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Il libro

Tessa è pronta per iniziare una nuova vita a Seattle. Da


sola. Troppe volte il suo cuore ha dimenticato le cose
terribili che Hardin le ha fatto, ma ora la ragione non le
permette più di rinunciare al suo sogno e alla sua dignità.
E restare lontani, forse, farà bene a entrambi. M entre lei
però cerca di ricominciare da zero, suo padre e Hardin
inaspettatamente si avvicinano l’un l’altro. Che sia la
prova che Hardin è cambiato e può diventare una
persona migliore? O è soltanto una finzione? C’è ancora
una speranza per loro? Tessa ci vuole credere e si getta
ancora una volta a capofitto in questo tormentato
rapporto. Tra lei e Hardin le cose sembrano andare
meglio del solito e le notti sono più passionali che mai.
Eppure chi le sta accanto è convinto che la loro storia
entrerà presto in una nuova spirale distruttiva dalla quale
Tessa non potrà uscire indenne. Per salvare la sua
relazione dovrà lottare con tutta se stessa. Senza contare
che il destino ha in serbo un colpo crudele che tirerà fuori
il peggio di Hardin... Tessa riuscirà a dissipare le tenebre
che Hardin ha in sé?
After è uno straordinario fenomeno editoriale che ha
conquistato i lettori di tutto il mondo: prima su
Wattpad, la più grande community online di scrittori
self-published, dove ha esordito ottenendo oltre un
miliardo di visualizzazioni, e poi in libreria in una nuova
versione, inedita e ampliata. In corso di pubblicazione in
30 Paesi, After è ai vertici delle classifiche negli Stati
Uniti, in Italia, Francia, Spagna e Germania, con oltre 2
milioni e 300 mila copie vendute. E la Paramount
Pictures ne ha acquistato i diritti cinematografici.
L’autrice

Anna Todd vive a Austin, in Texas,


insieme al marito, con il quale ha battuto
ogni statistica sposandolo a un mese dal
diploma. Dopo aver seguito Wattpad per
cinque mesi come lettrice, ha deciso di
partecipare da scrittrice, condividendo
online una storia, un capitolo dopo l’altro.
Così è nato After. Quello che è venuto dopo è sotto gli
occhi di tutti. E ora Anna vive un sogno diventato
realtà.

annatoddbooks.com
twitter: @Imaginator1Dx
instagram: @Imaginator1D
wattpad: @Imaginator1D
ANNA TODD

AFTER
ANIME PERDUTE

Traduzione di Ilaria Katerinov


A J.:
tante persone sognano di essere amate come lui ama me.
E a tutti gli Hardin del mondo:
meritano anche loro che qualcuno racconti la loro
storia.
1
Tessa

NON riesco a dominare l’ansia che mi sommerge mentre


guido attraverso il campus. Contrariamente a ciò che
Ken aveva lasciato intendere, il campus di Seattle non è
affatto piccolo, e tutte le strade della città sono tortuose
e si arrampicano su e giù per le colline.
Ho fatto di tutto perché ogni cosa filasse liscia, oggi.
Per arrivare puntuale alla prima lezione sono partita con
due ore di anticipo. E ho passato metà di quel tempo
imbottigliata nel traffico, ad ascoltare un talk show alla
radio. Non avevo mai capito cosa ci trovasse la gente in
quei programmi fino a stamattina, quando ho sentito la
telefonata di una donna il cui marito è andato a letto con
la sua migliore amica. I due sono poi scappati insieme,
portandosi via anche il gatto, Mazzy. Tra le lacrime, la
donna riusciva comunque a mantenere un briciolo di
dignità… be’, per quanto possibile, per una persona che
telefona alla radio per raccontare le sue sventure. Mi
sono ritrovata risucchiata dalla sua storia, e alla fine mi è
sembrato che lei stessa capisse che un uomo del genere
è meglio perderlo che trovarlo.
Quando arrivo davanti all’edificio dell’amministrazione
per ritirare il tesserino e il pass del parcheggio, manca
solo mezz’ora all’inizio della lezione. Ho i nervi a fior di
pelle: l’idea di entrare in ritardo alla prima lezione mi
terrorizza. Per fortuna trovo subito il parcheggio per gli
studenti: è vicino all’aula, quindi sono in anticipo di un
quarto d’ora.
Non appena mi siedo in prima fila, mi sento
tremendamente sola. Non posso più sedermi accanto a
Landon o incontrarlo in caffetteria prima delle lezioni.
L’aula si riempie di studenti, e sto cominciando a
pentirmi di essermi trasferita: a parte me e un’altra
ragazza, il corso di scienze politiche è frequentato solo
da maschi. Non volevo neanche iscrivermi: ho aggiunto
all’ultimo momento questo corso solo perché avevo un
buco nell’orario.
Un bel ragazzo dalla pelle ambrata viene a sedersi
accanto a me. Cerco di non fissarlo; porta la cravatta e
una camicia bianca inamidata e ben stirata. Ha proprio
l’aria di un politico, compresi i denti bianchissimi.
Si accorge che lo sto osservando e mi sorride. «Posso
esserti d’aiuto?» mi chiede con voce calda e autorevole.
Sì, questo ragazzo farà carriera in politica.
«No… scusa», balbetto senza guardarlo negli occhi.
Appena inizia la lezione mi concentro sugli appunti,
rileggo più volte il programma del corso e studio la
mappa del campus.
L’ora successiva, storia dell’arte, va molto meglio: gli
studenti sembrano più alla mano e mi sento più a mio
agio. Un ragazzo con i capelli blu si siede accanto a me e
dice di chiamarsi Michael. Quando il professore chiede a
ciascuno di presentarsi, scopro di essere l’unica
studentessa di lettere. Gli altri compagni di corso sono
tutti cordiali, e Michael è molto spiritoso: fa battute per
l’intera durata della lezione, facendo divertire tutti,
compreso l’insegnante.
Scrittura creativa è l’ultima lezione, ed è di gran lunga
la più interessante. Mi perdo a mettere nero su bianco i
miei pensieri, è piacevole e liberatorio: alla fine dell’ora
mi sembra che siano passati solo dieci minuti.
Il resto della settimana prosegue allo stesso modo.
Oscillo tra la sensazione di orientarmi un po’ meglio e
quella di essere confusa quanto all’inizio. Ma soprattutto
mi sento come se stessi aspettando qualcosa che non
arriva mai.

Venerdì sera sono esausta. È stata una settimana


impegnativa, sia in senso positivo sia in senso negativo.
Mi manca il vecchio campus che conoscevo così bene, e
mi manca Landon. Mi manca incontrare Hardin tra una
lezione e l’altra, e mi mancano persino Zed e i suoi fiori
fosforescenti.
Zed. Non lo sento da quando mi ha portata via da
Steph e Dan, alla festa, e mi ha accompagnata a casa di
mia madre. Mi ha salvata dalla violenza e dall’umiliazione,
e non l’ho neppure ringraziato. Poso il libro del corso di
scienze politiche e prendo il telefono.
«Pronto?» La sua voce mi è quasi estranea, anche se
non è passato poi così tanto dall’ultima volta che l’ho
sentita.
«Zed? Ciao, sono Tessa.» Mi mordo l’interno della
guancia e aspetto la sua reazione.
«Ehm, ciao.»
Tiro un respiro profondo e dico quello per cui l’ho
chiamato. «Senti, mi dispiace di non averti telefonato
prima per ringraziarti. È accaduto tutto così in fretta
questa settimana e credo che una parte di me cercasse di
non pensare troppo a quello che è successo. So che non
è una giustificazione… quindi sono una maleducata, e mi
dispiace, e…» Le parole si rincorrono così veloci che
neanch’io capisco cosa dico, ma lui mi interrompe.
«Non preoccuparti, sapevo che avevi molte cose a cui
pensare.»
«Avrei comunque dovuto chiamarti, dopo quello che
hai fatto per me. Non so dirti quanto sono felice che tu
sia venuto a quella festa.» Cerco disperatamente di
trasmettergli la gratitudine che provo. Rabbrividisco al
ricordo delle dita di Dan sulla mia coscia. «Se non fossi
arrivato tu, chissà cosa mi avrebbero fatto…»
«Ehi!» mi zittisce, ma in tono dolce. «Li ho fermati in
tempo, Tessa. Cerca di non pensarci più. E poi non devi
ringraziarmi di nulla.»
«Sì, invece! E non sai quanto mi fa soffrire che Steph
sia stata capace di fare una cosa del genere. Non le ho
mai fatto nulla di male, non ho mai fatto niente a nessuno
di voi…»
«Ti prego, non includere me in questa storia»,
afferma in tono un po’ offeso.
«No, no, scusami, non volevo dire che tu fossi
complice. Intendevo il tuo gruppo di amici.» Mi detesto
per aver parlato senza riflettere.
«Non fa niente», borbotta. «Comunque non siamo più
un gruppo. Tristan parte per New Orleans tra pochi
giorni; ed è tutta la settimana che non vedo Steph
all’università.»
«Oh…» faccio una pausa e mi guardo intorno nella
stanza, in questa casa enorme e sconosciuta. «Zed, mi
dispiace anche di averti accusato di avermi inviato quel
messaggio con il telefono di Hardin. Steph ha ammesso
di averlo scritto lei, durante… la faccenda con Dan», gli
dico, e mi sforzo di scacciare il disgusto che quel nome
mi suscita.
Zed fa un verso a metà tra un sospiro e una risatina.
«Capisco che ero il primo sospettato per quel
messaggio», osserva in tono pacato. «Allora… come
vanno le cose?»
«Seattle è… diversa.»
«Sei già lì? Pensavo che, siccome Hardin è venuto a
casa di tua madre…»
«No, sono qui», lo interrompo prima che dica che
anche lui si aspettava che io restassi lì per Hardin.
«Ti sei già fatta qualche nuovo amico?»
«Secondo te?» Sorrido e prendo il bicchiere d’acqua
dal comodino.
«Succederà presto», mi rassicura.
«Ne dubito…» Penso alle due donne che
spettegolavano nella sala break della Vance. Ogni volta
che le ho incrociate, questa settimana, sghignazzavano
sempre tra loro; non riesco a non pensare che ridessero
di me. «Mi dispiace davvero di avere aspettato così tanto
a chiamarti.»
«Tessa, non preoccuparti. E smettila di scusarti.»
«Scusa», dico d’istinto, e subito mi batto la mano
sulla fronte. Quel cameriere, Robert, e ora Zed mi hanno
detto che chiedo scusa troppe volte. Forse hanno
ragione.
«Pensi che verrai a trovarmi presto? O ci è ancora…
proibito essere amici?» mi chiede con voce incerta.
«Possiamo essere amici. Ma non so quando riuscirò a
venire lì.» In realtà, pensavo di andare a casa questo fine
settimana. Mi manca Hardin, e mi mancano le strade
meno trafficate.
Ma aspetta… perché l’ho chiamata casa? Ci ho
vissuto solo per sei mesi.
E poi capisco: Hardin. È per Hardin. Ovunque ci sia
lui, sarà sempre casa per me.
«Be’, peccato. Ma forse verrò io a Seattle. Ho qualche
amico laggiù», riprende. «Per te andrebbe bene?»
«Oh, ma sì! Certo!»
«Okay», risponde soddisfatto. «Per il weekend vado
in Florida dai miei genitori – anzi, sono già in ritardo per
l’aereo – ma forse potrei provare a venire il prossimo
fine settimana?»
«Sì, va bene. Fammi sapere. Divertiti in Florida.»
Riaggancio, appoggio il telefono sulla pila di appunti, e
pochi istanti dopo lo sento vibrare.
Il nome di Hardin appare sul display. Rispondo, dopo
aver fatto un bel respiro.
«Cosa stai facendo?» esordisce.
«Be’, niente di che.»
«Dove sei?»
«Da Kim e Christian. E tu dove sei?» ribatto
sarcastica.
«A casa», risponde semplicemente. «Dove, sennò?»
«Non saprei, in palestra?» È andato in palestra ogni
giorno per tutta la settimana.
«Ci sono appena stato. Ora sono tornato a casa.»
«Com’è andata, uomo di poche parole?»
«Come al solito», risponde secco.
«Qualcosa non va?»
«No, tutto bene. Come hai passato la giornata?» Ha
molta fretta di cambiare argomento, e mi domando
perché; ma non voglio insistere, dato che mi sento già in
colpa per avere telefonato a Zed.
«Bene, direi, ma è stata lunga. Non mi piace il corso
di scienze politiche.»
«Te l’ho detto di lasciarlo perdere. Puoi iscriverti a un
altro corso dell’area delle scienze sociali.»
Mi sdraio sul letto. «Lo so… Troverò qualcosa.»
«Resti a casa stasera?» chiede in tono un po’
minaccioso.
«Sì, sono già in pigiama.»
«Bene.»
Mi sta irritando. «Ho chiamato Zed, poco fa», dico di
getto: tanto vale togliermi il pensiero. Dall’altro capo del
telefono, solo il silenzio. Aspetto pazientemente che i
respiri di Hardin rallentino.
«Cos’hai fatto?» scandisce alla fine.
«L’ho chiamato per ringraziarlo, per… quello che è
successo alla confraternita l’ultima volta.»
«Ma perché? Pensavo che noi…» esita, e io mi
accorgo che trattiene a stento la rabbia. «Tessa, pensavo
che stessimo lavorando sui nostri problemi.»
«È così, ma gli dovevo un grazie. Se non fosse
intervenuto lui…»
«Lo so!» sbotta, come se si sforzasse di dominarsi.
Non voglio litigare, ma non posso aspettarmi che
cambi qualcosa se non sono sincera con lui. «Ha detto
che pensa di venire a trovarmi.»
«Non ci verrà. Fine della discussione.»
«Hardin…»
«Tessa, no. Non verrà. Faccio del mio meglio, okay?
Mi sto sforzando di non incazzarmi, in questo momento.
Il minimo che tu possa fare è aiutarmi.»
«Okay», sospiro sconfitta. Se passassi del tempo con
Zed non finirebbe bene per nessuno, Zed compreso. Non
posso illuderlo di nuovo, non sarebbe giusto nei suoi
confronti, e ormai sono convinta che io e lui non
riusciremo mai ad avere un’amicizia fine a se stessa: né
agli occhi di Hardin né, temo, agli occhi di Zed.
«Grazie. Se fosse sempre così facile farti obbedire…»
Cosa? «Non ho alcuna intenzione di… obbedirti,
Hardin! È…»
«Calma, calma, scherzavo. Non essere così
suscettibile», si affretta a dire. «C’è altro che devo
sapere, già che ci siamo?»
«No.»
«Bene. Ora dimmi cosa c’è di nuovo su quell’orribile
stazione radio con cui sei tanto fissata.»
Mi diverto a raccontargli di una donna che si era
messa alla ricerca dell’amore perduto dei tempi del liceo
mentre era incinta del vicino di casa, e dello scandalo che
ne è seguito. Quando gli racconto del gatto, Mazzy, sto
ridendo come una pazza. Spiego a Hardin che sarebbe
difficile essere innamorate di un uomo mentre si aspetta
un figlio da un altro, ma lui non è d’accordo.
Ovviamente pensa che i protagonisti della storia se la
siano cercata, e mi prende in giro perché mi appassiono
tanto a queste trasmissioni. Ride con me, e io chiudo gli
occhi e immagino che sia sdraiato al mio fianco.
2
Hardin

«MI dispiace!» dice Richard con il respiro affannato. È


completamente coperto di sudore e si sta pulendo il
mento sporco di vomito. Mi appoggio allo stipite della
porta e prendo seriamente in considerazione la possibilità
di andarmene e lasciarlo lì nel suo stesso lerciume.
Fa così da tutto il giorno: vomita, trema, suda, frigna.
«Vedrai, tra poco il corpo avrà finito di smaltir…»
Si china di nuovo sul water ed espelle un altro geyser
di vomito. Fantastico, cazzo. Almeno stavolta ha
centrato il water.
«Lo spero», ribatto uscendo dal bagno. Apro la
finestra della cucina per lasciar entrare la brezza fredda,
e prendo un bicchiere pulito. Il lavandino cigola quando
apro il rubinetto.
Che cazzo devo fare con lui? Si sta disintossicando
nel mio maledetto bagno. Faccio un ultimo sospiro e
torno da lui con l’acqua e un pacchetto di cracker, che
poso sul bordo del lavandino.
«Mangia questi», gli dico picchiettandogli su una
spalla.
Annuisce, forse perché ha capito o forse perché ha il
delirium tremens oppure è in crisi di astinenza. È così
pallido e sudato che sembra fatto d’argilla. Non penso
che i cracker gli saranno d’aiuto, ma tanto vale provarci.
«Grazie», geme. Lo lascio di nuovo da solo a
vomitare.
Questa camera da letto – la mia – non è più la stessa
senza di lei.
Il letto non è mai rifatto nel modo giusto. Ho provato
e riprovato a rimboccare gli angoli del lenzuolo sotto il
materasso come fa Tessa, ma non ci riesco. I miei
vestiti, puliti e sporchi, sono sparsi sul pavimento; i
comodini sono ingombri di bottiglie e lattine vuote, e fa
freddo. Il riscaldamento è acceso, ma la stanza è…
gelida.
Le scrivo un ultimo messaggio per darle la buonanotte
e chiudo gli occhi, sperando in un sonno senza sogni…
una volta tanto.
«Tessa?» chiamo dal corridoio, per annunciare che
sono tornato a casa. Nell’appartamento c’è silenzio,
sento solo un mormorio. Forse è al telefono con
qualcuno.
«Tessa!» chiamo di nuovo, e apro la porta. La scena
che mi ritrovo davanti agli occhi mi lascia impietrito.
Tessa è sdraiata sul piumone bianco, i capelli biondi
appiccicati alla fronte dal sudore: con una mano stringe
la testiera del letto mentre l’altra mano sprofonda in
una folta chioma corvina. Dimena i fianchi, e io mi
sento gelare il sangue nelle vene.
La testa di Zed è affondata tra le sue cosce bianche.
Le sue mani la toccano ovunque.
Cerco di farmi avanti, di prenderlo per la gola e
scaraventarlo contro il muro, ma ho i piedi incollati a
terra. Provo a gridare, ma la mia bocca rifiuta di
aprirsi.
«Oh, Zed», mugola Tessa. Mi tappo le orecchie, ma
non serve a niente: la sua voce mi arriva dritta al
cervello.
«Sei così bella», mormora lui. Le stringe un seno tra
le dita e lei geme di nuovo.
Sono paralizzato.
Non mi vedono; non si sono neppure accorti che sono
entrato. Tessa grida il suo nome un’altra volta, lui alza
la testa e finalmente mi vede. Continua a guardarmi
mentre la bacia e la mordicchia, risalendo fino al
mento. Non ce la faccio a staccare gli occhi dai loro
corpi nudi. Mi sento come… sventrato. Non riesco a
guardare, ma non riesco neanche a non guardare.
«Ti amo», le dice lui, e intanto mi rivolge un
sorrisetto maligno.
«Ti amo anch’io», risponde Tessa. Gli graffia la
schiena tatuata mentre lui la penetra con un colpo di
reni. Finalmente mi torna la voce, e con un grido
zittisco i loro gemiti.
«Merda!» strillo. Afferro il bicchiere sul comodino e
lo mando a sfracellarsi contro il muro.
3
Hardin

CAMMINO avanti e indietro tirandomi in maniera furiosa i


capelli sudati, calpestando tutti i vestiti e i libri con i piedi
nudi.
«Hardin? Va tutto bene?» La voce di Tessa è
impastata dal sonno. Sono così felice che mi abbia
risposto. Ho bisogno di averla accanto, anche se soltanto
attraverso una linea telefonica.
«Non… non lo so», ammetto con voce strozzata.
«Che succede?»
«Sei a letto?» le chiedo.
«Sì. Sono le tre di notte, dove dovrei essere? Cosa
c’è, Hardin?»
«Non riesco a dormire», ammetto, fissando il buio
nella nostra… nella mia stanza.
«Ah, okay…» Fa un sospiro di sollievo. «Per un
attimo mi sono preoccupata.»
«Hai parlato di nuovo con Zed?»
«Cosa? No, non gli ho più parlato da quando ti ho
detto che voleva venire a trovarmi.»
«Chiamalo e digli che non può venire.» Sembrerò
pazzo, ma non me ne frega niente.
«Non posso chiamarlo a quest’ora! Ma cosa ti
prende?»
È così sulla difensiva… ma non posso biasimarla.
«Niente, Tessa. Lascia stare.» Sospiro.
«Hardin, cosa succede?» domanda chiaramente
preoccupata.
«Niente, è solo… Niente.» Chiudo la chiamata e
spengo il telefono.
4
Tessa

«NON resti in pigiama tutto il giorno anche oggi, vero?»


mi chiede Kimberly la mattina successiva, quando mi
vede seduta al bancone della cucina.
Metto in bocca una cucchiaiata di cereali per evitare di
risponderle, perché il mio programma per la giornata è
esattamente quello. Non ho dormito bene dopo la
telefonata di Hardin, che nel frattempo mi ha scritto
anche alcuni messaggi, in nessuno dei quali accenna al
suo strano comportamento di stanotte. Vorrei chiamarlo,
ma vista la fretta con cui ha riagganciato penso sia
meglio di no. E poi, da quando sono a Seattle non ho
prestato molta attenzione a Kimberly. Passo quasi tutto il
tempo libero al telefono con Hardin, o a studiare per
nuovi corsi. Il minimo che possa fare è chiacchierare
con lei a colazione.
«Non indossi mai i vestiti», interviene Smith.
Mi vanno di traverso i cereali. «Non è vero», ribatto
con la bocca piena.
«Hai ragione, Smith: Tessa non si veste», ridacchia
Kimberly, e io la guardo storto.
Christian entra in cucina e va a baciare Kimberly sulla
tempia. Smith sorride al padre e alla futura matrigna, poi
torna a fissare me.
«Il pigiama è più comodo», gli dico, e lui annuisce e
guarda il suo pigiama di Spider-Man. «Ti piace Spider-
Man?» gli chiedo per cambiare argomento.
Stacca un pezzo di pane tostato con le dita. «No.»
«No? Ma hai il suo pigiama», osservo.
«L’ha comprato lei.» Accenna con il capo a Kim. Poi
bisbiglia: «Non dirle che non mi piace, sennò piange».
Scoppio a ridere. Smith ha cinque anni e ne dimostra
venti.
«Non glielo dirò», gli prometto, e finiamo di mangiare
in un silenzio per nulla imbarazzato.
5
Hardin

LANDON scrolla l’acqua dal cappello sul pavimento, e


appoggia l’ombrello chiuso alla parete, con gesti enfatici
e teatrali. Ci tiene proprio a farmi notare lo sforzo che sta
facendo per aiutarmi.
«Allora, cosa c’è di tanto urgente da obbligarmi a
venire fin qui sotto la pioggia gelida?» chiede in tono
metà strafottente e metà preoccupato. Guarda il mio
petto nudo e aggiunge: «Insomma, qual è il motivo per
cui mi sono vestito e sono corso qui per aiutarti?»
Indico Richard, che dorme stravaccato sul divano.
«Lui.»
Landon si sporge per vedere. «Chi è quello?» Dopo un
istante, mi fissa sbigottito. «Non sarà… il padre di
Tessa?»
Gli lancio un’occhiata di esasperazione. «No, è un
barbone qualsiasi che ospito sul mio divano. È una nuova
moda, sai.»
Ignora il mio sarcasmo. «Cosa ci fa qui? E Tessa lo
sa?»
«Sì, lo sa. Ma non sa che da cinque giorni è in crisi di
astinenza e vomita per tutta casa.»
Richard geme nel sonno. Prendo Landon per la
manica e lo trascino in corridoio.
«Astinenza? Da… dalla droga?» domanda spaesato.
«Sì, e dall’alcol.»
Ci riflette su. «Non ha ancora trovato le tue scorte di
liquore?» mi chiede perplesso. «O le ha già finite?»
«Non ho più liquori in casa, cretino.»
Torna di nuovo a guardare l’uomo che dorme sul mio
divano. «Non ho ancora capito cosa c’entro io.»
«Tu gli farai da babysitter», lo informo.
Lui fa un passo indietro. «Neanche morto!» Vorrebbe
sussurrare, ma gli esce una specie di grido strozzato.
«Rilassati.» Gli do una pacca sulla spalla. «Solo per
una notte.»
«No, non ci resto qui con lui. Non lo conosco
nemmeno!»
«Neanch’io.»
«Lo conosci meglio di me; e sarebbe stato tuo
suocero, un giorno, se tu non fossi così idiota.»
Le sue parole mi turbano più del dovuto. Suocero? Il
termine suona strano… se riferito a quell’ammasso
informe sul divano.
«Voglio vederla», lo scongiuro.
«Chi, Tess?»
«Sì, Tessa», lo correggo. «Chi altri?»
Inizia a giocherellare con le dita come un bambino
nervoso. «Be’, perché non può venire qui? Non mi
sembra una buona idea che io resti con lui.»
«Non fare il cacasotto, non è pericoloso», dico.
«Assicurati solo che non esca. In casa c’è cibo e
acqua.»
«Sembra che parli di un cane…»
Mi massaggio le tempie, indispettito. «A questo punto
non c’è tanta differenza. Allora, vuoi aiutarmi o no?»
Mi guarda malissimo, perciò aggiungo: «Per Tessa.»
È un colpo basso, ma so che funzionerà.
Infatti dopo un momento cede. «Solo una notte»,
acconsente.
Mi giro per nascondere il sorriso. Non so come
reagirà Tessa quando vedrà che sono venuto meno
all’accordo del lasciarci spazio, ma è solo per una notte.
Una notte con lei: è di questo che ho bisogno adesso. Ho
bisogno di lei. Telefonate e messaggi possono bastare
durante la settimana, ma dopo l’incubo che ho avuto
devo assolutamente vederla. Devo controllare che
nessuno tranne me abbia lasciato segni sul suo corpo.
«Lei sa che vai a trovarla?» mi chiede Landon
seguendomi in camera, dove cerco sul pavimento una
maglietta da mettermi.
«Lo saprà quando arriverò, no?»
«Mi ha detto di voi due, al telefono.»
Ah sì? Non è da lei.
«Perché ti ha detto che facciamo sesso telefonico?…»
Landon resta sbigottito. «Ehi! No! Cosa?! Non…
Oddio!» geme. Fa per tapparsi le orecchie, ma è troppo
tardi e diventa paonazzo.
La mia risata risuona nella stanza. «Devi essere più
specifico quando parli di me e Tessa, non l’hai ancora
capito?» Sorrido al ricordo dei mugolii che uscivano dal
telefono.
«A quanto pare no.» Sbuffa. «Insomma, so che voi
due parlate spesso al telefono.»
«E allora?…»
«Ti sembra che sia felice?»
Il sorriso mi muore sulle labbra. «Perché me lo
chiedi?»
«Sono un po’ preoccupato per lei. Non mi pare che
sia entusiasta di Seattle quanto immaginavo.»
«Non lo so», dico massaggiandomi la nuca. «Non la
sento felice, è vero, ma non capisco se è perché io sono
uno stronzo o perché Seattle le piace meno del previsto»,
commento con sincerità.
«Spero sia la prima. Voglio che sia felice lì», conclude
lui.
«Anch’io, più o meno.»
Landon scalcia via un paio di jeans neri.
«Ehi, me li volevo mettere», protesto chinandomi a
raccoglierli.
«Non hai vestiti puliti?»
«Al momento no.»
«Hai più fatto la lavatrice da quando lei se n’è
andata?»
«Sì…» mento.
«Ah-ah», fa indicando una macchia sulla mia maglietta
nera. Dev’essere senape.
«Merda.» Me la tolgo e la butto di nuovo per terra.
«Non ho un cazzo da mettermi.» Apro del tutto l’ultimo
cassetto del comò, e con sollievo trovo una pila di
magliette nere pulite proprio in fondo.
«E questi?» Landon indica un paio di jeans blu scuro
appesi nell’armadio.
«No.»
«Perché no? Porti sempre e solo jeans neri.»
«Appunto.»
«Be’, quelli neri sono sporchi, perciò…»
«Ne ho cinque paia», puntualizzo. «È solo che sono
tutti identici.»
Controvoglia, tiro fuori dall’armadio i jeans blu. Li
detesto. Me li ha regalati mia madre a Natale, e avevo
giurato di non metterli mai, invece eccomi qua. Lo faccio
per amore. Se Tessa lo sapesse, andrebbe in brodo di
giuggiole.
«Sono un po’… attillati», commenta Landon,
mordendosi il labbro per non ridere.
«Vaffanculo», sibilo tornando a fare il bagaglio.
Venti minuti dopo siamo di nuovo in salotto, dove
Richard dorme ancora; il mio fratellastro continua a
tartassarmi con la storia dei jeans troppo stretti e io non
vedo l’ora di essere a Seattle da Tessa.
«Cosa gli dico quando si sveglia?» mi chiede.
«Quello che ti pare. Potresti fargli uno scherzo,
sarebbe divertente. Potresti fingere di essere me, o di
non sapere cosa ci fa qui.» Rido. «Non ci capirebbe più
niente.»
Landon non coglie il lato divertente della mia idea, e
praticamente mi caccia di casa. «Vai piano, le strade
sono bagnate», mi avverte.
«Starò attento.» Metto la borsa in spalla e parto prima
di dover sentire altre smancerie.

Durante il viaggio ripenso all’incubo. Era così vivido,


così realistico. Sentivo Tessa mugolare il nome di quello
stronzo; sentivo persino le sue unghie graffiargli la pelle.
Accendo la radio per coprire il rumore dei pensieri,
ma non basta. Decido di pensare a lei, ai nostri ricordi
insieme, per scacciare quelle immagini tremende.
Altrimenti sarà il viaggio più lungo della mia vita.
«Guarda quanto sono belle quelle bambine!»
squittisce Tessa davanti a un plotone di marmocchi. Be’,
erano solo due, ma insomma…
«Sì, sì, sono belle», replico io in tono scocciato, e la
trascino via.
«Hanno anche i fiocchi nei capelli dello stesso
colore!» Fa un sorriso a trentadue denti ed emette quegli
squittii tipici delle donne quando vedono un bambino
piccolo e hanno gli ormoni in subbuglio.
«Eh già», mi limito a dire, e la seguo nelle strette
corsie tra gli scaffali del supermercato. Cercava un
formaggio particolare per la cena di quella sera, ma poi
le bambine le hanno mandato in pappa il cervello.
«Ammetti che erano carine», insiste sorridendo. «Dai,
Hardin, l’hai visto anche tu che erano carine. Dillo e
basta.»
«Erano. Carine», rispondo in tono meccanico, e lei
stringe le labbra, e si mette a braccia conserte, come
fosse pure lei una bambina petulante.
«Forse diventerai una di quelle persone che trovano
belli solo i loro figli», profetizza. Poi di colpo smette di
sorridere. «Se mai vorrai avere figli», aggiunge con
voce triste, e io ho voglia di spazzare via con un bacio
quell’espressione corrucciata sul suo viso bellissimo.
«Già. Peccato che non li voglio», ribadisco, sperando
di ficcarglielo nella testa una volta per tutte.
«Lo so…» mormora. Poco dopo trova il formaggio
che cercava e lo lascia cadere nel cestello con un tonfo
sordo.
Il sorriso non le è ancora tornato quando arriviamo
alla cassa. «Ehi», faccio, toccandole un braccio.
Mi guarda con occhi spenti, aspettando che io dica
quello che ho da dire.
«Eravamo d’accordo di non parlare più di figli…»
inizio, e lei abbassa lo sguardo. «Tessa», dico, poi la
prendo per le guance e poso la fronte sulla sua.
«Lascia stare, ho parlato senza riflettere.»
Si guarda intorno e capisco che si domanda perché io
l’abbia toccata in quel modo in pubblico.
«Be’, allora non torniamo più sull’argomento
bambini: non fa altro che crearci problemi.» Le do un
rapido bacio, e poi un altro. Resto con le labbra posate
sulle sue, e lei infila le mani nelle tasche della mia
giacca.
«Ti amo, Hardin», dice, quando Gloria la Scorbutica,
la cassiera di cui ridiamo sempre, si schiarisce la voce.
«Ti amo, Tess. Ti amerò così tanto che non avrai
bisogno di bambini», le prometto.
Mi volta le spalle, e so che è per nascondere la
delusione. Ma non mi importa, perché la questione è
chiusa, e l’ho avuta vinta io.
Continuo a guidare e mi chiedo: C’è mai stata una
volta, in tutta la mia vita, in cui non sono stato un
bastardo egoista?
6
Tessa

MENT RE arranco dalla mia camera al divano con una


copia di Cime tempestose in mano, Kimberly fa un gran
sorriso e mi dice: «Sei di malumore, Tessa: e in qualità di
tua amica e mentore, è mio dovere fartelo passare». I
suoi capelli biondi sono lisci e lucenti, ed è truccata alla
perfezione. È una di quelle che le altre donne si divertono
a odiare.
«Mentore? Dici sul serio?» domando ridacchiando.
«Okay, forse non proprio mentore. Però amica sì»,
puntualizza fissandomi con i suoi occhi evidenziati
dall’eyeliner nero.
«Non sono di malumore, ho solo molto da studiare e
non mi va di uscire, stasera.»
«Hai diciannove anni, ragazza, comportati da
diciannovenne! Quando avevo la tua età ero sempre in
giro, non andavo quasi mai a lezione. Uscivo con i
ragazzi… tanti, tanti ragazzi», racconta con enfasi.
«Ah, davvero?» interviene Christian entrando nella
stanza. Si sta srotolando dalle mani una specie di nastro
adesivo.
«Nessuno bello quanto te, naturalmente», gli dice Kim
con aria complice.
«Ecco cosa succede quando ti metti con una donna
più giovane: devi competere con i ricordi ancora freschi
dei ragazzi del college», commenta Christian con una
scintilla divertita negli occhi verdi.
«Ehi, non sono tanto più giovane di te», protesta lei
dandogli uno schiaffetto sul petto.
«Dodici anni», precisa lui.
La compagna lo guarda storto. «Sì, ma tu hai
un’anima giovane. A differenza di Tessa, che si
comporta come se avesse quarant’anni.»
«Certo, tesoro», dice lui sorridendo, poi getta il nastro
nel cestino. «Ora illuminala pure su come non deve
comportarsi durante il college.» Le assesta una
sculacciata e se ne va, e lei rimane lì con un’espressione
beata.
«Quanto amo quell’uomo», sussurra, e io so che è
vero. «Vorrei davvero che tu venissi con noi, stasera.
Christian e i suoi soci hanno aperto uno jazz club in
centro. È bellissimo, e ti divertiresti molto.»
«Christian possiede un jazz club?»
«È uno degli investitori, non ha fatto niente di
concreto», bisbiglia con un sorrisetto complice. «Il
sabato vogliono ospitare musicisti da fuori, per una
specie di serata a palco libero.»
«Magari il prossimo fine settimana…» dico in tono
vago. Non ho per niente voglia di vestirmi e andare in un
locale.
«Va bene, ma hai promesso: la prossima settimana.
Neanche Smith vuole venire, ho provato a convincerlo,
ma sai com’è fatto. Mi ha tenuto un comizio sulla
superiorità della musica classica rispetto al jazz», mi
racconta ridendo. «Quindi tra poco arriva la babysitter.»
«Posso tenerlo d’occhio io, tanto starò in casa», mi
offro.
«No, cara, non sei tenuta.»
«Lo so, però mi va.»
«Be’, sarebbe fantastico, e molto più facile. Non so
perché, ma la babysitter non gli sta simpatica.»
«Non gli sto simpatica neanch’io», preciso ridendo.
«Vero, ma con te parla più che con la maggioranza
delle persone.» Guarda l’anello di fidanzamento che porta
al dito e poi la fotografia di Smith appesa sopra il
caminetto. «È un bambino così dolce… è solo molto
chiuso», mormora sovrappensiero.
Veniamo interrotte dal trillo del citofono.
Kimberly mi rivolge uno sguardo interrogativo. «Ma
chi può essere, a quest’ora del pomeriggio?» mi chiede,
come se potessi sapere la risposta.
Resto lì a osservare una bella foto di Smith alla parete.
È un bambino così serio, sembra un piccolo ingegnere o
un matematico.
«Be’… guarda un po’ chi si vede!» esclama Kimberly.
Quando mi giro rimango esterrefatta.
«Hardin!» Il suo nome mi esce dalle labbra all’istante,
e una scarica di adrenalina mi sospinge attraverso la
stanza. Scivolo con i calzini sul parquet e rischio di
cadere. Quando ritrovo l’equilibrio mi butto addosso a lui
e lo abbraccio come non l’avevo mai abbracciato prima.
7
Hardin

PER poco mi viene un maledetto infarto quando Tessa


scivola e sta per cadere, ma ritrova velocemente
l’equilibrio e si tuffa tra le mie braccia.
Di sicuro non è la reazione che mi aspettavo.
Pensavo che mi avrebbe salutato in modo imbarazzato
e con un sorriso che non le arrivava fino agli occhi.
Ragazzi… mi sbagliavo di grosso. Tessa mi getta le
braccia al collo, e io affondo la testa tra i suoi capelli. Il
profumo dolce del suo shampoo mi travolge i sensi, e
per un momento resto sopraffatto dalla sua presenza,
calda e accogliente, che sento tra le braccia.
«Ciao», dico infine.
Alza gli occhi su di me. «Stai congelando», nota, e mi
posa le mani sulle guance, scaldandole all’istante.
«La pioggia è gelida qui fuori, e a casa è peggio… a
casa mia, intendo.» Lei abbassa gli occhi per un
momento, poi torna a guardarmi.
«Cosa ci fai qui?» bisbiglia, cercando di non farsi
sentire da Kimberly.
«Mentre venivo ho chiamato Christian», spiego a
Kimberly, che continua a scoccarmi finte occhiatacce e
trattiene a stento un sorriso.
Non riuscivi a stare lontano da lei, eh? mima con le
labbra da dietro le spalle di Tessa. Quella donna è la più
grande rompiscatole della storia: non so come faccia
Christian a sopportarla.
«Puoi dormire nella stanza di fronte a quella di Tessa,
ti accompagna lei», annuncia, e poi se ne va.
Mi separo da Tessa e la guardo divertito.
«Scusa…» balbetta arrossendo. «Non so perché l’ho
fatto… È bello vedere un volto familiare.»
«Anche per me è bello rivederti», le dico, cercando di
alleviare il suo imbarazzo. Se mi sono staccato da lei non
è perché non volessi abbracciarla. La sua scarsa
autostima la spinge sempre a interpretare le situazioni nel
modo peggiore.
«Sono scivolata, stavo per cadere», si affretta ad
aggiungere, e avvampa di nuovo.
Mi sforzo di non ridere, ma non ci riesco. «Sì, ho
notato.» Ride anche lei.
«Ti fermi davvero a dormire?»
«Sì, se per te va bene.»
Le brillano gli occhi. Ha i capelli sciolti e un po’
mossi, ed è struccata: porca miseria, è assolutamente
perfetta. Tutte quelle ore passate a immaginare il suo
viso non sono bastate a prepararmi per il momento in cui
finalmente l’ho rivista. La mia mente va in tilt nel
tentativo di cogliere tutti i dettagli… le lentiggini sul
petto, la curva delle labbra, la luce negli occhi… è
impossibile, cazzo.
Indossa una maglietta larga e quegli orribili pantaloni
di flanella. Continua a sistemarsi la maglietta, a
giocherellare con il colletto; è l’unica ragazza che riesca
a essere sexy con un pigiama così brutto. Intravedo il
reggiseno nero sotto la maglietta bianca… è quello di
pizzo, il mio preferito. Chissà se ha capito che si vede in
trasparenza…
«Cosa ti ha fatto cambiare idea? E dov’è il resto della
tua roba?» mi chiede, precedendomi in corridoio. «Tutte
le altre camere sono al piano di sopra», mi informa,
ignara dei miei pensieri sconci. O forse no…
«Non ho portato nient’altro, mi fermo per una sola
notte.»
Si gira di scatto. «Una sola notte?»
«Sì. Cosa pensavi, che mi trasferissi qui?» Certo che
lo pensava: si fida sempre troppo di me.
«No…» Distoglie lo sguardo. «Non lo so, ma credevo
che ti saresti fermato un po’ di più.» E, come previsto, è
qui che le cose si fanno imbarazzanti.
«Ecco la stanza.» Apre la porta, ma io non entro.
«La tua è qui di fronte?» Mi si è incrinata la voce,
sembro cretino.
«Sì», mormora guardandosi le mani.
«Va bene», dico inebetito. «Sicura che posso restare
qui, vero?»
«Sì, certo. Lo sai che mi sei mancato.»
La gioia sul suo viso si spegne quando entrambi
ricordiamo come stanno le cose: il fatto che sono uno
stronzo, in generale, e il mio rifiuto di trasferirmi a
Seattle, nello specifico. Non dimenticherò mai il
momento in cui mi ha visto entrare e si è tuffata su di
me; nei suoi occhi si leggeva chiaramente la nostalgia, la
stessa che ho provato io. Stavo impazzendo senza di lei.
«Sì, ma l’ultima volta che ci siamo visti ti stavo
praticamente cacciando di casa.» La sua espressione
cambia appena le mie parole le ricordano ciò che è
successo; mi sembra che un fottuto muro si innalzi tra di
noi quando mi rivolge un finto sorriso. «Non so perché
ho tirato fuori questo argomento», dico, passandomi la
mano sulla fronte.
Si gira a guardare la sua stanza e poi la mia, e dice:
«Puoi lasciare la roba qui dentro».
Prende la borsa dalle mie mani, entra in camera, la
posa sul letto e la apre. Tira fuori le magliette e i boxer
gettati dentro alla rinfusa. «È pulita, questa roba?»
domanda con una smorfia.
«I boxer sì.»
Si tiene a debita distanza dalla borsa. «Non voglio
nemmeno sapere in che stato è l’appartamento»,
commenta sarcastica.
«Meglio così, visto che non lo rivedrai più», la prendo
in giro.
Il suo sorriso si spegne. Che battuta fuori luogo… Ma
che cazzo mi prende?
«Non intendevo in quel senso», mi affretto a
correggermi.
«Non importa. Rilassati, okay?» Parla in tono gentile.
«Sono solo io, Hardin.»
«Lo so», e faccio un respiro profondo. «Ma mi
sembra passato tanto tempo, e rieccoci di nuovo in
questa strana storia che non sappiamo gestire. E non ci
vediamo più, mi sei mancata tanto, e spero di esserti
mancato anch’io.» Wow, parlo a raffica.
«Sì», conferma sorridendo.
«Sì cosa?» Voglio sentirglielo dire.
«Mi sei mancato. Te l’ho ripetuto ogni giorno al
telefono.»
«È vero.» Mi avvicino. «Ma volevo sentirlo di
nuovo.» Le sistemo i capelli dietro le orecchie e lei si
appoggia a me.
«E tu quando sei arrivato?» interviene una vocetta, e
Tessa si ritrae di scatto.
Fantastico, ci mancava solo lui.
Ed eccolo, Smith, sulla soglia della nuova stanza di
Tessa.
«Un momento fa», rispondo, sperando che se ne vada
e ci lasci in pace.
«Perché sei venuto?» chiede lui, entrando nella stanza.
«Sono venuto a trovare lei», dico indicando Tessa,
che nel frattempo si è spostata a un metro e mezzo da
me e sta mettendo a posto i miei vestiti.
«Ah», mormora, guardandosi i piedi.
«Non mi vuoi qui?»
«Non mi dai fastidio.»
Gli sorrido. «Bene, perché tanto non me ne sarei
andato.»
«Lo so.» Smith ricambia il sorriso e finalmente mi
lascia da solo con Tessa.
«Gli stai simpatico», commenta Tessa.
«Anche lui non è male», faccio di rimando.
Scoppia a ridere. «Non ci posso credere: lo trovi
simpatico», mi canzona.
«No, ho detto solo che non è male.»
Alza gli occhi al cielo. «Certo, come no.»
Ha ragione, un po’ mi sta simpatico. Più di ogni altro
bambino di cinque anni che abbia mai conosciuto,
quantomeno.
«Stasera gli faccio da babysitter, perché Kim e
Christian vanno all’inaugurazione di un locale», mi
informa Tessa.
«Perché non ci vai anche tu?»
«Non mi andava.»
Mi copro la bocca per nascondere un sorriso di
soddisfazione. Sono molto contento che lei non voglia
uscire, e spero che progettasse di passare la serata al
telefono con me.
Mi guarda in modo strano. «Puoi andarci tu, se vuoi;
non devi per forza stare a casa con me.»
«Cosa?» esclamo indignato. «Non mi sono fatto delle
ore di macchina per andare in un locale del cazzo senza
di te. Non vuoi che rimanga qui?»
Incontra i miei occhi e si stringe al petto i miei vestiti.
«Sì, certo che ti voglio qui.»
«Bene, perché in ogni caso non me ne sarei andato.»
Non sorride come ha sorriso Smith, ma alza gli occhi
al soffitto: un gesto che ispira altrettanta tenerezza.
«Dove vai?» le chiedo, vedendola uscire dalla stanza
con i miei vestiti.
Mi rivolge uno sguardo al contempo buffo e
seducente. «A fare il bucato», risponde, e sparisce in
corridoio.
8
Tessa

HO i pensieri in subbuglio mentre avvio la lavatrice.


Hardin è venuto a Seattle, e non ho dovuto chiederglielo
o pregarlo: lo ha fatto di sua iniziativa. Anche se è solo
per una notte, significa molto per me, e spero che sia un
passo nella direzione giusta. Mi sento ancora così
combattuta sulla nostra storia… Abbiamo sempre troppe
incomprensioni, troppi litigi inutili. Siamo persone molto
diverse, e non so più se tra noi funzionerà mai.
Ma in questo momento, ora che lui è qui con me,
voglio davvero provarci. Voglio vedere dove ci porterà
questa mezza storia e mezza amicizia a distanza.
«Sapevo che sarebbe venuto», commenta Kimberly
alle mie spalle.
Mi volto e la vedo appoggiata allo stipite della porta
della lavanderia. «Io no», replico.
Mi guarda con evidente esasperazione. «Come facevi
a non saperlo? Non ho mai visto una coppia come voi
due.»
«Non siamo esattamente una coppia…» puntualizzo
con un sospiro.
«Ti sei gettata tra le sue braccia come in un film. Lui
è qui da meno di un quarto d’ora e stai già lavando i suoi
vestiti.»
«Be’, sono sporchi», ribatto, ignorando la sua prima
osservazione.
«Non riuscite a stare lontani l’uno dall’altra: siete
davvero belli insieme. Vorrei tanto che stasera tu venissi
con noi: così potresti metterti in tiro e fargli vedere cosa
si perde a non restare qui a Seattle con te.» Mi fa
l’occhiolino, si volta e se ne va.
Ha ragione, io e Hardin non riusciamo a stare lontani.
È sempre stato così, fin dal giorno in cui l’ho
conosciuto. Anche quando cercavo di convincermi che
non lo volevo, non potevo ignorare il turbamento che
provavo ogni volta che lo vedevo.
In quei primi tempi, lo incontravo ovunque andassi…
Ma d’altronde approfittavo di ogni occasione per andare
alla sua confraternita. Odiavo quel posto, ma qualcosa mi
spingeva a tornarci: sapevo che avrei rivisto lui. Non lo
ammettevo neppure a me stessa, ma desideravo la sua
compagnia anche quando era crudele con me. Sembra
passato un secolo, sembra un sogno lontano: il modo in
cui mi fissava durante le lezioni, e poi faceva
l’espressione scocciata quando lo salutavo.
Il segnale della lavatrice mi riporta alla realtà. Torno
nella camera degli ospiti assegnata a Hardin e la trovo
deserta: la borsa vuota è ancora sul letto, ma lui non c’è.
Attraverso il corridoio e lo vedo in piedi davanti alla
scrivania nella mia stanza. Sta passando le dita sulla
copertina di uno dei miei quaderni.
«Che ci fai qui?» gli chiedo.
«Volevo solo vedere dove… dove vivi ora», dice.
«Volevo vedere la tua stanza», aggiunge rabbuiandosi.
«Ah.»
«Questo ti serve per l’università?» domanda
mostrandomi il quaderno rilegato in pelle nera.
«È per il corso di scrittura creativa. L’hai letto?»
Sono un po’ nervosa all’idea che possa averlo fatto. Ho
scritto una sola composizione finora, ma parla di lui,
come tutto il resto della mia vita.
«Un po’.»
«È solo un compito», tento di spiegare. «Ci hanno
chiesto di scrivere un tema su un argomento a
piacere…»
«È scritto molto bene.» Posa il quaderno sulla
scrivania per un momento, poi lo riprende, lo apre alla
prima pagina e legge a voce alta il titolo: «Chi sono».
«Ti prego, no.»
Fa un sorrisetto. «Da quando in qua ti vergogni di
farmi leggere i tuoi compiti?»
«Non mi vergogno. È solo che… è personale. Non
sono neanche sicura di volerlo consegnare.»
«Ho letto il tuo diario di religione.»
Mi si ferma il cuore. «Cosa?» Spero di aver sentito
male. Non lo farebbe mai. Non può averlo letto…
«L’ho letto. L’hai lasciato in casa, e l’ho trovato.»
Resto in silenzio sotto il suo sguardo. Mi sento
profondamente umiliata: erano pensieri intimi che non
avrei mai voluto far leggere a nessuno, tranne forse al
professore.
«Non dovevi leggerlo. Perché l’hai fatto?» chiedo
evitando di guardarlo.
«Ogni pagina parlava di me», dice come per
giustificarsi.
«Non è questo il punto, Hardin.» Fatico a respirare,
attanagliata dall’ansia. «Stavo passando un bruttissimo
periodo, e quelli erano pensieri destinati a un diario
personale. Non avresti dovuto…»
«Erano molto belli, Tess. Davvero. Mi hanno fatto
soffrire, ma… erano perfetti.»
So che sta cercando di farmi un complimento, ma
riesce solo a mettermi ancora più a disagio.
«Come ti sentiresti se io leggessi qualcosa che hai
scritto per te stesso, per esprimere i tuoi sentimenti?»
Vedo il panico balenare nei suoi occhi e, confusa, gli
domando: «Che c’è?»
«Niente», dice in tono secco, senza aggiungere altro.
9
Hardin

LO sguardo nei suoi occhi mi fa quasi desistere, ma


sento il bisogno di essere sincero: voglio farle sapere
quanto trovo interessante la sua scrittura. «L’ho letto
almeno dieci volte», confesso.
Rimane sbigottita, e senza guardarmi domanda:
«Davvero?»
«Non vergognarti. Sono solo io, ricordi?» Le sorrido.
«Lo so, ma ti sarò sembrata patetica», dice
avvicinandosi a me. «Ero molto confusa quando ho
scritto quelle cose.»
La zittisco premendole le dita sulle sue labbra. «Non è
vero. Sono scritte benissimo.»
«Io…» Tenta di parlare sotto le mie dita, e io premo
più forte.
«Hai finito?» le chiedo sorridendo, e lei fa cenno di sì.
Sollevo lentamente le dita dalle sue labbra e lei tira fuori
la lingua per bagnarle. Resto a fissarla inebetito.
«Ho bisogno di baciarti», bisbiglio, con la faccia a un
millimetro dalla sua.
Mi guarda negli occhi e deglutisce, poi si lecca di
nuovo le labbra. «Okay», sussurra. Mi afferra per la
maglietta con trasporto e mi tira a sé. Ha il respiro
affannato.
Un secondo prima che le nostre labbra si tocchino,
bussano alla porta. «Tessa?» chiama la voce stridula di
Kimberly.
«Sbarazzati di lei», bisbiglio e Tessa si stacca da me
facendo un passo indietro.
Prima il bambino, ora sua madre. Manca solo
Christian per fare il gran completo.
«Usciamo tra pochi minuti», la informa la padrona di
casa senza aprire la porta.
Buon per voi. Ora toglietevi dalle palle…
«Okay, arrivo subito», risponde Tessa, e la mia
irritazione cresce.
«Grazie, tesoro», dice Kimberly, e si allontana
canticchiando una canzone pop.
«Cazzo, non dovevo neppure…» inizio a dire.
Ma appena Tessa mi guarda smetto di parlare. Tanto
non lo pensavo davvero: nulla potrebbe tenermi lontano
da lei.
«Devo andare da Smith. Se vuoi puoi restare qui.»
«Ti seguirò ovunque», ribatto facendola sorridere.
Merda, ho voglia di baciarla. Mi è mancata tanto, e
dice che le sono mancato anch’io… Perché non… Ma
non faccio in tempo a finire quel pensiero, che lei mi
afferra per la maglietta e preme le labbra sulle mie. Mi
sembra di avere infilato le dita in una presa di corrente:
ogni fibra del mio corpo prende vita. La sua lingua entra
nella mia bocca, preme, esplora.
La afferro per i fianchi e la tiro verso il letto. Mi
sdraio e lei mi cade addosso. La stringo tra le braccia e la
faccio girare sotto di me. Sento pulsare il sangue nelle
sue vene mentre la bacio sul collo, proprio sotto
l’orecchio, dove le piace di più. Vengo ricompensato da
un mugolio sommesso. La torturo con movimenti lenti,
strusciando i fianchi contro i suoi, spingendola contro il
materasso. Le sue dita si insinuano sotto la mia maglietta,
e mi graffiano la schiena. Le prendo un lobo tra i denti…
In quel momento nella mia testa lampeggia l’immagine
di Zed che si spinge dentro di lei, e scatto in piedi.
«Che succede?» domanda Tessa, con le labbra rosse
e gonfie per i miei baci.
«Niente. Dobbiamo… ehm, è meglio se andiamo di là.
A badare a quello stronzetto», rispondo nervosamente.
«Hardin…»
«Tessa, lascia stare. Non è niente.» Oh, sai, è solo
che ho sognato che Zed ti scopava fino a sfondare il
materasso, e ora non riesco a smettere di pensarci.
«Okay.» Si alza dal letto e si strofina le mani sul
pigiama.
Chiudo gli occhi per un momento e cerco di scacciare
dalla mente quelle scene disgustose. Se quel figlio di
puttana rovina un altro minuto del mio tempo con Tessa,
giuro che gli spezzo le ossa.
10
Tessa

DOPO aver dato a Smith troppi baci per i suoi gusti,


Kimberly e Vance finalmente escono. Ci hanno ricordato
tre volte che in caso di problemi possiamo chiamarli, e
per tre volte Hardin e Smith hanno alzato gli occhi al
cielo con un gesto melodrammatico. Quando Kimberly
ha indicato la lista dei numeri di emergenza sul bancone
della cucina, si sono guardati l’un l’altro con espressione
incredula.
«Vuoi vedere un film?» chiedo a Smith quando la loro
macchina sparisce dalla vista.
Seduto sul divano, il piccolo alza le spalle e si volta
verso Hardin, che lo osserva come se fosse un furetto o
qualcosa del genere.
«Okay… che ne dici di un gioco… Ti va di giocare a
qualcosa?» suggerisco, visto che nessuno dei due apre
bocca.
«No», risponde Smith.
«Penso che voglia tornarsene in camera sua a fare
quello che stava facendo prima che Kim lo trascinasse
qui», interviene Hardin, e lui annuisce con decisione.
«Be’… okay, allora. Puoi tornare in camera tua,
Smith. Io e Hardin siamo qui, se hai bisogno di qualcosa.
Tra poco ordino la cena.»
«Puoi venire con me, Hardin?» chiede Smith, nel tono
più dolce immaginabile.
«In camera tua? No, sto bene qui.»
Senza una parola Smith si alza dal divano e si avvia
alle scale. Scocco un’occhiataccia a Hardin, e lui fa:
«Che c’è?»
«Va’ in camera con lui», bisbiglio.
«Non ci voglio andare. Voglio stare qui con te», dice
semplicemente. Lo vorrei anch’io, ma mi dispiace per
Smith.
«Coraggio», lo sprono. «Si sente solo…»
«E va bene…» Hardin sbuffa e raggiunge il bambino a
testa china. Sono ancora un po’ turbata dalla sua strana
reazione al nostro bacio. Mi sembrava che andasse tutto
bene – a meraviglia, anzi – ma poi si è alzato così in
fretta che ho pensato si fosse fatto male. Forse, dopo
essere stato lontano da me per tutto questo tempo, non
prova più gli stessi sentimenti? Forse non lo eccito più
come prima? Sono in pigiama, ma quello non è mai stato
un problema.
Non trovando una spiegazione ragionevole per il suo
comportamento, anziché dare il via libera
all’immaginazione prendo i menu che ci ha lasciato
Kimberly per ordinare la cena. Scelgo la pizza, e con il
telefono vado in lavanderia; metto i vestiti di Hardin
nell’asciugatrice e mi siedo sulla panchina al centro della
stanza. Ordino la pizza e aspetto, fissando la macchina.
11
Hardin

MENT RE Smith entra nella sua camera, io resto sulla


soglia a fare l’inventario della roba che questo bambino
possiede. Cazzo quant’è viziato.
«Cosa vuoi fare?» gli chiedo seguendolo in stanza.
«Non lo so.» Fissa la parete. I capelli biondi sono
pettinati con la riga da una parte, perfetti al punto che mi
mettono soggezione.
«Allora perché mi hai chiesto di venire qui?»
«Non lo so», ripete. Che testa dura.
«Be’, non stiamo facendo molti progressi…»
«Adesso vivi qui anche tu, con la tua ragazza?»
domanda inaspettatamente.
«No, sono venuto a trovarla per stasera.»
«Perché?» Non lo sto guardando ma so che mi fissa.
«Perché non voglio vivere qui.» Invece lo voglio. Più
o meno.
«Perché? Lei non ti piace?»
«Sì che mi piace.» Rido. «È solo che… non lo so.
Perché fai sempre tutte queste domande?»
«Non lo so.» Tira fuori da sotto il letto una specie di
trenino.
«Non hai amici con cui giocare?»
«No.»
Mi sembra strano. È un bambino simpatico. «Perché
no?»
Si stringe nelle spalle, stacca due pezzi di binario e li
sostituisce con due pezzi nuovi che ha preso da una
scatola.
«Potrai farti qualche amico a scuola.»
«No.»
«Gli altri bambini sono stronzi?» Non bado al
linguaggio, perché Vance parla come uno scaricatore di
porto, e suo figlio ne avrà sentite di peggio.
«Qualche volta.» Collega due pezzi di filo elettrico e li
attacca a un piccolo vagone. Il filo sprigiona una scintilla
tra le sue mani, ma lui non batte ciglio. In pochi secondi
il treno inizia a muoversi sul binario, accelerando
gradualmente.
«Cosa gli hai fatto?» domando.
«L’ho fatto andare più veloce, era troppo lento.»
«Non mi stupisco che tu non abbia amici», dico
ridendo, ma smetto subito. Merda. Il bambino se ne sta lì
a guardare il suo treno. «Quello che intendevo è che, se
non hai amici è perché sei molto intelligente; a volte le
persone parecchio sveglie non sono brave a socializzare,
e non stanno simpatiche a nessuno. Come Tessa, per
esempio: a volte è troppo brillante, e le persone si
sentono a disagio.»
«Ah…» Inizia a fissarmi. Mi dispiace per lui: non sono
bravo a dare consigli, non so neppure perché ci ho
provato.
So come si sente un bambino senza amici. Io non ne
ho avuti fino all’adolescenza, quando ho iniziato a bere,
fumare erba e frequentare gentaglia. E comunque non
erano miei amici, gli stavo simpatico solo perché facevo
tutto quello che mi pareva e quindi mi consideravano
figo. A loro non piacevano i libri, volevano solo andare
alle feste.
Ero sempre il bambino arrabbiato che se ne stava in
un angolo, nessuno mi rivolgeva la parola perché tutti
avevano paura di me. Ancora oggi le cose non sono
cambiate molto, a dire il vero…
Ma ho conosciuto Tessa, l’unica persona a cui freghi
qualcosa di me. A volte però le faccio anche paura.
All’improvviso mi torna in mente il vino rosso rovesciato
sul suo cardigan bianco, a Natale. Ho la sensazione che
anche a Landon importi qualcosa di me, ma con lui la
situazione è ancora poco chiara; e sono convinto che
tenga a me solo perché tiene a Tessa. Lei esercita questo
potere sulle persone.
Soprattutto su di me.
12
Tessa

«LA tua pizza è buona?» chiedo a Smith.


Ha la bocca piena, perciò annuisce. Sta mangiando la
pizza con coltello e forchetta, e la cosa non mi stupisce.
Quando finisce, si alza e va a mettere il piatto in
lavastoviglie. «Penso che mi ritirerò per la notte»,
annuncia il piccolo scienziato.
Hardin scuote la testa, divertito dalla maturità del
bambino.
Mi alzo anch’io e gli domando: «Hai bisogno di
qualcosa? Un bicchiere d’acqua, o che ti accompagni in
camera?»
Declina l’offerta, prende il plaid dal divano e sale nella
sua stanza.
Torno a sedermi e mi rendo conto che nell’ultima ora
Hardin mi ha detto meno di dieci parole. Tiene le
distanze, e non riesco a non paragonare il suo
comportamento di stasera con le telefonate dei giorni
scorsi. Una piccola parte di me vorrebbe che fossimo al
telefono adesso, anziché seduti in silenzio sul divano.
«Devo pisciare», annuncia, e si allontana mentre io
faccio zapping sul grande televisore a schermo piatto.
Pochi minuti dopo, Kimberly e Christian entrano in
casa seguiti da un’altra coppia. Una donna alta e bionda,
con un miniabito dorato e i tacchi così alti che mi fanno
male i piedi solo a guardarli, mi sorride e mi saluta con la
mano. Hardin spunta dal corridoio ma si ferma sulla
soglia del salotto.
«Sasha, questi sono Tessa e Hardin», ci presenta Kim.
«Piacere.» Sorrido, rammaricandomi di non avere un
pigiama più elegante.
«Piacere mio», dice Sasha, ma guarda Hardin, che le
scocca un’occhiata ma non la saluta né entra nella
stanza.
«Sasha è un’amica del socio di Christian», ci informa
Kimberly.
Be’, informa me, perché Hardin non presta loro la
minima attenzione: sembra concentrato sul documentario
naturalistico in televisione.
«E lui è Max, il socio di Christian.»
L’altro ospite, che stava ridendo e scherzando con
Christian, si fa avanti: è l’ex compagno di università di
Ken, il padre di quella ragazza, Lillian.
«Max», lo saluto, cercando intanto di attirare
l’attenzione di Hardin.
Kimberly sposta lo sguardo tra me e Max. «Vi
conoscete?»
«Ci siamo visti una volta, a Sandpoint», rispondo.
Gli occhi scuri di Max e la sua presenza carismatica
mi mettono soggezione, ma quando mi riconosce la sua
espressione si addolcisce leggermente. «Ah sì, sei…
l’amica di Hardin Scott», dice, insistendo con un sorriso
sulla parola «amica».
«A dire il vero è…» interviene Hardin, entrando
finalmente in salotto.
Guardo con irritazione Sasha che segue con gli occhi
ogni movimento di Hardin. Si sistema le spalline dorate
del vestito e si lecca le labbra. Non potrei essere più
arrabbiata con me stessa per essermi messa questi
maledetti pantaloni di flanella. Hardin squadra la donna da
capo a piedi, esamina il suo corpo slanciato ma
prosperoso, poi rivolge la sua attenzione a Max.
«Non è solo un’amica», finisce di dire, proprio mentre
Max gli porge la mano per una stretta breve e
imbarazzata.
«Capisco», replica l’uomo sorridendo. «Be’, in ogni
caso è una bella ragazza.»
«Sì, lo è», borbotta Hardin. Percepisco l’irritazione
che provoca in lui la presenza di Max.
Kimberly, perfetta padrona di casa come sempre,
chiede a tutti cosa vogliono da bere; io intanto mi sforzo
di non fissare Sasha, che si sta presentando a Hardin per
la seconda volta. Lui le rivolge un secco cenno del capo
e si siede sul divano. Provo un fremito di delusione
quando vedo che si è seduto lontano da me. Perché sono
diventata di colpo così appiccicosa? Forse perché Sasha
è così bella, o per il modo in cui Hardin la stava fissando,
o perché in queste ultime ore si comporta in modo
talmente strano…
«Come sta Lillian?» chiedo per alleviare la tensione e
scacciare la gelosia.
«Sta bene. Ha molto da fare con l’università»,
risponde Max in tono freddo.
Kimberly gli porge un bicchiere di liquore ambrato, e
lui ne beve metà in pochi secondi.
Guarda Christian con aria interrogativa. «Bourbon?»
«Solo il meglio», sorride il padrone di casa.
«Dovresti chiamare Lillian, ogni tanto. La tua
influenza le farebbe bene», dice Max a Hardin.
«Non penso che abbia bisogno dell’influenza di
qualcuno», ribatto. Lillian non mi stava molto simpatica,
perché ero gelosa, ma sento il bisogno di difenderla da
suo padre. Immagino che si riferisca all’orientamento
sessuale della figlia, e se è così mi dà molto fastidio.
«Oh, secondo me sì.» Sorride sfoderando una
dentatura sbiancata all’inverosimile. Mi appoggio ai
cuscini del divano. Questa conversazione mi ha messa a
disagio. Max è affascinante e ricco, ma nei suoi occhi e
nel sorriso si celano oscurità e malizia.
Cosa ci fa qui con Sasha, poi? È un uomo sposato; e
a giudicare dall’abito corto e dal modo in cui gli sorride,
Sasha non sembra solo un’amica.
«Lillian è la nostra babysitter!» interviene Kimberly.
«Com’è piccolo il mondo», afferma sarcastico
Hardin, cercando di sembrare disinteressato, ma mi
accorgo che ribolle di rabbia.
«Già, vero?» Max gli sorride. Il suo accento
britannico è più marcato di quello di Hardin e Christian, e
molto meno gradevole.
«Tessa, va’ al piano di sopra», bisbiglia Hardin. Max e
Kimberly si girano a guardarlo: hanno sentito il suo
ordine.
La situazione è ancora più imbarazzante di pochi
istanti fa. Ora che tutti lo hanno sentito, di sicuro non
voglio obbedire. Però conosco Hardin, e so che se non
vado di mia volontà mi ci porterà lui.
«Penso che dovrebbe restare e bere un po’ di vino, o
un goccio di questo bourbon molto pregiato e squisito»,
dice Kimberly alzandosi e andando al mobile bar. «Cosa
preferisci?» mi chiede sorridendo, e lanciando a Hardin
una palese sfida.
Lui la guarda storto e serra le labbra. Non so se ridere
o uscire dalla stanza, e vorrei fare entrambe le cose, però
Max ci guarda con più curiosità del dovuto, quindi resto
dove sono.
«Prendo un bicchiere di vino.»
Kimberly versa il vino bianco in un calice e me lo
porta.
La distanza tra me e Hardin sembra aumentare a ogni
secondo che passa, e quasi posso vedere una nube di
rabbia addensarsi intorno a lui. Bevo un sorso di vino, e
finalmente Max distoglie lo sguardo da me.
Hardin tiene gli occhi fissi sulla parete. Il suo umore è
molto diverso rispetto a quando ci siamo baciati, e
questo mi preoccupa. Pensavo che fosse contento, e
soprattutto che fosse eccitato e volesse di più, come
succede sempre sia a lui sia a me.
«Voi due vivete qui a Seattle?» chiede Sasha a Hardin.
Bevo un altro sorso di vino. Bevo parecchio,
ultimamente.
«Io no», risponde lui senza guardarla.
«Mmm, e dov’è che vivi?»
«Non a Seattle.»
Se questa conversazione avesse luogo in circostanze
diverse, lo rimprovererei per la sua maleducazione; ma al
momento ne sono felice. Sasha si acciglia e si appoggia a
Max. Lui mi guarda e la scosta delicatamente da sé.
So già che tradisci tua moglie, quindi è inutile che
tenti di essere discreto.
Sasha resta in silenzio e Kimberly lancia un’occhiata a
Christian in cerca di aiuto per deviare la conversazione
su un terreno meno ostile. «Be’…» fa il padrone di casa
schiarendosi la voce. «L’inaugurazione del locale è
andata benissimo, chi avrebbe immaginato quel
pienone?»
«È stato fantastico, e quella band… Non ricordo il
nome, ma l’ultima che ha suonato…» dice Max.
«I Reford qualcosa?…» suggerisce Kimberly.
«No, non quelli, amore», sghignazza Christian. Kim va
a sedersi sulle sue gambe.
«Be’, chiunque siano, dobbiamo scritturarli anche per
il prossimo weekend», osserva Max.
Dopo qualche minuto che parlavano d’affari, Hardin si
alza e scompare in corridoio.
«Di solito è più educato», dice Kimberly a Sasha.
«No, non lo è. Ma ci piace così», ride Christian, e
tutti facciamo altrettanto.
«Vado a…» inizio.
«Va’ pure», mi interrompe Kim, e io do la buonanotte
agli ospiti con un cenno della mano. Quando arrivo in
fondo al corridoio Hardin si è già chiuso nella stanza
degli ospiti. Indugio per un momento fuori dalla porta.
Quando mi decido a entrare, lui sta camminando avanti e
indietro nella stanza.
«Qualcosa non va?» gli chiedo.
«No.»
«Sicuro? Perché ti comporti in modo strano da
quando…»
«Sto bene. Sono solo irritato.» Si siede sul letto e
strofina i palmi delle mani sui jeans.
Mi piacciono molto i suoi nuovi jeans. Li riconosco, li
avevo visti nel suo… nel nostro armadio. Trish glieli ha
regalati per Natale, e lui li detestava.
«E perché?» chiedo a bassa voce.
«Max è un cretino», grida Hardin. Evidentemente non
gli importa se dal salotto lo sentono.
Scoppio a ridere. «Sì, è vero», bisbiglio.
«Mi stava praticamente chiedendo di prenderlo a
pugni, quando ti ha trattata in quel modo», dice con il
fiato corto.
«Non mi ha trattata male, penso che si rivolga con
quel tono a tutti», rispondo, senza tuttavia riuscire a
calmarlo.
«Be’, comunque mi sta sul cazzo, e mi girano le palle
perché avevamo una sola serata da passare insieme e la
casa è piena di gente.» Si scosta i capelli dalla fronte,
prende un cuscino e ci appoggia la testa.
«Già.» Spero che Max e la sua amante se ne vadano
presto. «È orribile che tradisca Denise, sembrava così
simpatica.»
«Capirai cosa me ne frega, è solo che lui non mi
piace.»
Mi stupisce un po’ che non gli dia fastidio un
tradimento del genere. «Non ti dispiace per lei?
Nemmeno un po’? Scommetto che non sospetta
neppure.»
Fa un gesto liquidatorio della mano e si sdraia con il
braccio dietro la testa. «Di sicuro lo sa. Max è uno
stronzo, e lei non può essere così stupida.»
Immagino la signora Denise in una grande villa tra le
colline, con indosso un vestito costoso, ben pettinata e
truccata, che aspetta il ritorno del marito fedifrago. Quel
pensiero mi rattrista, e posso solo sperare che anche lei
abbia qualcuno.
Mi stupisco di desiderare una cosa del genere, ma suo
marito è nel torto, e benché la conosca appena voglio
che sia felice, almeno un po’.
«In ogni caso è sbagliato», insisto.
«Sì, ma il matrimonio è così. Tradimenti, bugie,
eccetera eccetera.»
«Non sempre è così», puntualizzo.
«Nove volte su dieci», insiste.
Detesto questa sua visione negativa del matrimonio;
mi metto a braccia conserte e ribatto: «No, non è vero».
«Vuoi litigare di nuovo sull’argomento matrimonio?
Non mi sembra il caso.» Mi guarda negli occhi e fa un
respiro profondo.
Vorrei combattere, dirgli che si sbaglia e fargli
cambiare idea, ma so che è inutile: Hardin ha la sua
opinione sul tema fin da prima di conoscermi.
«Hai ragione, è meglio non parlarne. Soprattutto
quando sei già arrabbiato.»
«Non sono arrabbiato», sbuffa.
«Okay.»
Si alza in piedi. «Smettila di guardarmi in quel modo.»
Continuo a guardarlo storto.
«Tessa…» fa in tono minaccioso.
Ma io non cedo. Non ha il diritto di mancarmi di
rispetto. Se Max è un pallone gonfiato non è colpa mia.
È una tipica scenata alla Hardin, e stavolta non mi
lascerò piegare.
«Sei qui per una sola notte, ricordi?» gli dico, e di
colpo la durezza scompare dai suoi lineamenti. Ma
continua a fissarmi, come in attesa di un litigio. Non gli
darò questa soddisfazione.
«Merda, hai ragione, scusa», sospira infine,
stranamente calmo. «Vieni qui.» Apre le braccia, come
fa sempre, e io mi lascio stringere come non facevo da
molto tempo. Mi abbraccia in silenzio e appoggia il
mento sulla mia testa. Il suo profumo è inebriante, il suo
respiro si è placato dopo quel breve sfogo, e il suo fiato è
caldo, caldissimo.
Dopo qualche secondo, o forse qualche minuto, si
separa da me e mi solleva il mento con due dita. «Mi
dispiace se ti ho trattata male. Non so cosa mi prende.
Max mi fa andare fuori di testa, o forse è perché
abbiamo dovuto fare i babysitter, o per via di
quell’odiosa Stacey, non lo so. Però mi dispiace.»
«Sasha», lo correggo sorridendo.
«Fa lo stesso, resta comunque una puttana.»
«Hardin!» esclamo dandogli una pacca sul petto. I
suoi muscoli sono più sodi di quanto ricordassi. Si allena
in palestra ogni giorno… per un attimo lo immagino
senza maglietta e mi domando se il suo corpo sia
cambiato dall’ultima volta che l’ho visto.
«Dicevo per dire», minimizza accarezzandomi il
mento. «Mi dispiace davvero. Non voglio rovinare il
poco tempo che passo con te. Mi perdoni?»
Arrossisce, e la sua voce è così pacata, le sue carezze
sono così delicate, ed è tutto stupendo. Chiudo gli occhi
e lascio che le sue dita seguano il contorno delle mie
labbra.
«Rispondimi.»
«Ti perdono sempre, no?» mormoro. Poso le mani sui
suoi fianchi, premo i pollici sulla pelle nuda sotto la
maglietta. Mi aspetto di sentire le sue labbra sulle mie,
ma quando apro gli occhi vedo che mi guarda
circospetto. Esito, ma poi chiedo: «Qualcosa non va?»
«Ho fatto…» Si interrompe. «Ho mal di testa.»
«Vuoi prendere qualcosa? Posso chiedere a Kim
se…»
«No, lascia perdere lei. Forse ho solo bisogno di
dormire. È tardi, comunque.»
A quelle parole mi sento morire. Cosa gli prende, e
perché non vuole più baciarmi? Poco fa mi ha detto che
non voleva rovinare il poco tempo che abbiamo, e ora
vuole andare a dormire?
«Okay», sospiro. Non lo pregherò di passare del
tempo con me. Il suo rifiuto mi ferisce, e avverto il
bisogno di stare un momento da sola, senza il suo alito di
menta sulle guance e i suoi occhi verdi che mi
ipnotizzano togliendomi la capacità di giudizio.
Ma esito ancora un po’: aspetto che mi chieda se può
dormire nella mia stanza, o io nella sua.
Non lo fa. «Ci vediamo domattina, allora?»
«Sì, certo.» Esco da lì prima di umiliarmi
ulteriormente, e mi chiudo in camera mia. E siccome
sono patetica, torno indietro e giro la chiave per riaprire
la porta, perché spero che forse, chissà, verrà da me.
13
Hardin

MERDA.
Merda.
È tutta la settimana che mi sforzo di trattenere la
rabbia, e più o meno ci stavo riuscendo. Ma continua a
tornarmi in testa Zed. So bene che questa ossessione è
una pazzia, e senza dubbio anche Tessa la penserebbe
così se le dicessi cos’è che mi agita tanto. Non è solo
Zed: è anche Max e il tono sarcastico che usa con Tessa;
e poi quella sua puttana, e il modo in cui mi fissa; e
Kimberly, che mi ha sfidato quando ho detto a Tessa di
andare di sopra. Tutto questo è una fottuta scocciatura,
e il mio autocontrollo sta per finire. Ho i nervi a fior di
pelle, e l’unico modo per rilassarmi è prendere a pugni
qualcosa o affondare nella mia Tessa e dimenticare tutto
il resto; ma non posso fare neanche quello. Dovrei essere
dentro di lei in questo momento, spingere e spingere
finché sorge il sole, per dimenticare la settimana
d’inferno che ho passato senza di lei.
E ovviamente ho rovinato anche questa serata. Ma è
quello che faccio sempre, perciò lei non si sarà stupita.
Mi sdraio sul letto e guardo alternativamente il soffitto
e l’orologio. Arrivano le due di notte. Le insopportabili
voci che provenivano dal salotto si sono zittite più di
un’ora fa, e con sollievo ho sentito quella gente
andarsene, e poi i passi di Christian e Kimberly sulle
scale.
La percepisco, dall’altra parte del corridoio. Tessa mi
chiama a sé, mi attira come una calamita. Ma devo
resistere. Scendo dal letto e infilo gli shorts neri puliti che
lei ha ripiegato e posato sul comò. So che da qualche
parte, in questa casa enorme, Vance ha una palestra.
Devo trovarla, prima di impazzire del tutto.
14
Tessa

