro! Quanta d'ora in
poi sarà la consolazione mia nel mirare ogni
dolor che mi colga, come direttamente stil
lante dal vostro Cuore, imbevuto dell' amor
suo e della sua divina virtù! Da questo ama
bilissimo Cuore io lo coglierò con quel rispetto
e medesimo amore che ne avrei colte le gocce
di sangue e d'acqua che per l'aperto costato
ne uscirono in croce; e l'avrò in conto di
vera reliquia della vostra dolorosa Passione.
Laonde quanto ancora mi tornerà più facile
il soffrire con pazienza, con gratitudine con
gioia! Ivi scorgerò i verissimi vincoli che
stringono col vostro il mio cuore; sola mia
cura sarà di non ismentirvi sopportando tali
147
dolori con disposizioni diverse da quelle, onde
voi li sopportaste; quindi volerò col pensiero
a quell'istante che voi li sofferiste insiem coi
dolori di tutti gli altri uomini; penetrerò nel
Cuor vostro, e al vedere com' ei li abbraccia
con infinita tenerezza per nostra salute, an
ch' io li abbraccerò così per sua gloria, con
fondendo in uno scambievole abbracciamento
l'amor mio col vostro amore, i patimenti miei
coi vostri patimenti. Di qui la mia forza di
unirmi sempre più fermamente a voi, di me
ritarmi da voi consolazione sulla terra e gloria
con voi nel cielo, dove godere a misura che
avrò presa parte con voi al patire: Si com
patimur, ut et conglorificemur (RoM., VIII, 17).
Sicut abundant passiones Christi in nobis,
ita et per Christum abundat consolatio no
stra (II. CoR., I, 5).
148

MEDITAZIONE V.

Come dobbiamo appropriarci le glorie del


divin Cuore offerendo ad esso le nostre umiliazioni.
Quinto scambio fra il Cuore di Gesù
ed il nostro.

Cum essemus mortui peccatis, con


vivificavit nos et sedere fecit in cae
lestibus in Christo Jesu. Essendo noi
morti per li peccati, ci convivificò in
Cristo, e con lui ci risuscitò e fece
sedere nei cieli in Cristo Gesù (EPH.,
II, 5).

La parte primiera della vostra missione,


o Gesù, è terminata nei trentatrè anni scorsi
da voi pellegrino sopra la terra, porgendo a
noi quel perfettissimo esempio di sentire, ope
rare e patire, che dee pur santificare il no
stro pellegrinaggio e meritarci l'eterno riposo
della patria. Ora il Padre vostro celeste chiama
voi a tale riposo sì giustamente meritato: ma
non per questo mi sarà tolto colla vostra sen
sibile presenza anche il vostro amore, nè ces
serà di esser mio il Cuor vostro anche quando,
invece di essere umiliato e dolente come il
mio, sia colmo di beatitudine e di gloria. Ne
sono certissimo, perchè la donazion vostra non
mi venne fatta da voi per rivocarla nel mo
149)
mento ch' io ne avrei a cogliere vantaggio
maggiore, nè voi siete di quegli amici che
nella prosperità dimenticano gli amici della
sventura. Voi mi apparteneste in terra, voi
mi appartenete in cielo; e così nella dimora
della vostra gloria come nel soggiorno dei
vostri patimenti, voi non possedete nulla cui
non siate bramoso di ripartire con me, gloria,
meriti, interessi, che formano il triplice te
soro della vostra gloriosa vita, sono miei al
par del tesoro della vostra vita penosa; a
patto però ch' io vi dia in ricambio i beni
posseduti da me in questa valle di pianto. Ma
quali sono essi mai, Dio mio, in confronto di
quelli da voi posseduti nel cielo? In luogo
di gloria, io non ho se non umiliazioni;in luogo
di meriti, io non ho che imperfezioni; in luogo
d'interessi immensi come i vostri, io non ne
ho se non di ristretti e meschini. E di tanto vi
contentate a ricambio dei vostri doni, preziosi
infinitamente? O Signore oltre ogni termine
generoso ! come rifiuterò io una permuta so
migliante? Io, così miserabile, accetto di buon
cuore , assai di buon cuore , l' invito di
venire con voi a parte delle ricchezze della
eternità.

I. Le glorie del nostro divin Capo ap


partengono a' suoi membri. – Quale gioia
infatti per me il contemplare l'oceano di splen
150
dori e di delizie, cui gode il Cuor vostro in
cielo, e poter dire: tutta quella gloria è mia,
mia tutta quella beatitudine! Io, nel mio es
sere umano quaggiù sì umiliato, regno glo
rioso nel mio essere divino lassù! Perocchè
quegli che stassi assiso alla destra del Padre,
quegli cui gli angeli adorano, quegli cui tutto
il creato riconosce per re, non solo è mio
fratello, mio amico, sposo dell'anima mia;
ma mio Capo ancora, e con esso il Cuore,
sorgente perenne del soprannaturale mio vivere.
Perciò io sono glorificato in lui, a quel modo
che tutta la persona di un potente monarca
si glorifica per lo diadema che gli circonda la
testa; perciò io sono in diritto di gustarne i
godimenti, come tutte le mie membra il ben
essere del mio capo.
Vero è che lo stato mio presente è ben
diverso dal suo; mentre egli è inondato di
luce, io attorniato di tenebre; egli in dolcis
simo riposo, io in travaglioso cammino; egli
più puro di terso cristallo, io imbrattato di
fango; egli immortale ed impassibile, io con
dannato a morte e soggetto ad ogni sorta di
infermità: ma tale contrapposto non è che
momentaneo, nè i membri dureranno sempre
in così differente condizione del Capo. Al quale,
siccome già tratti da una massa deturpata e
guasta, non possono venire assimigliandosi se
non per via di lungo e penoso lavoro; ma questo
151
sarà infine compiuto, ed allora eziandio la
condizione de' membri col Capo sarà la me
desima.
Pazienza dunque e rassegnazione nelle
miserie del mio terreno esistere. Chi tra folta
nebbia camminando, ne avesse tuttavia li
bera la fronte a contemplare il limpido aere
sovrastante, poco si travaglierebbe della oscu
rità che lo cingesse al basso: e questa è ap
punto la condizione del corpo mistico di Gesù
Cristo, viatore ancor sulla terra, mentre il
Capo è già pervenuto al godimento della ri
posata e gloriosa eternità. E noi non vorremo
gioirne con lui? Non gioisce forse il soldato,
vedendo il suo generale entrar vittorioso nella
città, tuttocchè egli ritrovisi ancora un istante
impegnato a combattere in altra parte del
campo ?

II. Gesù Cristo ha per noi conquistata


la gloria celeste. – Anche noi trionfiamo in
Gesù Cristo, anche noi regniamo con lui,
avendo questo divin Redentore non pure con
giunta in uno la causa nostra e la sua, la
sua sorte e la nostra, ma di più combattuto
e vinto unicamente a favor nostro. E che po
teva egli mai conseguirne per sè ? Forse la
gloria? ma questa gli apparteneva piena ed
intera per solo diritto di nascimento, come a
Figliuolo unigenito dell'Onnipotente; se però
152 -

egli la si volle comperare a così caro prezzo


di patimenti, Oportuit Christum pati, et ita
intrare in gloriam suam (LUC., XXIV, 26),
non fu ad altro fine se non per introdurvi seco
quanti sono i membri del mistico suo corpo;
i quali non vi aveano diritto di maniera ve
runa. Ed affinchè venisse loro assai più ono
revolmente conferita, la volle data non pure
in limosina, ma come premio ancora; non
come grazioso dono della divina misericordia,
ma come legittima corona della divina giu
stizia. Quindi a renderli partecipi del proprio
suo merito nel combattere, invitali con sè
alla lotta ffmpegnata contro i comuni nemici,
tolto a questi il potere di vincere, comecchè
sì terribili, e lasciato quel solo donde i suoi
valgano a riportare il vanto della vittoria;
vittoria già da lui riportata, e tuttavia combat
tuta in ciascuno di noi. Così, quantunque per
noi duri ancora la pugna, egli anticipatamente
invitaci a parte della gioia e della gloria del
suo trionfo.
Or perchè mai, buon Signore, sono stato
io finor sì avaro verso questo mio cuore da
negargli tanta consolazione? Povero cuor mio,
sì debole, sì dappoco, sì facile a sbigottire,
perdersi, atterrarsi! Oh non sarebbe al certo
così, quando ascoltassi la giornaliera esorta
zione della Chiesa, Sursum corda, si levino
in alto i cuori / Quaggiù non sembra vedere
153
che scandali, empietà, codardi tradimenti, nere
ingratitudini; trionfanti i malvagi, oppressi i
buoni, smarriti i fiacchi, la vostra causa pa
rerne disperata. Che però ? Sursum corda;
leviamo gli occhi al di sopra di questo sog
giorno del tempo e della morte, entriamo nel
Cuor di Gesù a contemplarne la gloria, di
cui non vale a sottrarre la minima parte tutto
il furore di quanti mai le sono nimici; e al
lora non saremo più tentati a paventare della
oscurità che si addensa, della procella che
imperversa; ma pazienti e sicuri aspetteremo
il ritorno della tranquilla serenità.
Se non che io medesimo sono in trava
glio, mi sento venir meno, mi si turba la vi
sta, la volontà vacilla, mi trovo al punto di
soccombere, l'anima mia già sanguina per
più di una ferita. Sursum corda! a conso
larmi delle mie pene ed infermità volerò an
cora nel Cuor di Gesù; e vedendolo infinita
mente santo, infinitamente beato, ricorderommi
com' egli non ha brama più ardente che di
render me partecipe della sua santità e della
sua beatitudine. Questo pensiero allegrava
le noie e addolciva i dolori del p. de Ravi
gnan, nell'ultima sua malattia. Domandato
egli, in che spendesse le lunghe giornate nelle
quali amava restar solo: « Io salgo al cielo,
rispondea, dove ritrovo il mio Gesù, buono e
beato infinitamente: tanto mi consola del ve
154
der me in miseria e patimento. » O pensiero
veramente cristiano ! O consolazione dolcis
sima e da potersi gustare per noi anche di
mezzo alle prove più amare! Non ce ne pri
veremo noi più, una volta che cominciamo a
vivere nel divin Cuore, e a bene intendere,
come la sua felicità e la sua gloria ci appar
tengono.

III. In ricambio della sua gloria Gesù


ci domanda l' offerta delle nostre umilia
zioni. – Che potrò io donarvi, o Gesù mio,
in cambio del possesso da voi accordatomi,
fino da questa vita, sulla eredità delle vostre
glorie: Divitiae gloriae hereditatis in sanctis
(EPH., I, 18)? Che troverò io mai in questa
valle di esilio, ferace solo di bronchi e di
spine, da offerirvi in luogo di cotesti celestiali
splendori? Non vi è molto a pensare, dacchè
voi mi additate sulla terra una specie di beni,
cui non vi può offerire il cielo, eppure voi
stimate sì altamente. Frutto sono di questa
valle di lacrime, e voi ne foste così bramoso
da non esitare a scender di cielo per coglierlo,
e ne faceste vostra delizia lungo la mortal
vita; e nel risalire al Padre, non potendolo
più assaporare nella persona vostra, ve ne
consolaste sapendo che lo fareste in quella dei
vostri servi. Tal frutto sono le umiliazioni.
Queste dunque offerendovi in iscambio delle
155
vostre glorie, siamo certi del vostro gradi
mento; e che come vi compiaceste nelle umi
liazioni onde il vostro Padre celeste colmò voi
sulla terra, così vi compiacerete nelle abbrac
ciate da noi per darvi gusto; poichè le une
e le altre hanno gli stessi titoli all' amor
vostro.
O Signor mio, datemi grazia di ben sen
tire questa verità, sì acconcia ad infondermi
coraggio nel momento della prova! E primie
ramente permettetemi di penetrare nel vostro
Cuore a bene. considerarvi l'amor vostro sì
ardente, sì appassionato per le umiliazioni.
Di certo, voi non le amate in sè, non avendo
esse così niente di amabile; e il vostro Cuore,
come il nostro, ama la gloria, e l'ama senza
misura più di noi, per le sue affezioni senza
misura delle nostre più viye; talchè coronato
di gloria ed onore dal primo istante della sua
creazione, non può trovare se non compiacenze
nella sua infinita dignità, e abborrimento de
gli oltraggi a lei fatti, come di manifesta in
giustizia. Donde però avete voi potuto conci
liare tanto amore all'umiliazione in un col
l' amore alla gloria e l'orrore agli oltraggi ?
Ah nelle umiliazioni voi non miravate il solo
effetto della nostra malizia, sì bene ancora il
rimedio più efficace della nostra infermità;
non vi miravate solo il colpevole oltraggio
alla dignità vostra, ma di più la sola espia
156
zione capace di riparar gli oltraggi dagli uo
mini arrecati alla maestà di Dio vostro Padre.
Ora durante la vostra mortale vita vi consi
deraste sempre come riparatore e medico, non
già come giudice e signore, non essendo ve
nuto come Figliuolo di Dio a ricevere i no
stri omaggi, ma come figliuolo dell'uomo ad
espiare le nostre offese. Ecco dunque perchè
le umiliazioni, sì poco amabili in sè, sì ne
quitose nella loro causa, vi poterono riuscire
sì care e formar oggetto dei nostri più accesi
desideri.
La maggiore delle nostre colpe, sor
gente di tutte le altre, è la superbia, onde
noi preferiamo la nostra gloria a quella di
Dio, ed a noi stessi ascriviamo il merito dei
doni per pura liberalità del Creatore a noi
compartiti: la superbia, onde noi osiamo pro
porci come idoli della stima ed ammirazione
dei nostri simili, pretendendone quel tributo
di onore e di lodi che a Dio solo si deve.
Come però mettere un termine a codesta ido
latria, la qual in seno al popolo di Dio regna
quasi del pari che tra le nazioni infedeli? come
distruggere in petto all'uomo una tendenza,
che perfin negli omaggi rivolti a Dio trova
cagione di offenderlo? come riparare cotali
affronti ricevuti dalla Maestà divina dai sa–
pienti ad un tempo e dagl'ignoranti, dai dis
soluti pagani e dai farisei rigidi osservatori
157
della legge? come insegnare umiltà all'umana
stirpe da sola superbia, quanto ne appare,
animata ?
Voi, o Maestro divino, voi ne trovaste
la via, e di tanta efficacia da riuscire alla
prova; voi, al quale ogni gloria è dovuta,
spontaneamente vi umiliate; voi, il quale re
gnate nel più alto dei cieli, nascete in una
stalla e mòrite sur una croce; voi, cui ado
rano gli angeli, vi esponete liberamente ad
essere disprezzato dagli uomini,beffato,schiaf
feggiato, flagellato, condannato, posposto ad
un ladro, sospeso in croce come un malfattore,
e potendo riserbarvi tutti gli onori e le gioie
del mondo, preferite la croce, e vincete il di
sprezzo col disprezzarlo: Qui proposito sibi
gaudio, sustinuit crucem , confusione con
tempta (HEB., XII, 2). Or quale altra cosa
può darsi più adatta delle umiliazioni di un
Uomo Dio a riparare gli oltraggi dall'orgo
glio umano fatti alla divinità? Ogni atto di
superbia è una pratica bestemmia, onde la
creatura dice al suo Creatore: La gloria umana
è preferibile alla vostra; al quale orribile detto
risponde l'Uomo Dio umiliandosi: La gloria
umana è niente, perchè io, cui essa è dovuta
ed era libero l'accoglierla, l' ho disdegnata e
calpestata. Io crederei avvilirmi, se mi umilio
al cospetto di Dio, grida la superbia non
serviam; e l'Unigenito di Dio risponde assai
158
più alto: Io, che Dio sono come il Padre
mio, mi reputo a gloria l'annientarmi dinanzi
a lui.
Eccovi ciò che Gesù scorse nelle umi
liazioni per renderle a sè cotanto gradite: vi
scorse la confutazione più eloquente da
opporre alla blasfema superbia, l' antidoto
più efficace a preservar l'uomo da contagion
sì funesta. Quindi amò egli le umiliazioni del
medesimo amore che la gloria del Padre, che
la salvezza delle anime. Il perchè, non reca
più meraviglia se con tanto ardore ei le
cercò, se con tanto affetto le abbracciò, nè
dal presepio alla croce se ne volle separato
giammai. -

Al presente però che voi, Gesù mio, re


gnate glorioso in cielo, la stima e l'amor vo
stro per le umiliazioni non diminuì, nè voi
meno amate la gloria del Padre e il bene
delle anime da voi redente. E giacchè anche
la superbia non meno iniquamente si oppone
a quella, e queste contamina; anzi a' dì no
stri snoda la lingua bestemmiatrice con mag
giore impudenza che mai, e la mortifera bava
sparge con raddoppiato furore; sembra, o Gesù,
che voi dobbiate rimpiangere in cielo il per
duto potere di umiliarvi ancora. Ma v'intendo,
Signor mio, v' intendo: voi già provvedeste a
tale impotenza, per la quale rimarrebbe l'o
pera vostra incompiuta; e ciò che or non
159
potete più fare in voi stesso, il potete nei
vostri membri, da voi, salendo al cielo, la
sciati a continuar l'opera vostra in terra. Già
diceste a noi tutti nella persona de' vostri
apostoli, che vi saremmo testimoni : Eritis
mihi testes (ACT., I, 8); e la prima testimo
nianza da rendersi per noi al vostro nome
esser dee la medesima cui voi rendeste colle
vostre umiliazioni alla divina gloria del Pa
dre; e finchè questa sarà dalla superbia of
fesa, converrà eziandio che netorni vendicata.
Per questo le umiliazioni vostre sino al dì
estremo si rinnovelleranno nella persona dei
vostri veri discepoli.
Laonde, quando io dicea, esservi gradita
l'offerta delle nostre umiliazioni, ricambiate
per voi di buon grado colla vostra gloria,
dicea vero. Oh sì, voi godete, o Signore,
quando noi premuti sotto il peso della prova,
misconosciuti, calunniati, spregiati, annientati,
in luogo di smarrirne e mormorare, ci ralle
griamo di partecipare al vostro annientamento.
Chè di qui voi riconoscete in noi i vostri veri
servi, i vostri membri, i veraci discepoli del
l'umile e mansueto vostro Cuore; di maniera
che una sola di tali umiliazioni, accettata
con amore e ringraziamenti, vi è meglio gra
dita delle più lunghe preghiere, dei più ar
moniosi cantici, dei più eloquenti discorsi fatti
a vostro onore. Questi sono i veri sacrifici del
160
cuore; nè altri più intimamente a voi ci uni
scono, più sicuramente ci guadagnano l'ami
cizia vostra, ci attraggono le grazie più pre
ziose e più abbondanti.
O Gesù mio , dappoichè somiglianti
sacrifici vi riescono sì gradevoli, dappoichè
tornano a Dio vostro Padre sì gloriosi, al
prossimo sì salutari , io non voglio rifiu
tarli più. Che se tanto li ho in addietro te
muti, ciò fu per averli considerati in sè e
nelle loro cagioni; ma quindi innanzi farò di
considerarli nei loro frutti, di mirarli al punto
di vista del vostro Cuore; ed alla luce che da
cotesto divin sole si diffonde,essi mi appari
ranno nell' aspetto omde a voi riuscirono
così amabili: li seguirò collo studio posto da
me finora per isfuggirli, e fuggirò da quei
vani onori della terra, che ad altro non var
rebbono se non ad allontanarmi da voi.
161

MEDITAZIONE VI.

Come dobbiamo appropriarci le virtù e i meriti


del divin Cuore, offrire le nostre colpe e di
fetti da consumarsi nel fuoco dell' amor suo.
Quinto scambio fra il Cuore di Gesù ed il
nostro.

Qui factus est nobis iustitia et


sanctificatio. Si è fatto nostra giu
stizia e nostra santificazione (I CoR.,
I, 30).

I. Il Cuore di Gesù possiede meriti in


finiti. – Nella beata sede del vostro riposo,
o buon Gesù, voi non avete soltanto un te
soro immenso di gloria, ma inoltre un pari
tesoro di meriti, cui volete ancora partecipare
con noi. Da quel punto che il vostro Cuor fu
creato, lo Spirito di Dio vi si posò con tutte
le dovizie dei doni suoi, compiendo l'oracolo
del Profeta: Spunterà un rampollo della ra
dice di Iesse, ed un fiore dalla radice di lui
si alzerà, e sovrº' esso riposerà lo Spirito del
Signore. Nè doveva essere diversamente; av
vegnachè appartenendo questo divino Spirito
in comune al Padre e al Verbo suo Figlio,
come non potea comunicarsi con tutta la sua
pienezza al Cuore da Dio Padre formato, per
chè fosse del Verbo?
L' Apsioia o del Cuor di 11
162
Ma esso, Gesù mio, non era solamente
per essere il Cuore del Verbo, ma di tutta
eziandio l'umanità, come principio della vita
nostra soprannaturale. Per noi uomini, per no
stra salute voi discendeste dal cielo, per noi
prendeste nel seno di Maria Vergine, per virtù
dello Spirito Santo, una carne, un Cuore si
mile al nostro: Propter nos homines, et pro
pter nostram salutem descendit de coelis; et
incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria
Virgine (SYMB. NIC.); ce ne assicura in nome
vostro la Chiesa: non possiamo adunque però
dubitare che sieno anche fatte nostre le grazie
versate dal primo istante in copia infinita nel
vostro Cuore. Così appunto ci afferma l'Evan
gelista del vostro Cuore , S. Giovanni, il
quale dopo aver detto che il Verbo erasi fatto
carne e abitato fra noi pieno di grazia e di
verità, soggiunge che della pienezza di lui
noi tutti abbiamo ricevuto, grazia pergrazia:
Et de plenitudine eius nos omnes accepimus,
gratiam pro gratia (Jo., I, 16). Il vostro te
soro non è solamente oceano di grazia ,
ma sì ancora sorgente che sempre scorre
senza mai scemarsi, che sempre dona senza
mai impoverire; e non come le naturali che
per quanto copiose, danno solo di loro acque,
sè nascondendo entro le viscere della terra;
perchè voi, o divina sorgente di tutte le gra
zie, date con esse voi medesimo, affinchè tutti
163
vi possediamo in noi. Non avete voi forse
promesso a tutti i credenti in voi, che avreb
bero in sè la fonte delle vive acque, zampil
lanti sino alla vita eterna: Fiet in eo fons
aquae salientis in vitam aeternam (Jo.,
IV, 14)?
Eppure fu poco ancora, o Salvatore infi
nitamente generoso, l' averci colla vostra in
carnazione conferito il diritto a tutte le gra
zie onde fu ricco da quel punto il vostro
Cuore ; voleste di più acquistare a nostro
pro nuove grazie, nuovi tesori di meriti,tutti
per noi e nostri unicamente. Ed essendo voi
comprensore, già in possesso di tutta la so
stanziale beatitudine, di cui eravate capace,
pure prendeste a faticare, combattere e patire,
come se foste semplice viatore sopra la terra (1),
rilasciando a noi totalmente il frutto di que
ste fatiche, di queste pene, di questi combat
timenti.
La quale seconda pienezza di grazia supera

(1) La Teologia nomina comprensori le ragionevoli


creature giunte al termine della loro prova , viatori quelle
che stanno tuttavia compiendola. I primi, cioè gli angeli e i
santi del cielo, non possono più meritare, ma godono il frutto
dei meriti acquistati; i secondi, come gli uomini sulla terra,
non godono ancora per tali meriti, ma possono aumentarli:
solo Gesù Cristo ha prodigiosamente potuto avere insieme ed
il gaudio sostanziale dei comprensori, e la facoltà di meri
tare dei viatori.
1
in certo modo la prima. Perchè se la vostra be
nedetta Madre ed i vostri santi ebbero il me
rito di ciascun patimento misurato dal grado
di grazia e carità che informavali; quanto
però esser dovettero immensi i meriti acqui
siti dagli atti e dai patimenti in ciascuno
istante della vostra intera vita, esercitati con
un grado di grazia e carità, di cui sola mi
sura è l' infinito ? Alcuni santi, come un
Luigi, uno Stanislao, potrano in brevi giorni
fornire lunga carriera, moltiplicando per la
virtù del cuore con più viva rapidità i loro
atti meritori: ma chi di essi, o Signore, può
venire al paragone del vostro rapidamente
moltiplicarli? quanti furono mai gli atti da
voi compiuti in un dì, in un' ora, in un mi
nuto ? Corre la scintilla elettrica in meno di
un secondo migliaia di miglia; e l'attività
oltre misura più valida del vostro Cuore non
vi avrà compiuto migliaia di atti ed acquista
tone infinità di meriti?

LI. I meriti del Cuor di Gesù, siccome


acquistati per noi, sono nostri. – Ora que
sta infinita dovizia di meriti infiniti è nostra
com'è vero che venne accumulata per noi; e
voi, Gesù mio, non solo non potevate abbisognar
ne, ma neppure approfittarne per voi. Per
ciocchè i beni dello spirito già tutti possede
Vate per natura; e i beni del corpo, immor
165
talità, godimenti, gloria, non vi era d'uopo
di meritare, quando non ve ne foste spogliato
per noi, il che eravi liberissimo di non fare.
Laonde se discendeste in terra, se vi patiste,
se vi moriste, ogni cosa fu solo per meritare
a noi, e l'immenso tesoro adunatone appar
tiene però solo a noi, solo a noi sta l' attin
gerne a nostra voglia. Oh tesoro ben più pre
zioso e ben più mio di quello cui l'avaro con
gran cura riserba nel più riposto nascondiglio;
io non ho a temer come lui o che i ladri me
lo involino, o che la ruggine me lo consumi!
Dunque io non mi riguarderò più verso
la giustizia di Dio vostro Padre qual debitore
impotente a soddisfare: molto gli debbo è
vero; ma grazie al dono fattomi dal vostro
Cuore, posso rendergli più ancora che non
gli debbo. Chè per quanto il debito mio sia
grande, pure dev'esser finito come io sono ;
mentre i vostri meriti, potuti da me offerir
come propri, hanno, al pari del vostro Cuore
donde provengono, un valore infinito. Quindi
posso anche andar sicuro , che pagato il de
bito, resterà il mio tesoro nella sua piena in
tegrità. Oh terra beata, ferace di tanto frutto!
Quale tesoro sarà comparabile al mio ? Quale
gioia proverò io in contemplarne, enumerarne
le ricchezze, tanto ammirabili, tanto varie,
tanto copiose ! Quali virtù vi si trovano le
une delle altre più amabili ! Quali atti stu
166
pendi di mansuetudine e di fortezza, di umil
tà e di grandezza d'animo, di pazienza e di
zelo, di sapienza e di semplicità!
Non dovrò pertanto compiacermi rive
dendo ad una ad una le ricchezze del mio di
vino tesoro, più assai che l'avaro contando
l' oro e l'argento ammucchiato entro i suoi
scrigni ? Quest'infelice non può conservare il
fulgido metallo, se non a patto di non farne
uso, nè ricco può mantenersi, se non condan
nandosi a tutte le privazioni della povertà :
laddove il mio tesoro non può esser mio per
fettamente, se non usandone per liberi atti ,
guadagnandone nuovi frutti di meriti a mag
giormente arricchirmi.
Perchè dunque, o Dio mio, sì poco ne ho
fino a questo giorno usato ? perchè son rima
sto sì povero , mentre voi mi avevate reso sì
ricco ? come andai dimentico degl'immensi
beni a me donati dalla vostra liberalità, punto
non curando di alleviarmi dall' indigenza, fu
nesta eredità di mia scaduta natura ? E quan
do lo Spirito vostro darammi a conoscere
quanto voi mi donaste ? quando arriverò io a
convincermi che il Padre, donandoci il pro
prio Figlio, con lui ogni altro bene ancor ci
donò ? Accepimus Spiritum qui ex Deo est,
ut sciamus quare a Deo donata sunt nobis
(CoR. II; 12) – Pro nobis omnibus tradidit
Illum; quomodo non etiam cum illo omnia
nobis donavit (RoM., VIII, 32)?
1(57
III. In qual modo possiam offerire ac
cettevolmente le nostre colpe e difetti al
Cuore di Gesù. – Voi, mio Gesù, mi avete
donato il tesoro infinito delle virtù e dei me
riti vostri, or che dovrò io per ricambiarvene?
Ahimè ! in luogo di virtù io non ho se non
vizi e imperfezioni, colpe in luogo di meriti;
e quando io potessi queste offerirvi, pur trop
p0 vi potrei sempre venire dinanzi a mani
piene. Ma in qual maniera si troverà materia
di aggradevole offerta in quelle offese, donde
vien ferito il vostro Cuore e la santità vostra
infinitamente abborre ? Ah senza dubbio non
ve ne posso far presente come d'incenso il
cui profumo salga a voi accettevole ; tutta
volta vi sono anche vittime a voi pur care ,
addottevi dinanzi solo per essere distrutte. Di
queste era in antico quel capro emissario, che
dovea per ordine vostro offerirsi, e carico di
tutti i peccati del popolo abbandonarsi alla
vostra giustizia; e come a questa, così dare
soddisfazione alla santità e misericordia infi
nita, di cui l'una vorrebbe distrutte le ini
quità nostre appena commesse, l'altra conce
derne a noi il perdono appena ce ne siamo
resi colpevoli. Ondechè io sono certo, mio Dio di
assecondare i vostri desideri, allorquando ca
duto per mia disgrazia in peccato, ricorro con
fiducia tutto filiale a voi per ottenerne la re
missione; e però voi non mi rigetterete; ma
168
invece apertomi il Cuor vostro, mi lascerete
gittare la mia colpa in questa fornace divam
pante, perchè vi serva di alimento alle fiam
me del vostro amore. E non siete voi appunto
disceso in terra, o Medico divino, per guarire
i nostri mali; per chiamare , come voi affer
maste, non i giusti ma i peccatori, trovan
done quaggiù nella remission delle colpe la
vostra gloria, come il medico trova la sua
nella guarigione delle malattie più dolorose ?
Dunque ogni qual volta vi arrecheremo una
piaga da curare, siamo sicuri di farvi gradi
tissima offerta; nè però commetterem mai la
follia, ingiuriosa egualmente alla vostra mi
sericordia e alla vostra giustizia, di fuggire
da voi appunto allora che ne abbiamo più bi
sogno, e sottraendo le piaghe nostre alla vo
stra bontà, lasciarle senza rimedio incancrenire.
Per la qual cosa, oh quanto bramerei,
mio Salvatore, di partecipare anche a' miei
fratelli tale convincimento, onde io per gra
zia vostra ora mi sento compreso! Quale glo
ria non istimerei io di rendere al vostro di
vin Cuore, ove potessi persuadere a quanti lo
servono di fare all'istante l'offerta delle colpe
da loro sventuratamente commesse ! Oso af
fermare che fra tutte le pratiche di così gran
divozione non ve n' ha una più salutare.
Perocchè una continuata esperienza ci dimo
stra, come le anime di buona volontà trovan
169
sovente un forte intoppo nel cammino della
perfezione, più che nei falli commessi, nell'ab
battimento che in lor ne consegue. Eppure
un fallo tosto riparato non lascia traccia die
tro di sè, anzi d' ordinario somministra l'oc
casione di meriti grandi, per quell'umiliar
sene e pentirsene che altri fa; per quel vegliar
con più diligenza sopra se stesso, eccitarsi a
fare ammenda della propria infedeltà, eserci
tare atti frequenti della contraria virtù. E così
somiglianti cadute , anzichè ritardare il pro
gresso dell' anima, non fanno se non maggior
mente accelerarlo. Ma quante volte in cam
bio se ne lascia generare il fastidio, lo scuo
ramento, l' abbandono degli esercizi di pietà
o l'usarne con disgusto, dando luogo alla
noia, all'interior malcontento , lasciato anche
dar fuori nella conversazion nostra coi pros
simi? Quindi quante grazie perdute, quante
nuove colpe commesse in conseguenza di una
sola, che forse non era tale se non per metà!
L' anima non ne avea riportata che una lieve
scalfittura, ma questa, invelenita per amaro
sconforto di cuore , ne addivenne una piaga
pericolosa.
Perciò anche il demonio non lascia nulla
d' intentato per farci cadere in tale stato in
felice; e quanti sforzi adopera per adescare a
sè colla mostra di sensuali piaceri le anime
grossolane, avide di così vile pastura, altret
17()
tante astuzie impiega per turbare, inquietare,
svigorire quelle sinceramente desiderose di
servire a Dio. Ma voi, o Signore , vi adope
rate invece per consolare queste anime, sol
levarle, dilatarle , fortificarle, infondendo loro
la pace, l'unzione intima, il coraggio alla ma
niera propria del vostro Spirito. Ben ci rim
proverate delle nostre colpe; ma i vostri rim
proveri non tendono mai a farci pusillanimi ;
e additandoci la profondità del nostro tra
scorso, ci aprono insieme la via di rilevar
cene. Voi ci riguardate, come già il vostro
Apostolo infedele, e nello sguardo del Cuor
vostro noi leggiamo ad una volta e la nostra
ingratitudine e la vostra bontà , e se pian
giamo amaramente per l'una, gustiamo per
l' altra la dolcissima consolazione dell' otte
nuto perdono.
Di tale maniera dunque, o buon Signore
sarà per l' innanzi il mio pentirmi, non già
quel disgustoso e acerbo cui Satana ispira, a
renderne più gravi le colpe, la riparazione più
difficile; ma quel tutto filiale, stillante quasi
soavissimo balsamo dal vostro Cuore. Nè vi
fuggirò più quale schiavo colpevole che pa
venta il flagello, nè mi studierò più di celar
mi ai vostri occhi, come Adamo ed Eva dopo
la lor trasgressione; volerò per contrario a
voi, come un figlio diletto al più tenero pa
dre, come fiducioso malato al medico più ca
171
ritatevole, dicendovi colle sorelle di Lazzaro :
Ecco quegli che voi amate è infermo, Ecce
quem amas infirmatur (Jo., XI, 3). Di que
sto modo, colla piena sicurezza che voi po
tete e bramate sanarmi, non mi lascerò mai
scoraggiare dalle mie imperfezioni, mancanze
e spirituali infermità; risovvenendomi come
voi siate mio medico e mio padre non solo ,
ma più ancora mio Capo ed io dei vostri mem
bri. Che se io desidero tanto il ben essere
delle mie membra e tanto mi studio di me
dicarne, se fosse possibile all'istante, ogni più
lieve malore, quanto più voi nella Chiesa che
è vostro corpo? Nemo carnem suam odio ha
buit, ci attesta san Paolo , sed nutrit et fo
vet eam,sicut et Christus Ecclesiam (EPH. ,
V, 29). Questa è la occupazione principale del
vostro Cuore , mantenere cioè e riparare le
forze e la sanità di così nobile corpo; e se
ciò è verissimo, che mai potremmo noi farvi di
più accettevole del fornirvi occasione di adem
piere nel miglior modo possibile un officio
tanto a voi caro ?
Grazie adunque vi sieno rese , o Gesù
mio, che nella vostra bontà infinita degnate
invitarmi al Cuor vostro per ivi cangiare in
ostie pacifiche quel gran carico d'infedeltà ,
che mi dovrebbono rendere giustamente og
getto della vostra collera : e benedetto siate
voi dell' avermi rivelata la pratica sì cons0
172
lante della divozione al vostro Cuore, più d'o
gni altra conveniente alla mia debolezza. Certo,
io amerei molto meglio di potere ogni mo
mento venire offerendovi nuovi meriti e nuovi
atti di virtù ognor più perfetti; ma poichè
non mi posso ripromettere sorte così deside
rabile, mi è pur dolce conforto il poter far
servire i miei falli medesimi a vostra gloria
ed a santificazione mia , a guisa di abile
giardiniero, il quale sa giovarsi delle immon
dezze più infette per farne crescere i fiori più
belli ed olezzanti. È questa l'opera della vo
stra misericordia, Signor mio buono, il ren
dere a me salutare quello che di sua natura
non potea recarmi se non infezione e morte; e
il procurare al Cuor vostro la gloria tanto
bramata di tramutare i frutti di peccato e di
morte in frutti di giustizia e di vita eterna.
MEDITAZIONE VII,
Come dobbiamo appropriarci gl'interessi diviui del
Cuor di Gesù a lui sacrificando i nostri umani,
Sesto scambio fra il Cuore di Gesù ed il nostro.

Mea omnia tua sunt, et tua


mea sunt :Tutte le mie cose sono
tue , e le tue sono mie (Jo. “
XVII, 10).

I. Non possiamo amare Gesù com' egli


merita se non facciamo nostri i suoi di
173
vini interessi. – Primo frutto cui dovea
portare in noi la divozione al vostro divin
Cuore, o Gesù, era l' adempimento della vo
stra dolce parola verso gli apostoli la sera
innanzi alla vostra morte: Non vi chiamerò
già più servi, ma vi ho chiamati amici, Jam
non dicam vos servos; vos autem dixi ami
cos (Io. XV, 15): così anche al presente non
potete andar soddisfatto dall' avere o schiavi
che vi obbediscano per timore, o mercenari
che vi servano per guadagno ; ma desiderate
anzitutto affezionati amici, ed a moltiplicarne
il numero voi proponete al nostro culto l' a
more sì generoso del vostro Cuore. Ora in che
dovrà riporsi cotale amicizia cui da noi vi
aspettate, a sì buon diritto, di ottenere? Non
in altro se non nella comunanza degl'interessi,
dei sentimenti, dei voleri, delle gioie, dei do
lori: nel che ogni verace amicizia consiste.
Che se fra gli uomini nonostante il freddo a
more di sè che sì li ritarda, arrivasi pure a
tanto di veder due amici vivere in certo mo
do l'uno nell' altro con reciproca unità di
beni e di mali, quanto maggiormente a pro
dur tal effetto dovrà riuscir valida l'amicizia
che a voi ci stringe, o Gesù ? E riguardo al
vostro CuGre fu veramente così nel più alto
grado di perfezione. Come Dio , voi avevate
interessi opposti affatto ai nostri ; voi santità
suprema, noi abietti peccatori; voi incld vo
174
stra giustizia in diritto di esigere riparazione
delle nostre iniquità, noi nella impotenza di
darla, bisognosi di puro e semplice perdono.
E che faceste voi allora ? A conciliare così
opposte ragioni, vi rendeste nostro fratello ,
tolte a scontare tutte le nostre colpe, da cre
ditore fattovi debitore. -

E dopo che l' amicizia vostra per gli uo


mini operò una tale comunione d'interessi ;
come potranno essi tenere ancor separati gli
interessi propri dai vostri, e non curare un
partito che riesce a loro solo guadagno? Seb
beme che parlo io di guadagno, mentre il vo
stro Cuore mi fa udire sì alto linguaggio del
l'affezione più pura e generosa? Oh non sarò
io già sordo, Dio mio, al vostro linguaggio ,
ma io pure colla grazia vostra mi dedicherò
tutto a voi, farò mieigl'interessi vostri, confon
derò le mie brame colle vostre , godrò delle
vostre gioie, mi dorrò dei vostri dolori.
In ogni ben composta famiglia si veg
gono i figliuoli rallegrarsi degli onori del pa
dre come a sè conferiti, e la donna rattri
starsi delle calamità del marito come di sue
proprie; ed io potrò rimanermene indifferente
agli oltraggi e alla gloria vostra, e non im
medesimarmi in quanto a voi tocca , o mio
Dio, che ben più di padre e di sposo, mi sie
te Capo ancora, per una più stretta unione di
quella che corre fra la mia testa e la mia mano?
175
Si vide mai corpo in cui ogni membro abbia
un interesse suo proprio, e non goda del bene
e non soffra del male incolto al capo ed agli
altri membri ? Ma quand'anche, per impos
sibile, se ne trovasse un somigliante al mondo,
oh non potrebbe di certo esser quello del
quale, Gesù mio, voi siete Capo, e vincolo la
vostra divina carità !
Adunque, o divinnostro Capo, non vogliamo
noi più aver altri interessi se non fuori dei vo
stri, nè sia mai che disconosciamo il glorioso
dovere che ci proviene dalla nostra ineffabile
unione con voi, ponendo in oblio come per
ciò trovansi in noi due maniere di essere, l'una
divina l'altra umana, e le ragioni eterne di
quella sono incomparabilmente da preferirsi
alle transitorie di questa. Che importa di ciò
che fugge a par d'un baleno, del mio ben
esser presente, di un po' di piacere, di un at
timo di bene, della stima o dispregio degli
uomini che sono pur essi un niente ? Entro
dieci, venti, trenta o poco più anni, che pen
serò io del travagliarmi che ora faccio intorno
a tutto questo niente ? Miei veri interessi, o
buon Gesù, sono quelli onde si occupa inces
santemente il vostro Cuore, quelli della glo
ria del Padre e della salvezza delle anime ,
sola opera degna di voi e di me; questi solo
valgono a produrre durevoli effetti che sfug
gono il dominio del tempo e della morte. Per
176
questi la provvidenza del Padre apparecchiò
i secoli, per questi si spese il vostro peregri
nare in terra, per questi ancor si adopera il
vostro regnare in cielo; e quante sono le crea
ture visibili ed invisibili, tutte furono pro
dotte e si conservano per cooperare secondo
loro modo a sì gran fine, fuori del quale ogni
cura e fatica si gitta indarno. Laddove il buon
successo di questo o gli ostacoli che vi si op
pongono, i trionfi della Chiesa o le angustie
che ne inceppano la libertà , le anime con
dotte alla via della verità o trascinate al pre
cipizio dell' errore, sono le veraci ragioni di
suprema importanza per le quali voi, Dio mio,
non esitaste a morir sulla croce, per le quali
non cessate d' immolarvi ognora sui nostri
altari.
Se io vi amo sinceramente, o Gesù, non
perderò di vista un solo istante interessi di
sì gran peso. Fu già un poeta che disse:
Homo sum, et humani nihil a me alienum
puto : Son uomo, e niente di umano reputo
estraneo da me; la quale verità, sebbene non
servì di regola pratica per quelle genti pa
gane, pure tanto era conforme al naturale sen
tire da riscuotere, ogni qual volta si ripeteva
in teatro, gli universali e vivissimi applausi
degli spettatori, come attesta S. Agostino.
Ma con quanto maggior motivo dovrebbono
i cristiani appropriarsela così: Christianus
77
sum , et Christi nihil a me alienum
sono cristiano, e niente reputo da me estra
neo che si riferisce a Cristo! Infatti noi sia
mo a voi congiunti, o Salvator mio, con le
gami senza fine più stretti di quelli che ai
nostri simili ci congiungono; e per conse
guenza la grazia che li annodò dovrebbe farci
sentire per voi un affetto senza confronto più
vivo di quello che la natura ci fa provare per
loro. -

O quanto io mi vergogno di averne fatto


sino al presente sì lieve conto ! Deh, mio Si
gnore, non sia più così in avvenire. Nulla mi
rimanga indifferente di quanto vi riguarda;
e quindi se udirò, per esempio, essere la vo
stra Chiesa in quale si voglia lontanissimo
paese perseguitata ed i fedeli esposti al pe
ricolo di apostatare, me lo piglierò a petto
quale una domestica sventura, e per quei cri
stiani, a me sconosciuti di vista, io pregherò
come per miei veri fratelli: se risaprò di al
tro popolo, o anche solo di alcun nobile in
telletto, già vinto dalla forza della verità e
affrancato dalla schiavitù dell' errore, ne me
nerò festa come se il mio corpo avesse ricu
perato uno de' suoi membri perduti. Nè mi
starò pago a semplici affetti, mentre anche in
altri affari di tanto minor rilievo, purchè mi
stiano a cuore, non mi fermo già qui, ma S0
operare al bisogno e andare incontro anche ai
L' Apostolato del Cuor di Gesù 12
178
sacrifici. Quando però tratterassi dei vostri ,
o Signore, io ne consacrerò con gaudio al
trionfo ogni mezzo di cui stia in mia mano
il disporre, e senza offendere alcun diritto ,
senza mancare ad alcuna debita convenienza,
saprò nel mio zelo ritrovare agio e potere di
aiutare con efficacia le opere veramente utili
alla gloria vostra. E dove a tanto io non valga
le favorirò almeno col mio approvarle, le so
sterrò studiandomi di accrescer coraggio in
chi le promove. Ceda ogni mira di mio pri
vato interesse a questo supremo, talchè a
quanti gli sono veramente devoti io mi porga
sempre generoso coadiutore ed amico.

II. La nostra cura per gl' interessi e


terni e divini del nostro Capo ci renderà
facile il distaccarci dagli umani e cadu
chi. – Dunque, o divino Signore, io debbo
mirare oggimai tutte le cose alla luce del Cuor
vostro, e di qui misurare il grado di stima
cui esse meritano. E che veggo io a questa
luce? Veggo le immense vostre ricchezze tutte
a mia disposizione ; mia la vostra vita, mia
la vostra gloria, giusta il detto dell'Apo
stolo : Tutto è mio, come io son vostro , o
Gesù, e voi di Dio, Omnia vestra sunt, vos
autem Christi, Christus autem Dei (I CoR.,
III, 22). Sì, ho diritto di considerare quale
proprietà mia, ho dovere di abbracciare con
179
tutto il fervor dello zelo quanto riempie ora
la sterminata estensione degli spazi, quanto
riempirà la serie interminabile dei secoli av
venire.
Ma qual posto allora mi resterà nel cuore
pe'miei interessi passaggeri, terrestri, umani?
Chi è ripieno dell' infinito, può forse tuttavia
serbare un minimo che della sua stima o del
suo affetto pel niente ? Chi possiede i veri
beni e durevoli, può mai porre amore alle
vane apparenze che passano ? No, Dio mio,
il comprendo, non mi è, non mi deve più es
ser possibile lo stimar nulla fuori di voi ; il
quale perfetto distacco, da voi richiesto, non è
solo per me dovere, ma necessità e condizione
indispensabile per venire in possesso delle ric
chezze vostre infinite. Il mio cuore non può
evidentemente esser tutto vostro, quando ami
checchessia fuori di voi , a meno di amarlo
puramente per voi; nè voi medesimo potre
ste donarvi tutto a me, quando io non sa
pessi pregiarvi a giusto valore, amarvi come
sommo bene, e spregiare tutto quello che non
è voi. Ben vero adunque , o mio buon Mae
stro, ben vero è l'insegnamento vostro, non
comprendibile alla umana sapienza, ma chia
rissimo al lume della fede: Beati i poveri di
spirito, perchè di loro è il regno de' cieli :
perocchè il nostro cuore non può acquistare
i veri beni della eternità, nè può amarli, se
180
non dispregiando i falsi beni del tempo; nel
che consiste quella povertà di spirito, origine
delle vere nostre ricchezze. E di qui la som
ma perfezione onde voi, o esemplare nostro di
vino, praticaste un tale distacco da ogni cosa.
Fin dalla nascita, entro il vostro presepio, ci
predicavate la povertà, e con ben più viva e
loquenza che non appresso sul monte: voi, al
quale appartenendo ogni cosa non ne vole
leste niente, spogliatovi di tutto in effetto,
per insegnare a noi a spogliarci di tutto al
meno in affetto, e riuscire così discepoli ve
raci del vostro Cuore.
Metterò dunque mano, o Dio mio, a cer
care questo perfetto distacco, voluto da voi
a fine di unirvi perfettamente a me. E quanto
alle creature dev' essere mio studio il non
mirarle più se non in voi: mi sieno aggradevoli
o no , gioconde o moleste, poco monta; le
accetterò quando mi conducono a voi, le ri
getterò quando me ne allontanino ;vincerò le
consolazioni da voi offertemi per glorificarvi,
come per questo medesimo amerò i sacrifici
da voi impostimi. Che anzi non debbo aspet
tar l'amor vostro ad impormeli, ma preve
nirlo; e dal primo istante ch'io mi scorga
in cuore un'affezione non appieno subordi
nata alla vostra divina carità, una fibra sola
che non vibri puramente per voi, io ne la
strapperò; e dove non mi riesca di farlo al
181
primo colpo, rinnoverò ciascun giorno i miei
sforzi, fino a riportarne compiuta vittoria. Que
sta dev' essere ognora la primaria impresa
del viver mio, come ne è scopo primario il
distaccarmi da tutto per unirmi interamente
a voi, il vuotarmi del niente, per tutto riem
pirmi di voi.
Nè tali sforzi voglio considerare come sa
crifici ; no, mio Dio, tali non sono veramente
ma piuttosto immensi guadagni. Quale avaro
stimerebbe mai gran sacrificio il vuotare i
forzieri di polvere per colmarli di denaro ? ed
io, mio buon Signore, staccandomi dalla pol
vere di questa terra, non mi procaccio dovizie
ben più preziose dell' oro e dei diamanti ? Il
perchè non io mi addimostro in ciò generoso
per voi, ma voi usate di una generosità in
finita per me.
Or ecco, mio Dio, quello che deve porre
il colmo alla mia riconoscenza ! Affinchè io
nell' intrapreso camminò riesca a buon ter
mine, l' amor vostro accorre in mio aiuto ; e
sapendo quanto alla mia povera natura ripu
gnino questi apparenti sacrifici, che soli a
lei acquistano vere ricchezze, voi però vi pren
dete la cura di darmeli facilmente compiuti,
pure a condizione che io non resista, che mi
affidi con filiale abbandono alla vostra paterna
condotta. La quale, per comune testimonianza
dei vostri santi, tende appunto a produrnelle
182
anime la perfetta purità da ogni affezione ter
rena, staccandole a poco a poco da tutti gli og
getti, cui si sentissero tratte ad amare fuori
di voi; e così facendole passare per una con
tinua vicenda di luce e di oscurità, di conso
lazioni e di privazioni, loro comunicandovi
per mezzo di creature, cui poi sottraendo con
seguite il fine dell'averle date, voi venite a
mano a mano distaccando quelle anime da
tutti i vostri doni, per esserne solo amato per
voi medesimo. Oh condotta meravigliosa della
provvidenza vostra, o Dio mio, pur troppo
da me fino al presente male compresa,e quindi
anche corrispostole con sì poco profitto nella
via del distaccamento e del vero amore ! Deh
concedetemi grazia di meglio intenderla in
appresso e con maggiore fedeltà corrispon
derle !

III. In quale maniera sia da praticarsi


un tale distacco. – Anzi tutto, o Signore, voi
richiedete dall'anima desiderosa di unirsi a
voi, ch'ella si distolga dai beni materiali e
dai sensuali godimenti, comuni all'uomo coi
bruti; perchè non le sarebbe possibile gustare
le gioie dello spirito, rimanendo sepolta entro
il fango dei sensi. A rendere pertanto più fa
cile questo primo sacrificio, voi, o indulgen
tissimo Salvatore, infondete nei cuori che a
voi ritornano sensibili consolazioni, incompa
183
rabilmente più soavi di tutte le soddisfazioni
dei sensi: laonde questi allettati, da tanta dol
cezza, tirati alla fragranza dei vostri profumi,
spezzano le indegne catene onde teneansi le
gati schiavi alla creatura, e avventurati si
porgono a stringere dai nobili vincoli dell' a
mor vostro.
Tuttavia un sì fatto amore è ancor molto
imperfetto; e chi lo possiede ama voi , senza
dubbio, o Dio mio, a cagione dell'amabilità
vostra infinita, ma vi ama insieme a cagione
del godimento procuratogli dalla vostra gra
zia. Cotal mescolanza dee scomparire, onde
amar voi per voi solo: ed ecco che voi non
tardate a privar questi cuori, ancor teneri, del
latte della consolazione; cessate di portar
veli in braccio, o condurli a guisa di bam
bini per mano, rendendo loro di continuo sen
sibile la vostra presenza; e fate succedere al
chiaro dì che illuminavali, una fosca notte in
cui conviene lor camminare colla sola fiac
cola della fede, appoggiati a voi per la spe
ranza, ma senza vedervi , senza sentirvi. Una
prova somigliante riesce ben dura; nè voi però,
o Gesù, vi meravigliate del dolore che a noi
cagiona, e dello smarrirne e piangerne che noi
facciamo, a maniera di pargoli, che non ve
dendo più la madre temono di averla perduta.
Toltoci il latte delle grazie sensibili, a noi
sembra di andarne a morire di fame; ed il
184
vostro amore intanto , benchè nascosto, ci
sorregge, ci accostuma grado per grado al
pane della tribolazione, e poco stante ci fa
camminar più sicuri di quando ci sosteneva
il passo coll' aiuto delle consolazioni.
E basterà egli tanto, Signor mio, affin
chè l'anima passata generosamente per simile
prove, rimanga sempre più distaccata da ogni
cosa per unirsi perfettamente a voi? No, ma
tuttavia le rimane a raggiungere il grado più
difficile. Perchè anche dopo staccato il cuore
da tutto il sensibile, può conservarsi qual
che segreta stima della propria virtù, qual
che fidanza nei propri lumi e naturali facoltà,
qualche mal regolata compiacenza delle pro
prie buone opere, e dividersi così le affezioni
del cuore tra l' amabilità vostra ed il gusto
che altri sente in sapere di amarla; e così
voi non potete appieno comunicarvi a chi non
v' ami ancora solo per voi stesso. Oh quanto
è rigorosa la prova che sola può dare que
sta perfetta purezza ! Voi private del tutto il
cuore, a cui la destinate, della vista del me
rito proprio e dell'amore che a voi porta,
talchè esso più non vi ama se non tormen
tandosi col timore di non amarvi; le sue fa
coltà s' intorpidiscono, i suoi lumi, l'attività
sua vien meno e si perde. E nel tempo me
desimo il meschino si scorge involto nell'ini
quità, pieno di rei sensi, cui non può fare
185
a meno di attribuire a sè, quantunque li de
testi , travagliato da una disperanza cui non
vale a calmare, già sullo sdrucciolo dell'in
ferno, inetto a persuadersi, checchè altri dica
per assicurarlo, di non essere a quel suppli
zio irreparabilmente condannato. Frattanto,
Signor mio buono, voi non gli siete mai più
vicino di quando egli si reputa del tutto ab
bandonato allo spirito del male, nè mai lo
riempite più del vostro amore di quando egli
crede di odiarvi, nè mai si trova egli più dap
presso alla vita di quando paventa di cam
minare in seno all'ombra di morte. Però oh
come pura è la luce che, giunto al termine
della prova tremenda, ei si vede brillare in
nanzi per grazia vostra! come deliziosamente
voi gli fate sentire che lungi dall'avervi per
duto , vi ha invece acquistato per sempre !
Quest'è il risorgimento dopo l' agonia , que
sto il paradiso in terra; ma riserbato solo ai
cuori magnanimi tanto da reggere a siffatto
purgatorio, che ne li rende meritevoli.
Quanto peraltro sono essi rari, o Dio mio!
Possa io esser uno di loro; nè voi permet
tete, vi supplico, che mi privi dei beni, che
sono premio infinitamente prezioso del per
fetto distacco da ogni cosa. A qualunque grado
io sia giunto nella via del perfetto amore,
datemi, o Gesù mio, desiderio e forte volontà
di farvi nuovi progressi. E poichè la vostra
186
grazia è sempre in opera di farmi acquistare
un distacco più compiuto , fate ancora che io
più non le resista, che a voi mi commetta,
come a caritativo medico l' infermo, come il
fanciullo alla più amorevole delle madri. Dio
mio, io son vostro, nè più altra brama io nu
tro se non di unirmi a voi, fate di me quanto
volete; fatemi pur passare per tutte le vi
cende di qualsiasi stato; luce e tenebre, con
solazione e desolazione, vita e morte, accetto
ogni cosa; di ogni cosa voglio spogliarmi,
anche del contento di sapere d'amarvi e d'es
serne amato, per cercar solo, Dio mio, il vo
stro puro amore, cui certamente voi non po
tete negarmi.

MEDITAZIONE VIII,
Come dobbiamo appropriarci le preghiere del
Cuor di Gesù e per esso far passare le nostre.
f'ettimo scambio fra questo Cuore ed il nostro.

Semper vivens ad interpellan


dum pro nobis: Vivendo sempre a
fine di supplicare per noi (IHEB.,
VIII, 25).

Mi riescirebbe pur dolce, o mio Gesù,


il continuare a conversar con voi in cielo,
l'appropriarmi per tutta la vita le ricchezze
187
del vostro Cuore, mirandolo inebriato di de
lizie e raggiante di gloria, ornato di tutte le
perfezioni e di tutti i meriti , regnante sulla
universale creazione e inteso a promuoverne
nella sua immensa carità quanti v'hanno in
teressi più nobili e più divini. Di questo tri
plicato oceano delle vostre grandezze, delle
vostre virtù, degl' interessi vostri, non ho fatto
fin qui se non sfiorarela superficie, però mi pro
- pongo di ritornarvi sovente a scandagliarne
le profondità interminabili. Ma ora mi tarda
di contemplare un altro abisso del vostro a
more, adorando il Cuor vostro amabilissimo
nella oscurità e nell'annientamento dei sacri
tabernacoli. Qui specialmente esso mi appar
tiene, qui mi torna più facile l'unirmivi ;
poichè nella sua vita sacramentale mi pare
ancora più mio che nelle altre due di pati
mento e di gloria. Nella prima delle quali io
lo veggo abitare la terra ch' io abito, quindi
mi è vicino di spazio, ma di tempo lo sento
lontano; nella seconda mi è vicino di tempo,
ma lontano di spazio : solo nel sacramento
dell'amor suo mi sta vicino d'entrambi. Quivi
è la possessione tutta propria degli abitatori
della terra, venutivi dopo la sua gloriosa sa
lita al cielo; dal quale momento esso comin
ciò questa nuova maniera di esistere, per ri
maner tuttavia loro presente , per unirsi. loro
più strettamente, per loro donarsi più com-
piutamente.
188
E tre atti contiene questo esister vostro
eucaristico, o Salvatore divino; la preghiera,
il sacrificio, la donazione di voi; tre novelli
tesori che mi offerite del vostro , per ecci
tarmi a non serbarmi niente di quanto anch'io
possa offerirvi del mio.

. I. Il Cuor di Gesù prega incessantemente


per noi. – Primieramente la preghiera , uf
ficio da voi esercitato in ogni istante del pro
fondo nascondimento di oramai venti secoli,
al quale vi condusse il vostro amore. Ed
ahimè! perchè mai la nostra ingratitudine
aggiunge a questa volontaria vostra prigio
nia il tormento della solitudine e dell'abban
dono ? Eppure da noi dimenticato, voi vi ri
cordate di noi; da noi offeso, voi pregate per
noi; sempre vivendo, come scrive l'Apostolo,
a fine di supplicare per noi. In cielo voi anzi
vivete per riscuotervi gli omaggi di tutte le
creature e loro concedere le vostre grazie; in
sacramento per sblo pregare; lassù operate
come Capo del gran corpo della Chiesa, con
servandola, governandola, costringendo gli
stessi nemici ad eseguirne i vostri disegni ;
quaggiù piuttosto la fate da Cuore , vivifi
candone tutti i membri, traendone quei ge
miti inenarrabili, cui Iddio non può a manco
di esaudire, siccome effetti del vostro divino
Spirito.
18)
So che alcuni dubitarono del senso , per
altro sì chiaro, dell' oracolo apostolico , pa
rendo loro che dopo risorto con piena pode
stà di ogni cosa, voi non abbiate più nulla
da chiedere al Padre : ma in ciò sfuggì loro
di vista che non per qnesto venne a cessare
la doppia vostra qualità di Figlio di Dio, e
dell'uomo ; e come Figlio dell'uomo voi pre
gate in noi e per noi, come Figlio di Dio voi
esaudite le nostre preghiere: Oratur in for
ma Dei, orat in forma servi, orat pro no
bis, et orat in nobis (S.AUG. in Ps. LXXXV):
sfuggì loro di vista che, come nostro Capo,
voi pigliate parte a tutte le nostre miserie,
risentite tutti i nostri bisogni, proteggete tutti i
nostri interessi; e di questi uffici, l'uno più
splendido e glorioso esercitate in cielo, l' al
tro più dolce e misericordioso compite sui no
stri altari; dove certamente voi non pregate
più, come già mortale, meritandoci il doman
dato per noi, ma per ottenercene golla me
desima sollecitudine ed efficacia l'applica
zione.
Perchè dunque, o Dio mio, perchè metto
io sì spesso in oblivione tale verità sì con
solante, dell'avere cioè presso l' eterno Pa
dre un avvocato in infinito eloquente, un in
tercessore del pari affezionato , un mediatore
tanto santo quanto io colpevole, tanto accetto
al mio giudice quanto a lui sono i miei pec
190
cati odiosi ? E mentre io dimentico stolta
mente i debiti di cui son carico, i castighi a
cui mi espongo, e ancor più stoltamente vado
aggravando gli uni e provocando gli altri ;
egli, da me oltraggiato, pure implora dal Pa
dre suo misericordia e perdono! Pertanto il
dì e la notte, ogni ora, ogni momento, da
tutti i tabernacoli ov'egli ha sede, s'innal
zano le sue preghiere al cielo, quale pro
fumo d'incenso in odore di soavità per di
struggere le infette esalazioni dei nostri pec
cati. E quale ne è l' oggetto? Non gli angeli
e gli altri membri della Chiesa trionfante ;
poichè quei beati spiriti e quelle anime sante
tocco già il termine di loro carriera e rice
vutane la ricompensa, son fuori d'ogni ri
schio nè possono più meritare, quindi neppur
abbisognano di preghiere : ma per noi prega
Gesù con divino fervore ed efficacia, per noi
poveri pellegrini sulla terra, pei giusti cotanto
esposti a sviarsi dalla giustizia, pei pecca
tori cui solo un miracolo della divina Bontà
può richiamar dall'abisso; per noi tutti pre
ga ora, come già per tutti si offerse a morire.
Prega egli pertutti e per ciascuno di noi,
come vede e conosce il mistico suo corpo che
è la Chiesa, e ad uno ad uno i membri che
lo compongono, distintamente. Lo so, lo so,
Gesù si dà incessantemente così vivo pensiero
di me, come se non avesse altri al mondo;
- 191
conosce assai meglio di me i miei bisogni; ap
prende assai meglio i miei pericoli; non perde
di vista un momento la mia miseria; in tutte
le preghiere, in tutti i sacrifici che offre al Pa
dre, mi tiene presente come se pregasse e s'im
molasse pure per me. Posso dunque affidarmi
senza limite alle sue preghiere; Iddio Padre
non le può rifiutare, e però come potrebbe
respinger me quando io gli venga innanzi as
sistito da tale intercessore?

II. Le preghiere di Gesù son nostre ,


perchè del nostro divin Capo. – Le pre
ghiere vostre, o Gesù, mi appartengono an
cora per un altro titolo, siccomefatte non solo
per noi, ma di più in nostro nome; perchè
voi, oltre di essere intercessore e mediator
nostro, siete anche nostro capo, e per questo
ci appartenete con tutte le vostre opere, e le
vostre preghiere son nostre a par di quelle
che il vostro Spirito forma nei nostri propri
cuori. Voi stesso mi avete fatto intendere che
se come uomo ho un cuore pieno d' imperfe
zioni e d' imbratti , come cristiano ho un al
tro cuore tanto puro quanto il primo è mac
chiato, tanto santo quanto il primo è difet
toso; e questo cuore, o Gesù, è il vostro pro
prio datomi da voi nel darmi la vita, ond'esso
è sorgente. Ma se questo è mio, anche le sue
continue preghiere per me sono mie ugual
192
e la loro perfezione e dignità infinita
può supplire ai difetti ed alla indegnità delle
mie. -

Dolcissima consolazione pei cristiani, ai


quali dall'un lato è necessaria la preghiera,
e dall' altro conviene confessare con S. Paolo
di non saper pregare come bisogna, Quid
oremus sicut oportet nescimus (RoM. VIII,
26): nè può essere altrimenti; chè la pre
ghiera è linguaggio divino, e non v' ha uomo
sulla terra che lo possegga. Ma ben lo pos
siede Gesù Cristo ; e giacchè egli acconsente
di farsi nostro interprete appo il Padre, non
ci può arrecare più difficoltà il farci ascoltare
da lui. Dolcissima consolazione per coloro
principalmente ai quali le occupazioni e le
infermità tolgono il dedicarsi, quanto vorreb
bero e abbisognerebbero, all' orazione. Non si
perdano di animo per questo: se non possono
pregare da sè , il Cuore di Gesù prega per
loro, e niente li può impedire di unirsi a lui
e appropriarsi il frutto di sue divine preghiere
con qualche aspirazione di cuore, rinnovata a
quando a quando di mezzo ai loro travagli ed
ai loro patimenti. -

O Gesù, quanto voi siete buono, offren


dovi a così supplire la mia impotenza ! Quale
contento per me il pensare di potere per voi
adempire con quella perfezione di cui io sono
al tutto incapace, un mio dovere sì necessa
193
rio ! Non perderò più di vista sì cara verità:
e quando nei momenti di tenebre e di affanni,
colla mente sterile di ogni buon pensiero, col
cuore arido di ogni buon sentimento, mi ve
drò impossibile il santo esercizio della ora
zione, offerirò per rimedio al Padre le pre
ghiere e i sentimenti del Cuore del Figliuol
suo, a lui sì accettevoli. Non è mio proprio
questo Cuore divino al pari del mio umano,
e tanto ricco e più ancora che non è povero
il mio ? Perchè dunque ostinarmi a voler at
tingere da questo sì miserabile, vera cisterna
dissipata, inetta a contenere stilla di acqua;
in cambio di attingere alla sorgente delle vive
acque, e dissetarmi alle fonti del Salvatore ,
mie facendo le preghiere che ne scaturiscono
a rendermi esente per sempre dal pericolo
d'inaridirmi e di morire di sete ? Haurietis
aquas in gaudio de fontibus Salvatoris (Is.,
XII, 3). -

III.Tutte le nostre preghiere debbono es


sere del Cuor di Gesù. – Non mi è per questo
vietato di venire anche da me formando pre
ghiere, di esporre a Dio i bisogni e le ne
cessità mie, e degli altri a me cari, di do
mandare per loro e per me le grazie che ci
convengono: nè Gesù Cristo col farsi nostro
mediatore, ci dispensò dall' aiutarci anche da
noi, ma volle al contrario che con lui ope
L'Apostolato del Cuor di Gesù 13
194
rassimo nell' applicarci quei meriti ch' egli
per noi acquistò. Pregherò dunque; ma se
bene intendo il mio vero profitto, non pre
gherò mai solo. Chè troppo stolto sarei pre
sentandomi a Dio Padre sol con preghiere
fredde ed imperfette, mentre sta in mio arbi
trio il farle passare pel Cuore di Gesù Cri
sto, e farle offerire al mio Giudice da tale
validissimo Mediatore. Esse benchè suggeri
temi dallo Spirito divino , possono ancor ri
sentire di tutte le infermità di questo me
schino mio cuore; ma intromesse nel Cuore
di Gesù, ne saranno al divino contatto puri
ficate, e ardenti di tutta la sua carità sali
ranno al trono di Dio perfettamente degne di
essere esaudite. La Chiesa stessa, bene a Dio
più cara di qualsivoglia de' suoi particolari
figliuoli, non inalza preghiere se non per Gesù
Cristo, terminandole sempre con questa for
mola o equivalente: Per Gesù Cristo Signor
nostro, che vive e regna con voi, nell'unità
dello Spirito Santo, per tutti i secoli de' se
coli. Con quanta maggiore sollecitudine però
debbo anch'io procurare in questo modo si
cura efficacia alle mie preghiere ?
Per la qual cosa, prima di darmi ad
orare, entrerò in me stesso, consulterò lo Spi
rito di Gesù in me presente, e accertatomi
che l' oggetto di mia domanda si accorda colle
intenzioni del suo divin Cuore, a lui mi unirò,
195
a lui esporrò il mio bisogno, supplicandolo di
chiedere con me e per me la grazia di cui
mi sento in necessità. Nè contento a tanto, in
sisterò in pregarlo e scongiurarlo; poi rivol
tomi al Padre gli offerirò il Cuor del Figlio
a lui sì grato, gli ricorderò quanto questo di
vin Salvatore ha fatto, quanto patito per sua
gloria e salute mia; e supplicando in suo
nome per lo desiderato favore,persevererò fino
ad averlo impetrato; il che non può mancare.
Se Gesù Cristo, standosi in ginocchio a me
daccanto, precedesse colle parole dell'Ora
zione da lui insegnata, esortandomi a pronun
ciarle insieme, forse non mi terrei io certo
del buon successo di tale preghiera, propria
del Figliuolo di Dio ad un tempo e mia pro
pria ? Dipende però da me solo il procurarmi
questa dolce sicurezza ogni volta che prego;
dacchè il Cuor di Gesùil quale prega sempre
per me, è sempre anche pronto a pregare con
me; e come la preghiera da lui insegnataci non
è se non l' espressione de' suoi sentimenti, così
io posso andar sicuro che recitandola io, egli la
recita sempre con me. Quindi è ch' io chiamo
Padre nostro e non mio, non solamente per
abbracciare nella universale carità gli uomini
tutti quanti; ma sì ancora perchè io parlo a
nome del Fratel mio primogenito: Ut sit ipse
primogenitus in multis fratribus(RoM., VIII,
29); da cui solo mi viene il diritto di appel
lar Dio mio Padre.
196
Dunque io non reciterò più solo una
volta questa preghiera senza ricordarmi come
questo diletto Fratello la recita con me ,
nè mi presenterò mai più al comun Padre
nei cieli, senz'aver lui per compagno e in
troduttore; non volendo io più parlare a Dio
senza che la voce del mio divino Interprete
uniscasi alla mia e traduca le mie parole; nè
vibrar pure un sospiro dal mio cuore, il quale
non passi pel Cuore di lui e congiungasi ai
sospiri ineffabili, che egli non cessa di man
dare per la gloria del Padre e per la mia
salute. -

MEDITAZI0NE IX.

Come dobbiamo unirci alla immolazione perpetua


del Cuor di Gesù.
Ottavo scambio fra questo Cuore ed il nostro.

Per ipsum offerumus Hostian


laudis semper Deo: Per lui offeriamo
mai sempre a Dio ostia di lode (HEB.,
XIII, 15).

L'atto di religione più perfetto e com


pendio di tutti gli altri è il sacrificio. Quan
do i figliuoli d'Israello adunati nella santa
città offerivano a Dio le primizie dei campi
e delle greggie loro, riconoscevano il domi
197
nio sovrano di lui, ringraziavanlo de' suoi
benefizi, ne imploravano perdono alle offese
loro e domandavano le grazie celesti in ma
niera ben più viva e parlante di quando si fos
sero pure appagati di qualche preghiera nel
tempio. Perocchè, quantunque il sacrificio ester
no sia poca cosa senza l'interno del cuore, che
è la preghiera, pure eziandio questa si giova
molto da quello, e nel suo fervore s' accresce
per la reale immolazione di ciò che noi abbiamo
di caro. Tuttavolta i sacrifici dell'antica legge
non erano se non ombra del divino olocausto, il
quale dovea riconciliare la terra col cielo e se
gnare fra Dio e gli uomini una novella e perenne
alleanza. Allora solamente che il Figlio del
l'Altissimo , Dio come il Padre, immolossi
per noi, la Maestà suprema ne fu degnamente
adorata; i ringraziamenti della terra torna
rono pari ai benefici del cielo, le nostre colpe
con sovrabbondanza riparate, le nostre pre
ghiere salite all'Eterno con virtù di ottener
cene le grazie più grandi. Per tale sacrificio
adunque la religione toccò al più alto grado
della perfezion sua; e gli uomini desiderosi
di onorar Dio in guisa degna di lui non han
no più se non a congiungersi alle adorazioni
della Vittima divina, ai suoi rendimenti di
grazie, alle sue espiazioni, alle sue preghiere;
e riproducendo in sè questi quattro sublimi
atti del sacrificio divino, rendere la intera lor
vita veramente religiosa.
198
Ma, o Gesù, come potremmo unirci al
vostro sacrifizio, se dopo tanti secoli da che
si compì non più si rinnovasse ? e come sussi
sterebbe la vostra religione, se questa si com
prende tutta nel vostro sacrificio, e questo
non venisse più offerto ? D'altra parte come
potreste sacrificarvi di nuovo, già impassibile
ed immortale; come ne consisterebbe il sacri
ficio, conforme la sua essenza, o nella di
struzione o almeno nel cangiamento della vit
tima ? Sembrerebbe pertanto che voi non pos
siate più essere nostra vittima, non potendo
più nè distruggervi nè sacrificar nulla dello
stato vostro glorioso. Oh Gesù, l'amor vo
stro ha saputo trovare, a scioglimento di que
sta per noi insolubile difficoltà, una via de
gna di sè, per la quale, senza esser distrutto
nè perder niente, vi riesca d' immolarvi con
reale sacrificio, comecchè la distruzion della
vittima ne sia mistica solamente ! Così quello
del Calvario rimarrà bensì l' unico sacrificio
atto a soddisfar Dio ed a salvare gli uomini
ma si rinnovellerà ogni giorno, ed in tutti i
punti del mondo; e dall'orto all' occaso il
nome di Dio, onorato prima in un solo an
golo della terra, verrà più assai degnamente
ancora dai popoli tutti onorato, e in ogni luo-
go gli sarà offerta una vittima senza mac
chia, la Vittima del Calvario: Ab ortu so
lis usque ad occasum magnum est nomen
199
meum in gentibus; et in omni loco sacrificatur
et offertur nomini meo oblatio munda (MALACH.
I, 11). Questa Vittima riprodotta su mille al
tari, immolata misticamente per la separazione
delle sacre specie sotto cui si nasconde, met
terà pertutto gli uomini in istato di rendere
all' Onnipotente omaggi degni di lui; e quanti
vorranno, potranno adorar Dio in ispirito e
verità, render grazie alle sue misericordie,
soddisfarne la giustizia, implorarne i soccorsi
e i benefici. Quanti altari, tanti calvari; sul
Calvario il sacrificio fu cruento, sull'altare
incruento ; ma in entrambi il Cuor divino ha
le medesime parti, vi è il medesimo amore, i
frutti ugualmente abbondanti.

II. 0gni cristiano è in diritto di offe


rire a Dio tale Sacrificio e di appropriar
sene i frutti. — O buon Gesù, quanta rico
noscenza vi debbo io mai per questa inven
zione della carità vostra infinita ! Solo il Cuore
di un Dio potea farmi dono di tal natura;
0nde io meschinissimo verme della terra, pol
vere e niente, possa,quando voglio, porgere al
l'Altissimo un' offerta che in dignità ugua
glia la dignità infinita di lui; posso recarne
all'altare non più una giovenca od un agnello,
ma lo stesso suo Figlio, l'Agnello immaco
lato che toglie i peccati dal mondo. Mi ba
sta prendere poco pane e vino pronunciandovi
200
sopra alcune parole, ed in cambio di pane e
vino mi trovo in mano voi medesimo , o mio
Gesù, voi così realmente come in croce, voi
cogli stessi sentimenti, voi esercitante gli
stessi atti , voi col vostro Cuore che adora ,
che ringrazia, che prega, che espia. Quale ma
raviglioso sacrificio e tutto fatto, per la san
tità della vittima e per lo stato cui si ri
duce, a raffigurare la grandezza di Dio ed il
niente della creatura ! Ciò che a questa im
molazione manca della prima quanto al do
lore, vi è di più quanto al sensibile annien
tamento; chè nell'una, o Gesù, foste annien
tato sotto forma di servo , nell' altra è tolta
perfino la vostra esterior forma umana , so
stituitevi apparenze vili e senza vita.Or quale
cangiamento imaginare più acconcio a pormi
vivamente sotto gli occhi l' onnipotenza ed il
supremo dominio del nostro Padre celeste ?
- Quanto perciò mi addiviene facile, o Sal
vator mio, l' esercitare anch'io alla mia volta
gli atti più perfetti della religione ! Con voi
annienterommi al cospetto della maestà su
prema di Dio; con voi riconoscerò com'egli
può tutto sopra di me, e tutte le creature
sono al pari di me un niente innanzi a lui :
nè mi studierò in cercar parole per esprimer
ne le adorabili perfezioni, ma con voi mi terrò
in silenzio, che è la sola espression conve
niente a lui dovuta, Tibi silentium laus, Deus
201
(Ps. LXIV, vers. S. HIERoN.). Come voi e per
voi renderò grazie di tutti i ricevuti benefici
che sono senza numero e misura; giacchè da
solo mi troverei nell'assoluta impotenza di
ciò fare; ma possedendo voi posso rendere ap
pieno quanto mi fu largito. Piglierò dunque
il calice salutare del vostro Sangue e leve
rollo al cielo, sicuro che una tale offerta mi
proscioglie da ogni debito: Quid retribuam
Domino pro omnibus, quate retribuit mihi ?
Calicem salutaris accipiam , et nomen Do
mini invocabo (Ps. CXV, 13). Con voi e per
voi implorerò misericordia de' peccati miei e
de' miei fratelli ; ciascuno de' quali merita sì
gran pena che tutte insieme le creature non
varrebbono a farne l'espiazione conveniente ,
la quale esser dovrebbe infinita, siccome di
oltraggio recato ad una infinita Maestà. Ma
quel divin Sangue, di cui ogni stilla vale un
prezzo infinito e basterebbe sola per lavare
le iniquità di mille mondi, scorre tutto sul
l' altare per me, ed io alla sua vista potrò
ancor paventare le divine vendette ? Con voi
finalmente io pregherò; e se ogni volta che
prego con voi posso nudrire ferma fiducia di
tutto impetrare, quanto maggiormente allora
che voi vi sacrificate a fine di ottenermi le
grazie ond' io abbisogno?

III. Noi possiamo ogni momento unire i


202
nostri al Sacrifici0 a SSiduamente rinn0Vato
dal divino Agnello. –Se non che niente m'im
pedisce di provare anche in tutte le altre mie
preghiere tale aumento di fiducia, proveniente
dal loro unirsi al vostro sacrificio; perciocchè
in qualunque istante del giorno e della notte
io preghi , posso dire : In questo punto il miò
Gesù s'immola in alcun luogo del mondo per
me. Tanta consolazione , non potuta gustare
dai cristiani dei primi tempi,è privilegio ben
prezioso di questi nostri, tutto fatto a rad
dolcire l'amarezza cagionataci dagli scandali
che ci stanno tuttodì sotto gli occhi. Dap
poichè la vostra Chiesa, o Signore, ha inviato
apostoli in ogni regione, per lo innanzi sco
nosciuta, si verifica pienamente il detto pro
fetico : La Vittima immacolata si sacrifica
dall' oriente all' occidente ; tanto che il sole
a ciascun punto del suo corso, segna nelle
diverse regioni del globo l' ora della vostra
immolazione, o divin Sole di giustizia; il quale,
a guisa di quell'astro, ogni dì vi partite dal
l'uno estremo dell' orizzonte, e di sacrificio in
sacrificio pervenite all'altro. Che anzi le stesse
contrade sepolte nelle tenebre gelate del polo
si scaldano ai chiari e soavissimi raggi della
vostra immolazione: A summo caelo egres
sus eius , et occursus eius usque ad sum
mum eius ; nec est qui se abscondat a ca
lore eius (Ps. XVIII, 7).
203
Ma quello che per me riesce ancor più
consolante, sta nella certezza datami che in
ciascuno di questi sacrifici, offerti da voi in
ogni istante ed in ogni luogo, mi concedete
una parte così reale, come se li offeriste solo
per me. Nè posso menomamente dubitarne,
conoscendo che in ciascun sacrificio voi acco
gliete nelle vostre intenzioni tutti i membri
del mistico vostro corpo ; e se il ministro ,
che ne è interprete all'altare , non conosce
tutti i fedeli compresivi per ordine vostro ,
nelle parole Pro omnibus fidelibus christianis,
voi però, o vero Sacerdote sommo, li conoscete
così distintamente, come se ciascun d' essi vi
fosse solo presente al pensiero ; voi li amate
così ardentemente, come se ciascuno fosse il
solo oggetto dell' amor vostro.
E stando la cosa in questo modo, potrò
io tenermi più a lungo quasi estraneo da un
tanto bene ? Oh come male lo conobbi finora,
0 Dio mio ! Ma non sarà più così in appres
s0; voglio colla grazia vostra farne mag
gior conto, accompagnar voi in tale vostra
continuata immolazione, offerire me stesso con
Voi per via d' intenzione il più sovente pos
sibile rinnovellata. E quando voi mi chiede
rete d' alcun sacrificio , mi animerò a com
pirlo da generoso, pensando che in quel me
desimo istante voi vi sacrificate interamente
per amor mio. Con che i miei poveri sacri
204
fici diverranno insieme e più facili e più me
ritori; e morendo io a me stesso con gene
rosità e costanza maggiore, arriverò con mag
gior prestezza e perfezione a vivere in voi.

