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Giovanni Coppola

BATTAGLIE NORMANNE
DI TERRA E DI MARE
Italia meridionale – secoli XI-XII

L IGUORI E DITORE
BIBLIOTECA
Nuovo Medioevo 99
Collana diretta da Massimo Oldoni
Giovanni Coppola

Battaglie normanne
di terra e di mare
Italia meridionale – secoli XI-XII

Liguori Editore
Questo volume ha beneficiato del contributo dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa

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© 2015 by Liguori Editore, S.r.l.


Tutti i diritti sono riservati
Prima edizione italiana Dicembre 2015

Coppola, Giovanni:
Battaglie normanne di terra e di mare. Italia meridionale – secoli XI-XII/Giovanni
Coppola
Nuovo Medioevo
Napoli: Liguori, 2015

ISBN 978 - 88 - 207 - 6365 - 7 (a stampa)


eISBN 978 - 88 - 207 - 6366 - 4 (eBook)

1. I Normanni in Italia 2. Storia dell'Italia meridionale I. Titolo II. Collana III. Serie

Aggiornamenti:
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INDICE

1 PREMESSA

5 I NORMANNI IN ITALIA
5 1. Dai primi insediamenti al Regno: il quadro storico
16 2. Ruolo dei testimoni: la storiografia e le fonti documentarie

29 II. L’ARChITETTURA MILITARE


29 1. Conquista e strategia difensiva
48 2. Vita quotidiana nel castello
58 3. Giochi e passatempi
67 4. Dongioni in Italia Meridionale, Normandia, Inghilterra
67 4.1. Italia Meridionale
71 4.2. Normandia
74 4.3. Inghilterra

79 III. BATTAGLIE DI TERRA


79 1. Composizione dell’esercito: milites e servientes
88 2. Armi ed equipaggiamento
102 3. Preparazione alla guerra: tornei e giochi d’aste
107 4. Guerra d’assedio
136 5. Battaglie campali

149 IV. BATTAGLIE DI MARE


149 1. Flotta
172 2. Scontri navali
179 3. Politica estera dei Normanni nel Mediterraneo
179 3.1. L’Impero Bizantino
187 3.2. Siria, Turchia e Palestina: l'impresa crociata
197 3.3. L’Africa settentrionale: Ifriqiya
viii INDICE

205 Glossario
231 Bibliografia
253 Indice dei luoghi
259 Indice dei nomi
PREMESSA

La lunga avventura dei Normanni nelle regioni meridionali d’Italia è


stata oggetto di approfondite ricerche, soprattutto a partire dagli inizi
del secolo scorso, allorché sono stati pubblicati, a distanza ravvicinata,
due contributi ritenuti ancora oggi autentici classici: le opere di Erich
Caspar e di Ferdinand Chalandon1. Accanto ad essi la bibliografia
sull’argomento si presenta quantitativamente estesissima e qualitati-
vamente quasi sempre di buon livello2. Dalle questioni di carattere
politico, socio-economico, militare, storico-letterario e giuridico si pas-
sa agli aspetti attinenti l’ambito storico-architettonico. Al riguardo
basterà rinviare a due strumenti scientifico-bibliografici specialistici
e di grande efficacia: gli «Annales de Normandie», rivista del Musée
de Normandie di Caen con il suo poderoso portale web sulla civiltà
normanna in Europa (www.mondes-normands.caen.fr) e il catalogo
digitale reperibile nel sito-web www.cesn.it, curato dal Centro Euro-
peo di Studi Normanni di Ariano Irpino (AV), una delle istituzioni che
hanno maggiormente contribuito, negli ultimi decenni, al progredire
degli studi di normannistica italiana ed europea; in più va ricordato
l’apporto tematico dato dalle iniziative del Centro di Studi norman-
no-svevi dell’Università di Bari3.

1
F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie méridionale et en Sicile, 2 voll.,
Paris 1907 (l’opera è stata tradotta in italiano da G. Fiorillo con il patrocinio dell’Archeo-
club d’Italia sede d’Alife, e ha per titolo: Storia della dominazione normanna in Italia ed in
Sicilia, 2 voll., Alife 1999); E. Caspar, Ruggero II e la fondazione della monarchia normanna
di Sicilia, Roma-Bari 1999.
2
Per valutare l’enorme mole di lavoro compiuta sulla cultura artistica normanna in
Italia meridionale basti consultare I Normanni popolo d’Europa, 1030-1200, a cura di M.
D’Onofrio, Catalogo della Mostra (Roma, Palazzo Venezia, 28 gennaio-30 aprile 1994),
Venezia 1994, con una completa bibliografia.
3
Il CESN di Ariano Irpino, sotto la guida di Ortensio Zecchino, pubblica dal 1995, d’intesa
con la Casa Editrice Laterza, una preziosa Collana che riunisce testi originali, con particolare
attenzione alla storia dei Normanni in Italia meridionale, e stampa per i tipi della Sellino
Editori la Collana “Medievalia”; di recente ha anche avviato un nuovo contratto editoriale
2 PREMESSA

Avendo come scopo quello di trattare del mondo militare norman-


no, è sembrato doveroso preporre sia una breve ricapitolazione delle
tappe dell’insediamento di questo popolo in Italia meridionale, sia una
sintetica rassegna delle principali fonti storiografiche e documentarie
dell’epoca. Sono poi state prese in esame le principali opere architet-
toniche a carattere militare presenti nell’Italia meridionale, le questioni
relative alla composizione dell’esercito, alle armi, all’equipaggiamento,
alla preparazione della guerra, agli assedi e alle battaglie campali.
Infine, presentando le tecniche della navigazione dei Normanni, la
trattazione si sofferma sulle principali imbarcazioni presenti nella loro
flotta e sulle battaglie navali più significative. Non vengono tralasciati,
com’è giusto, i rapporti intercorsi tra i Normanni e le grandi civiltà
del Mediterraneo medievale, dai Bizantini agli Arabi.
La descrizione del quadro storico prende le mosse dalla fase dei
primi embrionali insediamenti per concludersi con l’unificazione del
Regnum Siciliae. I Normanni, giunti da pellegrini in Italia, cominciano
ad operare come mercenari a servizio di potentati locali grazie alle loro
capacità nell’arte della guerra. Nell’arco di una generazione riescono
a ottenere una prima Contea ad Aversa e, a partire da questa realtà
territoriale, intraprendono un percorso che segnerà per sempre, nel
bene e nel male, la storia dell’Italia meridionale4.
L’architettura militare esprime i diversi aspetti di questa evoluzio-
ne: la conquista, la strategia difensiva, la vita quotidiana nei castelli,
ritmata anche da giochi e passatempi. Le varie componenti architetto-
niche sono esaminate in dettaglio, soprattutto attraverso un confronto
tra i dongioni del mezzogiorno italico e quelli presenti nella madre-
patria e in terra britannica.

con la Rubettino Editore. Il Centro di Studi normanno-svevi dell’Università di Bari, diretto


da Cosimo Damiano Fonseca, pubblica dal 1973 gli Atti delle Giornate normanno-sveve
(editi dalla Dedalo di Bari): si tratta dei contributi scientifici sorti nell’ambito di Convegni
internazionali periodici su specifiche tematiche relative alla civiltà normanno-sveva.
4
Quando ormai il libro era in lavorazione presso l’Editore Liguori è stato pubblicato da
Stefano Borsi un eccellente lavoro scientifico sui Normanni dal titolo: La città normanna.
Aversa e l’Europa nei secoli XI e XII, Melfi 2014. La ricerca, oltre a trattare con dovizia di
particolari i modelli urbani e gli schemi culturali importati dai Normanni, fa il punto sulla
storia dei primi insediamenti e sull’urbanistica senza tralasciare di analizzare l’architettura
delle motte, dei castelli e delle cattedrali costruite tra l’XI e il XII secolo in Italia meri-
dionale. Anche se lo studio parte dalla città di Aversa, quale primo insediamento in Italia
meridionale, tutto il libro ruota intorno alla “città normanna” all’interno del panorama
europeo permettendo di cogliere la reale portata storica, architettonica e urbanistica della
“connotazione normanna”. La ricerca ha permesso così una maggiore conoscenza di un
popolo che molto ha contribuito alla costruzione dell’identità europea gettando un ponte
tra il Nord e il Sud dell’Europa fino al Mediterraneo.
PREMESSA 3

Necessaria l’attenzione dedicata alle più importanti battaglie di


terra con l’analisi della composizione dell’esercito, le armi e gli equi-
paggiamenti. Un rilievo interessante, a questo proposito, è assunto dai
tornei e dai giochi d’aste, come pratica essenziale per la preparazione
alla guerra. A seguire si esaminano i due momenti fondamentali della
guerra medievale: l’assedio e le battaglie campali.
Infine, le battaglie di mare: con la composizione e l’organizzazione
della flotta, le procedure seguite negli scontri e l’azione politica svolta
dai Normanni nel Mediterraneo.
Accanto ai necessari apparati bibliografici e onomastici, un glossa-
rio completo dei termini tecnici riferiti all’architettura militare rende
pienamente intellegibile questo liquido mondo di tensioni e contrap-
posizioni.
Il presente libro è un compendio sul mondo militare normanno e,
senza ulteriori velleità, intende spaziare dall’aspetto architettonico a
quello strettamente strategico e bellico: lo scopo è suggerire utili e
nuove piste di ricerca relative ad una civiltà euromediterranea che ha
ancora tanto da raccontare.
Si è cercato di analizzare integralmente la cultura tecnico-materiale
dei Normanni riferita alla guerra, includendo in essa anche le mani-
festazioni architettoniche presenti nell’Italia meridionale, fornendo un
quadro dei dongioni meridionali sia come costruzioni sia come luoghi
di vita, senza trascurare le loro funzioni militari.
Al centro dell’indagine stanno i protagonisti, anonimi e non, i mezzi
a loro disposizione (armi, macchine ossidionali, flotta), le strategie e
le tattiche adoperate per affrontare assedi e battaglie. Affiora l’idea di
una guerra fatta in gran parte di azioni di rapina e saccheggio, molto
economica in termini di uomini, rischi e tempo, e che permetteva di
raggiungere lo scopo con piccoli sforzi, assicurando lauti bottini. Una
guerra che può, in molti casi, richiedere anche l’esercizio della pazienza,
quando si trattava di organizzare e gestire lunghi assedi di logoramento,
ma anche caratterizzata da significativi spunti di sviluppo tecnologico, per
la presenza di strumenti ossidionali efficaci e condivisi con gli altri popoli
del bacino mediterraneo. Una guerra di poche battaglie, ma dai molti
schemi efficaci: uso combinato di cavalleria e fanteria, assalto frontale,
schieramento a cuneo.
A tal proposito, in base alle descrizioni comparate delle fonti,
è sembrato utile rappresentare graficamente gli schieramenti inizia-
li delle principali battaglie che segnano la conquista normanna del
4 PREMESSA