NON riesco a dormire. Ho provato a chiudere gli occhi e


a lasciare fuori il mondo, a mettere da parte il caos e lo
stress della mia incasinatissima vita sentimentale, ma non
ce la faccio. È impossibile. È impossibile contrastare la
forza irresistibile che mi attira verso la stanza di Hardin,
mi implora di stargli vicino. Ultimamente lui è così
scostante, e devo sapere perché. Devo sapere se si
comporta in questo modo per colpa mia, per qualcosa
che ho fatto o che non ho fatto. Devo sapere che non
c’entra niente Sasha e il suo vestitino dorato, e che
Hardin non ha perso interesse nei miei confronti.
Devo sapere.
Incerta, scendo dal letto e accendo la lampada sul
comodino. Mi lego i capelli con l’elastico che ho al
polso. Più silenziosamente possibile, attraverso il
corridoio e giro piano la maniglia della stanza degli ospiti.
Si apre con un cigolio, e con mia grande sorpresa la luce
è accesa e il letto vuoto. Le coperte e le lenzuola nere
sono ammonticchiate ai piedi del letto, e Hardin non c’è.
Sento un crampo allo stomaco al pensiero che abbia
lasciato Seattle e sia tornato a casa… a casa sua. So che
le cose tra noi erano complicate, ma dovremmo poter
parlare di questa sua inquietudine, qualunque ne sia la
causa. Mi guardo intorno e con sollievo mi accorgo che
la sua borsa c’è ancora: i vestiti puliti e piegati sono
caduti a terra, ma almeno ci sono.
Da quando è arrivato, Hardin sembra cambiato in
meglio: è più dolce, più calmo, e mi ha persino chiesto
scusa senza che dovessi tirargli fuori le parole di bocca.
Anche se nelle ultime ore è stato freddo e scostante, non
posso ignorare la trasformazione positiva che una
settimana di lontananza ha provocato.
Lo cerco in corridoio. La casa è immersa nel buio, a
eccezione delle luci notturne disposte lungo le pareti. I
bagni, il salotto e la cucina sono deserti, e dal piano
superiore non si sente alcun rumore. Ma lui dev’essere di
sopra… magari in biblioteca.
Sperando di non svegliare nessuno vado a controllare;
proprio mentre sto uscendo dalla biblioteca, dove non
c’è nessuno, vedo un fascio di luce filtrare da sotto la
porta in fondo al lungo corridoio. Nella mia breve
permanenza non avevo mai visitato questa parte della
casa, ma mi sembra che Kimberly abbia detto che qui ci
sono il cinema e la palestra. A quanto pare Christian
passa ore ad allenarsi.
La porta non è chiusa a chiave, e quando la spingo si
apre. Mi assale il terrore di trovarci Christian anziché
Hardin: sarebbe molto imbarazzante, e prego che non
succeda.
Tutte e quattro le pareti sono rivestite di specchi dal
pavimento al soffitto, e lungo i muri ci sono grandi e
inquietanti macchine tra cui riconosco solo un tapis
roulant. La parete di fondo è tappezzata di pesi e
manubri, e gran parte del pavimento è imbottito. Alzo gli
occhi sullo specchio e mi si ferma il cuore. Hardin…
anzi, quattro Hardin, riflessi negli specchi. È a torso
nudo e fa movimenti rapidi e aggressivi. Ha le mani
fasciate con lo stesso nastro adesivo nero che vedo ogni
giorno sulle mani di Christian.
Mi volta le spalle, i muscoli sodi si tendono sotto la
pelle chiara. Sta tirando calci al sacco nero appeso al
soffitto. Poi inizia a colpirlo con il pugno: a ogni suo
colpo segue un forte tonfo, che subito Hardin ripete con
l’altro pugno. Lo guardo mentre continua a sferrare calci
e pugni al sacco: sembra così arrabbiato, e accaldato, e
sudato, e io non riesco più a pensare lucidamente.
Sferra un calcio con la gamba sinistra, poi con la
destra, e poi entrambi i pugni, un movimento fluido e
armonioso. La pelle è madida di sudore, il petto e
l’addome sono più definiti, più muscolosi di come li
ricordavo. È diventato… più grosso. La catena di metallo
che regge il sacco sembra che debba spezzarsi sotto i
colpi. Ho la bocca secca e i pensieri annebbiati. Lo
guardo e ascolto i grugniti rabbiosi che emette a ogni
pugno.
Forse per il gemito che mi lascio sfuggire, o forse
perché ha percepito la mia presenza, si blocca. Il sacco
continua a dondolare, e Hardin lo ferma con una mano
senza smettere di guardarmi.
Non voglio essere la prima a parlare, ma lui non mi
lascia scelta, perché continua a fissarmi con sguardo
arrabbiato.
«Ciao», dico con voce roca e incerta.
«Ciao», risponde con il fiatone.
«Cosa… ehm…» Cerco di stare calma. «Cosa stai
facendo?»
«Non riuscivo a dormire. E tu cosa ci fai in piedi?»
Raccoglie la maglietta nera da terra e la usa per
asciugarsi il sudore dal viso. Deglutisco. Non riesco a
staccare gli occhi dal suo corpo sudato.
«Be’, lo stesso. Non riuscivo a dormire.» Accenno un
sorriso e sposto lo sguardo sul suo torace muscoloso
che si alza e si abbassa al ritmo dei respiri.
Annuisce, ma senza guardarmi negli occhi. «Ho fatto
qualcosa di male?» gli chiedo. «Se sì, possiamo parlarne
e chiarirci.»
«No, tu non hai fatto niente.»
«Allora dimmi cos’hai, per favore, Hardin. Devo
sapere cosa succede.» Mi sforzo di sembrare più sicura
di me di quanto sono in realtà. «Hai… Lascia stare.»
Sotto il suo sguardo, quel briciolo di sicurezza che avevo
svanisce del tutto.
«Ho cosa?» Si siede su quella che penso sia una panca
per il sollevamento pesi. Si pulisce di nuovo il viso con la
maglietta, poi se la avvolge intorno alla testa, sui capelli
bagnati.
Quella fascia improvvisata è stranamente carina, tanto
che fatico a parlare. «È solo che inizio a domandarmi
se… non so, se magari tu… se ti piaccio meno di
prima.» La domanda suonava molto meglio nella mia
testa: detta a voce alta è patetica, mi fa sembrare
bisognosa d’affetto.
«Eh?» fa posando le mani sulle ginocchia. «Ma cosa
stai dicendo?»
«Sei ancora attratto da me… fisicamente?» gli chiedo.
Non mi vergognerei tanto, non mi sentirei così insicura,
se poche ore prima non mi avesse respinta. E se Miss
Gambe Lunghe e Vestito Corto non gli avesse sbavato
dietro in mia presenza. E poi, il modo in cui lui la
guardava…
«Ma cosa… Come ti viene in mente?» Ha ancora il
fiato corto, e i due uccelli tatuati sotto le clavicole
sembrano battere le ali al ritmo dei respiri.
«Be’…» Faccio qualche passo avanti nella stanza ma
sto attenta a non avvicinarmi troppo a lui. «Prima…
quando ci stavamo baciando… ti sei fermato, e da allora
non mi hai quasi più toccata, e te ne sei andato a
dormire.»
«Pensi davvero che non mi senta più attratto da te?»
Fa per aggiungere qualcosa, ma ci ripensa.
«Sì, mi è venuto questo sospetto.» Tengo gli occhi
bassi, improvvisamente affascinata dal pavimento
imbottito.
«È un’assurdità, cazzo. Guardami», dice. Alzo gli
occhi e lui sospira. «Non so proprio come possa esserti
venuta in mente un’idea del genere, Tessa.» Sembra
riflettere, poi aggiunge: «Be’, forse è per il modo in cui ti
ho trattata prima, ma non è vero: non potrebbe essere più
lontano dalla verità».
Il dolore che mi opprime il petto inizia lentamente a
dissolversi. «Allora cos’hai?»
«Mi crederai morboso.»
Oh, no.
«Perché? Dimmelo, per favore.»
Si passa le dita sulla barba di un giorno o due, e dice:
«Stammi a sentire fino alla fine prima di arrabbiarti, va
bene?»
Malgrado i pensieri paranoici che si stanno facendo
strada in me, faccio cenno di sì.
«Ho fatto un sogno… Be’, in realtà era un incubo…»
Mi si stringe il cuore. Da un lato sono sollevata che il
problema sia stato un incubo e non una cosa reale, ma
dall’altro mi dispiace molto per lui. È rimasto solo per
tutta la settimana, ed è terribile che gli incubi siano
tornati a tormentarlo.
«Continua.»
«Ho sognato te… e Zed.»
Oddio. «In che senso?»
«Lui era nel nostro… nel mio appartamento, e
tornando a casa l’ho trovato tra le tue gambe. Tu
mugolavi il suo nome, e…»
«Okay, okay, ho capito», dico alzando una mano per
fermarlo.
«No, lascia che ti racconti.»
Mi mette molto a disagio dover ascoltare Hardin che
parla di me e Zed a letto insieme, ma se ritiene di
dovermi dire di più – se questo lo aiuterà a stare meglio –
allora sono disposta ad ascoltarlo.
«Era sopra di te, ti scopava, nel nostro letto. Tu dicevi
di amarlo.» Fa una smorfia.
Tutta la tensione e tutte le stranezze del
comportamento di Hardin dal momento in cui è arrivato a
Seattle erano provocate da un sogno su me e Zed?
Almeno ora capisco perché l’altra notte pretendeva che
telefonassi a Zed per dirgli di non venire a trovarmi.
Guardando il ragazzo tormentato di fronte a me, che
si tiene la testa tra le mani, sento dissolvere i sospetti e la
frustrazione come zucchero sulla lingua.
15
Hardin

IL mio nome le sfugge dalle labbra, leggero come un


respiro, accarezzato dalla lingua. Come se in quella
parola avesse racchiuso tutti i sentimenti che prova per
me, tutte le volte che l’ho toccata, tutte le volte che ha
dimostrato di amarmi… anche se una parte di me non
riesce ancora a crederci.
Si avvicina, e con sguardo comprensivo chiede:
«Perché non me l’hai detto prima?»
Tengo gli occhi bassi e giocherello con il nastro
avvolto intorno alle mie mani.
«Era solo un sogno. Sai bene che una cosa del genere
non succederebbe mai davvero», continua.
La guardo e sento ancora una pressione opprimente
negli occhi, nel petto. «Non riesco a togliermelo dalla
testa. Per tutto il tempo lui si prendeva gioco di me, mi
sorrideva mentre ti scopava.»
Si tappa le orecchie, poi abbassa lentamente le
braccia. «Secondo te perché hai fatto questo sogno?»
«Non lo so, probabilmente perché tu gli avevi
permesso di venire qui a trovarti.»
«Non sapevo cos’altro dirgli, ed eravamo… be’,
siamo ancora in questa situazione strana», mormora.
«Non voglio che ti si avvicini. So che non è giusto,
ma non me ne frega niente. Dico sul serio, Zed è un
limite invalicabile per me, e lo sarà sempre. Non c’è
kickboxing che possa farmi cambiare idea. Situazione
strana o no, tu sei solo mia. Non soltanto sessualmente,
in tutto. Non sopporto che tu provi sentimenti di
qualsiasi genere per quel tipo.»
«Non l’ho più visto da quando mi ha portata a casa di
mia madre… quella sera», mi ricorda.
Malgrado le sue rassicurazioni, il panico dentro di me
non accenna a placarsi. Faccio lunghi respiri per tentare
di calmarmi.
Fa un passo verso di me, ma resta appena fuori
portata delle mie mani. «Se può aiutarti a scacciare questi
pensieri, gli dirò di non venire.»
Guardo il suo viso bellissimo. «Davvero?» Mi
aspettavo che avrebbe opposto maggior resistenza.
«Davvero. Non voglio vederti soffrire così.» Mi fissa
il petto con aria nervosa, poi sposta di nuovo lo sguardo
sul mio volto.
«Vieni qui», le dico.
Ma lei si muove troppo lentamente, perciò la prendo
per il gomito e la tiro a me.
Il mio respiro non è ancora tornato normale e ho
l’adrenalina in circolo. Mi fanno male le mani e i piedi per
i pugni e i calci che ho tirato a quel maledetto sacco,
eppure non mi sono ancora liberato dalla rabbia. C’è
qualcosa in qualche angolo nascosto della mia mente che
mi tormenta e non mi permette di smettere di provare
rancore verso Zed.
È così finché le labbra di Tessa si posano sulle mie.
Inaspettatamente, mi affonda la lingua in bocca, e mi tira
con forza i capelli bagnati di sudore. Mi sfila la maglietta
che aveva sistemato a mo’ di fascia e la getta a terra.
«Tessa…» La scosto da me spingendola
delicatamente sul petto. Lei mi guarda a occhi stretti.
Torna a piazzarsi davanti a me senza dire nulla, poi
sibila: «Non tollero che tu mi respinga per colpa di un
sogno, Hardin. Se non mi vuoi più, okay: ma così non ha
senso».
La sua rabbia è immotivata, eppure mi smuove
qualcosa dentro: mi fa andare il sangue dritto all’uccello.
Voglio questa donna fin dall’ultima volta che sono stato
dentro di lei, e ora eccola qui, e mi vuole anche lei, e si
arrabbia perché non le concedo ciò che desidera.
Sentirla venire mentre siamo al telefono non mi
basterà mai: devo toccarla.
Dentro di me infuria una battaglia. Con un’energia
selvaggia che divampa come fuoco nelle mie vene, dico:
«Non ci riesco, Tessa. So che è una stupidaggine…»
«Scopami, allora», mi interrompe, lasciandomi
sbigottito. «Scopami finché dimentichi quel sogno,
perché sei qui per una sola notte, e mi sei mancato, ma
sei troppo impegnato a immaginarmi con Zed per darmi
le attenzioni che voglio.»
«Le attenzioni che vuoi?» ribatto in tono aspro. Sono
parole ridicole e false. Lei non ha idea di quante volte mi
sono fatto le seghe, immaginando la sua voce
all’orecchio che mi diceva quanto bisogno ha di me,
quanto mi ama.
«Sì, Hardin. Le attenzioni che voglio», scandisce.
«E cos’è che vuoi, di preciso?» le chiedo, sentendomi
quasi in imbarazzo sotto il suo sguardo duro.
«Voglio che tu passi del tempo con me senza essere
ossessionato da Zed, voglio che mi tocchi e mi baci
senza tirarti indietro. Ecco cosa voglio, Hardin.» Fa il
broncio e mette le mani sui fianchi. «Voglio che tu mi
tocchi: tu e soltanto tu», aggiunge, rilassandosi
leggermente.
Quelle parole rassicuranti e lusinghiere iniziano a
scacciare i pensieri cupi dalla mia mente, e comincio a
capire quanto assurda è la situazione in cui ci troviamo.
Lei è mia, non sua. Lui se ne sta da solo chissà dove,
mentre io sono qui con lei, e lei vuole me. Non riesco a
staccare gli occhi dalle sue labbra carnose, dal suo
sguardo torvo, dalla curva morbida delle sue tette sotto la
t-shirt bianca e sottile. La t-shirt che dovrebbe essere
una delle mie, invece non lo è. E anche questa è colpa
della mia testardaggine.
La mia ragazza un po’ timida – che sotto sotto è una
grandissima porca – mi si avvicina e mi guarda
aspettando una risposta; intanto mi posa una mano sulla
spalla e mi spinge all’indietro per sedersi in braccio a me.
Al diavolo. Non me ne frega niente di quei sogni e
delle nostre stupide regole sulla distanza. Non voglio altro
che lei e me, me e lei: Tessa e Hardin, con tutti i suoi
fottuti problemi.
Le sue labbra si posano sul mio collo, e io la prendo
per i fianchi. Nell’ultima settimana, ho immaginato tante
volte di trovarmi in questa situazione: ma nessuna
fantasia reggerà mai il confronto con la sua lingua che mi
sfiora la spalla e raggiunge quel punto sensibile sotto
l’orecchio.
«Chiudi a chiave», le ordino, mentre si struscia contro
di me e mi mordicchia il collo. Sono duro come una
roccia, nonostante i suoi ridicoli pantaloni di flanella, e ho
bisogno di lei. Subito.
Sento una pulsazione dolorosa tra le gambe quando
Tessa alza e va velocemente alla porta per fare come le
ho detto. Appena torna, non perdo un solo secondo: le
sfilo i pantaloni e gli slip.
«È una settimana che soffro, pensando a te così»,
mormoro, mangiando con gli occhi ogni millimetro del
suo corpo seminudo. «Bellissima», aggiungo incantato.
Mentre si toglie la maglietta, mi chino a baciarla sulla
curva morbida del fianco e lei rabbrividisce. Allunga una
mano dietro la schiena per slacciarsi il reggiseno.
Cazzo. Non ricordo di essermi mai sentito così
impaziente, eppure ho fatto l’amore con lei un sacco di
volte. Nemmeno quando mi ha svegliato prendendomelo
in bocca ho provato gli istinti animaleschi che mi
travolgono adesso.
Le prendo un seno tra le labbra e l’altro nella mano, e
lei mi posa le mani sulle spalle per tenersi in equilibrio
mentre la mordicchio.
«Oddio», mugola, affondando le unghie nelle mie
spalle, e io succhio più forte. «Più giù, per favore.»
Spinge leggermente la mia testa verso il basso, e io la
stuzzico con i denti. La accarezzo con delicatezza sotto il
seno, piano piano… La torturo per punirla di avermi
eccitato in questo modo.
Solleva i fianchi e io scorro un po’ verso il basso,
finché la mia bocca arriva all’altezza giusta per premere
contro il punto magico tra le sue cosce. Con un gemito
sommesso mi incoraggia a proseguire, e io succhio e
assaporo. È così bagnata, così calda, così dolce.
«Le tue dita non ti hanno soddisfatta fino in fondo,
vero?» le chiedo staccandomi da lei. Tessa fa un grande
respiro, i suoi occhi grigio-azzurri mi guardano mentre
piego la testa di lato e faccio scorrere la lingua sul suo
inguine.
«Non tormentarmi», si lamenta, tirandomi ancora i
capelli.
«Ti sei toccata di nuovo, questa settimana, dopo la
nostra telefonata?» la provoco. Lancia un gridolino
quando la mia lingua si posa esattamente dove lei la
vuole.
«No.»
«È una bugia.» Dal rossore che invade le sue guance,
e dal suo sguardo che saetta verso gli specchi alla parete,
intuisco che non mi dice la verità. Si è masturbata, dopo
quella volta al telefono… e immaginarla lì, a gambe
larghe, che si tocca come le ho insegnato… mi strappa
un gemito mentre sono ancora sulla sua pelle calda.
«Solo una volta», mente ancora.
«Che peccato…» dico tirandomi via da lei.
«Tre volte, va bene?» ammette imbarazzata.
«E a cosa pensavi? Cosa ti ha fatta venire?» chiedo
con un ghigno.
«Tu, solo tu.» Nei suoi occhi c’è speranza e avidità.
Quell’ammissione mi rende felice, e mi dà ancora più
voglia di soddisfarla. So che riuscirei a farla venire in
meno di un minuto solo con la lingua, ma non è quello
che voglio. Dopo un ultimo bacio tra le sue gambe, mi
alzo. Tessa è completamente nuda, e gli specchi…
merda, gli specchi riflettono il suo corpo perfetto tutto
intorno a me, moltiplicando per dieci quelle curve
sinuose. La sua pelle liscia mi circonda da ogni direzione,
e mi spinge a togliermi shorts e boxer con una mano
sola. Inizio a strappare il nastro adesivo intorno alle
nocche, ma lei mi ferma con una mano.
«No, lascialo», mi chiede, con una scintilla vogliosa
negli occhi. Allora le piace il nastro adesivo… o forse le
piace guardarmi mentre mi alleno… oppure gli specchi…
Esaudisco il suo desiderio, la bacio e la faccio sdraiare
con me sul pavimento imbottito.
Mi accarezza il petto, e i suoi occhi assumono un
colore grigio fumo. «Il tuo corpo è cambiato.»
«Mi alleno solo da una settimana», rispondo, e la
faccio girare, nuda sotto di me.
«Ma si vede già la differenza…» Si passa la lingua
sulle labbra carnose, in un modo così sensuale che non
esito a spingermi contro di lei per farle sentire quanto
sono duro. È così liscia e così bagnata che basterà un
colpo di reni e sarò finalmente dentro di lei.
Poi mi ricordo.
«Merda, non ho profilattici qui», dico premendo il
viso sulla sua spalla.
Lei fa un lamento, ma poi mi abbraccia. «Ho bisogno
di te», mormora leccandomi le labbra.
Mi faccio strada nella sua carne calda e bagnata, e la
riempio lentamente.
«Però…» inizio a dire, ma lei chiude gli occhi e io mi
lascio travolgere dalle sensazioni, e con una spinta ben
assestata vado più a fondo possibile dentro di lei.
«Quanto mi sei mancata», ansimo. Non mi abituerò
mai a sentirla così calda e morbida senza la barriera del
profilattico. Tutto il mio buonsenso, tutte le ammonizioni
date a me stesso e a lei sono svaniti. Mi bastano pochi
secondi e qualche altra spinta nel suo corpo voglioso, poi
mi fermerò.
Mi sollevo reggendomi sulle braccia. Voglio osservarla
mentre entro ed esco da lei. Solleva la testa dal
pavimento e fissa il punto in cui i nostri corpi sudati si
uniscono.
«Guardati allo specchio», le dico. Mi fermerò, fra
altre tre… okay, quattro spinte. Non riesco a stare fermo
quando gira la testa per osservare il nostro riflesso sulla
parete. Il suo corpo è così morbido e perfetto, così
pulito senza le macchie nere che ricoprono il mio. Siamo
la personificazione dell’amore, il diavolo e l’angelo, e non
sono mai stato tanto innamorato di lei come in questo
momento.
«Lo sapevo che ti piaceva guardare, anche quando lo
fai da sola. Lo sapevo, cazzo.»
Affonda le dita nella mia schiena per tirarmi più
vicino, per farmi andare più in fondo. Merda, ora devo
proprio smettere: sento la pressione intensificarsi e
addensarsi nell’inguine, adesso che ho scoperto una delle
sue fantasie. Devo fermarmi…
Esco lentamente da lei, assaporando e lasciandole
assaporare un ultimo momento di piacere. Smette subito
di lamentarsi quando la penetro con le dita. «Ora ti faccio
venire e poi ti porto nel tuo letto», le prometto. Fa un
sorriso pigro e torna a guardarmi nello specchio.
«Fa’ piano, piccola, o sveglierai tutti», bisbiglio.
Adoro i versi che fa, il modo in cui mugola il mio nome,
ma non voglio che i Vance vengano a bussare alla porta.
Pochi secondi dopo sento i suoi muscoli contrarsi
intorno alle mie dita. Continuo a succhiare e
mordicchiare il suo punto più sensibile, e lei mi tira i
capelli e mi guarda mentre la scopo con le dita, e alla fine
viene, e ripete ansimando il mio nome.
16
Tessa

LASCIA una scia di saliva sul mio ventre e sul petto, poi
mi bacia dolcemente sulla tempia. Resto sdraiata con lui
sul pavimento, cercando di riprendere fiato e di
ripercorrere mentalmente la catena di eventi che ci ha
condotti a questo momento. Volevo davvero affrontare
una conversazione seria con lui, sui suoi… no, sui nostri
problemi di comunicazione, ma dopo averlo visto
aggredire quel sacco da pugilato mi sono ritrovata a
ripetere il suo nome nel giro di pochi minuti.
Mi appoggio sul gomito e abbasso lo sguardo su di lui.
«Voglio ricambiare il favore.»
«Accomodati.» Sorride, le labbra ancora bagnate di
me.
Lo prendo in bocca all’istante, senza lasciargli il
tempo di un respiro.
«Wow», ansima. Distratta da quel gemito sensuale,
apro troppo la bocca e lui scivola fuori, scorrendomi
sulla lingua. Solleva i fianchi dal pavimento e si spinge di
nuovo nella mia bocca.
«Per favore, Tess», mormora con voce implorante.
Sento il mio sapore su di lui, ma quasi non me ne
accorgo, perché sta mugolando il mio nome.
«Non… Cazzo, non durerò ancora per molto»,
ansima, e io aumento il ritmo. Poco dopo, troppo presto,
mi tira per i capelli e mi fa alzare la testa.
«Ora ti vengo in bocca, poi ti porto a letto e ti scopo
di nuovo.» Mi passa il pollice sulle labbra e io glielo
mordicchio. Piega la testa all’indietro e mi tira i capelli
con più forza mentre continuo a succhiarlo.
Lo sento fremere e irrigidire le gambe: ci siamo quasi.
«Cazzo, Tessa… è così bello, piccola», ansima, e poi il
suo liquido caldo invade la mia bocca. Lo bevo fino
all’ultima goccia, poi mi alzo in piedi asciugandomi la
bocca.
«Vestiti», mi ordina, lanciandomi il reggiseno.
Mentre ci rivestiamo rapidamente, lui mi guarda, e
neanch’io riesco a staccare gli occhi da lui.
«Pronta?»
Annuisco. Hardin spegne la luce, richiude la porta alle
nostre spalle come se in quella stanza non fosse
successo niente, e mi conduce in corridoio.
Camminiamo in un silenzio senza imbarazzi, molto
diverso dalla tensione che c’era prima. Appena arriviamo
davanti alla mia stanza mi ferma prendendomi per il
gomito.
«Avrei dovuto parlarti di quell’incubo, anziché
allontanarmi da te», mi dice. Anche nella penombra,
leggo la sincerità nei suoi occhi.
«Dobbiamo imparare entrambi a comunicare meglio.»
«Sei troppo comprensiva, non lo merito», bisbiglia. Mi
prende una mano e la posa sul suo viso. Mi bacia le
nocche, una dopo l’altra, e io sento cedermi le gambe.
Apre la porta e mi conduce al letto.
17
Tessa

LE mani di Hardin sono ancora coperte da quel ruvido


nastro protettivo, eppure sono così morbide intorno alle
mie dita.
«Spero di non averti stancata troppo.»
«No.» La tensione che sentivo in corpo è quasi
svanita sotto le sue carezze. Ma ho ancora bisogno di lui.
Ho sempre bisogno di lui.
«Così va bene, vero? Insomma, hai detto che volevi
spazio… e questo non è proprio spazio.» Mi abbraccia e
restiamo in piedi accanto al letto, titubanti.
«Abbiamo ancora bisogno di spazio, ma adesso è
questo che voglio», spiego. Immagino che non abbia
molto senso per lui, perché non ne ha nemmeno per me:
soprattutto adesso che è qui, con la sua presenza
magnetica.
«Anch’io», sussurra, iniziando a baciarmi sul collo.
«Ci fa bene… stare così vicini», bisbiglia. Mi abbraccia e
mi fa sdraiare sul letto. Sento che diventa duro contro la
mia gamba: è pronto a ricominciare, e lo sono pure io.
«Mi sei mancata tanto, cazzo… mi è mancato il tuo
corpo», sussurra. Mi sfila la maglietta, districandola con
attenzione dai capelli, e scioglie la mia coda di cavallo. Mi
bacia dolcemente sulla fronte: il suo umore è cambiato
rispetto a quando eravamo in palestra. Lì era
determinato, sexy e prepotente, ma adesso è il mio
Hardin, il ragazzo buono e gentile che si nasconde dietro
una maschera di arroganza.
«Il tuo cuore batte fortissimo quando ti tocco…» le
sue labbra sono a un millimetro dalle mie e le sue dita mi
premono sul collo, dove pulsa l’arteria «…soprattutto
quando ti tocco qui…» Fa scivolare l’altra mano sul mio
ventre e sul davanti dei pantaloni del pigiama.
«Sei sempre così pronta per me», sospira, facendo
scorrere su e giù il dito medio. Sento la mia pelle
avvampare… un bruciore lieve ma costante, in risposta
al suo tocco delicato. Sfila il dito e se lo porta alla bocca.
«Sei così dolce», dice leccandoselo.
Sa esattamente cosa mi sta facendo: conosce l’effetto
che mi fanno le sue parole spinte, ed è bravissimo a
farmi bruciare di desiderio.
18
Hardin

SO esattamente cosa le sto facendo. So che adora le mie


volgarità, e quando la guardo non tenta neppure di
nasconderlo.
«Sei proprio una brava ragazza», dico con un sorriso
oscuro, strappandole un gemito senza neppure toccarla.
«Dimmi cosa vuoi», le bisbiglio all’orecchio. Sento
pulsare le sue vene sotto la pelle. La sto facendo
impazzire, e questo mi piace tremendamente.
«Te», mormora con voce disperata e appena
percettibile.
«Voglio andarci piano. Voglio farti sentire ogni istante
in cui sei rimasta lontana da me.» Le strattono i pantaloni
del pigiama e le rivolgo uno sguardo autoritario. Senza
dire una parola se li sfila. Poi premo il pollice sugli slip di
cotone e glieli strappo via. Ha gli occhi spalancati, le
labbra gonfie per i miei baci. La forza del mio movimento
la strattona verso di me e lei si aggrappa alle mie braccia
stringendole con le sue piccole mani.
«Prendi il profilattico», mi ricorda.
Merda, è nell’altra stanza: quella in cui nessuno poteva
aspettarsi che dormissi davvero, con Tessa a pochi metri
da me. Stranamente, però, al mio arrivo ho trovato il
comodino pieno di profilattici.
«Prendilo tu», dico, sapendo benissimo che non la
lascerei mai uscire in corridoio mezza nuda. Le slaccio il
reggiseno, glielo sfilo e lo butto a terra.
«Profil…» inizia a ripetere.
Ma si interrompe di colpo quando le succhio un
capezzolo. È così sensibile al mio tocco, e voglio
assaporare ogni istante.
«Shhh…» La zittisco con un morso leggero.
Ma dopo un momento mi alzo in piedi, senza perdere
tempo a vestirmi… ho ancora i boxer.
Torno nella stanza con quattro profilattici. Forse ho
peccato di ambizione… ma a giudicare da come Tessa si
comporta stasera, potrebbero anche servirci tutti.
«Mi sei mancato», dice con un sorriso timido. Una
scintilla di imbarazzo attraversa i suoi occhi quando si
rende conto di averlo pronunciato a voce alta.
«E tu sei mancata a me», replico, e suona sdolcinato
quanto mi aspettavo.
Senza perdermi in altre smancerie torno a letto da lei,
che è seduta con la schiena appoggiata alla testiera e le
ginocchia leggermente piegate. È nuda, coperta solo dalle
lenzuola di raso color crema, che si fondono con il
pallore della sua pelle.
Ci vuole tutto il mio autocontrollo per non tuffarmi su
di lei, strappare via le lenzuola e prendere ciò che mi
appartiene. Voglio che la serata… be’, la mattina,
ormai… fili liscia, e non ho intenzione di correre.
Le sorrido e Tessa mi rivolge uno sguardo dolce e
caldo, le guance arrossate. Appena la raggiungo sul letto,
afferra l’elastico dei miei boxer e inizia a tirarli giù. Me li
toglie e li butta da parte, poi mi prende in mano,
stringendo delicatamente.
«Wow», mormoro, e per un momento non riesco a
pensare a nient’altro che al suo tocco. Muove lentamente
il polso su e giù: è fantastico che sappia perfettamente
come toccarmi. Si sdraia, senza perdere il ritmo, e io le
porgo il profilattico.
Si morde il labbro e me lo infila. Io impreco tra me,
rimproverando lei e me stesso per non aver ancora
sistemato la questione della pillola. Ora che l’ho sentita
pelle contro pelle, non riesco più a farne a meno.
Mi monta a cavalcioni, e sta per calarsi su di me.
«Aspetta…» La fermo prendendola per i fianchi e la
faccio sdraiare accanto a me.
«Che c’è?» domanda confusa.
«Niente… ma prima voglio baciarti un altro po’», la
rassicuro, posandole una mano sulla nuca per avvicinare
il suo viso al mio. La bacio ancora, mi impongo di andare
piano. Lì, con il suo corpo nudo premuto contro il mio,
mi prendo un momento per riflettere sul fatto che,
nonostante tutte le sofferenze che le ho inflitto, lei è
ancora qui, non se n’è andata, ed è ora di ricompensarla.
Mi reggo su un braccio e mi sdraio sopra di lei,
divaricandole le gambe con un ginocchio.
«Ti amo così tanto… Lo sai ancora, vero?» le chiedo
tra un bacio e l’altro.
Annuisce, ma per un istante orribile mi torna in mente
la faccia di Zed. La sua confessione d’amore per la mia
Tessa, e lei che la accetta con gratitudine. Ti amo
anch’io, mugolava. Un brivido mi corre lungo la schiena.
Mi fermo.
Vedendomi esitare, affonda le dita tra i miei capelli e si
appropria della mia bocca.
«Torna da me», mi supplica.
Non ho bisogno di sentire altro.
Tutto il mondo svanisce, a parte la morbidezza del suo
corpo sotto il mio, il suo corpo bagnato mentre mi
spingo lentamente in lei. È una sensazione
impareggiabile. Non importa quante volte la prendo, non
mi basterà mai.
«Ti amo», ripete. Passo un braccio sotto la sua
schiena per stringerla il più possibile a me. Mi lecco le
labbra secche e affondo di nuovo la testa nel suo collo,
sussurrandole all’orecchio cose spinte e baciandola ogni
volta che mugola il mio nome.
La tensione sta raggiungendo il culmine, e ogni mia
fibra sembra prendere fuoco. Le unghie di Tessa
affondano nella mia schiena, nelle spalle, come se
cercasse le parole tatuate sulla mia pelle. Le parole
dedicate a lei e soltanto a lei: Non voglio mai più
separarmi da te. E farò tutto il necessario per mantenere
questa promessa indelebile.
Mi sollevo per guardarla. Tengo una mano sulla sua
schiena e con l’altra le accarezzo il seno e mi fermo
appena sotto la gola.
«Dimmi che sensazione dà», le chiedo a bassa voce.
È difficile resistere al piacere che mi scorre nelle vene,
ma voglio farlo durare, per me e per lei. Voglio creare
uno spazio che entrambi possiamo abitare.
Accelero i movimenti, e lei stringe le lenzuola tra le
dita. Ogni scossa smaniosa dei miei fianchi, ogni spinta
violenta con cui penetro il suo corpo voglioso intensifica
il potere che lei esercita su di me.
«È così bello, Hardin… così bello…» Ha la voce
roca, e io inghiotto i suoi mugolii da bastardo avido quale
sono. Sento che il suo corpo inizia a irrigidirsi e non
riesco più ad aspettare. Gridando il suo nome riempio il
preservativo con spinte lente e irregolari, e poi mi lascio
cadere accanto a lei, senza fiato.
La tiro a me e riapro gli occhi: è sudata, e guarda il
ventilatore sul soffitto.
«Tutto bene?» le chiedo. So di essere stato un po’
irruento verso la fine, ma so anche quanto le piace
quando faccio così.
«Sì, certo.» Si sporge a baciarmi sul petto e si alza dal
letto. Sbuffo per la delusione quando si infila la maglietta.
«Ecco la tua fascia per capelli», sorride orgogliosa,
gettando sul letto la t-shirt sudata che in palestra mi ero
avvolto intorno alla testa. La arrotolo e la rimetto nella
posizione di prima, per farla ridere.
«Non ti piace?»
«A dire il vero sì», risponde sghignazzando. Mi offre
uno spettacolo stupendo chinandosi a raccogliere le
mutandine da terra; se le infila sculettando, e quel
movimento mette meravigliosamente in evidenza il fatto
che non porta il reggiseno.
«Bene, così è più facile», dico indicando la maglietta
legata intorno alla testa.
Devo proprio tagliarmi i capelli, ma me li ha sempre
tagliati Mads, un’amica di Steph con una chioma color
lavanda. Mi ribolle il sangue al pensiero di Steph…
«Terra chiama Hardin!» La voce di Tessa mi riscuote
dagli istinti omicidi.
Alzo la testa di scatto. «Scusa.»
Di nuovo in pigiama, Tess si accoccola accanto a me
e, stranamente, prende il telecomando e inizia a fare
zapping. Sono un po’ frastornato, e quella pausa di relax
mi fa piacere; ma dopo qualche minuto mi accorgo che
lei sospira spesso. La guardo, e sul suo viso c’è
un’espressione molto corrucciata.
«Qualcosa non va?»
«No», mente.
«Dimmelo subito.»
Sospira. «Niente… Sono solo un po’… irrequieta.»
«Dovresti essere tutto tranne che irrequieta, dopo
quello che abbiamo fatto.» Mi tiro un po’ indietro per
guardarla.
«Non ho… insomma, sai… non ho…» balbetta. La
sua timidezza non smette mai di stupirmi. Un attimo
prima mi mormora all’orecchio di scoparla più forte, e
un attimo dopo non riesce a finire una frase.
«Sputa il rospo.»
«Non ho finito.»
«Eh?» dico con voce strozzata. Ero davvero così
preso dal mio piacere da non accorgermi che lei non è
venuta?
«Ti sei fermato appena prima…»
«Perché non hai detto niente? Coraggio, vieni qui»,
sussurro sfilandole la maglietta.
«Cosa vuoi fare?» mi chiede eccitata.
«Shhh…» Non so cosa voglio fare… Voglio fare di
nuovo l’amore con lei, ma ho bisogno di altro tempo per
ricaricare le batterie.
Aspetta, ho un’idea.
«Faremo una cosa che abbiamo fatto una volta sola»,
le dico con un sorriso complice, e lei sgrana gli occhi.
«Perché, sai, con la pratica si diventa più bravi.»
«E cos’è?» D’un tratto l’eccitazione ha lasciato il
posto al nervosismo.
Mi appoggio sui gomiti e le faccio cenno di
avvicinarsi.
«Non capisco», dice.
«Vieni: metti le cosce qua», le dico picchiettando il
materasso ai due lati della mia testa.
«Cosa?»
«Tessa, vieni qui e allarga le cosce sopra la mia
faccia, così ti lecco ben bene», chiarisco.
«Oh!» fa lei. Leggo l’esitazione nei suoi occhi, e mi
giro a spegnere la luce, per metterla a suo agio. Anche al
buio intravedo le curve morbide del suo corpo, il
rigonfiamento del petto, le forme convesse dei fianchi.
Si sfila le mutandine e in pochi secondi è inginocchiata
sopra di me.
«Che bel panorama», osservo, e poi resto
improvvisamente cieco: mi ha coperto gli occhi con la
maglietta.
«Be’, così è ancora più sexy, a dire il vero.» Per tutta
risposta mi dà uno schiaffetto sulla testa. «Dico sul
serio… è molto eccitante.»
Lei ride, e io la prendo per i fianchi e guido i suoi
movimenti. Appena la sfioro con la lingua inizia ad
ancheggiare, mi tira i capelli e sussurra il mio nome fino
a smarrirsi nel piacere che le sto donando.
19
Tessa

RIT ORNO alla realtà, lentamente, controvoglia, ma felice


che Hardin sia sdraiato accanto a me.
«Ehi», fa, poi sorride e mi bacia sulle labbra.
Rispondo con una risata pigra, non mi va di
muovermi. Sono un po’ indolenzita, ma è una sensazione
piacevole.
«Vorrei che tu non dovessi andartene, domani»,
bisbiglio accarezzandolo sui rami dell’albero tatuato: è
nero, intricato e inquietante. Mi domando se sceglierebbe
ancora un albero morto, se si si facesse questo tatuaggio
adesso. Oppure lascerebbe qualche foglia sui rami, ora
che è più felice, ora che ha più voglia di vivere.
«Anch’io», risponde semplicemente.
«Allora non andartene.» La disperazione trapela dalla
mia voce.
Le dita di Hardin si allargano sulla mia schiena e mi
attirano verso di lui. «Non vorrei, ma so che lo dici solo
perché ti ho fatta venire ripetutamente.»
«Non è vero!» esclamo scandalizzata, e lui ridacchia.
«Non è l’unico motivo… Forse possiamo provare a
incontrarci solo nei fine settimana, per un po’, e vediamo
come va…»
«Ti aspetti che venga fin qui ogni weekend?»
«Non tutti i weekend: verrò io da te, qualche volta.»
Lo guardo negli occhi. «Finora sta funzionando.»
«Tessa…» sospira. «Ti ho già detto cosa pensavo di
quelle stronzate sulla distanza.»
Osservo il ventilatore che gira lentamente sul soffitto,
nella penombra della stanza. In televisione, Rachel sta
versando il sugo alla marinara nella borsa di Monica.
«Già, eppure eccoti qui.»
Sospira di nuovo e mi tira piano per i capelli per
costringermi a guardarlo. «Touché.»
«Be’, penso che potremmo raggiungere un
compromesso, che dici?»
«Tu cosa proponi?» chiede in tono dolce, poi chiude
gli occhi per un attimo e fa un respiro profondo.
«Non lo so di preciso… fammici pensare.»
Cosa gli sto proponendo, esattamente? Per il
momento, restare un po’ lontani è nell’interesse della
salute mentale di entrambi. Il mio cuore tende a
dimenticare tutte le cose terribili che abbiamo vissuto in
passato, ma il cervello non mi permette di rinunciare a
quel poco di dignità che mi resta.
Sono a Seattle, a inseguire il mio sogno, da sola e
senza una casa per colpa della possessività di Hardin e
del rifiuto di entrambi di scendere a compromessi anche
sui dettagli più insignificanti.
«Non lo so, sinceramente», ammetto infine.
«Be’, vuoi continuare a vedermi? Solo nel fine
settimana, almeno?» mi chiede, arrotolando i miei capelli
tra le dita.
«Sì.»
«Tutti i weekend?»
«Quasi tutti.» Sorrido.
«Vuoi che parliamo al telefono tutti i giorni, come
abbiamo fatto questa settimana?»
«Sì.» Mi sono piaciute quelle telefonate: le ore
passavano senza che ce ne accorgessimo.
«Quindi proseguirebbe tutto come questa settimana.
Non lo so…» comincia.
«Perché?» Finora mi sembrava che gli andasse bene,
quindi cos’ha da obiettare?
«Perché, Tessa, tu sei qui a Seattle senza di me, e non
stiamo realmente insieme, e tu potresti vedere qualcun
altro o conoscere qualcuno…»
«Hardin.» Mi tiro su dal letto e mi appoggio sul
gomito. Ci guardiamo negli occhi e una ciocca dei miei
capelli ricade sul suo viso. Senza smettere di fissarmi,
senza neppure battere le palpebre, me la sistema dietro
l’orecchio. «Non ho intenzione di vedere o conoscere
nessun altro. Voglio solo un po’ di indipendenza, e voglio
che impariamo a comunicare.»
«Perché all’improvviso l’indipendenza è così
importante per te?» mi chiede. Mi massaggia l’orecchio
tra pollice e indice, dandomi un brivido. Se vuole
distrarmi, ci sta riuscendo.
Nonostante le sue carezze e i suoi occhi di giada,
continuo a sforzarmi di fargli capire il mio punto di vista.
«Non è niente di improvviso, te ne ho già parlato. Solo
da poco mi sono accorta di quanto sono dipendente da
te, e non mi piace. Non mi piace essere così.»
«A me piace.»
«Lo so, però a me no», ribatto decisa. Una parte di
me è orgogliosa, ma l’altra parte non ci casca.
«Be’, io cosa c’entro con questa storia
dell’indipendenza?»
«Continua a comportarti come fai adesso. Devo poter
prendere decisioni senza sentire il bisogno di chiederti il
permesso o di sentire la tua opinione.»
«Di sicuro non te ne importa già niente del mio
permesso, altrimenti non faresti la metà delle cose che
fai.»
«Hardin, è una cosa importante per me», proseguo,
determinata a evitare un litigio. «Devo poter pensare con
la mia testa. Dovrebbe esserci… parità tra noi, nessuno
dei due dovrebbe esercitare più… più potere dell’altro.»
Fatico a trovare le parole, cerco il modo migliore per
esprimere ciò che voglio, ciò di cui ho bisogno. Devo
farlo: questa è la persona che sono, o che voglio
diventare. Sto lottando per trovare me stessa, per
scoprire chi sono da sola, con o senza Hardin.
«Parità? Potere? È chiaro che sei tu quella che
esercita più potere!»
«Non è solo per me… fa bene anche a te, e lo sai.»
«Forse sì, ma allora cosa dobbiamo pensare del fatto
che riusciamo ad andare d’accordo solo quando siamo in
due città diverse?» chiede, dando voce a una domanda
che mi faccio anch’io da quando è arrivato.
«Be’, questo lo capiremo in seguito.»
«Certo», risponde con poca convinzione, ma mi dà un
bacio sulla fronte.
«Ti ricordi quando mi hai detto che c’è una differenza
tra amare qualcuno e non poter vivere senza di lui?»
«Non voglio mai più sentire quella frase», dice.
Gli scosto i capelli bagnati dalla fronte. «L’hai detta
tu», gli rammento. Faccio scorrere la punta delle dita sul
suo naso, giù fino alle labbra carnose. «Ci ho riflettuto
molto, da allora.»
Sbuffa indispettito. «Perché?»
«Perché c’è un motivo se l’hai detta, no?»
«L’ho detta perché ero arrabbiato, tutto qui. Non
sapevo neppure cosa significasse. Era solo una
cattiveria.»
«Be’, in ogni caso continuo a pensarci.» Gli do un
buffetto sulla punta del naso.
«Preferirei che tu non ci pensassi, perché non c’è
differenza tra le due cose», sentenzia pensieroso.
«In che senso?»
Fa un sorrisetto. «Non posso vivere senza di te… e ti
amo: le due cose vanno a braccetto. Se potessi vivere
senza di te, non ti amerei quanto ti amo; ed è evidente
che non so stare lontano da te.»
«Questo è poco ma sicuro», ridacchio.
«Senti chi parla… Ti sei quasi sfracellata sul
pavimento per corrermi incontro quando sono arrivato.»
Anche al buio lo vedo sorridere, e la sua bellezza mi
toglie il respiro. Quando è così, schietto e sincero, non
c’è niente di meglio nel mio mondo.
«Sapevo che me lo avresti rinfacciato!» Gli do una
pacca sul petto e lui mi afferra il polso.
«Provi di nuovo a fare la dura con me? Guarda com’è
andata l’ultima volta che l’hai fatto.» Alza la testa dal
materasso, e un brivido caldo si fa strada tra le mie
cosce già indolenzite.
«Puoi fermarti un giorno in più?» Voglio sapere se
posso trascorrere quel che resta della notte a… fare la
dura con lui. «Per favore», dico, e affondo la testa
nell’incavo tra il suo collo e la spalla.
«E va bene», concede sorridendo sulla mia fronte.
«Ma solo se mi bendi di nuovo.»
Con un gesto fulmineo mi fa girare sotto di lui, e
pochi istanti dopo ci perdiamo l’uno nell’altra… ancora e
ancora…
20
Hardin

QUANDO arrivo in cucina, trovo Kimberly seduta al


bancone della colazione. È struccata e ha i capelli legati.
Credo di non averla mai vista così, e per il bene di Vance
medito di far sparire tutti i suoi cosmetici, perché sta
molto meglio senza.
«Be’, guarda un po’ chi si è svegliato, finalmente»,
dice in tono allegro.
«Sì, sì», borbotto andando alla macchina del caffè.
«A che ora parti?» mi chiede. Sta mangiando
un’insalata.
«Parto domani, se non è un problema. Oppure vuoi
che me ne vada subito?» Riempio una tazza e mi giro
verso di lei.
«Certo che puoi restare», risponde con un sorriso.
«Purché tu non faccia il bastardo con Tessa.»
«Non lo sto facendo», ribatto piccato. Vedo entrare
Vance e gli dico: «A questa qui devi tenere il guinzaglio
più corto, e forse serve anche la museruola».
Christian scoppia a ridere di cuore e Kimberly mi fa
un gestaccio.
«Che classe», la prendo in giro.
«Sei di ottimo umore, vedo», commenta Christian, e
Kimberly gli scocca un’occhiataccia.
Che cazzo succede?
«Chissà perché», aggiunge lui.
Lei gli dà di gomito. «Christian…» fa in tono di
rimprovero, e lui scuote la testa e alza una mano in segno
di resa.
«Sarà perché Tessa gli era mancata», suggerisce
Kimberly, guardando di sottecchi il compagno che va a
prendere una banana dal cestino della frutta.
Sbuccia la banana con aria divertita. «Ho sentito che
gli allenamenti notturni fanno questo effetto.»
Mi si gela il sangue. «Cos’hai detto?»
«Tranquillo… ha spento la telecamera prima che
arrivasse il bello», mi rassicura Kimberly.
Telecamera? Merda.
Dovevo immaginare che questo imbecille avesse una
telecamera nella palestra… ci sarà un impianto di
sicurezza in tutta la casa. È sempre stato più paranoico
di quanto lasci intendere.
«Cos’avete visto?» ringhio cercando di tenere a freno
la rabbia.
«Niente, solo che Tessa è entrata nella stanza.
Christian sapeva bene che non era il caso di continuare a
guardare…» Kimberly trattiene a stento un sorriso, e di
colpo mi sento sollevato. Ero troppo preso dal momento,
troppo preso da Tessa, per pensare a cose del genere.
Fulmino Vance con un’occhiataccia. «Perché stavi
guardando quella telecamera? È inquietante pensare che
tu mi stessi osservando mentre mi allenavo.»
«Non ti montare la testa: controllavo il monitor della
cucina perché era andato in corto circuito, e lì accanto
c’era quello della palestra.»
«Già, come no.»
«Hardin si ferma per un’altra notte. Va bene, no?» gli
chiede Kim.
«Certo. Non vedo perché te ne dovresti andare. Lo sai
che ti pagherei più della Bolthouse.»
«Non era così la prima volta, ed era questo il
problema», gli ricordo con un sorrisetto compiaciuto.
«Perché all’epoca eri al primo anno di università. Eri
già fortunato ad avere uno stage retribuito, prima della
laurea.»
Mi metto a braccia conserte e replico: «In Bolthouse
la pensano diversamente».
«Sono un branco di cretini. Devo ricordarti che
nell’ultimo anno la casa editrice Vance ha venduto molto
più di loro? Abbiamo aperto una nuova sede qui a Seattle,
e ho in mente di aprirne una a New York l’anno
prossimo.»
«Stai cercando di dirmi qualcosa, con tutte queste
spacconerie?»
«Sì, e cioè: la Vance è migliore, è più grande, e
casualmente ci lavora anche lei.» Non c’è bisogno che
faccia il nome di Tessa, avverto ugualmente il peso delle
sue parole. «Dopo questo semestre ti laurei; non
prendere una decisione impulsiva che influenzerà tutta la
tua carriera prima ancora che inizi», conclude
addentando la banana.
Lo guardo storto, cerco una risposta ma non la trovo.
«La Bolthouse ha una sede a Londra.»
Mi fissa simulando incredulità e, senza nascondere il
sarcasmo domanda: «E chi è che torna a Londra? Tu?»
«Può darsi. Era nei miei progetti, e lo è ancora.»
«Sì, lo dicevo anch’io.» Lancia un’occhiata alla futura
moglie. «Non tornerai mai a vivere laggiù, come non ci
tornerò io.»
Kimberly arrossisce, toccata dalle sue parole. Giungo
alla conclusione che questi due sono la coppia più
insopportabile che abbia mai conosciuto. Basta vederli
insieme per capire quanto si amano. È irritante e
imbarazzante.
«Come volevasi dimostrare», ridacchia Christian.
«Non ho detto che hai ragione», sbotto.
«Sì, ma non hai detto neanche il contrario», interviene
Kimberly, rompipalle come sempre.
Senza aggiungere altro, prendo la tazza di caffè e mi
allontano il più possibile da lei.
21
Tessa

LA mattina arriva troppo presto, e mi risveglio da sola nel


letto. Ma sul materasso c’è ancora l’impronta del corpo
di Hardin: deve essersi alzato da pochi minuti.
Un istante dopo entra nella stanza con una tazza di
caffè.
«Buongiorno», mi dice quando si accorge che sono
sveglia.
«’Giorno.» Ho la gola secca, e mi assale il ricordo di
Hardin che entra ed esce dalla mia bocca con spinte
furiose.
«Stai bene?» Posa la tazza fumante sul comò e viene a
sedersi sul letto accanto a me. «Rispondimi», insiste in
tono calmo vedendomi esitare.
«Sì, sono solo un po’ indolenzita.» Provo ad allungare
le braccia e le gambe… sì, ho decisamente i muscoli
doloranti. «Dov’eri?»
«Sono andato a prendere un caffè, e ho dovuto
chiamare Landon per avvertirlo che non torno oggi.
Sempre che tu mi voglia ancora qui.»
«Sì che ti voglio. Ma perché dovevi dirlo a Landon?»
Si passa una mano tra i capelli e mi scruta guardingo.
Ho paura di essermi persa qualche passaggio.
«Rispondimi.» Stavolta lo dico io a lui.
«Sta facendo da babysitter a tuo padre.»
«Perché?» Per quale motivo mio padre ha bisogno di
un babysitter?
«Tuo padre sta cercando di disintossicarsi. E non
sono così stupido da lasciarlo in quell’appartamento da
solo.»
«Ci sono alcolici in casa, vero?»
«No, li ho buttati via. Lascia perdere, okay?» taglia
corto innervosito.
«Non lascio perdere un bel niente. C’è qualcosa che
devo sapere? Perché a quanto pare mi tieni all’oscuro dei
fatti, tanto per cambiare», protesto mettendomi a braccia
conserte.
Fa un respiro profondissimo, melodrammatico, a
occhi chiusi. «Sì, c’è qualcosa che non sai. Ma ti
scongiuro, fidati di me. Va bene?»
«Quanto è brutto, questo qualcosa?» chiedo. Le
possibilità mi terrorizzano.
«Fidati e basta, d’accordo?»
«Di cosa dovrei fidarmi?»
«Del fatto che ci penserò io a risolvere il problema, e
quando ti spiegherò tutto non sarà più importante. Hai già
abbastanza pensieri, almeno questo lascialo a me.
Permettimi di farti questo favore.»
La paranoia e l’ansia, che mi assalgono sempre in
questo genere di situazioni, mi indurrebbero a strappare
di mano il telefono a Hardin e chiamare Landon di
persona. Ma mi sta pregando con lo sguardo di fidarmi
di lui, di credere che risolverà il problema, qualunque sia;
e a dire il vero, per quanto sia curiosa di sapere cosa
succede, non penso di potermi sobbarcare un altro
guaio, oltre a quelli che ho già.
«Okay», sospiro.
«Davvero?» chiede perplesso. Evidentemente si
stupisce della facilità con cui mi ha convinta.
«Sì. Mi sforzerò di non preoccuparmi per mio padre,
purché mi giuri che è meglio che io non lo sappia.»
«Te lo giuro.»
Gli credo, grossomodo.
«Va bene», concedo, e cerco di non pensarci più.
Devo fidarmi di Hardin. Se non riesco a fidarmi di lui per
una cosa del genere, come posso immaginare un futuro
per noi?
Sospiro, e lui sorride perché l’ha avuta vinta.
22
Tessa

«DEVO scrivere questi biglietti di ringraziamento per gli


ospiti che hanno contribuito al grande successo
dell’inaugurazione di ieri sera», sorride Kimberly
sventolando una busta da lettere quando entro in cucina.
«Che programmi avete per oggi, voi due?»
Guardo la pila di biglietti già scritti e quella su cui sta
lavorando: e mi domando in quante aziende Christian
abbia investito, se tutti i destinatari di quei biglietti sono
«soci» di qualche tipo. Già dalle dimensioni di questa
casa, intuisco che il suo giro d’affari si estende ben oltre
la casa editrice Vance e il jazz club.
«Non lo so ancora. Decideremo quando Hardin esce
dalla doccia», rispondo, porgendole altre buste.
Ho dovuto costringere Hardin a fare la doccia da solo;
era ancora irritato perché l’avevo chiuso fuori dal bagno
mentre la facevo io. Gli ho spiegato ripetutamente che mi
sarei sentita a disagio se i Vance avessero saputo che
facevamo la doccia insieme in casa loro, ma lui mi ha
fatto notare con un sorrisetto che nelle ultime dodici ore
abbiamo fatto ben altro, nelle loro stanze.
Ma non ho ceduto. Nella palestra ci siamo
abbandonati a una passione improvvisa, incontenibile. E
quello che abbiamo fatto in camera da letto non è un
problema, perché è la mia stanza per ora, e sono
un’adulta consenziente che fa sesso con il suo…
qualsiasi cosa Hardin sia per me adesso. La doccia,
invece, sarebbe una cosa diversa.
Testardo com’è, lui ha insistito; allora gli ho chiesto di
andare in cucina a prendermi un bicchiere d’acqua, e lui
c’è cascato. Appena è uscito dalla stanza sono corsa in
bagno, mi sono chiusa dentro e ho fatto la doccia,
ignorando le sue richieste di entrare.
«Dovresti farti portare a vedere la città», mi
suggerisce Kimberly. «Forse un’immersione nella cultura
lo aiuterà a decidere di trasferirsi qui con te.»
Al momento non ho voglia di intavolare una
conversazione su un tema così delicato. Perciò tento di
cambiare argomento, in modo non troppo velato:
«Allora… Sasha mi sembra simpatica».
Kimberly scoppia a ridere. «Simpatica? Sasha? Mica
tanto.»
«Sa che Max è sposato, vero?»
«Certo che lo sa», conferma leccandosi le labbra.
«Ma gliene importa qualcosa? No, neanche un po’. Le
piacciono i suoi soldi e i gioielli che le regala. Non
potrebbe importargliene di meno della moglie e della
figlia», spiega con aperta disapprovazione; mi fa piacere
che la pensiamo allo stesso modo.
«Max è un idiota, ma mi stupisco che abbia il
coraggio di portarsela in giro. Insomma, non ha paura
che Denise o Lillian lo vengano a sapere?» chiedo.
«Sospetto che Denise lo sappia già. Con un uomo
come Max, negli anni ci saranno state molte Sasha. E la
povera Lillian disprezza già il padre, quindi se lo sapesse
non farebbe differenza.»
«Che tristezza. Sono sposati dai tempi del college,
giusto?» Non so quanto Kimberly sappia sul conto di
Max e della sua famiglia, ma scommetto che ne sa
parecchio, visto quanto le piace spettegolare.
«Si sono sposati subito dopo la laurea, è stato un
grosso scandalo.» Gli occhi di Kimberly si illuminano per
l’emozione di raccontare una storia così succosa. «A
quanto pare, Max doveva sposare un’altra, le loro
famiglie si conoscevano bene. In pratica era un
matrimonio combinato. Il padre di Max era ricco di
famiglia, e credo sia anche per questo che il figlio è così
stronzo. Denise ha sofferto molto quando lui le ha
annunciato di voler sposare un’altra.» Parla come se
avesse assistito personalmente a quegli eventi. Ma
d’altronde sembra sempre così con i gossip, no?
Beve un sorso d’acqua prima di continuare:
«Comunque, dopo la laurea Max si è ribellato al padre e
ha abbandonato quella donna all’altare. Il giorno del
matrimonio si è presentato in smoking a casa di Trish e
Ken, e ha aspettato fuori dalla porta finché Denise è
uscita. Quella sera, loro cinque – c’era anche Christian –
hanno corrotto un pastore con una bottiglia di whisky
pregiato e i pochi soldi che avevano in tasca. Denise e
Max si sono sposati appena prima di mezzanotte, e
poche settimane dopo lei era incinta di Lillian».
Fatico a immaginare Max nei panni di un ragazzo
innamorato che corre per le strade di Londra vestito da
sposo alla ricerca della donna che ama. La stessa donna
che oggi tradisce regolarmente, andando a letto con tipe
come Sasha.
«Non voglio impicciarmi, ma quella donna…» Non so
come chiamarla. «Cioè, la madre di Smith… era…»
Kimberly sorride del mio imbarazzo. «Rose è arrivata
molti anni dopo. Christian era sempre stato il quinto
incomodo tra le due coppie. Quando i rapporti tra lui e
Ken si sono deteriorati, e Christian è venuto in
America… è stato allora che ha conosciuto Rose.»
«Quanto a lungo sono rimasti sposati?» Cerco segnali
di disagio sul volto della nuova padrona di casa. Non
voglio farmi gli affari loro, ma mi affascina la storia di
questo gruppo di amici. Spero che Kimberly mi conosca
abbastanza bene, ormai, da non stupirsi di quante
domande faccio.
«Solo due anni. Si frequentavano da pochi mesi
quando lei si è ammalata.» Le si incrina la voce,
deglutisce, le vengono le lacrime agli occhi. «Lui l’ha
sposata lo stesso… L’hanno portata all’altare… sulla
sedia a rotelle… L’ha accompagnata suo padre, ha
insistito. A metà della navata Christian le è andato
incontro e l’ha spinta fino all’altare.» Si mette a piangere,
e anch’io mi asciugo le lacrime.
«Mi dispiace», dice accennando un sorriso. «Era tanto
tempo che non raccontavo più questa storia, e mi
commuove sempre.» Tira fuori dei fazzoletti da una
scatola e me ne porge uno. «Ogni volta che ci ripenso mi
rendo conto che c’è un uomo meraviglioso dietro quella
boccaccia e quella mente brillante.»
Sposta lo sguardo sulla pila di buste da lettera.
«Merda, ho bagnato i biglietti di lacrime!» esclama
smettendo subito di piangere.
Vorrei farle altre domande su Rose e Smith, e su Ken
e Trish ai tempi del college, ma non voglio turbarla
ancora di più.
«Lui amava Rose, e lei l’ha guarito, pur essendo in
punto di morte lei stessa. Christian ha amato una sola
donna in vita sua, e alla fine lei lo ha liberato.»
È una bella storia, ma io sono sempre più confusa.
Chi era questa donna che Christian amava, e da cosa lui
doveva guarire?
Kimberly si soffia il naso e alza gli occhi. Mi giro
verso la porta e vedo Hardin che guarda nervoso
alternativamente me e Kimberly.
«Be’, mi sembra chiaro che sono arrivato nel
momento sbagliato», dice.
Sorrido al pensiero di quanto dobbiamo apparirgli
ridicole: in lacrime, senza un motivo apparente, davanti a
due altissime pile di biglietti e buste.
Ha i capelli ancora bagnati dopo la doccia, e si è
appena rasato. È bellissimo con la sua maglietta nera e i
jeans, i calzini e senza scarpe. Con espressione
circospetta, mi fa cenno di avvicinarmi.
«Devo aspettarvi per cena?» chiede Kimberly intanto.
«Sì», rispondo, e nello stesso istante Hardin dice:
«No».
«Be’, mandatemi un messaggio quando avrete
deciso», conclude Kim ridendo.

Pochi minuti dopo, mentre io e Hardin stiamo uscendo


di casa, Christian ci viene incontro con un sorriso
smagliante. «Si gela là fuori. Dove hai lasciato il
cappotto, ragazzo?»
«Primo, non mi serve un cappotto. E secondo non
chiamarmi ragazzo.»
Christian prende un giaccone blu scuro
dall’attaccapanni accanto alla porta e glielo porge.
«Ecco, metti questo. Tiene molto caldo.»
«Col cavolo», sbotta Hardin, e a me viene da ridere.
«Non fare l’idiota, ci sono sei gradi sotto zero. Dovrai
tenere calda la tua signora», lo canzona Christian. Hardin
si gira a guardare il mio pesante maglione viola, il
cappotto e il berretto di lana dello stesso colore, per il
quale mi prende in giro da quando l’ho messo. Ero
vestita così la sera in cui siamo andati a pattinare sul
ghiaccio, e anche allora si era burlato di me. Certe cose
non cambiano mai.
«E va bene», borbotta infilandosi il giaccone. Non mi
stupisco di vedere che gli sta bene: indosso a lui anche i
grandi bottoni di bronzo in stile marinaro assumono
un’aria virile. Con i jeans nuovi, che mi piacciono molto,
e la maglietta nera, gli anfibi neri e ora questo giaccone,
sembra uscito dalle pagine di una rivista di moda. Non è
giusto che sia sempre così perfetto senza nemmeno
sforzarsi.
«La smetti di fissarmi?»
Sobbalzo alle sue parole, e Hardin fa un sorrisetto
prendenomi per mano.
Kimberly ci raggiunge di corsa nell’ingresso, seguita
da Smith. «Aspettate! Smith vuole chiedervi una cosa.»
Sorride al piccolo. «Di’ pure, tesoro.»
Il bambino guarda Hardin e domanda: «Ti fai fare una
foto per quella cosa di scuola?»
«Eh?» Hardin impallidisce: so quanto poco gli piace
essere fotografato.
«Sta facendo una specie di collage, e vuole metterci
anche la tua foto», spiega Kimberly a Hardin. Lo prego
con gli occhi di non deludere quel bambino che lo
idolatra.
«Ehm, okay…» Hardin si dondola sui talloni
guardando Smith. «Può esserci anche Tessa nella foto?»
«Penso di sì», fa Smith.
Gli sorrido ma lui non se ne accorge neppure. Hardin
mi guarda come a dire «gli sto più simpatico di te e non
ho fatto nulla per meritarlo», e io gli do di gomito senza
farmi notare mentre entriamo in salotto. Mi tolgo il
berretto di lana e mi lego i capelli per la foto. La bellezza
di Hardin è spontanea e naturale: gli basta piazzarsi lì con
quell’espressione accigliata ed è perfetto.
«Faccio in un attimo», assicura Kimberly.
Hardin mi si avvicina e mi cinge in vita con un gesto
pigro. Sfodero il mio sorriso migliore mentre lui cerca di
sorridere senza mostrare i denti. Gli do un’altra gomitata
e il suo sorriso si allarga, appena in tempo perché
Kimberly scatti la foto.
«Grazie.» È davvero felice.
«Andiamo», dice Hardin.
Saluto Smith con la mano e seguo Hardin verso la
porta di casa. «È stato molto gentile da parte tua», gli
faccio notare.
«Vabbe’.» Sorride e mi dà un bacio sulla bocca. Sento
un clic, e girandomi vedo Kimberly con la fotocamera in
mano. Hardin gira la testa e nasconde il viso tra i miei
capelli, e lei scatta un’altra foto.
«Basta, cazzo.» Mi trascina fuori dalla porta. «Che
problema ha questa famiglia, con tutti questi video e
queste foto?» borbotta mentre richiudo la porta alle
nostre spalle.
«Video?» chiedo.
«Lascia stare.»
L’aria fredda ci sferza la faccia. Mi sciolgo i capelli e
infilo il berretto.
«Prendiamo la tua macchina e andiamo a cambiare
l’olio», dice Hardin sopra il rumore del vento. Cerco le
chiavi in tasca, ma lui scuote la testa e fa dondolare il
suo portachiavi davanti al mio naso. C’è una chiave
nuova, che riconosco.
«Quando hai lasciato lì tutti i regali, hai lasciato anche
questa», mi spiega.
«Oh…» Ricordo quando ho abbandonato le cose più
care che possedevo, ammucchiate sul letto che un tempo
era il nostro. «Rivorrei indietro quelle cose quanto prima,
se possibile.»
Sale in macchina senza incontrare i miei occhi e
borbotta: «Ehm, sì, certo».
Accende il riscaldamento al massimo, mi prende la
mano e la posa sulla mia coscia insieme alla sua.
Sovrappensiero, traccia un disegno sul mio polso, dove
sarebbe il braccialetto, se lo portassi.
«È orribile che tu l’abbia lasciato lì… Dovrebbe
essere qui.» Preme alla base del polso.
«Lo so», bisbiglio. Sento ogni giorno la mancanza di
quel braccialetto; e anche del lettore di ebook. E rivoglio
la lettera che mi ha scritto. Voglio poterla leggere e
rileggere.
«Magari puoi portarmi tutte quelle cose quando vieni a
trovarmi il prossimo fine settimana?» chiedo speranzosa.
«Sì», risponde, ma tiene gli occhi fissi sulla strada.
«Perché dobbiamo cambiare l’olio?» domando.
Stiamo uscendo dal lungo vialetto per immetterci sulla
strada.
«Perché ce n’è bisogno.» Indica il piccolo adesivo sul
parabrezza.
«Okay…»
«Che c’è?» fa guardandomi storto.
«Niente, solo che è strano portare la macchina di
qualcun altro a cambiare l’olio.»
«Sono mesi che la porto sempre io, perché ti stupisci
solo ora?»
Ha ragione: si occupa sempre lui della manutenzione
della mia auto, e certe volte sospetto che per eccesso di
prudenza faccia sostituire anche qualche pezzo che
funziona ancora.
«Non lo so, ogni tanto dimentico che siamo stati una
coppia come le altre.»
«Cosa vuoi dire?»
«È difficile ricordare i piccoli momenti di normalità,
come l’olio da cambiare o quella volta che ti sei lasciato
fare le treccine», dico sorridendo al ricordo. «Perché c’è
sempre qualche crisi da risolvere.»
«Anzitutto, non parlare mai più di quelle treccine», mi
ammonisce con un sorrisetto. «Sai benissimo che ho
accettato solo in cambio di sesso orale e biscotti.» Mi
stringe la coscia e sento un brivido caldo sotto la pelle.
«Ma in un certo senso hai ragione. Sarebbe bello se i tuoi
ricordi non fossero macchiati dalla mia abitudine di
rovinare sempre tutto.»
«Non è solo colpa tua, entrambi abbiamo fatto
sbagli.» Gli sbagli di Hardin tendono a provocare molti
più danni dei miei, ma neanch’io sono innocente.
Dobbiamo smettere di incolparci a vicenda e trovare un
compromesso… insieme. E non ci riusciremo se Hardin
continua a colpevolizzarsi per tutti gli errori che ha
commesso in passato. Deve perdonare se stesso: solo
così potrà diventare la persona che davvero vuole essere.
«Tu non hai fatto nessuno sbaglio», ribatte.
«Invece di discutere, decidiamo come passare la
giornata dopo avere cambiato l’olio.»
«Andiamo a comprarti un iPhone.»
«Quante volte devo ripeterti che non voglio un
iPhone?» borbotto. Il mio telefono è lento, sì, ma gli
iPhone sono costosi e complicati: sarebbero due
problemi in più, e la mia vita è già abbastanza difficile.
«Tutti vogliono un iPhone. Sei solo una di quelle
persone che snobbano le mode.» Mi rivolge un sorriso
malizioso che gli fa spuntare due fossette sulle guance.
«È per questo che al college portavi ancora le gonne
lunghe fino ai piedi.» Ride da solo della sua battuta.
Sbuffo, divertita dalla frequenza con cui mi ricorda
quella storia delle gonne. «In ogni caso non me lo posso
permettere. Devo risparmiare per trovarmi una casa e
mangiare. Sai, per sopravvivere.» Gli sorrido per attutire
il colpo.
«Immagina le cose che potremmo fare se anche tu
avessi un iPhone. Nuovi modi per comunicare… E poi
sai benissimo che te lo comprerei io, quindi non parlare
più di soldi.»
«Quello che immagino è che installeresti una cimice
nel telefono per controllare i miei spostamenti», lo
prendo in giro, preferendo non commentare il suo
bisogno improvviso di farmi regali.
«No, per esempio potremmo videochattare.»
«E perché mai?»
Mi guarda come se fossi una povera pazza. «Perché
così potresti vedermi ogni giorno sullo schermo del tuo
iPhone nuovo fiammante.»
L’idea delle videochat mi fa tornare in mente il sesso
telefonico, e immagino Hardin che si tocca davanti allo
schermo. Ma che problema ho?
Mi sento avvampare e non riesco a dare una
sbirciatina al suo inguine.
Mi posa un dito sotto il mento e mi fa alzare la testa
perché lo guardi. «Ci stai pensando… Stai immaginando
tutte le cose spinte che potrei farti attraverso un iPhone.»
«Non è vero.» Ferma nel mio rifiuto di cambiare
telefono, passo a un altro argomento. «Il mio nuovo
ufficio è proprio bello… c’è un panorama spettacolare.»
«Ah sì?» dice, diventando subito serio.
«Sì, e dalla mensa è ancora meglio. L’ufficio di
Trevor ha…» Lascio la frase in sospeso, ma è troppo
tardi. Hardin mi sta già guardando male.
«No, no, continua pure.»
«L’ufficio di Trevor ha la vista più bella», continuo,
con voce molto più sicura di quanto sia io.
«E quanto spesso ci vai nel suo ufficio, Tessa?» Mi
scocca un’occhiata e poi torna a guardare la strada.
«Ci sono stata due volte questa settimana. Pranziamo
insieme.»
«Cosa?»
Sapevo che sarebbe meglio aspettare dopo cena per
parlare di Trevor. O non parlarne affatto. Non avrei
neppure dovuto nominarlo.
«Di solito pranzo con lui», confesso.
Purtroppo al momento siamo fermi al semaforo e
Hardin può incenerirmi con lo sguardo. «Tutti i giorni?»
«Sì…»
«E c’è un motivo particolare?»
«È l’unica persona che conosco in quell’ufficio, e che
abbia la pausa pranzo alla mia stessa ora. Kimberly è così
indaffarata ad aiutare Christian che salta sempre il
pranzo», spiego gesticolando nervosa.
«Allora fatti cambiare l’ora della pausa.» Il semaforo
diventa verde, ma Hardin non riparte finché sentiamo
suonare un clacson dietro di noi.
«Non ho la minima intenzione di farlo. Trevor è un
mio collega, fine della storia.»
«Be’», sibila, «preferirei che tu non pranzassi con
Trevor lo Stronzo. Non lo sopporto.»
Rido e poso la mano sulla sua. «La tua è una gelosia
irrazionale, e si dà il caso che io non abbia nessun altro
con cui andare a pranzo, soprattutto dato che le altre due
donne che vanno in pausa alla stessa ora sono sgarbate
con me da tutta la settimana.»
Mi guarda di sottecchi mentre cambia corsia. «In che
senso, sgarbate?»
«Non lo so, non proprio sgarbate… forse è solo la
mia immaginazione.»
«Cos’è successo? Dimmelo.»
«Niente di grave: ho solo l’impressione di non stare
simpatica a quelle due, non so perché. Le vedo sempre
ridere e bisbigliare, e mi fissano. Trevor sostiene che
siano due pettegole, e giurerei di averle sentite dire
qualcosa su come ho ottenuto lo stage.»
«Che cosa?!» Stringe il volante così forte che le
nocche diventano bianche.
«Dicevano qualcosa del tipo: Tanto lo sappiamo tutti
come ha ottenuto il lavoro…»
«E tu hai risposto? O sei andata da Christian?»
«No, non mi va di creare problemi. Sono qui da una
settimana, non voglio andare a fare la spia come una
scolaretta.»
«Col cazzo. Devi tappare la bocca a quelle due,
altrimenti vado io da Christian. Chi sono? Forse le
conosco.»
«Non è così grave», minimizzo cercando di
disinnescare la bomba che mi sono costruita da sola. «In
ogni ufficio c’è qualche donnetta acida. Quelle della
Vance hanno deciso di prendersela con me. Non voglio
che diventi un problema, voglio solo ambientarmi e
magari farmi qualche nuovo amico.»
«Non succederà se permetti a quelle due di
comportarsi così e passi tutto il giorno con Trevor lo
Stronzo», dichiara, poi fa un respiro profondo.
Ne faccio uno anch’io e lo guardo, chiedendomi se sia
il caso di difendere Trevor.
Oh, al diavolo. «Trevor è l’unica persona in
quell’ufficio che si sforzi di essere gentile con me, e ci
conosciamo già. Per questo vado a pranzo con lui.»
Vedo passare fuori dal finestrino la mia città preferita al
mondo, mentre aspetto che la bomba deflagri.
Hardin non risponde: ha gli occhi fissi sulla strada.
«Mi manca molto Landon», dico.
«Anche tu manchi a lui. E anche a tuo padre.»
Sospiro. «Voglio sapere come sta, ma se ti faccio una
domanda poi diventano trenta. Lo sai come sono fatta.»
La preoccupazione mi opprime il petto.
«Sì che lo so, ed è per questo che non ti rispondo.»
«Come sta Karen? E tuo padre? È triste che loro mi
manchino più dei miei genitori?»
«No, considerando chi sono i tuoi genitori… Per
rispondere alla tua domanda: stanno bene, penso. Non
faccio molta attenzione a loro.»
«Spero di ambientarmi in fretta», aggiungo senza
pensare, sprofondando sul sedile di pelle.
«Finora non mi sembra che Seattle ti piaccia, quindi
che cavolo ci fai ancora qui?» Entra nel parcheggio di un
piccolo edificio sopra il quale un’enorme insegna gialla
promette il cambio dell’olio in quindici minuti e un
servizio impeccabile.
Non so cosa rispondere. Ho paura di condividere con
Hardin i miei timori e i miei dubbi sul recente
trasferimento. Non perché non mi fidi di lui, ma perché
non voglio che faccia leva sulle mie insicurezze per
convincermi a lasciare Seattle. Avrei proprio bisogno di
incoraggiamento, ma sinceramente preferisco il silenzio
ai «te l’avevo detto» che mi toccherebbe sentire da lui.
«Non è che qui non mi piaccia, è solo che non ho
ancora preso confidenza con questo posto. È passata
appena una settimana, e sono abituata alla mia routine, e
a Landon, e a te.»
«Mi metto in fila, ci vediamo dentro», dice lui senza
commentare la mia risposta.
Scendo dalla macchina e corro nell’officina per
ripararmi dal freddo. La sala d’attesa odora di gomma
bruciata e caffè avanzato. Sto guardando la foto
incorniciata di un’auto d’epoca quando sento la mano di
Hardin posarsi sulla mia schiena.
«Non dovrebbero metterci molto.» Mi prende per
mano e mi conduce al vecchio divano di pelle al centro
della stanza.
Venti minuti dopo sta camminando avanti e indietro
sulle piastrelle bianche e nere. Il suono di una campanella
si diffonde nella stanza, segnalando l’ingresso di
qualcuno.
«Il cartello qui fuori dice quindici minuti», sbotta
Hardin rivolto al ragazzo con la tuta da meccanico
sporca d’olio.
«Sì, dice così», conferma il ragazzo con noncuranza.
La sigaretta che ha dietro l’orecchio cade sul bancone e
lui la raccoglie con una mano guantata.
«Mi prendi per il culo?» ringhia Hardin, che
evidentemente sta per esaurire la pazienza.
«Abbiamo quasi finito», lo rassicura il meccanico, e
fila via dalla sala d’aspetto con la stessa rapidità con cui
è entrato. Non lo biasimo.
«Non c’è problema, non abbiamo fretta», intervengo
alzandomi.
«Ci sta facendo perdere tempo. Tra non molto devo
partire, e quello lì sta sprecando il mio tempo, cazzo.»
«Va tutto bene.» Lo raggiungo e mi fermo davanti a
lui. «Siamo qui insieme.» Infilo le mani nelle tasche del
giubbotto di Christian.
Hardin stringe le labbra per evitare di sorridere. «Se
non hanno finito tra dieci minuti non li pago», minaccia.
Scuoto la testa e la appoggio sul suo petto. «Non
chiedere scusa a quel ragazzo anche da parte mia.» Mi fa
alzare la testa per guardarmi negli occhi. «So che vuoi
farlo.» Mi bacia dolcemente sulle labbra, risvegliando in
me il desiderio.
Gli argomenti di cui abbiamo discusso in macchina si
erano dimostrati pericolosi in passato, eppure stavolta ne
abbiamo parlato senza litigare. Questi progressi mi
rallegrano più del previsto; o forse a mettermi di
buonumore sono le braccia calde di Hardin intorno a me,
o l’aroma di menta mescolato al profumo che ha preso in
prestito da Christian.
In ogni caso, siamo soli in questa sala d’attesa, e
Hardin è stranamente affettuoso: mi bacia di nuovo, con
più trasporto e con la lingua. Affondo le dita tra i suoi
capelli e glieli tiro leggermente, strappandogli un mugolio.
Mi stringe a sé continuando a baciarmi finché sentiamo
trillare una campanella. Mi stacco subito da lui e mi
passo la mano sul berretto con un gesto nervoso.
«Tutto risolto», annuncia il meccanico con la
sigaretta.
«Era ora», ribatte Hardin. Tira fuori il portafoglio e mi
fulmina con lo sguardo quando accenno a prendere il
mio.
23
Hardin

«NON mi stava fissando», insiste mentre torniamo alla


sua macchina, che ho dovuto parcheggiare nel punto più
lontano dal ristorante.
«Ansimava sulle lasagne. A un certo punto gli è colato
un filo di bava sul mento.» Quell’uomo non ha staccato
gli occhi da Tessa per l’intera durata della nostra cena,
troppo costosa e troppo condita.
Vorrei insistere, ma è meglio di no. Lei non si è
neppure accorta che quello la guardava; era troppo
impegnata a sorridere e a parlare con me. I suoi sorrisi
sono luminosi e sinceri, la sua pazienza verso le mie
lamentele è stata ammirevole, e sembra che trovi sempre
una scusa buona per toccarmi. Una mano sulla mia, le
sue dita che mi sfiorano il braccio, la sua mano morbida
che mi scosta i capelli dalla fronte: al suo tocco,
frequente, io mi sento come un bambino la mattina di
Natale. O almeno credo: non ho mai saputo come si
sentano i bambini a Natale.
Accendo il riscaldamento al massimo, perché è
infreddolita. È adorabile con il naso e le guance rosse. Le
accarezzo le labbra tremanti.
«Be’, è un peccato che quell’uomo debba sborsare
tanti soldi per una lasagna piena di bava, eh?» ridacchia.
Mi sporgo per zittirla con un bacio.
«Vieni qui», sospiro. La tiro per le maniche del
cappotto viola e la faccio sedere in braccio a me. Non
protesta, scavalca agilmente la console centrale e si
arrampica in braccio a me senza staccare la bocca dalla
mia. La stringo più forte, per quanto lo consente
l’abitacolo della macchina. Tiro la leva per abbassare lo
schienale e la faccio sdraiare sopra di me.
«Sono ancora indolenzita», mi informa sussultando.
«Volevo solo baciarti», replico. Ed è vero: non
disdegnerei un po’ di sesso in macchina, ma non stavo
pensando a quello.
«Però lo voglio», ammette con una punta di timidezza,
girando un po’ la testa.
«Possiamo andare a casa… Be’, dove stai adesso…»
«Perché non qui?»
«Pronto? C’è Tessa?» Agito una mano davanti alla sua
faccia e lei mi rivolge un’occhiata smarrita. «Hai visto
Tessa, per caso? Perché non può essere lei questa
ninfomane in tempesta ormonale che mi si struscia
addosso.»
Finalmente torna in sé. «Non sono una ninfomane»,
protesta mettendo il broncio, e io le mordicchio il labbro
inferiore. Mi guardo intorno nel parcheggio: il sole sta
tramontando, l’aria opprimente e il cielo nuvoloso danno
l’impressione che sia ancora più tardi. Ma lo spiazzo è
pieno di macchine, e non voglio certo farmi sorprendere
a scopare in pubblico.
Stacca la bocca dalla mia e inizia a baciarmi sul collo.
«Sono stressata, e tu non c’eri, e ti amo.» Nonostante il
riscaldamento acceso, mi corre un brivido lungo la
schiena. Lei mi afferra da sopra i jeans. «E quindi forse
ho un po’ gli ormoni in subbuglio, sai… stanno arrivando
quei giorni del mese», continua in un sussurro, come se
fosse un segreto spinto.
«Ah, ora capisco.» Sorrido, ideando battute volgari
con cui torturarla per tutta la settimana, come faccio
sempre.
Mi legge nel pensiero. «Non aggiungere altro», mi
rimprovera, continuando ad accarezzarmi e a baciarmi
sul collo.
«Allora smettila, prima di farmi venire nei pantaloni. È
già successo troppe volte, da quando ti conosco.»
«Sì, è vero.» Mi mordicchia il collo, e i fianchi mi
tradiscono alzandosi per andare incontro alla sua mano.
«Torniamo indietro… se qualcuno ti vede così, che
mi cavalchi in un parcheggio, dovrò ammazzarlo.»
Si guarda intorno e la osservo mentre si rende conto
di dove siamo. «E va bene», concede di nuovo
imbronciata, e torna sul sedile del passeggero.
«Ma pensa un po’ come sono cambiate le carte in
tavola», commenta dandomi attraverso i jeans un’altra
strizzatina, che mi provoca un sussulto.
Fa un sorriso smielato, come se non avesse appena
tentato di castrarmi. «Guida e basta.»
«Passerò con il rosso a tutti i semafori, per portarti
subito a casa e darti quello che vuoi.»
Mi scocca un’occhiataccia e appoggia la testa al
finestrino.
Quando arriviamo al primo semaforo rosso si è già
addormentata. La tocco per accertarmi che non abbia
freddo: nel sonno le si sono formate goccioline di sudore
sulla fronte, perciò spengo subito il riscaldamento.
Prendo la strada lunga per tornare a casa di Vance, così
posso godermi per più tempo i suoi respiri placidi.

