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La frontiera in Italia (sec. VI-VIII).

Osservazioni su un tema controverso.

1. In un’età dominata dalla guerra, quale fu ostili; e non lo esaurisce dal punto di vista dei
l’alto medioevo italiano, è logico attendersi che la contenuti, perché la frontiera fu – almeno quasi
frontiera abbia una sua presenza corposa nelle sempre – molto di più che una semplice zona di
fonti scritte. In realtà, ciò è vero solo in parte 1. confronto militare permanente.
Le fonti si occupano soprattutto delle clausurae In realtà il ruolo militare della frontiera (di
delle Alpi, gli apprestamenti difensivi artificiali quella alpina, ma anche delle altre) va, forse, ri-
posti a sbarramento delle strade che scendevano dimensionato, in quanto ben di rado essa ha fer-
dai passi montani dirette verso il fondovalle. Fra mato gli invasori. Non ha fermato, ad esempio, i
di esse, le chiuse di Val di Susa offrono l’esempio Goti di Teodorico, né, un secolo più tardi, i Lon-
più clamoroso del ruolo militare della frontiera, gobardi di Alboino, che entrarono nelle Venezie
giacché dal loro controllo dipese per ben due vol- sine aliquo obstaculo, e neppure i Franchi di
te, nel corso degli eventi cruciali dell’VIII secolo Childeperto e poi quelli di Pipino e Carlo Magno,
culminati poi con la conquista franca, la sorte o gli Avari che devastarono il Friuli ai primi del
dell’intero regno longobardo. VII secolo. Tutto ciò dipendeva anche – come è
Le chiuse altomedievali vanno collegate al stato scritto 4 – dal fatto che quello alpino era un
sistema difensivo tardoromano, con quel tractus sistema difensivo elastico, strutturato sulla ba-
Italiae circa Alpes esistente dal IV secolo, che è se del concetto della difesa in profondità; ma
ancora attivo in età gotica e – in parte almeno – quest’osservazione non è sufficiente per cancel-
in età longobarda. I numerosi castra di cui ci lare del tutto l’impressione di una sostanziale
parla Paolo Diacono nell’Historia Langobardo - modestia di questi apparecchi difensivi, che si fa
rum 2 vanno infatti interpretati come un resi- sempre più evidente a mano a mano che si va
duo del sistema antico di fortificazioni alpine, avanti nel tempo. Ci si fidava essenzialmente
adattato alle esigenze dei nuovi dominatori della natura impervia dei luoghi: il che spiega
d’Italia. Abbiamo dunque davanti a noi la prova perché la tradizionale via degli invasori d’Italia
della continuità secolare delle antiche strutture fosse quella orientale, che (per usare le parole di
militari di frontiera dell’Italia del nord, che so- Paolo Diacono) largius patentem et planissi -
pravvivono, sia pure mutilate e rimaneggiate, mum habet ingressum, mentre per il resto – se
in età barbarica. Tutto ciò è stato chiarito a suf- non si voleva affrontare il mare, che è visto dal-
ficienza dagli studi di Emanuela Mollo, Aldo lo stesso Paolo, ingenuamente, come una garan-
Settia e Volker Bierbrauer 3. E tuttavia, l’im- zia di difesa – per entrare bisognava passare per
magine di un ferreo sistema difensivo posto a angustos meatus et per summa iuga montium: là
sbarramento delle Alpi non esaurisce affatto il dove, appunto, sorgevano le chiuse 5.
ruolo della frontiera: non lo esaurisce dal punto Alcuni esempi della fine del VI secolo lascia-
di vista geografico, perché molto più numerose no intravedere quanto poteva essere seconda-
furono le frontiere, nell’Italia altomedievale rio, nei fatti, il ruolo delle chiuse e, con esso,
frantumata fra diverse dominazioni fra loro dell’intero sistema dei castra di tradizione tar-

1 Sulle testimonianze scritte relative alla guerra vedi MO- 3 MOLLO 1986, SETTIA 1992a e 1992b, BIERBRAUER
RO 1995. 1986.
2 PAULUS DIACONUS 1878, ad esempio IV, 37 (elenco dei 4 SETTIA 1992a, p. 203.
castelli friulani). 5 PAULUS DIACONUS 1878, II, 9.
doantica. Di ritorno da una spedizione contro i ti a razziare, essendo dispersi e privi di coman-
Burgundi, i duchi longobardi Zaban e Rodano si dante, furono decimati dai Longobardi che li at-
fermarono a Susa, dove si trovava un magister taccarono a sorpresa 8.
militum bizantino, Sisinnio, che – dice Paolo Forse è più proficuo impostare l’analisi delle
Diacono – teneva la città a parte imperatoris e vicende della fine del VI secolo in maniera diffe-
che doveva essere il controllore delle chiuse di rente, non puntando sul valore in sé delle forti-
Val di Susa. Sisinnio era certo impegnato in un ficazioni. I Longobardi ressero bene l’impatto
difficile gioco di equilibrio tra Longobardi e Bur- delle ripetute incursioni franche di questo pe-
gundi (tant’è vero che sembra prendere ordini riodo non tanto perché sfruttarono appieno la
dal patrizio burgundo Mummolo), che aveva co- difesa in profondità di tradizione romana, lega-
me pegno la sua stessa sopravvivenza, e tutta- ta al sistema delle chiuse, quanto perché essi co-
via appare ancora nel pieno delle sue funzioni, stituivano ancora – in parte almeno – un eserci-
nonostante che i Longobardi, nemici di Bisan- to occupante un paese, nei cui confronti erano se
zio, fossero in Italia già da una decina d’anni 6. non ostili quanto meno indifferenti. Come i Goti
Ciò significa che in tutto questo tempo nessuno di Teodorico, che si rinchiusero in Pavia per re-
aveva sentito la necessità di eliminare il capo- sistere alle truppe di Odoacre, così i Longobardi
saldo che gli era stato affidato. La storia di Si- di Autari possono rinchiudersi dentro le cinte
sinnio è emblematica e fu condivisa da altri pre- murarie delle città del nord aspettando che le
sidi imperiali situati nel cuore dell’Italia del trattative risolvano la questione, o, meglio anco-
nord, come quello sull’Isola Comacina, nel cuore ra, che il clima e la mancanza di risorse abbiano
dunque del territorio longobardo, che resistette ragione dei Franchi 9. Ad essi, della sorte del
per vent’anni, fino all’età di Autari, sotto la gui- paese invaso (delle campagne e dei loro abitan-
da di un altro magister militum, Francione 7. ti) non importava molto: quella non era la loro
Una dominazione nuova poteva, sia pure caoti- gente e non spettava a loro difenderla. Autari,
camente, imporsi sull’intera Italia del nord nonostante l’apertura ideologica implicita
ignorando questi castelli e presidi, che rimasero nell’assunzione dell’appellativo di Flavius, era
così a lungo nelle mani di comandanti isolati. solo il re dei Longobardi, non ancora il re della
Aggirata alle spalle, l’intera linea delle fortifica- popolazione romanica dell’Italia del nord 10.
zioni di frontiera perdeva senso.
