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Purgatorio, Canto X

Argomento del Canto


Ingresso nella I Cornice.
Dante osserva gli esempi di umiltà (Maria, David, l'imperatore Traiano).
Incontro con le anime dei superbi. Apostrofe contro la superbia dei miseri cristiani.
È la mattina di lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300, tra le dieci e le undici.

Ingresso nella I Cornice (1-27)


Dopo che Dante e Virgilio hanno attraversato la porta del Purgatorio, questa si richiude alle loro
spalle con un forte stridore e il poeta si guarda bene dal voltarsi a guardare indietro, secondo le
prescrizioni dell'angelo guardiano. I due iniziano a salire lungo una spaccatura nella roccia, che
procede a zig-zag come un'onda che va e viene, per cui il maestro avverte Dante che occorre
avanzare evitando le sporgenze più aguzze. Questo li costringe a procedere molto lentamente,
cosicché arrivano al fondo del sentiero quando ormai la luna tocca l'orizzonte con la parte in ombra
(circa alle 10 del mattino). I due poeti si ritrovano nella I Cornice del monte, che si presenta deserta
e misura in larghezza tre volte un corpo umano, dalla parete rocciosa fino al vuoto. Dante guarda a
destra e a sinistra, vedendo che la Cornice ha lo stesso aspetto fin dove arriva il suo sguardo.
Esempi di umiltà: Maria (28-45)
Dante e Virgilio non si sono ancora mossi, quando il discepolo si accorge che lo zoccolo della
parete del monte, nel punto in cui essa è meno ripida, presenta dei bassorilievi di marmo bianco e
intagliato con tale maestria che non solo Policleto, ma persino la natura ne sarebbe vinta. Uno di
essi raffigura l'arcangelo Gabriele che viene sulla Terra portando l'annuncio della nascita di Gesù e
la scultura è così realistica che sembra che dica proprio Ave. È rappresentata anche Maria che si
sottomette alla volontà divina e pare che dica le parole Ecce ancilla Dei.
Esempi di umiltà: re David (46-69)
Virgilio, che ha Dante alla propria sinistra, lo invita a non osservare solo una scultura e così il
discepolo allarga lo sguardo e vede, oltre l'esempio di Maria, un'altra storia scolpita nel
bassorilievo. Dante oltrepassa Virgilio per osservarla meglio e vede che il marmo raffigura il carro
che trasportò l'Arca Santa a Gerusalemme, preceduto dagli Ebrei disposti in sette cori. La scultura è
così realistica che l'udito di Dante gli dice che le figure non cantano, mentre la vista glielo fa
credere; anche il fumo dell'incenso è così veritiero che solo l'olfatto impedisce a Dante di credere
che sia reale. L'Arca è preceduta dal re David, che danza con la veste umilmente alzata, mentre da
un palazzo lo guarda la moglie Micòl, sprezzante e crucciata.
Esempi di umiltà: Traiano e la vedova (70-96)
Dante si muove dal punto in cui si trova e vede scolpita un'altra storia nel bianco marmo, proprio
accanto a Micòl. Qui è rappresentata la gloria dell'imperatore Traiano, che spinse papa Gregorio a
pregare per la sua salvezza: l'imperatore è raffigurato a cavallo, mentre una vedova gli si avvicina in
lacrime. Intorno a lui è pieno di cavalieri che levano al cielo le insegne imperiali a forma di aquila
d'oro, che sembrano muoversi al vento. Sembra che la vedova si rivolga a Traiano e gli chieda
giustizia per il figlio ucciso, mentre l'imperatore risponde di attendere il suo ritorno. La vedova
ribatte che Traiano potrebbe non tornare, e lui replica che il suo successore le darà soddisfazione.
La vedova ricorda al principe che se un altro farà del bene al suo posto a lui non verrà alcun
vantaggio e Traiano accetta allora di fare giustizia prima di partire, poiché prova pietà per la donna.
Solo Dio, osserva Dante, può aver prodotto tali sculture, che non si sono mai viste sulla Terra e che
sembrano parlare anche se non lo fanno.
Incontro con i superbi (97-139)
Mentre Dante è attento a osservare le sculture che raffigurano esempi di umiltà, Virgilio gli sussurra
che molte anime (i superbi) si avvicinano a passi lenti e saranno loro a indirizzarli verso la Cornice
successiva. Dante volge subito lo sguardo, curioso di vedere queste anime, ma avverte il lettore che
ciò che dirà non deve distoglierlo dai buoni propositi, dal momento che la pena è assai dura ma, nel
peggiore dei casi, non può protrarsi oltre il Giorno del Giudizio. Dante chiede spiegazioni a
Virgilio, perché le figure che vede non gli sembrano anime umane, così non sa che pensare. Il
maestro spiega che la loro pena li obbliga a camminare curvi al suolo e lui stesso è stato incerto
al primo sguardo. Dante è invitato comunque a guardar meglio e osservare le anime che procedono
sotto il peso di enormi massi.
Dante prorompe in una violenta invettiva contro i cristiani superbi, che hanno la mente ottenebrata e
procedono all'indietro, senza capire che noi siamo come vermi destinati a formare una farfalla
angelica e a volare verso la giustizia divina. Perché invece l'animo umano insuperbisce e fa sì che
l'anima resti una sorta di insetto non pienamente formato? Le anime dei superbi sono simili a quelle
sculture (le cariatidi) che talvolta, nell'architettura romanica, sostengono con le spalle un soffitto a
guisa di mensola, e piegano le ginocchia così da far nascere affanno a chi le osserva. I superbi