MEDITAZIONE X,

Come dobbiamo unirci alla donazione che il Cuor


di Gesù fa di se stesso agli uomini.
Nono scambio fra questo divin Cuore e il nostro.

Ego autem libentissime impen


dam et super impendar ipse pro
animabus vestris: Io spenderò vo
lentierissimo il mio e sopraspenderò
me stesso per le anime vostre (II CoR.,
XII, 15).

I. Il dono scambievole tra il Padre ed


il Figlio di tutto il loro essere costituisce
la vita divina di Gesù. – L'ultimo termine
del vostro vivere eucaristico non è, o Gesù
mio, la preghiera, non il sacrificio, ma la do
nazione intera di voi medesimo; e le pre
ghiere e i sacrifici vostri ne sono ad un tempo
effetto e mezzo di esecuzione ; mentre voi vi
sacrificate per donarvi a noi, e pregate per
rendere noi disposti ad accogliervi.
Il donarsi infatti è l'aspirazione suprema,
il distintivo proprio, la misura infallibile del
vero amore; il quale non può acquetarsi se
205
non, dopo aver dato ogni cosa, dato se stesso
e fattosi a vivere pur nell'oggetto amato. Così
operate voi, o Gesù , nel sacramento del vo
stro amore. Mi pare di averlo compreso , ma
voglio sforzarmi di comprenderlo meglio an
cora; e vi perverrò, spero, meditando una
delle vostre più commoventi e più misteriose
parole.
Nell'annunciare agli uomini la istituzione
della divina Eucaristia, dopo la moltiplica
zione dei pani che ne erano figura, voi dice
ste : Siccome mandò me quel Padre che vive
ed io per lui vivo; così cui mangerà me, an
ch' egli vivrà per me: Sicut misit me vi
vens Pater, et ego vivo propter Patrem ; et
qui manducat me, et ipse vivet propter me
(Io., VI, 58). A tale parola io mi prostro e
adoro , vedendovi assimigliare l'unione mia
con voi nel vostro Sacramento alla vostra u
nione col Padre nella Incarnazione. Quale glo
ria per me, ma quale gravissimo dovere an
cora di corrispondervi ! Deh possa io far ben
ragione d'amendue, e non mostrarmi indegno
dell'incomparabile onore che mi vien con
ferito !
Quando io mi fo' a considerare col lume
della fede la missione ineffabile che vi fece
venire al mondo, essa mi si presenta quale
estensione dell' atto con che Iddio vostro Pa
dre vi produce dall'eternità : Missio in di
206
vinis importat e una parte processionem a
mittente , et ex alia parte novum modum
easistendi in aliis (S. TH. I., q. XLIII, a. 1).
Il quale atto che cosa è mai se non una do
nazione assoluta e pienissima fattavi dal Pa
dre di quanto è ed ha, della sua natura, dei
suoi attributi, delle sue ricchezze, della sua
beatitudine? E tal genere di donazione è tanto
a lui essenziale quanto il suo esistere, perchè
ne costituisce la vita; così egli manda voi
come vi produce, vivendo; e vive per questo
medesimo che vi produce. Come sarebbe in
fatti egli Padre se non avesse un Figlio ? Im
penetrabile mistero, ma tutto insieme lumi
noso, per mostrarmi posto in Dio stesso il
principio della gran legge onde, in ogni or
dine di cose, esser dee misura della perfe
zione il dono di sè.
Ma da parte vostra, o Verbo divino, voi
non ricevete questa piena comunicazione della
vita del Padre, se non per riferirla del tutto
al suo principio. Perciò siete splendore della
sua gloria, imagine della sua sostanza, suo Fi
gliuolo, sua parola, e in affermarlui, manifestar
lui, glorificar lui sta tutta la ragione del vo
stro esistere, vivendo voi tutto interamente per
lui. La quale manifestazione della gloria pa
terna non rimane sterile in voi; ma la infi
nita luce da voi ricevutane produce un amore
ugualmente infinito. Laonde mentre l'atto me
207
desimo del generarvi vi distingue dal Padre,
al Padre voi ritornate per questo amore che
vi è comune con lui, così producendo insieme
il vostro Spirito. Per tale maniera, o Dio mio,
la divina vostra esistenza fruisce della dona
zione fattavi dal Padre,essa pure consistendo
nella doppia donazione , di cui per l'una voi
pienamentevi date al Padre confar servire alla
manifestazione di sua gloria tutto lo splendor
ricevutone, per l'altra voi pienamente vi date
allo Spirito Santo in virtù di quell'amore in
finito, che frutto è del vostro infinito splen
dore.

II. Mercè della sua Incarnazione e del


l'Eucaristia il Figliuolo di Dio estende all'u
manità questa piena donazion di se stesso.
– Oh tenebre luminose! oh inaccessibil chia
rezza ! come osato avrei io di fissarvi lo sguar
do senza un vostro invito, o mio Dio ? Ma
più a lungo sostenere non posso tanto viva
copia di splendori; e però concedetemi di chi
nare alquanto l'occhio smarrito, dal mistero
della vostra divina generazione a quello, per
noi men tremendo, della generazion vostra
terrena. E qui ancora io veggo una doppia,
anzi una triplice donazione : il Verbo di
Dio che dona quanto ha ricevuto dal Pa
dre ad una umana natura, priva d'ogni me
rito a tanto ineffabil presente, e le si dona ir
208
revocabilmente per l'eternità; al quale atto
coopera il Padre unendo a tale natura il Verbo
eternamente da sè generato; coopera il divino
Spirito quella santificando e rendendo capace
del dono incomprensibile a lei destinato. Ed
essa da sua parte, non appena creata, si dona
parimenti senza misura, senza riserva, senza
limite, e al Verbo in cui sussiste, ed al Pa
dre da cui tiene la sua sostanza divina, ed
allo Spirito Santo di cui l'unzione la santi
fica; a tal segno che neppure un istante abbia
di proprio nè sussistenza, nè vita, nè fine, nè
azione, nè interesse; ma sia in tutto e per
tutto umanità del Figliuolo di Dio. Nè que
sto donarsi assoluto a lui lo pone fuori di
stato di donarsi a noi , anzi glielo rende ne
cessario. Sì, o Salvator mio divino, dal pri
missimo istante dell' esser vostro vi donaste
agli uomini vostri fratelli, come a Dio vostro
Padre; e queste due non formano se non una
medesima donazione. Da quel momento voi
cominciaste ad amar Dio in noi, ad amar noi
in Dio; ad accomunare in una colle ragioni
della paterna gloria quelle della salvazione
umana; a tutto quanto immolarvi per esse
insieme congiunte; a cercare unicamente il
vostro nel nostro bene. D'allora voi chiama
ste gli uomini alla comunicazione della vostra
vita, siccome voi da tutta l'eternità comuni
cate a quella del Padre, e a formare con noi
209
un sol corpo, siccome voi siete con lui una sola
sostanza. Da quel punto finalmente voi fer
maste d'istituire il Sacramento che dovrebbe
in sensibil maniera effettuare sulla terra la
perfetta comunione del cielo; render voi pre
sente, non pure di spirito, ma sì anche di
corpo a tutti i vostri fedeli; non formar più
di voi e di loro se non una sola sostanza, e per
lo cibarsi di uno stesso pane far loro in al
cun modo toccare con mano quella ineffabile
unità che di lor tutti costituisce un mede
simo corpo: Unum corpus multi sumus, omnes
qui de uno pane partecipamus (CoR. X, 17).
Così voi, Signor mio, non riceveste tut
t'insieme la natura divina e la natura u
mana se non per darle amendue tutt'insieme
e tutt' intere a Dio ed agli uomini ; a Dio
che in voi è diventato uomo, agli uomi
ni che in voi son diventati dii. E col do
narvi di tal guisa, voi non avete perduto, ma
conseguito il pien godimento della nostra vita:
ed a quel modo che spiegate da Dio la fe
condità vostra producendo il Santo Spirito ,
per lo dono che a lui fate di vostra divinità;
così la spiegate da Uomo-Dio rendendo gli
uomini divini, per lo dono che loro fate della
vostra Carne e del vostro Spirito.
Oh meravigliosa potenza della donazione
di sè, che costituisce la medesima vita di Dio!
A Dio Padre essa dona un Figlio, al Padre
L' Apostolato del Cuor di Gesù 14
210
e al Figlio dona uno Spirito il quale compie in
sieme la lor vita e la loro beatitudine ; dona
quindi al Verbo incarnato un corpo mistico,
composto di anime in cui egli si moltiplica e
cresce fino al terminare dei secoli , e riem
piendo di eletti il cielo, compie la loro unio
ne, la loro gloria, la loro beatitudine per
tutta l'eternità !

III. Il Cuor di Gesù con donar sè nel


suo Sacramento insegnaci a donare n0i
stessi. – Come mai, o Gesù, come mai a
tali prodigi dell' amore non mi sentirò spin
gere a donarmi anch'io, e a donarmi senza
riserva? Quando nel mio petto io vi possiedo,
tutti questi miracoli si compiono in me: voi
siete ivi come Dio, procedente dal Padre, ri
flettente l' infinito suo lume, producente con
lui il vostro Spirito per un amore infinito del
pari; ivi siete come uomo, in atto di donarvi
tutto al Padre e a me, facendomi vivere per
voi, come voi vivete pel Padre. E ciò essendo
vero, esiterò io ancora a donarmi totalmente
a voi, potrò vivere tuttavia di altra vita fuor
della vostra ? ma e con quale guadagno, o
Dio mio? So io bene che se voglio continuare
ad esser mio, debbo rinunciare al posseder
voi : ed a misura ch'io mi spoglierò del niente,
verrò a partecipare della pienezza di vostre
dovizie: so che l'amore non ha se non una ten
211
denza ed un moto; tendenza a dilatarsi, a dif
fondersi, a comunicarsi ; e resistere a questa
è lo stessa che rinunciare alle gioie dell' a
more, rigettarne le glorie , privarsene dei te
sori; Iddio medesimo le obbedisce, e io vil
mente tenterò di oppormi, escludendomi dal
banchetto divino, al quale l'amore invita tutti
quelli che non ricusano donarsi a Colui che
loro si è donato ? No, Dio mio, non mai !
tanto sarebbe come uno scomunicarmi da me.
O divino Amore, non resisterò più alle vostre
premure, e come l'Apostolo che diceva: Cha
ritas Christi urget nos (II CoR. X, 14), mi
vi arrenderò pienamente. Perchè , ben altro
che più temerle, io le desidero con tutto l'ar
dore delle mie brame! Ma vi supplico quanto
so e posso a non lasciarvi arrestare dalle re
nitenze di mia debole natura; io le disdico,
io le detesto. O carità di Gesù, impadronitevi
del mio cuore, costringetelo ad uscire da sè,
e rendetegli impossibile il vivere se non in
quel Dio che ha voluto morire per me: addi
venga intollerabile al mio cuore ogni riser
va in verso di Quello che mi ha senza ri
serva amato. Deh fate che io mi doni una
volta totalmente, e trovi nella compiuta do
nazione presente la virtù di darmi ancor mag
giormente in futuro; ch'io mi doni al mio
Dio, e dal perfetto sacrificio di me a lui at
tinga io la forza di sacrificarmi pe'miei fra
212
telli. Cosicchè io mi faccia tutto a tutti e
tutto a ciascuno di loro ; e tutti possano ac
costarsi a me, come tutti possono accostarsi
a voi, o Gesù; possano prendermi e usare di
me a lor modo, ed ogni mio contento sia nel
potermi spendere a loro vantaggio ; abbia io
tempo per tutti, per tutti forze, per tutti in
dulgenza, ed in maniera speciale, inclinazione
conforti, carità per tutti.
O Dio mio, sono esse possibili pratica
mente siffatte brame ? Sì, sì, e nei vostri santi
sì effettuarono in grado meraviglioso : nè voi
me ne proporreste nella vostra vita eucari
stica un modello di perfezione cotanto divina,
se non fosse per invitarmi a ricopiarlo di gior
no in giorno del mio meglio in me. Aiuta
temi dunque, o Signore, nel compimento di
sì grand' opera, e fate oggimai che io non di
stolga più gli occhi da tale assoluto esem
plare di vera carità, ed animato della grazia
vostra io mi studi, senza mai stancarmi, di
fedelmente imitarlo.
TRIA NVINA
Dei frutti della nostra unione
col Cuore di Gesù
--------------------------

MEDITAZIONE I,

Ia Divozione al Cuore di Gesù


è di tutte la più pratica.

Qui manet in me et ego in eo,


hic fert fructum multum : Chi di
mora in me ed io in lui, questi porta
molto frutto.
(Jo. XV, 5).

I. La Divozione al divin Cuore non ci di


Spensa dal praticare le virtù.–Se abbiamo
compresa veramente la natura di questa Di
vozione, ci devono esser chiare le parole del
Signore: Chi dimora in me ed io in lui.
Essa infatti ha per iscopo di avverarle in
ciascuno di noi, facendoci mettere ad effetto
l'ammirabile scambio della nostra vita con
quella di Gesù Cristo, che ci spoglia della
nostra miseria per colmarci della plenitudine
di Dio. Or ecco un segno cui ci dà il divino
214
Maestro per conoscere, se noi pratichiamo
in ispirito e verità questa devozione salutare,
e se l'unione cui essa è destinata ad operare
fra il nostro ed il Cuore di Gesù, si è real
mente compiuta in noi. Chi dimora in me,
dice egli, e io in lui, questi porta molto frutto;
che è quanto dire: Tale unione è necessaria
mente feconda, e quindi, ove non si mani
festi da' suoi frutti, ivi realmente non è: ve
ne potrà essere una tal quale corteccia, ma
non la sostanza; la pittura di colorito più o
meno attraente, ma non la realtà; a quel
modo che un ritratto può riescir più bello di
un corpo vivente, ma non per questo ne pos
siede la vita.
Ecco un punto di grave riflessione per
chi professa la divozione al Cuor di Gesù,
a fine di non esporsi al pericolo di confonderne
la notizia coll'esercizio, dandosi a credere di
goderne gl'incomparabili privilegi, per ciò solo
che esso fu oggetto del proprio studio e della
propria ammirazione; alla maniera pressapoco
degli illusi ebrei, i quali boriosi delle preroga
tive dal Signore concesse al tempio di Gerusa
lemme, pensavano che la dignità di esso dovesse
loro bastare in luogo di meriti. Il tempio del
Signore, Templum Domini, templum Domi
ni (JER. VII, 4), aveano sempre in bocca, e
con ciò si lusingavano di non aver più niente
nè a dire nè a fare. Noi ancora potremmo
215
esser tentati di far consistere la nostra virtù
in parlare del sacro Cuore ed in cantarne le
lodi, ben dovute peraltro, essendo egli il
vero tempio dell'Altissimo, il Santo dei santi,
la sorgente di ogni grazia e di ogni merito:
ma perchè la sua santità ci possa tornare di
profitto, conviene che noi ci adoperiamo in
farla nostra propria ; perchè la sorgente possa
calmare la nostra sete, conviene che noi le
avviciniamo le labbra e ne beviamo le acque.
La è cosa eccellente il lodarne il Cuore, che
ne è degno al sommo, nè potrà mai essere
da noi esaltato secondo il merito; ma questo
non gli può tornare accetto se non in quanto
il linguaggio delle nostre azioni non dis
cordi da quello della nostra lingua. Quegli
che osserva i miei comandamenti, egli dice,
mi ama davvero : Qui habet mandata mea,
et servatea, ipse est qui diligit me (Jo. XIV,
21); e quindi anche pratica la vera divozione
al mio Cuore. Ogni altro amore è un amor
di parole, un simulacro d' amore, un'appa
renza vana d'amore, che non potrà mai con
durci nè alla santità in terra nè alla vera
beatitudine in cielo; perchè non chi dice Si
gnore, Signore ! entrerà nel celeste regno,
ma solo entrerà quegli il quale faccia la volontà
del Padre che è nei cieli: Non omnis, qui
dicit mihi, Domine, Domine, intrabit in
regnum coelorum; sed qui facit voluntatem
t
16
mei, qui in coelis est, ipse intrabit
in regnum coelorum (MATTH. VII, 21).
O Gesù, preservatemi da tale funesta
illusione; nè permettete che la luce raggiante
dal vostro Cuore serva solo ad acciecarmi;
che la cognizione delle vostre ricchezze infi
nite abbia soltanto effetto d' impoverirmi;
che la rivelazione dell' umile e mansueto
vostro Cuore si rivolga in alimento del mio
orgoglio. Col rivelarmi la santità di questo
Cuore infinitamente amabile , voi mi faceste
grazia troppo più preziosa di quella che
concedeste agli scribi e ai farisei mandando
loro il Battista ; poichè il Cuor vostro è il
vero sole di giustizia, immensamente più me
ritevole di quell'Astro che lo precorse d'es
sere appellato splendida e ardente lucerna:
Erat lucerna ardens et lucens (Jo. V, 35);
e quindi io sarei più colpevole degli uditori
di quello, se mi attirassi contro il rimpro
vero, già da voi loro fatto, di voler senza
più ricrearmi alquanto alla luce del vostro
Cuore e compiacermi al soave calore de' suoi
raggi: Voluistis ad horam exultare in luce
eius (IBID.).
No, mio Gesù, così non dev'essere la
mia divozione verso di voi. Di certo io debbo
sforzarmi di conoscervi ogni dì meglio; giac
chè il conoscere è radice dell'amare, come
l'amare è fusto donde nascono i frutti delle
217
opere; ma conviene che alla cura di far pe
netrare fino all'intimo del mio essere la ra
dice risponda quella di renderla in me quanto
meglio io possa feconda di frutti di santità
per me, di santificazione pe' miei prossimi,
cercati con generosi sforzi, con operosità co
stante, con volontari sacrifici, onde si mostri
la sincerità dell'amor mio e la verità della
mia unione col vostro divin Cuore; nè resti
mai da mia parte che voi avveriate in me
anche l'altra parola, sì consolante ai vostri
servi devoti, ma di non picciolo sconforto a
coloro di cui la divozione è sterile : Chi crede
in me farà le opere che io faccio, e di più
grandi ancora, Qui credit in me opera,
quae ego facio: et ipse faciet, et maiora
horum faciet (Jo. XIV, 12).

II. La Divozione al Sacro Cuore è lo


stimolo più valido a praticarne le virtù.
– Per altro è da considerare ben bene, che
se la nostra vanità e fiacchezza si trova espo
sta sempre al pericolo di contentarsi alle appa
renze lusinghiere della virtù ed a sfuggirne
la severa reàltà, in nessun'altra divozione
può andare così dannosamente illusa, come
in quella del Cuoradorabile di Gesù; la quale
è per eccellenza la divozione del sacrificio, e
ben lungi dal permettere a chi la professa
di limitare l'amor suo a vane formole e pra
218
tiche vuote, gliene ricorda invece di continuo
le vere condizioni e mette sotto gli occhi il
modello più perfetto. Non si dà in essa niente
che non porti al pratico, niente che non isti
moli l'operosità e non impegni ai più gene
rosi sacrifici.
Quale infatti ne è l'oggetto? È il Cuore
più d'ogni altro generoso, attivo, forte, instan
cabile. L'amore che a noi professò, esso non
ristrinse a soli affetti e parole, quantunque
niente l'obbligasse anche all'opera, essendo
i suoi affetti infinitamente efficaci, le parole
valevoli per azioni, un solo sospiro sovrab
bastante a salvarci. Ma egli volea più di tutto
insegnarci ad amare, e che fece però ? Si
assoggettò ad una vita di travagli, di fati
che, di privazioni, di dolori; non basta, ma
dopo averci dimostrato in tutta la vita la
forza del suo amore, più ancora ce la dimo
strò nella sua morte; e appresso egli conti
nua nel corso dei secoli a darcene prove no
velle, sacrificandosi ogni giorno e donandosi
a noi nella santissima Eucaristia. Tanto ci
ricorda la divozione al divin Cuore e ci offre
a soggetto di perenne meditazione. E con que
sta sarà mai possibile il collegare una pietà
oziosa ed un amore di puro sentimento, a
fronte dell'instancabile operare e dell'inesau
ribile sacrificarsi del Cuore di Gesù ? Sarà
mnai possibile in chi professi di onorare spe
219
cialmente il Cuore di un Dio che si spende
e si consuma per amor degli uomini, il darsi
a credere di potervi corrispondere con qual
che lustra di pietà, con qualche sterile os
sequio?
Ma la divozione al sacro Cuore vale non
solo a rendere impossibile illusione somigliante
alla mente di chi la pratichi, ma ne preserva
i sensi ancora e la imaginazione, che sogliono
essere le fonti precipue dei nostri errori;
anzi li fa servire a darci più vivamente a
conoscere la verità. Che significano infatti, e
che ci ricordano i simboli cui essa ci mette
innanzi, le imagini cui ci fa esporre nelle
case e nei sacri templi, le fiamme che attor
niano il Cuore, la croce che lo sormonta, le
spine che lo accerchiano, l'aperta ferita donde
stillano le ultime gocce di sangue dell'Uomo
Dio ? Tutto ci parla, e sensibilmente, dell'ef
ficacia generosa dell'amore onde Gesù arse
per noi, tutto ci fa toccare con mano l'im
possibilità di restringere la nostra gratitudine
a formole oziose, la nostra divozione a senti
menti privi di operosità.
Sì, Dio mio, tale divozione illusoria sa
rebbe anche meno scusabile in me che in
altri miei fratelli, ai quali non faceste cono
scere sì chiaramente il modello del vero de
voto, offertomi nel vostro Cuore. La luce più
viva, con che mi avete favorito, m'impone
220
obblighi più stretti, sì che quanto posso acqui
star di merito cedendo alle valide attrattive
del vostro Cuore sul mio, altrettanto mi rendo
colpevole , se infedele vi resisto. Che se il
giudeo, violando la legge a lui rivelata sul
Sinai, era maggiormente a riprendere dell'in
fedele che non l'avea ricevuta in tal modo,
quanto più il cristiano che neghi conformarsi
alle dolci prescrizioni della legge vivente a
lui manifestata nel Cuore del suo divino
Maestro ?
O Gesù, non sia mai così di me: accetto
con tutto l'ardore dell'animo, con tutta la
forza della volontà, la legge impostami dal
vostro Cuore: questa voglio per regola, non
solo de' miei sentimenti e delle mie parole,
ma sì ancora delle mie azioni e di tutta la
mia condotta. La pena mia più amara, lo
sapete, è di non amarvi come dovrei, il mio
più vivo desiderio è di cominciare a farlo
secondo il vostro merito, di corrispondere
con una devozione più vera, più efficace, più
costante, a quello che voi portò a consumarvi
di patimenti e ad incontrare la morte per la
vostra creatura.

III. La Divozione al Cuore di Gesù è di


meravigliosa efficacia in facilitare l' acqui
sto delle virtù. – Ma donde attingerò io
questo amore generoso ed efficace, di cui la
221
divozione al divin Cuore mi dà sì chiaro a
conoscere la indispensabile necessità, se non
da lei stessa, che ne è sorgente sì alla mano e
sì copiosa? Perocchè nel manifestarci l'amore
ineffabile di questo Cuor divino, non solo essa
c'impone di ricambiarlo, ma ce ne fornisce
eziandio i mezzi, e come ci mette a dovere il
pieno sacrificio, così, e più ancora, ce ne rende
agevole la esecuzione, a quella maniera che
il fuoco si comunica per via di contatto. Ad
una fiaccola accesa accostatene una spenta, e
la fiamma onde quella abbrucia si apprende
in un istante a questa. Così la divozione al sacro
Cuore mette il nostro continuamente a con
tatto col centro del divino amore, colla for
nace di cui le vampe incendono le anime dei
santi e gli angelici spiriti: potremo noi quindi,
per quanto irrigiditi dal gelo della terra, non
risentire la virtù di questo celestiale calore?
Non produrrà il Cuore di Gesù, nell'ordine
della grazia, un effetto analogo al prodotto,
nell'ordine della gloria, dalla divina essenza
che ai beati si manifesta? Questa luce in
creata, svelandosi in tutto il suo splendore,
li penetra de' suoi raggi, come il sole riempie
un terso cristallo della sua chiarità; ed essi,
più la conoscono, e più l'aman0; e come,
conoscendola, se ne fanno viva imagine, così,
amandola, escono in cotal guisa di loro me
desimi per trasformarsi nell' oggetto unico
222
di sè li bea; onde congiunti a Dio con
doppio vincolo, assomigliati a lui per la dop
pia virtù della sua luce e del suo amore,
vengono a formare con lui uno spirito mede
simo: Qui adhaeret Domino, unus spiritus
est (I CoR. VI, 17).
Qualche cosa di analogo dee produrre la
nostra divozione in tutte le anime ad essa
pienamente dedicate. Vero è, che fra le tene
bre dell'esilio il conoscimento e l'amore del
Cuor divino non può esercitare sul nostro in
telletto e sulla nostra volontà quella invinci
bile virtù, che il lume della gloria esercita
sopra gli avventurati abitatori della pa
tria: ma questi due principi hanno possa
eguale, tendente sulla terra, come nel cielo,
a rendere il cristiano simile a Dio, da lui
conosciuto e amato. A misura del nostro cre
scere nel conoscimento del Cuor di Gesù e
del venirsene più accendendo il nostro amore,
anche i nostri sentimenti, le nostre inclina-
zioni, e quindi le nostre abitudini e azioni si
renderanno più somiglianti a quelle di lui; i
frutti dei meriti nasceranno spontanei dai tralci
avvivati dal ceppo divino ; noi dimoreremo
in lui, egli in noi, e partecipi della sua virtù
noi produrremo le sue opere: Ego sum vitis,
vos palmites; qui manet in me et ego in eo,
hic fert fructum multum (Jo. XV, 5).
O Gesù, quando verrà per me istante
223
così felice ? Ohimè, quanto sono ancora lon
tano da sì bel termine, e quanto lontane dal
loro effetto sì gloriose promesse ! Ah ben l'in
tendo, se io arreco frutti tanto scarsi, se le
mie opere tanto poco rassembrano alle vostre,
da questo avviene che in cambio di dimorare
in voi, io persisto a voler dimorare in me,
sempre avviluppato da' miei pensieri terreni,
sempre attaccato a'miei umani interessi,sem
pre soggetto alle mie carnali inclinazioni ! O
Gesù, datemi grazia sì poderosa che mi faccia
una volta uscire da me miserabile; stabilite
nel mio intelletto, nella mia volontà, in tutto
il mio essere, il regno del vostro Cuore; assi
stetemi nello studio che io intendo fare delle
vostre virtù: e dandomi a conoscere meglio
le vostre perfezioni, distruggete al tutto in
me i difetti che m'impediscono il rendermi
simile a voi!
224
MEDITAZI0NE II,

Il Cuore di Gesù è modello di umiltà


e distacco dagli onori.

Humiliavit semetipsum.
Egli si è umiliato.
(PHIL. II, 8).

I. L'Umiltà è necessaria. — Ecco la


prima lezione del Cuore di Gesù a coloro che
vengono alla sua scuola per imparare la scienza
della vera perfezione: è lezione di umiltà,
cominciata da lui sino dalla Incarnazione,
ond'egli con abbassamento ineffabile si spoglia
della sua gloria per rivestirsi delle nostre
miserie, e pone il principio di tutti gli altri
suoi ammaestramenti, di tutti i suoi meriti,
di tutti i suoi benefici. Di qui vuol egli farci
apprendere, come ogni nostra grandezza e ogni
nostra virtù deve appoggiarsi sul fondamento
dell'umiltà, senza la quale non può riuscire
la santità se non se ad un' apparenza vana
e ad una dannosa illusione.
Lezione sommamente importante, da nes
suno insegnata prima di Gesù Cristo, e ba
stevole anche sola a farne riconoscere l'autore
pel vero maestro dell'umanità. Sì davvero,
importa per noi l'imparare prima di ogni
225
altra cosa, quale sia la nostra profonda mise
ria, la nostra irrimediabile impotenza, il
nostro niente. Fonte principale dei nostri di
sordini e delle nostre disgrazie è l'orgoglio
e la folle stima che abbiamo di noi, per cui
ci rivoltiam contro Dio, neghiamo di cammi
nare nella via de' suoi precetti, e presumendo
di bastare a noi, non vogliamo altro Dio che
noi. Se siamo in lotta coi nostri simili, e
invece di sostenerci ed aiutarci scambievol
mente, ci prendiamo il gusto malvagio di
umiliarci e darci a patire l'un l'altro, ciò
accade perchè la nostra superbia ci spinge ad
innalzar noi, abbassando i nostri fratelli e a
farci mirare quanto essi guadagnino come
perduto da noi. La concupiscenza e la lussu
ria, la collera e la sete di vendetta, l'ingra
titudine verso i benefattori e la durezza verso
gli sventurati,sono altrettante figlie di quella,
che riguardando pure a sè, vuole ad ogni
costo soddisfarsi, senza tener conto alcuno
dei diritti e dei bisogni del prossimo. La su
perbia chiude alla verità l'adito alla mente,
con persuadersi di saperne più e meglio di
quello che altri le possa insegnare; e a forza
di voler credersi inaccessibile all'errore, si
mette nella impossibilità di sottrarsene al
vergognoso servaggio; inetta del pari ad
acquistarsi le qualità onde si pensa già in
possesso, che a correggersi dei vizi onde non
L'Apostolato del Cuor di Gesù 15
226
vuole riconoscere la gravità. Essa rende ine
vitabili gli eterni castighi della divina Giu
stizia, di cui non vuole placare il giusto cor
ruccio; essa rende inutili tutti gli sforzi della
divina Misericordia, di cui non vuol pure ascol
tare i pietosi inviti.
Per contrario l'umiltà è la salute del
peccatore, la sicurezza del giusto; piega la
santità divina offesa dai nostri falli, accor
dandosi con essa in detestarli; apre i tesori
tutti della divina Bontà per la fedeltà con
che ad essa riporta quanto ne riceve di bene.
L'umiltà unisce fra loro i cuori umani, li
dispone alla compassione, alla generosità, alla
riconoscenza; inclina il superiore verso l'in
feriore, e questo insieme porta ad amare la
sua inferiorità; rende lo spirito docile e gli
facilita tanto l'acquisto della verità, quanto
la correzione dell'errore; fa nascere nei cuori
la sete della virtù; e per l'intimo sentimento
delle proprie imperfezioni, li spinge con forza
sempre crescente verso la perfezione.
Veramente adunque l'umiltà è per l'a
nima umana il principio di ogni bene, come
la superbia è principio di ogni male. E con
tutto ciò di quanti pretesero farsi maestri e
guida della umanità nessuno, fuori di Gesù
Cristo, pure pensò ad inculcare una lezione
sì elementare. Venite adunque, o vero Maestro,
venite a stabilir fermamente nelle anime no
227
stre questa necessarissima base d' ogni soda
virtù; ed insegnateci ad essere umili come
voi.

II. Il Cuore di Gesù è modeilo di umiltà.


– E appunto col suo esempio questo buon
Maestro volle insegnarci in un con tutte le altre
virtù la umiltà, per quanto la dignità e per
fezione sua infinita paressero impedirglielo;
poichè a questa sono dovute gli onori, e l'u
miltà dee rinunciarvi. Che farà dunque egli,
conoscente di questa sua dignità, obbligato
come Dio a proporsi a fine di tutte le sue
opere la propria gloria? si spoglierà della sua
maestà sovrana, che è un medesimo colla
sua esistenza ? La natura sua divina non lo
innalza d' infinito intervallo sopra tutte le
creature esistenti e possibili, sopra tutte le
grandezze imaginabili, sopra tutte le glorie
della terra e tutti gli splendori del cielo? E
giacchè la natura umana non forma colla sua
divinità se non una stessa persona, non ne pos
siede anche necessariamente tutti i diritti e
tutte le prerogative ?
Sì certamente, o Gesù; come Dio voi
possedete essenzialmente tutte queste glorie ,
e come Uomo avete il diritto di appropriar
vele: ma come nostro Esemplare vi compia
ceste di spogliarvene durante la vostra vita
mortale; a fine d'insegnarci ad imitare il
228
vostro sacrificio, ad umiliarci come voi, noi
che per natura non abbiamo se non il niente, e
per opere non meritiamo se non l'ignominia. E
così tutte le grandezze inerenti alla vostra
natura, tutte le glorie per sì numerosi titoli
a voi dovute, anzi che rendervi impossibile
l'insegnamento pratico della umiltà, vi met
tono in grado di persuadercela con un inse
gnamento oltremisura più efficace di ogni
umana eloquenza. I vostri abbassamenti vo
lontari ci debbono colpir di stupore in pro
porzione al vostro discendere da una altezza
infinita; e mirandovi fatto bambino, coricato
in una greppia, sconosciuto e perseguito nel
l'infanzia, oscuro artigiano in gioventù, con
fuso più tardi coi peccatori da Giovanni bat
tezzati al Giordano, mischiato fra gli uomini
come figlio dell'uomo, oltraggiato, trattato
da demoniaco e seduttore, e finalmente tra
dotto innanzi ai tribunali, accusato dei più
grandi delitti, schiaffeggiato, posposto ad un
Barabba ladro e micidiale, crocifisso fra due
malfattori, e coperto d'insulti dai nemici,
sommerso nell'abisso dell'ignominia, travolto
nel fango del disprezzo e della vergogna, di
venuto più verme che uomo, così morire; a
tal vista noi non possiam obliare che voi non
cessate di essere il Re della gloria, il Sovrano
del cielo, l'Unigenito dell'Altissimo, onorato
dalle adorazioni dei vostri Angeli nel punto
229
istesso che penavate in preda dei più igno
miniosi supplizi. Dunque l'esservi annichilato
a questo segno fu solo, perche l'avete voluto:
l'umiliazione fu per voi oggetto di scelta
pienamente libera, d'amore di predilezione,
di cordial tenerezza, d'una specie di pas
sione divina. E quale non ne dovette esser
la forza per farvi discendere da sì alto e ca
lare sì basso? Ah ben lo comprendo, era que
sta la passione di mia salute, e per me, o
Dio della gloria, voi amaste cosìteneramente
la ignominia ! Quanto questa ripugnava alla
vostra natura, altrettanto conveniva alla mia
degradazione; quanto sembrava opporsi ai
vostri diritti, altrettanto richiedeasi a' miei
vantaggi; quanto contrastava alla dignità
vostra di Re, altrettanto conformavasi alla
vostra carità di Salvatore: e poichè voi, ve
nendo in terra, voleste sopratutto essere Sal
vatore, non esitaste ad abbracciar l'ignominia
e a bere sino alla feccia il calice dell'umilia
zione.
Ma la sete del disprezzo che travaglia il
Cuor di Gesù, chiamerassi almeno sazia dopo
la morte e l'ascensione di lui; allora egli
potrà entrare in possesso della sua gloria,
senza rammarico di non aver fatto abbastanza
per insegnarci l'umiltà col suo esempio. Ah
senza dubbio, egli ha fatto abbastanza; ma
tale è la nostra superbia, che se il divino
23)
Maestro non continuasse a combatterla, sa
remmo in grave rischio di porre in oblio i
grandi esempi lasciatici da lui visibile sopra
la terra; e però che ha fatto egli ? Si è tro
vato un nuovo modo di esistere, pel qnale
vivrà fra noi, mentre vive anche in cielo, e
nel quale troverassi esposto ai medesimi af
fronti e disprezzi di quando vivea passibile
sopra la terra. Talmentechè egli può ripetere
nel sacramento dell'amor suo ciò che dicea
in croce : Il mio cuore si è veduto innanzi
l' improperio e la miseria; ho aspettato in
darno chi meco si condolesse; ho cercato un
consolatore, ma senza trovarlo: Improperium
expectavit cor meum et miseriam, sustinui
qui simul mecum contristaretur et non fuit;
et qui consolaretur me, et non inveni (Ps.
LXVIII, 21). Dopo diciotto e più secoli, dac
chè cominciò questa seconda Passione del
Cuor di Gesù, tutte le umiliazioni onde fu
colmo nella prima, abbandoni, tradimenti,
insulti, profanazioni, sacrilegi abbominevoli,
si rinnovano senza interruzione e in ogni punto
della terra. Ed il vostro Cuore, o Gesù, tutto
avea preveduto, tutto accettato; ed ora lo
sopporta in pazienza da parte di miserabili
vermi quali siam noi, mentre gli abitatori
del cielo vi adorano, e gli angeli non aspet
tano se non un cenno per vendicare la vilipesa
vostra Maestà !
231
Ma di mezzo a queste umiliazioni, vo
lontariamente abbracciate e del continuo so
stenute, volgendovi a noi ripetete : Imparate
da me che sono mite ed umile di Cuore,
Discite a me, quia mitis sum et humilis
corde (MATTH. XI, 29)!

III. Applicazione a noi. – O buon Mae


stro, come non dovrà una lezion somigliante
penetrarmi sino al fondo del cuore ? come
potrò io durar tuttavia superbo, vedendo voi
umiliato a tal segno? Voi siete il Re della
gloria, io miserabile peccatore; il manto d'i
gnominia, rivestito da voi, era dovuto alle
mie prevaricazioni; e io ricuserò d'indossarlo,
dopo che in voi lo adornaste di gloria divina?
Voi abbassaste la vostra grandezza per innal
zare la mia miseria; e io crederò troppo
umiliante l'abbassarmi a vostro esempio per
sollevarmi infino a voi ? Un Dio si annienta
per infondere virtù al volontario annientamento
di far salire al cielo uomini condannati per
le loro colpe all'eterno abbassamento dell'in
ferno; ed i colpevoli preferiranno di rimanere
per la superbia schiavi del demonio, piuttosto
che addivenire per la umiltà fratelli di Dio?
No, mio buon Maestro, non voglio spingere
fino a questo eccesso l'ingratitudine e la fol
lia. E poichè voi, Dio infinitamente grande,
poteste amare per me l'umiltà ; io, superbo
232
niente, saprò colla vostra grazia amare l'u
miltà in voi: ma da voi, da voi solo attendo
una grazia sì decisiva; e voi non me la ne
gherete. Faceste un primo miracolo discen
dendo dall'altezza di vostra gloria sino al
profondo di mia miseria; fatene a compi
mento dell'opera vostra un secondo, onde io
discenda dalle vane altezze della mia superbia
sino alle profondità salutari della vostr
umiltà. -

Ogni mio sforzo dev'essere oramai rivolto


alla imitazione dei vostri esempi. Anch'io
voglio poter dire come voi:. Non cerco punto
la mia gloria, Non quaero gloriam meam
(Jo. VIII, 50): perciò non moverò passo, non
proferirò parola per attirarmi la stima e le lodi
delle creature. Quando vollero farvi re, voi
fuggiste; anch'io fuggirò le onoranze che non
conferiscano al vostro servigio; ad esempio
vostro apparecchierò il mio cuore ai dispregi
ed agli oltraggi, Ego in flagella paratus
sum (Ps. XXXVII, 18); e quando voi mi
porgerete una stilla del calice, bevuto da voi
sino alla feccia, costringerò l'anima mia,
non ostante le sue ripugnanze, a ringraziarvene
ed a gioire della sorte di assomigliarvi. E
spero, Gesù mio, che voi mi darete virtù di
spingere ancora più oltre tal gloriosa ras
somiglianza, col giungere a bramare arden
temente queste umiliazioni sì amare alla mia
233
superbia, a cercare di tutta possa i dispregi
più mortificanti e l'annichilamento più com
piuto del mio sregolato amor proprio.
Oh quanto sarei io felice, se la mia umiltà
potesse arrivare a così bella perfezione ! Come
la mia predestinazione ne verrebbe assicurata,
come agevolata l'opera della mia santifica
zione! Qual pegno verace di conseguire la
vostra gloria mi darebbe quest' acceso amore
delle vostre umiliazioni !

MEDITAZIONE III,

Il Cuor di Gesù c'insegna segnatamente


l'umiltà di cuore.

Discite a me quia mitis sum et


humilis Corde: Imparate da me che
sono umile e mansueto di cuore.
(MATTH. XI, 29).

I. Necessità e difficoltà di questo am


maestramento. – Il Maestro divino ci ha già
dato una grande e molto utile lezione inse
gnandoci a non curare i vani onori, il fumo
de' quali inebria i cuori più saldi, il fascino
trae al basso le anime più elevate; e noi do
vremmo riputarci ben avventurati, se come lui
non ci lascerem più commuovere nè dagli
234
onori nè dagli oltraggi, se come lui sdegne
remo i plausi e sprezzeremo il disprezzo,
confusione contempta. Senza fallo, noi do
vremo esercitarci ancor lungamente prima di
aver bene appresa tale lezione; ma pure
conviene andar più avanti, perchè l'umiltà
nostra si assomigli a quella del nostro celeste
Esemplare. Non abbiamo ancora mirato, sotto
il principale suo aspetto, la perfezione propo
staci nelle parole: Imparate da me che sono
umile e mansueto di cuore: chè l'umiltà di
Gesù, fin qui meditata, si riferiva più che
altro all'oggetto suo esterno. Essa era, certo,
anche interna nel suo principio, dovendo le
umiliazioni a cui si assoggettò il Re della
gloria essere volute e amate dal suo Cuore;
ma queste per sè furono puramente esterne,
e privarono il Figlio di Dio della sola gloria
dovutagli dagli uomini: laonde per quanto
sia mirabile l'umiltà ond'egli rinunciò volon
tariamente a questa gloria, non è però quella
intesa principalmente da lui nel presentarcene
il suo Cuore quale modello da ricopiare nei
nostri. Infatti non dobbiamo noi solamente
umiliarci nell'esterno e versogli uomini, ma
lo dobbiamo sopratutto nell'interno e verso
Dio; e perchè la umiltà nostra sia sincera,
soda e durevole, bisogna che i segni onde
mostrasi al di fuori, nascano da un serio con
vincimento di dentro, e l' amore dell'abbas
235
samento si fondi sopra il sentimento intimo
della nostra bassezza.
E dunque indispensabile per noi l'appli
carci con tutte le forze a scavare profondo
nella mente nostra e nel nostro cuore questo
doppio fondamento dell'umiltà, se non vo
gliamo che le stesse nostre umiliazioni ser
vano di alimento alla nostra superbia, ed
abbia per effetto di accrescerla ciò che la
dovrebbe distruggere. Così astuto è questo
nemico, che troppo spesso riesce a voltarci
contro le armi, impugnate da noi a combat
terlo; niente più lo solletica dell'adornarsi
dei colori dell'umiltà, per attribuirsene il
merito; e a procacciarsi tale gustosa soddis
fazione, poco gli costa l'imporsi alcuna ester
na umiliazione di cui ricattarsi colla interna
compiacenza che gliene proviene.
Per metterci al sicuro di questa insidia,
il buon Signore non contentossi d'inculcarci
l'umiltà in generale, ma ci raccomandò espres
samente l'umiltà di cuore; quella che ci ab
bassa interiormente, ben più di quella che ci
umilia esteriormente, e c'inspira per noi un
disprezzo maggiore di quello a cui potremmo
andar esposti da parte dei nostri simili.
Ma ecco per noi un nuovo mistero. Come
potete voi, o buon Maestro, imporci di ap
prendere da voi l'umiltà di cuore, intesa
così? Non è a voi questa impossibile del pari
236
che a noi necessaria ? Se avete potuto rinun
ciare agli onori dovutivi, potrete anche nu
trire disprezzo interiore per voi? Non sarebbe
un disconoscere la vostra infinita dignità? Che
i santi abbiano potuto non distinguere talvolta
fra miserie involontarie o leggiere imperfe
zioni, e colpevoli ingratitudini, e giudicarsi,
quasi con pia illusione, indegni di ogni stima
e degni di ogni disprezzo, passi: ma voi, o
Gesù, rischiarato dalla luce del Verbo, che
vi mostra tutte le cose nella propria verità,
voi, come avete potuto avere l'umiltà di
cuore ?

II. Il Cuore di Gesù è modello dell' u


miltà di cuore. – Oh no, certamente, nes
suna illusione potè avere accesso al cuore di
chi è Verità infinita; e pure l'umiltà del
l'Uomo Dio supera senza misura quella dei
santi più convinti della propria miseria; e
tutte le sue umiliazioni esteriori non possono
darci concetto del suo abbassamento, o meglio,
del suo annientamento interiore: e appunto
perchè egli, irraggiato dei più puri splendori
della verità, si conosce infinitamente meglio
che noi non conosciamo noi stessi, è anche
infinitamente più umile di noi.
In effetto gli splendori del Verbo che
illuminarono, appena creata, l'anima sua
santissima, rivelaronle con pari chiarezza
237
ciò ch'essa era per natura, e ciò che per
grazia. Per grazia si mirò elevata ad una di
gnità infinita nell'unione personale col Verbo
di Dio, e perciò fatte a lei proprie tutte le
grandezze e tutte le glorie di lui! ma nel
momento istesso comprese esserle questa ele
vazione puramente gratuita, non dovuta in
conto veruno, e a sè rimanere, tuttochè di
venuta anima di Dio, anche le naturali con
dizioni di anima umana, di essere uscita dal
niente, e limitata da ogni parte dal niente.
Ciò comprese l'Uomo Dio nel primo istante
della sua concezione, meglio di quanto possa
mai comprenderlo veruna creatura. Solo fra
tutti gli esseri usciti dalla mano di Dio ha
colla sua intelligenza misurato appieno l'in
feriorità infinita dell'essere creato verso l' In
creato, perchè in lui questi due esseri, non
posti l'uno presso all'altro, ma interamente
uniti, e sussistenti in una persona, erano lui
medesimo. Quindi egli d'un solo sguardo potè
comprendere questi due abissi, abisso di gran
dezza e abisso di bassezza, il tutto di Dio
ed il niente della creatura: quindi la eleva
zione soprannaturale della sua natura umana,
tutt'altro che farne scomparire agli occhi suoi
la naturale inferiorità, rendeala più manife
sta. Chè la sublimità infinita alla quale l'amor
divino la esaltava nel crearla, riflettevasi di
tutto il suo splendore sulla profondità del
238
niente donde la traeva , e l'occhio suo scor
reva dall'uno estremo all'altro, o piuttosto
contemplava unitamente questi due infiniti;
e quindi nascevano nel Cuore di Gesù due
affetti del pari veementi, dell'umiltà e del
l'amore, dell'umiltà in vista di ciò che era
per natura, dell'amore in vista di ciò che
era divenuto per grazia.
E questo doppio sentimento non ha ces
sato nè cesserà mai di animare il divin Cuore,
come non ha cessato Gesù nè cesserà mai di
essere Dio-Uomo, Creatore e creatura, e di
tenersi eternamente innanzi il contrapposto
infinito di questi due termini, di cui l'uno
fa l'altro risaltar maggiormente. Per conse
guenza il suo Cuore continuerà in eterno a
collegare insieme il sentimento della divina
grandezza e il sentimento del niente donde
venne tratto per esser rivestito di quella, e
quindi esso amerà sempre, sempre adorerà;
tal è da diciotto e più secoli la sua vita nel
sacro ciborio, tal è la sua vita nel cielo per
tutta la eternità.
E come il suo amore è più intenso di
quello dei più ardenti serafini, così le sue
adorazioni sono più umili di quelle del peni
tente che meno abbia meritato il consorzio
della gloria celeste, perchè la sua intelligenza
tanto supera quella del penitente in conoscere
il niente di ogni cosa creata, quanto supera
239
quella del serafino in conoscere la Bellezza
increata: e così durante l'eternità questi due
sentimenti di umiltà e di amore seguiteranno
a vicendevolmente ravvivarsi nel Cuore di
Gesù, l'amore stimolando l'umiltà, l'umiltà
stimolando l'amore. Con Maria, ma ben più
di lei, il Cuore del Figlio canta e canterà
eternamente il Magnificat, loderà la Bontà
divina che pose gli occhi in esso, mentre era
niente, per farne le più grandi cose che l'On
nipotente istesso possa condurre a compi
mento.

III. Applicazione a noi.— Ora l'intendo,


mio buon Gesù: per fare del Cuor vostro
l'umilissimo dei cuori; per fargli conoscere
ed amare l'abbassamento, più ancora innanzi
al Padre che innanzi agli uomini, non facea
mestieri esagerare nè illudersi, ma vedere la
verità in tutto il suo splendore. Per me al
contrario, se sono superbo, proviene dal
perchè non conosco, e se sono tentato di
compiacermi del mio merito, proviene dal
perchè ignoro la vera perfezione che trovasi
in Dio. O Gesù, apritemi gli occhi e da
temi a vedere i due abissi, presenti sempre
al vostro sguardo, il tutto che è Dio, il
niente che è la creatura. Conosca io voi,
conosca me; vegga io l'amabilità vostra in
finita e la mia infinita miseria. Oh quanto
240
allora sarei lontano dal compiacermi delle
lodi umane e dal lasciarmi affascinare per
qualche apparente virtù, per qualche successo
passaggero! Il sentimento del mio niente mi
seguirebbe per tutto e terrebbemi dinanzi
alla Maestà divina in una costante attitu
dine di riverenza e di adorazione; ed invece
di produrre il dispetto che nasce dall' orgo
glio, farebbe nascere e crescere nel mio cuore,
come nel vostro, l'amore alla Bontà divina
e la riconoscenza pei benefici ond'essa mi
colma; la mia vita riescirebbe come la vostra
un composto di adorazione e ringraziamento,
di umiltà ed amore; e l'umiltà sarebbe di
continuo stimolo all'amore, l'amore di con
tinuo stimolo all'umiltà:sicchè io, compreso
ogni dì più della prima lezione datami dal
vostro Cuore, farei progressi rapidi nella
scienza dei santi e mi assuefarei a vivere in
terra la vita dei beati del cielo.
Però, o Gesù, io voglio studiare ogni
giorno al vostro tabernacolo questa grande
scienza della umiltà interiore e dell'adorazione
in ispirito e verità: voglio penetrare nel vostro
Cuore a misurarvi, quanto la mia pochezza
me lo conceda, le due immensità che lo riem
piono, l'immensità del suo annientamento e
l'immensità della sua riconoscenza, e poi ri
flettendo a me, sforzarmi di adorare e di an
nientarmi con lui. Alla luce che sgorga da
241
questo divin sole io fisserò gli occhi sul mio
niente e procurerò di andarne così compreso
che mi riesca impossibile il mai riputarmi da
qualche cosa.
Farò di convincermi in primo luogo che
io sono un niente nella mia esistenza; poichè
uscito pocanzi dal niente io tendo di continuo
al niente, e per non ricadervi abbisogno che
Dio mi sostenga ogni momento colla conser
vazione, che è una creazione continuata. La
mia esistenza presente, la sola ch'io pos
segga, non è se non un punto indivisibile, che
sfugge prima ch'io abbia potuto riflettervi:
oh sì, Dio mio, la mia sostanza è veramente
un niente innanzi a voi: Substantia mea
tamquam nihilum ante te (Ps. XXVII, 6)!
Io sono un niente nelle mie facoltà, che hanno
l'abilità sì scarsa, i limiti sì ristretti, sì
poco il dominio dei loro atti, e possono ad
un tratto perdere la propria attività. Che è il
pochissimo ch' io so, comparato al moltis
simo cui ignoro ? quello ch' io posso colla
volontà, sia dentro sia fuori di me, a quello
cui non valgo a fare, e neppure a volere
seriamente? Ma quanto sono impotente al
bene, tanto sono potente al male. Quanti
difetti io scorgo in me ! quante disordinate
inclinazioni, quante cupidità vergognose, quan
te abitudini più o meno sregolate ! Qual è il
vizio che in me io non porti in germe, ed a
L'Apostolato del Cuor di Gesù 16
242
che punto mi troverei io presentemente, ove
mi fossi già trovato in circostanze più acconce
a farlo sbocciare ! E ad onta delle cure pa
terne di Dio sopra di me, quanti falli ho
io commesso ! di quante ingratitudini mi sono
reso colpevole verso la divina Bontà! Oh come
son lungi dall'aver fatto a' miei fratelli quel
bene ch'essi erano in diritto di aspettarsi da
me, e quanto forse ho fatto loro di male!
Quanto distante mi trovo dal grado di san
tità a cui le grazie ricevute mi avrebbero
dovuto portare, e quanto forse nel libro della
Giustizia divina la somma de' miei demeriti
avanza quella dei meriti! E però di che posso
io credermi degno se non di castighi ! Non
ho io meritato cento e cento volte le pene
infernali ? E fra gli sventurati che ora le sof
frono quanti sono che le meritino più di me,
sia pel numero delle colpe, sia sopratutto pel
numero e valore delle grazie di cui abusa
rOnO ?
Questi sono adunque i cinque gradi della
mia miseria, pei quali io debbo discendere
ciascun giorno al cospetto della Bontà divina,
al fine di acquistare l'umiltà di cuore, niente,
impotenza, vizii, peccati, inferno: queste
sono le cinque punte onde ciascun giorno io
debbo trafiggere la mia superbia, le cui fe
rite mi torneranno ancora più salutari delle
umiliazioni esteriori: queste sono le cinque
243
pagine del mio niente cui studiando mi riu
scirà più facile imitare gli annientamenti del
Cuore di Gesù e così meritarmi la comunica
zione di tutte le sue virtù e di tutte le sue
glorie.

MEDITAZIONE IV,

Il Cuore di Gesù è modello della povertà di cuore.

Beati pauperes spiritu, quoniam


ipsorum est regnum caelorum: Beati
i poveri di cuore, poichè di loro è il
regno dei cieli.
(MATTH. V, 3).

La superbia non è la sola catena che


tiene schiavi i cuori degli uomini; ma l'a
more ai beni di terra li costringe ad un altro
servaggio non meno vergognoso. Ond'è che
pel nostro affrancamento rimane ancora da
vincere al divino Liberatore la nostra insazia
bile cupidigia e da rompere gl'ignominiosi
legami che avvincono alla materia caduca le
nostre anime spirituali ed immortali. Se ver
gogna è per noi il cercare avidamente la stima
degli uomini facendone dipendere il nostro
bene, quanto più sarà l'assoggettare i nostri
cuori a beni cui la ruggine corrode ed ogni
244
minimo evento può toglierci; il darci affanno
per acquistarli, afflizione nel perderli; il di
menticare per loro i beni imperituri, che soli
possono appagare le immense nostre brame !
Di tale vergogna chi di noi può credersi
esente ? Felice mille volte l'uomo nel cui
cuore non si vede traccia di questa bruttura,
i cui desideri non corrono all' oro, e le
speranze non sono poste nella pecunia e nei
tesori della terra: dov'è questo prodigio, de
gno delle nostre lodi e della nostra ammira
zione ? Beatus vir qui inventus est sine
macula, et qui post aurum non abiit, nec
speravit in pecunia et thesauris. Quis est
hic, et laudabimus eum ? fecit enim mira
bilia in vita sua (ECCLI. XXXI, 8, 9).
Virtù ben rara di fatto; rara primiera
mente fra i cristiani del secolo, che obbligati
a provvedere ai bisogni propri e di loro fa
miglie, sperimentano assai difficile il non at
taccare il cuore ai beni che si procacciano per
dovere; l'usare di questo mondo come non
usandone; l'acquistar simili beni senza affe
zionarvisi, il perderli senza rammaricarsene;
il prenderli e lasciarli come si prendono e si
lasciano mezzi di nessun valore per sè, ser
bando tutta la stima e l'affetto al fine ultimo,
che l'uso ne prescrive, o ne impone il sacri
ficio. Quante volte accade che dopo cominciato
a procurarsi le ricchezze a lodevole scopo,
245
altri vi si attacchi smoderatamente e si lasci
trascinare per averle ad ogni maniera di col
pevoli eccessi? L'avarizia e la prodigalità, il
lusso e l'ingiustizia, l'invidia verso i più
ricchi e la durezza verso i poveri, sono i
frutti di morte prodotti dalla cupidigia nel
cuore di troppo gran numero di cristiani, che
pure avrebbono tenuto fronte ad altre tenta
zioni nell'apparenza più pericolose.
Ma il perfetto distacco incontrerassi al
meno in tutti quelli che ne fanno speciale
professione? Piacesse a Dio, che anche fra
loro non si dovesse trovare in più d' uno
questo indispensabile elemento della perfezion
religiosa, se non mancante, almen difettoso.
Quante volte ahimè ! anche dopo sacrificato
per amor del Signore tutto il da noi posseduto
quaggiù, veniamo a scoprir nel nostro cuore in
clinazioni che ci riattaccano alla terra! Abbiamo
fatto il sacrificio di nostra fortuna, nè lo rim
piangiamo certamente; ma se non istiamo
attenti, correremo rischio di perderne il me
rito, riprendendo colle disordinate affezioni
qualche particelle della nostra offerta. Abbiamo
dato tutto e ci attacchiamo a cosette da niente;
mettendo così in opposizione il complesso della
nostra vita pel quale abbiamo scelto lo spo
gliamento, coi particolari di essa nei quali
sfuggiamo come disutile lo spogliamento.
Quando rinunciammo liberamente alle spe
246
ranze della terra, nostre parole furono: Voi
siete, o Signore, la porzione di mia eredità,
voi mi restituirete quella a cui rinuncio:
Dominus pars haereditatis meae., tu es qui
restitues haereditatem meam mihi (Ps. XV,
5): mentre poi, di mano mano procedendo,
cerchiamo piuttosto di ripigliare la polvere
onde ci siamo spogliati, che di accrescere
quella divina eredità.
O buon Maestro, quanto gran bisogno
abbiamo tutti che voi c'insegniate questo di
stacco, sì necessario e sì difficile, sì indispen
sabile alla nostra santificazione e sì repu
gnante alla nostra corrotta natura! Finchè
non avremo bene appresa da voi tale le
zione, il nostro cuore, ingombro di ogni sorta
d'immondezze, non potrà liberamente secon
dare le attrattive che a voi lo chiamano. Ve
nite dunque in nostro aiuto, o celeste Libe
ratore, ed insegnateci coi vostri esempi a
spogliarne di quel niente che ci toglie l'acqui
starci le vostre ricchezze.

II. Quanto il distacco del Cuore di Gesù


sia perfetto. – Il nostro divino Maestro ben
conobbe questo bisogno delle anime; e però,
prima lezione che ci dà nascendo coll'esempio,
e darà più tardi colle parole, è questa: Beati
i poveri di cuore: Et aperiens os suum do
cebat eos, dicens: Beati puuperes spiritu
247
(MATTH. V, 2, 3); e non ha cessato mai per
tutta la sua vita d'inculcarci così necessaria
verità. Dal suo nascimento fino alla morte, in
qualunque istante noi lo troviamo, sotto qua
lunque aspetto noi lo miriamo, non vediamo
in lui se non povertà. Povertà nei parenti, che
nati da illustre prosapia, sono ridotti al più
basso stato, in cui durare la vita col lavoro
delle proprie mani: povertà ne' suoi primi
adoratori, umili pastori a custodia di loro
gregge alla campagna: povertà nel processo
di sua vita, trascorsa nelle privazioni dell'e
silio, negli oscuri lavori di una bottega,
nelle fatiche della predicazione, dove il Figliuol
dell'uomo, mentre le volpi hanno una tana e
gli uccelli del cielo un nido, non ha pur dove
posare il capo: povertà nelle cure date al suo
corpo; una veste forma tutto il suo corredo,
i suoi piedi sopportano senz'alcuno allevia
mento le fatiche dei viaggi, suo alimento è
di limosine, cui non vuol pure serbate presso
di sè, ma lascia in custodia ad un ladro :
povertà nella sua morte, dove spoglio anche
di quell'unica veste, ha per letto una croce
fornitagli dai carnefici, per sepoltura una
tomba imprestata dalla carità.
E non sono questi segni troppo mani
festi della predilezione del Cuore di Gesù ?
E sarà possibile amar lui e non amare questa
sua sposa, a cui egli rimase così fedele fino
al morire ?
248
Ma ciò che ce la presenta sotto un
aspetto ancor più amabile si è, che non po
tendo egli seco introdurla in cielo, ha voluto
con essa rimanere in terra fino al termine
dei secoli, per continuare dai sacri taberna
coli a predicarcene l'amore. Vedete infatti,
se la vita eucaristica non è a tal riguardo
una perfetta copia della sua vita mortale.
Quale assoluta noncuranza di ogni cosa este
riore ! Lascia egli adornare con magnificenza
i suoi altari, quando la gloria del Padre lo
domanda; ma non si commuove punto quando
li vede spogli anche fino al compiuto denu
damento. In quante chiese, sia da noi, sia in
paesi infedeli, si trova egli più povero che
non in Betlemme ? eppure il suo Cuore vi sta
così beato come in cielo, perchè ivi come in
cielo egli ama Dio e gli uomini, e l'amor
suo forma tutte le sue ricchezze.
Ecco il punto che assai rileva di bene
intendere; lo spogliamento di Gesù nel suo
Sacramento non vale più della sua povertà
durante la vita mortale a cangiare menoma
mente la contentezza del suo Cuore, più
beato di questa povertà che del godimento di
tutti i beni del mondo; non perchè fosse in
sensibile alle privazioni, ma perchè amava le
privazioni e i patimenti loro compagni, ve
dendo posta in essi la gloria del Padre e la
salute degli uomini.
249
III. Maniera di praticare questo di
stacco. – Di tale natura vuol essere il di
stacco dei veri devoti del Cuor di Gesù; non
è insensibilità dei disagi arrecati dalla po
vertà, ma noncuranza dei disagi e dei beni
che li potrebbero alleviare; è l'amor di Dio
e delle anime, che prevale al senso e fa che
si ami l'amarezza delle privazioni; nè ca
giona restringimento di cuore, mentre nasce
da grandezza di affetto e da elevatezza d'in
tendimenti. Peraltro in pratica esso, come
quello del Cuor di Gesù, si acconcia a tutte
le condizioni, e sebbene non ammetta in sè
restrizione veruna, pure attempera secondo
le varie circostanze la esterna sua manifesta
zione. Quindi l' anima devota del divin Cuore
potrà vedersi obbligata dalle convenienze pro
prie del suo grado a sostenere l'esterno appa
rato della opulenza; ma in tal caso si guar
derà bene dal concedere a queste vane appa
renze la più piccola parte del suo affetto,
convinta di non poterlo fare senza scapito
della propria dignità e del tesoro cui Dio le
tiene serbato in cielo: però l' inclinazione
del cuore la porterà sempre più a spogliar
sene, affine di sempre più assomigliarsi al
suo divino Esemplare.
Al che le serviranno in modo speciale i
mezzi seguenti. Primo, se lo stato suo la ob
bliga a dar opera in procacciarsi materiali
250
vantaggi, procuri di non aver mai di mira
la propria soddisfazione, ma la sola gloria
di Dio ed il bene del prossimo. Secondo, non
metta mai il pensiero in alcuna faccenda di
lusso per pura vanità, amando meglio con
secrare il tempo, l'ingegno ed i risparmi
che potrà fare sui propri sollazzi ed orna
menti, a sollievo dei poveri di Gesù Cristo
e a decoro de' suoi altari. Terzo, sia modesto
e semplice il suo vestire, per quanto la con
dizione e il desiderio di sua famiglia il com
portino: studiandosi di praticare il maggiore
spogliamento possibile e nella quantità e nella
qualità delle cose di suo uso, in tutto evi
tando la singolarità. Quarto, ogni volta che
le accada incontrare qualche privazione, l'ab
bracci con amore, qual mezzo di rendersi più
somigliante al suo Dio; e le vada eziandio
incontro, quando lo possa senza inconveniente.
Quinto, l'amore però alla povertà non la ri
tardi punto di provvedere con tutta la sua
operosità ed industria ai bisogni e giusti in
teressi della famiglia; anzi vi si dedichi con
costanza, e ne avrà tanto maggiore il profitto
ed il merito appo Dio, quanto meno avrà
riguardo a sè. Sesto, si danno al mondo non
poche anime pie le quali spingono l'amore
alla povertà fino a farne voto entro i limiti
dal proprio stato loro permessi, ed in questo
è da seguire il consiglio del direttore, ben
251
precisando i termini dell'obbligazione, per
evitare appresso gli scrupoli, e d'ordinario
facendo sulle prime il voto per breve tempo,
con animo di rinnovarlo quando l'esperienza
abbia mostrato che esso non arreca veruno
sconcio, nè richiede verun mutamento. Set
timo, è molto importante, qualunque sia il
nostro stato e condizione, il discendere spesso
a rivedere ogni più riposto seno del cuore
per iscoprire se mai vi si fosse insinuata qual
che affezione capace di rubarne il pieno pos
sesso alla carità di Gesù Cristo. Così sarà
utile il fare sovente, ad esempio di parecchi
santi, una diligente rivista degli oggetti di
nostro uso, esaminando se vi occorresse alcun
che di superfluo da donare in sacrificio al
Cuore di Gesù. L'avvicinarsi del santo Natale
e il tempo a ciò più propizio: confrontiamo
la nostra camera, i nostri mobili, le nostre
vesti con l'apparecchio onde il Re della glo
ria viene al mondo per esserci Salvatore e
Modello. Vediamo, e facciamo secondo questo
divino Esemplare: Inspice, et fac secundum
exemplar (ExoD. XXV, 40); risovvenendoci
come questo Dio povero donasi ai poveri di
cuore, e la possessione del Cuore di lui forma
la sola vera ricchezza.
252 -

MEDITAZIONE V,

Il Cuore di Gesù è modello di mortificazione


e rinunciamento ai beni sensibili.

Hostiam et oblationem noluisti;


corpus autem aptasti mihi ; tunc
dixi: ecce venio. Tu non hai voluto
sacrifizio nè offerta; un corpo mi hai
dato, e allora ho detto: ecco io vengo.
(HEB. X, 5, 7).

I. Necessità e vantaggi della mortifi


cazione. – Fra i numerosi tiranni, alla cui
dominazione ci sottopose il peccato, uno vi è
più difficile di tutti a sostenere, perchè a noi
compagno indivisibile, ed è il nostro corpo, unito
per primo disegno del Creatore all'anima,
affinchè le servisse d'aiuto a conseguire i suoi
eterni destini; ma dappoichè l'anima negò
ubbidienza a Dio, si vide, per giusto castigo
della sua ribellione, rivoltarsele contro questo
servo, prima sì docile e sommesso, ed im
porle da padrone i suoi più sragionevoli ca
pricci. Da quel punto ella non ebbe più libertà
nè riposo, e non le rimase se non se a scegliere
fra una pugna incessante o una ignominiosa
servitù. Indarno vorrebbe dar corso alle sue
più nobili facoltà ; chè mentre queste tendono
253
a levarsi verso il cielo, il corpo le risospinge
col suo peso verso la terra; e mentre l'intel
letto si sforza di contemplare lo splendore
della verità, infetti vapori si sollevano dal
pantano dei sensi ad intorbidarne lo sguardo
e ad oscurare il fulgido raggio della luce.
Vorrebbe la volontà opporsi a queste vergo
gnose tendenze e tenta di pigliare le risolu
zioni più generose, ma indarno; chè ben presto
si sente balzata lungi dal segno propostosi
a seguire, e risommersa nel profondo cui
avea giurato di evitare.
La quale tirannia del corpo si fa sentire
a tutti; non avendo Iddio voluto nell'adora
bile sua sapienza che il sacramento il quale ci
affranca dal peccato di origine, ci liberasse pure
dalla concupiscenza che ne deriva; e quindi
debbono spesso anche i santi risentire il peso del
corpo non meno penosamente dei poveri schiavi
della voluttà, e mandare gli uni e gli altri
gemiti e lamenti ad un modo. Veggo il me
glio e me ne compiaccio, dirà il voluttuoso,
ma seguo il peggio: Video meliora proboque,
deteriora sequor (OVID.): Io non faccio il bene
che vorrei, dirà l'Apostolo, ma faccio il male
che non vorrei. Me infelice ! chi mi libererà
da questo corpo di morte? Non enim quod
volo bonum, hoc facio: sed quod nolo ma
lum, hoc ago. Infelix ego homo, quis me
liberabit de corpore mortis huius (RoM. VII,
19, 24) ?
254
Ma fra i servi ed i nemici di Dio corre
questa differenza; gli uni accettano il loro
servaggio rendendoselo ggnora più pesante ,
mentre gli altri combattono colla mortifica
zione la tirannia del corpo e ognora più si
avvicinano alla libertà loro promessa in cielo.
La mortificazione è il gran mezzo d'affran
camento che compie in noi l'opera del batte
simo, liberandoci dalle conseguenze della
colpa originale; è una morte volontaria per
la quale il cristiano anticipa lo sfacimento
del sepolcro, distrugge in sè quanto la morte
dee divorare, ed acquista già sulla terra la
libertà che è privilegio degli abitatori celesti.
Per essa il nostro corpo si fa, come quello
del Salvatore, ostia viva, santa e incompara
bilmente più accettevole alla divina Maestà
che le vittime un tempo immolate sopra dei
suoi altari: in virtù di questo sacrificio vengono
espiate le nostre colpe, deterse le macchie
dell'anima, infrante le sue catene, ricuperate
le forze coi gaudi della primiera innocenza.
Ce ne assicura l'esperienza dei santi, in pa
recchi de' quali la virtù della mortificazione
potè giungere fino a fartacere la querela del
l'Apostolo, testè udita, con ridonare all'anima
tanta libertà da renderle pressochè insensibile
il peso del corpo.
O Gesù, quanto sono felici coloro nei quali
la mortificazione ha operato questo miracolo!
255
Si veggono vivere nella carne come non l'a
vessero; passare sopra la terra senza contrarne
alcuna bruttura, illibati come raggio di sole
che a contatto del fango non perde nulla di
sua purezza. Il loro occhio, non oscurato da
nebbia di sorta, vede ogni cosa in voi; per
essi la creazione è come velo trasparente che
manifesta la vostra bontà increata; il loro
cuore, inaccessibile alle tempeste delle pas
sioni, conserva una costante serenità, solo
avvivato da sante affezioni, come limpido lago
soavemente agitato dal mite alito di prima
vera. Sovente la stessa materiale natura fu
vista risentirsi all'influsso di loro purità ed
obbedire ai figliuoli di Adamo compiutamente
rigenerati, come obbediva al padre loro tut
tavia innocente.
Ma questi uomini privilegiati, bisogna
ben ricordarlo, non aveano raggiunto tale per
fetta purità e serenità inalterabile se non per
via di rigorosa mortificazione e di continuata
lotta contro il loro corpo. La vita di Gesù
Cristo si manifestava splendidamente nella
loro carne mortale, perchè, ad esempio del
l'Apostolo, non aveano cessato mai di por
tare in tutte le loro membra la mortificazione
di Gesù: Semper mortificationem Jesu in
corpore nostro circumferentes, ut et vita
Jesu manifestetur in corporibus nostris (II
CoR. IV, 10). La medesima via si offre a noi
256
ancora per arrivare al medesimo termine: noi
ancora vivremo in voi, o Gesù, a misura che
acconsentiremo di partecipare alla vostra mor
te: non possiamo infatti vivere secondo la
carne e secondo lo spirito ad un tempo: queste
due vie si nimicano a vicenda, e di necessità
conviene sceglierne una. O Gesù, la nostra
scelta è già fatta; ma perchè riesca efficace
compiutamente, mettete voi stesso nel nostro
cuore i sentimenti ond'è animato il vostro.

II. Il Cuore di Gesù è perfetto modello


di mortificazione. – I sentimenti del Cuore
di Gesù rispetto ai contentamenti sensibili ci
sono già conosciuti; ma se vogliamo anche
meglio persuadercene, basta un volger di oc
chi alla doppia sua vita, mortale ed eucari
stica: la prima fu detta giustamente una
croce ed un martirio continuato : Tota vita
Christi crux fuit et martyrium (IMIT) E
veramente, in qualsivoglia età e condizione
si consideri questo divino Esemplare, egli vi
appare sempre crocifisso al mondo e alle sue
concupiscenze, sempre sdegnoso delle sensi
bili soddisfazioni, avido di tutte le privazioni
onde la provvidenza del Padre spargeagli co
piosamente il cammino.
Sappiamo già i travagli del suo nasci
mento e della sua puerizia; le fatiche di un
penoso mestiere durare negli anni più avanti,
257
e quelle ancora più grandi della predicazione.
In tutto questo tempo quando fu visto cer
carsi un sollievo ? quando rifuggire un pati
mento, ove si trattasse di alleviare gli altrui ?
di maniera che al termine di una faticosis
sima giornata, tutto ancor abbandonasi alle
indiscrete richieste di una folla di malati
ond'era stipata intorno la casa di Pietro,
tanto da non darsi agio di gustare bricciola
di pane e da parere a' suoi uscito di senno :
Ita ut non possent neque panem manducare:
et cum audissent sui exierunt tenere eum :
dicebant enim quoniam in furorem versus
est (MARC. III, 20, 21).
E mentre così abbandonava il suo corpo
alle più gravose fatiche, il buon Gesù non
concedea guari maggiori soddisfazioni umane
al suo Cuore. Trovò egli certo alcune anime
amanti e a lui devote; Maria, Giuseppe,
parecchie sante donne; ma di fronte a questo
picciol numero di amici, quanti indifferenti,
quanti ingrati, quanti accaniti nemici! Efra
questi malvagi che lo inseguono, e lo adden
tano come belve feroci, e lo straziano coi loro
morsi, pure aspettando di levarlo di vita,
non è un solo al quale egli non nutra da sua
parte il più tenero amore, non è un solo pel
quale egli, fino dal primo istante del suo
esistere, non abbia offerto la vita. Amar tanto
e tanto essere odiato, quale tormento !
L'Apostolato del Cuor di Gesù f
258
Sarebbe poi superfluo l'entrar nei parti
colari degli atroci dolori con che si termina
il lungo martirio di trentatrè anni. Non vi è
divoto del sacro Cuore che non ne faccia l'a
bituale soggetto delle sue meditazioni, e non
ami tuffarsi nell'oceano di patimenti onde
quel Cuore sì amante andò sommerso. Il Cal
vario è la favorita e costante dimora delle
anime veramente consecrate al Cuor di Gesù.
Indicatemi, ripetono esse colla sacra Sposa
allo Sposo divino, indicatemi, o Diletto, dove
posate al meriggio, e dove pascete le agnelle
del vostro gregge: Indica mihi, quem diligit
anima mea, ubi pascas, ubi cubes in meri
die (CANT. I, 6). Il letto ov' egli si posa è la
croce: là Gesù, arrivato al meriggio della
sua carriera d'amore, risoluto di palesare
appieno alla terra i tesori di luce e difiamme,
di cui è sorgente il suo Cuore, si solleva in
sieme e si stende, invitando a sè tutte le
anime bramose di nutrirsi del divino alimento
ond' egli sazia se medesimo. La croce per lui
è cattedra magistrale e letto nuziale ad un
tempo: egli vi si stende per abbandonarsi al
misterioso sonno, durante il quale la Chiesa,
Eva novella, deve uscire dall'aperto suo Cuore,
e per ammaestrarci dall'alto di questa catte
dra, altra eloquenza non vuole fuor quella
della mortificazione,
Questa è parimente principio della fecon
259
dità, in virtù della quale egli dà vita alle
anime nostre: noi però che siam nati dalla
sua croce, noi che ci gloriamo di essere di
scepoli del suo Cuore, non dovremmo mai
lasciare il Calvario, e pane quotidiano delle
nostre anime dovrebbe essere la contempla
zione di Gesù appassionato. Poichè qui egli
ci svela in maggior luce il suo amore; qui
dobbiamo noi apprendere come a lui dimo
strare il nostro. Il suo corpo coperto di pia
ghe, la sua testa coronata di spine, le sue
guance illividite da schiaffi, le sue labbra
riarse di sete, le sue mani i suoi piedi tra
fitti, il suo Cuore squarciato, esser dovreb
bono il quadro presente sempre ai nostri occhi,
sempre in atto di essere in noi ricopiato.
- Per animarci a questo, rammentiamo come
il Cuore di Gesù, nel punto istesso che sof
feriva tanti e tanto incomprensibili dolori,
era pure beato e gustava ineffabili consola
zioni. L'amarezza del patire, lungi dallo sce
mare in lui la dolcezza del godere, ne era
motivo anzi ed alimento, perchè egli era beato
di patire: ma d'altro lato, la dolcezza del
godere, lungi dallo scemare in lui l'amarezza
del patire, non facea se non accrescerlo, perchè
il precipuo suo dolore nascea dal non poter
comunicare a noi il suo amore e la sua bea
titudine. Soffriva egli per amore, ed amava
il soffrire; la carità sua gli era tutto insieme
260
cagione di gioia e di dolore, di mortificazione
e di consolazione; e così sarà di noi, se sap
piamo comprendere gl'insegnamenti di Gesù
crocifisso. La mortificazione da lui insegna
taci è amorosa, e perciò amabile. Chi ama
gode di patire per l'amato; ed è naturale
che tanto abbia patito per Iddio e per noi Gesù,
che tanto amò Dio e noi: amiamo come lui
e saremo felici di patire con lui.
Ed ora nell'Eucaristia ci mostra quella
medesima noncuranza dei piaceri sensibili di
cui ci diede esempio nella sua vita intera. Le
sacre specie che a lui fanno velo possono bensì
esser tocche da cause naturali ed anche vio
late da mano sacrilega: ma tali esterne con
dizioni non alterano e punto il ben essere in
timo del Cuor di Gesù. Egli, unito alla Di
vinità che gli comunica la propria gloria e
beatitudine, non sente gusto nè disgusto per
buoni o malvagi trattamenti che gli vengano
di fuori; a quel modo che non è tocco nè per
desiderio di beni nè per timore di mali esterni,
presente sì realmente in terra, ma con tutta
la sua conversazione in cielo,e quindi saziato
delle delizie eterne, indifferente ai vani godi
menti del tempo.
III. Applicazione pratica. – A tal ter
mine l'amore al Cuor di Gesù tende a por
tare le anime che gli sono devote; e più questo
261
amor va crescendo, men lascia posto alla
brama e alla tema di beni o mali sensibili.
Così vedete molte di queste anime correre a
rinchiudersi nei chiostri per isfuggire la ser
vitù dei vani piaceri; e da quali speranze
attirate? Il mondo non vi scorge se non follia,
e in certo senso si appone: è follia d'amore.
Esse a meglio sottrarsi da ogni nociva in
fluenza nell'amar quello unicamente al quale
debbono tutto il loro amore, si attorniano di
spesse muraglie, si legano con voto, assog
gettano a regola severa tutte le inclinazioni
della volontà, tutti i desideri del cuore, si
abbracciano volontariamente alla croce,e liete
vi si attengono fino alla morte.
Ma l'amor di Gesù non fa nascere sola
mente nel chiostro questo eroico distacco;
dovunque egli penetri, ivi produce gli stessi
effetti. E vino che fa germinare i vergini:
Vinum germinans virginum (ZACH. LX, 27);
e l'anima che se n'è abbeverata alle fonti
del Salvatore, esperimenta cotale ebbrezza da
rendersi insensibile alle seduzioni della carne
e del mondo. Se intatto è tuttavia il cuor suo,
questo liquor generoso ne conserva l'integrità;
se ha ricevuto qualche ferita, la sana e ne fa
sparire anche la cicatrice. Tutti possono attin
gere da questa sorgente divina: anche gli
Agostini e le Maddalene possono ricuperarvi,
per la trasformazione che opera in essi l'a
262
more, i preziosi privilegi dell'innocenza pri
miera.
Ma per conservarli, è mestieri che l'a
nima, bramosa di meritare in qualche grado.
il titolo di Sposa del suo Dio, vegli con gran
diligenza per allontanare da sè quanto potesse
destare la gelosia di lui e renderlane indegna
dei favori. La quale vigilanza dee primiera
mente esercitare sopra i suoi pensieri ed af
fetti, risovvenendosi che le passioni più col
pevoli nacquero non di rado dalle inclinazioni
più innocenti. Non creda già tutto perduto
quando si senta spuntare in cuore affezioni
un po'troppo sensibili, ma stia bene in guar
dia di non fornire ad esse alcun pericoloso
alimento, ponendo ogni sforzo in riferire tutto
a Dio l'amore e la gratitudine che mai do
vesse alle creature. Usi quindi grande pru
denza e riserbo nella scelta delle amicizie; e
mostrando soavità e buon garbo verso di tutti,
non conceda domestichezza fuorchè alle persone
in compagnia delle quali possa fare o ricevere
sicuramente del bene. Appresso, sorvegli con
gran cura tutti i propri sensi, segnata
mente gli occhi, allontanandoli, senza affet
tazione, da quanto esserle potrebbe occasione
di peccato. Sieno circospette le sue parole,
umili, caritative; riserbato il portamento e
tale da tenere in rispetto chi osasse intro
durre in sua presenza propositi poco edifi
263

canti; sempre peraltro con un esteriore sereno


e benevolo, in maniera di rendere amabile
la pietà nella propria persona. Inoltre non
dimentichi che la mortificazione della carne
è la custodia più sicura della castità. Via
dunque l'assurdo pregiudizio che rilega que
sta virtù nei conventi, dove essa è men ne
cessaria che nel mondo. Un'anima veramente
divota stima invece un bene l' aggiungere
alle penitenze della Chiesa qualche altra di
supererogazione, temperata alle proprie forze,
e sempre colla guida di un savio direttore,
per evitare gli eccessi; nè lascia passar
refezione senza offerire qualche picciola mor
tificazione al suo Dio, per amore di lei abbe
verato di fiele: la quale cura è bene adope
rata particolarmente nei venerdì ad onore della
Passione del Redentore. Di più, ella si stu
dierà di non cercare veruna soddisfazione sen
suale, quando non sia richiesta da un vero
motivo di bisogno, o di carità, o di conve
nienza; ed anche in tal caso si tenga in guardia
dalle illusioni della sensualità, che potrebbe
abusar delle cose, prima ricercate con fine
lodevole. Sovratutto poi si applichi ad animare
l'esercizio della mortificazione collo spirito di
amore; il che vale assai a crescerne il merito
ed a sminuirne l'amaro. La minima pena V0
lontaria, sofferta per puro amore, è più me
ritoria incomparabilmente ditutte le più rigo
264
rose macerazioni, dove s'immischi l'amor
proprio: giacchè la croce, separata da Gesù,
non santifica, ma è supplizio degli schiavi;
e sul Calvario istesso divenne pel malvagio
ladrone la soglia dell' inferno. Non sepa
riamo dunque mai la croce da Gesù e dal suo
sacratissimo Cuore: la Croce ci meni al Cuore,
ed il Cuore ci faccia amare la Croce; il Cuore
senza la Croce non sarebbe se non illusione della
nostra dappocaggine; la Croce senza il Cuore
una soma che opprime la nostra debolezza:
ma il Cuore esercitando la sua virtù per la
Croce, la Croce addolcita dalla soave unzione
del Cuore esser dee il verace oggetto della
nostra imitazione, e l'appoggio incrollabile
della nostra speranza.