Lo scadimento del valore militare della fron- 2. Facciamo, a questo punto, un salto in
tiera dipendeva dal fatto che essa assolveva pie- avanti nel tempo ed entriamo in un contesto di-
namente la sua funzione solo come sistema verso, quello della seconda metà dell’VIII seco-
coordinato di fortificazioni, castelli e chiuse: al- lo, che vede di nuovo i Franchi – ora capeggiati
trimenti, le difese erano destinate ad essere sca- dai Pipinidi – premere sull’Italia. Si può notare
valcate oppure prese per fame o mediante la cor- allora un cambio di strategia bellica da parte dei
ruzione, come nel caso del castello di Non pres- Longobardi, giustamente rilevato da Aldo Set-
so Trento, che si arrese ai Franchi invasori du- tia, il quale scrive che “contro le aggressioni dei
rante i tormentati anni della cosiddetta “anar- Pipinidi” i re longobardi Astolfo e Desiderio “im-
chia ducale” (574-584). Anche il caso opposto del postano la loro difesa sulla linea delle chiuse do-
castello di Bellinzona, che nel 590 resistette di ve vengono impiegate tutte le forze disponibili”,
fronte ai Franchi di Childeberto, non è del tutto tanto è vero che, una volta sfondate le chiuse, la
probante come esempio di difesa efficace. Infat- tradizionale tattica longobarda di rinchiudersi
ti, più che alla testimonianza dell’impenetrabi- nelle città murate è destinata all’insuccesso: il
lità assoluta della chiusa, siamo di fronte ad regno cade rapidamente nelle mani di Carlo e
una semplice scaramuccia, finita bene per i solo Pavia resiste a lungo, ma inutilmente.
Longobardi a causa dell’imprudenza dei Fran- È possibile che quest’evoluzione dei fatti bel-
chi e del loro comandante, che, credendo di aver lici – insolita per la storia del regno longobardo
già vinto, sottovalutarono (ma anche questo è – sia dipesa anche da una penuria degli effettivi
un dato significativo) il valore del castello e del- disponibili per l’esercito longobardo, tale da co-
la chiusa e furono puniti per questo: il duca Olo, stringere Astolfo e Desiderio ad evitare lo scon-
avvicinatosi troppo alle fortificazioni, fu ucciso tro in campo aperto 11. Ma, in realtà, credo che i
con un colpo di giavellotto e i suoi uomini, inten- motivi principali del cambio di strategia dei re

6 ibid., III, 8. triennale subito da Teodorico ad opera del magister militum


7 ibid., III, 27. di Odoacre, Tufa; PAULUS DIACONUS 1878, III, 31.
8 ibid., III, 31; SETTIA, 1992a, pp. 202-203. 10 Ibid., III, 16. Il rapporto fra Autari e i Romanici è analiz-
9 CRACCO RUGGINI, 1984, pp. 295-296, per l’assedio zato in DELOGU 1980, pp. 28-33.
11 SETTIA 1992a, p. 206.
longobardi, e dello stesso esito finale della cam- care di cogliere l’emergere di una vera e propria
pagna di Carlo (e prima di lui di Pipino), stiano frontiera in Italia – da intendere anche, e so-
altrove. prattutto, come frontiera interna fra le diverse
Oltre che sugli scarni resoconti bellici delle Italie – è necessario dunque rivolgersi al secolo
fonti franche e del Liber Pontificalis 12, la rico- VIII, con la consapevolezza comunque che, in
struzione dei fatti deve prendere in considera- molti casi, ci troveremo di fronte a situazioni
zione le norme legislative di Ratchis, che nel che hanno radici più antiche. Ma, prima di fare
746 aveva preso provvedimenti ut marcas no - tutto ciò, si deve sgombrare il campo da una pe-
stras Christo custodiente sic debeat fieri ordina - sante eredità storiografica, ormai superata in
tas et vigilatas, e di Astolfo, che nel 750 aveva le- sede strettamente scientifica e che però rispun-
giferato circa le clusas, qui disruptae sunt 13. ta continuamente, soprattutto in ambito erudi-
Siamo, in particolare con il secondo, in una fase to locale. Non può, dunque, essere del tutto
di intensa attività militare, ma questo non ba- ignorata: brevemente, se ne deve dare conto an-
sta a spiegare completamente l’apparire di que- cora una volta. Essa infatti può condizionare
ste norme. È infatti l’idea stessa di “marca”, di qualunque studio si voglia compiere sulla fron-
un vero e proprio territorio militare di confine, tiera nel primo medioevo italiano.
che è nuova nelle fonti longobarde. Non che, in
precedenza, fossero mancati gli accenni alla pe- 3. La pretesa di ricostruire l’insediamento
ricolosa permeabilità dei confini; ma ciò longobardo sulla base dell’analisi della topono-
nell’editto di Rotari – e ancora in parte nelle mastica e delle dedicazioni santoriali è stata,
stesse leggi di Liutprando, che da questo punto in passato, pressoché una costante negli studi
di vista non innova 14 – si legava, più che al con- sull’alto medio evo italiano. Oggi siamo ben
trollo territoriale, alla volontà di porre dei limi- consapevoli che tale modo di procedere ha con-
ti precisi al movimento delle persone: oppositori tribuito a deformare in modo grave la nostra
politici, ladri, assassini, schiavi che fuggivano immagine dell’età longobarda. Il suo torto
dall’Italia, oppure, in senso opposto, bande di maggiore, dal punto di vista del metodo stori-
predoni o spie che cercavano di penetrare nel re- co, è stato quello di riversare sulla carta una
gno, intra provincia 15. massa di pseudo-informazioni, che hanno fini-
Sembra di poter cogliere, dunque, una signi- to per sommergere o quasi gli scarsi dati real-
ficativa evoluzione nell’atteggiamento, pratico e mente offerti dalle fonti antiche. Tale massa
psicologico, dei re longobardi rispetto al proble- era costruita in spregio ad ogni criterio scienti-
ma dei confini. Da una fase, che è tipica del VI e fico di verifica, mescolando con disinvoltura
in parte ancora del VII secolo 16, nella quale la etimologie avventurose, culti di santi la cui
dominazione longobarda, pur compresa certo storia veniva data per perfettamente ricostrui-
entro i limiti di un territorio (la provincia), ap- bile e istituzioni longobarde, che però – secon-
pare però una dominazione ancora semplice- do il giudizio di una storiografia che ha ormai,
mente sovrapposta a quel territorio, si passa ad alle sue spalle, circa trent’anni di sviluppi cri-
una fase successiva (VIII secolo), nella quale il tici – non sono mai esistite se non nella mente
regno ha una sua configurazione più precisa, in di alcuni studiosi.
