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Disp.

Economia aziendale (Canziani)


Università degli Studi di Brescia
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CAPITOLO PRIMO-L’ATTIVITA’ ECONOMICA DALL’ANTICHITA’ ALLA CINA

1. L’ATTIVITA’ ECONOMICA QUALE ATTIVITA’ SEMPITERNA

L’economia si svolge sin dall’antichità secondo i medesimi momenti causali di sempre,


produzioni/consumi/moneta/autoconsumo e poi economia di mercato.
Il progresso tecnico-scientifico migliora le produzioni e le realizzazioni e migliora quindi anche l’efficienza,
cioè il grado di ottimalità nell’impiego dei fattori produttivi. Ciò significa rifiutare l’interpretazione
materialistico-dialettica di Marx-Engels, la cui premessa dice che nelle società primitive vigeva il comunismo
originario, ove tutti mettevano tutto in comune. Poi nascevano l’organizzazione sociale e quindi la gerarchia.
L’organizzazione della società diventava sempre più complessa, fino al sorgere dello Stato, inteso dai
marxisti come una organizzazione politico-militare e “uno strumento delle classi dominanti per mantenere
intatta la struttura di potere”.

L’economia antica potrebbe venire articolata secondo 4 stilizzazioni connotate:

 Dalla rudimentalità dei secoli aventi Cristo, nella Grecia di Alessandro Magno

 Dallo statalismo in Egitto

 Dall’affarismo in Babilonia

 Dall’espansione marittima fenicia

CIVILTA’ ETRUSCA (1000-294 a.C.)

Le attività economiche, oltre all’allevamento, erano di tipo artigianale e di laboratori dedicati alla
produzione di armi e attrezzi agricoli. Fervevano inoltre con Roma gli scambi di metalli lavorati.

CIVILTA’ ROMANA

Fra i secoli IX e VI a.C. l’economia romana è dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Dal V secolo a.C. i patrizi
cominciarono a condurre direttamente le proprie grandi proprietà fondiarie, ciò portò a un’agricoltura e una
ovinicoltura estensive. Più tardi vennero in campo gli equites, i quali si dedicarono ad attività commerciali e
finanziarie.
Con la prima età imperiale si erano sviluppati così i commerci interni ed esterni. Si affermò successivamente
la grande stagione dell’edilizia, con la costruzione di strade, ponti, fori e templi.
L’insieme di tutte queste attività economiche aveva dato origine a una struttura sociale complessa, ove i 4
ceti più importanti erano patrizi, equites (cavalieri), liberti (schiavi) e plebe, con un’articolazione sociale
ampia (ufficiali, giudici, impiegati, militari, artigiani).

Rilevante apporto a questi sviluppi venne dato dal sistema monetario.


La monetazione standard era iniziata con l’aes grave e il sistema:

 Era costituito di monete d’oro, d’argento, di bronzo

 Venne governato mantenendo sorvegliata la circolazione totale rispetto ai volumi di scambio


dell’intera economia

 Mantenendo un sistema di scambi fissi

Vennero infine i decenni della decadenza con:

1. Lento mutare delle tecniche di coltivazione

2. Decadenza dell’agricoltura a causa degli spopolamenti dei campi e delle possibili vessazioni ad
opera di proprietari di latifondi

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3. Obbligatorietà delle corporazioni

4. Oziosità delle classi urbane

5. Difficoltà di sviluppare produzioni su ampia scala

6. Predominanza dell’esercito

7. Strapotere degli appaltatori

8. Insicurezza sulle strade a causa del brigantaggio

9. Corruzione negli uffici pubblici

10. Inflazione dei prezzi

Più sinteticamente, secondo Rostovzev, la causa principale risiede nella mancanza di sicurezza e nel
disordine della vita economica.

2. DALLE ECONOMIA DI BARATTO ALL’ECONOMIA MONETARIA

Il baratto (scambio merce contro merce) presenta alcune difficoltà:

 Difficoltà di incontro

 Soggettività di determinazione dei valori

 Procedure complesse per trovare l’accordo, reso problematico dalla imperfetta divisibilità dei beni

Il grande problema del baratto era dunque duplice:


- La variabilità dei valori nel tempo e nello spazio
- Il numero infinito dei rapporti di scambio

Venne così in campo il baratto standard, in cui una delle due merci del baratto era appunto un bene
standard (sale, avorio, bestiame, metalli preziosi). Tali beni erano facilmente reperibili e per questo motivo il
regolamento degli scambi venne accentrandosi tramite l’uso di metalli preziosi, i quali avevano due
inconvenienti:
- la misura del peso
- la misura della purezza
Per ovviare a tali inconvenienti si giunse alla standardizzazione, cioè alle monete coniate dalla zecca delle
Città-Stato.

I 3 vantaggi fondamentali della moneta risultano espressione delle tre funzioni della moneta. La moneta
risulta infatti:

1. Unità di misura del valore

2. Strumento di pagamento

3. Riserva di valore

1. Unità di misura del valore


L’esistenza di un unico bene, ora ufficializzato dallo Stato, rende possibile la fluidificazione degli scambi, i
quali possono venire tutti ricondotti a un’unica unità di valore.

2. La moneta STRUMENTO DI PAGAMENTO si è affermata sin dall’antichità pre-cristiana proprio


sostitutivamente al baratto. Si dice che essa ha potere liberatorio, cioè può-deve essere accettata appunto
quale mezzo di regolamento degli scambi in generale.

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Sin dall’Ottocento si affermarono poi i sostituti della moneta: gli assegni di conto corrente e la moneta
elettronica.

3. La moneta RISERVA DI VALORE prende significato dal suo essere mezzo di pagamento, un mezzo tramite
il quale è possibile ottenere qualsivoglia altro bene. Inoltre, la moneta, ha natura di potere d’acquisto
indifferenziato.

Secondo la LEGGE DI GRESHAM la moneta cattiva scaccia la moneta buona.

Nell’antichità la moneta cattiva scacciava dalla circolazione la moneta buona, la quale veniva tesaurizzata
(accumulava moneta) dal pubblico dato il conio della stessa in metalli preziosi.
Egli crede che la moneta buona, proprio perché buona, debba affermarsi rispetto alla cattiva. La realtà è
opposta.
Da quando la moneta è cartacea, la legge di Gresham, vige in modo inverso: la moneta buona scaccia dalla
circolazione la moneta cattiva.
Ecco per quale motivo è rilevante la buona amministrazione di uno Stato anche dal punto di vista
monetario:
- in tempi di circolazione metalliche per evitare che le monete preziose venissero tesaurizzate
- in tempi di circolazione cartacea per evitare che la moneta del proprio Stato perda di valore rispetto alle
altre

3.LE RIVOLUZIONI INDUSTRIALI DAL 1730 AD OGGI


3.1. I FATTORI CAUSALI DELLE RIVOLUZIONI INDUSTRIALI

La rivoluzione industriale si avviò per la prima volta nell’Inghilterra del 1770-1780.


I fattori fondamentali di qualsiasi rivoluzione industriale sono:

a) Quadro statuale organico

b) Disponibilità di capitali e di manodopera

c) Invenzioni, innovazioni e progresso tecnico in generale

d) Economia di mercato

e) Domanda di mercato di beni

A) Quadro statuale organico


L’Inghilterra era costituzionalizzata e si unificò poi come Gran Bretagna. Aveva quindi un monarca, una
burocrazia di governo, un esercito, una diplomazia e un sistema giuridico. Aveva accumulato ingenti capitali
con commerci oltremare. Inoltre i processi di recinzione (enclosures) di proprietà agricole un tempo
pubbliche, avevano spinto grandi masse già agricole all’inurbamento, rendendo così disponibile nelle città
molta forza-lavoro a buon mercato. Infine vi furono numerose innovazioni tecniche, soprattutto i settori
tessile, estrattivo, siderurgico e poi meccanico, i quali avevano preso un rapido e innovativo sviluppo.
Successivamente vi furono le rivoluzioni industriali belga e francese e quindi via via l’olandese e quella
tedesca e italiana. Le ultime 2 rivoluzioni sono state definite late industrial revolutions, quasi come se
fossero state ritardate. Appare invece chiaro come si tratti di rivoluzioni industriali successive, postergate
nel tempo solo per via dell’ottenimento successivo di questo fra gli indispensabili fattori costitutivi.

B) Disponibilità di capitali e di manodopera


I fattori produttivi capitale e lavoro risultano fondamentali per avviare qualsiasi processo di trasformazione
e decollo economici. Le produzioni in serie richiedono capitali sempre maggiori per impianti-macchinari
rispetto alle produzioni artigianali, richiedono anche disponibilità di abbondante manodopera. Ecco per
quale motivo occorre aver accumulato ingenti capitali in antecedenza; occorre anche assicurare alle
produzioni risorse di manodopera sempre adeguate dal punto di vista quantitativo e qualitativo.
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C) Progresso tecnico
Il progresso tecnico richiede almeno 3 componenti tutte fondamentali, e inoltre il passaggio dalla prima
all’ultima: invenzione -> innovazione -> industrializzazione; richiede cioè
-la scoperta del nuovo (invenzione), in cui occorre il genio
-la realizzazione di un modello (prototipo), in cui occorre la trasformazione da progetto a modello
-la produzione in serie (industrializzazione), in cui occorre l’iniziativa imprenditoriale e i capitali per la
produzione in serie

D) Economia di mercato
Elemento fondamentale è la libertà di mercato, la quale viene definita come “libertà di produrre e
scambiare senza essere soggetti ad azioni di forza da parte di terzi, e senza l’intervento dello Stato”. Si tratta,
però, di una definizione inesatta. Con economia di mercato si intendevano, nel Medioevo, le fiere, e poi via
via la libertà di commercio (libertà di importare, esportare, produrre, vendere).
Economia di mercato significa in realtà molto di più. Le libertà di produrre, vendere, importare, esportare,
implica una serie di condizioni strutturali che quelle libertà consentono, tutelano, difendono; condizioni che
devono essere garantite dall’ordinamento. Occorre pertanto:
-che non esistano privative. Non devono esistere monopoli legali riservati allo Stato. Eccezione potrebbe
forse venir fatta per settori speciali di interesse per la difesa nazionale
-che l’ordinamento tuteli l’economia di mercato. L’ordinamento deve tutelare:

1. L’iniziativa privata, cioè la libertà di investire, produrre e commerciare liberamente sotto la tutela di
norme

2. La proprietà privata, cioè la libertà di acquistare, possedere, trasmettere per eredità liberamente

3. Il funzionamento dei mercati, proteggendo concorrenti e consumatori da abusi di mercato, prestano


attenzione ai mercati del credito e del risparmio, delle assicurazioni e elettronici. Lo Stato deve
risultare funzionante anche nelle pre-condizioni dell’economia di mercato, pre-condizioni che
riguardano l’intero svolgersi delle funzioni politico-amministrative nell’interesse di tutti i cittadini.

E) Domanda di mercato
Se lo Stato ha accumulato capitali nel tempo, si generano disponibilità di risorse che danno vita alla
domanda di mercato, la nuova domanda di beni. Ciò consente a uno Stato di puntare sulla domanda
interna quale vettore del proprio sviluppo.
Ma se lo Stato non ha potuto accumulare risorse, lo Stato stesso potrà/dovrà puntare sulla domanda
estera quale vettore del proprio sviluppo.
Si sono fondati sulla domanda interna gli Stati Uniti d’America ricchi di risorse naturali, estesi su superfici
enormi, arricchiti da immigrati di ogni tipo, mai invasi e con una moneta che rappresenta uno dei principali
segni monetari del mondo.
Si sono fondati sulla domanda estera la Germania, il Giappone e l’Italia, sconfitti dal II conflitto mondiale.
Hanno continuato a fondarsi sulla domanda estera Germania e Giappone.
Ha scelto di fondarsi sulla domanda interna l’Italia dopo il 1963.
Inizialmente si è fondata sulla domanda estera la Cina e solo ora comincia ad appoggiarsi sulla domanda
interna.

La domanda interna dipende:

 Dal livello generali di patrimoni e redditi

 Dalla distribuzione di patrimoni e redditi

 Dalle direzioni percorse dalla domanda interna, se nell’acquisto di beni nazionali o di beni di
importazione

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3.2. I MODELLI DI GERSCHENKRON NELLE RIVOLUZIONI INDUSTRIALI

Secondo Gerschenkron nazioni le quali giungano alla rivoluzione industriale successivamente rispetto alle
altre, possono abbordarla non dai primissimi inizi ma già più avanti (quindi senza ripercorrere tutte le tappe
che hanno portato al presente livello di modernità).
Nel caso di queste nazioni il problema deriva da un doppio fabbisogno:
- di capacità intellettuali, (know how) non sempre disponibili o disponibili in quantità insufficienti
- di capitali, perché difficilmente possono aver sviluppato nel tempo processi di accumulazione, sia perché
sbarcano su stadi più avanzati i quali richiedono maggiori capitali per l’investimento

Intervengono così dei fattori denominati sostitutivi:


- le banche, per poter mettere a disposizione ingenti capitali all’ingrosso
- lo Stato, per il medesimo motivo

Gerschenkron spiega, inoltre, il decollo del settore automobilistico giapponese: fino al 1948 il Giappone non
aveva un settore automobilistico a causa della carenza di domanda interna e del regime vigente, mentre la
situazione odierna è nota a tutti.
Questa viene definita teoria dell’industrializzazione tardiva, in cui i fenomeni citati, di recupero
dell’arretratezza riuscendo a “saltare le tappe”, viene denominato vantaggio dell’arretratezza. La teoria
consiste in 4 leggi:

 Lo sviluppo è tanto più intenso quanto più un paese è arretrato

 Le nazioni successive sviluppano l’industria pesante e la chimica più rapidamente delle nazioni
sviluppate

 Vi è una tendenza all’aggregazione monopolistica al fine di ottenere economie di scala

 Il tutto può coesistere con un settore agricolo arretato

Walter W. Rostow suddivide i processi di modernizzazione in modo piuttosto scolastico, dicendo che in
qualunque nazione essi hanno attraversato le seguenti 5 fasi:

1. Società tradizionali, ove vigono autoconsumo, sussistenza e reciprocità

2. Preliminari del decollo, si diffondono conoscenze economico-tecniche

3. Decollo, modificazioni socio-culturali

4. Maturità, dal settore secondario si passa al terziario

5. Benessere, caratterizzato da produzioni di massa

Nel modello di Rostow si può notare che pare di tipo descrittivo-generalizzante, quindi con approssimazioni
e trascura quanto avvenuto attorno al bacino del Mediterraneo con il passaggio dal settore primario al
secondario e al terziario contemporaneamente, quando non direttamente al terziario.

3.3. IL PROGRESSO NELLA RIVOLUZIONE INFORMATICA CONTEMPORANEA

Le epoche dall’ultimo quarto dell’Ottocento agli anni 1970 sono state caratterizzate:

1. Dalle produzioni di massa, organizzate in enormi complessi produttivi

2. Concentrate in poche, grandi metropoli industriali

3. Nel soddisfacimento di domanda di beni industriali

Ciò aveva dato vita a problemi di tipo:

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a) Sociale e urbanistico

b) Organizzativo-gestionale, per la difficoltà di controllare strutture produttive di dimensioni sempre


maggiori

Oltre a quei problemi se ne aggiunsero altri:


-il pan-sindacalismo
- le due crisi energetiche
- l’incremento di lavoro e energia

Dal punto di vista produttivo si passò a strutture produttive distribuite, al trasferimento internazionale delle
produzioni (transplanting) e secondo il principio manifatturiero della lean production (processi produttivi
snelli) e del just in time (esattezza perfetta dei tempi acquisti-produzione-vendite, con la quasi assenza di
scorte).

Si è sviluppata così una vera rivoluzione informatico-digitale. Ciò ha significato 3 conseguenze sistemiche:

1. Sviluppo di tecnologie ad alta intensità di capitale in campo informatico e telematico

2. Nuovo rapporto capitale/lavoro

3. Generale diffusione dell’informatica e della telematica

Con la nuova informatica si è affermata la rivoluzione digitale.


Dal punto di vista delle imprese, la ICT ha influenzato tutti i settori, ma in particolare l’elettronico, il
telematico e l’informatico.
Dal punto di vista economico-sociale, la ICT ha dato vita alla globalizzazione, cioè ha drasticamente mutato i
flussi informativi nonché commerciali mondiali.
L’insieme ha dunque offerto maggiori chances alle imprese in grado di coglierle, ma nel contempo ha
accresciuto il livello di sfide cui ciascuna di essa viene oggi sottoposta, dunque ha generalmente
incrementato la complessità gestionale.

4.I PROCESSI DI CRESCITA ECONOMICA DEGLI STATI


4.1. LA TRANSAZIONE AGRICOLUTURA-INDUSTRIA-SERVIZI

Nei processi di sviluppo fino ad ora descritti vi è una transizione dalle attività agricole e pastorali
all’artigianato e ai commerci. Ma di mano in mano che il progresso economico si espande, si diffonde, si
verifica la transizione la quale Colin Clark definisce spostamento di baricentro (dall’agricoltura ->
all’industria -> ai servizi).
La transizione è destinata allo sviluppo di qualsivoglia nazione. Tale modernizzazione si è manifestata
inizialmente negli Stati Uniti d’America poi pure in Europa, con la modificazione sostanziale delle modalità di
gestione delle imprese agricole grazie anche ad ingenti investimenti elettronici ed informatici.

4.2. I PERPLESSI DAL “PROGRESSO”, KULTUR E ZIVILISATION

Il passaggio dai settori primario, secondario e poi terziario comporta dei vantaggi, ma implica un sistema di
mutamenti:
- per le classi lavoratrici
- per l’intera società industriale
- per la società in generale

Nasce un contrasto e una contrapposizione fra ZIVILISATION E KULTUR.


Zivilisation (incivilimento) rappresenta le forme (esterne) della vita associata di un popolo, il suo modo di
vivere.
Kultur (civiltà) rappresenta la cultura, le forme espressive di un popolo nel campo della scienza e delle arti.

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Sin dalla I guerra mondiale numerosi pensatori si espressero sulle dinamiche assunte dalla Zivilisation la
quale, a loro giudizio, invece di tendere al vere incivilimento, andava degradandosi negli effetti che
esprimeva, produceva, diffondeva.

 Oswald SPENGLER antivedeva il futuro predominio della tecnica

 José ORTEGA Y GASSET antivide l’aumento del livello medio di materialismo delle scelte singole e
collettive

 Johan HUINZIGA preconizzò che lo sviluppo tecnico sarebbe risultato maggiore dello sviluppo
morale

 Thomas MANN riteneva che la Zivilisation sarebbe sboccata nell’affarismo borghese, nella corsa al
denaro, nel capitalismo, nell’internazionalismo

5.LA PROGRESSIONE DELLE RIVOLUZINI INDUSTRIALI E LA SUCCESSIONE DEGLI STATI-GUIDA


5.1. LA SUCCESSIONE DEGLI STATI-GUIDA

L’Alto Medioevo fa registrare, dal punto di vista economico:


- il collasso dal sistema degli scambi e dei trasporti
- il rattrappirsi dell’attività economica in un’economia di prossimità (economia curtense)
- ridotti livelli di produttività economica

L’economia di scambi riprende a far data dai secoli XIII-XIV. L’espansione economica percorre assi direzionali
che ne connotano i tempi e le strutture quantitative, assi che connotano in modo fondamentale anche le
politiche nazionali e internazionali. Queste fasi possono essere sintetizzate:

1. Economia mediterranea a dominio veneziano e delle repubbliche marinare

2. Economia Nord-Europea franco.tedesca

3. Predominio dell’Inghilterra fino al 1914

4. Spartizione colonialista del continente africano

5. Predominio statunitense

1.ECONOMIA MEDITERRANEA E NORD-EUROPEA

L’economia dell’Italia trecentesca è già ben sviluppata, fondata sull’agricoltura, sul commercio, sulla banca,
fondata anche su una strumentazione tecnica già ben moderna. Con il ‘400 si affacciano sui mercati
produzioni vinicole francesi e attività minerarie e metallurgiche tedesxhe, ma domina largamente l’Italia nel
Mediterraneo, con le Repubbliche mainare e soprattutto Venezia.
Con la caduta di Costantinopoli da un lato, con l’età delle scoperte transoceaniche dall’altro, il Mediterraneo
diviene un “mare chiuso”.

2.I COMMERCI TRANSATLANTICI E GLI IMPERI POROGHESI E SPAGNOLO

I portoghesi, grandi navigatori, iniziano a scoprire numerosi territori (Azzorre, Senegal) fino a quando Vasco
da Gama giunge in India. Viene sottoscritto fra Portogallo e Spagna il Trattato di Tordesillas, il quale
suddivide fra i 2 regni i domini al di fuori dell’Europa: sono riservati alla Spagna i territori a ovest, e al
Portogallo a Est del meridiano Nord-Sud al largo della costa del Senegal. In tal modo il Portogallo riesce a
monopolizzare i commerci fra l’Asia e l’Europa e fra l’India-Indonesia-Cina-Giappone.
La Spagna inizia a conquistare porzioni di continente nell’America del Nord, America Centrale e Meridionale.
Contemporaneamente, però, il settore finanziario-monetario è pieno di problemi. Da un lato l’eccesso di
importazione di ricchezze, dall’altro i costi per mantenere le forze armate in grado di difendere l’impero.

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Accenno speciale merita la tratta degli schiavi attuata da portoghesi e spagnoli, che esportavano uomini
dall’Africa per ottenere forza lavoro nelle colonie americane. Si trattava di un “commercio triangolare”, che
vedeva 1) partire dall’Europa per l’Africa carichi di stoffe, liquori, manufatti di metallo; 2) lì scambiarli contro
schiavi da deportare nelle Americhe; 3) di là ritornare con carichi di materie prime.

3.LA SUCCESSIONE ANGLO-OLANDESE E L’IMPERO BRITANNICO

L’antitesi fra Spagna e Inghilterra si fondava sul fatto che l’Inghilterra aveva trovato la Spagna già saldamente
insediata nei domini oltremare. Così Elisabetta I ordinò di attaccare le navi spagnole e portoghesi colme di
tesori dal Nuovo Mondo. Si inizia quindi nel secolo XVIII l’espansione inglese nei territori ancora liberi.
L’Inghilterra diventa Gran Bretagna e successivamente accelera la propria espansione in altri continenti
(Nuova Zelanda). Grazie alle proprie capacità militari, diplomatiche, di governo, di commercio, Londra divine
la più grande città del mondo.
David S.LANDES a riguardo degli sviluppi industriali inglesi, tiene a ricordare il rilievo dell’iniziativa privata,
l’antica fascinazione inglese per il commercio e le ricchezze e il rilievo di carbone/macchina a vapore nella
rivoluzione industriale inglese, così originando il SISTEMA DI FABBRICA.

4.GLI STATI UNITI D’AMERICA

Dopo la dichiarazione d’indipendenza, si iniziò con il completamento dell’Unione. Nel frattempo


l’industrializzazione si era iniziata sulla East Coast, fondandosi sul settore ferroviario data l’estensione del
territorio. Successivamente venne scoperto l’oro in California che rafforzò la corsa all’Ovest.
La contrapposizione fra gli stati del Sud, favorevoli al mercato libero, e quelli del Nord, più favorevoli a un
regime protezionistico daziario per difendersi contro le produzioni inglesi, diedero origine alla Guerra di
Secessione. Dopo di che venne sfruttato il mercato interno e gli sviluppi durarono attraverso la I guerra
mondiale fino alla conseguente crisi del ’29. Partecipando al II conflitto mondiale e facendosi pagare le
forniture dagli alleati, riuscirono a rendere il dollaro il perno del sistema monetario mondiale. Tuttavia
questa è una visione eurocentrica, la quale trascura gli sviluppi asiatici:

1. predominio della Cina Imperiale

2. ascesa del Giappone Imperiale

3. espansione mondiale della Cina

1.PREDOMINIO DELLA CINA IMPERIALE

Inizialmente la Cina conosce un processo di crescita e di sviluppo, che però non riusciranno a mantenersi nei
periodi successivi. La Cina partecipa alle due guerre dell’oppio, le quali la vedono soccombere, costretta a
cedere Hong Kong all’Inghilterra. Inizia così la penetrazione occidentale in Cina che porterà successivamente
al crollo dell’Impero cinese.

2.ACESA DEL GIAPPONE IMPERIALE

Il Giappone era uno stato chiuso (1853) finché una spedizione militare statunitense lo costrinse ad aprirsi ai
commerci esteri anche con altri continenti. Inizia così la rapida modernizzazione del Giappone sia in campo
industriale che in campo militare.
Con lo sbarco del Giappone in Cina, inizia la II guerra sino-giapponese, che porta il Giappone a espandersi
militarmente in Cina. All’ulteriore espansione giapponese in Cina faranno poi seguito il ritiro e l’abbandono,
ma, nel contempo, la vittoria della rivoluzione contadina di Mao-tse-dong, che darà via alla Cina comunista.
Le prospettive per il Giappone, sconfitto, parevano pessime, ma la politica statunitense di sostegno agli Stati
sconfitti ne consentì una re-industrializzazione così rapida e intensa da fare del Giappone una fra le prime
potenze economiche mondiali.

3.ESPANSIONE MONDIALE DELLA CINA DELLE “4 MODERNIZZAZIONI” DOPO IL 1982


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Deng-Xiao-Ping lancia la logica delle Quattro Modernizzazioni al fine di far uscire la Cine dalle inefficienti
pastoie marxiste e riguardavano:

 AGRICOLTURA

 SCIENZA

 TECNOLOGIA

 INDUSTRIA E DIFESA NAZIONALE

Obiettivo delle 4 modernizzazioni era di fare della Cina “una delle maggiori potenze economiche del XXI
secolo”. Ma ciò che maggiormente rileva è annotare che si è ottenuta la crescita in Cina di circa 300 milioni
di borgesi abbienti, i quali sono in grado di dare ulteriore alimento al moltiplicatore dello sviluppo
economico cinese.
La Cina imperiale era caratterizzata:
- da una cultura burocratica confuciana
- da uno spirito commerciale al Sud
- da un sistema gerarchico che procedeva con il sistema degli esami, grazie ai quali si era via via introdotti
negli 11 gradi progressivi delle 3 carriere mandarinali, mandarini militari, mandarini governatori e mandarini
giudici
- esami per i quali ci si preparava per anni
- originando una cultura efficiente ma cauta nelle innovazioni
- cultura che aveva ricevuto pessimi esempi delle attività inglesi

Anche lo stabilirsi del comunismo in Cina non era risultato più tanto favorevole agli sviluppi industriali,
fondandosi soprattutto sul settore primario dell’agricoltura.

5.2.ASCESA E DECLINO DELLE NAZIONI. LE COSTANTI GEO-POLITICHE

Le dinamiche internazionali possono essere aggregate nel modo seguente:


1. Economia mediterranea a dominio veneziano e delle repubbliche marinare
2. Economia nord-europea franco-tedesca
3. Età nelle navigazioni oceaniche e delle scoperte
4. Predominio della Cina imperiale
5. Predominio dell’Inghilterra
6. Spartizione colonialista del continente africano
7. Predominio statunitense
8. Ascesa del Giappone Imperiale
9. Espansione mondiale della Cina delle 4 modernizzazioni

La dinamica consente di annotare:

 Per l’Asia il predominio centripeto dell’Impero cinese per 200 anni

 Per l’Europa la caduta di Bisanzio

 La transizione da Portogallo-Spagna all’Inghilterra

 Il dominio mondiale dell’Inghilterra fino al 1914

 L’ascesa degli Stati Uniti d’America

 L’affermarsi della Repubblica Popolare Cinese dopo il 1986

Questa dinamica viene sintetizzata: rotazione Est-Ovest degli assi economici del mondo.

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Alcune importanti teorie:


TOYNBEE: al fine di interpretare incontri-scontri fra popoli, sostenne che la sopravvivenza degli Stati è in
funzione della qualità delle risposte ai mutamenti del contesto.
OLSON: pose sul concetto di azione collettiva, spiegando che l’individuo usualmente si raggruppa in gruppi,
associazioni, ciascuno dei quali rivendica vantaggi per i propri componenti, di modo che il sistema politico
accontenta queste coalizioni distributive a spese del bilancio dello Stato.
KENNEDY: tese a ricondurre il declino all’eccesso di spese militari rispetto all’economia e alle ricchezze
nazionali.

Al fondo dell’ascesa e della discesa degli Stati-nazione stanno anche alcune costanti geo-politiche le quali
influenzano 1) le attività economiche, 2) le possibilità politiche, 3) lo Spirito nazionale.

6.ORIGINI SPIRITUALI O EGOISTICHE E DELLE CONIMIE MODERNE? LO “SPIRITO DEL CAPITALISMO” DI


MAX WEBER, TROELTSCH, SOMBART, FANFANI. I NEMICI DEL “CAPITALISMO”. IL “CAPITALISMO DI STATO”.
6.1. INTRODUZIONE

Dobbiamo domandarci quali siano i fattori causali di tutte le conquiste, progressi e migliorie, ma anche
sconfitte e crisi. Al cuore del processo stanno la natura realizzativa dell’uomo e l’amore per il nuovo, ma
anche l’egoismo e il desiderio di conquista. Questo spiega l’errata concezione comune di “progresso” quale
miglioramento sempiterno. Il tema di fondo risiede appunto nell’errore materialista di quel concetto di
“progresso”, inteso quale miglioramento senza fine.
Progresso è invece tutt’altro, cioè la sempiterna storia di noi umani soltanto in contesti materiali sempre più
facilitati.
Se questo è il progresso, occorre allora interrogarsi su quali forze sistematiche abbiamo sospinto il mondo
sviluppato a questi livelli di produzione-consumo-benessere materiale, che vengono definiti “capitalismo
moderno”.

6.2.IL CAPITALISMO

Il termine capitalismo viene in campo con i socialisti tedeschi a fine dell’Ottocento, i quali lo utilizzavano in
modo critico e dispregiativo, anche influenzati dal nuovo “macchinismo industriale”.
Occorre riflettere alla situazione che caratterizzava la loro epoca: prorompenti sviluppi industriali,
formazione e crescita di grandi imprese e generazione di oligopoli.
Occorre riflettere anche alle condizioni del lavoro operaio, assai dure rispetto a oggi, infatti la durata della
giornata lavorativa era di 16 ore al giorno per 6 giorni.
Occorre riflettere alla mancata tutela dell’operaio in malattia o incidentato, finché non venne in campo la
legislazione sociale bismarckiana, che avrebbe via via riguardato l’assistenza sanitaria e contro gli incidenti
sul lavoro.
Occorre riflettere allo sguardo con il quale i pensatori guardavano gli sviluppi dell’epoca. Essi stentavano a
comprendere che la generazione di nuova ricchezza derivava non tanto dallo sfruttamento operaio, bensì
dalla ricerca dell’efficienza, dall’innovazione, dai processi di ammodernamento tecnico-produttivo.
Occorre allora parlare di economia di mercato, cioè della libertà di produrre, innovare, commerciare,
scambiare in spazi sempre più ampi e per sempre maggiori quantità-qualità di beni, producendo nuova
ricchezza che deriva dal maggior valore che l bene economico possiede, e poi distribuendo tale ricchezza in
forma di salari, stipendi, interessi, dividendi.

“CAPITALISMO” come:

1. Riconoscimento giuridico della proprietà privata del capitale

2. Possibilità di negoziare il capitale, il lavoro, i servizi sui mercati dei fattori produttivi

3. Concorso ampio e predominante del fattore produttivo capitale nell’economia moderna

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4. Accumulazione continuata di capitali e di utili, monopolio, predominio dei ricchi.

Rimangono dunque due definizioni di “capitalismo”:

1. Proprietà privata del capitale, possibilità di negoziarlo sul mercato in forma di capitale d’impresa,
concorso sempre maggiore del capitale nelle produzioni economiche

2. Accumulazione continuata di capitali da parte di capitalisti sfruttatori e monopolisti

La prima definizione ci consente quindi di definire capitalistici tutti i sistemi economici non appena essi
raggiunsero un grado medio di sviluppo. Occorrerà parlare di:
- capitalismo antico
- capitalismo medioevale
- capitalismo moderno
- capitalismo contemporaneo

Il capitalismo è dunque sempre esistito da quando l’attività economica ha potuto organizzarsi in imprese,
scambi, mercati, investimenti, importazioni, esportazioni.

6.3. LO SPIRITO DEL CAPITALISMO” DI MAX WEBER. TROELTSCH SUL CALVINISMO E SOMBART SUL
GIUDAISMO

Max Weber ricorda, dal punto di vista storiografico, che vi è sempre un concorso di fattori economici ed
extraeconomici, e che le spiegazioni unilaterali tendono sempre all’incompletezza quando non alla falsità.
Egli contrassegna come “spiegazione ingenua” il capitalismo derivante dall’avidità di guadagno e dallo
sfruttamento economici, ma che è soltanto capitalismo avventuriero.

Annota quanto segue:

a) Dopo il Medioevo si è affermata una nuova mentalità economica;

b) Ciò ha reso possibile il capitalismo quale fenomeno storico tipico dell’Occidente moderno

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c) Questo può venire caratterizzato:


-dalla ricerca razionale del guadagno
-intesa quale auto-disciplina dell’avidità di guadagno

L’origine di tale interpretazione può venire ripresa nel modo seguente:

1. La Riforma protestante ebbe grande diffusione in tutto il Nord Europa

2. Essa introdusse il concetto di predestinazione, secondo la quale gli individui sono cioè predestinati
al Paradiso o all’Inferno sin dalla nascita

3. Vale soprattutto il concetto di “salvezza per sola Gratia”

4. Ciò significa:

a) Cancellare il rilievo delle opere ai fini della salvezza

b) Il che può risultare o comodo o preoccupante a seconda del carattere

c) Ma che in ogni caso lascia assai dubbiosi sul proprio destino oltre la morte

Ma poiché l’individuo aspira a conoscere quale sia il proprio destino eterno, con una traslazione dal piano
metafisico al piano terreno, il mutamento della Kultur (da cattolica a protestante) tese a trasformare il
successo mondano in INDIZI-SEGNALI-ANTICIPAZIONI-CONFERME del proprio destino ultraterreno:

successo, ricchezza -> Paradiso


insuccesso, povertà -> Inferno

Con il trascorrere poi dei decenni e dei secoli, quelle pulsioni-tendenze-convincimenti inconsci rimasero,
però secolarizzati, cioè trasferiti sul piano terreno e terrestre, appunto del “secolo”, cioè dell’epoca.

Ciò significò, soprattutto per gli Stati Uniti d’America:


- il lavoro per il lavoro
- la ricerca sconsiderata del guadagno, cioè della ricchezza per la ricchezza

Il pensiero di Max Weber consentì di rinforzare strutturalmente le critiche a Marx e ai marxisti, giacché la
sua teoresi fra l’altro:

1.sottintende il sistema di imprese collegate in economie di mercato


2. Vede il lavoro quale missione
3. Neppure menziona il tema dello sfruttamento
4. Funzionalizza l’uso del denaro e della ricchezza a fini sociali
5. Capovolgendo così la teoria del materialismo storico

Troeltsch, in tema di sviluppo del capitalismo, pone particolare accento sulla corrente protestantica del
calvinismo. Ci ricorda quindi:

 Che solo una visione religiosa come quella della chiesa medioevale può orientare tutta l’attività
umana alla svalutazione delle realtà terrene nella ricerca dell’aldilà

 Che una volta appannatasi o spentasi quella visione, nella ricerca di certezze ha dominato il campo
della Scienza

 Ma che il tutto ha condotto all’individualismo moderno, allo spirito contemporaneo, o tutto


materialista nell’inseguimento dei propri obiettivi

A Sombart dobbiamo:

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 La diffusione del termine capitalismo

 L’indagine sull’eccezionalismo statunitense (non esiste alcun socialismo negli Stati Uniti)

 L’annotazione del rilievo fondamentale della partita doppia

 L’invenzione del concetto di distruzione creatrice

6.4.IL “CAPITALISMO CATTOLICO” DI FANFANI E LA “CIRCOLAZIONE DELLE ELITES”, DELLE IMPRESE E DEI
SETTORI

Fra gli studiosi cattolici ricordiamo Fanfani, il quale si pose l’obiettivo di contestare la tesi di Max Weber
sostenendo:

1. Il capitalismo si è originato nei comuni italiani circa dal 1200, dunque in ambito cattolico

2. Solo fra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento che tende a mutare lo spirito, dunque
anche l’atteggiamento nei confronti della ricchezza

3. Mutando l’atteggiamento spirituale, la Fede orienta sempre meno gli sviluppi citati: sia ha così un
controllo etico via via minore delle attività economiche

4. Minore risulta quindi il contributo del protestantesimo e pertanto della tesi di Weber

5. Il capitalismo nelle sue forme concrete risulta incompatibile con una concezione cristiana
dell’attività economica, non assicurerebbe un’equa distribuzione delle ricchezze

Il tema può venire risolto nel modo seguente:

1. In ogni fase del capitalismo storico le imprese nuove ottengono tassi di redditività molto superiori
alla media, e sono dunque in grado di autofinanziarsi, di espandersi

2. Nel tempo i settori industriali originari perdono di importanza, soppiantati da altri successivi

3. Gli stessi settori vengono svolti in modi più redditizi in altre nazioni o continenti

4. Le stesse imprese che erano state rilevanti un tempo, si riducono o chiudono o falliscono

5. Mentre altri soci di altre imprese nuove in settori innovativi si stanno nel contempo arricchendo

I processi sintetizzati portano ciascuno un nome specifico. L’ultimo citato è noto come circolazione delle
élites, mentre il primo, cioè il compartire, lo svilupparsi, il dominare e infine declinare viene denominato
circolazione delle imprese, circolazione dei settori.

6.5.I NEMICI DEL CAPITALISMO. CRITICA DI KROPOTIN, KALECKI, POLANYI

L’economia di mercato si è dimostrata l’unico sistema in grado non solo di produrre ricchezza, ma anche di
riversarla nel sistema, distribuendola in modo diffuso e crescente a tutti i partecipanti allo stesso e alla
forma di redditi categorici:
- allo Stato i tributi
- al capitale gli interessi o i dividendi
- al lavoro i salari, gli stipendi, gli emolumenti professionali

Tuttavia, esistono oppositori dell’economia di mercato, i quali, dopo averla denominata capitalismo in mero
senso marxista, si propongono di abolirla in favore di altri sistemi che hanno dimostrato la loro inefficacia.

KROPOTKIN

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Egli fonda l’anarco-comunismo, cioè il comunismo senza governo. Muove dai seguenti principi:

1. L’anarchismo ha basi scientifiche

2. Come in natura non esistono leggi predeterminate, così la società umana, retta sull’armonia, sbocca
nell’anarchia

3. La quale va però temperata dall’eguaglianza e dal mutuo soccorso. Occorrerà abolire lo Stato,
integrare città e campagne, costringere ogni individuo a congiungere lavoro intellettuale e lavoro
manuale

4. Giungendo all’abolizione dei bisogni e del salario

5. Organizzando la società secondo il principio “da ognuno secondo le sue forze, ad ognuno secondo
suoi bisogni”

KALECKI

Egli sostenne che lo Stato ha il compito di ottenere e mantenere la piena occupazione. Può procedere:

1. Favorendo gli investimenti privati

2. Redistribuendo tramite le imposte, il reddito dai capitalisti ai lavoratori


ma soprattutto tramite

3. Investimenti pubblici

4. Sussidi per i consumi di massa

5. Gli uni e gli altri a carico del bilancio dello Stato, anche causando ripetuti deficit del bilancio
pubblico

Il disavanzo del bilancio dello Stato non deve preoccupare se teso all’obiettivo citato, si può provvedere o
stampando carta-moneta o tramite l’indebitamento pubblico. Inoltre, anche in assenza di investimenti di
imprese, più aumenta il deficit più aumenta il risparmio (Risparmio = Deficit + investimenti privati).

POLANYI

Sostenne che l’economia di mercato è un’anomalia della storia, essa non può venire inclusa e radicata nella
società.
Gli scambi necessari alla vita associata possono venire effettuati secondo 3 modalità:

1. Per dono reciproco, ove ognuno prende e riceve gratuitamente

2. Per redistribuzione, ove tutti i beni economici sono conferiti a un Ente centrale, il quale poi
provvede a distribuirli alla collettività

3. Ovvero tramite l’economia di mercato, in cui “tutto è mercato”

6.6.IL CAPITALISMO DI STATO NELL’U.R.S.S., NELL’ITALIA FASCISTA, NELLA CINA COMUNISTA

Riferendosi all’avviò delle rivoluzioni industriali in assenza di economia di mercato e di proprietà privata, la
letteratura parla di “capitalismo di Stato”, quasi a significare:
- l’identità fra rivoluzione industriale e capitalismo
- una rivoluzione industriale, in cui il capitale sia stato conferito esclusivamente dallo Stato
- libertà di possedere e scambiare

Il caso più rappresentativo fu costituito dagli sviluppi industriali dell’U.R.S.S. Quel tipo di decollo non riuscì
mai ad estendersi alle popolazioni, ma risultò di grande rilievo per i pensatori marxisti, i quali videro in
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quegli sviluppi l’embrione di una società senza classi, e l’inversarsi di processi di rivoluzione industriale, in
assenza di mercato ed imprenditori.

La Repubblica popolare di Cina solamente grazie alle Quattro Modernizzazioni è riuscita a dar vita a un
processo di decollo da essere divenuta la seconda economia del mondo. In questo caso, il fattor-capitale
necessario alla rivoluzione industriale, ha una duplice origine:
- capitali di Stato
- auto-finanziamento delle imprese
- capitali esteri

L’esempio più interessante fu dato dall’Italia, nella quale dovettero venire in campo le banche miste, le quali
erano nel contempo finanziatrici e socie delle imprese finanziate. Il processo prese avvio verso la fine del
XIX secolo, grazie all’intervento dello Stato.
Con il ritorno alla pace e la caduta della domanda pubblica, molte imprese entrarono in crisi, criticizzando
pure le grandi banche miste che le avevano finanziate. Queste si trovarono infatti sia immobilizzate e nel
contempo depauperate.
Quando la crisi del ’29 si propagò anche in Europa, le residue banche miste rimaste in vita, crollarono, e con
esse l’intero sistema di imprese che esse controllavano. Una forma di salvataggio fu trovata dal governo
Mussolini:
- le tre banche rimaste vennero nazionalizzate
- i loro compendi industriali vennero riuniti in una società finanziaria, l’I.R.I.

Tramite quella soluzione avvenne tuttavia che all’epoca l’Italia risultasse il secondo Stato al mondo per
controllo pubblico dell’economia dopo l’Unione Sovietica.

7.LE TRE STRUTTURE DI ORDINE DELL’ECONOMIA-MONDO: DIRITTO, POLITICA, ETICA

Il principio di realtà si può così sintetizzare:


- non tutti i nostri desideri soggettivi possono venire soddisfatti
- il disciplinamento di essi da parte del singolo e il contemperamento collettivo degli stessi costituiscono il
fondamento della vita associata (Società)

Occorrono pertanto strutture di ordine della società civile. Il funzionamento ordinato della società quale
comunità dipende da tali strutture di ordine le quali la organizzano, la conformano, la disciplinano. Molto
dipende poi ogni volta dalla qualità ti tali strutture, alle quali è ammesso ribellarsi solo se disordinate,
disoneste, rovinose, dunque auto-trasformatesi in strutture di disordine. Tali strutture sono:

 Il Diritto

 La Politica

 L’Etica

IL DIRITTO

Il diritto è l’armatura che sostiene la società e il suo rivolgersi, e ne consente sviluppi organici e disciplinati. È
compito dunque del Diritto animare leggi, e il sistema organico di leggi che prende nome di ordinamento.
È dalla fondatezza, correttezza e completezza di questo che discendono una vita sociale ordinata, in modo:
- da rafforzare i deboli, rassicurare gli incerti, punire i disonesti
- evitando le frodi, proteggendo la salute, le famiglie, il lavoro, il risparmio e gli investimenti
- tutelando l’ordine pubblico in tutte le sue forme

Il diritto romano è un sistema che regola da sempre la convivenza civile. Ad esso dobbiamo connotazioni
tuttora attuali quali la distinzione fra proprietà e possesso e la formulazione di standard contrattuali. Con
Giustiniano il diritto pretorio e il diritto civile verranno fusi nel Codex Iuris Civilis.
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In Inghilterra si applicavano in modi piuttosto barbarici consuetudini locali non scritte, diverse da luogo a
luogo. Si diede poi avvio a separati ordinamenti giuridici fino alla prima affermazione del common law. Il
principio che fonda il diritto consuetudinario è lo stare decisis (obbedire al precedente). La difficoltà di
individuare ogni volta casi molto simili cui rifarsi, si diede origine all’equity quale giurisdizione del
Cancelliere, al fine di opporsi al common law dell’epoca. Successivamente le due giurisdizioni vennero unite.

