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Richard Bandler

Usare il cervello per cambiare


L'uso delle submodalità nella programmazione
neurolinguistica

Astrolabio
Usare il cervello per cambiare
Titolo originale Using Your Brain for a Change
© Richard Bandler 1985
© Astrolabio – Ubaldini 1986
Collana Psiche e coscienza
ISBN-13: 978-8834008591
Note di copertina

PNL (Programmazione Neuro Linguistica) significa imparare ad


usare il proprio cervello in maniera ottimale.
L’autore ci insegna come utilizzare rapidamente ed efficacemente
le risorse del cervello umano, sconosciute ai più e poco sfruttate in
tutti, per produrre nei pazienti dei cambiamenti profondi quanto rapidi
e duraturi.

Richard Bandler (24 febbraio 1950) è un saggista statunitense,


fondatore, insieme a John Grinder, della controversa tecnica detta
Programmazione Neuro Linguistica (PNL).
Molto del lavoro di Bandler sulla PNL riguarda le applicazioni
delle submodalità, cioè delle sottili distinzioni che esistono nelle
personali esperienze sensoriali e le loro rappresentazioni interne. Il
suo passato da musicista e l'interesse per l'impatto neurologico del
suono lo hanno portato a sviluppare l'area della neurosonica, che
utilizza la musica e il suono per creare specifici stati interiori.
Bandler è anche il creatore del modello e delle tecniche del
Design Human Engineering e del Neuro Hypnotic Repatterning.
Bandler tiene tuttora molte conferenze e seminari sulla PNL e le sue
possibili applicazioni.
Introduzione

Quante volte avrete udito la frase: “Quella ragazza ha un brillante


avvenire”, oppure: “Quell'individuo ha un passato colorito” 1?
Espressioni come queste sono più che metafore. Sono descrizioni
precise del processo interno di pensiero del parlante, e queste
descrizioni sono la chiave per imparare a trasformare in modo
produttivo la nostra stessa esperienza. Per esempio, in questo
preciso momento osservate in che modo vi raffigurate un evento
futuro gradevole nella vostra stessa vita... e quindi rendete più
luminosa quella stessa immagine, e osservate come le vostre
sensazioni mutano. Quando rendete più luminosa quella immagine,
non vi da l'effetto di attendere quell'’evento con desiderio ancora
maggiore? La maggior parte delle persone reagiscono più
marcatamente a un’immagine più luminosa; alcune reagiscono di più
a un’immagine meno luminosa.
Adesso prendete un ricordo gradevole del vostro passato, e
rendete i colori più forti e più intensi, proprio in senso letterale... In
che modo il fatto di avere un ‘passato colorito’ muta l’intensità della
vostra reazione a questo ricordo? Se non osservate alcuna
differenza nelle vostre sensazioni quando rendete più colorito il
vostro ricordo, cercate di vedere quello stesso ricordo in bianco e
nero. Quando l’immagine perde il proprio colore, in genere la
reazione s’indebolisce.
Un’altra espressione di uso comune è: “Aggiungi qualche scintilla
alla tua vita”.
Pensate a un’altra esperienza gradevole, e cospargete
letteralmente quell’immagine di piccoli punti luminosi scintillanti, e
osservate in che modo ciò modifichi la vostra reazione a livello di
sensazioni. (Gli ideatori di spot pubblicitari e i sarti che creano abiti
fatti di lustrini ne sanno qualcosa).
“Lasciati il passato alle spalle” è un consiglio frequente riguardo a
eventi spiacevoli.
Pensate a un ricordo che vi fa ancora star male, e quindi
osservate dove lo vedete adesso, e a quale distanza si trova
l’immagine. Probabilmente è di fronte a voi, piuttosto vicina. Adesso
prendete quell’immagine, e spostatela fisicamente dietro di voi,
allontanandola. In che modo questo muta in voi il vissuto di quel
ricordo?
Questi sono solo alcuni esempi molto elementari della semplicità
e dell’efficacia dei nuovi schemi submodali di PNL ideati da Richard
Bandler nel corso degli ultimi anni. Uno dei primi schemi usati in PNL
era l’idea delle ‘modalità’, ovvero dei ‘sistemi rappresentativi’. Noi
pensiamo alle esperienze, a qualsiasi esperienza, utilizzando certe
rappresentazioni del sistema sensorio: immagini visive, suoni
auditivi, sensazioni cenestesiche. Nel corso degli ultimi dieci anni,
nei programmi di addestramento alla PNL si è soprattutto insegnata
un’ampia gamma di metodi rapidi ed efficaci per utilizzare questa
conoscenza delle modalità in modo da trasformare le sensazioni e il
comportamento. Le submodalità sono gli elementi più semplici
all'interno di ogni modalità. Per esempio, alcune delle submodalità
visive sono la luminosità, il colore, le dimensioni, la distanza, la
collocazione spaziale e la nitidezza. La conoscenza delle
submodalità ci schiude un nuovo tesoro di schemi di cambiamento
ancora più rapidi, facili e specifici.
Non appena facemmo la conoscenza della PNL, nell’autunno del
1977, mettemmo da parte la maggior parte delle cose che stavamo
facendo al fine di studiare questi metodi tanto emozionanti quanto
rapidi per trasformare il comportamento. A quell’epoca Richard
Bandler e John Grinder collaboravano nello sviluppo di questo
campo nuovo e tanto promettente. La PNL insegnava a seguire il
processo interno della persona prestando attenzione ai movimenti
oculari inconsci, a trasformare vecchie reazioni sensoriali sgradevoli
nel giro di qualche minuto, e altro ancora.
Oggi, sette anni più tardi, tutte quelle promesse e molte altre
sono state mantenute.
Tutte le idee e le tecniche fondamentali della PNL hanno
superato la prova del tempo, così come la più dura prova di essere
insegnate ad altri, così che questi ne potessero fare uso nella
pratica. La PNL è stata spesso descritta come il campo sul filo del
rasoio tra la comunicazione e la trasformazione.
La PNL offre una comprensione concettuale saldamente fondata
sulla scienza dell’informazione e sulla programmazione dei
computer, e allo stesso tempo trova radici ancora più profonde
nell’osservazione dell’esperienza umana. Tutto ciò che è PNL potete
verificarlo direttamente nella vostra personale esperienza, od
osservando gli altri.
I nuovi schemi submodali descritti e insegnati in questo libro
rappresentano modi ancora più rapidi ed efficaci dei primi metodi di
PNL per indurre il mutamento personale. Esistono solo tre modalità
principali, ma entro ciascuna modalità esistono molte submodalità.
Le submodalità sono, letteralmente, i modi in cui il cervello ordina e
codifica l’esperienza. Gli schemi submodali di trasformazione
possono essere impiegati per cambiare direttamente il software
umano: i modi in cui reagiamo alle nostre esperienze e ad esse
pensiamo.
Alcuni critici hanno voluto affermare che la PNL è troppo ‘fredda’
e ‘tecnica’, e che sebbene essa possa dare buoni risultati con
semplici abitudini e fobie, non può affrontare ‘temi umani di fondo’.
Per quanto ci riguarda, ci interesserebbe conoscere la reazione di
questi stessi critici ai metodi per trasformare le credenze e i modi di
comprendere di cui si da dimostrazione nei capitoli 6 e 7.
Questo libro apre la via a un modo nuovo ed efficace di
comprendere in che modo funziona la nostra mente. Ciò ch’è più
importante, questo libro insegna dei principi tanto semplici quanto
specifici che si possono usare per ‘guidare’ il nostro cervello.
Insegna a trasformare la nostra esperienza quando essa non ci
soddisfa, e a gustare ancora di più la nostra soddisfazione quando la
vita ci va bene.

Molti di noi hanno la capacità di prendere dei principi già noti e di


creare degli utili adattamenti di quegli stessi principi, o di apportarvi
ogni tanto qualche piccola innovazione. Il particolare genio di
Richard Bandler consiste nella sua inarrivabile capacità di delineare
ripetutamente principi nuovi, e di metterli a disposizione di tutti noi. Il
suo senso dell’umorismo può talvolta suonare caustico e arrogante,
specialmente quando viene diretto verso le professioni della
psicologia e della psichiatria (sebbene anche altri ‘esperti’ ricevano
la loro parte!). Questo è almeno parzialmente comprensibile quando
ci si rende conto che sebbene la possibilità di curare nel giro di dieci
minuti una fobia o un trauma mediante la PNL sia stata pubblicata
più di sei anni or sono, per lo più gli psicologi sono tuttora convinti
che per curare una fobia ci vogliano mesi o anni di chiacchiere e di
medicine (e diverse migliala di dollari). Noi conosciamo bene la
frustrazione di sentirci dire: “Non si può fare”, quando ne abbiamo
data pratica dimostrazione centinaia di volte, e abbiamo insegnato
ad altri a fare la stessa cosa regolarmente.
Quando in un’industria viene introdotta un’importante
innovazione tecnica, gli imprenditori di tutto il mondo sono ansiosi di
applicare immediatamente il nuovo metodo, poiché sanno bene che
se non fanno così, la concorrenza li metterà ben presto fuori
mercato. Purtroppo l’inerzia è molto maggiore in campi come la
psicologia, in cui il professionista più ci mette a risolvere un certo
problema, più viene pagato. Poiché così l’incompetenza viene
premiata, in questi campi i metodi nuovi e migliori ci mettono molto di
più a divenire pratica corrente.
Anche molti altri hanno lamentato questa inerzia nel campo della
psicologia. Salvator Minuchin, noto innovatore nel campo della
terapia familiare, ha di recente affermato:
Come ha reagito la gente alle scoperte scaturite dalle nostre
ricerche? Difendendo i propri paradigmi. In risposta alle nuove
conoscenze, c’è sempre la questione di come fare a continuare a
fare le cose che uno è stato addestrato a fare.

Nonostante questa inerzia, nel campo della psicologia e in quello


della psichiatria vi sono molte eccezioni: professionisti ansiosi di
imparare nuovi metodi che possano essere di beneficio ai loro
pazienti, rendendo il loro lavoro più rapido, più efficace e più
completo. Da parte nostra, speriamo che questo libro possa
giungere in qualche modo fino a voi.
Diversi anni fa ci rendemmo conto della nuova prospettiva che il
genio di Richard Bandler veniva esplorando, e capimmo quanto
questi nuovi modelli avrebbero potuto essere utili a persone vicine e
lontane, se solo avessero avuto maggiore diffusione.
Tuttavia, è soprattutto dal fascino e dall’emozione in noi suscitati
dalla scoperta delle submodalità che siamo stati indotti a realizzare
questo libro.
La nostra materia prima sono stati i nastri registrati e le
trascrizioni di un gran numero di seminari e laboratori tenuti da
Bandler nell’ultimo periodo. Quindi è seguita una lunga fase di
selezione e di organizzazione di questa ricca messe di materiali, di
sperimentazione indipendente di essi, e di insegnamento ad altri
così da ricavarne una più profonda comprensione. Alla fine,
basandoci su ciò che avevamo appreso, abbiamo messo insieme
tutto nella forma di un libro. Abbiamo cercato di conservare
l’immediatezza e il sapore dei seminari di partenza, riorganizzando
al tempo stesso il materiale e disponendolo in sequenza in modo da
renderlo più facilmente comprensibile in forma scritta.
In campi che progrediscono rapidamente come questo, la
maggior parte dei libri sono già sorpassati di cinque o dieci anni al
momento in cui vengono dati alle stampe. La maggior parte del
materiale contenuto in questo libro risale a circa tre anni or sono.
Nei seminari avanzati di PNL vengono oggi insegnati molti altri
schemi di submodalità, e Bandler dal canto suo continua a elaborare
sempre nuovi schemi.
Uno dei principi fondamentali della PNL è che l’ordine e la
sequenza delle esperienze, come l’ordine delle parole in una frase,
influiscono sul loro significato.
L’ordine dei capitoli di questo libro è stato accuratamente
meditato. Poiché molto del materiale presentato negli ultimi capitoli
presuppone che si disponga delle informazioni e delle esperienze
presentate nei primi capitoli, la comprensione ne risulterà senz’altro
facilitata se essi vengono letti in ordine.
Un altro principio fondamentale della PNL è che le parole sono
soltanto delle etichette, inadeguate a trasmettere l’esperienza. Una
cosa è leggere come si fa a piantare un chiodo in una tavola di
legno; tutt’un'altra cosa è sentirsi un martello tra le mani e udire un
gratificante ‘thunk’ mentre il chiodo affonda in un blocco di abete.
Un’esperienza ancora diversa è quella di sentire il martello
vibrare rimbalzando, e vedere il chiodo piegarsi udendo il ‘pinggg’
che avverte della presenza di un nodo nascosto.
Gli schemi presentati in questo libro non sono altro che degli
strumenti. Come tutti gli strumenti, per capirli bene bisogna usarli, e
per usarli bisogna far pratica. Se volete soltanto farvi un’idea del
contenuto di questo libro, potete anche scorrerlo rapidamente. Ma se
volete veramente essere in grado di utilizzare queste informazioni,
fate in modo di applicarlo tanto nella vostra esperienza individuale
quanto con altri, o le vostre conoscenze resteranno soltanto
‘accademiche’.

Connirae Andreas Steve Andreas aprile 1985


1 - Chi guida l’autobus?

Programmazione neurolinguistica è un nome che mi sono


inventato per evitare di dovermi specializzare in un campo specifico.
All’università ero uno di quelli che non riuscivano a decidersi sulla
strada da intraprendere, e alla fine decisi di restare così.
La PNL, tra l’altro, rappresenta un certo modo di considerare
l’apprendimento umano. Sebbene molti psicologi e assistenti sociali
utilizzino la PNL per fare quella che essi chiamano ‘terapia’,
personalmente credo che sia più appropriato descrivere la PNL
come un processo educativo. Fondamentalmente, stiamo
elaborando dei modi per insegnare alle persone a usare il proprio
cervello.
La maggior parte degli individui non utilizza attivamente e
deliberatamente il proprio cervello. Il cervello è come una macchina
alla quale manchi un interruttore con la posizione di ‘spento’. Se non
gli si da qualcosa da fare, non fa altro che continuare a girare, e alla
fine si annoia. Se mettete una persona in una camera di
deprivazione sensoriale, dove non c'è possibilità di avere esperienze
esterne, essa inizierà a generare esperienze interne. Se il cervello
se ne sta lì senza far niente, comincerà a fare qualcosa, e non pare
che gli importi molto che cosa. A voi può importare, ma a lui no.
Per esempio, vi è mai capitato di starvene semplicemente lì
seduti a occuparvi dei fatti vostri, o di essere profondamente
addormentati, quando all’improvviso il vostro cervello vi fa balenare
davanti un’immagine che vi spaventa a morte? Quante volte capita
che qualcuno si svegli nel cuore della notte perché ha appena
rivissuto un’esperienza di piacere estatico? Se si è trascorsa una
brutta giornata, allora più tardi il cervello ce ne offrirà delle vivide
repliche, più e più volte. Non basta aver passato una brutta giornata;
ci si può rovinare l’intera serata, e magari anche buona parte della
settimana seguente.
La maggior parte delle persone non si ferma qui. A quanti di voi
capita di ripensare a cose sgradevoli accadute molto tempo fa? È
come se il vostro cervello stesse dicendo: “Su, rifacciamolo!
Abbiamo un’ora prima di pranzo, mettiamoci a pensare a qualcosa di
veramente deprimente. Forse riusciamo ad arrabbiarci per quella
faccenda con tre anni di ritardo”. Avete mai sentito parlare di
‘sospesi’? Non sono faccende in sospeso, sono finite; è solo che non
vi è piaciuto come sono andate a finire.
Adesso voglio che scopriate come è possibile imparare a
trasformare la vostra stessa esperienza, e ad acquisire un certo
controllo su ciò che avviene nel vostro cervello.
La maggior parte delle persone sono prigioniere del loro stesso
cervello. È come se fossero incatenate all’ultimo sedile dell’autobus,
con qualcun altro al volante. Voglio che impariate a guidare voi
stessi il vostro autobus personale. Se al vostro cervello non date
qualche indicazione, o viaggerà a casaccio per conto proprio, oppure
altre persone troveranno il modo di dirigerlo al posto vostro, e può
ben darsi che non si preoccupino troppo di quelli che sono i vostri
interessi. Anche se se ne preoccupano, è possibilissimo che si
sbaglino!
La PNL è un’opportunità per studiare la soggettività, qualcosa
che a scuola mi veniva descritta come orribile. Mi spiegavano infatti
che la vera scienza considera le cose oggettivamente. Ciò
nonostante, mi sono poi accorto che quella che più influiva sul mio
comportamento era la mia esperienza soggettiva, e di conseguenza
mi sono messo in mente di scoprire qualcosa sul suo
funzionamento, e sul modo in cui esercita il suo influsso sugli altri.
Visto che il cervello è il mio giocattolo preferito, nel corso di questo
seminario farò con voi alcuni giochetti mentali.
A quanti di voi piacerebbe avere una ‘memoria fotografica’? E
quanti di voi ricordano vividamente esperienze sgradevoli del
passato, che continuano a tornarvi alla memoria? È indubbio che
questo aggiunga un po’ di sugo alla vita. Se andate a vedere un film
dell’orrore, e poi tornate a casa e vi mettete a sedere, l’atto del
mettervi a sedere vi porterà facilmente a ritrovarvi sull’istante sulla
poltrona del cinema. A quanti di voi è capitato di vivere
quest'esperienza? E affermate di non avere una memoria
fotografica! Ce l’avete già; solo che non la state usando in modo
mirato. Se riuscite ad avere una memoria fotografica quando si tratta
di ricordare fatti sgradevoli del passato, sembrerebbe proprio una
bella cosa riuscire a convogliare deliberatamente un po’ di
quell’abilità in esperienze più utili.
A quanti di voi è capitato di pensare a qualcosa che non è ancora
successo, e di star male in anticipo? Perché attendere? Si potrebbe
benissimo cominciare a star male fin da ora, giusto? E poi quella
cosa non è successa. Ma voi quell’esperienza non avete voluto
farvela sfuggire, non è vero?
Questa capacità può funzionare anche nel senso inverso. Alcuni
di voi hanno già trascorso la parte migliore della vacanza prima
ancora di partire: e poi, quando si arriva sul posto, si resta delusi. La
delusione richiede una programmazione adeguata.
Avete mai pensato a quanto vi date da fare, al solo fine di restare
delusi? In realtà ciò richiede una programmazione accurata. Più si
programma, più si resta delusi. Certuni vanno al cinema, e poi
dicono: “II film non era esattamente all’altezza di quello che mi
aspettavo”. Questo mi dà da pensare: se in testa avevano un film
così bello, chi glielo ha fatto fare di andare al cinema? Perché
andarsi a sedere in una sala dal pavimento appiccicoso e dai sedili
scomodi per vedere un film, e poi dire: “Nella mia testa avrei potuto
fare di meglio, e non avevo neanche la sceneggiatura”.
Questo è il genere di cose che succede quando si lascia che il
cervello viaggi per conto suo. La gente dedica più tempo a imparare
a usare un frullatore di quello che dedica a imparare a usare il
proprio cervello. Non si da una grande importanza al fatto di usare
deliberatamente la propria mente in maniere diverse da quella
abituale.
Vi si chiede di ‘essere voi stessi’... come se esistesse
un’alternativa. Ci siete incastrati, credete pure a me. Immagino che
potrebbero cancellarvi ogni ricordo con l’elettroshock, e poi
trasformarvi in qualcun altro, ma i risultati che ho visto non mi sono
parsi molto attraenti. Finché non inventiamo una macchina per
cancellare la mente o roba del genere, penso che siate proprio
incastrati in voi stessi. E non è così brutta, perché potete imparare a
usare il vostro cervello in maniere più funzionali. La PNL è
esattamente questo.
Quando ho cominciato a insegnare, alcuni si sono fatti l’idea che
la PNL avrebbe aiutato la gente a programmare la mente degli altri
così da controllarli e da renderli meno umani. Parevano avere l’idea
che cambiare deliberatamente una persona avrebbe in qualche
modo ridotto la sua umanità. La maggior parte delle persone sono
dispostissime a trasformarsi deliberatamente con antibiotici e
cosmetici, ma il comportamento sembra qualcosa di diverso. Non ho
mai capito in che modo trasformare qualcuno così da renderlo più
felice possa mutarlo in un essere umano di minor valore. Ma mi sono
accorto, invece, di quante persone siano bravissime a far star male i
loro mariti, le loro mogli, i loro figli, o addirittura dei completi estranei,
col semplice espediente di ‘essere se stessi’. Talvolta chiedo a
qualcuno: “Perché essere veramente tè stesso, quando potresti
diventar qualcosa di veramente valido?”.
Vorrei presentarvi alcune delle infinite possibilità di imparare e di
cambiare che sono a vostra disposizione, a patto di cominciare a
usare deliberatamente il vostro cervello.
C’è stato un periodo in cui i produttori cinematografici si erano
messi a fare film in cui i calcolatori prendevano il sopravvento
sull’uomo. La gente aveva cominciato a pensare ai calcolatori non
come a strumenti, ma come a cose che avrebbero preso il posto
della gente. Ma se vi siete mai interessati di home computer, sapete
anche che ci sono, per esempio, dei programmi per controllare il
proprio conto in banca! Per controllare il proprio conto in banca
con,un home computer ci vuole circa sei volte il tempo che ci vuole a
farlo nel modo consueto. Non solo dovete scrivere l’importo degli
assegni sulle matrici del libretto, ma poi dovete anche andare a
batterlo sulla tastiera del computer. È questo a trasformare gli home
computer in oggetti ornamentali, tipo vasi da fiori. Quando il balocco
è nuovo, ci si gioca per qualche tempo, e poi lo si ficca nel
ripostiglio. Quando viene a farci visita qualche amico che non
vediamo da molto tempo, lo si tira fuori in modo che gli amici
possano giocarci a quei giochi che ormai ci annoiano. Un calcolatore
non è soltanto questo. Ma il modo insulso in cui tanta gente usa i
calcolatori somiglia molto al modo insulso in cui la gente usa il
proprio cervello.
Continuo a sentir dire che giunti all’età di cinque anni si è ormai
smesso di imparare, ma non ho prove che questo sia vero.
Fermatevi a pensarci un attimo. Dai cinque anni a ora, quante cose
assolutamente inutili avete imparato, anche lasciando perdere quelle
utili e valide? Gli esseri umani hanno una stupefacente capacità
d’imparare.
Sono convinto, e sicuramente in un modo o nell’altro convincerò
anche voi, che ciascuno di voi è tuttora una macchina per imparare.
Il lato bello di ciò è che potete imparare nuove cose in modo rapido e
intenso; il lato brutto è che potete imparare tanto cose utili, quanto
cose perfettamente inutili.
Quanti di voi sono ossessionati da qualche pensiero? Vi dite:
“Vorrei potermelo scacciare dalla testa”. Ma la cosa straordinaria è
piuttosto che siete riusciti a mettercelo! Il cervello è veramente
qualcosa di fenomenale. Le cose che vi fa fare sono assolutamente
stupefacenti. Il problema vero, col cervello, non è che non possa
imparare, come vi è stato troppe volte ripetuto. Il vero problema è
che impara troppo bene e troppo in fretta. Per esempio, pensate alle
fobie. È una cosa stupefacente che ci si ricordi di restare terrorizzati
ogni volta che si vede un ragno. Non troverete mai un fobico che
guardi un ragno e dica: “Oh, santo cielo, mi sono dimenticato di
spaventarmi”. Non ci sarebbero forse un paio di cosette che vi
piacerebbe imparare in modo così completo? Quando ci pensate in
questi termini, avere una fobia è uno straordinario esempio di
apprendimento riuscito. E se andate a vedere la storia di quella
persona, si vedrà che spesso l’apprendimento è avvenuto con un
solo tentativo: è bastata un’unica esperienza istantanea perché
quella persona imparasse qualcosa in modo così completo da
ricordarsene per il resto dei suoi giorni.
Quanti di voi hanno letto di Pavlov e dei suoi cani e del
campanello e tutta quella roba là?... e quanti di voi in questo istante
hanno un aumento di salivazione? Per quell’esperimento si dovette
legare il cane, quindi suonare il campanello, dargli del cibo, e
ripetere questa sequenza più e più volte, così da insegnare al cane
quel tipo di risposta. Voi invece non avete fatto altro che leggerne un
resoconto, e avete manifestato la stessa risposta del cane. Non è
una gran cosa, ma certo è un’indicazione della rapidità con cui il
cervello riesce ad apprendere. Voi imparate più in fretta di qualsiasi
computer. Ciò che si deve approfondire è l’esperienza soggettiva
dell’apprendimento, in modo da poter dirigere l’apprendimento
stesso e avere un maggiore controllo sulla propria esperienza
personale e su ciò che si impara.
Avete dimestichezza col fenomeno detto ‘la nostra canzone’?
Durante un certo periodo, quando vi trovavate con una persona per
voi molto importante, avevate una canzone preferita che ascoltavate
spesso. Ora, ogni qual volta udite quella canzone, pensate a quella
persona e provate nuovamente quei piacevoli sentimenti. Funziona
esattamente come Pavlov e la salivazione. La maggior parte delle
persone non si rende minimamente conto di quanto sia facile
collegare le esperienze in questo modo, o quanto rapidamente ciò
possa avvenire se lo si fa sistematicamente.
Una volta ho visto un terapeuta creare un’agorafobia in una sola
seduta. Questo terapeuta era una persona gentile e bene
intenzionata, sinceramente affezionata ai propri pazienti. Aveva alle
spalle anni di addestramento clinico, ma non aveva la minima idea di
quello che faceva. Il paziente che entrò aveva una fobia diretta
specificamente alle altezze. Il terapeuta disse a questo tale di
chiudere gli occhi e di pensare di essere in cima a qualche cosa di
alto. Urrp... il tizio diventa tutto rosso e si mette a tremare. “Adesso
pensi a qualcosa che potrebbe rassicurarla”. Ummm.
“Adesso pensi di essere lassù in cima”. Urrp. “Adesso pensi a
guidare la sua macchina, comodo e rilassato”. Ummm. “Adesso
pensi di essere lassù in cima”.
Urrp...
Questo tale alla fine si ritrovò ad avere sentimenti fobici per quasi
tutto ciò che faceva parte della sua vita... quella che spesso si
chiama agorafobia. Ciò che quel terapeuta aveva fatto era stato
brillante, in un certo senso. Aveva trasformato i sentimenti del
paziente collegando tra loro certe esperienze. La sua scelta del
sentimento da generalizzare, tuttavia, non coincide esattamente con
la mia idea della scelta migliore. Egli infatti aveva collegato i
sentimenti di panico di quel paziente con tutti i contesti della sua
esistenza che in precedenza lo avevano rassicurato. Si può
utilizzare esattamente lo stesso procedimento per prendere un
sentimento piacevole e generalizzarlo, proprio nella medesima
maniera. Se quel terapeuta avesse compreso il procedimento che
stava impiegando, avrebbe potuto usarlo nel senso opposto.
Ho visto succedere cose analoghe nella terapia di coppia. La
moglie comincia a lamentarsi di qualcosa che il marito ha fatto, e il
terapeuta le dice: “Lo dica guardando suo marito. Deve entrare in
contatto visivo con lui”. In questo modo tutte quelle sgradevoli
sensazioni verranno collegate alla vista della faccia del marito, così
che ogni volta che lei lo guarderà, proverà di nuovo le medesime
sensazioni.
Virginia Satir usa nella terapia familiare lo stesso processo, ma
nel senso opposto.
Chiede alla coppia di rammentare qualche momento
particolarmente felice dei primi tempi del loro corteggiamento, e
quando cominciano a illuminarsi in viso, allora chiede loro di
guardarsi. Quindi per esempio dice: “E voglio che ti renda conto che
questa è la stessa persona di cui ti sei così profondamente
innamorata dieci anni fa”.
Ciò collega al viso del coniuge un sentimento completamente
differente, di solito molto più utile del precedente.
Una coppia che venne una volta da me era in terapia da qualche
tempo con un altro; ciò nonostante, litigavano ancora. Una differenza
c’era: prima litigavano in continuazione a casa loro; ora litigavano
soltanto nello studio del terapeuta. Era probabile che il terapeuta
avesse detto qualcosa del genere: “Adesso vorrei che riserbaste
tutte le vostre liti per le nostre sedute insieme, in modo che io possa
rendermi conto di come lo fate”.
Volevo capire se i litigi erano legati al terapeuta o al suo studio, e
di conseguenza feci fare loro qualche esperimento. Venne fuori che
se andavano allo studio del terapeuta e lui non c’era, non litigavano,
mentre litigavano se era lui ad andare a fare una seduta a casa loro.
Così dissi loro di non vedere più quel terapeuta. Fu una soluzione
semplice, che risparmiò loro un sacco di spese e di problemi.
Un mio paziente non riusciva ad arrabbiarsi, perché ciò
immediatamente lo spaventava a morte. Si potrebbe dire che aveva
la fobia di arrabbiarsi. Venne fuori che da bambino, ogni volta che si
arrabbiava, i suoi genitori a loro volta si infuriavano e ciò lo
spaventava moltissimo. In questo modo i due sentimenti erano stati
collegati tra loro. Era ormai adulto e non viveva più con i suoi genitori
da quindici anni, ma reagiva sempre nello stesso modo.
Sono giunto al mondo della trasformazione personale dal mondo
della matematica e della scienza dell’informazione. È tipico di coloro
che si occupano di calcolatori rifiutare ogni possibile forma di
contaminazione tra ciò che appartiene al loro campo di studi e la
gente. Ne parlano come di ‘sporcarsi le mani’. A loro piace lavorare
su computer tutti lucidi e andare in giro con camici bianchi da
laboratorio. Ma ho scoperto che non esiste miglior rappresentazione
del mondo in cui la mia mente funziona (specialmente in termini di
limitazioni) di quella del computer. Cercare di far fare qualcosa, per
quanto semplici a un computer, somiglia molto a cercare di far fare
qualcosa a una persona.
La maggior parte di voi conoscerà quei giochi che si fanno al
computer. Anche i più semplici sono piuttosto difficili da
programmare, poiché per comunicare siete costretti a usare i
meccanismi molto limitati di cui la macchina dispone. Quando
ordinate al computer di fare qualcosa che esso può fare, le vostre
istruzioni debbono essere formulate con precisione, se volete che il
computer possa svolgere il compito da voi assegnato. I cervelli,
come i computer, non sono user friendly, ‘amichevoli verso l’utente’.
Essi fanno esattamente quel che gli si dice di fare, non ciò che voi
volete che facciano. E allora vi infuriate con loro, perché non fanno
quello che volevate dirgli di fare!
Una delle fasi della programmazione si chiama modellamento, ed
è esattamente quello che faccio anch’io. Il fine del modellamento
consiste nel fare in modo che il computer faccia qualcosa che un
essere umano è in grado di fare. Come si fa a fare in modo che una
macchina valuti qualcosa, svolga un problema matematico o
accenda e spenga una luce a certe ore? Un essere umano sa
accendere e spegnere una luce, o svolgere un problema. Alcuni
sanno farlo bene, altri lo fanno bene solo qualche volta, e altri
ancora non lo sanno fare affatto. Il modellatore cerca di prendere la
miglior rappresentazione possibile del modo in cui un essere umano
svolge un certo compito, e di rendercela disponibile in una
macchina. Non m'importa se quella rappresentazione costituisce
veramente il modo in cui la gente svolge quel determinato compito. Il
modellatore non va alla ricerca della verità. Noi abbiamo bisogno
soltanto di qualcosa che funzioni. Noi siamo la gente che scrive i libri
di cucina. Non vogliamo sapere perché una certa cosa è una torta al
cioccolato; vogliamo semplicemente sapere cosa ci dobbiamo
mettere dentro in modo da farla venir fuori come dev’essere. Sapere
una ricetta non significa affatto che non esistano moltissimi altri modi
di fare la stessa cosa. Noi vogliamo sapere in che modo si può
ottenere dagli ingredienti la torta al cioccolato, procedendo passo
per passo.
Vogliamo anche sapere come si fa, partendo dalla torta al
cioccolato, a risalire agli ingredienti, quando qualcuno non vuole
rivelarci la ricetta.
Scomporre le informazioni in questa maniera è appunto il
compito di chi si occupa di scienza dell’informazione. Le informazioni
più interessanti che si possono venire a sapere sono quelle
riguardanti la soggettività di un altro essere umano. Se qualcuno sa
fare qualcosa, noi vogliamo modellare quello stesso comportamento,
e i nostri modelli sono fatti di esperienza soggettiva. “Cosa fa nella
sua testa questa persona che io posso imparare a fare?”. Certo, non
posso acquisire immediatamente i suoi anni di esperienza e quegli
impercettibili aggiustamenti che tale esperienza ha prodotto, ma
posso rapidissimamente acquisire certe importantissime informazioni
riguardo alla struttura di ciò che quella persona fa.
I primi tempi che mi dedicavo al modellamento, mi parve logico
andare a cercare ciò che la psicologia aveva già acquisito riguardo
al modo in cui si pensa. Ma una volta addentratomi nella psicologia,
mi sono accorto che questo campo consisteva soltanto in un’enorme
quantità di descrizioni dei vari modi in cui la gente può andare in
crisi.
C’erano alcune vaghe descrizioni di ciò che significava essere
una persona ‘intera’ o ‘attualizzata’ o ‘integrata’, ma nella maggior
parte dei casi erano descrizioni dei vari modi in cui la gente può star
male.

Il Manuale di diagnostica e statistica (Diagnostic and Statistical


Manual III) usato attualmente da psichiatri e psicologi ha circa 450
pagine di descrizioni di come la gente può andare in crisi, ma non
una sola pagina che descriva lo stato di salute. La schizofrenia è un
modo assai prestigioso di andare in crisi; la catatonia un modo assai
tranquillo. Sebbene ai tempi della Grande Guerra la paralisi isterica
fosse molto diffusa, oggi è passata di moda; attualmente la si può
trovare solo di tanto in tanto in immigrati di scarso livello culturale,
fuori contatto con i tempi. Trovarne un caso al giorno d’oggi è una
vera fortuna. Negli ultimi sette anni ne ho visti solo cinque, e due di
loro erano opera mia, mediante l’ipnosi. Attualmente, come modo di
andare in crisi, è molto in voga quello di essere borderline, ‘casi
limite’. Questo significa che ancora non sei del tutto fuori di testa, ma
nemmeno del tutto normale... come se esistesse qualcuno che lo è!
In passato, negli anni Cinquanta, dopo I tre volti di Eva, i casi di
personalità multipla comprendevano sempre tre personalità. Ma
dopo Sybil, che di personalità ne aveva diciassette, vediamo più casi
di personalità multipla, e tutti quanti con più di tre personalità.
Se pensate che esprima dei giudizi troppo duri sugli psicologi,
aspettate un momento.
Vedete, noialtri che lavoriamo nel campo della programmazione
dei computer siamo talmente matti che possiamo prendercela con
chiunque. Star seduto davanti a un computer per ventiquattr’ore al
giorno, a cercare di ridurre l’esperienza a sequenze di zero e di uno,
è così ai di fuori del mondo della normale esperienza umana che io
potrei dare del matto a qualcun altro essendo più matto di lui.
Molto tempo fa decisi che siccome non riuscivo a trovare nessun
altro che fosse pazzo quanto me, in realtà la gente non ha
nessunissimo bisogno di andare in crisi.
Ciò di cui mi sono accorto da allora è che le persone funzionano
perfettamente.
Quello che fanno può non piacermi, o può non piacere a loro, ma
sono pur sempre in grado di farlo ripetutamente, sistematicamente.
Non è che non funzionino più; stanno semplicemente facendo
qualcosa di diverso da ciò che noi, o loro, vorremmo che facessero.
Se voi create nella vostra mente delle immagini veramente
vivide, e specialmente se riuscite a produrle esternamente, potete
imparare a fare l’ingegnere, o in alternativa, lo psicotico. Delle due
occupazioni, una rende più dell’altra, ma non è altrettanto divertente.
Ciò che la gente fa ha una struttura, e se riuscite a scoprire quella
struttura, potete inventare un sistema per trasformarla. Potreste
anche pensare a dei contesti nei quali quella struttura sarebbe
perfettamente adeguata. Pensate all’abitudine di rimandare. Che ne
direste di usare questo talento quando qualcuno vi insulta, per
rimandare al futuro il momento in cui star male? “Oh, so che adesso
dovrei star male, ma lo farò dopo”. Che ne direste di rimandare per
sempre il momento di mangiare il gelato e la torta di cioccolata...
semplicemente, non riuscire proprio a trovare il momento giusto per
farlo?
Tuttavia, la maggior parte delle persone non pensano in questo
modo. Il fondamento che sta sotto alla maggior parte delle teorie
psicologiche è: “Cosa c’è di sbagliato in questo?”. Una volta che lo
psicologo ha trovato un nome per ciò che è sbagliato, vuole sapere
quando siete andati in crisi e cosa vi ha fatti entrare in crisi. Allora
pensa di aver capito perché siete in crisi.

Se si parte dal presupposto che una persona non funzioni più, ne


segue che il compito successivo consiste nello scoprire se si può
riparare oppure no. La psicologia non si è mai dimostrata molto
interessata a vedere come si entra in crisi, o come si continua a
conservare lo stato di crisi.
Un’altra difficoltà con la maggior parte delle scuole psicologiche è
che esse studiano le persone che non funzionano più per scoprire in
che modo è possibile ripararle.
Questo sistema potrebbe essere paragonato a quello di studiare
tutte le automobili nel piazzale di uno sfasciacarrozze allo scopo di
trovare un modo per farle funzionare meglio. Se studiate tanti
schizofrenici, alla fine potreste imparare a imitare perfettamente ciò
che fa lo schizofrenico; ma non avreste imparato nulla su ciò che lo
schizofrenico non può fare.
Una volta tenni un corso per il personale di un ospedale
psichiatrico, e consigliai loro di studiare i loro schizofrenici solo quel
tanto che poteva bastargli a capire cosa non potessero fare. Quindi
avrebbero dovuto studiare la gente normale per scoprire in che
modo facesse quelle stesse cose, così da poterle insegnare agli
schizofrenici.
Per esempio, una paziente aveva il seguente problema: se si
inventava una qualsiasi fantasia, trascorso qualche istante non
riusciva più a distinguerla dal ricordo di qualcosa che fosse
veramente successo. Scorgendo una qualsiasi immagine con gli
occhi della mente, non aveva alcun modo di distinguere se era
qualcosa da lei realmente visto, oppure qualcosa che aveva
immaginato. Questo la confondeva, e la terrorizzava più di quanto
avrebbe potuto fare qualsiasi film dell’orrore. Le consigliai, se creava
un’immagine di fantasia, di circondarla di una cornice nera, in modo
che quando l’avesse rammentata in seguito la potesse distinguere
dalle altre.
Provò, e la cosa funzionò bene, salvo per le immagini che
risalivano a prima che io le avessi dato quel consiglio. Tuttavia era
già un buon inizio. Non appena le spiegai esattamente cosa fare,
riuscì a farlo perfettamente. Eppure aveva una cartella clinica di
circa quindici centimetri di spessore, zeppa di analisi e descrizioni
psicologiche del modo in cui era in crisi. Quegli psicologi erano
andati alla ricerca del ‘significato profondo interiore nascosto’.
Avevano seguito troppi corsi di poesia e letteratura. Il cambiamento
è qualcosa di molto più facile, a patto che si sappia cosa fare.
La maggior parte degli psicologi pensano che sia difficile
comunicare con i pazzi.
Ciò è in parte vero, ma in parte è anche il risultato di ciò che essi
fanno ai pazzi. Se qualcuno si comporta in modo un po’ strano,
viene acchiappato, imbottito di tranquillanti, e rinchiuso in una
camerata insieme ad altre trenta persone. Lo tengono sotto
osservazione per 72 ore, e poi dicono: “Mamma mia, si comporta
proprio in modo strano”. Immagino che noialtri, invece, non ci
comporteremmo stranamente.
Quanti di voi hanno letto l’articolo Sane People in Insane Placet
(“Sani di mente in posti da pazzi”)? Un sociologo ha fatto questo
esperimento: alcuni suoi studenti del corso di specializzazione,
ragazzi sani e felici, si sono fatti ricoverare in ospedale psichiatrico.
A tutti quanti sono stati diagnosticati gravi problemi. Nella maggior
parte dei casi, gli studenti hanno incontrato difficoltà a uscire di lì, in
quanto l’equipe ospedaliera riteneva che il fatto di voler uscire
rappresentasse una dimostrazione della malattia. Un bell'esempio di
‘Comma 22’! I pazienti si erano subito resi conto che quegli studenti
non erano matti, ma il personale dell’ospedale no.