cui cioè ha dei confini ben definiti ed una fron- In quest’ultimo caso, il riferimento è in parti-
tiera – delle marche – da difendere. colare alle famose arimannie, ma anche – pure
Ciò significa sostenere che è solo tra la fine se qui interessano meno – a sculdascie, centene
del VII e l’inizio dell’VIII secolo che il regno lon- e a quante altre pseudo-istituzioni longobarde
gobardo adatta le sue strutture ad un disegno possiamo immaginare. Con questi falsi dati, si
territoriale compiuto. Ed è solo allora che il con- sono moltiplicate le “frontiere militari” interne
fine diventa sempre più importante, come linea all’Italia, ovunque i territori longobardi e quelli
da rendere invalicabile militarmente. Nello bizantini in qualche modo si fronteggiassero.
stesso tempo, la nuova concezione territoriale Come ha scritto Aldo Settia, ogni elemento che
del potere fa sì che ci si debba anche occupare di può far risalire ad una presenza longobarda vie-
risolvere una serie di situazioni controverse ne in tal modo “interpretato in chiave militare e
createsi nel confuso periodo precedente. Per cer- porta alla ricerca di motivazioni strategiche an-

12 DUCHESNE 1886, pp. 450, 452 e 495; per un’analisi del- lo implicitamente riguardano i confini: in realtà si occupano
le fonti franche cfr. SETTIA 1992a, pp. 203, 204 e 206. di servi fuggitivi).
13 AZZARA, GASPARRI 1992, Ratch. 13 e Ahist. 5, pp. 242 15 Ibid., Roth. 4, 5, 264, pp. 14 e 74.
e 252. 16 Cfr. più avanti, par. 5.
14 Ibid., Liut. 44 e 88, pp. 150 e 172 (capitoli peraltro che so-
che là dove manca di esse ogni plausibilità” 17. Come esempio di questo modo ormai supera-
Ciò avveniva perché si partiva da tre presuppo- to di procedere, applicato proprio ai temi della
sti, due totalmente errati ed uno da sfumare. Si frontiera, si può prendere la ricostruzione della
dava alla presenza longobarda in Italia un ca- frontiera longobarda nella zona pedemontana e
rattere esclusivamente di occupazione militare nella pianura veneta (verso i Bizantini al sud ed
del territorio: fatto questo in gran parte vero, co- i Franchi al nord), operata a suo tempo da Gina
me abbiamo visto, ma solo se riferito al primo Fasoli 19, la quale identificava, grazie ai nomi
periodo del regno, e da ritenersi invece in gran dei centri abitati, una serie infinita di insedia-
parte superato già nei primi decenni del VII se- menti fortificati sui colli, l’uno dei quali sarebbe
colo. Ma da qui discendeva il secondo presuppo- stato collegato all’altro. Ecco alcuni esempi:
sto, totalmente errato, e cioè che il rapporto fra Monfumo era una “località dove si effettuano se-
Longobardi e territorio rimanesse lo stesso per gnali di fumo per fornire informazioni militari
tutto il periodo della loro storia, un’idea che di difensive”; di Motta, o di altro nome di località
fatto ha compromesso la nostra conoscenza che rimandava ad una fortificazione, ma che era
dell’età longobarda in senso generale. In tal mo- senza rapporti con una lingua germanica, si
do si negava, infatti, ogni dinamica interna al ammetteva che “non si sa quanto [esso] sia anti-
periodo, quasi che quella longobarda fosse una co”, ma di fatto lo si includeva nell’elenco, con
società “fredda”, finendo inoltre – come risulta- un effetto-valanga che, alla lunga, risultava ir-
to collaterale ma della massima importanza – resistibile per il lettore; se si trattava di un gros-
per sminuire la portata della fusione con i Ro- so centro di origine antica (come Asolo), si dice-
manici: i Longobardi sarebbero stati, secondo va “i Longobardi d e v o n o avervi collocato [un
questa prospettiva, un semplice esercito occu- presidio o altro]”; in entrambi i casi, di fatto, non
pante fino alla fine del regno. Si consegnava co- si sapeva nulla, come si capisce dalle espressio-
sì – magari non volendo – alla cultura corrente ni usate. Nomi come Romano o Armanoro erano
un quadro del periodo longobardo che era dise- – senza prove – collegati ad “arimanni” ed “ari-
gnato con i tratti della pura e semplice barbarie, mannie”; e persino località come Maraman, pa-
immobile nella sua negazione della civiltà; una rola che in dialetto veneto significa “turbolen-
semplice parentesi nella storia d’Italia. to”, sembrano alla Fasoli “tramandare il ricordo
La medesima incapacità di porsi in modo cri- di un’ostica parola che si collega ad un’ostica
tico nei confronti delle fonti spingeva infine – al- istituzione”, e cioè l’arimannia, duro presidio
tro presupposto errato – a considerare il valore militare degli invasori che schiacciavano sotto il
dei toponimi al di fuori del loro contesto tempo- loro tallone la popolazione italiana 20.
rale, bloccandoli artificiosamente nel tempo. Ma Non diversamente, la Fasoli ricostruiva le
le parole hanno una loro vita ed una loro poten- arimannie testimoniate verso la Liguria, che,
zialità di trasformazione interna, e se è vero, ad insieme agli insediamenti militari identificati
esempio, che fara, in alcuni dialetti settentrio- grazie ai toponimi fatti derivare (sempre con
nali, vuol dire “podere”, allora è ben difficile sta- criteri avventurosi) da nomi di popoli barbari
bilire se una data località ingloba fara nel suo (Bulgari e Gepidi), avrebbero costituito la cintu-
nome solo perché un tempo lì c’era un podere o ra difensiva della frontiera longobarda verso le
perché, invece, c’erano i Longobardi del primo terre bizantine sul Tirreno. Anche qui, della lo-
periodo dell’occupazione d’Italia. I toponimi, si gica ci si curava poco o nulla, ad esempio collo-
sa, si fissano al suolo in tempi molto lunghi, dif- cando i Gepidi – alleati molto poco fidati – in pri-
ficili da determinare a posteriori, soprattutto se ma fila contro i Bizantini 21. Ma è inutile molti-
(come nel caso già citato di fara, o in quello di plicare gli esempi o entrare troppo nei particola-
un’altra parola diffusa come sala) si tratta di ri. È necessario invece fare ancora, brevemente,
parole longobarde entrate molto presto in uso due osservazioni di ordine generale. La prima è
nel volgare italiano. Solo la convergenza di dati che non è mai esistita l’arimannia come la con-
diversi (archeologici o archivistici) può spingere cepiva ancora la storiografia degli anni Cin-
verso la soluzione più antica 18. quanta, sulla scia di un attaccamento alle tesi

17 SETTIA 1988, pp. 8-15 (citazione alle pp. 13-14). Scrive an- 18 Sulla questione dell’uso della toponomastica, fra le molte
cora Settia (p. 14): “salvo dunque diversa indicazione, da pro- citazioni possibili, cfr. almeno ibid., loc cit., e TOUBERT
varsi di volta in volta, le necropoli (anche se contengono tom- 1969, pp. 125-127.