Per quanto riguarda le leggi occorre sottolinearne almeno i 2 momenti costitutivi seguenti:

1. Problema di tecnica legislativa: occorre che i testi siano scritti in linguaggio sia tecnico sia
internamente coerente, che non diano adito a dubbi interpretativi e che si innestino nella storia
legislativa nazionale con coerenza, ma senza mai perdere di vista il sistema di leggi

2. Momento politico, cioè di quale visione del mondo tale legge sia espressione

Il diritto può quindi risultare organico o pasticciato, funzionale o disfunzionale, limpido o confuso,
strutturato o male articolato, equilibrato o partgiano…

LA POLITICA

Secondo Aristotile le forme di reggimento di uno stato possono essere:

1.Monarchia, il governo da parte di uno solo


2. Oligarchia, il governo da parte di pochi
oppure tre forme di dominio-dittatura:
3. Aristocrazia, il dominio da parte dei migliori
4. Timocrazia, il dominio di un ceto ristretto
5. Democrazia, il dominio del popolo

Obiettivo di fondo della politica dovrebbe risultare lo sviluppo della compagine nazionale in tutti i suoi
aspetti, dunque dell’incivilimento di uno Stato.

Le strutture politiche sono composte come segue:

1. Capo dello Stato

2. Potere legislativo

3. Potere esecutivo, nel quale comprendiamo anche il potere tributario

4. Potere giudiziario

Dal punto di vista effettivo e strutturale la politica può dare vita:

1. A regimi assolutistici

2. A regimi parlamentari di democrazia plebiscitaria

3. A regimi parlamentari di tipo partitico:


-monarchici
-repubblicani

Il tema della separazione dei poteri è dato per noto. Anche perché il problema non è solo una divisione
giuridico-istituzionale fra gli stessi, ma la qualità di ciascuno di essi e fra gli uni e gli altri.

Le democrazie si possono infatti distinguere in:


- sistemi parlamentari funzionanti
- sistemi parlamentari disfunzionali, frutto di partitocrazia degradate

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L’ETICA

L’etica viene distinta in giudizi di valore e obbligazioni che ne conseguono in tema di comportamenti.

Aristotile parla di Etica come una disciplina filosofica teorico-pratica per orientare l’agire dell’uomo in primo
luogo nella sua vita privata, indirizzandola alla Felicità.

Per quanto riguarda l’etica romana classica si fa riferimento a Ulpiano che sintetizzò l’Etica in:
A) vivere secondo precetti dell’onestà e della correttezza
B) non recar danno ad alcuno da qualsivoglia punto di vista
C) compartire, riconoscere a ciascuno quanto gli spetta, in tutti i campi

Per l’etica cristiana ci si riferisce a Tommaso d’Acquino che definisce il conoscere della ragione quale sistema
di ordine, e riconduzione del molteplice a unità. È dunque l’etica che deve orientare le abitudini e i
comportamenti dell’uomo.

Kant fonda l’etica sull’Uomo, sulla sua dignità di essere personale e razionale, autonomo, autoregolato, nel
quale è dunque la ragione che detta liberamente i comportamenti. La ragione deve orientare la volontà a
rispettare le leggi morali a conformarvisi, giacché esse sono leggi necessarie.

Secondo Benedetto Croce la riforma etica è violazione dell’universale. E l’universale è lo Spirito, è la Realtà
in quanto è veramente reale come unità di pensiero e volere, è la Vita, è la Libertà.

8.L’ECONOMIA DI MERCATO FRA VANTAGGI E DIFETTI


8.1.I VANTAGGI DELL’ECONOMIA DI MERCATO

Mercato libero significa libera concorrenza fra imprese, le quali tendono al proprio continuo sviluppo con
l’obiettivo di collocare i loro prodotti sempre rinnovati, estendendosi così nei mercati. D’altra parte, questa
tendenza le spinge anche a concorrere fra loro, con risultati:
- miglioramento e aggiornamento continui dei prodotti
- distribuzione migliore
- riduzione dei prezzi di vendita a parità di qualità

Dall’economia di mercato derivano vantaggi collettivi:

 Per le imprese

 Per i consumatori

 Per i settori industriali

 Per lo Stato, che incamera maggiori imposte quando l’economia prospera

Il funzionamento buono o ottimo dei settori economici non può che riflettersi sulle condizioni di
svolgimento dell’economia in generale. Ciò avviene in assenza di eventuali turbamenti esogeni strutturali, le
forze-shock che possono colpire uno o più sistemi economici: guerre, conflitti locali, migrazione di popoli,
rivoluzioni, terremoti.
A parte tali dinamiche, il sistema si sviluppa e cresce regolarmente.

8.2.I DIFETTI DEI SISTEMI ECONOMICI IPER-LIBERISTI. LA TRUSTIFICAZIONE PRIMA E DOPO SCHUMPETER

I difetti di svolgimento dell’economia di mercato riguardano:

1. Perduranti processi di sfruttamento di lavoratori

2. Frodi, ingiustizie e oppressioni praticate da imprese nei confronti dei clienti, dei concorrenti, dei
fornitori, dei finanziatori

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3. Attività di lobbying al fine di ottenere leggi e regolamenti a favore

4. Gruppi multinazionali e monopolistici che dominano i mercati e orientano la volontà legislativa dei
parlamenti corrotti, con comportamenti patologici e scatenati su vari fronti, oppure tramite
costituzione di cartelli, cioè accordi, e talora vere e proprie associazioni tese a limitare la
concorrenza a proprio vantaggio

5. Grandi crisi continentali o mondiali

Non si tratta di difetti dell’economia di mercato nella propria logica strutturale e funzionale, quanto
piuttosto di comportamenti illeciti di persone, imprese, gruppi, governi, comportamenti illeciti:

1. Esistiti da sempre

2. Comportamenti che le dimensioni odierne dell’intero mondo economico consentono di espandere


in modo sempre più ampio

3. Comportamenti non sanzionati dalle tre strutture di ordine (Diritto, Politica, Etica)

Una sola fattispecie può verificarsi in assenza di illeciti. Può infatti accadere:

a) Acquisizione, da parte di una o poche imprese, di tali dimensioni e potere di mercato da renderle
semi-monopoliste nel proprio settore, con il potere dunque di dettare prezzi e quantità

b) Tendenze monopolistiche in alcuni settori con il tendenziale dominio di grandi imprese costituite in
forma di gruppo governate da una casa-madre in forma di Holding

Schumpeter parlò, al riguardo, di trustificazione dell’economia. Trust va inteso in questo caso come
l’insieme di oligopoli e monopoli costituiti da grandi imprese tese a dominare i mercati a proprio vantaggio.

CAPITOLO SECONDO

ECONOMIA EMPIRICA E SCIENZE ECONOMICHE

1. DALL’ECONOMIA EMPIRICA ALLE SCIENZE ECONOMICHE. IL DOMINIO DELLE TECNICHE FINO AL PRIMO
‘800

Sin dall’antichità alcuni Autori guardarono l’economia con l’intento di teorizzarla, cioè di dettare i principi
generali del tutto, o di una sua parte. Tale fatto consente alcune annotazioni:

1. l’attività di scambio venne racchiusa in un unico corpus (‘insieme unitario’)


2. Tale corpus venne denominato economia che significa ‘leggi per il governo della casa’, nel senso di leggi
per guidare l’amministrazione delle risorse
3. Parlare di ‘leggi di governo, di amministrazione delle risorse’ significava aver percepito quel corpus quale

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sistema organico, a riguardo del quale si potessero rinvenire-formulare leggi di comportamento e


individuare vari gradi di ottimalità nel raggiungere gli obiettivi.

“Governo della casa”, cioè amministrazione delle risorse era poi da riferirsi:
- alla Famiglia
- alle Imprese
- allo Stato

Il corpus era quindi un insieme unitario che rappresentò in sostanza un oggetto sistematico (unicum): si
guardava all’argomento del discorso come qualcosa di unitario e auto-concluso:
- vuoi che si trattasse di indirizzare l’attività pratica tramite le tecniche
- vuoi che si volesse innalzarsi al livello scientifico per dare vita a scienze economiche sia di tipo “puro”
(astratto), sia orientato al fare

L’economia empirica fu studiata dalle sole tecniche, trattazioni che volevano istruire e condurre gli operatori
economici dal punto di vista pratico, aiutandoli a comportarsi nelle loro azioni economiche quotidiane
tramite:
- la contabilità, scienza dei conti, cioè la Ragioneria
- le tecniche di amministrazione, cioè le tecniche mercantile e bancaria

Il metodo della “contabilità in partita doppia” venne esposto da Luca Pacioli nel 1494.

Verso la metà e la fine dell’Ottocento si trovano formate le tecniche contabili e amministrativo-gestionali,


soprattutto in Italia e Germania, le nazioni dove poi sorgerà e si affermerà l’Economia aziendale.

Tra gli Autori più importanti possiamo trovare:

1. Cerboni è importante per la proposta di fondare la Ragioneria sul patrimonio (capitale) e che essa
divenga scienza amministrativa di tutti gli operatori economici, e venga quindi a riguardare le Famiglie, le
Imprese, lo Stato nei loro processi e nelle loro interrelazioni.

2. Besta è il suo più grande oppositore e fonda la Ragioneria sulla “partita doppia”, ponendo attenzione al
patrimonio (capitale) e alle sue variazioni. Egli ritiene che la Ragioneria quale scienza dei conti può venire
applicato in modo differenziato alle Famiglie, alle Imprese e allo Stato, ma rimane poi disciplina contabile.

3. Schmalenbach rappresenta l’approccio empirico-realistico all’azienda, infatti riserva la Ragioneria alle sole
imprese, fondandola sul reddito. Egli interpreta la realtà come un insieme di interessi individualistici che si
confrontano tra loro nei mercati.
il compito principale della dottrina dell’economia privata consiste:
- nell’utilizzare i processi contabili (Ragioneria) per misurare la produzione-distribuzione di valore
economico da parte dell’impresa
- nel definire comportamenti aziendali ottimali e individuarne le regole

Egli nota come il valore di un patrimonio tenda a variare in funzione dei redditi futuri e avvertì che di un
patrimonio conta la capacità di reddito prospettica e va appunto valutato soprattutto anticipato quella
capacità.

2. DALL’ECONOMIA EMPIRICA ALLE SCIENZE ECONOMICHE: IL SORGERE E DOMINARE DELL’ECONOMIA


POLITICA

2.1. INTRODUZIONE

La moderna economia politica si forma (in Francia e Gran Bretagna) nella seconda metà del ‘700.

È in Gran Bretagna dove sorge l’Economia politica moderna, con Adam Smith.
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Si accennerà:
- di Adam Smith, che verrà contrapposto a Karl Marx; il primo è importante perché formulò alcuni concetti
tuttora importanti per le scienze economiche; il secondo è importante per l’influsso economico-politico che
ha avuto, anche se si tratta di teorie infondate
- agli economisti “neoclassici” come Jevons, importanti perché gran parte dell’Economia politica odierna
tuttora si fonda sulle loro determinazioni riferite a un mondo inesistente
- a Schumpeter, il quale provvide in molti campi a risolvere una volta per tutte alcuni problemi nodali
dell’economia

2.2. LE FONDAZIONI IN ADAM SMITH, L’ANTITESI DI KARL MARX

ADAM SMITH

Smith vede la dinamica economica quale processo nell’insieme armonico, processo che prende corpo fra
produttori, consumatori e Stato nella forma di prezzi, scambi e mercati. Il tutto si svolge all’insegna
dell’incontro-scontro di interessi personali anche egoistici i quali, fusi insieme, portano all’equilibrio del
sistema.

Raggruppando nel tempo e nello spazio tutti gli acquirenti di tutti i beni e tutti i venditori di tutti i beni,
ciascuno guidato dagli interessi propri, si ottiene così l’incontro dei vantaggi reciproci, dunque la realtà di
tutti gli scambi su tutti i mercati.

Nello spazio e nel tempo si realizza l’equilibrio tendenziale fra domanda e offerta.

Questo apporto di Smith va sotto il nome di teoria della mano invisibile, la “mano invisibile” del mercato, la
quale tende autonomamente alla regolazione armonica, nello spazio e nel tempo, della domanda e
dell’offerta.

Neppure Smith intendeva che l’equilibrio risultasse perfetto in ogni luogo e in ogni momento: possono
verificarsi eccessi o rarefazioni vuoi di domanda vuoi di offerta, generali o locali, i quali non vengono
assorbiti istantaneamente, ma richiedono un tempo per l’adattamento. Egli si riferiva alle situazioni
standard.

Al tempo di Adam Smith, inoltre, molte attività artigianali si erano evolute verso attività proto-industriali. Si
trattava di ateliers dove il lavoro era manuale e soprattutto occorreva forza fisica per muovere i macchinari.
Si era diffusa e perfezionata la tecnica della divisione del lavoro: compiti specifici e precisi e minuti venivano
affidati sempre al medesimo addetto. I vari addetti si specializzavano sempre più. Si avviava così un
processo di:
1. divisione del lavoro
2. Specializzazione
3. Coordinamento
4. Controllo
che consentiva di raggiungere i fini aziendali in tempi rapidi, consentiva cioè di organizzarsi con elevata
efficienza.

La specializzazione-coordinamento del lavoro-la divisione del lavoro viene descritta e soprattutto


interpretata magistralmente dal punto di vista economico da Adam Smith già nel 1772.

Egli descrive inoltre la realtà d’impresa una volta avvenuta la divisione del lavoro: descrive i vantaggi della
produttività i quali si riflettono contemporaneamente sul ribasso dei costi e sul rialzo dei salari.

KARL MARX

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Marx vede fenomeni di sfruttamento operaio, condizioni di lavoro pessime, lunga durata della settimana
lavorativa, occupazione infantile, e decide di costruirli come l’unica realtà economica. Vede inoltre
comportamenti disonesti e cafoni dei nuovi ricchi e decide di far parte di una “rivoluzione sociale” con la
quale si diventi tutti economicamente eguali in modo coatto.

Egli divide l’umanità in due categorie:

1. capitalisti, proprietari, sfruttatori


2. Proletari sfruttati, privati dei risultati del loro lavoro

Gli imprenditori sfruttatori si appropriano del plus valore prodotto dagli operai, in tal modo accumulano
capitali, e per questo sono denominati capitalisti. A furia di reinvestire, produrre, si trovano ad aver
prodotto più di quanto riescano a vendere. Così il sistema capitalistico affronta delle crisi, finché l’ultima
sarà definitiva, in cui si potrà realizzare la rivoluzione e poi la dittatura del proletariato, che consentiranno
l’avvento della “società senza classi”.

Marx ignora il processo di produzione economica. Egli immagina che, nella doppia trasformazione delle
fonti di capitale monetario in capitale di funzionamento, e poi nell’esercizio delle produzioni economiche
che adducono al fatturato, l’utile ottenuto derivi dall’appropriazione del “plus-valore”. Al contrario, il
maggior valore che la produzione realizza deriva dall’utilità che il bene finito ha per il consumatore rispetto
alle singole parti che lo compongono.

Non riusciva a vedere che il sano movimento economico si traduce in una crescita continua di produzioni,
scambi, valori, redditi, e generazione di ricchezza per tutti, della quale occorre orientare i criteri di
distribuzione.

Egli trascurava di considerare che


1. Le classi sociali sono ceti
2. I fenomeni di sfruttamento dipendono dalla domanda-offerta di lavoro, e questa da cause storiche,
giuridiche e demografico-culturali
3. Il sistema si regge su produzioni in serie scambiate nel libero mercato invece che sull’autoconsumo, sulla
pastorizia e sull’artigianato
4. Il sistema si regge soprattutto sull’individuazione di prodotti sempre nuovi e migliori, e il progresso
tecnico si regge:

a. Sui continui incrementi di produttività


b. Sulla continua innovazione di prodotto e di processo
c. Sull’investimento di capitali sempre nuovi e ulteriori

Si regge, inoltre, sull’originalità imprenditoriale e sulla ricerca


5. L’operare delle imprese consente la creazione di nuova ricchezza e il diffondersi di essa nel sistema sotto
forma di salari e stipendi con il miglioramento delle condizioni di vita di tutti i ceti sociali.
6. La singola impresa può incontrare crisi a causa di investimenti sbagliati, incapacità competitiva, ma può
uscirne tramite scelte strategiche migliori.
7. Il sistema economico moderno incontra momenti di crisi, ma dalle quali è sempre uscito, riuscendo a
realizzare continuamente il generale miglioramento delle condizioni di vita per una popolazione mondiale
cresciuta fino a molti miliardi di persone.
8. Entrano in crisi interi settori, perché rimpiazzati da altri più moderni dal punto di vista tecnologico.
9. Circolano le elites: i ricchi ci sono sempre, ma sono sempre diversi nel tempo.

2.3. ERRORI DELEL SCUOLE NEOCLASSICHE DA JEVONS A PARETO

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Intorno al 1870 si affaccia e si diffonde una maggiore estimazione per le scienze naturali. Quel fervore si
trasla poi anche sul piano scientifico: alla filosofia si sostituisce lo scientismo, cioè il ritenere fondative
soprattutto:

1. Le scienze naturali e il loro metodo


2. Il valore esaustivo della ragion matematica

L’insieme di 1 e 2 diede poi vita a un’importante tendenza di tale disciplina: il matematismo, cioè la scelta di
esprimere le relazioni fra gli operatori economici tramite lo strumento matematico.
Avvenne così che lo scientismo si applicasse anche alle scienze sociali, in particolare all’Economia. Il primo
propositore fu Jevons sostenendovi che, l’Economia trattando di quantità, essa dovesse divenire una
scienza matematica. Egli però non poteva sapere che le quantità-tipo dell’economia sono per loro natura
determinate dalla Ragioneria, la quale utilizza poi l’algebra.
Il movimento prese rapido abbrivio e la tendenza si accrebbe, quando nelle scienze economiche fecero
ingresso numerosi giornalisti, giuristi, ex studenti di ingegneria, i quali cercarono di applicare all’economia le
sole discipline che avessero studiato, così riducendo una scienza sociale a una scienza naturale.
L’obiettivo va ricondotto a tre altri importanti fattori:

 Dominava la Scuola storica, che aveva accumulato indagini storiche e storico-sociali, risultando
analitica, ma soprattutto descrittiva
 Era poi l’epoca delle scoperte della chimica e della fisica, e ciò portava a sopravvalutare le scienze
della natura
 Quest’ultimo fatto rinforzava un’opinione antica: le uniche scienze “vere” essere le scienze della
natura, e “più vere di tutte” le matematiche.

Essi decisero di procedere secondo i principi della:

1. Semplificazione
2. Generalizzazione

E utilizzarono principalmente equazioni di 1° e 2° grado in una sola variabile, del tipo

Y = f (x)

Tramite legami funzionali potevano venire espresse tutte le variabili economiche del mondo.

All’aumentare del prezzo di mercato di un certo bene, è chiaro che l’offerta da parte dei produttori
aumenta, mentre la domanda da parte dei consumatori diminuisce via via. Risulta allora sufficiente:

1. Esprimere con una y = f(x) le quantità di un bene domandate dagli acquirenti


2. Incrociare la curva di offerta con la curva di domanda per ottenere la quantità perfetta nella quale
domanda e offerta si combineranno, dunque anche il prezzo di equilibrio

Se, incrociando le curve di domanda e di offerta, si poteva ottenere il perfetto punto di equilibrio fra
domanda e offerta sul mercato del bene x, estendendo tale modello a tutti i beni si sarebbero allora
ottenute tutte le posizioni di equilibrio su tutti i mercati di tutti i beni del mondo.
I modelli postulavano:

1. Condizioni algoritmiche in realtà violate


2. Premesse logiche false
3. Premesse analitiche anti-realistiche, fra cui le seguenti:
 Che tutto si svolgesse nel vuoto giuridico
 Che tutto si svolgesse in un unico istante e in assenza di coordinate spaziali, cioè che il
tempo e lo spazio non esistessero
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 Che tutte le altre variabili del sistema assumessero quantità fisse e non esistesse
mutamento
 Che i prodotti della stessa specie fossero tutte eguali
 Che non vi fosse concorrenza fra imprese
 Che ogni operatore conoscesse a perfezione tutte le informazioni comprese le variazioni
marginali delle stesse, e fosse “razionale”, cioè si ponesse sempre e solo nelle posizioni di
ottimo.

Quegli studiosi diedero così vita a un’Economia politica che dissero pura, cioè di intersezioni algebriche
depurate di tutti gli impicci della realtà. Essa venne anche denominata economia marginalista perché, se un
certo legame fra due variabili veniva rappresentato con un’equazione di 2° grado se ne potevano calcolare le
variazioni marginali, in particolare gli estremanti, cioè i massimi e i minimi.

Insomma, le scienze sociali possiedono una natura radicalmente sofferente dalle naturali, e pertanto
rifiutano l’incasellamento forzoso nei sistemi equazionali, oltretutto del solo 1° o 2° grado. Le loro regolarità
sono rintracciabili non tramite funzioni e sistemi equazionali anche sofisticati, ma semmai tramite la
statistica sia economica sia descrittiva.

2.4. I CONTRIBUTI DI JOSEPH SCHUMPETER

Schumpeter descrive il flusso circolare della vita economica, cioè il processo di produzione e di consumo.

L’impresa è il centro che connette i mercati dei fattori ai mercati di sbocco e progetta i processi produttivi in
vista degli sbocchi di mercato.

L’imprenditore è il fondamentale fattore di innovazione nella vita economica. Egli immette nel “flusso
circolare” le innovazioni.
Imprenditore per Schumpeter significa innovatore sistematico dell’attività produttiva, impresa è la
realizzazione pratica di tali innovazioni.

La funzione dell’imprenditore consiste nell’individuare e realizzare nuove possibilità. Questa funzione si


realizza in una serie di compiti:
1. Creazione di nuovi prodotti
2. Introduzione di nuovi metodi di produzione
3. Creazione di nuove organizzazioni di settore, per esempio la trustificazione ( alleanze tra imprese, guidate
da un unico soggetto, per imporre il proprio potere ai mercati e alle autorità politiche
4. Apertura di nuovi mercati di sbocco
5. Accesso a nuove fonti di approvvigionamento

Queste innovazioni risultano complesse nell’attuazione pratica, perché ciascuna di esse introduce, nel
sistema in precedenza in equilibrio, disturbi, fattori di cambiamento, dunque momenti di squilibrio.

Il nuovo si sostituisce al vecchio, in attesa di altre innovazioni.

È questo il processo di distruzione creatrice di Schumpeter.

Schumpeter si dimostra scettico sulle possibilità di affermazione generalizzata e rivoluzionaria del


comunismo, però pare scettico anche sull’avvenire del capitalismo. Egli vede infatti il capitalismo messo in
difficoltà:
a. dal diffondersi di pratiche monopolistiche da parte di grandi gruppi industriali tendenti al monopolio
b. dal declino delle possibilità di investimento.

I sistemi capitalistici gli paiono cioè posti in crisi dai loro medesimi successi, che portano a grandi imprese
complesse.
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Schumpeter reputa che si diffondano nell’intellettualità tendenze contrarie all’impresa e al libero mercato e
che sia destinato ad affermarsi un simil-socialismo attuato per vie parlamentari.

L’evoluzione prefigurata da Schumpeter risulta esatta in quanto molte società contemporanee stanno
realizzando le sue previsione e lo Stato ha un crescente ruolo nell’economia e si affermano sempre di più il
campo finanziario, bancario e assicurativo.
Su altri punti sembra aver previsto inesattamente che il comunismo non solo non si è realizzato, ma è
regredito, il “gigantismo industriale” va tramontando a causa sia delle diseconomie di scala sia di leggi
nazionali ed internazionali a favore delle libertà di concorrenza e l’imprenditorialità si ripropone e si afferma
ogni giorno.

CAPITOLO TERZO

L’ECONOMIA AZIENDALE

1. L’ECONOMIA AZIENDALE QUALE DERIVAZIONE E QUALE SCISMA

Verso la fine dell’Ottocento le tecniche ragionieristiche e gestionali avevano registrato grandi e significativi
sviluppi. Rari pensatori aziendali ritenevano che mancasse ancora qualcosa: mancavano trattazioni che
prendessero a proprio oggetto l’impresa come tale, l’impesa quale unità organica.
I pensatori di origine tecnico-aziendale decisero di dar vita a una nuova ranca delle Scienze economiche,
fondata sulle Famiglie, Imprese, Stato, e la denominarono Economia aziendale.

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L’Economia aziendale nacque:


- per derivazione della Ragioneria e delle Tecniche
- quale scisma rispetto all’Economia politica dell’Ottocento

Due sono i fondatori dell’economia aziendale: Nicklisch e Zappa

Nicklisch iniziò proponendo la differenziazione tra lo studio dell’economia globale di na nazione e lo studio
dell’economia delle singole aziende. Il primo studia le relazioni tra le singole famiglie, imprese e enti
pubblici intese come totalità; il secondo studia la vita economica delle famiglie, ma soprattutto delle
imprese intese:
- quali sistemi organici orientati dall’interesse individuale in seno a economie collettive
- quali combinazioni interattive di capitale e di lavoro
- la cui economicità deve venire misurata nel tempo da sistemi contabili

Egli propose una teoria organica dell’Economia Aziendale, che comprendesse e analizzasse tutti gli operatori
economici e venisse a riguardare le Famiglie, le Imprese e lo Stato.

La teoria di Nicklisch è analitico-descrittiva, ma soprattutto normativa perché è appunto in grado di stabilire


in qual modo esse debbano venie condotte al fine di raggiungere il proprio scopo economico.

Importante è lo schema di circolazione dei valori, il quale inquadra le connessioni fra aziende familiari e
aziende di produzione dal punto di vista di:
- prestazioni e compensi reciproci
- forze economiche che le une e le altre immettono nel sistema
- risultati economici che vengono distribuiti e che le une e le altre continuamente rigenerano

Relazioni economiche Famiglie-Imprese secondo Nicklisch

1.Le prime aziende in cui si è formata l’attività economica sono le familiari, per questo dette originarie
2. Quasi contemporaneamente nacquero le aziende di produzione, per questo dette derivate
3. Agli acquisti delle famiglie corrispondono le vendite delle imprese
4. Nel contempo le famiglie offrono lavoro alle imprese: le imprese coordinano i capitali e il lavoro tramite la
gestione, e svolgono così la loro opera di produrre non solo beni ma anche ricchezza
5. Tale nuova ricchezza le imprese la redistribuiscono poi nel sistema sotto forma di salari, stipendi,
interessi, utili

Zappa sostiene e propone che l’Economia aziendale si focalizzi sul reddito quale grandezza fondamentale
dei sistemi economici. Insiste sul reddito, quando da sempre si studiava soprattutto il capitale.

Egli sostiene che non c’è capitale che non sia stato in precedenza reddito secondo il seguente flusso:
attività economica -> redditi -> risparmi -> capitale (reimpiego nelle) -> attività economiche

Aggiunge, inoltre, che nelle attività economiche il capitale non ha un valore in sé, ma vale in funzione dei
redditi che esso può originare.

Zappa propone che l’Economia aziendale venga a trattare le aziende, cominciando dalle imprese. Per
risolvere i problemi aziendali, tali disciplina dovrà risultare dalla sintesi organica della Ragioneria, della
Gestione, dell’Organizzazione. Tale sintesi organica si sarebbe applicata anche alle Famiglie e allo Stato.

Capisaldi dell’Economia aziendale:

1. L’azienda è una coordinazione economica in atto che negozia costi per conseguire ricavi, ottenuti
vendendo sui mercati beni economici che soddisfacciano bisogni degli acquirenti. Questo vale per
tutte le Imprese. Similmente avviene per la Famiglie, come per lo Stato.

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2. Le attività di Famiglie-Imprese-Stato possono venire analizzate e descritte tramite le due seguenti


categorie:
- combinazioni produttive
- coordinazioni lucrative
Le Aziende si svolgono per operazioni che risultano simili alle altre: ecco i processi (di operazioni
simili); l’insieme di tutti i processi viene racchiuso nelle combinazioni produttive, cioè i modi con i
quali esse trasformano:
- redditi in costi (Famiglie)
- fattori produttivi (costi) in beni economici destinati alla vendita (ricavi) (Imprese)
- proventi in prestazioni (Stato)
Nel far questo, Famiglia-Impresa-Stato intrecciano ogni giorno costi di varie categorie con proventi o
ricavi che riescono a ottenere. Le modalità, i tempi, le condizioni di tale intreccio determinano le
coordinazioni lucrative, cioè le modalità con cui l’azienda ottiene equilibrio o disequilibrio
economico nel tempo, cioè utili o perdite, avanzo o disavanzo per lo Stato.
3. Zappa giunse quindi a considerazioni sistematiche di tipo istituzionale: tutti gli operatori economici
sono infatti istituzioni storico-giuridico-sociali, ma dal punto di vista economico-aziendale tutti
risultano unità organiche del sistema economico. Esse possono venire interpretate quindi tramite le
combinazioni produttive e le coordinazioni lucrative:
a. Le famiglie, che offrono lavoro, ottengono salari-stipendi, con questi provvedono ai consumi
e agli eventuali risparmi, investono questi risparmi, e ne ottengono redditi patrimoniali
b. Le imprese trasformano costi in ricavi, dando cioè vita a trasformazioni economiche
c. Le pubbliche amministrazioni esigono imposte per provvedere a bisogni pubblici tramite
spesa per investimenti e spesa corrente

L’Economia aziendale è quindi nata per derivazione delle tecniche, quale scisma rispetto all’Economia
politica dell’Otto-Novecento.

2. IL ‘CAMPO DI UNA SCIENZA’ NELL’INSEGNAMENTO DI HUSSERL

L’Economia aziendale teorizza prescegliendo a proprio oggetto le aziende ed il loro equilibrio e sviluppo.

L’Economia aziendale:

 sulla base di Schmalenbach fondò la propria attenzione sul reddito: sono infatti i futuri flussi di utili
o perdite che conferiscono valore al capitale
 sulla base di Nicklisch focalizzò l’operare, nel sistema, di aziende tese a produrre reddito,
interpretabili come coordinazioni economiche in atto le quali si esprimono in coordinazioni lucrative

Zappa inoltre estese il campo della Ragioneria proponendo una nuova scienza che si occupasse
sistematicamente delle aziende: l’Economia appunto aziendale. Essa si sarebbe dovuta fondare sullo studio
dei problemi-tipo delle aziende, sulla sintesi di ragioneria-organizzazione-gestione.

E qui si aprì un problema: che cosa ha da intendersi per azienda? La soluzione ci deriva da un insegnamento
di Husserl, insegnamento valido per le attività di ricerca in qualunque campo scientifico. Tale definizione ci
rinvia:
- all’esistenza della Verità
- alla ripartizione della stessa in “campi” quali unità oggettive
- alla possibilità di attingerla tramite l’indagine speculativa
- al dovere che tali indagini hanno di indirizzarsi a quei campi unitari, dando così vita alle Scienze

Gli sviluppi odierni dell’Economia aziendale sono inquadrabili secondo il concetto husserliano di “campo
scientifico omogeneo”. Tale “campo scientifico omogeneo” è costituito dal sistema delle aziende.
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3.I DUE ‘CAMPI HUSSERLIANI’ DELL’ECONOMIA AZIENDALE: IL SISTEMA ORGANICO DI GIANNESSI, IL


SISTEMA GLOBALE DI ZAPPA

L’Economia aziendale si connotò da sempre sia per il realismo delle proprie ipotesi sia per la scelta
dell’azienda quale oggetto di indagine. Questa aperse una serie di problemi in tema di:
- realismo (metodo) nelle scienze sociali
- concetto di azienda

L’azienda è un sistema produttivo unitario, il reddito un flusso di ricchezza.


Queste utilizzano fattori produttivi e li combinano per produrre beni economici; scambiano questi beni
economici sui mercati si per soddisfare bisogni, ma soprattutto per produrre e distribuire ricchezza nella
forma di redditi e capitali.

Le imprese in equilibrio, che raggiungano l’economicità, trasformano e distribuiscono risorse attraverso


molteplici canal. Una volta infatti trasformati i costi in ricavi, esse non solo possono indirizzare gli utili a sé e
ai soci. Nello svolgersi del processo hanno distribuito nel sistema:
- prezzi-costo a favore dei fornitori per l’acquisto di fattori produttivi materiali e immateriali
- salari, stipendi e compensi professionali
- interessi e provvigioni
- premi alle imprese assicurative
- tributi allo Stato-Regione-Comune relativi agli utili utilizzati

Il sistema delle imprese è un primo “nucleo omogeneo” al quale l’Economia aziendale può indirizzare le
proprie indagini, che vengono anche definite aziende di produzione.

Tutte le imprese sono sistemi per la produzione-distribuzione di ricchezza. Sono rette dalle medesime leggi
di comportamento, sono connotate dalle medesime condizioni di equilibrio e si declinano nei medesimi
processi di sviluppo.

Secondo Giannessi l’Economia aziendale deve focalizzarsi su tutte le aziende di produzione e solo su quelle.
È questo perimetro, dunque, il ‘campo husserliano’ dell’Economia aziendale secondo Giannessi.

Nella Ragioneria italiana dell’Ottocento quasi tutti gli Autori ricomprendevano nel campo di indagine:
1.Famiglie
2.Imprese
3.Pubblica amministrazione

Limitare il ‘campo husserliano’ dell’Economia aziendale alle sole Imprese poteva quasi sembrare una
reductio di temi nonché di possibilità speculative.
Sembrava inoltre che alcune teorizzazioni valevoli per le Imprese valessero pure per le Aziende familiari e
Pubbliche territoriali. Esse erano tese a ottenere entrate per provvedere a uscite, con lo scopo di soddisfare
direttamente i bisogni appartenenti all’azienda.

Secondo tali Autori il ‘campo scientifico omogeneo’ doveva comprendere tutte le aziende operanti del
sistema: familiari, di produzione, pubbliche territoriali. Tutte sono tese a soddisfare i bisogni.

Questo più ampio perimetro husserliano venne diviso in due sotto-insiemi:


- sistema delle aziende di erogazione, tutte tese a erogare le proprie risorse
- sistema delle aziende di produzione, tutte tese a produrre ricchezza, cioè ad accrescere le proprie risorse
trasformando i costi in sempre maggiori ricavi.

Tutte le aziende hanno alcune caratteristiche in comune:


- sono sistemi economici finalizzati

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- che tendono attraverso scelte all’equilibrio dinamico


- equilibrio che è “condizione di esistenza”
- sono tutte caratterizzate da costi e ricavi, uscite ed entrate, patrimonio e debiti e investimenti, variazioni
finanziarie

Tutte caratterizzate dalla similarità delle funzioni amministrative nonché dai processi giuridici ed economico-
tecnici in cui si svolgono quali operatori-tipo del sistema, operatori la cui valenza economica viene appunto
generalizzata dall’Economia aziendale che ne fa il proprio oggetto di studio.

Le imprese quindi:
- prescelgono fattori produttivi
- li combinano originalmente
- li fondono nell’ottenimento di beni economici del tutto nuovi
- scambiano nei mercati tali beni
- ottengono l’utile

Tale utile è il premio che il mercato riconosce all’impresa per aver offerto in vendita un bene economico che
il singolo non può con le sue sole proprie forze ottenere, per essersi addossata il rischio di pensarlo-
progettarlo-realizzarlo-collocarlo, nell’incertezza sulle scelte del mercato.

4.LO STUDIO DELL’ECONOMIA DINAMICA NEI SUOI SOGGETTI OPERANTI: IMPRESE, FAMIGLIE,
AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE TERRITORALI

L’Economia aziendale si occupa delle economie delle imprese. È questo il sistema organico di Giannessi: ‘il
campo scientifico omogeneo’ che studia le imprese di tutti i tipi, ma solo quelle. Gli Autori che vi si ispirano
ritengono che vi siano anche nella Famiglia e nello Stato elementi di aziendalità, ma che essa non rientri nei
parametri dell’Economia aziendale. Essi studiano dunque il sistema delle imprese:
a. nelle loro caratteristiche-tipo
b. nelle loro funzioni e strutture caratteristiche
c. nelle loro forme di equilibrio, di sviluppo e di crescita

A. Caratteristiche-tipo significa il profilo sistematico espressivo della natura specifica del singolo tipo di
impresa (es. l’azienda agricola che trasforma economicamente ma in dipendenza delle leggi e dai tempi
della natura, l’azienda industriale che trasforma dal punto di vista fisico-tecnico)

B. Le funzioni sono i “profili tipici” che ne derivano, i compiti che le connotano in modo speciale. Le
strutture sono gli insiemi di operazioni-processi-combinazioni che ne derivano necessariamente.

C. Le forme di:
- equilibrio rappresentano i modi di raggiungimento-mantenimento dell’economicità, cioè dell’equilibrio fra
ricavi e costi, entrate e uscite, capitale e debiti
- sviluppo rappresentano i modi di adeguamento continuo, in questo senso lo sviluppo è indispensabile per
qualsiasi impresa desideri restare nel mercato
- crescita, rappresentano i modi di aumento delle dimensioni, queste intese come “capacità produttiva”

Le imprese vengono anche dette “aziende di produzione”, ovvero di produzione economica. Si dice, inoltre,
che esse producono redditi e capitali.

L’Economia aziendale è la scienza che studia l’economia delle aziende di produzione di qualsivoglia tipo.

Avviene che l’attività economica non venga svolta soltanto dalle aziende di produzione. Altrettanto rilevanti
sono le funzioni svolte dalle Famiglie e dallo Stato.

Tutte le aziende possono venire dunque definite coordinazioni economiche in atto.


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Alcuni Autori, tra cui Zappa, si domandarono se anche le aziende familiari e le aziende terrioriali dovessero
rientrare nell’Economia aziendale. Risposero affermativamente, e diedero così vita a un ‘campo scientifico
omogeneo’ più ampio, il sistema globale secondo il quale l’Economia aziendale concerne l’economia si delle
Imprese, ma nondimeno delle Famiglie e dello Stato.

L’Economia aziendale studia pertanto le Famiglie, le Imprese, lo Stato:


1. Nelle loro caratteristiche-tipo
2. Nelle loro funzioni
3. Nei loro processi caratteristici
4. Nelle loro forme di equilibrio, di sviluppo, di crescita

L’Economia aziendale è la scienza che studia l’economia di qualsivoglia tipo, dalla Famiglia, allo Stato.

CAPITOLO QUARTO

IL METODO SCIENTIFICO DELLE SCIENZE SOCIALI, IN PARTICOLARE DELL’ECONOMIA AZIENDALE

1.INTRODUZIONE

1.1. IL METODO DELLE SCIENZE SOCIALI

Metodo etimologicamente significa aiuto nella vita. È fondamentale e necessario, ma non sufficiente.

Occorre distinguere il tipo di scienza di cui ci si stia occupando. Vi sono le Scienze della Natura (chimica,
fisica) e le Scienze Sociali (Diritto, Economia).

Si tratta di distinguere nei loro metodi le scienze sociali rispetto alle scienze della natura. Infatti:

 nelle “scienze della natura” sperimentali (biologia, chimica, fisica) tende a predominare
l’esperimento

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 nelle “scienze della natura” non-sperimentali (astronomia, geologia) conta la coerenza osservativa
di fatti materiali
 nelle matematiche rilevano la coerenza deduttiva, l’invenzione di algoritmi originali
 nelle scienze sociali (diritto, economia) conta certo la coerenza osservativa, ma è il problema a porsi
diversamente

Nelle scienze sociali ruolo fondante è rivestito dall’azione umana. Inoltre:

 maggiore è il numero di variabili


 le variabili hanno un campo di variabilità quasi illimitato e possono far registrare inversioni di segno,
di direzione
 assumono rilievo fondamentale le “premesse di Valore”, cioè le opzioni metafisiche e morali

si può distinguere quindi nel modo seguente.

Le scienze matematiche si connotano per il metodo deduttivo che procede da certe premesse generali per
derivarne teorizzazioni conseguenti e particolari.

Le scienze naturali sperimentali integrano i fatti conosciuti, e i nuovi che possano venire scoperti, in un
processo induttivo, con esiti auto-correttivi e sostitutivi.

Le scienze naturali non sperimentali (osservative) si fondano su osservazioni sempre nuove in un processo
inferenziale.

Le scienze sociali si fondano sull’osservazione di fatti per reinterpretarli in modo ogni volta rinnovato in un
processo di natura deduttivo-induttiva.

I fatti di cui si parla debbono risultare fatti propriamente scientifici, cioè significativi per la disciplina ed il
tema di ricerca, ripetuti, raccoglibili in gruppi e ordinabili in serie articolate.

Le scienze sociali, e in particolare l’Economia aziendale, si connotano per il metodo sintetico o misto
(sintetico e ripetuto, deduttivo-induttivo).

1.2. L’INVIDIA DELLA FISICA

Dopo il II conflitto mondiale si sono diffusi il neo-positivismo e lo scientismo secondo i quali:

 non importano tanto le premesse del ragionamento e la loro veridicità, quanto la coerenza
deduttiva
 le scienze debbono fondarsi sull’esperimento

Per le scienze sociali si tratta di inesattezze per i seguenti motivi:

1. la coerenza deduttiva deve valere omnibus, quindi è nata per sottointesa


2. l’esattezza delle premesse risulta fondamentale
3. l’esperimento non è indispensabile

Altre scienze invece si sono comportate diversamente.ad esempio l’Economia politica si è lasciata affscinare
dalle epistemologie citate, con conseguenze molteplici:
- la generale matematizzazione
- espressa con l’uso di ‘modelli’

I motivi sono:

a. complessità delle scienze sociali, talora fino a una parziale indeterminazione

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b. desiderio di ridurre tale complessità tramite la iper-semplificazione delle stesse, cioè eliminando
variabili, presumendo altri fattori
c. ciò al fine di poter addivenire a formulare “leggi esatte” soprattutto per l’invidia della fisica,
reputando che senza formule di quel tipo non si abbia vera scienza
d. ragionando per mezzo di “modelli”
e. modelli matematici da trattarsi con il metodo deduttivo
f. sulla base della fiducia assoluta nelle matematiche e nella “tranquillità" speculativa derivante
dall’aver accettato l’insegnamento che non rilevi la validità delle promesse ma la sola coerenza
deduttiva

I modelli dell’Economia politica tendono:

 a ridurre all’estremo il numero di variabili


 a restringere il campo di variabilità
 a ipotizzare connessioni causali di tipo meccanico
 a presumere dati i modi dell’azione umana

I “modelli” divengono forme di osservazione-investigazione di una realtà però immaginaria, costruita solo
per poter applicare l’operatore algebrico: elementi fondamentali del problema vengono eliminati o resi fissi,
per rendere artificialmente il problema non complesso.