Alcuni anni or sono, quando studiavo i diversi metodi di


cambiamento, la maggior parte delle persone considerava gli
psicologi e gli psichiatri degli esperti nel cambiamento personale.
Per quanto mi riguardava, mi convinsi che molti di loro erano
piuttosto ottimi esempi di psicosi e nevrosi. Avete mai visto un Es? E
che dire di una formazione reattiva libidica infantile? Chi è capace di
parlare in questa maniera, non ha il diritto di dare del matto ad altri.
Molti psicologi pensano che i catatonici siano degli ossi
particolarmente duri, perché non si riesce a farli comunicare con noi.
Non fanno altro che restar seduti nella stessa posizione senza fare il
minimo movimento, finché qualcuno altro non li sposta. In realtà è
tacitissimo indurre il catatonico a comunicare con noi. Basta dargli
una martellata su una mano. Quando si solleva il martello per
colpirlo nuovamente, lui tirerà via la mano e dirà: “Non farlo più!”.
Questo non vorrà dire che è ‘guarito’, ma che adesso si trova in uno
stato in cui è possibile comunicare con lui. È già un inizio.
A un certo punto chiesi agli psichiatri del circondario di mandarmi
quei pazienti veramente suonati con cui stavano incontrando delle
difficoltà. E scoprii che i pazienti più suonati sono quelli con cui alle
lunghe è più facile lavorare. Penso che sia più facile lavorare con
uno schizofrenico completamente fuori di testa che convincere una
persona ‘normale’ a smettere di fumare se non vuole farlo. Lo
psicotico sembra imprevedibile, e sembra entrare e uscire dalla sua
pazzia in modo del tutto inaspettato. Tuttavia, come qualsiasi cosa la
gente faccia, anche la psicosi possiede una struttura sistematica.
Perfino lo schizofrenico non si sveglia un bei giorno con una psicosi
maniaco-depressiva. Se imparate il funzionamento della struttura,
diventa possibile farcelo entrare e uscire. Se l’imparate
sufficientemente bene, potete addirittura farlo voi stessi. Se mai
volete ottenere una camera in un albergo già al completo, non c’è
sistema migliore dell’inscenare un episodio psicotico. Ma sarà
meglio che siate anche in grado di uscirne, altrimenti la stanza che vi
daranno avrà le pareti imbottite.
Ho sempre pensato che l’approccio più efficace alla psicosi fosse
quello di John Rosen: entrare nella realtà dello psicotico, e quindi
rovinargliela. Esistono moltissime maniere per farlo, e alcune di esse
non sono per niente ovvie. Ad esempio, una volta lavoravo con un
tale che sentiva una voce provenire dalle prese di corrente, e questa
voce lo costringeva a fare certe cose. Immaginai che se fossi riuscito
a dare realtà a quelle sue allucinazioni, non sarebbe più stato
schizofrenico. Così nascosi un altoparlante in una presa di corrente
della mia sala d’aspetto. Quando lui entrò nella stanza, la presa di
corrente disse: “Salve!”. Il tizio si girò, la guardò e disse: “Non mi
sembri la stessa di prima”.
“Sono un’altra voce. Pensavi forse che ce ne fosse una sola?”.
“Da dove vieni?”.
“La cosa non ti riguarda”.
Questo lo convinse. Siccome era costretto a ubbidire a quello
che la voce diceva, usai quella nuova voce per dargli le istruzioni di
cui aveva bisogno per cambiare quel che stava facendo. Quando
trova un appiglio nella realtà, la maggior parte delle persone
risponde. Quando io trovo un appiglio sulla realtà, lo acchiappo e lo
giro! Non credo affatto che esistano persone che non funzionano
più. Tutto quel che ranno, hanno imparato a farlo. Una grandissima
parte di ciò che la gente impara a fare è assolutamente sbalorditivo,
e per dire la verità ne vedo più esempi fuori degli ospedali psichiatrici
che dentro.
La maggior parte dell’esperienza umana non riguarda la realtà,
ma la realtà condivisa da un certo gruppo. C’è gente che viene alla
mia porta e mi regala fumetti religiosi annunciandomi che nel giro di
due settimane arriverà la fine del mondo. Parlano con gli angeli,
parlano con Dio, ma non sono considerati pazzi. Ma se una persona
isolata viene sorpresa in colloquio con un angelo, la definiscono
pazza, la portano in un ospedale psichiatrico e la imbottiscono di
medicine. Quando vi inventate una nuova realtà, sarà meglio che vi
assicuriate di avere qualche amico che la condivida, o potete andare
incontro a guai grossi. Questa è una delle ragioni per cui tengo corsi
di PNL. Ho bisogno di qualcun altro (non tanti, mi basta un
gruppetto) che condivida questa realtà con me, così che gli uomini
dal camice bianco non vengano a portarmi via.
Anche i fisici hanno una realtà condivisa. A parte questo, in effetti
non c’è molta differenza tra un fisico e uno schizofrenico. Anche i
fisici parlano di cose che non si possono vedere. Quanti di voi hanno
mai visto un atomo, per non parlare di una particella subatomica?
Una differenza c’è: i fisici di solito sono un po’ più cauti nei confronti
delle loro allucinazioni, che chiamano ‘modelli’ o ‘teorie’. Quando
una delle loro allucinazioni viene messa in questione da nuovi dati, i
fisici sono un po’ più disposti a rinunciare alle loro vecchie idee.
La maggior parte di voi conoscerà un certo modello della
struttura dell’atomo che afferma che esiste un nucleo formato da
protoni e neutroni, con gli elettroni che gli girano intorno come
minuscoli pianeti. Negli anni Venti, Nieis Bohr prese il premio Nobel
per questa descrizione. Nel corso della cinquantina d’anni che sono
seguiti, quel modello è stato la base di un immenso numero di
scoperte e di invenzioni, come la plastica delle sedie su cui siete
seduti.
Qualche tempo fa, però, i fisici sono giunti alla conclusione che la
descrizione dell’atomo fatta da Bohr è sbagliata. Quando sono
venuto a saperlo, mi sono chiesto se non gli avrebbero ripreso il
premio Nobel, ma poi ho saputo che Bohr era morto, e prima di
morire si era speso tutto. La cosa veramente sconcertante è che
tutte le scoperte fatte usando un modello ‘sbagliato’ sono sempre
qui. Le sedie di plastica non sono scomparse al momento in cui i
fisici hanno cambiato idea. La fisica viene solitamente presentata
come una scienza molto ‘oggettiva’, ma vedo che la fisica cambia,
mentre il mondo resta lo stesso; di conseguenza nella fisica deve
esserci qualcosa di soggettivo.
Einstein era uno degli eroi della mia infanzia. Egli ridusse la fisica
a quella che uno psicologo chiamerebbe ‘fantasia guidata’, ma che
Einstein definì ‘esperimento mentale’. Infatti visualizzò quel che
sarebbe successo se fosse stato possibile viaggiare su un raggio di
luce. E poi si dice che era una persona accademica e oggettiva! Uno
dei risultati di quell’esperimento mentale fu la sua famosa teoria
della relatività.
La PNL è diversa solo in quanto noi creiamo deliberatamente
delle menzogne, in modo da cercar di capire l’esperienza soggettiva
di un certo essere umano. Quando si studia la soggettività, non
serve a nulla cercare di essere oggettivi. Perciò adesso
dedichiamoci a qualche esperienza soggettiva...
2 - Far funzionare il cervello

Adesso vorrei che provaste a fare alcuni semplicissimi


esperimenti, per insegnarvi qualcosa su come potete imparare a far
funzionare il vostro cervello. Questa esperienza vi servirà a capire il
resto di questo libro, e di conseguenza vi consiglio di effettuare
veramente i brevi esperimenti che seguono.
Pensate a un’esperienza passata molto gradevole... magari
un’esperienza alla quale non avete pensato da molto tempo.
Concedetevi un momento di pausa per tornare a quel ricordo e fate
in modo di vedere ciò che avete visto nel momento in cui
quell’episodio piacevole è avvenuto. Potete chiudere gli occhi, se ciò
vi facilita il compito...
Guardando quel ricordo piacevole, voglio che adesso cambiate la
luminosità dell’immagine, e osserviate come in risposta cambiano
anche le vostre sensazioni.
Prima rendetela sempre più luminosa... Ora rendetela sempre
meno luminosa, finché non riuscite a malapena a vederla... Adesso
rendetela nuovamente più luminosa.
In che modo questo cambia il modo in cui vi sentite? Ci sono
sempre delle eccezioni, ma nella maggior parte dei casi quando
rendete l’immagine più luminosa ciò intensifica le vostre sensazioni.
Aumentare la luminosità di solito accresce l’intensità delle
sensazioni, e diminuire la luminosità di solito diminuisce l’intensità
delle sensazioni.
Quanti di voi hanno mai pensato alla possibilità di cambiare
intenzionalmente la luminosità di un’immagine interna al fine di
provare sensazioni diverse? La maggior parte di voi non fa altro che
lasciare che il cervello mostri loro delle immagini a casaccio, quelle
che vuole lui, e in risposta a quelle immagini sta bene o sta male.
Adesso pensate a un ricordo sgradevole, a qualcosa che a
ripensarci vi fa star male.
Adesso rendete l’immagine sempre meno luminosa... Se
abbassate la luminosità a sufficienza, non vi darà più noia. In questo
modo potete risparmiare migliaia di dollari in parcelle dello
psicoterapeuta.
Ho imparato queste cose da gente che le faceva già. Una signora
mi disse che era sempre felice; non si lasciava disturbare dalle cose
sgradevoli. Le chiesi come facesse, e lei rispose: “Bè, quei pensieri
sgradevoli mi vengono in mente, ma io non faccio altro che
abbassare la luminosità”.
La luminosità è una delle ‘submodalità’ della modalità visiva. Le
submodalità sono elementi universali che possono essere utilizzati
per cambiare qualsiasi immagine visiva, quale che sia il contenuto.
Anche le modalità auditiva e cenestesica hanno delle submodalità,
ma per adesso giocheremo con le submodalità visive.
La luminosità è solo uno dei tanti elementi che potete variare.
Prima di passare a qualcos’altro, vorrei parlare delle eccezioni
all’impatto che normalmente ha la luminosità. Se rendete
un’immagine così luminosa da eliminare i dettagli e da renderla
quasi bianca, ciò riduce, anziché accrescere, l’intensità delle
sensazioni. Di solito all’estremo superiore questo rapporto non vale
più. Per certe persone, invece, nella maggior parte dei contesti vale
la relazione inversa, per cui accrescere la luminosità diminuisce
l’intensità delle sensazioni.
Alcune eccezioni sono legate al contenuto. Se la vostra
immagine piacevole rappresenta una scena a lume di candela, o al
crepuscolo, o al tramonto, parte del suo fascino particolare è legato
alla poca luce; se aumentate la luminosità, le sensazioni possono
diminuire d’intensità. D’altra parte, se il vostro ricordo si riferisce a
una volta che avete avuto paura del buio, la paura può essere
dovuta al fatto di non riuscire a vedere. Se aumentate la luminosità
dell’immagine e vedete che in realtà non c’è nulla, la paura invece di
aumentare diminuirà. Dunque ci sono sempre delle eccezioni, e
quando si osservano queste eccezioni, anch’esse hanno dei motivi.
Quale che sia il rapporto, potete usare queste informazioni per
modificare la vostra esperienza.
Adesso giochiamo con un’altra variabile submodale. Prendete un
altro ricordo piacevole, e cambiate le dimensioni dell’immagine.
Prima rendetela sempre più grande... e poi sempre più piccola,
osservando come le vostre sensazioni mutino in risposta a ciò.
Il rapporto consueto è che di solito un’immagine più grande
intensifica la risposta, mentre un’immagine più piccola la riduce.
Anche qui vi sono delle eccezioni, particolarmente all’estremità
superiore della scala. Quando un’immagine diventa molto grande,
all’improvviso può sembrare ridicola o irreale. La vostra risposta può
allora mutare in qualità anziché in intensità: per esempio, dal piacere
al riso.
Se cambiate le dimensioni di un’immagine sgradevole,
probabilmente vi accorgerete che renderla più piccola diminuisce
anche l’intensità delle vostre sensazioni. Se ingrandirla all’eccesso
può renderla ridicola e risibile, potreste senz’altro usare anche
questo sistema per star meglio. trovate. Cercate di capire qual è per
voi il sistema migliore...
Non importa quale sia il rapporto, purché scopriate come esso
funziona per il vostro cervello, così da poter imparare a controllare la
vostra esperienza. Se ci pensate, tutto ciò non dovrebbe essere
affatto sorprendente. Si parla correntemente di un “futuro oscuro”, o
di “prospettive luminose”. “Vedo tutto nero”. “La mente mi si è
annebbiata”. “È un’inezia, ma lei l’ha ingigantita oltre misura”.
Quando qualcuno dice una cosa del genere, non è una semplice
metafora: di solito si tratta di una descrizione letterale e precisa di
ciò che quella persona sta vivendo dentro di sé.
Se qualcuno “ingigantisce un’inezia oltre misura”, potreste dirgli
di rimpicciolire l’immagine in questione. Se vede un “futuro oscuro”,
potreste farglielo schiarire.
Sembra semplice... e lo è.
Ci sono tantissime cose nella vostra mente con cui non avreste
mai immaginato di poter giocare. Non volete combinare pasticci con
la vostra testa? Benissimo, allora lasciate che ci pensi qualcun altro.
Tutto ciò che accade nella vostra mente influisce
17 su di voi, e allo stesso tempo è potenzialmente controllabile
da parte vostra. La domanda è: “Chi farà funzionare il vostro
cervello?”.
Adesso voglio che continuiate a fare degli esperimenti, variando
altri elementi visivi, in modo da osservare come possiate
consapevolmente mutarli in modo da influire sulla vostra risposta.
Voglio che abbiate una comprensione esperienziale personale del
modo in cui potete controllare la vostra esperienza. Se davvero vi
fermate un attimo e provate a cambiare le variabili comprese
nell’elenco seguente, avrete una solida base per comprendere il
resto di questo libro. Se pensate di non averne il tempo, posate il
libro, andate a sedervi in fondo all’autobus e mettetevi a leggere un
giornaletto o una rivista illustrata.
Coloro che vogliono veramente imparare a far funzionare il
proprio cervello, prendano una qualsiasi esperienza, e provino a
mutare ciascuno degli elementi visivi elencati qui sotto. Fate la
stessa cosa che avete già fatto con la luminosità e le dimensioni:
provate ad andare in una direzione... e quindi nell’altra, per scoprire
in che modo ciò trasforma la vostra esperienza. Per scoprire
veramente come funziona il vostro cervello, cambiate un solo
elemento alla volta. Se cambiate due o più cose insieme, non avrete
modo di sapere quale di esse sta influenzando la vostra esperienza,
e in che misura. Vi consiglio di farlo con un’esperienza piacevole.
1) Colore. Cambiate l'intensità del colore, da colori vivaci e
intensi fino al bianco e nero.
2) Distanza. Cambiatela da vicinissimo a lontanissimo.
3) Profondità. Trasformate l’immagine passando da una
fotografia piatta, bidimensionale, alla piena profondità delle tre
dimensioni.
4) Durata. Passate da un’apparizione rapida e fuggevole a
un’immagine persistente che si conserva per un certo tempo.
5) Nitidezza. Trasformate l’immagine passando da una chiarezza
cristallina in ogni dettaglio a una figura sfocata e indistinta.
6) Contrasto. Regolate la differenza tra chiari e scuri, passando
da un contrasto violento a gradazioni continue e sfumate di grigio.
7) Campo. Passate da un’immagine circondata da una cornice a
una immagine panoramica che vi circonda completamente, in modo
che se girate la testa ne vedete parti che prima non vedevate.
8) Movimento. Fate diventare l’immagine prima una fotografia o
una diapositiva fissa, e poi un film.
9) Velocità. Regolate la velocità del film da lentissimo a
velocissimo.
10) Dominante. Cambiate l’equilibrio dei colori. Per esempio,
accrescete l’intensità dei rossi, e diminuite quella degli azzurri e dei
verdi.
11) Trasparenza. Rendete l’immagine trasparente, in modo da
poter vedere cosa c’è sotto la superficie.
12) Rapporto dimensionale. Prendete l’immagine racchiusa da
una cornice, e fatela diventare alta e stretta... e poi bassa e larga.
13) Orientamento. Inclinate la parte superiore dell’immagine in
modo che si allontani da voi... e poi si avvicini.
14) Figura/sfondo. Cambiate la differenza o la separazione tra
figura (ciò che vi interessa di più) e sfondo (il contesto più o meno
casuale della situazione)... Quindi cercate di invertire i due aspetti, in
modo che lo sfondo si trasformi in una figura interessante.
(Per ulteriori variabili da provare, si veda l’Appendice 1).

Adesso la maggior parte di voi dovrebbe essersi resa conto di


qualcuno dei molti modi in cui si può trasformare l’esperienza
cambiando le submodalità. Ogni volta che trovate un elemento che
funziona particolarmente bene, dedicate un momento a pensare
dove e quando vi piacerebbe usarlo. Per esempio, prendete un
ricordo pauroso... magari la scena di un film. Adesso prendete quella
figura, e all’improvviso fatela diventare grandissima... Vi da una bella
scossa, no? Se avete dei problemi a mettervi in moto la mattina,
provate questo, invece del caffè!
Vi ho chiesto di provare a mutare un elemento alla volta in modo
da poter capire come funzionano. Una volta che sapete come
funzionano, potete combinarli in modo da ottenere mutamenti ancora
più intensi. Per esempio, fermatevi un attimo e trovate un ricordo di
tipo sensuale per voi estremamente gradevole. Innanzi tutto, fate in
modo che sia un film e non semplicemente un’immagine fissa.
Adesso prendete quell’immagine e tiratevela vicina. Mentre si
avvicina, rendetela Più luminosa e più colorata, mentre al tempo
stesso rallentate il film a circa metà della velocità. Poiché avete già
imparato qualcosa riguardo al modo in cui il vostro cervello funziona,
fate qualsiasi altra cosa sia la migliore per intensificare questa vostra
esperienza. Andate avanti...
Vi sentite diversamente da prima? Potete farlo in qualsiasi
momento... e avrete già pagato una volta per tutte! Quando siete sul
punto di fare qualcosa di veramente cattivo a una persona che
amate, potreste fermarvi e fare proprio questo. E con l’espressione
che vedo dipinta su tutte le vostre facce in questo momento, chissà
cosa potrebbe capitarvi... guai, forse, ma guai divertenti di sicuro!
Ciò che mi sorprende è che certuni fanno la stessa cosa ma
percorrendo esattamente il cammino inverso. Pensate a cosa
potrebbe essere la vostra vita se voi rammentaste tutte le vostre
esperienze più belle come delle foto in bianco e nero, oscure,
lontane e sfocate, e ricordaste invece tutte le vostre esperienze più
brutte come dei film tridimensionali ravvicinati, panoramici e
vivacemente colorati. È un ottimo sistema per deprimersi e pensare
che la vita non valga la pena di essere vissuta. Tutti noi abbiamo
avuto esperienze belle e brutte; ciò che conta è spesso come le
ricordiamo.
Una volta, a una festa, mi misi a osservare una signora. Per tre
ore si divertì un mondo: chiacchierò, ballò, si mise in mostra. Proprio
mentre si stava preparando ad andarsene, qualcuno le versò del
caffè proprio sul davanti del vestito. Mentre cercava di togliere la
macchia, disse: “Oh, ecco che mi sono rovinata la serata”. Pensate
un po’: un unico brutto momento era stato sufficiente a rovinare tre
ore di felicita!
Volevo capire come avesse fatto, e le chiesi informazioni sul
tempo trascorso a ballare. Mi disse che ora si vedeva ballare con
una macchia di caffè sul vestito!
Aveva preso la macchia di caffè e con questa aveva
letteralmente macchiato tutti i ricordi delle fasi precedenti della
serata.
Sono in molti a fare così. Un tale una volta mi disse: “Per una
settimana ho pensato di essere veramente felice. Ma poi mi sono
guardato alle spalle, e mi sono reso conto che in realtà non ero
affatto felice; era stato tutto uno sbaglio”. Guardandosi indietro,
aveva ricodificato tutte le sue esperienze, e si era convinto di aver
trascorso una settimana orrenda. Mi chiesi: “Se è capace di rivisitare
la propria storia in questo modo, perché non lo fa nel senso
opposto? Perché non rendere gradevoli tutte le esperienze
spiacevoli?”.
La gente rivisita spesso il proprio passato quando divorzia, o
quando scopre che il proprio coniuge ha avuto una storia con
qualcun altro. Di colpo tutti i momenti belli trascorsi insieme nel
corso degli anni assumono un aspetto diverso. “Era tutta una
fregatura”. “Mi stavo illudendo”.
Anche chi si mette a dieta spesso fa la stessa cosa. “Beh,
pensavo che quella dieta stesse funzionando davvero. Ho perso due
chili la settimana per tre mesi. Ma poi ho ripreso mezzo chilo, e
allora ho capito che non funzionava”. Alcune persone riescono a
perdere peso più volte, ma non capita mai loro di pensare che ci
stavano riuscendo davvero. Un’unica piccola indicazione che stanno
riprendendo del peso, e allora decidono: “Non poteva assolutamente
funzionare”.
Un tale venne in terapia da me perché aveva “paura di sposare la
donna sbagliata”.
Stava con questa donna, pensava di amarla, e la voleva
veramente sposare, tant’è vero che era disposto a pagare per
lavorarci su in terapia. Il motivo per cui sapeva di non poter far conto
sulla sua capacità di prendere questo genere di decisione era che
già una volta aveva sposato ‘la donna sbagliata’. Quando glielo
sentii dire, pensai: “Immagino che una volta tornato a casa dopo il
matrimonio, deve aver scoperto che quella donna era un’estranea.
Magari aveva sbagliato chiesa, o qualcosa del genere”.
Che diavolo significa dire di aver sposato ‘la donna sbagliata’?
Quando gli chiesi cosa volesse dire, venni a sapere che aveva
divorziato cinque anni dopo il matrimonio. Nel suo caso, i primi
quattro anni e mezzo erano andati benissimo. Ma poi era andata
male, e di conseguenza tutti e cinque gli anni erano stati un
completo errore. “Ho rovinato cinque anni della mia vita, e non voglio
rifarlo.
Perciò ho deciso di dedicare i prossimi cinque anni a cercar di
scoprire se questa è la donna giusta o no”. La cosa lo preoccupava
veramente. Per lui non era uno scherzo.
Era importante. Ma non gli venne mai fatto di pensare che l’intero
problema derivasse da un errore di prospettiva.
Quel tale sapeva già che lui e questa donna si rendevano felici a
vicenda sotto molti punti di vista. Non pensava a chiedersi in che
modo poteva essere ancor più felice stando con lei, o a come far sì
che lei continuasse a essere felice. Aveva già deciso che era
necessario scoprire se quella era la ‘donna giusta’ oppure no. Non
dubitava della propria capacità di prendere questa decisione, ma al
tempo stesso non aveva fiducia nella propria capacità di decidere se
sposarla o no!
Una volta chiesi a un tizio come facesse a deprimersi, e lui mi
rispose: “Beh, è un po’ come uscire dalla macchina e scoprire che si
ha una gomma a terra”.
“Certo, mi sembra una scocciatura, ma non mi sembra qualcosa
da cui farsi deprimere. Come fai a renderla davvero deprimente?”.
“Mi dico: ‘È sempre così’, e poi mi vengono in mente tutte le altre
volte che mi si è rotta la macchina”.
Sono convinto che per ogni volta in cui la sua macchina non
funzionava, ce n’erano state probabilmente altre trecento in cui
aveva funzionato perfettamente. Ma in quel momento lui non ci
pensava. Se riesco a farlo pensare a tutte le volte che la sua
macchina ha funzionato senza problemi, ecco che non è più
depresso.
Una volta una signora venne da me e mi disse che era depressa.
“Come fa a sapere di essere depressa?”, le chiesi. Mi guardò e mi
spiegò che gliel’aveva detto il suo psichiatra. “Beh, magari si
sbaglia”, dissi; “forse lei non è depressa; forse questa è felicità!”. Mi
guardò di nuovo, inarcò un sopracciglio e disse: “Non credo proprio”.
Ma ancora non aveva risposto alla mia domanda: “Come fai a
sapere di essere depresso?”. “Se tu fossi felice, come faresti a
sapere di essere felice?”. “Sei mai stato felice?”.
Ho scoperto che la maggior parte delle persone depresse in
realtà non hanno avuto meno esperienze felici degli altri; è solo che
quando si guardano indietro, non pensano che quelle esperienze
siano state veramente così felici. Invece di avere degli occhiali rosa,
hanno occhiali dalle lenti affumicate. Conosco una meravigliosa
signora di Vancouver che vede effettivamente le esperienze per lei
spiacevoli con una sfumatura azzurra,2 e quelle piacevoli con una
sfumatura rosa. In questo modo restano ben suddivise. Se lei
prende un ricordo e ne cambia la sfumatura, il ricordo ne risulta
completamente trasformato. Non saprei dirvi perché la cosa funzioni,
ma questo è il modo in cui lei lo fa, soggettivamente.
La prima volta che uno dei miei pazienti mi disse: “Sono
depresso”, io ribattei: “Piacere, Richard”. Lui si arrestò e disse: “No”.
“Non sono Richard?”.
“Aspetti un attimo. Lei si confonde”.
“Non mi confondo affatto. Mi è tutto perfettamente chiaro”.
“Sono sedici anni che sono depresso”.
“Ma è stupefacente? Tanto tempo senza nemmeno dormire?”.
La struttura di quello che lui sta dicendo è questa: “Ho codificato
la mia esperienza così che vivo nell’illusione di essere nello stesso
stato di coscienza da sedici anni”. Io so che in questi sedici anni non
è stato sempre depresso. Avrà pur dovuto dedicare un po’ di tempo
a mangiare, ad arrabbiarsi e a qualche altra cosetta. Provate a
restare nello stesso stato di coscienza per venti minuti. C’è chi
spende un sacco di soldi e dedica un sacco di tempo a imparare a
meditare allo scopo di restare nello stesso stato di coscienza per un
paio d’ore. Se uno potesse restare depresso per un’ora,
probabilmente non sarebbe nemmeno più in grado di accorgersene,
poiché quel sentimento produrrebbe assuefazione, e di
conseguenza diverrebbe impercettibile. Se si fa la stessa cosa
abbastanza a lungo, alla fine non si riesce più ad accorgersene. È
l’effetto dell'assuefazione, che vale anche per le sensazioni fisiche.
Perciò mi chiedo sempre: “Com’è possibile che questo tizio creda di
essere depresso da tanto tempo?”.
Si può curare la gente per quello che dice di avere, e alla fine
scoprire che non l’ha mai avuto. “Sedici anni di depressione”
possono essere in realtà solo venticinque ore di vera e propria
depressione.
Ma se si prende alla lettera l’affermazione di quel tale: “Sono
sedici anni che sono depresso”, si accetta allo stesso tempo il
presupposto che uno possa restare tanto tempo in un unico stato di
coscienza. E se si accetta come proprio compito quello di renderlo
felice, si cercherà semplicemente di metterlo permanentemente in
un altro stato di coscienza. In realtà, potreste benissimo riuscire a
fargli credere di essere sempre stato felice. Potreste insegnargli a
ricodificare tutto ciò che appartiene al suo passato come felicità. Per
quanto male possa stare in ogni dato momento, sarà convinto di
essere sempre felice e apprezzerà questo fatto. Momento per
momento la sua situazione non sarà affatto cambiata... lo diventerà
solo quando si volge indietro, verso il passato. Non avete fatto altro
che dargli una nuova illusione in cambio di quella con cui è venuto
da voi.
Molti sono depressi perché hanno buone ragioni di esserlo. Molti
vivono una vita monotona e priva di significato, e sono infelici.
Parlare con un terapeuta non cambierà la situazione, a meno che ciò
non porti la persona a vivere in modo diverso.
Se qualcuno è disposto a spendere 75 dollari per una seduta
dallo psichiatra, invece di spenderli per una festa, questa non è
malattia mentale, ma stupidità! Se non fai nulla, è naturale che poi tu
ti senta annoiato e depresso. La catatonia è un caso limite di questo
atteggiamento.
Quando una persona mi dice di essere depressa, faccio la stessa
cosa che faccio sempre: cerco di scoprire in che modo lo posso fare
anch’io. Penso che se riesco a ripercorrere metodicamente quello
che fa, passo per passo, e scopro come fa con precisione sufficiente
a imitarlo, allora di solito posso dargli qualche indicazione su come
può farlo in modo diverso, oppure trovare qualcun altro che non è
depresso, e scoprire come fa a farlo.
Alcune persone hanno una voce interna dal tono stanco e
depresso, che recita lunghi elenchi dei loro fallimenti. In questo
modo, a forza di parlarsi da soli, ci si può ridurre in uno stato di
depressione estrema. Sarebbe come avere nella testa certi miei
professori del college. Non c'è da meravigliarsi se queste persone
sono depresse.
Talvolta la voce interna è talmente bassa che la persona non se
ne rende conto consapevolmente finché non glielo si chiede. Poiché
si tratta di una voce inconscia, la persona reagirà ad essa in modo
molto più profondo che se si trattasse di una voce cosciente: essa
avrà un più forte impatto ipnotico.
Chi di voi ha avuto occasione di fare terapia per molte ore nel
corso della stessa giornata, si sarà forse accorto che ci sono
momenti in cui con i pazienti si tende a divagare mentalmente.
Questi sono definiti ‘stati di trance’. Se il paziente sta parlando del
suo star male e della sua depressione, voi comincerete, come
chiunque si trovi in stato di trance, a rispondere a questi
suggerimenti. Se avete pazienti allegri e che si sentono ‘su’, questo
può tornare a vostro vantaggio. Ma se avete pazienti depressi, alla
fine della giornata può capitarvi di tornare a casa sentendovi uno
schifo.
Se avete un paziente che si deprime con una delle voci di cui
parlavo, provate ad aumentare il volume di quella voce finché non
riesce a udirla chiaramente, così da eliminare l’impatto ipnotico.
Quindi cambiate la tonalità finché non diventa una voce piena di
allegria. Il paziente si sentirà molto meglio, anche se quella voce
allegra sta ancora recitando un elenco di fallimenti.
Molte persone si deprimono con le immagini, ed esistono
moltissime varianti di questo sistema. Per esempio, si possono fare
dei collage di tutte le volte che qualcosa in passato è andato male,
oppure si possono inventare migliaia di rappresentazioni di come le
cose potrebbero andar male in futuro. Si può guardare tutto ciò che
ci circonda nel mondo reale, e sovrapporre a questa l’immagine
dell’aspetto che tutto ciò avrà tra cent’anni. Avete mai sentito il detto:
“Si comincia a morire nel momento in cui si nasce”? È un esempio
calzante di ciò che intendo dire.
Ogni volta che succede qualcosa di piacevole, ci si può dire:
“Non durerà”, oppure: “Non è vero”, oppure: “In realtà questa
persona intende qualcos’altro”. Esistono molte maniere per farlo. La
domanda è sempre: “Come fa questa persona a farlo?”.
Una risposta dettagliata a quella domanda vi dirà tutto ciò che vi
serve per insegnare alla persona a fare qualcos’altro. L’unico motivo
per cui non fa qualcosa di più ragionevole è che si tratta dell’unica
cosa che sa fare. Siccome lo fa da anni, è diventata una cosa
‘normale’: qualcosa di indiscusso, di cui nemmeno si accorge.
Una delle caratteristiche più bizzarre della nostra cultura. è la
tendenza ad agire in ogni circostanza come se tutto fosse
perfettamente normale. La dimostrazione più elegante di questo
fatto, per quanto mi riguarda, è la città di New York. Se camminate
per Broadway, non vedete nessuno guardarsi intorno mormorando:
“Santo Cielo!”.
Un’altra dimostrazione è il centro di Santa Cruz. C’è gente che
per la strada fa cose che farebbero arrossire i degenti di qualsiasi
ospedale psichiatrico. Eppure vi si vedono signori in doppiopetto che
camminano per quelle strade chiacchierando del più e del meno
come se tutto fosse perfettamente normale.
Anch’io provengo da un ambiente ‘normale’. Nel mio quartiere,
quando avevo nove anni e non avevo niente da fare, me ne stavo
con la banda del luogo. Ogni tanto qualcuno diceva: “Ehi, perché
non andiamo a rubare una macchina?”. “Forza, andiamo a rapinare
un negozio di liquori, e poi ammazziamo qualcuno”.
Pensavo che per riuscire nella vita, il modo migliore fosse di
andare a vivere con i ricchi. Pensavo che se li avessi frequentati,
qualcosa mi sarebbe pur rimasto attaccato.
Così andai a stare in un posto chiamato Los Altos, dove c’è
gente con i soldi.
L’università di Los Altos, a quell’epoca, aveva un bar dove i
cucchiaini erano di argento massiccio, e le poltrone del centro
studentesco erano di vera pelle. Il parcheggio sembrava
l’esposizione degli ultimi modelli di Detroit. Ovviamente, andando lì,
dovevo anch’io comportarmi come se tutto fosse normale. “Firulì
firulà, tutto a posto”.
Trovai un lavoro che consisteva nello stare davanti a una
macchina con cui si comunica, chiamata computer, e intrapresi il
corso di studi in scienze dell’informazione. Non esisteva ancora un
dipartimento specifico, in quanto erano un paio d’anni che qualcuno
aveva bloccato i finanziamenti. Poiché mi trovavo a scuola, ma allo
stesso tempo non avevo la possibilità di laurearmi, mi trovai
sprofondato in una crisi esistenziale. “Che posso fare? Studierò
psicologia” Più o meno in quello stesso periodo, mi capitò di dover
curare un libro sulla Terapia della Gestalt, e di conseguenza venni
spedito a un gruppo di Terapia della Gestalt per vedere di che si
trattava. Era la mia prima esperienza di psicoterapia di gruppo.
Venivo da un ambiente di pazzi, lavoravo in un ambiente di pazzi,
ma mi aspettavo che coloro i quali andavano da un terapeuta
fossero pazzi davvero.
La prima cosa che vidi fu un tale seduto che parlava a una sedia
vuota. “Oohhh!” pensai, “allora avevo ragione! Sono proprio pazzi”. E
poi c’era quest’altro matto che spiegava a quel tale cosa dovesse
dire alla sedia vuota! Allora però cominciai a preoccuparmi, perché
anche il resto dei presenti guardavano quella sedia vuota come se
stesse rispondendo! Il terapeuta chiese: “E adesso cosa ti dice?”.
Allora anch’io guardai quella sedia. In seguito mi venne spiegato che
quella stanza era piena di psicoterapeuti, e di conseguenza era tutto
a posto.
Poi il terapeuta disse: “Ti rendi conto di quel che sta facendo la
tua mano?”. Quando il tizio disse: “No”, mi prese un colpo. “E
adesso tè ne rendi conto?”. “Sì”. “Cosa sta facendo? Esagera il
movimento”. Strano, no? Poi il terapeuta disse: “Dai voce a quel
movimento”. “Voglio uccidere, uccidere”. Quel tale, seppi poi, era un
neurochirurgo!
Il terapeuta disse: “Adesso, guarda quella sedia, e dimmi chi ci
vedi”. Guardai, ma anche questa volta non c’era nessuno! Ma il tizio
guardò la stessa sedia, e ringhiò: “Mio fratello!”.
“Digli che sei arrabbiato”.
“Sono arrabbiato!”.
“Dillo più forte”.
“Sono arrabbiato!”.
“Per cosa?”.
E allora lui si mette a spiegare a questa sedia vuota tutte le
ragioni per cui è arrabbiato, e poi la assale. La fa a pezzi, e poi si
scusa, e sistema ogni cosa per bene, sempre con la sedia, e alla
fine sta meglio. E allora tutti i membri del gruppo gli dicono tante
cose carine e lo abbracciano.
Siccome avevo frequentato scienziati e assassini, sarei stato in
grado di comportarmi quasi ovunque come se tutto fosse stato
normale, ma in quell’occasione mi trovavo in difficoltà. Dopo, chiesi
agli altri: “Ma suo fratello c’era davvero?”.
Alcuni di loro risposero: “Certo che c’era”.
“E dove l’avete visto?”.
“Con l’ occhio della mente”.
Si può fare quasi qualsiasi cosa. Se vi comportate come se fosse
tutto normale, anche gli altri lo faranno. Pensateci. Si può benissimo
dire: “Questa è psicoterapia di gruppo”, mettere delle sedie in
circolo, e dire: “Questa sedia è la ‘sedia bollente’”.
Poi, se dite: “Chi vuole lavorare?”, tutti quanti aspetteranno e
aspettando diventeranno sempre più nervosi. Alla fine, quando la
tensione ha raggiunto un certo livello, qualcuno che ha una certa
motivazione non ce la fa più: “Vorrei lavorare io!”.
E allora tu dici: “Quella sedia non va bene per fare queste cose.
Vieni a sederti in questa sedia speciale”. E di fronte a lui metti
un’altra sedia, vuota. Spesso si comincia così: “Ora dimmi di cosa
sei consapevole”.
“Sento il cuore che mi batte forte”.
“Chiudi gli occhi, e dimmi di cosa sei consapevole ora”.
“Di essere osservato dagli altri”.
Pensateci un istante. Quando ha gli occhi aperti, sa cosa gli sta
succedendo dentro; quando ha gli occhi chiusi, sa cosa succede al
di fuori di lui! Per chi di voi non ha familiarità con la Terapia della
Gestalt, vi assicuro che è un fenomeno comunissimo.
C’era un tempo e un luogo in cui la gente credeva che parlare a
una sedia vuota avesse un significato, e in effetti lo aveva. In questo
modo si possono ottenere certi utili risultati. Ma poteva anche essere
molto pericoloso, per ragioni che allora non si comprendevano, e
che molti ancora oggi non comprendono. La persona apprende
sequenze ripetute di comportamento, ma non necessariamente il
contenuto specifico.
La sequenza che s’impara in Terapia della Gestalt è la seguente:
quando ci si sente tristi o frustrati, si allucinano parenti o vecchi
amici, ci si arrabbia, ci si abbandona ad atti di violenza, e poi si sta
meglio e gli altri sono gentili con noi.
Prendete questa sequenza e traducetela nel mondo reale,
prescindendo dal contenuto.
Cos’è che la persona ha imparato? Quando non si sta bene,
bisogna allucinare, arrabbiarsi, diventare violenti, e poi si sta meglio.
Che ve ne pare come modello per i rapporti umani? È così che
volete che siano i vostri rapporti con il vostro coniuge o con i vostri
figli? Ma perché rifarsela con una persona amata? Quando vi
infuriate, basta uscire e trovare un qualsiasi estraneo. Avvicinatevi a
lui allucinate un parente morto, suonategliele di santa ragione, e vi
sentirete meglio. Certuni lo fanno davvero, anche senza ricorrere
alla Terapia della Gestalt, ma di solito questo modello di
comportamento non lo si considera come segno di guarigione.
Quando una persona va in terapia, o affronta una qualsiasi altra
esperienza ripetitiva, fa in frettissima a imparare ciò che avviene, e
più che il contenuto apprende lo schema e la sequenza di ciò che
avviene. Siccome molti terapeuti centrano l’attenzione sul contenuto,
di solito non si accorgeranno nemmeno della sequenza di ciò che
insegnano.
Certuni vi guarderanno diritto negli occhi e vi spiegheranno che il
motivo per cui sono così come sono è qualcosa che è successo
tanto tempo fa nella loro infanzia. Se questo è vero, sono totalmente
incastrati, perché è ovvio che non ci si possa fare nulla; non è
possibile avere indietro la propria infanzia.
Tuttavia, queste stesse persone sono convinte che si possa far
finta di riavere indietro la propria infanzia, e in questo modo tornare
indietro e cambiarla. Il fatto che non vi piaccia quel che è successo
significa che l’episodio è tuttora ‘aperto’; allora si può tornare indietro
e ‘chiuderlo’ in una maniera che vi soddisfi di più. Questo è un
metodo efficacissimo di ristrutturazione che vi può essere
estremamente utile.
Io penso che tutto sia ancora aperto, in questo senso: l’unico
modo in cui si può conservare giorno per giorno un ricordo, una
convinzione, un certo modo di capire le cose o un qualsiasi altro
processo mentale, consiste nel ripeterlo. Di conseguenza, è
qualcosa che continua ad accadere. Quando si ha una certa
comprensione dei processi che continuano a mandarlo avanti, se
quel che accade non vi piace è possibile cambiarlo.
In realtà modificare le esperienze passate è piuttosto facile. La
prossima cosa che vorrei insegnarvi è quella che io chiamo ‘terapia
rapida’. Uno dei suoi aspetti simpatici è che è anche una terapia
segreta, e di conseguenza potete tutti quanti provare a metterla in
pratica.
Pensate a un’esperienza sgradevole, qualcosa di imbarazzante,
o una delusione, e ripassatene il film per vedere se vi fa ancora star
male. Se non vi fa nessun effetto, provatene un altro...
Adesso, fate ripartire il film dall’inizio, e non appena comincia
metteteci dietro della bella musica da circo, qualcosa di allegro e
fragoroso. Ascoltate la musica da circo finché il film non è finito...
Adesso, riguardate il film in versione originale... State meglio?
Nella maggior parte dei casi, la tragedia si trasformerà in commedia,
e renderà più allegri i vostri sentimenti in proposito. Se avete un
ricordo che vi disturba e vi fa arrabbiare, metteteci su una musica da
circo. Se proiettate una volta con un accompagnamento di musica
da circo, la volta successiva sarà automaticamente accompagnato
dalla musica da circo, e non vi farà più lo stesso effetto. Per alcuni di
voi, la musica da circo può non essere la scelta più appropriata per
quel particolare ricordo. Se non avete notato alcun mutamento, o se
le vostre sensazioni sono cambiate in un modo che non vi soddisfa,
vedete se riuscite a pensare a qualche altra musica o colonna
sonora che secondo voi possa avere un impatto su quel ricordo, e
poi provate a far suonare quella musica insieme al ricordo. Potreste
provare con mille violini, a tipo sceneggiato televisivo, o con della
musica operistica, con l’Ouverture XY, con una canzonetta: qualsiasi
cosa, insomma, e vedete un po’ quel che succede. Se cominciate a
sperimentare, riuscirete a scoprire moltissimi modi in cui potete
trasformare la vostra esperienza.
Prendete un altro brutto ricordo. Fate scorrere il film, ma nel
modo in cui lo fate di solito, per vedere se vi fa sempre lo stesso
effetto sgradevole...
Adesso fate scorrere quello stesso ricordo all’indietro,
cominciando dalla fine per arrivare all’inizio, esattamente come se
faceste tornare indietro la pellicola, e fatelo in frettissima, in pochi
secondi....
Adesso proiettate di nuovo il film in avanti...
Riguardo a quel ricordo, dopo averlo proiettato all’indietro provate
ancora le stesse sensazioni? Assolutamente no. È un po’ come
pronunciare una frase alla rovescia: il significato cambia. Provate a
farlo con tutti i vostri brutti ricordi, e avrete risparmiato altre migliaia
di dollari di psicoterapia. Credetemi, quando questa roba comincerà
a diffondersi, rovineremo il mercato ai terapeuti tradizionali. Li si
potrà trovare ai baracconi, insieme a quelli che vendono incantesimi
e ali di pipistrello in polvere.
3 - Punti di vista

