Sei sulla pagina 1di 175

JAN CHRYZOSTOM KOREC

Cardinale Vescovo di Nitra

1950: cristianofobia socialista


in Cecoslovacchia

1. La notte in cui tutti gli ordini religiosi maschili furono soppressi.


Quella notte fu unica in mille anni di cristianesimo in Slovacchia e in Boemia.
Quella notte in cui la nostra stessa gente, sfidando la storia e la sua evoluzione
morale, commise un atto che non era balenato in mente né ai Tartari, né alla
autorità turca, né ad alcun invasore nel lungo corso della storia del nostro paese.
Quella notte, che ricorderemo in molti come la più oscura e barbara della nostra
vita, non solo per l'inaudito atto contro migliaia di suore, ma per la violenza usata
contro la cultura e la spiritualità della nostra nazione, fu la notte che segnò la nostra
vita.
A quel tempo ero a Trnava in un collegio gesuita. Studiavamo teologia. Già da due o
tre giorni eravamo un po' inquieti. L'economo della casa, Padre Kajtàr, aveva
incontrato in città una signora che gli si era accostata furtivamente sul marciapiede
e gli aveva detto in fretta: «Padre, faccia attenzione, vi vogliono eliminare!» ed era
subito sparita. Quando ce lo raccontò non demmo molto peso alla cosa, ma
l'inquietudine si era ormai insinuata in noi. E poi accadde ...
Nella notte tra il 13 e il 14 aprile 1950 fummo svegliati da passi pesanti e risoluti nel
corridoio del nostro grande collegio e da colpi di mani e calci di fucile alla porta.
Erano guardie, forze dell'ordine regolari accompagnate dalla polizia segreta. Come
apprendemmo poi, poco dopo la mezzanotte avevano scavalcato le alte mura di
cinta del collegio, ed erano penetrati nel cortile sparpagliandosi poi per tutti i
corridoi.
Io condividevo la stanza con un seminarista, e all'inizio non volevamo aprire. Lui
specialmente si rifiutava. Ma non aveva senso opporre resistenza. Ci mettemmo
qualcosa addosso e aprimmo la porta. Una guardia in abiti civili, ma con il cappello
militare in testa e un mitra appeso per la cinghia ad una spalla, ci intimò di vestirci
in fretta e di ritrovar ci con gli altri davanti alla cappella che era nel nostro stesso
corridoio.
Non perdemmo tempo. Stavano arrivando anche gli altri: sacerdoti, padri, fratelli
religiosi e teologi. Quando eravamo più o meno tutti lì, il comandante delle guardie
ci informò che per ordine del governo - così sosteneva - saremmo dovuti tornare
nelle nostre stanze per fare immediatamente le valigie, e ritrovarci lì per poi partire
con gli autobus della polizia. Per fare i bagagli ci dava venti minuti ...
Il Padre Superiore - Padre Frantisek Bednàr - cercò di protestare. Voleva vedere la
precisa ordinanza secondo la quale avremmo dovuto ubbidire in circostanze così
serie. Ma il comandante delle guardie, un uomo forte, tarchiato, avvolto in un
cappotto di pelle, rispose al Padre Superiore con fermezza: «Se non ubbidite
spontaneamente troveremo un altro sistema!». Tirò fuori, invece, un foglio da cui
lesse sistematicamente i nomi di noi tutti, e ad ogni singolo nome che leggeva
assegnò una guardia incaricata di tenerci d'occhio uno per uno.
Più tardi capimmo come erano riusciti a procurarsi la lista esatta dei nomi dei
membri delle comunità religiose. Qualche settimana prima avevamo dovuto
ospitare a Trnava e nella casa gesuita dei cosiddetti inviati - i quali si erano infiltrati
anche in altri istituti religiosi. Noi avevamo ricevuto un insegnante e un muratore.
Erano stati da noi diverse settimane, il che era già abbastanza seccante, perché non
era consuetudine che dei civili, oltretutto atei, prendessero residenza in una casa
religiosa.
Padre Bednàr aveva protestato per questa assegnazione forzata, ma non gli era stato
possibile impedir loro di stabilirsi da noi. Avrebbero dovuto indottrinarci - darci
lezioni di marxismo-leninismo! - ma ben presto vi rinunciarono, dopo aver
constatato che non era proprio il caso. Padre Bednàr li aveva anche informati che
impartire lezioni ai suoi studenti di teologia era inutile, poiché essi avevano studiato
filosofia - e quindi anche il marx-leninismo - per ben tre anni prima di immergersi
nella teologia. Gli inviati rinunciarono quindi al loro intento di indottrinarci, ma un
giorno chiesero al Padre Superiore i nomi di tutti i componenti della comunità, e
dopo qualche giorno se ne andarono. Erano appunto alcuni giorni prima della notte
tra il 13 e il 14 aprile ...
Dopo questo primo impatto con la forza burocratica statale, andammo nelle nostre
stanze per fare le valigie. Non fu per niente facile. Che cosa portarsi via in venti
minuti? Libri... vestiti... effetti personali... documenti... Mettemmo alla rinfusa in
valigia tutto quello che potemmo senza una vera e propria scelta, sia perché
eravamo molto agitati, sia perché non sapevamo a che cosa saremmo andati
incontro e non eravamo in grado di ragionare con lucidità. Devo però dire che,
almeno noi giovani, non eravamo poi così spaventati. Io disposi le mie cose nella
valigia, a cominciare dai vari scritti - annotazioni personali, pensieri, articoli - a cui
più tenevo.
Il mio compagno di stanza fece lo stesso. Ricordo che mentre scartabellava tra le sue
cose prese un foglio, lo appallottolò e lo buttò nel cestino. La guardia, un giovane sui
vent'anni che stava lì sulla porta con il mitra puntato su di noi, lanciò un'occhiata
sospettosa e, sempre puntando il mitra su di noi, si accostò al cestino, tirò fuori il
foglio e si mise a leggerlo. Era un foglio di giornale ...
Finite le valigie, la guardia ci condusse attraverso i corridoi fuori in strada tra il
collegio gesuita e il convento francescano, dove due autobus erano pronti per noi.
Era circa l'una di notte.
Solo più tardi venimmo a sapere che non tutti erano riusciti a fare i bagagli
facilmente come noi. Nella casa risiedevano sacerdoti molto anziani, e l'effetto
prodotto su di loro dalla improvvisa e brutale irruzione delle guardie era stato
incomparabilmente peggiore. Padre Kràlicek, un vecchietto con la barba bianca, si
era ritrovato a dir poco perplesso e incerto nella sua stanza. Doveva fare i bagagli in
venti minuti - lui che abitava lì da più di trent'anni! Era stato per molto tempo
redattore di Posol Bozského Srdca Jezisovbo e Katolicke misie, ed io, avendo
lavorato con lui in redazione per due anni dopo gli studi, potevo immaginare la sua
stanza piena di pile di bozze di stampa. Come poteva decidere cosa portare con sé?
Dietro le sue spalle, la grande libreria; sul tavolo, decine di pubblicazioni sparse, fra
cui riviste estere riguardanti le missioni - francesi, inglesi, italiane, spagnole... E lui
lì, in quei venti minuti, col suo amore profondo per tutto ciò che lo circondava,
poiché quella era la sua vita: missioni, libri, riviste, informazioni. Aveva messo in
valigia alcuni oggetti a caso e poi era rimasto immobile. Con lui c'era il poliziotto più
anziano che, in seguito, lo consigliò e lo aiutò.
Alcuni dei più giovani e coraggiosi fecero notare che quello che stava accadendo era
qualcosa d'illegale. Per zittirli le guardie li minacciarono, dicendo che avrebbero
anche potuto metterli al muro.
A poco a poco ci ritrovammo tutti sugli autobus. Ricordo l'episodio del teologo Alojz
Satura, a conferma del fatto che i giovani non si persero veramente d'animo. Satura
era un grande sportivo, uno dei nostri campioni di calcio. Era già salito in autobus
con la sua valigetta, quando gli venne in mente una cosa, e ad alta voce annunciò a
tutti: «Non abbiamo preso con noi il pallone e la attrezzatura per la pallavolo!».
Lasciò la valigetta sull'autobus, disse qualcosa al poliziotto e tornò indietro, dentro
la casa. Non trascorse molto tempo che lo vedemmo tornare con un pallone e la rete
da pallavolo in mano ... Questa piccola avventura ci mise tutti di buon umore.
Anche gli altri davano a vedere di non aver preso la cosa troppo sul tragico, e che in
fondo quella non era la fine del mondo. Una volta insieme, i teologi, i religiosi
slovacchi, i confratelli boemi e tutti noi novizi e professi recitammo una breve
preghiera prima ancora che gli autobus si muovessero.
Partimmo. Andavamo in direzione nord, verso Trencìn, verso Zilina e Vrùtky, poi
verso Ruzomberok. All'alba qualcuno di noi si accorse che per tutto il percorso
lungo la valle del fiume Vàh erano stanziate forze dell'ordine e guardie della milizia.
In certi tratti tutta la strada appariva presidiata. Probabilmente era lo stesso in tutta
la repubblica, poiché quella notte ebbe inizio la repressione degli ordini religiosi su
tutto il territorio.
Proseguivamo ora verso est. Quella mattina, dopo l'alba, ci accorgemmo che nelle
città della regione di Spis la gente stava per strada e alcune donne si asciugavano gli
occhi con il grembiule. Questo significava certamente che erano già passati altri
autobus prima del nostro, provenienti da Zilina o da Ruzomberok. La gente della
regione di Spis doveva essere al corrente dell'accaduto. Anche dai loro monasteri e
dai loro conventi erano stati deportati tutti i religiosi.
Sul nostro autobus l'atmosfera non era delle più drammatiche, sebbene i poliziotti ci
tenessero sempre sotto sorveglianza. Di tanto in tanto ci sporgevamo dai finestrini,
coi nostri colletti bianchi che spiccavano sull'abito, in modo che la gente potesse
vedere che sull'autobus c'erano degli uomini di chiesa.
Ci dirigevamo sempre ad est, ma nessuno sapeva dove stavamo andando. Durante il
viaggio meditavamo, dicevamo il rosario e pregavamo, o accennavamo qualche
discorso e poi pregavamo ancora. Siccome andavamo sempre verso est, qualcuno si
chiedeva se non ci stessero portando in Russia ... ma, se ben ricordo, neanche
questo pensiero riuscì a deprimerci. Fu con questo stato d'animo di attesa, ma senza
particolare agitazione, che attraversammo Presov, Branisko, poi girammo giù verso
Kosice, e da Kosice a Jasov. A Jasov c'era un grande monastero con un ampio
giardino. Era stato fondato in un'epoca lontana, nell'anno 1190. Qui ci fecero
scendere.
2. A JASOV
A Jasov, dove erano già arrivati altri religiosi, ci divisero in gruppi per le camere. Ci
incontrammo tutti nella mensa, e poi nel giardino. Il cibo era scarso. Dopo tre o
quattro giorni eravamo già letteralmente affamati. Andavamo nel giardino e
lavoravamo nell'orto. Erano occupazioni per nulla indispensabili, piccoli lavoretti di
giardinaggio per passare il tempo. Il nostro capo - un inviato a Jasov - era un
elettricista. Il suo secondo era un postino. Oltre a loro due c'era anche una guardia
carceraria.
A Jasov non sapevamo quello che ne sarebbe stato di noi. Si mormorava che
innanzitutto ci avrebbero perquisiti. Dato che avevo con me alcuni scritti che non
volevo affidare a mani incompetenti, cominciai a bruciarli. Bruciai anche qualche
anno dei miei diari .... Si può dire però che gli eventi non agivano su di noi in modo
distruttivo. Sin dal primo giorno passavamo il tempo con la preghiera, come
eravamo stati abituati dagli anni di vita religiosa - meditazioni, rosario, esami di
coscienza .... Tutto sommato riuscimmo ad ambientarci piuttosto bene. Il secondo o
il terzo giorno riprendemmo lo studio della morale con le lezioni del Prof. Lackovic.
Ci riunivamo a gruppi in una stanza mentre gli altri facevano la guardia.
Pochi giorni dopo il mio arrivo a Jasov ebbi una piacevole sorpresa. Mi chiamarono
in portineria e lì vidi mia madre insieme a quella di un mio compagno di teologia.
Non potevo credere ai miei occhi! Pochi erano quelli che in quei giorni erano riusciti
a sapere dove ci avevano portato. L'elettricista inviato rimase lì con noi per tutto il
tempo; ci fu quindi difficile chiedere alle nostre madri come fossero riuscite a
trovarci. Parlammo un poco, poi tirarono fuori alcune cose - un dolce slovacco ed
altri piccoli doni. L'inviato infilò il suo coltello in diversi punti del pacco e poi ce lo
diede.
Ci fece un grande piacere questa prima visita, ed anche gli altri ne sembrarono
stranamente compiaciuti. Le cose portateci furono ovviamente divise fra tutti. Solo
alcuni mesi più tardi, quando mi incontrai con mia madre in libertà, mi raccontò
come era riuscita a combinare il nostro incontro. La notizia della soppressione degli
ordini religiosi maschili era rimbalzata per tutta la nazione in un baleno. Anche i
miei genitori e famigliari avevano saputo dell'accaduto. Mia madre aveva contattato
alcuni conoscenti e insieme alla madre di un mio compagno erano andate subito a
Trnava per sincerarsi di persona e capire come stessero veramente le cose.
Arrivate al collegio dei gesuiti, furono immediatamente fermate dalle forze
dell'ordine, che avevano già occupato l'istituto. Le due madri chiesero di noi - dove
fossimo e dove ci avrebbero portato. Vedendo che i poliziotti esitavano, le due madri
cominciarono a prenderli di petto. «Sì, non sapete dove sono! Non volete dircelo!
Ma noi sappiamo dove li avete portati! Li avete portati nelle camere a gas! Adesso
andremo a casa e spargeremo la voce dappertutto, sul treno e dovunque, diremo che
fine gli avete fatto fare! Tutti sapranno che li avete portati nelle camere a gas ed è
per questo che nessuno ci vuole dire dove si trovano!»
Dopo questi attacchi da parte delle due madri, venne loro detto che non ci era stato
fatto alcun male e che ci trovavamo a Jasov ...
Intanto, si sapeva benissimo che subito dopo la nostra deportazione da Trnava,
certe persone avrebbero fatto piazza pulita nelle nostre case religiose. Avevamo
lasciato tutto aperto: le camere, il ripostiglio, la cantina e anche la cosiddetta
sartoria, dove veniva riposta tutta la biancheria, la stoffa per le talari e tante altre
cose. Tutto avevamo lasciato tutto, e come generalmente accade in queste occasioni,
chi prima arriva meglio arraffa ...
Quando mia madre e la sua compagna vennero finalmente a sapere dove ci
trovavamo, decisero che sarebbero tornate di nuovo a casa, avrebbero preparato
qualcosa per noi e poi si sarebbero incontrate per andare insieme a Jasov. E così
fecero.
Ripenso spesso a questo episodio e coltivo altri ricordi molto belli di mia madre. È
la prova della perseveranza della donna slovacca e credente - la perseveranza di una
madre. Prova di una tenacia e una combattività di cui non può andare altrettanto
fiero né un soldato, né qualsiasi altro uomo, per quanto tenace egli sia. Le nostre
madri hanno avuto negli anni successivi altre occasioni per provare la loro fede, il
loro amore vivo! Ma anche la capacità di capire gli eventi, e il coraggio di viverli fino
in fondo.
3. A PODOLÌNEC
Non rimanemmo a Jasov molto a lungo. Verso la decima notte ci svegliarono, ci
fecero fare i bagagli e ci caricarono sugli autobus. Ci spostammo a nord fino a
Podolìnec, in una zona agricola collinosa. Il panorama sconfinava, nelle giornate
limpide, da Podolìnec ai monti Levoca, e talvolta si vedevano perfino le vette delle
Vysoké Tatry. Nell'ex monastero di Podolìnec erano stati raggruppati diverse
congregazioni religiose - salesiani, verbiti ed altri. Per noi gesuiti di Jasov fu
allestita un'ala, murato un corridoio e dipinte in bianco le finestre che davano sulla
strada. Ci buttarono in sei, sette o anche in dieci in ogni stanza, con soltanto
materassi e pagliericcio per terra. Uno dei gesuiti più giovani protestò dicendo che
eravamo in troppi - in numero maggiore dei materassi - e per tutta risposta il tutore
Svejduk poco dopo aprì la porta e spinse dentro altri due o tre ragazzi.
Anche a Podolìnec ci mettemmo insieme agli altri religiosi a lavorare in cortile; ma
era nuovamente una farsa di lavoro, specialmente nell'orto. Alcuni lavoravano il
legno - era stato abbattuto un albero per trovarci una qualche occupazione; altri
erano in cucina; altri ancora tenevano in ordine il monastero. Nei momenti liberi ci
rimettemmo a studiare morale ed ecclesiologia. Nel giro di qualche settimana
avevamo allestito un calendario per gli esami delle materie studiate, con tanto di
libri di testo e quattro professori che presiedevano agli esami.
Nel frattempo a Podolìnec avvenivano altri fatti interessanti di cui io fui testimone
indiretto. Il comandante della polizia, sottotenente Jencik, era un anziano di fede
evangelica. Non era cattivo, ma la sua eccessiva prudenza (e forse la paura) lo
rendeva tale. Nel suo reggimento c'era un altro sottotenente, che evidentemente
simpatizzava con noi ed era credente. Costui ci fece dei grandi favori che, come
venni a sapere più tardi, gli procurarono anche dei guai. Un giorno lo vedemmo
arrivare con aria desolata. Ci disse che era stata trattenuta la lettera di un nostro
confratello per i suoi famigliari. Nella lettera, il buon sottotenente spiegò che nella
missiva il giovane gesuita illustrava le condizioni di Podolìnec e, aggiunse,
«Figuratevi che scrive di me e dice che sono buono! Ma io ho moglie e figli!»
Evidentemente al comandante della polizia non era andato a genio che il suo
sottotenente venisse citato come «buono». In una situazione simile per lui era una
disgrazia...
Complessivamente eravamo in 650 a Podolìnec. Col tempo dei confratelli gesuiti,
ma anche alcuni salesiani e membri di altre congregazioni, cercarono con successo
di rendere più amichevoli i rapporti con il comandante delle nostre guardie. La
domenica e nei giorni festivi ci fu concesso di celebrare la Santa Messa in chiesa. In
occasione delle feste dei singoli ordini e delle congregazioni, la predica veniva
affidata ai sacerdoti che ne facevano parte. La linea dura presa nei nostri confronti
si stava dunque pian piano attenuando, ma questo diede luogo ad alcune situazioni
imbarazzanti. Accadde che qualcuno di noi riuscì ad evadere dal monastero, poiché
durante il lavoro nell'orto la sorveglianza si era fatta meno severa, e così un gruppo
di sacerdoti e religiosi poté scavalcare il muro non troppo alto e fuggire. Di una di
queste evasioni si seppe tra noi subito nel pomeriggio stesso, ma solo il mattino
seguente durante la conta si scoprì ufficialmente che mancava uno di noi. Eravamo
tutti in riga ma il conto non tornava. L'ufficiale di turno cominciò a contare di
nuovo, ma il conto non voleva tornare. Svedluk, il nostro capo, se ne stava in
disparte, fidandosi dei suoi collaboratori che contavano. Quando per la terza volta il
conto non tornò, capì finalmente che cosa era successo. Fummo tutti nei guai per
questo, ma col tempo la faccenda passò nel dimenticatoio. Nei mesi che seguirono ci
furono diverse altre fughe.
Una mattina il nostro istruttore di ginnastica, Gorazd Zvonicky, nel bel mezzo di
una marcia gridò ad alta voce: «Ed ora tutti con me!». Noi non capimmo cosa
volesse dire; fatto sta che il pomeriggio dello stesso giorno apprendemmo che era
fuggito. A seguito di queste evasioni la sorveglianza si faceva di tanto in tanto più
severa. Ci punivano anche per le colpe ritenute non gravi, chiudendo il colpevole in
cantina e talvolta addirittura malmenandolo. Un giorno ci fu una perquisizione
generale da parte della sicurezza di stato di Presov. Fummo avvertiti solo pochi
minuti prima che accadesse - giusto il tempo di nascondere le cose più importanti,
in specie scritti, nell'aia o in mezzo al fieno. Ci perquisirono tutti gli effetti personali
e sequestrarono molti libri e fascicoli. Erano perdite gravi per noi, ma la notte
seguente tre dei nostri compagni fecero una coraggiosa sortita: attraversarono i
corridoi, giungendo fino alla stanza dove le forze dell'ordine avevano fatto
depositare tutti i nostri scritti. Forzarono l'ingresso della stanza e, alla luce di torce
elettriche, riuscirono a portare via alcuni dei più preziosi testi teologici.
C'erano guardie dappertutto che avrebbero potuto scorgerli, ma il loro coraggio fu
premiato e l'impresa riuscì. Io fui particolarmente grato quando mi venne restituito
un libro che amavo moltissimo -«Uditori della parola» di Karl Rahner. Il libro era
scritto in un linguaggio particolarmente impegnativo, che in seguito tradussi per i
suoi concetti profondi e le spiegazioni filosofiche.
Nonostante fossimo continuamente perquisiti, nonostante la nostra perenne
incertezza e le angherie subite, nessuno al mondo poteva sottrarci la voglia di vivere
e la speranza nel futuro. In fondo al cuore però stagnava una certa nostalgia di tutto
ciò che era stato forzatamente interrotto nella nostra vita. Ma anche attraverso la
nostalgia emergeva la nostra ferma convinzione che stavamo facendo un cammino
di fede. Eravamo certi che Dio sapeva tutto e che poteva trasformare qualsiasi
disgrazia in una benedizione. Da quei giorni di oscura prigionia nacque anche una
canzone, che si può dire rappresentasse il nostro stato d'animo. Le parole erano dei
salesiani, e la melodia era intonata sul modello della canzone «In terra slovacca là a
Trnava».
In terra slovacca, là sotto i monti Tatra, dove per le valli soffia il vento,
Là i religiosi, figli del popolo, sull'attenti stanno al nuovo comandamento.
Cara mamma, con quanti sacrifici, con quanti sacrifici mi hai educato!
Quando dovevo lavorare il tuo campo, la tempesta mi ha spaventato.
Sul campo dei monti Tatra, sul duro podere, i religiosi si fanno forti.
Per il bene del popolo, pace e libertà, con la loro croce obbediscono ai
comandamenti storti...
A Podolìnec il tempo volava. Potevamo ricevere visite di quando in quando,
naturalmente in presenza di una guardia. Queste visite però non ci venivano sempre
concesse. Accadde che una coppia di genitori molto anziani arrivarono fino a
Podolìnec per vedere il loro figlio ma non li lasciarono entrare. Pregarono i poliziotti
in portineria di lasciarlo almeno affacciare ad una finestra, ma anche questo gli fu
negato.
E così questi anziani genitori dovettero tornarsene a casa nel loro paesello di
montagna senza neanche aver potuto vedere loro figlio! La nostra situazione era
resa ancor più seccante dal fatto che la stampa, durante la soppressione degli ordini
religiosi, diceva 'che questi erano stati semplicemente convogliati nei seminari di
origine per permettere ai religiosi di esercitare meglio la loro vera vocazione. Queste
frasi giungevano di quando in quando alle nostre orecchie lasciando ci allibiti. I
giornali avevano anche scritto che era stato necessario l'intervento delle forze
dell'ordine perché nei monasteri e nei conventi erano state trovate armi, e che le
case di formazione erano covi di ribelli armati. Queste ed altre inverosimili
menzogne furono scritte.
Ricordo che già quando avevamo dovuto ospitare a Trnava i due inviati -
l'insegnante e il muratore - essi avevano le idee distorte sulla nostra vita
comunitaria. Solo quando cominciarono a fidarsi di noi ci rivelarono alcuni fatti.
Per esempio, la prima sera del loro arrivo quando venne loro portata la cena,
appena rimasero soli indugiarono su chi dovesse incominciare a mangiare per
primo, poiché avevano paura che il cibo fosse avvelenato. Più tardi loro stessi risero
di questi loro sospetti infondati, e confessarono addirittura che la prima notte, al
momento di coricarsi, avevano messo un revolver sotto il cuscino! Risero anche del
fatto che si aspettavano di vederci trasportare armi da una cantina all'altra. Quello
che videro, invece, fu il nostro silenzioso andare e venire dalla cappella col rosario o
con un libro di preghiere in mano ...
Per un quadro più completo di questo periodo storico, sarebbe istruttivo sfogliare le
pagine del giornale Katolické noviny. Quello che io descrivo dal punto di vista dei
giovani fratelli religiosi, fu in realtà uno sradicamento totale per i sacerdoti più
anziani: le chiese rimasero vuote, e così pure i pulpiti e i confessionali; terminarono
le missioni e gli esercizi spirituali; scomparvero i giornali religiosi ...
Anche se eravamo all'oscuro degli eventi che accadevano nella nostra patria, ci
sembrava ovvio che le forze dell'ordine non avrebbero abbandonato il campo tanto
presto. Il nostro futuro era nelle mani di Dio. Eravamo felici di constatare che i
nostri fratelli non abbandonavano la fede in Dio, e che tutti gli inviti del governo a
ripudiare l'ordine religioso non erano approdati a nulla. Ai più giovani cercarono di
far cambiare idea sin dall'inizio. Furono chiamati e fu fatto loro leggere il formulario
che in seguito arrivò anche nelle nostre mani:
«Il sottoscritto ... nato a ... prov ... proveniente dal monastero di ... ha deciso di
lasciare l'ordine e di far parte della vita civile. Con il mio lavoro intendo contribuire
all'impegno lavorativo per la nostra patria democratico-popolare».
Poiché questi metodi si rivelarono fallimentari, cominciarono a separarci: nel
giugno del 1950 condussero i più giovani ad una «rieducazione» a Kostolnà. Il 4
settembre 1950 portarono circa 80 fratelli in Boemia per la chiamata alle armi. Due
giorni dopo, il 6 settembre, trasferirono il resto di noi, circa 50 fra salesiani, verbiti
e gesuiti, in un ex convento dei cappuccini a Pezinok.

4. A PEZINOK
Pezinok fu la mia ultima tappa del periodo di residenza forzata. Nonostante si
trattasse chiaramente di un luogo di transito, ci davamo da fare per sfruttare il
tempo al meglio. Organizzammo delle ore di studio con alcuni giovani della
Compagnia di Gesù che avevano appena finito il noviziato; studiavamo così filosofia
in continuazione.
Perseveravamo nei nostri studi, anche se già a Podolìnec nessuno sapeva se la cosa
sarebbe andata avanti, e veniva spontaneo chiedersi se ci sarebbe stato possibile,
dopo una eventuale nostro reinserimento nel mondo civile, ricevere l'ordinazione
sacerdotale. Alcuni di noi avevano studiato già abbastanza. Io stesso avevo
cominciato a studiare filosofia nell'autunno del '44, poi teologia fino all'anno 1950.
Anche a Trnava in redazione avevo potuto studiare dopo che la stampa di giornali e
libri fu proibita. Ci chiedevamo però quando saremmo potuti diventare sacerdoti.
Era una questione seria, che non dipendeva solo da quanto noi giovani (avevamo 26
anni o poco più) ci applicassimo nello studio. La decisione spettava ai superiori,
ovvero ai nostri professori, diversi dei quali sostenevano la nostra consacrazione. A
seguito di alcuni colloqui, i superiori giunsero alla decisione unanime che alla prima
occasione possibile ci avrebbero ordinato sacerdoti.
Il primo a ricevere la conferma della sua ordinazione fu Pavol Horsky, che negli
ultimi tempi si era gravemente ammalato e si temeva che non sarebbe rimasto in
vita ancora a lungo. Era affetto da tubercolosi multipla e spinale. La notizia che lo
avrebbero ordinato al più presto si diffuse subito tra noi, persino tramite una
dichiarazione scritta: su un pezzo di stoffa bianca era stato scritto che, in seguito ai
risultati conseguiti nello studio, a Pavol Horsky sarebbe stato amministrato il
sacerdozio. C'erano anche alcune firme. Cucimmo questo documento sotto i nostri
vestiti, in modo tale che nonostante le perquisizioni avremmo potuto portarlo fuori
di lì.
A Pezinok ci fece visita il signor Zàreczky, che aveva già una certa dubbia fama fra di
noi. Cercò di convincerci ad andare al seminario di Bratislavia, ma in questa
proposta vedevamo solamente la conferma del progetto governativo di sciogliere
tutte le comunità religiose. Si sarebbe potuto dire in tal modo che tutto era a posto,
che i loro rappresentanti si erano sparpagliati nei vari seminari e che quindi
approvavano quanto era successo.
Questo pericolo era più che evidente, perciò nessuno volle andarci. Al nostro rifiuto
il signor Zàreczky assunse un tono più confidenziale e davanti a noi tutti, in mensa,
disse alcune frasi fuori luogo e persino disgustose. Le sue parole riguardavano le
ragazze - che sicuramente a qualcuno di noi sarebbero piaciute ...
Si alzò in piedi uno dei salesiani e protestò in modo veramente duro, ammutolendo
il signor Zàreczky. Gli disse che era necessario cambiare tono con noi religiosi.
Naturalmente noi approvammo questa presa di posizione in un momento così
critico, manifestando il nostro consenso con un applauso. Il signor Zàreczky, in
evidente imbarazzo, cominciò a minimizzare la cosa.
La sua visita a Pezinok, dunque, non approdò a niente e fu per lui un totale fiasco.
Non restammo molto a Pezinok, perché ci divisero nuovamente. Già a Podolìnec
avevano separato i novizi più giovani dagli altri con fratelli mandandoli a lavorare
alla diga di Pùchov, In seguito, a Pezinok allontanarono noi professi, più «anziani».
Quelli che avevano chiesto il rinvio del servizio militare furono portati in caserma, e
rimanemmo così in pochi civili. Eravamo solo cinque o sei gesuiti, quando ci
lasciarono andare in libertà. Questo accadde nella seconda metà di settembre 1950,
dopo cinque mesi di reclusione a Jasov, a Podolìnec e a Pezinok.
Non fu facile affrontare la nostra condizione di libertà, perché dopo mesi di
isolamento ci trovavamo di fronte ad una situazione nuova. Quattro di noi, Horsky,
Buchta, Volek ed io andammo a Nitra. Nessuno di noi voleva tornare
immediatamente dai suoi genitori nel paese natale, sia per non creare troppo
rumore intorno a sé, sia perché da anni ormai mancavamo da casa. Fra noi gesuiti
non era abitudine fare di queste visite durante il noviziato. Io mancavo dal mio
paese Bosany da quando ero entrato nell'ordine, dal 15 settembre 1939. Erano ben
undici anni!
5. NELLA VITA CIVILE DI NITRA
Nitra ci riservò una calda accoglienza. Io avevo lì un fratello, che ci ospitò in una
delle due camere della sua casa. Ricordo ancora la prima notte. Siccome non c'erano
abbastanza letti per tutti, arrivammo quasi a litigare perché ognuno di noi si offriva
di dormire per terra. Al secondo o al terzo giorno Janko Buchta partì per casa sua a
Skalica. Pavol Horsky e Lojzo Volek trovarono col tempo una stanza in affitto da
un'anziana signora, ed io rimasi ad abitare con mio fratello. Horsky e Volek furono i
primi a trovare lavoro, in un'officina dove riparavano penne stilografiche.
Dopo neanche due settimane ricevemmo una visita a sorpresa da Pavol Huilica, che,
avendo usato bene il suo breve periodo di libertà, era venuto ad annunciarci che
tutto era pronto per le ordinazioni sacerdotali. Non avevamo certo la pace e la
tranquillità necessarie per prepararci ad un evento così serio, ma dal momento che
il vescovo Ròbert Pobozny era pronto a consacrarci sacerdoti seguendo le
raccomandazioni dei superiori, accogliemmo con piacere la notizia e partimmo
subito per Roznavy, dove il primo ottobre 1950 fummo ordinati sacerdoti. A parte i
parenti più stretti nessuno ne era al corrente. Pavol Horsky continuava a riparare
penne stilografiche a Nitra, Volek divenne il contabile di una ditta, ed io trovai
lavoro in un'officina meccanica e mi trasferii in via Cabajskà, in affitto dalla stessa
signora che ospitava Volek.
Quando ci abituammo un po' alla vita civile, tornai in visita a Podolìnec. Lì incontrai
per l'ultima volta padre Jàn Popluhàr, che stimavo moltissimo e al quale ero, direi,
quasi affezionato. Era stato lui ad assegnarmi a padre Kràlicek nella redazione di
Trnava, dopo che avevo concluso i miei studi di filosofia a Brno. Mentre traducevo
articoli di giornali esteri per padre Kràlicek, collaboravo anche con P. Popluhàr, che
aveva deciso di stampare un giornale per gli intellettuali cattolici del nostro paese -
qualcosa come «Civiltà cattolica» in Italia oppure «Etudes» in Francia. Così
successe che nell'anno 1947 stampammo il primo bollettino con P. Popluhàr, dal
titolo «Vseobecnà Cirkov». Il motto, che intendevamo usare anche per gli altri
giornali che avremmo redatto, era «Attraverso lo studio della fede, della scienza e
dell'arte». Il primo numero conteneva anche un mio saggio, «Fondamenti filosofici
del materialismo dialettico», oltre ad articoli sulla fede e recensioni di libri stranieri.
Nel complesso il nostro lavoro aveva dato buoni risultati.
Il secondo numero del bollettino fu centrato sul tema della famiglia cristiana, il
terzo doveva riguardare gli esercizi spirituali e il quarto la questione del
materialismo. Nel '49, quando i gesuiti risiedevano in una casa di campagna con
giardino nei pressi di Trnava, studiammo e traducemmo insieme altre cose, ed
eravamo veramente molto affiatati. Di questa collaborazione con P. Popluhàr
conservo ancora oggi dei bellissimi ricordi.
Ma non soltanto tutto questo mi induceva a fare visita a P. Popluhàr a Podolìnec. A
settembre, il giorno in cui avevamo lasciato Pezinok, P. Popluhàr mi aveva chiamato
in disparte e mi aveva detto: «Non so se ci incontreremo ancora nella vita. Voi
giovani un giorno sarete rilasciati in libertà, ma non so cosa sarà di me .... In ogni
caso ricordatevi, se ne avrete l'occasione, di tutti i progetti che avevamo fatto per la
pubblicazione del giornale per gli intellettuali ...». Queste erano state le ultime
parole che avevo sentito pronunciare da lui, e mi erano rimaste impresse nella
mente.
Durante la mia visita a Podolìnec, sentivo che egli non avrebbe più potuto
intraprendere alcuna opera apostolica. Rinnovai in me la speranza di pubblicare
nuovi libri, ma soprattutto il «nostro giornale» ...
Dopo questo viaggio a Podolìnec non rividi mai più P. Popluhàr: lo portarono in
Moravia a Kràliky ad organizzare le faccende di una casa di lavoro dei gesuiti, poi fu
trasferito a Hody dove trovò un impiego - un'occupazione molto faticosa e
fisicamente stressante, scaricatore merci alla stazione ferroviaria, se ben ricordo.
Più tardi, quando ero in prigione, ricevetti la notizia che era morto ... aveva 53 anni.
Dopo la visita a Podolìnec andai anche a Trnava, dove incontrai vecchi amici, e mi
recai anche nella villa dove avevo abitato con P. Popluhàr nel '49. Ci tenevo a
ritrovare i libri che egli aveva raccolto nella sua camera. Una signora che
precedentemente si occupava della villa e che vi era rimasta anche con il nuovo
padrone, mi mostrò un mucchio di libri che erano stati messi in cantina vicino alla
pigiatrice dell'uva. Quelli più preziosi però non c'erano più. Mi disse che poco dopo
la nostra partenza venne un prete e se li portò via.
Essendo approdati alla vita civile inaspettatamente, non eravamo preparati né
spiritualmente né materialmente. Ci abituammo a poco a poco alle nuove
condizioni, che erano tutt' altra cosa al confronto coi lunghi anni passati sotto la
protezione di una comunità religiosa. Anche il lato materiale lasciava a desiderare -
non possedevamo abiti civili né altro vestiario. Ricordo che un conoscente dei miei
parenti mi offrì qualcosa con una certa preoccupazione, dicendomi di non prenderla
come un’offesa. Ringraziando, accettai i vestiti ...
Dopo alcune settimane avevamo ormai messo radici a Nitra. Io lavoravo
nell'officina meccanica dove era impiegato anche mio fratello. Diventai l'aiutante
del contabile. Calcolavamo le tasse per la vendita. Era un lavoro noioso, ma di
qualcosa dovevo pur campare. Fra i colleghi c'era gente molto interessante. In
questo lavoro incontrai per la prima volta delle vere e proprie persone nel campo
dell'industria, e avevo modo di osservarle da vicino. Fu proprio qui che iniziai ad
osservare le persone e il loro modo di comportarsi, e negli anni successivi ebbi
moltissime altre occasioni di farlo. Fin da bambino mi ero sempre interessato alle
cose della natura - animali e piante - ma soprattutto alle persone. Ora avevo la
possibilità di vederle da vicino. Altro che studiare i libri di psicologia! Avevo la gente
a portata di mano, e quindi la psicologia la studiavo nella vita.
Naturalmente a Nitra dovevamo provvedere a tutti i nostri bisogni. Anche questo,
dopo lunghi anni, rappresentava una novità. Dovevamo comprare la legna, il
carbone e molte altre cose. Ricordo in particolare le prime volte che andavamo,
Horsky, Volek ed io, a comprare la legna: la caricavamo su di un carretto, che
spingevamo per la strada stracolmo di assi già tagliate. Siccome il carretto
sobbalzava sul selciato irregolare della strada, la legna continuava a cadere. La
spargevamo ovunque e la raccoglievamo in continuazione, facendo delle magre
figure davanti a tutta la gente che ci guardava. Ma anche questo faceva parte della
nostra nuova vita.
All'inizio del '51 mi recai per la prima volta da Nitra a Bratislava. Lì andai a trovare
padre Matej Marko, che era ricoverato all'ospedale. P. Marko era stato nominato
segretario del Padre Provinciale, e desiderava che io mi trasferissi a Bratislava e mi
dedicassi all'educazione dei novizi gesuiti. Molti, dopo aver fatto ritorno dalla diga
di Pùchov, si erano stabiliti a Bratislava e si erano iscritti all'università. Rimuginavo
la proposta e mi preparavo ad accoglierla ... ma ero tutto avvolto dalla nebbia
dell'insicurezza. Soltanto adesso cominciavo a rendermi 'conto di quanto ci fossimo
cacciati in faccende oscure, faccende di cui non potevamo minimamente prevedere
gli sviluppi futuri ...

6. SULLE ROVINE DI UN'OPERA MILLENARIA


I lunghi anni a partire dalla nostra deportazione dalle case di formazione, attraverso
le residenze forzate e poi nella vita civile, erano stati per noi come un succedersi di
scosse di terremoto. Ne eravamo usciti vivi, ma senza più intorno a noi le strutture
che avevano fino allora costituito il nostro mondo e la nostra stessa esistenza. Dove
stavamo andando? Non solo si affacciava un avvenire completamente nuovo e
sconosciuto, ma anche il futuro di tutta la Chiesa Slovacca ci appariva indistinto. A
Jasov, a Podolinec e a Pezinoc almeno ci aspettavamo qualcosa. Ora invece non
sapevamo più dove o a chi rivolgerci. Stavamo conducendo un'esistenza che
dovevamo prendere così com'era, consapevoli soltanto che bisognava continuare a
viverla. Ci rendevamo ormai conto della portata di quello che stava accadendo. Era
una grande lotta di tutta la nazione e di tutta la Chiesa per la fede, per il vangelo,
per i valori del cristianesimo e per il cuore di noi tutti - per il nostro futuro di
cristiani. Questo conferiva alla nostra vita serietà, consapevolezza e responsabilità
nuove. Nonostante tutte le preoccupazioni e le paure che ci assalivano, eravamo
sostenuti anche da una punta d'orgoglio nel sentirci partecipi di eventi così
drammatici nella storia del nostro paese.
Sovente meditavamo su tutto questo. Affrontavamo i nuovi orizzonti che Dio,
seppure attraverso la sofferenza, ci offriva. Passato il mese di aprile del 1950, ci
trovammo a camminare sulle rovine dell'opera millenaria della Chiesa, la quale
aveva creato nuclei sociali nel nostro paese sin dalla notte dei tempi. Gli ordini
religiosi avevano preso parte non soltanto alla vita spirituale del nostro popolo, ma
anche alla sua vita materiale e culturale.
Non voglio e non posso narrare gli sviluppi di tutti gli ordini religiosi in Slovacchia,
ma vorrei sottolineare almeno alcuni risultati della loro pregevole storia, per far
meglio risaltare il significato della barbarie commessa nell'aprile del 1950. Nessuno
Slovacco può dimenticare l'azione secolare dei monasteri dei conventi e delle case
religiose nel nostro territorio. Essi proliferarono fin dall'inizio per migliorare la vita
religiosa, sociale e culturale del nostro paese. Già San Costantino, uno dei
personaggi più colti del suo tempo, aveva un rapporto molto stretto con i monasteri.
Eccellente filosofo e traduttore di testi in slovacco antico fu autore del più antico
documento del nostro paese. Si ritirò a Roma, dove ricevette il nome monacale di
Cirillo, e dove morì il 14 febbraio 869. Nella trascrizione di testi antichi, i
Benedettini ebbero il merito di conservare innumerevoli tesori della letteratura
antica. Per molti secoli furono gli unici divulgatori della cultura, gli incontrastati
fondatori di scuole, licei ed università. I Benedettini inoltre dissodarono boschi ed
insegnarono al popolo a coltivare la terra e a conoscere la forza guaritrice delle
piante. Quale arricchimento della vita del nostro paese fu poi l'ordine dei
Cistercensi! Sulla base di precise conoscenze ed esperienze fatte nei molti paesi
dove avevano operato, portarono anche da noi l'arte della coltivazione, promossero
l'economia forestale, insegnarono le regole idriche riguardanti i corsi d'acqua,
praticarono la fabbricazione di tele e la lavorazione della lana, l’orticultura e molte
altre cose. Oltre a tutto questo si prendevano cura dei poveri, dei mendicanti e dei
malati. Avevano perfino medici propri e ospedali specializzati.
I Gesuiti comparvero in Slovacchia per la prima volta nel 1561, a Trnava. Da allora,
fondarono numerosi collegi e università. A Trnava fondarono anche una grande
casa editrice che pubblicò innumerevoli libri stranieri e slovacchi. I professori
gesuiti erano quasi tutti originari di città slovacche: figli del nostro popolo, essi
educarono i nostri giovani allo studio. Anton Brnolak e suo zio Andrej erano fra i
maggiori promotori della cultura, di fama nazionale, presso l'università di Trnava.
Complessivamente si può dire che tutto l'apparato scolastico, a cominciare dalle
scuole elementari, fu istituito soprattutto dagli ordini religiosi in Slovacchia. Il
nostro paese fu per secoli, grazie ai suoi ordini religiosi, una nazione colta e
cristiana. Lo spirito stesso della nazione, il senso della grandezza della vita,
l'approfondimento della cultura, della sapienza e dell'arte, insieme a molti altri
valori - tutto questo la Chiesa aveva capillarmente diffuso nella nostra terra, con la
collaborazione dei fratelli della diocesi. Aveva sostenuto i princìpi etici della morale
cristiana attraverso la preghiera, con un lavoro consapevole, con l'amore per la vita
famigliare, ma anche attraverso la cultura. Dopo il rinnovamento della Repubblica
Popolare Cecoslovacca nel 1945, erano presenti sul territorio nazionale oltre 250
monasteri maschili, con duemila Padri sacerdoti, e circa 750 conventi femminili,
con più di diecimila suore che operavano per il bene dei giovani, degli adulti e degli
infermi. Su un totale di dodici milioni di abitanti, nove e mezzo erano cattolici! La
Chiesa Cecoslovacca contava tredici diocesi, diciannove vescovi e circa seimila
sacerdoti diocesani. C'erano associazioni, istituti di diverso tipo, case editrici,
riviste; c'erano scuole, orfanatrofi, seminari...
Inevitabilmente, il nuovo regime avrebbe dovuto confrontarsi con tutto questo, o
distruggere tutto. Né l'una né l'altra alternativa poteva facilmente essere attuata. Lo
scioglimento degli ordini religiosi e la confisca delle loro cose religiose e dei loro
monasteri non si sarebbe potuta realizzare se non a costo di inaudite sofferenze e
mietendo vittime, poiché questa non era soltanto una lotta contro la Chiesa, ma
contro ogni forma di spiritualità e di cultura che essa rappresentava. La Chiesa
aveva radici troppo profonde nella nazione slovacca, per poterla soffocare con
l'avvento di un nuovo regime. Eppure si optò per la sua totale soppressione. Tutto
quanto la Chiesa aveva costruito con la sua presenza millenaria nel territorio
slovacco e boemo fu ridotto in macerie dopo la notte tra il 13 e il 14 aprile 1950,
quando tutti i monasteri e i conventi, anche i più antichi, furono chiusi.

7. CONTRO LA CHIESA
Già nel 1945 lo storico Dott. Husak «accennava» a quale sarebbe stata la posizione
dello stato nei confronti dei cattolici: «Da questo punto di vista sarà necessario, a
mio avviso, un duro intervento in molte istituzioni cattoliche (seminari, scuole,
stampa, gruppi vari) che sono risultati covi di propaganda antidemocratica e in
larga misura ostacolo alla democrazia».
Purtroppo alla persecuzione della Chiesa contribuirono anche alcuni sacerdoti. Il 5
maggio 1945 venne nell'ufficio di Spisska Kapitula un sacerdote, Jozef Straka. Con
ancora indosso il colletto bianco, recapitò al vescovo Vijtassak un foglio sul quale
era malamente battuto un «invito» a trasferirsi. Straka condusse il vescovo in
macchina, dove c'era anche un fucile a baionetta, e Vijtassak gli disse: «Con questo
vi siete procurato la scomunica». Lo venne a sapere anche la Santa Sede, che in
seguito decretò la scomunica. Il misero servizio di Straka durò ancora alcuni anni.
Nel suo discorso pre-elettorale a Zilina, il 23 maggio 1946, egli disse che se nel
nostro paese c'era un partito che poteva di diritto sostituire la voce del
cristianesimo, questo era solo e certamente il KSS (Partito Comunista della
Slovacchia): «... con la sua vittoria si rafforzerà anche il vero cristianesimo in
Cecoslovacchia». (Pravda, 25-5-46). Questo atteggiamento di Jozef Straka durò fino
a quando non lo colpì una malattia che lo costrinse a letto per dei mesi. Chiese allo
stato di essere assistito dalle suore, ma la richiesta gli fu negata. Morì in ospedale a
Bratislava, dove gli avevano prestato assistenza le Clarisse.
Nel maggio del 1945 lo stato assunse la direzione di circa 1800 scuole religiose tra
elementari, licei e collegi.
Nello stesso mese fu sciolto il Centro della Gioventù Cattolica insieme ad altre
istituzioni; e cambiarono gestione tipografie e case editrici a Bratislava e a
Ruzomberok. Nel periodo pre-elettorale del '46 ci fu un breve riflusso, almeno a
parole. Il Dott. Gustav Husak, durante il periodo pasquale, scrisse nel giornale
Pravda: «Lo abbiamo detto chiaro e tondo: noi siamo per la libertà di religione. Il
ministro dell'interno comunista ha permesso la stampa religiosa, e ribadisce il suo
intento di insegnare la materia religiosa nelle scuole ... Date a Cesare quel che è di
Cesare, date a Dio quel che è di Dio. Così abbiamo detto. Nulla vieta al cittadino
credente di soddisfare i suoi bisogni politici, sociali e nazionalistici attraverso il
nostro partito».
Dopo le elezioni, il 3 gennaio 1947, l'arcivescovo Dott. Karol Kmetko fu chiamato a
deporre in tribunale. L'accusatore gli formulò la domanda: «Si è avverata l'ipotesi
dell'inferno bolscevico?». Il Dott. Kmetko rispose: «Non vedo nessun inferno,
perché si va ancora in chiesa ... Durante la guerra incontrai un Russo a Nitra, che in
nome del comando supremo mi assicurava che non sarebbe successo niente alla
Chiesa cattolica, e che tutte le nostre istituzioni sarebbero rimaste nelle nostre
mani. Abbiamo perso tutto - abbiamo perso i collegi, le scuole ...».
Il 9 maggio 1947 il Consiglio Cattolico della scuola decise di statalizzare tutte le
scuole appartenenti alla Chiesa. Il 17 novembre il vescovo slovacco condannò, con
una lettera pastorale, la repressione della libertà di fede. Il clero era sempre
intenzionato a fare di tutto per raggiungere un accordo. Scrive uno storico: «Da
parte dei cattolici c'era anche buona volontà e tutto andava a favore del governo.
L'arcivescovo Beran, nel giorno dell'elezione del presidente Gottwald, il 14 luglio
1948, fece un solenne Te Deum, al quale partecipò anche il neo eletto presidente
con la moglie. I rappresentanti della Chiesa e del governo si riunirono in seguito per
discutere ...».
Gli attacchi contro la Chiesa intanto proseguivano. Nel febbraio del 1948 furono
incarcerati dodici brasiliani, ed il loro monastero fu sequestrato. Dopo gli eventi di
febbraio, il 4 marzo 1948 i vescovi della Slovacchia e della Boemia si incontrarono
ed insieme stipularono una lettera pastorale. Dichiararono che anche in questa
situazione intendevano assolvere appieno gli incarichi precedentemente assunti a
favore del popolo e dello stato, «poiché la Chiesa non è legata a nessuna
organizzazione socio-politica.» Ai sacerdoti fu negata qualsiasi partecipazione
diretta alla vita politica, il che fu giustificato sostenendo che precedentemente tale
partecipazione aveva dato pessimi risultati.
Circa un mese dopo, fu revocato ogni diritto della Chiesa sui possedimenti agricoli.
Poco dopo fu dato l'ordine di eliminare da tutte le scuole qualunque crocifisso.
Furono licenziati i professori che appartenevano agli ordini religiosi e fu vietato
l'insegnamento della religione nelle scuole.
I rapporti tra stato e Chiesa si fecero ben presto molto complicati. Il 16 agosto 1948
tutti i vescovi si riunirono e scrissero una lettera pastorale in cui citavano frasi del
vangelo e ribadivano che bisognava dare a Cesare quel che è di Cesare, e altrettanto
a Dio. Con rammarico si constatava che ai fedeli veniva sempre più impedito di dare
a Dio quel che è di Dio, e che tutti questi fatti non erano accaduti per caso ...
Già nel giugno del 1948 si era tenuto a Karlove Vary un importante congresso dei
rappresentanti del governo sul tema della politica ecclesiastica. Là fu deciso il
nostro futuro. Uno storico scrive: «Si è deciso come continuare la politica
ecclesiastica: limitare l'azione dei vescovi isolandoli dal resto del clero, limitare al
minimo le azioni del Vaticano, instaurare una nuova Azione Cattolica, istituire un
ufficio per gli affari ecclesiastici, sostenere i sacerdoti che rappresentano e
adempiono ai loro compiti sociali, convertire gradualmente la Chiesa cattolica in
Chiesa nazionale, intervenire all'interno delle istituzioni cattoliche, eliminare i preti
troppo zelanti ... ».
Seguì una brutta notizia dopo l'altra. Il governo confiscò gli averi della Chiesa,
statalizzò altre scuole, soppresse la libertà di stampa per i giornali cattolici, vietò la
formazione di gruppi cattolici giovanili.
I colloqui tra stato e Chiesa, che ebbero inizio subito dopo il febbraio 1948, finirono
con un impasse nel marzo del '49, quando i vescovi si rifiutarono di accettare
l'esclusione dei sacerdoti dalla vita politica. Nonostante i duri attacchi contro la
Chiesa, fu chiesto ai vescovi di impartire ordini alle loro istituzioni affinché
sostenessero il governo. L'arcivescovo Beran, nella circolare del 29 aprile 1949,
scrisse: «Non siamo disposti, mai ed in nessun frangente, a pubblicizzare questi
fatti politici ... Il nostro compito è quello di salvare le anime immortali».
Circa settanta sacerdoti furono incarcerati con alcuni laici, mentre si moltiplicavano
le intromissioni dello stato in tutte le istituzioni della Chiesa. Fu negato qualsiasi
contatto tra i sacerdoti e i vescovi, quasi tutta la stampa cattolica fu vietata e
vennero sequestrati libri dalle diocesi. Vari funzionari tenevano sotto controllo le
azioni dei religiosi, proibendo le riunioni e i pellegrinaggi. Il numero dei sacerdoti
incarcerati cresceva, la pubblica sicurezza e i segretari ecclesiastici seguivano
sempre più da vicino la vita dei religiosi, venivano mandati attacchi contro il
Vaticano tramite i giornali e la radio.
Tutte queste azioni miravano a soggiogare la Chiesa. Ai cosiddetti «sacerdoti
nazionali» fu affidato il compito di informare i vari uffici sul procedimento più
adatto per eliminare vescovi e sacerdoti; consigliavano di mandare inviati presso i
vari uffici ecclesiastici, deporre o isolare l'arcivescovo Beran ed altri.
Il 10 giugno 1949 furono convocati a Praga tutti i sacerdoti per fondare il
movimento dei cosiddetti cattolici d'avanguardia, sotto il nome di una nuova Azione
Cattolica. Furono raccolte firme in tutta la repubblica, a questo scopo, per lo più da
atei e lavoratori statali. L'arcivescovo Beran si consultò con altri vescovi sulla
posizione da prendere verso i sacerdoti che avevano sottoscritto l'attuazione di
questa nuova Azione Cattolica. Decisero di scomunicare otto promotori di questa
associazione.
Il 15 giugno scrissero una lettera pastorale intitolata «La voce dei vescovi e degli
ordinati nell'ora della grande prova», che doveva essere letta nelle chiese il 19
giugno.
In essa si condannava l'Azione Cattolica come un'associazione estremista e si diceva
che i suoi organizzatori sarebbero andati incontro alla scomunica. I vescovi usarono
in questa lettera per la prima volta la parola «perseguitati».
I cosiddetti sacerdoti d'avanguardia stamparono a Praga un «Annuncio»: «Siamo
dolenti di non aver allacciato buoni rapporti con la Chiesa, e chiediamo ai
rispettabilissimi signori vescovi se sono ancora disposti a risolvere la questione tra
stato e Chiesa, in modo tale che la Chiesa possa svolgere la sua missione con
successo» (Giornale Cattolico, 19 giugno 1949).
Il 20 giugno 1949 fu dato l'ordine di censurare tutte le circolari ed i bollettini
ecclesiastici, comprese le lettere pastorali. Da quel giorno furono mandati degli
«inviati» in tutti gli uffici ecclesiastici e si vietarono tutti gli esercizi spirituali e le
riunioni giovanili. Nelle università di teologia fu istituito un corso collettivo di
marx-leninismo.
Lo stesso giorno giunse notizia che la Santa Sede avrebbe scomunicato chiunque
avesse sottoscritto l'Azione Cattolica di sua volontà. Il governo annunciò che la
scomunica non era «valida», ne vietarono la lettura, ed i decani che avrebbero
dovuto attuare la scomunica furono mandati a deporre davanti a un tribunale ...
I membri della commissione responsabile della politica ecclesiastica, specie Cepicka
e Kopecky, erano per una presa di posizione molto dura, ma non tutti erano
d'accordo. Era incerto anche il sacerdote Jozef Plojhar, che optò per mantenere i
contatti diplomatici con i vescovi. Dopo le varie scomuniche, molti degli
organizzatori dell'Azione Cattolica si mostravano titubanti, poiché un sacerdote
scomunicato non aveva in teoria nessuna voce in capitolo. La cosiddetta Azione
Cattolica cessò di esistere nel settembre del 1949.
Chi conosce bene i fatti non può non concludere che questo insuccesso nella lotta
contro la Chiesa fu causato dal fatto che gli istigatori di questi attacchi non
sapevano minimamente contro chi stavano agendo. Procedevano contro la Chiesa
come contro un partito politico. Ma i veri credenti e i sacerdoti sono uniti nella
Chiesa da legami ben più saldi dell'interesse politico - sono legati dalla fede
cristiana, dalla tradizione, da un modo di vivere dettato da valori morali. Contro
queste persone la lotta politica ha veramente poco effetto, specialmente se teniamo
a mente che buona parte della popolazione slovacca è credente.
I nemici della Chiesa però non si arrendevano. Nell'agosto del 1949 si cominciò a
preparare una campagna per l'annessione della fede greco-cattolica alla Chiesa
ortodossa. Si iniziò con la stampa, poi la si impose con la forza ai sacerdoti ed ai
credenti. I sei membri della commissione per gli affari ecclesiastici votarono per
questa annessione già nel gennaio 1950, mentre buona parte dei funzionari non
erano d'accordo. Nel mese di febbraio si decise tempestivamente di attuare questa
riforma. Fu convocato per il 28 aprile il cosiddetto Sobor, al quale parteciparono
alcune centinaia di membri del partito, che dichiararono effettiva sottomissione
della religione greco-cattolica alla chiesa ortodossa.
Dei 267 ecclesiastici presenti, solo 26 votarono a favore, ed alcuni di essi in seguito
ritrattarono il loro voto. Quella stessa notte gli organizzatori si fecero dare l'ordine
dal ministro Fierlinger per l'immediato arresto dei vescovi Gojdic e Hopka. 65
sacerdoti furono incarcerati immediatamente, e un centinaio poco dopo.
Gli stessi ufficiali della pubblica sicurezza criticarono questa procedura e i metodi
adottati. L'ambasciatore sovietico Silin espresse la sua disapprovazione e quella del
suo paese, e mise in guardia il governo cecoslovacco contro altre eventuali
rappresaglie tanto affrettate. Disse che l'Unione Sovietica non voleva che i popoli
confinanti fossero adirati contro il ZSSR.
Il 14 ottobre 1949 furono promulgate dalla Giunta Nazionale nuove regole per il
clero. La prima di queste, la n. 217, stabiliva un ufficio per gli affari ecclesiastici che
subordinasse completamente la Chiesa allo stato. Questo ufficio inviò segretari nei
paesi e nelle province con il compito di sancire il consenso statale per le azioni
spirituali dei parroci. Ogni disposizione o trasferimento del sacerdote dipendeva da
questo consenso. Quando l'approvazione veniva revocata ad un sacerdote, questi
doveva cessare la sua azione. Dopo la promulgazione delle cosiddette regole per il
clero, i vescovi si consultarono e scrissero una circolare: «Siamo dolenti che si sia
arrivati addirittura alle regole per il clero, che sono in contrasto con l'apparato della
Repubblica Cecoslovacca, in quanto impediscono la libertà di culto ...». In una
circolare successiva scrissero: «Se le disposizioni statali saranno mantenute,
metteranno in pericolo l'intera organizzazione ecclesiastica.
La Chiesa edificata su Pietro e gli apostoli diverrebbe una semplice congregazione,
capeggiata in pratica dai laici o da alcuni sacerdoti che però con la Chiesa non
hanno più niente a che fare...
Tutte le prese di posizione contrarie alla legge di Dio vengono giudicate non valide
... Accetteremo una vita più breve, piuttosto che una vita lunga e comoda ma che
svuoterebbe le anime del valore dell'opera di Cristo. Non accetteremo una fede
macchiata o indebolita, che ridurrebbe la nostra vita ad una forma di paganesimo
...».
Il Giornale Cattolico, che era già in mano ai sacerdoti d'avanguardia, non solo
scriveva cose sconsiderate nei loro confronti, ma lo faceva deliberatamente. Il 16
ottobre 1949 Ladislav Skoda, caporedattore, scrisse: «Lo stato offre aiuto. Lo offre
senza altre possibilità ... Adesso si tratta solo di reintegrare i credenti ...».
Il 13 novembre 1949 il Giornale Cattolico annunciò che il presidente aveva graziato
127 sacerdoti. Ma appena due mesi dopo, nel febbraio 1950, ne furono condannati
altri, a pene pluriennali ... Non passava un giorno, ormai, senza che un sacerdote o
credente fosse arrestato, internato o condannato al carcere.
Il 19 marzo 1950 l'ultimo rappresentante del Vaticano, Ottavio di Livio, dovette
abbandonare Praga. La strada per altri interventi contro i sacerdoti e i credenti si
era ulteriormente allargata ... Dopo tre settimane seguì lo scioglimento di tutti gli
ordini religiosi la confisca delle loro case. Il 28 aprile fu soppressa anche la Chiesa
greco-cattolica ...
8. CON LA FORZA
Non mi sono mai saziato abbastanza, nelle mie riflessioni, meditando sugli
avvenimenti accaduti nella nostra nazione contro la Chiesa, e su quali conclusioni si
possa trarne per la nostra vita. Era tutto reso ancor più difficile dal fatto che gli
eventi stavano ancora precipitando ... Era necessario conoscerli, classificarli,
riconoscerne l'andamento principale e in base a queste informazioni farsi un'idea
sulla posizione da prendere nella vita quotidiana, e di conseguenza agire per il
futuro.
La commemorata notte tra il 13 e il 14 aprile 1950 faceva parte di un'ampia lotta
contro la Chiesa e contro la religione in generale. Era un programma a lungo
termine, che però veniva attuato anche troppo in fretta. Già nell'autunno del 1949
erano stati raccolti i dati personali di alcuni sacerdoti, che sarebbero stati scelti
come i maggiori rappresentanti degli ordini religiosi e chiamati a deporre in
tribunale. Il processo ebbe inizio il 31 marzo 1950. Furono tutti condannati a pene
pluriennali.
Seguivo questi processi alla radio e sulla stampa, e mi sconvolgeva il fatto che molti
dei condannati ammettessero la loro «colpa». Alcuni persino risultavano «pentiti».
Era evidente che qualcosa stava accadendo a queste persone. Cosa dovevano aver
passato per cambiare in questo modo?
In questi processi ai rappresentanti della Chiesa, riuscii tuttavia a trovare anche un
barlume di luce, grazie soprattutto a Padre Silhan, gesuita della provincia boema.
Questi, davanti al tribunale, parlò con fermezza e in modo chiaro e spedito. Il
presidente della corte gli chiese: «Imputato Silhan, vi ritenete colpevole o non
colpevole?». Con voce salda (lo sentii alla radio), Padre Silhan invece di rispondere
domandò: «Devo rispondere in modo conciso o posso dare una risposta più
ampia?». Il presidente gli disse: «In modo conciso!». Padre Silhan allora concluse:
«Assolutamente non colpevole!».
Sui giornali apparvero diversi commenti, e alla radio caratterizzarono la persona di
Silhan come «un gesuita battagliero, che con i suoi discorsi ha tentato di portare
caos al tribunale.» Ma la fermezza di Silhan mi rimase impressa in mente come
qualcosa di incoraggiante. Era possibile restare saldi davanti a un tribunale, sentirsi
dalla parte della ragione, ed esternarla!
Mentre i processi erano in corso, la stampa attaccava quotidianamente la Chiesa. Il
18 marzo 1950 il presidente del comitato degli incaricati, Dott. Husak, disse che «il
Vaticano è uno strumento degli imperialisti esteri» e che «i vescovi cattolici
assolvono gli ordini del Vaticano ... per indebolire il lavoro nelle nostre industrie e
nell'agricoltura.» Questo discorso fu citato dal Giornale Cattolico, senza alcun
commento, il 26 marzo 1950. Jan Dechet in quello stesso numero del Giornale
Cattolico scrisse: «Ringrazio tutti gli enti statali per l'aiuto concesso, senza il quale
non potremmo fare quello che stiamo facendo». Prendendola in senso molto lato,
questa era la verità ...
Il 14 aprile 1950 furono arrestati 2192 religiosi. Il Giornale Cattolico espresse a
questo riguardo un semplice commento, pubblicato il 30 aprile. Si diceva che «nei
monasteri e nei conventi era stato convogliato tutto il materiale scritto di
argomento antistatale.» Nello stesso numero fu espresso un appello alla nuova
Azione Cattolica: «Lavoriamo per la pace... Faremo il possibile per debellare lo
sfruttamento della religione al servizio dell'imperialismo ...». Il 6 luglio Jozef
Plojhar difese la chiusura delle case religiose: «Era necessario adottare certe misure
di sicurezza» (Bollettino di Velehrad, 1950, p. 28).
Dagli istituti cattolici furono confiscati centinaia di libri antichi, numerosi quadri,
statue ed altri beni culturali, molti dei quali furono in parte o totalmente distrutti. A
Trnava i libri venivano lanciati dalle finestre su un autocarro con l'aiuto di forconi,
per poi essere portati al macero. Il ministro degli affari ecclesiastici Fierlinger aveva
criticato invano questo modo drastico di agire ...
Solo dopo anni la critica si fece più concreta nei dettagli, e per questo ancora più
agghiacciante. Nel 1969 si poteva leggere sulla rivista Maticne Citanie: «Intorno al
1950 incominciò il cosiddetto esodo dei libri dai monasteri ... I libri venivano
accatastati come concime sopra dei carri ... Gli esecutori e le loro istituzioni
prendevano i testi di maggior valore, manoscritti e stampa pregiata... Il resto, se
non andava al macero, veniva accatastato in enormi mucchi dove i libri
ammuffivano ed erano distrutti dagli insetti ... Chi causò l'abbrutimento e la
distruzione della morale? Chi è il responsabile ... di questo disastro per la cultura e
per il nostro popolo?».
Le rappresaglie contro la Chiesa continuarono anche dopo lo scioglimento degli
ordini. Il 14 luglio furono aboliti tutti i seminari e le università di teologia eccetto
quella di Bratislava. Il numero dei giovani religiosi fu di colpo decimato. Il macigno
della violenza rotolava, e non c'era modo di fermarlo ... Il 27 agosto 1950 il
sacerdote Lukacovic scrisse nel Giornale Cattolico: «Gli ideali del cristianesimo
stanno vivendo la loro vera epoca». - E intanto si preparavano altri attacchi contro
la Chiesa ...
Già nella primavera del 1950 lo stato possedeva una scheda riguardante la
situazione dei sacerdoti in generale. Ad un primo gruppo appartenevano quei
sacerdoti che secondo lo stato erano «totalmente disponibili». Se all'inizio ne
risultavano solamente dodici, il loro numero crebbe rapidamente a circa cinquanta
grazie a pressioni e minacce; anche così però si trattava di meno dell'un per cento di
tutti i sacerdoti diocesani della repubblica. Alcuni vi erano entrati dopo la loro
nomina o con la speranza di accedere a cariche ecclesiastiche più alte.
Questi poveretti sarebbero dovuti essere il sostegno dell'organizzazione dei
sacerdoti anticlericali, che già in quel periodo cominciava ad assumere una certa
forma. Nella primavera del 1951 questi sacerdoti coprirono molte cariche
importanti negli uffici vescovili - cariche di canonici, segretari o vicari capitolari.
Nel secondo gruppo di sacerdoti, l'ufficio per gli affari ecclesiastici aveva
raggruppato circa 500 persone che venivano considerate «poco solide», ma che si
potevano convincere facilmente con i dovuti trattamenti dello stato. Il terzo gruppo
di sacerdoti era stimato in numero di circa 1800, e costituiva coloro che non
prendevano parte né a favore né contro la nuova politica ecclesiastica. L'ultimo
gruppo di sacerdoti, circa 700, era rappresentato da quella cerchia di persone che
non condividevano affatto la nuova politica e che non facevano niente per
nasconderlo.
Dalle statistiche dell'ufficio per gli affari ecclesiastici si poteva notare anche un'altra
cosa: a parte il primo gruppo di 50 sacerdoti disposti a tutto, i sacerdoti degli altri
gruppi riconoscevano senza esitazione il Papa come capo della Chiesa e i vari
vescovi come i suoi rappresentanti legali.
Le pressioni, le intimidazioni e gli arresti continuavano. Nel novembre del 1950
furono incarcerati alcuni sacerdoti, religiosi e laici a Nitra. Fra i laici c'era anche
mio fratello Anton, e fra i sacerdoti un mio confratello, Pavol Horsky, incaricato
degli affari ecclesiastici. Le pene inflitte erano superiori ai dieci anni.
Durante l'estate si incominciò a preparare una conferenza di sacerdoti a Velehrad,
per controbilanciare la posizione del Vaticano. Doveva apparire alla popolazione
come una manifestazione spirituale per la pace. Nelle varie regioni si mise tutto in
fermento - avvisi, pressioni, convocazione del consiglio ecclesiastico, per convincere
i sacerdoti ad iscriversi a questa conferenza. Molti si rifiutarono, ma circa 600 si
iscrissero con il consenso del vescovo. Quando però il Vaticano si oppose a questa
conferenza, 150 sacerdoti annullarono la loro iscrizione. Altri, che avevano avuto
informazioni false sugli scopi della conferenza, pensavano di potervi discutere la
questione della collaborazione con i vescovi.
L'ondata di inganni e violenze avanzava ancora. Il 15 settembre incarcerarono il
vescovo Vojtassak, settantenne. Accadde di notte e lo trattarono malissimo. Il
funzionario che lo interrogava gli disse: «Qualcosa ti tireremo fuori, vecchietto, se
no vedrai che ti conciamo per benino e non saprai più neppure chi sei!» Ma il
Giornale Cattolico del 24 settembre fece scrivere a Stefan Zareczky: «Siamo alle
soglie di un nuovo ordine mondiale!», mentre i sacerdoti d'avanguardia prendevano
il posto dei loro predecessori.
In questa atmosfera nebbiosa trascorsero i primi mesi della nostra vita civile a
Nitra. Io contavo le tasse per una paga non eccelsa ... Ma bisognava pensare anche
agli altri, a quelli che erano indecisi. Bisognava tenere a mente il futuro degli ordini
religiosi in questa nuova situazione. Sapevo benissimo che già altre volte la
Compagnia di Gesù si era trovata in situazioni simili a questa, nei suoi 400 anni di
vita ...
Supponevo che i nemici della Chiesa non ci avrebbero lasciati incustoditi un attimo
e che ci avrebbero seguiti da vicino, come alcune volte abbiamo anche potuto
constatare. Ma il vangelo mi teneva su di morale. La Chiesa in Slovacchia aveva
bisogno di noi. Nonostante tutte le incertezze e le paure, presi la mia decisione ...