be con armi) rivelano normali insediamenti civili, e si dovrà 19 FASOLI 1952.
eventualmente accettare l’ipotesi del posto di guardia solo nel 20 Ibid., in part. pp. 304-306.
caso in cui la datazione dei reperti sia limitata ai primi tempi
dell’occupazione, oppure se si tratti di passaggi obbligati, e 21 FASOLI 1953; GASPARRI 1987, pp. 28-29, dove si discu-
quindi di luoghi di controllo, rimasti costanti attraverso i te anche la posizione di CAVANNA 1967.
tempi” (su questi temi cfr. anche sotto, nota 36).
elaborate da Cecchini e da Schneider all’inizio na della Valtellina 26. Ma va sottolineato con
del secolo: ossia l’arimannia in quanto presidio grande chiarezza che queste proprietà indivise
di guerrieri longobardi stanziati dal re su terra erano sparse ovunque nel regno: nonostante che
fiscale, soprattutto ai confini, con funzione di testimonianze come questa della Valtellina, o
barriera difensiva del regno. La parola, come è una dell’815 della zona di Piacenza, riferita ad
ormai definitivamente assodato dopo gli studi di una silva arimannorum 27, possano fare riferi-
Giovanni Tabacco, va certo messa in riferimen- mento a zone poste ai margini del regno (verso
to con il nome degli arimanni, ma questi ultimi le Alpi o verso un’Emilia inglobata solo il secolo
vanno intesi semplicemente come gruppi di uo - precedente), gli incolti in uso collettivo non indi-
mini liberi, rimasti in rapporto diretto con il po- viduano in modo netto zone di confine militar-
tere pubblico nei secoli centrali del medio evo, mente protette. E lo stesso discorso può essere
sfuggendo al diffondersi dei legami signorili 22. fatto per le testimonianze relative ai famosi
Gli arimanni (e le arimannie) non offrono dun- lambardi toscani, noti all’incirca dall’XI secolo
que alcun mezzo per analizzare la strategia mi- in poi, privi essi pure di qualsiasi plausibile col-
litare dei sovrani longobardi dei secoli VI-VII. È legamento con situazioni di confine, nonostante
noto ad esempio – se ne sono occupati Giovanni che la natura militare-castrale dei loro consorzi
Tabacco e Andrea Castagnetti – che gli ariman- familiari li renderebbe adattissimi – almeno
ni sono menzionati in modo relativamente fitto agli occhi dello storico contemporaneo in cerca
nel Ferrarese, là dove la dominazione longobar- disperata di testimonianze su presunti limites
da si impiantò molto tardi e si presume che non militari longobardi – ad interpretare il ruolo di
abbia lasciato particolari tracce insediative; e ci protettori della Tuscia contro le terre romane
sono arimanni persino in Val d’Aosta, dove i dell’Italia centrale 28.
Longobardi addirittura non arrivarono mai 23. Tutte queste che abbiamo ora citato sono, in
La seconda osservazione da fare è che non vi realtà, testimonianze preziose sull’evoluzione
è dubbio che molti di questi gruppi di liberi (non della società longobardo-italica, ed in particolare
necessariamente detti arimanni) affondassero degli uomini liberi di tradizione militare, a par-
le loro radici in età longobarda. Nella documen- tire dall’VIII secolo. Si tratta di temi da ripren-
tazione d’archivio dell’Italia longobarda o im- dere, suscettibili di sviluppi interessanti, che
mediatamente post-longobarda esistono effetti- vanno però tutti nella direzione di uno studio
vamente numerose attestazioni di terre incolte della società del regno italico dei secoli VIII-XI e
(mons o silva arimannorum; gualdus exercita - non della società longobarda più antica. È que-
lis, silva hominum Reatinorum e altre ancora) sta l’unica eredità possibile, per la storiografia di
date in godimento collettivo a comunità locali di oggi, della cosiddetta questione arimannica.
uomini liberi, nell’Italia del nord e del centro 24.
Queste concessioni hanno quasi certamente un 4. Nel 1914, nel suo volume sull’ordinamento
originario valore militare, in quanto si collegano pubblico nella Toscana medievale, Fedor Sch-
– pure se non esclusivamente – alla possibilità neider ricostruiva i confini fra la Tuscia longo-
di pascolo per i cavalli; il riferimento obbligato barda e la Tuscia romana con sistemi in parte
qui è al capitolo 2 delle leggi di Astolfo dell’anno simili a quelli che abbiamo visto impiegati dalla
750 (le famose “leggi militari”), dove si mette in Fasoli, ma con più rigore storico-antiquario 29.
primo piano il valore ormai assunto dalla caval- Schneider sfruttava per i suoi scopi la descrizio-
leria nell’esercito longobardo 25. A tali attesta- ne dei confini della diocesi di Tuscania contenu-
zioni vanno unite anche testimonianze più tar- ta in un diploma – perduto nella sua forma ori-
de; così, ad esempio, un placito del 918 ci infor- ginale, ma tramandato all’interno di un diplo-
ma dell’esistenza di beni fondiari non specifica- ma di Innocenzo III del 1207 30 – di papa Leone
ti di proprietà di gruppi di Langobardi nella zo- IV (847-855) per il vescovo Virobono di Tusca-

22 È questo il tema al quale è dedicato il fondamentale libro 26 MANARESI 1955, n. 129 (Milano, aprile 918), p. 486.
di TABACCO 1966. 27 GALETTI 1978, n. 13 (Piacenza 27 novembre 815), pp.