Nelle scienze sociali, in particolare in Economia aziendale, occorre procedere diversamente: se la realtà è
complessa, e se tale complessità va ridotta, ciò deve avvenire secondo i processi scientifici propri appunto
delle scienze sociali e non di altre. Occorre procedere a ridurre la complessità tramite:

1. l’esame di “fatti scientifici”, cioè oggettivi, significativi e rappresentativi per la disciplina


2. il raggruppamento di essi in gruppi-serie omogenei
3. fino all’identificazione di “tipi ideali” di fenomeni

e poter concludere individuando categorie o relazioni standard che identifichino le strutture latenti delle
realtà indagate.

2. I DUE INFECONDI ESTREMI DELL’ECONOMIA POLITICA SECONDO BENEDETTO CROCE E I PROGRESSI


DELL’ECONOMIA AZIENDALE

L’Economia aziendale liberatasi dello scientismo si avviava ad accertare la complessità del campo
husserliano cui voleva dedicarsi. La accettava e decideva di studiarla con il metodo induttivo-deduttivo
recursivo che le consentiva ogni volta sia di definire categorie analitiche, sia di migliorarle sempre.

Con la fine degli anni ’60 si riaffacciarono o rafforzarono molteplici dinamiche speculative indifferenti
all’Economia aziendale e più spesso antagoniste:

 importazione di discipline manageriali statunitensi anche per il dinamismo prioritario di quel


sistema (marketing, finanza, produzione)
 ritorno dei sistemi contabili anglosassoni ancora fondati sul capitale-patrimonio invece che sul
reddito
 minore fiducia nel pensiero sistematico da parte della cultura

L’Economia aziendale adottava l’unico metodo sensato nelle scienze sociali, il metodo sintetico.

3.ASSIOMI DELL’ECONOMIA POLITICA NEOCLASSICA RIFIUTATI DALL’ECONOMIA AZIENDALE

Pare rilevante analizzare i metodi scientifici che l’Economia politica utilizza per studiare gli oggetti e fatti
economici nonché per proporre soluzioni “ottime”.

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Si censurino approcci fondati:

A. su metodi erroneamente unilaterali (monisti):


1. di tipo algoritmico deduttivi, fondate su promesse anti-realistiche
2. di tipo falsamente empirico
B. su metodi erroneamente sintetici:
1. di tipo fondato su premesse anti-realistiche
2. di tipo empirico-statistico inferenzialmente falsi

A.1. I metodi algoritmicamente deduttivi fondati su premesse anti-realistiche

L’approccio matematista è proposto in Economia Politica, da chimici e ingegneri voltisi a trattare scienze
sociali con algoritmi relativamente elementari.
Prima di svolgere trattazioni moniste più o meno matematizzate comunque denominandole “Economia”,
una serie di Autori dovrebbe forse interrogarsi sulle fondazioni del campo speculativo del quale hanno
scelto di occuparsi.

Pochi Autori ritengono quanto segue:

 i fatti economici essere fatti inscindibilmente sociali

 dunque l’Economia essere scienza sociale, da trattarsi con i metodi sintetici propri di queste

 essa partecipare non solo alle Scienze Sociali, ma anche alle Scienze Naturali

4.IL PROBLEMA DELLE SCIENZE DI APPLICAZIONE

È necessario distinguere le scienze astratte dalle scienze di applicazione. Infatti, mentre alcune scienze
possono dirsi quasi auto-concluse in sé stesse, altre sono indiscutibilmente scienze di applicazione, nelle
quali cioè il momento teorico e il momento pratico si intrecciano inestricabilmente.

Nelle scienze astratte, le “formule vuote” si perdono nel dimenticatoio; mentre nelle scienze di applicazione
le “formule vuote” on solo danno vita a teorie errate in sé, ma rovinano la prassi con cui si applicano: ne
derivano leggi malsane, imprese che falliscono.

Per quanto riguarda le scienze di applicazione si tratta di “trattazioni di carattere tecnico” e in questo
l’Economia aziendale è fortunata perché:

 la sua origine storica radicata nella Ragioneria e nelle Tecniche


 i suoi contenuti odierni sono tutti materialmente costituiti dalla versione moderna e
contemporanea sia della Ragioneria-reddito, sia di quelle stesse Tecniche, tra le quali la Finanza
aziendale, il Marketing e Pubblicità
 e da altre, tra le quali l’Economia dei settori di imprese, la Storiografia aziendale

L’Economia aziendale si è trovata a risolvere quasi-automaticamente il problema nodale delle scienze di


applicazione.

L’Economia aziendale possedeva il vantaggio naturale di essere scienza con fondamento tecnico.
Quell’aggettivo andava inteso nel suo senso di pragmatico: l’Economia aziendale infatti estrae ma si rifiuta di
astrarre in direzioni antitetiche rispetto alla realtà.

5.IL METODO STORICO E LA STORIOGRAFIA AZIENDALE. IL CONTRIBUTO DI GIANNESSI

L’Economia aziendale costruisce:


- le proprie teoresi

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- la prassi che essa suggerisce


su gruppi, serie, classi, sistemi di fatti scientifici.

Tali fatti possono riguardare gli operatori-tipo che danno vita alle Società: la Famiglia, le Imprese, lo Stato.

Per l’Economia aziendale risultano rilevanti i “fatti scientifici” accaduti in qualunque epoca e riferibili agli
oggetti delle proprie indagini. Ciò la caratterizza appunto quale scienza sociale.

Occorrono anche all’Economia aziendale alcune cautele metodologiche proprie della Storiografia; qui ci è
d’aiuto Croce quando distingue cronologia, biografia e storiografia:

1. la cronologia quale base e fondamento esatto degli accadimenti avvenuti


2. la biografia quale costruzione organica, documentata e complessa, di problemi storiografici
singolarmente intesi
3. la storiografia, cioè l’interpretazione sintetica e unitaria di intere dinamiche e problemi illuminate
da categorie sempiterne

In tema di Storiografia aziendale Giannessi parla di “metodo storico”, ponendo in tal modo l’accento sulla
via lungo la quale è possibile impostare il rapporto casualità semplice o complessa che rappresenta
l’ossatura logica nell’interpretazione di qualsiasi fatto, vicenda, andamento. Il metodo storico può essere
elencato tra gli strumenti indispensabili per la ricerca. L’indagine storica risulta integrata con quella
scientifica.

CAPITOLO QUINTO

LE SCELTE ECONOMICHE DEGLI OPERATORI AZIENDE: FAMIGLIE, IMPRESE, PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

1.AZIONI ECONOMICHE E NON ECONOMICHE NELLA VITA SOCIALE

Quando si parla di economia materiale, oppure di scienze economiche, occorre compiere una prima
osservazione: non tutte le azioni compiute dagli operatori sono economiche.
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Le azioni le quali non comportano scambi monetari sono tutte azioni non economiche e risultano esterne al
perimetro husserliano dell’economia.

Tra queste possiamo trovare, nelle aziende familiari, leggere, ascoltare musica e il più importante il
volontariato.
Anche le aziende di produzione attuano scelte non direttamente economiche: contributi di beneficienza,
cessione gratuita di prodotti di seconda scelta.
Anche nelle aziende territoriali infine possono darsi azioni non economiche, tipicamente nella forma di
cessione gratuita di beni.

Caso particolare è rappresentato dalle aziende senza fine di lucro (no profit), cioè istituite e rette per uno
scambio di mercato sigillato anche dal semplice pareggio. In questi casi lo “scambio di mercato” in senso
proprio non esiste: le prestazioni infatti sono gratuite o addirittura al prezzo politico, cioè sotto-costo per
favorire il cliente.

Il fatto che non vi sia scambio di mercato fa si che in esse non sempre si presti attenzione alla economicità,
cioè all’equilibrio fra costi e ricavi. Occorre quindi evitare di fondarsi solamente sul proprio patrimonio o sui
contributi pubblici, senza controllare i livelli di costo ai quali si producono i beni.

Occorre in queste aziende dare vita:

 A una gestione efficiente dei costi, la quale cerchi di minimizzarli “a parità di servizio”, cioè senza
peggiorare la qualità offerta
 A una definizione dei prezzi-ricavo che possano risultare convenienti per il pubblico

Le scienze economiche si occupano invece direttamente delle azioni economiche, cioè quelle tradotte in
scambi di mercato. Per tali scienze nasce il problema di comprendere la natura e le cause di queste azioni,
soprattutto al fine di poterle descriverle ed interpretarle in forma scientifica.

2.LA NATURA DELLE SCELTE ECONOMICHE

2.1.ERRORI DELL’ECONOMIA MATEMATICA: L’INDIVIDUO RAZIONALE DI WALRAS-PARETO E LE SUE


MASSIMIZZAZIONI

Il tema delle scelte economiche ci obbliga a tornare all’economia marginalista giacché dall’influsso dello
scientismo e del matematismo derivano molti dei problemi scientifici, molti falsi convincimenti, il rifiuto del
marginalismo da parte dell’Economia aziendale.

Accadde che le “formule vuote” dell’equilibrio statico vennero trasformate in suggerimenti pratici per il
comportamento economico della Famiglia, delle Imprese, dello Stato.

I pensatori che conoscono solamente le matematiche e che vogliono affrontare problemi complessi,
volendoli risolvere in un’equazione di una sola variabile dipendente, devono ridurre la complessità del
mondo appunto a un’unica variabile. Essi considerano:

 Un individuo che compia un unico tipo di azione (come consumatore, poi come investitore, infine
quale imprenditore)
 Che compia una sola azione per volta, azione indipendente
 Che la compia sempre e solo adesso
 In mercati perfetti, definiti come mercati dove tutti i beni sono uguali, le imprese non si fanno
concorrenza, i prezzi sono fissi e non esistono né lo Stato né le leggi.

La realtà però è opposta, e su queste basi nacque lo scisma dell’Economia aziendale. Sin dall’antichità
classica:

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 L’individuo è contemporaneamente consumatore, investitore e tutto il resto insieme


 Tutte le sue azioni sono compiute nel continuo, legate le une alle altre nel tempo e nello spazio
 Egli non decide da solo, ma in seno ad aziende, dalla famiglia all’impresa alle territoriali
 Non riuscirebbe a ottenere tutte le informazioni necessarie a decidere in modo ottimo
 I beni sono tutti definiti e diversi
 I prezzi sono differenziati anche per il medesimo bene
 Le imprese si fanno concorrenza da sempre

2.2.I CONTRIBUTI DI MACHLUP, BAUMOL, SIMON: MASSIMIZZAZIONI VINCOLATE E AVVICINAMENTO


ALL’ECONOMIA AZIENDALE

Al marginalismo si opponevano nelle scienze economiche varie teorie, in particolare gli storicisti, i marxisti,
e infine l’Economia aziendale.

Un contributo fondamentale è dovuto a Machlup. Egli ricorda:

 I campi di esistenza delle funzioni sono ristretti


 I costi marginali e i ricavi marginali sono funzione sia del passato sia delle aspettative
 I medesimi valori marginali non vengono comunque utilizzati, giacché l’impresa nelle sue scelte
ragiona su valori medi, assolutamente soggettivi
 La “massimizzazioni” vanno intese nel senso di comprendervi anche scelte non-massimizzanti dal
punto di vista economico
 Ulteriori limiti derivano poi dalla tecnologia, dall’appartenenza ad un determinato settore, dalle
varie tecniche contabili della Ragioneria

Baumol si volge ad indagini che giungono alle seguenti conclusioni:

1. Le imprese decidono quasi sempre sulla base di “regole pratiche” le quali si rivelano però “momenti
efficienti” di un processo decisionale ottimo, e possono venire definite decisioni ottimamente
imperfette
2. I “calcoli di convenienza” sono basati su relazioni lineari individuate con coppie di punti volume di
domanda <-> costo del prodotto
3. La grande impresa oligopolistica ha come obiettivo non la massimizzazione degli utili, bensì la
massimizzazione del fatturato, sia come criterio per vagliare il favore di cui essa gode nel mercato,
sia per potersi avvantaggiare di ogni sensata opportunità futura di crescita
4. Nel fare questo è influenzata dall’incremento dei costi fissi che si traduce in variazioni di volumi
produttivi
5. L’impresa oligopolistica massimizza per quanto possibile congiuntamente il tasso di crescita dello
stesso, la propria crescita dimensionale
6. Ricordando il vincolo di “utili minimi”, cioè in realtà del livello di utili giudicati accettabili per poter
auto-finanziare la propria espansione nonché ottenere complementarmente credito dal sistema
finanziario

Anche tali analisi si distaccano dal marginalismo.

Simon dedicandosi allo studio del comportamento decisionale nelle organizzazioni annotò che esso violava
gli assiomi fondamentali dell’economia neoclassico-marginalista. Egli denomina la razionalità neoclassica
“razionalità olimpica”. Essa non esiste mai nel mercato, dove prende invece corpo una razionalità limitata:

 Nelle organizzazioni private e pubbliche “decisione razionale” va inteso come subordinata ai vincoli
stessi, e limitata al loro perimetro
 Si tratta di decisioni soddisfacenti

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I contributi ricordati risultano rilevanti:

 Sul fatto che non tutta l’Economia politica è di invenzione marginalista


 Sulle realtà delle decisioni “imperfette” in tutte le aziende, dalle familiari alle imprese agli enti
territoriali

2.3.LE “APETTATIVE RAZIONALI” E LA CRITICA DI KAHNEMANN E TVERSKY

Fra anni ’60 e ’70 venne in campo la scuola detta delle aspettative razionali. Questa sostiene che:

 I mercati sono tutti in equilibrio, giacché gli individui e le imprese operano massimizzando le prime
l’”utilità individuale”, le seconde gli utili
 La disoccupazione se c’è può essere solo volontaria
 Gli operatori trattano tutte le informazioni disponibili in modo ottimo (efficiente), cioè senza errori
sistematici e vigono nel sistema le aspettative razionali, cioè l’anticipazione perfetta del futuro

Kahnmann e Tversky hanno stabilito che:

A. Gli individui mai si comportano secondo i principi della “razionalità economica” variamente
matematista
B. Essi tendono al comportamento adattivo, così commettendo errori
C. Obbedendo a 3 profili pratici, pere quanto essi possano condurre a scelte inesatte:
1. Vengono influenzati dal contesto
2. Preferiscono evitare perdite piuttosto che ottenere guadagni (asimmetria reddituale)
3. Scompongono le probabilità sequenziali per semplificare le scelte anche se il tutto può
portare a preferenze incoerenti ( effetto scomposizione, o isolamento)

3.LA NATURA DELLE SCELTE SECONDO L’ECONOMIA AZIENDALE: LE DETERMINANTI DELL’AGIRE DEL
SINGOLO E LE ASPETTATIVE NON-RAZIONALI DEI SOGGETTI

L’individuo deve cercare di equilibrare le proprie preferenze in uno schema in cui:

 Opera in contesto esogeno e dinamico, con tutti i fattori di variabilità che questo possiede
 Opera incardinando le singole scelte
 L’insieme degli eventi-scelta è finito
 Gli mancano molte informazioni utili
 Le probabilità sono incomplete
 Il vantaggio è sperato, poiché ciò che speriamo di ottenere-guadagnare è stimato in modo
personale, soggettivo
 Le preferenze mutano nel tempo e nello spazio
 Per conseguire risultati anche eguali preferisce di solito una via piuttosto che un’altra non fosse che
per abitudine
 È ristretto nei vincoli economici e finanziari, cioè opera con risorse limitate
 Opera incardinato in un’azienda

Muovendoci dunque in un modo altamente incerto cerchiamo di ottimizzare i risultati delle nostre scelte. E
questo in particolare per quanto riguarda decisioni che comportino un rischio economico. Quindi tutte le
scelte economiche sono dirette alla ottimizzazione.

Tale ottimizzazione è:

A. Soggettiva, in funzione delle capacità che l’individuo ha di analizzare, prevedere, valutare


B. Vincolata, in funzione dei vincoli fisico-giuridico-economici nei quali egli agisce

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C. Probabilistica, in funzione di eventi futuri prevedibili come accadimento ma non come valore,
oppure assolutamente imprevedibili

A. Ciascuno di noi agisce nei campi economici secondo alcune determinanti:


 Le naturali tendenze del carattere
 Gli obiettivi che sentiamo per noi naturali
B. Ciascuno di noi, nei campi economici, agisce secondo alcune determinanti le quali, finiscono per
influenzare le nostre scelte. Si tratta:
 L’epoca più o meno (ir)regolare, progressiva o regressiva
 L’educazione ricevuta dalla famiglia e dal sistema educativo
 Il contesto sociale di origine
 I vincoli economici-finanziari
C. Dobbiamo riflette a come gli individui guardino al futuro. Le scelte economiche odierne infatti si
sviluppano nel futuro, e occorre quindi comprendere quale idea gli individui se ne facciano al fine di
orientare le scelte stesse. Occorre sapere che:
 Esistono individui che non pensano o non guardano al futuro
 Esistono poi individui:
 Ottimisti
 Pessimisti

Dobbiamo domandarci in qual modo gli individui formino la propria visione del futuro, cioè le proprie
“aspettative”. Al riguardo l’Economia aziendale sostiene l’ipotesi di aspettative miste. Essa parla dunque di
aspettative multiformi. Gli individui infatti sono:

 Alcuni ottimisti, altri pessimisti


 Alcuni prudenti, altri neutrali
 Mutano questi loro atteggiamenti per fattori strutturali e i vincoli ricordati

Esistono anche i caso patologici di comportamenti volutamente irrazionali. Si tratta di scelte orientate
all’egoismo appropriativo immediato, di tipo illecito.

Anche queste sono azioni “economiche”, e qui pure le muove una legge economica generale, l’avidità illecita
che però tende a diffondersi nelle epoche sregolate.

4.LA DISTRUZIONE GAUSSIANA DELLE VARIABILI ECONOMICHE E L’AGGREGAZIONE SOCIALE RISOLTA IN


SENSO ANTI-KEYNESIANO

Se osserviamo il mondo con migliore attenzione, senza lasciarci influenzare o distrarre dall’odierna
confusione di informazioni, dinamiche, gusti, scelte, azioni, noi riusciremmo a percepire:

1. La struttura latente, che è fondamentalmente una struttura di ordine


2. La sua natura sistemica

Così potremmo percepire il mondo quale “unità di senso e significato”: si tratta solo di riuscire a intuirla,
percepirla, distinguerla e infine fondarvi teorie congruenti.

Sono proprio la struttura latente di ordine e la natura sistematica del mondo, ceh ci consentono teoria
realisticamente fondate.

La base per erigerle ci viene da una funzione ideata da Gauss. La funzione di distribuzione delle probabilità,
originariamente ideata per individuare le probabilità di errore nelle misurazioni fisiche, ma poi trasformata

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in curva di densità, infine estesa all’interpretazione di tutti i fenomeni del mondo economico. Egli ha
rappresentato:

 Sull’asse delle ascisse i valori della variabile in argomento


 Sull’asse delle ordinate le probabilità associate a ogni valore della variabile
Nella sua forma essa ci dice che
a. La probabilità di errore è tanto maggiore quanto più prossima al valore massimo
dell’esattezza
b. Quanto più ci si allontana dall’esattezza massima, diminuisce la probabilità di errori sia
positivi che negativi

Estesa al campo economico essa diviene una legge che ci offre la legge di distribuzione di quasi qualsivoglia:

1. Struttura oggettiva
2. Comportamento soggettivo
In essa, infatti:
 I valori si distribuiscono secondo le probabilità che hanno di sussistere, da 0 a 1
 Il massimo si concentra nella media dei valori misurati
 La maggiore o minore dispersione dei valori attorno alla media rende la curva più larga o
più stretta
 L’area sottesa assume il valore 1 quale sommatoria di tutti i valori probabili.

Il tutto non solo consentendo di descrivere in modo semi-esatto l’apparente dispersione di molti fenomeni
naturali, ma anche confermando l’ampia regolarità dei medesimi.

Si tratti infatti di strutture come pure scelte di comportamento, traslata al campo economico la distribuzione
gaussiana ci dice che la maggior parte dei valori si addensa attorno al valor medio, e quando più ci si
allontana dal valor medio i valori divengono sempre meno probabili.

Per questo la distribuzione gaussiana è anche definita distribuzione normale dei fenomeni.

Con adeguate indagini, possiamo dar vita a teorie economiche veritative per la Famiglia, l’Impresa, lo Stato
e le sue partizioni.

L’utilizzazione della gaussiana ci consente infine di risolvere il problema dell’aggregazione nelle scienze
economiche in modo diverso rispetto a Marx e Keynes. Il “problema dell’aggregazione” significa
sostanzialmente come passare dalla singola famiglia, dalla singola impresa, dal singolo comune o provincia,
all’insieme di tutte le aziende familiari, di tutte le imprese, di tutte le partizioni dello Stato e dello Stato
stesso.

5.L’AZIONE ECONOMICA DELLE AZIENDE QUALE RISULTANTE DI PROCESSI INTER-SOGGETTIVI

L’Economia aziendale ritiene obbligatorio considerare che:

1. L’individuo è contemporaneamente lavoratore-consumatore-risparmiatore, e compie le proprie


scelte nel tempo continuo
2. Tale individuo effettua le sue scelte insieme o in contrasto con tutti gli altri individui che
compongono la società e con i quali egli è dunque in un rapporto di relazione
3. Tali relazioni si svolgono nell’ambito di aziende

Il singolo scambio è incardinato:

 In tutta la serie degli scambi antecedenti, contemporanei e successivi che egli compie nel tempo e
nello spazio

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 Nell’economia della azienda cui egli appartiene


1. Per prima l’azienda familiare di provenienza
2. Poi l’azienda di produzione o pubblica territoriale per cui lavora
3. Infine le aziende territoriali delle quali è suddito, cittadino o residente

Le “ottimizzazioni vincolate” vanno dunque riferite a vincoli e ottimizzazioni relative a tutte le interazioni
sociali in cui egli è immerso.

Risultano vincolate le azioni che egli compie in quanto immerso in una realtà organizzativa di impresa o di
azienda territoriale: anche in questi casi le scelte che egli compie sono vincolate.

6.LE CARATTERISTICHE DELL’AZIONE ECONOMICA NELLE AZIENDE DELLE VARIE CATEGORIE. NELLE
AZIENDE FAMILIARI, AZIENDE DI PRODUZIONE E AZIONE TERRITORIALI.

Il tema delle scelte va calato nella realtà delle aziende cui l’individuo partecipa.

Nelle aziende familiari le scelte sono il naturale risultato dell’accordo affettivo o razionale, del
compromesso, della prepotenza e dell’antitesi. Al riguardo molto contano:

 I fattori storico-religiosi e culturali


 Lo “Spirito del tempo”, che può orientare all’ordine o al disordine
 La maturità o l’immaturità delle persone
 L’interpretazione familiare, professionale, sociale dei ruoli individuali

Altrettanto avviene nelle aziende di produzione, dove si tratta di attuare scelte di gestione le quali, tramite
la produzione di beni economici, consentano la produzione di ricchezza, avendo quale condizione di
esistenza l’equilibrio economico. Tale produzione di ricchezza non può andare disgiunta dallo sviluppo
dell’impresa nel quadro dell’evoluzione tecnologica, della concorrenza di settore e inter-settoriale,
dell’economia generale.

Vengono allora a rilevare le decisioni di comitato le quali sono prese al volere del leader, talora realizzando il
“volere migliore” che guida verso l’ottimalità, talora sono scelte di mero compromesso, talora si traducono
in rinvii, disaccordi, litigi.

Nelle aziende territoriali, alle complessità precedenti, si aggiunge poi la naturale vastità e complessità dei
compiti, intrecciata con due processi-tipo, il primo antico quanto il mondo, il secondo tipico delle
democrazie partitiche:

 Mediazione politica
 Mediazione partitocratica

Molto dipende poi dal grado di fisiologia o di patologia di un sistema politico, se cioè il ceto politico pensi
all’incivilimento delle generazioni governate, o all’autoperpetuazione egoistica, o, infine, si avvolga in un mix
di incompetenze, ambizioni, ideologie, il cui risultato è lo spreco delle risorse citate.
A questo va poi aggiunto che le popolazioni modellano i propri comportamenti su quelli dei governanti.

L’Economia aziendale ritiene che veramente:

 Esistano leggi economiche generali


 Applicabili alle aziende di ogni ordine e grado, cioè a tutte le aziende della comunanza di funzioni
amministrative

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L’Economia aziendale, inoltre, ritiene che rilevi anche per le aziende territoriali il problema dell’equilibrio
economico, e quindi che qualunque azione del governo tesa a violare le leggi economiche generali non
possa che finire in un disastro.

CAPITOLO SESTO

LA MISURAZIONE ECONOMICA DEI FENOMENI AZIENDALI: LA RAGIONERIA

1.LE SCIENZE EMPIRICHE E LA MISURAZIONE DEI FENOMENI

Caratteristica rilevante di molte scienze empiriche è la misurazione dei fenomeni indagati, esse si
differenziano rispetto:
- alle matematiche con il loro logo astratto
- alla filosofia quel riflessione intellettuale e sistematica sugli universali

Le scienze empiriche si distinguono in:

a. Scienze della terra e del cielo


b. Scienze della natura
c. Scienze sociali

Il profilo della misurazione può fare riferimento alle prime due.


Le scienze della natura infatti misurano fenomeni osservati anche al fine di trarne leggi: misure di
laboratorio della biologia e della chimica, misure della fisica in campo elettrico, elettronico.

Il tema viene svolto differentemente dalle scienze sociali.


Il diritto ha un intento normativo e disciplinare che realizza per intento proprio e per volontà sociale.
La storiografia si erige su processi di misurazione temporale, ma poi è ben altro: essa è la ricostruzione
logico-interpretativa dei fatti accaduti individuando connessioni pragmatiche fra gli stessi, e dunque “leggi
di struttura” del comportamento dei fatti. Questi si manifestano poi in modo sempre diverso come specie
per le caratteristiche perennemente diverse degli uomini, delle situazioni, quindi le “leggi della storia” non
hanno carattere previsivo. Quei fatti si manifestano sempre simili come genere, quelle leggi posseggono
una elevata validità temporale e spaziale, si tratti dell’ascesa della civiltà, dei processi di “rivoluzione
industriale”.

Le uniche fra le scienze sociali ad avvicinarsi alle scienze della natura, sono le economiche: esse necessitano
di misurare i fenomeni economici.
Tale processo comporta il problema di quale misure applicare ai fatti economici prescelti, e il tema è così
complesso che se ne occupa la “teoria della misura” o metrologia.

In campo economico vige sia nella prassi sia nella teoria una misura classica: la misura in moneta, dunque i
prezzi.

Il binomio moneta-prezzo è infatti espressione effettiva del fatto economico nel tempo e nello spazio.
Il prezzo è studiato direttamente. Ad esempio le indagini sulle “serie storiche dei prezzi” utilizzano questa
variabile in modo diretto: studiano l’evolversi di quella dinamica, di quei prezzi, per comprendere meglio i
processi di produzione, di consumo.
Più spesso il prezzo è studiato in modo composto, in unione a variabili quantitative.

Delle imprese interessa oggi il fatturato, quindi il binomio:


unità x prezzo unitario = fatturato

Ciò che conta è che l’indagine si rivolga a quantità-valori veri in quanto fattuali: prezzi e altre variabili
economiche tutte espresse-esprimibili in moneta. Si tratta di adesione realistica alla realtà.

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Grazie a tali caratteristiche, le indagini dell’economia classica come dell’economia aziendale assumono una
validità che spazia dall’antichità classica all’oggi al domani e nei due emisferi, grazie all’aver costruito-
confermato le proprie ipotesi proprio sui concreti fenomeni economici, valori e prezzi misurati in moneta che
hanno preso esistenza.

Il discorso risulterebbe ovvio se non fosse per due gravi dispute analitiche.

A. Molti studiosi di Economia politica individuarono l’oggetto della scienza economica nel “valore” in
senso astratto, e cercarono modalità tecniche per misurare il “valore” o “l’utilità”.
Al contrario il prezzo di mercato è l’unica misura del valore. Il singolo prezzo, quale incontro della
domanda e dell’offerta per quel bene, in quel luogo, in quell’istante, è l’unica espressione del
“valore”.
Gli autori che si erano inventati questa utilità solo per porla su un asse cartesiano, immaginavano in
sostanza che vigesse il principio secondo cui “il consumatore massimizza la propria “utilità”. Essi
quindi ipotizzavano che i beni venissero consumati solo una volta, confrontavano il consumo di
unità via via ulteriori del bene prescelto con l’utilità che ne derivava, cercavano di misurarla con gli
andamenti di una curva quale fondamento delle scelte economiche.
Il procedere era logicamente assurdo per vari motivi:
 Il consumatore ignora l’analitica micrometrica delle proprie preferenze
 I beni gli si presentano all’alternativa tutti insieme nel continuo temporale
 Le quantità e i prezzi dei beni disponibili mutano in continuazione, e così le sue disponibilità
 La sua “utilità” è condizionata da una quantità di vincoli che ne condizionano le scelte
 Le quantità disponibili di molti beni non sono rappresentabili con variabili continue
 L’utilità di molti beni è crescente
B. Molti studiosi di economia si affannano ancora per ricondurre l’economia al logo astratto
richiudendola in strutture algoritmiche di tipo equazionale. Essi ricorrono a forme equazionali
y=f(x), raramente funzioni di più variabili e raramente includenti la variabile tempo.
È chiaro che la complessità delle infinite variabili del mondo economico nella varietà degli spazi e
nello scorrere del tempo viene ricondotta e ristretta ai poveri algoritmi che possono venire derivati
e integrati: ecco allora “l’utilità” e la “misura” di essa tramite funzioni.

2.LA MISURAZIONE DEI FENOMENI ECONOMICI

La scienza economica, in quanto scienza sociale è disciplina empirica: essa studia il comportamento
economico dei singoli e delle loro aggregazioni fino agli Stati, e lo studia anche nelle organizzazioni per il cui
tramite quel comportamento economico si declina: imprese e mercati.
Empirico-sociale è l’Economia aziendale, che svolge quelle indagini prescegliendo a proprio primo oggetto
di studio le aziende familiari, di produzione o imprese, pubbliche territoriali; e concettualizza anche i
mercati ed i settori quali “luoghi” costituiti da aziende e dall’operare di esse.
Essa osserva i fenomeni con l’obiettivo di individuare, elaborare “leggi di comportamento”: leggi descrittive
e spesso normative, al fine di indicare le regole di movimento di variabili economiche. Essa è dunque
scienza di leggi.

D’altra parte, i fenomeni studiati dall’Economia aziendale sono economici: è evidente che, al fine
dell’elaborazione delle teorie, tali fenomeni non vanno esaminati solo dal punto di vista concettuale, ma
anche dal punto di vista empirico, misurandoli in sé e nelle loro connessioni.

Le quantità in cui essi si esprimono sono le variabili che concorrono a definirlo. Si tratta sempre di quantità
definite in moneta da intendersi unicamente quale premessa all’effettuazione della misurazione di tipo
economico:

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volumi acquistati x prezzo unitario = costo totale d’acquisto


volumi venduti x prezzo unitario = fatturato

Si tratta delle uniche e prioritarie variabili proprie di indagini realistiche, tratte dalle variabili effettive
riscontrabili nella realtà, infine connotative dei fenomeni oggetto di indagine nonché proprie degli stessi in
quanto incardinate nei sistemi d’azienda.

3.LE RAGIONERIE QUALE TECNICA DI MISURAZIONE DEI FENOMENI ECONOMICI

I fenomeni economici trovano espressione nella propria veste monetaria: costi, ricavi, imposte, fatturati
d’impresa. Ciò richiede una precisazione: A. giuridica B. economica

A. Le quantità economiche derivano sempre da contratti o da altri legami giuridici: in senso lato da
obbligazioni. Si tratta di salari e stipendi, di parcelle e onorari, di costi e di ricavi, di imposte.
B. Se si guardano i contratti precedenti dal punto di vista economico, si noterà che essi sempre si
manifestano in scambi, dal regolamento immediato o differito o periodico

I valori economici del sistema si formano appunto all’atto dello scambio, quando cioè essi prendono
manifestazione effettiva e materiale, rendendosi anche misurabili.
Con lo scambio si registrano:
- variazioni di moneta
- sorgere di un credito o di un debito

È importante:

1. Identificare il momento nel quale la variazione di moneta o di credito si manifesta


2. Misurarla con tecniche adeguate
3. Determinare prezzi-costo e prezzi-ricavo

L’unica tecnica è la Ragioneria Generale, la quale sola:

 Identifica i fenomeni aziendali, rappresentativi dell’economia delle aziende


 Li coglie nel cuore del sistema al momento del loro manifestarsi misurabile
 Li misura utilizzando quale unità la moneta
 Li connette grazie alla tecnica della partita doppia
 Li rappresenta in prospetti unitari che ne sintetizzano i risultati, e che servono quindi a fini di
controllo, di analisi, di previsione

I fenomeni economici così identificati, misurati, sono i più rappresentativi dell’economia delle aziende:

 Valori-flusso, costi e ricavi


 Valori-fondo, attività e passività e le loro variazioni

I valori realistici della Ragioneria si differenziano rispetto ai valori astratti sia della microeconomia classica,
sia di molta macroeconomia contemporanea. Si differenziano anche rispetto agli importanti valori della
Statistica aziendale. Questa:
- utilizza funzioni di frequenza
- al fine di risolvere singoli problemi gestionali di ottimizzazione

La Ragioneria rileva:

 I redditi (valori-flusso)
 I capitali (valor-fondo)

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Il problema relativo alla Ragioneria delle famiglie rilevante nell’Ottocento diviene rilevante ora per:
- la ragioneria delle imprese (Ragioneria Generale)
- la ragioneria delle aziende pubbliche territoriali (Ragioneria Pubblica)

Essa consente:

a. Per le imprese di misurarne la produzione di redditi e la riproduzione di capitali, con i loro risultati
sintetici di utili, pareggi, perdite
b. Per le aziende pubbliche territoriali di misurarne le funzioni pubbliche di raccolta di risorse, di spese
correnti e in conto capitale, di gestione della moneta e del debito, di gestione dei beni pubblici, con
i loro risultati di avanzo, pareggio, disavanzo (deficit)

La Ragioneria registra cronologicamente tutte le operazioni di scambio erigendo in sistema i valori rilevati.

Periodicamente, le registrazioni contabili vengono sintetizzate in prospetti rappresentativi che vengono


denominati bilancio. Il bilancio si compone di due prospetti:

 Rendiconto reddituale e acceso agli elementi del reddito


 Stato patrimoniale e acceso agli elementi del capitale

Il rendiconto reddituale è riferito a un periodo amministrativo, cioè a un intervallo temporale definito quale
sistema parziale, quale unità economica relativa. Esso:

 Accoglie valori-flusso
 Accoglie tutte le componenti negative e positive di reddito, cioè i costi e i ricavi che rappresentano il
“reddito d’esercizio”
 Accoglie inoltre il risultato derivante dallo sbilancio, dalla differenza tra i primi e i secondi

I costi vengono sostenuti con l’obiettivo di trasformarli in ricavi:

a. Ricavi sufficienti a reintegrare i costi stessi


b. Reintegrando sia costi aventi fecondità semplice (materie prime) sia costi aventi fecondità ripetuta
(impianti)
c. Ricavi in grado di produrre utili reinterpretabili quale remunerazione del capitale di rischio conferito
dai soci

L’utile è dunque un costo, il costo d’uso del capitale di rischio; perdita è la destinazione negativa dei costi, la
quale si riflette sul capitale di rischio, diminuendolo fino ad annullarlo.

Lo Stato patrimoniale esprime la situazione di attività e passività sì con riferimento al medesimo esercizio,
ma dal punto di vista temporale in un istante, al termine dell’esercizio stesso. Lo Stato patrimoniale:

 Accoglie valori-fondo
 Cioè le attività e le passività nel loro valore alla fine dell’esercizio stesso
 Rappresenta le attività, costituite da investimenti, da impieghi di risorse, e le passività, costituite da
capitali e finanziamenti, cioè dalle fonti delle risorse ricordate
 Rappresenta il capitale di funzionamento, cioè l’insieme di passività e attività, di fonti e impieghi per
il cui tramite l’impresa funziona

Tramite i finanziamenti si dà vita ad investimenti: le fonti di capitale si trasformano, per via delle scelte di
gestione, in impieghi di capitale.

Le fonti di capitale si dicono finanziamenti. Possono provenire:

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 Dai soci in generale: si tratta del capitale sociale; esso è anche capitale di rischio, perché sopporta il
“rischio di gestione” e viene allogato fra le passività anche perché è un debito effettivo, seppure non
esigibile e di scadenza indefinita
 Dal sistema bancario in forma di crediti concessi; dai mercati finanziari e monetari
 Dai fornitori

Gli impieghi di capitale si dicono investimenti. Sono costituiti:

 Da investimenti aventi fecondità semplice


 Da investimenti aventi fecondità ripetuta, investimenti il cui valore economico si trasferisce
gradatamente nel valore dei beni economici che essi concorrono a produrre

Per concludere:

1. L’impresa ogni giorno intreccia costi e ricavi, valori-flusso: la sintesi di questi valori-flusso quotidiani,
sommati e riferiti a un anno viene rappresentata nel rendiconto reddituale
2. Intrecciando costi e ricavi tutti i giorni, lungo tutto il corso dell’anno l’impresa contemporaneamente
rinnova e modifica sempre il proprio capitale di funzionamento
3. L’esito del tutto è il risultato economico: utile-pareggio-perdita
4. Tale risultato compare identicamente in tutti e due i prospetti:
a. Nel rendiconto reddituale come differenza fra quantità flusso, cioè fra ricavi e costi
b. Nello Stato patrimoniale quale effetto sulle attività e sulle passività del flusso aggiuntivo o
nullo o diminutivo

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CAPITOLO SETTIMO

L’ECONOMIA DELLE FAMIGLIE

1.LA FAMIGLIA ISTITUZIONE SOCIO-ECONOMICA

1.1. INTRODUZIONE

Della Famiglia, l’economia aziendale studia i profili economici, in primo luogo le relazioni economiche
interne, che si traducono in redditi, tributi, consumi, investimenti. Le Famiglie e le loro economie risultano
fondamentali giacché si connettono per molte vie a tutte le altre aziende:

 Alle aziende territoriali per i beni economici di cui fruiscono


 Alle aziende di produzione, per i beni economici che da esse acquistano
 Alle une e alle altre per i rapporti di lavoro diretti ed indiretti, i processi di investimento che
intrecciano con loro

L’evoluzione dell’istituto-famiglia e l’incremento delle pseudo-famiglie concorrono a comporre le realtà


contemporanee, nelle quali poi esse mantengono sempre:

 Relazioni economiche interne, del tipo redditi, tributi, consumi, investimenti


 Relazioni economiche esterne con le aziende territoriali e di produzione

1.2. L’AZIONE ECONOMICA SOVRA-INDIVIDUALE

Sin dall’antichità sistemi sociali significa sistemi economici, cioè sistemi di produzione, di consumo, di
scambio di beni economici nell’ambito di un ordinamento o più ordinamenti, nonché di uno o più sistemi
monetari.

La Famiglia risulta dunque cellula-base dei sistemi economici di qualsivoglia periodo storico. Le attività e le
variabili individuali vengono fuse ed amalgamate in ambito familiare:

a) Dalle famiglie promana l’attività lavorativa


b) Nelle stesse si consolidano i redditi
c) Le medesime corrispondono i tributi
d) Effettuano le scelte di consumo e di risparmio-investimento

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Dal punto di vista dell’azione, è il singolo a operare in campo economico quale “animale politico”; dal punto
di vista economico-sociale, l’azione è sempre collettiva, la sua azione sempre si combina, si fonde, si limita
con quella degli altri componenti del nucleo familiare; e a propria volta le Famiglie si incardinano nella
struttura sociale in forme strutturali e funzionali.

Occorre allora studiare la Famiglia nella sua natura di centro di interessi economici. In Economia aziendale la
Famiglia viene denominata azienda familiare.

L’Economia aziendale studia dunque la Famiglia nei suoi redditi, nei suoi tributi, nei suoi consumi, nei suoi
investimenti. La studia nei suoi equilibri e sviluppi economici inter-temporali, nelle sue relazioni economiche
con altre Famiglie, con le Imprese, con lo Stato.

Si tratti della Famiglia tradizionale, sempre rimangono le realtà:

1. Del lavoro di persona


2. Dei redditi di lavoro con i quali far fronte ai bisogni delle persone componenti l’aggregato di volta in
volta in esame
3. Del comune contemperamento fra conviventi delle scelte di consumo e di risparmio-investimento

Ciò vale perfino nel caso dei singles. Le realtà economiche citate sono talmente basilari che esse
permangono anche nel caso delle patologie.

Nell’azienda familiare prendono corpo anche altre importanti tipi di azioni:

 Il perfezionamento individuale dal punto di vista morale, culturale, sportivo


 L’educazione dei figli e dei discendenti
 L’assistenza ai componenti anziani o malati
 La filantropia generalmente intesa

In Economia aziendale a riguardo della Famiglia occorre modulare con attenzione il conetto di azione non
economica in quanto non immediatamente basata sullo scambio di mercato.

Esse ci rendono avvertiti relativamente alla moltitudine e ampiezza di doveri e di ruoli della Famiglia.
Sottolineano, inoltre, il rilievo di quell’insieme di doveri proprio ai fini della costruzione progressiva e poi
ottima della famiglia quale società domestica.

Si può quindi concludere che quelle in discorso sono operazioni economiche, infatti:

 Si traducono in costi effettivi, o comunque in uscite


 Si traducono in risparmi di costi
 Vengono effettuate con l’obiettivo sia di miglioramenti organici e funzionali, sia di migliori redditi
futuri

1.3. LA NATURA SOCIALE

La Famiglia concorre a comporre la società di uno Stato nel suo sistema di storia, tradizioni, Valori
ordinamenti, lingue, cultura e attività. Il profilo economico delle Famiglie contribuisce poi nel suo insieme a
caratterizzare l’economia di uno Stato.

Occorre ricordare le forme di aggregazione delle famiglie, dunque la loro natura sociale.

La Famiglia, per propria natura, comporta e manifesta una serie dei legami inter-familiari e educativi. Le
Famiglie sono orientate dall’ordinamento, cioè dal sistema di leggi di uno Stato.

Rilevano in particolare, nel rapporto ordinamento <-> famiglie:

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 Le leggi sulla scolarità e l’educazione nazionale


 La normativa pensionistica e previdenziale
 La normativa sanitaria e assistenziale
 Le leggi sul lavoro
 Le leggi tributarie e di tutela del risparmio

Nell’ambito dell’ordinamento e dei suoi effetti, le famiglie danno vita ai “corpi sociali intermedi”, corpi nei
quali esse possono esercitare ruoli sociali associati: le associazioni, i sindacati, tesi alla tutela di interessi
corporativi e all’attività di lobbysm.

2.EVOLUZIONE DEI SISTEMI ECONOMICI E DELLE AZIENDE FAMILIARI

Se con lo sviluppo economico nascono e crescono il settore secondario e terziario, così muta l’occupazione
prevalente delle famiglie, da contadini a operai a impiegati a liberi professionisti. Tale dinamica comporta
effetti fondamentali sulle famiglie e la loro attività, sui loro redditi e sulla loro economia, dunque sulla
struttura e la dinamica dell’intero sistema economico. Le famiglie transitano via via:

 Dalle campagne alla città secondo processi di inurbamento


 Da attività addensate nel tempo ad attività continue e ininterrotte di stabilimento o di ufficio
 Da redditi aleatori nel tempo e nelle dimensioni
 Da atteggiamenti e mentalità che evolvono nel tempo
 Ad attività libero-manageriali e libero-professionali

Si sviluppano così possibilità autonome di incivilimento.

Le situazioni risultano complesse e multiformi non solo nelle differenti nazioni e fra i vari ceti sociali, ma
anche nell’ambito di una stessa nazione e di un medesimo ceto.

