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Tre sopravvissuti sono fuggiti dalle Canarie infestate dai Non-Morti.

Cos’altro
possono fare per riuscire a sopravvivere in un mondo caduto sotto la minaccia degli
zombi?
Quando i tre credevano di stare per morire in mezzo all'oceano, vengono salvati da
uno degli ultimi gruppi organizzati che rimangono sulla Terra. Obbligati ad
accompagnare i suoi salvatori, arrivano in una zona dove tutti agiscono come se
l'Apocalisse non fosse scoppiata mai, ma presto si rendono conto che qualcosa di
sinistro si nasconde in quel paradiso. Nel frattempo, a molti chilometri di lì, l'unico
paese che è sopravvissuto all'Apocalisse incomincia a muovere un piano per
impadronirsi del controllo del pianeta. Presi in un vortice di ambizioni, gruppi che si
affrontano, caste e religioni che lottano per la supremazia, ma sempre circondati da
un oceano di Non-Morti, i nostri protagonisti tenteranno di fare quello che meglio
sanno fare: sopravvivere. Pochi sanno però che una nuova piaga sta spuntando
all'orizzonte.
Manel Loureiro

L’ira dei Giusti

www.ipmart-italia.com

Questa è una traduzione amatoriale curata dallo staff dell’Ipmart Scan Group
La traduzione dallo spagnolo si è resa necessaria in quanto le case editrici non hanno
ancora raggiunto un accordo per la pubblicazione del terzo episodio di
“Apocalisse Z”
I Lettori hanno diritto di sapere come va a finire la trilogia della quale hanno
comprato due volumi

Lingua: Italiano
ISBN: 9788401339387
Anno di pubblicazione: 2011
BARCELONA

PLAZA & JANES EDITORES


Questo è per Rita e per i miei genitori, per la loro pazienza e l’amore infinito.
Grazie per esserci sempre.
1

Quando ci si allontana da Ithaca


augurati che la tua strada sia lunga
e ricca di avventure e conoscenza.
K. Kavafis "Ítaca"

Come quasi tutte le cose, incominciò per puro caso.


Quel tratto dell'Oceano Atlantico da molti mesi ormai non era più testimone di
nulla di eccezionale. Durante l'ultimo anno e mezzo, solo un paio di balene e altri
detriti galleggianti avevano attraversato quello spazio di mare, a metà strada tra
l'America e l'Europa. Benché non fosse situato tra le principali rotte di trasporto
marittimo, l'assenza umana era stata più pronunciata che mai. Non una sola nave, o
una vela o una colonna di fumo si profilava all'orizzonte. Niente.
Era come se l'essere umano fosse sparito dalla faccia della terra. E, pensandoci
bene, era quello che era esattamente successo. O quasi. Ma non c’era niente o
nessuno a cui importasse di quel punto perso in mezzo al mare, o che almeno potesse
riflettervi. E tuttavia, lì continuavano a succedere delle cose.
Al principio ci fu un piccolo aumento di temperatura, appena quattro o cinque
gradi circa. Il sole di agosto stava scaldando da parecchi giorni la superficie
dell'acqua, provocando un'evaporazione invisibile, ma costante. Tutte quelle
tonnellate di vapore acqueo avevano continuato a salire rapidamente nell’atmosfera,
così rapide che man mano che salivano si raffreddavano velocemente trasformandosi
in una densa cappa di nuvole. Allo stesso tempo la pressione atmosferica cominciò a
cadere in picchiata, mentre il vento, spinto dalla differenza di pressione e la rotazione
della terra, cominciava a muoversi nelle aree circostanti in giganteschi circoli pigri
che acquisivano ogni volta maggiore velocità.
Se fosse stato lì presente qualche meteorologo (cosa difficile, perché in quel
momento erano rimasti vivi appena una quarantina di specialisti del clima in tutto il
mondo e quasi tutti erano più preoccupati a sopravvivere che a contare isobare)
sarebbe stato in grado di dire che quella era una cella convettiva temporalesca. O per
meglio dire, una supercella. E che le supercelle erano particolarmente strane così a
nord.
Ma in quel tratto di mare non c'era niente, e nessuno. Durante gli ultimi mesi i
satelliti meteorologici che dovevano sorvegliare l'oceano avevano continuato a
spegnersi o si erano schiantati contro l'atmosfera per mancanza di manutenzione, e le
sale di controllo sulla terra erano ormai abbandonate. D'altra parte non rimaneva
nessuno che potesse dare un allarme. Per questo motivo, quando trenta ore più tardi
quella supercella di nuvole si trasformò in un uragano di forza tre e cominciò ad
avanzare verso la costa africana, non ci fu un solo testimone della nascita di quel
mostro atmosferico.
E nessuno poté avvisare l’equipaggio di un piccolo veliero situato quattrocento
miglia ad est che l'inferno era sul punto di scatenarsi sulle loro teste.
2

— Che cosa abbiamo oggi da mangiare? — La domanda uscì dalla bocca di Prit
non appena la sua testa spuntò dentro il cassone della Corinto II.
— Indovina — masticai con mezzo sorriso, mentre mi giravo per osservare il viso
del mio compagno di bordo. Basso, muscoloso, e in una sorprendente forma fisica per
essere più vicino ai quaranta che ai trenta; gli intensi occhi azzurri di Viktor
Pritchenko mi guardavano dalla porta d’accesso che dava all'interno del veliero,
mentre il vento muoveva i suoi lunghi capelli biondi. Il sole aveva tostato la pelle del
vecchio pilota di elicotteri ucraino fino a dargli uno spettacolare tono ramato che
contrastava vistosamente coi suoi baffi biondi e paglierini.
— Non mi dire che mangeremo pesce un'altra volta — gemé Viktor — Sono stufo
di questa dieta di sardine!
— Anch’io — sorrisi, — ma dobbiamo sfruttare il fatto che stiamo attraversando
una buona zona di pesca. Non sappiamo quanto ci vorrà per arrivare a terra, né
quando torneremo ad avere qualcosa di commestibile nelle vicinanze. Inoltre, sai che
le riserve di bordo sono per le emergenze.
Vidi come l'ucraino si leccava mentalmente le labbra pensando alle poche lattine di
conserva ammucchiate in un piccolo armadio in fondo alla cabina, ma infine il suo
buon giudizio prevalse. Con un gemito si voltò e si diresse di nuovo a coperta,
brontolando in ucraino una sfilza di maledizioni. Proprio mentre appoggiava il piede
sul primo scalino, un'enorme palla di pelo arancione saltò su di lui come una palla di
cannone, facendolo traballare e cadere a terra. Le maledizioni in ucraino aumentarono
di tono, mentre tentava inutilmente di acchiappare l'inquieto gatto persiano che
l'osservava divertito giocherellando dall’alto di una cuccetta; ma non arrivò ad
arrabbiarsi. Era necessario molto più di questo perché allo slavo saltassero i nervi.
— Trattieni il tuo dannato gatto o ti giuro per Dio che un giorno di questi lo butto
in mare!
— Non credo — risposi senza alzare gli occhi dagli sgombri appena pescati che
stavo pulendo. — So che in fondo sei affezionato a lui, e inoltre non è il mio gatto.
Credo che Lucullo pensi che tutti noi gli apparteniamo.
Come per manifestare la sua approvazione, Lucullo emise un lungo e sonoro
miagolio mentre saltava dalla cuccetta e si dirigeva con sculettamenti gatteschi verso
di me, con la speranza che quelle viscere di pesce finissero nel suo piatto. Pritchenko
uscì definitivamente dalla cabina e tornò a lasciarmi solo coi miei pensieri.
Mi guardai le mani, piene di vesciche e di squame di pesce, e mi scappò una
risatina amara. Mi sembrava ancora incredibile. Appena un anno e mezzo fa, la mia
vita era completamente differente. Ero un rispettato avvocato che viveva e lavorava a
Pontevedra, una piccola città situata nel nordovest della Spagna. Lì avevo la mia vita,
i miei amici, tutto il mio piccolo fottuto universo incantato. Un piccoloborghese,
trentenne, alto, magro, bello - come dicevano - e con tutto il futuro ai suoi piedi. Un
frutto brillante dell'albero del baby boom. Nato con un fiore nel culo, come soleva
dire la mia famiglia.
Certo che anche il mio piccolo universo aveva le sue perdite. Mia moglie era morta
in uno stupido incidente automobilistico (c'è n’è qualcuno che non lo sia?) alcuni
mesi prima della pandemia, e avevo impiegato molto tempo per uscire da quel
profondo buco nero di depressione in cui mi ero seppellito, senza sapere molto bene
come.
Quando l'Apocalisse scoppiò stavo iniziando a riprendermi dopo un anno
disastroso, nel quale la disperazione mi si era stretta così tanto al collo che avevo
abbandonato quasi completamente il lavoro, gli amici e la famiglia, attanagliato dalla
colpa e da una pena inestinguibile. Perché diavolo lasciai che fosse lei a guidare, in
una simile notte da cani? Durante quei mesi alcolici e torbidi avevo visto talmente
tante volte il fondo della bottiglia che ero arrivato al punto di desiderare di vedere da
vicino il fondo della canna di un fucile. Sarebbe stato facile, rapido, efficace,
indolore… Fu allora che arrivò Lucullo.
Quel piccolo gatto persiano arancione fu un regalo di mia sorella, preoccupata per
la mia discesa agli inferi. Che diavolo ne sarà stato di lei? Dove cazzo sarà? Senza
dubbio con quel regalo ci aveva indovinato, perché la necessità di attenzioni di quel
gattino mi permise di dimenticarmi della mia autocompassione ed andare avanti. Ma
questa è una storia troppo vecchia.
La verità è che i problemi di tutto il mondo sono stati minimizzati durante quel
Natale di un anno e mezzo fa, quando le porte dell'inferno si aprirono in Daghestan.
Devo riconoscere che io, come la maggioranza degli abitanti dell’Occidente, neanche
avevo sentito parlare in vita mia di quella piccola repubblica ex sovietica persa in
mezzo all’Asia Centrale. Non so se quel minuscolo paese avesse un fottuto Ministero
del Turismo, ma in quel caso avrebbero dovuto dargli un premio (postumo) perché
nelle due ultime settimane in cui il pianeta aveva avuto ancora i mezzi di
comunicazione, il nome di quel pezzo di terra perso nel Caucaso fu senza dubbio il
più ripetuto in tutte le nazioni del globo.
La storia è ben nota; e chiunque sia ancora vivo su questo pianeta la conosce
perfettamente. Un gruppo di folli estremisti (Allah Akbar!!) proveniente dalla vicina
Cecenia cerca di assaltare un vecchio deposito di armi dell'epoca sovietica con
l'intenzione di razziare materiale da guerra per la sua Jihad. L'assalto ha successo, ma
il bottino è una schifezza. Invece di AK-47, granate, RPG e nastri di munizioni, i
mujahidin si trovano un laboratorio dell'epoca sovietica mezzo abbandonato,
custodito da una dozzina di soldati dimenticati, e pieno unicamente di provette,
vetrini e un paio di frigoriferi ad alta sicurezza. Il risultato è frustrante, e il leader
ceceno, arrabbiato, ordina ai suoi uomini di radere al suolo il posto prima di partire,
inclusi quegli enormi frigoriferi con le porte ricoperte di adesivi di avvertenze e
scritte in cirillico.
Quello è l'ultimo ordine che dà, ed è senza alcun dubbio il più stupido di tutti.
Meno di quindici minuti dopo lui e tutti i suoi uomini vengono infettati dal virus TSJ
che da ventiquattro anni dormiva tranquillamente in fondo a una provetta dentro al
frigorifero. In meno di quarantott’ore il virus si espande senza controllo in tutto il
Daghestan, e in appena due settimane si diffonde in tutto il mondo in maniera
incontrollabile. A quel punto il capo dei guerriglieri dell'assalto è già morto (o, per
meglio dire, è diventato un Non-Morto) per cui non è consapevole che col suo
piccolo assalto ha scatenato l'Apocalisse sulla faccia della terra. L'umanità viene
spazzata via a causa di un gruppo di pastori analfabeti che non sono riusciti a leggere
i segnali di pericolo su un frigorifero. Ironico. Fottutamente ironico.
Quando il TSJ si diffuse sul pianeta, tutto avvenne molto rapidamente. Quel
piccolo virus liberato accidentalmente dal guerrigliero senza nome si è rivelato un
bastardo della peggior specie. Non solo era un virus altamente contagioso e mortale,
ma il suo codice genetico era stato programmato per continuare a diffondersi, anche
dopo aver rimosso il vettore ricevitore.
Il suo creatore (visto che il TSJ era un prodotto della mente umana), era stato uno
dei migliori virologi dell'Unione Sovietica. Benché fosse morto e dimenticato da
almeno due decadi, aveva fatto un brillante lavoro di bioingegneria prima di morire
mentre cercava di fuggire in Occidente attraverso Berlino Est. Il TSJ era stato il suo
lascito scientifico più brillante, ma alla sua morte il progetto, privo della sua
direzione, venne inevitabilmente e deplorevolmente dimenticato. Tutti i suoi
esperimenti erano rimasti confinati in quei frigoriferi di sicurezza, nell'attesa di un
successivo riesame; ma prima la pesante burocrazia sovietica, e poi la caduta
dell'URSS, fecero in modo che tutto ciò si perdesse nel dimenticatoio. Fino a quel
giorno.
Gli infettati dal TSJ non la fecero franca. Prima morivano tra violente convulsioni
e terribili dolori, di una virulenza simile a quella dell’Ebola, per poi alzarsi alcune ore
dopo, clinicamente morti, convertiti in una specie di sonnambuli aggressivi che
attaccavano ogni essere vivente che attraversasse loro la strada. La stampa cominciò a
chiamarli Non-Morti, finché non smise di esistere, dato che la maggior parte dei suoi
membri avevano ingrossato la legione di infettati che rapidamente stava occupando il
mondo.
Tutto questo mi colpì come un incubo. Quando dovetti rendermene conto ero
coinvolto in una delle innumerevoli evacuazioni cittadine che si tennero
simultaneamente, mentre l'ordine sociale andava in pezzi ed il caos si estendeva per
tutto il mondo come un incendio in una prateria. Ai mezzi di comunicazione
seguirono le telecomunicazioni e, più tardi, perfino le strutture governative
incominciarono a collassare. In meno di tre settimane dall'arrivo dell'infezione in
Spagna, tutto era finito. Non c’era più alcun ordine. Non c’era più alcuna
popolazione. Delle migliaia di milioni di abitanti che popolavano il mondo un mese
prima, appena un pugno di superstiti, poche migliaia, girovagavano qua e là cercando
di sopravvivere, tra un mare di Non-Morti, passivi e non molto intelligenti, ma
padroni perché in maggioranza. Erano da tutte le parti, e non avevano bisogno né di
mangiare né di dormire.
Ai sopravvissuti era rimasta solo un'alternativa possibile.
Fuggire.
Immersi gli sgombri eviscerati in un secchio di acqua di mare, ma lasciai da parte
le viscere per il gatto, nella sua ciotola del cibo. Lucullo mi osservava con attenzione
felina, come domandandosi perché diavolo stavo tardando tanto a servirlo.
— Per il signore. — Gli accarezzai la schiena mentre si scagliava sui resti del
pesce. — So che non è precisamente Whiskas, ma almeno è qualcosa, ragazzo.
Lucullo cominciò a masticare rumorosamente, mescolando cinguettii con
gorgheggi di soddisfazione. Mentre osservavo come il gatto inghiottiva le viscere non
potei evitare che un'onda acida mi salisse alla bocca dallo stomaco. Mi appoggiai su
una paratia mentre la nausea passava. Avevo visto la morte terribile di troppe persone
durante gli ultimi mesi e, in alcuni casi, piccole cose quotidiane come quella mi
provocavano un enorme malessere. Più che naturale, se si pensa che prima
dell'Apocalisse la cosa che si avvicinava di più a un morto erano state le costolette
che compravo al supermercato. Lucullo alzò lo sguardo dal suo piatto e mi osservò,
leggermente stupito del colore pallido che aveva preso la mia pelle. Giudiziosamente
decise di non fare nessun commento gattesco e si concentrò di nuovo per finire la sua
razione.
Muovendomi faticosamente nel piccolo spazio della cabina, mi avvicinai fino al
bagno della Corinto II. Non avevamo avuto tempo di fare una provvista d’acqua
dolce prima di salpare, di conseguenza il suo utilizzo a bordo era severamente
razionato. Avevamo riempito con acqua salata estratta direttamente dall'oceano il
serbatoio di servizio che utilizzavamo per lavarci. Il sale avrebbe corroso le
conduzioni della nave in pochi mesi, ma confidavamo di non restare a bordo tanto a
lungo. Il risultato di due settimane di lavaggi con acqua salata era visibile nei nostri
capelli increspati e negli aloni di salnitro che chiazzavano tutti i nostri vestiti.
Mi lavai il viso varie volte e mi osservai nello specchio scheggiato del bagno.
Dall'altro lato mi guardava un uomo bruno, con lineamenti spigolosi e con un folto
cespuglio di capelli neri. Gli occhi, profondi e scuri, erano leggermente iniettati di
sangue, risultato della mancanza di sonno e di lunghe settimane di stress. O chissà,
forse dovrei dire mesi.
La mia vita era stata una completa odissea dal momento in cui mi vidi costretto ad
abbandonare la mia città a causa della diffusione della pandemia. Prima ero fuggito in
barca verso la vicina città di Vigo, dove si era formato il più grande Punto Sicuro
della Galizia, solo per scoprire che si trattava di una città devastata. Dopo una serie di
peripezie avevo fatto amicizia tra le rovine della città con Viktor Pritchenko, un
pilota di elicotteri ucraino assunto per combattere incendi forestali e che era rimasto
intrappolato in Galizia dalla catastrofe, a migliaia di chilometri dalla sua famiglia e
dalla sua casa.
Da quel momento, Viktor e io siamo diventati inseparabili. Senza alcun dubbio il
fatto di stare insieme ci ha salvato la vita in più di un'occasione. Abbiamo cominciato
ad agire come una squadra prima nel tentativo di aprirci il cammino attraverso le
rovine riarse e piene di Non-Morti della città di Vigo, ed in seguito durante la fuga
frenetica dalla Penisola che ci ha portato finalmente alle isole Canarie. Scoprire che
le Isole Fortunate erano state trasformate in un enorme campo-profughi all'aperto
occupato da sopravvissuti provenienti da tutto il mondo, con il razionamento e una
feroce repressione militare, e più di ogni altra cosa sull'orlo di una guerra civile, era
stato un duro colpo per le nostre speranze.
Quando la situazione diventò insostenibile e le nostre vite cominciarono ad essere
in pericolo, decidemmo che cercare nuovi orizzonti era l'unica alternativa possibile.
Le isole di Capo Verde non erano eccessivamente lontano, e già prima
dell'Apocalisse erano state isolate e poco frequentate. Confidavamo che l'infezione
non fosse arrivata fino lì. Poteva essere un posto stupendo per ricominciare le nostre
vite.
E poi c’era Lucía, naturalmente.

Uscii dal bagno, scivolando tra il tavolo centrale e la base dell'albero che dalla
coperta andava a conficcarsi fin nella parte più profonda della chiglia della barca. La
porta che dava alla cabina di prua era socchiusa. Infilai la testa, cercando di fare il
minor rumore possibile. Sdraiata sul letto, Lucía dormiva profondamente. Portava
solamente un bikini stampato con fiori rosa, un braccio pendeva rilassato al lato del
letto. In mano aveva ancora una vecchia rivista di moda che doveva essere andata
fuori stampa da tanto, tanto tempo, ma che componeva il grosso della biblioteca di
bordo, insieme ad un manuale di navigazione e mezzo periodico sportivo che l'ultimo
proprietario della barca aveva usato quasi un milione di anni prima per sistemare
alcuni bidoni nella sentina.
Lucía si era unita al nostro piccolo gruppo solamente alcuni giorni dopo che Prit ed
io ci eravamo conosciuti. Nel caos che nacque quando si ordinò l'evacuazione dei
principali nuclei di popolazione la ragazza si era vista separare dalla sua famiglia.
Persa e spaventata, aveva finito per rifugiarsi nella cantina di un ospedale, dove era
sopravvissuta trincerata fino a che io e Prit c'imbattemmo in lei. Senza che sapessi
molto bene come, e prima che ce ne rendessimo conto, c'innamorammo
profondamente, a dispetto di una differenza di età di quasi quindici anni.
Sicuramente, ho pensato con un mezzo sorriso, il mondo è cambiato molto. La
maggior parte di questi cambiamenti erano stati una merda del volume di una
portaerei, ma alcune cose, come l’aver conosciuto quella ragazza, facevano sì che
ogni tanto ringraziassi profondamente che quello stupido assalto di Daghestan avesse
avuto luogo.
Tuttavia, nonostante tutti i problemi, nonostante tutto il caos, la morte e la
devastazione che aveva colpito il mondo a causa di quel maledetto incidente, certe
cose non erano cambiate di una virgola. Gli uomini erano ancora violenti, egoisti,
pericolosi e, se l'occasione lo richiedeva, erano ancora degli assassini nati; ma
riuscivano ancora a ridere, cantare, sognare e piangere, e se necessario, ad
innamorarsi.
Soprattutto se si trovavano con una donna come quella.
Era il tipo di femmina che, prima dell'Apocalisse, avrebbe creato un ingorgo con la
sua sola presenza e avrebbe fatto girare tutti gli uomini che la incrociavano per strada.
E anche adesso, mi corressi mentalmente, ma nel mondo oramai non rimanevano
troppi uomini da poter impressionare.
Alta, snella, con gambe interminabili, una chioma nera che incorniciava un viso
armonioso con zigomi alti e due brillanti occhi verdi, aveva quella bellezza
provocante e sensuale che normalmente hanno le donne quando abbandonano
l'adolescenza. Appena diciottenne, spesso mi ricordava una pantera, soprattutto
quando si distendeva pigramente, come in quel momento.
Cercando di non spaventarla, mi avvicinai a lei e le baciai i capelli delicatamente.
Lucía si lamentava nel sonno e si voltò, socchiudendo gli occhi.
— Che cosa succede? — mi domandò con voce insonnolita. — È già il mio turno
di guardia?
— No, affatto — le sussurrai mentre passavo le mie mani sulle sue lunghe gambe.
Lucía aveva fatto l'ultimo quarto del turno di notte e aveva dormito solo quattro
ore. Si supponeva che in tre dovessimo fare lo stesso numero di ore di guardia, ma
Prit ed io sapevamo che Lucía era al limite della sua resistenza fisica, cosicché
cercavamo di risparmiarle almeno un paio di ore ciascuno.
Non era stupida e si rendeva perfettamente conto di quello che facevamo, ma ci
ringraziava in silenzio per il gesto. La stanchezza stava facendocela pagare a tutti,
benché Prit ed io avessimo più resistenza fisica, almeno per il momento.
— Continua a dormire. Puoi riposare ancora almeno altre tre ore prima di dover
salire in coperta.
— Perché odori tanto di pesce? — domandò improvvisamente, arricciando il naso.
— Indovina quale è il menù di oggi! — risposi un po’ imbarazzato, mentre cercavo
di nascondere le mie mani piene di squame di pesce sotto al copriletto.
— Brffgghhh. — Lucía si voltò e si coprì la testa con il cuscino. Proprio in quel
momento, la barca diede una sbandata quando un'onda un po' troppo alta colpì il lato
dello scafo. Pensai che se dovevamo affrontare un pomeriggio di mare mosso
dovevamo finire quanto prima di sistemare il cibo, per aiutare Prit a tirare le cime.
— Be’, visto che me lo chiedi — continuai senza compassione, — ti dirò che ero
in dubbio tra preparare dei filetti Wellington con riduzione di Porto e patate arrosto o
dei semplici sgombri cotti senza accompagnamento. So che, in fondo, tu e Viktor
siete due persone dai gusti semplici, quindi ho optato per il menù più leggero e…
— Stai zitto o altrimenti ti farò tacere io! — mi disse mentre allacciava le sue mani
dietro la mia nuca guardandomi fisso coi suoi enormi occhi verdi.
Una nuova sbandata mi fece perdere l'equilibrio e caddi su lei. Sentii la pressione
dei suoi seni contro il mio petto nudo ed il sapore caldo della sua saliva quando mi
baciò per alcuni secondi che sembrarono interminabili. Qualcosa cominciò ad agitarsi
dentro i miei pantaloni ed improvvisamente sentii che la temperatura della cabina era
aumentata di colpo di parecchi gradi.
— Chissà… forse potremmo prenderci il dessert prima di cena — le sussurrai
all’orecchio, mentre la mia mano scivolava verso il nodo della parte superiore del suo
bikini.
Per tutta risposta, lei incurvò la schiena per facilitarmi la manovra mentre mi
mordicchiava il collo. Improvvisamente, un nuovo colpo di mare scosse
violentemente il fianco della Corinto II, tanto violentemente che ci fece sbattere
entrambi contro la paratia di dritta. La mia schiena batté contro un angolo appuntito -
adempiendo alla vecchia regola marinara che vuole che chi sbatte di spalle lo faccia
sempre contro l'unica parte che possa farti danno - e per un momento mi mancò il
respiro.
— Stai bene? — chiese Lucía tentando di soffocare le risate che le salivano in
gola. — Non sapevo che ti riferissi a questo quando dicevi che…
— Io neanche, credimi — brontolai, mentre mi massaggiavo con la mano la base
della schiena. Faceva male come se mi avessero inchiodato una piccozza nella
colonna. — Che cazzo sta facendo lì sopra Viktor?
La voce urgente dell'ucraino mi rispose prima che potessi dire altro.
— Salite subito sopra coperta! Dovete vederlo!
Con un salto abbandonai il letto e mi lanciai verso l'oblò che dava in coperta.
Attraversando la sala da pranzo della barca fui lievemente cosciente che la tortiera
dove stava il pesce era caduta a terra e che Lucullo stava spiando con occhi golosi gli
sgombri sventrati che si muovevano per il pavimento da una parte all’altra seguendo
sempre di più le forti sbandate che dava la barca. Decisi che quella era una questione
che poteva aspettare e mi proiettai su per le scale fino a mettere la testa sul ponte.
Lo spettacolo mi lasciò a bocca aperta. L'ultima volta che ero stato fuori dalla
cabina era stato due ore prima, quando stavo pescando gli sgombri che in quel
momento saltavano all’impazzata sul pavimento della sala da pranzo. Il cielo che
prima era completamente sereno, come tutti i giorni da quando eravamo scappati da
Tenerife, si era trasformato in un inquietante mosaico bianchiccio.
Sulle nostre teste passavano rapidamente brandelli di nuvole a mezza altezza che si
raggruppavano e si separavano in forme sconsiderate. Il mare, che era abbastanza
tranquillo fino a un momento prima, cominciava a coprirsi di sbuffi di schiuma che
battevano i fianchi della barca senza alcun ordine apparente. Quando girai la testa a
sopravvento sentii che il sangue defluiva dal mio viso. Un enorme muro nero
attraversava tutto l'orizzonte fin dove arrivava lo sguardo e anche oltre, illuminato
ogni pochi secondi dal bagliore di dozzine di raggi che non potevamo vedere da lì.
Quel mostro era molto più grande della più grande tempesta che avessi mai visto in
alto mare.
Mi lasciai scivolare fino alla barra del timone e diedi un'occhiata al barometro.
Come avevo sospettato la colonna di mercurio era incredibilmente bassa, e
continuava a scendere davanti ai miei occhi in maniera perfettamente visibile.
Deglutii e per un momento desiderai che tutto quello fosse solo un incubo. Avevo
sentito parlare in precedenza di un crollo barometrico, ma non avrei mai pensato di
vederne uno di persona. Specie in quelle circostanze, a centinaia di miglia dal porto
più vicino e in una barca vecchia e con il sartiame in pessimo stato.
— Che cazzo è quello, capitano? — Agli occhi di Viktor il fatto che io avessi la
patente per le imbarcazioni da diporto mi trasformava automaticamente in un
marinaio esperto. E che quel titolo mi abilitasse solo a pilotare piccole imbarcazioni e
che, fino ad allora, non mi fossi mai allontanato più di tre miglia dalla costa, non
sembrava importargli troppo, ma io ero terrorizzato.
— Ancora non sono sicuro, Viktor — risposi mentre facevo girare
precipitosamente l'accavigliatore dello spinnaker. — Ma se è quello che temo,
potremmo avere un grosso problema.
— Quanto grosso? — domandò l'ucraino mentre mi aiutava a ritirare la vela.
— Viktor, la situazione è grave — dissi piano, mentre lo guardavo molto serio.
Lucía si era affacciata al boccaporto e ci ascoltava con gli occhi spalancati, mentre
osservava il muro di nuvole muoversi velocemente verso di noi. — Spero di
sbagliarmi, ma se non è così…. In meno di due ore probabilmente saremo morti.
3

Se fosse successo quando il mondo era ancora un posto abitato da esseri umani,
quella supercella che si muoveva verso la costa africana sarebbe stata oggetto di un
monitoraggio approfondito da parte del Centro Controllo Uragani. Qualcuno avrebbe
preso la lista alfabetica di nomi che si stilava all'inizio dell’anno e avrebbe cercato un
nome che corrispondesse a quel particolare uragano. Edna, avrebbe letto. Non era un
brutto nome. Il monitoraggio sarebbe stato più facile, ed inoltre avrebbe permesso ai
notiziari in televisione di drammatizzare un po' sull'uragano quando questo avesse
toccato terra, come se fosse una personalità imprevedibile, distruttiva e malvagia con
volontà propria, piuttosto che un cumulo di bassa pressione. Ma non c’era nessuno
che potesse farlo.
Così quando finalmente Edna toccò terra all'altezza di Casablanca nessuno fu
testimone della devastazione che causò nella città, dove spianò le poche cose che
rimanevano in piedi e seppellì migliaia di Non-Morti tra le rovine.
E non ci fu nemmeno nessuno che fosse testimone della furia dieci volte maggiore
che Edna scatenò entro duecento miglia di mare.
Nessuno, eccetto tre persone.
4

— Attento, Viktor! — Non appena pronunciai quelle due parole, un'onda delle
dimensioni di un edificio a due piani precipitò sul malconcio ponte della Corinto II
facendone gemere tutte le estremità e piegando l'albero pericolosamente verso dritta.
Il bordo rimase completamente sommerso sotto l'acqua e per un momento fui certo
che la barca si sarebbe rovesciata e che fosse giunta la nostra ultima ora.
Mi asciugai l'acqua salata che mi riempiva gli occhi e tornai a guardare verso prua,
nel punto in cui il piccolo ucraino due secondi prima stava tentando di legare una
sartia minore che si era sciolta a causa del forte vento. Tra i turbinii di vento e le
raffiche d’acqua che spruzzavano in tutte direzioni intravvidi la figura di Pritchenko,
avvolto in una cerata da maltempo e assicurato ad una cima, che tossiva ed ansimava
come un cane sul punto di annegare. L’ondata l'aveva lanciato contro l'albero, ma per
fortuna il giubbetto di salvataggio che indossava aveva attutito il colpo. Se l'acqua
l'avesse trascinato per soli quaranta centimetri da un lato all’altro del palo in fibra di
carbonio, probabilmente sarebbe stato sbalzato fuori bordo.
— Stai bene? Viktor... — Stai bene? Rispondi, dannazione! — Misi le mani a
coppa, affinché la mia voce arrivasse fino al mio amico, ma l'ululato del vento tra le
sartie era così selvaggio che era impossibile che l'ucraino mi sentisse, benché si
trovasse appena a tre metri da me. Tuttavia dovette indovinare quale fosse la mia
domanda, perché con un gesto stanco alzò le braccia al di sopra della testa coi pollici
in alto.

L'uragano ci stava frustando senza pietà da sei ore ed era un autentico mistero
ch’io non fossi morto annegato almeno una dozzina di volte durante tutto quel tempo.
Quello yacht non era progettato per resistere a raffiche di vento di una tale forza,
neanche quando era un fiammante veliero appena uscito dal cantiere navale, e
tantomeno nel suo stato attuale. Il primo segno che le cose non andavano bene fu
dopo due ore di temporale, quando la vela genovese si ruppe con un suono stridulo e
si allontanò volando in mezzo all'uragano come il mantello svolazzante di una strega.
Da allora abbiamo dovuto fronteggiare la tempesta coi pochissimi stracci
dell'albero, tentando di stare sempre davanti alle onde che minacciavano di
inghiottirci in qualsiasi momento. Era da molto che avevo perso la nozione del
tempo. Mi sentivo le braccia rigide per aver tentato di tenere fermo il timone così
tante ore. La nostra unica possibilità di sopravvivenza era di mantenerci sempre nella
direzione del vento e delle onde. La Corinto II fino ad allora si era comportata
piuttosto bene, cavalcando le mostruose onde ogni volta che una di quelle muraglie
grandi come una collina ci raggiungeva a poppa.
Quando questo accadeva, la barca cominciava ad arrampicarsi lentamente sulla
superficie bombata del mare fino ad arrivare alla cima dell'onda, sormontata da un
vortice di schiuma sporca. In quel momento tutto era esposto all'azione del vento, e
ciò faceva sì che il veliero avanzasse velocemente fino ad arrivare sull'orlo della
cresta. Poi, in mezzo ad un rumore assordante prodotto da migliaia di tonnellate di
acqua che si muovevano a tutta velocità, lo yacht precipitava dall’altra parte
dell’onda, con la prua puntata direttamente al seno che si produce tra due onde.
Arrivando lì, si insinuava come un coltello nel burro caldo e, per alcuni secondi,
veniva sommerso tra due onde gigantesche, dove il vento smetteva di soffiare. Poi, la
seguente onda alzava la poppa della Corinto II ed il ciclo ricominciava, una volta
dopo l’altra. Continuò così per sei interminabili ore.

Quello era il solo finale possibile. In qualsiasi momento un’onda traditrice poteva
far girare la barca di alcuni gradi a babordo o a dritta, lasciando il veliero di traverso
nell’avvallamento che si crea tra due onde. L’onda successiva avrebbe fatto
inevitabilmente rovesciare la barca definitivamente.
Uno scricchiolio inquietante mi riportò alla realtà. Intorno alla base dell'albero era
apparsa una sottile crepa dello spessore della punta di una matita, che un secondo
prima non c’era. Attonito, mi resi conto che ogni volta che la barca raggiungeva la
cresta di un’onda, la crepa si allungava e allargava. Calcolai mentalmente che l'albero
avrebbe retto per non più di un paio di minuti prima di rompersi del tutto.
— Prit! Prit! — ululai con disperazione mentre gli indicavo l'albero facendo ampi
gesti. — Le cime! Bisogna tagliare immediatamente tutte le cime!
In un primo momento l’ucraino mi guardò confuso, ma subito comprese la gravità
della situazione. Se l'albero si fosse rotto e caduto in mare, sarebbe rimasto ancora
attaccato al resto dell'imbarcazione tramite le grosse sartie di acciaio intrecciato che
lo mantenevano in posizione. Con l'albero e tutta l'attrezzatura a fare da zavorra
sott'acqua, la Corinto II avrebbe perso ogni manovrabilità e saremmo morti in pochi
secondi.
Prit non era un marinaio nato, ma certamente era un tipo sveglio. La sua rapidità di
riflessi l'aveva mantenuto in vita mentre migliaia di milioni di persone erano decedute
durante quella follia. Agendo velocemente afferrò il suo coltello e con la punta
attaccò i passascotte e i tiranti che lo mantenevano ancorato sul ponte, tentando senza
successo di sbloccare il cavo di acciaio. Le vene del collo dell'ucraino si gonfiarono
mentre faceva leva con la lama. Perfino tra le raffiche di vento che mi scuotevano di
qua e di la sentì il grugnito che emise quando la punta del coltello si spezzò e rimase
inserita nel buco.
— È inutile! — mi gridò, mentre scuoteva il suo manico oramai inservibile sulla
testa. — Non riesco a sciogliere questa maledetta cosa!
Rimasi raggelato. Eravamo morti. Totalmente e fottutamente morti.
Una mano ferma mi batté sulla schiena. Senza lasciare il timone mi girai e vidi che
Lucía era salita sul ponte. La giovane aveva messo un salvagente di emergenza, come
noi, ma non era equipaggiata con la cerata da tempesta. La pioggia e le onde che
saltavano sulla poppa l'avevano inzuppata completamente nei pochi secondi che era
stata lì; tuttavia non sembrava gliene importasse più di tanto. Era evidente che aveva
sentito la conversazione e, a dispetto di ciò, nei suoi occhi brillava una ferrea
determinazione di mantenersi in vita.
— Prova con questo! — mi gridò all'orecchio mentre mi allungava un oggetto
lungo e pesante con la sua mano libera.
L'afferrai come potevo. Era uno dei due fucili da assalto HK che avevamo a bordo.
Mi resi conto che la sua idea era buona, ma difficile da realizzare. Tuttavia non
avevamo niente di meglio da tentare.
— Dovrai farlo tu! — tossii, dopo aver ingoiato almeno un milione di litri d’acqua
salata dall'onda che aveva appena inondato la poppa della barca. — Io devo
mantenere la rotta! Quando hai sciolto la sartia maggiore di poppa passa l’HK a
Viktor per fare lo stesso a prua!
Lucía assentì e si girò verso il supporto che era collocato proprio sulla battagliola
di poppa, sopra il timone. In quella posizione il vento le sferzava direttamente in
faccia, gettandole una pioggia continua di acqua salata negli occhi.
— Tranquilla, piccola, tranquilla — mormorai, più per me che per lei.
Eravamo in cima a un'immensa onda, nel punto di massima esposizione al vento, e
l'albero cominciava a lanciare alcuni suoni allarmanti. Pezzi interi di fibra di carbonio
si stavano staccando longitudinalmente e la crepa aveva già lo spessore sufficiente
per infilarci un dito. Tutto il sartiame ululò, portato oltre il limite massimo di
tolleranza stabilito dal fabbricante, e minacciava di crollare da un momento all’altro.
Lo sloop sbandò bruscamente mentre cavalcava la cima dell'onda; catturato da una
raffica di particolare intensità, con un ruggito corse giù per il pendio avvolto in una
cascata di schiuma.
In due secondi il vento sembrò calmarsi improvvisamente. La Corinto II,
intrappolata nel vuoto prodotto da due immense onde alte più di trenta metri, rimase
coperta dal vento, e per un istante ci fu una calma irreale. Sentii perfettamente il clic-
clic delle gocce d’acqua che cadevano dalla fionda battendo il ponte. Quel momento
di calma era quello che Lucía stava aspettando. Con gesto tranquillo si gettò l’HK in
spalla e, nel tempo di un respiro, mirò al supporto che reggeva la sartia maggiore di
poppa e tirò il grilletto.
L’HK, in posizione automatica, sembrò prendere vita nelle mani della ragazza che
a fatica riuscì a sopportare il potente rinculo dell'arma. Una serie di buchi neri
apparvero sul ponte posteriore della barca, mentre una pioggia di pezzi di teak, fibra
di vetro e metallo caldo ci bagnava dal basso. Improvvisamente, due proiettili
colpirono il punto esatto dove la sartia maggiore era attaccata allo scafo del veliero.
Tutto successe molto rapidamente. Il grosso cavo d’acciaio, teso al massimo per
l’enorme forza che il vento esercitava contro la vela, si recise su un lato come se
fosse burro dopo l'impatto con la pallottola da 5,56 millimetri dell’HK e cominciò a
sfilacciarsi davanti ai nostri occhi.
— Attenta! — feci in tempo a gridare mentre lasciavo le mani dal timone e
spingevo Lucía a terra. Caddi su di lei mentre il cavo si spaccava alle mie spalle con
uno schiocco schizzando via come una frusta.
L'estremità della sartia maggiore passò dove poco prima c’era la testa di Lucía e si
schiantò con violenza contro la porticina alzando una scia di enormi schegge di teak e
vetri rotti. Dopo aver fatto scoppiare la porta, il cavo si alzò in aria scuotendosi come
un cobra infuriato; passò all'altra parte dell'albero, dove lacerò parte della vela da
tempesta che avevamo issato. Solo in quel momento mi resi conto che Viktor non
aveva nessuna possibilità di tagliare la sartia maggiore che stava a prua, ma fu
l’uragano ad occuparsi di questo problema.
La barca era tornata ad arrampicarsi sulla cresta di un'onda e in quell'istante una
raffica particolarmente forte ci spinse a poppa. L'albero, già indebolito dopo lunghe
ore di lotta, si arrese definitivamente. Con un scricchiolio che mi fece stridere i denti,
la crepa del palo si allargò come una bocca oscura ed infine esplose spruzzando tutto
il ponte con pezzi di fibra di carbonio. Per un momento fummo testimoni di uno
spettacolo che pochi marinai hanno avuto l'opportunità di vedere, e poterlo raccontare
più tardi. L'albero della Corinto II si alzò in aria, aspirato dalla tremenda forza
dell'uragano, con la sartia maggiore di prua appesa a un’estremità. Per tre o quattro
secondi si mantenne in aria, a prua della barca, con l’altro tirante attaccato, come
fosse una strana cometa fabbricata da un falegname pazzo. Improvvisamente, con una
scossa, la sartia maggiore si ruppe all’altra estremità e l'albero si allontanò in mezzo
ai mulinelli di pioggia fino a cadere in mare alla nostra destra in mezzo a due
gigantesche onde.
Ci eravamo salvati per un pelo. Ma la situazione non era migliorata.
— Sarà meglio che entriate dentro! — ululai al di sopra del vento. — Qui sopra
non potete fare niente!
— Al diavolo! — sbottò Pritchenko, senza alcun riguardo, mentre mi aiutava ad
alzarmi. — Se devo annegare voglio che sia all'aperto, e non rinchiuso dentro questa
vasca da bagno!
— Prit — Strinsi i pugni, tentando di controllarmi. Era molto pericoloso rimanere
in coperta, ma l'ucraino poteva essere molto testardo quando insisteva su qualcosa.
— Entra, cazzo! È pericoloso stare qui sopra!
— Mi prendi in giro? Io non mi muovo di qui!
— Entra, russo testone!
— Ho detto di no! E sono ucraino, non russo!
Proprio in quell'istante Lucía interruppe la discussione affacciandosi alla porta
sconquassata che portava alla cabina. Solamente guardando il suo viso ci rendemmo
conto che qualcosa non andava.
— Ci sono due palmi d’acqua dentro la cabina — disse quietamente, cercando di
controllare la paura. — Stiamo affondando.
Non ci mancava che questo, pensai. Il vecchio scafo doveva avere qualche micro
falla dopo aver passato degli anni galleggiando al sole in qualche porticciolo turistico
dimenticato. Ad un certo punto, dopo mesi di espansione e contrazione, una bolla
d'aria nascosta tra le lamiere dello scafo aveva fatto "puf" e aveva cominciato a
rompere la fibra di vetro. Durante la tempesta quella fessura aveva deciso di crescere
senza preavviso e l'acqua si stava infiltrando da qualche punto sotto la linea di
galleggiamento. Non sapevo a che velocità, ma era questione di minuti, ore o giorni,
(dipendeva dal volume della falla, se avessi avuto più esperienza marinara lo avrei
saputo), la barca era irrimediabilmente condannata.
Una barca senza albero, con una falla di entità sconosciuta, in mezzo alla peggior
burrasca che avessi mai visto nella mia breve esperienza marinara. Cazzo. Favoloso.
Chi ha bisogno dei Non-Morti? Sono bastato io solo per trascinare alla morte non
solo me stesso ma anche tutti quelli che mi stavano attorno.
— È vero? — chiese Prit gelido. — Affondiamo?
— No — mentii. — È solamente acqua che si è infiltrata dagli oblò rotti. Però, in
caso, potresti mettere in funzione la pompa di sentina.
— Ci sto già andando — disse Lucía.
Strinsi la mano della mia ragazza per un secondo. Nei suoi occhi potei vedere
paura, ma anche un’enorme serenità, figlia delle continue sofferenze degli ultimi
mesi. Se dovevamo morire, Lucía lo avrebbe fatto con disinvoltura, guardando la
morte negli occhi. E probabilmente sputandole in faccia.
Dovevo dire la verità a Viktor. La barca poteva andare a picco da un momento
all’altro e l'ucraino doveva saperlo. Mi girai verso lui, ma prima che potessi parlare il
mio vecchio compagno intuì quello che stava succedendo solo guardandomi negli
occhi.
— Siamo fottuti, vero?
Non risposi. Il mio sguardo era rimasto preso all'orizzonte, nell'orribile groviglio in
cui si mischiavano in maniera indistinguibile acqua e cielo. Avevo perso la nozione
del tempo ore fa, ma la mezzanotte doveva essere vicina. Le raffiche di schiuma e le
onde permettevano di vedere fino a cento o duecento metri attraverso l'oscurità;
inoltre, la barca si scuoteva talmente che era quasi impossibile mantenere lo sguardo
fisso su un punto. Ma, per un istante, per un unico e miserabile istante, credetti di
vedere qualcosa non molto lontano. Mi sfregai gli occhi e cercai di localizzare di
nuovo quell'immagine. Per un attimo, quando il mare ci fece cavalcare di nuovo su
un'onda ed elevò la Corinto II ad una considerevole altezza lo vidi di nuovo. Non
c'era il minimo dubbio.
A meno di mezzo miglio nautico a sottovento brillava una luce verde.
5

Mi ci volle un momento per riprendere il controllo del battito del mio cuore, che
all’improvviso aveva cominciato a correre all’impazzata. Quella luce verde poteva
significare solo una cosa. Era incredibile, fottutamente incredibile, ma...
— Che ti prende? — domandò Prit. — Sembra che tu abbia appena visto un
fantasma!
— Dimmi cosa vedi lì — Dissi indicando il punto dell’orizzonte in cui avevo visto
la luce. — Dimmi se vedi un lampo verde.
— Lampo verde? Che diavolo stai…?
— Zitto — lo interruppi bruscamente. — Aspetta un momento… Ora…. Laggiù!
Lo vedi?
— Ma che…? Cazzo! Che mi prenda un colpo se non è una luce! Da dove diavolo
arriva?
— Quello non può essere altro che il segnale di tribordo di una nave! — risposi
entusiasmato. — E per l’altezza in cui si trova dev’essere una nave abbastanza
grande.
— Grande quanto?
— Non lo so, però molto più grande di uno yacht schifoso come questo — dissi
girando cautamente il timone, che reagì appena ai miei comandi.
— Che facciamo? Intervenne Lucía di colpo.
Dopo aver collegato la pompa di sentina era apparsa dalla cabina senza far rumore,
tenendo in braccio un inzuppato e furioso Lucullo. Aveva ascoltato la conversazione
e all’improvviso sul suo viso la paura aveva lasciato posto alla speranza.
— Per ora navighiamo sottovento verso la luce — risposi. — Quando saremo più
vicini lanceremo un bengala di soccorso per farci localizzare, e poi troveremo il
modo di passare da questo guscio marcio a quella nave, senza annegare nel bel mezzo
della tormenta.
— Non sappiamo chi ci sia su quella nave — osservò Pritchenko, ombroso. —
Potrebbero esserci alcune pattuglie inviate da Tenerife per catturarci, o anche una
barca piena di Non-Morti che da mesi sta navigando alla deriva.
— Una barca piena di Non-Morti si sarebbe arenata sulla costa da molto tempo —
replicai mentre cercavo di orientare la prua del Corinto II verso la luce. — E
francamente, Vicktor, sarei capace di qualsiasi cosa, incluso salire di nuovo sul Zaren
Kibbish con il suo equipaggio di pazzi armati e folli di mezzo mondo, pur di uscire da
questo inferno il prima possibile.
L’ucraino ridacchiò e annuì. Sapevo che in quel momento la nostra situazione era
disperata. Senza dubbio c’era qualche possibilità di sopravvivenza se avessimo
raggiunto la misteriosa nave dalla luce verde e vi fossimo saliti a bordo. Quello che
sarebbe successo dopo lo avremmo risolto strada facendo.
Passarono cinque interminabili minuti. Ogni volta che cavalcavamo la cresta di un
onda i nostri occhi sondavano l’orizzonte cercando di localizzare la luce verde.
Durante le prime onde fu relativamente facile, ma negli ultimi cinque minuti
perdemmo completamente il punto di riferimento.
Per un secondo mi domandai se non l’avessimo sognato o se fosse stata
un’allucinazione causata dallo stress. Un altro pensiero, ancora più agghiacciante,
s’impadronì di me. In mezzo a quella tempesta sarebbe stato altrettanto facile arrivare
a meno di cinque metri da quella nave senza nemmeno vederla. La cosa peggiore che
poteva capitare sarebbe stato vedere di colpo la luce rossa a babordo della nave. In
quel caso l’avremmo oltrepassata, e con quel vento e senza vela, provare a virare
sarebbe stato praticamente impossibile. Improvvisamente una grande onda colpì la
fiancata dell'imbarcazione, spazzando tutto il ponte con uno strato di acqua nera e
gelata. Per un attimo la barca sembrò rimanere in bilico sull’onda seguente, ma
quando iniziò a scendere lateralmente lo fece imprimendo una rotazione sempre più
pronunciata. Stavamo per ribaltarci.
— State pronti a saltare! Gridai con la gola irritata dal sale e dallo sforzo. Tuttavia
la rotazione si arrestò improvvisamente. Il veliero era in fondo ad una depressione tra
le due onde.
L’enorme cresta che ci aveva spazzato si allontanò oltre l’orizzonte e la seguente
onda gigante si dirigeva verso di noi ruggendo, sempre più vicina. La ruota del
timone girava all'impazzata e la barca dondolava da una parte all'altra, senza che
nessuno la pilotasse, mentre il vento sembrava essere cessato come per magia.
— Che diavolo succede? — domandò Prit.
— Non ne ho idea. È come se fossimo nell’occhio di un uragano, però…
— Guarda lì! — La voce di Lucía suonava impaurita e questo, più di ogni altra
cosa, fece sì che il terrore si impadronisse di me. Mi girai guardando dove indicava
con gli occhi spalancati e rimasi sbalordito.
Il cielo era nero e, a meno di venti metri da noi, l’immensa prua di una petroliera
oscurava tutte le stelle mentre si lanciava a tutta velocità contro il fragile scafo del
Corinto II.
— Ci travolgerà!
Non potevamo fare nulla. La barca era alla deriva (e sospettavo anche senza
timone), il motore ausiliare non aveva carburante e inoltre non avevamo tempo né
spazio per manovrare.
La petroliera era enorme, uno di quei giganti con più di 350 metri di lunghezza,
così lunga che dal ponte di poppa non si sarebbe visto il ponte di prua nel mezzo di
una tempesta... Figurarsi una piccola barca di non più di otto metri alla deriva nella
sua traiettoria. Non ci avrebbero schiacciato di proposito, dato che probabilmente non
ci avevano né visto né rilevato. In mezzo a quella tempesta eravamo invisibili per il
radar. E peggio ancora se era realizzato in fibra di carbonio e non aveva nemmeno
un albero per riflettere il segnale, mi suggerì la parte saccente del mio cervello che
assisteva, stordita e allo stesso tempo affascinata, all’atto finale della nostra esistenza.
Le dimensioni di quel colosso erano talmente grandi che le creste d’acqua che
sollevava la sua chiglia in mare aperto sembravano a confronto piccole colline verdi
coperte di schiuma. Una di quelle spinse lo scafo martoriato del Corinto II
scuotendolo come un fuscello gettato in un torrente. Eravamo così vicini allo scafo
della petroliera che potevo vedere i rivetti, le ammaccature e i segni di saldatura che
ne ricoprivano la superficie. All’ultimo momento e con una lentezza straziante, spinta
dalle ultime raffiche di vento e dall’onda generata dalla chiglia, la barca virò
abbastanza da evitare di essere schiacciata dalla petroliera.
Avevamo ancora una possibilità, ma dovevo agire rapidamente. Mi rivolsi verso
Viktor, che fissava senza parole quella mole passare a meno di due metri da noi.
— Viktor, cerca il lanciarazzi e spara un bengala affinché ci vedano!
L’ucraino uscì dal suo stupore, aprì uno degli scomparti degli attrezzi e tirò fuori la
pistola lanciarazzi. La sollevò sopra la testa e premette il grilletto. Il razzo venne
fuori con un sibilo e arrivato all’altezza programmata esplose in un fascio luminoso
di luce rossa inondando tutto di un colore spettrale. Mentre il bengala si abbassava
lentamente attaccato al suo paracadute mi lanciai verso l’interno della barca. Quella
che una volta era stata la cabina accogliente era andata in frantumi.
Uno strato d’acqua coperto di olio, resti di cibo, carte di navigazione e documenti
riempiva tutto l’interno fino all’altezza delle caviglie. Lucía era in un angolo con il
gatto tra le braccia, e mi guardava speranzosa.
— Come faremo a salire su quella? — mi domandò con una calma sorprendente.
— Ancora non lo so, però dobbiamo evitare che se ne vadano senza vederci.
Afferrai uno degli arpioni che c’erano a bordo e me lo caricai sulla spalla.
Ignorando lo sguardo incredulo di Lucía, aprì la stiva delle vele cercando un cavo
sufficientemente forte.
La cabina di guida puzzava di alghe marce ed era piena di acqua fredda.
Sospettavo che la falla d’acqua fosse molto vicina, ma non potevo farci nulla.
Dopo aver individuato l’estremità, cercai una guida e la legai al dardo dell’arpione.
Era rudimentale, ma poteva valerne la pena.
— Che cos’è?
— Un cavo guida, o almeno qualcosa che gli somiglia lontanamente — risposi
mentre tornavo verso il ponte.
In quell’intervallo di tempo la petroliera era già avanzata quasi fino alla metà della
sua lunghezza. La stazza di quella nave era così grande che dal bordo dell’acqua
aveva l’altezza di un edificio di otto piani.
Con una tale mole interposta, il veliero rimaneva completamente protetto dal vento
e dalla forza delle onde che spazzavano l’altro lato. Strizzai gli occhi sorpreso di
scoprire che il Corinto II oscillava in mezzo ad un piccolo ristagno di acque
completamente tranquille e senza la minima raffica di vento, illuminato dalla luce
rossa proiettata dai bengala che Viktor lanciava senza sosta. A pochi metri di
distanza, entro il limite di visuale permessa dai bengala, l’effetto di parapetto
generato dalla petroliera finiva e il mare ritornava ad alzarsi con la forza di un
uragano.
Avevamo solo un’opportunità. Alzai l’arpione e lo puntai verso il lato della
petroliera nascosto dal buio della notte. Feci un rapido calcolo mentale. Era l’arpione
più potente a nostra disposizione, ma la distanza che doveva percorrere era molto
lunga e per di più in verticale. Dovevo anche tenere in considerazione il peso della
corda e… Fanculo, respira e spara. Se non riesci ad agganciare questo cavo nella
petroliera puoi darci per spacciati — la vocina pedante riecheggiò nella mia testa, —
se non è la tempesta, l’effetto dell’aspirazione delle eliche ci trasformerà in poltiglia
e lo sai, lo sai, lo sai… e hai solo quest’opportunità. Chiudi quella bocca del cazzo,
coglione!
Scossi la testa e sparai. Il dardo volò via con uno scricchiolio e il cavo attaccato
alla sua estremità cominciò a srotolarsi a tutta velocità. Contai in silenzio, cinque
metri, dieci, quindici… Dopo aver raggiunto i venticinque metri si fermò di colpo.
Tremante, afferrai un’estremità e le diedi uno strattone, dapprima dolcemente e poi
più forte.
Il cavo non cedette. Eravamo agganciati alla petroliera.
Il mulinello dello spinnaker cui era legata l’altra estremità della corda gemette
quando il veliero saltò trascinato dalla petroliera, ma resistette perfettamente
all’assalto. Il Corinto II, come una remora legata ad un balena, cominciò ad avanzare
parallelamente all’enorme nave cisterna, sbattendo con forza contro lo scafo d’acciaio
quando la forza d’inerzia ci spinse contro l’altra nave. Ognuno di quei colpi strappava
lamine di fibra di carbonio e faceva scricchiolare tutta la struttura del veliero. Inoltre
non sapevo né come né dove si fosse agganciato l’arpione. Non sarebbe comunque
durato a lungo. Improvvisamente dei fasci di luce balenarono sopra il ponte distrutto
del veliero. Guardammo verso l’alto e vedemmo che quattro o cinque lanterne
puntavano verso di noi. C’era molta distanza e non potevo sentirne le voci, ma sono
sicuro che chiunque fossero quelli che stavano là sopra si stavano domandando chi
cazzo eravamo e come diavolo eravamo arrivati fin lì. Semplicemente speravo che
non pensassero troppo.
Nel giro di un paio di interminabili minuti una rete di abbordaggio si srotolò sul
lato della petroliera per permetterci di arrampicarci. Mi immaginai lo sforzo titanico
che doveva esserci voluto per trasportare una rete così pesante sul ponte della nave, in
mezzo alla tempesta che lassù doveva essere montata in tutta la sua pienezza.
Chiunque fossero erano interessati a farci salire a bordo, naturalmente.
— Su, andiamo! Prima che cambino idea — gridò Viktor, risoluto.
L’ucraino si aggrappò alla rete di abbordaggio e cominciò ad arrampicarsi con
l’agilità di una scimmia, senza guardare indietro. Lucía accomodò Lucullo tra le mie
braccia e dopo avermi piantato un allegro bacio sulla bocca si aggrappò a sua volta
alla rete e seguì Pritchenko. Rimasi sul ponte del veliero, con una strana sensazione
nello stomaco. L’ultima volta che ero salito su una nave sconosciuta era stato nel
porto di Vigo, molti mesi prima, e l’esperienza non era stata molto gratificante.
Almeno spero che questa volta non mi mettano davanti ai cannoni appena tocco
coperta, pensai mentre mettevo Lucullo nella parte superiore del mio impermeabile e
chiudevo bene la cerniera. Il mio gatto si ribellò dentro quell’improvvisato sacco fino
a trovare un’apertura da cui far sbucare la testa, giusto al lato del mio collo.
Con un ultimo sguardo mi lanciai dal veliero e cominciai ad arrampicarmi sulla
rete di abbordaggio, avvolto in un penetrante aroma di pelo di gatto bagnato. Fu solo
molte ore più tardi che mi resi conto che avevamo lasciato tutti i nostri bagagli a
bordo del piccolo cutter. Poco importava. Gattonando come uno Spiderman di terza
categoria sulla rete di abbordaggio non è che potessi portare molte cose con me.
Quando finalmente arrivai a bordo della nave successero diverse cose
contemporaneamente. La prima fu che il vento mi colpì con una tale forza che quasi
caddi di spalle in una piroetta che sarebbe stata di certo mortale. La seconda fu che un
paio di forti braccia mi afferrarono e mi sollevarono a bordo mentre altre mani mi
coprivano le spalle con una coperta, proteggendomi dalla pioggia. E la terza e più
sorprendente fu vedere come un elegante ufficiale dall’aspetto nordico e con un
impeccabile sorriso smaltato si avvicinava a me tendendomi la mano.
— Siete i pesci più rari che abbiamo mai pescato, glielo assicuro — mi disse in un
inglese corretto e accademico, con un accento che non fui in grado di identificare —
Permettetemi di darvi il benvenuto a bordo.
— Qual è il nome di questa nave? Dove siamo?
L’ufficiale fece un ampio gesto con la mano, abbracciando tutta la superficie della
petroliera, mentre la cortina di pioggia ci inzuppava senza fermarsi.
— Benvenuti a bordo — disse con un sorriso. — Benvenuti sull’Ithaca.
6

Quando Edna toccò terra a sud del Marocco incominciò a perdere rapidamente
forza. I violenti venti dell’uragano si trasformarono dapprima in raffiche forti e, dopo
ventiquattro ore, in una leggera brezza. Le nuvole, da parte loro, dopo aver scaricato
il diluvio sull'oceano si diradarono prima di arrivare alla costa, e il sole d’agosto
iniziò a cadere a picco sulla superficie del mare. Meno di quarantott’ore dopo aver
raggiunto la costa Edna si era trasformata in un'inoffensiva burrasca che attraversava
lo stretto di Gibilterra in direzione del Mediterraneo centrale. Noi, ovviamente, non
vedemmo niente di tutto questo.
Quando mi svegliai, la mia prima reazione fu di afferrare l’HK che era appoggiato
accanto al mio letto. Ero in una cabina sconosciuta, dipinta di azzurro chiaro e con un
oblò aperto da cui entrava un luminoso fascio di luce. Le mie dita furono insensibili
per un po’, finché la mia mente annebbiata non si schiarì. L’HK non era lì,
naturalmente. Era rimasto a bordo del veliero che sicuramente a quest’ora si trovava
in fondo al mare, affondato dalla tempesta. Mi misi rapidamente a sedere e mi pentii
subito di averlo fatto. Ogni muscolo delle mie braccia e della mia schiena esplose dal
dolore, a causa della rigidità. Ero completamente intorpidito fino al collo, e quando
volli prendere una bottiglia d’acqua dal tavolino di fianco al letto dovetti fare appello
a tutta la mia forza di volontà per guardare nella giusta direzione.
Bevvi con avidità e alcuni istanti dopo ruttai, discretamente soddisfatto. Spostai lo
sguardo per la cabina. Era una stanza semplice, di appena tre metri quadrati, con un
piccolo armadio situato giusto di fianco alla porta, lungo una delle pareti, mentre
addossato all'altra si trovava il letto che occupavo. Nella parete opposta alla porta si
apriva l'oblò da dove entrava una luce calda, troppo calda e tranquilla per una
tempesta.
Questo rispondeva più o meno a una delle domande che avevo in testa. Senza
dubbio avevo dormito per molto tempo, probabilmente più di dodici ore, a giudicare
dall'aspetto del cielo che si vedeva dal letto. Non c’era da stupirsi, data l’estrema
stanchezza con la quale eravamo arrivati a bordo della petroliera. Ricordavo
vagamente che due corpulenti marinai mi avevano portato quasi in un batter d’occhio
fino a qulla, e come Lucía mi aveva aiutato a svestirmi e a mettermi a letto prima di
coricarsi lei stessa su un materasso appoggiato al pavimento. Quella era la risposta
all’altra mia domanda. Effettivamente, accanto a me, ma un po' più sotto, stava
dormendo tranquillamente Lucía, con Lucullo appoggiato sul suo cuscino e immerso
anche lui in un sonno profondo.
Non feci in tempo a domandarmi dove fosse Viktor, perché un sonoro russare mi
indicò che l'ucraino dormiva rilassatamente nella cuccetta sopra a quella che io avevo
preso erroneamente per un letto singolo. Pritchenko doveva essere sfinito quanto me
quando salimmo a bordo, ma si rifiutò di coricarsi finché non fu sicuro che io e Lucía
fummo completamente caldi e asciutti e che non ci fosse alcun pericolo imminente
all'orizzonte. Il nostro angelo custode biondo.
Con un gesto di dolore tirai fuori le gambe dal letto, cercando di non calpestare
Lucía, e mi alzai. I formicolii dovuti alle punture stavano per farmi desistere, ma la
curiosità l’ebbe vinta. Appoggiate sui cassetti dell'armadio c’erano diverse tute gialle,
molto simili a quelle che porta il personale delle piattaforme petrolifere. Dato che non
c’era traccia dei miei vestiti scelsi una di quelle tute che mi andasse bene e la
indossai. Nello stesso armadio trovai tre paia di stivali marinari. Notai che erano più
o meno della nostra taglia, quindi supposi che qualcuno li aveva lasciati lì apposta
perché li usassimo. Una volta vestito mi avvicinai fino alla porta, senza fare rumore.
Solamente Lucullo si svegliò; mi osservò un istante e dopo aver concluso che non
valeva la pena interrompere quel sonno tranquillo per seguire il suo padrone tornò ad
appallottolarsi su sé stesso, soddisfatto.
Arrivando alla porta imprecai sottovoce. Mi resi conto che era probabile che ci
avessero chiusi dentro. Se avevano il minimo senso della prudenza ci avrebbero
tenuti dentro il tempo sufficiente per il periodo di quarantena, per assicurarsi che
nessuno di noi fosse portatore del virus che aveva trasformato quasi tutti gli uomini in
morti ambulanti. Se di qualcosa ero certo, era che solo i più abili, i più fortunati ed i
più prudenti erano sopravvissuti a quell’inferno, e quella gente non aveva l’aria di
essere nata ieri.
Comunque dovevo provare. Allungai la mano verso la maniglia e tentai di girarla.
Con un morbido click la serratura si aprì e la porta girò delicatamente sui suoi
cardini.
Rimasi attonito. La porta era aperta. Aperta.
Quasi incredulo mi affacciai all’esterno. Era un corridoio lungo, col soffitto
coperto di tubature di vari colori, spessori e forme che serpeggiavano in maniera
caotica lungo tutto il corridoio fin dove arrivava lo sguardo. Ogni pochi metri si
apriva una porta che immaginavo conducesse ad altre cabine simili a quella che
avevo appena abbandonato. Il corridoio era ben illuminato e pulito, molto pulito. Un
lieve ronzio usciva dalle bocchette dell'aria condizionata che mantenevano l'interno
ad una temperatura fresca e gradevole. Se non fosse stato per l'assenza di moquette e
per le porte di metallo rinforzato, avrei potuto pensare di trovarmi all'interno di un
hotel.
Mentre avanzavo lungo il corridoio, una sensazione di malessere crescente mi
attanagliò. Tutto ciò non era normale. Né chiusure, né guardie irascibili, né nessuno
che ci minacciasse con un’arma. Era troppo bello per essere vero. Quella situazione
era così strana che tutto il mio corpo era in tensione, pronto ad affrontare qualsiasi
cosa avessi potuto trovare. Per questo, quando si aprì improvvisamente una porta ed
apparve un cameriere spingendo un carrello, saltai così bruscamente che feci quasi
venire un infarto a tutti e due.
— Chi sei? Dove sono tutti? — fu la sola cosa che riuscii a balbettare quando il
cuore smise di minacciare di salirmi in gola.
— Signore, signore, non succede niente. È al sicuro — mi rispose il marinaio, un
uomo di mezza età, con pochi capelli e con un lucido paio di baffi neri, mentre anche
lui cercava di recuperare il respiro affannoso. — È a bordo dell'Ithaca, ricorda?
Mi parlò in italiano, o almeno quella mi sembrò la sua lingua, benché potesse
essere corso, o napoletano, o vai a sapere cosa. Provai a spolverare quel poco di
italiano che conoscevo (e che avevo imparato in un meraviglioso — ed alcolico —
anno di Erasmus a Bologna, molto tempo addietro) ma o il mio accento non era
corretto o il mio vocabolario era troppo arrugginito, visto che non riuscii a farmi
capire da quell'ometto. Il mio salto al castigliano, al portoghese e all'inglese non fu
più fortunato. Sconfortato, quando già pensavo che avrei dovuto cimentarmi col mio
terribile tedesco o il mio anche peggiore russo (idioma in cui, grazie a Viktor, sapevo
dire solo una serie di parole mal pronunciate relative al sesso e all’alcool), un'altra
persona apparve inaspettatamente alle mie spalle.
— Vedo che ha già conosciuto Enzo — disse in inglese, con un lieve accento che
non riuscii a identificare.
Mi girai e vidi che la voce era dello stesso ufficiale alto e biondo che ci aveva dato
il benvenuto la notte dell'uragano. Impeccabile ed elegante, con un'uniforme della
Marina mercantile che gli calzava come un guanto, rafforzava ancora di più la
sensazione di irrealtà che mi avvolgeva. Sembrava quasi che da un momento all’altro
quell'ufficiale potesse invitarmi al tavolo del capitano durante un ballo di gala.
— Il mio nome è Strangärd, Gunnar Strangärd. Sono il secondo ufficiale di questa
nave, notevolmente più grande di quella che avevate voi, se mi permette
l'osservazione.
Si presentò porgendomi la sua mano, pulita e con le unghie ben curate. Mi
presentai a mia volta. Mentre ci stringevamo la mano mi sentii imbarazzato,
percependo il contrasto tra le dita pulite dell'ufficiale e le mie, macchiate di grasso di
motore, pesce e Dio sapeva cos’altro, con le unghie spezzate e annerite dai molti mesi
di sopravvivenza.
— Enzo vi stava portando la vostra colazione. — Indicò verso il carrello che
spingeva il cameriere. — Il medico ha detto che diciotto ore di sonno dovrebbero
essere sufficienti, cosicché pensavamo di svegliarvi. Se preferisce tornare alla sua
cabina per riunirsi ai suoi amici non c'è nessun problema, ma il capitano mi ha
chiesto di comunicarvi il suo invito a fare colazione con noi nella mensa degli
ufficiali. — Rimase in silenzio per un istante, osservando la mia espressione stupita.
— Se lei non ha nulla in contrario, ovviamente.
— Niente affatto, niente affatto — balbettai sconcertato. Dopo mesi di brutalità,
violenza, minacce, fame e stenti, mi sembrava di vivere un sogno. Quanto più cortese
ed educata si mostrava quella gente con me, più ero stupito. — Sarà un autentico
piacere, mi creda.
Dopo aver preso congedo da Enzo e dal suo profumato carrello, seguii l'ufficiale
per il labirintico interno della nave.
— Chi siete voi? Dove andiamo? Che nave è questa? — Le domande mi si erano
ammucchiate in bocca mentre salivamo un tratto di scale per poi attraversare un altro
lungo corridoio.
— Alle prime domande preferisco che le risponda il capitano, se non le spiace —
rispose l'ufficiale che per il suo nome e il suo accento era senza dubbio svedese o
norvegese. — Quanto a questa nave, lei è sull'Ithaca, una superpetroliera di
ottocentomila tonnellate di stazza. Prima del giorno del Giudizio apparteneva ad una
corporazione greca. Ora, naturalmente — aggiunse con un sorriso luminoso —
appartiene all'AC.
Proprio mentre stavo per chiedergli cosa diavolo fosse l’AC, l'ufficiale Strangärd
aprì una porta ed entrammo in una stanza ampia e luminosa con un lungo tavolo al
quale si trovava una mezza dozzina di ufficiali della nave, che stavano prendendo il
caffè e che ammutolirono vedendoci entrare. Dietro di loro si apriva un ampio
finestrone dal quale si vedeva tutta la lunghezza della petroliera. Rimasi affascinato
per un istante da quella vista. Quel colosso aveva una lunghezza enorme, con ogni
probabilità di più di centocinquanta metri, e la prua scintillava lontana avvolta in un
filo di nebbia. Un marinaio pedalava tranquillamente in bicicletta sulle passerelle del
ponte, tra gli immensi tubi contorti che collegavano i serbatoi della nave.
— Una vista impressionante, non trova? — disse una voce alle mie spalle.
Proveniva da un uomo sulla cinquantina, di statura normale e di costituzione robusta,
con un curato pizzetto bianco in mezzo ad un viso piuttosto rotondo e a due luminosi
occhi azzurri, leggermente velati dall'età. — Sono il capitano Birley. Sono contento
che abbia deciso di farci compagnia per colazione.
Farfugliai qualcosa di incomprensibile in risposta mentre mi sedevo. Di sbieco vidi
che un marinaio entrava nella stanza, dietro un altro cameriere. Dalla cintura del
marinaio pendeva una pesante pistola che picchiettava la sua coscia camminando. In
mano aveva una striscia di carta e una bottiglia con un liquido ambrato.
— Prima di tutto dobbiamo compiere un piccolo passo che spero non la disturbi —
continuò il capitano, sedendosi a sua volta. — Per favore, abbiamo bisogno che lei
sputi su quella striscia di carta.
Rimasi immobile, pensando di non aver sentito bene. Tuttavia, il marinaio con la
pistola si mise al mio fianco e collocò la striscia di carta sul tavolo, giusto davanti a
me. Non era il caso di offendere i miei anfitrioni; inoltre, sospettavo che quella
pistola non fosse per bellezza, e che se non avessi sputato la cortesia della quale
avevo goduto fino ad allora sarebbe finita molto presto. Sentendomi un po' idiota
sputai delicatamente sulla striscia di carta. Il marinaio si abbassò sullo sputacchio e
versò alcune gocce dalla bottiglia ambrata che aveva in mano. Non successe nulla,
almeno nulla che io non capissi. Tuttavia dovetti averlo fatto bene, poiché il marinaio
assentì con un gesto soddisfatto e notai che tutti i commensali seduti al tavolo si
rilassarono visibilmente.
— Bene, lei è pulito, signor naufrago misterioso — assentì il capitano. — Ora mi
piacerebbe sentire la sua storia, per favore. Caffè o tè?
Mi diedi un leggero pizzico. Stavo sognando, cazzo.
Tra una tazza e l’altra di caffè misi al corrente dei miei trascorsi il capitano, mentre
il resto degli ufficiali manteneva un'animata conversazione al tavolo contiguo. Gli
raccontai la mia fuga dall'Europa, in mezzo ad un mare di Non-Morti, come ero
arrivato alle Canarie e come, a causa del sovraffollamento e delle pessime condizioni
di vita, avevamo deciso di fuggire e di fare rotta su Capo Verde. Era una versione
annacquata e parziale della realtà, ma supposi che quell'uomo non avesse bisogno di
sapere tutti i dettagli delle esperienze che avevamo vissuto. Essere diffidente era una
buona politica fino a che non avessi saputo un po' di più sui miei interlocutori.
— Bene, ora credo che sia il mio turno di fare domande. — Sorrisi, cercando di
sembrare più sicuro di quanto realmente ero. — Chi dobbiamo ringraziare per averci
salvato la vita?
— Nostro Signore Gesù Cristo, naturalmente — rispose con un'espressione
completamente seria il capitano Birley, mentre ci alzavamo e ci avvicinavamo al
tavolo dei sottufficiali. — È stato Lui a metterci sulla vostra strada. Tutto quello che
accade sulla terra è opera Sua ed il fatto di averci fatto incrociare in mezzo a una
tempesta è un segno tangibile di Dio, lodato sia il suo nome per sempre, Amen.
Un coro di "Amen" risuonò attorno al tavolo. Perfino il simpatico ufficiale svedese
(o norvegese) Strangärd aveva assecondato il responso in modo serio e circospetto.
Ero un po’ perplesso. Non mi aspettavo una tale dimostrazione di fervore religioso.
— Hum... Sì, chiaro, ovviamente. E chi ha messo Dio sulla mia strada, voglio dire,
chi siete voi esattamente?
— Facciamo parte di AC, e stiamo attraversando l'Atlantico dalla Repubblica
Cristiana di Gulfport, Mississippi. Siamo in missione divina, sa?
— AC? Repubblica... che cosa? Missione divina? — Dire che rimasi sbalordito
sarebbe un eufemismo. — Non vorrei sembrare scortese, niente affatto, ma la verità è
che non ho capito niente, signore.
— AC è la sigla dell'Army of Christ, naturalmente, l’Esercito di Cristo. È come lo
chiamiamo familiarmente, sa. — rispose un ufficiale fulvo seduto in fondo al tavolo.
Army of Christ. L'Esercito di Cristo. Ah, il latte. Dove cazzo l’avevano preso?
— Quando si sono avverati i segni, Nostro Signore decise di punire l'iniquità della
razza umana — l'ufficiale fulvo aveva continuato a dire — tutti i peccatori, impuri,
edonisti e pagani furono puniti dall'ira del Signore. Solamente coloro che erano puri
agli occhi dell'Eccelso sono stati liberati dalla piaga del male. Da lungo tempo
vaghiamo soli e persi per il mondo, in mezzo alle conseguenze della punizione divina
e dei frutti del male, ma sentimmo immediatamente la chiamata. — Lo sguardo del
marinaio aveva una luce particolare negli occhi. Quel tipo credeva veramente a ciò
che stava dicendo.
— La chiamata?
— La chiamata del reverendo Greene, ovviamente — intervenne un altro degli
ufficiali, un tipo giovane, con l’acne sul viso che sembrava arrivare per un pelo ai
diciott’anni. — È colui che ci ha riuniti tutti a Gulfport, quello che ha creato il
Rifugio. Lì saremo senza dubbio testimoni della Seconda Venuta di Cristo, tutti gli
eletti dal Signore, naturalmente.
Un nuovo coro di "Amen" e "Alleluja" risuonò attorno al tavolo. Io non sapevo se
quei tipi mi stavano prendendo in giro, se erano dei religiosi suonati o se realmente
quella Repubblica Cristiana di Gulfport esisteva. Decisi che sarebbe stato meglio
agire con discrezione. Non mi sarebbe piaciuto essere salvato dall’annegamento solo
per finire bruciato in un sacrificio religioso per aver fatto uno scherzo di cattivo gusto
su Gesù. Non ne valeva la pena.
— E questo reverendo Greene, è qui adesso? — domandai, con noncuranza.
— No, ovviamente! — mi rispose giovialmente Strangärd — Lui sta a Gulfport,
preoccupandosi che tutto in città fili liscio. È un uomo molto occupato. Non deve
solo pensare alla salvezza delle nostre anime, ma dirige anche il destino di una
piccola città di diecimila abitanti. E senza contare gli iloti, né gli intoccabili,
naturalmente.
Annuii come se avessi capito tutto di quell’incomprensibile confusione religiosa.
Supposi che quando parlava degli iloti e degli intoccabili si riferisse ai Non-Morti e a
tutti i sopravvissuti che, come me, vagavano per il mondo, fuori dal loro Rifugio di
Gulfport. Non potei evitare di chiedere. — Allora io... sono un ilota?
— Oh, ovviamente no — intervenne di nuovo il capitano, rigettandomi nella
completa confusione. — Quello è qualcosa che sappiamo perfettamente. Tra l’altro...
che religione professate lei e i suoi amici, signore?
Il brusco cambio di argomento mi lasciò perplesso. Rimasi in silenzio un
momento, mentre pensavo a tutta velocità. Come sarebbe stata preziosa la presenza di
Suor Cecilia in quella circostanza.
— Vediamo… Lucía ed io siamo cristiani. Cattolici, voglio dire. Viktor è ucraino,
quindi è ortodosso, se non mi sbaglio. — La verità è che non avevo mai parlato di
religione con Lucía, e dubitavo molto che Viktor Pritchenko credesse in qualcosa di
più che in Viktor Pritchenko stesso, ma quello non era il momento per dare segni di
debolezza religiosa, così mi lanciai con una bugia esagerata. — Comunque,
cerchiamo di officiare riti uniti e preghiamo insieme varie volte al giorno. Rendiamo
anche grazie a Dio per averci salvato dalla dannazione.
— Bene, molto bene. — Il capitano Birley mi diede apertamente una pacca sulla
spalla, mentre l'ambiente attorno al tavolo si faceva molto più rilassato. Sono sicuro
che il reverendo Greene sarà oltremodo felice di vedervi quando arriveremo a
Gulfport. Siete come il figliol prodigo, tanto tempo persi nell'oscurità, lontani dalla
luce in mezzo alla sporcizia e l’immoralità dei Non-Morti, ma finalmente il Signore
vi ha messo sulla via della salvezza. Oggi è un giorno di gioia!
Una nuova esplosione di Alleluja scosse il tavolo, mentre molti degli ufficiali si
alzarono per abbracciarmi o darmi la mano. Io contraccambiai con un sorriso, mentre
mi chiesi a cosa cazzo stavamo andando incontro.
— Allora — chiesi, — navighiamo verso Gulfport?
— Oh, non ancora — disse Birley mentre mi serviva una nuova tazza di caffè. —
Le ho già detto che stiamo compiendo una missione divina. Il Signore si è
manifestato al reverendo e gli ha indicato il nostro destino.
— E quale sarebbe il nostro destino? — domandai, senza voler sapere realmente la
risposta.
— Andiamo verso Luba, in Guinea Equatoriale — mi rispose il capitano Birley
con un eloquente sorriso. — È la Volontà di Dio.
7

Il porto di Luba brillava a poco più di seicento metri, bruciato dal violento sole
africano; l'Ithaca, dopo una manovra di avvicinamento lenta e cauta, gettò finalmente
l'ancora. C'erano voluti due giorni interi di navigazione per arrivare appena a quindici
miglia dalla nostra destinazione, e un altro giorno in più per percorrere quell'ultima
distanza. Il capitano Birley e tutto il suo equipaggio formavano un gruppo di
professionisti seri ed ordinati. L'Ithaca era una nave troppo grande per avvicinarsi
semplicemente a terra e gettare l’ancora, meno che mai senza l'aiuto di un qualcuno
pratico di quelle acque. Nel ponte di comando disponevano dell'ultima versione
digitalizzata delle carte marine della zona, ed inoltre avevano la fortuna di contare su
un GPS che sembrava funzionare abbastanza bene a dispetto della caduta
generalizzata di satelliti; nonostante questo quegli uomini non lasciavano nulla al
caso.
Quello stesso giorno, quando non era ancora sorto il sole, era scesa una lancia
equipaggiata con una sonda da un fianco della nave. La lancia avanzava tre miglia
avanti alla petroliera, sondando ogni metro della rotta del gigante. L'ufficiale
Strangärd (che finalmente mi aveva confessato di essere svedese, ma non mi aveva
ancora raccontato che cosa facesse con quella schiera di fondamentalisti religiosi nel
sud degli Stati Uniti) mi disse che non si trattava solo di evitare possibili scogli o
barriere, ma nel tempo trascorso da quando le rotte commerciali erano state chiuse
era possibile che qualche nave alla deriva fosse affondata e bloccasse la nostra strada.
Date le nostre dimensioni, e la poca profondità di quella zona, un impatto poteva
risultare catastrofico.
— Perché la lancia ci precede così tanto? Perché non usiamo semplicemente il
sonar della nave? — domandò Pritchenko che stava appoggiato sul bordo, proprio al
mio fianco.
— È molto semplice — rispose l'ufficiale fulvo che era di guardia nel nostro lato,
scrutando il mare con un binocolo sottoponendoci al tempo stesso (sospettavo) ad una
discreta vigilanza. — L'Ithaca ha una stazza molto grande, di quasi un milione di
tonnellate. Stiamo navigando a una velocità di dodici nodi, il che genera un'inerzia
enorme. Anche se il capitano ordinasse di invertire subito le macchine, la nave
tarderebbe quasi venti minuti a fermarsi completamente, e in quel lasso di tempo
percorreremmo varie miglia. Questa non è un'automobile che può frenare in qualsiasi
momento. Anche se fermassimo le macchine questa bestia continuerebbe a navigare
per un bel pezzo, come se avesse volontà propria.
Pritchenko rispose con un grugnito, mentre prendeva il suo binocolo e percorreva
la linea del porto. All'ucraino, diffidente per natura, non piaceva troppo quella gente,
e non si preoccupava di non farlo notare, anche se, su mio consiglio, partecipava
vivamente alle tre funzioni religiose che si celebravano a bordo ogni giorno come se
fosse un sincero devoto. Ero sicuro che Viktor avesse pregato di più durante quei tre
giorni che in tutta la sua vita. Lucía ed io, ovviamente, facevamo esattamente la
stessa cosa, e tutti a bordo sembravano felici di vedere come ci fossimo integrati alla
loro routine, a cui del resto ci avevano invitati si con cortesia ma tanto fermamente
che era chiaro che non avrebbero accettato un "no" come risposta.