23 Ibid., pp. 106-112 e 182-194; CASTAGNETTI 1979, pp.
50-51 (la stessasilva è nominata anche nel n. 21, Piacenza 9
214-218 e 1988. Tipico dei travisamenti ai quali portava la agosto 823, pp. 64-65).
teoria delle arimannie è il giudizio che Fedor Schneider dava 28 TABACCO 1966, pp. 13-36 (dove il tema è discusso in re-
degli arimanni di Ferrara, involontariamente stupendosi di
lazione alla posizione complessiva di G. P. Bognetti sul pro-
questa fortissima “longobardizzazione” di una città solo mol-
blema degli arimanni), e VOLPE 1904.
to tardi entrata a far parte del regno longobardo: “Einen
29 SCHNEIDER 1914, pp. 16-20. Sul confine fra terre longo-
stärkeren Beweis für die Macht und Tätigkeit der langobar-
dischen Staatsgewalt noch im letzten Jahrhundert kenne barde e romane in Tuscia cfr. BAVANT 1979, in part. p. 80,
ich nicht” (SCHNEIDER 1924, pp. 160-161, citaz. a p. 161). il quale conferma che (almeno nel 680) esso doveva passare
24 GASPARRI 1990, pp. 289-290. lungo il corso della Marta, fra Tuscania e Blera.
30 Migne, PL 215, coll. 1236-1242.
25 AZZARA, GASPARRI 1992, Ahist. 2, p. 250.
nia. Infatti, prima della donazione di Carlo Ma- prandi. È la stessa idea che, con il valore esem-
gno del 787 alla chiesa di Roma, quella diocesi plare che è proprio della leggenda, è espressa dal
rappresentava la punta più meridionale della re Autari il quale, secondo il racconto di Paolo
dominazione longobarda in direzione delle terre Diacono, va a toccare con la lancia (cioè a marca-
bizantino-papali. re con il segno regio) la colonna che sorge dalle ac-
Il confine fra Tuscia longobarda e romana que nello stretto di Messina, per segnare così il li-
era assunto dall’autore come un dato certo, no- mite massimo dell’espansione meridionale dei
nostante tutti i dubbi che si possono nutrire sul- Longobardi: “fino a qui arrivano i fines Lango -
la tradizione del diploma di Leone IV. La linea bardorum” 34, dice il re, ossia fin dove arriva la
confinaria sarebbe stata in larga parte modella- nostra forza, marcata simbolicamente con un se-
ta sui rilievi naturali e sulle antiche vie romane, gno: non dietro mura o cinte di castelli.
come la Cassia e la Clodia. Però nei pressi del la- Allo stesso modo, la proprietà privata era in-
go di Vico, fra la via Cimina e la via per Gallese dicata mediante segni simbolici, quali la wiffa,
e Viterbo, là dove non c’era alcun confine natu- il fantoccio di stoppie messo sul campo, o la ti -
rale utilizzabile, al suo posto – scrive lo Schnei- clatura o snaida di un albero 35; oltre, e in alter-
der, sempre interpretando il testo del diploma – nativa forse anche più efficace, alle recinzioni.
c’era una palizzata; ecco il passo: et venit [il con- Semmai, i confini del regno sembrano essere più
fine] in staphile [palizzata, secondo Schneider], i confini naturali che dei sistemi di fortificazioni
qui dividit inter Ortem [romana] et comitatum artificiali; come lo stretto di Messina, se fu dav-
Viterbiensiem [longobardo] 31; un’altra palizza- vero raggiunto, o come la linea delle Alpi. Ed in
ta doveva sorgere tra Viterbo e Bomarzo bizan- effetti, a tutt’oggi grandi reti confinarie di ca-
tina. Riemerge così, di nuovo, il mito del limes stelli sicuramente longobarde non sono identifi-
fortificato: ma questa sua modesta versione cen- cabili (del problema delle chiuse abbiamo già
tro-italica svanisce ben presto, se pensiamo che parlato). Ciò non vuol dire, naturalmente, che
staphile (e simili) è parola che significa sempli- non vi fossero castra nelle zone di confine: ma
cemente “palo” o “segno” di confine, oltre ad es- essi non sono sempre facilmente individuabili,
sere, come al solito, di difficile datazione 32. quantomeno nella loro fisionomia di insedia-
Ma è interessante il fatto che la notizia relati- menti puramente militari. Ciò è vero pure nei
va allo staphile ne richiami un’altra, ricordata casi in apparenza più favorevoli, come quelli dei
nello stesso diploma: tra Norchia e Blera, il confi- due grandi cimiteri longobardi di Nocera Um-
ne recte extenditur in pedem Leuprandi Com- bra e Castel Trosino, che fanno riferimento a
menta Schneider: “evidentemente un termine di due castra posti a protezione della via Flaminia
confine del tempo di re Liutprando, che segnala- e della via Salaria. Di essi, solo il primo, secon-
va a coloro che ritornavano dalla città apostolica do le analisi archeologiche più recenti e raffina-
l’inizio del Regno di Pavia” 33. Con tutte le caute- te, appartenne ad un gruppo umano dal caratte-
le del caso, trattandosi di una fonte dalla tradi- re militare spiccato, come è rivelato dal rappor-
zione così incerta, tuttavia questa che affiora to fra le classi d’età dei defunti, dalla loro ric-
adesso è un’immagine diversa e ben più attendi- chezza e dal loro armamento 36.
bile di quella che deriva dall’idea della palizzata,
dietro alla quale vegliano pattuglie armate fino 5. I primi territori del regno longobardo che
ai denti. È l’idea infatti di un segno simbolico di rivendichino con precisione i propri confini sono
confine, un palo (staphile, appunto) o una pietra, le diocesi; sono cioè soprattutto gli ecclesiastici
che avesse o meno inciso sopra il mitico pes Liut - ad avere un chiaro senso dei limiti territoriali.