9. ALLA TATRACHEMA DI BRATISLAVA COME OPERAIO


Nel maggio del 1951 partii da Nitra per Bratislava. In questo trasferimento potei
verificare per la prima volta che ognuno di noi veniva veramente seguito e
controllato, almeno per quanto riguardava i nostri spostamenti di lavoro. In seguito
venni a sapere che la Sicurezza non soltanto era al corrente del mio trasferimento a
Bratislava, ma conosceva esattamente l'orario del mio treno. Non ci lasciavamo
abbattere per questo, anzi, il morale si manteneva alto. Io del resto non avevo
motivo di sentirmi a disagio, dato che non avevo fatto niente di male e mi sentivo la
coscienza a posto.
A Bratislava abitai per alcuni anni in via Turcianskà, presso la signora Hotapkovà, il
cui marito, che era stato redattore del Giornale Nazionale fino all'età di 50 anni, era
finito in prigione ... Rimasi dalla signora Hotapkovà anche quando suo figlio, più
tardi divenuto un noto sportivo, partì per il servizio militare.
Trovai subito lavoro alla Priemstav, una ditta di costruzioni industriali. Cominciai a
lavorare nel mese di maggio, ma quell'estate stessa fu messa in atto la rinomata
operazione dei settantamila: tanti erano i dipendenti, anche provenienti
dall'industria, che dovevano passare nelle fabbriche. Io la scampai, ma il lavoro in
quel posto non faceva per me. Innanzitutto c'era ben poco che io potessi fare, ed era
alquanto difficile per me fare finta di lavorare; inoltre, mi ritrovai in una situazione
poco simpatica. Lavoravo in una stanza con l'addetto ai rapporti per
l’ottimizzazione dei progetti. Si chiamava Bliznàk. Era una persona semplice,
tutt'altro che malvagia, in origine un muratore. Gli scrivevo diversi rapporti e
notizie, il che gli faceva piacere. In quel periodo però divenne presidente del partito,
e un giorno mi disse che aveva messo una buona parola per non farmi rientrare
nell'operazione dei settantamila. Per questo servizio evidentemente si aspettava una
ricompensa da parte mia. Parlando del più e del meno buttava lì frasi di questo tipo:
«Sei giovane, hai un futuro davanti a te, potresti iscriverti al partito!».
Naturalmente non potevo condurre un dialogo con lui su queste cose. E così, col
tempo, si crearono motivi sufficienti ad indurmi a cambiare lavoro.
Riuscii a trovare subito un altro impiego, come operaio, in un'industria chimica di
produzione, la Tatrachema. Qui ebbe inizio una nuova tappa della mia vita nel
mondo civile. Essere operaio aveva per me una grande importanza. Prima ero
timoroso, un tantino timido, come se avessi paura della gente. Vivevo più che altro
nei miei libri. Adesso, dopo quasi dodici anni di vita reclusa, da religioso e da
studente, mi trovavo coinvolto in questo nuovo impiego dove era necessario entrare
in contatto con la dura realtà del lavoro fisico, e con la gente schietta e semplice che
mi circondava. Il mio intento di studiare nella vita civile anche la psicologia delle
persone, osservarle, indagare su di loro e approfondire la loro conoscenza, nel vero
senso della parola, si realizzava in un campo che mi metteva a confronto con tante
altre esperienze.
Alla Tatrachema si fabbricavano lucidi da scarpe, creme per lucidare i mobili, pasta
per il parquet, ecc. La maggior parte degli operai erano donne. Soltanto alla guida
della macchina c'era un autista con il suo aiutante, e per altri lavori pesanti avevano
assunto me e un altro uomo. La nostra officina era in via Halasovà, non lontano
dallo stabilimento della Dimitrovka. Mi recavo al lavoro in bicicletta dalla mia
residenza di via Turcianskà. Lì mi incontravo con il mio principale, Ondrej Diacik.
Era un uomo sulla cinquantina, ben piantato, duro di carattere e severo anche negli
ordini, piuttosto risoluto, ma anche di buon cuore. Era di religione evangelica. Le
incomprensioni tra lui e i suoi operai non si contavano. Si diceva che spesso era di
pessimo umore, ma non era quello il suo peggior problema. Conduceva una vita
difficile. Gli avevano confiscato l'officina e sua moglie che era malata di cancro;
morì durante il mio impiego in via Halasovà. Il nostro principale doveva quindi
sopportare duri colpi dalla vita. Sebbene si mostrasse molto severo nei confronti
degli altri operai - e con i meno pazienti c'erano ovviamente delle incomprensioni -
mi rendevo conto che in fondo era una persona di buon cuore, o potrei addirittura
dire generoso. Al momento della paga, specialmente quando questa ci veniva
aumentata, lui passava in mezzo a noi e guardandoci diceva: «Allora, contenti?» e
sorrideva. Era lieto di vederci soddisfatti del nostro guadagno.
A volte la direzione, che era stata spostata a Trnava, ci mandava qualche ispettore
con dei piani per irrigidire le norme. Ondrej Diacik una mattina era stato
particolarmente severo e duro. Forse, ci chiedevamo, aveva litigato con qualcuno.
Ma dopo un'ora venimmo a sapere che ci aveva difeso, nel suo ufficio, dagli attacchi
del presidente e degli ispettori. Aveva detto al presidente: «Tu vuoi irrigidire le
norme? Irrigidire le norme?! Ma cosa ne sai tu della chimica! Vai a fabbricare la
pasta e la crema e respira tutto il giorno la benzina che respirano loro! Ti passerà la
voglia di irrigidire le norme! Ti rendi conto di quello che sopporta questa gente?!».
Scenate di questo tipo si ripetevano di quando in quando. Vidi che non era poi così
semplice valutare una persona e giudicarla.
Il collaboratore e co-organizzatore della Tatrachema era il fratello di Ondrej, Adam.
Ondrej Diacik aveva l'incarico di caporeparto ed era in diretto contatto con la
produzione, mentre Adam organizzava il lavoro in ufficio. Oltre a queste due
persone, ero solito incontrarmi con altri due - l'autista Vincko Repàn e il suo
aiutante Stefan Laurencìk. Avevano entrambi la mia età. Spesso ci capitava di
lavorare insieme: caricavamo materiali pesanti, casse piene di bottiglie di creme per
mobili, per il parquet o per le scarpe. Era un lavoro molto faticoso.
Ancora oggi vedo il sudore che letteralmente cadeva dalla fronte di Vincko Repàn
mentre caricavamo la roba in macchina. Portavamo casse che pesavano fino a 150
chili. A volte li accompagnavo per la consegna della merce. Andavamo alla stazione
ferroviaria, poi passavamo da varie ditte a prendere il materiale grezzo ed altra roba
che ci serviva - benzina, olio, cera, bottigliette e scatole di metallo. Il lavoro era
faticoso perché si faceva tutto manualmente. Barili da 200 litri di benzina, olio o
trementina venivano caricati sulla macchina spingendoli a mano sopra delle assi
messe a scivolo.
Oltre a questi uomini c'era anche un mio compaesano alla Tatrachema. Si chiamava
Jàn Gargulak ed era originario di Topolcany di Kovarce. Fu con lui che mi trovai
meglio, lavorando direttamente nel reparto di produzione.
C'erano anche diverse donne, una decina circa, che lavoravano nella ditta. Quando
ero appena arrivato mi ero sentito in un ambiente assolutamente nuovo per me.
Non ci volle molto tempo, però, che incominciammo a parlare. Avvertii molto
presto che con queste persone era possibile comunicare. Naturalmente ognuno
aveva il proprio carattere, opinioni e modi di fare diversi, ma mi accorsi che se li
sapevi rispettare, e specie se riuscivi veramente e con semplicità a prendere a cuore
i loro problemi, a venir loro incontro e trattarli con gentilezza, quasi tutti reagivano
in modo molto simpatico. Fu così che riuscii ad inserirmi nel nuovo ambiente.
Mi ero ripromesso sin dall'inizio della mia vita civile di non cercare mai di
nascondere che ero credente. Di altre cose non avevo parlato - che ero sacerdote,
che ero stato deportato ... ma il fatto di essere un uomo di fede non lo negavo di
fronte a nessuno, e continuai così anche in futuro. Ciò mi aiutava molto. Facevo in
modo che la gente non dovesse trovarsi in imbarazzo per aver detto davanti a me
cose di cui in seguito si sarebbe pentita, scoprendo che certi discorsi non mi
andavano a genio e che io guardavo la vita con occhi diversi. Dando a vedere da
subito che ero credente evitai innumerevoli situazioni spiacevoli. La gente era sin
dall'inizio saggiamente moderata, accorta e piena di tatto. Non so se alcuni
sospettassero qualcosa di più, ma la maggior parte mi considerava una persona
addetta alla produzione come tante altre dopo il trasferimento dei settantamila.
Nell'officina di via Halasovà tutto andava per il meglio, dal punto di vista umano.
Ricordo che intorno a Natale alcune donne e ragazze cominciarono di punto in
bianco a cantare canzoni natalizie. Intonarono dei canti anche in seguito,
specialmente durante il digiuno prima della Pasqua. Naturalmente non mi feci
pregare ed iniziai anch'io, e così discretamente, ma con convinzione, cantammo inni
o canti spirituali a due voci. Questo mi procurava un'intima gioia. Non volevo fare
nessun apostolato in questo ambiente di lavoro: mi accontentavo di svolgere
esclusivamente l'apostolato della «presenza»...
Oltre l'officina di via Halasovà, la Tatrachema ne aveva un'altra in centro e una
terza nel quartiere Petrzalk.a, sulla strada per Vienna, lungo il Danubio. Dopo
qualche tempo alcuni di noi passarono da via Halasovà all'officina della Petrzalk.a.
Lavorai là per circa due anni. Il lavoro era forse ancor più pesante, che in via
Halasovà. Oltre alle varie creme e paste, d'inverno venivano fabbricate anche torce
per scongelare i camini delle locomotive.
Era un lavoro primitivo. Le torce erano costruite con lana di scarto e pezzi di sacchi
e stracci tagliati a strisce. Le donne formavano un involucro di stoffa, lo
avvolgevano intorno a pioli di legno e lo legavano con dello spago.
Questi pezzi venivano poi immersi in una miscela di cera bollente. Il tutto si
raffreddava all'aria aperta, al gelo sopra dei tavoli. Il primo inverno veramente duro
fu quello del 1953, quando la temperatura scese a ben 20 gradi sotto zero. Il freddo
proveniva specialmente dal Danubio. I fili di ferro con i quali legavamo le torce in
fasci di dieci ci si appiccicavano alle dita per il gran gelo, e a lavorare con i guanti
non eravamo molto agili. Era un lavoraccio, ma ricordo che anche qui il morale era
alto. Col tempo mi abituai a questo lavoro, senza sapere quanto sarebbe durato.
Negli anni 1951-54 andavo al lavoro in bicicletta, anche perché a quel tempo i mezzi
di trasporto a Bratislava non erano affatto sviluppati come trent'anni dopo. Quasi
ogni mattina pedalando canticchiavo una lode per completare le mie preghiere
mattutine. La mia preferita era semplice ma significativa. La cantavamo già dal
1939 nel noviziato della Compagnia di Gesù, e poi ancora in altre occasioni. La
consideravamo come il nostro inno.
Le parole le conoscevo in latino e in slovacco, nella traduzione del nostro poeta V.
Danca stampata con le bellissime illustrazioni di V. Hloznik dalla casa editrice Posol
di Trnava.
La canzone che cantavo, spesso ancora al buio della mattina presto, iniziava con
queste parole latine:
Semper gaudebo, spemque habebo! O qua e securitas cordis est puritas - haec mea
vita, sum jezuita!
Nolo timere, neque pavere. Quidquid accederit, Jesus iam aderit, non
supplantabor, quando tentabor!
L'ultima strofa, che parlava di Maria, diceva: «Per la santa via guidami o Maria!
Dammi la forza nei pericoli, conducimi al successo: conducimi a Gesù, Regina dei
cieli!»
Sancta in via duc me Maria! Serva per aspera, fer me per prospera, Jesu me dona,
coeli Corona!
A questa canzone ne aggiungevo spesso un'altra che parlava direttamente della
Compagnia di Gesù, nella quale fin dall'inizio avevamo imparato a vedere la nostra
Madre spirituale.
Madre mia Compagnia, io tuo figlio credente vivo per te, quale onore per me! Dal
sorgere del sole al mattino, al buio della notte nera, conduci, Madre, per amar
mio, il figlio tuo a giorni felici!
Madre mia Compagnia, io tuo figlio credente tuo sarò per sempre!
Così ogni mattina, spiritualmente unito a tutta la mia Compagnia, andavo a lavorare
come operaio. Sentivo vivi dentro di me le migliaia di confratelli, in tutte le case,
paesi e continenti, nella loro missione, dietro gli altari e sui pulpiti, dietro le
cattedre delle università e nell'atto di insegnare il catechismo, nelle case editrici, e
perfino negli osservatori astronomici, nella Rodesia africana e nelle Ande del Perù
sudamericano, all'università di Shanghai e in mezzo ai ghiacci dell'Alaska ... Li
vedevo tutti nello spirito, uniti dall'onore del nostro servizio a Cristo, nell'ordine che
era scaturito dal cuore di Sant'Ignazio quando la palla di cannone lo aveva costretto
a letto, quando durante le letture delle vite dei santi gli si erano aperti gli occhi dello
spirito sulla miglior milizia, al servizio del più grande dei Re, Cristo; e quando,
presa questa decisione, depose la spada di fronte all'immagine di Maria a
Monserrato, e con gli esercizi di meditazione nel silenzio e nella solitudine della
grotta di Manresa accrebbe il suo patrimonio religioso, da cui si moltiplicarono le
schiere dei suoi figli spirituali...
Immerso in queste meditazioni, passavo sopra il vecchio ponte di Bratislava e,
sull'altra sponda del Danubio, prendevo il mio posto di operaio nella Tatrachema in
mezzo ai miei compagni di lavoro.
Il mio rapporto con le persone intanto procedeva per il meglio. Conservo dei ricordi
molto belli di quei tempi. L'atmosfera umana era tutto sommato buona. A volte
c'erano momenti di tensione, ma non ero mai entrato in lite con nessuno.
Evidentemente la gente vedeva come mi comportavo e agiva di conseguenza. Il mio
collaboratore Jano Gargulàk, un operaio schietto, a volte mi faceva l'onore di
un'attenzione particolare ... Un venerdì durante la pausa per la colazione io stavo
mangiando del formaggio, o qualcosa senza carne. Alcuni avevano del salame.
Gargulàk guardò tutti e poi disse con aria furbesca: «Ah, donne, se proprio lo volete
sapere, Janko Korec è l'unico vero cristiano qui in mezzo a noi! Voi vi abbuffate di
salame mentre lui mangia solo formaggio, perché oggi è venerdì...» E intanto
sorrideva e mi strizzava l'occhio.
La gente osservava tutto, e anche il mio comportamento non passava inosservato!
Dopo questa colazione Gargulàk mi chiese se andavo in chiesa. «Naturalmente» gli
dissi. E se andavo anche a confessarmi. «Ci vado, e anche regolarmente» precisai.
Stette un attimo in silenzio, si grattò la testa e disse: «Beh, dovrei andarci anch'io».
Gli chiesi da quanto tempo non ci andasse più. «Accidenti» rispose, «da quando mi
sono sposato ...»
Il lavoro che facevo non era particolarmente stimolante. Lavoravamo in tuta, con gli
stivali e un cappellino in testa, naturalmente tutti schizzati e appiccicosi di cera e di
pasta per il parquet... Un giorno venne a farmi visita mia madre, con un mio
cognato e qualche altro conoscente. A casa avevo spesso raccontato episodi allegri
accaduti durante il lavoro, attraverso i quali si erano fatti un'idea di quello che
facevamo. Conoscevano per nome anche i miei collaboratori. Rimasero però
stupefatti nel vedermi in tutta la mia «bellezza» di operaio. Ma poiché mi trovarono
molto di buon umore durante la loro visita, non sospettarono che potessero esserci
anche dei momenti duri. Gli parlavo di questo lavoro non come di una seccatura, o
peggio ancora una sventura, ma sempre con interesse, raccontando singoli
avvenimenti e fatti divertenti.
La mia vita, dopo le ore di lavoro alla Tatrachema, era particolarmente ricca. Ero
l'unico sacerdote rimasto a Bratislava, dato che i più anziani, tra cui anche i gesuiti,
erano stati rinchiusi o si erano trasferiti, ed erano comunque sempre tenuti sotto
sorveglianza; mentre i più giovani si erano sparpagliati nella vita civile o erano
partiti per il servizio militare. Non c'era da sorprendersi se, dopo la destituzione del
padre provinciale di Bratislava nel 1952, tutto si concentrava su di me. I gesuiti più
giovani che avevano lavorato alla diga di Pùchov si erano iscritti all'università e
studiavano. Ce n'erano molti e continuavano ad arrivarne di nuovi. Qualcuno
doveva pure prendersene cura, e ci pensai io. Si rivolgevano a me per qualsiasi cosa.
Avevano bisogno di una camera, di guadagnare qualcosa, di ricevere aiuto
finanziario per mangiare e vestirsi, poiché molti venivano da famiglie poverissime.
Oltre a tutto questo c'era anche necessità di aiuto spirituale. Avevano bisogno di un
confessore e di una guida spirituale, per cui mi incontravo con loro e li aiutavo come
potevo. il più delle volte passeggiavamo in certi vicoli remoti di Bratislava, oppure
andavamo su verso la Koliba. Tutti i giorni, dopo il lavoro, dovevo vedermi con
qualcuno. A questo si aggiunsero anche gli studi di filosofia e, per qualcuno, di
teologia. Bisognava procurar loro i libri, assegnare le lezioni e spiegarle, prepararli
agli esami...
Il lavoro, quindi, certo non mi mancava. Già dal tempo in cui lavoravo alla
Priemstav si era creata l'esigenza di esercizi spirituali. Dobbiamo tutti fare gli
esercizi spirituali almeno una volta all'anno! Non possedevamo però alcun testo
scritto, così nei momenti liberi cominciai ad improvvisare esercizi spirituali di otto
giorni, scrivendoli, potrei quasi dire, sulle mie ginocchia. Erano fatti un po' in fretta
e li scrissi senza alcun aiuto. Li facevo però con convinzione di spirito, lasciando che
scaturissero dal mio cuore, e molti se ne resero conto. Come venni a sapere in
seguito, alcuni continuarono ad usare questi miei esercizi per molti anni, trovandovi
sempre stimoli nuovi da sviluppare ulteriormente.
Oltre a tutti coloro che risiedevano a Bratislava - e non erano in pochi! - venivano da
me anche i soldati che si erano stabiliti e lavoravano fuori città. Quando li
raggruppai tutti mi accorsi che erano più di cinquanta le persone con cui mi
incontravo regolarmente. Svolgevo questo compito volentieri, anche se era faticoso
farlo conciliare con i due turni di lavoro che mi aspettavano tutti i giorni - uno la
mattina e uno alle tre del pomeriggio. A volte rincasavo dopo le nove di sera, ma
non era sempre la stessa routine tutti i giorni. Quando arrivavo a casa in anticipo,
non vedevo l'ora di poter pregare in pace e di perdermi in qualche libro. Avevo
sempre qualcosa da continuare a leggere, sempre! Fra i pochi libri che potevo
scegliere prendevo sempre i più belli, con cui mi sentivo in rapporto personale. Che
fosse teologico o biografico, che si occupasse di problemi sociali, di filosofia o di
religione, il libro era sempre ciò che più mi interessava, anche quando ero molto
stanco. Leggevo volentieri anche poeti, nostri o stranieri in traduzione.
Poco prima del mio passaggio alla Tatrachema, era successa un'altra cosa di un
certo peso. A Bosany, nel mio paese natale, in novembre si celebrava il giorno di San
Martino con una festa patronale e con la benedizione della chiesa. In quegli anni
questa tradizione era ancora rispettata, e vi si riunivano anche persone di altri
paesi. Quel giorno dovevamo incontrarci tutti, tramite invito, alla cosiddetta festa
patronale: mio fratello con la famiglia di Nitra, P. Horsky, A. Volek ed io. Partii da
Bratislava per Bosany. Poco dopo arrivò da Nitra anche A. Volek con P. Horsky.
C'era anche Klement Fàbik, un mio compaesano, e soltanto mio fratello non
arrivava. Si era fatta sera e mio fratello non si era ancora fatto vivo. Io sapevo di
cosa si trattava: il giorno prima lo avevano arrestato ... Gli avevano perquisito la
casa e lo avevano incarcerato. Questo successe nel novembre 1951, di venerdì, il
giorno prima della festa patronale di San Martino, patrono della nostra chiesa a
Bosany.
Non sapevamo come dirlo a nostra madre, così rimandammo la faccenda dicendo
che sarebbe arrivato con un altro treno. Ma non potevamo nascondere la verità
ancora per molto. Era una faccenda molto triste, ma dovevamo portarla alla luce.
Mia madre infine accettò il fatto con le lacrime agli occhi.
Ho ripensato molte volte a quel sabato sera e alla domenica seguente ... Quella sera
in cui noi quattro - Horsky, Volek, Klement ed io - eravamo saliti al piano superiore
della casa dove abitavano i miei genitori e ci eravamo seduti in una delle tre
stanzette. Cantammo a tre o a quattro voci una liturgia in slovacco antico:
«Blagoslovi duse moja Gospoda, blagosloven jesi Gospodi! - Innalza la mia anima o
Signore! ... ». I miei di sotto, taciturni, ascoltavano con l'animo segnato dal pianto la
bellissima melodia, nella quale lo spirito contemplativo del popolo cristiano
riversava tutta la sua fede ed il suo amore per Dio. In quel momento anche noi
versammo tutto il nostro rammarico, i nostri sentimenti e pensieri, nei canti
liturgici dei religiosi dell'est. Già dal tempo di Ruzomberok li sapevo a memoria,
dato che li cantavamo praticamente tutti i giorni durante la liturgia di P. Dieska.
Non passò molto tempo dall'arresto di mio fratello, che arrestarono anche Palko
Horsky. Con questo si era aperta una nuova fase della nostra vita. Per la prima volta
eravamo in diretto contatto con quella realtà, che più tardi avremmo toccato di
persona. L'accusa formulata contro mio fratello e contro Horsky era quella di avere
avuto contatti con i religiosi della congregazione dei lazzaristi. Furono condannati
per questo a più di dieci anni di reclusione ...

10. GRANDI FATICHE E GRANDI SPERANZE


Negli anni 1950-52 risiedeva a Bratislava il sostituto del Provinciale, presso le suore
dell'ospedale per patologie infettive, dove andavo a trovarlo regolarmente ogni
giorno. Era un uomo scaltro, colto, schietto e a volte addirittura troppo diretto nel
prendere le decisioni. Aveva grandi progetti in mente. I giovani religiosi si
rivolgevano a lui, ed egli decise che sarebbe stato bene ridurre i loro studi di
teologia, in modo da farli ordinare sacerdoti al più presto possibile per poi condurne
altri al sacerdozio.
Io nutrivo dei dubbi su questa idea, che mi sembrava troppo rischiosa e non
sufficientemente ponderata. Quei religiosi erano troppo giovani, e non mi
sembravano abbastanza preparati per un compito arduo come la vita sacerdotale
nella Compagnia di Gesù, né per poter seguire nuovi gruppi di religiosi. Mi rivolsi
quindi al Padre Provinciale in Boemia e gli esposi le mie perplessità su questo
progetto, che francamente non mi piaceva. Infine il piano non fu attuato.
Quando il sostituto del Provinciale venne a conoscenza delle disposizioni del Padre
Provinciale, si sentì forse ferito nel suo orgoglio e ci rimase molto male, ma dovette
accettare la cosa. Non mi diede neanche a vedere di avercela su con me, anche se
poteva intuire che in questa faccenda c'entravo anch'io ...
Nella primavera e nell'estate del 1951, il sostituto del Provinciale fu protagonista di
due avvenimenti di un certo peso. In primavera fece in modo di consacrare P.
Hnilica a vescovo. Quando in estate fu emesso ordine di cattura contro P. Hnilica e
questi fu costretto a nascondersi, il sostituto del Provinciale mi propose che
accettassi io la consacrazione a vescovo. Mi assicurò che si poteva fare, e che
bastava solo che io dicessi di sì. Questa per me era un'idea del tutto nuova, che non
mi sarei mai aspettato e per la quale non mi sentivo affatto preparato, né
interiormente né esteriormente. Ero piuttosto giovane - non avevo ancora compiuto
27 anni. È pur vero che sin dall'inizio della mia vita spirituale sapevo che il mio
compito era dedicare la mia vita al servizio del vangelo, della Chiesa e di Dio
attraverso la Compagnia di Gesù. Questo lo tenevo sempre in mente, nonostante
tutte le mie fragilità, le mie debolezze e i miei difetti. Studiavo volentieri,
approfondivo le mie conoscenze, mi piaceva la preghiera e amavo la Compagnia.
Ero entusiasta del fatto che un giorno avrei potuto condividere in misura ancor più
piena quello che già era in mio possesso, e che avrei continuato a divulgare la parola
di Dio. Tutto ciò era per me un punto di forza. La storia mi aveva insegnato che
c'erano stati anche dei vescovi molto giovani, ciononostante mi mancava il coraggio.
Il sostituto del Provinciale voleva che mi pronunciassi da un'ora all'altra, ma io
proprio non potevo. Chiesi tempo per riflettere, ma non ce n'era molto - forse un
giorno o due, non di più - perché gli avvenimenti incalzavano. Alla fine andai dal
sostituto e gli esposi tutta una serie di mie preoccupazioni e condizioni, solo dopo
aver risolto questi problemi avrei potuto davanti a Dio e alla mia coscienza decidere
di lasciare a lui la decisione, lasciandogli la mia più completa fiducia.
Fra le preoccupazioni e condizioni c'era anche la questione se potessi ancora
considerarmi parte della Compagnia. Il sostituto del Provinciale mi assicurò che la
mia posizione non era cambiata, tranne che per delle piccole modifiche. Un'altra tra
le mie preoccupazioni era che forse il sostituto del Provinciale avrebbe voluto, nel
suo entusiasmo, che io agissi immediatamente - cosa per la quale non ero affatto
preparato, né predisposto spiritualmente. Mi conoscevo bene: io ero il tipo di
persona dedicato principalmente ai libri e allo studio. Ero timido e poco coraggioso.
Mi mancava del tutto quella decisione d'animo che era così naturale in P. Hnilica.
Per questo chiesi di non dover fare per tre anni nulla di diverso da quello che stavo
facendo in quel momento. Il sostituto del Provinciale si dichiarò d'accordo.
Dopo queste rassicurazioni mi dichiarai anch'io a favore della consacrazione. Avrei
avuto bisogno di molto più tempo e tranquillità, tuttavia non ebbi mai la sensazione
di aver fatto qualcosa di male o che collidesse con la mia coscienza, né un reato
contro la Compagnia. Al contrario. Sin dal 1939, quando per la prima volta varcai la
soglia della casa a Ruzomberok, e poi attraverso tutti gli anni della mia vita da
religioso, nello studio, nella filosofia, nella teologia, durante gli avvenimenti del
1950 e fino a questi giorni, ho sempre pensato di essere dalla parte della ragione, al
servizio del bene e della lealtà; e le mie azioni sono sempre state in accordo con la
mia coscienza e con le necessità della Chiesa, quindi con le aspettative del Signore
stesso. Da questo punto di vista mi sentivo oltremodo equilibrato e contento. Non
ragionavo soltanto con le mie facoltà, ma risolvevo tutto nella preghiera.
È anche vero che come essere umano vedevo e vivevo tutto anche da un altro punto
di vista, e questa volta ero conscio che la strada che avevo intrapreso si poteva
definire, nel linguaggio cristiano, quella della croce ... Non mi sbagliavo.
Intrapresi questa nuova strada il 24 agosto 1951. La accettai a gran fatica ma anche
con grande speranza.

11. PACE E CONTINUI PERICOLI


Alla fine del 1951 venne a trovarmi a Bratislava un conoscente dei miei parenti, che,
senza mezzi termini, mi avvertì che ero costantemente seguito. Mi disse addirittura
che avevano teso delle «grandi reti» su di me. Lo ringraziai per l'avvertimento e, da
quel momento, presi ad osservare tutto con più attenzione. Nonostante questo,
cercavo di restare di buon umore e, con la consapevolezza che il Signore ci segue
sempre e si prende cura di noi, ero convinto che la situazione non sarebbe
peggiorata e che «non ci sarà torto neppure un capello». La mia preghiera
giornaliera si faceva così ancor più intensa e leggevo la Sacra Scrittura con
rinnovata devozione a Cristo, «nostro Signore» nella vita e nella morte ... Nessuno
intorno a me, nemmeno i miei parenti o i conoscenti più stretti, ad eccezione di
Karol, erano al corrente di quello che poteva accadermi da un momento all'altro.
Nonostante ciò negli anni dal 1951 al 1954, mentre lavoravo alla Tatrachema, non
vivevo comunque perennemente in uno stato di tensione e d'incertezza.
Avevo un posto dove potevo sentirmi al sicuro come in famiglia e dove l'atmosfera
era sempre gioviale: nella famiglia di Karol. Con sua madre specialmente, che
chiamavo mamma, mi sentivo come a casa.
Dai Durcek andavo spesso e volentieri, quasi ogni settimana. Questa casa mi era
tanto più cara, in quanto i miei contatti umani con gli altri a poco a poco mi erano
venuti a mancare. Questo era intenzionale da parte mia. Non allacciavo
assolutamente nessun contatto con ragazze religiose, cosa che altri invece facevano.
Molte di loro si interessavano a me e insistendo che le aiutassi dal punto di vista
spirituale. Rifiutai sempre con garbo. Mi consideravo ancora giovane e non
abbastanza esperto, e siccome avevo fin troppo lavoro con i ragazzi, specie con i
religiosi, ritenni saggio non aprire altri campi di azione con le relative visite alle
famiglie e alle comunità che si sarebbero inevitabilmente unite a queste mie nuove
iniziative. Dal mio atteggiamento qualcuno aveva addirittura tratto la conclusione
che io fossi poco disponibile e che mi rifiutassi di offrire aiuto. Ma non cedetti. Mi
ricordo che una volta la signora Durcekovà mi disse che alcune persone le avevano
chiesto il giorno del mio onomastico e quello del mio compleanno. Non li avevo mai
veramente festeggiati per tutti i dieci anni dal 1950 al 1960. Al massimo se ne
ricordavano in tutta semplicità nella famiglia Durcek.
Questa famiglia mi diede qualcosa di cui difficilmente mi scorderò. Fu sempre così
fin dal primo momento, da quando arrivai per la prima volta a Bratislava e poi per
tutti i dieci anni che passai lì, e anche oltre. E ciò continua tuttora, come avrò
occasione di dire in seguito.
Karol Durcek era un giovane di vent'anni, pieno di energie e di carattere molto
buono, con spirito di sacrificio ed anche coraggioso. Divenne non solo la mia mano
destra, ma anche mio amico: su di lui potevo sempre contare.
Non avrei mai potuto fare il bene che ho fatto, senza di lui. Mi aiutava praticamente
in tutto, e nel puro rapporto umano emanava un senso di pace, o addirittura di
sollievo. Mi dava una sensazione di benessere trovarmi con lui, per esempio quando
andavamo a nuotare, o quando pedalavamo insieme in bicicletta, o quando
facemmo un viaggetto in motorino in giro per la Slovacchia. Per me quei momenti,
tra la fatica del lavoro e lo stato di tensione, rappresentavano le uniche occasioni di
vero riposo e di pace, la sola esperienza, che mi desse la carica per poter andare
avanti. A quei tempi ogni giorno ci riservava delle sorprese. Il lavoro e la vita
spicciola che ho qui descritto non rendono minimamente l'idea di tutto quello che
accadeva ogni giorno ...
Quello che avevo immaginato in passato adesso si stava avverando. Il sostituto del
provinciale, col suo modo di fare troppo diretto o perfino precipitoso, prese a
mandarmi della gente perché io facessi delle ordinazioni. Cominciò con due
salesiani, poi mi mandò Ferdis Takàk. Rimasi piuttosto sorpreso, perché il periodo
triennale di preparazione che gli avevo chiesto era appena iniziato ... Riflettei sulla
cosa e alla fine gli andai incontro.
Nei momenti liberi studiavo e osservavo tutto ciò che dal mio punto di vista di
credente poteva essere valido per la mia vita. Compravo la Kulturny ziuot e seguivo
quasi tutto quello che riguardava la letteratura ed il pensiero nel nostro paese. Feci
questo per lunghi anni, mantenendomi così in contatto con gli avvenimenti di tutti i
giorni. Ciò mi aiutava anche per la mia missione, in quanto mi tenevo aggiornato
sulla situazione e sull'atmosfera spirituale nel nostro paese, specialmente per i
giovani.
Intanto le condizioni di vita dei credenti assumevano forme sempre più minacciose.
La caduta appariva rovinosa. Le rappresaglie contro la Chiesa continuavano.
Sempre più sacerdoti venivano incarcerati e le misure di sicurezza si rafforzavano. I
vescovi rappresentavano per lo stato un grande problema nella lotta contro la
Chiesa. Non era possibile ignorarli, ma la loro presenza e la loro voce erano state
sottovalutate dai capi esecutori del governo. I promotori della linea dura vedevano
solo due soluzioni: sottomettere i vescovi, oppure eliminarli. In realtà né l'una né
l'altra cosa erano di facile realizzazione ...
I vescovi erano entrati in una fase molto difficile. Senza volerlo erano diventati una
forza dell'opposizione, il che li aveva notevolmente sbilanciati. Nonostante questo,
esercitavano una grande autorità tra i fedeli. Questo li salvaguardava dalle
incarcerazioni di massa, poiché lo stato non voleva che diventassero dei martiri. Ma
il presidente Gottwald si batteva perché si «scuotesse» tutta la situazione.
Nel novembre del 1950 fu processato il vescovo Zela di Olomuc. Il Giornale
Cattolico del 10 dicembre pubblicò un articolo di Mons. Machacka, il sacerdote più
importante di Bratislava, che in commento al processo del vescovo Zela scrisse: «Il
tribunale di stato a Praga ha emanato una severa condanna, e ha concesso
all'imputato di pentirsi di tutte le colpe da lui commesse contro il nostro popolo».
Negli articoli del nuovo anno, nel gennaio 1951, alcuni sacerdoti alle spalle del
Giornale Cattolico cominciarono ad esprimersi in modo quasi inverosimile. Il
vicario generale Beno di Nitra scrisse: «Siamo felici della libertà religiosa!», e il
sostituto della cancelleria vescovile Josef Sestàk: «Siamo convinti e decisi a non
permettere ai provocatori di scatenare sparatorie ... di bruciare ... di distruggere le
tappe della cultura». Non so se pensava anche agli ordini religiosi soppressi e alle
biblioteche distrutte ... Zàreczky scriveva: «Giudicate con occhio critico la politica
del Vaticano» (Giornale Cattolico, 3 gennaio 1951), mentre il4 gennaio scortavano il
vescovo Vijtassàk in manette al processo di Bratislava. A. Schoffer scrisse nel
Giornale Cattolico del 7 gennaio: «Non lesiniamo parole di riconoscenza nei
confronti dello sforzo generoso dei rappresentanti del nostro popolo lavoratore.
Abbiamo il dovere di ascoltare e sottometterci al volere del nostro stato ...».
E mentre a Bratislava il 15 gennaio 1951 emettevano le sentenze contro i vescovi
slovacchi - Vojtassàk fu condannato a 24 anni, Buzalka e Gojdc a vita - il Giornale
Cattolico pubblicava le sue congratulazioni per le varie manifestazioni di pace e di
spiritualità della Roma cattolica a Trnava, dove dietro il tavolo delle conferenze
sedevano Dudàs, Jozef Korec, Zàreczky, Posteny Stefko ... (G.c., 28-1-51). Nello
stesso giornale il dottor Cyril Dudàs scrisse: «Sono una persona libera e nessuno mi
proibisce di dire la verità». E suggerì: «Ridete di quelli che amano il martirio
sportivo ...». Sapeva quest'uomo che cosa era accaduto a migliaia di religiosi, a
centinaia di sacerdoti diocesani e laici, e cosa dovettero sopportare queste persone
non per spirito sportivo, ma perché, rifiutandosi di sottomettersi, adempivano ai
compiti sacerdotali e cristiani, mentre egli scriveva quelle righe per il suo onorario?
Quando il vescovo Gojdic, ormai vecchio, dovette stare nudo a Ruzyna perché alcuni
atei volevano liquidare l'intera diocesi, era questo un martirio per puro spirito
sportivo!?
Nel 1950 lo stato aveva completamente isolato i vescovi e i sacerdoti, impedendo
loro di avere alcun tipo di contatto con la vita quotidiana o con altri sacerdoti.
L'obiettivo era di eliminare il gruppo vescovile esistente. Lo stato voleva anche
«convertire» un vescovo che avrebbe poi potuto ordinare i sacerdoti d'avanguardia.
Plojhar, Horàk e Lukacovic fecero notare allo stato la possibilità di santificare
sacerdoti o vescovi tramite un vescovo delle repubbliche baltiche.
Una seconda soluzione sarebbe stata quella di sostituire i vescovi con vicari
capitolari. In questi frangenti, i vescovi cattolici erano ancora disposti a trattare con
lo stato. Ma le condizioni del governo rimanevano invariate. Secondo il piano di
Plojhar era ancora necessario eliminare i vescovi Vojtassàk e Picha, e alloro posto
inserire sacerdoti patriottici come Oliva e Lukacovic. Da parte del governo qualcuno
si oppose alle trattative. È interessante notare che Alexej Cepicka già diceva, il 30
settembre 1950, che i vescovi avrebbero usato mezzi illeciti per ordinare in segreto
nuovi vescovi ...
Una lunga serie di processi seguì e molti vescovi furono condannati a gravi pene,
anche alla reclusione a vita. Il presidente Fierlinger, sostenendo una linea di
«rinnovamento dei voti», diceva che «in questo modo tutti i vescovi sarebbero stati
nelle mani dello stato.» Coloro che non erano ancora stati incarcerati avrebbero
dovuto chiedere il permesso per fare qualunque cosa, instaurare una stretta
collaborazione con l'Ufficio degli Affari Ecclesiastici e partecipare soltanto alle
conferenze vescovili indette da questo ufficio.
Veniva inoltre negato loro ogni contatto col Vaticano e il rinnovamento della
nunziatura a Praga.
La Santa Sede reagiva moderatamente a questi eventi distruttivi. Proclamò che i
vescovi potevano fare giuramento di fedeltà al governo, purché non si concedesse
fedeltà ad uno statuto che minacciasse la sicurezza della Chiesa. Si cominciò a
parlare di azioni criminose di vescovi che venivano accusati di «corrispondenza
segreta con il Vaticano.» Nel 1953 diciassette vescovi e ordinari furono estromessi o
sottomessi al governo per queste accuse, e tredici di essi furono incarcerati. La dura
rappresaglia contro la Chiesa non cessò neppure dopo i rinnovamenti dei voti.
La soppressione dei diritti, della giustizia e dell'umanità non si limitò alla Chiesa.
L'ondata di prevaricazione stava superando gli argini... Nel maggio del 1950 al IX
congresso del KSS (Partito Comunista Slovacco) in Slovacchia alcuni dirigenti
azionisti furono accusati di essere portatori del nazionalismo borghese e di essere
responsabili dell'eliminazione dei posti di lavoro governativi negli affari politici ed
economici del paese. Anche il primo uomo della Slovacchia, Viliam Siroky, fu
accusato. I tribunali non furono per niente misericordiosi... Il dottor Husàk ne
pubblicò un'orribile testimonianza nel giugno del 1968: «Quando cercavo di
difendermi, Strechaj mandò al presidente del senato Uhrinov un biglietto con su
scritto: "Tieni a bada quel porco! "».
Non avrei ricordato tutto questo se non fosse strettamente collegato a quello che
successe a noi ed in particolare a me. Nel 1950, quando furono soppressi tutti gli
ordini religiosi, il responsabile degli affari ecclesiastici Ladislav Holdos venne un
giorno a Podolinec, dove eravamo stati deportati, per interrogarci. Entrò anche
nella nostra camera o cella, dove eravamo circa in otto. Stavamo leggendo o
studiando sui nostri materassi per terra.
Holdos, entrato senza neanche annunciarsi, cominciò a parlare con noi e alla
domanda di qualcuno che chiedeva spiegazioni sul perché fossimo andati a finire lì,
rispose che noi avremmo dovuto ben saperlo, come del resto lo sapeva già lui. Al
commento che fino ad allora non avevamo fatto altro che studiare, Holdos rispose:
«Avete Soltanto studiato, sì, ma lo spionaggio!». Sentire affermazioni di questo tipo
era a dir poco seccante, ma era così che venivano condotte le loro inchieste, e poi
anche i processi ...
Quella fu la nostra prima esperienza con questo modo di fare, e il nostro primo
incontro con Ladislav Holdos. Lo rividi in seguito, quando anche lui, ministro degli
affari ecclesiastici, fu processato e condannato ad una pena di lunghi anni ...

12. ALL'UFFICIO D'IGIENE DEL LAVORO


Il 1952 non portò grandi cambiamenti verso di una vita migliore. I sacerdoti
d'avanguardia parlavano in nome dell'intera Chiesa, sostituendo persino i vescovi.
Nel giugno 1952 si tenne a Brno un processo contro un vasto gruppo di sacerdoti e
laici di tutta la repubblica, con accuse varie, tra cui anche di contatti con il Vaticano.
Il dottor Màdr fu condannato a vita, V. Jukl a 25 anni, la professoressa universitaria
Vackovà a 25 anni. E un processo tirava l’altro ...
Intanto Jozef Straka preparava un articolo per il 73 o compleanno di Stalin, che
venne pubblicato poco prima di Natale: «Di quante cose dobbiamo ringraziare il
nostro previdente padre Stalin! Rimane anche per noi cristiani-cattolici ... un
esempio per il suo carattere e le sue doti eccezionali».
Il 1° marzo 1952 il dott. Cyril Dudàs scrisse così della Santa Sede: «La diplomazia
del Vaticano interviene negli affari interni... come è stato constatato durante la sua
azione nel nostro stato. La Santa Sede detta istruzioni contrarie alla nostra legge
vigente. Coloro che si sono comportati secondo queste istruzioni sono stati
condannati» (Giornale Cattolico, 1-3-52). Con queste parole un professore di
teologia liquidò centinaia di casi di sacerdoti e laici condannati, e circa 2500
religiosi non ancora condannati che intanto lavoravano come tagliaboschi nella
Moravia oppure svolgevano altri lavori pesanti nella vita civile...
Nonostante la decisione del governo di togliere autorità alla Chiesa, nonostante le
procedure incuranti dell'Ufficio per gli Mari Ecclesiastici, nonostante la polizia e i
sacerdoti d'avanguardia, nell'anno 1953 accaddero degli eventi esterni che
costrinsero i nemici della Chiesa ad essere più prudenti. Il primo avvenimento fu la
morte di Stalin, il5 marzo 1953, cui seguì quella di Gottwald il 14 marzo. Dopo la
morte di Klement Gottwald fu eletto alla carica presidenziale Zàpotocky. V. Siroky
divenne primo ministro e, nel settembre 1953, A. Novotny divenne segretario del
KSC.
Cominciò una piccola era di grande incertezza e poche concessioni. La cosiddetta
Azione Russicum, il processo prestabilito nel quale sarebbero stati processati cento
sacerdoti e laici, non venne effettuata. Il 20 novembre 1953 il nuovo responsabile
dell'Ufficio Ecclesiastico Jaroslav Havelka disse che tutti gli errori amministrativi
contro i sacerdoti dovevano essere corretti. Circa due settimane dopo criticò
apertamente questi errori in una discussione con i più alti organi del governo,
portando alcuni casi come esempio, il che gli costò un'accusa di abuso di potere.
Nel maggio 1954 venne portato nei paesi e nelle province l'ordine di incoraggiare le
feste religiose; in luglio venne tolto l'obbligo di assoggettarsi all'Azione Cattolica; e
nell'ottobre del '55 furono richiamati tutti gli inviati presso i vescovi. I credenti e i
sacerdoti smisero di temere lo stato e ricominciarono a considerare la vita religiosa
come un fatto perfettamente naturale, a cui ogni uomo sulla terra aveva il diritto. I
sacerdoti e i credenti cominciarono a riunirsi con maggior frequenza, rinnovando i
loro contatti con i vescovi e con la Santa Sede ed il Santo Padre. Si cominciavano ad
inoltrare domande per una maggior libertà e si fecero sentire anche le voci di quelli
che volevano ristabilire la fede Greco-cattolica.
Dietro a questa apparente liberazione, però, la lotta contro la Chiesa continuava
come era stato per tutti quegli anni. Come nel 1951 durante il rinnovamento della
dignità vescovile erano stati incarcerati 74 sacerdoti, così nel '53 ne furono
condannati 73, nell'anno seguente 60, e nel '55 altri 46. L'Ufficio Ecclesiastico, in
questa situazione, propose di trasferire i vescovi dalle carceri e raccomandava di
rendere più moderato l'internamento di Trochta e Zela e condurre i vescovi
Vojtassàk e Buzalka in una casa di riposo per anziani. Si proponeva anche di avviare
le trattative con il vescovo internato Beran. Il ministro degli interni Baràt si
opponeva a tutta questa fretta, e Novotny si rifece alle parole del sacerdote Plojhàr,
secondo il quale era «azzardato» trasferire Beran.
La commissione statale avrebbe dovuto elaborare un piano per la riduzione di tutte
le pene dei sacerdoti incarcerati che, secondo le statistiche del 15 maggio 1956,
erano circa 450. Molti di loro avevano già scontato le loro pene, altri erano morti in
prigione, centinaia erano stati internati a Zeliva come taglialegna oppure avviati ad
impieghi tecnico-lavorativi. Uno storico ne scrive: «Il numero dei sacerdoti che
svolgevano la loro funzione si era ridotto di più della metà in quegli ultimi dieci
anni».
Questi avvenimenti, sia pur significativi, della vita clericale nel nostro territorio fino
all'anno 1957, non sono che una piccolissima parte di quello che la Chiesa visse e
avrebbe vissuto attraverso i suoi sacerdoti, vescovi e credenti. E questo non è che un
frammento di tutte le pressioni e i sacrifici che l'intera Slovacchia ha dovuto subire
in quel periodo; tutte le diocesi, le parrocchie, ogni famiglia credente e tutti i
bambini a scuola ne furono toccati in qualche modo.
Come ce la passavamo noi, intanto? Che forma prendeva la nostra piccola vita in
questo più ampio contesto? Mi limiterò di nuovo a parlare della nostra esistenza
spicciola, che comunque rientrava nell'ambito del cammino della Chiesa.
Avevo passato gli anni dal 1951 al 1954 alla Tatrachema, con il mio lavoro, lo studio,
la preghiera e gli innumerevoli incontri specialmente con i religiosi. Nel 1954 sentii
che non ero tanto in salute. Già dal 1940, dai tempi di Ruzomberok, avevo avuto
qualche problema di cuore - insufficienza della valvola mitrale. Questa deficienza
veniva però compensata in qualche altro modo. Ma alla Tatrachema, durante il
lavoro pesante, specialmente una volta quando caricammo dei barili di 200 chili al
porto ed eravamo soltanto io e l'autista Vincek Repàn, avevo sentito un dolore acuto
come non mi era mai accaduto prima. Fui costretto a farmi visitare da un dottore,
che mi consigliò di cambiare immediatamente lavoro, poiché rimanere lì sarebbe
potuto risultare molto dannoso per la mia salute.
Conoscevo l'ingegner Vojtech Podolsky, che lavorava presso l'Ufficio d'Igiene del
Lavoro come ingegnere chimico in laboratorio, e che era disposto ad aiutarmi a
cercare un impiego. Sbrigai tutte le formalità necessarie per fare domanda, e un
giorno mi chiamarono personalmente al reparto del Ministero della Sanità, dove
ebbi un colloquio con uno specialista ben qualificato. Mi fece alcune domande
delicate e, lì per lì, mi sembrò che non volessero accettarmi per motivi politici. Era
molto seccante, ed io ero in uno stato di altissima tensione perché temevo che quel
lavoro, che ormai sentivo a portata di mano, mi sfuggisse. Alla fine però mi presero.
Non so se questo specialista mi avesse favorito o meno in quella situazione. So
soltanto che in seguito, circa tre o quattro anni dopo, quando fui licenziato
dall'Ufficio d'Igiene del Lavoro, lo incontrai in una posizione completamente
diversa: a Stary Smokovec, in una casa di cura sui Monti Tatra, dove era ricoverato
per tubercolosi. Quando ci incontrammo per puro caso in uno dei corridoi ne fui
molto sorpreso. Ma rimase ancora più sorpreso lui quando entrai poco dopo nella
sua stanza e gli porsi il mio regalo di Natale ... Lo avevo preparato per Janko
Buchta, anch'egli in cura lì, ma a Janko potevo esprimere il mio riguardo in un altro
modo, e così decidemmo di far felice questo povero diavolo e di dargli il pacchetto.
Andai nella sua stanza, dove era tutto solo, e gli porsi il pacchetto augurandogli
buon Natale. Dapprima mi guardò incredulo, poi apparvero nei suoi occhi delle
lacrime, e tutto commosso mi strinse la mano e mi ringraziò. Era in una situazione e
in uno stato d'animo completamente diversi da quando, nel suo ufficio, aveva avuto
quel colloquio con me e mi aveva trattato in modo un tantino freddo. Credo che ora
la mia visita gli facesse particolarmente piacere. Non mi sono mai pentito di questa
mia azione nei confronti di un uomo che mi era completamente estraneo e le cui
convinzioni appartenevano ad altri orizzonti ...
Quattro anni prima ero comunque riuscito ad ottenere l'impiego all'Ufficio d'Igiene
del Lavoro. Siccome l'unico posto che avevano era quello di un lavoratore che era
partito per il servizio militare, cominciai con uno stipendio di 750 corone al mese!
Mi chiesero se per iniziare andava bene, e mi assicurarono che poi le cose sarebbero
migliorate.
Cominciai così a lavorare in un ambiente completamente nuovo. Non mi ci volle
molto per entrare nella fisionomia di questo lavoro. Andavo in biblioteca, leggevo
libri specifici di chimica le cui nozioni mi tornavano utili, e cominciai una
collaborazione con un ingegnere di Ruzomberok. Era tutto contento quando vedeva
il mio entusiasmo e la mia applicazione nel lavoro. Si accorse che poteva contare su
di me durante gli esperimenti, per i verbali e anche per i calcoli necessari. Espresse
la sua soddisfazione alla commissione per i salari, e la mia paga dopo il primo mese
aumentò del 35% sebbene fossi ancora nel periodo di prova...
Lavorai in quel laboratorio per circa un anno e mezzo. Dopo metà anno entrai in
collaborazione anche con il mio amico Podolsky. Dovevamo stabilire il tasso di
carbonio che si formava nell'aria al porto durante i travasi di petrolio. Bruciavamo il
carbonio arricchito di idrogeno su una spirale di platino, e misuravamo la
concentrazione degli ioni di idrogeno contenuti nell'idrocarbonato NaHC03.
Studiavamo anche il processo di condensazione, facendo evaporare a -70°C gli
atomi di carbonio arricchiti di idrogeno. La miscela congelata veniva deposta in
thermos con anidride carbonica - il cosiddetto ghiaccio secco - e con metilene. Era
un lavoro interessante. Ero riuscito a trovare alcuni testi esteri in cui si parlava dei
composti più importanti derivanti dal petrolio, con le loro temperature di
evaporazione. Anche questo lavoro di ricerca mi interessava.
Andavamo frequentemente al porto di Bratislava perché proprio lì si erano verificati
dei casi di avvelenamento. Ci andavamo diverse volte al giorno e anche di notte,
provando le nostre ricerche di laboratorio sul petrolio e sui suoi gas nei containers
che portavamo appositamente. Il lavoro procedeva bene. Dovetti scrivere io la
relazione di fine anno, dato che Podolsky si era ammalato, e scrissi circa 50 pagine
con un rapporto completo dei vari esperimenti conseguiti. In seguito pubblicammo
anche alcuni articoli sul giornale dell'Ufficio d'Igiene del Lavoro, che veniva
stampato in boemo.
Dopo un anno dalla mia assunzione il bibliotecario e archivista dell'Ufficio se ne
andò, quindi mi offrirono il suo posto. Inizialmente rifiutai. Il lavoro nel laboratorio
mi piaceva, andava benone, avevo abbastanza tempo libero e non avevo grandi
responsabilità. Trovarono una signora per gli archivi, ma dopo alcuni mesi anche lei
se ne andò. E così i dottori e gli ingegneri vennero di nuovo da me e mi pregarono di
accettare quel posto e di cominciare a mettere insieme una documentazione
specialistica, che all'istituto mancava completamente. Sapevano che ero in grado di
leggere diverse lingue e pensavano che per l'istituto sarebbe stata un'ottima cosa.
Alla fine mi lasciai convincere.
Dapprima non ne ero molto entusiasta, ma col tempo cominciai ad amare il lavoro
con la letteratura scientifica. Rimasi in biblioteca per il resto del mio servizio
all'Ufficio d'Igiene. Avevo a disposizione una biblioteca con libri di matematica,
biologia, medicina ecc ..., naturalmente in diverse lingue. Ricevevo un centinaio di
giornali e riviste, di cui circa 15 estere. Leggevo queste riviste, formulavo riassunti
documentativi e indirizzavo i medici e gli ingegneri alla scelta del materiale giusto.
Per quel che riguarda la letteratura, ero a completa disposizione quando c'era
bisogno di me. Ogni volta che un ricercatore cominciava ad affrontare un dato
problema, veniva in biblioteca e mi chiedeva se non avessi gli argomenti o le riviste
riguardanti la sua ricerca. Quello che avevo in biblioteca veniva subito usato,
mentre il resto che a noi mancava veniva ordinato presso altre librerie o biblioteche
sotto forma di libri, fotocopie o microfilm. La maggior parte del materiale proveniva
dalla Biblioteca Tecnica di Praga Klementinum.
Nei cataloghi, elencavo secondo i codici internazionali i testi di chimica organica ed
inorganica, e vi includevo anche tutti i metodi di analisi quantitativa e qualitativa
degli elementi, i loro effetti tossici, le terapie e gli esperimenti che trovavo nelle
riviste straniere. Feci un catalogo di tutte le misure di igiene nei vari mestieri e un
catalogo delle malattie più comuni riscontrate nei rispettivi mestieri. In tutto, in due
anni riuscii a mettere insieme 17.000 voci di questi casi clinici, il che rappresentava
una raccolta molto ricca. Per me questo costituiva un lavoro intenso ma anche
molto interessante.
Dopo qualche tempo, avendo raccolto altro materiale, mi dissi che sarebbe stato
veramente bello scrivere, anche se molto in sintesi, la storia dell'igiene sul lavoro e
delle sue malattie. Trovai le fonti. Avevo molto materiale sull'antichità, sul
medioevo e anche pubblicazioni riguardanti strettamente la Slovacchia. Misi in
risalto le condizioni in cui lavorava e viveva la gente - sia quella libera che gli schiavi
- a cominciare dai Fenici, con la fabbricazione della porpora, nella quale erano
impegnati schiavi a cui erano stati estratti gli occhi. Essi dovevano incessantemente
girare la macina per triturare le lumache marine da cui si estraeva il colore
purpureo. La mia ricerca comprendeva la costruzione delle piramidi egiziane e la
fabbricazione del bronzo nell'isola di Corinto, il faticosissimo lavoro nelle miniere
romane nell'odierna Jugoslavia e in Spagna, in cui lavoravano anche molti cristiani
«ad metalla damnati». Terminai la mia storia facendo riferimento ad Israele,
attingendo le notizie naturalmente dall'Antico Testamento. Feci notare che mentre
altri paesi della terra in quel periodo pullulavano di schiavi, in Israele ne erano
rimasti pochissimi. Qui vigevano regole molto severe per quel che riguardava
l'igiene, a cominciare dal continuo lavarsi le mani fino alla pulizia di tutti gli attrezzi
da lavoro. Rilevai la perfezione e la saggezza dell'Antico Testamento, secondo il
quale di tanto in tanto bisognava lasciare il raccolto ai poveri. Feci anche notare
come tutte le proprietà che erano state cedute per necessità, dopo cinquant' anni
ritornavano al legittimo proprietario. Misi bene in evidenza la decisione del popolo
israelita religioso, che ogni settimo giorno si dedicava a Dio e quel giorno non si
permetteva di lavorare. Citai il Vecchio Testamento: «In questo giorno riposerai tu,
il tuo servo e i tuoi animali». Quando poi conclusi che questa vecchia regola di
santificare il settimo giorno col riposo era venuta a noi attraverso il cristianesimo,
mentre in Cina o in Corea non era conosciuta, molti rimasero alquanto stupefatti.
Naturalmente terminai dicendo che questa usanza religiosa ebbe in futuro anche un
significato sociale, specialmente igienico-sanitario. L'uomo israelita, l'operaio
israelita, si impone un riposo ogni sette giorni per rinnovare le proprie forze. I frutti
di questa santificazione li stiamo raccogliendo ancora oggi.
Quando finii di scrivere questa storia, ne nacque una discussione con quelli che
ignoravano queste informazioni. Le persone credenti e i miei conoscenti di questo
istituto venivano da me dopo essere stati in biblioteca e tutti contenti mi dicevano
che per anni e anni avevano ascoltato l’Antico Testamento in chiesa, ma non si
erano mai resi conto che le regole e tutto lo spirito dell'Antico Testamento potessero
avere un significato così profondo e una tale influenza sulla nostra vita. Uno di
questi conoscenti mi disse: «Anche questa è una forma di apostolato!».
Naturalmente ero contento di avercela fatta.

13. IN CONTINUO PERICOLO


All'Ufficio d'Igiene del Lavoro ebbi veramente modo di constatare che ero
incessantemente seguito. Non potevo dimenticare neanche per un istante, sebbene
mi immergessi ogni giorno nel mio silenzioso lavoro, che quello che facevo non era
proprio la mia meta preposta; né potevo dimenticare in quali condizioni mi trovavo.
Questo impiego era soltanto una cosa inevitabile che la nazione mi chiedeva di fare.
Non ero io il solo a rammentarmelo durante le meditazioni, me lo ricordavano
anche gli altri, che lo consideravano come un complemento al loro lavoro e un
favore alla patria. Di tanto in tanto venivano nell'Ufficio d'Igiene membri della
Sicurezza che chiedevano anche di me. Fui fortunato ad avere sempre qualcuno dei
miei conoscenti che mi avvisava per tempo.
Un giorno mi chiamò nel suo laboratorio un dottore sperimentatore che faceva
parte del nucleo operativo del KSS. Chiuse a chiave la porta dietro di sé e mi disse
che quando un'ora prima mi aveva fatto chiamare al telefono dalla biblioteca per
salire da lui al piano superiore per la questione di un articolo, non l'aveva fatto
veramente per quel motivo, ma perché glielo avevano chiesto due membri della
Pubblica Sicurezza. Volevano vedermi, e quando avevo attraversato il vestibolo al
pian terreno li avevo anche visti ... Mi consigliò di stare all'erta, poiché di questi
interessamenti a me ce n'erano già stati ... Poi si scostò di un passo e mi disse che
forse attiravo i loro sospetti perché ero scapolo. Mi consigliò di sposarmi e disse che
così avrei potuto vivere in pace, altrimenti avrei sempre avuto guai. Gli risposi che
ero preparato ad affrontare qualsiasi difficoltà, anche se c'era addirittura il rischio
di finire in prigione. Il dottore alzò le mani come per arrendersi e mi disse: «Ah,
allora si tratta di qual- cos'altro ed io non voglio intromettermi! Ma si ricordi che la
prudenza non è mai troppa» - e mi strinse la mano.
La continua presenza della polizia era un disturbo di gran lunga superiore di quanto
non possa apparire in queste pagine. La polizia con diverse scuse faceva chiamare le
persone che mi conoscevano, per farsi riferire notizie su di me ad intervalli regolari.
Alcuni mi nascondevano la cosa e col tempo li persi; altri venivano da me e mi
raccontavano tutto, salvandosi così la coscienza e l'onore. Quando li assicuravo che
non era affatto un obbligo collaborare con la polizia, che la legge era dalla loro parte
e che non dovevano farsi intimidire da qualche funzionario troppo ansioso di
sapere, spesso si toglievano un peso di dosso. Si rendevano poi conto che chi voleva
salvarsi la vita l'avrebbe persa, e chi nella fede era disposto a rischiarla, l'avrebbe
riconquistata. Così dice il vangelo.
Dal 1954 potei assistere da vicino alla sorte di alcuni miei conoscenti che erano stati
chiamati dalla polizia. Quelli che non ebbero il coraggio di rifiutare i regolari
incontri con la Sicurezza si misero nei guai. Io consigliavo loro di esprimere
apertamente la loro disapprovazione e di non andare a questi incontri, molti dei
quali si svolgevano nei caffè o altrove.
All'Ufficio d'Igiene del Lavoro, in quel periodo, mi accadde una cosa insolita e
seccante che riguardava un certo Vojtech Filkorn.
Era stato arrestato e poi rilasciato, e alcune persone, dopo l'accaduto, mostravano
una certa diffidenza nei suoi confronti. Più tardi si venne a sapere che, vuoi per
convinzione o perché costretto, aveva partecipato a certe operazioni... Dopo la sua
scarcerazione, quando tutti si aspettavano che si sarebbe chiuso in se stesso,
cominciò invece ad interessarsi alla gente che era seguita dalla polizia. Usava diversi
pretesti. Venne un giorno dal nostro giovane matematico per consultare alcuni libri
- lui, che attraverso l'università aveva libero accesso a tutto quello che voleva ed
anche ai professori ...
Una volta Vojtech Filkorn si presentò anche da me. Voleva degli scritti di teologia
che, così diceva, intendeva studiare. Venne una seconda volta e mi invitò a fare una
passeggiata. I pretesti con i quali veniva a trovarmi erano sempre più strani. Per
quanto riguarda il materiale di studio di teologia, questa richiesta gli fu negata
perché praticamente non ne avevo (avevo perso tutto durante la deportazione ...).
Rifiutai con garbo anche la passeggiata. Più tardi mi invitò a fargli visita a casa sua.
Ero incerto se andare o no. Intanto Filkorn pubblicava articoli contro gli esercizi
spirituali nel bollettino filosofico. Supponevo che egli sapesse che avevo letto quegli
articoli, ma non sapevo cosa volesse tirarmi fuori da quella visita. Alla fine mi dissi,
chissà, forse vorrà solo parlare con me più apertamente per chiedermi consiglio ...
Decisi di non rifiutare il suo invito. Andai, parlammo, cercai di rimestare nel
passato e di farlo parlare delle sue azioni, cercavo insomma di aprire un dialogo. Ma
purtroppo la conversazione non prese questo verso. Filkorn continuava soltanto a
chiedermi notizie dei miei conoscenti gesuiti. Era seccante. Gli rispondevo
telegraficamente che con loro non avevo più contatti, il che, specialmente per
quanto riguardava i più anziani, era la verità.
Così mi potei rendere conto che eravamo in effetti spiati e seguiti in tutti i modi
possibili. Venni al corrente anche di molti altri espedienti. Un conoscente di un mio
amico nell'Ufficio d'Igiene gli confessò un giorno che il suo compito era quello di
avere informazioni su di me: quello che facevo, come la pensavo su diverse cose, con
chi m'incontravo, ecc... Per questo nell'ambiente del lavoro non chiacchieravo
molto, specie di politica, tanto più che non me ne ero mai interessato troppo.
Lavoravo sempre da onesto cittadino che rispetta l'Istituto e la legge. Se parlavo,
parlavo di problemi umani o religiosi. Erano quelle le sole conversazioni che, in
caso di bisogno, non negavo mal a nessuno.
L'estate e l'autunno del 1955 trascorsero in un'atmosfera di agitazione. Durante
l'estate rinchiusero alcuni gesuiti, fra cui P. Mikus, P. Srna Dieska, Marko, ecc...
Attorno a queste incarcerazioni si sollevò un gran polverone di investigazioni,
cosiddette «senza formalità». Uno di quelli che era stato così interrogato dalla
polizia venne da me e mi riferì quello che gli avevano chiesto. Il discorso verteva
sempre intorno a me. La cosa peggiore era che il sostituto del provinciale, durante
un confronto, aveva anche affermato che io avevo consacrato alcuni confratelli e
sacerdoti. Uno di loro fu poi interrogato e confermò. E così nei verbali della
Sicurezza figuravano già tre conferme che io avevo ordinato dei sacerdoti: la
dichiarazione del sostituto, la testimonianza del sacerdote ordinato e quella della
persona stessa che mi aveva riferito la faccenda. Quest'ultimo vi si era rassegnato
quando il sostituto del Provinciale gli aveva detto che era inutile resistere, dato che
la Sicurezza sapeva già tutto ...
Quando venni a sapere questo fatto mi sentii abbattuto. Non serbavo rancore per il
sostituto del Provinciale né allora, né poi e nemmeno oggi. Non lo condannavo,
perché sapevo in che posizione si trovava un uomo che era stato in carcere e che era
stato sottoposto a sua volta ad interrogatori. Immaginavo in quali condizioni
spirituali potesse essersi trovato. Ma per me tutta la faccenda non era per niente
simpatica.
La notizia del mio completo smascheramento mi arrivò da un compagno di lavoro
all'inizio del dicembre 1955, un pomeriggio in cui all'Istituto ci si preparava per una
serata dedicata a San Nicola. Io non avevo intenzione di andarci perché temevo una
trappola, ma siccome gli altri insistevano dicendo che tutti lì mi volevano e che non
sarebbe mancato nessuno, ci andai. Ancora oggi ricordo quanto mi sentissi a disagio
quella sera, a quella festa che poteva essere l'anticamera del mio arresto.
Esternamente non lo feci trasparire, parlavo e sorridevo, e per non rovinare
l'atmosfera a tutti cercavo di divertirmi. Ma dentro mi sentivo friggere ... Verranno?
Non verranno? - mi chiedevo. Tra un giorno? Tra una settimana? Chi lo sa? Quella
sera pregai in modo veramente intenso e molto più umanamente convinto. Con
spirito di fiducia e di redenzione, mi misi finalmente a dormire.
Il giorno seguente non accadde nulla. E neppure nei giorni successivi. Andai avanti
settimane a pensare a cosa sarebbe accaduto. La spada di Damocle non mi pendeva
soltanto sulla testa, ora era alla mia gola ... Sapevano tutte le cose fondamentali su
di me. Non solo le sapevano, ma erano anche state confermate da più testimoni,
non indirettamente da qualche nota anonima o con notizie di seconda mano. Le
notizie arrivavano da persone che erano inconfutabili testimoni del fatto che io ero
un vescovo e che avevo ordinato dei sacerdoti. L'attesa durò un mese. Quando venni
a sapere che si sarebbe tenuto un processo nei confronti di alcuni confratelli
arrestati e che il suo termine era già stato deciso, mi convinsi che non sarei stato
arrestato con quel gruppo. A questo punto cominciai a rilassarmi, anche se non
potevo mai essere del tutto tranquillo. Mi chiedevo se la mia incarcerazione era
stata semplicemente rimandata.
Nelle settimane in cui furono incarcerati dieci gesuiti, e dopo innumerevoli altre
notizie che collimavano con questi fatti, riuscii anche a vivere un momento gioioso.
Ebbi da Roma una notizia che da tempo aspettavo, come riconoscimento del mio
operato. La notizia era più ampia, ma per me contavano soprattutto queste parole:
«La Santa Sede sa quanto è stato fatto ... La Santa Sede sa quello che sei diventato
...». La Santa Sede sa ... Tutte le altre parole riguardanti le mie azioni, me le portavo
nel cuore custodite come un tesoro.
Al lavoro, intanto, continuavo ad incontrarmi con varie persone, parlavo con loro e
cercavo di capire i loro punti di vista, le loro posizioni, le loro maniere ... Era
interessante vedere come alcuni parlavano tranquillamente con me anche in quel
frangente, mentre altri cambiavano atteggiamento, si trinceravano dietro le loro
maschere fino a sfiorare il tradimento della fede. Alcuni erano coraggiosi, altri,
aggrappandosi alla loro carriera o alla paura, si lasciavano corrompere. Le
chiacchierate con le varie persone erano per me molto istruttive e interessanti.
Continuai con quello che avevo iniziato alla Tatrachema: con le intenzioni più
pacifiche del mondo osservavo la gente e il comportamento umano, per poter
sfruttarne tutti gli elementi nel corso della mia missione - la missione di annunciare
il vangelo.
Naturalmente facevo tesoro anche dei lati più oscuri dell'esistenza. Fin dall'inizio
della mia vita civile e nei diversi impieghi, avevo cominciato a capire che dopo
dodici anni di vita religiosa passata con una certa riservatezza e nell'ascetismo,
entrare nel mondo civile era come trovarsi di colpo in una burrasca. La vita era
dura, la gente non era così come si mostrava davanti al prete e sicuramente non era
come la vedevo tutta vestita a festa in chiesa la domenica. Nella vita concreta di tutti
i giorni molta gente era rude e si scontrava con se stessa. Osservavo anche i lati
peggiori degli uomini, il loro egoismo, a volte la loro smania di fare carriera. Notai
che le loro parole non dipendevano dalla loro posizione o dalle aspettative che mi
ero fatto su di loro, non finivano mai di meravigliarmi ...
Già ai tempi del Priemstav, durante un festino nello scantinato della mensa al quale
ero stato invitato, erano successe alcune cose alquanto imbarazzanti per un prete. Io
avevo declinato l'invito, ed avevo fatto bene. Un mio conoscente il giorno seguente
mi disse: «Beato lei che non ci è andato! Hanno cominciato a mezzanotte e ... Erano
tutti fuori di testa e lei si sarebbe sentito molto a disagio».
Anche alla Tatrachema, dove l'atmosfera era complessivamente buona, mi era
capitato qua e là di sentire cose alle quali non ero stato preparato né abituato. Ma le
sapevo sopportare. Non condannai mai nessuno per questo. Sapevo che la gente
durante un lavoro duro si indurisce, si mette nelle situazioni più disperate e certe
parole volano dalla bocca ...
L'Ufficio d'Igiene del Lavoro non faceva eccezione. Anche qui incontrai gli aspetti
più sordidi della vita oltre a tante belle realtà umane. Fu qui che per la prima volta
mi resi conto che neppure le donne vengono risparmiate dal male e che a volte si
comportano e parlano in un modo che non giova loro affatto, superando in volgarità
persino gli uomini ... Nei miei confronti però si comportarono sempre
correttamente. Mi rendevo conto che con me stavano particolarmente attente a
come parlavano.
Preferivo comunque evitare feste troppo mondane come i compleanni. Mi sembrava
chiaro che in certe situazioni non c'era nulla che io potessi fare, e così le evitavo. Per
quel che riguarda il lato umano, all'Ufficio d'Igiene vissi anche momenti molto belli.
In realtà avevo di fronte agli occhi il lato buono e quello cattivo della vita, il che non
faceva altro che svelarmi la complessità dell'esistenza umana. A lungo andare mi
illusi addirittura che la vita non potesse ormai più sorprendermi. Ma evidentemente
non sapevo ancora quello che mi aspettava in seguito ...