MEDITAZIONE VI,

Il Cuore di Gesù è modello di ubbidienza


e di rinunciamento alla propria volontà.

Factus obediens usque ad mor


tem , mortem autem crucis. Si è fatto
ubbidiente fino alla morte, e morte di
CIOC0, (PHIL. II, 8).

I. Motivi di tale rinunciamento. – Di


tutte le specie di rinunciamento quello della
propria volontà è il più difficile ed insieme
265
più necessario. Abbiamo già udito dirci dal
nostro Maestro: Chi vuol seguirmi rinunci a
sè stesso; Si quis vult post me venire,
abneget semetipsum (MATTH. XVI, 24). La
quale rinuncia non è solo ai beni materiali,
agli onori, alla stima degli uomini, ai pia
ceri sensibili; ma proprio a noi, al nostro
io corrotto; e questo risiede principalmente
nella nostra libera volontà. Senza di essa,
potremmo anche abbandonare tutto il resto
a Dio, e rimanergli tuttavia in aperta oppo
sizione. La volontà libera è la sola parte
di noi che sta del tutto in nostro potere:
degli organi del corpo, delle facoltà sensive,
della memoria, del nostro intelletto medesimo
non siamo pienamente padroni; del nostro li
bero arbitrio, sì; nè vi è al mondo potenza
capace di fargli volere mal suo grado quel
che non vuole, e Dio stesso ha rinunciato al
poterlo costringere. Ne vuole i soli ossequi
spontanei, i più gloriosi cui gli possa offe
rire la sua creatura; perchè l'offerta di questa
vittima spirituale nella piena ed intera dona
zione della umana libertà è per lui il più
accettevole dei sacrifici.
Il quale olocausto nel tempo istesso che
rende a Dio maggior gloria, è anche il più
acconcio a riparare il peccato, siccome il solo
che distrugge appieno questo nemico della
Maestà divina, il solo che svelle dalle radici
266
questa velenosa pianta: i beni corporei, i
piaceri sensibili, i vani onori ponno esser
materia ed occasione di peccato, ma non ne
formano l'essenza, la quale consiste appunto
nell'opposizione fra la volontà creata e l'in
creata. Principio di ogni peccato, dice il
Savio, è l'apostasia, il rifiuto di obbedire a
Dio: Initium superbiae hominis apostatare
a Deo (ECCLI. X, 14): Lucifero e i suoi com
pagni non erano mossi da cupidigia di beni
e godimenti sensibili, ma tutto il loro delitto
era nella opposizion loro a Dio, nella brama
di farsi indipendenti da lui, nella rivolta della
loro volontà libera contro l'autorità suprema.
Così a tirare noi pure a parte di questa ri
volta mirano tutte le astuzie del tentatore,
al quale poco serve l'invadere la nostra ima
ginazione, i nostri sensi, i nostri organi, se
non s'impadronisce altresì della nostravolontà;
ma dal punto che noi gli diamo il libero as
senso di questa, diventiamo suoi complici e
insieme suoi schiavi, apostatiamo da Dio
negandolo come nostro padrone e nostro ul
timo fine, e ci rendiam degni de' suoi eterni
castighi.
Non è dunque colla sola rinuncia dei beni
esterni e dei piaceri sensibili che noi possiamo
espiare tale orribile prevaricazione; poichè
il vero colpevole è il nostro libero arbitrio,
ed egli sopratutto dev'essere punito; nè può
267
trovarsi sufficiente riparazione del peccato, nè
preservativo efficace contro di esso se non nel
rinunciamento pieno a questa ribelle volontà,
e nel suo pieno assoggettamento alla volontà
di Dio.

II. 0bbedienza del divin Salvatore. –


Possiamo conchiudere adunque che il Figliuolo
di Dio, venuto al mondo per riparare il pec
cato e per ammaestrar noi a ripararlo con lui,
debba porre la prima sua cura in darci l'e
sempio della più perfetta obbedienza. Ed ob
bedisce infatti anche prima di nascere, mo
vendo i suoi parenti a compiere un penoso
viaggio, nonostanti i validi motivi che esi
mevano la famiglia del Re del cielo da una
legge che avea solo per iscopo di soddisfare
la vanità di un principe terreno: obbedisce
nella sua puerizia, spesa presso la Madre,
aiutandola nei più umili servigetti della po
verissima casa: obbedisce nella sua adole
scenza, occupandosi col suo Nutrizio nel
penose fatiche di un abietto mestiere: obbe
disce in tutta la sua vita privata, cioè du
rante i nove decimi e più della sua mortale
carriera, solo inteso a darci questa lezione
unica; tanto che l'Evangelista stimò di averci
bastevolmente informati di questi trent'anni,
dei quali ciascun momento era pur sì memo
rabile, compendiandoli nella parola: Erat
268
subditus illis, era loro sommesso: obbedisce
principalmente nella sua Passione, abbando
nandosi come agnello a' suoi carnefici, por
gendo a legare le braccia, le guance agli
schiaffi ed agli sputi, le spalle ai flagelli, il
capo alle spine; lasciasi condurre di tribu
nale in tribunale, ossia d'ingiustizia in ingiu
stizia; e potendo con una parola annientare
tutti i suoi nemici, egli ama meglio di far
sene schiavo: obbedisce fino alla morte e alla
morte di croce, dove si lascia inchiodare mani
e piedi al legno infame, trasformato da lui
in cattedra donde ci predica l'obbedienza; ivi
dura sospeso per tre ore, offerendo questo
volontario assoggettamento ad espiare le nostre
ribellioni; e l'anima sua santissima non ricu
pera la libertà col morire, se non dopo atte
stato solennemente che non mancava più nulla
al sacrificio della sua obbedienza: consum
matum est !
Ma non gli basta l'averci così predicata
l'obbedienza coll'intera sua vita e colla sua
morte. Troppo è per noi importante e di con
tinuo necessaria questa virtù, e d'altro canto
troppo malagevole ad imparare; perciò il di
vino Maestro la vuol fatta materia di perpetuo
insegnamento fino al terminare dei secoli:
perciò istituisce il Sacramento dell'amor suo,
dove immortale obbedisce ancora in modo che
sembra oltrepassare l'eccesso della sua obbe
269
dienza durante la sua vita mortale. Ed egli,
a cui fu data ogni podestà in cielo ed in terra,
egli cui gli angeli adorano, egli che siede
alla destra del Padre nel più alto dei cieli,
egli obbedisce alla sua creatura, talora delle
più colpevoli,soggetta alla obbrobriosa schia
vitù del demonio ! Obbedisce sempre, obbe
disce in tutto, anche quando si costringe ad
entrare in anime deturpate dall'orribile pec
cato. Là egli dimora come prigioniero giorno
e notte, senza moto, pronto a tutto che si
vorrà fare di lui; di guisa che possiamo qui
applicare il detto del Salmista in tal modo:
Come il servo tien fissi gli occhi alle mani del
padrone per obbbedire al primo cenno, così il
nostro Dio tiene fissi gli occhi al suo ministro
perfarne prontamente la volontà: Sicut oculi
servorum in manibus dominorum suorum,
ita oculi nostri ad Dominum Deum nostrum
(Ps. CXXII, 2). Il sacerdote più imperfetto,
che dico ? il più nequitoso apre la bocca, ed
il Figliuolo dell'Altissimo discende dal cielo,
si viene a porre nelle sue mani, ad abban
donarsi al suo buon piacere: il sacerdote apre
il tabernacolo, e Gesù vi si lascia riporre e
rinchiudere; ne lo tolgono per portare alla
dimora del povero o del dovizioso, e Gesù
va colla medesima premura e nella capanna
e nel palagio; e rimane colla pazienza mede
sima nelle chiese più povere come nelle più
sontuose basiliche.
270
Alla vista di tale obbedienza sì piena,
sì continua, sì stupenda, esercitata già dal
Salvatore mentre era visibile, ed ora da lui
invisibile nel suo Sacramento continuata, quale
anima cristiana non aspirerà fervidamente ad
obbedire ?

III. Applicazione pratica.–Questa virtù


potrebbe parere difficile a praticarsi nel mondo;
eppure se vogliamo ben progredire nella via
del Signore, non possiamo dispensarcene. L'at
taccamento smoderato al proprio senso e la
difficoltà di piegare il proprio volere non può
negarsi sia il più duro ostacolo che tien
lungi dalla perfezione non poche anime di
vita peraltro regolata e, se volete, anche edi
ficante. È come verme roditore del merito
anche delle opere in apparenza più sante, delle
fatiche più costanti, delle mortificazioni più
dolorose. Questa volontà propria si attraversa
bene spesso alle imprese più utili, per questo
che non vanno a seconda del nostro vedere,
e mette in forse le più gravi ragioni della
gloria di Dio, perchè non si accordano con
quelle della nostra vanità. Essa rende difficili
a trattare certe persone stimate divote ; essa
le fa mancare ai doveri più sostanziali, men
tre poi si caricano di pratiche di supereroga
zione; essa che fornisce ai nemici di Dio tanti
pretesti per censurare la pietà. Non sarà quindi
271
mai soverchia la vigilanza sopra questo ne
mico domestico, nè gli atti ripetuti di obbe
dienza e di annegazione per indebolirlo: il che
ci tornerà facile, quando un vero desiderio di
unirci al Cuore di Gesù ci abbia penetrati
bene addentro: nè ci mancheranno ciascun dì
occasioni d'imitar lui, qualunque sia lo stato
in cui ci troviamo.
A questo gioverà l' abituarci alla sogge
zione, in vista di Dio, verso tutte le persone
che hanno sopra di noi qualche autorità, altresì
quando le loro esigenze potessero parer ecces
sive, purchè non opposte alla legge del Si
gnore. Così nelle malattie l' adempire le pre
scrizioni dei medici, non tanto per ricuperare
la sanità, quanto per esercitar l'obbedienza.
Nella stessa maniera, un'anima desiderosa
di giungere alla perfetta rinuncia di sè, dee
procurare di accondiscendere al parere, fosse
anche talora capriccioso, delle persone colle
quali ritrovasi abitualmente in relazione; se
però gravi motivi non le suggerissero di operare
altrimenti. Farà bene poi a fissare un ordine
di vita e di azioni dal quale non si diparta
mai senza ragione; perchè approvato che sia
dal ministro di Dio, lo può avere in conto
di manifestazione di quella santissima volontà:
ma non esiti a lasciarlo, quando abbia motivo
sufficente di credere che il Signore vuol altro
da lei. In questa lega di libertà di spirito e
272
di fedeltà inviolabile al suo regolamento tro
verà quella pace e contento interiore, che tanto
è difficile conservare di mezzo al tumulto del
mondo. Inoltre chi brami veramente di unirsi
a Dio, dee praticare perfetta obbedienza verso
di quello al quale, dopo maturo esame e fer
venti preghiere, abbia commesso a dirigere
l'anima propria. Se questi non gli fosse con
fessore ordinario. adoperi di tenerlo a corrente
dello stato suo spirituale, delle virtù come dei
difetti, delle mortificazioni, delle tentazioni,
e via dicendo, abbandonandosi del tutto alla
guida di lui, nulla facendo che non sappia
esserne conforme alla volontà, obbedendo
sempre; e allora sopratutto ch'egli, meglio
che lusinghe all' amor proprio, proponga
ragioni e mezzi per camminare di buon
passo nella via dell'annegazione. E perchè la
nostra obbedienza ci possa in effetto unire al
Cuor di Gesù, fa d'uopo che sia come la sua,
volontaria, amorosa, cordiale veramente; nè
sarà tale se non quando, come Gesù, mireremo
Dio in tutti coloro che hanno autorità di co
mandarci. Non ci daremo allora più pensiero
delle loro virtù o difetti, delle loro intenzioni
diritte o torte; ma fossero anche orgogliosi
come un Augusto, invidi come un Caifasso,
ingiusti come un Pilato, crudeli come i ma
nigoldi, noi scorgeremo nei loro ordinamenti
la sola volontà infinitamente amabile di Colui
27:3
che ci sottomette alla loro podestà, ed adem
piendone i voleri, non obbediremo in realtà
se non al divino amore.

MEDITAZIONE VII,

Il Cuore di Gesù è modello perfetto


di amor di Dio.

Diliges Dominum Deum tuum


in toto corde tuo, et in tota anima
tua, et in tota mente tua. Hoc est
maximum et primum mandatum
Amerai il Signore Dio tuo con tutto
il tuo cuore, e con tutta l'anima
tua, e con tutta la mente tua. Questo
è il massimo e primo comandamento.
(MATTH. XXII, 38).

I. Necessità ed eccellenza della Carità.


– Qual è il maggior precetto della legge ?
domandò già un dottore della legge a Gesù,
presumendo di trovarne materia di accusa
nella risposta; ma l'insidiosa questione valse
per noi una delle più grandi lezioni che
desse mai il nostro divino Maestro. Egli,
messa da parte la malvagia intenzione del
l'interrogatore, tolse occasione di delineare
in un sol tratto l'adorabile suo Cuore e com
pendiare in una sola parola tutto il Vangelo,
L'Apostolato del Cuor di Gesù 18
274
dicendo! Amate il Signore Iddio vostro con
tutto il vostro cuore, e con tutta l'anima
vostra, e con tutta la mente vostra ; e amate
il prossimo vostro come voi stessi. Da questi
due comandamenti dipende tutta la legge ed
i profeti.
Ecco in breve tutta la morale cristiana;
ecco la divina filosofia del Cuore di Gesù;
ecco il fine supremo della sua missione; ecco
la santità. Amare, ed amare con tutta la virtù
del cuore; all'amore subordinare tutte le fa
coltà dell'anima; a suo servigio porre tutte
le forze del corpo; amare sovranamente il
Bene sovrano, ed amare tutto il resto a ri
guardo di lui; amare sopratutto gli uomini,
e adoperarsi nel procurar loro la vera felicità,
nel tempo stesso che la cerchiamo per noi;
in una parola, amar bene, qui sta tutta la
perfezion della terra, qui tutta la futura bea
titudine del cielo.
Adunque se vogliamo essere santi, non
dobbiamo fermarci alla pratica del rinuncia
mento, il quale, anche perfettissimo, non
vale per sè a darci la vera santità ; ma ne
allontana gli ostacoli, ne appiana il sentiero,
conduce fino alla soglia del santuario, dove la
sola carità ci può introdurre, o meglio, la
stessa carità è il santuario in cui abita Dio
e rivelasi a' suoi eletti. Il rinunciamento è
una virtù della terra, un fiore dell'esilio,
275
una delle condizioni della prova; e dalla sua
rigorosa legge noi saremo esenti nel cielo,
non conservandone più che i preziosissimi
frutti. Ma la carità, invece di svanire nel beato
paradiso, si spiegherà in tutta la sua bellezza,
formandone il più splendido ornamento. La
carità è virtù del cielo, occupazione unica di
quelli avventurati cittadini, riposo, studio,
cibo, godimento e vita di tutti loro. Se però
noi desideriamo vivere in terra della vita
del cielo, e di fare della carriera nostra mor
tale un tirocinio dell'immortale beatitudine,
pratichiamo, a tanta gloria e consolazione, la
carità, attendiamo più che mai alla scuola
del Cuore di Gesù.

II. La Carità del Cuore di Gesù. – La


carità infatti è la vita per eccellenza di questo
amantissimo Cuore. Vengano pure coloro che
appongono alla legge cristiana di spegnere gli
affetti e restringere i cuori, e dicano innanzi
al Cuor di Gesù, se uno ve n' ebbe mai più
amante. Mettete insieme quanto di affezioni
ardenti e di eroica devozione abbian nutrito
i cuori più appassionati e più generosi; accu
mulate in un sol cuore le fiamme d'amore
di tutti gli uomini e di tutti gli angeli; que
sto smisurato incendio, verso l'amore del
Cuor di Gesù, è scintilla impercettibile. Egli
dal primissimo esser suo non si occupò che
276
amando; non predicò sempre, non fece sempre
miracoli, ma sempre amò; e la notte che so
spende l'attività degli altri cuori, non inter
ruppe mai di un solo istante i moti dell' a
more di lui. Lasciò egli al Padre la cura di
determinar la maniera onde questo amore dovea
successivamente appalesarsi, ora nel silenzio,
ora nel lavoro, ora nella predicazione; ma
in tutte queste manifestazioni era sempre il
medesimo amore: le sue fiamme non si fecero
sempre sentire ugualmente al di fuori, ma
divamparono sempre degli stessi ardori al di
dentro. Acconsentì a dipendere in tutto il suo
esterno dalle proprie creature; obbedì ai pa
renti; diede il suo corpo alla balìa dei car
nefici e dello stesso . demonio; a patto però
che sempre rimanesse il suo Cuore in libertà
di amare; e perchè la rabbia de' suoi nemici
e di Satana gli porgeano modo di meglio appa
lesare l' amor suo, egli non ebbe maggior
desiderio se non di esser dato lor nelle mani,
assaporando lungo tempo avanti tutti i tor
menti che gli apparecchiavano, amando la
stessa morte, perchè la scorgeva come il trionfo
del suo amore. -

Ed a chi consecrò egli un amore sì grande?


Prima e sopratutto a Dio suo Padre. Appena
egli conobbe sè stesso, si considerò come la
più splendida e perfetta manifestazione della
divina Bontà, come l'oceano a cui mettean
277
capo i fiumi tutti d'amore, dal Creatore dif
fusi fin dall' origine dei tempi: altro dunque
non vedea in sè se non l'amor di Dio, ed il per
fetto conoscimento che di sè avea portavalo
con veemenza incessante ad amar Dio; e così
il compiacersene dell'infinita bontà, il ringra
ziar de' suoi doni, il bramarne compiuta la
volontà, il detestarne le offese, era l'occupa
zione costante del suo Cuore, ed il soffio
animatore di tutte le opere sue. Gesù vedeva
Iddio in tutte le cose, ed in tutte lo amava;
lo amava nelle creature prive di ragione come
nei vestigi di sua potenza; nei peccatori come
nelle sue guaste imagini, a cui egli doveva
restituire la bellezza primiera; nei giusti come
in lucidi specchi, a cui dovea crescere bel
lezza e splendore. In tal modo la creazione
tutta quanta incitavalo ad amare, ed egli vi
rispose co' suoi affetti, colle sue parole, colle
sue opere, co' suoi patimenti, colla sua morte.
Ed al presente racchiude nella sacratis
sima Eucaristia tutti gli sforzi d'amore onde
già scorse ripiena la mortale sua vita. Ivi noi lo
vediamo spoglio di ogni esteriore azione, ma
sempre in atto di esercitare con intensità in
comparabile il suo grande ufficio di amare.
I santi ebbero in loro vita dei momenti di
estasi, ove la forza dell'amore li teneva im
moti e parea sospenderne le vitali funzioni;
dalla quale immobilità si argomentava l'effi
278
cacia di quello: ora l'Eucaristia è come una
grande estasi d' amore che da diciotto e più
secoli tiene il Cuore di Gesù immobile e ri
dotto ad una specie di morte; e chi mira
in tale stato di apparente insensibilità lui,
che possiede la pienezza della vita di Dio,
faccia ragione della grandezza del suo amore.

III. Applicazione a noi. – Tale vista


però non produca in noi solo una sterile ammi
razione, ma ci stimoli anche ad amare con tutte
le forze dell'animo. Giacchè la divozione al sacro
Cuore è sopra tutte la divozione dell'amore;
ed il gran precetto esposto dal Signore agli ebrei
come il compendio della legge, inculcato dal
Vangelo a tutti i cristiani, obbliga in modo
affatto particolare i divoti del Cuore di Gesù,
dal quale se non vogliamo apprendere ad amar
di vantaggio, possiamo lasciare la sua scuola,
dove non c'è altro da insegnarci. Gesù ci
volle rivelato il Cuor suo come oggetto di
culto speciale, appunto per ricordarci sempre,
esser lui disceso in terra non per altro se non
per insegnarci ad amare; e sopporta quindi
che non fissiamo gli sguardi negli altri suoi
attributi, purchè ci risovveniamo del suo
amore, sperando che dal vederlo sì smisurato
ci sentiremmo portati ad aumentare noi an
cora il nostro. E come possiamo volger gli
occhi a questo divin Cuore, senza vergognarci
279)
di essergli tanto poco somiglianti?Come mai
possiamo del continuo accostarci a questa for
nace, e rimanercene tuttavia sì freddi? Se
l'intera creazione era pel divin Cuore un ecci
tamento perenne ad amare, come mai questo
Cuore, nel quale si raccolgono tutte le effu
sioni dell'increata Bontà, e Dio medesimo
tutto si dona a noi, come mai non istimola
la nostra indolenza e la spinge a continui
sforzi per maggiormente amare? Ah noi non
intendiam bene ancora che sia la divozione al
sacro Cuore; noi la ristringiamo e l'impe
diamo di spiegare la sua divina efficacia; ma
una volta che le permettiamo di svolgersi in
noi, essa produrrà sempre come frutto suo
proprio un accrescimento di amore.
Nè solamente questo divin Cuore ci solle
cita ad amar Dio, svelandocene la bontà infi
nita per noi, sì bene offrendoci anche l'amor
suo a modello del nostro ; e così ci anima di
una santa emulazione, ci stimola, ci sospinge
incessantemente : Charitas Christi urget nos.
Ci permette perfino di aspirare ad una cotale
uguaglianza con lui nell'adempimento del
gran precetto impostoci: « Amate il Signore
vostro Iddio con tutto il vostro cuore, con
tutta l' anima vostra, con tutte le vostre
forze ». Non potremo, no, sperar mai di avere
un cuore così ampio, un'anima così eccel
lente, forze così poderose, come Gesù; ma
280)
se la nostra potenza di amare non sarà mai
comparabile alla sua, potremo almeno spen
dere, come lui, tutta quella che abbiamo in
amare Iddio. Lo abbiamo noi fatto sino ad
ora ? O invece, lasciammo in gran parte
giacere oziosa tale potenza? Non sia più così
per l'avvenire. Mettiamoci spesso dinanzi al
divin Cuore, come lo scolare al suo maestro,
e studiamoci di amare com'esso ama. Nella
santissima Eucaristia principalmente si avvera
la bella comparazione di Mosè: Come l'aquila,
che vuole addestrare i suoi pulcini al volo,
aleggia sopra di loro e li provoca ad imitarla;
così il Cuore di Gesù, il gran Maestro nel
l'arte di amare, troppo elevato sopra di noi
nel suo trono di gloria, discende fino a noi
per istruirci nel suo Sacramento, ed ivi tutto
da vicino ci mostra come dobbiamo amare.
Mettiamo a profitto la sua misericordiosa
indulgenza; e vedendolo spiegare al volo le
grandi ale del suo amore, provochiamo il cuor
nostro a seguirlo. Ahimè ! non potremo pog
giare molto alto, perchè siam troppo piccioli,
e le nostre ale sono assai deboli ancora; ma
col soccorso di un Cuore sì amante, non è
possibile che non trionfiamo al fine della no
stra debolezza e non ci solleviamo dietro a
lui fino alle regioni del puro amore.
281
IV. Pratica. – Quindi l'amor nostro
dee come quello di Gesù saper rivestire tutte
le forme, ed essere primieramente amore di
compiacenza, pel quale ci riposiamo col divin
Cuore nella contemplazione delle perfezioni
divine, con Dio congratulandoci della sua glo
ria, della sua potenza, del suo amore; del suo
essere necessario ed eterno, immutabile, in
dipendente, infinito in tutto, infinitamente
sapiente, infinitamente giusto, infinitamente
buono; e consolandoci delle nostre imperfe
zioni e miserie alla vista di queste perfezioni
e di queste glorie del nostro gran Dio.
Ci uniremo ancora al Cuore di Gesù per
formare atti d' amore di benevolenza, prote
stando a Dio che gli vogliamo tutte le sue
perfezioni, e se da noi dipendesse il darle,
gliele daremmo volentierissimo: ma poichè vi
sono beni esterni cui egli non possiede peranco
e si attende da noi, cioè la gloria estrinseca,
dipendente dalla santificazion nostra e degli
altri uomini, anche questa gli vogliamo, con
proposito risoluto e fermo di non omettere
niente che stia in nostra mano per conseguirla.
Quindi prendiamo la più viva parte alla gloria
che a lui proviene dall'amore, dai meriti e
dalle lodi degli angeli e dei santi, e sopra
tutto dagli omaggi così gloriosi cui egli riceve
dal Cuore immacolato di Maria e dal Cuore
amantissimo di Gesù.
282
Ma non potendo pur dissimularci come
gran numero d'uomini ricusa di dare al
suo Creatore la gloria sì giustamente dovuta,
ci uniremo al sacro Cuore per detestare con
amore di zelo tanta ingiustizia e tanta in
gratitudine: affliggendoci di tutti gli oltraggi
arrecati alla Maestà divina, più assai che se
fossero arfecati a noi; supplicando ardente
mente il Signore a mettervi un termine, ed
a gradire la nostra offerta di patirne in
espiazione quei mali che a lui piacerà man
darci.
Facciamo inoltre, sempre in unione al
Cuor di Gesù, atti d' amore di desiderio,
sospirando il momento di unirci a Dio come
gli è unito il divin Cuore, e di goderne come
lui la beatitudine. Il quale desiderio non sarà
mai troppo acceso, ma se vogliamo con esso
assomigliarci pienamente al Cuore di Gesù,
bisogna che nella beatitudine apparecchiataci
da Dio in cielo noi miriamo ed amiamo la
gloria di lui più ancora del nostro proprio
godimento. In paradiso egli manifesta princi
palmente la sua gloria, e di essa gioiscono i
santi più assai che delle delizie che a loro ne
provengono. Sotto questo aspetto dobbiamo
riguardare il paradiso; e allora il desiderarlo,
anzi che scemare la purezza ed il merito della
nostra carità, non farà se non aumentarne
l' ardore. ,
283
Finalmente l'amor nostro a Dio deve es
sere come quello del sacro Cuore di amicizia
vera e perfetta, per la quale confondiamo in
sieme gl'interessi nostri con quelli di Dio sì
pienamente, che sacrificandoci del tutto per
lui, non crediamo perciò di fare un sacrificio.
Una madre che espone la vita per salvare il
figliuolo non pensa di sacrificare l'interesse
proprio, perchè considera il figliuolo come
parte di sè; ed un avaro non teme il sacri
ficio di una vile moneta per acquistarne pre
ziosi gioielli: così chi sia vero devoto del Cuore
di Gesù per esso si riguarda come talmente
unito a Dio da non rimanergli più possibile
distinguere il proprio vantaggio da quello
di lui, e calpesta senza punto esitare i suoi
temporali interessi, i quali non sono che fango,
per mettere in sicuro gli eterni di Dio, cui
egli ha fatto suoi propri per amore.
284

MEDITAZIONE VIII,

Il Cuore di Gesù è modello di 0dio al peccato.

Attritus est propter scelera .


nostra. Egli fu spezzato a cagione
delle nostre scelleratezze.

(Is. LIII, 5).

I. Motivi che aveva il Cuor di Gesù per


odiare il peccato. – L'odio del peccato è ne
cessario effetto della carità, o meglio è la stessa
carità; perocchè l'amor verace odia neces
sariamente ciò che contraria l'oggetto amato,
e quanto piùforte ama l'uno,tanto ha l'altro
più in odio; come la corrente che urta con
maggior impeto l'ostacolo, a misura della
cresciuta sua forza e rapidità.
Di qua può giudicarsi quale odio abbia
dovuto il Cuor di Gesù concepire contro il
peccato, apparsogli fino dal primo istante in
tutta la sua bruttezza come il male sommo
di Dio. Dall'un lato manifestavasi a lui la
bellezza divina in tutto il suo fulgore, ed i
divini disegni in tutta la loro magnificenza;
ed egli contemplava, con chiarezza senza
confronto maggiore di quella dei più illumi
nati Cherubini, le amabilità infinite di Dio,
285
bastevoli ad appagare di sè l'infinito amore
di lui ed a colmarne l'infinita beatitudine le
sovrane sue perfezioni, belle infinitamente cia
scuna da sè, più belle ancora infinitamente
nel loro complesso, verso le quali, tutte quelle
delle creatura son meno di un' ombra ; la eter
. nità che abbraccia ogni tempo nel suo immu
tabile presente; la immensità che accoglie
ogni spazio nella sua indivisibile unità; la
sapienza che con un solo atto vede tutto, or
dina tutto; la potenza che col semplice volere
tutto produce, tutto conserva; la bontà che
solo propende a diffondersi in tutti gli esseri,
quanto ne sono colpevoli; l'adorabile Trinità
che in perfettissima unità di natura congiunge
tutta la fecondità, tutta la vita, tutte le gioie
della società più compiuta: Col medesimo
sguardo vedea Gesù il fine sublime a cui Dio
avea destinatogli uomini, la sua imagine scol
pita nelle anime loro, il gaudio ineffabile che
loro serbava in cielo, le grazie cui per far
neli degni era pronto a spargere su loro in
questa vita, i doni di che loro era prodigo
nei due ordini di natura e sopra natura, le
agevolezze che lor offeriva per addolcire i mali
del viver presente ed insieme gustarvi le gio
conde delizie della carità.
Ma di fronte a spettacolo sì amabile e
stupendo, un altro se ne presentava, conte
nente tutto quel che si possa mai pensare di
286
laido, orribile e doloroso, il peccato ! e Gesù
mirava questo nemico audace della Bontà di
vina calpestarne ogni diritto, oltraggiarne ogni
perfezione, rovesciarne l'ordine della sapienza,
combatterne la potenza, impedirne di effon
dersi la bontà , attraversarne l' esecuzion dei
disegni , deturparne la imagine nell'uomo,
questo assoggettando alla schiavitù del de
monio , dopo avergli rapito ogni diritto alla
felicità celeste, e lasciate solo in eredità le
fiamme sempiterne : lo vedea spogliare le a
nime di tutte le loro prerogative, di tutte le
loro forze, sottoporle alle propensioni più in
degne , degradarle fino al di sotto dei bruti,
e infine armar gli uomini gli uni contro gli
altri, ispirar loro tetre gelosie, implacabili
odi, insaziabil sete di sangue, cangiando così
la terra in vasto campo di battaglia, dove i
figliuoli d'uno stesso padre si oppugnano
senza tregua, per rapirsi a vicenda ogni bene
della presente vita e della futura.
Questi due quadri si spiegarono innan
zi al Cuor di Gesù, fin dal primo istante
del suo essere, nè gli si tolsero in appresso
dagli occhi più mai. E a tal vista come a
vrebbe potuto egli non detestare il peccato?
il peccato che da migliaia di anni non ces
sava d'insultare la maestà del Padre suo, e a
vrebbe continuato ancora? il peccato che pospone
l' infinito ad un vile niente, che abusa degli
287
stessi doni del divino Amore per oltraggiarlo ?
Esiffatti oltraggi, moltiplicati per quanto sbno
individui nella umana famiglia, come non a
vrebbero profondamente ferito il divin Cuore,
sì soprappieno di riverenza e di generoso a
more inverso del Padre ? Come avrebbe po
tuto egli vedere senza dolore immenso le a
nime de' suoi fratelli a trascinarsi nel fango
durante la vita , per finire in morte precipi
tando nell' eterno abisso ?
Non poteva, e tanto meno, dappoichè di
venuto per la Incarnazione fratello dei pec
catori, ne avea tolto sopra di sè i peccati ad
espiare, Peccata nostra ipse pertulit (II Petr.
II, 24). Appena dunque cominciò egli a co
noscere se stesso, anche si vide e si sentì so
pracarico di questo peso enorme perchè Iddio
Padre, nel punto medesimo che univa il divin
Cuore alla persona del suo Verbo, pose pure in
lui le iniquità di tutti gli uomini: Posuit Deus
in eo iniquitates omnium nostrum. Sono que
ste le due unioni, troppo differenti, che com
piute ad un tempo, ad un tempo presero an
che a produrre i loro effetti nel sacratissimo
Cuore, l'unione colla santità infinita di Dio
che lo colmava di gioia e di amore, e l'u
nione colle miserie ed iniquità degli uomini
che lo inondava di amarezza e di odio; dalla
gioia nascea l' amarezza, come l'odio nascea
dall' amore; l' odio contro il peccato, gran
288
nemico di Dio, pari all'amore verso questa
infinita bontà ; l' amarezza per gli oltraggi
dagli uomini suoi fratelli arrecati al Padre,
pari alla gioia per la gloria e beatitudine in
finita di lui; sicchè questo amore e questo
odio, questa gioia e questa amarezza erano
due contrari movimenti, di forze uguali, che
si producevano a vicenda e come due abissi
versavansi l' un dentro l' altro, facendo l'uno
gustare al Cuor di Gesù tutte le delizie del pa
radiso, mentre l'altro gli facea gustare tutti
i tormenti, simili a quelli onde l' inimicizia
di Dio aggrava i dannati dell' inferno.

II. 0dio del Cuore di Gesù contro il


peccato. – Tale fu lo stato del Cuor di Gesù
durante la sua vita terrestre: l' odio al pec
cato non lo lasciò mai per un solo istante,
nè per un solo istante cessò mai di cagio
nargli una crudele Passione: cosicchè l'ul
tima non fece se non appalesar nell' esterno i
dolori sofferti da lui nell' interno per tutto il
tempo precedente.
I quali dolori nel Getsemani segnata
mente si manifestarono in tutta la loro forza.
Colà Gesù non avea peranco ricevuto da parte
de' suoi nemici maltrattamento di sorta; la
Passione del corpo non avea tuttavia comin
ciato; eppure vedete, come le forze lo abban-
donano ! egli, sì costante, sì saldo, ora con
289
dotto a tanto sfinimento ! pocanzi incorag
giava i discepoli, adesso abbisogna del loro
conforto per sè ! chiede grazia ripetutamente
al Padre e lo supplica di allontanare da sè
l'amaro calice ! agonizza in preda d'indici
bili affanni che gli spremono dalle vene il
sangue !. Qual è la causa di queste miste
riose ambasce ? quale la forza che può su
perare così il Cuore di un Dio? quale il male
sotto il cui peso vien meno Colui che fra
poco nelle torture più atroci non lascerassi
sfuggire un lamento ? Ah questo male è il
peccato ! l' odio al peccato è la forza contro
di cui si sente spossato a combattere il Cuore
di Gesù ! Ecco la vera causa della sua Pas
sione. Dio mio, Dio mio, esclama egli, per
chè mi avete voi abbandonato ? la voce dei
miei peccati mi allontana da ogni salute :
Deus meus, Deus meus, quare me dereliqui
sti? longe a salute mea verba delictorum
meorum (Ps. XXI, 2). I suoi peccati, cioè i
peccati degli uomini , che per amore egli ha
tolto sopra di sè, sono i veri carnefici di Gesù.
Se a questa interna si paragoni , la esterna
Passione non ebbe alcuna amarezza pel Cuore
di lui, ma ne fu piuttosto un sollievo; per
chè gli diè modo co' suoi dolori di scaricarsi
della soma più assai tormentosa dei peccati
presi ad espiare, sommergendoli nel proprio
sangue. Il quale sentimento egli medesimo e
L'Apostolato del Cuor di Gesù 19
290
spresse ad Isaia, cui si diè a vedere sotto la
figura di un guerriero coperto di sangue; ed
al profeta che domandava, perchè mai le sue
vestimenta somigliassero a quelle di chi calca
le uve nel pressoio, rispose: Nell' ira posi
sotto il pressoio i miei nemici, i li concul
cai sotto i miei piedi; cospersi del sangue
ne sono i miei vestimenti, e ne porto tutti i
miei abiti rosseggianti : Calcavi eos in fu
rore meo, et conculcavi eos in ira mea : et
aspersus est sanguis eorum super vestimenta
mea, et omnia indumenta mea inquinavi (IS.
LXIII, 3). Pocanzi venia meno per isfinimento,
ora egli trionfa, tanto beato dell'aver potuto
espiare i peccati co' suoi patimenti , quanto
penante allorchè se ne vedea gravato.
Compiuta così l'opera sua ed uscito glo
rioso dal sepolcro, egli non può più patire e
gode di tanta beatitudine in tutta la sua pu
rezza: ma come il peccato continua tuttavia,
egli ancora vuole continuare a combattere il
nemico esecrando ; e se non può rinnovando
il cruento sacrificio, lo rinnova incruento; se
non può realmente versare il proprio sangue,
lo versa misticamente; e rimettendosi così
del continuo sotto gli occhi de' suoi fratelli,
ricorda loro del continuo ilCalvario, invitan
doli ad unirsi al divino Guerriero per com
battere il gran nemico, per annientare il pec
cato. Se noi avessimo assistito alle agonie del
291
Salvatore nell'orto e sulla croce, non avremmo
potuto restare di unirci al suo Cuore agoniz
zante per detestare con lui il peccato: ora
perchè non faremo il medesimo nella santa
Messa ? Non iscorre il medesimo sangue so
pra l' altare? Non è ivi realmente presente il
Cuore di Gesù, riboccante del medesimo odio
contro il peccato ? In lui tale odio non può
essere accompagnato da dolore, in noi sì; e
per questo Gesù ci fa invito di unirci al suo
sacrificio, desiderandovi da noi quel compi
mento di dolore e di sangue che a lui manca.
Perchè sull' altare come sulla croce Gesù è
il distruttore del peccato, cui si è impegnato
a combattere fino alla consumazione dei se
coli; e sull' altare come sulla croce deve al
Padre una espiazione dolorosa ed umiliante
per gli oltraggi a lui fatti dall' orgoglio e
dalla sensualità degli uomini, e non potendo
compiere da solo questo dovere, chiama i suoi
membri in aiuto, caldamente esortandoli a for
nirgli quella facoltà di umiliarsi e patire che
non è più in suo potere, ed offrendo loro
in ricambio i meriti tutti e tutta la gloria
del suo sacrificio. Ciò egli rinnova per cia
scuno di essi; nel cuore di ciascuno, se
vogliono , discende ogni giorno colla san
ta comunione, portandovi tutto l' amor suo
verso il Padre, tutto l'odio suo contro il pec
cato, ond' era compreso quando patì sulla cro
292
ce ; che manca pertanto a questo mistero di
carità per operare in noi tutti gli effetti del
cruento sacrificio del Calvario, per fare di noi
gl' implacabili nemici del peccato ?

III. Applicazione pratica. — Non vi può


mancare se non la nostra cooperazione ; ma
questa vi sarà di certo, una volta che noi
vogliamo essere veri divoti del sacro Cuore.
No, non possiamo amar questo Cuore se non
detestiamo il peccato, che a lui fu cagione
di tante pene, e dura tuttavia oggetto del
l' odio più veemente. I cristiani tutti sono in
obbligo di mettere i loro sentimenti d'accordo
su questo punto coi sentimenti del Cuore di
Gesù; ma i suoi divoti debbono farlo assai
maggiormente; sopra tutto certe anime chia
mate da lui a seco unirsi più strettamente
nelle sue espiazioni, destinate ad esser vit
tima con lui, come altri sono chiamati ad es
sere missionari, pastori, dottori della Chiesa.
Sublime vocazione, che obbligandoci a par
tecipare più largamente al sacrificio del di
vino Agnello, anche ce ne assicura più larga
parte dei frutti ! Felici le anime che ben in
tendono i disegni d'amore, onde sono effetto
le dure prove loro mandate ! Quelle infelici, al
contrario, che non volendo intenderli, si pri
vano del merito dei loro patimenti e ne ac
crescono l'amarezza col mormorarne ! Se al
293
dì d' oggi si sopportano così a stento i mali
fisici, ciò nasce dal venirsi spegnendo ognora
più il sentimento del male morale, che è il
peccato. A riaccenderlo è tutto fatta la divo
zione al sacro Cuore: studiamoci dunque di
ricavarne questo frutto sì necessario alla vita
soprannaturale, e preghiamo istantemente Gesù
di comunicarci l' odio suo contro il peccato,
unendoci a lui per combatterlo a tutta possa.
Combattiamolo prima in noi, procurando
di evitare le minime colpe, ed espiando con
un pronto ed efficace pentimento quelle in cui
venisse a sdrucciolare la nostra debolezza. La
mondezza di cuore è una delle primarie con
dizioni richieste alla vera pietà; se manca,
non arriveranno mai ad essere intime le no
stre relazioni con Dio. Come potrà Gesù, che
venne in terra per distruggere il peccato, che
lo abborre sommamente, che lo combattè fino
alla morte, come potrà compiacersi della so
cietà di coloro, i quali accolgono in cuore
questo suo crudele nemico ? Anche le venia
lità, non espiate, sono macchie che insozzano
la purezza dell'anima ed impediscono il di
vin lume di rischiararla de'suoi raggi ; per
ciò il verace divoto del sacro Cuore dee porre
ogni diligenza in risparmiare a lui il disgu
sto che gli cagiona la vista di tali brutture;
ed in detergerle appena le scorga in sè , con
un pronto atto di contrizione e con una pe
nitenza proporzionata alla loro gravezza.
294
Dobbiamo anche piangere ed espiare i
peccati della passata vita, non già con paure
alla divina Bontà ingiuriose, da respingersi
come pericolose tentazioni mosse dal demonio
per turbarci e farci cadere di animo; ma con
quella filiale fiducia cui dà la coscienza di
aver fatto presso un savio direttore il conve
niente per ottenere il perdono. Se l'innocen
tissimo Cuore di Gesù si è preso il carico di
placare a sì gran costo la Giustizia divina
per queste nostre colpe, troppo ha ragione di
aspettarsi che alle sue espiazioni noi aggiun
geremo le nostre. E potremmo noi contentarci
dello stretto necessario, mentre vediamo quel
Cuore imporre a sè soddisfazioni tanto so
prabbondevoli ? Quando appunto si tratti di
riparare ingiustizie commesse verso un amico,
il verace amore non dice mai basta: e per
questo i più gran santi non cessarono per
tutta la vita di far penitenza per leggieri tra
scorsi, da Dio certamente loro perdonati già
da tempo. E noi siamo certi di non aver de
biti ben più gravi e di non aver tuttavia da
scontare la pena di peccati. dei quali ci fu ri
messa la colpa ?
Ma se veramente siamo devoti a Gesù,
non ci dee bastare la sola penitenza dei no
stri falli. San Domenico tacciò per questo una
volta d'interessato un suo religioso, manife
standogli com'egli del sangue, che versava
295
ogni notte flagellandosi, faceva tre parti,
e l'una offeriva pei peccati propri, l' altra
per quelli degli uomini viventi, la terza per
le sante anime del Purgatorio. Imitiamo però
questo vero amico di Gesù Cristo, conside
rando come nostri tutti i peccati con che i
prossimi ne feriscono l' amabilissimo Cuore ;
e se non siamo generosi a segno di espiarli
col sangue, diamo almeno le nostre lagrime,
le nostre preghiere, le nostre mortificazioni ;
e con questo intendimento offeriamo anche
tutte le pene cui Dio ci manda, il che ci
varrà di maggior merito e di maggior corag
gio nel tollerarle.
Finalmente se possiamo anche coll'opera
diretta distruggere il peccato nelle anime dei
nostri fratelli, non teniamo perciò di fare i
più grandi sforzi, e di affrontare ove bisogni
tutti i pericoli. Che non fa, che non tenta,
che non osa, a che rischio non si espone un
uomo trasportato da odio violento per isfo
garlo ? Ed il santo e divino odio al peccato
non sarà da tanto a destarci nel cuore la
forza ed il coraggio che può un odio malva
gio e brutale ? Oh se quest' odio avesse nel
cuor nostro la gagliardia che avea nel cuore
dei santi, niente gli potrebbe resistere, e noi
ne addiverremmo potenti ad ognigran cosa.
296

MEDITAZIONE IX.

Il Cuore di Gesù è modello di Carità


del prossimo

Hoc est praeceptum meum ,


ut diligatis invicem, sicut dilexci
vox ; Quest'è il mio precetto, che
vi amiate a vicenda, come io vi ho
amati (Jo., XV, 11.)

I. La Carità fraterna è precetto proprio


del Cuore di Gesù. – Il divino Maestro ci
avea già dato un ben alto concetto della ca
rità del prossimo, quando la pose nello stesso
ordine con quella di Dio, dicendo : Il secondo
precetto, simile al primo, è di amare il pros
simo come voi medesimi: Secundum autem
simile est huic : Diliges proximum tuum ,
sicutteipsum (MATH., XXII, 39). Ma più an
cora ne disse di poi, nel tenerissimo ragiona
mento dopo l'ultima cena con quelle parole
che si possono da noi riguardare come il te
stamento del suo Cuore : Un nuovo coman
damento io vi do ; voglio che vi amiate l'un
l'altro; come io vi ho amato, così voi ama
tevi scambievolmente; se avrete vicendevole
amore, tutti da ciò vi conosceranno per miei
discepoli: Mandatum novum do vobis, ut di
ligatis invicem, sicut dilexi vos, ut et vos
297
diligatis invicem. In hoc cognoscent omnes
quia discipuli mei estis, si dilectionem ha
bueritis ad invicem (Jo., XIII, 34, 35). Nè
pago ancora, torna sullo stesso argomento
con termini del pari gagliardi : Questo è il
precetto mio, di amarvi l'un l'altro, come
io vi ho amato ; e non si dà più grande a
more di quello che pone la vita, come io la
pongo per voi, miei amici: Maiorem hac di
lectionem nemo habet, ut animam suam po
nat quis pro amicis suis (Jo. XV, 13). E san ,
Paolo, interprete fedele del divin Cuore, espri
me non men vivamente questa cara dottrina,
scrivendo: Chi ama il prossimo, ha compiuto
la legge intera: pienezza della legge è que
sto amore: Qui enim diligit proximum, legem
implevit. Plenitudo ergo legis est dilectio
(RoM. XIII, 8, 16).
Ma donde questa preminenza concessa
all'amore del prossimo, e l' obblio apparente
dell'amore di Dio? Perchè agli occhi del di
vino Maestro e del suo fedele discepolo l' a
more del prossimo e l'amore di Dio non sono
due , ma una sola e medesima virtù , per la
quale noi amiamo Iddio nel prossimo , ed il
prossimo per Iddio. Dio è certamente l'og
getto primario di questo amore ; ma come le
ragioni di Dio sono indissolubilmente con
giunte sulla terra con quelle degli uomini,
così l' amor nostro inverso a questi riesce mi
298
sura precisa del nostro amore inverso Dio.
Nell' amore del prossimo si concreta l'amor
di Dio, diviene fruttuoso e meritorio ; senza
di esso, si ristringe ad uno sterile sentimento
con rischio di finire in una perniciosa illu
sione; è come un amore vuoto, che si riem
pie con quello del prossimo, e qui sta vera
mente la pienezza della legge.
A meglio comprendere la perfetta unità
di questi due amori, basta uno sguardo a
Gesù Cristo. Dopo il peccato dell'uomo, Iddio
poteva condursi a nostro riguardo in due ma
niere , glorificando in noi la sua giustizia o
la sua bontà ; se avesse voluto glorificar la
giustizia, avrebbe separato il suo bene dal no
stro, perchè la gloria della giustizia nasce dal
male inflitto da lei al colpevole; laddove la
gloria della bontà risulta dalla rigenerazione
e dal bene dello sventurato che col suo de
litto erasi renduto degno di castigo : la giu
stizia percuote ad una volta il peccato e il
peccatore; al contrario la bontà salva il pec
catore distruggendone il peccato. Noi sappia
mo quale delle due prevalse nei consigli della
divina Sapienza, e l' incarnazione del Verbo
forma la prova più splendida del trionfo della
bontà sopra la giustizia. Vero è che più tardi
verrà la volta della giustizia, ed essa ben do
vrà eternamente trionfare, quando la miseri
cordia resti vinta dall'ostinazione del pecca
299
tore fino al termine della vita presente; ma
fintanto che questi dura sulla terra , Dio
non vuol cercare la sua gloria che nel bene
della sua miserabile creatura. Laonde il Fi
gliuolo di Dio, incarnato non è venuto, com'e-
gli stesso affermò, per giudicare il mondo ,
ma per salvarlo: Non enim misit Deus Fi
lium suum in mundum, ut iudicet mundum,
sed ut salvetur mundus per ipsum (J0. ,
III, 17). Fine della sua missione sulla terra
è la gloria di Dio, ma da cercarsi nella san
tificazione degli uomini, e per conseguenza nel
loro bene: questa è la volontà del Padre;
questa la ragione di essere della sua santa
Umanità, che o non esisterebbe, o esisterebbe
in altre condizioni dalle presenti , ove fra il
bene di Dio ed il bene degli uomini non
fosse compiuta unione.
Non ci rechi adunque più meraviglia se
il Cuore di Gesù confonde in un medesimo
amore Dio e gli uomini, se s'affatica collo
stesso ardore di generoso affetto al trionfo di
questi due fini, ed è disposto a fare e a pa
tire per la salute degli uomini quanto è di
sposto a fare e a patire per la gloria del Pa
dre. Nè ci rechi più meraviglia il suo invitarci
ad imitarlo, e il darci la carità del prossimo
come il sigillo della nostra unione con lui, co
me il precetto a lui proprio, come l'impronta
onde farci riconoscere per suoi discepoli. Chi
300
presuma di amar Dio altrimenti che amando
gli uomini per lui, tende a rovesciare tutta la
economia della eterna Sapienza, separa inte
ressi da lei indissolubilmente congiunti, rin
nega l'Incarnazione che in sè li collega, ri
pudia il Cuore di Gesù nel quale si uniscono
questi due amori e si confondono: per con
trario, più noi ameremo i nostri fratelli per
Iddio, anche più rassomiglieremo al divin
Cuore, più entreremo nei disegni della sua
provvidenza e più parteciperemo ai meriti
della morte del Salvatore, la quale ebbe per
fine la salute degli uomini altrettanto che la
gloria di Dio.

II. Carità che il Cuore di Gesù ha per


gli uomini. – Vedete pertanto come il di
vino Maestro per tutto il corso di sua vita
mortale si adoperò nell'inculcarci questo gran
de dovere: vedete quanto fu generosa la sua
carità, come dimenticò egli se stesso per non
pensare se non al nostro bene. Con una goccia
sola di sangue avrebbe potuto salvarci, con una
sola parola, con un solo sospiro; ma poichè co
noscea che noi avremmo preso animo ben mag
giore per espiare i nostri falli, vedendo lui patire
e morire per redimerci, non esitò a sottoporsi ai
più crudeli tormenti,alla morte più ignominio
sa. Fu la sua carità universale, perchè abbrac
ciò i peccatori come i giusti, i nemici e perse
- 301
cutori come gli amici più affezionati, i poveri
ed infermi come i ricchi e felici; e se ebbe
preferenze, queste riserbò a quelli la cui mi
seria era più grande. Fu paziente e tutta lon
ganimità in sopportare la rozzezza degli apo
stoli, la perfidia di Giuda, la negazion di
Pietro, le persecuzioni de'farisei: fu attiva
e coraggiosa, non indietreggiando nè davanti
a' travagli, nè davanti a dolori, nè davanti
alla morte: fu poi sopratutto soave e benevola;
perchè Gesù era la medesima soavità, profuso
in dar pegni di sua bontà ad amici e a ne
mici; non mai respinse da sè verun pecca
tore; non mai si rifiutò alle inchieste dei più
importuni che a lui ricorrevano; e se una volta
si mostrò duro colla donna cananea, fu per
provarne la fede e farne quindi un elogio più
magnifico; se agli apostoli favella con seve
rità, ciò avviene quando essi cercan disto
glierlo dalla usata sua dolcezza; mite risponde
al servo che lo schiaffeggia, nè chiama con
altro nome se non di amico il traditore che
lo dà in balìa de' suoi carnefici.
Ed al presente nella santissima Eucari
stia il Cuore di Gesù ci rimette sotto gli oc
chi tutti questi grandi esempi di carità, da
tici già da lui mentre vivea mortale in terra.
Non bisognò forse che l'amor suo per noi gli
facesse posporre tutte le ragioni della sua
gloria, a fine di rimanere prigione volontario
302
entro l'oscurità de' sacri tabernacoli ? Non
prevedea l'abbandono in che ivi lo lascereb
bono gli uomini, gli oltraggi che ne avrebbe
ricevuti ? Sì certo, ma non si rimase per que
sto l'amor suo, più sollecito dei nostri van
taggi che dei propri. Egli adunque vi dura,
giorno e notte, tutto e sempre a nostra dis
posizione, pronto a donarsi a tutti, così ai
santi come ai penitenti peccatori. Egli ci
chiama tutti a sè, per confidargli le nostre
pene, per riceverne dolci conforti; e quando
noi non possiamo andare a lui, egli viene a
noi. Si nasconde sotto apparenze per le quali
velando tutti gli altri suoi attributi, manife
sta eloquentemente il suo amore; si mostra
pane per darci a capire le sue brame di darsi
a noi, di unirci a lui, di farci vivere della
propria vita; per invitarci a sè incessanta
mente, per unire insieme coi più stretti vin
coli tutti gli uomini e formarne un corpo
solo.

III. Applicazione pratica. – Alla vista


di somigliante spettacolo, non ci può più ri
manere nell'animo il minimo dubbio intorno
ai desideri del Cuore di Gesù. La carità del
prossimo è il distintivo dei discepoli del sacro
Cuore; per essa la vera divozione verso di Lui
ci mette al sicuro dalle illusioni della falsa, na
scenti dall'amor proprio, il quale mischiandosi
303
alle pratiche esteriori di pietà, viene a for
mare uno schifoso composto, spiacente agli
uomini, e a Dio più ancora; donde poi si ca
giona discredito alla pietà presso la gente del
mondo, incaglio a tutte le buone opere, no
cumento alla religione molto maggiore che
le empietà dei libertini. A cessar tanto danno
conferisce la pratica del precetto proprio del
Cuore di Gesù nell'amore del prossimo, in
compatibile coll'amor proprio, e però anche
colla falsa divozione. Dunque i divoti di
questo Cuore non potranno fare mai troppo
nell'adempimento del gran dovere d'imparare
ad amar il prossimo com'egli lo àma.
Bisogna quindi che la nostra carità sia
come la sua universale; perchè se facesse una
sola eccezione, per ciò stesso mostrerebbesi
proveniente da tutt'altra fonte che dal Cuore
di Gesù. Le sue preferenze, se vuole averne,
sieno verso i più miseri, nei quali le ragioni
di Dio trovansi esposte a maggiore pericolo.
La nostra carità, come quella di Gesù,
dev'essere paziente. Chi non sa- patire non
sa amare; mentre per un verace amore le
opposizioni, le ingratitudini, le difficoltà di
ogni maniera debbono essere come il vento
per un violento incendio, che invece di spe
gnerlo, lo aumenta. Dimoriamo uniti al divin
Cuore, e la nostra carità, ben lungi dal la
sciarsi vincere dal male, finirà infallibilmente
col vincerlo.
304
La carità secondo il Cuore di Gesù è
inoltre benevola, sempre propensa a credere
tutto ciò che è favorevole, a tutto sperare, e
rallegrarsi del ben degli altri: Charitas beni
gna est, omnia credit, omnia sperat. (I CoR.
XIII, 4, 7). Così adoperava il divino Maestro,
sempre inteso nella sua conversazione a di
latare i cuori che vedeva disposti a ben fare.
Non estingueva, no, il lucignolo ancor fu
mante: Linum fumigans non extinguet (Is.
XLII, 3); ma si studiava di ravvivare nel
cuor dei peccatori, come la Samaritana, l'ul
tima scintilla di buona volontà. Della stessa
maniera tratta egli con noi ancora e fa del
bene alle anime nostre; e noi vorremo cre
derci licenziati a trattare altrimenti coi no
stri fratelli ?
La vera carita non è ambiziosa nè inte
ressata: Non est ambitiosa, non quaerit quae
sua sunt. (I CoR., XIII, 5); non cerca il pro
prio guadagno, non si gonfia dei buoni suc
cessi, non isceglie fra le diverse opere da
compiere, fra i diversi uffici da prestare,
quelli che le attireranno più riconoscenza, più
onore, più soddisfazione; ma in cambio non
è mai più contenta di quando può unire al
merito della beneficenza quello del rinuncia
mento, lasciando ignorare alla sinistra il bene
fatto dalla destra; perchè sa come Gesù, suo
divino Esemplare si è condotto sempre così,
305
nè si è mai compiaciuto in sè: Non sibi pla
cuit. (I CoR., XIII, 4). Lo vede poi nell'au
gusto Sacramento dimentico appieno di sè, e
si convince che tanto più egli a lei penserà,
quanto più ella dimenticherà sè medesima. .
Per conseguenza la vera carità non è
punto gelosa: Charitas non aemulatur. (ICoR.
XIII, 4), non si vede godere del male che
altri fa o patisce, nè rattristarsene del bene
o delle virtù; non si vede compiacersi nel
supporre il male o interpretare sfavorevol
mente le altrui intenzioni: chè niente più si
oppone allo spirito del divin Cuore, spirito
ampio infinitamente ed infinitamente nobile,
di queste meschinità, di queste rivalità di
persone di opere di società, di questi supposti
maligni, di queste ingiuste imputazioni, che
talor si fomentano, in maniera più o meno
aperta, sotto la maschera di pietà.
La carità vera, infine, serba in ogni cosa
le convenienze, nè fa niente mai a sproposito
e con precipitazione: Charitas non agit per
peram (I CoR. XIII, 4); non dà in trasporti,
nè abbatte come vento impetuoso quanto le
viene innanzi al suo passaggio; o almeno all'e
sempio di Gesù, questi ardenti trasporti ri
serba per occasioni straordinarie, nè vi si
abbandona senza un segno ben manifesto della
volontà di Dio. D'ordinario imita la calma
serena che riluceva nel divino aspetto di lui;
L' Apostolato del Cuor di Gesù 20
306 -

s'insinua con soavità somigliante al lieve sof


fio di vento, in cui riconobbe Elia la presenza
del Signore; fa e dice in ogni istante quello
che conviene; e quando anche ignori le regole
del gentil conversare secondo il mondo, sforza
tuttavia chi giudicava rettamente delle cose
a riconoscerla in ogni suo fare compita
Sopratutto poi debbono i veri amici del
Cuor di Gesù provargli la sincerità della pro
pria divozione colla longanimità e pazienza
in sopportare le ingiurie, lasciando ai mon
dani il parlare di punti d'onore, di dignità
da sostenere, di riparazioni da esigere;e quanto
a sè, mirando a far dominare sopra tutte que
ste meschine ragioni la gran ragione della ca
rità, compresa nelle parole del divino Maestro:
Amate i vostri nemici,fate bene a chi vi vuol
male; pregate per chi vi perseguita e vi ca
lunnia, acciocchè siate figliuoli del vostro Pa
dre celeste, il quale fa levare il suo sole so
pra i buoni e sopra i malvagi, e piove sopra
i giusti e sopra i peccatori; perciocchè se voi
amate solo chi vi ama, quale ne avreste mer
cede? Non fanno ciò stesso anche i pubbli
cani ? Diligite inimicosvestros, benefacite his
qui oderunt vos; ut sitis filii Patris vestri
qui in coelis est, qui solem suum oriri facit
super bonos et malos, et pluit super iustos
et iniustos. Si enim diligitis eos qui vos
diligunt, quam mercedem habebitis? Nonne
et publicani hoc faciunt. (MATTH, V, 44, 46) ?
MEDITAZIONE X.

Il Cuore di Gesù è modello di perfetto abbandono.

Pater, in manus tuas com


mendo spiritum meum ; Padre, io
raccomando alle vostre mani lo spi
rito mio.
(LUc. XXIII, 46).

I. Quale sia stato l' abbandono del divin


Cuore in riguardo a Dio suo Padre.– Que
ste ultime parole di Gesù moribondo finiscono
di appalesarcene le disposizioni del Cuore;
indicano il termine a che ci dee condurre la
fedele imitazione delle sue virtù; il frutto
dolcissimo che debbono produrre nelle anime
nostre la perfetta rinuncia di noi e la perfetta
carità; la sola guarentigia di quella deliziosa
pace che per le anime di buona volontà è
saggio in terra dei godimenti del cielo, cioè
l'abbandono di sè alla provvidenza del Padre
celeste; abbandono filiale tutto amore e fi
ducia, che dà bando alle cure inquiete, alle
tristezze, ai timori, ai turbamenti di ogni
maniera, nè si lascia sgomentare dai rischi
più gravi, nè stupire dagli eventi più impre
veduti, nè abbattere dalla derelizione più pro
fonda, nè atterrire dalla morte più atroce.
Beate le anime che a prezzo di costanti e
308
generosi sforzi giunte a stato sì desiderabile
sieno fisse in questa santa disposizione ! la
quale dal Cuore di Gesù, porgendo l'ultimo tocco
alla somiglianza loro conviene proporci Lui a
modello, e nel ricopiarlo in noi, estendere a
tutto quanto ci appartiene quest' abbandono
totale di noi stessi alla divina volontà. L0
estenderemo dunque
Alla nostra esterna condizione, serven
doci a far l' opera di Dio dei mezzi che ci
somministra, se è agiata; se povera, mirando
in essa i tesori nascostivi da Gesù Cristo; e
negli eventi, per quanto penosi, che vengano
a cangiarla, scorgendo tanti pegni del divino
amore per noi, con un pronto atto di fede in
Dio presente che li governa, e di risoluzion
generosa di operare del nostro meglio con
Lui al compimento de' suoi disegni.
Alle nostre attinenze cogli uomini :
forse viviamo soggetti a persone che ne si
mostrano poco benevoli: forse dobbiamo far
cela con indoli opposte alla nostra; forse co
loro, a cui siamo più larghi del nostro affetto,
vi rispondono con freddezza e ingratitudine ;
forse le nostre intenzioui sono misconosciute,
attraversati i nostri divisamenti, messa in ri
schio la nostra riputazione ingiustamente; se
tutto questo noi consideriamo al punto di vi
sta della creatura , non vi troveremo che di
sordine e cagione di turbarci; ma se dietro
309
la creatura scorgiamo Iddio che si serve di
questi disordini per noi ad assodarci nell'or
dine con desiderio di unirci a sè per queste
medesime traversie, manterremo in cuore la
pace.
Allo stato di mostra sanità ; sia essa vi
gorosa o malandata, ci conceda di lavorare a
gloria di Dio o ci assoggetti all'infermità e
ad una dolorosa inerzia, non dubitiamo punto
che non ci fornisca sempre i mezzi più effi
caci di fare il voluto da Dio ; e questa sicu
rezza lontanerà da noi ogni inquietitudine:
se non possiamo faticare, potremo pregare;
se nè anche pregare potremo patire, e sia fa
ticando, sia pregando, sia patendo compire
il buon piacer del Signore, guadagnare a
nime a Lui, a noi assicurare l' eterna sua
gloria: ciò non basta ?
Alle sensibili disposizioni dell' anima
nostra: queste saranno talora favorevoli, più
spesso forse parranno scostarci da Dio a mal
nostro grado lasciandoci provar ripugnanza
ai nostri obblighi, distrazioni nelle preghiere,
totale aridezza negli esercizi di pietà, avver
sione da quelli cui dobbiamo amare, interni
turbamenti non possibili a spiegare nè a vin
cere, una cotale interna persuasione che Dio
è malcontento di noi con insieme una piena
impotenza di ripararvi: in tutte queste ed
altre penose disposizioni della sensibilità no
310)
stra fa d'uopo che si eserciti il nostro ab
bandono e mantenga pace nella suprema punta
dell' anima nostra, la sola che duri sempre
in nostro potere.
Alla veduta del nostro avanzamento
nella virtù : dobbiamo desiderare certamente
e procurare che questo sia ognora più ra
pido; ma guardarsi bene però dal turbarci,
se nol vediamo noi, o ci sembra anzi di dare
indietro; poichè l'avanzamento è sempre van
taggioso in sè, ma conosciuto da noi può
tornare nocivo; e come l' indifferenza per ciò
che tocca la nostra santificazione sarebbe quie
tismo funesto, così l'acquetamento pacifico
nel sentimento della propria miseria è un ab
bandono assai meritorio.
Ai successi del nostro zelo: i nostri sforzi
potranno venir ritardati dalla opposizione dei
cattivi, e talor anche dal rifiuto dei buoni di
accorrere ad aiutarci anche dove ne proviamo
il bisogno maggiore, e quando ancora le no
stre imprese ci parranno ridotte a buon punto
un caso inopinato ce le farà di tratto andare
a male; vedremo perseverare disordini che a
nostro giudizio sarebbono facilissimi a correg
gere; vedremo le anime, a cui salute daremmo
volentieri il sangue, ostinate in volersi per
dere; e questa vista ci cagionerà indicibili
angustie; ed allora dobbiamo appunto ricor
darci del Salvatore che si rimane per trenta
311
anni apparentemente inerte nel mondo cui ve
niva a salvare, e mira più tardi il proprio san
gue inutilmente versato pe'suoi carnefici; così
all' aspetto della pazienza inalterabile del no
stro divino Esemplare, il cuor nostro conser
verà, come il suo, la pace anche fra le ama
rezze più dolorose: Ecce in pace amaritudo
mea amarissima (IS. XXXVIII, 17).
Questo abbandono infine, non dee man
care appresso le nostre cadute: esse ci deb
bono profondamente umiliare, sì; ma lo sco
raggiamento che le accompagni, anzi che pen
timento lodevole, è bene spesso amor proprio
più funesto della medesima colpa; pigliamoci
quali siamo; accettiamo le conseguenze delle
nostre infedeltà; sta in nostra mano il tro
varne il rimedio negli stessi effetti del male,
che per quanto grave non si sarebbe mai per
messo da Dio senza il disegno di cavarne la
sua gloria; entriamo dunque nel pensiero di
Lui, e facciamo render all'amara radice il
frutto pel quale Iddio si astenne dall'estir
parla; tal frutto può essere, mentre siamo in
terra, a noi vantaggioso del pari che glorioso
a Dio; chè niente val tanto ad ottenere da
Lui l' efficace soccorso onde abbisognamo a
rilevarci, quanto l'accettazione amorosa del
l'umiliazione che risulta dalla nostra caduta.
Venuta poi l' ora di consumare il nostro
sacrificio colla piena immolazione a Dio di
312
questo corpo di peccato, sia per noi la di
struzione del nostro essere materia dell' eser
cizio più meritorio del nostro abbandono. Pe
netriamo dentro il Cuore agonizzante di Gesù
per ritrarne quella confidanza filiale che facea
gustare a lui la più deliziosa pace nel pro
fondo delle angosciosissime sue agonie, e di
ciamo con Lui a Dio :
Padre, alle vostre mani raccomando il
mio spirito. Pater in manus tuas commendo
spiritum meum: Voi ci deste gratuitamente
la vita, ora la ridomandate; ed io di gran
cuore ve la rendo, sicuro che voi siete tanto
potente e tanto buono da restituirmela più
perfetta più felice e più durevole; la morte
non è più morte, dappoichè mi viene dal Cuore
dell'Autor della mia vita.
O santo abbandono, regalo inestimabile
del Cuore di Gesù, vero paradiso in terra,
per la tua virtù i dolori si cangiano in con
tenti, la debolezza diviene sorgente di forza,
le tenebre della tomba fanno brillare agli oc
chi nostri l'aurora della beata eternità !

FINE DELLA PRIMA PARTE


PARTE SECONDA
PR OEM | O

1. L' informare il cuor nostro dei


sentimenti di Gesù Cristo, ed il darci a
vedere suoi veri amici coll'unire i no
stri desideri a' suoi , e le nostre pre
ghiere alle sue, è dovere imposto dalla
gratitudine ad ogni cristiano, e ricorda
togli dalla divozione al sacro Cuore, al
più facile adempimento del quale mira
l' Apostolato della Preghiera.
Ma l' amicizia, quando è sincera ,
non arresta la sua virtù ai soli affetti del
cuore, si bene estendesi pure alle opere
che di quelli son frutto, ed ai sacrifici
che ne sono la sicurtà. Il Figliuolo di
Dio ci ha dimostrato l'amicizia sua non
colle sole preghiere; ma colle fatiche
"316
ancora, coi patimenti e colla morte ;
laonde dopo essersi speso così tutto in
tero per noi, troppo ha diritto di atten
dere che i suoi amici non pure si uni
scano a Lui coi desideri del cuore, ma
ben anche colle fatiche, coi patimenti,
e colla loro vita intera.
E tale infatti è la nobile mira di
quanti sono i veraci devoti del Cuore di
Gesù. Sanno essi come il Figlio di Dio
non è disceso dal cielo, pigliando un cuore
umano che per farsi a tutti gli uomini
principio di una vita novella e tutto di
vina, e quindi loro ardente desiderio si
è di effettuare appieno cotesto dise
gno d' amore , di vivere di questa vita
onde il sacro Cuore è principio; di ab
bandonarsi alla sua condotta senza ri
serva, e di rendersene docili strumenti.
Per soddisfare a tali brame celesti
diamo alla luce il presente lavoro. L' A
postolato del Cuor di Gesù, di cui con
tiene l' esposizione, non è opera nuova,
distinta dalla divozione al sacro Cuore
e dall'Apostolato della Preghiera ; ma
ne è compimento; è l' amicizia verso
Gesù che riduce pienamente in atto quello
317

a cui aspira di sua natura, è la perfetta


unione al Cuore di Lui che accoglie nella
sua semplicità i mezzi valevoli a con
durre un' anima più facilmente alla per
fezione cristiana e religiosa.
Infatti, principio, modello e termine
di ogni perfezione è appunto il sacro
Cuore; per conseguenza, noi siamo certi
che più ci uniamo a Lui intimamente,
e più ci avviciniamo a quella. Questa è,
senza contrasto il mezzo di santificazione
più valido, donde traggono efficacia tutti
gli altri; e indarno si consulterebbero i
più illustri dottori per apprenderne una
santità più sublime; indarno si cerche
rebbe negl' istituti religiosi più perfetti
qualche cosa di più eccellente; i voti, le
regole, le pratiche di penitenza, gli eser
cizi di pietà mirano unicamente a di
spor le anime a questa beata unione che
le fa vivere della vita del loro Dio.
Se dunque vogliono queste anime
privilegiate ridurre all'unità la molti
plicità dei doveri, se bramano di giun
gere sicure e preste il fine di loro vo
cazione, non hanno che a tener fissi co
stantemente gli occhi al Cuore di Gesù,
318
unendosi a Lui con tutti i pensieri della
mente, con tutti gli affetti del cuore, con
tutte le azioni e tutti i patimenti della
vita.
Ma questo mezzo più facile e più
poderoso di quanti possa offerire a' suoi
la vita religiosa , è offerto anche ai
cristiani viventi nel secolo, i quali , co
mecchè tenuti dalla Provvidenza fuori
dello stato di perfezione, non sono però
esclusi dalla perfezione; e quanto è mag
giore per essi fra le distrazioni del mondo
la difficoltà di arrivare a questa unione
col divin Cuore che è la stessa perfe
zione, tanto ne sarà maggiore ed il me
rito del sormontarla e dell'abbandonarsi
pienamente alle attrattive di quella.
E grazie a Dio, tale verità è da non
pochi intesa; sicchè di mezzo alle defe
zioni che trascina le anime ed i popoli
lontano dalla Chiesa, questa Sposa di
Gesù Cristo ha la consolazione almeno
di trovare, in ogni ordine della società,
dei cuori generosi , che protestano con
coraggiosa fedeltà contro i vigliacchi che
la tradiscono, e se il demonio ha sa
telliti in ogni paese ed in ogni condi
319

zione di gente, non mancano pure a Gesù


i suoi apostoli, parecchi de' quali mili
tano di mezzo al tumulto del mondo , e
non la cedono in generoso coraggio a
quelli che debbono per vocazione soste
ner combattendo la causa di Dio.
Il che riesce alla Chiesa motivo di
dolce conforto e di sode speranze; poi
chè mentre la società somministra all'a
more di Gesù stromenti atti ad operare
in essa, i suoi grandi mali non sapreb
bero restare senza rimedio. Si moltipli
chino adunque tali stromenti, intendano
ogni dì meglio i disegni di Dio su di loro
e dei lor fratelli, dieno mano ogni dì più
fedelmente a questi disegni misericor
diosi; e la società sarà salva, il regno
di Dio arrivato, e la volontà di lui adem
pita in terra come in cielo.
Quindi possiamo capire il perchè
dell' annunciarsi la rigenerazione della
società cristiana come frutto della divo
zione al sacro Cuore. Questa, chi ben la
comprenda, non è altro che la perfetta
unione a Gesù Cristo del cristiano fatto
docile strumento dell'amore del suo Dio;
in virtù della quale gli apostoli hanno
320

convertito il mondo; si propaghi essa


però, e la salute del mondo, già comin
ciata da due mila anni sarà finalmente
compiuta.
2. Non si potrebbe dunque far opera
più utile alla chiesa, ai fedeli, all' uma
nità intera, del propagare la divozione
al sacro Cuore , spiegata in tal modo,
che è il solo vero, o almeno il solo pie
namente vero. Questo noi c' ingegnamo
di fare secondo le povere nostre forze
colla pubblicazione mensile, cominciata
sono undici anni , del Messaggere del
sacro Cuore ; a questo tende l' opera
dell'Apostolato della Preghiera o Lega
del sacro Cuore , cui promove il Mes
saggere, ora vorremmo sperare che il
presente lavoro sia per conseguire lo
scopo con anche maggior efficacia , riu
nendo nel medesimo volume le dottrine
svolte più estesamente dal Messaggere ;
e tirando le ultime conseguenze pratiche
del concetto onde s'informa l'Apostolato.
Fra l'Apostolato della Preghiera
e l' Apostolato del sacro Cuore corre
la differenza che tra il germe ed il frutto;
perocchè quello abbozza l'unione del cuor
321

del cristiano al divin Cuore, questo la


perfeziona; quello si volge ricordando a
tutti i fedeli che se vogliano essere amici
del loro Dio, debbono sposarne gl'inte
ressi, consacrandovi tutte le preghiere,
le opere, i patimenti loro, almeno con
una quotidiana offerta, da rinnovarsi di
quando in quando al possibile; questo
invita le anime più generose, che si sen
tono come S. Paolo pressate- dalla carità
di Cristo, a vivere unicamente per lui
che per loro morì, e loro addita la via
di rendersi veri apostoli spendendosi con
tutte le forze alla esecuzione dei miseri
cordiosi intendimenti di lui.
La prima condizione di tale aposto
lato porge materia di una prima parte,
che in questa edizione forma un volume
da sè, e contiene la perfetta unione
del cuore cristiano col Cuore di Gesù,
esposta in una serie di Meditazioni, ove
i pii affetti hanno largo campo: le Con-
siderazioni poi che contengono la seconda
condizione e si svolgono nel presente vo
lume, sono più dottrinali e suggeriscono
ai servi di Gesù Cristo i mezzi di eser
citare il proprio apostolato, unendosi in
L'Apostolato del Cuor di Gesù 21
322
timamente fra loro per formare gli
scelti drappelli della gran Lega dell'A
postolato, di cui è vincolo il sacro Cuore.
Nella prima parte la divozione di
esso è presentata come il mezzo più ef
ficace di santificazione del prossimo: giac
chè il sacro Cuore non è solo necessa
rio legame della nostra società con Dio,
ma ben anche coi nostri fratelli ; e la
divozione che l'onora si comprende, come
la religione, in due grandi precetti, di
amar Dio pel Cuore di Gesù e di amar
il prossimo nel Cuore di Gesù. “
Sotto l' uno come sotto l'altro a
spetto l'Apostolato del Cuor di Gesù
non è se non il compimento dell' opera
dell'Apostolato della Preghiera, la
quale appunto stabilisce fra' suoi compo
nenti un'intima unione di cui è vincolo
il sacro Cuore, una vera comunanza di
fini e di desideri; ma quanto potrebbe
divenire tale unione ancor più intima
fra le anime appieno dedicate a questo
Cuore e viventi solo della vita di lui !
Qua tende come a termine ultimo la di
vozione di esso ; nè per arrivarvi è me
stieri aggiungere una nuova alle molte
323

plici associazioni pie che abbiamo di già;


basta informar queste del vero spirito
del Cuor di Gesù.
Tale scopo noi ci proponiamo nelle
considerazioni seguenti, divise in tre se
zioni che spiegano i vantaggi, gli ele
menti, e l'esercizio della perfetta unione
dei cuori cristiani col divin Cuore. E per
chè non rimanga luogo a dubbiezza o
ambiguità, ripetiamo, come tale unione
non è opera nuova, ma condizione pre
cipua della forza, della prosperità e della
durata di tutte le altre; è il pieno trionfo
della divina carità nelle anime e nelle
congregazioni che se ne gloriano della
dolce signoria. Qualunque sia il nome cui
portano, quale il vessillo sotto cui mili
tano, niente ponno esse fare di più con
forme alle mire divine ed agli speciali
doveri di lor vocazione, niente di più
utile a sè e più acconcio a porle a grado
di rendersi più proficue altrui, che l' a
doperarsi a tutto potere per istabilire in
loro il regno del divin Cuore.
Oh quanta ragione avremmo di be
nedire Iddio, se in tutte le comunità , le
congregazioni, le parrocchie, dove l' A
324

postolato della Preghiera è stabilito, si


vedesse formare tra parecchie anime que
sta union perfetta, sì vivamente deside
rata dal sacro Cuore fra tutti coloro che
gli sono veramente devoti ! Allora po
tremmo godere di aver procurato a tali
anime la consolazione più soave ed il
soccorso più poderoso che un cristiano
possa trovare al mondo; di aver ridotta
in atto, nel suo concetto più puro, l' a
micizia e la fratellanza cristiana, e di
aver insieme appagate le brame più ar
denti del divin Cuore.
Ecco, sono da venti secoli ch' egli
le manifestò con quelle infuocate parole:
O Padre santo, conservate questi miei
discepoli e fateli uno fra loro, come
anche noi siamo, affinchè il mondo cre
da che voi mi avete mandato : ora la
divozione verso Lui dee rendere appieno
efficace questa doppia dimanda. E per
chè ciò dipende in parte anche da noi,
noi , almeno che pretendiamo di esser
tutto dedicati al sacro Cuore, ascoltiamo
questo voto supremo dell'amor suo, sta
biliamo fra noi questa perfetta unità
da lui chiesta per noi , e non dubitiamo
325
che il nostro amore non vinca finalmente
le resistenze del mondo e non lo porti
a credere in Colui che Dio ha mandato
per salvarlo.
PRIIA SIN
0pportunità e Vantaggi dell'Apostolato
del Cuor di Gesù

CONSIDERAZIONE I,

Come l'unione dei cuori cristiani al Cuore di Gesù


è compimento perfetto dei disegni di Dio Padre

I. L'uomo può egli mettersi in pieno ac


cordo col suo Creatore ? Possiam noi quanti
siamo contentare appieno il buon Dio, effet
tuare i disegni dalla somma sapienza ideati
creandoci, e renderci quindi la dolce testimo
nianza, non essere niente in noi di spiace
vole a Quello nelle cui mani stanno i nostri
destini? E se lo possiamo, che si può dare
di più vantaggioso e desiderabile per noi, e
che non dovremmo essér pronti a fare o pa
tire per acquistarci un tanto bene ? E se non
avessimo a far altro da quello che ci dee ren
der felici quaggiù, non sarebbe pazzia il ri
nunciarvi?
A tali domande risponde la creazione in
tera: Sì, è possibile all'uomo il compiere i
328
disegni del Creatore e di essere in perfetto
accordo con lui. Gli astri, le piante, gli ani
mali, tutte le materiali creature sono nel
l' ordine e godon la pace, perchè operano
conformemente alla legge propria di loro na
tura e non si sviano un passo dal disegno
concepito da Dio nel crearli; e l'uomo più
perfetto di tutti, non può andar privo di tale
vantaggio; chè Dio non sarebbe più buono
se gliel negasse, o se, imponendogli una legge
non gli desse poi mezzo di conoscerla per e
seguirla. Può bene la sua bontà metterlo alla
prova per accrescerne i meriti, ma doman
dar l'impossibile, e nascondergli quel che do
manda, non mai.
Che vuole adunque da noi ? Già lo sap
piamo, e lo possiam capire ancor meglio, ri
flettendo alla sola parola, unione, nella quale
si racchiudono i desideri tutti del nostro
Creatore, ut sint unum. Fine supremo pro
postosi da lui nel darci l' essere fu di unire
se stesso a ciascun uomo e di unire in lui
tutti gli uomini. Quando sia così, ci è ma
nifesto il da fare per contentarlo pienamente:
conviene anzi tutto che ci uniamo a lui pel
divin Cuore, studiandoci di render questa u
nione di giorno in giorno più intima con una
cognizion più perfetta ed un amore più de
voto di questo Cuore adorabile; e in ciò sta
il primo dovere che ce ne impone l'Aposto
329
lato, ed il primo frutto a prodursi dalle medi
tazioni precedentemente offerte alla nostra pietà.
Ma ottenuto questo, non ci rimane altro
da fare? Non attende Iddio niente più dagli
uomini? È egli pago del tutto ? Non già: chè
anzi può dirsi mancargli ancora il più. Vuol
egli che dopo essersi uniti a lui, gli uomini
si uniscano tra loro; che amando lui come
Padre comune, si amino gli uni gli altri come
fratelli; che formino insieme una lega santa
per la esecuzione de' suoi disegni, una società
di amore, donde sia il vizioso amor proprio
affatto sbandito colla trista sua compagnia di
rivalità, di risentimenti, di gelosie maligne, di
amari rancori. L'unione perfetta delle anime
vuole Iddio per tornare appien soddisfatto ;
nè può agli occhi suoi offerirsi spettacolo più
giocondo di quella total comunanza di pen
sieri, di affetti, d'intendimenti, che forma di
que' cuori un solo : così gli sta innanzi la
società dei comprensori in cielo, così egli
vorrebbe veder quella dei viatori sopra la
terra.
Or chi potrà impedirci di dare al Crea
tore e Padre nostro un tale contento? E non
si troveranno almeno alcune anime che am
biscano per sè la sorte sublime di trasportare
in terra un po' di quell'armonia che regna
nella congregazione dei beati in cielo ? Per
altro , quale ragione abbiam noi di pensare
330
che questa società delle anime, unite in per
fetta comunanza di vedute e di desideri, sia
veramente la piena esecuzione del pensiero
divino ? L'abbiamo in questo , che Dio me
desimo non vive altra vita, e non potè quindi
proporci altro modello ; di più, egli ce lo ha
detto di propria bocca, e tutte le opere sue
lo provano.