Si diffonde la “borghesizzazione delle masse”, cioè l’ampliarsi delle attività, delle mentalità “borghese”. La
nascita di questo ceto risaliva al basso Medioevo e cominciarono a svilupparsi un sistema di diritti. Quelle
libertà sarebbero poi cresciute nelle Città-Stato, nei comuni medioevali, e nei primi Stati unitari del mondo
dando vita al “Terzo stato”.

Alle radici del temperamento borghese c’era il desiderio di crescita economica e di miglioramento sociale;
tali obiettivi venivano realizzati grazie a doti di autonomia, creatività, laboriosità. Il risvolto sociale diveniva
desiderio di indipendenza, di sottoposizione soltanto alla legge e di riconoscimento politico.

Pur con il ruolo fondamentale svolto nell’economia e nella storia, la borghesia non va magnificata.

Per descrivere il “borghese” quale tipo-ideale si ricorre a Sombart.

Sombart ci ricorda che con l’avvento della borghesia i rapporti contrattuali si sostituiscono ai precedenti
vincoli di signoria-gerarchia e di comunità. Ci ricorda poi che i fattori causali del passaggio al “capitalismo”
sono:

1. Il razionalismo economico, “cioè l’orientamento sostanziale di tutte le azione alle migliore


rispondenza a un fine”, anche grazie:
 Alla gestione in conformità di un piano
 Alla tenuta razionale dei conti
2. L’utile quale passaggio dell’azione economica dal soddisfacimento del bisogno all’accrescimento del
capitale iniziale

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Con il progresso economico migliorano i consumi costruttivi, i quali non solo migliorano le condizioni di vita
del singolo, ma lo conducono via via verso un progressivo incivilimento personale, affinché egli possa
liberamente giungere alla auto-formazione di una personalità matura.

Con il progresso si accentuano dunque in parallelo anche comportamenti patologici fino a intere patologie
sciali: alcolismo, droghe e stupefacenti. Si tratta di consumi de-costruttivi, consumi che oggi possono
espandersi proprio a causa della diffusione di più ampi redditi in cerchie sociali sempre più vaste.
I consumi decostruttivi risultano rilevanti dal punto di vista economico, della vita delle imprese, della
struttura e della stabilità sociali.

3.L’ECONOMIA DELLE AZIENDE FAMILIARI: REDDITI, TRIBUTI, CONSUMI, RISPARMI-INVESTIMENTI

L’economia della Famiglia può venire rappresentata da delle variabili: Redditi, Tributi, Consumi, Risparmi-
Investimenti. Ciò vale per qualunque azienda familiare e quindi in tutti i casi.

Re = T + C + I Formula 1

Re = Redditi
T = Tributi
C = Consumi
I = Investimenti

Questa formula significa che il reddito della Famiglia, al lordo delle imposte, si suddivide e ripartisce fra
Tributi, Consumi, Investimenti.

Il termine Redditi, intesi quali proventi maturati nell’anno, e incassati in moneta, fa riferimento a due
tipologie:

1. Redditi da lavoro
2. Redditi da patrimonio

1.I Redditi da lavoro possono derivare:

 Da lavoro dipendente
 Da lavoro autonomo

Nei redditi da lavoro rientrano le pensioni, le indennità, le prestazioni assicurative periodiche. Vi si fanno
rientrare anche i redditi “in natura”, dall’auto-consumo delle famiglie contadine alle eventuali retribuzioni
parzialmente in natura.

2.I Redditi da patrimonio, proventi patrimoniali, derivano da investimenti che l’azienda familiare ha
effettuato in precedenza impiegando il proprio risparmio, pervenuti per via ereditaria. Si tratta di
investimenti immobiliari (i quali fruttano canoni locativi) oppure di investimenti mobiliari.

Il termine Tributi fa riferimento alle imposte e tasse pagate alle Aziende Pubbliche aventi potestà
impositiva.

Il termine Consumi è auto-evidente. L’Economia aziendale esamina i comportamenti di consumo delle


Famiglie nel tempo: essa parla quindi di processi di consumo. Ciò significa esaminare:

 L’intera serie degli atti di consumo


 Suddivisi nelle varie categorie merceologiche
 Compiuti “nella simultaneità e nella successione”
 Dall’individuo inserito nella Famiglia, cioè nel sistema di cui egli fa parte

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Il termine Investimenti risulta pure evidente: si tratta di destinazioni, immobili, titoli azionari, titoli
obbligazionari. Vi si possono includere anche beni artistici e di consumo durevole.

Dalla trasformazione della formula 1 derivano 2 identità interessanti per visualizzare connessioni Reddito/
Consumi/ Investimenti più articolate e complesse.

Con riferimento alla realtà, risulta infatti rilevante domandarsi:

 Se la famiglia versi regolarmente i tributi dovuti


 Quale alternativa la famiglia prescelga fra consumi e investimenti:

C = Re – I – T Formula 2
I = Re – C – T Formula 3

La Formula 2 evidenzia il fatto che i consumi sono la quota di reddito residuata dopo il pagamento dei
tributi e l’eventuale effettuazione degli investimenti.

La Formula 3 evidenzia il fatto che gli investimenti sono la quota di redditi residuata dopo il pagamento dei
tributi e il sostenimento dei processi di consumo.

Le espressioni consentono di rilevare l’effetto sottrattivo delle imposte: ciò spiega la convenienza materiale
degli illeciti rappresentanti appunto dall’evasione tributaria.

I due casi opposti che la formula 2 e 3 rappresentano sono i seguenti:

 La compressione dei consumi al fine di risparmio-investimento


 La compressione degli investimenti, per poter sostenere un livello di consumi

La formula 3, nel caso in cui i tributi e i consumi fossero maggiori dei redditi, potrebbe dar luogo a un valore
negativo di I (investimenti). Ciò significa dis-investimenti, cioè di vendita di beni patrimoniali per far fronte al
livello prescelto di (T+C).

Le formule 2 e 3 ci dicono che redditi di lavoro, consumi, investimenti, redditi patrimoniali e nuovi redditi di
lavoro sempre si sommano e alternano, a seconda delle necessità e delle scelte dell’azienda familiare.
Questa combinazione adduce a risparmi e patrimoni sempre maggiori, ovvero a consumi durevoli, oppure a
dis-investimenti e realizzazioni.

Più spesso, quella combinazione adduce ad investimenti di un tipo che vengono poi realizzati per poter
effettuare altri investimenti, questa volta immobiliari.

Vi è un processo continuo di mutamento di investimenti, dis-investimenti, consumi correnti e durevoli,


indebitamenti che dipende:

 Dal numero dei componenti della famiglia e dalle loro esigenze


 Dai redditi singoli
 Dal reddito totale disponibile
 Dalle preferenze date al consumo o all’investimento
 Dagli eventuali legami con imprese di proprietà della stessa famiglia

Nelle Famiglie si alternano quindi non solo Redditi di vario tipo, Tributi, Consumi, Investimenti, ma anche
indebitamenti, con i processi che li accompagnano: pagamento degli interessi, rimborso del capitale
mutuato.

Occorre quindi completare la formula 1 aggiungendovi l’ipotesi dell’indebitamento:

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 Questo può incrementare gli Investimenti, ma talora anche i Consumi di chi si indebiti non per
aiutarsi a investire, ma per consumare di più
 Comporta sia interessi passivi sia rimborso progressivo delle somme a suo tempo ottenute

La formula 1 diviene quindi:

Re + dis-I + DB = T + C + I + intpass + rimbDB Formula 4

la quale rappresenta al 1° membro tutte le fonti (entrate) di una Famiglia a qualsiasi titolo, e al 2° membro
tutti gli impieghi (uscite) di una famiglia a qualsiasi titolo.

Essa dichiara che:

il reddito più i dis-investimenti più l’indebitamento


corrispondono (ma anche fanno fronte)
ai tributi più i consumi più gli investimenti
più gli interessi passivi più il rimborso dei debiti.

La formula 4 esplicita le connessioni fra le Famiglie e tutte le altre aziende, le Imprese e le Aziende
territoriali.

Può accadere che alcuni beni patrimoniali aumentino di valore. Secondo Hicks tale incremento di valore fa
parte del reddito del periodo in cui l’aumento si sia verificato. Il fatto va inteso in modo diverso: se un bene
si è incrementato di valore, tale incremento è comunque teorico finché il bene stesso non venga venduto
(principio di realizzazione); il bene potrebbe poi diminuire di valore; si ottiene quindi un vantaggio solo
quando tale bene venga venduto (realizzazione) al maggior valore aggiunto; infine, il vantaggio in parola
non possiede la regolarità di un reddito: è una plusvalenza maturabile una sola volta.

4.I PROCESSI DI RISPARMIO-INVESTIMENTO

Esiste un livello minimo di consumi, anche se tale “livello minimo” poi dipende dalla storia, dalla
consuetudini sociali, dal ceto sociale, dalle abitudini familiari.

Ciò posto, la propensione al risparmio o al consumo dipende poi:

 Dal “carattere nazionale” dello Stato di appartenenza


 Dalla struttura del mercato finanziario nazionale

Dobbiamo quindi riflettere al carattere nazionale, cioè alla cultura, alle tradizioni, alle usanze che connotano
nel tempo, le popolazioni di uno Stato. Molto dipende:

 Dall’assenza-presenza-abbondare di risorse naturali, giacché la prima spinge all’industriosità, in


sostanza al risparmio; la seconda a un’industriosità già più disinvolta, propensa al consumo e al
risparmio; l’ultima a comportamenti collettivi orientati alla spesa, dunque più al consumo che al
risparmio
 Dalla psicologia collettiva, orientata soprattutto dal modello di sviluppo prescelto dai governanti e
inoltre dalla tendenza nazionalista

Vi sono peraltro fattori strutturali e dinamici che fondano i processi di risparmio:

 La distribuzione dei patrimoni fra le famiglie di una nazione


 La distribuzione dei redditi fra gli individui di una nazione
 Il “ciclo di vita del risparmio-investimento” nelle età lavorative

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A seconda infatti che la ricchezza sia molto concentrata tra le famiglie, il risparmio-investimento tenderà a
risultare maggiore, giacché poche famiglie, per quanto consumino, non possono consumare quanto intere
moltitudini.

La concentrazione delle ricchezze induce l’aumento degli investimenti anche produttivi; la diffusione-
dispersione della ricchezza induce: l’incremento dei consumi correnti, la diminuzione degli investimenti
totali, e in particolare la frammentazione degli stessi, con prevalenza per i mobiliari. Qualcosa di simile
tende ad accadere per i redditi, giacché pochi individui con redditi ingenti non possono consumare quanto
moltitudini di percettori di redditi medi.

Si può affermare per gli investimenti una caratteristica identica ai consumi: se infatti gli investimenti
vengono decisi singolarmente, peraltro nelle Famiglie, per quanto riguarda l’azienda familiare, occorre
parlare di processi di investimento.

I processi di investimento si co-determinano insieme ai processi di consumo. Derivano da caratteristiche


individuali della persona, della Famiglia in quanto unità: dal livello del reddito, dalla varia redditività e
valore corrente degli investimenti già effettuati, dalle aspettative concernenti il futuro dello Stato,
dell’economia, della propria situazione familiare, sociale e soprattutto dalla varia propensione al risparmio.
La tipologia degli investimenti prescelti dipende infine dall’atteggiamento verso il rischio e la speculazione
da parte dei singoli e dell’azienda familiare nel suo insieme: si parla in questo caso di maggiore o minore
propensione al rischio.

I processi di investimento derivano anche da fattori economici esogeni e tecnico-finanziari.

Rientrano tra i fattori economici esogeni:

 Le prospettive economiche favorevoli o sfavorevoli, in queste comprese il tasso di inflazione


presente, e previsto futuro
 Il regime tributario al quale sono assoggettati gli investimenti
 Le previdenze sociali esistenti o assenti

Rientrano tra i fattori tecnico-finanziari le caratteristiche intrinseche dell’investimento prescelto, il quale si


connota con specificità relative:

 Alla redditività
 Al rischio (è il caso classico di titoli azionari di società che falliscono; talora però falliscono anche gli
stati dichiarando l’insolvenza o default, cioè l’impossibilità o la non volontà di rimborsare i debiti
contratti)
 Alla liquidità, o meglio liquidabilità, cioè alla maggiore o minore facilità dell’investimento di essere
negoziato sul mercato, e rivenduto

Gli investimenti si possono distinguere fra a vista e fruttiferi.

Sono investimenti a vista gli investimenti:

 In scorte di beni di consumo, in liquidità (contanti, conti correnti bancari)


 In beni di consumo durevole, dall’arredamento agli autoveicoli ai beni elettronici all’abbigliamento

Sono investimenti fruttiferi gli investimenti in:

 Valori a reddito garantito in quanto fisso o predefinito (titoli del Tesoro, obbligazioni)
 Valori a reddito aleatorio, cioè che può variare o anche annullarsi nel tempo (titoli azionari)
 Beni fondiari o immobiliari da reddito (con l’obiettivo di concederli in locazione)
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Vengono considerati in questa categoria anche:

 I beni di lusso e artistici


 L’acquisto della casa di abitazione, ancorché effettuato anche con il ricorso dell’indebitamento
(mutuo fondiario): si tratta di investimento “fruttifero” sia per il risparmio che consente dei canoni
di locazione sia per le prospettive di rivalutazione nel tempo

Le categorie ora citate confermano il fatto che non ha senso parlare del risparmio separatamente rispetto
all’investimento, ma che vale sempre l’identità (processi di) Risparmio = (processi di) Investimento.
Non c’è forma di risparmio che non sia, nel contempo, un investimento.
Ciò vale nel caso di immobili, titoli obbligazionari, titoli azionari, depositi bancari o postali, per gli
investimenti non produttivi (opere d’arte), vale anche per la tesaurizzazione, consistente nella
conservazione privata di metalli e oggetti preziosi, i quali risultano sempre investimenti.

Si può quindi presentare una categorizzazione complementare rispetto alla precedente la quale suddivide il
risparmio-investimento secondo un criterio differente:

1. In liquidità “a vista”
2. Mobiliare
3. Assicurativo
4. Fondiario e immobiliare
5. In beni di consumo durevole o artistici o da tesaurizzazione

1. La liquidità “a vista”
La moneta divisionale viene principalmente detenuta per fini:
 Transazionali, cioè per regolare gli scambi standard normalmente previsti
 Precauzionali, cioè per regolare scambi o uscite impreviste
 Speculativi, tipicamente nei periodi monetariamente sconvolti, quando può risultare
conveniente detenere divise estere nella speranze che esse si rivalutino contro la moneta
nazionale

Il deposito delle eccedenze monetarie nei conti bancari e postali sono investimenti in liquidità
“a vista”, cioè in forme di deposito da cui essa sia liberamente, facilmente prelevabile. Il
risparmiatore deposita la parte giudicata residua o eccedente in conti “a vista”, i quali in alcune
nazioni sono remunerati: ciò gli consente la migliore tranquillità che deriva dalle minori scorte
monetarie presso di sé, il prelevamento libero, e infine la percezione di interessi attivi.

2. L’investimento mobiliare
L’investimento mobiliare significa investimento in beni opposti agli immobiliari: titoli di Stato,
obbligazioni, azioni.
I primi due gruppi vengono definiti a reddito fisso. La definizione è imperfetta, giacché molti titoli di
Stato e le obbligazioni offrono un rendimento sì garantito, ma variabile fra un minimo e un
massimo. Tali redditi sono definiti interessi.
L’investimento azionario frutta un provento denominato dividendo, cioè la parte di utile destinata a
venire divisa fra i soci-azionisti. Tali redditi sono variabili, giacché investendo in azioni si diviene soci
dell’impresa, e quindi si partecipa alla gestione e ai suoi rischi, e la gestione può far registrare utili,
ma anche pareggi o perdite.
La distinzione quindi è la seguente:
 Titoli a reddito pre-definito e garantito (titoli di Stato, obbligazioni)
 Titoli a rendimento aleatorio (azioni), cioè connesso al “rischio d’impresa”
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La quotazione dei valori mobiliari fa registrare rialzi e ribassi nel tempo. Gli incrementi e decrementi di
valore incidono sul valore nominale dell’investimento, ma non sul valore effettivo: essi rimangono nominali
finché non vengono realizzati tramite la vendita. Con questa si realizzano “utili” o “perdite” denominate
plusvalenze o minusvalenze. Con tale realizzazione l’investimento viene ricondotto al proprio valore
effettivo.

3. L’investimento assicurativo
L’investimento assicurativo consiste in un risparmio-investimento periodico, detto premio, che viene
versato alle compagnie di assicurazioni sulla vita affinché in caso di morte dell’assicurato prima di un
certo momento futuro, vengano versati ai suoi eredi una rendita ovvero un capitale; in caso di
sopravvivenza dell’assicurato oltre un certo momento futuro, la rendita o il capitale siano versati a
lui stesso.
È questa una forma di previdenza che riveste valenze molteplici:
 Psicologico-familiari, essa infatti orienta un importo annuo al fine di proteggere la Famiglia
dalle conseguenze economiche negative di eventi inaspettati o prematuri (se l’evento si
produce, si ottiene una rendita o un capitale per gli eredi; se l’evento non si produce, la
tranquillità di sentirsi coperti dal rischio per tutto il periodo interessato, e talora la rendita o
il capitale per l’assicurato tuttora in vita)
 Tecniche, le quali consentono alle compagnie di assicurazione, tramite la raccolta premi, di
esplicare la propria opera di tutela delle persone e delle famiglie
 Sociali, con la diffusione del risparmio assicurativo tutta la società viene protetta dalle
conseguenze economiche negative di eventi prematuri
4. L’investimento fondiario e immobiliare
L’investimento fondiario e immobiliare può riguardare:
a) Terreni
b) La casa d’abitazione
c) Le case in campagna o per vacanze
d) Immobili di vario genere “da reddito”

Il reddito di capitale che se ne trae è rappresentato dai canoni locativi, mentre nel caso dell’utilizzazione
diretta della casa d’abitazione e della casa per le vacanze si parla di reddito figurativo, cioè del “reddito”
derivante dai canoni locativi risparmiati grazie all’utilizzazione diretta della proprietà.
Anche l’investimento immobiliare può dar vita a incrementi di valore. Si tratta di incrementi e decrementi
nominali, i quali rimangono cioè teorici finché non vengano realizzati. Si ottengono così plusvalenze o
minusvalenze patrimoniali di origine immobiliare o fondiaria.

5. L’investimento in beni di consumo durevole o artistici o da tesaurizzazione


Si tratta di:
a) Beni di consumo durevole rappresentati dall’arredamento, gli autoveicoli, i beni elettronici
b) I beni artistici costituiti da opere d’arte e di antiquariato e dai gioielli
c) Beni da rivalutazione sono considerati i metalli preziosi in lingotti o monetati, le pietre
preziose sciolte

I primi non richiedono descrizione: ci si limita a ricordare la fecondità ripetuta che li caratterizza.
I secondi si caratterizzano per il gusto e la gioia sia della contemplazione sia del successo che ne derivano al
proprietario, e l’eventuale “consumo vistoso”: si parla al riguardo di fruizione estetica. Anche tali beni
possono svalutarsi, ma di norma essi si rivalutano, così comportano l’incremento del valore nominale del
patrimonio. Nel caso di vendita sul mercato essi originano plusvalenze patrimoniali.
Gli ultimi sono i beni acquistati per condensare rilevanti valori economici in spazi ridotti, la rivalutazione che
si ritiene essi debbano far registrare con il trascorrere del tempo.

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5.IL COSIDETTO “CICLO DI VITA DEL RISPARMIO-INVESTIMENTI” DI MODIGLIANI AL “RISPARMIO


FAMIGLIARE” DI DELL’AMORE

Il “ciclo di vita del risparmio-investimenti” presenta un andamento standard:

 Quasi nullo prima dell’ingresso nel mondo lavorativo


 Limitato nei primi anni di lavoro
 Maggiore con l’evoluzione dell’attività lavorativa
 Ininterrotto o negativo per malattia, incidente, decesso
 Minore o negativo in età avanzata
 Con esiti più rari di dilapidazione

Il “ciclo risparmio-investimenti” dipende dal reddito e dal patrimonio.


Per quanto riguarda il reddito, il tema è intuibile.
Per quanto riguarda la natura del patrimonio di famiglia o accumulato, largamente rileva la natura di esso,
tendenzialmente più stabile se di tipo agricolo o colturale; patrimonio invece più facilmente “nobile”,
dunque instabile, se frutto di attività imprenditoriali.

Il tutto è orientato dalle propensioni al consumo e al risparmio-investimento.

Il risparmio delle famiglie co-determina:

 Il livello dei consumi aggregati


 Il volume totale del risparmio aggregato e inoltre le sue direzioni
 Per l’identità risparmio=investimenti, il volume totale degli investimenti privati

Secondo Keynes la propensione al risparmio delle famiglie si riconnette a 8 fattori che possono venire così
riassunti: i) motivi precauzionali e desiderio di sicurezza; ii) desiderio di migliorare le proprie condizioni
future, di effettuare investimenti più avanti nel tempo. Propensione che però dipende dal reddito di
periodo, posto che:

 La propensione al consumo è stabile


 Se il reddito aumenta, anche i consumi aumentano

Negli anni ’50, alcuni economisti statunitensi sostennero che:

 Il livello di risparmio-investimento dipende dall’età delle persone


 Il risparmio viene effettuato soprattutto per poter continuare a consumare anche durante la
vecchiaia
 Il tutto perché gli individui desiderano massimizzare l’utilità dei consumi di tutta la propria vita

L’ipotesi fu poi chiarita da Modigliani, il quale precisò che: i) il reddito è costante per tutta la vita fino alla
pensione, poi si azzera; ii) non esistono saggi di interesse; iii) i gusti dei consumatori sono costanti per tutta
la vita; iv) non vi sono lasciti. In sostanza gli individui risparmiano sempre più finché possono, poi
consumano tutti i risparmi, infine muoiono nullatenenti.

I temi relativi a come il risparmio si formi, a quanto se ne formi e in funzione di quali fattori, riveste rilievo
fondamentale per l’economia delle amministrazioni territoriali.

Infatti varieranno:

 Le imposte sui consumi, sui redditi, sui risparmi-investimenti


 Le imposte di successione ove esistenti
 La legislazione lavoristica

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Uno fra i primi allievi di Zappa, Giordano Dell’Amore, ci ricorda:

 Il risparmio si origina in seno all’economia delle famiglia anche grazie a premesse culturali
 Esso è condizione di miglioramento e progresso materiale e morale della famiglia
 Il risparmio è inoltre tutela rispetto a eventuali incombenze, problemi o difficoltà che
eventualmente si presentassero
 Esso esplica poi rilevanti funzioni monetarie, creditizie e sociali, contribuendo alla crescita
equilibrata e sicura dell’intera economia dello Stato

6.I MODERNI PROCESSI DI CONSUMO

6.1. GENERALITA’

In tema di “consumi” l’Economia politica parla normalmente di consumi degli operatori considerati
singolarmente, e ricorre dunque all’equazione mezzi-fini, o anche al binomio bisogni-disponibilità.

Occorre ricordare che si tratta di processi di consumo che pendono atto all’interno delle aziende familiari.

I “processi di consumo” tendono così a ottimizzare nel tempo e nello spazio la necessità della Famiglia nella
sua interezza sulla base:
- premesse valoriali
- dei vincoli di bilancio
- dell’orizzonte temporale
- dall’ignoranza del presente e quella del futuro

L’equilibrio che sempre le famiglie cercano di raggiungere nel tempo e nello spazio, significa attribuire varie
priorità ai consumi o ai risparmi, attribuire un ordinamento alle spese collettive.

Si tratta in sostanza, per la Famiglia, cioè nelle aziende familiari, di comporre un’equazione mezzi-fini
altamente vincolata, ove sia i mezzi sia i fini si co-determinano. In tali dinamiche si manifestano di rilievo le
scelte di consumo o di investimento che influenzino funzionalmente la dinamica futura delle uscite.

Nella realtà, i processi di consumo sono determinati:


- dall’ammontare dei redditi, dalla loro stabilità o variabilità nel tempo
- dalla dinamica delle priorità e preferenze interne alla famiglia

C’è quindi in tutte le famiglie un vincolo materiale e poi le varie propensioni al consumo di ciascuno dei suoi
componenti.

Con riferimento al vincolo materiale, rileva l’importante concetto di reddito permanente Friedman, cioè il
reddito stabilizzato in funzione del patrimonio attuale e dei redditi futuri, dunque per così dire “sicuro”.
Sulla base di esso si basa il consolidamento dei consumi, cioè u livello assodato di spese per consumi
correntie durevoli e possibili anche per il futuro.

Con riferimento alle propensioni contano:

 La distribuzione dei membri della famiglia per classi di età


 Il carattere, la cultura, l’educazione ricevuta
 La diffusione e la incisività dei modelli di riferimento sociale

I processi di consumo si decidono all’interno dell’azienda familiare, relativamente a tutti i suoi componenti;
alternativamente rispetto ai processi di investimento, si tratti ora della tipologia dei consumi.

I consumi di beni sono stati suddividi in categorie:

 Primari o secondari
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 Necessari o voluttuari
 Funzionali od ostentativi
 Costruttivi o de-costruttivi

Dei consumi costruttivi o de-costruttivi si è già accennato della loro valenza economica, sociale, morale. La
distinzione fra primari e secondari, come fra necessari e voluttuari, pare intuitiva. Essa dipende dal reddito
permanente, dal ceto, dalla cultura, dunque dalla “visione del mondo” elaborata dal singolo, e dal “concetto
di sé” che il medesimo intende esprimere tramite i processi di consumo.

Di maggiore rilievo nelle società contemporanee è il continuo trasformarsi di consumi in precedenza


secondari o voluttuari in consumi ora considerati primari o necessari.

Il concetto di consumo funzionale può ricondursi a quanto precede, di una funzionalità orientata
all’incivilimento del singolo e della famiglia.

Queste annotazioni ci introducono il concetto di consumo ostentativo (talora emulativo), tipico di chi voglia
fare pubblica mostra di ricchezza o comunque di capacità di spesa in “beni di appartenenza”.

6.2. “CLASSE AGIATA”, LUSSO E SFARZO FINO A SOMBART E VEBLEN

Il tema della crescente produzione di redditi e ricchezza ci deve interessare a causa di un problema
dibattuto sin dal 1700 e tuttora rilevante e irrisolto. Si tratta dei consumi di elevata qualificazione, i consumi
“di lusso”.

Al fondo della questione stanno alcuni elementi economici e personali che valgono per molte persone di
quasi qualsivoglia continente dall’antichità preclassica ad oggi:

a. Il desiderio di migliorare la propria condizione economica


b. Il desiderio di transitare alla fruizione di beni più raffinati ed eleganti
c. La “ambizione di distinguersi”
d. La rappresentazione augusta e formale della regalità e delle sue prerogative

La storiografia conferma tali dinamiche.


Occorre ricordare che le strutture economiche di riferimento erano economie chiuse, o Città-Stato, o
comunque sistemi primitivi dalla ridotta produttività, ove veramente poteva accadere che i consumi
lussuosi delle classi dominanti fossero a spese di altre categorie di cittadini.

Meglio fondata pare la distinzione di Aristotile, il quale aborre sia la meschineria, sia lo spreco volgare, e
definisce viceversa la magnificenza quale “sfarzo legittimo”.

Mandeville dimostra come tutte le funzioni e i ceti siano gli uni gli latri correlativi e sottolinea così, anche
per il lusso, le possibilità di lavoro che esso consente, e inoltre l’avanzamento della civiltà anche tramite
beni che, sul momento, possono apparire superflui.
Tale diversa e più oggettiva considerazione apre la via a una più realistica considerazione dei beni di lusso.
Si giunge così alla polemica sul lusso nel ‘700-‘800 francesi.

All’epoca vi sono Autori che annotano che il “lusso” gradatamente si trasla dal benessere privato al
vantaggio sociale proprio grazie ai vantaggi che esso introduce e produce nel sistema economico:

1. Trasferisce ricchezza dai ricchi ai produttori di beni di lusso, i quali poi la fanno circolare a propria
volta
2. Sviluppa le arti, i mestieri e le tecniche
3. Suscita l’assunzione-formazione di maestranze altamente qualificate
4. Dà vita nel tempo al patrimonio storico architettonico, pittorico e artistico

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In quelle epoche erano proprio i consumi di lusso a fungere da volano per lo sviluppo della domanda
effettiva, giacché traslavano nel sistema ricchezze che si sarebbero poi distribuite e diffuse, convertendosi
gradatamente in domanda per tutti i tipi di beni.
Occorre evitare di proiettare su secoli precedenti le strutture economiche attuali: se Re e aristocratici
avessero tenute chiuse le proprie ricchezze nei forzieri, ebbene ci sarebbe stato molto minore sviluppo
economico.

A riguardo del tema, i fattori nodali sono:

 Il desiderio delle persone di vivere in migliori condizioni materiali, e inoltre di “distinguersi” rispetto
al prossimo
 Con il miglioramento del tenore di vita collettivo, la tendenza culturale e sociale ad interpretare nel
tempo i beni più qualificati secondo la trasformazione seguente:
beni di “lusso” -> comodità -> necessità

Con l’epoca moderna e con il progresso economico, abbiamo fatto registrare una espansione continua di
bisogni e di mezzi. Con le rivoluzioni industriali e i processi di inurbamento:

 Si accresce il ruolo delle grandi città quale “luogo per l’esibizione sociale”
 Soprattutto per i borghesi ora abbienti, i quali nessun altro “segno distintivo” riescono a possedere
se non, appunto, la manifestazione della ricchezza

La soluzione ci giunge con la stilista e creatrice di moda Coco Chanel. Si può infatti “fare del lusso” con beni
economici anche assai semplici, i quali però esprimano gusto, stile, eleganza innata sia dell’oggetto sia di chi
lo acquista o utilizza.

Quindi possiamo dire che nelle epoche antiche poteva risultare fondata la riprovazione del “lusso” per il
loro trattarsi di “sistemi chiusi” in cui “lusso” poteva facilmente significare appropriazione a danno di altri o
di nemici vinti. Nell’era moderna occorre allora distinguere fra “lusso” e sfarzo, cioè lo show-off (mostrare,
far vedere, ma che in realtà andrebbe tradotto schiaffare in faccia al prossimo).

In quest’ultimo senso rilevano allora comunemente detti “beni di lusso”, in realtà beni sfarzosi posseduti,
oltre che per il gusto di bello, soprattutto quale dimostrazione di ricchezza, o di potenza, o di appartenenza
a un ceto elevato, utilizzati di volta in volta per rassicurazione, superbia, vanità, infine per desiderio di farsi
accettare dal prossimo, o di sottometterlo psicologicamente, o di suscitarne l’invidia.

Sombart ricorda che i beni di lusso:

 Svilupparono originariamente il commercio all’ingrosso


 Svilupparono le “industrie di lusso”, commerci all’ingrosso e settori industriali i quali richiedevano
vasti capitali
 Svilupparono successivamente commerci e settori “di mezzo lusso”

Il tema riguarda lo sviluppo dei sistemi, le scelte e le preferenze di tutti noi, e infine l’alternativa per i
governi se tassare accanitamente, o invece favorire, la produzione e i consumi di beni sfarzosi.
Gli stessi:

 Stimolano la creatività estetica, artistica e tecnica


 Generano domanda effettiva e trasfondono nel sistema sia ricchezza sia importanti migliorie
tecniche
 Possono stimolare un desiderio di imitazione nei limiti del possibile

Certo, se viceversa la società è malsana e lo sfarzo è consentito dalle rapine pubbliche e private; se d’altra
parte nella società dominano l’invidia sociale anche predicata, è allora chiaro che i beni sfarzosi riducono la
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loro utilità pratica dal punto di vista della creatività e del progresso e si risolvono in ulteriori fattori di
instabilità e di perversione sociale.

7.GLI EFFETTI DELLO “SPIRITO DEL TEMPO”: RISPARMI O CONSUMI?IL RUOLO DEL DENARO SECONDO
SIMMEL

Alle origini dell’odierno insistere sulla rilevanza del “consumo”, stanno alcuni fattori di diversa origine, fra i
quali:

 La rilevanza preminente della variabile “consumo”, con l’influsso che tale modello ha esercitato sui
governi e sui professori di economia politica
 La rilevanza della variabile “consumo” in alcune fra le principali economie del mondo (Stati Uniti)
 L’interesse delle masse di qualsivoglia continente a incrementare i propri consumi
 In alcune nazioni, l’interesse dei partiti di sinistra ad acquisire favori tramite la promessi di
assunzioni, incrementi salariali ovviamente graditi dai percettori votanti

Fattore ulteriore è infine la mentalità consumistica diffusa in tutti i ceti e le generazioni dai media, e dalla
pubblicità. In tema di fattori determinanti dei consumi, occorre quindi riprendere e completare quanto
come segue.
L’ampiezza, la diffusione, la continuità dei processi di consumo dipende:

1. Dal grado di sviluppo economico che una società è riuscita a raggiungere tramite lo sviluppo interno
ed esportativo
2. Dallo stadio evolutivo di una nazione
3. Dalla “cultura nazionale” relativamente al consumo o al risparmio
4. Dalla struttura demografica
5. Dalla (s)perequazione dei redditi e dei patrimoni
6. Dall’incidenza generale dei tributi
7. Dall’accoglimento scettico della pubblicità e dei “modelli di consumo”

Occorre dunque riflettere utilizzare note categorie interpretative quali:

1. “Visione del mondo” di governati e governanti


2. “Spirito del tempo”, cioè insieme di Valori, dis-valori, convincimenti, mode, passioni e impressioni
che avvolge gli uni e gli altri in una certa epoca in una certa nazione

Occorre interrogarsi su quali risultino gli atteggiamenti singoli e collettivi rispetto:


al lavoro – al risparmio – al consumo
rispetto cioè ai modelli di riferimento sociale e ai modelli di riferimento professionale.

Il problema di fondo è che la ricchezza ha teso a divenire il fondamento della stima sociale, della auto-
stima, anche a prescindere dalle modalità del suo ottenimento.

Simmel annota che, nell’epoca moderna, il denaro, da mezzo è diventato per molti un fine.

8.I MUTAMENTI SOCIO-CULTURALI DELLE “SOCIETA’ INDUSTRIALI” E I LORO EFFETTI SUL LIVELLO
DELL’ATTIVITA’ ECONOMICA

I processi di inurbamento risultano lenti ed accidentati, e diseguali tra le nazioni:

 In alcune si ha un addensamento multipolare della popolazione


 In altre tale addensamento si incentra in una o poche grandi città

In aggiunta occorre sempre vagliare:

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1. La continuità del processo


2. L’intensità del processo

La continuità può risultare regolare nel senso di graduale, ovvero conoscere grandi fasi di accentuato
inurbamento.
L’intensità del processo è semplice: può venire misurata dalla proporzione fra i residenti nelle (grandi) città
rispetto al totale della popolazione.

A tali variabili si è poi accompagnata la generale ricerca di industrializzazione con l’obiettivo di migliorare il
tenore di vita delle popolazioni, avviare processi esportativi e migliorare l’equilibrio della bilancia
commerciale, realizzare progressi economici e sociali.

Il diffondersi di tali processi dall’Asia all’America latina a parte dell’Africa ha consentito il generale “decollo”
(take-off) di gran parte delle nazioni del mondo. Ma quel diffondersi ha introdotto generali processi di
transizione, quindi con l’iniziale borghesizzazione delle masse di tutto il mondo.

Il processo ha rivoluzionato tutti i processi illustrati di ottenimenti di redditi, risparmi-investimenti, consumi,


con il generale affermarsi di consumi, comunicazioni, spese, investimenti e risparmi. Tale sistema
contribuisce a spiegare il grande incremento delle produzioni economiche dell’economia del mondo: è
questo consumismo generalizzato a sospingere in giro per il mondo produzioni e commerci, investimenti e
nuove produzioni .

Tali processi sono stati facilitati dal moltiplicarsi della liquidità internazionale e dal crescente volume di
prestiti, debiti, valori finanziari. Ciò spiega da un lato le crisi finanziarie che pongono inter-temporalmente in
crisi le dinamiche dell’economia-mondo, dall’altro, a livello della Famiglia, sia i grandi progressi economici,
sia i temporanei regressi, sia infine la prevalenza del consumo rispetto al risparmio-investimento.

Nel caso infine i processi ricordati si arrestassero nella propria crescita, si avrebbe il noto fenomeno inverso,
della proletarizzazione della borghesia.

CAPITOLO OTTAVO

L’ECONOMIA DEGLI ENTI PUBBLICI TERRITORIALI

1.INTRODUZIONE. LO STATO: I PROFILI POLITICI E SOCIO-ECONOMICI. LE PARTIZIONI DELLO STATO: LE


AZIENDE PUBBLICHE TERRITORIALI

Le funzioni che sono sempre state ritenute proprie ed esclusive dello Stato sono:

1. Difesa esterna e ordine pubblico


2. Giustizia
3. Amministrazione pubblica

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Il tema di quali funzioni siano proprie dello Stato, di quali lo Stato debba esercitare per dovere istituzionale,
possa esercitare dal punto di vista ideale, voglia esercitare per scelta del ceto politico, deriva dalla
concezione stessa di Stato quale entità giuridico-politica. È quella concezione che limita i compiti dello Stato
all’essenziale o viceversa li ampia, dunque che contiene o allarga la sua azione.

Occorre ricordare le concezioni classiche di Stato e si fa riferimento alla concezione organicista dello Stato
hegeliano, il quale:

 È un organismo vivente, una unione in tutto superiore alle singole parti che lo compongono
 È un’entità suprema
 Possiede una generale sovranità

Si tratta sostanzialmente di concezioni istituzionali organiche, dove lo Stato è una unione storica, giuridica,
culturale e sociale sovra-ordinata e auto-resistente rispetto alle parti che la compongono.

Sin dall’antichità gli Stati e i loro reggitori posero in essere comportamenti politici; questi comportamenti
sempre incisero sulla realtà sociale traducendosi poi in aristocrazia o demagogia, armonia o crisi sociale,
guerra o pace.
Da quando si è avviato il processo di formazione degli Stati nazionali, sempre nuovi e diversi sono i compiti
assunti dallo Stato o ad esso assegnati, come pure il modo di esercitarli.

Al riguardo ci si può interrogare a quale grado di incivilimento tendano gli Stati nazionali, cioè a quale grado
tendano di ascesa culturale, morale e sociale dei cittadini. L’incivilimento può venire misurato dalla qualità e
dalla quantità della spesa relative:

 Alla Giustizia e all’ordine pubblico


 All’educazione letteraria, scientifica, professionale
 All’educazione sportiva
 Agli investimenti in Ricerca e Sviluppo
 Alla tutela delle Belle Arti e del patrimonio artistico

Le azioni politiche attuate dai rappresentanti dello Stato incidono sulla realtà sociale, e determinano i tipi, le
quantità, i tempi:

 Delle spese pubbliche


 Dei proventi pubblici
 Del saldo finale del bilancio dello Stato

La spesa pubblica esprime l’azione dello Stato. Lo Stato esercita azioni determinanti sulle forze economiche
spontanee.
Attraverso la spesa (impieghi di risorse), e la raccolta di proventi (fonti) lo Stato forma cittadini preparati o
impreparati, costruisce infrastrutture e foraggia imprese dissestate, amministra ottimamente la Giustizia, la
ricerca, la scuola, la Sanità, o invece le lascia procedere in modo un po' qualunque, malamente ordinato e
burocratizzato, o addirittura degradato.

Anche lo Stato è dunque, da questo punto di vista, un fattore di produzione, cioè un sistema in grado, dal
punto di vista economico, di agevolare, o di svantaggiare, le produzioni di ricchezza.

Si è parlato di Stato, ma occorre precisare: lo Stato e le sue partizioni interne (Regioni, Province, Comuni) a
seconda della articolazione giuridico-amministrativa dello Stato stesso; in generale la pubblica
amministrazione.
L’attività della Pubblica Amministrazione si esplica infatti per il tramite di aziende pubbliche territoriali

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(detti anche enti autarchici territoriali) le quali declinano l’azione pubblica in funzioni via via più specifiche
e più localizzate dal punto di vista territoriale della Regione, della Provincia e del Comune.

La ripartizione amministrativa dipende dalla storia amministrativa e giuridica della singola nazione;
derivano anche dal sempre maggior volume di servizi richiesti a livello locale, e sono quindi in parte
necessarie.
Aumentando i livelli, aumentano anche i costi relativi, la spesa pubblica, l’insieme di incarichi per il ceto
politico, mentre l’azione amministrativa potrebbe venire intralciata dalla crescente burocratizzazione. La
funzionalità della pubblica amministrazione dipende e non dipende dal numero e dal livello di aggregazioni
amministrative, dipende piuttosto dall’efficienza con cui si tende all’obiettivo e lo si raggiunge.

Occorre quindi valutare quelle scelte in termini di funzionalità della pubblica amministrazione, che può
venire espressa tramite:

 Efficacia, cioè tensione verso obiettivi opportuni, morali, educativi, costruttivi, qualificanti per
l’intero corpo sociale, obiettivi quindi che realizzino e migliorino sempre più l’ottimo sociale,
l’incivilimento collettivo
 Efficienza, cioè raggiungimento dell’efficacia con l’uso più efficiente delle risorse: è l’ottenimento
degli obiettivi non solo senza sprechi, ma secondo il “principio del minimo mezzo” necessario per
raggiungerli

Ai fini della funzionalità della pubblica amministrazione contano la capacità e l’onestà degli amministratori
pubblici, l’individuazione di obiettivi comuni producenti e fruttuosi, l’uso intelligente delle risorse
collettive. Contano dunque:

1. L’orientamento all’ottimo sociale delle funzioni statuali classiche


2. La progettazione-attuazione di infrastrutture efficaci
3. L’attivazione di servizi pubblici funzionali
4. L’attuazione di processi organizzativi efficienti il tutto senza eccedere nel carico tributario per i
cittadini e neppure nell’indebitamento pubblico

Le aziende pubbliche territoriali possono poi detenere la proprietà di imprese pubbliche, cioè imprese che
esercitino in forma societaria e più propriamente “capitalistica” particolari rami d’affari (acqua, gas, energia
elettrica, trasporti).

È dunque:

 AZIENDA PUBBLICA, l’amministrazione pubblica di tipo territoriale, l’ente autarchico locale


 IMPRESA PUBBLICA, l’impresa di proprietà del Comune, dello Stato o di altre aziende territoriali, la
quale produce beni economici solitamente di uso collettivo

Le seguenti teorie della ragioneria pubblica italiana sono di rilievo per le prossime caratteristiche:

a. Natura realistica, che tratta cioè variabili aggregate effettive


b. Impostazione unitaria, che considera spese-proventi-risultati delle pubbliche amministrazioni come
un tutt’uno che rappresenta il sistema dell’azienda territoriale
c. Collegamento organico a tutte le altre categorie di aziende che operano nel sistema e alle loro
economie:
1. Alle aziende familiari
2. Alle aziende di produzione
3. All’intero sistema delle Amministrazioni pubbliche territoriali e non-territoriali
d. Studio dell’azione politica nel suo declinarsi concreto quale politica economica e di bilancio delle
aziende territoriali
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2.L’ECONOMIA DEGLI STATI MODERNI E CONTEMPORANEI

Vi sono due forme classiche di Stato: lo Stato cameralista e quello mercantilista.


Il primo è lo Stato amministrato e gestito in forma familista, dove amministrazione pubblica, servizi e conti
pubblici sono estensione dei conti reali: lo Stato si dà carico diretto dei bisogni collettivi, e provvede a
soddisfarli direttamente. Al giorno d’oggi ‘cameralista’ viene inteso quale sinonimo di organicista, guidato, e
per così dire pianificato. Ciò significa uno Stato che intende concertare le grandi linee di sviluppo della
stessa con le controparti sociali; uno Stato che cerca di favorire i grandi settori strategici e che tende a
mantenere sotto il controllo nazionale i settori portanti dell’economia.
In questo senso cameralista confina con colbertista, da Colbert. Definire oggi colbertista uno Stato significa
dire che esso intende proibire o dissuadere agli stranieri il controllo di arre, di settori, di aziende portanti
della propria economia.