14. DALLA BIBLIOTECA ALLA STRADA


Per tutti gli anni dal 1951 al 1958 continuai ad andare a trovare i miei ogni mese a
Bosany. Ero molto contento, e lo sono tuttora, di essere in buoni rapporti con i miei
parenti. Sapevo che alcuni sacerdoti e confratelli avevano avuto problemi con le loro
famiglie. Dopo la soppressione dei monasteri e dei seminari, diversi religiosi si
erano sentiti dire che la loro vocazione e la speranza di consacrarsi sacerdoti non
avevano più alcun senso, ormai; e che avrebbero dovuto, invece, accettare la nuova
situazione, metter su famiglia e cambiare vita. Alcuni seminaristi non seppero
resistere a tali pressioni e si fecero sopraffare dallo scoraggiamento, non trovando
nessun appoggio in famiglia. Io non ebbi mai di questi problemi. Mia madre, anzi,
era la persona che mi comprendeva maggiormente. Mi stava sempre vicino, era
discreta, intelligente e molto sensibile. Non mi chiedeva mai di raccontarle cose di
cui non le parlavo io spontaneamente. E sicuramente pregava per me. Se per tutti
quegli anni riuscii a mantenere il mio equilibrio, lo devo in gran parte ai miei
genitori, specie a mia madre, ma anche agli altri parenti, che con la preghiera e con
le loro attenzioni mi hanno sempre sostenuto.
Per quel che riguarda la sensibilità di mia madre, ricordo un episodio accaduto
durante una mia visita, al tempo del mio impiego presso l'Ufficio d'Igiene.
Raccontavo quello che facevamo e dissi che quella settimana avevamo trovato il
modo di misurare la percentuale di anidride carbonica nell'aria durante il travaso
del petrolio. Altri misuravano l'inquinamento acustico e la quantità di vibrazioni
causate dall'utilizzazione dei bulldozer, e via dicendo. Venivano fatti dei resoconti
annuali da pubblicare su riviste scientifiche. A questo punto un mio parente mi fece
una domanda molto schietta, chiedendomi se queste misurazioni avessero anche un
significato pratico per i lavoratori delle industrie e delle officine. Io sorrisi, perché
questa domanda mi metteva un po' in difficoltà ... Mia madre, sempre all'erta e
piena di tatto, ma anche piena di spirito, aveva evidentemente colto l'imbarazzo nel
mio sorriso e volle trarmi d'impaccio. Si rivolse a questo mio parente e gli disse:
«Ma cosa vai a domandare? Dobbiamo ben campare tutti ...». Ci facemmo su una
bella risata insieme.
Poi spiegai che la faccenda è in realtà piuttosto complessa: in questi istituti vengono
progettate e studiate determinate cose. Coi risultati ottenuti si fanno pubblicazioni,
si conseguono dottorati, tesi e articoli rappresentano risultati importanti per la
scienza e la sperimentazione. Un altro discorso è se poi questi risultati trovino
anche un'applicazione pratica nelle officine, in una situazione reale, ad esempio per
l'illuminazione di un ambiente di lavoro, o per come deve stare seduto o in piedi un
dato lavoratore, con che ritmo deve lavorare, e così via. Queste sono domande alle
quali è difficile rispondere con precisione. Dipende dal tipo e dalla difficoltà del
lavoro, dalla disponibilità economica, dalla buona predisposizione dei capi-reparto
o dei direttori, dai controlli degli organi competenti, ecc... Quando poi lavorai come
operaio mi resi presto conto che la vita concreta è molto, ma molto più complicata.
Ero felice che i miei parenti mi capissero e mi incoraggiassero. Eravamo una
famiglia molto unita. A Bosany, con i miei genitori, viveva anche mia sorella con la
sua famiglia. Mio fratello nel 1951 fu deportato da Nitra e incarcerato - gli avevano
dato dieci anni. Seppi più tardi che quelli furono gli anni più tremendi per i
carcerati e per gli indiziati. Povero fratello mio, che durante un interrogatorio ci
rimise anche i denti... Io non avevo assistito al suo processo, ma ci erano andati mia
madre e altri miei parenti. Mia madre mi disse che era rimasta inorridita quando
aveva visto come era dimagrito. Mi sembrava doveroso fare visita regolarmente alla
famiglia di mio fratello a Nitra: aveva moglie e tre bambini. Passavo da Nitra ogni
volta che andavo a trovare i miei genitori a Bosany. Anche altri miei confratelli
facevano visita alla famiglia di mio fratello a Nitra. Cercavamo di andargli incontro
come potevamo, aiutandoli nei limiti del possibile. Credo che nonostante tutta la
miseria di quegli anni conservino dei bei ricordi, almeno per quanto riguarda le
attenzioni che ricevettero. Per esempio, mia sorella si era presa in casa, a Bosany, la
piccola Eva ...
Mio fratello dovette andare come prigioniero a Jàchymov, dove dapprima lavorò in
una miniera, poi gli diedero un impiego meno pesante. Là incontrò P. Horsky, con il
quale era stato processato, che aveva una brutta tubercolosi alla spina dorsale e
all'articolazione del ginocchio. Facevano una vita dura.
La moglie di mio fratello andava regolarmente a trovarli. Erano sempre visite
commoventi. Potevano parlare soltanto dieci minuti e per di più tenendosi alla
distanza di qualche metro, poiché i detenuti erano dietro le sbarre. Mio fratello,
nonostante queste misure, trovò alcune guardie compassionevoli, anzi molto più
umane e coraggiose di quelle che ebbi io in futuro.
Nel periodo pre-elettorale ogni famiglia riceveva visite da funzionari incaricati a
convincere la gente a partecipare alle elezioni. Una coppia di questi funzionari
arrivò anche a Nitra da mia cognata. Uno di loro era proprio il procuratore che
aveva inquisito mio fratello. Lei lo riconobbe e gli disse: «Lei sa da chi è venuto? Io
sono la moglie di Anton Korec, che è stato condannato a causa sua nel 1951». Poi si
voltò, indicò i ragazzi lì accanto e aggiunse: «E questi sono i miei figli». Il
procuratore rimase sorpreso e le disse di presentarsi il giorno seguente nel suo
ufficio. Così cominciarono i primi passi che portarono alla revoca della sentenza e
alla scarcerazione di mio fratello. Il 12 luglio 1954, dopo la ripresa del processo a
Praga, mio fratello poté lasciare la prigione e tornò a casa.
Le condizioni restavano però sempre difficili. Alcuni ebbero la fortuna di poter
uscire di prigione, altri vi rimanevano ed altri ancora ci andavano ...
Quando mi fui un po' ripreso dallo shock degli interrogatori dell'anno 1955 e da
tutto quello che fu detto sul mio conto, decisi che per la prima volta dopo tanti anni
mi sarei preso una vacanza. Era il 1956. Organizzai un giro in bicicletta con Karol,
dato che eravamo già abituati a pedalare insieme a Bratislava. E così partimmo alla
volta di Nitra, per Bosany, e poi proseguimmo per Skycov e fino a Topolcianky.
Attraversammo la bella vallata del fiume Vàh e tornammo a casa a Bratislava. Ero
contento non solo della vacanza in sé, ma di aver trovato il coraggio di
intraprenderla. L'anno dopo andammo un'altra volta in bicicletta, sui monti Tatra,
poi fino a Nitra e da lì di nuovo a Bratislava. Questa volta ci portammo anche la
tenda. In seguito ci comprammo dei motorini e anche con quelli facemmo una gita
sui Tatra, tornando giù dalle montagne e concludendo di nuovo il giro a Bratislava.
Il 1958 fu un altro anno molto movimentato. La politica si faceva sentire
dappertutto. I ministeri si assottigliavano. Al ministero della sanità ridussero i posti
di lavoro da 300 a 70. Simili mutamenti si verificavano anche negli ambienti più
popolari. Nel nostro istituto venne una commissione che ci chiamò uno ad uno per
degli interrogatori. Io fui tra i primi. Dietro un tavolo sedevano circa otto membri
della commissione appartenenti al ZO KSS, il nucleo operativo del partito
comunista. Il presidente della commissione mi chiese cosa avevo fatto in passato,
dove fossi stato, dove avessi studiato. Non potevo nascondere il mio passato di
gesuita. Mi sorbii i loro commenti non proprio amichevoli. Mi dissero che con la
mia filosofia da religioso non potevo lavorare in una biblioteca. La conclusione della
commissione fu che undici di noi se ne dovevano andare, fra cui, oltre me, alcuni
dottori e docenti universitari. Nell'Ufficio ci consigliarono di dare noi stessi le
dimissioni, dicendo che sarebbe stato meglio per il nostro «profilo». Prendere o
lasciare. Alcuni si rifiutarono, e forse fecero bene. Altri sottoscrissero il
licenziamento volontario. Sulla mia carta d'identità, che ho ormai da 25 anni, c'è
scritto: «il periodo lavorativo è terminato il 30 luglio 1958», con timbro e firma.
Dopo quattro anni passati all'Ufficio d'Igiene del Lavoro, dopo due anni di lavoro
nella biblioteca e negli archivi di questo istituto, mi ritrovavo in mezzo alla strada ...
Nel luglio del 1958 cominciai a cercare un nuovo impiego. Era tutt'altro che facile.
All'inizio del mese seppi che qualcuno aveva parlato di me in questi termini:
«Quell'aristocratico nato ... qui a Bratislava non riuscirebbe neanche a passare i
mattoni ad un muratore!». Non so in base a che cosa mi avessero definito un
aristocratico. Non sono mai stato aristocratico né di origine, né di pensiero, né di
comportamento. Provengo da una famiglia di operai ed io stesso non ho mai avuto
problemi a fare l'operaio. Sotto questo aspetto l'affermazione della polizia era falsa e
fuori luogo.
D'altra parte, qualcosa di verosimile doveva esserci in quell'affermazione, dato che
non riuscivo a trovare lavoro. Cercai per tre mesi. Quando avevo qualcosa quasi in
pugno, qualcuno interveniva e l'impiego andava in fumo. Per esempio, c'era un
posto in un laboratorio di ricerche, e al direttore premeva molto che io ottenessi
quell'impiego, anche per ragioni puramente pratiche. Ma dopo alcuni giorni venne
da me sconsolato e mi disse che non poteva assumermi. L'organo competente gli
aveva telefonato dicendogli di mettersi l'anima in pace perché della mia assunzione
non se ne poteva neanche parlare.
Siccome ne avevo avuto abbastanza di andare in cerca di lavoro, decisi di
concedermi una pausa. Mi misi a studiare l’Antico Testamento per qualche
settimana, e poi ripresi il mio cammino alla ricerca di un impiego. Finalmente
trovai un posto alla ditta Pref, oggi Zlaté Piesky, che nel 1958 era soltanto una cava.
Attorno ad essa erano stati costruiti magazzini e depositi di varie industrie. Trovai
lavoro lì come guardiano notturno. Nel mondo intanto erano successe tante cose. Si
alternavano situazioni di tensione e di relativa tranquillità. Dopo la morte di Stalin
prese il potere Kruscev, che ripudiò quello che era successo durante l'impero di
Stalin. Mentre il Giornale Cattolico scriveva il 15 marzo 1953 che Stalin era «un
simbolo di pace ... un faro splendente ... il cui grande nome rappresenta e
rappresenterà per sempre, per tutti noi, un vincolo inscindibile», il suo successore
contava i milioni di assassinati in suo nome ...
Da noi governava il presidente Zàpotocky, che era disposto a riparare le colpe
commesse. Zàpotocky morì il 13 novembre 1957. Il suo successore, Antonin
Novotny, denunciò i mali della rivoluzione socialista, includendovi i nostri
licenziamenti e altri danni causati alla popolazione. La questione religiosa, inoltre,
si sarebbe dovuta risolvere tempestivamente. Dopo gli avvenimenti in Ungheria ci
fu da noi una certa distensione. Il vescovo Vojtassàk fu chiamato a Praga dall'Ufficio
Ecclesiastico, che cercò di portarlo dalla loro parte. Nello stesso periodo, il 23
ottobre 1956, Soffer a Spisskà Kapitula veniva decorato «per i suoi meriti e per
l'edificazione del partito». Furono decorati anche M. Beno, il vicario gen. di Nitra L.
Skoda, e Zàreczky. Dopo questo periodo di calma tutto purtroppo tornò come
prima, e furono allestiti tribunali con i cosiddetti reparti d'intervento primario. Ce
ne sarebbero dovuti essere due e a ciascuno fu assegnato un sacerdote. Il Giornale
Cattolico cominciò un'accesa campagna contro i due sacerdoti assegnati, Sliacan e
Hedera. Il MHKD, movimento dei sacerdoti per la pace, raccolse firme, e nella
diocesi di Nitra si fecero circolare fogli ciclostilati per volere del segretario del
vescovo, con il testo della condanna di Hedera. Dopo il processo, che si tenne nel
marzo 1959, il Giornale Cattolico denunciò la posizione del MHKD per quel che
riguardava il caso Hedera-Sliacan: «Meritano la più profonda disapprovazione da
parte di tutti i nostri sacerdoti leali e del popolo credente!» (30-3-59). Narrerò più
avanti come avessero cercato di incastrare per crimini non commessi entrambi
questi buoni sacerdoti ...

15. GUARDIANO NOTTURNO


Il 10 settembre 1958 cominciai finalmente a lavorare come guardiano notturno. In
questo nuovo posto di lavoro, alla ditta Pref di Velké Levare, si producevano
pannelli prefabbricati per costruzioni. Non mi ci sentivo affatto a mio agio.
Lavoravo 12 ore, ogni notte dalle 6 della sera alle 6 del mattino. Non ero abituato a
orari del genere ...
Era autunno, spesso pioveva, e di notte dovevo girare attorno alle nuove
costruzioni, con stivali di gomma e con un impermeabile sulle spalle. In ottobre,
dopo aver accumulato 350 ore di lavoro - anche di domenica e nelle festività - avevo
guadagnato 800 corone. Siccome ero un guardiano senza armi, prendevo solo 3
corone all'ora. Era un salario veramente misero. Alla Tatrachema guadagnavo 1500
corone al mese e all'Ufficio d'Igiene 1600, senza contare il fatto che qui la mia vita si
svolgeva alla rovescia.
Intorno alle sei e mezzo del mattino arrivavo a casa, dicevo la Messa, e mi coricavo.
Verso mezzogiorno mi alzavo, regolarmente svegliato dai bambini della strada di
fronte. Mangiavo qualcosa, pregavo e pian piano bisognava cominciare di nuovo a
pensare di tornare al lavoro, che era piuttosto lontano, fuori città. Viaggiavo in
bicicletta ...
In questo posto di lavoro incontrai tutto un nuovo genere di persone. C'erano altri
guardiani, assunti da ditte che avevano i loro depositi lì da noi. Un vecchio di
Topolcany, con un solo dente in bocca, qualche volta mi faceva addirittura paura.
Aveva un piede nella fossa, ma quando si metteva a parlare non potevo fare a meno
di rabbrividire. L'unica cosa che riusciva a ricordare della sua vita era una serie
interminabile di brutture. Ne parlava con gusto, e rideva a più non posso mostrando
il dente giallo, che appariva sempre più vistoso nella sua bocca aperta... Quando
potevo, cercavo di cambiare discorso accennando a qualche altro argomento. Credo
che in seguito si accorse che quello che diceva non mi interessava proprio, e che
cercavo di evitarlo. Era una situazione penosa. Mi resi conto di come un uomo possa
ridurre la sua vita, di che cosa significhi abituarsi al peccato e diventarne schiavo, e
come sia difficile togliersi quella abitudine di dosso anche se non si è più tanto
giovani. Il porcellino è tutto contento quando si rotola nel suo fango tiepido...
Qualche volta dicevo a questo vecchio che avrebbe potuto interessarsi anche a cose
migliori, ma le mie parole lo sfioravano appena.
Il secondo dei guardiani aveva vissuto una vita direi proprio strana. Veniva dalla
zona di Nitra. Non so esattamente dove fosse nato e non credo che lo sapesse
neppure lui. Parlava uno slovacco abbastanza scorrevole, ma non nel modo più
corretto. Sapeva l'ungherese, il tedesco e anche altre lingue, avendo vissuto per circa
vent' anni all'estero.
Era stato in giro con qualche circo, con compagnie di divertimenti che toccavano
città come il Cairo e Bagdad ... Eseguiva balli classici, spagnoli e di altri paesi. Mi
raccontò come era cresciuto. Mi fece vedere delle fotografie dei suoi tempi, di
quando era più giovane, alto, coi capelli neri. Viveva bene, non gli mancava niente.
Aveva i soldi, depositati in qualche banca svizzera, e si divertiva. Poi come successe
non lo so, ma venne in Slovacchia e qui per qualche ragione si fermò. Per un po'
lavorò alla Dimitrovka, dove le esalazioni di anidride solforosa gli rovinarono una
gamba, e quindi cominciò a prendere l'indennità di invalido. Riusciva a mantenersi
facendo anche il guardiano notturno. Era una persona annoiata, martoriata dalla
vita che faceva, e non si era dato pace per quella sua povertà che adesso doveva
vivere fino in fondo. Mi disse che un giorno aveva aperto il gas in camera sua... ma
lo avevano scoperto in tempo. Era rimasto per lunghe ore senza riprendere
coscienza. Quando infine aprì gli occhi e vide un dottore chino su di lui, il primo
pensiero che gli venne in mente fu di dargli un calcio nello stomaco perché non lo
avevano lasciato così, a morire in pace ...
Discutere con questa persona a volte mi riusciva insopportabile, anche se devo
confessare che la sua vita mi interessava. Notai attraverso quali tappe un uomo può
trascorrere la sua esistenza, e ciò che alla fine si realizza come la sua essenza vitale
...
Quest'uomo era snobbato da tutti, annoiato e disgustato. Niente gli interessava.
Spesso cercavo di spostare il discorso su qualche argomento migliore, ma lui si
comportava come se gli mancasse l'animo per essere interessato. Aveva i suoi
preconcetti, i suoi schemi, e quasi nessun interesse. Soltanto alla fine del nostro
rapporto mi accorsi che mi trattava in modo più umano, e di quando in quando era
lui a chiedermi qualcosa di diverso. Pregavo anche per lui, ma non so come finì la
sua vita, perché sia le faccende umane che quelle divine gli erano molto distanti.
Durante il mio lavoro di guardiano assistei anche ad episodi felici, che in seguito
continuai a ricordare con piacere. La vita con le sue difficoltà e il suo gusto aspro,
conserva anche i suoi lati luminosi, che mi davano, sia pure per poco, una certa
serenità.
Una volta mi accadde qualcosa di sorprendente con dei miei nuovi colleghi del
lavoro notturno. Nella sala delle caldaie lavorava un ex salesiano che aveva lasciato
l'ordine, e un ex impiegato d'ufficio che era stato trasferito alle caldaie dopo
l'operazione dei «70 mila». Una sera mi salutarono dicendo che uno di loro, come
capo della ditta statale, si sarebbe assunto la responsabilità di convincermi a farmi
fare un corso alla polizia, perché potessi portare con me un'arma durante il servizio.
Sapevano che già in passato avevo rifiutato questa proposta pensando che mi
sarebbero di nuovo toccati dei guai burocratici; ma una sera mi dissero che non
c'era niente da fare, che dovevo accettare perché l'arma era ormai lì e me
l'avrebbero data. Intanto aprivano in modo solenne il cassetto del tavolo nella sala
delle caldaie... e ad un certo punto la tirarono fuori era una fionda! Naturalmente ci
ridemmo su tutti di gusto.
In quel periodo, il 9 ottobre 1958, morì Pio XII. Seguii i suoi funerali alla
televisione. Mi si impresse tutto profondamente in mente e nel cuore ... Il 28
ottobre 1958 fu scelto il nuovo Papa, Giovanni XXIII.
Alla fine del 1958 Karol mi disse ripetutamente che sarebbe stato molto utile se
avessi potuto preparare altri esercizi spirituali. Quelli del 1951 erano ormai fin
troppo conosciuti e usati. Anche lui aveva fatto più volte esercizi spirituali oltre ai
soliti. Mi disse che forse sarebbe stato bene anche per altri religiosi, o per futuri
sacerdoti che lavoravano, offrire qualcosa di nuovo. Ci pensai su. Non avevo molto
tempo libero, ma la sua richiesta cominciava a ronzarmi in testa e non mi lasciava
in pace. E così cominciai a raccogliere materiale. Leggevo libri, prendevo appunti, e
feci un piano per 32 lezioni e meditazioni, archiviando tutto.
A tratti sentivo di essere molto stanco, e al tempo stesso mi riusciva difficile
dormire. Nonostante tutto, però, non potevo non dedicarmi a questi incarichi oltre
a quelli usuali. Molti religiosi avevano finito gli studi di teologia e venivano da me
personalmente, o si tenevano in contatto per corrispondenza. Accettarli faceva parte
della mia missione. Non è ancora giunto il momento di fare i loro nomi o il loro
numero ...
Nel frattempo feci una visita a Janko Buchta, a Smokovec, e proprio nel Natale del
1959 Janko Buchta ricevette l'ordinazione. Gli portai un piccolo De Grand- Maison,
e lui si mise a tradurlo.
Per quel che riguarda la mia residenza, nel 1955 mi ero trasferito dalla casa della
signora Hotapkovà, il cui marito era tornato dal carcere, ad una casa lì vicino, in Via
Zvolenskà, presso la signora Margita Cernà. Costei era un'anziana ex maestra,
nubile, molto buona di cuore, che viveva con una sua amica. Aveva circa
settant'anni. A volte mi diceva che ammirava la mia tranquillità, in particolare
quando chiacchieravamo delle varie difficoltà che si incontrano nella vita, e anche
quando le raccontavo episodi del mio lavoro. Ero alloggiato da lei già dal tempo del
mio impiego all'Ufficio d'Igiene, e lì rimasi anche durante il mio lavoro di guardiano
notturno. La signora ammirava la mia tranquillità? ... Ma nella mia «tranquillità»
facevo molte cose. In una piccola camera di 2,5 per 2,5 metri, con la mobilia
strettamente necessaria, leggevo i libri per gli esercizi che volevo ultimare sotto le
gentili pressioni di Karol.
Lessi l'Acte de foi, Newman, Chesterton, Lippert, P. Levi, Sur les yeux de
l'incroyant, Blondel, ecc ... Scrivevo tutti i miei pensieri e affrontavo i miei problemi
spirituali, che cercavo di capire e risolvere durante le mie meditazioni e riflessioni.

16. TRA I METALMECCANICI DELLA DIMITROVKA


Dal dicembre 1959 iniziai a condurre una vita un po' più umana. Passai dalle 12 ore
lavorative al giorno come guardiano notturno, a un nuovo lavoro alla Dimitrovka,
l'industria di Juraj Dimitrov. Mi diedero un posto nel reparto dei metalmeccanici, in
un'officina di manutenzioni nella quale eravamo circa in sessanta. Nella sala
principale, grande almeno come un campo di calcio, c'erano un centinaio di
macchine filatrici per un tipo di fibra sottile, e una decina per la corda dei
pneumatici. Il mio compito inizialmente era di oliare, insieme ad un altro oleatore,
tutte le macchine, ciascuna in 30 o 40 punti. Gli altri operai in quella sala
lavoravano alla cosiddetta filatura, un processo per la fabbricazione di una fibra
artificiale, che purtroppo emanava forti esalazioni di anidride solforosa, che, come
avevo appreso dai miei studi sulla tossicologia nell'Ufficio d'Igiene, era un gas
nervino molto velenoso.
Alla Dimitrovka incontrai molta gente nuova. I giovani mi sembravano un po'
strani. Alcuni di loro erano completamente indifferenti a tutto. Era come se
avessero la mente e la coscienza ingarbugliate. Le loro opinioni sulla morale erano
completamente incolte. Qui vidi toccare i bassifondi dell'animo umano. Fra i ricordi
del guardiano ballerino, quelli del vecchio con un solo dente, e questi incontri nella
sala della filatura, mettevo insieme tutto e mi si aprivano gli occhi sulle
innumerevoli strade che gli uomini possono prendere nella loro vita ...
C'erano anche molte ragazze alla Dimitrovka, specialmente in una sala più piccola,
accanto alla nostra, dove la fibra veniva avvolta in matasse. Fra le tante cose che
accadevano, alcune mi lasciavano perplesso. Per esempio, il comitato industriale
ROH decise di mettere a disposizione in portineria una macchina distributrice di
vari generi, come cioccolatini, caramelle, rasoi, ecc... Si parlava anche, però, di
prendere una macchina - e questo è un po' imbarazzante dirlo - per la distribuzione
di prodotti anticoncezionali per uomini. Se ne doveva ancora discutere al comitato
direzionale. Ebbi modo di parteciparvi anch'io, e quando mi si offrì l'occasione, mi
espressi decisamente contro. Non potei argomentare la questione come avrei
voluto, ma solo con ragioni che potessero essere recepite dalle persone di
quell'ambiente. Ecco quello che dissi: «Ho paura che questo possa essere un passo
molto sbagliato, anzi un grave errore. Da un lato diamo buoni consigli ai giovani, e
anche sui muri della fabbrica abbiamo dei manifesti con frasi che li incitano alla
serietà e allo studio; e poi dall'altro lato mettiamo in portineria una macchinetta che
dà loro la possibilità di non pensare ad altro che al sesso. Chiediamo che i giovani
lavorino, e intanto il consiglio aziendale gli dà la possibilità di non concentrarsi sul
loro lavoro, ma fa in modo che dei pensieri sul sesso turbinino nella loro mente. E
per terza cosa, dico, nel nostro stabilimento vengono a far visita anche delegazioni
estere, persino gente dall'occidente. Sarebbe imbarazzante se questi visitatori, di
ritorno in patria, dicessero che nel socialismo cecoslovacco, nelle industrie, i giovani
appena entrati in portineria, prima ancora di cominciare a lavorare, possono
mettersi in tasca prodotti anticoncezionali». Tutti ascoltavano, e alcuni mi davano
ragione. Ma c'era qualcun altro che aveva altre carte vincenti, o era più potente, e
così alla fine, purtroppo, la proposta passò ...
La vita in questa officina era abbastanza dura. Si lavorava in tre turni, respirando
ogni giorno anidride solforosa. Qualcuno dovette andarsene «in vacanza» prima del
tempo, perché il gas agiva sugli occhi e sui nervi. Ad altri non era successo niente di
male per anni, almeno in apparenza. E a me? Io andavo a lavorare alle sei del
mattino col buio e ci vedevo ancora ...
Anche in questa fabbrica, nel giro dei miei collaboratori più stretti, scoprii col
tempo che con alcune persone era possibile farsi una chiacchierata; ma c'erano
anche quelli con cui non valeva la pena mettersi a discutere. Ricordo un giovane di
24 anni, che aveva studiato per diventare operaio metalmeccanico e poi aveva
ottenuto la maturità dalla scuola superiore. Un giorno durante la colazione se ne
uscì, quando eravamo tutti seduti a tavola, con affermazioni incredibili sulla
posizione della Chiesa, del Papa, delle suore, ecc... Preferii non reagire, o almeno
non dissi molto. Poi però venne da me e disse che voleva discuterne in privato. Non
ne avevo molta voglia, ma lui insisteva. Cominciò a tirarmi fuori le sue idee contro
gli esercizi spirituali e contro Dio. Gli dissi: «Senta, se le fa piacere credere così, è
affare suo, ma io credo di stare dall'altra parte».
Si rifece vivo un'altra volta e mi disse altre cose simili alle prime. Gli risposi:
«Guardi, se Dio esista o no, non è una questione da dibattere come si fa in filosofia.
Se Dio esiste, non cesserà di esistere anche se lei farà i salti mortali dalla mattina
alla sera dal pavimento al soffitto contro di lui. Ma la verità su Dio, se esista o no,
quello bisogna scoprirlo con un metodo molto più saggio». E lo lasciai così.
Si ripresentò ancora, ed io gli dissi che non avevo voglia di parlare di certe cose. Si
vedeva che dentro di sé il dubbio non gli dava pace. Mi chiese perché non volessi
parlare con lui.
Gli risposi: «Se lei è soddisfatto della sua posizione, lo sono anch'io della mia. È
vero che io guardo le cose da un altro punto di vista. Ma se fossi al suo posto, farei
un ragionamento molto semplice. Se ho torto io, e dopo la morte effettivamente non
c'è niente, quando morirò non avrò la possibilità di constatare che avevo torto. Ma
se dopo la morte qualcosa esiste, lei avrà tanto di quel tempo per constatare che
aveva torto ...». E lo lasciai lì a pensarci su. Poco dopo venne ancora da me e mi
chiese perché non volevo parlargli in modo più approfondito.
Gli ribadii quello che gli avevo già detto, ma lui non si trattenne più: «Come crede di
potermi convincere se di queste cose non vuole parlarne?». Risposi con un sorriso:
«E perché crede che io la voglia convincere? Io non voglio convincere nessuno, a
meno che non sia lei a volersi convincere su dove sta la verità su Dio».
Da quella volta ci incontrammo più spesso e cominciai a trattarlo in modo più
umano, direi anche amichevole. Ma probabilmente non si diede mai pace. Divenne
però molto più cauto nel parlare...
Anche di questo posto di lavoro conservo ricordi più allegri, che hanno sempre
un'impronta religiosa in quanto questo argomento mi è sempre stato a cuore.
Lavorava con noi un certo Sullo, operaio metalmeccanico. Era sulla sessantina e gli
mancava forse un anno per andare in pensione. Abitava a Bratislava ma proveniva
dalla Germania. Era un grande lettore, specialmente di romanzi tedeschi, ed anche
di libri storici. Mi accorsi che con lui si poteva parlare di molte cose. Era
autosufficiente, pratico nel lavoro, e aveva non poca esperienza come operaio. Gli
altri, specialmente i più giovani, spesso si comportavano con lui in modo scorretto.
Sembrava che lo considerassero inferiore, forse perché era un po' taciturno,
indipendente, e si comportava in modo strano; forse era anche a causa del suo
accento tedesco. E così lo prendevano in giro - Sullo qua, Sullo là... Lui si difendeva
dicendo che non voleva niente da nessuno, ma che non avrebbe neppure dato niente
a nessuno. Quando gli davano da fare un lavoro difficile che i ragazzi più giovani
non erano in grado di svolgere, si girava di schiena apposta per non far vedere a
nessuno come prendeva la cosa e come la riparava. Anche in altri suoi atteggiamenti
era chiaramente visibile il suo carattere chiuso e la sua durezza. Non voleva avere a
che fare con nessuno.
Lavoravo già da qualche settimana con Sullo. Non facevamo niente di insolito, ma
notai la sua sicurezza e la sua forza: nel lavoro non cedeva mai. Il reparto in cui
lavoravano circa 60 operai-mantenitori doveva essere organizzato al 100% dal
ROH. Solo due dei lavoratori non volevano entrare nel ROH a nessun costo: un
Ungherese, e Sullobàci. Così un giorno venne un segretario del ROH e fece chiamare
Sullo in segreteria. Parlarono piuttosto a lungo, circa mezz' ora. Quando finalmente
Sullo uscì fuori tutti lo attorniarono e gli chiesero come fosse andata, se fosse
riuscito ad esonerarsi dal ROH o se avesse dovuto sottoscrivere la sua adesione.
Disse: «No!» e se ne andò.
Io in seguito gli chiesi come fosse andata veramente: «Avete parlato così tanto,
qualcosa ne avrai pur cavato fuori?». Ma lui rispose: «Ha parlato solo lui!». «E non
è riuscito a convincerti?». E qui Sullobaci sorrise. «Ma io ho due orecchie» disse,
«da una le cose entrano e dall'altra escono». Questo fu uno dei momenti d'intesa
con Sullo.
Altre volte si sottoscrivevano petizioni per la liberazione di Manolisa Glezosa. Tutti
firmavano meccanicamente durante la colazione, su un foglio che circolava da un
posto all'altro.
Quando arrivò il turno di Sullo, questi mandò avanti il foglio senza firmarlo.
Qualcuno gli chiese perché non avesse firmato, e lui disse: «Anche da noi c'è molta
gente in prigione, non solo lui! Voi avete firmato per loro?». Questo era Sullo ...
Sullo mi disse fin dall'inizio che era stato un evangelico, ma che adesso si
considerava non credente. Non andava in chiesa e non pregava. Mi dava ad
intendere che guardava la religione dall'alto al basso. Gli era tutto chiaro anche
senza la religione, e quindi senza Dio. Quando gli chiedevo come si immaginava lui
l'origine della vita e da dove fosse venuto l'uomo, mi rispondeva con frasi fatte, in
tono altezzoso: «Evolution, Entwicklung, evoluzione della natura, crescita ...». E qui
mi dissi che il caro Sullo avrebbe dovuto fare i conti con me ... Lo avrei sorpreso, ma
con la pura verità! Doveva pur cominciare a ragionare!
Un lunedì, tornato dalla mia visita a casa, dissi a Sullo con un sorriso: «Sullobàci, si
immagini cosa è accaduto da noi a casa! I miei stavano scavando un pozzo e alla
profondità di circa sette-otto metri hanno trovato una bicicletta. Vicino a noi scorre
un torrente, il Nitra. Scorre da secoli ormai, sa. Rimescolando sabbia e sassi, acqua
e terra e così via, un giorno il fiume formò anche una bicicletta. Adesso l'abbiamo
trovata. L'hanno scoperta i miei genitori. Sullo disegnò un cerchio con l'indice sulla
sua fronte e mi disse: «Lei è diventato matto?». Mi misi a ridere: «Perché matto?».
Rispose prontamente: «La bicicletta non l'ha certo fatta il fiume con la sua sabbia.
L'acciaio e la ruota e la catena e il pneumatico! Chi fa le biciclette ci suda su
parecchio, lo so bene io!». Lo ascoltai con attenzione e poi gli dissi: «Allora dire che
la bicicletta si è formata dall'evoluzione della materia prima è pazzia. Ma dire che
tutto è stato fatto con la materia, io, lei, il suo occhio e i suoi polmoni, e che questa
materia adesso sta chiacchierando come Sullobaci o Korec - non è pazzia anche
questa? La sua è una speculazione intellettuale, lo sa?». E mi misi a ridere. Sullobàci
mi guardò e poi disse: «Lei sì che è un filosofo!».
Da quel momento ci trovammo a chiacchierare più spesso. Sullo si era ormai
abituato a me. Una volta diventati amici, ogni mattina, quando ci sedevamo al
tavolo da lavoro, Sullo si rivolgeva a me e mi diceva: «Sprechen wir bischen
Filosoffie», e la chiacchierata incominciava. Più il tempo passava più ero contento.
Non solo a lui, ma anche agli altri offrivo ogni tanto qualcosa su cui riflettere, come
un cioccolatino. E intanto Sullo cambiava. Una mattina mi si avvicinò, tirò fuori
dalla tasca un sacchetto di cioccolatini e me lo mise nel palmo della mano dicendo:
Prendi. Rimasi sorpreso. Non soltanto io, ma anche tutti quelli che ci stavano
guardando. Probabilmente Sullo non aveva mai fatto una cosa simile in vita sua.
Aveva dato qualcosa a qualcuno!
Un'altra volta, avevo da sbrigare un lavoro più difficile del solito e non sapevo come
farlo. Sullo mi chiamò e mi disse: «Vieni qui» e mi fece vedere come si poteva fare
in un modo più efficiente. Gli altri rimasero a bocca aperta nel vedere che Sullo era
anche capace di aiutare qualcuno.
A Sullo non davo altro che un po' di affetto, mi comportavo con lui da amico, e
anche con rispetto. Era forse quella l'unica strada per far sì che anche quest'uomo
freddo, così capace e responsabile ma anche solitario, si aprisse pian piano ai
rapporti umani. Per me erano nuove strade di conoscenza dell'animo umano. Mi
rendevo conto che non esiste uomo con il quale non sia proprio possibile allacciare
contatti, e che la lingua universale con la quale si arriva a comunicare con l'essere
umano è l'amicizia, il sorriso, il venirsi incontro, il sacrificio di sé e il rispetto
dell'altro. Nel cristianesimo si parla di amore, che è ancora più di tutto questo,
perché è molto più profondo ...

17. PERQUISIZIONE DELLA CASA


Così trascorrevo i miei giorni, all'età di 35 anni, fino alla fine dell'anno 1959. Mi
alzavo prima delle cinque, dopo la meditazione mattutina celebravo la Santa Messa,
e prima delle sei avevo già inforcato la bicicletta per andare al lavoro alla
Dimitrovka. Verso le 14,30 tornavo dal lavoro. Facevo un pisolino di circa un'oretta,
poi cominciavo il mio lavoro pomeridiano. Pregavo per i sacerdoti, leggevo e
studiavo libri in vista di nuovi esercizi spirituali, prendevo appunti e li raccoglievo.
Verso sera andavo in città per i miei incontri, che fissavo sempre in anticipo con
appuntamenti. Dopo le nove di sera me ne tornavo di nuovo a casa, stanco.
Per l'alimentazione non mi ero mai fatto grossi problemi. Non cucinavo
regolarmente, anche perché non avevo le attrezzature occorrenti. Al massimo mi
scaldavo del latte, mi facevo un té o una frittata. Evidentemente avevo ricevuto il
dono di non avere mai problemi di stomaco, di fegato o d'altro, il che mi permise
per tutti quegli anni di accontentarmi di qualsiasi cosa, senza dover dedicare al cibo
troppo tempo e troppe attenzioni. Potevo così concentrarmi su altre attività.
Venne il gennaio del 1960. Già correvano voci che alcuni dei nostri in Moravia erano
stati arrestati. Erano ormai trascorsi cinque anni dal grande processo contro i primi
gesuiti. Si stava forse preparando qualcos'altro?
Il giorno prima del mio compleanno, il 21 gennaio 1960, rientrai dal lavoro dalla
Dimitrovka come al solito. Ero entrato nella mia stanza da pochi minuti, quando
qualcuno suonò il campanello e subito dopo venne a bussare alla mia porta.
Entrarono due uomini. Più tardi la padrona di casa, che li aveva condotti da me, mi
disse che aveva pensato che fossero miei amici. Non lo erano affatto! Uno di loro
tirò fuori il tesserino di funzionario della Pubblica Sicurezza, e mi fecero vedere un
foglio che diceva che erano stati autorizzati a perquisire la casa. Ero enormemente
sorpreso, anche se ormai da tanto tempo mi aspettavo qualcosa del genere.
Per prima cosa mi guardarono i libri, pagina dopo pagina. Li sfogliarono uno ad
uno, alcuni li rimettevano a posto meccanicamente e altri li separavano. Io li stavo a
guardare e rispondevo alle domande che di quando in quando mi facevano. Ero
stranamente contento. Nella mia stanza non c'era niente di inconsueto. Avevo
alcuni manoscritti, leggevo gli esercizi spirituali di P. Krapka in slovacco - molto
belli peraltro. C'erano alcuni miei appunti per gli esercizi spirituali che avevo messo
insieme leggendo e meditando.
Non so neanch'io come, ma ero riuscito, nonostante la loro presenza, a
nascondermeli sotto il cappotto prima che potessero vederli. La perquisizione non
durò a lungo, forse poco più di un'ora. La mia cameretta, quel vano di 2,5 per 2,5
metri, era un posto così piccolo che non ci potevano essere molte cose da perquisire.
Oltre alletto, all'armadio e ad una scrivania c'era solo uno scaffale con pochi libri e
manoscritti.
Quando ebbero finito il tutto mi dissero che una parte dei libri se la volevano
portare via, e li avrebbero messi in una valigetta. Gli feci notare che avevo una
valigetta sopra l'armadio, ma mi risposero che avevano la loro. Andarono fuori a
prenderla, ed io intanto riuscii a mettere i miei appunti dietro lo specchio
nell'ingresso. Poco dopo tornarono con la valigetta, la misero per terra, ci buttarono
dentro alcuni libri e la richiusero. La avvolsero con tre o quattro giri completi di
nastro adesivo, la timbrarono e la misero sopra l'armadio. Poi se ne andarono.
Non dissi niente alla vecchia padrona di casa e alla sua amica, per non farle
preoccupare. E in effetti feci bene. Appena quelli della Sicurezza se ne furono
andati, mi misi a pregare, segnato da quello che era appena successo, con molta più
convinzione e fervore del solito. Le persone vecchie e sagge da noi dicono che chi
vuole veramente imparare a pregare deve andare in mezzo al mare ... Io sapevo che
non era necessario andare al mare. Basta essere anche nella propria stanza, e vivere
un'esperienza che ci ricordi che siamo nelle mani di Dio e che soltanto il Signore è la
nostra vera forza e speranza ...
Quella sera lessi con particolare attenzione la Sacra Scrittura, dissi il rosario, e
intorno alle dieci andai a letto come sempre.
Prima però decisi che forse sarebbe stato bene, la mattina seguente, passare dai
Durcek, sulla strada per la Dimitrovka, per informare la signora di quello che era
successo. E così feci. Alle cinque e mezzo del mattino, andando al lavoro, deviai per
lo stadio invernale, in Via Palkovicovà 11, e bussai alla porta dei Durcek. Dissi che
mi avevano perquisito la casa. La signora rimase sorprendentemente serena. Mi
disse parole che non dimenticherò mai: «Non si preoccupi Janicko, questa sera
verrà da lei Karol per festeggiare il suo compleanno. Non è successo niente! Noi le
siamo sempre vicini!». Non mi sarei mai aspettato parole così rassicuranti. Anche se
sapevo che la signora era molto forte e molto buona, mi preoccupavo dell'effetto che
la notizia avrebbe prodotto su di lei, poiché generalmente la gente in queste
situazioni perde la testa e fa di tutto per allontanarsi dalla persona che si trova nei
guai. Mi sentivo particolarmente bene quando ripartii per la Dimitrovka in
bicicletta.
Quella sera Karol venne veramente da me. Mi portò una cosuccia e mi augurò buon
compleanno. Poi cercammo della musica alla radio e ci mettemmo a parlare a bassa
voce. Gli raccontai fin nei minimi particolari come era avvenuta la perquisizione, la
cernita dei libri e tutto. A Karol non piaceva la valigetta chiusa con il nastro adesivo
e messa sopra l'armadio. La osservò, poi guardò la lampada, le lampadine, la radio,
le finestre ... Perché avevano lasciato una loro valigetta? Si era insospettito,
pensando che ci fosse dentro qualcosa, forse un apparecchio per registrare le nostre
voci. Non gli detti troppo peso, ma ero contento di non aver detto nulla alla padrona
di casa. Qualsiasi cosa ci fosse nella valigetta, non poteva essere causa di un arresto.
Karol mi disse che avrebbe parlato con dei suoi conoscenti se gli fosse stato
possibile.
Il pomeriggio del giorno seguente, quando tornai dal lavoro, la padrona di casa mi
accolse, preoccupata, dicendomi che era in atto una perquisizione della casa. I
funzionari erano venuti di nuovo, pensando forse che avessi nascosto loro alcune
cose. Perquisirono tutte le stanze e tutti i libri, e in presenza della mia padrona di
casa avevano anche dato un'occhiata alla mia camera. Vedendo la situazione, le dissi
che già ieri sera avevano perquisito la mia stanza. Mi sorprese la sua reazione
nell'apprendere la notizia. Era contenta che io non gliene avessi parlato. Mi disse
che quando lei e la sua amica Hilda che abitava lì, erano venute a sapere dai
funzionari che già la sera prima mi avevano perquisito, si erano sentite sollevate
avendomi visto tranquillo sia la sera che quella mattina quando me ne ero
beatamente andato al lavoro ...
La signora mi disse che era convinta di aver accompagnato in camera mia dei miei
amici ...
In mezzo a quella confusione, dopo che i due se ne furono andati, presi la Sacra
Scrittura e lessi ad alta voce alle due signore il brano della risurrezione di Lazzaro, e
glielo commentai. Terminai dicendo che il nostro Signore ha molte possibilità e
occasioni per salvarci, ma solo quando Egli lo ritiene utile o necessario per i suoi
piani. La nostra chiacchierata durò circa un'ora e fu molto bella. L'amica della
padrona, la signora Hilda, dopo tre giorni mi disse quello che avevano provato
durante la nostra conversazione. La padrona di casa era molto credente. Era
cresciuta però in una famiglia abbastanza liberale. Suo padre era preside di una
scuola, e di pensiero liberale. La signora Cernà aveva quindi spesso dei dubbi sulla
sua fede, e non conduceva una vita molto religiosa. Andava però in chiesa, questo lo
sapevo, e pregava, addirittura teneva sempre un rosario sotto il cuscino. La signora
Hilda mi disse che la padrona di casa era stata talmente soddisfatta di quella nostra
conversazione, che tutta contenta le aveva detto: Io non avevo mai sentito parlare
così della Sacra Scrittura! Sicuramente tutta l'atmosfera aveva contribuito al suo
giudizio, con quel certo peso che gravava su di noi... Ma quella oretta di seduta con
loro era stata veramente una benedizione, ed io stesso ne fui contento. Sentivo che
avevamo parlato in modo insolito, sincero e realistico. Ci sono incertezze e difficoltà
che ci purificano, ci rendono remissivi, ci aprono al segreto della vita e ci avvicinano
a Dio. Egli stesso si avvicina a noi in simili situazioni. Esiste anche la purificazione
per mezzo della sofferenza, che diventa per noi quasi una benedizione ...
Nei giorni che seguirono mi aspettavo da un momento all'altro di veder comparire
quelli della Sicurezza, per riprendersi la loro valigetta coi libri. Il quarto giorno si
fecero finalmente vivi due funzionari. Aprirono la valigetta, tirarono fuori i libri,
due o tre se li portarono via e gli altri me li rimisero a posto. Quella valigetta aveva
sicuramente un doppio fondo, ma di registrato non poteva esserci niente, a parte la
musica trasmessa dalla radio...
I miei parenti a Bosany e a Nitra erano in qualche modo venuti a sapere che ero
stato perquisito. La notizia era giunta a mio fratello a Nitra, poi ai miei genitori e a
tutti gli altri. Il nipote Otto, che studiava a Bratislava, quando venne a sapere cosa
stava accadendo venne a farmi visita direttamente a casa. Mi disse che stava
andando a casa a Bosany e voleva prima informarsi bene. Gli raccomandai di
riferire a sua nonna, cioè a mia madre, tutta la faccenda in modo da non farla
preoccupare. Lo vedevo un po' agitato, specie quando gli raccontavo i particolari
della perquisizione. Mi disse che era dalla mia parte e che, se anche mi fosse
accaduto qualcosa, lui sarebbe sempre stato al mio fianco! Era un uomo giovane e
scaltro, uno studente universitario. Questa sua rassicurazione mi fece bene, perché
vedevo che era sincero e metteva tutto se stesso nelle sue parole. Con quali
impressioni e con quali pensieri si congedò da me? Per la prima volta nella sua vita
si era confrontato con dei fatti insoliti. Le pressioni sulla Chiesa, la volontà di
abolire le religioni, le perquisizioni e gli arresti dei sacerdoti ... direttamente o no,
tutto questo colpiva ogni credente, e adesso toccava a lui vederne un esempio in me
...
Passarono altri giorni di attesa, ma non successe niente. Non venivano a prendermi
... Aspettavo, pensando che ormai non poteva durare così ancora a lungo. Passò una
settimana, ne passarono due, e niente di niente. Quando la mattina andavo a
lavorare col buio - erano appena i primi di febbraio - quando chiudevo il cancelletto
dietro di me, spesso dalla parte sinistra della strada vedevo muoversi una macchina
con i fari accesi, che poi mi sfrecciava accanto a tutto gas ... Era forse un attacco ai
miei nervi? Oppure si trattava di osservazioni per controllare se ero ancora a casa e
se andavo regolarmente a lavorare, o se intendevo fuggire? Successe più di una volta
che la macchina mi sorpassasse, girasse in una viuzza e dopo due o tre minuti mi
ricomparisse davanti, o di nuovo al mio fianco.
In febbraio seppi dell'arresto di un mio confratello, Ludko Bucek. L'azione
continuava ... Siccome erano passate già tre settimane dalla perquisizione, mi decisi
e andai a far visita ai miei a Bosany. Non mi avrebbero arrestato per questo!
Mio padre e mia sorella compivano gli anni il 17 febbraio. E così partii. Guardavo la
gente, osservando tutto quello che accadeva attorno a me, ma nessuno sembrava
seguirmi. A casa parlai con circospezione, accennando soltanto che forse sarebbe
venuta l'ora per me di dare il cambio a Palko Horsky, che stava in prigione a Valdice
già da dieci anni... Mia cognata Marienka andava spesso a fargli visita da Nitra, e
più tardi aveva cominciato ad andare a trovarlo anche mio fratello. Almeno durante
queste visite era possibile sapere qualcosa di lui. «E da troppo tempo che Palko è
là» dissi in modo quasi ironico. Mia madre probabilmente capì che ero preoccupato
per la perquisizione della mia casa, ma non lo diede a vedere ...
La sera andai in parrocchia dal Dott. Benuska. Ogni volta che passavo da casa
facevo una visitina anche a lui. Abbiamo sempre fatto delle belle chiacchierate, e
credo che ci capissimo bene. Lo ammiravo per i suoi pensieri semplici, per il suo
carattere di uomo, per il suo auto controllo, perché non voleva più di quel che aveva,
e si adattava a tutto nelle situazioni più disparate. Sapeva quello che voleva, sapeva
a cosa andava incontro, e per cosa viveva. Questo era notevole. Lavorava molto per
la parrocchia e anche per l'ufficio del vescovo a Nitra, e in qualità di giudice del
tribunale ecclesiastico assegnava diversi processi. Aveva vedute molto ampie. Aveva
studiato a Strasburgo, parlava bene il francese e leggeva volentieri libri in quella
lingua.
Quasi ogni volta che andavo a trovarlo mi faceva vedere un nuovo libro che gli era
arrivato, o quello che più gli piaceva. Alcuni me li imprestò anche. Durante questa
mia visita, il 17 febbraio 1960, gli dissi che forse era il mio ultimo saluto a casa.
Della perquisizione era già al corrente. Gli raccontai tutto fin nei minimi particolari,
gli dissi che stavo aspettando e che da un momento all'altro potevano venire a
prendermi. I nostri pensieri erano segnati da questa atmosfera incombente, ma
riuscimmo lo stesso a condurre un dialogo equilibrato e tranquillo.
Un' altra volta, dopo alcuni anni di incontri, gli avevo detto della mia consacrazione.
Aveva accolto la notizia con grande gioia come un sacerdote che è capace di vedere
la situazione e capisce le nostre esigenze. Era oltremodo discreto e non mi chiedeva
mai i particolari. Aveva però preso a cuore il mio caso. Lo sentivo come una persona
speciale che stava sempre al mio fianco.
Durante questa mia visita dissi, prima di andare via, che forse non ci saremmo più
visti a Bosany, e gli chiesi la sua benedizione. Me la diede. Poi lui chiese la mia ...
Dopo il mio ritorno a Bratislava, all'inizio di marzo, Karol mi disse che ci sarebbe
stata una rappresentazione dell'opera Svatopluk di Suchon e mi chiese se potesse
prendere due biglietti per noi due. Accettai. Ero contento di questo invito e avrei
visto volentieri quell'opera. Karol riuscì a procurarsi sia i biglietti che il programma.
L'opera si sarebbe svolta di sabato, il 10 marzo, e ci mettemmo d'accordo per
incontrarci quel giorno all'uscita dal mio lavoro. Ci eravamo anche accordati sull'ora
e sul luogo esatto: doveva aspettarmi alla fermata del tram davanti alla Dimitrovka.
Karol era una persona molto precisa. Se diceva che sarebbe venuto alle sette,
arrivava nel giro di due o tre minuti dall'ora fissata. Era successo rarissimamente
che non avesse mantenuto la parola, e se non lo aveva fatto era per causa di forze
maggiori. Così il 10 marzo aspettavo Karol con fiducia, o addirittura con la certezza
che sarebbe venuto.
Ma passò un tram, poi un altro, e di Karol neanche l'ombra. Passarono dieci minuti,
poi quindici, poi venti ... Quando era passata ormai una mezz' ora, mi resi conto che
qualcosa doveva essere andato storto. Avremmo dovuto fare anche una passeggiata,
ma Karol non si vedeva. Infine mi decisi, e andai io da lui. Man mano che mi
avvicinavo a Via Palkovicovà i miei pensieri si rabbuiavano ... Perché Karol non era
venuto? Bussai al numero 11. Venne ad aprirmi sua sorella Marien, allora sedicenne.
Già da lontano vidi che aveva gli occhi lucidi... Janicko, ci hanno arrestato Kajko! -
furono le uniche parole che riuscì a pronunciare ...
Rimasi da loro fino a sera. I nostri discorsi avevano un tono sobrio e umano. Edko,
il fratello minore di Karol, era un giovane forte, e così pure la mamma e il papà.
Edko disse che quella mattina era andato alla polizia per sapere di Karol, perché la
sera prima lo avevano arrestato dopo avergli perquisito la casa ma avevano detto
che lo avrebbero trattenuto per poco. Invece era ancora lì ...
Dopo quelle prime informazioni rimasi da solo con la mamma di Karol. Ci
conoscevamo ormai da dieci anni ed io sapevo benissimo che era una mamma,
come la chiamavamo tutti. Profonda, paziente, solida, piena di fiducia. Conosceva
quasi tutti i gesuiti più giovani. La sua abitazione in Via Palkovicovà 11 era forse
l'unica oasi e l'unico luogo di vero ristoro in tutta Bratislava.
Rimanemmo soli in una stanza. Parlava soprattutto lei. Mi rassicurava dicendo che
qualsiasi cosa ci fosse capitata, e se anche fosse successo qualcosa a lei stessa, se
anche avesse perso la vita, voleva che noi fossimo sicuri che ella sarebbe sempre
rimasta con noi, o qui, o dal cielo ... Mentre lo diceva era emozionata, ma fiduciosa.
Mi fece bene ... Durante quella conversazione disse anche: «Ho paura di una sola
cosa, che Kajko dica qualcosa che non dovrebbe, e che senza volerlo rechi danno a
sé, o specialmente agli altri ...». Rimasi quasi senza fiato. Ogni altro uomo o donna
in un momento simile avrebbe pensato solo a come tirar fuori il proprio figlio!
Questa madre teneva soprattutto al fatto che il suo Karol rimanesse fedele, sincero,
e che si attenesse alla sua coscienza, che non dicesse quello che non doveva dire, per
non causare danni ad un piano divino o a qualsiasi persona...
Mi sorprese allora e mi sorprende ancora oggi. In seguito ne parlai spesso, e penso
che un giorno sarebbe bene scrivere un libro intitolato «il momento di una madre»
oppure «Elogio della madre slovacca». In questo libro sarebbe bene riunire tutti gli
atti più coraggiosi delle nostre madri, che anche nei momenti più difficili
rimanevano salde nella fede, profonde nel loro amore, e inconfondibili nella loro
devozione a Dio e alla Chiesa. Con questo ci furono di infinito appoggio. Forse
anche là dove fallirebbe un soldato, le nostre madri non cedevano. La madre
slovacca, dovesse anche perforare un muro coi denti, lo farebbe quasi certamente
pur di venire incontro a chi vuole bene.
Quando quella sera me ne andai, Marien, la sorella di Karol, mi accompagnò alla
porta. La pregai di prendersi cura della mamma mentre Karol non c'era. Anche
questo momento mi rimase impresso in mente. Ora Marien aveva sedici anni,
mentre la prima volta che ero arrivato ne aveva sei ... Da allora l'avevo vista crescere
e studiare ... Mi disse che il giorno seguente e anche in seguito sarebbe venuta alle
due e mezzo in un certo posto per vedermi passare sulla strada di casa, per poter
riferire a casa se ero stato al lavoro e se tutto andava bene. Sospettavano tutti che la
mia incarcerazione non fosse lontana ... Marien mi rassicurò che ogni mattina e
ogni pomeriggio mi avrebbe aspettato per vedere se passavo ... Ci stringemmo le
mani e ci salutammo. Arrivederci! aggiunse.
Ma non mi rivide... Inutilmente il giorno seguente attese di vedermi uscire dal
lavoro. Ci incontrammo solo alcuni mesi più tardi nell'edificio della prigione, il
primo giorno del mio processo al palazzo di giustizia. Ma i nostri sguardi erano
diversi, e non potevamo più stringerci la mano.

18. L'INCARCERAZIONE
L'11 marzo 1960 andai come al solito a lavorare alla Dimitrovka. Verso le nove
venne da me il capo-reparto e mi disse che avevo una visita: «Al cancello c'è
qualcuno che la aspetta ...». Così com'ero, con la tuta da lavoro, andai dalla mia
officina in portineria. C'era un uomo in abiti civili che riconobbi subito: era uno di
quelli che mi avevano perquisito la casa.
«Si ricorda di me, signor Korec?» mi chiese.
«Sì.»
«Allora si lavi, si cambi d'abito e mi segua.»
Non dissi una parola, sapevo già tutto ... Andai nello spogliatoio, mi lavai e mi vestii.
Prima di uscire affidai ad un mio conoscente il libretto di circolazione del mio
motorino. Ad altri due dissi quello che mi stava accadendo. Rimasero molto stupiti,
forse più di me. Continuavano a fissarmi senza riuscire a pronunciare una parola.
Non volevo prolungare questo drammatico momento e così dissi: «Non so se
tornerò. Non so quanto a lungo ci dovrò stare, forse anni ... Addio!». Li salutai con
una stretta di mano e me ne andai.
Ero stordito ... Me ne andavo dal mio lavoro, ma per quanto tempo? Inutile
domandarselo - chi mi avrebbe potuto rispondere? La via d'uscita attraverso
l'immensa sala e i vari corridoi mi sembrò durare un'eternità. Ma tutto ha un limite
nel tempo, tranne Dio. Pregai istintivamente fra me e me. «Padre nostro ... sia
santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà ...» Mai come in
quel momento la preghiera del vangelo mi fu così vicina e pregnante. Ripetei con
una certa emozione la preghiera di sant'Ignazio che recitavamo quando venivano
rinnovati i voti e in apertura degli esercizi spirituali: «Suscipe, Domine, universam
libertatem meam ... Prendi o Signore tutta la mia libertà! Tu mi hai dato tutto quello
che posseggo ... Ti offro tutto questo. Dammi solo l'amore per te e la tua grazia, e
sarò abbastanza ricco!».
Arrivai in portineria. Da quel momento non ero più libero di andare dove volevo. Il
funzionario della Pubblica Sicurezza mi portò nel parcheggio, dove mi aspettava
una «seicentotrè», la macchina usata dai maggiori rappresentanti del governo, con
dentro un autista. Se ben ricordo, non scambiammo una sola parola durante il
viaggio. Tutte vie conosciute, con molte facce note, finché arrivammo in via
Racianskà, Un cancello, un cortile ... Uscimmo dalla macchina. Entrati nell'edificio,
salimmo molte scale, oltrepassammo molte porte, e poi le sbarre ...
Più tardi mi condussero in un ufficio. C'era un giovane relatore che, come seppi in
seguito, si chiamava Fullier e aveva 27 anni, per la precisione 10 meno di me.
Cominciò con cautela un dialogo con me, presentandomi certi argomenti a cui io
con altrettanta cautela rispondevo. Poi arrivò un altro funzionario, cui ne seguì un
terzo e un quarto ... Ce ne saranno stati, alla fine, dieci o undici. Una valanga di
domande, alcune formulate con nervosismo, altre con rabbia. Alcuni di loro
urlavano. Qualcuno si sedeva alle mie spalle per parlarmi. Cercavo di mantenere la
calma, ma più che cercare, in effetti, ci riuscivo! Era una calma in reazione alla loro
tensione.
Sapevo sempre che ero lì per una buona causa e che non avevo nulla di cui
vergognarmi, né con me stesso né con chiunque. Sapevo di poter stare con fiducia
davanti a Dio ...
In certi momenti le domande erano bellicose, audaci, e alcuni me le urlavano
addosso. L'interrogatorio durava ormai da molto tempo, un'ora almeno, forse due,
forse tre. «Cosa mi dice di Nitra, e di Matej Marko, e di Durcek, e Takàci'! E l'Ufficio
d'Igiene del Lavoro, e Ludovit Bucek e ...» Dopo una di queste mitragliate dissi: «Se
si deve continuare in questo modo, farò meglio a starmene zitto». E non dissi più
niente. Mi fu fatta una domanda, ed io non risposi. Me ne fu fatta un'altra, ma io
non aprii più bocca.
Questo durò un bel po', e io neanche una parola ... Pian piano cominciarono ad
andarsene, e di tutti i funzionari ne rimase uno solo che cambiò tono con me:
«Signor Korec, non prenda la cosa troppo sul tragico. Lei lo sa che abbiamo i nervi a
fior di pelle. Non si ostini a vedere solo il lato più gravoso. Possiamo anche parlare
in modo da intenderci. Con lei è anche possibile una conversazione come con un
uomo ragionevole, ed è questo che vogliamo, qui». Conoscevo quella psicologia
degli interrogatori, quei cambiamenti di tono, i bombardamenti come venivano
chiamati nel loro gergo, seguiti improvvisamente da un tono gioviale, quasi
confidenziale, perché la persona si distendesse e cominciasse a parlare. Sapevo tutte
queste cose dalle chiacchierate fatte con mio fratello quando era tornato dal carcere.
Anche altri avevano sperimentato le stesse tattiche ...
Nel pomeriggio, senza aver mangiato, mi era riuscito di andare al WC e lì avevo
strappato alcuni biglietti che avevo nel portafoglio. La discussione continuava però
senza tregua. La sera intorno alle sei mi portarono la cena. Era uno stufato di
patate. Mi venne il sospetto che ci fosse qualcosa dentro ... Avevo sentito parlare di
alcune pastiglie, «veritex», che agiscono in modo che la persona cominci a dire tutto
quello che sa. Per questo mangiai soltanto le patate e lasciai il sugo. Dopo questa
misera cena mi lasciarono in pace per circa mezz' ora, completamente da solo. Vidi
soltanto che il relatore aveva preparato la macchina da scrivere e ci aveva messo
dentro un foglio, evidentemente per un nuovo giro di interrogatori e discussioni...
Verso le sette entrò un ufficiale, un uomo alto, forte, dai lineamenti duri e dalle
maniere rozze. L'interrogatorio ricominciò ... Vennero altre persone, fra cui un
uomo dagli occhi storti che si fece sentire un paio di volte. In certi momenti mi
accorgevo di non essere affatto stanco e di avere perfino un umore allegro e
pimpante, più o meno come se avessi bevuto un bicchierino di troppo ... Le
domande volavano, e ad alcune sentivo quasi un impulso di rispondere, perché o
conoscevo qualcuno che nominavano, o si trattava di cose di cui ero bene informato;
era come se volessi fare sfoggio di quello che sapevo o addirittura vantarmene!
L'ufficiale creava un'atmosfera di tensione, e lo faceva di proposito. Disse, per
esempio, che qualche anno prima aveva interrogato un sacerdote salesiano e che
insieme a lui si era davvero divertito; la mattina scrivevano i verbali e il pomeriggio
chiacchieravano ... Adesso davanti a me faceva delle strane facce come se cercasse di
ricordarsi il suo nome. Mi disse che era stato anche in Sud America. Io sapevo di chi
si trattava, ma sapevo anche che l'ufficiale voleva che fossi io a dire quel nome.
Voleva sicuramente accertarsi della mia disponibilità a parlare, a cominciare a
dialogare, a dire qualcosa o addirittura tutto. Io intanto soffocavo in me quella
voglia di parlare, di dire che quel sacerdote missionario era Vagac. Dovetti stare
veramente attento a non pronunciare quel nome. A volte mi aggrappavo addirittura
alla sedia su cui ero seduto. «Non parlerò!» ripetevo a me stesso durante tutto
l'interrogatorio. Di tanto in tanto pregavo per non dire niente, o solo il minimo
indispensabile.
La discussione che era cominciata quella sera durò quasi fino alle due di notte senza
interruzioni. Le domande e le mie risposte venivano annotate. Siccome ero al
corrente che il sostituto del Provinciale nel 1955 aveva rivelato la mia consacrazione
a vescovo, e che questo fatto era stato confermato e verbalizzato da altri due
sacerdoti sotto interrogatorio, decisi di non ostinarmi a negare questa realtà. Ma di
altre cose di cui loro non erano proprio sicuri non dissi una parola! Questa tattica si
rivelò azzeccata.
Le domande che mi furono rivolte quella notte riguardavano l'inizio della mia vita a
Nitra, dove ero stato impiegato, da quando, dove avevo abitato, con chi, quando
avevo lasciato Bratislava e perché ... Era una procedura generale, durante la quale
mi fecero domande che riguardavano la mia vita dal 1950 al 1960, fino
all'incarcerazione. Doveva essere come un'introduzione generale che si sarebbe
dovuta poi sviluppare nei particolari.
L'uomo dagli occhi storti a cui avevo precedentemente accennato era evidentemente
stato mandato dall'ufficio ecclesiastico. Qualche volta si era intromesso nella
discussione. Ricordo che fra le altre cose mi chiese: «Come si è sognato di venire a
Bratislava come secondo vescovo! E se io dicessi a Lazik che lei interviene nelle cose
che lo riguardavano e nella sua diocesi?». A questa domanda non risposi. Mi limitai
a ricordarmela per sempre! Un uomo che viene dall'ufficio ecclesiastico e che
collabora così attivamente con la polizia! Lo chiamano per l'interrogatorio di un
sacerdote e lui non batte ciglio come se fosse uno di loro! Forse adesso è più facile
comprendere che ruolo avesse svolto il segretario ecclesiastico di Bratislava ...
All'una e mezzo di notte mi perquisirono. Nonostante le ore piccole, non mi sentivo
affatto stanco! Dovetti svuotarmi le tasche di tutti gli oggetti che avevo, che mi
furono sequestrati per sempre. Ero ancora in abiti civili, ma non per molto. Mi
portarono da via Racianskà in macchina fino al Palazzo di Giustizia, in prigione. Là
mi dettero degli abiti o meglio degli stracci da prigioniero e mi condussero in una
cella. C'erano tre materassi uno sopra l'altro. Vi montai sopra, e con l'unica coperta
che c'era mi coprii e cercai di dormire. Per un po' non ci riuscii. Mi risuonavano in
testa troppi pensieri e avvenimenti vissuti. Era come se fossi in mezzo ad una
tromba d'aria ... Ma alla fine la stanchezza si fece sentire e mi addormentai. La
mattina dopo sobbalzai al suono della sveglia ... Nel nome del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo!
Sabato mattina, il 12 marzo, mi trasportarono di nuovo in via Racianska. Arrivò un
procuratore, il dottor Winter. Mi annunciò che ero stato accusato di alto tradimento
e citò l'articolo 78. Protestai immediatamente contro l'accusa e l'incarcerazione. Il
dottor Winter annotò e ignorò con disinvoltura la mia protesta. Lui un procuratore!
Gli parlai delle condizioni di liberalismo religioso all'Ufficio d'Igiene ... Il
procuratore dottor Winter sorrideva... Citai delle parole di Kruscev in America
riguardo la libertà di fede nella nostra nazione. Winter mi disse: «Questo si racconta
solo all'estero. Non creda che abbandoneremo il campo». E mi fece vedere a gesti
come si sarebbe evoluta la situazione, come la lotta del materialismo contro la
religione non poteva andare che in una sola direzione.
Davanti a questa rude sincerità, che comprendeva anche la mia incarcerazione,
dovetti capitolare. Non aveva senso parlare ancora o discutere. Dopo alcune
formalità, siccome era sabato, mi ricondussero in cella. Evidentemente i signori
sarebbero andati via per il weekend dopo la loro settimana lavorativa ...
Mi portarono in cella attraverso corridoi silenziosi. Un funzionario aprì una porta a
sbarre con una grossa chiave e mi fece entrare. Rimasi solo nella cella. Pregavo e
pensavo. Era la prima volta che vedevo la cella di una prigione dall'interno. Di
fronte alla porta c'era una finestrella larga un metro e alta mezzo, protetta da fili
d'acciaio all'interno. Se ne poteva aprire solo una metà, la parte superiore, fino a
toccare i fili. All'esterno c'erano una rete e le sbarre. Fuggire era impensabile! Per
terra, due materassi uno sopra l'altro, e infissa nel muro un'asse di legno che
fungeva da scrivania con ai lati altre due assi rivestite di lamiera, come pure i sedili.
Si poteva ammucchiare tutto sulla parete su degli scaffali ad ante. Sulla sinistra,
subito prima della porta, c'era un WC alla turca. Sopra di questo, a circa un metro di
altezza, sporgeva un tubo di gomma da dove usciva l'acqua per lavarsi e per bere. Il
rubinetto era ben incastonato nella parete, perché non sporgesse troppo. Questo era
l'arredo della mia cella, un cubicolo di circa 3 per 4 metri.
La cella nel suo insieme era pulita. Non c'era nessuna sporgenza alle pareti, né un
chiodo né un appendiabiti. Era tutto assolutamente liscio. Anche il termosifone
sotto la finestra era ben nascosto da una grata a pallini, perché nessuno potesse
farsi volontariamente del male o tentare il suicidio.
Mi trovavo in questa cella dopo molti anni di incertezze e dopo molti mesi di attesa.
Ecco, qui sarebbe iniziata la mia nuova vita. Questo mi appariva chiaro. Non mi
scervellavo troppo chiedendomi quanto ci sarei rimasto... Mi era chiaro che se mi
avevano messo dentro, come centinaia prima di me, non avrei avuto la possibilità di
affermare la verità, cioè che avevo fatto solo quello di cui avevo diritto, e quello di
cui aveva diritto tutta l'umanità cristiana con la Chiesa millenaria nel nostro paese
...
Quando rimasi solo in quella cella, dietro la porta chiusa, cominciai a sentire ancora
più forte la vicinanza di Dio. Mi rincuorava molto sapere che in fondo non ero mai
solo, perché una persona credente non è mai sola. Sentivo che il nostro Signore era
con me, e così pregando gli parlavo. Pregavo con tutto il cuore durante tutti gli anni
del carcere, poiché la preghiera era la mia unica gioia e spesso anche l'unico
apostolato che potevo esercitare in quel lungo periodo della mia vita.
Alle dieci scattava il coprifuoco. La prima sera mi addormentai tardi, come spesso
accadde anche in seguito. Di notte dovevamo tenere la luce accesa affinché la
guardia di turno che girava per i corridoi potesse vederci dentro le celle attraverso
uno spioncino. L'avevo immaginato per così tanto tempo ed ora eccomi qui! Mi
sentivo come gli eremiti in Egitto. La cella era veramente povera, e mi accorsi di
quanto poco ha bisogno l'uomo per sopravvivere!
Al suono della sveglia, nel silenzio della cella, ogni mattina mi alzavo. La routine era
sempre la stessa: lavarsi, riordinare alcune cose, specialmente le coperte, pulire il
pavimento ... Poi arrivava la perquisizione. Il sorvegliante entrava e io dovevo stare
in piedi di fronte alla porta sotto la finestra con le mani dietro la schiena. Osservava
tutta la cella e se ne andava senza una parola. Dopo un caffè nero tornava a regnare
il silenzio più assoluto.
Era difficile per me concentrarmi in quelle condizioni. Recitavo la Santa Messa tutte
le mattine, ma che fatica abituarmi ad una preghiera così intensa! Fortunatamente
sapevo tutto a memoria, tutta la Santa Messa, l'epistola di San Paolo, il vangelo ...
«Voi siete la luce della luce - Vos estis sal terrae et lux mundi.» La domenica
mattina si sentiva nell'aria il suono delle campane del Blumental o della chiesa
evangelica. Quanto bene mi faceva!
Passeggiavo per la cella per circa un'ora, o anche di più, dicendo il rosario e
leggendo un pochino i libri che avevo a disposizione, che peraltro non erano molto
interessanti.
Non posso dire che mi annoiassi. Oltre alla preghiera cominciai a ripetermi anche
un po' di storia. Cercavo anche di ripassare nella mia memoria qualche nozione di
scienze naturali, specialmente di biologia, che tempo prima avevo studiato. Poi
tornavo alla filosofia e la ripetevo fra me e me. Ripassavo a memoria le lezioni di
teologia, e così riempivo il tempo giorno dopo giorno, avendo la giornata suddivisa
in preghiere, meditazione e Santa Messa.
Mi mettevo anche a canticchiare di quando in quando. Il canto mi aiutava molto.
Dedicavo almeno mezz' ora di canto al giorno e così riuscivo a ripassare molte
canzoni. Erano canti di chiesa. «Noi nel peccato alla polvere ci mescoliamo» e
«L'ospite noi accogliamo» erano fra i miei preferiti. Certo, non potevo cantare a
voce alta, solo dentro di me. Nei primi giorni questo mi aiutava ad intermezzare la
meditazione e mi calmava i nervi. Per 15-20 minuti cantavo anche alcune canzoni
popolari, sempre dentro di me. E così passavo il tempo di una giornata intera ...
Dopo alcuni giorni cominciarono le indagini. Un passo dopo l'altro mi fecero
ripassare la mia vita ... Dall'anno 1950 - Nitra, Bratislava, i contatti, la gente, il
lavoro, ecc... Il relatore mi faceva sedere sulla sedia, non più in un angolo della
stanza o su una panca murata alla parete. Non mi dovevo nemmeno più annunciare,
come mi aveva istruito un funzionario, con la frase «Signor relatore, l'accusato
Korec avverte del suo arrivo.» Io ormai dicevo solo «Buongiorno» ed entravo.
Furono esaminati i miei rapporti concreti: il caso Durcek, il caso Bucek, Krapka,
Ondrus, il caso Hnilica ... Non parlavo mai molto. Il relatore scriveva e tutt'al più
discutevamo su alcune parole. Il relatore mi diceva che volevo mettere troppi
puntini sulle i. Io ci tenevo che le cose venissero formulate come le esprimevo io,
mentre lui tendeva spesso a cambiare le mie parole. «Allora scriva quello che vuole»
gli dicevo. Mi rispondeva che quello era il mio verbale. «Se è mio scriva quello che
dico io!» Litigavamo quasi ad ogni frase. Nessuno però perse la pazienza. Il relatore
nel complesso era abbastanza educato, anche se evidentemente voleva che le cose
tendessero dalla sua parte. Adesso mi rendevo conto di come erano stati redatti
certi verbali prima del mio ... Prima mi chiedevo come alcune persone avessero
potuto esprimere certe idee e con che parole ... Ma quello era l'inconfondibile stile
del relatore!
Dei miei conoscenti dicevo pochissimo, quasi niente. Ogni tanto entrava l'ufficiale
della sezione investigativa, un soldato alto, rude nel parlare. «Non l'abbiamo mica
portata qui per divertirci» mi disse una volta. Evidentemente lo diceva tanto spesso
che la frase gli veniva automaticamente. Io non gli davo molto peso. Un giorno mi
raccontò la barzelletta della «Papessa Giovanna». La raccontò in modo stupido e
malamente. Non dissi una parola, e anche il mio giovane relatore rimase in silenzio.
Forse anche a lui gli atteggiamenti del suo capo non andavano troppo a genio e li
considerava stupidi. Il sostituto dell'Ufficio Ecclesiastico non faceva niente per
impedire queste rudi volgarità. Ma tutto questo forse era parte delle posizioni prese
da ciascuno di loro nei miei confronti. Io ricambiavo le volgarità semplicemente
ignorandole.
L'investigazione continuava. Un giorno, forse ancora durante la prima settimana, il
mio relatore riuscì a sorprendermi. Mi fece vedere circa mille biglietti, raccolti in
diverse buste, e mi disse: «Guardi un po' qua!». Li guardai e mi accorsi con orrore
che erano i miei appunti per gli esercizi spirituali, che avevo depositato fuori casa
mia e che in qualche modo erano pervenuti nelle loro mani. Come erano arrivati fin
lì? Osservai un biglietto dopo l'altro. Quanto avevo studiato e letto! il testo
presentava qua e là delle sottolineature a matita o a penna.
Venne l'ufficiale e mi disse: «Ah, e così lei è anche un filosofo!». Si riferiva ai miei
primi pensieri, che riguardavano l'uomo e l'esistenza di Dio dal punto di vista
dell'antropologia filosofica. Avevo anche scritto delle meditazioni sul tema «Tu sei
Cristo», sulla divinità di Cristo. Ma ce n'erano molti altri, che avevo preparato per
lunghi mesi e con grande cura. Adesso era tutto nelle loro mani, avevo perso tutto ...
Ne rimasi stordito. Tutto il lavoro a cui avevo dedicato tanto amore, tante energie e
tempo era finito in niente, anzi peggio che in niente...