II. San Giovanni ci dice con una breve


parola qual è la vita di Dio e per qual modo
noi possiamo parteciparne: Iddio è carità, e
chi dimora in carità, dimora in Dio, e Dio
in lui, Deus charitas est; et qui manet in
charitate, in Deo manet, et Deus in eo. (I
EP. IV. 16). Dio è carità, ecco la sua vita ;
dimorare in carità ecco il modo di parteci
parne anche noi.
L' oracolo arrecato pone a fondamento
della pietà cristiana lo stesso mistero della
divina Trinità, che è base della nostra fede.
In esso ci porse già occasione l'Apostolato
della Preghiera di cercar il segreto della
forza incomparabile posseduta dalle anime che
sanno unirsi a Dio (1): adesso vogliamo ca
varne la spiegazione della virtù, posseduta
dalla unione intima delle anime per farle vi
vere una vita tutto divina.

(1) Veggasi l'APosToLATo DELLA PREGHIERA, part. I cap.


II, art. II.
33
Questo infatti è il mistero della vita di
Dio, e perciò è il mistero fondamentale della
vita cristiana, la sorgente primaria della ve
race pietà: per la qual cosa non possono ab
bastanza compiangersi que'cristiani che fanno
professione di pietà e non sembrano manco
pensare di venir attingere da questa fonte »
per modo che dopo aver piegato il proprio
intelletto davanti le tenebre del gran mistero
reputano di aver fatto abbastanza, e neppur
sospettano quanto a torto si privino del sa
poroso alimento quindi offerto al loro cuore.
Che troviamo noi dunque in questo mi
stero? Tre Persone realmente distinte, e pure
viventi di una medesima vita, in possesso del
medesimo potere, del medesimo godere, del
medesimo essere, l'una distinta dall'altra
e pure in tutto eguali; comunicantisi a vi
cenda ogni loro bene e viventi di questa stessa
comunicazione; formanti tra di loro una so
cietà ineffabile di luce e d'amore, in cui tutto
è comune, pensieri, sentimenti, voleri; ina
bitanti l'una nell' altra, distinte reciproca
mente solo per gustare insieme le delizie di
una incomprensibile unione.
Tal è il Dio de' cristiani, tale il modello
che si offre alla nostra imitazione, tale la
vita del nostro Padre celeste astretto, sem
brerebbe, dall' infinita sua perfezione, per cui
deve riferire tutto a sè, a non voler bene che
332
a se stesso, eppure non vive che col donarsi
compiutamente, il Padre al Figlio, il Padre
e il Figlio allo Spirito Santo. Colla scorta
della sola ragion naturale non avremmo sco
perto mai nella vita intima di Dio il modello
della più sublime perfezione morale, della ca
rità che non può vivere per se medesima,
della devozione che si spende tutta intera per
altri; ma grazie alla luce che splende da
questo mistero impenetrabile, noi troviamo in
Dio l' esemplare della carità, alla cui perfe
zione inenarrabile potremo sempre più appros
simarci; ma giungervi, non mai.

III. Stando la cosa in tal modo, noi sap


piamo indubitatamente ciò che Dio ebbe in
vista quando volle cavare dal nulla le sue
creature. La sovrabbondanza dell' amor suo
e della sua bontà portollo a comunicarsi ad
altri esseri distinti da sè, quali imagini della
società beata, da lui contenuta in se mede
simo. Vedete quindi con quali stretti legami
abbia egli congiunta insieme la varietà infi
nita degli esseri che compongono il creato, e
quale invincibile istinto loro infuso di avvi
cinarsi scambievolmente; come ciascun d'essi
abbisogni di tutti gli altri, e tutti contribui
scano alla conservazione ed al ben essere di
ciascuno!
Ma la creazioné materiale non presenta
333

che un tenuissimo vestigio della divina Bel


lezza; vera imagine di Dio è la creatura ra
gionevole, l'angelo e l'uomo, dotati amen
due della facoltà di conoscere e di amare il
Creatore, com'egli si conosce e si ama. Come
ne dovranno però usare questi esseri privile
giati per assecondare il fine di chi loro la
donò ? Usandone, come Dio ne usa; forman
done un doppio vincolo che li stringa con Dio
e fra di loro in una divina società di luce e
di amore. È legge questa scolpita nel più
profondo del nostro essere , e Dio, a fine di
metterci come in necessità di osservarla, ha
voluto che la nostra intelligenza aumentasse
i suoi lumi , quanto più liberalmente li co
municasse; ed il nostro cuore moltiplicasse i
godimenti a misura del diffondere più larga
mente il suo amore. Si vide mai un dotto che
dovesse il proprio sapere a sè solo, o un do
vizioso a segno da potersi godere senza com
pagni tutto il suo bene ? No, la solitudine è
ancor più funesta all'anima che al corpo no
stro; laddove la società, e quindi il dono
scambievole di sè , è condizione della nostra
vita spirituale, come della corporale. Per tal
modo , mentre le nostre male inclinazioni ci
porterebbono a restringerci in noi, il nostro
vero bene ci prescrive di comunicarsi gene
rosi ad altrui, e tal legge basterebbe anche
sola per darci a conoscere, come la vita no
334
stra deve assomigliarsi alla divina, e noi sia
mo fatti per imitare in terra quella società
di amore, onde ammiriamo il celeste esem
plare nell'adorabile Trinità.
Ma con ben altri segni ancora Iddio ci
rivela questo grande dovere. Quando egli creò
l'umana specie, volle in quell'atto darci la
più viva e spiccata idea di quella unità per
la quale noi dovevamo farci a lui somiglianti.
Produsse prima un sol uomo, e poi da que
st'unica natura formò due persone, per darci
a comprendere che la società intera, uscita
da questa prima coppia, dovrebbe perseve
rare così unita come le membra di un me
desimo corpo. E Adamo tanto bene l' intese,
che appena si vide innanzi la sua consorte,
sclamò: Quest' è ossa di mie ossa , e carne
di mia carne ! grido che dovrebbe esser ri
petuto dall'umanità tutta quanta, e da noi
al vedere ciascuno dei nostri simili.
Ma pur troppo non è così: l'umanità in
tera dimenticò questa legge della creazione ,
e fu bisogno che Dio stesso venisse ad inci
dere di sua mano in tavole di pietra quella
legge ch' egli avea prima impressa nel più
intimo dell'esser nostro. Ogni dubbiezza è
quindi finita ; Dio ha parlato in nostro lin
guaggio, esprimendo in poche parole quello
che attende da noi per andarne contento. Ed
il Figlio di Dio ne ha fatto un compendio,
335
dicendo: Amate il Signor vostro Dio con
tutto il vostro cuore, con tutta l' anima vo
stra, con tutte le forze vostre ; e amate il
prossimo come voi stessi. Brevissimo detto,
e di ammirabile significato! Un'invincibile pro
pensione di nostra natura ci stringe ad amar
noi medesimi; in ogni atto cerchiamo il bene;
e quest' amore, questa brama del bene, se
mal s' intende , ci aliena da Dio e mette a
contrasto cogli altri: Dio però ci ripete: Cer
cate pure il vostro bene, amate pure voi stessi;
ma amatevi bene e cercate il vero bene vo
stro; stringetevi con tutta l'affezione dell'a
nimo a Colui che è sommo bene in sè e bene
sommo per voi; e come questa infinita Bontà
è propensa a comunicarsi a voi quanto più
voi l' aiuterete a comunicarsi a tutti gli uo
mini, così l'amor vostro per loro si dee con
fondere in essa col vostro amore per voi;fra
l'amore di Dio, di voi, e del prossimo non è
opposizione veruna; anzi quanto meglio ame
rete voi ed il prossimo, meglio amerete Iddio.
Ecco qui tutta la dispensazione della di
vina legge; ecco in compendio gli obblighi
tutti dal Creatore imposti all'uomo: Si ami,
ma si ami bene; si ami prima e sopra tutto
Iddio; appresso si amino in lui tutti gli uo
mini, non come estranei, ma come parte di
noi stessi, nè altra sia la misura dell' amore
per loro e dell'amore per noi: questa è la
336
vita dell'uomo, come la pensa Iddio ad ima
gine della sua; e chi vive così, non dimora
egli nell' amore, e perciò in Dio, il quale non
vive che di amore ?

IV. La verità è lampante, ma ahimè ,


quanto sono avari gli uomini nel dare a Dio
la dolce soddisfazione, che sarebbe pur loro
sì vantaggiosa ! Sono da sei miliaia di anni
che la gran legge d'amore fu promulgata nel
paradiso terrestre; da quattro che fu confer
mata sul Sinai; da due che fu solennemente
predicata dall'alto della croce ; or quando fu
essa in generale osservata fra gli uomini ?
Delle duecento generazioni che si succedet
tero al mondo, quante vi rimasero fedeli? Nep
pur una. E al giorno d'oggi, dei mille mi
lioni di uomini ond'è popolata la terra, quanti
si amano tra loro senza difetto ? Qual è la
regione, la città, il villaggio, la casa, dove
Iddio, chinando lo sguardo, incontri la cara
imagine, sì bramata, di una carità pienamente
devota, di un'intima unione, scevra da ogni
rivalità ed amarezza? Ah bisogna pur dirlo,
di raro assai ?
Ebbene questo contento gli deve arrecare
la divozione al sacro Cuore; e tutti gli ad
detti ad essa devono capacitarsi, che se la
loro è sincera, dee portar questo frutto. Il
Cuore di Gesù è Cuore al sommo amante, e
337
come all'amor suo non ha mai posto misura,
così brama dai cuori che gli sono in maniera
speciale consacrati; perciò li aduna a sè din
torno ed invita a formare sotto la sua con
dotta la falange del vero amore, dell' amor
sacrificato, paziente, infaticabile, non ratte
nuto da ostacolo, non da persecuzione abbat
tuto. Vi riuscirà egli ? Risponda il lettore, e
veda intorno a sè , con chi potrebbe stringere
questa lega di carità. Quanto a noi, segui
tiamo a ponderarne i vantaggi ed a persua
derne dell' opportunità.

CONSIDERAZIONE II.

Come l'unione dei cuori cristiani nel Cuore di


Gesù è perfetto compimento dell' opera di
Dio Figlio.

I. Perchè il Figliuolo di Dio è venuto


al mondo ? in più maniere può dichiararsi il
fine della sua incarnazione, ma di tutte que
sta è la migliore: Il Figliuolo di Dio è ve
nuto al mondo per ristabilirvi il regno della
carità, distrutto dal peccato, per ristabilirvi
l'unità nella famiglia di Dio, da Satana scom
pigliata, Ut filios Dei, qui erant dispersi,
congregaret in unum (Io. XI, 52). Il peccato
infatti avea messo a terra l' opera di Dio;
L'Apostolato del Cuor di Gesù 22
338
l' amor vizioso di sè erasi posto in luogo del
l' amor vero; la legge del Sinai caduta in
obblio come la primitiva; invece di amar Dio
e di amarsi in Dio, gli uomini si odiavano,
o non si amavano che per mandarsi a per
dere; sicchè la divina Trinità non vedea più
sulla terra quella imagine di sè che avea in
teso produrvi; e allora il divin Figlio risol
vette di venirvi a rimettere in piedi l' opera
del Padre, e sulle rovine dell'egoismo rista
bilire il regno del verace amore.
Io domando però a quanti riflettono sulle
condizioni del ben essere e del buon anda
mento delle società; domando a tutti gli uo
mini della terra, a tutti gli angeli del cielo,
se sia possibile di concepire un rimedio più
efficace contro il vizioso amor proprio, una
industria più divina per muovere gli uomini
ad amarsi vicendevolmente. Ma in particolare
mi rivolgo a tutti coloro che amano Gesù
Cristo e desiderano appagarne le brame del
Cuore; al che non potrebbono riuscir meglio
che adempiendo in lui questa perfetta unità ,
accettandone pienamente la suprema legge
della vita loro divina, donandosi gli uni gli
altri senza riserva, com'egli si dona sempre
e senza riserva a ciascuno di loro.

II. Vogliamo noi una prova più evidente


ancora delle brame a noi già manifestatesi
339
eloquentemente dal Salvatore nella sua in
carnazione ? L' abbiamo nella santissima Eu
caristia. Egli non si è contentato infatti del
l'unità invisibile da lui stabilita in noi co
municandoci la sua vita divina; ma l' ha
voluta di più sigillare con un'impronta vi
sibile e corporea, rispondente alla nostra
natura che è tale, e sigillo divino della
nostra divina dignità, legame visibile della
nostra unità invisibile, canale corporeo della
nostra vita spirituale volle che fossero le sue
stesse carni, per le quali divenutoci già fra
tello, ora perfeziona col darcele in cibo la
nostra fratellanza con lui e fra noi. Per esse
egli si è comunicato alla nostra umanità,per
esse fa noi comunicare tutti insieme alla sua
divinità; per esse mostrossi già in un sol luogo
della terra l' Emmanuele, Dio con noi, per
esse al presente consuma in tutti i luoghi e
verso ciascun uomo questa società di Dio colla
umanità, e perciò ancora consuma l'unità di
tutti gli uomini in Dio.
Per questo promulgò di nuovo la gran
legge dell'amore, ma usando, per farla en
trar meglio nei cuori, di un' industria più
meravigliosa che la usata dal Padre nel darla
al mondo per iscritto. Perocchè a renderci
più facile e in cotal modo necessario l'amar noi
ed il prossimo come noi in Dio, volle che fos
simo in lui una stessa cosa con Dio e col pros
340
simo nostro, tutti chiamati a vivere della sua
vita, in uno stesso corpo, di cui egli sarebbe
capo. A questo fine atterrò ogni muro che
divideva gli uomini ed i popoli, e li fece uno
solo in lui, Fecit utraque unum, et medium
parietem maceriae solvens (EPH. II, 14);
raccogliendoli come vive pietre di un mede
simo edifizio, di cui egli stesso è base e fa
stigio: diede agli uomini più estranei prima
ed avversi fra loro la podestà di addivenire
insieme a titolo eguale figliuoli adottivi di
Dio suo Padre , Dedit eis potestatem filios
Dei fieri (Io. I, 12); di partecipare sin dalla
vita presente alla vita di luce e di grazia che
a lui appartiene come ad Unigenito, Vidimus
gloriam eius quasi Unigeniti a Patre, ple
num gratiae et veritatis (IBID. 14); e di aver
porzione in cielo della eterna sua eredità, Si
autem filii, et haeredes (RoM. VIII, 17); a
condizione peraltro che ciascun di noi non
potesse godere di sì gran bene che comuni
candolo a' suoi fratelli. Così l'amore di Dio
e di loro, che era debito e perfezione della
vita nostra naturale ed umana, divenne la
stessa essenza della nostra vita soprannatu
rale e divina.
Difatti la soprannatural vita e la carità
non sono due cose, nè due gradi di una stessa
perfezione, ma una sola e medesima cosa, la
quale appunto forma l'essenza della santità.
341
Chi perde la carità, perde la vita di Gesù
Cristo; e chi cessa di amar Dio ed i propri
fratelli si dà un colpo mortale e si uccide da
sè. Quando però ci lasciamo andare alle tetre
suggestioni del risentimento e dell'odio, non
siamo certi sempre di far male al nemico,
ma siamo certissimi sempre di farne un gran
dissimo a noi,privandoci dell'amicizia di Dio
che è bene infinito; e per contrario, più sem
breremo di rinunciare a noi stessi in favore
del prossimo, e più cresceremo nell'amicizia
di Dio e ne conseguiremo più largamente i
frutti. Non vi è dunque possibile opposizione
fra l'amore soprannaturale di noi e quello di
Dio e del prossimo; e se noi intendiamo bene
le nostre relazioni con Gesù Cristo non ci può
più riuscire difficile l'amare il prossimo come
noi stessi, essendo questo in Gesù Cristo ve
ramente parte di noi. Non siamo cristiani se
non in quanto formiamo co' nostri fratelli un
medesimo corpo e viviamo di una medesima
vita: ora egli procede da natura, che i mem
bri vivi di un solo corpo provino un reciproco
sentimento di amore che li muove a giovarsi
fra loro ed a sacrificarsi, ove bisogni, gli
uni per gli altri; e questo sentimento, elevato
nel corpo mistico di Gesù Cristo a dignità
soprannaturale, è la carità.
Mettiamo tuttavia in maggior luce questa
dottrina considerando più attesamente ciò che
342
accade nel proprio nostro corpo. In esso non
è pur uno dei membri che operi per sè solo,
che non riceva dagli altri la vita, e loro in
ricambio non la procuri; e gli organi più vivi
che più vicini al cuore ne traggono in mag
gior copia la vita, sono anche quelli che la
comunicano agli altri con più vigoria ed ab
bondanza. Così è nel corpo mistico di Gesù
Cristo: cuore di questo divin corpo è il Cuore
di lui, continuamente in atto di spandere la
sua vita in tutti i membri con incomparabile
profusione: tutti i suoi vivi membri lo deb
bono aiutare in questa generosa comunicazione
del suo essere divino, e tanto sono più vivi
quanto con più generosità diffondono intorno
a sè la vita che hanno da lui ricevuta: per
loro, come per le divine Persone, la perfezione,
la pienezza, la beatitudine dee consistere nel
dono di sè. Dunque a distruggere affatto nei
cristiani l'amor proprio vizioso basta una cosa
sola, cioè l'imparare a bene amarsi da cri
stiani; sì, da cristiani, praticando la carità
vera, che è l'amarsi in quel divin corpo del
quale il battesimo ci ha fatto membri, ed è
per conseguenza l'amare tutti i membri che
lo compongono, prima Gesù Cristo che ne è
capo e cuore; poi Maria, gli angeli, i santi
che ne sono i membri gloriosi (1); appresso
(1) Affermiamo esser gli angeli membri del corpo mi
stico di Cristo nel senso che S. Tommaso insegna e prova

--------------- --- ---


343
i giusti che ne sono i membri viventi; infine
i peccatori che ne sono i membri infermi e
morti.
Non si danno due vite in questo corpo
divino, ma una sola, di cui ciascuno dei mem
bri tanto più partecipa, quanto meno se la fa
propria in pregiudizio degli altri: dunque non
vi sono due felicità e due interessi, ma un
solo interesse, una sola felicità: dunque tra’
suoi membri l'egoismo non ha più ragione
di essere; dunque le gare, le opposizioni non
sono possibili tra loro, se non in quanto di
sconoscano la propria dignità di cristiano e
dimentichino la perfetta unità d'interessi e di
vita che nel Cuore di Gesù li congiunge.
Come poi si potrà dubitare, in presenza
di tale mistero, delle intenzioni di quel Cuore
e delle brame dell'amor suo ? Poteva egli
appalesar più chiaro il suo desiderio di ve
derci perfettamente uniti fra noi, che chia
mandoci tutti a prender lui per nostro ali
mento ? Poteva per altra via renderci simile
unione più facile? Avvi forse unione più in
tima di quella dell' alimento e di chi se ne
pasce? E quando Gesù si è fatto nostro pane,
quando noi tutti lo possediamo insieme, quando
esso non fa che una cosa spiritualmente e

essere Cristo capo degli angeli come degli uomini. (SUMM.


THEoL. III, q. VIII, art. 4).
344
corporalmente con ciascuno di noi, potrebbe
durare ancora fra noi qualche divisione ? Gesù
stesso ne sarebbe diviso e in qualche modo
straziato! Or quale cristiano vorrebbe costrin
gere il suo Dio a tale supplizio, proprio al
lora che ne riceve il contrassegno più grande
di amore ?
Ebbene, se non vogliamo così tormentare
il suo divin Cuore, non abbiamo a fare che
una cosa; amiamoci com'egli ci ama; amia
moci fra noi intimamente com'egli si unisce
a ciascuno di noi; doniamoci ai nostri fra
telli com'egli a noi si dona ed a loro; usia
mo, sì, di quella discrezione e prudenza che
deve accompagnar sempre l'esercizio delle più
eccelse virtù, e ne viene imposta e dalla ma
lizia del demonio e dalla nostra propria de
bolezza; ma con tutto il riserbo da porre alla
nostra familiarità, non mettiamone alcuno alla
nostra buona volontà ; facciamo di ambire
questa compiuta donazione, come il nostro
maggior bene; nè risparmiamo sforzi o sacri
fici per trovar anime colle quali ci sia dato
di vivere in perfetta comunione di pensieri,
di affetti, d'interessi e di sante opere.

III. Dal considerare che abbiam fatto i


desideri mostrati da Gesù Cristo nelle sue
opere, potremo intendere le misteriose parole
ond'egli espresse questi medesimi desideri
345
nell'istante più solenne della sua vita. Fis
siamovi alquanto la nostra attenzione; chè i
veri amici del sacro Cuore non potrebbero
meditarle di soverchio.
Avea tocco il divin Salvatore il termine
di sua carriera; posto il colmo a' suoi mira
coli coll'istituzione dell'Eucaristia; compen
diato i suoi insegnamenti nell' ammirabile
discorso dopo la cena; gli rimanea solo a dire
la parola estrema dell'amor suo, a svelare
il voto supremo del suo Cnore. Ma si tratta
di un prodigio così divino, che egli non può
chiederlo che al Padre, e prima di formolarne
la domanda, fa precedere quanti ha più validi
motivi, perchè sia esaudita. Mette innanzi al
Padre che l'ora è giunta di glorificare il di
letto suo Figlio; che inviandolo nel mondo
gli ha posto in mano il pieno potere di dare
al mondo la vita; a questo Padre infinita
mente amante ricorda tutti i travagli da sè
patiti a sua gloria; e gli presenta il frutto
che avea potuto ritrarne nel picciolo drap
pello di anime elette, rimastegli fedeli di
mezzo alla generale avversione che gli si leva
contro; in queste vuol essere glorificato e dar
compimento all'opera sua. *
Ma che richiederà egli per loro? La sua
domanda è degna di un Dio che si volge pre
gando a un Dio. Chiede pertanto a questi
uomini, che ormai non hanno ad essere che
346
una cosa con lui, la gloria da sè posseduta
in seno del Padre prima che il mondo esi
stesse. Qual è poi questa gloria? Lo sappiamo,
e la chiarezza delle parole del Signore non
lascia luogo a dubitarne: la gloria ch'egli per
noi domanda e ci offre come la più preziosa
porzione del suo retaggio, è la perfetta unità,
che ci faccia una cosa con lui e tra noi, come
egli è una cosa col Padre; ecco la meta che
egli ci propone, ecco la perfezione alla quale
ci obbliga di aspirare; ecco la divina felicità
ch'egli chiede per noi e noi possiamo da lui
riprometterci. E si noti bene che non trattasi
qui di uno scelto e picciol numero di anime
aspiranti a più alto segno e prevenute da
grazie più elette, ma di tutti quelli che per
la parola degli apostoli crederanno in Gesù
Cristo; il quale prega per tutti in questa
forma: O Padre, sieno essi una stessa cosa
fra di loro; come voi siete in me, ed io in
voi, anch' essi sieno una stessa cosa in noi;
e da ciò creda il mondo che voi mi mandaste.
Tu omnes unum sint; sicut tu, Pater in
me, et ego in te, ut et ipsi in nobis unum
sint; ut credat mundus quia tu me misisti.
(Io. XVII, 21). Qui l'adorabile Salvatore ci
apre tutto il Cuor suo, e che desideri a chi
l'ama, e come speri di guadagnarsi chi si
ricusa di amarlo. A' suoi discepoli non brama
che una cosa, cioè la perfetta unità; ma tale
347
veramente che non ammetta limiti, che non
escluda nulla, che abbracci pensieri, affetti,
linguaggio, tendenze, interessi, insomma la
vita intera. Tutto questo, e più ancora, s'in
chiude nelle parole del Signore, che a mo
dello della nostra unità ei propone quella che
del Padre suo e di lui forma una sola e me
desima vita, una sola e medesima esistenza.
Ora noi abbiamo trovato la vera for
mola dell'Apostolato del Sacro Cuore; sotto
la quale denominazione non intendiamo altro
che l'eseguimento di questo voto supremo
del divino Salvatore, ed appoggiati all'infal
libile sua parola affermiamo, che la divozione
al suo Cuore andrebbe priva del più prezioso
suo frutto, ove non arrivasse a stabilire questa
perfetta unità fra le anime più elette che ne
fanno professione, ed a metter queste in grado
di far partecipare agli altri tale inestimabil
tesoro; e da questa verità, che è certa, noi
concludiamo con pari certezza, che abbrac
ciando noi questo Apostolato, e adoperandoci
a propagarlo, rispondiamo alla brama più ar
dente del Cuore di Gesù ed acquistiamo di
ritto alla sua più viva riconoscenza.
348

CONSIDERAZIONE III,

Come l'unione dei cuori cristiani


nel Cuore di Gesù sia termine a tutte le operazioni
dello Spirito Santo.

I. Quando l'Unigenito di Dio ebbe for


nito sulla terra l'opera dal Padre affidatagli,
salì al cielo; ma nel dilungarsi per un tempo
da' suoi discepoli, non volle lasciarli orfani;
e però loro promise di mandare il suo Spi
rito, che gli terrebbe luogo fra essi, nè mai
li abbandonerebbe un solo istante. E discese
infatti qnesto Spirito sugli apostoli e le sante
donne, pochi giorni dopo l'ascensione del Si
gnore; si posò sopra ciascuno di loro, fissò
la propria stanza nei loro cuori, e conferì la
pienezza di quella vita divina, ch' essi aveano
fino allor posseduta in misura più assai ri
stretta. Da quel momento questo divino Spi
rito non ha più cessato di vivificare il corpo
intero della Chiesa, di abitar veramente in
tutte le anime in istato di grazia; e unito
intimamente al Cuore del Verbo incarnato,
di cui è proprio, di là si diffonde nei cuori
dei fedeli che non gli mettono ostacolo, nè
cessa mai di rischiararli, di fortificarli, di
muoverli al bene ! -
349
Ma qual è lo scopo del lavoro incessante
di questo Spirito nelle anime da lui inabitate?
Altro non può essere da quello per cui fu
mandato Gesù Cristo, cioè stabilire in terra
il regno del divino amore consumar tra le
anime a Dio consecrate una perfetta unità.
A questo dee tendere egli che viene a perfe
zionare l'opera del Salvatore, ad applicare
alle anime i frutti del copioso riscatto a loro
salute offerto dal Verbo incarnato, a santifi
care i redenti dal sangue dell'Uomo-Dio;
egli che è lo Spirito della carità, l'Amor so
stanziale del Padre e del Figlio in cui si
compie la loro naturale unità.
Queste due Persone, una cosa sola per
natura, si distinguono a vicenda per l'atto
onde il Padre genera il suo Verbo; perchè
tra Padre e Figlio, producente e prodotto,
si dà realissima distinzione; ma nel punto
stesso che si distinguono l'una dall'altra, si
riuniscono ancora in una medesima spirazione
a produrre il divino Spirito. Così l'anima
nostra, conoscendosi, produce in sè la propria
imagine, da cui in qualche maniera si distin
gue; giacchè fra conoscente e conosciuto una
certa distinzione è necessaria; ma non appena
contemplatasi in questa imagine, le si unisce
per l'amore onde necessariamente l'abbraccia.
Se non che in noi questo amore, come la
conoscenza donde procede, è solo un atto e
350
un modo della nostra sostanza, laddove in
Dio l'uno e l'altro è sostanziale, l'uno e
l'altro costituisce una persona; e l'imagine
sostanziale di Dio Padre è la persona del
Figlio, e l'amore sostanziale, il vincolo vi
vente del Padre e del Figlio è la persona
dello Spirito Santo.
Il quale comenella divina Trinità, così si
fa in noi legame di unione, dando l'ultimo
compimento in terra all'imagine della società
divina, già delineata da Dio Padre nella crea
zione, e da Dio Figlio nella incarnazione per
fezionata. Perciò egli, che ad un tempo è
presente nel Cuore di Gesù e nel cuore di
ogni cristiano in istato di grazia; a tutti ci
inspira que' medesimi pensieri, sentimenti,
propensioni ed avversioni che al Cuor di Gesù,
e stabilisce così fra tutti i membri del corpo
mistico del Signore una corrispondenza per
fetta: di modo che non ponno essi disgiun
gersi l'uno dall'altro se non in quanto ces
sino di operare sotto la influenza di lui,
assoggettandosi più o men volontariamente a
quella dell'amor proprio; ma se a lui si te
nessero al tutto docili, la loro unità sarebbe
già perfetta.
Ora ne sia lecito chiedere, se tale per
fetta docilità non sia possibile, almeno nella
parte migliore dei cristiani, all'interna ope
razione dello Spirito di Dio. Chi oserebbe pen
351
sarlo? Come ? lo Spirito di Dio rivolgere le
sue forze ad unirci insieme, e non potervi
riuscire ! noi avere facoltà di resistergli, e
non di assecondarlo ! Ah certo, noi abbiamo
tale facoltà, e sta in nostro arbitrio l'usarne;
basta volerlo. Sì, vogliamo davvero; cessiamo
di contrariare gli sforzi del divino Spirito in
noi; tendiamo per contrario con tutte le forze
al fine dove egli ne spinge; desideriamo con
tutto l'ardore dell'animo l'unità ch' egli de
sidera stabilire in noi, e l'avremo. Nè le
imperfezioni, che non si possono appieno evi
tare quaggiù, varranno a scuoterlo seriamente;
è vero, non sarà mai sì perfetta da non po
tersi perfezionar di vantaggio, ma certamente
essa può diventare più perfetta che non è
stata fino al presente.

II. Conviene peraltro riconoscere che


l' opera di diciotto e più secoli dello Spirito
di Dio nelle anime non si rimase a semplici
desideri ; e se da parte nostra non sono finite
tutte le divisioni, pure egli ha colmato di
molti abissi che ci teneano gli uni dagli altri
separati; e se l'unità dei cuori non è tuttavia
compiuta, egli almeno ci ha posto in mano i
mezzi tutti di compierla quando vogliamo.
Intanto l'unità esiste, benchè non abbia
tocco peranco l'ultima sua perfezione. E prima
esiste nella Chiesa, una, santa, cattolica ed
352
apostolica, la quale è l'opera principale dello
Spirito di Dio, e la sua unità è il segno più
manifesto della presenza di lui nel suo seno.
I suoi membri potranno patir divisione come
uomini; ma in quanto appartengono a lei e
vivono della sua vita, sono insieme uniti del
l'unità perfetta: dell'unità di fede che lor fa
pensare il medesimo; di carità che loro non
permette anteporre niente al bene del corpo
divino di cui sono parte; di culto che fa loro
scolpire la stessa preghiera; di morale che
loro fa praticare gli stessi doveri. Non è già
questo un gran fatto in anime, portate da
tanti differenti impulsi e viziosi istinti a se
pararsi, eppur conservate da tanti vincoli
unite ?
Ma istinti cosiffatti, vinti nelle cose più
importanti dallo Spirito di Dio, rialzano pur
troppo il capo in altre di minor conto, ed
impediscono di cogliere tutti i frutti della
vittoria. Quindi noi, benchè uniti nella pro
fessione delle verità di fede, ci combattiamo
però acerbamente in quistioni non ancor net
tamente definite; e benchè tutti desideriamo
il trionfo di Gesù Cristo e della sua Chiesa,
ci dividiamo poi nella scelta dei mezzi per
conseguirlo: e quante volte non accade che
celiamo in fondo al cuore la carità che ci
unisce, per lasciar apparire al di fuori le
deplorabili gare che ci dividono! Si dirà forse
353
che queste sono inevitabili difetti dell'umana
natura. E' vero, le condizioni di questa natura
cieca e scaduta non ci lasciano sperare che
tutti gli spiriti mirino le cose tutte ad un
modo: ma ne segue però che dobbiamo noi
sempre contrariarci? Non dovrebbe la carità
divina aver più virtù per unirci che queste
diversità di opinione per dividerci ? E se la
natura tende per proprio peso ad allontanarci
gli uni dagli altri, non abbiamo in noi il
peso più valido della grazia che tende ad
avvicinarci?
No, somiglianti divisioni non esistereb
bero, se noi meglio ubbidissimo al precetto
di S. Paolo, che ci ordina di porre ogni studio
per conservare l'unità dello Spirito nei vin
coli della pace: Solliciti servare unitatem
Spiritus in vinculo pacis (EPH. IV, 3). Di
pende da noi, non dubitiamone, l'eseguire
ben meglio che non abbiam fatto sino ad ora
i disegni del divin Fondatore della Chiesa;
dipende da noi il far maggiormente risplen
dere nelle nostre relazioni coi membri di essa
questo suo carattere distintivo dell'unità; e
per tal modo i disegni di Dio saranno com
piuti, i voti di Gesù Cristo appagati, e per
fetta l'imagine della divina Trinità sopra la
terra.

L'Apostolato del Cuor di Gesù 23


354
III. Ma non sono già nella Chiesa molte
istituzioni destinate a darle quel compimento
che gran parte de' suoi figli le diniega? e lo
Spirito di carità e di unità non si è già fatto
una scelta di anime generose nelle quali può
effettuare i suoi disegni e rifarsi dagli scapiti
che soffre in tante altre ancor tutto dedite
all'amore di sè ? Sì certo; e appunto dal con
tinuo nascere di tali società sante, rivolte ad
unire più intimamente le anime, chiara si
manifesta l'indole dello Spirito di Dio e la
presenza di lui nella Chiesa. Percorrete la
storia di questa, dal giorno che uscì dalle
catacombe fino a noi, girate dall'un capo
all'altro la terra, ed in ogni tempo e in ogni
luogo troverete lo Spirito di Gesù Cristo che
muove le anime a lui più devote ad unirsi
fra loro; per modo che le società di ogni
maniera, formatesi per virtù di questo divino
impulso,sono innumerevoli. Vengono dapprima
gl' istituti religiosi coll'ammirabile loro va
rietà di regole, di usi, di costumanze; eppure
tendenti al medesimo termine di riunire stret
tamente le anime facendo regnare in esse la
carità: altri sono dedicati alla contemplazione,
altri alla penitenza, questi all'aiuto de' corpi,
quelli alla coltura delle anime, ma tutti con
secrati del pari all'esercizio del più perfetto
scambievole amore, tutti hanno per base la
comunanza di beni più compiuta, e per regola
primaria l'unione di cuori più intima.
355
Appresso anche fra le anime, che sono rat
tenute nel mondo da necessità o da elezione,
lo Spirito di carità sa formare una più stretta
unione di quella che ritrovasi nella comune
dei cristiani; e moltiplica per loro altre so
cietà, terzordini, confraternite, congregazioni,
adunanze di pietà, di beneficenza di zelo, le
quali senza imporre i sacrifici delle prime,
aggruppino insieme i componenti e li mettano
in istato di giovarsi a vicenda. Ogni giorno
ne spuntano di nuove a misura del manife
starsi di nuovi bisogni; e fino al terminare
dei secoli il campo del Padre di famiglia con
tinuerassi attestando la propria fecondità colla
produzione di queste piante benedette.
Che rimane però a fare per la piena ef
fettuazione degl'intendimenti dello Spirito di
Dio? Anzi che rispondere a tale dimanda, ci
sia lecito di chieder qui ai lettori: Pensano
essi che l'union degli animi sia ugualmente
perfetta in tutte le pie società ? Sono molte
quelle che soddisfacciano appieno il bisogno
di unità, messo dal divino Spirito nei cuori
dov'egli regna ? E se l'ispirazione sua è prin
cipio di tutte queste sante alleanze, ne sono
poi anche i desideri sempre unica regola ?
0 non accade sovente che fini particolari ed
interessi privati vi facciano dimenticare il
grande interesse dell'unità ed il fine supremo
a cui tutto il resto va subordinato? Non si
356
parla qui delle comunità religiose; ma fra le
pie persone secolari, anche fra quelle che si
spendono in buone opere, quante si trovano,
in una città intera, perfettamente fra loro
unite ? Quante che si abbiano reciprocamente
piena fiducia, con solo il desiderio di aiutarsi
quanto possono al perfetto adempimento, in
sè e dintorno a sè, dei disegni del Cuore di
Gesù ? Sarebbe esagerazione il dirne ben pic
ciolo il numero? Fosse pure così! Ma in questo
caso ancora, non vi è niente da fare per au
mentarlo? Non siamo noi certi di assecondare
il divino Signore eccitando tutti i devoti suoi
servi ad unirsi nel suo Cuore infinitamente
amante, subordinando alla sua grand' opera
ogni altra particolare, facendo regnare sopra
tutti gli altri il grande interesse della carità?
Unione siffatta, sodamente stabilita fra
membri delle varie associazioni, non riusci
rebbe valido mezzo a comunicar loro l'im
pulso del sacro Cuore, unico principio di tutte
le opere di ordine sopra natura, ed a fare
svanire in virtù dell'amore di lui gli effetti
dell'amor proprio, sempre da temere, anche
nelle imprese più sante? Non varrebbe ad
impedire fra le diverse istituzioni di pietà
quegli urti così funesti, eppure così difficili
a schivare? Non ne crescerebbe in gran ma
niera la potenza per gli aiuti che verrebbero
a prestarsi le une alle altre? In una parola
357
non è a sperare per la Chiesa un'effusione
più abbondante di vita divina onde lo Spirito
di carità è sorgente, a misura che la divo
zione al sacro Cuore, spargendosi tra' cristiani,
li porti a bramar questa unione più vivamente,
ad accrescerla con più vigore ?
Il fine adunque è sommamente desidera
bile, nè potranno esser mai soverchi gli sforzi
per conseguirlo. Sulle prime forse non appa
riranno i mezzi a ciò più efficaci; ma se tutte
le anime di buona volontà si mettono all'o
pera e vi lavorano d'accordo, le loro fatiche
non possono andare senza frutto. E non è già
un pegno molto prezioso di buon successo la
certezza di camminare seguendo la Provvi
denza, di essere in armonia colle intenzioni
del Cuor di Gesù, di travagliare all'opera di
che incessantemente si occupa lo Spirito Santo,
di godere il consenso di quanti son docili
alle ispirazioni di lui, e vuol dire, di aver
in aiuto e sostegno, in cielo Iddio gli angeli
i santi, e in terra. tutti i più affezionati e
devoti servi del Signore?
358

CONSIDERAZIONE IV,

Come l'unione dei cuori cristiani nel Cuore di


Gesù sia il mezzo più efficace di sventare i
disegni del demonio.

I. Dopo aver preso consiglio dalla Sa


pienza increata, e rassicuratici dell'appoggio
della divina Trinità, veniamo ad una prova
novella del vantaggio ed opportunità della
nostra santa Lega, prendendola dalla tattica
del capo infernale della lega dei nemici di
Dio. Benchè Satana sia padre di menzogna,
possiamo tuttavia servircene a scoprire la ve
rità; perchè l'istinto dell'odio suo è tale che
andando noi in verso affatto contrario siamo
certi di seguire la via della Provvidenza.
Ora quale fu sempre e qual è ancora la
tattica di colui ? Mentre lo Spirito di Dio
adoperasi ad unire i cuori a lui devoti, il
malvagio spirito pone ogni sforzo per disu
nirli: l'uno è spirito di carità e di sacrificio,
l'altro di egoismo e di odio; ma questo ben
conoscendo la forza dell'unione, fa di tutto
per approfittarsene, e pur troppo riesce nella
perversa impresa di unire per disunire; di
modo che a spiegar nettamente tutto l'ordine
serbato da lui nel combatterci, può dirsi che
359
consiste in disunir quelli cui la carità unisce,
ed in unire quegli altri cui disunisce il vizioso
amor proprio.
Chi bene consideri quest'ordine di at
tacco può di leggieri conoscere quanto esser
debba efficace quello di difesa che noi inten
diamo d' opporgli. Abbiamo veduto come il
segno più sensibile dell' operazione del divino
Spirito nelle anime è la tendenza a stringere
sempre più l'unità che è vita della Chiesa:
ora possiam dire colla medesima verità, che le
divisioni tra'figli di lei sono la prova più
manifesta dell' operazione del demonio. Senza
dubbio, l'amor proprio, naturale al cuore u
mano, ha poter grande di far nascere tra i
servi di Dio deplorabili divisioni; e ben sap
piamo quanto sia facile il lasciarsi accecare,
a propria insaputa, da una passione celata
sotto la maschera del dovere, ed il crèdere
di combattere in favore del vero, mentre non
si asseconda che l'amor proprio. D'altro lato
non è possibile che tutte le menti riguardino
le cose ad un modo e la carità più pura ne
possa prevenire tutte le differenze: dissensi
ebbero talvolta luogo anche fra gli apostoli
confermati in grazia, e non è da stupire che
vi siano stati fra' discepoli di Gesù Cristo in
ogni tempo della durata della Chiesa
Ma non sono questi gli attribuiti da noi
all'influsso del demonio; sì bene a noi pare
360
indubitato che il maligno spirito altro non
si tiene più a cuore che di approfittarsi di
queste inevitabili disparità di vedere a sfogo
dell'odio suo, di aggravarle, d'inacerbirle, di
cangiare in litigi perpetui, dissensi cui la ca
rità potea prontamente dissipare.
No, la cecità e miseria della scaduta no
stra natura non basta punto a spiegar molti
fatti, o tramandatici dalla storia, o sotto gli
occhi nostri avvenuti : ivi è la mano di Sa
tana, e questa sola è bastevole a tutto spie
gare. Difatti come si può intendere altrimenti
il fatto di persone che professano la pietà,
che leggono ciascun dì l'Evangelo, che si ac
costano frequenti e forse ogni giorno al Sa
cramento d'amore, che hanno di continuo il
cuore a contatto di quello infinitamente cari
tatevole di Gesù, e che poi si lasciano domi
nare sì spesso da sentimenti affatto contrari
a quelli di lui ? Come rendersi ragione di
certe animosità implacabili, di certe accuse
passionate, di certi sospetti ingiusti, di certe
insinuazioni maligne, di un indole tutto pro
pria, che non suole incontrarsi fra gli uomini
unitisi con altri per solo impulso di natura
in procurare alcun temporale interesse ? Non
appare che questi provino difficoltà in far ta
cere le private avversioni, a fine di ben riu
scire nell'impresa comune ; or come avviene
che anime intese in comune alla grand'opera
361
di Dio, anche quando ne bramano sincera
mente il buon esito, non temano poi di esporla
a grave rischio colle loro gare, colle loro di
visioni, coi loro contrasti ? Sarebbe egli errore
l'affermare che il trionfo della causa di Dio
patì non di rado intoppi maggiori da quelli
che se ne stimavano propugnatori, che non
dalle oppugnazioni de' suoi dichiarati ne
mici ?.
Dio ci guardi di dar carico in generale
alle anime pie degli sconci testè accennati:
ahimè, non si richiede che sieno questi assai
molteplici nelle loro cause per produrre i più
disastrosi effetti ! Ma sieno pure ristretti
quanto più piaccia; anche così senza l'inter
venzione dello spirito maledetto, rimangono
inesplicabili. Esso appunto si adopera, con
arte veramente infernale, a maldisporre gli
uni contro gli altri i cuori cui lo Spirito di
vino vorrebbe quanto mai si possa intima
mente uniti; esso produce le sfavorevoli im
pressioni onde si velano di una tinta sgrade
vole ai modi di procedere più innocenti; esso
agli ardori del vero zelo immischia le ama
rezze dello spirito d'intrigo ; esso mette in
bocca parole piene di fiele; esso dà tutto il
calore di verità ai sospetti più falsi; esso
stimola a combattere inavvertiti errori con
errori opposti più assai dannosi; esso infine
con una serie di reciproci atti, gli uni
362
degli altri più funesti, aggrava e fa perenni
queste divisioni dei figliuoli dell'unità, a gau
dio e trionfo dei figliuoli delle tenebre. Avvi
secolo, avvi paese, avvi città, ove il demonio
non abbia ciò ottenuto in proporzioni più 0
meno ampie ? Avvi peste per noi a temere
più di questa?
Ma se per noi è la più funesta, non do
vremmo anche opporle solleciti un preservativo
più efficace ? E quale più efficace del propa
gare la divozione al divin Cuore, presentato
ai cristiani come modello del vicendevole a
more? Quanto più Satana si arrabatta in abu
sare dell'amor proprio innato all'uomo, tanto
più noi dobbiamo dedicarci a svolgere i germi
della carità da ogni cristiano ricevuti nella
sua rigenerazione; più egli si sforza di divi
dere, e più noi dobbiamo sforzarci di unire;
sia motto d'ordine di quanti sono i veri servi
di Gesù, L'unione delle anime; perchè questo
esprime tutto insieme il loro sommo dovere
ed il loro interesse. È ben vero come, tanto noi
che predichiamo questa unione, quanto quelli
a cui ci riesca di farla amare, non cesseremo
di esser uomini, e quindi esposti sempre agli
impulsi ed alle illusioni dell'amor proprio;
ma per guardarcene avremo almeno preso il
mezzo più efficace; il demonio ci potrà vin
cere ancora, ma ne avremo elevato almeno
contro gli assalti il più saldo di tutti i ripari.
363
II. Non sarà picciola certamente la forza
della nostra unione contro la lega formata
dal demonio in distruzione della verace u
nità. Questa è certamente più compatta e
più potente a' giorni nostri che mai: non
mai gli uomini bramosi di sovvertire la grande
unità divina, che è la Chiesa cattolica, si
serrarono in così vasta congiura. Non hanno
essi veruna delle unità onde questa si gloria;
non l'unità di fede, poichè professano tutti
gli errori più opposti; non l'unità di amo
re , perchè ciascuno di loro cerca solo di
appagare le sue passioni ; non l'unità di
morale e di culto, poichè ciascuno si forma
culto e morale a suo capriccio: ma una ne
hanno tutta loro propria, ed è l'unità del
l'odio contro l'autorità visibile da Dio sta
bilita sopra di loro ; per abbattere la quale
hamno stretto fra loro la corrispondenza più
operosa, la subordinazione più perfetta; hanno
capi a cui obbediscono ciecamente, anche a
rischio della vita; hanno valenti scrittori per
compor libri, ed agenti per farli circolare dap
pertutto; hanno giornali per diffondere le
proprie dottrine, e per accattare ad essi una
popolarità che non meritano, sanno giovarsi
di ogni bassa passione, d'ogni maniera di
ignoranza; fomentano l'orgoglio dei popoli e
l' orgoglio dei re, tendono al loro scopo sì
volentieri per la tirannide come per l'anar
364
chia, con sempre in bocca il nome di libertà
a fine di meglio opprimere la libertà verace;
spiano ogni occasione di scandalo, e dove la
colgano sanno tirarne malvagio partito con
arte meravigliosa; accarezzano tutti i pregiu
dizi dei buoni, e così se li volgono in aiu
tatori; denigrano tutte le anime generose che
al ben si consacrano, e ne rendono impotenti
gli sforzi; non ripugnano a difendere le mi
gliori cause per incagliarle più sicuramente;
fanno pompa dei sentimenti più lodevoli, per
fare accogliere più di leggieri le rovinose loro
dottrine; e per iscalzare a miglior agio le
basi di ogni società e di ogni ordine, non
esitano a darsi l'aria di protettori dell'ordine
e della società. -

Ecco l'esercito in marcia contro la Chiesa


e contro l'Altissimo in ogni paese ed al me
desimo tempo: non è però urgente che a re
spingere pertutto un assalto così compatto e
universale, i figli devoti alla Chiesa si strin
gano insieme con una carità più ampia e con
mutui legami più intimi ? Non vi è neces
sario il formare alcuna nuova società; le già
esistenti, e quella in modo speciale dell'Apo
stolato della Preghiera, bastano al bisogno.
Ci animi lo spirito di unione, e la sua forza
in noi diverrà invincibile. Con questa combat
tendo ciascuno di noi al suo posto, nella sol
lecita cura delle opere a noi in particolare
365
affidate, sopra le quali domini sempre la gran
ragione della causa di Dio, ci troveremo pronti
sempre a giovarci scambievolmente per com
battere e respingere il nemico, dovunque egli
si porti ad assalirci. Quale potenza, quale ar
dimento non ci darà la sola certezza d'in
contrare in ogni contrada del mondo anime
in perfetta comunanza di sentimenti con noi,
pienamente consecrate a Gesù Cristo, ed uni
camente bramose di spendersi, d'accordo con
tutti i fedeli suoi servi, al trionfo della sua
causa ?
-

III. La quale potenza della nostra lega


intenderassi anche meglio considerando donde
nasca quella della riunione dei malvagi. Non
è a credere che tutti coloro i quali compongono
e servono siffatta lega infernale sieno uomini
scientemente perversi; anzi il numero di que
sti figli di Satana è relativamente picciolo, e
contiene i caporioni e i non molti a cui è
noto appieno e voluto il fine e l'ordine del
l'impresa: ma il grosso della schiera si com
pone di gente più o meno ingannata intorno
le vere intenzioni di chi ne abusa; non è del
tutto in buona, ma nè anche del tutto in mala
fede; nè si lascierebbe ingannare, se non ce
desse in niente alla spinta delle passioni, nè
vi cederebbe affatto, se non si lasciasse in
gannare: combatte contro Dio, dandosi a cre
366
dere di combatter per lui; ed a rendere pos
sibile questa illusione concorrono non di rado
i torti veri o supposti dei servi di Dio. Donde
si può inferire, che se Gesù Cristo avesse
pertutto dei servi superiori ad ogni sospetto,
imitatori fedeli della mansuetudine e carità
sua, uomini di cui l'annegazion generosa co
stringesse gli stessi nemici a stimarli, ben
presto l'empietà verrebbe a perdere in gran
parte il suo poter di sedurre, e troverebbe
assai più difficile il sollevare le moltitudini
contro il loro Dio ed il lor Salvatore. Anzi
potrebbe sperarsi allora di strappare dalla
congrega diabolica non pochi di quelli che vi
tengono alto posto, e meglio diretti potreb
bono occuparne un somigliante nell' esercito
di Dio.
E quì tocchiamo di un'altra sorgente del
funesto potere della lega satanica, cioè la
mala direzione data alle anime cui Dio avea
dotate delle più belle qualità. Quante se ne
trovano al mondo che sperimentano in sè im
pulso e virtù di spendersi intorno agli altri,
e non valgono a sopportare l'ozio e l' oscu
rità ! Se avesser compreso il pensiero di Dio,
non avrebbono abbisognato di lasciare il posto
assegnato loro dalla Provvidenza, per soddi
sfare appieno quei nobili istinti ; perchè nella
loro unione con Gesù Cristo avrebbono tro
vato un mezzo facile di cooperare alla più
367
divina di tutte le imprese, anche in seno alla
condizione più umile, e potuto, senza voltarsi
contro l'ordine stabilito, acquistar largo campo
di ben fare tra' loro simili. Ma per mala sorte
pochi son quelli che intendano così la reli
gione; perchè troppo spesso vi si vuol veder
solo ciò che umilia, e non ciò che esalta; vi
si dimentica il divino appagamento che da
lei sola si può offerire a tutte le generose in
clinazioni, e solo vi si mira la condanna
onde ne sono colpite tutte le malvage; e così,
in cambio di scorgervi la vita, non vi si scorge
che la morte. Qual meraviglia però, che altri
se ne allontani per cercare altrove il contenta
mento di quelle brame che da lei sola si pos
sono soddisfare ?
Tale errore è colpevole certamente, nè
pretendiamo di scusarlo; affermiamo peral
tro che questo è cagione dello sviamento di
gran numero d'anime fornite delle più felici
disposizioni. Il bisogno di operare e di farsi
valere appresso gli altri che le travaglia non
fu diretto ad utile scopo; e Satana, trovatele
oziose e come divorate da questa fame, non
ebbe mestieri che di presentar loro qualche
apparenza vana di generosità per guadagnar
sele. El che non gli sarebbe riuscito a così
vil prezzo, se tutti quelli a cui state erano
affidate per formarle, le avessero meglio co
nosciute e dirette; se avesser loro spiegato
368
innanzi il vessillo della vera generosità, pa
recchie se ne sarebbero schierate fra' difen
sori, ed avrebbero utilmente servito la causa,
che ora per inganno hanno in odio e combat
tono. Torniamo a dire, tale inganno non è
innocente, perchè non appieno involontario;
ma una più chiara cognizione di Gesù Cristo
e della vera generosità che il Cuor suo ispira
l'avrebbe forse renduto impossibile. Possia-
mo adunque senza illusione riprometterci che
la divozione al sacro Cuore più generalmente
diffusa strapperà dalle file del demonio non
poche anime, l'ostilità delle quali sarebbe tor
nata funesta alla causa di Dio.
Non accade però lusingarci a segno di
credere che la devozione nostra, per quanto
generosa esser possa, sia valevole a disarmare
tutti gli avversari; ve ne sono anzi di tali che
ne diverranno più implacabili; e gli spiriti
perversi, gli uomini ostinati nel male, lungi
dal cedere alle attrattive della nostra carità,
tanto più anzi ci odieranno, quanto sarà questa
più ardente: ma quando noi non avremo a pu
gnare che contro siffatti avversari, saremo
anche ben vicini alla vittoria; perocchè, come
si è detto, gli uomini scientemente perversi
formano il minor numero d'assai, che da solo
è impotente contro di noi. La malizia ebbe
gran possa negli angeli del cielo; ma in terra
la falange nimica di Dio trae principalmente
369
sua forza dalla debolezza e dall'errore della
moltitudine de' suoi aderenti. Si affatichino
adunque i servi devoti di Gesù Cristo con
tanto zelo e successo per rivolgere al bene
questa massa inerte, con quanto si affaticano
gli avversari per ispingerla al male; e questi
non trovando più aiuti per eseguire i loro
perversi disegni, saranno costretti di cedere a
noi la vittoria.

CONSIDERAZIONE V,

Come l'unione intima dei servi devoti a Gesù


Cristo sia l'ostacolo più forte contro le in
vasioni dello spirito del mondo.

Gesù Cristo in vari luoghi del Vangelo


parla del mondo in ben differenti maniere:
ora dice di esser venuto per salvare il mondo:
Non misit Deus Filium suum in mundum,
ut iudicet mundum, sed ut salvetur mundus
per ipsum (Io. III, 17); ed annuncia come
frutto dell'union nostra la sua conversione :
Ut sint consummati in unum ; et cognoscat
mundus quia tu me misisti (IBID. XVI, 17):
ora ci dichiara invece che il mondo è inca
pace di ricevere lo Spirito divino, ed egli stesso
non prega per lui: Spiritus veritatis quem
mundus non potest accipere. – Non pro
L'Apostolato del Cuor di Gesù 24
370)
mundo rogo (IBID. XIV, 17 - XVII, 9). Che
è dunque il mondo, onde per Gesù Cristo, e
quindi anche per noi, si proponga quale og
getto di avversione irreconciliabile e di zelo
ardente, da cui tutto abbiam da sperare, tutto
da temere, e di cui dobbiamo desiderar la
salute e rovesciarne ad ogni costo la tirannia?
Mondo si appellano gli uomini che vivon
lontani da Gesù Cristo, e sono perciò soggetti
alla signoria del demonio: di questi non è
un solo che non possa esser tolto di mano al
tiranno infernale, e divenire soldato e amico
del divin Salvatore. Così mirato il mondo nelle
anime onde si compone, tutt'altro che andar
escluso dal regno di Dio, è anzi chiamato a
formarlo; ed in questo senso Gesù Cristo ne
desidera la salute e noi possiamo concorrere
a questa felice impresa. Ma oltre le anime, si
trova nel mondo uno spirito che domina più
o meno in quelle, ed è lo stesso spirito di
Satana. Sotto questo secondo aspetto il mondo
è nemico irreconciliabile di Gesù Cristo, e pos
siamo anche dire il più dannoso; essendochè
per esso il demonio esercita sui cuori umani
un potere più funesto.
L'influsso di tale spirito malvagio sarebbe
assai più ristretto, ove si rimanesse invisibile
entro la sua spirituale natura; ma come sot
trarsene, quando esso in tal qual modo s'in
carna nel mondo; quando sparge del suo tos
371
sico tutte le fonti donde l'uomo si disseta;
quando corrompe l'aria che si respira; quando
stende intorno a ciascuno una densa rete di
pregiudizi, di sentimenti, di usi, di conve
nienze direttamente opposte alla legge di
Gesù Cristo, donde non si dà uscita senza
lottare colla società che ne circonda ?
Ecco la condizione del cristiano nel mon
do; la quale non fu mai per ventura così pe
nosa come a' nostri giorni. Dall'un canto è
certo, dice san Paolo, che non possiamo uscire
dal mondo, Alioquin debueratis de hoc mundo
exiisse (I, CoR. V, 10); dall'altro non avem
mo mai più ragione di ripetere con san Gio
vanni, che il mondo giace tutto quanto nel
male, Mundus totus in maligno positus est
(I, EP. V, 19). Io non saprei se ai tempi me
desimi delle persecuzioni abbisognasse più
eroismo per conservare di mezzo all'umano
consorzio fedeltà inviolabile a Gesù Cristo:
allora erano almeno le due società ben sepa
rate; per darsi a Gesù Cristo ci volea uno
sforzo di sublime coraggio, ma con ciò stesso
sfuggivasi alle maligne influenze del mondo,
e l'odio di costui potea riuscire un mezzo di
sicurezza; adesso il mondo non è men pagano
che al tempo dei Cesari, e nondimeno si chia
ma sempre cristiano; con questa esterior pro
fessione ei si mantiene in diritto di entrare
nei nostri templi, di mescolarsi alle nostre
372
feste, alle nostre associazioni di carità; ma
in ricambio di questo suo concorrere, ei ci co
stringe a patire il contagio del suo spirito,
cui porta ognora seco, anche quando s'intrude
nelle nostre chiese; non si diniega di dare
una parte a Gesù Cristo, a patto però di con
tinuarsi adorando, come idolo suo supremo,
il piacere, la fortuna, il benessere della terra,
e qui proprio sta il sostanziale di sua reli
gione; poco gl' importa del rimanente, se
questa indossi le forme di cattolica, di prote
stante o di mussulmana; sono cose indiffe
renti, ed i servitori del mondo vi si accordano
con facile tolleranza; si osservino le umane
leggi e le convenienze di società, e la morale
sua ne è paga; quanto ai diritti di Dio, di
Gesù Cristo, della Chiesa, chiede solo che non
si attribuisca loro un'assoluta importanza;
che altri li dispregi, poco si dà pensiero; ma
dichiararli inviolabili non mai.
Non sono queste le idee dominanti al dì
d'oggi che si manifestano da ogni parte, in
privato ed in pubblico? Qual è l'articolo di
fede che non si osi discutere? Quale il precetto
divino che non si pretenda far cedere all'inte
resse, al pregiudizio, alle costumanze? Quanti
sono i luoghi ove l'autorità della Chiesa sia
pienamente rispettata, e non si vanti il di
ritto di esaminarla, di criticarla, di circoscri
verla fra limiti più o meno angusti? Or che
373
vi ha di più opposto alla cristiana fede come
questa maniera di pensare? Che rileva il con
servare le forme esterne della religione di
Gesù Cristo,se non si crede fermamente Gesù
Cristo essere l'Unigenito di Dio, la Verità
incarnata ? Che rileva lo spacciarsi cattolico,
se nell' ordine salutifero non si vuol ricono
scere l'autorità suprema della cattolica Chie
sa ? La partecipazione alla profonda indiffe
renza, sì generale al presente, non è aposta
sia ? e apostasia tanto più funesta, quanto
meno avvertita ? E d'altro lato, per qual via
sottrarcene, mentre n'è impregnata l'aria cui
respiriamo e tutta la social convivenza di cui
siam parte?
Quello poi che rende ancor più difficile
il resistere alla tirannia del mondo si è, che
questa si esercita per una folla di usanze,
le quali non possono ommettersi senza esporsi
alle derisioni nè ammettere senza ferire le mas
sime del Vangelo. Danze, letture, spettacoli,
comparse e quant'altro vien designato dalla
Chiesa sotto nome di pompe del demonio,
prendono un'impronta ogni dì più anticri
stiana, e diventa ogni dì più impossibile
frequentare il mondo chi non voglia lasciarsi
segnare da quella. A'balli, per esempio, ri
guardati un vent'anni fa come indegni di
donne oneste, ora il mondo costringe ad in
tervenire anche le donzelle più pie, e se que
374
ste vi cercano temperamenti a quietar la co
scienza senza troppo dispiacere al tiranno,
esso ha l'arte di renderli a poco andare im
possibili, e ripete, spiegando innanzi ai servi
di Gesù Cristo il suo sfarzo e i suoi godi
menti; le parole già dette dal demonio al
divino Signore mostrandogli i regni tutti del
mondo: Tutte queste cose io darovvi, purchè
curviate la testa riconoscendo la mia suprema
padronanza: Haec omnia tibi dabo, si cadens
adoraveris me. (MATTH., IV, 9).
Eccoci dunque dinanzi una lega immen
sa cospirante a spingere ad una sorta di apo
stasia pratica le anime, le quali o non vo
gliono o non possono romperla interamente
col mondo. Così mentre le opinioni dominanti
corrompono la mente, le usanze ed i costumi
corrompono il cuore; le prime sostituiscono
alla fede l'indifferenza, i secondi sostituiscono
la sensualità degradante alla santa austerità
del Vangelo: quanto travaglio a tener sodo
contro questa doppia corrente per povere ani
me abbandonate alle sole loro forze, e quante
però vengono talvolta, anche fra' cristiani man
co esposti a tanto pericolo !
E chi abbia ceduto una volta, entro quali
abissi potrà essere trasportato ? Quali sacrifici
di sostanze, di decoro, di pudore varranno a
soddisfare le pretensioni dell'insaziabile ti
ranno? Finchè la sola religione alzava la voce
375
contro lo scandalo, si poteva ridere come di
scrupoli esagerati; ma ben presto anche i
meno scrupolosi si troveranno costretti ad
aprire gli occhi sull'enormezza del male; e
vedendo il crescere incessante del lusso e
della spudoratezza metter capo alla disunione
delle famiglie, alla rovina del buon costume,
consumando ogni risparmio delle case povere
e divorando ogni fortuna delle più opulenti,
confondendo gli ordini della società in una mi
schianza immorale e disastrosa, ove quanto
v' ha di più immondo ottiene la precedenza;
a tali disordini che corrodono dalle radici la
civil comunanza, gli amanti dell'ordine leve
ranno un grido di spavento, ed i trattatori di
morale scaglieranno contro il lusso moderno
le invettive che gli stessi pagani non rispar
miarono al loro antico. Ma con che pro?
Sforzi vani, e lamenti privi di effetto del pari
che giusti nei loro motivi ! Giacchè come spe
rare che piaga così profonda valgano a sanare
scritture o discorsi? Anche la legge torna impo
tente a rompere questo giogo tirannico, e non
lo può sempre la stessa moral disciplina della
Chiesa, tuttochè incomparabilmente più effi
cace, perchè tocca infino all'intimo delle ani
me. La recente esperienza dimostra, quanto
stenti la teologia colle sue decisioni a tenere
ben fermo il limite oltre il quale non è lecito
andare senza colpa ; chè ad ogni modo questo
376
limite va sempre di mano in mano allargandosi,
il mondo finisce coll'ottener ciò che vuole, ed
il cuor d'un cristiano che vi si è lasciato
prendere sa trovare leggermente pretesti per
addormentar la coscienza.
Bisogna dunque riguadagnare il cuore;
bisogna porgere invito a quanti restano tuttavia
nel mondo servi sinceri di Gesù Cristo e spin
gerli a stringer lega insieme, per affrancarsi
dal giogo ignominioso sotto il quale tutto co
spira ad incatenarle. La divozione al sacro
Cuore bene intesa deve riuscire a questo, non
essendo possibile conoscere ed amare questo
Cuor adorabile, senza concepirne verso levane
pompe del mondo quello stesso profondo di
sdegno onde il Salvatore già respinse le of
ferte del demonio colle parole: Vanne, Sa
tana; poichè sta scritto: adora il Signore
Iddio tuo e servi a Lui solo: Dominum Deum
tuum adorabis, etilli soli servies (MATTH., IV,
10): i cristiani tutti che abbiano compreso
con san Paolo, a qual prezzo sieno stati ri
compri, abborriranno come lui di farsi schiavi
degli uomini: Pretio empti estis; nolite fieri
servi hominum (I CoR. VII, 23); e ricordevoli
di continuo come vivano della vita d'un Uomo
Dio, e sieno membri e templi vivi del suo
spirito, non potranno mai consentire di sacri
ficar la divina loro dignità all'idolo ignobile
e capriccioso che mondo si appella ? Nè te
377
miate che vengano mai a patti con esso, nè
cerchino pretesti per assoggettarsi alle sue pre
tensioni, nè sieno per arrossire del parer sin
golari, quando non potranno a meno di ag
girarsi tra l'armento de'suoi schiavi. Perocchè
ben sanno esser già schiavo per metà chi ar
rossisca della propria libertà; quindi anche
si veggono conservare di mezzo a quegli or
gogliosi vigliacchi un contegno risoluto del
pari che modesto, ascrivendosi a gloria il te
mer Dio senza temer punto di altro, obbli
gando a rispettarli coloro medesimi, i quali
tentano indarno di coprire la propria loro
vergogna sotto il velo del disprezzarli.
Questa è la sola posizione che nella
guerra col mondo si avviene ai devoti del
sacro Cuore. Facciano adunque di prenderla
con coraggio e d'accordo, e ne torneranno
invincibili. Fu chi propose non ha guari d'i
stituire contro gli eccessi ognor crescenti del
lusso una Società somigliante a quella d'Ir
landa contro l'ubbriachezza; non badando poi
che questa non potè nascere e conservarsi se
non dallo zelo cattolico. Altre forze ci vogliono
a reggersi contro fiumana così violenta che le
teoriche della morale umana; e qual forza
paragonabile all'amore del Cuor di Gesù ?
S'innalzi dunque il suo vessillo ; intorno
ad esso si schierino e rannodin fra loro a co
mune conforto e sostegno tutte le anime ge
378
nerose che bramano conservare o racquistare
- la propria vera libertà. Dura cosa è ad un
sol uomo il lottare contro la società intera;
ma ben egli si sente avvalorare, quando sa
di esser sorretto dalla forza di altri ancora,
sopratutto se tal forza è di Dio. Tenti pure
il mondo di atterrire e di sedurre, nol potrà
fare se non per via divane apparenze; menzo
gnere ha le minacce come le promesse, nè
può ispirar tema, se non in quanto è igno
rato: sia però un'anima tanto coraggiosa da
sfidarne le collere e dispregiarne i dispregi;
basta questo a rassicurare non poche anime
deboli, che abbandonate a sè solo sarebbono
venute mene. -

Ecco una bella impresa, degna di gua


dagnarsi quei nobili cuori, che posti per una
cristiana educazione a contatto col divin Cuore,
hanno grado, qualità e talenti da farsi valere
a bene altrui. Si servano di essi per far pre
valere allo spirito del mondo lo spirito di
Gesù; accorrano fra' primi dintorno allo sten
dardo della libertà verace, e non andrà molto
che vedranno rannodarsi a sè d'intorno altri
ed altri di quei timidi cristiani che già mezzo
vinti stavano sul punto di gittare le armi. A
questi deboli cuori potranno ripetere con Gesù
Cristo: Abbiate fidanza, che io ho vinto il
mondo: Confidite, ego vici mundum. (Io.,XVI,
33): assicurandosi di vedere in proprio favore
379
avverate le altre parole del divino Maestro:
Chi vincerà, lo farò meco sedere sul mio
trono: Qui vicerit, dabo ei sedere mecum in
throno meo (APOC. III, 21). Perchè non avendo
essi temuto di confessare il suo nome innanzi
un tiranno non meno formidabile di quelli
innanzi a' quali venivano tradotti i martiri,
anche Gesù Gristo li accompagnerà con questi
nella solenne testimonianza che renderà loro
innanzi al celeste suo Padre.

CONSIDERAZIONE VI,

Come la lega dei servi devoti al Cuore di Gesù


sia per loro medesimi pegno sicurissimo di
santificazione.

Nel distinguere i due elementi dell'u


nione che vorremmo stabilita fra i devoti del
sacro Cuore, cioè il vincolo che li deve unir
tutti a lui, ed il vincolo che li deve unire
tra loro, per eseguire d'accordo i disegni del
l'amor suo, abbiamo attribuito al primo
un'efficacia speciale per la santificazione di
ciascuno dei membri di questa celeste alleanza,
promettendo che nel secondo essi troverebbono
un mezzo di spendersi assai utilmente alla san
tificazione dei prossimi. Con questo però non
si vuol dire che dedicandosi così al bene al
380
trui non debbano naccorre anche per sè i
frutti più preziosi del loro zelo; anzi affer
miamo non darsi mezzo più efficace alla san
tificazione propria che questa unione intima dei
servi del divin Cuore per la piena esecuzione
dei disegni di lui; a provare la quale verità
è bastevole il considerare la natura della san
tità, le condizioni per acquistarla, e gli osta
coli che ritardano il maggior numero di ani
me dall'arrivare a sì felice termine.

I. Che cosa è la santità? Quale la sua


essenza, fuori dei segni esterni che d'ordi
nario la manifestano, ma non ne toccano la
sostanza? La santità, in sè considerata, è la
carità. Possono disputare i teologi se vi sia
distinzione fra la grazia santificante e l'abi
tuale carità; tutti peraltro si accordano in
riconoscere che la prima è almeno necessario
effetto della seconda, tanto che il grado di
grazia santificante di un'anima è sempre u
guale al grado di carità. Pienezza della legge,
dice san Paolo, è l' amore. Plenitudo ergo
legis est dilectio (RoM., XIII, 10): il quale
amore altro evidentemente non è se non la ca
rità. Ma di quale carità parla qui l'Apostolo,
attribuendole una prerogativa di cui non par
tecipa verun'altra virtù? Di quella che mira
direttamente a Dio? No ; ma senza escludere
questo primiero movimento ad essa essenziale,
381
egli ha in vista più particolarmente il secondo
che si porta verso il prossimo: Chi ama il
prossimo, dice, ha adempiuto la legge : Qui
enim diligit proximum, legem implevit(IBID.8).
Nella prima parte di questo libro, alla
nona meditazione della novena terza, accen
nammo la ragione di tale preferenza con
cessa, come pare, all'amore del prossimo sopra
l'amore di Dio; dichiarando che questi due
amori ne formano realmente uno, perchè
non havvi se non una sola virtù di cari
tà, la quale ama Iddio per se medesimo ed
il prossimo per Iddio; ma essa coll'amare il
prossimo, a malgrado dei difetti di lui e delle
opposte inclinazioni ed interessi suoi, porge a
Dio una prova della sua sincerità e vigore,
incomparabilmente più meritoria e meno sog
getta ad illusione di quando si porta verso
Dio stesso con semplici affetti di cuore: egli
è quindi certo, essere l'esercizio della carità
il più efficace fra tutti i mezzi di santifica
zione.
Pertanto allorchè i devoti del Cuore di
Gesù, fissando gli occhi a questo divino esem
plare della carità più ardente, si uniscono
insieme per meglio imitarlo; quando formano
insieme una lega che ha per fine, non il buon
esito di tale o tale Opera particolare, ma la
piena effettuazione dei disegni del divino amo
re; quando gli si danno per cotal modo in
382
balìa, abbandonandosi al suo buon piacere,
senz'altro ambire fuor di rendersi utili, sen
z'altro contentamento fuor di sacrificarsi; come
si potrà dubitare che rendendosi atti a procu
rare efficacemente la santificazione dei loro fra
telli, essi non prendano anche il mezzo più va
lido e più breve di santificar se medesimi ? Se
la pienezza della legge, se la perfezione della
santità può ritrovarsi dovechessia sopra la
terra, non accade, per fermo, altrove ricer
carla se non in questa perfetta imitazione della
carità del Cuore di Gesù.