Anche Viktor e Lucía avevano dovuto passare l’esame sputando nella striscia di
carta, ed il risultato sembrava essere stato positivo per entrambi, perché l'equipaggio
li aveva accolti con la stessa atmosfera gioviale e festosa con cui aveva accolto me.
Tra di noi avevamo commentato la natura e il fervore religioso di quella gente, e i
miei amici erano dubbiosi quanto me.
La migliore teoria che avevamo era che, dato che la maggior parte dell'equipaggio
era originaria del sud degli Stati Uniti, una zona influenzata da un profondo spirito
religioso battista, quel sentimento spirituale doveva essere la norma dominante sulla
nave. Sapevo che gli antichi Stati Confederati erano il terreno preferito di predicatori
e fervore religioso, ma non ero sicuro che quella fosse la risposta. Tutte le domande
che avevamo fatto circa il misterioso reverendo Greene erano rimaste senza risposta.
Tutti ci dicevano "Quando arriveremo a Gulfport lo conoscerete di persona. È un
uomo meraviglioso, il reverendo Greene, lo vedrete" già, e oltre a quello non gli
tiravamo fuori nient’altro.
L'Ithaca aveva fermato le eliche già da un pezzo, e le ultime miglia le avevamo
fatte praticamente lasciandoci trasportare. Quando fummo in posizione
perpendicolare ad un'enorme struttura d’acciaio sormontata da tre torri, il capitano
diede l’ordine per l’ancoraggio. Con uno spruzzo le gigantesche ancore della nave
affondarono nel mare e dopo un paio di minuti le catene si tesero, la nave fece un
piccolo salto in avanti e finalmente si fermò.
Strangärd si girò verso il capitano Birley e lo salutò con la mano al berretto.
— Manovra di ancoraggio terminata senza incidenti, signore. Pronti per assicurare
la nave.
— Molto bene, Gunnar — rispose Birley, mentre i suoi occhi non perdevano
nemmeno un dettaglio di quello che succedeva a bordo della sua nave. —
Procediamo con gli accertamenti e i controlli di sicurezza, e prepariamo le prese per
l'imbarco del carico.
L'ufficiale svedese salutò di nuovo e si allontanò dal ponte per eseguire i suoi
ordini. Tutto a bordo di quella nave sembrava funzionare come il meccanismo di un
orologio svizzero.
La "missione divina" che il reverendo Greene aveva ordinato di compiere risultò
essere molto più prosaica di quanto pensassi. Non si trattava di portare la parola del
Signore in Africa, né di distribuire alimenti tra i sopravvissuti che si potessero ancora
trovare su quella costa maledetta, né di fare qualcosa di simile ad un messaggio
divino, avvolto di luce, squilli di trombe che lacerano il cielo, angeli e cherubini
volteggianti, con una voce tonante che parlava.
Nulla di tutto ciò.
Era molto più semplice: dovevamo riempire le stive dell'Ithaca di petrolio.
Quando il capitano Birley me lo disse, la domanda che gli feci era evidente.
— Perché diavolo dobbiamo andare fino in Africa a prendere il petrolio? Perché
non in Texas, o nel golfo del Messico, che sono molto più vicini a Gulfport?
— La via terrestre fino ai campi petroliferi del Texas è impraticabile — mi disse
Birley. — I figli di Satana sono ancora dappertutto a milioni, le strade sono dissestate
e dovremmo portare una flotta di camion fino ai pozzi, una flotta che non coprirebbe
lontanamente le nostre necessità. D'altra parte, le piattaforme del golfo del Messico
sono inservibili a causa degli uragani e della mancanza di manutenzione, cosicché la
fonte di petrolio più vicina e affidabile è questa. Inoltre — aveva aggiunto con una
scrollata di spalle, come se quello spiegasse tutto, — il reverendo Greene ha detto che
questa è la volontà del Signore, e se lo dice il reverendo, senza dubbio deve essere
così.
Viktor ed io a questo parole ci eravamo scambiati un’occhiata significativa, ma
non dicemmo nulla. (Benché dovetti dare un energico e discreto pestone all'ucraino
che aveva già una risposta arguta sulla punta della lingua.) Per il momento era meglio
lasciar perdere.
E così siamo stati a Luba. Era una piccola città di circa settemila abitanti, situata
nell'isola di Bioko (isola che all'epoca della colonia spagnola si chiamava Fernando
Poo). Quell'isola sarebbe stata un altro angolo dimenticato dell'Africa se non fosse
stato per alcune prospezioni ordinate dal dittatore Obiang negli anni ottanta, che
confermarono la presenza di un autentico mare di petrolio in corrispondenza
dell’isola. Ansiosi di mettere le mani su tutti i milioni che giacevano sepolti sotto di
loro, i guineanos cominciarono quasi immediatamente, e con successo, lo
sfruttamento, ma le strutture portuali di Malabo, la capitale del paese, dimostrarono
subito di essere insufficienti. Perciò, le multinazionali occidentali che sfruttavano i
giacimenti decisero di creare un porto in acque profonde nella piccola e vicina San
Carlos di Luba.
Non si poteva negare che la scelta della destinazione era stata molto azzeccata, il
che mi portò a pensare di nuovo al misterioso reverendo Greene. Eravamo ancorati di
fronte ad un’incantevole città tropicale, con alcune installazioni portuali abbastanza
in buono stato, almeno fin dove riuscivamo a vedere; oltretutto la nave poteva
arrivare molto vicina alle installazioni petrolifere. Inoltre, il fatto che la città avesse
solamente settemila abitanti prima dell'Apocalisse giocava a nostro favore. Implicava
il fatto che sicuramente il numero di Non-Morti coi quali avremmo dovuto
combattere sarebbe stato di molto inferiore rispetto a qualunque altro grande porto
con installazioni petrolifere. Settemila, di entrambe le razze, erano tuttavia ancora
molti. Troppi.
La lancia col sonar era tornata verso il fianco della nave, ma non si era posta sotto
la torre per risalire. Invece si era messa in parallelo alla prua dell'Ithaca, praticamente
di lato rispetto alla nave, a oltre cento metri di distanza.
— Guarda quello — mormorò sottovoce Prit, mentre mi dava una leggera
gomitata.
L'ucraino indicò verso una piattaforma situata a circa cinquanta metri dalla prua. In
quel punto il groviglio di tubature e valvole era bruscamente interrotto e si
distingueva ad occhio nudo. Misi a fuoco il mio binocolo verso quella struttura. Era
una specie di recinzione metallica di circa quattro metri di altezza, sormontata dal filo
spinato. Il reticolato correva da un fianco all’altro della nave, e non sembrava avere
nessun tipo di porta o corridoio che comunicasse da un settore all’altro.
— Cosa credi che sia? — domandai.
— A cosa stai pensando? — replicò Pritchenko.
— Non ne ho idea. Può essere una linea di difesa nel caso che i Non-Morti tentino
di salire a bordo, o forse è per evitare un assalto pirata in alto mare — azzardai. —
Questa gente ha percorso migliaia di chilometri per arrivare qui. Chissà qual è la
situazione nelle altre parti del mondo.
— Non so perché ma sento che ha qualcosa a che vedere con questi tipi.
L'ucraino indicò ancora una volta verso la prua. Da un boccaporto situato all'altro
lato del reticolato stavano emergendo una serie di figure in uniforme. Attraverso il
binocolo vedemmo come continuavano a uscire ordinatamente dall'interno della nave
circa tre dozzine di persone. Tutte portavano un’uniforme da combattimento
dell'esercito degli Stati Uniti e, per quello che potevamo vedere, erano pesantemente
armati. Un ragazzo nero, alto e muscoloso, con la testa completamente rasata e con
un braccio coperto da un enorme tatuaggio, sembrava il capogruppo. Rapidamente
organizzò quegli uomini in piccoli plotoni di cinque persone. Man mano che i gruppi
erano pronti si staccavano con delle reti per l’abbordaggio, molto simili a quelle usate
da noi per sollevare sul ponte della nave il gommone che oscillava ritmicamente
contro il fianco della petroliera. Altre tre lance erano apparse, sicuramente uscite
dall'altro fianco, ed aspettavano il proprio turno per raccogliere i loro occupanti.
Quando tutte furono piene fino all’orlo, il capitano Birley diede un ordine via radio e
cominciarono ad avvicinarsi al molo, pieno di Non-Morti.
— Hai notato quello? — mi domandò Prit, senza smettere di osservare la scena col
suo binocolo.
— Certo — risposi. — Quel molo è pieno di Non-Morti. Non credo sarà facile
aprirsi il passaggio.
— Non credo che avranno molti problemi — rispose. — Quello che mi colpisce è
un'altra faccenda. Non c'è un solo bianco in tutto quel gruppo d’assalto.
Tornai a fissarli con più attenzione. L'ucraino aveva ragione. Di quei quaranta
soldati, la maggioranza erano neri, indi, o con l’aspetto dei messicani. C'erano perfino
un paio di asiatici sfiniti che contrastavano in maniera singolare col colosso nero che
dirigeva l'operazione.
— Non vedo che cosa ci sia di strano — risposi dubbioso. — Prima
dell'Apocalisse l'esercito americano era composto per la maggior parte da neri e da
latini.
— Già. E da un mucchio di bianchi che non sapevano dove andare a morire nelle
loro fattorie e che si arruolavano — replicò Viktor. — Ma non ne vedo uno solo di
quelli, lì sotto. Inoltre — continuò, — se quelli sono dei soldati professionisti mi rado
subito i baffi.
Tacqui, senza sapere molto bene che cosa rispondere. L'occhio esperto di Viktor,
un ex militare, era molto più raffinato del mio per quelle cose e, inoltre, ora che lo
diceva, quel gruppo mi trasmetteva una sensazione familiare, di qualcosa che avevo
già visto prima. Erano come i gruppi di difesa dei Punti Sicuri, composti da una
moltitudine variopinta senza istruzione militare. In Spagna si erano visti obbligati a
reclutare qualunque persona che fosse capace di impugnare un’arma, e
apparentemente, negli Stati Uniti dovevano aver fatto la stessa cosa. Ma non c'erano
bianchi. Era molto curioso.
Stavo tornando verso Strangärd per chiedergli una spiegazione in merito, ma le
lance erano quasi arrivate nel porto e i soldati cominciavano a sbarcare. Afferrai il
binocolo e decisi di non perdermi neanche un dettaglio. Per una volta era gradevole
stare a guardare la situazione da un luogo sicuro, invece di essere bloccato in mezzo
alla merda fino al collo. Era confortante.
Come se mi avesse letto nel pensiero, Viktor si rivolse a me e mormorò "Peccato
che non abbiamo i popcorn" o qualcosa di simile. Non ci feci troppo caso perché
l'azione stava per cominciare.
La prima lancia era appena attraccata al molo dove si trovavano i depositi di
petrolio. In quel punto c'erano solamente pochi Non-Morti, probabilmente non più di
venti o trenta. Tutti erano di razza nera, eccetto un tipo bianco vestito con
un'uniforme stracciata della Repsol; supposi che fosse stato uno dei tecnici incaricati
dello sfruttamento. Tre o quattro di loro vestivano un’uniforme militare e uno di essi
trascinava un fucile di assalto ammaccato il cui cinturino gli si era annodato ad una
delle gambe. Quel povero diavolo doveva trascinare il fucile come un carcerato
trascina la sua catena da molti mesi, a giudicare dallo stato dell'arma e della sua
gamba. Il polpaccio era talmente lacerato che si distingueva il bianco dell'osso ogni
volta che si muoveva.
Le altre due lance toccarono terra in altri punti molto vicini e i suoi occupanti
cominciarono ad arrampicarsi verso il molo. Uno dei soldati scivolò sulla scala e
sbracciò in maniera comica nell'aria per alcuni secondi, cercando di mantenere
l'equilibrio. Alla fine cadde nell'acqua con un sonoro "plop" che si sentì
perfettamente perfino sul ponte della nave.
Quel rumore bastò per mettere in movimento i Non-Morti. Dal ponte avevamo una
visuale molto ampia del porto. Come se fosse stato dato un ordine, centinaia di teste
in decomposizione si volsero improvvisamente verso la fine del molo e cominciarono
a camminare verso di essa. I soldati sul molo che avevano già estratto il loro
compagno dall'acqua, non potevano vedere la marea di Non-Morti che li stava
aspettando. Era raccapricciante.
— Quei maiali non smettono di sorprendere, vero? — commentò uno degli
ufficiali coi gomiti puntellati al bordo. — È come se quei putrefatti avessero una
cazzo di telecinesi, o qualcosa del genere. Maledetti figli di puttana!
— Si dice telepatia, stupido — replicò un'altra voce. — E se il capitano ti sente
bestemmiare così, finirai per vedere i Non-Morti da vicino, quindi tieni a freno la
lingua.
Mentre i due ufficiali si scambiavano quelle parole, i soldati dalla riva corsero
verso il molo in plotoni di cinque unità. Uno dei gruppi si fermò di colpo e aprì il
fuoco contro i primi Non-Morti che arrivavano alla sua altezza. Il crepitio dei fucili
ruppe il silenzio della città. Doveva essersi sentito a molti chilometri di distanza.
— A partire da ora hanno venti minuti, secondo le nostre stime. — Quello che
aveva parlato era Birley, il capitano, che era rimasto in silenzio accanto a me.
— Stime?
— Sì. Basandoci sulla loro velocità, sul numero stimato di Non-Morti e
sull'estensione della città, calcoliamo che in venti minuti ci saranno tanti di quei
bastardi lì sotto che i nostri iloti non potranno uscire. Quindi è meglio affrettarsi.
Tornai a guardare con attenzione. La prima fila di Non-Morti era caduta come una
fila di birilli del bowling sotto il fuoco di copertura, ma continuavano ad arrivarne
sempre di più. Uno dei gruppi di fuoco più avanzato correva il pericolo di essere
circondato. L'ufficiale al comando di quel gruppo si rese conto del rischio che
correvano e ordinò di retrocedere lentamente per non rimanere isolati. Tuttavia, era
già troppo tardi. Attorno ad essi si erano già riuniti trenta o quaranta Non-Morti che
quasi li stavano toccando. Uno dei Non-Morti lanciò un'unghiata verso il soldato più
vicino e picchiò sul suo fucile, strappandoglielo dalle mani. Il soldato si defilò e tentò
di prendere la sua pistola, ma in quello momento un altro Non-Morto ne approfittò
per scagliarsi su lui. Prima che qualcuno potesse fare qualcosa, il Non-Morto infilò i
suoi denti nel collo del soldato. L'ululato che scoppiò fu così straziante che si sentì
fino al ponte dell'Ithaca. Con una torsione del capo il Non-Morto strappò un pezzo
dal collo, appena prima che un altro soldato gli piazzasse un colpo in testa. Tuttavia,
per il primo era già tardi. Caduto a terra, il sangue sgorgava a fiotti regolari dalla sua
carotide, mentre il suo cuore pompava in un inutile tentativo di portare sangue al
cervello. Il gruppo continuò a retrocedere mentre quel povero diavolo si dissanguava
lentamente, riverso in una pozza del proprio sangue sull’asfalto bollente del porto di
Luba.
In quel momento la sparatoria era generalizzata. Due terzi dei soldati stavano
cercando di montare una barriera di contenimento, mentre il terzo restante si
affannava a collegare alcune lunghe manichette ad alcune bocchette di pompe che
spuntavano arrugginite all'estremità di uno degli enormi depositi. Qualcuno a terra
aveva acceso un piccolo generatore portatile, sicuramente per alimentare il sistema di
pompaggio, e il suo rumore penetrante, unito alla ripresa degli spari, generava un
ruggito tale che era impossibile capirsi. Guardai impaurito verso l'altro estremo del
molo. Frugando in ognuna delle strade che conducevano al porto, vidi centinaia di
Non-Morti che camminavano lentamente verso gli ignari soldati, attratti dal rumore.
— Stanno per massacrarli! — gridai senza potermi contenere. — Capitano Birley,
deve tirarli subito fuori di lì! Ordini loro la ritirata!
Birley scrollò le spalle mentre faceva un gesto sprezzante con una mano.
— Non si preoccupi per loro — mi disse, impassibile. — Sono iloti, e stanno
facendo il loro lavoro. Ma può darsi che abbia ragione e possiamo dar loro una mano.
Sarà divertente. Culling!
— Signore? — Un giovane ufficiale della nave si mise sull’attenti di fianco al
capitano.
— Portate su gli M24. Facciamo un po' di tiro al bersaglio.
Un mormorio di eccitazione iniziale percorse tutto il personale di bordo. Non
sapevo che cosa potesse esserci di tanto divertente. Altri sei o sette uomini del gruppo
di sbarco erano già morti e il cerchio limpido si andava chiudendo in maniera
impercettibile. Tre soldati avevano già morsi superficiali nelle braccia e nelle gambe.
Benché non impedissero loro di continuare a lottare, quelle ferite erano
necessariamente fatali, data la natura contagiosa dei Non-Morti. Tuttavia, non
abbassavano le braccia e continuavano a battersi con disciplina, in modo mirabile.
Qualcuno trascinò sul ponte alcune pesanti scatole metalliche. Dal loro interno
tirarono fuori diversi fucili con mirini telescopici che si spartirono con celerità. Ci fu
qualche spintone, un paio di corse affrettate e alcune gomitate per niente subdole per
potersi impadronire di uno dei fucili. Alcuni rimasero con le mani vuote e si
allontanarono brontolando, mentre altri si avvicinarono speranzosi a quelli che erano
stati più rapidi, cercando di corromperli affinché cedessero loro l'arma, anche solo per
un momento. Viktor Pritchenko, come sempre, era riuscito ad ottenerne uno come per
magia, senza doversi scomodare troppo.
— Un Remington M24 — mormorò mentre armava e disarmava il fucile con mani
esperte. — È un’arma da cecchino professionista. Mi domando da dove li abbiano
tirati fuori i nostri amici petrolieri.
Improvvisamente scoppiò la follia su quella parte del ponte. Una dozzina di fucili
Remington aprirono il fuoco contemporaneamente sulla massa di Non-Morti che
avanzavano gemendo per il molo. Gli spari si succedevano in uno sparatutto continuo
mentre i tiratori martellavano i grilletti delle armi, miravano accuratamente attraverso
il mirino telescopico, sparavano e tornavano a ripetere quella procedura più e più
volte. Ogni bersaglio centrato era acclamato con un ululato di approvazione da parte
degli spettatori, e giurerei che alcuni di loro accettassero scommesse sui bersagli
colpiti o mancati.
Misi a fuoco il binocolo verso il porto. A quella distanza era quasi impossibile non
colpire i Non-Morti che barcollavano sul molo. Nel tempo di un battito di ciglia vidi
come i colpi raggiungessero tre individui che si muovevano insieme. A due di essi le
pallottole esplosive colpirono in pieno la testa, facendogliela esplodere in uno
zampillo di carne, ossa e sangue. Tuttavia, al terzo la pallottola colpì il petto.
L'impatto gli aprì un foro del volume di un pugno e lo scaraventò all'indietro di tre
metri. Il Non-Morto rimase sdraiato a terra, con un'espressione di perplessità nel suo
viso, come se si domandasse che cazzo gli fosse successo e perché diavolo fosse
sdraiato a terra, con qualcosa di simile al tunnel di Guadarrama aperto in mezzo al
suo diaframma.
Sarebbe stato anche divertente, se non fosse stato che tutti quei poveri diavoli
erano, o erano stati, persone. Quando vidi come volava la testa piena di trecce di una
bambina con non più di sette anni, mentre i tiratori esultavano con un boato di gioia,
smisi di guardare, schifato. Una cosa era ammazzare quegli esseri per difendersi e
un'altra, molto diversa, era trasformarli in paperi da fiera e privarli della poca dignità
umana che restava loro.
La squadra di terra che aveva scalato la struttura del serbatoio improvvisamente
agitò un bengala che diffuse un denso fumo rosso. Molti dei suoi componenti
cominciarono a trascinare un cavo guida che a sua volta tirava una tubatura più
grossa, già connessa al serbatoio, verso la lancia più vicina. Riuscirono ad imbarcarla
non senza difficoltà, e con un lento rombo la lancia raggiunse la petroliera.
Quando il resto della squadra di terra (o quello che ne rimaneva) si rese conto che
l'estremità della tubatura era già assicurata, gli uomini incominciarono a ritirarsi il più
ordinatamente possibile dalla riva. Dalla parte sicura della nave era affascinante
assistere alla strana coreografia di quei venti adulti, uomini e donne, che
camminavano lentamente all’indietro, trascinando alcuni compagni feriti. In mezzo a
tutti loro, il tipo nero muscoloso si ergeva come un gigante, coprendo la ritirata. Non
si poteva negare che fosse un bastardo coraggioso. Sparava ritmicamente col suo
M16 finché rimase improvvisamente senza munizioni. Era troppo vicino ai Non-
Morti per fare in tempo a ricaricare, quindi afferrò semplicemente l'arma per la canna
(che doveva essere rovente) e cominciò ad utilizzarla come una mazza per farsi largo.
A bordo gli ufficiali bianchi cominciarono ad applaudire come se stessero
assistendo ad una partita di football americano. Il gigante era rimasto isolato a circa
trenta metri dalla riva. Le lance si erano staccate di alcuni metri per evitare che i Non-
Morti si lanciassero su di esse, ma uno dei gommoni rimaneva ancora a breve
distanza, in modo che il ragazzo potesse saltare a bordo. I soldati stretti nelle lance gli
facevano disperatamente gesto di montare, ma l'uomo nero era troppo impegnato per
accorgersene.
L’M16 roteava sulla sua testa come una mazza, con un sibilo terrificante. Ogni
paio di giri colpiva la testa di un Non-Morto, provocando un rumore secco e fragile
che metteva i brividi. Non so se quei colpi fossero mortali o meno, ma naturalmente
gli servivano per farsi strada, poiché gli infetti cadevano come sacchi davanti a lui.
All’improvviso fu anche circondato da tre Non-Morti contemporaneamente. Mentre
ai due più vicini aprì loro la testa col calcio insanguinato della sua arma, il terzo lo
tolse di mezzo con un sbrigativo calcio nel plesso solare che dovette portargli via
almeno un paio di costole.
Gli ufficiali avevano smesso di sparare coi fucili di precisione ed ululavano come
pazzi, vedendo come quel povero diavolo lottava per la vita.
— Che cazzo fanno? — Mi rivolsi a Viktor. — Perché cazzo non sparano per
aprirgli un passaggio?
— È chiaro che è perché non vogliono sparare, e se non vogliamo avere problemi
con loro credo che neanche noi dovremmo farlo — mormorò l'ucraino mentre
lanciava un profondo sguardo riflessivo sugli ufficiali di bordo. Qualcosa stava
passando per la testa di Pritchenko, ma fui incapace di indovinare che cos’era. Ero
troppo sconvolto da tutto questo.
— Questo è un assassinio! — protestai.
Nessuno mi prestò la minima attenzione. Il soldato nero continuò facendosi strada
a suon di colpi fino a riva. Per un momento fui convinto che ci sarebbe riuscito. Gli
mancavano solamente un pugno di metri fino al bordo del molo e solo due Non-Morti
si frapponevano tra lui e la salvezza. Improvvisamente caricò contro uno di essi con
un tackle degno di una difesa di football americano. Il Non-Morto fu sparato in acqua
e affondò con un tonfo. L'altro l'afferrò per un braccio e lo fece ruotare su sé stesso,
lanciandolo contro un gruppo vicino, dove cadde in un groviglio di braccia, gambe e
teste.
Acclamai entusiasta, lasciandomi trasportare dall'emozione, ma improvvisamente
il grido mi morì in gola. Il soldato aveva fatto un passo indietro per prendere la
rincorsa e saltare sul gommone, convinto che quel maledetto mezzo metro fosse
sufficiente. Uno dei Non-Morti abbattuto al suolo allungò la sua mano e afferrò con
le sue unghie rotte e marce le stringhe dello stivale del giovane proprio mentre stava
per saltare. Il soldato cadde pesantemente sul molo, e due Non-Morti si scagliarono
su lui. Uno di essi affondò i suoi denti nel bicipite dell’uomo, lasciandovi una
profonda ferita sanguinolenta, mentre l'altro lacerava uno dei suoi polpacci. Con un
grugnito il soldato scalciò la testa che gli mordeva la gamba con lo stivale che gli
rimaneva libero, mentre assestava all’altro Non-Morto un cazzotto in grado di
abbattere un bufalo. Strisciando arrivò fino al bordo del molo e si lasciò cadere in
acqua.
Il suo corpo affondò con uno splash e dopo un secondo di incertezza la sua testa
apparve di nuovo, giusto di fianco allo zodiac. I soldati che si ammucchiavano nella
lancia lo issarono a bordo come poterono, lasciando una scia di sangue sulla tela
dell'imbarcazione; quindi virarono e cominciarono ad avvicinarsi lentamente
all'Ithaca.
Era un crimine mostruoso. Quell'uomo era condannato. Attraverso quei due morsi,
milioni di piccoli virus del TSJ erano entrati nel suo organismo e, in quel preciso
istante, si stavano replicando a tutta velocità. In poche ore quel gigante sarebbe
diventato un Non-Morto in più, uno grande e pericoloso, di certo. E tutto perché i
ragazzi che ridevano ed applaudivano al mio fianco non avevano voluto sparare per
aiutarlo ad uscire di lì. Mi sentivo male solo al pensiero.
— Andiamo, Viktor — dissi a Pritchenko con voce soffocata. — non posso
sopportare un minuto di più. Sono felice che Lucía non fosse sul ponte a vedere tutto
questo.
— Tutto questo è molto strano — rispose Viktor. — Un gruppo di sbarco
composto solo da neri, sud-americani ed indios, senza un solo bianco tra di loro, e li
lasciano morire come insetti. Non ha senso.
— Nulla ha senso da un po’.
— Già, ma questo è molto strano — insistette ostinatamente l'ucraino.
La martoriata squadra di sbarco era arrivata fino al fianco della nave ed alcuni
marinai stavano collegando i tubi di raccordo ai serbatoi, mentre i malconci soldati
salivano lungo la rete di abbordaggio appesa da un lato. Con alcuni pontoni fecero
calare delle barelle fino alle scialuppe per aiutare quelli feriti più gravemente a salire.
Da un lato era confortante vedere come quegli uomini continuassero ad applicare
la regola di non lasciare indietro nessuno, ma d'altra parte era impossibile non
pensare all’assurdità di quel gesto. Nessuno dei feriti poteva salvarsi. Il TSJ li
avrebbe trasformati in Non-Morti entro pochi minuti dalla loro morte. Alcuni degli
ufficiali del ponte continuavano a sparare contro la moltitudine sul molo, ma mirando
solamente ai soldati caduti del gruppo di sbarco che si erano già alzati convertiti in
Non-Morti, in una loro versione macabra del "non lasciare indietro nessuno".
Viktor, il resto degli ufficiali ed io, ci ritirammo dal ponte che riluceva sotto il
caldo tropicale di mezzogiorno verso il salone interno, dove alcuni camerieri in
uniforme bianca diretti da Enzo stavano imbandendo un pranzo dall’aspetto favoloso.
Era terribilmente inquietante. Se si guardava fuori dalla finestra vedevamo i soldati
sopravvissuti esausti, crollati sul ponte, mentre si spogliavano del pesante
equipaggiamento e si passavano bottiglie di un liquido che bevevano avidamente.
All'interno del salone, gli stessi ufficiali in uniforme azzurra che un momento prima
stavano sparando indiscriminatamente sulla folla del molo lasciando morire senza
muovere un dito molti dei loro uomini, ora chiacchieravano pigramente, fumando
sigarette con un gin-tonic nell’altra mano, inchinandosi educatamente mentre Lucía
passava in mezzo a loro. Nel frattempo, ad appena seicento metri, il molo di Luba era
pieno di Non-Morti barcollanti, che si sentivano gemere in maniera sorda e monotona
perfino al di sopra del ronzio dell'aria condizionata. Era come avere una finestra con
vista sull’inferno da un raffinato cocktail party al golf club.
Facendosi largo cortese e sorridente tra gli ufficiali, il capitano si avvicinò a noi.
Arrivando alla nostra altezza prese la mano di Lucía e la baciò educatamente.
— Signorina, è un piacere che lei condivida con noi questo semplice aperitivo —
disse. — Credo di parlare a nome di tutti i miei ufficiali quando le dico che a bordo la
sua presenza è sicuramente rinfrescante. Una donna bella come lei è una gioia per gli
occhi.
— Tutto il contrario dello spettacolo dei suoi uomini lì fuori — dissi in tono
tagliente, che mi valse un sguardo di avvertimento da parte di Lucía e di Viktor.
— Ovviamente non è gradevole, signore — rispose imperterrito il capitano Birley,
— ma deve tenere presente che siamo immersi in una lotta tra le forze di Dio e quelle
dell'Inferno, tra la Luce e l'Oscurità. In circostanze come questa dobbiamo lasciare da
parte certe convenzioni sociali, come la compassione.
— Ma sono i suoi uomini! — protestai.
— La squadra di sbarco? — Birley si strinse nelle spalle. — Sono iloti, gente di
classe inferiore, e inoltre sono tutti peccatori. Col loro impegno e con la loro vita
stanno espiando i propri peccati guadagnandosi un posto alla mensa del Signore. In
questo momento quelli che sono caduti sono seduti al banchetto infinito che offre loro
nostro Signore Gesù Cristo, molto più grande e migliore di questo semplice spuntino.
Mi auguro che non rappresenti nessun problema… signore.
Non mi persi l'eloquente pausa che aveva lasciato alla fine Birley. Dovevo fare
marcia indietro.
— Hum, no, ovviamente no, capitano Birley. Le siamo enormemente grati per la
sua ospitalità, e capiamo perfettamente il suo modo di agire.
— Sarebbe un peccato scoprire che non meritate questo status, mi creda — rispose
Birley, lasciando nell'aria un mucchio di minacce implicite. — Ora, se permettete,
devo ordinare che si invii un messaggio radio a Gulfport per comunicare il successo
della nostra operazione. Se posso...
Il capitano Birley si allontanò verso la sala radio, fermandosi occasionalmente a
chiacchierare con uno o l’altro gruppo per strada. Il brusio della conversazione e una
soave musica classica si mischiarono coi gemiti dei Non-Morti del molo, creando
un'atmosfera onirica.
— Che cosa pensate di tutto questo? — domandò Prit, dando un sorso alla sua
bibita.
— Non lo so, ma non mi piace — replicò Lucía. — Questa gente è tanto formale,
tanto educata, tanto... e tuttavia mi danno brividi. C'è qualcosa che non mi torna.
In quel momento Strangärd, l'alto ufficiale svedese, passò vicino a noi. Senza
guardarci e con la vista persa nella moltitudine di Non-Morti del molo si mise in
modo da non essere notato dal resto degli occupanti del salone. Chiunque lo avesse
visto avrebbe pensato che era distratto a guardare la folla di cadaveri di Luba, perso
nei suoi pensieri.
— Fate attenzione — disse tra denti. — Anche se non sembra, Birley vi tiene sotto
stretta sorveglianza. Il vecchio è molto diffidente e sicuramente starà preparando una
relazione per darla al reverendo quando arriveremo. Il ghiaccio sotto i piedi è molto
sottile in questo momento, amici.
— Che cosa sta succedendo qui? Chi sono questi iloti? Cos'è questa storia? —
domandai, mentre guardavo fisso Lucía e le regalavo un luminoso sorriso, come se
quella conversazione non fosse così angosciante.
— Non possiamo parlare qui. Le pareti della nave hanno orecchie. Ma sappiate che
c’è molta gente che pensa che tutto ciò sia un'aberrazione. Quando arriveremo a
Gulfport cercherò il modo di parlare con voi. Allora vi spiegherò tutto.
Strangärd si allontanò da noi per unirsi ad un altro gruppo. Dopo un po’ lo sentii
ridere insieme agli altri ufficiali mentre qualcuno raccontava una barzelletta. Quel
dannato svedese sapeva dissimulare molto bene. La domanda era: quanti di quelli che
erano a bordo stavano dissimulando? E perché?
Di certo, quando arriveremo a Gulfport, qualcuno ci dovrà dare una spiegazione. E
soddisfacente, per giunta!
8

Dopo quarantotto ore, le stive dell'Ithaca erano piene fino all’orlo con più di
mezzo milione di tonnellate di eccellente petrolio. I marinai incaricati delle pompe
staccarono le tubature che ci collegavano con la stazione e, dopo averle tappate con
alcune fasce di tela cerata impegnate di bitume, le gettarono in mare attaccate ad
alcune boe. Se avessero avuto bisogno di tornare a Luba, avrebbero solamente dovuto
ripescare quelle boe e collegarle ai serbatoi. Era una soluzione intelligente.
Un lieve tremore mi indicò che i motori dell'Ithaca si erano messi di nuovo in
moto. La petroliera salpò con le ancore coperte di un limo nero ed ispessito e
cominciò ad avanzare molto lentamente verso il mare aperto. Prima di lasciare il
porto, vari soldati che erano situati all'altro lato del reticolato a prua (gli iloti... cosa
mi ricorda questo cazzo di nome?) issarono quattro feretri avvolti in una bandiera e,
dopo aver sparato a salve in aria, li gettarono cerimoniosamente in mare. Il TSJ aveva
fatto strage tra i feriti, come previsto.
L'Ithaca continuava a guadagnare velocità man mano che si avvicinava al mare
aperto. Il vento cominciava a rinfrescare ed era sempre più fastidioso. Proprio mentre
mi stavo voltando per tornare dentro, rimasi pietrificato fissando la prua. Mi sfregai
gli occhi, stupefatto.
In mezzo ai soldati che salutavano cerimoniosamente le bare che affondavano c’era
il colosso nero che aveva diretto il gruppo di sbarco. E sebbene l'avessero morso
almeno due volte, il bastardo aveva un aspetto eccellente. E, naturalmente, non era un
Non-Morto.
9

Uccideteli, uccideteli tutti, anche nel grembo materno!


ILYA HRENBURG

Radio Station Hangeul 9


Wonsan, Corea del Nord

Il tenente Jung Moon-Koh si stava annoiando. Era di turno da sette ore, come tutti i
giorni da più di un anno, e il suo schermo rifletteva la stessa cosa del giorno prima.
Il nulla.
La Stazione Radio di Ascolto Lontano Hangeul 9 era la nona per numero di
radioascoltatori su un centinaio di stazioni ripartite in tutto il territorio della Corea del
Nord. Quella stazione, come tutte le altre, era nata negli anni sessanta, col proposito
di monitorare tutte le conversazioni radio che potessero attraversare la Corea del Sud.
Qualcuno aveva convinto il Leader Kim Il Sung che sarebbe stata una buona strategia
difensiva sapere che cosa tramavano gli spietati capitalisti del Sud prima di iniziare il
suo attacco. E ascoltare le loro conversazioni radio, aveva affermato l'entusiasta
promotore dell'idea, era il miglior modo per saperlo.
Quello che non aveva previsto il coraggioso promotore dalla rete Hangeul, era che
le comunicazioni radio della Corea del Sud si contavano già a milioni negli anni
sessanta, in pieno boom economico della tigre asiatica, molte più, naturalmente, che
nel territorio Juche della Corea del Nord, dove il solo fatto di possedere una radio
costituiva un reato. Ascoltare, classificare e tradurre tutte le trasmissioni era
virtualmente impossibile, soprattutto per gli scarsi mezzi tecnici di quel paese
arretrato ed impoverito. Cosicché quell'idea, dopo due anni di lavori ed un
investimento milionario, era stata parzialmente accantonata. Da parte sua, l’ideatore
aveva visto la sua brillante carriera militare bruscamente interrotta da una pallottola
calibro 9 millimetri. Così si pagavano i fallimenti nel Paradiso dei Lavoratori.
Per più di trent’anni le stazioni erano rimaste chiuse, per la maggior parte;
solamente qualcuna era stata mantenuta operativa, per controllare le conversazioni
della flotta statunitense che pattugliava il mare del Giappone. Non che fosse molto
utile, ovviamente, perché la maggior parte delle conversazioni navali erano
codificate, ma qualcuno aveva deciso che dovesse essere così, e l'inerzia di non fare
nulla di cui non fosse a conoscenza l'Amato Leader era troppo grande.
E quindi le cose erano rimaste così per decenni. Fino all’arrivo dell'Apocalisse.
In un primo momento, le notizie che arrivavano dalle ambasciate dislocate in tutto
il mondo erano sicuramente confuse. Si sapeva che qualche tipo di malattia si era
scatenata in Dagestan, e che si stava diffondendo rapidamente per mezzo mondo, ma
non era chiaro di che cosa si trattasse. Non mancò neanche chi affermò che tutto
quello non era altro che una cortina di fumo destinata a mascherare un imminente
attacco del Sud contro il Nord, e in effetti, la proverbiale paranoia del regime
nordcoreano attivò tutte le sue linee di difesa. Il livello di allerta dell'Esercito
Popolare fu elevato al massimo e i confini già di per sé chiusi vennero addirittura
sbarrati. E fu quella nevrosi, per quanto sembri ridicolo, a salvare la Corea del Nord.
Quando la pandemia andò totalmente fuori controllo, la Corea del Nord si era già
trincerata, come era avvenuto durante gli ultimi cinquant’anni. Al principio le notizie
dall'esterno arrivavano solamente attraverso le ambasciate, ma ben presto queste
caddero in un ermetico silenzio, man mano che la pandemia continuava a colpire un
paese dietro l’altro. Gli ultimi messaggi, in tutti i casi, erano stati solleciti urgenti di
evacuazione dalla nazione di origine, ma furono sempre ignorati. A quel punto era
chiaro che il TSJ era altamente infettivo, e la cosa peggiore era che le sue
conseguenze erano state devastanti.
Quando finalmente il TSJ arrivò in Corea del Sud, il caos si era esteso nel vicino
paese nel giro di tre settimane. Seul si trasformò in una città maledetta in appena
cinque giorni e le altre città non ebbero miglior fortuna.
I soldati e i marines delle basi americane, seguendo un piano prefissato, tentarono
di farsi strada fino al mare per mezzo di una carovana blindata che dovette farsi largo
mettendo a ferro e fuoco ogni chilometro. Tuttavia, in qualche luogo tra Seul e il
porto di Ulsan, la carovana sparì come se fosse stata inghiottita dalla terra. Aver
scelto come punto di evacuazione una città di più di un milione di persone era
risultata una decisione nefasta. Non uno solo degli oltre cinquantamila soldati
americani dislocati in Corea del Sud sopravvisse.
Man mano che le ondate di rifugiati fuggivano verso la frontiera col Nord la
situazione si andava facendo sempre più disperata. Il Politburo, dopo una breve
riunione, decise con freddezza che tutti i cittadini del Sud non avevano diritto di
godere della sicurezza che offriva la Corea del Nord, cosicché le frontiere,
semplicemente, rimasero chiuse.
Anche prima dell'Apocalisse, la linea che separava le due Coree era probabilmente
uno dei luoghi più ermetici e fortemente difesi del mondo. La guerra di Corea che si
era conclusa nel 1953 (anche se non è mai stata firmata la pace, quindi tecnicamente i
due paesi sono ancora in guerra) aveva lasciato la penisola coreana divisa in due.
Lungo il 38° parallelo, approssimativamente, c’era la Zona Smilitarizzata, una
striscia di terra lunga 238 chilometri e larga 4 che separava i due paesi. Lungo quella
linea, e a dispetto del suo nome, c’erano migliaia di muri, reticolati, campi minati,
bunker e posizioni difensive che rendevano praticamente impossibile attraversarla.
Cosicché, quando centinaia di migliaia di civili terrorizzati si ammassarono alle
frontiere, trovarono le porte chiuse. Un buon esempio fu probabilmente quello che
successe nell'Area di Sicurezza Condivisa di Panmunjon, uno dei posti più fotografati
di tutta la Corea. Più di novantamila persone si riunirono lì in poco più di ventiquattro
ore lottando per scappare dall'inferno, tentando di negoziare il passaggio.
Ma ottennero solo il silenzio.
A poco a poco la moltitudine si andò esaltando, ma alcuni civili disarmati e
spaventati non potevano competere contro unità militari perfettamente equipaggiate
ed organizzate. Le iniziali minacce si andarono trasformando in suppliche man mano
che passavano le ore.
Ma l’unica cosa che ottennero in cambio fu il silenzio più assoluto ed atroce.
I soldati del Nord erano rannicchiati nelle loro posizioni, in silenzio e in attesa.
Anche gli altoparlanti di propaganda, che avevano irradiato pubblicità in maniera
ossessiva per cinquant’anni, erano silenziosi. Infine, una notte arrivarono i primi
Non-Morti. Scoppiò il caos e la folla si lanciò contro la frontiera, fuggendo
nell'oscurità dalle ombre insanguinate che strappavano letteralmente famiglie intere
dalle automobili dove si erano rifugiate per proteggersi dal freddo della notte.
Allora, i soldati cominciarono a sparare.
Il mattino seguente, migliaia di cadaveri si erano ammucchiati tra le rovine
dell'Area di Sicurezza Condivisa. L'unico modo per distinguere quelli che erano stati
dei civili dai Non-Morti era che questi ultimi avevano almeno (senza eccezioni) un
colpo in testa. In fondo, fuori dalla portata delle mitragliatrici, dozzine di migliaia di
Non-Morti ondeggiavano, in trance, muovendo i primi passi della loro Non-Vita.
Non una sola persona, viva o morta, riuscì ad attraversare la linea in quei giorni. Le
difese, preparate per l'assalto di un esercito, erano troppo potenti perfino per una
marea di Non-Morti. Per qualche settimana gruppi erranti di Non-Morti si
avvicinarono fino alla linea, però cadevano in campi minati o si impigliavano nei
reticolati o venivano abbattuti da nidi di mitragliatrici.
Nessuno poté andare oltre, né per via aerea, né via mare. Cinque o sei piccoli paesi
di pescatori arrivarono con delle barche cariche di rifugiati, ma le autorità li
bombardarono prima ancora che arrivassero a terra. In un caso il responsabile locale,
incapace di assassinare a sangue freddo oltre seicento bambini, permise che
toccassero terra. In meno di tre ore un distaccamento dell'esercito si presentò nel
paese per risolvere quell'errore. E tra l’altro, per precauzione, eliminarono anche i
seimila abitanti della città. L'Amato Leader Kim Jong aveva deciso di essere
implacabile, e l'Esercito Popolare eseguiva gli ordini senza fare domande.
C’era anche chi tentava per conto suo, in solitaria o in piccoli gruppi, di toccare
terra a nord della linea di demarcazione a bordo di barche a vela. Tuttavia, in un
paese chiuso all'esterno da più di cinquanta anni, spiccavano come pulci su un
lenzuolo bianco, e vennero subito arrestati. Ciò significava la morte, loro e di chi li
aveva trovati e arrestati. Gli Squadroni Patriottici di Pulizia e Contenimento (come
venivano chiamati i gruppi volanti che vigilavano i confini) spararono migliaia di
colpi durante quelle settimane convulse. Ogni precauzione era comunque poca.
Finalmente la situazione si andò normalizzando. I gruppi di Non-Morti che si
avvicinavano alla frontiera erano sempre più ridotti e sporadici, e venivano eliminati
facilmente. Ovviamente in Corea del Sud rimanevano milioni di Non-Morti, ma si
trovavano quasi tutti troppo lontano da quella frontiera maledetta. Inoltre, erano
troppo occupati a cacciare i pochi superstiti che erano rimasti nel Sud.
E così si scrisse la Storia. Grazie alla paranoia di Kim Jong e del suo regime, per
un'incredibile colpo di fortuna del destino, la Corea del Nord fu l'unico paese della
terra che sopravvisse all'Apocalisse senza che nessuno dei suoi cittadini si
trasformasse in Non-Morto all’interno delle sue frontiere. Il tardivo regime comunista
si trasformò all'improvviso non solo in una delle nazioni più avanzate della terra,
bensì nell'unica nazione superstite.
Ma sapevano, o almeno lo sospettavano, che dovessero esserci molte altre persone
lì fuori. Altri paesi dovevano essere sopravvissuti, o almeno parte di essi. Ed era
indispensabile sapere quali erano e dove si trovavano. Il problema era come
verificarlo.
Ironia della sorte, anche se al sicuro dietro le loro mura, erano prigionieri
all'interno dei loro stessi confini. Non che importasse molto, naturalmente, dato che
tutti i cittadini della Corea del Nord erano stati prigionieri per mezzo secolo. In realtà,
la maggior parte della popolazione aveva continuato a fare la sua vita quotidiana,
senza essere nemmeno informata dell'esistenza dei Non-Morti e della caduta della
civiltà. Ma il Politburo doveva sapere.
Fu allora, che qualcuno si ricordò della dimenticata e polverosa rete Hangeul. Se
c’erano ancora sopravvissuti organizzati dovevano comunicare in qualche modo, e
Hangeul era in grado di rilevare emissioni radio o microonde in qualsiasi punto del
globo. Improvvisamente ciò che prima era stato qualcosa di inutile, a causa di segnali
in eccesso nell'aria, si trasformava nello strumento perfetto. E la rete era stata
nuovamente attivata.
Il tenente Jung non sapeva niente di tutto questo, ovviamente. Un anno e mezzo
prima era stato prelevato in piena notte da una caserma vicino alla frontiera cinese e
portato in una scuola di telecomunicazioni, dove gli avevano impartito un corso
accelerato di tre mesi prima di destinarlo alla Stazione 9. E non passava un solo
giorno senza che Jung si chiedesse se tutto ciò non fosse una punizione per una
qualche mancanza che avesse commesso.
Certamente il lavoro nella Stazione 9 era tutt’altro che divertente. In lunghi turni di
dieci ore gli operatori rimanevano davanti agli schermi, per la maggior parte del
tempo con le cuffie, cercando di scoprire qualsiasi segnale nello spazio radio.
Tuttavia, l’unica cosa che si captava erano principalmente interferenze statiche.
Avevano localizzato un totale di millecentocinquantasei segnali radio stabili in
tutto il mondo. La maggior parte appartenevano a stazioni che funzionavano in modo
automatico e che continuavano ad emettere un messaggio preregistrato più e più
volte. Molte erano stazioni meteorologiche che irradiavano i loro dati giornalieri, e
altre, come quella dell'aeroporto de Los Rodeos di Tenerife o quella del Museo
Nazionale d’Arte di Copenaghen, erano segnali organizzati da gruppi di
sopravvissuti, ma senza che intervenisse nessun essere vivente nelle trasmissioni.
Avevano addirittura localizzato una stazione radio di musica country situata in
qualche posto del Tennessee che, grazie ad un potente generatore di emergenza,
continuava automaticamente a trasmettere musica nell’etere due anni dopo che il suo
ultimo impiegato era morto.
Ciò che veramente interessava erano gli altri, quei pochi insediamenti umani
ancora in piedi. Ma la maggior parte erano segnali di piccoli gruppi, miserabili e
isolati, o di isole che minacciavano di sprofondare nel caos e nella carestia, come
Tenerife, posti che non erano di alcun interesse per il Politburo. Sicuramente ce ne
saranno stati molti altri, ma con un segnale così debole da non poter essere captato
nemmeno dalle enormi orecchie della rete Hangeul. Comunque erano sicuri che ci
dovesse essere qualche altro buon insediamento all'esterno, ed era ciò che gli
interessava.
E naturalmente, le anomalie.
Jung si distese e dopo essersi tolto le cuffie si passò una mano sui cortissimi
capelli. Si guardò intorno con discrezione. Il capitano responsabile della sua sezione
era uscito un momento (Jung sospettava che fosse per poter bere un goccio in privato)
e aveva lasciato soli i due tenenti nella cavernosa sala della Stazione 9.
— Hey! Park! Park! — Jung strattonò la manica del soldato seduto al suo fianco,
un altro tenente che condivideva con lui uno degli apparati di ascolto e scansione.
— Che cosa vuoi? Se il capitano Kim vede che non stiamo controllando lo spettro
d'ascolto ci strappa i capelli!
— Non ti preoccupare — replicò Jung. — Il capitano ha avuto il suo solito attacco
di sete di metà pomeriggio. — Entrambi i giovani risero. — E non ritornerà almeno
per un’altra mezz'ora. Credo che possiamo fare una piccola pausa per fumarci una
sigaretta.
— E per quanto riguarda l'ascolto? — domandò Park, esitante, indicando lo
scanner di segnale con la mano, mentre con gli occhi seguiva il pacchetto di sigarette
cinesi che ostentava in mano il sorridente Jung.
— Continueremo ad ascoltare — replicò Jung. — Ma attraverso gli altoparlanti,
pezzo di idiota.
Jung premette un tasto dell’amplificatore di ascolto, una reliquia dell'era sovietica
piena di valvole e luci, e all'improvviso tutta la sala si riempì del suono di fondo delle
scariche statiche, lo stesso che i due giovani soldati stavano ascoltando da ore.
— Vedi? — disse Jung, mentre accendeva contemporaneamente due sigarette. —
Possiamo fumare e chiacchierare e nel frattempo compiere il nostro dovere. È facile
se sai organizzarti.
— Se ci becca il capitano... — Park continuava a lamentarsi, ma la possibilità di
fumarsi una sigaretta era troppo allettante per dire di no. Da qualche tempo a questa
parte era sempre più difficile trovare il tabacco, e nessuno sapeva spiegarne molto
bene il perché. Così si trovavano solo marche nazionali, aspre e dal sapore
pestilenziale. La Corea del Nord manteneva relazioni commerciali con pochissime
nazioni, e la Cina era una di esse. Le sigarette cinesi, decisamente migliori, erano
un'autentica rarità e si vendevano a peso d’oro al mercato nero. Quello non era un
problema per Jung il cui padre occupava una carica intermedia di una certa
importanza.
— Dove hai preso quel pacchetto? — domandò Park, con occhi brillanti.
— È un regalo di mio padre, ma il vecchio sta diventando rognoso, perché mi ha
detto che me le devo far bastare perché non sa quando potrà ottenerne altre. — Fece
un gesto sdegnoso mentre esalava una boccata di fumo. — Come se fosse tanto
complicato per lui andare in Cina e ritornare con alcuni cartoni!
Park rimase a fissare il pacchetto in silenzio, mentre si godeva il fumo della
sigaretta. Una parte della sua mente si chiedeva quante provviste avrebbe potuto
acquistare se avesse potuto scambiare quel pacchetto al mercato nero, e se poteva
organizzarsi per inviarle ai suoi genitori, dei poveri contadini dell'ovest del paese. Il
problema era che Jung non glielo avrebbe mai dato. Il suo compagno era un bravo
ragazzo, ma era di una famiglia legata al Partito, e non poteva capire le privazioni e la
fame che poteva passare una semplice famiglia di contadini.
— È molto che tuo padre non va in Cina? — domandò.
— Adesso che me lo dici, prima ci andava ogni tre o quattro mesi, ma credo che
non ci vada da... Accidenti, da un sacco! Non ci avevo pensato. È strano...
— Non è l’unica cosa strana — disse Park dopo un istante di silenzio. — Non ti sei
mai fermato a riflettere sulla stranezza del nostro lavoro? Voglio dire... Cosa ci
facciamo qui, ascoltando a tutte le ore il nulla?
— Be’, amico, quello che ci hanno detto al corso — rispose Jung, disegnando un
gesto vago nell'aria. — Catturiamo i segnali degli imperialisti per poterli colpire con
forza nel momento in cui...
— Segnali? — l'interruppe Park. — Quali segnali? Siamo qui da sette mesi e tutto
quello che abbiamo captato sono quelle emissioni automatiche, in lingue che non
capiamo e una stupida emittente di musica yankee. Per il resto, niente. So che è una
stronzata, ma è come se non ci fosse più nessuno vivo fuori di qui.
— Lo dici per spaventarmi. — Jung spalancò gli occhi, mentre dava una profonda
tirata alla sua sigaretta.
— Dico sul serio — rispose Park. — Tutto questo è molto strano. Credo che siamo
soli, Jung. Credo che sia morto tutto il mondo, e che siamo rimasti solo noi.
Jung si disse mentalmente che era l'ultima volta che condivideva una sigaretta con
quello iettatore di Park. Le cose che diceva erano realmente strane e, inoltre, lo stava
spaventando. Quello di cui aveva bisogno era forse un po' più di ortodossia.
— Sai una cosa? — cominciò a dire. — Credo che quello che sta succedendo è
che...
Ma Jung non poté continuare, perché in quel momento gli altoparlanti della
Stazione Radio di Ascolto Hangeul 9 cominciarono a suonare a tutto volume:
— ... Qui Ithaca chiama Gulfport, qui Ithaca chiama Gulfport, l'operazione è stata
un successo. Ritorniamo a casa... (interferenza)... con mezzo milione di tonnellate di
petrolio. Gulfport, rispondi, passo. Qui Ithaca chiama...
La porta della sala si aprì improvvisamente e il capitano Kim entrò a tutta velocità,
con gli occhi spalancati, talmente sorpreso per il segnale radio che neanche si accorse
dell'indisciplina dei suoi subordinati, in piedi affianco alle loro postazioni e con una
sigaretta in mano. Kim era capitano, tra l’altro, per le sue nozioni basilari di inglese,
la lingua dei maledetti imperialisti. Tra le interferenze aveva sentito perfettamente la
parola "petrolio." E sapeva quello che doveva fare.
— Registrate il segnale — ordinò ai suoi uomini. — Questo deve sentirlo qualche
superiore.
10

Due ore più tardi un'autovettura di servizio percorreva le strade deserte di


Pyongyang, la capitale della Corea del Nord. Seduto nel sedile posteriore, il
colonnello Hong Jae-Chol guardava distrattamente fuori dal finestrino, mentre il
veicolo si portava a tutta velocità verso il Ministero della Difesa.
Pyongyang si estendeva tutt’attorno grandiosa, bella e triste come sempre. Il
veicolo attraversava in quel momento uno dei ponti sul fiume Taedong nella corsia
riservata ai veicoli del Partito. In quel punto non era necessario, perché non avevano
incrociato più di una mezza dozzina di automobili e camion in tutto il tragitto.
Nessuno aveva un veicolo privato in Corea del Nord.
Passando sotto l'ombra dell'assurdo triangolo mozzo dell’hotel Ryugyong notò che
la poca gente che incrociavano aveva un’aria più desolata del solito. In un vicolo gli
sembrò di vedere fugacemente due persone che stavano rimescolando in un secchio
di spazzatura. Hong sapeva che la carestia stava flagellando il paese dagli anni
novanta, ma mai fino ad allora aveva visto gli abitanti della capitale, per la maggior
parte funzionari del Partito, sopportare delle privazioni. Questi non erano certamente
segnali positivi.
Il colonnello Hong apparteneva al ristretto ed esclusivo gruppo di ufficiali
nordcoreani che sapeva che sulla faccia della terra si era scatenata l'Apocalisse.
Aveva circa quarantacinque anni, alto per la media del paese, muscoloso, le prime
chiazze di grigio cominciavano a comparire sui suoi capelli neri. Fervente seguace
dell'ideologia Juche1, era stato membro degli squadroni volanti incaricati di eliminare
i pochi temerari che erano riusciti ad attraversare la linea di demarcazione che
separava il Sud dal Nord, e perfino la frontiera con la Cina.
Se qualcuno avesse voluto sapere come fosse realmente il colonnello, in pochi
avrebbero potuto rispondere con certezza, poiché quasi nessuno lo conosceva a
fondo. Da una parte, i suoi compagni della scuola ufficiali avrebbero detto che Hong
era un ragazzo esperto e un uomo d’azione, sebbene molto riservato e silenzioso.
Quelli che avevano servito sotto il suo comando, da parte loro, avrebbero affermato
che era uno spietato bastardo capace di farti scoppiare pur di eseguire gli ordini. Quei
pochi che si erano visti obbligati ad affrontarlo non avrebbero detto niente, per il
semplice motivo che erano tutti morti. Mentre tutti sarebbero stati d’accordo nel dire
che Hong era un militare disciplinato. Se gli avessero ordinato di saltare da una
finestra dell'ultimo piano del Ministero della Difesa, lo avrebbe fatto senza
chiederselo due volte e con un'espressione imperturbabile sul viso. Il dovere prima di
tutto.
L'automobile si fermò davanti alla porta del ministero e un aiutante si affrettò ad
aprirgli la portiera. Hong uscì dall'automobile e si stiracchiò. Non faceva ancora
troppo freddo, ma le nevi dell'inverno presto si sarebbero fatte vedere. In poco più di
cinque settimane aveva dovuto cambiare la leggera divisa estiva con quella pesante
invernale. Si domandava che effetto avrebbe fatto il freddo intenso sulle creature
dell'altro lato della frontiera. L'anno prima non sembrava averli influenzati, ma dopo i
cambiamenti che avevano visto tra loro quell'estate, chissà...
— Colonnello Hong? — Un comandante, coperto con l'enorme berretto piatto
regolamentare dell'Esercito Popolare, lo salutò.
— Sono io — bisbigliò Hong. Era un uomo di poche parole, e inoltre,
inconsciamente, guardava la gente praticamente senza battere ciglio. Ha gli occhi da
morto, dicevano di lui alle sue spalle. Il suo sguardo privo di emozione normalmente
metteva molto a disagio i suoi interlocutori, e quel povero maggiore non fece
eccezione.
— Prego, signore, mi segua — balbettò, nervoso. — La stanno aspettando
nell'ufficio del ministro.
Il ministro in persona. Questa era una novità. Hong si sbarazzò del berretto e della
cuffia entrando nell'edificio, mentre si chiedeva per quale motivo l'avessero chiamato
lì. Non era ritornato alla capitale da quando il suo gruppo di assalto aveva finito i
compiti di pulizia nella zona meridionale del mare del Giappone. Era stato un
compito sporco, ma necessario. La cosa peggiore, a parte quella storia dei seicento
bambini. Ma cosa vuoi farci.
Non si faceva illusioni. Sapeva che aver diretto quell'operazione l'aveva
trasformato in una carta segnata del mazzo di carte. Perfino in mezzo all'orrore
dell'Apocalisse, se un giorno avesse voluto sminuire quello che aveva fatto in quel
paese, la gente lo avrebbe guardato con terrore. E inoltre, conosceva CHI aveva dato
l’ordine dei massacri, e perché l'aveva dato. Perciò ai suoi superiori la sua presenza
risultava doppiamente scomoda. Così quando, dopo alcuni mesi di silenzio ed
abbandono in un accampamento isolato, l'avevano chiamato quella mattina, si
immaginò che qualcosa di grosso stesse per succedere. Hong non ne era sicuro,
perché non aveva molta immaginazione, ma supponeva che alla fine della giornata
avrebbe ricevuto una medaglia oppure un colpo alla nuca. Si sorprese a pensare che
ognuna delle due possibilità gli fosse indifferente.
— Aspetti qui, per favore. Tornerò a prenderla. — L'aiutante lo lasciò solo nella
sala e si allontanò verso l'ufficio del ministro. Hong guardò dalla finestra, con
sguardo assente. La città grigia, semivuota e con l'inconfondibile tocco architettonico
distintivo del Blocco Orientale, si estendeva fino all'orizzonte. Provò ad immaginarsi
come sarebbe stato camminare attraverso una Pyongyang piena di quei Non-Morti,
ma non ci riuscì. Certamente, Hong era un uomo con poca immaginazione.
— Per favore, mi segua. — L'aiutante era riapparso da un’altra porta.
Dando un'ultima occhiata alla sua uniforme, per essere sicuro che tutto fosse in
ordine e immacolato, Hong entrò nella stanza.
Il Vice maresciallo Kim Yong-Chun, ministro della Difesa della Repubblica dei
Lavoratori della Corea del Nord, l'aspettava seduto al capo di un lungo tavolo da
conferenze. Seduti al suo fianco c’erano altri tre uomini, tutti in uniforme, che Hong
non conosceva. Con una vaga inquietudine si rese conto che egli era il militare di
grado più basso tra i presenti in sala.
— Colonnello, prenda posto, per favore — l'invitò il ministro gentilmente, mentre
un aiutante gli avvicinava un grosso dossier. — Mi permetta che la presenti ai
generali Kim, Chong e Li. Fanno parte del team di consulenti del nostro Amato
Leader Kim Jong Il per questa... situazione speciale.
Hong si sedette, senza prestare troppa attenzione ai nomi. Era evidente che quegli
uomini erano lì solo come testimoni della riunione, per riferire di quanto si sarebbe
detto e delle relative risposte. Quello che dovevano dirgli glielo avrebbe detto il
ministro, cosicché quei generali non importavano, nonostante il grado. Pertanto, si
limitò ad assentire con la testa ed inchiodò il suo sguardo senza sbattere le palpebre in
quello del ministro.
— Permettetemi di presentarvi il nostro uomo — cominciò il ministro. — Il
colonnello Hong è un importante membro esperto delle forze speciali. Prima di
questa situazione "speciale", aveva già un lungo curriculum: ha preso parte a tre
incursioni a sud della linea di demarcazione e a un'altra nelle coste del Giappone, e in
tutte le sue missioni si è messo in gioco con autentico spirito rivoluzionario.
Sinceramente, credo che sia la persona giusta per questa delicata questione...
Hong si lasciò trasportare dai suoi pensieri. Come suonava bene tutto ciò che
veniva detto attorno ad un tavolo, in un confortevole ufficio. La cosa certa era che
ognuna di quelle incursioni alle frontiere era stata un inferno spento col sangue. Le
tre in Corea del Sud avevano avuto come obiettivo operazioni di spionaggio e
sabotaggio, e nell'ultima di esse era ritornato con un colpo nella mano che gli aveva
fatto perdere la metà di due dita. Quella ferita gli faceva ancora male ogni tanto. La
missione in Giappone era stata molto più sporca e oscura. L'obiettivo era sequestrare
cittadini giapponesi per portarli in Corea e poterli utilizzare come istruttori di lingua e
usanze nelle scuole per spie. Quella missione per un pelo non si era rivelata un fiasco.
Dei sei individui catturati, tre uomini e tre donne, secondo gli ordini avevano potuto
riportare con sé solo gli uomini. Una delle donne aveva incominciato a piagnucolare
quando una pattuglia giapponese era passata molto vicino, e si era visto obbligato a
strangolarla con le proprie mani. Le altre due erano diventate nervose vedendo
l’accaduto, cosicché le aveva semplicemente sgozzate, per evitare problemi. E benché
egli non se ne fosse accorto, non aveva battuto le palpebre una sola volta mentre
faceva tutto questo. Il dovere prima di tutto.

— ... E questo ci porta alla situazione attuale, e a quello che ci ha riuniti tutti qui
oggi — concluse il ministro, mentre apriva il dossier che gli avevano collocato
davanti.
Ci siamo, pensò Hong.
— Oggi, alle tre e mezza del pomeriggio, ora locale, la rete di rilevamento di
segnali Hangeul ha captato un segnale radio di due minuti e venti secondi di durata. Il
segnale che ha ripetuto lo stesso messaggio varie volte, è stato trasmesso in inglese.
C’è la trascrizione completa della stessa nella vostra copia della relazione.
Per alcuni secondi nella sala si sentì solo il frusciare dei fogli di carta. Poi il
gerarca coreano continuò.
— Il segnale proveniva da un punto situato a poche miglia dalla costa africana. Lo
emetteva una nave statunitense.
— Militare? — domandò allarmato uno dei generali.
— No, è una nave cisterna, una petroliera, dal contenuto del segnale.
— C’è la possibilità che sia scortata? — domandò un altro dei generali dalla cui
età sembrava aver combattuto nel Medioevo, almeno.
— Non lo sappiamo, ma non è importante — rispose il ministro, passando un
foglio. — È troppo lontana perché la raggiunga qualunque nave della Marina
Popolare, e inoltre non ci sarebbe il tempo per intercettarla.
— E perché dovremmo intercettarla? — domandò Hong, cautamente. Era la prima
volta che parlava da quando era iniziata la riunione, e tutti gli sguardi si girarono
verso di lui. In un secondo, però, si spostarono. Gli occhi privi di vita del colonnello
erano troppo ostili per essere guardati a lungo.
Il ministro emise un colpo di tosse a disagio, mentre guardava alternativamente
ognuno dei generali. Il più anziano di tutti assentì lievemente con la testa. Il ministro
Kim si fece coraggio e guardò dritto negli occhi Hong.
— Colonnello, la situazione è complicata. A dispetto dei saggi e sempre indovinati
consigli dell’Amato Leader, stiamo raggiungendo un punto critico. Lo scatenarsi
dell'Apocalisse ci ha colpiti molto meno di tutti i decadenti imperialisti che ci
circondano, compresi i nostri vicini del Sud. Grazie alle sapienti misure di Kim Jong
Il, non uno solo di quei mostri ha oltrepassato le nostre frontiere, e la malattia non si è
diffusa in Corea del Nord. In questo senso siamo al sicuro.
La stessa prolissità di sempre, ma non una parola sul vero problema. Un modo
molto burocratico di pararsi il culo, pensò Hong, che decise essere più diretto.
— E qual è il problema, allora? — domandò Hong.
— Che, disgraziatamente, non siamo soli al mondo. Nonostante la nostra politica
ufficiale sia stata l'autarchia durante tutti questi anni, voglio dire, fabbricare
autonomamente tutti i nostri prodotti di consumo e sfruttare unicamente le nostre
risorse, ci sono determinate cose per le quali purtroppo, ed a dispetto di tutti i nostri
sforzi, siamo ancora ben lontani dall’essere completamente autosufficienti.
Hong incrociò le mani sul tavolo, lentamente. Era il segreto di Pulcinella che il
sistema fosse fallito e che le carenze fossero gigantesche. La Corea del Nord era un
paese prevalentemente rurale da decenni, e quando si succedevano vari anni di cattivi
raccolti, le carestie erano spaventose. Anni addietro si erano perfino visti obbligati ad
accettare l'umiliante aiuto nordamericano, sotto forma di grano e medicine, per
superare la minaccia della morte per inedia di intere zone del paese. Erano state
salvate milioni di vite, ma per la gente come Hong era stato un affronto mortale ed
una vergogna difficile da sopportare. Il colonnello era un Juche convinto, e credeva
fermamente che la Corea del Nord dovesse mantenersi autonomamente e rimanere
estranea alle influenze imperialiste esterne.
— Ebbene? — disse senza il minimo cambiamento sul suo volto. — Compagno
ministro, credo che possiamo vivere perfettamente senza sigarette cinesi o birra
giapponese di contrabbando.
— Senza dubbio, colonnello. Ma senza petrolio, saremo in ginocchio prima di tre
mesi.
Il petrolio. Il maledetto petrolio. È per quello, chiaro.
— Capisco — disse lentamente, mentre assimilava l'informazione. — Quanto è
grave la situazione?
Il ministro tornò a guardare nervosamente il generale anziano che nuovamente
scosse la testa quasi impercettibilmente. A Hong ricordava una tartaruga, una
tartaruga estremamente vecchia, brutta e calva.
— È catastrofica. La fornitura di petrolio alla Repubblica Popolare della Corea era
un’esclusiva dei nostri compagni cinesi. Da quando si è scatenata l'Apocalisse, non
ne abbiamo ricevuto una goccia.
— I cinesi ci hanno tagliato la fornitura?
— Non esattamente — rispose il ministro, con voce tremula.
— E allora?
— Noi crediamo che non sia rimasto in vita nessuno in Cina, tranne qualche
gruppo disperso. A parte i Non-Morti, le zone industriali, dove c’erano i depositi e le
raffinerie, sono state spazzate via quando Pechino cercò di contenere la piaga con
esplosioni termonucleari. Non potremo ottenere niente da loro.
— Per quanto tempo ne abbiamo?
— L'industria pesante è praticamente paralizzata, e l'industria leggera sta
funzionando solamente per un quarto delle sue capacità. La benzina è completamente
razionata, perfino nell'Esercito Popolare, ne stiamo facendo provvista per l'inverno,
ma anche così non sarà sufficiente. Colonnello, fra tre mesi al massimo avremo
terminato le nostre riserve. Quest’inverno molta gente morirà di freddo.
— È prioritario catturare quella nave e il suo equipaggio, colonnello. — Hong si
girò verso il vecchio generale Tartaruga, che aveva parlato con voce nitida. L'anziano
continuò: — Dobbiamo verificare qual è il porto da cui prendono il petrolio e mettere
quanto prima la faccenda sotto il controllo dell'Esercito Popolare.
— Se otteniamo una fonte costante ed affidabile di petrolio, colonnello —
intervenne il ministro, — la situazione cambierebbe radicalmente. Non garantiremmo
solo la redditività della Repubblica di Corea, ma avremmo la spinta necessaria per il
piano generale che il nostro Amato Leader ha tracciato. Col petrolio, saremo
invincibili.
— Invincibili?
— Pensate, colonnello. Non c'è paese al mondo in quanto tale, solamente la Corea
del Nord è sopravvissuta all'Apocalisse. — Il ministro parlava con voce rotta per
l'emozione. — Una volta che avremo garantita una fonte di combustibile che muova
le nostre navi, i nostri carri armati ed i nostri aeroplani, conquistare il mondo intero
sarà un gioco da bambini. Quei pochi sopravvissuti spaventati e il resto che sono
sparsi qua e là aggrappati ai brandelli di una bandiera non potranno nulla contro le
nostre gloriose forze. È il Destino Manifesto del nostro Amato Leader, colonnello...
Diffondere il Juche per tutto il mondo! Il compagno Kim Jong Il può diventare il
primo governante di tutto il mondo, tutto un mondo unito sotto l'ideologia Juche, e
nel quale i coreani saranno la forza dirigente!
I tre generali seduti al tavolo cominciarono a battere rumorosamente la superficie
del tavolo, per applaudire alle parole del ministro che sbuffava rosso di
soddisfazione. Hong notò gli sguardi entusiasti dei militari. Il piano era ambizioso,
ma se fosse riuscito le implicazioni sarebbero state sbalorditive. Per la prima volta
nella storia esisteva solo una potenza nel mondo, e questa era la Corea del Nord. Kim
Jong Il aveva la possibilità di ottenere quello che Alessandro, Gengis Khan, Cesare,
Napoleone e Hitler avevano solo potuto sognare. Essere il padrone del mondo. Il
padrone assoluto della terra.
— Colonnello, la sua missione è servire da punta di lancia. Dalla trasmissione
sappiamo dove si dirige quella nave. Va a Gulfport, una piccola città situata al sud
degli Stati Uniti. Lei e un gruppo scelto di trecento uomini volerete fino a lì e
catturerete quella nave e il suo equipaggio, o almeno dovrete scoprire qual è la fonte
di petrolio a cui stanno attingendo. Una volta fatto, nulla si intrometterà tra noi e
l’obiettivo.
— Eseguirò i miei ordini, compagno ministro, ma credo che ci stiamo
dimenticando di una cosa — disse il colonnello, scegliendo le sue parole con molta
cautela. — I Non-Morti. Sono dappertutto, miliardi di loro. Neanche l'Esercito
Popolare è in grado di eliminare quelle creature. Come pretende di conquistare il
mondo, con quegli esseri deambulanti ovunque?
Un nuovo sguardo tra il ministro e il generale anziano. Un nuovo assenso di
quest’ultimo.
— Vede colonnello — disse lentamente il ministro Kim con un sorriso di
soddisfazione. — La verità è che a questi esseri, a questi Non-Morti, non rimane
molto.
— Come dice? — Hong, stupefatto, sbatté le palpebre per la prima volta in tutta la
riunione.
— I Non-Morti — Kim sorrise — stanno morendo. Tutti.
11

— Lucullo! Vieni qui immediatamente! Maledetto gatto! — Lucía sbuffò


furiosamente mentre per l’ennesima volta cercava di catturare l'enorme persiano che
la osservava con una luce divertita negli occhi. Durante la prima settimana a bordo
dell'Ithaca, Lucullo si era trasformato in uno dei passeggeri più popolari. Erano
sopravvissuti pochissimi gatti in tutto il mondo, e gli ufficiali e i marinai della nave
erano stati sedotti immediatamente dal fascino felino di quel piccolo birbone
arancione. Per giorni, Lucullo aveva passeggiato in piena libertà per tutta la nave
(almeno nella metà posteriore, poiché la zona anteriore - quella degli iloti - era
completamente isolata) fino a che, tre giorni prima, Enzo l'aveva sorpreso dentro la
cabina del capitano, disteso sulla sua giacca di gala... dopo una lunga escursione nella
sala macchine che gli aveva lasciato il lucido pelo arancione ricoperto da uno spesso -
ed appiccicoso - strato di olio motore. Per non parlare dell’abbondante quantità di
olio che aveva impregnato profondamente la giacca, cosa che non era piaciuta molto
a Enzo... né a Birley, naturalmente.
Da quel giorno, e per ordine diretto di un arrabbiato Birley, a Lucullo erano stati
"limitati" gli spostamenti, e Lucía era stata incaricata di farglieli rispettare. E tutto era
andato bene fino a dieci minuti prima.
— Andiamo, Lucullo. — Lucía provò di nuovo, stavolta con le moine. Tirò fuori
dalla sua tasca una barretta di carne e l'agitò in modo seducente cosicché il gatto la
vedesse. — Vieni da me, bello, andiamo...
Lucullo, ovviamente, fece quello che avrebbe fatto qualsiasi gatto davanti ad
un'offerta come quella. Si girò, fece un salto e dopo una corsa di alcuni metri sul
ponte si arrampicò su un oblò, fuori dalla portata di Lucía. Senza dubbio quel gioco
era fantastico. Se la stava spassando alla grande.
Lucía sospirò, sconfortata. Il pomeriggio si era rannuvolato e tutto faceva pensare
che potesse incominciare a piovere da un momento all’altro. L’ultima cosa che
voleva era che cominciasse a diluviare mentre girovagava per il ponte alla ricerca del
gatto.
— Vieni, Lucullo, sii buono, dai.
Mentre lo diceva si andò avvicinando lentamente al gatto persiano, ma ogni volta
che lo faceva, Lucullo semplicemente si allontanava di alcuni metri e l'aspettava, il
birichino. Lucía non aveva mai avuto un gatto e non sapeva che quando uno di quei
piccoli felini non vuole essere acchiappato è impossibile farlo. Se semplicemente
avesse finto disinteresse e se ne fosse andata, Lucullo sarebbe uscito trottandole
dietro, ma Lucía non lo sapeva, cosicché lentamente attraversò tutta la nave dietro il
piccolo animale arancione fino a che finalmente arrivò al reticolato di prua.
— Ti ho preso, piccolo stronzo. — mormorò Lucía, stringendo Lucullo contro la
recinzione.
Il gatto, rendendosi conto che il gioco era finito, si girò da una parte e dall’altra,
cercando disperatamente di trovare una via d'uscita. Poi, tra due stretti rotoli di filo
spinato vide un buco. Non era molto grande, ma comunque della misura giusta perché
un gatto in sovrappeso come lui potesse passarci, era da un sacco di tempo che non si
divertiva così. Come un fulmine, Lucullo si lanciò nel buco del reticolato, lasciandoci
attaccato un buon pugno di peli arancioni.
Lucía fece un ultimo gesto disperato per acchiapparlo, ma poté solamente sfiorargli
la coda. Frustrata, diede un calcio ad una tubatura mentre sciorinava una serie di
imprecazioni degna del miglior camionista.
— E adesso che facciamo, Lucullo? Dirò al tuo padrone che ci pensi lui a te,
dannato gatto.
Lucía si zittì improvvisamente. Un uomo si era affacciato da uno dei boccaporti del
ponte di prua, all'altro lato del reticolato, e dopo essersi acceso una sigaretta
camminava con calma verso il gatto con le mani in tasca. L'uomo, di circa trent’anni,
vestiva l'uniforme mimetica regolamentare dell'esercito americano e zoppicava
leggermente. Arrivando all'altezza di Lucullo si chinò e passò la mano sulla schiena
dell'animale che immediatamente cominciò a fare fusa di soddisfazione, mentre si
distendeva per quanto gli permettevano i suoi tendini. Il gatto aveva deciso che per
quel giorno era ora di smetterla di andarsene in giro.
Il soldato prese Lucullo in braccio e si avvicinò al reticolato, mentre lo grattava
dietro le orecchie. Cercò un buco attraverso la rete di filo spinato e con molta
attenzione passò il gatto attraverso il reticolato fino a depositarlo nelle braccia di
Lucía.
Lei lo fissò. Era alto, molto scuro, quasi giallognolo, coi capelli neri e profondi
occhi marroni. Era evidente che avesse sangue indiano, apache o azteco,
probabilmente. Per questo Lucía rimase molto sorpresa leggendo "Dobzhansky"
sull'etichetta del bavero dell'uniforme.
— Molte grazie... ehhhh, signor Dobzhansky. Se non fosse stato per lei non avrei
mai acchiappato questo teppista.
L'uomo rimase paralizzato un momento e improvvisamente scoppiò a ridere. Era
una risata fresca, sana, liberatoria. Guardò Lucía con un’espressione divertente e
gettò la sigaretta per terra.
— Il mio nome è Carlos, Carlos Mendoza — disse in spagnolo con un marcato
accento messicano. — Il Dobzhansky dell'uniforme non so nemmeno chi sia. Me la
diedero così quando arrivai da Gulfport, per questo suppongo che il maledetto biondo
che portava prima questa uniforme fosse morto da molto tempo o stesse passeggiando
come quelle fottute anime in pena, se mi permette l'espressione. Ma chi è lei,
signorina?
— Mi chiamo Lucía e vengo dalla Spagna — mormorò la giovane con un filo di
voce, come ipnotizzata davanti allo sguardo profondo del soldato. — La nostra barca
è naufragata in mezzo alla tempesta e l'equipaggio dell'Ithaca ci ha salvato, e poi
stavo seguendo Lucullo che era fuggito, ma non mi dava retta e allora...
Improvvisamente Lucía si rese conto che stava mormorando incoerenze, come ogni
volta che diventava nervosa. Imprecò interiormente. — Cosa le è successo alla
gamba? — domandò bruscamente, per cambiare discorso. — Sta zoppicando.
— Questo? — replicò il messicano, senza dargli importanza. — È stato l'altro
giorno, quando siamo scesi al porto per collegare quelle cazzo di tubazioni. Non è
niente.
— L’ha ferita un Non-Morto? — Lucía fece un passo indietro, inconsciamente.
— Sì, ma non è niente, signorina. In un paio di settimane al massimo, sarà guarito.
È stato un morso molto superficiale. Il bastardo mi ha attaccato da dietro mentre
stavo sparando. Non l’ho visto arrivare. Per fortuna gli mancava mezza mandibola,
quindi il morso non è stato troppo profondo.
Lucía rimase a guardarlo, come allucinata. Sapeva che il virus TSJ era
terribilmente infettivo, aveva visto come quegli infettati si trasformavano in Non-
Morti nel giro di minuti, e lì c’era quell'uomo, felice come mai davanti a lei, a
raccontarle che un maledetto Non-Morto l'aveva morso con la stessa semplicità con la
quale si dice "Sai, non crederesti mai chi ho incontrato al supermercato."
— Sei immune? Non ti infetta il TSJ? È incredibile!
Il soldato tornò a ridere, questa volta con una risata più amara. Aveva una voce
profonda che a Lucía ricordò quella di Benicio del Toro.
— Oh, indubbiamente no, signorina. Mi piacerebbe. La cazzo di verità è che non
c'è nessuno immune al TSJ. Nessuno. Questo virus è un bastardo della peggiore
specie, già. Una volta che ti prende, sei fottuto per il resto della tua vita.
— Allora, come diavolo...? — cominciò a chiedergli Lucía, ma in quel momento
sentì una voce alle sue spalle.
— Signorina, per favore, si allontani dalla recinzione. E tu, fottuto ilota, la stessa
cosa. A tre metri dal reticolato, lo sai. Non mi obbligare a dovertelo chiedere due
volte o ti faccio uscire le budella dalla schiena. Muoviti.
Lucía si girò. Due marinai dell'Ithaca e uno degli ufficiali dall’immacolata
uniforme azzurra della nave stavano in piedi, avvolti nelle cerate da tempesta e armati
con fucili M16. Portavano le armi senza sicura, e Lucía notò che benché non le
puntassero sul soldato, le dita erano appoggiate ai grilletti.
Carlos Mendoza alzò lentamente le braccia e si allontanò dal reticolato
camminando all'indietro, senza spostare lo sguardo dai marinai neppure per un
secondo. La sua espressione era un miscuglio di orgoglio, disprezzo e angoscia.
— Non vi preoccupate. — Dalla pronuncia suonava "preoccupppate". — Non l'ho
toccata, né lei né quel maledetto gatto. Stavamo solo parlando, nulla di più.
— È vero? — L'ufficiale guardava il messicano con un'espressione imperscrutabile
sul viso. — Non vi ha toccato?
— No — mentì Lucía, senza sapere molto bene perché lo stesse facendo. — Non
ci ha toccati, nessuno dei due.
— Bene, ritorni a poppa, per favore, e non si avvicini a questa zona senza prima
comunicarlo. Questi uomini sono criminali pericolosi, gente della peggior specie.
— Arrivederci, Lucía — la salutò il soldato, mentre svitava una fiaschetta e ne
prendeva un sorso. — Non ti dimenticare di Carlos Mendoza. Se hai bisogno di me,
dì che sei dei Giusti. Chissà, forse ci rincontreremo.
— I Giusti? Di che cosa stai...? — Ma l'uomo si era già girato e si stava
introducendo di nuovo nelle viscere della nave.
Lucía si voltò lentamente a poppa accarezzando Lucullo, mentre le prime gocce
del temporale cadevano sul ponte con un tonfo sordo contro il metallo caldo. Le
girava la testa come un vortice.
Una parte della sua mente lavorava a tutta velocità, pensando alla strana
conversazione che aveva appena avuto. Quell'uomo non era immune, ma tuttavia il
virus non sembrava colpirlo. Non aveva nessun senso. Aveva visto come gettavano a
mare i vari soldati feriti dopo una semplice cerimonia. Il TSJ li aveva uccisi. E
tuttavia quell'uomo e il gigante nero dal braccio tatuato continuavano a passeggiare,
come al solito, nonostante fossero stati infettati. Almeno a quanto sembrava.
D'altra parte non riusciva a togliersi dalla testa il sorriso sfacciato di quell'uomo e
la luce provocatoria dei suoi occhi. E quanto più ci pensava, più le sembravano
attraenti.
12

Il reverendo Greene non era mai stato un uomo attraente, ma quella mattina
l'espressione inacidita del suo viso non lo aiutava a migliorarne l'insieme. Nei suoi
settant’anni, piuttosto basso, asciutto e con le prime macchie dell’età a ricoprire la
sua pelle incartapecorita, era vestito col suo intramontabile abito grigio con fibbia
d’argento al collo ed il suo cappello Stetson in testa, come tutti i giorni da
quarant’anni. Ma il reverendo non era felice. Anche se il sermone del discorso della
mattina (Lodato sempre sia il Signore Gesù Cristo, Amen, Alleluja!) era stato
particolarmente ispirato, sapeva che c’era qualcosa che non andava. Per meglio dire,
il suo ginocchio sentiva che qualcosa non andava bene. E il suo ginocchio aveva
sempre ragione.
Alcuni zoticoni che avevano bevuto troppa birra e ai quali non piaceva la sua
presenza gliel’avevano rotto a Waynesboro, in Virginia, nel '74. Non che fosse una
lesione eccessivamente grave. Era una frattura molto comune negli sportivi, ballerini,
scalatori... e nelle vittime di una banda di ubriachi infuriati. La maggioranza della
gente che ha un infortunio a quell'articolazione normalmente si rimette senza
complicazioni in poche settimane. Alcuni rimangono invalidi per tutta la vita, ma altri
(Lodato sia il Signore, Amen, Alleluja!) non hanno conseguenze di nessun tipo.
Guarendo, alcuni scoprono che, come per magia, quel ginocchio rotto si è trasformato
in un infallibile rivelatore del cambiamento del tempo e sono capaci di indovinare,
con diverse ore di anticipo, che quel meraviglioso e primaverile giorno è ad un passo
da un pomeriggio di lampi e tuoni.
Il caso del reverendo Greene era stato leggermente diverso. Dopo cinque lunghe
settimane in un ospedale della contea di Rockbridge (aveva considerato che era più
prudente trascinare il suo culo fuori da Waynesboro mentre gli rimaneva ancora
qualche pezzo intero) finalmente lo dimisero. Quando uscì per strada la prima volta,
sentì che il ginocchio incominciava a fargli male, inizialmente con una pulsazione
lieve e lunga che divenne sempre più acuta e dolorosa man mano che passava il
tempo.
Credendo di essere sul punto di esplodere dal dolore, stava già pensando di
ritornare all'ospedale quando successe tutto.
Due uomini incappucciati uscirono da una gioielleria dall’altra parte della strada,
sparando a destra e a manca, mentre l'allarme del locale esplodeva con un suono
terribile. Un tipo abbastanza grosso, armato di fucile (probabilmente il padrone,
pensò Greene) uscì dal negozio dietro ai rapinatori. L'avevano tenuto sotto tiro fino a
quell’istante, ma in un loro momento di disattenzione aveva attivato l'allarme della
gioielleria che suonava coprendo qualunque altro suono. In quel momento era in
mezzo alla strada con una carabina che sembrava fatta per cacciare bisonti africani.
— Venite qui, FIGLIDIUNAGRANPUTTANA! — L'uomo ululava mentre
portava il calcio alla spalla e mirava ai rapinatori in fuga. — A me non mi fotte
NESSUNO!
Quando il fucile sparò, il rinculo dell’arma lo fece arretrare di mezzo metro, ma
l'anziano tornò a tirare l’otturatore dell'arma e sparò di nuovo. Nella schiena di uno
dei rapinatori apparve improvvisamente un enorme fiore rosso che spruzzava sangue
in maniera aritmica. L'uomo cadde a terra, proprio mentre il suo compagno si girava e
puntava la sua rivoltella contro l'anziano. La calibro 38 che aveva in mano sembrava
un giocattolo per bambini in confronto alla carabina da caccia del gioielliere, ma a
quella distanza era la stessa cosa. Il primo colpo entrò nel fianco dell'anziano, mentre
il secondo l'attraversò all'occhio destro, uccidendolo all’istante. In un ultimo gesto di
riflesso, il cervello del gioielliere aveva comandato al suo dito indice l'ordine di tirare
il grilletto, e benché il suo padrone fosse già morto, lo fece. La pallottola uscì,
lanciando all'indietro per due metri il corpo inerte del vecchio, mentre la testa del
rapinatore con la calibro 38 si trasformava in qualcosa di simile ad un barattolo di
marmellata di more che esplode, spruzzando in tutte direzioni.
Non erano passati più di dieci o undici secondi quando tutto ebbe inizio. La strada
rimase in silenzio. Eccetto che per il maledetto allarme che non la smetteva di
suonare. Odorava di polvere da sparo bruciata, e sangue e merda. Greene che era
rimasto in piedi durante tutta la sparatoria, incollato a una parete, cominciò
cautamente ad allontanarsi dai corpi caduti sulla carreggiata. Le prime sirene della
polizia suonavano già in lontananza.
Solamente allora si rese conto che il ginocchio aveva smesso di fargli male. Inoltre
si sentiva meglio che mai.
Non vi diede molta importanza, neanche quando a Gainsville, la settimana
seguente, il ginocchio cominciò a battergli di nuovo con forza, appena un'ora prima
che un autoarticolato saltasse un semaforo all'incrocio dove Greene stava prendendo
una tazza di caffè mentre pensava che cosa fare con gli ultimi ventisette dollari che
aveva in tasca. Quel camion investì una Chevrolet sulla quale viaggiava una famiglia
di cinque persone. Morirono tutti, compreso l'autista del camion.
In quel preciso istante il maledetto ginocchio smise di pulsare, apparentemente
soddisfatto per le morti che aveva visto così da vicino.
All’inizio pensò che non fosse più che una dannata casualità. Tuttavia, l'esperienza
si ripeté più volte, dovunque fosse, non importava cosa stesse facendo. Incominciava
come una pulsazione leggera che si andava trasformando in un dolore acuto e caldo
man mano che si avvicinava l'ora. A volte bastava che si allontanasse dal posto nel
quale si trovava perché il dolore diminuisse, fino a sparire. Se il giorno dopo leggeva
i giornali o guardava la televisione, scopriva che il posto dove era stato quando aveva
cominciato a pulsargli il ginocchio era stato lo scenario di qualche incidente terribile
o di qualche crimine spaventoso. C’era sempre, a prescindere da ciò che succedeva,
uno spargimento di sangue.
In altre occasioni, tuttavia, cedeva al fascino morboso della cosa. Non appena
iniziava a sentire il battito cominciava a camminare, inquieto, seguendo la direzione
che gli indicava quel macabro ginocchio, orientandosi con l'intensità del dolore come
un pipistrello si orienterebbe coi suoni, finché notava che il bruciore era talmente
forte da essere sul punto di svenire. Allora si nascondeva e aspettava.
E finiva sempre per succedere qualcosa.
Nel corso degli ultimi trentacinque anni era stato testimone di almeno quindici
incidenti stradali, diciannove omicidi, una decapitazione accidentale e due episodi di
violenza che erano finiti con la morte. E con sua grande sorpresa, aveva goduto in
ognuna di quelle occasioni (Anche se non lo avrebbe mai ammesso, neanche davanti
a Dio stesso).
Il passare degli anni aveva continuato a formare nella mente del reverendo Greene
una strana immagine di sé stesso. Aveva finito per accettare che quella strana
capacità di visione che possedeva fosse un dono del Signore (Lodato sia sempre il
Suo nome, Amen, Alleluja!).
Poteva sentire il Male. O meglio ancora, poteva anticipare l'arrivo del Male. Quello
lo trasformava senza nessun dubbio in un Profeta, in un Prescelto del Signore. E se
poteva profetizzare l'arrivo del male... non sarebbe stato automaticamente trasformato
in un messaggero celeste quando avrebbe predetto l'inevitabile arrivo dell'Anticristo
sulla Terra?
I suoi sermoni cambiarono radicalmente. Greene, settimo figlio di agricoltori semi-
analfabeti dell'Alabama, non aveva mai studiato. Si era lanciato per strada a predicare
la parola del Signore perché aveva sentito la chiamata. O piuttosto, perché così
evitava le bastonate di un padre alcolizzato e una madre con principi di schizofrenia.
Nonostante avesse una parola incendiaria, la sua conoscenza delle Sacre Scritture era
abbastanza carente. E quello, per un predicatore ambulante nella Bible Belt, non era il
miglior biglietto di presentazione.
Ma essere l'araldo dell'Apocalisse cambiava tutto. Il suo messaggio diventò
febbrile, quasi ossessivo. Il Signore puniva l'iniquità dei suoi figli sviati. L'empietà, la
sodomia, i democratici, i neri, gli ebrei, gli ispanici, i musulmani, i comunisti, la
musica tecno, tutto stava nell'enorme paiolo da stregone nel quale Greene cucinava le
sue prediche. Tutte quelle cose erano orribili e spiacevoli agli occhi del Signore, tutto
quello che si allontanava dai buoni e vecchi principi del Sud. L'arrivo di un nero, un
maledetto nero, si indignava Greene, alla Casa Bianca non era altro che una
dimostrazione in più della decadenza e della depravazione nelle quali affondava il
mondo.
E il Signore (Lodato sia sempre il Suo nome, Alleluja, Amen!) era infuriato e
presto avrebbe scatenato la sua giusta ira. E allora, un giorno, incominciò il Dolore.
La pulsazione del suo ginocchio diventò ritmica ed intensa, in un modo che Greene
non aveva mai sperimentato in quasi quarant’anni. All’inizio pensò che stesse per
accadere un crimine particolarmente spaventoso. Aspettò alcuni giorni, in attesa, ma
non successe niente, benché il battito continuasse ad aumentare di intensità.
Cominciò a consumare Vicodin come se fossero caramelle, ma il dolore non cessava.
Incapace di sopportare ancora quella tensione, decise che non sarebbe stato testimone
di quanto stava annunciando quel battito. Così, nel mezzo della notte smantellò la
tenda che utilizzava per i suoi sermoni, la caricò sul tetto del suo camper ed
intraprese la fuga verso il Sud.
Ma allontanarsi non servì a niente. Il Dolore lo seguiva come un cane fedele segue
il suo padrone. Dovunque fosse, per quindici giorni, il Dolore rimase incollato a lui,
come i resti di merda che rimangono incollati sotto la scarpa. Furono giorni confusi,
nei quali Greene, quasi delirando, conduceva mezzo incosciente il suo enorme
camper verso Sud, in maniera istintiva. Se avesse ascoltato via radio qualcosa di
diverso dalle emittenti cristiane avrebbe saputo che una pandemia virale si stava
estendendo per tutto il mondo e che era già arrivata negli Stati Uniti. Per quel motivo,
quando arrivò a Gulfport, Mississippi, il reverendo Greene non aveva nessuna idea
che l'Apocalisse che si supponeva dovesse annunciare era incominciata già due
settimane prima. Ma quello che successe fu un'altra cosa.
Una volta in città, il ginocchio smise di battere. Il Dolore sparì. Completamente.
Quello era senza dubbio un segno che doveva significare qualcosa, ma quando
arrivò a Gulfport stavano succedendo simultaneamente troppe cose. La Guardia
Nazionale stava cercando di evacuare tutti gli abitanti della città al Punto Sicuro che
si era stabilito nella vicina Biloxi. Dei settantamila abitanti che aveva Gulfport se
n’erano già andati via due terzi in maniera caotica e disordinata, e quelli che erano
rimasti erano troppo occupati a raccogliere le proprie cose per andarsene via. Per quel
motivo quando il vecchio camper di seconda mano di Greene entrò nella strada
principale della piccola città, quasi nessuno notò la sua presenza.
Greene lo vide chiaramente. Quella era l'occasione a cui era predestinato, per la
quale aveva atteso così a lungo. La Fine dei Giorni era arrivata, ma sapeva dove fosse
il rifugio dei Giusti. Sapeva qual era il luogo che sarebbe stato al riparo dall'ira del
Signore. Lì dove il Dolore non poteva arrivare.
Greene montò la sua tenda all'uscita della città, sulla strada che univa Gulfport con
Biloxi e immediatamente salì sul suo pulpito. Per la prima volta in molti anni sentì un
flusso di energia che lo scuoteva in tutto il corpo come una scarica elettrica. Perfino i
muscoli non gli dolevano mentre alzava il palo della tenda, perché sentiva che dentro
di lui ardeva la fiamma del Signore.
— Ascoltatemi! Fate attenzione, brava gente di Gulfport! Non fuggite da qui, non
avete nulla da temere! Questo luogo è santificato dal Signore e la pestilenza non
arriverà! La pestilenza NON ARRIVERÀ!
Continuò a sbraitare per ore, ma solo una ventina di curiosi, o qualcuno troppo
stanco per proseguire la strada, si fermarono vicino alla sua tenda per ascoltare il suo
sermone. Ma allora il Signore decise di aiutarlo, e fece attraversare il suo cammino da
Stanley Morgan.
Stanley Morgan, conosciuto tra i suoi concittdini come il Vecchio Stan, era il
sindaco di Gulfport ininterrottamente da quasi vent’anni. Bianco, anglosassone,
protestante e repubblicano fino al midollo, Stan pensava che ci fosse solo una
maniera corretta di fare le cose: la sua.
Per quel motivo, quando un elegante colonnello del corpo dei marines, con
l’accento del Rhode Island e l’aspetto da nordamericano si era piantato davanti la sua
scrivania per dirgli che doveva evacuare tutta la popolazione di Gulfport verso il
Punto Sicuro di Biloxi in quarant’otto ore, Stan aveva dovuto far ricorso a tutto il suo
autocontrollo per non mollargli un cazzotto tale da fargli saltare i denti bianchi.
Nessuno dava ordini a Stan Morgan, men che meno un presuntuoso
colonnellucolo. Evacuare la sua città? Sembra facile! Gulfport aveva resistito a mille
e una emergenze, tra le quali vari uragani (l'ultimo di essi, Katrina nel 2005, aveva
lasciato mezza città in macerie) e non era mai stata evacuata completamente. E Stan
voleva essere ricordato con una biblioteca col suo nome o un parco. Se lo meritava,
cazzo. E sarebbe stato impossibile se fosse passato alla storia come il sindaco che
aveva dovuto evacuare la sua amata città.
Così fece tutto quello che poteva per fingere di adempiere agli ordini di
evacuazione, ma senza realmente muovere un dito, con un occhio ai militari ed uno
alla televisione, dove poteva vedere in diretta come il mondo intero si stesse
sgretolando in poche ore.
Ma, come lui, centinaia di vicini vedevano attraverso la CNN come i Non-Morti
continuavano ad espandersi a macchia d’olio in tutto il paese, ed il panico si diffuse.
Dozzine di famiglie caricarono frettolosamente le loro cose nelle automobili e si
lanciarono per strada, in direzione Biloxi, dove i media informavano che si trovava il
Punto Sicuro più vicino. Naturalmente, non essendoci un'evacuazione organizzata,
l’unica cosa che ottennero fu un rapido collasso dell'Interstatale 10 che congiungeva
le due città. Decine di migliaia di persone rimasero bloccate in un enorme ingorgo di
traffico che si sarebbe trasformato, poche ore dopo, in una macelleria di dimensioni
enormi. Ma in quel momento nessuno sospettava che i Non-Morti fossero tanto
vicini.
Stan fece sfoggio di tutta la sua forza di volontà per impedire che i suoi cittadini se
ne andassero, ma non era tanto semplice, come convincerli che le carrozze della Fiera
della Zucca della Contea dovevano misurare più di sei piedi. Il panico aveva bloccato
qualunque barlume di razionalità. Argomentò, ragionò, supplicò e maledisse, ma la
maggior parte della gente, spaventata e temendo l'imminente arrivo dei Non-Morti,
semplicemente gli rispose "mi spiace, Stan, davvero, ma è che..." e saliva sulle
proprie automobili senza guardarsi indietro.
Finché il destino non mise sulla sua strada quel predicatore mezzo matto che sotto
una tenda montata male si sgolava sul ciglio della strada. E allora Stan ebbe un'idea.
L'uomo nella tenda aveva l’aria di essere uno di quei predicatori ambulanti che
tanto abbondavano nella zona e che vivevano di carità, di doni e, sospettava, di falsi
miracoli. In quel momento stava strillando qualcosa a proposito della Fine dei Giorni,
un argomento d'altra parte abbastanza comune nel Manuale del Predicatore, ma la
cosa veramente importante era quel che diceva alla fine. Gulfport. Gulfport era
sicura. In realtà, era l'unico posto sicuro in migliaia di chilometri.
Gulfport. LA SUA città.
Così, senza pensarci, salì sulla rognosa pedana del predicatore e alzò la mano.
— Buona sera, reverendo — disse mostrando il suo sorriso da squalo che l’aveva
aiutato a concludere tante compravendite immobiliari. — Sono Stan Morgan, il
sindaco di Gulfport, e credo che Dio l’abbia messa sulla mia strada.
Meno di due ore dopo la piccola tenda malmessa del reverendo Greene era sparita
e al suo posto venne innalzato un'enorme e moderno tendone che poteva ospitare più
di quattrocento persone, dal quale gli impiegati di Stan avevano ritirato
frettolosamente i cartelli delle Promozioni Immobiliari Morgan. Sotto di esso, con un
impianto stereo che poteva competere con quello dello stadio locale dei Gulfport
Merlins (in realtà era proprio l'impianto stereo dei Merlins) il reverendo Greene, con
Stan Morgan al suo fianco, fecero sì che fosse impossibile avanzare per l'interstatale
senza accorgersi di loro.
La combinazione del magnetico discorso di Greene, insieme all'impressionante
figura di Stan Morgan, un uomo conosciuto da tutti i suoi cittadini, fece sì che i
veicoli incominciassero a fermarsi; prima un paio di automobili, poco dopo tre o
quattro camioncini e, in poco meno di mezz'ora, una piccola moltitudine si riunì sotto
la tenda, dove Greene con voce roca annunciava che Gulfport era l'unico posto sicuro
del Mississippi. L’uomo, come ben sapeva Stan, è di natura socievole. Tende a fare
quello che fa la maggioranza. E vedendo quella folla piantata sotto il tendone sulla
corsia di emergenza, gli abitanti di Gulfport cominciarono a fare esattamente lo
stesso. Fermarsi e ascoltare.
Stan colse l'occasione per girare tra i suoi cittadini, ai quali le parole di Greene
sembrarono fare lo stesso effetto di una lieve carezza sulla schiena di un cane
terrorizzato. Improvvisamente, l'isteria collettiva si andò tranquillizzando, ed
improvvisamente quelli che prima non erano capaci di vedere altra soluzione oltre
alla fuga verso il Punto Sicuro di Biloxi, ora erano disposti ad ascoltare di nuovo
Stan.
— È un uomo santo — sussurrava Stan, mentre stringeva mani e distribuiva
manate sulla schiena. — Ha attraversato più di tre stati in quel maledetto furgoncino,
circondato da milioni di quegli esseri, e non ha subito neanche un graffio. Dev’essere
veramente benedetto dal Signore.
E la gente, spaventata, cominciò a guardare il reverendo con altri occhi bevendo
letteralmente le sue parole. Dopo settimane di intenso terrore, nelle quali le uniche
notizie che arrivavano erano di morte, devastazione e di quella misteriosa piaga di
Non-Morti in avvicinamento, la parola infuocata di Greene che parlava di salvezza e
sicurezza in casa propria, era musica per le loro orecchie.
E così, per la prima volta in quasi quarant’anni, grazie all'Apocalisse, il reverendo
Josiah Greene si trovò davanti ad una congregazione disposta ad ascoltarlo con
fervore.
E per molti mesi fu felice.
Fino a quella mattina, proprio mentre l'Ithaca entrava nel porto in mezzo ad uno
strepitio di sirene impazzite, in cui il suo ginocchio cominciò a battere di nuovo.
Molto debolmente, certo, ma quel battito era inconfondibile.
E improvvisamente, il reverendo Greene ebbe paura.
13

— Lucía! Viktor! Venite a vedere! Non ci posso credere!