La scuoto delicatamente per la spalla, per svegliarla.


«Tessa, siamo arrivati.»
Apre gli occhi di scatto e batte le palpebre per capire
dove si trova. «È già così tardi?» chiede guardando
l’orologio sul cruscotto.
«C’era traffico», mento.
La verità è che ho fatto il giro della città, per provare a
capire cosa ci trovi di tanto interessante, ma non ci sono
riuscito: non possono piacerle l’aria gelida, il traffico, il
ponte mobile che provoca gli ingorghi. L’unica cosa bella
che vedevo era la ragazza addormentata nella macchina.
Centinaia di grattacieli, ma solo lei dà senso a questa
città.
«Sono ancora così stanca… penso di aver mangiato
troppo.» Accenna un sorriso e mi spinge via quando mi
offro di portarla in braccio fino in camera.
Attraversa la casa di Vance con il passo di uno
zombie, e appena tocca il cuscino si riaddormenta. La
spoglio e la copro con il piumone; lascio accanto a lei la
mia maglietta sperando che se la metta quando si sveglia.
Resto a guardarla: ha le labbra socchiuse e si
avvinghia al mio braccio come a un cuscino. Non può
essere una posizione comoda; eppure dorme
profondamente e si aggrappa a me come se temesse di
vedermi sparire.
Forse, se continuo a non combinare casini per il resto
della settimana, ogni weekend sarò premiato con
momenti come questo, e sarà abbastanza per tirare avanti
finché riuscirò a farle capire quanto mi impegno per
migliorare.

«Quante volte hai intenzione di chiamarmi?» sbotto. Il


telefono ha vibrato per tutta la notte e la mattina, e sul
display c’era sempre il nome di mia madre. Tessa
continua a svegliarsi, e quindi a svegliare me. Alla fine
l’ho messo silenzioso.
«Dovevi rispondere! Ho una cosa importante da dirti.»
Parla a voce bassa, e io non ricordo l’ultima volta che ci
siamo sentiti.
«Dimmela, allora.» Accendo la lampada sul comodino,
ma la luce è troppo forte e la spengo di nuovo.
«Be’, ecco…» Sospira. «Io e Mike ci sposiamo!»
Allontano il telefono dall’orecchio per non rimanere
sordo, dato il modo in cui urla.
«Okay…» dico, aspettando che aggiunga altro.
«Non sei sorpreso?» domanda, chiaramente delusa
dalla mia reazione.
«Sapevo che te l’avrebbe chiesto, e immaginavo che
avresti detto di sì. Cosa c’è di strano?»
«Te l’ha detto?»
«Sì», confermo, guardando nel buio le sagome dei
quadri appesi alla parete.
«Be’, cosa ne pensi?»
«Ti interessa la mia opinione?»
«Certo che mi interessa, Hardin», sospira. Mi alzo a
sedere sul letto. Tessa si muove nel sonno e mi cerca
con una mano.
«Per me non fa differenza. Mi sono stupito un po’,
ma che me ne importa se ti sposi?» bisbiglio,
intrecciando le gambe a quelle di Tessa.
«Non ti sto chiedendo il permesso. Volevo solo sapere
se ti stava bene, così posso dirti il motivo per cui ti
chiamavo.»
«Mi sta bene. Parla.»
«Come sai, Mike mi aveva consigliato di vendere la
casa.»
«Allora?…»
«Be’, l’abbiamo venduta. I nuovi proprietari si
trasferiscono il mese prossimo, dopo il matrimonio.»
«Il mese prossimo?» Mi massaggio la tempia. Sapevo
che era meglio non rispondere al telefono a quest’ora del
mattino.
«Volevamo aspettare l’anno prossimo, ma non siamo
più tanto giovani, e ora che il figlio di Mike sta partendo
per l’università è il momento migliore. Tra qualche mese
dovrebbe fare meno freddo, ma non vogliamo aspettare.
Non si gelerà, comunque. Verrai, vero? E porterai
Tessa?»
«Quindi il matrimonio è tra un mese o tra due
settimane?» Il mio cervello non funziona, a quest’ora.
«Due settimane!» esclama tutta contenta.
«Non penso che…» Lascio la frase in sospeso. Non è
che voglia sottrarmi al giubilo collettivo per un amore
corrisposto eccetera eccetera, ma non ho proprio voglia
di andare fino in Inghilterra. E so che Tessa non
verrebbe con così poco preavviso, meno che mai dato lo
stato attuale della nostra storia.
«Perché no? Posso chiederle io stessa se…»
«No, tu non glielo chiedi», la interrompo. Mi rendo
conto di essere un po’ brusco, quindi faccio marcia
indietro. «Non ha neppure il passaporto.» È una scusa,
ma è anche la verità.
«Può farlo fare in meno di due settimane, se chiede la
procedura d’urgenza.»
«Non lo so, mamma, lasciami un po’ di tempo per
pensarci. Sono le sette del mattino, porca miseria.»
Sbuffo e chiudo la telefonata, e solo dopo mi accorgo di
non averle fatto le congratulazioni. Merda. Be’, non è
che se le aspettasse, probabilmente.
Dal corridoio distinguo qualcuno aprire e chiudere
sportelli. Mi copro la testa con il piumone per non sentire
quel rumore e l’odioso trillo della lavastoviglie, ma è
inutile. La cacofonia prosegue finché mi addormento lo
stesso.
24
Hardin

SONO passate da poco le otto, e dal salotto riesco a


guardare in cucina, dove Tessa, vestita di tutto punto,
sta facendo colazione con Kimberly.
Merda, è già lunedì. Tessa deve andare al lavoro e io
devo tornare all’università. Salterò le lezioni di oggi, ma
chi se ne frega. Tra meno di due mesi avrò la laurea in
tasca.
«Pensi di svegliarlo?» chiede Kimberly a Tessa
proprio mentre entro.
«Sono sveglio», sbuffo, ancora assonnato. Ho
dormito meglio stanotte che in tutta la settimana. La
prima notte che ho passato qui non abbiamo quasi chiuso
occhio.
«Ciao.» Il sorriso di Tessa illumina la stanza. Kimberly
scende dallo sgabello e ci lascia soli. È un nuovo record:
stamattina non mi ha ancora rotto le scatole.
«Da quanto sei sveglia?» chiedo a Tessa.
«Da due ore. Christian ha detto che potevo arrivare in
ufficio un’ora più tardi, dato che tu dormivi ancora.»
«Avresti dovuto svegliarmi prima.» La fisso voglioso.
Indossa una camicia rosso scuro infilata in una gonna
dritta nera, al ginocchio, che le fascia i fianchi in maniera
così sensuale da farmi venir voglia di scoprire subito che
mutandine porta sotto – pizzo, forse – e di prenderla qui,
adesso…
«Cos’hai?»
La porta di casa si chiude e mi rendo conto che siamo
finalmente soli nell’enorme casa.
«Niente», mento, andando alla macchina del caffè.
«Che tirchi, sono così ricchi e non hanno neppure la
Keurig.»
Tessa ride. «Meno male, non sopporto quegli
aggeggi.» Si appoggia con i gomiti sul bancone e i capelli
le ricadono a incorniciare il viso.
«Neanch’io.» Mi guardo intorno nella grande cucina,
poi riposo gli occhi sulla scollatura di Tessa. «Quando
devi uscire?» le chiedo.
Incrocia le braccia bloccandomi la visuale. «Tra venti
minuti.»
«Uff», sospiro, ed entrambi ci portiamo le tazze alla
bocca nello stesso momento.
«Avresti dovuto svegliarmi. Di’ a Vance che non vai.»
«No!» esclama, poi soffia sul caffè fumante.
«Sì.»
«No», ripete con voce ferma. «Non posso
approfittare del mio rapporto personale con lui.»
Le parole che ha scelto mi irritano. «Non è un
‘rapporto personale’. Abiti qui perché sei amica di
Kimberly, e alla fin fine è perché sono stato io a
presentarti Vance», le ricordo, ben sapendo quanto le
scoccia che io ne parli.
Stizzita, mi punta addosso i suoi occhi grigio-azzurri.
Mi oltrepassa facendo ticchettare i tacchi sul parquet
pregiato. La prendo per il gomito, interrompendo la sua
teatrale uscita di scena.
La tiro al petto e la bacio sul collo. «Dove credi di
andare?»
«In camera mia, a prendere la borsa.» Ma il suo
respiro accelerato contraddice il tono freddo e lo sguardo
gelido.
«Digli che hai bisogno di più tempo», ordino,
sfiorandole il collo con le labbra. Cerca di mostrarsi
immune al mio tocco, ma so come stanno le cose.
Conosco il suo corpo meglio di quanto lo conosca lei.
«No.» Fa un blando tentativo di staccarsi da me, solo
per potersi dire che l’ha fatto. «Non voglio approfittare
della sua gentilezza. Già mi ospitano gratuitamente.»
Non cedo. «Lo chiamo io, allora.» Non ha bisogno di
lei in ufficio, oggi. Io ho più bisogno di lei di quanto ne
abbia la casa editrice Vance.
«Hardin…» Cerca di prendermi la mano prima che io
afferri il telefono dalla tasca, poi prosegue: «Ora chiamo
Kim». Sono felicemente sorpreso di averla convinta con
tanta facilità.
25
Tessa

«CIAO Kim, sono Tessa. Stavo…»


«Non c’è problema», mi interrompe. «Ho già riferito a
Christian che probabilmente oggi non saresti venuta.»
«Scusa se te lo chiedo…»
«Tessa, è tutto okay, ti capiamo.» La sincerità nella
sua voce mi fa sorridere, nonostante l’irritazione che
provo per Hardin. È bello avere di nuovo un’amica; il
tradimento di Steph pesa ancora come un macigno sul
mio cuore. Mi guardo intorno nella stanza che è
temporaneamente mia, e ricordo che sono a varie ore di
distanza da lei, da quel campus, da tutti gli amici che
pensavo di avere nel mio primo semestre di college. È
questa la mia vita, adesso. Seattle è casa mia, e non
dovrò mai più vedere Steph e nessuno degli altri.
«Grazie mille», le dico.
«Non devi ringraziarmi. Ricorda solo che in tutte le
stanze principali della casa ci sono telecamere», mi
avverte ridendo. «Ma sono sicura che non te ne
dimenticherai, dopo l’episodio della palestra.»
Alzo gli occhi su Hardin, che sta entrando in camera.
Il suo sorriso pieno di aspettativa, e quei jeans scuri
bassi sui fianchi mi distraggono dalle parole di Kimberly.
Fatico a mettere a fuoco ciò che mi ha appena detto.
La palestra? Oddio. Mi si gela il sangue nelle vene.
Hardin viene verso di me.
«Ehm, sì», borbotto, alzando una mano per avvertirlo
di non avvicinarsi di più.
«Divertitevi», conclude Kim salutandomi.
«Ci sono telecamere nella palestra! Ci hanno visti!»
esclamo nel panico.
Hardin si stringe nelle spalle, come se non fosse niente
di grave. «Le hanno spente prima.»
«Hardin! Sanno che noi… insomma, nella loro
palestra!» dico gesticolando in preda all’ansia. «Mi
vergogno da morire!» Mi copro il viso con le mani, ma
lui le tira via.
«Non hanno visto niente, ne abbiamo già parlato.
Calmati. Non pensi che mi sarei incazzato?»
Mi rilasso, ma solo un po’. Ha ragione, si sarebbe
arrabbiato molto più di così. Ma mi vergogno lo stesso,
perché lo sanno, anche se hanno fermato il nastro.
Ma aspetta, cosa vuol dire «nastro»? Oggi è tutto
digitale. E potrebbero aver detto di avere interrotto la
registrazione, mentre in realtà hanno solo smesso di
guardare…
«Il filmato… non è stato conservato da qualche parte,
vero?» Seguo con un dito il contorno della piccola croce
tatuata sulla mano di Hardin.
Abbassa gli occhi, sulla difensiva. «Cosa intendi?»
Mi tornano in mente i suoi… vecchi hobby. «Non
volevo dire quello», preciso subito, forse troppo in fretta.
«Sicura?» I suoi lineamenti si irrigidiscono, gli occhi
si riempiono di rammarico. «Insomma, come faresti a
sapere cosa temo che tu stia pensando, se non lo stessi
già pensando tu?»
«Non fare così», replico in tono deciso,
avvicinandomi a lui.
«Così come?»
Gli leggo nel pensiero: lo vedo rivivere le cose orribili
che ha fatto. «Non fare così: non tornare a quei tempi.»
«Non ci riesco.» Si stropiccia il viso con gesti lenti
ma nervosi. «È questo che pensi? Che io sapessi della
registrazione e che abbia permesso loro di guardarla?»
«Cosa? No! Non penserei mai una cosa del genere»,
affermo con sincerità. «Ho solo ricollegato quella
registrazione a… a ciò che è successo in passato. Mi ha
ricordato quella storia… Non ho mai pensato che tu lo
stessi facendo ora.» Prendo tra le dita il colletto sdrucito
della sua maglietta nera. «So bene che non mostreresti
mai a nessuno un filmato con me.» Lo fisso negli occhi,
sperando che mi creda.
«Se qualcuno ti facesse una cosa del genere…» Fa
una lunga pausa e un respiro profondo. «Non so cosa gli
farei, anche se fosse Vance.» Negli ultimi sei mesi ho
imparato a conoscere bene l’irascibilità di Hardin.
Mi alzo in punta di piedi per incrociare i suoi occhi.
«Non succederà.»
«Ma la settimana scorsa stava per succedere qualcosa
di terribile, con Steph e Dan», riflette, e viene scosso da
un brivido.
Cerco disperatamente la cosa giusta da dirgli per
tranquillizzarlo. «Non è successo niente.» È paradossale
che ora sia io a consolarlo, dato che il trauma l’ho
vissuto io. Ma questo rovesciamento di ruoli è molto
significativo: Hardin sente il bisogno di colpevolizzarsi
per eventi di cui non ha il controllo. Ciò che è accaduto a
sua madre, ciò che stava per succedere a me. Ora lo
capisco.
«Se lui fosse entrato dentro di te…»
Le sue parole mi riportano alla mente vaghi ricordi di
quella sera: le dita di Dan sulla mia coscia, Steph che mi
strattonava il vestito.
«Non voglio discutere di ipotesi.» Mi appoggio a lui e
le sue braccia mi circondano e mi proteggono da brutti
ricordi e da minacce inesistenti.
Mi guarda storto. «Ne abbiamo discusso ben poco.»
«Non voglio farlo. Ne abbiamo parlato fin troppo a
casa di mia madre, e non è così che voglio passare il mio
pomeriggio improvvisamente libero.» Gli rivolgo il mio
sorriso più smagliante, nel vano tentativo di rallegrarlo.
«Non sopporterei che qualcuno ti facesse del male.
Non riesco a pensare che lui volesse approfittarsi di te.
Mi viene voglia di ammazzarlo.» È più arrabbiato di
prima. I suoi occhi verdi fissano i miei, e con le mani mi
stringe più forte i fianchi.
«Non parliamone, allora. Devi provare a dimenticare,
come ho fatto io.» Rimuginare non serve a niente. È
stato orribile, disgustoso, ma non permetterò che
continui a farmi soffrire. «Ti amo… ti amo così tanto.»
Mi bacia, e io lo prendo per le braccia e lo tiro più
vicino a me.
«Allora concentrati su di me, Hardin. Solo su di m…»
Vengo interrotta da un altro bacio, un bacio
possessivo che testimonia il suo impegno per me, per lui.
La sua lingua entra rabbiosa tra le mie labbra, le sue dita
affondano ancora di più nei fianchi. Mi sfugge un gemito
quando le sue mani si spingono verso l’alto, sul mio
ventre e sul petto. Mi prende i seni tra le mani e io mi
spingo in avanti per riempire le sue mani avide.
«Dimostrami che sono l’unico per te», bisbiglia sulle
mie labbra. So esattamente cosa vuole, di cosa ha
bisogno.
Mi inginocchio davanti a lui e slaccio l’unico bottone
dei jeans. La lampo si rivela più problematica, e per un
attimo valuto di aprirla a forza. Ma non posso, perché
quei jeans attillati gli stanno troppo bene. Faccio scorrere
la punta del dito sulla peluria che corre dall’ombelico
all’elastico dei boxer.
Sospira impaziente. «Per favore, non tormentarmi.»
Gli tiro giù i boxer, lasciandoli cadere intorno alle
caviglie insieme ai jeans. Emette un altro gemito, stavolta
molto più rauco, primordiale, e io lo prendo in bocca.
Con movimenti pacati della lingua cerco di rassicurarlo,
di fargli capire che il modo in cui gli sto dando piacere
non ha nulla a che fare con la violenza che ho rischiato di
subire.
Lo amo. Forse questo non è il modo più indicato per
placare la sua rabbia e la sua ansia, ma il mio bisogno di
lui è più forte del mio senso morale, che al momento
latita.
«È bellissimo sapere di essere l’unico uomo che ha
posseduto la tua bocca», mormora, mentre accompagno
con la mano il movimento delle labbra. Un suo colpo di
reni mi provoca un conato. Mi passa un pollice sulla
fronte. «Guardami», comanda.
Obbedisco con piacere, perché mi sto divertendo
quanto lui. È sempre così: adoro guardare i suoi occhi
che si chiudono a ogni passaggio della mia lingua, adoro i
suoi mugugni e i suoi gemiti quando succhio più forte.
«Cazzo, sai esattamente…» Piega la testa all’indietro e
sento i muscoli delle sue gambe contrarsi. «Sono l’unico
uomo davanti al quale ti inginocchierai…»
Stringo le cosce per alleviare almeno in parte la
tensione che le sue parole mi provocano. Con una mano
si appoggia al muro mentre la mia bocca lo porta sempre
più vicino all’orgasmo. Continuo a fissarlo negli occhi,
sapendo che lo fa impazzire guardarmi mentre gli do così
tanto piacere. Con la mano libera mi accarezza appena
sopra le labbra e inizia a entrare e uscire più velocemente
dalla mia bocca.
Mi spingo contro le sue dita, gustando la tenerezza di
quel gesto, e lui mi fa alzare in piedi e mi prende tra le
braccia, un istante di intimità profonda che mi travolge.
«Scusa se ho tirato fuori quella storia», mi sussurra
all’orecchio.
«Shhh», ribatto, perché non voglio ricominciare a
parlarne.
«Piegati sul letto, piccola», mi chiede, e mi ci vuole un
momento per capire cosa intende. Non mi lascia il tempo
di rispondere: mi preme delicatamente una mano sulla
schiena guidandomi verso il bordo del materasso. Mi
afferra per le cosce e solleva la gonna.
Lo voglio così tanto da star male. Un dolore che
soltanto lui può lenire. Inizio a sfilarmi le scarpe, ma lui
preme di nuovo la mano sulla mia schiena.
«No, tienile», ringhia.
Gemo quando scosta le mutandine e mi infila un dito
dentro. Si avvicina, le sue gambe sfiorano le mie, la sua
erezione mi accarezza il retro delle cosce.
«Così morbida, piccola, così calda.» Infila un altro
dito e io mugolo, sposto tutto il peso del corpo sui
gomiti, sul materasso. Inarco la schiena e mi lascio
andare al ritmo stabilito dalle sue dita.
«I versi che fai sono così eccitanti, Tess», mormora,
e si appoggia a me facendomi sentire tutto il suo sesso.
«Ti prego, Hardin», gemo. Ho bisogno di lui, subito.
In pochi secondi mi riempie come solo lui sa fare, e solo
lui farà mai. Lo desidero, ma il desiderio non è nulla
rispetto al travolgente, impetuoso amore che provo per
lui, e che azzera la mia capacità di giudizio. Nel profondo
di me, dove solo io e lui possiamo vedere, so che ci sarà
sempre e soltanto lui.

Più tardi, mentre siamo sdraiati sul letto, Hardin si


lamenta: «Non voglio andarmene», e con un gesto molto
strano per lui posa la testa sulla mia spalla e si avvinghia
a me con braccia e gambe. I suoi capelli folti mi fanno il
solletico. Cerco di pettinarli con le dita, ma sono davvero
troppi.
«Devo farmeli tagliare», annuncia, come in risposta ai
miei pensieri.
«A me piacciono così.» Li strattono delicatamente.
«Non me lo diresti se non ti piacessero», mi accusa.
Ha ragione, ma solo perché non riesco a immaginare una
pettinatura che non gli starebbe bene. Questa lunghezza
però mi sembra ideale.
«Il tuo telefono sta squillando di nuovo», gli faccio
notare, e lui alza la testa scocciato. «Potrebbe essere
successo qualcosa a mio padre, e mi sto sforzando di
non agitarmi. Voglio davvero fidarmi di te… quindi per
favore rispondi.»
«Se c’è un problema con tuo padre, Landon può
cavarsela da solo.»
«Hardin, sai quant’è difficile per me non…»
«Tessa», fa per zittirmi, ma poi scende dal letto e va a
prendere il telefono che vibra sulla scrivania.
«Vedi, è mia madre.» Mi mostra il display su cui
campeggia il nome Trish. Vorrei davvero che mi
prestasse ascolto e salvasse quel numero con il nome
Mamma, ma si rifiuta. Un passo alla volta, ripeto a me
stessa.
«Rispondi! Potrebbe essere un’emergenza.» Scendo
dal letto e cerco di strappargli il telefono di mano.
«Sta benissimo. Mi tartassa da stamattina.» Con un
gesto infantile, solleva il cellulare sopra la testa per non
farmelo prendere.
«Per quale motivo?» gli chiedo.
Spegne il telefono. «Niente di importante. Sai quanto
sa essere molesta.»
«Non è molesta», ribatto. Trish è molto dolce, e adoro
il suo senso dell’umorismo: mi piacerebbe che suo figlio
l’avesse ereditato.
«Sei molesta quanto lei: sapevo che avresti detto
così.» Mi sorride sistemandomi i capelli dietro le
orecchie.
Lo guardo male. «Sei un vero gentiluomo oggi. A
parte il fatto di avermi definita molesta, naturalmente.»
Non mi lamento, ma se il passato mi insegna qualcosa
temo che questa gentilezza non si protrarrà oltre il
weekend.
«Preferiresti che ti trattassi male?»
Sorrido: voglio godermi il suo buonumore, finché
dura.
26
Hardin

COME non bastasse il lungo viaggio in macchina sotto la


pioggia gelida, quando rientro in casa trovo il padre di
Tessa stravaccato sul mio divano con i miei vestiti
addosso. I pantaloni di cotone del mio pigiama e la mia
maglietta nera gli stanno stretti, e il bagel che Tessa mi
ha fatto mangiare stamattina mi risale in gola: sento il
sapore, cazzo, e sto per vomitare.
«Come se la passa Tessie?» chiede.
«Perché ti sei messo di nuovo i miei vestiti?» Non mi
aspetto necessariamente una risposta, ma so che la avrò.
«Avevo solo quella maglia che mi hai dato, e non
riuscivo a togliere l’odore», dice alzandosi in piedi.
«Dov’è Landon?»
«Landon è in cucina», risponde il diretto interessato,
alle mie spalle. Un attimo dopo ci raggiunge con uno
strofinaccio in mano. Alcune gocce di acqua saponata
cadono a terra. Gli lancio uno sguardo di rimprovero per
non aver fatto lavare i piatti a Richard. «Allora, lei come
sta?»
«Bene. E nel caso qualcuno di voi se lo chiedesse, sto
bene anch’io», sbuffo.
L’appartamento è molto più pulito di come l’ho
lasciato. Sono sparite le pile di brutti manoscritti che
pensavo di buttare, è sparita la torre di bottiglie di
plastica vuote che avevo costruito sul tavolino ed è
sparito persino il mucchio di polvere all’angolo del
mobile tv, al quale mi ero ormai abituato.
«Ma che cazzo è successo qui dentro?» La mia
pazienza sta per finire, e sono in casa da meno di due
minuti.
«Se stai chiedendo perché abbiamo pulito la casa…»
inizia Landon, ma lo interrompo.
«Dov’è tutta la mia roba?» Mi aggiro per la stanza.
«Vi ho chiesto per caso di toccare la mia roba?» Faccio
un lungo respiro per cercare di placare il nervosismo.
Perché si sono messi a pulirmi la casa senza chiedere il
permesso?
Lancio un’ultima occhiata a entrambi e vado a
chiudermi in camera.
«Qualcuno è di malumore», sento Richard dire mentre
arrivo alla porta.
«Lascialo stare, sente già la mancanza di Tessa»,
replica Landon.
A mo’ di vaffanculo per entrambi, sbatto la porta più
forte che posso.
Landon ha ragione, lo so. Lo percepivo mentre mi
allontanavo da quella maledetta città, mentre mi
allontanavo da lei. Sentivo tendersi ogni muscolo e ogni
tendine del corpo. Ogni chilometro allargava la voragine
dentro di me. Un vuoto che solo lei può riempire.
Insultare gli altri automobilisti mi ha aiutato a sfogare
la rabbia, ma la verità è che sarei dovuto restare a Seattle
qualche altra ora: avrei dovuto convincerla a prendersi la
settimana libera e venire a casa con me. Quando ho visto
com’era vestita, non avrei dovuto lasciarle scelta.
Più sprofondo nei pensieri, più mi ritrovo a
immaginare il suo corpo mezzo nudo. La gonna tirata su
fino alla vita mi offriva uno spettacolo irresistibile.
Mentre affondavo in lei mi ha promesso che non mi
avrebbe dimenticato nella lunga settimana che ci aspetta,
e ha detto di amarmi.
Più ripenso ai suoi baci, più mi agito.
Il bisogno che ho di lei è più forte che mai. È una
fusione di desiderio e amore… no, è molto più che
desiderio, è una necessità assoluta. Il legame che si crea
tra noi mentre facciamo l’amore è indescrivibile: i versi
che fa, il tono in cui mi dice che sono l’unico ad averla
mai fatta sentire così. La amo e lei ama me: fine della
storia, cazzo.
«Ciao», dico al telefono: l’ho chiamata
sovrappensiero.
«Ciao. Qualcosa non va?»
«No.» Mi guardo intorno nella stanza. La mia stanza
in perfetto ordine. «Sì.»
«Cosa c’è? Sei a casa?»
No. Non è casa senza di te. «Sì, e Landon e quello
stronzo di tuo padre mi stanno facendo saltare i nervi.»
Ridacchia. «Sarai a casa da dieci minuti al massimo.
Cos’hanno fatto in tempo a combinare?»
«Hanno pulito l’appartamento da cima a fondo, hanno
spostato tutta la mia roba, non trovo più niente.» Vorrei
che ci fosse una maglietta sporca sul pavimento, così
potrei scalciarla via.
«Cosa cerchi?» mi domanda. In sottofondo sento una
seconda voce all’altro capo della linea.
Devo fare appello a tutto il mio autocontrollo per non
chiederle con chi è. «Niente di preciso: sto dicendo che
se volessi trovare qualcosa non lo troverei.»
Ride. «Quindi sei arrabbiato perché hanno pulito
l’appartamento e non riesci a trovare qualcosa che non
cerchi neppure?»
«Esatto», sorrido. Mi sto comportando in modo
infantile, lo so. Lo sa anche lei, ma invece di
rimproverarmi sghignazza.
«Dovresti andare in palestra.»
«Dovrei tornare a Seattle e scoparti nel tuo letto. Di
nuovo.» La sento ansimare, e quel suono mi rimbomba
dentro, intensificando il desiderio che ho di lei.
«Be’, sì», sussurra.
«Chi c’è lì con te?» Ho resistito ben quaranta secondi,
sto facendo progressi.
«Trevor e Kim», risponde lentamente.
«Mi prendi in giro?» Trevor lo Stronzo è sempre tra i
piedi. Sta diventando più fastidioso di Zed, e questo è
tutto dire.
«Har-din…» È a disagio, non vuole giustificarsi
davanti a loro.
«The-re-sa.»
«Vado un attimo in camera mia», annuncia
educatamente agli altri.
«Cosa ci fa quello stronzo di Trevor a casa tua?»
domando, e di sicuro le sembrerò uno squilibrato.
«Non è casa mia», puntualizza.
«Be’, abiti lì, e…»
Mi interrompe. «Ti conviene fare un salto in palestra,
mi sembra chiaro che sei nervoso». La sento
preoccupata, e il silenzio che segue le dà ragione. «Ti
prego, Hardin.»
Non so dirle di no. «Ti chiamo quando torno.»

Non posso negare che mentre tiravo pugni e calci al


sacco da pugilato, per due ore intere, ci vedevo stampata
sopra la faccia da fotomodello di Trevor lo Stronzo. Ma
non posso neanche dire che mi abbia aiutato. Sono
ancora… carico di energia. Non so neppure perché mi
senta così, se non perché Tessa non è qui e io non sono
lì da lei.
Cazzo, sarà una settimana lunga.
Quando torno in macchina trovo un suo messaggio.
Non avevo previsto un allenamento così lungo, ma è
chiaro che ne avessi bisogno.
Ho provato a stare sveglia, ma sono esausta ;-) dice il
messaggio. Sorrido come uno stupido per quel doppio
senso involontario. Mi fa tenerezza.
Sono tentato di ignorare il messaggio di Landon che
mi ricorda che bisogna fare la spesa. Non la faccio da…
Non l’ho mai fatta. Quando vivevo alla confraternita
mangiavo la roba che compravano gli altri.
Ma Tessa potrebbe risentirsi se scoprisse che non do
da mangiare a suo padre, e Landon non esiterebbe a fare
la spia…
Non so perché, ma mi ritrovo a parcheggiare davanti
a un supermercato della catena Target, invece del solito
Conner’s. È evidente che Tessa mi sta influenzando
anche a distanza: mi ripete continuamente che Target è il
migliore, me lo dice perfino mentre siamo da Conner’s.
Lo trovo molto irritante, ma ho imparato ad annuire nei
momenti giusti per farle credere che la ascolto.
Mentre lancio nel carrello una scatola di cereali per la
colazione, vedo apparire una chioma rossa in fondo alla
corsia. Riconosco Steph prima che si volti: lo capisco
dagli inconfondibili stivali neri a mezza coscia con i lacci
rossi.
Valuto rapidamente le due possibilità. Uno: andare da
lei e ricordarle che è una stupida, brutta…
Si gira verso di me senza lasciarmi il tempo di
riflettere sulla seconda opzione, che probabilmente avrei
preferito.
«Hardin! Aspetta!» mi grida dietro quando giro sui
tacchi e abbandono il carrello in mezzo alla corsia.
Malgrado le due ore che ho appena passato in palestra,
non riuscirei a mantenere la calma davanti a Steph.
Sento i suoi stivali rimbombare sul linoleum: mi segue,
pur avendo capito benissimo che sto cercando di
evitarla.
«Ascoltami!» strilla quando mi raggiunge. Mi blocco e
lei mi viene addosso e perde l’equilibrio.
Mi giro e ringhio: «Che cazzo vuoi?»
Si rialza in fretta. L’abito nero è impolverato.
«Pensavo che tu fossi a Seattle.»
«È vero, sono qui di passaggio», mento. Non so
perché le abbia raccontato una bugia, ma ormai è fatta.
«So che adesso mi odi», inizia.
«È il primo pensiero sensato che hai da molto tempo a
questa parte», sbotto, e poi la squadro. Gli occhi verdi
sono quasi invisibili sotto il trucco pesante, e ha un
aspetto tremendo. «Non sono dell’umore giusto per le
tue stronzate.»
«Non lo sei mai stato» replica sorridendo.
Stringo i pugni. «Non ho niente da dirti, e lo sai come
divento quando non voglio essere disturbato.»
«Mi stai minacciando?» esclama incredula. Resto in
silenzio, immaginando Tessa in stato di semi-
incoscienza. Devo allontanarmi da Steph. Non la
toccherei con un dito, ma le direi cose che la ferirebbero
più di quanto possa immaginare. È uno dei miei tanti
talenti.
«Lei non è la persona giusta per te», ha il coraggio di
sentenziare.
Rido della sua audacia. «Non sei così stupida da
pensare di poter affrontare questo argomento con me.»
Ma a Steph non è mai mancata l’autostima. È molto
piena di sé. «Lo sai anche tu che è così. Lei non è
abbastanza per te, e tu non sarai mai abbastanza per lei.
Ti stuferai di lei, è troppo bigotta, lo sai benissimo. Anzi,
secondo me ti sei già stufato.»
«Bigotta?» ripeto scoppiando in un’altra risata. Lei
non conosce la Tessa a cui piace farsi scopare davanti
allo specchio, la Tessa che si lascia masturbare da me
fino a gridare il mio nome.
«Sì, e le passerà questa fissazione per i cattivi ragazzi,
e alla fine sposerà qualche banchiere. Non sarai tanto
stupido da pensare che voglia restare con te! Hai visto
com’era con Noah, quel cretino con il cardigan. Erano
fatti l’uno per l’altra, lo sai anche tu. Non puoi
competere.»
«E allora? Stai insinuando che io e te staremmo meglio
insieme?» chiedo in tono molto meno autoritario di
quanto volessi. Steph sta facendo leva sulle mie peggiori
insicurezze, e devo farmi forza per non darlo a vedere.
Alza al cielo gli occhi truccati da panda. «No, certo
che no. So che non mi vuoi, non mi hai mai voluta. Il
punto è che tengo a te.» Distolgo lo sguardo da lei e lo
sposto sulle corsie deserte del supermercato. «So che
non vuoi credermi, e so che vorresti strozzarmi perché
ho sporcato la tua santarellina, ma in quel tuo cuore
oscuro sai che dico la verità.»
Mi mordo l’interno della guancia sentendola chiamare
in quel modo odioso.
«In fondo in fondo sai che non può funzionare. È una
ragazza perbene, lei, e tu sei pieno di tatuaggi: è solo
questione di tempo, si stuferà di doversi vergognare
quando va in giro con te.»
«Non si vergogna di me.» Avanzo di un passo verso
l’arpia dai capelli rossi.
«Sì, invece, e lo sai. Me l’ha detto anche, nei primi
tempi della vostra storia. Sono sicura che non ha
cambiato idea.» Sorride: il piercing sul naso riflette la
luce, e io rabbrividisco al ricordo delle sue mani che mi
toccavano, che mi facevano venire.
Ricaccio indietro la rabbia che mi assale. «Stai
cercando di manipolarmi, perché non hai altre armi, ma
non ci casco.» La spintono per oltrepassarla.
Scoppia in una risata sguaiata. «Se tu le basti, allora
perché correva sempre da Zed? Lo sai cosa diceva la
gente.»
Mi fermo di colpo. Ricordo quando Tessa è tornata
sconvolta da quel pranzo con Steph e Molly
all’Applebee, dopo avere scoperto che girava voce che si
fosse scopata Zed. Ero così furioso che ho telefonato a
Molly e l’ho avvertita di non intromettersi tra me e
Tessa. Invece era Steph il vero pericolo.
«Hai messo tu in giro quelle voci», la accuso.
«No, le ha messe in giro il compagno di stanza di Zed.
È stato lui a sentirla mugolare il nome di Zed, e ha sentito
pure la rete del materasso sbattere contro il muro mentre
cercava di dormire. Fastidioso, no?» Il sorriso maligno di
Steph mi strappa l’ultimo briciolo di autocontrollo a cui
mi ero aggrappato da quando Tessa se n’è andata a
Seattle.
Devo allontanarmi subito. Via di qui, adesso.
«Zed dice che era molto stretta, e che fa un… una
mossa con i fianchi, diciamo. Ah, e quella lentiggine… lo
sai di quale parlo.» Le unghie con lo smalto nero si
posano sul collo.
«Sta’ zitta!» sbotto tappandomi le orecchie. «Chiudi
quella cazzo di bocca!» grido in mezzo al supermercato.
Steph indietreggia ma continua a sorridere. «Non mi
importa se ci credi o no. Ma sai anche tu che perdi
tempo. Perdi tempo, con lei.»
Fa un ultimo ghigno e si dilegua, proprio mentre il mio
pugno entra in collisione con uno scaffale di metallo.
27
Hardin

LE confezioni cadono dai ripiani e rimbalzano a terra.


Sferro un altro pugno al metallo, lasciando una chiazza
rossa. Il bruciore familiare delle nocche manda in circolo
altra adrenalina, facendomi infuriare ancora di più. È
quasi un sollievo concedermi finalmente di sfogare la
rabbia nel modo in cui sono sempre stato abituato a fare.
Non devo più trattenermi, non devo riflettere: posso
abbandonarmi alla collera, tirarla fuori tutta, lasciare che
mi travolga.
«Cosa stai facendo?! Aiuto!» grida una donna.
Giro la testa nella sua direzione, e lei arretra verso il
fondo del corridoio con gli occhi spalancati per il terrore.
Una bambina bionda si aggrappa alla sua gonna.
Quando gli occhi azzurri della bambina incontrano i
miei non riesco più a distogliere lo sguardo. Ogni respiro
affannoso che mi esce di bocca ruba un altro po’ di
quell’innocenza. Mi volto a osservare il casino che ho
combinato. In un istante la delusione prende il posto della
rabbia, e mi rendo conto che sto distruggendo un
supermercato. Se non riesco a uscire di qui prima che
arrivi la polizia sono fottuto.
Lancio un’ultima occhiata alla bambina, con il suo
abitino lungo fino ai piedi e i lustrini sulle scarpe, e mi
metto a correre verso l’uscita cercando di incrociare
meno persone possibile.
Non riesco a pensare lucidamente, ho una gran
confusione in testa.
Tessa non si è scopata Zed.
Non l’ha fatto.
Non potrebbe mai.
Lo saprei, se l’avesse fatto. Qualcuno me l’avrebbe
detto.
Me l’avrebbe detto lei. È l’unica persona che conosco
che non mi racconti bugie.
Mi precipito fuori dal supermercato, nel buio e
nell’aria gelida del parcheggio. «Merda!» grido quando
raggiungo la macchina. Tiro un calcio al parafango e il
rumore del metallo che si piega mi fa sentire ancora più
impotente.
«È stata solo con me!» sbraito rivolto al buio.
Salgo in macchina. Sto infilando la chiave nel quadro
quando due volanti della polizia entrano nel parcheggio
con i lampeggianti accesi e a sirene spiegate. Mi
allontano lentamente per non dare nell’occhio, mentre i
poliziotti si fermano davanti all’ingresso e corrono dentro
come se li avessero chiamati per un omicidio.
Appena dal parcheggio provo un sollievo enorme. Se
mi avessero arrestato da Target, Tessa sarebbe andata
fuori di testa.
Tessa… e Zed.
So bene che non devo credere alle stronzate di Steph.
So che Tessa non è andata a letto con Zed. So di essere
l’unico uomo che sia mai stato dentro di lei, l’unico che
l’abbia mai fatta venire. Io, non lui.
Nessun altro, cazzo. Soltanto io.
Scuoto la testa per scacciare la visione di loro due, lei
aggrappata alle sue braccia, lui che si spinge dentro di lei.
Merda.
Non riesco a pensare, sono accecato dalla rabbia.
Avrei dovuto prendere Steph per il collo e…
No, basta. Quello che mi fa infuriare è che Steph ha
ottenuto esattamente ciò che voleva. Sapeva benissimo
cosa faceva quando ha nominato Zed; voleva farmi
esplodere, e ci è riuscita. Sapeva che pronunciare quel
nome era come togliere la sicura da una bomba a mano e
poi allontanarsi. Ma io non sono una bomba: dovrei
essere in grado di controllare le mie reazioni.
Chiamo subito Tessa, ma non risponde. Il telefono
squilla… squilla… squilla. Mi ha detto che stava andando
a dormire, ma so benissimo che tiene sempre la
vibrazione inserita e che ha il sonno molto leggero.
«Coraggio, Tessa, rispondi», sbuffo, poi lancio il
telefono sul sedile del passeggero. Devo allontanarmi il
più possibile da Target, prima che la polizia controlli le
telecamere del parcheggio e veda il mio numero di targa.
La statale è un incubo. Se Tessa non mi risponde
entro un’ora chiamerò Christian.
Dovevo restare un’altra notte a Seattle. Avrei dovuto
trasferirmi lì fin dall’inizio. Tutti i motivi per cui non
volevo andarci mi sembrano futili, ormai. Tutte le paure
che avevo, e che ho ancora, sono ingigantite dalla
distanza tra me e lei.
«In fondo in fondo sai che non può funzionare… Sei
pieno di tatuaggi: è solo questione di tempo, si stuferà
di doversi vergognare quando va in giro con te… Questa
fissazione per i cattivi ragazzi… Sposerà qualche
banchiere.»
La voce di Steph mi rimbomba nelle orecchie. Sto
impazzendo, qui in mezzo alla strada. Tutti gli sforzi di
questa settimana non sono serviti a niente. Quella vipera
è riuscita a rovinare i due giorni che ho passato con
Tessa.
Vale la pena sforzarmi tanto? Sono condannato a
lottare in eterno contro l’istinto di dire e fare la cosa
sbagliata? E se riesco a cambiare, lei mi amerà
davvero? Oppure le sembrerà solo di aver portato a
termine un esperimento per il corso di psicologia?
Dopo tutto questo, cosa rimarrà di me che lei possa
amare? Sarò ancora lo stesso di cui si è innamorata,
oppure questo è il suo modo di trasformarmi in una
persona diversa, la persona che vorrebbe… e di cui si
stuferà?
Sta cercando di farmi somigliare… a Noah?
«Non puoi competere con lui…» Steph ha ragione:
non posso competere con Noah. La loro era una storia
semplice: Tessa non doveva mai preoccuparsi di niente,
con lui. Stavano bene insieme. Tranquilli, sereni.
Lui non è malato come me.
Ricordo che rimanevo chiuso in camera mia per ore
ad aspettare che Steph mi avvertisse che Tessa era
tornata dopo essere uscita con Noah. Mettevo i bastoni
tra le ruote a quei due, e stranamente ha funzionato: lei
ha scelto me, ha preferito me al ragazzo che amava fin
da bambina.
L’idea che Tessa dica a Noah che lo ama mi fa venire
la nausea.
«La fissazione per i cattivi ragazzi…» Io sono più che
una fissazione per Tessa. Dev’essere così, per forza. Mi
sono portato a letto fin troppe brave ragazze che
volevano solo far arrabbiare papà, ma Tessa non è una di
loro. E l’ha dimostrato sopportando tutte le mie
stronzate.
Mi scoppia il cervello.
Perché sto permettendo a Steph di entrarmi nella
testa? Non avrei dovuto dar retta a quella stronza. Ora,
però, non posso dimenticare le sue parole. Mi pulisco le
nocche sanguinanti sui jeans e parcheggio la macchina.
Alzo lo sguardo e scopro di essere davanti al Blind
Bob’s. Ho guidato fin qui senza rendermene conto. Non
dovrei entrare… ma non riesco a fermarmi.
E dietro il bancone vedo una vecchia… amica. Carly.
Carly, con il rossetto scarlatto e pochi vestiti addosso.
«Bene, bene, bene…» mi saluta.
«Risparmia il fiato.» Mi siedo su uno sgabello davanti
a lei.
«Non ci sperare.» Scuote la testa facendo ondeggiare
la coda di cavallo bionda. «L’ultima volta che ti ho
servito da bere è finita male, e stasera non ho il tempo né
la pazienza per una replica di quello spettacolo.»
L’ultima volta che sono stato in questo locale mi sono
ubriacato così tanto che Carly mi ha costretto a passare
la notte sul divano, e ne è derivato un gigantesco
malinteso con Tessa, che quel giorno ha avuto un
incidente stradale per colpa mia. Per colpa della merda
con cui riempio la sua vita.
«Il tuo mestiere è versarmi da bere quando te lo
chiedo.» Indico la bottiglia di whisky sul ripiano alle sue
spalle.
«Il cartello dice un’altra cosa.» Si appoggia con i
gomiti al bancone e io mi tiro a sedere diritto sullo
sgabello, per allontanarmi il più possibile da lei.
Appeso al muro c’è un cartello con su scritto: CI
RISERVIAMO IL DIRIT T O DI RIFIUTARCI DI SERVIRE
CHIUNQUE.
Mi viene da ridere. «Vacci piano con il ghiaccio, non
lo diluire troppo.»
Mi guarda malissimo ma poi prende un bicchiere e lo
riempie di liquore, mentre la voce di Steph continua a
rimbombarmi in testa. Solo così posso liberarmi dalle sue
accuse e dalle sue bugie.
Carly mi riscuote dai pensieri. «Ti sta chiamando», mi
fa notare.
Sul display del telefono è apparsa la foto che ho fatto
a Tessa a Seattle, mentre dormiva.
«Merda.» D’istinto spingo via il bicchiere,
rovesciando il whisky sul bancone. Ignoro le
imprecazioni stridule di Carly ed esco dal bar con la
stessa rapidità con cui ci sono entrato.
Una volta fuori, rispondo. «Tess.»
«Hardin!» esclama agitata. «Stai bene?»
«Ti ho chiamata tante volte», dico con un sospiro di
sollievo.
«Lo so, mi dispiace, dormivo. Va tutto bene? Dove
sei?»
«Al Blind Bob’s», ammetto. È inutile mentire, tanto lei
scopre sempre la verità, in un modo o nell’altro.
«Oh…»
«Ho ordinato da bere.» Ormai tanto vale dirle tutto.
«Un solo bicchiere?»
«Sì, e non l’avevo neppure assaggiato quando hai
chiamato.» Non so cosa pensare. La sua voce è la mia
àncora di salvezza, eppure sento anche una forza che mi
attira verso il bar.
«Bene. Stai andando via di lì?»
«Sì, subito.» Apro la portiera e salgo in macchina.
Dopo qualche secondo di silenzio, Tessa mi chiede:
«Perché ci sei andato? Non è un rimprovero, mi
domando solo il motivo».
«Ho visto Steph.»
Rimane senza fiato. «Cos’è successo? Hai… È
successo qualcosa?»
«Non le ho fatto del male, se è questo che intendi.»
Metto in moto, ma non parto: non voglio dovermi
concentrare sulla guida mentre parlo con lei. «Mi ha
detto certe cose che… mi hanno fatto perdere la testa.
Da Target.»
«Ma stai bene? Aspetta, pensavo che odiassi Target.»
«Ma di tutte le cose che…»
«Scusa, sono ancora mezza addormentata.» Sento il
sorriso nella sua voce, subito rimpiazzato dalla paura.
«Va tutto bene? Cosa ti ha detto?»
«Ha detto che ti sei scopata Zed.» Non voglio ripetere
le altre cose, per esempio che io e Tessa non siamo
compatibili.
«Cosa? Sai che non è vero, Hardin. Ti giuro che tra
noi non è successo niente che non ti abbia già…»
Tamburello con le dita sul parabrezza, e guardo le
impronte accumularsi. «Ha detto che il suo coinquilino vi
ha sentiti.»
«E tu non le credi, vero? Non puoi crederle, Hardin:
mi conosci… Sai che te l’avrei detto se chiunque altro
mi avesse toccata…» Le si incrina la voce, e sento una
fitta al petto.
«Shhh…» Non avrei dovuto lasciarla parlare così a
lungo. Avrei dovuto rassicurarle che sapevo che non è
vero, ma essendo un bastardo egoista avevo bisogno di
sentirglielo dire.
«Cos’altro ti ha detto?» Ora sta proprio piangendo.
«Solo stronzate. Su te e Zed. E ha fatto leva su tutte le
mie paure e insicurezze.»
«È per questo che sei andato al bar?» Non mi sta
giudicando, è più comprensiva di quanto mi aspettassi.
«Immagino di sì.» Sospiro. «Sapeva certe cose… sul
tuo corpo… cose che solo io dovrei sapere.» Un brivido
mi corre lungo la schiena.
«Era la mia compagna di stanza, mi ha vista mille
volte mentre mi cambiavo. E poi è stata lei a spogliarmi
quella sera», spiega tirando su con il naso.
La rabbia torna a impadronirsi di me. Il pensiero di
Tessa, incapace di muoversi, mentre Steph le strappa via
i vestiti…
«Non piangere, per favore. Non riesco a sentirti così,
tanto più quando siamo lontani.»
Ora che sento la voce di Tessa, le parole di Steph
perdono significato. La rabbia incontenibile che provavo
pochi minuti fa si è dissolta.
«Parliamo d’altro, mentre torno a casa.» Metto la
retromarcia e inserisco il vivavoce.
«Okay, va bene…» acconsente, e canticchia
sottovoce mentre pensa a cosa dire. «Be’, Kimberly e
Christian mi hanno invitata al loro club questo fine
settimana.»
«Non ci vai.»
«Se mi lasci finire…» mi rimprovera. «Ma dato che ci
sarai tu qui, spero, e sapendo che non vorresti venire al
club, siamo d’accordo che ci andremo mercoledì sera.»
«Che genere di locale è aperto di mercoledì sera?»
Guardo nello specchietto e mi rispondo da solo. «Ci
vengo anch’io.»
«Perché? Non ti piacciono i locali notturni, ricordi?»
«Ci vengo con te nel fine settimana. Non voglio che tu
ci vada mercoledì.»
«Ci vado mercoledì. Possiamo tornarci insieme, se
vuoi, ma ho già avvisato Kimberly che ci vado, e non
vedo perché non dovrei.»
«Preferirei che tu non ci andassi», dico a denti stretti.
Sono già nervoso, e lei mi sta provocando. «Oppure
posso venire lì mercoledì», propongo cercando di essere
ragionevole.
«Non c’è bisogno che vieni fin qui mercoledì, quando
verresti comunque per il weekend.»
«Non vuoi farti vedere in giro con me?» Le parole mi
escono di bocca prima che possa fermarle.
«Eh?» Sento scattare l’interruttore della lampada sul
comodino. «Perché dici così? Lo sai che non è vero.
Non lasciare che Steph ti entri in testa. È lei che ti ha
detto così, vero?»
Fermo la macchina nel parcheggio di casa prima di
rispondere. Tessa aspetta in silenzio una spiegazione. Alla
fine sospiro. «No. Non lo so.»
«Dobbiamo imparare a combattere uniti, non farci la
guerra tra noi. Non possiamo lasciare che Steph ci metta
l’uno contro l’altra. Dobbiamo collaborare.»
«Non è quello che…» Ha ragione. Cazzo, ha sempre
ragione lei. «Vengo mercoledì e mi fermo fino a
domenica.»
«Ho lezione e devo andare al lavoro.»
«Sembra che tu non mi voglia vedere.» La paranoia si
fa strada tra i rottami della mia autostima.
«Certo che voglio vederti. Lo sai benissimo.»
Assaporo quelle parole: porca miseria, quanto mi
manca.
«Sei arrivato a casa?» mi chiede quando spengo il
motore.
«Sì, in questo momento.»
«Mi manchi.»
La tristezza della sua voce mi lascia pietrificato. «Mi
manchi anche tu, piccola. Mi dispiace… sto impazzendo
senza di te, Tess.»
«Anch’io», sospira. Mi viene voglia di chiederle di
nuovo scusa.
«Sono stato uno stupido a non trasferirmi a Seattle
con te.»
Si mette a tossire e, stupita, domanda: «Cosa?»
«Mi hai sentito, non lo ripeterò.»
«E va bene.» Smette di tossire mentre entro in
ascensore. «Tanto è impossibile che io abbia capito
bene.»
«Comunque, cosa vuoi che faccia con Steph e Dan?»
chiedo per cambiare argomento.
«E cosa potresti fare?»
«È meglio se non ti rispondo.»
«Allora non fare niente, lasciali stare.»
«Lei racconterà a tutti del nostro incontro di stasera e
continuerà a spargere la voce di te e Zed.»
«Non vivo più lì, quindi non importa.»
Eppure sono sicuro che una diceria del genere la
ferisce, che lo ammetta o no. «Non voglio lasciar
perdere», confesso.
«E io non voglio che tu ti cacci nei guai per causa
loro.»
«Va bene», concedo, e ci diamo la buonanotte. Non
riuscirò mai a convincerla della necessità di fermare
Steph, quindi è meglio arrendersi.
Entro nell’appartamento, e trovo Richard che dorme
sul divano. La televisione è accesa a un volume
assordante. La spengo e vado subito in camera.
28
Hardin

LA mattina successiva sono stanchissimo. Sono


all’università, ma non ricordo neppure di esserci arrivato,
e comincio a domandarmi cosa ci sono venuto a fare.
Passando davanti al rettorato vedo Nate e Logan in
fondo alle scale. Tiro su il cappuccio della felpa e li
oltrepasso senza dire una parola. Devo andarmene da
questo posto.
D’impulso, mi giro e salgo le scale per entrare
nell’edificio. La segretaria di mio padre mi saluta con il
sorriso più falso che mi sia capitato di vedere da un bel
pezzo a questa parte.
«Posso esserti d’aiuto?»
«Vorrei vedere Ken Scott.»
«Hai appuntamento?» mi chiede in tono cortese, pur
sapendo benissimo che non ce l’ho. Pur sapendo
benissimo chi sono.
«Certo che no. Mio padre c’è o no?» Dal pannello di
vetro satinato della porta non si riesce a vedere dentro.
«C’è, ma al momento è in teleconferenza. Se vuoi
sederti…»
Oltrepasso la sua scrivania e apro la porta. Mio padre
gira la testa e alza un dito per chiedermi di aspettare un
momento.
Essendo un vero gentiluomo, sbuffo e vado a sedermi
davanti alla scrivania.
Dopo un altro minuto o due, mio padre riaggancia il
telefono e si alza per salutarmi. «Non ti aspettavo.»
«Non pensavo di venire.»
«Qualcosa non va?» chiede lanciando un’occhiata alla
porta chiusa alle mie spalle.
«Ho una domanda.» Poso le mani sulla scrivania e lo
guardo negli occhi. Non si rade da qualche giorno e ha i
polsini della camicia un po’ stropicciati. Non ricordo di
avergli mai visto indosso una camicia sgualcita da
quando sono venuto a vivere in America. Questo è un
uomo che scende per colazione in gilet e pantaloni con la
piega.
«Ti ascolto.»
La tensione tra noi si taglia con il coltello, ma fatico a
ricordare la rabbia cocente che un tempo provavo per
mio padre. Non so cosa pensare di lui, ora. Non riuscirò
mai a perdonarlo completamente, credo, ma restare
aggrappato a quella rabbia è troppo faticoso. Con me non
avrà mai il rapporto che ha con il mio fratellastro, ma è
bello sapere che quando ho bisogno di qualcosa tenta di
aiutarmi. Di solito non ci riesce, ma apprezzo lo sforzo.
«Quanto pensi che sarà difficile trasferirmi al campus
di Seattle?»
«Davvero?»
«Sì. Non voglio la tua opinione, voglio una risposta.»
Ho già preso la mia decisione.
Mi scruta con attenzione prima di rispondere. «Be’,
dovresti rimandare la laurea. È meglio se rimani in questo
campus per il resto del semestre. Tra la domanda di
trasferimento, l’iscrizione e il trasloco, non ne varrebbe
la pena… logisticamente parlando.»
Mi appoggio allo schienale della sedia di pelle e lo
fisso. «Non potresti velocizzare la trafila?»
«Sì, ma ti laureeresti comunque in ritardo.»
«Quindi in pratica devo restare qui.»
«Non necessariamente…» con aria pensierosa si
massaggia il mento, dove ha un’ombra di barba scura,
«ma per ora è più ragionevole. Ti manca così poco…»
«Non ci vado, a quella cerimonia», gli ricordo.
«Speravo che avessi cambiato idea», sospira.
Distolgo lo sguardo. «Be’, no, quindi…»
«È un giorno molto importante per te. Gli ultimi tre
anni della tua vita…»
«Non me ne frega un cazzo. Non ci voglio andare. La
pergamena di laurea potete spedirmela. Fine della
discussione.» I diplomi e le pergamene incorniciati di
bianco sulle pareti marrone scuro dell’ufficio
testimoniano i suoi successi, e da come li guarda intuisco
che per lui significano più di quanto significherebbero
per me.
«Mi dispiace sentirti parlare in questi termini», dice
continuando a fissare i diplomi. «Non te lo chiederò più»,
conclude accigliato.
«Perché ci tieni tanto?» mi azzardo a domandare.
L’ostilità tra noi è aumentata e l’atmosfera si è fatta
più pesante, ma i lineamenti di mio padre si addolciscono
molto con il passare dei secondi di silenzio.
«Perché…» fa un respiro profondo, «c’è stato un
periodo, un periodo molto lungo, in cui non ero
sicuro…» un’altra pausa, «di come saresti venuto su.»
«Cioè?»
«Hai tempo di parlarne adesso?» Posa lo sguardo sulle
mie nocche ferite e i jeans sporchi di sangue. So che in
realtà intende: Sei sufficientemente lucido per parlarne
adesso?
Avrei dovuto cambiarmi i jeans. Ma stamattina non mi
andava di fare granché: sono rotolato giù dal letto e sono
venuto all’università.
«Voglio sapere», confermo in tono deciso.
«C’è stato un periodo in cui pensavo che non avresti
neppure preso il diploma… sai, visti i guai in cui ti
cacciavi sempre al liceo.»
Mi passano in testa immagini di risse, furti nei negozi,
ragazze mezze nude che piangono, vicini che si
lamentano, una madre profondamente delusa. «Lo so»,
ammetto. «Tecnicamente sono ancora nei guai.»
Dal modo in cui mi guarda, è evidente che mio padre
non è contento di sentirmi parlare con tanta disinvoltura
di un argomento così delicato per lui. «Non quanto
prima. Non da quando… c’è lei», aggiunge a voce più
bassa.
«È lei a provocare la maggior parte dei miei
problemi.» Mi massaggio la nuca, sapendo benissimo
che dico cazzate.
«Non mi sembra proprio», replica con gli occhi stretti
mentre giocherella con il primo bottone del gilet.
Restiamo in silenzio per un attimo, incerti su cosa dire.
«Mi sento così in colpa, Hardin. Se tu non ti fossi
diplomato e non fossi andato all’università, non so cosa
avrei fatto.»
«Niente, avresti continuato a vivere tua vita perfetta
quaggiù», sbotto.
Sobbalza come se gli avessi dato uno schiaffo. «Non
è vero. Voglio solo il meglio per te. Non sempre te l’ho
dimostrato, lo so, ma il tuo futuro mi sta molto a cuore.»
«È per questo che mi hai fatto ammettere alla
Washington Central?» Non abbiamo mai parlato del fatto
che mio padre abbia approfittato del suo ruolo di rettore
per farmi entrare in questa maledetta università. Ma so
che è andata così. Al liceo non mi impegnavo e i voti lo
dimostrano.
«Per quello, e anche perché tua madre era arrivata al
punto di rottura. Ti ho fatto venire qui per poterti
conoscere. Non sei più lo stesso ragazzo che eri quando
me ne sono andato.»
«Se proprio volevi conoscermi, potevi restare con noi.
E bere di meno.» Frammenti di ricordi che mi ero
sforzato di rimuovere si fanno strada nella mia mente. «E
invece te ne sei andato, e io non ho mai avuto
un’infanzia.»
Ogni tanto, quando me ne stavo da solo in salotto a
fissare per ore le pareti ammuffite mentre mia madre
lavorava dall’alba al tramonto, mi chiedevo come mi
sarei sentito se fossi stato un bambino felice, con una
famiglia unita e piena d’amore. Mi preparavo qualche
schifezza da mangiare e immaginavo di essere seduto a
tavola con persone che mi volevano bene. Che ridevano
e mi chiedevano com’era andata la mia giornata. Quando
facevo a botte con qualcuno a scuola, a volte avrei
voluto un padre che mi desse una pacca sulla spalla
oppure che mi rimproverasse.
Con il passare degli anni, però, le cose sono
migliorate. Da adolescente mi sono accorto che potevo
fare del male alle persone, e da allora è stato tutto più
facile. Potevo vendicarmi di mia madre che mi lasciava
da solo per andare a lavorare, chiamandola per nome
anziché mamma, e negandole la semplice gioia di sentire
il suo unico figlio dirle «ti voglio bene».
Potevo vendicarmi di mio padre evitando di rivolgergli
la parola. Avevo un unico obiettivo: fare in modo che
tutti intorno a me soffrissero come soffrivo io, così
finalmente mi sarei sentito uguale agli altri. Usavo il sesso
e le bugie per ferire le ragazze, era un gioco per me. Ma
il gioco mi si è ritorto contro quando un’amica di mia
madre ha iniziato a passare troppo tempo con me; il suo
matrimonio è andato in crisi, la sua dignità è andata in
frantumi… e mia madre si è sentita annientata quando ha
scoperto che il figlio quattordicenne era capace di tanto.
Ken sembra leggermi nel pensiero. «Lo so, e mi
dispiace per tutte le cose che hai dovuto sopportare per
causa mia.»
«Non voglio parlarne più.» Spingo indietro la sedia e
mi alzo.
Mio padre resta seduto, e in quella posizione mi pare
di esercitare autorità su di lui. Mi sento… superiore. Lui
è tormentato dal senso di colpa e dai rimpianti, e io mi
sto liberando dai miei.
«Sono successe molte cose che non capiresti. Vorrei
potertele raccontare, ma non cambierebbe niente.»
«Ripeto che non voglio più parlarne. Sto già passando
una pessima giornata, ci manca solo questo. Ho capito,
sei pentito di averci abbandonati e tutta quella solfa. Me
ne sono fatto una ragione», mento. Ma non è proprio una
bugia: sono molto più vicino a farmene una ragione di
quanto fossi prima.
Sono già alla porta quando mi viene una curiosità.
«Mia madre si sposa, lo sapevi?»
Dal suo sguardo sorpreso è chiaro che non ne aveva
idea.
«Con Mike… hai presente? Il vicino di casa.»
«Oh», dice rabbuiandosi.
«Tra due settimane.»
«Così presto?»
«Sì. C’è qualche problema?»
«No, niente affatto. Sono solo un po’ stupito, tutto
qui.»
«Sì, anch’io.» Mi appoggio con la spalla allo stipite e
guardo l’espressione di mio padre passare dalla tristezza
al sollievo.
«Ci vai?»
«No.»
Ken Scott si alza in piedi e gira intorno all’enorme
scrivania per venirmi incontro. Devo ammettere che mi
intimorisce un po’. Non lui, ovviamente, ma le emozioni
che leggo nei suoi occhi quando dice: «Devi andarci,
Hardin. Le spezzerai il cuore se non ci vai. Soprattutto
perché sa che sei venuto al mio matrimonio con Karen».
«Sì… be’, lo sappiamo entrambi perché sono venuto
al tuo. Non ho avuto scelta, e comunque il tuo
matrimonio non era all’altro capo del pianeta.»
«Era come se lo fosse, visto che non ci rivolgevamo
praticamente la parola. Devi andarci. Tessa lo sa?»
Merda. Non ci avevo pensato. «No, e tu non devi
dirglielo. E neanche a Landon: se lo viene a sapere non
terrà la bocca chiusa.»
«C’è un motivo particolare per cui glielo nascondi?»
«Non glielo nascondo, è solo che non voglio farle
pensare che sia tenuta ad andarci. Non ha neppure il
passaporto. Non è mai uscita dallo Stato di Washington.»
«Sai meglio di me che vorrà andarci. Tessa adora
l’Inghilterra.»
«Non ci è mai stata!» Parlo a voce troppo alta, così
faccio un gran respiro per tentare di calmarmi. Mi fa
infuriare che si comporti come se lei fosse figlia sua,
come se la conoscesse meglio di quanto la conosco io.
«Non le dirò niente», mi assicura.
Sono contento che non insista. Ho già parlato fin
troppo, sono esausto. Stanotte non ho chiuso occhio,
alla telefonata con Tessa. Gli incubi sono tornati in
grande stile, e dopo la terza volta che mi sono svegliato
di soprassalto con i conati di vomito ho deciso che era
meglio rinunciare al sonno.
«Dovresti andare a trovare Karen prima possibile. Ieri
sera mi ha chiesto di te», dice mentre sto uscendo dal
suo ufficio.
«Ehm, va bene», borbotto richiudendo la porta alle
spalle.
29
Tessa

A LEZIONE, il ragazzo che secondo me farà carriera in


politica si sporge verso di me e sussurra: «Per chi hai
votato alle elezioni?»
Mi sento un po’ a disagio con lui. È affascinante,
anche troppo, e i vestiti eleganti e la pelle ambrata mi
distraggono. Non è bello quanto Hardin, ma è senz’altro
attraente, e lo sa.
«Non ho votato, ero minorenne», rispondo.
«Giusto», osserva ridendo.
Non ci tenevo granché a parlare con lui, ma negli
ultimi minuti di lezione il professore ci ha detto di parlare
tra noi mentre rispondeva a una telefonata. Mi sento
sollevata quando scocca l’ora e possiamo andare.
Mentre usciamo dall’aula, il futuro uomo politico
continua invano a tentare di attaccare bottone, ma per
fortuna dopo un po’ se ne va.
Ho la testa da un’altra parte, fin da stamattina. Non
riesco a smettere di chiedermi cosa abbia detto Steph a
Hardin per farlo agitare in quel modo. So che mi crede,
riguardo alle voci su me e Zed; ma deve avergli detto
qualcos’altro, qualcosa che lo ha turbato così tanto che
non se la sente di riferirmelo.
Odio Steph. La odio per ciò che ha fatto a me e per
essersi insinuata nella testa di Hardin e averlo fatto
soffrire: in un certo senso mi ha usata per fare del male a
lui.
Quando arrivo a storia dell’arte, ho già immaginato
dieci modi diversi per uccidere quella strega.
Mi siedo accanto a Michael, il ragazzo spiritoso con i
capelli blu, e passo tutta l’ora a ridere alle sue battute,
che mi distraggono dai propositi omicidi.
Finalmente la giornata è terminata e posso tornare alla
macchina. Mentre salgo sento vibrare il telefono. Mi
aspetto che sia Hardin, invece non è lui. Ho tre nuovi
messaggi, due dei quali sono appena arrivati.
Decido di leggere per primo quello di mia madre.
Chiamami, dobbiamo parlare.
Un altro è di Zed. Faccio un bel respiro prima di
aprirlo. Sarò a Seattle da giovedì a sabato. Fammi
sapere quando sei libera.
Mi massaggio le tempie e mi rallegro di aver
conservato per ultimo il messaggio di Kimberly. Non può
contenere nulla di più angosciante della prospettiva di
dover dire a Zed che non possiamo vederci, o di una
conversazione con mia madre. Lo sapevi che il tuo
amore va a Londra il prossimo weekend?
Non c’è limite al peggio.
In Inghilterra? Hardin vuole tornare in Inghilterra dopo
la laurea? Rileggo il messaggio…
Il prossimo weekend!
Appoggio la fronte al volante e chiudo gli occhi. Il mio
primo istinto è telefonargli e chiedergli perché non mi ha
detto che parte. Ma è l’occasione perfetta per allenarmi a
non saltare a conclusioni affrettate: c’è una remota
possibilità che Kimberly si sbagli.
Mi si stringe il cuore al pensiero che Hardin voglia
tornare a vivere in Inghilterra. Sto ancora cercando di
convincermi che la mia presenza basterà a farlo restare
qui.
30
Hardin

SEMBRA passato un secolo dall’ultima volta che sono


stato in questo posto. Guido senza meta da un’ora,
pensando alle possibili conseguenze della mia decisione di
venire qui. Dopo aver formulato mentalmente una lista di
pro e contro – una cosa che non faccio mai… mai –
spengo il motore ed esco nell’aria fredda del pomeriggio.
Spero di trovarlo in casa, altrimenti avrò sprecato un
sacco di tempo e mi irriterò ancora di più. Mi guardo
intorno e vedo il suo pick-up vicino all’ingresso del
parcheggio. Il palazzo marrone è di poco rientrato
rispetto alla strada, e una rampa di scale arrugginite porta
al piano del suo appartamento. A ogni tonfo dei miei
anfibi sul metallo dei gradini, ripeto tra me i motivi per
cui sono qui.
Mentre raggiungo l’appartamento C, sento vibrare il
telefono in tasca. Dev’essere Tessa oppure mia madre, e
al momento non voglio parlare con nessuna delle due. Se
parlo con Tessa, salterà il mio piano. E mia madre mi
tartasserà con la storia del matrimonio.
Busso alla porta, e pochi secondi dopo Zed viene ad
aprire: indossa solo un paio di pantaloni della tuta, e
l’intricato tatuaggio con gli ingranaggi e le rotelle si è
ampliato fino a coprire l’addome. Dev’essersene fatto
fare un altro pezzo dopo aver provato a rubarmi la
ragazza.
Mi guarda incredulo, senza nemmeno salutarmi.
«Dobbiamo parlare», esordisco infine, e lo spintono
per entrare.
«Devo chiamare la polizia?» chiede in quel suo tipico
tono asciutto.
Mi siedo sul vecchio divano di pelle e alzo gli occhi su
di lui. «Dipende se decidi di collaborare oppure no.»
Ora porta la barba. Mi sembrano passati mesi, anziché
una decina di giorni, da quando l’ho visto fuori dalla casa
della madre di Tessa.
Sospira e si appoggia alla parete all’altro capo del
piccolo salotto. «Be’, vieni al punto, allora.»
«Sai già che si tratta di Tessa.»
«Lo immaginavo.» Si rabbuia e incrocia le braccia
tatuate.
«Tu non andrai a Seattle.»
«E invece sì», ribatte con un sorriso. «Ho già
organizzato il viaggio.»
Ma che cazzo?… Perché vuole andare a Seattle? Sta
complicando inutilmente le cose: e io che mi ero illuso di
poter avere una conversazione con lui senza mandarlo in
ospedale.
«Il punto è…» inspiro a fondo per restare calmo e
attenermi al programma «…che tu non vai a Seattle.»
«Vado a trovare degli amici. Ma, nel caso te lo
domandassi, lei mi ha invitato a vederci.»
Appena dice quelle parole scatto in piedi. «Non
provocarmi: sto cercando di trattenermi. Non hai motivo
di andare a trovarla. Lei è mia.»
«Ti rendi conto di come suona questa frase? Dire che
è tua, come se fosse un oggetto di tua proprietà?»
«Non me ne frega un cazzo di come suona, è la
verità.» Faccio un passo verso di lui. Nell’aria c’è una
tensione che ha qualcosa di animalesco: entrambi
vogliamo rivendicare il territorio, e io non ho intenzione
di cedere.
«Se Tessa è tua, allora perché non sei a Seattle con
lei?» insiste.
«Perché mi laureo alla fine di questo semestre.» Ma
perché rispondo alle sue domande? Sono venuto qui per
parlare, non per ascoltare e «instaurare un dialogo»,
come diceva un mio professore. Non lascerò che Zed
ritorca contro di me le mie parole. «Dove sono io è
irrilevante. Se vai a Seattle, non la vedrai.»
«Spetta a lei deciderlo, non ti sembra?»
«Se la pensassi così non sarei qui.» Stringo i pugni e
mi giro a guardare i libri di scienze sul tavolino. «Perché
non la lasci in pace? È per via di quello che ho fatto a…»
«No», mi interrompe in tono calmo. «Non c’entra
niente con quello. Voglio bene a Tessa, proprio come te.
Ma, diversamente da te, io la tratto come merita.»
«Tu non sai niente di come la tratto», ringhio.
«Be’, a dire il vero lo so. Quante volte è corsa da me
piangendo per qualcosa che avevi detto o fatto?» mi fa
notarepuntandomi addosso un dito. «Troppe volte: la fai
soffrire in continuazione, e lo sai.»
«Primo, non la conosci neppure; secondo, non ti
sembra patetico continuare a tormentarti per una donna
che non avrai mai? Quante volte abbiamo fatto questa
conversazione, e a proposito di quante ragazze?»
Mi studia e prende atto della mia rabbia, ma non
abbocca alla provocazione sulle ragazze. «No», dice
leccandosi le labbra, «non è patetico. È geniale, anzi:
posso aspettare dietro le quinte fino al giorno in cui tu
combinerai un’altra cazzata… ed è inevitabile che
accada… e quel giorno sarò lì, pronto a consolarla.»
«Brutto stronzo.» Indietreggio per allontanarmi il più
possibile da lui, altrimenti lo ammazzo. «Cos’altro vuoi?
Che lei ti dica chiaro e tondo che non ti vuole? Te l’ha
già detto, mi pare, ed eccoti qua di nuovo…»
«Sei tu quello che è venuto a casa mia.»
«Porca puttana, Zed!» grido. «Perché non la pianti,
cazzo? Lo sai quanto è importante per me, ma cerchi
sempre di intrometterti. Trovane un’altra con cui
spassartela. Il campus è pieno di puttane.»
«Puttane?» ripete, in tono sarcastico.
«Lo sai che non intendevo Tessa», ringhio, faticando
a tenere le mani a posto.
«Se lei significasse così tanto per te, non avresti fatto
tutte quelle cose. Lo sa che ti sei scopato Molly mentre
correvi dietro a lei?»
«Sì, lo sa. Gliel’ho detto.»
«E le sta bene?» Parla in tono calmissimo, mentre io
sto per esplodere di rabbia.
«Sa che non significava niente per me, e che è
successo prima di tutto.» Lo incenerisco con lo sguardo,
e mi concentro su ciò che ho da dirgli. «Ma non sono
venuto qui per parlare della mia storia.»
«Okay, e allora perché sei qui, esattamente?»
Che sbruffone. «Per comunicarti che non andrai da lei
a Seattle. Pensavo che potessimo discuterne in modo
più…» esito per cercare la parola giusta «…civile.»
«Civile? Scusa, ma faccio fatica a credere che tu sia
venuto qui con intenzioni pacifiche.» Scoppia a ridere e
indica l’ematoma che ha all’attaccatura del naso.
Chiudo un attimo gli occhi e visualizzo il suo naso
rotto e sanguinante, spezzato dallo scaffale di metallo
contro cui l’ho scaraventato. Il ricordo mi provoca una
scarica di adrenalina. «Questa è una discussione civile,
per me. Sono venuto a parlare, non a fare a botte… ma
se non stai lontano da lei, non avrò scelta.»
«Cioè?»
«Eh?»
«Non avrai scelta se non fare cosa? Ci siamo già
passati. C’è un limite al numero di pugni che mi puoi
tirare prima che io ti faccia sbattere in galera. E stavolta
ti denuncio, puoi giurarci.»
Non ha tutti i torti, e questo mi fa arrabbiare ancora di
più. Detesto l’idea di non poterci fare niente, a parte
ammazzarlo, che non è un’opzione praticabile… non
ancora, almeno.
Faccio un paio di respiri e provo a rilassare i muscoli.
Devo proporgli la mia ultima offerta. Non avrei voluto
arrivare a questo punto, ma non vedo altre vie d’uscita.
«Sono venuto qui pensando che avremmo potuto
raggiungere un accordo», riprendo.
Piega la testa di lato nel modo più strafottente
possibile. «Che genere di accordo? Un’altra
scommessa?»
«Ora mi stai davvero provocando», sibilo. «Dimmi
cosa vuoi per lasciarla in pace. Cosa posso darti per farti
andare via? Dillo ed è tuo.»
Zed mi fissa battendo rapidamente le palpebre, come
se fossi impazzito.
«Su, coraggio. Tutti abbiamo un prezzo», mormoro in
tono secco. Detesto abbassarmi a negoziare con uno
come lui, ma non c’è altro modo per farlo togliere di
mezzo.
«Lasciamela vedere un’ultima volta. Sarò a Seattle
giovedì.»
«No, assolutamente no.»
«Non ti sto chiedendo il permesso. Sto cercando di
farti abituare all’idea.»
«Non succederà. Voi due non avete motivo di passare
del tempo insieme; lei non è disponibile, né per te né per
nessun altro, e non lo sarà mai.»
«Bene, possessivo come sempre», commenta con
sarcasmo. Mi domando cosa penserebbe Tessa se
vedesse questo lato di lui, l’unico che io abbia mai
conosciuto. Che uomo sarei se non fossi possessivo, se
accettassi di dividerla con un altro?
Mi mordo la lingua mentre Zed guarda il soffitto come
se stesse pensando alla prossima cosa da dire. Quante
stronzate. Nient’altro che stronzate. Non so per quanto
ancora riuscirò a mantenere la calma.
Alla fine torna a posare lo sguardo su di me e fa una
specie di ghigno. Poi dice semplicemente: «La tua
macchina».
La sua audacia mi lascia ammutolito per un momento,
poi scoppio a ridere. «Col cazzo!» Faccio due passi
verso di lui. «Non te la do, la macchina. Sei impazzito?»
«Be’, in tal caso mi spiace ma penso che non
troveremo un accordo.» I suoi occhi brillano sotto le
ciglia folte. Si gratta la barba.
Mi torna in mente quell’incubo, lui che si spinge
dentro di lei, la fa venire… Ma mi sforzo di scacciare il
pensiero.
Poi tiro fuori dalla tasca le chiavi e le lancio sul
tavolino tra di noi.
Le guarda stupito e si china a prenderle. «Fai sul
serio?» Osserva il mazzo, se lo rigira in mano. «Stavo
scherzando.»
Mi lancia le chiavi.
«Starò alla larga da lei… Merda, non pensavo che me
le avresti date davvero.» Ride, si prende gioco di me.
«Non sono stronzo quanto te.»
«Non mi hai lasciato scelta», dico fulminandolo con lo
sguardo.
«Eravamo amici una volta, ricordi?»
Restiamo in silenzio a ripensare a come eravamo
prima di tutto questo schifo, prima che me ne fregasse
qualcosa… prima che arrivasse lei. Zed mi guarda in
modo diverso, le sue spalle si irrigidiscono.
Sono reminiscenze dolorose. «Bevevo troppo, non mi
ricordo niente.»
«Non è vero!» esclama alzando la voce. «Hai smesso
di bere dopo…»
«Non sono venuto qui per rivangare il passato con te.
Allora, stai lontano da lei o no?» Noto che è cambiato, si
è indurito.
«Sì, certo.»
Non mi fido, è stato troppo facile… «Dico sul serio.»
«Anch’io», conferma con un gesto liquidatorio della
mano.
«Nessun contatto con lei. Nessuno.»
«Si chiederà perché. Oggi le ho scritto un
messaggio.»
Decido di ignorare questa informazione. «Dille che
non vuoi più essere suo amico.»
«Non voglio ferire i suoi sentimenti in questo modo.»
«Non me ne frega un cazzo se ferisci i suoi
sentimenti. Devi dirle chiaro e tondo che non le sbaverai
più dietro.» La rabbia sta montando di nuovo. L’idea che
la rottura dell’amicizia con Zed possa ferire Tessa mi fa
diventare matto, cazzo.
Vado alla porta, sapendo che non resisterò altri cinque
minuti in questo appartamento che puzza di muffa. Sono
fiero di me per essere rimasto così a lungo nella stessa
stanza con Zed senza alzare le mani, nonostante lui
faccia di tutto per interferire nella mia storia.
Sto per uscire quando mi dice: «Farò quello che devo,
per ora; ma il risultato finale non cambierà».
«Hai ragione: non cambierà», ribatto, sapendo che
intendiamo due cose opposte.
Prima che possa dire un’altra fottuta parola, me ne
vado da casa sua e scendo le scale più velocemente
possibile.