II. L'Apostolato del sacro Cuore, met


tendo loro alla mano la sostanza della san
tità, offre anche un altro vantaggio, poichè li
colloca nelle condizioni più favorevoli di far
fruttificare questo tesoro con un continuato
accrescimento. Perocchè ben sappiamo, come
l'opera di nostra santificazione è molto men
nostra che di Gesù Cristo in noi; è nostra
perchè non può compiersi senza la nostra
cooperazione ; è molto più di Gesù Cristo,
perchè egli n'è la cagione prima e l'a
gente principale. Noi non possiamo fare un
solo atto meritorio, nè però acquistare un solo
grado di santità, se egli non ci previene e
non ci accompagna colla sua grazia: ogni
nuovo merito è un passo dato da noi nel cam
mino della santità; ma per questo è mestieri
383
che egli, autore e consumatore della grazia,
ci dia impulso e sostegno; il che fa egli
di continuo, non per azione esterna, ma in
terna del suo Spirito. Il quale divino Spirito
abita nel più intimo dell'esser nostro, costan
temente in opera d'eseguire i disegni del
Cuore di Gesù, facendo a noi produrre, in
unione con lui, atti divini e meritori: donde
si rende manifesto, che la condizione principa
le, o a dir meglio, unica della nostra santifica
zione sta nella docilità nostra in eseguire
l'impuiso. datoci dal divin Cuore per mezzo
del suo Spirito, nella nostra generosa pre
mura di seguire appieno le intenzioni del
l'amor suo.
Ma quanto sono pochi i cristiani che
adempiono tale condizione ! Il maggior nu
mero anzi pare ignorarla del tutto, e neppure
sospettare che Gesù Cristo abbia su loro spe
ciali disegni, nè pensar punto a consultare
le interne mozioni del suo Spirito : operano
come se i diritti di lui fossero intermittenti,
ed essi non gli appartenessero se non ad inter
valli: per lui un'ora la festa, alcuni minuti
gli altri giorni, il rimanente appartiene al
mondo ; il Figliuol di Dio non vi ha niente a
vedere, e purchè non si offenda, dee chiamar
sene pago. Tuttavia essi dovrebbero compren
dere, se dessero ascolto anche pochissimo agli
ammaestramenti della fede, che non vi è
384
pure istante di loro vita, del quale non sieno
debitori all'amor di Dio, e questo amore non
li perde di vista mai, e si adopera senza posa
per arricchirli di grazie; ma queste verità sì
consolanti, ch'eglino pur sanno in teorica,
dimenticano pienamente in pratica. Quindi
che avviene? Che non consultando essi per
alcuna maniera i desideri del loro Dio, si
mettono fuori di stato di conformarvi la loro
condotta; nè solamente s'espongono a smar
rirsi per le vie del peccato ed a precipitar
nell'abisso, ma si gettano ancora, spinti dalle
passioni e dai capricci, ad ogni maniera di
sconsiderate imprese, fatti come nave spoglia
di bussola e timone, da ogni soffio sbattuta,
da ogni corrente travolta; si privano d'innu
merevoli meriti, si caricano d'inutili pene,
molto si agitano senza profitto alcuno, e dopo
una serie di gravosi travagli si trovano a
mani vuote.
Ma tale non è la sorte di quelli che bene
intendono e praticano la devozione al sacro
Cuore; perocchè si avvezzano per lei a consi
derare Gesù Cristo, non come un personaggio
storico, o un Dio ignoto la cui perfezione
sfugge i loro sguardi, ma come il Dio vivente
e veggente, come un padre, come un fratello,
un amico, più assai presente del loro padre,
dei loro fratelli, dei loro amici di quaggiù;
da lei ne vengono introdotti nel Cuore, a sco
385
prirne i sentimenti, a consultarne i desideri,
a farne regola di tutta la loro condotta ; ed
a facilitare i loro progressi nella scienza so
vreminente dell' amore di lui, a sventare ogni
illusione, a meglio eseguire ciò che essi a
vranno meglio compreso, sono da lei mossi
ad unirsi insieme, ad illuminarsi, ad aiutarsi
mutuamente, a farsi gli uni agli altri inter
preti di quel divino Spirito, la cui voce assai
meglio s'intende, quando un labbro esterno
fa eco alle interne sue ispirazioni. Però se la
docilità nell'ascoltar e seguire tale voce di
vina costituisce veramente la condizione pre
cipua della santità, non è chiaro che unendosi
per meglio adempierla, i devoti del sacro
Cuore ne acquistano una sicurtà molto soda
del loro profitto nel cammino della virtù?
III. L'efficacia di tale sicurtà è tanto
più certa quanto più col facilitare un accre
scimento continuo della santità, allontana uno
dei maggiori pericoli che vi potrebbe mettere
ostacolo; ed è l' accennato da Dio nel Genesi:
Non è bene che l' uomo sia solo: Non est
bonum esse hominem solum. L'esser solo è
sorgente dei nostri mali più grandi, delle no
stre infermità più funeste, dei nostri dolori
più tormentosi. Per lo svolgimento della ma
teriale nostra vita, l'aiuto materiale dei no
stri simili è necessario; non è meno la mo

L'Apostolato del Cuor di Gesù 25


386
rale assistenza loro per lo svolgimento della
vita nostra morale. Guai a chi è solo, dice
il Savio; perchè se cade non ha chi lo sollevi:
Vae soli, quia cum ceciderit non habet sub
levantem se (ECCLI., IV, 10). Vae soli, pa
role son queste che molto meno si riferiscono
alla solitudine fisica che alla solitudine mo
rale e del cuore ; e quanto numerosi sono co
loro i quali si sentono pesare sull'anima que
sta specie di maledizione! Troppo è facile,
ohimè! di sperimentare in mezzo alle folle
più numerose tutte le noie di questa morale
solitudine; di vivere in seno a fiorente fami
glia come al deserto, senza incontrarvi un
cuore che comprenda il nostro, un'anima in
cui le aspirazioni, le gioie, i dolori rispondano
d'accordo ai nostri ! Ed anche in grembo alle
pie società trovasi sempre quel celeste con
sentimento, sì necessario all' anima più retta
per sorreggerla nella sua debolezza, per av
valorarla ne' suoi buoni desideri ? Si trova
sempre, anche tra quelli che s' assidono gior
nalmente al banchetto del divino amore, quel
l'amicizia secondo Dio, sì benefica come l'a
micizia secondo il mondo è funesta ? Chi ha
trovato un amico, dice ancora il Savio, ha
trovato un tesoro: Qui autem invenit illum,
invenit thesaurum (ECCLI., IV, 14): ma questo
tesoro non è raro altrettanto che prezioso ?
La divozione al sacro Cuore dee farcelo
387
ritrovare; perchè a quel modo che rende
quanti lo sappiano comprendere veri amici di
Dio, così per necessaria conseguenza li stringe
fra loro coi nodi della verace amicizia. Non
se ne può dubitare; ma quello che c'impe
disce di perfettamente amarci a vicenda, è
lo stesso che c'impedisce di amare perfetta
mente il nostro Dio; giacchè all'oro puro della
carità noi mischiamo la scoria vile del nostro
amor proprio; e per quanto ripetiamo a Dio
che l'amiamo di tutto cuore, a'fatti gli di
mostriamo altra cosa, facendo ogni sorta di
riserve, lasciandoci restringere il cuore per
ogni minuzia dell'amor proprio, per ogni me
schina pretensione della vanità, della gelosia,
dell'interesse. San Paolo biasimava già nei
cristiani della primitiva Chiesa questo guasto
della carità, dicendo: Tutti cercano il loro
proprio, non ciò che è di Gesù Cristo: Omnes
quae sua sunt quaerunt, non quae Jesu Chri
sti (PHIL. II, 21); e questo lamento del grande
Apostolo nonè certo meno fondato al presente di
allora. Ma come potranno mai unirsi stretta
mente insieme cuori che chiudono in sè tante
cause di divisione ? Potrà darsi un'apparenza
di unione fra quelli che abbiano inclinazioni
naturali che sono in armonia; ma quanto sarà
precaria! quanto facilmente turbata per can
giamento di umori e per gare d'interessi !
quanto, sopratutto, lontana da quella purezza,
388
forza, intrinsichezza ed efficacia che sono qua
lità inseparabili della verace amicizia, di cui
sia vincolo l'amore del Cuor di . Gesù ! Ecco
il tesoro che converrebbe andar cercando fino
agli estremi del mondo, ma che per grazia
del Signore abbiamo assai più vicino ; ecco
il fiore di paradiso la cui fragranza rallegra
Iddio e gli angeli, ed imbalsama il triste sog
giorno del nostro esilio; ecco il frutto di vita
che rinnovella il vigore dell'anima nostra, e
ne ravviva l'ardore che va spegnendosi: il
solo influsso del Cuore di Gesù può fare sboc
ciar questo fiore, il suo calor divino può solo
condur questo frutto a piena maturità. A mi
sura dunque che la divozione a questo Cuore
adorabile sarà meglio compresa ; a misura
che essa fermerà maggiormente il suo domi
nio nelle cristiane famiglie, nelle pie associa
zioni, nelle comunità, le anime vi troveranno
più di leggieri il sostegno benefico della ve
race amicizia, ed avranno meno a temere le
pene ed i pericoli della solitudine.
Si sforzi adunque ciascuno dei devoti al
sacro Cuore di accelerare questo beato mo
mento: non resti per noi che i nostri fratelli
ritrovino appresso di noi quell'appoggio, di
cui abbiam noi medesimi provato sì spesso
l'utilità, e forse lamentato la mancanza: non
siamo scarsi del nostro conforto ai loro sforzi,
della nostra compassione ai loro patimenti,
389
della nostra indulgenza alle loro debolezze.
Se noi siamo più forti, ci dice san Paolo,
adoperiamoci a sostegno delle infermità dei
fratelli nostri, invece di pigliarne una vana
compiacenza, troppo aliena dal Cuore di Gesù:
Debemus nos firmiores imbecillitates infir
morum sustinere, et non nobis placere ;
Christus enim non sibi placuit (RoM., XVI, 1).
Tale apostolato di benevolenza e di amicizia
è fra tutti i mezzi di esercitare il nostro zelo
il più facile e più soave, e insieme il più
meritorio e più fruttuoso; tutto fatto a ren
derci più gradevoli al divin Salvatore ed a
disporci a recar il maggior bene alle anime.

CONSIDERAZIONE VII,

Come l'unione delle anime totalmente devote al


Cuore di Gesù sia l' industria più certa di
far rifiorire le associazioni pie.

A chi somiglierò io il regno di Dio?


diceva un giorno il divino Maestro a' suoi di
scepoli; egli è simile al lievito,preso da una
donna e riposto in tre misure di farina, fin
chè tutta la massa ne sia fermentata ; Cui
simile aestimabo regnum Dei ? Simile est
fermento, quod acceptum mulier abscondit in
farinae sata tria, donec fermentaretur to
390
tum (LUc. XIII, 20, 21). Sotto l' oscuro velo
e le volgari forme di questa parabola si na
sconde uno dei più preziosi secreti di gover
nare le anime, uno dei più salutari servigi a
prestarsi dalla divozione del sacro Cuore alle
società avvivate dal suo spirito. Qual è il re
gno di Dio onde parla il Salvatore? Sono le
anime sulle quali Iddio regna colla carità :
considerato nella sua consumazione esso è la
società dei beati nel cielo; abbracciato in tutta
l'ampiezza sua è la Chiesa universale; preso
nelle sue parti contiene le singole società ,
formate dai membri di questo gran corpo :
ma o si riguardi nel suo tutto , o nelle sue
parti , in sua essenza è lo stesso, costituito
dagli stessi elementi, propagantesi secondo le
stesse leggi.
L' arrecata parabola ce ne rivela una di
gran momento, cioè che il regno di Dio sulle
anime non si stabilisce ad un tratto per azione
simultanea che all' autorità sottometta una
società intera; ma si allarga per gradi e di
maniera per poco insensibile. Poichè la vita
divina entra dapprima in alcune anime , so
vente oscure e spregevoli agli uomini , mosse
come strumenti dall' onnipotente artefice, il
quale non abbisogna della scienza ed abilità
loro , ma solo richiede che non mettano im
pedimento all' operazion sua e si abbandonino
totalmente all'influsso del suo spirito; e
391
questi germi oscuri e pressochè incospicui at
traggono a sè gli elementi onde sono attor
niati, comunican loro la vita onde sono ani
mati, e per essi esercitano un'attrazione più
valida sopra la massa cui son destinati a ri
generare.
Così, alla origine delle cose, produceasi la
vita nel mondo naturale. In seno del caos,
ove andavano confusi gli elementi, Iddio creò
alcuni germi viventi con virtù di attirare a
sè e trasformare in propria sostanza i morti
elementi loro circostanti, nè abbisognò di più
per far succedere all'immobilità, al disordine,
alla desolazione, il movimento la bellezza e la
fecondità della vita. Così l'Unigenito di Dio
venuto a rigenerare il mondo morale, tenne
un modo somigliante a quello del Padre in
dar ordine al mondo fisico: perocchè non usò
della sua onnipotenza per assoggettarsi al
l' istante tutti quelli cui bramava salvare, nè
predicò egli stesso a tutte le nazioni la sua
dottrina; ma le sue fatiche apostoliche si ri
strinsero durante la vita intera entro una cer
chia molto angusta, e riuscirono in apparenza
di scarso frutto, ma in realtà copiosissimo :
salito poi al cielo, lasciò dopo sè un picciol
numero di discepoli, ma erano Apostoli, a cui
formare aveva egli posto principalissima cura:
pochi erano, eppure bastarono a spandere fino
agli ultimi termini del mondo le grazie di sa
392
lute. È noto in quale stato giacessero allora
gli uomini, massa di corruzione, fetida gora
e pestifera, dove i più mostruosi errori gene
ravano i vizi più vergognosi; campagna di
morte, sparsa dei cadaveri di anime in preda
ad irreparabile sfacimento. Come mai a
capo di pochi anni potè ricomparire la vita
là , ove da secoli regnava la morte? Come vi
cedette l' errore alla verità ? Come le virtù
più eroiche vi presero il posto dei vizi più
vituperosi ? Tanto miracolo si operò da dodici
soli Apostoli, che pieni dello spirito di Gesù
Cristo cominciarono a diffonderlo intorno a sè,
quale celeste scintilla, onde si levò l'incendio
che mano mano propagandosi ebbe in brev'ora
purificate e trasformate innumerabili anime,
anch'esse divenute apostoli per continuare
ognora più ampiamente il grande prodigio.
Ed ecco avverata la parabola evangelica del
pugno di lievito, atto a fermentare tutta la
massa entro la quale sembrava perduto.
Di questa maniera dee prepararsi il re
gno di Dio, e lo Spirito di Gesù Cristo dif
fondersi conforme la stessa legge, dalla mi
nima alla massima società umana,per quanto
dura il mondo. Comincia dall' entrar signore
in alcune anime, cui viene formando a somi
glianza del Cuore di Gesù, animando de'suoi
sentimenti, accendendo della sua carità; poi
se ne serve come di centri donde si spargono i
393
raggi del celeste calore sopra di altre meno
ardenti, e per tal modo dall'una all' altra si
propaga la vampa, la vita divina si diffonde,
ed il regno del sacro Cuore si fonda soda
mente in una casa, in un seminario, in una
intera Congregazione.
Se ne volete una prova, leggete la vita
dei santi chè con più efficacia operarono sul
l'età loro: un san Francesco, un san Dome
nico, non presero anzitutto a formarsi coadiut
tori imbevuti del loro spirito ? quante cure
non si diede sant' Ignazio per la religiosa e
ducazione dei primi suoi compagni ! e riusciti
infruttuosi i primi tentativi in Ispagna, non
si rimise egli all' opera con novello coraggio
in Parigi ? Quando un secolo appresso san
Vincenzo de' Paoli ed il venerabile Olier po
sero l' animo a rianimar il fervore degli ec
clesiastici, non prendono altra via; uniscono
a sè e fra loro strettamente alcuni sacerdoti
dei più fervorosi, e per mezzo loro esercitano
un'efficacia salutare sul clero tutto quanto.
E per finire con un esempiopiù recente, così ha
fatto orsono 30 anni , l' abate Libermann per
accrescer fervore nel seminario di san Sulpi
zio: l'Opera delle bande esposta nella vita sì
edificante di quest'uomo di Dio ci mostra nel
suo concetto tutta quella dell'Apostolato del
sacro Cuore. La forma ne può variare, cadere
il primitivo regolamento colle circostanze a
394
cui erasi adattato, nè tutte le comunità tro
varsi acconce ad una speciale associazione di
tal genere; ma quello che può stabilirsi e
gualmente per tutto con profitto grandissimo
si è l'unione intima delle anime disposte a
giovarsi scambievolmente nel compiere i desi
deri del divin Cuore, prima in sè e poscia
intorno a sè: s'impegnino esse con ispirito
scevro d' ogni vista umana, di usare delle
unioni loro per applicarsi a bene intendere
questi desideri, per aiutarsi le une le altre
ad eseguirli, più perfettamente, per indicare
gli ostacoli che vi si potrebbono attraversare,
per animarsi alla rinuncia di sè, alla carità ,
ed alla pratica di tutte le virtù delle quali
ci dà esempio quel Cuore; e così s' adoperino
di attirare a poco a poco nella loro santa lega
quelli che vedranno meglio disposti a farne
parte; evitando sempre con ogni cura quanto
potesse dare occasione a giuste doglianze ,
come sarebbe il mostrare tenacità di giudizio,
malcontento, disdegno, propensione a censurar
gli altri; mentre invece chi si professa di ono
rare in maniera speciale il Cuore di Gesù dee
porgersi benevolo, indulgente, cordiale, gene
roso con tutte le altre amabili qualità onde
si forma lo spirito di quello ; e con ciò veri
ficare di nuovo la parabola evangelica negli
istituti di cui fan parte, per mezzo della di
vozione al sacro Cuore, che come lievito d'in
395
comparabile efficacia infonda loro una vita
novella.
Difatti non è a dubitarne; perchè questo
lievito non è altro se non la carità, al cui rav
vivamento nel cristianesimo mira la divo
zione del Cuor di Gesù; se è vero però, come
più volte fu dimostrato, che la carità , con
centrata in cotal guisa e resa sensibile in
quell'amabilissimo Cuore, acquista maggior
facilità d' insinuarsi nelle anime e più dolci
attrattive per guadagnarle, può anche dirsi
che la nostra divozione ha dato al lievito
evangelico una virtù novella, e porge il mezzo
più efficace di dilatare oramai sulla terra la
fermentazione del vero e del bene.
E non è questo appunto il promesso da
nostro Signore a colei per la quale egli ci ri
velò la gran divozione? Questa, così ci assicura
la Bº Alacoque in nome del suo Maestro di
vino, questa basterà per sollevare alla perfe
zione più alta le comunità già ferventi, ed a
far rifiorire il fervore e la regola in quelle
dove l'osservanza primitiva sofferto avesse
qualche scapito : donde appare manifesto,
com' ella non ascriva effetti tanto saluta
ri alla semplice recita di alcune preghiere,
ma supponga che la divozione al sacro Cuore
sia intesa e praticata come la divozione del
sacrificio pel bene, e nelle anime che ad essa
si consacrano addivenga un vero apostolato »
396
attivo e prudente, risoluto e forte nel prose
guimento del fine , conciliante e soave nella
scelta dei mezzi, l'apostolato della vera carità.

CONSIDERAZIONE VIII,

Come l' unione dei cuori cristiani nel Cuore di


Gesù sia l' aiuto più efficace che Dio attende
da noi per la rigenerazione della società.

I. Ci sia lecito supporre qui come certa una


nostra speranza, comune a non pochi nobili
cuori. La società umana dev' essere rigene
rata, e deve venire a Gesù Cristo il possesso del
regno datogli dal Padre sopra tutte le na
zioni della terra. Questo regno di Dio che
ogni giorno domandiamo a noi venga com'è
in cielo, dev' essere infatti fondato qui nel
tempo prima di consumarsi nella eternità ;
e la Chiesa dopo le oscurità della sua infan
zia, ed i travagli della maturità, forse anche
dopo una specie di agonia e di morte somi
gliante alla Passione del suo divin Capo, dee
prima della sua ascensione al cielo gustare
sul campo medesimo de' suoi combattimenti
le allegrezze e le glorie della risurrezione.
Tanto noi speriamo con fidanza, che si regge
sui fondamenti più sodi e dagli avvenimenti
presenti non sembra che confermarsi.
397
Peraltro ancorchè non aspettassimo que
sto regno di Dio sulla terra, dovremmo pure
lavorarvi con tutte le forze, come dobbiamo con
tutto l'ardore delle preghiere invocarlo. Com
battere bisogna per conseguire l'eterno trionfo,
posto ancora che ci fosse mestieri di rasse
gnarci ad esser vinti apparentemente quaggiù.
Ma un vero trionfo non ci può mancare
anche in terra; perchè sta in nostra mano il
santificare il nome di Dio, lo stabilire il suo
regno, il compiere la sua volontà, prima in noi,
poi negli altri, entro i limiti a cui si estende il
nostro potere, e per questa via contribuire
ciascuno da nostra parte a produrre i più fe
lici effetti nel mondo intero.
Altro fine non ha l'Apostolato del sacro
Cuore, secondo lo spiegato da noi , che otte
nere l'adempimento della domanda: Venga
in terra il regno di Dio, com' è in cielo. (1)
Che intendiamo noi infatti, ogni qual volta lo
ripetiamo nell'Orazione domenicale ? Come
regna Iddio in cielo ? Coll' amore ; il paradiso
è l' amore nel suo ultimo termine, il trionfo
del divino spirito che, distrutto finalmente
ogni ostacolo , congiunge del tutto i membri
di Gesù Cristo col divino loro Capo , e per

(1) Facemmo già notare altrove che le parole in terra come


in cielo si riferiscono a ciascuna delle tre prime petizioni del
Paternoster. Veggasi il CATECHISMo RoMANo.
398
esso con Dio; li mette a parte di tutti i pen
sieri, di tutti i sentimenti, di tutte le gioie
di Gesù Cristo e di Dio suo Padre, e fa en
trare in società intima colla divina Trinità.
Ecco il regno di Dio in cielo. Dunque
Iddio regnerà in terra come in cielo, quando
gli uomini di qui, abbandonandosi senza più
resistere alla condotta del divino Spirito, si
ameranno in Gesù Cristo, comunicandosi gli
uni agli altri con generosità illimitata i beni
tutti di cui è sorgente il divin Cuore.
Se tale dev'essere, in una misura solo
a Dio conosciuta, il regno di Gesù Cristo
compiuto in terra, noi sappiamo che dobbiam
fare per apparecchiarne la venuta : conviene
adoperarci con tutte le forze ad effettuarne il
concetto in noi e nelle anime che nutrono gli
stessi desideri con noi; per conseguenza strin
gere con queste una società intima di amore
e di zelo, della quale sia vincolo, motore, re
gola e fine il Cuore di Gesù. Al certo Iddio non
vuol regnare sugli uomini altrimenti che per
Gesù Cristo, e Gesù Cristo non vuole altrimenti
regnare su noi che per lo suoCuore e per l'amor
suo: dunque l'adoperare con tutte le forze a far
regnare in noi ed in altri questo divino a
more, vale il cooperare, quanto può una crea
tura, alla venuta del regno di Dio; il far di
scendere il cielo in terra; l'affaticare con una
efficacia incomparabile alla rigenerazione del
l'umanità.
399)
II. In effetto, il solo considerare l' indole
del cuore umano basta per far intendere ,
come la carità del divin Cuore, resasi ai cri
stiani legame di santa unione, sia loro per
dare una virtù di attirare a sè gli altri pres
sochè invincibile. L'uomo abbisogna d'amore
a lui necessario per la vita dello spirito, come
l'aria per la vita del corpo: però, quando
non si voglia supporre che l'umanità intera
sia deliberata di condannarsi a morte , è da
sperare ch' ella vengasi a gittare nelle brac
cia di Gesù Cristo, una volta che sia convinta
di due verità: prima che lungi da Gesù non
si dà vero amore; seconda che il Cuore di
lui è fontana ognor zampillante di questo vi
vifico amore , che altrove si cercherebbe in
darno. Queste non cessa la Chiesa d' incul
care agli uomini, e la società non ebbe forse
mai tanti motivi per riconoscerle, tante dif
ficoltà per rigettarle, quanti al presente.
Che l' amor vero non si possa trovare
lontano da Gesù Cristo, vien dimostrato agli
uomini da una esperienza che si fa ciascun
giorno più chiara; mentre a misura che la
materiale civiltà offre più godimenti , va o
gnora più spegnendo nei cuori la fonte del
verace amore; l' interesse tende a surrogarsi
ai principi ed i freddi calcoli dell' amor pro
prio a pigliare il posto della generosa carità
che si sacrifica: cosicchè le nazioni cristiane
400
al tempo stesso che forti della preminenza lor
conferita dalla vera religione fanno sentire il
loro predominio sui popoli pagani, soccom
bono esse medesime al contagio delle mas
sime e dei costumi pagani. Che era in so
stanza il paganesimo se non il turpe amor
proprio divinizzato? E qual è al dì d' oggi
il gran nemico della religione di Gesù Cristo;
quale lo spirito che anima la stampa irreli
giosa; quale il principio che sotto nome di
razionalismo, di libero pensiero, di rivoluzione
di spirito moderno, di diritto nuovo, cerca per
tutto d'intrudersi al luogo dei principi cri
stiani, se non questo stesso vizioso amor pro
prio , questo stesso culto dell'uomo, questa
medesima deificazione degli umani interessi
e della forza brutale ? Può bene questo vec
chio idolo mascherarsi sotto variate sem
bianze, usurpare i più bei nomi del linguag
gio cristiano, farsi chiamare patriottismo, fra
tellanza, liberalismo; rimarrà tuttavia il vi
zioso amor proprio, cioè l' avversario di ogni
vero amore, la fonte delle gelosie rivali, delle
cupidigie insaziabili, delle lotte fratricide, delle
rivolte permanenti.
Questo ci dimostra l' esperienza, e con
evidenza tale che addiverrà ogni giorno più
invincibile ; ed a misura che la civiltà pagana
s' andrà svolgendo, tornerà sempre più ma
nifesto, potersi da essa tutto aspettare fuor
401
chè la cosa più necessaria alla vita morale,
cioè il vero amore.
E già non cominciano forse ad aprirsi gli oc
chi di molti anche fra quelli cui non rischiara
peranco la fede cristiana ? Dopo tentata ogni
maniera di sistemi per dar ordine al lavoro,
per infrenare l'ardente rivalità delle varie
classi, per conciliare gl' interessi, non si ar
riva finalmente a capire che i rimedi non
fanno se non aggravare il male e che il pericolo
a gran pena stornato al presente, non fa se non
minacciar più terribile all'avvenire ? Da ogni
parte s'invoca la conciliazione e la pace, e
tutto non riesce se non a nuove guerre; e le
guerre diventano più micidiali in proporzione
del maggior chiasso che vengono facendo i
congressi di pace. Tutto ciò accade perchè le
opposizioni e le rivalità nascono dal malva
gio amor proprio,trincerato in fondo al cuore
umano, dove non possono giungere i provve
dimenti sociali e politici, ma la sola carità di
Gesù Cristo ha virtù di cacciarnelo.
Che resta dunque a fare, perchè la so
cietà, rifinita di mezzi e convinta di sua im
potenza, venga dal Cuor divino a domandar
questo amore che solo la può salvare ? Fa
d'uopo costringerla a credere che un tale a
more esiste, mostrarglielo nel nostro lin
guaggio, nelle nostre azioni, nella nostra vita
intera, farglielo vedere e come toccare con
L'Apostolato del Cuor di Gesù 26
402
mano all' opera spiegandone tutto l'ardore ,
la forza, la tenerezza, la generosità.
Conviene che il Cuore di Gesù trovi in
ogni grado della società imagini viventi di se
medesimo, sacerdoti e religiosi, ricchi e po
veri, uomini e donne, giovani e attempati,
che si animino de' suoi sentimenti, esprimano
i suoi pensieri, operino com'egli opererebbe
in luogo loro, amino com' egli ama, Conviene
che i pagani dei nostri tempi, vedendo que
sti veri cristiani, sieno costretti, come quegli
antichi, ad ammirare la profusa carità, di cui
essi hanno perduto il secreto, ma non ponno
a meno di sentirsene in bisogno, e dicano alla
lor volta: Vedete come si amano !
Pratichino dunque i pi cattolici la di
vozione al sacro Cuore in tal modo, ed i cat
tolici indifferenti ne saranno ben presto gua
dagnati. Amino in tal modo i cattolici tutti:
e le sette eretiche, sempre più disgustate dalle
contradizioni dei loro simboli e dalla vanità
dei loro culti, riconosceranno non esservi al
tra vera religione fuorchè quella del Cuor di
Gesù. Sieno i cristiani tutti altrettante ima
gini di questo Cuore infinitamente amabile,
altrettanti lucidi specchi donde la luce ed il
calore di questo divin sole si ripercuotano so
pra la terra : e le nazioni infedeli, destinate
a venirci come e quando che sia a contatto,
non potranno rimanere a lungo sepolte nelle
- 403
gelide ombre di morte. Allora la parabola e
vangelica si verificherà di nuovo più ampia
mente ancora; perchè la carità del Cuore di
Gesù, dopo aver fatto salutarmente fermen
tare per mezzo dei loro membri più zelanti le
varie associazioni pie, degnerà servirsi di esse
come di lievito celeste per operare lo stesso
effetto nella società intera. Ci è pur forza di
confessare, come al presente la massa del genere
umano dura tuttavia somigliante ad una pa
sta molle, inerte e corrotta, ed il divino fer
mento vi sta per entro quasi impercettibile; ma
questo è d' infinita virtù, e quando tutte le
anime che ne sono avvivate si stringeranno
insieme per farla operare dintorno a sè, la
loro efficacia riuscirà validissima , ed il divin
Cuore compirà l'impresa già cominciata da
lui sono 19 secoli. Dacchè fu aperto la pri
ma volta questo Cuore adorabilissimo, lo spi
rito donatoci da esso si diffuse sulla terra
e vi operò per ministero degli apostoli una
profonda trasformazione; ma più abbondante
mente ancora vi si diffonderà, quando il sa
cro Cuore siasi appieno manifestato agli uo
mini, e tutta la rinnovellerà interamente.
404

CONSIDERAZIONE IX.

Come l'unione dei cuori cristiani nel Cuore di


Gesù sia per la Chiesa un primo trionfo e
pegno di un secondo più universale.

I. Delle grandi benedizioni promesse da


Gesù Cristo alla Chiesa e destinate a span
dersi dal suo materno seno sopra la società
umana troviamo già una caparra nei frutti
portati dalla devozione al sacro Cuore ovun
que metta essa radici. I quali frutti sono an
cora in germe ed in proporzioni ben ristrette;
ma per quanto ne sia picciolo il seme , non
è fondata la speranza che ne sorgerà un gran
d' albero ? Di che abbisogna il germe più im
percettibile a produrre la più bella pianta ? Di
due cose, vigoria sufficiente ed intelligente
coltura. Che la nostra divozione contenga in
sè vigoria bastevole per sollevare la Chiesa
al grado più alto di splendore, non vi può
esser dubbio. Parecchi secoli prima che fosse
rivelata alla Bº Margherita Maria Alacoque,
era stata annunciata a S* Geltrude come il
mezzo supremo riserbatosi dal divino Amore
a ringiovanire la società decrepita ed a ren
derle il calore vitale, quando essa sembrasse
proprio in preda al freddo di morte. Nè la
magnificenza di tali promesse dee recar me
405
raviglia chi consideri la natura dell' ammira
bile divozione a cui si riferiscono. L' amor
del divino Salvatore, che a noi la presenta
sotto la forma più sensibile e più tenera, non
è sorgente di tutte le grazie e principio di
tutti i prodigi, invincibile nelle sue forze e
nelle sue dolcissime attrattive?
Da tale divozione adunque, se bene la
coltiviamo, noi possiamo riprometterci ogni
maggior copia di frutti. Il principale di que
sti, come sappiamo, anzi l'unico in certo senso,
sta in un maggiore ravvivamento e diffusione
di carità nella doppia sua forma, di amar Dio
con più ardore e generosità, e di amar noi
gli uni gli altri con più devota intrinsichezza:
se però noi permettiamo a questa benedetta
divozione di produrre il suo doppio frutto nei
nostri cuori e con essa concorriamo a pro
durlo in altrui, o in altri termini, se noi ab
bracciam seriamente l' Apostolato del Cuore
di Gesù , contribuiremo efficacemente al più
pronto adempimento delle promesse che di
pendono dalla propagazione di quella.
II. Con ciò noi procuriamo alla Chiesa
un primo trionfo che le è valido pegno di un
secondo più compiuto ed universale. Giacchè
l'unione dei cuori cristiani in quello di Gesù
è per lei il migliore trionfo di tutti e l' og
getto precipuo delle materne sue brame. Ogni
madre vuol bene ai figliuoli, e un bene sopra
406
ogni altro loro desidera che è l'unione cordiale,
il reciproco amore che l'uno al bene dell'altro
consacra : unione che agli occhi della Chiesa
cresce di pregio immensamente, siccome con
dizione necessaria della unione de' suoi con
Gesù Cristo e delle glorie infinite che ne deb
bono derivare.
Ricorda ella bene come il suo Sposo di
vino, salendo al cielo, l'ha fatta erede della
propria missione, consistente nell' accogliere
in uno i figliuoli di Dio, stati dalla colpa di
visi, Ut filios Dei, qui erant dispersi, con
gregaret in unum (Jo., XI, 32); quindi ogni
volta che anime, rimaste più o meno lontane
fra loro, s'avvicinano, si uniscono, spoglian
dosi degl'interessi ed inclinazioni proprie per
seguire più docili le aspirazioni dello Spirito
di carità, ella mira in questo parziale trionfo
del Cuor di Gesù un nuovo pegno del trionfo
più generale al quale aspira unicamente. Poi
chè ha imparato da san Paolo a considerarsi
come un tempio santo, da Dio edificato nel
tempo per farsene un luogo di riposo e di
delizie durante l'eternità, di cui Cristo è fon
damento, i cristiani le pietre viventi, e la
stabilità e perfezione però dipende dal legame
intimo che unisca tutte le pietre fra loro e
col fondamento che le sostiene: quindi ella,
quanto più questo legame si stringe, ottiene
un buon successo novello che le torna novella
sicurtà di un altro più universale.
407
Questa divina società non può perdere
la memoria della sua prima origine nell'Eden
e del suo rinascimento negli ardori del Ce
nacolo: e fra tutte le care imagini, che le
rammentano i beati giorni della sua innocenza,
quella su cui fissa più volentieri lo sguardo,
di cui più amaramente rimpiange la perdita,
non è già la fecondità della terra prodiga degli
spontanei suoi frutti, non l'amena freschezza
delle ombre, non la costante soavità dell'aria,
non la prontissima obbedienza degli animali,
non l' albero stesso della vita che da quella
incantevole dimora sbandiva le infermità e la
morte; ma sì l'unione perfetta di quella Chiesa
primitiva, contenuta in Adamo ed Eva, donde
ogni dissenso, ogni rivalità, ogni ombra di di
visione andava esclusa: sa la Chiesa che tale
prodigio era destinato a perpetuarsi sino al
finire dei tempi, e sa che Adamo colle parole
rivolte alla sua sposa: Quest'è osso delle mie
ossa e carne della mia carne, Os de ossibus
meis, et caro de carne mea , avea dinanzi
alla mente la novella Eva , la Sposa del Dio
Salvatore, di cui l' antica era figura. Molti
secoli appresso , questa dolcissima imagine
della perfetta unione di cuori presentossi nuo
vamente agli sguardi degli uomini, e fu quando
l' Eva novella, uscita pocanzi dall'aperto co
stato del divino Adamo, ricevette da lui il vi
vifico Spirito che gliela dovea rendere feconda,
408
di figliuoli fino al terminare de' secoli. Dei
felici abitatori del paradiso terrestre era stato
detto che sarebbero due in una carne, Erunt
duo in carne una (GEN., II, 24): nel Cena
colo l'unità erasi fatta più spirituale, nè però
meno intima, e fu detto di quella beata ra
dunanza che erano un cuore ed un'anima sola:
Cor unum et anima una (ACT., IV, 32). Ecco
ciò che la Chiesa non può obbliare, e quindi
suo più ardente desiderio si è di far rivivere
quei felicissimi giorni, sicchè la terra tutta
quanta ritornasse un Eden , ed ogni famiglia
una perfetta imagine del Cenacolo. Perfe
zione , che ohimè, troppo ancora ci manca !
ma se la Madre delle anime nostre dee pur
vedere prolungate queste sue brame, noi al
meno possiamo appagarle in parte, mostrandole
attuato in minori proporzioni il dolce spet
tacolo la cui vista può sola posare gli sguardi
e giocondare il cuore di lei: giacchè sta in noi
il carpire all'Eden il suo frutto più saporoso
ed il far discendere sul nostro cuore le fiam
me del Cenacolo; ed il Cuore di Gesù è il
vero albero di vita, la vera fornace ardente
donde uscirono le fiamme che fusero in
perfetta unità i cuori dei primitivi cristiani;
però,se vogliamo, egli ripeterà in noi la stessa
meraviglia e ci porrà in condizione di procu
rare alla Chiesa la stessa gioia,tanto più bella
quanto è accompagnata da più felici speranze.
409
Il divino Redentore, nell' esprimere alla
vigilia di sua morte il voto supremo, in cui
abbiamo scorto la formola dell'Apostolato del
sacro Cuore, aggiunse una profetica promessa
dicendo : O Padre, io vi domando pe'miei di
scepoli che sieno una stessa cosa; come voi
in me, ed io in voi, anch' essi sieno una cosa
in noi; e così creda il mondo che voi mi man
daste: Ut omnes unum sint; sicut tu, Pater,
in me, et ego in te, ut et ipsi in nobis unum
sint; ut credat mundus quia tu me misisti
(Jo., XVII, 21). O queste ultime parole non
hanno senso , o significano che fra l' assog
gettamento del mondo al giogo salutare della
fede e l'unione dei cristiani corre stretta di
pendenza. E di vero, come potrebbe Gesù chie
dere al Padre tale unione perfetta come con
dizione della fede del mondo, se questa non
dipendesse realmente da quella ? In questo
senso parafrasa le parole del Signore il più
illustre fra i moderni interpreti della Scrit
tura Cornelio a Lapide: Anche dal solo ve
dere i cristiani congiunti ed uniti in amore,
tanto a Dio e a Cristo quanto fra di loro,
crederà il mondo Cristo esser Figliuolo di Dio;
poichè vedrà non potersi tale unione formare
se non da Cristo e da Dio : laonde anch'esso
sentirassi allettato a deporre l'incredulità e
a credere in me: Vel ex hoc solo mundus
credet Christum Dei Filium, quod videat
410
christianos tam Deo et Christo quam sibi
invicem amore coniunctos et unitos. Vide
bit enim talem unionem non posse fieri nisi
a Christo et. a Deo. Quare per hoc allicie
tur, ut et ipse mundus incredulitatem de
ponat et credat in me.
Interpretate così, e non possono altramente,
le parole del Salvatore chiariscono un grande
mistero, e al tempo stesso impongono a noi
una grande obbligazione; perchè ci fanno in
tendere come accada che la maggior parte
del mondo si rifiuti ancora di riconoscere il
divino Inviato dal Padre , appunto dal non
avere ancora i credenti pienamente attuato il
voto supremo del suo Cuore, dal non avergli
ancora presentato in terra la gloria ond' egli
gode in cielo, dal non essere ancora la cri
stiana società un' imagine bastevolmente so
migliante alla Trinità divina. Troppa oppo
sizione di pensieri e di tendenze regna tut
tavia fra loro; nè si sanno sacrificare abba
stanza le ragioni umane che li divide alle ra
gioni divine che dovrebbono tenerli uniti.
E perchè dunque le anime che si ten
gono in mano i destini del mondo, indugiano
tanto a porre la condizione suprema di sua
salute? Perchè diniegano al proprio Salvatore
la gloria ch'egli da esse attende ? Che ponno
guadagnare fuggendo questa unità la quale le
perfezionerebbe in Dio? Che manca lor dunque
411
al compimento d'impresa sì grande ? Il Cuor
di Gesù, principio e vincolo di tale unità di
vina, non trovasi forse in mezzo a loro ? Ah
sì certamente vi è da secoli; noi lo teniam
ciascun giorno tra le mani, lo riceviam di fre
quente nel nostro petto; ma insieme col no
stro sregolato amor proprio impediamo la
piena espansione dell'amor suo! Deh cessiamo
di resistergli; abbandoniamoci al suo impulso;
entriamo ne' suoi pensamenti; giuriamo di
tutto sacrificare al compimento delle accese
sue brame; ed il Padre celeste allora gli con
cederà la piena glorificazione promessagli so
pra la terra. -

III. Non facciamoci peraltro vane illu


sioni, figurandoci che la compiuta vittoria
dell' amore del Cuor di Gesù possa riportarsi
senza dolorosi combattimenti; mentre tutto
ci porta invece a credere che l'inferno, prima
di ceder le armi, porrà in giuoco tutta l' a
stuzia e tutto l' odio suo. E non lo vediamo
già spingere l' artificio delle sue seduzioni
e l'audacia de'suoi furori ad eccessi inauditi ?
Nella quale doppia via è probabile che con
tinui, fino a quell' estremo, ove Dio stenderà
la sua mano per arrestarlo. Dall'una parte
spiegherà ogni suo prestigio per sedurre le
anime propense alla superstizione; dall' altra
farassi a distruggere le stesse basi di ogni
credenza, per aggiogare al proprio servigio
412
le menti ragionatrici, lanciandoci contro que
sto doppio esercito, così unito in combatterci,
così opposto nel rimanente. E già la persecu
zione ha cominciato, e probabilmente non farà
che aggravarsi; omai in non pochi paesi cat
tolici negansi alla Chiesa di Dio ed a' suoi
figliuoli i più sacri diritti e più inalienabili ;
evidentemente si procede a partito preso di
porci fuori della legge e dichiararci indegni
di ogni libertà; fu già detto, conviene affo
gare il cattolicismo nel fango, e d'un estre
mo all' altro di Europa si dà opera per riu
scirvi.
Fate che la tenebrosa setta, che lo disse,
pervenga ad afferrar il potere in tutti i luo
ghi, come già lo possiede in parecchi ; e noi
ci vedremo incontro una persecuzione ben più
scaltra e più profonda di quella degl'impera
tori romani; per modo che priverassi la Chiesa
di ogni libertà d' operare, non permettendole
nè d'insegnare la verità, nè di condannare
l' errore, nè di regolare i suoi ministri, nè di
premunire i suoi discepoli, nè di respingere
gli assalti de' suoi nemici (1). Le congrega
zioni pie e gl'istituti religiosi diverranno spe
(1) Queste linee erano state scritte assai tempo avanti
che gli ultimi avvenimenti si porgessero a dimostrare la ve
rità delle previsioni in esse contenute: per questo appunto ci
sembra che non si possa trovare in tale avveramento un ba
stevole motivo di rinunciare alle nostre speranze.
413
ciale oggetto dell'odio dei persecutori, che
niente ometteranno per cancellarne fino all'ul
timo vestigio. Al Cuore di Gesù poi ed al
Cuore della Chiesa scaglieranno i più atroci
insulti, i colpi loro più micidiali; e quanto
hanno di abilità e di forza metteranno in moto
a distruzione dell'union delle anime.
E fino a qual punto vorrà Iddio lasciar
procedere il loro disegno e trionfare il loro
odio ? Farebbe mestieri esser profeta per ri
spondere; ma il certo si è che il disegno e
siste ed è in via di esecuzione; il che non
vorrà negarsi da uomo al mondo il quale abbia
occhi per vedere ed orecchi per udire.
Egli è per altro conforme del tutto alle
vie della Provvidenza il lasciar libero corso
ai suoi nemici, finchè si consumino coi propri
loro eccessi, e di far precedere le più dure
prove alle grandi benedizioni da lei apparec
chiate. Ma per quantó'lunghe ed accanite pos
sano essere le lotte, l' ora del trionfo scocche
rà; ed in essa bello riescirà e glorioso il com
pito degli apostoli del Cuore di Gesù, perchè
a loro toccherà di mostrar nella loro unione
l' esemplare della vita verace , e di edificare
sopra le rovine dai nemici ammucchiate le mura
della nuova Gerusalemme.
Stiamo dunque pronti ad ogni evento ,
attendiamo le benedizioni con irremovibile con
fidenza; ma insieme attendiamo anche le prove
414
con indomabil fermezza. Dal Cuore di Gesù
dobbiamo ritrarre questa doppia virtù, e la
divozion nostra per lui serviracci ad un tempo
e di spada per la guerra e di falce per la
messe delle benedizioni della pace. Faccian
che vogliano i nemici, non arriveranno mai
a strapparci di mano quest' arma; potranno
sperperare le istituzioni religiose, impedire le
nostre unioni pel bene e la preghiera; ma
impedirci di stare uniti nel sacro Cuore, non
mai; fossimo anche racchiusi entro segrete
impenetrabili, pure questo Cuor adorabile ci
durerà legame e centro di riunione, quale arca
vivente dove ripararci finchè imperversa il di
luvio. -

Ma il diluvio passerà; e più saranno


state sconvolte le acque, anche più rapida
mente si disperderanno; l' estremo del male
ne sarà il rimedio ; l' odio dei satelliti di Sa
tana li metterà in diseredito co'suoi propri
furori; e la società che ora si lascia disto
gliere per chiassose menzogne e fallaci pro
messe da Gesù Cristo e dalla sua Chiesa, al
lora disingannata per le tristi conseguenze di
sua credulità, respingerà per sempre da sè
gl' impostori che la tradirono. L'uomo è fatto
così, che vuol essere istruito dalla propria e
sperienza, nè rivolgesi a Dio se non dopo pro
vato amaramente l' impossibilità di viverne
lontano: allora l'esperienza sarà compiuta,
415
e perciò il ritorno durevole; allora l'umanità
intera rimarrà chiarita colla dimostrazione più
evidente, quanto sia vero che non vi ha sa
lute se non in Gesù Cristo, nè altro nome ci è
dato sotto il cielo, nel quale poterci salvare:
Et non est in aliquo alio salus. Nec enim
aliud Nomen est sub coelo datum hominibus,
in quo oporteat nos salvos fieri (ACT.,
IV, 12)

CONCLUSIONE
--------------------

Prima di seguitare il nostro cammino, ci


giova fermarci un istante a dedurre le con
clusioni che dalle considerazioni precedenti di
scendono. -

La questione da noi posta era, se fosse


a desiderare che le anime pienamente devote
al Cuore adorabile di Gesù si unissero inti
mamente in lui, formandovi insieme una Lega
di zelo per aiutarsi reciprocamente alla san
tificazione propria e del prossimo; e vi ab
biamo risposto affermativamente. Primo, per
chè siffatta Lega è del tutto conforme ai di
segni di Dio Padre, il quale appunto creò il
mondo per avere fuori di sè una società per
416
fetta, che fosse imagine dell'unione esistente
fra lui e le altre due Persone della santissima
Trinità. Secondo, perchè risponde alle brame
più ardenti del Verbo incarnato, che scese in
terra per consumarvi l'unità dei figliuoli di
Dio, già distrutta per lo peccato. Terzo, perchè
soddisfa i desideri dello Spirito Santo , che
presente a tutte le anime in istato di grazia, si
adopera di continuo ad unirle intimamente con
Dio e fra loro. Quarto, perchè sventa le mac
chinazioni di Satana, che cerca per ogni via
di disunire cui la carità unisce, e di unire
cui l' amor proprio disunisce. Quinto , perchè
mette in grado i fedeli di Gesù Cristo d'af
francarsi dalla tirannia del mondo, e ridona
libertà a gran numero di anime fiacche , le
quali mal loro grado vi sottostanno. Sesto ,
perchè è mezzo sopra ogni altro efficace di
santificazione per le anime, cui promove alla
pratica della carità più perfetta, ed a cui for
nisce nella loro unione col Divin Cuore un
poderoso stimolo, e nell'unione fra loro un
salutare preservativo contro i pericoli dell'es
ser soli. Settimo, perchè offre alle congrega
zioni pie ed altre comunità religiose l'indu
stria più sicura per conservarsi e rinnovarsi
nel santo fervore. Ottavo, perchè non può se non
affrettare quella compiuta rigenerazione della
società e quel compiuto avvenimento del re
gno di Dio sulla terra cui noi aspettiamo con
417
ferma fiducia e domandiamo ciascun dì nelle
nostre preghiere. Finalmente, perchè è per la
Chiesa un primo trionfo, pegno di un secondo
più universale, col produrre che fa un irrag
giamento più ampio della carità nella doppia
sua forma di amor di Dio e del prossimo.
Nel dimostrare così gli avvantaggi e l'op
portunità di questa santa Lega d'amore,pen
siamo di averne anche fatto comprendere net
tamente la natura; e quelli che ci abbiano
seguito fin qua, non potranno a meno di rico
noscere che non a torto noi la riguardiamo
come il pieno svolgimento della divozione al
divin Cuore: la quale infatti sarebbe manche
vole , se dopo averci uniti con Gesù Cristo,
non ci unisse coi nostri fratelli ; e se dopo
averci disposti a glorificar Dio in noi, non ci
aiutasse poi anche a glorificarlo fuori di noi.
Ma quando abbia ravvicinate vicendevol
mente le anime in cui regna; quando abbia
stabilito fra loro un perfetto accordo ; quando
abbia lor dato come sorreggersi a vicenda con
illimitata fiducia; quando le abbia rese libere
da quel vuoto interiore, sovente sperimentato
anche dalle più generose e in seno alle stesse
pie società cui appartengono, allora veramente
avrà portato i suoi frutti tutti quanti. Essa ,
rispetto agli individui, possiede come mezzo
di santificazione una inestimabile virtù, la
possiede assai più grande, come mezzo di a
L'Apostolato del Cuor di Gesù 27
418
postolato, ove si eserciti in comune da mag
gior numero di cristiani; e contiene veramente
in sè quanto si richiede a stringere intima
mente cotale alleanza e ad assicurarne la
buona riuscita. La quale verità si dimostra
nella sezione seconda.

--- --- --- ------------


SINDA SINI

Degli elementi onde si forma


l' Apostolato del Cuore di Gesù

Poco si è fatto mostrando una istituzione


qualunque come desiderabile, se anche non si
dimostri come eseguibile; e da ciò si distin
guono le imprese veramente utili dalle ima
ginarie, che potranno ancor parere ottime in
teorica, ma in pratica sono impossibili; e tanto
più si dilungano dalla realtà, quanto più sem
brano avvicinarsi al bello ideale. Del qual
difetto non potrebbe per ventura esser tocca
la dottrina cui questo scritto tende a propa
gare ? Non è forse una pia e sublime illu
sione l'unione tra gli amici del divin Cuore
che qui si cerca di stabilire ? Che sia desi
derabile, non v' ha dubbio; ma si può anche
ridurre in atto? Abbiam detto che sarebbe un
paradiso in terra, ed è verissimo ; ma per
ciò stesso non si viene a dichiararla impossi
bile, come sarebbe il togliere la distanza che
separa la terra dal cielo ?
Non è improbabile che tale difficoltà sia
420
venuta in mente a più d'un lettore; ma con
tiene un equivoco che non sarà difficile a chia
rire; perchè confonde due cose assai differenti,
cioè l' imaginario e l'ideale: è comune ad
amendue il non poter essere totalmente ri
dotti all' atto; ma mentre l'immaginario si
resta nella regione delle chimere, l' ideale al
contrario è sommamente pratico; e quantun
que non possa esser mai uguagliato dalla
realtà, pure questa produce, e dirige, e pro
muove, e spinge sempre a perfezione mag
giore, appunto perchè non può esser mai po
sto ad effetto pienamente.
Tal è l'ideale , e tal è il cristianesimo
eminentemente. Il Verbo di Dio , facendosi
uomo, altro non ebbe di mira se non di proporci
nella propria persona un esemplare a cui do
vessimo costantemente approssimarci senza
speranza di arrivarlo giammai. Questo ha
fatto quand'egli ci ordinò di amare Iddio con
tutto il cuore, con tutta l' anima, con tutte le
forze nostre; di essere perfetti com'è perfetto
il Padre nostro celeste; di amarci fra di noi
com'egli ci amò: poichè niuno di questi pre
cetti può eseguirsi compiutamente , nè per
questo è imaginario, ma un esemplare per
fettissimo offertoci ad imitare del nostro me
glio, destinato a stimolare incessantemente
l' attività nostra soprannaturale, affinchè vi
faccia sempre maggiori avanzamenti.
421
Il presente libro altro fine non ha se non
di mettere in piena luce quest'esemplare di
vino, di mostrarlo incarnato in certo modo nel
Cuore di Gesù, e di additare ai fedeli i mezzi
di ricopiarlo nelle mutue loro relazioni. Ben
sappiamo che tale effetto rimarrà tanto a lungo
imperfetto quanto le nostre inclinazioni ter
rene si opporranno alle tendenze nostre cele
sti; ma è questo però un motivo sufficiente
di alienarcene, o non anzi di portarci vie
maggiormente a sempre nuovi sforzi per me
glio conoscere quell'esemplare e meglio imi
tarlo ? E tali sforzi, del continuo rinnovellati
a compimento del voto supremo del divin
Cuore , utsint unum, non formano essi la virtù
del cristiano ed i destini della Chiesa ? Ve
ro è che questa divina società delle anime
fece già molto per istabilire sulla terra que
sta divina unità nella maravigliosa sua ge
rarchia, negli ordini religiosi, nelle innume
revoli congregazioni di pietà, di zelo, di ca
rità ; ma dopo tutto ciò non rimane più
altro a fare ? L'unione delle anime si mostra
tanto intima e fruttuosa, quanto esser po
trebbe e dovrebbe ? Se tutti questi centri dallo
Spirito di Dio accesi alla superficie del mondo
cattolico, conservassero il proprio calore, si
vedrebbe il gelo della indifferenza irrigidire
ognora più tutti gli ordini della civil comu
nanza ? Si vedrebbe l' amor proprio serrare
422
dappertutto i cuori, il sensualismo deprimere
gli spiriti, se la carità del divin Cuore tro
vasse dappertutto apostoli generosi i quali la
predicassero più ancora colla vita che colle pa
role ? Se dodici uomini ripieni di questo spi
rito bastarono a convertire il mondo; se tutti
gli ordini religiosi e sacri istituti nelle origi
ni loro tanto contribuirono a diffusione delbene,
che mai non sarebbe a sperare presentemente
da tanti sacerdoti, comunità religiose, pie so
cietà e confraternite, ove ne fosse pertutto ride
stato lo spirito primitivo, e la carità venisse
ognora più aumentandovi il suo vivificante
ardore ?
Non dobbiamo, è vero, vagheggiare l'im
possibile; ma neppure temerne in guisa da
rinunciare però anche a quello che appar chia
ramente possibile. Intorno a che due cose sono
egualmente certe; l'una che il divino Spirito si
adopera senza posa a far crescere la sua carità
nelle anime viventi della vita della grazia, l'altra
che il ravvivarne le morte riuscirà tanto più
facile, più pronto e più perfetto, quanto più
le vive saranno docili ai continui eccitamenti
dello Spirito di Dio, e calde d'una più ar
dente carità. Ondechè la questione al sommo
pratica per quelli che bramano cooperare di
tutta loro forza alle divine intenzioni ed alla
salute delle anime, sta nel cercare per qual
via più efficacemente riaccendere nel cuore di
423
cristiani la carità, e renderla fervida nelle pie
associazioni quanto mai sia possibile.
Alla quale domanda pare a noi che la
risposta più decisiva e consolante sia che ciò
si compie dalla divozione al Cuor di Gesù.
Questa infatti , per poco che ci facciamo a
considerarla sotto questo nuovo aspetto, ci
apparirà contenere tutti gli elementi acconci
a stabilire fra le anime l'unione più santa,
più intima, più indissolubile, più feconda dei
magnifici frutti, già promessi qualora venga
praticata. E per verità che non è a sperare
dal ravvivamento della carità divina nel cuore
dei fedeli, nelle comunità religiose, nelle asso
ciazioni di pietà, nella Chiesa intera; mentre
da essa provennero tutte le prodigiose opere,
ammirate dagli uomini in terra e dagli an
geli in cielo ? Ma egli non potrà mai ripe
tersi di soverchio, come per queste essa ri
chieda sempre il concorso di stromenti docili
e generosi. Faccia però il Signore che le se
guenti Considerazioni giovino ad eccitare nel
maggior numero di anime la nobile brama di
riuscire uno di questi stromenti.
424

(CONSIDERAZIONE I,

Della Carità del Cuore di Gesù modello alle ami


me in esso unite.

I. La prima condizione a porsi, affinchè


la carità di Gesù Cristo stabilir possa il suo
regno nelle anime, unirle insieme e portarvi
i divini suoi frutti, sta evidentemente nel ben
conoscerla e formarsene quel giusto concetto
il quale non è sì comune come altri potrebbe
credere; nè però noi stimiamo arrecare in
giuria a chi leggerà queste linee, invitandolo
a seriamente disaminarsi sopra questo punto
capitale. -

- E come intendo io praticamente l'amore


da me dovuto a' miei fratelli ? Io li chiamo
fratelli, e sono veramente, prima come uo
mini, poscia come cristiani incomparabilmente
di più, e più ancora se con me appartengono
alla stessa pia società, alla stessa congrega
zione religiosa, allo stesso ordine sacerdotale.
Ora mi considero io come veramente obbli
gato ad amarli da fratelli ? L'amor mio per
loro, almeno nel più gran numero, si restringe
forse al solo negativo, non dicendo nè facendo
cosa che possa lor nuocere, non negando quelle
mostre di esteriore cortesia, usate anche nel
425
mondo fin tra persone le une alle altre più
indifferenti ? Ovvero nutro loro di positivo
quell'affezione dal vocabolo amore sì chiaro
significata ? Desidero io attivamente il loro
bene ? Cerco le occasioni di lor farne ? Provo
allegrezza sincera negli eventi lor prosperi,
ugual pena negli avversi, e in una parola, li
amo io di cuore ?
- Tali domande bastano, crediamo, a far
conoscere la diversità grande che corre fra
l'amor positivo e l'amor negativo: del quale
secondo, a non esagerare in niente, è da dire
che non istia da solo nelle anime a cui si
dirige questo libro, ma vi sia tanto altresì
del positivo, almeno in abito, da stretta
mente soddisfare al secondo precetto della
legge. Tuttavia dove questo mancasse in atto,
una pari carità, sì poco affettiva, e meno an
cora effettiva, comecchè a rigore bastevole per
non peccare, potrebbe mai esser tale anche
per compiere i disegni di Gesù Cristo, e per
produrre in noi e ne' fratelli nostri i buoni
effetti da Dio e dalle anime aspettati ? No,
evidentemente. Carità cosiffatta è somigliante
a pianta intorpidita dal freddo invernale; vive
ancora, e però il giardiniere non pensa di
strapparla; ma intanto non dà segno alcuno
di vita, nè arreca più frutti che se fosse
morta, e quando avesse a durarla sempre
così, verrebbe a mancare ogni ragione di la
sciarle occupare il suolo.
426
A questo è forse paragonabile lo stato
di nostra carità verso il prossimo. E da quanto
tempo continua quest' inverno deplorabile ?
non è ora che venga omai il benefico sole a
riscaldarci de' suoi raggi, a ridonarci la no
stra fecondità ?
II. Sole della carità è il Cuore di Gesù;
volgiamoci dunque a lui; sommettiamoci alla
sua divina influenza, e in tanto amerembene
in quanto amerem come lui. Egli stesso ha
detto: « Un nuovo comandamento vi do, che
vi amiate l'un l'altro, come io vi ho amati:
da questo conosceranno tutti che siete miei
discepoli, se avrete amore l'uno per l'altro ».
Ah la carità del Salvatore fu ben altro che
puramente negativa ! quanto, al contrario, fu
ella tenera, affezionata,attiva, generosa! quanto
sollecita in cercare occasioni di farci bene !
quanto beata del rispondere alle richieste di
tutti, del prevenirne e superarne i desideri,
offerendosi di andar in persona a chi non do
mandava se non una sola parola, imponendo
amoroso le mani agl'infermi cui potea gua
rire con una sola benedizione ! La sua com
passione per chi soffriva giunse a segno di
ritenerlo dal prender cibo, mettendolo in una
specie di delirio, onde i suoi erano costretti
di ritrarlo a forza dalle sue pietose fatiche !
E con tale amore sotto gli occhi, come
potrò io contentarmi del mio sì freddo, inerte,
427
indifferente? Ah voglio finalmente cominciar
ad amare; perchè in verità non ho amato
sinora ! Io mi lamento che altri mi sia troppo
poco propenso, affettuoso, giovevole; ed io ne
fo' di più? E se mi veggo trattare della mia
stessa maniera, con qual diritto ne muovo
querele? Dunque mi conviene amare una
volta i miei fratelli ed il mio prossimo come
voglio essere amato io stesso, ed anche mal
ricambiato non me ne riterrò; chè il ricambio
negatomi dagli uomini mi verrà dato dal
Cuore di Gesù. Infatti io debbo appunto amare
i miei fratelli in lui, che trasportò in loro il
credito infinito dell'amor suo acquistato sopra
di me. Onde io sono in dovere, e stretto do
vere, di amarli come lui, qualunque sia il
loro modo di condursi a mio riguardo, nè da
tale debito potrò mai andarne altrimenti pro
sciolto.
Nè certamente lo vorrei, o Dio mio, per
chè il debito dell'amore è sopra ogni altro
più dolce, e fa ricco assai più chi lo paga
che chi n'è pagato. Più si ama, più si vuole
e più si può amare; il vostro amore, o Gesù,
è fuoco che tanto acquista maggior virtù,
quanto il fornitogli alimento è maggiore; nè
già in quel modo che il terreno consuma il
focolare dove arde, e l'esca onde si nutre;
ma conferisce tutto insieme la vita ad al cuore
ove risiede, ed all'oggetto ove s'apprende.
428
III. Ogni mio sforzo pertanto dee tendere
da ora in poi all'acquisto di questa viva e
vivificante carità, di questo tenero amore e
forte, affettivo in una ed effettivo; quindi rivol
gerommi al Cuore di Gesù che n'è la fornace
sempre ardente, la fonte sempre copiosa, con
templandovi assiduo l'amor suo per farne un
modello del mio: nelle mie comunioni, quando
lo posseggo dentro di me, meglio che andar cer
cando in un libro i sentimenti d'altro uomo, io
studierò questo libro vivente cercandovi la ma
nifestazione dei sentimenti del mio Dio; com
parerò le affezioni mie colle sue; esaminerò le
inclinazioni tutte del mio cuore,tutte le mie
propensioni, tutte le avversioni, per accertarmi
che non ve ne sia pur una in opposizione a
quelle del divin Cuore: lui consulterò sopra
ciascuna delle mie relazioni, chiedendogli se
tutte le approvi, o se mai desideri ch'io ne
temperi la domestichezza troppo naturale o ne
ravvivi l'ardore: sopratutto poi domanderò a
me stesso in sua presenza uno stretto conto
delle amarezze che avessermi lasciato in cuore
gli altrui modi di procedere creduti da me
offensivi a mio riguardo, e se arrivo a scor
gere che quelle non sono puro effetto di sen
sibilità, ma vi è qualche cosa, sia pur mini
ma, di volontario, nè farò tosto un risoluto
sacrificio al Cuore del mio Dio; nè consen
tirò mai a verun patto di conservarmi nel
429
l'animo un sentimento sì opposto a' suoi, nè
sarò stolto e colpevole a segno di preferire le
dolcezze dell'amicizia di lui alla soddisfazione
di assaporare il fiele del rancore e della mal
voglienza; anzi per istrapparne fino all'ultima
radice dal mio libero volere, pregherò in u
nione del sacro Cuore per le persone state
causa del mio risentimento, lui supplicando
di render loro maggior bene di quello che
esse mi abbian potuto fare o volere di male,
di fornirmi occasione di trarne la sola ven
detta propria dei fedeli servi del divin Cuore,
che è di vincere il male col bene.
In tal modo farò che le mie comunioni
mi riescano altrettante lezioni della più su
blime di tutte le scienze, apprendendo alla
scuola del Cuore di Gesù l'arte di amare
come si deve. In tutte le mie affezioni vedrò
di porre quell'ordine che è la stessa virtù,
secondo la bella definizione di santo Agostino,
Virtus est ordo amoris; e come tutti quelli
con me uniti a meglio servire quel Cuore di
vino ne ricevono i medesimi insegnamenti, ne
risentono i medesimi impulsi, se ne accen
dono delle medesime fiamme, così non è pos
sibile che la santa nostra Lega non vada
stringendosi ognora più e non accresca la sua
potenza del pari che la sua intrinsichezza.
430

CONSIDERAZIONE II.

Dello zelo del Cuor di Gesù forza delle anime in


esso unite.

I. Quando si vuole produrre unr gran


movimento, è mestieri procurarsi una gran
forza; essendo questa principio di quello, come
quello effetto e misura di questa; la quale,
come abbia trovata un ordigno acconcio per
applicarsi, può operar meraviglie. Vedete quei
grandiosi edifici entro cui centinaia d'ingegni
muovonsi ad una volta; vedete quelle ponde
rose navi accerchiate di ferro che solcano sì
spedite le onde, vedete quei lunghi traini di
grandi carri, volanti colla rapidità d'una fol
gore: tutto è opera di valida forza motrice e
di una macchina ben congegnata.
Ora noi pure tendiamo a produrre un
effetto ben altrimenti prodigioso; tendiamo
cioè ad elevar noi fino a Dio, e con noi tutti
coloro i quali al voler nostro stanno in alcun
modo soggetti: gli ordegni per trasmettere il
movimento son già trovati nelle anime insieme
congiunte dalla religiosa disciplina o da scam
bievoli relazioni per buone opere esercitate in
comune: ora a queste appunto noi vorremmo
accrescere virtù con applicarvi una forza mo
trice ancor più valida. Nè ci è d'uopo affa
431
ticarci gran fatto per rinvenirla: ecco il divin
Cuore, sempre con noi, sempre a nostra di
sposizione; sempre, bramoso di comunicarci
la sua forza che è infinita !
II. Per suo mezzo difatti la vita di Dio
comunicasi agli uomini. Quando san Paolo ai
Colossensi, afferma che Gesù Cristo è po
sto al di sopra di tutte le cose, e tutto sus
siste per lui che tiene il primato su quanto
esiste e in sè racchiude ogni pienezza, non
parla del Verbo semplicemente, ma bene del
Verbo incarnato; onde non ha dubbio che per
l'Incarnazione il Cuor di Gesù non sia dive
nuto motore supremo del creato, oceano in
cui si versa pienamente la vita divina e per
cui essa diffondesi nel mondo: gli angeli del
cielo come i giusti della terra non si muo
vono se non pervirtù di lui; e la stessa mate
riale natura non si muove se non a norma delle
sue leggi, pronta sempre ad eseguirne ogni
minimo desiderio: esso è il centro verso il
quale convergono i movimenti tutti, sia del
mondo fisico sia del mondo morale, e dal
quale si diparte il supremo impulso che ap
plicato ai diversi ordini di esseri, secondo
l'attitudine di ciascuno a riceverlo,tutti in
sieme li porta con armonia perfetta ed am
mirabile intreccio verso il loro fine comune.
Or bene questo motore onnipotente si
mette a disposizion nostra, tosto che noi de
432
sideriam seriamente di operare sotto il suo
influsso; giacchè per questo egli venne in
terra, e l'opera da Dio Padre commessagli
non vuol compir da sè solo, nè in certo modo
lo può, mentre l'opera consiste appunto in
arrecare tutti gli uomini a glorificare il Padre
con lui. Tal è la missione cui accettò e con
tinua da ben oltre 18 secoli; per essa egli
si assoggettò alle più dure fatiche, alla morte
più dolorosa; per essa il procacciarsi coadiutori
formò oggetto costante di tutti i suoi pensieri,
di tutte le sue brame durante la vita mor
tale; ed ora nella immortale i suoi senti
menti non sono al certo cangiati. Ce ne dà
pegno il Sacramento istituito da lui per di
morare quasi viatore con noi al tempo stesso
che si riposa coi santi nelle delizie della pa
tria: qui giorno e notte, nel nascondimento
dei sacri cibori, assiduo si sforza di trarre a
sè le anime in società intima ; e quanto vi
appare immobile, altrettanto vi è realmente
operoso, spendendovi l'infinita sua possa in
accendere nelle anime a sè fedeli le fiamme
dell'amor suo. Come dunque potrà ricusare
aiuto a quelle che pure ambiscono di operare
mosse da lui? Non sarebbe a sè consentaneo,
se bramando unicamente di avere coadiutori,
non volesse poi dare aiuto a quelli che gli si
offron per tali. Sì, certamente li aiuterà, co
municando loro il proprio zelo per la gloria
433
del Padre, che li porti del continuo ad ope
rare, a spendersi, a sacrificarsi per questo
gran fine.
E allora chi potrà misurare la possa di
questi cuori appieno arrendevoli alla condotta
del loro Dio? Per picciolo che ne sia il nu
mero, ne riescirà invincibile la benefica virtù:
e come il docile strumento avvivato dalla forza
dell'artefice tutte le opere, di cui questo è
capace, vale a compiere; così le anime
che lasciano in sè operare Gesù Cristo con
piena libertà, diventano quindi potenti al pari
di lui. Fanno anzi di più, che egli riacquisti
una potenza, cui tolse a se stesso allorchè,
fondando la Chiesa e volendovi salvare gli
uomini per mezzo di altri uomini, si fu come
spogliato, almeno nell' ordine comune, della
facoltà di operar senza noi; siccome fondando
l'umana società egli si tolse il potere di crear
uomini senza il concorso di altri uomini. Tutto
quel che può fare nell'ordinario andamento
delle cose sta nel sollecitar noi ad operare a
salvezza dei nostri fratelli, nell'aiutare i no
stri sforzi, nel predisporre le anime co' suoi
interni eccitamenti, e muoverle così al di den
tro, mentre noi ci adoperiamo per esse al di
fuori: ma senza noi, a meno di un miracolo,
non compirà la salute dei peccatori, nè le al
tre opere conducenti alla sua gloria: in tal
L'Apostolato del Cuor di Gesù 28
434
guisa egli si compiacque di rendersi bisognoso
di noi.
Laonde con quale contento pur accoglie
quelli che a ciò se gli offrono, pienamente
rassegnandosi alle sue disposizioni ! Non solo
vede in essi soldati, amici, fratelli suoi, ma
benefattori ancora; sentendosi per loro come
liberato da questa specie d'impotenza di ope
rare da sè, a cui la provvidenza del Padre
lo ha sottoposto; ond'egli somigliante quasi
a poderoso motore che soffre e geme per di
fetto di ordigni atti a riceverne l'impulso, a
morosamente si lagna di non trovaregli stru
menti di che abbisogna per comunicare al
mondo la vita.
III. Eppure come son rare le anime sol
lecite di consolarne il dolore, intente ad udir
ne gli amorevolissimi eccitamenti ! Come rare,
anche tra le favorite di maggiori grazie, le
anime arrendevoli a quell'impulso della carità
del divin Cuore, provato da san Paolo quando
sclamava nella seconda sua lettera ai fedeli
di Corinto : « La carità di Gesù Cristo ci
stringe; che se egli è morto per tutti noi,
noi ci dobbiamo considerare come morti con
lui, e però non dobbiamo più vivere per noi,
ma per quello che morì e risuscitò per noi ».
E se noi ci troviamo sì fiacchi a fronte del
male ogni dì crescente, non è forse perchè
troppo sovente si verifica in noi l'altro detto
435
dell'Apostolo ai Filippesi: « Tutti cercano
gl'interessi propri, non quelli di Gesù Cri
sto? » E tuttavia, notiamolo bene, la forza e
la fecondità si promette soltanto alle anime
che hanno posta ogni fiducia in Gesù, solo
desiderose di assecondarne con perfetta doci
lità le divine impulsioni, solo operanti sotto
l'influsso, solo viventi della vita di lui.
Così le anime congiunte intimamente in
sieme dall'amore al Cuor di Gesù, ogni qual
volta lo andranno a visitare nel sacro taber
nacolo, o lo riceveranno nella santa comu
nione, ne consulteranno i desideri. « Signore,
esclamando, che volete ch'io faccia? Parlate
che il vostro servo vi ascolta: » dite come io
possa meglio servirvi, meglio rendermi utile,
meglio spendermi a bene dei miei fratelli.
Se vi è bisogno da potersi per me soddi
sfare, se pericolo da stornare, se un'ani
ma trascinata verso il male da liberare, se
un cuore inclinato al bene da confortare,
ditelo, Signor mio, e mi troverete pronto a
secondare le vostre brame. Ecco il linguag
gio cui debbono sovente usare con Gesù le
anime risolute davvero di spendersi totalmente
a sua gloria. E nelle loro adunanze avranno a
rinnovare le medesime inchieste,esponendo cia
scuna in risposta i pensieri che dal Cuor di
vino saranno loro al proposito ispirati. Nè a
tali anime così disposte potrà questo Cuore
436
infinitamente amante negarsi di palesare i suoi
intendimenti e comunicare la sua forza; poi
chè il consultarne che esse fanno i voleri con
sì perfetta docilità le mostra veramente di
quelle di cui egli disse: Io amo quelli che
mi amano, e quelli che mi cercano solleciti
mi troveranno : Ego diligentes me diligo, et
qui mane vigilant ad me, invenient me. (PROV.
VIII, 17). -

CONSIDERAZIONE III,

Dello Spirito del Cuor di Gesù, distintivo delle


anime atte ad unirsi in esso.

I. Non tutte le anime sono egualmente


disposte ad avverare le condizioni di questa
unione intima, che il Cuore di Gesù desidera
stabilire fra' veraci suoi servi. Che però se lo
zelo ci spinge ad usare del nostro potere a
fine di aiutare i fratelli tutti nel torre gli
ostacoli che impediscono il regno della perfetta
carità nei loro cuori; anche la prudenza ci
ammonisce di non trattare ciascuno con quella
confidenza e libertà medesima che s' egli a
vesse già in sè tale perfetta carità. Dappoichè
come un eccessivo riserbo può impedire grandi
beni, così un'apertura di cuore inconsiderata
può dare occasione a gravi mali. Quanti scan
dali non ha talora prodotto un amore troppo
437
naturale, celatosi sotto il velo della pietà ?
Quante rivalità funeste e deplorabili dissen
sioni non trasser origine dalla mischianza del
l'amor proprio collo zelo della gloria di Dio?
Tornerebbe però di grandissimo servigio
alle anime veramente devote a Gesù Cristo e
bramose di adoperarsi utilmente al trionfo
delle sue divine ragioni il fornir loro un se
gno, onde scambievolmente riconoscersi, ed
una sicurtà, onde commettersi le une alle
altre senza pericolo. Di certo l'umana fra
lezza non ci permette di crederci mai al co
perto da ogni rischio, nè la prudenza del ser
pente dee cessar mai di accompagnarci, quan
d'anche ci paresse di poter nelle nostre re
lazioni arrecare colla più larga misura la
semplicità della colomba. Nondimeno si danno
anime colle quali potremo trattare a maggior
fidanza e cordiale ingenuità, e queste sono le
segnate da Gesù Cristo col suo sigillo, ed
avvivate collo spirito del suo Cuore. Ma per
chè questo siaci veramente di segno, uopo è
di ben conoscerlo ; e noi cercheremo di riu
scirvi col soccorso di esso divin Cuore.
II. Che è lo spirito del Cuore di Gesù?
Qui non vale umana risposta per chiarire una
mente alla quale il Padrone dei cuori non
siasi egli stesso manifestato. Perocchè tale
spirito è uno di quegli oggetti cui nè la carne
ed il sangue vale a comprendere, nè la ra
438
gione a scrutare, nè veruna definizione a spie
gare; è mistero cui solo il cuore può appren
dere, e di cui lo stesso Gesù ringraziava il
Padre per averlo ai soli parvoli ed umili ri
velato. Non sarà quindi a pigliar meraviglia,
se da poche anime venga inteso chi dica, es
sere tale spirito quello che in noi dà pieno
effetto, almeno per la disposizione del cuore,
alla parola di San Paolo: Non abbiate altri
sentimenti se non che quelli di Gesù Cristo,
Hoc enim sentite in vobis quod et in Chri-
sto Jesu (PHIL., II, 5); quello che ci spoglia
da ogni ricerca deliberata di noi medesimi,
per farci puramente sentire gl'interessi della
gloria di Dio; quello che ci fa volere il bene
per lui, senza riguardo alcuno al vantaggio
che a noi ne provenga; quello che portaci a
godere di quanto sia utile alla Chiesa ed alle
anime, anche allora che ci sembrasse umana
mente nocivo a noi od ai nostri; è spirito di
umiltà e mansuetudine, di semplicità e di
screzione, di annegazion piena e benevolenza
universale, d'indulgenza verso i difetti del
prossimo, di fermezza contro le pretensioni
dell' amor proprio, di docilità infantile ad ogni
autorità che rappresenti quella di Dio e di
fortezza incrollabile a tutte le potenze che vi si
opponessero. Queste e ben altre proprietà pos
siede lo spirito di Gesù Cristo; tuttavia è lo
spirito più semplice e più facile a discernere
per un'anima che già lo abbia in sè.
439
Ma è inoltre il più difficile a potersi
contraffar lungamente con riuscita. Potrà una
persona dedicarsi a tutti gli esercizi di pietà,
compiere molte buone opere, non metter limite
alla sua liberalità, ricercare la compagnia delle
anime più virtuose, adottarne il contegno, le
maniere, il linguaggio; ma se non è al tutto
spoglia d' ogni ricerca dell'amor proprio, nol
potrà lungamente dissimulare. Nè lo svelarlo
avverrà sempre per atti viziosi; pure bastan
dovi un non so quale proprio colore nell'ope
rare, una certa strettezza di cuor ritroso a
svelarsi appieno, una certa facilità di risen
tirsi e offendersi solo a mezzo coperta,un'in
clinazione a biasimare le buone opere altrui,
e andate voi dicendo. Ora, quando tali segni
si mostrano, non come atti singolari, inevita
bili all'umana fragilità e tosto dalla volontà
corretti; ma come effetto di volontaria ed abi
tuale disposizione, non accade più illudersi;
vi potrà essere una cotale virtù, un cotalbene
sperare, con anche maggiore o minor merito,
ma lo spirito del Cuor di Gesù nella sua per
fezione non mai; ed in tal caso manca la si
curtà necessaria per l'intima ed indissolubile
unione volutà da noi stabilire.
Al contrario, dove troviate alcune anime
seriamente decise in tutto a secondar tale
spirito, a darsi tutte a Colui che tutto si è
dato per loro, a non risparmiar in niente
440
l'amor proprio; abbiate per certo che quando
anche sulle prime non arrivino a sì gran per
fezione, pure questa sola tendenza, con vigo
rìa e coraggio seguita, stabilirà fra di loro
assai presto la più cordiale intrinsichezza.
Elleno si discerneranno scambievolmente come
per istinto; senza bisogno di spiegarsi trove
ranno aver comuni i pensieri, i desideri, le
ripugnanze; in ogni questione toccante la glo
ria di Dio si sentiranno propendere alla me
desima parte; e nelle indifferenti non si pi
glieranno mai partito di guisa che ne possa
patire la loro intima e santa unione. Chè lo
spirito del Cuor di Gesù vi distruggerà o
renderà vana ogni cagione di dissidio e divi
sione, temperandone in bell'accordo gli umori,
le inclinazioni, le abitudini , gli interessi; e
dove permetta pur qualche fallo, o qualche
screzio, farà sì che l'umiltà e la carità sieno
pronte a ripararvi, a toglierne ogni traccia,
ad impedirne ogni nocevole conseguenza. Pe
rocchè le persone così animate sono sempre
disposte ad ammonirsi amorevolmente dei loro
difetti del pari che a ricevere riconoscenti gli
avvisi lor dati; non essendo la loro di quelle
amicizie molli che nutronsi di adulazioni; ma
sì delle forti e generose che vogliono ad ogni
costo stabilito il regno di Dio nelle anime da
sè congiunte, e non temono per arrivarvi di
rendere penosi servigi e dire il vero anche
441
poco gradevole alla natura; correggendone però
l' amaro col dolce delle vive affezioni, ren
dendone impossibile ogni risentimento colla
mutua confidenza che in quelle producono.
Che se noi cerchiamo la ragione ultima
di questa mutua confidenza, di questa affe
zion viva e salda, di questa intima comuni
cazione di cuori uniti in quello di Gesù, la
scorgeremo di leggieri nell' essere il divin
Cuore non un cuor morto o vivente lungi da
noi, ma vivo in cambio di mezzo a noi, tutto
in opera di comunicare la vita a quanti vo
gliono riceverla: onde quelli che non vi op
pongono deliberato impedimento, ritraggono
del continuo tesori di luce e d' amore che da
questo centro infinitamente attuoso tutto in
torno si spandono. Qual meraviglia però nel
vederli anche illuminati della medesima chia
rezza, accesi del medesimo fuoco, coi mede
simi pensieri, tendenze, avversioni, in atto di
compiere il voto supremo di Gesù, che sieno
essi una cosa sola in lui e fra loro, e per
tale società partecipino all'unione e forza di
quella delle tre divine Persone, avente come
a centro visibile e vincolo esterno il sacro
Cuore? Dappoichè se il Verbo Dio, ipostati
camente ad esso unito, è generato ab eterno
dal Padre e col Padre si unisce ab eterno
producendo lo Spirito Santo; non ne possiamo
forse considerare il Cuore come santuario au
442
gusto entro cui tale mistero adorabile inces
santemente si compie ? E le anime, attirate
dalla luce del Verbo e dall'amore del suo
Spirito ad unirsi in cotesto medesimo santua
rio per cooperare con tutte le forze al fine
inteso da questa divina società, non ne parte
ciperanno anche dell'unità e della onnipo
tenza?
III. Ma come in questa divina società è
perfetta subordinazione della seconda e terza
Persona alla prima, senza però scapitarne
punto nè l'ugualianza nè la libertà; così fra
le anime insiem congiunte per lo spirito del
Cuore di Gesù regnerà sempre un ordine in
violabile, difeso dalle due grandi virtù di lui,
la mansuetudine e l'umiltà. Le persone in
vestite di autorità quale che sia useranno
esercitandola tale mansuetudine da non la
sciarne sentire il peso alle altre soggette,che
vi risponderanno con pari umiltà e prontezza
in dispogliarsi del proprio senso, accettando
la direzione loro data, per modo che non se
ne trovino niente gravate; ed a questa doppia
condizione l'union degli animi potrà persi
stere, prosperare e menar frutti abbondanti.
Nelle comunità, i cui membri sono gli
uni agli altri soggetti per l' obbedienza reli
giosa, il Cuore di Gesù porrà in sicuro l'ef
ficacia di tal vincolo rendendovi amante l'au
torità e la sommessione amabile. Fra le per
443
sone secolari associate nel bene con dipen
denza meno stretta,ancora si esige una certa
subordinazione per operarlo; al che fa me
stieri di forza, e questa nasce dall'unione, e
l'unione dallo spirito interno di umiltà e ca
rità in chi non sia sommesso per voto al
freno esterno dell' obbedienza. Laonde se tale
spirito, tutto del Cuore di Gesù, è somma
mente utile alle religiose congregazioni, molto
più è necessario alle anime, per istato indi
pendenti, che vogliono adoperare di concerto
alla gloria divina; poichè di là solamente
spunterà in loro quella fiducia, quella soave
condiscendenza, quella benevola docilità che
produce la forza e la vita di così fatte asso
ciazioni: laddove se tale spirito venisse a in
debolirsi e l'amore del Cuor di Gesù a rat
tiepidirsi, anche l'unione e i frutti speratine
correrebbono rischio di svanire in niente; ma
finchè gli animi vi si terranno saldamente
congiunti fra loro e sottomessi amorevolmente
alle persone incaricate di guidarli, riusciranno
di certo e alla propria santificazione e ad operar
molto bene per l'altrui.
Ecco pertanto ciò che non debbono ces
sar mai di chiedere gli uni per gli altri
al Cuore infinitamente amante del loro Dio,
cioè il suo spirito che appieno li avvivi; la
perfetta unità del suo amore che insieme li
fonda, come il fuoco i diversi metalli, rive
-
444
stendoli della propria forma; la distruzione -
di ogni scoria d'amor proprio, facendone spa
rire tutti gli urti, tutti gli screzi, tutte le
asprezze che ne derivano. Così pregheranno
le persone unite nel sacro Cuore, sopratutto
nell'assistere insieme alla messa e nel cibarsi
alla sacra mensa (1) : dove ricevuta tutte in
sieme nel petto la divina fornace di carità,
insisteranno più fervidamente sollecite di ot
tenere le une per le altre questa beata unità
di spirito nei deliziosi vincoli della pace: Sol
liciti servare unitatem spiritus in vinculopa
cis (EPH. IV, 3).