19. RICORDI DELLA MIA INFANZIA A BOSANY


Nei giorni degli interrogatori il tempo passava veloce. Stavo col relatore dalle otto
del mattino fino circa a mezzogiorno, e a volte anche nel pomeriggio. Ma i giorni in
cui non venivo sottoposto agli interrogatori erano estremamente lunghi, e dovevo
crearmi delle occupazioni. Spesso, oltre alla preghiera, al rosario, ai canti e alla
ripetizione dei miei studi, «ripassavo» anche i miei ricordi ... Specialmente quelli
della mia infanzia erano diventati il punto centrale del mio programma giornaliero.
Ricostruii tutta la mia vita, dalla fanciullezza trascorsa in famiglia alla scuola, ecc...
Pensare a tutto questo mi rendeva meno opprimente la pena. Riscoprivo nella mia
vita passata tanti lati positivi, tanto coraggio, e diversi bellissimi fatti che mi
rincuoravano ogni volta che me ne ricordavo.
Rivisitavo con la mente il mio paese natale, Bosany. Situato in pianura a mezz'ora di
strada dai monti Trebicské hory, era dominato da una chiesetta romanica in cima al
cosiddetto Sàdok, Si diceva che quella fosse la seconda più antica cappella in
Slovacchia. Spesso salivo lassù con gli altri bambini e ci entravamo anche dentro.
Dal Sàdok si vedeva tutto il paese ...
Le case erano occupate metà da contadini e metà da operai, sulle collinette intorno
al fiume Nitra, che scorre in direzione est attraversando Bosany. La fabbrica per la
pelle, fondata nel secolo scorso dai Tedeschi di Vienna, aveva dato lavoro a molti,
fra cui anche alcuni miei parenti. Mio padre aveva iniziato a lavorare in quella
fabbrica all'età di 14 anni. Siccome i Tedeschi si erano portati alcuni esperti dalle
loro terre, già ai miei tempi c'erano numerose famiglie tedesche e avevo fatto
amicizia anche con i ragazzi di queste famiglie. Sotto questo aspetto, il mio paese
era dunque già un ambiente quasi cittadino, grazie alla fabbrica che nel 1930 fu
acquistata da Bata.
Rivedo la vecchia colonia degli operai nella parte povera della città, dove per
qualche tempo abitai con i miei genitori. In cucina non c'era neanche una finestra.
D'inverno il buio era pesto, e la poca luce che vi s'infiltrava proveniva dalla camera
accanto. Solo con l'arrivo di Bata ci facemmo aprire una finestra che illuminò un po'
le nostre giornate ... Vivevamo in povertà. Mio padre non guadagnava molto, ma il
suo salario era quasi sempre sicuro. Adesso che la classe operaia è salita al potere
mi accuseranno di essere contro questa classe, anche se mio padre è stato operaio e
mia madre lavorava in fabbrica, come in seguito fecero anche mia sorella e mio
fratello. Erano tutti operai! Io crescevo con loro nella povertà, figlio di operai.
Tutto questo mi si proiettava nella mente adesso in una luce più chiara. Cercavo di
ricordarmi tutto ciò che aveva contribuito alla mia formazione, sin dalla
fanciullezza. Dopo il 1930 fu costruito un cinema. A quei tempi i cinema esistevano
solo nelle grandi città ... Da noi inoltre c'era il «Sokol», un punto di ritrovo per
giovani uomini e donne. Io però preferivo la lettura: leggevo il giornale di Zlin e i
libri di Bata «Za obchodem kolem sveta» e «Budujeme stàa pro 40 milionù lidi». Mi
incontravo con molti Boemi e Moravi che erano impiegati nella nostra industria.
Fra tutte queste persone si diffondevano correnti di pensiero anche molto liberali.
Diversi impiegati in fabbrica erano non credenti, altri credevano ma in modo
superficiale, alcuni poi si professavano completamente atei.
Ricordo che alcune persone appartenenti al Sokol assumevano atteggiamenti molto
superficiali nei confronti della Chiesa e in questo influenzavano anche i giovani
(Associazione di giovani sportivi simile agli scout) del nostro paese. Si cominciava
col non santificare la domenica. Dalle nostre parti era inaudito che una donna si
mettesse a fare il bucato di domenica. A Bosany, almeno nelle colonie degli operai,
questo era sempre più frequente ... Mentre noi andavamo in chiesa vestiti a festa
per la Santa Messa, i ragazzi e le ragazze del Sokol facevano i loro quotidiani esercizi
di ginnastica su un prato, come se non fosse affatto domenica.
Per mia fortuna io vivevo la chiesa come qualcosa di naturale. Mi alzavo presto per
andare a fare il chierichetto, e credo che non ci sia mai stato bisogno di svegliarmi
due volte per chiamarmi al mio dovere di cristiano. La chiesa mi piaceva.
A casa sentivamo spesso delle bellissime canzoni popolari che mia madre cantava
volentieri mentre lavorava all'uncinetto, specialmente certe ballate slovacche. Le
cantava anche in presenza del nostro dottore, Simàk, che veniva dalla Boemia e la
cui moglie si fece addirittura dare una collezione di più di cento canzoni,
ricostruendo le loro note sul suo pianoforte.
D'estate facevamo il bagno tutti i giorni nel fiume Nitra, che nei pressi della stipa
della fabbrica era piuttosto profondo. Mia madre le prime volte aveva paura che
affogassi, ma poi ci si abituò ... Mi piaceva anche l'escursionismo, che era
organizzato dal giovane cappellano S. Drozd e in seguito fu capeggiato dal
cappellano Vrablec. Facevamo teatro, andavamo ai campi scout. Nel 1934 andai a
Bratislava per la giornata degli scout, e quel giorno ci fecero degli illustri discorsi
anche il dottor Korper e il professor Lukacovic.
Così trascorrevo la mia fanciullezza. Ho dei ricordi molto belli dei nostri campi
scout! Mi rimase in mente specialmente un cosiddetto campo di pellegrinaggio,
nell'anno 1935. Andammo in undici con il cappellano S. Drozd nelle montagne
vicino a Prividza, nel suo paese natale. Montammo le tende e la sera facemmo un
falò. La mattina dopo ci toccò un orribile benvenuto dal proprietario del campo
dove avevamo fatto il falò. Rivendicava la sua proprietà! Dopo un piccolo consiglio
bellico, decidemmo di battere in ritirata ... Ripiegammo le tende, prendemmo tutti i
nostri viveri e ci incamminammo attraverso le montagne verso la ferrovia. Fu così
che, cambiato il nostro programma, decidemmo di fare il «pellegrinaggio».
Andammo fino a Liptovsky Mikulàs, da lì alle grotte di Deman, e la sera a
Ruzomberok. Dormimmo in un orfanatrofio dalle suore.
La mattina dopo andammo in chiesa. Avremmo voluto vedere A. Hlinka, che a quel
tempo era il prelato della parrocchia di Ruzomberok, ma era troppo presto, circa le
cinque e mezzo del mattino, e noi avevamo la giornata piena di impegni. Il
cappellano Drozd prese coraggio ed entrò nella chiesa. Quando espresse il nostro
desiderio al campanaro, questi ci assicurò che A. Hlinka era già nel confessionale e
che lo avremmo certamente potuto vedere. Poco dopo vedemmo la sua alta figura
avvolta in un mantello nero con la fascia viola, che si avvicinava a noi ... Venne in
mezzo a noi e cominciò a parlarci spontaneamente. Fu un'esperienza insolita per
tutti. Il cappellano- Drozd ci scattò anche delle foto.
Da Ruzomberok ci trasferimmo, prendendo una linea ferroviaria secondaria, fino a
Korytnica e da lì, a piedi, in direzione di Banskà Bystrica. Dormimmo a Spana
Dolina, dove al tempo era parroco Jozef Korec, nativo di Bosany ... Da Banskà
Bystrica continuammo per la valle del fiume Hron verso Nitra, e di nuovo a Bosany.
E questo uno dei ricordi più belli della mia fanciullezza e delle mie attività con gli
scout.
Un'altra volta attraversammo le montagne Trebicské hory. Ci accampammo e
appena finito di montare le tende. si scatenò un terribile temporale. Eravamo
entrati sotto le tende appena in tempo! Di sera accendevamo dei falò. Era
meraviglioso! Sedevamo intorno alle fiamme e cantavamo. Prima di andare a
dormire a ciascuno di noi veniva assegnata un'ora della notte per un turno di
guardia. Io avevo quello da mezzanotte all'una. Ero un ragazzo di tredici anni! Vedo
tutto come fosse oggi... In una mano tenevo un'accetta, nell'altra la torcia elettrica.
Stavo un po' seduto e un po' in piedi davanti al fuoco. Il mio compito era di girare
tra le tende di tanto in tanto. Faceva parte del mio dovere di guardia ed io lo
prendevo tremendamente sul serio. Il cuore mi batteva forte quando attraversavo le
zone più buie tra le tende o sotto un albero. Ogni tanto qualche animale ululava ed
io tendevo le orecchie e stringevo in mano l'accetta con maggior forza ... Oggi
ricordo questo con un sorriso sulle labbra, ma allora com' era tutto emozionante! La
mattina presto saltavamo fuori dalle tende dopo la sveglia. A dieci metri di distanza
c'era un ruscello dove ci potevamo lavare tutti con acqua freschissima. Poi c'era la
preghiera e si preparava la colazione, dopodiché veniva fissato il programma per la
giornata. Con quale 'gioia rivivevo tutto questo nella silenziosa cella del carcere di
Bratislava!
Facevamo tante altre cose a Bosany. Come scout, prendevamo parte a quasi tutte le
manifestazioni che si tenevano nella nostra provincia. La gente si ricordò a lungo
della mia rappresentazione teatrale «La favola di una sera d'inverno», nella quale
recitai la parte di un ragazzo povero, con il re, i nani e molti altri personaggi.
Frequentavo la terza elementare. Partecipammo anche alla festa della risurrezione
nella nostra divisa da scout, e prestammo guardia al sepolcro di nostro Signore,
camminando davanti al baldacchino, per la festa del Corpus Domini...
Nel 1939 il cappellano Vrablec fondò a Bosany un giornale, «Le nostre voci». Lo
aiutavamo nei suoi lavori di redazione e anche nelle vendite. Era un atto coraggioso
da parte sua. A me fece fare alcune recensioni di libri. Tradussi anche qualcosa dal
boemo su Guttenberg, per l'anniversario della sua invenzione della stampa. E così,
quindicenne, ero già a diretto contatto con la realizzazione di un giornale. Dopo
l'uscita dei primi numeri, però, me ne andai per sempre da Bosany.
Andai a scuola a Chynorani, alla cosiddetta mestianka, per quattro anni. Anche di
questo periodo conservo dei bei ricordi. Ci andavo in treno, e d'estate anche a piedi.
Il tedesco veniva insegnato da un certo Kouril, un buon maestro che però non
pregava mai con noi prima della lezione. Avevamo paura dei Tedeschi durante il
periodo dello Stato Slovacco, e li guardavamo come se fossero un male inevitabile.
Per essere preciso oggi dovrei distinguere, fra tutti i Tedeschi, quelli cattivi, ovvero i
nazisti. Ma per l'indipendenza dello Stato Slovacco eravamo tutti contenti! Il 14
marzo 1939 avevo visto la gente lanciare in aria i cappelli in segno di esultanza.
Dopo mille anni il popolo slovacco aveva il proprio stato e il proprio condottiero!
Ogni sabato, intorno a mezzogiorno, eravamo per strada ad aspettare la macchina
del presidente che passava di lì per andare da Chynorani a Bànovice, dove celebrava
la Santa Messa con la predica e adempiva (suoi doveri di sacerdote. Andava in giro
da solo in un'auto con l'autista senza nessuna scorta di polizia.
Cosa fare dopo la mestianka? Francamente non ci avevo ancora pensato. Diverse
volte mi era balenato per la mente di farmi sacerdote. Già a dieci anni una volta mi
ero trovato in sacrestia e avevo deciso fra me e me di fare il mio primo passo su
questa strada ... Era l'anno 1934 e dalle mie parti si organizzavano missioni. Il padre
missionario P. Eiselle in una predica ci aveva parlato dello Stanoslavov, un piccolo
seminario gesuita a Trnava, nel quale si accettavano ragazzi anche pre-liceali, che
da lì poi sarebbero passati al noviziato della Compagnia di Gesù a Ruzomberok. Se
qualcuno era interessato poteva rivolgersi a lui... Ero non molto lontano da lui nella
sacrestia, e fui lì lì per confessargli il mio sogno segreto ... Ma avevo solo dieci anni e
non ne ebbi il coraggio.
I miei progetti di farmi sacerdote avevano radici ancor più profonde. A casa
avevamo un altarino nascosto dentro una piccola cappella di legno, con dei vetri
colorati per finestre. Questo altarino, che tenevamo su un armadio basso, mi
attirava molto. Vi erano posati dei candelabri di ottone, e sotto c'era un apparecchio
che suonava una melodia straordinariamente armoniosa. Un giorno - avrò avuto
sette o otto anni - mi misi di fronte a questo altarino e recitai una vera e propria
«messa», con delle vere ostie che mi aveva portato il figlio dell'organista, Pa1ko,
perché sua madre per Natale preparava le cialde utilizzando delle vere grandi ostie.
Il pensiero del sacerdozio si fece più forte in me durante il mio periodo di scout e
attraverso i contatti con il cappellano. Era sempre presente in me, finché un giorno,
alla fine di un anno di corso, ne parlai con un mio amico, Klement. Poi lo dissi
anche al cappellano Vrablec. Mi ci volle molto tempo per prendere il coraggio di
farlo, ma la sua reazione fu quasi nulla. Evidentemente era molto difficile realizzare
qualcosa ... Mi rimase tutto come una pietra sullo stomaco. Ero povero' e venivo da
una famiglia altrettanto povera, il che rendeva più difficile pensare a come
continuare gli studi dopo la mestianka.
Un giorno, all'inizio delle vacanze del 1939, decisi che sarei andato a Zlin, l'odierna
Gottwaldov, come «giovane apprendista» della Bata. Al tempo lavorava lì mia
sorella, e più tardi venne anche mio fratello. I collaboratori psicologi di mio fratello
venivano anche da noi a fare dei test psico-tecnici per scegliere alcuni ragazzi e
ragazze come apprendisti a Zlin. Lì, a seconda delle loro attitudini, imparavano
lingue straniere, studiavano economia e commercio, oppure diventavano
capomastri nelle diverse officine di lavorazione delle pelli, delle scarpe o di altri
prodotti. Molti di loro venivano mandati dalla Bata all'estero. Siccome non avevo
altre possibilità, volevo almeno sfruttare quello che potevo. Decisi dunque di andare
anch'io alla Bata.
20. AL NOVIZIATO DEI GESUITI
Allora accadde! Ricevetti una lettera memorabile da Ruzomberok. Quella fu
l'occasione della mia vita, e anche una conferma del proverbio «L'uomo propone e
Dio dispone».
Il mio amico Klement, a cui avevo confidato il mio desiderio di farmi sacerdote, si
era trasferito dai gesuiti di Ruzomberok alla fine della quinta classe del ginnasio a
Prievidza. Aveva parlato di me a Padre Jurovsky, il rettore a Ruzomberok. Gli aveva
detto del mio intento e anche delle mie incertezze su come potessi diventare
sacerdote. Padre Jurovsky gli suggerì di scrivermi, e così alla fine di luglio del 1939
avevo in mano la lettera da Ruzomberok: «Se vuoi, puoi venire a vedere le nostre
condizioni. Qui potresti informarti su tutto quello che desideri. Potresti frequentare
qui il ginnasio e anche abitare con noi. Poi, quando lo deciderai tu, potresti entrare
nell'ordine dei gesuiti».
Questa lettera, nel particolare momento in cui avevo deciso di andare a Zlin come
«giovane apprendista», mi fece un effetto poco piacevole. Mi sembrava inutile e
doloroso rivangare nel passato e ritirare fuori i miei vecchi progetti, quando ormai
le cose erano cambiate. Avrei dovuto rimettere in discussione le mie scelte? Ebbene,
lo feci. Raccontai della lettera ai miei genitori. Fino ad allora non avevo detto loro
ancora niente della mia segreta ambizione. Adesso, accennai alla possibilità di
andare a fare una visita a Klement ... Dopo alcuni giorni mi avventurai per la prima
volta in un mondo diverso ...
A Ruzomberok, Padre Jurovsky mi affidò a Stefan Porubcan, che al tempo stava
facendo gli esami di maturità. Era un giovane religioso che fin dal 1940 aveva
studiato all'estero: prima filosofia, poi teologia e infine all'Istituto Biblico di Roma,
dove fece il biennio per diventare professore di testi sacri. Fu con lui che cominciai
ad imparare il latino, nell'agosto 1939. Credo che il suo scopo principale fosse
vedere cosa sapevo e chi ero. Una volta mi fece fare un tema dal titolo: «Il mio inizio
più bello», che poi lesse e valutò. Ricordo che vi scrisse sopra con una matita rossa
«bello e vigoroso». Oltre allo studio del latino, mi chiedeva nozioni di matematica
ed altro. Le mie risposte dovevano essere sufficienti, perché un giorno mi chiese se
non volessi entrare direttamente nel noviziato. Ne rimasi sbalordito.
Quel pomeriggio vidi Klement, che era già al noviziato, e gli chiesi la sua opinione:
«P. Jurovsky dice che potrei andare subito al noviziato! Che devo fare?». E Klement
mi rispose: «Se te lo offre lui, digli di sì!».
In origine sarei dovuto rimanere a Ruzomberok per frequentare il vecchio ginnasio
e avrei dovuto studiare almeno fino alla quinta classe, superando gli esami di
ammissione per la terza o la quarta classe, ma ora era tutto cambiato! Quella sera
rimasi seduto nella mia stanza a pensare ... Era l'inizio di settembre, il sole era
appena tramontato e dalla finestra vedevo brillare le luci dei paesini sui monti di
Orava... Forse nello stesso momento i Tedeschi avanzavano con i carri armati verso
la Polonia ... Ed io dovevo prendere la mia decisione!
Alcuni giorni prima avevo vissuto una certa crisi, perché ero solo in un ambiente
nuovo. Parlavo con qualcuno solo ogni tanto, nell'orto o nella sartoria. Ero a
Ruzomberok già da un mese e sentivo nostalgia di casa. Un giorno che ero
particolarmente triste decisi che sarei andato a vedere l'orario dei treni e che sarei
partito per tornare a casa ... Ma nella cappella degli esercizi spirituali, dove c'era un
orario dei treni, mi venne incontro P. Korbacka, si mise a chiacchierare con me e
con parole molto amichevoli dissolse in parte la mia nostalgia, inducendomi a
tornare contento nella mia stanza. Tutt'oggi sono contento di essere rimasto dai
gesuiti, e vi vedo la mano di Dio ... Sono questi i pensieri che mi sollevavano, nella
mia cella di via Racianskà a Bratislava ...
Ogni giorno si allungava quel filo di ricordi da cui non riuscivo a staccarmi ... Che
strade incredibili ci fa intraprendere Dio! Rivedevo me stesso con una chiarezza
trasparente in quei giorni di settembre del 1939, e seguivo nella mente l'evolversi
della mia vita ...
Tornai a casa, ma solo per alcuni giorni, per prendere le mie cose e salutare i miei.
Feci dunque ritorno a Ruzomberok per iniziare il noviziato. Alla stazione di Hornà
Stuben incontrai alcune difficoltà. Avevo due valigie, di cui una piuttosto grande.
Chiesi ad un ferroviere quando sarebbe passato il primo treno per Vrùtky e
Ruzomberok. Il ferroviere si strinse nelle spalle. Ne erano già passati tanti di treni,
ma erano trasporti militari tedeschi che andavano in Polonia ... Su consiglio di un
altro ferroviere mi adagiai in un carro merci e riuscii ad arrivare fino a Vrùtky. Scesi
appena il treno si fermò, molto prima della stazione, e poi trovai un rapido che
proseguiva per Ruzomberok. Vi arrivai solo a sera inoltrata.
Padre Jùrovsky mi aveva detto, prima della mia partenza, che avrebbe chiesto a
Padre Mikus - il Provinciale - se fosse possibile accettarmi al noviziato. «Se il padre
Provinciale non ti dovesse accettare» mi aveva detto, «resterai qui e andrai al
ginnasio come avevi prestabilito.»
Quando arrivai nella casa di Ruzomberok, alle nove di sera passate e con un buio
pesto, venne ad aprirmi P. Jurovsky in persona (evidentemente era stato avvertito
dal padre al cancello) e nel salutarmi mi disse: «Allora carissimo, è stato
accettato!». P. Jurovsky in quel momento aveva cominciato a darmi del lei, come
era usanza dai gesuiti... Questo voleva dire che la risposta da Bratislava era già
arrivata e che era stata approvata!
Il 15 settembre fui ammesso al noviziato e ricevetti una talare. Iniziò per me una
vita completamente diversa. Ero la persona più giovane al noviziato, non avevo
ancora compiuto 16 anni e già mi iniziavano ai misteri della nuova vita. Ci alzavamo
alle cinque e mezzo del mattino. Alle brevi lodi mattutine nella cappella al secondo
piano della nuova casa, seguiva una meditazione di un'ora, e dopo la celebrazione
della Santa Messa, si andava a far colazione. Intorno alle otto del mattino si
cominciava il programma della giornata: studiavamo teologia, storia della
spiritualità, discorrevamo sulla perfezione cristiana e poi sulle biografie dei santi.
Seguiva una lezione sullo spirito della Compagnia di Gesù e sulle sue regole. Poi
lavoravamo per circa un'ora alle pulizie di casa o in giardino, e a volte si teneva
anche un'ora di catechismo. A un quarto a mezzogiorno si faceva l'esame di
coscienza della mattina, poi intonavano la preghiera dell'Angelus Domini e le litanie
dei santi. Seguiva il pranzo, durante il quale veniva letto il cosiddetto
Martyro16gium sul santo del giorno, poi in latino qualcosa dalla Sacra Scrittura, e
per finire qualche passo da un libro in slovacco.
Dopo pranzo avevamo mezz' ora di ricreazione. Due volte la settimana, durante la
ricreazione, dovevamo parlare in latino, e altre due in tedesco. Era molto istruttivo.
Seguivano le letture sulla persecuzione di Cristo, si studiava qualcosa in giardino, si
diceva un rosario collettivo, e sul finire del pomeriggio c'era un'altra ora di
preghiera interiore. Poi la cena, una piccola ricreazione e una visita in chiesa. A sera
inoltrata si faceva un altro esame di coscienza, si preparavano i punti principali
della meditazione mattutina impartita da Padre Jurovsky, un'ultima preghiera in
cappella e poi tutti ai dormitori per la notte.
Dopo qualche tempo dall'inizio del mio noviziato, si cominciarono a fare dei grandi
esercizi spirituali mensili. Era una completa novità per me, ma costituiva il modo
più caratteristico di educazione dei gesuiti. Sant'Ignazio fu il primo a comporre
degli esercizi spirituali, immediatamente dopo la sua conversione, nella grotta di
Manreza. Più tardi mise le sue esperienze per iscritto. Erano meditazioni sul senso
della vita, ovvero sulla vita di Dio. L'uomo da solo non possiede niente, proviene
tutto da Dio e l'uomo riceve tutto da Lui. Purtroppo il peccato lo ha allontanato da
Dio, ma Egli ha mandato il proprio figlio attraverso il quale ci ha perdonato le
nostre colpe accettando ci ancora come figli suoi... Come poterlo ringraziare? Gesù
ci ha invitati a seguirlo. Alcuni sono prescelti da lui come suoi collaboratori per
tutta la vita. Bisogna prendere la decisione e poi seguire Cristo per sempre, con
tutto il cuore e con tutta l'anima!
I grandi esercizi spirituali furono per me una benedizione che mi introdusse ai
misteri della vita spirituale, alla chiamata divina e al futuro ufficio di sacerdote. Gli
esercizi spirituali hanno una loro struttura logica e psicologica molto solida. Un
pensiero scaturisce da un altro e gli esercizi nel loro insieme sfociano nella
meditazione sull'amore e finiscono con una bellissima preghiera sulla redenzione:
«Suspice Domine! Accetta o Signore tutta la mia libertà, la mia intelligenza, la mia
volontà e i miei ricordi! Tutto quello che possiedo viene da te ed io te lo offro!».
Dopo i grandi esercizi spirituali dovevamo passare un mese di prova in cucina e poi
prestare servizio per un mese in ospedale. Come tutti gli altri anch'io avrei poi
dovuto partecipare al cosiddetto pellegrinaggio mensile: una volta al mese si andava
alla «villa», una casa in montagna dove tutto era molto bello! Dopo due anni, il 15
settembre 1941, pronunciai i primi voti.
Poi ricominciò lo studio civile al ginnasio. Studiai un anno e superai gli esami di
ammissione al settimo anno del ginnasio. Lo studio rappresentava per me qualcosa
di gioioso. A quel tempo riuscivo ad applicarmi con estrema facilità ed entusiasmo.
Mi immergevo nella lettura e andavo molto volentieri nel giardino a leggere.
Leggevo moltissimo! Erano più che altro traduzioni in boemo della letteratura
francese, italiana, tedesca e inglese. Naturalmente leggevo anche i nostri scrittori.
Non ricordo i titoli di tutti quei libri, ma fra gli autori che più ammiravo c'erano
Dante, Shakespeare e poi Goethe. C'erano Corneille, Racine, Cervantes. E c'era
anche il mio Chesterton, di cui avevo letto tanto! Leggevo anche altri autori come
Belloc, Newman, Maritain, Papini, Paul Claudel, E. Hella, Bloy e molti altri.
Crescevo attraverso i loro libri. Quanto mi piacque il San Paolo di Holznerov!
Cercavo di leggere tutte le opere basilari della letteratura slovacca e boema: autori
come Holly, Slàdkovic, Janko Kràl, Samo Chalupka, Kalinciak e specialmente
Vajansky. Ne avevo bisogno per gli esami, ma ancora di più per la vita. Hviesdoslav,
poi, era per me un pozzo senza fondo ...
Il «Kukucinov Dom» mi era totalmente familiare, ma conoscevo anche le sue opere
minori come «Mat vola». Dei poeti più recenti mi interessavano sia quelli cattolici
come Janko Silan, Zarnov e altri, sia quelli laici come Novomesky. Di tutte le
traduzioni che avevo letto quella che più mi aveva colpito era «Margita z Kortony».
Era un libro di poesie meravigliose che riguardavano Dio.
La mia salute non era perfetta. Avevo dei problemi di cuore, e questo già dai tempi
del noviziato. Si trattava della valvola mitrale che non aderiva bene. Ma ciò non
m'impediva di essere sempre attivo. Dirigevo il coro con gran fervore. Una volta, in
chiesa, cantammo una messa a quattro voci, che per la gente era un'esperienza
nuova. E poi, i nostri canti natalizi, il coro a quattro voci per la settimana santa ...
Eravamo tutti entusiasti.
Noi che frequentavamo il doposcuola redigevamo il giornale «Napred», più tardi
rinominato «Lùk», che presi a dirigere io. C'erano poesie, pensieri, brani letterari e
disegni. Alcuni numeri erano limpidi come il cristallo, puliti e quasi senza errori.
Imparavamo così anche a scrivere, nella «nostra» istituzione culturale -
«l'accademia degli studenti del doposcuola», come l'avevamo chiamata. Era tutto
bello, ciascuno si dava da fare per studiare, per leggere, per scrivere e presentare i
propri lavori agli incontri di questa accademia. Che bella compagnia di giovani
eravamo! Danko, Saturovec, Klement, Svec, Baxa, Stefko, Martinsky, Sencik, Polcin,
Krapka, Volek, Horsky e molti altri ...
Era una vita allegra e pulita la nostra. Rivedo nella mia mente come ogni mattina
ciascuno di noi se ne andava in silenzio nella cappella per l'adorazione mattutina.
Poi tutti insieme alla Santa Messa in una semplice ma graziosissima cappella alta
come due piani di una casa. Le nostre meditazioni, le nostre chiacchierate, il nostro
studio, tutto era veramente bello!
Leggevo molto, ma scrivevo anche. Nel 1943-44 mandai qualche pensiero al
giornale «Rozvoj». Mi interessavano anche i giornali di attualità. Leggevo Kultùra e
articoli del Hanusove, del giornale Verbum e di Smer. Con quale gioia leggevo
Slovenské pohlady, i libri di Meciar, Bor, Smàl e molti altri. Volevo conoscere il
passato della Slovacchia senza mezzi termini e il meglio possibile. Leggevo anche
vecchi numeri del giornale Kultùry. Mi dava soddisfazione poter capire ancora più a
fondo la vita culturale, letteraria e nazionale del nostro popolo. Che aiuto valido ne
ricevetti poi durante gli esami! Ricordo che una volta durante l'esame di lingua
slovacca il professore mi rivolse alcune domande molto precise. Quando gli risposi
prontamente, e l'esame prese più la forma di una chiacchierata che di un esame
vero e proprio, il professore mi guardò e mi disse: «E tutte queste cose dove le ha
scovate?». Gli dissi di aver letto i vecchi numeri dei giornali Pohlady e Kultùry.
Credo che fosse contento di me. Ero felice anch'io. Non me ne vantavo affatto, ero
semplicemente contento di avere appreso tante cose interessanti e di poterle
utilizzare anche per prospettive future.
Gli anni dal 1934 al 1944 passati a Ruzomberok furono molto istruttivi. Anni di
preghiera, di studio, di lettura, di critica, di valutazione; anni in cui avevo sentito
aria di riforme. Si discutevano insieme molte cose, e a volte ci appassionavamo
analizzando con occhio critico la situazione religiosa e la Chiesa nel nostro paese.
Parlavamo di come si sarebbe dovuto svolgere il giusto servizio a Dio, di come
sarebbe dovuta essere fatta una predica, dei rapporti tra i vari ordini religiosi,
l'apostolato e le relazioni tra le varie confessioni cristiane. In qualche modo ero
preparato ad accogliere tutto quanto più tardi sarebbe maturato nell'ambito della
Chiesa.
Nel 1944 arrivò la maturità. Studiavamo come forsennati. Andavamo al ginnasio a
Klàstor pod Znievom solo per gli esami, ma passavamo quasi tutto il nostro tempo
chiusi in una classe. Purtroppo avevo pochissime occasioni di conoscere e
frequentare gli altri studenti. Tanto seria era la nostra preparazione, che una volta il
professor Urbanic, nel chiamarci a sostenere la prova di latino, ci disse: «Allora,
siete pronti a fare questo esame nella nostra lingua madre?».
Siccome in quegli anni non era possibile viaggiare all'estero, dopo la maturità
andammo tutti per circa due settimane a Banska Bystrica, dove la provincia gesuita
slovacca aveva una sezione di teologia. Aiutammo a riordinare una grossa
biblioteca. Da Bystrica prendemmo l'ultimo rapido, intorno a mezzanotte, proprio
quando stava per scoppiare la rivoluzione, alla fine di agosto del 1944. Ce ne giunse
notizia solo dopo il nostro arrivo a Trnava.

21. FILOSOFIA A TRNAVA E A BRNO


Studiavamo filosofia a Trnava per necessità. Dai gesuiti filosofia dura tre anni dopo
i quattro di teologia. Sebbene non avessimo una biblioteca molto attrezzata,
riuscimmo ugualmente a fare degli studi approfonditi. Iniziai il primo anno
scolastico nell'autunno del '44 e nel secondo semestre, all'inizio del 1945, eravamo
già fortemente segnati dalla guerra.
I combattimenti si erano spostati anche sul nostro territorio. Quando il fronte passò
da Trnava eravamo al riparo in una cantina. Aspettavamo nell'incertezza, come tutti
gli altri che avevano «vissuto» il fronte. I soldati tedeschi se ne andarono da Trnava
senza alcun combattimento e si ritirarono nei monti Malé Karpaty, dove fu stabilito
il nuovo fronte. I soldati russi penetrarono in città. Erano tutti in fermento.
Andavano da una via all'altra e da una casa all'altra. Salirono anche sulla torre del
campanile della chiesa gesuita per cercare i «germanici». Qua e là si sentivano degli
spari. Accadevano tante cose ... Un gruppo di alcune decine di donne e bambine si
nascosero per alcuni giorni nelle cantine del nostro istituto nei confronti del quale i
soldati, specialmente gli ufficiali, erano alquanto rispettosi. Gli era bastato vedere
sul nostro cancello una targhetta con la scritta «Monastyr». Una volta un soldato
che aveva bevuto vi entrò, ma fu cacciato subito fuori appena l'ufficiale lo venne a
sapere. Un'altra volta era accaduto che il nostro Padre Kràlicek tremasse davanti a
due soldati, lui con la sua vecchia barba bianca. C'ero anch'io durante
quell'episodio. Uno dei soldati rassicurò il «vecchietto» accarezzandogli la lunga
barba bianca ...
In città succedevano cose ben più gravi. Subito dopo l'arrivo dei Russi a Trnava, noi
come religiosi ci presentammo subito all'ospedale per prestare aiuto ai soldati russi.
Facevamo i nostri turni di giorno e anche di notte. Furono delle esperienze forti. In
una sala operatoria allestita alla meglio c'erano circa cinque tavoli sopra i quali era
sempre disteso qualche soldato da operare. In fretta, come si poteva fare in quelle
circostanze, trasportavamo i soldati sulle barelle. Portavamo i vivi in sala operatoria
e i morti fuori. Si udivano lamenti dappertutto. Le ferite erano gravi, e questi sani e
baldi giovani chiedevano aiuto. Mi sorprese sentire cosa e come invocassero ... «Dio
mio! Dio mio!!!» si lamentavano. E a me venivano i brividi giù per la schiena.
Quando gli avvenimenti del fronte si furono a poco a poco placati, continuammo lo
studio della filosofia. Facevamo lezioni di critica, ontologia, storia della filosofia e
altre materie. Eravamo in tanti, vecchi e nuovi compagni di studio. A un amico che
se ne andava, M. Jamrich, diedi un quadretto con una scritta dicendogli di non
dimenticarsi mai di me e di tenere in mente tutto quello che avevamo vissuto
insieme.
A Trnava venne a farmi visita anche mio padre, una volta sola perché era un
invalido della prima guerra e viaggiare per lui era faticosissimo. A casa non ci
potevamo andare. I parenti venivano a trovarci una o due volte all'anno a seconda
delle possibilità. La corrispondenza, per fortuna, era molto più regolare, direi
mensile.
Durante gli studi di filosofia andavamo a riposarci a Suchà nad Parnou, dove
avevamo una villa, con alcune stanze, un giardino e le viti tutt'intorno a nostra
disposizione. Là ci incontravamo spesso con i soldati. Ricordo ancora l'ufficiale con
cui parlavamo di più. Un tempo aveva insegnato filosofia, aveva scritto qualcosa
sull'etica autonoma e per questo dovette passare lunghi anni in carcere. All'inizio
della guerra gli offrirono una scelta: o scontare tutta la pena, oppure entrare come
volontario nell'esercito e dopo la guerra riconquistare la libertà. Decise di
arruolarsi, ma con non poca amarezza ci disse: «Forse voi non sapete neppure cosa
significhi quando qualcuno vi dice fin dove potete pensare e da dove dovete
smettere di pensare ...». Ci incontravamo anche con alcuni soldati forti e
baldanzosi. Mi ricordo di uno che veniva a giocare con noi a pallavolo. Era un
giovane sano e robusto di circa 23 anni. Era molto cauto nel parlare. Naturalmente
con noi non negava di essere credente. Ma dopo alcuni giorni, quando eravamo
entrati in confidenza e avevamo cominciato a cantare le canzoni della liturgia a
quattro voci, il giovane soldato si mise a piangere. Ci disse che sua nonna gli aveva
insegnato a pregare, ma che quando era andato a scuola la maestra aveva
presentato la religione in un modo orribile ... Dovevano costruire tutti delle piccole
chiesette di carta, poi andare davanti alla chiesa del paese e incendiarle gridando:
«La chiesa brucia!». Già a scuola aveva dovuto rinunciare alla religione. Ma le
lacrime nei suoi occhi testimoniavano che il suo spirito era per natura cristiano,
anche se il ragazzo non poteva più esserlo. Ci chiese poi l'indirizzo di alcuni di noi,
ma il suo aveva paura a darcelo...
Dopo il primo anno di filosofia a Trnava, siccome era finita la guerra, passammo
all'Istituto Filosofico dei SJ (Gesuiti Slovacchi) a Brno. Gli inizi furono duri, perché
l'edificio era stato occupato dai soldati e bisognava rimettere tutto a posto. Il rettore
era P. Silhan, che ci faceva anche lezione di psicologia. In seguito P. Silhan divenne
il Provinciale e P. Vojtek il rettore. Mettemmo insieme un giornale filosofico, che
dirigevo io. Dirigevo anche l'orchestra, e partecipavo alle gite nei dintorni di Brno e
alla diga di Vranov.
Facevamo anche le tradizionali dispute filosofiche. Durante una di queste dispute
lessi un mio lavoro di circa 20 pagine che avevo scritto da seminarista, sulle idee di
Platone. Questo preoccupò il professor P. Ovecka, dato che mi ero discostato dalla
sua lezione su questo tema. Ma nei miei confronti era sempre stato tollerante...
Finii filosofia con un trattato: «Basi di filosofia del materialismo dialettale». Di
letteratura riguardante questo argomento a quel tempo ce n'era veramente poca,
per cui dovetti fare un'accurata ricerca per scovare le fonti. Neanche il professore mi
seppe dare molti consigli. Fu una grande soddisfazione per me quando due
professori vennero a chiedermi il permesso di utilizzare il mio lavoro durante le loro
lezioni al ginnasio di Brno dove insegnavano. Come era tutto ricco e bello!
A Brno vivevamo in povertà. I gesuiti vennero a Brno per la prima volta dopo che
era passato il fronte, su richiesta del vescovo di Brno, Skoupy, che diede loro il
ginnasio vescovile con una chiesa non ancora finita nella zona di Masaryk, vicino al
parco di Wilson. Sotto il nostro giardino, non lontano, scorreva il torrente Svratka.
Siccome i gesuiti erano nuovi di Brno e non avevano una loro chiesa, non avevano
di conseguenza alcune conoscenze tra i credenti, quindi nessun benefattore.
Vivevamo solo di quello che ci era concesso come razione. Io mi feci fare la
radiografia dei polmoni perché avevo paura di essermi ammalato di TBC. Alla fine
dei miei studi di filosofia ero alto 1,74 e pesavo solo 58 chili ... Fu per questo motivo,
oltre alle mie carenze cardiache, che non mi avevano preso per il servizio militare.
Sfruttavo i momenti liberi per studiare la storia della cultura boema. Per
comprendere meglio l'argomento lessi alcuni libri di Masaryk, a cominciare da
«Suicidio», attraverso «Gli ideali dell'umanità», «Il significato della storia boema»,
«Il quesito del sociale», fino a «La Russia e l'Europa». Leggendo alcuni vecchi
numeri di riviste cattoliche boeme fui molto sorpreso nel constatare quali tensioni
fossero esistite tra i cattolici prima del 1918, quando Masaryk passò da Vienna
all'università Karlovà. Rimasi sorpreso che durante le elezioni i cattolici lo avessero
attaccato con delle frasi piuttosto pungenti. Per esempio: «Se ci tenete
all'educazione dei vostri figli, non votate Masaryk!». Quando poi divenne presidente
del nuovo stato, le tensioni si allentarono, ma nel profondo rimase qualcosa di
irrisolto.
A Brno seguivamo anche lezioni sul materialismo dialettale. Partecipai ad una
conferenza con i marxisti capeggiata da un ministro apolitico. A quel tempo queste
cose erano sempre più frequenti. Correva l'anno 1946 ...

22. A TRNAVA NELLE REDAZIONI E A TEOLOGIA


Dopo gli studi di filosofia ci dividemmo tatti secondo le disposizioni del padre
Provinciale. Klement andò a Ruzomberok al cosiddetto «magistrale». Io fui
assegnato a Trnava in una redazione di «Posol» con P. Kràlicek. Lo aiutavo anche a
redigere le Katolické misie. Di tempo per studiare me ne rimaneva abbastanza.
Venivano da me anche degli studenti del ginnasio, per saperne di più sulla
questione dell'evoluzione dell'uomo che non dava loro pace. E così cominciai a
preparare alcune lezioni per loro. Raccoglievo materiale, studiavo, e quando vidi
che il tutto cominciava ad accumularsi mi decisi a dargli una forma più definita, per
iscritto. Ne venne fuori un manoscritto di circa 180 pagine con il titolo «Sulle
origini dell'uomo». Mi costò molto tempo e fatica, ma mi piaceva.
Andavo anche a Bratislava, nella biblioteca dell'università, dove studiai della
letteratura biologico-antropologica. Lessi un centinaio di libri su questo argomento.
Oltre a tutto questo leggevo articoli da varie riviste vecchie e recenti. Mi consultai
anche con il professor J.F. Babor, che in passato aveva pubblicato alcuni articoli su
questo tema. Mi informò sulla letteratura estera, della quale ottenni alcuni libri dai
miei con fratelli che studiavano all'estero, specie in Inghilterra.
Gli studenti del ginnasio venivano nella mia stanza a risolvere i loro problemi
scolastici. Come era bello tutto questo! Erano giovani davvero in gamba. Spero che
qualcuno abbia conservato qualcosa dei miei appunti. Anni dopo venni a sapere che
alcuni di loro si erano fatti valere in diversi campi della cultura. Altri purtroppo si
sono letteralmente persi. Anche questo accade ...
Il mio lavoro più bello a Trnava fu la collaborazione con P. Popluhàr sulla
preparazione di alcuni libri e del bollettino Vseobecnd Cirkev, Famiglia Cristiana e
altri. Con P. Popluhér passai alcuni mesi a Suchà nad Parnou. Aveva intorno a sé un
gruppo di artisti del pennello, con i quali pubblicò alcuni meravigliosi libri illustrati:
«Dio, nostro amico», «I misteri del rosario», ecc... Aveva sempre grandi progetti.
Quando venne a sapere che sarei stato trasferito a Decin all'istituto di filosofia,
cominciò subito a pensare a come collegare i suoi piani ai miei. Voleva che io
continuassi a lavorare nella sua redazione. Un giorno, tutto entusiasta, mi disse che
le due cose si sarebbero potute riconciliare, se io avessi fatto storia, filosofia,
antropologia e tutto il resto a un ritmo raddoppiato, in modo da finire il programma
invece che in due semestri in uno. Il resto dei mesi lo avrei passato a Trnava. Tutti
questi piani non approdarono a niente ...
A Suchà nad Parnou cominciai anche a studiare gli esercizi spirituali, perché
volevamo pubblicare un bollettino su questo tema. Le nostre speranze però furono
infrante dopo il febbraio 1948, quando l'azione della Chiesa cominciò ad essere
ostacolata. Furono fermate le pubblicazioni delle nostre riviste, fra cui anche
Katolické misie e Posol. Nell'estate del '49 molti di noi stavano ottenendo i
documenti per poter andare a studiare teologia all'estero. Dopo gli studi di filosofia
molti miei confratelli ci erano riusciti ed erano già partiti per diversi paesi. Io
speravo di ottenere tutti i documenti dopo i due anni della cosiddetta «magisterka»,
ma allora la situazione era già incrinata. Sebbene avessi tutte le carte necessarie
meno un certificato di buona condotta, il signor Straka, un sacerdote che divenne
poi funzionario statale e che inquisì personalmente il vescovo Vojtassàk a Spisskà
Kapitula, non mi permise di oltrepassare il confine. C'era già un posto all'università
di Lovain in Belgio, da dove mi aveva scritto un mio confratello dicendomi che mi
stavano aspettando ... e io invece rimasi nel nostro territorio insieme ad altri
confratelli.
Già da tempo esisteva da noi un'università di teologia patrocinata dai gesuiti, a
Banskà Bystrica, ma nel 1945 fu sequestrato tutto l'edificio. Decisero di aprirne una
provvisoria a Trnava, dove i gesuiti avevano una grande casa. Siccome i professori si
erano preparati per l'anno scolastico 1949-50, l'università di teologia fu aperta a
tutti gli slovacchi e ai confratelli boemi della provincia gesuita.
Io così potei studiare teologia praticamente senza interruzioni subito dopo i tre anni
di filosofia. Quando mi iscrissi ufficialmente a teologia, correva in realtà il mio sesto
anno di studio di filosofia e teologia. La teologia mi piaceva molto. Studiavamo
dogmatica, morale e altre materie. Nell'anno 1950 tutto prese una brutta china.
Eravamo nel mezzo di avvenimenti tempestosi. La Chiesa nel nostro paese stava
vivendo momenti duri; su di essa si stava abbattendo un'ondata di violenza sempre
più devastante. I gruppi cattolici furono sciolti, fermati i giornali, soppresse le
tipografie ...
Quando nei miei ricordi arrivai a questo punto, mi accorsi che dopo dieci anni di
vita civile - dal 1950 al 1960 - mi ritrovavo infine nelle mani della stessa polizia che
la notte tra il 13 e il 14 aprile 1950 ci aveva deportato nei cosiddetti monasteri di
concentramento ... Questa volta però mi tenevano in modo ancor più serrato. Ero in
cella, dietro una porta di ferro chiusa a chiave, sorvegliato da uomini che in me
vedevano solo un nemico della società, o addirittura un loro nemico!
Nonostante questo, quando ogni giorno mi concedevo la mia dose di ricordi,
riuscivo a dimenticare tutta la violenza, le porte di ferro, le sbarre, e nello spirito mi
ritrovavo dappertutto meno che in prigione ... Ero a Bosany, sotto una tenda nel
bosco, accanto all'altare come chierichetto, poi a Ruzomberok, alla villa in
montagna, ero vicino ai miei autori preferiti, nella biblioteca di Brno, a Trnava ...
Nessuna prigione poteva ingabbiare il mio spirito, la mia immaginazione e i miei
pensieri.
Vajansky, che era stato rinchiuso in carcere a Segedin per un anno a causa di alcuni
articoli pubblicati sul Giornale Nazionale, più tardi scrisse che mentre era in
prigione diceva a se stesso come in sogno: «Ecco ... mi sto librando col mio animo
sopra il nostro campo di peperoni qui nella patria slovacca ...».
Io passavo ogni giorno dei bellissimi momenti fuori dalla prigione nei posti più
svariati della Slovacchia, ma sempre vicino a Dio. Che dono meraviglioso è per
l'uomo la sua anima, la sua mente, il suo spirito che non si lega alle quattro mura di
una qualsiasi prigione, ma che può spaziare ovunque fino ai confini delle galassie,
fino all'ineffabile spiritualità di Dio! La Compagnia aveva fatto di me un uomo.
Quante cose in undici anni - dal 1939 al 1950 - avevo ricevuto dalla Compagnia di
Gesù! Fra l'altro, la regola di far fruttare il tempo ogni giorno al meglio, e di
continuare a studiare. Sebbene non fossi sempre del parere che le cose andassero
per il verso giusto, sebbene spesso mi capitasse di dovermela cavare da solo, ero
felicissimo di aver saputo agire con fermezza, di aver resistito e di aver ricevuto la
grazia di giungere sempre al mio scopo, anche attraverso vie traverse. La
Compagnia, con i suoi insegnamenti, mi permise di entrare nel cuore di un mondo
spirituale da cui non sarei mai più uscito; e di conoscere la sua storia e i suoi grandi
figli, che adesso erano miei confratelli.
Eh sì, di questa meravigliosa e grande famiglia dei figli di Sant'Ignazio, della
Compagnia di Gesù, facevo parte anch'io! Lavoravo insieme a moltissimi altri
confratelli in tutto il mondo. Il mio compito e la mia missione, adesso, erano di
restare fedele alla Compagnia anche in questa cella, nonostante tutti gli
interrogatori, e di promuovere anche qui la parola di Dio. Quale pace interiore mi
procurava tutto questo, specialmente al pensiero che tutte quelle migliaia di
confratelli gesuiti pensavano anche a noi in Slovacchia, pensavano anche a me nelle
loro preghiere ... E così i momenti in cui ricordavo la mia fanciullezza a Bosany, i
miei parenti, la mia vita religiosa, divennero momenti di grande pace interiore per
me, di una gioia silenziosa; ma anche di un coraggio e di una nuova forza di volontà:
ogni giorno confermavo la mia scelta di essere credente.

23. NELLA CELLA DEL CARCERE


Dopo aver rivisitato il mio passato mi ritrovavo sempre nella dura realtà: quattro
mura, una piccola finestrella da cui filtrava appena la luce, due materassi uno sopra
l'altro e un gabinetto nell'angolo ... Ero proprio in prigione, arrestato. Non sapevo
quanto a lungo sarebbe durato tutto questo, se fosse solo una tappa della mia vita o
una condizione permanente fin quando avrei continuato a vivere. Sapevo soltanto
che la mia realtà adesso era il carcere. Questo crudo fatto mi si presentava davanti
ogni volta che tornavo dai miei vagabondaggi col pensiero.
I giorni in cui non dovevo andare agli interrogatori erano segnati da una cadenzata
monotonia. Dopo la sveglia la guardia apre la porta e ci porge un asciugamano,
sapone, spazzolino e dentifricio, e a me anche gli occhiali. Dopo che ci siamo lavati
riportano tutto via, eccetto i miei occhiali che posso tenere fino a sera. Intorno alle
sette del mattino ci portano una tazza di latta con del caffè nero e un pezzo di pane.
Verso le nove ci fanno fare una passeggiata di circa mezz' ora in un cortile non
molto grande suddiviso in tanti piccoli ambienti separati l'uno dall'altro da un alto
muro perché nessuno possa comunicare o vedere altri. Nelle celle alcuni
comunicano con l'alfabeto morse ... Alle 12 si pranza: i secondini passano da una
porta all'altra con della minestra dentro piatti di latta. Come secondo ci sono cibi
più sostanziosi - gulash, risotti, patate o altro. Alle sei arriva la cena - passato di
piselli, verza o altra verdura.
Una volta alla settimana ci facciamo la doccia, dove si effettua anche il cambio della
biancheria e dei calzini. Portiamo dei pantaloni, una blusa e dei sandali ai piedi.
Sempre una volta alla settimana si fa la spesa. Chi possiede dei soldi li può mettere
su un cosiddetto «conto», dal quale può prelevare qualcosa per farsi comprare della
frutta, carta da lettere, e i fumatori tabacco o sigarette. Le mie spese sono molto
modeste.
Di tanto in tanto i secondini aprono la porta, ci prendono alcuni libri e ce li
cambiano con altri. Solitamente è roba non molto interessante di politica socialista -
un altro mezzo di rieducazione del carcere. Se capita di ricevere anche qualcosa di
più decente, dobbiamo considerarlo un grande favore ... Ecco il realismo socialista
di cui in passato ignoravo praticamente tutto!
Una volta al mese mi è concesso di scrivere a casa. Le lettere che mi arrivano da
casa le posso leggere ma poi devo riconsegnarle alle guardie. Le mie lettere sono
molto riassuntive perché non mi è permesso di descrivere le condizioni del carcere.
Siccome tutte le lettere passano dalla censura, tanto vale censurarmele io stesso ...
Una volta la settimana ci fanno la barba - è una tortura ... E ogni tanto un barbiere
ci taglia i capelli. Il tempo passa lentamente scandito da questi rituali.
Un giorno mi assegnarono un compagno di cella. Si chiamava Klaucko e aveva più o
meno la mia età. Ci squadrammo vicendevolmente. Io non mi fidavo. Sapevo che
mettevano in cella i cosiddetti «bonzàcy», dei piedipiatti il cui obiettivo era fare
amicizia con il detenuto, sfruttare la sua solitudine e tristezza per poi riferire le sue
confidenze al relatore ... Dopo qualche tempo però il mio compagno cominciò a
piacermi. Non mi chiedeva molte cose, e questo era fondamentale per me.
Chiacchieravamo molto, ma sempre spontaneamente. Mi disse perché si trovava qui
e cosa volevano da lui. Era per questioni politiche. Non m'interessava molto e così
neppure io gli chiedevo granché.
Si avvicinava la Pasqua. Parlammo della settimana santa e del suo significato. Lui
mi disse che era credente e che l'argomento gli interessava. Così non potei più
pregare tanto come quando ero solo, ma in compenso spiegavo a Klaucko senza
paure che cosa significava per me la preghiera e lui mi capiva. Pregavo seduto o
passeggiando avanti e indietro dalla finestra alla porta, mentre lui leggeva.
Passammo insieme la domenica di Pasqua. Eravamo felici. Imitavamo la parlata dei
Tedeschi o degli Ungheresi con cui avevo lavorato come guardiano notturno o alla
Dimitrovka. Gli raccontai di una sera quando avevano aumentato le misure di
sicurezza, come al solito, durante le festività. Venivano dei controllori a
«controllare» noi guardiani notturni. La prima volta arrivarono di sera, guardarono
dappertutto e poi lasciarono un messaggio sul registro scrivendo che il guardiano
era mal equipaggiato perché teneva l'arma sotto la pelliccia. Questa osservazione lo
aveva seccato moltissimo e me lo aveva riferito con molta rabbia. Veniva da un
paesino ungherese vicino a Bratislava e parlava veramente male lo slovacco. Gli
consigliai di non addormentarsi di notte, che quelli potevano ancora venire ...
La notte seguente, mentre me ne stavo seduto in ufficio mezzo assopito, ad un tratto
qualcuno mi svegliò battendo alla porta. Era lui. Era molto scosso e con voce agitata
mi disse che poco prima, dopo la mezzanotte, erano venuti di nuovo a fare un
controllo. «Due uomini erano» mi diceva farfugliando, eccitato. «Io lascio che lui
viene ... Ma poi grido "Fermo!" - e lui si ferma. E io grido: "Mani su!" - e lui mette le
mani su. "Dietro front!" - e lui fa dietro front. Lui vede io ho in mano l'arma ...».
Potevo immaginarmi come quei due controllori, proprio gli stessi che la sera prima
erano andati da lui, dovevano aver tremato di paura: un guardiano esaltato, a
mezzanotte, con un'arma in mano puntata su di loro! A poco serviva dirgli che loro
erano solo due controllori. «Tutti può dire che è controllore!» gridava lui, cercando
di tirare fuori dalle loro tasche dei documenti di riconoscimento. Alla fine li lasciò
andare, ma tutti e due tremanti di paura ... «Uno e l'altro erano tutti bianchi ...» mi
raccontava il mio collega in evidente stato di agitazione. E dopo qualche
imprecazione, concluse: «Quelli adesso non viene più! Gliela faccio vedere io il
controllo!».
Quando raccontai questo episodio al mio compagno di cella, era come non essere
più in carcere ... Quella sera mi ringraziò. Altre volte gli raccontavo altre storie. Per
esempio di Sullo e della sua comicità quando cercava di essere troppo serio. Io
stesso mi divertivo a raccontare queste cose.
Non cadevamo mai nella noia in cella. Io parlavo di me molto poco, anche se gli
dissi che ero sacerdote. Gli argomenti di cui discutevamo più spesso erano di
carattere umanitario, più che altro dal punto di vista cristiano. I miei racconti di vita
piacevano tanto al mio compagno. Gli raccontai di una mia chiacchierata con Sullo,
quando aveva affermato di non essere credente ma poi aveva cominciato a farmi
vedere che in fondo lui non era poi un ateo così convinto ... Mi aveva appena
raccontato di suo figlio, e a un certo punto parve ricordarsi di un dettaglio:
«Stavamo andando all'osteria, io e Karci, e passavamo davanti a una chiesa. E Karci
fa così». Sullo accennò con la mano il segno della croce. Poi guardò me e sorrise. «Io
non lo so dove lo ha imparato. Ma l'ho lasciato fare ...». Con questo Sullo voleva
dirmi che non era proprio un anti-clericale.
Parlavo sempre intenzionalmente, non solo per passare il tempo in cella, ma per
distrarre un po' il mio compagno da pensieri più tristi ... Se per l'affamato un pezzo
di pane vale come l'oro e così per l'assetato un bicchier d'acqua, quale sollievo devo
aver procurato ad un poveretto finito in carcere, con un po' di calore umano! Può
anche darsi che qualcosa dei miei discorsi gli sia rimasto dentro ancora oggi.
A volte ci divertivamo veramente. In prigione questi erano momenti d'oro. Klaucko
era contento ed io altrettanto, perché insieme eravamo riusciti a ritrovare almeno
un briciolo di allegria. Passammo così alcune settimane. Poi lo trasferirono in
un'altra cella e non ebbi più sue notizie.

24. GLI INTERROGATORI


Durante le nostre piacevoli chiacchierate in cella, accadevano purtroppo anche cose
spiacevoli che non c'era modo di evitare. Per esempio, mi chiamavano e mi
portavano via nel bel mezzo di un discorso per sottopormi all'interrogatorio, un
evento quasi quotidiano, generalmente a partire dalle sette e mezzo del mattino.
Un interrogatorio mi congelava sempre il sangue nelle vene. Quando il secondino, o
come si diceva in prigione il «bachàr», ficcava nella serratura le chiavi, le girava e
apriva la porta, non potevo fare a meno di sentirmi male ... Ormai avevo vissuto
quel momento tante volte, eppure ogni volta mi sentivo qualcosa rivoltarsi dentro.
Dovevo alzarmi al suo comando o anche solo a un cenno della sua mano; stare ritto
in piedi mentre lui chiudeva la porta dietro di sé per poi mettermi le mani nelle
tasche e palparmi tutto il corpo fino alle caviglie; mani dietro la schiena, e via!
Camminare con lui che mi seguiva e fermarmi davanti alla stanza dell'interrogatorio
con la fronte contro il muro ... Aspettare che chiamassero il mio nome ed entrare.
Il giovane relatore Fullier, che mi interrogava, non era un uomo incolto come il suo
comandante, che era una persona rozza e ignorante. Fullier evidentemente aveva
fatto l'università, era molto sveglio e attento. Durante gli interrogatori cercava
sempre di fare attenzione a non offendermi. Formulava le domande con intelligenza
e con una certa cura, avendole preparate tutte in anticipo per iscritto. Capiva bene
la psicologia di una persona relativamente giovane come me. Mi rendevo conto che
doveva essere riuscito a tirar fuori informazioni preziose da molti prigionieri dalla
mia età in giù ... Non fu mai rude con me, ma a volte mi opprimeva con le sue
domande, come se fosse personalmente curioso di sapere tutto di me.
Evidentemente aveva ricevuto precise istruzioni su quello che volevano tirarmi
fuori...
Parlavo il meno possibile, e di altre persone non dicevo praticamente niente. «Lo
conosco, un tempo eravamo insieme» - e basta. Ferko, Fedor, Rajmund, Fàbik ...
Facevano troppi nomi uno dietro l'altro. Alcune volte, però, mi mettevo anche a
parlare liberamente. Per me era riposante, e a lui sembravano davvero interessare le
mie opinioni, i miei modi di fare, la mia psicologia, forse per conoscermi meglio per
il suo compito che doveva assolutamente portare a termine. Forse anche quando
parlavamo liberamente lui adempiva i suoi incarichi, pertanto dovevo sempre fare
attenzione a quello che dicevo.
«Signor Korec, lei, una persona così giovane e intelligente, una mente così aperta, e
si attiene alla religione» mi disse un giorno. «Non è forse un peccato?» «Forse no»
gli risposi io. «Sono credente perché da lunghi anni, fin dalla mia infanzia, mi sono
sempre occupato dei problemi dell'umanità. Ho letto, studiato, ho ragionato sui
problemi del mondo, ho cercato di spiegarmi la nascita e la morte, il senso della vita
e dell'umanità, la questione di Dio e le prospettive della mia vita adesso e dopo la
morte. Il mondo è venuto fuori così, da solo, o c'è qualcuno dietro? La morte è la
fine di tutto o c'è qualcosa?... Sono queste le cose che mi hanno sempre
interessato.»
Il relatore mi disse: «Ma la religione oggi è considerata solo una favola! Oggi ci
spieghiamo tutto in modo scientifico, abbiamo anche un modello scientifico della
creazione del mondo. La religione è una favola, quella della creazione per esempio -
la terra, la costola, la mela ...».
In quei momenti mi sentivo a mio agio. Mi piacciono queste discussioni. Le analizzo
per come me le presentano e senza risentimenti. Con certe affermazioni posso
confrontarmi e dare la risposta vera, esatta.
«Signor relatore!» gli dissi «Ho letto molti libri, anche scientifici, e con grande
attenzione. Ma quella cosiddetta teoria scientifica del mondo, che si basa solo su
considerazioni materialistiche e spiega il mondo senza la presenza di Dio, non mi
convince proprio per nulla. Le riassumo quello che voglio dire. Lei dice che la
religione è solo una favola. Adesso io le racconto una favola di stampo scientifico.»
E cominciai: «Una nube di materia caotica, diciamo fatta di protoni, ad un tratto
cominciò ad addensarsi, ne vennero fuori l'universo e anche la Terra. Sulla Terra
questa materia, carbonio, idrogeno, azoto, ferro, si addensò ulteriormente, si
raffreddò, si rimescolò, fino a formare la prima cellula, i primi celenterati, i
gasteropodi, fino ai primi vermi, eccetera, fino alla scimmia. Nell'uomo poi, la
materia "prese coscienza". Lei è materia condensata, io sono materia condensata. E
queste due materie adesso, ai due lati di questo tavolo, stanno parlando e
discutendo su come si è originato il mondo ... Non solo. Questa materia condensata
ha formato la storia! Ha costruito città, sta costruendo migliaia di chilometri di
rotaie, edifica fabbriche! Questa materia scrive di se stessa grossi libri, grossi
verbali! Questa materia addensata, sotto forma di una madre, adesso da qualche
parte sta piangendo per il suo bambino, e sotto un'altra forma sta gioendo, riflette, è
tormentata dalla propria coscienza, si preoccupa della morte o di che cosa succederà
dopo la morte. Questa materia condensata adesso sta facendo della filosofia!».
Continuai: «Signor relatore, non è forse questa una bella favola? Sì, bella... Ma non
diventerà mai una spiegazione della vita per me! Per me rimane soltanto, per
l'appunto, una favola. E che non mi spiega niente! Quella che viene chiamata
scienza... Sappiamo che la matematica parla anche della probabilità. La fisica ci
insegna che cos'è l'entropia, la tendenza della materia di una certa massa a creare
caos tra i suoi atomi. Le foglie vengono portate via dal vento, di un castello non
rimangono che rovine, la macchina si arrugginisce, l'energia del calore si disperde.
La materia da sola non ha la capacità di addensarsi e di prendere forma per creare
una qualunque struttura organizzata. Il ferro non prende da solo la forma di una
bicicletta, e neppure delle semplici forbici! Dietro ogni quadro dipinto, dietro ogni
macchina e ogni bicicletta, si cela la mente e il pensiero del costruttore. Questi è
nascosto persino dietro uno spillo! Oggi sappiamo qualcosa a proposito di varie
forme organizzate, attraverso la scienza. Il resto ci viene dato dalla nostra
conoscenza della logica, della poetica, dai princìpi sani e da una mente intelligente
in generale. Da questo punto di vista la questione religiosa può anche sembrare un
tantino difficile da accettare. Vi si parla anche di cose che la mente umana non può
afferrare, questo è vero. Ma la religione è fondata su regole severe e ben pensate,
anzi addirittura iper-ragionate! E anche le cose che non sono comprensibili alla
nostra mente è bene accettarle, sapendo chi ci sta dietro!».
Mi ascoltava senza interrompermi. Si fece sentire soltanto dopo.
Una volta mi disse che noi credenti avevamo un vantaggio nella vita: «Se avete
qualche problema o qualche interrogativo andate in chiesa, pregate, e questo vi fa
bene; per non parlare della vostra speranza di una vita dopo la morte». Poi
aggiunse: «Noi queste cose non le abbiamo. Noi non abbiamo la speranza di
un'altra vita, del nutrimento attraverso la preghiera e nella chiesa. Dobbiamo
superare tutto con una ferrea volontà».
Ma in un'altra occasione gli dissi che non credevo al fatto che lui fosse un vero ateo.
«Deve scusarmi» gli dissi, «ma veramente non posso credere che lei sia davvero
ateo.» Era molto curioso di sapere il perché. Gli spiegai il mio pensiero: «La sola
cosa che la tiene legata all'ateismo, è il fatto che lei non ha abbastanza tempo per
riflettere. La mattina si alza presto per andare a lavorare, qui deve indagare,
scrivere i verbali, poi arriva la riunione, poi l'attivo, il calcio o un film così la sera è
troppo stanco e ha il solo desiderio di coricarsi e di mettersi a dormire. Lei fa dei
passi un po' più lunghi della sua gamba, come accade a molti. Ma se lei fosse tutto
solo in una cella come sono io, per intere settimane o mesi, e dovesse pensare alla
propria condizione esistenziale e al proprio futuro senza sapere che ne sarà di lei, in
quei momenti la questione dell'esistenza di Dio le si offrirebbe almeno come un
frammento di tutti i suoi possibili pensieri sulla visione del mondo. "E se per caso
esistesse davvero qualcos'altro?" le verrebbe da chiedersi. E in quel silenzio la
domanda non le darebbe più pace. Questo vuol dire che anche adesso lei non è un
ateo al cento per cento e che non può avere delle certezze nel suo animo. Un
perfetto ateo dovrebbe essere un uomo che per tutta la vita, in tutta certezza, fino
all'ultimo minuto della sua esistenza, fosse fermamente convinto che esiste solo la
materia, che Dio è un'invenzione e che dopo la morte non c'è più niente. Ma un
uomo con una tale convinzione ateistica non credo che esista ...».
Il relatore si alzò in piedi e guardò fuori dalla finestra voltandosi di schiena con le
mani in tasca. Ci fu un momento di silenzio. Poi si voltò e disse: «Bene, per oggi
abbiamo finito». Alzò il telefono. Poco dopo venne un funzionario, fece firmare un
biglietto al relatore e mi portò di nuovo in cella - come un pacco in un deposito.
Non avevo paura di questo tipo di interrogatori. Il brutto veniva quando
cominciavano a raccontarmi cose completamente nuove ed io non sapevo se
avessero scoperto qualcosa di nuovo sul mio conto o su altre persone che mi erano
care. Nonostante le loro insinuazioni ero sempre deciso a non parlare, cosa di cui
avevo il pieno diritto.
Ero di nuovo solo in cella. Ero soddisfatto perché il lavoro non mi mancava. Avevo
fatto un programma per la giornata: era una domenica tranquilla e silenziosa,
nessuno in giro, niente interrogatori. All'improvviso il silenzio fu rotto da un pianto
prorompente e straziante. Veniva da una cella non molto distante dalla mia.
Ascoltavo con perplessità. A qualcuno, poveretto, dovevano essere saltati i nervi.
Non sapevo chi fosse, ma certo non era un dolore da poco ... Forse era qualcuno con
famiglia, moglie, bambini e in tutto quel silenzio era martoriato dalle sue stesse
riflessioni. Chissà a cosa aveva pensato e a cosa fosse dovuta quell'esplosione di
pianto!
Poi sentii i passi pesanti di una guardia. Fece scorrere dall'esterno l'acqua del W.c.,
producendo un suono sibilante nelle tubature che quasi soffocò il pianto col suo
rumore. Poi di nuovo silenzio. Evidentemente l'uomo che stava piangendo aveva
smesso sentendo quel rumore.
I vari funzionari qui erano sopportabili. Non gridavano tanto, ma non ti aiutavano
neppure. Solo il loro capo, di nome Istok, ci metteva paura e urlava sempre.
Durante la perquisizione mattutina a volte mi disfava tutte le coperte buttandole
fino al gabinetto. Ad ogni occasione di fare del male a qualcuno, lo faceva. Si
comportava in questo modo anche durante le nostre uscite in cortile, nei piccoli
spazi riservati a ciascuno di noi.
Finalmente negli interrogatori affrontammo gli argomenti più scottanti. Per quel
che riguardava me, ammisi tutto quello che era già stato scritto nei verbali formulati
grazie alle confessioni del sostituto del Provinciale e di altri. Confessai di essere
stato consacrato, tanto lo sapevano già, e anche di aver ordinato due salesiani e
Fedris Takàc. Siccome il sostituto del provinciale non conosceva i loro nomi e la
polizia non poteva rintracciarli, decisi di non rivelarli neppure io. Dissi che non
sapevo i loro cognomi, e che se un tempo li avevo saputi adesso non me li ricordavo.
Non mi credettero, ma non me ne importava molto. I nomi non uscirono dalla mia
bocca.
Per Takac era un altro discorso. Il suo nome fu svelato dal sostituto del provinciale,
egli stesso confessò e tutto fu confermato alla polizia anche da qualcun altro al quale
il sostituto aveva detto che non aveva senso resistere ...
Si parlava anche di P. Hnilica. Durante un interrogatorio venne un altro relatore
con una cartelletta piena di scartoffie. Evidentemente si era specializzato in questo
caso e voleva saperne di più da me.
«Lei conosce Hnilica?»
«Sì.»
«Lo conosce bene?»
«Credo abbastanza bene.»
«Dove vi siete conosciuti?»
«Abbiamo studiato insieme.»
«Cosa sa di lui?»
Gli raccontai per sommi capi come fossimo finiti a Ruzomberok, poi a filosofia, a
teologia, a Podolinec e a Pezinok.
«E poi?»
«Poi niente.»
«Come sarebbe a dire niente?»
«Poi non ho avuto più notizie di lui.»
«E dove si trova adesso Hnilica?» mi chiese l'interlocutore. Era molto seccante. Non
potevo e non volevo rivelare altri particolari, ma lui insisteva. Alla fine presi
l'iniziativa e conclusi: «Non lo vedo da anni e non so niente di lui».
Il relatore si mostrò dapprima sorpreso, poi rifletté e si fece cupo. Il suo problema
era che non sapeva dove si trovasse P. Hnilica, e io non lo aiutavo. Naturalmente
non mancarono commenti irati da parte sua, ma ciò faceva parte
dell'«interrogatorio» e non me la presi più di tanto.
Finalmente i verbali furono ultimati. Ora dovevo incontrarmi con il mio avvocato
difensore. Me lo aveva trovato mia madre. Non ricordo di averne richiesto uno io,
comunque l'avvocato arrivò. Mi dissero che mi attendeva nella stanza degli
interrogatori.
Il mio avvocato, il dottor Foldes, mi salutò subito in un modo strano: «Onore al
lavoro!» mi disse. Onore a quale lavoro? Mi suonava terribilmente fuori luogo,
perché in fondo io non lavoravo, e il lavoro del relatore non meritava certo un onore
particolare. L'avvocato cominciò: «Sua madre desiderava che il difensore non fosse
un Ebreo. Io non lo sono. Sua madre desiderava che il difensore non fosse un
comunista. Io non lo sono».
«Accidenti», pensai, lanciando un'occhiata imbarazzata al caporale che se ne stava
seduto dietro un tavolo e ci ascoltava. Spifferare in questo modo quello che voleva
mia madre!
Il dottor Foldes continuò: «Le consiglio di non fare troppo l'eroe». Grazie tante! E io
dovrei anche pagarlo! Mi sentivo strano e non sapevo se fosse il caso di dire
qualcosa o di starmene zitto. Non potevo neppure andarmene. Cominciavo ad
essere veramente irritato. Poi siccome conoscevo qualcosa del codice penale gli
chiesi: «Avvocato, parleremo ancora a lungo, o devo considerare la nostra
chiacchierata come un colloquio ufficiale?». L'avvocato mi guardò sorpreso:
«Perché?». Gli dissi: «Qui con noi è seduto anche il caporale!». Pensavo che
avrebbe capito il senso della mia domanda e mi avrebbe detto che con l'avvocato
difensore si poteva parlare a quattr' occhi.
Ma il mio difensore sembrava non capire! Dopo il mio commento si limitò a
chiedermi se la cosa mi dava fastidio! Smisi di parlare. Non m'interessava più
niente di quello che mi diceva.
Tornai in cella non tanto disgustato quanto arrabbiato. Io, con indosso quegli
stracci da carcerato, senza il minimo aiuto e per di più sotto sorveglianza, proprio io
non esitai a chiedere al mio difensore le cose giuste da citare, fra cui anche certe
regole del codice penale. E lui, un dottore di legge che avrebbe dovuto conoscere i
suoi doveri e i miei diritti, assumeva un tale atteggiamento. «Non faccia l'eroe!» E
riuscì anche a dirmi che alcuni ordini religiosi erano già stati soppressi al tempo di
Giuseppe II, quindi non era niente di nuovo per la storia ed io avrei dovuto
accettare la situazione ...
«E sarà mia madre a pagare tutto!» pensavo. Difesa! Che difesa! E che civiltà! Quel
giorno ero veramente insolitamente agitato.
Finalmente l'accusa arrivò anche nelle mie mani. La lessi con impazienza. Che ne
era stato di Karol, Lùdko, Emil e Rajmund? Eravamo in cinque. L'accusa era
formulata contro «Jàn Korec e compagni». Leggevo una riga dopo l'altra con grande
tensione e curiosità. Lùdo resisteva impeccabilmente. Non sapevo cosa gli fosse
costato, dato che lo avevano preso per primo. Forse pensavano che questa persona
umile avrebbe detto anche cose che non sapeva, facilitando così il corso delle loro
indagini ... Ma Lùdo resisteva! Nell'accusa stava scritto: «Nega persino i fatti che
non fanno parte di un'azione criminosa. Con la sua astuzia da gesuita svia gli
investigatori dalla loro meta primaria» ecc... A Pankràk, dove in seguito ci
rincontrammo, venni a sapere che non aveva svelato neppure il suo luogo di nascita,
costringendo i suoi interlocutori a rivolgersi all'archivio ...
Dalla firma di tutti gli altri intuii di cosa ci stessero accusando e cosa avessero
scoperto sul nostro conto. Era un'accusa scritta con superficialità e gonfiata da
costituire una vergogna per i tribunali slovacchi. Citarla tutta nelle sue 15 pagine
sarebbe troppo lungo. Mi limiterò qui a riportare alcuni tratti tanto per darne
un'idea:
«I diversi processi tenutisi nell'ex tribunale di stato e in seguito davanti ai tribunali
delle varie province contro alcuni funzionari dell'alta gerarchia del clero e contro le
azioni di alcuni monasteri ... hanno fatto emergere che il Vaticano, ai servizi di
alcune organizzazioni aggressive dell'Occidente, organizza sul nostro territorio già
dalla formazione della repubblica democratico-popolare diverse azioni di ribellione.
Nel processo contro il vescovo traditore Vojtassàk e la sua compagnia, è stato
accertato che questi vescovi ... organizzarono e fomentarono la possibilità di azioni
sovversive con l'aiuto dell'attività illegale della Chiesa».
Nell'accusa furono poi ricordati «i pieni poteri del Papa nell'edificare una dottrina
spirituale illegale.» Qui si diceva che l'alta gerarchia del clero, per mezzo degli
ordini, delle congregazioni, dei sacerdoti, delle missioni e delle varie funzioni
metteva il popolo contro lo stato. Un paragrafo diceva addirittura: «Nel processo
del 1950 contro dieci rappresentanti di alcuni ordini religiosi e contro Frantisek
Silhan, Provinciale dell'ordine dei gesuiti in Boemia, si venne a sapere che i
monasteri e diverse istituzioni religiose erano diventate punti di appoggio per azioni
sovversive e rifugi per gli elementi antistatali con diversi agenti nemici. E
confermato che in alcuni monasteri si nascondevano agenti nemici, sabotatori e
addirittura assassini. Nei monasteri sono stati scoperti depositi di armi e stazioni di
trasmissione segrete».
Se qualcuno leggesse questa accusa del dottor Winter di Bratislava, qualcuno ad
esempio in Indonesia, dedurrebbe che in Slovacchia la Chiesa e tutti i monasteri si
erano trasformati in un'associazione a delinquere... Anche in questo modo viene
fatta e scritta la storia.
Per quanto riguarda noi, l'accusa fu formulata in base alle affermazioni già
riportate: agivamo nell'interesse dell'Occidente, del traditore Vaticano e delle
cospirazioni. Io ero stato consacrato sacerdote e poi vescovo sotto la guida del
sostituto del Provinciale, «con l'approvazione della politica antipopolare del
Vaticano.»
L'accusa continua: «Come vescovo segreto, negli anni 1953-54 ha consacrato
segretamente a Bratislava alcuni religiosi e sacerdoti, affinché la regola dei gesuiti
continuasse in Slovacchia con la sua azione illegale. Si preparava alla sovversione
contro l'istituzione della democrazia popolare, e fino al suo arresto continuò ad
indottrinare membri dell'ordine dei gesuiti, tramite riunioni segrete o prestabilite
per la rivolta contro l'istituzione democratico-popolare, tramite studi segreti di
filosofia e di teologia; distribuiva letteratura sovversiva e manteneva i giovani fedeli
alle regole dell'ordine, in contrasto con l'istituzione della Repubblica Cecoslovacca,
e tutto questo al solo scopo di poter meglio estendere la rete del Vaticano in
Slovacchia per fomentare azioni sovversive intese a contrastare l'edificazione della
repubblica socialista e della società comunista, contro l'ideologia materialistica e
contro l'insegnamento del marx-leninismo» (pp. 1-2).
Per quel che riguarda i miei contatti con i fratelli religiosi, l'accusa dice: «Durante
questi contatti li consigliava e li indirizzava allo studio segreto della teologia e li
forniva di vari strumenti di studio. Egli stesso formulò diversi pensieri filosofici che
poi divulgava al fine di avviare gli studi e la formazione dei nuovi gesuiti nello
spirito del Vaticano e contro il socialismo e il marx-leninismo, rieducandoli contro
la base ideologica della nostra società» (p. 6).
Solo dopo aver letto l'accusa mi resi conto del perché i miei foglietti, che avrebbero
dovuto formare 32 pensieri per la meditazione e per gli esercizi spirituali, erano
stati raggruppati in varie buste secondo le diverse tematiche, e perché su quasi ogni
foglio erano state sottolineate alcune parole o periodi. Potei leggere a proposito di
questo nell'accusa: «La perizia dei rappresentanti della Cattedra del materialismo
dialettico e storico, in collaborazione con la Facoltà di filosofia dell'Università
Komensky di Bratislava, riunitasi il giorno 4-6-1960, riguardo a questo materiale ha
potuto constatare che l'autore, sotto il pretesto di insegnare una religione "pulita",
ha incitato il popolo in modo premeditato e astuto a sostenere il Papa e il Vaticano
nella lotta contro la classe operaia, contro il socialismo e contro tutte le
avanguardie» (dal documento n. 1).
Nel nostro paese questo tipo di «crimine» è regolato dall'articolo 78, paragrafo 2,
lettera a del Codice penale, ed ha il nominativo di «dim» - alto tradimento. Così gli
studiosi dell'Università Komensky hanno classificato e schedato le mie meditazioni
sul Regno di Dio...
Nell'accusa figura una dichiarazione scritta a posteriori da E. Krapka. Mi fece
piacere vedere che almeno una dichiarazione era autentica, forse l'unica in tutta
l'accusa: «La mia consacrazione a sacerdote» dichiara l'imputato Krapka nella sua
deposizione del giorno 31-3 -1960, «e tutti gli studi di teologia che ho continuato
anche dopo il 1950 e fino ad oggi, mi sono serviti per rafforzare la mia vocazione di
sacerdote e per consolidare la mia unione con l'ordine dei gesuiti. Ho sempre
cercato di mantenere questo stato di cose anche con altri gesuiti con cui avevo dei
contatti e ai quali cercavo di far mantenere le basi cristiane e i voti che avevano
ricevuto. Cercavo anche di indurli a studiare teologia. Contavo sul fatto, e ci conto
tutt'ora, che un giorno da noi, nella Repubblica Cecoslovacca, verrà legalizzata
l'azione dell'ordine dei gesuiti» (p. 12).
Questa dichiarazione semplice, diretta, veritiera e spontanea mi sollevò un po'
quando la lessi. Fino ad allora E. Krapka aveva tradotto la grande opera del
«Missarum Solemnia» per la Santa Messa e scritto delle bellissime considerazioni
sugli esercizi spirituali di Sant'Ignazio. Teneva molto al suo lavoro e alla sua
vocazione. Così come era sincero nella sua fede, tanto sinceramente parlava.
Essere sacerdoti, interessarsi di teologia, aiutare il prossimo a rimanere fedeli alle
regole degli ordini e ai propri voti - questo nel nostro paese era purtroppo
considerato un reato, una «sovversione della repubblica». E come premio si
riceveva generalmente qualche anno di riflessione in carcere ...
Dopo aver ricevuto l'accusa, ci preparammo ad andare al tribunale regionale di
Bratislava. Una macchina blindata ci trasportò al Palazzo di Giustizia, dove fui
messo in cella con un muratore che mi disse di essere finito in carcere perché aveva
sparato a sua moglie. Restammo lì alcune settimane ad attendere...