Quando arrivo a casa di mio padre è il tramonto, e


non sono ancora riuscito a mettermi in contatto con
Tessa: entra sempre la segreteria. Ho anche chiamato
Christian due volte, ma non risponde e non mi richiama.
Tessa si arrabbierà quando scoprirà che sono andato
da Zed; prova per lui qualcosa che non capirò mai, e che
non riuscirò mai a tollerare. Spero che d’ora in poi non
dovrò più preoccuparmi di lui. A meno che lei voglia
continuare a…
No. Mi proibisco di dubitare di lei. Steph mi ha
mentito e si è insinuata in tutte le crepe della mia corazza,
in tutte le mie insicurezze. Se davvero Zed fosse andato a
letto con Tessa, oggi avrebbe avuto l’occasione perfetta
per rinfacciarmelo.
Entro senza bussare in casa di mio padre e cerco
Karen o Landon al piano terra. Karen è ai fornelli, con
una frusta per le uova in mano. Si gira e mi saluta con un
sorriso, ma ha gli occhi stanchi e l’espressione
preoccupata. Mi assale uno strano senso di colpa quando
ricordo il vaso che ho rotto per sbaglio nella serra.
«Ciao, Hardin. Stai cercando Landon?» mi chiede,
posando la frusta su un piatto e pulendosi le mani sul
grembiule decorato con una stampa di fragole.
«Non… non lo so, a dire il vero.» In effetti, cosa ci
faccio qui?
Quanto è diventata patetica la mia vita, se vengo a
cercare conforto in questa casa? Ma so che è a causa dei
ricordi del tempo trascorso qui con Tessa.
«È di sopra, al telefono con Dakota.»
C’è qualcosa di strano nel suo tono.
«È…» Non sono molto bravo a interagire con le
persone, a parte con Tessa, e in particolare sono un
disastro con le emozioni altrui. «Sta passando una brutta
giornata, per caso?» chiedo stupidamente.
«Penso di sì. È un periodo difficile per lui, credo. Non
mi ha detto nulla, ma ultimamente mi sembra agitato.»
«Già…» faccio, anche se non ho notato niente di
diverso dal solito nel mio fratellastro. D’altronde ero
troppo impegnato a costringerlo a fare da babysitter a
Richard.
«Quando parte per New York?»
«Fra tre settimane.» Cerca di nascondere il dolore ma
è inutile.
«Oh», faccio, sempre più a disagio. «Be’, ora
vado…»
«Non vuoi fermarti per cena?»
«No… Sono a posto così.»
Tra la conversazione di stamattina con mio padre, il
tempo passato con Zed, e ora questo momento di
imbarazzo con Karen, mi sta scoppiando la testa. Non
posso restare qui, con il rischio di dovermi sorbire i
traumi emotivi di Landon. A casa mi aspettano già un
drogato in astinenza e un letto vuoto.
31
Tessa

KIMBERLY mi aspetta in cucina quando torno


dall’università. Ha due bicchieri di vino davanti, uno
pieno e uno vuoto: deduco che abbia interpretato il mio
silenzio come una conferma del fatto che non sapevo
nulla dei progetti di Hardin di andare in Inghilterra.
Mi rivolge un sorriso comprensivo quando appoggio
la borsa per terra e mi siedo accanto a lei. «Ciao.»
«Ciao», rispondo, e la guardo in faccia con aria
affranta.
«Non lo sapevi?» I suoi capelli biondi sono arricciati
alla perfezione, gli orecchini neri a forma di fiocco
riflettono la luce.
«No, non me l’ha detto.» Sospiro e prendo il bicchiere
pieno.
Scoppia a ridere e afferra la bottiglia per riempire
l’altro bicchiere, che era destinato a me. «Christian dice
che Hardin non ha ancora dato una risposta a Trish. Non
avrei dovuto dirti niente, ma avevo la sensazione che non
ti avrebbe parlato del matrimonio.»
Mi va di traverso il vino. «Matrimonio?» Bevo subito
un altro sorso per non dover parlare. E mi assale un
pensiero assurdo… che Hardin torni in Inghilterra per
sposarsi. Un matrimonio combinato; li fanno in
Inghilterra, no?
No, lo so che non li fanno. Ma quel pensiero orribile
continua a frullarmi in testa mentre aspetto la risposta di
Kimberly. Sono già ubriaca, per caso?
«Sua madre si sposa. Ha telefonato a Christian
stamattina per invitarci.»
Abbasso lo sguardo. «Non lo sapevo.»
La madre di Hardin si sposa tra due settimane e lui
non me l’ha neppure accennato. Poi ricordo… al
telefono aveva una voce strana.
«Ecco perché lo chiamava in continuazione!»
Kimberly mi guarda con aria interrogativa e beve un
sorso di vino.
«Cosa devo fare?» le chiedo. «Fingere di non saperlo?
Io e Hardin comunichiamo molto meglio ultimamente…»
In realtà è solo da una settimana che le cose stanno
migliorando, ma è stata una settimana straordinaria per
me. Mi sembra che abbiamo fatto più progressi in questi
sette giorni che negli ultimi sette mesi. Abbiamo discusso
questioni che prima sarebbero degenerate in un litigio. E
invece rieccoci da capo con i segreti inconfessabili,
come ai vecchi tempi.
Non ha ancora imparato che prima o poi la verità
viene a galla?
«Vuoi andarci?» mi chiede Kimberly.
«Non potrei, anche se mi invitassero», rispondo
appoggiando la guancia sulla mano.
Kimberly fa girare lo sgabello su cui sono seduta, per
costringermi a guardarla. «Ti ho chiesto se ci vuoi
andare», precisa.
«Mi piacerebbe, ma…»
«Allora vacci! Puoi venire come mia ospite, se
necessario. Sono sicura che la madre di Hardin sarebbe
felice di vederti. Christian dice che ti adora.»
Nonostante la delusione per i segreti di Hardin, quelle
parole mi rallegrano. Voglio molto bene a Trish.
«Non posso andarci, non ho il passaporto.» E non
potrei mai permettermi l’aereo.
«Si può richiedere la procedura d’urgenza.»
«Non lo so…» L’idea di andare in Inghilterra mi attira
moltissimo, ma il pensiero che Hardin mi abbia tenuta
nascosta la notizia del matrimonio mi fa quasi passare la
voglia.
«Non dubitare. Trish sarebbe felicissima se venissi
anche tu, e Dio sa se Hardin ha bisogno di una spintarella
per impegnarsi di più.» Beve un altro sorso di vino,
lasciando l’impronta del rossetto sul bicchiere.
Sono certa che Hardin abbia le sue ragioni per non
avermelo detto. Se ci va, probabilmente non mi vuole
con lui. So che il passato lo tormenta, ed è assurdo, ma i
suoi demoni potrebbero trovarci nelle strade di Londra.
«Hardin non funziona così», le spiego. «Più io spingo,
più lui tira.»
«Be’, in tal caso devi puntare i piedi e smettere di farti
tirare.»
Memorizzo quelle parole per analizzarle in seguito,
quando non sarò sotto il suo sguardo. «A Hardin non
piacciono i matrimoni.»
«A tutti piacciono.»
«Non a lui. Li detesta, e detesta l’idea stessa del
matrimonio.»
La vedo divertita. «E allora… be’… insomma…»
Batte le palpebre. «Non so cosa rispondere, e non mi
capita spesso!» Scoppia in una risata.
Rido con lei. «A chi lo dici.»
La sua risata è contagiosa, nonostante il mio
malumore, e la adoro per questo. Sì, a volte è un po’
ficcanaso, e non sempre mi piace il modo in cui parla di
Hardin, ma la sua sincerità e la sua schiettezza sono le
caratteristiche che preferisco di lei. Dice sempre le cose
come stanno, e non è una persona falsa… diversamente
da molta gente che ho conosciuto negli ultimi tempi.
«Allora cosa farete? Resterete insieme per sempre
senza sposarvi?»
«È quello che gli ho detto anch’io», ridacchio. Forse è
il vino che ho bevuto, o forse è perché nell’ultima
settimana non ho più pensato al fatto che Hardin si rifiuta
di prendere un impegno a lungo termine… Non lo so, ma
è così bello ridere con Kim.
«E i figli? Non ti dispiacerà averli fuori dal
matrimonio?»
«Figli!» Rido di nuovo. «Lui non li vuole.»
«Ah, di bene in meglio», commenta, poi finisce di
bere.
«Ora dice così, ma spero…» Lascio in sospeso la
frase. Detta a voce alta mi farebbe sembrare troppo
disperata.
Kimberly mi fa l’occhiolino. «Già, ho capito»,
risponde, poi per fortuna cambia argomento e si mette a
parlare di una nostra collega dai capelli rossi, Carine, che
ha una cotta per Trevor. E quando descrive un loro
ipotetico incontro sessuale come «due aragoste che
inciampano l’una sull’altra», scoppio a ridere di nuovo.

Quando vado in camera mia sono le nove passate. Ho


spento il telefono per passare qualche ora in pace con
Kimberly. Le ho parlato del progetto di Hardin di venire a
Seattle mercoledì anziché venerdì, e lei ha riso:
immaginava che non sarebbe riuscito a restare lontano da
me così a lungo.
Ho ancora i capelli bagnati dopo la doccia e sto
scegliendo i vestiti per domani. Sto prendendo tempo, lo
so. Sono sicura che quando accenderò il telefono dovrò
vedermela con Hardin per la storia del matrimonio. In un
mondo ideale, solleverei l’argomento e Hardin mi
inviterebbe, spiegando che ha aspettato a chiedermelo
perché cercava il modo migliore di convincermi ad
andarci. Ma questo non è un mondo ideale, e io sono
sempre più ansiosa. Mi fa male sapere che le parole di
Steph lo hanno turbato tanto che ha ricominciato a tenere
segreti i suoi pensieri. La odio. Amo tantissimo Hardin, e
voglio che capisca che continuerò ad amarlo qualsiasi
cosa possa dirgli Steph o chiunque altro.
Con qualche esitazione, prendo il telefono dalla borsa
e lo accendo. Devo richiamare mia madre e scrivere a
Zed, ma prima voglio parlare con Hardin. Le notifiche
appaiono sullo schermo e l’icona dei messaggi lampeggia
ripetutamente: sono tutti di Hardin. Non li leggo, lo
chiamo direttamente.
Risponde al primo squillo. «Tessa, ma che cazzo!»
«Hai provato a chiamarmi?» chiedo timidamente,
cercando di suonare innocente e di farlo stare calmo.
«Se ho provato? Mi prendi in giro? Ti chiamo
ininterrottamente da tre ore», sbuffa. «Ho persino
chiamato Christian.»
«Cosa?!» esclamo, ma poi, non volendo farlo agitare
ancora di più, spiego: «Stavo solo parlando con Kim».
«Dove?» pretende di sapere.
«Qui a casa.» Inizio a ripiegare i vestiti sporchi e li
metto nella cesta del bucato: farò una lavatrice prima di
andare a letto.
«Be’, la prossima volta che hai davvero bisogno…»
Emette un gemito di frustrazione e ricomincia, in tono
più calmo: «Forse la prossima volta potresti mandarmi
un messaggio per dirmi che spegnerai il telefono… Sai
che effetto mi fa», conclude con un sospiro.
Apprezzo il cambiamento di tono e il fatto che si sia
trattenuto dal dire cose che preferirei non sentire.
Purtroppo l’euforia indotta dal vino si sta esaurendo e la
faccenda dell’Inghilterra mi pesa sul cuore.
«Come hai passato la giornata?» gli chiedo, per
lasciargli una possibilità di parlare del matrimonio.
«È stata lunga», si limita a dire.
«Anche la mia.» Non so come continuare senza fare
esplicitamente quella domanda. «Oggi Zed mi ha scritto
un messaggio.»
«Ah sì?» Parla in tono calmo, ma al di sotto sento una
nota di asprezza che in circostanze normali mi
intimidirebbe.
«Sì, oggi pomeriggio. Dice che verrà a Seattle
giovedì.»
«E tu cosa gli hai risposto?»
«Ancora niente.»
«Perché me lo stai dicendo?»
«Perché voglio che siamo sinceri l’uno con l’altra.
Niente più segreti.» Calco la voce sull’ultima parola,
sperando di riuscire a tirargli fuori la verità.
«Be’… grazie di avermene parlato.» E non aggiunge
altro.
«Okay… volevi dirmi altro?» chiedo confusa,
aggrappandomi ancora alla remota speranza che riesca a
essere sincero quanto me.
«Ehm, oggi ho parlato con mio padre.»
«Ah sì? Di cosa?» Meno male: sapevo che avrebbe
cambiato idea.
«Del mio trasferimento al campus di Seattle.»
«Davvero?!» Mi è uscito più uno squittio che
un’esclamazione.
La risata profonda di Hardin risuona nel telefono. «Sì,
ma dice che dovrò rimandare la laurea, quindi non ha
senso trasferirmi ora che siamo quasi a fine semestre.»
«Oh», faccio delusa. Esito un momento prima di
chiedere: «Ma dopo la laurea verrai?»
«Sì, certo.»
«Sì, certo? Tutto qui? Così facile?» Il sorriso che si
schiude sul mio volto ha la meglio su tutto il resto. Vorrei
che lui fosse qui: lo prenderei per la maglietta e lo
coprirei di baci.
Poi dice: «Insomma, perché rimandare l’inevitabile?»
Il sorriso si spegne sul mio viso. «Ne parli come se
fosse una pena da scontare.»
Resta in silenzio.
«Hardin?»
«Non la considero una pena da scontare, ma mi irrita
pensare che abbiamo sprecato tutto questo tempo.»
«Ti capisco.» Non è un modo molto elegante per
dirmelo, ma il punto è che sente la mia mancanza. Mi
gira ancora la testa al pensiero che abbia finalmente
accettato. Sono mesi che ne discutiamo, e all’improvviso
dice di sì senza più obiezioni. «Allora vieni a Seattle? Sei
sicuro?» Sento il bisogno di chiederglielo ancora.
«Sì: sono pronto a ricominciare da capo, e tanto vale
farlo a Seattle.»
«Niente Inghilterra, allora?» Gli lascio un’ultima
possibilità di parlare del matrimonio.
«No, niente Inghilterra.»
Ho già vinto la Grande Battaglia di Seattle, quindi non
insisto. Comunque vada, otterrò ciò che voglio: Hardin a
Seattle, con me.
32
Tessa

LA mattina seguente, quando suona la sveglia, sono


esausta. Non ho chiuso occhio quasi per niente, e mi
sono rigirata nel letto per tutta la notte.
Non so se per l’euforia, perché Hardin ha accettato di
trasferirsi a Seattle, o per l’inevitabile discussione che
avremo a proposito dell’Inghilterra: ma sta di fatto che
non ho dormito, e ora sono un disastro. È difficile
nascondere le occhiaie con il correttore, più di quanto
vogliano farci credere le aziende di cosmetici, e a
giudicare dai capelli sembra che abbia infilato le dita in
una presa elettrica. A quanto pare, la gioia di sapere che
lui verrà non basta a compensare l’ansia della menzogna
per omissione.
Accetto un passaggio in ufficio da Kimberly e sfrutto i
minuti risparmiati per applicare un altro strato di
mascara. Il suo stile di guida mi ricorda quello di Hardin:
cambia corsia in continuazione, insulta quasi tutti e suona
il clacson più spesso di quanto farebbe una persona
ragionevole.
Hardin non mi ha detto se pensa ancora di venire a
Seattle oggi. Ieri sera, quando alla fine della telefonata
gliel’ho chiesto, mi ha risposto che mi avrebbe fatto
sapere stamattina. Ma sono quasi le nove e non l’ho
ancora sentito. Non riesco a togliermi dalla testa l’idea
che gli stia succedendo qualcosa, e che se non corriamo
ai ripari quel qualcosa provocherà altri guai. So che le
parole di Steph lo hanno ferito: lo capisco dal fatto che
dubita di qualsiasi cosa gli dica.
«Forse potresti andare tu da lui questo fine
settimana», suggerisce Kimberly tra un insulto a un
camionista e uno al conducente di una Mini.
«È così facile leggermi nel pensiero?» chiedo,
sollevando la guancia dal finestrino.
«Sì, facilissimo.»
«Scusa, sono così deprimente.» Sospiro.
Tornare questo weekend non è una cattiva idea. Sento
terribilmente la mancanza di Landon, e mi piacerebbe
rivedere mio padre.
«Sì, lo sei.» Mi sorride. «Ma per rimediare basterà un
caffè e un po’ di rossetto rosso.»
Io annuisco, e lei esce dall’autostrada, fa inversione a
U nel bel mezzo di un incrocio trafficato e dice:
«Conosco un’ottima caffetteria qui vicino».
All’ora di pranzo mi è passata la malinconia,
nonostante non abbia ancora notizie di Hardin. Gli ho
scritto due messaggi ma ho preferito non chiamarlo.
Trevor mi aspetta a un tavolo in sala break con due piatti
di pasta.
«Mi hanno portato l’ordinazione due volte, per
sbaglio, quindi ho pensato di salvarti dal microonde
almeno per un giorno.» Mi sorride e fa scorrere verso di
me un pacchetto di posate di plastica.
La pasta è deliziosa, e mi ricorda che stamattina non
ho fatto colazione. Alla prima forchettata mi sfugge un
mugolio di piacere e arrossisco.
«Buona, eh?» dice Trevor con un gran sorriso. Si
asciuga una goccia di sugo dall’angolo delle labbra e poi
si porta il pollice alla bocca. Un gesto così spontaneo mi
sembra strano da parte di un uomo in giacca e cravatta.
«Mmm…» Non riesco a rispondere perché ho la
bocca piena.
«Mi fa piacere…» Smette di guardarmi e si agita sulla
sedia.
«Va tutto bene?» gli chiedo.
«Sì… be’, io… volevo parlarti di una cosa.»
A questo punto inizio a chiedermi se il pranzo doppio
non sia stato ordinato di proposito. «Okay…» rispondo,
sperando che non sia troppo imbarazzante.
«Potrebbe essere un po’ imbarazzante.»
Fantastico. «Dimmi pure.» Gli rivolgo un sorriso di
incoraggiamento.
«D’accordo… ecco qui.» Fa una pausa e passa le dita
su uno dei gemelli d’argento. «Carine mi ha invitato ad
andare con lei al matrimonio di Krystal.»
Ne approfitto per infilare in bocca una forchettata di
pasta, per prendermi il tempo di pensare a come
replicare. Non so bene perché me lo stia dicendo, o cosa
dovrei rispondere. Gli faccio cenno di continuare, e mi
sforzo di non ridere al pensiero della buffa imitazione di
Carine che Kimberly ha fatto ieri.
«E mi chiedevo se c’è un motivo per cui dovrei dirle
di no», prosegue Trevor. Mi guarda come se aspettasse
una risposta.
Rischio di strozzarmi con la pasta, ma quando lui mi
fissa preoccupato alzo un dito e continuo a masticare.
Deglutisco dopodiché rispondo: «Non vedo perché».
Spero che la conversazione si concluda qui, invece lui
riprende: «Insomma, voglio dire…» e a quel punto mi
auguro che indovini magicamente che ho capito cosa
intende, e che quindi non finisca la frase.
Ma non sono così fortunata.
«So che tu e Hardin vi prendete e vi lasciate, e so
anche che in questo periodo vi siete lasciati: quindi,
prima di accettare l’invito, voglio essere sicuro di poterle
dare tutto il mio affetto. Senza distrazioni.»
Non so bene cosa rispondere. «Io sarei una
distrazione?»
Mi sento molto a disagio, ma Trevor è così dolce, ed
è arrossito in un modo così intenso che allo stesso
tempo sento il bisogno di confortarlo.
«Sì, lo sei da quando lavori alla Vance», dice in fretta.
«Non intendo in senso negativo; è solo che sono rimasto
ad aspettare dietro le quinte, e volevo che le mie
intenzioni fossero chiare prima di pensare a una storia
con un’altra persona.»
Ho di fronte a me una versione più attraente di Mr
Collins, e mi sento in imbarazzo per lui come si sentiva
Elizabeth Bennett in Orgoglio e pregiudizio.
«Trevor, mi dispiace se…»
«Non fa niente, non preoccuparti.» La sincerità nei
suoi occhi mi spiazza. «Ho capito. Volevo solo un’ultima
conferma. Evidentemente le ultime volte non mi erano
bastate.» Fa una risatina nervosa e sommessa, e ne
faccio una anch’io per solidarietà.
«Carine è fortunata a poter andare al matrimonio con
te», dico, tentando di smorzare l’imbarazzo. Non avrei
dovuto paragonarlo a Mr Collins: non è altrettanto
aggressivo e molesto. Bevo un lungo sorso d’acqua,
sperando ancora una volta che la conversazione si chiuda
qui.
«Grazie», dice lui, ma poi aggiunge con un sorrisetto:
«Forse ora Hardin la smetterà di chiamarmi Trevor lo
Stronzo».
Mi copro la bocca per non sputare l’acqua. La
inghiottisco rapidamente ed esclamo: «Non sapevo che
tu lo sapessi!» La mia risata inorridita riecheggia nella
stanza.
«Sì, ho notato», fa lui con una scintilla divertita negli
occhi. È un gran sollievo riuscire a ridere insieme, come
due amici, senza ambiguità.
Ma quel momento di serenità dura poco: Trevor
smette di sorridere, e io mi giro per seguire il suo
sguardo verso la porta.
«Che buon profumo c’è qui dentro!» dice una delle
due pettegole all’altra. Mi stanno antipatiche, e mi sento
meschina per questo, ma non so cosa farci.
«È meglio che ce ne andiamo», bisbiglia Trevor,
scoccando un’occhiata alla più bassa delle due.
Sono perplessa, ma mi alzo e vado a buttare il
contenitore della pasta.
«Sei bellissima, oggi, Tessa», osserva la più alta delle
due. Non riesco a leggere la sua espressione, ma non ho
dubbi che mi stia prendendo in giro. So di avere l’aria
molto stanca.
«Ehm, grazie.»
«Com’è piccolo il mondo, eh? Hardin lavora ancora
alla Bolthouse?»
La borsa mi scivola dalla spalla e la prendo al volo per
non farla cadere. Questa tipa conosce Hardin?
«Sì, è ancora lì», rispondo, drizzando la schiena per
non dare a vedere che sentirlo nominare mi fa effetto.
«Salutalo da parte mia, va bene?» Mi rivolge un
ghigno, gira sui tacchi e se ne va con la sua degna
comare.
«Ma cosa succede?» chiedo a Trevor, dopo essermi
assicurata che se ne siano andate davvero. «Sapevi che
mi avrebbero detto qualcosa?»
«Non ne ero sicuro, ma lo sospettavo. Le ho sentite
parlare di te.»
«Cosa dicevano? Non mi conoscono neppure.»
È di nuovo in imbarazzo. Le sue emozioni sono
sempre trasparenti, più di quelle di qualunque altra
persona che io conosca. «Non proprio di te…»
«Parlavano di Hardin, vero?» faccio, e lui annuisce.
«Cosa dicevano di preciso?»
Si sistema la cravatta. «Preferirei non ripeterlo. È
meglio se lo chiedi a lui.»
Improvvisamente ho paura che Hardin sia andato a
letto con una di loro, o con entrambe. Non sono molto
più grandi di me, venticinque anni al massimo, e devo
ammettere che sono belle, benché troppo appariscenti e
abbronzate.
Mentre torno nel mio ufficio mi assale la gelosia. Se
non chiedo a Hardin di quella tipa, temo che impazzirò.
Appena entro in ufficio decido di telefonargli. Devo
sapere se pensa di venire stasera, e ho bisogno di essere
rassicurata.
Ma prima che possa chiamare Hardin, il nome di Zed
appare sul display. Resto spiazzata per un momento, ma
poi mi dico che tanto vale togliermi il pensiero.
«Ciao», rispondo con falsa allegria.
«Ciao, Tessa, come va?» Mi sembra un secolo che
non sento la sua voce.
«Diciamo che… va.» Appoggio la fronte sulla
scrivania.
«Problemi?»
«No, solo un mucchio di pensieri.»
«Be’, a dire il vero è per questo che ti chiamavo. Ti
ho detto che sarei venuto a Seattle giovedì, ma ho avuto
un cambio di programma.»
«Ah sì?» Mi sento sollevata. Alzo gli occhi sul soffitto
ed espiro: non mi ero accorta di trattenere il fiato. «Be’,
non importa. Sarà per la prossima volta…»
«No, voglio dire che sono già a Seattle.» Mi viene il
batticuore. «Sono arrivato ieri sera; il viaggio è stato
terribile. In realtà mi trovo a pochi isolati dal tuo ufficio.
Non verrei mai a disturbarti lì, ma forse possiamo
mangiare qualcosa quando esci dal lavoro?»
«Be’…» Guardo l’orologio: sono le due e un quarto, e
Hardin non ha ancora risposto ai miei messaggi. «Non so
se posso, stasera arriva Hardin.»
Prima Trevor, e ora Zed. Il mascara in più che ho
messo stamattina mi ha portato sfortuna, per caso?
«Sicura? L’ho visto in giro ieri sera, piuttosto tardi.»
Cosa? Io e Hardin abbiamo parlato al telefono fino alle
undici, ieri sera. Possibile che poi sia uscito? Sta di
nuovo frequentando i suoi cosiddetti amici?
«Non lo so», rispondo, e sbatto la testa sulla
scrivania, non troppo forte ma abbastanza perché Zed lo
senta.
«Solo una cena, poi ti lascio ai tuoi impegni. Ti farà
piacere vedere una faccia conosciuta, no?»
Immagino il suo sorriso, quello che mi piace tanto.
Perciò gli chiedo: «Puoi venire a prendermi alle cinque?
Stamattina mi hanno dato un passaggio, quindi non ho la
macchina». E quando dice di sì, mi sento al contempo
euforica e terrorizzata.
33
Tessa

ALLE cinque meno cinque provo a chiamare Hardin, ma


non risponde. Dov’è stato tutto il giorno? Zed era
sincero quando ha detto che Hardin era fuori ieri sera
tardi? Magari è in viaggio per Seattle e vuole farmi una
sorpresa… ma, onestamente, è verosimile? Da quando
ho detto di sì a Zed, ci ripenso in continuazione. So che
Hardin detesta l’idea che io e lui siamo amici, la detesta al
punto da avere gli incubi: ed eccomi qui ad alimentare
quell’odio.
Non mi sistemo neppure il trucco e i capelli prima di
scendere in ascensore, e ignoro scrupolosamente lo
sguardo critico di Kimberly. Non avrei dovuto informarla
dei miei progetti. Scorgo il pick-up di Zed dalle vetrate
dell’atrio: vedere un volto familiare mi riempie di
entusiasmo. Preferirei vedere la macchina di Hardin, ma
è Zed a essere venuto qui, non Hardin.
Scende dal pick-up e mi viene incontro sorridendo
appena esco dal palazzo. Ora porta la barba. Indossa
jeans neri e una maglia grigia a maniche lunghe. È bello
come sempre, e io sono inguardabile.
«Ciao», dice allargando le braccia.
Ho un attimo di incertezza, ma per educazione vado
ad abbracciarlo.
«Era un po’ che non ci vedevamo», continua,
affondando il viso tra i miei capelli.
«Com’è andato il viaggio?» chiedo staccandomi
dall’abbraccio.
Sbuffa. «È stato lungo. Ma ho ascoltato un po’ di
buona musica.»
Mi apre la portiera e salgo subito per ripararmi dal
gelo. L’abitacolo è caldo e profuma di lui.
«Perché hai deciso di venire oggi anziché domani?» gli
chiedo mentre si immette nel traffico.
«Ho… cambiato idea, non c’è un motivo preciso.»
Saetta lo sguardo tra lo specchietto retrovisore e quelli
laterali.
«Guidare in una grande città mette ansia», commento.
«Sì, molta.» Sorride, ancora concentrato sulla strada.
«Sai già dove andare a cena? Non ho ancora esplorato
bene la città, quindi non conosco i posti migliori.»
Controllo il telefono; nessuna notizia di Hardin. Quindi
cerco ristoranti su una app, e dopo un paio di minuti
decidiamo di provare un posto che fa cucina mongola.
Prendo il pollo con verdure e resto a guardare
ammirata lo chef che cucina davanti a noi. Non ero mai
stata in un posto del genere, e Zed lo trova divertente.
Siamo seduti in fondo al piccolo ristorante, l’uno di
fronte all’altra, e c’è troppo silenzio.
«Qualcosa non va?» gli chiedo, spiluccando la cena.
Mi guarda preoccupato. «Non so neppure se
parlartene… Hai già abbastanza problemi, e volevo farti
passare una bella serata.»
«Sto bene. Dimmi quello che hai da dire.» Mi preparo
per il colpo che sicuramente sto per ricevere.
«Ieri Hardin è venuto a casa mia.»
«Cosa?» esclamo sorpresa. Perché ci è andato? E
come mai Zed è seduto davanti a me senza lividi né ossa
rotte? «Cosa voleva?»
«Mi ha detto di stare lontano da te.»
Quando ieri sera ho parlato a Hardin del messaggio
che avevo ricevuto da Zed, mi è sembrato stranamente
indifferente. «A che ora?» chiedo, sperando che sia
accaduto dopo che ci siamo promessi di smetterla con i
segreti.
«Di pomeriggio, verso le tre.»
Sospiro esasperata. Hardin non perde occasione di
combinarne una delle sue.
Mi strofino le tempie, e mi è passato l’appetito. «Cosa
ha detto, esattamente?»
«Che non gli importava cosa ti dicevo, o se ferivo i
tuoi sentimenti, ma dovevo smettere di vederti. Era così
calmo, faceva quasi paura.» Infilza un broccolo con la
forchetta e lo porta alla bocca.
«E tu sei venuto qui lo stesso?»
«Sì.»
La battaglia al testosterone tra questi due mi sta
stufando. «Perché?»
I suoi occhi color caramello incontrano i miei.
«Perché le sue minacce non mi fanno più effetto. Non
spetta a lui decidere chi può essermi amico, e spero che
la pensi così anche tu.»
Mi irrita profondamente che Hardin sia andato a casa
sua. E mi irrita ancora di più che non me l’abbia detto, e
che voleva che Zed ferisse i miei sentimenti e rompesse
la nostra amicizia, e il tutto senza esporsi in prima
persona.
«La penso come te sul fatto che voglia sindacare sulle
mie amicizie.» Negli occhi di Zed appare una scintilla di
trionfo, e pure questo mi infastidisce. «Ma penso anche
che abbia i suoi buoni motivi per non volere che io e te
siamo amici. Non ti pare?»
«Sì e no», risponde in tono comprensivo. «Non
nasconderò i miei sentimenti per te, ma sai che non ti
faccio pressioni. Ti ho detto che prenderò quello che sei
disposta a darmi, e se posso ottenere solo amicizia, mi
accontenterò.»
«So che non mi fai pressioni.» Scelgo di replicare solo
a metà della sua affermazione. Zed non mi fa mai
pressioni, non tenta di costringermi a fare qualcosa, ma
detesto il modo in cui parla di Hardin.
«Puoi dire lo stesso di lui?» mi sfida, guardandomi
intensamente.
Sento il bisogno di difendere Hardin: «No, non posso.
Lo so, ma è fatto così».
«Lo difendi sempre. Non capisco.»
«Non sei tenuto a capire», dico in tono aspro.
«Davvero?» mormora, e si rabbuia.
«Sì.» Drizzo la schiena.
«Non ti dà fastidio che sia così possessivo? Sceglie gli
amici al posto tuo…»
«Mi dà fastidio, ma…»
«Glielo lasci fare.»
«Sei venuto fino a Seattle per ricordarmi che Hardin è
prepotente?»
Fa per dire qualcosa, ma ci ripensa.
«Che c’è?» lo sprono.
«È troppo possessivo, sono preoccupato per te.
Sembri molto stressata.»
Sospiro sconfitta. È vero che sono stressata, ma
litigare con Zed non mi aiuterà. Anzi, intensifica la mia
frustrazione. «Non intendo giustificarlo, ma tu non sai
niente della nostra storia. Non vedi come si comporta
con me. Non lo capisci come lo capisco io.»
Scosto il piatto e mi accorgo che la coppia al tavolo
accanto ci sta guardando, così abbasso la voce. «Non
voglio litigare con te, Zed. Sono esausta, e ci tenevo
davvero a passare la serata insieme.»
Si appoggia allo schienale e mi guarda con occhi tristi.
«Mi sto comportando malissimo, eh? Mi dispiace, Tessa.
Darei la colpa al lungo viaggio… ma non è una
giustificazione. Scusa.»
«Non preoccuparti, non volevo essere brusca, non so
cosa mi è preso.» Le mestruazioni si avvicinano,
dev’essere per questo che sono così nervosa.
«Ma no, è colpa mia.» Si sporge sul tavolo e mi
prende la mano.
L’aria è ancora carica di tensione, e non riesco a
smettere di pensare a Hardin, ma vorrei anche passare
una bella serata, perciò gli chiedo: «Come va tutto il
resto?»
Zed mi racconta della sua famiglia, di quanto faceva
caldo in Florida durante la sua ultima visita. La
conversazione torna in carreggiata e la tensione svanisce,
permettendomi di finire la cena.
Mentre usciamo dal ristorante Zed mi domanda: «Hai
altri programmi per la serata?»
«Sì, vado al jazz club di Christian, che ha appena
aperto.»
«Christian?»
«Ah, il mio capo. Che mi ospita a casa sua.»
Mi guarda perplesso. «Abiti a casa del tuo capo?»
«Sì, ma è andato all’università con il padre di Hardin
ed è amico di Ken e Karen da molto tempo», spiego. Non
mi era venuto in mente che Zed non conosce tanti
dettagli della mia vita. È venuto a prendermi dopo la festa
a sorpresa per il fidanzamento di Christian e Kimberly,
ma non sa niente di loro.
«Ah, è così che ti sei procurata uno stage retribuito,
quindi?»
«Sì», ammetto.
«Be’, è fantastico, in ogni caso.»
«Grazie.» Controllo il telefono: ancora niente.
«Cos’altro pensavi di fare a Seattle?» chiedo mentre gli
sto indicando la strada per casa di Christian e Kimberly.
Dopo qualche minuto mi arrendo e digito l’indirizzo sul
cellulare. Lo schermo si blocca e il telefono si spegne
due volte prima di decidersi a collaborare.
«Non lo so ancora. Aspetto di vedere che progetti
hanno i miei amici. Magari possiamo rivederci stasera sul
tardi? O sabato, prima della mia partenza?»
«Mi piacerebbe. Ti farò sapere.»
«Quando arriva Hardin?» Non mi sfugge la nota
velenosa nel tono della sua voce.
Torno a guardare il telefono, per pura abitudine. «Non
lo so, forse stasera.»
«Ma state insieme adesso? So che eravamo d’accordo
di non parlarne più, ma sono confuso.»
«Anch’io. Ultimamente abbiamo deciso di lasciarci
spazio a vicenda.»
«E sta funzionando?»
«Sì.» Fino agli ultimi giorni, quando Hardin ha iniziato
ad allontanarsi da me.
«Bene.»
Devo sapere cosa gli passa per la testa, perché è
chiaro che sta pensando in maniera frenetica. «Che c’è?»
«Niente. Non vuoi saperlo.»
«Sì invece.» So che me ne pentirò, ma sono curiosa.
«Non vedo nessuno spazio, tra voi. Tu sei a Seattle,
ospite di suoi amici di famiglia, uno dei quali è anche il
tuo capo. Da laggiù lui ti controlla, cerca di allontanarti
dai pochi amici che hai. E quando non è impegnato a
darti ordini, viene a trovarti qui. Non mi sembra che ti
lasci molto spazio.»
Non avevo mai pensato alla mia situazione logistica
sotto questo profilo. È un altro dei motivi per cui Hardin
ha sabotato la mia ricerca di un appartamento? Così, se
fossi andata a Seattle, i suoi amici di famiglia potevano
tenermi d’occhio?
Mi affretto a scacciare quel pensiero. «Sta
funzionando. So che non capisci, ma per noi funziona.
È…»
«Mi ha offerto dei soldi per stare lontano da te», mi
interrompe.
«Cosa?»
«Già: mi ha minacciato, e poi mi ha detto di chiedergli
quello che volevo. E mi ha detto di trovarmi un’altra
‘puttana del campus’ con cui spassarmela.»
Puttana?
Si stringe nelle spalle. «Ha detto che nessun altro
potrà mai averti, ed era molto fiero di sé perché tu sei
rimasta con lui anche dopo che ti aveva confessato di
essere andato a letto con Molly, quando già vi
frequentavate.»
Fa male sentire il nome di Hardin e quello di Molly
nella stessa frase, e Zed lo sa. Ed è esattamente per
questo che lo ha fatto.
«Abbiamo già affrontato quel problema. Non voglio
parlare di Hardin e Molly», dico a denti stretti.
«Voglio solo che tu sappia chi hai di fronte. Non è la
stessa persona quando non è con te.»
«Questo non è un male», ribatto. «Tu non lo
conosci.» Vedo con sollievo che stiamo uscendo dalla
città e siamo a cinque minuti da casa di Christian. Prima
scendiamo da questa macchina, meglio sarà.
«Neanche tu lo conosci davvero. Non fate altro che
litigare.»
«Dove vuoi arrivare, Zed?» Detesto la piega che ha
preso la conversazione, ma non so come riportarla su un
terreno neutro.
«Da nessuna parte. Pensavo solo che dopo tutto
questo tempo, e tutte le cose che ti ha fatto, avresti
capito com’è davvero.»
Mi viene in mente una cosa. «Gli hai detto che venivi
qui?»
«No.»
«Stai giocando sporco.»
«Anche lui», osserva, e mi accorgo che si sforza di
restare calmo. «Senti, so che lo difendi a spada tratta,
ma non puoi biasimarmi se voglio avere quello che ha lui.
Voglio essere io quello che difendi. Voglio essere quello
di cui ti fidi anche se non dovresti. Sono sempre vicino a
te quando lui non c’è.» Si massaggia la barba. «Gioco
sporco, è vero, ma lo fa pure lui. Fin dall’inizio. A volte
penso che l’unico motivo per cui ti vuole bene è che sa
che te ne voglio anch’io.»
È esattamente per questo motivo che io e Zed non
potremo mai essere amici. È dolce e comprensivo, ma
tra noi non può funzionare. Non si è ancora rassegnato,
e forse questo gli fa onore. Ma non posso dargli ciò che
vuole da me, e non voglio sentirmi in dovere di
giustificare la mia storia con Hardin ogni volta che lo
vedo. Sì, è sempre rimasto al mio fianco, ma solo perché
gliel’ho permesso io.
Dico: «Non so se mi resta abbastanza di me stessa per
darne un po’ a te, neppure come amico».
«Perché lui ti ha prosciugata», risponde fissandomi
con un’espressione placida.
Rimango in silenzio e guardo dal finestrino. Provo una
spiacevole tensione, e sto ricacciando indietro le lacrime
quando Zed mormora: «Non volevo che la serata finisse
così. Ora non vorrai rivedermi mai più».
«Devi imboccare questo vialetto», lo informo
indicando fuori del finestrino.
Un silenzio teso e imbarazzato grava nell’abitacolo del
pick-up mentre raggiungiamo la casa.
«È ancora più grande di quella dove sono venuto a
prenderti l’altra volta», commenta stupito Zed, cercando
di alleviare la tensione.
Tento di fare lo stesso parlandogli della palestra, la
grande cucina, le telecamere in ogni stanza collegate
all’iPhone di Christian.
E poi il cuore mi balza in gola.
La macchina di Hardin è parcheggiata dietro la bella
Audi di Kimberly. Io e Zed la vediamo nello stesso
istante, ma lui non sembra turbato. Io invece mi sento
sbiancare: «È meglio se vado dentro», dico.
Mentre parcheggiamo lui si scusa: «Tessa, mi
dispiace, te lo ripeto. Per favore, non essere arrabbiata
con me. Hai già tanti problemi, non avrei dovuto farti
stare ancora peggio».
Si offre di accompagnarmi in casa, ma rifiuto: so che
Hardin sarà arrabbiato – furioso, anzi – ma sono stata io
a cacciarmi in questo guaio, quindi devo assumermi le
mie responsabilità.
«Non preoccuparti», lo rassicuro con un sorriso
falso, e scendo dal suo pick-up promettendogli di
scrivergli un messaggio appena possibile.
Sto raggiungendo la porta lentamente, riflettendo su
cosa dire, chiedendomi se arrabbiarmi con Hardin o
chiedergli scusa per il fatto di avere rivisto Zed, quando
la porta si apre.
Hardin indossa i suoi jeans scuri e una maglietta nera.
Non ci vediamo solo da due giorni, ma mi viene subito il
batticuore. Ho bisogno di averlo accanto.
Il suo sguardo gelido segue il pick-up di Zed che si
allontana dalla casa.
«Hardin, io…»
«Entra.»
«Non dirmi…»
«Fa freddo, vieni dentro.» Ha lo sguardo tetro, e non
me la sento di ribattere. Mi sorprende posandomi una
mano sulla schiena e conducendomi in casa. Senza una
parola attraversiamo il salotto, dove Kimberly e Smith
stanno giocando a carte, e andiamo in camera mia.
Con gesti calmi chiude la porta a chiave. Poi mi
guarda, e per poco il cuore mi scoppia quando mi chiede:
«Perché?»
«Hardin, non è successo niente, te lo giuro. Ha detto
che aveva cambiato programmi, e per me è stato un gran
sollievo, perché pensavo che non sarebbe più venuto.
Invece ha detto che era arrivato un giorno prima e voleva
che andassimo a cena.» Faccio una pausa, e cerco di
calmarmi. «Non sono riuscita a dirgli di no.»
«Non ci riesci mai», sbotta guardandomi negli occhi.
«So che ieri sei andato a casa sua. Perché non me ne
hai parlato?»
«Perché non c’era bisogno che tu lo sapessi», replica,
e dal respiro accelerato capisco che si sta controllando a
stento.
«Non decidi tu cosa devo sapere. Non puoi
nascondermi la verità. So anche che tua madre si
sposa!»
«Sapevo come avresti reagito», dice alzando le mani
in atteggiamento difensivo.
«Stronzate.» Mi avvicino a lui con decisione.
Mi guarda senza battere ciglio. Le vene delle sue
braccia si gonfiano quando stringe i pugni, l’azzurro si
mescola al nero dei tatuaggi. «Una cosa alla volta.»
«Gli amici me li scelgo da sola. E tu la smetti di fare le
cose di nascosto, e di fare i capricci come un bambino»,
lo avverto.
«Hai detto che non l’avresti rivisto.»
«Lo so. Prima non capivo, ma dopo aver passato del
tempo con lui ho scelto, di mia volontà, di non essere
sua amica. E non perché me l’hai ordinato tu.»
È un po’ sorpreso, ma la sua espressione resta cupa.
«E come mai?»
Distolgo lo sguardo, imbarazzata. «Perché so che è
uno stimolo per la tua rabbia, e che non devo continuare
a provocarti rivedendolo. So quanto soffrirei se tu
frequentassi Molly… o qualsiasi altra ragazza, se è per
questo. Ma, allo stesso tempo, non ti permetto di
decidere delle mie amicizie. Però mentirei se dicessi che
al posto tuo non la penserei allo stesso modo.»
Incrocia le braccia e prende fiato. «Perché proprio
adesso? Cosa ti ha fatto per farti cambiare idea
all’improvviso?»
«Niente. Non mi ha fatto niente. È solo che non
dovevo metterci tutto questo tempo a capire. Deve
esserci un rapporto alla pari tra me e te: nessuno dei due
può esercitare potere sull’altro.»
Dalla luce nei suoi occhi verdi capisco che vorrebbe
dire altro, ma si limita ad annuire. «Vieni qui.» Apre le
braccia per me, come sempre, e io mi lascio stringere,
come sempre.
«Come facevi a sapere che ero con lui?» Premo la
guancia sul suo petto. Il suo profumo di menta mi invade
i sensi, scacciando il pensiero di Zed.
«Me l’ha detto Kimberly.»
Mi rabbuio. «Non sa proprio tenere la bocca chiusa.»
«Tu non me l’avresti detto?» Mi solleva la testa con
un pollice sotto il mento.
«Sì, ma avrei preferito farlo di persona.» Forse dovrei
essere grata a Kimberly; è ipocrita da parte mia volere
che sia sincera solo con me e non con Hardin. «Perché
non sei venuto a cercarci?» gli chiedo. Se sapeva che ero
con Zed, sarebbe stata la sua reazione naturale.
«Perché…» sospira, guardandomi negli occhi,
«continui a parlarmi di questo circolo vizioso, e volevo
spezzarlo.»
Quella risposta così sincera mi riempie il cuore di
gioia. Si sta sforzando davvero, e lo apprezzo molto.
«Sono ancora arrabbiato con te.»
«Lo so.» Gli accarezzo la guancia e lui mi stringe più
forte. «Sono arrabbiata anch’io. Voglio sapere perché
non mi hai detto del matrimonio.»
«Non stasera.»
«Sì, stasera. Tu hai detto quello che volevi dirmi su
Zed, e ora tocca a me.»
«Tessa…» Stringe le labbra.
«Hardin…»
«Sei insopportabile.» Mi scioglie dall’abbraccio e si
mette a camminare avanti e indietro, lasciando tra noi
una distanza che non sopporto.
«Anche tu!» ribatto, cercando di avvicinarmi a lui.
«Non mi va di parlare di quel matrimonio, sono già
abbastanza incazzato. Non insistere, okay?»
«Okay», mi arrendo. Non perché ho paura di cosa
potrebbe dirmi, ma perché ho appena passato due ore e
mezza con Zed, e so che la rabbia di Hardin serve solo a
mascherare l’ansia e il dolore che gli ho causato.
34
Tessa

APRO il cassetto del comò e tiro fuori mutandine e


reggiseno coordinato. «Vado a fare la doccia. Kimberly
vuole che usciamo alle otto, e sono già le sette», dico a
Hardin, che è seduto sul mio letto con i gomiti appoggiati
sulle ginocchia.
«Ci vai?» sbuffa incredulo.
«Sì. Te l’ho già detto, ricordi? Era il motivo per cui
volevi venire: perché non ci andassi da sola.»
«Non è l’unico motivo per cui sono venuto»,
puntualizza, sulla difensiva. Lo guardo perplessa e lui
allora ammette: «Non dico che non sia uno dei motivi,
ma non è l’unico».
«Vuoi ancora venire, vero?» chiedo, mostrandogli
l’intimo con aria allusiva.
Fa un sorrisetto. «No, non volevo, ma se tu ci vai
allora vengo.»
Gli sorrido soddisfatta, ma quando esco dalla stanza
non mi segue, e questo mi stupisce. Stavolta ci speravo
quasi. Non so in che rapporti siamo al momento. So che
lui è arrabbiato per Zed, e io sono arrabbiata per i suoi
segreti, ma nel complesso sono felice che sia qui e non
ho intenzione di sprecare tempo a litigare.
Avvolgo i capelli in un asciugamano per non bagnarli,
perché non ho tempo di lavarli e asciugarli prima di
uscire. L’acqua calda mi allevia un po’ di tensione nelle
spalle ma non mi schiarisce i pensieri. Devo ritrovare il
buonumore entro un’ora. Hardin terrà il muso per tutta la
sera, non ho dubbi. Voglio che ci divertiamo con
Kimberly e Christian, senza silenzi imbarazzati o litigi in
pubblico, voglio che andiamo d’accordo e che siamo
entrambi sereni. Da quando abito a Seattle, è la prima
volta che esco di sera, e ho intenzione di divertirmi il più
possibile. Continuo a sentirmi in colpa per Zed, ma per
fortuna i pensieri irrazionali scivolano nello scarico
insieme all’acqua e alla schiuma.
Appena esco dalla doccia, Hardin bussa alla porta. Mi
avvolgo in un asciugamano e faccio un respiro profondo.
«Sarò pronta tra dieci minuti, devo sistemarmi i capelli»,
dico, ma quando mi guardo allo specchio vedo Hardin
alle mie spalle.
«Cos’hanno che non va?» domanda fissando la mia
testa.
«Sono fuori controllo», rido. «Non ci vorrà molto.»
«Ti metti… quello?» Guarda lo scomodo vestito che
ho appeso al bastone della doccia per togliere le pieghe.
L’ultima volta che l’ho indossato, durante la «vacanza in
famiglia», ha condotto a una serata disastrosa… be’, un
weekend disastroso.
«Sì, Kimberly dice che è richiesto un abbigliamento
elegante.»
«Quanto elegante?» domanda guardando i suoi jeans
macchiati e la maglietta nera.
Sorrido immaginando Kimberly che ordina a Hardin di
cambiarsi.
«Io non mi cambio», dichiara, e non mi sorprendo
affatto.
I suoi occhi non si staccano dal mio riflesso nello
specchio per tutto il tempo che impiego a truccarmi e a
lisciare i capelli con la piastra. Il vapore della doccia li ha
fatti arricciare in maniera orribile… non c’è speranza.
Alla fine decido di raccoglierli in uno chignon. Almeno il
trucco è venuto bene.
«Ti fermi fino a domenica?» gli chiedo mentre infilo la
biancheria e il vestito. Voglio assicurarmi che la tensione
tra noi resti sotto controllo, e che non passiamo l’intera
serata a litigare.
«Sì, perché?» replica in tono freddo.
«Stavo pensando che venerdì potremmo tornare a
casa insieme, così potrei vedere Landon e Karen. E tuo
padre.»
«E il tuo?»
«Ah, già…» Mi ero dimenticata che mio padre è a
casa di Hardin. «Mi sono sforzata molto di non pensare a
quella situazione finché tu non potrai dirmi di più.»
«Non so se è una buona idea…»
«Perché no?» Mi manca tanto Landon…
«Non lo so…» dice massaggiandosi la nuca. «Tutta
quella storia con Steph e Zed…»
«Hardin, non rivedrò più Zed. E a meno che Steph si
presenti a casa tua o di tuo padre, non vedrò neppure
lei.»
«Penso comunque che non dovresti andarci.»
«Devi rilassarti un po’», sospiro sistemandomi lo
chignon.
«Rilassarmi?» esclama in tono di derisione, come se
avessi detto un’assurdità.
«Sì, rilassarti. Non puoi avere il controllo di tutto.»
Alza la testa di scatto. «Senti chi parla!»
«Dicevo per dire», minimizzo ridendo. «Ti do ragione
su Zed, ma non puoi tenermi lontana dall’intera città
perché hai paura che possa vederlo, o che possa
incontrare qualche ragazza antipatica.»
«Hai finito?» chiede, appoggiandosi al lavandino.
«Con la discussione o con i capelli?»
«Quanto sei irritante…» Ricambia il mio sorriso e mi
assesta una sculacciata mentre esco dal bagno.
Sono felice che il suo umore sia un po’ migliorato.
Promette bene per la serata.
Mentre torniamo in camera mia, Christian ci chiama
dal salotto: «Hardin, sei ancora lì? Vieni ad ascoltare un
po’ di jazz? Non è heavy metal, certo, ma…»
Non sento il resto della frase perché sono impegnata a
ridere dell’imitazione di Christian fatta da Hardin. «Va’ da
lui, arrivo subito», gli intimo dandogli una leggera spinta
sul petto.
Torno in camera a prendere la borsa e controllo il
telefono. Devo chiamare mia madre quanto prima,
continuo a rimandare e lei non smette di cercarmi. C’è
anche un messaggio da Zed.
Per favore, non essere arrabbiata con me per stasera.
Sono stato un idiota e non volevo. Scusa.
Cancello il messaggio e infilo il telefono in borsa. La
mia amicizia con Zed deve terminare subito. Lo illudo da
troppo tempo, e ogni volta che gli dico addio peggioro le
cose rivedendolo. Non è giusto nei suoi confronti, e
nemmeno nei confronti di Hardin. Il nostro rapporto ha
già abbastanza problemi. Come donna, mi dà fastidio che
Hardin tenti di impedirmi di vedere Zed, ma non posso
negare di essere una grande ipocrita se continuo a
frequentarlo. Non vorrei mai che Hardin fosse amico di
Molly e passasse del tempo da solo con lei: il solo
pensiero mi dà la nausea. Zed mi ha detto chiaro e tondo
cosa prova per me, e non è giusto incoraggiarlo
tacitamente. È buono con me, mi ha aiutata tanto, ma
odio dovermi sempre giustificare con lui e difendere la
mia storia.
Scendo le scale, pregustando una bella serata con il
mio ragazzo… e in salotto trovo Hardin con le mani tra i
capelli e l’aria esasperata.
«Col cazzo!» esclama indietreggiando da Christian.
«Jeans macchiati di sangue e una maglietta sporca
non sono un abbigliamento appropriato per il club,
indipendentemente dai tuoi rapporti con il proprietario»,
gli dice, porgendogli qualcosa fatto di stoffa nera.
«Allora non ci vengo», ribatte Hardin cupo, e lascia
cadere il capo d’abbigliamento ai piedi di Christian.
«Non fare il bambino e mettiti questa camicia.»
«Se me la metto, tengo i jeans», tenta di negoziare, e
mi guarda in cerca di sostegno.
«Non ti sei portato vestiti che non siano sporchi di
sangue?» domanda Christian sorridendo, e si china a
raccogliere la camicia.
«Puoi mettere i jeans neri, Hardin», suggerisco per
trovare un compromesso.
«E va bene, allora dammi questa cazzo di camicia.»
La strappa dalle mani di Christian e gli fa un gestaccio
mentre torna in corridoio.
«Forse anche un salto dal barbiere…» gli grida dietro
Christian in tono divertito, e a me viene da ridere.
«Oh, lascialo in pace. Non lo fermerò se vuole farti un
occhio nero», scherza Kimberly.
«Certo, certo…» fa Christian, poi la abbraccia e la
bacia sulla bocca.
Distolgo lo sguardo, e in quel momento suona il
campanello.
«Sarà Lillian!» annuncia Kim, divincolandosi
dall’abbraccio.
Hardin entra in salotto mentre Lillian varca la soglia di
casa. «Cosa ci fa lei qui?» sbuffa. Si è messo la camicia
nera, che non gli sta affatto male.
«Non essere maleducato. Fa da babysitter a Smith, ed
è tua amica, ricordi?» gli dico. La mia prima impressione
di Lillian non è stata buona, ma con il tempo ho iniziato a
trovarla più simpatica, anche se non la rivedo dai tempi
della Vacanza Infernale.
«No, non è amica mia.»
«Tessa! Hardin!» esclama lei con un gran sorriso. Per
fortuna questa volta non indossiamo lo stesso vestito,
come quella sera al ristorante di Sandpoint, quando ci
siamo conosciute.
«Ciao.» Le sorrido e Hardin le rivolge un cenno secco
del capo.
«Stai benissimo», commenta squadrandomi da capo a
piedi.
«Grazie, anche tu.» Indossa un semplice cardigan e
pantaloni cachi.
«Okay, se voi due avete finito…» si lamenta Hardin.
«Anch’io sono contenta di rivederti, Hardin», risponde
Lillian guardandolo storto, e lui si ammorbidisce un po’ e
le fa un mezzo sorriso.
Nel frattempo Kimberly si sta mettendo le scarpe con
il tacco e controlla il trucco nello specchio sopra il
divano. «Smith è di sopra. Non dovremmo tornare più
tardi di mezzanotte.»
«Pronta, amore?» le chiede Christian. Poi allarga le
braccia e indica la porta.
«Noi prendiamo la mia macchina», annuncia Hardin.
«Perché? Abbiamo un autista per stasera», dice
Christian.
«Voglio avere la macchina, nel caso dovessimo
andarcene prima.»
«Come preferisci.»
Mentre usciamo osservo meglio la camicia di Hardin,
simile a quella che si mette quando è costretto a vestirsi
bene. Ma questa è coperta da una discreta stampa
maculata, appena visibile…
«Non dire una parola», mi avverte quando si accorge
che lo sto guardando.
«Ho la bocca cucita.» Mi mordo il labbro per non
ridere.
«Sì, lo so, è orribile», sbuffa. Continuo a ridacchiare
finché arriviamo alla macchina.
Il jazz club è nel centro di Seattle, e pur essendo
mercoledì le strade sono affollate come se fosse sabato
sera. Aspettiamo nella macchina di Hardin finché
vediamo scendere Kimberly e Christian da un’elegante
berlina nera.
«Cafone arricchito», commenta Hardin, e mi strizza la
coscia prima di scendere.
Il buttafuori calvo accenna un sorriso professionale e
scosta il nastro di velluto per lasciarci passare. Kimberly
ci fa strada, mostrandoci le diverse aree del locale,
mentre Christian si allontana per conto suo. I tavoli sono
blocchi di pietra grigia, e i divani neri sono ravvivati da
cuscini bianchi. L’unica nota di colore sono i bouquet di
rose rosse su ciascun tavolo. La musica è a basso
volume, rilassante e stimolante allo stesso tempo.
«Che eleganza», commenta sarcastico Hardin. È bello
in modo disarmante sotto quelle luci basse. La camicia
presa in prestito da Christian e i jeans neri danno una
sferzata alla mia libido.
«Carino, no?» fa Kimberly sorridendo.
«Sì, sì», borbotta Hardin. Avvicinandoci ai tavoli, mi
posa una mano sul fianco e mi fa camminare accanto a
lui.
«Christian è nel privé riservato per noi», ci informa
Kim.
Raggiungiamo la parte posteriore del locale, dove una
tenda di raso si apre rivelando una saletta con altre tende
nere come pareti, lungo le quali ci sono quattro divani, e
con un grande tavolo di pietra al centro, ingombro di
bottiglie, un secchiello del ghiaccio e diversi vassoi di
tartine.
Sono così distratta che quasi non mi accorgo di Max,
seduto davanti a Christian su uno dei divani.
Fantastico. Non lo sopporto, e so che non piace
neanche a Hardin, che infatti mi stringe più forte e
guarda storto Christian.
Kimberly sorride, ospitale come sempre. «Che bello
rivederti, Max.»
Lui ricambia il sorriso e, facendole il baciamano,
replica: «È lo stesso per me, cara».
«Scusate», dice una donna alle mie spalle. Io e Hardin
ci giriamo e Sasha avanza risoluta nella piccola stanza.
Statuaria e seminuda in un miniabito bianco, la sua
presenza si fa sentire subito.
«Splendido», commenta Hardin, esprimendo anche il
mio pensiero. È felice di vederla quanto io sono felice di
vedere Max.
«Sasha.» Kim cerca di mostrarsi contenta di
incontrarla, ma non ci riesce. Uno dei risvolti negativi
della sua schiettezza è che non sa nascondere molto bene
le emozioni.
Sasha le sorride calorosamente e va a sedersi sul
divano, accanto a Max. Lui mi guarda come per
chiedermi il permesso di sedersi vicino alla sua amante.
Distolgo lo sguardo mentre Hardin mi porta a sedere sul
divano davanti a loro. Kimberly si siede in braccio a
Christian e si sporge a prendere una bottiglia di
champagne.
«Cosa ti sembra del locale, Theresa?» mi chiede Max
con il suo marcato accento britannico.
«Be’…» balbetto, stupita che abbia usato il mio nome
per esteso. «È… è bello.»
«Volete un po’ di champagne, voi due?» chiede
Kimberly.
Hardin risponde al posto mio. «Io no, ma Tessa sì.»
Mi appoggio alla sua spalla. «Se tu non bevi, forse
non dovrei neanch’io.»
«Bevi pure, non c’è problema. È solo che non mi va.»
Sorrido a Kim: «Sono a posto così, ma grazie lo
stesso».
Hardin si rabbuia e prende un bicchiere pieno dal
tavolo. «Dovresti bere un po’, hai passato una brutta
giornata.»
«Vuoi farmi bere soltanto perché così poi non ti farò
domande», bisbiglio.
«No.» Sorride. «Voglio solo che tu ti diverta. È quello
che volevi anche tu, giusto?»
«Non ho bisogno di bere per divertirmi.» Mi guardo
intorno e mi rendo conto che nessuno ascolta la nostra
conversazione.
«Non ho mai detto che ne hai bisogno. Dico solo che
la tua amica ti sta offrendo dello champagne che
probabilmente costa più dei miei e dei tuoi vestiti messi
insieme.» Mi sfiora la nuca con la punta delle dita.
«Quindi perché non ne gusti un bicchiere?»
«Non hai tutti i torti.» Mi appoggio di nuovo a lui, che
mi porge la flûte. «Ma uno solo», preciso.
Mezz’ora dopo finisco il secondo bicchiere e medito
di berne un terzo per lenire il fastidio di dover guardare
Sasha che si pavoneggia. Sostiene di voler solo ballare,
ma se fosse così potrebbe uscire dal privé e andare in
pista.
Vuole essere al centro dell’attenzione, la stronza.
Mi copro la bocca come se l’avessi detto a voce alta.
«Che c’è?» Hardin si annoia, si annoia molto. Lo
capisco da come fissa la tenda nera e mi accarezza
lentamente la schiena.
Scuoto la testa. Non dovrei pensare certe cose di una
donna che non conosco neppure. Di lei so solo che va a
letto con un uomo sposato…
E forse è già abbastanza. Non riesco a farmela stare
simpatica.
«Possiamo andare, ora?» mi sussurra Hardin sul collo,
posando una mano sulla mia coscia.
«Ancora un po’», gli rispondo. Non mi annoio, ma
preferirei stare da sola con Hardin che dover schivare lo
sguardo di Sasha e lo spettacolo della sua biancheria
intima che spunta dal vestito.
«Tessa, vieni a ballare?» mi invita Kimberly, e Hardin
si innervosisce all’istante.
Ricordo l’ultima volta che sono stata in discoteca con
Kim. Ho ballato con un ragazzo solo per far dispetto a
Hardin, che peraltro era a diversi chilometri da lì. Avevo
il cuore spezzato, mi sentivo così triste che non riuscivo
a pensare lucidamente. Quel ragazzo mi aveva baciata, e
poi avevo molestato Hardin nella mia stanza d’albergo
dopo che lui aveva sorpreso Trevor lì con me. Era stato
un enorme malinteso ma, tutto sommato, quella serata
era finita benissimo.
«Non ballo, ricordi?» le rispondo.
«Be’, vieni a fare un giro del locale, almeno. Ti stai
addormentando.» Mi sorride.
«Okay, un giro.» Mi alzo in piedi. «Vieni anche tu?»
chiedo a Hardin, che scuote la testa.
«Non le succederà niente, stiamo via solo un minuto»,
lo rassicura Kimberly.
Lui non sembra troppo contento ma non tenta di
fermarla. Vuole dimostrarmi che è capace di rilassarsi, e
gliene sono grata.
«Se la perdi, non disturbarti a tornare», le dice.
Kimberly scoppia a ridere e mi trascina fuori dal privé,
nel locale affollato.
35
Hardin

MAX mi si avvicina. «Dove pensi che avrà portato


Theresa?»
«Tessa», lo correggo. Come cazzo fa a sapere che il
suo vero nome è Theresa? Okay, forse si capisce dal
diminutivo, ma non mi piace che la chiami così.
«Tessa.» Sorride e beve un lungo sorso di
champagne. «È una gran bella ragazza.»
Lo ignoro e prendo una bottiglietta d’acqua dal tavolo.
Non ho alcun interesse a conversare con quest’uomo.
Avrei fatto meglio ad andare con Tessa e Kimberly,
ovunque siano. Provo a mostrare a Tessa che so
«rilassarmi», ed ecco cosa ci guadagno. Mi ritrovo
seduto con questo tizio in una discoteca con musica di
merda.
«Torno tra un momento, è appena arrivata la band»,
ci informa Christian. Infila il cellulare nella tasca dei
pantaloni e si allontana. Max si alza e lo segue,
raccomandando alla sua accompagnatrice di divertirsi e
bere altro champagne.
Non mi stanno davvero lasciando da solo qui dentro
con questa ragazza…
«A quanto pare siamo rimasti solo noi due», dice
Stacey, o come cazzo si chiama.
«Mmm…» Giocherello con il tappo della bottiglietta.
«Allora, che te ne pare di questo posto? Max dice che
da quando ha aperto è pieno tutte le sere.» Mi sorride.
Fingo di non notare che si sta tirando giù il vestito per
mettere in mostra le tette… quel poco che ha.
«Ha aperto da pochi giorni, certo che è pieno.»
«Comunque è un bel posto.» Scavalla le gambe e le
riaccavalla.
Potrebbe essere più disperata di così? A questo punto
non capisco più se ci sta provando con me o se è
talmente abituata a fare la puttana che le viene
automatico.
Si sporge sul tavolo verso di me. «Ti va di ballare?
C’è spazio qui dentro.» Mi sfiora la manica della camicia
con le unghie lunghe. Tiro via il braccio.
«Sei impazzita?» Mi sposto sull’altro lato del divano.
Un anno fa l’avrei portata in bagno e me la sarei scopata
ben bene. Ma ora il solo pensiero mi fa venir voglia di
vomitare sul suo vestito bianco.
«Che c’è? Ti ho solo invitato a ballare.»
«Balla con il padre di famiglia con cui sei venuta»,
sbotto. Scosto la tenda, sperando di veder riapparire
Tessa.
«Non giudicarmi tanto in fretta. Non mi conosci
neppure.»
«Ne so abbastanza su di te.»
«Sì, be’, anch’io so certe cose sul tuo conto, quindi
se fossi in te farei attenzione.»
«Ah, davvero?» Scoppio a ridere.
Mi guarda a occhi stretti, tentando di incutermi
soggezione. «Sì.»
«Se così fosse, sapresti anche che non è proprio il
caso di minacciarmi.»
Alza il bicchiere e accenna un brindisi. «Sei proprio
come dicono…»
È arrivato il momento di andarmene. Esco dalle tende
e vado a cercare Tessa.
Dicono, chi? Ma chi si crede di essere quella?
Christian è fortunato, perché ho promesso a Tessa una
bella serata. Altrimenti Max dovrebbe rispondere delle
azioni della sua puttana.
Mi guardo intorno in cerca del vestito di paillettes di
Tessa e dei capelli biondi di Kimberly. Per fortuna non è
uno di quei locali in cui ballano tutti: la maggior parte dei
clienti è seduta ai tavoli, e la mia ricerca è molto più
semplice del previsto. Le trovo al bancone del bar
principale: stanno parlando con Christian, Max e un altro
tizio. Tessa mi volta le spalle, ma dalla postura capisco
che è nervosa. Pochi istanti dopo arriva un altro uomo e,
man mano che mi avvicino, il primo dei due tizi inizia a
sembrarmi sempre più familiare.
«Hardin, eccoti!» Kimberly tende un braccio verso la
mia spalla, ma la schivo e mi avvicino a Tessa. Con
occhi guardinghi, lei conduce il mio sguardo verso
l’uomo.
«Hardin, questo è il mio insegnante di religione, il
professor Soto», afferma con un sorriso cortese.
Ma cazzo, finiscono tutti a Seattle?
«Jonah», la corregge lui. Mi porge la mano, e sono
troppo spiazzato per non stringergliela.
36
Hardin