Quando l'Ithaca entrò nel porto di Gulfport, non potei contenere un gemito di
stupore. La nave entrò molto lentamente nel canale di ingresso alla darsena trainata
da un paio di piccoli rimorchiatori che sbuffavano faticosamente enormi nuvole di
fumo mentre tiravano il colosso verso il suo ormeggio definitivo. Da ognuna delle
barche uscivano enormi getti d’acqua verso i lati, celebrando l'arrivo della petroliera.
Sui moli la gente si accalcava, salutando e agitando le braccia, mentre nel viale una
carovana di automobili circolava con gente affacciata ai finestrini suonando il claxon.
Sembrava che la follia si fosse impadronita di quella tranquilla città.
Non c’è da meravigliarsi, pensai. Con tutto il petrolio che portava l'Ithaca dentro le
sue stive, la popolazione avrebbe avuto combustibile a sufficienza per resistere
almeno per un anno. O forse meno, soprattutto se avessero continuato ad usare quegli
enormi Hummer neri che avevano l’aspetto di consumare combustibile a metri cubi.
Proprio una carovana di sei veicoli di quel tipo si stava avvicinando a tutta velocità
verso il molo, con un'autopattuglia che gli apriva il passaggio tra la moltitudine
festante che si accalcava nel viale. Con inquietudine, osservai che gli ultimi due
veicoli erano la versione militare dell’Hummer, senza porte, e che scortavano un
classico scuolabus americano. Dentro ognuno degli Hummer si raggruppava una
squadra di uomini armati con fucili d’assalto e con un braccialetto verde attorno al
braccio destro.
— Missione compiuta — disse il capitano Birley con soddisfazione, mentre
osservava il molo accendendosi la pipa. — Grazie alla benedizione di Dio Nostro
Signore Onnipotente abbiamo attraversato mezzo mondo e siamo tornati a casa senza
subire un graffio. Sia benedetto il reverendo Greene e benedetta questa imbarcazione,
non crede?
Stetti per rispondergli che la mezza dozzina di uomini che erano morti nel porto di
Luba e gli altri quattro che probabilmente erano già in fondo all’oceano come cibo
per pesci, in quel momento non fossero d’accordo con la sua definizione di "ritornare
senza un graffio", ma mi morsi la lingua. La cautela ci aveva mantenuto in vita fino a
quel momento ed era sembrata la politica più prudente.
— Chi c’è in quella carovana? — domandò Lucía, indicando la colonna di veicoli
che si era già fermata ai piedi del molo dove stavamo attraccando. — È il reverendo
Greene?
— Oh, no — sbuffò Birley. — È la Guardia Verde del reverendo. Sono gli addetti
al mantenimento della pace e dell'ordine nella città del Signore. Vengono fino
all'Ithaca per prendere quella marmaglia raggruppata a prua. E mi creda, signorina,
nel momento in cui l'ultimo di quei puzzolenti appestati abbandonerà la mia nave mi
sentirò molto meglio.
— Senta, non parli così di quella gente! — La voce di Lucía vibrava con una nota
di collera che mi sorprese. — Quella gente ha rischiato la vita per poter riempire di
petrolio la sua maledetta nave. Senza di loro il suo viaggio sarebbe stato un completo
fallimento. Inoltre, che diavolo importa se sono chicanos, neri o eschimesi? Quei
commenti sono disgustosi.
Il capitano Birley rimase a contemplare Lucía per un lungo momento.
L'espressione dei suoi occhi era minacciosa; osservò la ragazza come se non l'avesse
mai vista fino ad allora e si fosse materializzata in quel momento, per magia, sul
ponte della sua nave. Quando parlò lo fece biascicando le parole con un tono gelido
nella voce.
— Stia attenta a quello che dice, ragazzina. Sarebbe un peccato dover sculacciare
una giovane affascinante come lei. Lei è una donna, ed evidentemente non sa quello
che dice, ma gli uomini che sono addetti al suo controllo avrebbero dovuto educarla,
se mi permette l'osservazione.
— Ma chi ti credi di essere, pezzo di stronzo? — La rabbia di Lucía esplose
incontrollabile. Fortunatamente, era così arrabbiata che i suoi insulti erano in
spagnolo, lingua che Birley ignorava. — Razzista senza coglioni, succhiacazzi,
animale, maschilista!
— Lucía, controllati — le sussurrai all’orecchio, mentre la trattenevo. Se non
l'avessi fatto non ho il minimo dubbio che sarebbe saltata su Birley e gli avrebbe
cavato gli occhi con le sue mani.
— Hai sentito quello che mi ha detto? Hai sentito quello che ha detto di quella
gente? Se quello è il suo modo di pensare, questo è un malato contorto! — Lucía si
dibatteva tra le mie braccia, tentando di liberarsi.
— Sono totalmente d’accordo con te, ma ascoltami. Ascoltami! Non so che
diavolo stia facendo questa gente, ed è chiaro che se il colore della tua pelle non è
bianco hai buone possibilità di finire come carne da macello — le dissi, mentre le
tenevo ferma la testa per farmi guardare negli occhi. — Però questa gente è quella
che ci ha salvati, eravamo lontano da qualunque luogo da cui poter chiamare casa e le
nostre vite dipendono dalla loro volontà. Quindi, per favore, cerca di fingere un po' e
scusati col capitano.
Lucía sbuffò un grugnito furioso e si scrollò di dosso le mie braccia. Adirata, si
allontanò a grandi falcate verso l'altro estremo del ponte, incrociandosi con un
sorpreso Pritchenko che la guardò stupito.
— Che è successo? — domandò l'ucraino. — Sembrava una tigre siberiana
incazzata.
— Credimi, Viktor, una tigre siberiana è un gattino a confronto con Lucía in
questo momento. — Mi girai verso Birley che aveva assistito a tutta la scena in
silenzio e mi scusai. — Perdoni la reazione di Lucía, capitano Birley. È una ragazza
giovane, e impulsiva, ed inoltre credo che non si senta troppo bene.
— Oh, non si preoccupi, giovane amico — disse Birley, facendo un gesto con la
mano come per minimizzare la cosa. — Alla fin fine è solamente una donna. La sua
opinione non ha molta importanza, e inoltre tutto il mondo sa che il carattere
femminile è estremamente variabile, soprattutto in "quei giorni." Non è vero? Legami
brevi, amico, legami brevi, si fidi.
Birley finì la sua frase con una risata mentre mi dava una pacca sulla schiena. Io
sorrisi, sollevato dal fatto che lo scontro fosse stato interrotto. Avremmo vissuto
ancora un altro giorno.
Ma non potei evitare di sentirmi sporco e miserabile.
Nel frattempo, l'Ithaca era già stata attraccata al molo con alcune enormi cime
dello spessore della vita di un uomo, legata strettamente a delle bitte fissate
saldamente al terminale. Un gruppo di operai tese due passerelle a terra, una a poppa
e l'altra a prua. Lo scuolabus e le due Hummer militari si fermarono di fronte alla
scala di prua. Parte del gruppo di uomini che erano a bordo degli Hummer scese e
formò un perimetro attorno ai veicoli. Nel frattempo, un altro gruppo salì a bordo
dell'Ithaca e con secche grida, maledizioni e calci obbligò i soldati di prua a formare
un plotone compatto. Era sorprendente vedere come quegli uomini che si erano
battuti con tanto coraggio e valore nel porto di Luba, si comportassero
improvvisamente come un branco di pecore spaventate.
O piuttosto rassegnate. In mezzo al gruppo emergeva il gigante nero che aveva
capitanato l'assalto, e perfino da lì potei distinguere la rabbia che gli brillava negli
occhi. Se i suoi sguardi avessero potuto uccidere, almeno mezza dozzina di uomini
dal braccialetto verde sarebbe caduta stecchita seduta stante. Tuttavia si limitò
semplicemente a questo, a guardare. Quando gli uomini coi braccialetti verdi
cominciarono a spingerli verso la passerella, chinò la testa come gli altri e si unì al
gruppo che scendeva.
Una volta a terra, una delle guardie verdi passò un metal detector su tutto il loro
corpo, senza dubbio per accertarsi che non portassero nessun’arma nascosta tra i
vestiti. Un altro dei guardiani passò loro una bottiglia d’acqua e un terzo spuntò una
lista man mano che salirono sull'autobus.
— Tu ci capisci qualcosa, Viktor?
— Non ne ho idea — rispose il mio amico. — Ma se non altro sono sicuro che
quei messicani sarebbero in grado di fare carne trita delle guardie in men che non si
dica. Eppure li hai visti, come pecore al macello.
— È sorprendente, non è vero? — La voce di Strangärd, l'ufficiale svedese,
risuonò improvvisamente alle nostre spalle, spaventandoci, o almeno me. Dubitavo
molto che Viktor non si fosse reso conto che si era avvicinato qualcuno da dietro.
L'ucraino aveva occhi anche sulla schiena.
— Chi è quella gente? — domandò Viktor con voce secca, indicando le guardie
verdi.
— Quelli? — Strangärd guardò discretamente su entrambi i lati, per accertarsi che
nessuno ci ascoltasse prima di continuare a parlare. — Sono feccia. Rifiuti. Brutta
gente. Ex carcerati, quasi tutti. Se volete un consiglio, cercate di non incrociarne la
strada. E se sfortunatamente lo fate, cercate almeno di non farli arrabbiare troppo.
Prima colpiscono e poi domandano. Qui sono l'autorità. O per meglio dire, sono
l'esercito privato del reverendo, ed eseguono fedelmente i suoi ordini. Inoltre, la
maggior parte della popolazione di Gulfport li adora. Sanno che sono quelli che
permettono loro di vivere in pace e sicurezza.
Annuii come se avessi capito, benché la cosa non avesse alcun senso per me.
Osservai attentamente quegli uomini. Erano tutti corpulenti, quel tipo di fisico che
tradisce molte ore di esercizi con i pesi. La maggior parte vestivano pantaloni cachi e
camicie bianche con le maniche, con la fascia verde avvolta su uno dei bicipiti. Erano
tutti rasati, e alcuni avevano delle corte barbe ben rifilate dall’aspetto sinistro.
— Sembra che il tatuatore abbia fatto loro uno sconto comitiva — commentò
Pritchenko, sarcastico, mentre indicava discretamente i più vicini. Non ce n’era uno
che non avesse una parte del corpo coperta di tatuaggi. Croci uncinate si alternavano
con ragnatele, teschi e iscrizioni in lettere gotiche. Uno di loro aveva perfino la
leggendaria "White Pride" tatuata nella parte posteriore della testa. Un brivido
percorse la mia schiena.
Orgoglio Bianco. Quei tizi armati col braccialetto verde erano della Nazione
Ariana. La supremazia della razza bianca del fondo del pozzo sociale d'America. La
Nazione Ariana, un gruppo razzista che faceva sì che il Ku Klux Klan sembrasse il
Club della Tolleranza. Erano implicati in estorsioni, narcotraffico, omicidio e traffico
d’armi. Non un solo carcere del sistema federale di prigioni statunitensi si era liberato
del suo gruppo della Nazione Ariana. E invece a Gulfport erano la legge. Il quadro
che si andava dipingendo era sempre peggiore.
Tre di loro salirono in quel momento sulla passerella di poppa, proprio verso di
noi. Apriva il gruppo un gigante biondo con spettrali occhi azzurri, di circa
quarant’anni. Quell'individuo portava un'aquila d’argento agganciata al suo
braccialetto verde e la sua maglietta bianca cominciava a tendersi sull’addome, segno
di un'incipiente pancia da birra. Una svastica nera sbucava dal suo collo ed in ognuna
delle nocche portava tatuata una lettera. Se chiudeva i pugni e li metteva insieme si
poteva leggere HATE JEWS2. Un autentico angioletto.
Arrivando alla nostra altezza si fermò con le mani sui fianchi davanti a noi e ci
guardò dall'alto in basso con attenzione, soffermandosi con calma sul corpo di Lucía
che istintivamente incrociò le braccia ed abbassò la testa. Quel tipo incuteva timore.
— Così questi sono i pesci d’alto mare che Birley ha riportato — disse, senza
rivolgersi a nessuno in particolare. — Quando mi dissero che parlavano spagnolo
pensai che si trattasse di qualche merdoso messicano, ma tuttavia non hanno l’aria di
chicanos. Quello coi baffetti ha un'aria ariana, anche se sono così corti. Come mai
parlate la lingua dei panchos, amici?
— Europei. Siamo europei. — Mi affrettai a dire, prima che qualcuno dei miei
compagni potesse aprire la bocca. — Lui è ucraino e noi veniamo dalla Galizia.
Anche lì si parla spagnolo.
Dubitavo che il gigante tatuato sapesse localizzare l’Ucraina su una mappa, e
probabilmente era la prima volta che sentiva parlare di un posto chiamato Galizia, ma
quella spiegazione sembrò bastargli.
— Non mi importa da dove venite, finché siete bianchi, cristiani e non rompete le
palle al reverendo Greene — disse con un’alzata di spalle. — Sono Malachy Grapes e
dirigo la Guardia Verde del reverendo. Vegliamo affinché la brava gente bianca di
Gulfport possa vivere in pace e tranquillità. Se vi comporterete secondo le regole,
godrete di ogni tipo di confort. Se deciderete di fare di testa vostra, allora avremo un
problema.
Preferii non domandare che tipo di problema avremmo potuto avere, benché
potessi immaginarmelo. Grapes, nel frattempo, aveva inchiodato i suoi occhi su
Pritchenko che sosteneva tranquillamente il suo sguardo, senza minimamente battere
ciglio. L’omaccione avvicinò il suo viso a quello di Viktor finché i loro nasi
praticamente toccarono, ma l'ucraino neanche si mosse.
— Bene, vedo che abbiamo qui un galletto — mormorò Malachy Grapes con tono
minaccioso. — Vuoi avere problemi con me, nano? — Un coro di risate complici si
alzò dalle altre due teste rapate che l'accompagnavano.
Viktor inspirò profondamente, trascinando uno sputacchio dal fondo della gola. Per
un secondo pensai inorridito che volesse sputare il catarro in faccia a quel tizio, ma
alla fine l'ucraino si limitò a fare un leggero ruttino.
— Quei neri e chicanos che disprezzi tanto si sono giocati il culo in maniera
ammirabile, sai? — rispose l'ucraino con lo stesso tono di voce che avrebbe avuto se
stesse parlando del tempo. — Sicuramente, in quell'autobus ci sono un paio di
disgraziati che se ti beccassero senza i tuoi guardaspalle potrebbero farti il tuo bianco
culo come la bandiera del Giappone, quindi credo che sarebbe molto saggio da parte
tua non insultarli gratuitamente se sono nei paraggi. E no, non voglio avere problemi
con te, amico... per il momento.
Il tempo sembrò fermarsi per un secondo. Il viso di Grapes si fece di vari colori,
poi finalmente rise, e infine si allontanò da Viktor.
— Devo riconoscere che hai i coglioni, nano. Ma è meglio non con me o coi miei
uomini. Oggi è il tuo giorno di benvenuto e non devi avere problemi, ma non sarò
sempre tanto paziente. Ora andiamo. Il reverendo ci aspetta.
Seguimmo il gruppo di guardie verdi dalla passerella fino alla molo. Non
dovevamo portare nessun bagaglio, a parte un Lucullo ingovernabile, felice di essere
di nuovo a terra dopo tanti giorni per mare, un posto chiaramente non progettato per
un gatto. Strangärd, l'ufficiale svedese, ci accompagnava "come collegamento", come
ci disse mentre saliva dal nostro lato nella parte posteriore di uno degli Hummer. Il
capitano Birley era molto occupato a dirigere la manovra di attracco e il reverendo
voleva sentire di prima mano la storia del nostro salvataggio da parte di uno dei
membri dell'equipaggio. Era il secondo ufficiale di bordo, così era stato incaricato di
quella missione. Mentre gli Hummer sgommavano tra i ruggiti dei motori fui molto
felice che venisse con noi.
Era l'unico amico che avevamo lì. O per lo meno, qualcosa di simile a un amico. E
qualcosa mi diceva che nelle prossime ore avremmo avuto bisogno di tutto l'aiuto
possibile.
14

Gulfport era stata sempre una piccola città, quasi un sobborgo vicino a Biloxi.
Poche volte era stata nominata nei notiziari nazionali, e a dire il vero, non è che fosse
molto conosciuta nel grande stato del Mississippi (Lo stato della Magnolia, visitaci di
nuovo!), ma i suoi abitanti erano terribilmente orgogliosi della loro città per tre cose:
i Marlins, la sua Fiera della Zucca e per essere una delle basi permanenti di Sea Bees.
I Sea Bees facevano parte del Corpo del Genio dell'Esercito degli Stati Uniti dagli
anni quaranta. Il soprannome se l'erano guadagnato per il lavoro titanico che avevano
portato a termine nella Seconda Guerra Mondiale, montando praticamente dal niente
basi e piste di atterraggio, in qualunque atollo del Pacifico dove fosse necessario,
sulla strada per sconfiggere il Giappone. Dopo la guerra, il corpo aveva continuato a
crescere dotandosi ancora di più e dei migliori mezzi, fino a trasformarsi in una delle
unità più insolite dell'esercito statunitense. I suoi uomini probabilmente non
avrebbero mai vinto una gara di tiro (se è per questo la maggior parte di loro non
saprebbe neanche impugnare un fucile) però sarebbero stati in grado di montare
qualsiasi infrastruttura necessaria in qualunque posto del mondo. E Gulfport era la
loro casa.
Quando scoppiò la pestilenza, la metà del personale della base era in Afghanistan a
organizzare una via di rifornimento a Kabul. Si decise il suo rimpatrio urgente, ma i
posti in aereo scarseggiavano in quel momento, e le unità di combattimento, nella
situazione dove il mondo intero sprofondava nel caos, avevano la precedenza. La
verità era che gli aerei che dovevano andarli a prendere non decollarono mai. Se
qualcuno di loro era ancora vivo, sicuramente era sperduto tra le montagne afgane,
fuggendo dai talebani, dai Non-Morti o, cosa più probabile, da entrambe le cose.
L'altra metà fu spostata con urgenza nelle principali città del paese, per aiutare
nella costruzione frettolosa delle infrastrutture dei Punti Sicuri. E non era necessaria
troppa immaginazione per indovinare quale fu il suo triste destino.
Così quando Stan Morgan, il sindaco di Gulfport, si associò con quel rognoso
predicatore che si sgolava alla periferia della città, nella base dei Sea Bees di Gulfport
c’erano solo due dozzine di militari addetti alla manutenzione. Tuttavia, c'era il
materiale, enormi montagne di materiale, accumulato pazientemente da decenni.
Stan Morgan poteva essere un tipo ostinato ed ambizioso, oltre ad essere
sistematicamente infedele a sua moglie da più di venti anni e curiosamente
appassionato alle foto di ragazzine asiatiche minorenni di tredici anni, ma soprattutto
era un tipo sveglio ed ingegnoso. Quando ritornò dalla guerra del Vietnam, povero
come un topo, vide l'opportunità rappresentata dal mercato immobiliare emergente.
Promozioni Immobiliari Morgan fu il passo successivo e in meno di due anni si
trasformò in uno dei residenti più ricchi di Gulfport.
Quando Stan vide attraverso lo sfarfallante segnale della CNN che i Non-Morti
avevano iniziato a radere al suolo i Punti Sicuri, si rese conto che l'unica possibilità di
proteggere la sua città non era difenderla con le armi, come nel resto del paese, bensì
creando un ostacolo attorno ad essa, un ostacolo tanto grande e formidabile che
neanche una marea di Non-Morti fosse in grado di attraversarlo.
E allora si ricordò dei depositi di Sea Bees.
Il resto fu facile. Nei negozi militari all'ingrosso non c’era nessuno, e migliaia di
tonnellate di acciaio e cemento aspettavano pazientemente che qualcuno li usasse.
Dalla devastazione causata da Katrina, i Sea Bees avevano avuto tempo per cercare il
modo di evitare che i fiumi esondassero e le inondazioni distruggessero di nuovo
campi e città. I loro ingegneri avevano sviluppato un sistema geniale per creare dighe
di contenimento con l'aiuto di sbarre di metallo e cemento Portland modificato. Era
stato chiamato Unità Mobile per la Creazione di Dighe di Contenimento Auto-
fabbricate. I soldati della base, più irriverenti, lo battezzarono Cagamuro.
Il Cagamuro era un mostro orribile, un veicolo che sembrava il frutto di una notte
brava tra un autocarro e una locomotiva. Avrebbe potuto fabbricare un blocco di
cemento di massimo tre metri per due metri e mezzo nello stupefacente tempo di
quindici minuti, e la cosa migliore era che il muro usciva già mezzo impostato. Meno
di ventiquattr’ore dopo essere stato depositato in loco dal Cagamuro, il blocco era un
muro di cemento così roccioso e duro come se fosse messo là da anni. E nella base di
Gulfport c’erano non meno di venti Cagamuro.
Gli operai di Stan, lavoratori con molti anni di esperienza nella costruzione, non ci
misero più di sei ore nell'imparare a maneggiare quei mostri (con l'aiuto impagabile
dei manuali e di uno dei tecnici che fortunatamente era rimasto nella base) e in altre
sei ore, venti Cagamuro stavano tracciando un enorme perimetro di cemento armato
attorno all’intera città.
Così, in solo settantadue ore, Gulfport fu completamente circondata da un solido
muro di calcestruzzo alto tre metri, totalmente invalicabile per qualsiasi Non-Morto.
Era grezzo, brutto, grigio e sembrava la brutta copia del Muro di Berlino, ma compì
perfettamente la sua missione: i vivi dentro, i Non-Morti fuori. E questo, per Stan
Morgan, era l'obiettivo.
Oltre al Muro, gli abitanti di Gulfport potevano contare su molti altri fattori che li
aiutavano a difendersi. Il sud del Mississippi non era un luogo eccessivamente
abitato, e l’area era anche molto piatta, ed era disseminata da pantani e acquitrini così
impenetrabili che anche per un Non-Morto con molta forza di volontà sarebbe stato
difficile attraversarle.
Strangärd ci stava spiegando tutto questo mentre l’Hummer percorreva le strade
della città a piena velocità. La bandierina verde che ondeggiava sul cofano della
macchina sembrò dotarci di un potere speciale sulle norme del traffico, dato che non
riducevamo la velocità quando attraversavamo un incrocio, nonostante ci fosse
abbastanza traffico. Non riuscivamo a credere a ciò che vedevamo. La città era
normale, straordinariamente calma e prospera. Le persone attraversavano le strade,
pulite e ordinate, ed ogni tanto si fermavano a salutare o a parlare, ridendo e
scherzando come se l'inferno non fosse mai sceso sulla terra. I negozi erano aperti, i
giardini puliti e curati, e con mia sorpresa, anche i caffè e i ristoranti stavano
funzionando con totale normalità. Tutto era pulito, ordinato, bello e perfetto.
Fatta eccezione per il piccolo dettaglio che ovunque si guardasse si vedevano
solamente persone di razza bianca.
— Questo è... Sembra... — balbettai cercando di digerire la scena.
— Incredibile, non è vero? — disse Strangärd con un mezzo sorriso. — È come lo
scenario di una soap opera. Questa città era già un elegante sobborgo residenziale di
qualità prima dell'Apocalisse, ma ora lo è più che mai. La maggior parte delle
persone sono pensionanti, liberi professionisti liberali con le loro famiglie o ricchi
divorziati che sono scappati dall'estenuante vita di Biloxi per venire a vivere qui, e
sono stati fortunati ad assistere alla disfatta finale dalla parte giusta del muro di
cemento. — Aggrottò la fronte con una smorfia — Ed ora loro sono i semi della
società del futuro. Buffo, non trovate?
Non lo trovavo per niente divertente. Tutti quelli che vedevo, giovani, adulti e
vecchi, erano di aspetto sano, fiorente e ben nutrito, ad anni luce dall’aspetto
affamato e depauperato che avevano i superstiti di Tenerife. Indubbiamente Gulfport
non poteva avere più di trentamila abitanti, al massimo, mentre Tenerife era
sovraffollata da diversi milioni di rifugiati arrivati da ogni parte d’Europa al limite
della capacità di approvvigionamento dell'isola.
Ma non era solo quello. Tutte quelle persone avevano un aspetto rilassato e
compiaciuto, ben lontano dall’aspetto fatalistico e spaventato che avevamo noi che
avevamo affrontato di persona la fame, la distruzione e quei Non-Morti per lungo
tempo. Loro sembravano brave persone che erano riuscite a mantenersi all’interno
della loro isola felice mentre il resto del pianeta stava scivolando giù per lo scarico di
Satana.
— C'è una cosa che non capisco — chiesi — Come è possibile che queste persone
così... così.... classiche abbiano accettato come tutori della legge e dell'ordine questi
tipi duri? — Indicai verso Malachy Grapes e uno dei loro compagni che erano seduti
nei sedili anteriori, avvolti in una nube di fumo di sigaretta — sembrano galeotti.
— Sono ex detenuti — rispose Strangärd abbassando di nuovo la voce — Tutti,
nessuno escluso, sono vecchi inquilini del Centro di Massima Sicurezza di Parchman.
— E che diavolo ci fanno qui? — chiese Lucía. Era ancora arrabbiata con me, e
non mi aveva rivolto la parola da quando era scesa dalla nave.
— Andarono a Biloxi, a lavorare gratuitamente come manodopera nella
sistemazione dei migliaia di rifugiati. Per qualche errore amministrativo, quattro
autobus pieni zeppi di quei personaggi sono finiti a Gulfport. Quando arrivarono,
nessuno seppe bene cosa fare con loro e ai conducenti degli autobus non fregava
niente di quello che sarebbe successo. Loro volevano solamente scaricare il carico qui
e andarsene al più presto possibile verso il Punto Sicuro di Biloxi. Loro chiusero
semplicemente i camion, lasciarono le chiavi all’ufficio del capo di polizia e si
allontanarono correndo. I prigionieri restarono per ventiquattro ore negli autobus,
parcheggiati in pieno sole nella spianata di carico del porto. Quelli della Nazione
Ariana erano i più numerosi, ed erano più numerosi del resto dei prigionieri, così
quando si aprirono le porte, solo loro scesero dagli autobus. Il resto dei prigionieri
rimase lì dentro per sempre.
— Li assassinarono? — chiese Lucía.
Strangärd non rispose e si limitò a guardare dal finestrino, chiaramente
imbarazzato.
— Questo spiega come arrivarono fino a qui, ma non perché siano i soldati di
Greene — insistei.
Malachy Grapes, seduto sul sedile anteriore, diede un tiro alla sua sigaretta, un
sorriso feroce apparve sulla sua faccia. Oh, si ricordava perfettamente come era stato
quel giorno…
15

Gulfport, due anni prima

— Guardie! Guardie! Dove cazzo siete! Qui fa un calore infernale, cazzo!


Mentre gridava, il prigioniero colpì le sbarre sulla porta che separava il posto del
conducente dalla parte posteriore del veicolo. Le sue grida si mescolavano al rumore
creato dagli altri quaranta individui che gridavano, colpivano i finestrini dell'autobus
e bestemmiavano in tutti modi possibili. Era da un giorno intero che avevano
parcheggiato il mezzo in quella spianata e il calore stava quasi per farli impazzire.
Durante le prime ore le guardie si erano prese la briga di portar loro dell’acqua e
alcune razioni di cibo, ma era passato parecchio dall’ultima volta e la situazione
diveniva più esplosiva col passare del tempo. Uno dei prigionieri, un tipo grasso e
con la pelle rossa, era morto qualche ora prima per un attacco di cuore, e il suo
cadavere era stato gettato nella parte posteriore del veicolo. Il prigioniero che era
incatenato a lui, un nero con una bandana da pirata, aveva perso improvvisamente la
sua posa da duro e gemeva incessantemente mentre tirava inutilmente la catena che lo
teneva attaccato al cadavere del grassone che iniziava a gonfiarsi per il calore.
— Aiutami a liberarmi, cazzo — implorò. — Aiutami, per favore. Questo tizio
esploderà e mi contagerà con quella dannata cosa. Non voglio non morire! Aiutatemi,
vi prego!
Malachy Grapes, seduto alcune file più avanti fece un gesto sprezzante. Avrebbe
potuto facilmente liberare quel povero nero se avesse voluto, tagliando la mano del
grassone con il coltello nascosto sotto l'uniforme carceraria arancione, ma non si
mosse. Da un lato disprezzava quel ragazzo, e tutta la sua razza, dall’altra conservava
il coltello per un’occasione migliore. Il Giorno del Maiale stava per cominciare.
Li avevano tirati fuori da Parchman il giorno prima, insieme al resto dei carcerati, e
dopo aver viaggiato per varie ore li avevano abbandonati in quella spianata. Grapes
sapeva che non era un trasferimento. Nella prigione si sapeva tutto (e ancora di più se
eri il leader del gruppo locale della Nazione Ariana); inoltre, non aveva mai sentito
parlare di un trasferimento che coinvolgesse tutti i carcerati di una prigione.
In quell'autobus c'erano circa quindici membri della Nazione Ariana. Il resto erano
negri della banda dei Creeps, alcuni chicanos ed un paio di tipi asiatici, uno dei quali
il grasso polinesiano che era appena scoppiato e marciva nel fondo dell'autobus.
Grapes auspicava che la composizione del resto degli autobus fosse più o meno la
stessa. Dal suo finestrino poteva vedere altri tre mezzi parcheggiati ordinatamente di
fianco al suo. I carcerati all'interno di quei veicoli si trovavano nella loro stessa
situazione, se non peggio.
Anche se le guardie avessero cercato di ostacolarlo, c'erano molte forme di
comunicazione dentro la prigione, se uno sapeva come fare. Senza guardie che
vigilavano, e all’interno di alcuni autobus parcheggiati fianco a fianco, sarebbe stato
un gioco da ragazzi. Soltanto bisognava gridare un po' più forte. Cosicché durante le
ultime ore aveva cominciato a maturare un piano. Era l'occasione perfetta per un
Giorno del Maiale, così diede le istruzioni del caso che presto volarono agli altri
autobus.
— Quando iniziamo, Malachy? — Seth Fretzen, il carcerato seduto all'altro lato
del corridoio, si sporse verso di lui con occhi ansiosi.
— Tra poco, Seth, tra poco — mormorò Grapes a denti stretti.
Un liquido bianchiccio aveva incominciato a uscire dal labbro spaccato del
ciccione morto ed il delinquente incatenato al cadavere fu preso da un attacco
isterico.
— Questo bastardo sta per esplodere! Liberatemiiii! LIBERAMI, MALEDETTO!
Un carcerato cercò di alzarsi per dargli una mano, ma era incatenato a uno della
Nazione Ariana che approfittò del momento per assestare uno strattone alla catena
che li univa. Il carcerato cadde a terra in un groviglio di anelli e improvvisamente
scoppiò un’enorme rissa nella parte posteriore dell'autobus.
— Ora — disse semplicemente Malachy Grapes. — Ci siamo.
Seth Fretzen accese un pezzo di carta con un cerino che portava nascosto e ne
scosse dall'alto in basso la fiamma, vicino al finestrino con le sbarre. Nell'autobus di
fianco qualcuno ricevette il segno e fece la stessa cosa per il seguente.
Grapes non aspettò che la fiamma si spegnesse per incominciare il Giorno del
Maiale. Con un gesto folgorante, sfilò il coltello da cucina dalla sua manica e assestò
una pugnalata al collo del portoricano seduto affianco a lui. L’uomo, sorpreso, ebbe
solo tempo di spalancare gli occhi ed emettere un gorgoglio spento, mentre annegava
nel suo stesso sangue.
Seth Fretzen, nel frattempo, aveva afferrato la sua catena con la quale stava
strangolando il compagno di sedile, un nero della costa Ovest che parlava biascicando
la erre. Il tipo si dibatté alcuni secondi, ma era perduto. Quando Seth lo lasciò, le sue
braccia caddero inerti, come se fossero ripiene di segatura.
Malachy si girò per portare aiuto nella parte posteriore dell'autobus, ma i suoi
ragazzi avevano già la situazione sotto controllo. Erano la banda più numerosa in
quell'autobus, erano armati e inoltre contavano sul fattore sorpresa, così avevano
finito con gli altri carcerati in meno di un minuto senza alcuno sforzo. Uno solo dei
suoi uomini aveva un profondo taglio sul braccio, causato dal suo stesso coltello
mentre lo affondava nella nuca di un altro dei carcerati.
Con una scarica di adrenalina in corpo ruggirono, si congratularono, tirarono fuori
il petto e sputarono sui cadaveri caduti. Poi, semplicemente, si sedettero ad aspettare.
Non erano passate nemmeno due ore quando Malachy Grapes pensò per la prima
volta che forse non era stata una buona idea uccidere i negri e i chicanos.
Normalmente, in una situazione del genere, si aveva giusto il tempo di disfarsi
dell'arma del delitto prima che arrivassero le guardie.
Tuttavia lì non era comparso nessuno. E i cadaveri iniziavano a puzzare.
Grapes schiacciò con una manata una mosca golosa che gli si era posata sul collo.
La sua mente lavorava a pieno ritmo, mettendo a punto un piano alternativo, quando
improvvisamente qualcuno aprì la porta dell'autobus. Immediatamente, le quindici
teste rapate iniziarono a vociferare insulti contro le guardie, ma la loro voce si andò
zittendo a poco a poco, fino a che un pesante silenzio scese dentro il veicolo.
Invece delle guardie armate in tenuta antisommossa che si aspettavano, all'altro
lato della grata c’era un ometto sulla sessantina, vestito con un completo e con un
enorme cappello Stetson sulla testa. L'uomo teneva una Bibbia in mano e osservava
la scena della carneficina con un'espressione imperscrutabile sul viso.
Quel bastardo sta pregando, pensò Grapes, vedendo che le labbra dell'anziano si
muovevano senza emettere alcun suono. Finalmente, l'uomo dal cappello si grattò
distrattamente il ginocchio destro, tirò fuori un mazzo di chiavi dalla sua tasca e si
diresse verso la porta. A un tratto si trattenne, come se improvvisamente si fosse
ricordato di qualcosa.
— Siete uomini timorosi dell'ira di Dio? — domandò.
Grapes scosse la testa, chiedendosi se avesse capito bene.
— Come dice, reverendo? — rispose, mentre si domandava se tutta quella non
fosse un'allucinazione dovuta al caldo.
— Ho chiesto se siete uomini timorosi dell'ira di Dio. — replicò Greene,
pazientemente.
Grapes si alzò e il cadavere del portoricano cadde ai suoi piedi, come un pesante
fagotto. Fece un ampio gesto che abbracciava tutto l'autobus e si voltò di nuovo verso
l'ometto dall'altro lato dell'inferriata.
— Reverendo, guardi intorno a sé. Noi siamo l’ira di Dio, cazzo!
Per qualche motivo, quella risposta sembrò piacere all'anziano che assentì
soddisfatto.
— Vedo che avete pulito dalle scorie e dalle iniquità questo veicolo. Quegli uomini
di razze bastarde e inferiori non hanno posto nella Nuova Gerusalemme. — La sua
voce aveva un tono ipnotico che rendeva ancor più sprezzanti gli ariani che rimasero
in silenzio ascoltandolo. — Ma l'autentica malvagità sta lì fuori, sul punto di
scagliarsi su questo angolo protetto da Dio. Per questo io vi chiedo: volete che vi
liberi per essere lo strumento dell'ira del Signore?
— Saremo quello che lei vuole, reverendo, ma prima ci tiri fuori subito da questo
cazzo di autobus.
— Bene. — Il viso di Greene si illuminò come se avesse trovato la soluzione di un
rebus particolarmente difficile. — Ma prima, preghiamo per illuminare le vostre
anime. Inginocchiatevi.
— Che cazzo dice questo pazzo? — chiese Seth aspramente.
— Taci. — La voce di Grapes era tagliente, mentre i suoi occhi rimanevano fissi in
quelli di Greene, incapaci di allontanarsi dalla figura del predicatore. — Fate quello
che dice. Inginocchiavi e pregate. A chi non lo farà tirerò fuori i denti dal culo, a
calci.
Ubbidienti, i membri della Nazione Ariana si inginocchiarono e cominciarono a
pregare, seguendo i discorsi che Greene sussurrava, con gli occhi chiusi e le braccia
alzate verso il cielo. Un'espressione estasiata deformava il suo viso.
Finita la preghiera, Greene aprì la porta col pesante mazzo di chiavi che aveva
ottenuto al commissariato. Poi, cominciò a camminare per il corridoio, aprendo i
ceppi dei carcerati. Mentre camminava, passava sopra ai cadaveri inzuppati di sangue
degli altri detenuti uccisi come se non fossero più che mucchi di spazzatura. Ogni
volta che liberava uno degli ariani, gli offriva la sua Bibbia affinché la baciasse,
mentre gli imponeva le mani sulla testa.
Grapes dovette chinarsi affinché il piccolo reverendo potesse appoggiare la sua
mano sulla sua testa pelata. Nel momento in cui Greene lo toccò, Grapes sentì come
se una scossa elettrica lo avesse percorso dalla testa ai piedi. Ansimò, sorpreso,
mentre spalancava gli occhi e fissava Greene. Dovette appoggiarsi sul sedile, per non
cadere. Gli occhi del reverendo erano un pozzo nero pieno di fuoco. In mezzo alle
fiamme, Grapes credette di scorgere scintille di pazzia, ma tutto era seppellito in
mezzo ad un'oscurità malvagia e asfissiante, tanto densa che Malachy Grapes giurò
che si sarebbe potuta toccare.
C'era qualcosa di terrificante in quel reverendo, ma allo stesso tempo la forza
oscura che vi era annidata trasmetteva la sensazione più attraente che Grapes avesse
mai sperimentato. Nella prigione aveva conosciuto alcuni degli uomini più folli,
crudeli e malvagi che avesse potuto immaginare ma erano niente al confronto con
l'energia che irradiava ciò che vedeva negli occhi del reverendo. Grapes lo comprese,
lo temette e da quel momento cadde, completamente affascinato da quel potere.
Qualunque cosa fosse, lo amava.
— Chi dobbiamo finire, reverendo? — domandò, rispettosamente.
— Seguitemi e ve lo mostrerò — replicò Greene mentre scendeva dall'autobus
trascinando leggermente la sua gamba destra. Grapes l'osservò, sorpreso. Avrebbe
giurato che il predicatore non zoppicasse quando era salito sul veicolo.
All'esterno, Grapes scoprì che il resto dei suoi uomini erano già stati liberati dai
loro automezzi. In totale erano quarantaquattro gli ariani che si concentravano sulla
spianata, occhieggiando e guardandosi in giro come se non potessero credere di
essere all'aperto, senza catene, senza muri né guardie che li vigilassero.
Un furgoncino era parcheggiato proprio di fronte a loro. Sui suoi lati si leggeva
l'iscrizione

SERVIZI MUNICIPALI
GULFPORT
(La città che guarda il mare con gioia!)

Di fianco alla scritta c’erano due persone. Uno era un tipo alto e corpulento, con
l'aspetto che hanno le persone che sono abituate a farsi obbedire senza discutere.
L'altra era uno sceriffo di circa cinquant’anni, piuttosto basso, abbastanza trippone e
con una calvizie incipiente, che sembrava estremamente nervoso. Non c’è da stupirsi,
pensò Grapes. Probabilmente stava pensando a che cazzo fare se improvvisamente
avessimo deciso di diventare aggressivi. Ma lì nessuno voleva essere aggressivo. Il
reverendo aveva detto che aveva bisogno di loro per uccidere qualcuno. E, in quel
momento, Grapes avrebbe ammazzato sua madre pur di poter vedere un'altra volta la
forza nera che dormiva nello sguardo di quell'uomo.
— Non so se questa è una buona idea, reverendo Greene — disse il ragazzo alto
che sembrava essere importante.
Greene. Si chiama Greene.
— È una rivelazione del Signore in persona, sindaco Morgan. Dio mi disse che
Gulfport si sarebbe salvata come la Nuova Gerusalemme ed ora mi ha detto che
questi peccatori fanno parte del suo piano divino — replicò il reverendo, molto sicuro
di sé, mentre prendeva Grapes per la spalla e lo avvicinava a sé. — Quest’uomo si
chiama...
— Malachy Grapes — si sentì rispondere Grapes. La voce del reverendo sembrava
esercitare lo stesso incantesimo nel sindaco Morgan.
— Malachy. — Greene masticò il nome biblico, con diletto. — È un soldato di
Cristo e ucciderà quegli esseri senza problemi.
— Non so se è una buona idea armare questi individui. — La voce dello sceriffo
tuonò all'improvviso, piagnucolosa, mentre si torceva le mani con nervosismo.
Gulfport era sempre stata un posto tranquillo, lontano dalle grandi città. La cosa
peggiore con la quale avevano dovuto combattere i suoi agenti era qualche
adolescente birichino e qualche ubriaco ostinato, ed il fatto di avere quaranta
delinquenti armati con fucili da assalto in circolazione in città non gli ispirava
precisamente fiducia. Soprattutto se si teneva conto che rimanevano soltanto lui e un
aiutante al commissariato per affrontarli se le cose non fossero andate per il verso
giusto. Ma il reverendo sembrava COSÌ sicuro... E, da quando era arrivato, l’unica
certezza era che le cose erano andate stupendamente bene, mentre nel resto del
mondo tutto sembrava essere andato all'inferno. Fino a che, quella mattina, il
quartiere di Bluefont, a sud della città, si era visto invaso improvvisamente da quegli
esseri.
Stan Morgan guardò per alcuni secondi quell'enorme delinquente ariano e prese
una decisione.
— In questo furgoncino ci sono fucili d’assalto e munizioni. A cinque minuti da
qui c'è un quartiere della città che ha dei problemi. Sono apparsi almeno quindici di
quegli esseri e non sappiamo come stanno gli abitanti. Dovete entrare lì, liquidare
quei mostri e tirare fuori la mia gente. Ne siete capaci? — domandò.
Per tutta risposta, Grapes aprì la porta posteriore del furgoncino, tirò fuori un M16
e un caricatore e con la destrezza propria di qualcuno con molta pratica lo caricò e lo
armò in un batter d’occhio.
— Non so chi siano quei tipi — disse. — Ma le do la mia parola che stasera
ceneranno con Satana.
Grapes spartì le armi tra i suoi uomini. Nella parte posteriore del furgoncino c’era
una rugosa tela verde che qualche operaio aveva lasciato lì abbandonata. In un impeto
d’ispirazione, Grapes la tirò fuori e cominciò a farla a striscioline. Si annodò una di
esse al bicipite e passò il resto ai suoi ragazzi che immediatamente l'imitarono.
— Dal momento che siamo i soldati di Dio del reverendo Greene, cosa c’è di
meglio di un nastro verde, non crede? — disse con un sorriso da lupo.
Greene assentì con espressione compiaciuta, benché a Stan Morgan quell'idea
sembrasse piacere quanto un boccone amaro. Non gli piaceva perdere l'iniziativa, e
gli dava la sensazione di essere messo da parte.
— Non voglio sentire un lamento dai cittadini. Niente rubare, saccheggiare o
distruggere. Semplicemente, uccidete quei mostri e ritornate qui. D’accordo?
— Qualunque cosa comandi, capo — bisbigliò Grapes con tono ironico, mentre
faceva un gesto per riunire i suoi uomini. — Andiamo, ragazzi! Abbiamo qualche
culo da prendere a calci!
Meno di dieci minuti dopo erano all'entrata del quartiere di Bluefont. Il complesso,
costituito da circa trecento case, era situato all'altro lato di un profondo canale che
defluiva nelle paludi vicine, e poteva essere attraversato solo su due ponti. Quello del
lato meridionale, dove si trovavano, era custodito dall'aiutante dello sceriffo, un
ragazzo che era uscito da scuola la settimana prima, e da un pugno di cinquantenni
armati con fucili da caccia e con la faccia di chi si sta cagando sotto.
— I Non-Morti sono entrati dal ponte nord — disse uno di loro. — Il Muro non è
ancora chiuso da quel lato, e si sono intrufolati. Sappiamo che Ted Krumble e i suoi
ragazzi dovevano controllare il ponte, ma non so che diavolo sia successo. Li stiamo
chiamando per radio da un'ora e non rispondono. Abbiamo sentito degli spari e
un'esplosione, ma non sappiamo nient'altro.
Grapes assentì, circospetto.
— Chi sono questi... come li ha chiamati, Non-Morti? — domandò.
Gli altri lo guardarono stupiti. Infastidito, Malachy spiegò loro che nella prigione
non arrivavano molti giornali e non aveva idea di quello che stava succedendo.
Rapidamente, lo misero al corrente. Il delinquente soppesò con calma le
informazioni. Non è che non credesse a quei vecchi spaventati, ma sicuramente la
cosa non era così. Se si trattava solo di tizi con la rabbia, o qualcosa del genere, non
avrebbero avuto nessun problema. Non c'era niente che non si potesse curare con
un'iniezione di piombo di sette grammi.
Quando raggiunse l’altro lato si rese subito conto che qualcosa non andava.
Bluefont era il tipico complesso urbano americano di periferia, formato da una serie
di case con giardino dove i bianchi ricchi andavano a vivere non appena ne avevano
l'opportunità. Ma man mano che avanzavano non vedevano nessuno per strada. Su un
marciapiede, un tagliaerba messo di lato continuava a funzionare. Il cesto si era
staccato e l’erba appena tagliata si spargeva lungo il marciapiede al ritmo di una
leggera brezza.
Una piccola Subaru era impalata in mezzo alla carreggiata, col motore acceso e
tutti gli sportelli aperti. Grapes si avvicinò con attenzione e mise il braccio dentro
l'automobile. Girò la chiave e spense il motore. Il silenzio che seguì fu davvero
terrificante. Si sentivano solo alcuni vaghi gemiti, provenienti da qualche parte a
nord, a pochi metri.
— Trent, coprici, Kim con altri tre perquisite quelle case. Gli altri, formate gruppi
di tre e continuate a cercare casa per casa per assicurarvi che siano vuote. Se
qualcuno ruba qualcosa, anche una penna, farò in modo di strappargli i coglioni a
morsi. È chiaro?
Gli Ariani annuirono ubbidienti, e si divisero in gruppi. Grapes continuò ad
avanzare al centro della carreggiata, con tutti i sensi in allerta. Dietro di lui
camminavano altri tre Ariani, Seth Fretzen, un tipo piccolo e silenzioso chiamato
Crupps, e un uomo barbuto e grasso che chiamavano Sweet Pussy, Dio solo sapeva
perché.
Passando davanti ad una casa si fermò improvvisamente. La porta era aperta, ma
socchiusa, e c'era una pozzanghera di sangue fresco al suolo. Nella cornice della porta
qualcuno aveva lasciato l’impronta di una mano inzuppata di sangue appoggiandosi.
Una goccia scivolava lentamente dalla macchia, tracciando un sinuoso sentiero sul
legno bianco.
Qualcosa cadde a terra dentro la casa, andando in frantumi. Grapes guardò i suoi
uomini e indicò loro di restare incollati a lui verso il portico. Cominciò a salire
lentamente gli scalini, cercando di non fare rumore, benché questi scricchiolassero
lievemente mentre appoggiava i piedi.
Raggiunta la porta, la spinse con la canna del suo M16. L'interno era buio e fresco.
Da lì poteva vedere un ingresso che cedeva il passo a un salone in fondo. Sul lato
destro, una scala saliva verso il piano superiore. Macchie di sangue imbrattavano vari
scalini, e chiunque fosse aveva continuato a trascinare col suo corpo tutti i quadri
appesi alla parete della scala, infatti erano a terra, fatti a pezzi.
A gesti indicò a Seth e a Crupps di salire le scale. Lui, con Sweet Pussy incollato ai
talloni, attraversò l'ingresso ed entrò nel salone.
Era un salone che diceva ai quattro venti "guardami, il mio padrone è un tipo
fottutamente ricco." I mobili erano della migliore qualità, e c'era un sofà che
sembrava progettato per ospitare per lo meno una dozzina di persone. Nella parete era
appeso un televisore mostruoso e i tappeti erano tanto fitti che se una moneta fosse
caduta su di essi si sarebbe persa per sempre.
Sweet Pussy gli tirò una manica e gli indicò il pavimento. In un angolo, di fianco
ad un'enorme credenza, un vaso era stato fatto a pezzi. Doveva essere quello che
avevano sentito cadere quando erano passati davanti alla casa.
Qualcosa di graffiante risuonò da dentro la cucina. Evitando di pestare i pezzi rotti
del vaso, Grapes si andò avvicinando lentamente alla porta. E lì si fermò, attonito.
Una ragazza poco più che ventenne, alta, magra, col corpo scultoreo e vestita
unicamente con un minuscolo tanga si dondolava in mezzo al soggiorno, con lo
sguardo perso.
Questa è completamente fuori, fu la prima cosa che pensò Grapes, cercando di
allontanare lo sguardo dalle tette rifatte della ragazza. I capelli biondi e lunghi le
pendevano sulla metà del viso, nascondendo la sua espressione, e non sembrava
essersi accorta che i due uomini erano entrati nella stanza.
Qui c’è qualcosa che non torna. Il suo cervello lanciava ovunque segnali di
allarme, ma non era capace di localizzare il pezzo che non si incastrava. Sweet Pussy
entrò dietro di lui e vedendo la ragazza nuda spalancò gli occhi come due piatti.
— Accidenti! Ciao, bella! — esclamò, mentre si avvicinava alla ragazza. — Ti sei
imbambolato, Grapes? Per un paio di...
Successe tutto in una frazione di secondo. Sweet Pussy allungò una mano verso i
seni della ragazza (erano coperti di vene, di vene scoppiate) con un luccichio
lussurioso negli occhi. La ragazza alzò la testa (gli occhi, gli occhi sono morti,
dannazione) e prima che facesse in tempo a reagire, affondò i denti nel collo di Sweet
Pussy.
Il bandito lanciò un ruggito di sorpresa, mentre allontanava la ragazza da sé con
uno spintone. Col calcio dell'arma le sferrò un colpo alla testa che le devastò la
bocca. Grapes osservò affascinato la ragazza che si lanciava di nuovo verso Sweet
Pussy invece di cadere come un piombo, come se non fosse successo nulla.
Per Sweet Pussy le cose si complicarono subito. Tentò di colpire di nuovo la
ragazza, ma il morso gli aveva reciso la carotide, e anche se lui ancora non lo sapeva,
il suo cervello stava già morendo per mancanza di sangue. Stordito, sferrò un colpo
floscio e ampio, ma non poté evitare che la ragazza si gettasse di nuovo su di lui.
Rotolarono entrambi a terra, trascinando nella caduta una montagna di piatti che si
ruppero con fragore. Con una spinta l’allontanò da sé di un paio di metri e sparò col
suo M16 contro la ragazza.
I proiettili a punta cava esplosero all’impatto col corpo della ragazza, aprendole un
enorme buco sull’addome. La forza del colpo la spedì contro la parete con violenza.
Il suo corpo battè con forza contro il muro e scivolò lentamente, mentre i suoi
intestini cominciavano a fuoriuscire.
— Grapes... — gorgogliò Sweet Pussy da terra, mentre si metteva la mano sul
collo. — Grapes... ho bisogno... aiuto...
Grapes lo guardò, sapendo che era condannato. Il sangue sgorgava a fiotti regolari,
mentre il suo cuore pompava costantemente, cercando di alimentare un cervello che
moriva progressivamente. La luce della vita fuggiva dagli occhi di Sweet Pussy, ma
Grapes non gli prestò attenzione.
Perché la ragazza nuda si stava rialzando.
Con un gemito incomprensibile, cominciò a camminare verso di lui inciampando,
calpestando i cocci dei piatti rotti, mentre i suoi piedi si impigliavano nella fila di
intestini che uscivano incessantemente dal suo addome.
Grapes alzò la sua arma e sparò contro la testa della ragazza. La fronte della
ragazza si aprì come un'arancia marcia e nella parete dietro di lei apparve
improvvisamente un enorme graffito di sangue e ossa polverizzate. Solo allora la
ragazza cadde a terra, definitivamente morta.
— Alzati ancora se puoi, cagna. — Grapes si avvicinò alla ragazza con
precauzione e le diede un calcio nelle natiche. I suoi colpi avevano sradicato la parte
superiore della testa. Era morta e più che morta. All'improvviso, sentì un rumore alle
sue spalle.
Sweet Pussy si stava faticosamente rialzando, sbracciando come un ubriaco prima
di cadere. Grapes si voltò e quasi cadde indietro per l’impressione. Il collo del
detenuto era spezzato e la sua tuta arancione da carcerato era completamente
inzuppata di sangue. Ma la cosa peggiore era che la pelle di Sweet Pussy si stava
coprendo progressivamente di migliaia di piccole vene scoppiate che non cessavano
di estendersi per tutto il viso.
— Hey, Sweet Pussy — disse Grapes, notando un tremore sconosciuto nella sua
voce. — Hai un aspetto veramente brutto, amico. Credo che dovresti farti dare
un'occhiata a quella ferita...
Sweet Pussy non rispose. Al contrario, alzò la testa e guardò direttamente Grapes.
Aveva la stessa espressione priva di vita della ragazza. Con un grugnito sordo si
scagliò su Grapes, ma inciampò in una delle gambe della ragazza e cadde a terra,
finendo di rompere i piatti che non si erano ancora rotti.
Ora è come lei. Sono come vampiri, o qualcosa del genere. La mente di Grapes
lavorava a pieno ritmo, mentre alzava di nuovo la sua arma. A meno di un metro non
poteva fallire, e sparò tre colpi ben piazzati al petto e al cuore di Sweet Pussy.
L'Ariano (o ciò che restava di lui) si alzò di nuovo, come se invece di tre colpi Grapes
gli avesse lanciato baci.
— Sei morto! Devi essere morto, dannazione! — gridò Malachy Grapes, sentendo
per la prima volta la paura da quando era entrato nel riformatorio, a sedici anni. Col
sapore amaro del panico in bocca, selezionò il fucile in modalità automatica e con la
canna a meno di venti centimetri dalla faccia di Sweet Pussy aprì di nuovo il fuoco.
La faccia di Sweet Pussy semplicemente scomparve in una massa di gelatina rossa.
Cadde rigidamente all'indietro con forza sul cadavere della ragazza, dove smise di
muoversi definitivamente.
Tutta la stanza puzzava di sangue e polvere da sparo. Grapes si appoggiò al comò,
tremando per l'impressione. Non è possibile, non è possibile, si disse senza smettere.
Allora sentì degli spari al piano superiore della casa e un'esplosione in lontananza a
tre o quattro case di distanza.
Improvvisamente Malachy Grapes si rese conto che prendere a calci quei culi
sarebbe stato molto più difficile di quello che aveva immaginato.
Sei ore più tardi, trentatré Ariani esausti, tremanti e coperti di sangue si ritrovarono
all'entrata del ponte Sud. Avevano ripulito Bluefont, ma l'esperienza era stata costosa
e terrificante. Il reverendo Greene li aspettava, con un sorriso raggiante, e gli abitanti
presenti li guardavano con venerazione. I suoi ragazzi avevano salvato Bluefont. I
ragazzi di Greene avevano salvato Gulfport. In realtà, il reverendo doveva essere una
persona speciale. Una persona benedetta da Dio.
Mentre Grapes si avvicinava al reverendo, stanco e coperto di striature di sangue,
si chiese se c'era spazio per lui ed i suoi uomini in quel luogo. Ma, all'improvviso, fu
consapevole che all'esterno doveva essere peggio, molto peggio. E lo sguardo di
Greene (quello sguardo, quell'incredibile forza nera) lo colpì con una violenza quasi
fisica che lo fece boccheggiare, nel tentativo di respirare.
Fu in quel momento che Malachy Grapes si rese conto di aver trovato il suo posto
nel mondo.
Ed era un posto fottutamente divertente.
16

— Reverendo, sono già qui. — Susan Compton, la sua segretaria particolare, entrò
barcollando sulle sue corte gambe. Cinquantenne, era tracagnotta, miope e più brutta
di un drago, ma era tremendamente efficiente e manteneva l'ufficio del municipio in
ordine con mano ferrea da sedici anni.
— Falli passare, Susan — rispose Greene mentre girava attorno al suo tavolo e si
sedeva sull'enorme poltrona che un giorno era appartenuta a Stan Morgan (che Dio
l'abbia in Gloria, amen, alleluia). Il vecchio sindaco di Gulfport aveva avuto il buon
gusto di morire di un volgare infarto la settimana dopo aver nominato Greene suo
primo consigliere, ponendo al reverendo la città su un vassoio d’argento. Il ginocchio
gli martellava in modo intermittente da tutto il giorno, ma l'intensità del dolore era
aumentata di un grado.
La porta si aprì di nuovo e un gruppo di cinque persone entrò dietro la signora
Compton. Apriva la fila Malachy Grapes, il suo braccio destro, seguito da Strangärd,
il marinaio svedese che era arrivato a Gulfport dopo un avventuroso viaggio dalla
Virginia, dove l'aveva sorpreso l'Apocalisse. Ma la cosa più interessante erano le tre
persone che entrarono immediatamente dietro di loro.
Guidava il gruppo un uomo alto e magro, coi capelli neri arruffati e un'espressione
diffidente sul volto. Lo seguiva un tipo biondo, con baffi folti appena sotto due strani
occhi azzurri, ma la cosa migliore del trio era senza dubbio la ragazza che chiudeva il
gruppo, alta, giovane, molto bella e con un enorme gatto arancione addormentato tra
le sue braccia.
E, soprattutto, i tre erano bianchi.
— Benvenuti, figli miei, in questa Nuova Gerusalemme! Benvenuti a Gulfport,
casa dei Giusti, fortezza del Signore e punto di partenza dell'imminente Seconda
Venuta di Cristo! — Il reverendo si avvicinò e gli impose le mani. L'espressione dei
nuovi arrivati era confusa da quell’accoglienza, ma lo lasciarono fare.
— È stato un viaggio molto lungo fino a qui — replicò il tipo alto e moro.
— Non vedo l’ora di sentire tutta la storia dalle vostre labbra, ma prima, vorrei che
l'ufficiale Strangärd raccontasse come Dio si è posto nel tragitto della vostra salvezza.
— Il reverendo fece un cenno a Strangärd affinché si avvicinasse, mentre con l'altra
mano indicò discretamente a Grapes di lasciare la stanza. — Che la tua mano destra
non sappia quello che fa la tua sinistra, disse il Signore.
L'ufficiale svedese cominciò a raccontare come in mezzo ad una tempesta avevano
visto alzarsi alcuni bengala di emergenza molto vicino all'Ithaca e raccontò del
successivo salvataggio. Strangärd narrava le cose in maniera ordinata, concisa ed
efficiente, in modo molto professionale. Quando terminò la sua relazione si rilassò
leggermente e aspettò con pazienza che il reverendo gli facesse qualche domanda.
Per Greene era sufficiente. Era sicuro che più tardi la relazione che gli avrebbe
fatto il capitano Birley avrebbe coinciso completamente con quella dello svedese, ma
era meglio esserne assolutamente sicuro. Dieci occhi e orecchie erano ancora meglio.
Non veniva dalla Bibbia, ma suo padre lo diceva sempre, ed era uno dei pochi
insegnamenti utili di quel pazzo ubriacone.
— È sufficiente, caro Strangärd. — Greene gli prese il braccio e l'accompagnò fino
alla porta. — Non voglio rubarle altro tempo. Sono sicuro che il capitano Birley avrà
bisogno del suo inestimabile aiuto per lo scarico dell'Ithaca.
Lo svedese protestò, ma Greene fu inflessibile. Una volta che furono soli
nell'ufficio, invitò i tre naufraghi a prendere posto a sedere.
— Bene, ora potete iniziare — disse mentre si appoggiava allo schienale della
sedia.
L’uomo alto e bruno che, come disse, era un avvocato prima dell'Apocalisse, si
fece da portavoce. Ogni tanto il piccolo biondo aggiungeva qualcosa, e la ragazza si
limitava ad assentire, mentre accarezzava il gatto con aria distratta.
— ... fu quando arrivammo a Tenerife. — stava dicendo l'avvocato in quel
momento. — Fu una sorpresa scoprire che l'isola era piena di rifugiati provenienti da
tutta Europa che...
— Piena di rifugiati? — Sentendo questo Greene saltò su come una molla. — Cosa
intende per piena? Non c’erano Non-Morti sull'isola?
— No, l'isola era sicura, come Gulfport, ma le condizioni erano molto più penose.
Tutta quella moltitudine consumava enormi quantità di risorse, e c'era una gran
carestia, ma anche così si poteva vivere con una certa dignità.
— E non c'era nessuno che applicava leggi di purezza razziale in stile Hitler —
aggiunse seccamente la ragazza, con uno sguardo offeso negli occhi.
L'avvocato lanciò uno sguardo carico di avvertimenti alla ragazza, ma Greene non
le prestò attenzione. La sua mente funzionava a tutta velocità. Un'isola piena di
rifugiati! C'era un altro posto a parte Gulfport dove erano sopravvissuti
all'Apocalisse! Un sudore freddo percorse la sua schiena. Se esistevano altri punti
dove ancora esistevano degli umani, allora significava che Gulfport avrebbe potuto
non essere la Nuova Gerusalemme. Non erano gli unici agnelli salvati dal sacrificio
per il Signore.
Quindi... se non erano i soli... No, era impossibile. Lui era il Profeta. Lui era il
salvatore dei Giusti. Tutti a Gulfport credevano e rispettavano quell'idea che aveva
ripetuto più e più volte durante i suoi sermoni giornalieri. E quella convinzione era
quella che faceva sì che nessuno discutesse il suo ruolo di leader della comunità. Se
la gente di Gulfport avesse saputo che esistevano più luoghi, qualcuno avrebbe potuto
chiedersi se la sua salvezza non fosse dipesa unicamente dell'intervento divino
attraverso il reverendo. E questo avrebbe comportato inevitabilmente, a un certo
punto, che qualcuno mettesse in discussione la leadership di Greene. E che forse le
sue idee non fossero Rivelazioni del Signore.
Ciò non era possibile. Non poteva essere possibile.
L'avvocato terminò il suo racconto. Greene li guardò in silenzio per alcuni istanti e
finalmente si protese verso di loro con un enorme sorriso in faccia.
— Fratelli, fratelli! Siete come il figliol prodigo. Avete camminato per la lunga
valle delle ombre, ma finalmente siete nel posto del latte e del miele, dove il cervo e
il leone riposano alla stessa ombra. Non c’è dubbio che d’ora in poi la Repubblica
Cristiana di Gulfport sarà la vostra nuova casa.
— Lo apprezziamo enormemente, reverendo — disse l'avvocato con
un'espressione di sollievo sul viso. — Ovviamente, siamo disposti ad aiutare per
quanto necessario. Se c'è qualcosa che possiamo fare.
— Certo che sì, figliolo — replicò Greene — devo chiedervi un immenso favore.
— Cosa?
— Devo chiedervi di non raccontare a nessuno della vostra storia. E quando dico a
nessuno, intendo assolutamente nessuno. L'avete detto già a qualcuno?
— Il capitano Birley lo sa — replicò l'avvocato, dopo averci pensato un momento.
— Ma solamente lui. Adesso che me lo dice, nessuno degli altri ufficiali di bordo ci
ha chiesto niente. Nessuno fino ad ora.
Ben fatto, Birley, pensò il reverendo Greene, sai quello che ti conviene fare. E sai
anche mantenere in riga i tuoi uomini. Ora capisco perché quel maledetto svedese
voleva rimanere ad ogni costo.
— Bene — continuò Greene schioccando la lingua, mentre imbastiva una scusa. —
Questo va bene. Ho bisogno che manteniate il segreto per un semplice motivo. Se lei
informasse le buone e pie genti di Gulfport che ci sono dei bisognosi a Tenerife, o in
un’altra parte del mondo, insisterebbero nell’intraprendere una spedizione per andare
fin lì, a salvare tutti dall'oscurità e dal peccato.
— Comprendo — disse l'avvocato. Una spia si era accesa nei suoi occhi.
A Greene, abituato alle bugie e alle mezze verità, non sfuggì la lieve esitazione
dell'avvocato e gli sguardi nervosi che si scambiarono tra di loro. Gli stavano
nascondendo qualcosa. Non vogliono sentire parlare di Tenerife, o come diavolo si
chiama quel posto, pensò. Stavano fuggendo da lì quando hanno incrociato l'Ithaca.
Hanno paura.
— La brava gente di Gulfport intraprenderebbe il viaggio nonostante il rischio di
perire tutti nel tentativo, perché sono dei fedeli seguaci di Cristo. — Il reverendo
allargò le braccia, come se stesse abbracciando una folla immaginaria. — Ma sono il
mio gregge, e devo proteggere tutti loro. Non posso permettere che si lancino in una
missione suicida, per portare qui, nella sicurezza di Gulfport, tutte quelle genti. Per
questo motivo chiedo il vostro silenzio. Lo capite, vero?
— Ovviamente, reverendo — si affrettò a rispondere l'avvocato. — Può contare sul
fatto che le nostre labbra rimarranno sigillate.
— Ma la gente ha il diritto di sapere che ci sono altri sopravvissuti nel mondo! —
protestò la ragazza, indignata. — Se non lo sanno, in fin dei conti sarebbero come
prigionieri di questa città! Tutta quella gente, quegli iloti, hanno il diritto di decidere
se vogliono vivere da un'altra parte, e non come volgari carcerati!
— Lucía, credo che non sia il momento per quello — la interruppe l'avvocato,
bruscamente. — Il reverendo ci ha chiesto un favore, solamente un favore in cambio
della sua ospitalità, e credo che glielo dobbiamo.
Lucía aprì la bocca per aggiungere qualcosa, ma vedendo l'espressione severa
dell'avvocato ci pensò due volte e tacque. Invece cominciò ad accarezzare il gatto con
tanta forza che questo, sorpreso, lanciò un miagolio di protesta. La tensione tra i due
era evidente.
— Figliola, figliola — li interruppe Greene, con voce pia. — Lasciami raccontare
una storia. Molto tempo fa, all'epoca dei greci, esisteva una città chiamata Sparta.
Naturalmente, erano tutti empi idolatri che adoravano falsi dèi d’argilla ed erano
lontano dalla luce di Nostro Signore, tuttavia, sotto molti aspetti, erano una società
ammirabile. Gli spartani vivevano circondati da nemici che pretendevano di vederli
morti ad ogni costo, come succede oggigiorno. Per ciò, per sopravvivere, crearono
una casta, che chiamarono iloti, i quali si incaricarono di coltivare i loro campi,
curare il loro bestiame e facilitar loro tutte le cose materiali che necessitavano
affinché gli spartani potessero dedicarsi unicamente ed esclusivamente a difendere le
proprie mura. Lo stesso facciamo noi qui, ed è proprio per questo che abbiamo i
nostri iloti.
— E chi decide se una persona è ilota o no? — chiese Lucía, con un filo di voce.
— Dio nostro Signore, ovviamente — replicò Greene, sinceramente sorpreso. —
Adamo ed Eva erano bianchi, come gli Apostoli, come Mosé e tutti i profeti che
appaiono nella Bibbia. Fu Dio che decise così. Il resto delle razze sono miscugli
bastardi, come quegli sporchi chicanos, oppure sono il frutto diretto del peccato,
come i negri. Per questo ce l’hanno impresso sulla pelle. Permettendogli di vivere
sotto la nostra sacra protezione, stiamo facendo loro un favore, perché così possono
espiare le loro colpe.
Lucía fece uno sforzo titanico per controllare la risposta tagliente che le si stava
formando in gola. L'ucraino, da parte sua, si mosse a disagio sulla sedia. Solamente
l'avvocato manteneva un'espressione impenetrabile sul viso, senza lasciar trasparire la
minima emozione.
— Reverendo — cominciò a dire, cercando di controllare il tono della voce. — Da
dove veniamo noi quella forma di pensiero è mal considerata. Spero che capisca...
— No! — lo interruppe Greene, tagliente, dando una forte manata sul tavolo. — È
così e non c’è nulla da discutere! Per colpa della trascuratezza, della tolleranza e
dell'edonismo Dio ha punito la razza umana! Per anni ho annunciato che doveva
succedere, e mi hanno ignorato! Mi hanno ignorato! Capite? Mi hanno ignorato fino a
che non fu troppo tardi! Io ho ragione! Io sono il Profeta! — Greene si era alzato e
gesticolava parlando, con occhi febbricitanti. La cravatta si era disfatta e lanciava
minuscole particelle di saliva parlando. — Convivendo con froci, comunisti, negri,
indi e chicanos! Accettando un nero come presidente di questo paese! Dio ha
scatenato la sua ira, e finché non riprenderemo la retta via non avverrà la Seconda
Venuta! Se non accettate questa verità, allora non c’è posto per voi a Gulfport!
Greene si accasciò sulla sedia, ansimando. Prese una brocca d’acqua e si servì un
bicchiere con mano tremula. Bevendo, rovesciò alcune gocce sulla sua pettorina.
— Ebbene? — domandò. — Qual è la vostra risposta? Qual è il vostro lato del
Muro?
— Noi... — cominciò a dire l'ucraino.
— Noi accettiamo la sua ospitalità e le sue regole, reverendo Greene — lo
interruppe rapidamente l'avvocato. — Saremo dei bravi cittadini di Gulfport, glielo
promettiamo.
— Ma questo è... — intervenne Lucía, ma tacque immediatamente. L'avvocato la
guardava con un eloquente “stai zitta” scritto negli occhi.
— È sua moglie? — domandò il reverendo.
— È la mia compagna, sì, ma non vedo che...
— Sarà meglio che impari quanto prima a metterla in riga, caro amico. "Non
permettere alla donna di insegnare, né di esercitare dominio sull'uomo, ma deve
stare in silenzio", Timoteo, 2,11. — recitò a memoria lo stimabile Greene
accarezzando la sua Bibbia. — Proprio il Signore ci indica qual è il posto delle
donne. Sono madri e mogli, ma non hanno capacità per pensare, né per prendere
decisioni. Il loro cervello non è fatto per pensare, com’è evidente.
— Non si preoccupi, reverendo, imparerà a controllare la sua lingua — rispose
l'avvocato, guardando Lucía in modo eloquente. Questa, rossa di rabbia e di
umiliazione, teneva la testa bassa e accarezzava con forza il gatto che miagolava
scomodo.
— Bene, in questo caso, credo che abbiamo finito. La signora Compton vi
indicherà la vostra nuova casa quando uscite. C'è un mucchio di spazio libero a
Gulfport e credo che quando vedrete dove vivrete, sarete...
La porta si aprì improvvisamente, interrompendo il reverendo. E adesso che
succede, rimuginò Greene. Quella stava diventando una riunione molto più difficile
di quanto aveva previsto.
Malachy Grapes rimase in piedi sulla porta, con un’aria nervosa. L'Ariano si
dondolava inquieto sui piedi, come se avesse un’urgente voglia di orinare.
— Che cosa succede, Malachy? — domandò Greene, senza disturbarsi a
nascondere il tono infastidito della sua voce. Tutto il mondo sapeva che nessuno
doveva interrompere il reverendo salvo per cause di forza maggiore.
— Sono gli iloti dell'Ithaca, reverendo. Ci sono problemi. Un gruppo di chicanos si
rifiuta di accettare il pagamento concordato. Stanno reclamando qualcosa, ma non ho
idea di quello che dicono. Non parlano inglese, solo quel gergo di merda di spagnolo.
— Grapes si portò la mano alla bocca. — Scusi il mio linguaggio, reverendo.
— Come osano! — Il reverendo si alzò e puntò il suo dito calloso contro Grapes.
— Dai loro una lezione! Decimali! Uccidete la metà di loro affinché imparino qual è
il loro posto!
— No! — gridò improvvisamente Lucía. L'avvocato e l'ucraino si girarono verso
lei, sorpresi per la nota di passione nella sua tremula voce. — Non li uccida,
reverendo, la prego!
— Chiudi il becco, ragazza! — la interruppe il reverendo. — Grapes, sai già quello
che devi fare.
— Come lei ordina, reverendo.
L'Ariano si girò per uscire, ma in quel momento l'avvocato si alzò. E adesso tu che
vuoi, pensò Greene.
— Aspetti un momento, reverendo — intervenne. — Io parlo spagnolo
perfettamente. In realtà è la mia lingua madre. Se mi permette di parlare con loro,
forse posso capire cosa vogliono e così eviteremmo un inutile spargimento di sangue.
Greene si sedette, riflettendo sulle parole dell'avvocato. Avevano centinaia di iloti
ed erano facilmente sostituibili, ma la situazione tra di loro era già molto esplosiva.
Una purga non avrebbe aiutato a calmare gli animi, e non poteva correre il rischio di
affrontare una rivolta. Non in quel momento.
— D’accordo — assentì, mentre si metteva il cappello. — Venga con me. Sua
moglie e il suo amico possono andare alla vostra nuova casa. La signora Compton li
accompagnerà.
E senza aggiungere altro, uscì dalla stanza. L'avvocato scambiò alcune parole
affrettate coi suoi compagni, strapiene di smanie e gesti infuriati, ma Greene era
troppo arrabbiato per accorgersi di quel dettaglio. Che risolvano i loro problemi in
casa propria. Io devo sistemare quelli in casa mia.
Grapes aspettava davanti alla porta del municipio, al volante dell’Hummer col
motore acceso. Il reverendo salì sul sedile posteriore, mentre l’allampanato avvocato
si sedeva davanti. Andarono verso nord per alcuni minuti, in un silenzio totale,
ognuno immerso nei propri pensieri. Quando finalmente arrivarono, l’Hummer si
fermò vicino a un ponte che attraversava un largo canale. Entrambi i lati del braccio
d’acqua erano circondati da un alto muro di cemento ricoperto di filo spinato. Sul
ponte, accanto ad un cartello arrugginito e coperto di fori di proiettile con la scritta
"Welcome to Bluefont!", si alzava un'enorme torre d’acciaio, con riflettori nella parte
superiore, che ricordava un barbacane medievale. Nella parte alta della torre di
vedetta, due Ariani, nascosti dietro mitragliatrici M60, coprivano la porta d’acciaio
che chiudeva il ponte. Dall'altro lato della porta un gruppo di una cinquantina di iloti
gridava e gesticolava, e al tempo stesso scagliava calcinacci e bottiglie vuote contro
la torre. Nessuno di loro era armato, poiché gli iloti non avevano accesso alle armi
entro i confini di Gulfport.
— Bene, figlio mio — disse Greene, scendendo dal veicolo. — Questa è la tua
opportunità. Dimostrami che cosa sai fare.
L'avvocato uscì dall’Hummer e s’incamminò verso la pesante porta di acciaio. Un
Ariano appostato nella parte bassa aprì una porticina per permettergli di passare. Non
appena attraversò la porta, si affrettò a chiuderla dietro di lui.
Gli iloti situati all'altro lato del ponte si andarono zittendo non appena videro la
figura inquieta dell'avvocato. Respirando profondamente, si diresse verso di loro,
dimostrando più sicurezza di quella che realmente aveva.
— Salve a tutti — salutò in spagnolo. — Vengo a nome del reverendo Greene.
Cosa sta succedendo qui?
Un uomo alto e moro, con un'uniforme militare con scritto "Dobzhansky" sulla
tasca superiore destra, si staccò dal gruppo.
— Sono Carlos Mendoza — disse in tono provocatorio. — Chi sei tu, e che cosa
vuoi?
— Sono la persona che può evitare che i tipi lì dietro — alzò il braccio e indicò i
due Ariani alle mitragliatrici — vi eliminino tutti in meno di un minuto, se non mi
dite che diavolo volete. Quel Greene sembra essere sufficientemente pazzo da
ordinargli di aprire il fuoco, e gli manca molto poco per farlo, quindi torno a
chiedervi: che cosa succede qui?
— Ci hanno ingannati! — ruggì una voce dalla folla. — Ci hanno promesso dieci
litri a persona, e ce ne hanno dati solo tre!
Un coro di voci cominciò a protestare all'unisono, sostenendo quelle parole.
L'uomo chiamato Carlos Mendoza fece un gesto affinché stessero in silenzio. Come
lo ottenne si rivolse nuovamente all'avvocato.
— Li hai sentiti — disse. — Ci devono sette litri di Cladoxpan a persona, a tutti
quelli che sono andati sull'Ithaca. Di' al tuo reverendo che finché non ci dà quello che
ci appartiene, non ci muoveremo da qui.
— Cladoxpan? — domandò l'avvocato, confuso. — Cos’è? Un liquore?
Il viso di Mendoza si accese di sorpresa a sentire ciò.
— Mi prendi per il culo? Com’è possibile che tu non sappia che cos’è il
Cladoxpan? Da dove sei uscito? Aspetta un momento. Non sarai uno dei naufraghi
salvati dall'Ithaca in alto mare?
L'avvocato annuì, a disagio. L'altro, vedendo il gesto, sghignazzò lugubremente.
— Quei cazzo di idioti sono così vigliacchi che neanche osano venire di persona su
questo lato della barricata. Mandano un povero stupido che neanche sa di cosa si
parla. Nessun poppante, amico.
— Se mi spieghi di cosa stiamo parlando chissà che non possa aiutarvi — rispose
l'avvocato con calma. — Altrimenti, sarà impossibile.
— Il Cladoxpan è un farmaco — chiarì pazientemente l'altro, come se parlasse a
un bambino. — Mantiene le concentrazioni di TSJ a livelli molto bassi e ci permette
di continuare a vivere come persone. Siamo tutti infettati da quel cazzo di virus, e se
non beviamo almeno mezzo litro al giorno di quella soluzione, allora siamo fottuti.
Capisci adesso, ragazzo bianco?
L'avvocato inspirò l’aria, pensoso.
— Cioè, è come un palliativo? Cioè, quel Cladoxpan non elimina il TSJ, ma lo
debilita quanto basta perché non faccia effetto.
— Vedo che sei intelligente — disse Mendoza con voce amara. — È come
l'insulina per i diabetici. Finché lo assumiamo tutto andrà bene, ma se smettiamo di
prenderlo... allora è finita. E quel bastardo ci deve sette litri a persona! Ci ha
promesso dieci litri per navigare su quella cazzo di barca e lo abbiamo fatto! Ora
tocca a lui!
— Come vi siete infettati? — chiese l'avvocato, curioso, ignorando le richieste di
Mendoza.
— E come pensi che sia successo, stronzo? — replicò Mendoza, sollevando una
manica dell’uniforme. Sulla spalla brillava un'enorme cicatrice di qualcosa che non
poteva essere altro che un morso umano. Gli mancava perfino una parte del muscolo.
— Di' al tuo reverendo del cazzo che se non ci dà quello che ci deve, non ci
muoveremo di qui. Intesi?
L'avvocato annuì e si allontanò lentamente verso il portone d’acciaio sul ponte.
Una volta che fu dall'altra parte andò verso Greene che lo aspettava impaziente vicino
al veicolo. Al suo fianco, Malachy Grapes abbaiava ordini a un gruppo di Ariani
pesantemente armati che stavano salendo sulla torre.
— Allora? Che cosa vogliono? — domandò il reverendo.
— Dicono che deve loro sette litri a persona di qualcosa chiamato Cladoxpan.
Dicono che lei glielo ha promesso in cambio della partecipazione all'operazione di
Luba. E dicono anche che finché non glieli da, non pensano di muoversi da lì.
Il reverendo arrossì improvvisamente, accecato dalla rabbia. Il suo labbro inferiore
incominciò a tremare, incontrollabile.
— Ma chi si credono di essere? Bastardi ispanici sporchi e puzzolenti! Li ucciderò
tutti! La farò finita con loro! Farò in modo che l'ira del Signore li punisca a ferro e
fuoco! Non permetterò una simile insolenza!
— Aspetti, reverendo — lo interruppe l'avvocato. — Non credo che sia una buona
idea. Ammazzarli non risolverà il problema, e Gulfport perderà un mucchio di uomini
preziosi in cambio di niente. Io ho visto personalmente come si sono battuti nel porto
di Luba e posso assicurarvi che sono autentici cinghiali. Se li uccide, ci vorrà molto
tempo per addestrare altri uomini che siano in gamba come questi e la città rimarrà
senza un buon gruppo di iloti. — Improvvisamente aggiunse, come se fosse il frutto
di un'ispirazione repentina — Inoltre, sarebbe un'offesa per Dio distruggere uno
strumento così utile come quello che vi ha messo in mano, reverendo.
Non farmi la predica, ragazzo, fu il primo pensiero del reverendo Greene.
Tuttavia, seppe apprezzare la validità del ragionamento di quell'uomo. Forse non era
una cattiva idea, dopotutto.
— D’accordo — convenne minaccioso. — Ma daremo loro solo cinque litri a testa.
Non uno di più. E non è negoziabile. O accettano questo oppure ordinerò alla mia
Guardia Verde che li stermini spietatamente. Sarò come il contadino che strappa la
gramigna tra le sue viti. — Dicendo questo, salì di nuovo sull’Hummer, senza
guardare nessuno.
Soddisfatto, l'avvocato corse di nuovo all'altro lato del muro, dove gli iloti lo
aspettavano ansiosi. Al suo arrivo trasmise loro l'offerta del reverendo Greene in
poche parole. Gli iloti discussero per alcuni istanti, con gesti imbronciati, e
finalmente accettarono.
— D’accordo — disse Mendoza. — Di’ al tuo reverendo Greene che accettiamo.
Ma non finisce qui.
L'avvocato annuì sollevato. Mentre si allontanava, sentì che Mendoza lo chiamava
alle spalle.
— A proposito! — Il messicano era ancora nello stesso posto, con un sorriso fiero
sul viso. — Porti i miei saluti a Lucía da parte di Carlos Mendoza. Le dica che la
ricordo con affetto e che spero di vederla presto. Una sua visita sarà benvenuta.
E detto questo si allontanò, lasciando l'avvocato con un'espressione perplessa e un
vortice di sentimenti inquieti nel cuore.
17

Quando uno degli uomini di Grapes mi lasciò davanti alla casa che ci avevano
assegnato, era già quasi notte fonda su Gulfport. Una lieve pioggerellina cadeva
disegnando strane forme nelle pozze di luce dei lampioni. Faceva freddo e sentivo la
pioggia penetrarmi nelle ossa, ma una sensazione ancora più fredda invadeva il mio
animo.
Ero sporco, stanco ed emotivamente svuotato, ma anche così riposai un momento
prima di entrare. Cercai di ritardare l’inevitabile. Non avevo alcuna voglia del
confronto che mi aspettava all'interno. Infine, salii i gradini del portico ed entrai nella
mia nuova casa.
Era la tipica casa di un ricco sobborgo, su due livelli, giardino davanti alla porta,
portico di legno e garage addossato al lato. L'interno era accogliente e ampio, con una
mobilia elegante, benché al limite tra il cattivo gusto ed il bizzarro. Da una parete
pendeva un'enorme foto incorniciata di Charlton Heston davanti ad una folla
dell'Associazione Nazionale Armi da fuoco mentre sorreggeva in alto un fucile.
— Finalmente sei arrivato — disse Viktor Pritchenko, affacciandosi dalla porta
della cucina. — Eravamo preoccupati per te. Dove sei stato?
— È lunga da spiegare, Viktor — risposi. — So solo che ho evitato che questo
pomeriggio morissero almeno cinquanta persone per mano di quei fanatici religiosi.
— Bene, almeno hai fatto qualcosa di buono, oggi — rispose l'ucraino con una
nota di tristezza nella sua voce. — Dovresti parlare con Lucía. È molto arrabbiata con
te.
Sospirai, sconfortato. Era chiaro che non potevo schivare quella conversazione fino
al giorno dopo, come era mia intenzione.
— Le parlerò. — Gli diedi una pacca sulla spalla. — Non ti preoccupare, vecchio
amico.
Andai in salotto. Lucía era seduta su un soffice sofà, col gatto che giocava con un
paio di calzini ai suoi piedi. Aveva un libro in mano ma non riuscii a vederne la
copertina. La sua espressione s’indurì quando mi vide.
— Sei qui — disse con voce gelida.
— Certo — risposi mentre mi lasciavo cadere su un’altra poltrona. — Sono stato al
municipio con Greene fino a mezz'ora fa. Prima te ne liberi, meglio è. Mi ha proposto
di entrare a far parte della squadra di governo di Gulfport.
— Cos’hai detto? — Lucía mi guardò attonita.
— Ha bisogno di qualcuno che possa fare da intermediario con il gruppo di iloti
che vivono a Bluefont. È in un quartiere residenziale separato da reticolati, all'altro
lato del fiume, benché si trovi all’interno del perimetro del Muro. Più della metà di
quella gente è di origine ispanica, ma non c'è nessuno da questo lato di Gulfport che
parli spagnolo, cosicché crede che io sia l'uomo giusto.
— Gli avrai risposto di no, ovviamente.
Respirai profondamente. Ci siamo.
— Ho accettato l’incarico. Incomincio domani.
— Ma si può sapere che cazzo ti prende? Come hai potuto?
— Lucía, oggi ho salvato la vita di un sacco di gente — dissi. — Anche se di
nessuno di loro mi sarebbe importato se lo avessero fatto secco. E l'ho fatto
precisamente per quanto ti ho detto. Se occupo quella carica, avrò l'opportunità di
proteggere gli interessi degli iloti, di migliorare le loro condizioni di vita.
— Proteggerli, dici? E a quali condizioni? Credi che quel mostro di predicatore ti
ascolti e smettano all’improvviso di essere cittadini di serie B? Che smettano di
essere gli unici che rischiano la pelle?
— Non lo so ancora — risposi ostinatamente. — Ma sono sicuro di sì se ne avrò
modo.
Ero incapace di confessarle che quel pomeriggio, mentre evitavo un massacro sul
ponte che conduceva al ghetto di Bluefont, una vecchia sensazione di euforia che non
provavo da anni era tornata a percorrere il mio corpo. Prima dell'Apocalisse, io ero un
avvocato di prestigio, capace di chiudere accordi impossibili e di negoziare
condizioni estreme. Quel sentimento di invincibilità, di poter ottenere semplicemente
qualunque cosa parlando... significava una droga così forte e potente che era stata il
mio principale motore spirituale per anni.
Ma un giorno arrivarono i Non-Morti e tutto scomparve improvvisamente. Da
allora mi ero trascinato per mezzo mondo, sopravvivendo per miracolo e scoprendo,
amaramente, che tutte le mie conoscenze ed abilità dialettiche non valevano
assolutamente nulla in quella nuova società in rovina.
E improvvisamente, quel pomeriggio, la vecchia magia aveva ricominciato a fluire.
L'aveva fatto di nuovo. Per la prima volta da molto tempo mi sentii veramente utile,
in mezzo a tutta quella devastazione.
Ma sapevo che Lucía non avrebbe capito nulla di tutto ciò, o per lo meno non
sarebbe stata capace di accettarlo in quel momento. Era troppo arrabbiata, con il
reverendo Greene, con l'odiosa società razzista di Gulfport e, soprattutto, con me.
Dovevo cercare di farla ragionare.
— Lucía, nel bene o nel male siamo qui. Dobbiamo cercare di adattarci nel modo
migliore in questo luogo.
— Perché?
— Perché non so se Gulfport sarà la nostra casa definitiva o no, ma sono certo che
passeremo un po’ di tempo in questa città. E so anche che se dovessimo andarcene
passeremmo dei momenti peggiori lì fuori.
— Può essere. — Lucía mi prese le mani e mi guardò negli occhi, implorante. —
Ma andremmo avanti, come abbiamo sempre fatto. Questo posto è malato, questa
gente è malata, e tu lo sai. Gulfport non è il nostro posto, noi non siamo come loro.
Andiamocene di qui, oggi stesso, tutti e tre.
— E dove dovremmo andare? — domandai. — Non possiamo uscire di qui e
cominciare semplicemente a camminare senza meta. Siamo in America, dannazione,
ed è enorme. Ci sono milioni di Non-Morti lì fuori. Non abbiamo altra scelta che
restare qui.
— Anche se dovremo affrontare Greene e i suoi deliri!
— E come vuoi affrontarlo? Ci ha offerto la sua ospitalità! Ci ha salvato la vita!
Glielo dobbiamo!
— Non gli dobbiamo niente! Sei cieco? Non hai visto come trattano quella gente?
— E tu non hai visto com’è il mondo fuori di qui? — esplosi furioso, mentre mi
giravo verso di lei. — Non hai avuto già una sufficiente dose di sangue, morte e
distruzione? Non sei stanca di dormire tutte le notti con un occhio aperto, di patire
freddo, paura e privazioni? Non sei stufa di continuare a fuggire sempre da un posto
all’altro da due anni? Non vedi che questo posto è un luogo sicuro per viverci? Ci
stanno offrendo la loro ospitalità, e tu gli sputi in faccia, dannazione!
— A che prezzo è quest’ospitalità? Al prezzo di vivere in una specie di piccolo
Sudafrica dell'apartheid? Al prezzo di vedere come maltrattano gli iloti? — Dagli
occhi di Lucía uscivano autentiche fiammate.
— Al prezzo di poter restare vivi! — gridai seccamente. — Di poter avere un
futuro!
— Io non voglio quel futuro — rispose Lucía, con gli occhi lucidi. Stava per
mettersi a piangere. — Non così.
— Be’, non abbiamo scelta. — Mi alzai dal sofà e allargai braccia. — Guardati
intorno! Non abbiamo niente! Perfino i vestiti che portiamo addosso sono un regalo,
per l'amor di Dio!
— Siamo in tre — replicò Lucía. — Viktor, tu ed io.
— A quanto pare c’è anche qualcun altro — risposi, irritato e accecato dalla
gelosia. — Un certo Carlos Mendoza mi ha incaricato di portarti i suoi saluti. Non hai
avuto bisogno di arrivare a Gulfport per circondarti di ammiratori.
Lucía impallidì e i suoi occhi si ridussero a due tizzoni ardenti. Mi pentii subito di
aver fatto quel commento. Era ingiusto con Lucía, era irrilevante ma era anche
qualcosa di crudele, ma ero stanco e irritabile, ed inoltre nel mio cuore mi sentivo
terribilmente sporco per essere stato al gioco del reverendo Greene. Il problema delle
parole è che una volta dette non esiste forza umana capace di ricacciarle indietro.
— Almeno Carlos Mendoza ha sufficiente dignità per disprezzare Greene in faccia
— disse molto lentamente.
— Lui non deve preoccuparsi di proteggere una donna, un gatto e un russo pazzo
— risposi acidamente.
— Per la donna non è necessario che ti preoccupi più — rispose Lucía altezzosa.
— A partire da adesso baderò io a me stessa.
Si alzò evitando di guardarmi, prese il gatto da terra e, dopo avergli piantato un
bacio enorme tra gli occhi, l'appoggiò sulle mie ginocchia. Poi, senza guardarsi
indietro, uscì dal salone sbattendo forte la porta.
Lucullo mi guardò sorpreso. Il muso del gatto persiano era bagnato dalle lacrime di
Lucía. Ed io mi sentii del tutto infelice.
18

Il colonnello Hong si sgranchì, un dolore sordo, palpitante nella sua testa.


L'Ilyushin-62 non era esattamente l’aeroplano più comodo progettato dall’uomo, e la
sua versione militare lo era ancora meno. Il rumore dei motori filtrava attraverso la
fusoliera, ed era consigliabile indossare caschi con cuffie protettive per le orecchie
durante tutto il viaggio. L'unico modo per comunicare era urlare, ma anche così, era
complicato.
Dopo quasi tredici ore di volo, il colonnello si sentiva come se qualcuno gli avesse
messo due chili di cotone a forza nelle orecchie. Si alzò per sgranchire le gambe, e
per schiarirsi un po’ le idee. Alzandosi, la cartellina che aveva sulle ginocchia scivolò
e cadde a terra. Hong si accucciò per raccoglierla e la mise accuratamente in una
valigetta d’acciaio a due chiusure. Dentro quella valigetta c’era una busta che aveva
aperto prima di salire sul velivolo, con le istruzioni dettagliate dell'operazione e una
scatola con pastiglie di cianuro che avrebbe dovuto dare a tutti i suoi uomini una
volta toccata terra.
Inoltre, c’era quel rapporto, ovviamente. Non gli avevano permesso di portarsene
una copia, poiché era qualificato come Segretissimo. Non potevano rischiare che
cadesse in mani sbagliate, o peggio ancora, nelle mani del nemico imperialista
yankee. Ma Hong non poteva toglierselo dalla testa, mentre percorreva lentamente il
corridoio centrale dell'aeroplano, verso la cabina dei piloti.
I Non-Morti stanno "morendo", aveva detto il ministro della Difesa alla riunione.
Sembrava molto strano, e all'inizio Hong pensò di non aver sentito bene. Ma il resto
dei generali seduti al tavolo non avevano battuto ciglio neanche quando il ministro
l’aveva ripetuto. In altre parole, doveva essere vero.
All’inizio pensò che avessero scoperto un modo per ucciderli. "Non è così —
aveva risposto il ministro con aria contrita. — Non esiste niente al mondo capace di
uccidere qualcosa che è già morto. E tutti i tentativi che abbiamo fatto per sviluppare
un antidoto o un vaccino contro il virus TSJ sono stati completamente inutili. È un
prodigio dell'ingegneria genetica. Tuttavia, il successo stesso del virus si è
trasformato nella sua debolezza." E poi gli avevano messo in mano quella cartellina
con la parola "Segretissimo" sotto al naso.
Hong aveva passato la mezz'ora successiva a leggere, apprendendo sempre di più
sul TSJ. A quanto sembrava, il virus era una mutazione di laboratorio del virus Ebola,
al quale avevano aggiunto elementi propri di altri ceppi. Benché il suo tasso di
diffusione fosse enorme e la sua capacità di contagio altissima (c’erano alcuni casi
documentati di persone infettate perfino dal solo contatto con la saliva di un Non-
Morto) il TSJ aveva un punto debole. Ed era semplicemente che aveva fatto troppo
bene il suo lavoro.
Gli investigatori che avevano redatto la relazione stimavano che non rimanevano
più di trenta milioni di abitanti in tutto il pianeta, ventitré dei quali erano dentro le
frontiere della Corea del Nord. Il TSJ era stato capace di cancellare dal mondo dei
vivi oltre sei miliardi di esseri umani in meno di trenta giorni di pandemia. Quello,
per un virus, era un successo in tutti i sensi.
Il problema per il TSJ sorse quando finirono gli umani, i suoi agenti portatori
naturali. Fuori da un organismo, il TSJ sopravviveva solamente alcuni minuti prima
di essere ridotto ad una zuppa di proteine. Poiché il TSJ aveva colonizzato il corpo di
praticamente tutti i suoi potenziali portatori, era praticamente intrappolato all’interno
dei Non-Morti. Non poteva lasciarli, né passare ad un altro portatore.
Il corpo dei Non-Morti non aveva circolazione sanguinea, né respirazione, appena
una lieve attività neuronale elettrica. Il TSJ, così intelligente, inibiva l'azione dei
batteri responsabili della putrefazione, mantenendo i corpi morti in un stato di
conservazione simile a quello che avrebbero avuto dentro un congelatore. In quel
modo poteva rimanere per anni, o secoli, aspettando pazientemente il momento per
avventarsi su qualsiasi altro possibile ospite.
Ma poi la natura, come in un gioco crudele, gli aveva reso le cose ancora più
difficili. Infatti, anche se il TSJ annullava l'azione dei batteri, non poteva fare niente
contro i funghi. E i funghi, una delle strutture pluricellulari più antiche della
creazione, si trovarono improvvisamente con miliardi di Non-Morti in giro per il
mondo, un terreno fertile perfetto per essere colonizzato. Enormi pezzi di carne
ambulante pronti per essere trasformati nella loro nuova casa.
La relazione che lesse Hong includeva dozzine di foto di Non-Morti in vari stati di
invasione fungina. Più del 70 per cento delle infezioni era avvenuta nelle prime
quattro settimane della pandemia, quindi la maggior parte dei Non-Morti avevano più
o meno lo stesso tempo. In un primo momento, le colonie fungine non erano evidenti,
solamente alcune piccole pelurie dorate o verdognole che spuntavano all’angolo della
bocca, o nelle orbite. Tuttavia, col passare dei mesi le colonie prosperavano e si
espandevano. Hong ricordava con orrore alcune immagini di Non-Morti talmente
ricoperti di funghi che sembravano esseri mostruosi usciti da un incubo.
La relazione stimava che, approssimativamente in due anni, la maggior parte dei
Non-Morti sarebbe stata talmente consumata dai funghi da sgretolarsi col proprio
peso. Poi, avrebbero continuato a marcire lì dove fossero caduti fino a che non si
sarebbero ridotti in un mucchio di ossa giallognole. In meno di quattro anni,
continuava il rapporto, non sarebbe rimasto nessun Non-Morto sulla terra.
E allora sarà la nostra opportunità, comprese Hong. Senza Non-Morti sulla scena,
il mondo intero era ai piedi della Repubblica Popolare della Corea del Nord. I sei
milioni di sopravvissuti che la relazione calcolava che vivessero dispersi per il
pianeta non avrebbero rappresentato un serio rivale per l'Esercito Popolare.
Dovevano solo resistere quattro anni. Ma senza petrolio non sarebbero stati in
grado di farlo. Sarebbe stato paradossale essere sopravvissuti ai Non-Morti per finire
a morire di fame.
Hong passò di fianco ad un soldato profondamente addormentato a cui era
scivolato il casco di protezione fino al collo. Attento a non svegliarlo, tornò a porre in
atto i suoi piani e continuò ad avanzare fino alla prua. I suoi uomini lo temevano,
ovviamente, ma sapevano anche apprezzare il fatto che fosse il migliore ufficiale
sotto il cui comando potessero trovarsi e che si sarebbe preso cura di loro con zelo. Il
colonnello si era permesso il lusso di scegliere personalmente i quasi trecento soldati
che componevano la sua compagnia, e solamente i migliori e più preparati
partecipavano a quella spedizione. Hong sapeva che lo avrebbero seguito fino alle
porte dell'inferno, se fosse stato necessario.
Arrivato alla cabina, aprì la porta senza bussare ed entrò. Quando chiuse la porta
alle sue spalle si sentì immerso in un gradevole e piacevole silenzio. Hong scoprì che
la cabina era opportunamente isolata. Era evidente che i russi avevano avuto priorità
ben definite nella progettazione dell'Ilyushin negli anni settanta.
— Colonnello. — Il pilota dell'aeroplano si girò e salutò Hong che si sedette nel
sedile vuoto del navigatore. Solamente uno dei sei Il-62 che componevano la
spedizione aveva a bordo un navigatore. Il resto degli apparecchi si limitavano a
seguire la guida verso la costa occidentale degli Stati Uniti.
Quello era un volo di sola andata, nient'altro. Nessuno degli aeroplani da trasporto
della Forza Aerea della Corea del Nord aveva sufficiente autonomia per portarli sul
territorio degli Stati Uniti e ritornare, così la presenza degli altri navigatori era
superflua. Anche il rifornimento in volo era stato escluso, per questo l'unica
possibilità concreta consisteva in un volo a senso unico. Ovviamente, non c’era la
remota probabilità di localizzare un posto in cui trovare sufficiente combustibile per
rifornire gli aeroplani per il viaggio di ritorno. Avevano studiato quell'opzione per
settimane, ma alla fine l'avevano scartata. Le informazioni delle quali disponevano
erano molto scarse e frammentarie e la maggior parte era stata ottenuta mesi o anni
prima della pandemia. Benché sapessero dove si trovavano i depositi più vicini al
loro obiettivo, ignoravano completamente in che stato si trovassero... se erano ancora
lì.
In definitiva, era troppo rischioso affidare il ritorno della spedizione ad un
rifornimento incerto, quindi il colonnello aveva tracciato un piano alternativo, molto
più rischioso.
— Quanto tempo manca all’arrivo? — domandò Hong.
— Saremo sulla destinazione principale in meno di un'ora. Poi, nell’arco di venti
minuti potremmo volare verso le destinazioni due, tre e quattro. La destinazione
numero cinque..., beh, colonnello — Il pilota deglutì prima di continuare. — Siamo
davvero a filo con il combustibile.
Hong annuì, mentre faceva alcuni calcoli mentali. L'Il-62 era l'aereo di maggior
autonomia di cui disponesse l'esercito nordcoreano, e solamente quello aveva la
capacità per portarli fino alla costa ovest degli Stati Uniti. Il piano consisteva
nell’atterrare in qualche aeroporto della zona la cui pista non fosse ostruita o occupata
dai Non-Morti, e successivamente lui ed i suoi uomini avrebbero dovuto farsi strada
con i propri mezzi.
Quando Hong aveva ascoltato il piano per la prima volta aveva mosso una protesta.
Quello che gli stavano chiedendo era, essenzialmente, che attraversasse gli Stati Uniti
da costa a costa senza nessun tipo di appoggio.
— Questa è un'insensatezza, con tutto il rispetto! — aveva esclamato. — Non
sappiamo neanche in che stato sono le strade. Sarà come andare alla cieca per
migliaia di chilometri, attraverso un territorio infestato.
— Lo sappiamo, colonnello — aveva risposto pazientemente uno dei generali.
— Facciamo qualcosa di più pratico — propose Hong. — Carichiamo di
combustibile la stiva di un paio di aeroplani e, una volta atterrati, potremo travasare
quel combustibile nei serbatoi. Così saremmo in grado volare fino a Gulfport senza
dover rischiare la vita e sarebbe molto più veloce.
— Questo è impossibile, colonnello — rispose il ministro. — Quando prima le ho
detto che la situazione delle nostre riserve era critica, credo che non abbia capito
veramente fino a che punto siamo disperati. Abbiamo solamente il due percento del
carburante di cui ha bisogno la nostra Forza Aerea in una situazione normale.
Abbiamo deviato la maggior parte all'industria e alla popolazione civile, e i depositi
sono quasi asciutti. Possiamo fornire cherosene per volare fino alla costa occidentale
dell'America, non un litro di più.
— Ma stiamo parlando solo di alcune migliaia di litri! — implorò Hong.
— Non c'è niente da fare. — Il ministro fu categorico. — L'Amato Leader Kim
Jong Il, nella sua proverbiale saggezza, ha ordinato di conservare riserve sufficienti
per poter far volare tutti i nostri caccia per almeno due giorni consecutivi, in caso di
attacco. Abbiamo bisogno fino all'ultima goccia di carburante, colonnello. Non
insista.
Hong scosse la testa, come se non avesse sentito bene.
Far volare tutti i nostri caccia? Ma contro chi? È la cosa più stupida che abbia
sentito nella mia vita!, pensò disperato, ma si astenne dall’aprire bocca. Sapeva che
un ordine diretto del paranoico Kim Jong Il, benché fosse completamente assurdo,
non poteva essere messo in discussione in nessuna circostanza.
— Ci vorranno settimane per arrivare fino a Gulfport se procediamo via terra —
tentò, come ultima risorsa. — Sarà estremamente difficile.
— Per questo motivo l'abbiamo scelta, colonnello — replicò il ministro,
soddisfatto. — Porti a termine la sua missione con successo e spirito Juche, e le
prometto che al suo ritorno sarà ricompensato in un modo che non può neanche
immaginare.
E per tutto questo, il colonnello Hong e duecentottantanove uomini scelti stavano
volando in sei Il-62 coi serbatoi quasi a secco quando i velivoli cominciarono a
sorvolare il territorio statunitense.
— La spia rossa! — esclamò improvvisamente il pilota. — A partire da questo
momento ci rimangono trenta minuti di autonomia.
— Quanto dista il primo obiettivo? — chiese con impazienza.
L'aeroporto scelto, il piccolo aeroporto di una città di trentamila abitanti, aveva
un'unica pista. Nel bel mezzo della quale l'immenso scheletro carbonizzato di un
grande aereo commerciale giaceva di traverso. Era impossibile atterrare lì.
Tracciando un ampio circolo in aria, gli aeroplani si diressero all’aeroporto seguente
della lista.
Nei punti numero due, tre e quattro trovarono la stessa situazione. Quando non
erano resti carbonizzati di aerei caduti, erano dozzine di Non-Morti ciondolanti sulla
pista.
— Atterri in mezzo a loro — aveva ordinato Hong.
— Impossibile, colonnello — rispose il pilota. — Se atterriamo tra i Non-Morti,
qualcuno potrebbe finire risucchiato per l'effetto di aspirazione delle turbine. Quindi
il motore scoppierà e noi ci rovesceremo e finiremo il viaggio trasformati in una gran
palla di fuoco.
E Hong aveva dovuto attendere fino alla pista numero cinque, sentendo l’angoscia
e la paura del fallimento che lo attanagliavano alla gola.
19

Il campo d’aviazione di Titusville, California, non era mai stato un gran che.
Aveva una delle piste più lunghe dello stato, senza dubbio, ma pochi viaggiatori
atterravano in un luogo dove la popolazione era inferiore ai tremila abitanti e situata
proprio ai margini del deserto. Costruita come pista militare di appoggio durante la
Guerra Fredda, l'aeroporto era rimasto a languire, servendo unicamente come pista di
atterraggio per piccoli voli locali e in qualche occasione per le gare di dragster.
Il suo aspetto dopo l'Apocalisse non era molto diverso da quello che aveva prima.
Su un lato della pista, situata a un chilometro dal paese, mezza dozzina di scheletri di
D.C.-7 senza ali marcivano inesorabilmente su blocchi di cemento, tra montagne di
scarti di ferro che precedentemente erano imbullonati agli aerei. Dall’altro lato, una
torre di emergenza diroccata minacciava di crollare ogni volta che una raffica di
vento del deserto batteva la pista, coprendola con un manto di sabbia fine.
Tuttavia, quella mattina, la pista di Titusville stava per vivere la giornata più
animata di tutta la sua storia. E l'ultima.
In un primo momento fu solo il sibilo rumoroso di molte turbine lontane. Man
mano che il rumore si andava trasformando in un rombo, i vetri sudici e malmessi
della torre di controllo cominciarono a vibrare come denti cariati in una gengiva
sciolta, fino a che, improvvisamente, la sagoma di un enorme aeroplano da trasporto,
con una brillante stella rossa disegnata sulla pancia, seguito da altri cinque, apparve
all'orizzonte. Ognuno degli aerei manteneva una distanza di circa cinque miglia
dall’altro.
I piloti nordcoreani stavano per affrontare un’ardua sfida. Dovevano far atterrare
quegli aerei da trasporto senza nessun aiuto dal controllo di terra, su una pista
sconosciuta e coperta da un sottile strato di sabbia. E con appena un paio di minuti
per allontanarsi e lasciare il passo al seguente apparecchio, il che significava che
l’intera manovra doveva essere eseguita con la precisione di un balletto.
Il primo Ilyushin rimbalzò leggermente prendendo terra, ma il pilota era un
professionista di lunga esperienza e riuscì a fermare la marcia dell'aeroplano. Mentre
stava arrivando all'estremo opposto della pista per farsi da parte, il seguente aereo
cominciava la sua manovra di avvicinamento.
Tutto fu perfetto coi primi cinque aeroplani. Tuttavia, ogni volta che uno di essi si
posava, alzava un'enorme quantità di polvere e sabbia del deserto depositata sulla
pavimentazione della pista. In condizioni normali, l’aereo seguente avrebbe sorvolato
l'aeroporto per alcuni minuti, aspettando che quella densa nuvola si dissipasse, ma il
sesto aeroplano non aveva combustibile sufficiente nemmeno per sperare. Cosicché il
pilota, quasi senza riflettere, decise di arrischiarsi e di iniziare la manovra di
atterraggio.
Quello fu un grandissimo errore.
L'Il-62 impattò contro la pista con un angolo sbagliato e ad oltre sessanta miglia
all’ora più veloce di quanto fosse consigliabile. Di conseguenza, il carrello di
atterraggio anteriore si spezzò come un ramoscello e il muso dell'aeroplano cominciò
a strisciare sull'asfalto alzando una cascata di scintille. Una delle ali si agganciò alla
base della torre di controllo e sradicò la struttura mezza marcia. La parte anteriore
dell'Il-62 si alzò come se volesse fare una capriola, rotolò su se stessa tre volte e
infine esplose in un’enorme e accecante palla di fuoco.
Hong, dalla cabina del suo aereo, guardò impotente tutta la scena e bestemmiò.
Benché non avesse ottenuto carburante per gli aerei, era riuscito a farsene dare una
quantità sufficiente per i suoi trasporti via terra. Ora, tutte quelle tonnellate di
prezioso e caro carburante ardevano furiosamente alla fine della pista, sprigionando
enormi ondate di calore.
Questo complica le cose, pensò. Dovremo trovare strada facendo il carburante per
i blindati.
— Non serve a niente lamentarsi — mormorò tra sé. — Kim!
— Sì, signore. — Il tenente Kim Tae-Pak era uno degli uomini di fiducia di Hong,
veterano di molte incursioni nel vicino sud.
— Cominciate a scaricare i blindati — ordinò. — Questa maledetta esplosione si
sarà sentita fino ad una cinquantina di chilometri di distanza. Voglio trovarmi molto
lontano da qui quando cominceranno a comparire i primi curiosi, che siano vivi o
morti.
Il tenente salutò e andò ad eseguire gli ordini. Hong guardò intorno a sé, pensoso,
mentre camminava per la pista. Si chinò e raccolse un pugno di sabbia. L'osservò per
un secondo e poi lasciò che scorresse lentamente tra le sue dita.
Sabbia americana. Suolo americano. Erano nel territorio del nemico più odiato
della sua patria, e non c'era nessuno che potesse impedirglielo. Hong sentì un brivido
percorrere la sua schiena. Non sapeva come sarebbe finita quell'avventura, ma
stavano facendo la storia. Per la prima volta, in quasi duecento anni, soldati di un
paese nemico mettevano piede sul suolo americano. Stavano invadendo gli Stati
Uniti. O almeno quello che rimaneva di quell'odiato paese.
Venti minuti dopo, una lunga carovana di quindici veicoli blindati e due bulldozer
modificati abbandonavano l'aeroporto di Titusville in direzione est. Dietro di loro,
tutti gli aeroplani della forza aerea nordcoreana ardevano tra furiose fiamme.
Hong aveva bruciato i suoi aerei. Davanti a lui, solo le rovine degli Stati Uniti e
milioni di Non-Morti si frapponevano al suo cammino verso Gulfport.
20