Mezzogiorno (Olivento, Montemaggiore, Civitate, Castrogiovanni,


Cerami), ricreando così anche visivamente le unità dell’esercito, la
loro disposizione in campo, la direzione dei loro attacchi.
Sul fronte marittimo, le principali tipologie di imbarcazioni, gli ar-
senali del meridione italico, lo schieramento semicircolare della flotta,
gli attacchi e i blocchi anfibi si inseriscono bene nel panorama degli
scambi culturali e tecnologici, anche in termini di ‘memoria colletti-
va’, fra i popoli mediterranei. Tutto questo si inserisce nel quadro di
un incontro-scontro con la potenza militare di Bisanzio, erede della
tradizione classica, e con l’espansionismo mediterraneo del mondo
islamico.
Cavalieri e uomini di mare, i Normanni. Ma è davvero utile rimar-
care una differenza per sottolineare la loro versatilità? Forse no. Perché
alla luce delle analisi condotte sugli episodi bellici più significativi
portati ad esempio, il quadro emerge nitido: tra le battaglie di terra e
le battaglie di mare le differenze di gestione sono minime. A cambiare
è soltanto, per dirla in termini architettonici, il «piano di calpestio».
I Normanni replicarono sul mare le condizioni che sulla terra
davano loro i maggiori vantaggi, come i saccheggi, gli assedi di lo-
goramento, l’intercettazione e l’annientamento degli aiuti ai nemici.
Soprattutto, cercarono di sfruttare anche nelle azioni marittime le
loro invincibili forze terrestri, intraprendendo poche battaglie in mare
aperto e, al contrario, cimentandosi in numerosissimi scontri anfibi o
in prossimità delle coste.
L’autentica vocazione di un popolo di “guiscardi” dal sangue vi-
chingo, quale fu quello dei Normanni, era senza dubbio la guerra.
Ma, se volessimo individuare la caratteristica che ha permesso di tra-
sformarne l’attitudine “aggressiva” in una forza capace di far loro
capitalizzare risultati politici della massima importanza, dovremmo
senz’altro individuarla nella propensione a incanalare la propria vis
bellica all’interno di una lucida visione politica dei contesti in cui si
trovarono ad operare ed a recepire tutti gli elementi di natura tecno-
logica e concettuale, in grado di rafforzarne le capacità operative e di
attuarne le ambizioni. Il risultato di queste loro caratteristiche fu di
metterli in grado non solo di operare conquiste di incredibile portata
e di affermarsi su scenari molto diversi, ma anche e soprattutto di
renderli protagonisti della storia europea del pieno Medioevo, che essi
plasmarono in modo profondo e duraturo.
I
I NORMANNI IN ITALIA

1. Dai primi insediamenti al Regno: il quadro storico

L’arrivo nel Mezzogiorno italiano dei primi gruppi di Normanni, pre-


valentemente pellegrini di ritorno dalla Terrasanta, è da riferirsi a
due date e luoghi sostanzialmente vicini: nel 999 a Salerno, secondo
quanto ci riferisce il monaco Amato di Montecassino1, o nel 1016
sul Gargano, come racconta un altro cronista, Guglielmo di Puglia2.
Una volta nel sud della Penisola, i Transalpini, per lo più eccellenti
guerrieri, cominciarono a operare come mercenari al servizio dei vari
potentati locali, in conflitto perenne tra loro per il controllo del terri-
torio. Agli albori del secolo XI, infatti, l’Italia meridionale presentava
molteplici differenze, sia dal punto di vista etnico-linguistico che da
quello culturale, politico e religioso. Ciò rispecchiava la costante e
caotica contrapposizione delle varie realtà politiche: i tre principati
longobardi di Benevento, Capua e Salerno; i ducati costieri di Gaeta,
Napoli, Sorrento ed Amalfi; l’impero bizantino, che estendeva il suo
controllo su Puglia, Basilicata e Calabria; i tre emirati arabi in Sicilia3.

1
amato di montECassino, Storia de’ Normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in
antico francese [Ystoire de’ li Normant], ed. De Bartholomeis, Fonti per la Storia d’Italia,
76, Roma 1935, I, 17, pp. 21-22.
2
GuGliElmo di puGlia, La geste de Robert Guiscard, a cura di M. Mathieu, Istituto
Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici. Testi e monumenti, 4, Palermo 1961, I, vv.
11-13, pp. 98-100.
3
Sulla situazione politica dell’Italia meridionale prima della conquista normanna, si
consulti: S. tramontana, I Normanni in Italia. Linee di ricerca sui primi insediamenti,
Messina 1970; n. C ilEnto, Italia meridionale longobarda, Napoli 1971; V. V on
F alkEnhausEn, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo,
Bari 1978; B.m. krEutz, Before the Normans. Southern Italy in the Ninth and
Tenth Centuries, Philadelphia 1991; h. taViani-Carozzi, «Caractères originaux des
institutions politiques et administratives de l’Italie méridionale au Xe siècle», Il secolo
di ferro: mito e realtà del secolo X, Atti della XXXVIII Settimana di studi sull’Alto
Medioevo, Spoleto 19-25 aprile 1990, I, Spoleto 1991, pp. 273-326; nonché i saggi
6 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

In questa realtà così complessa e disomogenea i primi gruppi di


Normanni trovarono interessanti opportunità di guadagno, ponendosi
al servizio dell’uno o dell’altro signore, tanto che la prospettiva di lauti
guadagni e di facile bottino spinse i gruppi immigrati a chiamare nel
Mezzogiorno parenti e amici dalle lontane regioni della Francia del
nord4.
Sarebbe troppo complesso seguire nel dettaglio le sorti dei vari
drappelli di Normanni della prima ora: tuttavia è fondamentale ri-
percorrere le vicende del gruppo insediatosi ad Aversa, nel 1030. In
questa data, infatti, il duca di Napoli, Sergio IV, concedeva ad una
compagnia di mercenari normanni, capeggiati da Rainulfo I Drengot,
il feudo di Aversa in cambio dei loro servigi. Si trattava della prima
signoria normanna, nonché di uno dei principali nuclei d’espansione
dei Transalpini in Italia meridionale. L’evoluzione della signoria aver-
sana è assai indicativa del modus agendi politico dei Normanni nel sud
Italia. Essi adottarono un atteggiamento accorto e opportunistico: nel
1034, Rainulfo cambiava alleanza e passava dalla parte di Pandolfo
IV di Capua; di lì a poco, sarebbe divenuto vassallo del principe di
Salerno Guaimario IV. Nel 1038, poi, l’imperatore Corrado II il Salico
gli concedeva la solenne investitura della contea di Aversa5.
Da questo momento in poi i Normanni cessavano di combattere in
nome di altri e intraprendevano la conquista per proprio conto. Aversa,
con la famiglia dei Drengot, rappresenta il primo nucleo di espan-
sione territoriale; il secondo è Melfi, in Basilicata, con l’altra grande
famiglia normanna d’Italia, gli Altavilla. I suoi esponenti principali,
nel secondo quarto dell’XI secolo, erano Guglielmo «Braccio di ferro»
e Drogone, figli maggiori di Tancredi, signore di hauteville-la-Gui-
chard6. Essi, appena giunti in Italia meridionale, prestarono servizio

contenuti nel volume dal titolo: I caratteri originari della conquista normanna. Diversità
e identità nel Mezzogiorno (1030-1130), Atti delle XVI giornate normanno-sveve, Bari
5-8 ottobre 2004, Bari 2006.
4
Tra i primi cavalieri venuti in Italia meridionale c’erano anche uomini provenienti
dall’Anjou, dal Beauvais, dalla Champagne, dalla Borgogna e dalla Bretagna, come risulta
da uno studio onomastico di l.r. ménaGEr, «Inventaire des familles normandes et franques
émigrées en Italie méridionale et en Sicile», Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle I
giornate normanno-sveve, Bari 28-29 maggio 1973, Roma 1975, pp. 203-410.
5
Sulle prime conquiste dei Normanni in Campania, si veda: G.a. loud, The Age of
Robert Guiscard. Southern Italy and the Norman Conquest, Edinburgh 2000, pp. 67-80; sulla
contea di Aversa, a. Gallo, Aversa normanna, Napoli 1932; sul principato longobardo di
Capua, i. di rEsta, «Il principato di Capua», Storia del Mezzogiorno, II/1, Portici 1989,
pp. 147-187.
6
Il comune di hauteville si trova nel territorio regionale della Bassa Normandia, attuale
I NORMANNI IN ITALIA 7

presso il principe salernitano Guaimario III anche se successivamente,


intorno al 1040, preferirono agire per conto proprio, scegliendo come
capitale appunto la città di Melfi. Essa divenne centro di riferimento
per le successive conquiste in Puglia, Basilicata e Calabria, delle quali
ricevettero formale investitura da Guaimario IV (1042)7.
Il procedere dell’espansione normanna suscitò, ben presto, le
preoccupazioni del pontefice, Leone IX, il quale tentò di arrestare
la crescente potenza dei Transalpini coinvolgendo in un’imponente
campagna militare anche l’imperatore Enrico III e alcuni signori
longobardi con a capo Argiro. Tuttavia, l’esito fallimentare della
battaglia di Civitate, nel 1053, predisponeva il pontefice a fare causa
comune con i Normanni. La politica pontificia nei loro confronti si
modifica definitivamente a seguito del cosiddetto Scisma d’Oriente
del 1054, durante il quale la Chiesa greca si separava da quella di
Roma: senza più l’appoggio dei Bizantini, il papato necessitava di
nuovi alleati nel Mezzogiorno. Dunque, se non era possibile sradicar-
li, poteva essere molto meglio averli come alleati. Oltre al consumato
distacco da Bisanzio, si profilava ormai anche l’epocale scontro con-
tro l’Impero di Germania per la questione della nomina dei vescovi,
la cosiddetta “Lotta per le investiture”. Non è un caso, perciò, che i
Papi della seconda metà del secolo XI, cosiddetti «riformisti», siano
tutti filonormanni. Lo stesso Gregorio VII, da cui prende il nome
la Riforma della Chiesa, sotto la minaccia delle armi dell’imperatore
di Germania Enrico IV, si rifugiava a Salerno, divenuta capitale del
ducato normanno di Puglia, per morirvi di lì a poco (1085)8.
Contemporaneamente Riccardo Drengot, signore di Aversa, con-
quista l’antico principato longobardo di Capua e Salerno, elevandone
lo status di nuova potenza emergente all’interno del già complicato
scacchiere geopolitico meridionale. Tuttavia, non si deve pensare ad
una qualche compattezza politica tra queste due realtà: le relazioni
erano soggette alle contingenze e all’interesse variabile non solo dei
capi, ma anche dei singoli gruppi e dei clan familiari. Basti conside-
rare l’esempio degli Altavilla nella città di Melfi: i numerosi figli di
Tancredi furono tutt’altro che uniti nella conduzione del feudo, come
dimostrano i fortissimi dissapori tra Roberto il Guiscardo e Ruggero I,

dipartimento della Manica, arrondissement di Coutances, cantone Saint-Sauveur-Lendelin.


7
h. houBEn, «Melfi, Venosa», Itinerari e centri urbani nel Mezzogiorno normanno-svevo, a
cura di G. Musca, Atti delle X giornate normanno-sveve, Bari, 21-24 ottobre 1991, Bari
1993, pp. 311-331.
8
s. tramontana, La monarchia normanna e sveva, Torino 1986, pp. 41-83.
8 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

due dei fratelli più giovani giunti nel Mezzogiorno in occasione della
lunga guerra di Sicilia9.