IL professore di Tessa sorride, e intanto la fissa senza


farsi notare. Ma io me ne accorgo lo stesso.
«Che piacere rivederti», dice, ma non so se parla a me
o a Tessa, perché continua a muoversi a ritmo di
musica.
«Il professor Soto vive a Seattle, ora», mi informa
Tessa.
«Comodo», borbotto. Tessa mi sente e mi dà una
gomitata, e io la cingo in vita.
Jonah segue con gli occhi il movimento del mio
braccio e poi alza lo sguardo sul viso di Tessa. È
fidanzata, stronzo.
«Sì, mi sono trasferito al campus di Seattle da un paio
di settimane. Avevo fatto domanda qualche mese fa e
finalmente l’hanno accettata. La mia band non vedeva
l’ora di trasferirsi», racconta, in un tono che lascia
intendere che dovrebbe importarcene qualcosa.
«I Reckless Few suonano qui stasera: e se riusciamo
a convincerli, suoneranno a sere alterne», si vanta
Christian.
Jonah sorride e si guarda le scarpe. «Penso che sia
fattibile», ribatte, rialzando la testa. Svuota il bicchiere in
un solo sorso e dice: «Be’, dobbiamo prepararci a
suonare».
«Sì, non vogliamo trattenerti.» Christian gli dà una
pacca sulle spalle e il professore si gira a sorridere a
Tessa e poi si fa strada tra la gente verso il palco.
«La band è fantastica, aspettate di sentirla!» Vance
batte le mani una sola volta, poi abbraccia Kimberly e la
conduce a un tavolo sotto il palco.
Li ho già sentiti suonare, non sono affatto fantastici.
Tessa mi guarda nervosa. «È simpatico. Ricordi che
ha presentato una deposizione scritta in tuo favore
quando rischiavi di essere espulso?»
«No, non ricordo nulla di lui, sinceramente. A parte il
fatto che sembra interessato a te, e che stranamente è
venuto a vivere a Seattle giusto adesso, per insegnare
proprio nel tuo campus…»
«L’hai sentito anche tu, ha detto di aver fatto
domanda di trasferimento mesi fa… e non è vero che è
interessato a me.»
«Sì che è vero.»
«Secondo te piaccio a tutti», ribatte. Non può essere
davvero così ingenua da pensare che quel tipo abbia
buone intenzioni.
«Facciamo una lista, allora? C’è Zed, poi c’è Trevor
lo Stronzo, poi quella testa di cazzo del cameriere… chi
sto dimenticando? Ah, e ora possiamo aggiungere il tuo
professore pervertito, che ti stava fissando come fossi il
dessert.» Mi volto verso quell’imbecille: si aggira sul
palco, tronfio come un tacchino.
«Zed, okay, ma gli altri non contano. Trevor è molto
dolce e non farebbe mai del male a nessuno. Robert non
lo rivedrò mai più, penso, e Soto non è un pervertito.»
C’è una parola in quella sua affermazione che non mi
piace affatto. «Pensi?»
«Sicuramente non lo rivedrò più. Sto con te, okay?»
Mi prende per mano e io mi rilasso. Ma devo
ricontrollare di aver bruciato o buttato nel cesso il
numero di quel maledetto cameriere. Non si sa mai.
«Penso ancora che quell’idiota sia uno stalker.»
Accenno con il capo al palco, a quel cretino in giacca di
pelle. Dovrò parlare con mio padre, per capire se è
davvero pericoloso come sembra. Tessa non sa
giudicare le persone: accarezzerebbe una belva feroce.
E lo dimostra quando mi sorride come un’idiota per
via dello champagne che le scorre nelle vene. È qui con
me, nonostante tutto quello che le ho fatto passare.
«Pensavo che questo posto fosse un jazz club, ma la
sua band è più…» Tessa cerca di distrarmi dalla lista
interminabile degli uomini a cui piace.
«Inascoltabile?» la interrompo.
Mi dà una pacca sul braccio. «No, solo che non fanno
jazz. Somigliano più… ai Fray, diciamo.»
«I Fray? Non insultare la tua band preferita.» L’unica
cosa che ricordo della band del professore è che fa
schifo.
«È anche la tua preferita», mi fa notare dandomi una
lieve spallata.
«Non proprio.»
«Non fare finta che non ti piacciano, tanto so che non
è vero.» Mi stringe forte la mano e io scuoto la testa,
senza negare ma senza neppure ammetterlo.
Sposto lo sguardo tra il muro e le tette di Tessa
mentre aspetto che la maledetta band inizi a suonare.
«Possiamo andarcene, adesso?» chiedo.
«Solo una canzone.» Ha le guance rosse e gli occhi
lucidi. Beve un altro sorso, si passa le mani sul vestito
tirandolo su e giù allo stesso tempo.
«Posso almeno sedermi?» domando indicando gli
sgabelli vuoti davanti al bancone.
La prendo per mano e la conduco al bancone. Mi
siedo sull’ultimo sgabello, quello più vicino al muro e più
lontano dalla gente.
«Cosa bevete?» ci chiede un ragazzo con il pizzetto e
un falso accento italiano.
«Un bicchiere di champagne e uno d’acqua»,
rispondo, mentre Tessa si sistema tra le mie gambe.
Poso una mano sul suo sedere, e le paillettes del vestito
mi graffiano il palmo.
«Vendiamo champagne solo in bottiglia, signore», mi
fa sapere il barista con un sorriso di scuse, come se
sapesse che non posso permettermi la bottiglia.
«Allora prendiamo una bottiglia», interviene Vance
accanto a me, e il barista annuisce saettando lo sguardo
tra me e lui.
«Lei lo beve freddo», dico in tono strafottente.
Il ragazzo annuisce di nuovo e va a prendere la
bottiglia. Stronzo.
«Smettila di farci da babysitter», rimprovero Vance.
Tessa mi guarda storto ma la ignoro.
Lui fa un’espressione esasperata, da cretino qual è.
«Mi pare evidente che non faccio la babysitter, altrimenti
ti farei notare che Tessa non ha l’età per bere.»
«Sì, sì», sbuffo. Qualcuno lo chiama e lui si allontana,
prima però mi dà una pacca sulla spalla.
Poco dopo, il barista stappa lo champagne e versa un
bicchiere a Tessa. Lei lo ringrazia educatamente e lui le
rivolge un sorriso ancora più falso del suo accento.
Questa pantomima mi sta uccidendo.
Tessa si porta il bicchiere alle labbra e appoggia la
schiena al mio petto. «Com’è buono.»
Due uomini ci passano davanti e le scoccano
un’occhiata. Lei se ne accorge: lo capisco dal fatto che
si spinge verso di me e posa la testa sulla mia spalla.
«Ecco Sasha», nota, sopra il rumore della chitarra del
professor Stalker, che sta facendo il sound check. La
bionda statuaria si sta guardando intorno: forse cerca il
suo amante, forse un tizio qualunque da portarsi a letto.
«Chi se ne frega?» La prendo per il gomito e la faccio
girare verso di me.
«Non mi piace», mormora.
«Non piace a nessuno.»
«Neanche a te?»
È pazza? «Perché dovrebbe piacermi?»
«Non lo so.» Mi guarda la bocca. «Perché è carina.»
«E allora?»
«Non lo so… non so cosa mi prende.» Scuote la testa
come per scacciare il risentimento che le si legge chiaro
in faccia.
«Sei gelosa, Theresa?»
«No», risponde imbronciata.
«Non devi esserlo.» Allargo le gambe e la tiro a me.
«Non è lei che voglio.» Abbasso gli occhi sulla sua
scollatura. «Voglio te.» Seguo il rigonfiamento del seno
con la punta dell’indice, come se non fossimo in un
luogo pubblico.
«Mi vuoi solo per le mie tette», dice, abbassando la
voce quando pronuncia l’ultima parola.
«Ovvio.» Ridacchio.
«Lo sapevo.» Si finge offesa ma sorride sopra il
bordo del bicchiere.
«Sì, be’, ora che la verità è venuta a galla puoi
lasciartele scopare», dico, a voce troppo alta.
Tessa sputa lo champagne, schizzandomi la camicia e
i pantaloni.
«Scusa!» squittisce, prendendo un tovagliolo dal
bancone. Lo strofina sull’orribile camicia e poi più giù,
all’altezza dell’inguine.
Le afferro il polso e le tolgo di mano il tovagliolo.
«Fossi in te mi fermerei.»
«Oh.» Arrossisce fino all’attaccatura dei capelli.
Uno dei musicisti si presenta al microfono, poi inizia
l’assalto ai miei timpani. Mi sforzo di non vomitare.
Tessa li ascolta con interesse, una canzone dopo l’altra,
e io continuo a riempirle il bicchiere.
Mi piace molto stare in questa posizione. Io seduto, lei
in piedi tra le mie gambe, la schiena contro di me; ma mi
basta sporgermi un po’ per vederla in viso. Le luci basse
e rossastre, lo champagne, e lei… be’, lei è lei. È
bellissima. Non posso neanche essere geloso, perché è
fatta così: è bellissima.
Come se mi avesse letto nel pensiero si gira e mi
sorride. Adoro vederla spensierata… giovane. Devo farla
sentire così più spesso.
«Sono bravi, vero?» Muove la testa a tempo della
musica, che è lenta ma ha un certo ritmo.
«No. Non sono pessimi.»
«Ma va’…» Si gira di nuovo, e poco dopo inizia ad
ancheggiare a tempo di musica. Porca puttana.
Faccio scorrere la mano sul suo fianco e lei si spinge
indietro, senza smettere di muoversi. La musica si fa più
veloce, e anche i fianchi di Tessa aumentano il ritmo.
Oh, merda.
Abbiamo fatto tante cose… e io ne ho fatte ancora di
più, ma nessuna aveva mai ballato addosso a me in
questo modo. Mi sono fatto fare la lapdance da varie
ragazze e persino da qualche spogliarellista, ma non così.
Lento, ipnotico… ed eccitante da fare male. Metto la mia
mano libera sull’altro suo fianco e lei si gira leggermente
per posare il bicchiere sul bancone. Mi rivolge un sorriso
provocante e torna a guardare il palco. Alza una mano
per passare le dita tra i miei capelli, e posa l’altra mano
sopra la mia.
«Continua», la supplico.
«Sei sicuro?» Mi dà un lieve strattone ai capelli.
È incredibile che questa ragazza, così sexy nel suo
miniabito nero, che sculetta e mi tira i capelli, sia la
stessa che sputa lo champagne per la sorpresa quando
parlo di scoparle le tette. È così eccitante.
«Sì, cazzo.» La tiro verso di me avvicinando il suo
orecchio alla mia bocca. «Strusciati su di me…»
mormoro strizzandole il fianco. «Più vicina.»
Lei fa come le ho chiesto. Per fortuna sono alto, e
seduto sullo sgabello sono nella posizione perfetta:
muovendosi contro di me Tessa preme esattamente sul
mio punto più sensibile.
Mi distraggo per un istante, per assicurarmi che
nessuno la guardi ballare.
«Sei così sexy», le dico all’orecchio. «Quando balli in
pubblico… ma solo per me.» La sento mugolare anche
sotto la musica, e non resisto più. La faccio girare e
infilo una mano sotto la sua gonna.
«Hardin», geme quando le scosto gli slip.
«Nessuno ci guarda. E anche se guardano non se ne
accorgono.» Non lo farei se qualcuno potesse vederci.
«Ti è piaciuto dare spettacolo, eh?» dico. Non può
negarlo, è fradicia.
Non risponde; appoggia la testa sulla mia spalla e
afferra l’orlo della camicia, stringendolo in pugno come
fa di solito con le lenzuola. Entro ed esco da lei cercando
di seguire il ritmo della musica. Quasi subito la sento
irrigidire le gambe: sta per venire sulle mie dita. Con un
mugolio mi fa capire quanto piacere le sto dando. Si
spinge in avanti, mi succhia la pelle sul collo. Si dondola
contro di me, al ritmo delle mie dita e della musica che
copre i suoi gemiti e le voci intorno a noi, e mi graffia la
pelle sull’addome fino a farla sanguinare.
«Sto per…»
«Lo so, piccola. Vieni per me. Vieni», la esorto a
bassa voce.
Quando mi morde sul collo sento pulsare l’uccello
contro i jeans. Durante l’orgasmo si appoggia a me con
tutto il peso, e io la sorreggo. Ansima, è paonazza, e
quando rialza la testa ha il viso lucente di sudore.
«Macchina o bagno?» chiede quando mi succhio via il
suo sapore dalle dita.
«Macchina», rispondo, e lei finisce di bere lo
champagne. Che la paghi Vance, quella merda.
Tessa mi prende per mano e mi trascina verso
l’uscita. È impaziente, e il suo gioco di seduzione al bar
mi ha fatto diventare duro come la roccia.
«Ma quello è?…» Si ferma di colpo, poco prima
dell’uscita. Vedo una testa di capelli neri tenuti dritti dal
gel. Avrei giurato che la paranoia mi desse le
allucinazioni, se non l’avesse visto anche lei.
«Che cazzo ci fa lui qui? Gli hai detto che venivi in
questo locale?» sibilo. Ho mantenuto la calma per tutta la
serata, e poi arriva questo stronzo a rovinare tutto.
«No! Certo che no!» si difende Tessa, e dal tono
capisco che è sincera.
Zed ci vede e viene verso di noi con espressione
incattivita.
«Cosa ci fai qui?» sbotto.
«Quello che ci fai tu», risponde, e guarda Tessa. Mi
viene voglia di coprire la scollatura a lei e spaccare la
faccia a lui.
«Come facevi a sapere che lei era qui?» gli chiedo.
Tessa mi strattona per il braccio e saetta lo sguardo
tra me e Zed.
«Non lo sapevo. Sono qui per il concerto.» Ci
raggiunge un tipo abbronzato come Zed.
«Dovete andarvene», intimo a entrambi.
«Hardin, per favore», si lamenta Tessa alle mie spalle.
«No», mormoro. Ne ho abbastanza di Zed e delle sue
stronzate.
«Ehi…» L’uomo si interpone tra lui e me. «Stanno per
ricominciare a suonare. Andiamo a dirgli che siamo qui.»
«Conoscete Soto?» chiede Tessa. Merda, Tessa.
«Sì, lo conosciamo», risponde il tizio.
Mi sembra di vederle balenare in testa varie teorie del
complotto su come queste persone si conoscano, ma
l’importante è allontanarla da Zed: la prendo per un
braccio e la porto verso l’uscita.
«Ci si vede in giro», ci saluta Zed, e prima di seguire
l’altro tizio rivolge a Tessa il suo migliore sguardo da
«sono un povero cucciolo abbandonato e voglio che tu
abbia compassione di me e mi ami perché sono un
patetico idiota».
Mi affretto fuori, nell’aria fredda. Tessa mi segue,
insistendo: «Non sapevo che sarebbe venuto! Giuro!»
Apro la portiera per lei dal lato del passeggero. «Lo
so, lo so», dico per zittirla. Mi sto sforzando di non
tornare lì dentro. «Lascia perdere. Per favore. Non
voglio rovinare la serata.» Salgo in macchina anch’io.
«Okay.»
«Grazie», sospiro. Infilo la chiave, e Tessa posa la
mano sulla mia guancia per farmi girare verso di lei.
«Apprezzo davvero che tu ti sia sforzato tanto. So che
è difficile per te, ma significa moltissimo per me.»
Sorrido. «Okay.»
«Dico sul serio. Ti amo, Hardin. Ti amo tanto.»
Mentre anch’io le dico quanto la amo, scavalca la leva
del cambio e viene a sedersi sopra di me. Mi sbottona i
jeans e li abbassa il minimo indispensabile… Mi bacia sul
collo e mi slaccia i primi due bottoni della camicia. Le
tiro su il vestito mentre lei tira fuori dalla mia tasca il
preservativo che sospettavo mi sarebbe servito.
«Voglio solo te, sempre», mi rassicura, placando i
miei pensieri in subbuglio, e infilandomi intanto il
profilattico. La prendo per i fianchi e la aiuto a sollevarsi.
Nell’abitacolo la sento più vicina, mi sembra di
possederla più a fondo. La riempio completamente e mi
lascio sfuggire un sibilo. Lei mi zittisce con un bacio e si
dondola lentamente sopra di me, come faceva nel locale.
«Cazzo, va talmente a fondo, così», dico, e la prendo
per i capelli per farmi guardare.
«È stupendo…» geme, assaporando ogni centimetro
di me. Mi posa una mano sulla testa e una sulla gola. È
incredibilmente sexy in questo stato, quando l’alcol si
mescola all’adrenalina e la rende così avida e affamata…
affamata di me, del mio corpo, di questo legame
animalesco e appassionato che solo io e lei condividiamo.
Non lo troverebbe con nessun altro, e neppure io. Qui
con lei ho tutto ciò che mi serve, e lei non potrà mai
lasciarmi.
«Cazzo, ti amo», mormoro sulle sue labbra mentre lei
mi strattona i capelli e stringe le dita intorno al mio collo.
Non è fastidioso, è una pressione leggera e mi fa
impazzire.
«Ti amo», ansima quando sollevo i fianchi per andarle
incontro, con una spinta più forte delle altre. Il piacere
inizia lentamente ad accumularsi in fondo alla spina
dorsale, e sento Tessa tendere i muscoli mentre continuo
ad aiutarla sollevando i fianchi a ogni spinta.
Deve prendere la pillola. Ho bisogno di sentirla di
nuovo, pelle contro pelle.
«Non vedo l’ora di essere dentro di te senza
profilattico…»
«Continua», mi incita, eccitata dalle mie parole.
«Voglio che mi senti venire dentro di te…» Succhio la
pelle sulla sua clavicola, e assaporo il gusto salato del
sudore. «Ti piacerà da morire, vero? Quando ti
marchierò in quel modo…» Il solo pensiero basta a
sospingermi oltre il limite.
«Sto per…» ansima, e con uno strattone ai miei
capelli veniamo insieme, boccheggiando e gemendo.
La aiuto a scendere dalle mie gambe e apro il
finestrino mentre lei si riabbassa il vestito.
«Cosa stai…» inizia, ma si blocca vedendomi buttare
il profilattico dal finestrino. «Non puoi buttare un
preservativo usato dal finestrino! E se lo vede
Christian?»
«Non sarà l’unico preservativo che troverà in questo
parcheggio», la rassicuro con un sorriso malizioso.
«Forse no», ammette aiutandomi a rivestirmi. Poi
guarda fuori mentre io metto in moto.
«C’è odore di sesso qui dentro», aggiunge con una
smorfia, scoppiando a ridere.
La ascolto canticchiare tutte le canzoni che passano
alla radio mentre torniamo verso casa di Vance. Vorrei
prenderla in giro, ma dopotutto ha una voce melodiosa,
specialmente dopo aver sentito quello schifo di band.
Una voce melodiosa? Ora comincio anche a parlare
come lei.
«Dopo questa serata dovrò farmi asportare i timpani»,
osservo. Mi fa la linguaccia come una bambina e si mette
a cantare a voce più alta.

La prendo per mano mentre percorriamo il vialetto di


casa. Da come si comporta ho l’impressione che tutto
quello champagne abbia raggiunto il suo fegato.
«E se siamo chiusi fuori?» chiede con un risolino.
«C’è la babysitter», le ricordo.
«Ah, già! Lillian…» Sorride. «È così simpatica.»
Mi viene da ridere: è proprio ubriaca. «Pensavo che
non ti piacesse.»
«Mi piace, ora che so che non ci prova con te, come
mi avevi lasciato credere.»
Le sfioro le labbra. «Non fare il broncio. Ti somiglia
molto… ma è più irritante.»
«Scusa?!» Le è venuto il singhiozzo. «Non è stato
molto carino da parte tua usarla per farmi ingelosire.»
«Ma ha funzionato, no?» replico soddisfatto quando
arriviamo alla porta.
Lillian è seduta da sola sul divano. Mi fermo un
momento per tirar su la scollatura di Tessa, che mi
guarda storto.
Quando ci vede, Lillian si alza in piedi e domanda:
«Com’è andata?»
«Ci siamo divertiti un sacco! La band suona
benissimo!» sorride Tessa.
«È ubriaca», comunico a Lillian, che scoppia a ridere.
«Lo vedo.» Dopo un momento aggiunge: «Smith
dorme. Stasera abbiamo quasi avviato una
conversazione».
«Buon per te», replico, e conduco Tessa verso il
corridoio.
La mia ragazza ubriaca saluta Lillian con la mano. «Mi
ha fatto piacere rivederti!»
Non so se dire a Lillian di andarsene ora o di aspettare
che torni Vance, quindi non le dico niente. E poi, se il
bambino-robot dovesse svegliarsi, meglio che se ne
occupi lei.
Quando arriviamo in camera sua, Tessa si butta sul
letto. «Puoi togliermi questo vestito? Prude da morire.»
«Sì, alzati.» La aiuto a sfilarlo e lei mi ringrazia con un
bacio sulla punta del naso. È un gesto semplice, ma mi
coglie alla sprovvista e mi fa piacere.
«Sono così contenta che tu sia qui con me.»
«Davvero?»
Fa cenno di sì e finisce di sbottonare la camicia di
Christian. Me la fa scivolare lungo le braccia e la ripiega
prima di portarla alla cesta dei panni da lavare. Non
capirò mai perché pieghi i vestiti sporchi, ma ormai ci
sono abituato.
«Sì, sono molto contenta. Seattle non è bella quanto
pensavo», ammette finalmente.
E allora torna indietro con me, vorrei dirle.
«Perché no?» chiedo invece.
«Non lo so, è così e basta.» Si rabbuia, e mi stupisco
di voler cambiare argomento, di non volermi sentir dire
quanto si trova male in questa città. Io e Landon
sospettavamo che fosse così; ma mi dispiace ugualmente
che lei non abbia ottenuto ciò che voleva. Domani potrei
portarla un po’ in giro, per risollevarle l’umore.
«Potresti venire a vivere con me in Inghilterra»,
azzardo.
Mi fulmina con lo sguardo: ha le guance rosse e gli
occhi annebbiati dallo champagne. «Non vuoi portarmici
per un matrimonio, ma vuoi che mi trasferisca lì», mi
accusa.
«Ne parleremo», taglio corto, sperando che non
insista.
«Sì, sì… rimandiamo sempre.» Va a sedersi sul letto
ma lo manca clamorosamente e stramazza sul
pavimento, scoppiando in una risata isterica.
«Cazzo, Tessa.» La prendo per mano e la aiuto a
rialzarsi, con il cuore in gola.
«Sto bene.» Si siede sul letto e mi tira a sé.
«Ti ho dato troppo champagne.»
«Sì.» Sorride e mi fa sdraiare.
«Ti senti bene? Hai la nausea?»
Appoggia la testa sul mio petto. «Smettila di farmi da
mamma, sto bene.» Mi mordo la lingua per non
risponderle a tono. «Cosa ti va di fare?» mi chiede a
bassa voce.
«Eh?»
«Mi annoio», dice fissandomi con quello sguardo. Si
tira su dal letto e mi guarda con occhi selvaggi.
«Cosa vorresti fare, ubriacona?»
«Tirarti i capelli.» Sorride e si morde il labbro in modo
molto provocante.
37
Hardin

«NON riesci a dormire?» Christian accende la luce e mi


raggiunge in cucina.
«Tessa voleva un po’ d’acqua», gli dico. Faccio per
chiudere lo sportello del frigo, ma lui lo blocca.
«Anche Kim. Succede, quando esageri con lo
champagne.»
Le risatine e l’insaziabile appetito sessuale di Tessa mi
hanno stremato. Se non beve un po’ d’acqua vomiterà.
Mi torna in mente la scena di poco fa, lei sdraiata sul
letto a gambe larghe e io che la portavo all’orgasmo con
le dita e la lingua. È stata fantastica come sempre,
quando mi ha cavalcato fino a farmi esplodere nel
profilattico.
«Sì, Tessa sta proprio male.» Trattengo un sorriso
ricordando quando è caduta dal letto.
«Allora… il prossimo fine settimana sarai in
Inghilterra, eh?»
«No, non ci vado.»
«È il matrimonio di tua madre!»
«E allora? Non è il primo, e probabilmente non sarà
l’ultimo.»
Sarebbe un eufemismo dire che resto scioccato
quando Christian mi strappa di mano la bottiglietta
d’acqua, facendola cadere.
«Ma che cazzo?!» sbotto, chinandomi a raccoglierla.
Nel rialzarmi noto che gli occhi di Vance sono puntati
su di me, e la sua espressione è decisa. «Non hai il diritto
di parlare in questo modo di tua madre.»
«E a te cosa importa? Non ci voglio andare e non ci
andrò.»
«Dammi un motivo, un motivo vero», mi sfida.
Ma che cazzo di problema ha? «Non devo
giustificarmi con nessuno. Non voglio andare a quello
stupido matrimonio, tutto qui. Me ne sono già sorbito
uno, qualche mese fa, e mi è bastato.»
«D’accordo. Ho già fatto richiesta per il passaporto di
Tessa, quindi immagino che starai bene senza di lei
mentre visita l’Inghilterra per la prima volta in compagnia
di Kim, o no?»
La bottiglietta mi cade dalle mani, e stavolta la lascio a
terra.
«Cosa?!» grido fissandolo. Mi sta prendendo per il
culo, non può essere altrimenti.
Si appoggia al bancone della cucina e si mette a
braccia conserte. «Ho inviato la richiesta e ho versato i
soldi appena ho saputo del matrimonio. Dovrà andare in
centro per mettere una firma e fare le fototessere, ma il
resto l’ho sistemato io.»
Sono fuori di me dalla rabbia. «Ma perché? Non è
neppure legale.» Come se me ne fregasse qualcosa…
«Perché sapevo che ti saresti impuntato, testardo
come sei, e sapevo che solo lei poteva convincerti ad
andarci. Tua madre ci tiene molto, e teme che non ci
andrai.»
«Ha ragione. Perciò voi due pensate di poter usare
Tessa per spedirmi in Inghilterra? Vaffanculo a te e
vaffanculo a mia madre.» Apro il frigorifero per prendere
un’altra bottiglietta, per dispetto, ma lui lo richiude con
un calcio.
«Senti, so che hai avuto una vita di merda, okay?
Anch’io, quindi ti capisco. Ma non ti permetto di
trattarmi come tratti i tuoi genitori.»
«Allora smettila di immischiarti della mia vita come
fanno loro.»
«Non mi sto immischiando. Sai benissimo che Tessa
vuole andare a quel matrimonio, e sai anche che ti
sentirai molto in colpa se la costringi a rinunciare per le
tue ragioni egoistiche. Tanto vale ringraziarmi per averti
semplificato le cose.»
Lo guardo per qualche istante, riflettendo sulle sue
parole. Per certi versi ha ragione: ho già iniziato a
sentirmi in colpa per il fatto che non voglio andare al
matrimonio. Ed è solo perché so quanto Tessa ci tiene. È
tutta la sera che mi scoccia con questa storia.
«Prenderò il tuo silenzio come un grazie», conclude
Vance con un ghigno.
Lo guardo storto. «Non voglio che diventi un
problema.»
«Cosa? Il matrimonio?»
«Sì. Come posso portarla a un altro matrimonio e
vederla con gli occhioni da cerbiatto, e poi ricordarle che
non la sposerò mai?»
Si picchietta le dita sul mento. «Ah, capisco.» Il suo
sorriso si allarga. «È per questo, allora? Non vuoi che si
faccia strane idee?»
«No, le strane idee le ha già. La testa di quella ragazza
è piena di idee: è questo il problema.»
«E perché? Non vuoi che faccia di te un uomo
onesto?» Mi sta prendendo in giro, ma sono contento
che non mi serba rancore per le brutte cose che gli ho
detto poco fa. È per questo che Vance mi piace, più o
meno: non è suscettibile quanto mio padre.
«Perché non succederà, e lei è una di quelle donne
che iniziano a parlare di matrimonio dopo un mese che le
conosci. Una volta mi ha lasciato perché avevo detto che
non volevo sposarla. È matta da legare.»
Vance sghignazza e beve un sorso dell’acqua di
Kimberly. Anche Tessa aspetta che le porti l’acqua; devo
chiudere questa conversazione. È già durata troppo ed è
andata troppo sul personale per i miei gusti.
«Ritieniti fortunato che lei voglia sposarti. Non sei
esattamente una persona facile. E se qualcuno lo sa,
quella è lei.»
Sto per chiedergli cosa cazzo ne sa della mia storia,
ma poi ricordo che è fidanzato con la pettegola più
insopportabile di Seattle, anzi dello Stato di
Washington… o forse di tutta l’America.
«Ho ragione o no?» insiste.
«Sì, ma è comunque ridicolo pensare al matrimonio,
soprattutto dato che non ha neppure vent’anni.»
«E chi lo dice? Tu, l’uomo che non riesce mai a stare
a più di un metro da lei?»
«Stronzo.»
«È la verità.»
«Non significa che non sei stronzo.»
«Sarà. Ma trovo divertente che tu non voglia sposarla,
e che però dai di matto al pensiero di perderla.»
«Cosa vorresti dire?» Non penso di voler sapere la
risposta, ma ormai è fatta.
Vance mi guarda negli occhi. «La tua ansia… tocca il
picco massimo quando hai paura che lei ti lasci, o
quando un altro uomo si interessa a lei.»
«Chi ha detto che ho l’ansia?…»
Ma quella capra testarda mi ignora e prosegue: «Lo sai
cosa aiuta tantissimo, in quelle due situazioni?»
«Cosa?»
«Un anello.» Mi mostra la mano nuda su cui presto
sfoggerà una fede nuziale.
«Oh cazzo, ha convinto anche te! Cos’ha fatto, ti ha
pagato?» domando ridendo. Non è poi così improbabile
che lo abbia convinto, visto il fascino che Tessa esercita
su chiunque, e vista la sua ossessione per le nozze.
«No, cretino!» Mi tira addosso il tappo della bottiglia.
«È la verità. Immagina di poter dire che lei è tua, e che
sia vero. Adesso sono solo parole, una spacconata che
dici agli altri uomini che la desiderano – e credimi, ce ne
sono – ma quando Tessa sarà tua moglie, allora sarà
vero. Sarà la pura verità, cazzo, e dà una grande
soddisfazione, soprattutto agli uomini paranoici come me
e te.»
Ho la bocca secca e non vedo l’ora di filarmela da
questa cucina. «Sono tutte stronzate», mi affretto a
rispondere.
Va ad aprire uno sportello. «Hai mai visto il telefilm
Sex and the City?»
«No.»
«Sex in the City, Sex and the City… non ricordo.»
«No, no e no.»
«Kim è fissata, ha il cofanetto con tutte le stagioni»,
mi informa aprendo una scatola di biscotti.
Sono le due del mattino. Tessa mi aspetta, e io sto qui
a parlare di uno stupido telefilm. «E quindi?»
«C’è un episodio in cui le protagoniste dicono che
nella vita si hanno solo due grandi amori…»
«Okay, okay. Non mi piace la piega che sta
prendendo questa conversazione. Tessa mi aspetta», lo
avviso, e faccio per andarmene.
«Lo so… un attimo, finisco subito. Te lo riassumo nel
modo più virile possibile.»
Mi volto e vedo che mi guarda con aria d’aspettativa,
perciò gli faccio cenno di continuare.
«Insomma, secondo loro nella vita si può trovare il
grande amore solo due volte. Quello che sto cercando di
dirti… insomma, ho perso il filo, ma so che Tessa è il
tuo grande amore.»
Non ci capisco più niente. «Ma hai appena detto che
ce ne sono due?!»
«Be’, per te l’altro è te stesso.» Scoppia a ridere. «Mi
pareva ovvio.»
«E i tuoi chi sono stati? Lingualunga e la madre di
Smith?»
«Sta’ attento…» mi avverte.
«Scusa, Kimberly e Rose», ribatto in tono sarcastico.
«Erano loro i tuoi? Mi auguro per te che quelle tizie del
telefilm si sbagliassero.»
«Be’… sì. Quelle due.» Sulla sua faccia vedo
lampeggiare un’emozione, ma sparisce senza lasciarmi il
tempo di interpretarla.
Gli punto addosso la bottiglietta d’acqua e lo saluto:
«Be’, ora che hai terminato il tuo comizio senza capo né
coda, me ne vado a letto».
«Sì…» fa, un po’ nervoso. «Non so neppure di cosa
parlo. Ho bevuto troppo stasera.»
«Okay.» Lo lascio solo in cucina. Non ho proprio
capito cosa volesse dirmi, ma è strano vedere il grande
Christian Vance a corto di parole.
Quando torno in camera, Tessa si è già
riaddormentata, distesa su un fianco con le mani sotto la
guancia e le ginocchia al petto.
Spengo la luce e poso l’acqua sul comodino prima di
tornare a letto con lei. Il suo corpo nudo è caldo, ma
quando la sfioro con la punta delle dita le viene la pelle
d’oca. È confortante sapere che il mio tocco risveglia
qualcosa in lei, anche mentre dorme.
«Ehi», mormora assonnata.
Sorpreso, la stringo a me. «Il prossimo weekend
andiamo in Inghilterra», annuncio.
Gira la testa di scatto. La stanza è immersa nel buio,
ma il chiaro di luna mi basta per vedere lo stupore sul
suo viso. «Cosa?»
«Inghilterra. Settimana prossima. Io e te.»
«Ma…»
«No, verrai. So quanto ci tieni, quindi non fare
storie.»
«Non hai…»
«Theresa, lascia perdere.» Le copro la bocca e lei mi
mordicchia la mano. «Fai la brava ragazza e resti zitta se
tolgo la mano?» Ripenso a quando mi ha detto che le
faccio da madre.
Annuisce, e io tiro via la mano. Si alza sul gomito e si
gira verso di me. Non posso affrontare una
conversazione con lei mentre è nuda e agguerrita.
«Ma non ho il passaporto!» strilla. Trattengo un
sorriso: lo sapevo che non aveva finito di fare storie.
«Lo avrai. Del resto parliamo domani.»
«Ma…»
«Theresa…»
«Due volte in un minuto? Oh-oh.» Sorride.
«Non berrai mai più lo champagne.» Scosto i suoi
capelli spettinati dagli occhi e le passo il pollice sul
labbro.
«Non ti lamentavi, poco fa, quando stavamo…»
La zittisco con un bacio. La amo così tanto, così
tanto, cazzo, che ho il terrore di perderla.
Voglio davvero farla entrare in contatto – lei, il mio
futuro possibile, la mia unica speranza di un futuro – con
le ombre del mio passato?
38
Tessa

QUANDO mi sveglio, Hardin non è più avvinghiato a me,


e nella stanza c’è troppa luce anche se richiudo gli occhi.
Tenendoli chiusi, chiedo in tono lamentoso: «Che ore
sono?»
Mi fa malissimo la testa, e mi sento barcollare pur
sapendo che sono sdraiata.
«Mezzogiorno», risponde la voce profonda di Hardin
dall’altro lato della stanza.
«Mezzogiorno! Ho saltato le prime due lezioni!» Cerco
di alzarmi a sedere, ma mi gira la testa, così mi lascio
ricadere sul cuscino piagnucolando.
«Non importa, torna a dormire.»
«No! Hardin, non posso perdere altre lezioni. Ho
appena iniziato i corsi in questo campus, non posso
cominciare così», protesto in preda al panico. «Resterò
talmente indietro…»
«Sono sicuro che andrà tutto bene», fa lui in tono di
noncuranza, poi viene a sedersi sul letto. «Scommetto
che avrai già scritto le tesine per gli esami.»
Mi conosce troppo bene. «Non è questo il punto. Il
punto è che ho saltato la lezione, e faccio brutta figura.»
«Con chi?» So che mi prende in giro.
«Con i professori, con i compagni.»
«Tessa, ti amo tanto, ma per favore: ai tuoi compagni
non potrebbe fregare di meno se ci sei o no. Non se ne
saranno neppure accorti. I professori sì, perché sei
lecchina e alzi la loro autostima. Ma i tuoi compagni se
ne fregano, e in ogni caso che problema c’è? La loro
opinione non conta un cazzo.»
«Sarà.» Chiudo gli occhi e cerco di capire il suo punto
di vista. Detesto essere in ritardo, saltare le lezioni,
dormire fino a mezzogiorno. «Non sono lecchina»,
aggiungo.
«Come ti senti?» Il materasso si muove, e quando
apro gli occhi mi accorgo che Hardin si è sdraiato
accanto a me.
«Come se avessi bevuto troppo ieri sera.» Sta per
esplodermi il cranio.
«Infatti», asserisce con aria serissima. «E il tuo sedere
come sta?» Mi afferra una natica e io rabbrividisco.
«Non abbiamo?…» Non ero così ubriaca, vero?
«No.» Ridacchia continuando a palparmi. Poi mi
guarda negli occhi e aggiunge: «Non ancora».
Deglutisco.
«Solo se vuoi. Ormai sei scatenata, quindi
immaginavo che quella fosse la prossima voce sulla tua
lista.»
Io, scatenata?
«Non spaventarti tanto, era solo un’idea.» Mi sorride.
Non so cosa pensare di quella prospettiva… e di
sicuro non me la sento di parlarne adesso.
Ma la curiosità prende il sopravvento.
«Hai mai…» Non so come chiederglielo, è una delle
poche cose di cui non abbiamo mai discusso; le sue
allusioni volgari mentre facciamo sesso non contano.
«Tu l’hai mai fatto?»
Cerco la risposta sul suo viso.
«No, devo ammettere di no.»
«Oh.» Sono troppo consapevole delle sue dita che mi
accarezzano nel punto in cui si troverebbe l’elastico delle
mutandine se le indossassi. Il fatto che Hardin non abbia
mai fatto quell’esperienza mi fa venire voglia di provarci,
più o meno.
«A cosa stai pensando? Vedo le rotelle girare nella tua
testa.» Mi tocca il naso con il suo e io sorrido sotto il
suo sguardo.
«Sono contenta che tu… non l’abbia mai fatto…»
«Perché?» chiede perplesso.
Nascondo la faccia, improvvisamente timida. «Non lo
so.» Non voglio sembrargli insicura o provocare un
litigio. Ho già il doposbronza.
«Dimmelo», ordina a bassa voce.
«Non lo so. Sarebbe bello essere la tua prima… per
qualcosa.»
Si alza sul gomito e mi guarda dall’alto in basso.
«Cosa vuoi dire?»
«Hai fatto un sacco di cose… sai, sessualmente… E
io non ti ho dato nessuna esperienza nuova.»
Mi scruta attentamente come se avesse paura di
rispondere. «Non è vero.»
«Sì, invece.» Sto di nuovo facendo il broncio.
«È una stronzata, e lo sai benissimo», sibila con
sguardo cupo.
«Non arrabbiarti. Come pensi che mi senta sapendo
che non sei stato solo con me?» Non mi torna in mente
spesso come in passato, ma quando succede fa ancora
malissimo.
Sussulta e mi tira per le braccia per farmi alzare a
sedere accanto a lui. «Vieni qui.» Mi solleva e mi posa
sulle sue gambe, il suo corpo seminudo è caldo e
invitante a contatto con la mia pelle.
«Non l’avevo considerata in questo modo», ammette
posando le labbra sulla mia spalla, e dandomi un brivido.
«Se tu fossi stata con qualcun altro, ora non starei con
te.»
Mi giro di scatto a guardarlo. «Scusa?»
«Mi hai sentito», dice posandomi un bacio sulla spalla.
«Non è una cosa molto gentile da dire.» Sono abituata
alla sua schiettezza, ma queste parole mi stupiscono.
Non può pensarlo davvero.
«Non ho mai detto di essere gentile.»
Mi muovo sopra di lui e ignoro il suo gemito di
piacere. «Sei serio?»
«Serissimo.»
«Perciò mi stai dicendo che se non fossi stata vergine
non saresti uscito con me?» Non è un argomento di cui
parliamo così di frequente, e ho paura di scoprire dove ci
condurrà.
Osserva la mia espressione a occhi stretti, poi
mormora: «È esattamente quello che ti sto dicendo. Se
ben ricordi, non volevo uscire con te in ogni caso».
Sorride, però io lo guardo male.
Cerco di alzarmi da sopra di lui, ma mi tiene ferma.
«Non fare il broncio», ordina tentando di baciarmi, ma io
giro la testa.
«Allora forse non dovevi uscire con me.» Mi sento
ferita. Verso altra benzina sul fuoco e aspetto
l’esplosione: «Forse avresti dovuto chiudere con me
dopo aver vinto la scommessa».
Incrocio i suoi occhi verdi aspettando una reazione.
Che non arriva. Piega la testa all’indietro e fa una risata,
il mio suono preferito.
«Non fare la bambina.» Mi abbraccia più forte,
stringendomi i polsi in una mano per impedirmi di
divincolarmi. «Solo perché all’inizio non volevo, non
significa che non sia contento di essere uscito con te.»
«Resta comunque una brutta cosa da dire, e hai
dichiarato anche che non staresti con me se io fossi
andata a letto con qualcun altro. Quindi, se io fossi
andata a letto con Noah prima di conoscerti, non avresti
voluto uscire con me?»
A quelle parole, sobbalza. «No. Non ci saremmo
trovati in quella… situazione… se tu non fossi stata
vergine.» Per fortuna, ci sta andando più cauto, ora.
«Situazione», ripeto, ancora irritata. Il mio tono è più
aspro di quanto volessi.
«Sì, situazione.» Mi fa sdraiare di nuovo, sale sopra di
me e mi immobilizza i polsi sopra la testa, con una mano
sola, e con le ginocchia mi fa allargare le gambe. «Non
sopporterei di sapere che sei stata toccata da un altro
uomo. So che è assurdo ma, cazzo, è la verità, che tu
voglia sentirla o no.»
Il suo respiro è caldo sul mio viso, e per un attimo
dimentico di essere arrabbiata con lui. È sincero, devo
dargliene atto, ma usa comunque due pesi e due misure.
«Come ti pare.»
«Come mi pare?» ridacchia, e mi stringe più forte i
polsi. Spinge contro di me i fianchi fasciati dai boxer.
«Non essere ridicola, sai come sono fatto.» Mi sento
così esposta, in questa posizione, e il suo atteggiamento
dominante mi eccita più di quanto dovrebbe.
Continua: «Mi hai dato esperienze nuove, lo sai
benissimo. Non avevo mai amato nessuno… né amore
romantico, né affetto famigliare…» Distoglie lo sguardo,
forse immerso in un ricordo doloroso, ma dopo un
istante torna a guardarmi. «E non avevo mai convissuto.
Non me n’era mai fregato un cazzo di perdere una
persona, ma se perdessi te non sopravvivrei. Questa è
un’esperienza nuova.» Le sue labbra restano sospese a
un millimetro dalle mie. «È abbastanza nuova per i tuoi
gusti?»
Annuisco e lui sorride. Se alzo la testa di un solo
centimetro le nostre labbra si toccheranno. Ma lui
sembra leggermi nel pensiero e tira un po’ indietro la
testa. «E non rinfacciarmi di nuovo la faccenda della
scommessa», minaccia, strofinandosi contro di me. Gli
sfugge un mugolio. «Capito?»
«Capito», dico, per nulla convinta, ma lui mi lascia i
polsi e mi strizza delicatamente i fianchi.
«Oggi sei capricciosa», commenta disegnando dei
cerchi sul mio fianco.
È vero, mi sento capricciosa: ho bevuto troppo e ho
gli ormoni in tilt. «E tu sei prepotente, perciò siamo
pari», ribatto.
Si morde l’interno della guancia e poi china la testa
per baciarmi sul mento, sprigionando un brivido caldo
che mi scende dritto all’inguine. Con le gambe gli
circondo i fianchi.
«Ho amato solo te», mi ricorda di nuovo, alleviando il
dolore che le altre sue parole mi avevano provocato.
Continua a baciarmi sul collo e mi prende un seno tra le
dita, reggendosi sull’altra mano. «Amerò sempre e solo
te.»
Rimango in silenzio, perché non voglio rovinare il
momento. Adoro questi suoi attimi di sincerità, e stavolta
li vedo in una luce nuova. Steph, Molly e metà delle
ragazze del campus si saranno divertite con Hardin, ma
nessuna di loro, nessuna al mondo, l’ha mai sentito dire
«Ti amo». Non hanno mai avuto e non avranno mai il
privilegio di conoscerlo, di conoscere la persona che è
davvero. Non hanno idea di quanto sia dolce e brillante.
Non lo sentono ridere, non vedono comparire le sue
fossette. Non lo sentiranno mai raccontare aneddoti
spiritosi o giurare convinto che mi ama più di quanto ami
il suo respiro. E per questo mi fanno pena.
«Ho amato solo te», ammetto a mia volta. L’amore
che provavo per Noah era quello che avrei potuto sentire
per un parente. Ora lo capisco. Amo Hardin di un amore
travolgente, e dentro di me so che non lo proverò mai
per nessun altro.
Si tira giù i boxer, e con i piedi lo aiuto a sfilarseli.
Entra in me con un movimento fluido e un grido.
«Di nuovo», mi supplica.
«Ho amato solo te», ripeto.
«Porca puttana, Tess, ti amo così tanto.»
«Amerò sempre e solo te», gli prometto. Prego in
silenzio che riusciremo a risolvere tutti i nostri problemi,
perché so che le mie parole sono la verità. Ci sarà
sempre e solo lui per me, anche se qualcosa dovesse
separarci.
Le sue spinte sono vigorose, mi riempiono e mi
rivendicano, e la sua bocca calda e bagnata mi morde e
mi succhia il collo.
«Ti sento, sento ogni centimetro… Sei così calda…»
farfuglia, comunicandomi che non si è messo il
preservativo. Anche in quella trance euforica sento
suonare un campanello d’allarme. Ma decido di
ignorarlo, di abbandonarmi alla sensazione dei muscoli di
Hardin che fremono sotto le mie mani mentre gli
accarezzo le spalle larghe e le braccia tatuate.
«Devi metterlo», dico, ma le mie azioni contraddicono
le mie parole: stringo più forte le gambe intorno alla sua
vita, lo faccio entrare più a fondo. Inizio a sentire le
prime contrazioni nel ventre…
«Non… non riesco a fermarmi.» Aumenta il ritmo, e
ho paura che se smettesse adesso mi spezzerei in due.
«Non fermarti, allora.» Siamo pazzi, nessuno dei due
è lucido, ma non riesco a non incoraggiarlo, a non
graffiargli la schiena.
«Cazzo, Tessa, vieni», ordina, come se avessi scelta.
Mentre mi avvicino all’orgasmo temo di svenire dal
troppo piacere: i suoi denti scorrono sul mio petto,
mordicchiano, mi lasciano il segno. Mormorando di
nuovo il mio nome e ripetendo che mi ama, si ferma di
scatto ed esce da me, scaricandosi sulla mia pancia. Lo
fisso rapita mentre si tocca e mi marchia nel modo più
possessivo, senza mai smettere di guardarmi negli occhi.
Si lascia ricadere su di me, tremante e senza fiato.
Restiamo sdraiati in silenzio: non c’è bisogno di parlare
per sapere cosa stiamo pensando.

«Dove vuoi andare?» gli chiedo. Preferirei rimanere a


letto, ma Hardin si è offerto di accompagnarmi a vedere
Seattle, di giorno: non era mai successo, e non so se
avrò un’altra occasione.
«Sai che me ne frega. Non lo so, shopping?» Mi
guarda intensamente. «Hai bisogno di comprare
qualcosa? O piuttosto vuoi comprare qualcosa?»
«Non mi serve niente…» rispondo. Ma vedendolo
nervoso faccio marcia indietro. «Sì, va bene. Andiamo a
fare shopping.»
Si sta impegnando davvero. Le semplici attività di
coppia sono sempre state un problema per Hardin.
Sorrido al ricordo di quando mi ha portata a pattinare sul
ghiaccio per dimostrarmi che sapeva essere un fidanzato
normale.
Ci eravamo divertiti molto, e lui era piacevole e
spensierato, come in questi ultimi dieci giorni. Non
voglio un «fidanzato normale»: voglio Hardin, con il suo
umorismo volgare e la sua strafottenza, voglio che ogni
tanto usciamo a fare qualcosa di divertente, in modo da
sentirmi abbastanza sicura della nostra storia, e voglio
qualche momento felice che mi aiuti a non pensare ai
momenti brutti.
«Va bene», concede, ma mi accorgo che è a disagio.
«Il tempo di lavarmi i denti e legarmi i capelli.»
«E vestirti, magari.» Posa una mano tra le mie cosce.
Mi ha già ripulita con una sua maglietta, come fa sempre.
«Già. Forse dovrei fare una doccia veloce.» Mi
domando se lo faremo di nuovo prima di uscire.
Sinceramente non so se ne avremmo le forze.
Mi alzo dal letto e ho una brutta sorpresa. Sapevo che
le mestruazioni erano in arrivo, ma proprio adesso?
Forse è un bene, però: almeno saranno finite quando
partiremo per l’Inghilterra.
L’Inghilterra… non mi sembra vero.
«Che c’è?» mi chiede Hardin.
«Ehm… Sono quei giorni…» Distolgo lo sguardo,
sapendo che ha avuto un intero mese di tempo per
prepararsi le battute.
«Mmm… quali giorni, per la precisione?» ghigna,
guardandosi il polso come se portasse l’orologio.
«Non…» piagnucolo, e stringo le cosce per arrivare in
bagno senza danni.
«Oh, ma guarda, il doposbronza e ora anche gli sbalzi
ormonali!» mi prende in giro.
«Fai pessime battute.» Mi infilo la sua maglietta e lui
mi rivolge un sorriso languido.
«Pessime, eh?» Nei suoi occhi verdi balena una
scintilla divertita. «Così terribili che è ora di metterci un
tappo?»
Mi affretto a uscire dalla stanza, lasciandolo lì a ridere
da solo.
39
Hardin

«NON sapevo neppure che ci foste. Pensavo che Tessa


avesse lezione oggi», mi dice Kimberly quando entro in
cucina. Cosa ci fa qui?
«Non si sentiva bene. Ma tu non dovresti essere al
lavoro? Oppure hai giorni di ferie extra perché ti scopi il
capo?»
«In realtà neanch’io mi sento bene, cretino.» Mi lancia
un foglio di carta appallottolato, però mi manca.
«Tu e Tessa dovreste imparare a reggere meglio lo
champagne», dichiaro.
Mi fa un gestaccio.
Il microonde trilla, e Kimberly ne estrae una scodella
piena di quello che mi sembra cibo per gatti. Va a sedersi
al bancone e inizia a divorare quell’intruglio disgustoso.
Mi tappo il naso. «Quella roba puzza di cacca…»
«Dov’è Tessa? Ci penserà lei a chiuderti quella
boccaccia.»
«Non ci giurerei.» Prendere in giro la fidanzata di
Vance inizia a divertirmi. Ha la scorza dura, ed è così
irritante che mi offre molti spunti.
«Su cosa non giureresti?» Tessa ci raggiunge in
cucina: indossa una felpa, jeans stretti e quella specie di
pantofole che secondo lei sarebbero scarpe. In realtà
sono solo pezzi di stoffa cuciti intorno a una suola di
cartone, venduti con la scusa della beneficenza per
truffare gli stupidi consumatori. Ovviamente lei non la
pensa allo stesso modo, quindi ho imparato a tenere per
me la mia opinione.
«Niente.» Affondo le mani in tasca per resistere alla
tentazione di picchiare Kimberly.
«Mi insulta, tanto per cambiare», la informa la
Lingualunga mangiando un’altra forchettata di cibo per
gatti.
«Andiamo, mi sta irritando», ribatto a voce abbastanza
alta per farmi sentire da Kim.
«Fa’ il bravo», mi rimprovera Tessa. La prendo per
mano e la conduco fuori di casa.
Quando arriviamo alla macchina, Tessa infila nel
cassetto del cruscotto una manciata di assorbenti. «Devi
prendere la pillola», le ricordo. Ultimamente non ho fatto
attenzione quanto avrei dovuto, e ora che l’ho sentita
senza profilattico non voglio più saperne di usarli.
«Lo so. Continuo a ripromettermi di prendere
appuntamento dal medico, ma è difficile con
l’assicurazione sanitaria studentesca.»
«Certo, certo.»
«Forse ce la farò entro questa settimana. Devo
sbrigarmi: ultimamente sei disattento.»
«Disattento? Io?» Rido, cercando di tenere a bada il
panico. «Sei tu quella che mi coglie alla sprovvista e mi
distrae.»
«Oh, per favore!» Ridacchia e si appoggia allo
schienale.
«Ehi, se vuoi rovinarti la vita restando incinta fa’ pure,
ma di sicuro non ti lascerò rovinare anche la mia.» Le
strizzo la coscia, ma lei si rabbuia. «Che c’è?»
«Niente», dice con un sorriso falso, ma so che è una
bugia.
«Dimmelo subito.»
«I bambini sono un argomento di cui non dovremmo
parlare, ricordi?»
«Giusto… Quindi vedi di prendere la pillola, così non
dovremo più preoccuparci dei bambini.»
«Cercherò un consultorio oggi stesso; in questo modo
il tuo futuro non sarà messo a repentaglio», ribatte
secca.
L’ho rattristata, ma non c’è un modo indolore per
farle capire che deve prendere la pillola se vuole
continuare a scoparmi più volte al giorno.
Fa qualche telefonata e alla fine annuncia: «Ho
appuntamento lunedì».
«Bene.» Mi passo la mano sui capelli e poi la poso di
nuovo sulla sua coscia.
Accendo la radio e seguo le indicazioni del telefono
per il centro commerciale più vicino.

Dopo aver fatto un giro del centro commerciale, sono


stufo di Seattle. Solo Tessa mi salva dalla noia. Anche
quando non parla le leggo nel pensiero, mi basta vedere
la sua faccia. La osservo mentre guarda le persone che
incontriamo. Si acciglia quando una madre arrabbiata
sculaccia il figlio in un negozio, e la porto via prima che
possa reagire. Pranziamo in una pizzeria poco affollata, e
per tutto il tempo mi parla di una nuova serie di libri che
sta pensando di leggere. So che ha gusti molto precisi sui
romanzi moderni, quindi l’idea mi stupisce e mi
affascina.
«Dovrò scaricarli appena mi riporti il lettore di
ebook», dice, pulendosi la bocca con il tovagliolo. «Non
vedo l’ora di riavere il braccialetto. E anche la lettera.»
Mi impongo di mantenere la calma e mi riempio la
bocca di pizza per non dover rispondere. Non posso
confessarle che ho strappato la lettera, quindi sono molto
sollevato quando cambia argomento.
La giornata finisce con Tessa addormentata in
macchina. Ultimamente le succede spesso, e non so
perché, ma è una cosa che mi piace molto. Prendo la
strada lunga per tornare a casa, come ho fatto l’ultima
volta.

Non ho sentito la sveglia, e lei mi ha lasciato dormire.


Mi è dispiaciuto non vederla prima che uscisse, anche
perché starà via fino a stasera. È quasi mezzogiorno; per
fortuna tra poco sarà in pausa pranzo.
Mi vesto rapidamente ed esco di casa, diretto ai nuovi
uffici della Vance. È strano pensare che potrei lavorare lì
con lei, e ogni mattina potremmo andare in ufficio
insieme, uscire insieme… potremmo tornare a convivere.
Spazio, Hardin, lei vuole spazio. Mi viene da ridere:
non ci stiamo affatto dando spazio, restiamo separati per
tre giorni alla settimana al massimo. Ci stiamo solo
complicando la vita, con tutti questi viaggi in macchina.
Scopro che l’ufficio di Seattle è molto lussuoso e
molto più grande di quello in cui lavoravo io. Non mi
manca di sicuro stare in quei cubicoli soffocanti, ma
questo posto non è male. Vance non mi permetterebbe di
lavorare da casa. È stato Brent, il mio capo alla
Bolthouse, a consigliarmi di lavorare dal mio salotto per
«mantenere la pace». Per me va benissimo, a maggior
ragione ora che Tessa è a Seattle, quindi tanto peggio per
quei cretini permalosi in casa editrice.
È un miracolo se non mi perdo: questo palazzo è un
labirinto.
Quando arrivo alla reception, Kimberly mi sorride da
dietro la scrivania. «Buongiorno, come posso aiutarla?»
esclama con aria professionale.
«Dov’è Tessa?»
«Nel suo ufficio», risponde, lasciando perdere la
recita.
«E cioè?…» Mi appoggio al muro e aspetto
indicazioni.
«In fondo al corridoio. C’è il suo nome fuori dalla
porta.» Torna a guardare il computer. Maleducata.
Vance la paga per fare cosa, di preciso?
Evidentemente ne vale la pena, se in cambio può
scoparsela quanto vuole e tenersela accanto tutto il
giorno. Scuoto la testa per scacciare l’immagine di quei
due a letto.
«Grazie del tuo aiuto», sbuffo avviandomi nel lungo
corridoio.
Senza bussare, apro la porta dell’ufficio di Tessa, ma
è vuoto. Le telefono, e il suo cellulare vibra sulla
scrivania. Dove diavolo è?
La cerco in corridoio. So che Zed è in città, e mi sto
già incazzando. Giuro che se…
«Hardin Scott?» chiama una voce di donna alle mie
spalle, mentre entro in quella che sembra una piccola sala
break.
Mi giro e vedo un volto familiare. «Ehm… ciao.» Non
ricordo dove l’ho vista, ma la conosco. Poi tutto diventa
chiaro, quando la raggiunge un’altra donna. Dev’essere
uno scherzo di cattivo gusto: l’universo si sta prendendo
gioco di me, è evidente.
Tabitha mi sorride. «Bene, bene, guarda un po’…»
Adesso capisco chi erano le due pettegole dell’ufficio
di cui mi parlava Tessa.
Tutti e tre sappiamo bene che non è il caso di fare
cerimonie, perciò dico: «Sei tu quella che rompe le palle
a Tessa, vero?» Se avessi avuto la minima idea che
Tabitha si era trasferita nell’ufficio di Seattle, avrei capito
subito che la stronza in questione era lei. Era famigerata
per queste cose, quando lavoravo alla Vance, e sono
sicuro che non è cambiata.
«Chi, io?» Si scosta i capelli dalla spalla e sorride. È
diversa da come la ricordavo… più innaturale. La sua
amica ha la stessa pelle arancione… Forse devono
andarci piano con i coloranti nel cibo.
«Piantala. Non infastidirla: sta cercando di ambientarsi
in una nuova città, e voi due non le rovinerete la vita
senza motivo.»
«Non ho fatto niente! E comunque scherzavo.» Nella
mia mente balena la scena di quando mi succhiava il
cazzo nel bagno dell’ufficio, e ricaccio indietro la
sgradevole sensazione che quel ricordo inopportuno mi
suscita.
«Non farlo più», la avverto. «Non scherzo. Non
rivolgerle neppure la parola.»
«Simpatico come sempre, vedo. Non la disturberò
più. Non vorrei mai che tu andassi a fare la spia da Mr
Vance e mi facessi licenziare, come hai fatto con
Sam…»
«Non è stata colpa mia.»
«Sì invece!» bisbiglia concitata. «Appena il suo uomo
ha scoperto che voi due facevate… quello che
facevate… misteriosamente è stata licenziata nel giro di
una settimana.» Tabitha era una ragazza facile, molto
facile, e anche Samantha. Appena ho scoperto chi era il
ragazzo di Samantha, ho iniziato a trovarla attraente. Ma
dopo che abbiamo fatto sesso non ho più voluto avere
niente a che fare con lei. Quel giochetto mi ha provocato
un mucchio di problemi che preferirei non ricordare, e di
sicuro non ho intenzione che Tessa venga coinvolta in
queste meschinità.
«Non sai neanche la metà di quello che è successo,
quindi chiudi la bocca. Lascia in pace Tessa e io non ti
farò licenziare.» A dire il vero, un po’ ho contribuito al
licenziamento di Samantha, ma mi creava troppi problemi
in ufficio. Era solo una matricola del college, che
lavorava part-time come correttrice di bozze.
«Parli del diavoletto viziato…» commenta la ragazza
più bassa, accennando alla porta della sala break.
Tessa entra ridendo. E dietro di lei, in giacca e
cravatta, c’è Trevor lo Stronzo, che ride con lei.
L’idiota mi vede e tocca il braccio di Tessa. Devo fare
appello a tutto il mio autocontrollo per non andare lì e
spezzare il suo braccio in due. Quando Tessa mi vede si
illumina, sorride e corre da me. Solo una volta che mi ha
raggiunta si accorge che accanto a me c’è Tabitha.
«Ciao», dice, incerta e nervosa.
«Ci vediamo, Tabitha.» La liquido con un cenno della
mano. Lei bisbiglia qualcosa all’amica ed escono insieme.
«Ci vediamo, Trevor», lo saluto, ma a voce bassa in
modo che soltanto Tessa possa sentirmi.
«Piantala.» Mi dà una pacca sul braccio con quell’aria
petulante, come fa sempre.
«Ciao, Hardin», mi saluta educatamente Trevor. Cerca
di decidere se porgermi la mano o no. Spero per il suo
bene che non me la porga, perché non gliela stringerei.
«Ciao», replico in tono secco.
«Cosa ci fai qui?» mi chiede Tessa. Guarda verso il
corridoio da cui sono uscite le due donne. So che in
realtà intende: Come le conosci, e cos’hanno detto?
«Tabitha non ti darà più problemi.»
«Cos’hai fatto?» domanda.
«Niente», rispondo con noncuranza. «Le ho solo detto
quello che avresti dovuto dirle tu: di andare al diavolo.»
Tessa sorride a Trevor lo Stronzo, che va a sedersi a
un tavolo tentando di non guardarci. Trovo molto
divertente il suo imbarazzo.
«Hai già pranzato?» le chiedo, e lei fa cenno di no.
«Allora andiamo a mangiare qualcosa.» Lancio
un’occhiataccia a quel ficcanaso e conduco la mia
ragazza fuori dalla stanza.
«Qui vicino c’è un posto che fa ottimi tacos»,
afferma.
Scopriamo che si sbaglia: i tacos fanno schifo. Ma lei
divora i suoi e anche gran parte dei miei. Dopodiché
arrossisce e dà la colpa agli ormoni, e mi intima di non
fare battutine.
«Voglio tornare a casa domani, per rivedere tutti e
prendere la mia roba», dice bevendo acqua per placare
l’effetto della salsa piccante.
«Non ti pare che andare in Inghilterra sia un viaggio
sufficiente?» replico, per tentare di dissuaderla.
«No, voglio vedere Landon. Mi manca tanto.»
Per un attimo sono geloso, ma mi rimprovero. È il
suo unico amico, dopotutto, a parte quella rompipalle di
Kimberly.
«Sarà ancora lì quando torniamo dall’Inghilterra.»
«Hardin, per favore…» Mi guarda, ma non per
chiedere il permesso come fa a volte. Sta chiedendo la
mia collaborazione, e dalla scintilla nei suoi occhi capisco
che andrà a trovare Landon, che io sia d’accordo o
meno.
«E va bene, cazzo», sbuffo.
Non può finire bene. Tessa sorride orgogliosa, forse
fiera di sé per averla avuta vinta o forse fiera di me
perché ho ceduto, ma è così bella. E sembra talmente
rilassata…
«Sono contenta che tu sia venuto a trovarmi.» Mi
prende per mano nella strada affollata. Perché c’è così
tanta gente a Seattle?
«Davvero?» Lo immaginavo, ma temevo che si
arrabbiasse perché mi sono presentato senza preavviso;
non me ne sarebbe fregato niente, ma insomma…
«Sì.» Si ferma in mezzo alla gente per guardarmi.
«Stavo quasi…» Lascia la frase in sospeso.
«Stavi quasi… cosa?» La tiro verso la vetrina di una
gioielleria. Il sole fa brillare gli enormi anelli con diamanti,
perciò la conduco qualche metro più in là per evitare di
accecarmi.
«È una sciocchezza.» Si morde il labbro e guarda a
terra. «Ma per la prima volta da mesi mi sembra di
riuscire a respirare.»
«È un bene o?…» La prendo per il mento per
costringerla a guardarmi.
«Sì, è un bene. Per una volta mi sembra che tutto
vada per il verso giusto. Non è passato molto tempo, ma
non eravamo mai stati così sereni insieme. Abbiamo
litigato pochissime volte, e siamo sempre riusciti a
comunicare. Sono orgogliosa di noi.»
Le sue parole mi divertono, perché io ho la sensazione
invece che litighiamo quanto prima. Però ha ragione:
abbiamo imparato a parlare dei nostri problemi. Mi piace
litigare, e penso che piaccia anche a lei. Siamo persone
completamente diverse – non potremmo esserlo di più –
e andare sempre d’accordo sarebbe noioso. Non potrei
vivere senza il suo bisogno costante di correggermi e i
suoi rimproveri per il mio disordine. È davvero
indisponente, ma non cambierei una virgola di lei. A parte
questo suo bisogno di vivere a Seattle.
«La serenità è sopravvalutata, piccola.» Per
dimostrarlo, la prendo per le cosce e la poso sui miei
fianchi, e la bacio lì appoggiata al muro in una delle
strade più trafficate di Seattle.
40
Tessa

«QUANT O manca?» chiede Hardin in tono lamentoso dal


sedile del passeggero.
«Meno di cinque minuti; abbiamo appena passato
Conner’s.» Sa benissimo quanto poco dista
l’appartamento, è solo che non riesce a non protestare.
Ha guidato lui per quasi tutta la strada, finché l’ho
convinto a lasciarmi guidare per l’ultimo tratto. Gli si
stavano chiudendo gli occhi, era evidente che avesse
bisogno di una pausa. Infatti si è addormentato quasi
subito, cercando goffamente di abbracciarmi da un sedile
all’altro.
«Landon è ancora qui, vero? Gli hai parlato?» chiedo.
Sono impaziente di rivedere il mio migliore amico. È
passato davvero troppo tempo, e mi mancano le sue
parole sagge e il suo sorriso.
«Sì, come ti ho già ripetuto dieci volte», risponde
seccato. È ansioso da quando siamo partiti, ma non
vuole ammetterlo. Sostiene che sia a causa della distanza,
ma ho l’impressione che ci sia sotto qualcos’altro, e non
sono sicura di voler scoprire cosa.
Quando entro nel parcheggio del palazzo che un
tempo chiamavo casa, mi sento improvvisamente
nervosa.
«Andrà tutto bene.» Le rassicurazioni di Hardin mi
stupiscono.
È così strano ritrovarmi in questo ascensore: mi
sembrano passate molto più di tre settimane dall’ultima
volta che sono stata qui. Hardin continua a tenermi per
mano fino alla porta dell’appartamento.
Landon scatta in piedi dal divano e ci viene incontro
con il sorriso più largo che gli abbia visto in faccia da
quando siamo amici. Corre ad abbracciarmi, facendomi
capire quanto gli sono mancata, e io scoppio in
singhiozzi.
Non so perché piango così. È solo che Landon mi è
mancato tantissimo, e la sua accoglienza calorosa mi ha
commossa.
«Può abbracciarla anche il suo vecchio?» sento la
voce di mio padre.
Landon si stacca da me, ma Hardin dice: «Tra un
momento», e rivolge un cenno del capo a Landon.
Mi tuffo di nuovo tra le braccia del mio amico. «Mi
sei mancato tanto», ammetto, e i muscoli delle sue spalle
si rilassano.
Quando vado ad abbracciare mio padre, Landon mi
resta accanto, ancora sorridente e affettuoso come
sempre. Guardando mio padre capisco che aspettava il
mio arrivo: indossa i vestiti di Landon, che gli stanno
stretti, e si è rasato.
«Ma guardati, non hai più la barba!» esclamo
sorridendo.
Scoppia a ridere e mi stringe più forte.
«Com’è andato il viaggio?» chiede il mio amico
infilando le mani in tasca.
«Uno schifo», risponde Hardin mentre io dico:
«Bene».
Landon e mio padre ridono, Hardin sembra irritato e io
sono solo contenta di essere a casa… con il mio migliore
amico e il parente più stretto con cui sia in contatto. Il
che mi ricorda che devo chiamare mia madre, cosa che
continuo a rimandare.
«Porto in camera la tua valigia», annuncia Hardin,
lasciando noi tre a proseguire i saluti. Lo vedo entrare, a
testa china, nella stanza in cui un tempo dormivamo
insieme. Vorrei seguirlo ma non lo faccio.
«Mi sei mancata troppo, Tessie. Come te la passi a
Seattle?» chiede mio padre. È strano vederlo così, con
una camicia di Landon e pantaloni eleganti, e perfino
rasato. Sembra un’altra persona. Ma le borse sotto gli
occhi sono più gonfie di prima e le sue mani tremano
leggermente lungo i fianchi.
«Sto bene, mi sto ancora ambientando.»
«Mi fa piacere», replica con un sorriso.
Landon mi si avvicina mentre mio padre va a sedersi
sul divano, e gli volta le spalle per parlarmi in privato.
«Mi sembra di non vederti da mesi», ammette
guardandomi negli occhi.
Anche lui sembra stanco… forse perché è stato in
casa con mio padre… Non lo so, ma voglio scoprirlo.
«È vero, è come se il tempo scorresse in modo
diverso a Seattle… Ma come stai? Non ci siamo sentiti
quasi per niente.» In effetti l’ho chiamato meno di
quanto avrei dovuto, e lui deve avere avuto molto da fare
nell’ultimo semestre alla Washington Central. Se stare
lontani meno di tre settimane è così difficile, come farò
quando si trasferirà a New York?
«Sapevo che avresti avuto tanto da fare, comunque va
tutto bene», risponde. Lancia un’occhiata al muro e io
sospiro. Perché ho la sensazione che mi sfugga
qualcosa?
«Sicuro?» Guardo il mio migliore amico e poi mio
padre. Landon mi sembra sfinito.
«Sì, ma ne parliamo dopo. Ora dimmi di Seattle!» Nei
suoi occhi ritorna l’allegria, quell’allegria che mi era
mancata tanto.
«Va tutto bene…» inizio, e quando lo vedo rabbuiarsi
dico: «Davvero, è tutto a posto. Va molto meglio ora che
Hardin viene a trovarmi più spesso».
«Mi fa piacere.» Sorride e sposta lo sguardo su
Hardin, che è rientrato in salotto.
«Questo posto è in condizioni decisamente migliori di
quanto mi aspettassi», osservo rivolta a tutti e tre.
«L’abbiamo pulito mentre Hardin era a Seattle»,
risponde mio padre. Rido, ricordando quando Hardin si è
lamentato che quei due spostavano la sua roba.
La prima volta che sono entrata in questo
appartamento con Hardin mi sono innamorata subito del
suo fascino d’epoca: i muri con i mattoni a vista e
soprattutto gli scaffali che coprono un’intera parete. Il
pavimento di cemento dà carattere alla casa, la rende
unica. Ero stupita dal fatto che Hardin avesse scelto la
casa perfetta, adatta a me e a lui, due persone così
diverse: non lo ritenevo possibile. Non era certo un
appartamento di lusso, ma era bello e arredato con gusto.
Lui temeva che non mi piacesse, e anch’io ero nervosa:
pensavo che fosse pazzo a voler andare a convivere così
presto, e poi la nostra storia era così instabile… Ora so
che la mia apprensione era giustificata: Hardin aveva
usato questo appartamento come una trappola. Credeva
che in questo modo sarei stata costretta a restare con lui
anche dopo avere scoperto della scommessa che aveva
fatto con gli amici. In un certo senso ha funzionato:
quella parte del nostro passato non mi piace granché, ma
se tornassi indietro non la cambierei.
Malgrado i ricordi felici dei nostri primi giorni qui,
provo ancora una stretta allo stomaco. Mi sento
un’estranea ora, in questa casa. La parete di mattoni che
mi piaceva tanto è stata macchiata troppe volte dal
sangue sui pugni di Hardin, i libri su quegli scaffali hanno
assistito a troppi litigi, hanno visto troppe lacrime; e
l’immagine di Hardin in ginocchio davanti a me è così
vivida da essere praticamente incisa nel pavimento.
Queste quattro mura non sono più un rifugio per me:
custodiscono ricordi di amarezza e tradimenti, non solo
da parte di Hardin ma anche da parte di Steph.
«Cos’hai?» mi chiede Hardin quando la malinconia
traspare dal mio viso.
«Niente, sto bene», rispondo. Voglio scacciare i brutti
ricordi e godermi la gioia di rivedere Landon e mio padre
dopo le settimane di solitudine passate a Seattle.
«Non ti credo», sbuffa, ma non insiste e va in cucina.
Dopo un momento, sento di nuovo la sua voce: «Non
c’è niente da mangiare qui?»
«Ecco… E pensare che si stava così tranquilli»,
bisbiglia mio padre a Landon, e ridono insieme. Sono
molto felice di avere conosciuto Landon e di avere
riallacciato almeno in parte i rapporti con mio padre,
benché Hardin e Landon sembrino conoscerlo meglio di
me.
«Torno tra un momento», dico.
Voglio togliermi questa felpa pesante: in casa fa
troppo caldo e ho bisogno di aria fresca. Devo rileggere
la lettera di Hardin; è il mio oggetto preferito al mondo.
Anzi, è molto più che un oggetto: testimonia il suo amore
e la sua passione come non riuscirebbe mai a esprimerli a
voce. L’ho riletta così tante volte che la conosco a
memoria, ma ho bisogno di toccare fisicamente quei
fogli consunti e stropicciati: tutta l’ansia che provo verrà
spazzata via dalle sue parole commoventi, e poi sarò in
grado di respirare di nuovo e di godermi il fine settimana.
Cerco sopra il comò e nei cassetti, poi passo alla
scrivania. Rovisto tra fermagli di metallo e penne, ma è
inutile. Dove può averla messa?
Trovo il lettore di ebook e il braccialetto sopra il diario
di religione, ma non la lettera. Poso il braccialetto sulla
scrivania e vado a cercare nell’armadio, nella scatola da
scarpe in cui Hardin tiene i documenti di lavoro durante
la settimana. Sollevo il coperchio e scopro che la scatola
è vuota, a parte un foglio scritto fitto fitto ma che
purtroppo non è la mia lettera. Cos’è allora? La grafia è
quella di Hardin, e se non fossi così impaziente di
ritrovare la lettera mi soffermerei a leggerlo. È davvero
strano che questo foglio sia finito qui. Mi riprometto di
esaminarlo in un secondo tempo, intanto richiudo la
scatola e la rimetto a posto.
Temendo di non aver visto la lettera nel cassetto,
torno al comò per controllare di nuovo. E se l’avesse
buttata via?
No, non lo farebbe: sa quanto significa per me. Non lo
farebbe mai. Tiro fuori di nuovo il mio vecchio diario, lo
rovescio e lo scuoto, sperando che la lettera cada dalle
sue pagine. Sto per andare nel panico, quando un
brandello di carta svolazza verso terra. Lo raccolgo.
Riconosco subito le parole: le ho praticamente
marchiate a fuoco nella testa. È solo mezza frase, quasi
illeggibile, ma la grafia è quella di Hardin, e mi si stringe il
cuore. Fisso il pezzo di carta e capisco. Capisco che
Hardin ha effettivamente distrutto la lettera. Scoppio a
piangere, lasciando cadere il pezzo di carta a terra. Il mio
cuore va in frantumi, e mi domando quante volte possa
spezzarsi un cuore.
41
Hardin

COMUNICO a Landon che i suoi servizi come babysitter


non sono più richiesti. «Puoi andartene.»
«Non me ne vado, lei è appena arrivata», ribatte.
Immagino sia uno dei motivi principali, se non il
principale, per cui Tessa voleva venire qui.
«E va bene», sbuffo, poi abbasso la voce e chiedo:
«Come si è comportato mentre ero via?»
«Bene. Il tremito si è placato e non vomita più da ieri
mattina.»
«Drogato del cazzo», impreco passandomi le mani tra
i capelli.
«Calmati, si risolverà tutto», mi rassicura il mio
fratellastro.
Ignoro le sue perle di saggezza e lo lascio in cucina
per andare da Tessa. Sono quasi arrivato in camera
quando sento un singhiozzo strozzato. Faccio un altro
passo e la vedo con le mani sulla bocca, gli occhi rossi e
gonfi rivolti a terra. Un altro passo ancora, e distinguo
cosa sta guardando.
Porca puttana.
«Tess?» Avevo progettato di inventarmi qualcosa per
risolvere il casino che avevo combinato strappando
quella maledetta lettera, ma non ho avuto il tempo di
farlo. Avrei recuperato i pezzi riattaccandoli con il nastro
adesivo… o quantomeno avrei confessato a Tessa ciò
che avevo fatto, prima che lo scoprisse da sola. Ma è
troppo tardi.
«Tess, mi dispiace!» La mia richiesta di perdono
rotola come le lacrime sulle sue guance bagnate.
«Perché hai…» singhiozza, incapace di finire la frase.
Il mio cuore manca un battito, e per un istante ho
l’impressione di soffrire più di lei.
«Ero così arrabbiato quando te ne sei andata», inizio a
spiegare avvicinandomi a lei, che però indietreggia. Non
la biasimo. «Non ero lucido, e la lettera era lì sul letto,
dove l’avevi lasciata.»
Non parla e non distoglie lo sguardo da me.
«Mi dispiace tanto, te lo giuro!»
Si asciuga le lacrime con gesti rabbiosi. «Ho bisogno
di un minuto, okay?» Chiude gli occhi, e da sotto le ciglia
spuntano altre lacrime.
Voglio darle il minuto che mi ha chiesto, ma sono
egoista e ho paura che con il passare del tempo si arrabbi
ancora di più e decida di non volermi più vedere.
«Non esco da questa stanza», dico. Il suo grido di
dolore, smorzato dalle mani davanti alla bocca,
rimbomba nel mio corpo.
«Ti prego», mi implora. Sapevo che avrebbe sofferto,
ma non mi aspettavo di soffrire anch’io.
«No.» Mi rifiuto di lasciarla qui da sola a piangere per
i miei errori, di nuovo. Quante volte è successo, in
questo appartamento?
Va a sedersi sul letto, le mani tremanti giunte in
grembo, gli occhi socchiusi e le labbra frementi, e cerca
di calmarsi. Mi inginocchio davanti a lei e la abbraccio,
anche se tenta di respingermi.
Alla fine si arrende e si lascia consolare.
«Mi dispiace tanto, piccola», ripeto. Non so se ho mai
pronunciato quelle parole con tanta sincerità, prima.
«Adoravo quella lettera», mi confida, piangendo sulla
mia spalla. «Significava tanto per me.»
«Lo so. Sono mortificato.» Non provo neppure a
difendermi, perché sono un imbecille e sapevo quanto
era importante per lei quella lettera.
La spingo delicatamente indietro per le spalle e metto
le mani sulle guance rigate di lacrime. Parlo a voce bassa:
«Non so cosa dire, a parte chiederti scusa».
Finalmente reagisce: «Non dirò che va bene, perché
non è vero…»
«Lo so.» Chino il capo e tolgo le mani dal suo viso.
Pochi istanti dopo, le sue dita si posano sotto il mio
mento, facendomi alzare la testa cosicché io possa
guardarla, come di solito faccio io a lei.
«Sono sconvolta… mi sento a pezzi, ecco», ammette.
«Ma non c’è nulla da fare ormai, e non voglio stare qui a
piangere tutto il weekend, e di sicuro non voglio che tu ti
senta in colpa.» Sta cercando in tutti i modi di
convincere se stessa, di fare finta di essere meno turbata
di quello che è.
Espiro; non mi ero neanche accorto che stavo
trattenendo il fiato. «Mi farò perdonare, in qualche
modo.» Lei non risponde, perciò insisto: «Okay?»
Si asciuga gli occhi, e il trucco le è colato. Il suo
silenzio mi mette a disagio. Preferirei che mi insultasse,
piuttosto che vederla così.
«Tess, per favore, parlami. Vuoi che ti riporti a
Seattle?» Anche se dicesse di sì, non ce la riporterei di
sicuro: ho parlato senza pensare.
«No. Sto bene.»
Sospira e si alza, oltrepassandomi per uscire dalla
stanza, e io la seguo. Si chiude in bagno, perciò vado in
camera a prendere la sua borsa. La conosco: vorrà
sistemarsi il trucco.
Busso alla porta del bagno e lei apre uno spiraglio per
far passare la borsa. «Grazie», dice con una vocetta
sconfitta.
Le ho già rovinato il weekend, ed è appena
cominciato.
«Mia madre e tuo padre vogliono che porti Tessa a
casa loro, domani», esclama Landon dal fondo del
corridoio.
«E?…»
«E niente, tutto qui. Mia madre sente la sua
mancanza.»
«E allora? Si vedranno prima o poi.» Ma un attimo
dopo mi rendo conto che se la portassi lì la distoglierei
un po’ dal pensiero di quella maledetta lettera. «E va
bene, la porto domani.»
Il mio fratellastro piega la testa di lato. «Sta
piangendo?»
«Sta… Non sono affari tuoi, non ti pare?» sbotto.
«Siete arrivati da meno di venti minuti e si è già chiusa
in bagno», sentenzia lui a braccia conserte.
«Non è il momento di rompere le palle, Landon»,
ringhio. «Sto già per esplodere; l’ultima cosa di cui ho
bisogno sei tu che ficchi il tuo maledetto naso in cose
che non ti riguardano.»
Mi guarda con sufficienza, un’espressione tipica di
Tessa. «Ah, quindi posso ficcare il naso solo quando
devo farti un favore?»
Che cazzo di problema ha, e perché continuo a
definirlo il mio fratellastro? «Vaffanculo.»
«Ha già abbastanza problemi, quindi io e te dobbiamo
calmarci prima che esca dal bagno», continua, cercando
di farmi ragionare.
«E va bene, allora smettila di dire cazzate», ribatto.
Prima che possa rispondere, sentiamo aprire la porta
del bagno. Tessa esce in corridoio, con il trucco e i
capelli in ordine, ma l’aria stanca e preoccupata. «Cosa
succede?»
«Niente. Ora Landon ordina una pizza e passiamo il
resto della serata come una grande famiglia felice.» Gli
lancio un’occhiata e aggiungo: «Vero?»
«Sì», risponde lui, e so che lo fa per il bene di Tessa.
Mi mancano i tempi in cui Landon non mi rispondeva a
tono. Con il passare dei mesi gli sono spuntate le palle. O
forse mi sono rammollito io… In ogni caso, preferivo
com’era prima.
Tessa sospira. Ho bisogno di vederla sorridere, di
sapere che supererà questo momento. Perciò dico:
«Domani ti porto a casa di mio padre; magari puoi
parlare con Karen di ricette, o roba del genere».
Le si illuminano gli occhi e finalmente sorride.
«Ricette o roba del genere?» ripete divertita. La pressione
che sentivo nel petto si dissolve.
«Sì, roba del genere.» Ricambio il sorriso e la
conduco in salotto, dove ci aspetta una lunga e
angosciante serata in compagnia di Richard e Landon.