Gulfport

Il giorno dopo mi alzai con la bocca pastosa ed un persistente mal di testa. Ero
rimasto sveglio fino a tardi, aggrappato ad una bottiglia di whisky immergendomi in
un mare di autocommiserazione. Viktor mi fece compagnia, senza aprir bocca, ma
sapendo che la sua sola presenza serviva ad alleviare un po' la mia angoscia.
L'ucraino era consapevole del fatto che ci sono occasioni in cui non si può dire nulla,
e questa era una di quelle.
Ero preso da un dilemma. Da un lato il mondo pulito e asettico di Gulfport mi
risultava tanto ripugnante quanto a Lucía, ma d'altra parte sapevo che rimanere lì era
l'unica alternativa che avevamo. Soli nel deserto pieno di Non-Morti in cui si erano
trasformati gli Stati Uniti non avevamo una maledetta possibilità.
— Cosa ne pensi, Viktor? — avevo chiesto al mio amico.
Viktor tolse il cucchiaino dalla tazza di caffè che aveva tra le mani mentre
riordinava i suoi pensieri. L'ucraino voleva scegliere accuratamente le parole.
— Quando ero piccolo vivevo in un’azienda agricola in mezzo alla steppa. C’era
una scuola, un bell’edificio di legno dipinto di rosso. Lì c'insegnavano che il nostro
modo di vivere era la massima realizzazione alla quale poteva aspirare l'essere umano
e che lo spirito sovietico era l'essenza del paradiso del lavoratore. Ovviamente, non
sapevamo niente dell’Occidente eccetto che era il nemico della Madre Patria. Un
giorno, quando avevo otto anni e stavo andando a scuola, vidi come la polizia prese
un uomo. Lì per lì pensai che fosse un ladro, o qualcosa del genere. — Pritchenko
sorrise con tristezza, mentre quel ricordo d'infanzia riprendeva vita. — In fondo
avevo solo otto anni! Più tardi seppi che avevano fermato quell'uomo perché suo
figlio, che era un militare di stanza a Berlino, aveva disertato in Occidente.
Viktor tacque per un istante, con la sua mente molto lontana da Gulfport.
— Mi chiesi sempre che cosa avesse potuto motivare il figlio di quell'uomo a
disertare, sapendo che le conseguenze della sua fuga le avrebbero pagate i suoi
parenti. Mi domandavo che cosa spingeva un uomo a prendere decisioni tanto
drastiche con delle conseguenze tanto dolorose. E quale era il grado di sofferenza
interiore, o il livello di necessità che doveva avere per prendere una tale decisione.
L'ucraino alzò la testa e mi guardò direttamente in viso.
— Oggi conosco la sofferenza più di allora, come tutti, ma so anche che per
prendere una decisione drastica, una persona deve essere arrivata ad un punto in cui
non vede più alternative, per quanto dure siano le conseguenze della sua decisione.
Credo che tu non sia ancora arrivato a quel punto, o che la responsabilità che senti per
tutti noi ti pesi troppo. — Pritchenko scosse la testa. — Sono tuo amico, a
prescindere da qualsiasi considerazione, e darei la vita per te se fosse necessario, ma
come capisco te, capisco Lucía. A dispetto di tutto, voglio che tu sappia che,
qualunque sia la tua decisione, io sarò con te, al tuo fianco.
Emozionato, osservai l'ucraino. Era invecchiato appena nei due anni che avevamo
passato da quando ci eravamo conosciuti e, tranne per quelle dita perse della mano
destra ed un pugno di rughe attorno agli occhi, continuava ad essere lo stesso ragazzo
permaloso e un po’ folle che mi aveva accompagnato in mezzo alle rovine del porto
di Vigo.
— Grazie, Prit — bisbigliai, con lacrime agli occhi. Era un russo mezzo matto, ma
anche così, era una delle migliori persone che avessi incontrato nella vita.
Passammo la mezzanotte parlando dei vecchi tempi, ridendo di tutte le volte che
avevamo deriso la morte e delle cose che avremmo fatto se un giorno i Non-Morti
fossero spariti per sempre. Finalmente ci addormentammo mentre alcuni tronchi
crepitavano nel camino.
Quando mi alzai, Pritchenko russava come una locomotiva, sdraiato sul sofà, con
Lucullo appallottolato tra le gambe.
Mi trascinai fino al bagno e mi feci una lunga doccia d’acqua bollente. Uscendo,
mi rasai e mi misi uno degli abiti che erano appesi in un armadio. Erano di una taglia
più grande della mia, ma mi andavano abbastanza bene. Vedendomi in giacca e
cravatta per la prima volta dopo tanto tempo mi sentii un po' strano.
Mi avvicinai fino alla porta della stanza di Lucía. Era completamente chiusa. Battei
lievemente con le nocche, ma non mi rispose.
— Lucía — dissi alla porta chiusa. — Voglio solo che tu sappia che sono
dispiaciuto molto se ti ho detto qualcosa che ti ha ferita ieri sera. Tutto ciò che faccio
è per garantire di poter avere un futuro. Io... — Tacqui, senza sapere come
proseguire. — Stasera, quando torno, ne riparleremo. E allora sistemeremo tutto. Ti
amo, amore.
Uscii di casa sentendo un enorme vuoto. C'era una bella Lexus nel garage, con le
chiavi nel quadro. Supposi che fosse compresa nel lotto della casa; inoltre, il
municipio era troppo distante per arrivarci camminando vestito in giacca e cravatta,
cosicché salii e misi in moto l’auto.
Mentre giravo per le strade vuote mi resi conto che era la prima volta da molto
tempo che non guidavo un'automobile senza fuggire da qualcosa o da qualcuno.
Eppure, ogni tanto mi trovavo a girare disperatamente la testa o ad accelerare nei
punti più stretti, come se temessi di vedermi circondato di una folla di Non-Morti in
qualunque momento.
L'Apocalisse mi aveva cambiato. Mi domandavo se tutti quei cambiamenti fossero
positivi. E se sarebbero durati per sempre.
21

Quando arrivai al municipio, la signora Compton mi aspettava in uno svolazzo di


funzionari al lavoro.
— Buongiorno — mi disse. — Spero che oggi abbia riposato bene, perché
l’aspetta un mucchio di lavoro. Il signor Wilcox era il responsabile di direzione
dell’Ufficio degli Iloti Ispanici, ma morì tre mesi fa di un aneurisma mentre giocava a
golf. Il signor Talbot, dell’ufficio Iloti Neri, nel frattempo si era incaricato di gestire
entrambi i dipartimenti, ma non ha nessuna idea dello spagnolo e, francamente, credo
che abbia lasciato tutto in un pasticcio. Spero che sia in grado di aggiustare tutta
questa documentazione.
— Documentazione? — domandai, un po’ confuso.
— Lo vedrà — rispose la donna. — Mi segua di qua.
La signora Compton mi condusse in un ampio ufficio situato nel lato nord-est
dell’edificio. Quando aprì la porta mi caddero le braccia. C’erano montagne di
cartelle e raccoglitori impilati su quasi tutta la superficie a vista, alcune di esse in un
equilibrio talmente precario che minacciavano di crollarci addosso.
— Anne Sue sarà la sua segretaria particolare. — La signora Compton indicò una
ragazza bionda, di una ventina d’anni e un’espressione bovina, che mi guardava con
un sorriso nervoso dalla vicina scrivania. — Non esiti a chiederle qualsiasi cosa. È
qui per servirla.
Dopo cinque minuti di conversazione con Anne Sue mi convinsi di non incaricare
quella ragazza di nulla che risultasse più complicato che fare fotocopie e portarmi un
caffè. Anche se di indubbio aspetto ariano, che la rendeva perfetta per quel lavoro
secondo la scala di valori di Gulfport, il Creatore aveva dimenticato di dotarla del
cervello quando l’aveva concepita.
— Bene — dissi. — Cominceremo col classificare un po’ tutta questa montagna di
documenti per verificare quali siano prioritari e quali possano attendere. Ho bisogno
che prendi nota del titolo di tutte le cartelle e crei un indice. D’accordo?
Anne Sue mi guardò confusa, come se le avessi chiesto di pisciare dentro un vaso e
dopo di farlo bere alla signora Compton. Infine smise di masticare la gomma che
aveva in bocca.
— Sa cos’è un indice, non è vero Anna Sue?
— È un tipo di musica, giusto? — rispose annuendo, molto sicura di se stessa.. —
La Musica Indice. Mia cugina Norma l’adora.
— Lascia stare, cielo — sospirai scoraggiato. — Meglio che mi porti un caffè che
sia migliore di questa brodaglia.
Non appena Anne Sue se ne andò (oh Dio, fa che il caffè sia molto, molto difficile
da trovare, ti prego) mi sedetti in mezzo all’ufficio e cominciai a classificare le
cartelle. All’inizio fu piuttosto intricato, ma in seguito ci presi la mano.
Nel giro di un’ora avevo tre mucchi ben distinti in ogni angolo dell’ufficio.
Da una parte c’erano tutti i file relativi agli alti e bassi all’interno del gruppo di
iloti ispanici. Dopo c’era il mucchio relativo alle forniture e condizioni di vita degli
iloti nel ghetto di Bluefont e per ultimo c’era il gruppo che faceva riferimento al
regolare approvvigionamento di Cladoxpan.
Via via che classificavo quelle cartelle, mi stavo facendo una chiara immagine
mentale del vero funzionamento di Gulfport.
C’erano ventitremila persone di razza bianca che vivevano a Gulfport, e nel
quartiere di Bluefont, nel ghetto degli iloti, viveva l’incredibile quantità di settemila
persone. Un rapido calcolo mi permise di verificare che in ognuna delle circa trecento
case del quartiere recintato vivevano in media venticinque persone. Era davvero
troppo, anche per case tanto grandi e spaziose come quelle che si è soliti costruire in
quel vecchio borgo. Bluefont era dentro il Muro, ma era separata dal resto della città
da un recinto di filo spinato e da un tratto d’acqua attraversato solo da quel ponte
dove avevo negoziato con Carlos Mendoza.
Tutte le settimane, sul lato sud del ponte, la Guardia Verde de Greene dava loro le
armi necessarie. Dopo uscivano dalla città dal ponte nord e si dirigevano in
spedizioni di vari giorni verso tutti i centri abitati nel raggio di duecento chilometri
per caricare i loro camion con tutti i tipi di rifornimenti per l’insaziabile ed opulenta
Gulfport. Quando ritornavano, dovevano lasciare i camion carichi nei magazzini della
città, dove consegnavano le armi. In cambio ricevevano la giusta dose di Cladoxpan,
che permetteva loro di mantenere la propria umanità senza trasformarsi più in un
putrido coso marcio ambulante.
Ognuna di quelle spedizioni comportava, inevitabilmente, delle vittime. La TSJ
non comportava nessun problema (praticamente il cento per cento degli iloti era già
infetto) ma le terribili ferite che causavano i Non-Morti erano letali in molte
occasioni.
Tuttavia, nonostante le continue perdite, il numero degli iloti si manteneva più o
meno stabile, giacché ogni tanto, come una goccia costante, continuavano ad apparire
individui solitari o gruppi di poche persone, come il mio, che si avvicinavano a
Gulfport e si incrociavano con qualcuna delle spedizioni in cerca di cibo. Nonostante
la certezza di dover vivere in un regime di semischiavitù, se erano neri, indios, gitani
o asiatici, la possibilità di dormire tutte le notti in un rifugio sicuro, e soprattutto,
poter condividere il proprio destino con altra gente e non dover continuare a
vagabondare, implicava una tentazione troppo grande, quindi la maggior parte finiva
per confluire a Bluefont. Solo pochi eletti, come Lucía, Viktor ed io, aumentavano la
popolazione dell’altro lato della recinzione. Tutto dipendeva dal colore della pelle.
Tuttavia, il numero degli iloti era elevato, molto elevato, tenendo conto che la
sicurezza di Gulfport era a carico della Guardia Verde di Greene, composta da una
quarantina di ariani e da una milizia bianca di non più di centocinquanta soldati. Per
loro era virtualmente impossibile controllare una moltitudine di iloti infetti che non
smetteva di crescere giorno dopo giorno. Per questo, a volte si realizzava una
«pulizia» nel ghetto, in pieno stile nazista. Mentre leggevo, mi sentivo un sudore
freddo lungo la schiena. Erano numerosi i documenti con il riferimento «espulso» a
grandi lettere rosse, ma non c’era nient’altro. Dopo aver esitato un attimo alzai la
cornetta e chiamai la signora Compton.
— Oh, quelli sono gli iloti che violano la legge e vengono processati. Criminali,
ladri, ubriachi e stupratori, la feccia della feccia — mi rispose allegramente. Quei
procedimenti li gestisce l’Ufficio di Giustizia.
— Mi piacerebbe vederli — risposi. L’avvocato che c’era in me si era risvegliato,
inquieto, cercando di capire che tipo di giustizia contorta potesse applicare il
reverendo Green.
— Temo che non sarà possibile — rispose la segretaria. — Quel dipartimento
funziona sotto la direzione personale del reverendo e le sue informazioni sono
confidenziali.
Riattaccai il telefono, incuriosito. Uscii nel corridoio, e dopo essermi assicurato
che Anne Sue non fosse di ritorno, svicolai cautamente verso l’Ufficio di Giustizia.
La porta era chiusa a chiave e inoltre c’era un mucchio di gente che circolava lì
davanti. Quella non era la soluzione.
Ritornai nel mio ufficio, meditabondo. Uno degli armadi era etichettato come
«Certificati di residenza». Lo aprii e cominciai a rovistare tra le cartelle. Dopo poco
mi arrestai senza fiato, inorridito. Dentro quei documenti si rifletteva una mostruosità
di proporzioni criminali.
Green e i suoi seguaci erano coscienti di non poter dominare gli iloti con la forza.
Naturalmente, avere il controllo esclusivo del Cladoxpan garantiva un certo grado di
sottomissione, ma non era sufficiente. Inoltre, non risolveva il problema di cosa fare
con le migliaia di iloti rimasti, soprattutto le donne, i bambini e gli anziani che erano
inutili per realizzare incursioni di approvvigionamento.
Cosicché avevano tramato un piano diabolico per eliminare ogni possibilità di
ribellione.
Dal principio, le Guardie Verdi facevano delle retate casuali.
Gli iloti, disarmati, guardavano impotenti come decine di residenti di Bluefont
venissero arrestati senza motivo apparente e condotti a giudizio. Tutti loro, senza
eccezioni, finivano per sparire e nei loro documenti appariva la parola «espulso».
Quando la tensione nel ghetto raggiunse livelli esplosivi, i «tecnici» di Green li
lasciarono stare. Consegnarono certificati di residenza a metà della popolazione e
all’altra metà no.
A partire da quel giorno le retate colpirono solo coloro che non avevano il
certificato. Da quel momento, il campo di Bluefont rimase diviso in due, quelli che la
notte dormivano tranquillamente e coloro che temevano che la propria porta
risuonasse e le Guardie Verdi arrestassero gli ignoti. Per i privilegiati, ciò era l’inizio
della sottomissione a Green. Quando c’era una retata presentavano il proprio
certificato e automaticamente smettevano di solidarizzare con quegli iloti che non
avevano documenti. Ma neanche quello era sufficiente. Un giorno cominciarono a
distribuire due tipi diversi di certificati di residenza, con foto e senza foto, a propria
scelta. Molti pensarono che «con foto» fosse migliore che «senza foto», dato che
sembrava avere un carattere più ufficiale. La successiva retata si abbatté su quelli
«senza foto» e quelli che non avevano documenti. Quelli «con foto» tirarono un
sospiro di sollievo, pensando di essersi salvati, ma la settimana seguente i certificati
«con foto» furono sostituiti da un certificato rosso, sempre a loro scelta. Molti
diffidarono di quel nuovo documento, tanto che non ebbe molto successo, ma due
settimane dopo ci fu una grande retata che li spazzò via con tutti quelli che non
avevano avuto il certificato rosso e il resto dei certificati fu soppresso.
Ciò getto il ghetto nella disperazione e nello sconforto. Tuttavia, poco dopo, i
certificati rossi furono sostituiti da quelli azzurri, di cui c’erano due tipi: «Soldati con
qualifica» o «Senza qualifica». Poiché la scelta del tipo dipendeva sempre da ciascun
ilota (bastava dichiararsi qualificato per ricevere il documento corrispondente) i
dubbi tornarono ad attanagliare Bluefont. Cos’era meglio?
Molti sentirono odore di trappola e decisero di dichiararsi «Senza qualifica»,
mentre molti altri pensarono che era meglio dichiararsi un elemento utile, dato che
Gulfport non poteva farne a meno. Tre giorni dopo tutti quelli che si erano dichiarati
«Senza qualifica» smisero di ricevere la propria razione di Cladoxpan. Oltre
millecinquecento persone si trasformarono in Non-Morti in poche ore, e il ghetto
dovette essere purificato a ferro e fuoco dagli stessi iloti, ogni volta più pieni di
rancore e sfiducia tra loro stessi.
Infine l’Ufficio di Giustizia emise un comunicato in cui diceva di sospettare che
molti degli iloti si fossero iscritti fraudolentemente come «Soldati con qualifica» e
quindi avrebbero proceduto ad annullare tutti i documenti esistenti. Una nuova razzia
cadde su Bluefont, e i lamenti furono terribili.
Lamenti molto più terribili perché molti iloti si sentivano colpevoli di essersi
iscritti nella categoria sbagliata.
E ancora un altro certificato, seguito da un altro e un altro ancora, passando per
tutti i colori possibili. Il ghetto, debole e sottomesso, accettava la situazione,
pregando di avere il documento giusto alla prossima caccia. Anche se infetti, l’ansia
di continuare a vivere li faceva aggrappare a qualsiasi speranza, per quanto fosse
minima.
E così, in questo modo crudele e spietato, Green aveva il controllo assoluto di
Bluefont. Gli iloti erano saldamente sottomessi sotto le sue scarpe.
Mi appoggiai allo schienale della sedia, troppo stanco per continuare a leggere. Era
lo stesso sistema, quasi punto per punto, che avevano applicato i tedeschi nei ghetti
ebrei della Polonia occupata. Era crudele e atroce, ma terribilmente efficace.
Dio mio, in che merda mi sono messo? Lucía aveva ragione, pensai, è preferibile
correre il rischio di andare verso l’ignoto, piuttosto che stare qui anche solo un altro
giorno.
Dovevamo andar via da lì il più presto possibile. Anche quella stessa notte se
necessario. Quando mi alzai per lasciare l’ufficio, udii la voce di Anne Sue dall’altro
lato della porta.
— Eeeeeeeeeehi, non si può entrare senza appuntamento!
La porta si aprì di colpo. Sulla soglia, Viktor Pritchenko mi osservava, ansimante e
coperto di sudore. Doveva essere venuto da casa correndo. Osservando la sua faccia
seppi che portava cattive notizie.
— Lucía — disse come riprese fiato. — Se n’è andata. È fuggita a Bluefont.
22

La decisione non era stata facile. Aveva passato tutta la notte senza riuscire a
dormire, a girarsi e rigirarsi nel letto, troppo arrabbiata col suo fidanzato e
terribilmente dispiaciuta. Lucía sapeva che le intenzioni del suo alto e sorridente
avvocato erano buone, ma le conseguenze erano spregevoli, in mezzo a quella gente
malata. Non era solo il fatto che si trattava di una società razzista e che riduceva la
donna a un mero vaso da fiori. Era la sensazione che la sua opinione non venisse
presa in considerazione. Da quando si erano conosciuti tutte le decisioni importanti le
aveva prese lui o Viktor Pritchenko.
E inoltre c’era quel reverendo.
A Lucía dava i brividi il semplice pensiero di Greene. C’era qualcosa nel suo
sguardo che era profondamente inquietante, un’oscurità densa e sporca come l’olio
bruciato di una macchina che sembrava volerti avvolgere ogni volta che il reverendo
posava i suoi occhi su di te. E tutte quelle truppe che gli ruotavano attorno. Quella
Guardia Verde così minacciosa. Senza dubbio c’era qualcosa di repellente in tutti
loro.
Ogni volta che ricordava la discussione del giorno prima, Lucía si malediceva per
essere stata così dannatamente fredda. Avrebbe dovuto ascoltarlo pazientemente,
ragionare con lui e fargli vedere che quel posto era maledetto. Invece si era
comportata come una regina del ghiaccio, rifiutandosi di guardarlo in faccia e per di
più lasciando libero sfogo al suo cattivo umore. In più di un’occasione, quella notte,
mentre ascoltava il mormorio della conversazione al piano di sotto, era stata sul punto
di saltare dal letto, scendere di corsa le scale e abbracciarlo tanto forte da togliergli il
respiro. Ti perdono, ti amo, gli avrebbe detto, ti amo così tanto che andrei in
qualsiasi posto del mondo se tu fossi lì. Ma invece era rimasta a letto, a pensare. E
l’occasione era passata, perché il suo orgoglio femminile ferito non le aveva
permesso di muoversi.
Improvvisamente si era resa conto, che il giorno seguente non avrebbe saputo
come comportarsi.
Cosa fare, dopo le parole che avevano finito per scambiarsi? Come risolvere il
problema? Se solo ci fosse stata un’argomentazione così decisiva che le avesse
permesso di dimostrare di avere ragione… E ad un tratto un’idea esplose nella sua
mente come un neon: un ilota! Se avesse parlato con uno di loro, se avesse visto
veramente il male e la tristezza che dovevano sentire… Allora avrebbe capito tutto.
Al solo pensarci, il volto sorridente di Carlos Mendoza apparì fluttuante davanti ai
suoi occhi.
Un uomo così bello, così determinato e con quello sguardo di disprezzo quando
erano apparsi i marinai minacciandolo… Una sensazione soffocante assalì
d’improvviso Lucía che gettò le coperte dal letto con un calcio. Tutt’a un tratto aveva
caldo, molto caldo.
Doveva trovare quell’uomo e parlare con lui.
Prima di rendersene conto si era alzata e si stava vestendo in silenzio. La sua
stanza si trovava al primo piano, sopra il tetto del portico, così sarebbe stato facile
uscire dalla finestra. All’ultimo minuto, una vocina nella sua testa le gridò che quella
era una solenne sciocchezza e di smetterla di comportarsi come una diciottenne con la
testa piena di uccelli. Ma poi sentì la risata gutturale di Pritchenko che rideva per
qualcosa che gli stava raccontando lui.
Stanno ridendo di me, pensò furiosa, sicuramente si stanno sganasciando dalle
risate alla mie spalle.
Quella era la spinta di cui aveva bisogno. Armandosi di coraggio, aprì la finestra e
tirò fuori una gamba. D’improvviso si rese conto che sarebbe sparita, ma senza
spaventarli a morte. Questo non era giusto anche se si stavano comportando come
due stronzi. Quindi, tornata di nuovo dentro prese un libro che si trovava sul comò.

Vado via a Bluefont. Spero di ritornare presto, non preoccuparti per me.
L.

Lasciò la nota sul materasso e uscì dalla finestra. Camminò attentamente sul tetto
del portico fino ad arrivare all’angolo della casa, dove un gelsomino rampicante si
avvolgeva ad un traliccio. Appoggiando attentamente i piedi negli spazi vuoti, scese
lentamente fino ad arrivare al suolo.
Una volta lì, si guardò intorno. La pioggia fine dell’inizio serata si era trasformata
in un acquazzone che cadeva con un dolce rumore. Guardando le finestre illuminate
della casa, la vocina lanciò un ultimo grido soffocato: «Non andare!».
Ma era ormai troppo tardi. Scrollandosi la pioggia dalle spalle Lucía s’incamminò
verso Bluefont, mentre le sue lacrime si mescolavano con le gocce di pioggia che le
cadevano sul viso.
Impiegò quasi quaranta minuti ad arrivare al limite del quartiere segregato. La sua
casa si trovava all’incirca all’altro capo della città, e si era persa un paio di volte. Ci
fu un momento, girando un angolo, in cui la sua avventura stava per concludersi
prematuramente. Un Hummer con quattro soldati della Milizia Bianca di Gulfport
pattugliava lentamente per il centro della carreggiata, illuminando pigramente le
facciate delle case. Lucía ebbe appena il tempo di nascondersi dietro ai bidoni della
spazzatura. Trattenne il respiro quando il getto di luce si fermò sul suo nascondiglio.
Per un istante pensò che l’avessero scoperta, ma finalmente la luce continuò il suo
percorso, mentre l’Hummer si allontanava fra la pioggia.
Lucía aspettò un attimo per assicurarsi di essere sola prima di lasciare il suo riparo.
Nel giro di dieci minuti arrivò sulla sponda del canale che separava Bluefont dal resto
della città. Il suo sguardo si fermò sul letto del fiume, che degradava abbastanza
velocemente. La pioggia stava alimentando il canale e l’acqua ruggiva, con
increspature di schiuma nera sulla sua superficie.
Camminò per un buon tratto lungo il canale, cercando un punto in cui attraversare.
In breve si rese conto, scoraggiata, che il letto correva lungo tutto il perimetro.
Quando il canale arrivava al Muro scompariva sotto un blocco di cemento armato che
aveva un grande tubo di scolo nella parte inferiore. Lucía appoggiò la sua mano sulla
superficie grezza. Faceva freddo e si stava inzuppando per la pioggia. Dall’altra parte,
qualcuno (qualcosa) emise un gemito, seguito immediatamente da un’altra mezza
dozzina. Alla giovane si rizzarono i capelli. I Non i Morti erano fuori dalla città,
incapaci di valicare la barricata, però ancora ansiosi di farlo.
Ritornò sui suoi passi, intenzionata a localizzare qualche punto in cui poter
guadare. Il ponte venne scartato. Le Guardie Verdi di stanza alla barricata non le
avrebbero permesso di passare per nessun motivo. A volte il loro sguardo si dirigeva
verso l’altro lato. Il lato del ghetto era immerso nell’ombra, in contrasto con le strade
di Gulfport illuminate a giorno. Solo occasionalmente si vedevano deboli luci in
lontananza, tremolanti come se fossero sul punto di estinguersi.
Quando ormai stava quasi per disperare, la vide.
Era una ragazza di circa 28 anni, bella, minuta e molto scura. Aveva i suoi lunghi
capelli neri annodati in una coda di cavallo che scendeva sulla sue spalle. Indossava
un’uniforme militare di due taglie più grande ed era seduta sotto un capannone di
lamine di ottone. Davanti a lei c’era un falò su cui era sospeso un grande calderone
ottenuto da mezzo bidone tagliato, in cui bolliva acqua. Ogni tanto la ragazza
prendeva dei vestiti da una borsa e li metteva con un bastone nell’acqua bollente.
Tutti quei vestiti erano intrisi di sangue essiccato.
— Ciao! — gridò Lucía.
La ragazza nera, distratta dal suo lavoro, sembrò non sentirla. Quando Lucía gridò
di nuovo si alzò con un salto e guardò dalla sua parte allarmata, tenendo il bastone
come se fosse stato un randello.
— Qui! Da questa parte! — esclamò Lucía, scuotendo le braccia.
La ragazza, vedendola, sembrò tranquillizzarsi. Si avvicinò al bordo del canale,
che dal suo lato era coperto da una rete metallica di filo spinato.
— Cosa vuoi? — disse, tra il rumore dell’acqua — Vendi o compri?
— Nessuna delle due cose — rispose Lucía, confusa — Voglio passare da quel
lato del fiume. Da dove posso farlo?
La ragazza nera si stupì nel sentire Lucía. Improvvisamente lanciò una risata
amara.
— Perché vuoi passare da questa parte? Sei impazzita o cosa?
— Devo parlare con qualcuno che sta a Bluefont.
— Perché non parli con il tuo reverendo o con i leccapiedi Nazi che sono nel
ponte. Io non posso aiutarti. — E si girò, dirigendosi di nuovo al capannone.
— Non andartene, per favore! Qual è il tuo nome? — Nella voce di Lucía vibrava
una nota di urgenza.
— Il mio nome è Alejandra, ma tutti mi chiamano Ale. — All’improvviso la
ragazza si girò, stranita — Com’è che parli spagnolo?
— Vengo dalla Spagna — chiarì Lucía — Sono appena arrivata.
— Sei molto lontana da casa tua, gachupina 3 — disse, pensierosa — Ma non si
spiega perché cazzo vuoi venire di qua. Stai meglio lì, credimi.
— Devo parlare con un uomo di nome Carlos Mendoza. Lo conosci?
— Che cosa hai da spartire tu con Gato Mendoza? — C’era autentica curiosità
nella voce di Alejandra.
— L’ho incontrato sull’Ithaca.
La giovane rimase un secondo in silenzio.
— Come faccio a sapere che non è una trappola? — rispose Alejandra, guardando
verso l’oscurità, come se in qualsiasi momento una truppa di Guardie Verdi potesse
irrompere inaspettatamente.
Lucía pensò rapidamente. D’un tratto si ricordò la conversazione che aveva avuto
con Mendoza a bordo della petroliera.
— Mi ha detto di dire, se mai ne avessi avuto bisogno, che ero dei Giusti.
Al sentire quelle parole qualcosa nello sguardo della ragazza sembrò cambiare.
— Tipico del Gato — mormorò scuotendo la testa — D’accordo. Seguimi.
La messicana cominciò a camminare dal suo lato del canale, mentre Lucía faceva
altrettanto dal suo. Dopo un po’, Alejandra si fermò accanto alle contorte e
arrugginite lamiere di una bicicletta che marciva lentamente sulla recinzione.
— Per di qua — disse — Attraversa.
Lucía si guardò intorno senza capire come fare. Era già passata di lì due volte e
niente di quel posto aveva richiamato la sua attenzione. La sponda era completamente
deserta, e il bordo del canale scendeva leggermente inclinato verso il basso fino
all’acqua, che turbinava intorno alle rocce depositate da un’inondazione sulla riva.
— Che devo fare? — domandò, confusa.
— Fidati e, semplicemente, cammina — rispose pazientemente Alejandra.
Lucía camminò lungo il bordo del canale, giusto fino al punto in cui l’acqua
lambiva la punta delle sue scarpe. Ci vollero alcuni secondi perché vedesse una serie
di assi sotto l’acqua, a circa venti centimetri dalla superficie.
— È un ponte vietnamita. — Alejandra si sedette sul bordo del canale e le indicò
l’acqua — È come un ponte normale, ma invece di essere sulla superficie si trova due
spanne sotto l’acqua. Dovrai toglierti le scarpe per attraversarlo.
Lucía se le tolse e mise i piedi nell’acqua. Era fredda e la corrente aveva molta
forza, ma anche così il percorso sul ponte sommerso sembrò notevolmente facile.
Quando arrivò a metà del viaggio comprese che mai avrebbe potuto attraversarlo a
nuoto. La forza dell’acqua era troppo intensa.
Improvvisamente un ramo trascinato dalla corrente le colpì una caviglia. Lucía,
sorpresa, traballò, cercando di mantenere l’equilibrio. Allungò le mani tentando di
aggrapparsi a qualcosa, ma ormai era troppo tardi. Con uno sciabordio cadde
nell’acqua di testa.
La corrente del canale la spinse contro la struttura sommersa del ponte con tanta
forza che uno dei pali si inchiodò nelle sue costole. Lucía emise un grido strozzato
sott’acqua soffocando per l’acqua che le riempì la bocca. Nell’oscurità perse per un
momento il senso dell’orientamento e in quegli interminabili secondi non seppe dove
si trovava la superficie. La giovane sentì il panico scivolare in gola. Se non fosse
risalita velocemente in superficie sarebbe senza dubbio affogata.
Non voglio morire così. Non voglio morire affogata in uno sporco canale di notte.
Con un calcio, si diede l’impulso verso la superficie. Tirò fuori la testa e respirò
impazientemente, mentre tossiva in modo incontrollabile a causa di tutta l’acqua
sporca che aveva ingoiato. Si aggrappò al ponte e, dopo aver scostato i capelli bagnati
dalla faccia, guardò verso la sponda del ghetto. Con sua sorpresa, la giovane
messicana era scomparsa, come se la terra l’avesse ingoiata. Prima che potesse
pensare ad altro, il ruggito di un motore in arrivo risuonò sulla riva che aveva appena
abbandonato. Spaventata, vide come un veicolo di pattuglia seguiva il confine del
canale, passando il proiettore sulla rete metallica ed il letto d’acqua. Erano a meno di
cinquecento metri. Non le avrebbero dato il tempo di risalire di nuovo sul ponte, e
ancora meno di arrivare a una delle due rive.
Aveva solamente un’alternativa. Inspirò profondamente varie volte per
iperventilarsi, e quando il fascio di luce si fermò a meno di cinque metri dalla sua
testa, si immerse di nuovo. I primi dieci secondi passarono molto lentamente.
L’acqua era così fredda che poteva sentire quanto le dolevano le articolazioni quando
le contraeva. La corrente trascinava ogni tipo di detriti che la colpivano passandole
accanto. Qualcosa di una consistenza viscosa le sfiorò il viso e Lucía fu sul punto di
lasciarsi prendere dal panico. Quando non poté resistere oltre, ritornò in superficie,
tentando di fare il minor rumore possibile.
La macchina pattuglia si allontanava lentamente a valle. C’era mancato un pelo.
Esausta, fisicamente ed emotivamente, cercò di risalire sul ponte. I suoi vestiti
bagnati sembravano pesare una tonnellata, e dovette provarci tre volte prima di
riuscire a inginocchiarsi sulla superficie sommersa.
— Gachupina! Muoviti! Ritorneranno in meno di tre minuti! — Alejandra si era
materializzata di nuovo dalle ombre e faceva gesti urgenti affinché facesse in fretta.
Appoggiando attentamente i piedi, percorse il resto del tragitto. Quando arrivò
dall’altra parte scalò l’arginamento fino alla rete metallica. La messicana aveva già
aperto un buco ingegnosamente nascosto fra il filo spinato, sufficientemente grande
perché Lucía vi scivolasse attraverso. Appena fu dall’altro lato, Alejandra rilasciò la
molla che manteneva aperto il buco e la rete metallica si chiuse dietro di lei come se
non fosse mai esistita.
La messicana l’osservò dall’alto in basso, con le mani nella vita. Nonostante la
bassa statura, la sua figura emanava determinazione e carattere.
— Benvenuta all’inferno, gachupina. Non so cosa diavolo ti porta da questa parte,
ma spero che ne valga la pena. Non credo che attraverserai mai più questo fiume.
23

Bethsaida, Mississippi, cinque mesi prima

— Di là ce n’è uno! Sparagli! Sparagli, idiota! Carlos Mendoza si girò a tutta


velocità, seguendo le indicazioni del Chino Cevallos. Dall’altro lato del marciapiede
della strada principale di quel paese era apparso improvvisamente un Non-Morto
dondolandosi. Era un uomo di circa quarant’anni, vestito con jeans ed una maglietta
alla quale mancava un buon pezzo. Sul petto, vicino alla base del collo, spiccava
un’appariscente ferita, lì dove l’avevano morso. O almeno sarebbe dovuta essere lì,
benché l’unica cosa certa era che la ferita fosse coperta da una massa pelosa di funghi
arancioni che non lasciavano vedere la pelle. Parte dei funghi si era già ramificata e si
arrampicava ansiosamente per il collo dell’individuo fino alle sue fosse nasali.
L’insieme risultava tra il repellente e l’ipnotico. Stava diventando sempre più comune
vedere un Non-Morto coperto di funghi, benché Mendoza e il suo compagno non
sapessero perché.
Carlos alzò la sua carabina da caccia. Come faceva sempre, bagnò il suo pollice, lo
passò sul cane e poi mirò accuratamente. Il Non-Morto occupò completamente la sua
visuale per alcuni secondi, fino a che strinse il grilletto. Un istante dopo, un lato della
testa dell’individuo si aprì come uno zampillo ed il Non-Morto cadde a terra,
liquidato.
— E con questo fanno quindici — mormorò il Chino Cevallos, mentre si
avvicinava.
Erano entrati in quel paesino disperso da due ore e avevano potuto saccheggiarlo
tranquillamente, fino a che negli ultimi dieci minuti, i Non i Morti, attratti dalla loro
presenza, avevano circondato il piccolo negozio dove si erano rifugiati. Li avevano
spazzati via tutti, ma l’avventura stava risultando un disastro. Il paese era già stato
saccheggiato in precedenza da qualche gruppo di foraggiatori, e loro due avevano
trovato appena un paio di lattine di zuppa Campbell scaduta, nascoste sotto a una
libreria. Dopo un breve dibattito, avevano deciso di correre il rischio di consumarle, a
dispetto del pericolo di botulismo. Avevano visto morire varie persone a causa di
alimenti andati a male, ma la fame stringeva. Con quello, erano già sei giorni senza
portarsi niente alla bocca, e incominciavano ad essere deboli.
Due lattine di zuppa scaduta, pensò Mendoza, e la metà della nostra riserva di
munizione sprecata. Un altro paio di giorni come questo e possiamo darci per
spacciati.
Lui e Fernando Chino Cevallos erano insieme da più di un anno. Non sapevano
quanto tempo avevano passato da quel lato della frontiera statunitense, ma ciò di cui
erano sicuri era che in quell’occasione si erano addentrati troppo internamente in un
territorio straniero più che in qualsiasi incursione precedente. La loro ricerca di
alimenti era sempre più disperata e, d’altra parte, le frontiere non significavano ormai
niente in quel momento.
Quando era esplosa la pandemia, Carlos Mendoza si era arruolato come volontario
in uno dei gruppi armati che si dedicava alla «caccia del güero» lungo il confine. Per
tre lunghe settimane, gruppi di civili e volontari pattugliarono incessantemente la
frontiera tra Messico e Stati Uniti, intercettando tutti i nordamericani che tentavano di
scappare dal TSJ fuggendo nel paese vicino. Prima sparare e dopo domandare era
stato il motto. E che fossero maledetti se non l’avevano applicato alla lettera.
Ma non era servito a niente. Il TSJ aveva trionfato e il Messico, come il resto del
mondo, era andato a puttane un paio di settimane più tardi. Mendoza, il Chino
Cevallos ed altri cento uomini armati si erano visti improvvisamente isolati, senza
ordini e senza una missione da compiere. Almeno la metà di quei volontari aveva
abbandonato il gruppo dirigendosi affrettatamente verso le proprie case, per
proteggere i propri cari, (benché molti sapessero in cuor proprio che era già troppo
tardi). Altri avevano pensato che separarsi in quella situazione sarebbe stato un
suicidio. Infine, alcuni come Carlos Mendoza non se ne erano andati perché,
semplicemente, non avevano un posto migliore dove andare.
I cinquanta «Matando güeros» avevano passato i mesi seguenti percorrendo la
frontiera, tentando di sopravvivere tra le orde di Non-Morti che li tormentavano da
una parte e dall’altra. A poco a poco se ne erano andati rimanendo senza munizioni,
veicoli ed alimenti. Man mano che passavano i giorni erano sempre meno.
E in quel momento rimanevano solamente loro due.
— Questa zuppa non è poi così male… — commentò il Chino Cevallos, mentre ne
sorbiva rumorosamente una cucchiaiata. — Credo che andrò… Hey, bastardo! Dove
stai andando?
Mendoza saltò all’indietro giusto quando la finestra situata sulla sua testa esplose
dentro in una pioggia di vetri rotti e schegge di legno. Un uomo enorme, coperto di
sangue coagulato, cercava di entrare dal buco gemendo in un modo inintelligibile. Al
tempo stesso due donne e una bambina erano apparse di colpo dalla porta posteriore,
e un rumore nel portico anteriore li avvertì che uno o più Non-Morti si stavano
avvicinando in quella direzione.
È una trappola. Mendoza maledisse se stesso per esserci cascato in quel modo.
Mentre scaldavano quelle maledette lattine di zuppa un gruppo di Non-Morti aveva
circondato la casa.
Il Chino sfoderò la sua arma e fece saltare la testa dell’uomo alla finestra con la
freddezza di un professionista (prima dell’Apocalisse era stato un pistolero del
cartello di Tijuana). Di seguito tornò per far fronte alle donne che si dondolavano in
mezzo alla stanza. Una di loro aveva pestato il fuoco su cui stavano scaldando la
zuppa, e le fiamme le consumavano la gamba destra, coperta di file di funghi, ma non
sembrava rendersene conto. Il Chino Cevallos sparò velocemente tre volte, prima che
la sua Beretta si bloccasse.
— Fottiti tua madre! — imprecò, mentre tentava di sbloccare il percussore. Quelle
furono le sue ultime parole.
Due o tre Non-Morti introdussero le loro braccia dalla finestra che aveva spaccato
l’Uomo Grasso e afferrarono il Chino Cevallos da dietro. Prima che Mendoza potesse
fare niente, contemplò, atterrito, il corpo del suo compagno che spariva attraverso
quel buco. Un urlo soffocato, seguito da un rumore sordo, come di uno straccio
inzuppato caduto a terra, e le gambe del Chino smisero di muoversi, mentre una
macchia scura ed umida si stendeva sul cavallo dei suoi pantaloni.
Carlos Mendoza non ebbe molto tempo per intrattenersi a meditare sulla fortuna
del vecchio pistolero, perché aveva già i suoi problemi. Aveva sparato le due ultime
cartucce del fucile da caccia contro un Non-Morto che era spuntato dalla finestra, e
nel frattempo, l’unica donna superstite (quella a cui stava bruciando una gamba), gli
si era gettata praticamente sopra.
Mendoza afferrò la Mossberg come una mazza e con un colpo secco aprì la testa
della donna con un rumore sordo. Chiuse istintivamente gli occhi un secondo prima
dell’impatto, per evitare che gli schizzi gli impregnassero le pupille. Due mesi prima,
uno dei suoi ultimi compagni si era infettato così, e si erano visti obbligati a finirlo in
marcia, a dispetto delle sue suppliche.
Sentì che uno spruzzo di sangue freddo e pastoso gli bagnava la faccia. Un paio di
grumi scivolarono sul suo naso, scorrendo lentamente. Carlos serrò la bocca ed espirò
aria, tentando di mantenere libere le fosse nasali. Il panico l’assalì, con una
sensazione fredda che ridusse i suoi testicoli al volume di due biglie. Se avesse
lasciato che il sangue marcio entrasse in contatto con qualcuna delle sue mucose era
fatta. Per evitarlo doveva rimanere con gli occhi completamente chiusi, in mezzo al
Carnevale del Non-Morto Pazzo del Paese senza Nome, almeno fino a che non fosse
stato capace di pulire completamente tutto quel miasma contaminato. Un piano
orribile.
Magnifico, Carlitos, litigare alla cieca con tre di questi cosi putridi, senza poter
aprire gli occhi né respirare. Puoi fotterti più di così, amico?
Carlos si gettò a terra e cominciò a gattonare alla cieca, imbattendosi in gambe di
Non-Morti mentre scivolava con la velocità di un’anguilla. Sentiva mani rozze sulla
sua schiena che cercavano di afferrare i suoi vestiti, ma Mendoza si scuoteva come un
mastino impazzito, facendosi largo alla cieca. Le sue mani spazzavano la pedana
sconquassata, cercando la borraccia che aveva lasciato appoggiata sul suo zaino.
Devo lavarmi il viso, devo lavarmi il viso, devo… CAZZO!
Carlos fu incapace di contenere un grido, aveva appoggiato la sua mano sulla brace
del falò che si era sparsa per tutto il suolo della stanza a seguito dello scontro.
Improvvisamente, le sue dita si chiusero sulla lattina di zuppa che stava per mangiarsi
quando era incominciato l’assalto. Senza pensarci due volte, se la lanciò sul viso.
Il brodo denso gli bruciò la pelle, ma pulì via tutto il lerciume che era stato
proiettato fuori dal cervello della donna. Mendoza ululò di dolore, mentre sfregava
con furia, togliendo via fino all’ultimo grammo di materia grigia dal suo viso. Aprì
gli occhi con sforzo, e quasi subito desiderò non averlo fatto. La Donna Bruciata si
era trasformata in una pira e aveva propagato le fiamme a mezza stanza. Un paio di
braci del falò erano state sparate contro un mucchio di giornali vecchi ammucchiati e
quel mucchio di carta tarmata si era acceso come paglia, riempiendo la sala di fumo,
mentre le fiammate lambivano il soffitto di legno.
Qui brucerà fino alle fondamenta, pensò con furia mentre il viso non smetteva di
pulsargli, dolorante e bruciato.
Retrocedette fino all’uscita, contorcendosi di dolore. In mezzo al fumo si imbatté
in una figura. Mendoza gli diede uno spintone e quella cosa cadde all’indietro con un
grugnito. Uno scintillio di luce gli indicò la direzione della porta. Poteva farcela.
Ce la farò.
Accadde in un attimo. Se si fosse affacciato un secondo prima, quel Non-Morto
(che rispondeva al nome di Charles Richmond quando ancora era vivo, un vecchio
affascinante, affettuoso coi pochi bambini del paese, veterano della guerra della
Corea e Medaglia di Bronzo) sarebbe stato troppo lontano. E un secondo dopo il
Non-Morto si sarebbe già allontanato, fuggendo dalle fiamme. Tuttavia, Carlos
Mendoza tirò fuori dalla casa la sua testa arrossata proprio in quell’istante. E il signor
Richmond (benché oramai non fosse più, neanche lontanamente, il vecchio signor
Richmond), gli piantò un profondo morso nella spalla coi pochi denti che gli
restavano.
Carlos gridò, in un miscuglio di dolore, paura e furia. Tenendo il vecchio signor
Richmond per le spalle, lo alzò e lo lanciò dentro il negozio in fiamme, (la qual cosa
non gli risultò molto difficile dato che Carlos Mendoza era un uomo alto e muscoloso
ed il signor Richmond, perfino quando era vivo, ormai non era che un anziano
rinsecchito e tremante di non più di cinquanta chili).
Il messicano ritornò a studiare la sua ferita. Era un’incisione piccola, ma profonda.
Uno dei denti mezzo marcio del signor Richmond era rimasto incastrato nella sua
pelle, inchiodato profondamente nella sua carne. Lo strattonò fino a toglierlo
gettandolo al suolo.
Sono finito. È la fine.
Carlos Mendoza, l’uomo che era sopravvissuto al resto dei suoi compagni, cadde
sulla polvere della strada. Era esausto e per di più condannato. Che finissero anche lui
quanto prima. Sarebbe stato molto meglio che rialzarsi poco dopo trasformato in uno
di loro.
Il legno della casa incendiata crepitava man mano che le fiamme l’andavano
divorando. Ogni tanto suonavano piccole esplosioni, come spari, quando i nodi
resinosi del piano venivano consumati dal fuoco. Quegli scoppiettii disturbavano il
sonno di Carlos, man mano che scivolava verso l’incoscienza.
Scoppiettii come spari.
Come spari.
Spari. Erano spari.
Carlos Mendoza tentò di tirarsi a sedere, ma era troppo debole. Improvvisamente,
un’ombra si proiettò sul suo viso. Un Non-Morto lo contemplava in controluce,
pronto a scagliarsi su di lui.
D’accordo. Che finisca tutto d’un colpo.
Il Non-Morto si inclinò su di lui, palpò tutto il suo corpo e schioccò la lingua.
Mentre Mendoza pensava che ciò non poteva essere più sorprendente, il Non-Morto
alzò la testa e gridò:
— Ehi, qui ce n’è uno vivo!
— È uscito da quella casa in fiamme! Cazzo! — disse un’altra voce.
— E non solo quello — replicò la prima mentre avvicinava una borraccia piena di
un liquido denso alla bocca del messicano. — Tutta la strada è piena di Non-Morti
sventrati. Questo bastardo vende molto cara la sua vita.
— Le sue vite, vorrai dire — replicò l’altro con voce divertita. — Se è
sopravvissuto a questo, ha più vite di un gatto.
24

Mendoza balzò a sedere all’improvviso sulla sua branda zuppo di sudore. Per
alcuni istanti fu incapace di orientarsi, mentre la sua mente si staccava dalle ultime
ragnatele del sonno.
Un’altra volta. L’ho risognato un’altra volta.
Si alzò e cercando di non pestare nessuno si avvicinò al secchio pieno d’acqua.
Tutte le notti, da quando era arrivato a Gulfport, la scena del giorno in cui era stato
salvato l’assaliva in sogno. Il messicano immerse la testa nel secchio e dopo alzò di
colpo la testa proiettando all’indietro i suoi capelli.
È solo un sogno. Un maledetto ricordo che ritorna, ancora e ancora.
Non era passata neanche una notte da quando era arrivato a Bluefont senza che il
ricordo del giorno in cui una pattuglia errante di iloti l’aveva trovato agonizzante,
assalisse la sua mente. Era il suo mostro personale, la sua punizione.
Mi accompagnerà finché vivo. Prima l’accetto, meglio sarà.
Carlos Mendoza odiava Gulfport e tutto ciò che rappresentava. Il suo odio aveva la
forza e l’intensità della fiamma di una torcia, ed era quell’ira ciò che lo manteneva
vivo e gli permetteva di andare avanti. Era fedele al Cladoxpan dal giorno in cui
quell’anziano Non-Morto l’aveva morso. Non era l’unico; in realtà erano molto pochi
gli abitanti di Bluefont che non avevano bisogno di quella strana bevanda per
sopravvivere. Carlos non poteva vivere senza, ma quella vita di schiavitù fisica gli
risultava odiosa, quasi quanto le retate nel ghetto.
Si mise in fretta una giacca militare e si allacciò gli stivali. Poi si intrecciò i lunghi
capelli bagnati in un codino che gli cadeva sulla schiena ed evitando di fare rumore
uscì della stanza che condivideva con altre sette persone. Era un capo gruppo, e per
diritto gli spettava un letto (l’unico letto della stanza, in realtà, che gli tornava
comodo per una sveltina di tanto in tanto), ma quel giorno l’aveva ceduto alla donna
incinta di un brasiliano del quale non conosceva neanche il nome. Carlos si
domandava sempre come diavolo avevano fatto quei due a finire tanto lontano dal
loro paese. Nella mente del messicano, perfino con i Non-Morti, qualsiasi spiaggia
brasiliana era molto meglio di quel posto abbandonato da Dio.
Scese le scale e attraversò la strada di gran passo. La pioggia aumentava,
inondando l’asfalto di Bluefont che da tempo aveva perso lo splendore dei suoi
giorni. Enormi avvallamenti qui e là si trasformavano in piscine sotto la pioggia, e il
messicano dovette aggirarle con cautela prima di arrivare alla porta del Gallo Rojo,
una delle tante cantine clandestine del ghetto.
Entrando, una zaffata di calore umano, aspro e umido, gli assalì il naso. Odorava di
vestiti bagnati, sudore, tabacco e alcool. Benché nel ghetto mancasse quasi tutto, ogni
volta che uscivano per le spedizioni di rifornimento per la Città Bianca di Gulfport,
varie scatole si «perdevano» prima di arrivare al magazzino, perciò le bevande
alcoliche e il tabacco circolavano con facilità. Si era organizzato perfino una specie di
mercato nero tra i due lati della recinzione, poiché il reverendo Greene non vedeva di
buon occhio che «il fumo di Satana e il sangue di Belzebú» entrassero a Gulfport.
— Ciao, Gato — lo salutò affettuosamente la cameriera, una donna grassa e dalle
grandi tette che sembravano mantenere la scollatura del suo vestito al limite della
resistenza. — Che seratina, non è vero?
— Puoi dirlo forte, Morena — replicò il messicano mentre si scuoteva l’acqua dai
vestiti. Molti dei clienti lo salutarono e, senza che lo chiedesse, gli fecero spazio al
bancone. — Dammi una bottiglia di tequila e portami qualcosa da mangiare, bellezza.
La donna mise una bottiglia di José Cuervo davanti a Mendoza e un piatto di
fagioli che sembravano aver litigato col mondo.
— Andiamo — si lamentò Carlos Mendoza. — Non hai niente di meglio?
— È quello che c’è, Carlitos — rispose l’altra, dandogli un buffetto sulla mano. —
Alcol, donne e tabacco quanto ne vuoi, ma di cibo siamo a corto.
Il messicano si strinse nelle spalle rassegnato vuotando in un sorso il primo
bicchierino di tequila della serata. Quindici minuti dopo, coi fagioli nello stomaco ed
un quarto di bottiglia di tequila a scaldargli le vene, cominciò a sentirsi bene per la
prima volta da quando si era svegliato nel cuore della notte.
E in realtà fu allora che la sua vita cominciò a complicarsi.
La porta della cantina si aprì di colpo per la seconda volta nella serata e una raffica
di vento e di pioggia entrò nel locale, facendo tremare le fiamme delle lampade a olio
che illuminavano la stanza. Vari clienti grugnirono lamentandosi ma le due figure alla
porta non sembravano decidersi a entrare. Infine la più bassa delle due attraversò la
porta trascinando l’altra.
— Gato! — disse la più bassa — Alla fine ti ho trovato, stronzo! Ho una sorpresa
per te, amico.
Mendoza rimase inchiodato alla sedia, domandandosi se la tequila non gli stesse
provocando allucinazioni. Vicino ad Alejandra si ergeva la figura di Lucía, coi vestiti
zuppi incollati alla pelle, le braccia incrociate sul petto e uno sguardo da cerbiatta
spaventata negli occhi.
— Prego, signorina. — Il messicano scese dallo sgabello e senza distogliere lo
sguardo da Lucía fece spazio al bancone — Morena! Porta qualcosa di caldo per la
mia amica, e un maledetto asciugamano affinché possa asciugarsi. Per favore!
— Ti ho trovato — mormorò Lucía mentre si asciugava il viso insistendo con
l’asciugamano. Sentiva gli sguardi di tutti i clienti del locale inchiodati alla sua
schiena. La maggior parte delle espressioni erano di stupore, ma alcune erano torve,
altre persino provocatorie. La giovane fu dolorosamente cosciente che la sua pelle era
la più bianca di tutta la sala.
— Sono felice che tu abbia deciso di venirmi a trovare — disse Mendoza,
sfoggiando il suo miglior sorriso.
— Non è una visita di cortesia. Almeno, non nel senso che puoi immaginare.
— Dimmi.
Il messicano diede un sorso alla sua bevanda mentre studiava la giovane al di sopra
del bordo del bicchiere. Per un secondo aveva pensato che la giovane fosse andata lì
affascinata dall’attrattiva di una tresca con un bell’ilota. Sapere che non era così
feriva profondamente il suo orgoglio di maschio latino, benché non volesse
riconoscerlo.
Che diavolo vuole?, pensò. Droghe? No, non ne ha l’aspetto. Alcool? Non credo…
— E mi dica, che cosa posso fare per lei, signorina?
— Ho bisogno che parli con qualcuno.
— Che parli con qualcuno — ripeté, come se non l’avesse sentita bene.
— Sì, con il mio… con qualcuno molto speciale per me.
— E cosa si suppone debba dire a questa persona speciale, esattamente? —
domandò, mentre la tequila gli ronzava nelle orecchie.
— Deve spiegargli che questo è sbagliato. — La ragazza alzò le braccia e indicò
attorno. — Che è orribile che a Gulfport vi facciano questo, che quel Greene è un
maiale, un immorale e che…
Il messicano non poté sopportare oltre ed esplose in una risata. Ogni volta che
cercava di calmarsi tratteneva il respiro, ma l’espressione offesa di Lucía lo
costringeva a ricominciare a ridere in modo incontrollabile. Alla fine con le lacrime
agli occhi si calmò e diede una manata al bancone.
— Avete sentito, amici? La signorina qui vuole che attraversi il canale, che mi
introduca a Gulfport e che illumini qualche povera anima persa… Cominciò ad
imitare la voce di Lucía. — Sta male, molto male, signor Greene, deve trattare meglio
i poveri iloti…
Lucía arrossì di rabbia e scagliò l’asciugamano inzuppato contro il viso del
messicano.
— Basta con queste stronzate! Ho avuto già abbastanza discussioni questa notte,
cazzo! — esplose. — Quello che cerco di fare aiuterà tanto voi quanto me. La
persona che devi convincere sta in una posizione da cui può aiutarvi molto. Lui è…
Mendoza tagliò corto con uno schiaffo in faccia alla ragazza che la fece girare
come una trottola. Lucía rimase a guardarlo stupefatta come se non potesse credere
che l’avesse appena picchiata. Si portò la mano alla guancia destra che cominciava a
gonfiarsi.
— Con me nessuno alza la voce — disse Mendoza con voce vellutata mentre
l’afferrava per un braccio. — Men che meno una gachupina arrivata dell’altro lato del
canale che non sa neanche in che tipo d’inferno si sta cacciando.
— Gato, aspetta — intervenne Alejandra. — La ragazza è quasi annegata
attraversando il fiume. Credo che almeno dovresti ascoltare quello che dice.
— Tu, stai zitta — sibilò Mendoza — Per quanto ne so, questa ragazza potrebbe
essere perfettamente una spia del reverendo. E ora che ci penso, tu ti sei salvata
nell’ultima retata senza avere neanche i documenti in regola.
— Non sono una spia! — gridò Lucía, indignata.
— Mi stai dando della traditrice, fottuto bastardo? — Il viso di Alejandra sembrava
lanciare fiammate.
Carlos Mendoza alzò le mani, facendo un passo indietro.
— Una alla volta, signorine, una alla volta. — Un coro di risate alcoliche
accompagnò la frase mentre la piccola messicana stringeva i pugni, impotente. —
Ragazzi, portate la gachupina in cantina mentre discutiamo che cosa fare con lei. E
tu, vai a lavare stracci che è ciò che sai fare… Forza!
Atterrita, Lucía sentì che un gitano e un tipo di colore la trascinavano fino ad una
botola sporca nascosta sotto a un tappeto. Mentre la spingevano nella cantina poté
vedere che Alejandra era stata cacciata dal locale. La messicana lanciava maledizioni
e calci a destra e sinistra mentre un tipo muscoloso la scaraventava fuori.
La botola si chiuse di colpo sulla sua testa e Lucía rimase avvolta nelle tenebre.
Sentì come se qualcuno trascinasse qualcosa di pesante sul tappeto; dopo un
momento il rumore del bar riprese il suo tono abituale, con tintinnio di bicchieri,
grida e risate.
Disperata, la giovane si raggomitolò tra due montagne di scatole e cominciò a
piangere in silenzio. Si malediceva per essere stata tanto stupida da fidarsi alla cieca
di un tipo col quale aveva scambiato solo quattro parole.
Ma soprattutto aveva paura. Una paura atroce.
25

La mattina seguente, il cielo era plumbeo su Gulfport. Con la luce del giorno, la
miseria e le montagne di rifiuti del ghetto erano visibili, mettendo in rilievo
l’autentica natura di quel posto. Tuttavia non c’erano molti topi. Quelli che non
cacciavano le bande di bambini affamati cadevano nelle fauci di qualcuno dei
numerosi cani che vagabondavano tra le case mendicando qualche avanzo. Quasi tutti
i cani erano sopravvissuti all’Apocalisse, ma erano rimasti a malapena gatti vivi.
Quello era un mistero che ancora nessuno era riuscito a risolvere.
Carlos Mendoza si svegliò con la sensazione che un nano psicopatico con un
martello pieno di punte si fosse stabilito nella sua testa e si stesse divertendo a
schiacciare il suo cervello. Era rimasto a dormire su uno dei tavoli del locale. Il
pavimento era pieno di avventori che russavano o si sgranchivano mentre Morena, la
proprietaria del locale (con un aspetto non molto migliore di Carlos) li stava
svegliando a calci.
— Che ora è? — mormorò con voce pastosa mentre tirava fuori una sigaretta
stropicciata e se la metteva in bocca.
— Non ha più molta importanza, Carlitos — rispose Morena mentre propinava un
calcio a un tipo barbuto e pieno di tatuaggi — ormai è già giorno.
Il messicano grugnì e all’improvviso si ricordò della ragazza rinchiusa nel
nascondiglio segreto.
— Tomás, Adrián, tiratemi fuori la gachupina dal buco, ragazzi.
I due uomini spostarono un tavolo (e il tizio che ci dormiva sopra) per poter aprire
la botola. Il primo dei due cominciò a scendere le scale mentre l’altro aspettava sopra.
Un improvviso ululato di dolore svegliò del tutto quelli che ancora stavano
dormendo.
— Aaaaargg, fottuta cagna, mi ha tagliato! — gridò l’uomo.
Si sentì una lotta furiosa nel buco e all’improvviso apparve di nuovo mentre saliva
la scala con Lucía al seguito. Il tipo aveva un profondo taglio sul braccio sinistro, e
teneva Lucía per il collo col suo braccio destro. La giovane brandiva il collo rotto di
una bottiglia, ma la mancanza di ossigeno stava per lasciarla incosciente.
— Andiamo, Tomás, lascia la ragazza, la stai ammazzando! — biascicò Mendoza
mentre si risciacquava la bocca con un sorso di liquore. Il messicano sentiva
rimontare la rabbia della notte prima al vedere il viso pallido della giovane sdraiata a
terra.
Lucía tentò di strisciare fino alla porta, ma di colpo sentì che qualcuno la prendeva
per i capelli e la metteva in piedi con una forte tirata. Il dolore fu così intenso che
sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
— Dove vai, sgualdrina? — Era l’uomo chiamato Tomás. — Dobbiamo ancora
parlare con te.
— Lasciala, Tomás — disse Mendoza, con voce tagliente — Stai sanguinando e
potresti sporcare la ragazza.
L’uomo guardò Lucía con risentimento per alcuni secondi, ma ubbidiente la lasciò.
Improvvisamente, come se avesse avuto un ripensamento, afferrò il bordo della
maglietta della ragazza e gliela strappò dall’alto in basso, lasciandola a seno nudo.
— Prendo questo — disse, alzando il pezzo di maglietta che era rimasto nella sua
mano. — Per avvolgermi la ferita.
Lucía ebbe solo tempo di incrociare le braccia su se stessa per coprire i seni
quando Mendoza la trattenne di nuovo.
— Bene, adesso raccontami che diavolo ci fai qui… — grugnì, minaccioso. — Ed
è meglio che mi piacciano le risposte, perché…
Il messicano s’interruppe quando la porta del locale si aprì di colpo, in mezzo ad
un mulinello di aria umida e pioggia. Una figura grondante d’acqua si soffermò nella
penombra ad osservare la scena. Era basso e robusto ma era tutto ciò che si poteva
indovinare dall’interno.
— Se ci tieni ancora alle tue palle sarà meglio che ti allontani subito da lei, amico.
— La voce della figura in ombra era calma, ma minacciosa. Suonava come un
generatore sovraccarico di tensione sul punto di esplodere.
— Viktor! — Il sollievo di Lucía era così tangibile che quasi si poteva toccare.
— Lucía, tesoro, vieni da me. — L’ucraino si ergeva minaccioso in mezzo alla
stanza con l’aspetto di un piccolo bull terrier inferocito, mentre osservava senza
sbattere le palpebre Mendoza e gli altri uomini della sala. Una pozzanghera d’acqua
si stava formando ai suoi piedi, ma nessuno sembrava preoccuparsene.
— Col cazzo — replicò il Gato, liberando Lucía. — La signorina non va da
nessuna parte finché non lo dico io.
— Questa non è una buona idea — rispose Pritchenko mentre si grattava dietro un
orecchio con la punta del suo enorme coltello.
— Ah, no? E perché? — Senza aspettare la risposta, Mendoza continuò a parlare
facendo un discreto segnale agli uomini seduti in uno dei tavoli. — Devo riconoscere
che hai le palle. È la prima volta che vedo un Ariano aggirarsi da solo nel ghetto.
— Non sono uno di quegli stupidi Ariani — rispose Viktor, con un tono di voce
sospettosamente calmo. — E ti ho detto di liberare la ragazza. È l’ultima volta che ti
avviso.
— Vallo a raccontare a loro! — gridò Mendoza facendo un rapido segno.
Due uomini vicino alla porta saltarono contemporaneamente su Viktor uno per
lato. Prit, in un decimo di secondo, sbatté le palpebre due volte, allargò i piedi e,
senza scomporsi, girò leggermente il suo braccio destro in modo che la lama del suo
coltello si conficcasse fino in fondo nel petto dell’individuo che l’aveva attaccato da
quella parte. Il tipo emise un gorgoglio soffocato cadendo in braccio all’ucraino con
un’espressione incredula sul viso. Senza lasciarlo, tirò il corpo utilizzandolo per
proteggersi dalla coltellata dell’altro. Approfittando del momento di sconcerto del
sicario che confuso osservava il coltello spuntare dalla schiena del suo compagno,
affondò il braccio contro il suo mento. Il pugno dell’ucraino colpì con uno
scricchiolio secco e la testa dell’uomo fu proiettata all’indietro. Il tipo inciampò
cadendo al suolo con gli occhi vacui come un fagotto di stracci.
Viktor lanciò il cadavere contro altri due tipi che si stavano aggregando alla
mischia, prima di lanciare un calcio demolitore contro il cavallo di un gigante nero
coperto di tatuaggi che gli si era avvicinato minaccioso. Il Tatuato soffocò un grido
lasciandosi cadere a terra come un gomitolo, stringendo i suoi testicoli maltrattati.
Diede il tempo all’ucraino di colpire altri due individui (e di rompere il braccio a
uno di loro con un colpo secco) prima che un cazzotto gli arrivasse alla tempia.
Viktor barcollò mentre la sua vista si annebbiava a causa del colpo. Diede due
calci ma improvvisamente sentì un dolore acuto a un fianco quando una mazza da
baseball batté sul suo petto. L’ucraino ansimò, sentendo un dolore acuto nel
respirare. Mi hanno rotto un paio di costole, ebbe il tempo di pensare prima che un
calcio bestiale alla schiena lo lanciasse a gambe all’aria. Disperato, afferrò una
bottiglia che era rotolata a terra in mezzo alla mischia e la spaccò sul viso di un altro
tipo che si era piegato su di lui con un coltello. I vetri rotti provocarono mezza
dozzina di tagli nel viso dell’individuo che contorcendosi dal dolore cercava di
strapparsi una scheggia di vetro da un occhio. Viktor cercò di alzarsi approfittando
del breve spazio che aveva creato l’Orbo arretrando, ma aveva troppi avversari
intorno a sé.
I suoi rivali conoscevano solo tecniche di lite da taverna, ma erano troppi. Capì che
sarebbe morto lì.
Con un ultimo sforzo, lanciò un ruggito scagliandosi contro i tre più vicini.
Sorpresi fecero un passo indietro e Pritchenko sfruttò quell’attimo di indecisione per
colpire selvaggiamente il collo del primo di loro col bordo di una mano, con un colpo
secco che lasciò il povero diavolo in difficoltà respiratorie per via della trachea rotta.
All’improvviso qualcosa gli colpì il viso con tanta forza che sentì il suo setto nasale
scricchiolare sinistramente. Cadde di spalle a causa dell’impatto e in quel momento lo
circondarono e cominciarono a calciare il suo corpo raggomitolato.
— Lucía! Corri! — poté gridare sputando sangue prima che un calcio ben assestato
gli facesse perdere i sensi.
Mendoza osservava la zuffa, attonito. Quel piccoletto dall’aspetto da bonaccione
che stavano martoriando di calci aveva ammazzato due uomini e messo fuori
combattimento altri tre in meno di un minuto.
Di colpo uno sparo risuonò dentro il piccolo spazio della taverna. Tutti si girarono
allarmati, eccetto Pritchenko, che giaceva incosciente a terra. Sulla porta Alejandra,
con un AK-47 fumante tra le mani, puntato verso il soffitto ma in modo da poter
abbassare il cannone con un semplice gesto e mitragliare tutto quello che gli fosse
capitato a tiro. Morena, la cameriera, lanciò un grido spaventato nascondendosi dietro
il bancone come se si fosse aperta una botola sotto ai suoi piedi.
— Zitti tutti! — gridò la messicana, con voce tremante. — Allontanavi da lui! E tu,
Gato, stai attento! So che porti una pistola nascosta nello stivale, perciò non cercare
di fottermi, d’accordo?
I tipi che stavano picchiando Pritchenko si allontanarono dal corpo dell’ucraino
senza perdere di vista la bocca del fucile di Alejandra. Da parte sua Lucía approfittò
del momento di distrazione generale per correre di fianco alla messicana.
— Sei impazzita? — la zittì Mendoza, furioso. — Si suppone che non ci siano
armi dentro il ghetto, pezzo d’idiota. Quello sparo si deve essere sentito fino all’altra
punta della città. In meno di dieci minuti tutta la fottuta Guardia Verde di Greene sarà
qui.
— Quello che è impazzito sei tu Mendoza — replicò Alejandra, altezzosa. —
Rinchiudi e denudi una ragazza e dopo pesti un uomo quasi fino ad ammazzarlo.
Questa è una cosa che farebbero Greene e i suoi leccapiedi Ariani, non noi. Questa è
una cosa tipica dei porci che vivono nell’altro lato della città, non nostra. Ti comporti
come se avessi il cervello marcio come quei Non-Morti là fuori. E dopo osi dire che
noi siamo i Giusti e gli altri sono i Malvagi? Che cazzo ti succede?
Tutti i presenti abbassarono lo sguardo confusi o imbarazzati. Tuttavia Mendoza
continuava ad inchiodare i suoi occhi su Alejandra, lanciando scintille di furia.
— Possono essere spie — borbottó.
— Lei è venuta perché l’hai invitata TU. E quello che in realtà ti succede è che ti
fotte il tuo orgoglio di maschio messicano che non sia venuta ad aprire le gambe per
te, bensì a negoziare con te. E in quanto a lui — Alejandra indicò il corpo di Viktor
col mento, — se fosse un spia saremmo già circondati dagli uomini del reverendo.
Mendoza grugnì, restio a darsi per vinto. Tuttavia abbassò le braccia e si sedette di
nuovo sullo sgabello. Immediatamente, l’atmosfera dentro la sala si abbassò di vari
gradi.
— Va bene — disse mentre si rivolgeva verso Lucía. — Aiutatelo. E tu, Morena,
cerca qualcosa che possa mettersi la signorina a cui credo di dovere delle sincere
scuse...
Lucía non prestò attenzione alle parole del messicano, poiché si era inginocchiata
di fianco a Pritchenko. La giovane non poté trattenere le lacrime guardando il viso del
suo amico. Il naso era terribilmente deviato verso un lato e la bocca non smetteva di
sanguinare. Senza badare al fatto che aveva il seno esposto, strappò un brandello
della sua maglietta sbrindellata e pulì come poté il sangue dal viso dell’ucraino.
— Viktor, ti prego — pregò con voce tremula. — Viktor non morire, per favore.
L’ucraino gemette e tossì varie volte. Appoggiato a un gomito, sputò un pezzo di
dente misto a sangue, prima di gemere dolorante palpandosi le costole.
— Non morirò — grugnì. — Non stavolta, almeno. Questi tipi picchiano come
fighette.
— Oh, Viktor! — Lucía, emozionata, abbracciò Pritchenko strappandogli un
nuovo grugnito di dolore. — Mi dispiace, Viktor — disse, sollevata. — Dimmi, come
facevi a sapere che ero qui?
— Questa mattina svegliandomi ho visto che eri andata via e ho letto il biglietto.
— L’ucraino si guardò intorno prima di continuare, abbassando la voce: — Ho
avvisato chi-sai-tu e dopo mi sono diretto fino a Bluefont. Non è stato difficile
trovare il ponte. Ieri notte pioveva e hai lasciato una scia nel fango fresco della riva
che avrebbe trovato pure un cieco. La tua amica col fucile — indicò Alejandra, che si
era inginocchiata al suo fianco e stava curando le ferite sul viso di Viktor con un
sorriso sulle labbra — mi ha indicato il resto della strada, non senza prima farmi
cancellare tutte le tracce.
— E che cosa faremo adesso? — disse Lucía con le lacrime sul punto di salirle
nuovamente agli occhi. Quindi prese una blusa rovinata che gli passava Morena. —
Mi dispiace così tanto che…
Improvvisamente, in lontananza, l’ululato di una sirena li interruppe. Era un
gemito che saliva e scendeva con una cadenza particolare. Quel suono sembrava
avere messo tutti in agitazione, perché la gente correva da un lato all’altro, con
l’aroma della paura fluttuante nell’aria.
— Che cos’è? — domandò Lucía.
— Sono cattive notizie — replicò Alejandra. — Dobbiamo nasconderci.
— Perché? — mormorò Viktor, mentre tentava di mettersi a sedere.
— È una retata — rispose Alejandra. — E questa volta sono davvero arrabbiati.
26

Municipio di Gulfport
Cinque ore prima

La giornata stava diventando un autentico incubo. Scoprire che era collaboratore


involontario nell’operazione pianificata di una strage era già abbastanza di per sé, ma
quando seppi che la mia compagna era fuggita da casa verso il cuore del ghetto, sentii
improvvisamente che il mondo smetteva di girare. Viktor era appoggiato sul cardine
della porta, ansimante e coperto di sudore e mi guardava con un'espressione di
impotenza sul suo viso. Quello mi fece sentire mille volte peggio.
— Co-Cosa vuol dire che se ne è andata? A Bluefont? Quando è successo? Come
lo sai? — cominciai a mitragliare di domande il povero Pritchenko, senza dargli
nemmeno il tempo di respirare.
Prit si lasciò cadere su una sedia, sbuffando, mentre mi raccontava di come avesse
trovato il biglietto nella stanza di Lucía. Io l'ascoltavo a metà, perché la mia testa
stava tramando un piano alternativo a tutta velocità. Il problema era che il mio piano
alternativo era un'autentica spazzatura, per usare un eufemismo.
— Viktor, dobbiamo uscire di qui quanto prima — dissi mentre cominciavo a
rimescolare freneticamente le carte sopra al mio tavolo. — Dovremo dividerci. Devi
localizzare Lucía nel ghetto e riportarla da questa parte della barricata. Io, da parte
mia, cercherò di ottenere un mezzo di trasporto, provviste ed armi. Stando dentro il
municipio dovrebbe essere facile.
— Andarci? — L'ucraino incurvò le sopracciglia, perplesso.
— Te lo spiegherò dopo. Posso dirti solo che Lucía aveva ragione. Questo posto è
malato, marcio, e non possiamo rimanerci un minuto più. — Cominciai a gettare le
cartellette al suolo con furia, man mano che le andavo scartando. — Sono sicuro di
aver visto qualcosa simile a un pass, cazzo!
Pritchenko appoggiò la mano sul mio braccio e mi trattenne, ansimando. Provava
qualcosa di simile al panico. Se a Lucía fosse successo qualcosa per colpa mia non
me lo sarei mai perdonato. Inoltre, tutti gli allarmi che mi avevano mantenuto con
vita fino a quel momento ronzavano a tutto volume. Qualcosa di brutto stava per
succedere. E stavo perdendo i nervi.
— Non ti preoccupare per il pass — disse, con calma. — La nostra ragazzina è
molto intelligente, ma se ha potuto passare senza aiuto dall'altro lato del reticolato,
anche io potrò farlo. Non può essere peggio che in Cecenia.
— Può essere peggio, Viktor, credimi — replicai cupo.
Viktor mi guardò con sorpresa, ma non disse nient'altro. L'ucraino si fidava
pienamente di me, e sapeva che il tempo delle spiegazioni sarebbe stato più tardi. Ci
demmo un forte e lungo abbraccio prima di salutarci. Per un attimo ci guardammo
costernati. Eravamo coscienti che quella era la prima volta che ci separavamo da
quando ci eravamo conosciuti.
— Fa' attenzione — gli dissi. — Pensa che sarò al tuo fianco per coprirti il culo se
dovessi cagarti sotto.
— Fa' attenzione tu — mi replicò con un sorriso che trasmetteva più fiducia di
quella che in realtà doveva sentire. — Anche se in fin dei conti, non so di che cosa mi
preoccupo. Basta solo rubare una cazzo di barca. Come farebbe mia zia Ludmila che
era mezza cieca e sorda solo di giorno.
Ci stringemmo le mani con forza e sorrisi, intuendo il tentativo di Viktor per
tranquillizzarmi. Il telefono sul tavolo cominciò a suonare improvvisamente,
rompendo l'incantesimo.
Mentre alzavo la cornetta e la riappendevo senza rispondere, l'ucraino si diresse
verso la porta, ma quando stava per uscire si girò. Ci guardammo e per un istante
sentii che un'ombra buia aleggiava sull'ufficio. Avevo un brutto presentimento, ma
non volevo far preoccupare inutilmente il mio amico.
Non appena Viktor andò via, mi misi la giacca ed uscii senza prestare attenzione
alla mia segretaria che teneva un mucchio di appunti in una mano ed una tazza di
caffè nell'altra. Se tutto fosse andato bene, Viktor sarebbe stato di ritorno con Lucía
già stasera, e nel frattempo io avrei dovuto trovare una barca. Aveva scartato
dall’inizio il trasporto terrestre, troppo pericoloso, e l'aereo, perché non sapeva dove
fosse l'aeroporto, se c’era; inoltre, gli elicotteri sarebbero stati strettamente
sorvegliati. Questo mi lasciava appena dodici ore ed un mucchio di cose da fare nel
frattempo.
Prima di tutto dovevo coprire le mie tracce. Mi voltai e dopo aver bevuto un sorso
dalla tazza di caffè (che era più cattivo dell'altro visto che era tiepido) dissi ad Anne
Sue che mi sentivo male e che andavo a casa a riposare. Era una scusa molto debole,
ma per poche ore sarebbe stata sufficiente, nel caso in cui a qualcuno fosse venuto in
mente di cercarmi in ufficio. Poi, uscii e cominciai a percorrere i corridoi sovraffollati
del municipio, guardando i cartellini delle porte. Tardai tre minuti a trovarmi di fronte
ad un ufficio dove c’era "Servizio di Trasporti."
Suonai alla porta, ma nessuno rispose. Cauto, girai la maniglia e infilai la testa
all'interno. Era l'ora di pranzo, (per quello c’era tanta gente nei corridoi, idiota) e lì
non sembrava essere rimasto nessuno. Era il momento ideale.
Sentendomi come un ladro, scivolai dietro la scrivania più grande di quell'ufficio
condiviso da almeno quattro persone. Mi sedetti davanti al computer e sospirai
sollevato guardando lo schermo. Tutto il sistema era protetto da chiavi personali, ma
quell'utente, come la maggior parte della gente che lavora abitualmente davanti ad un
computer, aveva lasciato la sua postazione senza preoccuparsi di chiudere la sessione.
Cominciai a navigare nel database di Gulfport, cercando un mezzo di trasporto che
potesse risolvere il nostro problema. Dopo qualche istante un sorriso da lupo spuntò
sul mio viso.
Questo, pensai. Proprio quello che ci serve.
Proprio come sospettavo, in una città di ricchi residenti come Gulfport dovevano
esserci un mucchio di velieri ormeggiati in qualche porto turistico. Davanti a me
avevo la lista di una mezza dozzina di barche classificate come "Sorveglianza
ausiliare a vela", ancorate al molo dodici. Era molto vicino a dove aveva gettato
l'ancora l'Ithaca.
Uno di loro, il Cigno Bianco, aveva tutte le qualità per essere scelto. Era un
enorme yacht di più di venti metri, molto più grande di qualsiasi altra barca che
avesse mai guidato, ma era perfetto per navigare nelle acque traditrici dei Caraibi.
Nella scheda c’era una password di dieci cifre che corrispondeva ai documenti di
autorizzazione. “È necessario accompagnare i documenti con l’autorizzazione”,
diceva la finestra di avviso dello schermo.
Imprecai sottovoce. Senza i documenti, le guardie del porto non ci permetterebbero
di accedere fino alla barca. Ovviamente, potremmo cercare di arrivarci con la forza,
ma ciò richiamerebbe inevitabilmente l'attenzione. Con la conseguenza di farci
ammazzare. Dovevo tirare fuori quei documenti.
Col sudore che mi scorreva nella schiena, cominciai a rovistare in tutti i cassetti dei
tavoli. Ogni tanto lanciavo un'occhiata verso la porta, temendo che in qualunque
momento qualcuno l'aprisse e mi beccasse con le mani nel sacco. Sarebbe stato molto
difficile spiegare che cosa stavo facendo lì, se mi prendevano.
Dopo un po’ sbuffai furioso. Avevo aperto tutti gli schedari e i cassetti e, benché
avessi trovato le carte di permesso ed il timbro corrispondente, mi mancavano ancora
i documenti di autorizzazione della barca. Per un momento ho temuto che fossero al
sicuro da un'altra parte, perfino nell'ufficio stesso di Greene, ma non aveva nessun
senso. C'erano troppi veicoli in città perché il reverendo se ne curasse personalmente.
Improvvisamente, il mio sguardo si fermò su una cassaforte incassata in una parete.
Naturalmente, pezzo di asino.
Appoggiai la mano sulla maniglia della cassetta. Era un modello moderno, non
troppo grande, ma con l’aria di essere molto robusta. Dopo una preghiera silenziosa
girai la maniglia.
Ovviamente, era chiusa.
Una palla di ghiaccio si formò nel mio stomaco. Benché sapessi come aprire
serrature semplici con un fil di ferro ed un paio di radiografie, quella serratura andava
molto oltre le mie possibilità. Improvvisamente, un'idea assurda si materializzò nella
mia mente. Mi diressi di nuovo alla scrivania più grande e cominciai a rimescolare
cassetti e carte, cercando qualcosa che neanche sapevo se esistesse. Quando alzai la
tastiera del computer e la girai, dovetti fare un sforzo per trattenere un grido di gioia.
Lì incollata c'era una striscia di carta con una combinazione. Tipico di un funzionario
troppo oberato di lavoro e senza tempo per preoccuparsi di memorizzare una chiave.
Con la tastiera sotto al braccio, mi misi di nuovo davanti alla cassaforte e digitai la
combinazione. Un colpo secco risuonò dall’interno della porta, quando il circuito
elettronico sbloccò le sbarre e la porta si aprì.
All'interno della cassaforte c'era un mucchio di carte plastificate ed accuratamente
ordinate. Ci misi pochi secondi a localizzare i documenti del Cigno Bianco. E poi,
mentre li avevo appena messi in tasca e stavo chiudendo la cassaforte, la maniglia
della porta girò e qualcuno entrò nell'ufficio.
Ebbi giusto il tempo di lanciarmi dentro la piccola toilette condivisa dell'ufficio
prima che un uomo calvo, di circa cinquanta anni, entrasse. Il tipo aveva un
hamburger unto in una mano, mentre nell'altra reggeva un telefono cellulare nel quale
non smetteva di parlare.
— Lo so già, lo so già. Ascoltami, tesoro, non appena arrivo a casa ti prometto che
ti porto a cenare là. Quello che succede è che... sì, certo che ti sto ascoltando.
L'uomo continuava un chiacchiericcio insignificante mentre si sedeva in uno dei
posti e cercava qualcosa sopra al suo tavolo. Improvvisamente mi resi conto che
avevo ancora la tastiera del computer dell'altro tavolo sotto il braccio. Se a quel tipo
fosse capitato alzare lo sguardo verso il posto di lavoro del suo compagno,
probabilmente lo avrebbe sorpreso molto il fatto che una tastiera fosse uscita a fare
un giro.
Fortunatamente, l'uomo sembrava essere più occupato a parlare con la persona
all'altra parte del telefono che a interessarsi di ciò che lo circondava. Dall'interno del
bagno, con la porta aperta appena un millimetro, lo osservavo mentre speravo a che si
allontanasse da lì. Il bagno era stato riadattato come estemporaneo magazzino per
schedari e cartelle, e l’aria era impregnata di minuscoli granelli di polvere. Dovetti
fare uno sforzo eroico per trattenere uno starnuto mentre il funzionario continuava a
chiacchierare senza smettere. Quando stavo pensando che sarei dovuto uscire
improvvisamente e ridurre inoffensivo quell’uomo prima che arrivasse altra gente
(più facile a dirsi che a farsi, perché il calvo era un'autentica montagna di carne e
grasso) il tipo si congedò con un bacio dall'altra persona, raccolse il suo hamburger
ed una cartella sul suo tavolo e uscì dalla stanza.
Aspettai alcuni secondi, per accertarmi di non aver dimenticato niente, (e di far
calmare un po' i battiti del mio cuore) prima di arrischiarmi ad uscire di nuovo.
Rimisi la tastiera al suo posto, feci un'ultima ispezione per vedere se avevo
dimenticato qualcosa ed uscii facendo attenzione a non incrociare nessuno.
Mentre camminavo lungo il corridoio, mi accorsi che mi tremavano le gambe. La
prima parte era pronta. Mi mancavano da recuperare solo armi e provviste.
Svoltando un angolo mi imbattei improvvisamente nella signora Compton. La
tracagnotta segretaria del reverendo mi guardò con diffidenza.
— Ah, signore, ho appena parlato con Ann Sue. Mi ha detto che lei non si sentiva
troppo bene e che andava a casa. Di certo ha un cattivo aspetto.
Sorrisi tremulo. Aveva il viso sudato, e sospettavo che parte della polvere di quello
sgabuzzino si fosse depositata sulla mia pelle, dandomi un aspetto grigiastro. Senza
dubbio un aspetto poco rassicurante.
— Dovrebbe passare per l'ospedale, prima di andare a casa. Può darsi che stia
covando un'influenza, o qualcosa del genere.
— Oh, non credo che sia necessario — mi scusai. — Questo è qualcosa che si cura
solo. Inoltre, l'ospedale sta dall’altra parte della città, per ciò che ho potuto vedere, e
di sicuro perdo più tempo ad andare, aspettare che...
— Insisto che la veda un medico — mi interruppe la signora Compton.
Improvvisamente, il viso della segretaria si illuminò. — Aspetti un momento! Non
sarà necessario che vada all'ospedale.
— Ah, no? — mormorai, speranzoso. Il tempo passava e dovevo disfarmi quanto
prima di quell'importuna senza insospettirla.
— Ho un'idea stupenda — disse la signora Compton mentre mi prendeva
sottobraccio e praticamente mi trascinava per il corridoio. — Nell'ala sanitaria del
municipio ci sono i medici della squadra del dottor Ballarini. Benché sia un italiano
papista è un'eccellente persona ed un gran medico. Sono sicura che non lo disturberà
darle un'occhiata, nonostante sia occupato dal suo lavoro. Il reverendo l'ha in gran
stima, sa?
— E perché? — domandai.
— Ballarini e la sua gente arrivarono dal CDC di Atlanta due settimane prima che
chiudemmo il Muro intorno a Gulfport, lodato sia il Signore. Fu una fortuna che una
pattuglia dei nostri ragazzi li avesse trovati lì fuori. Quelle creature dell'Anticristo,
quei Non-Morti, li avrebbero ridotti in pochi giorni a pezzi di carne. Gli scienziati
pensano sempre alle loro cose e non fanno attenzione a ciò che è realmente
importante. — La segretaria corrugò la fronte. — E sono sicura che non si preghi
abbastanza.
— Scienziati? — Cominciavo a sospettare che il pezzo che mi mancava del puzzle
si stava per incastrare. — E perché sono tanto importanti?
La signora Compton mi guardò con gli occhi sgranati, come se pensasse che stavo
scherzando.
— Non lo sa? — mi chiese. — Il Cladoxpan si deve a loro. Sono stati Ballarini e la
sua equipe a svilupparlo.
L'impatto di quella rivelazione mi lasciò in silenzio per un buon momento, mentre
la donna mi trascinava lungo corridoi e scale. Il Cladoxpan. Quel prodotto misterioso
che permetteva di rallentare l'infezione del TSJ, ma che era incapace di curarla. Stavo
rompendomi la testa, pensando come un predicatore fanatico come Greene era
arrivato a possedere un simile prodotto, ma solo in quel momento lo compresi. Il
CDC di Atlanta era il centro di investigazione virale più importante del mondo prima
dell'Apocalisse. Si supponeva che solo in qualche posto sconosciuto dell’ex Unione
Sovietica poteva esistere un laboratorio con installazioni e conoscenze simili. Se
c’era qualche posto dove poteva trovarsi un rimedio contro il TSJ era lì.
E una squadra di quel posto era arrivata a Gulfport dopo che Atlanta fu rasa al
suolo. Naturalmente, bisognava riconoscere che quel fottuto Greene era stato molto
fortunato. Con quelle persone tra le mani, gli era toccata la Lotteria Più Grande del
Mondo.
Mentre pensava a tutto ciò, arrivammo ad una porta custodita da due Ariani della
Guardia Verde. I due skin heads riposavano dietro un tavolo, con aria molto
informale. Uno di loro sfogliava con aria annoiata una vecchia copia di Playboy,
mentre l'altro si dedicava a ripulirsi meticolosamente le unghie con uno stuzzicadenti.
Avevano un aspetto annoiato in quel corridoio, e sospettavo che quello fosse uno dei
peggiori destini ai quali un Ariano poteva essere destinato dentro la città. Tuttavia, il
paio di M16 appoggiati su un tavolo e le pesanti rivoltelle che pendevano dalle loro
cinture facevano in modo che qualsiasi obiezione sul loro aspetto passasse in secondo
piano.
— Signora Compton, buongiorno, Signora. — Vedendo la mia accompagnatrice,
l'Ariano della rivista la fece sparire sotto al tavolo a tale velocità che pensai per un
istante che si fosse volatilizzata. L'altro tipo, quello delle unghie, gettò lo
stuzzicadenti a terra e si mise in piedi, ossequioso.
— Buon giorno, ragazzi. Come state? — disse la Compton, osservandoli con le
mani sui fianchi. — Non vi sarete cacciati in qualche guaio questi giorni, vero?
— No, Signora Compton — risposero in coro. Era comico vedere quei due tipi
brutali e tatuati comportarsi come bambini sgridati davanti alla figura piccola e
grassoccia della signora Susan Compton.
— Ah, no? — rispose questa, graffiante. — Allora mi domando perché il signor
Grapes vi abbia affibbiato questo posto di guardia. Di sicuro non è stato per la vostra
bellezza senza pari.
I due Ariani farfugliarono una risposta inintelligibile mentre chinavano la testa.
Improvvisamente compresi che ciò che temevano non era la signora Compton, bensì
quello che questa potesse raccontare al reverendo Greene o a Malachy Grapes, il capo
degli Ariani.
— Devo andare a trovare Ballarini e la sua gente. Apritemi, per favore.
— Vede Signora Compton — disse uno degli Ariani, — non c'è problema che lei
passi, ma quest’uomo — il tipo alzò il braccio indicandomi, come se ci fosse li più di
qualcuno e fosse necessario chiarire a chi si riferiva — non può passare. Non è
autorizzato.
— Sciocchezze. — La signora Compton mosse la mano come se scacciasse una
mosca fastidiosa. — Questo signore lavora nel municipio. Dirige l'Ufficio Iloti
Ispani. Ed inoltre è il capo diretto di mia nipote Ann Sue. Rispondo io per lui.
Gli Ariani la guardarono confusi per alcuni secondi. Poi, il tipo delle unghie che
sembrava essere il capo dei due, si strinse nelle spalle.
— D’accordo... se ce lo ordina lei — disse mentre tirava fuori un pesante mazzo di
chiavi ed apriva le tre serrature della porta. — Ma dovete firmare il registro.
Ubbidiente, apposi la mia firma sul registro, appena sotto a quella della segretaria
di Greene. Poi varcammo la soglia, mentre mi chiedevo che diavolo stavo andando a
trovare più in là.
27