hanno lo stesso aspetto, essendo piegati sotto il peso del macigno che li fa curvare in maggiore o
minor misura, e quello che sembra più paziente pare dire: «Non ne posso più».
Interpretazione complessiva
Il Canto descrive l'ingresso dei due poeti nella I Cornice ed è dedicato in gran parte agli esempi di
umiltà scolpiti nel bassorilievo alla base della parete del monte, mentre nell'ultima parte sono
presentati i superbi e la loro pena (camminano curvi sotto dei pesanti macigni, in modo tale che
anche il più paziente sembra al limite della sopportazione). L'apertura mostra Dante e Virgilio che
accedono alla Cornice salendo lungo una via scavata nella roccia, che procede a zig-zag e li obbliga
a camminare lentamente per evitare gli spuntoni di roccia; è questa l'interpretazione più probabile,
anche se alcuni hanno ipotizzato che la roccia si muova effettivamente come un'onda, fenomeno che
però Dante dovrebbe spiegare in modo più dettagliato (il sentiero tortuoso è simbolo della via ardua
e difficoltosa che conduce alla salvezza, con un chiaro riferimento all'ascesa al primo balzo
del Canto IV, vv. 31 ss.). La salita richiede molto tempo, visto che i due arrivano nella I Cornice
quando sono circa le dieci di mattina, e una volta qui ci sono mostrati gli esempi di umiltà (cioè
della virtù opposta a quella del peccato che si sconta nella Cornice), che si presentano in forma
di sculture su dei bassorilievi di marmo posti sullo zoccolo della parete rocciosa, in modo che i
superbi possano vederli.
Gli esempi sono tre, partendo come sempre da quello di Maria Vergine (l'Annunciazione recatale
dall'arcangelo Gabriele), cui segue quello biblico di David (e al quale fa da contrappunto la moglie
Micòl, dispettosa e trista per l'umiltà del sovrano) e quello classico di Traiano, la leggenda della
vedova che chiede giustizia divenuta un luogo comune della letteratura medievale e all'origine della
presunta salvezza dell'imperatore pagano (cui Dante dà credito, poiché includerà Traiano tra gli
spiriti giusti del VI Cielo). Dante sottolinea a più riprese che tali sculture sono frutto dell'arte
divina, quindi superano non solo la maestria del più grande artista classico (lo scultore greco
Policleto), ma addirittura la natura che è a sua volta creazione divina. È il preannuncio di un
discorso sull'arte che Dante ha già iniziato col rimprovero di Catone nel Canto II e riprenderà
nel Canto XI con il discorso di Oderisi da Gubbio, che toccherà non solo le arti figurative come la
miniatura o la pittura ma anche la poesia: Dante qui ribadisce che queste sculture sono
estremamente realistiche, come mai potrebbero esserlo opere realizzate da artisti umani, tanto che
esse ingannano la vista e sollecitano altri sensi come l'udito o l'olfatto. L'arcangelo Gabriele e Maria
sembrano davvero parlare, così come le schiere di Ebrei che accompagnano l'Arca Santa sembrano
cantare e solo l'udito smentisce l'impressione di Dante, mentre la vista lo ingannerebbe; allo stesso
modo il fumo degli incensi raffigurato inganna l'olfatto, mentre l'esempio di Traiano e della vedova
si trasforma agli occhi del poeta in una sorta di sacra rappresentazione, con attori in carne e ossa che
si muovono sulla scena e dialogano, mentre gli stendardi con l'aquila imperiale paiono sventolare al
vento. Dante sottolinea che ciò è possibile in quanto è frutto dell'arte divina, mentre l'arte umana
non sarebbe certo in grado di riprodurre la realtà in modo così fedele; obiettivo dell'arte è quello
di fornire insegnamenti agli uomini e non gareggiare follemente con Dio o la natura, per cui è
da condannare ogni intento edonistico dell'opera d'arte così come la superbia degli artisti,
oggetto del discorso di Oderisi nel Canto seguente e che tocca lo stesso Dante molto da vicino.
Una similitudine tratta dalla scultura è ancora usata per descrivere la pena dei superbi, che
sembrano a Dante quelle cariatidi che, specie nell'architettura delle chiese romaniche,
rappresentavano come capitelli figure umane o bestiali che sostenevano l'architrave (e facevano
nascere con la finzione un autentico affanno in colui che le osservava). I superbi sono addirittura
stravolti sotto il peso degli enormi macigni, per cui Dante da un lato rassicura il lettore e gli ricorda
che tale pena, per quanto dura, cesserà il Giorno del Giudizio, dall'altro accusa duramente i superbi
cristian, miseri lassi, che credono presuntuosamente di saper tutto e finiscono per camminare
all'indietro. Gli uomini sono come vermi per la loro imperfetta fisicità, destinati a formare
una angelica farfalla (l'anima libera dal peccato) purché non vengano distolti dalla loro superbia,
che li fa restare antomata in difetto, insetti non pienamente sviluppati. L'insistenza sulla pericolosità
della superbia e sulla durezza della sua punizione in Purgatorio, che si svilupperà anche nel Canto
XII con i numerosi esempi del peccato punito, si spiega col fatto che questo è (ciò spiega anche
l'ampio risalto dato da Dante ai risvolti di tale peccato nel campo artistico, in cui lui come si è detto
si sente particolarmente coinvolto).

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