CONSIDERAZIONE IV.

Della gloria del Cuore di Gesù, fine comune delle


anime in esso unite.

I. Iddio, ha create tutte le cose a sua


gloria, riposta secondo san Tomaso, nel pre
sentare che quelle in sè fanno per vari gradi
le perfezioni divine: ma fra queste innume
revoli sue immagini ad una egli si comunica
(1) A fine di accrescer animo agli zelatori dell'Apo
stolato della Preghiera in questa santa pratica, fu dalla
santa memoria di Pio IX concessa indulgenza plenaria ogni
volta che essi faranno la Comunione insieme, o almeno gli
uni per gli altri, nelle feste dedicate ai santi Protettori del
l'Associazione.
- 445
di tale pienezza da sublimarla infinitamente
sopra ogni altra, ed è all'Umanità sacrosanta
del Signor nostro, unendola col suo Verbo in
maniera da formare con lui una sola persona
divina. E come d'altro lato quest'adorabile
Umanità è strettamente in virtù del suo corpo
e dell'anima sua congiunta col mondo dei
corpi e col mondo degli spiriti, così la crea
zione tutta quanta venne in lei deificata, e
per lei riunita a quell'eterna ed infinita per
fezione, che ad un medesimo è suo principio
e suo fine. Da quel punto le creature tutte
non hanno per conseguir la perfezione lor pro
pria che ad imitar l'Uomo-Dio, e quanto più
simili a lui, tanto più saranno anche alla
bellezza divina ond'egli è l'imagine perfet
tissima: da quel punto la gloria di Dio Padre
e quella di Gesù Cristo divenne inseparabile
a segno che torni impossibile glorificare il
Padre senza glorificare il Figlio da lui man
dato, del pari che glorificare Gesù Cristo
senza dedicarsi con lui alla gloria del Padre,
stata oggetto unico di sua travagliosa mis
sione: da quel punto Iddio regnar dee nel
mondo solamente per Gesù Cristo ed in Gesù
Cristo, per lui solo istruire gli uomini, in
timar loro le sue volontà, comunicare le sue
grazie; talchè a misura dell'unirsi che fa
ranno a lui le anime, le famiglie, le società,
si uniranno altresì a Dio; a misura del sepa
446 -

rarsene, si separeranno anche da Dio, con


dannate però ad un irreparabile scadimento e
ad una morte inevitabile.
Donde conseguita che le anime sincera
mente bramose di contribuir a diffondere la
vita divina nelle proprie famiglie e nella in
tera società, non hanno che a prefiggersi di
stabilirvi il regno di Gesù Cristo, inducendo
i cuori tutti, su cui possano qualche cosa, a
sottomettersi alla signoria del Cuor di lui.
II. Come infatti desidera egli Gesù di re
gnare nel mondo ? quale de' suoi attributi volle
egli glorificato discendendo di cielo in terra?
Non la potenza, non la maestà, non la bel
lezza, ma l'amor suo. Regna egli nel cielo
per la sua maestà, negli abissi per la sua
giustizia, quà in terra per l'amabilissimo suo
Cuore. Questo ci ha ricompri liberamente ver
sando il sangue suo per noi; questo renduti
alla vita dandoci lo spirito onde vive egli me
desimo; questo ci governa per l'assistenza
che di continuo porge alla Chiesa; questo
anche al presente, come già nella mortale sua
vita, nasconde tutti gli altri suoi attributi per
mettere solo in mostra il suo amore; e a me
glio conseguirne il trionfo collo star sempre
fra noi, col donarsi ripetutamente a noi, si
contenta di apparir sugli altari più picciolo
che non in Betlemme, più debole e spesso più
abbandonato e più offeso che non sul Cal
vario.
447
Dunque la gloria del suo Cuore è la su
prema ragione alla quale tutte le altre sa
crificò; e se egli ne impone molti dommi a cre
dere, molti doveri a praticare, però tutti si ri
ducono ad un domma ad un solo dovere che
è l'amor suo per noi e la gloria nostra di
rendergli amore. Perciocchè come pel suo Cuore
ei vuole regnare su noi, così pel nostro cuore
vuol essere servito da noi, ed ove questo man
chi, tutti gli altri sacrifici non valgono a' suoi
occhi, per nulla. Ma pur troppo il maggior
numero degli uomini, tutt'altro che fare a
lui dono del cuore, se ne serve anzi per
alienarsi da lui.
L'incredulità della mente trae sempre
origine dalla superbia del cuore; e fra tanti
vari nomi onde fra lor si distinguono le mol
teplici sette e religioni, una sola è la reale
differenza operata dal cuore; onde tutto il
mondo si sparte in due società, quella cioè
dei cuori amanti Dio più di ogni cosa, e
quella dei cuori amanti la creatura più di
Dio: ora la prima riconosce appunto la si
gmoria del Cuore di Gesù, mira in esso il
proprio modello, solo in esso ricerca la sor
gente della sua vita; chi però voglia fare un
vero bene ai propri fratelli dee mirare come
a scopo unico di trarli e sottometterli al
Cuore di Gesù, dirigendo le saette, secondo
il parlare scritturale, al Cuore del Re per far
448
cadere i popoli a' suoi piedi: Sagittae tuae
acutae, populi sub te cadent, in corda ini
micorum regis (Ps. XLIV, 5). Ed a meglio
penetrare siffatti cuori ribelli, pure una cosa
si richiede, cioè di far giungere sino a loro
i raggi che si spiccano dal divin Cuore, ne
cessitandoli a meglio conoscerlo; e poichè si
ostinano in non volerlo contemplare in se
stesso, sforzarli a vederlo nella fedele ima
gine che di lui mostreremo in noi.
III. E come dubitarne? Se il sacro Cuore
fosse meglio conosciuto dagli uomini, non sa
rebbe loro possibile il non amarlo! poichè non
avvi un sol peccatore di cui non si possa dire,
come san Paolo de'giudei, che se lo avessero
conosciuto, non sarebbero mai giunti a tanto
eccesso di crocifiggerlo. Il così universale al
lontanarsi da lui nasce dall' obbliarne l'amore,
disconoscerne gl'intendimenti, imaginare di
trovarne lontano la vita ed il bene che vien
solo da lui, andare spensierato delle terribili
vendette che Dio Padre farà pesare sul capo
agli spregiatori del Figliuol suo. Tocca però
alle anime dedite veramente al divin Cuore
di porre ogni sforzo per rimediare a sì lagri
mevole dimenticanza e dissipare illusioni sì
funeste. Nè certamente vorranno esse cedere
a quella stupida e vigliacca timidità che ri
tiene moltissimi tra' cristiani dal palesare
l'amor loro verso Gesù, credendo non conve
449)
nevole il favellarne fuorchè in chiesa ; quasi
che soltanto questa gli appartenga, il resto
ecceda i confini del suo dominio ! Eppure se
egli è vero Figlio di Dio, è anche padrone di
tutto fino al minimo dei nostri atti; e quindi
non dee forse in tutto e per tutto essere glo
rificato ? se egli è fine ultimo di tutte le opere
nostre, non siamo noi inescusabili del trattarlo
nelle più di esse come ne fosse estraneo ? Certo
non siam obbligati a predicare dove che sia
Gesù Cristo, a rischio di rendere odiosa colla
nostra indiscrezione la pietà; ma sì bene a
non dissimulare il nostro amore per lui, quando
ne si porga occasione di mostrarlo; dove, se
pur egli tenga nel cuore e nella vita nostra
il posto che gli conviene, non avremo a parere
affettati ed importuni parlandone e glorifican
dolo. Forse che l'ardente amore a pari del
fuoco non manifesta invincibilmente la sua
presenza e l'ardor suo ? e che vi ha di più
semplice e più naturale e più persuasivo che
il linguaggio di un sincero ed appassionato
amOre ?
Nè il mondo vi prende abbaglio, e perciò
al comparirgli dinanzi anime veramente de
vote a Gesù Cristo non pensa pure a met
terle in ridicolo; e quando non voglia dar
loro ascolto, non ardisce almeno di negar loro
rispetto. Laddove se scorga cristiani, in voce
di devoti, arrossir di manifestare pel loro Dio
L'Apostolato del Cuor di Gesù 29
450
quella devozione che pretendono serbargli nel
cuore, ei non può credere ad una fede che
tanto poco appalesasi agli atti, e per tale in
coerenza dei credenti s'indura più che altro
nella sua miscredenza.
IV. Non sia dunque mai ch'esso abbia da
noi scandalo somigliante, per mala sorte troppo
comune; ma meglio ancora delle parole, la
nostra vita intera provi essere la gloria di
Gesù il grande oggetto delle nostre sollecitu
dini, fine costante dei nostri sforzi il far me
glio conoscere quel divin Cuore, onde meglio
farlo amare, propagarne lo spirito, assodarne
il regno nelle anime, combattendo a tutto
nostro potere quella sensualità, -quella cupi
digia, quella superbia, quella bramosia d'in
dipendenza, quell'egoismo insomma che invade
quale funesta contagione la sventurata nostra
società.
Facciamolo regnare nelle famiglie, ricor
dando ai genitori che in lui, solo troveranno
autorità bastevole a farsi rispettar dai figliuoli
di mezzo ad una società che non rispetta più
nulla; e tanto amore da far loro portare senza
rischio il grave carico della cristiana pater
nità per ben riuscire nella divina, ma così
difficile impresa della educazione, oggi più
che mai da tanti ostacoli contrastata. Faccia
molo regnare nella società intera, procurando
in ogni modo a noi possibile di far compren
451
dere agli uomini dei tempi nostri come il
Cuore di Gesù sia la sorgente unica di pace,
di unione, di felicità, di verace progresso.
Il qual fine, senza dubbio, è il più su
blime di quanti mai se ne possa proporre la
creatura, essendo quel medesimo propostosi da
Dio ab eterno in tutte le opere prodotte fuori
di lui: questo contiene per eccellenza tutti
gli altri a cui tendono le diverse pie associa
zioni, semplice perfettamente nella sua mol
tiplicità, come perfettamente accessibile nella
sua sublimità : dacchè ci domanda solamente
di fare a ciascun istante ciò che la grazia
di Dio ci mette in grado di compiere , ciò
per cui Iddio ci conserva, a cui egli ci stimola
ed in cui egli è pronto ad aiutarci col poter
suo infinito. Che avvi di più agevole fuorchè
l'adoperarsi con Dio, fuorchè il compiere gli atti
cui Dio s'impegna di compiere con noi ? Sì, dal
momento che noi siamo determinati a cercare
in tutto la gloria del Cuor di Gesù, anche
Iddio mette a nostra disposizione per giovarci
la sua onnipotenza, e noi a dispetto della
nostra fiacchezza possiamo sperare di conse
guir fine tanto magnifico, nè verun ostacolo
sarà valevole di arrestarci.
452

CONSIDERAZIONE V,

Delle brame del Cuore di Gesù, regola delle


- anime in esso unite.

I. Abbiamo veduto come le anime unite


nel Cuore di Gesù abbracciano in tutta l'am
piezza del loro zelo quanto ne può conferire
alla gloria ed al compimento dei disegni; e
dedicatesi a lui interamente, ne fanno l'ar
bitro e la guida di ogni loro operazione. Per
altro è manifesto che non tutto il bene con
ducente alla gloria di Dio si può abbracciare
da ciascuno de'suoi servi ad una volta; che
però l'ampiezza del fine potrebbe tornarci di
pericolo, quando ci mancasse una regola si
cura da seguire nella scelta dei mezzi per
arrivarvi. Ma buon per noi che anche questa
ci sta pronta in quel divin Cuore dove già
trovammo il rimanente. Quindi i suoi desi
deri ed il grado di sua stima delle opere
diverse tra cui scegliere, ossia il grado loro
di necessità e di utilità del prossimo, ci scor
geranno infallibilmente a buon partito.
Così a parlare in generale, fra tutte le
cose per sè uguali si preferiscono quelle ri
guardanti l'eterna salute delle anime alle
altre che mirino solo a beni o mali tempo
453
rali; quelle di necessità urgente a quelle che
si possono differir senza rischio; quelle di
più durevole ed universale utilità a quelle di
effetto più limitato e passaggero; quelle co
mandate dai superiori ecclesiastici a quelle
suggerite dallo zelo di altri fedeli; quelle già
esistenti e comprovate dalla esperienza a
quelle nuove e da non potersi introdurre se
non con detrimento delle antiche; quelle infine
di esecuzione più facile e di minor pericolo
e dispendio a quelle di contrapposte qualità
e non perciò idonee a produrre maggiorbene.
II. Ma per venire alquanto più al parti
colare, bisogna che i servi devoti al divin
Cuore si ricordino, suo interesse supremo
esser quaggiù la conservazione, l' avanza
mento ed il trionfo di santa Chiesa. Il perchè
fra le opere degne di loro stima metteranno
in primo luogo quelle che valgano a contri
buire con più efficacia a così gran fine; bene
intendendo e facendo intendere a tutti come
l'amore della Chiesa è inseparabile dall' a
more a Gesù Cristo, essendo la Chiesa il
corpo di Gesù Cristo che vive realmente in
lui com' egli vive realmente in lei. Essi adun
que e per essi ogni altro su cui esercitino
qualche potere, avranno cara la Chiesa più che
la patria, più che la famiglia, anzi come i
membri debbono aver caro il corpo al quale
appartengono: talmente che non separino mai
454
la loro sorte dalla sua, ne esultino delle vit
torie, ne godano delle prosperità, ne soffrano
dei dolori; concorrendo quanto possono alle
opere dirette a deviarne i pericoli, a sovve
nirne le strettezze del Capo visibile, a fornirlo
di poderosi difensori; prestando favore ad isti
tuti rivolti a diffondere la scienza nel clero,
a propagar buoni libri e giornali; formando
nelle città ed anche nei villaggi biblioteche
idonee a sminuire il micidiale contagio dei
libri empi ed immorali. L' Opera poi del
Denaro di san Pietro per fornire al Vicario
di Gesù Cristo i mezzi necessari a governare
la Chiesa, quella della Propagazione della
Fede e della Santa Infanzia, così proficue
alla diffusione del Vangelo tra gl'infedeli, non
che l'Opera de' Chierici del S. Cuore e
quella delle Campagne intesa a ravvivarla
tra noi, meritano una menzione speciale;
e beato chi a quest'ultima possa congiun
gere il beneficio inestimabile di una mis
sione procurata per le parrocchie più neces
sitose. Nè certo saranno mai a rimpiangere i
sacrifici, quali essi sieno, fatti a proteggere e
promuovere i grandi interessi della Verità e
della Chiesa, vantaggiosissimi prima d' ogni
altro a chi li fa.
III. Un altro ufficio caro egualmente agli
apostoli del sacro Cuore e specialmente ac
concio a quelli che vivon nel mondo sta nella
455
cura di farvi prevalere lo spirito del Vangelo
e le sante leggi della Chiesa. Ai giovinetti ed
alle fanciulle, non ancora guasti dal pestifero
alito di quello, volgano in particolar modo le
loro sollecitudini, facendo di tutto per rendere
ad essi agevole ed amabile la pratica della pietà,
per distoglierli dalle letture e dai passatempi
che hanno per necessario effetto l' affievolir
della fede, l' ammollirsi degli animi, il ren
dere impossibile ogni vera e soda virtù; an
zitutto poi si adoperino in coltivare i buoni
desideri di quelli che fossero da Dio chia
mati alla vita religiosa, ma da opposizioni
impeditine.
I mezzi da pigliare per tale apostolato
difficile altrettanto che fruttuoso sono primie
ramente le preghiere e le mortificazioni of
ferte per questo fine a Dio; poi le pie indu
strie suggerite da una carità operosa insieme
e discreta, lontana così dalla troppa riserba
tezza come dalla importunità, con procurare
d' indurre le persone che ci sono confidenti
ad una regola di vivere conveniente alla lor
condizione, facendo a quando a quando cadere
il discorso intorno alla fedeltà con cui l' os
servano ed al bisogno e profitto dell' anima
loro.
Ma qui non conviene spingersi tant'oltre
da entrare in quella parte della coscienza da
riserbarsi al solo direttore; nondimeno la ma
456
teria di cui intertenerci resterà sempre abbon
dante. Quante questioni a cui il direttore non
saprebbe aprirsi la via ! quante insidie del
demonio cui egli non può prevenire, e le soavi
insinuazioni di un amico secondo Dio valgono
a far evitare ! Chi conterà i giovani e le don
zelle salvati così dal male, mentre il sacer
dote non avrebbe potuto aiutarli ? Non è forse
da questo lato singolarmente che le Confe
renze di san Vincenzo hanno fatto un bene
sì grande? Per questo i devoti del divin Cuore
debbono per giungere al medesimo termine
appigliarsi a tutti i mezzi loro forniti dalle
circostanze; sforzarsi di rivolgere a Dio l'at
tività e l'ardore della gioventù, e con darle
per alimento le buone opere distoglierla dagli
alimenti attossicati che la vanno da ogni parte
adescando.
IV. Oltre queste opere più generali in
cui possono occuparsi ad un modo quanti
sieno i veri servi del sacro Cuore, ciascuno
di loro potrà conforme l' occasione intrapren
derne anche di particolari, idonee a conse
guire la gloria di Dio, e fra queste la spe
cialissima di promovere il culto dei sacri
Cuori di Gesù e di Maria, impegnandosi con
zelo all'erezione di altari e confraternite al
l'onor loro, con cercare a queste aggregati,
spargere libri, preghiere, medaglie, imagini
adatte allo scopo, studiarsi potendo d'intro
457
durre novene private a pubbliche innanzi la
festa di tali benedettissimi Cuori od anche le
pratiche cotidiane durante i mesi lor consecrati.
La Pratica de' Nove Uffici del S. Cuore, il
Culto perpetuo, l'Ora Santa, la settimana
santificata (1)sono pure divozioni eccellenti da
propagarsi per quanto la discrezione il per
metterà.
Ma come l'amor del divin Cuore si ma
nifesta sopratutto nella santissima Eucarestia,
così dovranno i suoi veri devoti studiarsi di
offerirgli in questo sacramento pegni più so
lenni della loro riconoscente divozione; e a
tal fine si presteranno favorevoli ad estendere
e sostenere le Lavorerie cattoliche, ossia l'As
sociazione così detta dei Tabernacoli, diretta
a procurar biancheria, ornamenti e vasi sacri
alle chiese povere ed alle missioni straniere,
sottraendo di buon grado, ove abbisogni, alcun
che del denaro da spendere a proprio comodo,
per aggiungere splendore al culto del divin
Sacramento.
Si adopreranno eziandio a promuovere
nelle contrade, ove dimorano, le Opere che
abbiano per iscopo di attirare i cristiani ad
unirsi alla immolazione perpetua della Vitti
ma divina, come sono la Comunione ripara

(1) Nell'ufficio del Messaggere del S. Cuore in Bolo


gna, trovansi gli opuscoli adatti per le suddette divozioni.
458
trice, l'Adorazione notturna, la Unione all'al
tare ed altre somiglianti; e poichè lo stesso
divino Signore ha espresso il desiderio che le
anime a lui devote riparino con fervorose
comunioni i sacrilegi dei novelli Giuda, gli
apostoli del suo Cuor benedetto concorreranno
in maniera speciale alla prima che appunto
ha per fine l'adempimento di questo sacro
dovere. -

V. Questo amore poi da essi nudrito


verso il corpo del Signore immolato nella
santa Eucaristia non può fare che non si
estenda pure ai membri del corpo mistico di
lui, in sovvenire le necessità dei fratelli per
cui Gesù volle morire, e con zelo non minore
accrescerne onore alla carne adorabile cui
egli non dubitò di sacrificare per loro. Nel
che abbiano la preferenza i più abbandonati;
onde sieno favorite occupazioni il visitare
gl'infermi, l'istruire i fanciulli e i poveri,
che distolti dal catechismo parrocchiale mar
ciscono nella più deplorabile ignoranza, il pre
servare garzoni e giovinette esposti per ra
gione d' impiego a cader vittime del liberti
naggio.
Dove poi loro si porga occasione, soccor
rano volonterosi alle infermità corporali, mezzo
efficacissimo il più delle volte per aver modo
di curare anche le spirituali. Quindi s' inge
gnino di penetrare dovunque si celi un dolore
459
senza conforto, e con atti di coraggio e sa
crificio, da offerirsi ogni giorno al Cuore del
loro Dio, si dispongano a venire in aiuto delle
necessità più stringenti nei tempi che incol
gono calamità pubbliche, persuasi che il Si
gnore, cui servono, infinitamente potente e
generoso non li abbandonerà nei pericoli in
contrati per amor suo e delle anime ricompre
col suo sangue.
VI. Care sono tutte queste opere al
Cuore di Gesù, benchè non tutte al medesimo
grado, e però debbono essere anche a tutti
i suoi divoti; ma quando converrà eleggerne
una fra molte, i desideri e le ragioni di lui
decideranno quale se ne possa giudicare la
più°gradita. Del resto fa d'uopo andare guar
dinghi dallo eccessivo ardore che porti a
troppo intraprenderne, risovvenendosi come non
di rado il meglio sia nemico del bene, ed il
bene che ad un maggiore si opponga torni sotto
questo rispetto un male. Non basti dunque
loro per metter mano a qualche opera nuova
il persuadersi che la sia buona in sè, ma di
più si esamini se tale resti anche al paragone
di altre possibili, e si adatti alle condizioni
di chi se ne incarica. Una volta però che
dopo maturo consiglio siasi intrapresa, nessun
ostacolo valga ad incagliarne la esecuzione,
mentre a ben procedere non verrà meno
giammai il soccorso del Cuore di un Dio.
460
La quale fiducia ci renderà invincibili
contro l'incostanza che spinge a tutto comin
ciare e non finisce mai nulla, senza ritenerci
dall' operare con ogni premura e ardore, come
se il buon successo dipendesse puramente da
noi. Così gioverà il valersi di ogni onesto
mezzo al fine proposto, il non trascurare le
necessarie avvertenze per riuscire accetti ed
ascoltati alle persone con cui si ha da trat
tare, il coltivare perciò l'ingegno da Dio for
nitoci, il mantener relazioni utili al bene ed
insieme l' andar molto cauti contro le illu
sioni della vanità e la soverchia effusione al
di fuori, il non ometter nulla infine per gua
dagnare a Dio coloro che per talenti, qualità
e stato possano servire o nuocere alla gfbria
di lui, pigliando per motto in ogni impresa:
Tutto alla maggior gloria del Cuore di
Gesù.

C0NSIDERAZI0NE VI.

Della mitezza del Cuore di Gesù, arma delle


anime in esso unite.

I. Trattandosi di anime insieme congiunte


alla difesa dei diritti ed alla esecuzione dei
disegni di Dio, non basta un motore atto a
461
loro imprimere valida forza, un divin fine a
conseguire, una regola perfettamente sicura
che le guidi; ma ci vuole di più un modo
di operare tanto potente da ottenere conquiste
spirituali, un'arma valevole a domare i cuori,
uno stromento di virtù proporzionata alla gran
dezza e del fine da conseguire e degli osta
coli da superare. Ora essendo questo il me
desimo che il Cuor di Gesù si propose nella
incarnazione ed ottenne coi travagli di sua
vita, conviene che anche noi, se vogliamo ben
riuscirvi, seguiamo il suo modo di operare e
mettiam mano all' arma istessa di cui egli si
servì. E qual è quest'arma? Ce la descrive
il Salmista dicendo: « Cingete al fianco la
vostra spada, o Guerriero fortissimo; coll'am
mirabile vostra bellezza tendete l'arco, pro
cedete di vittoria in vittoria e regnate; ai
vostri dardi non si resiste, i cuori de' nostri
nemici ne saranno trafitti, ed i popoli ca
dranno ai vostri piedi ». E lo stesso divin
Salvatore fa dire di sè non men chiaramente
ad Osea: Io li attirerò con vincoli propri
agli uomini, io li attirerò coi vincoli del
l' amore. Infatti noi lo vedemmo apparire tra
noi spoglio di ogni arma fuorchè dell'amore,
e dell' amore pieno di soavità e dolcezza:
non si è mostrato come il Leone di Giuda,
ma come l'Agnello di Dio; forte, non del
l'apparato della sua onnipotenza, ma della
462
sua volontaria debolezza e della grazia in
comparabile stillante dalle sue labbra, sfavil
lante dagli occhi suoi. Laonde quando poi
volle scoprire anche a noi l' arte di far con
quiste, si restrinse a questo solo insegna
mento: « Beati i mansueti, perciocchè essi
conquisteranno la terra; andate fiduciosi
perchè ecco io vi mando come agnelli in
mezzo ai lupi; sarete vincitori purchè alla
prudenza del serpente accoppiate la semplicità
della mite colomba; imparate da me che sono
dolce ed umile di cuore; intesa bene questa
lezione, tutto saravvi aperto il segreto dei
miei trionfi ».
E non era per appunto la grazia e la
dolcezza del Cuor di Gesù che a lui guada
gnava ogni cuore? E gli apostoli non conqui
starono forse colle medesime armi il mondo ?
E non fu la serenità costante dei primi fe
deli, il tenero e generoso amore da loro por
tatosi a vicenda, la mansuetudine da loro
usata verso i nemici, che formò l' ammira
zione dei pagani, e meglio di tutti gli altri
argomenti mostrò divina la religione di Cri
sto ? E non fu a questa sì attraente dolcezza,
a questa pace rilucente dal volto dei santi
che vuolsi ascrivere quella specie di fascino
da loro su chi li avvicinava esercitato ? Gran
numero non ebbero per sè nè la fortuna delle
ricchezze, nè la chiarezza del sangue, nè la
463
elevatezza del posto, nè la eleganza dei modi,
nè sapere, nè facondia, nè bellezza, e nondi
meno per la sola virtù della mitezza di cuore
esercitavano tale possanza cui non era dato
resistere.
II. La quale possanza se noi pure vo
gliamo esercitare, facciamo di esser compresi
com' essi del soavissimo spirito del Cuore di
Gesù, e la sua dolce grazia spargerassi da sè
sulle nostre labbra, donando al nostro aspetto,
alle nostre maniere, a tutta la nostra persona
quel non so che d'incantevolmente celeste
onde ci verrà vinto ogni cuore. Facciamo a
gloria di Dio ed a salute delle anime ciò che
a rovina di queste meschine sogliono fare i
satelliti del demonio. Ahi di quante arti se
duttrici non si serve lo spirito del male come
di esca per far cadere gli uomini ne' suoi
lacci! quanto sa troppo ben dare all' esterno
quelle lustre di amore, di stima, di bontà, di
pace che non lascia mai godere all' interno
cui esso invasa! -

Tocca pertanto ai discepoli del Cuore di


Gesù l'opporre alla menzogna la verità, al
l' amor finto il sincero amore, all' affettata
cortesia la naturale, all' attossicata buona
grazia che seduce i cuori per darli a morte
la buona grazia salutare che li attrae per
darli a vita. Intorno a che notiamo bene co
me la più parte degli uomini, deboli ad un
464
tempo per essere affatto cattivi e per essere
affatto buoni, sono interiormente combattuti
da istinti opposti; da gli uni portati a cer
care il bene in Dio, dagli altri nelle creature;
e così ondeggianti fra il bene ed il male
passano la vita, pure aspettando un deciso
impulso che li spinga in alto o in basso, verso
il cielo o verso la terra: dove l'imagine del
l' amore e del bene loro si affacci con più
attraente vivezza, là seguiranno. Avvegnachè
non siavi quasi pur uno il quale non si senta
in bisogno di essere amato e però facile a
guadagnarsi, convincendolo che nel servigio di
Signore così buono ei troverà la pace.
Il demonio comprende a meraviglia sif
fatta disposizione di tanti sventurati figliuoli
di Adamo; quindi mette anche tutti gli sforzi
per dipingere in volto a' suoi schiavi un' ap
parenza simulante al possibile quell' aria di
contento e di bontà cui non saprà lor donare
in cuore giammai; e pur troppo riesce di
frequente a far prendere tale miserabile con
traffazione per realtà. Tuttavia per quanto
possa la menzogna, la verità può ancora di
più. Mostrisi dunque co' suoi non imitabili
lineamenti la vera carità; apparisca il vero
contento in un cristiano saldamente unito al
suo Dio, animato dallo spirito di lui, sicuro
della sua assistenza, pieno di fiducia nelle
sue promesse, compreso all' intimo del suo
465
amore; e lo splendor tutto celeste de' suoi
raggi dissiperà i bugiardi simulacri di affe
zione e di felicità fatti nascere al soffio delle
passioni. Le anime che già soffocano in sè
ogni celeste istinto, ogni germe divino, po
tranno durare insensibili a tale aspetto che
le condanna; anche se ne irriteranno levan
doglisi contro per discacciarlo; ma molte al
tre solo dalla propria debolezza ritenute lungi
da Dio, al vedersi dinanzi l' oggetto dei re
conditi loro sospiri prima creduto inarrivabile,
lo abbracceranno di gran cuore, neppur pen
sando di provarsi a resisterne agli alletta
menti.
Così può spiegarsi l'invincibile virtù so
pra i cuori esercitata da tal misto di serenità,
di sicurezza, di pace, di umiltà, di dolcezza
che noi possiamo appellare la buona grazia
cristiana; la quale risponde ai due grandi
bisogni del cuore umano, di essere amato e
di esser felice, loro presentando, non le ma
scherate, ma le schiette e vive sembianze del
l' amore e della felicità. Non si dà eloquenza
comparabile a questa; non si dà predicazione,
tranne quella del sacrificio, che la vinca su
quella della dolcezza, della buona grazia,
della carità.
III. Ma non vi pigliamo abbaglio; co
munque possa di prima fronte parer facile un
tale apostolato, pure in realtà domanda una
L' Apostolato del Cuor di Gesù so
466
forza grande. La soavità che il sacro Cuore
invitaci ad imparare da lui, non ha niente di
comune colla scipita ed indolente mollezza,
solo esente dai trasporti di collera, o perchè
non ha sentimento dell'ingiuria, o perchè non
può vendicarsi; al contrario essa può stare
benissimo e colla sensibilità più delicata e
sdegnosità più corriva, e tutt'altro che esclu
dere la forza, ne è anzi ilfrutto. Conciossiachè
il discepolo del divin Cuore è mansueto, perchè
padrone di sè, perchè desideroso di assomi
gliarsi al suo divino modello più assai che di
ricattarsi del ricevuto affronto, perchè più do
minato dall' amor di Dio e del prossimo che
da altro sentimento qualunque.
Quindi anche la sua mitezza dura co
stante e sempre uguale, mentre la naturale
non regge mai lungamente, e quando non sia
turbata per collera , si oscura per tristezza;
le indoli violente danno in trasporti, le fiac
che si abbattono, ma nè queste, nè quelle
conservano assidua la propria serenità. Solo
il Cuore di Gesù riesce per chi lo serve prin
cipio di calma inalterabile: si avvicenderanno
sì, anche pei cuori uniti ad esso, i giorni di
allegrezza e di duolo, tal è la sorte comune
di quaggiù; ma per loro l'allegrezza sarà
esente di baldanza, il duolo di acerbità; e la
dolcezza ne stenderà su quel doppio stato
dell'animo una tinta che tolga dall'uno il so
467
verchio, dall'altro il disgradevole. Tanto che
tali cuori si rendono del pari accessibili e nei
tempi loro più lieti ed in quelli più mesti,
disposti sempre a porgere altrui aiuto, con
forto, compatimento, nelle proprie afflizioni
ancor più profonde. La compagnia loro dilata
il cuor dilettando; e lasciata rimane in desi
derio: effetto felice di loro annegazione, an
che quando sia triste e dolente; laddove
l' amor proprio produce il contrario, anche
quando sembra festevole e sereno.
Ci conviene adunque rinunciare del tutto
a noi stessi, se vogliamo avere la dolcezza
del Cuore di Gesù; e se come lui aspiriamo
alla conquista dei cuori, elevarci al di sopra
di tutti i meschini pregiudizi ed interessi
miserabili onde sogliono andare gli uomini sì
appassionati. Avvezziamoci a tutto mirare dal
punto di vista di questo divin Cuore, ed al
lora troveremo via di tutto conciliare; talchè
saldi nelle massime, saremo nel resto indul
genti, riguardando le opinioni più dal lato
che si avvicinano che da quello che si allon
tanano, e verremo a scoprire comegli uomini
più di una volta si combattano, solo per aver
trascurato d'intendersi. In essi e nelle cose
vedremo il bene anzi che il male, nè molto
ci costerà l'abbracciare in una medesima sti
ma ed amore quelli eziandio che fra loro si
odiano e si dispregiano. Così alla maniera del
468
nostro divino Maestro potremo sedere alla
mensa del fariseo e del pubblicano, e facen
doci amorevolmente tutto a tutti, guadagne
remo tutti a Gesù Cristo: Omnibus omnia
factus sum, ut omnes facerem salvos (I. CoR.,
IX, 22).

CONSIDERAZIONE VII,

L'odio al male del Cuore di Gesù, difesa delle


anime in esso unite.

I. La dolcezza del divin Cuore è pei de


voti suoi servi una spada a due tagli che dà
loro gran possa nel conquisto dei cuori uma
ni; ma non basta, se non le si aggiunge una
armatura di difesa, essendo essi attorniati
sempre da nemici, nè punto invulnerabili.
Chi di loro vorrà essere più valente dell'Apo
stolo che temea del continuo di perdersi, men
tre affaticavasi a salute degli altri: Ne forte
cum aliis praedicaverim, ipse reprobus effi
ciar (I CoR., IX, 27)? Finchè dura la vita
presente anche lo spirito più illuminato si
trova esposto alle seduzioni dell'errore, come
il cuore più puro al fascino del peccato. Per
mettersi quindi al coperto da questo doppio
pericolo i fedeli del sacro Cuore debbono pren
469
dere l' invincibile armatura ond'egli si ri
vestì, quell' odio al male cioè, che come l' a
more al bene fu, a così dire, la sua passione
dominante. Voi amaste la giustizia, dice il
Re profeta, ed odiaste l' iniquità: Dilexisti
iustitiam et odisti iniquitatem (Ps. XLIV,8):
la medesima testimonianza deve potersi ren
dere di noi, e solo a questo noi potremo chia
marci-veri amici di Gesù Cristo e nutrire
fiducia di non lasciarci vincere ai nostri ne
mici.
Egli è certissimo che non ama a dovere
chi non sa odiare a dovere, perchè l' odio è
compagno inseparabile e necessaria difesa del
l' amore; o a dir meglio, l'odio è l' amore
che respinge il male con forza pari a quella
onde accoglie il bene. L' odio è nell' ordine
morale ciò che nel fisico è la forza ripulsiva
onde i corpi mantengono la loro integrità, al
lontanando da sè gli elementi che potrebbono
alterarli o distruggerli. Un corpo vivente che
sia inabile a rigettare il tossico misto a' suoi
alimenti, non può evitare la morte: così le
anime nelle quali all' amore del bene non
vada congiunto l' odio del male; perchè dal
punto che questo amore perde la sua forza
ripulsiva, cessa di essere amor vitale, trasfor
mandosi in sensibilità malaticcia, priva di
vigore e di efficacia. Provatevi a concepire la
luce che non abbia virtù di cacciare letenebre,
470
e quando vi riusciate, potrete anche imagi
nare una pietà la cui sincera vigorìa non si
appalesi per l' odio all' errore ed al peccato.
II. Eppure il secol nostro si vanta di aver
messo in atto questa palpabile impossibilità!
Cosicchè nel bel mezzo del cristianesimo, in
seno a famiglie rimaste lungamente fedeli alle
antiche tradizioni, intorno alla cattedra di ve
rità, appiè dei nostri altari, alla stessa mensa
eucaristica ci vediamo costretti ad ammirare
il portento di cristiani e di cristiane che fanno
professione di pietà e manifestano insieme la
massima tolleranza, non solo per gli erranti,
ma per l' errore medesimo; che verso le dot
trine più contrarie alla nostra fede sfoggiano
una indifferenza da loro decorata col nome
d' imparzialità; che si pigliano sollazzo leg
gendo libri e giornali ove la loro credenza è
impugnata, purchè i carnefici della verità me
nino i loro colpi micidiali in maniera circo
spetta ed elegante.
San Paolo domandava, diciotto secoli fa,
che parte avesse la giustizia coll'iniquità, che
società fra la luce e le tenebre, che conve
nienza tra Cristo e Belial : Quae enim parti
cipatio iustitiae cum iniquitate? Aut quae
societas lucis ad tenebras? Quae autem con
ventio Christi ad Belial (II CoR VI, 14, 15)?
Per la risposta non avrebbe ora l'Apostolo
che a discendere dal cielo in certe case ripu
471
tate cristiane, a percorrere gli scaffali delle
biblioteche, a sfogliare libri e periodici sparsi
alla rinfusa su' tavoli delle sale e offerti
alla curiosità di chi che sia di famiglia o di
fuori, e lì vedrebbe compiuto l'accordo da lui
dichiarato impossibile fra la verità e l'errore,
fra le tenebre e la luce. Quando poi volesse
andar oltre visitando, potrebbe entrare nelle
conversazioni giornalmente frequentate in que
ste sale di cristiani, per convincersi come i
credenti in Gesù Cristo non provino il mi
nimo stento a vivere in armonia perfetta co
gli adoratori di Belial, e sappiano mendicare
perdono alla loro fede col rispetto che profes
sano a quelle cui si piacciano di nominare
convinzioni contrarie.
Ebbene, bisogna dire apertamente che
tale rispetto verso l' errore, tale affettazione
d' imparzialità verso dottrine le più avverse
agl' insegnamenti di Gesù Cristo, chiamisi
come voglia o tolleranza o liberalismo o altro
di somigliante, non merita meno in oggi che
diciotto secoli fa gli anatemi dell'Apostolo e
la esecrazione dei veri cristiani tutti quanti.
Se ancora non è apostasia dichiarata, è un
primo passo nel cammino che vi conduce.
Non è forse già sul pendio del tradimento
chi prende a trattarne col nemico, chi ne
ascolta con compiacenza le insidiose proposte,
nè mostra indignazione veruna vedendosi sotto
472
gli occhi schernito il suo generale, insultata
la sua bandiera ? Come mai ciò che in un
soldato direbbesi delitto verso l'insegna della
sua patria terrena e verso il suo capo umano,
si potrà scusare in un cristiano verso il suo
Capo divino e verso la patria immortale del
l' anima sua ? Non conviene avere del tutto
sconvolto il senno per farsi, riguardo alla co
scienza, un vanto di quello che sarebbe con
siderato come ignominia, se si trattasse di un
punto d' onore ? E alla coscienza non è do
vuto l' onor più sacro e più delicato? E mo
strando tanto poco senso di quello che la do
vrebbe più vivamente ferire, non è un por
gere troppo giusto motivo di sospettare della
propria sincerità?
Non illudiamoci; questa mancanza di ri
pulsione del male, a' dì nostri notata in tante
persone che si dicono oneste e cristiane, tut
t'altro che vero progresso, è segno dei più
spaventosi del nostro scadimento ed argomento
deplorabile di fede affievolita, di oscurate in
telligenze, di volontà snervate, di animi pro
strati ed abbietti. Se dunque vogliam noi ren
dere alla Chiesa l' autorità sua, alla verità la
sua salutare virtù, ai costumi la loro vigorìa,
alle famiglie ed alla società intera la forza
della vita cristiana, ci bisogna ravvivare, pri
ma in noi e poi in quanti altri potremo ,
quest' odio risoluto al male, che è la condi
zione necessaria di ogni vero bene.
473
- III. Tanto non ci può tornare difficile, se
amiamo veramente il Cuore di Gesù. Poichè
la principale cagione della desolante indiffe
renza d'un troppo gran numero di cristiani
è l' esser passata in loro la religione a stato
di pura teorica. A forza di udirla trattare da
semplice opinione e metterla in riga delle
opinioni contrarie, eglino si assuefanno a pen
sarne ed a parlarne alla stessa maniera, con
siderando la fede come affare di privato ar
bitrio di ciascuno, in favor della quale non
osano di esigere quello che sono pronti a con
cedere agli altrui errori, e a nome della quale
si credono in diritto di piegare il capo a qua
lunque patto altri loro proponga.
Ma così non dobbiamo noi riguardare la
nostra santissima religione, noi che per la di
vozione al Cuore di Gesù siamo in relazioni
tanto intime con lui. Per noi la fede cristiana
è l' insegnamento infallibile di quest'Uomo
Dio e la manifestazione suprema della eterna
Verità; i suoi precetti più sacri e obbliga
tori di quelli degli uomini per quanto auto
revoli, più inviolabili degl' imposti necessa
riamente dalle leggi di natura; i suoi diritti
sono diritti del padrone più legittimo, del pa
dre più tenero, dell'amico più affezionato, del
benefattore più generoso.
È dunque nostro dovere il difendere la
verità della nostra fede, non come le nostre
474
private opinioni, ma come il geometra so
stiene i suoi teoremi e più ancora , non con
cedendo per fermo giammai uguali diritti al
contrario errore : la compassione nostra è
tutto quel più che possiamo accordare agli
sventurati che vogliano disconoscere tale so
vrana verità; ma il diritto di ammettere e
professare l'assurdo chi può loro concederlo ?
Meno ancora poi è da concedere il diritto
dell'apostasia a coloro che stati una volta
dei nostri, hanno appresso rinnegato sacrile
gamente la fede.
È nostro dovere, se siamo veri amici di
Gesù Cristo, di risentirci alle bestemmie con
tro il nostro Re, come alle più sanguinose
ingiurie scagliate in nostra presenza contro
l' ottimo nostro padre ed amico. Forse po
tremo indurci a tacere, quando il nostro si
lenzio non possa venir preso per approvazione
e le nostre parole non servano se non a provo
care nuove ingiurie; ma non sarà mai che dalle
nostre labbra e dagli occhi nostri trasparisca
segno che non sia di orrore e diabominazione;
non mai che da noi si conceda il minimo che
a detrimento dei diritti di Gesù Cristo; nè
solo abbiamo da mantenerne in massima la
santità, ma nè anche lasciarci sfuggire occa
sione di deplorare il dispregio che ne profes
sano le moderne società, donde procedono poi
tutti gli sconvolgimenti e le deplorabili ab
475
biettezze che travagliano e consumano i più
bei regni d' Europa.
È nostro dovere, se siamo veri amici
del divin Salvatore, di riguardare il peccato
con quell' occhio istesso onde avremmo ri
guardato i manigoldi che ne inchiodarono le
mani e piedi santissimi alla croce. Infatti
la nostra fede ci attesta, non essere stati
i carnefici, la vera cagione della morte di
lui, ma le nostre colpe: dunque il nostro
orrore a tal mostro vituperoso sia quello di
un figliuolo alla vista dell'assassino del suo
buon padre; nè ci contentiamo di non voler
noi esserne schiavi e di negargli ogni nostro
concorso al compimento degl'infami suoi at
tentati; ma di più asteniamoci da ogni atto
che anche di lontano potesse parerne com
piacenza , e schiviamo solleciti la compa
gnia de' miseri che ne sono vittima, se non
fosse per aiutarli a sottrarsi da giogo sì spa
ventoso.
È nostro dovere, se siamo veri amici di
Gesù Cristo, che l' odio de' suoi nemici, tut
t' altro che spaventarci, sia per noi anzi un
titolo di gloria. Il cristiano che da costoro si
vegga lusingare ed accarezzare, non ha biso
gno di più per convincersi di non essere cri
stiano se non a metà; poichè i veraci discepoli
del Maestro divino dovranno sempre vederne
a proprio riguardo avverata la grande profezia:
476
Se hanno perseguitato me, perseguiteranno
anche voi, Si me persecuti sunt, et vos per
sequentur (Jo., XV, 20); Sarete in odio a
tutti per lo mio nome, Et eritis odio omni
bus propter nomen meum (LUC., XXI, 17);
Nel mondo avrete tribolazione, ma confidate,
io vinsi il mondo, In mundo pressuram ha
bebitis, sed confidite, ego vici mundum (Jo,
XVI, 32).
IV. Saremo dunque combattuti sino alla
fine; ma sino alla fine sapremo anche difen
derci, e rendere ai nemici del nostro divin
Re centuplicato quell' odio ond'essi ci sono
cotanto larghi. Non ne odieremo già le anime,
che anzi formar debbono sempre l'oggetto della
nostra più ardente carità; ma odieremo le
opere loro, impiegando a combatterle quanto
abbiamo di talenti, di forze, di autorità. La
neutralità di fronte ai furiosi assalti contro
Gesù Cristo equivale al tradimento, e la ga
gliardia nostra nel ribatterne i colpi dei ne
mici è certo segno e vera misura della devo
zione che a lui professiamo; dunque dobbia
mo combattere con tutte le forze nostre con
tro le imprese della empietà, e l'odio nostro
in perseguitarle, rispondere alla gravezza dei
pericoli che ne corre la santa nostra causa.
Combattiamo quindi primieramente la
stampa anticristiana, sia che assalga con
fallaci sofismi la dottrina del Maestro divino,
477
sia che ne oltraggi con licenziose pinture la
santità della morale: nè contentiamoci solo
di sbandirne le opere dalle case nostre, ma
facciamo di tutto per impedirne l'ingresso
anche nelle famiglie appresso le quali godia
mo di qualche credito: nella guerra a morte
contro questo capital nemico della verità cat
tolica, non sia per noi distinzione fra la stampa
seria e la frivola, fra quella che presenta
l' errore nella sua grossiera nudità e quella
che lo adorna di forme eleganti, e se una pur
vogliam farne, mostriamo più implacabil ri
gore appunto contro di quella che sotto forme
più temperate esercita un fascino più sedu
cente.
All' errore manifesto uniamo nell' odio
nostro quella pestifera tolleranza, quel cieco
e bugiardo liberalismo, di cui le codarde con
cessioni sono a' di nostri più assai funeste che
gli assalti dei dichiarati nemici. E non è forse
costui che ha scompigliato le schiere catto
liche, introdotta la divisione nelle sue file,
indebolita l'autorità del loro Capo visibile,
fiaccato il nerbo della disciplina ? Non è co
stui che dando all'errore il diritto di mettersi
a paro colla verità, ha virtualmente gittato a
terra la signoria unica e suprema di questa
regina immortale? Non è costui che ha sce
mata la nostra forza di resistere a misura
del suo accrescere l' audacia dei nostri assa
478
litori ? Tempo è di finirla con questa illusione
scellerata, e di ricordare la parola di Gesù
Cristo a tutti i fedeli suoi seguaci : Chi non
è meco è contro di me, Qui non est mecum
contra me est (LUC. XI, 23). Chi vuole con
Cristo salvare la società, non può restar più
a lungo confuso con quelli che s'arrabattano
a perderla con allontanarla da Cristo. Quanto
a noi già devoti al suo divin Cuore, la scelta
è fatta: con Lui, col suo Vicario vogliam ri
manere e adoperarci quanto sappiamo e pos
siamo a disinganno di quelli che ancor si
ostinano in voler servire a due padroni.
Uno dei più validi mezzi usati dagli
empi a distruzione del regno di Gesù Cristo
nelle anime e nella società, è l' educazione
irreligiosa; perchè ben comprendono tutto es
sere tra breve guadagnato per essi, quando
arrivino a formare nel proprio stampo le
generazioni novelle. Quindi anche si dànno
travaglio con attività portentosa e con abilità
veramente infernale a sottrarre tutte le scuole
all' autorità della Chiesa. Erano già da tempo
riusciti a toglierle la direzione dell' insegna
mento superiore e del secondario, e così a
trascinare in una pressochè generale apostasia
gli ordini più elevati della civil comunanza;
ora fanno gli ultimi sforzi per estendere an
che alle classi inferiori tale apostasia colban
dire la religione dalle scuole elementari. Que
479)
sta è per la società cristiana questione di
vita o di morte, e quindi torna indispensabile
che i veri cristiani si levino compatti per re
sistere al supremo attentato dei nemici del
nome cristiano. Rammentiamo quanto sieno
care a Gesù le anime della fanciullezza, cui
tentano strappargli dal seno; ascoltiamolo ri
peterci: Lasciate venire a me questi pargoli
e non vogliate impedirneli, Sinite parvulos
venire ad me, et nolite eos prohibere ad me
venire (MAT. XIX, 14). E poichè egli ha sparso
il sangue per ciascuno di loro, noi che gli
siamo amici dovremmo esser pronti, ove bi
sognasse, a versare il nostro, affinchè quelli
non sieno distolti da lui.
Non ci pare necessario di venire addi
tando in particolare le altre opere della setta
anticristiana, al riuscimento delle quali i de
voti del sacro Cuore debbonsi opporre con
tutta la possa e gagliardia del loro zelo. Di
morino essi congiunti intimamente a questo
divin Cuore; vengano ciascun dì ad attingere
da questa fonte sempre copiosa l' odio del
male coll'amore del bene, e tale odio divino
si porgerà loro a guida infallibile, che sve
lerà quanto debbano respingere e combattere,
con maggior sicurezza di quello che il natu
rale istinto manifesti agli animali il veleno
da fuggire ed il nemico da combattere; strin
gerà sempre più i loro cuori a quello di Gesù
480
coi legami della verace amicizia; poichè ogni
verace amicizia si posa sulla comunanza di
odi del pari che di amori, Eadem velle ea
dem nolle, ea demum firma amicitia est.

CONSIDERAZIONE VIII.

Dell'annegazione del Cuore di Gesù


vincolo delle anime in esso unite.

I. Abbiam già mostrato come la società


delle anime abbia per fine d'imitar quanto
può sulla terra quella società di luce e d'a
more, quella donazione compiuta di sè, quella
assoluta unità, quella perfetta distinzione che
formano la vita e beatitudine della santissima
Trinità in cielo, e quanto più esse si avvici
neranno per le relazioni loro scambievoli al
l' intima, generosa, perfettissima unione di
cotesta società divina, anche più acquisteranno
di forza, di vita, di felicità.
Ma un'altra verità evvi pur troppo in
negabile del pari, comprovata dalla esperienza
di ciascun giorno, ed è che tutto nella natura
nostra sembra porre ostacolo ad unione somi
gliante, verso cui la divina grazia non cessa
di spingerci. Ve lo pone la varietà degli spi
riti con fare che non si mirino le cose sotto
481
lo stesso punto di vista e ne nascano continue
malintelligenze; ve lo pone la differenza dei
temperamenti e delle inclinazioni col tornar so
vente di piacere all'uno ciò che all' altro di
spiace; ve lo pone la diversità delle abitudini
che cangiate in seconda natura rendono pres
sochè impossibile ad alcuni ciò che per altri
sembra necessario; ve lo pone la contrarietà
d' interessi che non ci lascia godere dell'u
nione con altri se non a prezzo di sacrifici,
tanto duri a sopportare per l'amor proprio;
ve lo pone la moltiplicità dei difetti più o
meno volontari che rendono inevitabili le of
fese o almeno i malcontenti di quasi ogni dì;
ve lo pone infine l'esperienza delle slealtà ed
ingratitudini che finiscono con serrare il cuore
e restringervi quell' affettuosa largura senza
cui non si dà vera intrinsechezza. Così questa
quanto più alle anime è necessaria, altret
tanto sembra difficile e per poco impossibile.
Non ritrovasi cuore, per quanto meschino,
che non aneli a siffatta intrinsechezza che non
mettasi alla pruova per conseguirla; ma dopo
alcuni mal riusciti tentativi, dopo scoperto
sotto apparenze di devozione il pretto amor
proprio, dopo veduti tornar vani o anche no
civi tutti gli sforzi diretti ad uscire di sè per
comunicarsi altrui; si dà per istracco, si ri
chiude in sè, e perduta ogni speranza, si ras
segna a lasciarsi struggere nel silenzio da
L' Apostolato del Cuor di Gesù 31 -
482
brame che meglio secondate avrebbono senza
fallo prodotte gran cose. Tal è la deplora
bile istoria di molte anime, tale il secreto
della fiacchezza, delle amarezze e forse dei
traviamenti di molti cristiani, per altro chia
ramente destinati a sollevarsi ad un' alta
santità.
Ora quelli uniti nel Cuore di Gesù come
potranno schivare inganni tali, ed il caderne
di animo quando loro incolgano? Dove tro
vare un legame abbastanza forte per tenersi
contro sì numerose cause di divisione; una
virtù abbastanza potente per iscemare leten
denze sempre rivolte a disunire; un balsamo
abbastanza efficace per guarire ogni ferita,
prima che s' inacerbisca e divenga incurabile ?
Solo il divin Cuore può fornirlo nella sua an
negazione, la quale possiede in fatti una dop
pia virtù, di preservarne cioè dal pericolo di
offendere i nostri fratelli e di farne sopportar
con mansuetudine le offese che noi ne pos
SlannO I1C0Vere,

II. Or donde muovono queste offese pur


troppo comuni fra' servi di Dio ? Muovono
dalla pugna dell' amor proprio di ciascheduno,
dal cercare se stesso nelle azioni più divine,
dal mescolare al desiderio della gloria di Dio
quel della propria, dal volersi elevar sugli
altri e però compiacersi del loro abbassa
mento. Quindi nella scelta delle opere si briga
483
di avere per sè le più gradevoli ed appari
scenti; e dove altri ne abbia la preferenza, si
mormora, se ne fanno risentimenti, se ne
vuole ricattare; e ciò non di rado sotto i più
speciosi pretesti, persuadendosi provenire il
tutto da buon desiderio del bene e da retto
sentire della giustizia. Nè basta il lasciar fer
pmentare dentro il cuore il lievito malvagio;
fuori se ne mandano le esalazioni per met
terne altri a parte; e per facilitare all' amor
proprio il vincere, si pone in lega con quello
d'altrui; donde i partiti contro i partiti, an
che nel maneggio degli affari più santi, e le
astuzie, e gl' intrighi, e le insinuazioni ma
ligne, e le supposizioni gratuite, e le calun
niose esagerazioni. Rivalità funeste di cui non
sempre andarono esenti gli stessi primi cri
stiani; e perciò non deve recar meraviglia,
se anche fra le persone di pietà si rinno
vino.
Se queste peraltro tenessero gli occhi più
fissi nel Cuore di Gesù, mirando seriamente
ad imitarlo, più di leggieri eviterebbero così
fatti sconci. Vero è che tale divozione non
libera chi la pratica da ogni debolezza; ma
gli rende almeno quasi impossibili le grosso
lane illusioni testè accennate. Chè non può
avvenire di meditare i teneri ed efficaci esempi
di virtù datici dal divin Cuore e lusingarci
di servirlo lasciandoci andare ai vizi opposti;
484
di sentirci abitualmente ripetere da questo
adorabile Maestro : Imparate da me che
sono dolce ed umile di cuore, e poi non nu
trirci se non di fiele, non ascoltare se non le
pretensioni dell' amor proprio ed i risenti
menti della superbia.
Qual cosa va più al cuore che i pratici
ammaestramenti pôrti a noi da questo buon,
Signore durante l' intera sua vita ? Noi li ab
biamo già meditati e per ricordarceli basta
uno sguardo alla sua lunga carriera, che non
fu altro se non un lungo martirio. Nasce egli
entro una stalla, passa trent'anni nella oscu
rità di bassi e faticosi lavori, e venuto l' i
stante di esercitare il suo divin ministero ,
sceglie per sua parte il compito più ingrato
di curare il popolo di dura cervice e di cuore
incirconciso, che in ricambio dell'immenso e
travagliosissimo beneficio gli riserba la morte;
prima di cominciare la sua predicazionevassi
a mettere appiè di Giovanni per esserne bat
tezzato come peccatore; nè la gloria del santo
Precursore ben più splendida della sua gli dà
pena, chè anzi egli ne tesse l'elogio; e quando
più tardi ode i gelosi discepoli notargli un
tale che opera prodigi non inviato da lui,
proibisce loro di molestarlo ; insomma tanto
è distaccato dalla umana gloria che negli
stessi suoi miracoli impone silenzio alle per
sone in cui favore li operò.
485
Si dirà forse che tale annegazione quanto
alla gloria umana non era tanto difficoltosa
per lui, che una molto migliore ne avea nella
stima infinita del Padre e nelle adorazioni
degli angeli; ma in tal caso, non viene
forse al medesimo patto proposto anche a
noi di sacrificare alla gloria eterna e divina
le vane lodi e passaggere che di quella ci pri
vano ? Ah quanto meno andremmo illusi e se
dotti da cotal fumo, ove non obliassimo sì
leggermente la dignità incomparabile della
vocazione nostra, la strettezza della nostra
unione col Figliuolo unigenito di Dio, le vere
glorie imperiture del celeste nostro retaggio !
Allora ci sovverremmo con S. Paolo, che ogni
cosa è nostra, noi di Gesù, Gesù del Padre:
Omnia vestra sunt, vos autem Christi, Chri
stus autem Dei (I CoR. III, 22): allora ci ri
guarderemmo come superiori senza fine a tutti
i meschini interessi, a tutte le stolte preten
sioni dell' amor proprio; nè umiliazion vi sa
rebbe a cui non ci sommettessimo volentieri,
anzi che offendere il minimo dei nostri fra
telli. -

III. Tuttavia nè anche in questa parte


conviene riprometterci troppo ; stantechè per
quanto l'umiltà nostra sia profonda, perfetta
la carità , intima la scambievole unione , an
cora ci avverrà di recarci molestia l'un l'al
tro, bastandovi, anche fra le anime più vir
486
tuose e congiunte, quando una semplice di
versità di vedere , quando un mal compreso
avvertimento, quando un'apparenza fallace,
quando un falso rapporto, quando un moto di
risentita natura non riflettuto, quando una
scappata di amor proprio anche a dispetto
della più attenta vigilanza tenutavi sopra. E
d' altro canto non volendo Iddio che pones
simo più amore a' suoi doni che al donatore,
ha decretato nella sua bontà grande per noi
che anche i più dolci, com'è certamente l'a
micizia sì santa intima e generosa dalla ca
rità del divin Cuore annodata, non andassero
scevri di qualche amarezza: di qui ci è bi
sogno aiutarci l'un l'altro a portare la no
stra croce; cosicchè l'esserci noi talvolta reci
proca occasion di molestia ci porga occasione
di meglio imitare il Cuore di quel Gesù che
mai non si compiacque in se stesso.
E quando noi siamo animati da questo
suo spirito di annegazione, siffatte molestie
lungi dal raffreddare la nostra carità, la ri
scalderanno invece, e in cambio di allentare la
nostra unione, la stringeranno maggiormente
procurandole i più beitrionfi, e nella pazienza
e mansuetudine degli offesi,e più ancora nella
generosa umiltà degli offensori in ripararvi:
ricordevoli entrambi che il divin Salvatore
calunniato, deriso, schiaffeggiato, posposto ad
un ladro, condannato a morte, pur manteneva
487
tutta la sua mitezza e pregava per chi tanto
indegnamente l' offendea; ricordevoli sopra
tutto delle sue raccomandazioni sì calde, del
precetto suo per eccellenza di amarei l'un
l' altro com' egli ci amò, della sua promessa
di trattarci come noi i fratelli nostri, della
proibizione di accostarci all'altare con in cuore
l' amarezza di un volontario risentimento. Ora
con tali motivi dinanzi alla mente, come più
conservare nell' interno la minima stilla di
fiele e non istimarci beatissimi del poter ob
bligare colla sua parola il divin Giudice a
perdonarci le nostre grandi colpe, avendo noi
perdonato le picciole offensioni dei nostri fra
telli ? E con tali sentimenti nel cuore resta
egli più possibile che le dissensioni s' invele
niscano ed inevitabili conflitti abbiano a se
riamente turbare l'unione? Venga pure il de
monio a soffiarvi dentro la discordia, vengano
i mali umori e più ancora gli umani interessi
colle loro opposizioni; il potere di Dio la vin
cerà contro Satana, l'interesse della carità
divina contro ogni altro , l' amore sopranna
turale del Cuore di Gesù contro ogni natu
rale avversione.
488

coNSIDERAZIONE Ix.
Della pazienza del Cuore di Gesù
sostegno delle anime in esso unite.

Importa sommamente che le anime de


siderose di unirsi al sacro Cuore si formino
anzitutto un giusto concetto di loro sce fu
tura, per non esporsi a spiacevoli disinganni
e funesti scoraggiamenti. Ora il detto da lui
a' suoi apostoli vale per ogni tempo: « Il di
scepolo non è al di sopra del Maestro , nè il
servo è maggiore del Signor suo ; se però la
mia parola non fu ascoltata, come pretende
rete voi che sia sempre la vostra ? se al Pa
dre di famiglia posero nome di Belzebu ,
quanto meno riguardo avranno per li suoi do
mestici. Aspettatevi pure travagli nel mondo
ma fate animo, chè io ho vinto il mondo ! »
Tali sono le promesse del Cuor di Gesù ai
dedicatisi al suo Apostolato. Se altro ne aspet
tano, avranno pur troppo a ritrovarsene de
lusi e perduti di animo ; ma se bene inten
dono che il sommo di loro gloria consiste nel
partecipare ai travagli ed alle ignominie del
loro Dio, saranno in questa parte ampiamente
soddisfatti e contenti.
Primieramente per la malvoglienza delle
persone a rigor di senso mondane ed aperta
489)
mente abbandonate al vizio. Veggon queste
lo spirito del divin Cuore direttamente con
trario a quello del mondo, nè il mondo aver
più a temere che dai veri cristiani i quali ne
sono animati; perciò fanno anche ogni loro
potere per mettere questi fuori di stato di
operare, e tanto attizzano l'odio contro i di
scepoli sinceri del Salvatore, quanto mostrano
aver dindulgenza verso i mezzi cristiani ,
inetti a dar timore al mondo e a chi lo serve.
Caduto pertanto a vuoto ogni tentativo di se
durli, si viene a quello di disanimarli, attra
versando ogni sorta di ostacoli alle imprese
del loro zelo; e se tanto ancora non basti al
l' effetto, si cerca di far loro perdere almeno
il credito, denigrandone la condotta, esage
randone i menomi falli, storcendone sinistra
mente le intenzioni, trafiggendoli sopratutto
colla punta del ridicolo, con fina perizia ma
neggiata.
Nella quale implacabil guerra si giova
il mondo per grande disgrazia anche di gente
che fa una tal quale professione di pietà, pur
conservando ancora fra le pratiche più sante
tutte le pretensioni, tutte le gelosie, tutte le
schifiltà dello sregolato amor proprio. Sicchè
il ferire di costoro non solo è più di ogni al
tro velenoso e funesto, ma più difficile altresì
a mitigare, dandosi essi ad intendere che col
perseguitare i servi di Dio prestino a lui di
votamente ossequio.
490)
Contro a questo doppio genere di perse
cuzione ebbe prima di noi a combattere il
nostro divino Esemplare , tradito agl' idolatri
per opera degli scribi e farisei; così avverrà
di quelli che ne vogliano essere veraci imi
tatori, bene spesso gittati alla balìa dei sar
casmi del mondo da persone in voce di pie,
contrariati nel bene a che mirano da persone
cui parea dovesse tornare ogni miglior conto
nell' aiutarneli.
Ma se questa punge più al vivo di qua
lunque altra contraddizione, si fa per noi an
che più salutare; mentre per distruggere fino
all'ultima fibra l' amor proprio nei cuori a
Dio sinceramente dedicati, niente val meglio
di tali ostacoli suscitati contro i nostri sforzi
di tali anticipazioni ingiuste, di tali sinistre
insinuazioni, di tali acerbe critiche alle quali
ci converrà sottostare. In siffatto terreno verrà
del tutto a morire il grano di frumento, spo
gliandosi della scorza della natural vita per
germinare e produr frutti di vita soprannatu
rale in Gesù Cristo.
La qual morte è necessaria condizione di
fecondità per ogni apostolato; ma più assai
per l'Apostolato tutto interiore del Cuor di
Gesù che per l'esteriore della parola. Gran
che ! queste anime perseguitate, vilipese, ca
lunniate, morte interamente a sè, sono quelle
appunto che al momento di sembrar ridotte
491
a totale impotenza, operano in realtà il mag
gior bene ; non pure ottenendo pei loro me
riti molte grazie da Dio , ma sì ancora in
virtù di quel vero potere acquistato sopra gli
uomini colla loro annegazione : la quale sarà
senza manco certa misura delle loro consola
zioni, essendochè se dall'una parte il Cuore
infinitamente munifico del Signor nostro sot
topone*à dure prove la generosità di chi vuole
seguirlo, dall' altra però oh come dolci sono,
le gioie di cui lo innonda e la pace di cui lo
fa ricco nell' animo! I santi che gustarono di
tali delizie zampillanti dalla fonte del sacro
Cuore, assicurano che un solo istante di sif
fatte dolcezze non sarebbe troppo caro com
perato alprezzo di tutte le amaritudini del mon
do : eppure non sono esse che una stilla anti
cipata del torrente dei gaudi celestiali, nel
suo beatissimo Cuore serbati dal Dio croci
fisso a'suoi fedeli per la eternità.
Coraggio dunque in sottometterci al giogo
che il Signor nostro ci presenta; prendiamolo
animosi sulle spalle , per quanto voglia da
prinaipio sembrarci pesante; chèa misura del
nostro portarlo si allevierà; l'assoggettarvisi
sarà per noi libertà ; forza l' andarne affati
cati. D'altro capo a misura del soffrire per
cagione del nostro buon Dio ci avvicineremo
più sempre a lui, a lui ci uniremo più inti
mamente , fino a tanto che solo vivendo di
492 -

lui diverremo invulnerabili a quanti sono i


dardi del mondo, e sensibili unicamente alle
deliziosissime consolazioni del puro amore
di lui.
TRA SIN
Sui mezzi di operare
dell'Apostolato del Cuore di Gesù,

Nel metter mano alle Considerazioni di


questa Sezione ultima, domandiamo licenza ai
lettori di allargarvici alquanto più che non si
suole in somiglianti libri di pietà; la quale
per un pregiudizio troppo diffuso si vorrebbe
tenere come straniera in ciò che tocca i di
versi rami dell' attività umana. Così non la
intendeva però san Paoloquando scrisse, la pietà
esser utile a tutto, Pietas autem ad omnia uti
lis est (TIM., IV, 8): nè lo stesso Verbo in-
carnato quando fece udire al diletto Disce
polo: Io sono l'alfa e l'omega, il principio
e la fine, il primo e l'ultimo, Ego a et to,
primus et novissimus, principium et finis
(APoc., XXII, 13). Se il Cuore di Gesù è cen-
tro dell'intera creazione, conviene che tutto
riducasi a lui, e nessuna cosa troverà il po
sto, la misura, la bellezza, la vita che si ad
494
dice, se non in quanto venga irraggiata dalla
luce e penetrata dalla sua virtù.
La restaurazione universale, Instaurare
omnia in Christo (EPH., I, 10) che noi aspet
tiamo ed a che dobbiamo dar opera con tutte
le forze, rimettendone a Dio l'effetto, dee pro
priamente consistere nella rinnovazione, per la
fede e la carità di Gesù Cristo, di tutti gli ele
menti della vita sociale,come sono la scienza,
la letteratura, le arti, l'autorità, la famiglia e
via dicendo : se però noi vogliamo cooperare
a sì gran fine, ci conviene spendervi le nostre
fatiche entro i limiti segnatici dalla Provvi
denza. E poichè, grazie a Dio, la divozione
del sacro Cuore si è diffusa in ogni classe di
persone, non ci è d'uopo restringerne ad una
sola la esposizione dei mezzi con che i servi
di quello più fervorosi possono adoperarsi alla
esecuzione de' suoi disegni. Tra i vari potrà
ciascuno elegger la parte che fa per lui, e
tutti poi pregare per la buona riuscita delle
opere cui non possono compiere da se me
desimi.
L'Apostolato del sacro Cuore è, come la
Chiesa di cui cerca unire i membri più stret
tamente, composto di milizie di ogni nazione;
ciascuno vi ha il suo posto da guardare e la
sua consegna da mantenere; vi sieno tutti fe
deli, aiutandosi mutuamente coll' esempio col
consiglio colla preghiera nella esecuzione in
495
tera dell' ordine di guerra tracciato dal divin
Capitano, e la vittoria è sicura.
L'ampiezza del nostro fine ci varrà di
scusa, speriamo, appresso i lettori non avvezzi
ad allargare tanto, quanto noi siamo per fare,
i confini entro cui si esercita la divozione.
Certuni forse che non hanno mai considerato
quella del Cuor di Gesù, se non in ordine alla
santificazione propria, stenteranno a vederne
le ragioni in ordine agl'interessi generali della
Chiesa e per poco saranno tentati di passar
oltre ad alcuni passi della presente sezione ;
quando fosse pure così, ancora il libro non
riuscirà loro inutile nel suo complesso: ma noi
abbiamo ragione di credere che il maggior
numero saprà meglio comprendere le intermi
nate dimensioni, la lunghezza, larghezza, al
tezza e profondità della divozione al Cuore di
Gesù, e si assueferanno sotto il celeste suo
influsso a sollevare i pensieri, ad ampliare le
loro vedute, ad immedesimarsi a tutti i grandi
interessi della Chiesa, ed a non rimanersi e
stranei a niente di quello che può affrettare
il pieno avvenimento del regno di Dio sopra
la terra.
496

(ONSIDERAZIONE I,

Primo mezzo. di operare dell'Apostolato


del Cuore di Gesù è la preghiera.

I. Non dobbiamo dimenticar mai come


il mezzo principale di operare, più neces
sario, più valido che stia in potere della
nostra santa Lega, è la preghiera. Infatti l'o
pera alla quale ci siam consacrati sta nel per
fetto avvenimento del regno di Gesù Cristo
sopra la terra, nel trionfo compiuto della gra
zia sopra il peccato, nella compiuta deifica
zione dall'umanità, opera la più soprannatu
rale e più divina di quante altre mai. Molti
diranno che lo sperarla fornita sia come so
gnare l'impossibile ; e noi non vorremo ne
garlo. Sì certo, quando noi diciamo a Dio:
Venga il vostro regno sopra la terra com'è
in cielo, Adveniat regnum tuum. sicut in
coelo et in terra, gli dimandiam qualche cosa
all' occhio umano impossibile, proprio come i
giusti dell'antica legge, quando gli ripeteano:
Mandate il vostro Figliuolo a redimerci. La
manifestazione prima del Salvatore, umiliato
in terra fino a soffrirvi la morte di croce, era
una prima impossibilità ; la manifestazione
seconda, che a lui glorioso dee sottomettere
la terra intera, è una seconda impossibilità ;
497
e per questo appunto sì l'una come l'altra non
possiamo attendere se non dal Cielo, e quindi
la più efficace cooperazione che per noi si
possa prestare ad ottenerne l'effetto, è la
preghiera (1).
Questa dunque sia il primario dovere dei
veri devoti del divin Cuore, dovere a tutti
comune, indispensabile, di ogni giorno e di
ogni ora. L'Apostolato della Preghiera e l'A
postolato del Cuor di Gesù non sono due, ma
una sola e medesima cosa, indicata con due
nomi diversi, dei quali l'uno meglio esprime
il suo principio, l'altro accenna il suo mezzo
principale di operare: cosicchè i Soci dell'A
postolato della Preghiera col dedicarsi più
pienamente al divin Cuore per eseguirne i di

(1) Non senza ragione usiamo i nomi di manifestazione


prima e seconda della misericordia del Dio salvatore, piutto
sto che quelli di prima e seconda venuta ; perchè seconda ve
nuta nell'uso tradizionale vuol dire la manifestazione ultima del
l'Uomo-Dio il quale cessa di esercitare la misericordia per far
risplendere la sua giustizia nel giudicio dei vivi e dei morti,
Peraltro l' espressione che da noi si lascia venne usata da
santi personaggi a significare la grande effusione di grazie che
deve a lui sottomettere tutta quanta la terra. Si vegga fra
gli altri il Trattato sulla vera divozione alla santissima
Vergine del ven. Grignone de Monfort, le opere del quale fu
rono dalla sacra Congregazione dei Riti dichiarate immuni da
censura, dove il punto di questa seconda venuta, che avea
sollevate maggiori difficoltà , fu difeso validamente da mons.
Mercurelli, e dimostratane la perfetta ortodossia.

L'Apostolato del Cuor di Gesù 32


498
segni, non fanno che acquistare una facilità
novella di mantenere con più efficacia il pri
mo loro impegno di unire cioè le proprie pre
ghiere a quelle di esso divin Cuore.
Modello della pia nostra Lega è Gesù
Cristo, e però la perfezion nostra consiste nel
l' assomigliarci a lui, e la nostra forza di
pende dalla fedeltà con che imiteremo nel
l' operar nostro in comune ciascuno degli uf
fici da lui esercitati. Ora di tutti questi la
preghiera fu l'occupazione più costante del
Verbo incarnato ; il quale solo in maniera
transitoria ha predicato, guarito infermi, sof
ferto in croce, ma sempre ha pregato: egli
cominciò a trent'anni il suo apostolato della
parola, e nei tre anni che vi consacrò non potè
esercitarlo senza interruzione: l'apostolato
dei patimenti ne fu più lungo e continuato
per tutta la sua vita mortale, ma non al di
là : solamente l'apostolato della preghiera ne
abbraccia tutta in ogni suo istante la esi
stenza, cominciato nel seno di Maria, prose
guito senza intervallo da Betlemme al Cal
vario, continuato da diciotto e più secoli nel
cielo e nel tabernacolo, da continuarsi senza
posa fino al terminare dei tempi: onde finchè
vi sarà un' anima in pericolo di perdersi ed
in condizione di poter salvarsi, la vita di
Gesù Cristo si spenderà in continua preghiera,
Semper vivens ad interpellandum pro nobis
499
(HEBR., VII, 25). Se dunque aspiriamo di es
sergli imitatori, dobbiamo pregar sempre come
lui, e quali che sieno gli obblighi particolari
di nostra vocazione , ne dobbiamo far prece
dere, accompagnare e seguire il compimento
dall'esercizio dell'apostolato della preghiera.
II. Che se tale opera è comune a tutti i
membri della nostra santa Lega, per alcuni,
come sono i religiosi e nominatamente i con
templativi, torna anche di speciale dovere. Que
ste pie società formano le prime file dell'e
sercito combattente “ al trionfo del Cuore di
Gesù, e comunque sembrar possano men ope
rose nella pugna, certo non contribuiscono
meno efficacemente al guadagno della vitto
ria; perchè in ordine al conquisto della nuova
terra promessa sostengono l'ufficio che già
Mosè sopra il monte, quando avvalorava colla
sua orazione le schiere azzuffatesi col nemico
alla pianura. Laonde può dirsi di ciascun in
dividuo di queste sante dimore ciò che il gran
sacerdote Onia di Geremia profeta, nell'atto
di mostrarlo a Giuda Macabeo come il soste
gno delle armi d'Israele. Ecco quegli che ama
i suoi fratelli ; ecco quegli che molto prega
pel popolo e per la santa città, Hic est qui
multum orat pro populo et universa sancta
civitate, Jeremias propheta Dei (MACH., XV,
14). E come il Profeta consegnò al Guerriero
un' aurea spada con che renderlo vittorioso
500
dei nemici, così queste anime dedite alla con
templazione ed alla preghiera, non sono, no ,
inutili alla Chiesa, le suscitano anzi difensori
e ne armano di forza invincibile il braccio dei
valorosi guerrieri.
III. A quali condizioni però le preghiere
di queste sante anime e di tutti i membri
dell'Apostolato potranno contribuire valida
mente ad ottenere il fine propostoci ? A con
dizione che sieno apostoliche , e tali saranno
in realtà quando si uniscono a quelle del di
vin Cuore, abbracciandone tutte le intenzioni.
Abbiamo testè arrecato la stupenda parola di
san Paolo che ci dichiara essere la preghiera
la grande occupazione di quel Cuore adora
bile, non solo nell' annientamento del sacro
ciborio, ma sì ancora nella gloria dei celesti
splendori. Poichè là, a quell' altezza che sor
passa infinitamente quella dei cieli, là sul
trono dove l'eterno Padre lo fa sedere alla
sua destra, là il santo Apostolo ci addita l'on
nipotente Avvocato nostro che spende i mo
menti tutti della sua vita intercedendo per
noi, Semper vivens ad interpellandum pro
nobis. excelsior caelis factus. Non possiamo
adunque aver dubbio che i bisognitutti delle
anime nostre, tutte le necessità della Chiesa,
tutte le ragioni della divina gloria non sieno
a lui presenti del continuo, ed egli non cessi
mai di offerirsi e di pregare per tutti; giac
501
chè la sua immolazione eucaristica è così as
sidua come la sua preghiera, nè scorre istante,
sia di giorno sia di notte, ove non si compia
in qualche punto della terra il sacrificio del
divino Agnello.
E non è quindi un gran dovere per cuori
devoti al Cuor di Gesù l'unirsi quanto sanno
e possono a queste preghiere non mai inter
rotte, a queste immolazioni sempre mai rin
novate, abbracciandovi tutte le intenzioni di
lui , pigliandosi a cuore tutto quanto a lui
preme ? Lasciamo ai cuori amanti davvero la
cura di rispondere. Poichè le anime che an
cora pretendono vivere della propria vita, che
si credono in diritto di metter limiti alla loro
unione, che pensano di guadagnar qualche
cosa preferendo i loro interessi a quelli del
divin Cuore, non possono esserne gli Apostoli.
Preghiamo pertanto incessantemente con
Gesù Cristo e per Gesù Cristo, mentre egli
prega incessantemente in nostro favore. Non
possiamo, è vero, attendere sempre attual
mente alla preghiera; suppliamovi però col
l' offerire ogni giorno il più spesso possibile
a Dio Padre le preghiere del suo divin Fi
gliuolo. Se non ne conosciamo tutte le parti
colari intenzioni, non rileva, purchè tutte le
comprendiamo nella nostra, rivolta al gran
fine indicatoci da Gesù Cristo medesimo, nel
quale si contiene ogni altro: Venga il vostro
502
regno e la vostra volontà sia fatta in terra
come in cielo: Adveniat regnum tuum, fiat
voluntas tua, sicut in caelo et in terra ; e
con quanto più ardore questo domanderemo,
tanto più saranno abbreviati i tempi che ci
separano dal compimento di esso; ed a cia
scuno degli accesi sospiri che dal nostro cuore
-

si spicchi verso il cielo risponderà una gra


zia che acceleri la venuta di questo benedetto
regno.
Il profeta Zaccaria nell'annunciarne il
sospirato giorno in cui venga cacciato dalla
terra lo spirito immondo e distrutta l'idola
tria fino alle ultime tracce, anche ci addita il
segno che dev' esserne come l' aurora: « Io
spanderò, dice il Signore, sopra la casa di
Davidde e sopra gli abitatori di Gerusalemme
lo spirito di grazia e di preghiera, e riguar
deranno a me che hanno trafitto, e ne pian
geranno come si suole in morte di un figliuolo
unigenito. In quel giorno sarà una fonte
aperta per la casa di Davidde e per gli abi
tanti di Gerusalemme dove l'uom peccatore
e la donna immonda verranno a lavarsi di
loro brutture » (1). Or non appare al certo

(1) Et effundam super domum David, et super habita


tores Jerusalem, spiritum gratiae et precum: et adspicient ad
me, quem confixerunt; et plangent eum planctu quasi super
unigenitum, et dolebunt super eum, ut doleri solet in morte
503
come possa tacciarsi di temerità chi voglia scor
gere nella età presente i primi segnali del pieno
avveramento di questa profezia. Chi è infatti il
trafitto da noi, se non il Cuore di Gesù? Dun
que da una manifestazione più compiuta di
questo divin Cuore, dall' attenzione più pia,
dalla riconoscenza più tenera con che i cri
stiani, abitatori della nuova Gerusalemme, in
lui fisseranno i loro sguardi; dalla compas
sione dolorosa con che ne mediteranno l' a
mara passione , dipende la intera disfatta
dello spirito impuro e la conversione delle
nazioni infedeli. Ed appunto per renderci age
vole l' adempimento di questa condizione Iddio
promette di spandere sopra la sua Chiesa in
copia inusitata lo spirito di grazia e di pre
ghiera, ed a misura che questa effusione fa
rassi più abbondante, si potrà considerare
come più vicina l' ora delle benedizioni.
Ora possiam noi vagheggiare il dolcis
simo pensiero che questo celestial segno già
si mostri all' orizzonte? Sì, e ne togliamo ar
gomento dalla maravigliosa rapidità onde l'A
postolato della preghiera si è sparso in tutto
l'universo, dall' ardore onde le anime pie lo
hanno accolto dappertutto, non potendosi ciò

primogeniti (ZACH.XII, 10).– In die illa erit fons patens domui


David et habitantibus Jerusalem in ablutionem peccatoris et
menstruatae (XIII, 1).
504
spiegare se non per la diffusione più copiosa
dello spirito di grazia e di preghiera in tutti gli
ordini della società cristiana. Tocca però a
noi di raccogliere al presente i frutti di questa
rugiada celeste, e di rendere i nostri cuori
come altrettanti canali per cui l'acqua viva,
sgorgante dal Cuore di Gesù, si sparga in tutta
la città santa per lavarne le immondizie e rin
novellarne la beltà.