La prima cosa che notai camminando lungo quel corridoio fu l'odore. Era un odore
dolciastro, con una punta acida. Non era sgradevole, al contrario, e inoltre aveva
qualcosa di leggermente familiare che non ero in grado di identificare. La signora
Compton, irradiando autorità, mi guidava attraverso una serie di corridoi vuoti.
— Ora non siamo più nel municipio, ma in un complesso di uffici annesso — stava
spiegando la grossa donna. — Prima qui c'era una banca, ma da quando non c'è più la
connessione interbancaria, né denaro propriamente detto, non era molto utile.
Tuttavia, è uno degli edifici più sicuri di Gulfport.
Assentii educatamente mentre osservavo tutto con attenzione. Diedi un'occhiata
preoccupata all'orologio. Il tempo continuava a volare e non avevo ancora trovato
armi né provviste. A quell’ora Viktor doveva essere già riuscito a intrufolarsi nel
ghetto. Se conoscevo bene il mio amico, non avrebbe tardato troppo a localizzare
Lucía e a riportarla indietro. Ed io, nel frattempo, stavo facendo una passeggiata
assurda dietro una vecchia chiacchierona per vedere un medico di cui non avevo
bisogno.
— A proposito — la signora Compton si fermò e si voltò, guardandomi molto
seriamente, — voglio che sappia che quello che stiamo facendo è qualcosa di
assolutamente eccezionale. I dottori della squadra di Ballarini non visitano nessuno,
eccetto lo stesso reverendo. Se faccio questo per lei è perché spero di andare
d’accordo con lei e, soprattutto, confido che tratti bene mia nipote. So già che non
sembra una ragazza molto sveglia, ma è molto intelligente e proviene da una famiglia
molto brillante. Sarà una segretaria fenomenale se le dà un'opportunità.
— Signora Compton — mi misi una mano sul petto mentre mi disposi a dire una
bugia mostruosa con la migliore voce da avvocato, — le prometto che Ann Sue non
potrebbe avere un capo più diligente ed onesto di me. Ha la mia parola.
— Sapevo che ci saremmo capiti — grugnì la donna, soddisfatta, e aprì la porta di
quella che una volta doveva essere stata una sala riunioni.
Senza dubbio i dirigenti di quella banca sarebbero rimasti molto sorpresi se
avessero potuto vedere in che cosa si era trasformata la loro preziosa sala. L'enorme
tavolo da riunione in legno di noce era stato appoggiato ad una parete senza riguardo,
e sopra vi erano allineati tre enormi microscopi elettronici, una centrifuga,
un'autoclave e mezza dozzina di apparecchiature che non riuscii ad identificare. Da
un'altra porta, in fondo, si intravedeva un'altra sala con lo stesso aspetto della prima.
Tra gli strumenti, mezza dozzina di uomini e donne con camici bianchi si muovevano
circospetti e concentrati nel loro lavoro.
— Signor4 Ballarini — la Compton si diresse verso un uomo alto che era
imbambolato davanti ad uno spettrografo, — ho bisogno del suo aiuto.
Il dottor Ballarini si voltò verso di noi. Era un bell’uomo, sui cinquant’anni, con
occhi espressivi in mezzo ad un viso incorniciato da una chioma canuta e un corto
pizzetto coperto a sua volta da peli bianchi. Sbatté le palpebre un paio di volte
vedendoci e mise sul tavolo un taccuino coperto da una confusione di cifre e simboli
chimici, con aria arrabbiata.
— Mi dica che cosa posso fare per lei, Signora Compton — rispose educatamente
in un inglese corretto e pieno di musicalità italiana. Era evidente, tuttavia, che
l'interruzione lo aveva infastidito.
— Potrebbe perdere cinque minuti del suo tempo e fare una visita a questo
signore? — la Compton mi indicò. — Credo che stia incubando un'influenza.
— Non c’è nessun problema, se non c’è altra scelta — rispose il dottore, dopo
avermi squadrato per alcuni istanti con espressione neutra. — Sarà meglio che
andiamo al...
Improvvisamente le sue parole furono interrotte dal suono di una sirena spiegata,
con una cadenza particolare che saliva e scendeva. Per un istante pensai, atterrito, che
qualcuno avesse scoperto il furto delle carte del veliero. Sentii il sangue defluire dal
mio viso. In qualunque momento, immaginai, le Guardie Verdi sarebbero potute
entrare di corsa per arrestarmi. In quello stesso momento il cellulare della signora
Compton cominciò a squillare. La segretaria rispose, ascoltò con attenzione alcuni
secondi e aggiunse: "Sto arrivando" prima di agganciare.
— Che cosa succede? — riuscii a domandare, fingendo di essere calmo.
— Disordini a Bluefont — rispose seccamente. — Le guardie hanno sentito
almeno uno sparo, nonostante le armi siano proibite dentro la città. Devo scappare
con urgenza. — Mi guardò, esitante. Non poteva lasciarmi lì da solo, ma neanche
poteva assentarsi quando Greene la chiamava. La donna era nel bel mezzo di un
dilemma.
— Non si preoccupi — le dissi. — Non appena finisco il check-up ritornerò sui
miei passi. Ho fatto caso al tragitto ed è facile.
— Farebbe questo per me? Fantastico, fantastico! Dopo vada a casa sua e si
corichi. La vedrò domani in ufficio. — La signora Compton alzò la mano mentre
andava via tanto rapidamente quanto glielo permettevano le sue piccole gambe. — E
badi alla mia Ann Sue!
Quando sparì dietro la porta, mi voltai verso Ballarini. Il medico mi osservava con
aspetto serio.
— Lei non è malato — mi disse. — O almeno non ha l’influenza.
— No — confessai.
— Allora, vuole spiegarmi che cosa ci fa qui? Ho molto lavoro, sa?
In quel momento avevo la possibilità di scusarmi per l'interruzione e andare via
immediatamente. Mi sarei potuto girare, tornare indietro nel corridoio, attraversare il
controllo e mescolarmi con la gente. Se l'avessi fatto, probabilmente avrei avuto il
tempo di trovare le armi e le provviste, e niente di quello che successe sarebbe
accaduto. Ma le cose non andarono così. Ero affianco alla persona responsabile
dell'unica cura — anche se solamente parziale — al virus che aveva distrutto
l'umanità. Dovevo saperne di più. E soprattutto, dovevo impadronirmi di un po’ di
quel rimedio. Se ce ne fossimo andati da lì, una bottiglia di quel liquido avrebbe
avuto più valore di tutte le armi e gli alimenti che avessi potuto portare.
— La verità è che sto facendo un lavoro di supervisione al Dipartimento Iloti
Ispani, sa? — La bugia fluiva facilmente dalla mia bocca, man mano che me l'andavo
inventando. — Dobbiamo sapere qual è la... ehhhh... la risposta del Cladoxpan tra i
pazienti. Il reverendo mi ha chiesto di farlo con discrezione, da qui la scusa
dell'influenza. Nessuno deve sapere che sono qui.
— Iloti? Di cosa sta parlando? — L'espressione di Ballarini era confusa. Il buon
dottore non aveva la più pallida idea di che cosa stessi parlando.
Rimasi perplesso. Se il creatore del Cladoxpan non sapeva di che diavolo stavamo
parlando, quanto sapeva realmente di quello che succedeva all'esterno?
— Dottor Ballarini, lei sa che uso si fa del Cladoxpan?
— Certo che lo so. — Mi guardò con la faccia da "non-mi-faccia-saltare-la-mosca-
al-naso". — Il ceppo 15b, o il Cladoxpan, come lo chiamiamo abitualmente, non è
che un palliativo ritardante della proliferazione del virus TSJ. È un miscuglio di un
soppressore virale ed un immuno-rafforzante, per mezzo di una variazione degli
enzimi degli aminoacidi che...
— D'accordo, d'accordo — lo interruppi, alzando le mani. — So già a cosa serve,
dottore. La domanda è se lei sa a chi lo stanno somministrando.
— Be’, a quelli infettati recentemente, ovvio. — Il suo viso era il perfetto riflesso
dello sconcerto. — È assolutamente inutile in altri individui, perfino tossico, dove
vuole arrivare?
Stavo per spiegargli l'aberrazione genocida che era diventata Gulfport, ma non
avevo tempo. In qualsiasi momento qualcuno avrebbe visto il registro di entrata e
avrebbe scoperto che ero lì. Senza la segretaria di Greene al mio fianco sarebbe stato
molto difficile fuggire senza dover rispondere ad un mucchio di domande. Se
quell'italiano e la sua squadra dovevano venire a sapere della verità, avrebbero
dovuto farlo a loro rischio e pericolo, come me.
— Non importa, dottore — risposi. — La verità è che nel contesto della mia
ricerca ho bisogno che mi fornisca alcuni litri di Cladoxpan. Sa, per valutarne
l’efficacia e tutto il resto.
— Questo è scandaloso! — sbottò Ballarini. — Non permetto che un altro
laboratorio esegua uno studio di controllo mentre noi non abbiamo sviluppato ancora
completamente il ceppo! L'ho già detto a Greene in più di un'occasione! Non una sola
coltivazione del fungo uscirà di qui senza la nostra supervisione.
Fungo? Coltivazione? Di che diavolo parlava?
— Perché non cerca di spiegarsi, dottor Ballarini? — Misi la mia migliore voce da
interrogatorio dotata di autorità, fingendo di prendere appunti. Quanto più tempo
Ballarini avrebbe pensato che fossi lì per un'ispezione ufficiale, meglio sarebbe stato.
— Il ceppo 15b è solo la prima variante operativa sulla quale incominciammo ad
investigare ad Atlanta. — Il medico si sedette di nuovo mentre si affrettava a
raccontarmi una storia di cui senza dubbio andava molto orgoglioso. Sospettavo che
non fossi il primo a sentirla e che godesse della possibilità di avere un nuovo
pubblico.
— Io ero già ad Atlanta quando la pandemia cominciò — raccontò Ballarini. —
Ero stato sovvenzionato dall'Università di Bologna e stavo studiando una mutazione
del virus dell'influenza asiatica. Tuttavia, quando tutto cominciò, chiesero a tutto il
personale presente nei laboratori, sia residenti che ospiti come me, di dedicarci
completamente a studiare il TSJ. Nessuno si rifiutò, naturalmente. Era una malattia
nuova e, pertanto, affascinante. Le possibilità erano enormi.
Non mi sorprese quell’approccio così accademico. In fin dei conti era sempre un
ricercatore. Un virus nuovo era la porta aperta per un premio, una cattedra,
pubblicazioni... ma tutto si è concluso con la sua prima settimana di vita libera.
— All’inizio non riuscivamo a credere a ciò che vedevamo. Era così... perfetto. —
Gli occhi di Ballarini brillavano di eccitazione. — Non so chi lo creò, e non credo
che lo sapremo mai, ma il TSJ è un'autentica meraviglia. Unisce le migliori parti
dell’Ebola, dell'influenza e di tre ceppi virali che non hanno niente in comune tra
loro, e non si respingono, anzi, si incastrano perfettamente con la precisione unica di
un orafo. È un’opera d'arte magnifica5. Capisce?
— Capisco, capisco, ma il Cladoxpan. — dissi, cercando di guadagnare tempo.
— Tutto a suo tempo, tutto a suo tempo. — Ballarini ricordava; la sua mente era
altrove. — Quando abbiamo ottenuto i primi campioni, non sapevamo quale fosse il
suo effetto. Solamente quando ci portarono alcuni soldati infettati da Ramsteim
incominciammo a capire che quella cosa era più grande di quanto potevamo
immaginare.
— E così grande — mormorai tra me, ironico.
— Lei non capisce! — Il tono di voce del medico si alzò di due ottave. — In quel
laboratorio eravamo sessanta tra i cento migliori virologi del mondo, e per un mese
siamo andati alla cieca. Il TSJ era una macchina tanto perfetta che niente di quello
che provavamo per affrontarlo funzionava. Niente funzionava! Era come cercare di
risolvere un puzzle di migliaia di pezzi con gli occhi bendati e senza sapere se
avevamo tutte le tessere. Era inutile. — Ballarini diede un pugno sul tavolo nel
ricordare tutto ciò. — Inutile.
— Be’, ma alla fine, il Cladoxpan...
— Il Cladoxpan, per quanto mi faccia male dirlo, è nato quasi per caso. — Il
dottore si calcò gli occhiali sul naso. — Lei sa cosa è un Cladosporium?
— Per la verità non ne ho idea, dottore.
— È un fungo, un genere di fungo tra i più comuni che lei possa immaginare. È
talmente comune che non è strano che si verifichino contaminazioni da
Cladosporium nei laboratori. E fu ciò che esattamente accadde. Un campione di carne
in una provetta fu contaminato dal fungo, e nessuno se ne rese conto. Quando
successivamente, in una batteria di potenziali vaccini, abbiamo inoculato il TSJ in più
di centocinquanta capsule di Petri, solamente in una di esse il virus non riuscì a
moltiplicarsi. Indovini in quale?
— In quella del fungo? — rischiai, sapendo in anticipo la risposta.
— Infatti. Per qualche ragione, la presenza del Cladosporium, mischiato col ceppo
7n del vaccino, rallentava l'infezione del TSJ fin quasi a fermarla... ma non la
eliminava. Stavamo lavorando a quello quando il Punto Sicuro di Atlanta crollò ed
evacuarono tutto il CDC.
— E come ha fatto a finire qui?
— Nel caos all'uscita della città, il nostro mezzo, insieme ad altri sei, si separò dal
resto del convoglio. Non so che cosa è stato degli altri, perché si dirigevano verso
Austin, in Texas, e per quello che mi hanno raccontato, i voli fotografici recenti
hanno confermato che Austin non esiste più. Vagavamo senza meta quando
sentimmo il segnale della Stazione radio Cristiana di Gulfport. Era l'unico segnale
che trasmetteva nell’etere, così decidemmo di tentare la fortuna... ed eccoci qui. —
concluse il medico, con un gesto teatrale.
— E da allora state producendo il ceppo 15b.
— Il Cladoxpan, sì. È il ceppo più stabile tra tutti quelli che abbiamo sviluppato
fino ad ora.
— Ed è un liquido — mi avventurai.
— Non esattamente. Il Cladoxpan non è che il sottoprodotto della proliferazione
del fungo geneticamente modificato in una base d’acqua. — La voce di Ballarini si
riempì di orgoglio. — Questo è il mio reale contributo. Ho ottenuto che la produzione
di questo sottoprodotto sia qualcosa di facile, industriale e poco costosa, mediante la
modificazione proteica. Per ottenere cinquanta millilitri di Cladoxpan ci volevano
cinque giorni. Ora possiamo fabbricare cinquanta litri l’ora.
— Come si fa a farlo? — domandai, attonito.
— Mi segua. — Si alzò dalla sua sedia ed uscimmo dal laboratorio. Ancora una
volta, guardai il mio orologio. Il tempo correva, inesorabile, ma ero così vicino ad
impadronirmi di un paio di litri di Cladoxpan, come minimo. Valeva la pena di
correre il rischio.
Il dottore mi portò fino al pianterreno dell'edificio, dove un tempo c’era la camera
blindata della banca. Avevano rimosso le porte blindate ed avevano installato
un'enorme sala industriale nella quale si allineavano, come enormi sarcofaghi, vari
barili di acciaio inossidabile.
— Li abbiamo salvati da una distilleria di bourbon — mi spiegò il ricercatore. —
Non sono molto ortodossi per una ricerca, ovviamente, però compiono la loro
funzione meravigliosamente.
— Funziona?
— La verità è che il Cladoxpan potrebbe essere fabbricato in un secchio di
plastica, se gli si danno le giuste condizioni di umidità e temperatura. A 37 ºC il
ceppo comincia a produrre Cladoxpan.
Mi affacciai ad una delle vasche e dovetti contenere un’esclamazione. In fondo al
recipiente d’acciaio, sommerso da centinaia di litri d’acqua, riposava una forma
bulbosa di colore bianchiccio, piena di noduli e ramificazioni, del volume di un
cervello. Quella cosa aveva un aspetto extraterrestre ed ogni tanto secerneva una
specie di siero bianchiccio che, a contatto con l'acqua, si trasformava
immediatamente in una sostanza lattea, più densa, che saliva alla superficie della
botte.
— Questo è un ceppo di 15b sott’acqua con glucosio — indicò Ballarini,
orgoglioso. — Con un contenitore di questo tipo si potrebbe generare sufficiente
Cladoxpan per cinquanta persone per decenni. E soprattutto se ne tagliamo un pezzo
e lo immergiamo in un altro fusto, dopo tre mesi avrà lo stesso volume di questo. È
autoreplicante, come il bacillo del kumis o del kéfir.
— Cioè potrebbe fabbricarlo chiunque, in qualsiasi posto. — Le implicazioni di
quella scoperta erano enormi. Col Cladoxpan, il TSJ si trasformava in un’infezione
residente, qualcosa come un raffreddore cronico, — con la piccola sfumatura che se
cessi di consumare l'antigene sei condannato.
— Esatto — concesse Ballarini.
— Dovrebbe distribuirlo immediatamente in tutto il mondo, dottore.
— Non se ne parla! Non fino a quando non avremo sviluppato una versione
definitiva e l’avremo brevettata. Non posso permettere che un altro si prenda il merito
della mia scoperta.
— Ma, dottore. Quel mondo non esiste più! — supplicai, angosciato. Tuttavia,
niente di quello che gli dissi durante i seguenti dieci minuti fece cambiare opinione a
Ballarini. Lo scienziato era un autentico genio, ma come molte menti brillanti, viveva
di spalle alla realtà. Per lui, il mondo incominciava e finiva nelle quattro pareti del
suo laboratorio, e non c'era altro da dire.
— Bene, ma per lo meno mi permetta di prendere alcuni litri di Cladoxpan. —
Dovevo uscire da lì quanto prima. Mi era sembrato di sentire in lontananza
un'esplosione, e qualcosa mi diceva che si avvicinavano i primi problemi.
— Per quale motivo li vuole? — domandò Ballarini. — Lei non è infettato dal
TSJ.
Gemetti, disperato. Parlare con quel tipo era come parlare con un muro.
Improvvisamente sentii che qualcuno entrava nella sala di ricerca.
— Resta immobile, figlio di puttana. Come ti muovi di un solo centimetro ti metto
mezza dozzina di pallottole nelle cervella prima che tu possa respirare. — Quando la
voce che pronunciò quella frase suonò alle mie spalle, mi cadde l'anima ai piedi. Ero
fottuto, fottuto per bene. Mi girai lentamente, col viso teso.
— Salve, Grapes — salutai, cortese, mentre guardavo il leader degli Ariani,
accompagnato da due Guardie Verdi armate con M16.
— Porca puttana, figlio di troia, ma che cazzo vuoi?6 — Il dottor Ballarini si girò
verso di me, sputando le parole. Non rimaneva nulla del gradevole ed educato
scienziato con cui stavo conversando cinque minuti prima. La trasformazione fu tanto
sorprendente che avrebbe potuto essere causata da qualche tipo di squilibrio mentale.
Il potenziale pericolo di vedere che un altro si impadroniva del suo lavoro lo alterava
tanto da fargli perdere il controllo.
— Non saresti dovuto venire, soprattutto dopo che le videocamere di sicurezza ti
avevano registrato mentre aprivi la cassaforte di un dipartimento che non è il tuo,
pezzo di stronzo — aggiunse Malachy Grapes, con un sorriso sinistro e le mani
appese alla cintura.
L'Ariano si stava godendo la scena. Mi ricordò il tipico bullo di scuola quando
mette con le spalle al muro una delle sue vittime, pensando come farla soffrire.
Probabilmente, quella scena era accaduta nella sua vita in più di un'occasione.
— Non sono idiota, sai? — Grapes trascinava le parole parlando. Dava la
sensazione di essere calmo, ma con tutti i sensi vigili. — Da quando sei arrivato,
sapevo che non eri pulito. La relazione del capitano della nave diceva che già
discutevi alcuni metodi. Sei stato sorvegliato per tutto il tempo, stronzo.
— Senta, Grapes, non è come può sembrare. È tutto un malinteso, e concordo sul
fatto che non c’entro qui. Quindi sarà meglio che ce ne andiamo da qui quanto prima,
no? — Mentre parlavo mi avvicinavo lentamente verso la porta d’uscita, ma i due
Ariani si erano piazzati strategicamente. Non avevo la più remota possibilità, a meno
che non li distraessi con qualcosa. Ma con che cosa?
Ballarini mi guardò, confuso. Fino a neanche un minuto prima, lo scienziato era
convinto che io fossi un collaboratore di Greene e, improvvisamente, Grapes entrava
dicendo che ero una spia traditrice. Il suo viso passò per vari colori fino ad arrivare al
porpora intenso quando si accorse che l'avevo ingannato come un bambino. Con un
ruggito, Ballarini mi si gettò sopra, tentando di picchiarmi. Il dottore era un genio
scientifico, ma non aveva idea di come azzuffarsi. Fermai il suo colpo con facilità e
gli diedi uno spintone che lo mandò a sbattere contro Malachy Grapes che stava
salendo la scala in quel momento. Entrambi caddero in un groviglio confuso di
braccia e gambe, tra grugniti soffocati di dolore.
Quello era il momento che stavo aspettando. Approfittando del fatto che tutti gli
sguardi si concentravano sulla figura inerte di Grapes, mi lanciai agilmente in una
corsa verso destra, tentando di sorprendere la Guardia Verde appostata più vicino a
me. L'Ariano alzò il suo braccio tentando di intercettarmi, ma io ero già scivolato
attraverso un buco nel muro.
Se fossi stato un eroe d’azione, l'altra guardia sarebbe rimasta con un palmo di
naso mentre lo schivavo. Il culmine perfetto di un piano ingegnoso.
Il problema è che nella vita reale gli eroi d’azione non esistono.
L'altra guardia mi fermò con un placcaggio degno di una partita della lega di
football americano. I miei ottanta chili di peso erano ridicoli in confronto ai
centoquaranta chili dell’Ariano incazzato che mi agganciò per le ginocchia e mi
trascinò per due metri fino a che sbattemmo contro una delle vasche. La mia testa
batté contro uno dei bordi d’acciaio che reggevano le botti, e per un istante
un'esplosione di luce bianca accompagnata da un intenso dolore occultò qualunque
altra immagine nella mia retina.
Provai a rimettermi seduto, ma Malachy Grapes approfittò di quell'istante per
avvicinarsi a me, con un'espressione di soddisfazione perversa sul viso.
— Avevo voglia di farlo da quando ci siamo conosciuti, sapientone — grugnì. —
Non mi sono mai stati simpatici gli avvocati.
Allora mi sferrò un calcio in testa che mi fece vedere mulinelli colorati per una
frazione di secondo. Poi, una grande ondata di tenebre ingoiò la luce, e svenni.
28

Cosa potrebbe esserci di peggio dell’essere immortale e doversi comportare


correttamente?
RAMEAU Platée

Quando aprii gli occhi la prima cosa che notai fu una sostanza appiccicosa sul mio
viso. Per un secondo pensai che mi avessero versato in testa il siero base del
Cladoxpan, ma quando una goccia mi cadde in bocca, notai subito il sapore ramato
del sangue. Il mio sangue.
Avevo un grosso bozzo in testa, conseguenza del colpo. Non ne ero molto sicuro,
ma avevo la sensazione che uno dei miei denti fosse un po’ più traballante di prima.
Per non parlare del fatto che riuscivo a malapena ad aprire l'occhio destro. Di sicuro,
mi avevano conciato per le feste.
Ero seduto su una sedia, nell'ufficio di Greene. Dalla luce che entrava attraverso la
finestra mi accorsi che era tardi, molto tardi. Affranto, mi resi conto che il sole stava
per tramontare. Se non fossi riuscito ad uscire quanto prima da quel pasticcio, non
sarei arrivato in tempo al punto di ritrovo a casa nostra. Un condizionatore ronzava da
qualche parte lì intorno, ma era il solo. Ero ammanettato con le mani dietro la
schiena, in maniera tale che non potevo alzarmi senza trascinare anche la sedia.
Mossi i polsi e sentii il tintinnio di una catena. Ceppi da carcerato. Con gli Ariani di
mezzo, avrei dovuto immaginarlo.
Rimasi in quella posizione per un po', cercando di pensare a qualcosa di positivo.
Non ci volle molto a scoprire che mi risultava difficile. Per lo meno qualcuno aveva
avuto il buon cuore di sciogliermi la cravatta, affinché potessi respirare meglio. Il mio
vestito nuovo era rovinato, macchiato di sangue e strappato in tre o quattro punti.
Come se me ne importasse qualcosa.
Improvvisamente la porta si aprì ed il reverendo Greene entrò nella stanza, seguito
da Malachy Grapes e dalla signora Compton, con uno sguardo di profonda
preoccupazione. L'Ariano aveva un ottimo aspetto e mi fece un gesto di scherno
entrando nella stanza. Il reverendo, da parte sua, aveva un viso ancora più smunto del
solito. I tic si rincorrevano sulle guance in modo incontrollabile ed un paio di venuzze
erano apparse sul naso, dandogli l'aspetto di un ubriacone malaticcio. Quello che più
mi impressionò furono i suoi occhi. Una specie di velo opaco, come quello di
qualcuno con le cataratte, sembrava estendersi progressivamente.
— Salve, reverendo — salutai, cercando di suonare beffardo. — Cosa le succede?
Ha un aspetto orribile. Dovrebbe curarsi di più, come me.
— Chiudi il becco, coglione. — Grapes mi diede uno schiaffo col rovescio della
sua mano e poi avvicinò una sedia per il reverendo all'altro lato del tavolo.
— Reverendo, le giuro che non sapevo... io pensavo... — La signora Compton si
torceva le mani, angosciata, mentre tentava di spiegare com’ero riuscito ad
attraversare il controllo di sicurezza.
— Si calmi, Signora Compton — disse il reverendo con voce gentile. — So che lei
ha agito pensando di fare la cosa migliore. Fortunatamente, il Signore veglia sempre
su di noi e abbiamo scoperto in tempo questo servo di Satana. Ora, si sieda in
quell'angolo e per favore prenda nota di tutto quello che si dice.
La signora Compton, sollevata, si infilò dietro una macchina stenografica, pronta a
prendere nota. Il reverendo si sedette mentre tossiva cavernosamente.
Greene appoggiò sul tavolo una bottiglia di vetro piena di un liquido latteo da una
parte e la sua Bibbia dall'altra.
— Sa cos’è questo? — chiese, indicando la bottiglia.
— Suppongo sia la sua bile — risposi. — Anche se può essere che la Guardia
Verde abbia deciso di farle un regalo biologico collettivo. Non mi sorprenderebbe se
le unisse e...
Il cazzotto di Grapes mi colse di sorpresa, ma anche così, mi fece un male enorme.
A dispetto di tutto, sfoggiai un sorriso insanguinato, come se quella fosse la cosa più
normale del mondo.
— Questa è una bottiglia di Cladoxpan — disse Greene, tranquillamente. —
Quello che lei voleva rubare.
Non risposi e mi limitai a guardarlo in silenzio. Non sapevo dove voleva andare a
parare.
— È un'autentica benedizione del Signore. — continuò Greene. — Se sei infettato
dal veleno dei Non-Morti, ti dà la vita, o almeno impedisce che la si perda. Tuttavia,
se sei sano e ne bevi anche solo un po', è tremendamente tossico e muori in pochi
minuti tra atroci dolori. È come le due facce di una stessa medaglia.
Improvvisamente, la presenza di quella bottiglia sopra al tavolo cominciò a
sembrarmi molto scomoda. Uno pensa di essere preparato ad affrontare la morte, ma
quando la tetra mietitrice arriva, ti rendi conto che tutto il tuo io grida per vivere,
anche solo cinque minuti in più.
— Mi piacerebbe illuminare la sua anima peccatrice, ma lei è già oltre ogni
Salvezza. Ma prima le cose importanti.
Con mano tremante, il reverendo Greene aprì la bottiglia che conteneva quel
liquido latteo e ne versò una dose generosa in un bicchiere di plastica. Poi, lo mise in
mezzo al tavolo mentre univa le mani e sussurrava una preghiera. Io strinsi le
mandibole e tesi tutto il mio corpo. Se pretendevano di farmi bere una sola goccia di
quel prodotto tossico avrebbero dovuto rompermi tutti i denti.
Il reverendo concluse la sua preghiera con un sonoro "amen", si alzò dalla sua
sedia, col bicchiere in mano, mi fissò...
E bevve il bicchiere in un sorso.

Rimasi sbalordito. Per un momento credetti che quel folle avesse deciso di
accelerare l'incontro col suo Dio. Ma improvvisamente compresi tutto.
I tremori nelle mani del reverendo erano cessati completamente. La sua pelle
riacquistava in pochi secondi il suo colore naturale, mentre le vene erano state
riassorbite dalla pelle. Il fuoco oscuro nei suoi occhi che un istante prima era velato
da uno strato biancastro, tornava a fiammeggiare con tutta la sua malvagità e pazzia.
— Lei... — ansimai. — È infetto... Ha il TSJ!
— L'avvocato è intelligente, reverendo. — Grapes sembrava trovarlo divertente.
Gli mancavano solo i popcorn.
— Il dottor Ballarini è un genio e, inoltre, una bravissima persona, ma è pazzo,
completamente pazzo, quando lo si tira fuori dal suo regno di saggezza scientifica —
disse il reverendo, con un tono di voce molto più ferma di un minuto prima; quindi si
asciugò i resti di sudore dalla fronte. — In effetti, è così ossessionato dal suo lavoro
sul Cladoxpan che non è a conoscenza dell'interessante effetto collaterale che ha.
— Che effetto? — riuscii a domandare.
— Il Cladoxpan non rallenta solo l'effetto del TSJ, ma per qualche motivo che solo
nostro Signore conosce, va oltre e rallenta tutti gli effetti degenerativi del corpo
umano. I capelli non cadono, la pelle non invecchia, le rughe non compaiono.
— Diventa immortale? — chiesi, stupefatto.
— No di certo, stupido ignorante! — replicò il reverendo, indignato. — Quello è
qualcosa che si trova solamente nella mano di Nostro Signore Gesù Cristo, quando ci
concede la Vita Eterna. Anche se si prende il Cladoxpan si può morire ugualmente,
com’è naturale.
Fece una pausa, sopraffatto dall'emozione.
— Semplicemente, invecchi molto più lentamente. Le prove effettuate sui topi lo
confermano e gli esperimenti negli umani non lasciano adito a dubbi. — Il suo volto
splendeva di eccitazione mentre si sporgeva in avanti. — Per la prima volta dal
Diluvio, Dio ci concede la possibilità di avere la longevità dei Patriarchi! Vivere
tanto quanto Enoc, come Lamec, come Matusalemme! Arrivare a mille anni, se è
necessario! È una benedizione! È un regalo divino! È un regalo diretto a me, il Suo
Profeta! Per questo accettai di infettarmi volontariamente! Dovevo prendere il
Cladoxpan per poter essere la sua Parola per secoli, condurre l'umanità nel suo
Secondo Rinascimento!
— Lei è pazzo, Greene. — scossi la testa, schifato. — Totalmente e
completamente pazzo. Quando gli iloti si renderanno conto di questo effetto, lei non
sarà diverso da loro, eccetto nel colore della pelle. E allora, i suoi fedeli di Gulfport
l'abbandoneranno, disgustati.
— Non un solo ilota vivrà più di due anni — disse il reverendo, febbricitante. — I
giovani ed i vecchi vengono rimossi velocemente, per carità cristiana, ed il resto di
solito non dura molti mesi lì fuori. E se qualcuno durerà più degli altri, sarà
sterminato, come i malvagi di Sodoma. Salveremo solo quelli che hanno il segno
dell'Agnello, gli Elohim, i Puri, gli Angeli Bianchi di Dio! Il resto sarà erba
dell’Inferno.
Fissai Greene. Le fiamme dei suoi occhi ardevano in maniera incontrollabile,
prendendosi il suo equilibrio mentale e la sua anima a passi da gigante. La forza
oscura che ribolliva al suo interno era terribilmente potente. Ed era affamata.
Si sentì un rumore all'angolo della stanza. La signora Compton, della quale tutti
sembravano essersi dimenticati, si era alzata in piedi e guardava il reverendo
impallidita, mentre si copriva la bocca con la mano destra.
— Oh, Dio — gemette. — Questo non può essere vero, non può essere vero.
Reverendo, mi dica che tutto questo non è vero, per favore. Lei non può... non può...
Greene fece un cenno stanco verso Grapes. L'Ariano si alzò con calma, sfoderò la
sua rivoltella, afferrandola di lato, come i gangsters, e senza dire una parola sparò una
rapida successione di tre colpi contro la signora Compton.
La prima pallottola l'attraversò al polmone e proiettò l'anziana contro la parete. Il
secondo e terzo colpo le entrarono rispettivamente nel cuore e in un occhio. Il corpo
della signora Compton cadde inerte di faccia sul tappeto di lana turca dell'ufficio.
Dalla ferita in faccia usciva un continuo getto di sangue che disegnava strani
arabeschi sul tappeto.
— Questa fottuta idiota avrebbe dovuto sapere che non tollero che la gente prenda
decisioni per conto suo — mormorò Greene. — La sopportavo da troppo tempo.
"Reverendo questo, reverendo quello." Era troppo presuntuosa per il suo ruolo. Il
Signore parla per bocca mia e la Sua parola è Legge. Tutto il resto è niente.
Ero troppo paralizzato dal terrore. Tutta la mia posa arrogante si era volatilizzata
nel momento in cui la prima pallottola usciva dal cannone di Grapes.
— La signora Compton era molto amata a Gulfport. — Grapes tirò fuori i bossoli
usati dalla sua arma e li introdusse nel tamburo di una rivoltella dall’aspetto rognoso
che estrasse da una borsetta. Fatto ciò la getto a terra, vicino al cadavere della
segretaria. — Quando la gente vedrà la videocassetta di sicurezza nella quale appari
mentre rubi i documenti, saprà che la vecchia ti ha scoperto e ha cercato di fermarti.
E tu, come un bastardo, l’hai colpita tre volte cercando di fuggire. Chiederanno i tuoi
coglioni urlando, amico mio.
Merda. Sto per morire. Mi sorpresi di poter pensare così chiaramente negli ultimi
istanti della mia vita. Sentivo un dolore intenso per Viktor, per Lucía e per Lucullo.
Improvvisamente desiderai di aver potuto dedicare più tempo al mio piccolo amico
peloso quella mattina. Almeno non morirò convertito in un cazzo di mostro. Sarà
qualcosa di rapido. Mi chiedo se farà male.
— Bene, ed ora impartiamo la giustizia su questo topo peccatore. — Greene alzò la
sua Bibbia e lesse una pagina che aveva un segno. — " Così dice il Signore Dio: Ti
getterò sulla terraferma e ti scaglierò al suolo. Farò posare su di te tutti gli uccelli
del cielo e sazierò di te tutte le bestie della terra. Spargerò per i monti la tua carne e
riempirò le valli della tua carogna. Farò bere alla terra il tuo scolo, il tuo sangue,
fino ai monti, e i burroni saranno pieni di te." Ezechiele, 32, 3. — Chiuse la Bibbia,
con un colpo secco. — Dio ha parlato attraverso di me.
— Che cosa devo fare, reverendo? — domandò Grapes, ossequioso.
— Espelletelo da Gulfport, così come Dio espulse Adamo dal Paradiso dopo il
peccato originale. Abbandonatelo in mezzo alla landa, senza acqua, né cibo, né armi.
Che i Non-Morti, gli animali selvaggi e la sete lo finiscano. Che la sua morte sia
lunga, lenta e dolorosa, come penitenza per la sua anima.
— Greene, sei un bastardo. Puoi anche fottermi, ma sono contento di non essere
dei tuoi. — La mia voce tremava di rabbia e sollievo in egual misura, sapendo che
non sarei morto per un colpo di pistola.
— E qui ti sbagli, ignorante. — Il reverendo si avvicinò a pochi centimetri dal mio
viso, fece un rumore con la sua gola e, mirando accuratamente, sputò un grumo giallo
e carico di pus sulla ferita aperta nella mia fronte. Sentii un bruciore incredibile
quando la saliva del reverendo inondò la mia ferita.
— Ora sei marchiato a fuoco dal Signore. — Mentre parlava mi scansò
delicatamente i capelli dalla fronte, quasi con delicatezza. — E la tua morte sarà
ancora più lunga di quanto pensavi.
E girandosi, uscì dalla stanza mentre Grapes chiamava urlando un paio di Ariani.
Ero troppo sconvolto per resistere. Una lacrima solitaria rotolò lungo la mia
guancia.
Due anni. Avevo resistito due anni.
Ma alla fine il TSJ mi aveva preso.
Ero infetto.
29

Quando più tardi Lucía volle ricordare com’era successo il tutto, non ne fu capace.
Aveva solo dei frammenti, brevi sequenze di informazioni, che le permettevano
solamente di comporre un mosaico incompleto, come un film montato
frettolosamente a cui mancavano interi pezzi di filmato.
Nel momento in cui suonò l'allarme, gli iloti cominciarono a scappare tutt’intorno
a lei e a Viktor. Solo Alejandra rimase al loro fianco, sostenendo la mano
dell'ucraino, guardandolo con intensa concentrazione.
— Dove corrono tutti quanti? — domandò Viktor.
— È una retata! — rispose Alejandra, con preoccupazione. — La cosa più sicura
per tutti è non incrociare il tragitto delle truppe di Greene. Soprattutto se non hai
documenti.
— Io non ho documenti — rispose Lucía, innocentemente. — E nemmeno Viktor.
— Neanche io — replicò la messicana. — Né la metà di questa gente, se andiamo
a controllare. E anche se li avessimo, non garantirebbero niente.
— E allora, cosa facciamo?
— Quello che fanno tutti: ci nascondiamo. — La messicana sollevò Viktor dal
suolo con un enorme sforzo. — Andiamo!
Uscirono per strada. L'abituale disordine di Bluefont era radicalmente cambiato.
C’erano solo gruppi che correvano in lontananza, entrando nelle case e cercando di
diventare invisibili. Alcuni, tuttavia, rimanevano fermi, con un'espressione rigida sul
viso. Erano quelli che avevano la documentazione in regola (quella settimana,
documento rosa con frangia violetta e foto) e che in teoria non avevano niente da
temere. Ma solo in teoria. Le cose potevano cambiare molto rapidamente nel ghetto
di Bluefont, da un giorno all’altro. Proprio per questo alcuni, pur avendo le carte in
regola, preferivano sparire discretamente, mischiandosi alla folla dei fuggiaschi. La
prudenza era una madre con molti figli.
— Dove andiamo? — domandò Viktor, respirando con difficoltà. Ogni volta che
inspirava, una smorfia di dolore attraversava il suo viso. Le costole rotte lo stavano
tormentando.
— Non lo so. — La voce di Alejandra tremava; la messicana si stava spremendo il
cervello. — Ho un rifugio, vicino allo steccato, ma è molto piccolo. Ci sta solo una
persona.
— Mettiamo lì Viktor e cerchiamo un altro posto dove nasconderci noi due! —
propose Lucía.
— Impossibile. — Alejandra scosse la testa. — Nel suo stato non arriveremmo lì
prima di dieci minuti. E in molto meno tempo qui sarà pieno di Guardie Verdi e dei
soldati di Greene. Dobbiamo parlare con el Gato.
— Con quel bastardo? — Lucía si ritorse, incredula. — Col cazzo! Ci ha quasi
uccisi.
— Ascolta, amica. Se c’è qualcuno che può aiutarci in questa merda, quello è
Mendoza. — Alejandra sbuffò e si rimise di nuovo in spalla l'AK-47. L'arma
sembrava enorme in confronto a lei e attirava un mucchio di sguardi rancorosi da
parte della gente che incrociava il loro piccolo gruppo. — Quindi non fare la bambina
e afferra il tuo amico da quella parte.
Mendoza, nel frattempo, si era seduto di nuovo al tavolo e finiva con calma la sua
bottiglia di tequila, come se tutto quell’eccitamento non lo toccasse. Il messicano era
furioso, ma non lasciava che il suo stato d’animo fosse visibile. Quella retata poteva
mandare all'aria la sua operazione, ma poteva anche rilanciarla, se avesse giocato
bene.
— Gato, dobbiamo scendere nel tuo buco — disse Alejandra quando furono di
fronte al messicano. — Per favore.
— A me non frega un cazzo di quello che fate voi, Alejandra — replicò. — Tutto
questo casino è per colpa tua.
La messicana arrossì fino alla radice dei capelli, ma fece uno sforzo enorme per
controllare la sua rabbia.
— Tu hai tanta colpa quanta ne ho io. Tu hai organizzato la lotta e hai quasi
denudato questa ragazza — disse. — Perciò aiutaci, per favore.
Il messicano diede una tirata alla sua sigaretta, con un'espressione imperscrutabile.
Poi gettò il mozzicone al suolo, sospirò e si alzò.
— Per di qua — disse. — Ancora non so perché diavolo lo faccio. Spero di non
pentirmene.
Mendoza uscì per strada, senza offrirsi di aiutare le ragazze che trascinavano un
invalido Pritchenko. Camminarono per un po’ fino ad arrivare a un edificio che un
tempo doveva esser stato una bella casa in stile Tudor, un tantino incongruente in
quel quartiere. La mancanza di cure e il sovraffollamento avevano sciupato la sua
antica bellezza. Mancavano tutti i vetri alle finestre, e il prato del giardino era
scomparso per far posto a un triste orto di pomodori, marciti dall'umidità.
Il messicano entrò nella casa e scese alcune scale che portavano a uno scantinato.
Il seminterrato puzzava di gasolio, umidità e marciume. Da un angolo, lo scheletro
fossilizzato di un topo sorrideva ai visitatori con una smorfia sardonica.
Carlos Mendoza fece scivolare la sua mano attraverso il muro di mattoni fino a
trovare quello che stava cercando. Con un grugnito di soddisfazione tirò una leva
nascosta e si allontanò dalla parete.
Dopo uno scatto, una sezione intera del muro si mosse di alcuni centimetri,
lasciando intravedere dall’altro lato una stanza nascosta. Il messicano con un gesto
indicò loro di entrare. Quando entrarono nel nascondiglio a Lucía scappò un grido di
sorpresa. Un enorme letto occupava un lato della stanza, sotto un enorme specchio
appeso al soffitto. Dalla parete pendevano alcune manette di cuoio, cinghie e un
assortimento completo di vibratori, fruste e giocattoli erotici.
— Il precedente proprietario manteneva il suo piccolo segreto in cantina — disse
Mendoza con una risatina ironica. — Non voleva che i suoi vicini sapessero quello
che gli piaceva fare qui con i ragazzini. Se avessimo tempo potrei mostrarvi alcune
videocassette molto interessanti registrate qui. Grazie ad esse abbiamo scoperto
l'esistenza di questo maneggio. Certo, doveva piacergli un tipo di sesso molto sporco.
— Conserva il racconto per dopo — grugnì Alejandra, sfinita dopo aver sorretto
Viktor per tanto tempo. — Aiutami a stenderlo sul letto.
Coricarono Pritchenko sulle lenzuola di raso (con alcune macchie sospette qua e là
che le ragazze evitarono di toccare) e poi si sedettero in terra ad aspettare in silenzio.
In un primo momento non successe niente. La prima cosa che sentirono fu il
motore degli Hummer che ruggivano per le strade e una voce che gridava qualcosa di
incomprensibile con il megafono. Quindi, per un po’, il silenzio. Un rubinetto chiuso
male gocciolava, con un chopchop cadenzato che urtò i nervi di Lucía portandola sul
punto di esplodere.
Improvvisamente alcuni colpi risuonarono in rapida successione, molto vicino.
Tutto piombò di nuovo nel silenzio, ma poi il ruggito di un motore a pieno regime li
raggiunse chiaramente.
— Sono su questa strada — sussurrò Mendoza, mentre spegneva la luce
lasciandoli al buio. — Adesso tutti zitti. Se qualcuno parla, siamo morti.
Al piano di sopra si sentì un rumore di legni scheggiati, come se avessero
rovesciato un mobile al suolo. Colpi, grida e vari spari. Una donna gridò, angosciata,
ma il suo grido si soffocò improvvisamente, in modo innaturale.
Nel rifugio il silenzio era sepolcrale. Puzzava di sudore concentrato e paura.
Perfino Mendoza aveva abbandonato la sua abituale posa da macho e si manteneva in
silenzio, con le labbra strette e le mani giunte, come in una preghiera silenziosa.
Improvvisamente, uno degli scalini che scendeva verso la cantina scricchiolò
leggermente, e poco dopo, scricchiolò il seguente. Qualcuno stava scendendo le scale.
Chiunque fosse, fischiettava tra i denti una versione stonata di Hey Jude, dei Beatles.
Ogni tanto faceva una pausa in mezzo ad una strofa, si sentiva il rumore di mobili
trascinati e di seguito la melodia continuava monotona dal punto in cui l’aveva
interrotta. Metteva i brividi.
Lucía guardò Viktor e spostò una ciocca di capelli inzuppati di sudore dal suo viso.
L'ucraino faceva uno sforzo sovrumano per controllare la respirazione. Non aveva
una bella cera, ma si sforzava di mostrare qualcosa di simile a un gesto rassicurante.
La persona che stava dall’altra parte aveva appena controllato il pavimento della
cantina e colpiva casualmente le pareti con qualcosa, cercando un suono vuoto che gli
indicasse la presenza di una stanza nascosta. I colpi iniziarono dall’altro lato della
stanza. Con uno sguardo simile all'orrore, Lucía guardò come Mendoza metteva
mano all'AK-47 di Alejandra e controllava il caricatore. Lo sguardo del messicano
non lasciava adito a dubbi. Non si sarebbe fatto prendere vivo. Ciò implicava che il
resto degli occupanti del rifugio sarebbero morti con lui, se fosse stato necessario.
Tumb, tumb, tumb.
I colpi risuonavano sempre più vicino. Lucía si morse il bordo della mano, per
contenere il bisogno di gridare.
Tumb, tumb, tumb.
Il tizio aveva smesso di fischiare. Tutta la sua attenzione era dedicata al suono
della parete.
Tumb, tumb, TUMB!!
Qualcuno gridò improvvisamente dal piano di sopra. I colpi cessarono
improvvisamente e sentirono quel tipo risalire rumorosamente le scale. Un attimo
dopo il motore si accese di nuovo e il suo rumore diminuì fino a perdersi in
lontananza.
Attesero in silenzio nel buio per più di un’ora. Non era la prima volta, sussurrò
loro Alejandra all'orecchio, che le Guardie Verdi facevano finta di andare via e
invece rimanevano sedute, in silenzio, in attesa che gli iloti più fiduciosi uscissero dai
loro rifugi. In quei casi li fucilavano senza pietà, lì sul posto.
Lucía non la sentì. Si sentiva troppo stanca, ed emotivamente esausta. La tensione
stava per prendere il sopravvento.
Le ore successive trascorsero come in un sogno. A un certo punto, qualcuno le
avvicinò una bottiglia di acqua e un panino, ma non mangiò né bevve nulla.
Semplicemente appoggiò la testa sulle gambe di Viktor e si lasciò trasportare dalla
sua mente in un posto lontano e migliore di quella sporca e sordida cantina.
Infine scese la notte e Mendoza decise che era prudente uscire dal nascondiglio.
Con cautela, aprì la porta e si affacciò all'esterno cercando di fare il minor rumore
possibile. Se c'erano ancora uomini di Greene al piano superiore (cosa poco probabile
dal momento che non si era udito un solo rumore nelle ultime sei ore) non voleva dar
loro l'opportunità di ucciderli come conigli sulla porta della loro tana. Dopo essersi
accertato che la via fosse sgombra fece segno di uscire al resto del gruppo.
Sembrava che in casa fosse passato un uragano. Dozzine di mobili sconquassati si
mischiavano al suolo con pezzi di stoviglie rotte e resti di vestiti. Avevano svuotato
gli armadi dalle finestre, come se un poltergeist impazzito avesse raso al suolo
l’intero quartiere. In alcuni punti si vedevano il parquet o le tavole del soffitto
strappati, dove le Guardie Verdi avevano localizzato qualche nascondiglio. Ma la
cosa più inquietante, senza dubbio, era il sangue.
— Che cosa succederà a tutta quella gente? — domandò Pritchenko, tra colpi di
tosse sanguinolenta.
— Li portano al treno. — Mendoza imprecò sottovoce. — Ma stavolta si sono
spinti troppo oltre. L'Ira dei Giusti sta per arrivare.
30

La prima cosa che sentii fu il caldo, molto caldo. Il pomeriggio precedente mi


avevano trascinato fuori dall'ufficio di Greene e mi avevano rinchiuso in una delle
celle del commissariato di Gulfport. Avevo passato lì tutta la notte, mentre all'esterno
si radunava una folla sempre più numerosa che chiedeva la mia testa. La prigione,
che si trovava nel seminterrato del commissariato, era uno stretto corridoio con le
celle allineate ai due lati. Per ironia della sorte ero l'unico inquilino di quelle enormi
celle sbarrate, col soffitto dipinto di colore verde limone e un water d’acciaio senza
rivetti situato al centro di ogni cella, senza nessuna privacy.
Le due Guardie Verdi mi rinchiusero nella gabbia situata più in fondo nella fila di
destra e, dopo avermi affibbiato un paio di calci come regalo d’addio, se ne andarono.
In un impeto di malvagità, misero una brocca d’acqua e un pezzo di pane ammuffito
nel corridoio, proprio davanti alla mia cella. Era a una distanza tale da non poterlo
toccare con le mani, ma per un soffio. Non sfioravo la brocca per un paio di
centimetri.
— Hai sete, figlio di puttana? — disse uno di essi. — Avrai più sete all'inferno,
non dubitare.
— Avresti dovuto pensarci meglio prima di uccidere la vecchia Compton —
borbottò l'altro. — Era un'arpia figlia di puttana, ma era la segretaria del vecchio. —
Scosse il capo e, come se mi annunciasse una sorprendente novità, rimarcò — Quelli
lì fuori vogliono bruciarti vivo.
Il primo sputò un catarro verdognolo sul pane.
— Prendi, così avrai un po’ più di sostanza. — Il tipo mi guardò con un sorriso
truce sul volto, ma con una strana luce di compassione negli occhi che lo faceva
sembrare strano. — E sarà meglio che non ti schifi, perché è la cosa migliore che
mangerai per quello che ti rimane da vivere. Ho sentito che ti getteranno nella Landa
con tutti quegli iloti di merda. Lì fuori ci sono solo scorpioni e Non-Morti. Non vorrei
essere nei tuoi panni, amico.
— Mi guadagnerò la vita, non ti preoccupare — mormorai, senza alzare la testa.
Non era una sfida, semplicemente desideravo che quei due idioti se ne andassero di lì
quanto prima. Avevo bisogno di restare da solo.
L'Ariano mi contemplò un istante mentre il suo cervello elaborava lentamente se
quello che gli avevo appena detto conteneva qualche tipo di offesa. Finalmente diede
un ultimo calcio al pezzo di pane e, soddisfatto, si allontanò nel corridoio insieme al
suo compagno, lasciandomi solo.
All’inizio mi sentii terribilmente infelice. Non riuscivo a capire come tutto fosse
andato a finire all'inferno tanto in fretta. Quella mattina avevo una barca, un piano e
stavo per ottenere una sostanza che valeva il suo peso in oro. Solamente dodici ore
dopo stavo marcendo in una cella della città, sul punto di essere condannato a morte.
Cazzo, collega, ti sei distinto col tuo piano. Quali sono ora le prospettive?
In quello scantinato sembrava di stare a trenta gradi, così cominciai a sudare
subito. Rischiavo di disidratarmi gravemente. Cercai di raggiungere la brocca
facendo un laccio con la camicia, ma l’unica cosa che ottenni fu di rovesciarla e
versarne tutto il contenuto. Imprecai, furioso. Il corridoio centrale era inclinato verso
un canale di scolo interno (sicuramente, prima dell'Apocalisse, serviva per lavare via
i resti che lasciavano gli ubriachi nelle celle) così guardai, impotente, mentre spariva
fino all'ultima goccia.
Mi lasciai cadere in ginocchio contro la grata, desolato. Sentivo la bocca come se
fosse carta vetrata. La sete era così terribile che non mi lasciava riflettere con lucidità.
Così impiegai una buona mezz'ora a rendermi conto che in fondo alla tazza del WC
c’era una pozza d’acqua. Aveva un sapore salmastro, e il colore era sospetto, senza
contare il fatto che stavo bevendo da un cesso, ma almeno era liquido.
Passai i successivi tre minuti a bere a piccoli sorsi. Quella poca quantità d’acqua
non placò del tutto la mia sete, ma almeno fece in modo che tornassi a sentirmi vivo.
Quando fui più idratato e tranquillo, cominciai a pensare a come uscire da
quell'orribile pasticcio.
Fuggire dal commissariato era fuori dalla mia portata. Le serrature della cella erano
molto più complesse di quelle che le mie limitate conoscenze mi permettevano di
aprire. E senza contare i guardiani che stavano di sopra, e la plebaglia infuriata che
circondava il commissariato e che non appena mi avesse visto si sarebbe lanciata su
di me come una muta di cani pronta a straziarmi, per colpa di un crimine che non
avevo commesso. La strategia di Greene era stata intelligente, contorta e malvagia.
Ammazzando la signora Compton non solo eliminava un testimone scomodo e
fastidioso per lui, ma mi trasformava con effetto immediato nella persona più odiata
di Gulfport. Nessuno avrebbe creduto a una parola di quello che avrei detto, poiché
qualsiasi cosa sarebbe suonata come una specie di scusa fantastica ideata da un
assassino disperato beccato in flagrante. No, decisamente non avevo un solo amico
dentro quelle mura, tranne Lucía e Viktor... se erano ancora vivi, o se non erano stati
arrestati come complici.
Mi facevano male tutti i lividi che mi coprivano il corpo. Il vestito era
completamente lacerato e incrostato di sangue duro e rinsecchito. Il mio sangue. Il
mio sangue infetto. Nel ricordarlo sentii una lieve vertigine e un incontrollabile
desiderio di vomitare. Mi appoggiai sulla tazza e con un conato dietro l’altro vuotai
quel poco che c'era nel mio stomaco. Abbracciai la tazza, tremando.
Qualcuno dovrà disinfettare tutto questo una volta che me ne sarò andato, pensai
mentre osservavo le piccole gocce di saliva che avevo lasciato sul bordo della tazza.
Non sentivo ancora niente, ma sapevo che il TSJ scorreva nelle mie vene con forza e
che in poche ore avrei cominciato a mostrare i primi sintomi. Mi domandai,
vagamente sorpreso per la mia curiosità, come sarebbe stato diventare un Non-Morto.
Ne sarei stato cosciente? E dopo? Tuttavia, l'immagine di me stesso trasformato in
uno di quegli esseri, con tutta la pelle scoppiata e coperta di piccole vene, fu troppo.
Tornai ad afferrare la tazza mentre i conati mi assalivano di nuovo, ma ormai non
avevo più nulla da espellere.
La cosa più facile sarebbe stata quella di farla finita una volta per tutte.
Risparmiarmi la tremenda umiliazione di trasformarmi in un essere senza il controllo
di se stesso.
— Cosa stai facendo, stai pensando di suicidarti.
— E allora? Sarebbe meglio.
— Non puoi. Sei troppo attaccato alla vita. Non puoi farlo.
— Sarà sempre una scappatoia migliore che... l’altra cosa.
— Non lo sai.
— Taci, cazzo. Taci, taci. TACI!!
Mi afferrai la testa con le mani, mentre gemevo al suolo. Dovevo fare qualcosa o
sarei diventato pazzo. Il problema era che cosa fare. Non riuscivo neanche a porre
fine alla mia sofferenza in maniera veloce. Entrando nella cella mi avevano tolto
tutto, dall'orologio ai lacci delle scarpe e la cintura, per evitare che mi suicidassi. Gli
Ariani avevano passato troppo tempo dietro le sbarre per poter trascurare il minimo
dettaglio di quell'aspetto.
Quello che mi fece più male fu perdere l'orologio. Era un vecchio Festina
ammaccato, ma era l'ultimo oggetto che potevo ancora considerare mio e che mi
aveva accompagnato dall'inizio della mia odissea, due anni prima. Senza di lui, mi
sentivo un po' nudo. Inoltre, non avevo altro modo di controllare il trascorrere del
tempo. In quella cella la luce restava sempre accesa, contribuendo alla mia agonia.
Dopo un tempo che non sarei in grado di calcolare, ma che dovette superare le due
ore, cominciai a sentire i primi disturbi. Era come un lieve crampo muscolare, simile
a quando sei rimasto addormentato in una strana posizione e una mano è rimasta
intrappolata sotto il corpo. Sentivo una specie di formicolio che mi percorreva a
ondate entrambe le braccia. Era una sensazione inquietante, più che dolorosa. Ma ero
perfettamente cosciente del suo significato.
Era cominciato.
Mi asciugai il sudore dalla fronte con un pezzo di stoffa strappato dalla falda della
camicia. Improvvisamente mi domandai se quel caldo soffocante che sentivo da
quando ero arrivato non fosse il primo segno dell'infezione. Ricordavo perfettamente
che Greene sembrava sudare copiosamente prima di prendere il Cladoxpan.
Allora, un pensiero orribile mi passò per la mente. Sarei finito lì. Mi avrebbero
lasciato rinchiuso in quella cella come un animale rabbioso, finché l'infezione si fosse
propagata in tutto il corpo e mi avesse trasformato in un Non-Morto. Poi mi
avrebbero fatto diventare un'attrazione da fiera, un mostro, uno spauracchio che i
papà di Gulfport avrebbero indicato ai loro figli dall'altro lato delle sbarre, per
mostrar loro come erano i mostri che abitavano l'altro lato del Muro, mentre gli
tiravano popcorn e pezzi di verdura marcia.
Stavo diventando pazzo. Cominciai a grattarmi con furia il braccio destro, ma non
sapevo se quel prurito fosse il passo successivo della mia trasformazione o fosse
semplicemente l'angoscia che mi spingeva a fare cose strane.
Improvvisamente, il rumore di un catenaccio risuonò dall’alto, seguito dal rumore
di passi di qualcuno che scendeva le scale. Incominciai a cercare qualcosa con cui
difendermi, come un animale braccato. Era inutile. Non c'era niente in quella cella
che non fosse fermamente avvitato o saldato alle pareti, o che potessi utilizzare.
Allora, improvvisamente, mi accorsi che la mia infezione poteva essere anche la mia
unica difesa. Senza pensarci due volte strappai la crosta fresca che si stava formando
sulla ferita in fronte. Mi fece un male terribile e subito una scia di sangue caldo
cominciò a fluire di nuovo sul mio viso. Inzuppai le dita nel sangue e attesi
speranzoso. Al primo che fosse apparso davanti alla mia cella, avrei scagliato una
buona spruzzata di sangue infetto. Se io cadevo, per lo meno uno me lo sarei portato
appresso.
I passi si facevano sempre più vicini. Mi inginocchiai, nascondendo le mani dietro
la mia schiena, pronte a scattare come una molla. Improvvisamente, la luce del
corridoio si oscurò leggermente quando la figura di Malachy Grapes si intromise tra
la lampada e l'interno della mia cella.
— Ciao, avvocato. — La voce di Grapes suonò beffarda, perché il gran bastardo
sapeva che ero in trappola.
Nelle sue braccia, uno spaventato Lucullo si rigirava, guardando con occhi
impazziti di terrore la figura insanguinata che lo osservava, sconfitta, dall'altro lato
delle sbarre.
31

Rimasi paralizzato. Quella era l’ultima cosa che mi sarei aspettato. Lucullo
gemette riconoscendomi e tentò di liberarsi dalla morsa di ferro di Grapes, ma
l'Ariano lo teneva ben stretto.
— Lascia andare il mio gatto, pezzo di merda! — gridai infuriato. — Lascialo
subito o...!
— O che? — domandò Grapes. — Cosa mi farai? Vuoi che gli torca il collo
davanti a te?
— No! — mi scappò. — No, non farlo, ti prego.
— Allora siediti in fondo alla cella, dove possa vederti bene — disse Grapes. — E
le mani in vista, senza sorprese.
Ubbidiente, mi sedetti sulla branda mentre il mio sguardo andava da Grapes a
Lucullo che aveva raddoppiato i suoi sforzi per liberarsi sentendo la mia voce. Sul
braccio dell'Ariano c’erano due profondi graffi, segno inequivocabile che il mio
piccolo amico peloso non si era lasciato acchiappare senza lottare. Bene per Lucullo,
pensai.
— Sai… — disse Grapes con un sorriso orribile. — In genere, in prigione, il mio
avvocato stava sempre da questo lato delle sbarre. È un cambiamento molto
rigenerante.
— Trovo sorprendente che qualcuno ti visitasse in prigione — risposi. — Perfino
un avvocato.
Grapes rise, con aria compiaciuta.
— Mi sarebbe piaciuto portare con me la tua bisbetica o il piccoletto sovietico,
perché ti dicessero addio, ma sono stati più intelligenti di te e sembra che la terra se li
sia ingoiati. Ho trovato solo questa bestia pulciosa a casa tua, così ho pensato che ti
avrebbe fatto piacere rivederla.
— Non fargli del male, per favore — implorai.
— Dipende — rispose Grapes. Notai che il muscoloso sicario del reverendo aveva
preso la precauzione di mettersi degli occhiali di sicurezza, nell'eventualità che
potessi spruzzarlo con qualcosa. Qualunque cosa facesse, quel bastardo sembrava
sempre essere un passo avanti a me.
— Domani mattina ti metteremo sul treno dei deportati — disse lentamente, come
se stesse spiegandolo ad un alunno particolarmente lento. — E voglio che ti comporti
molto bene fino ad allora. — Si grattò dietro un orecchio, con parsimonia. — Io ti
avrei già sparato due colpi, ma il reverendo ha idee personali e molto particolari sulla
punizione, e ha deciso che marcirai al sole, lentamente, così avrai il tempo di pensare
alla grandezza della tua cagata.
— Dimmi qualcosa che non so — risposi, con amarezza.
— No, dimmi tu qualcosa — replicò Grapes. — Perché lo hai fatto? Voglio dire,
avevi tutto per vivere alla grande a Gulfport. Una bella casa, un lavoro sicuro, una
tipa che ti scaldava il letto la notte..., avevi perfino questa merda di gatto, e guarda
che sono difficili da trovare oggigiorno. Non mi fraintendere, sono felice di averti
potuto fottere. Ti sei posto male dal primo momento che ti ho visto, ma non pensavo
che me l’avresti resa tanto facile. Dimmi, perché l’hai fatto?
— Chissà, forse perché non sono una brutta bestia come te — risposi. — Perché
tutto questo posto è un'aberrazione, perché è immorale e malsano e presto o tardi
tutto questo vi scoppierà in faccia. Perché non voglio vivere in un posto che salva il
mio corpo ma distrugge la mia anima e la mia coscienza. L’ho fatto per questo.
L’unica cosa che mi preoccupa è non poter essere presente quando gli iloti si
solleveranno e un paio di quei neri del ghetto ti legheranno ad un letto e ti
violenteranno fino a che non ne potranno più. Anche se, a pensarci bene, hai
sicuramente già goduto di queste attenzioni in prigione, dato il tuo curriculum.
Il viso di Grapes arrossì di rabbia e per un momento pensai di essermi spinto
troppo oltre. La sua mano si chiuse sul collo di Lucullo e scosse il povero gatto come
fosse una bambola di pezza. L'animale si dibatteva senza forza, tra deboli miagolii di
dolore, sull'orlo dell'asfissia.
— Domani mi assicurerò di rinchiudere anche alcuni negri sballati di crack nel tuo
vagone — mormorò, rancoroso. — Chissà, forse quello che finisce col culo rotto sei
tu.
Tacqui, senza niente da dire. Grapes aveva in mano tutte le carte vincenti, ed
entrambi lo sapevamo perfettamente.
— Non è una visita di cortesia, comunque — disse l'Ariano, mentre cercava
qualcosa nelle profonde tasche dei suoi pantaloni cargo. — Ecco, questo ti permetterà
di resistere fino a domani.
Grapes mi lanciò qualcosa all'interno della cella. L'afferrai al volo e guardai
l’oggetto. Era una bottiglietta, non molto più grande di una lattina, fatta di plastica
trasparente. Al suo interno c'era un liquido bianchiccio e torbido.
— È il Cladoxpan — disse Grapes. — Sei stato infettato da otto ore, perciò i primi
sintomi devono essere sul punto di manifestarsi. — Mi guardò, pensieroso. — Anche
se vedo che stai già sudando come un maiale nonostante il freddo che fa qui sotto.
Non dissi niente, nonostante le sue parole confermassero i miei peggiori
presentimenti. Il caldo che avevo sentito per tutto il pomeriggio era completamente
innaturale. Il TSJ trionfava sulle mie difese.
— Che cosa devo fare? — chiesi, con voce spenta.
— Hai due opzioni — rispose la Guardia Verde. — La prima è che tu mi
restituisca quella bottiglietta, così, quando domani verrò a prenderti, sarai solo un
Non-Morto maleodorante. Ti spareremo una pallottola da nove millimetri in testa,
bruceremo il tuo corpo nell’inceneritore della città e per te tutto sarà finito. L'altra
opzione è che tu lo beva lentamente, dosandolo. Quanto più te lo farai durare, più
durerai tu, anche se non ti servirà a nulla se non a morire nel deserto. — Grapes si
strinse nelle spalle. — Decidi tu.
— Scelgo di vivere — replicai debolmente, guardando in basso. In tutta la mia vita
non ero mai stato così sconfitto.
— Come dici...? Non ti sento.
— Scelgo di vivere — ripetei, un po’ più forte.
— Immaginavo che l’avresti detto — rispose Grapes. — Per questo motivo voglio
avere un’ulteriore garanzia che ti comporterai bene.
L'Ariano tirò fuori un coltello dal suo stivale, e in un batter d’occhio si mise
Lucullo sulle ginocchia e la lama sulla coda del mio gatto.
— NO!
Con un gesto rapido Grapes abbassò il coltello e, in due movimenti, tagliò la coda
di Lucullo a metà. Il gatto emise un profondo miagolio di dolore mentre
improvvisamente tutto sembrava andare al rallentatore. Il gesto del polso di Grapes
che tracciava un arco ascendente. La lama del coltello coperta di sangue. Quello
stesso sangue che stava uscendo a fiotti dal moncherino della coda di Lucullo. Gli
occhi pieni di dolore e di panico del mio gatto persiano. L'espressione di sadica
soddisfazione di Grapes. Le nocche delle mie mani, bianche come il gesso, mentre
scuotevo le sbarre.
— Bastardo, bastardo, bastardo, BASTARDO! Ti ammazzerò! Mi senti? Giuro che
ti ammazzo, brutto figlio di puttana!
— Questo raccontalo a un altro. — Grapes si mise tranquillamente in piedi e infilò
di nuovo il coltello nello stivale. — Non preoccuparti per il tuo gatto, farò in modo
che gli mettano una benda o qualcosa di simile su quel pezzo di coda che gli rimane.
— All’improvviso, il suo tono si fece minaccioso. — Ma se non vuoi che passi la
notte scommettendo pezzi di gatto persiano su un tavolo da poker, è meglio che ti
comporti bene fino a domani. Capito?
Il sangue di Lucullo gocciolava sul sudicio pavimento di linoleum, lasciando
enormi gocce a forma di fiore. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quelle
macchie. Nella mia vita non avevo mai provato tanto odio verso qualcuno come in
quel momento.
— Ti lascio solo, a meditare. Buonanotte.
E quel maledetto bastardo di Malachy Grapes si allontanò fischiettando lungo il
corridoio, mentre tra le sue mani i gemiti di dolore di Lucullo risuonavano sempre più
deboli.
Finalmente rimasi da solo, con la bottiglietta di Cladoxpan in una mano e il pezzo
di coda amputato di Lucullo nell'altra, mentre il mio cuore sanguinava a fiotti.
Scoprii solo allora che non ero più capace di piangere. E che tutto quello che
desideravo era la vendetta.
32

Bluefont
Il giorno dopo il raid

Le prime due ore della mattinata furono le più animate. Mendoza installò il suo
quartier generale al piano superiore del Gallo Rosso e cominciò a mandare
messaggeri nelle quattro direzioni del ghetto. I messaggeri erano ragazzi, in certi casi
bambini, con gambe veloci e sguardo affamato. A nessuno di loro consegnò un
messaggio scritto, ma li obbligò a memorizzare il contenuto della missiva. Dalla loro
velocità e abilità dipendeva la loro cattura da parte delle pattuglie della Milizia o dei
Verdi, e in ogni caso, se fossero caduti nelle mani degli uomini di Greene, non
avrebbero avuto addosso niente di compromettente.
Lucía e Viktor osservavano la scena da un angolo, come spaventati. Alejandra
aveva tirato fuori da qualche parte una cassetta dei medicinali e aveva curato con
delicatezza i tagli e le contusioni dell'ucraino, già in fase di miglioramento. Gli
dolevano ancora le costole (era molto probabile che ne avesse rotte una o due), ma
era un dolore che l'ex militare era in grado di sopportare perfettamente. Il suo sguardo
vagava su quel disordine organizzato, come se cercasse di decifrare lo schema di tutti
quei movimenti, facendo nel contempo il resoconto di un piatto di stufato di
provenienza incerta.
— Cosa sta succedendo, Viktor? — mormorò Lucía, inquieta, sedendosi di fianco
all'ucraino.
— Non sono sicuro — replicò Pritchenko. — Ma questa ha tutta l’aria di una
rivolta.
— Una rivolta? — Lucía si voltò, allarmata. — Quando?
— Tra poche ore, credo — rispose Viktor. — Penso sia qualcosa di pianificato, ma
la retata di oggi sembra abbia anticipato i piani.
L'ucraino non poteva sapere fino a che punto aveva ragione. Il piano era in
fermento da mesi. Gli iloti di Bluefont, o almeno una buona parte di essi, benché
sottomessi e controllati, non erano per niente battuti. La rivolta era una possibilità che
Greene e i suoi uomini tenevano molto in considerazione, e la temevano. Era stata sul
punto di scoppiare in almeno quattro occasioni, e in altrettante era fallita solo
all'ultimo minuto. Il ghetto era pieno di informatori, spie ed agenti al soldo di Greene,
che trovavano sempre qualcuno disposto a lavorare per loro tramite la corruzione o
l'estorsione. Mendoza sospettava perfino che in ognuna delle retate le Guardie Verdi
sfruttassero la cosa per istallare in determinate abitazioni telecamere e microfoni.
Uno dei motivi per cui aveva installato il suo quartiere generale in quell'edificio era
perché l'avevano ispezionato a fondo e ritenevano che fosse completamente pulito.
Ma anche così, le possibilità che gli Ariani fossero al corrente dei suoi piani erano
concrete, e attualissime.
Per questo quella retata imprevista aveva fatto saltare in aria tutti i piani. Dovevano
agire e dovevano farlo subito.
Quaranta minuti più tardi, trenta persone, tra uomini e donne, si stringevano in
quella stanza tentando di farsi sentire in mezzo alla crescente confusione. Man mano
che continuavano ad arrivare, ognuno raccontava una storia più raccapricciante
dell'altra. Questo raid era stato di gran lunga il peggiore. Non avevano modo di
calcolarlo, ma pensavano che i Verdi si fossero portati via dal ghetto almeno seicento
persone.
— Questa volta è stato peggio che mai! — ruggì un chicano alto e coriaceo con la
voce carica di rabbia. — Non hanno preso solo i più deboli! Si sono portati via
perfino uomini e donne adulti!
— È stato indiscriminato — si lamentò un altro. — Non hanno rispettato neanche
quelli che avevano la documentazione in regola.
— Quando mai è stato un problema per loro? — rispose amaramente una voce dal
fondo. — Ci stanno sterminando, cazzo, come in quel maledetto film in bianco e nero
di Spielberg.
— Ma avevamo un accordo! — replicò il primo, ostinatamente. — La
documentazione in regola! La documentazione in regola!
— Sei una testa di cazzo se credi a quell’idiozia. E anche un venduto di merda, già
che ci siamo. So che hai dato via il culo per ottenere quel pezzo di carta che non vale
niente, ed ora ti lamenti.
— Chi hai chiamato venduto, coglione? — rispose l'uomo, prendendo il coltello
che gli pendeva dalla cintola.
Ognuno cominciò a strillare contemporaneamente al punto che fu impossibile
sentire qualcosa. Mendoza salì sul tavolo, tentando di imporsi sulla folla. Il suo
sforzo si rivelò inutile, più che altro perché era rauco. Alla fine, afferrò
l’inutilizzabile monitor di un computer, lo sollevò con le braccia e lo scaraventò fuori
dalla finestra, mandando in frantumi l’ultima vetrata intatta di tutto l'edificio.
Sentendo quel fracasso tutte le voci tacquero improvvisamente e guardarono in
direzione del messicano. Questi era rimasto in piedi sul tavolo, con lo sguardo
infuocato.
— Siete un branco di imbecilli — sbottò. — Non so perché Greene si disturbi tanto
ad inviare qui i suoi uomini, se poi riusciamo già ad ammazzarci tra di noi. Chiudete
il becco e ascoltatemi, se volete avere ancora qualche opportunità di vivere.
Un coro di mormorii e colpi di tosse fece seguito a queste parole. I pochi sguardi
scambiati tra i partecipanti dicevano chiaramente che c'erano molti problemi in
sospeso tra di loro, ma tutti obbedirono all'ordine di Gato Mendoza.
— È arrivato il momento — cominciò Mendoza rischiarandosi la gola. — Il
momento che abbiamo temuto e desiderato. Non possiamo sopportare un minuto di
più questa sanguinosa oppressione. I Verdi ci trattano come fossimo pecore da
macello. Le incursioni sono sempre peggiori e più frequenti. Dobbiamo agire
immediatamente.
— Non so se è la cosa più prudente. — Un vecchio uomo di colore, vestito con una
giacca di tweed tarlata e occhiali spessi, si fece avanti per parlare. Prima della
pandemia era un rispettato professore di filosofia in un'università del Midwest. Dal
modo in cui si muoveva dava l'impressione di essere una persona abituata a farsi
ascoltare e rispettare. — La violenza genera solo violenza. Il caos porta al caos. Solo
con sintonia e comprensione possiamo trovare soluzioni a lungo termine. Sono sicuro
che se trattiamo direttamente questo argomento col reverendo e gli spieghiamo la
situazione, lui farà in modo che ciò non accada più e che i colpevoli vengano puniti.
O, al contrario, possiamo applicare una politica di resistenza passiva, in stile Gandhi.
Ma non credo che la resistenza armata sia la soluzione migliore.
Alle sue parole seguì un'alluvione di risposte sia contro che a favore; tutti
cercavano di parlare contemporaneamente.
— Professor Banksted — proseguì Mendoza quando riuscì a zittire tutti i presenti
— so che lei è una delle persone più ragionevoli di tutto il ghetto, ma sfortunatamente
questa non è l'università in cui lei lavorava. Non è neanche lo stesso fottuto mondo. Il
problema è che non si rende conto che noi non siamo una combriccola di studenti che
reclama miglioramenti nel menù della mensa. Stiamo parlando di salvare le nostre
vite.
— Le nostre vite sono preziose per la gente dall'altro lato del Muro — rispose
Banksted senza scoraggiarsi. — Gli serviamo per uscire lì fuori a cercare alimenti,
combustibile, vestiti e medicine. Senza di noi non possono vivere!
Un mormorio di approvazione seguì le parole dell'anziano che incrociò le braccia,
soddisfatto.
— Quella è solo una mezza verità, professore — replicò Mendoza. — In primo
luogo, non tutti gli abitanti del ghetto escono a cercare prodotti. I bambini, i malati e
gli anziani come lei sono sacrificabili agli occhi di Greene. Da quando è arrivato al
ghetto, è mai uscito qualche volta all'esterno? No, vero? È una bocca inutile, come
quella di molti di coloro che vivono da questo lato. — Banksted si avvilì,
visibilmente a disagio davanti a quelle parole. — E inoltre, quanti iloti sono necessari
per mantenere Gulfport? Non ci sono mai più di cinquecento di noi là fuori, e credo
che mille o duemila schiavi gli bastino. E sarebbero più gestibili.
Una nuova esplosione di frasi sovrapposte seguì a queste parole.
— Queste non sono che tue supposizioni — rispose Banksted, testardo. — Io ho
vissuto la segregazione razziale negli anni sessanta, e posso assicurarti che se ci
fossimo ribellati in armi le conseguenze sarebbero state fatali.
— Mi permetta di farle una domanda: nei tumulti razziali del sessanta mettevano
centinaia di neri in un vagone e li portavano in destinazioni sconosciute per non
ritornare mai più? — domandò Mendoza bruscamente.
L'anziano professore tacque, insicuro, e abbassò lo sguardo prima di rispondere
con un appena udibile “no”.
— Ci stanno sterminando, e questo è un fatto, che vi piaccia o no — continuò
Mendoza. Il silenzio nella sala in quel momento era totale. Ognuno pendeva dalle
labbra del messicano. — Di fronte a questo possiamo fare due cose. O ci lasciamo
portare tranquillamente al mattatoio, come fecero gli ebrei durante l'Olocausto, o ci
solleviamo e lottiamo per le nostre vite con le armi in mano. La cosa peggiore che ci
può succedere è che ci ammazzino nel tentativo... ma la morte l'abbiamo già
garantita.
Seguì un coro di cupi assensi. I dubbi del gruppo si stavano dissolvendo.
— È arrivato il Tempo dei Giusti! — La voce di Mendoza tuonò, influenzata da
uno spirito vendicativo. — È tempo che la giustizia e la libertà si impongano sulla
tirannia e l'oppressione! È tempo di ritornare ad assumere il controllo delle nostre
vite! Adesso o mai più, camerati, compagni. Prendiamo le armi e assaltiamo quel
maledetto Muro! Mettiamo a ferro e fuoco Gulfport e diamo a quei grassi e pigri
bianchi una lezione che non dimenticheranno mai...! Lottiamo insieme! Battiamoci
per la nostra libertà!
A queste parole seguì un urlo di acclamazione. I presenti gridavano, alzavano i
pugni e sembravano improvvisamente posseduti da una febbre selvaggia ed insensata.
Anche il cauto e timido professore universitario sembrava essere contagiato
dell'eccitazione. Alcuni alzavano i loro coltelli in aria, pugnalando inesistenti e
spettrali Guardie Verdi.
Un applauso risuonò con forza tra le grida che si andavano affievolendo fino a
trasformarsi in un mormorio. Tutte le teste si girarono in direzione del rumore
dell’applauso e ammutolirono improvvisamente. Viktor Pritchenko, in piedi vicino a
una parete, batteva i palmi con energia e con un sorriso amaro sulle labbra.
— Valoroso! — disse, con un tono di voce carico di ironia. — Bravo! Un discorso
cazzuto, davvero. Francamente, mi hai sorpreso. Questo è qualcosa che non avevo
previsto. Un bullo da due soldi convertito in un leader rivoluzionario. Se non fossi
stato sul punto di ammazzarmi, alcune ore fa, ti rispetterei di più, sul serio. Tuttavia,
sono impressionato. — E continuò ad applaudire.
— Hai qualcosa da dire, biondo? — replicò Mendoza, visibilmente infastidito.
— Alcune cose, senza dubbio — rispose Viktor, mentre saliva sul tavolo dove si
trovava il messicano. — La prima di tutte è che avete tutte le ragioni del mondo.
Quegli stronzi dall'altra parte del Muro vogliono farla finita con voi, e si apprestano a
farlo. Ma so anche che la vostra piccola rivoluzione è destinata a fallire in anticipo.
— Perché dici questo? — lo interpellò una donna, in uno sciatto inglese. — Siamo
più numerosi di loro, e non abbiamo paura di morire.
— Non siete più numerosi di loro, in primo luogo — rispose tranquillamente
l'ucraino. — Dall'altro lato del Muro c’è molta più gente che da questo lato, molto
meglio nutrita e in condizioni migliori, e soprattutto, molto meglio armata. Per caso
pensate di attaccare le Guardie Verdi e la Milizia con i coltelli?
— Abbiamo armi. — Mendoza spinse il mento in avanti, sfidando Prit. — E la
Milizia e le Guardie Verdi sono meno di trecento, in totale.
— Senza dubbio — rispose Viktor — ma sono sicuro che in caso di necessità,
Greene potrà armare un paio di migliaia di uomini appena quindici minuti dopo
l’inizio del vostro assalto. Vengo dall’altra parte, e so di cosa parlo.
Un brusio a disagio percorse la sala, ma nessuno interruppe l'ucraino.
— Inoltre, che armi avete? Per quello che mi hanno raccontato, le Guardie Verdi vi
disarmano ogni volta che ritornate da un'incursione.
— Siamo riusciti a trafugare alcune armi — disse il chicano alto. — Ed ogni tanto
troviamo armi nelle incursioni e le facciamo entrare nel ghetto, nascoste tra gli
attrezzi. Ho una lista. — E tese all’ucraino un paio di fogli scritti a mano.
Pritchenko guardò rapidamente le carte e gli scappò una risata sarcastica.
— Come sospettavo — disse, mentre sfogliava le pagine. — Avete meno di due
dozzine di carabine da assalto, una collezione enorme di armi da caccia e perfino
qualche pezzo da museo. — Si soffermò sulla riga di una pagina e alzò la testa con
incredulità. — Un Thompson? Sul serio? Un mitra dei gangster degli anni venti? Da
dove cazzo l'avete tirato fuori? Questo vale la pena di vederlo...
— Sono armi, e uccidono come quelle moderne — rispose l'uomo, rigido.
— Non uccidono allo stesso modo, mi creda. — Gli restituì i fogli mentre scuoteva
la testa. — E quel che è peggio, non avete munizioni sufficienti per rifornire tutta
questa variopinta artiglieria. In meno di dieci minuti di combattimento vero e proprio
sarete rimasti a secco. — Sorrise ironico. — Suppongo che il piano in quel caso sia
ucciderli a sputacchi, o tirandogli pietre. E senza contare che la maggior parte di voi
non ha il minimo addestramento militare, per non parlare dei suoi comandanti
rivoluzionari. — Si girò verso Mendoza che ascoltava rosso di rabbia. — Senza
offesa, Gato. Anzi sì, che cazzo. Mi hanno appena rotto una costola per colpa tua,
stronzo.
— Abbiamo il fattore sorpresa — mormorò Mendoza, arrabbiato, mentre ignorava
le provocazioni di Pritchenko. — E possiamo procurarci le munizioni dei Verdi che
ammazziamo.
— Un piano cazzuto — replicò Viktor, — spiegami un po’ come pretendete di
assaltare quel muro di cemento e i reticolati e quelle torrette con delle mitragliatrici
pesanti. Inoltre, stai dimenticando un elemento fondamentale: Greene ha il controllo
totale del Cladoxpan. Se il piano non riesce al primo colpo, gli basta tagliare la
somministrazione per un paio di giorni per trasformarvi tutti in un mucchio di Non-
Morti. La verità è che vi tiene per le palle.
— Questo non è del tutto vero — disse una voce educata e profonda dal fondo
della sala.
Per la prima volta da quando era salito su quel tavolo, Viktor Pritchenko esitò per
un istante mentre fissava incredulo la persona che aveva appena parlato.
Perché coi pantaloni della sua elegante uniforme ancora inzuppati d’acqua, e
un'espressione seria sul viso, Gunnar Strangärd era appena entrato in quella sala.
33

I codardi muoiono molte volte prima di morire veramente;


i coraggiosi assaporano la morte solo una volta.

W. SHAKESPEARE

— Cosa? Ma che cosa...? — balbettò l'ucraino. — Che cosa ci fai tu qui?


— Potrei chiederti la stessa cosa — rispose lo svedese che nel vedere Lucía piegò
il capo e la salutò cordialmente. — Benché debba dire che mi rallegro di vedervi sani
e salvi.
— Non direi che questo significhi essere sano e salvo — grugnì Viktor, mentre si
indicava l'occhio pesto e i lividi sul viso.
— C'è molta gente che oggi sta peggio, mi creda. — Lo svedese si fece largo tra la
folla, salutando con familiarità la maggioranza dei presenti. Era chiaro che lì era un
volto conosciuto.
— Ciao, Gunnar — gli disse Alejandra mentre gli piantava un paio di baci sulle
guance — come stai?
— Ciao, Ale — rispose Strangärd, con una nota di sollievo nella voce. — È bello
vederti. Questo è un vero incubo.
— Dimmi — replicò la messicana. — Che cosa sta succedendo dall'altra parte del
Muro?
— Stanno organizzando la spedizione — rispose l'ufficiale — e non abbiamo
molto tempo. — Si rivolse a Lucía e Viktor, con un'espressione terribile sul volto. —
Temo di portarvi cattive notizie. Hanno preso il vostro amico.
Per un istante, il tempo si fermò dentro la stanza. Lucía fece un passo avanti
mentre il sangue gli affluiva al viso.
— Come, lo hanno preso? — La voce di Lucía tremava. — Che cosa vuole dire?
— L'hanno rinchiuso in cella. Dicono che ha assassinato qualcuno mentre tentava
di rubare un flacone di Cladoxpan. Lo metteranno sul convoglio che parte entro due
ore, insieme a tutti gli arrestati del raid nel ghetto.
— Dobbiamo fare qualcosa! — Lucía si girò verso Viktor, impaziente. — Prit,
dobbiamo liberarlo subito!
— Impossibile. — Strangärd scosse la testa. — È strettamente sorvegliato, e
inoltre c’è una folla attorno al commissariato, desiderosa di linciarlo non appena
mette fuori la testa. D'altra parte, hanno messo anche una taglia sulla vostra. Se vi
vedono di là, vi spareranno senza fare domande.
Lucía sentì le gambe trasformarsi in gelatina, e si accasciò contro una parete,
scivolando a terra. Un fiume incontrollabile di lacrime minacciava di soffocarla.
Lo uccideranno. Prima il massacro del ghetto e ora lui. Oh, Dio, è tutta colpa mia.
Come posso essere stata così dannatamente stupida?
Alejandra passò un braccio sulle spalle di Lucía cercando di confortarla, ma la
giovane era inconsolabile. Non riusciva a smettere di singhiozzare.
— Bene, e ora che cosa facciamo? — domandò Alejandra, guardandosi attorno per
la sala. Viktor rimase in piedi, con l'aspetto di uno al quale hanno appena dato il
cazzotto più forte della sua vita, Mendoza tentava ancora di controllare la sua rabbia e
il resto degli astanti sembrava smarrito e confuso come lei.
— È giunto il momento, Gunnar — disse Mendoza, con calma. — Abbiamo
bisogno dell'aiuto dei Giusti.
— Avrete il nostro aiuto, non dubitare — rispose Strangärd con calma. —
Possiamo preparare la merce non appena ritorno all'altro lato.
— Aspetta un momento — disse Viktor, cercando di riprendersi. — Di che cosa
state parlando? Che merce? Chi sono i Giusti?
— Non tutti oltre il Muro condividono le idee di Greene — rispose Strangärd. —
Non siamo molti, ma abbastanza per capire che Gulfport è marcia fino al midollo. Ci
siamo organizzati clandestinamente. Se Greene scoprisse che esistiamo, o che io sono
qui, a finire dentro quei vagoni saremmo noi.
— I Giusti ci hanno aiutati dall'inizio — intervenne Alejandra. — Ci avvisano dei
cambiamenti nella documentazione, ci forniscono copie false, medicine, alimenti e
perfino armi. Il ponte sommerso che avete attraversato ieri sera non avrebbe potuto
essere realizzato senza il loro aiuto.
— Siamo obbligati ad essere molto discreti — disse Strangärd. — Greene ha occhi
e orecchie da tutte le parti. Dal momento in cui vi ho visto ho capito che voi non
eravate come quella gente dall'altra parte. Ho cercato di parlare col vostro gruppo e
spiegarvi la vera situazione della città, ma mi è stato impossibile. Birley e l’intero
equipaggio dell'Ithaca sono dei fanatici, e vigilavano molto da vicino. Non ne ho
nemmeno avuto l’occasione.
— Siete molti? — chiese Viktor.
— Neanche io potrei rispondere a questa domanda — replicò lo svedese. — Siamo
organizzati in cellule indipendenti, in modo che se prendono qualcuno, il resto
dell'organizzazione rimanga in salvo. Ma abbiamo gente quasi da tutte le parti, e da
questo lato del Muro possono contare sul nostro aiuto.
— E come li aiutate? — domandò l'ucraino.
— Visto, adesso non è più tanto ridicola l'idea della rivolta — l'interruppe
Mendoza, ironico.
— Eppure continua a sembrarmi altrettanto ridicola e suicida — rispose Viktor. —
Però non rimane nessun’altra opzione, per quello che vedo.
— Temo di no — disse Strangärd. — Nel Quartier Generale di Greene sono giunte
voci che in meno di un mese si procederà ad una liquidazione generale del ghetto, e
che lasceranno in vita più o meno duemila iloti. Se dobbiamo fare qualcosa,
dobbiamo farlo subito.
— Il Cladoxpan... — disse Pritchenko.
— Ho già sentito quello che dicevi — replicò lo svedese. — Questo non sarà un
problema. Abbiamo nascosto quasi quattromila litri di Cladoxpan in un serbatoio
interrato. La nostra gente dentro il laboratorio ha rischiato la vita per mesi per
portarlo fuori un po’ alla volta. Anche se Greene taglia la somministrazione, si può
sopravvivere per alcuni giorni, il tempo sufficiente, se Dio vuole, perché la rivolta
abbia successo.
— E se non ha successo? — interruppe il vecchio professore nero. — E se
l'insurrezione fallisce? Che cosa succederà quando finirà quella riserva?
— Se la rivolta fallisce, questo sarà il minore dei nostri problemi, perché saremo
già tutti morti — rispose freddamente Mendoza. — Come pensi di farcelo arrivare,
Gunnar?
— Attraverso il Muro è impossibile — disse Strangärd, dopo aver riflettuto un
istante. — Si tratta di una quantità troppo grande per farla passare in una sola volta, e
se lo facciamo in diversi viaggi tarderemmo troppo e correremmo molti rischi.
— L’ideale sarebbe che l'introducessimo noi nel ghetto — pensò a voce alta
Mendoza. — Se lo lasciaste in un posto dal quale potessimo prenderlo più tardi.
— Sì, è una buona idea — disse Strangärd. — Ma dove?
Un silenzio pesante invase la sala. Erano arrivati ad un vicolo cieco.
— Fuori — intervenne Pritchenko, improvvisamente. — Dall'altro lato della
muraglia esterna.
— Non è una cattiva idea. — Strangärd sorrise, per la prima volta. — Se
camuffiamo i bidoni tra i rifiuti della città...
— Quando la nostra gente andrà a raccoglierli per portarli fino alla discarica
esterna saranno già nostri — finì la frase Mendoza. — Li nasconderemo dentro i
camion della spazzatura. I Verdi non controllano mai quei camion.
— Perfetto. — Strangärd si girò verso Viktor Pritchenko e gli sorrise. — È un'idea
brillante, amico.
— Ho i miei momenti — replicò Viktor, a disagio. — Quando potremo farlo?
— Non è prevista un'uscita di rifiuti prima di una settimana, almeno — disse lo
svedese. — Inoltre, abbiamo bisogno di tempo per portare i bidoni con discrezione
fino alla discarica interna della città.
— Una settimana? — Viktor si mosse, inquieto. — È troppo tempo! Hai appena
detto che il treno di deportati partirà entro due ore!
— Ormai non possiamo fare niente per quella gente. — Strangärd scosse
mestamente il capo. — Ma possiamo salvare la vita di coloro che sono ancora qui.
— Avete sentito! — gridò Mendoza al pubblico in sala. — Abbiamo sette giorni
per organizzare tutto. Riunite i vostri gruppi, preparate le armi e state all’erta per il
segnale. Tra una settimana, l'Ira dei Giusti ricadrà su quei bastardi di Gulfport!
Un mormorio di approvazione scosse tutta la sala. Come succede di solito dopo
aver preso una decisione importante, tutti si sentivano stranamente tranquilli, come se
avessero appena bruciato un ponte dopo averlo attraversato. Si sarebbe giocato tutto
su un’unica carta, ma almeno l’avrebbero fatta finita con quella costante sensazione
di terrore.
Mentre la gente cominciava ad abbandonare la sala, Strangärd sentì qualcuno che
lo tratteneva per un braccio. Girandosi vide il viso di Lucía sconvolto dal pianto, che
lo fissava implorante.
— Per favore — singhiozzò — per favore, deve aiutarlo. Io... Io lo amo più di ogni
altra cosa al mondo. Se lui muore niente avrà più senso per me. Niente! Lei è dei
Giusti, ha detto che lei è giusto. Per favore, mi aiuti. Lo aiuti.
Strangärd esitò, mentre fissava la ragazza.
— Non posso fare niente per lui — disse. — Non posso tirarlo fuori dal treno, né
dalla prigione. È troppo pericoloso.
— Mi ascolti. — Lucía si levò, raccogliendo tutta l'energia che le restava in corpo,
e cercando di controllare il tremore nella sua voce. — So che le sto chiedendo
qualcosa di molto difficile, ma su quel treno c’è l'uomo che amo. Se non può, mi aiuti
ad attraversare un'altra volta quel maledetto ponte e andrò a piedi alla stazione e
salirò sul vagone con lui, se è necessario. Se dobbiamo morire, morirò con lui. Se si
deve vivere, per favore... mi aiuti.
Strangärd deglutì, esitante. Quello che gli chiedeva era di gran lunga al di là del
rischio accettabile, ma l’implacabile lucidità e determinazione negli occhi della
ragazza gli dissero che parlava sul serio.
— "I codardi muoiono molte volte prima di morire veramente; i coraggiosi
assaporano la morte solo una volta"7 — recitò sottovoce lo svedese, con lo sguardo
perso.
— Che cosa vuol dire? — chiese Lucía con un filo di voce.
— Vuol dire che lo farò — sospirò Strangärd. — Aiuterò il tuo uomo.
— Grazie. — Gli occhi di Lucía si inondarono di nuovo di lacrime. — Grazie.
— Ma se lo aiuto, non significa che uscirà vivo dall’immenso casino nel quale si è
cacciato — aggiunse Strangärd. — Potrò solo facilitargli alcune cose. Poi tutto
dipenderà da lui.
— Non si preoccupi — replicò Lucía con un sorriso tremante. — È un
sopravvissuto nato, è uscito da situazioni peggiori. So che ce la farà.
34

Chilometro 177,5. Interstatale 196,


in qualche posto tra Mississippi e Louisiana

Il colonnello Hong era furioso. La carovana si era fermata per la terza volta quel
giorno. E in quell'occasione sembrava che la pausa andasse per le lunghe. L'ostacolo
era un ponte su una gola larga più di duecento metri, bloccato da due camion in
mezzo alla carreggiata. Uno degli autisti aveva abbandonato il suo veicolo quando era
rimasto senza benzina e l'altro più tardi gli era andato addosso, lasciando un mucchio
di lamiere contorte in mezzo al ponte. Parte del rimorchio pendeva in equilibrio
precario sul bordo, sfidando la legge di gravità.
Dopo due settimane di viaggio attraverso quel che restava del sud degli Stati Uniti,
l'equilibrato Hong aveva notato che perfino i suoi nervi stavano per saltare a pezzi.
Anche se il viaggio era stato abbastanza veloce, non era stato privo di difficoltà.
Quella principale era stata trovare sufficiente carburante per continuare ad avanzare.
Sebbene le strade fossero piene di veicoli abbandonati che marcivano lentamente alle
intemperie, la maggior parte di essi non avevano una goccia di carburante nei
serbatoi. I loro proprietari avevano circolato finché non erano rimasti a secco e, in
seguito, avevano semplicemente continuato a piedi, lasciando le loro auto
abbandonate sulla strada così come si erano fermate.
Tuttavia, quelli erano solo una minoranza. La maggior parte dei veicoli non erano
che un ammasso di ferro e vetri rotti. Hong sospettava che visto la rapida diffusione
del virus, gli autisti fossero già infettati al momento di uscire fuggendo dalle loro
case. Il contagio del TSJ non avveniva solamente con un morso, ma il solo contatto
con qualunque mucosa (un bacio, il sesso) faceva sì che un portatore infettasse
un’intera famiglia nel giro di poche ore. La maggior parte dei Non-Morti erano
arrivati alla loro sfortunata condizione nei primi giorni della pandemia, senza mai
rendersene conto. Ogni volta che vedeva uno di quei veicoli schiantati, Hong poteva
immaginare perfettamente un ragazzo alla guida di un'automobile sovraffollata, con
tutta la sua famiglia all’interno, mentre fuggiva dalla sua città natale in preda al
panico, e come, man mano che continuavano a passare le ore, si sentiva sempre
peggio, fino a quando arrivava un momento in cui qualcuno dentro l'automobile...
be’, anche per il rude colonnello era una visione inquietante. I cadaveri carbonizzati e
raggrinziti all’interno, con i loro teschi sorridenti sulle spalle, dimostravano che la
sua teoria era terribilmente vera.
Aveva previsto che la ricerca di carburante si trasformasse in un autentico incubo. I
motori dei suoi blindati accettavano benzina normale, mediante alcuni filtri
modificati, ma questi tendevano ad ostruirsi e i motori soffrivano enormemente con
quella strana miscela. Per colpa di questo aveva già dovuto abbandonare due dei suoi
veicoli lungo la strada. L’equipaggio di quei blindati si era dovuto stringere nei
veicoli restanti, e questo aveva causato le prime due vittime: due soldati si erano
messi troppo vicini al cofano del motore, per stare più al caldo, ed erano soffocati col
monossido di carbonio degli scarichi.
Hong accese un'altra sigaretta, mentre osservava come uno dei suoi bulldozer
rombava lungo il ponte in direzione dei resti contorti, guidato da un soldato che
camminava davanti al veicolo. Assisteva a quella manovra almeno due volte al giorno
da quando erano arrivati.
Quante automobili c’erano negli Stati Uniti prima della pandemia? si chiedeva
spesso il colonnello. A volte aveva la sensazione che ogni americano avesse almeno
tre macchine, a giudicare dalla quantità di veicoli che aveva incrociato per la strada.
Il colonnello coreano guardò la sigaretta e diede una profonda tirata. Quella era
una delle poche cose buone che, fino ad ora, aveva trovato la spedizione. Il tabacco
americano era di gran lunga migliore del terribile bruciore cinese al quale erano
abituati, e per strada non mancavano luoghi dove rifornirsi. I suoi uomini erano
fumatori, come la maggior parte della popolazione nordcoreana; Hong era convinto
che si poteva seguire la sua spedizione dall'aroma di Lucky Strike che continuava a
lasciarsi alle spalle.
Il bulldozer arrivò vicino ai resti dei camion e alzò la sua pala modificata a forma
di una gigantesca forchetta per cominciare a spingere. All’inizio si sentì solo il
ruggito del motore, ma a poco a poco i resti dei camion incominciarono a scivolare
sul ponte, in mezzo ad un concerto di stridii, graffi e un acre odore di plastica
bruciata. Con un ultimo sforzo, l'operaio del bulldozer sollevò la cabina del camion
meno danneggiato e lo spinse sull’orlo del ponte. La parte del rimorchio che pendeva
nel vuoto oscillò pericolosamente, ma la cabina era rimasta legata a un palo d’acciaio
che sporgeva dal parapetto del ponte e i resti non si mossero di un millimetro in più.
L'autista del bulldozer mise la retromarcia, guadagnò un paio di metri e con un
ruggito del motore si lanciò di nuovo contro il telaio contorto, dando una cozzata
come un montone metallico di trenta tonnellate.
Quando la pala colpì la cabina cominciarono a succedere molte cose a catena. Il
palo d’acciaio che lo manteneva attaccato al ponte si spezzò come un filo d’erba, e il
camion rimase libero. Allora cominciò a cadere nel vuoto, trascinando con sé anche il
rimorchio; questo oscillò su se stesso come una trottola e sbatté contro i resti
dell'altro veicolo che furono inaspettatamente proiettati in avanti senza che l'autista
del bulldozer se ne rendesse conto.
I resti carbonizzati del secondo camion colpirono il veicolo coreano lateralmente
con tanta forza che lo spostarono di mezzo metro. Non era molto, ma fu sufficiente
perché il bulldozer si inclinasse e cadesse lentamente oltre il bordo del ponte.
— No! — ruggì Hong, gettando la sigaretta a terra, impotente davanti a quello che
stava succedendo proprio davanti ai suoi occhi.
Il bulldozer vacillò alcuni istanti sul bordo del ponte, come se all'ultimo istante il
destino avesse deciso per il meglio. Tuttavia, il suo autista, in preda al panico, aprì la
porta laterale rinforzata e si arrampicò sul telaio, cercando di fuggire da una morte
quasi certa. Se fosse rimasto seduto al suo posto, la propria inerzia avrebbe
nuovamente posizionato il bulldozer sulle sue quattro ruote, ma quel movimento
repentino destabilizzò completamente il fragile equilibrio nel quale si trovava. Con
un rumore aspro di metallo contro cemento il bulldozer si precipitò nel vuoto,
trascinandosi dietro il suo autista e i resti sconquassati dei due camion che si erano
scontrati sul quel ponte maledetto molto tempo prima.
Il groviglio di pala e camion si schiantò contro il fondo del burrone con un suono
rimbombante che dovette sentirsi a molti chilometri di distanza. Un'enorme colonna
di polvere e fumo si sollevò dal punto dell'impatto e, per un istante, tutta la
spedizione rimase bloccata, mentre guardava il luogo dell'incidente con incredulità.
— Signore. — Il tenente Kim si avvicinò al colonnello Hong con cautela. Sapeva
che il suo superiore era un uomo equilibrato, ma molto pericoloso quando si
arrabbiava. E non serviva essere molto intelligenti per accorgersi che Hong stava
ardendo di rabbia. — Abbiamo perso una delle pale, ma la strada è aperta.
Hong respirò a fondo un paio di volte, la sua mascella tesa. Perdere un blindato era
brutto, ma perdere una delle sue due pale rinforzate era un'autentica tragedia. Quei
veicoli erano stati progettati soprattutto per aprirsi la via attraverso strade piene di
ostacoli e con la presenza di Non-Morti. Le cabine erano protette con vetro rinforzato
e situate in una posizione più alta del solito, in modo che l'autista stesse sempre al
sicuro. La perdita di una di esse era insostituibile.
Non vale la pena piangere sul latte versato, pensò Hong, con fatalismo orientale.
E ci sono dei tempi da rispettare.
— Dobbiamo proseguire — disse al tenente. — Inoltre, il colpevole è già morto.
Nulla ci trattiene qui. — Si arrampicò sul suo blindato e roteò il braccio in alto due
volte sulla sua testa per indicare che accendessero i motori. — Andiamocene!
Con un rombo, la colonna attraversò in fila il ponte, lasciando in fondo al burrone
una pira ardente dove il bulldozer e il corpo del suo autista si stavano consumando tra
gli scricchiolii.

Un'ora più tardi, Hong sospirò, lasciandosi cadere sul sedile. Il viaggio stava
diventando un’autentica pazzia. Fin dall’inizio avevano deciso di utilizzare vie
secondarie per la loro avanzata, sperando di lasciarsi dietro i principali centri abitati,
perché lì si trovavano le concentrazioni più alte di Non-Morti. Inoltre, in quelle strade
alternative era più difficile che il percorso fosse interrotto. La ricognizione satellitare
precedente aveva individuato diversi punti completamente impraticabili lungo le
strade principali. In alcuni posti, le autorità locali avevano fatto saltare ponti e
gallerie, in un ultimo disperato tentativo di fermare la propagazione della malattia,
come si faceva nel Medioevo al fine di evitare la diffusione della peste nera. In altri
luoghi c'erano massicci ingorghi di traffico di vari chilometri di lunghezza,
impossibili da attraversare. Infine, alcune strade attraversavano zone (prima) talmente
popolate che avrebbero dovuto farsi strada a ferro e fuoco per avanzare un paio di
chilometri al giorno.
Così circolavano su vecchie strade statali o locali, e in un paio di occasioni
avevano perfino fatto lunghi tragitti attraverso i campi. La zona sud del Texas era
estremamente pianeggiante, e questo li aveva aiutati ad avanzare velocemente, ma da
quando erano entrati in Louisiana tutto si era orribilmente complicato, e il loro
avanzamento si era enormemente rallentato.
La cosa peggiore erano i paesi. Quelle strade secondarie attraversavano dozzine di
paesini e piccoli villaggi impossibili da aggirare. Ogni volta che arrivavano in uno di
essi, Hong dava l'ordine di chiudere i blindati ed attraversare le strade a tutta velocità.
E ogni volta che arrivavano in uno di quei paesi morti succedeva la stessa cosa:
l'incredibile spettacolo di una formazione chiusa di blindati che attraversava la strada
principale deserta, schivando automobili, alberi caduti e resti di spazzatura mentre
dozzine di Non-Morti che stavano vegetando da mesi, si riattivavano rilevando la
presenza umana e si interponevano sul loro cammino.
In genere non costituivano un grosso problema. La popolazione di quei paesetti
normalmente non superava il migliaio di persone, e il convoglio attraversava così
rapidamente le strade che non dava loro tempo di concentrarsi in più di cento o
duecento Non-Morti. Solo una volta, in un villaggio sperduto chiamato Livingston, in
Texas, nei pressi del confine con la Louisiana, si erano trovati in guai seri.
Livingston era la capitale della contea di Polk prima dell'Apocalisse, ed era anche
la città più grande della zona, con circa cinquemila abitanti. Benché lo sapessero
ancora prima di entrarci, decisero comunque di attraversarlo, dato che aggirarlo
presupponeva una deviazione di più di settanta chilometri. Questo fu il suo primo
errore.
Il secondo errore fu di dividere il gruppo in due unità, per cercare di trovare
carburante. Attraversare il paese in due gruppi raddoppiava il rischio, ma anche le
possibilità di riuscire a trovare del gasolio. Sapendo che le strade laterali erano più
strette delle principali, il colonnello decise di dare le due pale a quel gruppo, nel caso
fossero rimasti bloccati. Hong sapeva che quello era un rischio quasi inaccettabile,
ma non aveva altra scelta. Dopo aver attraversato il sud dello stato del Texas nel
sorprendente intervallo di due settimane erano in riserva. Non gli rimaneva
carburante per più di cinquanta chilometri e Livingston era l'unico centro abitato nel
raggio di parecchi chilometri. Il colonnello sospettava che se da qualche parte
potevano trovare del gasolio era proprio lì, e in questo caso la colpa non era del tutto
sua.
Neanche il terzo errore era attribuibile al colonnello, bensì ad una circostanza
esterna. Gli abitanti della contea di Polk e dei paesi limitrofi erano stati agricoltori e
allevatori di bestiame, diffidenti con gli estranei e verso il governo federale. Quando
arrivò l'ordine di raggrupparsi nei Punti Sicuri la maggior parte lo ignorò e preferì
concentrarsi sul posto che gli ispirava più fiducia. E quel posto era Livingston, la
capitale della contea.
Per quel motivo, quando una settimana prima il convoglio nordcoreano si addentrò
in quella città e si separò in due gruppi per cominciare la manovra alla ricerca di
carburante, non sapevano che si stavano ficcando in un formicaio dove più di
quindicimila Non-Morti aspettavano quasi da due anni, in attesa che apparissero le
loro prime vittime umane.
Piombarono su di loro da tutte parti. Il primo segnale che qualcosa non andava fu
quando una folla di circa mille Non-Morti si concentrò alla fine del viale principale di
Livingston, ostacolando il passaggio di una delle due metà del convoglio... proprio
quella che non aveva i bulldozer. I blindati si scagliarono contro la folla, ma il
veicolo che li precedeva in avanscoperta dovette fermarsi quando il busto mutilato di
un cadavere si incastrò nello spazio vuoto tra asse e telaio anteriori. La strada era
troppo stretta per continuare ad avanzare, e la carovana rimase bloccata in grave
difficoltà.
I nordcoreani, rinchiusi nei loro blindati, ascoltavano atterriti mentre una folla
enorme li accerchiava completamente, gemendo e battendo con le mani nude i fianchi
dei loro mezzi. Ancor più terrificanti erano le grida dei poveri disgraziati del primo
veicolo che, contravvenendo agli ordini, abbandonarono il loro BTR-60 bloccato.
All’inizio spararono come matti, mentre battevano sulle porte corazzate del resto dei
blindati chiedendo aiuto. Hong dovette fare sfoggio di tutta la sua autorità per
impedire ai suoi uomini di aiutare i loro compagni in difficoltà. Sapeva che se una
sola delle portiere si fosse aperta, sarebbe stata questione di secondi e i Non-Morti
sarebbero entrati dentro i veicoli. Poi le grida diminuirono fino a cessare del tutto.
Hong ordinò allora che i blindati si attaccassero gli uni agli altri, creando una sorta
di immenso bruco blindato. Con la forza combinata dei vari motori riuscirono a
rovesciare su un lato il veicolo bloccato e a farsi lentamente largo tra la folla,
schiacciandoli senza compassione. Quando arrivarono all'altro estremo del paese
dovettero aspettare una mezz'ora che arrivasse l'altra colonna che con più fortuna era
potuta uscire senza un graffio. Ma il combustibile continuava ad essere introvabile.