31 SCHNEIDER 1914, loc. cit. simile fisionomia dell’insediamento – rispecchiata in parti -


32 Oltre ai testi citati alla nota 18, vedi. TOUBERT 1973, I, colare dal maggior numero di armi presente in questo cimi-
p. 309 e BULLOUGH 1964. tero rispetto a quello di Castel Trosino – è facilmente spie-
33 SCHNEIDER 1914, pp. 17-18. gabile, visto che si trattava di una località situata al confine
con il territorio bizantino (in part. pp. 30-34 e 45-47); al con-
34 PAULUS DIACONUS 1878, III, 32. trario Castel Trosino rappresenterebbe una località con
35 AZZARA, S.GASPARRI 1992, Roth. 238-241, p. 68, Liut. molto maggiori contatti (pacifici) con il mondo bizantino e
134, 148 e Notitia de actoribus regis 2, pp. 196, 206, 228, con una fisionomia meno guerriera, due fatti che sarebbero
Ratch. 14, p. 244 (e cfr. anche Roth. 236-237, p. 68, dove si rispecchiati entrambi dal corredo funerario; e le due più
parla di terminus anticus). prestigiose tombe di quest’ultimo sepolcreto includerebbero
36 Cfr. JORGENSEN 1992, secondo il quale il cimitero di un ricco corredo di armi solo per motivi di prestigio e appar-
terebbero a “civil officials” (pp. 47-48). Senza voler entrare
Nocera Umbra sarebbe appartenuto ad un insediamento
qui nel merito di una discussione che sarebbe lunga, va però
militare: “a population with a distinct military function”, “a
almeno detto che, mentre l’analisi di primo livello dei dati
distinguished garrison population” (forse legata ad un ga-
fornita da Jorgensen è convincente, le deduzioni ultime lo
staldo), “a special warrior aristocracy”. Per Jorgensen, una
sono assai meno: è indubbia, ad esempio, la fisionomia più
Ciò lo si vede nel corso delle aspre controversie cumentario, si vede come nella prima lettera pa-
– le cui radici sono già nella seconda metà del pa Adriano parli di patrimonium Sabinense,
VII secolo – fra le diocesi di Arezzo e Siena e fra mentre a partire dalla seconda – che è della
quelle di Lucca e Pistoia, che hanno ampie rica- stessa data della prima, ovvero dei mesi centra-
dute, inoltre, sull’individuazione delle circoscri- li dell’anno 781 – passi francamente a parlare di
zioni politiche alle quali le diocesi stesse fanno territorium Sabinense, per continuare poi allo
riferimento: la tendenza è quella di far progres- stesso modo nelle due altre lettere successive
sivamente coincidere le une con le altre 37. Un (tutte le missive erano inviate dal papa a Carlo
caso diverso, oltre che isolato, è rappresentato Magno per protestare contro i ritardi dell’opera-
invece dalla controversia tra le civitates di Par- zione di consegna). Ma patrimonio e territorio
ma e Piacenza, a metà del VII secolo, giacché non sono esattamente la stessa cosa: la rivendi-
questa chiamava direttamente in causa suddi- cazione di Adriano dunque, partendo dagli anti-
visioni territoriali politico-amministrative. La chi diritti papali su beni e terre della Sabina
controversia fu risolta tramite un’inchiesta ef- meridionale, intendeva estendersi – in modo
fettuata fra i seniores homines e i porcari, tutti traverso – all’intero territorio sabino meridio-
uomini in grado di riconoscere gli antichi segni nale. Dalle medesime lettere, in realtà, risulta
di confine disseminati nella campagna 38. La che la Sabina meridionale era già in parte nelle
complessità dell’inchiesta sta a dimostrare che, mani papali, visto che la chiesa romana aveva
di fatto, esisteva una sostanziale compenetra- rivendicato in precedenza la sua autorità su
zione socio-economica fra i due territori di Par- ipsum territorium cum masis sibi pertinentibus,
ma e di Piacenza, per cui separarli era difficile – tanto in base a donazioni imperiali (di Bisan-
anche in riferimento a eventuali diritti dell’una zio), quanto grazie a quelle degli stessi “protervi
o dell’altra parte maturati in passato – e costi- re longobardi”. Persino il “perfido Desiderio”,
tuiva un’operazione in qualche modo artificiosa. come lo chiama il papa, non aveva potuto evita-
Ma, si potrebbe osservare, si trattava di confini re di concedere alla chiesa di Roma almeno le
interni al regno longobardo; la questione po- massae che si trovavano in Sabina; non aveva
trebbe porsi diversamente in relazione ai confi- concesso però quel territorio sub integritate e si
ni esterni. L’obiezione è corretta: ma vediamo il capisce bene perché Desiderio avesse dato
caso della Sabina. un’interpretazione restrittiva delle pretese pa-
In Sabina, nel 781, papa Adriano I, avendo ri- pali. Carlo, invece, secondo Adriano deve conce-
cevuto in dono da Carlo Magno il patrimonium dere l’intero territorio.
Sabinense, procedette ad una delimitazione dei Fin qui le parole del papa. Con esse, non solo
confini rispetto all’antico territorio longobardo. si precisano le rivendicazioni della sede roma-
La terminatio avvenne mediante l’intervento di na, ma ci viene fornita anche la chiave giusta
seniores testes annorum plus minus centum, che per leggere gli avvenimenti in un senso più ge-
testimoniarono sull’altare della chiesa di S. Ma- nerale. Ciò che in sostanza ci dice il papa è che
ria in Foronovo, davanti ai messi imperiali, Itte- il confine, la frontiera tra Roma e il ducato di
rio e Maginario, quomodo antiquitus ipse beatus Spoleto – uno fra i più caldi d’Italia dall’arrivo
Petrus sanctaque nostra Romana ecclesia eun - dei Longobardi in poi –, era passato a lungo
dem detinuit patrimonium: in realtà, indicarono all’interno della Sabina, là dove i diritti di en-
piuttosto quali fossero i confini fra la Sabina lon- trambe le dominazioni con il passare del tempo
gobarda (quella di Rieti, che rimaneva a far par- si erano inestricabilmente intrecciati, andando
te del ducato di Spoleto) e la Sabina romana 39. a sfociare in una presenza contemporanea, che
Infatti, ad una lettura attenta del dossier do- si era articolata in uno sfruttamento incrociato

guerriera del sepolcreto e dell’insediamento di Nocera Um- bottino – della popolazione dei vivi con le terre sottoposte a
bra, ma – al contrario – la distinzione fra “warrior aristo- Bisanzio. Ciò che rimane assodato, comunque, è che la fisio-
cracy” e “civil officals”, nel mondo longobardo del VI, VII o nonomia militare di Castel Trosino, nonostante la presenza
anche VIII secolo non ha nessun senso, in quanto non esi- di un castrum, non riceve nessuna conferma dai resti ar-
stevano due gerarchie davvero distinte, politico-ammini- cheologici, mentre quella di Nocera può certo essere am-
strativa l’una, militare l’altra; ed anche sulla scarsità di messa, ma senza volerne ricavare le conclusioni troppo as-
contatti con i Bizantini dimostrata (a confronto di Castel solute (il presidio germanico “allo stato puro”) delineate da
Trosino) da Nocera Umbra ci sarebbe da discutere, visto che Jorgensen nel suo studio, peraltro fondamentale.
l’immagine fornita dal rituale funerario non è trasportabile 37 GASPARRI 1990, pp. 241-249.
meccanicamente alla società dei vivi. Possiamo solo affer- 38 Ibid., pp. 249-254.