Lo Stato mercantilista decide di essere “Stato minimo”, dandosi cioè carico dei servizi pubblici minimi, e
rinviando al mercato il soddisfacimento dei bisogni collettivi. Si tratta di una diversa concezione di libertà
politica, e così pure di economia: lo Stato deve lasciare il più possibile libere le forze spontanee
dell’economia, le quali concorreranno al miglioramento delle produzioni, al ribasso dei prezzi, al progresso
sociale.

Se lo “Stato cameralista era parte organica dell’economia, viceversa lo “Stato mercantilista” nel senso di
Smith era un a-parte dell’economia, alla quale si connetteva soprattutto con i processi di prelevamento e di
spesa. Così, gli Stati cameralisti tendevano a raggiungere il proprio equilibrio in un quadro istituzionale e
organico ove le imposte risultassero una fra le tante entrate; gli Stati mercantilisti tendevano viceversa a
fondare l’equilibrio su ridotte necessità di entrate.
Il pregio degli Stati “cameralisti” è che attuano approcci organici, sistematici, tendenzialmente protettivi dei
cittadini, i quali avviano le economie verso sentieri di sviluppo concentrati, condivisi e di gradimento
governativo. Il rischio è questo: quali siano le vie economico-sociali prescelte dai governi. Vi è inoltre il
rischio della burocratizzazione, della accentuata pressione tributaria.
I pregi degli Stati liberisti consistono nella maggiore efficienza, e inoltre snellezza, proprio perché lo Stato
affida ai privati quante più funzioni possibili. Più diffusi sono il progresso e l’avanzamento economico. In essi
si manifesta però il rischio di tendere a “mercantilizzare” tutti i processi: ciò può comportare la nascita di
monopoli-oligopoli privati.
I due modelli subirono poi una evoluzione: verso il liberismo nel primo Ottocento, verso il socialismo nel
secondo Ottocento. La mentalità settecentesca e prima ottocentesca, diffusero le concezioni secondo le
quali:
 Lo Stato dovesse limitarsi alla prestazione dei servizi pubblici minimi, ai quali corrispondessero
imposte esse pure minime
 I suoi interventi risultassero di norma improduttivi in quanto perturbanti il flusso regolare e la
“naturale armonia” delle forze economiche spontanee
Si riteneva che lo Stato dovesse appunto provvedere:
 Alla difesa
 All’ordine pubblico
 Alla giustizia
Con la minima spesa; e che fosse tenuto a provvedervi.
Le imposte, secondo von Wolf, sono prezzi pubblici per servizi statali indivisibili e identificabili.

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Si diffusero poi i movimenti socialisti e forme di tassazione della proprietà, le imposte personali sui redditi.
Si giudicò la situazione oligarchica, e quella concentrazione venne definita sperequazione, cioè ripartizione
ingiustamente asimmetrica.
Lo “Spirito del Tempo” tese ad assegnare funzioni via via sempre maggiori allo Stato, in favore dei ceti meno
fortunati economicamente. Parallelamente si introdussero-aumentarono imposte, sia per coprire le
maggiori uscite, sia con il fine di perequare, cioè di re-distribuire fra i cittadini i beni di fortuna.
Dopo che quasi tutti gli Stati europei rovinarono le proprie finanze per sostenere il conflitto 1914-1918,
ulteriori problemi si presentarono per le politiche di bilancio delle aziende pubbliche territoriali:
1. Il desiderio di provvedere a legislazioni lavoriste in Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia
2. Il problema dopo la crisi del ’29 di escogitare misure straordinarie per rilanciare l’economia
3. La proposta dei laburisti britannici del Welfare State, bensì Stato assistenziale che provvedesse ai
bisogni materiali dei cittadini
Così, via via, si registrò in tutte le nazioni la crescita progressiva delle funzioni dello Stato, e delle spese
relative. Ciò consentì agli studiosi di parlare di volta in volta di:
 Stato-produttore, il quale si assumesse il compito di produrre-vendere beni economici “privati”
quali educazione, salute, trasporti
 Stato-consumatore come acquirente di beni
 Stato-imprenditore, il quale avviasse imprese e le gestisse direttamente per interesse nazionale, o
per sostituirsi ai privati, o per tutelare l’occupazione
 Stato sempre più soggetto di politica economica, inteso quale operatore pubblico che raccogliesse
risorse con l’intento di dar vita a progetti politici di riequilibrio fra regioni o settori
Così l’equivalenza “servizi pubblici minimi = imposte minime” scomparve.
In parallelo:
1. Crebbero senza soste servizi pubblici e le imposte
2. I servizi prima privati, e poi resi pubblici, vennero consolidati, giudicati cioè da offrirsi sempre e
comunque a carico dello Stato
Negli Stati moderni le imposte si avviano a rappresentare il 24-25% del Reddito Nazionale: ciò significa che
talora quasi ½ e più di tutta la produzione di ricchezza è ingoiata dalle imposte e destinata politicamente.
Le dinamiche ricordate manifestano effetti cui il cittadino non riflette più. Tra queste il carico sempre
maggiore di imposte, la qualità non eccellente dei servizi prestati, la minore tensione all’autonomia
individuale, eventuali approfittamenti al diffondersi della spendita del pubblico denaro.
A riguardo del tema vige una diffusa interpretazione. Si tratta di un’impostazione che ignora gli effetti che la
riduzione della pressione tributaria potrebbe produrre:
1. Minori sprechi pubblici
2. Maggiori consumi e risparmi-investimenti privati
3. Allocazione non burocratica delle risorse, ma secondo processi di mercato
4. Rafforzamento dell’autonomia personale, dell’indipendenza professionale
L’interpretazione di quei processi tende a sottostimare o trascurare gli effetti negativi dell’eccessiva
espansione delle Amministrazioni Pubbliche e dunque delle imposte.
Esiste anche una seconda interpretazione che esalta all’estremo i processi di mercato e di snellimento delle
Amministrazioni Pubbliche e tende ad accentuarli fino a parlare di “Stato minimo”, “rivolta fiscale”,
“licenziamento dei dipendenti pubblici”, che suggerirebbe di tornare allo “Stato mercantilista” proprio per
evitare l’oppressività dilagante dell’operatore pubblico, l’eccesso di imposte.

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Le Pubbliche Amministrazioni si giudicano per la quantità, la qualità e il costo (in termini di imposte) dei
servizi prestati, dunque soprattutto per l’efficacia e l’efficienza.
Il problema è di prestare servizi pubblici utili e rilevanti, efficienti rispetto a come essi verrebbero realizzati
con processi di mercato. La soluzione è di privatizzare, affidare ai mercati, agli operatori privati che vi
operano.
La spesa pubblica e le imposte su cui essa si fonda, può risultare propulsiva purché fondata sull’efficacia e
sull’efficienza. Si tratta in sostanza di vagliare le modalità inter-temporali secondo cui le Amministrazioni
Pubbliche soddisfano le necessità delle aziende familiari e delle imprese.
È solo su queste basi che si può giudicare se le imposte risultino categoria produttiva o anti-produttiva.
3.IL SISTEMA TRIBUTARIO E LE IMPOSTE. I PRINCIPI ETICI, POLITICI ED ECONOMICO-AZIENDALI DELLE
STESSE

3.1. GENERALITA’

Il tema delle imposte è rilevante in senso:

 Macro-economico, giacché l’economia delle pubbliche amministrazioni si regge sulle imposte


 Economico-aziendale, giacché i tributi sono il momento principale del bilancio dello Stato (Entrate)
e dell’intera economia di erogazione dell’azienda territoriale, delle sorti e dell’equilibrio-squilibrio
delle Famiglie e delle Imprese

Le imposte si inquadrano sistematicamente nella logica della finanza pubblica: come e per quali motivi lo
Stato spenda, come si procuri la copertura, quale risulti la natura, la distribuzione, l’incidenza delle entrate
oggi prevalenti, cioè le imposte.

I tributi derivano dalle imposte, determinate per legge.


La premessa è duplice:

1. Alcune funzioni dell’ente pubblico vengono prestate senza riscossione di prezzi-ricavo


2. Alcune funzioni esercitate dall’ente pubblico riscuoto sì prezzi-ricavo, tuttavia insufficienti
all’integrale copertura dei costi anche perché si tratta di prezzi “pubblici” o “politici”

Le imposte esistono sin dall’antichità. La storia delle imposte è ravvisabile nella loro natura che da reale e
indiretta tende nel tempo, grazie all’aumentata produzione di ricchezza, alla crescita demografica, alle
esigenze crescenti della popolazione, grazie alle idealità e alle ideologie social-progressista tende a divenire
diretta, e riferita alla produzione di redditi, sui redditi e sui patrimoni.

Si riporta il parere di Adam Smith in tema di teoria dell’imposta. I suoi 4 principi possono venire ridotti ai
due seguenti:

 I sudditi di ogni Stato dovrebbero contribuire al sostentamento del governo, per quanto possibile in
proporzione alle loro rispettive capacità, cioè proporzionalmente al reddito personale ottenuto sotto
la protezione dello Stato (rule of taxation)
 Sulla base dei seguenti presupposti tecnici: a) l’imposta che ogni individuo è tenuto a pagare
dovrebbe risultare certa e non arbitraria; b) il modo, la forma e l’ammontare del pagamento
dovrebbero essere certi per il contribuente come per chiunque altro; c) ogni imposta dovrebbe
venire prelevata nel momento e nel modo in cui sia probabilmente più opportuno pagarla per il
contribuente; d) ogni imposta dovrebbe essere congegnata in modo tale da comportare effetti per
quanto possibile positivi invece che negativi

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Secondo Bastable le imposte dovrebbero risultare: 1) produttive, 2) economiche, 3) distribuite in modo


equo, 4) elastiche, 5) certe, 6) convenienti.

Poiché l’equità e la saggia e produttiva amministrazione dello Stato sono pure tra gli obiettivi della
tassazione, questa non deve perdere di vista la PRODUTTIVITA’ delle imposte. Ciò posto, ricorda Einaudi che:

 Le imposte vengono pagate per far fronte alla parte indivisibile del costo della prestazione
 Si tratta di spese necessarie a fronte di benefici collettivi: per questo il carico tributario assume
caratteri di coattività

Occorre fare delle considerazioni che riguardano:

a) L’estensione delle funzioni addossate alle Amministrazioni Pubbliche nei decenni


b) I criteri per la fissazione della tipologia e del livello delle imposte
A. Le funzioni all’ente pubblico sono cresciute nel corso dei decenni. Così, il perimetro dei servizi
pubblici si è largamente ampliato, e la stessa definizione di “servizio pubblico” è divenuta non più
tecnica ma politica: si è passati dai servizi indivisibili ai servizi prestati in via generale, infine ai
servizi consolidati.
Questo però non vale per tutti gli Stati e le epoche.
Provvedere ai bisogni collettivi significa provvedere con spesa ingente e dunque affrontare larghe
uscite; e per poter sostenere uscite occorrono ampie entrate, oppure accettare bilanci in deficit e
nel contempo provvedere al disavanzo stesso tramite maggiori imposte o mezzi straordinari.
B. La scelta dei criteri per definire la tipologia delle imposte prende il nome di “politica delle imposte”.
Parlare di imposte significa rispondere ai seguenti quesiti di politica economica e di gestione
economico-aziendale:
- quale deve risultare la logica, cioè la struttura e la tipologia, del sistema impositivo?
- con quali obiettivi?
- come devono venire definite la “materia imponibile” e le altre particolarità tecniche?
- con quali ricadute economico-aziendali anche aggregate, e più ampiamente sociali?
La risposta a quanto precede devono poi anche rispondere ad alcuni problemi rilevanti:
1. La struttura del sistema consente l’evasione delle imposte?
2. La struttura del sistema consente l’elusione delle imposte?
3. La pressione fiscale è relativamente ridotta, e fa concorrenza fiscale ad altre nazioni

3.2.LA TIPOLOGIA DELLE IMPOSTE, E I LORO EFFETTI

Dal secolo XIX, le imposte hanno teso a distribuirsi nei seguenti tipi:

1. Generale sui consumi


2. Speciale sui consumi
3. Sulle proprietà
4. Sui redditi delle persone giuridiche
5. Sui redditi delle persone fisiche
6. Speciali a titolo di previdenza sociale

Ci si limiterà, però, ad accennare ad alcuni dei problemi principali in tema:

a) Imposte sui consumi


b) Imposte sui redditi
c) Effetti redistributivi delle imposte sui redditi

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A. Le imposte sui consumi

Sin dall’antichità, è stata una delle imposte più facile a venire esatte. In Italia l’imposta per riportare il
bilancio al pareggio fu la nota “tassa sul macinato”.
Nei decenni, l’imposta tese di solito a convertirsi in un’”imposta generale sull’entrata” che colpiva ogni
passaggio o compravendita dall’inizio della filiera produttiva al consumatore finale.
Nell’ultimo quarto del XX secolo “l’Imposta Generale sull’Entrata” venne convertita in “Imposta sul
Valore Aggiunto”, la quale colpiva soltanto l’incremento netto di valore realizzato in ciascuno stadio
della filiera produttiva.

Sono poi rammentabili i casi speciali dei beni di lusso e dei beni educativi.
Per quanto riguarda i primi occorre rimandare alle leggi suntuarie che li colpivano particolarmente. Sei
in grado di permetterti beni di lusso, e vi spendi anche per apparire? Contribuisci allora in modo
speciale pagando imposte speciali.
I beni educativi sono quelli il cui consumo è socialmente giovevole per sé, in quanto tendono al
miglioramento umano, sociale, morale degli individui e della collettività: si tratta di investimenti in Belle
Arti, di spese per educazione e cultura, per attività sportive. Si sostiene che tali spese andrebbero de-
tassate proprio per la loro costruttività sociale.

B. Le imposte sui redditi

Il primo problema da risolvere è la definizione di reddito. Fra queste:

1. La definizione di reddito di Hicks quale “somma di variazioni di valori di patrimoni”


2. La definizione di reddito di Schanz-Haig-Simons quale reddito “globale”

Secondo la prima, date le attività patrimoniali, reddito è la somma delle loro variazioni di valore da un anno
all’altro (con il che l’individuo che non lavori, ma possieda quadri antichi, se questi aumentassero di valore
da un anno all’altro magari morirebbe di fame, ma avrebbe reddito per il solo fatto di possedere quadri
appesi al muro, e accresciutisi di valore).

Con la seconda definizione occorrerebbe aggiungere alle componenti del reddito anche tutte le variazioni
positive di valore sopra ricordate, pur non-realizzate (ma se mi rubano un quadro, o se rompo una
porcellana antica, il mio reddito diminuisce?).

La prima definizione è sostenuta dalla Ragioneria italiana che l’ha superata quando Zappa teorizzò che:

 Per le aziende di produzione reddito è l’insieme dei costi e dei ricavi relativi a un periodo e inoltre
la loro differenza
 Per le aziende di erogazione (familiari, territoriali) reddito è l’insieme delle variazioni positive
relative a un periodo

L’imposta sulle società tassa il reddito annuo, cioè appunto il saldo dei costi e dei ricavi relativi a un
periodo.

Quella definizione risolve poi anche il dubbio a riguardo della “doppia tassazione del risparmio”. Questo
problema può venire espresso confrontando due individui che dispongano ambedue della somma S, il
primo dei quali la spenda, il secondo dei quali la risparmi investendola:

S = Re – T

Re = reddito
T = imposte

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Il primo dei due magari si diverte, il secondo invece sì risparmia, ma quando il risparmio investito getterà
reddito, questo reddito verrà nuovamente tassato, realizzando la “doppia tassazione”.
Il risparmio, una volta investito, è caratterizzato da una fecondità economica ripetuta: ad ogni ciclo produce
nuovo reddito, e la tassazione non è dunque perennemente ripetuta rispetto alla stessa somma, ma
ripetuta relativamente ai redditi sempre nuovi che essa riesce a produrre.

C. Gli effetti redistributivi delle imposte sui redditi

Dalla fine dell’Ottocento si transitò dall’assenza di imposte sul reddito alle imposte proporzionali, infine
alle imposte progressive.

I principi cui si poteva orientare la struttura impositiva erano:

1. Del sacrificio collettivo minimo


2. Del sacrificio assoluto eguale
3. Del sacrificio eguale in proporzione
4. Del sacrificio crescente

La prima ipotesi si ricollegava all’ipotesi di prestare “servizi minimi”.

La seconda ipotesi sosteneva a propria volta che l’imposta proporzionale è in realtà già progressiva, giacché
aumentando il reddito aumenta l’imposta versata, mentre la fruizione di servizi pubblici è identica per tutti i
cittadini.

Con l’espandersi della spesa sociale vennero in campo progressività di vario tipo. Tale progressività si
riconnetteva al Welfare State e al problema di finanziarlo, ma intendeva inoltre obbedire al principio di
redistribuire forzosamente ricchezza verso i ceti meno fortunati economicamente.

Occorrerebbe in via previa curare:

1. Che le attività illecite fossero ridotte al minimo


2. Che le attività lecite venissero favorite da uno Stato fattore di produzione, in modo tale da produrre
sempre maggiore ricchezza per tutti, ovvero redditi categorici aggiuntivi, cioè più salari, più
stipendi
3. Che fosse tendenzialmente cancellata l’evasione tributaria

Il tutto per essere sicuri di esigere imposte da tutti.

Si potrebbero distinguere le motivanti ideologiche e di invidia rispetto al desiderio di “miglior


funzionamento dell’economia”, perché potrebbe darsi che l’iper-tassazione i) impedisse ai ricchi e alle
imprese nuovi investimenti producenti nuova occupazione, nuovi redditi, ii) favorisse evasione ed elusione
tributarie, mentre la “redistribuzione” favorisse invece iii) oziosità e consumismo.

Rimangono due rilevanti problemi di politica economica e tributaria:

 I limiti della progressività


 Il grado con cui la progressività procede a seconda degli scaglioni di reddito, cioè la “curva della
progressività”

Il tema è rilevante, giacché i redditi così ingenti sono talmente pochi (distribuzione gaussiana) che il gettito
è comunque esiguo.

Inoltre, quando si innalzino così tanto le aliquote, il risultato non è l’aumento del gettito, bensì i) la rinuncia
dei singoli a produrlo, o ii) l’evasione fiscale, o iii) il trasferimento in nazioni dal più favorevole trattamento
fiscale (concorrenza tributaria).

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4.LA STRUTTURA DEL BILANCIO DELLO STATO E LA NATURA ECONOMICO-AZIENDALE DEI PROCESSI

4.1. NATURA, STRUTTURA ED EQUILIBRIO DEL BILANCIO PUBBLICO

L’Economia Aziendale insegna che “Entrate e Uscite” costituiscono un plesso fenomenologico, e che quindi il
loro sistema va studiato considerandole congiuntamente e simultaneamente.

Le Amministrazioni Pubbliche infatti sono istituzioni che quale ragione di esistenza soddisfano direttamente
bisogni ricorrendo ad entrate tributarie e non-tributarie.
L’aspetto istituzionale, i servizi prestati, il consenso politico, la politica finanziaria e tributaria costituiscono
un tutt’uno, e come le “combinazioni produttive” sono unitarie risulta unitario il momento pratico (Proventi
e Spese, Entrate e Uscite).

Il sistema dei Proventi (Entrate) è correlato al sistema delle Spese (Uscite) per servizi, e a questi va
funzionalizzato; il sistema delle uscite dipende dal sistema delle entrate, dunque dalla pressione tributaria.

La presenza/assenza di politica economica e di pressione tributaria determina spese e proventi, entrate e


uscite sopra dette, sia singolarmente sia nel plesso generale entrate-uscite.
Occorrerebbe pertanto vagliare, di ciascuna di esse, l’andamento storico, la dimensione statistica singola, la
proporzione rispetto agli altri costi e ricavi delle aziende sia familiari e di produzione sia pubbliche
territoriali.

Il bilancio dello Stato può risultare articolato quale:

a. Bilancio di competenza
b. Bilancio di cassa

Il bilancio di competenza è relativo alle entrate accertate ed alle uscite impegnate relativamente a un
periodo, prescindendo dal fatto se le prime siano divenute entrate effettive. Si potrebbe dire che esso sia
relativo a proventi pubblici e alle correlate spese pubbliche, a prescindere dal fatto che si manifestino per
cassa.

Il bilancio di cassa è relativo alle entrate e alle uscite effettive manifestatasi in un esercizio; esso è acceso ai
flussi monetari.

Negli Stati moderni, documento-cardine è il bilancio di previsione, che il Governo sottopone al Parlamento
per l’approvazione e che questo rinvia al Governo per l’attuazione. Il ruolo fondamentale del bilancio di
previsione approvato consiste:

1. Nell’accettazione politico-tecnica di un sistema di proventi correlato a un sistema di spese


2. Nell’autorizzazione concessa dal Parlamento al Governo a percepire entrate, a effettuare uscite

Le prime si attuano nelle fasi di a) accertamento, b) riscossione, c) pagamento; le seconde si svolgono nelle
fasi di a) impegno, b) liquidazione, c) ordinazione, d) pagamento.

Le Uscite possono venire ripartite in Uscite correnti (stipendi dei dipendenti pubblici, acquisti di materiali di
consumo) e in Uscite in conto capitale, cioè per investimenti o per estinzione di debiti finanziari.

Le Entrate possono risultare Entrate di parte corrente, cioè effettive, ivi estinguendosi in tributarie ed extra
tributarie, ed Entrate in conto capitale, cioè per disinvestimenti o per assunzione di debiti finanziari.

Il bilancio pubblico risulta strutturato quale bilancio di cassa, cioè per Entrate e per Uscite. Nella propria
struttura risulta simile al bilancio delle Famiglie, mentre si differenziano l’uno e l’altro rispetto al bilancio
delle imprese.
Nel quadro dei bilanci di cassa di cui stiamo trattando risulta quanto segue:

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Entrate > Uscite = Avanzo


Entrate = Uscite = Pareggio
Entrate < Uscite = Disavanzo

Il pareggio non va guardato solo quale vecchio mito dell’Ottocento: importanti Stati odierni hanno il bilancio
in pareggio se non in avanzo, né si comprende per quali motivi debba la spesa proseguire.
L’avanzo va attentamente valutato: se esso eventualmente significhi eccesso di imposta, o carenza di servizi
pubblici.
Il disavanzo deve venire valutato ancor più attentamente, per vagliare se esso esprima eccesso di
investimenti e di spesa corrente, o se non sia viceversa il frutto dell’irresponsabilità continuata ed
accentuata.

Interessante risulta poi il problema della copertura del disavanzo. Gli Stati sono le uniche aziende a poter
provvedere non solo ai disavanzi ma anche ai “mezzi di copertura” dei disavanzi medesimi.

A fronte di Spese inferiori ai Proventi, sorge infatti un “disavanzo da finanziare”. Finché si tratta di previsione
tale espressione assume un significato economico-tecnico. Di mano in mano però che l’esercizio futuro si
avvicina, le Spese divengono Uscite, i Proventi divengono Entrate: il “disavanzo da finanziare” diviene una
effettiva insufficienza di cassa, cioè un fabbisogno di cassa.

Per rispondere a tale fabbisogno lo Stato può:

1. Cedere beni demaniali


2. Inasprire le imposte
3. Aumentare la circolazione monetaria
4. Emettere titoli dal debito pubblico

Aumentare la circolazione è il mezzo più semplice e immediato.


Le scuole classiche ci insegnano che, se la quantità di moneta aumenta più dell’incremento dell’insieme
dei beni, l’esito è l’inflazione dei prezzi, cioè l’aumento degli stessi.
Lo Stato risolverà facilmente il problema del proprio fabbisogno di cassa, ma i detentori dei beni
richiederanno maggiori unità di moneta per cederli, cioè aumenteranno i prezzi.
Tale dinamica si può esprimere:

MV = pQ

M = quantità di moneta
V = velocità di circolazione della moneta
p = livello generale dei prezzi
Q = quantità dei beni

Se aumenta M, a parità di beni Q aumenteranno i prezzi.

Altra via è indebitarsi, cioè prendere a prestito le somme che costituiscono il fabbisogno di cassa, e
spenderle.
La dottrina classica non era a favore neppure dell’indebitamento, se non per casi straordinari.
L’indebitamento origina i seguenti problemi per il bilancio dello Stato:

1. Il carico degli interessi passivi che ne risulta


2. Il problema del rimborso
3. La fiducia che lo Stato deve continuare a riscuotere, al fine di trovare sottoscrittori che investano i
propri risparmi nei titoli del debito

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4. L’effetto-spiazzamento degli operatori privati, giacché il risparmio si investe e magari continua a


investirsi nel debito pubblico, finanzia dunque la spesa in deficit dello Stato, ma con ciò rinuncia a
finanziare l’investimento privato, e le nuove produzioni di ricchezza
5. La proporzione fra i debiti pubblici che vengono contratti e il volume di risparmio mutuabile nello
stesso intervallo di tempo (cioè quanti titoli pubblici si emettono, e quanti risarmi sono disposti a
investirsi in essi sottoscrivendoli)

L’equilibrio Entrate-Uscite può venire espresso:

Etrib + Edis + Ecre = Ucorr + Uinv + Ucre

Etrib = entrate tributarie


Edis = entrate per disinvestimenti
Ecre = entrate per incasso di crediti
Ucorr = uscite correnti
Uinv = uscite per investimenti
Ucre = uscite per concessione di crediti

A seconda che risultino prevalenti le Entrate o le Uscite si avrà:

Etot > Utot = avanzo


Etot = Utot = pareggio
Etot < Utot = disavanzo

Le aziende familiari e le imprese devono scegliere se diminuire le spese o incrementare i proventi. Nelle
aziende territoriali raramente si pensa a ridurre le spese e si parla quindi di aumentare le entrate
aumentando la pressione tributaria oppure l’indebitamento e la circolazione.

Se si considera anche la variabile debito e la variabile circolazione monetaria aggiuntiva, la formula


precedente si trasforma:

Etrib + Edis + Ecre + Edeb + Ecirc = Ucorr + Uinv + Ucre + Urimb + Uint

Edeb = entrate derivanti da accensione di debiti


Ecirc = entrate derivanti da circolazione monetaria aggiuntiva
Urimb = uscite per rimborso di debiti
Uint = uscite per il pagamento di interessi sui debiti contratti

4.2.IL PROCESSO DI BILANCIO DALLA PREPARAZIONE ALLA RENDICONTAZIONE

Il tema del “processo di bilancio” può venire introdotto riprendendo il concetto in tema di similarità di
funzioni amministrative fra tutte le aziende.
Nel caso dello Stato si tratta di combinare proventi e spese:

1. I proventi di natura al giorno d’oggi soprattutto tributaria


2. Le spese per far fronte alle funzioni assegnate alle istituzioni pubbliche

Il principio è simile a tutte le altre aziende: combinare spese e proventi in modo efficace ed efficiente (con il
consumo minimo necessario di risorse, è il principio di razionalità di Sombart).

Il processo di bilancio si articola in fasi identiche a qualsivoglia altro bilancio di azienda ben gestita; nel
bilancio pubblico tali fasi sono disciplinate normativamente.

La preparazione inizia nell’anno precedente a quello di previsione; le fasi principali di essa sono le seguenti:
1. Preparazione  2. Gestione nell’esercizio  3. Rendicontazione

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1.Preparazione

In questa fase si muove dalla situazione del bilancio pubblico al 30 settembre, per formulare 1)a) previsioni
iniziali e obiettivi al fine di decidere 1)b) quali scelte di amministrazione pubblica, cioè di politica economica,
porre in atto, dunque 1)c) per prefigurare quale si preveda debba essere il bilancio di previsione da portare
in approvazione.
Tale bilancio di previsione è contemporaneamente di competenza e di cassa.
Il processo occupa l’ultimo trimestre dell’anno, al fine di potersi presentare agli inizi del successivo:

 Potendo riscuotere entrate ed effettuare spese


 Avendo definito per legge quali tipi di entrate esigere, e per quali importi, e così pure quali uscite
poter effettuare, e per quali importi

Avendo cioè definito contemporaneamente e congiuntamente l’unione di obiettivi generali e programmatici


e le azioni amministrative tese a realizzarli, dunque il plesso di
obiettivi <> strumenti
espressi e rappresentati dalla “legge finanziaria”.

Se per caso un Parlamento non approvasse il bilancio di previsione in tempo, il governo si vedrebbe
costretto all’esercizio provvisorio: non essendo stato autorizzato a incassare e spendere, esso viene
legittimato a effettuare spese e a percepire entrate solamente nei limiti di un dodicesimo degli importi
dell’anno precedente.

In Italia l’iter del bilancio di previsione è definito:

 Dall’articolo 81 della Costituzione


 Dai regolamenti contabili e parlamentari

Fonti normative a riguardo delle quali si tralascia il giudizio tecnico-giuridico.


Ma tale cammino è in realtà un cammino strettamente politico, nel quale cioè si confrontano, si affrontano,
confliggono interessi di partito, di corrente, di parte, nel loro insieme leciti e non di rado illeciti.

In epoca moderna si sono registrati due fattori giuridico-economici, ma in realtà politici, rilevanti:

 La proliferazione di centri di governo e di spesa


 Il crescere inesausto della spesa pubblica

È così cresciuto a dismisura il numero e l’insieme di “animali politici” i quali si possono dividere in due
categorie:

 I politici disinteressati che vivono di passione politica altrettanto disinteressata


 I politicanti privi di attività propria, i quali “campano di politica”

Lecite e illecite nel tempo risultano le norme di legge e dunque l’amministrazione dello Stato, le quali
possono risultare producenti e costruttive, o inutili.
La politica, inoltre, oltre a perseguire i propri fini leciti e illeciti, per convertirli in legge deve trovare
maggioranze parlamentari che tali leggi approvino: essa percorre dunque linee di minor resistenza, accetta
cioè riformulazioni, adattamenti, compromessi, pur di arrivare in qualche modo a ottenere i propri fini.

2.Gestione nell’esercizio

Le tappe obbligate dell’iter gestionale durante l’esercizio risultano definite e si sostanziano nelle seguenti:

 Apertura dell’esercizio (1° gennaio)


 Operazioni di assestamento (30 giugno)

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 Variazioni di bilancio (31 ottobre)


 Chiusura dell’esercizio (31 dicembre)

I momenti iniziativi e conclusivi si sostanziano nella “apertura dei conti” e nella “chiusura dei conti”, cioè
nella contestazione iniziale e finale della situazione patrimoniale, reddituale e finanziaria. L’apertura è
rilevante, giacché con essa il bilancio, da programmatico, diviene di esercizio, cioè effettivo; la chiusura
altrettanto giacché appunto lo conchiude nella sua durata economico-giuridica, e ne prepara e anticipa la
redazione finale, che verrà sottoposta alla rendicontazione.

La Ragioneria pubblica redige situazioni inter-temporali dei conti (cioè bilanci intermedi), qui, per legge,
semestrali.
Ecco allora le citate operazioni di assestamento a sei mesi dall’inizio dell’anno verificano:

1. L’appropriatezza delle previsioni effettuate


2. La effettività delle riscossioni
3. La capienza delle spese pubbliche

Esse verificano i) la sensatezza delle previsioni di incasso e di spesa, ii) la conformità degli effetti delle scelte
di amministrazione rispetto a quanto programmato.

Le operazioni di assestamento verificano:

 Se le previsioni di incasso non si siano rivelate ottimistiche (se cioè si fosse sperato di incassare
molto di più)
 Se gli incassi effettivi non siano risultati minori del dovuto (per evasione dei tributi, ritardi negli
accertamenti)
 Se le previsioni di spesa non siano risultate insufficienti (si fosse previsto di spendere meno di
quanto in effettivo)

Insomma, se a carico delle casse pubbliche non si siano manifestati carichi maggiori del preventivato a
causa di maggiori uscite o di minori entrate.
Ci si accorge così a metà anno che i conti sono fuori linea, e che occorre dunque in qualche modo
provvedere. Occorre ben distinguere, giacché occorrerebbe provvedere tramite variazioni di bilancio, cioè
norme che provvedano ad assicurare maggiore gettito o a contenere le spese.

Dunque, i governi:

 Provvedono alle variazioni di bilancio solamente ove esse risultino indispensabili


 Rinviano le variazioni di bilancio che sarebbero pur necessarie; e poiché spese in eccesso e/o gettito
insufficiente significa sbilancio di cassa, essi provvedono ai fabbisogni di liquidità agendo in uno dei
modi seguenti:
1. Cercano di accelerare le entrate, e di rinviare le uscite
2. Richiedono e ottengono prestiti con il cui ricavato provvedere alle uscite

3.Rendicontazione

La rendicontazione costituisce il momento finale del processo di bilancio per l’esercizio t. Quello dunque si è
iniziato nell’anno precedente (t-1) cominciando dall’estate, si è completato per fine anno, si è svolto lungo i
trimestri dell’esercizio t con o senza variazioni di bilancio, e si è infine concluso a fine anno t.

Il bilancio viene trasmesso agli organi di controllo per i giudizi di approvazione.


In Italia l’organo di controllo è la Corte dei Conti, un organo del potere giudiziario con funzioni:

1. Amministrative e di controllo

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2. Giurisdizionali, cioè riferite alla giurisdizione contabile

Spettano alla Corte dei Conti:

 Il controllo del rispetto delle leggi e regole contabili, il controllo dei conti resi dagli amministratori di
risorse pubbliche, l’accertamento di danni
 Il controllo preventivo e consuntivo sull’efficacia dell’azione amministrativa non solo per accertarne
la regolarità, ma anche per tutelare gli interessi indifferenziati della collettività all’insegna delle
regole della legalità, efficienza e economicità

Negli Stati moderni si è diffusa la prassi di previsione in disavanzo ripetuti e continuati. Si ribadisce la
chiusura in deficit del bilancio di previsione significa che si è già preventivamente deciso di effettuare spese
maggiori rispetto ai proventi pubblici: non si è cioè pensato di ridurre le spese pubbliche, che vengono
considerate incomprimibili.
Ciò pare giustificato quando lo Stato debba rispondere a eventi bellici, a crisi internazionali oppure abbia in
corso programmi di modernizzazione, di crescita e miglioramento collettivi. Ciò pare molto meno giustificato
in tutti gli altri casi, nei quali si comprende per quali motivi le classi politiche non vogliano comprimere le
spese pubbliche.
A differenza delle aziende familiari e di produzione, le quali non possono autonomamente decidere i propri
proventi, le aziende territoriali sono ben in grado di reperire le risorse che non hanno. Decidono quindi di
agire sul fronte delle entrate: le modalità tecniche sono tre e consistono A) nell’incremento delle imposte
esistenti, o nell’introduzione di imposte nuove; B) nell’indebitamento B)1) nei confronti della Banca
Centrale; B)2) nei confronti del pubblico interno e internazionale, collocando sul mercato titoli pubblici.

A) Le classi politiche seguono scelte economiche le quali risultino facili da prendersi, immediate
nell’attuazione, impermeabili alla resistenza, gradite alla maggioranza dei votanti.
Per tali motivi l’incremento delle imposte è la via più facilmente imboccata. Si aumentano le imposte:

 Su beni che non possono sfuggire alla tassazione


 Su tutti i beni di consumo
 Su beni di uso vasto, comune, diffuso

In tal modo i proventi pubblici risultano certi e immediati.


Al di là delle scelte specifiche è chiaro che se la spesa in deficit continua a crescere, e le risorse vengono
reperite incrementando continuamente la tassazione, si giunge all’eccesso di pressione tributaria.
Si generano così fenomeni quali:

 Evasione tributaria
 Elusione tributaria
 Rinuncia a produrre reddito
 Trasferimento oltre frontiera di capitali, imprese, persone
 Riduzione dei consumi e degli investimenti
 Ribellismo (e ribellioni) sociali

L’elusione tributaria si concreta nell’utilizzazione di strumenti giuridici tesi a ridurre per quanto possibile il
carico tributario, sfruttando differenze tra ordinamenti o imperfezioni degli stessi. L’evasione tributaria è
data per nota.
Degli effetti di aumento di circolazione monetaria si è già detto. Rimane da completare il tema del debito
pubblico, relativamente ai cui problemi di crowding out (spiazzamento degli emittenti privati) e di
conformità al risparmio pro tempore mutuabile si è già detto. Il tema risulta infatti di interesse giacché:

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 L’Economia politica classica, e l’Economia aziendale, mai videro con favore l’indebitamento pubblico
 Le scuole keynesiane preferivano questo alle imposte
 Gli Stati si sono comportati nei modi più diversi, alcuni spingendo l’indebitamento pubblico fino
all’insolvenza, altri provvedendo a ridurre drasticamente l’indebitamento, e senza conseguenze
negative gravi o specifiche; altri ancora continuando a indebitarsi senza sosta

Ma il tema è di interesse giacché un professore statunitense, Barro, ha sostenuto l’indifferenza, per lo


Stato, nel finanziarsi tramite imposte o indebitamento pubblico. Egli muove dai seguenti a-priori:

 Poiché la politica statale della spesa è fissa


 Poiché i mercati finanziari sono perfetti
 Poiché i cittadini hanno informazioni complete e perfette
 Poiché essi sono perfettamente razionali
 Poiché essi ragionano tenendo conto di tutte le generazioni successive fino alla fine dei secoli

Allora risulta indifferente per lo stato finanziarsi con debito o imposte giacché i cittadini scontano sin d’ora
le imposte future che occorreranno per rimborsare il debito pubblico, e sin d’ora vi si preparano
riducendo i consumi.
La realtà è un’altra: sappiamo che la politica della spesa varia continuamente, i mercati non sono perfetti, le
informazioni mancano, gli individui temono le imposte odierne, mentre sono meno sensibili al debito
pubblico, che semmai rimarrà alle generazioni successive.

6.IL CASO ITALIANO

Storicamente il deficit del bilancio dello stato non era favorevolmente percepito dalle mentalità singole e
collettive. Esso veniva ricondotto a fatti speciali o eccezionali e comunque transitori, dunque da risolversi
con provvedimenti adeguati in breve volgere d’anni.
In Italia, nei primi ottant’anni di Unità, si erano chiusi in deficit i bilanci 1862-1874, in conseguenza dei costi
dell’unificazione; erano stati riportati all’avanzo del 1875-1885 anche grazie alla tassa sul macinato.
Successivamente il bilancio dello Stato italiano torna in perdita anche a causa della guerra in Libia, del primo
conflitto mondiale, la crisi del ’29 e con il II conflitto mondiale.
Gli anni successivi al secondo conflitto mondiale furono anni in deficit; ma furono anche anni di
ricostruzione in senso materiale, dal punto di vista sia degli investimenti pubblici, sia di avviati processi di
generale incivilimento.
Con i primi anni ’60 del secolo XX si iniziò tuttavia la diffusione del deficit spending, cioè di spesa causatrice
di deficit: Keynes l’aveva proposto quale realizzazione alla crisi del ’29, ora si suggeriva di applicarlo a realtà
economiche ben diverse. Il deficit spending era causato soprattutto dall’aumento della spesa corrente.
In questo periodo sono dunque le ideologie politiche a pervadere anche ambiti naturalmente o
strettamente tecnici.
Per quanto riguarda la finanza pubblica, esse invadono in particolare i profili relativi i) ai deficit di bilancio, ii)
al finanziamento degli stessi soprattutto con circolazione o debito, iii) agli effetti dell’una e dell’altro sulle
economie individuali e collettive.
Così, dapprima crebbe la circolazione poi fu il debito pubblico a crescere continuamente. Tuttavia, il suo
incombere pareva lontano, mentre i) i redditi periodici felicitavano grandi e piccoli rentiers, ii) gli importi
assoluti favorivano negoziatori sistematici e addirittura specializzati, iii) i costi parevano riassorbiti nel vasto
rigiro di partite del bilancio dello Stato.
I principi classici della finanza suggerivano in primo luogo di commisurare le spese alla capacità tributaria di
medio periodo, poi di evitare l’eccesso di circolazione in quanto inflazionista e doloso.
Tali principi non convenivano alle classi politiche per ovvi motivi, le quali fecero adottare comportamenti
corrivi alle amministrazioni pubbliche che governavano.
Dagli anni ’60 appunto, la classe politica al governo nella gran parte degli Stati, prese a chiudere
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sistematicamente i bilanci con disavanzi, ricorrendo dunque alla circolazione e al finanziamento del debito.
Con gli anni ’70 la situazione peggiora ulteriormente.
Tale situazione procede fino al ’92 quando, con l’introduzione dell’Euro, si ritrassero vantaggi se non altro
dal punto di vista del parziale risanamento interno e delle politiche più rigorose imposte dai “parametri di
Maastricht” relativi al deficit; i deficit stessi peraltro continuavano.
Tale situazione manifesta i seguenti effetti:

 Per la collocazione internazionale: modifica artificiale della collocazione internazionale di uno Stato
dal punto di vista commerciale, valutario, talora finanziario
 Per il sistema produttivo: rarefazione dei flussi di risparmio intercettabili; interazione con funzioni
pubbliche via via meno efficienti; perturbamenti nel mercato del lavoro
 Per le psicologie collettive: minore propensione al lavoro; propensione mista al risparmio,
mediamente minore; minore propensione agli impieghi privati del medesimo; maggiore
propensione ai consumi

CAPITOLO NONO

L’ECONOMIA DELLE IMPRESE, AZIENDE DI PRODUZIONE. GENERALITA’

1. PRODUZIONE DI BENI ECONOMICI, DI REDDITI, DI CAPITALI

1.1. LE IMPRESE: PRODUZIONE TECNICA E PRODUZIONE ECONOMICA

Si afferma che le imprese “soddisfano bisogni”, nel senso che esse producono per offrire ai mercati, cioè agli
acquirenti, i beni che questi domandano, e questi li domandano appunto per soddisfare i propri bisogni.
Se prescindiamo infatti dalle economie di autoconsumo o autosussistenza, vita economica quasi subito
significò scambi di mercato.
Nacquero così i mercati e i traffici commerciali.
Se ripensiamo allo svolgersi dei sistemi economici dall’antichità fino ad oggi, dobbiamo riconoscere che le
produzioni e gli scambi di mercato si sono sempre svolti tramite l’operare di imprese.
Tutti i beni economici sono da sempre prodotti e offerti al mercato dalle organizzazioni tipiche che
denominiamo imprese.

Le imprese sono dunque operatori economici precisamente individuabili e altamente finalizzati. Si tratta di
unità speciali ben caratterizzate che uniscono il capitale e il lavoro, li combinano e organizzano tramite la
gestione, e così trasformano fattori produttivi.
Le imprese trasformano i fattori produttivi in beni economici, cioè in beni che possano venire venduti sui
mercati. Questi beni economici possono essere:

a. Beni materiali, connotati da un’esistenza fisica (merci)


b. Beni immateriali, privi di esistenza fisica (intangibili)
c. Beni misti, per i quali il contratto di acquisto unisce all’elemento materiali altri immateriali, ad es.:
1. L’impianto industriale il cui acquisto comprenda l’assistenza-manutenzione e la sostituzione
delle parti in garanzia
2. La fotocopiatrice il cui acquisto sia come sopra, e preveda la facoltà di permuta con il
modello nuovo
3. Il pranzo in un ristorante alla moda

Importante è il ruolo delle imprese quali combinazioni originali di fattori produttivi. Ognuna di esse
combina cioè materie prime, processi produttivi, gestione in modo ogni volta diverso per quantità, prezzi,
durate, qualità e indirizzi.
Le imprese dunque sempre combinano ogni volta in modo nuovo fattori produttivi per porgere ai mercati

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beni economici sempre ulteriori, nuovi, o diversi dai concorrenti, o simili ad altri ma a costi inferiori, o
diversamente pubblicizzati e distribuiti.
Esse sono da tempo vere istituzioni, regolate anche dagli Stati tramite leggi speciali.