Capita spesso che qualcuno dica: “Non stai vedendo la cosa dal
mio punto di vista”, e talvolta ha ragione, proprio in senso letterale.
Vorrei che adesso pensaste a una discussione tra voi e qualcun
altro, in cui eravate sicuri di avere ragione. Per cominciare, fate
scorrere il film di quell’episodio nel modo in cui ve lo ricordate...
Adesso voglio che facciate scorrere il film di quello stesso
identico episodio, ma dall’altro punto di vista, come se vi trovaste
sopra la spalla dell’altra persona, in modo da potervi vedere nel
corso della discussione. Riproiettate lo stesso film dall’inizio alla fine,
guardando da questo nuovo punto di vista...
Avete osservato delle differenze? Per alcuni di voi possono non
essere sostanziali, specialmente se lo fate già spontaneamente. Ma
per alcuni la differenza può essere enorme. Siete ancora sicuri di
essere stati nel giusto?
Uomo: Non appena ho visto la mia faccia e ho udito il mio tono di
voce, ho pensato: “Chi mai potrebbe dare retta a quello che sta
dicendo quell’idiota?”.
Donna: Trovandomi nella posizione del destinatario di ciò che
stavo dicendo, mi sono accorta di una quantità di errori nel mio
ragionamento. Mi sono accorta che mi stavo semplicemente
abbandonando al flusso dell’adrenalina, e che quel che dicevo non
aveva nessun senso.
Ho intenzione di andare a chiedere scusa a quella persona.
Uomo: Per la prima volta ho veramente ascoltato l’altra persona,
e in quel che diceva in realtà c’era del vero.
Uomo: Mentre mi ascoltavo, continuavo a pensare: “Non potresti
dirlo in qualche altro modo, così da farti capire?”.
Quanti di voi sono tuttora sicuri di aver ragione quanto lo erano
prima di provare questo diverso punto di vista?... Circa tre su
sessanta. Questo basta ad appurare che quando siete sicuri di aver
ragione, la probabilità di avere veramente ragione è circa... del
cinque Per cento.
Sono secoli che si parla di ‘punti di vista’. Tuttavia si è sempre
pensato che si trattasse di una metafora, non di qualcosa da
prendere alla lettera. Non si sapeva come fare a dare a qualcuno
istruzioni specificamente intese a fargli cambiare il suo punto di
vista. Ciò che avete appena fatto è soltanto una delle mille e mille
possibilità. È possibile considerare qualcosa da un qualsiasi punto
dello spazio, letteralmente. Si può considerare quella stessa
discussione dall’esterno, dalla posizione di un osservatore neutrale,
così da poter vedere altrettanto bene voi e l’altra persona. Si può
considerarla da un punto del soffitto, in modo da vederla ‘dall’alto’,
oppure da un punto del pavimento, in una visione ‘dal basso’. Si
potrebbe collocarsi dal punto di vista di un bambino piccolo, o di un
vecchio. Certo, in questo modo la cosa diventa un po’ più metaforica
e meno specifica, ma se trasforma la vostra esperienza in un modo
che vi è utile, non c’è niente da discutere.
Quando succede qualcosa di brutto, alcuni dicono: “Beh, di qui a
cent’anni, chi ci farà più caso?”. Per alcuni di voi, parole come
queste possono non avere alcun impatto. Magari pensate: “Non
capisce”. Ma quando alcuni lo dicono o lo sentono, ciò trasforma
realmente la loro esperienza, e li aiuta ad affrontare i loro problemi.
Allora, com’è ovvio, ho chiesto ad alcuni di loro cosa facessero
dentro la loro testa pronunciando quella frase. Un tale osservava
l’intero sistema solare da un punto dello spazio esterno, e guardava i
pianeti percorrere le loro orbite. Da quel punto di vista, riusciva a
malapena a scorgere se stesso e i suoi problemi come un minuscolo
puntino sulla superficie della terra. Le immagini di altre persone sono
spesso un po’ diverse, ma sono tutte analoghe nel senso che
vedono i loro problemi come una minima parte del quadro, e da una
grande distanza, e il tempo è accelerato: cento anni compressi in un
film di pochi istanti.
Al mondo c’è tantissima gente che nella testa fa cose stupende
come questa, cose che funzionano veramente. Non solo: vi
annunciano perfino quel che stanno facendo. Se dedicate un po’ di
tempo a far loro qualche domanda, avrete occasione di scoprire
innumerevoli cose che potete fare col vostro cervello.
C’è un'altra frase affascinante, che mi colpisce ogni volta che la
sento. Quando capita qualcosa di spiacevole, spesso la gente dice:
“Poi, quando ci ripenserai, ti verrà da ridere”. Deve pur esserci
qualcosa che ci succede nella testa nel frattempo, qualcosa che a
distanza di tempo può rendere divertente un’esperienza sgradevole.
Quanti dei presenti qui hanno qualcosa a cui possono ripensare e
che li può far ridere?... E voi tutti, non avete un ricordo sul quale
ancora non siete capaci di ridere?... Adesso voglio che confrontiate
questi due ricordi in modo da capire in che modo sono differenti.
Forse che in uno dei due vi vedete, e nell’altro no? Forse che uno è
una diapositiva, e l’altro un film? C’è forse una differenza nel colore,
nelle dimensioni, nella luminosità o nello scenario? Trovate cosa c’è
di diverso, e poi cercate di trasformare la rappresentazione
sgradevole in modo da renderla simile a quella di cui già potete
ridere. Se quella di cui riuscite a ridere è lontana, allontanate anche
l’altra.
Se in quella che vi fa ridere vi vedete dall’esterno, vedetevi
dall’esterno anche nell’esperienza che vi risulta ancora sgradevole.
La mia filosofia è: perché aspettare per star meglio? Perché non
‘ripensarci e ridere’ già mentre la vivete? Se vi capita qualcosa di
sgradevole, potreste pensare che una volta sia già più che
sufficiente. Ma no, il vostro cervello non la pensa così. Vi dice: “Sì,
hai proprio fatto una cavolata.
Adesso ti torturerò per tre o quattro anni. Poi magari ti lascerò
ridere”.
Uomo: Nel ricordo di cui riesco a ridere, vedo me stesso
dall’esterno; sono un osservatore. Ma nel ricordo che mi fa ancora
star male mi sento incastrato lì dentro, proprio come se stesse
succedendo di nuovo la stessa cosa.
È una reazione comune. Questo può valere anche per molti altri
di voi? Riuscire a osservarsi dall’esterno ci da la possibilità di
‘rivedere’ un evento ‘da una prospettiva diversa’, e di vederlo in
modo nuovo, come se stesse succedendo a qualcun altro. Il genere
migliore di umorismo consiste nell’osservarsi in modo nuovo. L’unica
cosa che vi impedisce di farlo immediatamente, mentre l’evento
succede, è il non rendervi conto che lo si può fare. Quando ci avete
preso la mano, potete addirittura farlo lì per lì mentre la cosa
succede.
Donna: Quello che faccio io è diverso, ma funziona altrettanto
bene. Mi metto a fuoco come un microscopio, finché arrivo a vedere
soltanto una minuscola parte dell’evento, ingrandita in modo da
riempire tutto lo schermo. In questo caso, tutto quello che potevo
vedere erano queste enormi labbra che pulsavano, tremolavano, e
ballonzolavano mentre lui parlava. La cosa era così grottesca che
sono scoppiata a ridere.
Questo è indubbiamente un punto di vista diverso. Ed è anche
qualcosa che potresti facilmente provare a fare la prima volta,
quando l’esperienza sgradevole è ancora in corso.
Donna: Sì, lo faccio. Magari sono completamente incastrata in
qualche situazione orrenda, e allora mi metto a fuoco su un
dettaglio, e mi metto a ridere da quanto la cosa diventa buffa.
Adesso voglio che tutti voi pensiate a due ricordi del vostro
passto, uno piacevole e uno spiacevole. Dedicate qualche momento
a rivivere questi due ricordi nello stesso modo in cui lo fate
abitualmente...
Adesso, voglio che osserviate se nell’uno e nell’altro di questi
ricordi siete associati o dissodati.
Associati significa tornare indietro e rivivere l’esperienza,
guardando a scena con i vostri stessi occhi. Vedete esattamente
quel che avete visto quando vi trovavate lì.
Può darsi che vi vediate le mani, ma la faccia non ve la vedete, a
meno che non vi stiate guardando in uno specchio.
Dissociati significa osservare l’immagine del ricordo da un
qualsiasi punto di vista diverso da quello dei vostri occhi. Potrebbe
darsi che vi vediate come se vi guardaste dall’alto di un aeroplano,
oppure può darsi che lo vediate come se foste un altro e guardaste
un film di voi stessi in quella situazione, e via dicendo.
Adesso tornate prima all’uno e poi all’altro di questi ricordi, e
appurate se in ciascuno dei due eravate associati o dissociati...
Quale che sia stato il modo in cui avete spontaneamente
richiamato i due ricordi, voglio che adesso torniate indietro e proviate
a riviverli nell’ altro modo, in modo da scoprire come ciò possa
trasformare la vostra esperienza. Se in uno dei due ricordi eravate
associati, fate un passo indietro dal vostro corpo, e rivedete
l’episodio dissociati. Se invece eravate dissociati, avanzate in modo
da entrare nell’immagine, oppure tiratevela intorno finché non siete
associati. Osservate in che modo questo mutamento di visuale
trasforma le sensazioni indotte in voi da questi ricordi...
Avete notato qualche differenza? C’era da scommetterci. C’è
stato qualcuno che non ha notato nessuna differenza?
Uomo: Io non ho notato una grande differenza.
Va bene. Prova a far questo. Sentiti seduto sulla panchina di un
giardino pubblico, dove c’è un parco di divertimenti, e vediti sul primo
seggiolino di un ottovolante.
Guarda come il vento ti muove i capelli quando l’ottovolante si
avvia giù per la prima discesa...
Adesso confronta questo con ciò che proveresti se ti trovassi
veramente seduto in quel primo seggiolino, con le mani strette sulla
sbarra davanti a tè, lassù per aria, con quella discesa vertiginosa
sotto di tè...
Non sono due cose diverse? Controllati il polso, e dimmi se non ti
ha dato una bella scossetta, startene lì dentro l’ottovolante, a
guardare giù per quelle rotaie. Tra l’altro, per svegliarsi, costa meno
di un caffè.
Donna: In uno dei miei ricordi, mi sembra di essere sia dentro
che fuori.
Bene. Ci sono due possibilità. Una è che tu stia rapidamente
andando avanti e indietro. Se è così, limitati a osservare la
differenza ogni volta che cambi. Per farlo come deve essere fatto,
può darsi che tu debba rallentare un po’ il ritmo.
La seconda possibilità è che tu fossi dissociata già mentre vivevi
l’esperienza in questione. Per esempio, essere autocritici di solito
presuppone un punto di vista diverso dal proprio. È come se tu fossi
al di fuori di tè stessa, a osservarti e criticarti.
Se è così, sarai dissodata anche quando richiami l’esperienza e
‘vedi ciò che vedevi in quell’occasione’. Ti sembra che una di queste
due descrizioni possa corrispondere alla tua esperienza?
Donna; Tutte e due. In quell’occasione mi sentivo critica nei
confronti di me stessa, e probabilmente alternavo le due cose, il fatto
di osservarmi e quello di sentirmi criticata.
C’è anche una terza possibilità, ma è piuttosto rara. Alcuni
creano un’immagine dissociata di se stessi pur essendo stati
associati in occasione dell’esperienza originaria. Un tale aveva uno
specchio intero che si portava sempre dietro. Così, se entrava in una
stanza, vedeva contemporaneamente entrare nella stanza la propria
immagine riflessa nello specchio. Un altro tizio aveva un piccolo
monitor televisivo che teneva su uno scaffale o attaccato alla parete
in modo da poter sempre vedere come appariva agli altri.
Quando richiamate un ricordo da associati, rivivete la reazione
sensoriale originaria da voi provata in quell’occasione. Quando
richiamate un ricordo da dissociati, potete vedervi vivere le
sensazioni originarie nell’immagine, ma senza provarle nel vostro
corpo.
Può darsi, tuttavia, che osservandovi vivere quell’evento voi
proviate una nuova sensazione riguardo all’evento stesso. Questo è
ciò che avviene quando Virginia Satir fa una domanda come: “Cosa
senti riguardo al fatto di essere arrabbiato?”.
Provateci. Ricordate un episodio in cui eravate arrabbiati, e
quindi rivolgetevi questa domanda: “Cosa sento riguardo al fatto di
essere arrabbiato?”. Per poter rispondere a questa domanda, dovete
uscire dall’immagine, e provare una nuova sensazione riguardo
all’evento, una sensazione da osservatore, e non da partecipante. È
un modo assai efficace per trasformare la propria reazione.
La situazione ideale è quella in cui si richiamano tutti i ricordi
gradevoli da associati, in modo da poter facilmente gustare tutte le
sensazioni positive ad essi collegate. Se invece vi dissociate dai
ricordi sgradevoli, avete sempre tutte le informazioni visive che in
futuro vi potranno servire per evitare o affrontare determinate cose,
ma senza la risposta sensoriale sgradevole. Perché stare di nuovo
male? Non è bastato star male quella prima volta?
Molte persone fanno l’inverso: si associano con tutte le cose
spiacevoli che sono loro successe, e immediatamente ne rivivono la
sgradevole sensazione, mentre le esperienze piacevoli sono solo
delle immagini vaghe, lontane, dissociate. E, naturalmente, ci sono
altre due possibilità. Alcune persone tendono a dissociarsi sempre.
È il tipo dell’ingegnere o dello scienziato, spesso descritto come
‘obiettivo’, ‘distaccato’, ‘distante’. Si può allora insegnargli ad
associarsi ogni volta che vuole farlo, in modo da riacquistare un
certo collegamento sensoriale con la propria esperienza.
Probabilmente ciascuno di voi potrà immaginare situazioni in cui ciò
sarebbe per lui un notevole vantaggio. Far l’amore è una delle cose
che possono diventare molto più divertenti se vi trovate nel vostro
corpo a provare tutte quelle sensazioni, anziché osservarvi
dall’esterno.
Altri invece tendono ad associarsi sempre: immediatamente
rivivono tutte le sensazioni delle loro esperienze passate, belle o
brutte che fossero. È il tipo di persona che viene spesso definito
‘teatrale’, ‘sensibile’ o ‘impulsivo’. Molti dei suoi problemi possono
essere risolti insegnandole a dissociarsi al momento opportuno. La
dissociazione, per esempio, può essere usata per controllare il
dolore. Se vi osservate sentire dolore, non siete più nel vostro corpo
a provarlo.
Potete farvi un vero favore dedicando un pochino di tempo a
ripercorrere da dissociati un certo numero delle vostre esperienze
spiacevoli. Scoprite di quanto dovete allontanare l’immagine in modo
da poterla ancora vedere abbastanza chiaramente da ricavarne un
insegnamento, mentre voi osservate da una distanza che vi
permetta di sentirvi a vostro agio. Quindi ripercorrete una serie di
esperienze piacevoli, lasciandovi il tempo di associarvi con ciascuna
di esse, e di godervele pienamente. In questo modo state
insegnando al vostro cervello ad associarsi con i ricordi piacevoli, e
a dissociarsi da quelli sgradevoli. Ben presto il vostro cervello
afferrerà l’idea, e farà la stessa cosa automaticamente con tutti gli
altri ricordi.
Insegnare a qualcuno come e quando associarsi e dissociarsi è
uno dei modi più profondi e completi di trasformare la qualità
dell’esperienza individuale, e il comportamento che ne deriva. La
dissociazione è particolarmente utile per ricordi intensamente
sgradevoli.
Qualcuno di voi soffre di una fobia? A me le fobie piacciono
moltissimo, ma sono così facili da risolvere che a questo punto è
difficile trovarne. Vedete? I soli qui dentro ad avere una fobia sono
quelli che hanno la fobia di alzare la mano in mezzo a un pubblico.
Joan: Io ne ho una.
La tua è una fobia di quelle coi fiocchi?
Joan: Beh, è abbastanza brutta. (Comincia a tremare e a
respirare affannosamente).
Lo vedo.
Joan: Vuoi sapere di che si tratta?
No. Sono un matematico. Lavoro soltanto sul processo. Non
potrei comunque conoscere la tua esperienza interna, e allora
perché parlarne? Per cambiare la propria esperienza interna non c’è
bisogno di parlarne. Anzi, se ne parli, può darsi che il tuo terapeuta
finisca col diventare un tuo compagno di sventura, ancorché
professionista.
Tu lo sai qual è la tua fobia. È qualcosa che vedi, o senti, o provi?
Joan: È qualcosa che vedo.
Benissimo. Adesso ti chiederò di fare alcune cose che tu nella
tua mente puoi fare con estrema rapidità, e la tua fobia non ti
disturberà più, mai più. Ti darò le istruzioni un po’ alla volta, e tu devi
entrarti dentro e fare quello che ti dico. Fai un cenno con la testa
quando sei pronta.
Prima di tutto, voglio che tu immagini di essere seduta nella
platea di un cinema, e di vedere là sullo schermo un’immagine fissa
in bianco e nero in cui ti vedi in una qualche situazione appena
prima di manifestare la reazione fobica...
Adesso voglio che tu t’innalzi in volo al di fuori del tuo corpo fino
alla cabina di proiezione del cinema, in modo da poterti vedere
mentre guardi tè stessa. Da quella posizione potrai vederti seduta in
platea, e allo stesso tempo vederti nell’immagine fissa là sullo
schermo...
Adesso voglio che tu trasformi l’immagine fissa sullo schermo in
un film in bianco e nero, e che tu lo guardi dall’inizio fino al momento
immediatamente successivo alla fine dell’esperienza spiacevole.
Quando arrivi alla fine, voglio che tu arresti il film in un’immagine
fissa, e poi entri con un salto dentro l’immagine, per poi riproiettare il
film all’indietro. Le persone cammineranno all’indietro, e tutto quanto
succederà alla rovescia, proprio come quando si riavvolge la
pellicola di un film, solo che tu sarai dentro il film. Fallo tornare
indietro a colori, e molto rapidamente, in un paio di secondi circa...
Adesso pensa a ciò che scatenava la tua fobia. Vedi ciò che
vedresti se tu fossi veramente lì...
Joan: Non mi da noia, adesso... ma ho paura che possa non
funzionare la prossima volta che mi ci trovo davvero.
Potresti trovarne uno vero qui a portata di mano, in modo da
poter fare la prova?
Joan: Sì, si tratta degli ascensori.
Ottimo. Facciamo una breve pausa. Vai a fare una prova, e dopo
la pausa torna a raccontarci com’è andata. Chi di voi si sente
scettico, vada a guardarla, e le faccia delle domande, se vuole...
Molto bene. Com’è andata, Joan?
Joan: Benissimo. Sai, in realtà non avevo mai visto veramente
l’interno di un ascensore. Stamattina non riuscivo nemmeno a
entrarci, dalla paura che mi faceva, ma adesso sono andata su e giù
diverse volte.
E un resoconto tipico. Una volta, però, mi sono quasi lasciato
prendere dal nervosismo. Stavo tenendo un seminario al Peachtree
Plaza di Atlanta, che ha settanta piani e un ascensore esterno. Di
conseguenza era assolutamente indispensabile che trovassi
qualcuno con la Paura degli ascensori. Guarii una signora, e la
mandai fuori a fare a Prova. Dopo una mezz’eretta, cominciai a
pensare: “Santo cielo, magari quella è arrivata in cima e ora non
riesce a scendere”. Quando arrivò tutta pimpante dopo un altro
quarto d’ora, le chiesi dove fosse finita. “Oh, mi sono messa ad
andare su e giù.
Mi sono divertita moltissimo”.
Una volta venne da me un contabile con la fobia di parlare in
pubblico. Erano sedici anni che tentava di liberarsene. Una delle
prime cose che mi disse fu che nel complesso aveva già investito più
di 70.000 dollari per cercare di guarire dalla sua fobia. Gli chiesi
come facesse a saperlo, e lui tirò fuori una cartellina in cui teneva
tutte le ricevute. Gli dissi: “E del tempo che lei ci ha speso, che ne
dice?”. Sgranò gli occhi. “Non ci avevo pensato!”. Il suo compenso
orario era più o meno quello di uno psichiatra, e ne seguiva che in
effetti aveva investito circa 140.000 dollari cercando di cambiare
qualcosa che io cambiai in dieci minuti.
Se si può aver paura degli ascensori, e quindi imparare a reagire
diversamente, sembrerebbe possibile trasformare qualsiasi schema
di comportamento, dato che il terrore è indubbiamente un
comportamento intenso. La paura è una cosa interessante.
La gente se ne allontana. Se dite a qualcuno di guardare
qualcosa di cui è terrorizzato, non riesce a guardarlo. Però, se gli
dite di vedersi guardare quella stessa cosa, lui adesso la guarda: per
qualche motivo in questo modo riesce a farlo. È la stessa cosa della
differenza tra il sedersi nel primo vagone di un ottovolante, e
starsene seduti su una panchina a guardarsi seduti in un ottovolante.
Questo basta perché la persona possa modificare le proprie
reazioni. Si può usare lo stesso procedimento con le vittime di
violenza carnale, con i bambini maltrattati, con i reduci di guerra:
insomma, con ogni tipo di ‘sindrome da stress post-traumatico’.
Anni fa mi ci voleva un’ora per lavorare su una fobia. Più avanti,
quando imparammo qualcosa di più sul modo in cui funzionano le
fobie, annunciammo che una fobia si poteva guarire in dieci minuti.
Adesso sono arrivato a un paio di minuti. La maggior parte delle
persone ha difficoltà a credere che sia possibile guarire una fobia
così in fretta. Questo mi diverte molto, perché non sarei capace di
farlo lentamente. Riesco a guarire una fobia in due minuti, ma non
saprei farlo in un mese, perché il cervello funziona in un certo modo,
e non in un altro. Il cervello impara dal rapido susseguirsi degli
schemi. Immaginate come sarebbe se vi proiettassi un fotogramma
di pellicola al giorno per cinque anni. Riuscireste a capire la trama
del film? Ovviamente, no. Il significato del film lo si può cogliere solo
se tutte quelle immagini si susseguono rapidissimamente. Provare a
cambiare lentamente sarebbe come conversare dicendo una parola
al giorno.
Uomo: E l’esercizio, allora? Una volta che hai indotto un
cambiamento, come nel caso di Joan, lei poi deve esercitarsi?
No. È già cambiata, e non ha bisogno di esercitarsi, o di pensarci
consciamente. Se il lavoro di trasformazione è duro, o richiede molto
esercizio, lo state affrontando nel modo sbagliato, e dovete cambiare
il vostro modo di agire. Quando trovate un percorso privo di
resistenze, ciò vuoi dire che state combinando le risorse disponibili,
e farlo una volta è più che sufficiente. Quando Joan è salita
sull’ascensore durante la pausa, non aveva nessun bisogno di
cercare di non aver paura. Era già cambiata, e quella nuova
reazione sarà altrettanto permanente della sua vecchia paura.
Una delle cose simpatiche riguardo alle fobie è che chi ne soffre
ha gia dimostrato di saper imparare in fretta. Il fobico è una persona
che riesce a imparare velocissimamente qualcosa di assolutamente
ridicolo. La maggior parte delle persone tende a considerare la fobia
come un problema, anziché un risultato raggiunto. Non gli capita mai
di pensare: “Se è riuscito a imparare a fare questa cosa, allora
potrebbe imparare a fare qualsiasi cosa”.
Mi meraviglia sempre che una persona possa imparare a restare
terrorizzata in modo così coerente e affidabile. Anni fa pensavo:
“Ecco il genere di cambiamento che vorrei ottenere”. Ciò mi portò a
chiedermi: “Come potrei fare a far venire una fobia a qualcuno?”.
Pensavo che se non fossi riuscito a far venire una fobia a qualcuno,
non sarei mai riuscito a elaborare un metodo efficace per farla
andare via.
Se accettate l’idea che la fobia possa soltanto essere un male,
questa possibilità non vi potrebbe mai venire in mente. Si può fare in
modo che le reazioni piacevoli diventino altrettanto intense e
affidabili di una fobia. Ci sono cose che ogni volta che le vediamo ci
fanno illuminare il viso di felicità: un neonato, o un bambino piccolo,
hanno questo effetto sulla stragrande maggioranza delle persone.
Se non ci credete, vi lancio una sfida: prendete l’individuo dall’aria
più indurita e malvagia che riuscite a trovare, mettetegli un bambino
piccolo fra le braccia, e fatelo gironzolare per un supermarket
affollato. Seguitelo a qualche passo di distanza, e osservate le
reazioni della gente.
Vorrei avvertirvi di una cosa, però: la cura per le fobie elimina
certe sensazioni, e lo può fare anche nel caso di ricordi piacevoli. Se
usate lo stesso procedimento con tutti i vostri ricordi affettuosi
riguardanti lo stare insieme a una certa persona, potete trasformare
quella persona in un’esperienza neutra come un ascensore! Nelle
coppie ciò spesso avviene in modo naturale in occasione di un
divorzio. Si può allora guardare quella stessa persona che una volta
abbiamo amato appassionatamente, e non provare nei suoi confronti
il minimo sentimento. Quando si ripensa a tutte le belle cose che si
sono condivise, ci si osserva divertirsi, ma tutte le sensazioni
piacevoli saranno sparite. Se lo fate mentre siete ancora sposati,
potete trovarvi in guai seri.
Alcuni non fanno altro che dissociarsi da tutte le esperienze
piacevoli che vivono momento per momento, in modo “da non starci
male dopo”. Se ci si comporta in questo modo, non ci sarà possibile
goderci la vita anche quando è bella. Sarà come guardare sempre
gli altri giocare, senza mai riuscire a entrare nel gioco. Se lo si fa con
tutte le proprie esperienze, si diventa degli esistenzialisti: il caso
limite di osservatore completamente distaccato.
Alcuni, vedendo che una certa tecnica funziona, decidono di
applicaria a tutto. Ma se un martello funziona con i chiodi, ciò non
significa che bisogna sferrare martellate a tutto quello che ci viene a
tiro. Il procedimento per le fobie funziona in ogni caso di intense
reazioni emotive, positive o negative che siano, neutralizzandole;
perciò, fate attenzione a cosa lo applicate.
Volete sapere un ottimo sistema per innamorarsi? Non dover far
altro che associarvi a tutte le esperienze piacevoli che vivete con
una certa persona, e dissociarvi da tutte quelle spiacevoli. È un
sistema che funziona benissimo. Se alle esperienze spiacevoli non
pensate nemmeno, potete usare questo sistema per innamorarvi di
qualcuno che fa anche tante cose che non vi piacciono. Il sistema
adottato di solito consiste nell’innamorarsi in questa maniera, e poi
sposarsi. Una volta sposati, si può invertire il procedimento, così da
associarsi con le esperienze spiacevoli, e dissociarsi da quelle
piacevoli. Adesso si reagisce soltanto alle cose spiacevoli, e ci si
chiede come mai ‘sono cambiate’. Non sono le circostanze a essere
cambiate: ciò che è cambiato è il modo di pensare.
Donna: Esistono altri modi per lavorare sulle fobie: Io ho una
paura matta dei cani.
Esistono sempre altri modi di fare le cose; è solo questione di
farsi delle domande: “Li conosciamo già?”, “Sono altrettanto
affidabili?”, “Quanto tempo ci si mette?”, "Quali conseguenze
potranno comportare?", e via dicendo.
Prova a far questo; torna indietro, e richiama il ricordo di
qualcosa di straordinariamente piacevole, eccitante e allegro che
appartiene al tuo passato, e vedi ciò che vedevi quando è successo.
Sapresti trovare un ricordo del genere?...
(Comincia a sorridere). Bene. Dai un po’ più di luminosità... (Il
sorriso si accentua).
Benissimo. Adesso tieni ferma l’immagine, e facci entrare un
cane, proprio nel mezzo, che poi diventa parte dell’immagine stessa.
Mentre ciò avviene, voglio che tu dia ancora un po’ di luminosità
all’immagine...
Adesso immagina di essere nella stessa stanza con un cane, per
vedere se ti fa ancora paura… Donna: Adesso, se ci penso, non mi
da nessuna noia.
Questo procedimento è una variante di un altro metodo che vi
insegnerò più avanti.
Per fobie molto forti non è affidabile quanto la dissociazione, ma
di solito funziona.
Ho lavorato moltissimo sulle fobie, così che le fobie adesso mi
annoiano, e di solito ci lavoro usando il metodo più rapido e
affidabile che conosco. Adesso che lo conoscete, potete usarlo
anche voi. Ma se volete veramente capire come funziona il cervello,
la prossima volta che vi capita un paziente fobico, stateci sopra un
po’ di più. Fategli un sacco di domande, in modo da scoprire in che
modo funziona quella specifica fobia. Qualche volta, per esempio, il
fobico prende l’immagine del cane, o di quel che è, e la rende molto
grande, o molto luminosa o colorita, oppure fa girare il film molto
lentamente, o più volte di seguito. Poi potete provare a cambiare
questo o quell’elemento, in modo da capire come potete trasformare
l’esperienza di quella particolare persona. Quando cominciate a
stufarvi, potete sempre tirare fuori dal taschino la cura rapida, e
sbarazzarvi del paziente in cinque minuti. Se fate questo tipo di
sperimentazioni, comincerete a imparare come si fa a produrre PNL,
e non avrete più bisogno di pagare per venire a seminari come
questo.
4 - Sbagliarsi