1. Cattedrale di Coutances, Guglielmo 2. Cattedrale di Coutances, Tancredi


Braccio di Ferro, statua del lato nord, d’Altavilla, statua del lato nord, Ar-
Armand-Julies Le Véel, 1874 mand-Julies Le Véel, 1874.

Già negli anni Sessanta dell’XI secolo, dunque, i primi due Stati
normanni in Italia meridionale erano territorialmente ben definiti: il
principato di Capua con la dinastia dei Drengot; il ducato di Puglia
sotto la dinastia degli Altavilla. Si trattava di due entità a carattere
«feudale», secondo la tradizione normanna; al loro interno, infatti,
esistevano terre «demaniali», cioè di proprietà del principe o del duca,
e terre «feudali», che i signori concedevano in feudo a propri parenti
o a persone di fiducia. Questi ultimi, a loro volta, potevano subinfeu-
darne una parte. All’interno di questo sistema a struttura piramidale,
però, i feudatari maggiori tendevano a considerarsi come dei sovrani

9
Sulla figura di Roberto il Guiscardo, si veda: Roberto il Guiscardo e il suo tempo…, cit.;
C.d. FonsECa, a cura di, Roberto il Guiscardo tra Europa, Oriente e Mezzogiorno, Atti del
convegno internazionale, Potenza-Melfi-Venosa 19-23 ottobre 1985, Galatina 1990; h.
taViani-Carozzi, La terreur du monde. Robert Guiscard et la conquête normande en Italie,
Paris 1996; G.a. loud, The Age of Robert Guiscard..., cit.; in particolare sulla figura del
fratello Ruggero I: Ruggero il Gran Conte e l’inizio dello Stato normanno, Atti delle II giornate
normanno-sveve, Bari 19-21 maggio 1975, Roma 1977, pp. 139-175; s. tramontana, a
cura di, Ruggero I, Serlone e l’insediamento normanno in Sicilia, Troina 2001; G. oCChiato,
a cura di, Ruggero I e la provincia Melitana, Soveria Mannelli 2001.
I NORMANNI IN ITALIA 9

nelle terre di loro pertinenza e, di conseguenza, ad avvertire come


oppressiva e limitante l’azione ex alto del proprio superiore feudale10.

3. hauteville-la-Guichard, Musée Tancrède, M. Réal-Desarte, statua di Roberto il Guiscardo, 1934.

In seno alla famiglia d’Altavilla emergeva la figura di Roberto


il Guiscardo: sesto dei figli di Tancredi, arrivato in Italia intorno al
1046, sposava in prime nozze la normanna Alberada di Buonalbergo.
Dopo essersi distinto nella battaglia di Civitate, succedeva al fratello
Drogone nella titolarità della contea di Melfi; quindi, ripudiata la
prima moglie, sposava la longobarda Sichelgaita, figlia del principe di
Salerno Guaimario IV. È questo un altro momento importantissimo
della storia della conquista11. Totalmente legittimato dalle nuove noz-
ze, Roberto procedeva a nuove conquiste: nel 1071 strappava Bari ai
Bizantini, nel 1077 entrava in Salerno, eleggendola capitale. In seguito,
egli estese le proprie mire sul trono di Costantinopoli e, per realizzare
il suo progetto, meditò le nozze tra la figlia Olimpiade e l’erede al

10
m. CaraValE, Il Regno normanno di Sicilia, Milano 1991, pp. 285-324.
11
p. dalEna, «Guiscardi coniux Alberada. Donne al potere nel clan del Guiscardo», Roberto
il Guiscardo tra Europa…, cit., pp. 3-31, in particolare le pp. 8-9.
II
L’ARChITETTURA MILITARE

1. Conquista e strategia difensiva

I primi insediamenti normanni nacquero per esigenze militari, a comple-


tamento della conquista: si trattava di vecchie fortificazioni che i Nor-
manni avevano occupato negli ex territori longobardi, bizantini e arabi,
adattandole alle nuove esigenze di difesa militare, o costruite ex novo
secondo tipologie importate dalla Normandia1. I fortilizi erano posti
generalmente su alture o rialzi rocciosi, luoghi protetti per natura e da
cui era possibile dominare fisicamente le valli o le pianure circostanti2.

1. L'espansione normanna XI-XII secolo (da P. Bouet, 2003)


1
Sui fortilizi normanni in Italia Meridionale si consulti l’eccellente e pionieristica opera di
F. mauriCi, Castelli medievali in Sicilia. Dai Bizantini ai Normanni, Palermo 1992, pp. 90-118.
2
uGo FalCando, La Historia…, cit., p. 15: «...nam idem castellum […] cum natura loci
munitissimum erat et defensioni locum praebebat aptissimum…».
30 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

Una fonte non molto benevola verso i Normanni, Anna Comnena


(1069-1118), ci riporta dopo circa un secolo gli avvenimenti che si
verificarono in Calabria: Roberto il Guiscardo, giunto nel sud tra il
1046 e il 1047, «viveva in Longobardia sui colli, nelle grotte e sulle
montagne, a capo di una banda di briganti, e, attaccando i passanti, si
procurava e cavalli e altro bottino e armi […] con cui si annesse tutto
il dominio della Longobardia e della regione confinante…»3.
Nel secolo XI la conquista normanna non fu condotta attraverso
battaglie campali, bensì con piccole ma audaci operazioni militari,
avviate con la cavalleria
armata alla leggera (ser-
vientes), con la fanteria
(pedites), con i balestrie-
ri (balistarii) e con una
numerosa schiera di uo-
mini armati che agivano
sempre in combinazione
e con il supporto della
cavalleria pesante (mili-
tes)4. La difesa delle città
campane, governate da
principi longobardi, e
di quelle pugliesi e cala-
bresi, dove si estendeva
l’autorità dell’Impero bi-
zantino, era vulnerabile
a questo tipo di strategia
bellica. Ognuna di que-
ste città, infatti, dipen-
deva per il proprio so-
stentamento dalla cam-
pagna circostante che, a
2. Principali castelli e motte normanne citati nel testo.
differenza degli insedia-
menti urbani, non era per nulla protetta. I nuclei urbani vennero
così occupati a poco a poco da piccole bande normanne che si erano

3
anna ComnEna, Alexiade…, cit., I, 11, p. 38.
4
E. Cuozzo, “Quei maledetti Normanni”. Cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno
normanno, Napoli 1989, pp. 93-101; Id., La cavalleria nel regno normanno di Sicilia, Atripalda
2002, pp. 145-193.
L’ARChITETTURA MILITARE 31

stanziate nel territorio circostante, affamando i centri5. Si tratta di


una chiave di lettura importante per comprendere il fenomeno dell’e-
popea normanna: pochi
sparuti gruppi di cava-
lieri venuti dal nord, nei
primi decenni dell’XI
secolo, occuparono ve-
locemente gli estesi
territori dell’Italia me-
ridionale, dando vita
al Regnum Siciliae: Bari
venne presa ai Greci
(1071), Palermo ai Mu-
sulmani (1072), Salerno
ai Longobardi (1077)6. I
cavalieri normanni sac-
cheggiavano abbazie e
monasteri, devastavano
i campi e le colture, ol-
tre ai piccoli casalia che
il primo assetto politico
longobardo aveva fatto
nascere per pressanti
motivi di ordine politico
ed economico. Tali ca-
3. Principali città e territori conquistati dai Normanni du- salia erano, in sostanza,
rante l’XI e XII sec. piccoli nuclei abitativi a
carattere agricolo posti ai margini delle città, tanto da costituire un
vero e proprio corpo aggiunto. I signori normanni potenziarono que-
sto sistema capillare di controllo del territorio, edificando ulteriori
strutture per poter offrire protezione ai loro coltivatori agricoli e

5
j.-m. martin, G. noYé, «La conquête normande de l’Italie: pouvoir et habitat», Habitat
et colonisation au Moyen Age, sous la direction de M. Balard, Lyon 1989, pp. 347-364; j.-
m. martin, «L’attitude et le rôle des Normands dans l’Italie méridionale byzantine», Les
Normands en Méditerranée, a cura di P. Bouet e F. Neveux, Colloque de Cerisy-la-Salle 24-27
septembre 1992, Caen 1994, pp. 111-116; G. noYé, «La Calabre entre Byzantins, Sarrasins
et Normands», Cavalieri alla conquista del Sud, a cura di E. Cuozzo, J.-M. Martin, Roma-Bari
1998, pp. 90-116.
6
p. dEloGu, I Normanni in Italia. Cronache della conquista e del regno, Napoli 1984,
pp. 1-185; s. tramontana, La monarchia normanna e sveva..., cit., pp. 1-180; d.j.a.
matthEW, I Normanni in Italia, Roma-Bari 1997, pp. 1-99.
L’ARChITETTURA MILITARE 41

16. Castello di Adrano, XI sec. 17. Castello di Adrano, pianta, XI sec.


33
rio . Il mastio veniva poi protetto da una cinta muraria, realizzata con
materiali reperiti in situ, e munita, a sua volta, di torrette quadrango-
lari di fiancheggiamento (turres et propugnacula)34, camminamento di
ronda, artifizi di difesa come
per esempio bertesche e cadi-
toie, sul modello del castello
keep-and-bailey35. Un fossato
(fossatum o vallum)36 correva
parallelamente alla cortina di-
fensiva al fine di evitare l’av-
vicinamento delle macchine
belliche37: l’ingresso, all’in-
terno dell’area fortificata, era
assicurato mediante un ponte
18. Motta Sant’Anastasia, XI sec.
33
Circa la disposizione interna dei dongioni alcune ipotesi attendibili sono state formulate
per l’Italia meridionale da F. mauriCi, Castelli medievali..., cit., pp. 175-188; per la Francia,
a. ChatElain, Donjons romans..., cit., pp. 21-26.
34
I due termini, turres e propugnacula, sono più volte riportati da Malaterra per la difesa
dei castelli siciliani di Trapani: GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis…, cit., III, 11, p.
63; Agrigento, Ibidem, IV, 5, p. 87; Petralia, Ibidem, II, 38, p. 48; Messina, Ibidem, III,
32, p. 77; Palermo, Palazzo Reale, Ibidem, II, 56, p. 53.
35
E.E. ViollEt-lE-duC, «bretèche», Dictionnaire raisonné de l’architecture française du XIe
au XVIe siècle, II, Paris 1858-1968, pp. 244-249; Ibidem, «hourd», VI, Paris 1858-1968, pp.
122-141; a. mErsiEr, «hourds et machicoulis», Bulletin Monumental, 82 (1923), pp. 117-129.
36
È il caso di Agrigento: GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis…, cit., IV, 5, p. 87.
37
E. Cuozzo, «Trasporti terrestri militari», Strumenti, tempi e luoghi di comunicazione nel
Mezzogiorno normanno-svevo, a cura di G. Musca, V. Sivo, Atti delle XI giornate normanno-
sveve, Bari 26-29 ottobre 1993, Bari 1995, pp. 31-66.
42 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

19. Castello di Falaise, XII secolo (don-


gione), XIII secolo (torrione circolare di
Filippo Augusto). 20. Castello di Falaise, pianta, XII sec.