Non conta se le imprese siano state di dimensioni limitate o anche minime; possedute da uno o pochi soci
(imprese familiari) o siano imprese di grandi dimensioni di proprietà dello Stato (imprese pubbliche) o se
siano imprese multinazionali. Importa la funzione innovativa.

Le impese trasformano dunque fattori produttivi in beni economici. Mentre svolgono tale funzione, esse
esercitano congiuntamente anche la funzione economica fondamentale, e unica nel sistema, di trasformare
costi in ricavi.
Il processo avviene nel modo seguente:

1. Si acquisiscono fattori produttivi, e ciò comporta il sostenimento di costi


2. Si trasformano i fattori medesimi, e ciò comporta altri costi
3. Si ottengono beni economici i quali, venduti sui mercati, originano ricavi
4. Questi hanno il compito e l’obiettivo di reintegrare i costi sostenuti

L’impresa dunque, per realizzare nel contempo la propria duplice funzione di:

- Trasformazione tecnica
- Trasformazione economica

Deve:

- Individuare o progettare beni economici i quali possano venire venduti ad acquirenti intermedi e
finali per poter ottenere ricavi
- Individuare beni economici che soddisfacciano un qualche bisogno nuovo degli acquirenti
- Provvedere allora a realizzare modalità di realizzazione economico-tecnica in armonia economica
con i ricavi che si spera di ottenere, in modo tale che risulti
RICAVI > COSTI
Cioè che i ricavi futuri reintegrino tutti i costi sostenuti in precedenza

Reintegrati i costi, residua una quantità denominata utile, che può venire interpretato in vari modi, tutti
complementari:

- Quale maggior valore dell’insieme rispetto alle parti


- Quale premio ottenuto dalla gestione lungimirante, saggia, efficiente
- QUALE MAGGIORE RICCHEZZA PRODOTTA NEL SISTEMA E PER IL SISTEMA

1.2. LA SPECIALIZZAZIONE DEL LAVORO ALL’INTERNO DELL’IMPRESA

Una delle prime magie delle imprese fu l’intuizione:

- Di dividere i processi tecnici nelle loro varie fasi, e queste nelle operazioni elementari
- Di assegnare ciascuna di esse a singoli operatori specializzati
- Di coordinare il tutto tramite la gestione, affidata all’imprenditore o ai suoi delegati

Tale processo è tuttora fondamentale in tutte le organizzazioni, non solo nelle imprese. Esso prende il nome
di specializzazione e coordinamento.
Così le attività produttive, in precedenza indifferenziate vennero condotte in modo via via più preciso e
appunto specializzato, consentendo il crescere delle dimensioni di impresa, e lo svolgimento sempre più
preciso ed economico di tutta la gestione.
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Noi dobbiamo immaginare il processo di specializzazione e coordinamento in tutte le imprese di tutti i


settori, anche bancarie, assicurative, dei trasporti e così via.
Quando la forza muscolare fu via via sostituita dalla macchina a vapore e poi dai motori termici, le
possibilità di produrre divennero impensabili rispetto a prima per velocità, ritmi, dimensioni: le produzioni
di fabbrica si estesero e si diffusero tanto rapidament4e che l’intero processo fu denominato rivoluzione
industriale.
Quando poi le produzioni passarono da meccaniche a elettromeccaniche il processo richiese sempre
maggiore specializzazione: maggiore qualificazione degli addetti di tutti i livelli, aumento del lavoro tecnico
e impiegatizio.
Cresceva comunque sempre più l’efficienza delle operazioni: queste cioè erano svolte in modi più precisi e
in tempi più rapidi, tanto da consentire in ogni campo, in ogni momento, le tre fondamentali conseguenze
economiche:

1. Aumento delle produzioni nell’unità di tempo, dunque ottenimento di maggiori volumi di beni
economici vendibili
2. Possibilità di realizzare nel contempo:
a. L’aumento delle retribuzioni dei dipendenti
b. La riduzione dei prezzi di vendita al consumatore

Così si diffuse nelle organizzazioni questo processo di specializzazione e coordinamento, che per le imprese
divenne vitale consentendo non solo la loro crescita dimensionale, ma con la crescita la maggiore efficienza
e migliore economicità.
Con queste miglioravano via via i livelli di vita, i redditi pro-capite, le possibilità di consumo e di risparmio.
Era il cosiddetto progresso economico, sempre migliori condizioni materiali di esistenza e di vita.

Le dimensioni di impresa si ampliavano, si aumentava la specializzazione, crescevano i volumi prodotti, così


procedendo in un processo che consentiva via via:

- Lo svolgimento sempre più perfezionato dei compiti


- Il miglioramento progressivo delle tecniche di produzione e di gestione, anzi la ricerca di tecniche
sempre nuove

Con il sorgere di imprese nuove per produzioni prima inesistenti, si aprivano poi sempre più vaste possibilità
di lavoro per imprese ulteriori: a) bancarie e assicuratrici, b) delle costruzioni, montaggi e trasporti, c) della
pubblicità, delle informazioni e dei media.
Il pubblico a propria volta richiedeva sempre nuovi prodotti e servizi, e questo aumentava le possibilità di
lavoro e di crescita per tutte le imprese.

1.3. LE CONDIZIONI DI ESISTENZA DELLE IMPRESE E GLI OBIETTIVI DI CHI LI GUIDA

Il dibattito sugli obiettivi delle imprese ferve sin dall’Ottocento.

 Secondo le Scuole marxiste esse erano tese a sfruttare gli operai per consentire ai “capitalisti” di
accumulare capitali in misura sempre maggiore
 Secondo le Scuole marginaliste gli imprenditori, conoscitori perfetti di tutte le variabili, e operanti
senza concorrenza e senza progresso tecnico, potevano soltanto “massimizzare il profitto”

Alcuni studiosi, quali Baumol, Cohen, Herbert Simon, teorizzarono che le imprese tendessero:

 A massimizzare il fatturato, o la propria crescita dimensionale, o il “potere di mercato”


 Ad avere comportamenti adattivi a seconda delle condizioni di mercato, della concorrenza, del
progresso tecnico

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Seguire le teorie precedenti non può che confondere le idee. Qualcosa di vero c’è in tutte, ma il problema va
posto diversamente. Infatti:

 Le imprese quale fatto oggettivo possono solo raggiungere o meno l’equilibrio


 Gli obiettivi sono un elemento soggettivo: gli intendimenti delle persone che le guidano

Le imprese, quali organismi economici di produzione, non possono avere obiettivi, ma soltanto condizioni di
esistenza. Un’impresa può infatti realizzare:

R>C;R=C
dunque un utile o un pareggio

R<C
dunque una perdita

Nel primo caso reintegrerà tutti i costi, ed eventualmente realizzerà un utile: avrà dunque un’esistenza
economica equilibrata e fruttuosa. Nel secondo caso, invece, non riuscendo a reintegrare tutti i costi, darà
origine a una perdita: avrà dunque un’esistenza economica squilibrata e negativa.

Si dice pertanto che:

 L’utile realizza la condizione di esistenza standard dell’impresa, e il pareggio la condizione minima


 La perdita viola le condizioni di esistenza dell’impresa
 Che tuttavia qualunque impresa può incappare in perdite più o meno rilevanti, e ripetute

In tali casi ciò che conta è che le perdite siano comunque temporanee, cioè che

l’impresa realizzi le condizioni di esistenza,


se non anno per anno,
almeno come tendenza sistematica.

Questo per quanto riguarda l’impresa quale insieme sistematico di costi e ricavi. Per questo l’impresa non
può avere obiettivi, ma soltanto le condizioni di esistenza.
Altra cosa è pensare agli obiettivi delle persone che guidano l’impresa.
Il tema degli obiettivi di chi dirige può venire diviso in tre momenti. Essi riguardano:

1. Il comportamento degli individui “razionali”


2. La teoria delle “decisioni di comitato”
3. L’esistenza di operatori aventi obiettivi egoistici, o patologici o illeciti

1. il primo passo fu dovuto a Machlup, il quale ci insegna che qualunque individuo quando ragiona sceglie,
attua:

 Si comporta sempre nell’ambito di limiti informativi


 Sulla base del proprio carattere e delle proprie capacità, dunque in modo condizionato
 Dando vita a una “massimizzazione” soggettiva, cioè come sembra a lui, la quale in alcuni casi può
originare scelte non “massimizzanti”, anzi imperfette, inadeguate, o errate.

2. Il secondo passo fu dovuto a Black, il quale ci insegna che per transitare a gruppi di soci, o managers, le
decisioni non vengono prese da una persona sola, bensì in seno a commissioni, comitati, consigli di
amministrazione. In tali casi si incontrano:

 “visioni del mondo”, cioè modi di guardare ai problemi, diversi per ogni operatore
 Capacità e caratteri e obiettivi e interessi differenziati

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In tal modo dal confronto sortiscono i) decisioni armoniche e ottimali; ii) oppure sub-ottimali; iii) oppure
inadeguate pur di ottenere l’unanimità; iv) oppure ancora litigi o rinvii. Ne può derivare cioè una grande
varietà di scelte, di solito abbastanza “razionali” data l’oggettività in tema di condizioni di esistenza.

3. Il terzo punto riguarda la varia onestà degli operatori. Vi possono essere operatori i quali abbiano obiettivi
di arricchimento egoistico anche disonesto. Essi sono interessati a trarre vantaggi illeciti dal proprio potere
gestionale, in generale truffando gli azionisti.

Gli obiettivi dunque, conclusivamente:

 Sono frutto di valutazioni personali; quando si parla di “massimizzazione” occorre ricordare che non
si tratta di massimizzazione assoluta, ma soltanto della massimizzazione soggettiva che l’operatore
d’impresa ipotizza ex ante; tale “massimizzazione” è ponderata con la valutazione del rischio
d’impresa e che dunque, anche in funzione della maggiore o minore propensione al rischio, si tratta
di ottimizzazione sempre soggettiva
 Derivano in realtà dal principio della risultante, cioè dall’aggregazione del consenso su certe mete
fra i detentori dei poteri di governo; le scelte di impresa risultano frutto di interessi e valutazioni
differenziate, di discussioni, di “aggregazione del consenso” su ipotesi intermedie
 Posto che siano riferiti a certi parametri-obiettivo, essi sono un insieme prescelto di obiettivi (sono
cioè funzioni-obiettivo), nonché ad archi temporali che dipendono dai detentori di governo, dal
settore; sono dunque funzioni-obiettivo multiperiodali denominate in altro senso ricerca di
“massimi simultanei”, i quali si condizionano fra loro
 Se sono quantificati nei parametri-obiettivo citati, essi consentono di controllare il grado di
raggiungimento in forma di scostamento rispetto all’obiettivo prefissato

Attorno al 1960 si diffuse nel mondo anglosassone la nozione di sistema, e in particolare di “impresa quale
sistema”.
Si richiamarono cioè i concetti di sistema quale insieme di parti interagenti, il quale può essere più o meno
finalizzato e più o meno auto-correttivo, e si ripresero poi le analogie con i sistemi meccanici oppure
biologici. Si disse quindi c he l’impresa era un insieme di parti che tendeva ad agire-reagire quale sistema
sociale.
Occorre specificare:

a. Di quali elementi essi si consideri composto


b. Come tali elementi riuniti in sistema esprimano la realtà delle produzioni economiche d’impresa

Dunque, l’azienda di produzione è un sistema esteso nello spazio e nel tempo: essa è costituita per durare
indefinitamente e nel contempo si declina nel perimetro dello spazio economico e fisico dove esplica le
proprie attività.
Essa è inoltre, un sistema di produzione economica, cioè nel contempo e indistinguibilmente:

a. Un sistema di capitali e di redditi


b. Un sistema di fattori produttivi
c. Un sistema di prezzi
d. Un sistema di investimenti-finanziamenti
e. Un sistema di decisioni
f. Un sistema di rischi
g. Un sistema di persone

Occorre sottolineare:

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a. La molteplicità degli elementi differenziati che un’impresa aggrega, la loro varietà, la apparente
diversità degli stessi
b. La realtà tutta economica degli stessi, nei quali si esprime e prende vita proprio la complessa realtà
economica dell’impresa, azienda di produzione, la quale contemporaneamente ottiene
finanziamenti, investe capitali, aggrega fattori produttivi, negozia prezzi-costo e prezzi-ricavo, con
l’obiettivo della produzione di redditi e della produzione/riproduzione di capitali

L’azienda di produzione non è quindi ‘sistema’ nel mero senso fisico-meccanico di parti interagenti,
coordinate. Va pure detto che essa non è ‘sistema’ neppure nel senso biologico-fisiologico del termine.
Nell’impresa vi sono fattori personali (la gestione, il know-how dei soggetti operanti), ma anche fattori
materiali (il capitale); per i primi valgono le leggi di comportamento singolo e di gruppo, per i secondi leggi
tecniche.
L’insieme indistinguibile dei fattori personali e materiali, poi, è permeato di giuridicità: lo svolgimento
dell’attività d’impresa nella vita di relazione postula che esso venga incardinato in ogni suo istante
nell’ordinamento. Si è tanto parlato di scambi: ma deve essere chiaro che questi sono relazioni inter-
soggettive, e che queste interazioni danno vita anche a un sistema di rapporti giuridici simultaneo,
multipolare, complesso.
La risultante che qui si studia è poi soggetta e leggi economiche, che sono leggi di equilibrio concorrenziale
ma poi soprattutto le leggi di equilibrio economico dell’impresa in tutte le sue componenti. Essa risulta
infatti un generale sistema di trasformazione:

 Un sistema tecnico-organizzativo nello spazio-tempo


 Una combinazione produttiva
 Una coordinazione lucrativa

2.2 L’IMPRESA SISTEMA DI CAPITALI E DI REDDITI

Due quantità economiche connotano fra le altre l’impresa: i capitali e i redditi.


I primi sono quantità-fondo cioè permanenti, i secondi sono quantità-flusso che continuamente si
riproducono nel sistema poiché espressivi della sua operatività quotidiana.
I primi consentono l’esistenza delle strutture operative d’impresa, e in questo senso vengono denominati ,
attraverso i quali cioè l’impresa svolge la propria attività: può trattarsi di impianti di escavazione per le
miniere, di hardware e software per i centri di servizi.
I secondi sono l’espressione quotidiana di questa attività, e dell’uso di quei capitali: costi e ricavi che sempre
si ripetono, alternano, combinano con l’obiettivo di conseguire un reddito positivo, cioè
R–C>0

L’impresa infatti è azienda di produzione economica, cioè produttrice sistematica di redditi e capitali. Ciò
significa che l’impresa raccoglie capitali per costruire le proprie attività produttive, e poi utilizzarle per
produrre economicamente.
“produrre”, nelle discipline economiche, significa:

1. Combinare prezzi-costo e prezzi-ricavo, cioè sostenere costi per ottenere ricavi


2. Derivare un reddito, questo maggiore, uguale o minore di zero:
R – C > 0 (utile)
R – C = 0 (pareggio)
R – C < 0 (perdita)
3. A seconda del reddito conseguito, incrementare o decrementare il capitale iniziale

Quanto precede viene rappresentato in una delle due sezioni del Bilancio, il Rendiconto reddituale, acceso
rispettivamente ai “componenti negativi di reddito” e ai “componenti positivi di reddito”, cioè come segue: i
costi del periodo consentono il conseguimento dei ricavi; i ricavi del periodo debbono reintegrare i costi.
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In quel prospetto gli eventuali utili sono allogati fra i costi, le eventuali perdite fra i ricavi. Quale la
spiegazione?

 Gli eventuali utili compaiono fra le componenti negative di reddito poiché essi pure espressivi di un
costo: il costo d’uso del capitale, il quale si attende di venire remunerato
 Le eventuali perdite compaiono fra le componenti positive di reddito ovviamente non perché siano
tale, ma come espressine della quota-parte di costi che la gestione non è riuscita a reintegrare, e
che appunto per ciò è denominata ‘perdite’

Si è detto però che rileva, per l’impresa che voglia essere tale, e che dunque sia almeno in equilibrio,
produrre economicamente. Ciò significa:

1. Produrre un reddito positivo


2. Tramite tale utile, incrementare il capitale inziale

Incrociando costi e ricavi, l’impresa appunto “produce reddito”; impiegando il capitale iniziale,
trasformandolo, ricostituendolo, l’impresa “produce capitale”, e continuamente lo ri-produce nello spazio-
tempo.
L’impresa è libera di imprimere ai capitali ogni e qualsivoglia destinazione. E se tale processo di ri-
produzione del capitale, dove R>C esso inoltre si accompagna a un processo di incremento del medesimo,
incremento investito le cui destinazioni finali dipendono dalle scelte dell’impresa.
L’impresa, quindi, si dice che produce o ri-produce capitali, cioè li converte in forma liquida alla fine dei un
ciclo produttivo se fattori semplici, al termine di k cicli se fattori aventi fecondità ripetuta.

Tutti noi siamo portati a ritenere che il capitale investito “causi” il reddito, cioè ne sia l’origine. È questo un
pensiero ottocentesco che si rivela errato. Ci corre pertanto l’obbligo di correggerlo riflettendo a due
concetti auto-esplicativi riferiti a) alla rilevanza della gestione, b) al rilievo dei flussi reddituali nel tempo.

a. Rilevanza della gestione


Il capitale è assolutamente statico, inattivo, improduttivo. Origine e fattore genetico del reddito è la
gestione. È la gestione che sceglie in via previa quale tipo di capitale di funzionamento costituire, e
poi in qual modo utilizzarlo.
b. Rilievo dei flussi reddituali nel tempo
Imprese con capitali ingenti possono incontrare disequilibri economici ampi, crescenti, e infine
devastanti fino alla crisi, al fallimento. Queste perdite decrementano progressivamente il capitale
fino a condurre all’incapacità di far fronte alle proprie obbligazioni ovvero alla liquidazione in asta
pubblica dei beni aziendali che costituivano il capitale di funzionamento. Fino a condurre
all’annullamento del valore dell’impresa.
Imprese con capitali anche ridotti possono al contrario ottenere utili larghi. Questi utili
incrementano il capitale consentendo sia la remunerazione dello stesso sia processi di espansione
per crescita interna oppure esterna fino a condurre l’impresa a dimensioni rilevanti nel proprio
settore. Fino a condurre, dunque, alla crescita del suo valore.

Ne consegue che sono i flussi di reddito determinati dalla gestione, nella loro quantità e qualità, ad
attribuire valore al capitale, e più ampiamente all’intera impresa.

2.3. L’IMPRESA SISTEMA DI FATTORI PRODUTTIVI

Quando si parla di “fattori produttivi” si distinguono:

a. Fattori produttivi originari


b. Capitale
c. Lavoro
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d. Imprenditorialità
e. Stato

Per imprenditorialità si intende la capacità originale di aggregare certi fattori produttivi piuttosto che altri,
per produrre certi beni economici piuttosto che altri e così via; essa fa riferimento a) al nuovo prodotto, ma
non di meno, b) al nuovo processo produttivo, c) alla combinazione innovativa di fattori, d) all’innovazione
commerciale e distributiva: in sostanza ad ogni innovazione economica d’impresa.
La gestione, a seconda di come venga distinta, può venire considerata Lavoro oppure Imprenditorialità.
Quando si dice infatti che “il capitale produce il reddito”, si esprime una frase sintetica, piuttosto falsa nel
caso dei processi di impresa; se capitale risparmiato può produrre interessi, i capitali di impresa invece sono
amorfi in assenza di gestione.
È ben la gestione che assiema-indirizza-svolge le combinazioni di impresa, e grazie alla quale il Capitale
produce Reddito. Gestione è “lavoro direzionale”; ma nondimeno Imprenditorialità in quanto non si limiti a
ripetere l’esistente, ma ogni giorno lo migliori e lo perfezioni sulla frontiera dell’innovazione e della
concorrenza.

Le imprese si troveranno a “fare impresa” in condizioni anche altamente differenziate, le quali si


sostanziano fra l’altro:

1. Nella qualità delle relazioni internazionali


2. Nella funzionalità-continuità normativa
3. Nell’amministrazione della giustizia e nel mantenimento dell’ordine pubblico
4. Nella funzionalità dei sistemi di trasporto e delle altre infrastrutture

L’impresa può dirsi sistema di fattori produttivi poiché: a) presceglie i fattori produttivi da combinare, b) li
combina e fonde in un sistema unitario, c) trae da tale sistema beni economici da esitare negli scambi di
mercato, d) dalla vendita dei beni economici trae risorse per scegliere i fattori da combinare e ri-combinare
nello spazio-tempo.
L’impresa è qui un sistema di trasformazione di fattori in prodotti, di INPUT in OUTPUT.

2.4. L’IMPRESA SISTEMA DI PREZZI

L’impresa è un sistema di prezzi, intendendo con ciò una collezione di prezzi-costo che viene trasformata in
una sommatoria di prezzi-ricavo. L’impresa infatti
negozia prezzi-costo e sostiene costi
non per il pure piacere di sostenerli, ma quale condizione per ottenere, dalla trasformazione degli stessi,
prezzi-ricavo singoli, e più ampiamente
una sommatoria di ricavi.
L’impresa, in sostanza, negozia assiduamente e quotidianamente prezzi-costo, intrecciandoli ed unificandoli
nella propria combinazione produttiva per addivenire a prodotti, mentre altrettanto quotidianamente
ottiene prezzi-ricavo della cessione degli stessi.
Essa negozia incessantemente prezzi-costo riferiti al lavoro e agli altri fattori produttivi, incessantemente
propone al mercato prezzi-ricavo relativi ai beni economici realizzati, ed altrettanto incessantemente cerca
di combinare i primi e i secondi in modo che dall’incrocio gliene derivi il continuato equilibrio economico
già espresso come:
R > C, o almeno R – C = 0

Il conetto di “impresa sistema di prezzi” può venire suddiviso nelle tre componenti che seguono:

a. Sottosistema di prezzi-costo
b. Sottosistema di prezzi-ricavo
c. Intreccio spazio-temporale di a. e di b. nella più generale coordinazione lucrativa
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Il sottosistema dei prezzi-costo fa riferimento al sistema operazioni-processi-combinazione che l’impresa ha


effettuato.
La singola operazione infatti si assiema con tutte le altre della stessa specie nei processi di operazioni;
l’insieme dei processi dà vita alla più ampia combinazione produttiva, cioè a dirsi alle modalità tecnico-
organizzative tramite le quali l’impresa produce economicamente.
L’insieme dei costi e dei ricavi originati dalla combinazione produttiva si denominano coordinazione
lucrativa.
Quale che sia il settore economico in cui l’impresa opera, essa avrà direttamente o indirettamente prescelto
di sostenere certi piuttosto che altri costi, differenziati per natura, livello, elasticità.

Sottosistema dei prezzi-costo fa riferimento alla totalità dei prezzi dei fattori produttivi che l’impresa ha
prescelto di combinare; alle possibilità che essa ha di variarli, e di sostituirli gli uni agli altri; infine al “costo
di esercizio della combinazione produttiva”.

Il sottosistema dei prezzi-ricavo potrebbe venire definito come la “redditività della combinazione
produttiva”. Si tratta infatti: dei ricavi totali, i quali derivano dalla quantità dei beni economici venduti
moltiplicata per il rispettivo prezzo-ricavo; si tratta cioè dell’insieme dei prezzi-ricavo derivati dalla totalità
dei prodotti venduti.
Totalità, ma anche pluralità, giacché le imprese producono di norma intere famiglie di prodot.
Occorre riflettere al fatto che l’impresa deve conseguire l’equilibrio economico quale condizione oggettiva di
esistenza, e vuole conseguire utili continuati quale obiettivo soggettivo dei suoi gestori: essa intreccia così
prezzi-coto e prezzi-ricavo.
Essa intreccia un intero sottosistema di costi con un sottosistema di ricavi.
L’impresa opera nella simultaneità e nella successione, cioè essa nel medesimo istante
sta acquistando fattori,
sta producendo beni,
sta negoziando ricavi:
essa cioè svolge contemporaneamente tutte le fasi delle combinazioni produttive.
L’impresa quindi sta negoziando nel medesimo momento prezzi-costo e prezzi-ricavo, e negozia in ogni
istante successivo nuovi prezzi-costo e nuovi prezzi-ricavo.
L’intreccio dipende quindi sì dalle scelte dell’impresa, ma prima ancora dalle più generali tendenze di
mercato.
L’impresa cerca quindi di adeguare sempre i prezzi-ricavo ai prezzi-costo, nei limiti del possibile.

2.5. L’IMPRESA SISTEMA DI INVESTIMENTI-FINANZIAMENTI

Per realizzare le proprie attività l’impresa effettua investimenti negli elementi del capitale di funzionamento
necessari nel proprio settore.
Tali investimenti vengono rappresentati nella sezione del Bilancio intestata alle ATTIVITA’, cioè agli
investimenti intesti quali impieghi di capitale.
L’impresa ha dato vita agli stessi tramite i capitali, originariamente in forma liquida per l’impresa stessa e
allogati fra le PASSIVITA’.
Tali capitali in forma liquida in origina sono:

a. Il capitale proprio dell’impresa quale società, detto anche capitale sociale


b. I debiti, detti anche capitale di finanziamento o anche capitale di credito

Sia il primo sia i secondi si iscrivono nello Stato Patrimoniale quali PASSIVITA’, cioè fonti di capitale.
Questo perché in realtà il capitale proprio e il capitale di finanziamento si uniscono, si congiungono, si
mescolano in varie proporzioni nello spazio e nel tempo per dare vita agli investimenti.

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Mezzi propri e mezzi raccolti a titolo oneroso si fondono poi indistinguibilmente in investimenti in attesa di
realizzo e in liquidità.
Gli investimenti in attesa di realizzo possono venire descritti ribadendo in altro modo quanto già esposto: a
riguardo di essi si può esporre quanto segue.
Mezzi propri e mezzi raccolti a titolo oneroso si fondono negli investimenti, che sono:

 A fecondità semplice
 A fecondità ripetuta

Tramite gli uni e gli altri si realizzano i prodotti, dove si fondono sia i primi, che vengono ogni volta
consumati sia i secondi.
Tutti gli investimenti sono dunque “in attesa di realizzo”:

 Quelli aventi fecondità semplice, che si ricostituiscono ogni volta con la vendita del bene ottenuto
 E identicamente quelli a fecondità ripetuta, che si ricostituiscono una volta venduti tutti gli x beni
che essi hanno concorso a produrre.

Di mano in mano che con la vendita dei beni realizzati gli “investimenti in attesa di realizzo” appunto si
‘realizzano’, può l’impresa prescegliere le destinazioni più varie poiché ritenute più convenienti.
Essa può dunque destinarli a nuovi investimenti, o all’acquisizione di partecipazioni, o al rimborso di debiti o
ad altro ancora.
Essa può così attuare la continua circolarità finanziamenti-investimenti in una delle forme seguenti:

1. Finanziamenti  investimenti
2. Investimenti  finanziamenti
3. Investimenti  investimenti
4. Finanziamenti  finanziamenti

2.6. L’IMPRESA SISTEMA DI DECISIONI

L’attività dell’impresa si svolge quotidianamente per il tramite di scelte fra le alternative, scelte che si
traslano in decisioni.
Queste decisioni possono risultare frequenti, ripetute, differenziate; esse vengono assunte a qualsivoglia
livello dell’impresa; esse hanno ad oggetto l’attività della stessa e i campi relativi.
Il sistema di decisioni riguarda a) fattori produttivi da aggregare e trasformare in beni economici, b) i prezzi-
costo e i prezzi-ricavo, c) gli investimenti che si desiderano realizzare e i finanziamenti tramite i quali
alimentarli, d) il sistema di rischi che si accetta di sottoscrivere in funzione della varia propensione al rischio
d’impresa, e) le strutture, i processi, i Valori organizzativi tramite i quali di desidera operare.

Secondo Ansoff vi sono tre tipologie di decisioni, che prendono atto nell’impresa e che ne determinano
l’attività.
A livello fondativo si situano le decisioni strategiche, esse riguardano: il campo d’azione prescelto, la
localizzazione, la tecnologia prescelta, la capacità produttiva fisico-tecnica installata nella sua dimensione e
tipologia.
Esse sono irreversibili, o reversibili a patto di sostenere i relativi costi.
La seconda tipologia comprende le decisioni “amministrative” nel senso di gestionali, relative cioè alle
grandi linee di utilizzazione delle capacità produttive: scelte produttive oppure commerciali oppure
organizzative interne.
Esse sono scelte di disposizione-attuazione dei piani e programmi connessi alla capacità produttiva installata
e sono scelte di controllo dei risultati e del raggiungimento degli obiettivi prepostisi.
La terza tipologia concerne le scelte operative, cioè l’insieme di micro-decisioni giornaliere nelle quali
prendono atto le categorie precedenti, le decisioni strategiche e le amministrativo-gestionali.
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Il modello dell’impresa “sistema di decisioni” ci consente inoltre di definirla come sistema di durata lunga e
indefinita, nel quale cioè prende atto la continua formulazione-correzione-riformulazione delle scelte
strategiche.
L’impresa, una volta costituita la capacità produttiva, sviluppa scelte di prodotto, di mercato, di tecnologia,
di prezzi-costo e di prezzi-ricavo, di investimento-disinvestimento, di pubblicità, di indebitamento, cercando
nel tempo di adattarsi alle tendenze macroeconomiche e di mercato, alle azioni della concorrenza, alle
esigenze dei clienti nonché ai gusti dei consumatori.

2.7. L’IMPRESA SISTEMA DI RISCHI

La tecnica assicurativa distingue fra rischi assicurabili e non assicurabili.


I primi possono derivare da eventi dannosi variamente incidenti sulle persone o sulle cose, e trovano
“mercato di copertura assicurativa”, cioè operatori i quali, contro il pagamento di importi dati (premio
assicurativo) accettano di addossarsi, a condizioni prestabilite, le conseguenze economiche negative
derivanti dall’eventuale manifestarsi effettivo del rischio.
Le imprese sopportano una quantità di rischi assicurabili, e proprio per questo e poiché l’impresa è libera id
scegliere il proprio grado di copertura assicurativa, non è questo il senso secondo cui si dice dell’impresa
“sistema di rischi”.

L’impresa è definibile quale “sistema di rischi” con riferimento ai rischi non assicurabili, tipicamente il
rischio di gestione.

L’impresa sceglie fattori produttivi da trasformare in prodotti, negozia prezzi-costo per negoziare prezzi-
ricavo, investe capitali per produrre beni economici e poi riprodurre i capitali stessi, decide dando vita a
scelte non solo concrete nell’immediato ma anche durevoli nel futuro.
Rischio di gestione rappresenta l’eventualità che la gestione non si svolga in equilibrio, e dunque che i costi
si trasformino in ricavi non remunerativi, che i beni economici prodotti non trovino sufficiente gradimento di
mercato, che i capitali consumati non si riesca a convertirli-riprodurli integralmente, infine che le scelte
frutto di decisioni si rivelino imperfette o inadeguate.

Rischio di gestioni significa in sostanza: i) avere realizzato “capitale di funzionamento” investendo capitali
dei soci nonché dei finanziatori a titolo di credito; ii) avere questo capitale relativamente immutabile da
gestire nel tempo, declinandolo in a) combinazioni produttive, b) coordinazioni lucrative.
E dunque essere esposti al rischio che, appunto in questo stesso tempo e inoltre negli spazi di azione, le
combinazioni produttive non riescano a tradursi in coordinazioni lucrative in equilibrio.

3. L’EQUILIBRIO ECONOMICO DELL’IMPRESA: REDDITUALE, FINANZIARIO-MONETARIO, PATRIMONIALE

3.1. PREMESSA: L’EQUILIBRIO ECONOMICO È UNITARIO

L’equilibrio dell’impresa è equilibrio economico unitario, il quale si declina nelle tre dimensioni che lo
compongono:

1. Equilibrio reddituale
2. Equilibrio finanziario-monetario
3. Equilibrio patrimoniale

Il primo è relativo al reddito, cioè all’equilibrio costi-ricavi già visto in precedenza, e sintetizzabile in R > C.
Il secondo è relativo ai flussi finanziari, cioè all’equilibrio dei flussi di crediti e debiti, e infine ai flussi
monetari, cioè all’equilibrio dei flussi di entrate e uscite.
Il terzo è relativo al patrimonio, cioè all’equilibrio fra capitale sociale e debiti, cioè capitale attinto al credito.

3.2. L’EQUILIBRIO REDDITUALE

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L’impresa, con le scelte strategiche, e tramite le fonti di capitale, costituisce capacità produttiva, poi la
utilizza con le scelte amministrativo-gestionali, realizza i beni economici da collocare sui mercati e a quel
punto conclude il ciclo ottenendo i prezzi ricavo. È dunque chiaro che non si può conoscere fino alla fine
del ciclo la relazione fra R e C: l’impresa è un sistema dinamico, e gli effetti delle scelte si estendono nel
tempo. Tali imprese sono denominate imprese rialziste, le quali cioè tendono a rialzare i prezzi-ricavo per
meglio reintegrare i costi.

Esistono viceversa imprese avvolte da altrettanta incertezza, ma per i motivi opposti: esse infatti negoziano
prima i prezzi-ricavo e poi i prezzi-costo: ad esempio le imprese si assicurazione o le aggiudicatarie di appalti
pubblici di fornitura.
Le prime assicurano i clienti sulla base di certe tavole di mortalità o di rischio, e debbono poi sperare che e
tavole che hanno utilizzato risultino sensate, che l’insieme del clienti assicurati incorra in rischi
conformemente alla distribuzione statistica delle tavole utilizzate. Le secondo si sono aggiudicate appalti o
contratti per consegna futura a certi prezzi, e debbono poi “starci dentro”, cioè produrre con un sistema di
prezzi-costo inferiori ai ricavi già concordati. Si dice essere queste imprese ribassiste, le quali tendono a
ribassare, a contenere i costi per avere comunque C < R.

Occorre considerare un insieme di fattori, i quali possono manifestare effetti negativi sull’equilibrio
reddituale dell’impresa:

 Eventi shock di tipo esogeno, i quali modifichino i prezzi e mercati eventualmente fino a sovvertirli
 Tendenze avverse sui mercati delle materie prime per problemi climatici, politici, speculativi
 Tendenze avverse sui mercati di sbocco per mutamento dei bisogni della clientela industriale o dei
gusti
 Tendenze avverse competitive per offensive dei concorrenti o per lancio dei prodotti sostitutivi

Ecco allora che il raggiungimento e mantenimento dell’equilibrio reddituale dell’impresa non risulta né
automatico né ovvio.
Può quindi accadere che l’impresa perda l’equilibrio reddituale: ciò che conta è che tale perdita sia
passeggere e che l’impresa non solo attui le decisioni idonee a recuperarlo, ma che il recupero avvenga
effettivamente.
L’impresa in equilibrio remunera tutti i fattori produttivi corrispondendo ad essi il reddito categorico loro
proprio:

 Ai fattori produttivi originari i relativi prezzi-costo


 Al lavoro il salario, o lo stipendio
 Al capitale attinto al credito il saggio di interesse
 Al capitale sociale gli utili
 Allo Stato i tributi

3.3. L’EQUILIBRIO FINANZIARIO-MONETARIO

L’impresa, riferendosi all’impresa industriale, sia acquista sia vende con pagamento differito: ne derivano
rispettivamente crediti di regolamento e debiti di regolamento.
Ipotizzando l’inesistenza di credito bancario, occorre che i volumi di crediti e di debiti di regolamento non
siano troppo difformi, ma soprattutto che le scadenze degli stessi non risultino troppo asincrone. Occorre
cioè che i crediti all’incasso si trasformino in entrate in tempi e per volumi non così difformi da come i debiti
a scadenza si trasformano in uscite.
Occorre in sostanza un equilibrio finanziario che possa trasformarsi anche in equilibrio monetario.

Non dissimile risulta la dinamica per quanto concerne l’indebitamento bancario nei suoi afflussi e deflussi:
queste variazioni finanziarie si trasformano in variazioni monetarie, e nel momento monetario si uniscono
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alle precedenti. In sostanza, dai finanziatori giungono afflussi finanziari all’impresa, giungono all’impresa per
impiegarsi in investimenti che abbiano la medesima scadenza. Così i finanziamenti divengono entrate, poi si
trasformano in uscite per investimenti, e questi “ritornando” progressivamente in forma liquida consentono
il rimborso graduale o a scadenza dei finanziamenti che si erano ottenuti.

Nel profilo finanziario si unificano la gestione produttiva con i suoi effetti finanziari e la gestione
propriamente finanziaria. E l’una e l’altra si declinano poi in entrate e uscite, cioè nel profilo monetario.

Si unificano e si sovrappongono così variazioni finanziarie e monetarie (entrate e uscite) di diversa origine
e provenienza, ma tutte relative dell’attività dell’impresa ed espressione di essa.

Ciò che conta è l’equilibrio nel tempo dei flussi di crediti e debiti, e infine ai flussi monetari, cioè l’equilibrio
dei flussi di entrate e uscite.

Nell’eventualità abbondino le entrate, le risorse possono venire lasciate sui conti correnti bancari, oppure
investite in attività finanziarie a breve. Nell’eventualità abbondino le uscite, la soluzione consiste di norma
nel ricorre sempre più all’indebitamento bancario, banche permettendo.

3.4. L’EQUILIBRIO PATRIMONIALE

L’impresa ricerca fonti di capitale nella duplice forma di capitale sociale e debiti.
Equilibrio patrimoniale si limita a far riferimento all’equilibrio appunto fra capitale proprio e debiti.

Una sproporzione di debiti rispetto ai mezzi propri può risultare rischiosa per almeno due motivi.
L’eccesso di indebitamento risulta problematico in primo luogo per il carico di interessi passivi che si
aggiunge alle altre componenti negative di reddito, interessi passivi funzione appunto del saggio di interesse
ma soprattutto dei volumi di risorse mutuati.
Quell’eccesso, in secondo luogo, può comportare la difficoltà/impossibilità di rimborsare in larga misura i
debiti stessi se tramite gli stessi si è data origine a investimenti immobilizzati.

Meno problematica è la sproporzione inversa, l’eccesso di capitale proprio rispetto ai debiti, ‘sproporzione’
che potrebbe derivare dalla consapevole decisione di limitare il rischio patrimoniale.
In tal caso si dice che ci si ridurrebbe in taluni casi “a rinunciare al frutto differenziale fra redditività e
onerosità per le somme non mutuate”.

CAPITOLO DECIMO

L’ECONOMIA DELLE IMPRESE, AZIENDE DI PRODUZIONE. L’IMPRESA INDUSTRIALE, BANCARIA,


ASSICURATRICE E DI SERVIZI

1. INTRODUZIONE

In questa sede ci interessa una definizione scientifica di impresa; e come tutte le definizioni scientifiche essa
dovrò, anche se in parte convenzionale:

1. Individuare tutti i caratteri essenziali


2. Coordinarli in modo omogeneo e sistematico
3. Sintetizzarli in modo tale da poterne fare la base di attività descrittive, interpretative, normative

Si tratta in ostanza di focalizzarsi sulla sostanza e non sugli accidenti, e poi di collegare fra loro tali aspetti
sostanziali in modo tale che si sia in grado:

1. Di descriverla con proprietà e precisione


2. Di interpretarne con esattezza gli accadimenti e le scelte
3. Su queste basi, di applicarvi leggi di comportamento, cioè leggi di equilibrio e di sviluppo

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Occorre allora sgombrare il campo dalle definizioni di impresa derivanti da altre discipline le quali risultano:

 Non economiche
 Assolutamente particolari, dunque parziali

A. L’impresa è una istituzione. Ciò è di rilievo per la storiografia sociale, il diritto pubblico, l’etica economica,
la scienza della politica, le quali studiano la natura delle istituzioni, i loro rapporti ed equilibri. L’economia
aziendale ne è conscia, e la tiene sullo sfondo per potersi dedicare in via previa ai profili economici delle
istituzioni.

B. L’impresa è un insieme di contratti. L’economia aziendale è conscia del momento contrattuale, che
costituisce però profilo speciale e non natura essenziale; esso considera dunque quell’aspetto in quanto
influenzi i) la dimensione economica dell’impresa, ii) oppure le modalità-possibilità con cui questa svolge le
proprie combinazioni produttive.

C. L’impresa è una struttura di diritti di proprietà. Senz’altro convergono nell’impresa differenziati diritti di
proprietà, ma questo riguarda il diritto commerciale, che regola l’attività economica e in particolare l’attività
dell’impresa. L’economia aziendale tratta il tema in quanto influenzi o condizioni lo svolgimento delle
combinazioni produttive e influisca sulle coordinazioni lucrative.

D. L’impresa è un aggregato di competenze e ROUTINES. L’impresa è senz’altro un insieme di operatori,


addetti, funzionari, dirigenti, ciascun con le sue varie competenze tecniche; essa è contemporaneamente un
insieme di regole, procedure e strutture interne. Ma questo riguarderà poi l’organizzazione aziendale che i)
studia l’organizzazione interna di tutte le attività organizzate; ii) detta i principi organizzativi, cioè le regole
secondo i quali il lavoro e le attività interne vanno organizzate per conseguire l’efficacia e l’efficienza.
L’economia aziendale tratta il tema sempre con riguardo alle combinazioni produttive e alle coordinazioni
lucrative.

L’impresa è l’unico operatore economico che:

1. Aggreghi fattori produttivi


2. Per scelta originale di imprenditori propensi al rischio e alla ricerca di utili differenziali
3. Attuativi della produzione di beni economici del vario grado di materialità
4. Da collocare nei mercati attraverso processi di concorrenza
5. Con l’obiettivo che i ricavi consentano il recupero dei costi dei beni a fecondità semplice e ripetuta
6. Consentano inoltre la riproposizione in forma finanziario-monetaria degli investimenti effettuati
7. E rendano infine l’impresa protagonista della funzione sua propria, la produzione ma soprattutto la
distribuzione di ricchezza ai portatori di interessi istituzionali.

L’impresa è in sostanza un sistema economico parziale, che attraversa il tempo e lo spazio, cioè tutte le
variabili sociali, politiche, tecnologiche, giuridiche, economico-finanziarie, concorrenziali proprie degli
spazi-tempi in cui agisce, attuando combinazioni produttive che danno vita a coordinazioni lucrative,
queste continuamente perturbate dalla concorrenza e dai mercati, e che richiedono dunque il continuo
sviluppo di quelle al fine di mantenere sempre efficacia ed efficienza.
Il tutto in simultaneità e successione, svolgendo cioè il processo acquisti/trasformazione/vendita non solo
ogni ciclo per volta, ma anche tutti i processi contemporaneamente.
L’insieme richiede dunque la Gestione, l’Organizzazione, e nel contempo l’ausilio delle Ragionerie, le quali
consentano i) la misura globale e parziale delle produzioni economiche, ii) la fissazione di obiettivi
quantitativi, iii) il controllo del loro maggiore o minore ottenimento.
Esse sono infatti:

 SISTEMI DI TRASFORMAZIONE DI FATTORI PRODUTTIVI IN BENI ECONOMICI

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 Nei quali L’UTILITA’ DEI BENI È MAGGIORE DELL’UTILITA’ DISUNTA DEI FATTORI

Interpretando l’agire delle imprese, l’autrice Penrose distinse:

a. I processi di crescita
b. I processi di sviluppo

Crescita significa crescita dimensionale: le imprese tendono ad ingrandirsi, ma questo non è un obbligo.
La dimensione dipende infatti:

 Dalla dimensione media del mercato dei beni prodotti


 Dalla volontà dei responsabili dell’impresa stessa, i quali possono scegliere la dimensione originarie
oppure di ingrandirsi

Ma quale che sia la scelta dell’impresa, tutte devono comunque provvedere ai propri processi di sviluppo,
cioè di adeguamento ai fornitori, ai clienti, ai mercati, ai finanziatori, alla normativa.
Vale dunque per le impese la legge di circolazione che vale per le persone, le famiglie, le elites, le nazioni.
Nel seguito si tratterà dell’economia dell’impresa i) industriale, ii) bancaria, iii) assicuratrice, rinviando le
trattazioni relative alle imprese agraria, commerciale, turistica.