CONSIDERAZIONE II.

Secondo mezzo è il patire in unione


del Cuore di Gesù.

I. Le preghiere del cristiano unite a quelle


del divino Mediatore sono arma assai pode
rosa e tutto acconcia per far trionfare la causa
di Dio: ma un' altra più ancor poderosa, un
mezzo più efficace per affrettare tale beato
trionfo sono i patimenti del cristiano uniti a
quelli del divin Salvatore. Perocchè egli ha
salvato il mondo colla sua croce, e facendo-
visi ubbidiente fino alla morte ha meritato il
nome sopra ogni nome di Gesù; il quale nome
suo di Salvatore è talmente legato allo spar
gimento del suo Sangue, ch'egli non volle
pigliar quello, se non quando la ferita della
circoncisione fece scorrere le prime gocce di
questo.
505
Che avesse potuto egli stabilire un ordine
diverso ed operare la salute nostra a molto
minor costo, è cosa evidente; ma se lo potè,
non lo volle; e stabilì una legge a cui egli
si sottomise il primo , per quanto essa sem
brasse inconciliabile colla infinita sua dignità
e beatitudine, per l'unione ipostatica compe
tente anche all'Umanità: legge in virtù della
quale la vita nasce dalla morte, la gloria
dalla umiliazione, la beatitudine dai pati
menti; e questa, dopo averla seguita in tutto
il suo rigore egli stesso, impone a tutti quelli
che vogliono camminare sulle sue tracce, a
quelli sopratutto che non contenti di santificar
se medesimi, desiderano travagliare con lui
alla santificazione de' propri fratelli, a quelli
che nobilmente ambiscono di essere non solo
suoi servi, ma suoi ministri ancora.
A queste anime infiammate di zelo apo
stolico si volge verso il fine della sua mor
tale carriera il divino Maestro e spiega la
condizion principale onde le loro fatiche riu
sciranno efficaci e fruttuose. Per tre anni aveva
egli sparso a profusione i suoi insegnamenti.
i suoi benefici , i suoi miracoli , e ben par
rebbe tempo di cominciare a coglierne il frutto.
Il popolo di Gerusalemme infatti lo accoglie
in solenne trionfo ; e parecchi gentili, attirati
dalle acclamazioni della moltitudine, si pre
sentano agli apostoli per essere introdotti al
506
Messia. Egli avvisatone, vi scorge un felice
preludio della conversione dell'universo, e per
un primo sentimento di gioia esclama: Ecco
l' ora che il Figliuolo dell' uomo dev' essere
glorificato : Venit hora ut clarificetur Filius
hominis (Jo., XII, 23). Ma tosto sembra cor
reggersi, come si sovvenisse di non avere scon
tato ancora il prezzo con che deve comprar
questa gloria e riscattare il genere umano :
certo non lo avea dimenticato, ma gli preme
d' inculcare sempre più agli apostoli questa
importante lezione, ed ecco le sue parole : In
verità, in verità, io vi dico, se il grano di
frumento non cade in terra e vi muore, ri
mane solo senza frutto; ma se vi muore,
molto frutto arreca : Amen, amen dico vobis,
nisi granum frumenti cadens in terram,
mortuum fuerit, ipsum solum manet; si au
tem mortuum fuerit, multum fructum affert
(Ibid., 24, 25). Da tal paragone appar chiaro
il pensiero del divino Maestro; ma egli a
prevenire maggiormente ogni pericolo che sia
male inteso, seguita così a spiegarlo: Chi ama
la sua vita, la perderà; e chi odia la sua
vita in questo mondo, la conserverà in vita
eterna. Se alcuno mi vuol seguire mi segua;
e dove sono io, ivi sarà il mio ministro an
cora: Qui amat animam suam, perdet eam,
et qui odit animam suam in hoc mundo, in
vitam aeternam custodit eam; si quis mihi
507
ministrat, me sequatur, et ubi ego sum, illic
et minister meus erit (Ibid., 25, 26).
Non poteva dirci più chiaramente che
. non dobbiamo pensare a farci un apostolato
differente dal suo, nè a conquistar anime con
altri mezzi da quelli ch' egli pose in opera
prima di noi. Egli per giungere a sì gloriosa
conquista impiegò diverse armi: la parola, il
travaglio, la preghiera; e tutte queste la
Chiesa pone in mano a' suoi ministri in con
tinuazione dell'opera di salute sino al termine:
ma quando si trattò di venire a decisiva bat
taglia, il Guerriero divino si rivestì l' arma
tura dei patimenti, ed imbrandì la sua croce,
come clava a cui non è dato resistere, per
istritolare tutti i suoi nemici. Per quanto sia
efficace la sua parola, per quanto meritorie le
sue fatiche, per quanto valide le sue pre
ghiere, pure la salute delle anime nostre si
attribuisce specialmente a' suoi patimenti ed
alla sua morte, e da lui, e dai profeti e dagli
apostoli, suoi autorevoli interpreti. Dalle sue
lividure fummo sanati, dice Isaia: Et livore
eius sanati sumus (LIII, 10). Egli ha portato
i nostri peccati nel proprio corpo sopra la
croce; affinchè morti al peccato noi viviamo
alla giustizia, soggiunge S. Pietro: Qui peccata
nostra ipse pertulit in corpore suo super li
- gnum; ut peccatis mortui, iustitiae vivamus
(I. EPH., II, 24). E S. Paolo esprime la mede
508
sima verità con una molto viva imagine di
cendo : Gesù ha preso la sentenza di nostra
condanna, la cancellò e confisse alla sua croce:
Delens quod adversum nos erat chirogra-.
phum decreti. et ipsum tulit de medio, af
figens illud cruci (CoL. II, 14). Finalmente
il divino Maestro ancora con maggior forza
si espresse quando affermò, che per entrare
come nostro Capo nella eterna gloria, fu bi
sogno che egli patisse quanto avea patito:
Nonne haec oportuit pati Christum, et ita
intrare in gloriam suam (Luc., XXIV, 25)?
II. Egli è dunque certissimo che se il
nome di apostolato conviene ad ogni opera
avente per fine ed effetto la salvezza delle
anime, il primo di tutti è l'apostolato dei
patimenti. Ciò che abbiamo provato testè dal
l'esempio di Gesù Cristo, Apostolo per ec
cellenza, potremo anche meglio intendere con
siderando le condizioni essenziali dell' opera
cui l'apostolato è diretto a compiere.
La salute delle anime dipende da due
cagioni, da Dio che ne è il principio ed il
fine, e dalle anime stesse che ne sono il sog
getto. Perchè un'anima sia salvata bisogna
prima placare la Giustizia divina, e dalla di
vina Misericordia ottenere le grazie salutari;
appresso bisogna che le anime acconsentano
a ricevere queste grazie ed a cooperarvi: di
qua due sorta di doveri per l'apostolo, dei
509
quali il fedele adempimento può solo assicu
rare la buona riuscita del suo apostolato; do
veri verso Dio cui conviene placare e ren
derci propizio; doveri verso le anime cui eon
viene allontanare dal male e portare al bene.
Ora è cosa indubitabile che il mezzo più ef
ficace di quanti ha in mano l'apostolo a que
sto riguardo è il patire volontariamente ab
bracciato, o almeno sostenuto con amore in
unione ai patimenti dell'uomo Dio.
Coi patimenti la divina Giustizia si placa,
vendicata è la divina Maestà dell'oltraggio
fattole dal peccato, integrato il sacrificio del
Calvario ; e mentre il divin Capo della Chiesa
conferisce alla immolazione de' suoi membri
il merito altissimo che essa non potrebbe mai
avere per sè, questi aggiungono alla immola
zione di Gesù Cristo ciò che ad essa manca
dal lato della durazione: Adimpleo ea quae
desunt passionum Christi in carne mea (CoL.,
I, 24). Così la prima condizione di salute è
perfettamente adempita dall'Apostolato dei
patimenti: nè le fatiche nè le preghiere po
trebbero aver pari virtù ad espiare il peccato
ed a pacificare la divina Giustizia merita
mente irritata contro il peccatore.
L'adempimento poi di questa mette in
sicuro quello ancora della seconda: poichè la
Misericordia divina si porta da sè a perdonare,
dal punto che i diritti della Giustizia non
510
l' impediscano; ed è più assai prodiga delle
sue grazie e più pronta a spargerle dove non
incontri ostacolo che non è l'oceano delle sue
acque. E d'altra parte che v'ha di più proprio
a stimolarne la generosità di quello che l'aspetto
del sacrificio di Gesù Cristo rinnovato nella
persona dei fedeli suoi servi ? No, non è pos
sibile il far giungere all'orecchio di questa
misericordia divina una supplicazione più elo
quente di un penoso sacrificio generosamente
compiuto, di un'amara tribolazione amoro
samente sofferta in vista della salute delle
anime.
Il quale genere di apostolato non ha
minor efficacia riguardo alle anime stesse, di
cui si tratta d' assicurare la salute; per modo
che quanto è potente a soddisfare la giustizia
di Dio ed a propiziarne la misericordia, al
trettanto ha di forza per distogliere i pecca
tori dal male e per ricondurli al bene. Chè
la parola non ha sulla mente e sul cuore de
gli uomini che una ristretta virtù; essendo
ogni uomo naturalmente mendace: Omnis
homo mendax (Ps. CXV, 2); e quindi ogni
uomo naturalmente inclinato a diffidare della
sincerità de' suoi simili, principalmente allor
chè si tratti di decidersi sulla parola di un
solo a far gravosi sacrifici, a combattere pas
sioni violente, a rompere abitudini inveterate.
ln tali casi le semplici affermazioni non ba
511
“ stano, ed anche l'eloquenza più persuasiva
suol farvi mala pruova: ma il linguaggio del
sacrificio troppo ha maggiore virtù di sot
trarre da ogni sospetto la sincerità, e guada
gnare anzi la confidenza; cosicchè uno dei più
accaniti nemici del cristianesimo fu pur co
stretto a riconoscere che non si può negar
fede a testimoni che si lasciano scannare; e
perchè appunto Gesù Cristo ne ebbe sempre
di somiglianti, la sua dottrina vinse tutte le
diffidenze, e di secolo in secolo ottenne l'os
sequio delle menti e dei cuori. La parola
evangelica non cessò mai di reggersi sopra
il sacrificio del Calvario, perpetuato e reso
costantemente visibile nella vita e nella morte
dei generosi imitatori della Vittima divina; e
così mentre i ministri del Verbo annunciano
dall'alto della cattedra i misteri di salute,
altri predicatori ben più eloquenti ne confer
mano la parola dall'alto della croce, ove
l' amor loro per Gesù Cristo li tiene confitti.
Ma i veri seguaci degli apostoli non lasciano
ad altri la cura di dare alla loro parola que
sta conferma del sacrificio, e ad esempio di
S. Paolo si recano a gloria il portar seco
dappertutto la mortificazione di Gesù Cristo,
persuasi che la vita di questo divino Salva
tore si spargerà con abbondanza tanto mag
giore, quanto la sua morte sarà stata da loro
imitata con tanto maggior perfezione: Sem
512
per mortificationem Jesu, in corpore nostro
circumferentes, ut et vita Jesu manifestetur
in corporibus nostris (II CoR., IV, 10).
Di tal guisa nella Chiesa, come nella
persona di Cristo, continuasi per l'apostolato
dei patimenti a compiere l'apostolato della
parola e ad assicurarne i frutti. Perchè in
realtà questi, piuttosto che due apostolati,
sono due elementi essenziali dell'apostolato
cristiano; nè sarebbe un esagerare dicendo
essere la necessità del primo anche maggiore
di quella del secondo. Se l'immolazione di
Gesù Cristo cessasse di avere imitatori, tutta
la eloquenza dei predicatori cristiani non sa
rebbe sufficiente a conservare la Chiesa ed a
salvare il mondo; laddove se questi fossero
costretti per un tempo al silenzio, ancora po
tremmo tutto sperare, finchè rimangano ani
megenerose che si sacrifichino con Gesù Cristo
al trionfo della Chiesa ed alla salute del mondo.
III. La superiorità che si attribuisce al
l'apostolato dei patimenti, sotto il doppio ri
spetto della necessità e dell'efficacia, potrebbe
di prima fronte sgomentare la fiacchezza del
nostro cuore; e tuttavia non avvi niente più
consolante di questa verità, quando sia bene
intesa.
- Il patire è amara pianta che nasce dal
suolo di questa terra maledetta in ogni clima
in ogni stagione, e in tanta copia da non es
513
servi pur uno dei figliuoli di Adamo che non ne
debba gustare i frutti ogni giorno, fino dal
primo di sua vita. Se però è vero che il pa
tire sia il mezzo più valido di apostolato, tutti
gli uomini si trovano indistintamente chiamati
a parte della più grande opera e più divina
che è la salute delle anime; essendo loro fa
cile ad ogni istante coi patimenti volontari, o
coll'accettare in unione del Salvatore i mandati
che la Provvidenza loro invia, ciò che ancora
è più facile, non solo di acquistar meriti
grandi per sè, ma di ottenere altre grazie co
piose pei loro fratelli. Così possono, come san
Paolo, compiere in sè quello che manca ai
patimenti del Signore ed insieme contribuire
al profitto del mistico suo corpo; cioè eserci
tare l'apostolato più meritorio a sè, ed alle
anime più salutare. Evvi cosa più consolante
di questa?
Ma ecco un'altra prerogativa di tale apo
stolato ancora più consolante; ed è che niente
può ritardarne l'esercizio, anzi dagli stessi
ostacoli che possono svigorire gli altri esso
trae maggior efficacia. Poichè l'apostolo può
trovarsi ritenuto dal predicare, costretto a ta
cere, chiuso anche in carcere; ma la persecu
zione che lo impedisce di far sentire agli uo
mini la verità gli accresce potere di ottener
grazie da Dio per loro. Può un'anima che
per ardore di zelo prega incessantemente a
L'Apostolato del Cuor di Gesù 33
514
salute dei peccatori, vedersi o da malattia o
da interni travagli ridotta al punto di non
saper formare la minima preghiera; ma que
sta impotenza, per ciò stesso che è dolorosa,
le si cangia in forza, ed essa tanto maggior
potere acquista dal Cuore del suo Dio col
l'apostolato del patire, quanto meno ritrovasi
abile a quello del pregare. Con questa ragione
il divin Maestro consolò una santa religiosa
che a lui querelavasi amorosamente di non
potere per grave malattia fare orazione: « Fi
gliuola, diceale, se tu non puoipregare, ma so
lamente patire, io invece posso pregare, ma
non patire: aiutiamoci dunque scambievol
mente; tu patirai per me, io pregherò perte,
e così salveremo insieme i peccatori. » In tal
modo anche il venerabile Curato d'Ars con
fortava una persona inferma, dicendole: « Voi
fate maggior bene così, che se foste sana, e
salvate più anime che il padre Lacordaire, ed
all'ora della morte conoscerete quanto a ciò
vi abbia giovato questa malattia. »
Oh meraviglia della comunione dei santi!
Non ha un solo fra membri del corpo della
Chiesa che per la sua unione col divin Capo
non possa efficacissimamente contribuire, a mi
sura della propria virtù, all'edificazione ed
aumento del corpo intero: Secundum opera
tionem in mensuram uniuscuiusque membri,
augmentum corporis facit in aedificationem
515
sui in caritate (EPH., IV, 16). E tale misura
della forza dei cristiani non si determina dai
talenti delle naturali facoltà dal credito dal
l'ascendente dall'operosità, ma unicamente
dall' amore, in charitate. L'amore a Gesù Cri
sto, la vera divozione al divino suo Cuore,
quale ci rende tutti apostoli, tutti ci schiera
nel grande esercito dell'Apostolato, a tutti
assicura la vittoria, mettendo in mano anche
agl'invalidi una spada di tempera divina; ed
è si grande la sua virtù che per essa la me
desima debolezza nostra diviene forza, e la
nostra morte si cangia per le anime in sor
gente di vita.

CONSIDERAZIONE III.

Terzo mezzo è la predicazione


secondo il Cuore di Gesù.

I. Il terzo mezzo posto in mano alla no


stra santa Lega per l'adempimento della no
stra grande missione è la parola, sopratutto
la parola divina per eccellenza, la predicazione
che si fa udire dalla cattedra evangelica. E
poichè l'Apostolato del Cuore di Gesù con
tiene tra le sue file, cominciando dal Sommo
Pontefice fino al più semplice fedele, persone
di tutti gli ordini della Chiesa, esso dispone
delle medesime forze di lei: tra le quali la
516
parola occupa, dopo la preghiera e i pati
menti, il primo posto. Essa è l'arma visibile
della Chiesa, come la preghiera ne è l'invi
sibile; per l'una si appoggia sopra Iddio, per
l'altra opera sopra gli uomini.
La parola è la forza della Chiesa, com'è
la forza di Dio medesimo. Quando egli crear
volle il mondo, a fare uscir dal nulla tutti i
globi celesti e tutti gli esseri che si muovono
nella immensità degli spazi, non usò altro
istrumento che la sua Parola. Pel Verbo,
ossia per la Parola del Signore, furono stabi
liti i cieli, e dal soffio della sua bocca procede
ogni loro virtù, Verbo Domini caeli firmati
sunt, et spiritu oris eius omnis virtus eorum
(PS. XXXII. 6). La Parola di Dio infatti non
è parola senza vita come la nostra, nè un
suono che si dilegua nel formarlo; ma eterna
come chi la pronuncia, come lui onnipotente
ed infinita, per modo che costituisce una per
sona dell'augustissima Trinità in tutto eguale
alle altre due; ed è la Parola in cui Dio
Padre riconosce la perfetta espressione del suo
essere, è lo stesso Figliuolo di Dio che dopo
aver creato il mondo si è incarnato per ri
scattarlo.
Il perchè non è da stupire se questa di
vina parola, scritta ne' libri santi ed esposta
dalla cattedra di verità, abbia tanta virtù; è
l' espressione fedele del Verbo, cui Dio Padre
517
pronuncia dalla eternità e di cui la virtù on
nipossente ha creato e conserva il mondo. La
manifestazione è differente; ma è sempre il
Verbo che in queste due forme si manifesta;
il quale, somigliante al sole che tende sola
mente ad illuminare, ha trovato nei suoni del
nostro linguaggio e nei segni della nostra
scrittura un mezzo di unirsi alle anime no
stre, più di tutti accessibile e di uso più uni
versale che il corpo per cui dovea diventarci
fratello; e dall'origine del mondo apparecchiò
con questa prima specie di unione l'unione
più assai perfetta che avea nella Incarnazione
da stabilirsi fra lui e la stirpe umana. Con
quella mostrossi ai patriarchi ed ai profeti e
volle che le rivelazioni de' suoi disegni e del
l'amor suo, di mano in mano più compiute,
si conservassero in un libro che in qualche ma
niera divenne suo primo corpo. Ora la Chiesa
possiede il Verbo di Dio in due maniere e per
due canali lo comunica a' suoi figli, e due
mezzi ha di rivestire i suoi ministri della
virtù di questo Verbo onnipossente, mettendoli
in istato di vincere tutti i suoi nemici: nella
sacratissima eucaristia possiede lui sostanzial
mente e corporalmente, da presentare a' suoi
come nutrimento dei loro corpi e delle anime
loro, e da convitarvi ogni giorno i suoi mini
stri a pigliar nuove forze per resistere ai ne
mici ed uscir vittoriosi da ogni loro assalto;
518

per la sacra parola serbata nella Scrittura e


nella Tradizione ella si unisce al divino suo
Sposo in maniera certo meno eccellente, ma
non meno fruttuosa; e lui presenta da medi
tare a' suoi, ponendolo sulle labbra de' propri
ministri come spada a due tagli che rompe
ogni resistenza e confonde ogni menzogna.
Quindi appare che la parola del Signore
ha grande analogia coi sacramenti, ed è come
questi segno sensibile e causa efficace della
grazia; segno sensibile, rappresentando per
via di suoni articolati o di caratteri scritti la
soprannaturale illuminazione delle menti e la
mozione soprannaturale della volontà; causa
efficace, producendo l'una e l'altra, non a
modo di occasione come potrebbe ogni oggetto
creato, ma per virtù a lei propria, per una
azione divina ond'è sempre accompagnata,
siccome parola che è realmente di Gesù Cristo,
Fides ex auditu, auditus autem per verbum
Christi; la quale grazia conferita dalla parola
evangelica non è certamente la grazia santi
ficante, ed in questo la predicazione si diffe
renzia dai sacramenti propriamente detti; ma
è la grazia attuale di lumi all'intelligenza e
di sante affezioni alla volontà. La parola pre
para la strada ai sacramenti, come il Precur
sore preparava la strada a Gesù Cristo; rad
drizza le vie tortuose, appiana i monti, colma
le valli, apre i cuori alla penitenza e li di
519)
spone a ricevere la santificazione che dai sa
cramenti dee conferirsi: ma lo Spirito di Gesù
Cristo è presente sì nella parola come nei sa
cramenti; per questi egli opera nell'intimo
dell'anima e vi stabilisce l'abitazion sua; per
quella si contenta di occuparne dapprima gli
aditi, ne dissipa le tenebre della mente, ne
prende l'imaginazione, ne muove i sensi e
quindi batte alla volontà fino a che libera
mente essa gli si arrenda; e dopo che per
virtù della parola egli ha riportato questa
vittoria, continua colla parola ad ornare l'anima
di cui è signore, a rischiararla di nuova luce,
a rendere ognora più intima la sua unione
con lei.
Maravigliosa potenza del sacerdote ! Ogni
volta che a lui piaccia, non ha se non a muo
ver le labbra per far parlare Iddio, per far
rivivere Gesù Cristo, per far risplendere alle
anime le chiarezze dell'alto e riempire i cuori
di una forza celeste: e la parola divina scor
rendo per la bocca di lui può avere tutta la
virtù cui aveva in quella di Gesù Cristo,
sempre la stessa, sempre ugualmente efficace,
perchè sempreugualmente divina;anzi annun
ciata dagli apostoli ottenne quello che scolpita
dalle benedette labbra del Salvatore non avea
potuto, convertì le nazioni, rigenerò il mondo.
II. Che bisognerebbe adunque per rinno
vare in oggi lo stesso prodigio? Due cose; la
520
prima che per bocca di tutti quelli che an
nunciano la parola parlasse Gesù Cristo solo,
come già parlava per bocca degli apostoli;
perchè egli solo è il Verbo, egli solo rischiara
le menti, egli solo risana e fortifica le anime.
Ogni parola puramente umana che tenti di
mischiarsi a questo Verbo divino ne oscura lo
splendore, ne attenua la virtù. Più l'uomo
appare, meno si mostra Iddio; più cerca il
cristallo di brillare del proprio colore, meno
è atto a trasmettere i raggi del divin Sole e
meno rischiara le deboli viste in cui favore
dovea quelli concentrare a renderne più viva
la luce.
Bisognerebbe in secondo luogo che i mi
nistri tutti della divina parola si adoperassero
a meritare le copiose benedizioni promesse dal .
Signore a quanti faranno conoscere agli uomini
le ricchezze ineffabili del suo Cuore; che tutti
per conseguente si sforzassero di penetrare e
di far penetrare i fedeli in questo santuario
dell' amor divino ; che scrutassero umilmente
il Cuore di Gesù; che studiassero alla scuola
di san Paolo i nodi tanto intimi che stringono
il divin Capo della Chiesa co' suoi membri;
che speculassero a fondo la sublime e conso
lante dottrina esposta sì bene dai santi Padri
e sì splendidamente dichiarata da molti grandi
teologi ed ascetici quali un Petavio, P. Gaetano
da Bergamo, uno Scupoli, un Kempis, un Olier,
521
un Saint-Jure, i quali fanno d' accordo risal
tare l'incorporazione dei fedeli tutti in Gesù
Cristo e fondano su questa grande dottrina
i loro insegnamenti morali.
Il più valente commentatore moderno,
Cornelio a Lapide, dopo esposta mirabilmente
tale dottrina spiegando il detto di Osea:
Voi siete figli del Dio vivente, Dicetur eis,
filii Dei viventis (I, 10), si lamenta che i dot
tori e predicatori facciano conoscere sì poco .
ai cristiani la realtà di questa filiazione divina
a cui per la loro incorporazione con Gesù Cri
sto furono elevati. I sacerdoti però che si sono
ascritti all'Apostolato del sacro Cuore, procu
rino solleciti che somiglianti lagnanze troppo
ragionevoli non abbiano luogo all' età nostra.
Non sia per loro questa devozione puramente
una pratica pia, ma soggetto di profondo stu
dio e soda predicazione, e più scaveranno in
questa ricca miniera, più vi troveranno tesori.
Il più intimo conoscimento delle relazioni del
Cuor di Gesù con Dio, con la Chiesa, con cia
scun' anima in particolare aprirà loro una sor
gente perenne di belle considerazioni di sode
istruzioni e di applicazioni salutari; ed una
volta che abbiano accostato il labbro a queste
dolcissime acque, non penseranno a ritrarnelo
mai più (1).
(1) Il Messaggere del S. Cuore che si pubblica in Bo
logna ha per fine speciale di svolgere la dottrina, qui appena po
522
Del rimanente alla facilità onde sì conso–
lante dottrina verrà intesa dai fedeli, ai senti–
menti che desterà, ai frutti che sarà per pro–
durre nelle anime, farassi manifesto in guisa
da non poterne dubitare, com' essa risponda
perfettamente ai tocchi che fa loro sentire lo
Spirito di Dio. Allora i predicatori, somiglianti
a Maria che si porta in seno il Verbo incar
nato visitando Elisabetta, pieni la mente ed
il cuore della cognizione ed amore del Cuor
di Gesù, ne acquisteranno tale calore, tale
unzione, tali accenti vivi e penetranti, scono
sciuti alla umana eloquenza, ai quali esulte
ranno commosse di gioia le anime giuste, ed
i peccatori ancora, come il Battista tuttavia
macchiato della colpa di origine, si scuote
ranno e saranno santificati.
E per verità che vi può essere più ac
concio a toccare il cuor degli uomini, a le
varlo al di sopra di sè, e fargli fuggire il pec
cato ed abbracciare ogni sacrificio, che il pro
fondo convincimento di essere fratelli di un
Dio e membri del suo corpo, di vivere vera
mente della vita e di avere per cuore il Cuore
di lui? Non sono queste le ricchezze della no

tuta indicare, e dimostrarne l'intimo nesso cogli altri punti


della credenza cattolica e coi doveri della vita cristiana; e nei
primi dodici volumi si contiene in proposito una serie di
articoli, interrotti poi a cagione dei pressanti bisogni e peri
coli della Chiesa, ma ripresi poi e continuati finora.
523
stra divina eredità cui san Paolo supplicava
sì ardentemente il Signore di far conoscere ai
cari suoi discepoli ? Che abbiam noi di meglio
da palesare ai nostri uditori ? Perchè vorrem
noi cercare altra scienza da quella infuori onde
sigloriava il grande Apostolo, che è la scienza
di Gesù Cristo, della sua croce, del suo Cuore,
dei legami tanto intimi che a lui ci unisco
no ? Questa è la parola cui Dio medesimo,
secondo il Salmista, è per dare a coloro che
annunciano la buona novella, riempiendoli di
forza, Dominus dabit verbum evangelizanti
bus, virtute multa (Ps. LXVII, 12). Faccia il
Signore che il cuor de' suoi ministri si riem
pia di questa buona parola, ne sieno essi ine
briati ed a somiglianza degli apostoli, la vada
no spargendo con sovrabbondanza dappertutto!
Faccia il Signore che intendano tutta la
virtù del Nome di Gesù, tutta la ricchezza
del Cuore di Gesù, nè predichino più altro
che Gesù! Potrà forse parere talvolta savio
consiglio l'appigliarsi ad argomenti umana
mente più aggradevoli; ma in verità può es
servi mai niente più aggradevole che il Sal
vatore, o più divinamente umano che l'Uomo
Dio ? A questi tempi male avventurati, ove
tutti i diritti sono misconosciuti, non possiam
meglio raffermarli che altamente proclamando
i diritti di Gesù Cristo: le autorità tutte sono
spregiate; l' autorità sola di Gesù Cristo può
524
riconciliar loro il rispetto, dopo riacquistato
il dovuto a sè: l' amore dei sensibili godi
menti dissecca i cuori, il Cuore di Gesù può
solo insegnarci a cercare i veri godimenti nel
sacrificio.
Questa è pertanto una delle condizioni
principali della rigenerazione della società che
da noi si sospira e deve affrettarsi dall'Apo
stolato della Preghiera. Conviene che si faccia
nel cuore di tutti i ministri della divina pa
rola una effusione novella dello spirito di Gesù
Cristo; che essi divengano in grado più per
fetto gli stromenti del suo Cuore; che ogni
pulpito diventi un centro donde si spandano
le fiamme dell' amore di lui sopra ciascuno
degli uditori e per essi sopra la intera società.

CONSIDERAZIONE IV.

Quarto mezzo è la direzione di spirito


secondo il Cuor di Gesù.

I. La predicazione non è il solo mezzo


con che il sacerdote devoto al Cuor di Gesù
possa cooperare a compierne i divisamenti;
perchè ogni giorno egli ha da esercitare un al
tro ufficio, più oscuro, se si vuole, ma non meno
efficace, in campo meno ampio, ma da potersi
coltivare con più cura e profitto; ufficio ve
525
ramente da padre delle anime, che le rigenera
più perfettamente a Gesù Cristo, e sta nella
direzione di spirito. Gesù Cristo nel comuni
care a lui il suo sacerdozio, comunica insieme
la divina sua fecondità e destina un' intera
famiglia di anime, alle quali possa dire come
già san Paolo ai primi fedeli : Figliuoletti
miei che io mi travaglio rigenerando, fino a
che sia formato Cristo in voi, Filioli mei
quos iterum parturio, donec formetur Chri
stus in vobis (GAL., IV, 19).
Nel tribunale di penitenza sopratutto
esercita il sacerdote colle anime questo am
mirabile ministero, incaricatovi non solo di
richiamare a vita le morte alla grazia, ma di
far progredire ancora nella via del bene le
vive; dovendo, come già il Profeta, non pu
re svellere e distruggere, ma di più costruire
e piantare, Ecce constitui te. ut evellas et
destruas, et aedifices et plantes (JER., I, 10);
perchè oltre l' essere confessore è anche di
rettore.
Ora tale direzione consiste, come abbiamo
accennato, nel compire la generazione delle
anime, nel formare interamente Gesù Cristo
in ciascun cristiano, nel rendere tutti i cuori
perfette imagini del Cuore di lui. Ma perchè
poi queste perfette imagini del divino Modello
s'incontrano così di rado, che mentre tante
piante si veggono giungere alla loro grandezza,
526 -

tanti animali alla pienezza delle loro forze, si


contino invece come un' eccezione le anime in
cui la vita di Gesù Cristo arrivi al suo com–
piuto svolgimento ? Forse perchè Dio è meno
largo della vita soprannaturale, termine di tutti
i suoi disegni, che della naturale agli occhi
suoi di sì poco valore ? Chi oserebbe pur di
pensarlo?
Ma se Iddio diffonde questa vita con ab
bondanza illimitata, se il Cuore di Gesù ne è
la fonte inesauribile, una delle due bisogna
dire: o gli strumenti eletti dal divin Cuore
per comunicarla alle anime non comprendono
tutti la natura del loro ufficio, o le anime re
sistono alla loro azione. Forse anche concor
rono insieme queste ragioni a spiegare il dolo
roso effettoaccennato. Checchè ne sia, egliè som
mamente desiderabile al profitto della gran
causa di cui desideriamo il trionfo, che tutti
i direttori di spirito riguardino sotto il suo
vero aspetto e nella immensa sua importanza
il carico loro affidato, e verso la società tutta
e verso ciascun'anima in particolare; poichè
dal fedele adempimento di esso dipende la ese
cuzione del disegno d'amore, ideato dal Cuor
di Gesù sopra la Chiesa intera e sopra cia
scuno de' suoi membri.
Noi già conosciamo quali sieno e come
Gesù Cristo abbia promesso di rigenerar colla
virtù del suo divin Cuore questa società irri
527
gidita dal gelo della indifferenza. Egli man
terrà la sua parola; ma perchè sia così, ri
chiede di cooperatori che, in apparecchio alla
rigenerazione della società universale, vengano
rigenerando le società particolari su cui pos
sono qualche cosa.
Tal è il gran còmpito del sacerdozio nei
tenebrosi giorni in cui viviamo. I popoli, come
tali, hanno perduto la vita cristiana, e per
farla ritrovar loro non ci vuol meno di un
poderoso colpo di Provvidenza; ma questa
vita dura tuttavia in non poche anime, e de
vono giovare a fortificarla gli stessi travagli
ond'è provata la Chiesa presentemente. Il
momento di lavorare direttamente alla grande
imagine del Salvatore, di cui la umanità tutta
deve esser la tela, non è forse giunto ancora;
ma ben se ne possono recare a maggior perfe
zione i piccioli ritratti cui ciascun uomo dee
in sè delineare; e tale gloriosa obbligazione
a chi meglio stimeremo imposta che al sa
cerdozio ?
II. Or dove potrà il sacerdote scoprire il
secreto della grand' arte di dirigere le anime?
Lo abbiamo detto, nè si può ripetere sover
chio: la scuola migliore è il Cuore di Gesù,
regola vivente e insieme principio efficace e
modello perfetto di ogni buona direzione. Poi
chè non presenta solo alla Chiesa intera la
più alta perfezione a cui possano aspirare i
528
membri più elevati in grazia, ma sì ancora
la perfezione propria dello stato di ciaschedun
fedele, che a norma di essa dee vedere ciò che
ha in sè di eccesso e di difetto. Perocchè l' es
senza di ogni spiritualità consiste appunto in
togliere da noi ciò che non troviamo in quel
divino esemplare, in adoperarci all' acquisto
di ciò che vediamo in lui e non troviamo in
noi, in mettere Gesù Cristo al posto nostro e
condurci com' egli vi si condurrebbe, e per
riuscire a così salutare e gloriosa sostituzione,
aiutarci coll' amor immenso del suo Cuore, il
quale non ad altro si studia se non a trasfon
dere la sua vita in noi. Cerchiamo in alto e in
basso, ascendiamo al sommo dei cieli, discen
diamo al fondo degli abissi, non troveremo
niente di ciò più sublime e più facile, niente
di più spedito e profondo, niente di più sem
plice e particolareggiato.
Oh quante anime che si affaticano dietro
una falsa immagine di santità sarebbero av
venturate se alcuno venisse loro a mostrare
come la realtà sia loro vicina ! Ahimè ! sì
affaticano, sì, queste anime e continueranno
così, fino a che non sia dissipata la loro illu
sione. Imperocchè lo spirito di Gesù Cristo le
spinge alla santità, per cui furono create; e
come la Provvidenza porta il bambino a nu
trirsi del latte materno, così la divina carità
le porta al Cuore di Gesù donde scorre un
529
fiume di grazie appropriate a ciascheduna;
ma non tutte sanno esse trovare il diritto cam
mino che ve le conduca, e non poche s' illu
dono intorno ai loro veri bisogni, e lottano
contro gl' istinti che le travagliano. L' errore
ne può essere più o meno volontario, più o
meno colpevole: ma quante cesserebbero di
combattere contro il Cuore del loro Dio,
se questi avesse in loro un degno interprete
della sua carità, il quale le togliesse d'errore
e le illuminasse intorno al vero lor bene !
Deh possano moltiplicarsi i direttori se
condo il Cuore di Gesù, che facciano capire
alle anime quanto l' amore di lui renda facile
la più alta santità; che senza costringerle a
compiere tanti faticosi giri, le dirigano imme
diatamente alla fonte; che loro insegnino a quin
di attingere la santità tutta viva, invece di
andarla non so dove a cercare nelle astrazioni
e nelle figure; che non mirino ad esser maestri,
ma vogliano meglio esser padri; che generino
anime a Gesù Cristo ammaestrandole di mo
rire a sè medesime per vivere unicamente a
questo divino amantissimo Salvatore !
III. Ma è ben da riflettere come tale per
fetta somiglianza del cristiano al Cuore di
Gesù, quanto è necessaria, altrettanto suole
incontrare ostacoli: altri interni di ogni tempo,
e sono le propensioni animalesche che soffo
cano lo spirito di Dio e ci trasportano verso
L'Apostolato del cuor di Gesù 34
530
i godimenti sensibili, mentre il divin Cuore
vorrebbe farci gustare le sue pure consola
zioni; la superbia che ci gonfia del nostro
niente e c' impedisce di riempirci di Dio per
mezzo dell'umiltà; la vita della natura in
somma che si rifiuta di dar luogo alla vita
soprannaturale in Gesù Cristo vorrebbe comu
nicarci. Altri ostacoli sono esterni, che a' no
stri giorni rafforzano terribilmente gl' interni
e portano più che mai l'uomo a trascurare
Iddio e fissare alla terra i suoi pensieri ed i
suoi desideri; la materia che si trasforma, le
forze fisiche che si piegano in docili strumenti
delle nostre cupidigie, gli agi della vita por
tati al sommo della raffinatezza, gli spazi che
si approssimano, le viscere della terra che si
aprono versando oro, gli abissi dei mari che
svelano le loro profondità più inesplorate,pro
ducono un'agitazione, una febbre, una corsa
frenetica dietro la fortuna ed i sensibili go
dimenti non mai più veduta. Da ogni parte
prendon nuovo aspetto le città, vi sorgono co
me per incanto i palazzi, fortune immense in
breve si accumulano e più in breve ancora si
dileguano: ed in mezzo a tutto questo una
licenza di pensare e di parlare senza limite;
tutte le più sante verità impunemente assa
lite; l' incredulità che fa mostra impudente
di sè, e con perfide arti s'insinua. Come si
può vivere della vita interiore in seno a tale
531
e tanto trambusto ? come conservare il gusto
della mortificazione cristiana ove l' aria me
desima respirata fin dall'infanzia è tutta im
pregnata di sensualità ? in una società tutto
materia come la nostra che luogo rimane alla
fde semplice e robusta, alle sante massime
che insegnano all' uomo a morire alla vita dei
sensi per non aver se non in cielo la sua con
versazione, Nostra autem conversatio in caelis
est (PHIL., III, 20) ?
Per tutto questo non fu mai più neces
saria la propagazione del vero spirito del Cuore
di Gesù; ma nè anche fu mai più difficoltosa,
non mai i direttori di anime ebbero a soste
nere un carico tanto importante ed al tempo
istesso tanto spinoso, nè mai il rigenerar quelle
in Cristo ebbe a costar più acuti dolori a
coloro che sono chiamati a tale divina pa
ternità.
Quindi essi debbono stringersi più che
mai al divin Cuore, tenere più che mai fissi
gli occhi a questo sovrano Esemplare, accen
dersi ognora più del suo celestiale ardore.
Ecco infatti, ecco la fornace divina predetta
dal Salvatore a S* Geltrude pei giorni del
grande raffreddamento , magnae refrigera
tionis: bisogna dunque che gli inviati di Dio
vengano a purificarsi ed infiammarsi le labbra
con un carbone di questo braciere divampante,
a fine di potere alle anime parlare un lin
532
guaggio atto a rischiararne le tenebre, a ri
scaldarne la gelata indifferenza. I sacerdoti
sono i primi depositari del Sacro Cuore, e
dispensatori della sua carità; ad essi però il
Salvatore rivolge presentemente, come già agli
apostoli, la parola che sì ben dipinge le bra
me del suo amore: Io son venuto a mettere
il fuoco in terra, e che altro desidero io se
non di vedernela incesa? Ignem veni mittere
in terram, et quid volo nisi ut accendatur
(LUC., XII, 49)? Dunque i direttori di spi
rito si facciano i conduttori di questo calor
divino, che ben presto infiammi gran numero
di cuori e rinnovi la faccia dalla terra.

CONSIDERAZIONE V,

Quinto mezzo è l' educazione secondo


il Cuore di Gesù,

I. Tra i membri della santa nostra Lega


si trovano di quelli che senza essere sacer
doti possono più efficacemente che molti di
questi contribuire alla formazione di Gesù
Cristo nelle anime ed alla diffusione del suo
regno nella società, e sono appunto coloro a
cui si affida il rilevante ufficio e difficile apo
stolato della educazione. Scopo del quale es
sendo il far conoscere la verità ed amare la
533
virtù, ci pare degno però del nome di aposto
lato. Vero è che ben tenere sono le anime in
cui esso si esercita; ma le lezioni che loro
porge ed il bene che loro fa non hanno quin
di se non importanza maggiore ; perchè la
sorte della società, ed in certo senso anche
della Chiesa, dipende dalla sorte di tali ani
me e dal buon effetto cui produrrà su di
esse la educazione.
Difatti la è cosa evidentissima che il fu
turo appartiene alla gioventù. Giacchè di qui
a quarant'anni quelli che ora, governano le
famiglie ed i popoli saranno scomparsi la
massima parte, e sostituiti dai giovinetti che
presentemente vanno a scuola: e le bambine
che vediamo portate in braccio alle madri
avranno allora signoria del domestico focolare,
esercitando nelle famiglie, e per le famiglie
nella società, un potere che non la cede gran
fatto a quello del sesso più forte. Se però ci
è dato sperare che la nascente generazione
voglia essere fedele a Gesù Cristo e cercare dal
suo Cuore tutto ciò che forma il bene delle
anime e della società, potremo ben conso
larci dei dolori e delle vergogne presenti. Non
ci dà gran pensiero un fiume che in dì pro
celloso meni turbolente le acque, perchè sap
piamo che al domani le sue onde avranno ri
preso la purezza usata: così passano e si suc
cedono le umane generazioni, e noi potremmo
534
mirare senza sgomento i disordini e le agita
zioni della presente, quando la vegnente fosse
per assecondare meglio di noi gli ordini della
Provvidenza e lasciarsi rigenerare da Gesù
Cristo. Ma chi potrà porgerci così bella spe
ranza ? L' educazione.
Se la data ai figliuoli nostri sarà tanto
forte da porli in grado di resistere alle in
fluenze funeste che operano su di noi; se
tanto ben diretta da far loro sentire quanto
debbono a Gesù Cristo e quanto ripromettersi
da lui; se meglio avvisati di noi essi tornano
pienamente all' ordine e rendono al Salvatore
degli uomini e dei popoli il posto a lui do
vuto, salveranno se medesimi e seco il mondo.
E tutto, a dir vero, sembra invitarci a cre
dere che la generazione prossima sia per eser
citare sul mondo una signoria, dalla cristiana
società non ancora posseduta, in virtù dei
mezzi più che mai validi e più rapidi di ope
rare e di comunicare fino alle più remote
parti del globo: ma quando essa non sia per
intendere meglio di noi le mire della Provvi
denza, e come noi sia per cercare il benessere
e l' avanzamento fuori di Gesù Cristo, come
noi si sposserà in vani sforzi, e coll' esten
dere il suo dominio non farà se non spandere
più largamente il contagio de' suoi errori e
de' suoi disordini.
II. Questa prima considerazione baste
535
rebbe a farci comprendere l'immensa impor
tanza di una educazione veramente e com
piutamente cristiana; ma un'altra del pari
evidente ce la farà comprendere meglio an
cora. È verità troppo conosciuta e ripetuta che
la direzione data in gioventù decide il più
spesso del rimanente della vita; perchè l' a
nima, alla maniera di un metallo tuttavia
caldo, riceve allora tutte le impressioni e
prende facilissimamente una forma, che le
sarebbe difficile a prendere in appresso; e allora
è per conseguente che il regno di Gesù Cristo
dee stabilirsi nelle anime cristiane, abbrac
ciarne tutto l' essere, sottometterne tutte la
facoltà.
Gli anni seguenti avranno poco più altro
che a svolgere i germi stativi deposti nei
primi. Cangiano le stagioni e con esse le di
sposizioni dell' anima, la quale molti nembi
vedrà passarsi sul capo, e da non poche tem
peste ancora potrà vedersi battuta e guasta;
ma se in essa la pietà e la fede avranno pro
fondamente gittato radice, resterà sempre luogo
a sperarne assai; e per contrario se le facoltà
di lei si sono sviluppate fuori della religione,
troppo è da temere che tutte le buone in
fluenze, destinate più tardi ad operare in lei,
non ne passeranno la superficie, e di leggieri
verranno a svanire per le contrarie.
L' uomo è libero certamente a ciascuno
536
istante di sua vita, a ciascuno può egli pas
sare dal bene al male o dal male al bene,
e di questa libertà usano pur troppo i cri
stiani per mettersi in contraddizione colle mas
sime scolpite loro in fondo al cuore da una
buona educazione: nondimeno si può in ge
nerale affermare che la direzione della vita
si determina da ciascun uomo secondo il
punto di vista sotto cui egli riguarda i suoi
destini; ora questo punto ci viene fornito dal
l' educazione.
Qui sta il primo lavoro che senza pur
riflettervi compie ogni ragionevole creatura,
non appena si sveglia la sua ragione. Vedete
come si conducono i fanciulli e vi tornerà fa
cile il convincervi come ciascuno di loro si
forma della vita un concetto che lo dirige
nell'insieme di sue operazioni: per l'uno, a
cagion d' esempio, la vita è un passatempo, e
quindi non può soffrire che altri lo obblighi
al lavoro o ne domandi un sacrificio;per l'al
tro invece ha la vita interessi da difendere e
promuovere, e quindi egli sa vincere le sue
puerili passioni per ottenere alla sua maniera
lo scopo; un terzo solleva più alto i suoi
pensieri, e malgrado i trascorsi a cui lo sospinge
la leggerezza della età, egli si lascia con
durre dal sentimento del dovere e dall' amor
di Dio.
I quali differenti punti di vista in cui si
537
collocano gli uomini fino dalla puerizia si po
tranno più tardi meglio chiarire ed assodare,
ma è raro che si mutino interamente; ed
hanno dalla educazione il principio o almeno
la loro stabilità. Opera principale di questa
è il far bene intendere che sia la vita; e se
vi riesce, gli scapiti che possa incontrare
nel rimanente non saranno punto mali senza
rimedio: ma se invece fa mala prova nel
compimento di questa impresa, tutti gli altri
vantaggi che possa procurare all'uomo, cui
non abbia saputo dare a capire il fine della
vita, saranno strumenti di morte da servire
solamente alla rovina di lui e della società.
III. Appena vi è poi bisogno di aggiun
gere esservi un solo concetto della vita che
sia vero, cioè quello che ce ne dà lo stesso
Autore di essa; quello che ce la fa riguardare
come destinata a renderci somiglianti a Gesù
Cristo e per Gesù Cristo a Dio: gli altri fini
sono secondari e da riportarsi al primo, che
tutti in sè li comprende, e non può venire
sostituito da nessuno senza metter l'uomo in
opposizione cogli ordini di Dio.
Il Cuore di Gesù è l'unico punto da
cui si dee riguardare la vita per ben com
prenderla; e chi voglia riferirla unicamente
al proprio vantaggio, alla famiglia, alla so
cietà, non la può intendere se non imperfetta
mente, e perciò male. Nell'uomo hanno fa
538
coltà, bisogni e tendenze cui nè la famiglia,
nè la società vale a soddisfare, ma solo il
divin Cuore; e chi non conosce Gesù Cristo,
chi non riferisce a lui tutto sè come a fine
ultimo, nè comprenderà se medesimo, nè avrà
riposo, nè altro sarà che tormento a sè ed
agli altri.
Dunque la natura e l'ufficio della edu
cazione sta sostanzialmente in far conoscere
Gesù Cristo ai giovinetti cristiani come il
vero motivo di loro creazione, la ragione del
loro essere, il compimento necessario di tutte
le loro aspirazioni, la sorgente del vero lor
bene; in far loro capire come Gesù Cristo è
per essi più che maestro, più che padre, più
che fratello, più che amico, infinitamente più;
essendo egli loro Capo ed essi suoi membri,
a cui egli è principio di una vita divina; per
fezionamento della vita loro animale e ragio
nevole, senza di che questa riuscirebbe peg
giore di ogni morte; e con tali ammaestra
menti porre quelle anime come nella impos
sibilità di vivere fuori di Gesù Cristo, a quel
modo che non si può respirare fuori dell' at
mosfera, nè vivere umanamente fuori della
società umana.
Si dirà per ventura che tale maniera di
riguardare la vita contiene la perfezione, e
tutti gli uomini non vi sono tenuti: al che
rispondo che potrà ben anche contenere la
539
perfezione, ma certamente contiene la verità.
O Gesù Cristo è niente o è tutto per noi; e chi
crede alla sua incarnazione ed alla sua morte,
alla grazia che ci fa vivere della sua vita,
all'Eucarestia che ci nutre delle sue carni,
al cielo che ci dee fare in eterno partecipi
della sua gloria; e poi pretenda di considerare
Gesù Cristo come un puro accessorio, male
si accorda colla ragione dalla sua fede illu
minata.
Che tutti gli uomini non si sentano di
portare fino all'ultima loro perfezione le con
seguenze pratiche del mirare la propria vita
in ordine a Gesù Cristo; che la fiacchezza
umana si riserbi la buona sua parte, anche
fra' cristiani rischiarati dalla luce e fortificati
dalla grazia del Salvatore, la è cosa pur
troppo che dobbiamo aspettarci; ma se l' in
telletto ben concepisce la verità, il cuore
deve trovarne un rimedio alle sue debolezze,
Quegli che in un momento di procellosa oscu
rità si svia dalla strada che pur conosce, non
avrà molto a stentare per ritornarvi; ma chi non
ne abbia se non una notizia falsa o mancante,
per quale aiuto potrà riaversi dal suo smar
rimento? Non esitiamo a riconoscere come
nella educazione non abbastanza seriamente
cristiana si trovi una delle grandi cagioni per
cui venga meno e si perda buon numero di
persone le quali per altro si sarebbono potute
540
credere allevate cristianamente. Molte preghiere
forse si sono fatte lor recitare, molte pratiche
divote esercitare, ma non conoscere bastevol
mente le relazioni loro con Gesù Cristo, che
in cambio di porlo ad esse presente come car
ne della loro carne, osso delle loro ossa, luce
dei loro occhi, vita della loro anima, si mo
strò come in lontana e nebulosa regione dove
nè la mente loro potea giungere, nè affezio
narsi il loro cuore; così la religione avrà preso
anche larga parte del loro tempo, ma non
penetrato l'intimo del loro essere, rima
nendo per loro quasi vestimento, portato in
principio con gioia, appresso con indifferenza
e forse con qualche tedio, infine anche dis
messo, appena si trovarono in libertà di
farlo.
IV. La natura stessa del male ce ne indica
il rimedio: e così convien che l'educazione a
compiere il suo grande incarico si appoggi a
Gesù Cristo e si proponga per fine lo stabi
lire il regno di lui nelle anime. Nè per que
sto le si domanda di sacrificare alcuna delle
parti del suo insegnamento. Si applichi pure
a svolgere le forze del corpo, ad arricchire la
memoria, ad allargare l'intelletto, a fortificare
la volontà; insegni tutte le arti e tutte le
scienze il cui acquisto non aggravi di sover
chio le forze ancor tenere della giovinetta età;
ma riduca il tutto alla scienza di Gesù Cristo
541
e da lui prenda il modello della perfezione a
cui dee condurre ciascuno di quelli che per
ufficio ha da formare.
L'arte delle arti, ha detto un santo Pa
dre, è il governo delle anime, di cui la edu
cazione costituisce una delle parti più rile
vanti; e chi è incaricato di questa si può
assomigliare ad uno scultore cui Dio affida
delle pietre viventi da formarne capilavori. A
tal uopo egli deve anzitutto procurarsi un
esemplare, che sarebbe inutile il cercare al
trove che in Gesù Cristo. Questi è l'esem
plare generale di tutti gli uomini, e particolare
di ciascuna persona, di ciascuno stato, di
ciascuna indole, di ciascun naturale; fornito a
dovizia di ogni bella qualità e di ogni per
fetta virtù; di buona grazia, di carità, di fer
mezza, di scienza, di pietà e di quanto altro
l'educazione ha per iscopo di svolgere pro
movere e perfezionare; laonde un maestro
veramente cristiano non ha se non a studiare
sotto ogni aspetto questo Modello divino e
sforzarsi di venirlo delineando in ciascuna delle
anime intorno alle quali ei lavora.
Nè questo basta, ma bisogna di più che
egli sappia mettere tale Modello in amore a
coloro che ne debbono essere vive copie: se
ciò non ottiene, egli non ha ottenuto niente;
perchè la educazione non può esser opera pu
ramente passiva in quelli a cui profitto si
542
compie. Non si coltivano le anime come le
piante; e poi anche le piante non cooperano
forse secondo lor modo alla coltura cui rice
vono? A che servirebbe lo smuovere loro in
torno la terra e l'irrigarle frequente, se le
radici non succhiassero il benefico umore e
con esso le sostanze che danno loro vita ed
incremento? Ciò che fanno le piante portate
da una cieca necessità, debbono fare le anime
liberamente, e solo a tal prezzo si ottiene la
buona riuscita della educazione. Troppo poco
sarebbe il conseguire da queste anime tene
relle l'osservanza dell' ordine esterno sotto
l'impero di una disciplina tutto militare; se
l'ordine non è amato, altro non fa che appa
recchiare un'opposizione sommamente funesta;
quando sia giunto per quelle il momento di
scuotersi di dosso il giogo: intanto i vizi po
tranno esser repressi, ma non corretti; le in
doli, anzichè raddrizzate, indotte alla simula
zione, peggiore di ogni stortura; e così in
cambio di un uomo e di un cristiano, si viene
a formare un'anima da schiavo
Tutto altrimenti se voi pervenite a far
conoscere ed amare Gesù Cristo a queste care
anime, sì ben disposte a concepire ogni no
bile sentimento. Amate voi però questo Sal
vatore divino, e non vi tornerà difficile il far
pregiare ai vostri alunni la gloria insigne di
averlo a Fratello, a Re a Capo: mostrate a
543
qual termine egli vuole condurli e la nobile
impresa cui desidera compiere coll'aiuto loro
sopra la terra; dite che egli abbisogna di essi
e dipende da ciascuno l'affrettare o il ritar
dare il trionfo della causa di lui; mostrate
nella storia i tradimenti tutti ond'egli fu vit
tima, e l'ignominia onde questi vennero sem
pre accompagnati; fate loro distinguere le due
grandi schiere che spartono la società in cui
essi sono per entrare; nell'una Gesù Cristo
che accoglie a sè dintorno ogni virtù e pro
muove ogni verace avanzamento, nell'altra
Satana che fa suo pro di ogni vizio e vende
le soddisfazioni dei sensi al prezzo dell'ab
bassamento dell'anima; date bene a capire
che quanto vi ha di grande di nobile di one
sto di generoso si trova nel Cuore del loro
Dio; esercitateli di continuo ad approssi
marsi a questo divino esemplare; fate che
ciò bramino quanto voi lo bramate; e se vi
riuscite, l'opera tanto difficile della educa
zione vi addiverrà facile, e voi avrete reso
così alla società ed alla Chiesa il più emi
nente servigio.
CONSIDERAZIONE VI,

Sesto mezzo è la scienza


secondo il Cuore di Gesù.

I. Per istabilire il regno di Gesù Cristo


nella società non ci basta l'unire le preghiere
nostre a quelle del suo divin Cuore; non ci
basta il raccogliere nella santa nostra Lega
predicatori che lo dieno a conoscere ai fedeli,
zelanti direttori di spirito e maestri veramente
cristiani che disegnino le divine sembianze di
lui nelle anime; ma ci fa mestieri ancora del
soccorso della scienza, più utile assai di quello
che a primo aspetto potrebbe sembrare. Pe
rocchè se la scienza non è rigenerata e non
diviene al tutto cristiana, neppure sarà rige
nerata la società nè sottomessa alla signoria
di Gesù Cristo.
Di fatti l'opera della scienza è più du
revole e a lungo andare più efficace di ogni
altra sopra la società. Anche la ricchezza ed
il potere vi può produrre grandi effetti e ad
un punto dato scuotere il mondo intero; ma
la ricchezza si consuma e passa il potere,
laddove la scienza procede sì più sordamente;
però quanto è più lenta nello estendersi,tanto
è più soda nello stabilirsi; e mentre le pas
sioni si agitano alla superficie degli animi e
545
delle società, le idee se ne impadroniscono del
fondo, nè potenza umana di sorta può arre
starne il corso nè lungamente resisterne alla
p0SSa.
Alla forza del convincimento non si resi
ste, ed i difensori della verità, anzi che la
gnarsene, debbono cavarne il principale mo
tivo di loro speranze; mercecchè la sola verità
possiede virtù di acquistare il convincimento
in maniera permanente. Così ella, fermando il
suo dominio nell'intimo degli animi, ha già
trionfato la prima volta di tutte le potenze
del mondo congiuratele contro; così trionferà
una seconda, posto ancora che una congiura
novella la ricostringesse a nascondersi nelle
catacombe.
Però non vi è cosa più necessaria per la
Chiesa dell'avere a suo servigio una poderosa
falange di dottori, armati di tutto punto e
pronti a difenderla contro gli assalti di tutti
i suoi nemici. La discendenza dei quali deve
perpetuarsi quanto le umane generazioni; per
chè i lavori della precedente non bastano più
alla susseguente; avendo ciascun secolo le sue
scoperte, i suoi sistemi, ed i suoi emissari
dell'errore che di questi pretendono forbirsi
un'arma contro la verità; la quale ove man
chi di valorosi sostenitori che sappiano conci
liare col domma rivelato ciò che in quelli è
di vero, e dimostrar falso quanto si oppone
L'Apostolato del Cuor di Gesù 35
546
a questo, una funesta divisione intruderassi
tra la scienza e la fede, di guisa che le menti
colte si alienino dalla Chiesa e trascinino die
tro a sè la moltitudine degl'ignoranti; il vi
zio troppo contento di collegarsi colla luce
del sapere seduca tanto più facilmente le
anime, quanto più col metterle in rivolta
contro la virtù, loro arrivi a persuadere che
combattono i pregiudizi e l'ignoranza: quelli
che tengono posto elevato in società si sot
traggano all'autorità della fede e per loro la
miscredenza invada ben presto anche il grosso
del popolo. Così avvenne al secolo scorso,
così avviene nel presente.
Con questo però non vogliamo dire che
manchino del tutto oggidì alla Chiesa i
dottori, o sia venuta meno a lei la testimo
nianza della scienza di fronte all'empietà del
l'ultimo secolo: vi furono allora e vi sono
adesso uomini dotti e pi ad un tempo, i
quali confutarono gli errori in voga e chiaro
dimostrarono l'accordo della fede colla ragio
ne; ma per mala sorte la voce di tali uomini
non riuscì tanto forte da dominare la voce
degli avversari, e perciò gran parte della so
cietà si sottrasse al benefico dominio della
religione e troppo è lungi ancora dal ritornarvi.
Ora perchè gli uomini in sì grande nu
mero lasciano in abbandono le nostre chiese
ed i nostri altari, e i nostri pulpiti si veggono
547
tanto spesso attorniati solo da piccola schiera
di persone divote ? Forse perchè la religione
del Vangelo non si conviene a tutti, anche a
coloro che si stimano dappiù degli altri? Non
già, non già: ma il gran perchè sta nella
educazione impartita specialmente al miglior
sesso, il quale nell' apprendere le scienze pro
fane disimpara la religione. I giovinetti colla
perspicacia propria di loro età si accorgono di
leggieri come non pochi dei loro maestri non
si curano gran fatto della fede, quando ancora
si astengono dall' apertamente combatterla,
laonde fatti animosi da tali esempi e sospinti
dalle nascenti passioni si lasciano affascinare
dalla funesta licenza del pensiero,ai loro occhi
raffazzonata dal corredo della scienza, e quando
adorni di un grado o di un officio fanno ri
torno al domestico tetto, vi si scoprono in
creduli o indifferenti; quelli d'inferior ordine
traggono ad imitarli, e così l'incredulità dei
professori comunicasi ai discepoli da loro
istruiti, e da questi si estende agl'ignoranti. Ec
covi il grande pericolo della Chiesa, eccovi la
piaga permanente delle società moderne.
La quale piaga, si noti bene, non può
risanarsi con alcuno dei rimedi offerti dal
l'ordinario ministero. Imperocchè i pastori
non hanno guari accesso che alle agnelle fe
deli, e se talvolta riescono a condurne alcuna
delle smarrite, non potrebbero mai far cessare
548 .
la rea cagione che con quella strappò mi
gliaia di altre dall'ovile. I predicatori fanno
udire la loro voce a poco più altri che ai già
convinti, e mentre si consumano di fatiche
per conservare questo picciol drappello intorno
al vessillo della verità, non possono impedire
che molti e molti corrano ad ascoltare altri
maestri e si lascin sedurre dai più funesti
errori.
Dunque se desideriamo davvero il trionfo
della Chiesa, ci conviene pregar istantemente
il Signore che susciti a difesa della sua causa
persone capaci di mettere a terra questa scienza
menzognera che al giorno d'oggi è per noi
l'avversario più pericoloso. I zelanti pastori
ci son necessari, necessari ipredicatori pieni
dello spirito di Gesù Cristo; ma ci sono del
pari anche i grandi dottori che facciano al
presente in pro della Chiesa quello che già
fecero i grandi dottori del secolo XIII e XVI.
In quelle due epoche la verità cattolica
trovossi di fronte a formibabili assalti: spiriti
sottili e colti abusavano per combatterla della
ragione e della Scrittura; ma nel terzodecimo
secolo come nel decimosesto Iddio suscitò geni
grandi, i quali valsero a dimostar così bene
l'armonia della ragione colla fede, della tra
dizione colla Scrittura, che l'errore fu ridotto
al silenzio o almeno in istato di non poter
più sedurre la buona fede.
549
Domandiamo pertanto a Dio un somi
gliante soccorso per la sua Chiesa, e che ci
mandi altri santi Tommaso e Bonaventura,
altri Bellarmini e Suarez, altri Gerdil e
Bossuet; ed alla Chiesa conceda di rialzare
le istituzioni stabilite già in ogni parte del
l'Europa per formarvi dottori, ed al nostro
tempo infelicemente rovinate. Non è certo la
buona volontà e l'ingegno che manchi alla
causa cattolica; anzi da ogni lato veggonsi
destare giovani pieni di coraggio e di ardore,
i quali si avanzano con intrepidezza meravi
gliosa e si lanciano per entro le schiere ne
miche; e se il buon successo non ne eguaglia
sempre il valore; se anche talvolta qualche
passo non bene misurato ne mette a rischio
la causa, non si vuole ciò ascrivere fuor che alla
mancanza d'istituti dove tali valorosi guer
rieri avrebbero dovuto formarsi alla tattica
militare.
Da chi dipende però il far rinascere a
tanta utilità della Chiesa quelle cattoliche
università che formarono un tempo la gloria
d'Italia, di Francia di Spagna, e donde usci
rono quei giganti di sapere i quali portarono
a sì alto punto l'intelligenza umana? Dipende
un poco da tutti, nè vi è persona che da sua
parte non possa contribuire ad effetto sì grande.
Noi lo possiamo dapprima colle preghiere, le
quali non potrebbero esser volte a fine più
550 -

degno: lo possiamo appresso forse coll'auto


rità e cogli aiuti cui la carità nostra potrebbe
a simile scopo procurare all'episcopato. Ogni
giorno si fondano scuole e spedali, e Dio siane
benedetto! La cura degl'infermi e l'istruzione
della puerizia sono opera eccellente; ma la
difesa del vero, la confutazione dei pestiferi
errori che come micidiale contagio corrom
pono le anime, la formazione dei campioni
della causa di Dio, non sono ancor essebelle
imprese e grandi? Perchè dunque porle in
oblivione? Oh quanti vescovi si riputerebbero
felici di concorrervi coll'autorità loro, ove la
carità dei fedeli porgesse loro i mezzi neces
sari a tanto fine !
II. Alla Chiesa però non basta l'aver
dottori atti a difenderla coll'arme della scienza;
ma perchè questa ci ottenga la bramata vit
toria, perchè possa portar colpi decisivi che
facciano cadere appiè di Gesù Cristo tutti i
suoi nemici, bisogna che acquisti un' efficacia
non mai avuta fin qui, da ripetere non d' al
tronde che dal Cuore di Gesù. Oh sì, da que
sta fornace ardente di amor divino dee la
scienza ritrarre la luce ed il calore onde ren
dersi atta a rinnovare il mondo.
Iddio è il Signore della scienza, Deus
scientiarum Dominus est (I REG., II, 3): e
questo titolo “ non meno appartiene a Gesù
Cristo che al suo Divin Padre; anzi egli, co
551
me Verbo, Luce e Sapienza del Padre, ha di
ritto di appropriarselo; se dunque gli è Signore
delle scienze, non è oramai tempo che i no
bili suoi sudditi gli vengano a rendere omag
gio, e gli formino intorno una splendida corte
per farlo dal suo trono regnare sovrano sul
l'universo ? Vero è che da tutte le scienze
non può esigersi la stessa sudditanza e gli
stessi onori verso il Verbo incarnato, perchè
non tutte hanno le stesse intime relazioni
con lui.
Le matematiche, per esempio, e la fisica
considerate in sè non ponno essere più cri
stiane che pagane; tuttavia debbono pur ren
dere alla fede di Gesù Cristo un omaggio in
diretto, tutto a proprio vantaggio, non con
tradicendo cioè con ipotesitemerarie ai dommi
certi della rivelazione. Esse più di una volta
gittaronsi per questa via, non riuscendo però
mai se non ad assurdi e chimere gittate ben
presto in abbandono. Quanti nel secolo pas
sato contrapposero al racconto di Mosè co
smogonie che sortirono allora gran voga, ed ora
sono derise dagli stessi scolari, come saranno
ben tosto i nuovi sistemi sbocciati dal cer
vello dei nostri scioli anticristiani.Sarà quindi
cura principale dei dottori cristiani il dimo
strare come tutte coteste teoriche in tanto
si allontanano dal fatto e dalla logica in
quanto precisamente si allontanano dalla cri
stiana rivelazione.
552
Essi potranno anche di un' altra maniera
far servire le scienze naturali alla glorifica
zione di Gesù Cristo, applicandosi cioè a far
risaltare i simboli stupendi della natura; giac
chè nelle proprietà dei corpi,nei lor movimenti,
nelle leggi che li governano, nella luce e nel
calore, nel sole e negli astri, nell'aria e nelle
acque, negli animali e nelle piante non avranno
a stentare per iscorgere le imagini sensibili
delle leggi, dei movimenti, delle armonie del
mondo spirituale di cui Gesù Cristo è il re.
Le quali analogie, tutt' altro che effetto del
caso, come le menti superficiali vorrebbero
darsi ad imaginare, si attengono anzi intima
mente all' ordine divino di cui entrano a co
stituire l'unità. Cosicchè si possono dire la
ragione primaria della esistenza dei corpi, cui
Dio non ha certamente voluti e prodotti per
sè medesimi. Il perchè non è un uscire dai
confini della scienza il certificare queste rela
zioni, ma bene un perfezionarla facendone
spiccare l' armonia. Lo scienziato che si re
stringe a formolare le leggi dei corpi ed a
misurarne i movimenti e le forze, non fa più
del muratore che taglia le pietre applicandovi
la squadra ed il compasso, mentre il nobile
architetto le considera in ordine all' edificio
di cui tutto comprende il disegno; ed a que
sto assomigliasi chi sa scoprire come queste
leggi si riferiscano ad altre di un ordine su
553
periore, e mirare il mondo universo come un
gran tutto di cui Gesù Cristo è centro e som
mità.
Ma bene più strettamente dipendono dal
l'Uomo-Dio le scienze del mondo spirituale,
come la filosofia, la morale, la politica, la
teologia; perchè toccano a lui in ogni loro
punto. Egli ne è oggetto, perchè trattano di
Dio e dell'uomo, cioè delle due nature onde
egli è composto ; egli è loro regola, perchè
nei grandi principi da lui posti nella sua ri
velazione hanno lume e guida per non er
rare; egli è loro compimento, perchè l'uomo
ha in sè brame immense che da lui solo si
possono appagare, immensi vuoti che da lui
solo si possono colmare, un'immensa con
traddizione che da lui solo si può conciliare,
lotte crudeli che da lui solo si possono pla
C8T0,

Nondimeno per quanto sia inesplicabile


la natura dell' uomo senza la luce di Gesù
Cristo, la sua storia è più ancora inesplica
bile, e si può dire un vero abisso di confu
sione, ove la mente non vede altro se non delitti
pugnanti contro delitti ed errori generanti al
tri errori; vi appare come un insulto di ses
santa secoli alla Provvidenza, ed il mondo
morale come il contrapposto dell' armonia che
regna nel mondo fisico, in una parola, la ra
gione vi si dispera. Ma non appena in sì te
554
nebrosa notte sorge qual sole raggiante Gesù
Cristo, tutto il disordine svanisce, gl' intendi
menti divini si manifestano, la Provvidenza
si giustifica, la ragione comprende ed ammira,
leggendo nell' istoria la lotta della bontà di
Dio contro la malizia dell'uomo e del demo
nio, ove Dio si adopera fin dalle origini del
mondo a preparare e stabilire il regno di
Gesù Cristo, e l'uomo abusando di sua li
bertà vi si oppone, mentre nel sottomettersi
troverebbe la sua felicità. Così al raggio di
questa luce tutto si spiega, gli sconvolgimenti
ed i flagelli, i travagli e le ricompense, i di
sordini stessi rientran nell'ordine; e posata
la pietra angolare, si aderge in magnifico
tempio quello che pocanzi non appariva se
non un cumulo di rovine.
La letteratura eziandio, coltivata al lume
di Gesù Cristo, acquista uno splendore, una
vita, una divina sublimità di cui va spoglia
quando si arresti alle sole forme del linguag
gio ed alla dipintura delle bellezze del creato.
Che è la poesia se non un adombrare nel
linguaggio del mistero della Incarnazione,
unendo ad una forma sensibile di un' eterna
idea? Che è l' eloquenza se non l' espressione
viva di quell' amore del bene che ritrovasi al
più alto grado nel Cuore di Gesù? I contra
sti sono per la letteratura la più copiosa sor
gente di bellezze e sentiti affetti; ma dove
555
trovare contrasti paragonabili ai radunati in
Gesù Cristo, il finito e l'infinito, la pienezza
del godere e l'eccesso del patire, la grandezza
e la bassezza, la tenerezza e la forza, la vita
e la morte? Dove trovare eroismo pari a
quello onde il Cuore di Gesù è fonte da ol
tre diciotto secoli, non pure appo i guerrieri
ed i forti personaggi, ma sì ancora appo i
fanciulli e le più timide vergini? Dove tro
vare infine poesia, somigliante a quella dei
nostri Libri santi, eloquenza che non iscolori
di fronte a quella di san Paolo? Non è
forse da questa fonte che attinsero i più
grandi oratori ? ed il Segneri, il Bossuet
non sono ben più debitori ad Isaia che ad
Omero, all'Apostolo che a Cicerone ? Imi
tiamo tali esempi e vediamo come renderci
ognora più cristiani nella nostra letteratura.
Seguitiam pure, se così ci piace, a stu
diare gli autori pagani: facciam nostre le
bellezze loro, arricchendoci delle spoglie di
Egitto; ma non diventiamo pagani con loro,
il che sarebbe un condannarci a rimanerne di
molto inferiori, mentre potremmo esserne in
comparabilmente superiori. Che se quelli an
che ci vincono per lo squisito gusto della
forma, noi abbiamo di più la realtà della so
stanza: teniamoci però fermi nel nostro do
minio e badiamo bene, noi figli della luce, di
non rientrare nella regione delle tenebre. La
556 -

grande poesia, la poesia di Dio e dei figliuoli


di Dio è l' imagine sostanziale della infinita
verità, cioè Gesù Cristo.
Dietro alla poesia ed alla eloquenza, che
sono le primarie, tutte le altre arti debbono
venire a prestar omaggio all'Uomo-Dio. Cia
scuna di esse va in traccia di una idea da
rivestire con una sensibile imagine; ecco la
grande idea esemplare incarnata, l'idea della
bellezza, della nobiltà, del genio, del coraggio,
della bontà, dell'amore più affezionato e ge
neroso; ogni tratto della vita del Signore è
manifestazione novella d'una perfezione cui
l'uomo non avrebbe mai potuto pensare; e
dappoichè apparve nel mondo, ecco gli uo
mini compresi da un' ambizione divina di ri
copiarla sotto ogni aspetto. La vita dei santi,
la storia della Chiesa tutta quanta ci viene
rappresentando ad una ad una le perfezioni
e le bellezze dell'Uomo-Dio, ridotte, è vero
a minime proporzioni, ma perciò tanto più
accessibili ai nostri sguardi. Mettano dunque
mano i pittori ai loro pennelli, e gli scultori
ai loro scarpelli; chè già pronta è l'idea
esemplare, e la sensibile sua manifestazione
si porge da sè; che abbisogna egli di più,
perchè l'arte sia rigenerata e sotto l' in
flusso di Gesù Cristo si sublimi a tale al
tezza cui l'arte pagana non potè pur sognare
giammai ?
557
III. Se abbiamo spiegato bene il nostro
pensiero, non dee parere strano che in un li
bro di pietà si parli di arti e di scienze, di
filosofia e di storia, di eloquenza e di poesia;
nè da chiedere, che abbiano a far queste colla
divozione del sacro Cuore. Ah vi hanno a fare
intimamente, e ben cieco sarebbe chi non lo
vedesse ! Che vuol essere però tale devozione,
se non il dedicarsi cordiale a questo Cuore,
il desiderare il compiuto trionfo dell' amor
suo sopra la terra? Or come mai potrà es
serne compiuto il trionfo, mentre il campo
primario dove le umane facoltà si esercitano
rimanga chiuso a lui, e le forze sociali con
tinuino ad operare fuori di lui e, tranne po
chi palmi di terreno in cui gli si permette
di erigere le sue chiese, si consideri per
tutto altrove come straniero ? -
No, no, se noi la intendiamo così, non
avrem mai diritto di chiamarci veramente de
voti a Gesù Cristo, nè abbiam tuttavia risentito
il caldo del divino suo Cuore. Se la devo
zione nostra è sincera, fa d'uopo che quanto
abbiamo in noi di lumi, di talenti, di cogni
zioni acquistate, di potenza di concepire, di
vivezza d' imaginare e di sentire, tutto sia
posto a servigio dell' amor di Gesù ed appli
cato ad eseguirne i desideri del Cuore: fa
d'uopo che sotto il suo impulso noi ci spen
diamo a stabilire una volta fra gli uomini
558
quell'unità ond'eglino sperimentano il biso
gno, ma la fuggono, mentre pur sembrano
correrle dietro; l'unità della scienza e della
fede, dei dati sperimentali e dei principi spe
colativi, della verità e della poesia, della mo
rale e dell'arte, dell' ideale e del reale. Per
chè vorrem noi lasciare più lungamente in
mano ai nemici di Gesù Cristo il dominio
dell' arte e della scienza che si hanno usur
pato? Esso appartiene a noi, perchè noi soli
possediamo in Gesù Cristo la sostanziale ve
rità che è oggetto supremo della scienza,
e la bellezza sostanziale che è oggetto su
premo dell' arte. Afferriamo adunque tale
scettro, nè rimaniamo solamente rinchiusi nei
templi, mostriamoci nel bel mezzo della so
cietà muniti di tutte quelle armi a cui essa
ha per costume di arrendersi. Entriamo nelle
accademie di scienze, saliamo le cattedre,
pubblichiamo libri di filosofia e di poesia, di
storia e di biografie; mettiamo fuori anche
romanzi, se ci sentiamo da tanto, senza però
che la finzione si dilunghi dalla realtà della
vita, e senza che la fantasia si ecciti di so
verchio a scapito della ragione.
Rifletta ciascuno dei servi di Gesù Cristo
a sè medesimo e vegga se potesse fare qual
che cosa di più in servigio della causa di
lui. Quanti talenti al presente perduti e quanto
tempo variamente consumato anche tra' servi
559
di Dio! Se tutte le forze con tutti i mezzi
di applicarle si ponessero a profitto edunissero
al gran motore divino che è il Cuor di Gesù,
quale immenso effetto se ne potrebbe conse
guire !
Ma l'amore ci manca più assai del nu
mero, più assai della ricchezza, più assai
della scienza, più assai del potere: oh ce lo
doni ed accresca col suo diffondersi la divo
zione al sacro Cuore, e la scienza, il potere,
la ricchezza torneranno cristiane, e per loro
anche la società intera tornerà alla sua volta
cristiana!