levatoio. La superficie all’interno della cinta (ballium)38 ospitava alcune


strutture, generalmente in legno, adibite ad abitazione o a servizi: la
cucina, il forno, la forgia, le scuderie e le stalle e talvolta una cappel-
la. Vari erano poi i depositi e le strutture per l’approvvigionamento
alimentare: pozzi e cisterne, nonché silos per il grano e per il foraggio
degli animali. Tali costruzioni erano dapprima disperse in un ampio
recinto murato, nel quale poteva avvenire anche l’occasionale ricovero,
in caso di attacco, della popolazione rurale dei dintorni; in seguito, in-
vece, prevalse la tendenza a raggruppare fra loro gli edifici in complessi
omogenei e a restringere i recinti.
Da ricognizioni archeologiche condotte su numerosi esempi europei
più datati è emerso che il mastio, o dongione, non era altro che la tra-
sformazione della grande aula carolingia in pietra, che gli inglesi appunto

21. Ariano Irpino (AV), ricostruzione virtuale del dongione normanno, assono-
metria.

38
Tale tipologia trova il suo modello di riferimento nel castello di Erice in Sicilia. A tale
proposito si consulti: F. mauriCi, Federico II e la Sicilia. I castelli dell’Imperatore, Catania
1997, pp. 175-176.
L’ARChITETTURA MILITARE 43

chiamano stone hall39. In origine tale


costruzione non era letteralmente
una torre, perché la sua dimensione
principale era quella longitudinale,
si sviluppava cioè lungo una pianta
rettangolare, su un solo livello (pian-
terreno) ed era, talvolta, priva di
apparati di difesa40. Ciò nonostante,
per la natura del sito su cui veniva
22. Bertesca in legno.
edificata e per le tecniche utilizzate,
era considerata imprendibile. Suc-
cessivamente venne convertita in una robusta torre, grazie all’aggiunta
di un piano superiore, nel quale fu ricavato il nuovo ingresso.
In Europa del nord, gli esempi di donjons normanni che presen-
tano una tale tipologia sono i grandi torrioni parallelepipedi della
Francia occidentale e dell’Inghilterra, opera di signori che volevano
conciliare necessità residenziali e difensive41. In Normandia, tra quel-
li più conosciuti, ricordiamo: Doué-la-Fontaine, Falaise, Domfront,
Arques, Chambois, Vire, Caen42,
il cui modello venne esportato in
Inghilterra da Guglielmo il Con-
quistatore, dopo la conquista del
1066, con la costruzione della
imponente Torre di Londra e dei
castelli di Rochester, Colchester,
Farnham, Castle Rising, Scarbo-
rough, Middleham, Portchester,
Peveril, Richmond, etc.43.
23. Caditoie per la difesa piombante.

39
E. impEY, E. lorans, j. mEsqui, Deux donjons construits autour de l’An Mil en Touraine.
Langeais et Loches, Paris 1998.
40
j. dECaëns, «Les origines du donjon rectangulaire», L’architecture normande au Moyen
Age, a cura di M. Baylé, Actes du colloque de Cerisy-la-Salle, 28 septembre-2 octobre
1994, I, Caen 1997, pp. 181-195.
41
r.a. BroWn, English Castles..., cit., pp. 1-82; d. rEnn, Norman Castles in Britain,
London-New York 1968, pp. 12-75; a. ChatElain, Donjons romans..., cit., pp. 21-26,
113-124; n.j.G. pounds, The Medieval Castle in England and Wales, Cambridge 1990, pp.
1-70; F. ChiEsa, «Les donjons normands d’Italie: une comparaison», Mélanges de l’École
Française de Rome. Moyen Age, 110 (1998), pp. 317-339.
42
Per i dongioni normanni francesi: a. ChatElain, Donjons romans..., cit., pp. 21-26,
113-124; m. BaYlé, a cura di, L’architecture normande..., cit., pp. 177-241.
43
Per i dongioni normanni inglesi: r.a. BroWn, English Castles..., cit.; d.F. rEnn,
Norman Castles..., cit.; n.j.G. pounds, The Medieval Castle..., cit.
44 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

24. Castello di Chambois, pianta del dongione,


XII sec. 25. Dongione di Chambois, XII sec.

I dongioni d’Oltralpe presentavano locali ciechi al pianoterra, adi-


biti, generalmente, a magazzini per le derrate alimentari, mentre ai
piani superiori erano ricavate confortevoli camere dotate di ampie
finestre e di camini per il riscaldamento. I solai erano in legno, a diffe-
renza dei masti dell’Italia meridionale, che erano voltati. La copertura
della torre qualche volta era piana, costituita anch’essa in legno per
il posizionamento delle macchine balistiche, come trabocchi e man-
gani44; ma più di frequente era a falde. L’approvvigionamento idrico
avveniva per mezzo di cisterne, ricavate direttamente nella roccia o
attraverso veri e propri pozzi esterni in muratura. I tempi e i modi
della conquista normanna nel Mezzogiorno giustificano le dimensioni

26. La Torre di Londra, XI sec. 27. La Torre di Londra, pianta, XI sec.

44
a.a. sEttia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo, Roma-Bari 2002, pp. 77-182.
L’ARChITETTURA MILITARE 45

28. Castello di Rochester, XII sec. 29. Castello di Rochester, pianta, XII sec.

ridotte dei prototipi italiani rispetto ai castelli del nord Europa, pur
riproponendone la tipologia e gli apparati difensivi45.
I dongioni normanni e anglonormanni hanno da sempre contribuito
alla comprensione tipologico-strutturale dei loro omologhi castelli medi-
terranei, sebbene alcuni riferimenti a manufatti circolari attribuiti all’e-
poca normanna rimangano, allo stato delle ricerche, incomprensibili.
Fra i più importanti masti dell’Italia meridionale ancora osservabili
in alzato ricordiamo: in Abruzzo, Cocullo, Castel di Ieri, Pereto e
Tagliacozzo-Tremonti nella provincia aquilana46; in Molise: Rocca-
mandolfi e Bojano, nella provincia di Isernia, Oratino nella provincia
di Campobasso47; in Campania: il Castrum lapidum di Capua48, anche

45
F. ChiEsa, «Les donjons normands d’Italie: une comparaison», Mélanges de l’École
Française de Rome..., cit., pp. 317-339; G. Coppola, «Castelli e motte nell’Italia meridionale
normanna (XI-XII secolo)», Studi in onore di Salvatore Tramontana…, cit., pp. 120-124.
46
G. Chiarizia, m. latini, a cura di, Atlante dei castelli d’Abruzzo, Pescara 2002, 88,
pp. 110-111, 171-172, 210-211; G. Chiarizia, l. santoro, «L’incastellamento», L’Abruzzo
nel Medioevo, a cura di U. Russo, E. Tiboni, Pescara 2003, pp. 305-326. Per le questioni
storiche legate al feudalesimo e all’incastellamento abruzzese si consulti: l. FEllEr, «Casaux
et castra dans les Abruzzes: San Salvatore à Maiella et San Clemente à Casauria (XIe-XIIIe
sìecle)», Mélanges de l’École Française de Rome, Moyen Age, 97 (1985), pp. 185-192; Id.,
«L’“incastellamento” inachevé des Abruzzes», Archeologia Medievale, 16 (1989), pp. 121-136.
47
l. marino, s. CarnEValE, C. pEsino, a cura di, Guida ai castelli del Molise, Pescara
2003, pp. 81, 82-84, 94. Sulle valutazioni storiche dell’incastellamento molisano, si veda:
E. Cuozzo, «Il formarsi della feudalità normanna nel Molise», Archivio Storico per le Province
Napoletane, 20 (1981), pp. 105-127.
48
p.F. pistilli, «Un castello a recinto normanno in Terra di lavoro: il Castrum lapidum
di Capua», Arte d’Occidente. Temi e metodi, Studi in onore di A.M. Romanini, I, Roma
1999, pp. 143-149.
III
BATTAGLIE DI TERRA

1. Composizione dell’esercito: milites e servientes

I cavalieri armati «alla pesante» (milites) costituivano il nerbo dell’e-


sercito normanno sin dalla sua prima comparsa in Italia meridionale,
agli inizi dell’XI secolo. Le fonti parlano di pochi «vaillant chevalier
Normant»1 che, lontano dai loro luoghi d’origine, si imposero in breve
tempo sulle popolazioni locali, prima con azioni di rapina, successi-
vamente con la conquista.
In patria molti di loro esercitavano
la militia sottoponendosi prima ad un
intenso addestramento militare, impar-
tito all’inizio dal padre o da familiari,
e, successivamente, proseguivano con
una sorta d’apprendistato presso un si-
gnore in qualità di stipendiarii. Lo stes-
so fecero i figli di Tancredi d’Altavilla.
Essi scesero in Italia quaerentes lucrum
– in cerca di fortuna – e, a tal fine,
si misero al servizio dei signori locali,
dal momento che in patria le risorse
di famiglia non bastavano: «inter plures
divisam singulis minus sufficere»2.
La condizione di miles in origine
1. Soldati normanni e loro equipaggia- non implicava l’appartenenza alla feu-
mento. dalità. Infatti, l’introduzione del servi-

1
L’espressione è di amato di montECassino, Storia dei Normanni…, cit., II, 21, p. 80.
2
GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis…, cit., I, 5, p. 14. Vedi anche G. amatuCCio,
«Fino alle mura di Babilonia. Aspetti militari della conquista normanna», Rassegna Storica
Salernitana, 30 (1998), pp. 7-49, in particolare, pp. 13-14 e p. 16.
80 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

zio vassallatico da parte dei Normanni, improntato sul Mos Gallicorum,


avvenne in maniera lenta e graduale, e fu solo dopo il costante esercizio
delle armi e la conseguente conquista delle terre che essi acquisirono
lo status nobiliare3.
Ad ogni modo, la cavalleria normanna ricevette un ordinamento
ufficiale solo dopo la formazione del Regno di Sicilia ad opera di
Ruggero II e di quanto questi stabilì con la norma De nova militia
nelle Assise di Ariano del 1140. Dal detto testo, infatti, si evince che
il titolo di cavaliere doveva avere carattere ereditario ed appartenere,
quindi, solo ai figli di coloro che già facevano parte della classe.
I figli (pueri) dei cavalieri, dunque, dopo aver compiuto sedici
anni (adolescentes), diventavano milites attraverso l’«adoubement», il rito

2. Soldato normanno con scudo e spada. 3. Arciere normanno.

della vestizione delle armi, in cui veniva riconosciuto ufficialmente il


loro diritto di suscipere militiae cingulum4.