Una volta ho chiesto a un amico: “Qual è il più grande fallimento


della tua vita?”.
“Tra un paio di settimane devo fare una certa cosa”, mi disse,
“ma non funzionerà”.
Lo sapete? Aveva ragione. Fu il più grande fallimento della sua
vita: non perché la cosa non funzionò, ma perché sprecò tutto quel
tempo a starci male in anticipo. Molti usano la propria
immaginazione solo per scoprire tutto quel che può farli star male, in
modo da poterci star male adesso. Perché aspettare?
Perché aspettare che il vostro coniuge abbia una relazione con
un’altra persona?
Immaginatevelo adesso, mentre se la spassa con qualcuno altro.
Sentitevi come vi sentireste assistendo alla scena. Potete benissimo
ingelosirvi a morte con questo semplice espediente. Quanti di voi lo
fanno già?
Poi, se quando lui arriva a casa vi sentite ancora uno schifo,
potete urlare e strillare e cacciarlo fuori, in modo che possa
succedere davvero. Ogni tanto viene da me qualcuno, e mi racconta
che fa proprio questo. Io ascolto e poi chiedo: “Perché non ti crei
delle immagini belle?”. “Che vuoi dire?”. “Trasforma l’immagine
finché non riesci a vedere te stessa insieme a lui, invece dell’altra.
Poi entra nell’immagine, e goditi tutte quelle sensazioni piacevoli.
Poi, quando lui torna a casa, fai in modo che lo faccia con tè”. Non vi
sembra meglio così?
Spesso si parla di ricordi ‘belli’ o ‘brutti’. Questa però non è altro
che una dichiarazione del fatto che essi ci piacciano o meno. Per lo
più si vorrebbero avere solo ricordi piacevoli, e si pensa che si
sarebbe molto più felici se tutti i ricordi brutti sparissero. Ma
immaginate che sarebbe la vostra vita se non aveste mai vissuto
un’esperienza spiacevole! Che succederebbe se si crescesse in una
situazione in cui tutto andasse sempre a meraviglia? Se ne verrebbe
fuori dei pappamolla, totalmente incapaci di affrontare la vita. In
questo paese ne abbiamo diversi esempi.
Una volta mi capitò un paziente di ventiquattro anni, che andava
avanti a valium dall’età di dodici anni. Usciva di casa solo per andare
dal dentista, dal medico o dallo psichiatra. Era passato per le mani di
cinque psichiatri, ma per quello che ci potevo capire io, la cosa
principale che in lui non andava era che non usciva di casa da dodici
anni. Adesso però i suoi genitori pensavano che fosse l’ora che
uscisse da solo. Suo padre, titolare di una grossa impresa di
costruzioni, venne da me a lamentarsi: “Quel ragazzo, è l’ora che
cominci a uscire da solo”. “Imbecille che non sei altro”, pensai, “sei in
ritardo di dodici anni. E adesso che farai, affiderai la tua ditta a lui,
per farti mantenere?”. Nelle mani del figlio, la ditta non sarebbe
durata due giorni.
Avendo tirato avanti per dodici anni a valium, quel ragazzo non
aveva avuto grandi esperienze... finché non lo mandarono da me! Lo
feci andare in posti di ogni genere e fare un sacco di cose strane: o
faceva così, o gliene avrei suonate di santa ragione. La prima volta
che esitò, dicendo che non sarebbe riuscito a fare una certa cosa, gli
tirai un ceffone con tutta la forza che avevo; per lui, significò
cominciare a capire cosa fosse avere delle esperienze. Era
semplicemente il sistema che faceva al caso suo; nella maggior
parte dei casi, non consiglierei di adottarlo. Ma ci sono volte in cui un
bei ceffone rappresenta l’inizio della costruzione di una strategia di
motivazione.
Alcuni di voi possono ricordarne l’efficacia tornando con la
memoria agli anni dell’infanzia. Io non feci altro che metterlo in una
serie di situazioni in cui era costretto a imparare ad affrontare le
difficoltà, e a trattare con altri esseri umani. Ciò gli fornì una base
esperienziale per imparare a vivere nel mondo reale senza
l’imbottitura rappresentata dalla casa, dalle medicine e dallo
psichiatra. Le esperienze che gli fornii erano un po’ più utili e
significative di quanto non lo sarebbe stato parlare allo psichiatra
della propria infanzia.
Si dice: “Non riesco a farlo”, senza rendersi conto del significato
di queste parole. In realtà, quando uno dice: “Non riesco a farlo”, è
come se dicesse: “Riesco a non farlo”, che è sempre vero 3. Se ci
fate un attimo caso e ascoltate ciò che l’altro dice, cominciate a udire
cose che vi spiegano quel che dovete fare.
Una volta ho lavorato con una signora che voleva aprire una
clinica contro la timidezza, per persone che volevano imparare a
corteggiare il sesso opposto. Questa signora mi portò un sacco di
persone timide. Avevo sempre pensato che il timido fosse tale
perché pensava alle cose spiacevoli che gli potevano succedere, per
esempio essere respinto o pendersi ridicolo. Sicché cominciai a
rivolgere a queste persone le solite domande: “Come fai a sapere
quando devi essere timido? Non è che tu sia sempre timido”. Come
tutte le cose che la gente fa, anche la timidezza ha bisogno di un
certo procedimento. Non è cosi semplice essere timidi. Un tizio mi
disse: “So che è il momento di essere timido quando so che sto per
conoscere delle persone nuove”. “Beh, e cos’è a renderti timido?”.
“Non penso che gli piacerò”.
Questa affermazione è molto diversa da: “Penso che non gli
piacerò”. Letteralmente, mi stava dicendo: “Non” - ossia mi impegno
nell’atto della negazione – “penso che gli piacerò”. Pensa a tutto,
fuorché alla possibilità di piacere alla persona in questione. Nella
stanza accanto c’erano delle persone, e allora gli dissi: “Voglio che
tu pensi che gli piacerai”. “Va bene”. “Ti senti timido all’idea di
conoscere queste persone?”. “No”. Sembra un po’ troppo facile, ma
fondamentalmente ciò che funziona si rivela sempre facile.
Purtroppo in psicoterapia non c’è un grande incentivo a trovare
ciò che funziona presto e bene. Nella maggior parte delle
professioni, la gente viene pagata se riesce a ottenere determinate
cose. Ma in psicoterapia si viene pagati a ore, che si riesca a
ottenere qualcosa oppure no. Se lo psicoterapeuta è un
incompetente, viene pagato di più di chi riesce a ottenere
rapidamente un cambiamento. Molti terapeuti seguono addirittura
una regola per evitare di svolgere il loro lavoro efficacemente.
Pensano che influenzare direttamente qualcuno rappresenti una
manipolazione, e che la manipolazione sia un male.
È come se dicessero: “Tu mi paghi perché io ti influenzi. Ma io
non lo farò, perché è una cosa che non sta bene”. Quando avevo dei
pazienti, mi facevo sempre pagare in base al cambiamento, e non in
base al tempo. Venivo pagato solo quando ottenevo dei risultati. La
cosa mi pareva più stimolante.
Le ragioni addotte dai terapeuti per giustificare i propri fallimenti
sono assolutamente straordinarie. Talvolta dicono: “Non era pronto a
cambiare”. È una scusa che non regge assolutamente. Se ‘non è
pronto’, come è possibile giustificare il fatto di vederlo una settimana
dopo l’altra, e di addebitargli una parcella? Ditegli di tornarsene a
casa, e di farsi rivedere quando è ‘pronto’! Ho sempre pensato che
se qualcuno ‘non era pronto a cambiare’, il mio compito consistesse
proprio nel renderlo pronto.
Che succederebbe se portaste la macchina dal meccanico, e
quello ci lavorasse sopra per un paio di settimane, ma la macchina
continuasse a non funzionare? Se vi dicesse: “La macchina non era
pronta a cambiare”, non la berreste, non è vero? Ma i terapeuti
riescono a cavarsela giorno dopo giorno.
L’altra scusa tipica è che il paziente “ha delle resistenze”.
Immaginate che il meccanico vi dica che la macchina “aveva delle
resistenze”
“Vede, il fatto è che la sua macchina non era abbastanza matura
per accettare quel lavoro alle valvole. Torni la settimana prossima, e
vedremo cosa si può fare”. Voi non esitereste un attimo a respingere
una scusa del genere. Ovviamente, il meccanico non sa cosa sta
facendo, o i cambiamenti che sta cercando di effettuare non sono in
rapporto col problema, oppure sta usando gli attrezzi sbagliati. Lo
stesso vale per il cambiamento terapeutico o educativo. Il terapeuta
o l’insegnante capaci di lavorare riescono a rendere l’altro ‘pronto a
cambiare’, e quando fanno la mossa giusta non incontreranno
alcuna resistenza.
Purtroppo, gli esseri umani hanno per lo più una tendenza
perversa. Se fanno qualcosa, e quel qualcosa non funziona, di solito
continuano a farlo più intensamente, più ostinatamente, più a lungo
o più spesso. Quando un bambino non capisce, il genitore di solito
urlerà la stessa identica frase, invece di cercarne una formulazione
diversa. E quando la punizione non serve a cambiare il
comportamento di qualcuno, ciò che di solito se ne deduce è che
non era sufficientemente severa, per cui è necessario insistere.
Ho sempre pensato che quando qualcosa non funziona, ciò
potrebbe rappresentare un’indicazione del fatto che è giunto il
momento di fare qualcos’altro! Se sapete che una certa cosa non
funziona, ne segue che qualsiasi altra cosa ha maggiori probabilità
di riuscita che insistere con la stessa cosa.
Anche i non professionisti hanno delle scuse interessanti. Ne ho
un’intera collezione.
Spesso si sente dire: “Ho perso il controllo di me stesso”, oppure:
“Non so cosa mi abbia preso”. Probabilmente una nube violetta, o
una vecchia coperta, immagino.
Negli anni Sessanta la gente andava ai gruppi d’incontro e
imparava a dire: “Non ci posso fare niente; io mi sento così”. Se
qualcuno dicesse: “Ho soltanto sentito che dovevo buttare una
bomba a mano nella stanza”, noi non l’accetteremmo. Ma se
qualcuno dice: “Non riesco ad accettare quello che stai dicendo;
devo urlare e farti star male; mi sento così, e basta”, gli altri lo
accettano.
La parola ‘soltanto’ è una parola affascinante; è uno dei modi per
comportarci ingiustamente 4 nei confronti degli altri. ‘Soltanto’ è un
comodo espediente a nostra disposizione per invalidare tutto
all’infuori di ciò che diciamo noi. Se qualcuno sta male e voi gli dite
qualcosa di gentile, spesso vi dirà: “Stai soltanto cercando di tirarmi
su”, come se tirar su qualcuno fosse una brutta cosa! Può ben darsi
che voi stiate tentando di tirarlo su, ma quel ‘soltanto’ fa sì che ciò
diventi l’unica cosa vera.
La parola ‘soltanto’ fa sì che si prescinda da ogni altro aspetto
della situazione.
Di questi tempi la scusa più comune è: “Non ero me stesso”. È
una scusa che garantisce sempre e comunque una via d’uscita. È
come nei casi di personalità multipla, o come quando si invoca
l’infermità mentale: “Non ero me stesso... dovevo essere quell’altro!”.
Tutte queste scuse sono dei modi per giustificare e perpetuare
l’infelicità, invece di tentare qualcos’altro che possa rendere la vita
più piacevole e interessante, per noi e per gli altri.
Adesso penso che sia giunto il momento di una dimostrazione
pratica. Qualcuno mi faccia un esempio di esperienza che si
prospetterebbe come veramente sgradevole.
Jo: Io vengo sempre presa dall’ansia quando devo affrontare
qualcuno. Quando qualcuno mi offende in qualche modo, e voglio
che mi tratti diversamente, lo affronto direttamente.
E te la prospetteresti come un’esperienza negativa?
Jo: Sì. Ma non lo è. Di solito si rivela molto più positiva. All’inizio
magari posso sentirmi a disagio, ma entrandoci dentro mi sento più
a mio agio.
E questo la rende un’esperienza utile?
Jo: È il momento in cui effettivamente affronto l’altro a
permettermi di imparare qualcosa di utile. Ogni volta che lo faccio,
mi sento più sicura all’idea di affrontare qualcun altro la volta
successiva. Non mi da l’impressione di dover affrontare qualcuno,
ma piuttosto che ci devo semplicemente parlare.
Beh, ripensaci adesso. Se tu dovessi affrontare qualcuno, te la
immagineresti come un’esperienza sgradevole?
Jo: Un pochino. Non tanto come prima.
Ti sto chiedendo di farlo adesso.
Jo: Uhuh, un pochino.
Per farlo bene, devi fermarti e darti un po’ di tempo. Pensa a
qualcuno che ti sarebbe molto difficile affrontare riguardo a
qualcosa. Pensaci, e cerca di capire in che modo ti prospetteresti
l’incontro come spiacevole, e in che modo potresti riuscire ad
affrontarlo.
Jo: Tu, saresti difficile da affrontare.
Io sarei letale. Che cosa potrebbe spingerti a dover affrontare
qualcuno?
Jo: Se sentissi che la mia integrità è stata danneggiata...
“Integrità danneggiata”. Io la mia l’ho fatta riparare.
Jo: O se in qualche modo venissi insultata. Qualche volta quando
si insultano le mie idee...
Perché ti trovi a dover affrontare gli altri?
Jo: Non lo so.
Che succede se lo fai? Che vantaggi ti porta? Riesci a ricostituire
la tua integrità?
Jo; Mi da la sensazione di riuscire a prender posizione, a
proteggermi, a difendermi.
Da...? Quello che ti chiedo è: “Qual è la funzione del tuo
comportamento?”. Se affronti certe persone, quelle persone sono
capaci di ammazzarti, anche per un tramezzino. Questo l’ho
imparato nell’ambiente in cui sono cresciuto. Molta gente non cresce
in posti del genere e se è fortunata, non ne farà mai esperienza
diretta.
Qual è il significato del tuo bisogno di affrontare gli altri? Quale
funzione può avere, oltre a darti certe sensazioni che sono diverse
da quelle che provi se qualcuno ‘danneggia la tua integrità’
maltrattando le tue idee? Senti sempre la necessità di affrontare gli
altri?... Lo fai con tutti?
Jo: No.
Come fai a sapere chi devi andare ad affrontare, in modo da
poter stare meglio?
Jo: Persone di cui più o meno mi fido, che so che non mi faranno
del male.
Mi sembra una buona scelta. Ma tu queste persone le affronti
solo quando ti fanno del male, o fanno del male alle tue idee.
Jo: È l’unica circostanza in cui le affronto. Ci sono tantissime altre
occasioni in cui discuto con loro, ma questa è l’unica volta che le
affronto direttamente.
Cos’è a rendere così importante il fatto di affrontarle?... Te lo
chiedo in un altro modo: se fanno del male alle tue idee, questo
significa che le fraintendono, o che non sono d’accordo?
Jo: Beh, no. Se fraintendono o non sono d’accordo, va
benissimo. È quando qualcuno dice: “Stupidaggini”, o cose del
genere. Dipende dalla situazione e dalla persona.
Beh, sì, effettivamente dipende dalla situazione, e questo è
importantissimo. E non sto nemmeno dicendo che affrontare gli altri
non abbia il suo valore. Ti sto solo chiedendo: “Come fai a sapere
quando devi farlo?”, e: “Come funziona questo processo?”.
Arriveresti al punto di ammazzare qualcuno perché ha danneggiato
la tua integrità?
Jo: No.
Tanti lo farebbero. Magari sarebbe meglio se insegnassimo loro a
farlo come lo fai tu.
Ma per adesso non so nemmeno cosa significhi Per te
‘affrontare’ qualcuno. Non so se ti metti a urlare, o se gli ficchi un
dito su per il naso, o se gli mozzi l’orecchio sinistro, o se l’investi con
un camion. Parto dal presupposto che tu l’affronti verbalmente.
Jo: È così.
Non so ancora se il volume della voce è alto o basso, come non
conosco nessun altro dettaglio. Qual è la differenza tra ‘discutere’ e
‘affrontare’? Quanti, di voi che siete qui, pensavano di saperlo?... o
non ci avevano pensato?... o pensano che noi due stiamo
semplicemente chiacchierando?
Jo: Per me affrontare qualcuno è qualcosa di particolarmente
pressante. Voglio assolutamente che sappia ciò che sento riguardo a
una certa cosa. Voglio assolutamente che sappia come ho fatto a
sentire che le mie parole venivano accolte o respinte.
Va bene. Cos’è a renderlo pressante? Cosa succederebbe se tu
non riuscissi a farti capire?... Lascia che ti faccia un’altra domanda.
Cosa succede: l’altro capisce l’idea, e la commenta in modo
sgradevole oppure la fraintende e dice cose sgradevoli perché l’ha
fraintesa?...
Jo: Apprezzo quel che stai facendo. Penso che tu mi abbia
appena dato una prospettiva differente. Non è così?
Non lo so. Dammi un indizio.
Jo: Penso che tu l’abbia fatto. Beh... hmmm... adesso mi sembra
diverso, e basta. Non ho più la sensazione di essere respinta; è più
come se l’altro cercasse di dirmi qualcosa di diverso...
Non saprei. Per adesso non ho nemmeno capito su cosa si sta
lavorando. Non puoi già essere cambiata, è troppo presto. Come è
possibile che qualcosa cambi così in fretta, solo grazie a qualche
parola, quando non ho nemmeno capito di che si tratta?... Ha
importanza?
Jo: No, ma è cambiato. È cambiato.
Non ha assolutamente nessuna importanza.
Jo: Non m’importa che cosa tu mi abbia detto, o come tu me
l’abbia detto, o se tu sapessi di cosa stavo parlando. Qualcosa che
tu hai detto l’ha fatto cambiare, tutto lì.
In qualche modo non ho più la sensazione di dover affrontare la
gente.
Mamma mia, ci aspetta una bella sorpresa.
Jo: Beh, voglio dire, non dover più affrontare gli altri riguardo al
genere di cose a cui mi stavo riferendo.
Oh, dunque ci sono altre cose che ti spingono ad affrontare gli
altri. Beh, potresti semplicemente andare a caso! È quello che faccio
anch’io. In questo modo non devi più preoccuparti del fatto che
funzioni oppure no.
Jo: Beh, se al ristorante il conto fosse troppo salato, o se il
servizio fosse carente o cose del genere, affronterei il responsabile.
Allora è un modo per continuare a ricevere un servizio
soddisfacente al ristorante?
Jo: È un buon modo per continuare a ricevere un servizio
soddisfacente in molti posti.
Permettimi di farti un’altra domanda. Non è che ce l’abbia con te.
Sei soltanto un buon punto focale per giungere a toccare l’inconscio
di altri. Ti è mai capitato di pensare a fare in modo che il cameriere di
un ristorante si sentisse così ben disposto nei tuoi confronti, prima di
servirti, da non lasciargli altra alternativa che offrirti un servizio
soddisfacente...?
Jo: Non capisco... A un certo punto ho perso il filo.
Mi meraviglia sempre che la gente vada al ristorante per essere
servita da un altro essere umano, e non lo tratti come tale. Siccome
anch’io ho fatto il cameriere, posso dirvi che la maggior parte delle
persone che vanno al ristorante trattano il cameriere in modo molto
strano. C’è chi già dal momento in cui entra ti fa star bene, e ciò ti
costringe a trascorrere più tempo vicino a lui, a prescindere dal fatto
che la mancia sia più o meno generosa. C’è qualcosa nel fatto di
stare vicini a qualcuno che si comporta gentilmente nei tuoi confronti
che te lo fa preferire allo stare vicino a qualcuno che non si comporta
gentilmente, o che addirittura non prende nemmeno atto della tua
esistenza.
Nessuno di voi, stando con un bambino, ha mai fatto finta che lui
non esistesse? La maggior parte dei bambini da i numeri. Ciascuno
di voi si metta nei panni del cameriere, con una sala piena di gente
che nei tuoi confronti si comporta nello stesso modo. Poi qualcuno ti
tratta come se tu non fossi una macchina, ma un essere umano, e ti
fa star bene. A chi stareste più dietro? Uno dei modi per ottenere un
buon servizio al ristorante consiste nel trattar bene il cameriere fin
dall’inizio, in modo da far sì che lui voglia trattarvi bene.
L’alternativa consiste nel tampinarlo, facendolo stare così male
da costringerlo a darvi quel che volevate, e che vi aspettavate di
avere senza dover durare tutta la fatica necessaria a essere
prepotenti. Se uno fa così, non solo deve pagare il conto, ma deve
anche aggiungerci il costo di un’esperienza negativa. La maggior
parte delle persone non riflette mai su questo fatto. Perché mai si
dovrebbe andare al ristorante per essere gentili col cameriere? Il
buon servizio dovrebbe essere fornito automaticamente.
Molti pensano anche al matrimonio negli stessi termini. “Avrebbe
dovuto capirlo”.
“Non dovrei aver bisogno di dirglielo; dovrebbe farlo
automaticamente”. E se l’altro non lo fa, questo significa che è
arrivato il momento di arrabbiarsi, di incaponirsi, e di costringere
l’altro a fare quello che vogliamo. E anche se si vince, cosa mai si
vince?
Una maggiore stima per se stessi?
Uomo: Per il coniuge, l’opportunità di pareggiare i conti.
Mi è capitato spesso che qualcuno si comportasse così nei miei
confronti. Allora ho deciso di prendere la cosa di petto, e di
cominciare deliberatamente a pareggiare i conti in anticipo! Quanti
sono quelli che devono ‘pareggiare i conti’ quando vi comportate
gentilmente nei loro confronti? Non vi sto chiedendo se siete buoni o
cattivi: questo è un compito che spetta a Babbo Natale. La domanda
che vi faccio è questa: “Avete mai pensato a comportarvi
gentilmente in anticipo?”.
Donna: Sì, la mia strategia al ristorante consiste nel chiedere alla
cameriera di consigliarmi quello che secondo lei c’è di meglio sul
menu, e allora lei mi propone una certa scelta. Io guardo sulla lista e
le chiedo di vedere se può farci trattar bene, e che la bistecca non
sia troppo piccola. Le chiedo anche come si chiama, e la chiamo per
nome.
Allora, sì, hai considerato la possibilità di essere gentile, e hai
perfino provato a farlo.
Come tutto ciò che c’è al mondo, non è che funzioni sempre. Ma
quanti di voi non hanno mai nemmeno considerato questa possibilità
quando le cose non andavano bene, o prima che le cose
cominciassero a non andar bene? Perché mai un cameriere
dovrebbe farsi ogni sera la strada da casa sua al ristorante per
offrire alla gente un servizio insoddisfacente, quando la sua
maggiore entrata sono le mance? Non ti è mai capitato di fermarti a
riflettere su questo fatto, Jo?
Jo: Sì, mi è capitato.
E nonostante questo ti sei sentita costretta a prendertela con la
persona che ti serviva?
Jo: Beh, mi è capitato di pensarci, ma non sono mai riuscita a
essere gentile come mi sarebbe sembrato opportuno. Se ero
veramente disgustata, non sono riuscita a comportarmi in modo
molto accomodante. Non riuscivo a cambiare il mio modo di
comportarmi.
“Avrebbe dovuto cominciare lei”, vero? In questo modo non ti
sarebbe toccato essere disgustata, e ti sei trovata in difficoltà a
cambiare i termini della situazione.
Jo: Be’, questo è quel che mi sembrava allora. Adesso mi
sembra molto diverso.
Adesso torniamo al punto da dove siamo partiti. Quando ho
cominciato a parlare con Jo, prima, ciò che lei voleva era una
maggiore competenza nell’essere sgradevole. Se avete veramente
udito quel che diceva, Jo stava dicendo: “Voglio essere capace di
prendere posizione, di brontolare e lamentarmi più a fondo”.
Nessuno dei presenti gliel’ha sentito dire, quando lei ha preso la
parola. Se l’avessero sentito, avrebbero cercato di insegnarle a
essere più cattiva. Pensate a cosa ne avrebbe ricavato uno di quelli
che tengono corsi di autoaffermazione! Io ho un’altra denominazione
per l’addestramento dell’autoaffermazione. Lo chiamo ‘preparazione
alla solitudine’.
Io invece faccio delle domande intese a farmi capire come posso
fare mie le limitazioni dell’altro. Se riesco a capire come funziona la
cosa, posso trasformarla come voglio, e poi continuerà a funzionare,
ma in modo diverso. Non si può esprimere un giudizio valido
riguardo a un determinato processo senza sapere di cosa si tratta, e
non si può veramente capire di cosa si tratta finché non lo si prova di
persona.
Allora ho pensato: “Bene, Jo non riesce a brontolare e a
lamentarsi quanto vorrebbe.
In che circostanze non riesce a farlo, in modo che anch’io possa
imparare a non riuscirci nelle stesse circostanze?”. Allora ho
cominciato a farle delle domande: “Quand’è che lo fai?”, “A che ti
serve?”, “Con chi lo fai?”. Le mie domande vanno a ritroso nel
tempo. Partendo dal problema, sono andato a ritroso ripercorrendo
lo stesso processo da lei seguito. Al momento in cui sono andato
sufficientemente a ritroso, lei si è ritrovata nello stesso posto prima
di brontolare e lamentarsi, e prima ancora di poter provare
l’inclinazione a farlo. Quello era il posto da cui lei poteva ripartire per
aggirare il problema. Basta un altro passo, e il ‘problema’ ricompare.
Ma se il passo lo fa lateralmente, Jo può andare da qualche altra
parte che la soddisfa di più.
Jo va al ristorante, si siede, viene servita male, sta malissimo,
affronta di petto la cameriera, quindi viene servita in modo
soddisfacente, e continua a star male. Le ho chiesto: “Non ti è mai
capitato, quando vai al ristorante, una volta che hai capito qual è il
tuo cameriere, di farlo star bene?”. Lei mi ha detto: “Una volta che ho
cominciato a star male, non riesco più a farlo”, e probabilmente ha
ragione. Perfetto, e perché non farlo subito ogni volta che vai al
ristorante, in modo da non correre mai il rischio di star male? Questa
domanda sposta la sua attenzione su un momento anteriore, in cui è
facile fare qualcosa di diverso, e allo stesso tempo le da qualcosa di
estremamente specifico da fare in modo diverso.
Ecco qualcosa che tutti voi avete sicuramente fatto. Torni a casa
sentendoti meravigliosamente bene. Aperta la porta di casa, vedi
che il soggiorno è nel caos, o che qualcuno si è dimenticato di portar
fuori la spazzatura, o ti accorgi che una qualsiasi altra cosa
assolutamente fondamentale per la tua felicità non è come dovrebbe
essere. Dentro di te nasce la rabbia, o la frustrazione; reprimi questo
sentimento e cerchi di non sentirti arrabbiato e frustrato, ma non
funziona. Allora vai in terapia e dici: “Non voglio urlare con mia
moglie”. “Perché vorresti urlare con tua moglie?”. “Perché vengo
preso dalla rabbia e dalla frustrazione”. Nella maggior parte dei casi
il medico dirà: “Lasciati andare; esprimiti; se con tua moglie ti va di
urlare, urla”. E alla moglie dirà: “Che c'è di male se con tè urla e
grida? Non riesci a lasciarlo essere se stesso?”. Tu fai il tuo, e lui
farà il suo... separatamente. Questa è pura follia.
Ciò a cui molti medici non pensano è che quando lui entra in
casa e vede quel casino, prima riesce a entrare in quello stato di
rabbia e frustrazione, e poi cerca di impedirsi di essere arrabbiato e
frustrato. L’altra cosa che trascurano è ciò che inizialmente lui cerca
di fare impedendosi di urlare: sta semplicemente cercando di
rendere più gradevole la propria vita familiare. Beh, perché non
mirare direttamente a questo risultato? Perché non fare in modo che
la porta d’ingresso susciti in lui pensieri così piacevoli su ciò che può
fare con sua moglie, da far sì che lui attraversi il soggiorno troppo in
fretta per interessarsi a qualsiasi altra cosa?
Ogni volta che dico: “Perché non fare qualcosa prima di stare
così male?”, il paziente sembra sempre sbalordito. Non gli è mai
passato per la mente di ritornare indietro sui suoi passi.
Regolarmente, pensa che l’unico modo in cui può essere felice
consiste nel fare ciò che vuole nell’esatto momento in cui lo vuole. È
proprio l’unico sistema?
Dev’essere così. L’universo non torna indietro. Il tempo non torna
indietro. La luce non torna indietro. Ma la mente può tornare indietro.
Normalmente, o il paziente non capisce per nulla quel che ho
voluto dire, o dice: “Non ci riuscirei mai!”. Gli sembra troppo facile.
Allora ho scoperto che dovevo farglielo fare io. La persona non
riesce a ritornare sui suoi passi, perché non riesce a smettere di
andare dove sta andando. Così ho imparato a rivolgerle delle
domande che la costringano a tornare sui suoi passi. Spesso lotta
con le unghie e con i denti.
Cerca di rispondere a una domanda, mentre io insisto che deve
rispondere a un’altra, in modo da farle fare un altro passo indietro.
Quando con un paziente sono arrivato dove dovevo arrivare,
faccio una domanda che va lateralmente e in avanti, e il paziente fa
un passo avanti, ma nella nuova direzione.
A quel punto non può più smettere di andare nella nuova
direzione. È incastrato, esattamente come lo era prima, ma non
gliene importa, perché essere incastrato in questo modo gli piace.
Funziona esattamente come una molla: la si comprime, e quando si
tira la leva e la si lascia andare, schizza di nuovo in avanti.
Non appena qualcuno scopre uno di questi posti, dice: “Oh, sono
cambiato. Andiamo avanti”. Così, con noncuranza. “Come fai a
sapere che sei cambiato?”. “Non lo so.
Non importa. Adesso è diverso”. Ma Jo si sta sempre scagliando
in avanti nella nuova direzione. L’ho messa alla prova ripetutamente.
E lei non può più tornare nel vecchio posto, perché ormai è troppo
tardi.
Questo lo faccio partendo dal semplice presupposto che ciò che
adesso la ostacola sia qualcosa che vale la pena di possedere, e
tutto quel che devo fare è scoprire in che circostanze va usato. Così,
prendo il comportamento che mette Jo a disagio, cioè affrontare gli
altri, e lo riporto a un momento precedente, quando lei nemmeno
pensa ad affrontare qualcun altro. Le stesse forze che prima la
costringevano ad affrontare gli altri e a sentirsi a disagio perché lo
faceva, ora la costringeranno a comportarsi diversamente.
Quello che abbiamo esplorato qui insieme a Jo è uno schema di
comportamento molto frequente nei rapporti matrimoniali. Tu vuoi
qualcosa da lui ma lui non te lo dà. E allora tu ci stai male. Allora gli
dici quanto ci stai male, nella speranza che lui sia sufficientemente
attaccato a te da darti ciò che vuoi.
Ci sono volte in cui neanche da altri si ottiene ciò che si vuole.
Ma quando non si ottiene ciò che si vuole, starci male è un di più! Ci
avete mai pensato? Prima non ottieni ciò che vuoi, e poi devi starci
male un sacco di tempo perché non l’hai ottenuto. E poi, quando
cerchi nuovamente di ottenerlo, devi starci male di nuovo. Se stai
bene, allora puoi semplicemente tornare da quella persona, e dire:
“Ehi, tu.
Vorresti farmi questo favore?”. Se lo dite con un tono di voce
allegro, è molto più probabile che ottoniate ciò che volete, e senza
successive ripercussioni.
Il più grosso errore che si possa fare consiste nel credere che
l’unico modo in cui si può star bene in certe situazioni è che qualcun
altro si comporti in un certo modo.
“Per farmi star bene devi comportarti come voglio io, oppure
starò male e ti affliggerò e farò star male anche te”. Quando l’altro
non è lì a comportarsi in quel modo, poi non c’è nessuno che possa
farti star bene. Così stai male. Quando torna, gli dici: “Non c’eri,
quindi non potevi comportarti in modo da farmi star bene, e allora
voglio che adesso tu stia male. Voglio che tu sia sempre qui. Basta
con il bowling; non andare a pescare nel fine settimana; non andare
all’università; non andare ai seminari; devi restare sempre qui. Io
posso andare via, perché quando lo faccio sto bene, ma quando
torno a casa devi essere qui per farmi star bene. Se mi ami, farai
quello che voglio, perché quando non lo fai sto male, perché ti amo”.
Bizzarro, eh?
Ma è così che funziona. E, in un certo senso, è vero. Te ne stai lì
seduto, e stai male.
“Se quella persona fosse qui a fare la stessa cosa, starei bene.
Che c’è che non va in lui?”. Ovviamente, se fosse presente ma non
fosse disposto a fare come vogliamo, sarebbe ancora peggio!
Succede di rado che uno si fermi a riflettere: “Ehi, cosa potrebbe
essere importante per lui?”. Ancora più difficile è che ci si chieda:
“Cosa potrei fare per far sì che lui voglia far questo per me?”.
Se dentro di te senti che quando non ottieni una certa
disponibilità di tempo da parte sua, in quel preciso momento, allora è
arrivata l’ora di star male... e se misuri questo star male, e visualizzi
l’altro, e colleghi questo sentimento spiacevole alla sua faccia, ecco
che quando torna e vedi la sua faccia, lui è arrivato, ma tu stai male!
È stupefacente! Non solo stai male quando lui non c’è; stai male
anche quando torna!
Non sembra un gran divertimento, no? Vivere in questo modo
non è giusto.
E se lui si sente in colpa perché è uscito, e si immagina come
sarà tornare da te, collegherà il senso di colpa con l’immagine del
tuo viso. Così quando torna e ti vede, si sentirà di nuovo in colpa, e
nemmeno avrà voglia di stare con tè. Questi sono i meta-schemi
dell’obbligo. Si basano tutti e due su un tremendo errore: l’idea che il
matrimonio sia un debito personale.
Se chiedete a una persona qualsiasi che cosa desidera, di solito
dirà di desiderare ciò che non ha, invece di ciò che ha già. La gente
tende a ignorare e a dare per scontato ciò che già ha e gusta, e ad
accorgersi solo di ciò che le manca.
Le persone sposate di solito non si sentono fortunate, come
invece si sentivano all’epoca dei primi incontri. Pensate a come
sarebbe se ogni volta che vedete l’altro vi sentiste fortunati. E se lui
non c’è proprio quando lo vorreste con voi (perché sta facendo
qualcosa che preferireste non facesse, perché a voi farlo con lui non
piacerebbe), continuaste a sentirvi fortunati perché quella particolare
persona sta con voi per tanta parte del vostro tempo. E quando fa
qualcos’altro, vi sentiste fortunati perché questo è l’unico prezzo che
dovete pagare. Non è un carico molto gravoso, no? Se non riuscite a
entrare in questa dimensione, allora personalmente non penso che
ne valga la pena.
Una cosa che mi ha sempre lasciato stupefatto è che raramente
la gente è cattiva con gli estranei. Bisogna veramente arrivare a
conoscere e ad amare un altro, prima di riuscire a trattarlo come una
pezza da piedi e a farlo stare veramente male per delle piccolezze.
Sono pochi quelli capaci di urlare improperi a un estraneo su cose
dell’importanza di qualche briciola sul tavolo della colazione, ma se
quella persona la si ama, allora è tutto a posto.
Una volta venne da me una famiglia. Il marito si dimostrò subito
un vero attaccabrighe. Additò la moglie, e disse: “È convinta che una
ragazza di quattordici anni debba star fuori fino alle nove e mezzo di
sera!”.
Lo guardai diritto negli occhi e dissi: “E lei pensa che una
ragazza di quattordici anni debba imparare che gli uomini si
rivolgono alla moglie urlando e strepitando, e facendola star male!”.
È terribile perdersi.
Capita spesso che dei genitori mi portino una figlia adolescente,
perché in lei c’è qualcosa che non va: le piace il sesso, e non
riescono a farla smettere. Pensate che razza di compito idealistico,
totalmente irrealizzabile: fare in modo che una ragazza torni a
essere vergine! I genitori vogliono che si convinca la figlia che in
realtà il sesso non e poi tanto piacevole, e che è pericoloso, e che se
a lei piace, influirà su di lei così che ci starà male per il resto dei suoi
giorni! Alcuni terapeuti cercano addirittura di ottenere proprio questo
risultato... e alcuni perfino ci riescono.
Un padre trascinò letteralmente sua figlia da me tenendole un
braccio piegato dietro la schiena, la fece sedere con uno strattone e
ringhiò: “Siediti!”.
“C’è qualcosa che non va?”, chiesi.
“Questa ragazza è una puttanella!”.
“Non mi serve una puttana; perché me l’ha portata?”.
Ecco un’interruzione degna di questo nome. Questo genere di
battuta iniziale è la mia preferita; con una battuta del genere, si può
veramente mandare uno in corto circuito.
Se subito dopo gli si rivolge una qualsiasi domanda, non riuscirà
mai più a tornare là da dove era partito.
“No, no! Non è questo che volevo dire...”.
“Chi è questa ragazza?”.
“Mia figlia”.
“Lei ha costretto sua figlia a prostituirsi!!!.”.
“No, no! Lei non capisce... “.
“E l’ha portata qui, a me! Che schifo!”.
“No, no, no! Ha capito male”.
Quest’uomo, che era entrato urlando e ringhiando, adesso mi sta
supplicando di capirlo. Ha completamente cambiato prospettiva: ora
non assale più sua figlia, ma si sta difendendo. Nel frattempo, sua
figlia, in silenzio, si sta facendo matte risate. La scena la diverte
moltissimo.
“Beh, mi spieghi la situazione, allora”.
“Ecco, il fatto è che penso che le succederanno cose orribili”.
“Certo, se le insegna quella professione ha perfettamente
ragione!”.
“No, no, vede, è che...”.
“Beh, cosa vuole che io faccia, allora? Cos’è che vuole”.
Lui allora comincia a spiegarmi cosa voleva. Quando ha finito,
dico: “Lei l’ha portata qui tenendole un braccio piegato dietro la
schiena, e l’ha sballottata qua e là. Questo è esattamente il modo in
cui vengono trattate le prostitute; ecco cosa le sta insegnando a
fare”.
“Beh, io voglio costringerla a....”.
“Oh, ‘costringerla’... insegnarle che gli uomini controllano le
donne sbatacchiandole qua e là, comandandole a bacchetta,
storcendo loro un braccio dietro la schiena e costringendole a fare
cose che non vogliono fare. È così che fanno i protettori. Le resta
soltanto da chiederle dei soldi in cambio”.
“No, io non sto facendo questo. È lei che va a letto col suo
ragazzo”.
“Si è fatta pagare?”.
“No”.
“Lo ama?”.
“È troppo giovane per poter amare”.
“Forse che non amava lei, suo padre, già da piccolissima?”. Ecco
che prende forma l’immagine di lei piccolissima, seduta sulle
ginocchia del babbo. Con un’immagine del genere si può mettere nel
sacco qualsiasi vecchio brontolone.
“Mi permetta di farle una domanda. Guardi sua figlia... Non vuole
che riesca a provare il sentimento dell’amore, e che viva il
comportamento sessuale come una cosa piacevole? La morale di
oggi non è più quella di una volta, e lei non è costretto a farsela
piacere. Ma le piacerebbe forse che l’unico modo in cui sua figlia
imparasse ad avere rapporti con gli uomini fosse Io stesso che ha
avuto con lei quando l’ha fatta entrare in questa stanza qualche
minuto fa? E che aspettasse i venticinque anni per sposare qualcuno
che la picchiasse, la sbatacchiasse la maltrattasse e la costringesse
a fare cose che non vuole fare?”.
“Ma potrebbe commettere uno sbaglio, e questo potrebbe farle
del male”.
“È possibilissimo. Può senz’altro darsi che tra due anni quel tizio
la pianti in asso e se ne vada. E quando starà male e si sentirà
sola... non avrà nessuno a cui rivolgersi, perché odierà suo padre
con tutta se stessa. Se venisse da lei, si sentirebbe rispondere: ‘Tè
l’avevo detto’”.
“Anche se a quel punto riuscisse da sola ad andarsene per
trovare qualcun altro con cui instaurare un vero rapporto, una volta
che avesse dei figli suoi, i suoi nipoti, non verrebbe mai a farglieli
vedere. Perché rammenterebbe quel che lei le ha fatto, e non
vorrebbe che dei bambini imparassero delle cose del genere...”.
A questo punto il padre non sa più cosa pensare, e allora è il
momento di colpire duro. Lo guardi diritto negli occhi, e gli dici: “Non
è forse più importante che sua figlia impari ad avere dei rapporti
d’amore... oppure dovrebbe imparare a far propria la moralità del
primo uomo capace di costringerla a fare ciò che lui vuole? I
protettori fanno proprio questo”.
Provate a trovare una via d’uscita. Non ce ne sono. Il suo
cervello non aveva più modo di tornare indietro per fare ciò che
faceva prima. Non poteva comportarsi come un protettore. Non
importa se si costringe qualcuno a non fare qualcosa o a fare
qualcosa, o se lo si costringe a fare qualcosa di ‘buono’ o qualcosa
di ‘male’. È il fatto stesso di costringerlo che gli insegna a farsi
controllare in quella maniera.
Il problema è che a questo punto non ha più modo di far nulla. Ha
smesso di fare quel che faceva prima, ma non ha niente da
sostituirvi. Devo dargli qualcosa da fare; potrebbe per esempio
insegnare a sua figlia qual è il modo in cui un uomo deve
comportarsi nei confronti di una donna. Perché allora, se
l’esperienza che sua figlia vive con quel tizio non va bene, lei ne
resterà insoddisfatta. L’ho messo ne sacco.
Sapete cosa significa? Adesso lui deve costruire una solida
relazione positiva con sua moglie, ed essere gentile con gli altri
membri della famiglia, e fare in modo che sua figlia stia meglio con
loro che quel tizio che le ronza intorno. Che ve ne sembra, come
coazione?
E questo l’ho fatto senza mai dire: “Cosa prova a questo
proposito? Cosa prova adesso? Di cosa si sente consapevole?”,
oppure: “Si penta”, oppure: “Si entri dentro e si chieda...”.
Le persone dimenticano così facilmente cosa veramente
vogliono. Fanno un timido passetto per cercare di ottenerlo, e poi
restano invischiate nel modo in cui provano a farlo. Non si
accorgono che è il modo in cui hanno deciso di cercare di arrivarci
che non funziona. E se non funziona, vanno in terapia a cercare di
imparare a farlo meglio. Non si sono accorti che ciò che stanno
cercando di imparare darà loro esattamente ciò che non vogliono.
Quando succede qualcosa che non ci piace, si può sempre dire:
“È colpa tua; io ti distruggerò”. È un sistema che probabilmente nella
giungla funzionava benissimo.
Ma la coscienza si è nel frattempo evoluta così da poter dire: “Ho
un cervello.
Facciamo un passo indietro, tenendo presente la meta a cui
vogliamo arrivare, e proviamo ad arrivarci”.
Così, ogni volta che state male per qualcosa e vi sentite
incastrati... o particolarmente nel giusto... o assumete un
atteggiamento moralistico... spero che nella vostra testa si faccia
udire una vocina che dice: “Hai quel che ti meriti!”. E se avete la
sensazione di non poterci fare nulla, avete ragione... finché non vi
entrate nel cervello, e fate un passo indietro, e un altro, e un altro, in
modo da poter finalmente riprendere il cammino in avanti, per una
strada diversa.
5 - Andare allo scopo

Nel tentativo di capire perché la gente fa certe cose, il campo


della psicoterapia ha elaborato certi modelli che in seguito sono stati
dimostrati semplicemente inappropriati. Molti psicologi, tuttavia,
continuano a tenerseli stretti. C’è ancora gente che va alla ricerca di
un Es o di un Io, e ha altrettante probabilità di trovarli quante ne ha
chi va alla ricerca del Genitore, del Bambino e dell’Adulto. Son
convinto che molti psicologi da bambini abbiano visto troppi film
dell’orrore. “Dentro di te ci sono un Genitore, un Adulto e un
Bambino che ti costringono ad agire in un certo modo”.
Da un po’ l’idea che uno abbia bisogno di un esorcismo. Una
volta si diceva; “È il diavolo che me lo ha fatto fare”. Adesso invece
si dice: “Sono state le mie parti a farmelo fare”.
“Beh, dici questo soltanto perché è il tuo Genitore a parlare”.
“No, non è vero; in questo momento mio padre si trova nel New
Jersey!”.
L’analisi transazionale è un metodo che consiste nel separare i
comportamenti in tre parti; è un po’ come nei casi di personalità
multipla, solo che l’AT dovrebbe essere un modo per curare la gente.
Se uno è arrivato allo stadio avanzato, è indispensabile che abbia
nove parti, perché ciascuna delle tre parti iniziali ha a sua volta un
Genitore, un Adulto e un Bambino! A me l’AT non è mai piaciuta,
perché quello che si può divertire è soltanto il Bambino, mentre
soltanto all’Adulto spetta essere ragionevole. Ciascuno deve avere
le stesse parti, e di conseguenza non resta alcuno spazio per
l’individualità. L’AT crea anche una società segregata: il mio Adulto
non può parlare col tuo Bambino, ma solo col tuo Adulto. E perché
mai il mio Bambino non potrebbe parlare col tuo Genitore? Non mi
sembra giusto. Eppure, cari miei, si può convincere la gente che è
proprio così. Quanti di voi ci sono cascati? Qualcuno vi ha dato
questa spiegazione, e voi avete pensato: “Sì, certo”. Ma non è detto
che tutti quanti abbiano un Genitore, un Adulto e un Bambino che
passano il tempo a litigare.
A Tahiti non vi sarebbe facile trovare cose del genere. Per
imparare ad avere di questi problemi bisogna andare da uno
psicoterapeuta.
Quanti di voi hanno dentro di sé la voce di un ‘genitore severo’
che li sgrida e li costringe a fare certe cose? Se qualcuno vi
suggerisce che dentro di voi c’è una voce che vi critica in
continuazione, immaginate cosa può succedere? Potete
installarvene una. Una delle cose interessanti che potete fare è di
essere continuamente d’accordo con quella voce, finché non la fate
impazzire. Un’altra delle cose che potete fare è cambiarne la
collocazione. Guardate un po’ cosa succede se udite la stessa voce
venir fuori dal vostro alluce sinistro... Questo mutamento di
collocazione indubbiamente trasforma l’impatto di quella voce, non è
vero?
Tenete presente, però, che la vostra voce severa potrebbe anche
avere ragione.
Magari sarebbe meglio che ascoltaste cosa ha da dirvi, invece di
starci male e basta.
Mi piacerebbe farvi vedere cosa si può fare con una voce severa
che vi fa star male; chi ne ha una bella potente?
Fred: Io ne ho una, in continuazione.
Benissimo. La senti anche adesso?
Fred: Sì, mi sta rimproverando per aver preso la parola.
Perfetto. Chiedile se ti può dire cosa vuole per te di positivo, e
ascolta quel che ti dice. Questa voce cerca in qualche modo di
proteggerti? Vuole da te una maggiore competenza? Ci sono molte
possibilità.
Fred: Vuole che io abbia successo; mi critica quando mi metto in
mostra.
Benissimo, io parto dal presupposto che tu sia d'accordo con
questa sua intenzione.
Anche tu vuoi aver successo, vero?
Fred: Sì. Certo.
Chiedi alla voce se pensa di avere delle informazioni valide, che
ti sarebbe utile conoscere e capire.
Fred: Ha detto: “Certo”.
Dato che ha delle informazioni valide, chiedi alla voce se non
sarebbe disposta a cercare di cambiare il modo in cui si rivolge a te,
se questo per te significherebbe una maggiore facilità di ascoltare e
capire in modo da poter avere successo...
Fred: È scettica, ma è disposta a provare.
Bene. Adesso, Fred, voglio che tu pensi a dei modi per cui la
voce parebbe essere diversa, così che tu possa ascoltarla meglio.
Per esempio, se usasse un tono di voce diverso, più pacato e
amichevole, per te sarebbe più facile prestarle attenzione? Non ti
aiuterebbe se la voce ti fornisse utili istruzioni su ciò che ti conviene
fare volta per volta invece di criticare ciò che hai fatto in
precedenza?
Fred: Ho pensato a un paio di cose che potrebbe fare in modo
diverso.
Bene. Chiedi alla voce se non sarebbe disposta a provare, per
scoprire se parlandoti in modo diverso tu in effetti non saresti più
disponibile ad ascoltarla...
Fred: È disposta.
Dille di andare avanti, e di provare...
Fred: È straordinario. Lo sta facendo, e non è più un ‘genitore
severo’. Adesso è più un aiutante amichevole. Ascoltarla è un
piacere.
Certo. Chi è disposto ad ascoltare una voce che urla e critica?
Anche i genitori veri dovrebbero provare questa tecnica. Se usate
una tonalità gradevole, i bambini vi ascoltano. Può darsi che non
siano d’accordo con quel che dite, ma per lo meno lo ascolteranno.
Questa procedura è quella che noi chiamiamo ‘ristrutturazione’, e
che rappresenta la base di un insieme di capacità di negoziazione
utili non solo nella terapia familiare e negli affari, ma anche dentro il
vostro stesso cervello. Se volete saperne di più, leggete il libro La
ristrutturazione. Ciò che mi preme farvi capire adesso è che la voce
di Fred aveva dimenticato ciò che intendeva fare, finché io non
gliel’ho rammentato. Voleva motivarlo ad avere successo, ma ciò
che otteneva era di farlo star male.
Il movimento di liberazione della donna, pur avendo avuto un
impatto positivo, sotto molti aspetti ha fatto proprio questo. Lo scopo
iniziale consisteva nel motivare la gente a modificare il modo in cui
pensava alle donne e in cui esse venivano trattate.

Le donne hanno ricevuto un’educazione, e hanno imparato a


individuare i comportamenti che portavano a una discriminazione tra
i sessi. Ora, quando è qualcun altro a fare un’osservazione che
esprime una discriminazione a danno delle donne, siete voi a star
male! Non mi sembra un gran progresso che adesso chi si sente
‘liberato’ debba star male quando qualcun altro usa una parola che
esprime una discriminazione! Che razza di liberazione è? È
esattamente come quando, da bambini, qualcuno ci diceva ‘stupido’
o ‘brutto’, e noi capivamo che era l’ora di star male e mettersi a
piangere. Una volta si usavano parole che esprimevano una
discriminazione e nessuno ci faceva caso; ora, quando queste
parole vengono usate, è l’ora di starci male. Bella liberazione!
Adesso abbiamo una nuova serie di ragioni per star male. C’era un
periodo in cui andavo nei locali notturni alla ricerca di donne che
avrebbero reagito in questo modo. “Eccone una giusta. Sta’ a
vedere. Posso farla stare malissimo”. “Ehi, bambola”. “Arghhh!”.
Se non volete che gli altri usino un linguaggio sessualmente
discriminante, mi sembra più ragionevole fare in modo che siano loro
a star male quando lo fanno. È molto più divertente, e funziona molto
meglio... ed è anche molto più liberato.
Una cosa che mi piace molto fare è di non dar pace alle donne
quando si esprimono in termini sessualmente discriminanti.
Una donna magari dice: “Beh, le ragazze dell’ufficio...”.
“Quanti anni hanno?”.
“Come? Sono sulla trentina”.
“E le chiami ragazze? Sono delle donne, stronza sessista! Forse
che parlando di tuo marito lo chiameresti ragazzo?”.
Se agite in modo da far stare male chi si esprime in termini
sessualmente discriminanti, questo per lo meno introduce la
motivazione a cambiare nel posto giusto... cioè nella persona il cui
comportamento vorreste cambiare. Però assalire gli altri o criticarli
non è il sistema migliore per farli cambiare. Il sistema migliore
consiste nello scoprire come la persona motiva se stessa, e sfruttare
questo fatto.
Se fate tante domande strane, e se insistete, alla fine riuscirete
immancabilmente a scoprire com’è che l’altro fa quello che fa,
motivazione compresa. Molte persone si trovano in difficoltà per
‘mancanza di motivazione’, e un esempio di questo fatto consiste nel
non riuscire ad alzarsi dal letto la mattina. Se studiarne chi ha questo
problema, possiamo capire come si fa a non svegliarsi, cosa che
può essere d’aiuto a chi soffre d’insonnia. Qualsiasi cosa gli esseri
umani facciano può essere d’aiuto a qualcuno, da qualche parte,
qualche volta. Ma adesso cerchiamo di capire in che modo si può
svegliarsi rapidamente e senza fatica, senza bisogno di farmaci. Chi
di voi si sveglia regolarmente con facilità, la mattina?
Betty: Io mi alzo senza difficoltà.
Come fai ad alzarti?
Betty: Mi sveglio, tutto lì.
Ho bisogno di qualche altro dettaglio. Come fai a sapere di
essere sveglia? Qual è la prima cosa di cui ti rendi conto quando sei
sveglia? Di solito metti una sveglia, oppure ti svegli da sola?
Betty: Non uso sveglie. Mi accorgo che non sto dormendo, tutto
lì.
Come fai a capire di non stare dormendo? Cominci a parlare con
te stessa? Cominci a vedere qualcosa?
Betty: Mi parlo.
E cosa ti dici?
Betty: “Sono sveglia. Mi sto svegliando”.
E cosa ti ha permesso di sapere che potevi dirtelo? La voce che
dice: “Mi sto svegliando” ti sta notificando che c’è qualcosa di cui
accorgerti, e di conseguenza c’è qualcosa che deve aver preceduto
la voce. Questa voce commentava una certa sensazione, o
all’improvviso e arrivata la luce? Qualcosa è cambiato. Torna
indietro, e rammentatene, in modo da poter ripercorrere il processo
in sequenza.
Betty: Penso che fosse una sensazione.
Che tipo di sensazione? Calore? Pressione?...
Betty: Calore, sì.
Da più caldo a più freddo, o da più freddo a più caldo?
Betty: La sensazione di calore si è fatta più intensa. Ho sentito
che il corpo mi si riscaldava.
E non appena hai cominciato a renderti conto di questa
sensazione di calore, ti sei detta: “Mi sto svegliando”. E subito dopo,
che succede? Non hai ancora visto niente?
Niente immagini interne?
Betty: Mi sono detta: “Devo alzarmi”.
La voce è forte? Ci sono altri suoni, o c’è solo la voce? Ha un
qualche tono specifico?
Betty: È una voce molto calma, una voce tranquilla.
E il tono di questa voce dentro di te cambia via via che ti svegli?
Betty: Sì, accelera, e diventa più chiara, più distinta, più sveglia.
Questo è un esempio di quella che noi definiamo ‘strategia di
motivazione’. Non è venuto fuori tutto, ma questo ci basta a cogliere
l’elemento chiave che rende possibile farle fare una certa cosa. Betty
ha una voce interna dal tono calmo e sonnolento. Poi, dopo che
questa voce le ha detto: “Devo alzarmi”, comincia ad accelerare e a
cambiare di tono, facendosi più desta e sveglia.
Adesso voglio che tutti gli altri provino a fare la stessa cosa. Farlo
di persona è l’unico vero modo per scoprire come fanno gli altri a
fare certe cose. Non è necessario che vi diciate le stesse parole, ma
prendetevi qualche istante per chiudere gli occhi, sentire il vostro
corpo, e poi ascoltare una voce dentro la testa. Fate sì che questa
voce cominci a parlarvi in tono calmo e sonnolento... Adesso fatela
accelerare un pochino, fatela diventare più forte e più sveglia.
Osservate il cambiamento delle vostre sensazioni...
Questo ha influito sulle vostre sensazioni? Se non l’ha fatto,
controllatevi il polso.
Una voce interna eccitata è un ottimo sistema per svegliarsi ogni
volta che se ne ha bisogno. Se cominciate a parlarvi in modo da
addormentarvi in un’occasione in cui probabilmente sarebbe meglio
di no, per esempio sull’autostrada, potete imparare ad alzare il
volume e il tono, a parlare un po’ più in fretta di qualcosa di
eccitante, e questo vi sveglierà.
Molte persone che soffrono d’insonnia fanno esattamente questo.
Si parlano con una voce forte, acuta, eccitata, e questa voce li
sveglia… anche se si stanno parlando di quanto avrebbero bisogno
di dormire. L’insonne tende a essere estremamente sveglio e
motivato. In genere crede di non riuscire a dormire gran che, ma gli
studi in questo campo hanno dimostrato che in realtà dorme più o
meno quanto gli altri. La differenza è che trascorre un sacco di
tempo anche a cercare di addormentarsi, ma continua a tenersi
sveglio con quel tono di voce.
L’altro modo principale per soffrire d’insonnia consiste nel
guardare una serie di immagini luminose, lampeggianti. Una volta
chiesi a un paziente come facesse, e lui mi disse: “Beh, comincio a
pensare a tutte le cose a cui non dovrei pensare”. Quella sera andai
a casa e ci provai. “A cos’è che non sto pensando?”. Ben presto
furono le sei del mattino, e io pensai: “Ora so a cosa non sto
pensando... a dormire!”.
Adesso voglio che voi trasformiate la vostra voce interna in senso
inverso. Rendetela più bassa, profonda, lenta e sonnolenta, e notate
le sensazioni che ne derivano...
Una volta facendo questo ho quasi fatto addormentare un’intera
platea. Aprite gli occhi e accelerate di nuovo la voce, o dovrete
accontentarvi di un ascolto inconscio del resto del seminario. È
qualcosa che potrete insegnare a chi soffre d’insonnia, e allo stesso
tempo un processo che potete utilizzare personalmente quando ne
avete bisogno. Per esempio, ho imparato che in aereo la cosa
migliore che io possa fare è sprofondare nell’incoscienza. Tra
l’aeroporto della mia città e quello del capoluogo c’è un breve volo di
una ventina di minuti. Non appena mi siedo in quella poltroncina...
sst, sono partito.
Uomo: Quando capisci in che modo una persona motiva se
stessa, come fai a capire che sei arrivato all’inizio della sequenza?
Per esempio, Betty diceva che la voce che le parlava cominciava a
farsi più forte. Come fai a sapere che domande fare a questo punto?
Dipende dallo scopo delle domande. In realtà non c’è modo di
determinare in anticipo da dove precisamente si deve partire. Quello
che ci serve, però, è ottenere sufficienti dettagli, in modo da poter
ricreare la stessa esperienza. Se lo faccio anch’io, e funziona, allora
probabilmente le informazioni ottenute sono sufficienti.
L’unico modo per stabilirlo è l’ esperienza... vostra o altrui.
Una volta che ho capito la strategia di motivazione di una
persona, posso motivarla ad alzarsi fisicamente da una sedia, o a
fare qualsiasi altra cosa, facendole ripercorrere lo stesso processo.
“Senti la sedia, e di’ a te stessa: ‘Devo alzarmi’.
Cambia la tonalità e dillo di nuovo a voce più alta, più svelta, più
sveglia”. Quale che sia il processo che impiegate per alzarvi al
mattino, è probabile che usiate lo stesso processo per indurvi a
scendere di sotto per prendere un libro, o a fare qualsiasi altra cosa.
Ci si può motivare in moltissimi modi differenti. Anziché parlar
vene e basta, vorrei che voi faceste un po’ d’esperienza di ciò che
significa trovarli da soli. Dividetevi in coppie, scegliendo una persona
che non conscete, e chiedetele come fa ad alzarsi dal letto la
mattina. Tutti quelli che sono qui ci sono riusciti, per lo meno
stamattina; quelli che non ci sono riusciti non ce l’hanno fatta a
venire al seminario. Cominciate con questa semplice domanda:
“Come fai a alzarti la mattina?”. Il vostro compagno vi fornirà una
paio di affermazioni abbastanza generali riguardo a quello che fa, e
voi dovrete fare altre domande in modo da avere tutti i dettagli.
Quando pensate di avere sufficienti informazioni sull’intera
sequenza, provate a metterla in pratica in modo da vedere se
funziona anche per voi. Per esempio, il vostro compagno potrebbe
dire: “Vedo la luce entrare dalle finestre, e dico a me stesso: ‘alzati’,
e mi alzo”. Se provate anche voi... cioè vedete la luce entrare dalle
finestre e vi dite: ‘alzati’… non è affatto detto che riusciate ad alzarvi.
Quello che avete fatto non vi basta assolutamente. Perché la cosa
funzioni bisogna fare qualcos’altro. Queste cose si fanno
automaticamente e inconsciamente, e di conseguenza spesso
dovrete fare tutta una serie di domande in modo da avere tutti gli
elementi necessari.
Siccome questo non è un seminario sulle strategie, non pretendo
che si arrivi ai più minuti dettagli. Ma voglio che si arrivi agli elementi
fondamentali della sequenza, e che si individui l’elemento chiave, la
differenza che conta. Di solito si tratterà di un elemento che cambia
in modo determinante. Nel caso di Betty, ciò che la faceva
effettivamente alzare era un cambiamento nel tono di voce. Per
scoprirlo, dovete prestare una estrema attenzione ai dettagli. Se
qualcuno dice: “Creo un’immagine di me stesso che mi alzo”, dovete
chiedere ulteriori dettagli. “È un film? È una diapositiva? Ha dei
colori? È grande? Ti dici qualcosa? Che tono di voce usi?”.
Questi piccoli dettagli sono ciò che fa funzionare la sequenza.
Alcuni saranno molto più determinanti di altri, e voi potrete scoprirlo
cambiandoli uno alla volta, e osservando l’effetto. Adesso formate
delle coppie e provate; prendetevi un quarto d’ora circa per
ciascuno...