25. IL PROCESSO AL PALAZZO DI GIUSTIZIA


Il nostro processo fu rimandato per qualche tempo in vista dell'amnistia generale
del 9 maggio, dalla quale evidentemente volevano tenerci fuori. L'amnistia era
infatti prevista solo per i casi già archiviati e chiusi. Finalmente dopo il 9 maggio ci
portarono in tribunale. Ero ormai preparato alla sentenza finale, sia
psicologicamente che spiritualmente. Sapevo di aver intrapreso la strada che mi
avrebbe fatto servitore di Dio in abiti da carcerato, proprio come era capitato ai
nostri confratelli attraverso i secoli in quasi tutti i paesi: in Cina, in Canada, in Gran
Bretagna, in Messico ...
Si dice che Sant'Ignazio avesse pregato affinché la Compagnia di Gesù non
rimanesse mai senza persecuzioni.
Dal punto di vista umano, questa preghiera è terribile a dirsi da parte del fondatore
della regola, che vuole che i suoi figli vengano perseguitati! Ma nella fede? E forse la
croce una sventura? O una vergogna? Non potrebbe essere una benedizione? il
giorno del processo indossavamo abiti civili, Karol, Emil, Lùdko, Rajmund ed io,
per la prima volta insieme dopo tanto tempo. E per la prima volta dopo tanta attesa
rividi anche mia madre, la mamma di Karol, suo padre e suo fratello Edko. C'era
anche la sorella di Karol, Marien.
Ci guardavano tutti ad occhi sgranati mentre passavamo per i corridoi, scortati da
funzionari della polizia che ci facevano da guardie. Forse si rendevano conto che
non ci eravamo piegati.
Il processo durò tre giorni, a porte chiuse. A ciascuno di noi era concesso di avere
presente solo uno dei famigliari o conoscenti. Io avevo mia madre, gli altri qualcun
altro; solo Karol ne aveva due perché su cinque imputati era concesso avere sei
conoscenti in tribunale.
Fummo tutti e cinque chiamati a deporre. Krapka fece una deposizione dignitosa.
Karol disse poco. Ludko Bucek fu il più duro di tutti noi. Durante gli interrogatori
non aveva detto una parola, e anche al processo parlava solo in modo negativo:
«Non so, non ero là, non ho dato, non ho visto, non ho sentito ...». Il procuratore, il
dottor Winter, ad un certo punto perse la pazienza e con tono molto seccato fece
notare a Bucek che non faceva altro che aggravare la sua situazione ignorando il
processo e snobbando la nostra istituzione. E qui si fece sentire il suo difensore
d'ufficio, di cui non ricordo il nome, ma che era certamente di origine ungherese.
Questi disse: «Siete pregati di esprimervi in termini legali! Il fatto che il mio cliente
non intenda o non voglia parlare non peggiora la sua situazione, ma significa solo
che se sarà ritenuto colpevole non potrà ricevere alcuna condizionale». Questo fu
detto in modo superbo e al momento opportuno! Il mio avvocato difensore, invece,
si comportò vigliaccamente anche durante il processo. Non si attenne al mio
pensiero personale e mi difese in modo poco dignitoso, dicendo che ero stato
educato religiosamente, quasi come se me ne dovessi vergognare, e che in fondo
non era tutta colpa mia, ma anche di alcuni miei parenti stretti...
Quando terminò il processo non lo ringraziai. Questo fu il corso del nostro processo.
Ho davanti agli occhi la viva immagine della corte, della quale faceva parte un
vecchietto che una volta quasi mi assalì di parole. In mezzo a noi c'erano le guardie
o i bachàr, a sinistra il procuratore, a destra gli avvocati difensori e dietro di noi sei
parenti, tra cui mia madre. Il processo era stressante. Mi sembravano tutti dei
ragazzi che giocavano a fare i giudici e i procuratori. Né fatti, né testimonianze.
Niente, tranne l'accusa di esserci attenuti ai nostri voti - alto tradimento!
Dopo aver passato in rassegna i capi di accusa, fu il momento di chiamare i
testimoni. Si pronunciarono il sostituto del Provinciale, Simoncic e Sitkei. «Il
testimone sostituto del Provinciale dichiara che oltre ai due salesiani vi ha mandato
altri che voi avete consacrato.» Commentai brevemente: «Il testimone sostituto del
Provinciale può anche dire che ha mandato qualcuno da me, ma non può dire quello
che poi io ho fatto!». Il sostituto allora chiese la parola per correggere la sua
deposizione: effettivamente non poteva testimoniare se fossi stato io a consacrare
tutte le persone che mi aveva mandato ... Era tutto ridicolo.
Ma quando si cominciò a parlare di alto tradimento, questo non lo potevo accettare.
«E stato contro la costituzione» mi dicevano. lo, figlio di un operaio, io che avevo
vissuto in una famiglia e in una colonia di operai, io che avevo avuto quasi tutti i
miei rapporti con operai e con gente semplice - io mi sarei reso «promotore per il
ritorno dei capitalisti e dei latifondisti»! Ma quando mai avevo avuto a che fare con
capitalisti o latifondisti?
Osservavo il presidente della corte Ervin Polakovic, un uomo piuttosto giovane,
sulla trentina. Era accigliato, voleva apparire serio, mortalmente serio. Ci poneva le
domande con una dose di superiorità e poi si imbrogliava in modo banale e stupido.
La condanna di alto tradimento voleva spiegarmela lui, un legale, dicendo che alla
mia consacrazione non erano presenti i miei genitori! Rimasi di stucco e riuscii
appena a borbottare una risposta. Quando mi ripresi era ormai troppo tardi,
eravamo già passati oltre.
Mi arrabbiai un po' con me stesso per non avergli risposto a puntino. Avrei potuto
dirgli: «Avreste permesso che tutto si svolgesse in chiesa? E che fossero presenti
migliaia di persone come in Slovacchia si è sempre fatto da mille anni a questa
parte?».
I nostri famigliari osservavano sbigottiti questo teatro. Durante un intervallo lanciai
loro un'occhiata. Ero grato a Dio perché spiritualmente mi sentivo bene, ero ancora
fresco e non avevo paura. Il fatto di non preoccuparmi se mi avrebbero dato cinque
o vent'anni mi aiutava molto.
Il processo durò tre giorni, dal 17 al 19 maggio. I nostri parenti vennero in tribunale
ogni giorno. Ogni mattina potevano vedere come i funzionari ci accompagnavano
attraverso i corridoi nella grande aula del tribunale. Il 20 maggio fu emessa la
sentenza. La piccola sala si riempì. Riuscii a vedere Otto e Marien fra gli altri.
Polakovic lesse alcune formalità mentre stavamo lì tutti in piedi. «In nome della
Repubblica!» Oh quanto era dolorosa questa impotenza! Udire le frasi riguardanti i
capitalisti e i latifondisti che io avrei aiutato, e non poterci fare niente ... Non
intendo affatto pormi allo stesso livello, ma mi venne in mente San Paolo quando in
una situazione molto simile, davanti al sinedrio, disse in faccia al giudice
insensibile: «Muro imbiancato!».
Alla fine risuonò la sentenza: «Si condannano: Karol a 3, Rajmund a 3, Emil a 3 e
mezzo, Lùdko a 4 e mezzo e per ultimo Korec a 12 anni di reclusione». Oltre a tutto
questo, l'esilio dalla Slovacchia occidentale, la perdita di tutti i diritti di cittadino,
ecc... Tra i presenti cominciò a sollevarsi un mormorio e un movimento. Guardai
mia madre che mi stava a fianco, poveretta, e non sapeva dove voltarsi. Si guardava
intorno sconsolata.
I difensori si precipitarono su di noi. Polakovic ci chiese se volessimo ricorrere in
appello. Io gli gridai di no. Gli altri si consultarono con i difensori ma poi si unirono
a me. Il mormorio non cessava. Guardai Otto e Marien e mi accorsi che Otto era
molto colpito. Gli feci cenno con la testa di non preoccuparsi mentre lui mi
guardava, immobile, ad occhi aperti, finché un bachàr non si mise ad urlare
intimandomi di smetterla di fare cenni ad Otto - come se anche con questa azione
avessi sovvertito la repubblica. Mi faceva tutto rabbia. Avevo voglia di lamentarmi...
Altro che la persona del Signore davanti a Pilato! Siamo sempre fin troppo uomini.
Solo uno seppe sopportare tutto con devozione e in silenzio.
Ci portarono via e ci cambiammo d'abito. Nella mia cella, informai appena il mio
compagno di quanto mi avevano dato, poi rimasi in silenzio. Del resto non mi
sembrò che la cosa lo toccasse più di tanto. Poi venne da me Foldes, il mio
cosiddetto difensore. Cercò di convincermi ad appellarmi, ma io non volevo. Insisté,
ma io non cedetti. Sarebbe stato solo uno spreco di tempo, di soldi e di nervi. «A
Praga qualcosa potremo fare» mi disse, e aggiunse che mia madre aveva il diritto di
appellarsi per me. Gli risposi: «Dica a mia madre che anche se ha il diritto di
chiedere appello, io le consiglio di non farlo!». Alla fine firmai in un'agenda la mia
dichiarazione di non volere fare ricorso in appello. Ne avevo ormai abbastanza di
tutto questo! Quale giustizia volevo invocare? Nessuna! Il fatto di non appellarmi
avrebbe fatto risaltare ancor di più la mia presa di posizione di fronte a tutta quella
farsa, che si trascinava ormai da mesi. I giudici e il procuratore Winter, come
venimmo a sapere in seguito, rimasero sorpresi. Era appena stata formulata una
sentenza, e gli imputati non chiedevano l'appello!
Dopo un processo è consuetudine permettere alle famiglie una visita. Subito dopo la
sentenza Polakovic non permise a mia madre e a mia sorella di vedermi. Dovettero
tornare dopo una settimana, da Bosany, per poter stare qualche minuto con me.
Durante la loro visita, per giunta, Polakovic se ne stette lì dietro di noi per tutto il
tempo ad ascoltare il nostro colloquio! A mia sorella si riempivano gli occhi di
lacrime. Ma nostra madre glielo fece subito notare, lanciandole un'occhiata severa.
Mia madre sapeva controllare molto bene la sua agitazione. In quella visita i miei mi
videro per la prima volta vestito da carcerato. Dietro la porta c'era il figlio di mio
fratello, il piccolo Dodo.
Polakovic non volle farlo entrare. Lo pregai di aprire uno spiraglio, in modo che il
ragazzo, venuto così da lontano, potesse almeno vedermi per un attimo. Polakovic
era irremovibile. Lo pregai di nuovo: «Il ragazzo è dietro la porta che piange perché
è l'unico che è dovuto rimanere fuori!». Era per tutti una situazione molto
imbarazzante, ma Polakovic non si fece convincere. Forse era convinto di fare
un'azione eroica per la patria. E così Dodo non poté vedermi. Se ne andò poi
piangendo insieme alla nonna e a mia sorella.
Proprio Dodo non mi poté vedere, lui che, insieme ad Evicka, quando erano venuti a
sapere che mi avevano arrestato, avevano portato da Nitra alla nonna di Bosany il
loro libretto di risparmio, sul quale fin dalla nascita i loro genitori avevano messo da
parte i loro risparmi. Adesso avevano quasi duemila corone, accompagnate dai
progetti che avevano in cuore di comprarsi qualcosa in futuro. E un giorno la nonna
se li trovò uno accanto all'altra e Dodo, il più grandicello, le porgeva con le sue mani
tremanti questo libretto di risparmio: «Nonna! Io ed Eva diamo tutti questi soldi
per lo zio, perché lo lascino andare!». Poverini, forse avevano letto da qualche parte
che era possibile pagare una cauzione per i prigionieri ... Non si rendevano ancora
conto che quello che era possibile nelle favole, e anche tra i popoli più barbari, non
era possibile nel 1960 sul territorio della nostra amata Slovacchia!
E così Dodo non poté vedermi. Dispiaceva anche a me! Tutta la visita durò circa
dieci minuti. Mia sorella alla fine guardò l'orologio e le parve che il tempo fosse
stato accorciato per volere di Polakovic. Ma era inutile protestare. Ci salutammo.
Qui mi resi conto nuovamente di quanto forte fosse mia madre. Tratteneva le
lacrime a stento, ma le tratteneva! Mi diede molta forza con il suo atteggiamento.
Ma perché poi voler descrivere l'indescrivibile? Non è forse vero che le esperienze
più significative rimangono nascoste nel profondo del cuore, e che ne è al corrente
solo il Signore? Mi riportarono in cella. Rimasi in silenzio ... Pregai ... Ringraziai...
Per quel che riguarda mia madre, quando tornai a casa dopo anni e ricordammo
insieme questa prima visita in carcere al Palazzo di Giustizia di Bratislava, mia
madre mi raccontò le sue impressioni. Parlando del momento in cui con la sua
fermezza arrestò il pianto di mia sorella, mi disse che ella stessa non aveva pianto
per non aggravarmi la situazione, ma aggiunse: «Continuavo a dire a me stessa, non
piangere, non piangere! Ma poi quando uscimmo fuori ... Quando uscimmo fuori!
Là fuori sì che mi misi a piangere! E che lacrime!». Erano così le nostre madri
slovacche. Forti e umane... Cosa ne potevano sapere di questa forza e di questo
pianto, l'accusatore dottor Winter e il giudice Polakovic?
Quando mia madre fece ritorno a casa a Bosany, e la gente per strada voleva
consolarla e piangere con lei, lei reagiva dicendo: «Adesso sono solo dispiaciuta per
i dodici anni ... Ma se si fosse comportato in un altro modo, allora non sarei soltanto
dispiaciuta, sarebbe un dolore eterno!».

26. IL PRIMO TRASFERIMENTO


Dalla sentenza è già trascorso più di un mese. Siamo sempre in cella e attendiamo ...
Una mattina ci aprono la porta per portarci via. Ci danno abiti borghesi e ci
radunano tutti in cortile. Grida, appelli, mitra, firme. Leggono l'elenco dei nostri
nomi, uno dopo l’altro. Anch'io vengo, chiamato per nome. Cosa sarà? E un
trasferimento. E la nostra prima scorta, che ci condurrà in Boemia.
Mi misero i ferri alle mani ammanettandomi ad un ragazzo, che mi disse che gli
avevano dato dieci anni per un assalto. La mia mano sinistra e la sua destra legate
insieme. Questa davvero non me la sarei aspettata. I miei compagni mi guardavano,
anche per loro era penoso vedermi così, con i ferri ai polsi ... Le nostre mani
dovevano rimanere il più immobili possibile per non farci ancora più male con le
manette strette. Le sensazioni che provai sono tante ...
Quanto meditai sul vangelo! Quanto m'immedesimai nei diversi momenti della
passione, a cominciare dal giardino del Getsemani. «Se il mondo vi disprezza,
sappiate che ha disprezzato me prima di voi» risuonava dentro di me. Colui al quale
ci siamo donati per tutta la vita, tutto ha predetto e tutto sa. E ci dice altre parole
attraverso la preghiera al Padre: «Non chiedo che siano eliminati dal mondo, ma
che tu li preservi dal male ... Benedicili nella verità».
Sì, quando saremo benedetti nel Verbo, allora saremo vicini a Lui, che è la via, la
verità e la vita. Che importava delle manette! Anche San Paolo aveva i ferri alle
mani dinnanzi al re Agrippa, ma la Chiesa non morì per questo, anzi, ne visse! E il
vangelo narra di quando i soldati presero nostro Signore: «Fecero prigioniero Gesù
e lo legarono». Lo affiancarono a Barabba, un malvivente, e come massima offesa,
«ai ladroni venne unito» - ne crocifissero altri due sul Golgota, da ambo le parti
della croce di Gesù. Ma col suo amore conquistò uno di essi per Dio e per l'eternità.
Lo so, sono pensieri audaci. Ma non arroganti. Del resto in tutta la vita cristiana
meditiamo su come seguire il Signore nel più sincero dei modi ed asseriamo che
l'intera nostra vita dovrebbe imitare quella di Cristo ... Anche se rimaniamo
terribilmente indietro, non possiamo non metterci tutta la nostra buona volontà.
Nell'autobus mi misi a recitare il rosario. C'erano tante cose e persone per cui volevo
pregare! Pregavo per il ragazzo ammanettato insieme a me ... Avrei avuto così
piacere di parlargli! Ma sotto lo sguardo dell'uomo in uniforme che ci stava davanti
con il cane e che ci trafiggeva con gli occhi, non potevamo pronunciare una parola;
si metteva a gridare ad ogni nostro minimo movimento ...
Tutto questo ha avuto effetto su di me. Quante volte queste cose si ripeteranno
ancora nella storia? Com'è difficile accogliere la sofferenza senza lamentarsi!
L'uomo accetta di soffrire, accetta anche l'umiliazione, sì, ma talvolta, si risveglia
dentro di noi l'avversione alle ingiustizie. E questo un male? O è piuttosto una
reazione umana? Non riuscivo ancora a sopportare tutto calmo e rassegnato. Il
senso del torto subìto m'invadeva dentro e non mi lasciava in pace. Non che io non
avessi la volontà e la capacità di sopportare la sofferenza... D'altronde erano anni
ormai che vivevo di tensioni e non vi opponevo resistenza. Avevo fede, questo sì.
Sapevo per cosa vivevo, conoscevo i miei obiettivi e sapevo la testimonianza di chi
desideravo portare. Ma la crudeltà non poteva non irritarmi - la crudeltà che si
manifestava nel mio popolo, nella mia patria, nella centenaria Bratislava! In una
Bratislava e in una Cecoslovacchia di millenario cristianesimo!
La scorta si mosse. Ci fermammo sulla strada a Leopoldov, dove prelevammo altri
detenuti, e poi a Ilava, dove controllavano i prigionieri della Boemia diretti in
Slovacchia e viceversa. Qui ci avrebbe presi in consegna la scorta ceca, proveniente
da Praga. Eravamo tutti vicini, Karol, Ludko, Emil, Rajmund ed io; ma neppure tra
di noi potevamo parlare. Fummo poi divisi nelle celle di Ilava. Come la maggior
parte delle prigioni, anche Ilava era costruita secondo un'unica pianta. Si entrava
nell'edificio, all'interno del quale c'erano celle allineate lungo ogni lato. Al primo
piano, lungo tutto il perimetro davanti alle celle, vi erano delle piattaforme con una
ringhiera. Le celle non erano grandi e contenevano due o tre brande di legno una
sopra l'altra. Quante condanne dovevano aver già visto queste celle...
A Ilava ricevemmo qualcosa di secco da mangiare. Poi ci chiamarono per l'appello, e
uno ad uno tornammo sull'autobus. Ancora non sapevamo dove stavamo andando.
Ci fermammo a dormire a Olomouc, naturalmente in carcere. Con quante diverse
persone ci trovavamo! Criminali crudeli, piccoli truffatori, ma anche gente che era
finita qui più o meno per disgrazia. Quella sera conobbi un uomo che come me
proveniva dai dintorni di Nitra. Immaginai fra me e me quante persone, e quante
prigioni, avrei visto nei miei dodici anni di condanna ...
27. A PANKRAK
Pankràk! Quante volte avevo già sentito e letto questo nome! Un'imponente
costruzione che nascondeva i segreti di tante vite del passato e di oggi.
Per prima cosa ci ordinarono di svestirci e di fare una doccia. Ricevemmo gli abiti
del carcere e ci fecero una visita sanitaria lampo. Il sistema carcerario si proteggeva
con queste ispezioni dal dilagare delle malattie, specie quelle veneree. L'ispezione
era necessaria, anche se degradante, con tutta la gente che arrivava qui e dormiva
sotto le stesse coperte! Anche questo bisognava sopportare. Però se penso che
attraverso gli stessi controlli era passato anche l'ultra-settantenne vescovo
Vojtassàk, mi si stringe il cuore ... Come lo hanno umiliato! E cosa non hanno
sofferto gli altri vescovi e sacerdoti! Ma nella fede e nella preghiera eravamo
congiunti nella più profonda unione in Cristo.
Dopo l'ispezione raggiungemmo le celle provvisorie di attesa, attraverso una specie
di labirinto, nel sotterraneo. Le celle erano sporche perché ospitavano gente diversa
ogni settimana. Qui mi resi conto per la prima volta quanto sia importante l'igiene.
A Bratislava tenevamo la nostra cella pulita e lucida, facevamo prendere aria alle
coperte anche due volte al mese. Qui tutto era sudicio e le coperte mi suscitavano
ribrezzo, ma bisognava pur coprirsi ...
Dalla cella fui portato al primo piano in una stanza con altre tre persone, un
mugnaio, un mercante di pneumatici e un giovane. Osservavo attentamente queste
persone, ascoltavo le loro opinioni su diversi aspetti della vita. Il mugnaio aveva
lasciato la moglie e la figlia e si era messo a vivere con un'altra donna. Cercava di
guadagnare i soldi anche per lei in modi illeciti, finché non finì in carcere. Non
aveva rimorsi, gli dispiaceva soltanto essere in prigione, e non riusciva a spiegarsi
perché sua moglie e sua figlia lo avessero abbandonato, ora! Non volevo dirgli che
era stato lui ad abbandonarle per primo!
A volte mi riusciva difficile stare a sentire le idee poco profonde del mugnaio. Era
un uomo così superficiale! Mirko, il giovane ventisettenne, almeno era sincero.
Aveva già avuto diversi conflitti. Gli rincresceva, mi disse, di aver intenzionalmente
mentito alle ragazze. Giurava ad ognuna che era l'unica per lui e che l'avrebbe presa
in moglie. Ne aveva illuse perlomeno tredici! Rimasi sbalordito. Mi citò a memoria
la lettera di una di loro e ammise di aver sbagliato. Riflettei allora su questo ragazzo
e lo feci anche in seguito. Un ragazzo che ha sprecato tutti i suoi talenti al servizio
del male ...
Ma mi accorsi che in questo ragazzo viveva, comunque, una coscienza. Una giovane
a cui aveva mentito e che si era poi recata in ospedale per abortire gli era
particolarmente nel pensiero e forse anche nel cuore ... Le scrisse una lettera.
Ricevette una risposta, che conosceva a memoria. Di quella risposta mi è rimasto in
mente un essenziale riassunto. La ragazza scrisse più o meno così: «Ho ricevuto la
tua lettera. Ti restituisco i soldi che hai, forse per sbaglio, allegato alla lettera ... Però
non posso credere che tu sia caduto così in basso da volermi pagare».
Queste parole di dolore, delusione e insieme speranza avevano toccato il giovane e
ancora nel momento in cui mi raccontava di lei, era evidente che la faccenda non gli
fosse del tutto indifferente. Nel dolore si era risvegliato in lui l'essere umano ...
Gli chiesi: «Mirko, che progetti hai per il futuro? Dopo tutto non rimarrai qui a
lungo. Uscirai, e poi che farai? Vuoi continuare a vivere come prima? Sarebbe
terribile. A ciascuna ragazza promettevi ciò di cui potevi dare parola ad una sola -
all'unica che puoi amare incondizionatamente e per sempre. Ognuna viveva un
incontro con te come la più gran fortuna della sua vita e poi si sentiva ingannata,
umiliata. Alcune rimarranno forse amareggiate ed abbattute per tutta la vita. Ti
credevano, mentre tu eri deliberatamente falso. Fingevi in tutto. Non t'importava
affatto dell'amore, ma solo del sesso. Questo è penoso. Dovresti riparare in qualche
modo. Ma le opportunità le hai! Risparmiati l'esperienza terribile, di cui un giorno
potresti pentirti, di aver vissuto inutilmente!».
Ammetteva di aver sbagliato, ma era ancora confuso. Cosa occorreva perché questo
ragazzo si rendesse conto che la vita non è solo divertimenti, menzogne, ma anche
missione? Una bella, meravigliosa missione! Parlavo con lui spesso. Era intelligente
e sensibile, capiva certi discorsi. A volte mi chiedevo cosa avrebbe fatto quando
sarebbe stato rilasciato.
Alla segreteria di Pankràk l'ufficiale mi disse un giorno: «Allora lei si è appellato!».
Lo guardai senza capire. Nessuno di noi cinque aveva chiesto l'appello!
Probabilmente lo aveva chiesto il procuratore Winter ... Così era stato.
Restammo circa un mese a Pankràk. Nel frattempo potevamo veder ci solo da
lontano, durante le passeggiate o quando lavavamo i corridoi. Anche Lùdko lo
incontrai per la prima volta in corridoio, poi lo trasferirono nella mia cella. Mi
descrisse il suo interrogatorio, ed io feci lo stesso a lui. Aveva un carattere taciturno,
molti pensavano che fosse timido o pauroso. Da civile aveva lavorato al montaggio
di impianti a gas e alla loro manutenzione. Mi disse con un sorriso che non aveva
mai avuto nessun dubbio che gli investigatori potessero avere la meglio su di lui.
Sapeva che se avesse cominciato a discutere con loro, lo avrebbero certamente
incastrato con i loro verbali scritti. Come ci si può ricordare tutto quello che si dice?
Si mise così in testa di non dire assolutamente niente, neppure la sua data di nascita
... «Andavo tranquillo agli interrogatori. Non dicevo mai niente, e così tornavo in
cella felice». «Ti hanno picchiato?» «Solo il fascicolo in testa ...» rispose sorridendo.
Pregavamo insieme e questo ci dava molta gioia.
Un giorno trasferirono nella nostra cella un giovane zingaro slovacco. Era un tipo
sveglio, simpatico, che probabilmente era finito in carcere diverse volte. Si
comportava come se fosse a casa sua. Ci disse che poi ci avrebbe fatto vedere
qualcosa ... Cominciò a battere sulla porta una, due, tre volte. Dopo qualche istante
sentimmo il tintinnio delle chiavi. Lo zingaro ci guardò e disse «Osservate bene!»
La porta si aprì e apparve un secondino. Lo zingaro si mise a far ruotare gli occhi
fino a far scomparire le pupille e cominciò a correre verso la porta, ma la guardia la
richiuse immediatamente! Lo zingaro ci guardò ridendo e poi disse in modo
solenne: «Hanno visto i signori? Che fifa ha avuto!». Questo fu il primo esempio
delle stranezze che avremmo dovuto incontrare in carcere ...
Durante la passeggiata vedevo Karol e gli altri. Loro erano in cella con gli addetti ai
corridoi e venivano a distribuirci i pasti nelle celle. Ci chiamarono a lavare il
corridoio. Andammo con gioia. Ci mostrarono le cosiddette celle della morte, dove i
condannati aspettavano l'esecuzione ...
Finalmente ebbi modo di parlare con Karol, dopo tante settimane e tanti
avvenimenti! Aveva ricevuto delle lettere da casa e me ne lesse una. Eravamo così
felici di stare un po' insieme! C'erano anche altri confratelli boemi, che partirono da
Panknik prima di noi. Karol era riuscito ad informarsi su di noi: saremmo andati
probabilmente a Valdice ...

28. VALDICE U JICINA


La scorta era pronta. Entrammo tutti e cinque nell'autobus con gli altri detenuti.
Viaggiammo insieme attraverso Pardubice e Hradek Kralové fino a Valdice u Jicina.
Lì mi fecero scendere. Tutti gli altri, inclusi Karol, Emil, Lùdko e Rajmund
proseguirono per il «Tmavy dul» [Un carcere soprannominato «l'oscura miniera»],
ovvero Trnavàk.
«Sappiamo che non vi lascerete rieducare» mi disse il sottotenente Weiss
nell'ufficio di Valdice mentre guardava fra i miei documenti. «Lei andrà alla terza
divisione. Lì lavorerà ed abiterà. Può pregare quanto vuole, purché nessuno la
veda.» Domandai meravigliato: «Nessuno deve vedermi?». Mi guardò severo e
rispose seccamente: «Ha capito benissimo». Era altezzoso e presuntuoso dalla testa
ai piedi. Non ero sicuro di aver capito veramente se mi avesse dato un permesso, un
divieto o che, ma non gli chiesi più niente.
Mi condussero alla terza divisione, quella degli «isolati». Prima passammo dalla
guardia di ammissione, che ci fece spogliare e, uno per uno, passare nudi in un'altra
stanza dove ci diedero gli abiti del carcere e la biancheria.
Eccomi nella terza divisione. Dunque sarà questa la mia nuova casa? Per quanto
tempo? Un anno? Due? Per tutta la pena?
Il mio compito consisteva nell'infilare perline per fare delle collane, sei dozzine e
mezza al giorno. Era troppo per me, e non soltanto per me. Sedevamo ad un tavolo,
in due o tre per cella, e infilavamo con grossi aghi dei robusti fili bianchi in diversi
tipi di perline. Sempre nello stesso ordine fino a metà filo, poi, come in uno
specchio, nel verso opposto fino all'altra estremità, che poi legavamo insieme alla
prima. Ottanta pezzi al giorno! Talvolta il filo si rompeva e allora dovevamo
raccogliere le perline sotto i letti.
I letti erano di legno, tre uno sopra l'altro. Su di essi, dei pagliericci, due lenzuola e
due coperte. Le celle misuravano circa 5 per 3 metri. Erano già modernizzate, con
un water-closet in un angolo e accanto un rubinetto. Ancora pochi anni prima
c'erano le cosiddette «zanky», che si portavano fuori come secchi alla fogna. Su un
lato della cella, in alto, c'era una finestra con le sbarre. Dall'altra parte una porta di
ferro con una pesante sbarra e una piccola finestrella al centro che si apriva sul
corridoio, attraverso cui ci passavano ciotole di metallo con il caffè, il pranzo e la
cena, oltre il materiale per il lavoro quotidiano.
Un giorno i miei due compagni di cella mi dissero: «Abbiamo visto dei suoi
colleghi». Non vedevo l'ora che arrivasse l'indomani per vedere di chi si trattasse,
durante l'ora della passeggiata. Finalmente si aprirono ad una ad una le celle ed
uscimmo sul ballatoio al primo piano. Dall'altra parte del ballatoio scorsi i primi
conoscenti - P. Vojtek, Pitrùn, Ràcek, Stork... Quanti sacerdoti! C'era anche il
vescovo Zéla con Hopko, e poi vidi i sacerdoti Sliacan e Hedera - quante care
persone!
Pochi giorni dopo ci trasferirono. Mi ritrovai nella cella numero 66, con un uomo di
mezza età, vitale e robusto. «Bin Richard Schmidt, general!» si presentò. «Io sono
Korec, prete, gesuita.» «Das ist schlecht» disse il generale Schmidt «ich bin ein
Heretic, Hevangelik ...» «Das freut mich!» gli dissi con un sorriso, «das ist sehr gut!
- Sono contento, questo va bene!»
La presentazione fu subito molto cordiale. Riponemmo i nostri vestiti e poi
cominciammo pian piano a parlare. Pregai il generale Schmidt di parlare piano in
tedesco, perché lo comprendevo ma ogni tanto perdevo qualche parola. Dal punto di
vista umano comunque ci capivamo. Era stato al fronte occidentale, poi a quello
orientale. Prigioniero alla capitolazione in Moravia. Era stato anche in Slovacchia,
poi prigioniero in Russia, dove aveva vissuto per circa cinque anni nel cosiddetto
generàlslàger fuori Mosca. In quel campo c'erano solo alti ufficiali tedeschi. Il
comando sovietico li trattava bene, ricevevano pasti discreti. Volevano che essi
esponessero le cause della disfatta tedesca secondo il loro punto di vista. Come
soldato non aveva affatto voglia di rendere un tale servizio allo stato avversario.
Chiese mappe dettagliate per ricostruire le tappe del fronte, ma poi non scrisse
neppure lontanamente tutto ciò che aveva visto. L'orgoglio di soldato non glielo
permetteva.
Nell'anno 1950 lo richiesero nella repubblica cecoslovacca. Qui lo condannarono a
morte perché aveva guidato delle unità anche da noi. Aspettò l'esecuzione della
condanna per ben tre anni a Pankràc nelle «celle della morte». Aveva visto dei
detenuti portati via alle tre e mezza del mattino per l'esecuzione ... I primi mesi si
aspettava tutte le mattine che si aprisse la porta della sua cella, finché, nel 1953,
ricevette la grazia.
Schmidt era un uomo preciso, amava l'ordine, lavorava instancabilmente, aveva
opinioni ben definite. Mi raccontò i particolari del fronte e le sue cose di famiglia.
Ferito otto volte, la moglie gli era morta in un bombardamento, aveva un figlio e
una figlia nella Germania Occidentale, la figlia gli scriveva.
Era abbonato a «Rudé pravo» (giornale nazionale del partito, che nessuno a quei
tempi osava contraddire). Gli tradussi alcune notizie, in particolare quelle
riguardanti la sua Germania. Era molto critico e notava ogni dettaglio dei testi, delle
immagini e delle mappe. Mi spiegò nei particolari perché non ritenesse autentiche
le notizie, i dati e i documenti. Talvolta mi diceva con enorme soddisfazione che chi
non conosce le cose come stanno può non accorgersi di particolari rilevanti, che ad
un esperto possono rivelare che una fotografia è, ad esempio, più vecchia di quanto
non si affermi nel testo, o che una mappa è stata falsificata, o che un ufficiale
tedesco non può parlare nella maniera riportata ... Non chiamava mai la Germania
Orientale DDR, ma solo «Sovietische Zone». Spesso ricordava che W. Ulbrich aveva
detto e scritto sul giornale prima delle elezioni: «Wir werden uns nicht …Noi non ci
faremo persuadere da volantini elettorali ...» Non ne aveva mai abbastanza di
ripetere questa affermazione.
Col generale Schmidt si parlava spesso di quante diverse persone fossero fra gli
«isolati». Neppure con una fervida immaginazione si potrebbe mettere insieme una
compagnia così varia... C'erano rappresentanti dello Stato Slovacco e quelli che
avevano patito durante lo Stato Slovacco; c'erano dei Tedeschi che avevano
combattuto contro la repubblica e dei partigiani che avevano combattuto per la
repubblica; c'erano sacerdoti che parteggiavano per la Chiesa e ideologi che si
impegnavano contro la Chiesa; c'erano persone di fede e ce n'erano altre contro la
fede. Tedeschi e antitedeschi, democratici e antidemocratici, credenti e atei... tutti
insieme nella stessa prigione.
Quando il generale Marko, ex ufficiale ai tempi della rivolta, si era una volta
lamentato davanti al generale Schmidt per essere stato rinchiuso, Schmidt gli aveva
detto: «Ma se lei era a favore ...». «Ma è proprio per questo che mi hanno
rinchiuso!» Schmidt sorrise dicendo: «Da wir nun haben, was wir wolten». E
aggiunse in ceco: «Ora abbiamo quello che volevamo ...». La vita è esigente, talvolta
crudele, ma la maggior parte della crudeltà ce la procuriamo noi stessi mettendoci
l'uno contro l'altro, nei nostri diversi ruoli. Ma io ero rincuorato dalla parola della
Sacra Scrittura: per coloro che amano Dio tutto un giorno volgerà al bene ...
Col generale Schmidt si viveva piacevolmente, tutto sommato. Lavoravamo insieme,
insieme consegnavamo il materiale. Era molto amante della pulizia. Dell'angolo
intorno al WC voleva prendersi cura lui. Le nostre chiacchierate erano interessanti.
Non era per niente entusiasta di Hitler. Lui, come soldato, disapprovava che le SS
prevaricassero sulla Wermacht. Ma diceva di combattere per convinzione, per una
sua ideologica missione e non per il nazismo. Al di là di questo, era per i Tedeschi
anima e corpo, anche se non lo chiamerei un fanatico.
Nel novembre del 1960 iniziammo a fare spille da balia. Le infilavamo su cartoncini
o ne attaccavamo undici a una dodicesima. Facevamo insieme anche quel lavoro, e
adesso eravamo di nuovo in tre in cella. Il relatore Dedek ci disse un giorno che era
soddisfatto del nostro lavoro collettivo.
Guadagnavamo pochissimo per il lavoro che facevamo. Non so quanto valessero 80
collane, quelle che giornalmente dovevamo confezionare. Se una fosse costata anche
solo 5 corone, producevamo al giorno un prodotto del valore di 400 corone. Noi ne
ricevevamo solo una al giorno... E con la nostra misera paga dovevamo acquistare il
sapone, lo spazzolino, il dentifricio e altre piccole sciocchezze. Il resto era tutto
guadagno del carcere.
Il relatore Dedek prima di Natale ci diede le indicazioni per i regali che potevamo
ricevere. Dato che gli piaceva il nostro modo di lavorare insieme, assegnò alla nostra
cella un buono cumulativo per un unico pacco più grande di tre pacchi separati.
Dovevamo decidere soltanto chi di noi tre lo avrebbe preso e spedito a casa. Per il
generale Schmidt era difficile scrivere in Germania per richiedere un pacco; il terzo
compagno aveva perso i genitori; e così spedii io a casa il buono per un pacco da 5
Kg. A fine anno ricevemmo il pacco: cinque chili di doni! Ero enormemente felice.
Lo aprimmo e dividemmo il contenuto in parte fra noi, ma decidemmo di offrire
qualcosa anche agli altri. Poiché c'erano due grandi pezzi di cioccolata, ne facemmo
60 piccoli pacchetti incartati e l'indomani, il primo dell'anno, li distribuimmo ai
nostri conoscenti, sacerdoti e laici. Alcuni erano in prigione già da anni e quasi non
sapevano più cos'era la cioccolata. Non era un gran regalo, ma fece felici molte
persone e ci fece sentire tutti un po' più uniti. Alcuni a cui porgevo il loro pezzo di
cioccolata per poco non scoppiavano in lacrime ... Ne offrii anche al vescovo
Vojtassàk, a gesuiti e a numerosi altri.
L'inverno al reparto degli isolati non fu poi troppo malvagio. Anche se l'edificio era
vecchio di tre o quattro secoli, d'inverno era decentemente riscaldato. I nostri
antenati, secoli fa, erano in grado di costruire un impianto di riscaldamento molto
ingegnoso, che ha continuato a funzionare fino ai nostri tempi. Il calore delle
fornaci nelle cantine defluiva nelle tubature e nelle grate murate fra tutte le celle,
fino in alto attraverso due piani. Tutta la parete in cui passava il canale termico si
riscaldava, cosicché nelle celle faceva sempre abbastanza caldo. Questo ci
permetteva di passare l'inverno, pur nella miseria della prigione, senza patire
troppo.
La nostra povertà di «isolati» era nota in tutto il carcere di Valdice. Era la divisione
più severa e più misera. Per Natale ricevemmo dalla gestione solo due piccole mele
e sei prugne secche ... Il generale aveva, nascosta chissà dove, una nocciolina che
aveva tenuto da parte proprio per la sera della vigilia. E così, per quanto povera, la
nostra cena della vigilia fu particolarmente simpatica. Cantando Stille Nacht e altri
canti di Natale, passammo una serata tranquilla e molto sentita. Mi addormentai in
pace quella notte, pensando ai miei che festeggiavano il Natale a casa. Scrivevo loro
tutte le settimane. Certamente mi ricordavano ed erano tristi per me quella vigilia.
Ma sapevamo tutti che era necessario tener duro! Bisognava saper rinunciare a
tutto, proprio a tutto. Pregai, quella notte, affinché ne fossimo capaci. Ero
tranquillo. Il silenzio del Natale mi faceva così bene ...
29. COL PIÙ ANZIANO DEI VESCOVI SLOVACCHI
La scorta aveva già da qualche tempo trasferito qui numerosi uomini di chiesa da
Leopoldov. Quasi tutti noi sacerdoti eravamo concentrati a Valdice. In tutto
eravamo in circa 250, alcuni al terzo reparto, fra gli «isolati», altri al primo, dove si
affilavano gli arnesi. Qui incontrai dopo lunghi anni molti personaggi di cui avevo
seguito i processi sin dal 1950. Il vescovo Zela di Olomuc, P. Mastylàk, P. Silhan -
nome su nome, figura su figura ... Alcuni di loro erano in carcere già da dieci anni.
C'erano anche 60 gesuiti che erano stati arrestati insieme a noi, anche se in città
diverse.
Era qui tra noi anche il vescovo Vojtassàk. Era stato ricoverato in ospedale, poi si
era ripreso. A Ilava gli era capitato fra le mani un opuscolo sui «vescovi traditori
della patria»: Vojtassàk, Gojdic e Buzalka. In alcuni punti di questo opuscolo aveva
scritto a matita «Menzogna!» a lato del testo.
Lui certo sapeva meglio di tutti quale fosse la verità e quale no. Per queste sue «note
a margine» gli avevano dato un periodo di correzione a Ilava e glielo avevano messo
sui verbali. Qui a Val dice doveva finire di scontare la correzione ...
Uscito dall'ospedale, all'inizio lo misero in cella insieme al padre redentorista
Mastylàk, ma dopo venti minuti lo trasferirono in un'altra cella con un certo Janda,
un ragazzo dai capelli rossi con un omicidio sulla coscienza, che dicevano fosse
pazzo. Si rotolava in terra, s'imbrattava il viso, i capelli e il collo con la fuliggine e in
questo stato girava per il cortile durante la passeggiata. Il vescovo Vojtassàk visse
con lui per qualche settimana. Doveva esser terribile. Janda scuoteva i tre letti uno
sull'altro, il cosiddetto trojak, finché non veniva tutto giù - le assi, i materassi, le
coperte...
Janda faceva proprio paura. Quando camminava oscillava a destra e a sinistra e si
guardava intorno in uno strano modo. Talvolta parlava anche a me. Una volta aprì
la finestrella della nostra porta e quando mi avvicinai a lui per sapere cosa voleva,
mi disse: «Signor Korec, io la ucciderò! lo vi ucciderò tutti!». Quando però, poco
dopo, andammo nel cortile per la passeggiata mi si avvicinò di nuovo e smentì: «No,
signor Korec, non la ammazzerò! Non lo farò!». Cosa dovevo dire? Sorrisi e gli dissi:
«Certo che non lo farà, lei è una persona ragionevole e buona». A volte pensavo che
Janda fingesse di essere pazzo per evitare punizioni. Spesso, infatti, dimostrava
anche troppa intelligenza e arguzia. Ad esempio, agli appelli serali, quando ci
contavano uno per uno, talvolta i conti non tornavano. La guardia ci contava tre o
anche quattro volte. Janda s'agitava sempre nervosamente e un giorno disse: «Da
quale asilo è scappato quello, se non sa neppure contare!». Qualcuno gli suggerì che
la guardia, un uomo di bassa statura, forse non arrivava a vedere bene l'ultima fila.
A questo Janda ribatté prontamente: «Se è basso, che si metta sotto i piedi il Rudé
Pravo!».
Ma con Janda non c'era troppo da scherzare. Sopportarlo era un gran peso, come
dicevano tutti quelli che avevano vissuto con lui. Anche il vescovo Vojtassàk passò
attraverso questa tormentosa convivenza. Essere con Janda giorno e notte era un
vero tormento, eppure lui lo sopportò con una pazienza di santo ...
Un giorno durante la passeggiata lo incontrammo e gli parlammo. Era giunta
notizia dal comando che il vescovo Vojtassàk non aveva ancora finito di scontare la
sua correzione quando era uscito dall'ospedale. Alla correzione si stava solitamente
nel sotterraneo per punizione, dormendo su brande di legno e mangiando ogni due
o tre giorni, e il punito doveva pure pagarsi la correzione, 28 corone al giorno, come
in albergo.
Il vescovo Vojtassàk dovette dunque tornare nel sotterraneo, e questo proprio
subito dopo il suo ottantesimo compleanno! Alla correzione, in segno di protesta
contro l'ingiustizia, cominciò un digiuno. Il comandante Kràl cercò di fargli
cambiare idea e chiamò anche un medico. Dapprima il vescovo non voleva cedere,
poi cominciò a mangiare. La notizia del suo digiuno era giunta come un fulmine in
tutti i reparti. Anche i detenuti per crimine erano fieri di lui. Dicevano che il vescovo
era un uomo forte.
Il mio terzo compagno col quale vivevo allora in cella, P. Rabas, ex rettore del
seminario di Litomerice, era indignato per le parole che il comandante aveva detto
al vescovo alla correzione, riguardo al suo digiuno: «Cosa crede di ottenere
impuntandosi così? Tanto non aspettiamo altro che crepiate!».
P. Rabas affermava che, alla prima occasione, avrebbe detto in faccia al comandante
che quella era un'offesa per tutti i detenuti slovacchi, e che certo il comandante
aveva reso un pessimo servizio alla reciprocità ceco-slovacca, con quelle parole
senza riguardo all'anziano vescovo slovacco.
Il vescovo sopportava tutto in modo esemplare, con vera forza. Sbatteva le sue
coperte da sé, lavava il pavimento, era instancabile nella passeggiata. Più volte ci
trovammo ad uscire insieme. Lungo le scale mi domandava se avevo compagnia o se
potevamo passeggiare insieme.
Ero ovviamente contento di camminare con lui. Il vescovo Vojtassàk parlava in
modo colorito e chiaro ed aveva un'ottima memoria per i nomi e gli avvenimenti. Gli
rimproveravano di essere stato fin dal principio contro la repubblica, mentre in
realtà fu uno dei primi a sottoscrivere la dichiarazione di Martin. «Come potevo
essere dall'inizio contro la repubblica», diceva «se ero a favore?» - anche se, dopo
qualche tempo e non per colpa sua, dovette anche lui battersi contro la prima
repubblica.
Quanti avvenimenti si sono succeduti in Slovacchia! La lotta contro la Chiesa e il
cristianesimo era a dir poco senza scrupoli. E gli uomini al potere dicevano di essere
dalla parte del popolo! Come se un popolo per la propria coscienza avesse bisogno
del consenso dall'alto di un qualche ministro! Questo suscitava amarezza in
Slovacchia, ma anche critiche e lotte per i diritti della Chiesa e del popolo.
Durante le passeggiate parlavamo di queste cose, della gioventù, della situazione
generale. Il vescovo pregava molto. Una volta il generale Schmidt mi disse di lui:
«Bitte, herr Bischof Vojtassàk kann manchen, auch jungeren als Vorbild deiden - il
vescovo può essere di esempio anche per gli altri, anche per i giovani!».
Il generale Schmidt arrossiva da capo a piedi quando mi raccontava come venivano
trattati i vescovi anziani in prigione. Una volta aveva visto come avevano
ammanettato il vescovo Vojtassàk insieme al vescovo Buzalka. Il generale ammise:
«Capisco che abbiano messo le manette a me che sono un militare. Ma non ci può
essere nessuna giustificazione per chi le ha messe a questi anziani vescovi. Di cosa
avevano paura, che scappassero? È ridicolo. E un insulto. Das werde ich neimals
vergessen!» aggiunse infuocato alzando la voce - «Non lo dimenticherò mai!».
Il vescovo Vojtassàk fu tra i primi ad essere condannato, oltre dieci anni prima di
me, e alla sentenza aveva settant' anni. Mi raccontò dettagliatamente del suo
arresto: era stato portato a Pankràk, denudato, e poi al processo, «nel nome della
repubblica», gli avevano inflitto una pena di 24 anni. Il suo primo pensiero in quel
frangente fu: «Beh, la sconterò fin dopo la morte!». Disse questo con un sorriso ...
A Valdice incontrai anche un altro vecchietto sopra gli 80 anni. P. Stork, gesuita, ex
padre spirituale al Nepomuceno di Roma, di cui leggevamo volentieri il libro «La
vita spirituale» a Ruzomberok. Anche lui fu incarcerato nell'ambito del compimento
della rivoluzione socialista del presidente Novotny, insieme ad una sessantina di
gesuiti in tutta la repubblica. P. Stork mi parlò della sua condanna con autentica
passione: «Non sono stato uno dei primi, eppure mi hanno dato più di tutti! Magari
potessi morire qui, come ne sarei contento!».
Poco dopo il mio arrivo a Valdice appresi una notizia consolante: a circa quattro
mesi dal giorno del mio arresto, avevo di nuovo il permesso di celebrare la Santa
Messa! Non ci contavo quasi più. Recitavo quasi ogni giorno tutte le preghiere della
Messa, come nel carcere preventivo, ma senza ostie né vino. I miei amici sacerdoti,
adesso, mi dissero che potevano procurarmi sia le une che l'altro. Ero sorpreso e
ancor più contento! Non feci neppure troppe domande a riguardo, ma col tempo
venni a sapere che dopo essersi consultati, anni prima avevano trovato il modo di
procurarsi ostie di farina di frumento e del vino fatto con uva o uvetta.
Conservavamo alcuni millilitri di vino in bottigliette di medicine col contagocce.
Durante la messa invece adoperavamo dei sottili tubetti di vitamina C. Quando
eravamo tutti sacerdoti in una cella, celebravamo la Santa Messa in piedi e
abbastanza apertamente; quando eravamo con dei civili, o addirittura con delle
spie, la celebravamo anche seduti con qualche libro sulle ginocchia. Così la nostra
vita, anche nelle ristrettezze della cella, si faceva sempre più «sacerdotale» ...

30. INCONTRI IMPORTANTI


A Valdice, durante le passeggiate, incontravo innumerevoli personaggi e avevo
modo di parlare con loro. Conobbi, ad esempio, Tido J. Gaspar, scrittore da tempo
affermato con un suo saldo posto nella storia della letteratura slovacca. Scriveva
principalmente novelle. Avevo letto il suo «Vascello rosso» e altri libri. Lo avevano
condannato subito dopo la guerra per via di alcune affermazioni che aveva fatto,
quindi era in carcere già da 16 anni. Era ormai vecchio, ma ancora giovane di
spirito. Durante una passeggiata gli domandai come voleva che lo chiamassi, e lui
mi fece: «Zio Tido».
Tido J. Gaspar parlava lentamente e con circospezione, citando spesso dalla
letteratura tedesca. Il generale Schmidt diceva di lui che aveva «eine Fabelhafte
Stimme - una voce fiabesca.» Parlavamo spesso di letteratura, della Slovacchia, di
religione. Aveva scritto abbastanza sulla Slovacchia anche su giornali tedeschi.
Apparentemente il carcere gli aveva sviluppato una sensibilità spirituale. Padre
Mastylàk, dietro sua richiesta, gli aveva parlato esaurientemente della morte, del
giudizio e della vita eterna, in chiave teologica. Zio Tido pregava molto e riteneva
che non tutte le sofferenze nuocciono, perché Dio ci fa crescere e ci avvicina a sé
anche tramite la sofferenza. Zio Tido era di larghe vedute e di mentalità aperta.
Diceva che avrebbe volentieri riscritto tutta la sua opera letteraria per rendere un
maggior servizio al popolo slovacco, per la gloria e l'adorazione di Dio. Talvolta si
metteva a pensare al suo passato e sospirava: «Peccato che non ragionassi da
giovane come ragiono adesso!».
A Leopoldov aveva cominciato a scrivere un romanzo sui tempi che seguirono
l'anno 1945. Più tardi gli sequestrarono il manoscritto. Ma la voglia di scrivere non
gli era passata. Voleva scrivere un romanzo in tre parti: dall'individualismo,
attraverso la vita in famiglia, fino all'impegno sociale per l'unità di un popolo ...
Ogni volta che uscivamo in cortile vedevo le sue caratteristiche basette lunghe e le
sue folte sopracciglia e mi avvicinavo volentieri a lui. Tido J. Gaspar era già segnato
dalla vecchiaia, dalla malattia e dal carcere, come si vedeva anche dalla sua
andatura, eppure era un uomo spiritualmente sano, che vedeva le cose nella giusta
dimensione, che riconosceva i difetti anche nella sua opera letteraria, e che dopo la
correzione di quest'opera voleva ancora scrivere un ultimo libro positivo, il frutto
dei suoi lunghi anni di sofferenza, che voleva offrire a Dio come benedizione ...
Il ministro Alexander Mach era un uomo agile e con un'ottima memoria. Esaminava
minuziosamente gli avvenimenti della prima repubblica, dello Stato Slovacco e della
prigione. Riconosceva diversi errori. Alla sua famiglia, anche ai suoi figli, aveva
confessato di aver commesso certi errori in prima persona di cui si dispiaceva
moltissimo. Diceva che gran parte delle cose come si sanno sono distorte. Parlava
della questione ebrea nei particolari, con date e nomi. Non è vero che il regime
abbia mandato gli Ebrei slovacchi a morire deliberatamente. Li mandava a lavorare
in Polonia come altri operai in Germania. Fra le prove ne sottolineò una in
particolare. Il vescovo Vojtassàk gli aveva dato una lettera di due profughi ebrei
dalla Polonia. La lettera era passata attraverso il dottor Burzia alla Santa Sede e
Mach, come ministro, l'aveva poi sottoposta al Consiglio del Governo tramite un
inviato. Il governo slovacco aveva richiesto al governo di Berlino che una loro
delegazione potesse visitare gli Ebrei slovacchi in Polonia e sapere come vivessero
sul posto. I Tedeschi non lo permisero. Ciò destava sospetto. «Per questo il governo
slovacco» disse Mach «ha immediatamente fermato qualsiasi altro trasferimento.»
Mach raccontava questi fatti con precisione e arrivava sempre fino in fondo. Il
vescovo Vojtassàk mi disse la stessa cosa, del tutto indipendentemente, riguardo
alla lettera dei profughi ebrei. Mi resi conto di quante cose non si conoscono affatto
e di quanto bisognerebbe chiarire per poter dire di sapere la verità! Se sono stati
commessi errori, bisogna riconoscerli e pentirsene. Solo così si può garantire al
popolo che non si ripetano gli stessi sbagli. Ma dev'essere tutto fatto alla luce del
sole.
Mach era credente. Viveva e pregava per la Chiesa. Era favorevole allo Stato
Slovacco. «Che popolo sarebbe quello che non voglia avere un proprio stato e
gestire da solo i propri affari? E che persona sarebbe quella che, colta e politica,
rifiuti l'indipendenza?» Diceva questo con autentica emozione. «Il popolo slovacco
ha storia e cultura millenaria. Perché dovrebbe continuamente farsi guidare dagli
altri?» E ancora: «Capisco che qualcuno abbia delle riserve nei confronti del regime.
Ma nei confronti dello stato indipendente? I regimi cambiano, ma le nazioni
restano!». Era anche a favore della risoluzione della questione ebrea, perché gli
ebrei avevano una parte troppo rilevante nell'amministrazione, nella medicina,
nella legge e nella cultura. «Ma non ero per una soluzione criminale», affermava.
Gli credevo. Attendeva la pena di morte. Diceva che una tale attesa purifica
immensamente una persona. Mi diceva che sarebbe una buona cosa per ogni
persona essere condannata a morte almeno una volta nella vita - e senza sapere
come andrà a finire...
All'inizio delle condanne avevano collocato i sacerdoti in diverse prigioni, a Ilava, a
Leopoldov, a Mirov, a Jàchymov e in altre. Ora eravamo tutti insieme a Valdice. Gli
ultimi che giunsero qui da Leopoldov erano P. Mikus, Dieska, il dottor Hanus, lo
storico Smalik ed altri. Ogni incontro una persona diversa, un interesse diverso.
Ogni colloquio una gioia. Non avrei creduto che anche in carcere si potessero vivere
tanti bei momenti! Ero contento.
Con P. Dieska parlavo molto, insieme discutevamo a lungo. Era un buon filosofo e
un teologo coraggioso, e un colloquio con lui mi faceva sempre bene. Con me si
comportava molto amichevolmente e anche con un certo rispetto. Più volte mi
spiegò cosa pensasse della mia missione: «Successio apostolica - la successione
degli apostoli - era una gran cosa, e specialmente al giorno d'oggi è immensamente
grande! Un vescovo, successore degli apostoli, ha una missione poiché ha l'autorità
su cui è costruita la Chiesa. Da noi, in queste circostanze, era qualcosa di
straordinariamente serio». P. Dieska esaminò poi la mia missione dal punto di vista
teologico in modo soddisfacente, incoraggiandomi a continuare. Era allegro,
simpatico, a volte anche un burlone. Anche per questo tutti gli volevano bene. La
gioia e l'allegria in carcere erano preziose come il sale. Il professor S. Smàlik era
anch' egli in prigione da lunghi anni. Insegnava religione a Bratislava, e chi lo
conosceva lo stimava molto per le sue conoscenze storiche. Era effettivamente
un'esperienza parlare con lui. Era molto modesto, quasi umile, ma non appena
cominciava a parlare veniva fuori tutto ciò che aveva nella testa e nel cuore. Mi disse
di essere stato per circa tre anni nel carcere preventivo e che talvolta credeva di
essere pazzo. Parlava da solo ... Ma che persona pura, che brillante sacerdote era!
Arrivato alla maturità con una borsa di studio in Francia, conosceva a menadito la
letteratura storica francese. Avrebbe avuto piacere anche di scrivere qualcosa sulla
storia della Chiesa.
Con P. Mikus ricordavamo più spesso il passato. Era già piuttosto anziano, eppure
s'interessava di tutto. Gli sarebbe piaciuto lavorare ancora come sacerdote. Talvolta
si univa a noi Martin Viskupic, un focoso e disinteressato fratello gesuita. Incontrai
anche il vecchio detenuto padre Kristin, che era stato processato dieci anni prima
assieme a mio fratello e a Palko Horsky a Nitra. Così trascorrevano le giornate, una
dopo l'altra. Di giorno al lavoro e a fare chiacchierate durante la passeggiata, e la
sera nelle celle ...