3
Sull’argomento si rimanda in special modo ai lavori di Errico Cuozzo: E. Cuozzo,
Normanni. Nobiltà e cavalleria, Salerno 1995; E. Cuozzo, J.-M. martin, a cura di, Cavalieri
alla conquista del Sud. Studi sull’Italia normanna in onore di Léon-Robert Ménager, Roma-Bari
1998; E. Cuozzo, La cavalleria nel regno normanno di Sicilia, Atripalda 2002.
4
L’espressione viene usata dall’abate Alessandro di Telese che, nella sua Ystoria Rogerii
regis Sicilie Calabrie atque Apulie, a proposito dei figli di Ruggero II, Ruggero e Tancredi,
BATTAGLIE DI TERRA 81

L’adolescens veniva così «addobba-


to» in un’apposita cerimonia a carattere
religioso in cui le armi più significati-
ve, come la spada, erano solennemente
benedette5.
Il neocavaliere, a questo punto,
abbandonava la casa paterna, o quella
del suo patrono, e intraprendeva una
vita errante, per un periodo di tempo in
cui completava la sua formazione pro-
fessionale (studia militiae) imparando le
tecniche di combattimento, l’uso delle
armi, il montare a cavallo, sviluppando
la passione per lo scontro e il senso del
4. Soldato normanno con ascia. pericolo. A tal fine, vanno inquadrati
anche i cosiddetti «giochi di guerra», ovvero quella vasta gamma di
giochi di destrezza con le armi, a metà strada tra l’allenamento al
combattimento e il gioco, che provvedevano a creare fama intorno al
cavaliere, specialmente se si trattava di tornei pubblici.
Successivamente, il miles si sposava con il permesso regio, abban-
donava la vita nomade e diventava capostipite di una nuova schiatta,
acquisendo una precisa valenza all’interno della società feudo-militare
normanna6.
I cavalieri, come emerge dalle già citate Assise di Ariano7, pote-
vano appartenere a due categorie: i cavalieri feudali (nomine militiae)
e i cavalieri di professione (professione militiae). I primi erano feu-
datari in capite de domino Rege, ovvero prestavano servizio militare
personalmente e direttamente al re, a cui erano legati da un vincolo
di natura feudo-vassallatica. Tale prestazione militare costituiva, in-
fatti, l’obbligazione primaria, oltre alla fidelitas e all’homagium, per il

scrive «habebat autem Rex et alios duos liberos adolescentiores, forma speciosissimos
morumque honestate preclarissimos, nec non ad suscipiendum militiae cingulum jam utro-
sque adultos, quorum unum, qui erat primogenitus omnium fratrum, Rogerium nomine
jam Ducali honore, alium autem Principatu Barensi provexerat». alEssandro di tElEsE,
Alexandri Telesini abbatis…, cit., III, 27, p. 73. Altre attestazioni sulla formazione dei
cavalieri possiamo ritrovarle in GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis…, cit., I, 4, p. 9.
5
Errico Cuozzo riporta il testo di un pontificale romano trascritto nella diocesi di Sora,
tra la fine del XII e l’inizio del XIII, che attesta le benedizioni degli speroni, dell’elmo e
della spada, testimoniando l’uso ‘cavalleresco’ delle formule liturgiche. A tal proposito, si
veda: E. Cuozzo, “Quei maledetti normanni”…, cit., pp. 42-45.
6
Ivi, p. 49.
7
o. zECChino, Le Assise di Ariano…, cit., p. 40, 92.
92 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

Bayeux, appesi a delle aste orizzontali in legno e portate in spalla dai


soldati, insieme agli elmi e alle lance48.
Sopra il cappuccio di maglia il cavaliere normanno indossa l’elmo o
casco, in latino cassis, di forma conica, in ferro e probabilmente rivestito
all’interno di cuoio49. Esso può essere costituito da un certo numero di
fasce, le cosiddette ‘bandelle’, strette da una cerchiatura lungo il bordo
inferiore, oppure da un’unica lastra di ferro. L’elmo viene allacciato
sotto il mento e possiede un’imbottitura nell’estremità superiore per
attutire i colpi, giacché un colpo di spada o di mazza, quando non
sfonda il cranio provocando la morte immediata, stordisce il cavaliere
rendendolo inerme50. Sul fiume Sarno, per esempio, il conte Rainul-
fo cambia le sorti della battaglia quando col pugio (pugnale) colpisce
sull’elmo l’avversario, il quale, stordito dai colpi, gli volge le spalle. I
compagni di questo, credendo si tratti di una ritirata, sono presi dal
panico e si danno alla fuga51. Nell’assedio di Fiorentino, nel 1127, il
conte Giordano muore sotto i colpi delle pietre scagliate dagli assediati52.
L’elmo è dotato di nasale che
protegge la parte centrale del vol-
to, lasciando a mala pena scoperte
le parti laterali e inferiori del viso.
Nella parte posteriore, inoltre, può
presentare dei fori per il fissaggio
di un guardanuca di maglia, come
testimonia l’esemplare trovato a
Olmütz in Moravia53.
Nonostante sia una garanzia
di protezione per la testa, l’elmo
può causare qualche inconvenien-
te. Infatti, sotto i raggi solari può
surriscaldarsi, divenendo così sco-
modo per chi lo indossa, oppure
7. Vienna, hofjagd und rustkammersammlung, la presenza del nasale può causare
elmo conico trovato in Moravia vicino Olmütz,
XII s. la cecità del combattente se questo

48
A. tomEi, «Le armi», I Normanni popolo d’Europa…, cit., p. 114; L. mussEt, La
Tapisserie de Bayeux…, cit., scena 37, pp. 192-193.
49
J. Flori, Cavalieri e Cavalleria…, cit., p. 106.
50
G. duBY, Guglielmo il Maresciallo. L’avventura del cavaliere, Roma–Bari 1995, pp. 118,
134-135; A. A. sEttia, Rapine, assedi…, cit., pp. 274-275.
51
alEssandro di tElEsE, Alexandri Telesini abbatis..., cit., II, 31, p. 37.
52
FalConE di BEnEVEnto, Chronicon…, cit., 1127.2.4-5, p. 86.
53
A. tomEi, «Le armi», I Normanni popolo…, cit., p. 115.
BATTAGLIE DI TERRA 93

viene colpito al volto di traverso54. Per queste ragioni, molti guerrieri


preferivano rimanere solo con il cappuccio di maglia, come è raffigu-
rato nel citato capitello dell’abbazia di Montevergine55.
Un’altra arma di difesa è lo scudo,
in latino clipeus o scutum56: ha una for-
ma allungata, a “goccia”, con il margi-
ne superiore arrotondato e quello infe-
riore terminante a punta, per protegge-
re le gambe. Con le sue considerevoli
dimensioni, circa un metro e mezzo di
altezza e una larghezza tra i 50 e i 70
centimetri, lo scudo copre interamente
il combattente, dal mento alla punta
dei piedi. È formato da una ossatura di
legno, con un’imbottitura di tela e un
rivestimento di cuoio; il tutto è tenuto
8. Scudo normanno detto “a mandorla”. insieme da costole in ferro fissate con
chiodi e, talvolta, da una caratteristica
borchia centrale umbonata, posta sul lato esterno. In combattimento,
si imbraccia infilando l’avambraccio sinistro, quello con cui si reggono
le redini del cavallo, all’interno di cinghie di cuoio disposte a croce
(guigge), fissate sul retro; altrimenti, può anche essere portato a ban-
doliera o legato al collo con una cinghia57. Con più scudi tenuti in
posizione orizzontale sopra le teste di un gruppo di fanti, si crea lo
schieramento «a testuggine» ma, all’occorrenza, lo scudo serve anche
da barella o da mensa, come rappresentato nell’Arazzo di Bayeux58.
La spada59, in latino ensis, spatha, gladius60, è una delle armi da offesa:
lunga circa 90 centimetri, possiede una lama larga e dritta, a fili paral-
leli, con punta ogivata, adatta a perforare gli scudi e ad aprire le maglie
dell’usbergo. Pur pesando circa un chilo e mezzo61, viene impugnata con

54
A. J. Boas, Crusader Archaeology…, cit., p. 173.
55
E. Cuozzo, “Quei maledetti Normanni”…, cit., p. 25.
56
Ivi, p. 44.
57
Un pulvino nel chiostro di Santa Sofia a Benevento (1142-1176) rappresenta una
scena di combattimento tra due milites: i cavalieri con elmi e corazze proteggono il lato
sinistro con gli scudi. Ivi, pp. 25-26; M. pastorEau, La vita quotidiana…, cit., p. 124; A. J.
Boas, Crusader Archaeology…, cit., p. 173; ChrétiEn dE troYEs, Erec e Enide…, cit., p. 74.
58
L. mussEt, La Tapisserie de Bayeux…, cit., scene 42-43, pp. 210-211.
59
J. Flori, Cavalieri e Cavalleria…, cit., pp. 102-103.
60
E. Cuozzo, “Quei maledetti Normanni”…, cit., p. 44.
61
A. J. Boas, Crusader Archaeology…, cit., p. 174.
94 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

una sola mano, a protezione


della quale è posta una bre-
ve elsa dritta, composta da
pomo e da guardia crociata.
Essa, quando non usata, è
chiusa in un fodero di legno
rivestito in pelle o in stoffa,
9. Armi d’età normanna. sostenuto da un budriere e
appeso a sinistra del cinturone (il balteus). I colpi vengono assestati di
taglio piuttosto che di punta, vibrandoli dall’alto in basso62. Si ricorda
che nella battaglia di Civitate nel 105363 il conte Umfredo, che condu-
ce una parte dell’esercito normanno, con un solo colpo di spada rie-
sce a fendere a metà un cavaliere
fino alla sella. Allo stesso modo
Ruggero I, perlustrando di notte i
dintorni di Messina, si imbatte in
10. Liegi, Musée d'Armes, spada, XI-XII sec. un saraceno, mentre è senza arma-
tura ed avendo a disposizione solo la spada, uno ictu medium corripiens
secavit, de corpore duabus partibus factis!64. Un buon prototipo di spada
normanna ad esempio è quella conservata presso il Musée d’Armes di
Liegi oppure l’esemplare trovato a Rennes, in Bretagna, nei pressi del
fiume La Vilaine, risalente al X-XI secolo e ora conservato nel museo
de Tessé di Le Mans65.
La lancia66, in latino lancea,
hasta o hastile, è la principa-
le arma di offesa normanna. Si
tratta di una lunga asta in legno,
con punta in ferro sull’estremità
superiore, a volte dotata di barbe
o di sbarretta trasversale per in-
castrarsi nell’armatura del nemi-
co; quella del tipo pesante, con
o senza pennoncello, è lunga più
11. Londra, Museum of London, punte di frecce
e di lance, XII s. di due metri, con un peso che si

62
A.A. sEttia, Rapine, assedi…, cit., p. 274.
63
Sulla battaglia in generale: M. Fujano, «La battaglia di Civitate (1053)», Archivio
storico pugliese, II (1949), pp. 124-133.
64
GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis..., cit., II, 4, pp. 58-59.
65
I Normanni popolo d’Europa…., cit., pp. 384-385.
66
j. Flori, Cavalieri e Cavalleria…, cit., pp. 103-104.
BATTAGLIE DI TERRA 95

aggira intorno ai 2-5 chili. Il le-


gno che la costituisce è sempre
ricavato da essenze dure, in grado
di resistere all’urto: solitamente
frassino, talvolta carpine, melo o
pino67. Quando il cavaliere proce-
12. Londra, Museum of London, punte di lance, de al trotto, la lancia è trasporta-
XII s. ta nell’imbottitura dell’arcione68,
mentre in combattimento può maneggiarla in due diversi modi: di
stocco, reggendo la lancia per l’estremità e alzando il braccio, per col-
pire dall’alto un bersaglio sia a piedi che a cavallo; in resta69, cioè
stringendola al fianco con un gomito, quando il cavaliere si getta alla
carica contro l’avversario a cavallo e mira al torso o alla cavalcatura,
in modo da rovesciarlo a terra70.
Tali armi di offesa, la lancia e la spada, durante la battaglia di
Civitate del 1053, vengono usate con entrambe le mani da Roberto
il Guiscardo, come recitano i versi di Guglielmo di Puglia: «Cuspide
perforat hos, gladio detruncat et illos/ Et validis manibus horrendos
incutit ictus/ Pugnat utraque manu, nec lancea cassa, nec ensis/ Cassus
erat, quocumque manum deducere vellet»71.
Gli speroni, in latino calcaria, che insieme alla spada e all’elmo
sono il simbolo stesso della cavalleria conferiti all’atto dell’investitu-