Be’, cosa avete scoperto? Come fa il vostro compagno a


motivarsi? Quali erano gli elementi chiave della sequenza?
Bill: II mio compagno prima sente la sveglia, e la guarda mentre
ferma la suoneria.
Quindi si rimette disteso, e si gode la sensazione di essere a letto
al calduccio. Una voce interna gli dice: “Se resti cosi, ti
riaddormenterai e farai tardi”. Lui allora si crea l’immagine di una
volta che è arrivato tardi al lavoro, e sta male. Quindi la voce gli dice:
“La prossima volta sarà peggio”, e lui si crea un’immagine più
grande di quel che gli succederebbe se facesse di nuovo tardi, e sta
peggio. La sequenza sembra che sia: ‘voce, immagine, star male’.
Quando sta abbastanza male, si alza.
Questa è quella che noi chiamiamo ‘la solita routine dell’ansia’. Si
continuano a generare sentimenti spiacevoli, finché non si è motivati
a evitarli. Rollo May ne sa qualcosa. Ha perfino scritto un grosso
libro sull’argomento, che può essere riassunto in una frase: “L'ansia
è stata tino a ora fraintesa; l’ansia è un bene, perché ci spinge a fare
certe cose”. Se la vostra strategia di motivazione si basa sull’ansia,
questo è assolutamente vero. Ma non è detto che tutti abbiano
questo genere di motivazione.
Nel caso di certe persone, l’ansia impedisce loro di fare certe
cose. Pensano a fare qualcosa d’interessante, quindi si creano
un’immagine di come la cosa potrebbe andar male, e alla fine
vengono presi dall’ansia e restano a casa.
Suzi: Io faccio qualcosa di molto simile a quella che fa il
compagno di Bill. Mi dico che posso restarmene a letto per qualche
minuto, e lo faccio. Ma col passare del tempo, l’immagine di essere
in ritardo si fa più grande, più vicina e più luminosa. È sempre la
stessa immagine, ma quando è abbastanza grande devo alzarmi dal
letto, in modo da non stare più male.
Tendi a rimandare anche in altre cose? (Sì). Quanti di voi si sono
messi a preparare una relazione di fine corso all’ultimo momento?
Più aspettavate, più eravate motivati.
Il compagno di Bill ha un generatore interno d’ansia. Quello di
Suzi funziona a tempo. Sono molto simili in quanto usano come
forza motivante delle sensazioni spiacevoli. Qualcuno di voi ha
trovato un esempio di motivazione che utilizzasse sensazioni
piacevoli... anche per affrontare un compito sgradevole?
Frank: Sì, Marge si immaginava tutte le cose che avrebbe fatto
durante la giornata, e all’idea di farle stava bene. Diceva che quelle
immagini piacevoli ‘la tiravano fuori dal letto’.
E se quel giorno avesse da fare soltanto cose spiacevoli? Glielo
hai chiesto?
Frank: Sì, gliel’ho chiesto. Mi ha detto che si crea delle immagini
di queste cose come se fossero già state fatte, e che allora sta
benissimo perché sono state fatte.
Anche questa sensazione piacevole la tira fuori dal letto. A me
sembrava una cosa impossibile. Non riesco a capire come possa
funzionare, e volevo chiederlo a te.
Dov’è Marge?... Marge, quand’è che presenti la dichiarazione dei
redditi?
Marge: Di solito l’ho già presentata a metà gennaio. È
meraviglioso averlo già fatto, in modo da poter fare altre cose.
Beh, nel suo caso indubbiamente sembra che funzioni. A
nessuno piace fare la dichiarazione dei redditi, ma alla maggior parte
delle perone piace averla fatta. Il trucco sta nell’essere capaci di
accedere in anticipo alla sensazione gradevole di averla fatta, in
modo da mettersi in moto. La motivazione di Marge utilizza
sensazioni piacevoli al posto di sensazioni spiacevoli. È meno
frequente, e molto strano per Frank, che fa l’opposto.
Tanta gente è bravissima a motivarsi a fare cose piacevoli. Non
fa altro che crearsi un’immagine in cui fa la cosa piacevole, ed è
talmente attirata dall’immagine che comincia a fare la cosa in
questione. Questo procedimento tuttavia non funziona per cose che
si vorrebbe avere già fatto, mentre farle non ci piace. Se non vi piace
fare la dichiarazione dei redditi, e vi create un’immagine in cui la
fate, proverete repulsione.
Questo non è affatto motivarsi. Se volete motivarvi
positivamente, dovete pensare a ciò che veramente è attraente in
una certa incombenza. Se l’incombenza in sé non vi piace, ciò che è
attraente è averla già fatta.
In realtà c’è un altro elemento che deve essere presente perché
la strategia di motivazione di Marge possa funzionare. A quanti di voi
è capitato di pensare quanto sarebbe stato bello avere già fatto una
certa cosa, e poi una volta che vi accingete a farla vi trovate
‘scarichi’?
Marge, quando cominci a fare la dichiarazione dei redditi, cos’è a
farti andare avanti?
Marge: Penso costantemente a quanto sarà bello averla finita.
Questo è un elemento importante, ma scommetto che c’è
qualcos’altro.
Marge: Beh, ogni volta che scrivo una cifra o completo una
casella del modulo, sono contenta di avere fatto quel passetto. È
come un assaggino del piacere di avere finito tutto.
Benissimo. Sono questi due elementi a farti andare avanti, e il
secondo sarà più efficace del primo. Se si pensa semplicemente ad
avere già finito tutto, e il compito richiede un certo tempo per essere
svolto, può sembrarvi una meta irraggiungibile.
Ma quella piacevole sensazione di successo che provi ogni volta
che hai completato una piccola parte del compito ti sosterrà anche
se il compito è lungo e noioso.
Marge: È interessante. Questo spiega molte cose della mia vita.
Spesso mi chiamano ‘Poliyanna’5, perché penso sempre quanto
sarà bello quando determinate cose spiacevoli saranno passate.
Riesco sempre a fare un sacco di cose, ma ho difficoltà a far
svolgere agli altri incombenze sgradevoli. Quando dico loro quanto
sarà bello averle terminate, di solito restano perplessi.
Esatto. Non riescono a capire. Non è cosi che loro si motivano.
Frank: Sembrerebbe che tu stessi dicendo che una persona può
essere fortemente ed efficacemente motivata senza mai provare
sensazioni sgradevoli. C’è qualche speranza per noialtri, che
carburiamo ad ansia?
Certo. Come tutto quel che fanno gli esseri umani, anche le
strategie di motivazione sono frutto dell’apprendimento, e se ne
possono sempre imparare di nuove. Sarebbe abbastanza facile
insegnarti a usare la strategia di Marge. Ma bisogna stare attenti
quando si provoca un cambiamento così profondo nella vita di una
persona.
C’è chi prende decisioni sbagliatissime, ma siccome non è molto
motivato non si caccia in guai troppo grossi. Se gli si insegna una
strategia di motivazione veramente efficace, metterà effettivamente
in atto tutte queste decisioni sbagliate, e farà una quantità di cose
stupide, fuori luogo e magari dannose. Così, prima di insegnare a
qualcuno una strategia di motivazione nuova ed efficace, mi accerto
che la persona disponga già di un modo efficace di prendere
decisioni. Se non ne dispone, gli insegno una nuova strategia di
decisione prima di insegnargli la nuova strategia di motivazione.
Esistono moltissime varianti nel modo in cui le persone si
motivano, ma abbiamo già visto alcuni esempi dei due schemi
principali. Per lo più, le persone si motivano pensando a quanto
staranno male se non faranno una certa cosa, e poi allontanandosi
da quella sensazione sgradevole. Gli psicologi che studiano i topi lo
chiamano ‘condizionamento avversivo’. Alcuni fanno l’opposto, come
nel caso di Marge.
Marge usa certe sensazioni piacevoli per muoversi verso ciò che
lei vuole far succedere, invece di allontanarsi da ciò che non vuole
far succedere... e il rinforzo lo trova via via che va avanti.
Chi usa una strategia di motivazione come quella di Marge, in
realtà vive in un mondo completamente diverso da quello della
maggior parte delle persone... un mondo senza molta di quell’ansia,
di quella sgradevolezza e di quella tensione che affliggono tanta
gente.
Molti utilizzano una combinazione delle due cose. Può darsi per
esempio che pensino prima a quello che succederebbe se non
facessero una certa cosa, e poi pensino a quanto sarà bello quando
avranno fatto quel che devono fare.
Tutte le strategie di motivazione funzionano, e non si può rifiutare
a priori qualcosa che funziona. Alcune di esse, tuttavia, sono molto
più rapide e tenaci di altre, e molto più piacevoli.
Gran parte dei problemi che portano la gente in terapia, o in
prigione, hanno a che fare con la motivazione. O la persona non è
motivata a tare cose che vorrebbe fare, o che altri vorrebbero che
facesse, oppure è motivata a far cose che non vorrebbe fare, o che
altri non vorrebbero che facesse. Oggi abbiamo fatto questo:
abbiamo molto sommariamente esplorato alcuni aspetti del
meccanismo della motivazione, in modo da poter avere un certo
controllo riguardo a ciò che siamo motivati a fare. Quello che
abbiamo fatto qui è solo l’inizio di ciò che si può fare con la
motivazione, ma vi offre uno spazio dal quale voi potrete partire per
vostre personali esplorazioni.
6 - Capire la confusione

Molta gente si trova in difficoltà perché è confusa riguardo a


qualcosa. Vorrei mostrarvi come si possa prendere la confusione e
trasformarla in comprensione. Ho bisogno di qualcuno con cui
giocare, in modo da dimostrare praticamente come si fa.
Dopo avervelo dimostrato, vi chiederò di dividervi in coppie e di
farlo uno con l’altro; quindi state attenti.
Bill: Mi piacerebbe provare.
Prima di tutto pensa a qualcosa che ti lascia confuso, e che ti
piacerebbe capire.
Bill: Ci sono tante cose che non capisco...
Aspetta. Voglio che tu ascolti attentamente cosa ti ho chiesto di
fare. Non ti ho chiesto di pensare a qualcosa che non capisci; ti ho
chiesto di pensare a qualcosa che ti lascia confuso. La ‘confusione’
e il ‘non capire’ sono due cose molto diverse. Sono tante le cose che
non capisci perché non ne sai nulla. È probabile che tu non capisca
nulla di chirurgia a cuore aperto, o di come si fa a progettare una
bomba atomica. Ma queste cose non ti lasciano confuso;
semplicemente, non possiedi le informazioni che ti servirebbero per
saperle fare.
La confusione, tuttavia, è sempre un’indicazione che sei sulla via
della comprensione.
La confusione presuppone che tu disponga di tanti dati, ma
questi non siano ancora organizzati in modo da permetterti di capirli.
Voglio perciò che tu pensi a qualcosa che ti lascia confuso; qualcosa
di cui hai avuto ampie esperienze, ma che ti sembra ancora
incomprensibile...
Bill: Bene. Sto pensando a...
Aspetta. Non devi dirmi il contenuto di ciò a cui stai pensando.
Uno ha bisogno del contenuto solo se è un ficcanaso. Io sono un
matematico: mi interessa solo la forma.
Oltre a ciò, per gli altri è troppo facile perdersi nel contenuto.
Voglio invece che apprendano il procedimento di cui sto dando
dimostrazione.
Hai pensato a qualcosa che ti lascia confuso. Adesso voglio che
tu pensi a qualcosa di analogo, ma che invece capisci. Quando dico
‘analogo’, voglio dire che se la tua confusione riguarda il
comportamento di una persona, anche la tua ‘comprensione’ deve
riguardare il comportamento di una persona. Se la tua confusione
riguarda il funzionamento del motore di un’automobile, fai in modo
che la comprensione riguardi qualcosa di meccanico, per esempio il
funzionamento del tuo tostapane.
Bill: Ho pensato a qualcosa che capisco.
Adesso disponiamo di due esperienze interne; una di queste la
chiamiamo ‘comprensione’ e l’altra ‘confusione’. In tutte e due ci
sono delle immagini?
Bill: Sì.
Ciò che mi interessa sono le differenze tra le due immagini. In
che modo sono diverse? Per esempio, una potrebbe essere un film,
e l’altra una diapositiva. Oppure una potrebbe essere in bianco e
nero, e l’altra a colori. Voglio che tu ti entri dentro ed esamini queste
due esperienze, e poi mi dica in che modo sono diverse...
Bill: La confusione è una diapositiva, ed è piccola. La
comprensione è un film, ed è grande.
Ci sono anche altre differenze? Se l’immagine della confusione è
più piccola, probabilmente è anche più lontana.
Bill: Sì, è più lontana.
C’è anche una colonna sonora?
Bill: Sì, la comprensione ha una voce che mi spiega quel che
vedo. La confusione è silenziosa.
Come fai a sapere che una cosa ti lascia confuso, mentre l’altra
la capisci?
Bill: Quando guardo le due immagini, provo sensazioni diverse.
Bene: Come fanno le tue sensazioni a sapere che devono essere
proprio quelle quando guardi le due immagini?
Bill: Immagino perché gliel’ho insegnato.
Voglio che tutti quanti notino un fatto. Io ho fatto una domanda
del tipo: “Come?”, chiedendo informazioni su un processo, mentre lui
ha risposto a una domanda del genere: “Perché?”. Quando la
risposta comincia con un ‘perché’, si sta sempre rispondendo a un
altro ‘perché’. Tutto quel che si ottiene con un ‘perché’ non è altro
che un sacco di chiacchiere più o meno teoriche sulla propria storia
individuale.
Personalmente ho una teoria sola: che la vera ragione per cui la
gente incontra tanti problemi a far funzionare il proprio cervello è che
la Terra è inclinata sul proprio asse. Così in realtà ciascuno ha il
cervello di qualcun altro, ed è una situazione pazzesca. Le mie
teorie non si spingono oltre.
Proviamo ancora. Bill, come fai a sapere che devi provare
sensazioni diverse guardando le due immagini?...
Bill: Non lo so.
Mi piace, come risposta.
Bill: Dopo averci pensato, ho deciso che non lo sapevo.
Qualche volta succede. Fa’ finta di saperlo. Parla. La cosa
peggiore che ti può capitare è di sbagliarti. Anni fa, mi sono reso
conto di essermi sbagliato tante di quelle volte che non mi restava
altro da fare che tirare diritto e sbagliarmi in modo più interessante.
Bill: Quando guardo l’immagine della comprensione, riesco a
capire come funzionano le cose. Questo mi da una sensazione di
tranquillità e di rilassamento.
Quando guardo l’altra immagine, non riesco a vedere cosa sta
per succedere; mi sento un po’ teso.
Indubbiamente sembrano due esperienze molto diverse.
Qualcuno di voi ha delle domande riguardo a quello che ho fatto
finora?
Uomo: A vederti, sembrava tutto così facile. Come fai a sapere
quali domande fare?
Tutto ciò che ho bisogno di sapere è: “In cosa sono diverse le
due esperienze?”. Le risposte mi danno specifiche differenze
nell’esperienza visiva, auditiva e cenestesica della persona. Le mie
domande sono spesso rivolte a ciò di cui la persona non si accorge,
e sono sempre dirette ad aiutare quella persona a fare delle
distinzioni che prima non faceva. Per esempio, quando ho chiesto a
Bill se era una diapositiva o un film, rispondere gli è stato facile. Ma
probabilmente prima d’allora non si era mai nemmeno accorto della
differenza, perché nessuno gliel’aveva mai chiesto.
Donna: Le tue domande seguono un ordine preciso? Gli hai
chiesto se era una diapositiva o un film prima di chiedergli se era a
colori o in bianco e nero.
È abbastanza utile fare prima domande sulle cose, e poi
domande sulle proprietà; sarà meno facile sbagliare bersaglio. Se
chiedi: “Si muove in fretta o lentamente?”, e poi vien fuori che si
trattava di una diapositiva, questo può in qualche misura confondere
la persona con cui state lavorando. Prima di tutto individuate gli
elementi fondamentali, e poi potrete andare alla ricerca di eventuali
distinzioni più sottili.
Le domande che si possono fare sono anche funzione della
propria familiarità con certi fenomeni. Non è la prima volta che
esploro la confusione e la comprensione, e di conseguenza so già
che genere di differenze è probabile trovare. Quando si impara
qualcosa di nuovo, è sempre così. La prima volta si va un po’ a
tentoni. In seguito, quando ci si è familiarizzati con quel che si sta
facendo, si diventa più essenziali e sistematici. Potreste anche
stendere una lunga lista di tutte le possibilità, e prenderle in esame
una per una. Ma è più semplice se prima si mettono in evidenza
alcune delle distinzioni principali, e poi si chiede: “In che modo le
due cose sono diverse?”.
Adesso passiamo alla parte più interessante. Bill, voglio che tu
renda la ‘confusione’ e la trasformi in modo da farla diventare uguale
alla ‘comprensione’. Non voglio che tu cambi il contenuto. Voglio
solo che tu cambi il procedimento che usi per rappresentare il
medesimo contenuto. Prima di tutto voglio che tu prenda la
diapositiva e la trasformi in un film...
Bill: Non mi sembra di riuscirci.
Fallo in questo modo. Prima di tutto, crea una serie di diapositive
che rappresentino momenti diversi. Quando ne hai abbastanza,
guardale in rapida successione. Accelera un po’, ed ecco il film. Un
film è solo una sequenza di immagini fisse viste in rapida
successione.
Bill: Va bene. Adesso ho il film.
Bene. Adesso aggiungi una colonna sonora con una voce
narrante che descrive il film... (Bill annuisce).
Adesso ingrandisci il film e avvicinalo, finché non è grande come
l’immagine della comprensione, e alla stessa distanza... Cosa
succede se lo fai? Lo capisci, adesso?
Bill: Sì. Adesso riesco a vedere cosa succede. Mi sento molto più
a mio agio. Provo le stesse sensazioni nei confronti delle due
immagini.
È senz’altro plausibile che se uno ha un film di grandi dimensioni
accompagnato da una colonna sonora con una voce narrante, è più
facile capire la cosa in questione di quando si dispone soltanto di
un’immagine fissa, lontana, di piccole dimensioni. Le informazioni
sono molte di più, e sono organizzate in modo da poterle capire.
Questo è il modo in cui Bill impara spontaneamente a capire le cose.
Donna: Non è che per eliminare la confusione si debba avere
una quantità maggiore di informazioni?
Qualche volta è così. Ma spesso la persona in realtà già dispone
delle informazioni necessarie; solo che non vi accede in modo da
permettere la comprensione. Non è che ti manchi qualcosa;
semplicemente, ciò che hai è male organizzato. Tutti voi sapete
molto di più di quello che credete di sapere. Di solito a creare
confusione non è la scarsità di informazioni, ma l’eccessiva
abbondanza. Spesso la confusione è un enorme collage di dati, o un
gran numero di immagini che si susseguono rapidamente. Nella
maggior parte dei casi, invece, l’immagine della comprensione è
bene organizzata e molto economica. È come una equazione
matematica ben congegnata, o una bella poesia. Essa distilla un
gran numero di dati in una rappresentazione estremamente
semplice. Quel che ho fatto con Bill gli ha reso semplicemente
possibile raccogliere certi dati di cui già disponeva, in modo da
poterli capire. Esser capaci di usare la mente significa di essere in
grado di accedere ai dati che già si possiedono, di organizzarli e di
utilizzarli.
Tutti voi, credo, hanno visto cosa succede quando in un
caminetto il fuoco si spegne.
Se si risistemano un po’ i ceppi, il fuoco riprende vita. Non avete
aggiunto nulla.
L’unica cosa che avete cambiato è stata la disposizione, ma la
differenza è stata enorme.
Se pensate di aver bisogno di nuove informazioni, probabilmente
farete un sacco di domande. Se le risposte contengono
semplicemente dati grezzi, questi non vi saranno di grande aiuto, e
dovrete continuare a far domande. Ma se le risposte vi aiutano a
organizzare i dati che già avete, esse possono aiutarvi a capire.
Questo viene spesso chiamato ‘apprendimento passivo’: è quel tipo
di persona che ti chiede sempre di imboccarla. Altri riescono a
incamerare grandi quantità di dati e a organizzarli senza aiuti
determinanti dall’esterno. Questo viene spesso chiamato
‘apprendimento attivo’.
Adesso, Bill, voglio che tu provi a fare l’opposto. Prendi ciò che
all’inizio capivi, e rendi l’immagine più piccola, più lontana, immobile,
e poi cancella la colonna sonora...
Bill: Adesso sono teso e confuso.
Così adesso potremmo prendere tutto ciò di cui tu sei sicuro, e
confonderti nel modo più totale. Voi ridete; non vi rendete conto di
quanto ciò possa essere utile? Non conoscete nessuno che sia
sicuro di capire determinate cose, mentre in realtà non le capisce
affatto?... e questa falsa sicurezza lo mette spesso in difficoltà? Una
buona dose di confusione potrebbe motivarlo ad ascoltare gli altri, e
a raccogliere informazioni che potrebbero essergli utilissime. La
confusione e la comprensione sono esperienze interne. Non hanno
necessariamente a che fare col mondo esterno.
Anzi, se vi guardate intorno, di solito non c’è un gran rapporto.
Perché Bill possa vivere l’esperienza che lui chiama
‘comprensione’, deve seguire un processo in cui le informazioni da
lui possedute vengono rappresentate da un film di grandi dimensioni
con colonna sonora. Qualche volta ciò succede per caso, mentre
altre volte può darsi che sia qualcun altro a indurlo. Ora che Bill sa
come funziona, tuttavia, può deliberatamente avviare lo stesso
processo ogni volta che qualcosa lo lascia confuso. Se non dispone
di dati sufficienti, può darsi che non arrivi a una comprensione
completa; il suo film può avere delle lacune, oppure ogni tanto la
colonna sonora può diminuire di volume fino a sparire. Ma per lui
sarà la migliore rappresentazione possibile di ciò che sa. Quelle
lacune del film indicheranno esattamente dov’è che gli mancano
delle informazioni. E ogni volta che è stufo di qualcosa che capisce
già fin troppo bene, può contendersi come preludio al
raggiungimento di una comprensione nuova e diversa.
Adesso voglio che tutti voi facciate, a turno, ciò che ho fatto con
Bill. Mettetevi in coppia con qualcuno che non conoscete, perché in
questo modo vi sarà più facile.
1) Chiedete al vostro compagno di pensare: a) a qualcosa che lo
fascia confuso, e b) a qualcosa di analogo che invece capisce. Il
vostro compagno non deve dirvi nulla riguardo al contenuto.
2) Chiedete: “In che modo le due esperienze sono diverse?”. Non
vi serve sapere in che modo siano analoghe, ma soltanto in che
modo siano diverse una dall’altra.
3) Quando siete venuti a sapere almeno due differenze, chiedete
al vostro compagno di trasformare la confusione in modo da farla
diventare uguale alla comprensione.
4) Verificate quel che avete fatto chiedendo al compagno se ora
capisce ciò che prima lo confondeva. Se capisce, avete finito. Se
non capisce, tornate al punto 2) e trovate qualche altra differenza.
Continuate finché non ha capito, o finché non ha identificato la
specifica mancanza di informazioni che gli impedisce di capire bene.
Tenete presente che nessuno può mai capire nulla totalmente. Va
bene così. Questo rende la vita interessante. Dovreste starci su circa
un quarto d’ora per uno...

Nella maggior parte dei casi vi sarete accorti che il vostro


compagno dentro di sé fa qualcosa di diverso da voi, relativamente
alle parole ‘comprensione’ e ‘confusione’.
Prima di tutto sentiamo qualcuna delle differenze che avete
scoperto, e poi occupiamoci delle domande.
Uomo: La mia confusione è come un televisore quando il
comando dell’aggiustamento verticale è regolato male. Le immagini
continuano a susseguirsi così in fretta che non riesco a vederle.
Quando l’ho rallentata e l’ho aggiustata, tutto è diventato
comprensibile. Ma per la mia compagna, la confusione era un
panorama visto da vicino. Succedevano tante cose e tutte così
vicino a lei che non riusciva ad averne una visione unitaria. Per
capirle, ha dovuto rallentare e poi indietreggiare fisicamente e
vederle da una certa distanza.
Uomo: II mio compagno è uno scienziato. Quando è confuso,
vede un film di cose che succedono... quelli che lui chiama ‘dati
grezzi’. Quando comincia a capire, vede sovrapporsi al film dei
piccoli diagrammi. Questi diagrammi lo aiutano a condensare gli
eventi, e gli spezzoni del film si fanno sempre più brevi, finché non
arriva a quella che lui chiama “immagine fissa in movimento”. È
un’immagine fissa con un diagramma sovraimpresso che indica tutti i
diversi modi in cui l’immagine fissa può trasformarsi in un film. È
come se l’immagine si contorcesse un pochino. È un sistema molto
economico.
Eccezionale. Queste cose risultano comprensibili per tutti? Ne
abbiamo già una notevole varietà.
Donna: Quando capisco veramente qualcosa, ho cinque diverse
immagini ben chiare in una volta, come un televisore a schermo
diviso. Quando sono confusa, ho una sola immagine, e indistinta. La
mia compagna, invece, quando capisce qualcosa, lo vede sempre
qui, alla sua destra. Le cose che la lasciano confusa sono al centro,
e le cose di cui non sa nulla sono qui, alla sua sinistra.
Alan: La mia compagna ha fatto qualcosa che secondo me era
molto strano. La sua confusione era estremamente focalizzata e
specifica, e la sua comprensione era un film indistinto, luminoso,
sfocato. Rendendo indistinta la confusione, aveva la sensazione di
capire. Le ho detto: “Gira la manopola, regola l’obiettivo in modo da
mandarlo fuori fuoco”.
Si può fare anche in questo modo, ma non c’è bisogno di andare
sul metaforico. La gente in realtà non ha manopole; potete
semplicemente dirgli di farlo. Così, quando rendeva indistinta
l’immagine, lei capiva. Spero che non faccia il cardiochirurgo! È una
delle maniere più strane di farlo che mi sia mai capitato di sentire. Se
sfochi l’immagine, allora capisci! Indubbiamente è un caso molto
diverso dagli altri che abbiamo sentito finora. Anche a lei sembrava
strano?
Alan: Sì. Non potrebbe darsi che in questo modo lei deleghi la
cosa a un qualche processo inconscio di livello inferiore di cui si
fida?
No, non accetto spiegazioni come questa. Tutti questi
procedimenti sono inconsci, finché non si fanno delle domande
dirette a renderli coscienti. Ci sono molte cose che non facciamo
intuitivamente, ma questa è differente. Ovviamente potrebbe darsi
che tu non abbia colto qualcosa di importante. Ma presupponendo
che la tua descrizione sia corretta, la sua comprensione non può
essere legata a un fare qualcosa. Per fare qualcosa, bisogna avere
dei dettagli specifici. È per questo che ho detto quella battuta, che
speravo che non facesse il cardiochirurgo. Col suo modo di capire le
cose, i suoi pazienti non avrebbero grandi speranze di
sopravvivenza.
Una comprensione indistinta e luminosa, però, può senz’altro
funzionare in certe occasioni. Per esempio, si tratta certamente di
una persona che alle feste avrà sempre un successone. Si
dimostrerà sempre estremamente aperta nei confronti degli altri,
perché tutto quel che deve fare per avere la sensazione di capire
quel che l’altro dice consiste nel mandare l’immagine fuori fuoco.
Non ci vogliono molte informazioni per fare un film luminoso e
indistinto. Lei lo può fare immediatamente, e poi godersi un sacco di
sensazioni guardando quel film pieno di luce.
Immaginate cosa succederebbe se questa persona sposasse un
uomo che per capire avesse bisogno di immagini cristalline. Lui
direbbe, per esempio: “Cerchiamo di mettere a fuoco le cose”, e
questo la getterebbe nella confusione. E quando fosse lei a
descrivere le cose che capisce, per lui non sarebbero affatto chiare.
Se lui si lamentasse che tutto quel che lei dice è confuso, lei
sorriderebbe e ne sarebbe perfettamente soddisfatta, ma per lui
sarebbe una frustrazione.
Il suo genere di comprensione è del tipo di cui parlavo prima, che
non ha molto a che fare col mondo esterno. L’aiuta a star meglio, ma
non le sarà di grande aiuto per affrontare i problemi reali. Le sarebbe
allora utilissimo avere un altro modo di capire... un modo più preciso
e specifico.
Nell’ultimo seminario che ho tenuto, c’era un tale che aveva un
tipo di ‘comprensione’ che non gli serviva a molto. Così provò a
seguire il processo di comprensione seguito dal suo compagno. Far
questo gli diede un modo completamente nuovo di capire che gli
spalancò le porte di un intero mondo fino allora sconosciuto.
Quello di cui vorrei che tutti quanti vi rendeste conto è che tutti
voi vi trovate nella stessa posizione di quell’uomo, e della donna che
sfoca le immagini. Per quanto il vostro processo di comprensione vi
sembri valido, ci saranno sempre momenti e luoghi in cui un altro
processo farebbe molto di più al caso vostro. Prima, qualcuno ci ha
esposto il processo seguito da uno scienziato... piccole immagini
essenziali, con dei diagrammi. Questo sistema funzionerà
meravigliosamente bene per il mondo della fisica, ma avanzerei
l’ipotesi che questa persona abbia delle difficoltà a capire la gente...
è un problema assai frequente tra gli scienziati. (Uomo: Sì, è vero).
Le persone sono un po’ troppo complicate per capirle con dei
diagrammini. Nel caso delle persone, qualche altro modo di capire
funzionerà senz’altro meglio. Più modi di capire si hanno a
disposizione, più saranno le possibilità che vi si schiudono dinanzi, e
più le vostre capacità si espanderanno.
Vorrei che tutti quanti provaste l’esperienza di seguire il processo
di comprensione di un altro. Mettetevi a coppie, scegliendo qualcuno
con cui avete già lavorato. Già sapete qualcosa della confusione e
della comprensione di questa persona, come delle vostre. Però
avrete senz’altro bisogno di raccogliere qualche altra informazione.
Avete già individuato ed elencato le differenze tra la confusione e
la comprensione, sia le vostre che quelle del compagno. Non avete
però ancora elencato tutte le differenze tra la vostra comprensione e
la confusione del vostro compagno. Già ne sapete parecchio, ma
probabilmente avete trascurato alcuni elementi che erano gli stessi
anche in ciò che avete confrontato in precedenza.
Dopo aver raccolto tutte le informazioni possibili sulla differenza
tra la vostra comprensione e la confusione del vostro compagno,
scegliete un qualsiasi contenuto che voi capite, e prima di tutto
trasformatelo nella confusione del vostro compagno.
Quindi apportate tutti i cambiamenti necessari a trasformarlo
nella sua comprensione il vostro compagno potrà darvi delle
indicazioni agendo da consulente, consigliandovi e rispondendo a
eventuali domande. Dopo aver provato il suo modo di comprendere,
confrontate la vostra esperienza con quella del compagno, per
vedere se sono uguali. Può darsi che al primo tentativo trascuriate
qualcosa, e che dobbiate ricominciare da capo. Lo scopo consiste
nello sperimentare il modo di capire di qualcun altro. Dopo averlo
provato, potete decidere che non vi sembra niente di speciale, e può
darsi che non vi venga fatto di usarlo molto spesso. Ma non siatene
troppo sicuri: può funzionare meravigliosamente bene in cose che
adesso vi mettono in difficoltà. Come minimo, vi aiuterà a capire
certe persone che usano questo processo. Prendetevi una ventina di
minuti a testa...

Avete trovato la cosa abbastanza interessante? Cosa avete


provato quando avete adottato il modo di capire dell’altro?
Uomo: II mio modo di capire è estremamente dettagliato, e di
conseguenza mi è molto facile capire le cose meccaniche. La
comprensione della mia compagna era molto più astratta; quando
capisce qualcosa vede degli arcobaleni indistinti. In realtà, penso
che personalmente non la definirei tanto ‘comprensione’, quanto
sentire cosa quelle cose significassero e esser capace di reagire
facilmente a quegli stimoli. I colori erano splendidi, e io sentivo una
specie di calore e di eccitazione continua.
Erano indubbiamente due esperienze diverse!
Donna: Quando capisco qualcosa, vedo semplicemente un film
dettagliato di quell’evento, mentre succede. Il mio compagno quando
capisce qualcosa vede due immagini bordate che si sovrappongono.
L’immagine più vicina è una immagine associata dell’evento, mentre
la seconda è un’immagine dissociata dello stesso evento. Quando le
due immagini corrispondono, ha la sensazione di avere capito. Il mio
compagno fa l’attore, e mi sono resa conto di quanto questo possa
essergli utile.
Quando recita una parte è associato, ma allo stesso tempo
dispone dell’altra immagine, quella dissociata, che gli mostra la
scena così come la vede il pubblico.
Quando ho assunto il suo modo di capire, ho avuto molte più
informazioni sul modo in cui gli altri mi vedono. Questo mi è stato di
grande aiuto, perché di solito mi scaravento nelle situazioni senza
pensare a come gli altri possono vedermi.
Mi sembra indubbiamente utile. Assumere il modo di capire di
qualcun altro è il miglior modo che esista per entrare nel mondo
quella persona. Quanti di voi avevano già più o meno lo stesso tipo
di comprensione del compagno?... Circa otto su sessanta. Qui avete
semplicemente preso qualcuno a caso. Ma la cosa è ancora più
affascinante se si scelgono persone di successo. Io sono un
pragmatista; mi piace sapere come agiscono le persone eccezionali.
Un uomo d’affari dell’Oregon che riscuoteva grandi successi, quando
voleva capire un certo progetto faceva quanto segue: partiva da una
diapositiva, e l’ingrandiva finché non diventava una panoramica
completa, e lui c’era dentro. Quindi la trasformava in un film. Se in
qualche momento aveva difficoltà a vedere dove quel film lo
portasse, indietreggiava un pochino e vedeva se stesso dal di fuori.
Non appena il film ripartiva, lui ci rientrava dentro. Ecco un esempio
di comprensione molto pratica, intimamente legata al fatto di fare
effettivamente qualcosa. Per lui, capire qualcosa e essere capace di
farlo erano due cose inestricabilmente legate.
Capire è un processo vitale per la sopravvivenza e
l’apprendimento. Se in qualche modo non riusciste a dare un senso
alla vostra esperienza, vi trovereste in guai grossi.
Ciascuno di noi ha circa un chilo e mezzo di materia grigia che
usa per cercare di capire il mondo. Quel chilo e mezzo di sostanza
gelatinosa può fare delle cose veramente straordinarie, ma non ha
modo di capire niente in modo veramente completo. Quando
pensate di capire qualcosa, questa è sempre una definizione di ciò
che non sapete. Karl Popper l’ha detto bene: “La conoscenza è una
raffinata dichiarazione di ignoranza”. Esistono diversi tipi di
comprensione, e alcuni sono molto più utili di altri.
Un primo tipo di comprensione vi permette di giustificare quello
che fate, e vi fornisce delle ragioni per non riuscire a fare niente di
diverso. “Le cose stanno così perché... ed è per questo che non si
può cambiare nulla”. Dalle parti in cui sono cresciuto, la chiamavamo
una ‘scusa del cavolo’. Gran parte di ciò che gli ‘esperti’ dicono di
sapere riguardo a cose come la schizofrenia o le difficoltà di
apprendimento appartiene a questa categoria. Sono definizioni che
possono far colpo, ma fondamentalmente si tratta di insiemi di parole
che dicono: “Non ci si può fare nulla”. Personalmente, non sono
interessato a ‘modi di capire’ che portano in un vicolo cieco, anche
se può essere la verità. Preferisco allora lasciare la questione
aperta.
Un secondo tipo di comprensione ci permette semplicemente di
provare una sensazione piacevole: “Ahhh”. La persona che per
capire sfoca le immagini ne è un esempio. È un po’ come salivare al
suono di un campanello: è una risposta condizionata, e tutto quel
che se ne ricava è quella sensazione piacevole. È il genere di cosa
che può portare a dire: “Oh, sì, l’Io è quello lassù in cima alla tabella.
L’ho già vista; sì, capisco”. Fatto sta che questo genere di
comprensione non ci insegna a fare nulla di nuovo.
Un terzo tipo di comprensione ci permette di parlare di
determinati argomenti utilizzando concetti altisonanti e talvolta
addirittura equazioni. Quanti di voi hanno raggiunto una qualche
‘comprensione’ di un certo modo di comportarsi che a loro non
piace, ma questa comprensione non serve loro a comportarsi
diversamente?
Questo è esempio di quello che sto dicendo. I concetti possono
essere utili ma solo se hanno una base esperienziale, e solo se
permettono di fare qualcosa di diverso.
Spesso si può indurre una persona ad accettare consciamente
una certa idea, ma è raro che questo la porti a comportarsi
diversamente. Se c’è qualcosa che è stato dimostrato al di là di ogni
possibilità di dubbio dalla maggior parte delle religioni del mondo, è
proprio questo. Prendete per esempio il comandamento “Non
uccidere”. Non dice: “salvo che...”. Eppure, i Crociati facevano
allegramente a fette i musulmani, e la Maggioranza Morale vuole
altri missili in modo da avere la possibilità di far fuori qualche milione
di russi in più.
Spesso i partecipanti ai miei seminali mi chiedono: “Ma una
persona di tipo ‘visivo’ è la stessa cosa del Genitore in analisi
transazionale?". Questo mi dice che queste persone prendono
quello che sto insegnando loro, e lo costringono a forza entro i
concetti che già possiedono. Se si può far sì che qualcosa di nuovo
collimi con quel che già si sa, non se ne imparerà nulla, e nulla
cambierà del nostro comportamento. Si avrà soltanto una gradevole
sensazione di comprensione, una compiacenza di sé che impedirà di
apprendere qualsiasi novità.
Spesso dimostro come si possa trasformare una persona in
pochi minuti, e qualcuno mi dice: “Non pensi che questa persona stia
semplicemente rispondendo alle aspettative della situazione di
ruolo?”. Personalmente ho rivoltato diversi ubriachi, ma non ho mai
rivoltato una situazione. È il tipo di persona che viene ai seminari e
non ottiene nulla in cambio di ciò che ha speso, in quanto se ne va
con l’esatto genere di comprensione con cui è arrivata.
L’unico genere di comprensione che mi interessa è quello che ci
permette di fare qualcosa. In tutti i nostri seminari si insegnano
tecniche specifiche che permettono di fare certe cose. Sembra
semplice. Ma qualche volta le cose che insegno non collimano col
vostro abituale modo di capire le cose. La cosa più sana che potete
fare in queste circostanze è di restare confusi, e molti si lamentano
del fatto che io confonda la gente. Non si rendono ancora conto che
la confusione è l'inizio di una nuova comprensione. La confusione è
un’opportunità di ristrutturare l’esperienza e di organizzarla in modo
diverso da quello che adottereste normalmente. Questo vi permette
di imparare a fare qualcosa di nuovo e di vedere e udire il mondo in
modo nuovo. Si spera che l’ultimo esercizio vi abbia fornito
un’esperienza concreta del modo in cui la cosa funziona, e del
genere di impatto che può avere.
Se aveste capito tutto quello che ho detto finora, e non foste mai
rimasti confusi, potreste star certi che non state imparando nulla di
significativo e che state sprecando i soldi che avete pagato per
venire qui. Sarebbe una prova del fatto che state continuando a
capire il mondo nello stesso esatto modo di quando siete arrivati qui.
Così, ogni volta che vi sentite confusi, dovreste emozionarvi al
pensiero della nuova comprensione che vi attende. Dovreste allora
essere grati per questa opportunità di avviarvi su una strada nuova,
anche se non sapete ancora dove vi porterà. Se il luogo in cui vi
porta non vi piace, potete sempre abbandonarla. Come minimo,
sarete arricchiti per il fatto di averla conosciuta, e di sapere che non
vi piace.
Nel caso di certe persone, la comprensione ha in sé un elemento
di incertezza. Un ingegnere che conosco ha una comprensione
composta da una matrice rettangolare di immagini, con circa otto
caselle per lato. Comincia a pensare di capire qualcosa quando la
matrice è per metà occupata da immagini. Quando le caselle sono
occupate al novanta per cento circa, sa di capire una certa cosa in
modo abbastanza approfondito. La sua matrice, tuttavia, ha sempre
delle caselle vuote, il che significa che la sua comprensione è
sempre incompleta. Questo gli impedisce di essere sicuro al cento
per cento di qualsiasi cosa.
La comprensione di una delle mie allieve più promettenti è un film
dissociato di se stessa che fa la cosa che capisce. Quando vuole
farlo veramente, entra nel film... capire e fare sono quasi la stessa
cosa. Dietro questo film c’è una successione di film di lei stessa che
fa la medesima cosa in situazioni diverse, la fa superando degli
ostacoli e via dicendo. Più sono i film di cui dispone, più è sicura di
capir bene qualcosa. Una volta le ho chiesto: “Di quanti film hai
bisogno per capire qualcosa?”.
Lei mi ha risposto: “È sempre una questione di quanto io capisco
una certa cosa. Se ho solo alcuni film, ciò mi permette di capirla un
pochino. Se ne ho di più, la capisco meglio. Più film ho, e meglio
capisco. Ma non raggiungo mai una comprensione completa”.
Ci sono persone, invece, che sono assolutamente sicure di
capire come si fa a fare una certa cosa disponendo di un solo film in
cui la fanno. Conosco un tale che una volta aveva pilotato un aereo,
e di conseguenza era completamente sicuro di saper pilotare
qualsiasi aereo, ovunque, con qualsiasi tempo, e con una mano
sola! Questo tale venne a un mio seminario che durava cinque
giorni, imparò un unico schema, e se ne andò a mezzogiorno della
prima giornata, totalmente certo di sapere ormai tutto della PNL. Che
ve ne pare, come sistema per bloccarsi?
Bloccarsi in uno specifico modo di capire il mondo, quale che sia,
è la causa di tre malattie che affliggono l’umanità e a cui mi
piacerebbe porre rimedio.
La prima è la serietà, come in ‘terribilmente serio’. Se decidete
che volete far qualcosa, va benissimo, ma prenderla troppo sul serio
vi accecherà e diventerà un ostacolo.
La seconda malattia è la certezza, la sicurezza. La certezza è
quando la gente smette di pensare e di accorgersi di ciò che la
circonda. Ogni volta che vi sentite assolutamente certi di qualcosa,
potete star sicuri che qualche elemento vi è sfuggito.
Qualche volta può essere comodo ignorare una certa cosa per
qualche tempo, ma se siete assolutamente certi, probabilmente la
trascurerete per sempre.
È facile farsi sorprendere dalla certezza. Anche chi è incerto, di
solito è certo di esserlo. O è sicuro di esser sicuro, o è sicuro di
essere insicuro. È raro trovare qualcuno che sia incerto sui propri
dubbi, o incerto della propria certezza. Questa esperienza la si può
creare, ma di solito non la si incontra. Si potrebbe chiedere: “Sei
abbastanza sicuro da essere insicuro?”. È una domanda stupida, ma
dopo che la si è fatta l’altro non sarà più sicuro.
La terza malattia è l’importanza; e credere di essere importanti è
la peggiore di tutte.
Non appena qualcosa diventa ‘importante’, ciò significa che altre
cose non lo sono.
L’importanza è un ottimo modo per giustificare la cattiveria o la
distruttività, o il fare qualsiasi altra cosa abbastanza sgradevole da
aver bisogno di una giustificazione.
Queste tre malattie sono quelle che bloccano la maggior parte
delle persone. Si può decidere che una certa cosa è importante, ma
non si riesce a prenderla sul serio finché non si è sicuri che sia
importante. A questo punto si smette completamente di pensare.
L’ayatollah Khomeini è un ottimo esempio... ma potremmo trovare
molti esempi anche più vicino a noi.
Una volta parcheggiai di fronte al negozio di alimentari di una
cittadina nei pressi di dove vivevo. Un tizio arrivò di corsa e mi disse,
arrabbiatissimo: “La mia amica dice che mi hai fatto diventare
scemo!”.
“Non credo proprio: vuoi che lo faccia?”.
“Ascoltami bene...”.
“Aspetta un secondo”, gli dissi, ed entrai nel negozio a fare la
spesa.
Quando uscii, lui era sempre lì! Mi avvicinai alla macchina, e lui
ribolliva di rabbia.
Presi un sacchetto della spesa, glielo porsi, e lui lo prese. Aprii la
porta della macchina, misi gli altri tre sacchetti dentro, gli presi il
sacchetto dalle mani, entrai in macchina e chiusi lo sportello. Quindi
gli dissi: “Benissimo, se insisti”, gli feci marameo e partii.
Mentre mi allontanavo, scoppiò a ridere istericamente, per il
semplice fatto che io mi rifiutassi di prenderlo sul serio.
Per la maggior parte delle persone, ‘essere bloccato’ significa
volere qualcosa e non poterlo ottenere. Sono pochissimi quelli che a
questo punto riescono a fare una pausa e a mettere in dubbio la
propria sicurezza che la cosa in questione sia per loro davvero tanto
importante. Esiste però un altro tipo di blocco di cui nessuno si
accorge; non volere qualcosa e non averlo. Questa è la limitazione
più grave che ci sia perché non si sa nemmeno di essere bloccati.
Vorrei che adesso ciascuno di voi pensasse a qualcosa che in
questo momento considera molto utile, o divertente, o piacevole...
Adesso tornate a un’epoca antecedente della vostra vita, in cui
non ne sospettavate nemmeno l’esistenza, oppure ne eravate già a
conoscenza, ma per voi non significava nulla...
Non sapevate proprio cosa stavate perdendo, non è vero? A
quell’epoca non avevate la minima idea di come foste bloccati, e non
eravate motivati a cambiare. Eravate sicuri che la vostra
comprensione fosse un’accurata rappresentazione del mondo.
Ecco quand’è che siete veramente bloccati. Cos’è che vi starete
perdendo adesso?...
Probabilmente la certezza impedisce il progresso umano più di
qualsiasi altro stato mentale. La certezza tuttavia, come qualsiasi
altra cosa, è un’esperienza soggettiva che voi potete trasformare.
Scegliete un ricordo abbastanza dettagliato in cui eravate
assolutamente sicuri di aver capito una certa cosa. Era
un’esperienza di apprendimento; forse qualcuno vi stava insegnando
qualcosa. Forse era difficile, forse era facile, ma a un certo punto
siete arrivati a quella sensazione di: “Ma certo!
Ora capisco!”. Richiamate il ricordo in modo che sia
sufficientemente dettagliato...
Ora voglio che ricordiate tutto l’episodio all’indietro, proprio come
quando si fa girare un film alla rovescia...
Quando avete fatto, pensate alla cosa che avevate imparato o
capito. È la stessa di qualche minuto fa?
Marty: Quando ho mandato il film in avanti, sono passata da uno
stato di confusione a un: “Ah! Capisco!”. E poi, quando l’ho
rimandato indietro, mi sono ritrovata al punto in cui ero confusa.
Sì, mandarlo indietro significa fare proprio questo. Qual è adesso
la tua esperienza, quando pensi a ciò che qualche istante fa eri
sicura di aver capito, qualsiasi cosa fosse?
Marty: Beh, mi trovo di nuovo nello stato di confusione, ma una
parte di me sa che ho ancora quella comprensione che è venuta poi.
Non riesco a ricreare lo stesso senso di totale confusione che avevo
la prima volta. Ma non sono tanto sicura neanche di questo.
E gli altri? È lo stesso?
Ben: Beh, ho imparato qualcosa di nuovo di cui non so se mi
rendevo conto all’epoca, riguardo a quello che mi è successo nel
corso dell’esperienza.
Beh, è interessante, ma non era questo che volevo sapere.
Voglio sapere se la tua esperienza attuale di ciò che avevi imparato
è differente.
Ben: No, non c’è differenza.
Assolutamente nessuna differenza? Devi veramente pensarci su
un attimo. Non puoi dire semplicemente: “Oh, è lo stesso”. Sarebbe
come dire: “Ho cercato di imparare a volare, ma non sono riuscito a
salire sull’aereo, perciò non funziona”.
Ben: Beh, è buffo che tu abbia parlato di volare, perché il mio
ricordo era di quando ho imparato a provare la sensazione
dell’atterraggio sull’acqua... la sensazione del contatto con l’acqua.
Quando ho fatto andare il ricordo all’indietro, mi sono distaccato da
quella sensazione, e per far sì che l’aereo si muovesse all’indietro ho
dovuto guardare da una certa distanza. E questo ha aggiunto una
nuova dimensione al fatto di imparare a toccare l’acqua.
Ti ha dato una nuova prospettiva. Adesso sai qualcosa di più
rispetto a prima riguardo all’atterraggio di un aereo?
Ben: Sì.
Che altro non sai? Ancora? Si possono imparare moltissime cose
col semplice espediente di proiettare un film all’indietro. Molti
proiettano i loro film in avanti in modo da poter imparare
dall’esperienza, ma non sono molti quelli che li riproiettano
all’indietro. E gli altri? La vostra esperienza è rimasta la stessa?
Sally: No. I dettagli sono cambiati. È cambiato ciò a cui presto
attenzione. Si tratta di una sequenza di cose ordinate in modo
diverso.
La sequenza è ordinata in modo diverso. E adesso, quel che
avevi imparato allora è diventato qualcosa di diverso?
Sally: Sì.
In che senso, diverso? Sai qualcosa che prima non sapevi?
Oppure adesso sapresti fare qualcosa di diverso?
Sally: Fondamentalmente, quello che so è rimasto lo stesso.
Quello che ho imparato non è diverso, ma è diverso il modo di
sentirlo, e il modo di considerarlo.
E questo potrebbe influire sul tuo comportamento?
Sally: Sì.
Diversi di voi hanno ricavato parecchio dal semplice fatto di
dedicare un minuto a ripercorrere una certa esperienza all’indietro.
Quanto potreste imparare riproiettando tutte le vostre esperienze
all’indietro.
Vedete, Sally ha perfettamente ragione. Riproiettare un film
all’indietro cambia la sequenza dell’esperienza. Pensate a due
esperienze. (1) essere capaci di fare una certa cosa, e (2) essere
incapaci di fare la stessa cosa. Prima ordinatele nella sequenza 1-2,
cioè prima siete capaci di fare una certa cosa, e poi non ne siete
capaci... Adesso ordinatele nella sequenza 2-1, prima non siete
capaci di fare una certa cosa, e poi ne siete capaci... Sono due cose
molto diverse, no?
Nella vostra vita avete vissuto certe esperienze in un certo
ordine. Per lo più la sequenza non era pianificata; è successo così, e
basta. Molto di quel che capite è fondato su questa sequenza
abbastanza casuale. Siccome di sequenze ne avete una sola, capite
solo un certo insieme di cose, e questo rappresenta una limitazione.
Se gli stessi eventi vi fossero capitati in ordine diverso, le cose che
capite sarebbero molto diverse, e voi reagireste in modo molto
diverso.
Ciascuno di voi ha un’intera storia personale che è il patrimonio
di esperienze al quale attingerà per procedere nel futuro. Il modo in
cui lo utilizza determinerà ciò che ne deriva. Se si ha un solo modo
di utilizzarla, il risultato sarà estremamente limitato.
Ci saranno moltissime cose di cui non ci si accorgerà, moltissimi
posti in cui non si andrà, e moltissime idee che semplicemente non
si avranno.
Mandare un’esperienza in avanti e mandarla all’indietro sono
solo due degli infiniti modi in cui si può ordinarla in sequenza. Se
dividete un film anche solo in quattro parti, ci saranno altre ventitré
sequenze da sperimentare. Se lo dividete in un numero maggiore di
parti, il numero di sequenze sarà ancora maggiore. Ogni sequenza
darà luogo a un diverso significato, proprio come diverse sequenze
di lettere creano parole diverse, e diverse sequenze di parole creano
significati diversi. Molte delle tecniche della PNL sono
semplicemente modi di cambiare la sequenza delle esperienze.
Vorrei far vostro quello che secondo me è uno dei passi più
importanti dell’evoluzione della vostra coscienza: diffidate del
successo. Ogni volta che vi sentite sicuri, e che riuscite più volte ad
ottenere un certo risultato, voglio che cominciate a diffidare di ciò di
cui non vi state accorgendo. Quando avete qualcosa che funziona,
questo non significa che altre cose non funzionerebbero, o che non
ci siano altre cose interessanti da fare.
Anni fa alcuni escogitarono un modo per estrarre dal terreno un
certo liquido nero, oleoso e repellente, per bruciarlo nelle lampade.
Quindi escogitarono un modo per farlo bruciare in grandi scatole
d’acciaio sulle quali andare in giro. Si può perfino farlo bruciare
dentro un tubo, e spedire quel tubo sulla luna. Ma questo non
significa che non esistano altri modi per fare le stesse cose. Tra
cent’anni la gente considererà la nostra economia ‘ad alta
tecnologia’ con la stessa commiserazione con cui noi pensiamo ai
carri a trazione animale.
Le vere innovazioni sarebbero state più facili all’inizio. Si
sarebbero potute fare cose veramente straordinarie. Che sarebbe
successo se qualcuno si fosse detto: “Ehi, funziona davvero! Che
altro potrebbe funzionare? Che altro si potrebbe fare? Che altri modi
ci potrebbero essere per spostarsi, a parte bruciare questa roba e
sputarla fuori da questo coso? Quali altri modi ci sono per spostarsi,
a parte girare in scatole di metallo e volare in tubi di metallo?”. Più
successi si hanno più si diventa sicuri, e meno diventa probabile che
uno si fermi a pensare: “Cos’è che non sto facendo?”. Le cose che vi
sto insegnando funzionano, ma voglio che pensiate a qualcos’altro
che potrebbe funzionare ancora meglio.
7 - Superare le convinzioni