31. CON LA SCORTA A BRATISLAVA


17 febbraio 1961. Sono circa lei sei di sera. D'improvviso il sottotenente Bogner apre
la pesante porta della e dice che devo preparare le mie cose. Stiamo giusto cenando.
Sono in cella col generale Schmidt e con Padre Sliacan, un sacerdote della diocesi di
Banska Bystrica. Da lui ho sentito per la prima volta il «messaggio alla
popolazione» del presidente Jozef Tiso poco prima dell'esecuzione con
l'impiccagione al Palazzo di Giustizia a Bratislava, alle quattro del mattino dopo la
Santa Messa: «Nello spirito di questo sacrificio che vi offro, raccomando al popolo
slovacco di essere unito e fiducioso ...».
Padre Sliacan era davvero un ottimo compagno e facevamo i più svariati discorsi
insieme. Lavoravamo sempre insieme, e adesso mi aiutarono a fare le valigie, lui e il
generale Schmidt. Quando arrivava il sottotenente Bogner, sapevamo già che si
trattava di un trasferimento ...
Bogner mi portò alle cosiddette celle di attesa. Aveva già tutti i miei incartamenti.
Mi cambiarono d'abito e mi lasciarono solo in una delle celle ad aspettare. Mi
sdraiai su una panca-letto e cercai di pregare, ma non riuscivo a rilassarmi né ad
addormentarmi. Dove mi staranno portando? - mi chiedevo - E che cosa vogliono
ancora da me? Ritornerò mai ancora qui?
Il giorno dopo eravamo in viaggio. Mi portarono a Bratislava in una macchina con
due poliziotti e l'autista. «In caso di tentativo di evasione, si usano le armi
automatiche» mi avvisò il capo della scorta con la freddezza e la rapidità di una
mitragliatrice.
Lo sapevo bene ...
Il viaggio andò liscio. In una cittadina lungo la strada l'autista si fermò, comprò
delle bibite e me ne offrì una. Questo mi sorprese. Il tenente capo della scorta mi
disse di non fare complimenti, così accettai la bibita. L'autista si comportava in
modo umano, e anche i due poliziotti non mi fecero mai pesare la loro superiorità.
Uno di loro stava seduto davanti accanto all'autista, e l'altro, quello che mi aveva
avvertito dell'uso di armi automatiche, mi sedeva vicino, ma era evidentemente
stanco. A un certo punto si addormentò. Quando me ne accorsi non potei fare a
meno di farmi una risatina fra me e me. Avevo ancora in mano la bottiglietta con la
bibita ...
A Bratislava mi portarono prima al Palazzo di Giustizia, poi di nuovo in via
Racianska. Ormai sapevo cosa mi aspettava. Cominciò l'interrogatorio ... Mi
chiesero dei verbiti, della Compagnia di Gesù e di altri sacerdoti. Mi resero noto che
stavano processando anche alcuni cappuccini. Dei cappuccini e dei verbiti si
trovavano già in prigione, ed io avrei dovuto testimoniare contro di loro!
Parlai poco, tanto più che non avevo niente da dire. Ogni mia parola poteva essere
usata contro qualcuno. Il relatore era una persona giovane, ma non lo stesso che mi
aveva interrogato in precedenza. Si comportò in modo umano ed educato con me.
Ad un certo punto però entrò l'ufficiale alto e incolto, che mi disse con un sorriso
ironico: «So che siete bravi a fabbricare il vino!». Compresi immediatamente di
cosa si trattava. Mi ero portato da Valdice una minuscola bottiglietta contenente
forse cento gocce di vino, per poter celebrare almeno qualche Messa ... Bogner
aveva trovato la bottiglietta nei miei vestiti, l'aveva annusata e mi aveva grugnito
addosso: «Adesso gliela faccio vedere io la Messa! Vela faccio vedere io la festa!».
Nonostante tutto non credevo che fosse tanto perfido da segnalare il fatto ai suoi
superiori, che naturalmente misero tutto per iscritto e lo aggiunsero al mio verbale.
Si trattava di una sciocchezza veramente trascurabile, ma mi giunse poi voce che
Bogner aveva riferito tutto anche a Valdice, dichiarandola una faccenda molto
grave. L'ufficiale di Bratislava era così al corrente di tutto! E adesso voleva
intimidirmi ricordandomi l'accaduto.
Tutta fatica sprecata! Io non diedi segni di reazione, al che lui aggiunse: «A Valdice
lei stava sicuramente meglio: lavorava, riceveva una paga. Dipenderà da lei quanto
a lungo vorrà stare a Bratislava. Può essere soltanto per un paio di giorni, e poi
potrete tornare al vostro posto dove si sta certamente meglio». Furono parole al
vento. Da quella volta durante l'interrogatorio notturno, quando aveva detto quelle
stupide parole sulla «Papessa Giovanna», non gli diedi più ascolto. Non lo guardavo
neppure in faccia quando mi parlava. Credo che intuì la mia avversione per lui,
infatti non si fece più vedere, anche se non gli sarebbero mancate le occasioni per
regolare i conti con me. Finì col mandarmi un suo sostituto ...
Rimasi confinato per settimane in via Racianska. Durante gli interrogatori non
dicevo quasi niente, il che dava molto fastidio al giovane relatore. Aveva cominciato
prendendo il toro per le corna, con un foglio da cui leggeva i nomi dei verbiti e dei
cappuccini, uno dietro l'altro, chiedendomi quali conoscessi. «Non le dice niente
questo nome?» «Niente.» «E quest'altro?» «Neppure.» Questo si ripeté per due o
tre giorni. Nella macchina da scrivere era inserito un foglio con le mie generalità.
Tutto qui. Nessuna confessione.
Il giovane relatore era ormai sconsolato. Passò una settimana senza che avessimo
ancora scritto niente. A volte ci mettevamo a parlare di tutt’altro; quando però
passavamo ai verbali, allora tutto si arenava. Una volta mi disse: «Signor Korec, lei
dice cose così interessanti quando parliamo di religione o di filosofia ... Non
potrebbe essere così eloquente anche quando scriviamo i verbali? Guardi, non
abbiamo ancora scritto niente e sono già tre settimane che ci vediamo!». Gli dissi:
«Signor relatore, quando parliamo di religione, parlo di cose che so e che
m'interessano; ma quando si passa ai verbali, lei vuole che parli di cose che non so».
Un'altra volta mi disse: «Signor Korec, guardi, il foglio è completamente vuoto. Io
devo riferire quello che ho ottenuto! Che cosa farebbe lei al mio posto?».
«Vuole che le dica la verità?»
«Mi dica!»
«Ma non si arrabbierà?»
«Intanto mi dica!»
«Signor relatore, io non farei questo lavoro per tutto l'oro del mondo!»
Si alzò, si girò di spalle e mettendosi le mani in tasca guardò fuori dalla finestra. Per
quel giorno avevamo finito ...
Un' altra volta mi disse: «Signor Korec, la sua funzione è come quella di un generale
in guerra, non è vero?». Gli sorrisi...
E un'altra volta mi chiese: «È vero che il vescovo fa le cresime e durante la cresima
fa così?» - e mi fece vedere con la mano, come quando un vescovo tocca la guancia
ad un cresimando. Forse in origine era stato cattolico o era cresciuto in una famiglia
cattolica.
Era seccante essere sotto interrogatorio. Così non potevo aiutarlo. Non potevo
parlare di cose che avrebbero recato danni al prossimo. Più mi convincevo che le
cose che mi chiedeva erano perfettamente legali, più cresceva la mia forza di tacerle!
In questo periodo ebbi l'opportunità di provare anche quello di cui si parlava tanto:
i cosiddetti «bonzàk», persone che venivano messe in cella a chiacchierare con i
detenuti per cercare di tirar fuori fatti o idee politiche riguardanti il detenuto e in
seguito segnalarli al relatore. Ci provarono anche con me. Mi portarono in cella un
ragazzo di 25 anni. Parlava di sé, disse che lavorava a Leopoldov, nel carcere, e che
lo avevano trasferito a Bratislava perché stavano svolgendo altre indagini sul suo
conto. La faccenda non mi convinceva affatto. Ero molto cauto perché conoscevo
altri casi di «bonzàk». C'erano diverse cose che proprio non mi piacevano in questo
giovane. Spesso si mostrava fin troppo attento a quello che gli raccontavo. Parlava
dei suoi rapporti con la chiesa, con la religione, con i sacerdoti in modo poco
spontaneo e quasi inverosimile. Era un omone grande come una casa e parlava
spesso con diminutivi - la sua mammina e il suo paparino ... Era troppo falso.
Un giorno ricevette un pacchetto molto curioso. Mi disse che gliela aveva portato
sua sorella, che abitava a Bratislava. Ma il pacchetto non aveva proprio l'aria di
essere stato fatto da una donna. Poi capii che era un pacchetto che gli avevano dato i
funzionari, comprato forse in qualche locale. Mi offrì il contenuto, ma era altamente
disgustoso il modo in cui si leccava le dita. Anche questo doveva servirgli per
conquistarsi la mia amicizia ... Intanto voleva a tutti i costi fare discorsi sempre più
confidenziali, al fine di farmi parlare. Rimasi però duramente silenzioso.
Poi venni a sapere che questa persona si chiamava Mistrik, era uno sportivo e
qualche settimana prima era stato nella cella di Jozko Kasanicky a Kosice. Secondo
la descrizione, i suoi modi di fare e la sua statura, doveva essere proprio lui. Da
Bratislava lo spedirono di nuovo a Kosice. Purtroppo Jozko Kasanicky, un sacerdote
evangelico che non sapeva niente di questa gente, più volte si era lasciato andare in
discorsi poco opportuni. Gli aveva raccontato tutti i suoi guai.
Dopo alcune settimane ricevette la brutta sorpresa di sentirsi dire dal relatore
alcuni fatti che lui aveva confidato al suo compagno di cella ... Mistrik lo aveva
tradito. Comunque era un ragazzo infelice. Più tardi venni a sapere che si era
suicidato. Jozko Kasanicky mi parlò di lui in seguito nel carcere di Valdice, e mi
disse che fu una delle esperienze più deludenti e deprimenti che avesse mai subito, e
che tutta la faccenda lo aveva profondamente ferito.
Dopo circa un mese di interrogatori mi lasciarono da solo in cella. Così rimasi per
lunghe settimane. Ero sul lato occidentale, dove faceva un freddo cane. Era già
aprile, per cui avevano spento il riscaldamento ... Mangiavo abbastanza, ma Istok
non mi permise di coprirmi con una coperta. «Non è permesso» disse freddamente.
Raffreddato com'ero, cercavo di leggere un po' di quei libri illeggibili che mi
passavano. Trascorsi così un giorno dopo l'altro meditando, ragionando, pregando,
ripensando ai miei ricordi ...
Passò un mese. Il vice comandante mi fece chiamare in una sala per le riunioni. Era
molto elegante, dal vestito sembrava originario della Slovacchia Orientale.
Purtroppo cominciò letteralmente a urlare appena si accorse che io non dicevo
niente. «Fino a quando durerà questa commedia?» urlava. Lo guardai e dissi:
«Commedia?». Forse avrei fatto meglio a trattenermi. Saltò su e cominciò ad
insultarmi con una lunga serie di ingiurie. Mi ricordo le sue ultime parole: «Lei è
maledettamente sfacciato! Ci sarà un interrogatorio! E durante l'interrogatorio le
sputerò in faccia tutta la saliva che avrò!». Avrei potuto protestare. Stavo già
scontando la mia pena e qualche cosa avevo ben imparato. Sapevo che per legge non
aveva il diritto di insultarmi e di comportarsi in modo così duro nei miei confronti.
Avrei potuto scontrarmi con lui e dirgli in faccia: «Non urli così, non siamo in una
stalla! Le leggi valgono anche per lei!».
Ma non dissi niente. Per qualche istante il mio silenzio lo mandò su tutte le furie.
Dopo un momento però si intromise un altro relatore che era stato presente per
tutto il tempo ed evidentemente non aveva troppo gradito le urla del vice
comandante. Mi disse che avrei potuto facilitare le cose a tutti con la mia
deposizione, affinché l'istruttoria potesse finire quanto prima. Io rimasi in silenzio.
Non dissi una parola neppure a quest'uomo! Mi dovettero portare via. Arrivò un
agente e mi portò in cella. Lì riflettei e pregai ... Offrii tutto a Dio. Cercai anche di
ricostruire tutti i fatti, dissi il rosario, e rinnovai la mia decisione di rimanere fedele
al mio programma: non so niente e non conosco nessuno ...
Un giorno mi chiamarono ad un nuovo interrogatorio. Con molta sorpresa vidi qui
anche il procuratore dottor Winter, oltre a qualche investigatore. Cominciarono
dicendo che erano venuti a conoscenza di nuove ordinazioni di sacerdoti da me
effettuate. Mi dissi che la mia situazione non poteva peggiorare poi di molto, dato
che mi avevano già condannato a 12 anni ... Nella mia sentenza era scritto che avevo
«ordinato più teologi», e tra di loro potevano benissimo esserci anche quelli di cui si
parlava adesso. Ero fermamente deciso a non dire niente - non so niente, non
conosco nessuno ...
Portarono dentro per primo A. D. Mi ordinarono di non guardarlo e di non
influenzarlo. Mi misi allora a guardare fuori dalla finestra.
L'interrogatorio cominciò. Lui disse di conoscermi, di avermi incontrato a
Bratislava, e che la sua ordinazione avvenne il giorno ... Quando ebbe finito il dottor
Winter si rivolse a me per vedere la mia reazione. «Niente! Non aggiungerò niente a
quello che è già stato riferito. Sono esterrefatto da quello che ho sentito qui per la
prima volta in vita mia! Considero queste deposizioni e dichiarazioni inaudite!».
Ripetei lo stesso al secondo interrogatorio con V. K.
Il risultato? Probabilmente non sapevano a chi credere. Potevano pensare che quei
tali stessero proteggendo un altro vescovo, di cui ancora non si sapeva niente, e per
non svelare il suo nome dicevano il mio. Il dottor Winter avrebbe voluto liberarsi
del caso e mi propose di aiutarlo! Mi disse che lui al mio posto si sarebbe incolpato
anche se in realtà di colpe non ne avevo nessuna, perché questo non avrebbe
aggravato la mia situazione. Dopo un momento di silenzio dissi: «Potrei farlo, ma
non lo farò».
Dopo tutto questo mi aspettavo la promessa visita del vice comandante che voleva
sputarmi in faccia ... Non venne e non lo rividi mai più. Probabilmente in un accesso
d'ira aveva detto più di quanto non potesse o volesse mantenere ...
Uno dei relatori presenti, invece, mi disse: «È vero, signor Korec, quando si sta zitti
si sta zitti!». Sorrisi...
Un altro subito dopo aggiunse: «E sorride pure il signor Korec!». Poi qualcuno dei
presenti - erano circa cinque - attraverso la porta semi-aperta chiamò un altro
relatore, che entrò e come se fosse stato sempre presente continuò: «Allora signor
Korec, per certi aspetti lei è un vero uomo! Ma per altri si sta scavando la fossa! Di
solito gli altri parlano, ma lei è messo peggio di tutti perché non vuole parlare». Con
questo l'interrogatorio finì. Naturalmente compilarono il verbale, ma non
m'interessava più quello che facevano.
Questo interrogatorio era stato davvero penoso. Vale però la pena ricordare una
cosa, per chiarire le difficoltà con cui ci scontravamo. Quando ordinavo qualcuno
sacerdote, dicevo sempre a costui che si trattava di una cosa seria, che la Chiesa
sarebbe dovuta sopravvivere sempre, occuparsi sempre dei fedeli ed assicurarsi che
ci siano sempre sacerdoti. Un sacerdote accetta tutto questo con grande rischio, a
volte mettendo a repentaglio la sua stessa vita in questa difficile missione.
In certi casi l'ordinazione sacerdotale richiede molta responsabilità. Quando la
Chiesa ci viene incontro e ci manda sul nostro cammino un vescovo disposto a
consacrarci, dovremmo essergli per sempre legati non solo dalla riconoscenza, ma
prima di tutto dalla discrezione. La discrezione del sacerdote può a volte
comportare molti sacrifici, ma mai più di quelli del vescovo, il quale deve continuare
la sua missione e non può più tornare sui propri passi dopo aver conferito
un'ordinazione. Non è concepibile che dopo ogni ordinazione sacerdotale un
vescovo venga arrestato. A coloro i quali furono da me consacrati, dicevo che
l'evento richiedeva una particolare discrezione, e per quanto riguardava il rito
stesso, addirittura un segreto. Se avessi saputo che il sacerdote in questione ne
avrebbe parlato in seguito, probabilmente non lo avrei mai ordinato. Solo quando
uno mi prometteva di comprendere la sua ordinazione come un segreto e di voler
mantenere un completo riserbo, solo allora procedevamo alla consacrazione.
Probabilmente per qualcuno di loro questo non era facile. La questione della
sincerità e quella di saper mantenere un segreto poteva rimanere per loro un
problema oscuro, perciò cercherò brevemente di chiarirlo. La questione ha sempre
costituito un problema molto spinoso nel corso di tutta la storia della morale. Già
Sant' Agostino cercò di risolvere questo dilemma, che nasce da un lato dall'obbligo
di dire la verità, e dall'altro dalla necessità di mantenere un segreto. L'obbligo di
dire la verità deriva chiaramente da un ordine morale. Ma l'obbligo di mantenere il
silenzio deriva anch' esso dallo stesso ordine. L'uomo non deve infrangere né il
secretum naturale, né il secretum comissum, né il secretum promissum - i segreti
naturali, confidati e promessi. E soprattutto un sacerdote non deve infrangere il
secretum sacramentale, ovvero quello della confessione.
Unire queste due cose opposte - da un lato dire la verità - e dall'altro mantenere il
segreto - è uno dei problemi più seri del cristianesimo. Ero contento di avere
esaminato in profondità questa questione in filosofia, nei trattati di etica. Proprio la
tesi della sincerità e del mantenimento del segreto faceva parte di una serie di
lezioni di P. Vojtek della Compagnia di Gesù, poi rettore all'Istituto di Filosofia di
Brno, molto stimato da noi tutti. Con le sue lezioni su questo tema portò molta luce
nelle nostre menti.
Il fatto di dire la verità deriva dall'essere sociale dell'uomo. Se l'uomo fosse uno e
solo sulla terra non avrebbe senso considerare la questione della sincerità. È ovvio
che essa deve essere considerata laddove l'uomo parla e ha qualcosa da dire come
essere sociale. Il rapporto di fiducia tra gli esseri umani è il motivo fondamentale
per cui l'uomo deve dire la verità, perché se mentissimo o se dicessimo qualcosa di
diverso da quello che abbiamo in mente, porteremmo nella società umana la
sfiducia e infine il caos. La relatio fidutialis - il rapporto di fiducia tra gli uomini -
richiede che diciamo sempre ciò che abbiamo in mente, ovvero la verità.
Questo stesso valore però, la relatio fidutialis inter homines, in certi rari casi
richiede di non dire quello che abbiamo in mente, per lo stesso motivo per cui di
solito diciamo la verità. Se dicessimo sempre tutto quello che sappiamo potremmo
infrangere un certo rapporto di fiducia tra gli uomini. Ad esempio: viene da me un
mio amico e mi confida un suo problema personale. Non sa cosa fare e vuole un
consiglio da me. Mi prega anche di non dirlo a nessuno. Se quest'uomo dopo avermi
lasciato incontrasse degli amici i quali sono già stati informati da me di tutto,
ebbene, perderebbe la fiducia verso chiunque al mondo e non confiderebbe mai più
niente a nessuno. Se tutti facessero così, ne seguirebbe il caos...
Questo vale doppiamente per un sacerdote, il quale renderebbe impossibile il rito
della confessione. Un sacerdote non deve mai dire quello che ha sentito nel
confessionale. Non deve parlare! Deve mantenere il segreto per gli stessi motivi per
cui altre volte è tenuto a dire quello che sa, ovvero solo e semplicemente la verità
che deriva dal suo obbligo. Così, quell'unico e fondamentale ordine ci impone di
dire la verità e, in certe situazioni, di non dire quello che sappiamo, ovvero
mantenere il segreto quando questo sia una confidenza o una promessa come nel
segreto confessionale.
Ho sempre spiegato questo a tutti coloro che si preparavano all'ordinazione
sacerdotale, e ho domandato a ciascuno se avevano capito e se mi potevano
promettere di mantenere il segreto. Poi passavamo ad altro.
Nonostante tutto ciò, purtroppo, ho avuto esperienze durante gli interrogatori di
persone che per paura o per debolezza o per altre ragioni parlavano di cose che
avrebbero dovuto tacere. Io ho sempre considerato mio dovere mantenere i segreti
anche se altri li infrangevano. Qualche volta questo era molto spiacevole e amaro.
Mi resi conto di quanto siano difficili e complessi in certe situazioni gli obblighi di
coscienza ...
Non ho mai condannato nessuno che abbia infranto la parola data, specie durante
gli interrogatori. In alcuni casi quando venivamo a sapere di qualcuno che non
aveva mantenuto la parola, gli chiedevamo: «Ti hanno picchiato?» Se la risposta era
negativa io allora aggiungevo: «Non potevi almeno aspettare il primo schiaffo per
vedere se per caso potevi resistere?» Volevo che queste persone si rendessero conto
della gravità del fatto e della necessità di mantenere un segreto.
Dopo gli interrogatori poco piacevoli di via Racianskà del febbraio, marzo e aprile
1961, mi condussero di nuovo in cella. Non sapevo cosa sarebbe seguito, ma non ero
preoccupato. In cella, oltre a pregare, mi fortificavo spiritualmente col metodo di
Kafka: sulla parete di fronte a me feci con un fiammifero un piccolo cerchio e
cominciai a guardarlo con intensità. Un minuto, due, tre, quattro, sei ... Ciò facendo,
pregavo. Mi ripetevo «Devo essere forte! Sono forte!» A momenti sentivo che anche
questo metodo può servire in certi casi, perché l'uomo si senta forte e non ceda. Ma
il più delle volte lo facevo nello spirito della preghiera: «In Te, o Signore, sono forte!
Tu mi dai la forza! Con Te sono invincibile! Tu mi hai donato la salute e la forza di
esistere!».
Infine arrivò in cella un agente e mi condusse via. Mi trasportarono al Palazzo di
Giustizia e lì mi assegnarono la cella in cui si diceva che fosse stato richiuso, si
diceva, il presidente slovacco Jozef Tiso. Alcuni reclusi mi promisero anche di
mostrarmi il punto preciso nel cortile della prigione dove era stato eretto il patibolo
per il presidente. Questi detenuti sapevano molte cose che m'interessavano, ed
erano interessanti essi stessi come persone. Durante un'ora di uscita mi fecero
davvero vedere il luogo dell'esecuzione. Appariva molto verosimile. Anche se loro
non avevano assistito in persona, la loro informazione doveva essere esatta perché
in carcere ci si conosce un po' tutti e le notizie viaggiano da un detenuto all'altro con
una notevole precisione.
Eravamo tre in cella e spesso mi chiedevano alcune cose sulla religione. Io non mi
facevo pregare per parlare, e le loro domande si moltiplicavano. Uno dei due, un
elettricista di Kostolany, parlava anche davanti agli altri delle nostre discussioni.
«Vedi, te lo dicevo che questi preti sanno bene qualcosa! Con tutto quello che hanno
studiato, vorrei vedere che non sapessero niente!» Questo elettricista, un uomo
tutto sommato simpatico, era stato condannato per istigazione alla rivolta. Mi disse
che in realtà aveva solo detto male del capo di una cooperativa agricola dove
lavorava. E aggiunse che avrebbe continuato a dirne male! Me lo disse con foga e
pieno di rabbia. «Quello sarebbe un capo? Ma gliel'ho fatta vedere io! Perfino in
tribunale, l'ho detto ad alta voce a tutti, che se potesse quello imbroglierebbe tutto il
mondo!»
Così il tempo passava fra un discorso e l'altro. Inoltre, richiesi dalla biblioteca una
storia della diplomazia, due volumi tradotti dal russo. Certo, era necessario saperli
leggere per trovarvi delle cose interessanti. Era forse l'unico libro di qualche pregio
che io abbia letto in quei lunghi mesi a Bratislava. Poi tornai con la scorta a Valdice,
dopo tre mesi, senza aver dato nessuna testimonianza in tribunale, nessuna
deposizione ...

32. IL RITORNO ALLE CELLE DI ISOLAMENTO DI VALDICE


Ero felice. Tornare a Valdice tra gli «isolati» significava rivedere il mio gruppo! In
autobus, passando per Ilava, Olomuc, Pardubice e Hradec Kràlové, mi chiedevo
dove sarei stato assegnato questa volta. E all'arrivo ... Di nuovo la cella del generale
Schmidt! Eravamo di nuovo insieme! Vecchi amici! Quella sera le nostre discussioni
non finirono mai ...
Il giorno dopo, durante l'ora di uscita, tutti furono lieti di rivedermi. Ogni piccola
novità lì era importante. Io portavo notizie fresche dalla Slovacchia, perché durante
il viaggio con la scorta, e anche nelle celle di attesa, si veniva a sapere un po' di
tutto. Sintetizzai le mie esperienze, le mie discussioni e tutte le novità dalla
Slovacchia. Così trascorsero i primi giorni.
Dopo qualche tempo ci misero in cella Padre Rabas. Questi scambi di celle ci
fornivano quasi sempre l'occasione di acquisire nuove conoscenze ed informazioni.
Padre Rabas era rettore del seminario di Litomerice, dove insegnava morale. Mi
parlò molto della sua vita, del suo arresto e dell'istruttoria, durante la quale aveva
incontrato tanti personaggi ... Era dentro da alcuni anni.
Padre Rabas era un uomo molto originale. Tedesco di origine e di carattere, per il
resto persona particolarmente sincera e buon sacerdote. Sembrava più anziano di
quanto non fosse, anche per la sua parlata lenta. Mi parlò di come sopravvisse alla
detenzione e agli interrogatori a Ruzyne. Una volta, disse, il relatore gli chiese di
alcuni oggetti che avrebbero dovuto essere nascosti nel seminario. Si trattava di
calici per la Messa ... Padre Rabas rispose: «Signor relatore», mi riferì con la sua
caratteristica flemma, «io so veramente tutto, ma non dirò assolutamente nulla».
Posso immaginarmi la scena. Padre Rabas me la confermò anche, raccontandomi
come fu trattato in seguito a questo suo atteggiamento ... Aveva freddo, era
affamato, e il funzionario lo afferrò di spalle, lo sollevò e lo lasciò cadere per terra
con violenza tale che gli si irrigidì la testa dal forte colpo. Ma lui rimase impassibile.
Di pietra. La sua tenacia era solo espressione della sua fedeltà: «Non dirò niente!».
Come professore di morale raccolse letteratura per molti anni. Comprava libri sui
problemi morali, con l'intenzione di scrivere, intorno alla cinquantina, una
completa morale cattolica in ceco, sotto forma di un'opera comprendente diversi
volumi: la morale dell'infermiera, del medico, della vita matrimoniale e famigliare,
ecc... Naturalmente doveva anche toccare argomenti come la vita intima
matrimoniale e i problemi connessi. Chi stava indagando su di lui aveva
probabilmente letto questi appunti, che gli erano stati requisiti, e pensava di poter
intimidire il vecchio professore ... «E molto interessante!» gli disse una volta «Lei è
un prete, eppure la attirano questi problemi!» e gli accennò qualche particolare del
manoscritto. Al che Padre Rabas disse: «Signor relatore, lei dovrebbe ancora
studiare molto, moltissimo, perché io possa discutere con lei di questi problemi
tanto seri». Padre Rabas me lo riferiva col suo modo lento e tranquillo di parlare, e
ciò non fece che accrescere la sicurezza delle sue parole. E un funzionario inquirente
qualsiasi voleva metterlo alle strette ... lui, professore e sacerdote di grande
esperienza e serietà!
Naturalmente questo suo atteggiamento peggiorò la sua situazione in attesa di
giudizio. Ma Padre Rabas mantenne la sua schiettezza d'animo anche dopo la
condanna mentre scontava la pena. Sul già menzionato caso di Monsignor
Vojtassàk, quando il comandante Kràl lo insultò durante il suo sciopero della fame,
Padre Rabas mi disse con indignazione: «Se ne avrò l'occasione, dirò al comandante
Kràl: Signor comandante, quanto lei disse all'anziano vescovo fu un pessimo
servizio alla cooperazione ceco-slovacca, e se fossi io il suo superiore, la destituirei
dalla sua carica!». Non so se Padre Rabas ebbe mai la possibilità di esprimersi
veramente così, ma che fosse in grado di dire queste limpide parole anche davanti al
comandante non lo mettevo in dubbio.
Padre Rabas mi parlò anche degli anni trascorsi nelle miniere di uranio a Jàchymov,
dove lavorò come detenuto insieme a molti altri sacerdoti e civili. Lì incontrò anche
Ladislav Holdos, che aveva superato un'istruttoria molto pesante. Aveva le gambe
martoriate dalle percosse. Quando Holdos arrivò a Jàchymov molti sapevano già di
lui. Soprattutto i prigionieri politici gli rimproveravano di essere stato l'incaricato
degli affari ecclesiastici e di aver preso parte a molte ingiustizie e procedimenti
illegali. Egli era stato il responsabile della chiusura di molti monasteri e conventi,
egli aveva proceduto all'abolizione della Chiesa greco-ortodossa e alle rappresaglie
connesse. Dopo che lui stesso fu arrestato e trattato impietosamente, si incontrò in
carcere con molti religiosi e sacerdoti da lui condannati. Holdos veniva salutato a
Jàchymov da molti detenuti civili con queste parole: «Benvenuto, arcivescovo
rosso!» come allusione ai tempi del suo incarico agli affari ecclesiastici e alle
soppressioni da lui dirette. Per Holdos quel saluto era cattivo presagio di tempi duri
...
Fu messo al lavoro organizzato e condotto dai vecchi «mukli», i detenuti anziani. La
parola «mukli», di uso comune nel carcere ormai da anni, era l'abbreviazione di
«muz, urcen k likvidaci» - l'uomo destinato alla repressione. Infatti fu messo a fare
un lavoro pesantissimo: sollevare e trasportare le rocce di uranio in carriola,
spingendola in salita sopra assi di legno fino alla macina, dove le rocce venivano
triturate. E tutto questo con le sue gambe rovinate. Holdos chiese al comando di
essere trasferito, in quanto sentiva di essere minacciato addirittura di morte. Lo
misero nel reparto dei sacerdoti, in cella con Padre Rabas. Sembra che discutessero
molto ...
Holdos era un comunista convinto. Come ufficiale di brigata partecipò alla guerra m
Spagna. Al processo era stato ingiustamente accusato di spionaggio occidentale e di
essere nemico della nostra società. Holdos in realtà aveva sempre mantenuto le sue
convinzioni. Solo, diceva che lui immaginava la vita ideale così com' era in Unione
Sovietica, dove allora Kruscev aveva già corretto alcune ingiustizie ... Padre Rabas
era perplesso di fronte a quest'uomo. Una volta gli disse parole molto dure: «Che
asino che sei! Ti hanno distrutto, privato della salute, picchiato e tu continui a
credere in loro!». A queste parole Holdos non se la prese affatto. Sicuramente
sentiva che non erano dette con malignità, ma piuttosto con un senso di spavento. I
sacerdoti erano umani, lo trattavano con comprensione, addirittura con amicizia.
Questo lo sorprendeva perché a molti in passato aveva fatto parecchi torti, eppure
non vide in loro il minimo desiderio di vendetta. E di questo Holdos si accorse.
Diceva di provare rammarico di non aver conosciuto sacerdoti cattolici così da
vicino prima ... Probabilmente si rese conto che nell'ambiente dei sacerdoti non
doveva continuamente temere per la sua sorte. E in seguito Holdos si ricordò di
questo. Avrò ancora modo di tornare a lui ...
Per quanto riguarda Padre Rabas, ho di lui diversi altri bei ricordi. Gli domandai, ad
esempio, come si immaginava il seminario e quali requisiti dovessero avere i suoi
superiori. Mi disse che il rettore, i prefetti e i padri spirituali avrebbero dovuto
essere prima di tutto estremamente umani, amichevoli e paterni con i teologi.
«Devono sapersi conquistare la loro fiducia» disse. «Non deve mancare loro la
gentilezza, la loquacità e il buon umore.» Ma alla fine soggiunse: «Purtroppo a me
tutto questo non è dato». Sentii una certa amarezza in queste parole. Padre Rabas
era infatti un uomo serio, direi addirittura freddo. Era onesto ma non sapeva essere
gentile. Non sapeva avvicinarsi a nessuno con spontaneità, non riusciva ad essere
abbastanza cordiale e paterno. È probabile che abbia sempre sentito questa come
una sua mancanza, anche quando diventò rettore del seminario ...
Padre Rabas dopo qualche tempo riacquistò la libertà.
Poiché aveva un fratello sacerdote e professore a Wurzburg nella Repubblica
Federale Tedesca, vi si trasferì anche lui e, come venni a sapere più tardi, vi morì
dopo il 1968. Prima del Natale 1961 ci fece nuovamente visita Bogner per portare
via il generale Schmidt. Gli ordinò di fare le valigie. E così ci salutammo. Sapevamo
già che i Tedeschi occidentali conducevano trattative con il governo cecoslovacco, il
quale per diversi motivi preferiva acconsentire alle loro richieste anche in fatto di
Tedeschi da noi incarcerati. Per questa ragione sapevamo che non ci saremmo più
rivisti col generale Schmidt. Andò a casa, nella sua Germania occidentale.
Non tutti i detenuti alle celle di isolamento erano degni di stima e ammirazione.
C'erano tra noi anche degli spiriti bassi che in prigione ottenevano un trattamento
migliore denunciando altri. Osservavano chi si riuniva più spesso o chi parlava più
frequentemente e riportavano tutto ciò di cui si discuteva. Lo facevano nelle celle
dove erano stati assegnati, durante le uscite, nei corridoi e in cortile piazzandosi alle
nostre spalle. Di tanto in tanto venivano poi chiamati al comando per riferire ...
In carcere questi individui venivano sempre chiamati «bonzàk». Quella era la
sprezzante definizione per chi denunciava un altro. Alcuni erano talmente privi di
scrupoli che non cercavano neanche di nascondere il loro spionaggio. Incontrai,
purtroppo, anche un sacerdote di cui pure si diceva che andasse a riferire al
comando. Io non ebbi mai delle prove certe al riguardo, ma i detenuti in genere
hanno per queste cose un istinto quasi innato. Mi colpiva soprattutto il fatto che il
sacerdote in questione, quando parlavo con lui, quasi sempre si lamentava di essere
stato arrestato. Diceva di aver sempre fatto solo ciò che doveva e di non essersi
incontrato con nessuno. Mi disse anche di aver ricevuto visite da parte della polizia,
che gli chiedeva informazioni sui sacerdoti nei dintorni ... Questi discorsi mi
mettevano in agitazione, così una volta gli dissi: «Io sono contento di aver fatto
qualcosa per la gente e per la Chiesa!». Da allora mi lasciò in pace.
Simpatizzavo molto più volentieri con i sacerdoti che erano stati pastori fedeli e
tenaci, e contro i quali il governo si vendicò condannandoli per i cosiddetti crimini
contro la morale. In alcuni casi l'ingiustizia era oltremodo evidente. Una madre che,
minacciata, aveva deposto contro un sacerdote in tribunale, quando seppe quanti
anni di prigione gli avevano dato, era andata di tribunale in tribunale per ritirare la
sua deposizione fasulla, spinta dalla coscienza. Ma dalla procura e dal tribunale
ricevette solo la risposta che ebbe Giuda: «Che ci importa, sono affari tuoi!».
Al terzo reparto vivevamo in completo isolamento dagli altri. Nonostante questo, in
autunno si usciva dalla prigione per raccogliere le bietole. Io non ci andai all'inizio,
ma in seguito il comandante del reparto lesse anche il mio nome. Andavamo nei
campi, non molto lontano, circa mezz' ora a piedi. Quel tipo di uscita, però, era più
un martirio che altro. Ci accompagnava un gruppo di guardie con mitragliatori a
tracolla e, soprattutto, coi cani. Specie questo mi dava fastidio: eravamo sempre
circondati dai cani e dovevamo stare in gruppo. Lavoravamo come schiavi, sempre
sorvegliati. La gente civile era gentile con noi durante queste uscite. Ci offrivano da
mangiare e alcuni aggiungevano sigarette, quando il comandante lo permetteva.
Dai campi potevamo vedere tutta la prigione di Valdice dall'esterno. Era circondata
da un alto recinto, aveva torrette di guardia agli angoli e al centro, presidiate di
continuo dalle guardie. Dentro, subito al di là del muro, c'era la cosiddetta
«ostraha», una zona chiusa ad anello in cui era vietato l'accesso. Il recluso che si
trovasse nella «ostraha» veniva ucciso. Era comunque circondata da filo spinato e
di notte ci mettevano i cani. All'interno della prigione c'erano le celle di isolamento,
il primo e il secondo reparto. Erano gli edifici più antichi che fin dai tempi di
Giuseppe II avevano costituito il monastero dei certosini. Il carcere di Val dice
aveva perciò anche un secondo nome, Certosa. Nel grande cortile c'era la chiesa,
trasformata ora in edificio di produzione, con grandi sale disposte su due piani. La
facciata esterna era ancora in buono stato, con le scale e i rilievi.
Quando penso alle sale di produzione nell'ex chiesa di Valdice, mi viene in mente un
certo contadino slovacco che era stato arrestato perché organizzava funzioni
religiose, sovvertendo così l'attività dello Stato ... Quando, dopo il processo, arrivò
qui a Valdice, lo assegnarono alla produzione di spille femminili, che venivano
fabbricate nelle sale dentro la chiesa. Quando il buon Slovacco lo venne a sapere,
disse che lui non avrebbe mai lavorato in una chiesa, perché era un luogo santo.
Quando la mattina lo condussero al suo posto di lavoro, egli si sedette sulle scale
davanti alla chiesa e non si mosse di lì. Fu mandato in correzione, dove rimase per
dieci giorni. Scontata la pena lo condussero di nuovo a lavorare in chiesa, e lui
ancora si sedette sui gradini. Gli diedero altri dieci giorni perché si «pentisse», ma
lui continuò a rifiutarsi di lavorare in chiesa. Il comandante Kràl allora lo fece
chiamare e lo minacciò di un'altra correzione, cominciando subito ad urlare. Ma il
nostro Slovacco gli disse: «Mi dia altri venti giorni! Io mi ci trovo bene, se è per la
chiesa. Pregherò anche per lei...». Il comandante Kràl lo buttò fuori e ordinò che
fosse trasferito ad un altro posto di lavoro. Quest'uomo suscitava in noi non solo il
sorriso, ma soprattutto il rispetto. Con la sua fede e la sua tenacia aveva costretto a
cedere anche il comandante, che si era visto d'un tratto davanti un uomo puro!
Anche al terzo reparto potevamo ricevere giornali e riviste. Dovevano essere parte
della nostra rieducazione, ma per noi erano comunque molto preziose, perché ci
consentivano entro certi limiti di seguire la vita di fuori. Io mi abbonai a «Vita
culturale». Dalla stampa sceglievamo ciò che ci interessava. Io seguivo soprattutto
le questioni filosofiche, come si evolveva la questione ideologica, la visione del
mondo e la religione.
Una volta il comandante delle celle di isolamento chiamò alcuni giù al pianterreno
davanti al suo ufficio.
Eravamo una decina. Era il palese mascheramento di un interrogatorio.
Chiamarono diverse persone, ma con un unico scopo. In ufficio c'erano dei
compagni di Praga. Quando entrai io - ci chiamavano uno alla volta - cominciarono'
a chiedermi come stavo, come andava la salute, come mi sentivo e così via. Sapevo
che erano domande preliminari. Solo poi passarono al dunque: come mai io, tanto
giovane, fossi già vescovo. Avevo allora 38 anni. Dicevano che i vescovi sono di
solito dei signori anziani. Sorrisi e dissi che con gli anni che mi avevano dato ormai
poco si poteva fare ...
La permanenza nelle celle di isolamento mi dava anche occasione di condurre la
mia vita spirituale. Ognuno di noi andava regolarmente a confessarsi e molti di noi
naturalmente confessavano. Al servizio divino erano interessati anche laici credenti,
i quali volevano anche l'eucaristia. Quando era necessario offrivo il mio aiuto, ad
esempio incontrandoci nell'infermeria, dove portavo l'eucaristia nel modo più
povero e celato possibile, anche in una scatola di fiammiferi ...
Le discussioni coi sacerdoti erano per molti aspetti interessanti. Si parlava non solo
di attualità, spinti da avvenimenti o da notizie di giornale, ma anche di cose
fondamentali, come lo stato della Chiesa nel nostro paese, la fede dell'uomo
moderno e il Cristianesimo nel mondo.
Anche molti laici si interessavano a queste questioni. A. Mach mi chiese di
esaminare per lui in breve la questione religiosa per l'uomo moderno. Pensava che
col tempo sarebbe stato liberato e voleva essere preparato a parlarne coi suoi
bambini, e anche con altri. Così ci incontrammo spesso durante le uscite ed io
parlavo della questione di Dio, che scaturisce da un bisogno intrinseco dell'uomo,
che vuole orientarsi nel mondo ed avere chiara la propria concezione di se stesso.
Quello che dice la teoria evolutiva dell'origine dell'uomo, concepita solo
materialisticamente, è fondamentalmente insoddisfacente. La materia in sé tende
alla degenerazione e al caos, secondo la seconda legge della termodinamica, la
cosiddetta entropia. Se vogliamo capire i processi della creazione, dobbiamo
ammettere dietro le quinte del mondo una mente creatrice - Dio. Così, durante le
nostre passeggiate esaminavamo passo dopo passo le questioni della fede. A. Mach
era davvero interessato a tutto e mi ringraziò molto delle brevi ma serrate analisi di
questi problemi. Io ovviamente ne ero soddisfatto.
Già qui alle celle di isolamento ebbi esperienze più concrete della ricerca umana di
Dio. Penso a un caso reale, di un giovane di vent'anni che era stato arrestato per un
«tentativo di varcare il confine di stato». Quando arrivò tra di noi pochi lo
avvicinavano, e lui stesso preferiva la compagnia dei giovani. Ci trovammo a
parlare, non so più bene come, ma ricordo che mi chiese con timidezza se mi poteva
accompagnare durante l'ora di uscita. Dapprima parlammo in modo generico. Poi
mi raccontò tutto del suo caso, di come avesse deciso con suo fratello di fuggire
all'estero, finché qualcuno non li tradì. Nel mezzo del dialogo gli chiesi casualmente
di che religione fosse. Vedevo che non mi capiva bene e allora gli dissi con un
sorriso quello che intendevo: era buddista, mussulmano, cattolico o ateo? Al ché
Janko, così si chiamava il giovane, mi disse: «Io vivo la mia vita e non mi occupo di
queste cose». Questa risposta mi sorprese molto, ma non dissi una parola.
Fortunatamente l'ora destinata all'uscita stava per terminare.
Il giorno successivo me lo trovai di nuovo davanti e già dalle scale mi faceva segno
che voleva ancora uscire con me. Acconsentii ed entrai subito nel vivo del discorso.
«Non potevo dormire» gli dissi «perché la tua ultima risposta di ieri non mi lasciava
in pace. Mi hai detto che vivi la tua vita e non ti occupi di queste cose ... Pensi che
questa risposta abbia senso? Che sia ragionevole e duratura? Ascolta, se tu mi avessi
detto che non t'interessa sapere come si cuciono i vestiti o come si estrae il petrolio,
io avrei pensato che non tutto ti può interessare. I vestiti sono competenza del sarto,
il petrolio del geologo. Ma ci sono cose che dovrebbero interessarci tutti, perché
riguardano non solo il sarto, ma ogni uomo come tale. Una di queste cose è la
domanda se esista o no Dio. E una domanda rivolta ad ogni uomo. Questo perché da
essa dipende la nostra vita da adesso fino all'eternità. E tu mi hai risposto che non
t'interessi a questo perché tu "vivi la tua vita." Ma che risposta è? Che cos'è questa
"tua vita"? Mi puoi dire con sicurezza se la possederai ancora tra un mese? Me lo
potresti dire con assoluta certezza?»
«Una certezza assoluta non ce l'ho» mi disse dopo un momento di riflessione.
«Ma potresti dirmi allora con assoluta certezza se almeno domani mattina avrai
ancora questa "tua vita"? Ma attenzione: con assoluta certezza!»
Per un tratto camminammo in silenzio ... «No, nemmeno questo potrei dire con
assoluta certezza» disse lentamente.
Allora cercai di spiegargli: «Né tu, né io possiamo tenerci la nostra vita quanto
vogliamo. Noi l'abbiamo ricevuta senza chiederla e senza meriti, e la perderemo
anche se protestassimo. E questo può avvenire già questa notte ... Vedi che i fili
delle nostre vite si trovano al di là delle nostre possibilità di agire? Qualcun altro li
tiene in mano ... Questo qualcuno è Dio. E per questo che Dio non ti può essere
indifferente. Perché sia che lo accetti sia che lo allontani, un giorno ti troverai
comunque davanti a lui ...».
La nostra passeggiata terminò qui e dovemmo separarci. Il giorno dopo Janko mi
cercò di nuovo. Per un po' rimase silenzioso, poi mi chiese: «Signor Korec, ma
quando muoio noi due ci rivedremo ancora?».
Gli risposi con le parole della Scrittura: dipende tutto se staremo entrambi dalla
parte giusta o dalle parti opposte ... E gli spiegai queste parole del vangelo
abbastanza chiaramente. A questo punto il ragazzo mi afferrò il gomito, mi strinse il
braccio, continuò a fissarmi e mi disse con enfasi straordinaria: «Signor Korec, mi
creda, Dio esiste! Dio esiste! Lo creda, Dio c'è!».
Cercai di calmarlo un po', ma già veniva annunciata la fine dell'ora ... Janko mi
teneva stretto e diceva: «Signor Korec, io le devo ancora parlare, oggi stesso!». «Ma
come? Ora ci chiuderanno nelle celle!» E ci separammo.
Dopo un'ora circa si aprì la porta della nostra cella e un secondino mi chiamò in
corridoio. Accanto a lui c'era Janko, con un secchio pieno d'acqua e degli stracci in
mano. Era riuscito a combinare che andassimo insieme a lavare le scale! Durante il
lavoro mi disse: «Dovevo stare con lei! Mi voglio confessare!». Lo assicurai che ci
saremmo preparati accuratamente affinché fosse qualcosa di veramente vissuto e
perché potesse maturare in lui. Nelle due settimane seguenti esaminai con lui le
principali questioni della fede e della morale con una preparazione naturale alla
Santa Confessione e alla Prima Comunione. E dopo circa due settimane lo vidi
finalmente felice.
In questo anno e mezzo di permanenza a Valdice successero molte più cose, buone o
cattive, di quanto non sia possibile annotare in queste poche pagine. Ma del resto,
chi è mai riuscito a raccontare la vita reale quotidiana in tutta la sua pienezza? Non
è dunque il caso di tentare di farlo nemmeno qui.
Tuttavia indicherò altre due storie per meglio definire il quadro d'insieme. Nel 1951
rimase in cella d'isolamento anche il padre gesuita Martin Viskupic. Era originario
della regione di Trnava, agricoltore, ed era entrato nella Compagnia di Gesù da
uomo maturo. Era uno Slovacco laborioso e tenace, e aveva preso seriamente la sua
vocazione. Quando fu internato insieme ad altri sacerdoti a Moravec rifiutò di
andare a votare, e spiegò molto bene il perché: «Tutto ci avete preso, avete abolito
tutte le case religiose, con un pugno di ferro tenete i nostri sacerdoti ... Per chi
dovrei votare?! Non voterò per nessuno, perché non posso votare per chi vorrei!».
Lo arrestarono e lo spedirono a Valdice ...
A Valdice lo assegnarono alle celle di isolamento, dove diventò l'aiutante
dell'addetto ai corridoi. Puliva le nostre ciotole di latta tre volte al giorno dopo i
pasti. A volte portava del caffè nero alla finestrella della nostra cella quando ne
rimaneva ancora. Una volta mi disse che avrebbe voluto fare degli esercizi spirituali
e mi pregò di preparargli delle meditazioni. Ci accordammo così: al prossimo pasto
che mi avrebbe portato, gli avrei dato una meditazione scritta su un foglietto e
nascosta dentro una scatoletta di fiammiferi. Quando me l'avrebbe riportata gliene
avrei messo dentro un'altra ...
Così gli diedi la prima scatoletta. Dopo circa un'ora arrivò l'addetto ai corridoi, uno
Slovacco, persona affabile, recluso da anni. Mi passò il foglietto con la meditazione
(aveva dedotto dalla scrittura che fosse mia). Martin l'aveva perduta! Venne,
depresso, dopo due ore, dopo aver frugato dappertutto senza esito ... Gli dissi quello
che era successo. Mi promise che sarebbe stato più attento la prossima volta. Per
tutta la settimana seguente fece gli esercizi spirituali con le meditazioni che gli
scrivevo con gioia ogni giorno ...
La vita dei sacerdoti nelle celle d'isolamento era così, anche felice pur nelle
ristrettezze della prigione. Sapevamo che in carcere continuavamo a svolgere la
nostra missione religiosa, anche attraverso il sacrificio e le difficoltà. Alla
comprensione reciproca tra fedeli e sacerdoti in prigione contribuivano anche altri
detenuti, perfino alcuni che avevano una visione diversa della vita. Vladimir
Skutina, ex giornalista, quando uscì pubblicò il libro «Prigioniero del Presidente» in
cui scrisse anche questo: «Lavoravo al tavolo a cui sedeva quasi tutta la nostra
gerarchia ecclesiastica. Non sono credente, ma la presenza di questi uomini così
dotati di un senso del rispetto e di capacità di sopportazione, così pronti a venirsi
incontro con serenità e giovialità, era così affascinante da farmi per un attimo
rimpiangere di non aver trovato la fede ...».

33. NELLE OFFICINE PER LA SMERIGLIATURA DEL VETRO


Il 20 febbraio 1962 alcuni di noi furono trasferiti dal severo isolamento delle celle
alle officine per la smerigliatura del vetro. Di queste officine avevo già sentito
parlare a Pankràk, Erano un posto di lavoro malfamato, detestato dai detenuti. Il
lavoro era difficile e pesante, ma soprattutto stancava psichicamente. Il mio
trasferimento, però, presentava anche qualche lato positivo. Al mio arrivo entrai in
un nuovo gruppo di sacerdoti, di cui già sapevo qualcosa pur non avendoli mai
incontrati di persona.
Al tempo del mio trasferimento tutti i religiosi abitavano in un grande capannone,
l'ex officina, dove eravamo in circa 180, in maggioranza sacerdoti, con anche
qualche civile e gli inevitabili «bonzàk» che ci tenevano sempre d'occhio.
La polizia di stato, che aveva qui un suo reparto e degli agenti, era molto interessata
a noi anche in questa prigione. I letti nel capannone erano uno accanto all'altro,
sovrapposti a tre a tre, con dei corridoi molto stretti per passare. Dormivamo in tre
uno sopra l'altro e ogni mattina saltavano giù un centinaio di persone infilandosi nel
limitatissimo spazio tra i letti. Ma, come si sa, nella necessità ci si adatta a tutto. Ci
organizzammo in modo tale che, mentre chi dormiva in alto piegava le coperte,
quelli più in basso si lavavano. Poi anche gli altri potevano scendere senza creare
troppa confusione. Dovevamo fare tutto in mezz' ora: lavarci, fare colazione,
riordinare e scopare, e per le sei dovevamo già essere al lavoro nell'officina.
Abitare in questo grande spazio mi dava l'impressione di essere in un alveare.
Quanta disciplina e auto controllo questo richiedeva! 180 persone nel piccolo bagno
con quattro gabinetti... Ma perché drammatizzare? Questo faceva parte della nostra
vita in carcere e io cercavo di accettare tutto come realtà ineluttabile. Ma so per
esperienza che per alcuni ciò fu una sofferenza continua, specie per gli anziani.
I sacerdoti del posto mi accolsero molto bene. In officina lavoravo con i gesuiti P.
Litva, Sukop, Emil Krapka e altri. Mi introdussero nella loro «mietitrebbia», il loro
gruppo di detenuti che lavoravano insieme il materiale, e insieme lo consegnavano e
lo facevano registrare.
Questo mi aiutò molto. Se avessi dovuto fare il lavoro della smerigliatura tutto da
solo sarebbe stato per me decisamente troppo.
In officina conobbi molti altri sacerdoti, a cominciare da Karol Lenàrt, chiamato
dagli amici Karci. Era il capogruppo di noi sacerdoti per quanto riguardava l'ordine
e le faccende con il comando. Erano tutti fantastici. Se già al terzo reparto mi ero
trovato bene, qui mi resi conto ulteriormente di cosa significasse per noi sacerdoti
poter essere insieme! Il nostro «isolamento», che doveva essere un castigo per i
sacerdoti e protezione per gli altri reclusi, perché non potessero essere influenzati,
aveva i suoi aspetti positivi... Da un lato, è vero, non potevamo agire tra i detenuti
come avremmo voluto, ma dall'altro avevamo a disposizione un ambiente ottimale
dal punto di vista spirituale e umano. Era interessante e anche confortante vedere
come tutti i sacerdoti pregassero, da soli o in gruppo. Era possibile, in silenzio e
senza dare nell'occhio, celebrare la Santa Messa in qualche angolino ...
La prima domenica dopo il mio arrivo dalle celle di isolamento ebbi una gradita
sorpresa. Le celle da cui provenivo erano tristemente note non solo per l'isolamento
ma anche per la loro povertà. Ho già accennato al modo in cui passavamo il Natale.
Nel cosiddetto primo e secondo reparto i reclusi si trovavano meglio sotto diversi
punti di vista. La disciplina era meno rigida, si lavorava nelle produzioni più
impegnative delle vetrerie di Jablonec alla smerigliatura del più pregiato vetro
destinato all'esportazione, di conseguenza anche il guadagno era più alto. Se
nell'isolamento ricevevamo una corona al giorno, qui si guadagnavano anche 150
corone al mese di netto, di cui molto andava sul cosiddetto «conto». Coloro che
raggiungevano la norma di produzione o la superavano, ricevevano pasti più
abbondanti e di tanto in tanto avevano il permesso di farsi mandare un pacchetto da
casa.
Già la prima domenica alle officine per la smerigliatura cominciai a sentire qualcosa
di questi vantaggi. La mattina fu destinata alla preghiera, alla Santa Messa
individuale e alla lettura ... Il pomeriggio mi vennero a chiamare per una «visita a
Karci», e la mia sorpresa fu grande. Ci sedemmo sul letto più basso nello stretto
passaggio tra i letti. Karci tirò fuori alcune cose da un pacchetto che aveva appena
ricevuto. C'era un salame, qualche panino e del caffè! Non potevo credere ai miei
occhi.
Era un pacchetto del sottotenente Skrbek! Karci era il capo di una delle più grandi
mietitrebbie, dove accanto ai sacerdoti lavoravano alcuni laici. Il loro lavoro era
pesante ma redditizio. Il sottotenente Skrbek si fidava di Karci come del vecchio
esperto nella smerigliatura del vetro, e lo ripagava così perché lui insegnava il
mestiere anche ai nuovi adepti. Quel pomeriggio, discutendo della situazione della
Chiesa e della nazione, per un momento dimenticammo di essere in carcere...
Ma c'erano sempre le guardie a ricordarcelo. Il tenente Protiva alcuni giorni dopo
prese a calci le nostre valigie durante una perquisizione fuori programma. Gettava
fuori tutto il contenuto e mandava chiunque in correzione per le più piccole
«colpe», quali una preghierina annotata su un foglio o un paio di parole straniere
segnate da qualcuno. Ci «spremevano» ad ogni momento, e dover tirare tutto fuori
dalle tasche era il minimo che potesse capitarci all'uscita dalle officine. Altre volte
dovevamo proprio spogliarci, mentre i bachar frugavano fra i nostri vestiti. Era
estremamente umiliante e non ci feci mai l'abitudine.
Una volta fecero una perquisizione totale. Ci riunirono tutti in un grande ambiente
dove dovevamo raccogliere qualsiasi cosa dentro le nostre coperte. Lì aspettammo
diverse ore prima che venisse il nostro turno. Ci si doveva spogliare davanti a uno
dei bachar, che esaminava tutto e trasportava ogni cosa da un mucchietto all'altro.
Guai se trovava una preghierina ... Questo mi metteva sempre in agitazione, ma non
potevo farci niente. Opporre resistenza in questi casi significava esporsi a
rappresaglie disumane.
Il lavoro alle vetrerie era decisamente duro. Smerigliavamo il vetro per lampadari.
Ogni gruppo lavorava un certo tipo di vetro. Noi tagliavamo le testine, dette
«kopny» dall'espressione tedesca in lingua ceca. C'erano vari tipi di testine, del
diametro da 20 a 60 mm. Ogni testina aveva 31 piccole facce che andavano levigate.
Le norme lavorative prescrivevano di usare entrambe le mani
contemporaneamente: tenevamo una testina in ciascuna mano e la posavamo sul
cerchio di pietra che girava, trainato da una cinghia raffreddata ad acqua. Durante il
lavoro il sangue ci gocciolava letteralmente dalle dita, poiché anche facendo la
massima attenzione i polpastrelli sfioravano sempre la piastra e si spellavano,
specialmente l'indice e il pollice. Tutti dovevano cimentarsi in questo lavoro finché
non raggiungevano una certa pratica. Di notte, aggiustandomi la coperta, mi
pungevo le dita sulla lana ruvida e spesso mi svegliavo per il dolore. Le dita poi si
infiammavano, perché durante il lavoro si bagnavano con l'acqua che scendeva sullo
smerigliatore e che proveniva dal canale della fogna da dove veniva continuamente
pompata e riutilizzata. I miei amici all'inizio mi dicevano che se ne andava soltanto
la carne in eccesso ... L'umorismo ci aiutava ad andare avanti, ma a volte veniva
proprio da piangere.
E prima che arrivassi io si stava ancora peggio. Quelli che non raggiungevano la
norma lavorativa dovevano fare vari «extra» in cucina, in lavanderia, in giardino, in
cortile. C'erano anche correzioni particolari di dieci giorni. A quei tempi alcuni
sacerdoti soffrirono pene inaudite. Non c'è bisogno di frustare un uomo o di
bruciarlo per torturarlo con efficacia. Coloro ai quali il lavoro non riusciva a
perfezione dovevano lavorare come nelle camere di tortura. Poi andavano per
punizione sotto terra per dieci giorni e mangiavano ogni tre ... Inoltre il
sottotenente non permetteva che lavorassero insieme e dovevano imparare a fare
almeno un tipo di testine. Alcuni erano in correzione mese dopo mese ...

34. DOPO L'AMNISTIA DEL 1962


Rimanemmo nel grande capannone da febbraio a maggio, quando fu proclamata
l'amnistia. Era una delle amnistie più vaste che capitò mentre ero in carcere. In
seguito ad essa partirono da Valdice quasi 500 detenuti, fra cui 90 sacerdoti.
La preparazione all'amnistia del 9 maggio 1962 era in pieno corso già da lunghe
settimane prima di questa data. Alcuni prigionieri erano stati convocati al comando
per dei colloqui. Questi a volte erano poco più che formalità, altre volte facevano
parte di obiettivi molto complessi e a lunga scadenza. Molto rimaneva nel mistero.
Anche qui il desiderio di libertà chiudeva la bocca a molte persone ... Vennero
convocati anche alcuni sacerdoti e teologi. Era un'occasione propizia per la polizia
per ottenere, attraverso il disagio umano, collaborazionisti più o meno «volontari».
Venne da me un certo sacerdote, della cui ordinazione però non si sapeva in
pubblico, che con un po' di confusione mi raccontò qualcosa dei suoi colloqui.
All'inizio gli avevano detto che con l'amnistia in arrivo avrebbe potuto riacquistare
la libertà, ma ciò dipendeva da loro e soprattutto da lui stesso. Doveva essere
«ragionevole» con loro. Quella era la loro prima mossa sul detenuto: hai la libertà
quasi in pugno, adesso sta a te ... Venne fuori che la sua «ragionevolezza» doveva
tradursi nell'incontrare di tanto in tanto un agente della polizia per riferirgli come si
viveva con i sacerdoti suoi amici ... Tutto gli era sembrato innocente all'inizio, ma
poi cominciò ad avere paura. Rischiava di compromettere qualcuno per guadagnarsi
quell'amnistia? Non pensò al fatto che un'amnistia è sempre dettata da regole che
dipendono dagli anni di condanna e non dal libero arbitrio di chicchessia. Esitò e
poi firmò un'innocua dichiarazione. Gli domandai se fosse soddisfatto. Era
sconvolto. Decise di annullare qualsiasi incontro regolare ... Finalmente venne il 9
maggio e l'amnistia da lungo attesa. La tensione nei giorni precedenti era cresciuta
fino a quel giorno di festa, quando di mattina venne un agente che lesse un elenco di
nomi. C'ero anch'io! Ma ancora nessuno sapeva con certezza chi di noi potesse
veramente andare a casa: quelli che erano stati chiamati, o i rimanenti?
I prescelti dall'elenco dovettero fare le valigie - tutto nella coperta - e recarsi nella
sala del cinema. Rimanemmo lì seduti per delle ore. I sacerdoti con cui ero
cercavano di indovinare chi sarebbe stato rilasciato. La maggior parte era sicura che
si trattasse di noi dell'elenco, ma a me qualcosa non quadrava. Confrontando il
nostro gruppo con quello rimasto, non potevo credere che fossimo noi gli
amnistiati. Tentai di dirlo a qualcuno con cautela, ma i nervi erano a fior di pelle e
alcuni reagivano bruscamente: «Andiamo a casa e basta!» dicevano come per
scacciare un uccello del malaugurio.
Purtroppo la realtà mi diede ragione. Nel pomeriggio ci trasferirono alla cosiddetta
«crocetta», un corridoio a croce separato dagli altri da inferriate. Lì dovevamo
restare, mentre i sacerdoti dell'altro gruppo fecero le valigie e andarono veramente
a casa. E così restammo noi a Valdice ... Alla crocetta, peraltro, si stava abbastanza
bene. Di nuovo tutti sacerdoti, solo fra noi a dormire, solo noi a viverci, lasciavamo
le celle sempre aperte, anche se l'inferriata sotto le scale restava chiusa. Aggiunsero
a noi tre testimoni di Geova, oltre ad alcuni sacerdoti protestanti che c'erano già
dall'inizio.
Non tutti lavoravamo alle officine. Avevamo diverse mansioni, ma, abitando
insieme, anche molte occasioni di incontrarci. Esaminavamo riviste come «Vedute
slovacche», «Vita culturale» e «Lettere culturali», che ci offrivano spunti per
discorrere tra noi. Parlavamo anche di questioni teologiche, ma senza mai cercare di
convincere qualcuno o perder ci in dispute. Tutto quello che ci interessava era di
andare tranquillamente alle radici delle varie questioni e di cercare di scoprire se in
profondità non fossimo più vicini al senso della vita di quanto non fosse emerso
dall'evoluzione storica. Questi colloqui ci avvicinavano molto l'uno all'altro. Alla
crocetta passammo un bellissimo Natale. Le feste natalizie erano vissute quasi in
ogni cella con molta partecipazione. Oltre alle preghiere e ai canti, ognuno di noi
raccontò agli altri qualcosa delle proprie esperienze di Natali passati, e disse quale
di questi fu il più bello ed autentico. In questo Natale ci sentimmo vicini come mai
prima.
In quel periodo ebbi alcuni preziosi colloqui con un ottimo teologo, Jozko K. Una
volta mi parlò dell'infallibilità del Papa, accennando con molta arguzia a come ciò
costituisse un ostacolo fondamentale per la riunificazione tra protestanti e cattolici.
Mi spiegò che i protestanti non si sarebbero mai permessi di dichiarare che un solo,
unico uomo dovesse essere infallibile riguardo l'esposizione di tutte le Verità
racchiuse nelle Scritture. Lo ascoltavo con molta attenzione cercando di cogliere la
vera sostanza di questo problema, dopodiché iniziai ad esprimere in tutta
tranquillità il mio punto di vista: tutta la Rivelazione di Dio altro non è che
l'intervento divino nella storia umana attraverso individui prescelti, a partire da
Abramo, attraverso tutti i patriarchi fino a Giuseppe, poi Mosé, Re David e infine
per mezzo di Samuele e di tutti i profeti. Ognuno di essi, naturalmente, ha dovuto
legittimarsi davanti al popolo come messaggero di Dio, e Dio stesso confermava la
loro missione con profezie e miracoli. Tutto questo proseguì anche nel Nuovo
Testamento. Gesù richiamava l'attenzione sulle proprie azioni, che confermavano la
sua missione e la sua Persona. Quando promise agli apostoli lo Spirito Santo, disse
che lo Spirito avrebbe dato loro tutta la verità e la comprensione di ciò che prima
non capivano. Gesù, in sostanza, diede agli apostoli il potere di sostituirlo. Egli disse
loro: «Chi ascolta voi, ascolta me». Con questo potere gli apostoli, dopo aver
ricevuto lo Spirito Santo, cominciarono a predicare il vangelo come Gesù aveva
detto loro e alcuni lo scrissero per i posteri. La Chiesa sin dal principio ha sempre
considerato il vangelo la parola infallibile di Dio. Qui siamo alla radice del nostro
problema. Se uomini come Matteo e Luca poterono trascrivere l'infallibile parola di
Dio, che noi accettiamo come tale, perché non accettare che altri uomini, diciamo
Pietro, poi Lino, Cleto, Clemente e tutti i successori di Pietro fino al Papa odierno,
hanno anch' essi il potere di annunciare e di spiegare in modo infallibile ed unico la
parola di Dio? Così è stato stabilito, anche perché non sorgano dubbi, caos e
disintegrazioni. Pietro e i suoi successori ebbero questo potere dalla bocca di Cristo:
«Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa». Pietro ricevette le chiavi
e il potere di sciogliere e di unire. Chi ascolta lui ascolta Cristo ... Dopo la
Risurrezione questo potere gli fu riconfermato con queste parole: «Pasci le mie
pecorelle». L'ufficio di Pietro dura fino ad oggi poiché la Chiesa è così edificata in
modo duraturo sulla roccia - su Pietro ... Adesso era Jozko K. ad ascoltarmi
attentamente. Quando ebbi finito rimanemmo entrambi in silenzio. Poi mi strinse le
sue braccia intorno alle spalle ... Discutemmo altri argomenti teologici, ma nessuno
di noi volle mai sopraffare l'altro. Cosa vuol dire sopraffare e vincere nelle questioni
di fede? Vincere può solo Cristo, la sua verità e il suo amore.
In quel periodo stavano con noi diversi teologi boemi e slovacchi. Con quasi tutti
mantenni dei vivi contatti. Per loro era un'occasione di intensa preghiera e di
preparazione allo studio per il futuro servizio sacerdotale. Per molti di loro, poi, la
detenzione a Valdice fu addirittura un atto provvidenziale. Qui incontrarono
professori di filosofia e di teologia e con loro esaminavano le varie discipline,
mentre presso altri avevano una guida spirituale. Presto compresero come Dio
sappia fare di ogni apparente male un atto di crescita ...

35. CON LA SCORTA A RUZYN


La sera del 16 febbraio 1963 seppi che il giorno dopo sarebbero venuti a prendermi
con l'ordine esplicito di scortarmi a Ruzyn. Ero contento di averlo saputo in
anticipo. Almeno, questa volta, sapevo dove andavo! Lo annunciai ad alcuni amici
quella sera stessa. Mi dissero che avrebbero pregato per me. Siccome non volevo
che tutta la camerata lo sapesse, perché non si indagasse poi su chi me l'aveva
rivelato, preferii non divulgare troppo la notizia della mia partenza. Dopo che fu
spenta la luce, i pochi a cui l'avevo detto mi si avvicinarono in silenzio e mi misero
in mano qualche minuzia per il viaggio. Avevano appena ricevuto i loro pacchetti,
così mi regalarono dei pezzi di cioccolata e un sacchetto di fichi.
Fui dunque scortato, attraverso Hradec Kràlové, Pardubice e Praga fino a Ruzyn. Mi
misero in una cella veramente fredda. La finestra restava semiaperta e non si
riusciva a chiuderla. Era febbraio, fuori nevicava, dentro si gelava. Quando la
mattina venne il sottotenente di servizio con il suo quotidiano sollecito - «Richieste,
reclami, compere ...» - io gli feci notare la finestra aperta. Ma era già ora di andare
agli interrogatori... Volevo proprio vedere cosa c'era questa volta! Lo seppi quasi
subito: avevano arrestato Jozko Hnilica, Padre Dubovsky, Dominik Kalata e altri. Di
nuovo mi ripromisi di non dire niente. Non so e non so! Non volevo nuocere a
nessuno, specie ai miei amici o addirittura confratelli che facevano solo quello che
era loro dettato dalla coscienza. Il quinto giorno il freddo si fece insopportabile.
Cercai di lavarmi tutto con l'acqua fredda, che si poteva far uscire dal tubo di
gomma sopra il gabinetto alla turca in un angolo della cella, ma rischiavo di
ammalarmi. Facevo ginnastica camminando sei passi avanti e sei indietro nella cella
... Quando arrivò il sottotenente protestai con più veemenza del solito, e finalmente
arrivò un operaio a riparare la finestra.
Il capitano che m'interrogava era in certi momenti nervoso e spietato, in altri più
comprensivo. Ma sin dal primo interrogatorio venne nella stanza anche il direttore
di tutta la prigione di Ruzyn, che si rivolgeva a me in modo molto più affabile. Mi
disse addirittura di aver studiato dai gesuiti, se ben ricordo a Praga e a Bubenec. Mi
disse tra l'altro: «Noi sappiamo, signor Korec, chi abbiamo qui. Abbiamo dato
un'occhiata alle sue carte e non ci aspettiamo che lei ci dica subito tutto quello che
sa ... Ma sarebbe bene che lei parlasse in modo ragionevole, perché non vogliamo
trattenerla troppo a lungo». Era una dichiarazione coraggiosa da parte sua. Voleva
probabilmente colpirmi con quell'inusitata schiettezza ... Il giorno seguente il
capitano che m'interrogava mi fece vedere un album di foto, con una decina di foto
formato tessera su ogni pagina, in tutto un centinaio forse. Dovevo dire chi
conoscevo. Scorsi pagina dopo pagina. Riconobbi molte persone fra cui Jozko
Hnilica, Peter Dubovsky e altri. Quando pronunciai il nome Peter, il capitano rise e
ripeté più volte in ceco: «Ah, Petr, Petr ...». Ebbi l'impressione che lui stesso l'avesse
interrogato. Ogni mattina dopo la colazione arrivava in cella il sottotenente:
«Richieste, reclami, compere ...». Non avevo richieste, non ci tenevo a lamentarmi,
non scrivevo lettere e non volevo comprare nulla. Una volta a Bratislava avevo
provato ad ordinare della frutta, ma il relatore mi aveva annullato la richiesta, forse
per punizione perché non volevo parlare. Avevo la sensazione di dipendere da quel
funzionario e che avrei ricevuto qualcosa solo se mi fossi comportato «bene».
Questo, a Bratislava. Qui, decisi di non chiedere niente che non fosse strettamente
necessario.
Dopo circa due settimane il capitano, prima che cominciasse l'interrogatorio, mi
guardò e mi disse: «Signor Korec, niente. desideri, niente reclami, niente spesa?
Niente di niente?». L'interrogatorio proseguì ma in realtà rimase fermo. Non dicevo
mai niente che potesse incriminare qualcuno. Il capitano mi mostrò dei protocolli di
persone che avrei incontrato a Bratislava e voleva che li firmassi. Ma io non firmai
niente. Il capitano si disperava: «Ma che razza di carattere il suo! Anch'io negai
davanti alla Gestapo ... Ma non come fa lei! Tre fogli protocollari la incriminano e lei
continua a negare!». Dopo un po' sospirò e disse: «Ah, sì. La legislazione socialista
progredisce e lei lo sa ... Gli anni cinquanta sono lontani ...».
Gli interrogatori a Ruzyn duravano ormai da tre settimane. Mi interrogò anche un
civile che mi portò in un altro ufficio. Ma fu deprimente per tutt' e due. Stavamo
seduti dalle otto del mattino fino a mezzogiorno, lui con un foglio bianco davanti a
sé e la penna in mano. Ma sul foglio, non una parola... Cercava di convincermi che
sarebbe stato tutto più facile se avessi detto certe cose, che tutto si sarebbe
semplificato, tanto io la mia condanna ce l'avevo già e nessuno voleva aggiungere
niente ai miei dodici anni. Mi citava il codice penale ... Mi era penoso, eppure gli
dissi: «Signor relatore, non si offenda ma davvero non riesco a crederle. Sono
convinto che anche se fosse tutto scritto lì, lei troverebbe sempre il modo di darmi
altri anni di galera». Questi interrogatori erano sempre più spossanti, c'era troppa
tensione.
Da me volevano soprattutto che confermassi che circa cinque anni prima era venuto
in Cecoslovacchia un italiano, il quale avrebbe dovuto raccogliere delle informazioni
e predisporre delle faccende riguardanti la religione cattolica. Dissi chiaro e tondo
all'ufficiale inquirente che non intendevo parlare dei miei conoscenti, né tantomeno
deporre in tribunale contro di loro, perché ero convinto che non avessero fatto
niente di male e che anzi, tutto quello che avevano fatto era nel loro pieno diritto.
Dalle esperienze dei miei interrogatori sapevo che anche i fatti in apparenza più
innocenti erano considerati «confessioni» di tremendi crimini. Per esempio,
nell'aprile del 1960 annuii quando mi fu chiesto se mi fossi incontrato con Padre
Sitkej, un giorno al cimitero Martinsky di Bratislava. E cosa non tirarono fuori da
questa mia «confessione»! Dopo la verbalizzazione mi guardarono torvi e mi
dissero: «Signor Korec! Un incontro al cimitero! Ma questa è cospirazione di prima
categoria!». Ero sbalordito e arrabbiato con me stesso perché l'avevo ormai
ammesso. Avrei potuto tenermelo per me e mi avrebbero lasciato in pace! In realtà,
ovviamente, si trattava di una cosa assolutamente innocua. Padre Sitkej mi aveva
fatto sapere, dopo anni che non ci vedevamo, che sarebbe passato da Bratislava per
andare da Brno a Nitra a trovare sua madre. Dato che aveva il padre sepolto al
cimitero Martinsky, mi chiese se lo potevo accompagnare, così durante il suo
tragitto avremmo potuto parlare un po' e lui sarebbe ripartito subito dopo con il
treno seguente. Si trattava semplicemente di un incontro tra vecchi amici. Nel
nostro colloquio non toccammo affatto alcun «problema» politico, ma
all'interrogatorio ne fecero una «cospirazione al cimitero»! Ecco perché decisi di
non dire mai più niente di nessun altro mio incontro. E così feci anche a Ruzyn.
La mia presa di posizione provocò molta indignazione. Dopo circa venti giorni
arrivò con il mio investigatore anche il comandante del reparto investigativo e
insieme mi attaccarono. Il comandante si sedette di fronte a me e mi disse molto
rozzamente: «Signor Korec, lei parlerà eccome!». Probabilmente anch'io reagii con
durezza e lo guardai con una certa fermezza quando gli dissi: «Dirò quello che so!».
Forse non avrei dovuto dirlo ... Il comandante scoppiò: «Ma come si permette lei,
cosa immagina? Ma dove siamo? Pensa forse di trovarsi in qualche commissariato
di polizia?! Lei si trova nella centrale cecoslovacca della polizia di stato!». Poi venne
giù il cielo. Unirono le loro forze e cominciarono a darmi del meschino e del
bugiardo, io che dovevo educare il nostro popolo e che non sapevo dire un briciolo
di verità. L'ultimo insulto, quasi a ricapitolare tutto, fu: «Che letame!».
Probabilmente non sapevano andare oltre con le ingiurie. Quando uno diventa
«letame», è l'ultima stazione.
Io intanto sedevo in silenzio in un angolo e pregavo. Sembra che anche questo li
irritasse: «Guardalo un po', se ne sta lì come il bambin Gesù!». Io rimasi zitto
continuando a pregare. Le loro ingiurie non mi toccavano più. Sapevo perché ero a
Ruzyn. Le loro accuse di bugiardo non le consideravo neanche. Sapevo che con
questi metodi distrussero non pochi uomini di fede ma io non me ne curavo. Alla
fine dissi loro: «Voi rimproverate alla Chiesa di aver reso i lavoratori degli asini,
mentre avrebbero dovuto pazientemente curvare le spalle sotto le fruste dei signori
... In realtà voi vorreste fare di noi fedeli degli asini che dicano tutto di sé e degli
altri qualora gli venga domandato, per darvi modo di giudicarli per qualsiasi cosa
abbiano detto. Accettereste un cristiano umile solo se poteste trame qualche
vantaggio. Allora vi richiamereste anche ai dieci comandamenti e alla sincerità, pur
sapendo che lo stesso codice penale e civile ammette la possibilità che l'accusato
non parli se ciò dovesse essere compromettente per lui». Avevo espresso questi
pensieri più volte non solo a Bratislava ma anche a Ruzyn. Oltre a questo dissi che
dopo le mie esperienze personali ero deciso a non parlare né di me, né degli altri,
poiché molte mie deposizioni in buona fede erano state contorte e abusate. Con
queste parole lasciai la stanza dell'interrogatorio in quel memorabile giorno di
insulti, e un bachar mi condusse con l'ascensore nella mia cella. Anche il giorno
seguente andai all'interrogatorio verso le otto del mattino. Il capitano era già lì ad
aspettarmi. Aprì la sua cassaforte e fece come per cercare qualcosa, ma ebbi
l'impressione che non sapesse veramente cosa voleva e che fosse a disagio. Dopo un
po' chiuse un'anta della cassaforte, guardò nell'angolo dove sedevo, su un'asse di
legno affondata nella parete, e inaspettatamente mi disse: «Lei è un diavolo!». Ma
lo disse con un tono dolcemente burbero, come uno schiaffo che è in realtà una
carezza. E poi aggiunse: «Veramente non fa parte del nostro interrogatorio, ma
glielo dico lo stesso: lo sa che ieri i nostri hanno vinto in Brasile?».
Uno davvero non può mai sapere cosa succeda nell'animo del prossimo. Soltanto
ieri mi aveva insultato tanto ... Forse di notte, o al momento di coricarsi, ci aveva
pensato su e si era sentito non solo un investigatore ma anche un uomo. Forse gli
era venuto in mente che ciò per cui vivevo io in fin dei conti non era niente di male,
e che non avevo mai fatto altro che seguire la mia coscienza e il mio ideale religioso.
O forse si rese conto che quello che facevo io era perfettamente normale in altre
parti del mondo, e che comunque ne avevo pieno diritto secondo la costituzione e le
nostre leggi. E così si ammorbidì e voleva in qualche modo farmelo sapere ...
Dopo gli interrogatori a Ruzyn tornavo sempre in cella con un certo sollievo.
Continuavo a comportarmi come a Bratislava. Per tutte le ore libere della giornata
avevo un programma. Pregavo, meditavo, recitavo lentamente la Santa Messa anche
se non potevo celebrarla perché non avevo l'ostia e nemmeno poche gocce di vino.
Non potevo dormire di giorno perché i bachar guardavano spesso dallo spioncino.
Una volta, quando avevo appoggiato la testa sul tavolo e mi si erano chiusi gli occhi,
il bachar si era messo a dar colpi alla porta urlando: «Non è permesso dormire!».
Dopo 35 giorni finì anche la detenzione a Ruzyn. Ma ebbi ancora una bella
esperienza in cella. Nel fagottino che avevo portato da Valdice c'erano alcune cose
da mangiare tra cui il già ricordato sacchetto con i fichi. Come succede in carcere,
uno finisce di accorgersi di ogni dettaglio, così notai l'etichetta sul sacchetto. Lessi il
luogo di origine: Izmir (Smirne), Questo mi diede un senso di spazio, di gioia!
Quanto poco basta a un uomo solo in cella per intere settimane! Vedevo San
Policarpo di Smirne e immaginavo anche San Paolo, che attraversò tutti quei paesi
durante i suoi viaggi di missione, e mi dissi tutto contento: «Questa frutta, che ho
qui in cella a Ruzyn, è cresciuta sul terreno calpestato da questi famosi uomini della
Chiesa primitiva! L'apostolo delle nazioni Paolo e il vescovo di Smirne Policarpo che
conobbe persino San Giovanni Apostolo!».