Fino a quel pomeriggio quando finalmente arrivarono a una stazione di servizio


sperduta in mezzo al nulla. In quel posto abbandonato trovarono solamente quattro
Non-Morti (il padrone della stazione e la sua famiglia, in realtà) che non crearono un
serio problema per gli uomini di Hong. Il proprietario, oltre ad essere un membro
attivo dell'Associazione Nazionale del Fucile e fanatico delle armi (dentro la sua casa
trovarono un autentico arsenale) era stato un tipo prudente, che aveva installato un
doppio sistema di chiusura nei serbatoi. Per un viaggiatore solitario, questo avrebbe
significato una sfida insormontabile, ma Hong contava sugli uomini, i mezzi e la
forza bruta necessaria, e fu quello che gli permise di rifornirsi in meno di mezz'ora e
caricare inoltre una buona quantità di barili pieni di combustibile sul retro dei suoi
BTR-60.
Oltre a tutti i problemi con il carburante c’erano i Non-Morti, naturalmente. I
coreani erano stati testimoni di come i funghi e i batteri si stessero mangiando
lentamente quegli esseri, anche se non tutti allo stesso modo. L'effetto era più
pronunciato nelle zone più umide e in quegli individui che avevano ferite aperte.
Mentre si aggiravano nella parte interna del Texas, secca e polverosa, i Non-Morti
avevano un aspetto più o meno "normale" (o almeno normale quanto poteva esserlo
una persona morta e risorta).
Man mano però che si avvicinavano al Mississippi e aumentava l'umidità
ambientale, l'aspetto dei mostri era cambiato sensibilmente. Tutti i Non-Morti
naturalmente presentavano un grado maggiore o minore di infestazione da funghi, chi
più chi meno, ma ogni volta che si avvicinavano al Rio Grande il livello di
infestazione era molto più alto. In alcuni casi si trattava di immagini orribili, corpi
umani completamente ricoperti da una lanugine di funghi verde, azzurra, arancione o
da una combinazione di questi colori, come se fossero avvolti in un delicato velo
multicolore. In altri casi non era un velo, bensì una cappa densa che quasi non
lasciava indovinare il corpo che vi stava sotto, e che si muoveva goffamente. E infine,
gli innumerevoli cumuli di carne marcia e coperta da colonie fungine che si
trovavano qua e là con sempre maggiore frequenza, indicavano il punto dove un Non-
Morto era caduto per non tornare ad alzarsi mai più.
Guardando quegli sporchi mucchietti Hong comprese, con un brivido di terrore,
che il viaggio che stavano facendo sarebbe stato assolutamente impossibile l'anno
precedente.
Una volta avevano attraversato una piccola cittadina senza nome nella quale non
c’era assolutamente nessuno. Né persone, né Non-Morti, neanche animali. Era
completamente vuota. E mentre la colonna di Hong l'attraversava lentamente, coi
suoi soldati che guardavano dappertutto sussurrando fra loro spaventati, il colonnello
si sentì come se fossero gli ultimi esseri viventi sulla faccia della terra.
Così, quando cinque giorni più tardi si imbatterono in un gruppo di persone vive, la
sua sorpresa fu enorme.
Il convoglio si era fermato all'ombra di un boschetto di frassini. Avevano
parcheggiato formando un cerchio, proprio come i carri di coloni del vecchio West,
mentre rifornivano i mezzi e facevano una revisione meccanica di routine. All’interno
del cerchio, i suoi uomini avevano acceso un falò e bollito del riso. La metà dei suoi
ragazzi riposava o provava a dormire, mentre l'altra metà vigilava che non ci fosse
nessuna visita inopportuna. Hong aveva ordinato di collocare il suo tavolo sotto un
albero particolarmente frondoso, ed era occupato a compilare la relazione giornaliera
(anche in mezzo al caos; l'esercito nordcoreano era così) quando sentì degli spari.
Il suo primo pensiero fu di essere sotto attacco, così la sua mano lasciò
immediatamente la stilografica per afferrare la Makarov appesa alla cintura. Tuttavia,
la lasciò subito e si alzò come un uragano. Gli spari suonavano spenti, e in
lontananza.
— Kim! Kim! — tuonò mentre si allacciava la giacca dell'uniforme e attraversava
di corsa il cerchio centrale del suo accampamento. Il suo aiutante apparve
improvvisamente al suo fianco, come uscito da un cilindro, silenzioso come al solito.
— Ho sentito, colonnello — disse tranquillamente mentre controllava il caricatore
del suo fucile. — Sembra provengano da sud-ovest, a circa quattro chilometri, anche
se la distanza è difficile da precisare. Con questo silenzio, il suono viaggia molto
lontano.
— Manda due blindati in ricognizione. — Hong non pensava di mettere a rischio
tutta la colonna, lanciandosi alla cieca in un luogo sconosciuto e senza sapere chi si
doveva affrontare o che cosa. Improvvisamente ci ripensò e strappò il fucile dalle
mani di Kim. — Meglio ancora, rimani qui e mantieni un contatto permanente via
radio. Andrò io personalmente.
— Colonnello, non credo che sia prudente — tentò di interromperlo il tenente, ma
un breve sguardo minaccioso di Hong lo mise nuovamente al suo posto. — Come lei
ordina, colonnello.
Hong si arrampicò su uno dei blindati leggeri da ricognizione che già era pronto
con il motore acceso. Gli uomini del colonnello erano truppe di esperti veterani che
non necessitavano di ordini in situazioni di combattimento. Quando il colonnello salì
sul carro d’assalto, tutti erano già ai loro posti e con le armi pronte.
— Andiamo, ragazzi — li incoraggiò Hong mentre l'adrenalina gli ruggiva nelle
vene. — Sentite il respiro e la presenza dell'Amato Leader con voi. Avanti!
I due blindati leggeri abbandonarono la sicurezza del cerchio e si diressero
rapidamente in direzione della fonte sonora, passando per un’idilliaca strada alberata
di aceri che correva accanto a un piccolo fiume. Le foglie degli alberi erano rosse e
creavano un gradevole baldacchino vegetale. Tuttavia, a Hong dava la sensazione di
correre sotto un manto di sangue. Ma l'ardore del combattimento lo chiamava. Gli
spari indicavano la presenza umana, e senza dubbio gli umani erano una sfida molto
più interessante dei cadaveri. Gli umani parlavano, e avevano informazioni, giusto
quello che serviva maggiormente a Hong in quel momento.
Man mano che si stavano avvicinando, il rumore degli spari diventava sempre di
più forte. A un certo momento, sentirono anche alcune esplosioni che l'udito allenato
di Hong classificò immediatamente come granate. Questo era molto rassicurante,
perché i blindati leggeri di Hong non avevano armamento pesante. Se si fossero
incontrati con una compagnia pesante, o un gruppo molto numeroso, avrebbero
potuto avere dei problemi.
Arrivando in cima a una collina, la piccola carovana si fermò improvvisamente.
Hong aprì cautamente il boccaporto superiore e si portò il binocolo agli occhi. In
fondo a una valle, a meno di due chilometri, c'era un piccolo villaggio di non più di
quaranta case. E gli spari provenivano da lì.
Il colonnello nordcoreano scrutò attentamente le strade del paese. Da lì sopra
poteva vedere almeno due dozzine di piccole figure vestite di verde che
formicolavano tra le case. In un angolo della strada principale, mezza dozzina di
veicoli, tra camion e blindati leggeri, erano parcheggiati in modo da formare una
barriera insormontabile. Molte delle figure in verde entravano nelle case e uscivano
subito dopo carichi di un sacco di cose che continuavano ad introdurre nei camion.
Un altro gruppo percorreva lentamente la città, abbattendo i lenti e goffi Non-Morti
divorati dai funghi.
Hong abbassò il binocolo e rifletté per un istante. Quel gruppo stava
saccheggiando il paese, e i pochi Non-Morti che erano lì non rappresentavano nessun
problema per loro. La domanda che si poneva il colonnello era se quegli uomini
fossero un gruppo isolato o se facessero parte di un distaccamento in esplorazione di
qualche centro più importante ed abitato. Come Gulfport, per esempio.
Era logico. In fondo erano a meno di duecento chilometri dal loro obiettivo. Se la
popolazione di Gulfport era così numerosa come sospettavano, le pattuglie di
rifornimenti dovevano percorrere un raggio sempre più ampio per approvvigionarsi di
viveri e altri materiali. C'era solamente un modo per verificarlo.
— Sergente, vada col blindato fino a un chilometro dal paese sul lato ovest e
aspetti il mio segnale. Entreremo a piedi contemporaneamente da due fianchi. Quegli
imperialisti non ci aspettano. — Sorrise, assaporando l'intensa eccitazione della
caccia. — Stanno per avere una bella sorpresa.
— Non dovremmo avvisare l'accampamento e chiedere rinforzi, signore? —
domandò cautamente il sergente, un tipo alto e smunto.
— Non abbiamo tempo — replicò Hong, facendo un gesto frettoloso con la mano.
— Stanno già caricando i camion e possono andar via in qualsiasi momento. Inoltre,
se portiamo più uomini ci scopriranno prima che arriviamo. No, dobbiamo cogliere
subito questa opportunità.
Il sergente salutò e si allontanò coi cinque uomini del suo gruppo nel blindato
leggero. Hong, da parte sua, ordinò che il suo blindato, con altri cinque soldati,
percorresse lentamente la discesa. Arrivati a circa ottocento metri dal paese, fece
segno all'autista di parcheggiarlo in mezzo a un campo di granoturco dall’aspetto
selvaggio e divorato dalle erbacce. Una volta fermi, scesero dal veicolo e
cominciarono ad avvicinarsi a piedi al paese.
I saccheggiatori del posto avevano i motori di tutti i veicoli accesi, e inoltre gli
spari delle loro armi avevano coperto qualunque rumore che avrebbero potuto fare i
coreani avvicinandosi, ma il colonnello era prudente. Voleva che la sorpresa fosse
totale.
Arrivando alla prima casa del paese, e prima di entrare dentro dalla porta
posteriore, divise la sua piccola squadra in due plotoni. Benché fossero in chiara
inferiorità numerica, Hong contava sulla sorpresa e sul fatto che i suoi soldati fossero
degli eccellenti professionisti. Senza rischio non c'è vittoria, era il motto della sua
unità, e il colonnello applicava quella regola alla lettera.
Senza fare alcun rumore, il colonnello strisciò fino alla finestra della casa per avere
una visione diretta della strada. Avvicinandosi, la spalla di Hong colpì leggermente
un tavolino vicino ad un sofà. Hong allungò la mano per evitare che le foto
incorniciate sopra al tavolo cadessero a terra. Così facendo, un sorriso beffardo
spuntò sul suo viso. Nella foto che teneva in mano si vedeva un Marines americano
degli anni cinquanta che guardava serio la macchina fotografica, insieme ad altri tre
compagni, vicino ad un palo con un cartello che diceva "Pyongyang 115".
La casa di un veterano della guerra di Corea. È buffo. Sicuramente questo
bastardo ha ucciso molti compatrioti, pensò il colonnello, consapevole del paradosso
della situazione. Il proprietario di quella casa aveva viaggiato per migliaia di
chilometri quando era giovane per ammazzare nordcoreani. Adesso era Hong che
faceva il viaggio a ritroso, cinquant’anni dopo, per uccidere gli americani a casa loro.
Un gruppo di uomini vestiti di verde si stavano avvicinando in quel momento
all'abitazione. Hong vide che erano tutti neri e chicani, eccetto un paio di asiatici
malridotti e dall’aspetto esausto. Il colonnello non vi diede importanza. Per lui, tutti
erano suoi nemici, non importava il colore della pelle.
— Hey, Weeze! — gridò uno degli uomini. — Vai con Randy e con José a quella
casa all'angolo. — L’uomo alzò il braccio e indicò esattamente il luogo in cui si erano
nascosti Hong e i suoi uomini. — Charlie, Fernando ed io ci occuperemo di
quest’altra. Il resto può andare a...
Le parole dell'uomo rimasero tagliate a metà, quando una raffica di colpi dell'AK-
47 di Hong lo raggiunse in pieno sterno. Il tizio fu proiettato all'indietro come se gli
avessero dato un cazzotto gigantesco, mentre il nero che gli era accanto (Charlie?
Fernando?) spalancò gli occhi, incredulo. Disgraziatamente per lui, fu l’ultima cosa
che fece, perché in quello stesso momento un'altra raffica gli fece esplodere la testa in
una fontana di schegge di osso e sangue che schizzò in tutte direzioni.
Gli uomini in verde si spaventarono. Alcuni alzarono le armi, cercando tiratori
invisibili, altri cominciarono a sparare alla cieca, mentre altri ancora se la diedero a
gambe in un fuggi-fuggi generale.
Fu tutto inutile. I nordcoreani erano tiratori eccellenti e inoltre avevano formato un
tiro d’infilata perfetto. Tutti i membri del gruppo caddero a terra mentre i proiettili
alzavano schizzi attorno a loro. In totale, la sparatoria durò appena pochi secondi. Al
termine, l'aria puzzava di polvere da sparo e sangue, e dieci corpi avvolti in uniformi
verdi giacevano inerti in mezzo alla strada polverosa.
Non c'era tempo da perdere. Hong uscì della casa saltando attraverso l’apertura
della finestra, senza bisogno di dare ordini ai suoi uomini. Sapeva che questi
sarebbero andati dietro di lui, incollati come un’ombra. Nell'altro angolo del paese
risuonavano già i caratteristici spari degli AK-47, somiglianti al rumore di una
gigantesca macchina da scrivere. Il gruppo del sergente era entrato in azione.
Mentre percorrevano il marciapiede, il sangue pulsava con forza nelle tempie di
Hong. Per il momento, non si sentiva ancora l’abbaiare secco degli M16, ma non
poteva tardare.
— Veloci, ai camion! — ordinò con gesto secco al secondo gruppo. Il suo, nel
frattempo, cominciò a correre verso il supermercato locale, che aveva tutte le finestre
murate con assi e la porta sradicata. Sapeva che lì dentro c'erano almeno sette o otto
sconosciuti.
Quando fu a meno di trenta metri, tre figure apparvero sulla porta. Due di esse
portavano i fucili a tracolla sulla schiena e avevano le mani completamente occupate
da scatole di cartone piene di viveri. Il terzo, un tipo calvo e pieno di tatuaggi,
reggeva distrattamente il suo M16, con una borsa nell'altra mano.
— Cosa cazzo è tutto questo trambusto? — domandò il pelato urlando. — Per caso
volete attirare tutti i maledetti Non-Morti di... Merda! Ma che cazzo...?
Hong sparò dalla cintura senza smettere di correre, mentre lanciava un urlo di
guerra. Il tipo calvo girò come una trottola quando le pallottole del coreano
l'attraversarono in petto. Gli altri due uomini lasciarono cadere a terra le scatole e
cercarono di afferrare le armi, ma caddero morti prima di poterci mettere le mani
sopra.
Senza perdere lo slancio, Hong e i due uomini che lo seguivano saltarono sui corpi
agonizzanti e si appostarono ad entrambi i lati della porta. Ad un segnale, lanciarono
simultaneamente tre granate all'interno del locale e si rannicchiarono.
L'esplosione mandò in frantumi i vetri e sradicò qualche tavola che murava le
finestre. Un uomo insanguinato, con l'uniforme a brandelli e senza una mano, si
affacciò alla porta urlando dal dolore. Il povero diavolo si imbatté nel cadavere del
calvo e cadde giù dalle scale fino ad arrivare al livello della strada, dove alla fine
rimase immobile.
In quell'istante, per tutto il paese imperversarono degli spari. Il secondo gruppo di
Hong aveva preso di sorpresa gli uomini in verde che caricavano i camion e li
avevano liquidati in pochi secondi. Finalmente, gli iloti si erano resi conto che
qualcuno li stava attaccando (qualcuno VIVO) e cercavano di organizzarsi in una
debole cortina di fuoco di copertura reciproca.
Due Non-Morti apparvero improvvisamente nel bel mezzo dello scontro,
dall'interno di una delle abitazioni. Erano una donna adulta e una signora di età
incerta, alla quale i funghi avevano divorato tutto il viso, fino al punto di lasciarla
ridotta a un macabro teschio. La colonia doveva aver già cominciato a divorargli il
cervello, perché si muoveva in una maniera spasmodica e sincopata, come scossa da
un Parkinson inimmaginabile.
Le pallottole sparate da una delle parti sfiorarono la donna-teschio, ma l'anziana
riuscì ad arrivare tutta intera fino al centro della carreggiata, in modo quasi
miracoloso. Indifferente al conflitto che si stava svolgendo lì, tutta la sua attenzione
era concentrata sulla figura di un ilota che si sforzava di ricaricare il suo M16, ignaro
di quello che stava per succedergli.
La Non-Morta si scagliò sul soldato con un ruggito; l'uomo ebbe giusto il tempo di
sollevare il calcio della sua arma e colpire con forza la bocca del mostro. Un getto di
sangue e denti sconquassati uscì dalla bocca dell'anziana che barcollò all'indietro.
L'ilota approfittò di quel momento per mirare alla sua testa e assestargli due colpi.
Tuttavia, così facendo si alzò e prima che il cadavere della Non-Morta smettesse di
scuotersi al suolo, egli cadde abbattuto da una mezza dozzina di pallottole al petto.
Improvvisamente, un'enorme esplosione echeggiò per la strada. Gli uomini di
Hong avevano lanciato degli esplosivi dentro alcuni blindati degli iloti, e questi erano
saltati per aria, trasformandosi in una carcassa ardente.
— No! — urlò Hong, alzando la testa imprudentemente. — Non distruggeteli!
Possiamo averne bisogno!
Un paio di pallottole si incassarono contro la parete di legno giusto di fianco alla
testa del colonnello, sollevando un mucchio di schegge di legno affilate. Hong si
gettò al coperto dietro una Ford abbandonata e coi pneumatici sgonfi, imprecando
sottovoce. Una nuova esplosione gli tuonò nelle orecchie, mentre uno dei camion
saltava in aria.
— Non lanciate granate, ripeto, non lanciate granate! — Hong gridava ordini
attraverso il suo walkie-talkie, con la speranza che dall'altra parte della sparatoria lo
sentissero.
Miracolosamente, forse perché qualcuno aveva captato il suo ordine o perché erano
rimasti senza bombe a mano, le esplosioni cessarono. Non così gli spari che
continuavano a tracciare la lenta ritirata degli iloti superstiti, in quel momento
circondati in una delle case situate alla fine del viale principale.
Gli iloti cercavano di stabilire una resistenza organizzata, ma benché fossero più
numerosi, non erano dei validi rivali per Hong. Erano per lo più uomini e donne
senza formazione militare, e fino a quel momento il loro unico nemico erano stati i
Non-Morti. Doversi confrontare con soldati d’élite che sparavano e restavano
nascosti era un’altra cosa. Tutta la strada era ricoperta di cadaveri vestiti di verde che
lo confermavano. Superati dalla potenza del fuoco, e presi di sorpresa, la loro
resistenza vacillò per qualche minuto. Stavano per crollare.
Improvvisamente, un lenzuolo bianco spuntò da una delle finestre sconquassate
della casa dove si erano rifugiati gli iloti. Hong ordinò immediatamente ai suoi
uomini di cessare il fuoco.
— Usciamo! — gridò una voce roca. — Non sparate! Non sparate, cazzo, ci
arrendiamo! Usciamo!
Un gruppo spaventato di cinque iloti, due uomini e tre donne, si affacciò alla porta
principale. Uno di essi si reggeva il braccio destro insanguinato con espressione
dolorante. La pallottola che lo aveva colpito gli aveva rotto l’articolazione della
spalla. Quel ragazzo non avrebbe più potuto muovere il braccio per tutta la vita,
osservò Hong. Era così.
— Armi a terra! — gridò il colonnello. — E mani sopra la testa!
Gli iloti spaventati ubbidirono subito. Un paio di soldati nordcoreani si
avvicinarono e si accertarono che non portassero armi nascoste; poi, li obbligarono ad
inginocchiarsi contro un muro. L'assalto era stato un totale successo. Solamente uno
dei suoi uomini aveva un lieve graffio di pallottola ad una coscia, mentre sul suolo i
cadaveri di almeno quaranta iloti cominciavano ad attrarre enormi sciami di mosche.
Il colonnello si avvicinò ed osservò con interesse una delle prigioniere che se l’era
fatta addosso, terrorizzata. Sicuramente era convinta che l’avrebbero violentata. In
altre circostanze, Hong l’avrebbe approvato (in realtà, egli stesso l'aveva fatto in
passato, in più di un'occasione). La violenza era un’arma psicologica molto
importante in un interrogatorio. Poteva rendere loquace anche la strega più riservata
ed impenetrabile e farla cantare come un usignolo. Tutto dipendeva dalla brutalità e
dalla frequenza del sesso forzato.
Purtroppo, non avevano tempo per quello. Tuttavia, i suoi prigionieri non lo
sapevano. Dovevano solamente applicare la giusta quantità di terrore, né più né
meno. E in quello Hong era diventato un maestro.
Alla fine della fila c’erano i due uomini superstiti, quello col braccio rotto e un
altro, un ragazzo nero, enorme e con le braccia coperte di tatuaggi. Hong osservò che
l'uomo portava una benda arrotolata al bicipite e un'altra al polpaccio. Ferite recenti.
Interessante.
— Come ti chiami? — chiese.
— Dannazione, ma sono cinesi! — esclamò l'ilota, senza rispondere alla domanda.
— O vietnamiti; e che cazzo ci fate nel nostro paese, musi gialli?
Hong lo fissò coi suoi occhi morti per un momento. L'ilota, coraggioso, cercò di
sostenere lo sguardo, ma non ci riuscì. In realtà, pochi potevano guardare Hong dritto
negli occhi, così alla fine abbassò la vista.
— Vaffanculo — disse arrogante, a testa bassa.
Il tizio con la spalla ferita sorrise sentendo la sfida del suo compagno che sebbene
fosse in ginocchio manteneva la sua dignità. Hong girò la testa, lo guardò per alcuni
secondi e, improvvisamente, senza proferire parola, sfoderò la sua Makarov e gli
sparò un colpo in testa.
L'uomo con la spalla rotta crollò come un sacco di sabbia, mentre dal buco sulla
fronte perdeva ininterrottamente sangue, a fiotti regolari. La donna al suo fianco
iniziò a strillare istericamente, incapace di distogliere lo sguardo dalla pozza di
sangue che le si stava lentamente avvicinando al ginocchio.
Hong prese la donna isterica per i capelli e la colpì brutalmente col calcio della
pistola. Thumb, una volta. Thumb, due volte. Thumb, tre volte. Ad ogni colpo si
sentiva uno scricchiolio, man mano che il naso e i denti della prigioniera si
frantumavano sempre di più. Infine appoggiò la canna della pistola sulla nuca della
donna e tornò a guardare l'ilota nero che lo osservava lanciando dagli occhi scintille
di rabbia.
— Ricominciamo di nuovo — disse Hong premendo la canna calda sulla nuca
della ragazza che singhiozzava tra bolle di sangue, lacrime e muco. — Come ti
chiami? Come ti chiami? — gridò.
— Darnell, Darnell Holmes — replicò il nero muscoloso, dopo un interminabile
secondo, masticando con odio profondo ognuna di quelle parole.
— Da dove venite, Darnell?
— Veniamo da Gulfport. Senti, se fate qualcosa del genere a Chantelle, ti giuro
che...
Hong sorrise sentendo ciò. Bingo.
— Parla quando te lo dico io, Darnell Holmes di Gulfport. Dimmi, come ti sei fatto
quelle ferite?
— Queste? — L'ilota guardò Hong, confuso, poi guardò le bende. — Che
importanza ha?
— Decido io ciò che ha importanza o meno, Darnell Holmes. E ora, parla.
— Guarda, non vogliamo problemi. Stavamo solo cercando provviste e...
Hong armò la sua pistola e la strinse con più forza contro la nuca della ragazza che
lanciò un grido di orrore.
— Sto perdendo la pazienza, Darnell.
— Va bene, va bene, dannazione! È stato alcune settimane fa, in Africa, per il
petrolio. Alcuni Non-Morti mi hanno quasi preso al porto e mi hanno morso.
La mano di Hong esitò un secondo, mentre barcollava, colpito da quello che aveva
appena sentito. Aveva chiesto delle ferite con la speranza di sapere se la loro origine
era qualche sparatoria precedente, perché ciò avrebbe significato che esistevano altri
gruppi armati dei quali tenere conto. Sapere che le aveva provocate un Non-Morto
era l’ultima cosa che si aspettava.
— Com’è possibile questo? Spiegati!
Darnell sorrise astutamente, per la prima volta da quando era incominciata la
sparatoria.
— Te lo dirò a una condizione. — Passò la lingua sulle labbra rinsecchite mentre
pensava a tutta velocità. — Devi liberarci, le ragazze e me, e lasciarci andare senza
farci del male. D’accordo?
Hong lo guardò in silenzio per alcuni interminabili secondi. Infine si sporse in
avanti mentre rinfoderava la pistola e si portava la mano destra al petto.
— Hai la mia parola di ufficiale che vi lasceremo in vita e vi lasceremo ritornare
alla vostra casa. Ora parla. Spiegami com’è possibile che ti abbia attaccato un Non-
Morto e tu sia ancora vivo.
Darnell lo guardò con diffidenza. Non si fidava di quel muso giallo che parlava un
inglese arrugginito, ma non aveva altra scelta. A New Orleans, la sua città natale,
aveva imparato che quando qualcuno ti mette una pistola alla testa, hai poche
alternative. Quindi cominciò a parlare.
Man mano che parlava l'espressione del colonnello Hong si andò trasformando;
prima in stupore, poi in profonda riflessione e, infine, lasciò il posto a un volto deciso
ed ambizioso. In quel momento, Darnell si chiese se non avesse commesso un ultimo
e deprecabile errore.

Un'ora più tardi, l'espressione decisa ed ambiziosa non si era cancellata dal viso del
colonnello Hong mentre tutta la colonna coreana attraversava il paese rombando,
portando con loro i camion e i blindati superstiti degli iloti. In un fosso, i corpi di
Darnell e degli altri quattro suoi compagni marcivano lentamente, in attesa che quella
notte i coyote arrivassero in paese a fare un banchetto.
Nel frattempo Hong, appoggiato al suo scomodo sedile nel blindato, sorrideva
soddisfatto, mentre rigirava nelle sue mani una bottiglia piena di un liquido
lattiginoso sottratto dallo zaino di Darnell. Perché quando fosse tornato in Corea,
avrebbe portato qualcosa di molto meglio della scoperta di un pozzo di petrolio.
Soprattutto avrebbe portato la chiave per la vittoria definitiva del suo paese su tutto
il mondo.
35

Gulfport, ufficio dello sceriffo

La mattina seguente vennero a cercarmi un gruppo di Guardie Verdi e di Miliziani


di Greene. Era una scorta eccessiva per un solo carcerato, ma non volevano sorprese
dell’ultimo minuto. Mi fecero ficcare le mani tra le grate per ammanettarmi e poi mi
tirarono fuori dalla cella, con tre uomini davanti e altri tre dietro. Invece di uscire
dalla porta principale del commissariato, mi evacuarono dall'edificio da una porta
laterale che in un'altra epoca veniva utilizzata per portare fuori la spazzatura. Lì mi
aspettava un furgoncino municipale con la stupida scritta

SERVIZI MUNICIPALI
GULFPORT
La città che guarda il mare con gioia!

su entrambe le fiancate. Eravamo in un vicolo, così non c'erano testimoni scomodi


o manifestanti furiosi che volessero lanciarmi pietre. Ne fui quasi grato.
Il tragitto in furgoncino fu breve. Non subii altro che un sacco di stoffa sulla testa,
in modo che non potessi vedere niente. Quel sacco in passato doveva aver contenuto
delle cipolle, perché il suo odore era nauseante. Dovetti fare sforzi sovrumani per non
vomitare durante il tragitto, ma non perché temessi di sporcare il pavimento del
furgone (che non era esattamente pulito) ma perché vomitare poteva costarmi la vita.
Dovevo mantenere in corpo tanto più liquidi possibile, ma soprattutto, non potevo
permettermi di perdere una sola goccia di Cladoxpan.
La notte precedente lo avevo assaggiato per la prima volta, non appena Grapes era
andato via, e avevo ottenuto che il mio stato di rabbia si abbassasse di qualche livello.
Il liquido aveva un aspetto piuttosto disgustoso, e il suo odore non era niente di
speciale. Veramente ricordava qualcosa tra il latte scaduto e un succo di frutta
spremuto già da un bel po’, con quel tocco acido che fa arricciare il naso. Tuttavia, il
suo sapore era una cosa completamente diversa. Quando ne presi un sorso la prima
impressione fu assolutamente meravigliosa. Anche se il liquido era a temperatura
ambiente, sentii una sensazione rinfrescante, come se stessi bevendo una brocca di
acqua gelata. Quel liquido sembrava aprire tutti i pori della mia pelle, facendo in
modo che respirasse di nuovo. Allo stesso tempo, la sensazione di caldo che sentivo
diminuì e i tremori che scuotevano le mie mani cessarono immediatamente. Non
avevo nessuno specchio a portata di mano, ma avrei scommesso quel che mi restava
del Cladoxpan che le piccole vene spuntate sulla mia pelle erano sparite come per
magia.
Dovetti sfoggiare tutta la mia forza di volontà per smettere di bere. Il sapore era
dolciastro e cremoso, e fino all'ultima cellula il mio corpo chiedeva che continuassi a
bere all’infinito. Sono sicuro che se avessi avuto un barile a mia disposizione, avrei
bevuto finché non ci fosse entrata nel mio stomaco neanche una goccia in più, e
allora avrei vomitato per continuare a bere. Ero dipendente fino a quel punto da quel
maledetto intruglio.
Tuttavia, dopo aver bevuto mi sentivo fisicamente euforico, come non mi sentivo
da un sacco di tempo. Era come se mi fossi cacciato una dozzina di anfetamine in
vena. Ero energico, elettrizzato e desideroso di muovermi.
Compresi che quell'effetto era molto vantaggioso quando le truppe di iloti
dovevano uscire a saccheggiare all'esterno del Muro. Ricordavo le storie che mi
aveva raccontato mio nonno sulla guerra, e di come ripartivano generose razioni di
cognac tra la truppa prima di un assalto alla trincea nemica. Col Cladoxpan non era
necessario. Mi sentivo abbastanza in forze da torcere il collo a un bisonte. Di
conseguenza avevano mandato mezza dozzina di uomini per scortarmi. Con ironia,
mi resi conto che da quel momento ero un tossico, ma un tossico al primo livello.
Il furgoncino sferragliò quando passammo sopra qualcosa di ruvido. Sospettavo
che fossero i binari di un treno, ma non potevo esserne sicuro. Una mano si appoggiò
improvvisamente sulla mia testa e strappò il sacco in un sol colpo. Strizzai gli occhi,
abbagliato dalla luce e dal frastuono. Dovevo avere un aspetto spaventoso, coi capelli
arruffati, il sangue rinsecchito sul mio viso e un'enorme cucitura sulla fronte.
— Fa' attenzione, Sal — disse un miliziano al tizio che mi aveva tolto il cappuccio.
— Questo maiale ha il viso coperto di sangue.
— Non ti preoccupare — replicò l'altro — porto guanti e occhiali. Andiamo,
amico. — Il tizio mi diede uno spintone col calcio del suo M16. — Esci dal furgone.
Mi abbassai sconcertato. Eravamo in quello che a suo tempo era stato un terminale
ferroviario di trasporto merci. In lontananza, alla mia sinistra, si intravedeva l'edificio
del terminal passeggeri, abbastanza lontano perché nessun abitante di Gulfport
potesse vedere come la gente di Greene portava fuori la spazzatura dal loro idilliaco
paradiso.
La piattaforma consisteva di un'enorme spianata di cemento, accanto ad alcune
strutture di servizio di grandi dimensioni. Sul binario, davanti a me, un piccolo
convoglio di una mezza dozzina di vagoni attendeva, con una scintillante locomotiva
dell’Amtrak in testa. Nella parte anteriore c’era montata una specie di enorme pala
invertita di circa due metri di lunghezza, simile a quella che normalmente usavano i
treni a vapore del vecchio West per scansare gli animali morti dalle rotaie. Senza
dubbio quell’aggeggio era molto utile per spingere qualsiasi Non-Morto che avesse
avuto la malsana idea di portare il suo corpo putrefatto sull’itinerario del convoglio.
La locomotiva aveva i motori accesi e un penetrante rumore diesel riecheggiava in
tutto il piazzale.
Guardando i vagoni rimasi attonito. Non erano vagoni passeggeri, bensì vagoni
merci con una porta scorrevole laterale che si chiudeva dall'esterno. Di fronte ad
ognuna delle porte aperte c’era una rampa che conduceva al suo interno. Di fianco ad
ogni vagone stazionava un gruppo di miliziani armati fino ai denti che ridevano e si
passavano bottiglie di whiskey per rendere più sopportabile il lavoro. In ognuno dei
gruppi uno degli uomini teneva al guinzaglio uno di quei pastori tedeschi dall’aspetto
selvaggio che abbaiavano come impazziti. Se non fosse stato così terribilmente
spaventoso, avrei riso. Quella sembrava una copia a buon mercato della stazione di
Auschwitz, ma senza uniformi delle SS. Mi chiesi se qualcuno di quei bastardi fosse
consapevole del sinistro parallelismo. Supposi di no.
Un enorme gruppo di iloti, composto principalmente da donne, anziani e bambini,
si stava imbarcando in quel momento in uno dei vagoni. I pochi uomini di mezz’età
che erano mischiati in mezzo a loro offrivano un aspetto penoso come il mio, coperti
di sangue, tagli e lividi. I guardiani erano attenti a mantenersi il più lontano possibile
e utilizzavano i cani per aizzarli contro i ritardatari, come un pastore con le sue
pecore. L'insieme era deprimente.
I vagoni in testa al convoglio erano già pieni e avevano chiuso le porte.
Dall’interno si sentiva il gemito soffocato di una folla compressa in uno spazio troppo
piccolo, che cercava di ottenere un po' di aria fresca. I vagoni che avevano delle
piccole feritoie mostravano una collezione completa di visi anelanti che si
affacciavano a turno per prendere una boccata di aria pulita. Atterrito, scoprii che gli
altri vagoni non avevano neanche quella minima comodità. Erano come enormi
feretri con ruote. Compresi che quel viaggio stava per essere un autentico inferno.
— Andiamo, amico. — Il miliziano di prima tornò a spingermi alle spalle. —
Unisciti a quel gruppo.
Mi guardai intorno, disorientato, ma non potevo fare altrimenti. Un Ariano si
avvicinò e mi tolse le manette; prima che mi rendessi conto di quello che stava
succedendo mi avevano unito ad un gruppo di persone che piangevano spaventate e
che si accalcavano alla porta di un vagone.
— Un momento! — Una voce conosciuta risuonò improvvisamente al di sopra
delle nostre teste. — Avvicinatemi quel prigioniero.
Le guardie, malvolentieri, mi tirarono fuori dal gruppo. Volevano finire quanto
prima e quel ritardo li stava mettendo di cattivo umore. Affiancato dalle canne di due
fucili d’assalto, uscii ubbidiente dal gruppo fino a trovarmi in piedi di fronte
all'ufficiale Strangärd.
Il bel marinaio sembrava completamente fuori luogo in quel piazzale assolato.
Vestiva la sua impeccabile uniforme blu navy e il suo viso era impenetrabile, senza
lasciar trasparire la minima emozione. In quel momento non ricordava per niente il
sorridente ufficiale che ci aveva salvati in mezzo all'oceano, praticamente un milione
di anni fa.
— Come ufficiale esecutivo delle Milizie Cristiane di Gulfport sono obbligato a
consegnarle una copia della sentenza di estradizione. Così richiede la legge. —
Strangärd mi tese un paio di fogli spillati, totalmente rigido.
— Non era necessario che si disturbasse — risposi, sarcastico. — Non pensavo di
rivederla.
— Il reverendo in persona mi ha affidato questo servizio. Dal momento che sono
stato io a introdurla nella nostra società, ha considerato opportuno che sia io a doverla
respingere.
— Non era necessario. — Indicai col mento le carte che mi porgeva. — E a
proposito della sentenza, la invito a dire al Reverendo che se la metta in quel suo
devoto culo pallido. Non la voglio.
— Devo insistere. — La voce di Strangärd suonò un tantino forzata mentre tornava
a tendermi le carte.
Improvvisamente vidi una luce strana nei suoi occhi. Cercava di dirmi qualcosa,
ma non sapevo cosa. Istintivamente, afferrai la sentenza senza staccare gli occhi dal
viso dello svedese, ma la sua espressione era tornata ad essere di pietra.
— Ho anche altro da darle. — Un aiutante gli tese una cesta di vimini con un perno
in cima. Muovendo la cesta, qualcosa dentro di lei si mosse e diede un debole
miagolio — Lucullo!
Praticamente strappai la cesta dalle mani di Strangärd. Aprii il coperchio e sospirai
di sollievo. In fondo alla cesta, raggomitolato su una coperta sporca c’era il mio
piccolo amico, col moncone della coda avvolta in un pezzo di garza sterile. Il mio
gatto non aveva un bell’aspetto, col suo pelo lucido macchiato di sangue; tuttavia,
vedendomi, il suo viso si illuminò.
— Era abbandonato al commissariato — disse Strangärd, come per dare
spiegazioni. — Ho ritenuto mio dovere riportarglielo.
Improvvisamente, come se si fosse vergognato nel dirlo, o come se pensasse di
aver parlato troppo, lo svedese diventò rigido, batté i tacchi, mi salutò militarmente e
andò via.
Le guardie tornarono a spingermi tra la folla che si stava imbarcando in un vagone.
Fortunatamente, potei verificare che quello che ci avevano assegnato aveva un paio di
finestrelle su ogni lato. Perlomeno non saremmo morti soffocati. O almeno, non tutti.
In quel vagone ci stavano al massimo cinquanta persone in piedi, e i guardiani
stavano cercando di farcene entrare almeno il triplo al suo interno.
— Non ci entriamo, qui dentro! — gridò qualcuno dall'altra parte del gruppo. —
Non ci stiamo!
Le guardie non ci fecero il minimo caso e continuarono aizzandoci fino a che non
ci ebbero fatti entrare tutti dentro il vagone. Quando finalmente fu pieno, chiusero la
porta con un rumore sordo e gettarono il lucchetto dall’altro lato.
All’inizio non fui in grado di vedere niente, per il contrasto tra la luce dell'esterno e
la relativa oscurità all'interno del vagone. Sentivo solo un concerto di tossi, lamenti e
conversazioni a bassa voce intorno a me. A poco a poco la mia vista andò abituandosi
alla penombra e quando potei vedere ciò che mi circondava rimasi scioccato. C’erano
centocinquanta persone compresse in un piccolo spazio nel quale non c'era un posto
per sedersi.
Restammo in piedi, spalla a spalla, stretti come una folla all'uscita di un concerto.
Le persone più basse, soprattutto i bambini, cominciavano a mostrare i segni di
difficoltà respiratorie, e la temperatura nel vagone aumentava lentamente e
costantemente, a causa del calore che disperdevamo.
Tuttavia, quello era il minore dei nostri mali. Nella cerchia più vicina a me potevo
distinguere almeno una mezza dozzina di persone che sudavano profusamente, si
grattavano in continuazione o avevano tremori. Un anziano, appoggiato a una parete,
tremava violentemente e mostrava già un preoccupante reticolo di vene scoppiate che
si irradiavano dal suo naso.
Inorridito, mi resi conto che tutte o quasi le persone di quel vagone, e di tutti gli
altri vagoni, senza dubbio, erano infettate dal TSJ. In poche ore quella cabina sarebbe
stata una finestra aperta sull'inferno. Non potevo immaginare niente di peggio. Uno
spazio chiuso, con quasi duecento persone ammucchiate che si trasformano in Non-
Morti. Cosa sarebbe successo una volta completate le prime trasformazioni? Non
avevamo dove fuggire. Era una trappola mortale dalla quale nessuno sarebbe uscito
vivo.
Improvvisamente, con un sussulto che quasi ci gettò tutti in terra, il vagone
cominciò a muoversi, man mano che la locomotiva continuava a trascinare il suo
fardello maledetto, diretta da nessuna parte. Pensai che la destinazione non fosse
importante, poiché quando fossimo arrivati lì tutti saremmo stati dei mostri
incoscienti.
Potevo leggere su tutti i volti la stessa paura che mi attanagliava. Ognuno vedeva
nel suo vicino un potenziale assassino, anche nel caso di intere famiglie con genitori e
figli. L'affabile giamaicano rasta, la bella chicana che cullava il suo bebè di pochi
mesi mentre gli cantava una ninnananna... in poche ore si sarebbero trasformati in
qualcosa di molto peggio del fatto che le Guardie Verdi ci avevano messi a forza in
quella trappola. Era orribile.
Alcune persone tirarono fuori dai loro vestiti i più singolari recipienti pieni di
Cladoxpan. I fortunati avevano bottiglie di più di tre litri, mentre solamente i meno
previdenti ne possedevano una quantità ridicola, o peggio, niente di niente. Tutto
dipendeva da ciò che portavano addosso al momento del loro arresto. La cosa più
ragionevole sarebbe stata riunire tutto quel pregiato liquido e razionarlo equamente
tra la gente, ma quello non poteva accadere. Ognuno teneva il suo fiasco con lo
sguardo torvo e sulla difensiva come un cane tiene il suo osso, e in sottofondo si
sentivano già le prime grida, spintoni e minacce. Pensai che prima che quel viaggio
fosse finito saremmo stati testimoni di più di un omicidio.
Improvvisamente mi resi conto che io non avevo più della metà del vasetto che mi
aveva dato Grapes la notte prima. Angosciato, tirai fuori il flacone e l'agitai, con la
stupida speranza che per magia si fosse riempito da solo. Sconsolato, vidi che c’erano
solamente circa quindici centilitri. Con quello potevo resistere circa tre o quattro ore,
nient'altro. Ero fottuto.
Lucullo si rigirò nella sua cesta, scomodo e dolorante. Non avevo spazio per
appoggiarla a terra, così me l'appesi a un braccio e con quello libero tirai fuori il gatto
dalla sua prigione. La ferita non aveva un brutto aspetto, dato che qualcuno si era
preso il disturbo di disinfettarla, ma il mio gatto aveva perso molto sangue, e pensai
che morisse di sete. Senza dubbio, Lucullo non era al suo meglio.
Quando tornai a metterlo nella cesta mi resi conto che quel cesto di vimini pesava
una tonnellata. Troppo, in realtà, per essere una cesta con una vecchia coperta
all’interno. Badando che non mi vedesse nessuno, misi di nuovo il gatto all’interno,
mentre rovistavo sul fondo.
La mia mano si imbatté in qualcosa di arrotondato e fresco al tatto. Accantonando
la coperta, potei vedere che sul fondo della cesta c'era un termos che doveva avere
circa quattro litri di capacità. Con cautela, svitai il coperchio ed annusai il contenuto.
Il familiare aroma dolciastro e acido del Cladoxpan mi colpì le narici.
Febbricitante, continuai a rovistare nella cesta. Oltre al termos, trovai una bussola,
un coltello da combattimento molto simile a quello di Viktor e ancora meglio, una
Beretta 9 millimetri col caricatore pieno. Non mi sarebbe servita per difendermi nel
caso in cui tutto il vagone si trasformasse in Zombie, ma mi dava una remota
possibilità di sopravvivere se fossi arrivato vivo alla destinazione del treno.
Chi aveva messo tutta quella roba lì dentro e perché? Doveva essere stato
Strangärd, ma non sarei stato in grado di dire perché lo svedese aveva rischiato il
collo per darmi una mano. Improvvisamente mi ricordai delle carte della sentenza che
tanto aveva insistito che prendessi.
Spingendo, mi feci strada fino ad un punto che era più vicino a una finestrella,
dove c'era sufficiente luce perché potessi leggere. Il retro del documento conteneva
una chiacchiera legale nella quale ero accusato dell’omicidio di primo grado della
signora Compton e mi si condannava all'estradizione. Ma la cosa veramente
interessante era sul retro.
Il primo foglio conteneva una mappa molto schematica del percorso del treno, con
le stazioni di servizio, le città vicine, distanze e strade principali. La seconda
conteneva solamente un breve messaggio, ma leggendolo il mio cuore quasi scoppiò
di felicità.

Stiamo entrambi bene. Resisti e ritorna. Ti amo. L

Alzai la testa e sorrisi per la prima volta in molte ore. I prossimi giorni stavano per
essere un inferno e, inoltre, prima sarei dovuto sopravvivere a quel viaggio in treno,
ma almeno avevo una possibilità e un piano.
E per giunta, avevo un obiettivo. Ritornare a Gulfport e ricongiungermi ai miei
cari.
Ma soprattutto, un'idea brillava ossessivamente nella mia testa, con l'intensità di
una fiamma.
Uccidere Grapes e il reverendo Greene.
36

Convoglio di espulsione 17J


Da qualche parte a 300 chilometri da Gulfport

Non arrivava a destinazione.


Quel maledetto treno sembrava che non dovesse fermarsi mai, e le cose lì dentro
andavano di male in peggio.
Dopo circa cinque ore di viaggio, l'ambiente all’interno del vagone si era caricato
in modo atroce, al punto da trasformare l'atmosfera in una purea viziata e quasi
irrespirabile. All'odore dei corpi di centocinquanta persone strette e sudate si
sommava l'aroma aspro di varie vomitate e il tocco dolciastro e nauseante delle feci
che punteggiavano il vagone. Dall'inizio della marcia, poche voci sagge avevano
proposto di trasformare un angolo del carro in una latrina. Tutti erano d'accordo,
tranne che per un piccolo particolare: nessuno voleva che fosse designato l'angolo più
vicino a lui.
Così, dopo una serie di discussioni con alzate di tono, non si scelse nessun angolo
e ognuno cominciò a fare i bisogni dove si trovava. Di conseguenza, il vagone
assomigliava sempre più ad un letamaio su ruote, e il suolo era coperto da uno strato
di fango spesso e maleodorante che andava da una parte all’altra in base
all'inclinazione del convoglio.
Io ero relativamente fortunato. Avevo ottenuto un posto contro una parete, così
avevo dove appoggiarmi. Avevo messo la cesta di vimini di Lucullo formando una
specie di parapetto e, grazie a questo, potevo disporre di uno spazio minimo di circa
trenta centimetri dove potevo girarmi un po'. La finestra più vicina si trovava a circa
quattro metri di distanza, perciò la maggior parte del tempo ero in penombra.
Solamente quando qualcuno accendeva una sigaretta o una torcia elettrica per un
breve attimo, la luce mi permetteva di vedere in dettaglio ciò che mi circondava.
Naturalmente approfittavo di quei brevi istanti per dare un'occhiata al mio gatto.
Lucullo rimaneva arrotolato in fondo alla cesta, in uno stato di preoccupante
dormiveglia. In un primo momento pensai che fosse dovuto alla perdita di sangue, ma
cominciavo a credere che la ferita del moncherino si stesse infettandolo. Il gatto
persiano ogni tanto si agitava e lanciava un debole miagolio di dolore che mi
spezzava il cuore.
Tuttavia, quello era il minore dei miei problemi. La sete si stava trasformando in
qualcosa di simile a un'ossessione. I Verdi avevano gettato un paio di taniche d’acqua
dentro il vagone prima di chiudere le porte, ma una sembrava essere sparita in un
angolo, tra un gruppo di ripugnanti Latin Kings8 impegnati a difenderla gelosamente
con coltelli alla mano, e l'altra era già vuota. Rabbrividii al pensiero di quella tanica.
Qualunque parvenza d’ordine per bere era sparita non appena la prima persona aveva
messo le sue mani sulla caraffa. In mezzo alla penombra si erano sentite grida, e
cazzotti, mentre il recipiente passava di mano in mano, rovesciando la maggior parte
del suo contenuto per strada. Quando passò vicino a dove ero io, ebbi l'opportunità di
dargli appena un sorso, prima che qualcuno mi affibbiasse un pugno alla schiena e sei
persone diverse me lo strappassero dalle mani.
Tornai a sedermi nel mio angolo, passando ansiosamente la lingua sulle labbra
umide. Cominciai a succhiarmi le dita che erano rimaste inzuppate dopo aver
afferrato il bidone, ma nel farlo mi pentii amaramente e dovetti sputare. Le mie mani
grondavano sangue.
Il cazzo di bidone volava da una parte all’altra del vagone inzuppato nel sangue di
qualche povero diavolo. Dovetti sforzarmi per controllare i conati.
Neanche la sete e la fame erano il problema principale. Tutti i presenti sapevano
che affrontavamo qualcosa di peggio, qualcosa che sarebbe apparso da un momento
all’altro, perché conviveva dentro di noi. E la paura e l'angoscia ci facevano ritorcere,
difendendo gelosamente le riserve diminuite di quel liquido lattiginoso chiamato
Cladoxpan che era la nostra ultima e debole difesa contro la pazzia.

Il primo effetto si manifestò dopo un'ora.


Fu una donna robusta, di circa cinquant’anni, con un aspetto inequivocabilmente
caraibico. Stava lontana da me, perciò non potei vedere bene quello che stava
accadendo. Senza dubbio si stava già trasformando quando era salita sul treno, ma in
mezzo al caos e al disordine quelli che gli stavano accanto non se ne erano resi conto.
Poi, nell’oscurità del vagone, il TSJ terminò il suo lavoro e cominciò a mostrare il
suo vero volto.
Di certo, qualcuno che stava al suo fianco si rese improvvisamente conto che la
pelle della donna era insolitamente fredda. O che i suoi occhi erano scoppiati in un
carnevale di vene rotte, coprendo tutta la parte bianca di sangue. Non lo sapremo mai.
La cosa certa è che, a un certo punto, qualcuno se ne accorse e gridò, allarmato,
mentre cercava di allontanarsi da quell'embrione. In risposta si produsse un
movimento tremendo tra la gente; le persone che stavano lì vicino fecero
istintivamente un passo indietro, ed allora si innescò il disastro. Il gesto si riprodusse
subito in quelli che stavano all’altro lato e, improvvisamente, come una gigantesca
onda umana, si diffuse in tutte le direzioni del vagone. Le persone cadevano le une
sulle altre, calpestandosi e schiacciandosi, possedute da un panico collettivo cieco e
senza possibilità di controllo. L'anziano nero che avevo accanto quasi mi schiacciò
cadendomi addosso, quando il movimento della folla ci raggiunse con forza.
Si sentivano dappertutto grida e strilli mentre gli occupanti del vagone tentavano di
violare le leggi della fisica e attraversare una montagna di corpi che quasi impedivano
loro di muoversi. La gente si raggruppava e si appiattiva, soffocando nella baraonda.
Al di sopra del caos si sentì un suono familiare e sibilante che mi fece drizzare tutti i
peli del corpo. Era un gemito basso e roco ripetuto monotonamente e che avevo già
sentito un’infinità di volte.
Mwaaaaeeergh.
Mwaaaaaeeeeeeerghhh.
Tra gemito e gemito si sentiva un respiro rapido e agitato, come quello di una
persona che avesse appena corso una maratona. Una palla di ghiaccio si stabilì nel
mio stomaco. Stava accadendo.
In capo a un paio di minuti si sentì un lamento molto più forte, quasi un urlo, come
se qualcosa (di oscuro) nella donna si fosse svegliato. Una specie di "Addio, mondo",
ma carico di veleno e morte. Quasi subito un altro grido, questa volta di dolore,
provenne dallo stesso posto. Quello del secondo grido era un uomo.
Il caos — questa volta per davvero — si scatenò dentro al vagone. La folla cieca e
terrorizzata correva, o piuttosto, tentava di farlo, in qualunque direzione, ma senza
sapere dove, né gli importava contro che cosa andasse a sbattere. Varie persone
inciamparono scontrandosi e caddero su di me. Ebbi solo il tempo di alzare la cesta di
vimini e puntellarla tra la parete e il pavimento del vagone, come una ridicola
protezione per evitare di essere schiacciato.
Non potevo muovermi. Qualcuno mi era caduto sulle gambe e mi aveva
intrappolato. Alzai la testa e cozzai contro la schiena di un uomo che ululava di
dolore, col suo braccio destro ritorto in modo innaturale tra altre due persone che, a
loro volta, lottavano per la vita. Cercai di scivolare, ma come mi muovevo c'erano
corpi umani ammucchiati. Un ragazzo magro e con la barba incolta stava a faccia in
giù, e la sua testa toccava la mia. Così vicino che potevo sentire il suo respiro, caldo e
piccante, mentre il ragazzo, con gli occhi fuori dalle orbite faceva uno sforzo
sovrumano per liberarsi dal mucchio di persone che gli erano cadute addosso. Le
vene del collo gli si gonfiarono come grossi cavi quando l'uomo cercò di alzarsi, ma
era impossibile. Mi guardò con espressione folle e bisbigliò un soffocato "aiuto",
appena percettibile in mezzo a tutta quella follia.
Lo guardai, impotente. Anche se avessi voluto aiutarlo, avevo un braccio
imprigionato sotto al mio corpo; inoltre, se lo avessi tirato, non avrei avuto lo spazio
per respirare. Perciò l’unica cosa che fui in grado di fare fu rimanere a guardare con
orrore come il volto di quell'uomo diventava prima molto rosso, e dopo un po' di un
terribile bluastro e infine cadeva morto con la lingua fuori dalla bocca deformata da
una smorfia.
Dopo i cinque minuti più lunghi e spaventosi della mia vita, il panico cominciò a
svanire. Le grida diventarono più sorde e spente, ma dappertutto si sentivano
singhiozzi e voci di persone che si chiamavano l’un l’altra. Qualcuno tirò una delle
persone che mi schiacciavano e per la prima volta potei sedermi un po'. Col braccio
destro ancora addormentato, mi alzai, appoggiando la schiena alla parete del vagone.
Sentivo le schegge di legno graffiarmi la pelle, ma le ignorai completamente.
In quel vagone c'era qualcuno che oramai non era più un essere umano. Ed io non
potevo sapere se qualcuno di quei fagotti che mi stavano vicino fosse un Non-Morto.
Con la mano tremante, armai la Beretta e l'appoggiai contro il fianco.
Improvvisamente, una figura bassa e compatta si avvicinò barcollando alla mia
sinistra. Respirava rapidamente e aveva le braccia tese davanti al corpo, come una
sorta di Frankenstein ubriaco. Alzai l'arma e la puntai contro il suo viso. In quel
preciso istante il treno attraversò un tratto di rotaie in cattive condizioni e tutto il
vagone oscillò violentemente, scuotendoci come piselli dentro una lattina. Dovetti
allargare le gambe per appoggiarmi e gettare la mia mano libera su una borchia
metallica della parete per evitare di cadere.
Quando alzai di nuovo lo sguardo, mi scappò un’imprecazione. Non vedevo più
niente.
Dove sei? Dove cazzo sei? Dove sei?!!
Una mano si chiuse intorno al mio braccio. Lanciai un urlo di terrore e la mia
prima reazione fu di colpire col ginocchio contro il cavallo di quella persona. Un
suono strozzato di dolore sfuggì allo sconosciuto e, prima di dargli il tempo per
un’altra mossa, lo colpii con il calcio dell'arma alla tempia.
Lo sconosciuto cadde come un sacco di vestiti sporchi ai miei piedi. Mi chinai
vicino a lui, mentre puntavo la pistola in tutte le direzioni, cercando di scoprire
un'altra possibile minaccia. Nella bassa penombra, guardai la mia vittima. Era un
vecchio, di una settantina d’anni. Il povero diavolo, che era privo di sensi e con un
brutto livido alla tempia destra, non era un Non-Morto.
Mi ero lasciato prendere dal panico, ma non provavo vergogna, né mi sentivo in
colpa per aver colpito un anziano. Quel vagone era l'anticamera dell'inferno e stavo
lottando per salvare la mia anima.
Due vampate illuminarono per alcuni secondi tutto il vagone, quando qualcuno
sparò in rapida successione due caricatori di rivoltella. Il suono dell'arma dentro
quello spazio chiuso fu così forte che per un momento non riuscii a sentire nulla a
parte un penetrante e fastidioso fischio.
Non sei l'unico armato. Attento, cowboy.
Si scatenò di nuovo il caos. Il tiratore sparò di nuovo e nello spazio di un battito
del cuore potei vedere la macabra scena che si svolgeva lì dentro. Il suolo era coperto
di corpi ammucchiati, molti dei quali si muovevano ancora tra i gemiti, benché la
maggior parte fosse completamente immobile. Da tutte le parti gruppi di due o tre
persone litigavano con una furia omicida, perché erano convinti che il loro vicino
fosse un Non-Morto o perché approfittavano della confusione per tentare di ottenere
una bottiglia del prezioso Cladoxpan.
— Una pistola! — urlò qualcuno. — Ha una pistola! È lui!
Per un terrificante secondo pensai che si riferissero a me, ma il movimento della
massa si lanciò in direzione del tiratore nascosto (non potrei giurarlo, ma credo che
fosse uno dei Latin Kings). Il pistolero ebbe il tempo di sparare un altro colpo prima
che una folla impazzita e assetata di sangue cadesse su di lui e lo uccidesse con botte,
calci e pugni.
La morte di quel ragazzo fu una specie di punto di svolta. Tra la moltitudine del
vagone — molto più ridotta di alcuni minuti prima — andò lentamente diminuendo la
rabbia, come l'acqua che sparisce in un tombino. La gente che si stava strangolando a
morte in una rissa fino ad un istante prima, si scioglieva con aria confusa, come se si
fosse appena risvegliata da un brutto sogno. Il panico si era volatilizzato e una
sensazione di pesantezza, mista a paura, vergogna ed orrore, si insinuava silenziosa e
fredda nell'anima dei sopravvissuti.
Riposi discretamente la mia Beretta nella cesta e controllai che Lucullo fosse vivo,
immerso profondamente nel suo dormiveglia febbrile. Aiutai ad alzarsi alcune
persone e mi appartai da un lato, sentendo brividi di freddo. La donna caraibica che
aveva iniziato il caos giaceva morta in mezzo al vagone, con la testa aperta da
qualche oggetto contundente e pesante. Al suo fianco, un uomo col collo lacero si
agitava in modo innaturale, un modo che tutti i presenti conoscevano fin troppo bene.
— Si sta trasformando — mormorò qualcuno nell’ombra. — Bisogna fare
qualcosa.
Una donna giovane e bella, col viso coperto di sangue e le spalle piene di capelli
strappati, si affrettò. Aveva la rivoltella dello sparatore in mano, e l'espressione del
suo viso era fredda e implacabile. Senza attendere oltre, alzò l'arma, mirò alla testa
dell'uomo che si agitava e tirò il grilletto.
Il colpo aprì un'enorme buco in faccia all'uomo che smise di muoversi. La ragazza
guardò l'individuo per un momento. Poi guardò la pistola e la gettò sul cadavere.
— Era l'ultima pallottola — disse semplicemente, a nessuno in particolare, con
voce opaca.
In quel momento un crampo mi scosse tutto il corpo, con tanta forza che mi fece
piegare in due. Fu tanto intenso e repentino che mi prese totalmente alla sprovvista.
Mi misi a sedere, ansimando, e mi resi conto che avevo tutti i vestiti zuppi di sudore.
Dovevo avere la febbre alta, ma il caos del vagone non mi aveva permesso di
accorgermene prima. Un nuovo crampo, questa volta molto più forte, mi obbligò a
rannicchiarmi su me stesso, emettendo un grido di dolore. Un uomo al mio fianco mi
osservò con un'espressione diffidente sul viso, mentre si staccava da me di un passo.
Vidi la paura nei suoi occhi, ma anche il disgusto.
Non mi guardava come una persona. Mi guardava come se fossi uno di loro.
Oh, no, a me no, per favore. Proprio adesso no, per favore.
— Tutto sotto controllo — ansimai, mentre alzavo la mano come un ubriaco. —
Tranquillo, fratello.
Mi lasciai cadere di fianco alla cesta e tirai fuori il termos pieno di Cladoxpan. Il
tappo a vite all’inizio fece resistenza. Le mani mi tremavano, incontrollabili. Il primo
sorso che diedi a quel liquido fu così meraviglioso che per un breve momento mi
sentii trasportato fuori dal vagone. Il liquido scendeva giù per la gola, spegnendo
l'inferno nel mio corpo e aprendo tutte le mie cellule assetate.
Allontanai il termos dalla bocca e lo riavvitai, con gli occhi socchiusi, mentre
godevo di quella gradevole sensazione. Una parte della mia mente gridava a gran
voce che quella sensazione doveva essere molto simile al sollievo che sentono gli
eroinomani quando si sparano una dose. Ciao, dipendenza. Sono un nuovo drogato.
Bello essere il tuo schiavo. È fatta. Mi occuperò di questo più tardi.
— E ora che cosa facciamo? — disse qualcuno, con un pizzico di senso di colpa
nella voce.
— Aiutare i feriti, per prima cosa — rispose un altro.
— Sarebbe più saggio aprire la testa ai morti, prima di tutto — disse la ragazza che
aveva sparato, con voce fredda. Lo disse con la semplicità di qualcuno che parla di
andare a fare la spesa.
Ehi, tesoro, se passi al negozio mi prendi un chilo di mandarini. Ah, e già che ci
sei, rompi la testa a calci a quel bambino morto che hai vicino.
— E come lo facciamo? — mormorò una donna spaventata che aveva stretta alla
sua gonna una bambina piccola che si guardava attorno con gli occhi pieni di terrore.
— Non abbiamo armi.
Uno dei Latin Kings superstite si affrettò a cercare tra un mucchio di resti. Quando
tirò fuori la mano, reggeva un martello da falegname, di quelli che hanno la parte
posteriore affilata. Senza dire una parola, si avvicinò al corpo di un ragazzo di circa
dodici anni e gli assestò una martellata in testa. Il martello affondò con un sonoro
choop nella testa del ragazzo, mentre il Latin King, con un occhio nero, assente e
perso come quello di uno squalo, continuava a colpire ritmicamente. Quando fu
soddisfatto, la parte posteriore della testa del ragazzo era una specie di marmellata
rossiccia, con pezzi bianchicci di osso che spuntavano qua e là.
— Si può fare così. — Tese il martello all'uomo che stava al suo fianco che lo
prese con la stessa espressione che avrebbe avuto se gli avesse passato un serpente
vivo. — Qualsiasi oggetto contundente è buono. Ma prima di cominciare assicuratevi
che sia morto.
I passeggeri del vagone lo guardarono per alcuni istanti, inorriditi.
— Non puoi dire sul serio — bisbigliò l'uomo che era proprio accanto a me.
Improvvisamente, uno dei corpi che giacevano a terra si scosse tra le convulsioni.
— Eccoti la risposta — rispose il giovane, scrollando le spalle.
L'uomo con il martello in mano deglutì; dopo una breve esitazione, si fece avanti e
sferrò un colpo alla testa del cadavere che si agitava. Quello fu il segnale; subito, tutti
i passeggeri che erano ancora in vita si chinarono quasi ossessivamente sui corpi
caduti e morti in mezzo alla valanga, colpendoli in testa con gli oggetti più disparati.
Poco dopo, la scena sembrava uscita da un dipinto di El Bosco 9. Ognuno di noi era
ricoperto da resti di sangue e cervella, e sulle pareti in legno del vagone si scorgevano
grotteschi murales di schizzi di sangue arterioso che scivolava lentamente verso il
suolo tra grumi secchi di materia grigia.
Sentii il rumore di qualcuno che stava vomitando. Mi strinsi nelle spalle e diedi un
altro piccolo sorso al mio Cladoxpan. Avevo superato la mia soglia dell’orrore, e
quello ormai non mi disgustava più. Inoltre, non avevo niente di solido nello
stomaco.
Le ore successive furono interminabili. Il treno correva in direzione nord-ovest con
un ritmo monotono, scandito da brevi ed inspiegabili interruzioni — inspiegabili per
noi che eravamo rinchiusi dentro. — In un'occasione, facemmo perfino retromarcia
per un paio di chilometri, senza nessun motivo apparente.
Ogni tanto tutto il convoglio veniva scosso da tonfi sordi. Dopo molto discutere
giungemmo alla conclusione che i tonfi erano dovuti all'impatto contro oggetti situati
sulle rotaie (era chiaro a tutti di quali oggetti si trattava). Dopo un lento e tortuoso
braccio di ferro, riuscii a mettermi sotto una delle finestrelle e, salendo su una
montagna di cadaveri ammassati lì appositamente, potei affacciarmi da quel buco.
La prima cosa che sentii fu un sollievo enorme. L'aria fresca dell'esterno, rispetto
alla puzza pestilenziale dell'interno del vagone, era rigenerante. Ma non appena si
dissolse quella prima impressione, l'anima mi cadde ai piedi. Il treno era lanciato per
una piana rinsecchita e inaridita, con gruppetti di alberi contorti qua e là. Ritenni che
ci trovassimo in qualche punto nel sud del Texas, vicino al confine settentrionale del
Messico, ma non potevo esserne sicuro. L'elementare mappa che Strangärd mi aveva
dato conteneva distanze e direzioni, ma non il nome degli stati che attraversavamo.
L'ambiente dentro il vagone era tetro. Le conversazioni erano diminuite al minimo,
e ognuno sembrava assorto nei suoi pensieri. Perfino i pianti e gemiti erano spariti,
sostituiti da un’opaca e profonda rassegnazione, unita alla paura dell’ignoto. Nessuno
sapeva dove sarebbe finito quel viaggio, ma del resto, il desiderio comune era che
finisse presto. Niente poteva essere peggio dell’essere rinchiuso in quel vagone della
morte.
Dei centocinquanta viaggiatori iniziali eravamo rimasti in vita meno della metà.
Gli altri erano morti schiacciati nella terrificante baraonda o in qualcuna delle tante
risse.
Le liti erano quasi completamente cessate. Coloro che erano rimasti avevano più
spazio per muoversi e i più bisognosi di Cladoxpan avevano saccheggiato quello che
avevano potuto dai cadaveri. Perfino io avevo palpato senza vergogna i vestiti del
ragazzo magro che mi era morto affianco e avevo trovato una piccola fiaschetta
mezza piena. Riempii la fiaschetta fino all’orlo col contenuto del mio termos e la
nascosi in fondo alla cesta, sotto a Lucullo. Ero sicuro di essere di gran lunga la
persona con più scorta di farmaco, e non mi andava di farne mostra. La morte del
Latin King mi aveva dimostrato che avere una pistola non era una garanzia di
sopravvivenza in quel posto strapieno di gente disperata e senza niente da perdere.
Una o due ore dopo, ci fu il secondo caso. Questa volta, eravamo più preparati.
In quest'occasione fu un giovane di appena venti anni. Il tipo era alto e corpulento,
ma aveva una gamba rotta e il viso fracassato dai colpi. Qualcuno sussurrò che
quell'uomo l'avevano picchiato i Verdi durante la retata, mentre cercava di ostacolare
la cattura di sua sorella e di sua madre. Non solo non ci era riuscito (a quanto pare
erano su un altro vagone) ma era quasi riuscito a farsi ammazzare. Non sapevo se in
un ultimo gesto avesse ceduto la razione di Cladoxpan alla sua famiglia o se fosse
così debole da non aver potuto impedire che qualcuno glielo rubasse, ma la cosa certa
era che quel ragazzo era stato il primo a rimanere senza il farmaco.
Prima supplicò. Si mise in mezzo al vagone, appoggiandosi a una stampella di
fortuna, facendo appello a tutta la dignità che gli restava, come un mendicante nel
metrò, chiese che qualcuno gli desse un sorso di Cladoxpan. Tutti (me compreso), lo
guardavano con ostilità, o distoglievano lo sguardo da un’altra parte, mentre
stringevano più forte le loro riserve del medicinale.
Per un istante fui tentato di condividere con lui la mia riserva, ma il mero istinto di
conservazione mi impedì di aprire la bocca. Se i calcoli che avevo fatto erano corretti,
la quantità di Cladoxpan che avevo mi avrebbe permesso di sopravvivere per circa
cinque giorni, razionandolo seriamente. Quei cinque giorni erano il tempo che avevo
per cercare di tornare di nuovo a Gulfport, o per lo meno fino a una pattuglia di iloti.
Se avessi diviso la mia razione con quell'uomo, il mio tempo si sarebbe ridotto a
metà, e con lui anche le mie possibilità di sopravvivere. Inoltre, con una gamba rotta,
quel ragazzo era condannato in anticipo, e anche lui lo sapeva. Ogni goccia di
Cladoxpan che avesse bevuto sarebbe stata sprecata.
Quando vide che le suppliche non sortivano nessun effetto, decise di rubarlo a
qualcuno. Il ragazzo era forte, senza dubbio, e in condizioni normali non avrebbe
avuto problemi, ma nel suo stato perfino un vecchio avrebbe potuto affrontarlo. E non
c’erano rimasti molti anziani in quel vagone. Il darwinismo più selvaggio si stava
imponendo, e i più sani, giovani e forti stavano solamente sopravvivendo. Dopo
alcuni pietosi tentativi, e alcuni colpi, il povero ragazzo si arrese.
Completamente sconfitto, si lasciò cadere sul pavimento del vagone per lasciarsi
andare alla sua agonia. Con un rosario in mano cominciò a pregare in silenzio, mentre
la sua pelle si andava coprendo di miriadi di piccole vene scoppiate. Ogni tanto, un
crampo lo faceva torcere dal dolore; alla fine, i tremori erano così forti che non riuscì
più a sostenere il rosario tra le mani. Dopo quaranta minuti, la fila di palline di legno
gli scivolò tra le dita e la sua mano si chiuse come un artiglio, con un angolo
innaturale. Con gli occhi completamente coperti di sangue, il ragazzo alzò la testa,
con l'ultimo grammo di autocontrollo, e gridò un "per favooooooooore" così
straziante che mi gelò l'anima.
Senza pensare a quello che stavo facendo, mi alzai e afferrai il martello da
falegname che qualcuno aveva appeso a un chiodo nella porta del vagone. Prima che
qualcuno potesse impedirmelo, mi avvicinai al ragazzo, che si dibatteva tra i tremori
e che alzò i suoi occhi ciechi quando sentì la mia presenza al suo fianco.
— Sei sicuro? — domandai piano.
Per tutta risposta, il ragazzo annuì e mi afferrò una gamba dei pantaloni, temendo
forse che cambiassi opinione. Afferrandomi sussurrò un "grazie" quasi impercettibile.
Le sue labbra cominciavano a smettere di obbedirgli.
Sollevai il martello e, dopo aver profondamente inspirato, lo abbattei con violenza
sull'osso occipitale del ragazzo. Il giovane cadde a terra come un vitello. Dovetti
colpirlo tre volte per essere sicuro di danneggiare sufficientemente il suo cervello in
modo da non farlo tornare a rialzarsi come un Non-Morto.
Coperto dal suo sangue, mi lasciai cadere nel mio angolo. Tutto il vagone guardava
il cadavere in silenzio. Sentii che la maggioranza degli sguardi mi evitava, ma
nessuno osò accusarmi. Non c'era niente da dire.
Mentre il treno sferragliava, mi asciugai furtivamente alcune lacrime.
Mischiandosi col sangue che mi copriva il volto formarono sul mio viso alcuni
disegni barocchi che mi davano l'aspetto di un pagliaccio psicotico. Ma non riuscivo
a smettere di piangere.
Avevo ammazzato un uomo. Un uomo vivo. Il fatto che stesse per trasformarsi in
un Non-Morto non alleviava il mio dolore. Ero un assassino.
E mentre il treno proseguiva, fui cosciente che, anche se fossi sopravvissuto a quel
viaggio infernale, qualcosa in me era morto per sempre dentro quel vagone.
E poi, improvvisamente, il treno si fermò.
37

Landa, in qualche posto nel sud del Texas


Giorno 1 Ore 17.50

Restavamo solo noi.


Il treno si era fermato cinque volte, e ogni volta avevano sganciato un vagone.
L'ultimo che rimaneva era il nostro, così intuii che ci rimaneva poco tempo ancora di
viaggio.
Avevo trovato un libro inutilizzato nella borsetta di una donna che era appena
morta vicino a me. Accanto ad essa, oltre ad un mucchio di cose inutili, c'era un
rossetto rosa, e senza sapere bene perché me lo misi in tasca. Rossetto rosa, in un
vagone di deportazione? Non aveva nessun senso. Poi mi ricordai che gli ebrei che
erano stati sterminati dai nazisti portavano con sé le cose più incredibili, come violini
o lampadari.
Suppongo che l'istinto di sopravvivenza, la speranza di veder nascere il giorno
seguente, è la forza vitale più importante dell'essere umano. Il rossetto era un simbolo
per quella donna, come lo era Lucullo per me. Il modo in cui quella donna diceva a se
stessa che quell'incubo doveva finire prima o poi e che allora, quando fosse finito,
avrebbe avuto bisogno di tornare di nuovo a farsi bella. Che sarebbe stata in qualche
posto allegro, sicuro e confortevole, dove la preoccupazione più importante fosse
avere le labbra ben dipinte e non quella di sopravvivere a tutti i costi per più di dieci
minuti. Ma mentre me lo mettevo in tasca, il cadavere di quella signora oscillava sul
pavimento della vettura, vicino ai tacchi delle mie scarpe, al ritmo che segnava il
treno sui binari. Il suo simbolo non gli era servito a un cazzo.
Eravamo rimasti solo in venti nel vagone, dei centocinquanta che eravamo a
Gulfport. Metà erano morti per schiacciamento, sete o assassinati quando qualcuno
tentava di rubargli qualcosa. Gli altri erano continuati a cadere man mano che
rimanevano senza Cladoxpan. La maggior parte della gente aveva una piccola riserva,
appena per sei ore. Ed erano già quasi dodici le ore di viaggio.
Io stavo abbastanza bene. Con la quantità che avevo nascosta nella cesta di Lucullo
potevo resistere per vari giorni. Ignoravo quante fossero le riserve che aveva il resto
dei superstiti. Potevano averne per un mese o solamente per alcune ore in più. Era
come una partita a poker dove tutti nascondevano gelosamente le loro carte. Non
sapevi con certezza se il ragazzo che ti osservava diffidente dall'altro angolo ti
guardava atterrito mentre ti trasformavi in Non-Morto, o eri tu che guardavi lui. Stavo
diventando sempre più consapevole del fatto che se non fosse stato per la cesta sarei
morto da ore, sdraiato al centro del vagone.
Non capivo molto bene il motivo per cui ci stessero lasciando in luoghi diversi e
lontani tra loro. All’inizio supposi che fosse per evitare che potessimo organizzarci in
una banda numerosa, capace di affrontare le guardie e prendere il controllo del treno.
Anche per questo, ovviamente. Ma pensandoci più freddamente, la cosa più probabile
era che volessero evitare che ci trasformassimo in Non-Morti tutti insieme. Era
sempre preferibile un marcio solitario, o una dozzina che centocinquanta insieme. Per
loro non eravamo più persone, bensì mostri. E forse avevano ragione.
Non mi sentivo orgoglioso delle cose che avevo visto e fatto dentro quel vagone.
Sapevo anche che se non le avessi fatte, sarei morto in quel momento. Ed io pensavo
di lottare fino alla fine.
Il treno cominciò a rallentare. Il trac-trac al passaggio sui giunti delle rotaie
diventò più lento, fino a fermarsi completamente. Era la sesta fermata, per il sesto
vagone. Il nostro turno.
Con uno stridio di freni, il rarefatto convoglio si fermò completamente, dopo un
viaggio di centinaia di chilometri. Dentro il vagone il silenzio era assoluto. Si sentiva
solo il rumore delle mosche, che ronzavano tra i cadaveri gonfi, e la tosse cavernosa
di un uomo con una brutta cera.
Aspettammo per cinque interminabili minuti. La tensione dentro il vagone
cominciò a raggiungere livelli insopportabili.
— Perché non aprono la porta, porca puttana? — bisbigliò qualcuno seduto vicino
a me.
— Forse non aprono la porta — mormorò un altro, un uomo di cinquant’anni che
era il superstite più vecchio. — Forse parcheggiano semplicemente qua il vagone e se
ne vanno, e al prossimo viaggio vengono a prendere le ossa.
— Chiudi quella cazzo di bocca — gli replicò il primo. — Apriranno. Devono
aprire, dannazione.
Desiderai con tutte le mie forze che avesse ragione. Pensai che le Guardie Verdi si
stavano accertando che non ci fossero Non-Morti nelle vicinanze. Finalmente, con
uno stridio molto spiacevole, la porta del vagone si aprì per la prima volta da quando
eravamo saliti.
Le Guardie Verdi non si affacciarono all'interno.
— Fuori! Tutti fuori, maledizione! — gridò una voce stranamente distorta. —
Cazzo, che puzza!
— Non ti avvicinare troppo alla porta, Tim — disse un'altra voce. — Può darsi che
non rimanga nessuno in vita lì dentro.
— Forse dovremmo lanciare una granata — ripose Tim, dubbioso.
Quello bastò perché i venti superstiti si muovessero verso la porta. Nessuno voleva
morire in un modo così assurdo.
La prima cosa che feci affacciandomi alla porta fu di strizzare gli occhi per la luce.
Anche se il sole stava già tramontando, dopo dodici ore al buio i miei occhi non
potevano sopportare tanta luce. La cosa successiva che feci fu inspirare
profondamente una, due, tre volte, cercando di pulire i miei polmoni dal fetore
assoluto all'interno del vagone.
Allora feci attenzione per la prima volta ai Verdi e capii perché la loro voce
suonava molto distorta. Tutti loro portavano maschere antigas sulla faccia. Potevo
capirlo. La puzza di quel vagone caldo, pieno di corpi senza vita, vomito ed
escrementi doveva essere terrificante.
— Andiamo, dovete tirare fuori i corpi dal vagone! — mi disse uno di loro mentre
mi indicava con il suo fucile d’assalto.
— Ma cosa dici? — rispose un ispanico al mio fianco. — È pieno di cadaveri.
Restiamo solo noi. Ci vorrebbe un giorno intero per farlo.
— Bé, avete solo un'ora, pezzo di bastardo — rispose il soldato, armando il fucile.
— Se volete vivere, muovete il culo. Andiamo!
Come automi, ci organizzammo a coppie e cominciammo a tirar fuori i cadaveri
dal vagone. Mentre prendevo per i piedi il cadavere di una donna incinta e la
trascinavo fuori dal treno mi domandai perché lo stavamo facendo. Perché non
saltavamo sulle guardie e cercavamo di strappar loro le armi. Perché non lottavamo.
La risposta era ovvia. Per potere vivere un po’ di più. Fossero anche solo dieci
minuti. Per poter continuare a respirare quell'aria così meravigliosa e pulita. Per
restare vivi.
Ammucchiammo tutti i cadaveri sul ciglio della strada. Eravamo nei pressi di uno
scambio sperduto in mezzo al nulla. La strada si estendeva a perdita d’occhio in linea
retta in entrambe le direzioni. Solo lì dove ci trovavamo c’era un doppio binario di
circa cinquecento o seicento metri, progettato in modo che un treno si mettesse da
una parte quando un altro si avvicinava sullo stesso percorso. Quel posto desolato era
stato scelto dai nostri carcerieri per disfarsi dell'ultimo vagone.
Uno sguardo intorno a me mi permise di appurare che non era la prima volta. Il
terreno era ricoperto di ossa imbiancate al sole, e resti di vestiti e scarpe. Da una parte
del binario, un'enorme montagna di corpi mummificati ci osservavano col ridicolo
sorriso dei teschi. Potevo sentire i loro occhi vuoti seguirmi, come accusandomi di
essere un codardo, accusandomi perché ero ancora vivo.
Le ossa si estendevano lungo la pianura fino a coprire una grande distanza,
distribuite qua e là disordinatamente. Sospettai che dopo la partenza del treno, i
coyote e altri spazzini saltassero fuori per fare un banchetto coi cadaveri di più di
cento persone, trascinando le ossa in tutte le direzioni. Erano fortunati. Il TSJ non
solo non li infettava, ma offriva loro cibo in abbondanza.
Quando tirammo fuori l'ultimo cadavere ci lasciammo cadere, sbuffando, contro i
resti di un furgoncino riarso. Uno dei Verdi si avvicinò verso di noi e ci lanciò alcuni
pacchetti di razioni di emergenza dell'esercito.
— In quel bidone avete quindici galloni d’acqua — disse, indicando un fusto di
metallo che stavano tirando fuori sbuffando dalla motrice del treno. — E qui avete
alcune razioni di emergenza. Da adesso in poi tocca a voi, ma per il vostro bene, sarà
meglio che non vi facciate più vedere a Gulfport. Non siete ben accetti. Non
vogliamo vedervi di nuovo. Mai. È chiaro?
— Questo è un assassinio — mormorò una donna (una delle tre che erano
sopravvissute) dall’altra parte. — Siamo in mezzo a un maledetto deserto, e non
abbiamo dove andare. In poche ore il TSJ ci trasformerà in Non-Morti e non trovate
di meglio da fare che darci alcuni litri d’acqua e alcuni dolciumi per passare il tempo.
Volete avere la coscienza più tranquilla? Be’, lasciate perdere!
— Chiudi il becco — replicò il Verde. — E ringrazia che non ti ficchi una
pallottola in testa. Siete stati condannati all’esilio, anche se da parte mia vi avrei
ucciso tutti. Ma io eseguo solo gli ordini.
— Molto gentile — riuscii a mormorare. Stavo ricominciando a sudare un'altra
volta, e non sapevo se fosse per lo sforzo o perché il virus mi stava attaccando di
nuovo. Il problema era che non volevo che nessuno vedesse le mie riserve di
Cladoxpan. Avrei dovuto attendere un altro po’.
— Diamogli addosso — masticò all'improvviso tra denti il tipo che era seduto al
mio fianco. — Appena danno il segnale.
— Cosa dici? — chiesi, quasi senza muovere la bocca. Non sapevo di cosa
parlasse.
In quell'istante l'uomo che era seduto alla fine della fila, il più vicino al Verde,
saltò come una molla verso il soldato. Questo, sorpreso, ebbe appena il tempo di
alzare il suo fucile prima che il chicano gli si avventasse contro. Ambedue caddero a
terra, in un groviglio confuso di braccia e gambe. L'arma sparò, e uno dei due fu
raggiunto dalle pallottole, ma era impossibile sapere chi. La follia si era scatenata.
Almeno la metà dei deportati si lanciò sulle guardie, tentando di strappar loro le
armi. Il Latin Kings superstite sembrava fosse al comando. Quello doveva essere una
specie di piano di emergenza tramato nell'oscurità del vagone e stavano cercando di
portarlo a termine.
Tuttavia, i problemi cominciarono ad accumularsi. In primo luogo, avevano
commesso l'errore di non condividere i loro piani col resto dei superstiti. Come me,
un'altra mezza dozzina di deportati, confusi e spaventati, cercava di decidere a tutta
velocità che cosa fare. Alcuni si misero al sicuro dietro i rottami del furgoncino,
mentre altri si unirono all'assalto improvvisato. Il resto rimase in piedi, senza sapere
molto bene come reagire. Ma, quando la prima raffica di un M4 tagliò uno degli
indecisi a metà, tutti saltarono elettrizzati nelle quattro direzioni.
Il piano era coraggioso, ma stupido. Invece di concentrarsi per conquistare la
locomotiva diesel del treno, si erano impelagati in una lite sconnessa con le Guardie
Verdi. Questo aveva dato tempo al resto di chiudere le porte del locomotore e
barricarsi dentro. Sul tetto della locomotiva, un Verde si sforzava di istallare una
mitragliatrice pesante.
Potei intuire quello che sarebbe successo pochi secondi dopo.
— Al coperto! — gridai appena prima di gettarmi in un fosso mezzo pieno di
cadaveri putrefatti.
La mitragliatrice pesante cominciò a sparare, riempendo l'aria di pesanti calabroni
di piombo. Gli iloti rimasti esposti si contorsero in una danza di morte quando le
pallottole li attraversarono senza pietà. Perfino un Verde fu raggiunto dal fuoco
amico, ma non aveva importanza. Un minuto dopo, il tentativo di assalto era fallito
così rapidamente com’era cominciato.
— Maledizione, questi bastardi ci hanno quasi fatto prendere un bello spavento! —
disse una voce dietro una maschera antigas.
— State tutti bene? — domandò qualcuno dal treno.
— McCurry e Weiss sono fottuti! — replicò un altro. — Carllile, pezzo di cretino.
Hai beccato Weiss!
— Si è messo sulla mia linea di tiro! — rispose l'altro, dal tetto della locomotiva.
— Non è colpa mia, cazzo!
— Discuteremo più tardi di questo — disse la prima voce, con autorità. Doveva
essere il capo. — Date conferma che siano tutti morti e andiamocene di qui. Questo
posto mette i brividi.
Dal fondo del fosso sentii come i Verdi riesaminavano i cadaveri uno ad uno. In un
paio di occasioni risuonarono le sorde detonazioni dei loro fucili, quando finivano
qualche ferito. Non avevo troppo tempo per agire. Presi il cadavere più vicino e me lo
misi sopra, mentre cercavo di seppellire le gambe tra una montagna di corpi. Poi,
l’unica cosa che potevo fare era stare immobile e pregare.
La ghiaia accanto al fossato scricchiolò come se qualcuno si stesse avvicinando.
Trattenni il respiro, soffocato dall'intenso fetore di quella pila di cadaveri. Dopo
alcuni interminabili secondi, quella persona si allontanò camminando. Espirai,
sollevato. Allora mi resi conto che avevo lasciato la cesta con Lucullo appoggiata
accanto ai resti del furgoncino. Sentii che il mio cuore si fermava. Se trovavano il
gatto, senza dubbio l'avrebbero ucciso, e inoltre si sarebbero portati via la mia
medicina.
Il tempo passava lento, molto lento, mentre quegli uomini risalivano di nuovo sul
treno. Infine, con un ruggito, il motore diesel tornò in vita e, con uno scatto, il
convoglio lentamente si allontanò.
Rimasi sdraiato tra i corpi per altri cinque minuti, fino a che l'ultimo eco del
motore svanì all'orizzonte. Quando non si sentì più nulla, scansai i corpi che mi
coprivano, schifato. Inciampando, uscii a gattoni dal fosso.
Il treno era ormai solo un puntino brillante che si allontanava all'orizzonte. Il sole
stava tramontando, e tingeva tutta la pianura di una spettrale luce rossa che gli dava
un tono sanguigno. Mi guardai intorno. Non c'era nessuno in vista. Se qualcun altro
era sopravvissuto a quel massacro dell’ultimo minuto, si guardava bene dal lasciarsi
vedere.
Incespicando, mi avvicinai fino alla strada, evitando corpi ancora caldi e
insanguinati. Un paio di loro, morti ma senza ferite gravi alla testa cominciavano a
scuotersi tra gli spasmi. In breve avrei avuto compagnia. Dovevo uscire di lì.
La cesta di Lucullo era dove l'avevo lasciata. Dissi una preghiera silenziosa al cielo
e l'aprii. In fondo al cesto, Lucullo stava arrotolato e, sotto di lui, c’erano tutte le mie
cose. Diedi un piccolo sorso misurato alla fiaschetta di Cladoxpan e tirai fuori la
bussola. Sapevo in che direzione dovevo andare. La domanda era se sarebbe durato
abbastanza per arrivarci.
Feci uno zaino di fortuna col giaccone di un morto e ci misi dentro tutte le razioni
di cibo e il contenuto della cesta, eccetto Lucullo. Il bidone d’acqua pesava troppo
per me. Cercai tra i cadaveri fino a trovare una mezza dozzina tra bottiglie e borracce.
In una di esse c’era perfino un po' di Cladoxpan che conservai assieme alla mia
riserva. In totale riuscii a mettere dentro lo "zaino" circa quindici litri d’acqua. Era il
massimo che potessi portare con quei recipienti, e non potevo neanche caricarmi
troppo. Ero molto debole e macilento, e mi aspettava un lungo cammino.
Approfittai del resto dell'acqua per bere fino a sazietà e lavarmi un po'. Portavo
ancora l'elegante vestito italiano che mi ero messo per andare a lavorare. Rotto,
imbrattato di sangue, terra e liquidi non era più tanto bello. Buttai il blazer strappato e
presi il corto giaccone militare di un cadavere. Nel deserto può fare molto freddo la
sera.
Tenendo la cesta sotto il braccio, e con lo zaino di fortuna sulla schiena, cominciai
a camminare verso sud-est, seguendo le rotaie del treno, mentre la notte calava nel
sud degli Stati Uniti.
Iniziava un nuovo viaggio. Ma stavolta, il tempo era contro di me.
38

Landa
Giorno 2

Mi svegliai col corpo dolorante, mentre il sole del pomeriggio mi colpiva in faccia.
Avevo camminato tutta la notte, fino a che il freddo e la stanchezza mi avevano fatto
smettere. Dovevo mantenermi in movimento e fermarmi poco, se volevo avere
qualche possibilità, ma in quella notte senza luna correvo il rischio di rompermi una
gamba, così alla fine decisi di dormire tutta la mattina, fino a quando non trascorsero
le ore più calde della giornata. Per dormire mi ero rifugiato nello scheletro di un
autobus. All’inizio fui indeciso, perché temevo che dentro quei resti si nascondessero
serpenti a sonagli, scorpioni o una dozzina di insetti diversi, reali o immaginari che
riempivano la mia sovraccarica immaginazione. Alla fine si impose il buonsenso.
Avevo sentito l'ululato molto vicino di un coyote, e quello era davvero un rischio.
Non sapevo se i coyote attaccassero gli umani, ma non valeva la pena correre rischi.
Bevvi un sorso d’acqua mescolato con il rimedio e aprii una delle razioni di
emergenza. Provai a far mangiare qualcosa anche a Lucullo, ma era troppo debole per
masticare. Osservai preoccupato il gatto persiano. Non c’erano più dubbi che la ferita
alla coda si stesse infettandolo. Se non avessi trovato presto degli antibiotici, il mio
gatto sarebbe morto. Ma, soprattutto, avevo bisogno di un mezzo di trasporto. Dopo
aver calcolato il Cladoxpan che avevo consumato in ventiquattro ore, mi resi conto
che le mie riserve mi sarebbero durate cinque giorni. Sei, allungandolo molto. E se
proseguivo a piedi non sarei arrivato a Gulfport prima di tre settimane, nel migliore
dei casi.
Uscii dai rottami dell'autobus e ricominciai a camminare. Mi sentivo curiosamente
eccitato e libero. Come all'inizio dell'Apocalisse, tornavo ad essere solo e dipendevo
unicamente da me stesso. Questo fece sì che il ricordo di Lucía mi assalisse come una
fitta dolorosa. Amavo la mia donna con tutta l’anima, ma in quel momento la sua vita
— e la mia — percorrevano strade differenti. Pregai affinché stesse bene e,
soprattutto, di poter tornare ad incontrarla in questo mondo.
Dopo due ore di marcia mi fermai improvvisamente. In lontananza, in mezzo ad un
querceto di alberelli nani e senza foglie si distingueva un villaggio a cavallo dei
binari. Il mio cuore accelerò. Tirai fuori la pistola dalla borsa e verificai il caricatore.
Prima di attaccarmela alla cintura, tirai fuori due pallottole e me le conservai in tasca,
con un brivido. Se tutto fosse andato storto, una di quelle pallottole era per Lucullo.
L'altra sarebbe stata per me.
Avvicinandomi al paese cominciai a camminare con cautela. Il piccolo
marciapiede della stazione del paese era coperto di corpi senza vita, scheletri e resti di
vestiti. Quella doveva essere un’altra delle fermate dove le guardie di Greene si
sbarazzavano del loro miserabile carico umano. Con tutti i sensi all'erta, ed incollato
ad un muro, camminai tra le macerie.
Il quadro era molto simile a quello del luogo in cui ci avevano lasciati. Anche lì
non c’era nessun essere umano.
Mi arrischiai a camminare per la strada centrale del paese deserto. Non doveva
avere più di venti case, e da tutte le finestre vuote le ombre all'interno mi guardavano,
oscure e minacciose. Non si sentiva un solo rumore. Solamente lo scricchiolio delle
mie scarpe sulla ghiaia che copriva l'asfalto crepato.
Un lamento alle mie spalle mi fece girare come un serpente, con la Beretta in
mano. Abbassai la canna, tremante. Era solo un vecchio cartello di Coca Cola che
cigolava alla mercé del vento.
Con tutti i sensi vigili entrai nell'unica caffetteria del paese. I vetri delle finestre,
ridotti in frantumi, scricchiolarono sotto i miei piedi quando entrai all'interno, nella
penombra.
Lì non c'era nessuno. Senza perdere di vista la porta, mi feci largo tra le sedie rotte
e i tavoli rovesciati fino all'interno del bar. Cominciai ad aprire i cassetti con foga.
Dopo cinque minuti crollai, scoraggiato.
Non c'era assolutamente niente da mangiare o bere lì dentro. C’era da aspettarselo.
I superstiti dei precedenti viaggi avevano saccheggiato quel paese fino all'ultima
briciola. Lì qualunque cosa utilizzabile che potesse esserci stata era sparita già da
molto tempo. Non era necessario controllare il resto del paese per sapere che in tutte
le altre case avrei trovato la stessa cosa.
Il mio sguardo cadde su un mucchio di banconote e documenti ammucchiati sotto
il lavandino. Più per curiosità che per altro, li tirai fuori per dar loro un'occhiata. Era
la contabilità abituale di un bar, ma nel mucchio c’era un piccolo tesoro. Era un
opuscolo squallido, un foglio fotocopiato, di un ranch chiamato Double J.

Vuoi sentirti un vero cowboy?


Al Double J ti permettiamo di vivere l'autentica Esperienza Texana
PASSEGGIATE A CAVALLO! MARCATURA DEL BESTIAME!
Goditi con noi la migliore cucina Tex-Mex!
DOUBLE J!!! Non dimenticarlo!!