Un altro modo di pensare al comportamento è ritenere che esso


sia organizzato attorno a certe cose estremamente durevoli
chiamate ‘convinzioni’. Ogni volta che qualcuno dice che fare una
certa cosa è importante o non è importante, è perché al riguardo ha
una certa convinzione. Si può pensare che qualsiasi comportamento
venga mobilitato dalle nostre convinzioni. Per esempio,
probabilmente voi non sareste qui a imparare certe cose sulla PNL
se non foste convinti che essa possa essere interessante, o utile, o
in qualche modo fruttuosa. I genitori non trascorrerebbero tanto
tempo con i figli piccoli se non fossero convinti che in seguito ciò si
tradurrà in un vantaggio per il figlio. Una volta i genitori evitavano ai
figli una stimolazione eccessiva, perché erano convinti che altrimenti
sarebbero diventati iperattivi; ora forniscono loro stimoli in quantità,
perché sono convinti che in questo modo ne venga favorito lo
sviluppo intellettuale.
Le convinzioni sono veramente una cosa fenomenale. Le
convinzioni possono costringere gente assolutamente per bene ad
andare ad ammazzare altri esseri umani in nome di un’idea, e a
sentirsene addirittura orgogliosi. Nella misura in cui si riesce a far
rientrare un certo comportamento nel sistema di convinzioni di una
persona, si può farle fare qualsiasi cosa, o farle smettere di fare
qualsiasi cosa. È quello che ho fatto col padre che non voleva che
sua figlia fosse una puttana. Non appena misi in rilievo che il suo
comportamento violento e autoritario era esattamente lo stesso con
cui i protettori trattano le puttane, lui non poté più adottarlo senza
violare le sue stesse convinzioni. Non l’ho costretto a smettere
‘contro la sua volontà’, ammesso che ciò significhi qualcosa. Feci in
modo che il cambiamento si inserisse così bene nel suo sistema di
convinzioni da impedirgli di fare altrimenti.
Allo stesso tempo, le convinzioni possono mutare. Non si nasce
già provvisti di convinzioni. Tutti voi da bambini eravate convinti di
cose che ora considerate sciocche. E ci sono cose di cui siete
convinti adesso e a cui in precedenza non avevate mai nemmeno
pensato... partecipare a questo seminario, per esempio.
La parola ‘convinzione’ è un concetto abbastanza vago per la
maggior parte delle persone, anche quando per una convinzione
sarebbero dispostissime ad ammazzare qualcuno. Vorrei darvi una
dimostrazione di cosa sono fatte le convinzioni, e poi farvi vedere in
che modo si possano cambiare. Vorrei che venisse qui qualcuno che
ha una convinzione riguardo a se stesso, una convinzione che gli
piacerebbe fosse diversa. Vorrei che pensaste a una convinzione
che in qualche modo vi limita. Di solito è più utile cambiare le nostre
convinzioni su noi stessi di quanto non lo sia cambiare le nostre
convinzioni sul mondo. Perciò trovatene una che secondo voi, una
volta trasformata in qualcosa di diverso, produrrebbe un
cambiamento sostanziale.
Lou: Ne avrei una io.
Come se gli altri non ne avessero! Non dirmi di che si tratta.
Voglio semplicemente che tu pensassi a questa convinzione che tu
preferiresti non avere... Adesso metti da parte un momento
l’esperienza in questione, e pensa a qualcosa su cui sei in dubbio.
Potrebbe essere vero, o potrebbe non esserlo; tu non ne sei per
niente sicura...
Adesso vorrei che tu mi spiegassi in che modo l’esperienza della
convinzione e quella del dubbio differiscono l’una dall’altra. Voglio
che tu faccia la stessa cosa che abbiamo fatto prima con Bill,
riguardo alla comprensione e alla confusione.
Lou: Beh, la mia convinzione è un’immagine di grandi dimensioni.
È luminosa, vivida e molto dettagliata. Il dubbio è un’immagine molto
più piccola. È più scura e confusa, ed è come se andasse a
intermittenza.
Benissimo. Sono differenze piuttosto chiare. Non posso fare a
meno di rilevare che la convinzione si trova proprio di fronte a te,
mentre il dubbio si trova in alto alla tua destra. Ci sono altre
differenze?
Lou: Beh, la convinzione praticamente riempie tutta la cornice, e
per lo sfondo non resta che pochissimo spazio. Il dubbio ha tanto
sfondo, e non ha cornice.
Il passo successivo consiste nel prendere questo elenco di
differenze e provarle una alla volta, in modo da scoprire quali di esse
siano più efficaci nel trasformare la convinzione in dubbio. Per
esempio, Lou, prendi l’immagine della convinzione, e prova a
rimpicciolirla...
Lou: Mi sembra che in questo modo diventi un po' meno reale,
ma non è che cambi gran che.

CONVINZIONE / DUBBIO
grande / piccolo
luminosa e vivida / scuro e scialbo
dettagliata / confuso
stabile / intermittente
di fronte / in alto a sinistra
con cornice / senza cornice
poco sfondo / molto sfondo

Benissimo. Riportala alle dimensioni originali e quindi prova a


eliminare la cornice dall’immagine della convinzione, in modo da
poter vedere una parte maggiore dello sfondo che la circonda...
Lou: Quando lo faccio, l’immagine automaticamente
rimpicciolisce, e mi fa meno effetto.
Molto bene. Così la cornice da anche le dimensioni, e ha un
impatto superiore a quello delle dimensioni da sole. Torna ali
immagine originaria, e poi cambia la messa a fuoco di questa
immagine della convinzione in modo che diventi confusa...
Lou: In questo modo non è che cambi gran che.
Ritrasformala nell’immagine originaria, e poi rendila più scura...
Lou: Quando lo faccio comincia a andare a intermittenza, un po’
come il dubbio.
Quindi modificare la luminosità porta a dei cambiamenti anche
nell’intermittenza.
Ritrasformala di nuovo nell’immagine originaria, e quindi prendi
questa immagine della convinzione e cambiane la posizione.
Spostala dal centro del tuo campo visivo verso destra e verso l’alto...
Lou: È stranissimo. Sento come una specie di galleggiamento, e
sento che il cuore mi batte più in fretta. Quando comincio a cambiare
la posizione, anche tutto il resto comincia a cambiare.
Rimpicciolisce, si oscura e va fuori fuoco; la cornice svanisce, e
comincia ad andare a intermittenza.
Bene. Riporta l’immagine di fronte a tè. La collocazione
dell’immagine muta anche tutti gli altri elementi, e di conseguenza
questa è la submodalità che nel caso di Lou è la più efficace nello
spostare qualcosa dalla convinzione al dubbio. Ma prima di far
questo, abbiamo bisogno di qualcos’altro da mettere al suo posto.
Lou, tu lo sai quale convinzione ti piacerebbe avere al posto di quella
che hai adesso?
Lou: Beh, veramente non ci ho mai pensato molto su.
Comincia a pensarci adesso, e accertati di pensarci in termini
positivi, e non in termini di negazioni. Pensa a qualcosa di cui vuoi
essere convinta, non a qualcosa di cui non vorresti essere convinta.
Vorrei anche che gli altri inquadrassero questa convinzione non
in termini di un fine, o di uno scopo, ma in termini di un processo o di
una capacità che permetterebbe di raggiungere lo scopo in
questione. Per esempio, se vi piacerebbe essere convinti di
conoscere la PNL, trasformate questa convinzione così da essere
convinti di poter prestare attenzione, e imparare a rispondere al
feedback in modo da imparare la PNL.
Lou: Sono pronta. So di cosa vorrei essere convinta.
Questa nuova convinzione è formulata in termini positivi, senza
negazioni, e ha a che fare con un processo che conduce a un certo
scopo piuttosto che con lo scopo in sé?
Lou: Sì.
Bene. Adesso voglio che tu svolga quello che noi chiamiamo un
‘controllo ecologico’. Voglio che ti prenda un po’ di tempo per
immaginare in che maniera il tuo comportamento cambierebbe se tu
già possedessi questa nuova convinzione, e pensassi a eventuali
modi in cui questo cambiamento potrebbe costituire un problema per
te, o per le persone che ti sono vicine, o per le persone con cui
lavori...
Lou: Non penso che costituirebbe un problema in nessun senso.
Bene. Questa la chiamiamo ‘nuova convinzione’. Mettila da parte
un momento.
Adesso voglio che tu prenda l’immagine grande, quella della
convinzione che non ti piace, e che tu la sposti fino a farla arrivare là
dove c’è il tuo dubbio. Facendo questo, l’immagine perderà la
cornice, si oscurerà, diventerà più piccola e più confusa e comincerà
ad andare a intermittenza...
Lou: Sì. Adesso è quassù, e sembra una qualsiasi immagine di
dubbio.
Bene. In uno dei momenti in cui si oscura, fai scomparire
l’immagine della vecchia convinzione, e al suo posto fai comparire
quella della nuova convinzione...
Lou: Sì. La nuova convinzione adesso è lì che va a intermittenza.
Adesso prendi questa immagine della nuova convinzione, e
riportala al centro del tuo campo visivo. Facendo questo osserva
come intorno le compaia una cornice, e l’immagine diventi più
grande, più luminosa, più nitida e più vivida...
Lou: È incredibile! Adesso è proprio dove prima c’era la vecchia
convinzione. Sento come se tutto il mio corpo fosse uscito da una
prigione, e mi sento le guance arrossate.
È vero. Sono in corso anche tanti altri bei cambiamenti. Puoi
prenderti qualche minuto per lasciare che questi cambiamenti si
assestino, mentre io rispondo a qualche domanda.
Uomo: Perché non si può semplicemente prendere l’immagine
della convinzione desiderata e non la si trasforma in una vera
convinzione… come abbiamo fatto trasformando la confusione in
comprensione?
Quando avete trasformato la confusione in comprensione, non
erano presenti altri tipi di comprensione che potessero essere
d’ostacolo. Si può addirittura avere vari tipi di comprensione del
medesimo contenuto senza che essi siano necessariamente in
reciproco conflitto. La convinzione tende a essere molto più
universale e categorica della comprensione. Quando si ha già una
convinzione, non c’è spazio per un’altra a meno che non si
indebolisca innanzi tutto la vecchia convinzione. Di solito la nuova
convinzione è l’opposto della vecchia, o per lo meno molto diversa
sotto certi aspetti.
Hai mai provato a convincere qualcuno di qualcosa che è
l’opposto di ciò di cui è già convinto? Di solito la convinzione
esistente gli impedirà perfino di prendere in considerazione quella
nuova. Più forte è la convinzione, più questo sarà vero.
Pensatela in questi termini. Immaginiamo che una persona creda
che X e bene, e che voi riusciate a installarle una nuova
convinzione, che X è male, senza cambiare quella vecchia. Che
cosa creereste?... Cosa è probabile che succeda se qualcuno è
fermamente convinto di due idee opposte?... Uno dei modi in cui si
può risolvere la situazione consiste nel diventare una personalità
multipla... Per qualche tempo è una delle due convinzioni a
organizzare la persona in una certa maniera; quindi l’altra
convinzione prende il sopravvento, e riorganizza la persona in modo
molto diverso.
Non è quello che io chiamerei un cambiamento evolutivo.
Donna: Vorrei chiedere il tuo parere sulla sensazione di
‘galleggiamento’ di cui Lou ha parlato la prima volta che hai provato
a cambiare la posizione dell’immagine della convinzione.
Beh, questo genere di reazione mi dice due cose. La prima è che
ho scoperto un cambiamento di submodalità che induce
effettivamente un profondo mutamento della sua esperienza. La
seconda cosa che mi dice è che lei non dispone ancora di una
nuova convinzione da sostituire a quella vecchia. Vi è mai capitato di
vivere un’esperienza che abbia mandato in frantumi una vecchia
convinzione, senza che voi ne aveste un'altra da mettere al suo
posto? Alcuni vagano in una specie di nebbia per giorni prima di
riuscire a riorganizzarsi. Questo succede spesso a chi viene
licenziato, o quando muore un amico o un parente. Una volta mi è
capitato di parlare con un tale al quale un professore universitario di
filosofia aveva mandato in frantumi una delle sue convinzioni
basilari. Mi disse che aveva abbandonato gli studi, e aveva vissuto
come in una nebbia per più di sei mesi. Così, prima di indebolire
permanentemente la vecchia convinzione, devo averne una nuova in
attesa ‘dietro l’angolo’.
Adesso torniamo a Lou, e controlliamo cosa è successo. Lou, la
nuova convinzione è sempre lì?
Lou: (Guarda diritto davanti a sé e lo sguardo le va fuori fuoco).
Si Continuo a controllare per essere sicura. È difficile credere che
potesse essere così facile.
Che succede quando pensi alla vecchia convinzione?
Lou: (Porta lo sguardo in alto a sinistra, e sorride). Adesso
sembra come rinsecchita.
Sicuramente non è più dov’era prima. Questo è un altro modo
per controllare quello che ho fatto, e ovviamente presto maggiore
attenzione alle sue indicazioni non verbali che alle sue parole.
Adesso disponiamo di una verifica svolta dopo cinque minuti.
Vorrei che tutti quanti provaste questo schema in gruppi di tre
persone. Uno di voi farà il programmatore, un altro il paziente, e il
terzo farà da osservatore-consulente.
Prima di cominciare, riassumerò di nuovo tutti i passi da seguire.

SCHEMA DI CAMBIAMENTO DELLE CONVINZIONI

A. Raccolta delle informazioni e preparazione


1. Convinzione: “Pensa a una tua convinzione riguardo a tè
stesso che vorresti non avere, perché in qualche modo ti limita o ha
conseguenze indesiderabili.
Come rappresenti questa convinzione nella tua esperienza
interna?”.
2. Dubbio: “Adesso pensa a qualcosa di cui dubiti. Può essere
vero o può non esserlo: non ne sei sicuro. Come rappresenti questo
dubbio nella tua esperienza interna?”.
Quando chiedete al vostro compagno di pensare a qualcosa di
cui dubita, accertatevi che sia qualcosa di cui è effettivamente
insicuro. Se dice qualcosa come: “Dubito che sia una buona idea”, in
realtà può voler dire che è convinto che non sia una buona idea. Il
dubbio è quando si oscilla tra il pensare che qualcosa possa essere
vero, e il pensare che possa non essere vero; non lo si sa, e basta.
3. Differenze: Svolgete un'analisi per contrasto, per scoprire ed
elencare le differenze di submodalità tra la Convinzione e il Dubbio,
come avete fatto prima per la confusione e la comprensione.
4. Verifica: Verificate una alla volta ciascuna delle submodalità
del vostro elenco di differenze, per scoprire quali sono più efficaci
nel trasformare la convinzione in dubbio. Dopo aver verificato
ciascuna submodalità, ritrasformatela in quella che era
originariamente, prima di verificare la successiva.
5. Nuova convinzione: “Quale nuova convinzione vorresti avere
al posto della vecchia convinzione che hai adesso e non ti piace?”.
Accennatevi che questa convinzione sia formulata in termini positivi,
senza negazioni. “Posso imparare a cambiare in risposta alle
reazioni altrui” e non: “Non sarò più incapace di cambiare quello che
faccio”.
Accertatevi anche che il vostro compagno pensi alla nuova
convinzione nei termini di una capacità o di un processo, anziché nel
senso di avere già raggiunto uno scopo desiderato. “Sono convinta
di poter imparare a cambiare così da mantenere la linea” è una
convinzione utile. “Peso quarantotto chili e mezzo” non è una
convinzione molto utile, specialmente se lei in realtà pesa
centocinquanta chili! Voglialo mobilitare nuove abilità, e non
installare nuove illusioni.
Bisogna anche chiedere alla persona di svolgere un controllo
ecologico: “Una volta che tu avessi questa nuova convinzione, in che
modo essa potrebbe crearti dei problemi?”. “Tuo marito o i tuoi figli
reagirebbero diversamente se tu avessi questa nuova convinzione?
Come?”. “Come influirà sul tuo lavoro questa nuova convinzione?”, e
via dicendo. Modificate la nuova convinzione così da tener conto di
tutte le possibili difficoltà.
Il vostro compagno non ha nessun bisogno di comunicarvi in che
consista esattamente la nuova convinzione. Per identificare il nuovo
contenuto, basta una parola.

B. Processo di cambiamento delle convinzioni


6. Dalla convinzione al dubbio: Mantenendo uguale il contenuto,
trasformate la convinzione indesiderata in dubbio usando le
submodalità più efficaci da voi scoperte nel passo 4, che possono
essere una sola o più di una. Per esempio, se le due differenze più
rilevanti erano da film a diapositiva, e da panoramica coinvolgente a
immagine lontana e racchiusa da una cornice, fate in modo che il
film panoramico rallenti fino a diventare una diapositiva fissa, mentre
allo stesso tempo questa si allontana e viene racchiusa da una
cornice.
7. Cambiare il contenuto: Usando qualche altra submodalità,
cambiate il contenuto passando dalla vecchia convinzione
indesiderata a quella nuova che si vorrebbe sostituirvi. Utilizzate
qualcosa che il vostro compagno già fa, oppure qualsiasi metodo
graduale analogo. Per esempio, se nel dubbio il vostro compagno fa
scorrere le immagini avanti e indietro, può, facendole scorrere,
sostituire il nuovo contenuto a quello vecchio. Potreste far
allontanare l’immagine della vecchia convinzione finché non è tanto
lontana da non potersi più distinguere, e quindi farla riavvicinare con
l’immagine della nuova convinzione. Potreste rendere l’immagine
tanto luminosa o tanto buia da far sparire il vecchio contenuto, e
quindi farla ricomparire col contenuto nuovo, e così via.
8. Dal dubbio alla convinzione: Conservando il nuovo contenuto,
trasformate il dubbio in convinzione invertendo gli stessi
cambiamenti di submodalità che avete usato nel passo 6. Se il
vostro compagno trasformava la vecchia convinzione in dubbio
spostando l’immagine verso destra, adesso spostate di nuovo
l’immagine verso sinistra per trasformare il nuovo contenuto da
dubbio in convinzione. Facendo questo, state attenti a qualsiasi
‘resistenza’, o a qualsiasi difficoltà il vostro compagno possa
incontrare. Se la nuova convinzione non è formulata correttamente,
o se contiene delle negazioni, può darsi che qualche parte della
persona abbia delle obiezioni. Quando vi trovate di fronte a delle
obiezioni, accoglietele, raccogliete le informazioni che vi servono, e
ripartite dal passo 5 ridefinendo la nuova convinzione.

C. Verifica
9. Ci sono diversi modi per verificare quel che avete fatto. Potete
chiedere: “Come pensi a questa nuova convinzione?”. Chiedete
informazioni sulle submodalità, e usate il comportamento non
verbale per confermare (o confutare) l’esposizione verbale.
10. Quando la nuova convinzione è al suo posto, la vecchia
convinzione probabilmente acquisirà le submodalità dell’incredulità.
Se scoprite come viene rappresentata adesso la vecchia
convinzione, potete confrontare le sue submodalità con quelle del
dubbio, che già conoscete, o con le submodalità dell’incredulità, che
potrete scoprire chiedendo alla persona di pensare a qualcos’altro
che la lascia totalmente incredula.

Spesso dico che in PNL un buon lavoro è fatto per il 95% di


raccolta di informazioni, e per il 5% di intervento. I primi cinque passi
servono a predisporre il terreno per l’intervento. Ciò facilita il compito
di effettuare rapidamente e senza intoppi la fase dell’intervento vero
e proprio. Ricordate, il cervello non impara lentamente: impara in
fretta. Se tutto quanto è predisposto in anticipo, fare un buon lavoro
è molto più facile. È un po’ come mettere in piedi una lunga fila di
tessere del domino, e quindi dare un colpetto alla prima per far
cadere tutte le altre.
Adesso andate avanti e provate questo schema in gruppi di tre
persone. So che alcuni di voi avrebbero delle domande; a molte di
queste domande sarà data una risposta dall’esercizio stesso. Le
domande che vorrete ancora rivolgermi una volta eseguito l’esercizio
saranno molto più interessanti, poiché avrete una certa esperienza
di cosa significa mettere in pratica questo schema. E le mie risposte
a loro volta saranno molto più comprensibili.
Adesso che avete provato e avete una certa esperienza diretta
della cosa, possiamo passare a eventuali domande e commenti.
Uomo: Quando ho fatto il cambiamento delle convinzioni, ho
provato tutta una serie di profonde sensazioni interne. Avevo la
sensazione di avere tantissimi pesciolini che mi nuotavano nel
cervello e nel corpo, e le due persone che mi osservavano hanno
notato anche loro tutta una serie di mutamenti visibili. È normale?
Quando la convinzione è particolarmente importante, quella che
mi descrivi è la reazione normale. Esistono convinzioni centrali, che
organizzano gran parte del comportamento della persona. Quando
operi una trasformazione in una convinzione centrale, spesso ne
deriva unaprofonda riorganizzazione interna. Se la convinzione è più
periferica, i cambiamenti non sono altrettanto evidenti.
Uomo: Mi è risultato difficile pensare a una convinzione che mi
fosse utile cambiare.
Mi piacerebbe avere qualche esempio di contenuto di quelle
convinzioni che altri hanno cambiato.
Donna: Sono anni che lotto per perdere gli ultimi tre chili che ho
ancora di troppo per arrivare al mio peso ideale, ma sono sempre
stata convinta che dovevo lottare e combattere per controllarmi in
modo da perdere quegli ultimi tre chili. Così ho cambiato la mia
convinzione che fosse difficile, e vi ho sostituito la convinzione che
perdere quegli ultimi tre chili sarà facile. Che sollievo: mi sento molto
più rilassata.
Uomo: Ho lavorato io con lei su questa cosa, ed è stato
veramente bello guardarla fare questo cambiamento. Il viso, la voce,
tutto il corpo... tutto era molto più rilassato, dopo.
Donna: Ho il naso che mi cola, e ho cambiato la mia convinzione
dì non poterci fare nulla. Sono rimasta stupefatta, perché sento
proprio il naso che mi si sta asciugando.
Uomo: Sono partito dalla convinzione che per me fosse
pericoloso guidare di notte senza occhiali. Volevo invece passare
alla convinzione di poter guidare di notte senza occhiali e senza
pericolo. Allora il mio compagno mi ha fatto notare che la
convinzione che desideravo avere era una meta, e che cambiare
convinzione poteva essere pericoloso. Avrei potuto mettermi a
guidare di notte pensando che questo non fosse pericoloso, mentre
invece lo era. Così siamo passati alla convinzione di poter imparare
a guidare di notte senza occhiali e senza correre alcun pericolo. In
realtà penso di aver lavorato su una convincono molto più generale,
quella di non essere capace di imparare, punto e basta. Credo che
questo influirà su molte più cose che il semplice guidare di notte; mi
sembra qualcosa di molto più ampio.
Ottimo. Per molti è senz’altro utile cambiare la convinzione di non
potere imparare a fare qualcosa di nuovo. Molti provano a fare
qualcosa una volta, non ci riescono, e ne concludono che non lo
sanno fare e che non potranno mai imparare a farlo. Conosco un
tale che ‘sapeva’ di non riuscire a suonare, il pianoforte: “Una volta
mi sono seduto al pianoforte, e ci ho provato, ma non ne è venuto
fuori nulla”. Personalmente prendo le mosse dalla convinzione che
finché la maggior parte delle cellule cerebrali sono intatte, chiunque
possa fare qualsiasi cosa. Può darsi che dobbiate suddividere in più
parti ciò che vi proponete di fare, o che dobbiate imparare a farlo in
modo diverso, e può darsi che per ottenere buoni risultati vi ci voglia
un certo tempo, ma partire dal presupposto che potete imparare a
farlo vi porterà un bei pezzo avanti. La mia convinzione talvolta può
anche essere errata, ma mi rende possibile fare cose e ottenere
risultati che nemmeno prenderei in considerazione se presupponessi
che certe persone sono geneticamente incapaci di fare certe cose.
Uomo: Alcuni usano il camminare sui carboni ardenti come
sistema per cambiare le convinzioni limitanti della gente. Potresti
darci il tuo parere?
Se qualcuno è convinto di non potere fare una cosa come
camminare sui carboni ardenti, e tu gli fai scoprire che invece è
possibile, questo può indubbiamente mandare in frantumi una
vecchia convinzione, specialmente se gli viene detto: “Se puoi
camminare sui carboni ardenti, puoi fare qualsiasi cosa!”. Tuttavia,
non c’è modo di calibrare esattamente la nuova convinzione che
prende il posto della vecchia.
Ho letto di un tale che dopo aver camminato sui carboni ardenti
ha detto: “Adesso sono convinto che potrei trovarmi nel bei mezzo di
un’esplosione nucleare, e non mi succederebbe niente”. Se è
fortunato, può darsi che non si trovi mai nella necessità di verificare
la sua convinzione, ma questo è un esempio del genere di
convinzioni sballate che in questo modo possono venire indotte. Se
si inducono delle convinzioni in questo modo, è facile che la gente
s’inventi delle convinzioni che non hanno alcun rapporto con la realtà
di fatto o con le reazioni altrui. C’è addirittura uno di quelli che
insegnano a camminare sui carboni ardenti che si definisce “il più
grande istruttore di PNL”, mentre non ha nemmeno l’abilitazione alla
professione: figuriamoci se può essere un istruttore! Questo
individuo ha anche altre convinzioni ancora meno basate sulla realtà
di fatto.
So che alcuni dopo aver camminato sui carboni ardenti ne hanno
ricavato un’utilissima trasformazione delle proprie convinzioni. Anche
un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno. Il problema
è che camminando sui carboni ardenti si ha ben scarso controllo
sulla nuova convinzione che prende il posto di quella vecchia. Al
mondo ci sono abbastanza convinzioni bizzarre e pericolose senza
che ci sia bisogno di aggiungerne altre in modo del tutto casuale.
Un altro problema relativo a cose come camminare sui carboni
ardenti è che esse tendono a indurre la convinzione che per
cambiare sia necessario un evento esterno particolarmente
drammatico. Personalmente preferirei indurre la convinzione che il
cambiamento avviene continuamente, e facilmente, e fare in modo
che avvenga a nostro vantaggio dipende solo dal fatto di capire
come si fa a far funzionare il nostro cervello. Per far questo non è
necessario camminare sui carboni ardenti.
Un problema a parte è sapere se camminare sui carboni ardenti
sia in effetti una cosa difficile da fare o no, o se le sei ore di
preparazione evangelica significano effettivamente qualcosa per
riuscire a camminare sui carboni ardenti. Un giornalista della rivista
Rolling Stone ha cronometrato delle persone che camminavano sui
carboni ardenti, riscontrando tempi che variavano da un secondo e
mezzo a un secondo e nove decimi, con una media di circa un
secondo e sette decimi. Il percorso era di tre metri circa, e di
conseguenza se fate passi di settantacinque centimetri potete
farcela facilmente in quattro passi: due per piede. Questo ci da un
massimo di meno di mezzo secondo di effettivo contatto ogni volta
che si appoggia il piede.
Quelli che camminano sui carboni ardenti la fanno tanto lunga
sulla temperatura dei carboni — da 800 a 1000 gradi — ma non si
soffermano sul fatto che il piede entra in contatto solo due volte con i
carboni ardenti, e ogni volta per meno di mezzo secondo. Quando si
raccoglie Un carbone ardente caduto sul tappeto per ributtarlo nel
caminetto, le dita restano probabilmente altrettanto a lungo a
contatto col carbone... e le punte delle dita sono molto più sensibili
dei piedi.
La combustione non richiede solo la temperatura, ma anche un
trasferiment o di calore, e il tempo di contatto è solo uno dei fattori
nel trasferimento di calore.

Immaginiamo di essere in una baita di montagna, e di uscire dal


letto la mattina con 20 gradi sotto zero, e che un piede nudo si
appoggi su una lastra d’acciaio, e l’altro su un tappeto di pelle di
pecora. Sebbene tanto il tappeto quanto l’acciaio si trovino a 20
gradi sotto zero, l’acciaio sembrerà molto più freddo del tappeto, a
causa della sua superiore conduttività termica. La conduttività della
brace è superiore a quella della lana di pecora, ma molto inferiore a
quella dell’acciaio. Al prossimo adepto delle passeggiate sui carboni
ardenti che incontrate, chiedete se è disposto a tare lo stesso
percorso su una lastra d’acciaio arroventata alla stessa temperatura
di quei carboni!
Esiste un ulteriore fattore, che i fisici chiamano ‘effetto
Leidenfrost’. Quando vi è una significativa differenza di temperatura
tra due sostanze, e quella più fredda è un liquido o contiene del
liquido, si forma un sottile velo di vapore che crea una barriera
isolante, la quale riduce in modo significativo il trasferimento di
calore.
Tutte le prove in mio possesso indicano che una passeggiata sui
carboni ardenti della durata di un secondo e mezzo e su un percorso
di tre metri è qualcosa che chiunque può fare, con o senza
preparazione evangelica; pochissimi, tuttavia, pensano di poterlo
fare.
Donna: Alcune persone hanno delle convinzioni che non
sembrano influire molto sul loro comportamento. Il mio capoufficio,
per esempio, parla sempre della necessità di essere cortesi, mentre
lui di solito si comporta in modo estremamente sgarbato. Come si
spiega?
Io cerco di capire come le cose funzionano, non cerco di
‘spiegarle’. Ci sono diverse possibilità. Una è che questa
convinzione non sia in realtà qualcosa di cui lui è convinto, anche se
ne parla. Tanti ‘intellettuali’ hanno convinzioni di questo genere, che
non hanno alcun effetto sul loro comportamento. In casi del genere
si potrebbe usare lo schema di cambiamento delle convinzioni in
modo da trasformare questa convinzione in un’altra,
soggettivamente abbastanza reale da influire sul suo
comportamento.
Un’altra possibilità è che la convinzione sia sì reale, ma selettiva:
sono gli altri che dovrebbero comportarsi gentilmente con lui, mentre
lui non ha bisogno di comportarsi gentilmente con gli altri, perché è
un individuo speciale. I re, i dittatori e alcuni divi del cinema sono
così. Le convinzioni non comportano sempre la reciprocità.
Una terza possibilità è che la convinzione del tuo capuffìcio sia
reale e abbia in sé un elemento di reciprocità, ma che ciò che lui
considera ‘essere gentile’, per gli altri sia una manifestazione di
scortesia. Negli anni Sessanta tanti psicologi di scuola umanista
abbracciavano chiunque con troppa foga, perché erano convinti che
fosse bello farlo, senza notare se l’ ‘abbracciato’ lo apprezzava o no.
Avevano anche l’abitudine di andare in giro a insultare la gente,
perché pensavano che fosse sempre un bene essere onesti e dire la
verità. I crociati erano convinti che fosse importante salvare delle
anime, e non si curavano del fatto che qualche volta, per salvare
l’anima, fosse necessario uccidere il corpo.
Il processo di trasformazione delle convinzioni è relativamente
facile, purché si abbia il consenso della persona. Se la persona non
vuole cambiare le sue convinzioni, è un po’ più difficile. Sono anche
partito dal presupposto che foste in grado di identificare una
convinzione che valesse la pena di cambiare. Qualche volta non è
affatto facile, e può darsi che si debba lavorarci su per determinare
qual è la convinzione limitante.
Spesso la convinzione che la persona vuole cambiare non è
quella che in effetti limita il suo comportamento.
In questa sede, il mio scopo principale è insegnarvi un
procedimento che voi possiate usare per trasformare le convinzioni.
Però è importante anche il contenuto che si mette in una certa
convinzione. Ecco perché vi ho chiesto di svolgere sempre e
comunque il controllo ecologico, come pure di formulare la nuova
convinzione in termini di processo anziché di scopo, e di formularla
in termini positivi. Vi ho chiesto di mettere in pratica questo processo
di cambiamento delle convinzioni senza conoscere il contenuto della
nuova convinzione, perché so che alcuni di voi si perderebbero nel
contenuto, e avrebbero difficoltà ad apprendere il processo. Dopo
aver imparato bene il processo, sarà meno facile che vi perdiate nel
contenuto.
Quando si lavora con dei pazienti, è certamente opportuno
sapere qualcosa del contenuto, in modo da poter verificare che la
nuova convinzione sia formulata in termini positivi, che sia un
processo e non uno scopo, e che non possa causare problemi di tipo
ecologico. Le convinzioni sono qualcosa di molto potente; cambiarne
una può dare ottimi risultati, ma se si installa quella sbagliata, i
risultati possono anche essere pessimi. Voglio che stiate molto
attenti alle nuove convinzioni che andate installando negli altri.
8 - Imparare

Ho sempre ritenuto interessante il fatto che quando qualcuno


discute su un tema di scarsa importanza, si dica che è una
discussione ‘accademica’. Io e John Grinder fummo costretti a
lasciare l’incarico di docenti all’Università di California perché
insegnavamo agli studenti a fare delle cose importanti per la loro
vita. L’accusa che ci venne mossa fu proprio questa. Si disse che la
scuola serviva solo a insegnare agli studenti delle cose su certi
argomenti.
Da studente universitario, gli unici due corsi nei quali andai male
furono quello di psicologia e quello in cui si insegnava a parlare in
pubblico. Al primo esame di psicologia mi buttarono fuori, e a quello
di oratoria presi un ‘insufficiente’. Che ve ne pare? La PNL è la mia
vendetta.
Nei miei contatti con gli educatori, mi sono accorto che chi
insegna una certa materia può essere ferratissimo, e sapere un
sacco di cose su quello specifico argomento. Con tutto ciò, di solito
sa pochissimo su come le ha imparate, e ancor meno su come
insegnarle agli altri. Una volta ho assistito a una lezione del primo
corso di chimica.
Il professore si presentò di fronte a 350 persone e disse: “Adesso
voglio che immaginiate che qui ci sia uno specchio, e che di fronte
allo specchio ci sia una molecola a elica di DNA, che ruota
all’indietro. Alcuni dei presenti fecero: “Ahhh!”.
Quelli poi finirono col fare i chimici. Alcuni fecero “Huh?”. Questi
non diventarono dei chimici. Alcuni dei presenti invece fecero:
“Urghh!”. E questi ultimi finirono col fare gli psicoterapeuti!
Quel professore non si rendeva assolutamente conto che la
maggior parte delle persone non riusciva a visualizzare con la sua
stessa ricchezza di dettagli. Questo genere di visualizzazione è una
condizione necessaria per dedicarsi con successo alla chimica, ed è
un’abilità che può essere insegnata a persone che non sanno
ancora visualizzare bene. Ma poiché quel professore presupponeva
che chiunque potesse già fare quello che faceva lui, non faceva altro
che perdere il suo tempo con la maggior parte delle persone che
frequentavano i suoi corsi.
La maggioranza degli studi sul processo di apprendimento hanno
un’impostazione ‘oggettiva’. La PNL, invece, si propone di indagare
l’esperienza soggettiva dei processi mediante i quali le persone
imparano. Gli studi ‘oggettivi’ di solito studiano persone che hanno
dei problemi di apprendimento; la PNL studia l’esperienza soggettiva
di persone che hanno la soluzione. Se si studia la dislessia, alla fine
si sapranno un sacco di cose sulla dislessia. Ma se si vuole
insegnare a leggere ai bambini, è più logico studiare persone che
sanno leggere bene.
Quando inventammo il nome di ‘programmazione
neurolinguistica’, tanti dissero: “Sa un po’ di ‘controllo della mente’ “,
come se in questo ci fosse qualcosa di male.
Io dissi: “Sì, certo”. Se non si comincia a controllare e a usare il
proprio cervello, non si può fare altro che affidarsi al caso. Il nostro
sistema educativo è un po’ la stessa cosa. Ti mettono davanti un
contenuto per dodici anni di seguito; se lo impari, allora tè lo hanno
insegnato. Il sistema educativo attuale è un fallimento sotto diversi
aspetti, e io vorrei discuterne alcuni.

Fobie scolastiche

Uno dei problemi più diffusi è che tanti ragazzi hanno già avuto
brutte esperienze scolastiche. Per questo motivo, una certa materia,
o la scuola in generale, diviene uno stimolo tale da scatenare nel
ragazzo brutti ricordi, che lo fanno star male. E nel caso che non ve
ne siate accorti, quando si sta male non è che si possa imparare
gran che.
Se la reazione del ragazzo è particolarmente intensa, gli
psicologi la definiscono ‘fobia scolastica’. Lo star male in reazione a
una certa situazione scolastica può essere risolto rapidamente,
utilizzando alcune delle tecniche che abbiamo descritto e dimostrato
in precedenza, ma vorrei farvi vedere un altro semplicissimo metodo
con cui si può ottenere lo stesso risultato.
Quanti di voi provano sensazioni spiacevoli riguardo alla
matematica... frazioni, radici quadrate, equazioni quadratiche e roba
del genere? (Scrive alla lavagna una lunga serie di equazioni, e
diverse persone gemono o sospirano).
Adesso chiudete gli occhi e pensate a un’esperienza che per voi
sia stata assolutamente meravigliosa... qualche situazione in cui vi
siate sentiti emozionati e curiosi...
Adesso aprite gli occhi per un paio di secondi e guardate queste
equazioni, e poi chiudete gli occhi e tornate a quell’esperienza
meravigliosa...
Adesso aprite gli occhi e guardate le equazioni per diversi
secondi in più, e poi tornate alla vostra esperienza emozionante.
Alternate le due cose qualche altra volta, finché le due esperienze
non si sono completamente integrate...
Adesso è il momento di fare una verifica. Prima guardate da
un’altra parte e pensate a una qualsiasi esperienza ne brutta ne
bella... e poi guardate queste equazioni, e notate la vostra reazione.
Uomo: Santo cielo, funziona!
In realtà questo è un vecchio metodo di PNL che noi chiamiamo
‘integrare le ancore’.
Se volete saperne di più, potete leggere La metamorfosi
terapeutica. È possibile trasformare con la stessa facilità e rapidità la
maggior parte delle reazioni negative alla scuola, ma per poterlo fare
dovete sapere come funziona il nostro cervello.
Un modo più fantasioso per utilizzare lo stesso principio consiste
nel collegare fin dall’inizio l’apprendimento con la gioia e il
divertimento. Nella maggior parte delle scuole, i ragazzi sono
costretti a sedere in silenzio in file di banchi perfettamente allineate.
Io domando sempre: “Quanto ci vorrà prima che i ragazzi possano
avere l’opportunità di ridere, muoversi e divertirsi?”. Se
all’apprendimento sono legate solo noia e scomodità, non c’è da
meravigliarsi che nessuno abbia voglia di imparare. Uno dei grandi
vantaggi dell’educazione assistita dai calcolatori è che stare con un
calcolatore è molto più divertente che stare con la maggior parte
degli insegnanti. Il calcolatore ha una pazienza infinita, e non fa mai
star male il ragazzo come fanno tanti insegnanti.