36. PER LA TERZA VOLTA A VALDICE


Dopo 35 giorni ritornai a Valdice. Non avevo detto niente e così non avrebbe avuto
senso convocarmi in tribunale, dove senza dubbio sarei dovuto comparire come
testimone. il capitano aveva anche cercato di provocarmi: «Lei non sarà in grado di
negare queste cose anche in tribunale!». Ma io gli avevo risposto: «Signor capitano,
certamente non direi in tribunale cose che non ho detto qui». Ero felice di poter
tornare. a Valdice, di nuovo tra i miei. Ormai era come casa mia e doveva esserlo
ancora per lunghi anni...
La nostra vita a Valdice e nell'officina per il vetro si poteva definire, in un certo
senso, monotona, anche se cercavamo di ravvivarla in vari modi. Il lavoro, le norme,
le perquisizioni, le brigate ... Non potevamo scrivere nessuna parola straniera, né
leggere un passo della Bibbia, perché questo veniva punito con l'isolamento e la
correzione.
Neppure io ero riuscito ad evitare una simile punizione ... Era ancora inverno e c'era
bisogno di risparmiare elettricità, perciò andavamo ai turni di lavoro in modo da
consumare meno elettricità possibile, spegnendo la luce nelle celle in certe ore del
giorno. La mattina dovevamo alzarci alle cinque per la perquisizione insieme a
quelli che andavano a lavorare, ma poi tornavamo in cella, al buio, finché non
faceva giorno. In questi momenti prima dell'alba, stavamo per lo più seduti sui letti
o sulle panche intorno al tavolo. Qualcuno si sdraiava sul letto e meditava in
silenzio. Una mattina la porta si aprì con violenza ed entrò il sottotenente Skrbek,
accendendo subito la luce. Naturalmente si accorse di come tendevamo ad alzarci
dai letti prima dell'alba ... Prese il mio nome e quello di altri due. Mi diedero cinque
giorni di isolamento con la nota: «Qui non si sta nel letto!»
Abitavamo sempre alla crocetta, visitandoci a vicenda e discorrendo di teologia,
filosofia e della situazione politica. Poi arrivò un cambiamento inaspettato. Ci
trasferirono al cosiddetto «Butovec». Era come un villaggio di baracche accanto alla
sala delle caldaie del carcere. A Butovec avevamo più libertà. Andavamo spesso a
fare delle «brigate» di lavoro: mettere in ordine il cortile e vangare il piccolo
giardino, pulire i pavimenti al comando, pelar patate in cucina ... Questo ci
prendeva tempo, ma lo facevamo volentieri perché così avevamo modo di lavorare
insieme, in gruppetti di credenti, il che era molto prezioso per noi.
A Butovec discutevamo molto con Jozko Juras, pastore protestante, spesso nella
cella di Padre Litva, che ci invitava regolarmente a prendere un tè veramente
insuperabile. Ce lo preparava anche durante il lavoro per lo spuntino delle dieci.
Padre Litva riconosceva dal gusto il tè georgiano, quello indiano, quello cinese e
quello russo. La nostra «tazza di tè» era il contenitore della senape e naturalmente
lo bevevamo senza alcuna aggiunta, ma anche questo ci dava un po' di gioia.
Presi alcuni libri dalla biblioteca anche se la scelta non era un granché. Lessi almeno
due volte il «Di e kultur der Renesance in Italien» di Burkhardt, e «La pietra e il
dolore» di Sulc, un libro di cui si parlava molto. Alcuni lo difendevano, ma io ebbi
parecchie cose da dire al riguardo, specialmente sul modo in cui era stato
pubblicato: si trattava solo delle bozze originali del libro, cui non sarebbe mai
seguito un epilogo perché l'autore era morto prima di completare la sua opera.
L'epilogo avrebbe potuto equilibrare quanto di negativo era proposto nella prima
parte. Dopo la morte di Sulc si era cercato di convincere sua moglie a non
pubblicare queste bozze ...
Potevamo vedere anche dei film, il che era un lusso nuovo in prigione. A vedere un
film si andava per premio, ma siccome si trattava il più delle volte di film banali, noi
di solito non andavamo a vederli. Poi il nostro comando passò all'altro estremo: ci
obbligò a vedere i film che proiettavano.
In camera generalmente c'era un silenzio assoluto. All'inizio i sacerdoti erano
isolati, poi aggiunsero alcuni civili fra noi. Erano persone molto educate, per lo più
prigionieri politici. Più tardi ne arrivarono altri con altre condanne, ma in sostanza
riuscivamo a sopportarci tutti.
Un caso a parte erano i testimoni di Geova. Ai miei tempi erano in quattro. La
maggior parte di loro si rifiutava di prendere in mano un fucile durante il servizio
militare. Alcuni erano stati condannati per questa ragione, anche due volte di
seguito. Si trattava di persone giovani, alcuni dei quali avevano già messo su
famiglia. Erano educati e laboriosi, ma vivevano in un mondo tutto loro,
completamente diverso dal nostro. Non ho mai saputo addentrarmi nel segreto
della vita religiosa di queste persone. Da un lato sembrava che volessero vivere
unicamente per Dio, disposti anche a sacrificare la loro libertà; ma dall'altro lato mi
colpiva la loro durezza, spesso direi quasi disumana, che scaturiva da una specie di
menzogna insieme a parecchia presunzione. Mi spiegherò meglio con un esempio.
Una mattina, durante radunata, udii per caso un sommesso dialogo tra un
testimone di Geova e un ragazzo. «Secondo te» chiese il testimone al ragazzo, «la
verità è semplice o complessa?» Silenzio. Dopo un momento il testimone si rispose
da solo: «La verità è semplice! Ma allora secondo te perché hanno i seminari e cosa
studiano a fare, se la verità è semplice?». Di nuovo silenzio e di nuovo il testimone
si rispose da solo: «Ci fanno studiare per farci rimbecillire!». Questa conclusione mi
lasciò stupefatto. Si trattava con probabilità di noi tutti. Ed egli diceva precisamente
che noi studiavamo per far rimbecillire qualcuno! Ma questo non era tutto. Fece
un'altra domanda al ragazzo che gli stava accanto: «E secondo te, perché sono tutti
qui? Non lo sai? Te lo dico io: per fornicazione!».
Non potevo credere alle mie orecchie! Questo ragazzo testimone di Geova, che
meditava tutti i giorni sulle Scritture, fiero della propria fedeltà a Dio e ai suoi
comandamenti, accusava di gravi peccati tutti i sacerdoti con cui viveva, e senza
essersi curato di ascoltare la condanna di uno solo di noi! Dove aveva preso quel
coraggio? E la sua coscienza cosa diceva?
I testimoni di Geova non santificavano nessuna festa, nemmeno il Natale. Anzi, il
Natale del 1962 divenne la pietra dello scandalo. Noi lo celebrammo a Butovec in
tranquillità e comprensione reciproca. Anche le guardie erano più accondiscendenti
del solito. Quella sera pregammo e cantammo i canti di Natale. Insieme a noi c'era
anche Jozko Juràs, pastore protestante. Era un Natale veramente bello ...
Ma Jozef Ch., un testimone di 26 anni, stava ostentatamente sdraiato sul letto più
alto e come per ripicca non volle partecipare. Il mattino seguente, il giorno di
Natale, si accostò a Jozko Juràs durante la passeggiata e cominciò a fargli dei
rimproveri severi: «Signor Juràs, perché lei sta dalla parte degli infedeli?!». Poi gli
«spiegò» che gli infedeli eravamo noi, sacerdoti cattolici. Quando Jozko ce lo
raccontò quel giorno stesso, era preso da un'agitazione mista all'indignazione. Non
sapeva spiegarsi se a turbarlo maggiormente fosse il fatto che i testimoni di Geova
lo considerassero un loro alleato naturale contro i cattolici, oppure il fatto di essere
un infedele ai loro occhi. Jozko infine disse al giovane testimone dure parole. Gli
chiese se fosse tanto cieco da non vedere come vivevamo. Se non avesse mai notato,
in quei lunghi mesi, come i sacerdoti cattolici pregassero con cuore sincero ogni
giorno, come si sacrificassero per gli altri, come lavorassero coscienziosi, come
sopportassero con pazienza e coraggio la loro condanna per la giustizia divina.
«Come puoi permetterti di dire di questi uomini che sono infedeli?!» disse
aspramente al ragazzo. «Ma come ti permetti?! Almeno con me sia la prima e
l'ultima volta!» Raramente Jozko Juras, che era ormai sulla cinquantina, si era così
arrabbiato ...
Anche personalmente subii purtroppo delle incomprensibili reazioni dai testimoni
di Geova e vidi degli strani atteggiamenti in loro. Lo stesso testimone Jozef Ch. mi
chiese più volte di parlare con lui. Non immaginavo cosa volesse dirmi e così
acconsentii. Mi sorprese già dalle prime parole del nostro incontro, quando attaccò
la mia devozione a Maria. Gli chiesi: «Lei conosce il vangelo secondo San Luca?».
Rispose affermativamente. «E conosce il Magnificat?» Disse di sì. «Sappia allora
che noi siamo di quella stirpe che venera la Madonna.»
Non rispose niente, ma obbiettò dicendo che Gesù a Cana di Galilea aveva tacciato
duramente Maria! «Se intendesse tacciarla veramente di qualcosa e se lo fece con
durezza non lo so di preciso» risposi, «ma so che dopo compì un miracolo per sua
intercessione. E Maria anzi non sentendosi affatto offesa disse agli inservienti: "Fate
tutto ciò che vi dirà", il che vuol dire che si fidava di Gesù.»
Non reagì in modo razionale a nessuna delle mie osservazioni, a nessuna mia
tentata spiegazione. Infine attaccò la Chiesa e usò una rozza espressione, «sposina
del diavolo». Questo mi mise in tumulto. Quando un discorso prende una piega
simile per me è inutile continuare. Un ragazzo così sicuro di sé che si permette di
condannare la millenaria Chiesa di Cristo che è anche la mia madre Chiesa!
«Da quanto tempo esistete?» gli chiesi. Sembrava non capire. «Quando fu fondata
la vostra Chiesa?» ripetei la domanda e lo aiutai con la risposta: verso il 1870, nel
secolo scorso. Continuai a chiedergli: «Riconoscete la Bibbia e i Vangeli?» - Sì - «E
da dove avete preso nel 1870 i Vangeli?» Non capiva. «Dico, vi sono caduti dalle
nuvole, o li avete trovati già sulla terra?» Rimase zitto. Allora aggiunsi: «Glielo dico
io dove avete preso i Vangeli: se sia stato attraverso qualche setta, dalle comunità
dei Battisti o da qualcun altro, fatto sta che li avete avuti dalla Chiesa cristiana, in
cui sono nati, la quale li ha approvati e custoditi per secoli fino al 1870 e fino ad
oggi.
Ma se io considerassi la Chiesa cattolica come fate voi, "una sposina", non solo non
prenderci da essa i Vangeli, ma non oserei chiedere a siffatta istituzione neanche
l'abbecedario! Arrivederci!».
Da allora mi lasciarono in pace. In seguito riflettei se per caso non avessi reagito
troppo bruscamente. Ma ero convinto che se avessi continuato una discussione
cortese e moderata da parte mia, queste persone avrebbero tratto le loro
conclusioni, continuato a spargere ogni tipo di menzogne, e mi avrebbero pure
criticato su come non fossi in grado di rispondere. Non volevo arrivare a questo. In
fin dei conti anche il vangelo riporta dure controversie con i farisei accanto ad
esposizioni più tranquille ...

37. NEL PERIODO DEL CONCILIO


A Val dice erano permesse visite ogni sei mesi, da cui riuscivamo a sapere alcune
cose dal di fuori. Per il resto le maggiori fonti di notizie erano i nuovi arrivati dalle
altre prigioni, o i nuovi arrestati che ci informavano di quello che accadeva nel
mondo. Un'altra fonte di notizie era la stampa.
Uno degli avvenimenti più importanti del nostro secolo fu la convocazione del
Concilio generale della Chiesa Cattolica, che entrò nella storia come il Concilio
Vaticano Secondo. Dagli articoli delle riviste culturali a nostra disposizione,
riuscimmo ad apprendere qualcosa del grande avvenimento.
Ci aiutò il fatto che la stampa fosse più bendisposta verso il nuovo Papa, Giovanni
XXIII, dopo la morte di Pio XII, e ne parlasse con più indulgenza. Tutti i vescovi del
mondo dovevano partecipare al Concilio.
Anche il vescovo di Spis, Monsignor Vojtassàk, ricevette l'invito, pur trovandosi in
prigione. Rispose che per motivi che non dipendevano dalla sua volontà non gli
sarebbe stato possibile partecipare al Concilio. Ma questo invito fece a tutti noi un
effetto incoraggiante: a Roma sapevano di noi e contavano sulla nostra
collaborazione!...
Naturalmente a quel tempo ignoravamo molte cose. Non sapevamo ad esempio che
dopo la morte di Giovanni XXIII, Papa Paolo VI il 29 settembre 1963 durante
l'apertura della seconda parte del Concilio disse: «Dobbiamo essere realisti e non
possiamo nascondere i colpi inferti a questo Concilio da altri paesi. Possiamo forse
essere ciechi e non vedere le file di posti vuoti in questa sala? Dove sono i nostri
fratelli dei paesi in cui la Chiesa è ostacolata? li nostro dolore cresce, quando
valutiamo tutto quello che sappiamo e non sappiamo della vita di tanti vescovi,
religiosi, suore e laici esposti alla povertà, alle ingiustizie e alla paura per la loro
fedeltà a Cristo e alla Chiesa. Il nostro lamento vuole trasformarsi in un'esortazione
destinata a tutti i governanti, perché abbandonino la loro ingiustificata inimicizia
verso la Chiesa Cattolica ...».
Paolo VI sapeva quello che diceva! Le carceri erano piene di sacerdoti e di credenti.
All'apertura del Concilio solo a Valdice erano rinchiusi più di 200 sacerdoti e sei
vescovi...
Purtroppo ciò che vedeva Paolo VI non vollero vedere alcuni rappresentanti della
Chiesa slovacca.
Il Giornale Cattolico ai tempi dei nostri processi scriveva ciecamente: «Il nostro
popolo si è avviato verso un futuro radioso e bellissimo» (19-6-'60). Lo stesso
giornale esprimeva «la più grande indignazione» nei confronti dei sacerdoti
condannati 00-3-'59).
Nel frattempo il consiglio di pace degli ecclesiastici cattolici mandava telegrammi al
re greco con la categorica richiesta di liberare Manolis Gleznos dal carcere (Giornale
Cattolico, 13-11-'60). Riguardo ai torti e alle persecuzioni subite dai nostri credenti
non si espressero né i movimenti internazionali delle Democrazie Cristiane, né
tanto meno il Giornale Cattolico da loro redatto. Non una parola. La Slovacchia e la
Chiesa intera si limitavano ad osservare con amarezza, ma senza la possibilità di
agire.
L'anzianissimo Monsignor Vojtassàk scrisse nel 1964 da Senohrab, vicino a Praga,
dove viveva in libertà vigilata: «Non c'è tempo da perdere se i cattolici alle rispettive
cariche non vogliono farsi seppellire ... Se non vogliamo essere chiamati cani muti
(allusione al salmo) o guardiani noncuranti del potere, dobbiamo far sentire la
nostra voce a tutta l'opinione pubblica e a tutta l'eredità dei cattolici». Monsignor
Vojtassàk poté già a quel tempo pubblicare tali parole, in quanto era stato
finalmente scarcerato.
Sul Rudé Pràvo del 6 ottobre 1963 c'era questa notizia ufficiale in prima pagina: «Il
Presidente della Repubblica A. Novotny ha concesso la grazia per il residuo di pena
ancora da scontare ai vescovi della Chiesa Cattolica Romana J. Vojtassàk, S. Zelo e
L. Hlad. Insieme a loro sono stati liberati in questi giorni il dottor J. Beran, ex
arcivescovo di Praga e il dottor Karel Skoupy, vescovo di Brno». I graziati e i
rilasciati però avevano il divieto di tornare nelle proprie diocesi e furono relegati in
campagna sotto sorveglianza.
Dopo il 1963, in seguito al rilascio di Monsignor Vojtassàk, cominciammo a
percepire anche a Valdice ondate di distensione, alternate alla classica rigidezza. Ci
appariva chiaro che il comando del carcere come le stesse guardie vivevano in una
sorta di insicurezza nei rapporti con noi sacerdoti. Alcuni di noi ricevettero una
condizionale e se ne tornarono in libertà dopo aver scontato metà della pena.
Questo processo durò alcuni anni. Ma ciò non significò, purtroppo, un
cambiamento di atteggiamento né verso la Chiesa, né verso i singoli sacerdoti.
Continuavamo a subire le persecuzioni, durante le quali ci gettavano qualsiasi cosa
nello stesso mucchio, dalle lamette alle bustine di tè... Quando il professor Hanus
rifiutò la condizionale fu costretto a spingere una carriola vuota per tutto il
complesso di Valdice mentre veniva schernito. Durante una perquisizione, gli
trovarono un manoscritto che trattava della cultura oggi. Gli diedero una punizione
in quanto «ideologo slovacco». Così la distensione si alternò a nuove tensioni
ancora per lunghi mesi. Ma nell'insieme eravamo fiduciosi che la situazione sarebbe
presto volta al meglio.
In quel periodo i comandanti cominciarono a permettere, ad alcuni reclusi
meritevoli, di studiare manuali di francese e di tedesco. Dopo lunghe esitazioni
cercai anch'io di procurarmene uno, ma non ebbi il permesso.
Nonostante ciò cominciai a studiare di nascosto l'italiano, mi ripetevo il francese e
qualcosa d'inglese. Quando riuscivo ad avere i libri studiavo anche lo spagnolo e
l'ungherese. Lo potevo fare solo di nascosto quando non mi vedevano i «bonzà»,
che l'avrebbero subito riferito ai superiori ...
Negli anni 1964 e 1965 il nostro numero diminuiva man mano che i sacerdoti
venivano rilasciati. Il lavoro alle officine del vetro era sempre stressante, il materiale
sempre più scadente. Le pietre per la smerigliatura erano in pessime condizioni. Su
ciascuno di noi si leggeva la stanchezza e la depressione. Questa vita disumana
andava vissuta giorno dopo giorno. Fanno migliaia di giorni e notti in quello stato
miserevole ...

38. I DIVERSI COMPAGNI DI CELLA


L'officina per affilare gli attrezzi era una grande sala con lunghe file di macchine
affilatrici una dietro l'altra, sempre a coppie, in modo da sfruttare al meglio le pietre
girevoli. Fin dove arrivava il mio sguardo vedevo sacerdoti, anche se c'erano diversi
civili fra noi. In tutto eravamo forse 150. Quanti volti differenti si alternarono a
questo lavoro, e quanti passarono dalle varie celle di Valdice durante la mia
permanenza! Ne arrivavano sempre di nuovi ed altri se ne andavano. Alcuni dei più
anziani erano ormai come residenti fissi...
C'erano anche dei casi molto particolari. Fra gli isolati conobbi un uomo che aveva
piantato un'accetta nella testa di suo padre. Un mio amico che stava con lui in cella
mi riferì che la mattina, quando andava a lavarsi, immergeva le mani in acqua e si
guardava i palmi. Dopo un po' li univa e stava lì con lo sguardo fisso. Si guardava
intorno con circospezione per vedere se il compagno lo stava osservando, poi di
nuovo riapriva le mani e se le guardava...
Stava con noi anche un uomo più anziano che aveva ormai scontato diversi anni di
carcere. Quando la sua figlia di quattro anni aveva tagliuzzato sul tavolo alcuni pezzi
da cento corone, l'aveva presa, portata nella legnaia, e le aveva tagliato via entrambe
le mani! Adesso, lei sedicenne, lo veniva a trovare ...
C'erano ragazzi che avevano commesso omicidi terribili per pochi soldi. Alcuni di
loro avevano un'aria davvero strana. Sembrava quasi che non se ne fossero pentiti.
Possibile che fossero tanto irresponsabili? O erano solo ottusi di mente? Era
straziante osservare queste persone. Divenne ancora peggio quando lo stato decise
di suddividere le carceri in categorie e Valdice divenne il terzo reparto di correzione
per i peggiori delinquenti. Portarono qui dalle altre prigioni proprio quelli che erano
stati condannati per omicidio. Per un anno fummo assegnati al primo reparto, divisi
in uno o due sacerdoti per ogni cella contenente fino a quattordici detenuti, di cui
dieci o undici potevano essere assassini. Questa gente veniva periodicamente
spostata. Certamente non erano sempre rose e fiori ...
Alcuni di questi, condannati con accuse pesantissime, non erano neanche poi tanto
cattivi. Molti si erano trovati casualmente invischiati in atti malvagi. C'era con noi
un certo Jozko Hejda di Praga, poco più che un ragazzo. Quando lo avevano
processato avrà avuto 18 anni. Nella sua banda avevano tutti alzato un po' il gomito,
si era scatenata una rissa e avevano ucciso un uomo. Jozko non parlava volentieri di
questo fatto, ma una volta mi accennò qualcosa. Alla fine lo avevano costretto, dato
che lui se ne stava «con le mani in mano», a dare un calcio a quest'uomo ... Era
ormai morto, mi disse. Chissà com'era andata veramente la cosa e come si svolsero
poi gli interrogatori ... Era bastato, comunque, che Jozko Hejda fosse presente
all'omicidio per beccarsi 20 anni. Era evidente che questa punizione lo torturava.
Jozko non era un cattivo ragazzo, era educato e laborioso. Aveva anche degli
interessi umanitari. Ci chiedeva molte cose, leggeva e voleva farsi una cultura. La
prigione aveva un effetto devastante su di lui, i capelli gli diventarono grigi prima
del tempo e per questo tutti lo chiamavano Grigiastro. Chiaramente i suoi nervi ne
risentivano. Stetti con lui in cella per qualche tempo. Una volta quando suonò la
sveglia Jozko esplose inaspettatamente. Eravamo già tutti in piedi e Jozko se ne
stava ancora sdraiato sull'ultimo posto del letto a castello a tre piani. Ad un tratto
un bachar spalancò la porta e vide Jozko ancora a letto. Gli chiese subito il suo
nome. E qui Jozko Hejda, forse non ancora del tutto sveglio, saltò su di colpo e
insultò il funzionario con un termine rozzo e volgare. Naturalmente fu
immediatamente portato in correzione e vi rimase per dieci giorni. Ci
meravigliammo tutti di come Jozko, un ragazzo così pacato ed educato, fosse
esploso tutto d'un tratto. I nervi ...
Analizzare i contatti con gli altri detenuti, anche con i civili, sarebbe un lavoro
troppo particolareggiato. Ci si dovrebbe concentrare, andare di nome in nome, di
cella in cella, ricordarsi nei minimi particolari le passeggiate in cortile e creare una
nicchia importante per ciascuno di loro in queste pagine. Poi forse ci si renderebbe
conto che tante cose e persone, allora così vicine, sono ormai cadute nell'oblio...
Nella nostra vita quotidiana di detenuti cercavamo di evitare i conflitti. Purtroppo
qualche conflitto qua e là sorgeva, ma in prigione ci rendevamo ben conto di essere
tutti nella stessa barca, e i conflitti non avrebbero fatto altro che appesantire la vita
a tutti. In primo luogo non si potevano fare distinzioni fra le persone in base alla
loro posizione sociale o istruzione. Non vi era più molta distinzione tra un laureato e
un analfabeta quando vivevamo insieme, lavoravamo insieme e dormivamo nella
stessa cella. Dovevamo cercare di comportarci da amici o se no era peggio per noi.
Mi ricordo il caso di un pittore, prigioniero politico, che non poteva sopportare di
vivere insieme ai «bassifondi», con gli assassini e i ladri. Lo dava a vedere
chiaramente e se ne lamentava davanti a tutti. Non era bene fare così. Glielo
dicemmo anche, ma non si lasciava convincere. E così fece male a se stesso. I
ragazzi, seccati dal suo atteggiamento altezzoso, gli tagliuzzarono la pietra su cui
affilava gli arnesi, e un'altra volta gliela cosparsero di olio e lui dovette raschiarne
via un buon centimetro a gran fatica. Chi avrebbe resistito al suo posto? Insistette
nel chiedere di essere trasferito e alla fine lo mandarono a lavorare da un'altra
parte. Ma mi chiedo ancora se poi cambiò atteggiamento o se si trascinò con sé tutti
i suoi guai.
Noi cercavamo di andare incontro agli altri detenuti. Quando ne arrivavano di nuovi
con la scorta, alcuni sacerdoti davano loro qualche corona del loro stipendio od
offrivano loro del cibo o del tabacco. Questi casi però non erano frequenti, perché in
prigione ognuno doveva pensare innanzitutto a se stesso. Quando offrivo a qualche
nuovo arrivato una sigaretta, questi dapprima mi guardava incredulo e poi
balbettava un ringraziamento, confuso. Comunque non potevo fare così con tutti.
Dovevo fare attenzione che non cominciassero a credere che lo facessi per
conquistarmi qualcuno. Questo no! Lo mettevo subito in chiaro: lo non ho bisogno
di conquistare nessuno! La maggior parte di loro capiva e considerava il gesto come
un atto che si addice a un uomo di fede.
I civili più anziani erano per lo più uomini formati. I giovani erano molto più
imprevedibili. Prima con qualche timore, poi con qualche domanda, spesso
venivano da me a parlare. Ad alcuni interessava il pensiero religioso e la vita
spirituale fino al punto che cominciarono a fare le meditazioni.
Imparavano a memoria passi del vangelo che scrivevo loro sulle cartine per le
sigarette. Questi erano casi belli e incoraggianti, che finivano a volte con la
conversione e la santa confessione.
Quasi ad ogni incontro con un nuovo ragazzo ero io ad imparare qualcosa. Una
volta per esempio Zdeno P. mi chiese che cosa fosse, per me, la preghiera. Gli dissi
quello che sapevo in modo semplice e conciso. Poi volevo illustrargli concretamente
la preghiera citandogliene una direttamente dal vangelo e cominciai a recitargli il
Padre Nostro. Ma appena pronunciai la prima frase, mi prese la mano e con
agitazione mi disse: «Signor Korec! Lasciamo stare!». E pian piano si allontanò
dalla mia macchina affilatrice. Dopo circa mezz' ora la crisi gli era passata e tornò
da me. Dapprima rimase in silenzio, poi mi disse: «Signor Korec, non se la prenda.
Io non posso farci niente ... Sa, quando sento la parola "padre" istintivamente la
mano mi si chiude sul manico di un coltello ... Mio padre era un delinquente!».
In quel momento mi resi conto quanto sia importante la famiglia, specie la madre e
il padre, per un uomo. Le prime esperienze della vita sono in un certo senso anche
religiose. Chi ha un brutto ricordo di suo padre, come può recitare con il cuore il
Padre Nostro?
A volte mi prendeva il dubbio sul senso della mia dedizione a questi giovani, che
erano stati buttati nelle grinfie di innumerevoli inganni e tentazioni. Ma qualunque
cosa di buono un uomo cerchi di fare nella vita ha un valore. Se una persona
giovane ha visto tante brutture, è anche possibile che in altri momenti della vita,
magari quando si accorge di essere completamente solo e senza sapere come andare
avanti, forse incontrerà in una persona qualcuno che non gli vuole male e che gli va
incontro senza pretese e senza aspettarsi niente in cambio. Non è solo il male che
dilaga con la sua forza distruttiva. Dilaga anche il bene! A volte segue cammini
invisibili e silenziosi, possiede però sempre la sua impeccabile forza... Dovremmo
renderci più consapevoli di questa forza del bene!
Qualcuno dei giovani si era messo a studiare, non solo gli argomenti religiosi ma
anche le lingue. Li aiutavamo in questo con il francese, l'inglese e altre lingue.
Alcuni venivano da noi solo per curiosità, altri richiamati dalla voce della loro
coscienza. Allora ne erano felici. E come generalmente succedeva, se qualcuno si
trovava bene con noi, ne parlava all'amico, e prima o poi anche questo amico
cercava timidamente di entrare in contatto con noi ... Io trovavo sempre il tempo
per loro e loro me ne erano grati. Tra questi giovani ce n'erano anche alcuni ostinati
e con la testa dura. Quando però riuscivo a cogliere alcune qualità in loro, potevano
anche diventare persone brillanti.

39. IL DURO MESTIERE DELL'ARROTINO


Intanto il lavoro nell'officina dove si affilavano attrezzi continuava senza tregua. Un
giorno il comandante ci chiamò e ci annunciò una cosa che ci lasciò di stucco: ci
avevano alzato il ritmo di lavoro del 26 %! Era disumano mantenere un tale ritmo.
Quando il comandante ce lo annunciò, mi feci sentire a nome di tutti. Gli chiesi se
fosse possibile, e se mai fosse accaduto prima, che il ritmo normativo di lavoro
aumentasse tanto, quando i mezzi tecnologici a disposizione non erano
minimamente cambiati, migliorati o alleggeriti! Il comandante si strinse nelle spalle
e disse: «Io vi annuncio solo gli ordini che ricevo». E così dovemmo adeguarci alla
nuova norma: 30 piastrine di metallo al minuto, tagliate e affilate.
A volte proprio non ce la facevamo. Io, che ero ormai un veterano a quel lavoro,
tenevo a fatica il tempo. Finivamo col farci comprare del materiale già lavorato per
non figurare tra i cosiddetti «non adempienti», e per giunta con i pochi soldi che
guadagnavamo. E i controlli erano sempre più severi ... Il numero di piastrine non
completato, il cosiddetto «a monte», non ci veniva contato come buono. In parole
povere, cercavano di guadagnare su di noi in ogni modo. A proposito del lavoro a
monte, dovrei menzionare un'altra cosa. Durante la lavorazione del vetro si formava
intorno alla macchina affilatrice una nube di vapore acqueo misto a polvere di vetro,
che schizzava da sotto le nostre mani non solo su di noi, ma naturalmente anche iri
aria. Il vetro conteneva una certa percentuale di piombo. Chinati sopra la pietra per
otto ore al giorno, respiravamo anche questo vapore malefico, che era chiaramente
visibile quando l'aria veniva attraversata dai raggi del sole. Quando le mani ci si
asciugavano, vi compariva sopra una patina di polvere bianca. Ovviamente quella
polvere entrava anche nei nostri polmoni mentre respiravamo quell'aria, e agiva
provocando squilibri e aumentando il rischio di silicosi. Conoscevo la silicosi già dal
tempo in cui lavoravo all'Ufficio d'Igiene del Lavoro. La silicosi è una malattia
frequente tra i minatori e altri che lavorano in mezzo alla polvere di silicio. Ora
provavo questo sulla mia pelle ... Era tutto reso ancora più insopportabile dal fatto
che l'acqua pompata sopra la pietra veniva raccolta in canali aperti attraverso tutta
l'officina e confluiva in una vasca, da cui poi veniva di nuovo pompata sulla pietra.
Era naturalmente sporca, piena di batteri. Una volta era anche venuto qualcuno per
un controllo igienico e aveva prelevato dei campioni di quest'acqua, ma non si
presero mai provvedimenti.
Era un bel miraggio sapere che ogni settimana potevamo farci una doccia. Questo
accadeva generalmente di sabato. In tutto il carcere di Valdice che conteneva circa
1500 detenuti esisteva un solo bagno con docce. Ci andavamo in gruppi di due o tre
celle alla volta, ovvero circa in trenta persone. Il tempo per la doccia era limitato
perché davanti alla porta c'era già il gruppo che ci seguiva. Per alcuni sacerdoti
questo procedimento era penoso. Mi ricordo che veniva sotto le docce con noi anche
il vescovo Vojtassàk. Naturalmente ci si doveva denudare, e quando eravamo
insieme a dei ragazzi spesso accadeva che esprimessero commenti disgustosi, che
rendevano ancora più oltraggiante tutta la situazione. Ci si doveva però rendere
conto che in fondo l'igiene era una benedizione per tutti e quindi rassegnarsi a quei
disagi.
Quanto alle visite dei parenti, ne permettevano ormai solo due all'anno, in tutto per
due persone adulte. Mia madre veniva sempre, accompagnata a turno da mio
fratello o da mia sorella. Una volta vennero a trovarmi la mamma di Karol e A.
Volek. Era un viaggio molto lungo dalla Slovacchia, che rappresentava per loro un
grande sacrificio. Prima di ogni visita ci vestivano con abiti pagati dall'erario,
appositamente preparati. La visita durava circa un'ora. Un bachar stava seduto tra
due detenuti e di fronte a loro stavano i parenti. A qualcuno era permesso ricevere
un pacchetto, che al termine della visita veniva aperto, controllato e a volte tagliato
a pezzi per evitare che qualcosa di indesiderato entrasse in carcere. Durante una
visita mia madre mi disse di aver chiesto perché io non potessi ricevere alcun
pacchetto. Le avevano detto di andare al comando a chiedere come mi comportassi.
Mia madre, davanti al bachar che ci stava ascoltando, mi riferì la risposta che aveva
dato a quella persona: «Non siamo venuti qui per chiedere come si comporta mio
figlio, noi lo conosciamo!». Questa risposta mi piacque e le fui grato con tutto il
cuore.
Le chiacchierate durante le visite erano spesso troppo limitate, perché di molte cose
non si poteva parlare. Era permesso parlare «solo di questioni famigliari»,
altrimenti interveniva il bachar. Nonostante tutto non vedevamo l'ora che
arrivassero i nostri parenti ...
Intanto ogni giorno bisognava andare in officina alle 6 o alle 14. Dopo che fu
introdotto anche il sabato come giorno di riposo, la norma di lavoro ci fu alzata di
un altro 4,5%. Sento ancora sulla pelle i pesanti momenti passati. Di sabato i turni
erano «volontari», ma chi non andava doveva poi fare il volontariato per altri lavori,
e questo naturalmente gratis, avendo comunque per stanza una cella fredda.
Così la maggior parte di noi lavorava di sabato e anche di domenica. Chi
raggiungeva percentuali alte ogni tanto riceveva qualcosa come compenso, un
pacchetto o un riconoscimento. Ma per molti era impossibile anche solo tenere il
passo! Alcuni lavoravano come matti per sfuggire alla solitudine, ma noi sacerdoti
avevamo anche bisogno di dedicare un certo tempo alla nostra vita spirituale, alla
preghiera, alle letture ... Oltretutto abbiamo il dovere di santificare la domenica! Il
sotto tenente Skrbek non lo voleva capire. Una volta durante la conta, quando
voleva farci lavorare anche di domenica, ci disse: «Un giorno finirò all'inferno al
posto vostro!».

40. UN DURO AMBIENTE UMANO


Quando le prigioni furono divise in tre categorie e Valdice diventò il terzo reparto di
correzione, ci assegnarono i casi peggiori da tutte le carceri e il regolamento si fece
inevitabilmente più severo. Le visite furono strettamente limitate a due all'anno, si
poteva spedire solo una lettera ogni due settimane, avevamo solo un'ora al giorno di
uscita in cortile ...
A volte era veramente difficile vivere in cella. Certi interessi e certi discorsi! Quella
fierezza per i furti e gli abusi sessuali commessi! E certe storie venivano raccontate
già dal primo mattino! Un sacerdote anziano, molto ligio alla morale, un giorno mi
disse che non ce la faceva più a stare in cella. Si erano messi tutti contro di lui. Dopo
averlo ascoltato mi resi conto che anch'egli aveva fatto degli errori. Rimproverava
tutti in un modo che gli altri non erano disposti ad accettare. Soprattutto i detenuti
provenienti dalla Boemia erano del tutto refrattari nei confronti della Chiesa. In
fondo, questi ragazzi non avevano neanche sentito parlare di Dio, se non in termini
osceni ... Per loro Redentore non significava niente. O forse suonava loro come un
ordine impartito da un aguzzino! Nessuno aveva mai spiegato loro neppure gli
aspetti fondamentali del cristianesimo. Se avevano sentito parlare della Chiesa era
solo in termini negativi. Il prete era per loro una persona che si manteneva grazie
alla religione, del Papa conoscevano stupide invenzioni confermategli da libri e
riviste. Secondo questi demenziali racconti, il Papa possedeva fabbriche per la
produzione di pillole anticoncezionali e traeva profitti dalla pornografia. Come si
poteva convincere questa gente della falsità di queste dicerie? Loro ci credevano, a
maggior ragione se con questo potevano giustificare la loro condotta. A scuola e
altrove non avevano sentito altro che questa campana. I film glielo confermavano e i
romanzi presentavano loro quel modello del mondo. L'opera «Temno» dello
scrittore Jiràsek aveva lasciato la sua impronta. Quando il professor Pekar
dell'Università Karlovej aveva biasimato Jiràsek per aver deformato la storia della
nazione boema, Jiràsek gli aveva risposto laconicamente: «Signor professore, ma io
non ho scritto la storia, io ho scritto un romanzo». Soltanto che migliaia di lettori
avevano imparato la storia dai suoi romanzi, considerandoli una fonte attendibile e
interessante!
Rammentai tutto questo al mio confratello più anziano che era tanto severo con i
suoi compagni di cella, che li aveva condannati ed era molto duro nei loro confronti.
Si era accorto di essere rimasto da solo e non riusciva più ad andare avanti, adesso
che anche gli altri si comportavano in modo duro con lui, moltiplicando i commenti
stupidi e le storielle per fare arrabbiare il «signorotto». Bisognava assumere una
posizione diplomatica nei loro confronti. Erano più infelici che cattivi ...
Io mi comportavo amichevolmente nella mia cella di quattordici persone. Mi
rispettavano, anche se non sempre riuscivano a trattenersi nei loro discorsi. In quei
momenti mi comportavo come se non avessi sentito niente, oppure mi intromettevo
nei loro discorsi e come per scherzo cercavo di cambiare argomento, o comunque
cercavo di mettere in risalto il lato più umano di qualsiasi faccenda.
L'argomento di cui si parlava più spesso tra i detenuti erano le riviste e le fotografie
di donne sulle loro pagine. Il sesso si era intrufolato nella stampa e tutto ricadeva
anche su di noi in carcere. I HIm kkk rappresentavano un'altra fonte inesauribile di
chiacchiere. Alcuni ragazzi avevano le valigie tappezzate all'interno di donne
ritagliate dai giornali, ben poco vestite ...
Il sesso - questo era il grande problema nelle carceri. Qua e là capitava di vedere
qualcuno vendere della pornografia. Si arrivava fino a 15 corone per una foto. Non
so come facessero a portare quella roba fin lì dentro ... In ogni caso, mi rendevo
conto di ciò di cui viveva questa gente.
Il sesso entrava anche in prigione fino all'inverosimile. L'omosessualità non era
niente di strano e non si faceva niente per arrestarla. I ragazzi più giovani erano
assediati e terrorizzati. Jozko H. mi disse per esempio che il Buddista - così
chiamavamo un uomo strano e perfido - lo minacciava ogni volta che gli passava
accanto. Gli aveva chiesto di andare ad abitare con lui. Quando Jozko si era rifiutato
e gli aveva detto chiaro e tondo che non voleva andare ad abitare con lui in cella, il
Buddista gli aveva ringhiato addosso: «Guarda che ti uccido, una notte ti uccido se
continui a rifiutarti».
Molti bravi giovani in prigione si rovinavano. Avevano pur commesso qualche atto
illegale, ma nel complesso non era detto che fossero dei cattivi ragazzi. Venivano
mandati in carcere magari per un paio d'anni e qui s'incontravano con tutta la più
ignobile sporcizia. Quando uscivano avevano imparato le cose più disgustose e se le
portavano appresso ...
Tutto questo, con le anomalie già ricordate, suscitava tra i detenuti una sorta di
tensione permanente. Ogni discorso con una persona giovane dava luogo a un
sospetto di omosessualità. Anche noi dovevamo stare attenti quando venivano da
noi i giovani che s'interessavano alla vita religiosa. I più ignobili sospettavano
persino di noi. Ma non ci lasciavamo intimorire da questo. Molti giovani avevano
bisogno di noi e non potevamo rifiutarli. Io mantenevo una giusta misura, diciamo,
una via di mezzo.
Per quel che riguarda l'atmosfera generale in carcere, se ne potrebbe parlare a lungo
... Questi giovani non avevano ricevuto niente dalla vita. Uno di loro mi disse di aver
gridato al tribunale: «Cosa ci avete dato? Quello che adesso siamo, è solo opera
vostra!». Ci ripensavo spesso. Molti di questi detenuti erano passati dagli
orfanatrofi a dalle case-famiglia. Non c'era né Dio né il paradiso né l'inferno. Non
sapevano cosa fosse la coscienza.
E allora cosa può fare un uomo? Sperare solo che non lo prendano! E così questi
giovani nella vita imparavano solo ad essere astuti, mettevano lì tutto il loro
impegno, come animali che non debbano farsi scoprire, vedere e che debbano
sempre scappare, nascondersi e confondere le loro tracce. Neanche una parola sulla
coscienza e sull'onore.
Quando si mettevano a parlare delle loro azioni «eroiche», ne parlavano con una
naturalezza e un gusto tale! Uno dei «duri» raccontava pressappoco così: «Mi
travesto da idraulico per andare a fare una "visita" al signor chirurgo, che ha la casa
piena come un uovo d'oro ... Entro nel giardino con una chiave inglese come un
idraulico, nessuno mi nota. Ma la iella! Entro in bagno dalla finestra e bum! Cado
nella vasca con dell'acqua dentro. Però, che bottino! Uno scrigno pieno d'oro c'era
nell'armadio! Lo tiro fuori - pesa tanto che quasi non riesco a stare in piedi. Un
furto memorabile, ragazzi!». I più giovani lo ascoltavano e lo riverivano come un
«duro» ...
Sicuramente queste persone erano responsabili delle loro azioni, ma la
responsabilità è anche di tutta la società. Dagli insegnanti nelle scuole, attraverso
tutti i redattori, i registi di film, fino alle università e alle associazioni di qualsiasi
tipo, chi insegnava ai giovani ad essere buoni, laboriosi e pieni di spirito di
sacrificio? Dovevano comportarsi bene perché lo aveva detto Socrate o Stalin? Cosa
può rappresentare Socrate per un giovane se perfino Dio per lui non rappresenta
niente? Che cosa sono per lui il peccato e la colpa, se non esistono la coscienza e i
comandamenti di Dio?
I giovani d'oggi incontrano ad ogni passo esempi di furbizia, di superficialità e
d'irresponsabilità. Così anche loro devono farsi furbi, se vogliono sopravvivere.
Qualcuno di loro fa appello direttamente all'evoluzione. A scuola imparano che
«nella natura c'è la lotta per la sopravvivenza. Vince sempre il più forte!» - come mi
disse in modo cinico un giovane detenuto. Era quella la filosofia della sua vita! E
quale altra filosofia si potrebbe trarre dall'evoluzione, sapendo che tutto si è creato
dalla materia grigia, dagli elementi primordiali fino alle scimmie, e dalle scimmie
fino all'uomo! Quale morale volete costruire senza Dio, quando tutto è o solo un
caso, una mutazione casuale, o una lotta per la sopravvivenza dove vige la legge del
più forte? Anche Hitler e altri carnefici dell'umanità si appellavano all'evoluzione, si
battevano per la vita e in quanto più forti volevano distruggere gli altri per
affermare la loro supremazia ...

41. SENTENZE PROBLEMATICHE


Le nostre sentenze non erano le uniche ad essere state distorte. Noi avevamo
ricevuto l'accusa di «alto tradimento» senza motivo, ma anche le accuse di altri
cosiddetti criminali erano spesso falsate. C'era da rimanere stupefatti di come un
giudice potesse formulare certe sentenze. Conoscevo il caso di un giovane di 19
anni, che era stato condannato ad undici anni di reclusione per tentato omicidio. Se
me lo avesse raccontato lui stesso non gli avrei creduto, ma questo ragazzo mi fece
vedere la sentenza scritta su un foglio. Nella sentenza l'atto del tentato omicidio non
figurava con troppa chiarezza. Il caso era molto controverso, ma il tribunale non ne
tenne conto. Questo giovane era andato da un uomo piuttosto anziano a fare delle
compere. Presto si accorse che quest'uomo era un omosessuale. Non lo lasciava in
pace e addirittura gli metteva le mani addosso, finché il ragazzo cominciò a reagire e
i due giunsero ad una colluttazione. Nella zuffa il ragazzo prese dal tavolo un
portacenere e lo scagliò sulla testa dell'uomo causandogli una ferita. Naturalmente
il sangue lasciò delle tracce. Poi il ragazzo, come mi disse, voleva lavarsi, e per
essere sicuro che l'altro non lo importunasse più, anche se era a terra privo di sensi,
gli legò i polsi e i piedi con un asciugamano. Quindi si lavò, prese dall'armadio
dell'uomo una camicia perché la sua era sporca di sangue, e se ne andò.
Bisognava giudicare questo caso con molta cautela. Il tribunale, invece, prese in
considerazione solo il ferimento dell'uomo considerandolo un tentato omicidio.
Quando il ragazzo spiegò che si trattava di un omosessuale, che si era dimostrato
aggressivo e che lo aveva portato a reagire, il presidente del tribunale rispose che in
fondo non c'era alcun bisogno di reagire in quel modo disumano, anche se si
trattava di omosessualità. Quando lessi l'accusa mi si strinse il cuore. Una persona
giovane, con un rapporto serio con una ragazza, non avrebbe forse dovuto
difendersi da un uomo che lo disgustava e che voleva usarlo sessualmente? Cos'altro
ci si poteva aspettare da questo giovane se non un'esplosione di odio, quando l'altro
non rinunciava ad essere aggressivo?
Analizzai questa sentenza più volte e giunsi alla conclusione che non si trattava di
tentato omicidio. Questo avviene quando una persona fa di tutto per uccidere
qualcuno e solo un evento inaspettato glielo impedisce. Ma non era questo il caso.
Avrebbe potuto veramente uccidere quell'uomo e per di più svaligiargli la casa, ma
non fece niente di tutto questo. Il fatto che gli avesse legato le mani e i piedi voleva
dire che aveva paura di subire un altro attacco mentre si lavava le mani. Quando
andò via era consapevole che l'uomo fosse solo stordito, perché respirava ancora.
Ma il tribunale gli diede una pena di ben undici anni per tentato omicidio.
Quando tornai in libertà consegnai questo caso ad un avvocato difensore, lo pagai, e
questi prese contatto con l'imputato in carcere. Il processo fu riaperto e al ragazzo
tolsero sette degli undici anni. In pratica gli rimaneva tanto quanto aveva già
scontato. Venni a conoscenza di un altro caso che mi fu raccontato e di cui pure lessi
la sentenza. Un giovane era stato scarcerato. Prima della sua partenza dalla
prigione, la direzione del carcere gli aveva comprato il biglietto del treno per il suo
paese natale. Lui però non aveva parenti e non sapeva dove andare. Arrivò nel suo
paese, si ritrovò naturalmente in mezzo alla strada, senza niente da mangiare e
senza neppure un soldo in tasca. Cercò subito un lavoro, ma non lo volevano
accettare perché era difficile che qualcuno assumesse un ex-carcerato. Affamato,
andò in un ristorante e si sfamò. Evidentemente aveva mangiato bene, perché gli
portarono un conto di 73 corone - così diceva la sua sentenza. Siccome non aveva di
che pagare, spiegò la sua situazione al gestore del ristorante. Venne subito
informata la Sicurezza e questa lo arrestò. Lo portarono di nuovo al tribunale e per
questo atto commesso, classificato sotto il nome di «esistenza parassita», si beccò
tre anni e mezzo ... Mi disse che quando gli diedero questa sentenza, prese la sua
sedia e la lanciò sul tavolo del giudice. Le carte caddero per terra e gli occhiali del
giudice si ruppero. I funzionari di polizia che gli stavano accanto lo presero e lo
portarono via a forza. Ci fu un nuovo processo nel quale gli aumentarono la pena.
Tutto questo per 73 corone ...
Fu così che il ragazzo tornò a lavorare il vetro per due o tre corone al giorno. Se
soltanto qualcuno gli avesse dato un vagone di carbone da scaricare, avrebbe potuto
pagare il conto al ristorante e mangiare con il guadagno di un giorno. Così invece
dovette lavorare il vetro per tutti i pranzi e le cene dei suoi cinque anni di reclusione
nel carcere di Valdice, nella sezione di rieducazione. Se poi questo lo abbia
rieducato, è un altro conto ...
C'erano altri casi penosi di persone che si erano disgraziatamente confuse durante
gli interrogatori facendo di sé o di altri degli infelici a vita. Ho in mente due processi
con i cosiddetti reparti di intervento, che avevo seguito tramite la radio e i giornali
quando ero ancora in libertà. In ciascun processo era coinvolto un sacerdote: si
trattava di Silacan e Hedera. Mi incontrai con ambedue in prigione e venni a sapere
molte cose dai loro racconti personali ...
Già durante il loro processo mi avevano lasciato di stucco alcune accuse, formulate
con approssimazione, e poi le relative sentenze. Per esempio nel caso di A. Hedera,
il giovane sacerdote avrebbe in teoria detto al reparto di intervento: «Non vi
preoccupate di niente. Andate e uccidete! Venite da me ed io vi farò pregare il Padre
Nostro». Nessun sacerdote avrebbe mai parlato in modo talmente primitivo, né in
Slovacchia né in qualsiasi altra parte del mondo! In realtà Hedera aveva tenuto un
discorso pre-natalizio con alcuni giovani che non potevano andare a casa per le
feste, e questo era bastato per cominciare a costruire una rete di accuse contro di
lui. Nonostante si sapesse pubblicamente dell'assurdità di queste accuse, la
commissione slovacca per la spiritualità cattolica MHKD pubblicò sul Giornale
Cattolico del 30 settembre 1959 la presa di posizione del ministro Baràk, che citava i
cosiddetti sacerdoti d'avanguardia che si erano espressi così aspramente nei
confronti dei loro confratelli sacerdoti: «Meritano lo sdegno più profondo ...». Il
clero, anche nella diocesi di Nitra, avrebbe dovuto sottoscrivere questa deposizione
mirata principalmente contro Hedera, ma il dottor P. Benuska si rifiutò
decisamente. Altri però firmarono la deposizione come rappresentanti della
«commissione per la pace» della diocesi ... Accenno solo al fatto che il ministro
dell'interno Baràk non ebbe in seguito di che congratularsi per quel che riguardava
le sue azioni al governo. Quando nel 1960 ero in carcere, egli fu arrestato,
processato e condannato a molti anni, e ci giunse voce che in prigione fosse tenuto
sotto particolare sorveglianza. Sic transit gloria mundi - così svanisce la gloria
terrena ...
Dai discorsi che feci con altri, specialmente con un postino di Myjava, venni a
sapere che i relatori promettevano agli accusati trattamenti migliori in cambio di
certe firme ... Il postino citato era dapprima reticente, ma poi, siccome aveva
famiglia, si lasciò convincere e firmò dei protocolli dove si faceva riferimento a più
persone uccise. Due giorni dopo, il suo relatore gli rinfacciava di avere ormai più
morti che vivi in quei protocolli ...
Quando gli imputati vedevano che, pur avendo firmato i protocolli, le loro pene
rimanevano alte - e che per di più avevano aggravato la situazione ad altri, specie a
sacerdoti - spesso chiedevano di ritrattare le loro confessioni. Ma per questo non
veniva data la possibilità, almeno non ad una persona senza poteri o contatti
politici. Nelle carceri finiva così gente dei ranghi più diversi, purtroppo anche
persone raggirate o completamente senza colpa. Qual era allora il compito dei
cosiddetti istituti di correzione e rieducazione? Cosa avrebbero dovuto correggere o
rieducare?

42. CORREZIONE E RIEDUCAZIONE


Il sistema di correzione e rieducazione in questi istituti presentava veramente dei
grandi problemi. Parlare di «educazione» e «correzione» era solo un modo di dire.
Quale rieducazione si poteva impartire in un ambiente senza niente di spirituale,
senza nessuna coscienza, e con una mancanza assoluta di cultura? I cosiddetti
educatori erano quasi sempre incapaci ed inesperti. A qualcuno di loro, poi, non
andava proprio di lavorare, per cui si erano scelti un lavoro semplice come quello di
tutori carcerari, e per puro caso erano diventati pedagoghi. Forse qualcuno aveva
anche seguito dei corsi di pedagogia, ma senza le basi di una vocazione interiore. Lo
facevano solo per la paga ... E a questa gente veniva dato l'incarico di educare,
specialmente i detenuti giovani, alla vita.
I detenuti in correzione non ricevevano il minimo stimolo a cercare valori spirituali
né una formazione dell'anima. Quello che sentivano erano per lo più grandiloquenti
frasi fatte del tipo: «Voi siete una specie evoluta delle scimmie!». Spesso pensavo
come sarebbe stato bello se in prigione ci fossero stati dei veri educatori, per
esempio dei salesiani. Se i detenuti avessero potuto entrare in contatto con gente
per bene, disponibile, piena di spirito di sacrificio! Se ogni detenuto avesse potuto
avere, diciamo una volta al mese, un colloquio personale con qualcuno! Quanta
gente, uscendo dal carcere, sarebbe stata più pronta ad affrontare una vita normale
...
Ma c'era un'altra cosa che non mi dava pace. Quando una persona sa di essere stata
condannata a 15 o 20 anni ed è consapevole di doverli scontare tutti, si deprime
enormemente. Se un giovane sapesse che, anche se ha commesso delle colpe, ha
sempre la possibilità di essere scarcerato prima del tempo, per esempio per buona
condotta, egli ce la metterebbe tutta, lavorerebbe coscienziosamente e cercherebbe
veramente di rieducarsi. Cambierebbe i suoi pensieri, i suoi contatti con le persone,
e con questa prospettiva e speranza risveglierebbe in sé le forze del bene fino a quel
momento nascoste. Il carcere, in questo caso, potrebbe addirittura diventare una
benedizione.
Purtroppo queste cose non erano a nostra disposizione. Per questo non ci si
meravigliava che chi doveva scontare molti anni senza alcun appoggio morale e
senza prospettive per il futuro cadesse in una profonda disperazione. E così in
prigione ci abituammo a casi sorprendenti, che ad una persona normale farebbero
rizzare i capelli in testa.
Molti giovani dalla disperazione si tagliavano le vene. Uno che lavorava nell'officina
per affilare gli attrezzi era andato al lavatoio, si era preso la pelle sulla pancia,
l'aveva perforata e tagliuzzata tutta. Altri prendevano chiodi e li ingoiavano. Un
altro, che era poi finito al reparto di correzione, aveva rotto un cucchiaio
ingoiandone il manico. Gli assegnarono una guardia che doveva tenerlo d'occhio
anche quando mangiava, poi il cucchiaio gli venne sequestrato, ma lui tirò fuori di
tasca alcuni chiodi e li inghiottì.
Un altro aveva raccolto molte pillole, da quelle per la sudorazione delle gambe a
quelle contro il mal di testa, e ne aveva inghiottita una manciata. Naturalmente
cadde privo di sensi e dovettero fargli la lavanda gastrica. Accadeva anche che i
giovani prendessero l'estintore e ne bevessero il contenuto con un'alta
concentrazione di tetracloruro. L'estremo della disperazione si vedeva nei casi di
impiccagione. Un giorno, mentre si stava chiacchierando in cella, uno andò al wc
nell'angolo della stanza. Nessuno si accorse che non tornava. Dopo un po' qualcuno
lo trovò impiccato. Tutto questo accadde durante la mia permanenza a Valdice.
La disperazione e la nevrosi si evidenziavano anche in altri modi, per esempio in liti
e colluttazioni tra gli stessi detenuti. Ma più spesso le crisi di nervi davano luogo ad
una certa apatia, superficialità ed irresponsabilità. I ragazzi si facevano fare i
tatuaggi, anche sulla faccia. Non era solo un qualche puntino colorato ... Vidi un
ragazzo che si era fatto tatuare un missile dalla fronte fino giù alla punta del naso!
Più tardi alcuni di loro si accorgevano di essersi rovinati la faccia e se ne pentivano,
ma purtroppo non c'erano rimedi. I tatuaggi venivano anche puniti, ma non serviva
a niente.
Le mie esperienze con l'irresponsabilità erano molteplici. Certi giovani non
facevano altro che arraffare denaro e cercavano di alleviarsi la pena in ogni modo.
Denunciavano ogni irregolarità e diventavano loro stessi dei «bachar». Altri
cercavano a tutti i costi di uscire da questa situazione di tedio e di apatia,
compiendo atti anche molto rischiosi, se non anormali, e comunque poco ponderati.
Un certo Zdeno B. aveva il pallino di inventare sempre cose nuove. Gli piaceva
fabbricare vino mettendo della frutta in sacchetti di plastica con un po' d'acqua e
legando il sacchetto, facendo attenzione a lasciare un foro per un tubicino per far
«respirare» il contenuto. Metteva tutto in una cassa e la copriva con il materiale che
doveva essere lavorato in officina. Il vino fermentava. Questa operazione però non
durò molto a lungo perché lo colsero sul fatto. Allora trasferì i suoi esperimenti nel
condotto dell'aria che passava sopra la cella delle bottiglie e lì faceva fermentare il
vino. Riuscì a procurarsi dei vasi da 25 litri e si costruì un armadietto nel condotto
dell'aria. Lo scoprirono di nuovo. Gli tirarono fuori da lì circa 80 litri di vino quasi
pronto. Ogni volta lo mandavano per dieci giorni in correzione.
Si facevano anche altre cose: denaro falso, tentativi di evasione... Una volta Zdeno
aveva segato le sbarre della finestra ed era salito sul tetto. Era già a metà strada, ma
dovette fermarsi perché cominciava a fare buio. Quando parlavo con lui e cercavo di
spiegargli che quelle cose non avevano senso, e che invece di fare questi numeri
avrebbe potuto dedicarsi ad altre attività, mi diceva: «Signor Korec, ogni tanto devo
pure svagarmi con qualcosa di diverso!».
I ragazzi passavano il tempo giocando a carte. Anche questo era stato vietato, ma
certe proibizioni non venivano minimamente rispettate. Alla luce di una candela si
giocava fino a tarda notte, oppure fino al mattino, specie durante le festività. Il gioco
si accompagnava spesso con del tè. In alcune celle si faceva il tè nel contenitore del
latte, ma che tè ne veniva fuori! Nel recipiente da 25 litri per il latte veniva fatta
sciogliere, insieme ad una scatola intera di bustine da tè, anche una bustina di
«Taras Bulda», un forte tabacco da pipa. Naturalmente rimanevano tutti storditi.
I detenuti inventavano anche divertimenti meno nocivi. D'inverno, ad esempio, ci
fabbricavamo il gelato. Portavamo dentro un secchio di neve, la cospargevamo di
sale e poi ne facevamo un gelato versandoci sopra dello sciroppo o del latte
zuccherato. Questo faceva parte dei lati più simpatici della nostra «rieducazione» in
carcere ...

43. LA VITA QUOTIDIANA DEI SACERDOTI


Come vivevano i sacerdoti nella spicciola esistenza del carcere? L'impronta
maggiore era data dalla mancanza di libertà, dall'insicurezza, dalle incessanti paure
di venire scoperti in cella, di venire attaccati per qualsiasi sciocchezza, buttati fuori
di cella, perquisiti fino al denudamento, e via dicendo. Era questo il tono impartito
alla nostra vita. Eravamo quasi incessantemente tenuti sotto chiave in cella. Nel
corridoio si poteva andare solo quando ci portavano al lavoro o a mangiare, e
sempre con una marcia uniforme. Le celle in cui ci avevano messi negli ultimi anni
erano gelide, con i muri in pietra alti sei metri e con una piccola finestra a quattro
metri di altezza. I contadini che erano in cella con noi dicevano che un cavallo in un
ambiente così freddo nel giro di due anni ci avrebbe lasciato la pelle. Non era facile
resistere ...
Conoscevo il detenuto Milos, boemo, in prigione ormai da sei anni. Quando stava in
cella si vestiva con tutto quello che possedeva. Io mi ero cucito all'interno del
cappotto diversi stracci per stare un po' più caldo. Guai però se mi avessero
scoperto!
Vivevamo chiusi tra quattro mura giorno dopo giorno, settimane, mesi, anni. il
verde lo vedevamo davvero poco, l'erba praticamente mai, gli alberi qua e là dalle
finestre o quando ci portavano a lavorare. Tutta la nostra vita era regolata da ordini:
alzarsi, lavarsi in fretta, mangiare, riordinare la cella e correre alla conta per andare
al lavoro. Ci contavano nel corridoio e nel cortile davanti all'officina, dove
lavoravamo sotto gli occhi di una guardia che passeggiava sempre in mezzo alla
sala. Nonostante questo alcuni ragazzi erano riusciti a scavare un buco sotto la
finestra, nascosto da uno scatolone, per uscire dall'altra parte, vicino al muro del
carcere. Non so dove e come avessero messo la terra. Qualcuno li scoprì e li
denunciò. A parte «diversivi» come questo, la vita di ogni giorno era molto regolare.
Si faceva ogni mattina una misera merenda, ad un altro ordine si andava a pranzare,
poi una breve passeggiata, la cena, poi tutti a dormire - il tutto segnato
rigorosamente da ordini.
Ho parlato di come i detenuti, forgiati da questa vita, peggiorassero vivendo senza
uno scopo o nella disperazione. E come vivevamo in questo regime noi sacerdoti?
Tutta la povertà, tutte le restrizioni e le insicurezze le vivevamo con la stessa dose di
traumaticità degli altri detenuti. Non godevamo di nessun privilegio. Ogni tanto
qualche guardia ci faceva notare che noi non eravamo per lui solo dei detenuti,
assassini o ladri, ma perfino qualcosa di peggio! La maggior parte dei secondini
aveva paura di noi, se non altro nel senso che temevano sempre che altri detenuti
avrebbero potuto denunciare una guardia per aver parlato con noi. Anche le guardie
erano sorvegliate!
Di tutti quegli anni mi ricordo un solo caso in cui il comandante delle guardie si era
messo a chiacchierare con me, mentre ero solo, accanto alla macchina affilatrice.
Questo era un fatto talmente insolito! Fui protagonista anche di un altro caso
straordinario che difficilmente potrò dimenticare. Alle dieci di sera tornavamo nelle
celle dopo il nostro turno di lavoro. Ci allineavano in tre file parallele e marciando
andavamo a dormire. Una sera ero l'ultimo a sinistra delle tre file. Accanto a me
camminava il bachar K., che ad un certo punto si chinò verso di me e mi disse: «Voi
non dovreste essere qui! Non dovreste essere qui!». Non dissi una parola, mi limitai
a guardarlo. Ma queste furono tutte le attenzioni che ricevetti in otto anni di
carcere. Non ricordo altri casi in cui qualcuno mi abbia mostrato un briciolo di
umanità.
Nonostante tutta la povertà e le condizioni disumane e ingiuste in cui eravamo
tenuti, devo dire che la vita di noi sacerdoti presentava anche dei lati più positivi.
Sapevamo chi dovevamo ringraziare per tutto questo. Colui al quale dedicavamo la
nostra vita si occupava di noi, facendo in modo che non fossimo completamente
abbrutiti da certe condizioni; ci dava la forza e la gioia della fede e della redenzione,
della preghiera e dell'amore fraterno. Non mi ero mai accorto prima della veridicità
di queste parole del vangelo: «Pietas ad omnia utilis - la religiosità è utile per tutto».
Da essa scaturiva la nostra pace, la nostra speranza, la nostra pazienza, la nostra
perseveranza e la nostra gioia.
Nello spirito della fede non ci dimenticavamo mai che anche il nostro tempo in
prigione era utile, era un tempo santo che il Signore ci dava a disposizione. Dal
1950, non volli neppure per un momento considerare la situazione solo come
qualcosa di transitorio da passare in attesa passiva.
Dopo un anno o due di carcere, mi resi conto che non c'era speranza di ritornare a
ciò che avevamo interrotto abbandonando le case religiose. Qualcuno viveva ancora
nell'attesa di un radicale cambiamento, questo non posso negarlo. Fino a un certo
punto poteva anche andare. In prigione si parlava molto dell'argomento amnistia:
«Dimmi qualcosa di incoraggiante, non importa che sia la verità, basta che sia
qualcosa di bello!». Per questo la gente piena di speranza e di ottimismo era così
amata in prigione.
Ma quando le attese erano lunghe e non portavano frutti, e soprattutto non
permettevano a una persona di dedicarsi a qualcosa di concreto, non restava altro
da fare che vivere la vita com'era, cercando per quanto possibile di continuare lì la
nostra vita di sacerdoti. Come si poteva considerare provvisoria una faccenda che
durava ormai da cinque, dieci o più anni? Chi aspetta la libertà tanto a lungo non
può più limitarsi ad aspettare, deve vivere!
Molti sacerdoti per questo guardavano alla loro vita in carcere come ad una realtà
della loro vita sacerdotale. Sapevamo che Dio non può sbagliare, che ha le sue mete,
per cui anche nella nostra vita da prigionieri spettava a noi cominciare a vivere
veramente da sacerdoti. Intorno a noi c'erano persone valide che erano in carcere
già da dieci o più anni - J. Zverina, Oto Màdr, P. Silhan, S. Smalik, P. Dieska, il
professor Hanus e molti altri. Un sacerdote maturo si vedeva dal fatto che anche in
prigione sapeva sfruttare al meglio il suo tempo. Le otto ore quotidiane di lavoro
potevamo dedicarle al Signore, scambiando intanto qualche parola con un civile. I
momenti liberi li dedicavamo al rosario invece che alla lettura del breviario, e per
una silenziosa concentrazione, quando eravamo in più in una stanza, ci
comprendevamo e rispettavamo a vicenda.
Ciascuno poi aveva i propri interessi. J. Zverina si interessava particolarmente alla
questione artistica. Traeva degli spunti da tutte le riviste che ci arrivavano, e col
tempo scrisse un'interessante raccolta di pensieri sull'arte. Per essere stato
«redatto» in quelle condizioni, era un lavoro brillante.
Ce lo fece leggere. Mi ricordo che mentre lo leggevo ero estasiato dal fatto che in
prigione si potesse comporre qualcosa di così bello.
Anche altri scrivevano, ognuno sull'argomento che più lo interessava. Il professor
Hanus scrisse una dettagliata esposizione della cultura, che divenne in seguito la
base per una sua opera riguardante questo tema. Scrisse anche una bella e concisa
morale per i fratelli religiosi. Alcuni sacerdoti scrissero brevi trattati per lo studio di
diversi argomenti, dalla teologia all'apostolato fino alla sua realizzazione pratica. J.
Bàrta, una persona molto attiva, riunì intorno a sé un circolo di studiosi.
Tutti i lavori scritti venivano, secondo le esigenze, trascritti sulle cartine per le
sigarette con una matita affilatissima, e il tutto si poteva facilmente nascondere in
vista di eventuali perquisizioni. Alcuni studi che emersero furono in seguito anche
pubblicate.
Tra di noi c'erano dei fratelli che avrebbero ancora dovuto superare alcuni esami di
teologia. Qui ebbero l'occasione di studiare con diversi professori delle materie più
svariate. Con il professor Hanus, per esempio, seguivano lezioni di morale durante
l'ora di uscita. Così la vita per i religiosi in carcere divenne addirittura una
benedizione.
Crescevano come esseri umani, si facevano una cultura e coltivavano lo spirito. Poi
venni a sapere che si faceva così anche a Leopoldov e a Mirov, come da noi a
Valdice. Chi aveva la volontà, il desiderio e la disponibilità non si annoiava affatto,
neanche in prigione! Rendendomene pienamente conto dopo dieci anni di carcere,
mi venivano in mente le parole del vangelo che dicono che chi ama Dio trova
dovunque opere di bene.