mare che l’immagine che il gruppo di Nocera Umbra voleva
fornire di sé era un’immagine militarizzata, senza trarre 39 Codex Carolinus, n. 69, del maggio-settembre del 781
conclusioni definitive su quelli che dovevano essere i rap- (questa e le seguenti lettere sono alle pp. 69-72). Sull’intero
porti – a mio modo di vedere intensi, come in tutti i luoghi di problema della terminatio vedi TOUBERT 1973, II, pp. 941-
confine (cfr. più avanti nel testo di questo stesso saggio): per 945.
contatti di commercio ma anche per razzie e conseguente
del territorio, sia pure, forse, a livelli diversi, territorio comune fra il ducato longobardo di Be-
economico da parte del papa, politico-militare nevento e il ducato bizantino di Napoli. E non
per quello che riguardava i Longobardi; a meno radicalmente diversa la situazione doveva esse-
che le massae papali non avessero già rappre- re altrove, ad esempio nell’Italia nord-orientale.
sentato una sorta di enclave indipendente di fat- Anche lasciando da parte il caso, forse un po’
to dalla giurisdizione del re, o meglio del duca di particolare, del duplice sfruttamento di Grado
Spoleto 40. da parte di Longobardi e Bizantini (intorno al
In queste condizioni, parlare di veri e propri 770), va ricordata almeno la situazione regi-
confini è difficile. Li si cerca, comunque, andan- strata nel patto tra Longobardi e Venetici, fra i
do a scavare nei ricordi degli anziani, un fatto, quali sono in prima fila gli abitanti di Cittano-
questo, che rappresenta la prassi normale: ab- va. Questo patto, stipulato all’età di Liutprando
biamo già visto il caso di Parma e Piacenza; e e ricordato nel più tardo Pactum Lotharii, di età
nella controversia tra Siena e Arezzo – ad esem- carolingia (840), menziona un limite territoriale
pio – sono gli ecclesiastici anziani che giurano preciso, posto dal duca di Treviso, Paulicio, tra i
sull’appartenenza di determinati territori eccle- due rami del Piave, il Piave maggiore e il Piave
siastici (ecclesiae et plebes) all’una o all’altra secco 44. Ma quel termine veniva posto solo allo-
diocesi, e, di fatto, anche all’una o all’altra civi - ra, all’inizio dell’VIII secolo (siamo intorno al
tas 41. Per ciò che riguarda la Sabina, il discor- 726): prima non c’era. E inoltre, i contenuti del
so, rispetto agli altri esempi, si muove su un nu- patto di Lotario, alcuni elementi del quale pos-
mero ancora maggiore di piani, politico, econo- sono essere fatti risalire certamente al patto
mico e forse militare. Ma la compenetrazione fra dell’VIII secolo, riguardano limiti di territori
i territori appare la stessa, nonostante che sta- agricoli, diritti di pascolo, movimenti di persone
volta – ed è una circostanza significativa – non e cose, a testimonianza del fatto che ci si trova di
si tratti di un confine interno al regno, ma di fronte ad una realtà agricola che, al di là dei
quello fra due poteri – il regno stesso e la chiesa confini politico-militari, era profondamente in-
di Roma – che per la maggior parte della loro tegrata; una realtà locale che in tal modo aveva
storia furono ostili l’uno nei confronti dell’altro. vissuto per tutto il periodo successivo alla con-
Quella della Sabina non è un’attestazione quista longobarda e che allo stesso modo – sia
isolata. Il caso più clamoroso, e più noto, è quel- pure in termini che a quel punto si facevano più
lo della Liburia (oggi Terra del lavoro), la fertile chiari – sarebbe andata avanti in futuro. Non è
pianura di Capua, sfruttata in condominio da un caso, allora, che l’analisi delle carte della zo-
Longobardi e Napoletani 42, come risulta in mo- na di frontiera fra il regno e l’area bizantino-ve-
do inequivocabile da un trattato di poco succes- netica, la zona trevigiana, ci mostri che l’ono-
sivo al 774, stipulato da Arechi II di Benevento mastica dei possessores longobardi era forte-
con i milites napoletani, che è il punto d’arrivo – mente mescolata, a riprova di una evidente ed
confuso, ai nostri occhi, ma solo se insistiamo di- antica mescolanza etnica 45; così come avveniva
speratamente a individuare frontiere nette e del resto in un’altra zona di frontiera, al di là del
impenetrabili – di una storia plurisecolare, che Po, nel territorio di Piacenza, dove le carte su-
affonda le sue radici negli inizi stessi della con- perstiti dell’Archivio Capitolare ci hanno lascia-
quista longobarda. Starebbe a provarlo il nome to – insieme con un’onomastica in parte roma-
di tertiatores dato ai contadini locali, un nome nizzante – l’unica attestazione documentaria di
che rinvia, con buona probabilità, proprio ai pri- età longobarda relativa ad una Romana mulier.
mi tempi dello stanziamento dei Longobardi ed Sono tutti segnali significativi, nonostante i li-
al problema della tertia 43. miti dell’onomastica (che però nell’VIII secolo,
I contadini della Liburia dunque avevano se presa a blocchi territoriali, può avere ancora
due padroni, l’aristocrazia longobarda e i mili - un certo significato etnico), di una forte compe-
tes napoletani. Ciò vuol dire che in questo caso netrazione umana, territoriale ed economica
siamo davanti, più che ad una frontiera, ad un delle zone di frontiera 46.

40 Codex Carolinus, nn. 70-72, lettere tutte comprese in un della teoria tradizionale (che sosteneva la distribuzione di
arco di tempo molto breve (tra il maggio-settembre del 781 e terre ai barbari; l’autore pensa invece all’assegnazione di
l’anno seguente). È il Liber Pontificalis ad informarci del ri- una quota delle entrate fiscali) e WICKHAM 1984, più vici-
torno in mani papali (nel 739-40) del Savinense patrimo - no alla posizione classica ma con novità interessanti.
nium, qui per annos prope XXX fuerat abstultum, dunque – 44 GASPARRI 1990, p. 266 (per Grado) e 1991, pp. 16-19.
sembrerebbe – agli inizi dell’VIII secolo (DUCHESNE 1886, 45 Ibid., pp. 18–19.
p. 428).