2. L’ECONOMIA DELL’IMPRESA INDUSTRIALE

2.1. NOTA STORIOGRAFICA. L’IMPRESA INDUSTRIALE PRIMA E DOPO LE RIVOLUZIONI INDUSTRALI

Alle origini delle produzioni industriali moderne stanno le produzioni artigianali che erano talora produzioni
di semi-serie in tutti i casi in cui il singolo artigiano fosse riuscito a suscitare volumi di domanda che
esorbitavano dalle capacità produttive del singolo individuo.
In tutti i casi vi erano: i) specializzazione del lavoro, ii) coordinamento-controllo dello stesso, iii) al fine di
produrre beni relativamente tipizzati.
Con l’invenzione della macchina, e del vapore, la forza muscolare viene via via sostituita dalla forza
meccanica e vi è un susseguirsi si invenzioni e innovazioni che i) ottengono prodotti sempre nuovi, ii)
modificano radicalmente il modo di coltivare, di produrre, di vivere.
Alle imprese tessili e alle ferriere si aggiunsero via via imprese chimiche, meccaniche, elettriche, di trasporti.
Una quantità di produzioni in precedenza artigianali divennero produzioni di stabilimento, e di serie, dagli
alimentari alle ceramiche all’arredamento all’abbigliamento, mentre lungo il corso del XX secolo nascevano
poi imprese e settori nuovi.
Con la rivoluzione industriale inglese si inizia dunque la grande trasformazione che fa transitare i sistemi
economici dalle attività primarie alle secondarie, e successivamente alle terziarie.
Si tratta di una trasformazione tecnica, ma soprattutto economica che avvia un insieme di modifiche radicali
dal punto di vista:

 Del livello e della continuità dei redditi


 Dunque delle possibilità di consumo e di risparmio-investimento

Ma si tratta al contempo di una trasformazione sociale, giacché:

 Si produce la ascesa sociale dalla condizione contadina al ceto operaio, e da questo verso
l’evoluzione piccolo borghese
 Rimangono più o meno rapidamente modificate le mentalità, aspettative, speranze, interessi pratici

Tale processo si estende via via in tutte le nazioni del mondo.


È ricordato il processo di distruzione creatrice di Schumpeter, per il quale nuovi prodotti si sostituiscono ai
precedenti, nuovi desideri e bisogni vengono indotti nella società o vi nascono naturalmente, nuove
imprese sostituiscono le imprese preesistenti arretrate o tardive o inefficienti.
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2.2. LE FUNZIONI ECONOMICHE DELL’IMPRESA INDUSTRAILE NEL CICLO ACQUISTI-TRASFORMAZIONE-


VENDITA

Caratteristica di fondo dell’impresa industriale è la TRASFORMAZIONE FISICO-TECNICA dei fattori produttivi,


in particolare delle materie prime, tramite i processi di fabbricazione-trasformazione; in aggiunta, il
montaggio (ASSEMBLAGGIO) di parti componenti acquistate da terzi in un nuovo bene economico organico.
Parlare di impresa industriale comporta che si trattino alcuni problemi peculiari delle stesse. Tra essi:

1. L’economia e l’organizzazione delle produzioni di stabilimento


2. Le strutture di acquisto, in Borsa-merci o da altre imprese
3. La specializzazione-diversificazione, i processi produttivi continui o a lotti
4. Le politiche generali di prezzo, rialziste o ribassiste
5. L’eventuale integrazione verticale a monte o a valle
6. Le politiche distributive

1.Economia e organizzazione delle produzioni di stabilimento


Parlare di produzioni di stabilimento comporta una quantità di problemi, principali fra i quali compaiono:
- la localizzazione
- la dimensione
dello stesso.
La localizzazione risulta fondamentale giacché situa l’impresa in uno in un altro sistema giuridico, con le
normative su proprie dal punto di vista del diritto commerciale, tributario, sindacale, e inoltre con la
possibilità di fruire di incentivi e agevolazioni.
Dalla localizzazione dipendono poi l’immersione in uno o altro mercato del lavoro e la maggiore o minore
prossimità ai mercati di rifornimento o di sbocco.
Altre localizzazioni-tipo risultano poi orientate dalla vicinanza agli snodi di trasporto viario, ferroviario,
marittimo o aero-portuale, dalla prossimità ai mercati di sbocco.
Il problema dei costi di trasporto si pone poi tipicamente per tutte le imprese che producano beni dal
contenuto valore-aggiunto e prezzo-ricavo rispetto al costo di trasporto: per queste risulta conveniente un
insieme di unità produttive minori, ciascuna più vicini ai mercati di sbocco.
La dimensione dello stabilimento è un altro profilo fondamentale.
Si dice infatti che, in quasi tutti i settori, vigano economie di scale, il fatto cioè che, all’aumentare delle
dimensioni dell’impianto o dell’unità produttiva, i costi suoi propri aumentino meno che proporzionalmente.
Tali economie possono tornare vantaggiose soprattutto ove si preveda che cresca la domanda del mercato
generale.
Tuttavia, un grande stabilimento richiede investimenti che occorre potersi permettere. Inoltre, il “grande
impianto”, se presenta quei vantaggi potenziali, comporta peraltro una rigidità economica-produttiva.

2. Acquisti in Borsa-merci, o da altre imprese


Produzione industriale significa trasformazione fisico-tecnica di fattori produttivi materiali.
Nei settori del petrolio, dei metalli ferrosi e non-ferrosi, della gomma, delle materie prime alimentari, delle
fibre naturali, gli acquisti vengono effettuati nelle Borse-merci mondiali.
In tutti gli altri settori le imprese acquistano viceversa da altre imprese.
Così i processi di acquisto incontrano dinamiche tutt’affatto diverse:

a. Nelle Borse-merci l’offerta dipende dalle tendenze dei raccolti, dalla volontà delle nazioni
esportatrici, da tendenze politiche o speculative
b. acquistare da altre imprese fa dipendere l’impresa dal fatto che possa esistere una molteplicità di
fornitori anche in concorrenza fra di loro, dai quali si possano spuntare cioè prezzi competitivi;
dipende tutto dalla struttura competitiva, dunque dal vario potere contrattuale dei fornitori.

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3. Specializzazione-diversificazione, processi produttivi continui o a lotti, politica delle scorte


Nelle scelte di produzione, subito l’impresa deve domandarsi se specializzarsi in una sola famiglia di prodotti
o viceversa produrre un raggio più vasto di beni.
La specializzazione consente il perfezionamento sempre ulteriore delle tecniche produttive, commerciali,
gestionali, e consente inoltre la sempre più precisa conoscenza del mercato e delle sue variazioni.
La politica di diversificazione comporta non solo investimenti aggiuntivi, ma soprattutto il trovarsi a
competere in molteplici comparti, con differenti gruppi di concorrenti, e magari di fornitori nonché di
clienti. Questi fatti accrescono tuttavia la complessità gestionale, cioè l’insieme di variabili da tenere a bada
per poter gestire proficuamente tanti campi e interlocutori differenziati. Aumentano inoltre la complessità
produttiva e la complessità organizzativa.
Queste problematiche si collegano alla tipologia dei processi produttivi nei quali si può produrre “in
continuo”, cioè senza interruzione di continuità. Ma se si produce “su commessa”, occorrerà ogni volta
provvedere al ri-attrezzaggio degli impianti, cioè ad organizzare la produzione in funzione dello specifico
lotto di produzione x per il cliente y.
Ciò può portare maggiori margini, poiché si produce per soddisfare ben definite specifiche, ma comporta
nondimeno costi particolari appunto di riattrezzaggio, nonché tempi-morti e altre complessità nella
gestione della produzione e dei magazzini.

Ciò ci conduce alla “politica delle scorte”. Le scorte di materie prime e materie ausiliari esprimono e
incorporano un costo, che più lentamente viene recuperato quanto più a lungo esse giacciono nei
magazzini.
Anche le aziende possono avere due tendenze antitetiche:

 tenere scorte anche ampie in magazzini per i) avere la certezza di averle comunque già disponibili in
qualsivoglia modo vadano i mercati e si comportino i fornitori, ii) essere pronti a immetterle nei
processi produttivi non appena necessario, iii) essere contenti se i loro prezzi aumentano, poiché le
si è pagate meno, ed essere semi-tranquilli se quelli scendono, perché tanto sono da immettere nei
processi produttivi
 tenere scorte ridotte in magazzino, proprio per ridurre i capitali investiti in esse e più in generale i
“costi di giacenza”, contando sul fatto che, all’occorrenza, le si possa ordinare e ottenere
rapidamente.

4. Politiche generali di prezzo, rialziste o ribassiste


Vi sono unità che propongono al mercato elevati prezzi-ricavo, con l’intento di “scremare” il mercato stesso,
e di ingenerare un’aura elitaria ai beni che esse vendono. Vi sono poi unità che praticano “prezzi medi”, con
l’intento di non scostarsi dalla media dei concorrenti e di non allontanarsi dalle porzioni più abbondanti
della domanda, che di solito si rivolge infatti ai segmenti medi. Vi sono infine unità che praticano prezzi
contenuti, giacché non sono in grado di qualificare le proprie produzioni, o perché tendono a monopolizzare
i segmenti inferiori della domanda.
Quando si parla di tendenze rialziste o ribassiste si intende una problematica più generale.
Infatti il processo di trasformazione dei fattori, di accumulo dei costi, di ottenimento dei ricavi, è quello
altrove ricordato:

 GESTIONE ESTERNA (ACQUISTI): costi di acquisto


 GESTIONE INTERNA (TRASFORMAZIONE): costi di trasformazione
 GESTIONE ESTERNA (VENDITA): ricavi di vendita

È chiaro come l’impresa attui politiche rialziste, cioè cerchi di vendere ai prezzi-ricavo massimi possibili, al
fine di ottenere gli utili massimi possibili. Si comporta diversamente nei casi particolari in cui:

- Voglia stimolare nuova domanda

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- Tema di invogliare nuovi produttori a entrare nel mercato

Vi sono tuttavia imprese che negoziano prima i prezzi-ricavo e successivamente i prezzi-costo, secondo lo
schema seguente:

 GESTIONE ESTERNA (VENDITA): ricavi di vendita


 GESTIONE ESTERNA (ACQUISTI): costi di acquisto
 GESTIONE INTERNA (TRASFORMAZIONE): costi di trasformazione

Esse attuano politiche ribassiste, cercano cioè di acquistare ai prezzi-costo minimi possibili, al fine che i
ricavi già stabiliti risultino comunque compensativi dei costi, e si ottengano gli utili massimi possibili.

5. Integrazione verticale a monte o a valle?


Se un’impresa opera in un certo stadio trasformativo di settore, può immaginare di verticalizzarsi, cioè
integrarsi a monte o a valle, cioè passare a svolgere la propria attività anche in ulteriori stadi trasformativi di
settore, antecedenti o susseguenti.

Essa si integra a monte sperando di risparmiare nell’acquisto di fattori produttivi; si integra a valle nella
speranza di avvicinarsi a mercati finali, così ottenendo margini di utili ulteriori vendendo direttamente ai
consumatori finali.

In tempi di mercati stabili grandi sono le fortune dei grandi gruppi verticalizzati; l’inverso accade in tempi di
crisi. Immaginiamo una crisi del mercato di sbocco, con i) diminuzione delle vendite, ii) accumulo di scorte,
iii) riduzione delle produzioni, iv) riduzione degli acquisti da parte delle ultime unità della catena: se fossero
autonome ciò si rifletterebbe sulle imprese altre, ma siccome viceversa appartengono al gruppo
verticalizzato, le loro difficoltà si ribaltano a ritroso, su tutte le unità antecedenti del gruppo, che tendono a
entrare in crisi.

6. Politiche distributive
Per l’impresa è importante produrre, ma ancor di più vendere.
Se essa si situa negli stadi iniziali della catena trasformativa di settore, fatalmente venderà ad altre imprese;
se invece si trova prossima ai mercati di sbocco, deve decidere se realizzare le proprie vendite in forma
diretta o per il tramite di altri operatori della distribuzione.
L’impresa infatti può vendere:

a. Tramite concessionari o grossisti o rappresentanti anche con deposito (distribuzione indiretta)


b. Tramite una propria rete di vendita, con i propri agenti di vendita, capi-zona (distribuzione diretta)

La prima forma evita tutto il costoso apparato di vendita, ma costringe a riconoscere ai concessionari-
agenzie quote di margini; costringe inoltre l’impresa alla conoscenza indiretta del mercato: la domanda di
mercato affluisce infatti alla rete, e solo successivamente da questa all’impresa.
La seconda forma comporta più elevati costi immediati, e inoltre l’amministrazione diretta di un’intera rete
di vendita; essa consente all’impresa la conoscenza diretta e immediata di cosa-quanto-dove sia stato
venduto.

3. L’ECONOMIA DELL’IMPRESA BANCARIA

3.1. NOTE STORIOGRAFICHE: SIN DALL’ANTICHITA’, LA BANCA

La banca nasce sin dall’antichità con funzioni di custodia del patrimonio regio; poi per custodire patrimoni
altri, e infine disponibilità liquide di persone o enti che avessero desiderato quel tipo di protezione.
Nacquero così via via i ruoli professionali dei depositari e dei cambisti.
Le funzioni svolte dalle banche dell’antichità erano le seguenti:

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- Custodia di valori
- Cambio di valute
- Intermediazione dei pagamenti
- Concessione di credito

Nell’Europa continentale l’attività bancaria riprende fra i secoli 13 e 16, per seguire e facilitare i commerci
sia terrestri sia marittimi, iniziando qui pure con l’attività di cambio delle monete.
Nei periodi successivi vennero poi costituite molte banche private locali: con l’emissione da parte loro di
note di credito e con lo scambio delle stesse venne a costituirsi gradatamente un sistema bancario piuttosto
ramificato.
All’indomani dell’unificazione 1861-1870, la struttura del sistema bancario italiano si reggeva sulle realtà
bancarie preesistenti negli Antichi Stati:

a. Al vertice del sistema la Banca Nazionale Sarda che diviene poi Banca d’Italia
b. Le banche storiche, importanti istituti connessi agli Antichi Stati, con filiali nelle principali città
d’Italia: Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Monte dei Paschi di Siena
c. I Monti di Pietà
d. Le Casse di Risparmio, Enti Morali fondati per consentire sicurezza ai depositanti, infine orientate ai
mutui e all’investimento in titoli di Stato e pubblici

Con lo sviluppo economico nazionale e la rivoluzione Industriale italiana, vennero a costituirsi ulteriori tipi di
banca:

e. Le banche popolari, fondate sulla base di principi cooperativi


f. Le Casse rurali e artigiane
g. Molteplici banche private ad opera di investitori e banchieri

Tutti i tipi ricordati provvedevano al finanziamento delle imprese.


Si deve dunque alle banche gran parte delle evoluzioni e progressi economico-industriali moderni, dal
finanziamento delle imprese, delle famiglie e degli Stati al sostegno di nuove iniziative imprenditoriali.
Verso la fine del XIX secolo si affermò anche in Italia la banca mista di tipo tedesco, tant’è che alla vigilia
della I Guerra Mondiale le quattro banche principali erano tutte banche miste private:

1. Banco di Roma
2. Banca Commerciale Italiana
3. Credito Italiano
4. Banca Italiana di Sconto

3.2. LE FUNZIONI ECONOMICHE DELLA BANCA NEL CICLO FINANZIAMENTI-RIMBORSI

Nella banca, la funzione di concessione del credito diviene sempre più rilevante di mano in mano che si
sviluppano le rivoluzioni industriali.
Tale concessione di credito di attuava soprattutto agevolando l’equilibrio monetario dell’impresa.
Con una varietà di forme tecniche, le quali concedevano credito all’impresa in forma di anticipazioni di
liquidità che l’impresa però fosse in grado di rimborsare in tempi brevi, alla chiusura del circuito acquisti-
produzione-vendite.
Concetto di credito a breve:

- L’impresa ottiene il credito  lo impiega nel ciclo trasformativo  appena questo si conclude 
con gli incassi rimborsa la banca;

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- L’impresa ha già acquistato e trasformato  vende a credito  cede il credito commerciale alla
banca  ottiene subito liquidità  alla scadenza la banca incassa il credito  ed essa così riottiene
la liquidità anticipata all’impresa

Il credito bancario dunque, a seconda dei casi:

1. Apportava liquidità all’impresa, la quale la utilizzava per riavviare e continuare i cicli senza attendere
i pagamenti a scadenza
2. Oppure si inseriva nel ciclo produttivo dell’impresa, e alla fine dello stesso tornava a trasformarsi in
liquidità.

In sostanza, proprio perché legati al ciclo trasformativo dell’impresa, i crediti si ri-trasformavano in liquidità
in tempi brevi: l’impresa otteneva credito a breve che poteva rimborsare.
Di norma l’impresa chiedeva che il credito venisse rinnovato, con riferimento ad altre merci o altre cambiali,
riferito cioè a cicli produttivi sempre nuovi. Il credito stesso veniva cioè continuamente rinnovato, anche per
tutti i cicli e i clienti successivi, in modo da trasformarsi in credito continuato; ma ogni volta riferito ad altri
cicli e ad altri clienti, dunque riferito a combinazioni produttive che si concludevano e si rinnovavano
sempre.
Si può dire che essa:
agevolava lo svolgersi delle COMBINAZIONI PRODUTTIVE facilitando con mezzi a breve LE COMBINAZIONI
MONETARIE.
Si trattava cioè di sorreggere le esigenze immediate e tipiche delle imprese, il fabbisogno finanziario
derivante dalle attività ordinarie.
Per questo motivo, le banche che avessero svolto prevalentemente tale funzione vennero denominate
BANCHE DI CREDITO ORDINARIO.
Il processo ricordato garantiva anche la liquidità della banca.
Questo tipo di banca raccoglie mezzi a vista, e li impiega in operazioni A BREVE, CIOE’ CHE SI CONCLUDONO
SEMPRE IN TEMPI BREVI L’UNA DOPO L’ALTRA. E anche se la banca rinnova il credito all’impresa, lo riferisce
ogni volta a nuove operazioni e cicli, i quali anche loro sono destinati a concludersi poco dopo. Se la banca
avesse voluto, una volta ottenuti i rimborsi riferiti alle operazioni accettate, avrebbe potuto ridurre il credito
concesso, “rientrando” della liquidità prima defluita.

Con lo sviluppo delle operazioni di banca, si affermarono altri tipi di banche. Esse vennero denominate di
investimento o banche d’affari.
Si trattava di altri tipi di banche, interessate a raccogliere capitali all’ingrosso per investirli altrettanto
all’ingrosso:

- Concedendo prestiti a medio-lungo termine alle imprese, le quali li utilizzassero anche per
finanziare investimenti fissi e li rimborsassero gradatamente nel tempo
- Anzi investendo quali socie delle imprese stesse, apportando cioè quote di capitale delle quali si
aspettavano la valorizzazione.

Si forma un altro tipo di banca: la banca mista.


Da dove provenivano i capitali per finanziare le rivoluzioni industriali?
Si trattava di trovare istituzioni finanziarie che potesse convogliare ingenti capitali nelle nascenti imprese e
settori industriali: ciò avvenne secondo il modello della banca mista la quale congiungeva le funzioni della
banca di credito ordinario a quelle della banca di investimento.
La banca mista non solo finanziava le imprese con il credito ordinario: essa le finanziava anche a medio-
lungo termine, anzi ne diventava azionista e contribuiva a governarle anche fondendole e sviluppandole,
infine le assisteva in tutti i loro fabbisogni e funzioni finanziarie.

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La banca mista congiungeva così i due ruoli antitetici del creditore e dell’azionista.
La banca infatti era azionista di un’impresa di cui conosceva dall’interno tutte le situazioni:

- Come creditore poteva valutare i fabbisogni dell’impresa, come azionista poteva soddisfarli se
necessario
- Come azionista poteva orientare la gestione e, se necessario, farle ottenere i finanziamenti che essa
stessa avrebbe erogato.

In realtà la storia della banca mista è risultata problematica.


In periodi di prosperità la banca era creditrice di imprese di sviluppo e solide.
In periodi di crisi:

- La banca, come creditore, avrebbe desiderato che gli azionisti apportassero capitali, ma la banca
stessa era restia a farlo, data la crisi
- La banca, come azionista, avrebbe desiderato disinvestire e recuperare i propri investimenti, o
dismettere l’attività, cosa che non poteva fare per non mettere a rischio i creditori, cioè sé stessa.

3.3. LE COMBINAZIONI PRODUTTIVE DELL’IMPRESA BANCARIA E LA CHIUSURA DEL CIRCUITO CREDITIZIO

Dal punto di vista aziendale, l’azione della banca può venire interpretata secondo due teorie, la prima, la
banca quale azienda di credito, la seconda, la banca quale emittente di circolazione e artefice del credito
all’economia.
L’immagine-tipo della banca e del suo operare è di norma come segue:

1. La banca raccoglie depositi in forma monetaria da famiglie, imprese e aziende territoriali


2. Tramite i depositi raccolti, la banca concede crediti a imprese, aziende territoriali e famiglie

Tale immagine consente di comprendere alcune definizioni di banca tipo:

- Banca di deposito
- Azienda di credito
- Intermediario finanziario

La banca dunque raccoglie risparmio di tutti i tipi di aziende, specialmente nella forma di depositi, e li
remunera sostenendo prezzi-costo.
Essa poi impiega i fondi depositati dalle aziende “in esubero di liquidità” per effettuare prestiti alle aziende
richiedenti, soprattutto imprese, ma anche aziende familiari: da tali impieghi ottiene prezzi-ricavo.

Ecco per quale motivo essa è nel contempo i) banca di deposito, ii) azienda di credito, iii) intermediario
finanziario fra aziende che desiderano depositare liquidità, e altre che la richiedono per meglio svolgere le
proprie combinazioni produttive.

C’è un’altra importante caratteristica-tipo.


Se i depositi sono raccolti in conto corrente, è possibile per il depositante trarre assegni dalla banca stessa,
utilizzabili quali mezzi di pagamento.
La banca, cioè, fa circolare quale mezzo di pagamento la propria moneta.

La banca ha finora effettuato le azioni ed ha ottenuto gli effetti seguenti:

a. Ha concesso credito all’impresa


b. Le ha consentito di espandere il suo giro d’affari
c. Ha fatto circolare la propria moneta sostitutivamente rispetto alla moneta divisionale, ma non ha
sostenuto uscite finché l’assegno non sia presentato per l’incasso

La banca non solo ha fatto circolare la propria moneta, ma


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d. Al versamento dell’assegno ha chiuso il circuito, cioè concesso credito, fatta circolare la propria
moneta, e ciò senza alcun esborso da parte sua.

Riguardo alla banca quale artefice e fautrice della funzione creditizia, deve cercare di avere fra i propri clienti
aziende che siano in affari tra loro, in modo che la parte del movimento finanziario fra di esse che passa per
il suo tramite, si svolga tutta senza movimentazione effettiva di fondi, ma soltanto per via di regolamenti
scritturali.
La banca cerca di suscitare imprenditorialmente iniziative di raccolta, di finanziamento, di investimento nel
senso inteso, con duplice obiettivo ricordato di:

- Circolazione della propria moneta bancaria in sostituzione della circolazione statale


- ‘chiusura del circuito’ creditizio, con impegno minore o minimo possibile di liquidità propria

4. L’ECONOMIA DELL’IMPRESA ASSICURATRICE

4.1. NOTE STORIOGRAFICHE: DAL MEDIOEVO, LE ASSICURAZIONI

Le prime forme di assicurazione rimontano all’antichità orientale e romana.


L’assicurazione quale fatto economico tipico nasce in realtà con le assicurazioni marittime delle repubbliche
marinare, si radica a Genova, e di qui si diffonde poi alle nazioni del Nord.
La grande diffusione delle assicurazioni avviene in queste ultime, dopo l’invenzione della Società per Azioni
che consente la delimitazione dei rischi, dalla fine del secolo XVII al XIX.

4.2. IL RISCHIO NELLE AZIENDE FAMILIARI, DI PRODUZIONE, TERRITORIALI

L’attività economica delle Famiglie, delle Imprese, della Pubblica Amministrazione si svolge nel tempo e
nello spazio, cioè nell’economia dinamica.
Questa presenta una quantità di variazioni negative i) accidentali e fortuite, ii) oppure dovute a illeciti
comportamenti altrui, le quali possono influenzare negativamente i valori di reddito e di capitale
danneggiandoli:

1. Malattie fino all’invalidità, decessi in età lavorativa, incidenti di trasporto


2. Truffe, furti, rapine, rapimenti, incidenti

Definiremo le une e le altre sinistri.


Tutti gli operatori economici quindi corrono rischi e sono esposti a sinistri.
L’assicurazione è una serie di disposizioni economiche basate sulla mutualità, con lo scopo di coprire
BISOGNI EVENTUALI, valutabili, di beni:

- I “bisogni di beni” sono riferibili alle varie forme economiche di risarcimento


- Sono eventuali giacché, in assenza di sinistro, potrebbero non manifestarsi mai
- Devono essere valutabili nel senso che agli stessi è stato attribuito un valore convenzionale
- “disposizioni economiche” fa riferimento alle prestazioni contrattuali contrapposte dell’assicurato e
dell’assicuratore
- “basate sulla mutualità” poiché divengono percorribili ove intere popolazioni concorrano ad
assicurarsi, così attuando in pratica la “legge dei grandi numeri”

Le aziende familiari
Le aziende familiari affrontano taluni rischi connessi in generale alla proprietà, nonché gli altri ricollegabili al
comportamento dei propri componenti. Possono assicurarsi contro le conseguenze economiche di quelli.
Le aziende familiari sopportano poi altri rischi, connessi alla morte dei genitori, e possono dunque
assicurarsi contro le conseguenze economiche degli stessi.

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Le aziende di produzione e territoriali


Le aziende di produzione possono-debbono assicurarsi contro gli incendi, i danni, i furti, gli allagamenti, e
inoltre per i comportamenti eventualmente dannosi propri e dei propri dipendenti.
Le imprese industriali possono-debbono ampliare tali assicurazioni soprattutto per quanto concerne i) danni
potenziali speciali che esse possano causare a terzi, danni biologici e ancoro danni biologico-ambientali, ii)
rischi catastrofali in cui esse possano incorrere.

Una differenza fondamentale distingue le imprese di produzione. Esse si immettono sui mercati per
acquistare fattori produttivi, fonderli tramite la gestione, e offrire alla clientela potenziale beni economici.
Esse dunque sopportano tutti i rischi di gestione connessi.

La produzione di redditi è rischiosa: è questo un rischio di impresa che non può venire assicurato i) perché
rappresenta la natura propria dell’operatore economico impresa, natura che altrimenti verrebbe meno, ii)
perché verrebbe a proteggere gli sfortunati, ma soprattutto gli incapaci, iii) perché non è riconducibile a
distribuzioni statistiche trattabili con il metodo attuariale.

A parte le assicurazioni obbligatorie, per le volontarie tutto dipende dal grado di avversione al rischio dei
singoli. Si tratta in realtà di un insieme di fattori composti, che pare opportuno distinguere:

- Percezione del rischio, cioè coscienza del fatto che eventuali sinistri potrebbero danneggiare beni o
persone
- Valutazione del rischio, cioè stima della probabilità che il sinistro si manifesti, e inoltre delle
conseguenze economiche dello stesso
- Propensione alla copertura contro gli eventi rischiosi o, all’opposto, disponibilità alla auto-
assicurazione, cioè a sopportare direttamente le negative conseguenze economiche
- Individuazione della forma di copertura
- Riesame periodico delle coperture effettuate e della loro convenienza percepita

Si tratta di forme di risparmio assicurativo, le quali possono compensare il “danno emergente” o il “lucro
cessante”, oppure convertirsi nel pagamento continuo e quasi senza fine di “costi di copertura” senza
ritrarne vantaggio alcuno, se non la tranquillità derivante dal sapersi assicurati.

4.3. RISCHI ASSICURABILI E NON ASSICURABILI. TRASFERIMENTO E COPERTURA ECONOMICI DEI RISCHI
ASSICURABILI, L’ASSICURAZIONE

Occorre riflettere alle due popolazioni:

a. Il pubblico generale, che sopporta potenzialmente rischi e la loro effettiva manifestazione, i sinistri
b. Gli assicuratori, che accettano di risarcirli dal punto di vista economico

Per quanto riguarda il pubblico generale, cioè la collettività, esistono in essa individui dal carattere e
dall’atteggiamento differenziato.
Gli uni e gli altri valutano quindi ciascuno a suo modo il premio, l’importo fisso da pagarsi annualmente per
venire protetti da un qualche rischio. Poi lo ponderano per la probabilità secondo cui pensano che il rischio
possa manifestarsi, infine confrontano tale insieme con il grande importo che essi sperano di ottenere nel
caso il sinistro si manifesti.

Il plesso economico per l’assicurato è dunque:


VERSAMENTO ATTUALE  RISARCIMENTO EVENTUALE FUTURO DALLA COMPAGNIA.

Per quanto riguarda gli assicuratori, essi si trovano di fronte a due diverse categorie di rischi,
rispettivamente non assicurabili e assicurabili:

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- I primi sono rischi imprevedibili, dalle conseguenze economiche talmente ingenti, che nessuno
accetterebbe di farsene carico, a qualunque prezzo
- I secondi esprimono una gradazione di rischi minori sia come importo del risarcimento sia come
probabilità di manifestazione ove riferiti a grandi popolazioni

Gli assicuratori si limitano dunque a questi ultimi.


Essi i) selezionano i rischi, ii) stimano i risarcimenti che dovrebbero corrispondere nel caso di sinistro, iii)
calcolano i premi che desiderano incassare. Il plesso economico per l’assicuratore è:

RACCOLTA DI VERSAMENTI ATTUALI  RISARCIMENTI EVENTUALI FUTURI AGLI ASSICURATI.

4.4. GLI ATTORI DELLA FUNZIONE ASSICURATIVA: LE COMPAGNIE DI ASSICURAZIONE QUALI


INDENNIZZATRICI SISTEMATICHE DI RISCHI ALTRUI. LE ASSICURAZIONI-VITA E LE ASSICURAZIONI-DANNI.
LA RIASSICURAZIONE NELLE SUE FORME E IL “PIENO DI CONSERVAZIONE”

Il desiderio di assicurarsi e la disponibilità di assumersi gli effetti economici dei sinistri, consente la nascita
dei mercati assicurativi.
Il primo è comprensibile.
Il secondo è da spiegare. Assicurare una sola persona contro il rischio-morte può risultare altamente
rischioso; assicurarne due, duecento, duecentomila risulta meno rischioso. Altrettanto per l’assicurazione di
un danno singolo. Vi è dunque:

i. In primo luogo la diminuzione del rischio totale al crescere del numero dei rischi accettati, cioè della
popolazione assicurata
ii. In secondo luogo la diminuzione del medesimo rischio quanto più i rischi accettati risultino
inversamente correlati

Tali due leggi danno luogo alla assicurabilità dei rischi.


Questa ultimi assicurabilità, unita al desiderio pubblico di assicurarsi, consente la nascita economica delle
imprese e dei mercati assicurativi.
Vi è dunque da un lato un insieme di soggetti disposto ad effettuare pagamenti limitati per proteggersi dal
manifestarsi futuro di rischi ottenendo, nel caso di sinistro, un qualche ampio indennizzo o rimborso:

premio = pP + qCGEN

formula 1

dove la formula 1 spiega che il premio, importo fisso di ammontare contenuto annualmente o per frazioni di
anno, corrisponde:

- Alla perdita assicurata P


- Moltiplicata per p, la sua probabilità di verificarsi
- Più qCGEN, una quota dei costi generali dell’impresa

Vi è dall’altro lato un insieme di soggetti-imprenditori che accettano di assicurare tali rischi, raccogliendo
quei pagamenti e preparandosi a effettuare in futuro i corrispondenti risarcimenti a chi abbia subito un
sinistro.
Una condizione di equilibrio si impone a tali imprese: che l’insieme dei premi raccolti consenta di coprire
l’insieme dei risarcimenti, i costi generali dell’impresa.
Per l’assicuratore si pongono due problemi:

a. La funzione-tempo
b. La ripartizione dei rischi

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Si tratta dei due problemi seguenti:

a. Per quanto riguarda l’assicurato singolo, l’impresa dovrebbe poter aver il tempo di accumulare una
serie sufficientemente ampia di premi annuali prima di dovergli corrispondere l’eventuale
risarcimento, altrimenti quella serie potrebbe essere inferiore rispetto alle somme da lui versate
b. Occorre che l’impresa assicuratrice raccolga rischi in modo che essi:
1. Si compensino il più possibile fra loro in quanto appartenenti a “classi di rischio” inversamente
correlate
2. Siano in numero più ampio possibile, così potendo applicare i principi della legge dei grandi
numeri

Ecco perché risulta fondamentale in campo assicurativo la legge dei grandi numeri. Essa dice che,
all’aumentare all’infinito di una popolazione, la probabilità del verificarsi di uno specifico evento casuale per
tutta la popolazione è asintotica allo zero, cioè tende ad annullarsi.

Le imprese di assicurazione possono a propria volta essere più o meno propense al rischio. A seconda di tale
propensione:

- Alcune saranno disposte a tenere presso di sé tutti i rischi che hanno assicurato
- Altre assicureranno sé stesse, trasferendo in vario modo e misura una parte dei rischi che hanno
assicurato

Alcune tengono tutti i premi incassati dopo aver selezionato i rischi, investono tali risorse, e si dispongono a
risarcimenti maggiori o minori. Altre imprese di assicurazione preferiscono retrocedere ad altre imprese di
assicurazione una parte dei premi incassati ma anche parte dei rischi potenziali incombenti.
Le prime, che “tengono tutto in casa” si dice abbiano un largo pieno di conservazione, cioè di conservazione
dei rischi accettati.
Le seconde hanno un minore pieno di conservazione, la cui proporzione è una scelta strategica. Queste
risultano meno propense a “tenere tutto in casa”: evitano parte dei rimborsi, ma debbono retrocedere la
parte corrispondente dei premi incassati. Essi assicurano dunque a sé stesse:

 In proporzione
 Per eccedente

Esse dunque cedono la parte corrispondente dei premi incassati, ma sanno nel contempo che verranno a
propria volta in parte risarcite dei pagamenti che dovranno effettuare per i sinistri verificatisi, risarcite in
modo simmetrico, oppure solo per i grandi risarcimenti eccedenti una certa soglia.
Le compagnie di assicurazione che assicurano compagnie di assicurazione sono denominate imprese di
riassicurazione.
Le grandi imprese assicuratrici, sempre con l’obiettivo di smussare-diversificare i rischi assunti, eserciscono
nel contempo tutte le funzioni assicurative attive e passive. Esse cioè:

a. Raccolgono premi assicurando clienti


b. Cedono in riassicurazione una parte dei rischi sottoscritti, attuando così una riassicurazione passiva
che limita i rischi di cui al punto a.
c. Nel contempo assumono altri rischi in riassicurazione, esercitando così la riassicurazione attiva.

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CAPITOLO UNDICESIMO

L’ORGANIZZAZIONE INTERNA DELLE IMPRESE E DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

1. INTRODUZIONE

Le aziende sono sistemi, cioè insiemi di elementi connessi, interagenti, finalizzati. Tali elementi sono
soprattutto personali, economici e affettivo-relazionali nella Famiglia; personali, economici, tecnici,
informativi e organizzativi nell’Impresa; personali, economici, giuridici e politici nello Stato e nelle sue
partizioni.
Essi risultano poi:

 Connessi, cioè intrecciati e reciprocamente vincolati nella costituzione stessa del sistema
 Interagenti, cioè il cui funzionamento si riflette su tutti gli altri, dunque sul funzionamento
dell’intero sistema
 Finalizzati, cioè orientati al fine-obiettivo per il quale l’azienda è istituita

Poiché gli elementi sono connessi e interagenti, molto contano l’efficienza e l’efficiente collegamento di
ciascuno di essi, giacché un elemento malfunzionante riflette le proprie manchevolezze su tutti gli altri,
dunque sull’intero sistema.
Oltre alla connessione e all’interazione, conte infine la teleologia, cioè il grado di finalizzazione agli obiettivi
propri dell’azienda. Esiti ben differenti possono derivare da una maggiore o minore tensione a un fine e ai
suoi obiettivi particolari. La finalizzazione dipende dall’aggregato, ma poi soprattutto dalle persone alla
guida dello stesso. Se cioè importante risulta l’efficienza quale pre-requisito, altrettanto e ancor più
risultano le direzioni verso le quali l’efficienza in parola viene indirizzata. L’adeguato raggiungimento degli
obiettivi prefissati viene denominato efficacia.
Il tema che precede facilmente richiama alla mente il concetto di sfida maggiore o minore alla quale la
Famiglia, l’Impresa, lo Stato sono sottoposti ogni giorno.
Le sfide sono ovvie e fatali nello svolgimento dell’esogeneità dinamica: occorre pertanto alle Famiglie-
Imprese-Stato di predisporvisi anticipatamente anche perché solo i) affrontare le sfide, e superarle, rafforza
le capacità delle persone-Famiglie-Imprese-Stati, ii) sopravvivono solamente gli enti che le sfide sono riusciti
a superarle. Occorre pur ammettere che possono esistere eventi drammatici e di gravità crescente i quali
rallentano o impediscono di proseguire nel proprio cammino si sviluppo.
Ma se quanto precede è vero, noi stiamo allora parlando anche indirettamente di come gli elementi del
sistema vi vengono avvinti e racchiusi, cioè del principio di organizzazione, in dipendenza del quale un
sistema può appunto risultare più o meno efficiente, più o meno efficace.
Organizzazione significa disposizione e coordinamento di elementi in modo da raggiungere un fine. E
siccome le aziende sono costituite di elementi, e sono finalizzate, esse vanno appunto organizzate
internamente.
Ciò vale già per le aziende familiari, alcune delle quali possono risultare complesse se numerose, o se nel
contempo esercenti un’attività economica in proprio.
Ciò vale nel senso strutturale soprattutto:

1. Per le aziende territoriali, le quali debbono organizzarsi internamente per poter raggiungere in
modo ottimo i fini pubblici loro assegnati
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2. Per le imprese di ogni tipo, le quali debbono organizzarsi internamente per poter raggiungere in
modo ottimo i fini economici loro propri di produttrici sistematiche di redditi e di capitali

Per organizzazione interna si intende quindi:

a. L’intera configurazione organizzativa: organi, struttura, persone, connessioni funzionali e


gerarchiche, stili di direzione, ordinamenti di organico e di carriera, processi, Valori e cultura
b. L’architettura definita dai suoi organi e dalla connessione degli stessi
c. Dunque le modalità organizzative tramite le quali si svolge la sua gestione

“Organizzazione” in senso assoluto fa dunque riferimento agli elementi e organi dell’azienda per conformarli
in un dato assetto organizzativo e per definire le modalità di collegamento funzionale tramite il
coordinamento direzionale, gerarchico, informativo, amministrativo.
Complessità organizzativa significa compresenza di una molteplicità di attività-funzioni, da gestirsi tutte nel
medesimo insieme.

2. L’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO DIRETTIVO, IMPIEGATIZIO, OPERAIO: BESTA, TAYLOR, BERNARD

2.1. INTRODUZIONE

L’attività produttiva organizzata data dall’antichità classica, e sin dall’antichità veniva svolta per il tramite:

a. Della specializzazione dei compiti


b. Del coordinamento delle funzioni
c. Della guida imprenditoriale e direzionale

Tutte le lavorazioni venivano suddivise fra gli operatori in maniera che si potesse dar vita, in capo al singolo
oggetto, a competenze sempre maggiori nell’ambito definito.
Di mano in mano che proseguiva la specializzazione, risultava opportuno che aumentassero e migliorassero
le funzioni di coordinamento, proprio per raggruppare, riunire e orientare le singole fasi in cui il processo
era stato suddiviso.
La descrizione minuta dei casi li vede poi da sempre articolati su queste basi: specializzazione,
coordinamento, direzione.
Nel corso dell’Ottocento, con l’introduzione sempre più estesa del lavoro di fabbrica, si inizia il problema
dell’organizzazione sistematica del lavoro stesso, da suddividersi in funzioni molteplici, ciascuna di queste
da articolarsi poi al proprio interno a seconda delle dimensioni, e della complessità.
Nascono così i problemi organizzativi:

a. L’organizzazione del “lavoro di fabbrica”, cioè delle mansioni produttive svolte negli stabilimenti di
produzione fisico-tecnica
b. L’organizzazione del lavoro impiegatizio, nelle imprese di qualsivoglia settore e comparto
c. L’organizzazione del lavoro direzionale

a. L’organizzazione del “lavoro di fabbrica” risultò ovviamente cruciale dal punto di vista produttivo,
organizzativo e gestionale, ma esercitò non di meno potenti influssi sugli operai, sulle loro condizioni di
lavoro, sull’economia delle loro aziende familiari, sull’economicità delle aziende di produzione.
Questo problema attraversa tutto l’Ottocento, in particolare con la prima e la seconda rivoluzione
industriale e si esprime principalmente:

 Nelle modalità organizzative dei processi produttivi a livello di impianto, reparto, stabilimento
 Nei problemi delle condizioni del personale di stabilimento, dei principii e delle strutture retributive,
della durata della settimana lavorativa

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Se dalla seconda metà dell’Ottocento si addivenne alla diminuzione della durata della settimana lavorativa e
a condizioni organizzative migliori anche nelle imprese che già non vi avessero provveduto autonomamente,
con i primi anni del secolo XX la questione venne tuttavia posta in modo differenziato.
Occorre riflettere al fatto che la grande impresa manifatturiera aveva dovuto già da tempo porsi il problema,
dato che essa superava la dimensione del 10.000 dipendenti già prima del 1914. È infatti la situazione
statunitense di inizio XX secolo che consente la “rivoluzione del taylorismo” la quale ne rafforzerà
largamente l’efficienza e l’efficacia.