44. SENSAZIONI AMARE, ATMOSFERA GRAVOSA


Purtroppo permaneva, accanto alle nostre personali soddisfazioni, anche un tono
triste, contrassegnato dalle sensazioni amare e dall'atmosfera gravosa del carcere.
Anche se col tempo ci eravamo abituati a questo tipo di vita, di tanto in tanto
rimanevamo scossi da quello che accadeva fra noi.
Ricordo uno dei tanti casi. Padre Zgarblk, gesuita della provincia boema, era noto
come brillante predicatore a Praga. Era da tempo malato di asma e spesso veniva
colpito da forti crisi. Siccome c'era il pericolo che il medico del carcere non facesse
in tempo a soccorrerlo, i suoi parenti erano riusciti ad ottenere la sospensione
dell'esecuzione della sua pena per un anno. Rimase a casa di suo fratello per
quell'anno, ma la sua malattia non migliorava e lui sarebbe dovuto tornare in
carcere. Gli serviva un certificato medico. Un medico del governo, però, disse che la
sua malattia non metteva a repentaglio la sua vita, quindi non era più necessario
decretare la sospensione della pena.
P. Zgarbìk tornò di nuovo in prigione a Valdice. Lavorava e s'impegnava a rispettare
i ritmi della norma. Sopportava pazientemente la sua malattia, ma noi guardandolo
a volte ci rendevamo conto che nonostante tutta la volontà di vivere, temeva che la
sua vita potesse non durare ancora molto. Le crisi si ripresentavano e lui conservava
la sua semplicità e la sua decisione d'animo di persona credente. Un giorno che
eravamo appena tornati dal nostro turno di lavoro, Jozko Sùkop, un suo amico,
compagno di scuola e confratello, gli chiese: «Allora Frantisek, come andiamo?». P.
Zgarbìk ci guardò con quel suo sguardo mite, sorrise un poco e disse: «Male».
Dopo qualche tempo lo portarono in ospedale per un controllo e dopo due giorni,
una mattina alle 6 mentre andavamo a lavorare, apprendemmo con orrore che P.
Zgarbik era morto quella notte. Aveva avuto un attacco, e la stanza dell'ospedale
dove era stato ricoverato era chiusa a chiave. Mentre gli altri detenuti cercavano di
chiamare un guardiano gridando, P. Zgarbik moriva soffocato. Il medico del
governo aveva scritto che questa malattia non metteva a repentaglio la sua vita ...
Il fratello portò a casa la salma per seppellirla. Il funerale fu fissato per un giorno ad
una data ora, ma la polizia all'ultimo momento diede l'ordine di effettuare il
funerale alcune ore prima del prestabilito. Era una mossa ben mirata e premeditata.
Molte persone vennero al funerale, ma quando questo era già stato tenuto! I
poliziotti fermavano ancora per strada le persone che andavano al funerale e non le
lasciavano proseguire. «Niente manifestazioni!» Anche un morto era un loro
nemico ... Così la civiltà si evolve: nell'evoluzione c'è la lotta per la vita, e vince colui
il quale possiede il pugno e la mandibola più forti ...
Ma non solo la nostra vita in prigione era penosa. Anche quella fuori di prigione ...
Alcuni miei confratelli e altri religiosi in libertà andavano avanti con grandi
difficoltà. P. Srna, che era riuscito ad ottenere l'amnistia ed era tornato a casa,
lavorava in un'industria a Bratislava. P. Horsky era riuscito ad ottenere un impiego
come riparatore di apparecchi radio. F. Takàc aggiustava ascensori. A. Osvald
addirittura lavorava, dopo aver scontato la pena, nelle miniere di carbone della
prigione. Ma la sorte peggiore toccò a Benjamin Martinsky di Likavka. Già dai tempi
di Podolfnec non vedeva l'ora di adempiere l'apostolato di sacerdote, e invece fu
portato dal «monastero di detenzione» insieme ad altri, a prestare servizio militare
nel reparto dei PTP, gli addetti ai lavori manuali. Visse così per alcuni anni. Un
giorno, durante il lavoro, gli si versò addosso un liquido molto infiammabile e lui
prese fuoco, bruciando come una torcia. Lo trasportarono immediatamente in
ospedale, ma il suo stato era senza speranza. Per qualche giorno se ne prese cura
sua cugina, una suora. Rimase cosciente fino all'ultimo momento della sua vita,
pieno di fede e, con grande sorpresa di tutti, anche di felicità! il funerale si tenne a
Ruzomberok, lui era vestito da sacerdote ... Quando vidi alcune sue fotografie
dell'ospedale rimasi inorridito. Era reso irriconoscibile dalle ustioni in faccia e su
tutto il corpo.
In quest' atmosfera così martoriata, seguivamo anche le notizie che ci provenivano
dal Concilio. Le raccoglievamo quando era possibile dalle riviste e dai giornali. E
vero che per la maggior parte andavano interpretate a rovescio o lette tra le righe,
ma in qualche modo leggevamo praticamente tutto quello che riguardava i fatti
della Chiesa. In base a queste notizie ci facevamo un quadro della situazione che si
stava delineando nell'ambito della Chiesa, gli avvenimenti, le correnti che ne
scaturivano e le posizioni che la Chiesa prendeva. Questo ci aiutava molto e noi nel
nostro piccolo ci impegnavamo contribuendo con preghiere e sacrifici.
Alcuni giovani scrissero delle bellissime poesie sulla nostra vita. Per me era una
piccola festa quando mi davano da leggere qualcosa di maturo e veritiero. Penso a
Jozko Vesely ... In una delle sue poesie parlava del suo altare da Messa, che era qui
diventato la pietra per lavorare il vetro, dove il suo sacrificio veniva portato via
dall'acqua. Esternamente non si notava niente di commovente, ma in qualche senso
remoto della poesia, quella frase spiccava come un grido represso d'amore ...
E così vivevamo la nostra vita nelle circostanze più diverse.

45. DIRITTI CALPESTATI DAI GIUDICI


Quello che intanto stava accadendo nello sconfinato mondo e nella Chiesa
continuava ad interessarci. Seguivamo con ansia soprattutto il Concilio. Avevamo
molta fiducia nella Chiesa. Pregavamo per Papa Paolo VI, che spesso si trovava a
dover affrontare casi disperati. Allora non sapevamo quanto ci fosse vicino. Pregava
per noi nei suoi momenti silenziosi e ci ricordava anche nella preghiera collettiva. Il
giovedì santo del 1965, durante la Via Crucis nel Colosseo a Roma, pregò così:
«Davanti ai miei occhi vedo paesi ... dove la fede è in pericolo, dove viene
ridicolizzata, dove vive sotto pressioni e dove la coscienza è sottoposta a
intimidazioni ...». Nel discorso conclusivo del Concilio, il 12 dicembre 1965, Papa
Paolo VI disse: «Porgiamo un saluto a voi, fratelli vescovi che siete tenuti in silenzio
senza alcun motivo. Sappiamo che siete perseguitati e privati dei vostri santi diritti
... La Chiesa è con voi, fratelli perseguitati e umiliati! E con i vostri fedeli e con tutti
quelli che soffrono con voi. Sia la coscienza di tutto il mondo con voi!».
Quanti torti avevano dovuto subire i sacerdoti e i vescovi in prigione! Gli anni '50
erano stati davvero tremendi. Nel carcere di Leopoldov si commettevano atti
criminali: un detenuto fu ammanettato alla parete di una cantina e ferito in tutto il
corpo ... Nell'agosto 1955, la situazione si era fatta così insopportabile che si arrivò
ad una rivolta dei detenuti. Quello che seguì è terribile da immaginare. Dopo anni
se ne scrisse qualche cosa nella rivista «Vita culturale» (31 maggio 1968). I detenuti
venivano picchiati e si sparava su di loro senza alcuno scrupolo, o si sguinzagliavano
i cani contro di loro. Il vescovo Vojtassàk, steso nudo sopra un pavimento di pietra,
doveva eseguire flessioni a comando senza piegare le ginocchia, e se falliva gli
urlavano «Vai giù, p ...!»
Nel 1965 mi balenò l'idea di porgere denuncia al carcere, sostenendo che i miei
diritti erano stati infranti. Scrissi questa denuncia e la mandai al Consiglio
nazionale della Slovacchia. Mi espressi duramente. Dissi che la mia sentenza era
ingiusta, infrangeva le leggi, e fu da me accettata solo perché mi trovavo in una
situazione di incapacità legale e fisica di agire. Non mi ero appellato a quel tempo
perché ancora non speravo in una risoluzione del mio caso secondo i giusti canoni
legali. Il risultato di un errato giudizio mi aveva portato al carcere della peggiore
specie - un ambiente in cui si usa un linguaggio inaudito, dove si ingoiano chiodi e
coltelli. La mia convinzione nella forza del bene mi aveva fatto resistere finora,
conclusi, «ma non auguro a quelli che ingiustamente mi hanno condotto a questa
vita di essere mai costretti a scontare una pena in prigione come sto facendo io.»
Alcuni sacerdoti mi dicevano che era una denuncia troppo dura e dubitavano che
nella segreteria del carcere mi avrebbero fatto passare una cosa simile. Invece, dopo
qualche tempo ricevetti la risposta del Consiglio nazionale della Slovacchia, in cui si
diceva che la mia denuncia era stata mandata al Tribunale supremo di Praga. Da lì
ricevetti solo una risposta laconica, scritta in slovacco, che mi annunciava che non si
sarebbe potuto farci niente. Nonostante questa risposta negativa, sentivo di avere
smosso le acque e questo mi faceva sentire bene. Avevo ricordato alle persone
competenti che la situazione in carcere non era neppure lontanamente a posto, e
che anche loro erano responsabili di tutto quello che stava accadendo.
Nell'aprile del 1967 mandai un'altra denuncia al Tribunale regionale di Bratislava.
Non m'interessava che il mio processo fosse riaperto, mi premeva piuttosto che la
gente di Bratislava si rendesse conto della falsità e della scorrettezza delle nostre
sentenze. In quel periodo i giornali avevano pubblicato articoli riguardanti le
ingiustizie nel nostro paese negli anni '50. Ritenevo mio dovere far conoscere la
nostra situazione anche al pubblico.
Nello stesso mese, Ervin Polakovic di Raca, presidente della corte che ci aveva
condannati, mi mandò una lettera chiedendomi se doveva considerare la mia
missiva come una protesta per i diritti infranti o come una richiesta di riaprire il
processo.
Gli risposi che da principio non avevo nessuna di queste intenzioni, ma dato che me
lo chiedeva, considerasse pure le mie lettere come una protesta contro i diritti non
rispettati.
Dopo qualche tempo Polakovic, che si firmava ora come «dottor» Polakovic, mi
chiamò a Bratislava per discutere la mia posizione. Tutta la mia protesta la citerò in
un altro luogo. Qui ricorderò solo alcune frasi: «Non accettai mai, e non accetto
neppure adesso» scrissi «questa sentenza, che rappresenta un'evidente violazione
della legge e dei diritti umani. La mia opinione è già stata espressa durante i
colloqui e non intendo ritrattarla. Non ho mai sostenuto certi atti. Naturalmente li
condanno come atti criminosi e anche di alto tradimento ... Le affermazioni della
sentenza sui capitalisti e i latifondisti non le ho neanche prese in considerazione
perché la cosa non mi riguarda. Sono cresciuto in una famiglia povera, mio padre
era operaio e invalido di guerra. Le affermazioni della sentenza sulla mia fedeltà al
Papa le confermo, anzi con molta gioia e fierezza. Per questa fede però non ho
bisogno che alcuno mi dia il suo permesso, perché fa parte dei miei diritti basilari di
cittadino ... Non chiedo la grazia. Voglio solo la verità, la legge e la giustizia. Il torto
personale che ci è stato inflitto non può essere dimenticato col tempo. Dico questo
in funzione di mete più alte, che vogliamo perseguire vivendo con il nostro popolo
per una vita bilateralmente migliore. Mai, neanche per un momento, potrò
accettare il falso e l'ingiustizia. Sono convinto che la verità sia l'unica cosa che dà
dignità ad un uomo».
Dopo l'invito per discutere la mia lettera a Bratislava, che non mi ero minimamente
aspettato, andai con la scorta, questa volta in una macchina personale, a Bratislava.
Durante il trasporto avevo sempre le manette o una catena ai polsi. Era una
sensazione strana dopo tutti quegli anni. Pregai per quasi tutto il viaggio. Cantavo
in silenzio gli inni, e qua e là davo la benedizione alla gente del luogo che in quel
momento stavamo attraversando. Mi venne in mente san Paolo, anche lui scortato
dai centurioni a Roma. Ma nel suo caso il centurione romano, un pagano che
conduceva la scorta, non lo considerava come un delinquente qualsiasi, lo trattava
con stima e rispetto ... Ma i tempi cambiano. I centurioni slovacchi e boemi di
questo periodo erano di duemila anni più evoluti ...
A Bratislava mi assegnarono una cella al Palazzo di Giustizia, in compagnia di uno
zingaro proveniente dai dintorni del mio paese natale, lungo il fiume Nitra. Gli dissi
che ero sacerdote e lui si comportò educatamente con me. Vedevo quanto
tenacemente si sforzasse di evitare certi termini per non offendermi. Possedeva
un'intelligenza innata. Dividevo con lui il mio cibo, e anche la mia riserva di
tabacco, che mi ero portato dietro anche se non fumavo. il mio compagno ne rimase
stupito ... In prigione avevo imparato che anche il tabacco conquista i cuori. Forse a
questo giovane zingaro è rimasto un bel ricordo della nostra breve convivenza. A me
certamente è rimasto!
La mattina mi chiamarono per farmi rasare da un barbiere-detenuto. Intanto un
funzionario mi chiese il motivo del mio colloquio con il presidente della corte. Gli
dissi di essere un sacerdote, ormai in carcere da otto anni, e che avevo una proposta
per la riapertura del mio processo. Mi ascoltò senza dire una parola.
Quando mi portarono attraverso uno stretto corridoio dalla prigione all'edificio del
tribunale, uno dei due funzionari che mi accompagnavano tirò fuori una catena.
Qualcosa esplose dentro di me e non sapendomi più trattenere gridai: «Cosa?! A
me, un sacerdote cattolico in terra slovacca, a Bratislava mi mettete i ferri?!». Il più
anziano dei due, con il quale avevo già parlato prima, sembrò imbarazzato e mi
disse che potevo porgere un reclamo al suo comandante. Loro eseguivano solo gli
ordini. Allora gli dissi: «Non ve ne faccio una colpa, però rimane una vergogna!».
Mi misero le manette, portandomi in giro in catene come un animale. Molti pensieri
mi si accavallavano nella mente... Continuavo a ripetermi che avrei sopportato tutto
con pazienza e in silenzio, eppure adesso mi ero ribellato! Come siamo distanti dalla
pazienza e dalla grandezza di Cristo! Non riuscivo più a sopportare un sopruso in
silenzio. Poi pensai di nuovo che in fondo ero dalla parte della giustizia. In fondo
avevo protestato contro un'evidente ingiustizia.
La nostra discussione fu una commedia. Un loro gioco calcolato per fame
un'ulteriore offesa. Dietro una scrivania era seduto Ervin Polakovic, adesso dottor
Polakovic, presidente della corte. La denuncia dei diritti e delle leggi infrante e la
riapertura del processo erano trattati da quella stessa persona che anni prima aveva
commesso queste colpe - ed egli avrebbe dovuto ammettere il suo torto! A fianco era
seduto anche il procuratore, il dottor Winter. Il primo era accigliato come al solito,
il secondo sembrava contento di sé e del suo lavoro. A volte mi sorrideva.
Evidentemente sapeva quello che mi avrebbero fatto.
Furono ripetuti i punti cruciali del processo, poi Polakovic cominciò a leggere la mia
denuncia, saltandone molti pezzi. Vidi subito da come la leggeva che non accettava
nessuno dei miei punti. Mi accorsi dell'inutilità assoluta di tutto il colloquio. La mia
denuncia valutata da colui che emanò la sentenza! Che richiesta assurda! Chi me lo
aveva fatto fare?
Polakovic mi diede la parola. Cercai di chiedergli perché il nostro processo era stato
così ingiusto, ma lui m'interrompeva ad ogni istante dicendo che non li dovevo
istruire. Io confermai la mia versione e dissi tutto il necessario in dieci minuti.
Polakovic mi guardava con sguardo perfido.
Durante una pausa parlai con i funzionari che mi sorvegliavano. In corridoio
raccontai loro ciò che ci era accaduto in quegli anni. Ci avevano privato della
possibilità di educare i giovani, ed oggi ci ritrovavamo con questi stessi giovani in
carcere! Dissi loro: «Non potete neppure immaginare cosa diventino i vostri figli
all'età di quattordici anni. Non sapete quello che fanno, quello che provano ... Non
lo diranno certo a voi, voi non li vedete e non sapete cos'hanno dentro. Per loro non
c'è il bene e non c'è il male. Noi questo lo vediamo in prigione! In prigione ci
pregano di rieducare questi delinquenti. Avrebbero dovuto permetterci di educare i
giovani in libertà, altro che adesso in carcere! E così difficile rieducare qualcuno! Se
avessimo potuto agire liberamente come sacerdoti, si sarebbero evitate molte
sofferenze a persone giovanissime. La società avrà ancora bisogno di noi!» -
conclusi.
I miei guardiani mi ascoltavano senza dire una parola. Uno di loro di tanto in tanto
annuiva. Forse a casa avrebbero raccontato l'esperienza di quel giorno. Credo che in
molti punti la vedessero come me: anche loro conoscevano la vita dei giovani e forse
non sapevano come comportarsi con i loro figli che crescevano senza Dio ... Forse
erano d'accordo con me. Qui però rimasero zitti.
La disputa per il mio processo fu laconica. Polakovic disse: «La sua proposta per la
riapertura non è stata accettata». Davanti a lui mi misero di nuovo le manette per
riportarmi in prigione. Quando me ne andai dalla stanza, il dottor Winter sembrava
quasi dispiaciuto, forse per le catene ai miei polsi. Mi guardò e mi chiese: «Non ha
chiesto né la condizionale né la grazia?». Non mi voltai, ma mentre attraversavo la
stanza per uscire, senza fermarmi dissi ad alta voce: «Né condizionale, né grazia».
Uscimmo in corridoio.
Che tribunali e che giudici avevamo! In quel momento mi venne in mente quello che
aveva vissuto un mio conoscente in un tribunale militare. Stavano processando una
persona appartenente a qualche setta, che non voleva usare armi da fuoco durante il
servizio militare. Era un fatto insolito, contro le leggi, ma non costituiva reato!
Potevano assegnarlo alle cucine! Invece lo stavano processando. Quel giovane si
atteneva a quello che riteneva giusto: «Dio dice di non uccidere, io non prenderò
neppure in mano un'arma. Sono contro la guerra, sono per la pace tra i popoli»
diceva. Tutti cercavano di convincerlo. Gli ricordavano che aveva anche una
famiglia che ne avrebbe sofferto. Lui rispose: «Questo non c'entra niente». Lo
condannarono a due anni. Al momento in cui lasciò l'aula, si girò ancora una volta
verso la corte e disse in faccia al presidente: «Siete tutti così miseri!» - fu quella la
sua ultima parola in tribunale.
Quando il mio conoscente me lo raccontò aggiunse: «Quella frase continua a
risuonarmi in testa ... "Siete tutti così miseri!" In quel momento ne avevamo proprio
la sensazione. Lui aveva le sue convinzioni, mentre noi continuavamo a ripetere
meccanicamente gli articoli di legge e ci rifacevamo al suo fascicolo. Lui era
saldamente attaccato alla sua coscienza. Noi ormai l'avevamo venduta ...».
Fui sorpreso dal fatto che il mio conoscente, un alto funzionario, parlasse in quel
modo. Due anni dopo fu ucciso da un fulmine mentre era in visita al suo paese
natale. Era una domenica pomeriggio. La mattina era stato in chiesa, si era
confessato e aveva fatto la comunione ...

46. LIBERTÀ!
Durante l'umiliante ritorno da Bratislava a Valdice non immaginavo quello che
sarebbe successo dopo qualche mese, anche se sapevo che l'ultima parola spetta
sempre a Dio. Nel furgone che mi portò a Val dice rimasi ammanettato per tutto il
viaggio. Era sicuramente la «ricompensa» per la mia protesta. Così Ervin Polakovic
doveva aver istruito la scorta per addolcirmi l'esistenza ... Non che me ne
importasse poi molto. Il furgone in cui viaggiavo era quello cosiddetto della
«televisione». Le finestre erano dipinte in modo che non si potesse vedere niente di
fuori. Era allestito apposta per la terza categoria di prigionieri, i casi peggiori, di cui
facevo parte.
Durante questo trasferimento, per la precisione in una cella di Hradec Kràlové,
incontrai un ragazzo che era là da molti anni. Aveva gli occhi bendati. Un secondino
mi chiese di mettergli un po' di crema sugli occhi. Aveva gli occhi spenti. Veniva
dall'ospedale di Pankràk. Dalla disperazione si era trafitto con una penna
stilografica. Gli mancavano sei mesi per essere rilasciato ... Mi dissero che non ci
avrebbe mai più visto.
Quando tornai a Valdice, nell'officina con gli altri sacerdoti, furono tutti sorpresi nel
vedermi di nuovo lì. Proprio il giorno del mio ritorno mi porsero la notificazione
scritta del rifiuto del mio caso. E Polakovic adesso si firmava come «dottore in
legge».
Insieme alle lettere di protesta al Tribunale, avevo anche scritto a casa ai miei
parenti perché mi trovassero un avvocato. Volevo prendere certi contatti e far loro
vedere il contenuto delle mie lettere, che mandai ai miei famigliari man mano che le
scrivevo. Il mio avvocato, il dottor Elan, mi disse di essersi informato sul mio caso e
di aver scoperto che l'organizzazione internazionale per la liberazione dei
prigionieri politici aveva mandato una richiesta di grazia.
Già da anni all'estero sapevano tutto di noi e si interessavano al nostro caso.
Eravamo venuti a sapere che alcune città si erano presi a cuore la sorte di singoli
sacerdoti. P. V. Bosansky, ad esempio, riceveva corone svedesi tramite vaglia
postale. Ogni volta che accadeva, veniva chiamato a firmare delle carte al comando
di polizia e i soldi gli venivano confiscati e depositati sul cosiddetto «conto». Altri
avevano ricevuto qualche pacchetto dall'estero che la polizia non poteva rimandare
indietro. Anche se non potevamo disporre del denaro, il solo pensiero che all'estero
si ricordassero di noi ci rincuorava molto. Tutto questo si rifletteva anche nel
comportamento dei funzionari, che cominciavano a capire che in fondo i sacerdoti
non erano dei delinquenti, ma prigionieri politici, anche se da noi non c'era alcuna
differenza fra gli uni e gli altri. I funzionari, quando ricevevamo qualche attenzione
dall'estero, si comportavano sempre più rispettosamente e ci parlavano con più
cautela. Questo fu una vera benedizione per noi.
Il dottor Elan mi disse di presentare domanda per essere rilasciato in libertà
vigilata. Me ne avevano già parlato anche i miei parenti. Non detti molto peso a
queste proposte, perché molti sacerdoti avevano avuto consigli simili sulla libertà
vigilata, ma la richiesta era stata negata a tutti. A P. Litva fu scritto come motivo del
rifiuto della sua richiesta il fatto che lui considerasse la sentenza ingiusta: «Con
questa sua affermazione ci dimostra di non essere ancora stato rieducato». Io avevo
scritto al Consiglio nazionale della Slovacchia e al Tribunale regionale di Bratislava
che consideravo la mia sentenza più che ingiusta. Cosa avrei potuto sperare? Per
questo per alcuni mesi rifiutai la proposta della libertà vigilata. Ero stato
ingiustamente condannato e quindi non volevo sottostare a nessuna condizione. Nel
frattempo continuava la corrispondenza con i miei parenti. Loro non riuscivano a
capire perché mi rifiutassi di chiedere la libertà vigilata, quando ormai avevo
scontato più della metà della mia pena in carcere.
Nel 1967, intorno a Natale, scrissi finalmente a casa e al mio avvocato che non avrei
fatto obiezioni se la mia famiglia avesse chiesto per me la libertà vigilata. Lo feci
specialmente per mia madre, in modo da non apparirle troppo testardo. Poi venni a
sapere che la richiesta di liberazione da parte dell'organizzazione per i prigionieri
politici non era stata accettata. Il mio avvocato fissò dunque un appuntamento per
discutere la mia possibilità di essere rilasciato in libertà vigilata, il 20 febbraio 1968.
In quel periodo venne a trovarmi a Valdice il mio difensore, il dottor J an Kloucek,
dell'ordine degli avvocati di Jidn. Mi disse che il dottor Elàn lo aveva pregato di
sostituirlo per i colloqui sulla mia libertà vigilata. I colloqui si sarebbero dovuti
svolgere in prigione a Valdice, dove arrivavano sempre i membri della corte del
tribunale di Jidn.
Evidentemente il dottor Kloucek aveva letto tutte le mie carte e le mie lettere
necessarie per il colloquio. Mi chiese alcune cose, ma non mi fece molte domande.
Nel nostro ultimo colloquio mi disse che forse sarebbe stato meglio se durante le
trattative non mi fossi fatto sentire molto. Probabilmente aveva paura che tenessi
una posizione troppo dura. Lo rassicurai che avrei parlato poco, o che avrei detto
solo il minimo indispensabile.
Finalmente venne il 20 febbraio. Andai nell'officina per il mio turno mattutino e vi
rimasi fino circa alle 10, quando vennero a chiamarmi per i colloqui. Li conduceva il
tenente Skrbek. Prima di me era stato ai colloqui P. Skoda, che aveva una
reputazione sicuramente migliore della mia, perché il suo gruppo in officina
superava spesso la norma lavorativa, e inoltre P. Skoda lavorava come volontario in
giardino. Complessivamente era più ben visto dalla direzione del carcere di quanto
non fossi io, quindi immaginavo che gli avrebbero concesso la libertà vigilata.
Uscendo dalla sala dei colloqui, però, mi disse che non lo avrebbero rilasciato.
Allora mi resi conto di quanto fossero severi, e chissà cosa avrebbero detto a me ...
Ci chiamarono nella sala del tribunale. Dietro un tavolo era seduto il dottor Klazar,
davanti la dattilografa, a destra il procuratore e più in là il mio avvocato difensore. Il
presidente della corte fece presente a tutti di che cosa si trattasse, ovvero della
richiesta del detenuto Jàn Korec, nato il 22-1-1924 e condannato il 20-3-1960, di
ottenere la libertà vigilata dall'istituto penale di Valdice u Jicina. Poi mi chiese di
esprimermi riguardo alla mia sentenza. Dissi: «Come sacerdote cattolico ho sempre
agito con coscienza secondo i miei doveri e le mie convinzioni, in base ai diritti
umani del cittadino, che sono confermati dalle leggi vigenti. Non mi sono mai
interessato di politica e non ho danneggiato in nessun modo lo stato. La sentenza
formulata per il mio caso, infatti, non si esprime in questo senso, ma è il risultato
dei rapporti non proprio buoni tra lo stato e la Chiesa, incrinatisi negli ultimi vent'
anni. Molte cose al di fuori del mio controllo hanno purtroppo aggravato la mia
situazione. Per questo affermo che la mia sentenza è ingiusta. Ho le mie ragioni di
sostenerlo. In parte le ho già espresse, altre le renderò note quando sarò
nuovamente un uomo libero, anche se dovessi restare qui fino alla fine dei miei
giorni».
Il dottor Klazar mi chiese di esprimermi a proposito della relazione pervenuta dal
comando dell'istituto penale, che diceva che «il detenuto non adempie ai suoi
compiti, anche se le condizioni gli sono favorevoli.» E terminava con «Siccome è
evidente che il detenuto non ha mutato i suoi tratti caratteriali, si consiglia di non
rilasciarlo in libertà.»
Mi espressi sommariamente riguardo a questa relazione. Sull'adempimento dei miei
compiti dissi: «La mia posizione nei confronti del lavoro in carcere è morale e
religiosa. Do il meglio di me stesso, e per una maggiore efficienza nel lavoro non
sarebbero necessarie altre intimazioni. Il fatto è che se ogni giorno devo raggiungere
una certa norma, ovvero trenta piastrine di vetro al minuto, alla fine del mio turno
sono talmente stanco che non sarebbe proprio possibile per me fare di più».
Il colloquio andò avanti con una serie di accuse e contro-accuse, intorno a questioni
relativamente poco importanti sulla mia posizione e la mia condotta. Ma il punto
cruciale che sostenne il mio avvocato difensore, il dottor Koucek di Jidn, verteva
intorno ai rapporti attuali tra stato e Chiesa. Molte cose stavano mutando in quel
periodo tra i paesi socialisti e il Vaticano. Si cominciava a riconoscere che i Papi
erano i maggiori promotori della pace nonché mediatori di tutti i conflitti mondiali.
I rappresentanti del governo sovietico avevano fatto visita al Vaticano. Era da
questa panoramica generale che, secondo il mio avvocato, bisognava «valutare il
caso dell'imputato.» Fu principalmente in base a questo che chiese la mia
liberazione.
Dopo una breve consultazione della corte, si aprì la porta e ci chiamarono dentro.
Nessuno osava fiatare, il silenzio più assoluto regnò per alcuni secondi. Poi il
presidente della corte si alzò in piedi e disse semplicemente che la corte aveva
deciso - «L'imputato è libero!» Non riuscivo a credere alle mie orecchie! Insieme a
me fu molto sorpreso anche il mio difensore, e sicuramente anche il tenente Skrbek.
La signora alla macchina da scrivere era chiaramente colpita anche lei.
Ora tutti aspettavano cosa avrebbe detto il procuratore Weber. Poteva appellarsi
contro tale decisione anche subito. Lo guardavamo tutti. Lui non protestò e non si
appellò. Il suo diritto di appellarsi scadeva dopo tre giorni. In quel caso sarei dovuto
andare al Tribunale regionale di Bratislava. Se invece non fosse stato inoltrato un
appello, la mia sentenza avrebbe cessato di essere valida.
Io me ne stavo lì come in estasi. Non riuscivo a connettere le idee, dopo aver sentito
le parole del presidente Klazar. Mezz'ora prima di me era toccato a P. Skoda e non
lo avevano lasciato andare. Questo mi sembrava assurdo. E prima di lui erano stati
ai colloqui per la libertà vigilata anche altri miei confratelli gesuiti - Jozko Sùkop, P.
Litva e altri - e la libertà era stata negata a tutti. La ragione per cui non avevano
rilasciato P. Litva era che «non ritiene giusta la propria sentenza, e con questo dà a
vedere di non essere ancora stato rieducato.» lo avevo parlato anche troppo, altro
che «rieducato» ... E invece ad un tratto, quasi senza una logica, le parole fatidiche
«L'imputato è libero!». Era il 20 febbraio 1968, ed io non ero per nulla al corrente
di ciò che stava accadendo fuori.
Dopo tutto questo, tornai nell'officina del lavoro e, come al solito, si alzarono tutte
le teste dalle macchine affilatrici. Mi guardarono mentre attraversavo la grande
sala. Raccontai tutto ai miei amici, che ne rimasero molto stupefatti. Erano davvero
meravigliati, proprio come me ...
Ci mettemmo un po' ad assimilare l'idea che presto sarei tornato a casa. Se ci
fossero stati dei motivi veramente seri, la corte non avrebbe permesso la mia
scarcerazione. Se mi lasciavano libero era perché forse avevano qualche progetto nei
miei confronti. Anche il procuratore avrebbe optato per qualche anno di carcere in
più, se avesse potuto, ma non si pronunciò. Il terzo giorno mi chiamarono al
comando della prigione. Il procuratore non si era appellato. Nel corridoio davanti al
comando incontrai quella signora che faceva la dattilografa. Mi strinse la mano e mi
fece le congratulazioni.
Andai in cella per l'ultima volta e cominciai a preparare le mie valigie. Lo avevo
visto fare tante volte da altri che raccoglievano le loro cose dopo anni di prigionia,
con il solo pensiero di tornare a casa ... Adesso ero io a fare le valigie, e tutto questo
senza quasi che me lo fossi minimamente aspettato! Mi si avvicinarono alcuni miei
amici e confratelli. Eravamo tutti un po' emozionati. Cercavo di controllare le mie
emozioni, ma non ci riuscivo. Tutto sommato ero ancora abbastanza tranquillo, ma
il momento degli addii è sempre molto triste. Mi sentivo quasi in colpa. Io me ne
andavo e loro restavano. Fino a quando? Strinsi le mani una dopo l'altra. Ognuno di
loro mi disse qualcosa. Mi chiesero anche di ricordarmi di loro, sia personalmente
che pubblicamente, finché anche loro non sarebbero stati rilasciati...
Andai in portineria e mi tolsi gli stracci da carcerato. Mi avevano preparato il mio
abito civile. Mi misero in mano alcuni documenti. Il sottotenente Bogner, proprio
quello che mi aveva trovato addosso qualche goccia di vino e aveva fatto in modo
che questo fatto comparisse sui miei verbali in prigione, adesso mi conduceva per
l'ultima volta attraverso il cortile. Mentre camminavamo mi disse: «Credo che
durante il suo soggiorno non ci sia stata nessuna incomprensione tra di noi...». Era
penoso ed io lo ascoltai in silenzio. Poveraccio. Non gli diedi retta. Si era
comportato in modo poco corretto non solo con me, ma anche nei riguardi di molti
altri detenuti. A volte non è bene alleviare la coscienza di una persona che ha fatto e
sta facendo ancora del male. E meglio che la sua coscienza cominci a lavorare da
sola, che cominci a pensare da sola ... Anche se in quel momento non potevo
accettare quello che mi stava dicendo, tuttavia non provavo nei suoi confronti un
minimo di odio o rancore.
Ormai avevo tutto con me. I documenti, i soldi per il viaggio e anche qualcosetta in
più. Con la valigia in mano, attraversai i cancelli del carcere di Valdice u Jidna ...
Nessuno mi puntò addosso il mitra, non c'era nessun funzionario in uniforme ad
accompagnarmi, né un cane poliziotto che mi inseguiva. Dopo otto anni di carcere
mi ritrovavo a camminare da persona libera per la strada ... Da lontano guardai il
grande edificio della prigione. Ero libero!

47. I PRIMI PASSI IN LIBERTÀ


Ero deciso a fermarmi a Jidn, che non distava molto da Valdice, e almeno per un
momento fermarmi a fare visita al dottor Kloucek, che mi aveva difeso così bene. Lo
trovai a casa. Mi fece accomodare nella sua stanza e si congratulò subito con me.
Era molto umano. Adesso lo apprezzavo ancora di più, fuori dalle porte del
tribunale. Mi diede alcuni consigli per il mio viaggio a casa. Mi trovò il treno giusto
e mi offrì perfino qualcosa da leggere durante il viaggio. Siccome avevo ricevuto dei
soldi, volevo lasciargli qualcosa, ma lui non voleva assolutamente saperne. Potei
solo ringraziarlo ...
Lo salutai, e mi ritrovai per le vie della città. Che sapore aveva la libertà? Provavo
sensazioni strane. Quanti anni passati dietro a quei muri e a quelle sbarre! Subito
mi sorse il pensiero dei miei cari amici che erano ancora lì ... Camminavo con
sensazioni miste nel petto. Mi stavo avviando verso una nuova vita, che avevo
iniziato nel 1939, che era stata bruscamente interrotta nel 1950, che si era trascinata
fino all'11 marzo 1960, e che sembrava essersi troncata con il mio arresto. Quanto
bene potrò fare ancora? Sarò in grado di svolgere tutto ciò che Dio si aspetta da me?
Camminando mi allontanavo da quel posto di desolazione. Nel silenzio dei miei
passi ringraziavo Dio, tenendo sempre presente una cosa: che la vita, anche questa
mia nuova vita, doveva scaturire da dentro di me. Dal mio intimo e dall'alto.
Dall'anima della persona e dallo spirito di Dio.
Salii sul treno e la mattina dopo arrivai a Bratislava. Dove mi sarei diretto? Da chi
sarei andato per primo? I miei compagni con i quali ero stato processato erano da
tempo a casa - già da sei anni, dall'amnistia del 1962. E così non ci pensai su più del
necessario. Andai dalla «mamma» di via Palkovicovà 11, dai Durcek, in quella casa a
me tanto cara ...
Erano circa le sei del mattino. Arrivai davanti alla casa. Suonai il campanello e ...
che sorpresa fu per tutti! Erano tutti in casa, e la mamma gridò di sopra nella stanza
di Karol dove c'era anche sua sorella Marien. «E tornato Janko!» Salii le scale, mi
venne incontro Marien. Non si trattenne e con le lacrime agli occhi mi abbracciò
buttandomi le braccia attorno al collo. E poi seduti a tavola tutti insieme! Non
avremmo finito più di parlare.
Dopo questo primo incontro a Bratislava mi recai da mio fratello a Nitra e poi nel
mio paese natale, a Bosany, da mio padre, mia madre e mia sorella con la sua
famiglia.
Fu così che iniziò la mia vita in libertà. Decisi che sarei rimasto a vivere a Bratislava,
come avevo fatto in quei dieci anni prima di venire arrestato. Feci richiesta per la
carta d'identità. Rimasi qualche giorno da mio nipote Otto, che abitava a Bratislava,
e dalla famiglia di sua moglie Evicka, dai Grozajovi. Erano tutti molto gentili e mi
aiutarono a trovarmi una sistemazione. Mi trasferii infine dalla signora Divinovà,
vicino allo stadio invernale, non molto distante da via Palkovicova.
Mi trovarono anche un lavoro. Grazie alla mia richiesta di libertà vigilata, mio
fratello Anton, e anche la famiglia Grozajovi, mi avevano assicurato un posto di
lavoro. Cominciai a lavorare all'unione invalidi, vicino al Duomo di San Martino,
nella città vecchia. Eravamo all'inizio di marzo del 1968.

48. UNA SVOLTA DECISA NELLA CHIESA


In Slovacchia e in Boemia, dal febbraio 1968 sorsero alcuni movimenti la cui meta
era di favorire la libertà, inclusa naturalmente quella religiosa. Questi movimenti
sono conosciuti nel loro insieme come «la primavera di Praga». Non è mia
intenzione scrivere la storia di questo periodo; voglio però narrare alcuni fatti di cui
fui partecipe, per illustrare la situazione di grandi mutamenti all'interno del paese.
Primo ministro dello stato divenne Alexander Dubcek, dietro il quale si erano
schierati non solo tutti gli uomini politici e diverse personalità, ma soprattutto
l'intero popolo della repubblica, Boemi e Slovacchi. Dubcek diede inizio alla
rinascita della vita, sempre sotto il titolo di socialismo ma con una faccia più
umana. Ne eravamo tutti entusiasti.
Il presidente Antonin Novotny, che era ormai in carica da diversi anni, fu costretto
ad arrendersi e ad abbandonare Hradcany sotto le incessanti pressioni del popolo.
Passò alla carica di presidente il generale Ludvik Svoboda, che aveva vissuto per
molti anni in disgrazia, lavorando come contabile in un'azienda agricola. Sotto
questo nuovo governo l'intera vita pubblica fu ripulita, si rianimarono giornali e
riviste, i giovani si risvegliavano e con loro l'amore per la storia del loro paese; si
tenevano pellegrinaggi a livello nazionale; molti errori furono ammessi e perdonati,
e cresceva la voglia e l'entusiasmo per una svolta rinnovativa attraverso tutti i
settori pubblici. Sebbene questo movimento fosse spontaneo, non fu né violento né
caotico, e nessuno volle approfittarne per regolare i conti. Si svolse tutto nella
maniera più disciplinata e nel rispetto dell'ordine. Il nostro popolo dimostrò una
maturità insolitamente umana e piena di cultura.
Anche la Chiesa si mise in movimento in tutta la Slovacchia. Ci riunivamo nella sede
del Giornale Cattolico con spirito rinnovato. Andò in sfacelo il cosiddetto
Movimento per la Pace, e il Giornale Cattolico assunse una nuova faccia.
Cominciava a rivivere tutto, la vita religiosa tornava ad essere sincera e spontanea.
Appariva chiaro che in Slovacchia la fede era sempre viva e forte.
Lo spirito di una nuova vita purificata aveva coinvolto anche i sacerdoti. In via
Vajnosskà, per la prima volta dopo tanti anni, si erano incontrati di loro spontanea
volontà e con entusiasmo gli esponenti dell'Opera Rinnovativa del Concilio.
Da principio doveva solo essere un movimento di credenti e sacerdoti sotto la tutela
dei vescovi, a cui partecipai anch'io. Ma là i nostri pensieri prendevano forma e
nascevano idee nuove. Molti parlarono, tra cui anche il poeta Janko Silan. Alcuni
discorsi erano piuttosto coraggiosi, ma in generale questi incontri erano equilibrati
e costruttivi. Presero parte alle dispute sia i sacerdoti che i laici credenti. Un giorno,
uno dei presenti disse che voleva dedicare il suo tempo a me e fece il mio nome. Mi
chiesero di parlare.
Ne rimasi sorpreso se non seccato. Siccome però tutta la sala cominciò ad
applaudire, fui costretto a salire sul pulpito. Intendevo dire qualcosa di
espressamente sacerdotale, cristiano e spirituale. Feci riferimenti a san Giovanni
Battista, alla sua missione spirituale, alla sua azione di rinnovamento di Israele.
Anche noi avevamo una missione rinnovativa in questo periodo. Dissi che forse era
un errore considerare tutto quello che avevamo vissuto come un qualcosa al di fuori
di noi, un destino avverso.
Non ci accorgevamo di aver promosso anche noi certe cose. Quello che avevamo
vissuto doveva servir ci come atto di purificazione e doveva farci riflettere affinché
non ripetessimo gli stessi errori. Non potevamo pensare di tornare a ieri con tutte le
insufficienze di ieri. Questi anni che avevamo vissuto dovevano portarci alla gente
arricchiti internamente e purificati, per poter servire il popolo di Dio in nome della
Chiesa. Poi aggiunsi una cosa. Dissi che ero da poco tornato dopo otto anni di
prigione. In questa prigione erano rimasti i miei confratelli sacerdoti. Feci alcuni
nomi. Chiesi che ci si ricordasse anche di loro non solo nelle preghiere, ma anche
chiedendo concretamente il loro ritorno alla libertà. Con questo terminai il mio
discorso.
Tenemmo diversi incontri anche nella sede del Giornale Cattolico. Ne erano tutti
entusiasti. Alcuni erano addirittura impazienti. Suggerivano con foga alcuni passi
da intraprendere. Secondo loro, i sacerdoti che avevano partecipato al MHKD
[movimento dei lavoratori] di Bratislava avrebbero dovuto ritrattare il loro pensiero
e cessare la loro attività immediatamente. Alcuni dei presenti mi chiesero di
pronunciarmi in proposito. Mi alzai in piedi e dissi all'incirca questo: «Tutti noi
abbiamo un'opinione personale sui fatti che stanno accadendo in questo periodo,
ma dovremmo tenere a mente che siamo persone credenti. Sappiamo benissimo che
nella vita della Chiesa è stato fatto tanto male. Credo però che non sarebbe
appropriato portare certe cose in piazza».
Poi dissi: «Anche Alexander Dubcek considera alcune azioni di Novotny come non
buone e dannose. Ma non lo abbiamo ancora visto attaccare apertamente e tutta la
faccenda non è ancora stata resa pubblica. E per questo che considero molto più
ragionevole risolvere le questioni della Chiesa in modo più silenzioso ed
equilibrato».
Si decise infine che alcuni sacerdoti avrebbero fatto visita a questi preti di Bratislava
e avrebbero presentato loro in privato ciò che il popolo credente di Bratislava
riteneva giusto. Era un'azione più ragionevole e tutti furono d'accordo.
Intanto venni a sapere che a Znojmo si sarebbero riuniti tutti gli esponenti della
Chiesa per fondare un segretariato delle compagnie religiose. Quando vi arrivai era
già tutto in atto. Incontrai alcune persone che avevo conosciuto in prigione, P.
Bàrta, P. Silhan e altri. Anche numerose sorelle religiose erano presenti. Avevo
preparato un breve discorso sulla vita religiosa e sulle condizioni degli ordini
religiosi nell'ambito della Chiesa, che in questo incontro ebbe successo. Costituì
anzi la base per il mio primo articolo pubblicato dal Giornale Cattolico.
Andai anche a trovare diversi vescovi in giro per il paese. Avrei voluto fare visita
anche all'arcivescovo Néczey di Nitra, ma quando mi recai a Nitra da mio fratello,
l'arcivescovo' era molto malato e mi pregò di rimandare la visita. Andai a trovarlo
dopo qualche tempo. Era sempre malaticcio, ma mi fece un'accoglienza molto
calorosa e amichevole. Quando mi accompagnarono nella sua stanza, la prima cosa
che l'arcivescovo fece dopo che la porta fu chiusa alle mie spalle, fu quella di
inginocchiarsi e chiedere la mia benedizione. Ero talmente sorpreso che non sapevo
cosa dire. Gli diedi la mia benedizione.
Poi mi presentò una richiesta da Roma, per la quale lui si era già impegnato, di
annotare tutto quanto ci era successo in quegli anni, «affinché se ne possano trarre
insegnamenti per il futuro.» Furono queste sue parole che m'indussero a prendere
la penna in mano e a scrivere questi appunti.
Il giorno della mia visita a Nitra, molti laici si erano riuniti al Castello per discutere
sulla vita religiosa e i suoi problemi. Chiesi all'arcivescovo se ritenesse opportuna la
mia partecipazione, poiché questi laici mi avevano fatto chiamare. Mi disse: «Vada,
vada pure in mezzo a loro! Parli e porga loro il mio saluto!». E così partecipai anche
a questo incontro. Fu condotto non solo in modo intelligente, ma con un obbiettivo
ben preciso e con fede sincera. Inoltre era tutto un fermento di entusiasmo,
permeato da un'atmosfera simpatica.
Siccome la redazione del Giornale Cattolico mi aveva pregato di prendere parte ad
un altro incontro religioso a Smokovec con molti sacerdoti e laici credenti, passai
anche dai monti Tatra. Anche qui pronunciai qualche parola. Mi convinsi che tutta
la Slovacchia cattolica e credente aveva ricominciato a vivere.
Intanto si facevano i preparativi per un grande e memorabile incontro a Velehrad,
per il 14 maggio 1968. C'erano moltissimi sacerdoti e laici della Boemia, della
Moravia e della Slovacchia, capeggiati dai vescovi. Si celebrò una Santa Messa
solenne con la partecipazione di dodici o tredici vescovi. L'incontro a Velehrad fu
veramente bello e si svolse in un'atmosfera profondamente religiosa. Come ebbi
modo di constatare, la grande maggioranza dei presenti aveva colto il suo spirito.
Eravamo tutti felici. Per noi rappresentava un motivo in più per ravvivare la fede in
tutte le diocesi e le parrocchie.
49. UNA RIUNIONE A TRNAVA
Alla fine di maggio del 1968, quando tutte le nostre opere stavano dando frutti per
la vita religiosa nel nostro paese, venne da me Ferdis Takac della redazione del
Giornale Cattolico, per dirmi che qualcuno di Trnava, un certo signor Stefko o
Postonyi, mi aveva pregato di prendere parte ad un incontro. Doveva andarci anche
lui, così si offrì di accompagnarmi. Non sapevo esattamente di che si trattasse, ma
accettai l'invito senza pensarci su molto.
Partimmo per Trnava. Andammo all'appuntamento prestabilito nella casa editrice
Spolok sv. Vojtecha, dove ci stava già aspettando l'arcivescovo Lazik,
amministratore a vita della casa editrice, con il signor Postonyi e con il direttore
Stefko. Fu il signor Postonyi a prendere per primo la parola. Ci spiegò il motivo del
nostro incontro: «Siamo di fronte ad alcune difficoltà. Abbiamo saputo che il
governo non vuole collaborare con noi e che non potremo così raggiungere le mete
che ci eravamo prefissati. Ci sono però delle persone con le quali il governo è
disposto a trattare. Sono dei deputati che hanno dei contatti con il Fronte Nazionale
e con altre istituzioni. Contattando certe persone potremmo ottenere molto se
fossero disposti ad intercedere per noi, anche a favore della Chiesa». Poi fece il
nome del dottor Horàk, che si era sporcato le mani nell'ex Movimento per la Pace. Il
discorso del signor Postonyi durò più di quanto non fosse necessario. Quando ebbe
finito ci fu un lungo silenzio. Capii che toccava a me pronunciarmi, così dissi:
«Tutta la Slovacchia vi è grata per quello che avete detto nel Giornale Cattolico.
Avete posto un netto confine tra quello che è stato e quello che sarà, restituendo alla
vita religiosa dei binari sinceri e puliti. Credo che non soltanto la Slovacchia, ma
anche tutti i credenti del mondo e il Santo Padre vi siano grati per il vostro
impegno. Ora, se è vero che il governo non intende collaborare con noi, a maggior
ragione dovremmo pensare ad organizzarci seriamente e realmente. Lasciamo pure
stare le questioni personali. Non vogliamo tornare sulle ingiustizie che sono state
commesse, e siamo davvero disposti a trattare con il governo. Ma se la mano che
tendiamo dovesse rimanere vuota, credo che non dovremmo piegarci a chiedere
niente a nessuno. Permettere che persone senza fede si esprimano per la Chiesa e
per tutti noi, senza rappresentarci nella nostra più grande e profonda verità, oggi
non è neanche pensabile! Sono proprio i sacerdoti funzionari dell'ex Movimento per
la Pace le persone da evitare. Lasciamoli pure lavorare come meglio credono, ma
non permettiamo loro di entrare in queste faccende! Non possiamo permettere che
tali persone rappresentino la Chiesa sul nostro territorio. Quello che hanno fatto in
tutti questi anni non è proprio degno di essere ricordato, ma se per venti anni stava
a capo di un'organizzazione religiosa un uomo che durante il suo incarico
ministeriale ha lasciato uccidere centomila bambini, io preferisco non rendermi
partecipe in alcun modo della sua politica. Un sacerdote di questo tipo non può e
non potrà mai rappresentare la Chiesa!». Dissi circa questo e nessuno commentò le
mie parole. La seduta terminò lì.
Poi l'arcivescovo Lazik chiese di vedermi in privato. Quando fummo soli mi disse:
«Padre, da Roma mi hanno chiesto di fare in modo di inserirla nell'ambito del
lavoro per la Chiesa. Ne ho parlato anche con il sostituto dell'incaricato per gli affari
del Vaticano, a cui ho proposto di trasferirla come nuovo rettore del seminario. Lei è
stato accettato e la cosa è già praticamente fatta».

50. OPERATORE ECOLOGICO CON LA TUBERCOLOSI


Dopo il mio ritorno a Bratislava avevo dunque due grandi prospettive di lavoro:
diventare rettore del seminario, e amministratore spirituale nella Casa della carità a
Pezinok. Da Pezinok però mi informarono che c'erano alcune difficoltà. Avevano
ricevuto da Valdice una relazione di tutte le attività che avevo svolto durante la mia
libertà vigilata, e la mia richiesta di lavorare alla Casa della carità non era vista di
buon occhio. Il mio caso rischiava di rimanere in sospeso a tempo indeterminato, o
anche peggio ... Così pregai Karol di cercarmi al più presto un altro lavoro. Mi trovò
subito un posto come addetto alla cura del verde della città di Bratislava, dove avrei
potuto cominciare già l'indomani.
Iniziai questo lavoro nel giugno del 1968, operando vicino al cimitero di san
Martino. Mi affidarono un gruppo di giovani studenti volontari che andavano per i
giardini della città e dei quartieri nuovi a raccogliere sassi, pezzi di metallo, fili di
ferro, stracci - tutto ciò che era rimasto per terra dai tempi delle costruzioni, come
generalmente accade dopo i lavori sulle case nuove. Dovevamo anche pulire i
giardini pubblici in modo da facilitare il taglio dell'erba. Ripulimmo enormi aree
verdi a Strkovec, a Posen e nelle zone circostanti.
Ricevetti un buon trattamento in questo impiego. Mi misero il timbro sulla carta
d'identità e mi rimaneva solo da fare la visita medica. Fu proprio questa che
sconvolse tutto...
Il medico, una dottoressa, pensò che fosse il caso di mandarmi a fare delle
radiografie. Qui, con mia grande sorpresa, la dottoressa Kubalékovà dopo un primo
esame mi disse di ripresentarmi. Dopo la seconda radiografia diagnosticò qualcosa
ai polmoni che bisognava curare al più presto.
Ero rimasto di stucco, ma c'era poco da fare. Andai a Podunajské Biskupice
seguendo gli ordini della dottoressa, e là, dopo vari esami, mi dissero che avevo
veramente qualcosa ai polmoni. Era tutto benigno ma era necessario curarmi.
Entrai in ospedale il 15 giugno a Podunajské Biskupice. Vennero a trovarmi molte
persone, tutte sorprese che io fossi ammalato ai polmoni. L'arcivescovo Lazik venne
per ben tre volte e mi scrisse anche diverse lettere. Manteneva così i miei contatti
con il Vaticano, in attesa degli sviluppi della mia malattia. Nello stesso periodo era
in cura anche il docente Brencic, ministro dei beni culturali. Le chiacchierate che
feci con lui sarebbero probabilmente tornate utili sia per il mio futuro incarico come
rettore del seminario, sia per la nostra nazione.
Poi venne il 21 agosto 1968. Ricevemmo le notizie dalla radio con non poco
sbigottimento (Invasione notturna dell'armata russa in Cecoslovacchia). Io ero
solo in una stanzetta non molto grande. Ascoltai per ore intere la radio senza più
poter prendere sonno ...
Fintanto che ero in salute, scrissi alcuni articoli non molto lunghi per il Giornale
Cattolico. Lo feci come meglio potevo, senza neanche un tavolo su cui appoggiarmi.
Dall'ospedale mandai un articolo sull'educazione e poi, dietro precise richieste,
lettere ai vari ammalati nel nostro paese, specie alle sorelle ricoverate. Alcune di
queste lettere furono pubblicate dal Giornale Cattolico.
La vita in ospedale intanto procedeva abbastanza ordinariamente. Ricevevo molte
visite, per lo più amichevoli, fra una cura e l'altra. Una volta però capitò che fra tutti
i visitatori venne a trovarmi una persona che non avevo mai visto prima e che
diceva di porgermi i saluti dai miei amici di Bosany, perfino dal generale Marko, e
mi chiese se non avessi bisogno di niente. Mi disse che anche il generale Marko era
disposto ad aiutarmi. Era tutto molto strano. Poi mi disse che voleva vendere una
villetta e che cercava eventuali acquirenti. Tutta la faccenda era non solo strana, ma
anche piuttosto sospetta. Questa persona era entrata in camera mia intorno alle 14,
con una certa invadenza, quando me ne stavo tranquillo a dormire e mi avevano
appena messo la flebo. Questo non rappresentava per lui il minimo problema! Gli
dissi che non ero interessato a nessuna villetta. Non sapevo per quanto tempo avrei
dovuto continuare le cure, né quando sarei guarito. Non c'erano dubbi: era uno
della polizia segreta.
Venne a trovarmi di nuovo e questa volta fu ancora più seccante. Gli dissero che
avevo appena subìto un'operazione chirurgica, il che era vero, ma lui insisté per
stare lì con me. Questo nostro secondo incontro finì veramente male. Gli chiesi
direttamente che cosa voleva da me, e solo così lo indussi ad andarsene. Questo
episodio fu piuttosto penoso. Conservo d'altra parte dei bellissimi ricordi dei giorni
tranquilli durante le cure, per le attenzioni che ricevetti da persone, specie le sorelle
infermiere, piene di riguardi e premure nei miei confronti.

51. LE CURE DI RIABILITAZIONE SUI MONTI TATRA


Nel febbraio del 1969 andai a terminare le cure a Stola, nei monti Vysoké Tatry.
Questo soggiorno, che fu per me una grande benedizione, durò dalla fine di febbraio
al novembre 1969. La sola vista dei boschi e delle incantevoli vette rappresentava
per me una vera esperienza. L'aria, la libertà di movimento e l'ambiente erano
straordinariamente rigeneranti. Un tempo a Stola c'era stato un antichissimo
monastero di frati benedettini, e a Mengusovice, lì vicino, si può ancor oggi vedere
una chiesetta restaurata in stile. Nella casa di cura avevo la mia stanza personale, da
cui godevo una bella vista e da cui potevo uscire per fare numerose passeggiate. A
volte mi capitava di parlare con altri pazienti, generalmente però andavo in giro per
conto mio e incontravo chi capitava.
Un giorno mi fecero una visita a sorpresa mio nipote Dodo e mia nipote Eva.
Arrivarono inaspettatamente in kkk durante un temporale pomeridiano. Una
dottoressa molto disponibile mi aiutò a fare i loro letti in modo che potessero
fermarsi anche per la notte. Si era già fatta sera ...
La mia convalescenza a Stola fu prolungata. Il primario mi disse che avevo due
possibilità: o farmi dimettere dopo un anno di cure, dopodiché avrei potuto
chiedere la pensione di invalido; oppure prolungare il soggiorno di tre o quattro
mesi. Scelsi di rimanere.
Intanto, avevo inoltrato una richiesta di riabilitazione sociale, per la quale fu fissato
un appuntamento a Bratislava per il 24 giugno 1969. Quel giorno dunque andai con
alcuni confratelli all'appuntamento e fummo tutti pienamente riabilitati. Di dodici
ex-condannati non ne rimaneva più neanche uno. La corte emise una nuova
sentenza veramente in regola e formulata con piena giustizia. Basterà citarne solo
alcune frasi:
«Secondo quanto appurato dalla seconda corte ... tutta l'azione degli imputati fu
ingigantita ed espressa in modo errato; agli imputati furono assegnate colpe che
non vennero mai provate e le loro azioni furono semplicemente giudicate male dal
punto di vista giuridico. Gli organi che avevano contribuito a tale sentenza,
confermata dal Tribunale Regionale, erano sicuramente condizionati da eventi
esterni ed avevano preso in considerazione fatti che in realtà non erano mai
accaduti, o almeno che non furono mai provati.
La corte ha constatato che gli ordini religiosi e le varie congregazioni che esistevano
già prima che entrasse in vigore la legge numero 218/49 ... non sono mai state
abolite da questa o da qualsiasi altra legge. Esistono tutt'oggi e non ci sono ostacoli
affinché ... la vita degli ordini venga rinnovata e continuata.
Il fatto che i detenuti abbiano studiato o si siano scambiati testi di letteratura
teologica, mirata contro il materialismo, non è da considerarsi come un'azione
antistatale ... In conclusione, la sentenza ... alla quale mancavano le basi, secondo le
testimonianze di questo tribunale ... non viene ritenuta valida ... e la corte, secondo
questi accertamenti, ribalta totalmente la sentenza ...»

52. A ROMA DAL SANTO PADRE


Ristabilitomi a Bratislava dopo la riabilitazione, sfruttai l'occasione di aver ottenuto
il permesso di uscire dal mio paese per recarmi per dieci giorni in Italia. Mi feci fare
il passaporto e il permesso di espatrio nel marzo 1969 e mi accordai con Karol, con
sua madre e con il suo fratello medico, per andare insieme in macchina fino a
Roma. Loro da lì avrebbero proseguito fino a Lourdes.
Il solo prepararmi al viaggio mi sembrava un sogno. Non potevo credere di avere
davvero questa possibilità! Ma venne l'estate e il giorno della partenza divenne una
realtà. Passammo da Vienna, attraversammo tutta l'Austria e arrivammo a Venezia
per una breve visita. Poi ci spostammo dall'altra parte dell'Italia, alla volta di Roma.
Qui visitammo tutti i monumenti, le catacombe e le basiliche.
A Roma incontrai P. Litva, gesuita, con Svec, M. Lacko e altri. P. Litva era
professore alla Gregoriana, Svec era tornato dopo 13 anni in Rodesia, Lacko dava
lezioni di storia all'Istituto Orientale. Mi invitarono anche all'Istituto Slovacco di
Cirillo e Metodio, dove celebrammo una messa con venti sacerdoti slovacchi appena
consacrati.
Intanto, tramite il segretario di stato, mi fu concessa un'udienza dal Santo Padre
Paolo VI. Il giorno fissato era l'8 luglio 1969. Secondo le regole, avrei dovuto
presentarmi in abito talare. Per me era una cosa del tutto insolita. Affermai in piena
sincerità che da vent'anni portavo abiti civili e che non mi sarei sentito a mio agio a
comparire davanti al Santo Padre in abiti diversi dal solito. Tutto mi sarebbe
sembrato quasi finto. Alla fine andammo in un negozio per generi clericali e lì mi
comprarono un vestito nero per sacerdoti, che mi decisi ad indossare.
L'udienza durò circa venti minuti, forse più. Davanti a me c'era una delegazione
statale dall'Africa. Seguì il cardinale Furstenberg, e dopo che questi ebbe finito
chiamarono me.
Quando entrai nella sala, il Santo Padre aveva un'espressione seria, forse stanca.
Non mi meravigliai della sua stanchezza perché aveva in effetti molti problemi.
Proprio in quel momento in Svizzera si teneva la conferenza europea dei vescovi e
non molto lontano da lì, nella cittadina di Chur, si riunivano i cosiddetti sacerdoti
contestatori, critici di molti paesi. Questi critici avevano mandato un saluto al Santo
Padre chiamandolo «nostro fratello Paolo.» Questa frase rivelava tutta la loro presa
di posizione rivoluzionaria. Il Santo Padre ne soffriva ed era preoccupato.
Nonostante tutto ciò, Paolo VI fu molto gentile. Quando entrai mi venne subito
incontro. Gli chiesi la benedizione e m'inginocchiai. Gli dissi che dopo tanti anni
potevo finalmente vedere con i miei occhi il successore di san Pietro, e che volevo
cominciare con la sua benedizione. Poi ci sedemmo e gli raccontai come io e molti
altri avevamo finora vissuto. Gli dissi delle carceri, di un ragazzo convertito al quale
avevo parlato del Santo Padre, e che aveva dedicato a lui lunghi giorni di digiuno nel
cosiddetto reparto di correzione. Il Santo Padre ascoltava e rimaneva commosso. Gli
dissi che da noi ci sono moltissime persone credenti e che lo Spirito Santo agisce
anche nella nostra Chiesa, come si poteva constatare nella vita del nostro popolo,
dei nostri fratelli e sacerdoti.
Gli dissi poi che spesso, quando cerchiamo di risolvere le questioni religiose, ci
incagliamo sulla solita domanda: «Che cosa ci dice la nostra coscienza? Che cosa si
aspetta Dio da noi?». Naturalmente cerchiamo di agire secondo quello che ci dice la
coscienza. Il Santo Padre sapeva che da noi la situazione era critica e che qualcuno
voleva ribaltare il corso della storia anche nell'ambito della Chiesa. Fu per questo
che ribadii che noialtri ci attenevamo alla nostra coscienza e alla volontà di Dio. Poi,
per quel che riguarda i risultati, potevamo solo metterci nelle mani della
Provvidenza. Dopo aver sentito queste parole, il Santo Padre congiunse le mani e se
le mise al petto come per pregare e mi disse: «Rectissime dixisti! Rectissime dixisti!
Secundum conscientiam! Cetera Deus providebit!». Mentre pronunciava queste
parole sentivo che anche per lui quella rappresentava l'unica regola, e che la
metteva in pratica nella soluzione di molti problemi. Anche lui era minacciato da
qualcuno, anche a lui qualcuno ricordava delle conseguenze non proprio buone
delle sue azioni ... Eppure a volte non si può decidere altrimenti. Solo di una cosa si
può essere certi: quando si agisce secondo coscienza, si agisce secondo il volere di
Dio.
Poi Paolo VI mi disse: «Dite a tutti che il Papa vi vuole bene, che vi pensa sempre e
che prega per voi! Ditelo a tutti, specialmente ai giovani!». Ci alzammo, il Santo
Padre chiamò con un campanello il suo segretario e gli disse di far entrare il vescovo
Pavol Hnilica. Poi andò di nuovo al tavolo, su cui c'erano alcuni cofanetti e valigette;
prese un astuccio e lo aprì. C'era dentro un anello d'oro. Lo estrasse e me lo mise al
dito... Io mi chinai e baciai sia questo anello che il suo. Poi il Santo Padre aprì un
astuccio più grande con l'incisione del segno papale. In questo astuccio c'era una
bellissima croce attaccata ad una catena. Me la mise al collo e me la allacciò ... Poi
aprì una valigia verde che conteneva due mitre, una ricamata in oro. Il Santo Padre
mi disse: «Questo è quanto abbiamo ricevuto a Milano, noi ve lo regaliamo!». C'era
il suo segretario, c'era il vescovo Pavol e c'era anche un fotografo che fotografava
tutto. Ma non era ancora finita! Il Santo Padre aprì una valigetta bianca con dentro
un telo rosso piegato nel quale era avvolto il pastorale vescovile. Il Santo Padre
disse: «Anche questo è nostro, e noi ve lo diamo!».
Guardavamo sbigottiti tutte quelle cose davanti a noi. Ci guardavamo a vicenda e
guardavamo il Santo Padre ... Non solo io, ma anche il suo segretario e Padre Pavol,
eravamo tutti felicemente sorpresi. Sorridevamo dalla gioia, come si può vedere
anche dalle fotografie ...
Ringraziai di tutto cuore il Santo Padre. Questi mi chiese se fossi d'accordo a farci
scattare qualche fotografia insieme io e lui. Gli sorrisi... Il fotografo scattò qualche
posa con molta rapidità, poi il Santo Padre ci diede ancora la sua benedizione.
Mentre me ne andavo, mi riferirono che disse anche: «Prendetevi cura della sua
salute», - riferendosi a me - «ci penseremo noi a pagare!». Fece qualche altro
commento che non potei udire perché mi stavo avviando verso l'uscita. Mi dissero
in seguito che il Santo Padre mi mandava i suoi saluti «con i suoi auguri» e pregava
per noi.
Quando arrivai tra i miei, tra gli Slovacchi, erano tutti oltremodo meravigliati che il
Santo Padre avesse fatto dei doni così ufficiali. Non era mai successo prima! Mi
avevano detto che se mi avesse dato un anello, sarebbe stato un segno di grande
considerazione da parte sua. Ma il fatto che mi abbia dato un anello, una croce, le
mitre che aveva ricevuto a Milano, e anche il suo pastorale personale, superava ogni
aspettativa. Ancora più sorprendente era il fatto che nessuno gli avesse suggerito di
farlo. Nessuno si sarebbe permesso una cosa simile! Con questo gesto straordinario
il Santo Padre volle dimostrare a fatti quello che negli ultimi mesi aveva tante volte
espresso a parole: il suo amore per noi e per la Slovacchia, per la fede e la tenacia
del nostro popolo.
Quando l'udienza terminò non mi rimaneva molto tempo a Roma. Dei dieci giorni
di permesso che avevo ne erano già passati nove e l'ultimo mi serviva per il ritorno a
casa. Ero così felice che i miei amici avessero pensato a tutto! Ero solo preoccupato
di non poter portare in patria i doni del Papa. Pensavo che non avrei mai potuto far
passare quelle cose alla dogana ... Ma mi rassicurarono: «Non potranno dirti niente.
Di Papa al mondo ce n'è solo uno! E se lui ti fa dei regali, vedrai che potrai portarli a
casa, al tuo popolo e alla tua Chiesa!». Alla fine decisi di portarmi dietro tutti i doni.
Quella sera stessa andammo in macchina a Pisa. La mattina seguente partimmo in
aereo per Milano, e da lì con un altro aereo fino a Vienna. Viaggiavo in abito da
sacerdote con il colletto ...
All'aeroporto di Vienna il doganiere mi chiese che cosa avessi con me. Gli risposi:
«Dei doni del Papa Paolo VI». Aprii la valigetta con il pastorale e il doganiere
esclamò: «Das ist schon, das ist aber wunderschon!». Mi guardò e mi disse: «Vorrei
proprio sapere cosa le diranno alla sua frontiera!». «Piacerebbe saperlo anche a me
...» gli risposi.
Alla nostra frontiera erano molto sorpresi. Quando dissi che si trattava di un regalo
del Papa non sapevano come comportarsi. Ma dopo essersi consultati tra di loro mi
dissero: «Se è un regalo ...» e mi lasciarono passare. Arrivai con tutti i regali a casa.
Dopo qualche tempo mostrai le fotografie con questi doni al professor Hanus,
vecchio compagno di prigione, che mi disse: «Joannes, è un evento storico! E un
avvenimento! Questo non era mai accaduto prima, nessun Papa aveva mai mandato
regali simili in Slovacchia! E non sei certo tu il primo ad essere stato a Roma!».

53. A BRATISLAVA DAL 1970


Dopo il mio viaggio da sogno a Roma, tornai sui monti Tatra per completare le mie
cure. Mi mandarono a Dolny Smokovec, dove, grazie a Findur, mi era stata data una
stanza tutta per me in parrocchia.
Sia il cappellano che le sorelle erano pieni di attenzioni verso di me, ed io aiutavo la
comunità come meglio potevo scrivendo esercizi spirituali per i giovani e
confessando.
A Smokovec incontrai molti sacerdoti e girai tutti i dintorni portando alcuni
rinnovamenti spirituali ai giovani che abitavano in quegli splendidi monti T atra.
Era molto bello incontrarsi anche davanti ad un fuoco di camino o attorno ad un
falò. Una volta celebrai la Santa Messa nella nuova chiesa di Poprad, interamente
dedicata ai giovani. La chiesa era colma. Ogni giorno dicevo la messa nelle diverse
chiesette dei paesi sui monti Tatra, a volte con qualche breve predica. Fui anche
presente alle prime comunioni a Batizovice, dove avevo celebrato la messa della
notte di Pasqua al tempo in cui risiedevo a Stola.
Era il mese di ottobre del 1969 quando terminai le cure. Intanto mi avevano trovato
un lavoro a Bratislava dalle suore del Santissimo Redentore, in via Uprkova. Questo
fu possibile in quanto in Boemia era stato emesso un decreto dall'Ufficio
Ecclesiastico che dichiarava legale l'impiego dei religiosi nelle varie congregazioni.
Tornai ad abitare dalla signora Divinovà fino al gennaio 1970. Intanto le sorelle
avevano ricevuto il permesso per una cappella e riuscirono ad ottenere che io
potessi celebrarvi la Santa Messa ed adempiere gli incarichi spirituali.
Dal gennaio del 1970 mi trasferii nella zona vicino al Castello. In quello stesso anno
mi proposero di prendere in tutela una parrocchia. Chiesi una settimana di tempo
per riflettere, poi acconsentii, anche se si trattava di andare a Topolcany, una città
di provincia con molte scuole e molti giovani. Mi chiesero se non preferissi una
parrocchia più piccola, ma dissi che per me andava bene. Allora mi confermarono
che tutto era a posto e che era ormai questione di pochi giorni. Mi avrebbero
mandato un telegramma chiedendomi ufficialmente di cominciare la mia opera. Ero
pronto. I miei amici ed io eravamo convinti che mi avrebbero mandato anche una
macchina per fare il trasloco. Aspettammo una settimana, poi due, e così fino al
mese di settembre ... Poi venni a sapere dal dottor Benuska che la cosa non si
sarebbe realizzata, per volere del dottor X.
La revoca della mia presunta opera pastorale fu piuttosto traumatica, anche perché
fin dall'inizio avevano chiesto che fossi io ad inoltrare la domanda per essere
inserito nella diocesi. Consideravo questo molto degradante, ma non potevo farci
niente. Pensare che accadde tutto dopo la mia visita a Roma e dopo l'udienza con il
Santo Padre ...
Così rimasi dalle suore di via Uprkovà fino a settembre, poi mi trasferii nel
quartiere Pertzalka, dall'ingegner Jàn Michal, dove continuai il mio lavoro sul
presente manoscritto. Mi dedicai dunque a questo lavoro, di cui adesso non è
necessario parlare. Basti ricordare che questo non è solo opera mia, ma di altre
persone di buona volontà, la cui disponibilità, perseveranza e spirito di sacrificio
hanno reso possibile tutto questo.

La vita in Slovacchia e la vita della Chiesa oggi non sono più così isolate come negli
ultimi vent'anni. Anche se alcuni sacerdoti del Movimento per la Pace vogliono
ancora dire la loro, essi non hanno più quell'autorità assoluta che metteva gli altri a
tacere. Il 1968 fu l'anno del risveglio, l'anno della carità, in cui lo Spirito Santo
intervenne in larga misura. Quest'opera continua ... Sta nascendo una nuova
generazione di credenti per i quali la fede rappresenta la base per qualsiasi cosa. Sta
crescendo una nuova generazione di sacerdoti, mentre i più anziani fanno il
possibile affinché si realizzino tutti i progetti dello Spirito. In Slovacchia la gente
prega, crea e sostiene associazioni cristiane. Tutti vogliono fare qualcosa per la
Chiesa. E questo il vero rinnovamento della Chiesa. Per quanto se ne senta e se ne
veda poco, la vita scorre adesso come mai prima d'ora. La Chiesa è per noi la nostra
Madre e il Santo Padre è il successore di Pietro, il focolare della nostra unità. Siamo
parte di una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa, soffriamo e viviamo con essa.
Cristo è in mezzo a noi. Crediamo nella parola dell'apostolo Paolo: «Cristo in voi,
speranza della gloria!» (Col.1,27).
(8 dicembre 1976)

Potrebbero piacerti anche