Ricordare

Un altro grosso problema per molti ragazzi è ricordare le cose


che imparano a scuola.
Gran parte della cosiddetta educazione consiste semplicemente
nel mandare a memoria. Qui le cose stanno un po’ cambiando. Gli
insegnanti stanno cominciando a rendersi conto che la massa delle
informazioni è tale e si sta espandendo così rapidamente e sta
cambiando così in fretta, che la memorizzazione non è più tanto
importante come si pensava una volta. Oggi è molto più importante
esser capaci di trovare le informazioni necessario quando se ne ha
bisogno, utilizzarle e quindi scordarsene. Però bisogna esser capaci
di ricordare come si fa.
Uno degli aspetti della memoria è paragonabile a quello che
abbiamo appena discusso a proposito dell’apprendimento. Il ricordo
è associato a esperienze piacevoli o spiacevoli? Perché la persona
possa ricordare qualcosa, deve tornare allo stato di coscienza in cui
l’informazione le è pervenuta. È così che funziona la memoria. Se
quando chiedete a una persona di fare qualcosa la fate arrabbiare o
la rendete infelice, per ricordare quella cosa dovrà tornare in quello
stato di coscienza. E siccome non avrà nessuna voglia di star male,
non è facile che se ne ricordi. Ecco perché per la maggior parte
abbiamo un’amnesia totale riguardo ai nostri dodici o sedici anni di
educazione scolastica. Personalmente non riesco nemmeno a
ricordare i nomi degli insegnanti, per non parlare della maggior parte
di quello che mi è stato insegnato, o dei fatti che sono successi. Ma
l’ultimo giorno di scuola me lo ricordo bene!
Come ti chiami?
Donna: Lydia.
Hai dimenticato di metterti la targhetta con il nome. L’unico modo
in cui riesco a ricordarmi i nomi è di allucinare sulla persona una
targhetta con il nome. Ogni volta che conosco una persona nuova,
fisso lo sguardo sulla parte sinistra del petto; a questo punto mi
crederanno un pervertito. Una volta ho tenuto un seminario alla
Xerox, e siccome tutti avevano una targhetta della Xerox, io
continuavo a chiamare tutti ‘Xerox’. Sono cose che funzionano così;
il cervello impara a fare in un certo modo, e continua a farlo anche
dopo essersi reso conto che non serve a niente.
Lydia, adesso ti dirò un numero: 357. Adesso voglio che tu
dimentichi il numero che ti ho appena detto... Tè ne sei dimenticata?
(No). Se non riesci a dimenticare anche solo un numero, un numero
privo di significato, come fai a dimenticarti la targhetta col nome, o
contenuti importanti presentati in un seminario? E adesso te ne sei
dimenticata? (No). Allora, com’è possibile che tu non riesca a
dimenticare qualcosa che non ha nessuna importanza?
Lydia: Se continuiamo a parlarne, me ne ricorderò ancora meglio.
Non importa se è importante o no. E specialmente se mi chiedi di
dimenticarlo, io non riesco a dimenticarmene.
Mi sembra logico... Hai visto quanti hanno annuito quando l’hai
detto? “Certo, tu mi hai chiesto di dimenticarmene, e allora devo
ricordarmene. Dopo tutto non ha nessuna importanza, ma ne stiamo
pur parlando. Se mi chiedi di dimenticare qualcosa di nessuna
importanza di cui si è parlato a lungo, io sono costretta a
ricordarmene”. È bizzarro, non è vero?... Ma Lydia ha perfettamente
ragione.
Sembra strano, ma anche se sembra strano sapete che ha
ragione. Il fatto che lei dica questo è altrettanto strano quanto che lei
lo faccia. Eppure la psicologia lo ignora, come se non avesse alcun
significato, e continua a studiare cose come i ‘complessi edipici’ e
altre astruserie. La psicologia trascura di studiare come si imparano
le cose, e preferisce studiare la ‘profondità’ dello stato di trance in
cui ci si trova... è la metafora per cui la trance è una buca in cui si
cade, e acquista maggior valore quanto più giù si va. Quelli che
parlano di ‘livelli di coscienza’ non sono d'accordo; secondo loro è
meglio andare più in su, e non più in giù.
Se non ne avessi parlato tanto a lungo, e ne avessi parlato nel
modo giusto, Lydia avrebbe anche potuto dimenticare un numero di
sole tre cifre. Si è ben potuta dimenticare la targhetta con il nome
anche se le è stato detto che era importante.
Molti di voi cercano di far ricordare agli altri certe cose. A quanti
di voi è capitato di parlare a qualcun altro di cose importanti, per poi
accorgersi che l’altro se n’è subito dimenticato? E voi avete pensato
che fosse colpa sua! Ricordatevene, quando volete che un altro si
ricordi di qualcosa.
A parte torturare i topi, probabilmente la psicologia ha dedicato
allo studio della memoria più tempo che a qualsiasi altro soggetto.
Eppure, non è mai veramente riuscita a capire come la memoria
funzioni in termini di esperienza soggettiva.
Quanti di voi hanno difficoltà a ricordare i numeri di telefono? La
maggior parte di voi probabilmente cerca di farlo auditivamente,
ripetendosi il numero verbalmente. A molti di voi le tabelline sono
state insegnate proprio mediante la recitazione auditiva.
Anche quando si raggiunge lo scopo, è un processo molto lento,
perché per arrivarci dovete recitare dentro di voi tutte quelle parole.
”Nove, sei tre... zero, quattro, sei, otto”; “Sei per nove,
cinquantaquattro”. Nel caso di molte informazioni, è molto più utile
memorizzarle visivamente, e non auditivamente: 963-0468, 6x9 =
54. Quando ricordate visivamente, l’intera immagine si presenta alla
vostra mente tutta insieme, e voi la scorrete fino all’informazione di
cui avete bisogno, e poi la leggete o la ricopiate. Molti ragazzi che
sono considerati ‘lenti nell’apprendimento’ non fanno altro che
ricordare auditivamente, e non visivamente. Se si dedicano un paio
d’ore a insegnar loro a farlo visivamente, imparano molto più in
fretta.
D’altra parte, c’è chi cerca di ricordare la musica creando delle
immagini o provando certe sensazioni, invece di udire i suoni. Quindi
è sempre questione di ricordare in un modo che sia appropriato a ciò
che volete ricordare.
Un altro buon sistema per avere una cattiva memoria consiste
nel fare cose totalmente irrilevanti allo scopo di mandare a memoria
le informazioni desiderate. Se ci si continua a ripetere: “Devo
ricordare quel numero di telefono”, allora ciò che si ricorderà è
questa frase, invece del numero di telefono! C’è tanta gente che fa
cose del genere, e poi si chiede come mai ha così ‘poca memoria’.
In realtà hanno una memoria eccellente, solo che la usano per
ricordare delle stupidaggini.
Se si studiano coloro che hanno una memoria fenomenale, si
scoprirà che fanno cose veramente interessanti. Un tale dalla
memoria eccellente mette dei sottotitoli sotto tutte le sue immagini.
Imprime letteralmente certe parole sulle immagini, parole che
descrivono il significato dell’immagine stessa. Questa breve
descrizione verbale codifica e categorizza il ricordo, così che
ritornarvi è facile. È come mettere un titolo a un film, in modo da
poter dare un’occhiata al titolo e capire di che si tratta senza doversi
guardare tutto il film. Nel campo dei calcolatori lo chiamiamo ‘codice
di etichettatura casuale’... qualcosa di arbitrario ma caratterizzante,
che è correlato con questo e allo stesso tempo correlato con quello,
e collega insieme le due cose.
Una volta a uno dei nostri seminari c’era una signora che venne
rapidamente presentata a quarantacinque persone, che le dissero il
loro nome e cognome. Fu tutto quel che le ci volle per ricordare il
nome di tutti. Ho visto Harry Lorange fare la stessa cosa con circa
trecento persone a uno show televisivo. Quando questa signora
veniva presentata a qualcuno, si concentrava su qualcosa di
estremamente caratterizzante: la forma del naso, il colore della pelle,
il mento, o qualsiasi cosa che spontaneamente le si presentasse
come tipico di quella persona. Quindi continuava a concentrare la
sua attenzione su quella particolare caratteristica mentre udiva il
nome della persona, e questo legava le due cose. In più, faceva un
rapido controllo distogliendo un attimo lo sguardo per visualizzare
quella caratteristica tipica mentre ascoltava il nome della persona,
per accertarsi che il collegamento fosse avvenuto.
Personalmente, preferisco che la gente porti una targhetta con il
nome, per non dovermi preoccupare di cose del genere. Tuttavia si
tratta certamente di un talento utile, che potrebbe essere insegnato
ai venditori di professione. Questi hanno spesso a che fare con
molte persone, ed è considerato importante ricordare il nome di tutte
ed avere rapporti di cordialità a livello individuale.
Se i vostri rapporti con la gente si svolgono soprattutto per
telefono, questo metodo visivo non funzionerà. Però si può
facilmente adattarlo al sistema auditivo: quando sentite il nome,
individuate qualcosa di tipico nel tono o nella cadenza della voce
della persona, e ascoltatela pronunciare il proprio nome con quella
caratteristica tipica. Chi tende a visualizzare potrebbe preferire di
immaginare il nome visivamente al momento in cui lo sente
pronunciare. È sempre possibile adattare in questo senso qualsiasi
strategia di memorizzazione, per renderla appropriata al contesto o
alle capacità della persona che vuole ricordare qualcosa.
Se volete veramente ricordare un nome, associatelo a qualcosa
di caratteristico in ciascuno dei tre principali sistemi rappresentativi:
quello auditivo, quello visivo e quello cenestesico. Quando udite il
suono del nome, pronunciato nel tono di voce della persona in
questione, potreste osservare qualcosa di tipico in ciò che vedete
quando la guardate, e anche in ciò che provate quando le stringete
la mano. Ciò vi fornirà un codice di etichettatura casuale in ciascuno
dei principali sistemi rappresentativi, e di conseguenza avrete tre
diversi modi per ricordare il suo nome.
Un altro sistema per avere una ‘buona memoria’ consiste
nell’essere il più possibile efficienti ed essenziali in ciò che riuscite a
ricordare, e nell’usare il più possibile ciò che ricordate già. Per
esempio, se mettete sempre le chiavi di casa nella tasca anteriore
destra dei calzoni, dovrete ricordarvene una volta sola. Chi invece
mette le chiavi in molti posti diversi, può darsi che debba
ricordarsene quattro o cinque volte al giorno, anziché una volta sola
in tutta la sua vita.
Uno dei nostri allievi manda avanti due aziende, e deve
archiviare una quantità di carte e di schede. Ogni volta che deve
archiviare qualcosa, si chiede: “Dove lo cercherei, se ne avessi
bisogno?”, e comincia a muoversi verso l’armadietto degli schedari.
Facendo questo, nella mente gli compare l’immagine dell’etichetta di
un particolare schedario, e archivia il documento in quello schedario.
Questo metodo gli permette di usare ciò che ricorda già per
organizzare i suoi schedari, e di conseguenza ben di rado gli accade
di dover ricordare qualcosa di nuovo. Ogni volta che archivia un
documento, rafforza l’associazione tra il documento stesso e
l’etichetta dello schedario, rendendo il sistema ogni volta più
affidabile.
Uno dei modi in cui si può pensare a questi due esempi è che
essi creano una situazione in cui si deve ricordare il minimo
possibile. Ecco un altro esempio.
Guardate per qualche istante l’insieme di numeri che segue, e
quindi distogliete lo sguardo e guardate quanti ne riuscite a
ricordare.

149162536496481100

Adesso guardateli abbastanza a lungo da far sì che quando


distogliete lo sguardo ve li ricordiate ancora tutti...
Se ci avete provato seriamente, probabilmente avete cominciato
a raggruppare i numeri in serie di due o tre, in modo da organizzare
il compito e rendere più facile la memorizzazione:
14,91,62,53,64,96,48,11,00
oppure
149,162,536,496,481,100

È un processo che noi chiamiamo ‘frantumazione’: suddividere


un compito difficile in pezzi più piccoli e maneggevoli. Tra uomini
d’affari corre una vecchia battuta: "Come si fa a mangiare un
elefante?". La risposta è: “Un boccone alla volta”.
A questo punto, per quanto pensate di riuscire a ricordare
accuratamente questo numero? Per un'ora? Un giorno? Una
settimana?
Adesso, frantumiamo il numero in un modo un po' diverso. Vi
viene in mente nulla?

1 4 9 16 25 36 49 64 81 100

Possiamo scrivere la stessa serie di numeri in modo un po’


diverso, ossia come una serie di quadrati:
1² 2² 3² 4² 5² 6² 7² 8² 9² 10²
Ora, è ovvio che il numero da cui siamo partiti è la successione
dei quadrati dei numeri da 1 a 10 scritti uno di seguito all’altro.
Sapendo questo, potrete facilmente ricordarvi questo numero per
dieci anni, o per venti. Cos’è a rendere la cosa così facile? Avete
molto meno da ricordare, e quello che avete da ricordare è tutto
codificato in termini di cose che voi ricordate già. La matematica e le
scienze non sono altro che questo: codificare il mondo in modo
efficace ed elegante, in modo da avere meno cose da ricordare e
lasciando libero il vostro cervello di fare altre cose più divertenti e
interessanti.
Questi sono soltanto alcuni dei principi che rendono molto più
facile e rapido il ricordare. Purtroppo, per adesso non sono molto
usati nella pratica scolastica.

Difficoltà di apprendimento

Una delle belle cose che succedono quando si scrive un numero


sufficiente di libri è che la gente ti fa fare cose che prima avresti
voluto fare, ma non potevi. Di solito a questo punto non ti ricordi più
di che si trattava, ma io me ne ero annotate alcune.
Una volta che mi venne chiesto di lavorare per un distretto
scolastico, c’erano alcune cose su cui avrei voluto lavorare. Una di
queste era il concetto generale di ‘difficoltà di apprendimento’,
‘disfunzione cerebrale minimale’, ‘dislessia’ o ‘handicap educativo’.
Sono parole che possono far colpo; tutte quante, tuttavia, descrivono
semplicemente il fatto che l’insegnamento non funziona.
Ogni volta che un ragazzo non impara, gli esperti sono lesti a
concluderne che il problema sta in una ‘difficoltà di apprendimento’...
ma non fanno mai molta chiarezza su chi ne soffra! Avrete forse
notato che gli stessi esperti non parlano mai di ‘difficoltà di
insegnamento’. Il presupposto è sempre che la causa del fallimento
risiede nel fatto che il cervello del ragazzo è debole o lesionato,
spesso per presunte cause genetiche. Quando non si sa in che
modo cambiare qualcosa spesso si comincia ad andare alla ricerca
di un modo per giustificare il fallimento, invece di pensare a come si
potrebbe cercare di fare qualcosa di diverso per far sì che la cosa
funzioni. Se si parte dal presupposto che il ragazzo abbia un difetto
nel lobo dell’apprendimento, non c’è assolutamente modo di
rimediare finché non sarà stata perfezionata la tecnica dei trapianti di
cervello.
Personalmente preferirei non spiegare il fallimento in questo
modo. Preferirei pensarlo come una ‘disfunzione dell’
insegnamento’, e così per lo meno lasciare aperta la possibilità di
imparare a superarla. Se facciamo finta di poter insegnare qualsiasi
cosa a chiunque, scopriremo dov’è che questo non è (ancora) vero.
Ma se pensiamo che quando qualcuno non impara, questo significa
che non è possibile insegnargli nulla, nessuno si darà mai nemmeno
la pena di tentare.
Nel secolo scorso era risaputo che l’uomo non potesse volare.
Poi, quando gli aeroplani entrarono a far parte della vita di tutti i
giorni, la maggior parte delle persone non pensava che fosse
possibile mandare un uomo sulla luna. Se si assume un
atteggiamento per cui tutto è possibile, si scoprirà che tante cose
che prima erano ritenute impossibili diventano poi possibilissime.
L’intero concetto di ‘difficoltà di apprendimento’ si basa
principalmente su vecchi studi neurologici sull’ ‘ablazione’, che
derivavano da una concezione abbastanza primitiva del
funzionamento del cervello: cioè, che si potesse capire come una
certa cosa funzionasse osservando cosa succedeva quando era
rotta. Scoprivano magari una lesione in una determinata parte del
cervello di una persona che non riusciva a parlare, e dicevano:
“Ecco la sede del linguaggio verbale”. La logica è la stessa che se si
tagliasse un filo dentro un televisore, si notasse che l’immagine
ondeggia lateralmente, e se ne concludesse: “Ecco la sede della
verticalità dell’immagine”. A tenere l’immagine diritta concorrono
migliaia di fili, connessioni e transistor, in un sistema estremamente
complesso e interdipendente, e il cervello è molto più complesso di
un televisore. Per alcune delle regioni più primitive del cervello,
sussiste in effetti una certa misura di localizzazione delle funzioni.
Tuttavia, è altrettanto vero che si sa da anni che un bambino piccolo
può perdere un intero emisfero cerebrale, e imparare perfettamente
da capo tutto quanto con l’emisfero rimanente.
I risultati di recenti ricerche stanno spazzando via molti vecchi
dogmi neurologici. In uno studio tomografico ai raggi X, è stato
trovato uno studente di una scuola universitaria di perfezionamento
con un QI di 120 e con dei ventricoli cerebrali tanto dilatati che la
corteccia non era più spessa di un centimetro! La maggior parte
della sua calotta cranica era piena di liquido, e secondo il dogma
non avrebbe dovuto nemmeno essere capace di alzarsi dal letto la
mattina, per non parlare di andare all’università!
Un altro vecchio dogma è che nei vertebrati dopo la nascita non
si formino più nuovi neuroni. L’anno scorso hanno scoperto che il
numero dei neuroni nella parte del cervello del canarino maschio
dedicata al canto raddoppia ogni primavera, e che poi metà di questi
neuroni si atrofizzano e muoiono durante il resto dell’anno.
In un altro studio si è scoperto che se si amputa un dito a una
scimmia, la parte del cervello che prima governava il dito mancante
viene progressivamente utilizzata dalle dita rimanenti nel giro di
qualche settimana, e questo rende le dita rimanenti più sensibili di
prima. Tutte le più recenti informazioni ci portano a concludere che il
cervello è molto più flessibile e adattabile di quanto una volta si
pensasse.
Non mi è mai andata a genio l’idea che un bambino potesse
essere ‘educativamente handicappato’, perché non ho mai pensato
che la lettura fosse principalmente un fatto genetico. Perfino nella
giungla, e senza genitori laureati, un bambino può imparare a
parlare in tre anni! Perché ci dovrebbero volere altri dieci anni per
insegnargli a leggere le stesse cose che sa già dire? I bambini dei
ghetti riescono a imparare tre lingue in una volta, e possono
imparare a scrivere cose di ogni genere usando codici segreti. Ma il
modo in cui si insegnano certe cose a scuola produce una situazione
in cui alcuni bambini non imparano a leggere. Qualcuno di voi
ricorderà magari certi corsi in cui non è riuscito a imparare gran che
a causa del modo spaventoso in cui i contenuti venivano presentati.
In realtà, imparare a leggere non è affatto difficile. Tutto quel che
bisogna fare è collegare l’immagine della parola al suono della
parola che già si conosce. Se si conosce la parola come viene
pronunciata, si è già collegato quel suono con un’esperienza di ciò
che quella parola significa. Da bambini, probabilmente avete
imparato abbastanza presto che il suono ‘gatto’ indicava una
cosettina pelosa provvista di artigli che si muoveva e miagolava. Nel
nostro cervello ciò avviene nel modo seguente: si sente la parola
‘gatto’, e allo stesso tempo si rammenta l’esperienza del vedere,
udire e toccare un gatto. Poi, se qualcuno pronuncia la parola,
quell’esperienza è lì nella mente, e se si vede, si sente o si tocca un
gatto, ecco il suono della parola. La lettura non fa altro che
aggiungere un’immagine della parola a ciò che già si sa. Vedendo la
parola ‘cane’ nella mente si ottengono un suono e un’immagine
diversi da quelli che si ottengono vedendo la parola ‘gatto’.
Ora, tutto questo sembra piuttosto semplice, e lo è. Eppure
riguardo ai problemi della lettura sono state scritte montagne di
sciocchezze, e per risolverli si profonde una enorme quantità di
energie. Esiste invece un gruppo di Denver che lavora su ogni
genere di problemi educativi impiegando i principi della PNL. Queste
persone garantiscono un innalzamento del livello di lettura del
bambino, misurato secondo i test standard di profitto,
dell’equivalente di almeno un anno scolastico, e questo con una
serie di otto sedute di un’ora. Di solito riescono a compiere progressi
molto maggiori in un tempo molto minore. Negli ultimi tre anni è
successo solo una volta che dovessero risarcire un cliente in base
alla garanzia offerta. L’ unico prerequisito che chiedono è che il
bambino abbia una sufficiente stabilità muscolare nell'uso degli occhi
da poter vedere ciò che sta cercando di leggere.

Farmaci

Un’altra delle cose delle quali avrei voluto occuparmi nell’ambito


del sistema scolastico è la pratica assai diffusa di prescrivere
farmaci come il Ritalin ai bambini ‘iperattivi’ che hanno dei problemi
a restarsene seduti tranquilli nel banco per ore. Il Ritalin li rallenta, in
modo che l’insegnante possa riuscire a star loro dietro. La
giustificazione che viene immancabilmente data alla prescrizione di
questi medicinali è che si tratta di sostanze innocue. Uno degli
aspetti interessanti del Ritalin è che, sebbene rallenti il bambino
iperattivo, il suo effetto sull’adulto è più quello di un’amfetamina,
ossia quello di una accelerazione.
Perciò, parlando ai responsabili di quel distretto scolastico, dissi:
“Questo Ritalin che voi date ai bambini li rallenta, mentre se viene
dato agli adulti li accelera, giusto? E voi siete tutti quanti convinti che
sia perfettamente innocuo e non abbia effetti collaterali dannosi,
esatto? Bene. Ho una proposta che vi farà risparmiare un sacco di
soldi. Smettete di darlo ai bambini, e datelo invece agli insegnanti,
così che possano accelerare e tenere il passo dei bambini”. Erano
rimasti intrappolati dal loro stesso ragionamento; nonostante ciò, la
mia proposta non piacque. Provate a proporre una cosa del genere
nella vostra scuola, e notate quanti ‘insegnanti con problemi di
apprendimento’ sono disposti a prendere una ‘medicina
perfettamente innocua’. Lo stesso succede con gli psichiatri: quasi
mai prescrivono farmaci psicoattivi ad altri psichiatri quando questi
vengono ricoverati in ospedale! Dopo aver prescritto per trent’anni
farmaci a base di fenotiazina, adesso hanno scoperto che a distanza
di tempo questi provocano una cosa chiamata ‘discinesia tardiva’. È
un disturbo che colpisce i muscoli, così che uno trema tutto e ha
problemi a camminare o a tenere in mano una tazza di tè.
Donna: Sono un’insegnante, e proprio la settimana scorsa ho
avuto un incontro con un medico, un’infermiera e un’altra
insegnante. L’infermiera diceva: “Credo che a questo bambino
dovremmo dare qualche farmaco”. Gli altri erano d’accordo. Io mi
sono arrabbiata moltissimo, e ho detto: “Non riesco a credere che
con tutto quello che si dice sull’abuso di tarmaci voi proponiate che
questo bambino prenda delle medicine! Se foste voi a doverle
prendere, che direste?”. Il medico ha detto: “Io ne prendo ogni sera
per rilassarmi”. E l’altra insegnante ha detto: “Anch’io”. E l’infermiera
ha detto: “Io vado avanti a Valium”. Non riuscivo a crederci, e sono
rimasta così scossa che non ho saputo cosa dire.
Beh, prendere dei farmaci non è assolutamente la stessa cosa
che costringere un altro a prenderli. Sono convinto che ciascuno
debba decidere per proprio conto se prendere dei farmaci, e quali.
Quel che è veramente triste è che la maggior parte dei problemi per
cui oggi si prescrivono certi farmaci potrebbero essere risolti con
tanta facilità usando la PNL. Un qualsiasi terapeuta che lavori con i
metodi della PNL dovrebbe riuscire a risolvere una fobia scolastica
nel giro di una mezz’ora, e la maggior parte dei bambini che hanno
problemi ortografici potrebbero scrivere correttamente nel giro di un
paio d’ore.
Tuttavia, a questo punto è necessaria una certa cautela. La PNL
sta cominciando a farsi un nome, e c’è un sacco di gente non
qualificata che afferma di avere ricevuto un addestramento in PNL.
C’è addirittura un tizio che afferma di essere ‘il più grande istruttore
di PNL’, dopo aver seguito un solo corso! Questo è il genere di cose
che succede quando qualcosa di efficace comincia a farsi un nome,
e di conseguenza siate cauti, e a chi afferma di aver ricevuto un
addestramento in PNL fate qualche domanda in proposito.
Allo stesso tempo, c’è gente in gamba che dopo avere appreso i
metodi della PNL torna nelle classi differenziali e spazza via a tutto
spiano problemi di apprendimento di ogni genere. Quando si sa
come fare a scoprire in che modo funziona il cervello di qualcuno, è
relativamente facile insegnargli a usarlo in modo più efficace ed
efficiente.
Le potenzialità di apprendimento trovano una effettiva
realizzazione non quando qualcuno ci inonda con un certo
contenuto, ma quando qualcuno ci insegna il meccanismo con cui si
può fare una certa cosa: le strutture e le sequenze soggettive che
sono necessarie a imparare.
9 - La scozzata

II prossimo schema submodale che voglio insegnarvi può essere


usato quasi per qualsiasi cosa. È uno schema altamente generativo,
che programma il cervello ad andare in una nuova direzione. Per
rendervi questo schema facile da imparare, comincerò da qualcosa
di estremamente semplice e facile. Moltissime persone sono
interessate a una cosa chiamata ‘controllo delle abitudini’. Chi di voi
si mangia le unghie e vorrebbe smettere? (Jack sale sulla pedana).
Adesso utilizzerò questo schema per far sì che Jack invece di
mangiarsi le unghie faccia qualcos’altro.
Che cosa vedi subito prima di mangiarti le unghie?
Jack: Non lo so. Di solito non mi accorgo di farlo prima che sia
trascorso un certo tempo.
Questo vale per la maggior parte delle abitudini. Inserisci il ‘pilota
automatico’, e poi, quando ormai è troppo tardi per rimediare, te ne
accorgi e stai male. Sapresti dirmi quando o dove di solito ti mangi le
unghie?
Jack: Di solito quando leggo un libro, o vedo un film.
Bene. Voglio che tu immagini di vedere un film, e che alzi
veramente una mano come se stessi per cominciare a mangiarti le
unghie. Voglio che tu osservi cosa vedi quando la mano si alza,
sapendo che stai per mangiarti le unghie.
Jack: Fatto. Ora so cosa vedo quando alzo la mano.
Bene. Useremo questa immagine tra qualche istante, ma per
adesso mettila da parte.
Prima abbiamo bisogno di un’altra immagine. Jack, se tu non ti
mangiassi più le unghie, in che cosa ti vedresti diverso? Non voglio
dire semplicemente che ti vedresti con le unghie più lunghe. Che
valore potrebbe avere il perdere questa abitudine? Che differenza
determinerebbe per te come persona? Quale significato avrebbe per
te?
Non voglio che tu mi dica le risposte; voglio che tu risponda
creando un’immagine di come saresti se non avessi più questa
abitudine.
Jack: Sì, ho fatto.
Ora voglio che tu prenda la prima immagine, quella della tua
mano che si alza, e la renda grande e luminosa... e che nell’angolo
inferiore destro di quell’immagine tu collochi un’immagine piccola e
scura di come ti vedresti diverso se tu non avessi più
quest’abitudine...
Ora voglio che tu faccia quella che io chiamo ‘la scozzata’. Voglio
che tu ingrandisca e renda più luminosa l’immagine piccola e scura
finché non copre la vecchia immagine della mano, che
simultaneamente dovrà oscurarsi e rimpicciolire. Voglio che tu lo
faccia con estrema rapidità, in meno di un secondo. Non appena
avrai ‘scozzato’ queste immagini, hai due possibilità di scelta: o
oscuri completamente lo schermo, o apri gli occhi e ti guardi attorno.
Quindi tornati dentro e fallo di nuovo, partendo da quella grande
immagine luminosa della mano che viene su, e dalla piccola
immagine scura di te stesso nell’angolo. Fallo per un totale di cinque
volte.
Accertati di oscurare lo schermo o di aprire gli occhi ogni volta
che l’hai fatto...
Adesso è il momento di fare una verifica. Jack, crea quella
grande immagine luminosa della mano che viene su, e dimmi che
succede...
Jack: Beh, è difficile tenercela. Svanisce, e al suo posto arriva
l’altra immagine.
Lo schema della scozzata direziona il cervello. Gli esseri umani
hanno la tendenza a evitare ciò che è spiacevole, e ad andare verso
ciò che è piacevole. Prima c’è una grande immagine luminosa dello
stimolo che suggerisce il comportamento che non gli piace. Quando
quell’immagine si affievolisce e rimpicciolisce, il disagio diminuisce.
Allo stesso tempo, lui viene attratto dall’immagine piacevole che
diventa più grande e luminosa. Ciò fissa, letteralmente, una
direzione che la sua mente può seguire: “da qui a lì”. Quando si
direziona la mente, il comportamento ha una fortissima tendenza a
seguire la stessa direzione.
Jack, voglio che tu faccia un’altra cosa. Alza la mano fino a
raggiungere la bocca, come facevi quando ti mangiavi le unghie.
(Jack alza la mano. Subito prima di raggiungere la bocca, la mano si
arresta e quindi si abbassa di un centimetro circa).
Beh, che è successo?
Jack: Non lo so. La mano è venuta su, ma poi si è fermata. Avrei
voluto metterla giù, ma l’ho tenuta su deliberatamente, perché mi
avevi detto di fare così.
Questo è un test comportamentale. Quel comportamento che
prima lo portava a mangiarsi le unghie ora lo conduce da qualche
altra parte. È una cosa automatica come quella di prima, ma lo porta
in una direzione che a lui piace di più.
Questo si tradurrà in esperienza. Ogni volta che la mano verrà su
perché in te è comparsa quella coazione, sarà quella stessa
sensazione a condurti nell’altra direzione. Diventerà una nuova
coazione. In realtà non è che la coazione scompaia: piuttosto, sei
costretto a essere qualcosa che corrisponde di più ai tuoi desideri.
Una volta ho seguito questo schema con una sfrenata
mangiatrice di cioccolata, che voleva essere ‘libera’. Non voleva
essere schiava di quella coazione, perché questo non corrispondeva
al modo in cui lei vedeva se stessa. Dopo aver finito, non riusciva più
a tener ferma nella mente l’immagine della cioccolata. Non appena
la creava, puf!, l’immagine svaniva. Adesso, quando guarda la
cioccolata vera, non ha più la vecchia reazione. La direzione dei suoi
pensieri va verso l’essere attratta da ciò che lei vuole essere. È una
nuova coazione. Questo schema può essere definito ‘scambio di
coazioni’. Io le dissi: “Adesso sei proprio incastrata. Sei costretta a
non riuscire a creare questo genere di immagini”. “Non me ne
importa”, mi rispose. In realtà non aveva obiezioni sul fatto di essere
costretta; solo che voleva esserlo a modo suo. E questa è
veramente la differenza che conta.
Lo schema della scozzata ha un effetto più potente di qualsiasi
altra tecnica che io abbia mai usata. In un recente seminario c’era
una signora in prima fila che brontolava e mugugnava perché erano
undici anni che cercava di smettere di fumare.
Io l’ho fatta cambiare in meno di undici minuti. Addirittura, sono
stato io a decidere cosa mettere in quella piccola immagine scura
nell’angolo. Non sono quello che si dice un ‘terapeuta non direttivo’.
Le dissi di vedere un’immagine di se stessa che apprezzava
educatamente il fatto che altre persone fumassero. Non avevo
nessuna voglia di creare un’altra fanatica convertita. Non volevo che
si vedesse disprezzare i fumatori, rendendo loro la vita impossibile.
Adesso voglio che tutti quanti vi mettiate a coppie e proviate
questo schema. Prima, però, vorrei riepilogare nuovamente le
istruzioni.

Lo schema della scozzata

1. Identificare il contesto. “Prima di tutto, individua il punto in cui


sei in crisi o bloccato. In che occasione, o in che momento vorresti
comportarti o reagire diversamente da come fai adesso? Potresti
scegliere qualcosa come il vizio di mangiarti le unghie, oppure
potresti scegliere qualcosa come arrabbiarti con tuo marito, o tua
moglie”.
2. Identificare l’immagine che da l’avvio al comportamento.
“Adesso voglio che identifichi cosa effettivamente vedi in quella
situazione subito prima di iniziare il comportamento che non ti piace.
Siccome in queste occasioni la maggior parte delle persone
inserisce il proprio ‘pilota automatico’, può essere utile fare
realmente ciò che deve precedere il comportamento stesso, in modo
da poter vedere di cosa si tratta”. Questo è ciò che ho fatto con Jack.
Ho dovuto fargli portare la mano verso il viso, e utilizzare
quell’immagine. Siccome questa è l’immagine che da l’avvio a una
certa reazione che alla persona non piace, a questa immagine
dovrebbe essere associata almeno una certa sgradevolezza.
Più è sgradevole, meglio funzionerà.
3. Creare l’immagine dell’esito. “Adesso crea una seconda
immagine di come ti vedresti diverso se avessi già ottenuto il
cambiamento desiderato. Voglio che continui a regolare questa
immagine finché per te non diviene un’immagine veramente
attraente, qualcosa che ti attrae fortemente”. Mentre il vostro
compagno crea l’immagine in questione, voglio che osserviate le sue
reazioni, in modo da esser sicuri che si tratta di qualcosa che
veramente gli piace e lo attrae. Bisogna che in viso gli compaia una
luce che vi dice che ciò che lui si sta raffigurando è qualcosa che
veramente vale la pena di ottenere. Se osservandolo non riuscite ad
avere le prove che si tratta di qualcosa che vale la pena di ottenere,
non dateglielo.
4. La scozzata. “Adesso ‘scozza’ le due immagini. Comincia col
vedere l’immagine di partenza, grande e luminosa. Quindi colloca
una piccola raffigurazione scura dell’immagine dell’esito nell’angolo
inferiore destro. La piccola immagine scura diventerà via via più
grande e luminosa e coprirà la prima immagine, che si oscurerà e
rimpicciolirà in fretta, nel tempo che vi ci vuole a dire ‘scozza’. Infine,
oscura completamente lo schermo, o apri gli occhi. Ripeti la
scozzata per un totale di cinque volte. Accertati di oscurare lo
schermo al termine di ogni scozzata”.
5. Verifica.
a. “Adesso ricrea la prima immagine... Che succede?”. Se la
scozzata è stata efficace, farlo gli sarà difficile. L’immagine tenderà a
svanire e a
96 essere sostituita dalla seconda immagine, quella di come si
desidera essere.
b. Un secondo tipo di verifica è quello comportamentale: trovate
un modo per creare la situazione di avvio rappresentata
nell’immagine di partenza del vostro compagno. Se in
quell’immagine è rappresentato un comportamento della persona
stessa, come nel caso di Jack, chiedetele di eseguirlo. Se
quell’immagine rappresenta qualcun altro che offre un cioccolatino o
una sigaretta, o urla, allora voglio che voi stessi lo facciate con il
vostro compagno, osservando quel che fa e il modo in cui reagisce.
Se al momento della verifica il comportamento è restato lo
stesso, tornate indietro e ripetete lo schema della scozzata. Vedete
se riuscite a capire cosa avete trascurato, o che altro potreste fare
per far funzionare il processo. Vi sto insegnando una versione assai
semplice di uno schema molto più generale. So che alcuni di voi
avrebbero delle domande, ma voglio che proviate a farlo prima di
esprimerle. Dopo una prova pratica, le vostre domande saranno
molto più interessanti. Stateci su un quarto d’ora circa per uno.
Andate avanti.

Girando per la stanza, ho notato che molti di voi ci sono riusciti.


Di questi casi non parliamo, a meno che non abbiano incontrato
delle difficoltà e poi siano riusciti a escogitare qualcosa di
interessante che ha permesso loro di superarle. Voglio piuttosto
sentire qualcosa dei casi in cui non ha funzionato.
Amy: Io voglio smettere di fumare. Ma quando abbiamo fatto la
verifica, ho sentito lo stesso il desiderio di fumare.
Bene. Descrivimi la prima immagine.
Amy: Mi vedo con una sigaretta in bocca, e...
Alt. È importantissimo che tu non ti veda. in quella prima
immagine, e che invece ti veda nella seconda. È una delle condizioni
che fanno sì che la scozzata funzioni. La prima immagine deve
essere una rappresentazione associata di ciò che vedi con i tuoi
stessi occhi quando ti metti a fumare... per esempio, la mano che
prende la sigaretta.
Se ti vedi la mano con una sigaretta fra le dita, senti la coazione
a fumare? O è il vedere la sigaretta? Qualunque cosa sia, voglio che
ti crei un’immagine di quella cosa che quando la vedi scatena in te la
sensazione di aver bisogno di fumare; creati un’immagine di ciò che
precede immediatamente il fumare, qualunque cosa sia.
Potrebbe essere prendere la sigaretta, accenderla, portartela alle
labbra o qualsiasi altra cosa tu faccia. Prova il procedimento con
quell’immagine, e poi torna a dirci com’è andata.
Uomo: In che libro si parla di questo procedimento?
In nessun libro. Perché verrei a insegnarvi qualcosa che si trova
già in un libro? Siete adulti; sapete leggere. Ho sempre pensato che
fosse una gran cretinata scrivere un libro e andarlo a leggere nei
seminari. Ma tanti fanno proprio questo, e alcuni di loro fanno un
sacco di soldi, per cui immagino che possa essere di una qualche
utilità.
Donna: In molte precedenti tecniche di PNL si sostituisce a un
vecchio comportamento un nuovo comportamento altrettanto
specifico. Ma in questa sede si vede semplicemente come si
sarebbe diversi se si cambiasse.
Esattamente. È questo a rendere questo schema così
generativo. Anziché sostituire a un comportamento specifico un altro
comportamento specifico, si crea una direzione.
Per fissare questa direzione si usa quella che viene spesso
chiamata ‘immagine di sé’, qualcosa di estremamente motivante.
Quando ero a Toronto, in gennaio, una signora mi disse che
aveva la fobia dei lombrichi. Siccome Toronto è gelata per la
maggior parte dell’anno, il problema non mi pareva poi così grave, e
allora dissi: “Beh, perché non ti limiti a evitarli?”. Lei rispose: “Beh,
semplicemente perché non corrisponde al modo in cui vedo me
stessa”. Questa sfasatura la motivava assai fortemente, anche se la
fobia dei vermi per lei non era poi un problema così grave. Non era
nemmeno quella che io chiamo ‘una fobia coi fiocchi’. Più che una
fobia del tipo “AAHHGGH!”, era una fobia del tipo “ahhh!”. Ancora il
suo cervello non era stato direzionato in modo appropriato, ma
quella sua immagine di se stessa continuava a farla tentare. Così,
ovviamente, le chiesi: “Se tu facessi questo cambiamento, in cosa ti
vedresti diversa?”. L’efficacia di questo schema dipende nella
maniera più assoluta dalla risposta che ottenete a questa domanda.
Questo procedimento non vi conduce a una meta... vi sospinge in
una certa direzione. Se vi vedeste fare qualcosa in particolare, non
fareste che programmare questa nuova scelta. Se invece vi vedete
come una persona con qualità diverse, questa nuova persona può
generare molte nuove possibilità specifiche. Una volta stabilita la
direzione, la persona inizierà a generare comportamenti specifici più
in fretta di quanto credereste possibile.
Se con lei avessi usato la cura standard per le fobie, non si
sarebbe più curata dei lombrichi, anzi, non li avrebbe nemmeno più
notati. Ma indurre qualcuno a non curarsi più di qualcosa è troppo
facile, e di gente così al mondo ce n’è anche troppa.
Se avessi installato un comportamento specifico, come prendere
i lombrichi in mano, allora sarebbe diventata capace di prendere in
mano i lombrichi. Ma nessuno dei due cambiamenti sarebbe stato
particolarmente profondo ai fini dell’evoluzione personale di quella
signora. Mi sembra che un essere umano possa realizzare
cambiamenti ben più interessanti di questi.
Quando ho eseguito la scozzata, ho determinato una direzione
tale da far sì che lei fosse attratta da quell’immagine di lei stessa
come donna più competente, più felice, più capace, meglio disposta
nei propri confronti, e, soprattutto, capace di credere di poter
effettuare rapidamente dei cambiamenti nel senso da lei stessa
voluto.
Donna: Penso di aver capito, ma sto cercando di capire il
rapporto con alcune delle tecniche di ‘ancoraggio’ che ho imparato in
passato seguendo corsi di PNL. Per esempio, c’è una tecnica per cui
si crea un’immagine di come si vorrebbe essere, quindi ci si entra
dentro per provarne le sensazioni cenestesiche, e infine si ancora
questo stato.
Certo. Era una delle nostre vecchie tecniche. Ha i suoi vantaggi,
ma ha anche certi svantaggi. Se una persona ha una
rappresentazione interna di se stessa veramente dettagliata e
accurata, è possibile creare un comportamento specifico che
funzioni perfettamente. Ma se ci si limita a creare un’immagine di
come si vorrebbe essere, e quindi ci si entra dentro per capire che
sensazioni ricaveremmo dall’essere così, questo non significa
necessariamente che tu possieda effettivamente quelle qualità, o
che tu nel frattempo abbia imparato qualcosa di utile. È un ottimo
modo per crearsi false immagini di se stesi, e per di più non indica
direzioni alternative.
Tanti vanno dallo psicoterapeuta chiedendo di sentirsi più sicuri di
se stessi, perché si sentono incompetenti. Questa mancanza di
fiducia in se stessi potrebbe costituire una valutazione accurata delle
loro capacità. Se si usa l’ancoraggio per far sì che una persona si
senta più sicura di sé, questa sensazione potrebbe permetterle di far
cose che in realtà sa già fare, ma che finora non ha mai fatto perché
non si sentiva abbastanza sicura di sé da provare. Questo
accrescerà anche le sue capacità. Ma si potrebbe creare soltanto
una eccessiva sicurezza di sé: la persona resta incompetente come
prima, ma non se ne accorge più! In giro ci sono già abbastanza
persone del genere, spesso pericolose per gli altri e per se stesse.
Sono anni che rilevo come tante persone chiedano al terapeuta una
maggiore sicurezza di sé, e così poche invece chiedano una
maggiore competenza.
Si può cambiare una persona in modo che questa sia convinta di
riuscire benissimo a fare una certa cosa, mentre in realtà non ci
riesce affatto. Quando una persona riesce a dimostrarsi sicura di sé,
di solito convince anche molti altri a fidarsi di capacità che invece
non possiede. Non cessa mai di stupirmi quante persone pensino
che se un ‘esperto’ si dimostra sicuro di sé, allora deve per forza
sapere quello che fa. Credo che se uno deve nutrire una falsa
sensazione di sicurezza, tanto vale che strada facendo acquisti un
po’ di competenza.
Dov’è Amy? Hai finito di fare la scozzata con la nuova immagine?
Amy: Sì.
Quanto ti ci è voluto a farlo cinque volte?
Amy: Un bel po’.
Lo immaginavo. Voglio che tu lo rifaccia più in fretta. Ogni volta
non dovresti metterci più di un paio di secondi. Anche la rapidità è un
elemento importantissimo di questo schema. Il cervello non impara
lentamente, ma in fretta. Non ho nessuna intenzione di farti seguire il
procedimento sbagliato, per poi sentirmi dire: “Oh, non ha
funzionato”. Fallo adesso, e io ti controllerò. Apri gli occhi dopo ogni
scozzata...
Adesso ricrea la prima immagine. Che succede?...
Amy: Adesso se ne va.
Vuoi una sigaretta? (Le porge un pacchetto di sigarette).
Amy: No, grazie.
La coazione c’è sempre? Non m’interessa se fumi o no. Voglio
sapere se c’è ancora il bisogno automatico. Qualche minuto fa mi
hai detto che provavi il bisogno di fumare.
Amy: In questo preciso momento non sento il bisogno di fumare.
Ecco. Tieni le sigarette; tirane fuori una e tienila fra le dita.
Guardale; giocaci.
Quando lavorate sul cambiamento, non esitate a verificare i
risultati ottenuti.
Metteteli severamente alla prova. Gli eventi del mondo li
metteranno comunque alla prova, perciò già che ci siete fatelo anche
voi, in modo da sapere subito cosa succederà. In questo modo ci si
può sempre tornare sopra. L’osservazione delle reazioni non verbali
del paziente vi fornirà molte più informazioni delle risposte verbali
alle vostre domande. (Amy annusa le sigarette, e l’espressione del
viso cambia rapidamente). Eccoci tornati al punto di partenza;
l’odore delle sigarette ha fatto nuovamente venir fuori la coazione.
Allora devi tornare indietro e fare di nuovo la scozzata, questa volta
aggiungendo l’odore. In quella prima immagine, quando vedi
qualcuno che ti offre una sigaretta, sentirai l’odore delle sigarette. E
nella seconda immagine, ti vedrai contenta di sentire l’odore delle
sigarette senza sentirti costretta a fumare. Rifallo da capo come ti ho
detto.
Questo si chiama ‘essere coscienziosi’. Al matematico non basta
trovare una risposta per dire: “Bene, ho finito”. Il matematico verifica
attentamente le sue risposte, perché se non lo fa lui, lo faranno gli
altri! È un genere di rigore che è sempre mancato alla psicoterapia e
alle scienze dell’educazione. Si inventa qualcosa, lo si mette alla
prova, e quindi si fa uno studio sequenziale di due anni per vedere
se ha funzionato oppure no. Se si sottopone una certa tecnica a una
verifica rigorosa, si può capire in quali casi funziona e in quali non
funziona, e lo si può capire immediatamente. E se si scopre che non
funziona affatto, è necessario provare qualche altra tecnica.
Quella che io vi ho appena insegnato è la versione semplificata di
uno schema molto più generale di scozzata. Ma alcuni di voi si sono
smarriti e sono rimasti confusi lo stesso. Un altro modo per essere
coscienziosi consiste nel cominciare effettuando la scozzata in tutti i
sistemi rappresentativi. Ma di solito è molto più economico partire
dal sistema visivo, e quindi effettuare una verifica rigorosa per capire
cosa eventualmente è necessario aggiungere. Spesso non bisogna
aggiungere nulla. O la persona non ne ha bisogno, o aggiungerà da
sola quello che serve senza nemmeno rendersene conto.
Amy, cosa succede adesso quando senti l’odore delle sigarette?
Amy: È diverso. È difficile dire in che senso. Adesso quando ne
sento l’odore ho voglia di metterla giù, invece di fumarla.
Il cervello non impara a raggiungere delle mete; impara ad
andare in determinate direzioni. Amy aveva appreso un certo
insieme di comportamenti: “Posso offrirti una sigaretta?”. “Sì”.
Accendere e tirare una bella boccata. Una sedia sarebbe incapace
di imparare una cosa del genere. È indubbiamente un bei risultato
quello di imparare una cosa del genere in modo tanto completo che
per anni nessuno riesce in alcun modo a modificarla. Ora invece
Amy ha usato la stessa capacità per imparare a procedere in un’altra
direzione.
Quando si comincia a usare il proprio cervello per fargli fare quel
che si vuole, è necessario fissare rigorosamente la direzione in cui lo
si vuole far procedere, e bisogna farlo in anticipo. La delusione non è
l’unica cosa che richieda una pianificazione adeguata. Tutto quanto
la richiede. Senza una pianificazione adeguata si diviene vittime
della coazione a fare cose che non si vogliono fare: a mostrare a noi
stessi vecchi ricordi e starci male, a fare cose che danneggiano il
nostro organismo, a urlare alle persone che amiamo, a comportarci
da vigliacchi quando siamo furiosi...
Tutto questo può essere cambiato, ma non mentre si è nella
situazione. Ci si può riprogrammare in seguito, o ci si può
programmare in anticipo. Il cervello non è progettato per ottenere dei
risultati; il cervello impara a procedere in determinate direzioni. Se si
sa come il cervello funziona, si può scegliere in quale direzione
procedere. Se non lo fate voi, qualcun altro lo farà al posto vostro.
Quella che vi ho appena insegnato è la versione che di solito uso
nei seminari di un giorno o di due giorni. Lo schema standard della
scozzata è qualcosa che chiunque può afferrare e utilizzare, e che
funzionerà nella maggior parte dei casi. Ma ciò non mi dimostra che
la persona abbia una comprensione competente dello schema
sottostante. Chiunque, se gli date un ricettario, riuscirà a fare un
dolce. Ma se quello stesso ricettario lo date a un vero cuoco, ne
ricaverà un prodotto migliore. Il cuoco veramente in gamba ha delle
conoscenze di chimica della cucina che lo guidano in quel che fa e
nel modo in cui lo fa. Sa a cosa servono, per esempio, le chiare
d’uovo nell’impasto; sa qual è la loro funzione. Per il cuoco, non è
semplicemente questione di mettere insieme un po’ di questo e un
po’ di quello, e poi frullare il tutto. Sa che certe cose fanno sì che
l’impasto si rapprenda fino a raggiungere quella determinata
consistenza, che certe cose vanno aggiunte in un determinato
ordine, e che certi altri ingredienti fanno sì che il sapore cambi in un
senso o nell’altro.
Lo stesso vale quando si comincia a usare lo schema della
scozzata. Come primo passo per fare. di voi dei cuochi provetti,
voglio che proviate a usare di nuovo lo schema della scozzata, ma
notando cosa accade se si cambia un solo elemento.
L’ultima volta abbiamo usato le submodalità delle dimensioni,
della luminosità e dell’associazione/dissociazione, come elementi
che cambiano passando da un’immagine all’altra.
Due di questi elementi, le dimensioni e la luminosità, sono
elementi che cambiano gradualmente entro una certa gamma di
variabilità. Quando abbiamo qualcosa che può essere cambiato
gradualmente si parla di variabili analogiche.
L’associazione/dissociazione è una di quelle che chiamiamo
variabili digitali, perché i casi sono soltanto due. O si vive
un’esperienza dall’interno, o la si osserva dall’esterno; non è che si
passi gradualmente dall’una all’altra. Il primo elemento della
scozzata sarà dunque sempre quello
dell’associazione/dissociazione. Gli altri due elementi analogici
possono essere due elementi qualsiasi, purché abbiano un poderoso
effetto sulla persona interessata.
Questa volta voglio che conserviate tutto com’è, solo che invece
delle dimensioni userete la distanza. La prima immagine inizialmente
sarà luminosa e vicina. La seconda sarà inizialmente scura e
lontana, e poi si avvicinerà rapidamente illuminandosi, mentre la
prima si allontanerà oscurandosi. Come cambiamento non è molto
rilevante, e alcuni di voi non noteranno alcuna differenza, in quanto
le dimensioni e la distanza sono strettamente correlate. Ma è un
primo passo per insegnarvi a usare lo schema della scozzata in
modo molto più generale e flessibile.
Prendetevi un altro quarto d’ora a testa per effettuare la scozzata
con la distanza invece che con le dimensioni.
Il fatto di usare la distanza anziché le dimensioni ha prodotto
qualche differenza per qualcuno di voi? È possibile impiegare
qualsiasi distinzione submodale per effettuare la scozzata, ma essa
funzionerà bene soltanto se le distinzioni che impiegate sono
soggettivamente rilevanti per la persona con cui state lavorando. Per
la maggior parte delle persone la luminosità e le dimensioni sono
fattori efficaci, perciò la versione che vi ho insegnato all’inizio
funzionerà nella maggior parte dei casi. La distanza è un’altra
submodalità importante per molte persone, perciò vi ho fatto
successivamente provare anche questa. Ma se le dimensioni, la
luminosità e la distanza non sono importanti per la persona con cui
lavorate, allora bisogna scoprire quali submodalità hanno
effettivamente un impatto, e progettare una scozzata che le utilizzi.
Un paio di anni fa lavorai con tre pazienti per una seduta da
registrare al videotape. Il primo paziente era una signora che soffriva
di ‘perdite anticipatorie’. Mi piacciono moltissimo le definizioni che
vengono tirate fuori per descrivere i pasticci in cui la gente va a
cacciarsi! In parole povere, se aveva fissato di vedersi con una
persona a cui si sentiva vicina, e questa persona ritardava di
mezz’ora, lei aveva quello che definiva un ‘attacco di panico’.
Perdeva completamente la trebisonda, e non sapeva più che fare.
Quando le chiesi cosa avrebbe voluto ricavare dalla seduta con me,
mi rispose in questo modo:
Il mio problema è una paura che in certe occasioni mi blocca
quasi completamente. Quando mi viene, è come se avessi degli
attacchi di panico.
Quello che vorrei fare sarebbe riuscire a distanziarmi un po’ da
certe situazioni, così che quando mi ci trovo non proverei più quella
paura nella misura in cui la provo adesso, e riuscirei a controllarmi e
a prendere decisioni migliori.
Siccome mi parlava di “distanziarsi”, mi forniva una chiara
indicazione del fatto che per lei la distanza era una submodalità
importante. Parlava anche parecchio di persone che “le erano
vicine”, e di “rapporti stretti”. In seguito, parlando di quel che faceva
quando qualcuno era in ritardo, disse: “Ho bisogno di concedere loro
una certa distanza... voglio dire un po’ di tempo”. Con questa
signora, una scozzata che impieghi la distanza sarà molto più
efficace di una scozzata che impieghi le dimensioni. Difatti andai
avanti, e provai la versione standard usando le dimensioni, per
capire se poteva funzionare. L’impatto fu minimo. Quindi usai la
distanza, e funzionò perfettamente.
L’elemento più importante per effettuare la scozzata in modo
veramente elegante consiste nel raccogliere accuratamente tutte le
informazioni necessario a predisporre le cose nel modo più
appropriato. Quando una persona afferma che una certa cosa “è più
grande del reale”, oppure che “ha raggiunto proporzioni
preoccupanti”, questa è senz’altro un’indicazione che le dimensioni
sono una importante variabile da utilizzare.
Quando qualcuno descrive una limitazione che vorrebbe
superare, bisogna riuscire a prestare attenzione al modo in cui
questo specifico problema funziona. Io tengo sempre presente che
qualsiasi cosa uno faccia, si tratta pur sempre di un risultato, per
quanto irrilevante o doloroso possa essere. La gente non si rompe;
la gente funziona sempre perfettamente. La domanda fondamentale
è: “Come funziona questa persona in questo momento? ”, così da
poterla aiutare a funzionare perfettamente in modo più piacevole e
utile.