41 GASPARRI 1990, pp. 241-254. 46 SCHIAPARELLI 1933, II, n. 130 (25 settembre 758), p.
42 Ibid., p. 266. 15: Gunderada honesta femina Romana mulier ( l ’ u n i c a
“donna romana” notaci dalle fonti documentarie portava
43 Sulla tertia, vedi GOFFART 1980, critico nei confronti dunque un nome longobardo).
6. Può essere utile, a questo punto, tentare di no generale del territorio più che di frontiere mi-
ricapitolare le osservazioni fatte, aggiungendo litari 51. Da una parte, dunque, va sottolineato
qualche annotazione complementare. I confini come l’intero controllo del territorio da parte dei
dell’Italia longobarda furono per lungo tempo poteri pubblici, in età longobarda, presentasse
piuttosto indefiniti ed assunsero solo lentamen- forti caratteri militari (senza con questo voler
te, nel corso del VII secolo, una fisionomia terri- affatto riesumare teorie del tipo arimannico):
toriale più precisa. È possibile che la pace con castra, accanto alle civitates, si trovano dapper-
Bisanzio del 680 abbia rappresentato una tappa tutto e non solo ai confini. Dall’altra, è indubbio
importante 47, alla quale fecero seguito nel seco- che le vere e proprie fortificazioni confinarie –
lo VIII – in un periodo peraltro di guerre e di an- almeno da parte longobarda – dovevano essere
nessioni territoriali al regno – ulteriori e più di modesta entità, anche nell’VIII secolo. La mo-
mature confinazioni. I confini si attestavano destia costruttiva e la limitatezza dei mezzi eco-
spesso su confini naturali, il mare, i fiumi, i nomici del periodo impediscono infatti di pensa-
monti, le colline, o in riferimento a elementi ar- re a fortificazioni imponenti. E inoltre: chi mai le
tificiali ma antichi (le vie romane): all’interno avrebbe presidiate? È difficile ipotizzare l’esi-
stesso del dominio longobardo, per fare un ulte- stenza di folte guarnigioni stabili, perché di un
riore esempio, il Po rappresentava probabil- vero e proprio esercito permanente non c’è trac-
mente un confine di grande importanza fra la cia, nell’Italia longobarda. A Nocera Umbra,
“terra del re” ed il resto del regno 48. Ed il ruolo uno dei pochi casi relativamente certi e ben stu-
dei portonarii, che risulta chiaro dalle leggi lon- diati, la comunità legata al castrum non doveva
gobarde fin dal VII secolo, è una prova ulteriore contare più di settanta-ottanta persone 52.
dell’importanza delle barriere d’acqua 49. Tutto ciò porta a dubitare che lo stesso siste-
Almeno al nord, proprio appoggiandosi agli ma di chiuse e castelli dell’arco alpino funzio-
elementi naturali, i confini individuavano con nasse al meglio della sua efficacia nell’VIII seco-
una certa sicurezza una sorta di frontiera mili- lo. Se le sorti del regno longobardo si decidono
tare, quella dell’arco alpino. Altrove, ciò lo si ri- alle chiuse, ciò non avviene perché, una volta
costruisce con più difficoltà e molte maggiori in- sfondata la grande difesa, non ci sono più forze
certezze. Ciò non significa, naturalmente, nega- da opporre agli invasori: ma perché l’estrema
re un dato ovvio, e cioè che le zone più vicine ai debolezza interna di Astolfo e Desiderio fa sì
territori estranei al regno presentassero una che, alla prima sconfitta, i loro numerosi opposi-
maggiore densità di controllo militare: basti tori interni, più o meno mascherati – una parte
pensare ai castelli dell’Emilia o a quelli del La- solo dei quali aveva obbedito al comando di mo-
zio, conquistati da Liutprando e ricordati da bilitazione del re –, li abbandonino definitiva-
Paolo Diacono; e lo stesso poteva valere anche mente, cosicché ai sovrani non rimane che rin-
sul fronte bizantino, si pensi ad esempio ai ca- chiudersi nelle città. Strategia disperata e che
stelli ricordati (per la fine del VI secolo) nell’ope- stavolta fallisce, al contrario che all’età di Auta-
ra geografica di Giorgio Ciprio. Il tutto, però, ri: perché ormai significava consegnare il pro-
senza pretendere di moltiplicare, o di irrigidire prio paese e la propria gente ai nemici 53. Non
nel tempo, limites fortificati che, nella realtà, più guarnigione barbarica ma classe dominante
dovettero essere molto più modesti ed effimeri indigena, i re e i loro seguaci, una volta invasi i
di quanto di solito si pensi 50. campi e i pascoli, erano sconfitti in partenza.
Tornando al regno longobardo, va notato co- Ma il valore militare delle chiuse non c’entra.
me fra i castelli elencati dalle fonti del tempo ci In generale, dunque, il significato militare
fossero anche centri che non erano propriamen- del confine, e con esso della frontiera, appare
te presidi di frontiera, ma al contrario elementi tutto sommato modesto, nell’Italia del VI, VII
insediativi importanti dal punto di vista demo- ed VIII secolo. E se da una parte – per la sinuo-
grafico, facenti parte cioè di un sistema di gover- sità dei confini fra terre longobarde e bizantine

47 DELOGU 1980, pp. 99–100, il quale ritiene che con questa Spoleto, Benevento) e di castra che invece si avviano ad un
pace (stipulata probabilmente durante il concilio di Costanti- dimensione cittadina (Cividale del Friuli, Ferrara; anche
nopoli che condannò il monotelismo) «l’impero riconobbe [...] Viterbo era un castrum e non una civitas, ma va sottolinea-
l’esistenza in Italia di un’entità politica longobarda». to che la differenza di terminologia fra civitas e castrum,
48 GASPARRI 1990, pp. 292–295. nelle fonti, se è riferita a centri di una certa entità va ricon-
dotta quasi sempre, nel caso dei castelli, alla mancanza di
49 AZZARA, GASPARRI 1992, Roth. 265-268, pp. 74 e 76. un vescovo al proprio interno). Inoltre è possibile che, fra i
50 PAULUS DIACONUS 1878, VI, 49. Sui castra bizantini in castelli dell’Emilia (cfr. nota precedente), Paolo Diacono in-
Italia, nell’età di Tiberio I (578-582), vedi CONTI 1975. cluda anche Bologna (ma l’elencazione non è del tutto chia-
51 GASPARRI 1990, pp. 277-284, dove si discute il ruolo ra), che non era certo un semplice presidio di frontiera.
52 JORGENSEN 1992, p. 30.
complessivo delle città nell’Italia longobarda e si fanno al-
cuni esempi di città a forte connotazione militare (Siena, 53 GASPARRI 1983, pp. 112-113, e 1990, pp. 303-305.
e per il carattere militare del controllo dell’inte- netta, non esisteva, in quanto il dato più evi-
ro territorio – si potrebbe sostenere che la fron- dente che emerge dalle fonti è proprio l’opposto:
tiera, in Italia, era un po’ dappertutto, dall’al- la permeabilità dei confini e la compenetrazio-
tra potremmo concludere affermando che la ne umana, agricola e commerciale delle zone
frontiera, se intesa come limite, come frattura frontaliere.

(Stefano Gasparri)
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