Richard è stravaccato sul divano, Landon è seduto in


poltrona, e io e Tessa siamo seduti per terra.
«Mi passi un’altra fetta?» chiede Richard per la terza
volta da quando è iniziato questo film orribile. Tessa e
Landon, ovviamente, sono affascinati dalla storia
d’amore via email tra Meg Ryan e Tom Hanks. Se fosse
un film di oggi avrebbero scopato dopo la prima mail,
non avrebbero aspettato la fine del film per darsi il primo
bacio. Anzi, avrebbero usato una di quelle app per gli
incontri occasionali e forse non avrebbero mai rivelato i
loro veri nomi. Che pensiero deprimente.
«Ecco», sbuffo, facendo scorrere il cartone della
pizza verso Richard. Ha già occupato tutto il divano, e
ora mi interrompe ogni dieci minuti per chiedermi da
mangiare.
«Tua madre piangeva tutte le volte che rivedeva il
finale di questo film.» Richard stringe la spalla di Tessa.
Mi sforzo di non scrollarglielo di dosso a forza di
schiaffi. Se Tessa sapesse come suo padre ha passato
l’ultima settimana, se avesse visto le droghe che
uscivano sotto forma di vomito dal suo corpo scosso
dalle convulsioni dell’astinenza, se lo scrollerebbe di
dosso da sola e poi si disinfetterebbe la spalla.
«Davvero?» chiede guardando il padre con occhi
lucidi.
«Sì. Ricordo ancora che voi due lo guardavate ogni
volta che lo davano in televisione. Più spesso sotto
Natale, ovviamente.»
«Ma quel…» inizio, ma mi trattengo perché stavo per
dire una cattiveria.
«Cosa?» fa Tessa.
«Quel… ehm, quel cane doveva essere lì?» chiedo
stupidamente. La domanda non ha senso, ma Tessa,
essendo Tessa, comincia a spiegarmi per filo e per segno
l’ultima scena del film, e che il cane, Barkley o Brinkley
mi pare si chiamasse, è fondamentale per la riuscita della
pellicola.
Bla, bla, bla…
Bussano alla porta, interrompendo la spiegazione di
Tessa, e Landon si alza per andare ad aprire.
Ma lo oltrepasso con uno spintone e dico: «Vado io».
È casa mia, dopotutto.
Non perdo tempo a guardare nello spioncino, ma dopo
avere aperto la porta mi pento di non averlo fatto.
«Lui dov’è?» chiede il tossico puzzolente.
Esco sul pianerottolo e chiudo la porta. Non
permetterò che questo stronzo disturbi Tessa. «Che
cazzo ci fai qui?» sibilo.
«Sono venuto a cercare il mio amico, tutto qua.» I
denti di Chad sono ancora più marroni di prima, e la
barba è incollata alla pelle. Non avrà più di trenta-
trentacinque anni, ma ha la faccia di un cinquantenne. Al
polso sudicio porta l’orologio che mi ha regalato mio
padre.
«Lui non verrà qui fuori e nessuno ti darà niente,
quindi ti consiglio di tornartene da dove sei venuto prima
che ti spacchi la faccia su quella ringhiera», parlo in tono
inespressivo, indicando la sbarra di ferro davanti
all’estintore. «Poi, mentre stai morendo dissanguato,
chiamerò la polizia e ti farò arrestare per detenzione di
stupefacenti e violazione di domicilio.» Non ho dubbi che
abbia della droga con sé, il figlio di puttana.
Mi guarda fisso, e io faccio un passo verso di lui.
«Fossi in te non metterei alla prova la mia pazienza.»
Sta per ribattere, ma in quell’istante sento aprire dietro
di me la porta dell’appartamento. Porca puttana.
«Che succede?» chiede Tessa, oltrepassandomi.
D’istinto la strattono all’indietro, e lei ripete la
domanda. «Niente, Chad se ne stava andando»,
rispondo. Se Chad osa alzare un dito…
Tessa nota l’orologio al polso del tossico. «È il tuo
orologio, quello?»
«Eh? No…» mento, ma lei ha già capito. Non è così
stupida da pensare che possa essere una coincidenza; è
un orologio costoso.
«Hardin… frequenti questo tizio ora?» Mi guarda male
e si allontana da me palesemente seccata.
«No!» sbotto. È questa la conclusione cui è arrivata?
Non so se far uscire suo padre e chiedergli di
difendermi o inventare un’altra bugia. «Non è mio amico,
se ne sta andando.» Lancio un’altra occhiata di
avvertimento a Chad.
Stavolta capisce e indietreggia verso l’ascensore.
Evidentemente è solo Landon a non lasciarsi intimidire da
me. Forse, dopotutto, non ho perso il mio ascendente
sulle persone.
«Chi va là?» chiede Richard, uscendo sul pianerottolo.
«Quell’uomo… Chad», risponde Tessa, ma il suo
tono è interrogativo.
«Ah…» fa suo padre impallidendo, e mi guarda
spiazzato.
«Devo sapere cosa sta succedendo», dice Tessa
cominciando ad agitarsi. Non avrei dovuto farla tornare
qui: l’ho capito dalla sua faccia nel momento in cui ha
messo piede in questo maledetto posto.
«Landon!» Tessa chiama il suo migliore amico, e io
guardo suo padre. Landon le racconterà tutto: non le
mentirà guardandola negli occhi come ho fatto io tante
volte.
«Tuo padre gli doveva dei soldi, e io ho saldato il
debito con l’orologio», ammetto.
Tessa sussulta e si gira verso Richard. «Gli dovevi dei
soldi per cosa? Quell’orologio gliel’aveva regalato suo
padre!» grida.
Okay… non è esattamente la reazione che mi
aspettavo. Sembra rammaricarsi più per l’orologio che
per il fatto che il padre fosse indebitato con una persona
del genere.
«Mi dispiace, Tessie. Avevo bisogno di soldi, e
Hardin…»
Ma lei si è già avviata verso l’ascensore. Ma che
cazzo!
In preda al panico le corro dietro, ma non arrivo in
tempo. Le porte dell’ascensore si chiudono sempre con
una lentezza esasperante, ma quando lei deve fuggire da
me si sprangano all’istante.
«Porca miseria, Tessa!» Batto il pugno sul metallo. Ci
sono delle scale in questo palazzo? Quando mi giro vedo
Landon e Richard che mi fissano, immobili e
inespressivi. Grazie tante dell’aiuto, stronzi.
Trovo le scale e scendo due gradini per volta.
Nell’atrio non vedo Tessa, e mi assale di nuovo il panico.
Chad potrebbe essere venuto con qualche amico…
potrebbero avvicinarsi a lei, farle del male…
L’ascensore si apre con un trillo e Tessa esce, con
l’espressione più determinata che abbia mai visto sul suo
volto… finché mi vede.
«Sei impazzita?» urlo, e la mia voce rimbomba
nell’atrio.
«Deve restituirti l’orologio, Hardin!» esclama ad alta
voce. Si avvia risoluta verso il portone, ma io la prendo
per un braccio e me la tiro al petto.
«Toglimi le mani di dosso!» Mi artiglia le braccia, ma
io non vacillo.
«Non puoi corrergli dietro. Cosa credi di fare?»
Tenta ancora di divincolarsi.
«Se non la smetti ti riporto di sopra in braccio.
Adesso ascoltami», le dico.
«Non può tenersi quell’orologio, Hardin! Te l’ha
regalato tuo padre, significava molto per lui, e per te…»
«Non significava un cazzo per me», concludo.
«Sì invece. Non lo ammetterai mai, ma è così. Lo
so.» Ha di nuovo le lacrime agli occhi. Cazzo, questo
weekend sta andando a puttane.
«No, non è vero…»
O sì?
Si calma un po’ e riesco a farla tornare verso
l’ascensore. La missione di caccia allo spacciatore è
abortita, con suo grande disappunto.
«Non è giusto che tu debba rinunciare all’orologio per
colpa di qualche conto non pagato al bar! Quanto alcol si
deve bere per indebitarsi con qualcuno?» È su tutte le
furie, e io sono combattuto: da un lato la trovo buffa,
dall’altro mi sento molto in colpa per quello che sto per
confidarle.
«Non era alcol, Tess.» Lei saetta lo sguardo in tutte le
direzioni tranne che verso di me.
«Hardin, conosco mio padre e so che beve, non
cercare di giustificarlo», ribatte con il fiatone.
«Tessa, Tessa, devi calmarti.»
«Allora dimmi cosa succede!»
Non so cos’altro dire. Mi dispiace di non poterla
proteggere da quel disgraziato di suo padre, così come
non sono riuscito a proteggere mia madre dal mio.
Quindi faccio una cosa molto strana per me:
un’ammissione totalmente sincera. «Non è alcol. È
droga.»
All’inizio Tessa sembra non reagire. Ma dopo un
secondo scuote la testa e dichiara: «No, non è vero… lui
non si droga».
Entra in ascensore e preme il pulsante del nostro
piano. Entro anch’io, e lei fissa il vuoto mentre le porte si
richiudono.
42
Tessa

QUANDO io e Hardin rientriamo, l’aria nell’appartamento


mi sembra viziata, e l’atmosfera tesa.
«Stai bene?» mi chiede Landon appena Hardin
richiude la porta alle nostre spalle.
«Sì», mento.
Sono confusa, ferita, arrabbiata ed esausta. Siamo
arrivati da poche ore, e già non vedo l’ora di rientrare a
Seattle. La vaga idea che avevo di tornare a vivere qui è
svanita nel tragitto dall’ascensore alla porta.
«Tessie… non volevo che andasse così», si scusa
mio padre seguendomi in cucina. Ho bisogno di un
bicchiere d’acqua; mi è venuto mal di testa.
«Non ne voglio parlare.» Il lavandino cigola quando
apro il rubinetto; aspetto che il bicchiere si riempia.
«Penso che dovremmo almeno parlare…»
«Per favore…» Mi giro verso di lui. Non voglio
parlare. Non voglio sentire la terribile verità, o una
pietosa bugia. Desidero solo tornare a quando ero
impaziente di provare a riallacciare i rapporti con il padre
che non avevo mai avuto. So che Hardin non ha motivo
di mentire sulla dipendenza di mio padre, ma può darsi
che si sbagli.
«Tessie…»
«Ha detto che non ne vuole parlare», interviene
Hardin, entrando nella stanza. Si piazza tra me e mio
padre, e stavolta gli sono grata per l’intrusione, anche se
mi preoccupa un po’ veder accelerare il ritmo del suo
respiro. Per fortuna mio padre sospira sconfitto ed esce
dalla cucina lasciandomi sola con Hardin.
«Grazie.» Mi appoggio al bancone e bevo un altro
sorso d’acqua del rubinetto.
Hardin non si cura di nascondere la preoccupazione, e
sulla fronte gli si disegna una ruga. Si preme le dita sulle
tempie e si appoggia al bancone di fronte a me. «Non
avrei dovuto lasciarti venire qui; sapevo che sarebbe
andata così.»
«Sto bene.»
«Lo dici sempre.»
«Perché devo sempre stare bene. Altrimenti non mi
tengo pronta per la catastrofe successiva.» L’adrenalina
è svanita dalle mie vene, evaporata insieme alla speranza
che per una volta potesse filare tutto liscio per un intero
weekend. Non mi pento di essere venuta qui, perché
Landon mi mancava tanto e volevo riprendermi la lettera,
il lettore di ebook e il braccialetto. Mi piange ancora il
cuore per la lettera: so che non è razionale che un
oggetto abbia una tale importanza per me, ma è così. Era
la prima volta che Hardin si apriva a tal punto con me –
niente più bugie e segreti sul suo passato, tutte le carte
finalmente in tavola – e in maniera spontanea: non avevo
dovuto estorcergli quelle confessioni. Non dimenticherò
mai l’impegno che aveva messo in quelle righe e il modo
in cui gli tremavano le mani mentre mi consegnava quei
fogli. Non sono arrabbiata con lui; mi dispiace che
l’abbia distrutta, ma so quanto è irascibile e sono stata io
a lasciarla lì, e in qualche modo sentivo che avrebbe
potuto distruggerla. Non consentirò a me stessa di
rimuginarci ancora, per quanto sia doloroso ripensare al
frammento di carta rimasto, così piccolo che non
avrebbe mai potuto contenere tutte le emozioni affidate
alla pagina.
«Mi dispiace che tu debba vivere così», mormora.
«Dispiace anche a me», sospiro. E vedendolo tanto
addolorato aggiungo: «Non è colpa tua».
«Certo che è colpa mia.» Si passa le mani tra i capelli
con un gesto esasperato. «Sono stato io a strappare
quella maledetta lettera, sono stato io a portarti qui, e a
illudermi di poterti tenere nascosta la verità su tuo padre.
Pensavo che quello stronzo di Chad non sarebbe più
tornato, dopo aver preso l’orologio.»
Mi viene voglia di abbracciarlo. Ha rinunciato a
qualcosa di suo per tirar fuori dai guai mio padre. Dio,
come lo amo.
«Sono molto felice che tu sia qui con me», gli dico.
Drizza le spalle e alza la testa per guardarmi. «Non so
perché, dato che quasi tutti i disastri della tua vita sono
colpa mia.»
«No, è anche colpa mia.» Vorrei che avesse
un’opinione migliore di se stesso; se solo riuscisse a
vedersi come lo vedo io… «Anche l’indifferenza
dell’universo contribuisce parecchio.»
«Stai mentendo», dice fissandomi con espressione di
aspettativa, «ma va bene così.»
Mille pensieri mi girano in testa, tuttavia rimango in
silenzio.
«Sono ancora arrabbiato, però, perché gli sei corsa
dietro come una pazza», mi rimprovera. Ha ragione, non
era una cosa intelligente da fare. Ma sapevo anche che
Hardin mi sarebbe corso dietro. Cosa mi è passato per la
testa? Era ridicolo sperare di poter riprendere l’orologio
da quel tipo.
Ero convinta che l’orologio simboleggiasse l’inizio di
un nuovo rapporto tra Hardin e suo padre. Lui diceva di
odiare quel regalo, e si rifiutava di portarlo perché a suo
avviso era troppo costoso. Non sa quante volte l’ho visto
aprire la scatola e fissare l’orologio. Una volta l’ha preso
in mano e l’ha esaminato con cautela, come se scottasse,
o come se avesse poteri di guarigione. Poi, con
espressione incerta, l’ha ributtato nella scatola.
«L’adrenalina ha avuto il sopravvento», mi giustifico,
ma rabbrividisco al pensiero di cosa sarebbe successo se
mi fossi ritrovata davanti quell’uomo orribile.
Non pensavo si sarebbe presentato all’appartamento.
Per di più, di tutti i sospetti che avevo, gli spacciatori
retribuiti in orologi non mi erano mai venuti in mente. Era
a questo che si riferiva Hardin quando mi ha detto che
avrebbe risolto il problema senza che io dovessi
preoccuparmi. Se solo fossi rimasta in casa, avrei
continuato a essere beatamente ignara di tutto. Potrei
ancora avere una buona opinione di mio padre.
«Be’, non mi piace la tua adrenalina. Evidentemente
annulla il rifornimento di ossigeno al tuo cervello»,
sbuffa Hardin.
«Guardiamo un altro film?» propone mio padre dal
salotto. Osservo spaventata Hardin che, in tono aspro,
risponde al posto mio: «Tra un minuto».
Il suo sguardo è irritato. «Non sei tenuta a stare con
loro e parlare del più e del meno, se non ti va. Vorrei
anche vedere che si azzardassero a lamentarsi.»
Non trovo affatto allettante l’idea di guardare un film
con mio padre, ma non voglio creare imbarazzi e non
voglio che Landon se ne vada.
«Lo so.» Sospiro.
«Stai negando la verità a te stessa, ma prima o poi
dovrai farci i conti.» Sono parole dure, ma il suo sguardo
è comprensivo. Le sue dita calde scorrono sulle mie
braccia.
«Ci penserò dopo», concludo in tono di supplica.
Lui annuisce: anche se non la approva, accetta la mia
decisione… per il momento.
«Va’ in salotto, allora. Arrivo tra un minuto.»
«Okay. Puoi preparare dei popcorn?» Gli sorrido,
facendo del mio meglio per convincerlo di non avere il
cuore a mille e le mani sudate.
«Adesso esageri…» Fa un sorrisetto divertito e mi
spinge fuori dalla cucina. «Forza, vai.»
Mio padre è seduto al solito posto sul divano e Landon
è in piedi, appoggiato al muro. Mio padre tiene le mani in
grembo e si tormenta le pellicine, un’abitudine che avevo
anch’io da bambina finché mia madre mi ha costretta a
smettere. Ora so da chi l’ho ereditata.
Alza lo sguardo su di me e mi sento percorsa da un
brivido. Non so se è un gioco di luce o uno scherzo della
mia mente, ma i suoi occhi sembrano quasi neri, e mi
danno la nausea. Davvero si droga? E quanto? E di cosa?
Tutto ciò che so sulla droga proviene da qualche
documentario che ho visto con Hardin. Chiudevo gli
occhi disgustata quando le persone riprese si infilavano
l’ago in vena o fumavano droga scaldata su un
cucchiaio. Non riuscivo a guardarli mentre
distruggevano se stessi e tutti quelli che avevano intorno.
Hardin invece diceva sempre di non provare alcuna
compassione per quei «tossici di merda».
Mio padre è davvero uno di loro?
«Capisco se vuoi che me ne vada…» La sua voce è
molto diversa dal suo sguardo: è tenue e incrinata. Mi si
stringe il cuore.
«No, non importa.» Con la gola serrata mi siedo a
terra aspettando Hardin. Sento scoppiettare i popcorn, e
l’aroma si è già diffuso nell’aria.
«Ti dirò tutto quello che vuoi…» insiste mio padre.
«Non preoccuparti, davvero», lo rassicuro con un
sorriso. Dov’è Hardin?
Poco dopo entra in salotto con un sacchetto di
popcorn in una mano e il mio bicchiere d’acqua
nell’altra. Si siede a terra accanto a me, senza dire una
parola, e posa il sacchetto sulle mie gambe.
«Sono un po’ bruciati, ma ancora commestibili»,
mormora. Fissa lo sguardo sullo schermo del televisore e
so che si trattiene dall’esprimere molti pensieri. Stringo
con forza la sua mano per ringraziarlo. Per stasera non
penso che riuscirei a sopportare altro.
I popcorn sono buonissimi. Hardin si lamenta quando
li offro a Landon e a mio padre. Sospetto sia per questo
che rifiutano entrambi.
«Che stronzata stiamo guardando?» chiede Hardin.
«Insonnia d’amore», rispondo con un sorriso.
«Sul serio?» domanda incredulo. «Ma è una versione
più vecchia di quello che abbiamo appena visto!»
Trovo buffa la sua reazione. «È un bel film.»
«Certo, come no.» Mi guarda, ma i suoi occhi non
indugiano su di me come al solito. Si pulisce le mani unte
sulla felpa. Raccapricciata, mi riprometto di metterla in
ammollo prima di lavarla.
«Qualcosa non va? Il film non è così male», bisbiglio.
Mio padre sta finendo di mangiare la pizza e Landon è
tornato a sedersi in poltrona.
«No», risponde secco, ma continua a non guardarmi.
Non voglio fare commenti sul suo strano
comportamento; siamo già tutti tesi dopo gli eventi delle
ultime ore.
Il film mi aiuta a distrarmi. Rido con Landon e mio
padre, mentre Hardin fissa lo schermo senza vederlo,
con la mente altrove. Vorrei disperatamente chiedergli
qual è il problema, così potrei aiutarlo a risolverlo; ma so
che è meglio lasciarlo stare per il momento. Lo abbraccio
e mi accoccolo sul suo petto con le gambe ripiegate
sotto il corpo. Mi stupisce tirandomi a sé e dandomi un
bacio sui capelli.
«Ti amo», bisbiglia. Temo che sia stata
un’allucinazione uditiva, finché alzo la testa per guardare
i suoi occhi verdi.
«Ti amo», sussurro. Resto a guardarlo per un po’,
solo per ammirare la sua bellezza. Mi fa ammattire, come
io faccio ammattire lui, però mi ama: e la sua calma di
stasera ne è una riprova. Si sta davvero sforzando, e
trovo conforto nella certezza che anche nel mare in
tempesta lui sarà la mia àncora di salvataggio. Una volta
temevo che mi avrebbe trascinata a fondo con sé, ma
ora non mi dispiacerebbe neppure.
Sentiamo bussare forte alla porta. Mi alzo dalle gambe
di Hardin, dove sono scivolata nel dormiveglia, e lui mi
posa delicatamente a terra per alzarsi. Cerco sul suo viso
i segni della rabbia o dello sconcerto, e invece vedo…
preoccupazione?
«Non muoverti da qui», mi dice.
Non ci tengo proprio a rivedere Chad. «Dobbiamo
chiamare la polizia, altrimenti non la smetterà più di
tornare.» Mi domando come abbia fatto questo
appartamento a cambiare così tanto nelle ultime
settimane. Mi assale di nuovo il panico, e girandomi mi
accorgo che mio padre e Landon dormono e non si sono
accorti di niente. La televisione mostra il menu del
servizio pay-per-view: ci siamo addormentati tutti
durante il film.
«No», risponde Hardin. Mi tiro su in ginocchio
quando lui raggiunge la porta. E se Chad non è da solo?
Tenterà di fare del male a Hardin? Mi alzo e vado a
svegliare mio padre sul divano.
Sento a malapena il ticchettio dei tacchi alti, perciò
rimango esterrefatta quando, voltandomi, vedo mia
madre, in tutta la sua gloria: abito rosso stretto, boccoli e
rossetto scarlatto. Il suo bel viso è accigliato e il suo
sguardo torvo si posa su di me.
«Cosa?…» inizio a chiedere. Guardo Hardin ed è…
calmo: come se aspettasse qualcosa…
Le permette di oltrepassarlo e venire verso di me con
decisione.
«L’hai chiamata tu?!» strepito, quando le tessere del
puzzle vanno al loro posto. Hardin distoglie lo sguardo da
me. Come ha potuto chiamarla? Sa per esperienza com’è
fatta mia madre: perché gli è venuto in mente di
coinvolgerla in questa storia?
«Non mi rispondi al telefono, Theresa», sbotta lei. «E
ora scopro che tuo padre è qui! In questo appartamento,
e strafatto di droga!» Oltrepassa anche me e punta dritta
verso la preda. Le sue dita dalle unghie smaltate di rosso
afferrano il braccio di mio padre. Lo strattona giù dal
divano e lui stramazza a terra.
«Alzati, Richard!» tuona. La durezza della sua voce mi
sconcerta.
Mio padre si tira su a sedere, appoggiandosi sulle
mani, e scuote la testa. Rimane sbigottito nel vedere la
donna che ha davanti. Batte ripetutamente le palpebre e si
alza in piedi barcollando.
«Carol?» La sua voce è ancora più incerta della mia.
«Come osi!» urla sventolandogli un dito in faccia, e lui
indietreggia andando a sbattere sul divano. È terrorizzato,
e lo comprendo.
Sulla poltrona Landon apre gli occhi, confuso e
spaventato quanto mio padre.
«Theresa, va’ in camera tua», ordina mia madre.
Cosa? «No che non ci vado!» Perché Hardin l’ha
chiamata? Sarebbe andato tutto bene, avrei trovato un
modo per tagliare di nuovo i ponti con mio padre. Forse.
«Non è più una bambina, Carol», interviene mio
padre.
Mia madre gonfia le guance e il petto, e capisco cosa
sta per succedere. «Non azzardarti a parlare di lei come
se la conoscessi! Come se potessi accampare dei diritti
su di lei!»
«Cerco solo di recuperare il tempo perduto…» Mio
padre si difende piuttosto bene, per essere stato appena
svegliato dall’ex moglie che gli urlava in faccia. Non so
cosa pensare della scena che ho davanti agli occhi. C’è
qualcosa nella voce di mio padre, qualcosa nel suo tono
sempre più sicuro di sé, che mi sembra familiare. Non so
bene in che senso, però.
«Tempo perduto! Non si può recuperare il tempo
perduto! E adesso scopro anche che ti droghi, eh?»
«Ho smesso!» strilla lui di rimando. Vorrei
nascondermi dietro Hardin, ma non so più da che parte
sia schierato. Landon guarda me, Hardin guarda i miei
genitori.
«Vuoi che ce ne andiamo?» mima con le labbra il mio
migliore amico. Scuoto la testa, ma spero di riuscire a
comunicargli con gli occhi che gli sono grata per averlo
proposto.
«Hai smesso? Hai smesso!» Mia madre deve essersi
messa i tacchi più rumorosi che ha: ho paura che lasci
dei buchi nel pavimento, data la forza con cui batte i
piedi.
«Già, ho smesso! Senti, non sono perfetto, okay?» Si
passa le mani sui capelli corti e io mi sento raggelare: è
un gesto così familiare da essere inquietante.
«Non è perfetto, lui! Ah ah!» Mia madre ride in
maniera isterica, i suoi denti bianchi brillano nella
penombra della stanza. Vorrei accendere qualche luce,
ma è come se fossi paralizzata. Non so come sentirmi né
cosa pensare, mentre guardo i miei genitori che si
strillano in faccia. Secondo me questo appartamento ha il
malocchio: non c’è altra spiegazione. «Non essere
perfetti è un conto; ma drogarti, e trascinare tua figlia
sulla stessa china, è imperdonabile!»
«Non la sto trascinando da nessuna parte! Mi sto
sforzando di scontare il male che le ho fatto… e che ho
fatto a te!»
«Non è vero! Il tuo ritorno aumenterà la sua
confusione! Si è già rovinata la vita a sufficienza per
conto suo!»
«Non si è rovinata la vita», interviene Hardin, secco.
Mia madre lo fulmina con un’occhiata e torna a girarsi
verso mio padre.
«È colpa tua, Richard Young! È tutta colpa tua! Se
non fosse per te, Theresa non avrebbe una storia malata
con questo tizio!» sbraita indicando Hardin. Sapevo che
sarebbe stata solo questione di tempo prima che mia
madre se la prendesse con lui. «Non ha mai avuto una
figura maschile in casa che le mostrasse il modo giusto
di trattare una donna; per questo è andata a convivere
con lui! Non è sposata, ha vissuto e vive nel peccato, e
Dio solo sa cosa combina lui! Scommetto che vi drogate
insieme!»
Il sangue mi ribolle nelle vene, e sento l’urgenza
assoluta di difenderlo. «Non tirare in mezzo Hardin! Si è
preso cura di mio padre e l’ha ospitato per non lasciarlo
in mezzo a una strada!» Purtroppo, quando parlo così
somiglio a mia madre.
Hardin mi raggiunge. So che sta per dirmi di starne
fuori.
«È vero, Carol. È un bravo ragazzo, e la ama più di
quanto io abbia mai visto un uomo amare una donna»,
interviene mio padre. Mia madre serra i pugni e diventa
paonazza sotto il fard.
«Non ti azzardare a difenderlo! Tutto questo», sbraita
agitando un pugno in aria, «è colpa sua! Lei dovrebbe
essere a Seattle, a farsi una vita, a trovarsi un uomo
adatto a lei…»
Il sangue mi ronza nelle orecchie, le loro voci mi
sembrano lontanissime. E mi sento molto in colpa per
Landon, che ha avuto la sensibilità di andare a chiudersi
in bagno per lasciarci soli, e per Hardin, che è di nuovo il
capro espiatorio di mia madre.
«Infatti ci vive, a Seattle; è venuta qui a trovare suo
padre. Gliel’ho spiegato, al telefono.» La voce di Hardin
si fa strada nel caos; si controlla a stento, e mi fa venire
la pelle d’oca.
«Non pensare che siamo diventati amici solo perché
mi hai chiamata», sbotta lei. Hardin mi tira indietro per
un braccio e io lo guardo perplessa. Non mi ero accorta
che mi stavo avventando contro di lei finché lui mi ha
fermata.
«Sempre pronta a giudicare. Non cambierai mai, sei
sempre la stessa donna che eri tanti anni fa», commenta
mio padre con aria di disapprovazione. Mi fa piacere che
stia dalla parte di Hardin.
«Giudicare? Lo sai che il ragazzo che stai difendendo
si è infilato tra le gambe di tua figlia per vincere dei soldi
in una scommessa con gli amici?» La voce di mia madre
è fredda, quasi compiaciuta.
All’improvviso non riesco più a respirare, mi manca
l’ossigeno.
«Proprio così! Andava in giro per il campus a
pavoneggiarsi della sua conquista. Quindi non
difenderlo», sibila. Mio padre guarda Hardin con occhi
sbarrati in cui si addensano nubi di tempesta.
«Cosa? È la verità?» Ora anche lui è senza fiato.
«Non importa! È una questione chiusa», intervengo.
«Vedi, si è trovata un uomo uguale a te. Preghiamo
solo che lui non la metta incinta e non la abbandoni alla
prima difficoltà.»
Non ce la faccio più. Non posso lasciare che Hardin
venga trascinato nel fango dai miei genitori. È una
catastrofe.
«Per non parlare del fatto che qualche settimana fa un
ragazzo me l’ha portata a casa svenuta per colpa dei suoi
amici!» sbraita indicando Hardin con il dito. «Stavano
per violentarla!»
Il ricordo di quella notte mi addolora, ma a turbarmi di
più è il fatto che mia madre incolpi Hardin. Gli eventi di
quella sera non sono assolutamente colpa sua, e lei lo sa.
«Figlio di puttana!» sibila mio padre.
«Attento», lo avverte Hardin in tono calmo, e spero
che mio padre gli dia retta.
«C’ero cascato! Mi ero convinto che tu avessi solo
una brutta reputazione, qualche tatuaggio e un po’ di
strafottenza! Mi sarebbe andato bene, sono così anch’io.
Ma hai usato mia figlia!» esclama avventandosi su
Hardin, e io mi piazzo davanti a lui.
Il mio cervello non si è ancora messo in pari con la
bocca. «Fermatevi! Tutti e due!» strillo. «Se vuoi
dichiarare guerra al tuo passato fa’ pure, ma non
trascinare Hardin nei tuoi problemi! C’è un motivo se ti
ha chiamata, mamma, e ora lo getti in pasto ai lupi
perché sei arrabbiata! Questa è casa sua, non è casa di
nessuno di voi due. Potete andarvene entrambi!» Mi
bruciano gli occhi, le lacrime premono per uscire, ma le
trattengo.
I miei genitori si fermano a guardarmi, poi si guardano
tra loro. «Risolvetela tra voi o andatevene; noi siamo in
camera.» Prendo per mano Hardin e cerco di tirarmelo
dietro.
Esita per un momento ma poi mi oltrepassa e mi
conduce in corridoio, stringendomi forte la mano: mi fa
quasi male, ma non dico niente. Sono ancora scioccata
dall’arrivo e dalla scenata di mia madre.
Mi richiudo la porta alle spalle appena in tempo per
smorzare le grida dei miei genitori. All’improvviso mi
sembra di avere di nuovo nove anni, quando correvo
nella serra, il mio nascondiglio. Ma anche se Noah
tentava di fare rumore per coprire le loro voci, li sentivo
gridare ugualmente.
«Non dovevi chiamarla.» Mi riscuoto dai ricordi e
guardo Hardin. Landon siede alla scrivania, e si sforza di
non fissarci.
«Avevi bisogno di lei. Non volevi guardare in faccia la
realtà», dice con voce roca.
«Ha peggiorato le cose, gli ha raccontato cosa mi hai
fatto.»
«In quel momento mi sembrava giusto chiamarla.
Volevo aiutarti.»
Glielo leggo negli occhi: pensava davvero che potesse
funzionare. «Lo so», sospiro. Avrei preferito che prima
me lo chiedesse, ma so che ha fatto ciò che riteneva
giusto.
«Sbaglio sempre, qualsiasi cosa faccia», commenta
con aria mesta, sedendosi sul letto. Mi guarda con
l’angoscia negli occhi e dice: «Lo sai, vero, che non ci
permetteranno mai di dimenticare quella storia?»
Si sta arrendendo. Lo percepisco, oltre a vederlo.
«No, non è vero.» Quando tutte le persone che
conosciamo sapranno della scommessa, diventerà una
notizia vecchia. Rabbrividisco all’idea che lo scoprano
Kimberly e Christian, ma tutti gli altri sono già a
conoscenza dell’umiliante verità.
«Sì invece. Lo sai benissimo!» esclama Hardin
alzando la voce, e si mette a camminare avanti e indietro.
«Non ce ne libereremo mai: c’è sempre qualcuno pronto
a rinfacciartelo, a ricordarti quanto sono stronzo!»
Sferra un pugno alla scrivania, ammaccandola, e Landon
scatta in piedi.
«Non fare così! Non permetterle di ferirti, per
favore!» lo supplico prendendolo per la felpa per
impedirgli di infierire ancora sulla scrivania. Si scrolla di
dosso la mia mano, ma io non mi arrendo e lo afferro per
le maniche.
Si gira, furibondo. «Non sei ancora stufa? Non ti sei
stancata di litigare in continuazione? Se ti liberassi di me
sarebbe tutto più facile!» Scandisce le parole, e ogni
sillaba è una pugnalata al cuore. Fa sempre così, sceglie
sempre l’autodistruzione. Ma stavolta non glielo
permetto.
«Smettila! Lo sai che non voglio una vita facile ma
senza amore.» Prendo il suo viso tra le mani e lo
costringo a guardarmi.
«Ascoltatemi, tutti e due», interviene Landon. Hardin
non lo guarda; tiene fissi su di me i suoi occhi furiosi. Il
mio migliore amico attraversa la stanza e si pianta davanti
a noi.
«Non dovete cascarci un’altra volta. Hardin, tu non
puoi lasciare che le parole delle persone ti entrino nel
cervello in questo modo; l’opinione di Tessa è l’unica di
cui debba importarti qualcosa. L’unica voce che devi
sentire nella testa.»
Hardin sembra colpito dalle sue parole. «E tu,
Tess…» sospira Landon. «Non devi sentirti in colpa e
cercare di convincere Hardin che lo vuoi; gliel’hai già
dimostrato restando con lui nonostante tutto.»
Non ha torto, ma non so se Hardin lo capirà malgrado
la rabbia e il dolore.
«Tessa ha bisogno del tuo sostegno, ora. I suoi
genitori stanno litigando di là, perciò stalle accanto, non
trasformarlo in un tuo problema», dice Landon al
fratellastro. Qualcosa nelle sue parole sembra colpire nel
segno; Hardin china il capo per posare la fronte sulla
mia, e il ritmo del suo respiro rallenta.
«Mi dispiace…» sussurra.
«Ora vado a casa.» Landon distoglie lo sguardo da
noi; sembra a disagio nell’assistere al nostro momento di
intimità. «Dirò a mia madre che passerai a trovarla.»
Mi stacco da Hardin per abbracciare il mio amico.
«Grazie di tutto. Sono molto felice che tu fossi qui.» Lui
ricambia l’abbraccio, e Hardin non mi tira via. Landon se
ne va, e io torno a guardare il ragazzo che amo. Si sta
esaminando le nocche ferite, un’immagine che stava
diventando un lontano ricordo.
«Riguardo alle parole di Landon», esordisce,
asciugandosi la mano sulla felpa, «quando ha detto che
l’unica voce che devo sentire dovrebbe essere la tua,
be’, è quello che voglio.» Mi guarda con un’espressione
tormentata. «Lo voglio tantissimo, cazzo. Ma non riesco
a togliermeli dalla testa… Steph, Zed, e ora i tuoi
genitori.»
«Ci riusciremo», gli prometto.
«Theresa!» chiama mia madre fuori dalla porta. Ero
troppo concentrata su Hardin per accorgermi che le urla
in salotto si erano placate. «Theresa, ora entro.»
La porta si apre sull’ultima parola e io mi nascondo
dietro Hardin. Ormai è diventata un’abitudine.
«Dobbiamo parlare. Di tutto.» Ci scruta entrambi con
pari intensità. Hardin mi guarda chiedendo la mia
approvazione.
«Non penso che ci sia molto di cui parlare», dichiaro
da dietro il mio scudo.
«C’è molto di cui parlare, invece. Mi dispiace di
essermi comportata in quel modo. Ho perso la testa
quando ho visto tuo padre qui, dopo tutti questi anni. Per
favore, lasciami il tempo di spiegare. Per favore.»
L’espressione «per favore» suona strana sulle labbra di
mia madre.
Hardin si fa da parte, esponendomi a lei. «Vado a
pulirmi le ferite.» Mi mostra la mano ed esce dalla stanza
prima che possa fermarlo.
«Siediti, abbiamo molte cose da dirci.» Mia madre si
liscia il vestito e scosta i folti capelli biondi prima di
sedersi sul letto.
43
Hardin

L’ACQUA fredda del rubinetto scorre sulla mia pelle


lacerata. Guardo nel lavandino i vortici di acqua tinta di
rosso defluire dallo scarico di metallo.
Di nuovo? È successo di nuovo? Ma certo, era solo
questione di tempo.
Lascio aperta la porta del bagno in modo da poter
andare subito di là se sento urlare. Non so proprio come
mi sia venuto in mente di telefonare a quella stronza. Non
dovrei darle della stronza… però lo è. Almeno non la
chiamo così davanti a Tessa. Quando le ho telefonato
riuscivo a pensare solo al volto impietrito di Tessa e alla
sua ingenuità: «Lui non si droga», diceva, come per
convincere se stessa di una palese falsità. Sapevo che
sarebbe crollata da un momento all’altro, e come un
idiota ho pensato che la presenza della madre potesse
aiutarla.
Ecco perché non provo mai ad aiutare la gente. Non
ho esperienza. Sono maledettamente bravo a creare
casini, non a risolverli.
Con la coda dell’occhio, vedo muoversi qualcosa; alzo
lo sguardo e trovo Richard che mi guarda, riflesso nello
specchio. Si appoggia allo stipite della porta e mi osserva
circospetto.
«Che c’è? Sei venuto a pugnalarmi, per caso?» dico in
tono inespressivo.
Sospira e si accarezza il mento rasato. «No, stavolta
no.»
Scoppio in una risata sarcastica. In realtà mi
piacerebbe che ci provasse: sono proprio dell’umore
giusto per fare a botte con qualcuno.
«Perché nessuno di voi due me l’aveva detto?»
chiede, evidentemente riferendosi alla scommessa.
Mi prende per il culo?
«Perché dovevo dirtelo? E non sarai così stupido da
credere che Tessa confesserebbe una cosa del genere a
suo padre, il padre che l’ha abbandonata.» Chiudo il
rubinetto e premo un asciugamano sulla ferita: il sangue
ha smesso di uscire, o quasi. Dovrei imparare ad
alternare le due mani, invece di usare sempre la stessa.
«Non lo so… Mi sento un po’ preso in giro. Prima
pensavo che voi due foste gli opposti che si attraggono,
ma ora…»
«Non chiedo la tua approvazione, non mi serve.» Lo
oltrepasso e vado in salotto a raccogliere il sacchetto di
popcorn che è rimasto sul pavimento.
Mi tornano in mente le parole di Landon: L’opinione di
Tessa è l’unica di cui debba importarti qualcosa. L’unica
voce che devi sentire nella testa. Magari fosse così
facile, e forse lo sarà, un giorno… almeno spero.
«Lo so, volevo solo capirci qualcosa. Essendo suo
padre mi sento tenuto a farti il culo.»
«Certo», ribatto, tentando di ripetergli per l’ennesima
volta che da nove anni non è più suo padre.
«Carol era molto simile a Tessa, da ragazza», continua
seguendomi in cucina.
Le sue parole mi fanno sobbalzare, e ribatto: «No che
non lo era».
Non può essere vero. Sinceramente anch’io pensavo
che Tessa somigliasse a quella donna bigotta e pettegola,
ma ora che la conosco davvero so che la verità è
un’altra. Il suo sforzo costante di apparire perfetta è un
chiaro residuo dell’educazione ricevuta da quella madre,
ma per il resto Tessa non ha niente in comune con lei.
«È la verità. Non era altrettanto gentile, ma non è
sempre stata…» Lascia la frase in sospeso e prende una
bottiglia d’acqua dal frigo.
«Una stronza?» finisco al posto suo. Lui lancia
un’occhiata in corridoio come se temesse di veder
riapparire l’ex moglie, più agguerrita di prima. A dire il
vero mi piacerebbe assistere a un’altra delle sue
scenate…
«Sorrideva sempre… Aveva un sorriso bellissimo.
Tutti gli uomini la volevano, ma era solo mia.» Sorride al
ricordo. Perché mi sta raccontando questa roba? Non
sono uno psicologo. La madre di Tessa è una gran bella
donna, ma è rigida come se avesse una scopa in culo…
«Okay…» faccio, ma non capisco dove voglia
arrivare.
«Era molto ambiziosa, ma aveva anche una tale bontà
d’animo… È proprio un peccato, perché devi sapere che
la nonna di Tessa era uguale a Carol, se non peggio.» Il
pensiero lo fa ridere, io invece rabbrividisco. «I suoi
genitori mi odiavano, dico davvero. E non lo
nascondevano. Volevano che Carol sposasse un agente
di borsa, un avvocato… chiunque tranne me. Anch’io li
odiavo, pace all’anima loro», conclude.
È brutto da dire, ma sono contento che i nonni di
Tessa non siano più vivi per giudicarmi.
«Be’, mi sembra chiaro che non dovevate sposarvi,
allora.» Chiudo il coperchio della pattumiera in cui ho
buttato il sacchetto dei popcorn, e mi appoggio con i
gomiti al bancone. Ce l’ho con Richard e le droghe che
prende, e il male che fa a Tessa. Voglio cacciarlo di
casa, rispedirlo a vivere in strada, ma ormai è diventato
quasi un pezzo dell’arredamento. Come un vecchio
divano puzzolente che cigola quando ti ci siedi, ed è
scomodissimo, ma chissà perché non te la senti di
buttarlo. Ecco, Richard è così.
Si rabbuia e mormora: «Non eravamo sposati».
Lo guardo confuso. Cosa? Tessa mi ha detto di sì, ne
sono sicuro…
«Tessa non lo sa. Non lo sa nessuno. Non ci siamo
mai sposati, legalmente. Abbiamo organizzato una
cerimonia per far contenti i suoi genitori, ma non
abbiamo mai firmato i certificati. Io non volevo.»
«Perché?» Ma forse la domanda è: perché mi
interessa tanto? Pochi minuti fa fantasticavo di
spaccargli la testa contro il cartongesso, e ora spettegolo
con lui come una ragazzina scema. Dovrei andare di là,
piuttosto, a origliare dalla porta della camera per
assicurarmi che la madre di Tessa non le riempia la testa
di stronzate per portarmela via.
«Perché il matrimonio non faceva per me», risponde
grattandosi la fronte, «o così pensavo. Ci comportavamo
esattamente come una coppia sposata; lei ha preso il mio
cognome. Non so bene perché abbia accettato; forse
pensava che prima o poi mi avrebbe convinto… ma
nessuno sa quanti sacrifici ha fatto per il mio egoismo.»
Mi chiedo cosa penserebbe Tessa di questa
informazione… è ossessionata dall’idea del matrimonio.
Le passerebbe, questa ossessione, o peggiorerebbe?
«Con gli anni si è stufata di me. Litigavamo come
cane e gatto, e credimi, quella donna era implacabile, ma
io la sopportavo. Quando ha smesso di arrabbiarsi con
me, ho capito che era finita. Ho visto il fuoco spegnersi
lentamente in lei, con il passare degli anni.» Ha gli occhi
persi nel vuoto, è immerso nei ricordi. «Ogni sera mi
aspettava al tavolo della sala da pranzo, lei e Tessie ben
vestite e con le forcine in testa, e io entravo barcollando
e mi lamentavo perché le lasagne avevano i bordi
bruciati. Spesso mi addormentavo prima di mangiare, e
ogni serata finiva con un litigio… e metà di quei litigi non
li ricordo», racconta con aria cupa.
Immagino la piccola Tessa a tavola, nel suo vestitino,
che aspetta impaziente di rivedere il papà dopo una lunga
giornata, e lui che la delude. Mi viene voglia di strozzarlo.
«Non voglio sentire un’altra parola», lo avverto.
«Ora la smetto», promette imbarazzato. «Volevo solo
spiegarti che Carol non è sempre stata così. Sono stato
io a farla diventare la donna cinica e rabbiosa che è oggi.
Non vuoi che la storia si ripeta, vero?»
44
Tessa

IO e mia madre siamo sedute in silenzio. Ho troppi


pensieri in testa e il cuore a mille. Lei si sistema una
ciocca bionda e vaporosa dietro l’orecchio. È calma,
padrona di sé… non stravolta come me.
«Perché hai permesso a tuo padre di venire qui? Dopo
tutto questo tempo. Capisco che volessi rivederlo, dopo
averlo incontrato per caso, ma non vedo che bisogno ci
fosse di ospitarlo.»
«Non l’ho ospitato io, non abito più qui. Hardin gli ha
permesso di restare, per gentilezza, una gentilezza che tu
hai frainteso e gli hai rinfacciato.» Non nascondo il
disgusto che provo per il modo in cui l’ha trattato.
Mia madre… e non solo lei, tutti: tutti sbaglieranno
sempre a giudicare Hardin e il motivo per cui lo amo. Ma
non importa, non ho bisogno che capiscano.
«Ti ha chiamata perché pensava che tu potessi starmi
vicina.» Sospiro, cercando di decidere che piega far
prendere alla conversazione prima che Carol Young mi
schiacci come un bulldozer, com’è sua abitudine.
Gli occhi azzurri di mia madre guardano a terra.
«Perché ti sei messa contro tutti per difendere quel
ragazzo, dopo quello che ti ha fatto? Te ne ha fatte
passare talmente tante, Theresa.»
«Merita di essere difeso, mamma. Ecco perché.»
«Ma…»
«Lo merita. Non voglio proseguire questa
conversazione con te. Ti ho già detto che se non riesci
ad accettarlo non posso più avere un rapporto con te. Io
e Hardin siamo un pacchetto completo e indivisibile,
prendere o lasciare.»
«Una volta la pensavo così su tuo padre», dichiara, e
io mi trattengo dal sussultare quando tende una mano per
sistemarmi i capelli.
«Hardin è diverso da mio padre.»
Dalle sue labbra truccate sfugge una risatina. «No,
non è affatto diverso. Si somigliano in molte cose.»
«Se hai intenzione di continuare a parlarmi così, puoi
andartene.»
«Calmati.» Mi liscia di nuovo i capelli. Non so se
irritarmi per quel gesto condiscendente o lasciarmi
confortare dai ricordi piacevoli che suscita. «Voglio
raccontarti una storia.»
Ammetto che sono incuriosita, ma anche scettica sulle
sue motivazioni. Non mi raccontava mai storie su mio
padre quando ero piccola, quindi potrebbe essere
interessante. «Nulla che dirai mi farà cambiare idea su
Hardin», la avverto.
Con un accenno di sorriso, afferma: «Io e tuo padre
non ci siamo mai sposati».
«Cosa?» Mi alzo a sedere diritta sul letto e incrocio le
gambe. In che senso, non si sono mai sposati? Sì che si
sono sposati, ho visto le foto. L’abito di pizzo di mia
madre era bellissimo, anche se la pancia era un po’
gonfia, e il completo di mio padre gli stava largo.
Adoravo sfogliare gli album, ammirare il rossore sulle
guance di mia madre mentre mio padre la guardava come
se al mondo esistesse solo lei. Ricordo la scenata orribile
quando un giorno mia madre mi sorprese a guardare
quelle foto; le nascose e non le rividi più.
«È vero.» Sospira. Dal modo in cui le tremano le
mani, mi rendo conto che è una rivelazione umiliante per
lei. «C’è stato un matrimonio, ma tuo padre non voleva
sposarsi. Lo sapevo, sapevo che se non fossi rimasta
incinta di te mi avrebbe lasciata molto prima. I tuoi nonni
hanno insistito. Vedi, io e tuo padre non siamo mai andati
d’accordo, neanche all’inizio. Nei primi tempi c’era
entusiasmo, sì», dice, e i suoi occhi azzurri si
smarriscono nei ricordi, «ma come vedrai c’è un limite a
ciò che una persona è in grado di sopportare. Con il
passare delle notti, con il passare degli anni, pregavo che
lui potesse cambiare, per me, per te. Pregavo che una
sera tornasse a casa con un mazzo di rose, anziché con
l’alito che puzzava di alcol.» Si tira indietro e si mette a
braccia conserte. Indossa dei braccialetti che non può
permettersi, testimonianza del suo bisogno di sentirsi
sempre elegante.
La sua confessione mi ha ammutolita. Non è mai stata
una donna di molte parole, soprattutto riguardo mio
padre. La compassione che mi sorprendo a provare per
questa donna gelida mi fa venire da piangere.
«Basta così», mi rimprovera, poi continua: «Ogni
donna spera di riuscire a cambiare il suo uomo, ma è una
falsa speranza. Non voglio che tu commetta i miei stessi
errori. Voglio di più per te». Le sue parole mi fanno
venire la nausea. «Per questo ti ho educata affinché fossi
pronta a lasciare quella piccola città e a farti una vita
altrove.»
«Io non…» faccio per ribattere, ma lei mi zittisce
alzando una mano.
«Abbiamo avuto anche qualche momento felice,
Theresa. Tuo padre era spiritoso e affascinante», spiega
sorridendo, «e faceva del suo meglio per rispondere alle
mie esigenze, ma la sua vera identità era più forte, e dopo
tutti quegli anni ha cominciato a provare rancore per me
e per la nostra vita. Ha iniziato a bere e non è più stato lo
stesso. So che te lo ricordi.» La sua voce è intrisa di
dolore, e di vulnerabilità, ma si riprende subito. Mia
madre non ha mai amato la debolezza.
Di nuovo ricordo gli strilli, i piatti rotti, le occasionali
scuse – «questi lividi sulle braccia me li sono fatti con il
giardinaggio» – e mi si contorce lo stomaco.
«Puoi guardarmi negli occhi e dirmi sinceramente che
hai un futuro con questo ragazzo?» chiede, dopo un
lungo silenzio.
Non so rispondere. So che voglio un futuro con
Hardin, il problema è se lui sarà disposto a darmelo.
«Non è sempre stato così, Theresa.» Si asciuga
delicatamente sotto gli occhi. «Un tempo amavo la vita,
ero sempre ottimista… e guardami adesso. Mi crederai
una persona orribile, ma sto solo facendo il necessario
per impedirti di ripetere la mia storia. Non voglio che
succeda anche a te…» Fatico a immaginare una giovane
Carol, felice ed entusiasta di ogni nuovo giorno. Le volte
che l’ho vista ridere negli ultimi cinque anni si contano
sulle dita di una mano.
«Non è la stessa cosa, mamma», mi costringo a dire.
«Theresa, non puoi negare le analogie.»
«Ce ne sono alcune, sì», ammetto, più a me stessa
che a lei, «ma mi rifiuto di credere che la storia sia
destinata a ripetersi. Hardin è già cambiato tanto.»
«Se devi cambiarlo, chi te lo fa fare?» Ora parla in
tono più calmo, guardandosi intorno nella camera da letto
che un tempo era mia.
«Non l’ho cambiato io, è cambiato da solo. È la stessa
persona di prima; tutte le cose che amo di lui ci sono
ancora, ma ha imparato a gestire le situazioni in modo
diverso ed è diventato una versione migliore di se
stesso.»
«Ho visto il sangue sulla sua mano», osserva.
«È irascibile», cerco di minimizzare. Molto irascibile,
ma non intendo darle man forte nel criticarlo. Deve
capire che io sto dalla parte di Hardin, e che d’ora in poi
per parlare con lui dovrà passare da me.
«Lo era anche tuo padre.»
Mi alzo in piedi. «Hardin non mi farebbe mai del male.
Non è perfetto, mamma, ma non lo sei nemmeno tu. E
neanch’io.» Mi stupisco della sicurezza con cui mi metto
a braccia conserte e la guardo negli occhi.
«Non è solo l’irascibilità… Pensa a cosa ti ha fatto. Ti
ha umiliata; hai dovuto cambiare università.»
Non ho le energie per controbattere su questo punto,
anche perché contiene un grosso nucleo di verità. Avevo
sempre voluto trasferirmi a Seattle, ma la brutta
esperienza in questo primo anno di università mi ha dato
la spinta di cui avevo bisogno.
«È pieno di tatuaggi… ma almeno si è tolto quegli
orribili piercing», dice disgustata.
«Neanche tu sei perfetta, mamma», ripeto. «Le perle
che porti al collo nascondono le cicatrici, come i tatuaggi
di Hardin nascondono le sue.»
Mi lancia un’occhiata e le leggo nel pensiero: sta
ripetendo dentro di sé le mie parole. Sono finalmente
riuscita a incrinare la sua corazza.
«Mi dispiace per ciò che mio padre ti ha fatto, mi
dispiace davvero, ma Hardin non è lui.» Torno a sedermi
accanto a lei e mi azzardo a posare la mano sulla sua. Ha
la pelle fredda. Stranamente non tira via la mano. «E io
non sono te», aggiungo, più delicatamente possibile.
«Lo diventerai, se non scappi più lontano che puoi.»
Tolgo la mano dalla sua e faccio un respiro profondo
per mantenere la calma. «Non sei obbligata ad approvare
la mia storia, ma devi rispettarla. Se non ci riesci, io e te
non avremo un rapporto.»
Scuote piano la testa. Si aspettava che mi arrendessi,
che capissi che io e Hardin non possiamo più stare
insieme. Si sbagliava.
«Non puoi darmi un ultimatum del genere.»
«Sì che posso. Ho bisogno di tutto il sostegno
possibile, non ce la faccio più a lottare contro il mondo.»
«Se ti sembra di lottare da sola, forse è tempo di
cambiare squadra.» Mi guarda con aria accusatoria, e io
mi alzo in piedi di nuovo.
«Non lotto da sola, smettila di dire così. Smettila»,
sibilo. Mi sto sforzando di essere paziente con lei, ma la
mia pazienza ha un limite.
«Lui non mi piacerà mai», ribatte, e so che è la verità.
«Non deve piacerti, ma non puoi tirare in mezzo altre
persone, compreso mio padre. È stato orribile da parte
tua raccontargli della scommessa, e totalmente
ingiustificato.»
«Tuo padre aveva il diritto di sapere cos’ha fatto
Hardin.»
Non capisce! Non ha ancora capito! Sta per
scoppiarmi la testa, giuro. «Hardin si impegna molto per
il mio bene, ma finora non ha mai conosciuto niente di
meglio», le spiego.
Non risponde, e non mi guarda neppure.
«Tutto qui, dunque? Scegli la seconda opzione?» le
chiedo.
Mi fissa in silenzio, riflettendo. Sotto il fard è
sbiancata, e alla fine borbotta: «Proverò a rispettare la tua
storia. Ci proverò».
«Grazie», rispondo, ma in realtà non so cosa pensare
di questa… tregua. Non sono così ingenua da credere
alla sua promessa finché non avrà dimostrato di
mantenerla, ma mi sembra comunque positivo essermi
tolta uno dei macigni che gravano sulle mie spalle.
«Cosa pensi di fare con tuo padre?» Ci alziamo
entrambe; lei torreggia su di me sul suo tacco dodici.
«Non lo so.» Ero troppo impegnata a pensare a Hardin
per concentrarmi su mio padre.
«Dovresti mandarlo via, non deve restare qui a
offuscarti la mente e riempirla di bugie.»
«Non ha fatto niente del genere», ribatto. Ogni volta
che credo di aver fatto progressi con lei, mi sferra un
altro calcio con quei tacchi a spillo.
«Sì invece! Fa venire qui degli sconosciuti che lo
prendono a botte per farsi pagare! Hardin mi ha
raccontato tutto.»
E perché? Capisco che sia preoccupato, ma mia
madre non mi ha aiutata nemmeno un po’. «Non ho
intenzione di cacciarlo. Questa non è casa mia, e non ha
un altro posto dove andare.»
Mia madre chiude gli occhi e scuote la testa per la
decima volta negli ultimi venti minuti. «Devi smetterla di
provare a curare le anime, Theresa. Passerai tutta la vita
a provarci, e poi non ti resterà niente di te stessa, anche
se riesci a cambiare gli altri.»
«Tessa?» chiama Hardin da dietro la porta. La apre
prima che io possa rispondere, e cerca i segni del
turbamento sul mio viso.
«Tutto bene?» mi chiede, ignorando completamente
mia madre.
«Sì.» Gravito verso di lui ma non lo abbraccio, per
rispetto verso mia madre che, poverina, ha già dovuto
ripercorrere vent’anni di ricordi.
«Me ne stavo andando.» Si liscia il vestito e si
acciglia.
«Bene», replica piccato Hardin, ansioso di
proteggermi.
Con gli occhi, lo scongiuro di tacere. Mi guarda male
ma non aggiunge altro mentre mia madre esce in
corridoio. Il fastidioso ticchettio dei suoi tacchi mi fa
venire l’emicrania.
Lo prendo per mano e la seguiamo in silenzio. Mio
padre cerca di parlarle ma lei non vuole saperne.
«Non avevi un cappotto?» le chiede, stranamente.
Perplessa quanto me, mia madre borbotta di no e,
rivolgendosi a me, dice: «Ti chiamo domani… Stavolta
rispondi, va bene?» È una richiesta e non un ordine,
quindi è già un progresso.
«Sì.»
Se ne va senza salutare, come immaginavo.
«Quella donna mi fa ammattire!» grida mio padre
esasperato appena la porta si è richiusa.
«Ce ne andiamo a letto. Se bussa qualcun altro tu non
aprire», ordina Hardin. Mi conduce di nuovo in camera.
Sono stremata, non mi reggo più in piedi.
«Cosa ti ha detto?» Hardin si toglie la felpa e me la
lancia. Mentre aspetta che io la raccolga da terra, scorgo
sul suo viso un lampo di incertezza.
Benché sia sporca di burro e di sangue, la infilo
volentieri, dopo essermi tolta la maglietta e il reggiseno.
Respiro il suo profumo familiare, che mi aiuta a calmare i
nervi. «Più di quanto mi abbia detto in tutta la vita», gli
confido, e in effetti mi gira ancora la testa.
«Ed è riuscita a farti cambiare idea?» Mi guarda con
gli occhi pieni di paura. Ho l’impressione che mio padre
abbia fatto un discorso simile a lui, e mi chiedo se anche
mio padre serbi rancore a mia madre, oppure ammetta
che la colpa del disastro delle loro vite è tutta sua.
«No.» Mi tolgo i pantaloni e li poso sulla sedia.
«Sicura? Non hai paura che stiamo ripetendo i loro…»
«No. Siamo diversissimi da loro», lo interrompo. Non
voglio che qualcun altro entri nella sua testa, non stasera.
Non sembra convinto, ma mi costringo a non
pensarci per ora.
«Cosa vuoi che faccia con tuo padre? Lo caccio?» mi
chiede. Va a sedersi sul letto, la schiena appoggiata alla
testiera, mentre io raccolgo da terra i suoi jeans e i calzini
sporchi. Incrocia le braccia dietro la testa, mettendo in
mostra il corpo muscoloso e tatuato.
«No, non cacciarlo, per favore.» Mi siedo anch’io sul
letto e lui mi tira sopra di sé.
«Non lo caccerò. Non stasera, quantomeno.»
Cerco un sorriso sul suo volto ma non lo trovo.
«Sono così confusa…»
«Posso aiutarti.» Solleva i fianchi sotto di me, e io mi
appoggio con le mani sul suo petto.
«Certo. Quando hai un martello, ogni problema
sembra un chiodo.»
Fa un sorrisetto. «Vuoi qualche martellata anche tu?»
Prima che possa lamentarmi, mi prende il mento tra le
lunghe dita ferite e mi ritrovo a strusciarmi contro di lui.
Ho le mestruazioni, ma so che a Hardin non importa.
«Hai bisogno di dormire, piccola; sarebbe sbagliato
scoparti adesso», mormora.
«Non è vero», rispondo imbronciata, e faccio
scorrere le mani sul suo addome.
«Non ci provare», mi intima fermandomi.
Ho bisogno di distrarmi, e Hardin è la soluzione
perfetta. «Hai cominciato tu», protesto in tono
lamentoso. Sembro disperata, e infatti lo sono.
«Lo so, e mi dispiace. Ti prenderò domani in
macchina.» Mi accarezza la schiena sotto la felpa. «E se
fai la brava, anche sulla scrivania a casa di mio padre,
proprio come ti piace», mi sussurra all’orecchio.
Resto senza parole, e lui ride. La sua risata mi distrae
quasi quanto mi distrarrebbe il sesso. Quasi.
«E poi non vogliamo sporcare, no? Con tuo padre là
fuori… Vedrebbe il sangue sulle lenzuola e penserebbe
che ti ho ammazzata», scherza mordendosi l’interno della
guancia.
«Non cominciare», lo avverto. Non è proprio il
momento giusto per una delle sue pessime battute a tema
mestruale.
«Ah, piccola, non fare così.» Mi dà un pizzicotto sul
sedere e io lancio uno strilletto. «Rilassati e abbandonati
al flusso.» Sorride.
«L’hai già fatta, questa battuta», protesto, sorridendo
anch’io.
«Be’, scusa la scarsa originalità. Mi piace riciclare le
battute, una volta al mese…»
Sbuffo e cerco di rotolare giù da lui, ma me lo
impedisce.
«Sei disgustoso», dico.
«Sì, ho il sangue cattivo.» Ride e mi bacia.
«A proposito di sangue, fammi vedere la mano.» Lo
prendo delicatamente per il polso. Il dito medio è quello
in condizioni peggiori, con un brutto taglio che va da una
nocca all’altra. «Dovresti farti visitare, se domani non
inizia a guarire.»
«Sto bene.»
«E anche questo», dico toccando l’anulare.
«Non rompere, donna. Dormi.»
Mi addormento sentendolo lamentarsi perché mio
padre ha finito di nuovo i cereali.
45
Tessa

REST O a letto per più di due ore, aspettando


pazientemente che Hardin si svegli, e poi mi arrendo.
Quando esco dalla doccia e mi vesto trovo la cucina
pulita e prendo due pastiglie di ibuprofene per i crampi e
il mal di testa. Poi torno in camera per svegliarlo.
Lo scuoto delicatamente per un braccio e sussurro il
suo nome. Non funziona.
«Hardin, svegliati.» Lo prendo per la spalla, e
all’improvviso mi torna in mente l’immagine di mia
madre che ha buttato mio padre giù dal divano. È da ieri
sera che cerco di non pensare a lei e alla dolorosa lezione
di storia che mi ha impartito. Mio padre dorme ancora;
suppongo che la breve visita di mia madre abbia
sfiancato anche lui.
«No», borbotta Hardin.
«Se non ti alzi, vado da sola a casa di tuo padre», dico
infilando le scarpe. Ho molte paia di mocassini di tela, ma
queste fatte all’uncinetto sono quelle che metto più
spesso. Hardin le chiama «orribili specie di pantofole»,
però a me piacciono e sono comode.
Fa un lamento e si rotola sulla pancia per tirarsi sui
gomiti. Con gli occhi ancora chiusi, gira la testa verso di
me. «No che non ci vai.»
Sapevo che l’idea non gli sarebbe piaciuta, ed è
proprio per questo che l’ho usata per convincerlo ad
alzarsi.
«Sbrigati, allora. Ho già fatto la doccia e tutto.» Non
vedo l’ora di andare a casa di Landon e rivedere lui, Ken
e Karen. Mi sembra passato un secolo dall’ultima volta
che l’ho vista.
Hardin fa un mugolio di protesta, mette il broncio e
apre un occhio. È così buffo, con quell’espressione
pigra. Anch’io sono stanca, mentalmente e fisicamente
spossata, ma l’idea di uscire da questo appartamento mi
riempie di energie.
«Vieni qui, prima.» Apre l’altro occhio e tende le mani
verso di me. Appena mi sdraio mi monta sopra,
imprigionandomi nel suo calore. Mi si struscia contro, e
l’erezione mattutina preme tra le mie cosce.
«Buongiorno.» Ora sì che è sveglio. Tento di
divincolarmi, ma lui zittisce la mia risata con un bacio.
La sua lingua accarezza la mia, mentre i suoi fianchi
riprendono a scuotersi in modo molto più deciso.
«Hai il tappo?» bisbiglia, continuando a baciarmi.
Quasi non lo sento, perché il sangue mi rimbomba nelle
orecchie.
«Sì.» Ormai sono abituata a quel suo modo orribile di
esprimersi. Mi scruta lentamente e si lecca le labbra.
Sentiamo rumori dalla cucina, poi un rutto sonoro, e
poco dopo una serie di tonfi, pentole che cadono.
«Splendido, cazzo», commenta Hardin. «Be’, pensavo
di scoparti prima di uscire, ma ora che Mister Allegria si
è svegliato…»
Scende da sopra di me e si alza, portandosi dietro la
coperta. «Mi sbrigo, con la doccia.»
Torna dopo meno di cinque minuti, mentre sto
rifacendo il letto. Ha un asciugamano avvolto intorno alla
vita, e io mi costringo a distogliere lo sguardo mentre lui
va a prendere una maglietta nera e un paio di boxer dal
comò.
«Ieri sera è stato un disastro», commenta guardandosi
la mano ferita mentre abbottona i jeans.
«Sì», confermo con un sospiro, sperando di non
dover sostenere un’altra conversazione sui miei genitori.
«Andiamo.» Infila in tasca le chiavi e il telefono, poi si
tira all’indietro i capelli bagnati e apre la porta della
camera. «Allora?…» insiste dato che non scatto
all’istante. Cosa ne è stato del suo buonumore, negli
ultimi cinque minuti? Se continua così, temo che
passeremo un’altra brutta giornata.
Lo seguo in silenzio. La porta del bagno è chiusa e si
sente scorrere l’acqua. Non voglio aspettare che mio
padre esca dalla doccia, ma non voglio neanche uscire
senza dirgli dove andiamo e assicurarmi che non abbia
bisogno di nulla. Cosa fa quando è da solo in questo
appartamento? Pensa alla droga tutto il giorno? Invita
qualcuno?
Scaccio il secondo di quei pensieri. Hardin lo
scoprirebbe subito, se persone poco raccomandabili
venissero in casa, e di sicuro mio padre non sarebbe
ancora qui.

Hardin resta in silenzio per tutto il tragitto verso la


casa di Ken e Karen. L’unica consolazione è che mentre
guida tiene una mano sulla mia coscia.
Una volta arrivati, entra senza bussare, come sempre.
La casa profuma di sciroppo d’acero: seguiamo la scia
olfattiva fino in cucina. Karen è ai fornelli e parla
gesticolando con una paletta di legno in mano. Una
giovane donna che non conosco siede su uno sgabello.
Vedo solo i suoi lunghi capelli castani, finché si gira.
«Tessa, Hardin!» strilla Karen. Posa attentamente la
paletta sul bancone e corre ad abbracciarmi. «Quanto
tempo!» esclama. Avevo proprio bisogno di
un’accoglienza calorosa, dopo ieri sera.
«Sono passate solo tre settimane, Karen», commenta
Hardin.
Lei si sistema i capelli dietro l’orecchio, e il suo
sorriso si affievolisce per un istante.
Mi guardo intorno: la cucina è piena di dolci appena
sfornati. «Cosa stai preparando?» le chiedo per distrarla
dall’impertinenza del figliastro.
«Biscotti allo sciroppo d’acero, cupcake allo sciroppo
d’acero, quadrotti allo sciroppo d’acero e muffin allo
sciroppo d’acero.»
Hardin resta nell’angolo della stanza, con aria
corrucciata. Lo ignoro e torno a guardare la ragazza, non
sapendo bene come presentarmi.
«Oh, scusa!» esclama Karen. «Avrei dovuto
presentarvi subito. Lei è Sophia, i suoi genitori vivono
qui vicino.»
Sophia sorride e mi porge la mano. «Piacere di
conoscerti.» È davvero bella. Ha gli occhi brillanti e un
sorriso caldo; è più grande di me ma non può avere più
di venticinque anni.
«Sono Tessa, l’amica di Landon.»
Hardin tossisce dietro di me: chiaramente non è
soddisfatto dalla definizione che ho scelto. Immagino che
Sophia conosca Landon, e dato che io e Hardin siamo…
be’, stamattina mi sembra più semplice presentarmi così.
«Non ho ancora conosciuto Landon», dice Sophia. Ha
una voce melodiosa, e mi risulta già simpatica.
«Ah no?» domando stupita; immaginavo che lo
conoscesse, se vive qui vicino.
«Sophia si è appena diplomata all’Istituto culinario
americano, a New York», annuncia orgogliosa Karen, e
Sophia sorride. Non le do torto: se mi fossi diplomata alla
scuola di cucina più prestigiosa del Paese, ne andrei fiera
anch’io.
«Sono venuta a trovare i miei, e ho incontrato Karen
per strada… Andava a comprare lo sciroppo d’acero.»
Sorride guardandosi intorno.
«Ah, e lui è Hardin», dico indicandolo.
Lei gli sorride. «Piacere.»
Lui non la degna di uno sguardo. «Sì», risponde.
Mi stringo nelle spalle come a chiederle di avere
pazienza. «Dov’è Landon?» domando a Karen.
Lei lancia un’occhiata a Hardin prima di rispondere:
«È di sopra, non si sente bene». Mi si annoda lo
stomaco: il mio migliore amico ha un problema, me lo
sento.
«Vado di sopra», mormora Hardin uscendo dalla
cucina.
«Aspetta, vengo con te», lo fermo. Se Landon ha un
problema, è bene che Hardin non lo prenda in giro.
«No», fa Hardin. «Vado io. Tu mangia una torta allo
sciroppo, o qualcosa del genere.» Sale due scalini per
volta senza lasciarmi il tempo di ribattere.
Karen e Sophia lo guardano salire. «Hardin è il figlio di
Ken», spiega Karen, sorridendo orgogliosa malgrado lo
spiacevole atteggiamento del figliastro.
«È simpatico», mente Sophia, e tutte e tre scoppiamo
a ridere.
46
Hardin

PER fortuna di entrambi, Landon non si sta masturbando


quando entro in camera sua. Com’era prevedibile, è
seduto nella poltrona contro il muro con un libro di testo
sulle gambe.
«Cosa ci fai qui?» chiede con voce roca.
«Sapevi che saremmo venuti.» Mi prendo la libertà di
sedermi sul bordo del suo letto.
«Intendo nella mia stanza.»
Scelgo di non rispondere; in effetti non so cosa ci
faccio in camera sua. Di sicuro non volevo stare di sotto
con tre donne ossessionate l’una dall’altra.
«Stai uno schifo», gli faccio.
«Grazie.» Torna a guardare il libro.
«Che problema hai? Cosa ci fai quassù depresso in
questo modo?» Mi guardo intorno: la sua stanza è meno
in ordine del solito: pulita per i miei standard, ma non per
i suoi o quelli di Tessa.
«Non sono depresso.»
«Se c’è un problema, dimmelo. Sono bravo a…
consolare i cuori afflitti», affermo, sperando che
l’umorismo aiuti.
Chiude il libro con un tonfo e mi guarda. «Perché
dovrei dirtelo? Così puoi ridere di me?»
«No, non riderei.» Probabilmente sì. Speravo che la
depressione fosse dovuta a un brutto voto, così avrei
potuto sfogare su di lui le mie frustrazioni; ma ora che
me lo ritrovo davanti, avvilito in questo modo, mi passa
la voglia di farlo soffrire.
«Dimmelo e basta, forse posso aiutarti.» Non so
proprio perché l’ho detto: sappiamo entrambi che non
sono in grado di aiutare nessuno. Basta vedere il disastro
che ho combinato ieri sera. Le parole di Richard mi
risuonano in testa da stamattina.
«Aiutarmi?» esclama incredulo.
«Dai, non costringermi a tirartelo fuori con le
cattive.» Mi sdraio sul suo letto ed esamino il ventilatore
sul soffitto.
Lo sento ridacchiare e posare il libro sulla scrivania.
«Io e Dakota ci siamo lasciati.»
Mi alzo a sedere di scatto. «Eh?!» Era l’ultima cosa
che immaginassi di sentirgli dire.
«Sì, ci abbiamo provato ma…» spiega cupo e con gli
occhi lucidi.
Se piange, giuro che me ne vado.
«Oh…», e distolgo lo sguardo.
«Penso che volesse lasciarmi da un po’.»
Con quella faccia da cagnolino triste… non mi
piacciono i cani, ma forse questo… Provo una rabbia
improvvisa per quella ragazza con i riccioli.
«Perché lo pensi?» gli chiedo.
«Non lo so. Non ha detto chiaramente che voleva
lasciarmi, ma… ultimamente è molto impegnata e non mi
telefona mai. Ho avuto l’impressione che più si
avvicinava la mia partenza per New York, più lei si
allontanasse da me.»
«Si scoperà un altro, ci scommetto», rifletto, e lui
sobbalza.
«No! Lei non è così!» la difende.
Forse ho sbagliato a dirlo, perciò gli chiedo scusa.
«Non è quel tipo di ragazza», insiste lui.
Non lo era neanche Tessa, ma le ho fatto mugolare il
mio nome mentre stava ancora con Noah… ma per il
bene di tutti, questo dettaglio lo tengo per me. «Okay.»
«Stavo con lei da così tanto tempo che non mi
ricordo più com’ero prima.» Parla a voce bassa e con
tanta tristezza che mi fa pena. È una sensazione strana.
«Ti capisco», ammetto. La vita prima di Tessa non
era niente, solo vaghi ricordi e oscurità, e sarebbe
esattamente così anche dopo di lei.
«Sì, ma almeno tu non dovrai scoprire come sarebbe
dopo.»
«Come fai a esserne così sicuro?» gli chiedo.
Dovremmo parlare di lui, non di me, ma sono curioso.
«Non vedo come potreste mai lasciarvi… finora
niente è riuscito a separarvi.» Lo dice come se fosse la
più grande ovvietà del mondo. Forse lo è, per lui. Vorrei
che lo fosse anche per me.
«E adesso cosa farai? Pensi di andare lo stesso a New
York? Dovresti partire tra… due settimane, giusto?»
«Sì, e non lo so. Ho faticato tanto per entrare
all’Università di New York, e mi sono già iscritto ai corsi
e tutto. Mi sembra uno spreco non andarci, però al
tempo stesso mi sembra anche inutile trasferirmi.» Si
massaggia le tempie e conclude: «Non so cosa fare».
«Secondo me non ci devi andare. Sarebbe molto
imbarazzante.»
«È una metropoli, non ci incontreremmo mai. E
comunque siamo rimasti amici.»
«Certo, amici, come no. Perché non l’hai detto a
Tessa?» gli chiedo. Le si spezzerà il cuore.
«Tess ha già…»
«Tessa», lo correggo.
«…ha già abbastanza pensieri, non voglio che si
preoccupi anche per me.»
«Non vuoi che glielo dica nemmeno io, vero?» Dalla
sua espressione colpevole capisco che è così.
«Per il momento, finché sarà più tranquilla.
Ultimamente è troppo stressata, e ho paura che esploda
da un giorno all’altro.» Mi dà fastidio che si preoccupi
tanto per la mia ragazza, ma decido di tenere la bocca
chiusa.
«Se lo sa mi ammazza», sbuffo, ma neanch’io voglio
dirglielo. Landon ha ragione: Tessa ha già abbastanza
guai, e al novanta per cento sono colpa mia.
«C’è un’altra cosa…»
Ci avrei scommesso.
«Mia madre…» Viene interrotto da qualcuno che
bussa alla porta.
«Landon? Hardin?» chiama Tessa.
«Entra», risponde Landon, chiedendomi con gli occhi
di tacere.
«Lo so», lo rassicuro mentre la porta si apre e Tessa
entra con un piatto che profuma di sciroppo d’acero.
«Karen voleva che assaggiaste questi.» Posa il piatto
sulla scrivania, mi guarda e poi sorride a Landon.
«Provate prima i quadrotti. Sophia ci ha insegnato a
glassarli nel modo giusto… vedete i fiorellini? Ci ha
spiegato lei come farli. È adorabile.»
«Chi?» domanda Landon, perplesso.
«Sophia; è appena tornata a casa dei suoi genitori, qui
accanto. Tua madre le ha strappato un mucchio di
segreti culinari», spiega con un sorriso, prima di
mangiare un quadrotto.
Sapevo che quella ragazza le sarebbe piaciuta. Ho
capito subito che loro tre sarebbero andate d’accordo…
ecco perché me la sono filata dalla cucina.
«Oh», fa Landon prendendo un quadrotto. Tessa mi
porge il piatto con aria apprensiva e io faccio cenno di
no. È delusa, ma non dice niente.
«Prendo un quadrotto», borbotto, sperando di
rallegrarla. La tratto male da stamattina. Me la porge con
un sorriso. I cosiddetti fiorellini mi sembrano caccole
gialle. «Questa devi averla glassata tu», la prendo in giro,
afferrandola per il polso e facendola sedere sulle mie
gambe.
«Era una prova!» si difende con aria di sfida. Capisco
che è confusa dal mio repentino cambio d’umore, e in
effetti lo sono anch’io.
«Certo, piccola.»
Imbronciata, mi tira addosso un pezzetto di glassa.
«Non sono uno chef, d’accordo?»
Guardo Landon, che ha la bocca piena di cupcake e
gli occhi fissi a terra. Raccolgo la glassa dalla maglietta e
la spalmo sul naso di Tessa.
«Hardin!» esclama tentando di ripulirsi, ma io le
immobilizzo le mani, e il vassoio si rovescia a terra.
«Piantatela! La mia stanza è già in disordine», protesta
Landon.
Lo ignoro e continuo a leccare la glassa dal naso di
Tessa.
«Ti aiuto io a pulire!» ride lei mentre le lecco la
guancia.
«Sai, mi mancano i bei tempi in cui non la tenevi
neppure per mano in mia presenza», si lamenta Landon,
chinandosi a raccogliere i quadrotti e i cupcake
sbriciolati.
A me non mancano affatto quei giorni, e spero sia lo
stesso per Tessa.