67
G. ChEruBini, «Le campagne italiane dall’XI al XIV secolo», Storia d’Italia, a cura di
G. Galasso, Torino 1981, IV, pp. 29-32; m. pastorEau, La vita quotidiana…, cit., p. 126.
68
ChrétiEn dE troYEs, Erec e Enide…, cit., p. 86.
69
G. duBY, Guglielmo il Maresciallo…, cit., p. 97; A.A. sEttia, Rapine, assedi…, cit.,
pp. 273-274. Il già citato pulvino del museo dell’Abbazia di Montevergine, probabilmente
del XII secolo, rappresenta una scena di carica frontale, con lancia usata in resta, tra due
milites, protetti da una corazza di maglia di ferro, ma senza scudo. In particolare: E. Cuoz-
zo, “Quei maledetti Normanni”…, cit., pp. 24-25. Bisogna sottolineare che l’espressione
è in anacronismo rispetto all’epoca in esame. Infatti, la resta è un congegno che serviva
ad appoggiare la lancia al fianco del cavaliere ma che fu introdotto in epoca successiva.
Tuttavia, viene usata per economia linguistica per rendere il concetto di «lancia stretta
sotto al braccio». Sull’argomento: G. amatuCCio, «Fino alle mura di Babilonia», Rassegna
Storica…, cit., p. 19, n. 49.
70
L’espressione «hastili robore», accompagnata dai verbi deicere, sternere o prosternere, che
spesso si ritrova nelle fonti italo-normanne, è da riferirsi proprio a questo tipo di uso della
lancia. Questa tecnica, inoltre, sembra sia stata usata per la prima volta proprio dai Nor-
manni e che questi l’abbiano introdotta in Italia a partire dal 1041, anno in cui iniziarono
a arrivare dalla Normandia un gran numero di «fortissimi cavalieri». Sulle tecniche usate
in battaglia si consulti: A. A. sEttia, «Gli strumenti e la tattica della conquista», I caratteri
originari…, cit., pp. 115-123. L’Arazzo di Bayeux offre un’immagine esemplificativa dei
due usi: l. mussEt, La Tapisserie de Bayeux…, cit., pp. 232-238, scene 51-52.
71
GuGliElmo di puGlia, La geste de Robert Guiscard…, cit., II, vv. 222-225, p. 144.
102 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

Anche i cavalli hanno una loro copertura: sono muniti di gual-


drappa, che ha una funzione sia ornamentale che di protezione, sep-
pur minima, dalle armi da lancio e rende, inoltre, la sella più stabile.
Quest’ultima è dotata di un alto schienale, di arcione posteriore ed è
trattenuta da una cinghia doppia di sottopancia. Altri finimenti sono la
martingala, usata per controllare la posizione della testa dell’animale,
le staffe con lunghi staffili, le briglie con tiranti sottogola, il morso, che
serve a guidare il cavallo, e la ferratura99.

3. Preparazione alla guerra: tornei e giochi d’aste

Il guerriero normanno iniziava


a prepararsi all’uso delle armi e
ad apprendere i codici comporta-
mentali della vita militare sin dalla
tenera età quando, con le proprie
puerorum catervae100, ingaggiava
piccole guerricciole a metà strada
tra il gioco e l’approccio alla sua
futura vita di guerriero. Duran-
te l’adolescentia, come ricordato,
l’aspirante cavaliere si metteva al
seguito di un signore e, in questo
1. Cavaliere normanno.
periodo, le esercitazioni con le
armi, l’addestramento agli scontri, sia a piedi che a cavallo, avvenivano
anche grazie ai giochi di guerra, cioè quei «militaria exercitia, quae nullo
interveniente odio, sed pro solo exercitio, atque ostentazione virium»101.
Si trattava, cioè, di giochi di destrezza coi cavalli e con le armi, in par-
ticolare con la lancia, che erano a metà strada tra l’allenamento, con il
conseguente miglioramento della forma fisica, il combattimento e il gioco.
Nati probabilmente in Francia all’inizio dell’XI secolo102, i tornei e
i giochi d’aste si diffusero nel Mezzogiorno italiano molto precocemen-

99
E. Cuozzo, “Quei maledetti normanni”…, cit., p. 31.
100
alEssandro di tElEsE, Alexandri Telesini abbatis…, cit., I, 2, p. 7.
101
La definizione, della fine del XII secolo, è di Ruggero di hoveden: C. du FrEsnE-du
CanGE, Glossarium mediae…, cit., sub voce torneamentum, vol. VIII, p. 354.
102
Un cavaliere originario dell’Anjou, Goffredo II di Preully, avrebbe, secondo un’incerta
tradizione, fissato e perfezionato le norme che disciplinavano questi ludi. Ibidem. Sulla
cronologia della diffusione si veda M. kEEn, La cavalleria…, cit., pp. 144-145.
136 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

resistenza bizantina fu accanita e che la guarnigione bizantina di Squil-


lace, vedendosi presa di mira continuamente, preferì la resa223. È molto
probabile che i Bizantini concentrarono la riserva di proietti nella zona
più vicina alla torre costruita dai Normanni per tentare di incendiarla ma
che, avvenuta la resa, essi furono lasciati inutilizzati fino ai nostri giorni.
Nello stesso fregio, come ha ipotizzato di recente Giovanni Amatuc-
cio, è raffigurato tra i fanti un tiratore di arco che potrebbe impugnare
un particolare congegno guida-freccia, detto in greco solenarion e in
arabo mijrat, consistente in un tubo non fissato all’arco ma alla mano,
che permetteva di lanciare frecce più corte e leggere a distanze maggiori,
rimanendo poi attaccato alle dita mediante un laccio224.

5. Battaglie campali

La conduzione delle guerre normanne dell’Italia meridionale faceva af-


fidamento più sulle azioni d’assedio che su grandi battaglie campali225,
soprattutto per evitare inutili spargimenti di sangue. Tuttavia, anche se
le battaglie furono numericamente poche, i Normanni si mostrarono
dotati di una buona organizzazione bellica, efficace e versatile226.
Lo schieramento dell’esercito prevedeva una disposizione a forma
di cuneus, come apparve per la prima volta nella battaglia sul fiume Oli-
vento, vicino Melfi, il 17 marzo del 1041. In quest’occasione, l’esercito
normanno, alleato coi Longobardi, era guidato dal loro capo Arduino, da
Rainulfo I Drengot, conte di Aversa, e da Guglielmo Braccio di Ferro.
Esso era composto da 500 fanti e 700 cavalieri male equipaggiati, mentre
quello bizantino, guidato dal protospatario e catapano Michele Dokeia-
nos, era decisamente superiore nel numero di uomini, se è vero quanto
riferiscono Amato di Montecassino e Goffredo Malaterra: rispettivamen-
te 100 soldati greci per ogni soldato normanno e 60.000 Bizantini per
500 Normanni227. L’esercito normanno schierò la cavalleria nella citata

223
GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis..., cit., I, 37, p. 24.
224
G. amatuCCio, «Aspetti dell’interscambio di tecnologia militare nel mezzogiorno
normanno-svevo», Cultura cittadina e documentazione…, cit., pp. 306-307.
225
A.A. sEttia, Rapine, assedi…, cit., p. 93.
226
G. amatuCCio, «Fino alle mura di Babilonia. Aspetti militari della conquista nor-
manna», Rassegna Storica…, cit., p. 9.
227
E. Cuozzo, “Quei maledetti normanni”…, cit. pp. 94-95; per gli schieramenti bizan-
tini si veda: G. amatuCCio, «Fino alle mura di Babilonia. Aspetti militari della conquista
normanna», Rassegna Storica …, cit., pp. 9-10; confronta: GuGliElmo di puGlia, La geste
de Robert Guiscard…, cit., I, vv. 254-287, pp. 112-114; amato di montECassino…, Storia
BATTAGLIE DI TERRA 137

formazione triangolare, appunto a cuneus228, di origine bizantina, la cui


teorizzazione ci è nota grazie al trattato Praecepta militaria dell’imperatore
Niceforo II Foca (840-900)229. Prevista per la cavalleria pesante greca
(kataphraktoi), si trattava di uno schieramento che dispiegava una prima
linea di venti uomini e aumentava, nelle linee successive, di quattro in
quattro fino ad arrivare alla dodicesima, con un totale di 504 uomini.
Il cuneus poteva essere di dimensioni anche più ridotte, ma a patto di
rispettare le file e i ranghi. Lo scopo era quello di indirizzare con preci-
sione la carica verso il punto più forte dell’esercito nemico230.
I Normanni reinterpretarono tale formazione in soli tre settori di-
spiegati su una sola linea, che avevano compiti tattici precisi: al centro

1. Battaglia di Olivento, marzo 1941. Schieramento di partenza.

dei Normanni…, cit., II, 21, pp. 79-83; GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis…, cit., I,
9, pp. 12-13.
228
«Taliter instructis illis et utrimque locatis/ Digreditur cuneus longe paulisper eques-
tris»: GuGliElmo di puGlia, La geste de Robert Guiscard…, cit., I, vv. 265-266, p. 112;
si veda anche amato di montECassino, Storia dei Normanni…, cit., II, 21, pp. 79-83.
Anche Ruggero II, sul monte San Felice, nei pressi di Benevento, dispone le sue truppe
a cuneus sulle pendici del colle: alEssandro di tElEsE, Alexandri Telesini abbatis…, cit.,
I, 15, pp. 14-15.
229
Per una descrizione dettagliata dei Praecepta militaria, si veda: E. N. luttWak, La
grande strategia…, cit., pp. 418-434. Sull’adozione di questo schieramento da parte dei
Normanni: G. amatuCCio, «Fino alle mura di Babilonia. Aspetti militari della conquista
normanna», Rassegna Storica …, cit., p. 10.
230
E. N. luttWak, La grande strategia…, cit., p. 428.
138 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

il nerbo della cavalleria destinato alla carica frontale, con ai lati, e in


posizione leggermente arretrata, due ali di fanti, appoggiati da alcuni
cavalieri appiedati, ai quali era affidato il compito di contrattaccare e
di tenere saldamente la posizione, in modo da formare una solida base
sulla quale ripiegare, nel caso che il nemico li avesse costretti alla fuga231.
Dal canto loro, i Bizantini adottarono una tattica di combattimen-
to consistente nel mandare all’assalto, isolatamente, un contingente
dopo l’altro, ovvero una prima linea d’attacco, una seconda di sup-
porto e una terza di riserva, fondata sul criterio di diminuire a poco a
poco sia il numero dei nemici che le loro forze, abbattendone anche
il morale. In prima linea anche la cavalleria bizantina era disposta a
forma di cuneo. Dopo che i primi assalti dei greci furono respinti, il
catapano sferrò l’attacco decisivo ma non riuscì a sfondare la forma-
zione avversaria. Così i fanti normanni partirono al contrattacco con
le lance e le spade, facendo una carneficina, mentre i greci, inseguiti,
tentarono di salvarsi gettandosi nel fiume232.
Dopo qualche mese i due eserciti si fronteggiarono nuovamen-
te a Montemaggiore, presso il fiume Ofanto, il 4 maggio 1041. I
Normanni e i Longobardi, in questa circostanza, furono guidati da
Guglielmo Braccio di Ferro e da Atenolfo, fratello del principe di
Benevento; mentre a capo dei Greci, accresciuti dai rinforzi invia-
ti dall’Imperatore, ritroviamo il catapano Michele Dokeianos. L’e-
sercito normanno si trovava in una situazione strategicamente più
favorevole, in quanto era schierato su un’altura alla confluenza del
fiume Ofanto con il torrente Rendina, dalla quale controllava la
strada che da Melfi scendeva in Capitanata. A nulla valse il nuovo
schieramento delle truppe greche che, per non commettere l’errore
della precedente battaglia sull’Olivento, preferirono disporsi in una
formazione unica. Con il morale alle stelle, i cavalieri normanni,
non appena intercettarono i nemici, sferrarono l’attacco e questi