Una delle cose che faccio per raccogliere informazioni consiste


nel dire al paziente: “Beh, immaginiamo che io debba prendere il tuo
posto per un giorno. Una delle cose che dovrei fare sarebbe quella
di avere la tua limitazione. Come potrei fare? Devi insegnarmi come
si fa ad avere questo problema”. Siccome parto dal presupposto che
si tratti di un risultato, cioè di qualcosa di appreso che può essere
insegnato ad altri, questo trasforma completamente il modo in cui la
persona può pensare alla propria difficoltà ed affrontarla.
Quando chiesi alla signora che aveva gli attacchi di panico
quando gli altri erano in ritardo di insegnarmi ad averne anch’io, lei
mi disse:
Si comincia col dirsi frasi del tipo: “Sono in ritardo; può darsi che
non arrivino più”.
Te lo dici in tono di voce annoiato: “Ahem...”.
No. La voce inizia lentamente: “Diamogli tempo un’altra
mezz’ora”. Quindi accelera col trascorrere del tempo.
Ci sono anche delle immagini?
Sì. Vedo un’immagine della persona, per esempio tra i rottami
dell’auto, come se io fossi lì ad assistere alla scena, come attraverso
un teleobiettivo. Altre volte mi guardo intorno, guardo il mondo
attraverso i miei stessi occhi, e non c’è nessuno.
Nel suo caso, quindi, aveva una voce che accelerava e saliva di
tono col trascorrere del tempo. A un certo punto la voce dice: “Non
arriveranno più”, e lei si crea un’immagine in primo piano, come
attraverso uno zoom, della persona tra i rottami dell’auto, oppure
una immagine in cui è completamente sola.
Quando le chiesi di crearsi l’immagine dei rottami dell’auto,
scoprii che il fatto di allontanare o avvicinare l’immagine aveva un
effetto molto rilevante. Quando provai l’effetto della luminosità, disse:
“Se la oscuro, è come se si allontanasse”. Questo mi dice che anche
la luminosità è un fattore importante.
Adesso voglio che vi mettiate in coppia con qualcuno, e gli
chiediate di pensare a una limitazione... qualcosa che l’altro
consideri un problema da risolvere. Questa volta non voglio che lo
risolviate; voglio soltanto che scopriate come funziona questo
risultato che la persona ha raggiunto. Utilizzate lo schema dell’:
“Immaginiamo che io debba prendere il tuo posto per un giorno.
Insegnami cosa debbo fare”. Fate la stessa cosa che avete fatto in
precedenza quando avete scoperto in che modo l’altro motivava se
stesso a fare qualcosa.
Ogni volta che una persona prova una coazione a fare una certa
cosa che non vorrebbe fare, è inevitabile che dentro di lei qualcosa
si intensifichi fino a un determinato limite. Bisogna cioè che qualcosa
diventi più grande, o più luminoso, o più forte, o che cambi il tono, o
che il ritmo acceleri o rallenti. Voglio che scopriate come questa
persona ottiene la sua particolare limitazione. Innanzi tutto
chiedetele quando lo fa, e poi scoprite come lo fa: cosa fa, dentro di
sé, per indurre quella reazione? Quando pensate di avere
identificato le submodalità determinanti, verificatele chiedendo al
compagno di variarle una alla volta, e osservando in che modo ciò
muta la sua reazione. Quindi chiedetegli di prendere un’altra
immagine, e variate di nuovo le stesse submodalità, per vedere
come le sue reazioni alla seconda immagine ne vengono modificate
nello stesso senso. Cercate di raccogliere sufficienti informazioni sul
funzionamento della cosa in modo da essere in grado, volendo, di
avere anche voi la stessa limitazione. Quando le avete raccolte,
esse vi diranno con esattezza come effettuare la scozzata con
questo particolare individuo. Ma non fatelo; limitatevi a raccogliere le
informazioni necessario. Vi ci vorrà una mezz’ora circa.

Uomo: II mio compagno ha due immagini che rappresentano due


diversi stati: desiderabile e indesiderabile. In un’immagine vede dei
movimenti a scatti, mentre nell’altra i movimenti sono fluidi e
aggraziati.
Bene. Queste due immagini creano e perpetuano quella che
secondo lui è la sua difficoltà? La mia domanda era questa. Non ho
ancora chiesto dov’è che la persona vuole andare: ho chiesto
soltanto in che modo si crea la difficoltà. Nel caso della signora con
gli attacchi di panico, doveva passare dallo stadio ‘ahem...’ allo stato
di ‘dare i numeri’. Partiva con una voce e certe immagini. Quindi col
passar del tempo la voce doveva parlare più in fretta e salire di tono,
mentre l’immagine doveva farsi sempre più vicina.
Uomo: II mio compagno ha una sensazione di urgenza...
Certo. È la sensazione della coazione. Ma come fa a produrre
quella sensazione?
Qual è la submodalità determinante? Fondamentalmente, quello
che vogliamo sapere è: “Come fa questa persona a passare, già ora,
da un certo stato di coscienza a un altro?”.
Uomo: Ciò che per lui è determinante è avvolgere l’immagine
intorno a sé. Se la tira addosso, se l’avvolge intorno, ci entra dentro,
e quindi guarda l’immagine dal proprio punto di vista.
Ecco. Bene. Ecco come entra nello stato in cui non vorrebbe
entrare.
Uomo: Sì. Prima entra in questo stato, e poi se ne dissocia
uscendone, ricollocandolo qui alla sua sinistra, lontano da sé, e
restandone a una distanza di qualche metro.
Bene. Quindi la submodalità determinante è quella
dell’associazione/dissociazione.
Non ci sono poi tante possibilità di scelta, perciò dobbiamo
aspettarci una certa ripetitività. E gli altri, quali altre submodalità
determinanti hanno trovato?
Donna: Determinanti erano la larghezza dell’immagine, e anche
la luminosità.
Quando l’immagine si restringeva e si oscurava, lei si sentiva
come imprigionata.
Mi sembra logico. Se le immagini si assottigliano, si sente
imprigionata.
Donna: Era un po’ come una sinestesia.
Tutte queste cose funzionano per sinestesia. È proprio su questo
che stiamo facendo i nostri esperimenti. Pensaci. Se si muta la
luminosità dell’immagine, ciò muta l’intensità delle sensazioni. Si
tratta sempre di sinestesia. Noi vogliamo sapere come tali elementi
sono collegati, in modo da usare quel legame per costruire la
scozzata.
Quel che ti serve sapere per costruire una scozzata adatta a lei è
se restringere qualsiasi immagine rafforza la sua reazione oppure
no, e se oscurare qualsiasi immagine rafforza la sua reazione
oppure no. Vedi, può ben darsi che usi la parola ‘imprigionata’
perché non le piace il particolare tipo di scelta che è costretta a
compiere in quella determinata immagine. Se vedesse una
possibilità di scelta che le piace e l’immagine si restringesse,
potrebbe descrivere le sue sensazioni con i termini ‘determinazione’
o ‘impegno’. Se restringere l’immagine e oscurarla rafforza la sua
reazione, potresti costruirle una scozzata su misura partendo da
un’immagine stretta e buia dello ‘stato problematico’, che si allarga e
diventa più luminosa mentre l’immagine dello stato desiderato si
assottiglia e si oscura. Questo sembrerà strano alla maggior parte di
voi, ma tenete presente che il cervello di ciascuno è codificato in
modo leggermente diverso. Ciò che rende la scozzata veramente
elegante è progettarla in modo che il cervello di quel particolare
individuo reagisca bene.
L’altra possibilità è che rendendo più stretta questa particolare
immagine in cui compaiono certe possibilità di scelta si intensifichi la
sua sensazione di costrizione, mentre creando un’immagine in cui lei
ha altre possibilità di scelta si ottenga una reazione più intensa
quando la si amplia. In questo caso, potresti farle restringere
l’immagine del problema fino a farla diventare una linea, e da quella
stessa linea far nascere l’immagine della soluzione. Devi quindi fare
un passo indietro e raccogliere maggiori informazioni su come la
cosa funziona prima di poter capire qual è il miglior modo di
progettare una scozzata adatta a lei.
Vi sto parlando di queste possibilità perché voi cominciate a
capire l’importanza di calibrare le vostre tecniche di cambiamento a
seconda della persona. Dovete creare una direzione nella quale
l’immagine del vecchio problema porti a una soluzione, e l’immagine
della soluzione crei una reazione di intensità crescente.
Uomo: La mia compagna aveva un’immagine con una doppia
cornice, una bianca e una nera, e l’immagine è inclinata invece di
essere diritta. Quando viene presa dal panico, la parte superiore
dell’immagine si inclina allontanandosi da lei.
Cos’è che cambia? C’è un momento in cui l’immagine torna
diritta? È quando l’immagine si allontana inclinandosi e ha un bordo
che lei viene presa dal panico?
Uomo: No, sta lì e basta.
Beh, non è possibile che stia lì e basta. Deve pur venire da
qualche parte. Noi dobbiamo andare alla ricerca di ciò che cambia.
Una volta che lei arriva all’immagine che tu hai descritto, viene presa
dal panico. Ma l’immagine da cui lei parte deve essere in qualche
modo diversa. Spero che il suo non sia un panico costante! Come fa
ad arrivare a quel punto? È qualcosa che ha a che fare con il
cambiamento di inclinazione dell’immagine? Oppure l’inclinazione è
fissa, ed è qualcos’altro a cambiare?
Uomo: All’inizio è diritta, e col cambiare della situazione si inclina.
Così quando l’immagine si inclina [ tilts], va in tilt anche lei.
Quando l’inclinazione arriva a un certo punto, viene presa dal
panico. L’immagine ha quel doppio bordo anche quando è verticale?
Uomo: Sì.
Quindi il bordo non è un elemento determinante, c’è e basta.
Quando l’immagine si inclina, non succede altro? Non è che cambi
la luminosità, o cose simili? Cambia per caso la velocità con cui le
immagini si susseguono?
Uomo: No. Cambia il suono, però, che diventa come confuso e
ronzante.
E sei sicuro che visivamente non cambi altro.
Uomo: Non tanto.
Bene. Sono contento che tu non ne sia sicuro. Mi rende l’idea
che la semplice inclinazione dell’immagine non sia sufficiente.
Riprova, e chiediglielo. Falle prendere l’immagine di qualcos’altro,
fagliela inclinare, e osserva cosa succede. Se il semplice fatto di
inclinare una qualsiasi immagine basta a farla sentire ‘fuori squadra’
e in preda al panico, potresti farle inclinare la prima immagine finché
non diventa una linea, e quindi farle fare un giro completo finché
dall’altra parte non compare la seconda immagine. Falle fare un bei
giro! Hai mai visto in televisione quegli effetti elettronici, quando
compare un quadrato che quindi ruota su se stesso? Al termine della
rotazione, si è trasformato in una nuova immagine. Potresti farlo
nello stesso modo. Tutti quanti state cominciando a capire come si
possono utilizzare queste informazioni per costruire una scozzata
che possa risultare particolarmente efficace per una determinata
persona?
Uomo: Il problema del mio compagno era dovuto al fatto che
perdeva lo sfondo dell’immagine che stava guardando. All’inizio nello
sfondo c’erano tante persone, e poi, arrivato al punto critico, lo
sfondo era scomparso; restavano solo certe persone.
C’è stato un cambiamento nella messa a fuoco, o nella profondità
di campo?
Uomo: È scomparso e basta. Credo che fosse una questione di
messa a fuoco. Non c’era più nulla.
Ma le figure in primo piano sono nitide?
Uomo: Nitide come prima; non sono cambiate.
È come guardare attraverso un obiettivo? Con un obiettivo, si
può fare in modo che una parte dell’immagine sia nitida, mentre il
resto viene sfocato. È di una cosa del genere che stai parlando?
Uomo: No, non è questo. È come se mettesse una mascherina
su tutto quanto, all’infuori delle persone direttamente coinvolte, e
tutto il resto sparisse.
E le persone non si appoggiano su nulla?
Uomo: Credo che le sedie e le cose su cui sedevano ci fossero
ancora, mentre ogni altra cosa nella stanza era stata eliminata.
Apparentemente si concentrava sulle persone.
Certo. Ma non sai in che modo lo facesse... con la messa a
fuoco, o con che cosa?
Uomo: No, non lo so.
Questa è proprio la parte che ci interessa. Devi venire a sapere
in che modo avviene la transizione, in modo da poter usare lo stesso
metodo di transizione con qualsiasi immagine..
Donna: La persona con cui stavo lavorando aveva una
diapositiva fissa, senza movimento e senza colore. Quando vede
l’immagine, all’inizio è la sua stessa voce a commentarla, con un
tono ne alto ne basso: “Hmmm, non c’è male”, e il tono va su e giù.
Ben presto la voce cambia, e diventa monotona e bassa. E a questo
punto sta male.
L’immagine resta costante? Non cambia per nulla? Trovo un po’
difficile credere che quando cambia il tono e il ritmo della voce, la
diapositiva resti costante, che non cambi la luminosità o
qualcos’altro, e questo per il semplice motivo che finora non mi è
mai capitato di trovare una cosa del genere. Questo non significa
che non sia possibile, ma mi sembra molto improbabile. Una
persona può guidare il processo auditivamente, ma di solito insieme
alla voce cambia anche qualcos’altro.
Supponiamo che guardi quest’immagine, e che si guidi da uno
stato all’altro semplicemente cambiando il tono di voce. La cosa può
senz’altro funzionare. Per effettuare una scozzata auditiva, però, ci
vorrebbe un altro parametro auditivo.
Probabilmente cambierà il ritmo. Di solito i parametri che
cambiano sono più di uno.
Uomo: E se uno cercando un’altra variabile la trovasse in un’altra
modalità, e si avessero così una submodalità visiva e una
submodalità auditiva, questa combinazione potrebbe funzionare?
Potrebbe, ma per lo più non sarebbe necessario. Potresti farlo se
proprio non riuscissi a trovare una seconda submodalità nello stesso
sistema rappresentativo. Il motivo per cui insisto sul sistema visivo è
che il sistema visivo ha la proprietà della simultaneità.
Vedere due diverse immagini contemporaneamente è una cosa
abbastanza facile. Il sistema auditivo è più sequenziale. È difficile
prestare attenzione a due voci contemporaneamente. È possibile
effettuare una scozzata auditiva, ma bisogna procedere in modo un
po’ diverso. Se si impara a essere precisi per quanto riguarda il
sistema visivo, allora quando si comincia a lavorare sul canale
auditivo sarà più facile adattarsi.
Uomo: L’ho. chiesto perché nel caso della mia compagna
l’immagine cambia, ma allo stesso tempo quando lei entra
nell’immagine sente la propria voce. Mi sto chiedendo se effettuando
la scozzata con l’aggiunta di un elemento auditivo ciò non
equivarrebbe a dargli un’ultima inchiodata [ nailing it shut].
“Dargli un’ultima inchiodata” è un buon modo di pensare alla
cosa. Se si effettua la scozzata utilizzando una sola submodalità,
sarebbe come inchiodare insieme due assi da una parte sola. In un
incastro a coda di rondine i chiodi o le viti entrano da due direzioni
contemporaneamente. Se si tira da una parte, lavora una serie di
chiodi; se si tira dall’altra, è la seconda serie di chiodi a reggere.
Ecco perché quando si effettua la scozzata è importante usare
contemporaneamente due submodalità efficaci. Da soli di solito non
si cambia più di una submodalità alla volta, e per effettuare la
scozzata bisognerebbe variarne almeno due allo stesso tempo.
Se state effettuando una scozzata visiva e ci sono anche
componenti auditive, di solito la persona parlandovi delle due
immagini vi darà anche una dimostrazione inconscia dei mutamenti
auditivi. Allora, quando le dite di creare le immagini in questione,
potete indurre i mutamenti auditivi dall’esterno, con la vostra voce,
senza accennarvi esplicitamente. Per farlo bene, bisogna esser
capaci di parlare con la voce di un altro.
La capacità di imitare la voce di un altro è semplicemente
questione di pratica, ed è un talento che nel nostro ramo di attività
vale la pena di acquisire. Dopo un po’ si scopre che non è
necessario imitare la voce di un altro alla perfezione; basta cogliere
certe caratteristiche distintive. Queste devono essere sufficienti a far
sì che se imitate la voce di un altro questi non si accorga se è lui
stesso a parlarsi, o siete voi. È il vecchio schema del: “Beh, sono
entrato dentro e ho detto a te stesso...”. Una volta nei seminari lo
facevo spesso, e pochissimi se ne accorgevano.
Adesso voglio che ciascuno di voi si rimetta insieme alla persona
con cui era qualche minuto fa, e trovi quel paio di submodalità
analogiche che sono le più importanti nel creare la limitazione.
Alcuni di voi dispongono già di queste informazioni, ma molti devono
ancora ottenerle.
Quindi voglio che prendiate la seconda immagine, quella di come
l’altro si vedrebbe diverso se non avesse quella limitazione. Questa
immagine deve essere dissociata, mentre la prima sarà sempre
associata. Un elemento fondamentale della scozzata sarà sempre
l’associazione nella prima immagine, e la dissociazione nella
seconda.
Quindi costruirete una scozzata utilizzando le due submodalità
analogiche che avete individuato come le più importanti (invece della
misura e della luminosità come avete fatto nella scozzata standard).
Prima di tutto fate creare al vostro compagno un’immagine associata
degli stimoli iniziali, utilizzando quelle submodalità che danno luogo
a una reazione rilevante (una grande immagine luminosa). Quindi
fate creare al vostro compagno un’immagine dissociata di se stesso
come gli piacerebbe essere, partendo dall’altro estremo delle
medesime submodalità (una piccola immagine scura). Quando fate
la scozzata, le submodalità cambieranno in modo da indebolire
rapidamente la reazione alla prima immagine, rafforzando
contemporaneamente la reazione alla seconda. Ci rivediamo tra una
mezz’oretta.

Quello che avete appena fatto è la base per utilizzare la scozzata


in modo artistico e preciso. Si può sempre provare per prima la
scozzata standard. Se non funziona, se ne può provare un’altra, e
continuare a provare finché non se ne trova una che funziona.
Questo è senz’altro meglio che non provarne nessun’altra. Ma
meglio ancora è raccogliere informazioni sufficienti a sapere
esattamente cosa state facendo, e da prevedere in anticipo cosa
funzionerà e cosa no. Ci sono domande?
Uomo: Che si può fare con un paziente che non ha una grande
consapevolezza dei processi interni? Quando a certi miei pazienti
chiedo come fanno certe cose dentro di sé, si stringono nelle spalle
e dicono: “Non lo so”.
Ci sono diverse cose che potresti fare. Una sarebbe continuare a
far domande finché lui non comincia a prestare attenzione a quel
che gli succede dentro. Un’altra sarebbe fare tutta una serie di
domande, leggendo le risposte ‘sì/no’ a livello non verbale. Per
esempio, potresti chiedergli: “Stai parlando con te stesso?”,
osservando la reazione immediatamente precedente alla
verbalizzazione “Non lo so”. Questa tecnica è discussa
approfonditamente nel libro Trance-formations.
Un’altra delle cose che potresti fare sarebbe creare la situazione
problematica e osservare il comportamento della persona. Tutte le
variazioni submodali trovano espressione in certi comportamenti
esterni. Per esempio, quando uno da luminosità a un’immagine, la
testa ruota inclinandosi leggermente all’indietro, mentre se
l’immagine si avvicina la testa va sì all’indietro, ma senza inclinarsi.
Se si osserva la persona quando le si chiede di operare un
cambiamento di submodalità si possono calibrare le nostre azioni su
quelle variazioni comportamentali che noi chiamiamo ‘indizi di
accesso submodale’. Si possono quindi utilizzare queste variazioni
per determinare cosa la persona stia facendo dentro di sé, anche
quando non se ne rende conto. Personalmente utilizzo sempre
questo tipo di calibratura per controllare che il paziente faccia
veramente quello che gli ho chiesto di fare.
Come in ogni altra cosa in PNL, quanto più si sa del modo in cui
il cambiamento funziona, e quanto più si calibrano le nostre azioni
sulle reazioni comportamentali, tanto più si possono fare le cose di
nascosto. Per esempio, qualche volta uno, prima di riuscire a
effettuare efficacemente la scozzata, ha bisogno di fare delle prove.
Allora si può chiedergli di farla una prima volta, e poi domandargli:
“L’hai fatta bene?”. Per poter rispondere a questa domanda, dovrà
farla un’altra volta.
Allora potreste domandargli: “Sei sicuro di averla fatta bene?”, e
lui dovrà farla di nuovo. In questo modo ci riuscirà prima e meglio,
perché il suo non sarà un tentativo cosciente.
Donna: Esistono studi sequenziali a lungo termine dell’efficacia di
questo metodo?
Mi interessano molto di più gli studi sequenziali di venti minuti.
L’unico motivo che può giustificare uno studio sequenziale a lungo
termine è se non si è in grado di dire se la persona è cambiata
mentre si trovava davanti a noi. Pensaci: se tu inducessi un
cambiamento in qualcuno, e questi restasse così per cinque anni,
cosa avresti dimostrato? Questo non ci direbbe nulla sul fatto che
quel cambiamento abbia effettivamente un valore, o che possa dar
luogo a successive evoluzioni. Vedi, fare in modo che una persona
non abbia più paura dei lombrichi o che non abbia più la coazione a
ingozzarsi di cioccolata, non è un grande risultato, anche se dura per
tutta la vita. La cosa importante da capire riguardo allo schema della
scozzata è che esso indirizza la persona in una direzione generativa
ed evolutiva. Quando mi è capitato di effettuare una verifica più a
lungo termine con pazienti con i quali avevo lavorato con la tecnica
della scozzata, di solito questi mi hanno riferito che il cambiamento
da me indotto era divenuto la base di molti altri cambiamenti dei
quali erano soddisfatti. Lo schema della scozzata non spiega alla
gente come deve comportarsi, ma piuttosto la mantiene in una
direzione che li conduce ad andare verso ciò che vogliono diventare.
Per me, stabilire questa direzione è la parte principale del
significato profondo del cambiamento.
Conclusione

C’è una cosa che più di tutte le altre ci fa capire se qualcuno sa


cos’è la PNL. Non è un insieme di tecniche, è un atteggiamento. È
un atteggiamento che ha a che fare con la curiosità, col voler sapere
le cose, col voler essere capaci di influire sulle cose, e voler essere
capaci di influirvi in modo che valga la pena di farlo. Tutto si può
cambiare. Questo è quello che disse Virginia Satir la prima volta che
la vidi condurre un seminario, ed è assolutamente vero. Tutti i fisici lo
sanno. Ogni essere umano può essere cambiato con una calibro
45... è quella che viene chiamata ‘co-terapia col signor Smith e il
signor Wesson’.
La tecnologia di cui vi siete impadroniti in questo seminario è
estremamente efficace.
Il problema di come usarla, e per cosa usarla, è un problema che
spero vogliate considerare molto attentamente... non come un
faticoso dovere, ma con la curiosità di scoprire cosa sia che valga la
pena di fare. Le esperienze che in vita vostra si sono dimostrate più
benefiche a lunga scadenza, e che rappresentano per voi una base
per poter provare piacere, soddisfazione, gioia e felicità, non sono
necessariamente state del tutto gioiose all’epoca in cui le avete
vissute. Talvolta alcune di queste esperienze sono state
estremamente frustranti. Talvolta vi hanno lasciati confusi. Talvolta
sono state divertenti in sé e di per sé. Questi diversi tipi di
esperienza non si escludono a vicenda. Tenetelo ben presente
quando progettate delle esperienze per qualcun altro, e poi gliele
fate vivere.
Una volta presi un aereo per il Texas, dove dovevo tenere un
seminario. Seduto accanto a me sull’aereo c’era un tale che leggeva
un libro intitolato La struttura della magia. Sapete com’è, mi era
caduto l’occhio sulla copertina. “Lei fa il prestigiatore?”, gli chiesi.
“No, sono psicologo”.
“E come mai uno psicologo legge un libro sulla magia?”.
“Non è un libro sulla magia, è un libro serio sulla comunicazione”.
“E allora perché è intitolato La struttura della magia?”.
Per le tre ore successive mi spiegò di che si trattava. Quello che
mi disse su quel libro non aveva niente a che fare con quello che
avevo creduto di fare mentre lo scrivevo.
Nel migliore dei casi, il rapporto non avrebbe nemmeno potuto
essere definito tenue: arrivato al secondo capitolo, era partito
completamente per la tangente. Ma mentre mi spiegava il contenuto
del libro, io gli rivolgevo domande del genere: “In che modo,
specificamente?”, e “Che cosa, specificamente?”.
“Beh, se la si guarda in questo modo...”.
“Se io la guardassi in questo modo, che cosa vedrei?”.
“Beh, si prende questa immagine, ecco, e si prende l’altra
immagine (non sapeva che la maggior parte delle persone non vede
sempre due immagini), e poi si rimpicciolisce l’una mentre si
ingrandisce l’altra...”.
Mentre mi descriveva queste cose, che per lui erano
assolutamente scontate, io me ne stavo lì seduto e pensavo:
“Accidenti, che strano. Qui potrebbe esserci un intero mondo da
scoprire!”.
Mi spiegò che per l’appunto stava andando in Texas per
partecipare a un seminario di PNL. Il giorno seguente, quando mi
vide entrare nella sala, restò piacevolmente sorpreso dal fatto che
avessi seguito il suo consiglio e avessi deciso di andarci anch’io...
finché non salii sul podio e non accesi il microfono! Ciò che
probabilmente lui non apprezzerà mai è che il motivo per cui non gli
avevo semplicemente detto: “Questo libro l’ho scritto io”, era che non
volevo privarmi della possibilità di imparare qualcosa di nuovo.
Vedete, ogni volta che si pensa di aver capito appieno qualcosa,
è giunto il momento di entrarsi dentro e dire: “Ci sono cascato di
nuovo”. Infatti è proprio in questi momenti di certezza che si può star
sicuri che ci si sta accontentando di conoscenze irrilevanti, e che il
terreno fertile resta ancora inesplorato. Ovviamente resta sempre
molto, moltissimo da imparare, e questa è la parte divertente della
PNL, il suo futuro.
Quando si padroneggia qualcosa a tal punto da riuscire a farla
alla perfezione, allora diventa un fatto di routine, esattamente come
maneggiare una cucitrice. Si potrebbe metter su una clinica, e farci
venire la gente e curare una fobia dopo l’altra, per tutto il giorno. Non
ci sarebbe nessuna differenza con qualsiasi altro lavoro di routine.
Tuttavia, ogni volta che arriva un paziente si potrebbero anche
cominciare a fare delle indagini per capire come si potrebbe rendere
la cosa più interessante e produttiva del puro fatto di curare una
fobia in modo che la persona non abbia più il terrore panico degli
ascensori. Perché non fare in modo che la persona possa divertirsi
ad andare in ascensore? Perché non cercar di capire come
funzionano le fobie, in modo da poter dispensare a volontà fobie che
valga la pena di avere? Varrebbe anche la pena di avere la fobia di
certe cose! Avete per caso una tendenza coatta a spendere? A
compiere atti violenti? A mangiare? A consumare? Che ne direste
della fobia di vivere nell’apatia e nella noia? Questa fobia potrebbe
sospingervi in direzioni nuove e più interessanti.
Ogni volta che vado da qualche parte per tenere un seminario,
arrivo sempre in albergo la sera prima. Di recente sono andato a
Filadelfia, e nel mio stesso albergo c’erano diversi programmatori
neurolinguistici ‘avanzati’, che per lo più neanche mi conoscevano.
Quando scesi al bar, uno di loro stava dicendo a un amico: “Spero
che non ci propini ancora quella roba sulle submodalità, perché so
già tutto”. Ovviamente mi avvicinai e chiesi: “Ma che diavolo è
questa PNL?”. Era un’occasione che non mi sarei lasciato sfuggire
per tutto l’oro del mondo.
“Beh, è difficile da spiegare”.
“Ma lei la conosce bene, no? La usa con profitto? La capisce?”.
“Certo, naturalmente”.
“Beh, io non ne so nulla e non ho grandi pretese. Visto che lei è
un esperto, potrebbe spiegarmi di che si tratta? Su, io le pago
qualcosa da bere e lei mi spiega tutto quanto”.
Nelle sue fantasie più sfrenate, non avrebbe mai sospettato
minimamente la sensazione che avrebbe provato la mattina
seguente alle nove e mezzo quando io sarei salito sul podio per
iniziare il seminario. Non sospettava nemmeno lontanamente di
avermi insegnato di più lui in quel bar di quello che gli insegnai io nel
corso di tre giorni di seminario.
Mi piacerebbe che consideraste la possibilità di trasformare tutto
in un seminario introduttivo, nel senso di non imparare mai
abbastanza da trascurare ciò che resta ancora da sapere. Succede
fin troppo spesso che ci si dimentichi come si fa a non sapere. Si
dice: “Ah sì, mi rammenta quello che...”, “È la stessa cosa che...”,
“Sì, l’anno scorso ho imparato tutta quella roba sulle submodalità...”.
Nemmeno io l’ho imparata tutta, perciò se qualcuno l’avesse
imparata tutta l’anno scorso vorrei che l’insegnasse anche a me, in
modo da non dover fare tutta questa fatica per scoprirla da solo!
C’è una enorme differenza tra l’imparare certe cose e lo scoprire
cosa resti ancora da imparare. Ma è questa la differenza che
veramente conta. Io so fare cose che nessuno nemmeno sospetta.
Ma vale anche il contrario. Siccome le submodalità sono qualcosa
che tutti hanno, tutti ci fanno cose interessanti. Possono non sapere
consciamente come le fanno, ma ciò nonostante riescono a creare e
a utilizzare configurazioni del tutto singolari. Quando il paziente entra
e gli chiedete: “In che modo si sente in crisi?”, egli darà una certa
risposta. Ma non dimenticate che è ‘in crisi’ così bene da riuscire a
ricreare ininterrottamente lo stesso problema nello stesso identico
modo!
Questo fatto deve sempre farvi rammentare che si tratta di un
risultato, per quanto irrilevante, disgustoso o repellente possa
essere.
È proprio la capacità di restare affascinati dalla complessità di
quel risultato a distinguere chi lavora in modo generativo da chi
lavora in modo riparatore. Senza questo senso di curiosità, quelle
cose irrilevanti, repellenti e disgustose resteranno cose sulle quali
non sapete come influire. E senza questa capacità di influire, la
gente continuerà a scatenare guerre per località remote e differenze
insignificanti, senza riuscire a scoprire nuovi modi in cui tutti quanti
possano venirne fuori arrivando primi. L’essenza del fatto di essere
generativi consiste nel creare un mondo in cui tutti vincono, perché
esistono modi di creare di più, anziché avere una quantità limitata da
dividere e su cui litigare.
Tutto ciò che un essere umano riesce a fare è un risultato;
bisogna solo vedere dove, quando e per cosa viene utilizzato.
Ciascuno di voi può ricavarne qualcosa, perché ciascuno di voi
saprà guidare il proprio autobus. Adesso che sapete come, la
domanda interessante è: “Dove?”. Se non si è capaci di guidare il
proprio autobus, non ha una grande importanza dove vogliate
andare, perché comunque non ci arrivereste.
Quando si impara a usare il proprio cervello, ecco che questa
domanda diviene di un’importanza fondamentale. Alcune persone
guidano girando in tondo. Altre prendono la stessa strada tutti i
giorni. Altri ancora prendono la stessa strada, ma invece di metterci
un giorno ci mettono un mese.
Nella nostra mente c’è tanto di più di quello che immaginiamo.
Nel mondo che ci circonda c’è tanto di più rispetto a ciò di cui
riusciamo a essere curiosi. È solo questo crescente senso di
curiosità a permetterci di catturare quell’entusiasmo che rende utile,
divertente ed emozionante tanto il compito più banale quanto quello
più affascinante. Senza questa curiosità, la vita è soltanto uno stare
in coda. Quando si sta in coda, si può portare alla perfezione l’arte di
battere col piede per terra, ma si può fare anche molto di più. E ho
una sorpresa per voi. Ho scoperto che la vita nell’aldilà comincia con
una lunga attesa in coda. Sarà dunque meglio che vi divertiate
adesso, perché a coloro che riescono a divertirsi e a fare cose che
vale la pena di fare con un profondo senso di curiosità toccherà una
coda più breve di quelli che sono riusciti a sviluppare soltanto la
capacità di attendere in coda.
Ovunque voi siate e qualsiasi cosa facciate, le abilità, le tecniche
e gli strumenti che avete acquisito in questa sede costituiranno per
voi una base per divertirvi e per imparare qualcosa di nuovo. Il
signore che si trovava insieme a me su quell’aereo diretto in Texas e
che mi spiegò cosa fosse la PNL è diverso da me in un senso
soltanto. La mattina seguente, quando si mise a sedere e alzò lo
sguardo e mi vide e pensò: “Oh, santo cielo!”, non si rese conto che
io avevo imparato qualcosa da lui. È l’unica differenza tra lui e me. Io
non l’avevo fatto per fargli fare la figura dello stupido; l’avevo fatto al
fine di imparare, perché ero curioso. Era un’opportunità rara, senza
precedenti. E lo stesso vale per qualsiasi altra esperienza della
vostra vita.
Appendice

Distinzioni submodali
L’elenco che segue non è completo, e l’ordine di presentazione
non ha alcuna importanza. E voi, quali distinzioni fate dentro di voi
da poter aggiungere all’elenco?

SUBMODALITÀ VISIVE

Luminosità Prospettiva (punto di vista)


Dimensioni Immagine associata/dissociata Colore/bianco e nero
Primo piano/sfondo Saturazione (vivacità)
Sé/contesto Sfumature, o bilanciamento del colore Frequenza o
numero (schermo suddiviso, o immagini multiple)
Forma Primo piano/panoramica (focale Collocazione dell'
obiettivo)
Distanza Rapporto tra altezza e larghezza Contrasto
Orientamento (inclinazione, rotazione, Chiarezza ecc.)
Messa a fuoco Densità (‘granulosità’, ‘numero di pixel’)
Durata Movimento (diapositiva/film)
Lampeggiamento Velocità Orientamento dell’illuminazione
Direzione Simmetria Immagine tridimensionale/piatta Immagine
digitale (caratteri scritti)
Stabilità orizzontale e verticale Ingrandimento Punti luminosi
Aspetto delle superfici

SUBMODALITÀ AUDITIVE

Altezza Distanza Tempo (velocità)


Contrasto Volume
Figura/sfondo Ritmo Chiarezza Suono continuo o interrotto
Numero Timbro o tonalità Simmetria Suono digitale (parole)
Risonanza col contesto Suono associato/dissociato Fonte
esterna/interna Durata Monoaurale/stereofonico Localizzazione

SUBMODALITÀ CENESTESICHE

Pressione Movimento Localizzazione Durata Ampiezza Intensità


Grana Forma Temperatura Frequenza (tempo)
Numero

Un modo utile per suddividere le sensazioni cenestesiche è il


seguente:
1) Tattili: le sensazioni della pelle.
2) Propriocettive: le sensazioni muscolari e altre sensazioni
interne.
3) Meta-sensazioni valutative su altre percezioni o
rappresentazioni, altrimenti chiamate emozioni, sentimenti o
cenestesia viscerale, generalmente rappresentate nel torace e/o
nell’addome o lungo la linea mediana del torso.
Queste sensazioni non sono sensazioni/percezioni dirette, ma
rappresentazioni derivate da altre sensazioni/percezioni.

SUBMODALITÀ OLFATTIVE E GUSTATIVE (ODORATO E


GUSTO)

I termini impiegati dalla psicofisiologia sperimentale (dolce,


aspro, amaro, salato, bruciato, aromatico ecc.) probabilmente non ci
saranno di grande aiuto. Piuttosto, ci saranno spesso assai utili il
rafforzarsi o l’indebolirsi gradualmente (mutamenti di intensità e/o
durata) di un sapore o di un odore particolare che si riveli
determinante nell’esperienza individuale. Odori e sapori sono ancore
efficacissime per i nostri stati interiori.
1)
Traduciamo letteralmente questa ed altre
analoghe espressioni inglesi per non perdere il
senso delle spiegazioni successive. (N.d.T.) ↵
2)
‘Blue’ in inglese significa ‘blu’, ‘azzurro’, ma
anche ‘triste’. (N.d.T.) ↵
3)
Il testo originale è qui intraducibile, in quanto si
basa su una peculiarità grammaticale
dell’inglese: can’t do it (“Non riesco a farlo”)
può essere sciolto nella forma non contratta I
can not do it, che di nuovo può essere “Non
riesco a farlo” ma, anche, legando il not al
verbo seguente e non all’ausiliare can, “Riesco
a non farlo”. (N.d.T.) ↵
4)
Just, parola dalle molteplici sfumature e qui
sopra tradotta, in mancanza di meglio, con
‘semplicemente’ o ‘soltanto’, significa anche
‘giusto’. (N.d.T.) ↵
5)
Protagonista dei romanzi di Eleanor S. Porter
(1868-1920), caratterizzata un incrollabile
ottimismo. (N.d.T.) ↵

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