«Ti sono piaciuti i quadrotti, Hardin?» mi chiede


Karen, che sta sfornando un roastbeef.
«Non erano male», dico andando a sedermi a tavola.
Tessa mi fulmina con lo sguardo, così decido di
rimediare: «Erano buoni», mi correggo, guadagnandomi
un sorriso dalla mia ragazza. Finalmente ho iniziato a
capire che sono queste minuzie a riportare il sorriso sul
suo volto. È stranissimo, ma funziona: quindi continuerò
così.
«Come procede con i documenti per la laurea?» mi
chiede mio padre prima di bere un sorso d’acqua. Ha un
aspetto migliore di quando l’ho visto in ufficio qualche
giorno fa.
«Bene, è tutto in regola. Non vado alla cerimonia,
ricordi?» Ricorda, ma spera che io abbia cambiato idea.
«In che senso, non ci vai?» interviene Tessa. Karen
smette di tagliare il roastbeef e si gira a guardarci.
Porca puttana. «Non partecipo alla cerimonia di
laurea, mi faccio spedire la pergamena per posta»,
rispondo in tono secco. Non permetterò loro di provare a
farmi cambiare idea.
«Perché no?» mi chiede Tessa, e mio padre assume
subito un’aria soddisfatta. È stato quello stronzo a
organizzare tutto, me lo sento.
«Perché non mi va.» Guardo Landon sperando che
intervenga in mia difesa, invece evita il mio sguardo. È
inutile: nonostante il nostro momento di amicizia virile, è
di nuovo schierato con Tessa. «Non insistere, non ci
vado e non cambierò idea», le dico a volume abbastanza
alto per farmi sentire da tutti.
«Ne parleremo più tardi», replica in tono minaccioso,
con le guance rosse.
Certo, Tess, certo.
Karen porta in tavola il roastbeef con gesti pomposi, e
il suo orgoglio è giustificato, direi: il profumo è invitante.
Chissà se ha messo lo sciroppo d’acero anche qui.
«Tua madre mi ha detto che hai deciso di andare in
Inghilterra», esordisce mio padre. Non sembra a disagio
all’idea di sollevare questo argomento davanti a Karen.
«Sì», rispondo laconico, e mangio del roastbeef per
segnalare che la chiacchierata è finita.
«Ci vai anche tu, vero, Tessa?» le chiede lui.
«Sì, devo ancora ritirare il passaporto ma ci vado.»
Il suo sorriso placa un po’ la mia irritazione.
«Sarà un’esperienza bellissima per te: mi hai detto
quanto ami l’Inghilterra. Purtroppo però la Londra di
oggi non somiglia affatto a quella dei tuoi romanzi»,
commenta facendole un sorriso.
Tessa scoppia a ridere. «Grazie dell’avvertimento, ma
so bene che la nebbia di cui parla Dickens era in realtà
smog.»
Tessa va d’accordo con mio padre e la sua nuova
famiglia, molto più di me. Se non fosse per lei, non
rivolgerei la parola a nessuno di loro.
«Chiedi a Hardin di portarti a Chawton, è a meno di
due ore da Hampstead, dove vive Trish», riprende mio
padre.
Avevo già pensato di portarcela, grazie tante.
«Mi piacerebbe molto.» Tessa si gira verso di me e mi
strizza la coscia sotto il tavolo. So che mi sta chiedendo
di comportarmi bene durante la cena, ma mio padre ce la
mette tutta per provocarmi. «Ho sentito parlare molto di
Hampstead», continua.
«È cambiata parecchio negli anni. Non è più il
villaggio pittoresco di quando ci vivevo io. I prezzi delle
case sono schizzati alle stelle.» Come se a Tessa
fregasse qualcosa dei prezzi delle case nella mia città. «Ci
sono molti posti da vedere… Quanto vi tratterrete?»
«Tre giorni», risponde Tessa. Non penso di portarla
da nessuna parte, tranne a Chawton. Ho intenzione di
tenerla chiusa in camera per tutto il weekend, per non
farcelo rovinare dai miei fantasmi.
«Stavo pensando…» Mio padre si pulisce la bocca
con il tovagliolo. «Stamattina ho fatto un giro di
telefonate e ho trovato un’eccellente struttura per tuo
padre.»
Tessa lascia cadere la forchetta sul piatto. Landon,
Karen e mio padre si girano a guardarla, aspettando che
parli.
«Cosa?» Spezzo il silenzio perché non debba farlo lei.
«Ho trovato una clinica molto rinomata, che offre un
programma trimestrale per la disintossicazione…»
Tessa fa un lamento. Un suono così sommesso che lo
sento solo io, ma mi rimbomba in tutto il corpo. Come
osa parlarle di una cosa del genere a cena, davanti ad
altre persone?
«…il migliore dello Stato di Washington, ma
potremmo cercare anche altrove, se preferisci.» Parla a
voce bassa, e non c’è traccia di giudizio nel suo tono,
ma le guance di Tessa sono rosse per l’imbarazzo, e io
vorrei spaccare la testa a mio padre.
«Non è il momento di parlarne», lo avverto.
Tessa sussulta sentendo il mio tono aspro. «È tutto a
posto, Hardin.» Mi guarda con occhi imploranti. «Mi ha
solo colta un po’ alla sprovvista», spiega educatamente.
«No, Tessa, non è tutto a posto.» Mi rivolgo a Ken:
«Come facevi a sapere che suo padre si droga?»
Tessa sussulta di nuovo, e mi viene voglia di spaccare
tutti i piatti che ci sono in casa.
«Io e Landon ne abbiamo parlato ieri sera, e pensiamo
entrambi che sia una buona idea discutere con Tessa di
un progetto di riabilitazione. È molto difficile liberarsi da
una dipendenza senza aiuto.»
«Tu ne sai qualcosa, eh?» dico senza riflettere.
Le mie parole non hanno su mio padre l’effetto che
speravo: fa una breve pausa e un gesto liquidatorio con la
mano, mentre sua moglie mi guarda con occhi tristi. «Sì,
essendo un ex alcolizzato ne so qualcosa», risponde.
«Quanto costa?» gli chiedo. Guadagno abbastanza per
mantenermi, e mantenere Tessa, ma una clinica di
riabilitazione… Costano un sacco, quelle.
«Ci penserei io», risponde lui in tono calmo.
«Col cavolo.» Faccio per alzarmi da tavola, ma Tessa
mi tiene per un braccio. «No che non paghi tu.»
«Hardin, mi farebbe piacere.»
«Magari voi due potreste parlarne in un’altra stanza»,
suggerisce Landon.
Sta dicendo: Non parlatene davanti a Tessa. Lei mi
lascia il braccio e anche mio padre si alza in piedi. Tessa
non solleva gli occhi dal piatto mentre io e lui andiamo in
salotto.
«Mi dispiace», sento dire a Landon, e un istante dopo
scaravento mio padre contro il muro. Sono inferocito, e
sto per abbandonarmi alla rabbia.
Mio padre mi spintona via con più forza di quanta mi
aspettassi.
«Perché non ne hai parlato con me, prima di dirlo a lei
davanti a tutti?» grido a pugni serrati.
«Penso che Tessa dovrebbe avere voce in capitolo, e
sapevo che tu avresti rifiutato la mia offerta di pagare.»
È calmo, diversamente da me. Sento il sangue ribollire
nelle vene. Ricordo le tante cene in famiglia a casa Scott
da cui me ne sono andato sbattendo la porta. Ormai è
una tradizione, cazzo.
«Hai ragione, rifiuto la tua offerta. Non c’è bisogno
che ci sventoli in faccia i tuoi soldi, non ci servono.»
«Non era quella la mia intenzione. Voglio solo aiutarti
come posso.»
«E mandare in clinica quel farabutto di suo padre mi
aiuterebbe?» Ma so già la risposta.
Sospira. «Ti aiuterebbe, perché se lui sta bene sta
bene anche lei. E aiutare lei è l’unico modo per aiutare te.
Io lo so, tu lo sai.»
Sospiro e non ribatto, perché stavolta ha ragione lui.
Ho solo bisogno di qualche minuto per calmarmi, per
ritrovare la lucidità.
47
Tessa

QUANDO Hardin e Ken tornano in sala da pranzo, vedo


con sollievo che nessuno dei due ha il naso rotto o un
occhio nero.
Ken si siede al suo posto e posa il tovagliolo sulle
gambe, poi mi dice: «Ti chiedo scusa per aver sollevato
quell’argomento a tavola. È stato imperdonabile da parte
mia».
«Non preoccuparti, ti sono molto grata per l’offerta»,
replico costringendomi a sorridere. È vero che apprezzo
la sua proposta, ma non posso accettarla.
«Ne parleremo dopo», mi sussurra all’orecchio
Hardin.
Karen si alza per sparecchiare. Non ho quasi toccato
cibo. Parlare del… problema di mio padre mi ha fatto
passare l’appetito.
Hardin mi tira verso di sé con tutta la sedia e mi
sprona: «Mangia almeno il dolce».
Ma ho di nuovo i crampi: l’effetto dell’ibuprofene si è
esaurito, e mi è tornato anche il mal di testa. «Ci
proverò», gli dico comunque.
Karen porta in tavola un vassoio colmo di dolci allo
sciroppo d’acero. Prendo un cupcake, mentre Hardin
sceglie un quadrotto e osserva i fiori perfetti disegnati
con la glassa.
«L’ho fatto io, quello», mento.
Mi sorride e scuote la testa.
«Mi dispiace che dobbiamo andarcene», sussurro
vedendolo controllare l’orologio. Cerco di non pensare a
quello che ha dato via per pagare i debiti di mio padre
con lo spacciatore. Una clinica è davvero la scelta
migliore per mio padre? Accetterebbe di farsi
ricoverare?
«Sei stata tu a trasferirti a Seattle», borbotta.
«Intendo andarcene da qui, stasera», preciso.
«Oh no… non ci resto, qui.»
«Io voglio restare», replico rabbuiandomi.
«Tessa, ce ne andiamo a casa… nel mio
appartamento, dove c’è tuo padre.»
Ecco: è esattamente per quel motivo che non voglio
tornarci. Ho bisogno di tempo per pensare e respirare, e
questa casa sembra il posto migliore per farlo,
nonostante Ken e i suoi discorsi sulle cliniche. Questo
posto è sempre stato un rifugio per me: adoro queste
stanze, mentre in quell’appartamento ho soltanto sofferto
da quando ci ho rimesso piede, ieri.
«Okay», faccio con poca convinzione,
sbocconcellando il cupcake.
Alla fine Hardin sospira sconfitto. «E va bene,
restiamo.»
Sapevo che l’avrei avuta vinta.
Il resto del tempo che passiamo a tavola è più sereno.
Ma Landon è troppo taciturno, e ho intenzione di
chiedergli che problema ha, quando avrò finito di aiutare
Karen a pulire la cucina.
«Mi è mancato non averti qui.» Karen chiude la
lavastoviglie e si asciuga le mani su uno strofinaccio.
«E a me è mancata questa casa.» Mi appoggio al
bancone.
«Mi fa piacere. Sei diventata come una figlia per me,
voglio che tu lo sappia», mi confida con evidente
commozione.
«Ti senti bene?» le chiedo, avvicinandomi a lei.
«Sì.» Sorride. «Scusa, ultimamente sono molto
emotiva.» E un istante dopo torna quella di sempre e
sfodera un sorriso rassicurante.
«Sei pronta per andare a letto?» Hardin ci raggiunge in
cucina, e prima di venire da me si ferma a prendere un
altro dolcetto. Sapevo che gli piacevano più di quanto
volesse ammettere.
«Andate pure, sono un caso disperato.» Karen mi
abbraccia e mi dà un bacio sulla guancia, poi Hardin mi
cinge con un braccio e mi trascina fuori dalla cucina.
Sospiro mentre saliamo le scale. Ho uno strano
presentimento. «Sono preoccupata per lei, e per
Landon», dico.
«Stanno bene, non ho dubbi.» Hardin mi conduce
davanti alla sua stanza. La porta di Landon è chiusa e da
sotto non filtra luce. «Dormirà.»
Entrando in camera di Hardin mi sento subito la
benvenuta. È così accogliente: dall’ampia finestra alla
nuova scrivania, che è stata sostituita dopo che Hardin
l’aveva distrutta, l’ultima volta che è stato qui. Ero
tornata qui dopo quel giorno, ma non avevo prestato
attenzione all’arredamento. Oggi invece voglio ammirare
ogni dettaglio.
«Che c’è?» La voce di Hardin mi riscuote dai pensieri.
Mi guardo intorno andando con la mente alla prima
volta che ho dormito in questa stanza con lui. «Ero
immersa nei ricordi», gli rispondo togliendomi le scarpe.
Sorride. «Ricordi, eh?» Con un gesto fulmineo si
toglie la maglietta e me la lancia, facendomi perdere
ancora di più nel passato. «Ti va di parlarmene?»
domanda sfilandosi i jeans con altrettanta rapidità e
abbandonandoli sul pavimento.
«Be’…» Ammiro il suo torace tatuato mentre si
stiracchia. «Stavo pensando alla prima volta che siamo
stati qui insieme.» Che è anche la prima volta che lui ha
dormito qui.
«Cosa, in particolare?»
«Niente di preciso.» Inizio a spogliarmi sotto il suo
sguardo attento. Ripiego i jeans e la maglietta e mi infilo
la sua.
«Via il reggiseno.» Mi guarda intensamente e parla in
tono severo. I suoi occhi sono di un verde profondo.
Mi tolgo il reggiseno e mi sdraio a letto accanto a lui.
«Ora dimmi a cosa pensavi.» Mi cinge in vita e mi
posa la mano sul fianco, seguendo con le dita l’elastico
delle mutandine di pizzo. Un brivido si propaga in tutto il
mio corpo.
«Stavo pensando a quando Landon mi ha chiamata,
quella sera.» Alzo gli occhi per sondare la sua
espressione. «Stavi distruggendo la casa.» Ricordo le
vetrine spaccate e i piatti in mille pezzi sul pavimento.
«Già.» Con l’altra mano prende una ciocca dei miei
capelli. La attorciglia lentamente, senza mai smettere di
guardarmi negli occhi.
«Avevo paura», ammetto. «Non di te, ma di cosa
avresti detto.»
«E ho confermato le tue paure, vero?»
«Sì, direi di sì. Ma ti sei fatto perdonare per quelle
parole cattive.»
Fa una risatina nervosa e distoglie lo sguardo. «Sì, e il
giorno dopo te ne ho dette di peggio.»
So dove vuole arrivare. Cerco di alzarmi a sedere ma
lui me lo impedisce premendo la mano sul mio fianco.
Non mi lascia il tempo di parlare. «Ti amavo già
allora.»
«Davvero?»
Mi stringe più forte. «Sì.»
«Come facevi a saperlo?» chiedo con un filo di voce.
Mi aveva già confessato di avere capito quella sera che
mi amava, ma non mi ha mai spiegato in che modo lo
avesse compreso, e spero che lo faccia ora.
«Ti amavo e basta. A proposito, ho capito cosa vuoi
fare», dice sfoderando un sorriso smagliante.
«E cioè?» domando posando una mano sul suo
addome, sul tatuaggio con la falena.
«Sei una ficcanaso.» Strattona la mia ciocca che si è
attorcigliato intorno al dito.
«Pensavo di essere io quella che tira i capelli, qui
dentro», scherzo, e lui ride.
«È così.» Sfila la mano dai miei capelli per un istante,
ma poi mi afferra tutta la chioma e me la strattona
all’indietro per costringermi a guardarlo.
«È passato troppo tempo.» China il capo, mi fa sedere
più diritta e fa scorrere il naso sul mio mento e giù lungo
il collo. «È duro, da quando mi hai stuzzicato
stamattina», bisbiglia, premendomelo tra le gambe per
darmene la riprova. Il calore del suo respiro sulla pelle, le
cose spinte che mi dice, il suo sguardo intenso… è
irresistibile.
«Ma ora ci pensi tu, vero?» Più che una domanda è
un’affermazione.
Mi tira i capelli verso l’alto e verso il basso per farmi
annuire. Vorrei precisare che è stato lui a stuzzicare me,
stamattina, ma sto zitta. Mi piace la piega che le cose
stanno prendendo. Senza parlare, Hardin lascia la presa
sui miei capelli e si alza in ginocchio. Con le mani fredde
mi tira su la maglietta scoprendo il ventre e il petto. Si
avventa avido sul mio seno, poi mi infila la lingua in
bocca. Mi scaldo all’istante: tutto lo stress delle ultime
ventiquattr’ore svanisce, e Hardin invade tutti i miei
sensi.
«Alzati a sedere, appoggiati alla testiera», ordina dopo
avermi spogliata. Obbedisco, mentre lui si toglie i boxer.
«Un po’ più giù, piccola.» Mi sposto e lui fa un cenno di
approvazione. Poi, sempre in ginocchio, si posiziona
davanti a me. Mi lecco le labbra, impaziente di leccare
lui. Schiudo la bocca mentre Hardin si prende l’erezione
nel pugno e me la porta alle labbra. Apro di più la bocca
e lui mi passa sul labbro inferiore il pollice e poi lo infila
dentro, ma solo per un istante, prima di… sostituirlo con
il suo sesso. Entra lentamente, assaporando la sensazione
centimetro dopo centimetro.
«Merda», mormora sopra di me. Alzo gli occhi e vedo
che mi fissa, aggrappato con una mano alla testiera
mentre entra ed esce.
«Ancora», ansima, e io gli poso le mani sui glutei per
tirarlo verso di me. Lo succhio lentamente, provando
piacere quanto lui. È liscio come seta sulla lingua, e il
suo respiro affannoso, la voce con cui ripete il mio nome
e mi dice che sono brava e che ama la mia bocca mi
fanno impazzire di desiderio per lui.
Continua a guardarmi, mordendosi il labbro. Si spinge
ripetutamente fino in fondo alla mia gola, e quando vedo
guizzare i muscoli sul suo addome capisco cosa sta per
succedere.
Sembra leggermi nel pensiero: «Merda, sto per
venire», boccheggia. Aumenta il ritmo, le spinte si fanno
più decise. Stringo le cosce per alleviare la pressione e
succhio più forte. Ma con mia grande sorpresa, lui esce
dalla mia bocca e viene sul mio petto. Mugolando
un’altra volta il mio nome si spinge in avanti, esausto, e
appoggia la fronte alla testiera. Aspetto pazientemente
che riprenda fiato e si sieda accanto a me.
Sbalordita, lo vedo avvicinare una mano al mio petto e
spalmare piano il liquido che ha depositato sulla mia pelle.
Lo guarda come ipnotizzato per un momento, poi alza gli
occhi sul mio viso.
«È tutto mio», sorride malizioso e mi bacia sulla
bocca.
«Mi…» comincio guardandomi il petto appiccicoso.
«Ti piace», sorride, e io non nego. «Ti dona.» Lo
pensa davvero, si capisce da come mi fissa.
«Sei disgustoso.»
«Sì? Be’, anche tu.» Mi afferra per i fianchi e mi tira
su dal letto.
Lancio uno strilletto e lui mi tappa la bocca con una
mano. «Shhh, non vogliamo far sapere a nessuno che ti
sto scopando sulla scrivania, vero?»
48
Hardin

IL profumo del caffè invade le mie narici. Tendo un


braccio sapendo che Tessa è vicino a me, ma dato che
non la trovo apro gli occhi e vedo due tazze sul comò, e
lei che fa i bagagli.
«Che ore sono?» domando sperando che dica che è
ancora presto.
«Quasi mezzogiorno.»
Merda, ho sprecato metà della giornata.
«Ho già messo tutto in valigia e fatto colazione. Tra
poco sarà pronto il pranzo», mi spiega con un sorriso.
Ha già fatto la doccia e si è vestita: ha rimesso quei
maledetti jeans attillati.
Mi tiro su dal letto e mi sforzo di non rimproverarla
per non avermi svegliato, e mi metto a cercare i
pantaloni… che non sono più a terra.
«Ecco.» Tessa mi porge i jeans, ovviamente piegati.
«Tutto a posto?» Deve avere percepito la mia ostilità.
«Sto bene.»
«Hardin…» insiste. Ci avrei scommesso, cazzo.
«Sto bene, è solo che il weekend è volato.»
Il suo sorriso scioglie il gelo del mio umore. «È vero.»
Dio, come odio vivere separati.
«Dobbiamo resistere solo fino a giovedì», dice
tentando di far sembrare la distanza meno… distante.
«Cos’ha preparato Karen per pranzo?» chiedo per
cambiare argomento. «Niente sciroppo d’acero, spero.»
«No, niente sciroppo», risponde ridendo.
Landon è seduto a tavola con il muso lungo quando
entriamo in sala da pranzo insieme a Karen, che porta un
vassoio pieno di panini. Tessa si mette accanto a lui e gli
chiede se sta bene.
«Sì, sono solo un po’ giù.» Non avrei mai pensato di
sentirlo mentire a lei.
«Sicuro? Perché ti comporti in modo così…»
«Tessa…» Alza una mano, e giuro che se la posa sulla
sua… «Sto bene.» Sorride e abbassa la mano. Prendo
subito la mano di Tessa e me la appoggio sulla gamba,
coprendola con la mia.
Non partecipo alla noiosa conversazione, e troppo
presto arriva il momento di riportare Tessa a Seattle. Che
idiota sono stato a non trasferirmi lì.
«Ci rivediamo prima che tu parta, vero?» chiede
Tessa a Landon, con gli occhi lucidi, mentre si
abbracciano; io distolgo lo sguardo.
«Sì, certo. Magari posso venire a trovarti quando
torni dalla visita alla regina?» scherza, strappandole un
sorriso. Apprezzo lo sforzo, visto che sarò io quello con
cui lei si arrabbierà, quando scoprirà che il suo migliore
amico e Dakota si sono lasciati e io non gliel’ho detto.
Dieci minuti dopo, devo praticamente trascinarla fuori
di casa. Karen è molto più angosciata di quanto ci si
aspetterebbe da una persona ragionevole, e dice a Tessa
che le vuole bene, e la cosa mi sembra davvero
eccessiva.
«Sono una persona orribile se mi sento più a mio agio
con la tua famiglia che con la mia?» mi chiede Tessa in
macchina, dopo un quarto d’ora di silenzio.
«Sì.»
Lei mi guarda storto.
«Entrambe le nostre famiglie fanno schifo», riprendo,
e lei annuisce tornando al suo silenzio.
Più la mia macchina si avvicina a Seattle, più sento
aumentare l’ansia. Non voglio passare l’intera settimana
lontano da lei. Quattro giorni senza Tessa sono una vita.
Appena torno andrò dritto in palestra.
49
Tessa

LUNEDÌ mattina arrivo all’appuntamento con mezz’ora di


anticipo e mi siedo in sala d’aspetto, arredata con brutte
sedie a quadretti azzurri e piena di bambini che piangono
e donne che tossiscono. Cerco di tenermi occupata
sfogliando una rivista, ma ce n’è soltanto una per
genitori, con pubblicità di pannolini e «rivoluzionari»
consigli sull’allattamento al seno.
«Young? Theresa Young?» Una donna di una certa età
legge il mio nome da una cartelletta. Mi alzo
velocemente, aggiro un bambino che gattona con un
camion in mano. Il camion mi passa sopra il piede e il
bambino ride. Gli sorrido e in cambio ricevo un sorrido
adorabile.
«Di quanto è?» chiede una donna, che immagino sia
sua madre. Lancia un’occhiata alla mia pancia e io,
d’istinto, ci poso una mano sopra.
Faccio un risolino imbarazzato. «Oh! Io non…»
«Scusi!» esclama diventando rossa come un
peperone. «Immaginavo che… Ma lei non sembra
affatto… Pensavo solo…» Il fatto che sia a disagio
quanto me mi consola. Chiedere a una donna di quante
settimane è non è mai una buona idea, soprattutto se non
è incinta. «Be’», ride, «almeno ora sa che quando si
diventa madri… non si hanno più filtri!»
Non voglio pensarci; non ho tempo di pensare al
futuro e al fatto che se voglio una vita con Hardin non
sarò mai madre. Non avrò mai un bimbo dolcissimo che
mi fa correre camioncini sui piedi o si arrampica sulle
mie gambe. Mi giro a guardarlo un’ultima volta.
Sorrido all’infermiera, che mi porge un contenitore e
mi dice di andare in bagno a fare il test di gravidanza.
Pur avendo le mestruazioni, sono un po’ nervosa. Io e
Hardin non siamo stati abbastanza attenti ultimamente, e
ci mancherebbe solo una gravidanza. Lo farebbe crollare.
Avere un bambino adesso stravolgerebbe i miei progetti
di vita.
Quando consegno il contenitore pieno, l’infermiera mi
accompagna in una stanza vuota e mi infila il manicotto
per misurare la pressione. «Scavalla le gambe, cara», mi
dice in tono dolce, e io obbedisco. Poi mi misura la
temperatura, dopodiché se ne va, e qualche minuto più
tardi sento bussare alla porta: un uomo di mezz’età
dall’aria distinta e i capelli grigi entra nella stanza. Si
toglie gli occhiali spessi e mi porge la mano.
«Dottor West. Piacere di conoscerti, Theresa.»
Speravo che mandassero una dottoressa, ma sembra
simpatico. Vorrei però che fosse meno attraente; mi
sentirei meno a disagio in questa esperienza già di per sé
spiacevole.
Il dottor West mi fa un mucchio di domande, e quasi
tutte mi lasciano inorridita. Devo confessargli che io e
Hardin abbiamo fatto sesso non protetto – più di una
volta – e costringermi a guardarlo negli occhi mentre
glielo dico. A metà della conversazione ritorna
l’infermiera e posa un foglio sulla scrivania. Il dottor
West gli dà un’occhiata e io trattengo il fiato.
Mi sorride. «Be’, non sei incinta, quindi possiamo
cominciare.»
Senza rendermene conto, sospiro con sollievo.
Il dottore enuncia una serie di opzioni, alcune delle
quali non avevo mai sentito nominare, poi decidiamo per
l’iniezione anticoncezionale.
«Prima di farti l’iniezione devo visitarti rapidamente.
Va bene?»
Annuisco, cercando di placare il nervosismo. Non so
perché mi agito tanto: è solo un medico, e io sono
un’adulta. Avrei dovuto prendere appuntamento dopo le
mestruazioni, ma non ci ho pensato. Volevo solo che
Hardin la smettesse di tormentarmi con questa storia.
«Abbiamo quasi finito», annuncia il dottor West.
L’esame è stato rapido e meno fastidioso di quanto
immaginassi, per fortuna.
Mi guarda accigliato. «Ti eri mai sottoposta a una
visita ginecologica?»
«No, non mi pare», rispondo a bassa voce. La
risposta è no, il «non mi pare» è dettato solo dal
nervosismo. Guardo lo schermo di fronte a lui, su cui si
muove la sonda.
«Mmm», mugugna. Inizio ad avere paura: il test era
sbagliato, e sono incinta? Mi assale il panico: sono troppo
giovane, non ho finito l’università, io e Hardin siamo in
una fase così delicata e…
«Mi impensieriscono un po’ le dimensioni della tua
cervice», spiega il dottore. «Al momento non c’è da
preoccuparsi, ma vorrei rivederti per fare altri esami.»
«Non c’è da preoccuparsi?» Ho la bocca secca e lo
stomaco annodato. «Cosa significa?» domando mentre
iniziano a sudarmi le mani.
«Niente, per ora… Non posso averne la certezza», si
limita a dire, in tono molto poco convincente.
Mi tiro su dal lettino e abbasso il camice sulle gambe.
«Cosa potrebbe significare?»
«Be’…» Il dottor West si spinge gli occhiali sul naso.
«Nello scenario peggiore l’infertilità, ma senza altri esami
non c’è modo di saperlo. Non vedo cisti, e questo è un
ottimo segno», spiega indicando lo schermo.
Mi crolla il mondo addosso. «Quali… quante
probabilità ci sono?» Non sento più la mia voce e i miei
pensieri.
«Non saprei. Questa non è una diagnosi, e quella che
ti ho detto è la peggiore delle ipotesi; non agitarti finché
non procediamo con gli altri esami, per favore. Oggi
faremo l’iniezione, un prelievo di sangue, e prendiamo
appuntamento per la prossima visita… Okay?»
Annuisco, perché non riesco a parlare. Mi ha appena
assicurato che non è una diagnosi, però lo sembra
proprio. Alla prima menzione di un problema ho i nervi a
fior di pelle. Nel silenzio della stanza sento solo il battito
ossessivo del mio cuore. Mi sto facendo mille paranoie,
lo so, ma non mi importa.
«Succede in continuazione; non agitarti, chiariremo
tutto. Sono sicuro che non è niente.» Parla in tono un
po’ rigido, poi esce dalla stanza lasciandomi da sola con
le mie paure. Non è sicuro, non c’è niente di certo;
sembra prenderla con filosofia, lui. E allora perché non
riesco a liberarmi da quest’ansia?
L’infermiera mi fa l’iniezione anticoncezionale; è
tornata a fare la chioccia, mi racconta dei suoi nipotini e
di quanto amano i suoi biscotti fatti in casa. Parlo il
minimo indispensabile per non sembrare maleducata, ma
ho la nausea.
Mi spiega per filo e per segno come funziona il
contraccettivo, elencando i pro e i contro che ho già
sentito dal dottor West. Sono felice di non dovermi più
preoccupare delle mestruazioni; in compenso ho un po’
paura di ingrassare, ma mi sembra un rischio ragionevole
da correre.
L’infermiera mi dice che, siccome ho il ciclo,
l’iniezione sarà efficace da subito, ma che per sicurezza
è meglio aspettare tre giorni prima di fare sesso non
protetto. Inoltre, mi ricorda che l’iniezione non mi
protegge dalle malattie a trasmissione sessuale ma solo
dalla gravidanza.
Dopo avere fissato l’appuntamento successivo, che
mi spaventa molto, vado subito in centro a ritirare le foto
per il passaporto e a firmare gli ultimi documenti.
Naturalmente ogni cosa è stata già pagata da Christian
Vance. Mi sento male al pensiero di quanti soldi
spendono per me le persone che ho intorno.
Ogni donna che incrocio per strada è incinta oppure
ha un bambino in braccio, almeno così mi sembra. Non
avrei dovuto insistere perché il dottore mi rivelasse i suoi
sospetti: ora sarò paranoica fino al prossimo
appuntamento, che ovviamente è tra tre settimane. Tre
settimane per impazzire, tre settimane per ossessionarmi
al pensiero che potrei essere sterile. Non so perché l’idea
mi terrorizzi tanto: pensavo di essermi rassegnata a non
avere figli. Non posso ancora parlarne con Hardin,
finché non lo saprò con certezza. Tanto non cambierà di
una virgola i suoi progetti.
Quando torno alla macchina, gli scrivo per dire che
l’appuntamento è andato bene, poi torno a casa di
Christian e Kimberly. Durante il tragitto mi convinco che
è meglio non pensarci per tutta la settimana. Non ho
motivo di preoccuparmi, il dottor West mi ha detto che
non c’è ancora niente di sicuro. Il vuoto che sento nel
petto dice il contrario, ma devo ignorarlo e guardare
avanti, per ora. Sto per andare in Inghilterra. Per la prima
volta in vita mia uscirò dallo Stato di Washington, e non
potrei essere più emozionata. Sono nervosa, ma anche
euforica.
50
Hardin

T ESSA è sull’orlo di una crisi isterica. Ha una penna


stretta tra i denti e sta rileggendo la sua lista per
l’ennesima volta. A quanto pare, i viaggi all’altro capo del
mondo esasperano le sue tendenze nevrotiche.
«Sicura di aver preso tutto?» le chiedo in tono
sarcastico.
«Eh? Sì», sbuffa, e ricontrolla il bagaglio a mano per
la decima volta da quando siamo arrivati all’aeroporto.
«Se non entriamo subito perderemo l’aereo», la
avverto.
«Lo so», mormora, ma continua a frugare in quella
maledetta borsa. È pazza: la adoro, ma è matta da legare.
«Sicuro che vuoi lasciare la macchina qui?»
«Sì. È a questo che serve un parcheggio: a lasciarci la
macchina.» Indico il cartello SOSTA A LUNGO T ERMINE
sopra le nostre teste e commento: «Questo è per le
macchine che non hanno paura di impegnarsi».
Tessa mi guarda inespressiva, senza minimamente
cogliere la battuta.
«Dammi questa borsa», dico, strappandogliela dalla
spalla. È troppo pesante per lei; ci ha messo dentro metà
del bagaglio.
«Allora porto la valigia», ribatte afferrando la maniglia
del trolley.
«No, ci penso io. Rilassati, okay? Andrà tutto bene.»
Non dimenticherò mai quanto era agitata stamattina.
Piegava e ripiegava, metteva e toglieva i vestiti dalla
valigia. Sono stato paziente, perché so che questo
viaggio è un’esperienza nuova per lei. È irritante come
sempre, ma sono entusiasta all’idea di accompagnarla nel
suo primo viaggio all’estero, di vedere i suoi occhi
grigio-azzurri pieni di stupore quando scorge le nuvole
dal finestrino. Mi sono assicurato che si sedesse accanto
al finestrino.
«Pronta?» le chiedo, mentre le porte automatiche si
aprono come per accoglierci.
«No», risponde con un sorriso nervoso, e io la
conduco nell’aeroporto affollato.

«Non stai per svenire, vero?» le sussurro. È pallida e


le tremano le mani, e io gliele stringo tra le mie per
rassicurarla. Mi sorride per la prima volta ed è un bel
passo avanti rispetto al viso scuro che aveva al banco del
check-in.
L’agente del controllo passaporti ci ha provato con lei:
ho riconosciuto quel sorriso stupido, lo faccio sempre
anch’io. Avevo tutto il diritto di mandarlo al diavolo, ma
ovviamente lei non la pensava così, e mi tiene il muso da
quando mi ha trascinato via mentre facevo un gestaccio
a quello stronzo. «Meno male che quel tizio è miope», ha
borbottato, e mentre ci allontanavamo continuava a
guardarsi alle spalle.
Il suo umore è ulteriormente peggiorato quando le ho
chiesto di abbottonarsi il cardigan. Il vecchio seduto
accanto a me è un pervertito del cazzo, ma per fortuna
Tessa è seduta dal lato del finestrino e posso proteggerla
dai suoi sguardi. Testarda com’è, si rifiuta di chiudere
quei maledetti bottoni e lascia le tette bene in vista. Sì, la
maglietta non è molto scollata, ma quando si china si
vede tutto. Ha ignorato le mie proteste sostenendo che
non ho il diritto di darle ordini. Non voglio darle ordini,
voglio solo impedire che gli uomini le guardino le tette,
che non sono poi tanto piccole.
«No, sto bene», risponde, con qualche esitazione. Ma
gli occhi la tradiscono.
«Decolleremo da un momento all’altro.» Alzo gli
occhi sulla hostess che sta ricontrollando per la terza
volta la chiusura delle cappelliere. Sono tutte chiuse,
cretina; sbrighiamoci, prima che io debba prendere in
braccio Tessa e portarla via da questo aereo. In realtà,
rimandare la partenza potrebbe farmi comodo.
«Ultima possibilità di saltare giù dall’aereo. I biglietti
non sono rimborsabili, ma posso aggiungerli al tuo
conto», scherzo sistemandole i capelli dietro l’orecchio,
e lei mi rivolge il sorrisetto più timido che abbia mai
visto. È ancora arrabbiata, ma il nervosismo l’ha
ammorbidita un po’.
«Hardin», piagnucola. Si appoggia al finestrino e
chiude gli occhi. Detesto vederla così agitata; mi rende
inquieto, e questo viaggio mi mette già abbastanza ansia.
Mi sporgo a tirar giù l’oscurante del finestrino, sperando
che aiuti.
«Quanto manca?!» sbotto rivolto alla hostess.
Lei sposta lo sguardo da Tessa a me, con aria
supponente. «Pochi minuti.» Si costringe a sorridere per
non rischiare il licenziamento. L’uomo accanto a me si
agita sul sedile: avrei fatto bene a comprare un biglietto in
più, così ora non sarei seduto vicino a questo stronzo
che puzza di tabacco marcio.
«Sono passati più di pochi m…» inizio a dire.
Tessa mi prende la mano e con gli occhi mi supplica
di non fare scenate. Faccio un bel respiro e chiudo anche
gli occhi, per farle capire che ce la sto mettendo tutta.
«E va bene», concedo, voltando le spalle alla hostess,
che riprende il suo giro.
«Grazie», mormora Tessa. Invece di posare la testa
sul finestrino, stavolta la appoggia sul mio braccio. Gliela
faccio sollevare e metto il braccio intorno alle sue spalle.
Lei si accoccola addosso a me e sospira soddisfatta.
Adoro quei sospiri.
L’aereo inizia a muoversi lentamente sulla pista e
Tessa chiude gli occhi.
Dopo il decollo, alza l’oscurante e guarda fuori. «È
fantastico», sorride. Le è tornato il colore nelle guance e
il suo entusiasmo è contagioso. Cerco invano di non
sorridere quando mi dice che da lassù sembra tutto
piccolissimo.
«Vedi, non era poi così male. Non ci siamo ancora
sfracellati.»
Il mio commento sarcastico viene accolto da
mormorii e colpi di tosse dai sedili intorno, ma non me
ne frega niente. Tessa apprezza il mio senso
dell’umorismo… quasi sempre almeno.
«Sta’ zitto», mi dice dandomi una pacca sul petto, e io
ridacchio.
Dopo tre ore mi accorgo che è a disagio. Era
prevedibile; abbiamo visto alcuni orribili programmi in
televisione e sfogliato due volte la rivista delle linee aeree,
e ci siamo trovati d’accordo sul fatto che una cuccia per
cani che funge anche da mobile tv non può valere
duemila dollari.
«Queste nove ore saranno molto lunghe», noto.
«Ne mancano solo sei», mi corregge, accarezzandomi
il polso dove ho il tatuaggio con il simbolo dell’infinito e i
cuori.
«Solo sei», ripeto. «Fa’ un sonnellino.»
«Non ci riesco.»
«Perché no?»
Mi guarda. «Secondo te cosa starà facendo mio
padre? L’ultima volta c’era Landon a controllarlo, ma
stavolta staremo via tre giorni.»
Merda. «Se la caverà.» Si arrabbierà, ma poi gli
passerà e la ringrazierà.
«Sono contenta che abbiamo rifiutato l’offerta di tuo
padre», dice.
Porca puttana. «Perché?» chiedo, nervoso.
«La clinica è troppo costosa.»
«E?…»
«Non mi piace che tuo padre spenda tutti quei soldi
per il mio. Non è una sua responsabilità, e non sappiamo
con certezza che mio padre…»
«Tuo padre si droga, Tessa.» Capisco che non voglia
ancora ammetterlo, ma sa che è così. «E tanto vale che
mio padre gli paghi la disintossicazione.»
Devo chiamare Landon appena atterriamo, per
scoprire com’è andato l’«intervento». Spero che quel
cretino abbia accettato, ma mi sento in colpa per non
aver coinvolto Tessa nel piano. Ho passato ore a tirare
pugni e calci a quel sacco in palestra, riflettendo su
questo casino. Alla fine la soluzione era semplice: o
Richard va a disintossicarsi con i soldi di mio padre,
oppure esce per sempre dalla vita di Tessa. Se qualcuno
deve crearle problemi o provocarle stress, basto già io.
Ho incaricato Landon di dire a quell’uomo che doveva
scegliere, o la clinica o niente più Tessa. Ho immaginato
che con Landon la situazione non sarebbe degenerata
nella violenza, come sarebbe successo con me. Mi dà
molto fastidio che sia mio padre ad aiutare Tessa, ma
non potevo rifiutare. Avrei voluto, ma non ho potuto.
«Non lo so», sospira, guardando dal finestrino. «Ci
devo pensare.»
«Be’…» inizio, e lei si rabbuia subito sentendo il mio
tono di voce.
«Cos’hai fatto?» Stringe gli occhi e si stacca da me.
Tanto non può scappare: deve restare seduta qui accanto
a me fino all’atterraggio.
«Ne parliamo dopo.» Guardo l’uomo accanto a me: le
linee aeree dovrebbero avere sedili più larghi. Se non
avessi sollevato il bracciolo tra me e Tessa, sarei seduto
sulle sue gambe.
«Lo hai mandato là, non è vero?» dice in un bisbiglio
concitato, attenta a evitare una scenata in pubblico.
«Non ho mandato tuo padre da nessuna parte.» È la
verità: non so ancora se abbia accettato di andarci o no.
«Ma ci hai provato, giusto?»
«Forse.»
Scuote la testa con aria incredula e torna a guardare il
cielo, appoggiandosi allo schienale del sedile.
«Sei arrabbiata?»
Non risponde.
«Theresa…» comincio a voce troppo alta, e lei si
volta di scatto e punta gli occhi su di me.
«Non sono arrabbiata», sussurra. «Sono solo
sorpresa, e sto cercando di capire cosa ne penso, okay?»
«Okay.» Ha reagito meglio del previsto.
«Non sopporto i segreti. Mi tenete sempre all’oscuro:
tu, mia madre… Non sono più una bambina, posso
affrontare i problemi, non ti pare?»
Riesco a trattenermi dal dire la prima risposta che mi
viene in mente: sto diventando sempre più bravo. «Sì»,
rispondo in tono calmo, «ma voglio filtrare le stronzate
prima che arrivino a te.»
Annuisce, un po’ rabbonita. «Lo capisco, ma devi
smetterla con i segreti. Qualsiasi cosa riguardi te, Landon
o mio padre… la devo sapere. Tanto alla fine scopro
sempre tutto. Perché rimandare l’inevitabile?»
«Okay», mi limito a dire. «D’ora in poi ti dirò tutto.»
Quello che non specifico è che i segreti del passato non
contano: accetto che da questo momento in poi cercherò
di non tenerla all’oscuro.
Sul suo viso passa un lampo di emozione, ma non
riesco a interpretarlo. Potrebbe sembrare senso di colpa.
«A meno che si tratti di qualcosa che è meglio io non
sappia», aggiunge a bassa voce.
Okay…
«Di che genere di cose stiamo parlando?» le chiedo.
«Anche di cose che sarebbe meglio tu non sapessi.
Per esempio il fatto che il mio ginecologo è un uomo.»
«Cosa?» Non mi era mai passato per la testa. Non
sapevo neppure che esistessero ginecologi maschi.
«Vedi, era meglio non saperlo, no?» Non tenta
neppure di nascondere il sorrisetto compiaciuto.
«Devi cambiare medico.»
Scuote lentamente la testa e mi dice che non lo farà.
Mi sporgo a bisbigliarle all’orecchio: «Per tua fortuna, i
bagni dell’aereo sono troppo piccoli per scoparti».
Rimane senza fiato e stringe le cosce. Adoro la sua
reazione alla mia volgarità: è sempre istantanea. E poi
devo distrarla e cambiare argomento, per il bene di
entrambi.
«Ti spingerei contro la porta e ti scoperei.» Faccio
scorrere la mano verso l’alto sulle sue cosce. «Ti
tapperei la bocca per non farti gridare.»
Deglutisce.
«Sarebbe bello… le tue gambe strette intorno a me, le
tue dita che mi tirano i capelli.»
Ha gli occhi sbarrati, le pupille dilatate. Cazzo, come
vorrei che i bagni fossero un po’ più grandi. Non c’è
spazio per allargare le braccia. Ho sborsato oltre mille
dollari per il biglietto di andata e ritorno, avrei almeno il
diritto di scopare la mia ragazza in pace.
«Stringere le cosce non ti farà passare la voglia»,
continuo a bisbigliarle all’orecchio. Apro il tavolino
davanti al suo sedile per poterla toccare tra le gambe
senza essere visto. «Solo io posso fartela passare.» A
guardarla, si direbbe che stia per venire solo ascoltando
le mie parole. «Il resto del volo sarà spiacevole, con le
mutandine bagnate.» La bacio sotto l’orecchio, la
stuzzico un altro po’ con la lingua. L’uomo seduto
accanto a noi tossisce.
«Problemi?» gli chiedo. Non me ne frega niente se ha
sentito quello che le ho detto. Lui scuote la testa e torna
a leggere il suo ebook. Lancio un’occhiata allo schermo,
vedo il nome Holden e mi viene da ridere. Solo gli snob
di mezz’età e gli hipster con la barba leggono Il giovane
Holden. Cosa c’è di interessante nella vita di un
ragazzino viziato e nevrotico? Niente.
«Devo continuare?» domando a Tessa, che ormai sta
boccheggiando.
«No.» Richiude il tavolino e pone fine al mio
divertimento.
«Mancano solo cinque ore.» Le sorrido e cerco di
ignorare l’erezione che mi è venuta al pensiero di quanto
dev’essere bagnata.
«Sei uno stronzo», sussurra. Il sorriso che adoro
spunta sulle sue labbra.
«E tu mi ami», concludo, e il suo sorriso si allarga.

Orientarsi a Heathrow non è stato difficile come


ricordavo: abbiamo recuperato subito le valigie. Tessa è
taciturna, e solo perché mi teneva per mano ho capito
che non se l’era presa più di tanto per la storia della
clinica. La macchina a noleggio era lì ad aspettarci, ed è
stato davvero uno spasso vedere Tessa che tentava di
salire dal lato sbagliato.
Nel tragitto verso Hampstead si addormenta. Ha
provato a restare sveglia per guardare il paesaggio, ma
non c’è riuscita. La città vecchia è identica a come la
ricordavo… be’, ovvio, ci sono stato pochi mesi fa.
Chissà perché, ma pensavo che passando davanti al
cartello BENVENUT I A HAMPST EAD con Tessa sul sedile
del passeggero avrei trovato qualcosa di diverso.
Oltrepassiamo gli edifici storici e le attrazioni
turistiche e arriviamo finalmente nella zona residenziale
della città. Contrariamente a quanto si crede, non tutti a
Hampstead vivono in dimore d’epoca e sono ricchi
sfondati. Lo si capisce chiaramente imboccando il
vialetto della casa di mia madre, che sembra sul punto di
crollare. Vedo con piacere il cartello VENDUT A sul prato.
La casa del suo futuro marito, lì accanto, è grande il
doppio e in condizioni molto migliori.
«Tessa», la chiamo per svegliarla. Mi avrà sbavato
tutto il finestrino.
Mia madre appare sulla porta di casa: deve aver visto i
fari dalla finestra. Apre la controporta e corre giù dai
gradini come una pazza. Tessa apre gli occhi e la vede,
che sta strattonando la maniglia della portiera. Ma perché
Tessa sta così simpatica a tutti?
«Tessa! Hardin!» strilla mia madre elettrizzata. Tessa
si slaccia la cintura di sicurezza e scende dalla macchina.
Si abbracciano e si baciano mentre io scarico le valigie.
«Sono così contenta che siate qui!» esclama mia
madre asciugandosi una lacrima. Sarà un weekend molto
lungo.
«Anche noi lo siamo», replica Tessa al posto mio, e si
lascia condurre per mano verso la piccola casa.
«Non bevo tè, quindi non avrete un’accoglienza
tipicamente britannica, ma ho messo su il caffè. So che
vi piace.»
Tessa ride e la ringrazia. Mia madre si tiene a debita
distanza da me, perché ovviamente non vuole scenate nel
weekend del suo matrimonio. Loro due spariscono in
cucina e io salgo al piano di sopra a posare i bagagli nella
mia vecchia stanza. Le loro risate risuonano in tutta la
casa. Cerco di convincermi che nessuna catastrofe ci
aspetta in questi due giorni: andrà tutto bene.
La stanza è vuota, a parte il mio vecchio letto e una
cassettiera. La carta da parati è stata strappata via,
lasciando orribili tracce di colla sulle pareti. È chiaro che
mia madre sta preparando gli spazi per il nuovo
proprietario, ma vederla così mi fa un po’ impressione.
51
Tessa

«NON mi capacito ancora che siate entrambi qui», mi


dice Trish porgendomi una tazza di caffè – nero come
piace a me – e io sorrido per la sua premura. È una
donna molto bella, con gli occhi luminosi e un sorriso
altrettanto radioso… e indossa una tuta blu scuro.
«Sono contenta che siamo riusciti a venire», le
rispondo. Guardo l’orologio sul forno: sono già le dieci di
sera. Il lungo volo e il fuso orario mi hanno fatto perdere
la cognizione del tempo.
«Anch’io sono contenta. Se non fosse per te, lui non
sarebbe qui», ammette posando una mano sulla mia, e io
sorrido, non sapendo bene cos’altro fare. Lei intuisce il
mio imbarazzo e cambia argomento. «Com’è andato il
viaggio? Hardin si è comportato bene?» Parla in tono
divertito, e non ho il coraggio di rivelarle che suo figlio si
è comportato come un tiranno ai controlli di sicurezza e
per metà del volo.
«È stato bravo.» Bevo un sorso di caffè mentre lui
entra in cucina. La casa è vecchia e angusta, troppe
pareti suddividono lo spazio. Negli angoli sono impilati gli
scatoloni del trasloco, eppure mi sento stranamente a
mio agio qui dentro, nella casa in cui Hardin è cresciuto.
Dalla sua espressione, quando china la testa per passare
sotto l’arco che separa il salotto dalla cucina, intuisco
che non la pensa allo stesso modo. Queste pareti
contengono troppi brutti ricordi per lui, e
improvvisamente queste mura mi piacciono un po’
meno.
«Cosa ne è stato della carta da parati?» chiede.
«La stavo togliendo per ritinteggiare prima della
vendita, ma i nuovi proprietari vogliono buttare giù la
casa e costruirne un’altra», spiega sua madre. Non mi
dispiace l’idea che questa casa venga demolita.
«Bene, tanto fa schifo», borbotta lui, poi beve un
sorso dalla mia tazza. «Sei stanca?»
«Sto bene», rispondo, ed è la verità. Mi piace la
compagnia di Trish, il suo senso dell’umorismo. Sono
stanca, ma è ancora presto, e avrò tutto il tempo per
dormire.
«Adesso vivo da Mike, qui accanto. Ma ho
immaginato che tu non volessi dormire lì.»
«Certo che no», conferma secco Hardin. Mi riprendo
la tazza e lo prego con gli occhi di trattare bene sua
madre.
«Comunque…» fa Trish ignorando la sua
maleducazione, «ho progetti per lei, domani, quindi spero
che ti troverai qualcosa da fare.»
Ci metto un momento a capire che sta parlando di me.
«Che genere di progetti?» domanda Hardin, che non
sembra affatto contento.
«Roba per il matrimonio. Ho preso appuntamento per
entrambe dall’estetista, e poi vorrei che mi
accompagnasse all’ultima prova dell’abito da sposa.»
«Ma certo», rispondo, e nello stesso istante Hardin
chiede: «Quanto ci metterete?»
«Soltanto il pomeriggio, penso. Ma solo se vuoi
accompagnarmi, Tessa. Cara, non sei obbligata. Mi è
sembrata un’idea carina passare un po’ di tempo insieme
mentre sei qui.»
«Con piacere», le dico sorridendo. Hardin non fa
obiezioni, per fortuna, tanto sarebbe stato inutile.
«Bene.» Sorride anche lei. «La mia amica Susan ci
raggiungerà per pranzo. Non vede l’ora di conoscerti,
ormai le parlo di te da così tanto che non crede che tu
esista davvero…»
A Hardin va di traverso il caffè. «Susan Kingsley?»
sbotta lanciando un’occhiata a Trish, e i muscoli delle
sue spalle si tendono, la voce gli trema.
«Sì… Be’, non si chiama più Kingsley, si è risposata.»
Dal modo in cui Trish ricambia il suo sguardo, mi
sembra di assistere a una conversazione privata, che non
mi riguarda, e mi sento un’intrusa. Hardin sposta lo
sguardo da sua madre alla parete, poi ci lascia sole in
cucina.
«Vado a dormire nella casa accanto. Se avete bisogno
di qualcosa, fatemi sapere», mi dice Trish. Non ha più
l’entusiasmo nella voce, sembra sfinita. Mi dà un bacio
sulla guancia ed esce dalla porta sul retro.
Resto sola in cucina per qualche minuto, a finire il
caffè nonostante debba andare a dormire, poi sciacquo la
tazza e vado al piano superiore in cerca di Hardin. Il
corridoio è vuoto, la carta da parati è strappata, e io non
riesco a non pensare alla lussuosa villa di Ken.
«Hardin?» lo chiamo. Le porte sono tutte chiuse e non
mi va di aprirle senza sapere cosa c’è dall’altra parte.
«La seconda porta», lo sento dire. Seguo la sua voce
e apro la porta che mi ha indicato. La maniglia è molto
dura e devo aiutarmi con un piede.
Hardin è seduto sul letto con la testa tra le mani. Lo
raggiungo, rimanendo in piedi.
«Cosa c’è?» gli chiedo accarezzandogli i capelli.
«Non avrei dovuto portarti qui.»
«Perché?» domando sorpresa, sedendomi sul letto,
vicino a lui ma non troppo.
«Perché…» Sospira. «Non avrei dovuto e basta.» Si
sdraia, mettendosi un braccio sugli occhi, e io non riesco
a leggere la sua espressione.
«Hardin…»
«Sono stanco, Tessa, va’ a dormire.»
«Non ti cambi?» insisto. Non voglio andare a letto
senza la sua maglietta.
«No.» Si mette a pancia in giù e allunga un braccio
per spegnere la luce.
52
Tessa

QUANDO suona la sveglia, alle nove, mi costringo ad


alzarmi. Non ho quasi chiuso occhio, mi sono girata e
rigirata nel letto per tutta la notte. L’ultima volta che ho
guardato l’ora erano le tre.
Hardin dorme con le braccia incrociate sull’addome.
Non mi ha abbracciata neanche una volta nell’intera
nottata. Nel sonno ha allungato una mano per assicurarsi
che ci fossi ancora, ma nulla di più. Questo
cambiamento d’umore non mi stupisce più di tanto: so
che non voleva venire qui per il matrimonio. Ma non
capisco tutta quest’ansia, e peraltro lui non ha nessuna
intenzione di parlarmene. Vorrei chiedergli come poteva
aspettarsi che io venissi a vivere qui con lui, se non mi
vuole qui neppure per un fine settimana.
Gli scosto i capelli dalla fronte e gli accarezzo il viso,
passando le dita sulla mascella scurita dalla barba. Le sue
palpebre fremono, e io smetto subito. Non voglio
svegliarlo, perché neanche lui ha dormito bene. Sono
curiosa di sapere cosa lo tormenta. Avrei voluto che non
si fosse chiuso così bruscamente con me. Nella lettera
che mi ha scritto – e che poi ha distrutto – aveva rivelato
tutti i terribili errori commessi in passato, e io me ne
sono fatta una ragione, perché so che nessuno sbaglio
passato può mettere a rischio il nostro futuro. Deve
capirlo anche lui, altrimenti le cose tra noi non
funzioneranno.
Vado a fare una doccia. La pressione dell’acqua è
molto intensa, quasi dolorosa, ma è una meraviglia per
sciogliere la tensione che ho accumulato nella schiena e
nei muscoli delle spalle.
Mi metto un paio di jeans e un top color crema, e
dopo un attimo di esitazione aggiungo un maglioncino a
fiori. Non è un cardigan, quindi Hardin non potrà
ordinarmi di abbottonarlo; gli è già andata bene che non
mi sia messa soltanto il top. A Londra è primavera, e si
sente.
Trish non mi ha detto a che ora dobbiamo uscire,
perciò scendo in cucina a farmi un caffè. Un’ora dopo
torno di sopra a prendere il lettore di ebook, per passare
il tempo. Hardin si è girato sulla schiena e ha
l’espressione corrucciata. Senza disturbarlo esco dalla
stanza e torno in cucina. Passano altre due ore, poi con
sollievo vedo entrare Trish dalla porta sul retro. Ha i
capelli legati come me, in uno chignon basso, e
indossa… una tuta, come sempre.
«Speravo di trovarti sveglia. Volevo lasciarti
recuperare un po’ di sonno, ieri è stata una giornata
lunga», mi dice con un sorriso. «Quando vuoi, sono
pronta.»
Lancio un ultimo sguardo verso le scale, sperando che
Hardin mi venga incontro sorridente e mi saluti con un
bacio, ma non è così. Prendo la borsa e seguo Trish
fuori di casa.
53
Hardin

ALLUNGO una mano sull’altro lato del letto e non trovo


Tessa. Non so che ore siano, ma dalla finestra senza più
tende entra un sole accecante, che sembra volermi
costringere ad alzarmi. Ho dormito malissimo e Tessa si
è rigirata nel letto per tutta la notte. Mi sono tenuto
lontano da lei: devo darmi una calmata se non voglio
rovinarle il weekend, ma non riesco a liberarmi dalla
paranoia. Tanto più ora che mia madre ha avuto il
coraggio di invitare Susan Kingsley a pranzo con lei e
Tessa.
Non mi cambio, mi limito a lavarmi i denti e bagnarmi
i capelli. Tessa ha già fatto la doccia: il suo beauty è
riposto in perfetto ordine nell’armadietto, che per il resto
è vuoto.
In cucina trovo la caffettiera piena per metà, e una
tazza lavata sul bancone. Tessa e mia madre devono
essere già uscite. Avrei dovuto proibirle di uscire…
Perché non l’ho fatto? La giornata può finire in due
modi: Susan potrebbe essere acida come al solito e
tormentare Tessa, oppure potrebbe tenere la bocca
chiusa, e in tal caso filerebbe tutto liscio.
Che cazzo dovrei fare tutto il giorno mentre mia
madre è in giro con Tessa? Potrei andare a cercarle, e le
troverei senza problemi, ma sono certo che mia madre si
arrabbierebbe, e domani si sposa. Ho promesso a Tess di
comportarmi bene questo weekend, e anche se ho già
infranto la promessa è meglio non peggiorare
ulteriormente le cose.
54
Tessa

« I CAPELLI ti stanno benissimo», commenta Trish


toccandomi la testa con la mano fresca di manicure.
«Grazie, mi devo ancora abituare.» Sorrido e mi
guardo nello specchio dietro il nostro tavolo. La
parrucchiera era scandalizzata quando le ho detto che
non mi ero mai tinta i capelli. Dopo qualche minuto è
riuscita a convincermi a scurirli un po’, ma solo alle
radici. Il risultato è un castano chiarissimo che sfuma nel
mio biondo naturale verso le punte. La differenza si nota
appena, al contrario di quanto temevo. Non è un colore
permanente, durerà solo un mese. Non mi sentivo pronta
per un qualcosa a lungo termine, ma più mi guardo allo
specchio e più mi piace ciò che vedo.
Quella donna ha fatto un miracolo anche sulle mie
sopracciglia, disegnando un arco perfetto, e mi ha messo
lo smalto rosso sulle unghie di mani e piedi. Ho declinato
l’offerta di Trish di una ceretta brasiliana: ero tentata, ma
sarebbe stato imbarazzante farlo con la madre di Hardin,
e per il momento andrà benissimo il rasoio. Mentre
torniamo alla macchina, Trish mi prende in giro per le
espadrillas, come fa sempre suo figlio. Mi trattengo a
stento dal rinfacciarle la tuta da ginnastica che indossa
tutti i giorni.
Per l’intero tragitto guardo fuori dal finestrino
ammirando ogni casa, ogni palazzo, ogni negozio e ogni
passante.
«Ecco, siamo arrivate», annuncia entrando in un
parcheggio coperto tra due edifici bassi. Scendiamo dalla
macchina e la seguo all’ingresso del più piccolo dei due.
La facciata è rivestita di muschio, e mi viene in mente
Lo Hobbit. Verrebbe in mente anche a Landon se fosse
qui, e rideremmo insieme, mentre Hardin ne
approfitterebbe per lamentarsi dei film, che secondo lui
hanno stravolto la visione di Tolkien. Landon ribatterebbe
come sempre che Hardin adora quei film ma non vuole
ammetterlo, e Hardin gli farebbe un gestaccio.
Egoisticamente, immagino un mondo in cui io, Landon e
Hardin potremmo abitare vicini, e Landon e Dakota
potrebbero vivere a Seattle, magari nello stesso palazzo
con me e Hardin. Un mondo in cui una delle poche
persone che mi vogliono bene non si trasferisca all’altro
capo degli Stati Uniti tra poche settimane.
«Oggi fa caldo, vogliamo sederci fuori?» mi chiede
Trish indicando i tavolini sulla terrazza.
«Per me va bene», accetto seguendola verso un tavolo
in fondo.
La cameriera ci porta una caraffa d’acqua e due
bicchieri. Anche l’acqua è più bella in Inghilterra: la
caraffa è piena di ghiaccio e fettine di limone
perfettamente rotonde.
Trish si guarda intorno. «Da un momento all’altro
arriverà la mia a… Eccola!»
Mi giro e vedo una donna alta e mora che ci viene
incontro salutando con la mano. Tenta di camminare un
po’ troppo in fretta, dato che ha la gonna lunga fino ai
piedi e le scarpe con il tacco alto.
«Susan!» la accoglie Trish illuminandosi.
«Trish, tesoro, come stai?» Susan si china a baciarla
sulle guance, poi fa lo stesso con me. Le sorrido
imbarazzata, non sapendo se ricambiare quel saluto così
strano per me.
Ha gli occhi di un azzurro intenso, che creano uno
splendido contrasto con la pelle chiara e i capelli scuri. Si
tira indietro senza lasciarmi il tempo di decidere cosa
fare. «Tu devi essere Theresa: ho sentito cose bellissime
sul tuo conto.» Mi sorride e mi coglie alla sprovvista
prendendomi le mani e stringendole tra le sue. Poi viene a
sedersi accanto a me.
«Piacere», le dico con un sorriso. Non so proprio
cosa pensare di lei. Non mi piace la reazione che Hardin
ha avuto ieri sera sentendola nominare, ma sembra una
persona simpatica, perciò sono confusa.
«Aspettate da molto?» ci chiede mentre appende la
borsetta allo schienale della sedia.
«No, siamo appena arrivate. Abbiamo passato la
mattina dalla parrucchiera», spiega Trish scostandosi
sulla spalla i lucidi capelli castani.
«Si vede: siete profumate come un mazzo di fiori»,
commenta Susan scoppiando a ridere. Il suo accento è
elegante e molto più marcato di quello di Hardin e Trish.
Nonostante l’umore volubile di Hardin, sono già
innamorata dell’Inghilterra, soprattutto di questa
cittadina. Mi sono informata un po’ prima di partire, ma
le foto su Internet non le rendono giustizia: una semplice
strada acciottolata, circondata da caffè e negozi, riesce a
essere così suggestiva, così affascinante…
«Sei pronta per l’ultima prova dell’abito?» chiede
Susan all’amica. Continuo a guardarmi intorno e non le
ascolto con molta attenzione. Di fronte a noi un vecchio
edificio ospita la biblioteca. Posso solo immaginare i libri
meravigliosi che deve contenere.
«Sì, e se stavolta non mi entra dovrò fare causa al
negozio», ride Trish. Mi costringo a prestare ascolto e a
smettere di ammirare l’architettura finché convincerò
Hardin a farmi da guida.
«Be’, dato che è il mio negozio, non te lo consiglio.»
La risata di Susan è bassa e molto gradevole. Ma devo
stare attenta a lei.
In presenza di questa donna così bella, la mia
immaginazione parte per la tangente. Lei e Hardin sono
stati insieme? Lui mi ha confessato di essere stato con
donne più grandi, e non poche, ma non gli ho mai
permesso di scendere nei dettagli. Susan, con gli
occhioni azzurri e i lunghi capelli castani, è una di loro?
Spero proprio di no: la sola idea mi fa rabbrividire.
Cerco di ignorare il fremito di gelosia e mi concentro
sull’invitante sandwich che la cameriera ha appena
posato davanti a me.
«Allora, Theresa, parlami di te.» Susan infilza una
foglia di lattuga con la forchetta e se la porta alle labbra.
«Puoi chiamarmi Tessa», inizio nervosa. «Sto finendo
il primo anno di università alla Washington Central e mi
sono appena trasferita a Seattle.» Mi accorgo che Trish
si è rabbuiata, non so perché. Hardin non le ha parlato
del mio trasferimento? O forse lo ha fatto, e le dispiace
che lui non sia venuto con me?
«Ho sentito che Seattle è una bella città. Non sono mai
stata in America», dice Susan, «ma mio marito ha
promesso che mi ci porterà quest’estate.»
«Sì, te la consiglio… è una bella città», rispondo
banalmente. Mi trovo in un paesino che sembra uscito da
un libro di fiabe e sto dicendo che l’America è bella.
Scommetto che a Susan non piacerà. Sono nervosa e mi
tremano un po’ le mani. Tiro fuori il telefono per
scrivere un messaggio a Hardin. Solo un semplice Mi
manchi.
Per il resto del pranzo parliamo del matrimonio, e
Susan mi sta sempre più simpatica. Si è sposata da poco
in seconde nozze, ha organizzato la cerimonia da sola e
non ha figli, solo due nipoti. È la titolare della boutique da
sposa in cui Trish ha comprato l’abito; è una catena di
cinque punti vendita nel nord di Londra. Suo marito
invece è proprietario di tre fra i più frequentati pub della
zona, tutti nel raggio di cinque chilometri.
Il negozio di Susan è a pochi isolati dal ristorante,
perciò decidiamo di andarci a piedi. Fa caldo e splende il
sole; anche l’aria sembra più pulita che nello Stato di
Washington. Hardin non ha ancora risposto al mio
messaggio, ma la cosa non mi sorprende.
«Champagne?» mi chiede Susan appena entriamo
nell’atelier, che è piccolo ma molto ben arredato, tutto in
bianco e nero e in un gradevole stile retrò.
«Oh no, grazie», declino sorridendo.
Trish invece accetta, promettendomi che berrà solo
un bicchiere. Sto per dirle che può berne quanti ne vuole,
che deve divertirsi, ma preferirei non dover guidare io; in
Inghilterra mi fa impressione anche sedere dal lato del
passeggero. Mentre la guardo ridere e scherzare con
Susan penso a quanto sono diversi Trish e Hardin. Lei è
così vivace e allegra, mentre Hardin è così… be’,
Hardin. Mi piace pensare che questa visita contribuirà a
riallacciare i rapporti tra di loro, almeno un po’. Non
completamente – sarebbe chiedere troppo – ma spero
che Hardin riuscirà a comportarsi bene con la madre
almeno il giorno del suo matrimonio.
«Esco tra un minuto, tu fa’ come fossi a casa tua»,
mi dice Trish prima di chiudersi in camerino. Mi siedo
sul divano bianco e rido quando la sento imprecare
perché Susan l’ha graffiata con la cerniera lampo. Forse
lei e Hardin si somigliano più di quanto credessi.
«Scusa.» Una voce femminile interrompe le mie
riflessioni. Alzando lo sguardo vedo gli occhi azzurri di
una ragazza molto incinta.
«Scusa, hai visto Susan?» mi chiede guardandosi
intorno.
«È nel camerino.»
«Grazie.» Mi sorride e fa un sospiro di sollievo. «Se
fa domande, sono arrivata alle due in punto», mi dice
con un sorriso. Ha una targhetta con il nome appesa alla
camicia: NAT ALIE. Evidentemente lavora qui.
Sono le due e cinque. «Manterrò il tuo segreto», la
rassicuro.
La tenda del camerino si apre e appare Trish vestita da
sposa. L’abito è bellissimo, semplice e con le maniche
corte, e le sta molto bene.
«Wow», esclamiamo in coro io e Natalie.
Trish esce dal camerino, va a guardarsi nello specchio
a figura intera e si asciuga una lacrima.
«Fa così a ogni prova, e questa è la terza», osserva
Natalie con un sorriso. Pure lei ha le lacrime agli occhi, e
anch’io sono commossa. Natalie si posa una mano sul
pancione.
«È bellissima. Mike è un uomo fortunato.» Trish si
sta ancora guardando allo specchio, e la capisco.
«Conosci Trish?» mi chiede educatamente la ragazza.
«Sì, sono…» Io e Hardin dovremo stabilire delle
regole su come presentarci. «Sto con suo figlio», le dico,
e lei sobbalza.
«Natalie», risuona la voce di Susan. Trish è
impallidita, saetta lo sguardo tra me e Natalie. Ho
l’impressione che mi sfugga qualcosa di importante.
Torno a guardare Natalie: gli occhi azzurri, i capelli
castani, la pelle chiara.
Susan… penso. Susan è la madre di questa Natalie?
Natalie…
Porca miseria. Natalie. Quella Natalie. La Natalie che
tormenta la coscienza di Hardin, quel poco di coscienza
che possiede. La Natalie che Hardin ha usato e poi
gettato via.
«Tu sei Natalie.»
Annuisce e continua a fissarmi mentre Trish si
avvicina.
«Sì, sono io.» Dalla sua espressione capisco che non
sa fino a che punto io conosca la sua storia, ed è ancora
più incerta su cosa dire. «E tu sei lei, sei… Tessa.»
Evidentemente sta mettendo insieme i pezzi.
«Sono…» comincio a dire, ma mi manca il fiato. Non
ho la minima idea di cosa rispondere. Hardin mi ha
raccontato che ora lei è felice, che l’ha perdonato e si è
rifatta una vita. Provo per lei un’empatia profonda. «Mi
dispiace…» dico alla fine.
«Vado a prendere altro champagne. Trish, vieni con
me.» Susan afferra Trish per il braccio e la conduce via.
Trish gira la testa per guardare me e Natalie finché
sparisce oltre una porta, ancora con il vestito da sposa
addosso.
«Di cosa ti scusi?» Gli occhi della ragazza che ho
davanti a me luccicano sotto le luci artificiali del negozio.
Non riesco a immaginarla con il mio Hardin. Lei è così
semplice e bella, così diversa dalle altre sue ex che ho
conosciuto.
Mi lascio sfuggire un risolino nervoso. «Non lo so…»
Perché mi sto scusando? «Per quello che ti ha fatto.»
«Lo sai?» mi chiede stupefatta, continuando a
guardarmi attentamente.
«Sì.» Sento l’improvviso bisogno di spiegarmi. «E
Hardin… è cambiato. È molto pentito di ciò che ti ha
fatto.» Non riuscirò a rimediare al passato, ma Natalie
deve sapere che l’Hardin che conosco io è diverso da
quello che conosceva lei.
«Ci siamo incontrati di recente», mi ricorda. «L’ho
visto per strada e mi è sembrato… non lo so, vuoto. Ora
sta meglio?» Cerco un’ombra di giudizio nei suoi occhi
celesti, ma non ce n’è traccia.
«Sì, sta molto meglio», rispondo, cercando di non
posare gli occhi sulla sua pancia. Alza la mano, e vedo
che ha la fede al dito. Sono davvero felice che sia
riuscita a voltare pagina.
«Ha fatto molte cose terribili, e so che non ho il diritto
di dirtelo, ma…» deglutisco, tentando di non perdere il
coraggio, «ma ci teneva davvero a sapere che l’hai
perdonato. Ha significato molto per lui… Grazie di avere
trovato la forza.»
A dire il vero penso che Hardin non fosse abbastanza
pentito di ciò che le ha fatto, ma il perdono di Natalie ha
contribuito ad abbattere il muro costruito nel corso degli
anni tra lui e il resto del mondo, e so che gli ha dato un
po’ di pace.
«Devi amarlo davvero tanto», mormora dopo un
lungo momento di silenzio.
«Sì, lo amo moltissimo.» La guardo negli occhi. Si è
creato un legame tra me e questa donna che Hardin ha
fatto soffrire così tanto; un legame strano ma potente.
Non riesco a immaginare come debba essersi sentita,
quanto sia stata profonda l’umiliazione, quanto lancinante
sia stato il dolore. È stata abbandonata non solo da
Hardin, ma dalla sua famiglia. All’inizio anch’io ero come
lei, solo un gioco per Hardin, finché si è innamorato di
me. Ecco la differenza tra me e questa dolce donna
incinta: Hardin ama me, e non è riuscito ad amare lei.
Un pensiero terrificante attraversa la mia mente: se
Hardin avesse amato lei ora non sarebbe mio. E sono
talmente egoista da essere grata di questo.
«Ti tratta bene?» mi chiede, con mia grande sorpresa.
«Quasi sempre…» Sorrido, perché è una pessima
risposta. «Sta imparando», aggiungo, in tono più sicuro.
«Be’, non posso sperare di meglio», commenta
ricambiando il mio sorriso.
«In che senso?»
«Ho pregato tanto che Hardin trovasse la salvezza, e
penso che finalmente sia successo.» Il suo sorriso si
allarga, e si accarezza di nuovo il pancione. «Tutti
meritano una seconda possibilità, anche i peccatori
incalliti, non ti pare?»
La ammiro molto. Se Hardin avesse fatto a me quello
che ha fatto a lei, senza neppure chiedere scusa, non
credo che avrei pensieri così positivi nei suoi confronti.
Anzi, probabilmente gli augurerei la morte. E invece
eccola qui, questa ragazza piena di compassione, che
vuole il meglio per lui.
Mi dichiaro d’accordo con lei, pur senza capire come
possa essere così comprensiva.
«Ti sembrerò pazza, immagino», ridacchia, «ma se
non fosse stato per Hardin non avrei mai conosciuto il
mio Elijah, e ora non starei per dare alla luce il nostro
primo figlio.»
Un brivido mi corre lungo la schiena al pensiero che
Hardin sia stato un trampolino di lancio per la vita di
Natalie… be’, per meglio dire un enorme ostacolo sulla
sua strada. Non voglio che Hardin sia un trampolino di
lancio nella mia vita, un ricordo doloroso, una persona
che sarò costretta a perdonare. Voglio che Hardin sia il
mio Elijah, il mio lieto fine.
La tristezza ha la meglio sulla paura quando Natalie mi
prende la mano e se la posa su un pancione che io
probabilmente non avrò mai, e guardo la fede al suo dito,
che io probabilmente non porterò mai. Sento un
movimento improvviso, e sussulto.
Natalie ride. «Il nostro piccolo amico è indaffarato, lì
dentro. Vorrei che si decidesse a uscire.» Torno a
posarle la mano sulla pancia, il bambino scalcia ancora e
io e Natalie ridiamo insieme. Non so cosa farci, è
contagioso.
«Quando nasce?» chiedo, ancora ipnotizzata dalla
vibrazione che sento sotto la mano.
«Doveva nascere due giorni fa. È testardo, il
ragazzino. Sono tornata al lavoro per stare in piedi,
sperando che si decida a fare capolino.»
Parla in modo così tenero di suo figlio… Vivrò mai
questa esperienza? Sentirò mai scalciare un bambino
nella pancia? Devo smetterla di autocommiserarmi, non
c’è ancora niente di sicuro.
Niente di sicuro per quanto riguarda la diagnosi; ma
puoi star certa che Hardin non vorrà mai diventare il
padre dei tuoi figli, mi schernisce una voce nella testa.
«Tutto bene?» mi chiede Natalie.
«Sì, scusa, stavo sognando a occhi aperti.»
«Sono proprio contenta di averti conosciuta», dice,
mentre Trish e Susan escono dal retrobottega. Susan ha
in mano un bouquet e un velo. Sono le due e mezzo:
mentre parlavo con Natalie, Trish ha svuotato il
bicchiere, e ora ha le guance rosse.
«Cinque minuti e sono pronta; forse devi guidare tu!»
esclama ridendo. L’idea mi spaventa, ma quando penso
all’altra opzione – chiamare Hardin – la paura di guidare
mi passa.
«Abbi cura di te, e ancora congratulazioni», saluto
Natalie prima di uscire dal negozio, con il vestito di Trish
tra le braccia e lei che mi segue.
«Anche tu, Tessa.» Mi sorride mentre la porta si
richiude.
«Posso portarlo io, se pesa troppo», dice Trish
quando siamo sul marciapiede. «Vado a prendere la
macchina. Ho bevuto un solo bicchiere, quindi posso
guidare.»
«Non fa niente, davvero», la tranquillizzo, pur essendo
terrorizzata al pensiero di guidare la sua macchina.
«No, sul serio, posso guidare», insiste tirando fuori le
chiavi dalla tasca della giacca.
55
Hardin

HO fatto il giro della casa più di cento volte, il giro del


quartiere due volte, ho persino chiamato Landon. Sto
impazzendo, e Tessa non risponde al telefono. Dove
sono finite?
Sono le tre passate. Quanto avevano da fare da quella
maledetta estetista?
Con l’adrenalina in circolo, sento il rumore delle ruote
di una macchina sulla ghiaia del vialetto. Mi affaccio alla
finestra e vedo l’auto di mia madre. Tessa scende per
prima e tira fuori dal bagagliaio un’enorme borsa bianca.
C’è qualcosa di diverso in lei.
«Preso!» dice a mia madre mentre apro la porta di
casa e vado a toglierle dalle mani quello stupido vestito.
I capelli… cos’ha fatto ai capelli?
«Vado a prendere Mike!» ci grida mia madre.
«Che cavolo ti sei fatta ai capelli?» chiedo. Tessa si
rabbuia e la scintilla che aveva negli occhi si spegne
all’istante.
Merda.
«Chiedevo solo perché… ti stanno bene.» In effetti
sta bene: lei è sempre bellissima.
«Li ho tinti… non ti piacciono?» Mi segue in casa.
Lancio la sacca sul divano. «Sta’ attento! È il vestito da
sposa di tua madre!» strilla, raccogliendo il fondo della
borsa dal pavimento. Ha i capelli più lucidi del solito, e
anche le sopracciglia sono diverse. Le donne si sforzano
troppo di piacere agli uomini, e gli uomini non si
accorgono neppure della differenza.
«Sono soltanto sorpreso», le dico. Ed è la verità: i suoi
capelli non sono molto diversi da prima, solo appena più
scuri alle radici.
«Bene, perché sono i miei capelli e li porto come mi
pare», ribatte mettendosi a braccia conserte.
Scoppio a ridere.
«Che c’è?» sibila irritata.
«Niente. Trovo molto divertente questo tuo impeto
femminista», commento continuando a ridere.
«Be’, mi fa piacere che lo trovi divertente, perché le
cose stanno così.»
«Okay.» La prendo per la manica e la tiro verso di
me, ignorando la generosa scollatura. Ho l’impressione
che non sia un buon momento per rimproverarla.
«Dico sul serio, basta con il maschilismo», mi
avverte, ma con un sorrisetto.
«Okay, ora però calmati. Cosa ti ha fatto mia madre?»
Le do un bacio sulla fronte e provo un sollievo enorme,
perché non ha menzionato né Susan né Natalie.
Preferisco che mi insulti perché commento la sua tinta, e
non per il mio passato.
«Niente. Sei stato maleducato, e mi sembrava un buon
momento per avvertirti che le cose stanno cambiando, da
queste parti.» Trattiene a stento un sorriso. Mi prende in
giro e mi mette alla prova, ed è adorabile, cazzo.
«Certo, certo, basta con il maschilismo», ripeto in
tono sarcastico, e lei si stacca da me. «Davvero, ho
capito», insisto, e la abbraccio di nuovo.
«Mi sei mancato, oggi», sospira.
«Davvero?» Ho voglia di una conferma. Non le è stato
ricordato il mio passato, dopotutto. È andata bene;
questo weekend andrà bene.
«Sì, soprattutto mentre Eduardo mi massaggiava. Le
sue mani sono ancora più grandi delle tue.» Ridacchia,
poi inizia a strillare quando me la carico in spalla e mi
avvio verso le scale. So per certo che non si è fatta
massaggiare da nessun uomo. Se così fosse, non me lo
riferirebbe e non si metterebbe a ridere.
Ecco, visto, riesco a non essere maschilista. A meno
che, naturalmente, non si presenti una minaccia
concreta. È di Tessa che stiamo parlando: c’è sempre
qualcuno che minaccia di portarmela via.
La porta sul retro si apre cigolando, e mia madre ci
chiama mentre siamo a metà delle scale. Sbuffo irritato,
e Tessa mi scongiura di metterla giù. Lo faccio, ma solo
perché mia madre romperà le scatole se esagero con le
dimostrazioni d’affetto davanti a lei e al vicino.
«Arriviamo!» risponde quando la poso a terra.
«A dire il vero no», sussurro baciandola sull’angolo
della bocca, e lei sorride.
«Tu no», precisa, e scende di corsa le scale, non
prima che io le abbia assestato una sculacciata.
Mi sento molto più sereno. Ieri sera mi sono
comportato da idiota senza motivo. Mia madre non
avrebbe mai organizzato un incontro tra Tessa e Natalie,
di cosa mi preoccupavo?
«Dove volete andare a cena? Pensavo che potremmo
andare da Zara, tutti e quattro.» Si rivolge al futuro
marito, e Tessa annuisce pur non avendo idea di cosa sia
Zara.
«Detesto Zara, è troppo affollato, e a Tessa non
piacerà niente lì», borbotto. In realtà lei mangerebbe
qualsiasi cosa pur di mantenere la pace, ma so che non
vorrebbe mangiare il fegato per la prima volta in una
situazione in cui si sentisse obbligata a sorridere e fingere
che le piaccia.
« A l Blues Kitchen, allora?» suggerisce Mike.
Francamente non mi va di andare da nessuna parte.
«Troppo rumoroso.» Mi appoggio con i gomiti al
bancone e gratto via una scaglia di fòrmica che si sta
scrostando.
«Be’, decidi tu e facci sapere», taglia corto mia
madre, esasperata. So che sta perdendo la pazienza, ma
sono venuto fin qui, no?
Annuisco, guardando l’orologio. Sono solo le cinque,
non dobbiamo uscire prima di un’ora. «Vado di sopra.»
«Dobbiamo essere fuori casa tra dieci minuti… sai
quanto è difficile trovare parcheggio da queste parti», mi
ricorda mia madre.
Splendido. Esco di corsa dal salotto, e Tessa mi
segue.
«Ehi.» Mi prende per la manica e mi fa girare.
«Che c’è?» faccio, tenendo a freno l’irritazione.
«Cosa ti prende? Se qualcosa ti dà fastidio dimmelo,
così troviamo una soluzione.»
«Com’è andato il pranzo?» Non me ne ha parlato, ma
sento il bisogno di chiederglielo.
Capisce. «Oh…» Guarda a terra, e io le faccio alzare
la testa con un dito sotto il mento. «È andato bene.»
«Di cosa avete parlato?» le chiedo. Evidentemente non
può essere andata tanto male, ma è chiaro che non ha
voglia di parlarne.
«L’ho conosciuta… Natalie.»
Sono impietrito. Piego le ginocchia per guardarla
meglio in faccia. «E?…»
«È fantastica.» Aspetto di veder la rabbia sul suo viso,
invece niente.
«Fantastica?» ripeto, totalmente spiazzato.
«Sì, è così dolce… e molto incinta.» Sorride.
«E Susan?» chiedo guardingo.
«Anche lei è molto simpatica e gentile.»
Ma… Ma Susan mi odiava per ciò che ho fatto a sua
nipote. «È andato tutto bene, quindi?»
«Sì, Hardin. Ho passato una bella giornata. Mi sei
mancato, ma la giornata è andata bene», ripete tirandomi
a sé. È così bella, nella penombra del corridoio. «Va
tutto bene, non preoccuparti.»
Appoggio la testa sulla sua e lei mi cinge in vita.
Mi sta consolando? Tessa mi sta consolando, mi
assicura che andrà tutto bene, dopo avere incontrato la
ragazza che ho quasi distrutto. Dice che andrà tutto
bene… Ma è vero?
«Non va mai bene niente, invece», bisbiglio, quasi
sperando che non mi senta. Se ha sentito, decide di non
rispondere.
«Non voglio andare a cena con loro», faccio dopo un
momento di silenzio. Vorrei portare Tessa di sopra e
smarrirmi dentro di lei, dimenticare i brutti pensieri di
oggi, scacciare i fantasmi e i ricordi, e concentrarmi su
di lei. Voglio che la sua sia l’unica voce che ho nella
testa, e ci riuscirei se affondassi in lei adesso.
«Dobbiamo andare: tua madre si sposa domani.
Staremo via poco.» Si sporge a baciarmi sulla guancia e
poi sul mento.
«Non potrei essere più entusiasta», borbotto
sarcastico.
«Vieni.» Mi riporta in salotto, tenendomi per mano;
appena raggiungiamo mia madre e Mike lascio la sua
mano.
Sospiro. «Be’, andiamo a mangiare.»