CONSIDERAZIONE VII,

Settimo mezzo è la polemica secondo


il Cuore di Gesù,

I. La polemica è la lotta della verità


contro l' errore, e la lotta è necessaria, finchè
l' errore duri a combattere la verità, la quale
non può riuscirvincitrice se non a misura della
costante intrepidezza onde i suoi diritti sa
ranno sostenuti. La polemica pertanto occupa
nella Chiesa un posto assai rilevante, perchè
mentre la scienza stabilisce la verità, essa la
difende; fa la guardia intorno ai costruttori
560
del tempio, affinchè non sieno turbati nel loro
santo lavoro dai nemici del popolo di Dio ;
impedisce l' avversario di seminare nel campo
del padre famiglia quella zizania sì difficile a
strappare quando abbia preso radice.
Al presente la verità, assalita con più
violenza che mai su d' ogni punto e da ogni
sorta di errori, dalla più assoluta incredulità
fino alla più fanatica superstizione, abbiso
gna più che mai di valorosi difensori, sempre
vigilanti, armati sempre da capo a piedi,
pronti a misurarsi con un novello nemico,
non sì tosto abbian finito di abbattere il pre
cedente.
Grazie a Dio, non le mancano di tali in
faticabili campioni, ed il lor coraggio è degno
della causa che sostengono. Sacerdoti di Dio
o semplici fedeli, con indosso una pesante ar
matura o con in mano una semplie fionda, si
mostrano ogni dì alle prese cogli orgogliosi
filistei che osano sfidare l' esercito d'Israele;
combattenti sur ogni terreno, all'assalto del
l' errore dentro ogni trincea; forniti del dono
della scienza e della parola, devoti fino al
sacrifizio alla causa da loro difesa. Che vi
manca però a renderli strumenti perfetta
mente conformi ai disegni del Cuore del loro
Dio, che per loro mezzo effettui le sue ma
gnifiche promesse ?
. Forse una cosa sola ed è l'unione. Ma
561
noi possiamo essere certi che Satana farà di
tutto al mondo per rapirla. Sappiamo già
quanto a lui prema il disunir quelli cui la
carità congiunge, quanto poi dee più viva
mente anelare d' introdurre la disunione dove
l'unione più è necessaria fra i difensori del
l'unità ! Chi potrà comprendere la gioia in
fernale che proverebbe costui, se pervenisse a
farli volgere gli uni contro gli altri le armi
destinate a conquidere i loro nemici; se po
tesse vedere il nerbo di loro sapere ed elo
quenza consumarsi in accuse passionate con
tro i propri fratelli; se giungesse a far scop
piare lo scandalo delle lor dissensioni nel
seno medesimo delle adunanze convocate ap
punto per istabilire fra loro un durevole ac
cordo ?
Io domando però: Se noi ci trovassimo
minacciati da siffatto pericolo, non avrebbe
da impensierirsene il nostro zelo? Non do
vremmo a fine di stornarlo fare i maggiori
sforzi, moltiplicare le più calde preghiere ?
Che sarebbero gli assalti esterni comparati a
queste interne dissensioni? Quello che per la
nave è una tempesta più o meno violenta
comparata ad uno sgorgo di acqua apertolesi
nel fianco: alla tempesta deve andar soggetta
la nave, e per ciò è costrutta in modo da
sostenerne l'impeto, e farsene anche per l'a
bilità del pilota un aiuto per afferrare più
L'Apostolato del Cuor di Gesù 36
562
presto il porto: ma lo sgorgo è la sua ro
vina, nè fra' rischi che le possono incogliere
uno si trova che debba maggiormente sgo
mentare i marinai.
II. Ma per qual via potrassi allontanare
sì terribile pericolo ? Dove trovare la dolce
virtù che sospenda ogni dissidio, che mitighi
ogni animosità ? dove una regola sicura che
ritenga la polemica dallo sviarsi nè a destra
nè a sinistra ? Tutto ritroveremo nel divin
Cuore; e quanti ne difendono la causa vi
troveranno come noi, purchè faccian tacere i
loro scambievoli aggravi, per ascoltare uni
camente l'amor loro tanto sincero ed ardente
verso questo amabilissimo Salvatore.
Se ci piace intendere questo vero, esa
miniamo le astuzie di Satana per far na
scere malaugurate dissensioni tra i figliuoli
dell'unità. Esso vi fa servire i più speciosi
pretesti; ritorce a rovina di nostra causa quel
medesimo zelo che anima noi a promuoverla;
ci mette innanzi un vero interesse di quella
più acconcio alla tempera del nostro spirito e
della nostra indole e ce ne accende in cuore
uno zelo esagerato che co'suoi eccessi pone in
rischio altri vantaggi egualmente veri e giu
sti; e così noi ci porgiamo a vicenda motivi
ragionevoli di combatterci, e i tentativi da
noi fatti per terminare la pugna non riescono
sovente che ad inasprirla.
563
Gli uni si prendono a cuore sopratutto
di riconciliare la società moderna col cristia
nesimo, ed appoggiandosi alla massima cer
tamente vera che non è a dir sempre ogni
verità, pretendono che non si debbano urtare
di fronte i pregiudizi e le male tendenze del
l' età nostra, e sia piuttosto da mostrare agli
uomini la dottrina di Gesù Cristo, da quel
lato che meglio sembri adatto a soddisfarne
le inclinazioni: persuasi poi che la libertà
può essere in avvenire la sola via sicura al
trionfo della verità, scongiurano i loro fratelli
di altro non dimandare in favor della Chiesa,
di non pretendere diritti cui la società è ri
soluta di negarle, e meno ancora privilegi che
oramai non le potrebbono riuscire se non fu
nesti.
Tal è il modo di condursi ideato un cin
quant' anni fa da una scuola il capo della
quale ben presto ebbe a rattristare la Chiesa
e scandalizzare il mondo colla sua apostasia;
quindi i discepoli separaronsi dal maestro con
una risolutezza che loro fece onore grande,
ma non credettero di abbandonare così la ma
niera da lui appresa, persistendo a conside
rarla come la sola in armonia colle disposi
zioni delle società moderne.
Gli altri cattolici per contrario, d'accordo
col Sommo Pontefice e la massima parte del
l' Episcopato, veggono in ciò un assai grave
564
pericolo; ed ai loro occhi tutti i sacrifici
sono da preferirsi a quello dei principi, l'ob
blio de' quali al presente, molto meglio che
una ragione per dissimularli, dev'essere un
forte stimolo per affermarli gagliardamente.
Inalienabili sono i diritti della verità, dicono
essi, e vale il rinnegarli, il concederne all'er
rore di uguali: la grande eresia dei tempi
nostri consiste appunto in questa indifferenza
fra la verità e l'errore, passata nelle leggi
dopo aver guaste le menti; e se noi siamo
costretti a patirne le conseguenze, dobbiamo
almeno protestare di tutta forza contro il
principio; chè l'accettare senz'altro un tale
stato di cose sarebbe un segnare di nostra
mano l'atto di rinuncia a Gesù Cristo.
Da questo breve cenno possono i lettori
formarsi un giusto concetto del malaugurato
dissenso che separa ben da tempo dal corpo
dell' esercito cattolico una delle sue più va
lorose compagnie. Gli eminenti servigi resi
da più d'uno di questi generosi guerrieri
alla nostrà causa non ci lasciano dubitare
della sincerità loro, quando attestano la lor
devozione a Gesù Cristo ed alla Chiesa; ed
in ciò almanco siamo di perfetto accordo;
siamo una cosa nel divin Cuore, quali che
sieno le divergenze del nostro opinare. Eb
bene, questa unità ci basta, se noi sappiamo
tirarne buon partito per formarne base ad un
565
accordo più compiuto, donde sia ogui funesta
differenza eliminata.
III. Basta infatti ragionare alquanto sulla
nostra devozione verso Gesù Cristo per ces
sare i nostri disaccordi sul modo di difen
derne la causa. Qual è il desiderio di tutti i
fedeli di lui, ed a qual termine vogliono essi
condurre la società? Non è il pieno suo
. trionfo sui cuori, sulle menti, sulle famiglie,
sui popoli? Non ne riconosciamo noi tutti la
suprema signoria in ordine alla società ed
agl'individui? Non vogliamo noi che le na
zioni ed in comune ed in privato si assog
gettino a Gesù Cristo, che prendano il Van
gelo a base di loro leggi, la morale a norma
di loro giustizia? Sia l' opinion nostra quale
si voglia sui diritti della Chiesa verso i ci
vili governi, non desideriamo noi almeno che
nell' ordine religioso e morale l'autorità di
essa venga da questi rispettata, e l' opera es
senzialmente pacificatrice accettata dall'uni
versale? Sì, certamente, noi tutti ciò deside
riamo, e di più molti ancora lo sperano fer
mamente; e fra quegli stessi che son più di
sposti a sottometter la Chiesa in oggi alle
medesime condizioni dell'errore, parecchi con
fidano di arrivare per questa via ad untrionfo
tanto più solido quanto più verrassi a conse
guire per la sola persuasione.
Ma se speriamo questo trionfo, se almeno
566
lo desideriamo, perchè poi voler parere di ri
nunciarvi? Perchè voler riguardare come il
migliore lo stato di disordine a cui tre secoli
di religiose dissensioni e d'intellettuali tra
viamenti hanno ridotto la società? Perchè ri
nunciare al vederla mai prender partito per
uscire da tale stato? Noi tutti riconosciamo
come gli scritti empi e disonesti fanno assai
più male che non valgano a sanarne i buoni; .
ma se non vediamo rimedio per ora contro
questo veleno delle menti e dei cuori e ci è
forza mirare il corpo sociale andarne di male
in peggio; perchè anche rinunciare al vederlo
un giorno opporsi a tale cancrena che lo di
vora, e tornare all'unità di fede, la cui per
dita è cagione di tutte le sue disgrazie? Con
qual diritto vorremmo noi sciogliere l'uma
nità dal proseguire il fine per cui fu creata,
dal riconoscere Gesù Cristo per suo re? Quale
impossibilità scorgiam noi che la società fac
cia in difesa dell' autorità di questo Re di
vino quel medesimo che tutti i popoli fanno
a protezione dei governi di loro scelta? Le
tendenze delle moderne società non dovreb
bono prevalere contro i decreti dell'Eterno, e
se Gesù Cristo non ha cessato di esser Dio,
non può avere niente perduto della sua po
destà sovra i popoli: popoli antichi e popoli
recenti tutti a lui sono del pari soggetti in
fino ad uno, e sarebbe un rinnegare la sua
567
divinità non ammettendo fra questi e quellive
runa distinzione quanto al dovere di adem
piere le leggi di lui. Dio Padre inviando al
mondo il suo Figliuolo gli promise in ere
dità non pure gl' individui, ma le nazioni
ancora; e però questo divin Re ha sugli uni
e le altre certi ed inalienabili diritti, a cui
nessun mortale ricevette l' incarico di ri
nunciare in nome suo: non sarebbe dunque
maggiore temerità il suggerirgli ora di ri
nunciare al dominio delle nazioni, perchè
l' umanità è adulta, e di contentarsi di re
gnare in avvenire sulle coscienze degl' indi
vidui ?
No, questo non sarà mai, nè altrimenti
vi può essere che un grande equivoco. Ep
pure mirata la questione al punto di vista
dei diritti di Gesù Cristo, è talmente chiara
che per animi cattolici non si può dare una
doppia maniera di risolverla. Ed ecco però
il largo campo, sodo e ben definito sul quale
i difensori sinceri della religione non possono
a meno di venirsi tutti ad incontrare. Stabi
lito adunque l' accordo su questo punto prin
cipale, le inevitabili varietà d' opinione in
torno ad altri accessori non possono addur
seco inconvenienti gran fatto molesti. Si po
trà disputare sul valore relativo delle varie
forme di politico reggimento; altri vorranno
allargata un po' più la cerchia del potere, al
568
tri più assicurata la libertà; questi rimpian
geranno maggiormente il passato, quelli spe
reranno di vantaggio nell'avvenire: ma que
ste non dovranno essere che divergenze indi
viduali, in cui non sieno tocche per niente
le massime, e di cui non sia da imputare la
religione. -

La perfetta unità sarebbe certamente più


desiderabile, ma non è guari possibile fra gli
uomini. Quello che necessariamente importa
si è di averla nell' ordine dei principi, ed il
far prontamente svanire ogni ombra che pa
resse averla turbata. Al che servirà il fissare
iù attesamente gli occhi sopra Gesù Cristo.
dovere di tutti coloro che a lui si sono
veramente dedicati di proclamarne alto più
che mai i diritti; di dire e ripetere ai popoli
che mentre si ostineranno a tenersi nel loro
insieme lontani da lui, non faranno che con
dannarsi a perpetui sconvolgimenti, e quanti
statuti non si fonderanno su questa pietra an
golare, saranno altrettanti edifici fabbricati
sull' arena.
IV. Fino a qui non sarebbe difficile il
mettere d' accordo i difensori della causa di
Dio; dappoichè, posta così la quistione di mas
sima, non può essere oggetto di verun dis
senso. Tutti si accordano sulgran punto della
polemica, cioè sui diritti di Gesù Cristo da
proclamarsi tanto più gagliardamente, quanto
569
sono più impudentemente negati; e in questo
tanto più saremo forti e spediti a confutare i
sofismi degli avversari, quanto più faremo
scomparire noi stessi per far apparire questo
divino Signore. -

Ma s' egli è facil cosa l' accordarci nella


sostanza, potremo altrettanto anche nel modo ?
Sì, e per riuscirvi ci basta porre la que
stione : Che vuole il Cuore di Gesù? Vuole
primieramente che mettiamo le ragioni del
l'unità al di sopra di tutte le altre. E rego
lata la questione di principi, che altro ci può
dividere ? Forse ragione di persone, di partito,
di corpo, di nazione ? Ma tutte queste non si
dileguano al confronto della grande ragione
dell' unità ? Come ? si tratta di far trionfare
colla nostra unione la causa di Dio nel mondo;
si tratta di assicurare il profitto del corpo
divino di cui siam membri e Gesù Cristo è
Capo, ed oseremmo sacrificare impresa sì
grande a pretensioni umane, a passioncelle
meschine ? Che è mai la privata nostra di
gnità in paragone di quella che possediamo
quali membri di Gesù Cristo ? E dove si
debba pur sacrificare l'una o l'altra, potremo
esitar nella scelta ? Anzi è possibile il sepa
rare l'una dall' altra ed il non sentirci ono
rati dei sacrifici che ci sia dato di fare al
trionfo della causa di Dio ?
Vuole in secondo luogo il Cuor di Gesù
570
la sommessione all'autorità, perchè questa è
nella sua Chiesa il vincolo dell'unità ; mè
solo desidera che ci lasciamo da essa dirigere
nelle cose ordinate sotto minaccia di anatema,
ma sì ancora in tutte le questioni specolative
e pratiche riguardanti la condotta del suo
gregge, egli desidera che le agnelle ascoltino
la voce dei pastori e sopratutto del Pastore
supremo. Per rispondere al quale desiderio
non è bisogno di esagerare le nostre obbliga
zioni nè di trasformare in articoli di fede ciò
che la Chiesa non ha giudicato spediente di
solennemente definire; ma basta il ricordare
che l' autorità di lei non si esercita solo nella
definizione degli articoli di fede, e l'assistenza
promessale dello Spirito Santo si estende a
quanto è profittevole al compimento di sua
missione. Chi è animato da questo vero spi
rito cattolico, detto così bene da san Paolo
spirito di adozione, non patteggia la sua som
messione al Padre della grande famiglia dei
figliuoli di Dio, nè sempre dassi a vedere
compreso dalla tema che il Vicario di Gesù
Cristo abusi del suo potere, ma per confor
marsi agli avvisi di lui, gli basta il ben co
noscerli: laonde si mostrerà sempre, conforme
il precetto dell'Apostolo, pieno di sollecitu
dine di conservare l'unità di spirito e di
stringere ognora più i vincoli della pace,
Sollicite servare unitatem spiritus in vinculo
571
pacis (EPH., VI, 3). Se questo spirito, che di
certo è quello del Cuor di Gesù, fosse pari
mente quello ancora di tutti i suoi difensori ;
se con docilità veramente figliale i figli della
Chiesa accettassero appieno e seguissero in
tutto la condotta del suo Capo visibile, ubbi
dendo ai primi pastori ed agli altri cui egli
delega l'autorità sua, oh quanto riuscirebbe più
facile il mantenere l'unità e l' assopire le
dissensioni!
Vuole in terzo luogo il Cuore di Gesù
la dolcezza e l'indulgenza verso chi è vitti
ma dell' errore; così diportossi egli stesso.
Non è venuto in attitudine di guerriero con
alla mano la spada, perseguendo senza pietà
tutti coloro che non voleano riconoscere l'au
torità sua: eppure chi a par di lui avrebbe
potuto farsi cadere i suoi nemici a' piedi,
usando della terribile sua possanza per vin
cerli? Ma egli è venuto armato di soavità e
d' indulgenza; e quando un giorno due dei
suoi discepoli vollero far discendere il fuoco
dal cielo sopra una città che non li avea vo
luti ricevere, rispose loro che non sapeano di
che spirito fossero. Il suo era spirito di dol
cezza, e per lo più a guadagnare le anime
adoperava la persuasione; due volte solo si
vide armato di flagello a riparazione di un
disordine; e se usò abitualmente severità, fu
solo- verso i superbi farisei, la cui ipocrisia
572
ingannava il popolo. Quanto alle vittime del
loro falso insegnamento, le venia disingan
nando con una pazienza e soavità senza pari:
condiscendente alla lor debolezza, con un lin
guaggio tutto appropriato alla loro intelligenza
ed alle loro abitudini.
Allo stesso modo si condussero gli apo
stoli. Anch'essi erano forniti della potestà dei
miracoli, anch'essi investiti del diritto d' in
fliggere severi castighi, come ne usò san Pietro
con Anania e san Paolo coll' incestuoso di
Corinto, e tuttavia hanno d' ordinario adope
rato la persuasione, non rifuggendo anche di
appoggiare il loro insegnamento alla tradi
- zione dei popoli cui ammaestravano, e di se
parar dalle ceneri della superstizione alcune
faville di verità con che farsi strada a rischia
rare quegli occhi ammalati ; e come il loro
divino Maestro presero a domare il mondo
colle catene dell' amore, ed il mondo infatti
vi si è lasciato domare.
Ecco dunque l' esempio da seguire, se
vogliamo anche noi domarlo alla nostra volta.
Affermiamo con forza e saldezza i principi,
ma usiamo d'uno spirito conciliante nella
maniera di difenderli: se poi con certi sofisti
di professione non valga la nostra indulgenza,
anche una caritatevole severità non sarà male
usata a smascherar gl'impostori.
Non vi è cosa più lontana dal nostro
573
pensiero che il dar biasimo ai vigorosi atleti
che hanno lor proprio tale penoso dovere e lo
compiono con imperturbabile coraggio. Sono
essi posti all' antiguardo del santo esercito,
esposti ai primi colpi del nemico, di fronte
ai più violenti furori, solo perchè non si la
sciò mai sorprendere la loro vigilanza, non
mai scuotere la loro fedeltà. Ma questo inca
rico tanto meritorio non è il solo affidato da
Gesù Cristo a' suoi difensori; chè dietro agli
impostori, da combattersi senza ritegno,ven
gono le moltitudini da loro tradite cui bi
sogna disingannare.
La maggior parte degli uomini è trasci
nata lungi da Gesù Cristo per qualche voca
bolo sonoro fattole vibrare all' orecchio e per
qualche idea generosa fattale brillare agli oc
chi: mostriamole noi di rincontro quanto di
veramente generoso risplende nelle idee ve
nuteci da Gesù Cristo e come quelle parole
sì piene di attrattiva furono tolte di frodo
dall' Evangelo ; così noi potremo ricondurre a
Gesù Cristo la società per quegli stessi mezzi
ond'altri abusa per allontanarnela.
Ma se al contrario avessimo sempre alla
mano la sferza per colpire indiscretamente e
gl'impostori e gl'illusi da essi; se nelle idee
degli avversari non sapessimo scorgere che
quello che vi ha di falso per impugnarlo, e
non mai quello che vi ha di vero per riven
574
dicarlo come nostro proprio; se fosse il no
stro tono sempre acerbo ed il nostro volto
sempre corrucciato, per quanto fossero anche
sani i nostri principi, potremmo cagionare
un vero danno alla causa cui pretendiamo
servire, ed il nostro zelo non sarebbe secondo
il Cuor di Gesù, il quale potrebbe ripeterci
come ai due Figli del tuono: Non sapete di
che spirito vi siate: Nescitis cuius spiritus
estis (LUC., IX, 45).
Quando il buon Samaritano s' incontrò
nel povero viandante spoglio e ferito dai la
droni sul cammino da Gerusalemme a Gerico,
versò egli bene sulle piaghe olio e vino, ma
neppure una goccia di aceto. Or bene, nel
malearrivato viandante noi possiamo ravvi
sare la società presente che uscita da Gerusa
lemme, città della pace, va verso Gerico, città
del continuo cangiamento, che a' di nostri si
chiama progresso; ma nel correr dietro a
questa chimera la sventurata si lasciò spo
gliare dei veri suoi progressi e ferire nella
sua fede, nella sua carità ed in tutti gli or
gani suoi vitali, sì che sen giace lungo la
strada, nè in grado di andar oltre, nè troppo
disposta di retrocedere; il buon Samaritano
che le viene in aiuto non è solamente Gesù
Cristo, ma tutti ancora i cristiani animati dai
sentimenti del Cuore di lui: ah vengano essi,
si affrettino, chè il pericolo è grave; non ri
575
sparmino al povero giacente il vino della fer
mezza nelle massime, ma gli sieno larghi
anzi tutto dell'olio della dolcezza e della con
discendenza; e quanto all'acerbità di uno zelo
pieno di amor proprio, la gittino da sè lon
tano ; una sola goccia pótrebbe inasprire la
piaga già troppo cocente.
Forse c' inganniamo, ma ci sembra che
se queste regole fossero più in generale ser
bate, la cristiana polemica conseguirebbe tut
t'altra efficacia; chè noi cesseremmo di spossarci
combattendoci gli uni gli altri, ed avremmo
assai più di coraggio per opporci compatti al
comune nemico. Questo è l' effetto cui dee
produrre la divozione al Cuore di Gesù, a
misura ch' essa estenderà il benefico suo in
flusso sopra di quelli ai quali questo Salvator
divino ha fatto l' onore di affidar la difesa
della propria causa. Non vi è divozione che
ai fedeli servi di lui meglio convenga di que
sta e possa offerir loro un soccorso più po
deroso. Quanto sarà meglio difesa la verità,
e meglio assicuratone il trionfo, quando altra
polemica non vi sarà se non quella secondo il
Cuore di Gesù !
576

CONSIDERAZIONE VIII.

0ttavo mezzo è la beneficenza secondo


il Cuor di Gesù,

I. Si dà un genere di polemica che la vince


sopra ogni altro, una difesa della religione
più persuasiva delle più eloquenti apologie,
ed è la beneficenza di cui è fonte il Cuor di
Gesù. Il quale argomento, a' nostri giorni so
pratutto, è d'una forza invincibile; cosicchè
mentre gli spiriti si chiudono alle prove di
ragione e poco fanno caso delle testimonianze
più autorevoli, la carità cristiana che si spende
in bene del prossimo li tocca , vivamente ed
inclina verso la credenza apportatrice di frutti
così preziosi.
Non abbiamo però che a benedir il Si
gnore di tale disposizione del nostro secolo;
poichè l'arme della beneficenza conviene il
meglio ai servi di Gesù Cristo, il quale dopo
averla usata per sè a guadagnare le anime,
la rimise a' suoi discepoli come certissimo
pegno della loro vittoria. Difatti seguite que
sto divin Salvatore lungo il corso della sua
vita pubblica e lo troverete ripartire il suo
tempo fra la predicazione e la cura dei ma
lati, ma così da sembrare vedendolo più in
577
teso alla seconda che alla prima. Vero è che
egli non si rimane alla guarigione dei corpi,
ma dopo fattone svanire le malattie, rimette
ancora i peccati, e quasi sempre la sua ca
rità incomincia dal corpo per arrivare all'a
nima, e la sua beneficenza precorre il suo
zelo, facendosene come introduttrice. Laonde
san Pietro potè compendiare la di lui carriera
in queste sole parole : Passò beneficando,
guarendo infermi, e tutti gli oppressi dal de
monio, Pertransivit benefaciendo et sanando
omnes oppressos a diabolo, quoniam Deus
erat cum illo (ACT., X, 38),
Quanto più dunque participeremo dello
Spirito di Gesù Cristo, e più participeremo
della sua compassione verso quelli che soffrono
e del suo desiderio di alleviarli; per modo che
l'amore dei malati, dei poveri, degli afflitti,
divenga pel nostro cuore come pel suo una
vera passione, e l'addolcire i dolori dei nostri
fratelli, sia per noi la più dolce gioia, la quale
ci faccia, secondo il detto del Savio, amare
assai meglio la casa del lutto che del festino,
Melius est ire ad domum luctus, quam ad
domum convivii (ECCLI., VII, 3); ci renda
sempre gradito chi viene a domandarci servi
gio; e l'impossibilità sola ponga limiti alla
nostra beneficenza.
II. Adoperando così, noi potremo stornare
due grandi pericoli da cui la società è mi
L'Apostolato del Cuor di Gesù 37
578
nacciata; l'uno da parte de' suoi dichiarati
nemici, l'altro da parte di quelli che la vo
gliono salva senza Gesù Cristo. Non torna qui
necessario esporre lungamente il modo di
fare dei nemici, essendoci ben noto com'egli
no sotto colore di riformare la società, mirano
a distruggerla; fingono di compatire ai travagli
dei poveri e non riescono se non ad inacerbirne
e renderne insopportabili i patimenti; sognano
impossibili chimere, esagerano la durezza dei
ricchi, fanno luccicare agli occhi degli affa
mati un benessere che non può parteciparsi
da tutti, e vanno spacciando che quand'eglino
potessero avere in mano le cose, col metterle
prima tutte sossopra, le ridurrebbero poi pre
stamente ad un ordine migliore. Effetto delle
quali declamazioni incessantemente ripetute
si è l'eccitare nel cuore dei poveri un odio
implacabile contro i ricchi, di farvi crescere
brame ed accumularvi furori, che non aspet
tano se non l'occasione d'irrompere con uno
scoppio tremendo.
E non è solamente minacciata da tanto
vulcano la società civile, ma sì ancora la re
ligione, tradotta come causa delle ineguaglian
ze sociali, cui non permette di togliere colla
violenza, mentre dice al povero: Non rubare;
e troppo è da temere che se noi siam riser
bati a veder tornare al governo, per novelli
sconvolgimenti, tutti questi feroci sistemi, la
579
religione debba sostenere una persecuzione più
micidiale che in tutti gli antecedenti (1).
Or come disarmare queste collere che nelle
tenebre vanno apparecchiando novelli disastri?
Come spegnere il vulcano prima che erompa?
La sola carità del divin Cuore ha tanto potere;
e però i devoti suoi servi s'investano di tutta
la sua dolcezza; ne imitino le prevenienze;
vadano in traccia dei dolori da consolare co
me il cacciatore della preda; corrano a sco
prirli nei ricettacoli ove si nascondono e troppo
sovente metton capo alla disperazione; nessu
na scortesia li ributti, nessuna ingratitudine
li scoraggi; accolgano gl'insulti colla mede
sima serenità che i ringraziamenti; e dopo
anche respinti, si mostrino pronti sempre a
tornare colla stessa affabilità. Non vi è so
spetto, non vi è calunnia, non vi è odio che
regger possa ostinato contro la forza di
questo amore. Così ammasseranno ardenti
carboni sul capo dei nemici della società, co
me dice S. Paolo, e vinceranno il male col
bene: Hoc enim faciens, carbones ignis con

(1) Le persecuzioni e le stragi della Comune di Parigi,


a cui fatto aveano preludio i tirannici eccessi della demagogia
in Lione e Marsiglia, hanno pur troppo verificato le previ
sioni funeste fino dai più bei giorni dell'Impero: a Dio non
piaccia che si verifichino ancora più terribilmente ad una
nuova eruzione della lava rivoluzionaria.
580
geres super caput eius. Noli vinci a malo,
sed vince in bono malum (RoM, XII, 20, 21).
III. Per la medesima via storneranno e
ziandio il secondo pericolo a cui espone la so
cietà chi vuole salvarla senza Gesù Cristo.
Anche tal gente pratica la beneficenza, perchè
ne comprende la necessità, ed ama meglio
gittare un tozzo di pane al povero che vedersi
questo irrompere sui propri beni: ma somi
gliante beneficenza esercitata percalcolo non rie
sce il più delle volte se non ad ingrandire l'abisso
cui vorrebbe colmare. Perocchè non è forse la
miseria delle anime la cagione più frequente
della miseria dei corpi? E quando nasce que
sta da esterne disgrazie, non ne sono in quelle
prodotti i più terribili effetti, come lo sco
raggiamento, la rabbia, la disperazione? Or
bene quale rimedio a questi mali può mai
arrecare un materiale soccorso, dato fredda
mente, per necessità, spesso distribuito da
mani mercenarie, che lascia il povero nel suo
abbassamento e nella sua spaventosa solitudi
ne? In luogo di ricevere tale soccorso come
un beneficio, non lo riguarderà egli come un
acconto assai scarso e pressochè illusorio di
un grandissimo suo credito? E in ciò, biso
gna ben confessarlo, egli non isragiona del
tutto. Perchè se la società non gli dee quel
benessere che non istà in sua mano di dare,
non gli dovrebbe almeno e non potrebbe dare
581
la limosina della stima, del rispetto, dell'amo
re? Gli schiavi di altri tempi aveano dimen
ticati siffatti diritti loro naturali e partecipa
vano l'errore dei padroni, credendosi di una
razza inferiore destinata a strisciarsi appiè dei
liberi: ma il cristianesimo ha sventato sì brutto
errore e sparso fra gli uomini sì alti concetti
dell'umana dignità, che forza è rinunciare
alla lusinga di trovare nelle classi inferiori la
stupida rassegnazione onde lo schiavo pagano
comportava la sua sorte. Per ciò il doloroso
problema del pauperismo, sciolto dal pagane
simo colla schiavitù, non può essere sciolto
appresso i popoli moderni se non dalla carità
cristiana o dalla guerra sociale. Date pane al
povero, ma date insieme stima ed amore, se
non volete ch'ei si rivolti contro la società.
La quale limosina facilmente può farsi dai
devoti al Cuore di Gesù, rilevando col rispetto
l'animo del povero nel medesimo tempo che
ne ristora il corpo col sussidio materiale; poi
chè al lume del divin Cuore, le anime an
che più degradate appariscono sommamente
degne di stima; considerando come Gesù le
ha stimate a segno di scendere per ciascuna
di esse dal cielo, di patire, di morire, con
dare tutto il suo preziosissimo sangue, del
quale ci debbono esse stare innanzi come tutte
imporporate. È bene vero che sono lorde di
fango, ma è questa una ragione di calpe
582
starle? Se noi ci avvenissimo in una imagine
di Gesù Cristo entro un pantano, se ivi tro
vassimo le specie eucaristiche, non le racco
glieremmo con riverenza? Ora perchè non fa
remo il medesimo verso le anime dei nostri
fratelli? Forse che l'anima più degradata non
è imagine di Dio al pari di una effigie di le
gno o di metallo? Forse che il sangue di Ge
sù Cristo, dato in suo riscatto, non merita che
lo raccogliamo e facciamo fruttificare? Forse
che tale anima non destinasi a regnare in
cielo, e non può diventare in un istante il
vivo tempio dello Spirito Santo?
Non si può trovar di meglio a sostenerci
nelle tante noie e disgusti cui porta seco l'e
sercizio della beneficenza, ad assicurarne la
costanza ed i frutti, che questo profondo ri
spetto verso le anime a beneficare. Ma perchè
questo non si alteri, conviene rinnovellarlo di
continuo nel divin Cuore che ne è sorgente.
Chi se ne allontani e si lasci dominare da sen
timenti naturali, ben presto non vedrà in
queste anime se non i vizi che le deturpano,
e stancherassi di consumarsi in vane fatiche
per rigenerarle. Ma non così avverrà del cri
stiano che miri Gesù Cristo in opera da di
ciannove secoli per la salute degli uomini nel
sacro ciborio, non raccogliendovi da tanti e
tanti che ingratitudini e ripulse. E se un Dio
persiste a pregiare le anime che persistono a
deturparsi, come potremo noi dispregiarle ?
583
Come non amarle ancora, vedendo l'amor
grande che loro nutre il divin Cuore? Non
solo esso prega e si sacrifica per loro, ma fa,
senza mai posarsi, nuovi sforzi per avvivarle
del suo Spirito ed unirle a sè come vivi mem
bri del mistico suo corpo; e a tal vista non
le dovremo aver care anche noi? Che abbiam
noi di più caro che la nostra sostanza? E se
si ammala, l'amiamo noi meno per questo,
o non anzi le poniamo maggior cura ed amo
re? Così ha da crescere la tenerezza nostra
verso il povero, quanto più è depresso, se
comprendiamo le relazioni del Cuor di Gesù
con lui e con noi.
Poichè già sappiamo come questo Cuor
benedetto formi di noi e di lui e di tutti gli
uomini un corpo unico, cui tende ad animare
sempre più della sua vita; quindi il povero
non solo ci è fratello, ma una parte di noi,
uno dei membri del nostro corpo, infermo sì,
forse anche morto, ma si può ravvivare e
guarire; e dipende da noi l'aiutarvelo, ri
donando in lui vita e sanità novella al divin
Capo e a tutto il corpo del quale facciamo noi
parte.
Oh come la carità riesce facile ad un cri
stiano che sia compreso da tali sentimenti!
come gli costa poco lo spogliar sè per arric
chire i suoi fratelli, l'affaticar sè per alleviare
il loro peso, il durar mille pene per rispar
584
miarne a loro qualcuna! E come la carità così
esercitata è potente! come penetra di leggieri
sino al fondo dell'anima di cui vuole conso
lare! Quest'anima poverella irrigidita pel fred
do abbandono in che si vede, si risente e
riscalda al dolce calore di una sincera com
passione; e mentre a forza di mirarsi spre
giata, avea finito collo spregiar se medesima
e credersi dannata irremissibilmente alla de
gradazione, ora per la stima mostratale dai
servi di Gesù Cristo rilevasi ai propri occhi,
e comincia meglio ad intendere il proprio va
lore e a vergognarsi della propria ignoranza;
e così lasciasi a poco a poco guadagnare dalla
dolce virtù della fede, ed aiutata da chi seppe
farsi tanto bene interprete dei sentimenti del
Cuore di Gesù a suo riguardo, con lui si ri
concilia, e per lui colla società, contro la
quale avea forse concepito un odio implaca
bile. -

La beneficenza ha operato questo prodi


gio; non già la pagana che con mano gelata
dona per calcolo; ma la soavissima carità del
Cuor di Gesù. Gareggino dunque tutti gli a
postoli di lui nell'ardore e nella generosità
della beneficenza; istituiscano dovunque il bi
sogno si fa sentire caritatevoli opere per sol
levarlo; e colla loro industriosa, costante, in
faticabile sollecitudine difenderanno ben me
glio che a parole la causa della religione e ne
585
contribuiranno alla vittoria, per modo che la
società dovrà pur finire arrendendosi a chi
meglio avrà saputo dimostrarle il suo amore.

C0NSIDERAZI0NE IX.
Nono mezzo è l'autorità secondo
il Cuore di Gesù.

I mezzi di operare precedentemente spie


gati non basterebbono al fine, ove mancasse
l'autorità, che è come la molla onde hanno
moto tutte le società umane. Gesù Cristo
potè fondare la sua Chiesa malgrado le au
torità che allora governavano il mondo, e pro
pagarla senza il concorso della scienza e degli
altri umani aiuti: miracolo grande, cui egli
non è tenuto di rinnovare; ma se anche fosse,
e dovesse riconquistare il suo dominio sulle
anime a dispetto delle umane autorità, non
potrebbe tuttavia conservarlo senza di esse.
Come infatti regnerebbe egli appieno in terra,
se le autorità che la reggono non fossero a lui
sottomesse?
Nè qui è discorso della sola autorità so
vrana, ma dell'autorità in generale, in quanto
essa governa le famiglie come le città, le co
munità religiose come le società civili. Ora
egli è chiaro ad evidenza che il concorso del
586
l'autorità intesa così è necessario allo stabi
limento del regno di Gesù Cristo. Il perchè
egli chiama le anime generose che bramano
la venuta di questo regno benedetto, e viva
mente le esorta di porre a suo servigio quella
parte qualunque di autorità che stia loro in
mano, e di esercitarla conforme i desideri del
suo Cuore, sola via di riuscirvi felicemente,
nonostante i duri ostacoli che a' giorni nostri
specialmente verranno a contrastarla.
I. Dio non creò l'uomo per salvarsi da solo;
ma volle che tutti avesser bisogno dell'aiuto
degli altri. La maggior parte non vede abba
stanza per darsi una direzione, nè è forte ab
bastanza per seguirla; perciò abbisogna di so
prastanti che la reggano, la sostengano, le
additino il fine a cui tendere, le forniscano i
mezzi di arrivarvi, ne allontanino gl'impedi
menti a conseguirlo: nel che consiste l'auto
rità; senza la quale gli sforzi dei singoli,fatti
senz'accordo e connessione, si contrasterebbono
invece di fortificarsi. Laonde in tutte le so
cietà s'incontra, sotto questa o quella forma,
un' autorità cui tutti gl'individui obbedisco
no; nello Stato il governo, nella famiglia i
genitori, nelle società di scienze, di arti, di be
neficenza i presidenti, nella Chiesa i prelati,
nelle cumunità i superiori.
Iddio nell'assoggettarci all'autorità, ce ne
ha fatto anche sentire il bisogno; e così fin
587
dall' infanzia noi siamo naturalmente portati
a lasciarci condurre da essa: dall'autorità noi
apprendiamo il parlare e con esso in gran
parte il pensare, di guisa che pochi sono gli
uomini valevoli a disfarsi delle idee loro in
nestate nei primi anni; onde i pregiudizi e
gli errori si perpetuano nelle famiglie e nelle
nazioni con invincibile tenacità, e ci vuole
una specie di miracolo a sradicarli. Potenza
dell'autorità, cui non valgono d'ordinario a
far contrappeso tutte le forze naturali.
Quanto è dunque a desiderare che una
tale potenza pongasi al servigio del divin Cuore
e concorra generosamente ad effettuarne le
brame! Se l'autorità può tanto per opporsi ai
disegni di Dio, non potrà più assai quando
non miri che a cooperarvi?
Ma questo per mala sorta avviene di ra
ro; chè l'uomo investito di qualche autorità
stenta troppo ad assoggettarne pienamente
l'esercizio al buon piacere di Dio. Così siamo
noi, sempre propensi a presumere del nostro
sapere e potere, diveniamo ancora più appena
ci vediamo dato il carico di reggere altrui.
Quanto è facile il confondere la tenacità del
proprio senso, che è difetto, colla fermezza
che è dovere; e quanto difficile l'accoppiare
una docilità da bambino inverso Dio colla
fortezza virile inverso quelli cui dobbiamo go
vernare! Solo il Cuore di Gesù può conciliare
588
in noi queste due virtù, come ha fatto in se
medesimo. Egli ci attesta che non ha mai
operato da sè, ma consultato sempre la vo
lontà ed il beneplacito del Padre; e benchè
venuto in terra per regnarvi, benchè erede di
tutta la potenza e l'indipendenza del Padre,
non arrossisce di prendere il nome di servo,
a fine di manifestare la docilità colla quale
la santissima Umanità sua seguiva l'impulso
della Divinità. ,

Se dunque il Re dei re ed il Signore dei


signori si è diportato così, potranno fare al
trimenti coloro che hanno da lui l'autorità
onde sono investiti ? Badiamo bene di non
pigliare abbaglio: non avvi autorità legittima
sulla terra che direttamente o indirettamente
non emani dal Figlio di Dio; egli è il Pa
drone nell' ordine temporale e nell'eterno, e
nessuno al mondo ha diritto di comandare in
nome suo; se però noi possediamo un'auto
rità qualunque, essa ci viene da lui e da
tenersi a suo beneplacito. Ma chi non vede
come nel comunicarcela egli debba porre a con
dizione l'usarla da noi concorrendo al fine da
lui inteso unicamente, e l'essere noi, eserci
tandola, dipendenti da lui, com' egli è dal
Padre ?
II. D'altra parte non abbiamo altro mezzo
fuori di questo per sormontare gli ostacoli
che specialmente a' dì nostri rendono difficile
589
l' esercizio dell'autorità. I quali ostacoli sono
a dir vero terribili e sembrano addivenire ogni
dì più. Gli spiriti con tutto il loro sentirsi in
bisogno di autorità provano insieme una ri
pugnanza d'ora in ora più viva a lasciarsene
guidare dalle legittime: sono inetti più che
mai all'acquisto di una verace indipendenza,
eppure anelano a scuoterne ad ogni costo il
giogo: nella famiglia comincia il fanciullo ap
pena tant' alto a sentirsi pesar l'ubbidire ai
parenti: nella società civile appena è stabilito
un governo che si volge il pensiero a disfar
sene: nella Chiesa stessa l'autorità dei pastori
posti da Dio è più liberamente che mai chia
mata dai fedeli ad esame. Ma dunque l'uomo
è proprio divenuto indipendente? Ne siamo
ben lontani; ma in luogo delle autorità legit
time che si respingono, si va dietro ad altre
illegittime, che ci lasciano nella vana illusione
di credere che obbediamo a noi, mentre obbe
diamo a loro, con solo il potere di disubbidire
quando vogliamo; e così riputiamo assenza di
giogo la sola facilità di cangiarlo.
Tale andare di cose spaventa; e per la so
cietà non vi è segno più certo di sfacimento
che questa impazienza ne' suoi componenti del
vincolo che li dovrebbe unire. Quindi si vede
a che termine tale rea tendenza conduca le
famiglie, i comuni, gli stati, dove, messa in
non cale l'autorità, non è più ordine, non più
590
unione, non più diritti inviolabili, non più ri
tegno di sorta contro le più malvage passioni.
E questi disordini cadranno di male in peggio,
fino a che non si renda l'onore dovuto all'au
torità.
Ma in qual modo? E questo ufficio del
l'autorità medesima, la quale può sola ricon
ciliarsi il rispetto e l'amore, e vi riuscirà se
tornando alla sua fonte, attinga dal Cuore di
Gesù le disposizioni richieste al suo esercizio.
Vuol essa farsi amare ? ami essa in Dio coloro
su cui si esercita. In fatti l'uomo non ha per
sè alcun diritto al rispetto dell'uomo; chè tutti
siamo impastati del medesimo fango e di fango
troppo immondo; perciò se riguardiamo solo
a quello che i nostri simili hanno in sè di
umano, non possiamo nutrire per loro se non di
sprezzo: porta bensì loro - natura la somi
glianza divina, ma oh quante imperfezioni la
guastano, se non è ristaurata e conservata
dalla grazia! La via dunque di conciliare al
l'autorità la tanto necessaria riverenza sta
solo nel mostrarla sotto il suo vero aspetto;
cioè come derivata dall'autorità di Dio cui
rappresenta. Se la mia ragione e la mia fede
mi attestano che Gesù Cristo, mio Signore
supremo e principio di ogni ordine, vuole che
io ubbidisca a tal uomo incaricato di mante
ner l'ordine nella famiglia o nello stato, al
lora io debbo chinare il capo al suo comando,
e lo posso senza invilirmi.
591
Ma come potrò io riconoscere Iddio in chi
mi comanda, se quest'istesso dimentica di co
mandarmi a nome di Dio? L'autorità che
cessa di rispettare e onorar Dio, non rinuncia
con questo medesimo al diritto di essere ri
spettata ed obbedita? Rispettiamo adunque, se
vogliamo esser rispettati; guardiamoci bene
dal far consistere l'autorità nostra in farpre
valere i nostri capricci, nè diamoci a creder
mai di aver riportato una vittoria, quando ab
biamo costretto un suddito a piegarsi ad un
comando cui potrebbe credere opposto alla
volontà di Dio; perchè invece abbiamo toccato
una sconfitta, perdendo il nostro diritto alla
sommessione morale propria degli esseri ragio
nevoli, per estorcere la sola materiale propria
delle macchine.
Usiamo ogni cura possibile per eliminare
la volontà dell'uomo, a fine di fare unica
mente apparire la volontà di Dio; cosicchè i
soggetti si persuadano sempre meglio di ub
bidire a lui, mentre ubbidiscono a noi. Po
tranno certo ancora disubbidirci, poichè si di
subbidisce anche a Dio; ma noi almeno avremo
restituite all'autorità le sue divine sembianze,
e comanderemo allora come comandava Gesù
Cristo.
In questo modo non ci tornerà difficile il
guadagnarci col rispetto degl'inferiori anche
l'amore; perchè l'autorità da noi attinta dal
592
Cuore di Gesù sarà amante come la sua, e
nel tempo istesso che fonderassi in Dio, come
in suo principio, a lui tenderà, come a suo
fine; ed allora non cercherà più la propria
soddisfazione, ma puramente il bene dei sud
diti; non sarà dispotica, ma paterna; si ri
guarderà, non come un privilegio, ma come
un ministero; non farà valere orgogliosa i suoi
diritti, ma si glorierà spargendo i suoi bene
fici. Ed all'autorità che si conformi così al
suo divino esemplare, non potrà negarsi amo
re; che se anche il cuore di qualche Giuda,
più duro del macigno, resistesse alle sue te
nerezze, pochi assai ne saranno gl'imitatori.
Ecco dunque il farmaco salutare per gua
rire le anime dalla pestifera tendenza all'in
subordinazione che le travaglia. Lo spirito di
rivolta che mette a soqquadro la società è
belva feroce che non può incatenarsi se non col
l'amore; e l'autorità umana che troppo avea
meritato di esser gittata dal suo trono quel
dì stesso che fu distrutta la sovranità sociale
di Gesù Cristo, non può rilevarsi se non appog
giandosi all'autorità divina del Re dei re. Se
vuole adunque riconquistare le anime , metta
mano alle armi fornitele dal divin Cuore, al
rispetto cioè verso Dio, ed alla generosa ca
rità verso quelli a cui comanda in nome di
Dio. - -

III. Con tali armi riceverà essa da Gesù


593
Cristo anche l'avviamento a ben compiere la
sua missione, la quale peraltroè molto sem
plice, consistendo in far regnare lo stesso
Gesù in ogni ordine di cose.
Questa parola dice tutto, tutto abbrac
cia, generale insieme e pratica, chiara e pro
fonda quanto mai esser può. Un superiore,
qualunque sia la condizione in cui si trova,
se vuole conoscere i suoi doveri da compiere
ed i mezzi da prendervi, si metta in presenza
di Gesù Cristo domandandosi: Che desidera
da me il suo Cuore? che farebbe egli al mio
posto ? come ne posso stabilire il regno fra i
miei soggetti ? Se un padre di famiglia si ri
volge seriamente questa domanda, non pe
nerà a comprendere come debba condursi
verso la sposa, i figliuoli, i domestici; come
debba insiem collegare la soavità colla fer
mezza, la severità coll' indulgenza; come
debba parlare ed operare, punire ed incorag
giare; seguendo l'esempio di Gesù Cristo
colla Chiesa sua sposa, facile del pari a se
guire che impossibile ad arrivare.
Il medesimo vuol dirsi di tutte le altre
autorità ; chè Gesù Cristo è l'esemplare uni
versale, il modello di tutti gli ordini, la per
fezione di tutte le società. A conseguire tale
perfezione si consulti il suo Cuore, il quale
non desidera mai se non il possibile da noi, il
conveniente ed al sommo vantaggioso; pronto
L'Apostolato del Cuor di Gesù 3S
594
sempre a rendercelo facile colla sua grazia.
Dunque l'unirsi a questo divin Cuore è per
tutti gli uomini, e notevolmente pei costi
tuiti in autorità, la pratica soluzione delle più
difficili questioni.
Se non che parlando noi così, non me
scoliamo insieme le cose più disparate ? Ab
biamo noi diritto di parlare d'unione al Cuor
di Gesù e d'impiegare il linguaggio mistico
dove si tratti di cosa tanto profana com'è
l'esercizio dell'autorità ? Sì certo, l'abbiamo;
e tutt'altro che confondere ciò che dee rima
nere disgiunto, noi uniamo insieme due or
dini che non ponno restar separati senza di
struggersi; e ripetiamo ancora una verità certa,
evidente, sommamente ragionevole, il cui ri
conoscimento ed accettazione pratica può solo
salvare la società. Il Verbo di Dio incarnan
dosi e venendo fra gli uomini si è fatto il
motore supremo a cui tutte le forze del
l'umanità debbono ubbidire, sotto pena di
andare distrutte: l'autorità che n'è la pri
maria è anche più in obbligo di concorrere
alla esecuzione dell' ordine divino : non vi
è una legge per la perfezione degli indi
vidui ed un'altra per quella delle società: Dio
non ha se non un disegno da effettuarsi in
ogni ordine di cose, ed è la glorificazione
dell'Unigenito suo, il cui adempimento varia
secondo i differenti ordini che vi concorrono,
595
ma la varietà non ne distrugge la essenziale
unità; e tutti vi dobbiamo aver parte, con
tutte le nostre forze, a ciascun istante della
nostra vita, nelle nostre relazioni col pros
simo, come nelle nostre relazioni con Dio.
Seguitiamo dunque a distinguere il sacro
dal profano, ma non li separiamo. Dappoichè
il Verbo di Dio è divenuto capo della nostra
stirpe, ei l' ha consecrata e deificata tutta
quanta; non vi è più niente in essa, non vi
è più niente in noi che sia profano assolu
tamente: gl'interessi temporali debbono su
bordinarsi agli eterni, e questa subordina
zione forma la loro unica sicurezza; le auto
rità che vogliono durare in istato non vi
hanno se non questo solo mezzo, di entrare cioè
nelle mire di Dio, nel conoscere ed eseguire
il loro cómpito nell' ordine della Provvidenza,
nell'adoperarsi di tutta forza, ciascuno entro
la propria cerchia, alla glorificazione del
l'Uomo Dio. Se così cercano il regno di Dio,
tutto il resto verrà loro concesso di soprap
più; ma se incaparbiscono in volersi tener
fuori del disegno divino, o anche in attra
versarne la esecuzione, potranno forse ritar
darlo, impedirlo non mai; e l'Eterno saprà
ricattarsi ben presto di queste momentanee
resistenze, nè l'Altissimo si lascerà vincere
da tali potenze, cui produsse un soffio di lui
ed un soffio manderà disperse in niente. Non
596
vollero associarsi liberamente al suotrionfo, vi
contribuiranno a mal loro grado; il fiume di
vino di cui pretesero arrestare il corso, verrà
guadagnando sempre maggiori forze a misura
degli ostacoli appostigli, e ben presto travol
gerà seco le sparse rovine delle efimere dighe
che aveano tentato d'imprigionarne le onde !
Quanto sono più savi coloro che si lasciano
portare da esse, e seguono docili, anche negli
svolti più tortuosi e fra le scogliere più pe
ricolose, la divina corrente che vittoriosa si
avanza verso l'oceano dell'eternità !
Ed ora intendetela, o re, Et nunc, re
ges, intelligite (Ps. 11, 10), re della fami
glia, re dell'officina, re della città, re del
popolo, autorità tutte della terra, apprendete
bene la tremenda scelta che vi è offerta : O
essere gli ausiliari di Dio, o costringerlo ad
esservi nemico; o farvi appoggio di questa
forza invincibile che porta tutto il creato
verso il fine segnatogli dal Creatore, o lot
tarvi contro per rimanerne stritolati; o farvi
dell'autorità vostra una causa di salute con
sottometterla a quella del Re dei re, o un
principio di rovina con ribellarvi a quello da
cui tenete lo scettro.
CONCLUSIONE
DI TUTTA L' OPERA
---------------

I. Abbiamo fornito il disegno che ci era


vamo proposto; e sebbene rimasti infinita
mente al di sotto della grandezza infinita del
soggetto, ci sembra poter sperare di essere
colla grazia di Dio riusciti ad insinuare nel
lettore quella convinzione profonda che mosse
noi a scrivere il presente libro; ed è che la
devozione al Cuore di Gesù bene intesa non
è solamente un mezzo supremo di santifica
zione per ciascun cristiano, ma deve inoltre
diventare fra tutti coloro che la praticano un
legame di unione che li metta in grado di
spendersi efficacemente alla santificazione
dei propri fratelli ed al trionfo della Chiesa.
Somigliante unione abbiamo sotto tutti
gli aspetti esaminata, e considerandola nel
suo fine e ne' suoi motivi abbiamo trovato
non esservi niente di più conforme ai disegni
di Dio Padre, di più acconcio alla esecuzione
dei desideri di Dio Figlio, di più appro
598
priato agl'impulsi fatti sentire dallo Spirito
Santo alle anime che inabita. Noi ci siamo
convinti che tale unione più intima e più ef
ficace dei servi di Dio darebbe loro una po
tenza incomparabile a combattere la lega dei
cattivi, a sventare le macchinazioni del ne
mico infernale, ad arrestare l'invasione dello
spirito del mondo, a rigenerare le particolari
società, e quindi la società umana tutta in
tera.
Appresso siam venuti ad una questione
pratica, e considerato questa Lega in sè, nei
suoi elementi costitutivi, cui tutti vedemmo
contenersi nella devozione al sacro Cuore; la
quale infatti fornisce ad essa Lega il suo
motore, il suo vincolo, il suo fine, la sua re
gola, le sue armi; fissa e rende agevoli tutte
le relazioni dei membri che la compongono;
di più somministra alle anime così collegate
nel Cuore di Gesù i mezzi tutti di operare ,
quali sono la preghiera, il sacrificio, la pre
dicazione, la direzione, l'educazione,la scienza,
la polemica, la beneficenza, l'autorità, tutti
per sè medesimi efficaci grandemente a bene
della società, ma immensamente più, quando
sieno informati e deificati dalla divozione al
Cuore adorabile di Gesù.
II. Che ci vuole di più a rendere del
tutto possibile in atto l'idea esposta da noi
a'devoti suoi servi ? Ci sembra udir più di
599
un lettore a rispondere: Bisognerebbe colorire
nelle sue parti il disegno, solamente trac
ciato nelle sue linee generali: bisognerebbe
dare alla santa Lega un compiuto ordina
mento, dire preciso come debba formarsi,
quale ne debba essere il governo, da quali
obbligazioni vincolarsene i membri fra di
loro.
Alla quale domanda non crediamo ne
cessario di soddisfare; perchè l'unione delle
anime nel divin Cuore, di cui ci siamo stu
diati di far conoscere l'eccellenza, i vantaggi
e la divina efficacia, non è secondo noi
opera a parte; ma è la devozione al Cuor
di Gesù nel suo pieno svolgimento, sia
presso i pi cristiani viventi nel mondo sia
presso le società religiose, a cui offre del
pari il più intimo di tutti i legami ed il più
valido di tutti i mezzi di operare. L'Aposto
lato del sacro Cuore è corona dell'Apostolato
della Preghiera e non aspira punto ad esistere
indipendente. Ei si porge a tutte le anime
veramente devote a nostro Signore, e dopo
averle portate a stringere una gran lega fra
loro al trionfo della causa di lui, unendo le
proprie preghiere alle sue, dà compimento
a tale unione mostrando loro il Cuore divino
come principio, regola e fine di un comune
operare: si rivolge dunque senza distinzione
a tutti quelli cui preme di compiere il voto
600
supremo di quel Cuore adorabile: Sieno essi
una cosa; come voi, o Padre, siete in me,
ed io in voi, sieno anch'essi una cosa sola:
una cosa, non solamente di pensieri e di de
sideri, ma di volontà e di azione ancora.
Per rispondere a tale invito, fattoci dal Cuore
del nostro Dio, non è per niente necessario
che il sacerdote ed il religioso si scostino
dalla propria vocazione, o il secolare s'im
ponga obbligazioni poco in armonia co' suoi
doveri di famiglia e di società; ma ciascun
d'essi in cambio troverà nella sua unione più
stretta colle anime bramose come lui di farsi
strumento del divin Cuore una forza novella
per adempiere i doveri tutti di sua vocazione.
Tal è l'Apostolato del Cuor di Gesù,
non pure nel nostro pensiero, ma nella realtà
delle cose. In tutte le contrade del mondo
ove l'Apostolato della Preghiera è stabilito,
si è trovato un certo numero di anime che
per un come istinto soprannaturale hanno
colto il pensiero di quest'Opera, lo hanno
abbracciato con amore e si sono dedicate a
propagarlo con ardore ammirabile. Sacerdoti
secolari, religiosi e religiose di ogni ordine ,
cristiani di ogni paese, di ogni età, di ogni
condizione, fra loro quanto mai differenti,
vanno sì congiunti di spirito, che non è pos
sibile di trovare unità più perfetta di quella
che ci viene descritta dalle lettere dei Zela
601
tori e Zelatrici dell'Apostolato della Pre
ghiera nelle cinque parti del globo. Oh sì
davvero, la divozione al sacro Cuore ha già
in gran parte compito il voto del divino Mae
stro, e a fine di procurare in proporzione
ognor crescente a questo Cuor benedetto la
soddisfazione ch'ei ci domanda, non abbiamo
se non a secondare e dirigere l'impulso datoci
da lui stesso e fatto sentire ognidove alle
anime che gli son più devote.
Altro fine noi non abbiamo nell'offerire
la presente operetta agli Zelatori e Zelatrici
dell'Apostolato della Preghiera. Non inten
diamo di loro impor regole o pratiche le quali
arrischierebbero d' incagliare il compimento
degli altri loro doveri, o d'impacciare la li
bertà di lor anima; ma vogliamo unicamente
ravvivare e dirigere lo spirito che già li muove,
il cui aumento non può che facilitare la pra
tica degli altri loro doveri.
III. Potrebbe avvenire per altro che tra
i devoti servi del sacro Cuore alcuni, piut
tosto che aver a temere l'ingombro delle
varie pratiche o la moltiplicità delle re-
gole, fossero sprovveduti degli esterni mezzi
di unione, ed in questi casi l'Apostolato del
Cuor di Gesù può con pari facilità e profitto
prestarsi agli Zelatori e Zelatrici come legame
di un'associazione che ripari la mancanza di
ogni altra. Chi non vede infatti quanto age
602
volmente l'amore al Cuor di Gesù può farsi
nodo di una società di sacerdoti decisi di
aiutarsi fra loro a glorificarlo in sè medesimi
colla pratica delle religiose virtù, ed a sta
bilirne il regno nelle anime coll'esercizio dei
diversi ministeri apostolici ?
E quanto alle persone ancora viventi in
mezzo al mondo, non è chiaro che la nostra
divozione, praticata nella sua pienezza, può
riuscire principio di relazioni ben altrimenti
più intime e fruttuose di quelle cui danno
origine le semplici confraternite? Da parecchi
anni ed in parecchi luoghi se n'è fatto saggio
ripetutamente, senza previo concerto di sorta
e con meravigliosa unanimità : nè potrebbe
tornare se non di vantaggio il riunire in un solo
fascio tutte queste forze disperse , e beati
noi se l'umile nostro lavoro valesse in qual
che modo ad ottenere un effetto cotanto de
siderabile.
Quali regole poi si vorranno proporre a
queste anime così unite ? Non crediamo che
tocchi a noi il rispondere. Il nostro cómpito
si restringe a spiegare l'ordine generale di
questa unione; quanto alle forme partico
lari da prendere nelle svariate sue applica
zioni, dovrà necessariamente adattarsi alle cir
costanze, e perciò noi lasciamo di tracciarle ;
non dovendosi serrare come in un corpo fisso
ed immobile il molteplice spirito e somma
603
mente libero di quest' opera ; il quale ben
saprà colla potenza ond'è in possesso formarsi
corpi convenienti secondo le diverse condi
zioni in cui si trovi. Lasciamo dunque con
piena fiducia alle persone animate da tale
spirito la cura di compor regole appropriate
alle loro circostanze particolari, e tutto al
più per aprir loro la via ci atterremo a qual
che osservazione generale.
Le persone dedicate alla vita religiosa
troveranno l'Apostolato del sacro Cuore più
facile ad esercitarsi e meno in bisogno di
pratiche particolari. Per esse il gran punto
sta nel tenersi di continuo presenti le consi
derazioni esposte innanzi e nel fare che il
Cuor di Gesù sia loro veramente tutto in
tutte le cose. Se questo libro può loro tor
nare di qualche utile, lo rileggano a quando
a quando e faccian leggere ad altri, sforzan
dosi di applicare al proprio stato e relazioni
le regole da noi in generale tracciate. Quando
poi volessimo suggerire alcuna pratica spe
ciale, questa sarebbe la comunione di ciascun
venerdì, o almeno del primo di ogni mese,
in unione di tutti i membri dell'Apostolato
nel mondo intero: appresso una rivista da
farsi gli stessi giorni, esaminandosi alla pre
senza del Cuor di Gesù intorno alla maniera
di eseguirne i desideri, in sè e dattorno a
sè, durante la settimana o il mese precedente.
604
Il quale esame potrebbe anche meglio conse
guire il suo fine, quando venisse aiutato dai
consigli di un amico secondo il Cuor di Dio;
poichè tutti siamo esposti ad illuderci in ciò
che tocca il ben nostro spirituale, e però
vengono sommamente utili gli avvisi di per
sona prudente la quale abbia da noi libertà
piena di darceli. I superiori sono stabiliti
nelle comunità religiose per fare questo cari
tatevole officio verso gl'inferiori, e lo soster
ranno con più facilità e profitto, se questi
si faranno sovente ad interrogarli con desi
derio sincero di esserne illuminati. Ma spesso
ancora non sarà inutile l'avere, oltre i supe
riori, un ammonitore col carico speciale di
porci sott'occhio i desideri del divin Cuore
e di esercitarne l'Apostolato appresso di noi.
Il quale Apostolato potrebbe ancora con
frutto rendersi più esteso e generale, ove nelle
comunità che lo hanno adottato, e partico
larmente nei noviziati, si potesse introdurre
la pratica delle conferenze o accademie spi
rituali, così chiamate, che in diversi ordini
religiosi riescono assai profittevoli. Ogni mese
sarebbe da riunirsi per esaminare in comune
come si possa meglio rispondere agl'inten
dimenti del divin Cuore; uno o due in giro,
dovrebbero soddisfare alla domanda: che desi
dera da noi il Cuor di Gesù? poi considerare
e proporre a vicenda le virtù con che poterlo
605
meglio imitare ; ricordare gli esempi dei
servi più devoti di lui; suggerire le pratiche
più acconce a promuoverne i disegni; inani
marsi a meglio unirsi a tutte le sue inten
zioni, a pigliarsi a cuore tutti i suoi inte
ressi; entrando a parlare ciascuno in conferma
e dichiarazione delle parole dette da quelli
che furono assegnati a fare quel giorno le
parti d'interprete del Cuore di Gesù, con
forme saranno da lui ispirati. Ed è a sperare
che ove si arrechi a tali conferimenti molta
semplicità e carità, ne provenga copioso il
frutto; e gl'intervenuti se ne dipartano, come
già i discepoli di Emmaus dal colloquio col
loro buon Maestro, accesi di santo ardore di
meglio servirlo.
IV. Tutti questi mezzi suggeriti ai reli
giosi potrebbono esser utili egualmente agli
ecclesiastici bramosi di mettere in pratica
l'Apostolato del sacro Cuore. La messa of
ferta ogni primo venerdì del mese pel buon
successo dell' opera, l' esame settimanale o
mensile sulla nostra fedeltà e profitto, l'aiuto
di un amico che in proposito ci avvisi, le pie
conferenze convengono del pari ai religiosi ed
agli ecclesiastici che vivono al secolo, anzi a
questi sarebbono anche di necessità maggiore
contro quel morale isolamento che forma la
più dura prova e il rischio più grave del prete
collocato nel mondo.
606
Ma per i sacerdoti, le cui labbra custo
discono la scienza, Labia enim sacerdotis cu
stodient scientiam (MAIH. II, 7), sarebbe a
desiderare che le adunanze prendessero una
indole più scientifica, conformandosi al pos
sibile ai cenni dati più sopra ov'era discorso
della scienza secondo il Cuore di Gesù. E
dopo la teorica vi dovrebbe seguire la pratica,
nel cercar di scoprire insieme le astuzie del
nemico infernale, le insidie da lui tese alle
anime, nell'accordarsi sui mezzi da pigliare
a sconcertarne i disegni e sulle industrie di
cui l'esperienza meglio ha dimostrato l'effi
cacia, nell'incoraggiarsi alla più scrupolosa
fedeltà in compiere i doveri del proprio stato,
ad un zelo più ardente nell'esercizio del sacro
ministero, insomma nel porre ogni studio in
dare ai desideri del Cuore divino la espres
sione più perfetta e più efficace.
Tutti conoscono il gran bene che già
faceano le conferenze istituite in Roma da
S. Filippo Neri, in Parigi da S. Vincenzo
de Paoli, e dall'abate Olier sparse in diversi
luoghi; onde si può bene presumere che le
accennate da noi sieno per arrecare gli stessi
Vantaggi.
I quali torneranno anche più abbondanti,
se dopo essersi giovati scambievolmente a
meglio conoscere i divisamenti del divin Cuore,
i sacerdoti si presteranno mutuo soccorso an
607
che a meglio eseguirli, quando andranno gli
uni nelle parrocchie degli altri a predicarvi
ritiri, novene, missioni e somiglianti; fram
mischiando così con grande profitto proprio e
dei fedeli gli esercizi del ministero straordi
nario con quelli dell'ordinario, e ritraendo
da questa unione di zelo e di fatiche una
forza cento tanti maggiore a glorificazione
del Cuore di Gesù.
V. Le persone pie viventi nel mondo,
ma desiderose di consecrarsi senza riserva al
Cuore del loro Dio, potranno adottare le pra
tiche sopra indicate ai religiosi e quindi ap
plicate agli ecclesiastici. Quanto questi, e più
ancora di quelli, tali anime abbisognano di
sostenersi e d'incoraggiarsi; non trascurino
il poderoso aiuto che offre loro la divozione
al sacro Cuore pienamente praticata.
Sono esse più numerose che non si pensa
le anime che ritenute da vari ostacoli lontane
dalla vita religiosa, non sono meno decise di
tendere alla perfezione e di gareggiare coi
più ferventi claustrali in devozione ed amore
pel Signor nostro: a queste sopratutto si rivolge
l'Apostolato del divin Cuore, mostrando come lo
stato di perfezione non è la perfezione, e quan
tunque sia mezzo efficacissimo per conseguirla,
non si dee però confondere con essa, che es
senzialmente consiste nella carità e la carità
ha la sua sorgente nel Cuore di Gesù.
608
Dunque le anime fameliche di perfezione,
ma tenute lungi dallo stato di perfezione, non
si perdano di coraggio; chè il divin Cuore
porge loro un compenso del non poter entrare
nel paradiso della vita religiosa. Esso è il
vero paradiso, non guardato dal cherubino
che ne impedisce l'ingresso con una spada di
fuoco, ma spalancato a tutti dalla lancia del
soldato. Vengano dunque queste anime che
nel mondo si struggono di brame cui niente
può soddisfare; si uniscano al Cuor di Gesù
ed in esso si uniscano fra loro; mettano in
comune quanto hanno di virtù; sieno pronte
ad aiutarsi scambievolmente al bene secondo
loro potere, nè abbiano altra cosa di mira
nelle mutue lor relazioni che di contribuire
più efficacemente al compimento dei disegni
di quello.
Se questi desideri sono sinceri, il Cuor
divino non verrà loro meno e fornirà infalli
bilmente i mezzi di effettuarli; egli stesso
suggerirà il regolamento da seguire e le mi
sure da pigliare per giungere più sicura
mente al fine.
Non accade poi ricordare a tutti i fedeli
del Cuor divino, ai quali ci siamo successi
vamente rivolti, che il loro primario legame
e la forza principale consiste nell'unione di
loro preghiere a quelle di lui, e per conse
guenza, oggetto precipuo del loro zelo dev'es
(60)
sere la propagazione dell'Apostolato della Pre
ghiera, col quale procurare con ogni studio
nuovi aiutatori a quel Cuore che vive sempre
intercedendo per noi, Semper vivens ad in
terpellandum pro nobis (HEBR. VII, 25). Fra
loro dee l'Opera trovare senza stento i suoi
direttori locali e diocesani; e per l'alimento
ch'essa fornirà al loro zelo, e per le relazioni
che stabilirà fra loro, e per la unione costante
che darà loro di mantenere col centro gene
rale e con tutte le parti di questo gran corpo,
li porrà ogni dì più in grado di meritare il
bel titolo di Apostoli del Cuor di Gesù.
VI. Ora terminando il nostro lavoro, non
possiamo far di meglio che offerirlo alla Madre
Immacolata di lui, affinchè colla sua poten
tissima intercessione voglia dargli qualche
efficacia. Ella che dopo il titolo di Madre di
Dio, altro non ne ha più bello di interceditrice
presso del sacro Cuore, desidera ben più
ardentemente di noi che si accresca il nu
mero di queste anime a lui pienamente de
vote e tutte intese a compierne le volontà;
e noi possiamo quindi tenerci sicuri del suo
aiuto. Grazie a lei, sarà dato ascolto al no
stro invito, e per tutto dov'ella conta divoti
il Cuore del suo Figlio troverà ben presto
coraggiosi apostoli. Per questa via special
mente ella potrà verificare le speranze fondate
sulla definizione del dogma dell'Immacolato
L' Apostolato del Cuor di Gesù 39
610
suo Concepimento, e venendo in aiuto della
Chiesa metterla in condizione di compiere la
conquista del mondo.
Non è infatti a dubitare che se la Chiesa
vede sì gran numero de' suoi membri debole
e languente, se pena tanto a tirare a sè le
nazioni infedeli, ciò avviene perchè la vita
divina, risedente nel Cuore di Gesù con pie
nezza infinita, non trova bastevoli canali che
la diffondano.
È dunque il numero dei ministri di Cristo
insufficiente? No, non istà qui la causa , al
meno la principale, di questo lamentevole
stato di cose. Dodici apostoli bastarono a
spargere il Vangelo in tutto il mondo; e
tante migliaia di sacerdoti che predicarono
dopo loro non avrebbono dovuto finire di con
quistarlo, se la parola ne fosse stata del pari
efficace? Donde però avrà da venire al sacro
ministero tale aumento di efficacia che ne
porti l' opera alla perfezione ? Dee venire dalla
effusione più abbondante delle ricchezze del
Cuore di Gesù e da una più poderosa mani
festazione della sua carità. Uniscansi dunque
tutti gli eredi del ministero apostolico più
intimamente a questo divin Cuore ed attin
gano alla sua sorgente in maggior copia lo
spirito degli apostoli; si colleghino ad essi
tutti i veri cristiani per aiutarne l'opera con
illimitato fervore, esercitando l'Apostolato in
--- ---
-

* - --
611
teriore della preghnera, dello zelo, del sacri
ficio; sia la predicazione del pulpito giovata
da quella della famiglia, della sala, dell'of
ficina; truovi dappertutto il Cuore di Gesù
persone che gli servono di mezzo a spandere
le fiamme ond'egli abbrucia, e non andrà
molto ad esserne la terra felicemente incen
diata.
Ecco la missione proposta da lui alle
anime che gli sono veramente devote, per la
quale mette loro in mano la sua potenza e
l'amor suo infinito. Voi però che leggete
queste linee, interrogate voi medesimi intorno
alle vostre disposizioni per accettarla, in lega
colle altre anime accese dagli stessi desideri.
Dell'Apostolato del sacro Cuore può dirsi più
ancora di quello che si dice in genere della vita
cristiana: Molti sono chiamati, pochi gli
eletti. Voi siete certamente chiamati ; a voi
tocca decidere se anche vogliate essere degli
eletti.

Boon is – Tip. Pont. Mareggiani


TINTIDTCIET

PARTE IEERI MIA

Proemio Pag.

PRIMA NOVENA

Dei Vincoli della nostra unione col Cuore di Gesù,

MEDITAZIONI

Della Fraternità. Primo Vincolo della nostra


Unione col Cuore di Gesù. - - -

II. Dell'Amicizia. Secondo Vincolo della nostra


Unione col Cuore di Gesù - - - 20
III. Della Comunanza di Vita. Terzo Vincolo della
nostra Unione col Cuore di Gesù . . . 27
IV. Della Comunanza di Azione. Quarto Vincolo
della nostra Unione col Cuore di Gesù . 3O)
Della Comunanza di Fine. Quinto Vincolo della
nostra Unione col Cuore di Gesù . - 44
VI. Della Comunanza di Perdite e Guadagni. Sesto
Vincolo della nostra Unione col Cuore di
Gesù . . . . . . . . . . . .
VII. Della Comunanza di Nemici e di Ostacoli. Set
timo Vincolo della nostra Unione col Cuore
di Gesù . . . . . . . . . . 66
VIII. Della Comunanza di Mezzi. Ottavo Vincolo
della mostra Unione col Cuore di Gesù 77
IX. Della Comunanza di Godimenti in cielo. Ultimo
Vincolo della nostra Unione col Cuore di
Gesù . . . . . . . . . . . . 90
lDella Comunione Eucaristica. Vincolo che ran
noda e stringe tutti i precedenti . 101
SECONDA NOVENA

Dell'Esercizio della nostra unione col Cuore di Gesù.

MEDITAZIONI

Come tutta la perfezion nostra consiste nello


scambio delle nostre miserie colle ricchezze
del Cuore di Gesù . . . . . Pag. 11()
Il. Come ci dobbiamo appropriare i sentimenti di
Gesù e sacrificare a lui le nostre disordi
nate inclinazioni. Primo scambio fra il suo
Cuore ed il nostro . - - - - - 120
III. Come ci dobbiamo appropriare le azioni di
Gesù Cristo e far lui operare in noi. Se
condo scambio fra il suo Cuore ed il nostro
IV. Come dobbiamo appropriarci le pene di Gesù
Cristo e a lui offerire le nostre. Terzo scam
bio fra il suo Cuore ed il nostro . - 138
Come dobbiamo appropriarci le glorie del di
vin Cuore offerendo ad esso le nostre umi
liazioni. Quarto scambio fra il Cuore di
Gesù ed il nostro . - - - - - -
14S
VI. Come dobbiamo appropriarci le virtù e i me
riti del divin Cuore, offrire le nostre colpe
e difetti da consumarsi nel fuoco dell' a
mor suo. Quinto scambio fra il Cuore di
Gesù ed il nostro • ») 16 |
VII. Come dobbiamo appropriarci gl' interessi di
vini del Cuor di Gesù a lui sacrificando i
nostri umani. Sesto scambio fra il Cuore
di Gesù ed il nostro - - - - - -

VIII. Come dobbiamo appropriarci le preghiere del


Cuor di Gesù e per esso far passare le no
stre. Settimo scambio fra questo Cuore ed
il nostro . . . . . . . . . . . 86
IX. Come dobbiamo unirci alla immolazione perpe
tua del Cuor di Gesù. Ottavo scambio tra
questo Cuore ed il nostro 196
Come dobbiamo unirci alla donazione che il
Cuor di Gesù fa di se stesso agli uomini.
Nono scambio fra questo divin Cuore e il
nostro - - 204
614

TERZA NOVENA

Dei frutti della nostra unione col Cuore di Gesù.

MIEDITAZIONI

I. La Divozione al Cuore di Gesù è di tutte la


più pratica . . . . . . . . . . Pag.
II. Il Cuore di Gesù è modello di umiltà e di
stacco dagli onori . . . . . . . . »
III. Il Cuor di Gesù c'insegna segnatamente l' u
miltà di cuore . . . . . . . . . »
IV. Il Cuore di Gesù è modello della povertà di
CuOre . . . . . . . . . . .
V. Il Cuore di Gesù è modello di mortificazione
e rinunciamento ai beni sensibili . . . »
VI. Il Cuore di Gesù è modello di ubbidienza e di
rinunciamento alla propria volontà . . »
VII. Il Cuore di Gesù è modello perfetto di amor
di Dio . . . . . . . . . . . . »
VIII. Il Cuore di Gesù è modello di odio al pec
cato . . . . . . . . . . . . »
IX. Il Cuore di Gesù è modello di Carità del pros
simo . . . . . . . . . . . . » 296
X. Il Cuor di Gesù è modello di perfetto abban
dono ») 307

iº AETE SECCO NID A

Proemio . . . . . . . . . . . . . . » 315

PRIMA SEZIONE

0pportuuitá e Vantaggi dell'Apostolato


del Cuor di Gesù.
CONSlDERAZIONI

I. Come l' unione dei cuori cristiani al Cuore di


Gesù è compimento perfetto dei disegni di
Dio Padr, . . . . . . . - - Xº 327
(61,
'ome l'unione dei cuori cristiani nel Cuore
di Gesù è perfetto compimento dell'opera
di l)io Figlio . . . . . . . . . Pag. 337
lIl. Come unione dei
l' cristiani
cuori nel Cuore di
Gesù sia termine a tutte le operazioni dello
Spirito Santo . . . . . . . . . ) 348
IV. Come l' unione dei cuori cristiani nel Cuore di
Gesù sia il mezzo più efficace di sventare
i disegni del demonio . . . . . . 35S
Come l' unione intima dei servi devoti a Gesù
Cristo sia l'ostacolo più forte contro le in
vasioni dello spirito del mondo . . . 369
VI. Come la lega dei servi devoti al Cuore di
Gesù sia per loro medesimi pegno sicuris
simo di santificazione - - - - -
379
VII. Come l' unione delle anime totalmente devote
al Cuore di Gesù sia l' industria più certa
di far rifiorire le associazioni pie . . . :389
VIII. Come l' unione dei cuori cristiani nel Cuor
di Gesù sia l'aiuto più efficace che Dio
attende da noi per la rigenerazione della
società . . . . . . . . . . . .
396
IX. Come l'unione dei cuori cristiani nel Cuore
di Gesù sia per la Chiesa un primo trionfo
e pegno di un secondo più universale 404
Conclusione . 415

SECONDA SEZIONE

Degli elementi onde si forma l'Apostolato


del Cuore di Gesù.

CONSIDERAZIONI

Della Carità del Cuore di Gesù modello alle


anime in esso unite - - - - - -
424
II. Dello zelo del Cuor di Gesù forza delle anime
in esso unite . . . . . . . . .
III. Dello Spirito del Cuor di Gesù, distintivo delle
anime atte ad unirsi in esso -

lV. Della gloria del Cuore di Gesù, fine comune


delle anime in esso unite . . . . .
Delle brame del Cuore di Gesù, regola delle
anime in esso unite. • - - - - -

VI. Della mitezza del Cuore di Gesù, arma delle


anime in esso unite - - -
(516
VII. L' odio al male del Cuore di Gesù, difesa delle
anime in esso unite . . . . Pag 468
VIII. Dell' annegazione del Cuore di Gesi vincolo
delle anime in esso unite 48)
. . . . . »
IX. Della pazienza del Cuore di Gesù sostegno delle
48S
anime in esso unite . . . . . . . »
TERZA SEZIONE

Sui mezzi di operare dell'Apostolato


del Cuor di Gesú

CONSIDERAZIONl

I Primo mezzo di operare dell'Apostolato del »)


Cuore di Gesù è la preghiera . . . .
lI. Secondo mezzo è il patire in unione del Cuore
di Gesù . . . . . . . . . . . »
III. Terzo mezzo è la predicazione secondo il Cuore
di Gesù .. .
lV. Quarto mezzo è la direzione di spirito secondo »)

il Cuor di Gesù . . . . . . - º
V. Quinto mezzo è l'educazione secondo il Cuore
di Gesù . . . . . . . . . . . »
VI. Sesto mezzo è la scienza secondo il Cuore di
Gesù . . . . . . . . . . . . »
VII. Settimo mezzo è la polemica secondo il Cuor
di Gesù . . . . . . . . . . . »
VIII. Ottavo mezzo è la beneficenza secondo il Cuor
di Gesù
X. Nono mezzo è. l' .autori
. tà. . . do. . . . . »
secon il Cuore di
esù . . . . . . . . . . . . »
Conclusione di tutta l' Opera . . . . . . . »
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