In fondo c’era un numero di telefono e una mappa molto schematica che portava
da Sheertown (così si chiamava quel paese fantasma) al ranch; tutto questo su uno
sfondo piuttosto pacchiano di cavalli al galoppo e cowboy sorridenti appoggiati ad un
recinto.
Mi chiesi che diavolo gli fosse passato per la testa al padrone di quel ranch per
pensare che qualcuno avrebbe viaggiato fino a quell'angolo sperduto in culo al mondo
per vivere l’"autentica esperienza texana". Perfino prima dell'Apocalisse, Sheertown
era un posto deprimente. Tuttavia, la qualità dell’opuscolo mi fece pensare che non
dovesse essere mai stato difficile trovare un posto nella sala da pranzo del Double J.
Anzi, doveva essere estremamente raro incontrarci altri visitatori.
Un'idea assurda incominciò a germogliare nella mia testa. Il ranch era vicino al
paese, a meno di sei chilometri, in direzione opposta rispetto alle vie principali di
quel posto. Era possibile che nessuno l’avesse mai notato fino ad allora. Se era così, lì
avevo l'opportunità di trovare materiale veterinario e cibo. Chissà, perfino
un'automobile che funzionasse ancora. E se non trovavo niente di tutto ciò, per lo
meno avrei trovato un posto dove passare la notte. Per niente al mondo avrei pensato
di rimanere a Sheertown a dormire. Quel paese fantasma era come un cimitero
all'aperto. Qualcosa di malvagio scorreva nell'aria. In quel posto c’era solo miseria e
dolore, molto dolore. Me lo sentivo nelle ossa.
Senza guardarmi indietro, cominciai a camminare. Uscii dal paese e dopo dieci
minuti trovai i segni di una biforcazione verso ovest. Guardai la mappa, per essere
sicuro. Era lì, non c'era dubbio. La strada sterrata era coperta di detriti vegetali, e le
erbacce l'avevano coperta quasi completamente in alcuni punti. Non si vedeva una
sola impronta, a parte quelle lasciate dai coyote. Sembrava che nessuno ci fosse
passato da molto tempo.
Camminai per un'ora su quella strada polverosa, bestemmiando in aramaico ogni
volta che rimanevo impigliato in un arbusto spinoso. Ci fu un momento nel quale
dovetti perfino aprirmi la strada tra una fitta massa di vegetazione che non si vedeva
l'altro lato. Quello fece aumentare le mie speranze. Se la pista sterrata era in quello
stato pietoso, c’era da sperare che nessuno avesse visitato il ranch da parecchio
tempo.
Infine, aggirando una piccola collina mi imbattei nel ranch Double J.
Era un posto misero, con una casa di legno e circondato da uno steccato. Vicino
alla casa c'era un enorme granaio dipinto di rosso e una costruzione allungata e bassa
che supposi dovessero essere le stalle dei cavalli. Quel posto non doveva aver mai
avuto un aspetto molto salutare, ma in quel momento era veramente raccapricciante.
Uno dei recinti accanto alla casa conteneva gli scheletri sbiancati di una cinquantina
di capi di bestiame che si sbriciolavano lentamente al sole. Non era necessario essere
un indovino per intuire che quelle povere vacche erano morte di fame e di sete dentro
il recinto, quando i padroni avevano smesso di badare a loro. Nel pensare a quello
capii una cosa.
Gli ex proprietari dovevano essere da qualche parte. Forse proprio lì.
Con la Beretta ben stretta nella mano destra mi avvicinai agli edifici. Arrivando
all'arco d’ingresso, appoggiai a terra lo zaino di fortuna e la cesta con il gatto. Era
miglio entrare lì dentro senza niente che mi intralciasse.
Il primo posto che perlustrai furono le stalle. Era una navata allungata e regolare,
con un lungo corridoio centrale affiancato da due dozzine di box per cavalli. La metà
erano vuoti, e nell'altra metà c’erano solamente le ossa di una dozzina di cavalli. Le
porte metalliche erano deformate e piene di bozzi, e c’erano perfino alcune macchie
di sangue. I nobili destrieri avevano cercato di farsi strada verso l'esterno quando
pazzi di fame e di sete, non avevano potuto uscire di lì. Per il resto, quel posto era
vuoto.
Uscendo notai un piccolo frigorifero accanto al muro. L'aprii, senza grandi
aspettative. Quasi caddi con il culo a terra per la sorpresa quando una rinfrescante
ondata di aria fredda mi colpì in faccia e fui illuminato da una tenue luce bianchiccia.
Il frigorifero funzionava ancora. Il ranch aveva ancora corrente elettrica.
Per un istante rimasi immobile, estasiato da quel getto d’aria fresca. Mi ci volle un
po’ per capire come diavolo fosse possibile quel piccolo miracolo. Il soffitto della
stalla era coperto da pannelli solari che alimentavano un generatore nascosto da
qualche parte. Il vecchio padrone doveva essere un tipo al quale non piaceva pagare
le bollette della luce o, cosa più probabile, non poteva permettersi un’interruzione di
corrente in un posto così desolato. Era così. Fu un colpo di fortuna.
Dentro il frigorifero c’erano allineati parecchi vasetti di farmaci per animali.
Cercai frettolosamente fino a che trovai un ripiano coperto di antibiotici. Erano per
cavalli e vacche, non erano pensati per i gatti. Esitai, per un istante. Una dose troppo
forte poteva uccidere Lucullo, e d'altra parte, non sapevo se fossero incompatibili.
Non avevo alternative, così mi misi in tasca un pugno di quei flaconi e mezza dozzina
di aghi ipodermici che trovai in un cassetto.
Dopo aver dato un'ultima occhiata, uscii dalla stalla. E allora incontrai il primo
Non-Morto.
Era un uomo giovane, di una ventina d’anni. Indossava una salopette di fustagno e
una camicia a quadri rossi e neri. Al collo portava annodato un fazzoletto scolorito. Il
Non-Morto camminava barcollando e, attratto dalla mia presenza, aveva appena
girato l'angolo della casa, nella mia direzione.
Dalla distanza a cui era potei verificare che il Non-Morto non aveva nessuna ferita
apparente. Quell'uomo non si era trasformato a causa dell'attacco di un altro Non-
Morto, ma il virus lo aveva preso a tradimento, forse condividendo una bottiglia, o
per un bacio. Era stato relativamente buono.
La cattiva notizia era che il Non-Morto, vedendomi, emise un gemito e cominciò a
incedere rapidamente nella mia direzione. Con calma, lasciai che si avvicinasse, per
non fallire il colpo. Improvvisamente il mio sguardo cadde su un'ascia appoggiata di
fianco alla porta. Dopo una breve indecisione, abbassai la Beretta e afferrai l'ascia
con entrambe le mani. Era pesante, e molto lunga, e la lama era un po’ intaccata, ma
anche così aveva un aspetto terribile. Sarebbe stata molto meno rumorosa della
pistola.
Quando il Non-Morto fu a meno di tre metri alzai l'ascia sopra testa. Mi resi conto
solo allora che se fallivo il primo colpo non avrei avuto una seconda opportunità.
Forse non sparargli non era stata una buona idea dopotutto. Ma non ebbi molto tempo
per esitare. Il Non-Morto si scagliò su di me con un ruggito. Quando le sue dita quasi
mi toccarono lasciai cadere l'ascia sulla sua testa con tutte le mie forze.
La lama si bloccò nel bel mezzo del suo viso con un sordo scricchiolio, frenandola
di colpo. Appoggiai un piede sul suo petto e tirai strappando l'ascia che uscì con un
chuuup acquoso che mi fece venire i brividi. A causa del colpo, il Non-Morto cadde
di spalle nella polvere e rimase lì come una tartaruga ribaltata. Approfittando
dell'opportunità, gli diedi una seconda accettata. Questa volta, la lama dell'ascia
penetrò profondamente nel suo cranio e gli frantumò il cervello. Il Non-Morto scalciò
un paio di volte e rimase definitivamente immobile.
Ansimai, cercando di riprendere fiato. Dovetti fare tre tentativi prima di poter tirare
fuori l'ascia dalla testa, ma finalmente ci riuscii. Tenendo la lama insanguinata
dell'ascia davanti a me cominciai a camminare verso la casa. Sembravo uno
psicopatico impazzito.
Aprii la porta con attenzione e mi affacciai all'interno. Era chiaro che il
proprietario non fosse mai stato un esempio di ordine. Due anni di abbandono
avevano coperto tutti i mobili di una sottile cappa di polvere del deserto. Tuttavia, in
mezzo al pavimento polveroso si distinguevano perfettamente un paio di orme
irregolari. Col sangue che mi pulsava in testa seguii le orme fino in cucina.
Alla fine della scia, vicino a un camino, il corpo di una Non-Morta si rianimò
sentendomi arrivare. La donna si lanciò su me, ma si imbatté in un piccolo sgabello
sul pavimento e cadde zoppicando. Senza perdere un minuto, la colpii con la scure
più volte, fino a quando la sua testa si trasformò in una massa informe di ossa, carne e
cervella.
Mi lasciai cadere sul sofà, alzando una nuvola di polvere. Con tutta la calma del
mondo, presi uno stropicciato pacchetto di Marlboro gettato lì vicino e mi accesi una
sigaretta. Ero stupito di me stesso. Avevo spazzato via due mostri in meno di cinque
minuti e non mi si era nemmeno accelerato il polso. Tempo addietro, questo sarebbe
stato impensabile. Che curioso...
Il sangue della Non-Morta si faceva largo tra la sabbia del pavimento, creando
strane linee tortuose man mano che si allargava. Quando il sangue arrivò fino alla mia
scarpa si divise in due rami che si persero sotto al sofà. Gettai la sigaretta a terra dopo
avergli dato due tirate. Improvvisamente mi era passata la voglia di fumare.
Girai tutta la casa senza trovare nessuno. In cantina, invece, ebbi una meravigliosa
sorpresa. Un congelatore orizzontale, pieno fino in cima di enormi pezzi di carne di
vitello congelato. Mi venne l’acquolina in bocca al solo vederli. Quella sera avrei
avuto una cena di gala.
Mi rimaneva da controllare solo il fienile. Uscii di nuovo all'esterno ed attraversai
il patio in direzione della grande struttura di legno rosso. Sul corpo del vaccaro che
avevo appena ucciso due avvoltoi neri facevano un banchetto, inghiottendo con
parsimonia le cervella sparse del Non-Morto. Gli uccelli mi guardarono con curiosità
mentre passavo, ma non fecero alcun cenno di fuggire. A poco a poco, stavano
perdendo la paura dell'essere umano. Vidi che erano grassi e lucidi. Non c’era da
stupirsi. Negli ultimi tempi non avevano saltato un pasto.
La porta del granaio era chiusa esternamente con un grosso lucchetto. Imprecai
sottovoce. La chiave poteva essere da qualsiasi parte, e non avevo né tempo né voglia
di cercarla. Sfoderai la Beretta e mirai al lucchetto.
Lo sparo risuonò come un tuono e gli avvoltoi, spaventati, si alzarono in volo,
sbattendo le ali imbronciati. Lo sparo doveva essersi sentito molto lontano, ma non
mi importava. Non c'era nessuno — nemmeno Non-Morti — per molti chilometri
attorno.
L'interno del granaio era buio, e molto fresco. Una sensazione di umidità molto
intensa mi sorprese entrando. Subito ne scoprii il motivo. Una pompa d’acqua situata
in fondo all'edificio era scoppiata. L'acqua uscita da un pozzo artigianale fluiva
gorgogliando e creava più in là, nella parte posteriore del granaio, un piccolo lago che
defluiva sotto il muro di legno fino a perdersi nel deserto.
L'interno era carico di umidità, e alcuni sacchi di cereali erano crepati, quando il
grano che contenevano era germinato. Tutto il granaio era intriso di un curioso odore.
In mezzo alla pozzanghera, un enorme trattore John Deere dormiva un sonno eterno,
aspettando un raccolto che avrebbe tardato molti anni ad arrivare.
Aggirai il trattore con cautela e scorsi un gonfiore bianchiccio vicino al muro. Era
vicino a un tavolo da lavoro e a un tarmato tappeto arancione arrotolato, coperto con
un lenzuolo bianco. Girai intorno al tavolo e al tappeto e, con la mano libera, tirai via
il lenzuolo.
— Grazie, Dio — mormorai attraverso le labbra screpolate. — Grazie.
Perché quello che si nascondeva sotto a quel lenzuolo erano due motociclette belle
e fiammanti.

Un’ora dopo ero di nuovo dentro il granaio. Il sole stava già tramontando e la notte
calava sul ranch Double J. Dentro l'edificio di legno avevo acceso un fuoco
scoppiettante dove cuocevano a fuoco lento alcuni fantastici pezzi di vitello pieni di
grasso.
Lucullo dormiva placidamente vicino al fuoco, quanto più vicino riusciva a
sopportare senza bruciacchiarsi. Dopo aver esitato a lungo avevo deciso di iniettargli
solamente una piccola parte della dose di un flacone di antibiotico. Calcolai la
proporzione corrispondente al suo peso e pregai perché non ci restasse secco.
L'antibiotico non sembrava far male al mio piccolo amico che riposava russando
morbidamente e con un aspetto migliore di qualche ora prima. Non potevo giurarlo,
ma ero quasi sicuro che gli stesse facendo effetto. Avevo pulito la ferita e cambiato la
fasciatura. C’era ancora un po’ d’infezione, ma tutto sembrava indicare che Lucullo
ce l’avrebbe fatta. Aveva lasciato per strada una delle sue vite gattesche, ma lui
poteva permetterselo.
Ero troppo incantato a contemplare il mio nuovo acquisto. Sotto la coperta c'erano
due motociclette, un’enorme e pesante Honda Goldwing e una motocicletta coreana
di centoventicinque centimetri cubici, brutta e piccola.
La Goldwing brillava alla luce del falò. Era uno di quei transatlantici da strada,
larga e robusta, con un ampio sedile e un manubrio strapieno di quadranti. Era una
motocicletta per fare migliaia di chilometri, ed era in uno stato eccellente, come
l'altra.
Evidentemente, la mia prima scelta era stata la Goldwing, ma aveva due problemi.
Il primo era la batteria completamente scarica, e quel motore a iniezione non sarebbe
mai partito senza una batteria. Il secondo problema era che quella moto era troppo
grande e poco maneggevole. Su una strada senza ostacoli sarebbe stata perfetta, ma
ero sicuro di trovare più di un ingorgo per strada, ingorghi dai quali sarei dovuto
uscire a tutta velocità.
Allora mi rivolsi alla coreana. Era di una marca della quale non avevo mai sentito
parlare (Daystar?), ed era in stile chopper un po’ grossolano, con rifiniture
economiche. Tuttavia era piccola, leggera e dall’aspetto robusto e, la cosa più
importante, aveva un motore a carburatore, che si poteva accendere con un pedale di
avviamento.
Girai la carne sul fuoco e mi avvicinai alla motocicletta. La spinsi fino al centro del
granaio e ci salii sopra. Scuotendola constatai che il serbatoio era pieno. Perfetto. La
misi in folle e cominciai a dare calci al pedale di accensione per quasi dieci minuti. Il
motore, dopo essere stato fermo due anni, soffocava e tossiva, incapace di accendersi.
Tolsi la candela, la pulii con attenzione e tornai a collocarla al suo posto. Ancora una
volta, salii sul pedale di avviamento e spinsi con forza.
Il motore riprese vita con un suono stridente, e una nuvola di fumo nero uscì dal
tubo di scappamento. Sorrisi, sollevato, e diedi un paio di accelerate. La Daystar
ruggiva, con un suono un po’ sordo, ma ruggiva. Avevo un mezzo di trasporto per
andarmene da lì.
Saltai giù dalla motocicletta, euforico, e cominciai ad eseguire un'assurda danza
irlandese in mezzo al granaio, troppo felice per rimanere calmo.
E improvvisamente, il tappeto arancione grugnì.
Lanciai un grido di terrore e mi lasciai cadere accanto al fuoco, col cuore che
batteva all’impazzata. Non potevo aver sentito bene. Non potevo esserne certo.
Il tappeto emise un altro grugnito, come a dimostrare che mi sbagliavo. Inciampai
nel mio bagaglio mentre andavo alla ricerca della pistola e senza volerlo gettai le
costolette sulla brace.
L'aria si riempì immediatamente di un odore di carne bruciata, mentre stringevo la
Beretta con mani tremanti.
Il tappeto ringhiò di nuovo e questa volta fece un piccolo movimento. Mi avvicinai
con cautela, senza allontanare lo sguardo da quella montagna di tessuto mezzo
marcio. Guardandolo meglio sentii i miei capelli rizzarsi.
Quello non era un tappeto.
Era un maledetto Non-Morto.
Quello che avevo scambiato per uno strato di tessuto era in realtà un'enorme
colonia di funghi filamentosi arancioni che coprivano tutto il corpo di un povero
disgraziato. L'oscurità dell'interno del granaio e l'elevato livello di umidità avevano
fatto sì che la muffa si propagasse rapidamente su di lui, fino a nasconderlo
completamente.
Ricordai che il granaio era chiuso esternamente quand’ero arrivato. Non era
azzardato supporre che quella persona fosse stata la prima a trasformarsi. Gli altri due
abitanti del ranch non avevano avuto il coraggio sufficiente per ucciderlo (erano i
suoi genitori?, i suoi fratelli?) e l'avevano rinchiuso dentro il granaio, senza sapere
che il TSJ scorreva già nelle loro vene. E lì era rimasto, a marcire lentamente in
quell'ambiente pieno di umidità, finché non ero arrivato io.
Mi chiesi perché non si muoveva. Passo dopo passo mi avvicinai con cautela,
preparato a qualsiasi movimento imprevisto. Quando gli fui quasi a fianco potei
vedere che il fungo aveva divorato la maggior parte della massa muscolare di
quell’(uomo, donna? Impossibile dirlo) individuo. Per quel motivo non si muoveva.
Non poteva alzarsi, né muovere i resti muscolari che gli rimanevano. Era solo uno
scheletro, a malapena ricoperto da resti di carne che il fungo non aveva ancora
divorato, avvolto da uno spesso piumaggio di filamenti aranciati. Tuttavia, il suo
cervello, ben protetto dentro il cranio, perseverava fino alla fine. Anche se pensai che
non dovesse rimanergli molto.
Era orribile. Non potevo immaginare un'agonia peggiore.
Mi sedetti molto lentamente, senza allontanare lo sguardo da quel relitto umano.
Nel posto in cui avrebbe dovuto esserci la testa, un gonfiore si mosse, seguendo i
miei movimenti. Gli occhi erano scomparsi da tempo, e sospettavo che lo fossero
anche l'orecchio interno, caldo ed umido; ma anche così quell'essere continuava a
sentire in qualche modo che ero al suo fianco, molto vicino. Era spaventoso e
ripugnante in egual misura.
Riflettei sulla questione per un po’, valutando le sue implicazioni. Era così
sorprendente che era quasi incredibile. Escludendo che fosse un caso particolare, se i
funghi avevano divorato quel Non-Morto fino quasi a distruggerlo, era da supporre
che tutti gli altri avrebbero seguito il suo stesso destino prima o poi. Almeno quelli
che stavano in zone umide e con temperature calde, dove i funghi potevano crescere
con facilità.
I paraggi di Gulfport, attigui al mare, erano un posto ideale. Mi dispiacqui di non
aver avuto il tempo di parlare con qualche ilota e chiedergli se lo avessero riscontrato
andando all'esterno. Avrei scommesso quello che mi restava del Cladoxpan che nei
pressi della città di Greene molti Non-Morti stavano acquisendo un aspetto simile.
Ciò mi fece pensare alla mia casa, in Galizia. Un posto umido e piovoso, come
quasi tutta la costa atlantica, verde come l’Irlanda e bagnata tre giorni su quattro.
Erano passati due anni da quando l’avevo lasciata. Mi domandai se lì i Non-Morti
sarebbero stati uguali. Senza rendermene conto cominciai a singhiozzare, sopraffatto
dalla nostalgia. Mi sentivo solo, molto solo, e molto lontano da qualunque posto che
potessi chiamare casa. Tutta l'euforia che mi aveva pervaso appena un minuto prima
si era completamente volatilizzata.
Sentii un debole miagolio. Lucullo cacciò fuori la sua testolina dalla cesta e
incespicando riuscì a uscire. Era sconfortante vedere un gatto così agile barcollare
come un vecchio. Con passo tremante si avvicinò fino al mio grembo. Facendo uno
sforzo, salì sulle mie gambe e si raggomitolò di nuovo su di me, facendo le fusa.
Allora scoppiai a piangere senza freni. Cazzo, gatto. In qualche modo, si era reso
conto che avevo bisogno di lui. D'ora in poi, ogni volta che mi avessero chiesto
perché lo trascinavo con me attraverso mezzo mondo, mi sarei ricordato di quel
momento.
Passai il resto della notte in un leggero dormiveglia. Prima di coricarmi di fianco
alle braci del falò, decapitai con l’accetta il Non-Morto convertito in peluria e
schiacciai la sua testa. Benché non fosse un pericolo per nessuno, non potevo
lasciarlo in quello stato. Non era giusto per lui.
Mi avvolsi in alcune coperte da cavallo e cercai di conciliare il sonno. Il giorno
dopo sarebbe stato molto lungo, e molto difficile, ma mi sarei inesorabilmente
avvicinato a Gulfport, dove mi aspettava la mia gente.
E la mia vendetta.
39

Landa
Giorno 3

Il mattino seguente uscii molto presto. Non potevo arrischiarmi a circolare di notte
con una motocicletta, non nelle condizioni nelle quali si trovavano le strade. Era un
invito a un incidente rapido, assurdo e probabilmente mortale. Avrei percorso la
strada fino alle ore più calde del mezzogiorno, nelle quali avrei fatto una pausa.
Dopo, avrei continuato fino al calar della notte.
La Daystar pesava un sacco per essere una motocicletta piccola, ma dopo pochi
chilometri si rivelò una scelta eccellente. Aveva il sufficiente brio per tirarmi fuori
dai guai ed era molto maneggevole. Inoltre, la sua meccanica, semplice ma robusta,
mi garantiva che sarebbe stato poco probabile subire un guasto al motore. La
motocicletta scoppiettava allegramente mentre prendeva velocità sulla pista di sabbia,
verso la strada principale.
Avevo due opzioni: seguire i binari del treno oppure seguire le reti stradali
secondarie che erano indicate sulla mappa. Fino a quel momento la ferrovia era stata
il mio filo conduttore, ma sulla mappa si vedeva che tracciava un'immensa curva
verso nord prima di ritornare di nuovo verso sud-est, dov’era la mia destinazione. E
non c’era solo quello, passava inoltre pericolosamente vicino ad alcuni nuclei abitati
molto grandi, attraversandone qualcuno. Quello che non era un problema per una
locomotiva di varie centinaia di tonnellate opportunamente rinforzata, era un ostacolo
insuperabile per un tizio su una motocicletta che era stata ferma per due anni.
Non potevo passare per quei luoghi folli. La moto mi avrebbe permesso di schivare
Non-Morti solitari, perfino piccoli gruppi, ma in mezzo ad una folla sarei morto entro
dieci minuti. Sarebbe bastato che uno di loro attraversasse la strada per farmi cadere a
terra. Poi sarebbe stata la fine.
Così non rimaneva altra opzione che seguire le strade secondarie. Dovevo
avvicinarmi solo a un paio di paesi, e sperare di non incontrare troppi Non-Morti. I
miei problemi erano altri. Dovevo trovare la benzina lungo la strada. E la mia riserva
di Cladoxpan diminuiva drasticamente.
Lucullo, molto più sveglio e migliorato dopo le iniezioni di antibiotici, ribolliva
inquieto dentro una delle bisacce, mordicchiando una vecchia cintura di cuoio. Vicino
a lui c’era il termos con metà della mia riserva di Cladoxpan. Nell'altra bisaccia c’era
il resto, dentro una bottiglia di whiskey che avevo svuotato, insieme all'acqua e alle
altre provviste. Era più prudente dividere in due recipienti il medicamento che tenerlo
in uno solo. Se ne perdevo uno per qualche motivo sarebbe sempre rimasto l'altro di
riserva.
Passai tutta la mattina di quel giorno percorrendo una strada vuota e coperta di
sterpaglia e terra. Di tanto in tanto trovavo qualche automobile abbandonata su una
cunetta, o qualche figura solitaria che barcollava in lontananza. Quando sentivano il
motore della motocicletta ritornavano sui loro passi in direzione della carreggiata, ma
quando arrivavano, io ero già andato via. Non potevo fermarmi né rallentare la
velocità, se non volevo essere sorpreso da un Non-Morto errante quando meno me
l’aspettavo. Non mi importava. Tutto ciò che volevo era macinare chilometri. Più
chilometri. Gulfport mi attirava come una calamita attrae un pezzo di ferro.
La prima notte dormii all’aperto, in cima a una collina. Nonostante l'ululato dei
coyote, non osai accendere un fuoco, che poteva attirare bestie anche peggiori. E non
pensavo solo ai Non-Morti. Durante il tragitto avevo visto segni sempre più frequenti
del recente passaggio di umani. Nella polvere della carreggiata resti di falò, mucchi
rilucenti di ghiere di rame. In un incrocio avevo trovato perfino le impronte del
passaggio recente di un'enorme carovana di veicoli pesanti. Non potevo dare per
scontato che tutti quelli là fuori fossero amichevoli, così era meglio non fornire indizi
sulla mia presenza.
Per essere più sicuro, legai Lucullo al mio polso con un cordone e mi misi a
dormire. Se qualcuno o qualcosa si fosse avvicinato, i raffinati sensi del gatto lo
avrebbero scoperto molto prima di me, e muovendosi mi avrebbe svegliato.
Due ore dopo essermi addormentato, realizzai che le mie precauzioni avevano
avuto successo. Un branco di cani selvatici si avvicinò annusando ai piedi della
collina. Formavano un miscuglio variopinto di meticci, golden retriever e perfino un
enorme e minaccioso pitbull. Quando arrivarono, Lucullo cominciò a sbuffare,
furioso, ed io mi alzai con la pistola in mano. All’inizio lanciai un paio di grida, e si
fermarono guardandomi, suppongo stupefatti di incontrare un uomo solo in mezzo al
nulla. Dovetti lanciar loro una buona manciata di sassi per convincerli ad andarsene.
Infine dovettero pensare che fossi un boccone troppo pericoloso e si allontanarono,
seguendo il pitbull.
Solo allora sospirai di sollievo, ma per quello che rimaneva della notte, non tornai
a dormire tranquillo.
E la mattina dopo, la pagai a caro prezzo.
40

Da qualche parte in Mississippi


Giorno 4

Stavo per farcela. Ero a meno di cinquanta chilometri da Gulfport. Il sole stava già
tramontando, ma mi sentivo euforico. In due giorni di viaggio avevo fatto quasi
quattrocento chilometri. Date le circostanze, era un record ammirevole. Aver scelto le
strade secondarie si era rivelato un successo. Quando quella stessa mattina avevo
passato il cartello che mi indicava che stavo entrando nello stato del Mississippi
stentai a crederlo. Man mano che mi avvicinavo allo stato del gran fiume, la densità
di popolazione continuava ad aumentare. Ogni volta mi riusciva più difficile
attraversare paesi e piccole città, e in molti casi non avevo altra scelta che passare a
tutta velocità, giocandomi la pelle infilandomi tra le case senza sapere se sarei
riuscito a sbucare dall'altra parte.
Tuttavia, era tutto facile. Addirittura troppo facile. In paesi che avrebbero dovuto
essere pieni di Non-Morti, ne trovavo solamente una o due dozzine, e li schivavo
facilmente con la motocicletta, mentre serpeggiavo tra i resti distrutti della civiltà.
Man mano che mi avvicinavo alla costa e aumentava l'umidità dell'ambiente, i funghi
erano visibili su ognuno di quei poveri diavoli. Non c'era un solo Non-Morto che non
fosse infestato, in un modo o nell’altro. Alcuni avevano il viso ricoperto, o le ferite.
Altri erano come un arazzo con le gambe, e molti, moltissimi, erano così infestati che
si muovevano in maniera stramba o strisciavano, incapaci di muovere le gambe. I più
disgraziati erano quelli ai quali le colonie fungine stavano colonizzando la massa
cerebrale, perché si muovevano in modo disarticolato e irregolare, come un robot al
quale incominciasse a sballare la programmazione. E ovunque, centinaia, migliaia di
montagne di ossa ricoperte da una cappa di peluria arancione, verde o violetta che
indicavano il posto dove un Non-Morto era caduto schiacciato dal suo stesso peso.
Rabbrividendo mi resi conto che quel viaggio sarebbe stato impossibile solamente
alcuni mesi prima. La piaga si stava sgretolando lentamente, divorata da uno degli
esseri viventi più primitivi e antichi di tutto il creato. In pochi anni, il mondo sarebbe
tornato ad essere un posto abitabile per i sopravvissuti, ancora una volta. E a pensarci,
la rabbia dentro di me raddoppiò. Non volevo morire. Non così vicino alla fine.
Ogni tanto attraversavo villaggi incendiati fino alle fondamenta e, in un'occasione,
attraversai addirittura un paese completamente abbandonato, così vuoto che sembrava
il set di un film che avevano dimenticato di registrare. Ma non mi fermai mai, tranne
quando dovetti sostare dieci minuti per riempire il serbatoio della moto col carburante
di una monovolume rovesciata in una cunetta. Il tempo volava.
Fino ad allora ero stato in grado di tenere a bada il TSJ. Una bella bevuta di
Cladoxpan ogni paio d’ore, più o meno, era sufficiente perché quel bastardo tornasse
ad addormentarsi per un po’. Avevo già scoperto che il primo sintomo era
incominciare a sudare copiosamente. Al minimo accenno di sudore, fermavo la
motocicletta un secondo, bevevo una dose e continuavo la mia strada.
E quell’intruglio non solo mi manteneva nel mondo dei vivi. Ogni volta la
necessità era sempre più urgente. Non sapevo se era una dipendenza fisica o
psicologica, ma era reale come il mal di schiena che sentivo dopo aver passato molte
ore su una moto dotata di ammortizzatori progettati negli anni cinquanta.
Ma ero vicino. Molto vicino. E quello mi faceva sentire felice e rilassato. La qual
cosa, per la fatica accumulata, si dimostrò essere un cocktail fatale.
Avvenne in un tratto tortuoso di strada. Il sud del Mississippi è pieno di zone
paludose, lagune e dighe, perché il fiume si estende in tutte le direzioni essendo così
vicino al mare. Questo rendeva più difficili gli spostamenti ai Non-Morti, ero sicuro
che migliaia di loro fossero rimasti intrappolati nelle acque fangose che si
estendevano dappertutto. Era da più di un'ora che non vedevo nessuno di loro e
cominciavo ad avere sonno. Dissi a me stesso che era ora di fermarmi per cercare un
buon posto per dormire.
Improvvisamente, dietro una curva, vidi un'immagine sorprendente. Era un
maledetto camioncino dei gelati, bianco e quadrato, con le porte laterali aperte e un
enorme cono di gelato gigante fissato sul tetto. Sulla cabina c’era un altoparlante,
pieno di foglie morte, dal quale una volta usciva una musichetta per attirare i clienti.
Non ne avevo mai visto uno così, tranne nei film. Era così suggestivo e, soprattutto,
così fuori luogo lì, in mezzo a una strada sperduta che attraversava il pantano, che
distolsi lo sguardo dalla strada per un secondo.
Fu sufficiente. In mezzo alla strada c’era un mucchietto d’ossa tarlato coperto di
muffa azzurra (l'autista del furgoncino, forse) e lo vidi solo quando ci stavo già sopra.
Tentai di schivarlo, ma era troppo tardi. Un femore inclinato si agganciò ad una delle
staffe e la moto divenne ingovernabile. Girai subito il manubrio in senso contrario,
ma la ruota posteriore pattinò su un mucchio di foglie marce che coprivano un tratto
di asfalto.
Andai a terra in mezzo a un sonoro strepitio di metallo e plastica rotti. La
motocicletta scivolò di lato per circa venti metri e la mia gamba destra rimase
incastrata sotto la macchina. Fortunatamente, la difesa laterale di acciaio non si piegò,
perché altrimenti la mia gamba, strisciando sull'asfalto, si sarebbe ridotta a un purè
sanguinolento misto a ghiaia. Tuttavia, sentii una sferzata di dolore alla caviglia
prima di finire contro un groviglio di arbusti.
Rotolai su me stesso varie volte prima di rimanere incastrato tra i rovi. Per un
attimo rimasi sdraiato, sbattendo le palpebre, stupito di essere ancora tutto intero. Con
cautela, mi palpai tutto il corpo. Ancora non potevo crederci. Alla velocità alla quale
andavo la cosa più logica sarebbe stata che mi fossi ammazzato nella caduta.
Per alcuni secondi scese il silenzio sulla strada. Sempre supino, sentivo cinguettare
gli uccelli, mentre il sole filtrava tra i rami degli alberi, disegnando strani motivi di
luce sul mio viso. Improvvisamente mi ricordai. Lucullo! Mi alzai a tutta velocità, ma
appoggiando il piede destro lanciai un urlo di dolore e caddi di nuovo.
Mi ero rotto la caviglia. E faceva un male cane.
Tornai ad alzarmi, badando attentamente a non appoggiare il peso sulla caviglia
ferita. Zoppicando, avanzai fino al centro della carreggiata. Temevo il peggio.
Improvvisamente, dal nulla, apparve una palla di pelo arancione che inseguiva una
lucertola con furia maniacale. La lucertola si nascose in una fenditura dell'asfalto e il
mio gatto cominciò a grattare la crepa lanciando miagolii di frustrazione.
— Grazie, Lucullo — mormorai, infastidito. — Anche io sto bene, grazie per
avermelo chiesto. Oh, a proposito, credo di essermi rotto una caviglia, piccolo
bastardo.
Lucullo mi guardò e dopo un attimo di esitazione, proseguì per conto suo. Per lui,
il fatto che mi fossi salvato con insolente facilità, non era stato nient’altro che un
gioco divertente.
Tra sbuffi di dolore mi avvicinai fino alla motocicletta che si era fermata contro
una quercia, e improvvisamente compresi che avevo un problema molto grave.
Oh, cazzo, no. Così vicino no, non può succedere questo.
La ruota anteriore era scoppiata colpendo il tronco e la forcella della moto era
piegata in un angolo impossibile. Inoltre, a causa del colpo, il radiatore dell’olio era
scoppiato e sotto la Daystar si estendeva una grossa pozza scura. Quella motocicletta
aveva percorso il suo ultimo chilometro.
Inoltre, era caduta sul fianco destro e la bisaccia da quel lato era completamente
schiacciata. Improvvisamente ricordai che quella era la bisaccia dove conservavo i
miei rifornimenti... E la metà delle mie riserve di Cladoxpan. Con la morte nel cuore,
cercai di alzare la motocicletta. Era già abbastanza difficile in condizioni normali, ma
ancor di più quando non potevo appoggiare uno dei piedi. Infine, usando un ramo di
rovere come leva, potei alzarla quanto bastava per tirare fuori la malconcia bisaccia
da sotto la scocca.
Aprendola, notai un odore dolciastro che mi era familiare. La bottiglia di vetro
dove conservavo la metà del beveraggio si era rotta e tutto il Cladoxpan che
conteneva si era sparso a terra.
Mi accasciai contro la quercia, desolato. La situazione non poteva essere peggiore.
Stava imbrunendo, in mezzo a un pantano pieno di esseri potenzialmente pericolosi, e
non avevo nessun mezzo di trasporto per uscire da lì. Inoltre, avevo una caviglia
rotta, perciò non potevo camminare. E se non fosse bastato, la riserva del prodotto
che evitava che mi trasformassi in un Non-Morto si era appena ridotta alla metà. E
tutto ciò quando stavo per arrivare. Avrei voluto spararmi lì sul posto.
Passò un'ora e si fece notte. Dopo un lungo momento di autocommiserazione, mi
alzai a passi incerti. Dovevo comunque andare avanti. Nessuno sarebbe venuto a
salvarmi. Col coltello tagliai un ramo basso della quercia per fabbricarmi una
stampella. Stavo dandogli una forma, mentre Lucullo si divertiva cercando di
acchiappare le schegge di legno che stavo sbucciando. Alla fine, la guardai con
occhio critico. Era senza dubbio la stampella più brutta della storia, ma avrebbe
funzionato.
Non potevo caricarmi troppo peso in quello stato, così decisi di lasciare tutta la mia
riserva di acqua. Ero ovunque circondato da canali e stagni, quindi non ne avrei avuto
bisogno. Misi nella sacca la riserva di cibo, la pistola, la bussola e il mezzo litro di
Cladoxpan che mi rimaneva. Mi appesi la bisaccia al collo e legai Lucullo con un
guinzaglio alla vita. Il mio piccolo amico avrebbe camminato con me per il resto
della strada. Una volta pronto, cominciai a camminare.
Dopo due ore mi fermai, totalmente esausto. Era più difficile di quanto avessi
pensato. Non avevo percorso più di un chilometro e mezzo dal posto dell'incidente, e
la palude continuava a circondarmi dappertutto. Di questo passo, non sarei arrivato
prima di un mese. Era ridicolo pensarlo, perché col Cladoxpan che mi restava non
sarei rimasto vivo più di ventiquattr’ore.
Sconfortato, mi lasciai cadere in uno spiazzo accanto alla strada. Con attenzione,
accesi un piccolo fuoco e mangiai l'ultima razione di emergenza che mi rimaneva. Il
fuoco avrebbe allontanato i parassiti della palude, e se avesse attirato qualche essere
vivente... bene, per ostile che fosse, sarebbe stato sempre meglio che crepare lì da
solo.
All’improvviso, compresi che stavo per morire. E scoprirlo fece in modo che il
resto della notte fosse molto più lungo e amaro di quello che avrebbe dovuto.
Infine, esausto, demoralizzato e senza forze, mi addormentai accanto al fuoco. Era
tutto finito.
41

Pantano di Old Bouie, Mississippi


5° Giorno

La mattina seguente fui svegliato da CCC che mi leccava la faccia. Mi girai sul
pavimento, brontolando senza aprire gli occhi. Non volevo alzarmi. Non volevo
svegliarmi. Volevo soltanto rimanere lì rannicchiato e morire in pace. Quando
sarebbe arrivato il momento mi sarei sparato una pallottola in testa e tutto sarebbe
finito. Non potevo fare altro.
Lucullo insisté ancora. La sua enorme lingua mi coprì tutta la guancia dalla barba
fino alle sopracciglia lasciandomi impregnato di bava. Mi leccò ancora una volta fin
sulle narici, bagnandomi tutta la faccia, mentre con il muso sbuffava sui miei capelli.
Nel vedere che non gli prestavo nessuna attenzione emise un sonoro raglio.
Un raglio?
Aprì gli occhi e mi prese un colpo. Di fianco a me una mula pezzata mi guardava
con interesse mentre muoveva le orecchie avanti e indietro, curiosa. Nel vedermi
reagire mi diede una nuova leccata (fino a quando non ti ha leccato una mula non
puoi sapere quanto fa schifo il suo alito), ma non mi importò. Mi strofinai gli occhi
un paio di volte, e per essere sicuro di essere sveglio mi diedi persino un pizzicotto.
— Ciao, piccola amica, ciao — sussurrai dolcemente. L’ultima cosa che volevo era
spaventare l’animale.
Era una giovane femmina, di medie dimensioni e di bell’aspetto. Era coperta di
fango secco fino alla punta del muso e sembrava molto contenta di avermi incontrato.
— Dimmi, tu da dove diavolo salti fuori? — le domandai mentre gli passavo la
mano sulla schiena e la grattavo dietro le orecchie. Non c’era nessun altro intorno.
Gridai un paio di volte, per vedere se qualcuno mi stesse spiando dai cespugli ma
nessuno rispose. Alla fine arrivai alla conclusione che quell’animale era solo.
Aveva l’aspetto di chi ha vissuto nelle paludi per molto tempo. Le erano caduti i
ferri, e i fori dei chiodi negli zoccoli erano quasi chiusi. Portava ancora il marchio del
suo proprietario su un’anca, ma stava perdendo i contorni. Quell’animale era stato
abbandonato, anche se era molto docile. Forse era stato abbandonato all’inizio della
pandemia, e da allora non vedeva un essere umano. Per questo quando mi aveva visto
mi si era avvicinata. Era difficile dirlo, ma ero quasi sicuro che lei fosse tanto felice
di vedermi quanto me. Lucullo, da parte sua, fissava con gli occhi spalancati quel
gatto enorme con le orecchie sparate che si era unito a noi.
Non aveva una sella, ma non mi lasciai scoraggiare. Il mondo mi aveva dato una
seconda opportunità e non l’avrei sprecata. Con una delle cinghie di cuoio
improvvisai una briglia e gliela misi al collo. Misi le borse della moto sul dorso della
bestia legandole sotto il suo ventre con l’ultima cintura che mi restava. La mula mi
lasciò fare tranquillamente come se fosse abituata a quel rituale. Infine misi il gatto
dentro una delle borse e con un ultimo sforzo mi arrampicai su di lei.
Era da molto tempo che non cavalcavo, ed era la prima volta che lo facevo sopra
una mula, ma l’equitazione è come andare in bicicletta. Anche se passano anni, non si
dimentica mai. La incitai dolcemente con un lieve schiocco della lingua e le piantai il
tallone sinistro nel costato. Come se non aspettasse altro, la mula cominciò a
camminare di buon passo lungo la strada.
Mi passai la mano sulla faccia, ancora senza smettere di crederci. Un attimo prima
stavo pensando a quale potesse essere il modo migliore per farla finita e un attimo
dopo mi trovavo a cavalcare una mula sulla strada per Gulfport. Senza dubbio il mio
angelo custode si era guadagnato una paga extra.
La strada si apriva lentamente e la vegetazione era sempre meno folta.
Presto sarei uscito da quella palude e le cose sarebbero state molto meno facili.
— Devi fare solo cinquanta chilometri, mia piccola amica — le sussurrai in un
orecchio. — Cinquanta, non uno di più. Pensi di farcela?
La mula alzò gli orecchi e accelerò il trotto, come se mi avesse compreso. Ma era
più probabile che fosse felice di sentire di nuovo una voce umana. Forse pensava che
avrebbe avuto di nuovo un caldo e confortevole fienile.
— Non hai un nome, dissi a me stesso. — Hai bisogno di un nome… Che te ne
pare di Speranza?
La mula continuò a trottare estranea alle mie divagazioni.
Ma io mi sentivo così felice di essere vivo che qualsiasi cosa mi metteva di buon
umore. Finché all’improvviso mi resi conto che la mia riserva di Cladoxpan sarebbe
durata solo un altro giorno. E nemmeno nel migliore dei casi Speranza avrebbe
potuto coprire i cinquanta chilometri in meno di un giorno.
Sarei arrivato tardi solo di ventiquattro ore.
— Non perdere la calma. Riduci la dose alla metà così durerà il doppio.
— Oh, che grande idea. Ma forse il TSJ ha qualcosa da dire in proposito. Forse
quel piccolo figlio di puttana non si accontenterà di una dieta a mezza razione.
— Per caso hai qualche altra alternativa, idiota?
Gridai impotente e la mula allarmata sollevò gli orecchi.
Non avevo altra scelta che giocarmi l’unica carta. Dovevo ridurre la razione alla
metà.
E proprio in quel momento, come se stesse aspettando il segnale, tutto il mio corpo
cominciò a sudare, dando il primo avviso.
La trasformazione cominciava.
Due ore dopo, cominciarono gli spasmi. Bevvi solo mezzo sorso, e l’intensità delle
contrazioni diminuì, ma non sparì del tutto.
Dovevo fermarmi per bere ogni momento, perché non smettevo di sudare.
A mezzogiorno i crampi erano insopportabili e le mani mi tremavano così
violentemente che dovetti sforzarmi per non versare la mia scarsa riserva di bibita
medicinale. La tentazione di dare una lunga sorsata era quasi insostenibile, ma
cercavo di controllarmi. Se lo avessi fatto, avrei finito la mia scorta.
Ma la tentazione era forte. Molto forte.
Nel pomeriggio cominciai a sentire una sete bruciante. Fermai Speranza accanto a
un ruscello e mi abbassai a bere. Quando lo feci, uno dei miei piedi si impigliò tra i
bordi della bisaccia. Mi sbracciai senza riuscire a mantenere l’equilibrio cadendo a
faccia in giù sull’asfalto. Sbattei la testa e la ferita alla fronte si riaprì. Me ne resi
conto solo quando alcune gocce di sangue caldo cominciarono a cadere nel flusso del
ruscello. Il sangue si diluì lentamente in pigre spirali mentre la corrente lo trascinava
a valle. Lo contemplai con un’espressione vuota, mentre l’acqua sporca di sangue si
allontanava. Per un istante mi domandai che cosa sarebbe successo se qualcuno
avesse bevuto un sorso di quell’acqua a valle. Sarebbe stato contagiato dal TSJ,
probabilmente. Quanti litri di acqua avevo contaminato con quelle gocce, e per
quanto tempo? Questo era un quesito al quale quel maledetto medico italiano avrebbe
potuto rispondere se non fosse stato un pazzo lunatico. Ritornai in sella dopo cinque
tremendi minuti di tentativi falliti. La mula mi osservava sorpresa, come se non
potesse concepire che qualcuno fosse tanto goffo. Dovetti camminare fino a un muro
semidistrutto per potermi di nuovo inerpicare sulla mia cavalcatura. Non si trattava
solo della distorsione alla caviglia che pulsava dolorosamente a intervalli regolari. Le
mie gambe stavano cominciando a cedere. Avrei potuto cavalcare solo un quarto
d’ora ancora, prima di ritornare a morire di sete. Lo stesso ruscello correva
gorgogliando lungo la strada e di nuovo fermai la mula quasi sulla riva. Questa volta,
immersi la faccia nell’acqua per bere grandi sorsi ingordi. Alla fine ebbi un violento
conato e vomitai sulla riva tutto il contenuto del mio stomaco.
Rimisi la testa nel fiume e bevvi con più calma cercando più di reidratarmi che di
combattere la sete. Quel desiderio era innaturale e non si sarebbe placato bevendo. O
almeno non bevendo acqua. Appoggiai la mia mano sulla bottiglia di Cladoxpan e la
stappai. Quando quasi toccò le mie labbra, in un ultimo sforzo di controllo riuscii a
tapparla e a rimetterla nella mia cintura. Fu una delle cose più difficili della mia vita.
Non so quanto tempo passò in seguito. La mula camminava a passo tranquillo
lungo la strada che portava a Gulfport, schivando con naturalezza i resti dei veicoli
abbandonati.
Per fortuna stavamo attraversando una zona disabitata e non c’era un solo Non-
Morto nei paraggi. Non sapevo cosa sarebbe successo se se ne fosse presentato
qualcuno. O meglio, si che lo sapevo. A malapena riuscivo a mantenermi sulla
cavalcatura senza cadere.
— Devi tenerti bene — ripetevo a me stesso. — Non puoi cadere. Non puoi
cadere. Non puoi cadere.
— Sì che puoi — mi disse Greene allegramente, mentre scartava un ghiacciolo e lo
succhiava di gusto. — Devi solo rilassarti e lasciare le redini. Dopo, tutto sarà più
facile.
Girai la testa, confuso. Il reverendo camminava al mio fianco, con la sua Bibbia
sotto il braccio e il gelato nell’altra mano. Il ghiacciolo era di uno scuro colore
cremisi e ogni volta che Greene lo succhiava lasciava sulle sue labbra una scia scura
che sembrava sangue.
— Che cosa ci fai qui? — mormorai tra le labbra screpolate.
— La domanda è che cosa ci fai tu qui — replicò il reverendo, leccando
lascivamente il resto del gelato. Nel farlo potei vedere le sue gengive putride in cui si
agitavano un sacco di larve bianche. — Dovresti essere già morto. Lo sai, vero?
— Credo che voglia vendicarsi, reverendo — disse un’altra voce dall’altro lato
della mia cavalcatura. Girai la testa e sbattei le palpebre. Alla mia sinistra camminava
Grapes, con uno zaino sulle spalle, dal quale tirava fuori gatti randagi. Con il suo
coltello li apriva a metà, tirava fuori le budella e se le metteva in bocca avidamente.
— Vuole arrivare a Gulfport per ucciderci, ma non sa che è già morto.
— No che non sono mortoooo — protestai debolmente. Mi resi conto, spaventato,
che biascicavo le parole. — E voi non sieeeeete qui. Questa è una maledetta
allucinazioneeee.
— Oh, chiaro che siamo qui — replicò Greene dall’altra parte. Nel girare la testa
verso di lui realizzai che il reverendo si era trasformato in Ushakov, il capitano russo
della Zaren Kibbish. — Anche noi siamo morti, sai? Siamo tutti morti per colpa tua.
— E tu ti riunirai a noi entro breve — intervenne Grapes. Non stava più
sviscerando gatti, ma stava usando il suo coltello per tagliarsi pezzetti delle sue stesse
viscere portandosele alla bocca per masticarle con gusto — Ne vuoi un po’?
Il mio stomaco ruggì, e la mia bocca si riempì di saliva. Quella carne umana, calda
e sanguinolenta, aveva un aspetto così appetitoso…
Allungai la mano fino a lui, ma Grapes ritirò il pezzo che mi aveva offerto con un
gesto canzonatorio dimenando il suo dito indice davanti alla mia faccia, come un
metronomo.
— No, no, no — disse. — Se ne vuoi un poco dovrai procurartelo da solo. Questo
è ciò che facciamo tutti.
— È quello che facciamo tutti — gridarono in coro Greene e Ushakov.
Insieme a loro camminava il marinaio che aveva cercato di violentare Lucía alle
Canarie, ma era così coperto di muffa che non si riusciva a distinguerne la forma. Il
fungo aveva già divorato la sua lingua perciò non poteva parlare, ma i suoi gesti
erano inconfondibili. Il tipo dimenava il bacino in modo volgare, mentre con una
mano afferrava un pezzo di carne umana portandoselo alla bocca e masticandolo
freneticamente. Ogni volta che mordeva un paio di denti gli si staccavano e restavano
sulla sabbia della strada, come piccole perle intrise di sangue.
— Andaaaaate all’inferno — imprecai con voce pastosa. — Andate all’infernoo,
infernooinfernoo!!
— E dove credi di essere? — sussurrò Greene al mio orecchio. Era salito sulla
mula e mi aveva preso in modo affettuoso per la vita, come se fossimo stati amanti,
mentre teneva la sua Bibbia davanti ai miei occhi. — Guarda quello che dice il libro e
pentiti dei tuoi peccati. Sei morto.
— Nooo! — ruggii e gli assestai un cazzotto. Ma il mio braccio attraversò l’aria,
perché Greene era sparito, insieme a tutti gli altri.
Tremando di paura e di qualcos’altro, stappai la bottiglia di Cladoxpan per
prendere un sorso. La inclinai sulla mia bocca, ma non ne uscì una sola goccia.
La bottiglia era vuota.
Rimasi a guardarla, come se invece di un termos di metallo avessi tenuto nella mia
mano un braccio alieno. Era vuota. Non potevo crederci.
Alzai la testa e osservai la posizione del sole. L’astro aveva già un colore
arancione e cominciava a tramontare. Era molto più tardi di quello che pensavo.
Avevo perso completamente la nozione del tempo.
È la fine. Adesso si che è la fottuta fine.
Con dita goffe, cominciai a litigare con le cerniere della borsa per tirare fuori la
pistola. Dovevo farlo, finché avessi avuto un minimo di controllo su me stesso. Un
grugnito risuonò da dentro la borsa e mi ridestai. Era Lucullo, e sembrava
terrorizzato.
Il gatto era morto di paura.
Aveva paura di me.
O meglio, di ciò in cui mi stavo trasformando.
La mia mano era coperta da una fila di varici. Ancora non erano scoppiate ma
entro breve avrebbero cominciato a esplodere. Di colpo mi ricordai che la pistola era
infilata nella cintura. Con un gesto impacciato, mi voltai e la estrassi dal fodero. La
mia vista era appannata e non potevo vedere bene. La sollevai all’altezza degli occhi
per controllare la posizione della sicura.
Due colpi. Prima il gatto, e poi tu. Veloce e pulito.
La mula fece un saltino per superare una bicicletta spiaccicata in mezzo alla strada.
E la pistola mi sfuggì di mano.
— Noooooooo — gemetti, torcendo le labbra, ma incapace di fare altro. Le redini
scivolarono dal collo di Speranza oscillando, e non riuscii a trattenere l’animale. I
miei muscoli si contrassero in una specie di macabro ballo di San Vito e io stavo
perdendo il controllo del mio corpo, cosicché continuammo la marcia mentre la
Beretta rimaneva a terra in mezzo alla strada, con il suo cannone nero che rifletteva
gli ultimi raggi del tramonto.
Avevo fallito. Avevo fallito su tutto. Non ero stato capace di salvare me stesso né
di salvare loro.
Lucullo, che si dimenava infuriato dentro una borsa ben chiusa cercando di
scappare.
Viktor, che aveva sempre agito in modo fedele e leale, rischiando la vita per me.
Lucía.
Lucía.
Luuucíaaa.
Luuucccíaaaa.
Lcxciciiaia.
Lucciihayayaa.
E poi una grande onda nera cominciò a precipitare su di me, come un maremoto di
incoscienza, annegando tutti i miei sensi.
E arrivò l’oscurità.
42

Tauben
A 20 chilometri da Gulfport

— Vergine del Kazán! Che odore spaventoso! — gemette Viktor mentre si tappava
il naso.
— Beh questo non è niente — replicò Mendoza allegramente, — vedrai quando
arriveremo alla discarica. Si trova a meno di due chilometri, al di là di quella collina.
Lì la puzza è davvero insopportabile.
Il convoglio rotolava lentamente su una strada in pessimo stato che serpeggiava tra
costruzioni abbandonate. Era una carovana di una dozzina di veicoli, formata da due
blindati, che aprivano e chiudevano la colonna, e dieci camion della spazzatura con la
cabina rinforzata da sbarre di ferro.
Gulfport si sbarazzava dei suoi rifiuti in una discarica situata a pochi chilometri
dalla città. Non di tutti, naturalmente, dato che la maggior parte veniva smaltita in
mare, ma di quelli più tossici e contaminanti, inclusi i cadaveri degli iloti che
morivano nel ghetto e dei Non-Morti che morivano a causa dei funghi troppo vicini al
Muro. Nessuno voleva rischiare un’epidemia a causa della putrefazione di cento
cadaveri.
Così, quell’orribile convoglio era uscito dalla città al calar della sera attraverso il
sistema di porte del Muro. Dopo aver attraversato lentamente la città spingendoli ai
lati con un bulldozer (dovevano esserci centomila cadaveri ambulanti che cercavano
di trovare una possibile entrata) la carovana si era allontanata alla massima velocità
per evitare che parte di quei Non-Morti li seguisse. Era stato facile, dato che la strada
era stata sgomberata dalle precedenti spedizioni e, inoltre, la condizione di quegli
esseri putrefatti era piuttosto malandata. In nessun modo avrebbero potuto competere
con la velocità dei veicoli, neanche quelli che erano più «freschi».
Quando a Pritchenko raccontarono che i Non-Morti venivano divorati da funghi e
licheni, l’ucraino aveva stentato a crederlo. Solamente quando lo vide con i suoi
stessi occhi poté attestare che era la verità. E questo apriva un sacco di possibilità
interessanti. Ma prima era necessario ottenere il controllo di Gulfport, e delle scorte
di Cladoxpan, o tutti gli iloti sarebbero stati irrimediabilmente condannati prima di
arrivare al passo successivo.
— Sei sicuro che porteremo il carico con noi? — domandò per la terza volta da
quando erano partiti.
— Non lo so, biondo, non lo so — rispose l’altro, infastidito. — Fino a quando non
toglieremo una tonnellata di spazzatura e cadaveri dalla cima non lo sapremo. Ma se
c’è qualcosa di cui sono sicuro è che i Giusti non hanno mai fallito, e non credo che
questa sarà la prima volta.
Viktor annuì e controllò la sicura della sua arma. La tensione dentro al convoglio
era evidente. L’assalto definitivo alla città era previsto per la notte seguente e, a meno
di ventiquattro ore dal giocarsi il tutto per tutto, gli iloti e i loro alleati erano davvero
nervosi. Non erano mai arrivati a maturare un piano fino a quel punto. Anche la rete
di informatori di Greene sembrava andare a tentoni. Il reverendo sapeva che qualcosa
stava covando nel ghetto, ma non sapeva cosa né quando sarebbe successo. L’unico
pezzo mancante del puzzle era la riserva di Cladoxpan che si supponeva fosse
nascosta in quei camion.
E quando l’avrebbero avuta nelle proprie mani, l’Ira dei Giusti si sarebbe potuta
abbattere sulla città bianca.
Il convoglio scalò faticosamente la collina. Arrivato in cima si fermò. In fondo al
burrone una montagna di detriti carbonizzati bruciava lentamente in un fuoco che non
si spegnava da mesi. Una dozzina di Non-Morti erranti vagavano di qua e di là tra i
resti, persi in mezzo a quel paesaggio lunare. Il blindato che era in testa pigiò
sull’acceleratore e s’immise tra quei fuochi, con un paio di tiratori affacciati dai
boccaporti. Senza fermarsi un secondo, si avvicinavano ai Non-Morti scaricandogli
una raffica di proiettili prima di passare a quello successivo. Prima che Viktor potesse
rendersene conto, si erano assicurati tutto l’ambiente circostante.
— Adesso sono pochi, ed è molto facile — spiegò l’autista del camion, un indù in
carne ed ossa. — Qualche tempo fa, ci sono volute diverse ore per poterci avvicinare
a svuotarla in sicurezza, e inoltre abbiamo sprecato un sacco di munizioni.
— Dai retta ad Apu. È uno degli abitanti più vecchi del ghetto. Sono quasi due
anni che fa questo percorso e sa quello che dice — intervenne Mendoza.
L’indù fece un gesto modesto e alzò il braccio mentre mostrava a Viktor uno
smagliante sorriso bianco. Sul suo avambraccio si vedeva la cicatrice di una vecchia
ferita.
— È passato già un anno e mezzo — spiegò. — Mi sembra quasi ieri. C’erano
circa duecento zombi qui e uno di quei bastardi riuscì a entrare nella cabina. Ma si va
avanti, come sempre.
Viktor lo guardò pensieroso. Quella gente non smetteva di sorprenderlo.
Nonostante tutte le difficoltà e le circostanze, nonostante una miserabile esistenza di
schiavitù, avevano ancora un’enorme gioia di vivere. Era ammirevole.
— Davvero ti chiami Apu? — gli domandò, con un’espressione scherzosa.
— È una lunga storia — replicò l’altro, facendo un gesto con la mano. — Il mio
vero nome contiene troppe consonanti per quelli che non sono nati nello Sri Lanka.
— Posso immaginarlo — disse Viktor, girandosi verso Mendoza — E ora cosa
c’è?
— Adesso, si comincia a fare gli spazzini, fratello — rispose, mentre il camion si
metteva in posizione. — Andiamo a sporcarci le mani.
I camion collocarono i loro dumper attorno a un buco e cominciarono a scaricare
uno alla volta il proprio carico pestilenziale. In mezzo ai rifiuti sanitari e alla
spazzatura in decomposizione, Viktor intravide fugacemente la presenza di braccia,
gambe e teste che rapidamente sparivano in fondo alle fiamme di un fuoco ruggente.
La puzza di carne e capelli bruciati era acre e penetrante.
— Ok, adesso con calma, fate attenzione! — gridò Mendoza, gesticolando.
Un paio di iloti si arrampicarono su uno dei camion ignorando la terribile puzza
che sprigionava. Armati di torce elettriche, si infilarono dentro e dopo un po’ vennero
fuori.
— Stanno in fondo, legati con cavi d’acciaio! Ci sono dei barili, una dozzina per
camion! — gridarono sopra il rombo dei motori, mentre ne tiravano fuori uno con
grande sforzo.
— Perfetto — mormorò Mendoza aprendo il tappo di un barile con la punta del
suo coltello. — Vediamo che c’è qui dentro.
Non appena stappò il barile, il penetrante e caratteristico aroma del Cladoxpan
impregnò l’aria. Gli uomini sorrisero e si avvicinarono al barile, con un’espressione
ansiosa. Alcuni avevano addirittura gli occhi vitrei e non riuscivano a distogliere lo
sguardo dal liquido lattiginoso.
— Gato… — L’indù del camion fece schioccare la lingua mentre cercava di
inghiottire la saliva. Le mani gli tremarono come a un alcolizzato. — Un sorso…
credo che ce lo siamo guadagnati.
Il messicano li guardò accigliato, ma assentì con un lieve cenno.
— Un bicchiere a testa. Non una goccia di più.
Gli iloti ulularono raccogliendosi intorno al barile. Viktor si appartò leggermente
in modo che potessero bere in santa pace. Osservò che gli uomini tendevano a
trangugiare il proprio bicchiere a grandi sorsi, in modo avido, mentre le donne
bevevano a tratti lenti e misurati, e alcune addirittura ne lasciavano una parte per
dopo.
L’ucraino sorrise. Era sicuro che il suo amico avrebbe fatto un’osservazione
divertente su quell’episodio, e che entrambi non sarebbero riusciti a trattenersi dal
ridere. Sarebbero rimasti in un angolo, con gli occhi pieni di lacrime e la bocca
contratta, cercando di soffocare le risate e godendo appieno di quella piccolezza.
A quel pensiero sentì una stretta dolorosa. Ancora non aveva accettato la sua
perdita, ed era sicuro che sarebbe passato molto tempo prima di riuscirci. L’ucraino
era un uomo duro. Aveva perso molti amici in Cecenia, in guerra, e più tardi la
moglie e il figlio erano spariti in mezzo al caos della pandemia. Tutto questo lo aveva
dotato di una spessa pelle d’elefante, sotto cui nascondere i propri sentimenti.
Ma quei sentimenti non erano spariti, erano ancora lì, e Viktor era consapevole che
prima o poi sarebbero riaffiorati. Ma sapeva anche che quando lo avrebbero fatto il
suo dolore sarebbe stato enorme, intenso e difficile da placare.
Nel frattempo doveva reggere e sopportarlo. Soprattutto per Lucía. La ragazza era
completamente distrutta.
Durante i primi tre giorni avevano coltivato molte speranze. Sapevano che il
vecchio avvocato era un uomo dalle mille risorse che lui stesso ammetteva di
possedere. Speravano che il suo vagone fosse stato uno di quelli scaricati più vicino
alla città, e che da lì avesse trovato un mezzo per ritornare a Gulfport. Anche se
nessun deportato c’era riuscito prima, sapevano che era possibile.
Ma erano già trascorsi sette giorni e non c’era nessuna traccia di lui. Anche se
fosse stato ancora in vita, la sua riserva di Cladoxpan doveva essere terminata.
Strangärd gli aveva dato la terribile notizia che Greene gli aveva somministrato il
virus come parte della sua sentenza di esilio, o almeno così annunciava il periodico
locale.
No, decisamente non restavano speranze.
— Bene, avete già bevuto tutti! È ora di andarcene! — gridò Mendoza.
Gli iloti, visibilmente rilassati dopo aver bevuto la medicina, si assicurano che i
barili carichi della preziosa mercanzia fossero ben fissati all’interno di ogni camion.
Poi si incamminarono ai propri veicoli e il messicano diede l’ordine di iniziare la
marcia.
La carovana cominciò a salire la cima della collina, allontanandosi dal buco in cui
bruciavano i rifiuti e i cadaveri della città. Improvvisamente uno degli iloti pigiato
nella cabina di guida tra Mendoza e Viktor indicò lontano.
— Cos’è quello? — domandò con gli occhi sgranati.
A Viktor sfuggì una sfilza di imprecazioni in russo, mentre Mendoza si fece due
volte il segno della croce in rapida successione. L’autista indù piantò una frenata
spaventato e tutta la fila si fermò immediatamente.
Sopra la collina, una mula con un corpo disteso sul dorso trottava allegramente in
direzione della carovana.
43

Viktor saltò giù dal camion un secondo prima che questo si fermasse
completamente e cominciò a correre verso la mula.
Sapeva che doveva essere lui. Lo sapeva.
Quando arrivò vicino all'animale si fermò, ansimando. Il cavaliere era sdraiato
bocconi sul collo dell’animale, e aveva le gambe legate con alcuni spaghi a un paio di
bisacce distrutte attaccate sul dorso dell’equino. Se non fosse stato per quei legacci di
fortuna, sarebbe caduto a terra senza speranza.
Qualcosa si agitò dentro una delle sacche, emettendo un miagolio che sembrò
molto familiare all'ucraino. A Pritchenko si illuminò il viso e mosse la mano verso la
bisaccia.
Improvvisamente, il corpo sdraiato sulla mula emise un grugnito terrificante.
Viktor rimase completamente paralizzato dallo shock. Il corpo si alzò goffamente e
guardò l'ucraino con un'espressione persa e spenta che gli era terribilmente familiare.
La sua pelle era coperta da migliaia di piccole vene sul punto di esplodere e aveva un
pallore cadaverico.
Oh, cazzo, andiamo, non può essere.
— Stai lontano da lui! — gridò Mendoza alle sue spalle, mentre cercava di
riprendere fiato. Il messicano aveva risalito la collina correndo dietro Viktor ed era
appena arrivato vicino a lui. Vedendo quello che c'era sulla mula sfoderò la sua
pistola e la armò rumorosamente.
— Finiamolo una volta per tutte — mormorò mentre mirava accuratamente.
— No! — gridò Viktor. — Non lo fare! Guarda le sue vene!
— Sono gonfie, come quelle di tutti quei mostri — replicò Mendoza, senza capire
troppo cosa intendesse l'ucraino.
— Sì, ma non sono ancora scoppiate! — Pritchenko lo prese per una manica e gli
parlò in fretta, con urgenza. — Non si è ancora completata la trasformazione!
Possiamo ancora aiutarlo!
— Se non si è ancora trasformato, non gli manca molto — replicò Mendoza,
caustico. — Come vuoi aiutarlo?
— Col Cladoxpan — replicò Viktor, molto serio. — Con una dose massiccia.
Potrebbe funzionare.
— Non possiamo fare a meno di quello che abbiamo — rispose Mendoza,
dubbioso. — Tra poche ore cominciamo una rivolta, e ne abbiamo bisogno fino
all'ultima goccia.
— Mendoza, non mi fotti — replicò Viktor, con una nota minacciosa nella sua
voce. — Hai diverse migliaia di litri qui, e ho bisogno solo di tre o quattro. Me li dai
con le buone o dovrai rompermi un altro paio di costole per convincerti?
— Va bene, biondo, tranquillo. — Mendoza alzò le mani, rassicurante. — Prendi
quello che ti serve. Ma glielo darai tu. Io non penso di avvicinare neppure un dito a
quella bocca rabbiosa.
Come se avesse compreso, l'essere sulla mula emise un gemito minaccioso mentre
allungava le mani verso il messicano. Viktor, senza farci caso, corse verso il primo
camion e afferrò per il collo due iloti che stavano guardando la scena ad alcuni metri
di distanza. Dopo un paio di minuti tornò sulla collina con gli iloti che l'aiutavano a
trasportare uno dei fusti pieni di Cladoxpan.
— Come pretendi di farglielo bere? — domandò Mendoza. — Non credo che
accetterà un drink, lo sai.
— Lo faremo con il buon vecchio metodo dell'esercito sovietico — replicò Viktor
mentre sollevava il barile e toglieva il coperchio superiore con la punta del suo
coltello. — Se non puoi farlo con le buone maniere, prova con la forza bruta.
L'ucraino si avvicinò da dietro al cavaliere e prima che avesse il tempo di reagire
lo afferrò con una mossa di judo. Nel frattempo i due iloti, uno per ogni lato,
tagliarono le cinghie che lo legavano alla mula. Approfittando del momento, Viktor
gli diede uno spintone e gli affondò la testa nel barile.
In un primo momento si scosse furiosamente, ma l'ucraino gli teneva la testa sotto
il liquido con una mano ferrea, mentre con l'altra lo placcava sulla schiena. Quando il
cavaliere non poté più respirare, cominciò ad ingoiare. Allora, l'ucraino gli sollevò la
testa tirandolo per i capelli, e dopo alcuni secondi tornò a mettergliela di nuovo nel
barile.
Pritchenko ripeté questa manovra una dozzina di volte, con la furia implacabile di
un inquisitore. Di volta in volta, riusciva a fargli ingoiare una quantità di Cladoxpan
sempre maggiore. Infine, le convulsioni cominciarono a cessare e il suo corpo si
rilassò. Viktor, finalmente soddisfatto, lo scansò dal barile e lo stese delicatamente a
terra, di fianco alla mula che li guardava con occhi stupiti.
— E adesso? — chiese Mendoza.
— Adesso dobbiamo solo sperare — rispose Viktor cercando di sembrare più
tranquillo di come in realtà si sentiva. — E incrociare le dita affinché tutto vada bene.

La prima cosa che notai quando aprii gli occhi fu una nausea molto forte. C'era un
odore insopportabile nell'aria, e sentivo i polmoni allagati, come se fossi stato sul
punto di annegare. Ero disteso supino, e qualcuno mi aveva messo sopra una coperta.
Era già buio, e le stelle brillavano debolmente nel firmamento. La luce di una
manciata di enormi falò accesi da una parte mi permetteva di distinguere una serie di
figure tra le ombre.
Mi chinai di lato e vomitai per un tempo che mi sembrò un'eternità. Avevo la
madre di tutti i mal di testa che mi pulsava nelle tempie, e nel complesso mi sentivo
come se stessi smaltendo i postumi della più colossale sbornia della storia, ma ero
vivo.
Ero vivo.
Vivo.
L'immensità di quella notizia mi travolse. In qualche modo ero sfuggito alla morte,
o alla Non-Morte, per un soffio. Ero debole e stanco come poche altre volte nella mia
vita, ma non mi ero trasformato in un Non-Morto.
— Bene, bene, guarda chi si è degnato di svegliarsi — disse una voce conosciuta
alle mie spalle.
— L'avrei fatto più tardi, ma questo posto fa schifo. Di sicuro l'hai scelto tu —
replicai mentre mi sforzavo di mettermi seduto
Viktor ed io ci fondemmo in un prolungato abbraccio. L'ucraino sospirava di
sollievo ed io tremavo in maniera incontrollabile, mentre il mio corpo cercava di
riadattarsi alla vita.
— Ti ho detto un mucchio di volte di non andare là fuori senza di me — sbottò
l'ucraino, ironico. — Vedi che a momenti ti ammazzano.
— Ti ho cercato molto — replicai, sarcastico. — Ma il viaggio non ti sarebbe
piaciuto. Non c'era un solo bar aperto su tutta la strada.
Un paio di iloti si avvicinarono e cominciarono a sussurrare tra loro, mentre mi
indicavano. Dopo un po’ si avvicinarono una mezza dozzina e più per osservarmi.
Alcuni si fecero il segno della croce e mi guardarono con un'espressione strana e
riverente mentre parlavano tra loro.
— Che diavolo stanno dicendo? — domandò Viktor, confuso. Lo stretto accento
portoricano di quegli uomini era di fatto incomprensibile all'ucraino.
— È un versetto della Bibbia. Dicono, "Discese agli inferi e resuscitò dai morti" —
risposi, mentre la stanchezza mi immergeva di nuovo nel sonno. — Credono che sia
un segno, come quello della mula.
— Credono che tu sia il Messia? — domandò Viktor, incredulo.
— Non essere idiota — replicai, insonnolito. — Non sono nessun Messia. Ma se
crederlo renderà più facile abbattere il falso Messia che vive a Gulfport, mi metterò
una tunica bianca, se sarà necessario.
— Non sarà necessario — rispose Viktor, mentre mi aiutava ad alzarmi. — In
meno di venti ore il ghetto si solleverà in armi. La faremo finita in un colpo solo con
Greene e la sua gentaglia.
— Di che cazzo stai parlando, Viktor? — chiesi. Era il mio turno di essere
confuso.
— Te lo spiegherò per strada — rispose l'ucraino. — Ora dobbiamo andarcene da
qui.
Mi portarono sulla cabina di un camion mentre il resto del convoglio accendeva i
motori. Era già notte fonda e gli iloti erano un po' nervosi di fronte alla possibilità di
fare brutti incontri nell'oscurità. Viktor salì con me sul camion e la colonna si mise in
marcia.
— Ti presento Carlos Mendoza — mi disse e mi indicò un messicano alto, bruno e
robusto che mi guardava con un brutto muso. — Non fare caso a niente di quello che
ti dice. Anche se è un brontolone e per colpa sua mi sono rotto il setto nasale, non è
un tipo cattivo. È il leader di tutta questa gente.
— Ci conosciamo già. L'avvocato del ponte di Gulfport, ricorda? — dissi mentre
gli tendevo la mano.
— Bene, bene. Così tu sei il fidanzato della gachupina — replicò, senza fare il
minimo cenno di stringermi la mano. — Devo riconoscere che sei un duro. Sei il
primo che torna dalla Landa, anche se sei stato via per poco.
— Ho avuto fortuna — dissi, mentre abbassavo la mano. — Se non foste stati qui
non sarei durato mezz'ora in più. — Mi voltai verso Viktor che mi guardava con gli
occhi pieni di orgoglio. Sembrava un padre che guarda suo figlio mentre impara ad
andare in bicicletta. — Che diavolo ci fate qui, Viktor? Che cosa sta succedendo?
L'ucraino cominciò a spiegarmi tutto quello che era successo in mia assenza, da
quando c'eravamo separati al municipio. Mendoza si unì alla conversazione,
malvolentieri all'inizio, ma sempre più emozionato man mano che stavo rimpolpando
i suoi piani. La rivolta del ghetto era un'ossessione per lui, il suo progetto più caro.
Ed era a poche ore dal farlo.
Quando fummo a meno di cinque chilometri da Gulfport, improvvisamente,
l'autista del camion fece una frenata. Il blindato che apriva la marcia si era fermato e i
suoi componenti si affacciavano allo sportello. Nel cielo, in lontananza, un bengala
rosso saliva in cielo, seguito da altri due.
— Che cosa succede? — domandai. — Che cosa significa?
Il messicano ci guardò. Il suo viso, abitualmente tranquillo, era pallido e tirato.
— È il ghetto — rispose, senza poter controllare la furia. — È il segnale di
emergenza per una retata. I Verdi sono entrati.
— Quanto sarà brutta la situazione? — domandò Viktor.
— Brutta. In qualche modo hanno scoperto i nostri piani e hanno anticipato i loro.
— Mendoza prese il walkie-talkie e diede ordine alla colonna di avanzare a tutta
velocità, prima di girarsi di nuovo verso di noi. — Preparatevi a combattere, se
arriveremo in tempo. La pulizia del ghetto è cominciata.
44

— Alejandra, abbiamo bisogno di più stracci — disse Lucía. — E di un paio di


bottiglie vuote. Stanno finendo.
La messicana si alzò e si avvicinò a una scatola situata in fondo alla sala dove loro
due e un'altra mezza dozzina di persone si affannavano a preparare bombe molotov.
Prese un rotolo di strisce di cotone e un carrello pieno di bottiglie di vetro vuote e
tornò al suo posto vicino a Lucía.
Tutto il ghetto era pieno di piccole officine come quella, dove gli iloti si
preparavano per l'imminente assalto al Muro del ghetto. In alcuni posti, come quello,
si preparavano bottiglie molotov, e in altri avevano organizzato rudimentali fabbriche
di munizioni, anche se la loro affidabilità nella foga della battaglia era tutta da
verificare.
Viktor aveva ragione, pensò Lucía. Siamo quasi senza armi. Se non ce la facciamo
per primi ci schiacceranno come insetti.
Il buonumore della ragazza era sparito completamente e al suo posto si era
installata una nuvola nera di amarezza che non l'abbandonava un solo momento. I
primi due giorni nel ghetto li aveva vissuti con eccitazione, permanentemente
affacciata sulla muraglia esterna, scrutando l'orizzonte alla ricerca del minimo segno
di qualcuno che stesse tornando a Gulfport. Aveva passato così tanto tempo arroccata
sulla recinzione, senza che gli importasse nulla della pioggia costante né dei Non-
Morti che ruggivano a pochi metri sotto di lei che per un momento Pritchenko e
Alejandra avevano pensato che la giovane stesse per perdere il senno. Scese dalla
muraglia solo quando Mendoza glielo ordinò seccamente. Lì la sua presenza sarebbe
stata un richiamo per le pattuglie della Milizia di Greene e in qualsiasi momento
poteva attirare domande scomode. Domande a cui nessuno voleva rispondere così
pochi giorni prima che il ghetto aprisse il fuoco contro i suoi oppressori.
L’entusiasmo iniziale si andò affievolendo, insieme alle sue speranze, man mano
che i giorni continuavano a passare. Anche se non voleva riconoscerlo, era
perfettamente cosciente che a ogni ora che passava le possibilità che lui ritornasse
erano sempre meno. Non si trattava solamente dei pericoli all'esterno, innumerevoli e
sconosciuti, né dell'infezione che sapeva scorrere nelle sue vene, bensì di qualcosa di
molto peggio. Non aveva la piena certezza che non l'avessero ucciso dopo essere
sceso dal treno. Quello era un incubo che la tormentava ogni notte, urlando, e l’unica
cosa che poteva fare dopo era rannicchiarsi nel suo letto, tremando e sperando finché
la debole luce del mattino non le indicasse che era arrivato un nuovo giorno. Un altro
giorno senza sue notizie.
Il suo viso, gonfio e con occhiaie profonde, indicava l'inferno che stava passando.
Aveva smesso di mangiare e si sentiva come un corpo senza vita, ignaro di tutto e
tutti. Infine, Alejandra si era piazzata davanti a lei una mattina e si era seduta su una
delle linee di produzione.
— Devi occupare la testa con altre cose — le disse. — Fallo o impazzirai dal
dolore. Non sei la prima che ha passato questo, né sarai l'ultima. La gente lo mette a
fuoco in due maniere distinte: o cerca di digerire quel dolore e lo trasforma in
qualcosa di piccolo e maneggevole, o lascia che quel dolore cresca così tanto che alla
fine ti schiaccia e non ti lascia respirare. Tu hai preso la seconda strada, e credimi,
conduce solo a una vita grigia, triste e senza futuro. Devi andare avanti.
— Non voglio andare avanti — si limitò a dire Lucía. — Non senza di lui. —
Andrai avanti, certo che lo farai. — Alejandra gli strinse affettuosamente il braccio e
gli sollevò il mento per guardarla dritta negli occhi. — Devi proseguire, per te e per
tutto quello che rappresentavate insieme. Per lui, e per il suo ricordo. Ma, soprattutto,
devi continuare perché non puoi abbandonare, non adesso. Il futuro è molto vicino.
Quest’incubo finirà prima o poi e allora il mondo sarà un posto molto grande per
poca gente. E tu devi arrivarci. Quindi siediti e incomincia a fabbricare le bombe
molotov come se ci fosse la vita in loro. Svuota la mente, se è necessario, pensa a
qualunque altra cosa, ma lotta per vivere!, o tutto ciò che hai fatto finora, per te stessa
o per lui, sarà priva di significato.
E Lucía aveva abbassato la testa e aveva cominciato a lavorare in silenzio,
ingoiando le lacrime e conservando il dolore in un cassetto molto profondo, sepolto
nel suo cuore. Presto scoprì che il lavoro meccanico della linea l'aiutava a mantenere
a galla la testa e benché non gli permettesse di dimenticare, almeno era occupata. E
questo era ciò che gli serviva in quel momento.
— Come hanno intenzione di aprire un buco nel Muro? — domandò ad Alejandra,
mentre riempiva con cura una delle bottiglie con mezzo litro di benzina e scaglie di
sapone di potassio.
— Non ne ho idea — replicò la ragazza. — È un segreto che pochi conoscono. Si
mormora che in una delle cantine stiano raccogliendo enormi quantità di fertilizzante
e Dio sa cos’altro, per fabbricare un esplosivo molto potente, ma non so se è vero. —
Guardò attentamente intorno prima di continuare a parlare: — Anche i muri hanno le
orecchie.
— Spero che funzioni, qualunque cosa sia, perché... — La giovane si interruppe
improvvisamente. Erano echeggiati un paio di spari isolati. Tutti nel laboratorio
alzarono la testa, allarmati, e improvvisamente una lunga raffica risuonò di nuovo,
col rumore incrociato di vari fucili d’assalto in sottofondo.
— Che diavolo sta succedendo? — domandò Lucía, allarmata.
— Non lo so, ma non va bene. — Alejandra balzò in piedi e aprì con cautela una
delle finestre del piano superiore della casa.
Le finestre erano sbarrate per impedire a chiunque di vedere quello che succedeva
all'interno, così dovette lottare per un momento con le chiusure fino a quando riuscì
ad aprirla a mo’ di ghigliottina. Affacciò la testa all'esterno e immediatamente la
rimise dentro a tutta velocità.
— Tutta la strada è piena di Verdi e di miliziani! — gridò, allarmata. — E hanno i
camion, sono decine!
— Quanti sono? — chiese un uomo alto e magro, con un'incipiente calvizie in
mezzo a una matassa di riccioli neri, mentre si metteva nella cintura un paio di
bottiglie molotov prese da una cassa.
— Non lo so, ma sono moltissimi, più del solito. Devono aver arruolato altri
miliziani, perché sono dappertutto.
— Che cosa facciamo? — mormorò una donna, spaventata. — Gato e la
maggioranza dei leader sono fuori città e non resta quasi nessuno che possa
coordinare i gruppi.
— Dovremo agire per conto nostro. — Lucía rimase sorpresa sentendo quelle
parole uscire dalla sua bocca, ma contemporaneamente sentì un senso di pace
interiore che non aveva mai sentito in quei giorni. Voleva farsi giustizia con le sue
mani. Fanculo a quelli che avevano spezzato la sua vita. Che condividessero un po'
del suo dolore. — Non c'è modo di lanciare un segnale? — chiese.
— Sì, un gioco di bengala rossi — rispose Alejandra. — Non so dove stanno, ma
sono sicura che qualcuno si occuperà di questo da un momento all’altro.
— Puoi occuparti di distribuire alcune di queste — disse Lucía trascinando una
cassa piena fino al bordo di bombe molotov. — E il primo di quei bastardi che prova
a mettere il naso davanti a noi, sai cosa devi fare.
Caricarono le bottiglie negli zaini che avevano preparato e uscirono in strada.
Dappertutto rimbombavano spari, grida e il rumore di vetri e legno rotti. I Verdi si
stavano dando da fare per ripulire le roccaforti più difficili del ghetto, e ormai non
dovevano dissimulare. Quella era la Grande Purificazione, e quelli che avessero
resistito dovevano essere eliminati senza compassione. Le maschere erano cadute.
Un paio di esplosioni scossero la strada. Improvvisamente, il crepitio delle armi
raggiunse un parossismo demoniaco e un'enorme palla di fuoco si alzò dall’altra parte
del ghetto, in mezzo a un boato devastante.
— Gli stanno tenendo testa! — ruggì l'uomo alto, alzando un pugno. — Quelli che
suonano sono corna di capra10, non gli M4 dei Verdi.
— Dobbiamo sbrigarci — li esortò Alejandra. — Non credo che abbiano
munizioni sufficienti per sostenere a lungo questa sparatoria. Avranno bisogno di
tutto l'aiuto che possiamo dargli. Dividiamoci in più direzioni e distribuiamo le
molotov.
Il piccolo gruppo si disperse nei quattro sensi. Lucía e Alejandra andarono col
messicano alto che sembrava essere molto sicuro della direzione da prendere. Il
fragore della sparatoria era generalizzato e il cielo rifletteva il bagliore rossiccio di
una dozzina d’incendi. La gente correva ovunque, molti di essi gridando spaventati,
ma molti altri provvisti di una collezione eterogenea di armi e con uno sguardo
determinato negli occhi che non ammetteva repliche.
— Quando il topo è chiuso in un angolo, è capace di attaccare il leone — mormorò
Lucía tra i denti.
— Che cosa dici? — domandò Alejandra.
— Niente — rispose Lucía, sentendo un impeto di furia fredda e dura come il
ghiaccio inondargli le vene. — Ripeto qualcosa che usava dire... Be’, qualcosa che di
solito diceva lui, lo sai.
— Me lo racconterai più tardi. — La messicana la tirò per un braccio. — Adesso
dobbiamo sbrigarci! Corri!
Si sentì uno stridio di pneumatici quando un camion pesante girò l'angolo, con un
gruppo di miliziani Verdi appollaiati sul cassone aperto. Avevano sostituito la stella
bianca dell'esercito americano con la croce verde di Greene, e avanzavano a tutta
velocità, spazzando via le persone che incrociavano la loro strada. L'autista sorrideva
sadicamente e girava lo sterzo per investire con le difese rinforzate del camion quelli
che non erano abbastanza rapidi per allontanarsi dalla sua traiettoria.
— Scansatevi ragazze! — gridò il messicano alto che le accompagnava, mentre
tirava fuori una molotov dalla scatola e si metteva in mezzo alla strada, con l’ordigno
nascosto dietro la schiena.
L'uomo accese la molotov con un accendino, in modo che l'autista del camion non
potesse vederlo, e rimase in piedi, immobile, in mezzo alla strada, sfoggiando un
coraggio quasi da suicida. Vedendolo, quello del camion non frenò, ma accelerò con
espressione feroce. Il messicano attese ancora, con le labbra strette e lo sguardo vigile
fino a che il camion fu a meno di tre metri da lui. Poi, con un balzo prodigioso si
gettò di lato mentre lanciava la bomba molotov attraverso il finestrino aperto della
cabina che era a meno di un metro da lui.
La bottiglia scoppiò all’interno formando un'immensa palla di fuoco che avvolse
immediatamente l'autista e il suo compagno. Il camion zigzagò sulla strada, con le
fiamme che uscivano dagli sportelli, mentre i miliziani nel cassone dovettero
aggrapparsi con forza per non essere sbalzati fuori. Infine, il veicolo pesante si
incassò contro il portico di un edificio con un boato enorme di ferri contorti e legno
fracassato. I soldati nel cassone posteriore furono proiettati come palle di cannone in
tutte le direzioni e la maggior parte di loro si schiantò contro le macerie della casa.
Quelli che non si ruppero il collo nello schianto si infilzarono sulle travi spezzate
della facciata o caddero in mezzo alle fiamme che cominciavano a divorare la
struttura. Dopo pochi secondi, dalle rovine provenivano solo il ruggito del fuoco e
urla di dolore strazianti.
— Questo è fatto — disse l'uomo alto, come se si trattasse di cosa da tutti i giorni.
— Andiamocene da qui.
Raccolsero gli zaini e continuarono abbassati per la strada fino ad arrivare
all’incrocio successivo. In una delle case all'angolo si erano trincerati un gruppo di
iloti che sparavano una grandine di fuoco sui miliziani che tentavano di attraversare
l'incrocio. Sul suolo giacevano i cadaveri di più di una dozzina di soldati di Greene,
abbattuti dai colpi. I miliziani superstiti si erano rifugiati dietro i loro veicoli e
rispondevano agli spari degli iloti con i loro fucili d’assalto. La loro potenza di fuoco
era molto superiore, ma gli iloti erano ben protetti dentro la casa, e la situazione era
arrivata a un punto morto.
Improvvisamente apparve da un incrocio un Humvee blindato con una
mitragliatrice M2 da 50 millimetri fissata sul tetto. L’Humvee si fermò a cinquanta
metri dalla casa e un miliziano puntò la M2 contro la facciata.
Gli iloti rivolsero il fuoco verso quella nuova minaccia, ma fu troppo tardi. La M2
ruggì con cadenza pigra e la facciata della casa si dissolse in una nuvola di legno
polverizzato, cemento e sangue. Quando cessò il fuoco, dopo alcuni secondi, non
rimaneva niente del piano superiore dell'edificio.
— Aspettate qui — sussurrò il messicano alto, e accese due bottiglie. — Stavolta è
molto facile. — Con una bottiglia per mano cominciò ad avanzare verso l’Humvee,
ben incollato alle pareti del marciapiede opposto per evitare di essere scoperto
dall’equipaggio del veicolo.
All’improvviso, un miliziano lo vide e diede l’allarme. Il messicano, vistosi
scoperto, lanciò un grido di guerra e cominciò a correre verso il veicolo, mentre
sollevava la prima molotov al di sopra della testa, ma era troppo tardi.
La mitragliatrice ruggì di nuovo. Le pallottole colpirono il corpo dell'uomo con
tanta violenza che lo tagliarono in due. Precipitò al suolo, come una bambola di
pezza, e cadendo le bombe molotov si ruppero e rovesciarono tutto il liquido
incendiario sul suo corpo. In un attimo restò solo un mucchio di carne ardente in
mezzo alla strada.
Lucía e Alejandra si guardarono, terrorizzate, ma prima che avessero il tempo di
fare qualsiasi movimento, un altro Humvee apparve alle loro spalle. Le ragazze si
voltarono, prese tra due fuochi. Lucía accese ferocemente una delle molotov, ma il
secondo Humvee tirò dritto di fianco a lei e si diresse direttamente verso il gruppo di
miliziani che li salutavano allegri. Improvvisamente, il veicolo si fermò e un membro
dell’equipaggio si affacciò al boccaporto superiore. I gesti festanti dei miliziani si
trasformarono in gesti di terrore quando l’uomo del secondo veicolo puntò la sua
mitragliatrice pesante contro di loro e cominciò a sparare.
Una pioggia di pallottole di grosso calibro segò i miliziani come una gigantesca
falce. Il primo Humvee esplose in una palla di fuoco quando le pallottole incendiarie
da 50 millimetri penetrarono nel serbatoio della benzina e presero fuoco. Il tiratore
continuò a fare fuoco fino a che non rimase nessuno che si muovesse in strada. La
casa di legno e il veicolo incendiato ardevano con forza e illuminavano in maniera
spettrale le decine di corpi caduti nelle più strane posizioni.
La porta laterale dell’Humvee si aprì e un soldato si affacciò cautamente.
Vedendolo, Alejandra non poté contenere un grido.
— Strangärd!
Lo svedese saltò come una molla sentendo il grido e fu sul punto di sparare col suo
fucile. Quando vide Alejandra e Lucía spuntare dalla siepe dove si erano nascoste,
tirò un sospiro di sollievo.
— Che diavolo ci fate qui voi due? — domandò. — Per poco non vi ho sparato,
per l'amor di Dio!
— Che cosa ci fai tu qui? — chiese Lucía, a sua volta.
— Siamo venuti non appena abbiamo potuto — spiegò lo svedese mentre
abbassava l'arma. Lucía osservò che portava un bracciale bianco sul bicipite destro.
— Abbiamo saputo che la pulizia stava per cominciare e abbiamo deciso che
dovevamo fare quello che potevamo per evitare un massacro, ma questo è peggio di
quanto potessimo immaginare. Non siamo molti, ma siamo ben armati. Ditemi, dov’è
Mendoza? Devo parlare con lui.
— Il Gato sta fuori città — rispose Alejandra. — Andava a prendere i barili di
Cladoxpan.
— Maledizione! — imprecò lo svedese. — Proprio adesso, quel dannato bastardo
sparisce. E il tipo basso biondo, il militare russo, dove sta?
— È andato via con lui — disse Lucía. — E non è russo, è...
— Ucraino, lo so, lo so — l'interruppe Strangärd. — Allora, chi è al comando delle
vostre forze?
— Non ne ho idea — rispose Alejandra, con sincerità. — Volevamo arrivare fino
al centro del ghetto per informarci e per portare tutto questo. — Indicò i pesanti zaini
pieni di bombe molotov.
— A piedi non ci riuscireste in nessun modo — replicò Strangärd. — Il grosso
dello scontro è in centro, e Grapes ha portato truppe di rinforzo. È entrato con quasi
mille uomini nel ghetto. Salite sull’Humvee. Cercheremo di avvicinarci il più
possibile, e che Dio ci aiuti.
Le ragazze salirono sul veicolo e quando furono dentro l'autista mise in moto.
Passando al centro della strada, il veicolo investì i resti incendiati del messicano alto
che era ridotto a una mummia carbonizzata.
Quando finalmente l’Humvee si allontanò dall'angolo della strada, davanti a quella
casa in fiamme calò il silenzio. Rimasero solo i caduti delle due fazioni, a guardarsi
gli uni e gli altri con gli occhi vuoti della morte.
45

Malachy Grapes si sentiva felice.