231
G. amatuCCio, «Fino alle mura di Babilonia. Aspetti militari della conquista nor-
manna», Rassegna Storica …, cit., p. 21.
232
Lo schieramento adottato dall’esercito bizantino corrisponde appieno a quello previsto
nei manuali militari bizantini. Già nello Strategikon di Maurizio, il noto trattato dell’impe-
ratore che regnò dal 582 al 602, si insisteva sulla necessità di schierare la cavalleria in due
linee: una frontale d’attacco e una seconda di supporto. I vantaggi erano individuati nella
maggiore fiducia con la quale i soldati della prima linea avrebbero combattuto avendo le
spalle coperte dai compagni, che avrebbero provveduto a soccorrerli in caso di sconfitta
permettendogli di riorganizzarsi. Lo stesso concetto è ripreso dai Taktika di Leone VI del
IX secolo, mentre nel X secolo il trattato Sylloge tacticorum e i Precepta di Niceforo Foca,
prescrivono l’aggiunta di una terza linea. Si veda: ivi, p. 10. Per un ampia trattazione dei
trattati citati: E. N. luttWak, La grande strategia…, cit. pp. 303-454.
BATTAGLIE DI TERRA 139

2. Battaglia di Montemaggiore, maggio 1041. Schieramento di partenza.

ultimi non solo furono sconfitti, ma anche impossibilitati nella fuga


dall’ingrossamento del fiume233.
Lo schieramento a forma di cuneus veniva spesso usato su due
linee, con una prima linea d’attacco e una seconda di rincalzo. Que-
sta tattica bellica rispondeva alla convinzione che chi avesse avuto
una carica di riserva avrebbe poi ottenuto la vittoria assicurata sul
nemico234. Infatti, ciò avvenne sia nella battaglia di Castrogiovanni
che in quella di Cerami, due battaglie fondamentali per la conquista
della Sicilia, iniziata nel 1060 e durata fino alla presa di Noto del
1091. Tale lentezza ebbe origine dalla strenua resistenza degli av-
versari musulmani, nonostante fossero tatticamente inferiori rispetto
ai guerrieri del nord.
Ruggero e Roberto d’Altavilla, spinti dalla brama di terre e bot-
tino, e legittimati dall’empietà dei Saraceni, attaccarono un territorio
già debole politicamente, in preda alle contese tra i qāid musulmani.
Infatti, fu proprio l’emiro di Catania, Ibn at Timnah, ad invitarli a

233
E. Cuozzo, “Quei maledetti normanni”…, cit. p. 95; amato di montECassino, Storia
de’ Normanni…, cit., II, 22, pp. 84-85.
234
G. amatuCCio, «Arcieri e balestrieri nella storia militare del Mezzogiorno medievale»,
Rassegna storica…, cit., p. 63.
140 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

3. Battaglia di Castrogiovanni, estate 1061. Schieramento di partenza.

combattere nel 1061 da alleati contro il suo nemico, l’emiro di Ca-


strogiovanni (odierna Enna), Ibn al Awas235.
Nella battaglia di Castrogiovanni, dell’estate del 1061, Ibn al Awas
era a capo di un esercito composto da Africani e Siciliani, forte di
15.000 armati divisi in tre schiere. Il Guiscardo, invece, guidava 700
soldati divisi in due schiere, la prima di attacco, affidata al fratello
Ruggero, la seconda di sostegno, guidata dal duca: «Porro dux exer-
citum semipartiens - erat enim tantummodo septigenti - et ex ipsis
duas acies ordinans, unam fratri, ut priori, sicut sibi moris erat, ut
hostem feriat, delegat; ipse cum altera, suos alacriter verbis exhortan-
do, subsequi non tardat»236.
I dettagli della battaglia sono scarsi: nonostante i Saraceni si fosse-
ro battuti con audacia, vennero sopraffatti dalla furia normanna, che,
mentre avanzava verso Castrogiovanni, lasciava a terra i cadaveri di
circa diecimila nemici237.

235
P. dEloGu, I Normanni in Italia…, cit., p. 68.
236
GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis…, cit., II, 17, p. 34
237
Della battaglia di Castrogiovanni, Goffredo Malaterra e Amato di Montecassino for-
niscono due versioni diverse. Secondo Amato di Montecassino, i Normanni si recarono
a Castrogiovanni, dove attesero per quattro giorni prima di combattere, probabilmente
accampati presso le rive del fiume Dittaino. Ibn al Awas, arroccato nella città fortificata,
IV
BATTAGLIE DI MARE

1. Flotta

Con l’investitura ducale della Puglia, della Calabria e della Sicilia,


Roberto il Guiscardo consolidava, nel 1059, la sua posizione nel Mez-
zogiorno. A quel tempo, la Sicilia era totalmente da conquistare. Dal
1060, il duca concentrò le sue mire espansionistiche sull’isola e, in-
sieme al fratello Ruggero, intraprese il progetto di impadronirsene.
Tale ambizioso proposito vide i Transalpini impegnarsi per la pri-
ma volta in efficaci azioni belliche sul mare, a cui seguirono, più tardi,
le imprese crociate e nordafricane1.
La creazione della flotta, come emerge dalle fonti, non aveva come
scopo la competizione con le principali potenze marinare italiane (Amalfi,
Genova, Pisa e Venezia) ma, al contrario, fu motivata dalla volontà di
conseguire obiettivi militari particolari. Secondo Guglielmo di Puglia, al
momento del loro arrivo in Italia meridionale, i Normanni non erano
preparati agli scontri navali e non si interessarono subito di navigazione2,
nonostante in Normandia esistesse una buona tradizione nautica3.
Come è ben testimoniato dall’Arazzo di Bayeux4, infatti, Guglielmo
il Conquistatore guidò i suoi uomini alla volta dell’Inghilterra a bordo di

1
Per un quadro storico generale si rimanda a F. Chalandon, Storia della dominazione
normanna…, cit.: I, 8, pp. 225-247 (Sicilia); I, 14, pp. 426-439 e II, 4, pp. 178-187
(Nord Africa); I, 12, pp. 352-353 (Prima Crociata); II, 14, pp. 473-499 (Terza Crociata).
2
GuGliElmo di puGlia, La geste de Robert Guiscard…, cit., III, v. 132, p. 170; m. a.
BraGadin, «Le navi, le loro strutture e attrezzature nell’alto medioevo», La navigazione
mediterranea nell’Alto Medioevo, Settimane di studio del Centro italiano di studi sull’Alto
Medioevo, 25, Spoleto 1978, pp. 389-408.
3
Sull’argomento si veda il volume: L’Héritage maritime des Vikings en Europe de l’Ovest,
Actes du colloque International de la hague (Flottemanville-hague, 30 septembre - 3
octobre 1999), sous la direction d’É. Ridel, Caen 2002.
4
l. mussEt, La Tapisserie de Bayeux…, cit., scena 38, pp. 196-199; scena 39, pp. 200-
203; scena 40, pp. 204-205.
150 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

navigli di tradizione scandinava: le


eschei e le esnecche, derivanti dal-
le vichinghe drakkar. Entrambe
possedevano scafi fini e stretti, dal
pescaggio molto basso, composti
da fasciame in legno, le cui tavo-
le venivano assemblate insieme
«a scalare», a partire dalla chiglia.
Le estensioni di quest’ultima, sia
a poppa che a prua, erano molto
accentuate, fino a formare due ar-
cature simmetriche alle estremità,
vero segno distintivo di queste im-
barcazioni. La rotta era data da
un remo-timone posto su un lato
della poppa, mentre la propulsio-
ne avveniva sia a vela che a remi.
Questi, di tipo lungo e sottile,
servivano anche a sondare il fon-
1. Strumenti per la lavorazione del legno (da O. do vicino alla riva, per gli sbarchi
Crumlin-Pedersen, 1996).
direttamente in spiaggia. L’eschei
conteneva dai 25 ai 30 banchi di
voga, per una lunghezza tra i 30 e i 36 metri. Essa serviva unicamente
al trasporto dei guerrieri, che potevano raggiungere il numero di un
centinaio a bordo5. Sull’esnecca, invece, era possibile imbarcare anche i
cavalli. Constava di 20 banchi di voga, per un totale di 40 rematori, ed
aveva una lunghezza di circa 20-25 metri. L’imbarco e lo sbarco degli
animali avveniva facilmente sulla riva, per la presenza di una carena
dal fondo più piatto6. Ad agevolare le operazioni erano presenti sicura-
mente altre infrastrutture, come sostegni e passerelle. Inoltre, c’era la

5
é. ridEl, «Bateaux de type scandinave en Normandie (X-XIII siécle)», L’Héritage
maritime des Vikings…, cit., pp. 289-319; id., Les navires de la conquête. Construction navale
et navigation à l’époque de Guillaume le Conquérant, Cully 2010, pp. 18-21; l. mussEt,
La Tapisserie de Bayeux…, cit., scena 39-39, pp. 200-201. Sull’Arazzo di Bayeux viene
rappresentata anche una terza tipologia di imbarcazione: piccola, probabilmente di tipo
germanico, con pochi uomini a bordo. La Ridel ipotizza che essa fosse destinata a piccole
tratte e che fosse stata utilizzata durante la traversata della Manica per trasportare viveri
e altri beni di prima necessità. Si veda: é. ridEl, Les navires de la conquête…, cit., pp.
12-15. Per il riferimento iconografico di veda: l. mussEt, La Tapisserie de Bayeux…, cit.,
scena 38, pp. 198-199.
6
é. ridEl, Les navires de la conquête…, cit., pp. 23-27; l. mussEt, La Tapisserie de
Bayeux…, cit., scene 38-39, pp. 196-203.
BATTAGLIE DI MARE 151

possibilità di smontare l’albero maestro per lasciare scendere i cavalli


più velocemente, come mostrato nell’Arazzo7.
La conoscenza di
questi vascelli dei mari
del nord non si traman-
dò in Italia meridio-
nale. Qui, il settore del-
la cantieristica navale
era ancora debitore del
Tardo Impero romano
ed inserito in una real-
tà mediterranea dove la
continua osmosi tra i
popoli generò, in epoca
2. Principali termini tecnici dell’imbarcazione normanna (da medievale, pochi model-
D.M. Wilson, 1985).
li navali comuni. È ipo-
tizzabile che abbia influito sulla costituzione della flotta normanna la
cultura marinaresca dei popoli assoggettati ed in particolare quella
bizantina8: «In the beginning, there was no particular ship type rea-
dily identifiable as Norman. The Normans had long since forgotten
the seafaring ways of their Viking forebears. Thus, they would have
availed themselves of whatever maritime technology was prevalent in
the Mediterranean at the time of their arrival»9.
Dalle fonti appare chiaro che già nelle prime spedizioni contro
Messina, tra il 1060 e il 1061, i Normanni impiegarono equipaggi