La cena è noiosa quanto mi aspettavo. Mia madre


tiene occupata Tessa chiacchierando di matrimoni e della
ridotta lista di invitati. Le elenca i parenti che
parteciperanno, cioè quasi nessuno dal suo lato; solo un
lontano cugino, perché i genitori di mia madre sono
morti da anni. Mike è taciturno quanto me, ma sembra
annoiarsi di meno. Guarda mia madre con
un’espressione che mi fa venir voglia di prenderlo a
schiaffi. È disgustoso, ma stranamente confortante. È
evidente che la ama, quindi forse non è poi così male.
«Sei la mia unica speranza di avere nipotini, Tessa»,
scherza mia madre mentre Mike paga il conto. A Tessa
va di traverso l’acqua e io le do qualche pacca sulla
schiena. Tossisce e chiede scusa, ma quando si riprende
ha gli occhi sbarrati e l’aria imbarazzata. È una reazione
eccessiva, ma è stata colta alla sprovvista.
Mia madre avverte la mia rabbia e si affretta a
giustificarsi: «Stavo scherzando. So che siete ancora
giovani», e con un gesto infantile mi fa la linguaccia.
Giovani? Che cazzo c’entra se siamo giovani? Non
può ficcare simili stronzate nella testa di Tessa. Siamo
già d’accordo: niente figli. E ora mia madre le farà venire
i sensi di colpa, la farà sentire obbligata… e litigheremo
di nuovo. La maggior parte dei nostri litigi riguarda i figli
e il matrimonio. Non voglio e non vorrò mai nessuna
delle due cose. Voglio Tessa, ogni giorno per il resto
della vita, ma non la sposerò. Mi torna in mente
l’ammonimento di Richard dell’altra sera, ma scaccio
subito il pensiero.
Dopo cena mia madre dà la buonanotte a Mike con un
bacio, e lui torna a casa. Quella stupida tradizione
secondo cui lo sposo non può vedere la sposa prima
delle nozze… Evidentemente mia madre ha dimenticato
che non è la prima volta; quelle ridicole superstizioni non
valgono al secondo matrimonio.
Muoio dalla voglia di prendere Tessa nel mio vecchio
letto, ma non posso farlo, perché questo schifo di casa
ha le pareti di cartone. Si sente cigolare la rete quando
mia madre si rigira nel letto nella stanza accanto.
«Dovevo prenotare una stanza in albergo», sbuffo
mentre Tessa si spoglia. Vorrei che dormisse con il
cappotto addosso, così il suo corpo seminudo non mi
tormenterebbe per tutta la notte. Invece si è messa la mia
maglietta, e non riesco a non fissare la curva del suo
seno, i fianchi morbidi, le cosce fasciate dal cotone
sottile. Mi fa piacere che la maglietta non le stia troppo
larga, altrimenti non mi offrirebbe questo spettacolo da
capogiro, che me lo fa venire duro, e che farà sembrare
eterna questa notte.
«Vieni qui, piccola.» Apro le braccia e lei posa la testa
sul mio petto. Voglio dirle quanto le sono grato per avere
gestito così bene la situazione con Natalie, ma non trovo
le parole giuste. Penso che lo sappia: non può non sapere
quanto fossi terrorizzato all’idea che qualcosa ci
separasse.
Si addormenta in pochi minuti, aggrappata a me,
mentre le accarezzo i capelli.
«Sei tutto per me», le dico.

Mi sveglio sudato. Tessa è ancora avvinghiata a me e


non riesco a respirare. Fa troppo caldo in questa casa.
Mia madre deve avere acceso il riscaldamento, eppure
non ce n’è bisogno, è primavera. Mi divincolo da Tessa
e le scosto i capelli madidi di sudore dalla fronte, poi
scendo al piano di sotto per controllare il termostato.
Sono mezzo addormentato quando entro in cucina,
ma vedendo cosa ho di fronte mi stropiccio gli occhi e
batto le palpebre per togliere di mezzo l’immagine
distorta che mi si è formata davanti.
Ma è ancora lì… loro sono ancora lì.
Mia madre è seduta sul bancone, a cosce aperte. Un
uomo è tra le sue gambe e la cinge in vita. Le mani di lei
affondano nei capelli biondi di lui. Si baciano. Non so
cosa cazzo sia successo, ma una cosa la so: quell’uomo
non è Mike.
È Christian Vance, porca puttana.
56
Hardin

COSA significa? Cosa sta succedendo? Resto senza


parole, una cosa che mi succede di rado. Mia madre sfila
le mani dai capelli di Vance e le posa sulle sue guance, lo
bacia con più forza.
Devo aver fatto un rumore – forse un rantolo, un
sussulto, che cazzo ne so – perché mia madre apre gli
occhi e spintona subito via Vance. Lui gira la testa verso
di me e, sbalordito, indietreggia dal bancone. Come
hanno fatto a non sentirmi scendere le scale? Cosa ci fa
lui qui, in questa cucina?
Cosa cazzo succede?
«Hardin!» esclama mia madre saltando giù dal
bancone.
«Hardin, posso…» inizia a dire Vance. Alzo la mano
per zittirli mentre tento di dare un senso alla scena
assurda che ho davanti.
«Come…» ansimo. «Come?…» I miei piedi
indietreggiano da soli. Voglio allontanarmi da quei due più
in fretta possibile, ma allo stesso tempo voglio una
spiegazione.
Saetto lo sguardo dall’uno all’altra, cercando di
riconciliare l’immagine che ho davanti con le persone
che credevo di conoscere. Ma non ci riesco, non c’è
niente che abbia senso.
Arretro fino alle scale, mentre mia madre avanza
verso di me. «Non è…» farfuglia.
Mi accorgo con sollievo che lo choc e il senso di
vulnerabilità stanno lasciando il posto alla rabbia,
un’emozione che mi è più familiare. La rabbia so gestirla,
addirittura mi piace; sentirmi scioccato e ammutolito mi
piace molto meno.
Non sto più indietreggiando, sto avanzando verso di
loro, e ora è mia madre ad arretrare, mentre Vance si
piazza davanti a lei. Ma cosa?…
«Che cazzo di problema hai?» la interrompo, senza
badare alle lacrime egoiste che vedo luccicare nei suoi
occhi. «Ti sposi domani! E tu…» sibilo al mio ex datore
di lavoro, «tu sei fidanzato, brutto stronzo, e stavi per
scoparti mia madre sul bancone della cucina!» Sferro un
pugno al bancone già danneggiato. Il rumore del legno
che si spezza mi eccita, mi fa venire voglia di continuare.
«Hardin!» grida mia madre.
«Non urlarmi in faccia, cazzo!» Sento dei passi al
piano di sopra: le nostre voci hanno svegliato Tessa, che
viene a cercarmi.
«Non parlare così a tua madre.» La voce di Vance è
pacata, ma contiene una chiara minaccia.
«Non ti permettere di dirmi cosa devo fare, cazzo! Tu
non sei nessuno, chi cazzo sei?» Affondo le unghie nei
palmi e sento crescere dentro la rabbia, una massa
informe e pronta a esplodere.
«Sono…» inizia, ma mia madre lo prende per la spalla
e lo tira indietro.
«Christian, no.»
«Hardin?» chiama Tessa dalle scale, e pochi istanti
dopo entra in cucina. Si guarda intorno, vede l’ospite
inatteso e poi viene verso di me. «Tutto bene?» sussurra
posando una mano sul mio braccio.
«Benissimo! Va tutto a meraviglia!» Tiro via il braccio
di scatto. «Ma forse ti conviene avvertire la tua amica
Kimberly che il suo amatissimo fidanzato si scopa mia
madre.»
Lei rimane con gli occhi bassi a fissare il pavimento
ma non dice niente. Avrei preferito che restasse al piano
di sopra, ma so che al posto suo sarei sceso anch’io.
«Dov’è la tua amata Kimberly? In un albergo qui
vicino con tuo figlio?» chiedo a Vance, pieno di
sarcasmo. Non mi piace Kimberly, è una ficcanaso e una
rompipalle, ma ama Vance, ed ero convinto che lui
amasse lei. Evidentemente mi sbagliavo. Non gliene frega
un cazzo di lei e del loro imminente matrimonio.
Altrimenti non starebbe succedendo tutto questo.
«Hardin, dobbiamo calmarci tutti.» Mia madre cerca
di smorzare la tensione, e toglie la mano dalla spalla di
Vance.
«Calmarci?» Sbotto in una risata amara. «Ti sposi
domani, e ti trovo qui in piena notte a gambe aperte sul
bancone della cucina come una puttana.»
Appena l’ultima parola mi è uscita di bocca, Vance mi
è addosso. Mi si avventa contro e mi scaraventa a terra,
facendomi battere la testa.
«Christian!» grida mia madre. Vance mi immobilizza
con tutto il suo peso, ma riesco a liberare le mani.
Quando il suo pugno si schianta contro il mio naso sento
una scarica di adrenalina nelle vene, e non ci vedo più
dalla rabbia.
57
Tessa

ST O sognando? Per favore, fa’ che sia un incubo…


Quello che vedo non può essere vero.
Christian si avventa su Hardin e gli sferra un pugno
sul naso, producendo un rumore disgustoso che mi
lacera le orecchie. Mi crolla il mondo addosso. Hardin
risponde con un cazzotto altrettanto forte sul mento di
Christian, che è costretto ad allentare la presa.
In pochi istanti Hardin rotola via da sotto di lui, lo
prende per le spalle e lo fa sdraiare. Perdo il conto dei
pugni e non capisco chi stia avendo la meglio.
«Fermali!» grido a Trish. Vorrei andare a separarli,
perché so che se mi avvicino Hardin si fermerà
all’istante, ma ho paura che sia troppo arrabbiato, fuori
controllo e che involontariamente faccia qualcosa di cui
in seguito si pentirebbe amaramente.
«Hardin!» Trish lo afferra per la spalla nuda e cerca di
tirarlo via, ma nessuno dei due si accorge di lei.
In quel momento la porta sul retro si apre e appare
Mike, in preda al panico. Oddio. «Trish? Cosa sta?…»
Batte le palpebre dietro le lenti spesse degli occhiali.
Meno di un secondo dopo si unisce alla rissa,
afferrando Hardin per le braccia. È un uomo alto e
grosso, e riesce facilmente a sollevare Hardin e a
spingerlo verso il muro. Christian si rimette
faticosamente in piedi, e Trish lo spintona verso la parete
opposta. Hardin trema, furente, fa respiri così affannosi
che ho paura che gli si squarcino i polmoni. Corro verso
di lui: non so cosa fare ma ho bisogno di stargli accanto.
«Che diavolo è successo?» La voce autoritaria di Mike
richiama subito l’attenzione generale.
Sta accadendo tutto troppo in fretta: il terrore negli
occhi di Trish, i lividi sul viso di Christian, il sangue che
corre dal naso alla bocca di Hardin… troppe cose
insieme.
«Chiedilo a loro!» grida Hardin, e delle gocce di
sangue cadono sul suo petto. Indica Trish, spaventata, e
Christian, che è furibondo.
«Hardin, andiamo di sopra», dico in tono pacato.
Cerco di prenderlo per mano e di tenere a bada il panico.
Tremo, e sento lacrime calde sulle guance, ma ciò che
sta succedendo non riguarda me.
«No!» esclama tirando via la mano. «Diteglielo!
Ditegli cosa stavate facendo, cazzo!» Tenta di avventarsi
ancora su Christian, però Mike si frappone tra loro.
Chiudo gli occhi per un momento e prego che Hardin
non aggredisca anche lui.
All’improvviso sono di nuovo nella mia vecchia stanza
al dormitorio, tra Hardin e Noah, e Hardin mi costringe a
confessare la mia infedeltà al ragazzo con cui ho passato
metà della mia vita. Lo sguardo di Noah non mi ha
spezzato il cuore quanto lo sguardo che vedo ora.
L’espressione di Mike è un misto di comprensione,
confusione e dolore.
«Hardin, per favore non farlo», lo scongiuro.
«Hardin», ripeto. Non deve mettere in imbarazzo
quest’uomo. Dev’essere Trish a confessarglielo, a modo
suo, in privato. Non in questo modo.
«Vaffanculo! Andate tutti affanculo!» sbraita Hardin.
Sferra un altro pugno al vecchio bancone, spaccandolo
in due. «A Mike non dispiacerà se domani usate voi due
il locale per il ricevimento», riprende a voce più bassa,
misurata, crudele. «D’altronde avrà speso un mucchio di
soldi per questa farsa del matrimonio», conclude con un
ghigno.
Inorridita, tengo gli occhi bassi. Non c’è modo di
fermarlo quando è in questo stato, infatti nessuno ci
prova. Restiamo tutti in silenzio, e Hardin prosegue.
«Che bella coppia siete. L’ex moglie e il migliore
amico di un alcolizzato. Mi dispiace, Mike, ma sei
arrivato cinque minuti dopo l’inizio del film. Ti sei perso
la parte in cui la tua sposa gli ha infilato la lingua in
gola.»
Christian tenta di saltargli addosso di nuovo, ma Trish
gli si piazza davanti. Hardin e Christian si scrutano come
due pantere.
Sto scoprendo un lato di Vance che non conoscevo.
Non c’è traccia di ironia o umorismo sul suo viso; c’è
solo rabbia. Non vedo più il Christian che abbraccia
Kimberly e le sussurra che è bellissima.
«Brutto, piccolo, ingrato…» sibila a denti stretti.
«Io sarei ingrato? Sei tu quello che mi ammorba con
le gioie del matrimonio, e poi te la fai con mia madre!»
Non mi capacito: Christian e Trish? Trish e Christian?
Non ha alcun senso. So che sono amici da molti anni, e
Hardin mi ha raccontato che Christian aveva ospitato lui
e Trish, prendendosi cura di loro dopo che Ken se n’era
andato. Ma una relazione clandestina?
Non avevo mai pensato che Trish fosse quel tipo di
donna, e Christian mi era sempre sembrato così
innamorato di Kimberly. Kimberly… sono triste per lei: lo
ama talmente tanto… Sta organizzando il matrimonio dei
suoi sogni con l’uomo dei suoi sogni, e ora si scopre che
non lo conosce affatto. Sarà un colpo durissimo per lei.
Si è costruita una vita con Christian e suo figlio. Farò
tutto il necessario per impedire che sia Hardin a dirglielo.
Non gli permetterò di umiliarla e deriderla come ha
appena fatto con Mike.
«Non è così!» ribatte Christian, fuori di sé quanto
Hardin. I suoi occhi verdi sono furenti, sembra che
voglia strozzarlo.
Mike fissa in silenzio la sua promessa sposa, che ha le
guance rigate di lacrime.
«Mi dispiace tanto, non doveva succedere. Non lo
so…» si interrompe perché le si incrina la voce, e i suoi
singhiozzi mi spezzano il cuore. Imbarazzata, distolgo lo
sguardo.
Mike scuote la testa per respingere le sue scuse e
senza dire niente esce dalla cucina, sbattendosi la porta
alle spalle. Trish cade in ginocchio e si prende il viso tra
le mani.
Christian incurva le spalle, e per un momento la
preoccupazione sovrasta la rabbia: si mette in ginocchio
accanto a lei e la stringe tra le braccia. Il respiro di
Hardin accelera di nuovo, i pugni si serrano lungo i
fianchi. Poso le mani sulle sue guance. Ho la nausea alla
vista del sangue, che ormai gli è colato fino al mento e gli
imbratta le labbra… Ce n’è così tanto…
«No», mi dice spingendo via le mie mani. Guarda
dietro di me, Christian che abbraccia sua madre.
Sembrano essersi dimenticati di noi, o semplicemente
non se ne curano. Sono così confusa…
«Hardin, ti prego», dico piangendo, e alzo di nuovo le
mani tremanti verso il suo viso.
Finalmente mi guarda, e nei suoi occhi leggo il senso
di colpa.
«Per favore, andiamo di sopra», lo scongiuro.
Continuiamo a fissarci e lentamente la rabbia svanisce dai
suoi occhi.
«Portami lontano da loro», mormora. «Portami via di
qui.»
Lo prendo per un braccio e lo conduco delicatamente
fuori dalla cucina. Quando arriviamo alle scale si ferma.
«No… voglio andarmene da questa casa.»
«Okay», acconsento, dato che anch’io voglio la stessa
cosa. «Prendo la nostra roba, tu va’ alla macchina.»
«No, se vado di là…» Non c’è bisogno che finisca la
frase. So esattamente cosa succederà se lo lascio solo
con sua madre e Christian.
«Vieni di sopra, non ci vorrà molto», gli dico. Mi
impongo di restare calma, di essere forte per lui, e finora
ci sto riuscendo.
Si lascia accompagnare su per le scale e in camera.
Infilo le nostre cose alla rinfusa nei borsoni, senza
perdere tempo a piegare i vestiti. Sobbalzo e a stento
trattengo un grido quando Hardin rovescia il comò. Poi si
mette in ginocchio e tira fuori il primo cassetto, che è
vuoto. Lo getta da una parte e tira fuori il secondo.
Distruggerà tutta la stanza se non lo porto via.
Mentre sta lanciando l’ultimo cassetto contro la
parete, gli cingo il torace con le braccia. «Vieni in bagno
con me.» Lo porto in bagno e mi chiudo dentro con lui.
Prendo un asciugamano, apro il rubinetto e gli chiedo di
sedersi sul coperchio del water. Il suo silenzio mi dà i
brividi, ma non voglio insistere.
Non parla e non batte ciglio quando gli pulisco il
sangue sulla guancia, sotto il naso, sulle labbra e sul
mento.
«Non è rotto», annuncio dopo un rapido esame del
naso. Il labbro ferito si è già gonfiato, ma non sanguina
più. Ho ancora in mente la scena terribile di lui e
Christian che si picchiano.
Hardin non replica.
Dopo aver tolto gran parte del sangue, risciacquo
l’asciugamano e lo lascio nel lavandino. «Vado a
prendere le valigie. Tu resta qui», gli ordino sperando
che mi dia retta.
Corro in camera a sistemare i bagagli e riapro la
valigia. Hardin è scalzo e a torso nudo, e io indosso solo
la sua maglietta. Non ho avuto tempo di vestirmi quando
ho sentito le urla, e neanche di provare imbarazzo perché
ero mezza nuda. Non so cosa mi aspettassi di trovare al
primo piano, ma certo non quello che ho trovato.
Torno in bagno, e Hardin resta in silenzio mentre gli
metto una maglietta e i calzini. Mi infilo jeans e felpa
senza il minimo tentativo di rendermi presentabile. Mi
sciacquo le mani cercando di lavare via il sangue da sotto
le unghie.
Sempre senza parlare raggiungiamo le scale, e Hardin
prende entrambe le borse. Fa un rantolo di dolore quando
si mette la tracolla in spalla, e io rabbrividisco
immaginando il livido.
Mentre usciamo di casa sento i singhiozzi di Trish e la
voce di Christian che la consola. Quando arriviamo alla
macchina a noleggio Hardin si gira a guardare la casa
con aria tetra.
«Posso guidare io.»
«No, guido io», dice strappandomi di mano le chiavi,
e io non obietto.
Vorrei chiedergli dove andiamo, ma è meglio di no: è
molto alterato, e devo fare attenzione. Poso la mano sulla
sua e per fortuna non si sottrae al mio tocco.
I minuti sembrano durare ore; attraversiamo la
cittadina in silenzio, e ogni chilometro intensifica la
tensione. Guardo dal finestrino e riconosco la strada che
ho percorso nel pomeriggio: passiamo davanti alla
boutique di Susan. Il ricordo di Trish che si asciuga le
lacrime davanti allo specchio con il vestito da sposa
addosso mi fa venire da piangere. Come ha potuto?
Doveva sposarsi domani, perché ha fatto una cosa del
genere?
La voce di Hardin mi riporta bruscamente al presente.
«Non ci posso credere, cazzo.»
«Non capisco», ammetto, e gli stringo forte la mano.
«Tutto e tutti fanno schifo, nella mia vita», dice in
tono inespressivo.
«Lo so.» Non sono affatto d’accordo, ma non è il
caso di contraddirlo.
Entra nel parcheggio di un piccolo motel. «Restiamo
qui per stanotte e partiamo domattina. Non so cosa ne
sarà del tuo lavoro e dove abiterai quando torniamo in
America.»
Ero così preoccupata per lui e per la violenza a cui ho
assistito in quella cucina che non ci avevo pensato:
l’uomo che si rotolava a terra con Hardin non è solo il
mio capo, ma anche il proprietario della casa in cui abito.
«Vieni o no?» mi chiede dopo essere sceso dalla
macchina.
Per tutta risposta, scendo a mia volta e senza parlare
lo seguo nel motel.
58
Tessa

L’UOMO dietro il bancone consegna a Hardin la chiave


della stanza con un sorriso che lui non ricambia. Cerco
di sorridergli io, ma mi esce una smorfia forzata e
l’uomo distoglie subito lo sguardo.
In silenzio attraversiamo l’atrio e cerchiamo la stanza.
Il corridoio è lungo e stretto, con pareti color crema
tappezzate di dipinti a tema religioso: un bell’angelo in
ginocchio davanti a una vergine, due amanti abbracciati.
Rabbrividisco quando vedo l’ultimo quadro: gli occhi neri
di Lucifero mi fissano dalla parete accanto alla porta della
nostra stanza. Non stacco gli occhi da quello sguardo
vacuo mentre seguo Hardin nella stanza e accendo la
luce. Lui lancia la mia borsa su una poltrona nell’angolo e
posa la valigia accanto alla porta.
«Faccio una doccia», dice a bassa voce. Va in bagno
senza guardarsi indietro e chiude la porta.
Vorrei seguirlo, ma sono combattuta. Non voglio farlo
agitare ancora di più, ma allo stesso tempo voglio
assicurarmi che stia bene e che non si crogioli nel
dolore… non da solo, almeno.
Mi spoglio e lo raggiungo in bagno, completamente
nuda. Quando apro la porta lui non si gira. Il vapore ha
già saturato il piccolo ambiente con una nube bianca in
cui si intravedono i tatuaggi neri di Hardin. Scavalco i
vestiti gettati a terra e mi fermo alle sue spalle, a mezzo
metro di distanza.
«Non ho bisogno che tu…» inizia a dire, con voce
atona.
«Lo so.» So che è furibondo, si sente ferito, e sta per
rifugiarsi di nuovo dietro quel muro che ho lottato tanto
per abbattere. Sta tenendo la rabbia sotto controllo, ci sta
riuscendo così bene che vorrei ammazzare Trish e
Christian per averlo fatto esplodere in quel modo.
Sorpresa dalla piega violenta che hanno preso i miei
pensieri, cerco di scacciarli.
Senza un’altra parola, Hardin entra nella doccia.
Traggo un respiro profondo, faccio appello a tutto il mio
coraggio ed entro con lui. L’acqua è bollente, fin troppo,
e mi nascondo dietro Hardin per schivarla. Lui se ne
accorge e regola la temperatura.
Prendo il bagnoschiuma e lo verso su un asciugamano
che poso delicatamente sulla schiena di Hardin. Lui
sobbalza e tenta di spostarsi, ma io lo seguo e mi
avvicino.
«Non serve che tu mi parli, ma so che hai bisogno di
me in questo momento.» Il mio sussurro si perde tra i
respiri affannosi di Hardin e lo scroscio dell’acqua.
Resta immobile e si lascia passare l’asciugamano sul
tatuaggio. Il mio tatuaggio.
Si gira verso di me e mi permette di lavargli il petto,
osservando i movimenti dell’asciugamano. Sento
irradiare la rabbia da lui, mescolata al vapore, e i suoi
occhi mi fissano. Sembra sul punto di esplodere.
All’improvviso mi prende per il collo con le mani e mi
bacia con disperazione. Le mie labbra si schiudono da
sole a quel contatto imprevisto. Non c’è niente di
delicato, niente di gentile nel suo tocco. Gli mordo il
labbro e lo strattono delicatamente, attenta a evitare la
ferita. Lui geme e mi spinge contro la parete di piastrelle.
Mi lamento quando la sua bocca si stacca da me, ma
un istante dopo mi sta già baciando sul collo, sul petto.
Mi prende i seni tra le mani ferite e li lecca, li succhia, li
mordicchia. Getto la testa all’indietro e mi appoggio di
nuovo alla parete, affondo le dita tra i suoi capelli e li
strattono come so che gli piace.
Senza preavviso si mette in ginocchio sotto il getto
della doccia e per un istante ho un vago ricordo, non so
bene di cosa. Ma poi lui mi tocca di nuovo, e tutti i
pensieri svaniscono.
59
Hardin

LE dita di Tessa mi strattonano i capelli e mi tirano verso


la sua pelle arrossata, già gonfia. Toccarla, assaporarla
così, fa svanire ogni altro pensiero dalla mia mente
tormentata.
Lancia un grido quando inizio a leccarla, e solleva i
fianchi dalla parete della doccia per venire incontro alla
mia bocca, vogliosa, disperata.
Troppo presto mi rimetto in piedi e le alzo una gamba
per posarla intorno al mio fianco, poi faccio lo stesso
con l’altra. La sollevo e la penetro lentamente.
«Merda…» biascico, travolto dal calore, dal bagnato,
dalla sensazione del suo corpo senza la barriera del
profilattico tra noi.
Chiude gli occhi mentre le mie spinte continuano a
riempirla e a svuotarla ritmicamente. Cerco di
trattenermi, ma vorrei scoparla così forte da dimenticare
tutto il resto. Invece ci vado piano, ma con la bocca e
con le mani mi impadronisco di lei. Quando la bacio
appena sopra il seno mi stringe più forte le spalle. Sento
il sangue affiorare in superficie sotto la lingua e mi tiro
indietro per osservare il segno rosa che ho lasciato.
Lo guarda anche lei. Non mi rimprovera per quel
succhiotto; si morde il labbro e lo fissa con occhi
adoranti. Mi graffia la schiena, dall’alto verso il basso, e
io la premo con più forza contro la parete. Stringo le sue
cosce fino a lasciare il segno e mi spingo dentro di lei
ripetendo il suo nome all’infinito.
Sento le sue gambe irrigidirsi, sento che ci siamo
quasi.
«Hardin», ansima, e un momento dopo viene. Solo
allora mi rendo conto che posso venire dentro di lei
senza rischi, e non mi trattengo più. Esplodo nel suo
corpo chiamandola per nome.
«Ti amo.» La bacio sulla tempia e appoggio la fronte
sulla sua per riprendere fiato.
«Ti amo», ansima Tessa a occhi chiusi. Resto dentro
di lei e mi concedo di assaporare il semplice piacere di
sentire la sua pelle sulla mia.
L’acqua che scorre sulla mia schiena si sta
raffreddando: non ci restano più di dieci minuti di acqua
calda. L’idea di una doccia fredda in piena notte mi
induce a rimettere Tessa in piedi e uscire da lei. Mi
soffermo a guardare la riprova del mio orgasmo che cola
tra le sue cosce. Porca puttana, valeva la pena di
aspettare sette mesi soltanto per questa immagine.
Voglio ringraziarla, dirle che la amo e che mi ha
portato fuori dall’oscurità, non solo stasera ma fin dal
giorno in cui mi ha baciato all’improvviso nella mia
vecchia stanza alla confraternita; però non trovo le
parole.
Riapro l’acqua calda e fisso la parete. Faccio un
sospiro di sollievo quando sento di nuovo l’asciugamano
morbido sulla schiena, che ricomincia il lavoro interrotto
pochi minuti fa.
Mi giro verso di lei, mi lascio lavare il collo in silenzio.
La rabbia è ancora lì, in agguato, sobbolle piano dentro di
me, ma Tessa mi ha aiutato ad andare oltre la mia rabbia,
come solo lei è in grado di fare.
60
Tessa

«MIA madre è completamente fuori di testa.» Hardin


riprende a parlare dopo lunghi minuti di silenzio.
Sussulto, colta alla sprovvista, ma mi riprendo subito e
ricomincio a lavarlo. «Insomma, questa storia sembra
uscita da Tolstoj.»
Passo mentalmente in rassegna le opere di Tolstoj, e
mi ricordo della Sonata a Kreutzer. Malgrado l’acqua
calda della doccia, mi sento rabbrividire.
«Kreutzer?» domando, sperando di essermi sbagliata,
o almeno che io e lui diamo due interpretazioni diverse di
quella storia tragica.
«Sì, ovviamente.» Il suo tono è tornato a essere
robotico, Hardin si è di nuovo rifugiato dietro quel
maledetto muro.
«Non so se paragonerei questa… situazione a una
vicenda così tragica», replico a bassa voce. Quel testo è
pieno di sangue, gelosia e rabbia, e preferisco pensare
che la storia in cui siamo coinvolti avrà un finale
migliore.
«Non completamente, forse, però è così», risponde
come se mi avesse letto nel pensiero.
Ripenso alla trama del romanzo, cercando qualche
punto di contatto con la vicenda di Trish, ma l’unico che
mi viene in mente riguarda lo stesso Hardin e le sue
convinzioni sul matrimonio. E mi assale un altro brivido.
«Non avevo in programma di sposarmi, e tuttora non
intendo farlo, perciò no, non è cambiato niente»,
continua in tono freddo.
Ignoro la fitta di dolore nel petto e mi concentro su di
lui. «Okay.» Passo l’asciugamano su un suo braccio, poi
sull’altro, e quando alzo lo sguardo vedo che ha gli occhi
chiusi.
«Quale delle storie sarà la nostra, secondo te?» chiede
prendendomi l’asciugamano.
«Non lo so», rispondo sinceramente. Vorrei tanto
sapere la risposta.
«Neanch’io.» Versa altro bagnoschiuma
sull’asciugamano e lo passa sul mio petto.
«Non possiamo inventarci una storia nostra?»
domando incrociando i suoi occhi tormentati.
«Penso di no. Sai bene che può finire solo in due
modi.»
È ferito e arrabbiato, ma non voglio che gli errori di
Trish influenzino la nostra storia, e nei suoi occhi vedo
che sta già facendo confronti.
Provo a dirottare la conversazione. «Cos’è che ti dà
più fastidio in questa faccenda? Che il matrimonio è
domani… be’, oggi?» Sono quasi le quattro del mattino,
e il matrimonio è – o era – fissato per le due del
pomeriggio. Cos’è successo dopo che siamo usciti da
quella casa? Mike è tornato per parlare con Trish, oppure
Christian e Trish hanno ricominciato da dove sono stati
interrotti?
«Non lo so.» Sospira e mi passa l’asciugamano sulla
pancia e sui fianchi. «Non me ne frega un cazzo del
matrimonio, a questo punto: sono solo due bugiardi di
merda.»
«Mi dispiace.»
«Sarà mia madre a dispiacersi. È lei quella che ha
venduto la casa e ha tradito lo sposo la sera prima del
matrimonio.» Mi strofina con più forza man mano che la
rabbia cresce dentro di lui.
Resto in silenzio ma gli prendo l’asciugamano e lo
appendo al gancio dietro di me.
«E Vance? Quanto bisogna essere figli di puttana per
andare a letto con l’ex moglie del tuo migliore amico?
Mio padre e Christian Vance si conoscono da quando
erano bambini.» Il suo tono è amareggiato, persino
minaccioso. «Dovrei chiamare mio padre e sentire se sa
che razza di puttana traditrice…»
Gli tappo la bocca prima che possa finire la frase. «È
comunque tua madre», gli ricordo. Comprendo la sua
rabbia, ma non deve insultarla.
Tolgo la mano dalla sua bocca per lasciarlo parlare.
«Non me ne frega niente se è mia madre, e non me ne
frega un cazzo neppure di Vance. Tanto peggio per lui,
perché quando dirò tutto a Kimberly e tu darai le
dimissioni, sarà fregato», dichiara sprezzante,
pregustando già la vendetta.
«Non lo dirai a Kimberly.» Lo guardo negli occhi,
supplicante. «Se non glielo dice Christian lo farò io, ma
non ti permetterò di metterla in imbarazzo o deriderla.
Capisco che sei arrabbiato con tua madre, ma Kimberly
non ha colpa, e non voglio che soffra», dico con
fermezza.
«E va bene. Tu però smetti di lavorare lì», afferma
mentre si risciacqua i capelli dalla schiuma.
Sospiro e cerco di togliergli il flacone dello shampoo
dalle mani, ma lo tira via.
«Dico sul serio, non lavorerai più per lui.»
Lo capisco, ma non è il momento di discutere del mio
lavoro. «Ne parleremo dopo», taglio corto, e finalmente
mi approprio dello shampoo. L’acqua si sta raffreddando
e vorrei lavarmi i capelli.
«No!» sbotta riprendendosi il flacone. Mi sto
sforzando di restare calma, di non urtarlo, ma lui fa di
tutto per impedirmelo.
«Non posso lasciare lo stage; non è così semplice.
Dovrei informare l’università, compilare un sacco di
moduli e fornire una spiegazione plausibile. Poi dovrei
iscrivermi ad altri corsi a metà semestre per recuperare i
crediti che accumulavo alla Vance, e dato che sono già
scaduti i termini per le richieste di aiuti economici dovrei
pagare il tutto di tasca mia. Non posso andarmene così
all’improvviso. Troverò una soluzione, ma ho bisogno di
un po’ di tempo, per favore.» Rinuncio a lavarmi i
capelli.
«Tessa, non potrebbe fregarmene di meno dei moduli
che devi compilare; stiamo parlando della mia famiglia.»
Mi sento subito in colpa. Ha ragione, no? Non lo so,
sinceramente, ma il suo labbro spaccato e i lividi sul naso
mi fanno pensare di sì. «Lo so, mi dispiace. Ma prima
devo trovare un altro stage, non ti chiedo altro.» Perché
glielo sto chiedendo? «Ti dico solo… insomma, ti sto
dicendo… che mi serve un po’ di tempo. Dovrò già
trasferirmi in albergo…» Provo un’ansia improvvisa al
pensiero che non avrò più una casa né un lavoro, e sarò
di nuovo senza amici.
«Non ne troveresti un altro in ogni caso, o almeno
non retribuito», mi ricorda bruscamente. Lo sapevo già,
ma mi illudevo di avere qualche speranza.
«Non so cosa farò, ma ho bisogno di tempo. È un tale
casino…» Esco dalla doccia e prendo un asciugamano.
«Be’, non hai molto tempo. Dovresti tornare al
campus centrale con me.»
«Tornare alla Washington Central?» domando
incredula. La sola idea mi dà la nausea. «Non ci torno, là:
dopo l’ultimo fine settimana non ho intenzione di tornarci
neanche in visita, figuriamoci a vivere. Non se ne parla.»
Mi avvolgo nell’asciugamano ed esco dal bagno.
Prendo il telefono e vado nel panico vedendo che ho
cinque chiamate perse e due sms. Tutti di Christian.
Entrambi i messaggi mi scongiurano di chiedere a Hardin
di chiamarlo subito.
«Hardin.»
«Che c’è?» sbotta.
Trattengo l’irritazione. «Christian ti ha chiamato,
molte volte.»
Esce dal bagno con un asciugamano avvolto intorno
alla vita. «E allora?»
«E se è successo qualcosa a tua madre? Non vuoi
accertarti che stia bene? Oppure posso…»
«No, vaffanculo a tutti e due. Non chiamarli.»
«Hardin, penso davvero che…»
«No.»
«Gli ho già scritto un messaggio per sapere se tua
madre sta bene», confesso.
Fa una smorfia. «Ma certo.»
«Per favore, smettila di prendertela con me. Sto
cercando di aiutarti, ma non puoi sfogarti su di me. Non
è colpa mia.»
«Scusa.» Si passa le mani sui capelli bagnati.
«Spegniamo i telefoni e dormiamo un po’.» Parla in tono
più calmo, e lo sguardo nei suoi occhi si è addolcito
molto. «Questa maglietta è macchiata», osserva,
scalciando la t-shirt insanguinata sul pavimento, «e non
so dove sia l’altra.»
«La prendo dalla valigia.»
«Grazie.» Sospira. Mi rende felice sapere che trae
così tanto conforto dal vedermi con i suoi vestiti
addosso, persino in un momento così brutto. Recupero
la maglietta che indossava oggi e gli passo un paio di
boxer puliti da mettersi per dormire, poi ripiego i vestiti
in valigia.
«Appena mi sveglio telefono per cambiare la
prenotazione dei voli, ora non riesco a concentrarmi.» Si
siede sul letto per un momento, poi si sdraia.
«Posso farlo io», mi offro, tirando fuori il suo
computer dalla valigia.
«Grazie», borbotta, già mezzo addormentato.
Pochi secondi dopo mormora: «Vorrei poterti portare
via, lontano». Con le mani posate sulla tastiera, aspetto
che aggiunga altro, ma poco dopo inizia a russare
sommessamente.
Mentre apro il sito delle linee aeree sento vibrare il mio
telefono. Sul display appare il nome di Christian. Rifiuto
la chiamata, ma quando ne arriva un’altra prendo la
chiave della stanza ed esco in corridoio senza far
rumore.
Rispondo parlando piano. «Pronto.»
«Tessa? Lui come sta?» chiede, spaventato.
«Sta… bene. Ha il naso gonfio ed è pieno di lividi, ha
il labbro spaccato e qualche taglio», spiego in tono ostile.
«Oh. Mi dispiace molto che si sia arrivati a questo.»
«Anche a me», replico secca al mio capo, cercando di
non guardare l’orribile dipinto che ho davanti.
«Devo parlargli. So che è confuso e arrabbiato ma
devo spiegargli alcune cose.»
«Non vuole parlare con te, e sinceramente perché
dovrebbe farlo? Si fidava di te, e sai che si fida di ben
poche persone.» Abbasso la voce. «Sei fidanzato con
una donna splendida, e Trish doveva sposarsi domani.»
«Si sposa ancora.»
«Eh?» Mi inoltro nel corridoio e mi fermo davanti al
bel quadro dell’angelo in ginocchio, ma più lo guardo più
mi sembra angosciante. Dietro quell’angelo ce n’è un
altro, dal corpo quasi trasparente, con in mano un
pugnale a doppio taglio. La vergine dai capelli castani lo
guarda con un sorriso sinistro, e sembra aspettarsi un
attacco contro l’angelo in ginocchio. L’espressione del
secondo angelo è distorta in un ghigno, il suo corpo è
contorto in una posa innaturale: si prepara a pugnalare il
primo angelo. Distolgo lo sguardo e mi concentro sulla
voce nel telefono.
«Il matrimonio si farà. Mike ama Trish, e lei ama lui;
si sposeranno domani, nonostante il mio errore.» Sembra
che faccia fatica a tirar fuori le parole.
Ho così tante domande da fargli, ma non ci riesco. È
il mio capo, e ha una relazione con la madre di Hardin;
non sono affari miei.
«Immagino cosa penserai di me, Tessa, ma se mi
lasci spiegare forse capirete entrambi.»
«Hardin vuole che io cambi la prenotazione e che
prendiamo un aereo in mattinata», lo informo.
«Non può partire senza aver salutato sua madre.
Morirà di dispiacere.»
«Non penso che sia il caso di farlo stare nella stessa
stanza con lei.» Torno verso la camera e mi fermo fuori
dalla porta.
«Capisco che tu senta il bisogno di proteggerlo, e mi
fa molto piacere vedere la tua lealtà nei suoi confronti.
Ma Trish ha avuto una vita difficile, ed è ora che trovi un
po’ di felicità. Non mi aspetto che Hardin venga al
matrimonio, ma per favore, fa’ il possibile per
convincerlo almeno a salutarla. Dio sa quando tornerà di
nuovo in Inghilterra», conclude con un sospiro.
«Non lo so.» Passo le dita sulla cornice di bronzo del
ritratto di Lucifero. «Vedrò cosa posso fare, ma non ti
prometto niente. Non voglio insistere troppo.»
«Capisco. Grazie», dice chiaramente sollevato.
«Christian?»
«Sì, Tessa?»
«Lo dirai a Kimberly?» Trattengo il respiro e aspetto la
risposta alla mia domanda del tutto inappropriata.
«Certo che glielo dirò», risponde a bassa voce. «La
amo più di…»
«Okay.» Mi sto sforzando di capire, ma mi viene in
mente solo Kimberly che ride nella loro cucina e
Christian che la guarda incantato, come se fosse l’unica
donna al mondo. Guarda così anche Trish?
«Grazie. Fammi sapere se hai bisogno di qualcosa. Ti
rinnovo le mie scuse per ciò a cui hai assistito, e spero
che la tua opinione di me non sia completamente
rovinata», conclude, e chiude la comunicazione.
Lancio un ultimo sguardo al mostro appeso alla parete
e rientro nella stanza.
61
Hardin

«DOVE sei?» La voce furiosa rimbomba nell’ingresso e


in cucina. La porta di casa sbatte e io scatto in piedi
dalla sedia, prendendo il libro. Con la spalla urto la
bottiglia sul tavolo, che cade e va in frantumi. Il liquido
bruno si spande sul pavimento, e io corro ad asciugarlo
prima che lui mi trovi e veda cosa ho fatto.
«Trish! Lo so che ci sei!» grida di nuovo. La sua voce
è più vicina adesso. Le mie piccole mani afferrano lo
strofinaccio sul fornello e lo gettano a terra, per
nascondere il danno.
«Dov’è tua madre?»
Il suono della sua voce mi fa sobbalzare. «Non… non
c’è», rispondo alzandomi in piedi.
«Che cazzo hai fatto?» strilla dopo avermi spinto da
parte e aver visto il guaio che ho combinato. Non
volevo sporcare. Sapevo che si sarebbe arrabbiato.
«Quella bottiglia di whisky era più vecchia di te»,
dice. Alzo gli occhi sul suo viso rosso e lui barcolla.
«Hai rotto la mia bottiglia, cazzo.» Mio padre parla
lentamente: fa sempre così, negli ultimi tempi, quando
torna a casa.
Indietreggio a piccoli passi. Se riesco a raggiungere
le scale posso scappare. È troppo ubriaco per seguirmi.
L’ultima volta che ci ha provato è caduto.
«Cos’è quello?» Il suo sguardo rabbioso si posa sul
mio libro.
Me lo stringo al petto. No, questo no.
«Vieni qua, ragazzo.» Mi gira intorno.
«No, ti prego.» Mi strappa dalle mani il mio libro
preferito. La maestra Johnson dice che leggo benissimo,
meglio di qualsiasi altro bambino di quinta elementare.
«Hai rotto la mia bottiglia, quindi posso rompere
qualcosa di tuo.» Sorride. Arretro quando strappa il
libro in due e tira via le pagine. Mi copro le orecchie e
guardo Gatsby e Daisy vorticare nella stanza in una
nube di carta. Mio padre prende al volo alcune pagine e
le riduce in pezzettini.
Non posso fare il bambino, non posso piangere. È
solo un libro. È solo un libro. Mi bruciano gli occhi, ma
non sono più un bambino, quindi non posso piangere.
«Sei proprio uguale a lui, sai? Con tutti questi stupidi
libri», biascica.
Lui chi? Jay Gatsby? Lui non legge quanto me.
«Lei crede che io sia stupido, ma si sbaglia.» Si
aggrappa allo schienale della sedia per non cadere. «So
cos’ha fatto.» All’improvviso mi sembra che mio padre
stia per piangere.
«Pulisci questo schifo.» Mi lascia solo in cucina, e
mentre se ne va tira un calcio alla rilegatura del mio
libro.

«Hardin! Hardin, svegliati!» Una voce mi chiama dalla


cucina di mia madre. «Hardin, è solo un sogno. Svegliati,
per favore.»
Apro gli occhi, incrocio uno sguardo preoccupato e
vedo un soffitto che non riconosco. Dopo un momento
mi rendo conto di non essere nella cucina di mia madre.
Non ci sono bottiglie di whisky rovesciate né romanzi
strappati.
«Mi dispiace di averti lasciato qui da solo. Sono
andata a prendere qualcosa per fare colazione. Non
pensavo…» La sua voce si spezza in un singhiozzo. Mi
abbraccia. Ho la schiena sudata.
«Shhh…» Le accarezzo i capelli. «Sto bene.» Batto
ripetutamente le palpebre.
«Ne vuoi parlare?» mi chiede con un filo di voce.
«No… non ricordo niente.» Il sogno si è già sfocato,
svanisce sempre di più a ogni sua carezza.
Mi lascio abbracciare per qualche minuto, poi mi
stacco da lei. «Ti ho portato la colazione», annuncia,
asciugandosi il naso sulla manica della felpa che indossa,
la mia. «Scusa», dice poi con un sorriso timido
mostrandomi la manica sporca di muco.
Mi viene da ridere, ho già dimenticato l’incubo. «Ben
di peggio ha sporcato quella felpa», le ricordo, cercando
di farla ridere. Ripenso a quella volta nell’appartamento,
quando mi ha masturbato e io indossavo quella felpa, che
alla fine era ridotta proprio male.
Arrossisce. Accanto a lei c’è un vassoio con vari tipi
di pane, frutta, formaggio e una confezione
monoporzione dei miei cereali preferiti.
«Per averla ho dovuto fare a botte con una vecchia.»
«Non ci credo.»
«L’avrei fatto», precisa mangiando un acino d’uva.
Il nostro umore è molto cambiato da quando siamo
arrivati, in piena notte. «Hai spostato la prenotazione dei
voli?» le chiedo iniziando a mangiare i cereali senza
neanche versarli nella ciotola.
«Volevo parlarne con te», comincia abbassando la
voce, e capisco che non l’ha fatto. Sospiro e la lascio
finire. «Ieri sera ho parlato con Christian… be’,
stamattina.»
«Cosa? Perché?» sbraito. «Ti ho detto…» Mi alzo di
scatto, facendo cadere la confezione di cereali sul
vassoio.
«Lo so cosa mi hai detto, ma ascoltami.»
«E va bene.» Mi siedo di nuovo sul letto.
«Dice che gli dispiace molto e che ti deve delle
spiegazioni. Capisco se non vuoi sentirle. Se non ti va di
parlare con nessuno dei due, Christian o tua madre, vado
subito a cambiare i biglietti. Ma prima volevo lasciarti
una possibilità di scelta. So che gli vuoi bene…» Ha di
nuovo le lacrime agli occhi.
«Non è vero.»
«Vuoi che cambi i biglietti?»
«Sì.» Rattristata, va a prendere il computer sul
comodino. «Cos’altro ha detto?» le chiedo, titubante.
Non che importi qualcosa, ma sono curioso.
«Il matrimonio si farà comunque.»
Ma che cazzo?…
«E lui confesserà tutto a Kimberly, e sostiene di
amarla più della propria vita.» Le trema il labbro mentre
parla dell’amica tradita.
«Mike è un cretino, allora… Forse dopotutto lui e mia
madre sono fatti l’uno per l’altra.»
«Non so perché l’abbia perdonata così in fretta.» Mi
guarda come se tentasse di sondare il mio umore.
«Christian mi ha pregata di chiederti di fare almeno un
saluto a tua madre, prima che ce ne andiamo. Non si
aspetta che vada al matrimonio, ma vuole che tu la
saluti.» Parla in fretta.
«Col cazzo. Adesso mi vesto e ce ne andiamo da
questa topaia.» Questa stanza di motel è brutta e costosa.
«Okay.»
È stato facile. Troppo facile. «In che senso, okay?»
«Okay e basta. Capisco se non vuoi salutare tua
madre», commenta sistemandosi i capelli dietro le
orecchie.
«Capisci?»
«Sì», conferma abbozzando un sorriso. «So che a
volte sono dura con te, ma in questa occasione ti
sosterrò. Hai pienamente ragione.»
«Okay», rispondo, molto sollevato. Pensavo che si
sarebbe opposta, che mi avrebbe addirittura costretto ad
andare al matrimonio. «Non vedo l’ora di tornare a
casa», ammetto massaggiandomi le tempie.
«Anch’io.»
Dove cazzo andrà a vivere? Dopo quanto successo
non può tornare a casa di Vance, ma non vuole neanche
venire a casa mia. Non ho idea di cosa farà, ma so che
voglio spaccare la testa a quello stronzo per aver
complicato il ritorno di Tessa negli Stati Uniti.
Vorrei trovarle un impiego alla Bolthouse, ma è
impossibile. Non è neppure al secondo anno di
università, e gli stage retribuiti nelle case editrici non
sono una cosa normale, neppure per i laureati. Non ne
troverà mai un altro, soprattutto a Seattle, non prima di
avere finito gli studi.
Le prendo il computer dalle mani per terminare
l’operazione di cambio dei voli. Non sarei proprio dovuto
venire in Inghilterra. Vance mi ha convinto a portare
Tessa, e poi ha rovinato tutto.
«Prendo la roba che è in bagno, e possiamo avviarci
in aeroporto», dice, infilando i miei vestiti sporchi nella
tasca superiore della valigia. Ha un’aria sconfitta e
accigliata. Vorrei distendere le rughe sulla sua fronte con
una carezza. Detesto vederla con le spalle ricurve,
perché so benissimo che portano il peso dei miei
problemi. Amo Tessa e amo la sua empatia; vorrei solo
che non si facesse carico dei miei problemi oltre che dei
suoi. I miei posso risolverli da solo.
«Ti senti bene?» le chiedo.
Mi rivolge il sorriso più finto che abbia mai visto. «Sì,
e tu?»
«Non se tu stai male, Tessa. Non preoccuparti per
me.»
«Non sto male», mente.
«Tess…» La raggiungo e le tolgo dalle mani la
maglietta che ha appena piegato dieci volte in due minuti.
«Sto bene, okay? Sono ancora incazzato, ma tu hai paura
di vedermi esplodere. Non succederà.» Mi guardo le
mani ferite. «Be’, non di nuovo, almeno.»
«Lo so. Ma avevi imparato a controllare la rabbia così
bene, non voglio compromettere i tuoi progressi.»
«Lo so.» Mi passo le mani tra i capelli e tento di
pensare lucidamente, senza arrabbiarmi.
«Sono molto fiera di te per come hai gestito la
situazione. È stato Christian ad aggredirti.»
«Vieni qui.» Apro le braccia e lei appoggia la guancia
sul mio petto. «Se non mi avesse aggredito ci saremmo
picchiati lo stesso. Se non avesse fatto lui la prima
mossa, l’avrei fatta io.» Infilo la mano sotto la maglietta
per accarezzarla, e lei rabbrividisce al contatto con le mie
mani fredde.
«Lo so», dice.
«Dato che non lavori fino a mercoledì, staremo a casa
di mio padre finché…» Vengo interrotto dalla vibrazione
del suo telefono.
Ci giriamo verso il tavolo. «Non rispondo», annuncia.
Mi avvicino al telefono, guardo il display e prendo
fiato prima di rispondere. «Smettila di tormentare Tessa;
se vuoi parlare con me, chiama me. Non coinvolgerla in
questo schifo», sbotto senza lasciargli neanche il tempo
di dire «pronto».
«Ti ho chiamato, ma hai il telefono spento», si
giustifica Christian.
«E perché l’ho spento, secondo te?» ribatto
esasperato. «Se volessi parlare con te l’avrei fatto, ma
siccome non voglio, piantala di rompermi i coglioni.»
«Hardin, so che sei arrabbiato, ma dobbiamo parlare.»
«Non c’è niente di cui parlare!» grido, e Tessa mi
guarda preoccupata.
«Sì invece. C’è molto di cui parlare. Ti chiedo solo un
quarto d’ora», insiste in tono di supplica.
«Perché dovrei parlare con te?»
«Perché so che ti senti tradito e voglio spiegarti come
stanno le cose. Tengo molto a te e a tua madre.»
«Quindi adesso vi coalizzate contro di me?
Vaffanculo.» Mi tremano le mani.
«Puoi fingere che non ti freghi un cazzo di me né di
lei, ma la tua rabbia dimostra che non è così.»
Allontano il telefono dall’orecchio e mi proibisco di
scaraventarlo contro il muro.
«Un quarto d’ora», ripete. «Gli uomini vanno a pranzo
insieme al Gabriel’s Bar prima della cerimonia. Possiamo
vederci lì.»
Riporto il telefono all’orecchio. «Vuoi darmi
appuntamento in un bar? Sei impazzito?» Avrei proprio
voglia di bere… il bruciore del whisky sulla lingua…
«Non per bere, solo per parlare. Un luogo pubblico è
la scelta migliore, per ovvi motivi.» Sospira. «Ma se
preferisci possiamo vederci da un’altra parte.»
«No, da Gabriel va bene.» Tessa mi guarda perplessa.
Non è certo per affetto che voglio sentire cos’ha da
dirmi Christian, ma per pura curiosità. Sostiene di
potermi spiegare tutto, e voglio ascoltarlo. Altrimenti
taglierei i ponti con mia madre.
«Okay…» Non si aspettava che accettassi. «Adesso è
mezzogiorno. Ci vediamo lì all’una.»
«Va bene.» Non ho idea di come faremo a non
prenderci a botte.
«Dovresti portare Tessa all’Heath, al parco: Kim e
Smith sono lì. È poco distante dal Gabriel’s, e Kimberly
ha molto bisogno di un’amica in questo momento.» Il
senso di colpa che trapela dalla sua voce mi fa venire da
ridere. Che figlio di puttana.
«Tessa viene con me», replico.
«Vuoi davvero esporla al rischio della violenza… di
nuovo?»
Sì, sì, lo voglio. No, non lo voglio. Non voglio
perderla di vista un solo momento, ma ha già assistito a
troppa violenza per causa mia.
«Lo dici solo perché vuoi che Tessa consoli la tua
fidanzata dopo che l’hai tradita, stronzo», ringhio.
«No.» Vance esita. «Voglio solo parlare con te a
quattr’occhi, e non mi sembra opportuno farlo davanti
alle donne.»
«Okay. Ci vediamo tra un’ora.» Chiudo la telefonata e
guardo Tessa. «Vuole che tu stia con Kim mentre
parliamo.»
«Lei lo sa già?»
«A quanto pare sì.»
«Sei sicuro di volerlo vedere? Non sei obbligato…»
«Secondo te faccio bene?»
«Sì», risponde dopo un momento.
«Allora lo vedrò.» Mi metto a camminare avanti e
indietro.
Tessa si alza dal letto e viene ad abbracciarmi. «Ti
amo tanto.»
Non mi stancherò mai di sentirglielo dire, e a mia volta
le dico: «Ti amo».

Quando esce dal bagno resto senza fiato. «Merda.»


Attraverso la stanza in tre passi.
«Sono presentabile?» mi chiede, facendo una lenta
piroetta.
«Ehm, sì.» Rischio nuovamente di strozzarmi.
Presentabile? Ma è pazza? L’abito bianco che ha
indossato al matrimonio di mio padre le sta ancora
meglio di quel giorno.
«Non sono riuscita ad allacciarlo», spiega con un
sorriso imbarazzato. Si gira e scosta i capelli dalla nuca.
«Puoi tirarmi su la lampo?»
Ho visto ogni centimetro della sua pelle centinaia di
volte, ma quando la tocco arrossisce ancora. Conserva
un po’ di quell’innocenza: non l’ho contaminata del tutto.
«Hai cambiato idea? Non voglio che tu ti senta a
disagio», mormora.
«Sono sicuro. Gli darò solo quindici minuti per dire le
stronzate che ha da dire», sospiro. Preferirei di gran
lunga andare direttamente all’aeroporto, ma dopo aver
visto la faccia di Tessa mentre rifaceva la valigia ho
sentito di doverlo fare: non solo per lei, ma anche per me
stesso.
«Sembro un pezzente, vicino a te», le dico.
«Ma per favore!» esclama ridendo. Abbasso lo
sguardo sui miei jeans strappati e la camicia nera. «Però
potevi farti la barba», commenta lei con un sorriso. È
nervosa, e tenta di stemperare la tensione. Io invece non
sono affatto nervoso… voglio solo togliermi il pensiero.
«Ti piaccio con un po’ di barba.» Le prendo la mano
e la poso sul mio mento ruvido. «Soprattutto quando la
senti in mezzo alle gambe.» Le bacio la punta delle dita.
Quando inizio a succhiarle l’indice, tira via la mano e mi
dà una pacca sul petto.
«Non la smetti mai», mi rimprovera scherzosamente,
e per un attimo dimentico tutti i miei problemi.
«No, e non la smetterò mai.» Le strizzo il sedere con
entrambe le mani e lei lancia uno strilletto.
Siamo molto nervosi durante il tragitto verso
Hampstead Heath, dove si trovano Kimberly e Smith, e
verso il parco dove abbiamo appuntamento con loro.
Tessa si tormenta le unghie smaltate e guarda dal
finestrino.
«E se lui non gliel’ha detto? Devo farlo io?» chiede
mentre varchiamo il cancello. Malgrado la
preoccupazione, si sofferma ad ammirare il parco.
«Wow», esclama con il tono di una bambina
meravigliata.
«Sapevo che ti sarebbe piaciuto», le dico.
«È bellissimo. Come può esistere un posto del genere
nel bel mezzo di Londra?» Si guarda intorno ammirata: è
uno dei pochi pezzi di città non ancora inquinati dallo
smog e dai grattacieli.
«Eccola…» Mi avvicino lentamente con la macchina
alla bionda seduta su una panchina. Smith siede su
un’altra panchina, a sette o otto metri da lì, con un pezzo
di trenino sulle gambe. Quel bambino è così strano…
«Se hai bisogno di qualcosa chiamami, per favore. Ti
troverò», mi dice Tessa prima di scendere dalla
macchina.
«Idem per te.» Mi sporgo a baciarla. «Ti prego: se
qualcosa va storto chiamami immediatamente.»
«Sono più preoccupata per te», mi sussurra sulle
labbra.
«Me la caverò. Ora va’ a dire alla tua amica quant’è
bastardo il suo fidanzato.» La bacio di nuovo.
Mi guarda storto ma non replica. Scende dall’auto e
va incontro a Kimberly attraversando il prato.
62
Tessa

T ENT O di fare ordine tra i pensieri mentre raggiungo


Kimberly. Non so cosa dirle, e ho il terrore che non
sappia ancora cos’è successo ieri sera. Non voglio
essere io a parlargliene, spetta a Christian farlo, ma non
penso che riuscirei a far finta di niente, se scoprissi che
non lo sa.
Appena lei si gira a guardarmi, il dubbio svanisce. Ha
gli occhi gonfi e tristi.
«Mi dispiace tanto», dico. Mi siedo accanto a lei sulla
panchina e Kim mi abbraccia.
«Vorrei piangere, ma temo di avere finito le lacrime.»
Si sforza di sorridere ma il sorriso non le arriva agli
occhi.
«Non so cosa dire», ammetto lanciando un’occhiata a
Smith, che per fortuna da laggiù non ci sente.
«Be’, per cominciare puoi aiutarmi a organizzare un
duplice omicidio.» Raccoglie i capelli in una mano e li
spinge da una parte.
«Questo posso farlo», rispondo con una risata poco
convinta. Vorrei avere la metà della forza che ha
Kimberly.
«Bene.» Sorride e mi stringe forte la mano. «Sei
proprio bella oggi», mi dice.
«Grazie, anche tu.» Un raggio di sole spunta tra le
nuvole e si riflette sulle paillettes celesti del suo vestito.
«Vai al matrimonio?» mi chiede.
«No, volevo solo essere più bella di come mi sento.
Tu ci vai?»
«Sì, io sì.» Sospira. «Non so cosa farò dopo, ma non
voglio che Smith si senta confuso. È un bambino
intelligente e preferisco evitare che sospetti qualcosa.» Si
gira a guardare il piccolo e il suo trenino.
«E poi ci sarà Max con quella sciacquetta, e non
voglio certo darle occasione di spettegolare.»
«Sasha è venuta con Max? E Denise e Lillian?» Max è
davvero spudorato.
«È quello che ho detto anch’io! Non ha proprio
vergogna: venire fino in Inghilterra per andare a un
matrimonio con un uomo sposato! Dovrei prenderla a
schiaffi, così sfogherei un po’ di rabbia.» Kimberly è
talmente tesa che il suo nervosismo è palpabile. Non
riesco a immaginare quanto stia soffrendo, e ammiro
molto la sua calma.
«Tu… Non voglio immischiarmi, ma…»
«Tessa, io non faccio altro che immischiarmi, quindi
ne hai diritto anche tu», mi interrompe con un sorriso
caloroso.
«Pensi di restare con lui? Se non vuoi parlarne va
bene lo stesso.»
«Sì che ne voglio parlare. Ne devo parlare, altrimenti
non riuscirò a restare arrabbiata, temo. Non so se
rimarrò con lui. Lo amo, Tessa.» Torna a guardare
Smith. «E voglio bene a quel bambino, anche se mi
rivolge la parola una volta alla settimana.» Accenna una
risatina. «Vorrei poter dire di essere sorpresa, ma
francamente non lo sono.»
«Perché no?»
«C’è una lunga storia tra quei due, e non so se posso
competere», risponde in tono addolorato.
Ricaccio indietro le lacrime. «Una storia?»
«Sì. Adesso ti racconto una cosa che Christian mi ha
pregato di non dirti prima che lui l’abbia detta a Hardin.
Ma secondo me è bene che tu lo sappia…»
63
Hardin

IL Gabriel’s è un locale pretenzioso, nel quartiere più


ricco di Hampstead. Ovvio che mi abbia dato
appuntamento qui. Entro e mi guardo intorno. Seduti a
un tavolo rotondo in un angolo ci sono Vance, Mike,
Max e quella bionda. Che cazzo ci fa lei qui? E,
soprattutto, perché Mike è seduto accanto a Vance,
come se Vance non fosse stato sul punto di scoparsi la
sua fidanzata meno di dodici ore fa?
Sono tutti in cravatta tranne me. Spero di aver
sporcato il pavimento di fango. Una cameriera si avvicina
per dirmi qualcosa quando le passo davanti, ma la
ignoro.
«Hardin, è bello rivederti.» Max si alza per primo e mi
porge la mano, ma io non gliela stringo.
«Volevi parlare, parliamo», dico a Vance. Lui si porta
un bicchiere di liquore alle labbra e lo scola in un sorso,
poi si alza in piedi.
Mike tiene gli occhi bassi. Devo fare appello a tutto il
mio autocontrollo per non dargli del cretino. È sempre
stato uno taciturno, il vicino affidabile a cui mia madre
chiedeva sempre in prestito uova e latte.
«Come sta andando la vacanza?» trilla Sabrina. La
guardo incredulo, non capisco perché mi rivolga la
parola.
«Dov’è tua moglie?» chiedo a Max. Accanto a lui, la
bionda troppo truccata smette di sorridere e fa roteare il
bicchiere vuoto di Martini.
«Hardin…» comincia Vance. Ha il coraggio di provare
a zittirmi!
«Vaffanculo», sbotto. Max si alza in piedi.
«Scommetto che lei e la figlia sentono la sua mancanza,
mentre lui se ne sta qui a spupazzarsi questa put…»
«Basta.» Mi prende delicatamente per il braccio,
cercando di farmi allontanare dal tavolo.
Mi divincolo. «Non ti azzardare a toccarmi, cazzo.»

«Ehi!» gorgheggia Stephanie. «Non è questo il modo


di trattare tuo padre, non ti pare?»
Ma quant’è stupida? Mio padre è in America. «Eh?»
Il suo sorriso si allarga. «Mi hai sentito. Dovresti
mostrare più rispetto a papà.»
«Sasha!» Max la prende per il braccio con troppa
forza e praticamente la trascina in piedi.
«Ops, ho detto qualcosa che non dovevo?» La sua
risata risuona nel locale. Che deficiente.
Confuso, mi giro verso Mike, che è sbiancato e
sembra sull’orlo di uno svenimento. Mi assale un
pensiero assurdo; guardo Vance e lo vedo altrettanto
pallido, che si dondola nervosamente sui talloni.
Come mai fanno tante storie, solo perché quella
cretina ha detto una stronzata?
«Sta’ zitta», le intima Max tirandola via dal tavolo.
«Non avrebbe dovuto…» Vance si passa una mano
sui capelli. «Avrei…» Stringe i pugni.
Non avrebbe dovuto cosa? Inventarsi che Vance è
mio padre, quando è chiaro che mio padre è…
Guardo l’uomo che ho davanti: è in preda al panico,
gli occhi spiritati dalle iridi verdi, le dita che tormentano i
capelli…
Dopo un istante mi accorgo che le mie mani stanno
facendo lo stesso identico gesto.
Ringraziamenti

INCREDIBILE, sto già scrivendo i Ringraziamenti anche di


questo libro! Il tempo è volato, e sono molto felice di
aver vissuto questa avventura. Devo ringraziare
tantissime persone, e proverò a infilarne il più possibile in
queste pagine.
Anzitutto i miei lettori e i fedeli Afternator. Non finite
mai di stupirmi con il vostro sostegno e il vostro affetto.
Accorrete a ogni presentazione, twittate per raccontarmi
come avete passato la giornata, vi interessa sapere come
ho passato la mia e siete sempre i miei cyber-aiutanti,
ovunque io vada. Il legame che c’è tra noi mi sembra più
profondo della tipica relazione tra autrice e lettori: siamo
qualcosa di più di questo, siamo anche più che amici.
Siamo una famiglia. Non vi ringrazierò mai abbastanza
per avermi sostenuta ed esservi sostenuti tra di voi.
Spero che vi sentiate ancora fieri e proviate un forte
senso di appartenenza alla serie. Vi voglio un mondo di
bene, siete tutto per me.
Adam Wilson, il mio editor supereroe di Gallery.
Abbiamo lavorato tanto insieme e abbiamo fatto uscire
questi libri alla velocità della luce. Mi insegni a scrivere
meglio e cogli il mio umorismo. All’inizio avevo paura
che mi assegnassero un «editor brutto e cattivo», ma tu
sei tutto ciò che avrei potuto sperare! Grazie.
Ashleigh Gardner, sei diventata un’amica molto cara.
Te l’ho già detto, ma te lo ripeto: sei il tipo di donna che
vorrei diventare. Forte e determinata, ma al contempo
dolce e spiritosa. Mi consigli sempre ottimi libri e mi
porti in strani ristoranti, e non mi fai sentire stupida se mi
serve la forchetta per mangiare il ceviche o se non
capisco qualcosa (anche non legato al cibo!). Ti ammiro
moltissimo, sono felice per il tuo matrimonio e voglio
ringraziarti di tutto.
Candice Faktor: la quantità di cose che abbiamo in
comune è impressionante. Ho capito subito che tu e Amy
eravate il mio genere di persone, e ho provato un grande
sollievo scoprendo che eravate fantastiche. Adoro la
passione con cui parli di qualunque argomento: siamo
uguali anche in questo. Sei sempre così spontanea e
coerente, e sono grata di lavorare con te e averti come
amica.
Nazia Khan, grazie di avermi insegnato a parlare in
pubblico e a farmi intervistare senza combinare disastri.
Con te ci si diverte sempre, e ti arrabbi solo un po’
quando do in giro il mio indirizzo email senza dirtelo (!).
Anche tu sei diventata una buona amica, e ora ci stiamo
preparando per gli AMA (mentre scrivo, non quando
leggerai queste parole), e sono felicissima di andarci con
te! Grazie di tutto!
Caitlin, Zoe, Nick, Danielle, Kevin (entrambi), Tarun,
Rich, tutti quelli di Wattpad: siete la squadra migliore che
esista. So che nessuno di voi si è iscritto a Wattpad
sapendo che avrebbe dovuto faticare così tanto per After
e per me, e voglio ringraziarvi per avermi accolta nella
famiglia e avermi aiutata in tutto, anche in cose che non
riguardavano After. Non vedo l’ora di scoprire cosa ci
porterà il futuro! Siete le persone più audaci, creative e
divertenti che conosca e vi voglio molto bene. Grazie di
tutte le risate, delle foto di Nick, del vino, del giro di casa
in casa (bellissimo nonostante la pioggia) e delle enormi
quantità di cibo che trovo ogni volta che vengo da voi.
Allen e Ivan: senza Wattpad non avrei trovato me
stessa, quindi grazie di aver creato una delle cose più
importanti della mia vita. So di non essere l’unica a
pensarla così.
Kristin Dwyer, grazie perché mi fai ridere. Sono
molto felice di lavorare con te e ti sono grata per le tante
ore di lavoro che mi hai dedicato. Adoro il tuo senso
dell’umorismo, l’impegno che metti nel lavoro, il modo
in cui mi ricordi che il bene vince sempre sul male, e
tutte le altre cose che fai per me!
Grazie a tutti quelli che in Gallery hanno accolto me,
l’eccentrica esordiente che non sa bene cosa fa ma si
diverte a farlo! Grazie per l’impegno che tutti voi mettete
in questo progetto, dal marketing alla produzione. Jen
Bergstrom e Louise Burke, per avere permesso a Adam
di propormi un contratto. Martin Karlow, so che hai
lavorato instancabilmente e te ne sono grata! Steve
Breslin, come dice Adam: «Tieni questo treno sui binari,
più o meno»!
Christina e Lo, siete state grandi mentori e amiche per
me, vi adoro!
A tutte le Tessa e tutti gli Hardin del mondo, che si
amano alla follia e commettono errori.
A tutti gli amici e i parenti che mi hanno sostenuta fin
dal giorno in cui mi sono lasciata sfuggire che… avevo
scritto questi libri senza che loro ne sapessero niente. Vi
voglio bene.
Ultimo ma non meno importante, il mio Jordan. Sei
tutto per me, e non potrò mai ringraziarti abbastanza per
essere stato la mia roccia nell’ultimo anno e in quelli
precedenti. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerci da
giovani, e crescere con te è stata un’avventura
fantastica. Mi fai ridere e mi fai venire voglia di
ammazzarti (ma poi mi mancheresti, a volte). Ti amo.
Della stessa autrice

(anche in ebook)
AFTER
AFTER . UN CUORE IN MILLE PEZZI
AFTER . COME MONDI LONTANI
Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non
può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito,
noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in
alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato specificamente
autorizzato dall’ editore, ai termini e alle condizioni alle quali
è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla
legge applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non
autorizzata di questo testo così come l’ alterazione delle
informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una
violazione dei diritti dell’ editore e dell’ autore e sarà
sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto
dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.
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scambio, commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o
altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto
dell’ editore. In caso di consenso, tale ebook non potrà avere
alcuna forma diversa da quella in cui l’ opera è stata pubblicata
e le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte
anche al fruitore successivo.
Questo libro è un’ opera di fantasia. Qualsiasi riferimento ad
avvenimenti storici e a persone e luoghi reali è usato in chiave
fittizia. Gli altri nomi, personaggi, località ed eventi sono il
prodotto della fantasia dell’ autrice e ogni rassomiglianza con
fatti, luoghi e persone, realmente esistenti o esistite, è
puramente casuale.
NOTA P ER I LETTORI
Questo volume è la traduzione della seconda metà del libro di
Anna Todd After We Fell , pertanto i capitoli corrispondono
alla numerazione 81-143 della versione originale.
http://www.sperling.it
http://www.facebook.com/sperling.kupfer

After W e Fell
Traduzione di Ilaria Katerinov
Realizzazione editoriale a cura di Studio Dispari
Copyright © 2014 by Anna Todd
Originally published by Gallery Books, a Division of Simon
& Schuster, Inc.
All rights reserved, including the right to reproduce this book
or portions therefore in any form whatsoever
Design Infinity Logo © Grupo P laneta – Art Department
© 2015 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
Ebook ISBN 9788820093808

COP ERTINA || ART DIRECTOR: FRANCESCO


MARANGON | GRAP HIC DESIGNER: SABRINA VENETO
| FOTO © STOCKBYTE/GETTY IMAGES |
ELABORAZIONE DEL SIMBOLO INFINITO E P ROGETTO
GRAFICO © GRUP O P LANETA–ART DEP ARTMENT FOR
THE DESIGN
L’ AUTRICE || FOTO © JD WITKOWSKI