La sua vita non era mai stata facile, e da piccolo aveva dovuto sentire innumerevoli
volte come lo chiamavano «spazzatura bianca». Figlio di una ragazza madre
dipendente dal crack, il piccolo Malachy aveva dovuto imparare a difendersi sin da
bambino con la forza dei suoi pugni, e quando diventò un poco più grande, con i
coltelli prima e le armi da fuoco poi. Passare dalle gang di strada alla Nazione Ariana
era stato facile. Il resto era venuto da sé.
La cosa certa era che Grapes andava dispensando violenza da tutta una vita, inclusa
la lunga stagione in carcere. E aveva imparato a sfruttarla. Di fatto, gli piaceva. Oh,
cazzo, se gli piaceva. La relazione psichiatrica del carcere aveva fatto una descrizione
molto dettagliata della personalità di Grapes e dei suoi marcati raptus schizzoidi, uniti
ad un’intelligenza sopra la media, ma questo a lui non importava. Il dolore degli altri
era ciò che lo motivava. E il potere.
Però niente di ciò che aveva vissuto fino a quel momento si poteva paragonare a
ciò che sentiva in quel preciso istante, in piedi in mezzo ad una strada del ghetto di
Bluefont, mentre i suoi uomini cacciavano implacabili fino all’ultimo di quei negri e
gitani disgraziati.
Infatti mentre i suoi stivali sguazzavano in una pozza di sangue che usciva dalla
testa di un ilota e le case crollavano in un inferno di scintille e macerie carbonizzate
intorno a lui, Grapes si sentiva più vivo che mai. Si sentiva come se fosse un dio, un
dio della guerra, violento e distruttivo. E la sensazione era così forte e affascinante da
non poterla quasi sopportare.
L’avrebbe fatta finita con tutti loro quella notte stessa. E non pensava nemmeno di
risparmiare duemila iloti, come gli aveva chiesto Greene. Si sarebbe inventato una
scusa per giustificarsi. Hanno resistito troppo, reverendo. Non l’avrebbero accettato.
Non si sono lasciati prendere vivi. Non aveva importanza. Qualcosa sarebbe
accaduto. Ma in quel momento era così ubriaco di sangue che solo un tipo di pensiero
gli occupava la mente. Uccidere, distruggere, mutilare. Causare dolore.
— Ehi, Malachy, — disse una voce alle sue spalle. Era Seth Fretzen, il suo braccio
destro. — Mi dicono alla radio che le strade da quel lato sono sotto controllo, ma
sembra che abbiamo qualche problema con la zona nel centro del ghetto. I negri sono
impazziti e ci stanno sparando.
Grapes abbassò lo sguardo e osservò le sue nocche su cui era tatuata la scritta
HATE JEWS senza preoccuparsi di nascondere un sorriso. Quegli imbecilli del
ghetto gli stavano fornendo la scusa che gli serviva.
— Non fa niente, Seth — disse amabilmente. — Andremo fin lì a prendere a calci
il loro culo nero. Vedremo se imparano una fottuta volta chi comanda qui.
Seth Fretzen sorrise, mostrando una dentatura irregolare e marcia dove gli
mancavano parecchi denti. Anche lui se la stava godendo alla grande. Fece un
segnale al gruppo numeroso di militari e Guardie Verdi che conducevano il veicolo di
Grapes e si sedette al volante di quell’auto, mentre i membri della sua scorta salivano
sul proprio mezzo. Con un rombo di motori la piccola carovana cominciò ad avanzare
per le strade in fiamme di Bluefont. Al suo passaggio, decine di figure correvano a
nascondersi tra le ombre.
Grapes le guardò, sprezzante. Si sarebbe occupato di loro in seguito. Prima doveva
eliminare quelli che avevano avuto il coraggio di affrontare i suoi uomini. Fatto ciò, il
cuore della Resistenza sarebbe stato dimezzato e gli altri sarebbero diventati degli
agnellini.
Quegli idioti. I Giusti, si facevano chiamare.
Come se la giustizia avesse qualcosa a che vedere con tutto ciò. Per quanto
riguardava Grapes la giustizia era morta insieme al vecchio mondo, distrutto
dall’Apocalisse.
Adesso imperava solo la legge del più forte. E lui, col permesso di Greene, era il
più forte.
Il suo convoglio girò l’angolo e all’improvviso cominciarono a risuonare spari da
tutte le parti. Il militare che occupava la torretta da 50 millimetri del suo Humvee
cadde dentro al veicolo con metà della testa spappolata da un proiettile. Una raffica di
mitragliatrice punteggiò completamente una fiancata del veicolo incrinando i cristalli
rinforzati. Di riflesso una serie di protuberanze apparirono sul lato interno della porta,
segnando i punti in cui avevano impattato i colpi. Se non fosse stata blindata Grapes
sarebbe stato crivellato in quel preciso istante. L’ariano guardò la porta stupito
mentre uno dei veicoli della sua scorta saltava in aria in una palla di fuoco. Due iloti
si allontanarono dal lì correndo, dopo aver lanciato una bottiglia Molotov, ma
caddero sotto i colpi dei suoi uomini prima di poter trovare un rifugio.
Il suo convoglio ordinato si era trasformato in un attimo nel completo caos; Grapes
sentì le vene del collo che gli pulsavano furiosamente.
— Seth, che tutti i rinforzi vengano qui immediatamente! Fottiamo questi bastardi!
E che portino un fottuto blindato pesante!
Il luogotenente assentì e pronunciò gli ordini per radio. Nel frattempo Grapes uscì
dal veicolo per organizzare i suoi uomini in una linea di fuoco che potesse tirarli fuori
dall’imboscata. I proiettili fischiavano intorno all’ariano ma lui li ignorava. Era
troppo infuriato per rendersene conto.
Alla fine, riuscì a formare un semicerchio in un angolo della piazza mentre gli iloti
si concentravano principalmente sull’altro lato. I suoi soldati sparavano alla cieca
nell’oscurità, sprecando munizioni come se fossero in un corso di tiro al bersaglio.
Non importava. Ne avevano in abbondanza. Tutto il fottuto deposito della Marina di
Gulfport era a sua completa disposizione.
Tuttavia, il fuoco degli iloti era diminuito abbastanza, ridotto solamente a dei colpi
sporadici rispetto all’uragano di spari che stavano dispensando i suoi uomini. Grapes
grugnì soddisfatto. Sospettava che i negri fossero rimasti senza munizioni, ma non
voleva rischiare.
All’improvviso un Humvee simile al suo ma privo della croce verde di Greene sul
fianco, apparì da una delle stradine che sboccavano in piazza. Il conduttore frenò di
colpo, sorpreso dall’incontro come lo erano gli uomini di Grapes. Tuttavia reagì con
prontezza accelerando a tutta velocità, mentre il suo tiratore apriva il fuoco contro la
sua linea. La pesante mitragliatrice da 50 millimetri perforò i blindati laterali come se
fossero lattine di soda e mezza dozzina dei suoi ragazzi caddero al suolo
contorcendosi dal dolore. L’Humvee accelerò e sparì tra le ombre, come uno spirito
maligno.
Grapes scrutò l’oscurità aggrottando la fronte mentre cercava di seguire il rombo
del motore. L’Humvee si muoveva rapidamente da una parte all’altra sfruttando la
copertura del buio per nascondersi ed evitare di essere un facile bersaglio. Quando i
suoi soldati risposero al fuoco era già sparito dall’altro lato delle case. Dai rifugi degli
iloti si udì un grido di gioia. Il leader dei Verdi imprecò sottovoce. In qualche modo
quei bastardi erano riusciti ad assicurarsi uno dei suoi veicoli. Non poteva essere
altrimenti. A meno che i suoi non si fossero alleati con l’altro lato del Muro. Questo
era molto più preoccupante. Grapes cercò di indovinare chi ci fosse dentro il veicolo
che in quel momento si stava avvicinando per un altro assalto, ma era ancora troppo
lontano e la luce degli spari lo abbagliava.
Il convoglio di Grapes si era fermato ed era così grande da essere un bersaglio
facile. In quel secondo attacco i proiettili andarono a segno praticamente tutti,
costringendo i suoi uomini a rifugiarsi dietro i blindati. Grapes si pentì di non aver
portato gli apparati per la visione notturna che avevano trovato nel deposito militare.
Nemmeno nel suo incubo più delirante avrebbe immaginato che i negri e gli sporchi
gitani avrebbero opposto tanta resistenza. Proprio in quel momento sentì tremare la
terra sotto i suoi piedi. Girando l’angolo, un pesante blindato Bradley arrivava
ruotando sulle sue catene, mentre l’asfalto si crepava sotto il suo peso.
— Il blindato è qui Malachy! — gridò Seth esultante.
— Che venga avanti e che la faccia finita con questi pazzi una volta per tutte —
grugnì Grapes, indicando le case dall’altra parte.
L’autista del Bradley ascoltò gli ordini e annuì. Poco abituato a quel mezzo di
trasporto fece stridere le marce un paio di volte prima di ingranare quella corretta, ma
quando ci riuscì il blindato cominciò ad avanzare in modo inarrestabile verso gli iloti.
L’Humvee incrociò il suo cammino in preda alla disperazione, sparando quasi a
bruciapelo i proiettili della sua mitragliatrice, ma il Bradley era troppo grosso per
farsi impressionare. In quel preciso istante l’autista dell’Humvee commise un errore
fatale girando un angolo troppo pronunciato per evitare una raffica ben mirata
proveniente dalla linea di Grapes. Nel farlo il veicolo barcollò e l’autista dovette
ridurre la velocità per recuperarne il controllo. L’artiglieria del Bradley approfittò di
quel momento per sparare una scarica contro l’Humvee, ormai fermo come un’anatra
sulla sua linea di tiro.
La raffica colpì il motore che scoppiò con un rumore sordo proiettando frammenti
in ogni direzione. L’equipaggio dell’Humvee uscì a tutta velocità dal lato opposto
seguito da una pioggia di colpi provenienti dalla linea di Grapes. Due di loro caddero
di schiena quando furono colpiti, e un altro lanciò un grido quando un proiettile gli
attraversò una gamba.
A Grapes sfuggì un’imprecazione. I morti dell’Humvee erano bianchi.
Questo significava che potevano essercene altri come loro, persino nella sua
retroguardia. Di colpo non si sentì più tanto sicuro, né forte. La paura di cadere in
un’imboscata cominciò a penetrare nella sua mente, scaltra e silenziosa. Ma ormai era
andato troppo oltre per fermarsi.
Il fuoco dalle case degli iloti si era ridotto al minimo. Dalle finestre piovevano
bottiglie molotov sul Bradley, che però procedeva come niente fosse.
Il blindato lanciò una rapida serie di proiettili incendiari dentro le case. In meno di
due minuti le fiamme cominciarono a spuntare dalle finestre del piano inferiore.
Qualcosa esplose con violenza dentro una delle abitazioni, e parte del tetto si levò in
aria come il cappello di un marinaio, per andare a schiantarsi pochi metri più in là.
Tutta la piazza rimase coperta da macerie e resti carbonizzati.
Dai piani superiori gli iloti si gettavano nel vuoto con i vestiti avvolti dalle
fiamme. I militari gli sparavano a mano a mano che cadevano, e i corpi restavano
immobili in mezzo alla strada crepitando lentamente. Alcuni uscirono dalla porta in
mezzo ad una nube di fumo, tossendo e inciampando. Grapes intravide una figura
conosciuta in mezzo ai fuggitivi e alzò il braccio.
— Fermate il fuoco! — ruggì — Che nessuno spari, cazzo! Quello lì lo voglio
vivo!
Un gruppo di militari avanzò circondando i sopravvissuti. Non erano più di una
mezza dozzina, ed erano coperti di tagli e ferite. Grapes sgranò gli occhi quando lo
portarono davanti a lui.
— Non può essere. — Scuotendo la testa, incredulo. — Accidenti se non è lo
stronzo di Strangärd… Schifoso svedese presuntuoso e arrogante. Tu eri uno di quei
Giusti di merda!
Lo svedese alzò la testa e guardò Grapes con serenità. La sua gamba destra aveva
una brutta ferita d’arma da fuoco e non smetteva di sanguinare.
— Grapes, questo è un massacro — gli disse. — Non hai motivo di fare questo.
Non è necessario. Non devi obbedire a Greene fino a questo punto. Stai mettendo fine
alla vita di innocenti a causa dei deliri di un vecchio pazzo.
Grapes rimase a guardarlo fisso come se non potesse credere a quello che stava
sentendo. Di colpo scoppiò a ridere mentre batteva le mani sulle gambe.
— Ho sempre pensato che fossi stronzo, ma questo è il massimo! — Si avventò
all’improvviso su Strangärd, lo prese per il bavero della giacca e avvicinò la bocca
all’orecchio dello svedese in modo che nessuno potesse sentirlo. — Davvero credi
che io faccia questo solo per il reverendo, grandissimo pezzo di idiota? Non ti rendi
conto che questo è il primo passo verso qualcosa di più grande? Non vedi che questo
è il mio destino manifesto? Salire in cima ai corpi di tutti e di ognuno di questi fottuti
negri, se è necessario; nessuno può fermarmi. Nessuno. Mi senti? Sono un dio della
guerra, razza di frocio svedese. E hai commesso un terribile errore ad incrociare il
mio cammino.
Si eresse in tutta la sua statura sfilando dalla fondina la sua pistola. Tolse la sicura
rumorosamente e la puntò contro la testa dello svedese.
— Il vostro golpe è finito ancora prima di iniziare. — Indicò le rovine ardenti delle
case e della piazza. Le sparatorie nel resto del ghetto proseguivano, ma erano sempre
più deboli e vacillanti. I Verdi, più numerosi e meglio armati, stavano prendendo il
controllo della situazione. — Se ti può consolare, non avresti avuto la minima
possibilità. Ma adesso voglio che tu mi dica chi sono i tuoi complici dall’altra parte
del Muro. Voglio nomi, indirizzi e piani. Ogni cosa.
— Vai a farti fottere, Grapes — esplose Strangärd. — Non mi lascerai uscire vivo
da qui e lo sappiamo entrambi. Non puoi minacciarmi con niente, quindi puoi metterti
i tuoi «piani» su per il culo.
L’ariano osservò per un secondo lo svedese sdraiato a terra.
— D’accordo. — Indicò con la punta della pistola Alexandra e Lucía, che erano di
fianco a Strangärd, con i vestiti bruciacchiati e un’espressione di orrore sul volto. —
Seth, prendi una di queste due e portala qui dietro.
Seth Fretzen si avvicinò esibendo il suo putrido sorriso, come se quello fosse il
giorno più felice della sua vita. Dalla tasca della sua giacca militare tirò fuori delle
strisce di carta reattiva e le scartò. Passò una striscia su uno dei graffi che Alexandra
e Lucía avevano sul viso e aspettò un secondo. Il suo sorriso diventò ancora più fiero
acquistando una sfumatura che fece seccare la bocca alle due ragazze prese dal
panico.
— Sono pulite, Malachy — disse. — Nessuna traccia del fottuto virus.
Grapes fece un gesto con la pistola, come a dire «Non importa». I suoi occhi non si
staccavano dallo svedese.
— Nomi, finocchio — ripeté. — Voglio i nomi.
— E io ti ripeto di andare a fare in culo — mormorò Strangärd, pallido ma
ugualmente fermo.
— Molto bene — disse Grapes — Tutto quello che succederà a partire da adesso è
per colpa tua.
Due guardie Verdi afferrarono per le braccia Alexandra e la sollevarono. La
messicana tirò calci maledicendoli, ma non poteva competere con gli ariani.
— Cosa fate? — gridò Lucía. — Lasciatela, bastardi!
— Non avere fretta, bellezza — Seth sghignazzò mentre trascinavano Alexandra
dietro il blindato, fuori dalla visuale del resto del gruppo. — Dopo sarà il tuo turno.
Ne abbiamo in abbondanza per entrambe.
Passò un secondo. Alexandra gridava e si dimenava, lottando contro i suoi
carcerieri. Si sentì un sonoro cazzotto e all’improvviso le urla della ragazza si
mescolarono ai singhiozzi. Qualcuno strappò un pezzo di stoffa. In seguito si
cominciarono a udire dei suoni ovattati che lasciavano intuire cosa stava succedendo.
Dei colpi ritmici contro il lato del blindato stavano aumentando di intensità fino a
raggiungere il culmine. Alla fine una voce maschile gridò e il martellamento finì. Si
sentivano solo i gemiti della giovane messicana.
Nel giro di un secondo, Seth Fretzen apparì di nuovo da dietro il blindato, tirandosi
su la patta dei pantaloni con un’espressione soddisfatta. Dall’altro lato del blindato il
martellamento e i singhiozzi ricominciarono quando un altro Verde prese il suo posto.
E ce n’erano altri sei che aspettavano il proprio turno con espressione bramosa.
— Nomi — ripeté Grapes. — Dammi quello che voglio o la prossima sarà lei.
Strangärd per tutta risposta sputò sugli stivali di Grapes. L’ariano infuriato gli
diede una pedata sul petto che lo fece girare di 180 gradi.
— Mi dispiace — ansimò Strangärd guardando Lucía. — Mi dispiace ma non
posso farlo. Ci ucciderà tutti comunque.
Il secondo Verde gemette in un modo ancora più forte del precedente al
raggiungimento del culmine. Quando il terzo si era già sbottonato i pantaloni si udì il
rumore di una sparatoria che si avvicinava a tutta velocità. La radio dell’Humvee di
Grapes prese improvvisamente vita con un parlottare di militari eccitati.
— Una colonna di camion sconosciuti si sta aprendo un varco attraverso il ghetto!
— gridò Seth allarmato togliendosi le cuffie della radio.
— Che li fermino e li attacchino una volta per tutte, cazzo! Sono a corto di
munizioni — rispose Grapes infastidito dall’interruzione.
— Dicono che non possono — rispose Seth improvvisamente preoccupato. —
Sono armati e hanno superato la nostra milizia. — Il Verde ingoiò la saliva. — Sono
diretti qui.
Grapes alzò la testa e per la seconda volta, quella fatidica notte, esitò. Era
un’imboscata? Aveva sottovalutato i negri?
— Da dove arrivano? — domandò indeciso.
— Dicono che vengono da … — Seth Fretzen indugiò come se non potesse
credere a quello che stavano dicendo alla radio. — Vengono dall’esterno del Muro,
Malachy.
L’ariano vacillò alla notizia ma si riprese subito. Erano di più. Molti di più,
avevano dei blindati e munizioni in abbondanza. Gli avrebbero preparato una
sorpresa che non avrebbero facilmente dimenticato.
— Molto bene — disse. — Ci posizioneremo in modo che questa piazza diventi un
poligono di tiro perfetto. Non ne uscirà nemmeno uno vivo da qui. Seth, che il
Bradley si metta in posizione insieme a quelle…
Le sue parole furono interrotte di colpo quando il rumore di un’enorme esplosione
risuonò nella notte. Tutti guardarono allarmati all’orizzonte. Ad est, dall’altra parte
della città, un’enorme nube di fuoco si levava nell’aria. Una raffica di aria calda che
odorava di gasolio arrivò a tutta velocità facendo volteggiare le scintille ardenti delle
rovine.
— Che cazzo è stato? — domandò Grapes sentendo che gli tremava la voce.
Quello che gli era sembrato un piano semplice quando lo aveva pianificato con
Greene si stava trasformando in un autentico incubo pieno di sorprese.
— Non ne ho idea — replicò Fretzen. — Sembra che sia stato vicino alla raffineria
ma è impossibile. È fuori dal ghetto…
— Chiedi conferma per radio, pezzo di idiota! — gridò Grapes spaventato. Aveva
portato con sé tutte le truppe disponibili per l’assalto definitivo al ghetto. Fuori di lì
restavano solo una cinquantina di soldati inesperti e una guardia di sei Verdi che
avrebbero dovuto proteggere Greene. Era tutto ciò che restava a Gulfport. Di colpo ci
fu un’esplosione in un’altra parte della città. Non era un buon segno. No, cazzo, non
era buono per niente.
In lontananza si udì un suono debole ma inconfondibile di spari. Erano raffiche di
fucili d’assalto. Grapes non ne dubitò più. Qualcosa di molto grosso stava
succedendo dall’altra parte del Muro interno, e aveva la priorità su tutto. I negri
dovevano aspettare.
— Andiamo — ordinò in modo deciso. — Seth, ordina per radio che tutti
ripieghino all’altro lato del Muro interno o vi rompo il culo. Che rilascino gli iloti
prigionieri dentro ai camion e corrano fino agli spari dall’altro lato. Massima
urgenza!
— E cosa facciamo con loro? — balbettò Seth indicando Strangärd e Lucía. Per
tutta risposta Grapes alzò la sua pistola poggiandola alla nuca dello svedese. Senza
battere ciglio premette il grilletto e sparò freddamente. Strangärd cadde morto sulle
ginocchia di Lucía, schizzando sangue a fiotti dal buco dietro alla testa. Lucía urlò di
terrore vedendo il sangue caldo inzupparla.
— Stai zitta una buona volta, cagna — mormorò Grapes puntando la sua arma
verso di lei. Proprio in quell’istante il blindato accese il motore e si mosse facendo
vedere Alexandra.
La giovane messicana aveva un aspetto orribile. Con tutti i vestiti strappati, la
faccia coperta si ematomi e il sangue che scorreva nella parte interna delle sue cosce
nude. Grapes la vide con la coda dell’occhio un secondo prima che la ragazza si
lanciasse su di lui a mani nude con un luccichio di follia omicida negli occhi.
L’ariano saltò di lato mentre premeva il grilletto. Il primo proiettile colpì
Alexandra sulla spalla facendola girare come una trottola. Il secondo le entrò
direttamente sopra la tempia e la parte superiore della testa esplose in aria come il
coperchio di una pentola prima di cadere a terra.
Ansimando Grapes si girò per finire l’ultima superstite.
L’ariano imprecò. Lucía era sparita. Si guardò intorno cercando nell’oscurità ma
non riuscì a vedere niente. Lucía se l’era svignata approfittando della sua distrazione.
Grapes si maledisse per la sua stupidità. Quando aveva dato l’ordine di ritirata per
ritornare a Gulfport, tutti erano corsi al proprio veicolo e le due guardie che
avrebbero dovuto vigilare sulla ragazza erano ancora molto occupate ad abbottonarsi
i pantaloni dopo essersi fottuti quella puttana messicana.
E ora può essersi nascosta ovunque, ed io non ho tempo, pensò Grapes.
— Tornerò per te! — gridò all’oscurità — E per quanto tu possa nasconderti io ti
troverò!
Con un salto montò sul suo Humvee e diede l’ordine di partire. Il convoglio, in un
rombo di motori, uscì dal ghetto in fiamme a tutta velocità in direzione del lato
interno del Muro. Alle sue spalle Bluefont era un mare di fuoco, morte e dolore pieno
di migliaia di iloti confusi e spaventati. Di fronte a loro, dall’altra parte della città,
cominciava una battaglia ben diversa.
46

Avevano trascorso le ultime tre ore nascosti nelle vicinanze di una fitta
piantagione, ad appena seicento metri in linea retta dal Muro esterno di Gulfport. I
suoi uomini mantenevano una ferrea disciplina del silenzio, mentre la nebbia che
sorgeva dalle pozzanghere li avvolgeva in inerti frammenti. Le due pattuglie che
aveva inviato a pattugliare il perimetro confermarono quello che la ricognizione
satellitare aveva detto loro già settimane prima. Tutta la città era fortificata da un
muro di cemento, sufficientemente forte per tenere fuori i Non-Morti.
Ma quel muro non sarebbe stato un problema per Hong e i suoi uomini.
La prima idea era stata di inviare un ultimatum alla città chiedendone la resa.
Catturare l'enclave poteva avere un gran valore, se poi potevano usarlo come testa di
ponte per una possibile invasione. Ma Hong si rese subito conto che aveva pochi
uomini per farlo. Inoltre, solo i deboli si arrendevano, e nel mondo erano
sopravvissuti solo i forti.
Mentre guardava le luci della torre della raffineria che brillavano a distanza, il
colonnello era cosciente del fatto che i suoi piani originali fossero cambiati. Non si
trattava più solo di scoprire la provenienza del petrolio che manteneva in vita la città.
Il suo sguardo deviava ogni pochi secondi a quel vasetto di liquido lattiginoso
appoggiato sul suo zaino. No, quello era il vero montepremi. Con quel prodotto
miracoloso, avrebbero potuto inviare un esercito a conquistare il mondo senza
preoccuparsi dell'infezione. E avrebbero potuto farlo l’indomani stesso, perché il
combustibile non era più un problema.
Gli mancava solo sapere da dove veniva fuori quel liquido denso dall’odore
dolciastro. E il colonnello pensava di risolvere in breve quel mistero.
— È tutto pronto? — domandò Hong al suo aiutante. Il tenente Kim assentì con
espressione seria mentre si arrampicava sull'albero da dove il colonnello scrutava la
città con il suo binocolo.
— Non appena sorge il sole e abbiamo luce sufficiente entreremo per di là — disse
Hong indicando un settore del Muro vicino allo stabilimento.
In quella zona c’erano meno Non-Morti rispetto al resto del perimetro, a causa
delle pozzanghere paludose e della raffineria. Anche così, sciamavano per l’area
interessata almeno due migliaia di mostri, anche se più o meno la metà erano in uno
stato così pietoso che il colonnello dubitava potessero fare più di cinquanta passi
senza sgretolarsi. Tuttavia, gli altri erano ancora attivi e molto pericolosi.
— Le cariche esplosive sono già posizionate, compagno colonnello — bisbigliò
Kim, mentre tirava fuori un taccuino, pronto a prendere appunti. — E le pattuglie
dicono che hanno appena visto delle guardie sul muro.
— Strano — mormorò Hong. Aveva supposto che avrebbero ridotto le sentinelle
della città, ma non c'era quasi nessuno in vista.
Improvvisamente, un crepitio di armi da fuoco risuonò in lontananza, alla sua
destra. Il volume degli spari crebbe finché improvvisamente un'esplosione scosse
l'aria, seguita da altre tre in rapida successione. In lontananza, dall'altra parte della
città, cominciavano a brillare le fiamme di vari incendi.
All’inizio, il colonnello Hong pensò che li avessero scoperti. Ma gli spari
riecheggiavano molto lontano, e niente sembrava turbare la quiete di quell'angolo
umido e puzzolente della palude.
— Che cosa sta succedendo, colonnello? — domandò Kim, confuso.
— Non ne ho idea, ma non mi piace — replicò Hong, allarmato. Qualcuno stava
combattendo all'interno della città, ma non sapeva né chi né perché.
Una nuova esplosione, questa volta più potente, illuminò per un istante il cielo,
come un gigantesco flash.
— Questa esplosione era sul muro, colonnello! — sussurrò Kim, eccitato. I Non-
Morti della zona, attratti dal rumore, cominciavano a camminare in direzione degli
spari. Alcuni facevano tre passi e crollavano, praticamente disfacendosi, ma il resto si
muoveva di buon passo.
— Vedo — replicò Hong. Una terribile sensazione l'aveva appena invaso. Qualcun
altro stava assaltando la città. Qualcuno che li aveva preceduti.
Chi può essere? Saranno russi? O può darsi che siano i cinesi. Se noi abbiamo
localizzato Gulfport, anche loro possono averlo fatto. O forse qualche paese
imperialista europeo.
Con orrore, il colonnello si rese conto che potevano rubargli il successo quando si
trovavano così vicini alla fine. Doveva riprendere in mano la situazione.
— Kim! — ordinò al suo aiutante. — Tutti pronti. Fate saltare il settore minato del
muro tra due minuti. Entriamo ora.
— Ora? — domandò Kim, confuso. — Ma, colonnello, entrare in una città
sconosciuta, di notte...
— Dobbiamo farlo adesso, o sarà troppo tardi! — lo esortò Hong mentre scendeva
dall'albero a tutta velocità. Il colonnello conosceva i rischi, ma non c’era altra scelta.
Non posso fare altrimenti. Il Politburo accetterebbe un fallimento della missione,
ma mai che un'altra potenza prendesse il controllo della città, e men che mai sotto il
nostro naso. C’è in gioco la mia testa.
Sarà un assalto notturno. A morte.
Proprio mentre il colonnello si stava arrampicando sul suo blindato, i suoi
artificieri facevano saltare un intero settore del Muro con un'esplosione sorda. I pezzi
di cemento armato e ferri contorti volarono in tutte direzioni.
Un pezzo di ferro incandescente, simile agli altri centinaia, fu proiettato verso il
recinto della raffineria. Dopo aver volato per quasi cinquecento metri, il pezzo di
ferro incandescente colpì un gigantesco serbatoio che conteneva più di diecimila litri
di carburante raffinato e sfondò la fodera di acciaio e alluminio anodizzato che
l'avvolgeva come se fosse un volgare pezzo di burro. In un secondo, una favolosa
esplosione scosse l'aria e spianò tutto ciò che si trovava nel raggio di duecento metri,
in mezzo ad una gigantesca e ardente palla di fuoco.
I blindati nordcoreani tremarono a causa della forza dell'esplosione. La palla di
fuoco non li raggiunse, ma la potenza dell'onda d'urto sradicò i rami degli alberi che li
avevano mantenuti nascosti. Inorridito, Hong vide come i pochi Non-Morti rimasti
ancora in zona giravano in una danza folle, avvolti dalle fiamme.
Ormai non c’è più il fattore sorpresa. Ora, tutto dipende da noi.
— Compagni, avanti — disse alla radio. — Per la nostra gloriosa patria!
Con un rombo di motori, i blindati attraversarono la zona libera attorno al Muro e
si infilarono attraverso la breccia aperta.
E cinque minuti dopo che l'ultimo blindato fu passato, il primo gruppo di Non-
Morti attratto dall'esplosione arrivò fino alla breccia. E senza che nessuno glielo
impedisse, cominciarono a intrufolarsi dentro il recinto, con un flusso inarrestabile,
mentre centinaia di loro continuavano ad affluire.
L'ultima città abitata degli Stati Uniti stava per cadere.
47

In appena dieci minuti eravamo entrati in città attraverso la doppia saracinesca di


accesso, senza trovare resistenza. C’erano soltanto un paio di miliziani terrorizzati
che fuggirono correndo non appena ci videro arrivare. Due iloti si arrampicarono al
Muro dal tetto dei camion e riuscirono ad aprire la saracinesca in meno di un minuto,
mentre il blindato della retroguardia si incaricava di impedire che nessun Non-Morto
potesse accedere alla città.
Quando si chiuse la saracinesca esterna aspettammo per un interminabile minuto,
mentre gli iloti si sforzavano di aprire quella interna.
— Aprite, cazzo! — gridò Mendoza, furioso. Da lì poteva sentire perfettamente la
sparatoria all’interno del ghetto. Ogni minuto che perdevamo significava decine di
vite.
— Non possiamo! — urlò uno degli iloti. — I miliziani hanno distrutto i comandi
prima di fuggire!
Mendoza lanciò una maledizione. Le saracinesche erano progettate per sopportare
un'enorme pressione. Investirle non sarebbe servito a niente.
— Dobbiamo farla saltare — disse, rassegnato. — Dovremo utilizzare i pochi
esplosivi al plastico che abbiamo.
— Se devi farlo, fallo subito — lo esortò Viktor, visibilmente preoccupato.
Io condividevo la sua urgenza. Lucía era lì, da qualche parte in mezzo a
quell'inferno.
Mendoza abbaiò due rapidi ordini, e un paio di iloti collocarono alcuni piccoli
pacchetti di C4 nei cardini dell'enorme porta. Tornarono di corsa, srotolando un cavo
sottile dietro di loro. Arrivando alla nostra altezza, collegarono il cavo con un
detonatore e fecero girare rapidamente la maniglia.
Gli ordigni esplosero con un rumore assordante e un'intensa vampata, visibile a
grande distanza. I cardini saltarono in pezzi e la porta oscillò come un gigante ubriaco
prima di cadere verso l'interno del ghetto con un boato profondo, in mezzo ad una
nuvola di polvere.
— Come sapevi che la porta sarebbe caduta da quel lato? — domandai al tipo del
detonatore, un nero cupo e troppo giovane.
— Non lo sapevo — rispose, stringendosi nelle spalle.
Sospirai, sconfortato. Gli iloti erano pieni di coraggio e determinazione, ma la loro
esperienza e la formazione erano nulle. Pregai perché non venissero messi troppo alla
prova.
Il convoglio entrò in città a tutta velocità. Lo spettacolo era devastante. Almeno la
metà delle case bruciavano e i marciapiedi erano coperti da decine di corpi senza vita.
Tra le ombre, potevamo distinguere gruppi di persone che fuggivano da noi,
terrorizzate, pensando senza dubbio che fossimo uomini di Greene.
— Maledetti bastardi — bisbigliava continuamente Mendoza. — Maledetti
bastardi. Guardate cosa hanno fatto.
Senza fermarci un attimo, continuammo ad avanzare. Un gruppo di miliziani
apparve allora in mezzo alla strada. Per un istante ci guardarono confusi, come se si
stessero chiedendo chi eravamo e da dove fossimo saltati fuori. La risposta gli arrivò
sotto forma di una raffica di pallottole che li decimò. I superstiti cercarono di fuggire,
ma il convoglio ne investì la maggior parte.
— Viktor! Lì! — gridai mentre il camion sbandava pericolosamente passando su
un mucchio di resti anneriti.
Eravamo entrati in quella che fino a poche ore prima era stata la piazza centrale del
quartiere di Bluefont. Tutte le case del lato nord si consumavano in un mare di
fiamme. Nel lato sud, un gruppo scintillante di capsule di rame e resti di pneumatici
sulla carreggiata indicavano il posto da cui qualcuno stava sparando con furia.
Di fianco ai bossoli di rame c’erano due corpi sdraiati, e qualcuno inginocchiato in
mezzo a loro. Qualcuno che io conoscevo molto bene.
Saltai dal camion prima che si fermasse completamente e mi lanciai zoppicando
verso di lei. Il viso di Lucía si trasfigurò completamente nel vedermi. Si alzò e si
lanciò di corsa verso di me, con l'espressione di gioia più selvaggia che avessi mai
visto su un volto umano.
Improvvisamente mi fermai, paralizzato, ricordandomi di qualcosa di terribile.
Qualcosa che faceva in modo che, anche a così pochi metri di lei, mi allontanassi di
migliaia di chilometri.
— Cara, per favore, non ti avvicinare. — Alzai il braccio per indicargli con voce
tremante di fermarsi.
Lucía si fermò di colpo, con lo sconcerto dipinto sul viso, lottando col resto delle
sue emozioni.
— Che succede? — Fece un passo verso di me, con le braccia aperte. — Sei qui e
sei vivo! Oh, Dio, sei vivo!
— Non fare neanche un passo in più, per favore. — Mi costò così tanto formulare
quelle parole che mi si bloccarono in gola. — Sono infetto. Ho il TSJ. E con queste
ferite aperte, potrei infettare anche te.
Lucía mi guardò per un momento che mi parve eterno. Poi, molto lentamente, mi si
avvicinò e mi prese la mano. Il suo sguardo si intrecciò con il mio, con tanta forza
che il resto del mondo scomparve improvvisamente, completamente. Non vedevo le
fiamme, né sentivo le grida né gli spari. Eravamo solo io e lei.
— Non posso toccarti — balbettai. — Né baciarti, né stare vicino a te. Rimango in
vita solo grazie a...
Lucía mi zittì mettendomi un dito sulle labbra. Mi guardò con l'espressione più
tenera e dolce che avessi mai visto. Era un misto di amore profondo, affetto e
impegno, così potente che mi faceva tremare le ginocchia. Senza pronunciare una
parola, mi gettò le braccia intorno al collo e mise il suo viso a pochi centimetri dal
mio.
— Per qualche giorno ho pensato che fossi morto — disse molto lentamente, senza
staccarsi da me. — Ed ogni secondo di ogni minuto di ogni ora di quei giorni è stato
come vivere un inferno. Peggio ancora. È stato come essere morta in vita. E non
voglio che succeda mai più.
Prima che potessi fare niente per impedirglielo, avvicinò le sue labbra alle mie e
mi baciò. Fu un bacio breve, dolce e pieno d’amore, ma la nostra saliva si unì.
— Ora anch’io sono infetta — disse, con tutta tranquillità. — E l'accetto e lo
scelgo volontariamente. Se questo è il nostro destino, così sia. Se devo vivere con te
il resto della mia vita, lunga o breve che sia, voglio condividere fino al nostro ultimo
respiro. Adesso, il nostro legame è per sempre.
— Il nostro legame — ripetei, sopraffatto da quella dimostrazione di affetto. —
Per sempre.
E tornammo a baciarci, e questa volta il bacio fu molto più lungo, profondo e
appassionato. E mai, fossero passati anni, sarei tornato ad assaggiare un bacio come
quello, in mezzo alle rovine desolate di Bluefont.
48

Il reverendo Josiah Greene si svegliò avvolto in un bagno di sudore. Accese a


tentoni la lampada della sua stanza. La sua mano scivolò sopra la Bibbia, fino ad
afferrare una bottiglia piena di Cladoxpan che restava sempre piena. Diede un lungo
sorso, mentre gli ultimi brandelli dell'incubo svanivano.
Aveva sognato quel maledetto avvocato.
Era a cavallo di una mula, vestito come Gesù Cristo e con un'aura di luce che gli
circondava la testa. Greene camminava al suo fianco, tra il resto degli apostoli, e lo
guardava senza comprendere quello che stava succedendo. Improvvisamente
l'avvocato si girò verso di lui e disse: «Sei la gramigna del mio vigneto, Josiah. Sei un
serpente nel nido, e devo tagliarti la testa.»
Egli aveva protestato, tentando di giustificarsi, ma il resto degli apostoli l'avevano
circondato, scuri in volto, mentre il Signore si allontanava lentamente per la strada,
trottando sulla sua mula. Sorpreso, si accorse che nelle anche posteriori della mula
sonnecchiava un enorme gatto dal pelo arancione che lo salutò con una strizzata
d'occhi e un sorriso burlone.
Allora, i restanti apostoli — tutti col viso di Malachy Grapes — si trasformarono
in Non-Morti e cominciarono a mangiarlo vivo. E mentre lo facevano, un’ombra
nera, densa e scura come la notte più profonda, fluttuava sopra di loro, godendosi la
scena.
Era assurdo, si disse, come tutti i sogni. Ma Greene non poteva cacciare la
sensazione di terrore che lo aveva assalito. Si alzò per orinare e raddrizzandosi sentì
un'esplosione di dolore al ginocchio destro. Il reverendo gridò e si portò la mano alla
gamba. Non era il familiare dolore premonitore che sentiva quando stava per
accadere qualcosa.
No.
Era qualcosa di infinitamente peggiore, un milione di volte più forte. Se il dolore
abituale era la fiamma di un accendino, in quel momento nel suo ginocchio stava
sentendo una dannata esplosione nucleare.
Si alzò trascinandosi e, imprecando, andò fino al bagno. Viveva nell'attico
dell'edificio del municipio, in una zona che era stata rinnovata esclusivamente per lui.
Non c'erano troppi lussi all'interno delle sue stanze. Un letto spartano, una scrivania
di legno con una sedia e un crocifisso enorme appeso al muro. Per il resto, solamente
una cassaforte situata in un angolo della stanza, fissata al pavimento.
Quello era tutto ciò di cui aveva bisogno. Il resto gliel’avrebbe procurato il
Signore.
Mentre si divorava una manciata di Vicodin per attenuare il dolore, sentì degli
spari lontani che risuonavano nel ghetto. Aveva dato l’ordine di liquidare gli iloti
quello stesso pomeriggio. Una voce era risuonata nella sua testa, dicendogli che era
giunto il momento. Tutti quelli che non erano graditi agli occhi del Signore dovevano
morire. Gesù Cristo, nella sua infinita bontà, gli avrebbe permesso di salvarne un paio
di migliaia, affinché espiassero la colpa col lavoro prima di morire, e nessun altro. Il
fuoco dell'arcangelo Gabriele doveva radere al suolo i peccatori, e lui era il Suo
strumento. Si appoggiò alla finestra mentre sperava che gli analgesici facessero
effetto. Stava ancora tremando a causa di quell'incubo. Era così reale…
Lo invase un oscuro presentimento. Qualcosa di veramente terribile stava per
succedere. Il suo ginocchio non si sbagliava mai, e non aveva mai gridato con così
tanta forza.
Improvvisamente, come se il destino avesse sentito le sue parole, una serie di
enormi esplosioni si alzarono all'orizzonte, dove sorgeva il ghetto. Sembrava che
Grapes stesse avendo più difficoltà del previsto nel liquidare negri e chicani.
Grapes. Stava diventando molto difficile tenerlo sotto controllo. Era molto
intelligente, e fedele in modo fanatico, ma era guidato da una sorta di follia
imprevedibile. Era stato un efficace strumento del Signore per lungo tempo, ma era
giunta la sua ora. Greene se ne sarebbe occupato personalmente. Chissà, un incidente.
O un avvelenamento. Il Signore glielo avrebbe suggerito.
Improvvisamente, un'esplosione terrificante fece tremare l'edificio. Dalla zona
della raffineria, un'enorme palla di fuoco si alzava verso il cielo, proiettando nell'aria
enormi pezzi di acciaio incandescente.
Il reverendo Greene sentì che i suoi testicoli si trasformavano in due palle di
ghiaccio. E proprio in quell'istante, il suo ginocchio cominciò a pulsare in modo
ritmico e costante come non era mai successo prima. Thump, thump, thump. Era come
il tamburo di un'esecuzione.
Greene allontanò quei pensieri macabri dalla sua testa e tornò all'interno della
stanza. A gran velocità cominciò a vestirsi, mentre avvertiva le Guardie Verdi che
erano di guardia all’ingresso di stare pronte.
Mentre si vestiva si avvicinò fino alla cassaforte e l'aprì. Lì dentro, insieme a uno
schedario segreto pieno di foto che nessuno, tranne il reverendo, poteva guardare, e a
un paio di sacchi pieni di pietre preziose, riposava una Colt M1911 con due
caricatori. Greene tirò fuori l'arma, la caricò e la rinfoderò nella giacca.
Era arrivato il momento di difendere il suo regno. Era giunta l’ora di essere uno
strumento del Signore.
E in quel momento, l'ombra nera che dormiva dentro di lui cominciò a ribollire,
inquieta.

I blindati di Hong si facevano strada attraverso la città bianca con la stessa facilità
di un coltello caldo nel burro. Avevano incontrato solamente alcuni gruppi dispersi di
miliziani a ostacolarli in alcuni incroci. Non potevano di certo competere con le
disciplinate truppe del colonnello, e furono eliminati dai nord coreani con una facilità
imbarazzante. Ma non era quello il suo problema. Il suo maledetto problema era che
si erano persi.
Quella città, immersa nella notte, si stava rivelando un labirinto. Non potevano
nemmeno fermarsi per orientarsi, perché il fuoco dei civili che facevano da cecchini
arrivava a raffica da tutte le parti. (Quello che non sapevano quei civili era che pochi
minuti dopo avrebbero avuto a che fare con una minaccia ben peggiore, sotto forma
di una marea di Non-Morti.)
Arrivando a un bivio, il colonnello Hong non poté contenere un grugnito di
soddisfazione. In fondo a un lungo viale deserto e fiancheggiato da case che si apriva
alla sua destra, poteva vedere il mare. Attraccata al porto, come un gigantesco
mammut addormentato, fluttuava un’enorme petroliera con le luci accese e i marinai
che passeggiavano sul ponte.
Aveva localizzato il suo obiettivo. Però non era ancora sufficiente.
Non ancora.
— Kim — disse al suo tenente, — porti con sé la metà degli uomini e assalti il
porto. Catturi quella nave intatta, con almeno un membro dell'equipaggio in grado di
dirci dove sono andati a caricare il petrolio. Poi avvii i motori e si tenga pronto a
salpare non appena arriviamo a bordo. Forse saremo costretti a farci strada con la
forza, quindi siate pronti a tutto.
— Agli ordini, colonnello — rispose Kim, preoccupato per l’improvvisa
responsabilità che gli ricadeva addosso. Evitando lo sguardo glaciale di Hong, osò
formulare la domanda che gli premeva sulle labbra: — E lei dove andrà, colonnello?

Hong sollevò la fiaschetta di Cladoxpan, come fosse un gioiello straordinario, e la
mostrò a Kim.
— Io devo trovare l'origine di questo. — Il colonnello quasi non riusciva a
trattenere l'emozione nella voce. — E quando la troverò, ci ricorderanno per sempre.

Il nostro convoglio avanzava a gran velocità verso il Muro interno. Arrivando al


ponte meridionale che collegava Bluefont con Gulfport, potei distinguere le massicce
torrette di vigilanza. Da una di esse, un riflettore potente ci illuminò. Una figura si
alzò con un megafono e ci disse qualcosa. Le sue parole furono impercettibili, tra il
ruggito dei motori e le esplosioni sparse in tutta la città. Benché non ci fosse bisogno
di essere un genio per indovinare che cosa volesse dire. Dall'altra torre si sollevò la
raffica di una mitragliatrice pesante che sferragliava come grandine sulla carrozzeria
di uno dei due veicoli corazzati che avevamo.
— Andiamo a prenderli! — ruggì Mendoza attraverso la radio.
L'autista del blindato, eccitato, lanciò il suo veicolo come un ariete contro la porta
che separava i due settori.
Quella non era una porta rinforzata come quella esterna. Il primo impatto fece sì
che uno dei cardini saltasse in aria, ma il secondo sopportò il colpo. Dalle torri i
miliziani, spaventati, cominciarono a lanciare bombe a mano. Una di esse andò a
finire in una delle bocchette del veicolo e questo scoppiò come una pignatta piena di
petardi. L'esplosione staccò del tutto la portiera che cadde al suolo con un rumore
assordante. Dall'interno del blindato cominciarono a uscire fiamme assieme a un
fumo denso che si avvolse intorno alla torre lasciando senza visibilità i suoi
occupanti.
Il panico cominciò a diffondersi tra i miliziani. Avevano appena visto passare a
tutta velocità nella direzione opposta il convoglio di Grapes, si sentivano esplosioni e
spari dall’altra parte della città e, se questo non fosse sufficiente, un enorme gruppo
di più di duecento iloti armati e furiosi avevano appena abbattuto il portone.
Improvvisamente, tutti quegli uomini sentirono il bisogno di correre verso le loro
case, per congiungersi alle proprie famiglie indifese. Senza ascoltare l’ordine delle
quattro Guardie Verdi che stavano al comando, cominciarono a correre in mezzo a
quel caos improvviso.
Protetti dalla confusione attraversammo in direzione di Gulfport. Per gli iloti era la
prima volta che passavano da quella parte. Per me invece era il ritorno nella tana del
leone.
Grapes si chiese per l’ennesima volta se quella notte stesse vivendo un incubo.
Quella che era iniziata come un’operazione facile si stava rivelando un assoluto
disastro man mano che passavano i minuti. La pulizia del ghetto era stata un fiasco
completo e, tra l’altro, un gruppo sconosciuto stava radendo al suolo il lato est della
città.
Si chiese cosa poteva succedere di peggio.
Con un brivido si rese conto che aveva perso il controllo. Non avevano più
margine di iniziativa.
Aveva lasciato un centinaio di uomini appostati nel Muro interno, con il compito di
monitorare gli iloti. Sperava che le mura del ponte e le botte che gli avevano appena
dato li tenessero tranquilli e confinati dentro il ghetto finché non si fosse occupato
dell’altro problema.
Contava su un vantaggio fondamentale. Conosceva la città meglio di chiunque
altro li stesse assalendo. E pensava di approfittare di quel vantaggio a suo favore.
Il viale della Redenzione, (chiamato viale del 4 Luglio fino all'arrivo di Greene),
era uno degli assi principali della città. Grapes sapeva che il gruppo misterioso che
aveva fatto esplodere parte della raffineria sarebbe dovuto passare di lì per forza, per
raggiungere il centro della città.
Sarebbe stato il luogo perfetto per un’imboscata.
Distribuì i circa quattrocento uomini che gli restavano su entrambi i lati dell'ampia
strada, nascosti dietro le siepi e sui tetti delle case. I residenti del viale contemplarono
spaventati come quegli uomini armati fino ai denti e coperti di fuliggine e sudore si
calavano nei loro saloni per trasformarli in improvvisati nascondigli da cui sparare
con la mitragliatrice. In mezzo alla carreggiata distribuirono alcune mine anticarro
che avevano preso a gran velocità dal deposito delle Sea Bees.
Una volta che tutto fosse stato pronto, potevano solo aspettare e sperare.
La colonna di Hong avanzava a gran velocità per le strade di Gulfport, spazzando
via i deboli tentativi di resistenza che incontrava. Quel blitz era una manovra molto
rischiosa, ma Hong sentiva il richiamo della battaglia. Sui fianchi erano
completamente scoperti, cosicché il coreano aveva deciso di scommettere tutto sulla
velocità. Colpire come un fulmine, distruggere il nemico e imbarcarsi prima di dare
tempo agli altri di reagire.
E per il momento, stava funzionando.
Un ampio viale si apriva davanti a loro. In fondo si distingueva un edificio più
grande, eccessivamente illuminato, con una gigantesca bandiera bianca con una croce
verde stampata sopra. Hong sentì il sorriso allargarsi sul volto. Quello doveva essere
il suo obiettivo.
Un ronzio lontano mise in all'erta Grapes e i suoi miliziani. L'Ariano alzò lo
sguardo oltre il bordo del suo Hummer nascosto dietro un roseto, per vedere la fonte
di quel suono. In fondo al viale era appena apparso un blindato, in testa a una
colonna. Sul telaio aveva una brillante stella rossa che alla luce tremolante dei
lampioni sembrava fatta di sangue.
Il convoglio si avvicinava a tutta velocità. Cinquanta metri, venti, dieci, cinque.
A un certo punto il primo blindato calpestò una delle mine situate sulla strada.
Il BTR-60 di Hong tremò come una scatola di fiammiferi quando il veicolo che gli
stava proprio davanti saltò in aria in mezzo a una nube accecante di fuoco e polvere.
— Mine! — gridò il guidatore terrorizzato, sterzando bruscamente.
Il BTR oscillò violentemente quando schivarono a tutta velocità i resti ardenti del
primo veicolo. Proprio in quel momento, un altro dei blindati passò su un esplosivo e
scomparve in mezzo a un'enorme vampata. Resti umani e ferri contorti saltarono
verso il cielo in una piroetta grottesca. Nello stesso istante una raffica violenta
cominciò a colpire le fiancate dei blindati.
— È un’imboscata! — gridò Hong. — Disponetevi in cerchio e rispondete al
fuoco!
Il colonnello maledì se stesso per il suo eccesso d’impeto. Non potevano
continuare correndo a tutta velocità, senza sapere se davanti a loro ci fosse o meno un
campo minato. A partire da quel momento si sarebbero dovuti aprire il cammino a
ferro e fuoco.
Il primo blindato saltò in aria con un fracasso assordante. I miliziani ulularono
entusiasmati, soprattutto quando un secondo blindato passò su un altro degli
esplosivi.
— Uccideteli! — ruggì Grapes, sentendo rinascere la propria fiducia. —
Ammazzateli tutti! —
Il gruppo del tenente Kim avanzava senza difficoltà verso il porto. L'entrata era
segnata da una semplice porta, aperta e senza ostacoli. I miliziani che dovevano
custodirla erano usciti correndo non appena avevano visto arrivare i blindati. I BTR
passarono ruggendo e quando Kim e la metà dei soldati saltarono sul piazzale del
porto nessuno aveva nemmeno tentato di ostacolarli.
Il coreano contemplò l'Ithaca per alcuni secondi, completamente affascinato dalle
dimensioni della maestosa nave. Notò che erano tre le rampe che davano accesso alla
barca. Rapidamente divise i suoi uomini in tre gruppi; e con lui a capo del primo
fecero irruzione nella petroliera.
Non aveva nemmeno messo piede in coperta che si trovò di fronte un ufficiale con
i capelli rossi, molto giovane e con un’espressione confusa.
— Ehi! Che cazzo ci fai qui? Non puoi… — Il rosso non poté terminare la frase.
Un colpo secco della Makarov di Kim gli attraversò il petto e l'ufficiale precipitò sul
ponte, già morto prima di toccare terra.
— Su! Andiamo! Muovetevi! — gridò Kim ai suoi uomini.
Gli spari cominciavano a risuonare in tutta la nave, man mano che i plotoni coreani
si calavano nelle viscere dell'Ithaca. Al tenente non rimaneva altra scelta che dividere
il suo gruppo in piccole squadre, se voleva prendere il controllo di tutta la nave e dei
suoi lunghissimi corridoi. Ma loro erano più di un centinaio, e contavano sul fattore
sorpresa. Un pugno di marinai non doveva rappresentare un ostacolo.
Qualcosa di caldo e pesante gli sibilò di fianco all’orecchio. Kim si chinò
istintivamente, e una seconda pallottola colpì la paratia dietro la sua testa. Il coreano
sollevò lo sguardo e poté vedere un uomo piuttosto grosso e con la barba bianca
appoggiato a una delle ringhiere del ponte, svariati metri sopra di lui. L'uomo portava
una giacca da capitano sbottonata, e sparava con furia omicida con un fucile da
cecchino.
— Attenzione! — gridò il tenente, ma non poté evitare che la pallottola successiva
del tiratore attraversasse la testa del soldato che aveva di fianco.
— Sulle scale, tenente! — Un sergente gli segnalò una scala di metallo sospesa sul
fianco della sovrastruttura dell'Ithaca che scendeva fino al ponte.
Kim si lanciò in quella direzione, seguito da un pugno di soldati. Mentre salivano,
seguiti dagli spari del cecchino, ogni tanto un coreano crollava a terra, sanguinando
da un buco che un secondo prima non c’era.
Il tenente si rendeva conto che i suoi polmoni stavano per esplodere. La paura e la
furia gli servivano da combustibile per salire l'ultimo tratto di gradini. Il resto della
scala era coperto da corpi sfibrati inzuppati in sangue.
Irrompendo sul ponte, il tiratore si girò verso di lui, col fucile tra le mani. A una
così breve distanza, era un’arma troppo ingombrante, ma fece comunque fuoco. La
pallottola colpì Kim al fianco, gettandolo contro la ringhiera. Il coreano si aggrappò
come poté mentre il capitano litigava con il perno dell’arma, per caricare il proiettile
successivo.
Kim alzò la sua pistola e sparò due volte. La prima pallottola raggiunse il capitano
della nave in pieno stomaco, mentre la seconda gli entrò nel petto, appena sotto la
placca identificativa con su scritto "Cpt. Birley". L'uomo si piegò su se stesso
emettendo un gemito, e crollò sul ponte della nave.
Kim gli si avvicinò zoppicando. Improvvisamente fu cosciente di essere l'unico
superstite del suo piccolo gruppo. Il capitano lo guardava da terra, con un'espressione
di rabbia incandescente come il fuoco nei suoi occhi.
— Maledetto… giallo. — mormorò, con le labbra intrise di sangue. Poi inclinò la
testa sul petto e smise di respirare.
Kim si assicurò che fosse morto e si guardò intorno. Era proprio all'entrata del
ponte di comando. Sarebbe stato fantastico catturare vivo il capitano della nave, ma
era sicuro che in quel ponte, da qualche parte, dovessero esserci i grafici di
navigazione con l'ultima rotta ancora tracciata.
Il tenente cominciò a sentire una sensazione di euforia, nonostante fosse ferito.
Stavano per farcela, dopotutto.
Il suo sguardo deviò verso il ponte della nave. La sparatoria era molto forte nella
parte posteriore della petroliera, ma il fronte anteriore sembrava completamente sotto
il suo controllo. Il tenente vide che il gruppo di soldati che si era imbarcato dalla prua
si stava dirigendo verso di loro per aiutarli a ridurre i marinai che ancora resistevano.
Arrivati a un reticolato che attraversava il ponte da una parte all’altra, smisero di
avanzare. Anche da così lontano poteva vedere la confusione dei suoi soldati davanti
a quell'ostacolo così inaspettato.
L'ufficiale che era al comando scosse varie volte la rete, ma era molto ben
assicurata. Allora prese una decisione. Kim osservò, impotente, come quell'ufficiale
collocava un carico di esplosivo alla base del reticolato e rapidamente ordinava ai
suoi uomini di retrocedere. La barriera stava per saltare in aria.
— Noooooo! — urlò Kim, sbracciandosi in preda alla disperazione. Ma ormai era
troppo tardi.
L'Ithaca era arrivata a Gulfport carica di petrolio fino all’orlo. Di migliaia di
tonnellate, la metà, più o meno, era ancora nelle viscere della nave. Il resto dello
spazio era occupato dai gas del petrolio, altamente infiammabili. In circostanze
normali, quello spazio sarebbe stato pieno di gas inerti, ma lo scambiatore di gas
della barca era in avaria da mesi, e non c’erano pezzi di ricambio nell’arco di un
migliaio di chilometri di distanza.
La testata esplose, sradicando una sezione dello sbarramento. Tuttavia, fece
scoppiare anche uno dei tubi di scarico del deposito numero tre dell'Ithaca, pieno di
gas petroliferi.
Il fuoco raggiunse il deposito numero tre appena mezzo secondo dopo l’esplosione.
I gas, concentrati ad altissima pressione, si accesero come un fiammifero, generando
in una frazione di secondo una temperatura di varie decine di migliaia di gradi.
E prima che il grido disperato di Kim si fosse spento, l'Ithaca saltò in aria nella più
grande esplosione che Gulfport avesse mai visto.
49

Grapes sparava con la furia di un pazzo. Erano riusciti a fermare i tizi del
convoglio (che sembravano cinesi, o giapponesi) dietro la sua linea di blindati, e
anche se non avevano potuto ridurne il numero, li tenevano inchiodati in quella
posizione.
A malincuore, Grapes dovette riconoscere che i gialli erano in gamba. Pur presi
alla sprovvista, avevano ripiegato ordinatamente rispondendo al fuoco con accortezza
e disciplina. Un ufficiale alto e malaticcio si muoveva dietro di loro, impartendo
ordini frettolosi. Grapes aveva cercato di farlo fuori in varie occasioni, ma era troppo
distante e non si fermava mai nello stesso posto troppo a lungo.
I gialli avevano provato a raggiungerli dal fianco, ma Grapes aveva previsto quella
mossa e ne aveva preparata una simile nelle strade adiacenti. La battaglia di strada,
sporca e crudele, portava alla pari le differenze di esperienza e formazione tra le due
parti.
In alcuni punti si lottava con coltelli, baionette, o con le mani nude. Era una lotta
senza precedenti.
Improvvisamente una raffica di proiettili colpì la Guardia Verde che si trovava
accanto a lui. Un rosario di fiori rossi si aprì sulla sua schiena, e l’ariano cadde morto
al suolo senza proferire un lamento.
Grapes aprì gli occhi confuso.
Da dove cazzo sono arrivati quegli spari?, si domandò. Tuttavia dovette buttarsi a
terra per schivare una seconda raffica, che trafisse i finestrini e le ruote dell’Humvee.
L’ariano girò la testa nell’altra direzione. Dall’estremità di un vicolo un gruppo di
uomini con bracciali bianchi sull’avambraccio destro aprivano il fuoco contro i
militari che confusi si trovarono di colpo intrappolati tra due fuochi incrociati.
Bracciali bianchi. Lo svedese ne portava uno simile.
— Sono i Giusti! — gridò. — Sono i fottuti traditori! Sparategli!
I militari si voltarono e aprirono il fuoco contro i Giusti, che dovettero rifugiarsi in
fretta dietro un edificio. I coreani, sorpresi tanto quanto i soldati di Greene da
quell’improvvisa apparizione, non ci pensarono due volte e cominciarono ad
avanzare, coprendosi e saltando, senza smettere di sparare.
Un’improvvisa e variegata colonna di veicoli arrivò ruggendo dal fondo del viale.
Era una strana mescolanza di blindati, camion della spazzatura e furgoni. In ciascuno
di essi una moltitudine rumorosa di iloti si preparava alle armi.
I coreani, sorpresi alle spalle, si girarono per affrontare quella nuova minaccia.
Uno dei soldati puntò con molta cautela un PRG verso uno dei camion e fece fuoco.
Il razzo esplose con un sibilo dirigendosi verso il suo obiettivo e serpeggiando a tutta
velocità fino ad impattare contro il radiatore del veicolo.
Il camion saltò in aria e tutto l’equipaggio fu inghiottito dalla palla di fuoco in cui
si era trasformato. Il resto dei veicoli cominciò a zigzagare e gli iloti saltarono
mettendosi al riparo e cominciando a sparare.
Il caos nella strada era totale. In mezzo all’oscurità, i quattro gruppi si attaccavano
tra loro, senza essere sicuri di chi gli stava di fronte. Hong osservò stupito come i
nuovi arrivati aprissero il fuoco contro di loro ma anche contro quelli cui avevano
organizzato l’imboscata, e alcuni persino contro il gruppo che era apparso dall’altra
estremità della strada, che a sua volta rispondeva al fuoco. I suoi uomini, per tutta
risposta, aprivano il fuoco indistintamente contro chiunque si muovesse, che si
trovasse da una parte o dall’altra. In quel tumulto, con squadre che correvano da tutte
le parti, era impossibile sapere chi era chi e da che parte stava.
— Kim! Kim! — gridò, chiamando il suo aiutante. Poi si rese conto che il tenente
non era lì, dato che in quel momento stava assaltando la nave cisterna. A Hong sfuggì
un’imprecazione.
Quante bande ci sono qui?, si domandò furioso, mentre percorreva la sua linea
sempre più sottile. Da che parte sta ognuno di loro?
Due secondi dopo l’Ithaca esplose in una palla di fuoco di quasi quattrocento metri
di raggio rovesciandosi sui moli, incenerendo all’istante tutto ciò aveva intorno. Il
mare di fuoco attraversò la strada inghiottendo le case della prima linea e
incendiandole come fossero state di carta. Il mostro proseguì avanzando sotto
l’impulso di una gigantesca onda dilagante che aveva ridotto tutte le finestre di
Gulfport a un mucchio di vetri rotti. Un tornado bollente avanzava davanti alle
fiamme, strappando i tetti dalle case e ribaltando le macchine parcheggiate sulla
strada.
Quando la palla di fuoco raggiunse il suo culmine cominciò a ripiegarsi su se
stessa lasciando una scia di centinaia di case in fiamme. L’onda esplosiva, nel
frattempo, continuava ad avanzare distruggendo tutto quello che incontrava sul suo
cammino.
— A chi cazzo stiamo sparando? — gridai nell’orecchio di Mendoza, ma il
messicano mi ignorò. Con un M4 tra le mani faceva fuoco senza fermarsi
selezionando attentamente il bersaglio bianco prima di sparare.
Viktor strisciò fino a me evitando un mucchio di vetri rotti. Sopra le nostre teste si
sentiva il brusio di dozzine di proiettili che impattavano contro il telaio del camion
trasformandolo in un colabrodo.
— Questa è una pazzia! — strillò l’ucraino per farsi sentire sopra il fragore delle
armi. — È un “tutti contro tutti”! Se restiamo qui a breve ci ammazzeranno! Abbiamo
i fianchi scoperti!
— Dobbiamo arrivare a Greene! — risposi gridando anch’io — Se la facciamo
finita con lui, la metà dei militari salterà a gambe all’aria!
— Questi qui non sono militari! — Viktor mi indicò uno dei soldati con un strana
divisa che stavano prendendo d’assalto una delle case. — Dall’uniforme sembrano
nord-coreani!
— Nord-coreani? Stai scherzando? Da dove saltano fuori? — domandai.
Per tutta risposta, l’ucraino si strinse nelle spalle mentre sparava contro un gruppo
che si avvicinava nell’oscurità.
E di colpo tutto finì.
Prima ci fu un’esplosione di luce così intensa che ci lasciò attoniti. Poi un vulcano
di fuoco di proporzioni epiche salì oltre i tetti e un secondo più tardi il rombo più
incredibile che avessi sentito in vita mia ci sbalzò in mezzo ad un uragano di vento
bollente.
L’esplosione arrivò con una tale forza che le case ai lati della strada
scricchiolarono inclinandosi. Fino all’ultimo veicolo, tranne i blindati più pesanti,
volarono in una pioggia di pezzi di legno e cemento colpendoci come una
mitragliatrice. Fui sbalzato in aria, insieme ad altre dozzine di persone che
immediatamente smisero di sparare intrappolate in quella voragine.
Arrivai quasi a cinque metri di distanza sopra un’aiuola di violette che ammortizzò
la mia caduta. Per un instante rimasi tramortito, atterrai a terra di schiena e vidi
migliaia di luci colorate orbitare sopra di me. Nelle mie orecchie non smetteva di
risuonare un fischio penetrante.
Malconcio, mi risollevai come potei, mentre scoprivo, sollevato, che ero ancora
tutto intero.
Intorno a me si sentiva solo il crepitare dell’incendio e il rumore dei frammenti di
case che cadevano a terra dopo essersi sollevati a cento metri d’altezza.
Quindi cominciai a sentire i gemiti dei feriti.
Almeno la metà degli uomini e delle donne che fino a un attimo prima lottavano in
quel pezzo di strada giacevano morti al suolo, oppure erano feriti così gravemente da
essere al di là di ogni possibilità di salvezza. Non molto lontano da me, un ilota
osservava con stupore un pezzo di tubo che gli spuntava dallo stomaco. Il frammento
lo aveva colpito con la velocità di una freccia e l’aveva infilzato da parte a parte.
Dappertutto si vedevano corpi lacerati dall’esplosione o dai proiettili.
— Viktor! Viktor!
— Sono qui — disse l’ucraino strisciando da sotto un pezzo di cartone ondulato.
— Cosa diavolo è stato?
— Non ne ho idea ma è un inferno — risposi rapidamente. Tutte le case della
strada erano distrutte e, in fondo, potevo intravedere un bagliore illuminare il cielo,
non poteva che essere un altro incendio. Uno davvero grande.
— Il fuoco divorerà tutta la città prima che ce ne rendiamo conto — mormorò
l’ucraino mentre si scuoteva i vestiti.
Tra le rovine i civili che vivevano nelle case uscivano correndo in direzione
dell’oscurità cercando di mettersi in salvo.
Non c’era modo di sapere se il Muro esterno avesse delle crepe e se non fosse
rimasto niente tra loro e i Non-Morti.
— Dobbiamo raggiungere la città! — Afferrai il mio amico per le braccia con
l’angoscia nella voce. — La fonte del Cladoxpan è lì! Se non otteniamo uno di quei
funghi madre, io e Lucía saremo condannati! E con noi tutti gli iloti che sono ancora
vivi!
Viktor guardò dall’altra parte delle fiamme con espressione afflitta. Sullo sfondo la
città bruciava tra focolai, case distrutte e finestre in frantumi. Non c’era traccia della
bandiera di Greene.
— Sarà la sfida della nostra vita — disse semplicemente, mentre cambiava il
caricatore dell’AK-47. — Sei pronto?
Annuii spaventato ma fermamente deciso.
— Andiamo di là — grugnì Pritchenko. — Ci vediamo dall’altra parte.
50

Grapes si alzò dalle macerie, con la fronte spellata. Un pezzo di metallo


attorcigliato gli era passato a un paio di centimetri dalla testa. Perdeva sangue
dall’orecchio destro a causa della rottura del timpano. L'Ariano avanzava barcollando
tra le rovine verso il luogo dove si trovava fino a un minuto prima.
Il suo Humvee era sparito. Ovvero, c’era, ma si trovava sei metri più in là,
incassato nel soggiorno di una casa. Della sua milizia non c’era traccia. La maggior
parte dei suoi uomini si erano barricati nelle case sul lato destro della strada per
eseguire l’imboscata, e in quel momento quelle stesse case erano un cumulo di
macerie fumanti e coperte di fiamme. Qua e là spuntava qualche miliziano che
inciampava tra le rovine con un'espressione confusa sul volto.
Le sue forze erano state fatte a pezzi. Non gli rimaneva quasi nessuno.
L'unica consolazione era che il resto dei gruppi non sembrava essere in condizioni
migliori.
Improvvisamente captò un movimento con la coda dell'occhio. C'erano due figure
che si arrampicavano su un mucchio di veicoli rovesciati. Dovette sfregarsi gli occhi
due volte per accertarsi che stava vedendo bene.
— Non può essere. — disse fra sé.
E invece erano lì. Quel bastardo maledetto di un avvocato e il suo amico sovietico.
Il dannato avvocato del cazzo. In qualche modo era riuscito a sopravvivere alla
landa e a ritornare a Gulfport. E ora era lì, che zoppicava a meno di trenta metri da
lui.
Grapes percepiva la rabbia che ricominciava a consumarlo e il sentimento di
sconfitta che gli gravava sulle spalle. Quel maiale non avrebbe riso di lui. In nessun
modo.
Il suo piede s’imbatté in un fucile d’assalto e Grapes lo raccolse. Senza distogliere
lo sguardo dai due uomini che avevano già attraversato le linee dei gialli e correvano
verso il municipio, Grapes prese attentamente la mira e sparò.
L'arma non fece fuoco. Grapes strinse freneticamente il grilletto, finché si rese
conto che il perno dell’M4 era stato distrutto dall'esplosione.
Frustrato, gettò l'arma a terra. All’improvviso vide due Verdi che si alzavano tra i
rottami.
— Lì! — Segnalò freneticamente — Sparate a quelli! —
I due Verdi esitarono un momento, ma presero rapidamente posizione e aprirono il
fuoco. Tuttavia quel momento di incertezza era stato sufficiente affinché la figura che
procedeva restasse fuori dalla linea di tiro. La seconda figura che zoppicava
visibilmente e andava molto più lenta, non aveva potuto trovare altra soluzione se
non quella di mettersi al riparo dietro un'automobile rovesciata, mentre le pallottole
aprivano buchi nel cemento tutt’intorno.
— Non lasciate che scappi! — ruggì Grapes ai suoi uomini. — Io mi occupo
dell'altro! —
E saltando al di sopra di un mucchio di cadaveri si lanciò dietro la figura che, in
controluce, si avvicinava a tutta velocità al municipio.
51

Le pallottole fischiavano intorno alla mia testa mentre cercavo di farmi più piccolo
dietro quell'automobile rovesciata. Stavamo per attraversare l'ultima linea dell’ormai
devastato campo di battaglia quando aprirono il fuoco su noi.
Ebbi appena il tempo di gettarmi a terra, mentre Viktor saltò dall’altra parte di un
piccolo muretto di mattoni rossi che circondava una casa. Da quella posizione,
rimaneva fuori dalla linea di tiro di coloro che mi stavano crivellando di colpi.
L'ucraino mi guardò, e si preparò a saltare nella mia direzione.
— Vai avanti! — gli gridai. — Vai avanti, dannazione! Ti raggiungerò dopo! —
Vidi che esitava.
— Viktor, se uno di noi due non resta a bloccarli ci friggeranno a suon di colpi
prima che arriviamo alla fine della strada! —
Pritchenko lanciò uno sguardo dubbioso da entrambe le parti e scosse la testa. Si
rese conto che avevo ragione.
— Fa' attenzione! — gridò mentre mi lanciava i caricatori del suo AK-47. —
Ritornerò fra un attimo! Intanto trattienili! —
Annuii, domandandomi come diavolo pensava che avrei potuto trattenerli anche
solo per dieci minuti, ma non gli dissi niente. Il tempo era contro di noi. Le fiamme
spuntavano già oltre al tetto delle case adiacenti al municipio.
Pritchenko mi fece un cenno con la mano, come a dire «Tranquillo, tutto andrà
bene».
Poi uscì correndo in direzione del municipio, e lo persi di vista.
52

L'esplosione aveva schiacciato Hong contro il telaio del suo blindato con tanta
forza che il colonnello sentì una delle sue costole spezzarsi. Soffocò un urlo di dolore
mentre si rimetteva in piedi. Dei centoventi uomini del suo gruppo con i quali si era
lanciato all'assalto, poteva vederne solamente una manciata, la maggior parte feriti
troppo gravemente per essere di una qualche utilità.
Il colonnello sentì il retrogusto amaro del fallimento. Sospettava quale fosse
l'origine di quell'esplosione e sapeva quello che significava. Aveva fallito. La sua
missione era finita.
Si appoggiò al blindato, con lo sguardo perso. Facendolo notò un gonfiore duro
nella tasca della giacca.
Lo tirò fuori e vide che era la fiaschetta di Cladoxpan di quell'ilota.
Allora non tutto era perduto. Non ancora.
Fece un respiro profondo e saltò dall'altro lato del veicolo. Una volta lì, cominciò a
correre verso il municipio, che le prime fiamme incominciavano già a lambire.
Hong stava giocando la sua ultima carta.
Mendoza sentì gli spari e sporse cautamente la testa. La strada era illuminata dalle
fiamme e gettava lampi spettrali su decine di corpi sparsi ovunque. Il combattimento
era cessato del tutto, ad eccezione di due Verdi armati che facevano fuoco
ripetutamente contro un veicolo ribaltato in un angolo.
Quelli erano gli ultimi due. Gli altri erano morti o erano fuggiti. Mendoza
cominciò ad assaporare il gusto della vittoria. La città bianca ardeva in fiamme, e lui
era ancora vivo. L'Ira dei Giusti aveva trionfato. La vendetta era quasi completa.
Restava solamente un piccolo dettaglio.
Tirando fuori tutto il suo coraggio, il messicano si lanciò di corsa verso di loro,
disposto a far fuori quei bastardi una volta per tutte. E poi sarebbe andato da Greene.
Hong e Mendoza incrociarono lo sguardo nello stesso istante. Il messicano rimase
sorpreso vedendo l'uniforme del coreano, ma non rallentò la sua corsa. Non sapeva
chi fosse quell'individuo, ma di una cosa era certo, non era dei suoi. Quindi sollevò la
pistola e cominciò a sparare mentre avanzava schivando i corpi a terra.
Hong, da parte sua, strinse i denti e affrettò il passo, senza sparare.
Più vicino. Devo arrivare più vicino.
Quando furono a meno di dieci metri, la prima pallottola di Mendoza colpì il
colonnello a una spalla. Hong barcollò, più sorpreso che dolorante, ma non rallentò il
passo. A sua volta alzò la Makarov e aprì il fuoco contro il messicano per tre volte, in
rapida successione.
La prima pallottola passò troppo alta ma le altre due finirono nel petto del
messicano che cadde all'indietro come un sacco. Il suo corpo si agitò un paio di volte
e infine si rilassò.
Il colonnello si fermò, ansimante, e diede un'occhiata alla ferita alla spalla. Non era
troppo profonda, ma avrebbe dovuto curarla non appena ne avesse avuto
l’opportunità.
Dannato bastardo. Mi hai quasi ucciso.
Hong distolse la vista dal corpo e guardò verso il municipio. Ad appena cinquanta
metri, un soldato con un nastro verde nel braccio sparava contro un'automobile
rovesciata. Al suo fianco, il corpo del suo compagno che giaceva a terra dimostrava
che qualcuno stava rispondendo al fuoco con precisione.
Hong decise di lasciarli stare. Che si ammazzassero tra loro, chiunque fossero.
Aveva qualcosa di più importante da fare.
Improvvisamente sentì un tintinnio ai suoi piedi. Abbassò lo sguardo e vide un
paio di rondelle di metallo che rotolavano a terra. Una mano insanguinata lo stava
tirando per la gamba dei pantaloni.
Ma che…?
Carlos Gato Mendoza lo guardava da terra, mentre la vita lo stava abbandonando
per i fori di proiettile. Nel suo petto erano riposte due granate senza sicura,
dall’aspetto letale.
Hong impallidì e istintivamente cercò di fare un passo indietro, ma Mendoza si
aggrappò alla sua gamba.
— Fottiti tua madre, bastardo. — mormorò il messicano sputando bolle di sangue
dalla bocca nella sua ultima sfida.
Le due granate esplosero quasi simultaneamente. E il lampo dell'esplosione fu
l’ultima cosa che vide il colonnello Hong, che morì senza mollare la fiaschetta
distrutta che teneva in mano.
53

I piedi di Viktor fecero scricchiolare il tappeto di vetri rotti che ricoprivano la


vecchia hall del municipio di Gulfport. Le tende ondeggiavano attraverso le finestre
rotte, e il vento caldo dell'incendio aveva già portato alcune faville ardenti attraverso
le crepe della facciata. Piccoli fuochi bruciavano qui e là fuori controllo, minacciando
di unirsi e trasformarsi in un mostro in pochissimo tempo.
Viktor gettò l'AK a terra — era inutile, senza munizioni — e attraversò l'entrata
con in mano il suo vecchio coltello da combattimento. Un trasformatore soffiava
scintille, illuminando la sala con lampi irregolari.
L'ucraino si domandò da dove iniziare a cercare. Quell'edificio era enorme, e lui
non aveva tempo. Un paio di travi di legno del soffitto precipitarono con un crash in
uno degli uffici adiacenti. Tutto l'edificio gemeva e scricchiolava, mentre veniva
inondato dall’odore di fumo e il vento caldo si incanalava all’interno.
Improvvisamente, Pritchenko sentì dei passi dietro di sé.
— Be’, alla fine sei arrivato quasi prima tu di me — disse sorridendo, mentre si
voltava sollevato. — E guarda che ti ho detto di aspettarmi all...
Le parole gli morirono in bocca e il suo sorriso sparì.
Alla porta del municipio, accanto a un idrante, Grapes lo osservava, col viso
coperto di sangue e un'espressione selvaggia negli occhi. Nella mano stringeva l'ascia
da pompiere che aveva tirato fuori dal supporto sulla parete.
— Piccolo bastardo maledetto — grugnì Grapes mentre avanzava verso il centro
della sala, — nano sovietico, sporco bastardo.
— Sono contento di vederti, Grapes — rispose Viktor, inspirando profondamente.
— Sembri un po’ stanco, sai?
— Mi è stato chiaro fin dall’inizio che avevi le palle — A Grapes scappò una
risatina stridula e stonata. — Avresti potuto fare grandi cose qui, con me. Donne,
potere, ricchezze. Fare la bella vita, cazzo!
L'ucraino passò il suo coltello da una mano all’altra e si appoggiò al banco della
reception, come se l’Ariano non fosse lì con lui, ma senza perderlo di vista un
secondo. Grapes camminava intorno allo stemma centrale di marmo sul pavimento,
avvicinandosi lentamente e in modo impercettibile a Viktor, senza smettere di
parlare.
— Hai scelto male le tue amicizie, russo. — Eruppe in una risata sprezzante. — A
quest’ora il tuo amichetto avvocato sarà già morto e tu sei qui, intrappolato come un
topo. Avresti dovuto scegliere meglio da che parte stare.
Viktor aprì la bocca e sbadigliò in modo esagerato.
— Hai finito o dovrò continuare a sentire le tue stupide chiacchiere ancora per
molto? — disse mentre soppesava la lama del coltello.
Con un ruggito, Grapes si lanciò su Viktor. Il leader dei Verdi aveva tentato di
distrarre l’ucraino e di avvicinarsi il più possibile per non fallire il colpo, ma Viktor
Pritchenko era un cane molto vecchio.
La lama dell'ascia affondò sul bancone di legno con uno scricchiolio secco, proprio
dove Prit si trovava un secondo prima. Grapes sfilò la lama e si lanciò di nuovo
all'attacco, brandendo l'arma come se fosse un vichingo.
Viktor dovette schivarlo un paio di volte mentre arretrava senza fermarsi verso la
base delle scale. Grapes disegnava enormi cerchi mortali con l'ascia davanti a sé.
Ogni volta che faceva oscillare la lama, questa attraversava l'aria con un ronzio
sinistro, coperto per metà dai ruggiti dell'Ariano. Viktor, sempre più veloce, schivava
i colpi all’ultimo minuto e si rendeva disperatamente conto di essere a corto di spazio
libero. L'ucraino, armato solamente del suo coltello, non poteva avvicinarsi a Grapes.
In quel momento, mentre retrocedeva, si imbatté nel primo gradino della scala che
andava verso il primo piano. L'ucraino si sbilanciò e dovette afferrarsi alla ringhiera
in legno di rovere. Grapes vide la sua occasione e lasciò cadere l'ascia contro il
braccio di Pritchenko. L'ucraino ebbe appena il tempo di buttarsi a terra, mezzo
secondo prima che l’accetta si schiantasse contro il corrimano, tra un'esplosione di
schegge.
Grapes grugnì ed estrasse l’ascia che era rimasta inchiodata in profondità. Quella
era l'opportunità che stava aspettando Viktor. Con la rapidità di un serpente, il
piccolo ucraino si alzò come spinto da una molla e guidò la lama del suo coltello
nell'avambraccio di Grapes. Il gigantesco Ariano lanciò un urlo e retrocesse
istintivamente di un passo. Quello spazio era molto piccolo, ma più che sufficiente
per un tipo come Pritchenko. L'ucraino gettò il braccio in avanti e affondò la lama
seghettata nell'inguine di Grapes.
L'Ariano lanciò un ululato di dolore e barcollò all'indietro, furioso. Viktor, invece
di continuare il suo attacco, rimase in piedi, in attesa, in posizione di guardia e con gli
occhi fissi sul leader Verde.
— Ti squarto, figlio di puttana — ansimò Grapes. Si passò una mano sul viso.
Improvvisamente vedeva sfocato e aveva molto freddo. Sentì qualcosa di appiccicoso
nei pantaloni. Abbassò lo sguardo e vide che erano completamente intrisi di sangue.
— È la femorale — gli disse Viktor, con voce fredda. — È tagliata. Ti stai
dissanguando, Grapes. È finita.
No. Non può essere. No, no, no, no!!
L'Ariano fece un paio di passi verso Viktor, ma le gambe gli cedettero e cadde in
ginocchio. Pritchenko si avvicinò verso di lui con cautela e gli afferrò il mento.
— Morire dissanguato è una morte indolore — disse, accovacciato accanto a lui.
— A poco a poco ti addormenti e, poi, è semplicemente finita. È molto meglio del
trattamento che hai riservato alle centinaia di vittime dei treni. Per questo motivo
voglio farti un regalo di addio prima che tu te ne vada.
Grapes aprì la bocca, cercando di dire qualcosa, ma prima che potesse articolare
una parola, Viktor gli infilò il pugnale nello stomaco. L'Ariano lanciò un grido di
dolore e gli occhi gli si riempirono di lacrime.
— Questo è per essere uno psicopatico e un fottuto bastardo — bofonchiò
Pritchenko, prima di tirare fuori il coltello e tornare ad inchiodarlo, questa volta nei
genitali. — E questo è da parte di Lucullo, figlio di puttana.
Grapes crollò a terra come un fagotto, mentre la pozzanghera di sangue si allargava
sempre di più attorno a lui. L'Ariano mantenne lo sguardo fisso in quello di
Pritchenko, con un'espressione di puro odio. Poi, a poco a poco, la luce nei suoi occhi
si andò affievolendo, finché si estinse completamente.
Viktor lo guardò per alcuni istanti, pensieroso. L'ucraino raramente godeva nel
togliere la vita, ma questa era stata una di quelle occasioni speciali. Si chinò sul corpo
e usò i resti della sua camicia per pulire la lama del coltello. Poi si alzò e continuò la
ricerca del laboratorio.
Neanche sentì lo sparo. L’unica cosa che sentì fu un colpo fortissimo alla schiena e
poi caldo, molto caldo. Improvvisamente le sue braccia cominciarono a pesargli come
il piombo, e le sue gambe si trasformarono in burro fuso. Volle girare la testa mentre
cadeva in avanti, ma non ci riuscì.
Il corpo di Pritchenko crollò come un albero abbattuto sul pavimento della hall. La
sua mano tesa graffiò un paio di volte il parquet rovinato prima di fermarsi del tutto.
In cima alle scale, il reverendo Greene lo guardava con occhi scuri, sorreggendo la
sua Colt fumante, mentre un'ombra sempre più scura sembrava prendere vita alle sue
spalle.
54

Ne avevo sistemato uno. Ma l'altro mi stava annientando. Il tizio non sparava più
alla cieca, ma centellinava le munizioni, aspettando il momento giusto per affacciarsi
e aprire il fuoco.
Quando risuonò l'esplosione delle granate, la Guardia Verde girò la testa, sorpresa.
Agendo istintivamente, mi alzai e sparai quasi senza guardare. L'AK era impostato in
modo automatico e gli svuotai mezzo caricatore di pallottole nel petto.
Il Verde crollò dopo aver fatto una piroetta mortale e il silenzio pose fine al
martirio avvenuto in quella parte di strada. Mi guardai intorno. Non rimaneva
nessuno in piedi. Solamente un mucchio di feriti che si lamentavano e cercavano di
mettersi al coperto. Quelli che stavano meglio strisciavano lentamente, ma i più gravi
guardavano da terra, impotenti, come l'enorme incendio si avvicinava a tutta velocità,
pronto a ingoiarseli vivi.

Non rimasi ad aiutarli. Avrebbero dovuto badare a se stessi o morire provandoci.


Mentre zoppicavo sulla mia caviglia rotta verso l'edificio del municipio, avevo solo
una cosa in testa. Dovevamo uscire da lì.
E il tempo stava per scadere.

Salii i gradini del palazzo traballando. Appoggiato a uno stipite della porta, c’era il
cadavere decapitato di un uomo che era stato scaraventato fin lì dall'esplosione. I suoi
vestiti erano coperti di sangue ed era impossibile indovinare a che gruppo
appartenesse. Cosa che, a quel punto, non importava.
Entrando nella hall mi bloccai, paralizzato per la sorpresa.
Grapes giaceva a terra, immobile in mezzo ad un'enorme pozzanghera di sangue.
E al suo fianco c'era un altro corpo, a faccia in giù. I suoi capelli, tuttavia, erano
inconfondibili.
No. Oh, no, per favore, oh, no, non può essere.
Mi buttai in ginocchio di fianco al corpo di Viktor e lo voltai. Una pallottola di
grosso calibro gli era penetrata nella schiena, tra le scapole, ed era uscita dall’altra
parte. L'ucraino era coperto di sangue e terribilmente pallido.
— Viktor! Viktor, dimmi qualcosa! Andiamo, amico, dimmi qualcosa! — Ero così
angosciato che non riuscivo a pensare con lucidità. Mi sfilai la camicia dalla testa e la
strappai, per fare una fasciatura con cui tamponare la ferita.
Il tessuto s’inzuppò completamente appena messo sull'enorme buco del proiettile.
Era impossibile fermare l'emorragia. Non volevo immaginare i danni interni che
doveva aver causato la pallottola.
Viktor gemette lievemente e aprì gli occhi. Il suo sguardo offuscato e svanito, girò
in tondo, cercando di localizzarmi. Vederlo così mi fece rizzare i capelli. La pelle
dell'ucraino era terribilmente fredda, ma Prit non tremava. Era spaventoso.
— Vedo... che... sei arrivato... finalmente. — La voce di Pritchenko era un
sussurro che saliva e scendeva di intensità, come una radio sul punto di perdere il
segnale. — Hai... tardato... troppo.
— Viktor. — La mia voce era strozzata. Stavo per scoppiare a piangere. — Viktor,
non morire, per favore. Non morire.
— Credo che... devo... — L'ucraino si piegò, scosso da una tosse incontrollabile.
La sua saliva, macchiata di sangue, scivolò lungo il mento e tinse il suo baffo biondo
di un sinistro tono rossiccio. — Devi... vivere... Tu e Lucía... fallo... per me. — Mi
strinse le mani con forza e mi fissò negli occhi. — Promettimelo... Promettimelo!
Non riuscii a dire nulla e mi limitai ad annuire. Le lacrime scorrevano a fiumi sulle
mie guance mentre stringevo forte l'ucraino.
— Greene... sta di sopra. — Pritchenko si portò una mano al buco sul petto e la
risollevò, coperta di sangue. — È stato lui... fa' attenzione... d'accordo? — Un colpo
di tosse ancor più cavernoso lo interruppe. L'ucraino continuò, con un filo di voce,
sforzandosi di sorridere. — Tu... hai detto... che ci saremmo visti... dall’altra parte.
La faccia di Pritchenko si contrasse in una smorfia di dolore. Viktor tese tutto il
corpo e all’improvviso si rilassò completamente, con un'espressione di pace sul viso.
Se n’era andato.

Non so per quanto tempo stetti inginocchiato in mezzo a quell'atrio, cullando tra le
braccia il corpo del mio amico. So che piansi, gridai e maledissi a voce alta. So che
trascinai il suo corpo fino in strada, per evitare che il suo sangue si mescolasse con
quello di un miserabile come Grapes. So che lo lasciai appoggiato al fianco di
un'automobile, con la sua pelle terribilmente pallida e i capelli ricadenti sugli occhi.
E so anche che quando mi voltai per rientrare nell'edificio in fiamme stavo dicendo
a me stesso che Greene era un uomo morto.
55

I corridoi del municipio si erano trasformati in un inferno. L'esplosione dell'Ithaca


non aveva lasciato una sola finestra intatta, e nei varchi aperti si erano infilate enormi
quantità di scintille incandescenti che cadendo sulle montagne di carta accumulata la
accendevano immediatamente. Alcune parti dell'edificio ruggivano in fiamme, con
gli incendi fuori controllo. Quello che per un breve periodo era stato il mio ufficio era
diventato un calderone di fuoco che crepitava tra le vampate.
Voltai le spalle a quel corridoio e cominciai a correre verso il ponte che collegava
l'edificio con l'antica banca dove si trovavano i laboratori. Il fumo era sempre più
denso e spesso, e non riuscivo a smettere di tossire. Sentivo la gola secca come carta
vetrata e ogni volta che respiravo mi costava sempre di più. Tuttavia, arrivando al
ponte sentii una folata d’aria fresca. Le fiamme ancora non erano arrivate fino a lì, e
dai finestroni rotti arrivavano forti correnti d’aria.
Arrivai al posto di controllo, dove un secolo prima c’erano le Guardie Verdi. Per
terra giaceva ancora la rivista pornografica che stava guardando uno di loro. La
calpestai passando e mi addentrai con cautela dentro i laboratori.
Entrando nella prima sala mi imbattei in un cadavere. Era una donna di mezza età,
vestita con una vestaglia, alla quale avevano sparato due volte, una al cuore e un'altra
in fronte. Aveva avuto la sfortuna di essere di turno quella maledetta notte.
Esecuzione in stile mafioso, pensai. Chi l'aveva fatto sapeva ciò che stava facendo.
Il corpo successivo era quello di Ballarini, il ricercatore capo. L'italiano non
portava un abito, ma era in pigiama, con sopra un impermeabile. Senza dubbio la
sparatoria, o l'esplosione della petroliera, l'aveva tirato fuori dal letto e allora era
corso al suo prezioso laboratorio per proteggerlo. Ma qualcuno lo aveva incontrato
lungo la strada.
L'italiano aveva una ferita molto più sporca e meno professionale dell'altro corpo.
Aveva un'enorme breccia nello stomaco e una smorfia di estrema sorpresa sul volto,
come se ancora non potesse credere di essere morto. Una delle sue pantofole si
trovava a quasi un metro dal cadavere, con alcune gocce di sangue secco sulla punta.
Armai l'AK e cominciai a scendere le scale che portavano all'antico caveau della
banca. Da laggiù arrivava un rumore di colpi ritmici e metallici.
La luce del soffitto lampeggiò un paio di volte e poi diminuì d’intensità. L'edificio
era alimentato da un generatore autonomo che cominciava a perdere colpi. Feci gli
ultimi metri in silenzio e mi affacciai alla porta della stanza.
Greene era lì, con una Guardia Verde, un tipo muscoloso e con le braccia come
prosciutti che si affannava a dare accettate alle botti d’acciaio dove fermentava il
Cladoxpan.
Aveva sfasciato già tutte le botti tranne due, e il pavimento era coperto da un
piccolo lago di medicinale che scivolava gorgogliando in un tombino. Greene
osservava tutto con aria febbrile, mentre teneva in una mano la sua pistola e nell'altra
reggeva un secchio di metallo nel quale erano riposti dei ceppi di funghi. Il reverendo
pretendeva di distruggere tutti i funghi madre tranne uno. Il suo.
L'Ariano abbatté l’ultima botte che cadde al suolo in un enorme clangore. Il
Cladoxpan si sparse in un'enorme ondata che spruzzò i due uomini quasi fino alla
vita, prima di scivolare dagli scoli e oltre la porta. Approfittai della scia che passava
al mio fianco per immergere la mano a coppa e dare un paio di rischiose sorsate.
Il liquido mi scese per la gola come se fosse fuoco. Quella era una dose molto più
concentrata di quello che avevo provato fino ad allora. Sentii una scarica di
adrenalina tanto brutale che per un istante mi nauseò. Tutti i tagli, lividi e bruciature
che mi riempivano il corpo smisero di far male come per magia. Ero sicuro che
quando mi fosse passato l'effetto, il dolore sarebbe centuplicato, ma nel frattempo mi
sentivo meravigliosamente.
Mi alzai e mi fermai in mezzo alla porta. In un primo momento non mi videro,
occupati com’erano a sfondare l'ultima botte. Improvvisamente, Greene si afferrò il
ginocchio destro come se gli avesse dato una sferzata di dolore e spalancò gli occhi.
— Tu! — gridò.
— Io. — Fu la mia secca risposta.
Di seguito mirai alla Guardia Verde e feci fuoco.
L'Ariano cercò di arrivare alla pistola (una Beretta con silenziatore professionale)
che aveva lasciato appoggiata su una mensola. La prima pallottola gli colpì una
gamba e cadde a terra. La seconda pallottola gli attraversò il cuore, e per lui era finita.
Mi girai verso Greene. Il reverendo tremava (non so se di paura o di rabbia)
incapace di staccarmi gli occhi di dosso. Dava la sensazione di aver visto un
fantasma. Mi puntò addosso la sua enorme Colt con mano tremante.
— Sei un figlio di Belzebù — mormorò con gli occhi spalancati, lanciando
scintille. Aveva perso il suo cappello Stetson e aveva i capelli arruffati. — Sei il
Diavolo, l'Anticristo, un'offesa agli occhi del Signore! È giunta l'ora che ti riunisca a
Satana per sempre! — E allora tirò il grilletto percussore della sua pistola.
In quel momento, il generatore scoppiettò per l’ultima volta e le luci si spensero.
Istintivamente mi gettai a terra. L'arma di Greene illuminò tutta la stanza buia con
una vampata spettrale, mentre un pesante calabrone di piombo passava ronzando a
pochi centimetri dalla mia testa. Da terra e alla cieca, aprii il fuoco. La raffica
dell'AK raggiunse il reverendo al braccio, che lasciò la Colt con un grido di dolore. Si
chinò per raccoglierla, ma io ero già in piedi e saltai su di lui con furia omicida.
Investii Greene con tanta forza che lo feci cadere di schiena. Le mani del
predicatore mi graffiarono il viso mentre lanciava morsi furiosi cercando di
raggiungermi il collo.
— Non puoi uccidermi! Sono il Profeta! IO SONO IL PROFETA!
Il secchio di Cladoxpan con il fungo madre all’interno era accanto a noi. Presi
Greene per il bavero e lo sollevai con la stessa facilità con la quale una gatta scuote
un cucciolo.
— Non sei il Profeta — gli sussurrai all'orecchio. — E non lo sei mai stato,
dannato pazzo figlio di puttana.
Greene mi guardò con un'espressione di autentico terrore negli occhi. La sua
gamba destra che non aveva mai smesso di tremare e scuotersi durante tutta la lite, si
era improvvisamente quietata.
— Ha smesso di farmi male — mormorò, con un tono di incredulità nella voce. —
Non può essere...
— Questo invece ti farà male, bastardo. — E gli immersi la testa dentro il barile di
stagno.
Il reverendo si dibatté selvaggiamente, cercando di tirare fuori la testa per poter
respirare. Lo tenni stretto mentre il Cladoxpan gorgogliava e traboccava dai bordi del
secchio. Dopo un po’, il suo corpo smise di scuotersi e, alla fine, rimase immobile.
Mi abbandonai a terra, ansimando. Avrei dovuto sentirmi bene. Avevo ucciso
l'uomo che mi aveva infettato, colui che aveva ucciso Pritchenko e che aveva
condotto migliaia di persone a quell'orgia di dolore e distruzione. Tuttavia, avevo
solo una gran voglia di chiudere gli occhi e riposare.
Un boato enorme risuonò sopra di me. Qualcosa al piano superiore era crollato.
L'aria era molto calda e cominciava ad impregnarsi di fumo. Mi alzai a fatica e
raccolsi l'ascia che il Verde stava usando per sfondare le botti. Ritornai vicino a
Greene e sollevai l'ascia sulla mia testa. Con un colpo secco, decapitai il reverendo.
— Vediamo se sei capace di ritornare dal regno morti, bastardo — mormorai.
Mi misi il fucile a tracolla e uscii dal caveau col secchio in una mano e la testa del
reverendo nell'altra. L'esterno era pieno di piccoli focolai e il caldo era soffocante.
Salii le scale e attraversai velocemente il laboratorio in fiamme, in direzione
dell'uscita. Dovetti scendere quasi alla cieca le scale del municipio, a causa del fumo
intenso. Quando finalmente riuscii ad uscire dovetti appoggiarmi un attimo sulle
ginocchia per vomitare.
Attorno a me, tutta Gulfport veniva lentamente inghiottita dalle fiamme. Solamente
il ghetto di Bluefont, dall'altro lato del canale, sembrava essersi salvato della furia
sfrenata dell'incendio.
Alzai la testa del reverendo e la portai all'altezza dei miei occhi. Il suo viso era
rimasto congelato in un'espressione di rabbia e aveva la bocca aperta, mostrando i
suoi denti vecchi e usurati. Gli sputai negli occhi e, poi, prendendo la rincorsa, gettai
la testa nell'inferno di fuoco nel quale si era trasformato il municipio.
La testa sparì dentro quell'enorme pira. In un attimo, un fumo nero e appiccicoso si
alzò al di sopra delle fiamme, mentre si sentì un urlo disumano. Per un istante mi
sembrò di vedere che il fumo si contorceva e rigirava con vita propria.
Proprio allora, il soffitto della hall, consumato dal fuoco, crollò con uno schianto e
tutto sparì in un mare di fiamme.
56

Pontevedra, Spagna
Sei anni dopo

Il fuoristrada si fece largo lentamente tra la sterpaglia che aveva colonizzato le


crepe dell'asfalto. La maggior parte delle case avevano un aspetto opaco e alcune
erano in uno stato di collasso imminente, ma per il resto non era cambiato quasi
niente. Mentre avanzavamo schiacciando i mucchietti di ossa marce e giallognole che
punteggiavano il paesaggio qua e là, non smettevo di indicare qualcosa a Lucía, con
l'entusiasmo di un bambino.
Infine arrivammo a un bivio e girai a sinistra. Sull'asfalto dell'incrocio si vedeva
ancora una grezza scritta a spray che un soldato ormai morto aveva fatto anni prima,
in piena evacuazione.
Fermai il veicolo e spensi il motore, ma non fui capace di uscire. C’erano troppi
ricordi.
— Era lì? — mi chiese Lucía con dolcezza, mentre metteva la sua mano sulla mia.
La gravidanza era già molto evidente. Presto avremmo avuto bisogno di un posto
definitivo in cui stabilirci. Almeno per una stagione.
Annuii, emozionato. Casa mia.
Ero tornato a casa.
— Siamo già arrivati? — disse una voce acuta dal sedile posteriore.
— Sì, Viktor, siamo già arrivati — rispose Lucía, voltandosi. — Ma aspetta che
papà ti apra la portiera prima di uscire.
Il piccolo Viktor ci osservò di traverso e assentì. Era un bimbo tranquillo e sveglio,
e aveva ereditato gli incredibili occhi verdi di sua madre.
— Vivremo qui? — domandò di nuovo, aggrottando le sopracciglia. — Non mi
piace questa casa. È vecchia e sporca.
Risi di cuore e scompigliai i capelli a mio figlio.
— Tranquillo, c'è un mucchio di case vuote — gli dissi. — Vivremo in quella della
città che più ti piace, te lo prometto. Ma prima papà vuole andare a prendere qualcosa
lì dentro.
Scesi dall'automobile e lasciai verificare a Lucía che il nostro ceppo di fungo
madre avesse la sufficiente quantità di acqua. Curare quello strano fungo era
diventata una parte della nostra routine giornaliera da molto tempo.
Camminai verso la mia casa col cuore pieno di emozione. Quanti anni erano
passati? Otto? Nove? Tuttavia ero in grado di riconoscere fino all'ultimo segno di
vernice. Perfino l'odore mi era familiare.
Eravamo tornati.
Di fianco a me passò una piccola palla di peli arancione. Lucullo non si muoveva
più con la stessa velocità di quando era più giovane, ma era ancora capace di fare una
bella corsa quando qualcosa gli interessava. Il gatto miagolò inquieto, scuotendo il
piccolo moncherino che aveva per coda, e mi guardò con aria interrogativa.
— Ti ricordi anche tu di questo posto, eh, amico? — gli sussurrai mentre
l'accarezzavo.
Era la fine di un viaggio molto lungo. Ci avevamo messo quasi sei anni ad arrivare
fino a lì, dal giorno in cui eravamo usciti dalle rovine di Gulfport. Sei anni di
continuo viaggiare, trovando molti piccoli gruppi in un mondo che a poco a poco
cominciava a rinascere dalle sue ceneri.
Il pianeta era ancora un luogo pericoloso. Anche se da più di quattro anni nessuno
aveva visto né sentito parlare di un Non-Morto, non tutti i gruppi umani che erano
sopravvissuti erano amichevoli o pacifici. A poco a poco si andava instaurando un
nuovo ordine sociale molto precario, ma non era nemmeno lontanamente l’ombra di
quello che era stato il mondo prima dell'Apocalisse. Il Secondo Medioevo, lo
chiamavano alcuni.
D'altra parte, il TSJ continuava ancora a scorrere nelle vene di molti sopravvissuti.
Per qualche motivo misterioso, benché Lucía ed io fossimo infetti, il piccolo Viktor
sembrava immune al virus. A quanto pareva, trasmettendosi di madre in figlio, il TSJ
mutava e perdeva tutta la sua virulenza. In poche generazioni non sarebbe stato altro
che un cattivo ricordo.
La porta era ancora aperta, proprio come l'avevo lasciata anni addietro. Entrai con
attenzione, seguendo Lucullo, che come un fulmine si diresse verso il patio
posteriore, dove aveva trascorso tante ore piacevoli.
La casa era un disastro. Una famiglia di volpi aveva fatto la sua tana nel mio
salone, e il piano di sopra era rovinato dalle infiltrazioni d’acqua. I mobili puzzavano
di umidità e la tinta alle pareti era scrostata, ma anche così, ero felice.
Ero a casa.
Mi avvicinai fino al mobile del salone e aprii il primo cassetto. Lì dentro, ben
conservati dentro una fodera di plastica, c’erano gli album fotografici della mia
famiglia. Il mio ultimo legame col passato.
Lucía e Viktor entrarono dietro di me, tenendosi per mano. Mio figlio guardava
tutto con curiosità, ma anche con prudenza. Sapeva molto bene che una casa in rovina
poteva essere un posto pericoloso. I bambini del Nuovo Mondo avevano conoscenze
molto diverse da quelli di prima dell'Apocalisse.
— Che cosa faremo ora, Manel? — mi domandò Lucía, mentre appoggiava la testa
sulla mia spalla. — Dove andremo?
— Non lo so — risposi con sincerità. — Ma non ha importanza.
Eravamo vivi. Eravamo sopravvissuti alla prova più dura dell'Umanità.
E d’ora in avanti, il mondo ci apparteneva.
Ringraziamenti

Dopo un viaggio di tre anni, quattrocentomila parole e quasi mille pagine in totale,
è molto complicato ricordarsi il nome di tutte le persone che hanno fatto sì che questa
avventura di AZ avesse luogo.
Innanzitutto grazie alle centinaia di migliaia di lettori anonimi della rete, ed alle
decine di migliaia che hanno poi seguito il libro, perché il passaparola ha trasformato
questa piccola storia di un sopravvissuto spaventato nella serie di tre libri che è oggi.
Sono stato fortunato ad essere stato favorito in questo modo da voi, che avete aperto
la strada a coloro che seguiranno.
Una menzione speciale la merita tutta la gente di Plaza&Janés, e specialmente la
mia editrice, Emilia Lope, per il suo affetto, la pazienza, la comprensione e il costante
appoggio. Siete un gruppo stupendo, dal primo all'ultimo, e avete fatto in modo che
questa avventura fosse confortevole e piacevole; ma con Emilia ho un debito
speciale. Grazie per aver creduto in me, Emi.
A Sandra Bruna, il mio agente, ed a tutta la sua favolosa squadra di Barcellona, per
aver sopportato con pazienza i miei deliri ed ottenuto che questa storia potesse essere
letta in più paesi e in più lingue. Keep pushing, Sandra.
A Juan Gómez-Jurado, formidabile autore di successo, ma soprattutto amico, per
avermi fatto da guida e per l’aiuto. Ogni volta che sto con te imparo qualcosa di
nuovo. E ovviamente, a sua moglie Katuxa, per aver sopportato stoicamente due
scrittori contemporaneamente nel salone di casa sua, una cosa che richiede molta
pazienza.
Ad Itzhak Freskor, di Berlino, ed a Manuel Soutiño, di Santiago di Compostela,
per essere apparsi al momento giusto a risolvere i problemi con l'energia di un
ciclone.
Ad Aurora e Manolo, per avermi ceduto la loro casa nell'angolo più bello e
nascosto della Galizia in modo da poter finire in tranquillità questo libro. E no, ti
garantisco che non siamo stati noi a buttare giù il portone. E’ caduto da solo.
Alla mia famiglia, per la pazienza e il supporto. I miei genitori, fermi come una
roccia ferma in mezzo a una tempesta, e mia sorella, tenace ed intelligente, sono stati
e sono singoli pilastri della mia esistenza. Grazie per essere come siete.
E ovviamente, Lucía, mia moglie. La mia prima lettrice e la mia più severa critica;
ogni volta che la guardo capisco perché gli uomini possano, a causa di una donna,
sfidare la morte con il sorriso sulle labbra.
A tutti loro, grazie. Ed ora, preparatevi. Il viaggio è appena iniziato.
1
Con il termine Juche si indica l'ideologia ufficiale della Repubblica Popolare Democratica di
Corea, nonché il sistema politico su cui si basa. Significa letteralmente "corrente principale" o
"corrente tradizionale", ma viene spesso reso come "autosufficienza"; la sua origine risiede in un
discorso di Kim Il-sung dove si riferisce all'"Idea di Juche", che identifica le masse Coreane come gli
artefici dello sviluppo della nazione. Il Juche viene usato per giustificare diverse scelte dell'organo
politico nord-coreano, come la ricerca d'indipendenza dalle Superpotenze, un forte apparato
militare e l'impiego prioritario delle risorse nazionali. Kim Il-sung descrisse il Juche come l'idea
secondo cui "l'uomo è il padrone di ogni cosa e decide ogni cosa". (N.d.T)
2
ODIO GLI EBREI, in inglese nel testo originale. (N.d.T.)
3
“gachupin” Termine con cui si indicavano nel Messico, dal 16° sec. fino a tempi relativamente
recenti, gli individui di ‘puro sangue’ spagnolo, costituenti la casta sociale privilegiata e un tempo
la sola a godere dei pieni diritti giuridici. (N.d.T.)
4
In italiano nel testo. (N.d.T)
5
In italiano nel testo. (N.d.T.)
6
In italiano nel testo. (N.d.T.)
7
“I vigliacchi muoiono molte volte innanzi di morire; mentre i coraggiosi provano il gusto della
morte una volta sola.” William Shakespeare, Giulio Cesar, ca. 1599. (N.d.T.)
8
I Latin Kings sono una delle gang più diffuse nel mondo i cui membri sono nella maggior parte
giovani Latino Americani. La gang è stata creata nel 1940 nella città di Chicago e aveva come
principale scopo quello di aiutare i Latino Americani immigrati negli Stati Uniti nella ricerca di un
futuro migliore.
9
Il pittore olandese Hieronymus Bosch in spagnolo viene spesso chiamato “El Bosco” (N.d.T.)
10
“Cuernos de chivo” Termine gergale messicano per indicare un AK-47 (Kalashnikov), il cui
significato letterale è "corno di capra", riferito al caricatore ricurvo o a banana che l'arma utilizza.
(N.d.T.)