7
Ivi, scene 39-40, pp. 202-203.
8
Nei porti bizantini pugliesi e calabresi si trovavano numerosi e differenti tipi di imbarca-
zioni, da quelle per fini propriamente commerciali a quelle utilizzabili per il combattimento.
Anche se la concentrazione di navi non doveva essere significativa, le autorità greche ne
avevano munito i principali porti in modo tale da garantire non solo la difesa dell’estesa
e vulnerabile fascia costiera, ma anche da intraprendere azioni offensive contro i nemici
dell’Impero, come, ad esempio, avvenne contro gli Arabi di Sicilia nel 964, nel 1025 e
nel 1038. È noto, inoltre, che il porto di Monopoli perse dodici imbarcazioni in uno dei
combattimenti che si tennero in occasione dell’assedio di Bari, il che lascia pensare che
le navi bizantine fossero attrezzate per il combattimento. Ignoti civis Barensis Chronicon,
ed. L. A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, Milano 1724, 1, V, p. 153. Sulle imbar-
cazioni bizantine vedi: r. h. dollEY, «Naval Tactics in the heyday of the Byzantine
Thalassocracy», Atti dell’VIII Congresso di Studi Bizantini, I, Roma 1953, pp. 324-339; h.
ahrWEilEr, Byzance et la mer: la marine de guerre, la politique et les institutions maritimes de
Byzance au VIIe-XVe siècles, Paris 1966.
9
C. d. stanton, Norman Naval Operations in the Mediterranean, Woodbridge 2011,
pp. 225-226.
172 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

pria colpa, venne condannato da un tribunale di baroni che lo mise


al rogo nel 1153106.
Un altro importante personaggio è Maione di Bari107, diventato
in poco tempo vice-cancelliere della monarchia italo-normanna e, in
seguito, nominato cancelliere dallo stesso Ruggero II, poco prima della
sua morte avvenuta nell’aprile del 1154108. Con l’inizio del regno di
Guglielmo I il monarca lo elevò al rango di magnus ammiratus109, pro-
curandogli le gelosie di numerosi feudatari dell’epoca. La sua carriera
fu accompagnata da eventi favorevoli anche se non si può dire lo stesso
del periodo in cui visse. Guglielmo I, infatti, a differenza di Ruggero
II, fu un monarca debole che non riuscì a domare le turbolenze dei
suoi baroni. Furono proprio questi che in una delle tante ribellioni
misero fine alla vita del grande ammiraglio, ucciso per mano di Matteo
Bonello, capo dell’insurrezione del novembre 1160. Dopo la morte del
gran condottiero normanno si assisté ad un nuovo declino della flotta
normanna, che culminò nel 1185 con la spedizione di Tessalonica110.

2. Scontri navali

Gli scontri navali che coinvolsero i Transalpini nell’XI e nel XII secolo
avvenivano nella maggioranza dei casi in prossimità delle coste, in forma
di assalti e blocchi anfibi, ovvero attacchi simultanei per mare e per ter-
ra, che se da un lato differivano per la tempistica (più dinamici i primi,
più statici i secondi), dall’altro si uguagliavano per l’uso combinato della
flotta e delle forze terrestri. Le battaglie navali in mare aperto, come
quelle in campo aperto, erano molto rare, sia per mantenere i propri
mezzi quanto più possibile intatti, sia per evitare perdite di uomini.
Quando non si poteva fare a meno dello scontro, i Normanni intra-
prendevano la battaglia con le stesse tattiche degli altri protagonisti della
loro epoca, anche in ragione del fatto che nel bacino del Mediterraneo
la tecnologia navale era ad un livello pressoché comune111.
Dopo le prime spedizioni navali in Sicilia in cui l’impiego della
flotta servì solamente a traghettare da una riva all’altra le forze di ter-

106
iBn al-athir, Biblioteca arabo-sicula…, II, p. 376.
107
l.-r. ménaGEr, L’Émirat…, cit. pp. 55-56.
108
romualdo Guarna, Romualdi Salernitani Chronicon…, cit., p. 235.
109
Ivi, p. 237.
110
l.-r. ménaGEr, L’Émirat..., cit, p. 56.
111
C. d. stanton, Norman Naval Operations…, cit., pp. 269-272.
BATTAGLIE DI MARE 173

ra112, Ruggero d’Altavilla, il futuro Gran Conte, usò l’attacco anfibio


come strategia vincente: prima, durante l’assedio di Trapani del 1077,
circondò la città sulla costa con una flotta capitanata da Giordano
suo figlio, mentre lui arrivava dall’interno con l’esercito113. Allo stesso
modo, per prendere Siracusa nel 1085, i ruoli erano invertiti, avendo
Ruggero il comando della flotta e Giordano quello della cavalleria114.
Come per gli assedi nell’entroterra, i Normanni utilizzarono il co-
siddetto blocco anfibio per le città portuali, al fine di impedire l’arrivo
di aiuti e rifornimenti, così da logorare materialmente e psicologica-
mente gli abitanti per indurli alla resa115.
La tattica fu seguita per la conquista di Bari che, tra il 1068 e il
1071, fu sottoposta ad un assedio incrociato per mare e per terra: nell’a-
gosto del 1068, mentre l’esercito di Roberto il Guiscardo circondava la
parte interna del capoluogo pugliese, ponendo il suo accampamento e
i suoi uomini all’uscita delle porte, l’ingresso del porto veniva bloccato
con una serie di imbarcazioni legate tra loro con catene di ferro, quasi
un recinto, in modo da impedire la fuga o il passaggio di imbarcazioni
nemiche116. Il duca costruì anche due moli che, congiungendo le navi
alla terra, creavano una continuità tra i due assedi. Il cordone di navi
così congegnato avrebbe dovuto contenere circa 400 galee117. Intanto,
un’altra parte della flotta compiva ricognizioni lungo le coste per in-
tercettare eventuali soccorsi agli assediati. Nonostante queste misure,
alcune imbarcazioni baresi riuscirono ad eludere il blocco e a chiedere
aiuto a Costantinopoli. L’imperatore Romano IV Diogene inviò una
flotta capitanata da un condottiero normanno chiamato Gocelino, pas-
sato alla parte bizantina. Questi, entrando in città di notte, si avvicinò
alle coste baresi con le fiaccole accese, per dare segnale del loro arrivo
agli assediati. Era la primavera del 1071. La flotta normanna, però,
intercettati i nemici, decise di scontrarsi di notte e, disponendosi in as-

112
Infatti, una volta raggiunta Messina, i Normanni rispedirono indietro le imbarcazioni:
GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis…, cit., II, 10, p. 32; amato di montECassino, Storia
de’ Normanni…, cit., V, 15, p. 236.
113
GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis…, cit., III, 11, pp. 62-64; C. d. stanton,
Norman Naval Operations…, cit., pp. 58-59.
114
Ivi, IV, 2, pp. 85-86; Ivi, pp. 60-61.
115
a. a. sEttia, «Gli strumenti e la tattica della conquista», I caratteri originari…, cit.,
p. 140.
116
amato di montECassino, Storia de’ Normanni…, cit., V, 15, p. 248-255; GoFFrEdo
malatErra, De rebus gestis…, cit., II, 40, pp. 48-49; GuGliElmo di puGlia, La geste de
Robert Guiscard…, cit., II, vv. 522-528, p. 160.
117
C. d. stanton, Norman Naval Operations…, cit., pp. 40-44.
174 BATTAGLIE NORMANNE DI TERRA E DI MARE

setto di combattimento118, andò incontro ai Greci. La nave di Gocelino


venne conquistata con un arrembaggio tanto violento che, nello scontro,
perirono circa centocinquanta soldati normanni, annegati sotto il peso
delle armature. Tuttavia i Normanni ebbero la meglio e la città uscì
stremata dalla fame, dopo tre anni di assedio, con il duca Roberto che
«multum simul et novitate triumphi/Acquorei gaudet»119.
Un altro caso emblematico in proposito è lo scontro di Brindisi
del 1156, che vide protagonisti Guglielmo I e le sue forze di terra e di
mare contro quelle greche, guidate dai comandanti Michele Paleologo
e Giovanni Doukas, all’epoca della rivolta dei vassalli del Mezzogiorno
loro alleati. Mentre le armate bizantine aspettavano i soccorsi da parte
dell’Impero e assediavano la città su tutti i fronti, Guglielmo I, il 28 mag-
gio 1156, circondava nell’entroterra le truppe greche asserragliate nella
cittadella. Allo stesso tempo la flotta ferma sulle isole Pedagne, al largo
del porto di Bari, intercettava e arrestava la fuga della flotta bizantina120.
Una volta presa Bari, il Guiscardo, fiducioso della nuova forza
marittima, spedì la sua flotta in Sicilia, alla volta di Palermo, nel luglio
del 1071, con l’intento di attaccarla dal mare. Qui, coadiuvato dalla
flotta di Ruggero, decise di schierare al largo del porto palermitano

1. Madrid, Biblioteca National, Codex Skylitzes Matritensis, Cod. 120, II, fol. 34, Flotta
bizantina che usa il fuoco greco contro gli avversari, XII sec.
118
Goffredo Malaterra, a differenza di Guglielmo di Puglia e di Amato di Montecassino,
afferma che la flotta normanna era capitanata da Ruggero, venuto in soccorso del fratello:
GoFFrEdo malatErra, De rebus gestis…, cit., II, 43, p. 50; GuGliElmo di puGlia, La geste
de Robert Guiscard…, cit., III, vv. 111- 141, pp. 170; amato di montECassino, Storia de’
Normanni…, cit., V, 27, pp. 248-250.
119
GuGliElmo di puGlia, La geste de Robert Guiscard…, cit., III, vv. 136-137, p. 170.
120
annalEs CasinEnsEs, a cura di G. h. Pertz, Monumenta Germaniae historica, Scrip-
tores XIX, hannoverae 1866, anno 1156, p. 311; uGo FalCando, La Historia…, cit., pp.
20-21; romualdo Guarna, Romualdi Salernitani Chronicon…, cit., pp. 239-240; C. d.
stanton, Norman Naval Operations…, cit., pp. 132-133.

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