2.2. TAYLOR E IL TAYLORISMO

Taylor era un ingegnere che lanciò l’organizzazione scientifica del lavoro, cioè un organizzazione suddivisa e
ripartita in una quantità estrema di operazioni elementari, semplici e specifiche, tutte ripetibili in modo
sempre più perfezionato, dunque con vantaggi sia produttivi sia economici.
La premessa da cui Taylor muoveva era che, applicando il metodo scientifico allo studio del problema
organizzativo, si sarebbe potuto ottenere la “soluzione ottimale”. Questa sarebbe risultata neutrale cioè
oggettiva, dunque né favorevole né contraria ad alcuno. Adottare soluzioni ottimali sarebbe allora risultato
dovere collettivo, proprio a causa della loro ottimalità; esse inoltre, consentendo progressi tecnico-
produttivi, avrebbero consentito nel contempo progressi economici per l’intera società. In sostanza vigevano
in quella visione del mondo le due seguenti connessioni bi-univoche:

efficienza produttiva (ed economie di scala)  riduzione dei prezzi dei prodotti

massimizzazione della produttività  prosperità collettiva

Taylor suggerisce di fondarsi su 4 principi fondamentali:

1. Studio scientifico dei metodi per organizzare al meglio il lavoro produttivo, dunque per
standardizzarne i tempi e la strumentazione
2. Individuazione dei criteri ottimi di selezione ed addestramento della manodopera
3. Distribuzione equilibrata del lavoro e delle responsabilità in modo che i ritmi potessero venire
mantenuti anche per anni, con articolazione dei rapporti gerarchici di stabilimento sulla base di
“responsabili funzionali”, principali fra i quali i) i capisquadra, e poi gli addetti, ii) agli ordini di lavoro
e ai cicli, iii) ai tempi e ai costi, iv) alla velocità di esecuzione
4. Collaborazione fra direzione e manodopera al fine della trattazione-soluzione dei problemi

Taylor riconduceva in fondo a un modello organicista di società, il quale, radicato nella socializzazione del
lavoro, si svolgeva poi nell’apprendimento organizzativo regolato dalla meritocrazia, certo nell’ambito di
una struttura funzionale e gerarchica definita da taluno controllo sociale.
In precedenza, le lavorazioni erano svolte dagli operai attorno al prodotto, il quale veniva poi trasferito al
reparto successivo, ove nuovamente gli addetti vi si univano o alternavano attorno per lavorare al
completamento di fase. Con l’innovazione citata, che consentì di ridurre i tempi di produzione di
un’automobile da 12 ore a 1 ora, e i diffuse poi in tutto il mondo, gli operai erano tendenzialmente fissi nella
“postazione di lavoro”, mentre le linee di montaggio spostavano il prodotto nelle sue fasi progressive di
formazione, montaggio, finitura.
Le operazioni erano ripetitive, semplici, talora atomistiche, e consentivano una maggiore efficienza anche
ad addetti mediamente specializzati, o non specializzati. Tali modalità si diffusero più rapidamente di quanto
non si immagini nelle nazioni industrializzate, soprattutto nei settori che più facilmente lo consentivano,
anche per i movimenti culturali internazionali, tutti tesi alla organizzazione scientifica del lavoro.
Si verificarono in alcuni casi modalità iper-efficienti di organizzazione dei processi produttivi, modalità che,
mentre in alcune nazioni orientali funzionarono sostanzialmente senza problemi sin verso la fine del secolo
XX, nelle nazioni occidentali crearono insofferenze crescenti da parte degli addetti a muovere dagli anni ’60
del secolo XX. Il problema sarebbe stato infine indirettamente risolto grazie ai processi di automazione
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prima elettromeccanica poi elettronica, fino all’attuale funzionamento automatico a base informatica il
quale richiede una maggiore qualificazione media degli addetti.
Taylor riguarda in realtà l’intera organizzazione del lavoro d’impresa, dunque sia la burocrazia operaia sia la
impiegatizia, le procedure lavorative come le decisionali. La specializzazione del lavoro deve riguardare
anche queste, al fine di disciplinare l’ingolfamento decisionale.
Taylor suggerisce una struttura gerarchica la quale, assegnando compiti e funzioni a responsabili intermedi,
consenta i) il trattamento specializzato dei problemi, ii) l’istruzione e il filtro delle pratiche, per rinviare ai
livelli superiori solamente i problemi via via più rilevanti cui provvedere, iii) e consentire infine a dirigenti-
direttori-imprenditori di concentrarsi sui problemi nodali, applicando il “principio di eccezione”.

2.3. FAYOL, BARNARD, SIMON

L’organizzazione del lavoro impiegatizio aveva avuto illustri precedenti nelle tradizioni burocratiche cinese,
nella grande burocrazia austro-ungarica, e prima ancora nella efficiente e concreta burocrazia della
Repubblica di Venezia. Si svilupparono funzioni del lavoro impiegatizio in campo aziendale.
Così il lavoro amministrativo tese a modellarsi sull’esecuzione efficiente del compito: si trattava di
individuare problemi pratici; di designare responsabili o uffici che li potessero trattare in modo cartaceo
rendendosene responsabili; di realizzare un percorso organizzativo-informativo che cooperasse
adeguatamente alla gestione. L’obiettivo era di registrare, informare, predisporre ed eseguire in tempi rapidi
e in modo conforme agli obiettivi d’impresa e alle loro esigenze di tempi e di contenuti.
Il problema nelle imprese si connota con particolari accenti di tensione al fine della redditività, dunque agli
obiettivi particolari in cui esso si traduce, e che d’altra parte lo realizzano. Se nelle prima trattazioni
organizzative l’accento era posto sull’esecuzione efficiente dei compiti e sull’efficienza del processo, i
contributi successivi tesero poi a porre in rilievo i ruoli personali, le motivazioni, e in generale l’azione
personale individuale ma soprattutto collettiva.

FAYOL si propone quale obiettivo di dar vita all’impresa organizzata, cioè al miglioramento sistematico della
“macchina organizzativa” pubblica e privata. Questo giacché risultano cardine le seguenti funzioni:

1. Prevedere
2. Organizzare
3. Dirigere
4. Coordinare
5. Controllare

Egli precisa che “prevedere” non significa elaborare profezie, bensì “scrutare l’avvenire e prepararlo,
riducendo l’imprevedibile grazie alle capacità i) professionali dell’organizzazione, ii) di amministrazione e
gestione dell’imprenditore. Il tutto anche grazie ai principi seguenti:

a. Autorità e unità di direzione e di comando


b. Divisione del lavoro
c. Catena di comando gerarchica, con rispetto della disciplina
d. Subordinazione dell’interesse individuale all’interesse generale

Le riflessioni di BARNARD consentono di abbandonare il meccanicismo tendenzialmente rigido di Taylor e


Fayol, annotando in particolare:

 Che le organizzazioni formali sono fatalmente indotte al continuo riadeguamento dei fini
 Che rilevano dunque in primo luogo le informazioni; in secondo luogo, in tutti casi in cui il quadro
non risulti sufficientemente definito, oltre all’approccio “puramente logico” rileva anche il momento
tecnicamente intuitivo

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 Pallino che inoltre le organizzazioni in parola risultano anche distoniche, giacché non sempre vi
prende corpo la cooperazione progettuale e finalizzata che dovrebbe risultarne l’anima, animare la
gestione, e condurre il sistema-azienda al raggiungimento dei propri fini
 Pallino che rileva dunque il sistema di incentivi per mezzo dei quali motivare il personale, ma non di
meno il ruolo dell’autorità.

SIMON, una volta radicato nell’intero processo decisionale il fondamento della gestione, ricorda a tutti noi
che nelle organizzazioni:

1. Gli individui non operano con razionalità olimpica, bensì con razionalità limitata, cioè con tutti i
limiti che derivano dalla mancanza di informazioni, dalla inadeguatezza delle stime, dall’ignoranza
dei precisi svolgimenti futuri, dai condizionamenti soggettivi e oggettivi
2. Gli individui compiono quindi non scelte “ottime” o “perfette”, bensì meramente soddisfacenti.

Con il formarsi dello Stato moderno, l’organizzazione del lavoro direzionale diviene via via più complessa, e
registra il moltiplicarsi e diversificarsi delle operazioni: ciò vale nelle citate burocrazie pubbliche, e parimenti
nelle imprese.
In queste nasceva così il momento organizzativo dell’intera attività di trasformazione fisico-tecnica, cioè il
parallelo cartaceo-decisionale che esprime e accompagna le funzioni acquisti, trasformazione, vendite.
Aumentano così la dimensione degli organi, aumenta il numero e la specializzazione degli stessi. Attività e
compiti nuovi vengono in campo, nuove procedure formali vengono introdotte, cosicché la tendenza
procede verso la crescita del lavoro impiegatizio nonché la maggiore qualificazione scolastica e
professionale di tutti gli addetti.

Si tratta di ruoli direttivi-direzionali sempre maggiori, dunque delle figure professionali sempre più
necessarie per trasmettere-attuare scelte e decisioni d’impresa, e talora per formularle.

2.4. LE FUNZIONI MANAGERIALI, E L’AVVENIRE DEL SISTEMA DOPO BERLE E MEANS E LO SCHUMPETER
DEL CAPITALISMO, SOCIALISMO E DEMOCRAZIA

Nascerà quindi, negli Stati Uniti d’America, lo studio delle figure direzionali intermedie fra imprenditore-
proprietario e classe impiegatizia, gli executives responsabili di servizi e funzioni.
Barnard ci ricorda che, nell’esecuzione delle direttive, possono esservi zone di indifferenza, cioè margini per
l’esecuzione degli ordini in modo assolutamente tempestivo e preciso o meno. Rileva quindi la natura
dell’autorità che quelle direttive emana.
Il problema era strutturale, anzi sistematico.
Ormai da decenni i processi di crescita dimensionale delle imprese avevano portato con sé il crescere della
complessità, il moltiplicarsi delle funzioni e dei ruoli. Era dunque in corso un rilevante mutamento
strutturale, il ridursi o quasi lo scomparire della proprietà, e dell’imprenditore-proprietario rispetto, da un
lato a intere classi di dirigenti e direttori, dall’altro all’azionariato diffuso.
Sin dalla fine dell’Ottocento, negli Stati Uniti d’America e in Germania, stavano manifestandosi due
fenomeni contemporanei dall’effetto combinato:

 La differenziazione delle funzioni direttive data la nuova dimensione e complessità delle


organizzazioni economiche, dunque i nuovi e più ampi fabbisogni di gestione e di coordinamento
 La polverizzazione della proprietà azionaria

Il punto era già stato anticipato da Marx e da Schumpeter. Il primo vedeva il declino della proprietà solo
come tappa intermedia e fatale dell’atteso crollo del sistema di libero mercato; il secondo si dimostrava
scettico sulla sopravvivenza innovativa, originale e tenace dell’impresa e dell’imprenditore-innovatore
rispetto alla marea montante delle masse, dei governi di sinistra, infine del generale sfavore con cui si
sarebbe guardato il libero mercato, l’impresa privata.
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Il tema era poi stato interpretato da autori come Berle e Means che annotano che:

1. La proprietà azionaria si è polverizzata, e queste migliaia di piccoli azionisti costituiscono


sostanzialmente una proprietà passiva
2. Il controllo effettivo è quindi sostanzialmente transitato dagli azionisti ai dirigenti e direttori e ai
consiglieri di amministrazione
3. Si determinano così interessi divergenti fra gli azionisti e il management, interessi che questi ultimi
tendono a gestire a proprio vantaggio, indipendentemente dai primi
4. Questa contrapposizione diviene in sostanza un conflitto sia strutturale sia pratico-giuridico relativo
alle principali scelte strategiche dell’impresa.

Si addiviene così i) al generale riorientamento dell’impresa quale istituzione, ii) al mutamento sistematico
dei suoi obiettivi rispetto a quando l’imprenditore-proprietario accentrava in sé utili e perdite, crediti e
debiti, iii) alla concentrazione del potere economico in un numero ristretto di individui o i pochi del tutto.
Il tema è di rilievo costitutivo sia per quanto concerne l’Economia azinedale, sia più ampiamente in
relazione alla struttura e alla dinamica della società, alle civiltà industriali, e in fondo all’avvenire del mondo
“civilizzato”. Tanto rilevante il tema, che il processo è stato descritto come l’avvento di una “mano invisibile”
a sostituire la “mano invisibile” di Smith: non più, dunque, i mercati i quali più o meno si autoregolino, bensì
mercati animati e condotti da centinaia di migliaia di operatori che sono i veri demiurghi dei loro sviluppi,
concorrenze ed equilibri.
Al riguardo della distruzione creatrice di Schumpeter, occorre considerare alcuni fattori oggettivi:

 Il progresso tecnico continuamente innova: rinnova settori e altri nuovi ne inventa, con il declino
relativo delle grandi imprese dei settori “anteriori”, e graduale sviluppo dei successivi e delle
imprese che vi appartengono
 Per restare ai settori industriali si rifletta ad esempio all’evoluzione via via verificatasi negli ultimi
200 anni dalla siderurgia alla meccanica pesante dell’automobile; dal carbone al petrolio ecc.; tale
processo prende il nome di successione tra settori nella loro importanza relativa, o sinteticamente
circolazione dei settori, con i precedenti a perdere via via importanza relativa, e quelli ogni volta
nuovi a crescere di importanza assoluta, e relativa
 Altrettanto vale in campo bancario, assicurativo, finanziario, dei trasporti, dei servizi, con la nascita
di nuovi bisogni anche indotti, e l’individuazione di nuovi prodotti tesi a soddisfarli, dunque qui pure
con il rinnovarsi di tutte le imprese ed il nascere continuo di nuove
 Sempre nuove azioni si avviano alle “rivoluzioni industriali”, così transitando dai settori primari ai
secondari ai terziari
 Si rifletta ad esempio al tipico ciclo nazionale di ogni Stato, al suo crescere-svilupparsi-declinare
 Si rifletta a questa traslazione di assi dello sviluppo economico politico, con il generarsi e
l’ascendere di sempre nuove borghesia, e il declinare di altre, il tutto connesso all’ascesa e discesa
ciclica degli Stati di appartenenza

Per ambedue questi motivi, vi è un continuo processo di ascesa e discesa sociali, di passaggio da
occupazioni pastorali o contadine ad attività d’impresa, di borghesia piccola, media e infine abbiente, nel
generale processo di circolazione delle élites.
Questi sono i frutti della libertà di mercato e della libera impresa, le quali consento progressi materiali
ricordati grazie all’imprenditorialità che vi si esplica, grazie alle innovazioni e riduzioni dei costi unitari che
ogni giorno vi prendono corpo.

3. IL LAVORO NELLE ORGANIZZAZIONI: CONDIZIONI SOGGETTIVE E OGGETTIVE, FISIOLOGIA E PATOLOGIA

L’attività lavorativa è una delle forme di realizzazione della persona nella sua compiutezza, è un’attività di
crescita personale di tipo professionale, psicologico, interpersonale.

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Il lavoro può consentire la costruzione e il miglioramento progressivi dell’individuo, e nel contempo sia delle
organizzazioni lavorative in cui egli presta la propria opera, sia più ampiamente dell’intera società.
Il lavoro si sviluppa nell’ambito di organizzazioni, siano esse le imprese o le pubbliche amministrazioni.
Divengono allora rilevanti tre serie di fattori, i quali, interagendo, vengono poi a determinare le condizioni
di lavoro effettive. Tali fattori sono:

a. Gli elementi soggettivi


b. Gli elementi oggettivi
c. I Valori professionali e lavorativi

a. Per quanto riguarda gli elementi soggettivi occorre ricordare che lo svolgimento dell’attività lavorativa
consente:

 L’ottenimento di remunerazioni periodiche, definite, con diritto a trattamenti di fine-rapporto


 Lo sviluppo delle capacità professionali, della personalità
 Lo sviluppo di relazioni di relazionalità-socialità, e inoltre il “senso di appartenenza”
 L’eventuale crescita nel sentiero di carriera

b. Per quanto riguarda gli elementi oggetti occorre ricordare che l’individuo è normalmente prenditore di
condizioni, con limitata possibilità di negoziazione.
Le condizioni oggettive vengono dunque definite dall’azienda quando essa progetta la struttura
organizzativa. Esse riguardano:

 Il contenuto dell’attività lavorativa


 Le condizioni generali e particolari di lavoro
 L’ordinamento retributivo e di carriera
 I processi organizzativi

c. Per quanto riguarda i Valori che determinano le attività lavorative, occorre riflettere ai Valori quali “visioni
del mondo” che orientano gli individui, le imprese, e prima ancora la società nella sua interezza.
Si tratta in realtà di condizioni riconducibili a tre categorie principali:

 Valori generali della società


 Valori personali dell’individuo
 Valori della singola organizzazione come sistema

Queste categorie possono venire improntate a Valori, i quali, interagendo, realizzino progressivamente il
miglioramento individuale, aziendale e collettivo.
Gli individui mireranno alla costruzione del Sé, le organizzazioni a valorizzare i migliori mentre cercheranno
di esplicare al meglio le proprie funzioni, la società in generale all’incivilimento, al miglioramento pubblico e
collettivo favorendo nel contempo la crescita degli individui e delle organizzazioni.
È noto che nelle società contemporanee si diffondo dis-valori. Può dunque avvenire che la costruttività sia
propria della società ma non in ogni sua epoca, e che il miglioramento aziendale e collettivo sia raffrenato
non solo all’epoca e dai suoi eventuali dis-valori, ma anche dal pullulare di individui che conformino i propri
comportamenti a meri interessi anche prevaricatori e anti-giuridici.

Giocano un ruolo rilevante le imprese e le aziende territoriali e le modalità della loro organizzazione interna.
Il singolo individuo è di norma oggetto e non soggetto, prenditore e non datore di condizioni. Egli può
contribuire a operare in modi fisiologici o viceversa patologici.
Nelle aziende territoriali e nelle imprese lo svolgimento concreto delle scelte anche organizzative, in
sostanza i processi amministrativi, può venire improntato alla fisiologia o alla patologia.
Rientrano nel primo caso l’orientamento degli individui all’apprendimento e allo sviluppo personale, la guida

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che fonde autorità e autorevolezza, la motivazione a Valori e obiettivi, la cooperazione intra-organizzativa.


Rientrano nella patologia i casi noti del disinteressa alle persone, all’apprendimento, allo sviluppo; la guida
egoistica o incompetente, fondata sulla sola autorità; la gestione giornaliera o improvvisata; il diffondersi di
fini o obiettivi personali; le scelte errate. Ne derivano le carriere fondate sulle amicizie e sui favoritismi, e a
livello collettivo, il malessere organizzativo, la concorrenza e il conflitto interni. Si sviluppano in questi casi
piccole o grandi “strutture di potere”, note a tutti perché denominate alleanze, cricche, cordate.
Ai fini dunque del suo sviluppo, fondamentale risultano “i Valori della singola organizzazione come sistema”.
Anche le organizzazioni economiche risultano permeate di valori professionali, economici, e più
ampiamente sociali e organizzativi; si dice di “cultura e mentalità organizzativa”.
E come si distinguono imprese più o meno innovative, così esistono organizzazioni-impresa e organizzazioni-
aziende territoriali nelle quali rilevano la correttezza interpersonale nonché con le controparti contrattuali, il
rispetto delle gerarchie e delle funzioni, lo sviluppo armonico degli individui e dei processi; ed altre in cui
regnano il raggiungimento meramente materiale degli obiettivi.
Le organizzazioni del primo tipo orientano l’individuo verso la auto-realizzazione propria e matura
dell’individuo. Le seconde favoriscono gli arrivismi non solo economici, e inoltre carrierismi, e tendono a
conformare nel tempo a tali dis-valori tutti gli operatori che non le possano abbandonare.
Rimane dunque confermato il carattere in primo luogo etico cioè morale dell’attività lavorativa.

4. LE STRUTTURE ORGANIZZATIVE FORMALI, DALLA ELEMENTARE ALLA DIVISIONALE

Parlare di “strutture organizzative formali” significa parlare dell’ordinamento organico dell’impresa.


L’impresa artigianale o la micro-impresa hanno di norma una struttura formale indistinta: il proprietario-
gestore tende a svolgere mansioni limitatamente specializzate ma in compenso ad assumere quasi tutte le
decisioni, in una sovrapposizione di ruoli, compiti, funzioni, mansioni, che deriva dalla molteplicità di tutte
queste e dal ridotto numero di operatori. Si parla, in tal caso, di struttura elementare o indistinta.
Attraversando gli sviluppi operativo-dimensionali descritti da Smith si giunge viceversa alla struttura
funzionale.
In questa tutte le operazioni simili, raccolte in processi, sono attribuite ad organi specifici specializzati
appunto per funzione.
Si parla così di funzione produttiva, funzione commerciale, funzione amministrativa. Si avranno così
tipicamente tre direzioni funzionali: i) la direzione produzione, ii) la direzione commerciale, iii) la direzione
amministrativa, ciascuna specializzata appunto funzionalmente.
Se poi le produzioni dell’impresa industriale divengono tante e diversificate, tale fatto può porre in difficoltà
la struttura funzionale proprio a causa della loro molteplicità.
Il problema è appunto la complessità: per ridurlo è allora opportuno specializzare ulteriormente le attività.
Le imprese vi provvedono riunendo le attività simili in apposite divisioni, distinte le une dalla altre,
solitamente omogenee per produzioni, e tutte subordinate alla direzione generale. Le imprese modificano
cioè la struttura organizzativa formale riunendo fra loro le attività simili, e rendendone aggregata e semi-
autonoma l’amministrazione: si transita dalla struttura funzionale alla struttura divisionale.
Ciascuna divisione dovrà provvedere a produrre-vendere-amministrare l’insieme delle famiglie di prodotti
che ad essa fanno capo. Così, all’interno di ciascuna delle divisioni si replica la struttura funzionale: ogni
divisione ha cioè le proprie funzioni i) produzione, ii) commerciale, nonché iii) una funzione amministrativa
sostanzialmente tesa ai calcoli di costo e di convenienza relativi alle produzioni divisionali.
La struttura divisionale prende corpo in tutte le grandi imprese complesse.
Problema già anticipato è il problema del crescente coordinamento necessitato dalla specializzazione via via
maggiore. Occorre cioè che essi vengano sempre meglio connessi e coordinati sia dal punto di vista
gerarchico sia tramite altri meccanismi o sistemi di coordinamento formali o sostanziali. Occorre cioè che,
quanto maggiore diviene la specializzazione, tanto maggiore divenga in parallelo il coordinamento.

5. LA CONFIGURAZIONE ORGANIZZATIVA
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In seno alle organizzazioni, molteplici risultano le componenti (o variabili) organizzative.


Considerando quindi l’insieme delle “variabili organizzative” si può parlare di configurazione organizzativa.
Questa è costituita:

1. Dagli operatori di impresa dei vari livelli, dai loro Valori etici e professionali, e dunque dall’insieme
delle modalità culturali di azione inter-personale e organizzativa denominato anche “cultura
organizzativa”
2. Dall’ordinamento di organico e dalle strutture organizzative formali
3. Dall’ordinamento di carriera
4. Dalle modalità di funzionamento di tutti i processi organizzativi, i quali scorrono attraverso questi
schemi semi-rigidi ma in modi molteplici, definiti dalle connessioni funzionali, gerarchiche e inter-
personali, dagli stili di direzione, dai Valori e dalla cultura organizzativa ricordati

Della cultura organizzativa si è già accennato, in concreto più o meno innovativa, più o meno collaborativa,
fondata sull’autorità e sull’autorevolezza.
Anche delle strutture formali si è detto, le quali disegnano e plasmano in vario modo gli organici; il loro
ordinamento regola il numero degli addetti in generale, e in via specifica il numero e la qualificazione degli
addetti assegnati a ogni divisione, funzione, direzione, ufficio. L’ordinamento di carriera fa riferimento alle
modalità di ascesa ai livelli via via superiori della piramide organizzativa.
L’ordinamento di carriere riguarda le variabili seguenti:

 Livello di assunzione in funzione dei titoli di studio e delle esperienze professionali


 Modalità di accesso al livello superiore, ivi compresa l’eventuale permanenza obbligata per un certo
numero di anni nel livello inferiore
 Ampiezza della delega a ciascun livello direttivo
 Struttura del trattamento retributivo per ciascun livello direttivo

L’espressione “ordinamento di carriera” significa peraltro comportamenti specifici e concreti che si


sostanziano in scelte che si trasfondono poi in prassi, abitudini, “cultura organizzativa”.

6. L’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Le aziende territoriali sono in primo luogo aziende, in secondo luogo esse pure aggregano lavoro umano, in
terzo luogo anch’esse debbono raggiungere i propri fini e realizzarli in modo efficace ed efficiente.
A questo punto si presentano tre problemi che possono essere riassunti nelle tre seguenti classi:

A. Nella pubblica amministrazione vi è il problema del mancato confronto con il mercato: l’impresa né
efficace né efficiente perde terreno nei confronti dei concorrenti, e magari fallisce. La pubblica
amministrazione inefficiente o malgovernata non realizza i propri obiettivi e li maltratta, proroga
senza fine i tempi di esecuzione, irrita il cittadino, ma non deve confrontarsi con alcuna forma di
concorrenza.
B. Minore efficacia-efficienza può inoltre derivare alla pubblica amministrazione dalle promozioni e gli
avanzamenti per anzianità e automatismo invece che per vittoria di concorso; dall’eventuale prassi
di concorsi manipolati o influenzati invece che puramente deontologici.
C. Occorre non trascurare che le amministrazioni pubbliche costituiscono un sistema, e che tutti i
sistemi tendono a proliferare: più addetti, più importanza, più potere di influenza.

A tutti questi rischi si può ovviare tramite gli strumenti classici

a. Della responsabilizzazione personale, la quale porta gli addetti a cercare da sé soli l’efficacia e
l’efficienza degli uffici pubblici di controllo, controllo sulla spesa, sulla qualità delle procedure
burocratiche e amministrative pubbliche.

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Purtroppo in alcune nazioni le auto-responsabilizzazione va diminuendo, gli uffici pubblici di


controllo hanno potere di critica ma non di intervento, e poi soprattutto i sistemi pubblici risultano
preda dell’inquinamento politico-partitico.
Si tratta infatti di avviare un’organizzazione amministrativa che abbia il compito di eseguire le
direttive che definiscono l’assetto statuale interno ed esterno, economico e sociale. Direttive in
grado cioè di svilupparlo o di invilupparlo; di farlo progredire verso l’incivilimento, verso il volere
sociale migliore.

La qualità dell’amministrazione pubblica non è un dato, un caso, una sorte, o dovuta alle congiunzioni
astrali: essa dipende dalla qualità del lavoro in senso sia funzionale sia strutturale, e l’una e l’altra
dipendono i) dalla volontà politica, ii) dalle leggi e dagli ordinamenti posti in essere, iii) dai criteri di scelta,
selezione, remunerazione, motivazione, promozione, punizione.
Avviene pertanto che anche i risultati organizzativi dell’amministrazione pubblica, in termini di efficacia
nonché di efficienza, non siano affatto casuali. Ancora, si possono riscontrare in diversi periodi o epoche,
gradi differenziati di efficacia e efficienza, dunque realizzativi di onestà, o all’opposto di dispersione,
burocratizzazione, corruttela.

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CAPITOLO DODICESIMO

L’ORGANIZZAZIONE ESTERNA DELLE IMPRESE

1. L’ORGANIZZAZIONE ESTERNA: IL RUOLO E L’AZIONE DELLO STATO

Per quanto riguarda le aziende territoriali, la loro architettura dipende dalla storia dello Stato, e onoltre dal
diritto pubblico e costituzionale:

 Più o meno suddiviso al proprio interno


 Se lo Stato sia più o meno investito di “compiti pubblici”, e definiti come tali, o decisi dal deto
politico-partitico, e desiderati-richiesti dagli elettori
 Più o meno accentrato-decentrato

Altrettanto ne dipendono poi le funzioni definite dall’ordinamento, definiti dunque in particolare dal diritto
pubblico e amministrativo; attuate dall’azione di governo.
Dall’organizzazione esterna delle imprese territoriali derivano così interazione di un tipo o di un altro con le
collettività di riferimento e i loro cittadini, con i contribuenti, con le aziende territoriali anche internazionali.
Inoltre, l’azione pubblica è in alcuni Stati sovente attuata da imprese controllate dallo Stato o dagli enti
autarchici che ne sono partizioni.
L’azione pubblica, se è decisamente economica, è non di meno, e prima ancora, ordinamentale. Ciò significa
fare riferimento:

1. All’insieme di leggi che lo Stato produce, sequenziali, articolate, ben scritte, o viceversa contingenti,
confuse, mal scritte
2. Conseguentemente, al grado di legalità, funzionalità, efficienza-efficacia della macchina pubblica
3. Alla mentalità, intesa sia quale “visione del mondo” sia quale “spirito del tempo” che possono
diffondersi nello Stato

2. L’ORGANIZZAZIONE ESTERNA: GLI AMBITI SPAZIALI, TERRITORIALI, CONCORRENZIALI

Per quanto riguarda le imprese, anch’esse debbono organizzarsi nei confronti dell’ambiente esterno:

1. Dal punto di vista giuridico, per prendere esistenza in uno specifico ordinamento
2. Dal punto di vista dei rapporti con le loro controparti esterne, si tratti di aziende territoriali,
fornitori, finanziatori, clienti, imprese dello stesso settore o concorrenti

Per organizzazione esterna dell’impresa si intende quindi:

a. La struttura delle connessioni con il sistema parziale di appartenenza, con il settore merceologico
proprio, con i mercati in cui si svolge l’operatività

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b. La forma giuridica con cui l’impesa prende esistenza, nonché la struttura delle connessioni con altre
imprese giuridicamente collegate

Per organizzazione esterna si intende cioè l’architettura e il funzionamento dell’azienda relativamente alle
sue controparti istituzionali, di settore, di mercato. Si tratta cioè di relazioni economiche attuate tramite il
disposto normativo: materia economica in forme giuridiche.
L’impresa dal punto di vista economico giuridico i) prende esistenza e sviluppo incardinandosi in un dato
sistema economico nazionale, dunque in un dato ordinamento, ii) facendo parte di un certo settore
merceologico, iii) ponendosi in relazione bi-univoca con mercati di incetta e di sbocco e con le imprese che
vi operano.
Si può dire quindi che le imprese svolgono poi la propria attività: i) in specifici contesti spaziali, ii) in contesti
settoriali che raccolgono tutte le imprese che utilizzano materie prime e tecnologie simili, iii) in contesti
concorrenziali che raccolgono tutte le imprese che realizzano prodotti simili, tesi a soddisfare bisogni
identici o simili.

Svolgere la propria attività in uno o altro contesto spaziale significa entrare in contatto e relazione con una o
altra comunità, cultura locale, azienda pubblica territoriale, infrastrutture.
Le imprese oggi ricorrono al transplanting, cioè al trasferimento integrale in altre nazioni, più convenienti
dal punto di vista dei costi dei fattori produttivi e/o tributari.

Le imprese svolgono poi la propria attività in contesti settoriali, risultano cioè prossime a tutte le altre
impese che attuano processi produttivi simili e ottengono famiglie di beni simili; per questo i contesti
settoriali vengono anche denominati settori merceologici.

Le imprese svolgono infine la propria attività in contesti concorrenziali, cioè entrando in concorrenze con
altre imprese del medesimo settore o comparto o nicchia, o comunque con imprese che soddisfano i
medesimi bisogni della clientela. Si può infatti essere in competizione con altre imprese dello stesso
comparto, oppure in concorrenza con una specifica nicchia, a seconda anche dell’ampiezza della propria
gamma produttiva. Nel caso di prodotti assai simili, non resta che concorrere sul presso, o eventualmente
tramite la pubblicità o la distribuzione. Quanto più invece l’impresa riesca a differenziare-migliorare-
innovare i propri prodotti, essa tanto più si isola dalla concorrenza, presentando prodotti migliori o percepiti
come specifici. Quanto più i prodotti sono simili ci si avvicina alla “concorrenza perfetta”, ove la singola
impresa è ben poco in grado di attrare la domanda a sé stessa; di mano in mano viceversa che i prodotti si
diversificano, si va verso la concorrenza differenziata o limitata. La struttura concorrenziale oggi forse più
diffusa è detto oligopolio, cioè “pochi offerenti”.

Appartenere ad uno ad altro settore significa a) soddisfare domanda intermedia o finale, e domanda finale
di consumi incomprimibili o voluttuari, b) appartenere a settori ciclici o anticiclici, c) acquistare materie
prima in Borsa-merci, d) essere connotati da specifici tassi di capitalizzazione, nonché tempi medi di
produzione.

L’impresa presceglie di esistere in primo luogo come soggetto giuridico in un dato ordinamento, e si pone
dunque in relazione con questo e con le declinazioni normative di esso che la vincolano e la orientano.
L’impresa inoltre può connettersi stabilmente ad altre imprese aderendo a consorzi o cartelli oppure
costituendo gruppi aziendali.

3. LE FORME GIURIDICHE, IN PARTICOLARE LA SOCIETA’ PER AZIONI

Con il sorgere dell’attività d’impresa si estese, si diffuse, e venne infine a sublimazione il problema dei
rapporti economici fra persone. Nacque il problema della regolamentazione normativa delle obbligazioni,
dunque delle responsabilità.
Il problema rimonta all’antichità classica già pre-romana, ma se ne presceglie qui un solo aspetto: la
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responsabilità personale.
Nello stadio di progresso economico-giuridico di tutte quelle epoche, la responsabilità economica era
ricondotta in capo all’imprenditore, il quale appunto rispondeva delle proprie obbligazioni con tutti i propri
beni. “Tutti” significava in questo caso i beni familiari e i beni dell’impresa, anzi l’impossibilità di distinguere
i primi dai secondi: vigeva appunto la confusione patrimoniale, l’indistinguibile natura comune di tutti i beni
dell’imprenditore quale presidio a fronte delle obbligazioni.
Nacque con la Compagnia delle Indie, la Società per Azioni, nuovo strumento giuridico per il cui tramite
potevano venire gestite le attività economiche. Si può esporne la struttura operativa economico-giuridica
nel modo seguente:

1. L’attività economica era come prima esercitata dall’imprenditore


2. Questi la esercitava non in nome proprio ma per il tramite di un soggetto interposto, appunto la
Società per Azioni
3. Titolare di diritti e di obblighi, dunque responsabile delle obbligazioni, non era più l’imprenditore
bensì questo soggetto interposto, la Società per Azioni
4. E questa rispondeva delle stesse solo nei limiti del proprio patrimonio, cioè dei capitali che i soci vi
avevano conferito

Era stata così inventata una nuova figura giuridica: il concetto di persona giuridica.
Si trattava di un qualcosa:

 Di inanimato, che però era persona


 Che non prendeva decisioni, e che però rispondeva delle obbligazioni conseguenti ad esse
 Che però rispondeva delle obbligazioni non più illimitatamente bensì limitatamente al proprio
patrimonio

Si trattava dell’imprenditore che a titolo personale non rispondeva più di nulla, e agiva imputando le
conseguenze del proprio agire ad altro soggetto: dalla persona fisica alla persona giuridica.
Occorsero decenni affinché venisse compresa e accettato il concetto di persona giuridica quale soggetto di
diritti, e del suo operare. E l’accettazione si accompagnava di norma al rilascio, da parte dell’imprenditore,
di garanzie collaterali personali o patrimoniali.

Il problema si pose per tutte le S.p.A. che si fossero quotate alle Borse-Valori, così diffondendo le proprie
azioni presso un pubblico desideroso di partecipare ai rischi delle S.p.A.: dunque non solo alla redditività
della stessa forma di dividendi, ma soprattutto all’aumento dei valori delle di lei azioni. Nacque così la
distinzione tra gli azionisti coesi nel “gruppo di controllo” e gli “azionisti di minoranza”, in sostanza tra gli
azionisti-fondatori e gli azionisti-risparmiatori minuti. I primi costituirono una minoranza coesa; i secondi
sono soltanto la maggioranza disgregata.
Grazie a casi e controversie famose, venne così in campo il problema della tutela degli azionisti di
minoranza.
La proprietà, l’imprenditore, i soci fondatori gestiva l’attività economica d’impresa, traendone stipendi e
generali vantaggi, e orientandola in direzioni che potevano tanto avvantaggiarla quanto deprimerla; essi
peraltro rinviavano alle S.p.A. vantaggi e svantaggi, con l’eventualità di una ripartizione asimmetrica degli
uni e degli altri.
Gli azionisti del “gruppo di controllo” potevano:

a. Conoscere in anticipo rispetto al pubblico la dinamica della redditività aziendale, dunque acquistare
azioni prima che, diffondendosi le notizie, quelle si apprezzassero
b. Effettuare operazioni speculative in titoli o merci, riversandole sulle S.p.A. se negative, e nelle
proprie casse private se positive; oppure sostituirsi alle S.p.A. nei suoi crediti, e farsi sostituire dalla
S.p.A. nei propri debiti

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c. Cedere alla S.p.A. attività personali con sovrapprezzo, o farsi cedere sottoprezzo attività della S.p.A.

Raramente i “gruppi di controllo” detengono la maggioranza del capitale della S.p.A.


Si dice “gruppo di controllo” il mero insieme di azionisti che detengono la maggioranza di voto in seno
all’assemblea della S.p.A.
La S.p.A. è infatti governata da un organo, l’assemblea, che vota sul bilancio e sulle variazioni di capitale, che
elegge gli amministratori e i controllori. Ma la partecipazione degli azionisti alle assemblee è limitata per
costrizioni informative, lavorative, spaziali, culturali, e soprattutto per la coscienza dell’influenza della
propria presenza.

Il problema della tutela degli azionisti di minoranza diviene la tutela degli azionisti di maggioranza rispetto
al “gruppo di controllo”.
Che debbano la legge e le consuetudini offrire tutela ad una maggioranza può sembrare contradditorio,
cioè implausibile e insensato. Viceversa, la pratica degli stessi sin dall’affermarsi delle Compagnie delle Indie
segnala come indispensabile quella tutela, che si rende necessaria nella contrapposizione di interessi fra:

 Il “gruppo di controllo”, la minoranza coesa, organizzata, rappresentata da uno o da pochi azionisti


anche eventualmente legati da patti formali o taciti, propositivamente tesa a detenere e mantenere
il controllo della società
 La “maggioranza disgregata”, azionisti molteplici, e talora numerosi fino alle decine di migliaia,
detentori singolarmente di poche centinaia o migliaia di azioni, impossibilitati a intervenire alle
assemblee e comunque consci della marginalità del proprio voto, infine disinteressati o incapaci di
aggregarsi attorno ad un progetto comune.

4. I CONSORZI E I CARTELLI

I consorzi sono unioni o alleanze tra imprese al fine di ottenerne leciti vantaggi comuni. Imprese di vario
genere e dimensione possono cioè avere interesse a stipulare accordi fra loro al fine di ottenere
collettivamente i) prezzi-costo minori, ii) prezzi-ricavo maggiori, infine iii) vantaggi gestionali di vario genere.
Si distinguono i seguenti principali tipi di consorzi:

1. Di acquisto
2. Di vendita
3. Di distribuzione
4. Di esportazione

I consorzi d’acquisto raggruppano le singole domande di acquisto di tute le imprese consorziate, in modo
tale che si possano spuntare dal venditore prezzi inferiori, dunque minori prezzi-costo per le imprese
acquirenti. Tale iniziativa può valere per tutti i beni acquistati, materiali e immateriali.
I consorzi di vendita sono tesi a favorire le attività svolte in comune a favore delle imprese di un medesimo
settore latamente inteso o di un medesimo territorio, anche con obiettivi solamente prospettici.
I consorzi di distribuzione sono rivolti a realizzare attività di trasporto, logistiche e distributive secondo
processi comuni fra le imprese consorziate.
I consorzi di esportazione sono relativi allo svolgimento in comune di attività tese a favorire l’azione
collettiva e comune sui mercati esteri, dando ad esempio vita ad agenzie di rappresentanza, azioni mirate ad
un tipo pubblicitario o promozionale in determinate nazioni o regioni estere.

I cartelli sono alleanze fra imprese, alleanza tese a disciplinare il mercato e a organizzare in modo accordato
fra le imprese stesse.
I cartelli possono essere cartelli che disciplinano:

a. I prezzi di vendita

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b. Le zone di vendita
c. Le quantità prodotte o le quantità vendute

I cartelli tendono a far sì i) che i prezzi di vendita siano sostanzialmente fissi o concordati per tutti, ii) che
ogni impresa venda solo in certe zone, iii) che nessuna impresa produca più di quanto concordato.
Ora, è chiaro che i cartelli operano a vantaggio delle imprese, e a danno del mercato, e sono quindi visti
sfavorevolmente dalle leggi.
Occorre allora domandarsi per quale motivo alcune legislazioni li abbiano consentiti.
Occorre ricondursi a periodi di crisi economica, quando la domanda di mercato è ridotta o carente, dunque
la capacità produttiva installata e la potenzialità di produzione delle imprese risultano sovrabbondanti; e a
periodi nei quali i risultati sono medesimi. Rileva allora, in tali momenti, evitare che le imprese producano
alla massima capacità, proprio per evitare il crescere dell’invenduto sul mercato. Può risultare conveniente
riservare a ciascuna impresa i suoi mercati locali o tradizionali. Infine visto che il mercato assorbe poco, si
cerca almeno di imporgli un prezzo remunerativo per le imprese, sotto al quale le imprese stesse si
impegnano a non vendere. In tali casi però si ottengono almeno due risultati positivi: i) le imprese
proteggono la propria economicità, ii) si evitano così danni collettivi e sociali. In tutte le altre situazioni, gli
effetti dei cartelli risultano misti ma soprattutto dannosi. Essi infatti:

 Riducono la concorrenza fra le imprese, le quali possono sentirsene sul momento avvantaggiate, ma
in realtà incontrano minori “sfide concorrenziali”, con ciò riducendo la propria attività originale e
innovativa
 Fissano prezzi soddisfacenti per tutti, anche per le imprese mediamente efficienti, appunto
determinando i “prezzi di cartello”
 Impongono al mercato beni o prezzi meno convenienti per i consumatori, mentre nel contempo
rimane rallentato l’intero processo di rinnovamento economico-tecnico.

I cartelli risultano non di rado instabili: essi vengono infatti concordati per istanza delle imprese meno
efficienti, o timorose della concorrenza; ma quando alcuna fra le imprese cartellizzate diviene più efficiente
della media ha anche la tendenza a “scartellare”, cioè ribellarsi agli accordi stabiliti:

 Nel convincimento di poter piegare in via definitiva le altre imprese meno efficienti e ormai
arretrate
 O comunque con l’obiettivo di riformulare gli accordi di cartello in forme a lei più favorevoli.

Al di fuori del mondo produttivo esistono comunque forme di alleanza, le quali rivestono sostanziale natura
di cartello, che siano definite come tali o meno. Si tratta di alleanza tese certo al vantaggio dei paesi
produttori, ma anche a conformare le estrazioni alla dinamica della domanda finale, in modo tale che:

 Nei periodi di ribasso della domanda non vi sia eccessivo accumulo di scorte
 Nei periodi di rialzo della stessa i vantaggi possano risultare equi ripartiti fra produttori

5. I GRUPPI DI SOCIETA’

Accade che le attività economiche d’impresa vengano gestite per il tramite di due o più società fra loro
collegate, di solito S.p.A.
I fattori causali di tale forma di organizzazione esterna d’impresa sono molteplici: essi tuttavia appartengono
a poche grandi categorie, fra le quali si possono ricordare le seguenti:

 Costituzione di singole S.p.A. per ciascuna delle attività economiche esercitate, al fine di imputare
ogni specifica attività a un soggetto giuridico distinto, detto specializzazione dell’attività; tale
specializzazione si traduce anche nella differenziazione dei prodotti e dei marchi, dunque dell’offerta
e inoltre nell’ottimizzazione dei processi produttivi

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 Costituzione di imprese all’estero, con l’obiettivo di ampliare la presenza territoriale tramite unità
giuridicamente indipendenti, collocate in Stati esteri e incardinate nell’ordinamento degli stessi
 Costituzione di unità speciali, cioè imprese tecnicamente specializzate aventi il fine unico di
soddisfare acquisti del gruppo
 Processi di crescita per acquisizione di altre imprese già esistenti

In tal modo, si dà vita ad un insieme di S.p.A. riunite in sistema: il gruppo aziendale, che è dal punto di vista
produttivo un gruppo di imprese, dal punto di vista giuridico un gruppo di società. Al vertice del gruppo si
situa la società capogruppo o HOLDING, la quale detiene partecipazioni di controllo nella/nelle S.p.A.
successive, i) vuoi distribuite su un unico livello, ii) vuoi eventualmente controllanti di altre S.p.A.
ulteriormente subordinate. L’insieme ora descritto, “gruppo aziendale”, è ciò che la prassi italiana inquadra
come “scatole cinesi”
Sul punto occorre distinguere:

a. Esistono grandi gruppi multinazionali che necessitano di articolarsi in una holding capogruppo, in
molteplici sub-holding cui facciano capo gli investimenti in un continente dato oppure gli
investimenti in definiti settori merceologici
b. Il primo caso è tipico sì di imprese industriali, ma soprattutto delle multinazionali bancarie e
assicurative, le quali riuniscono appunto in sub-holding continentali le attività svolte in Asia, in
Africa; il secondo caso risulta più frequente nelle imprese industriali diversificate, per meglio
organizzare la propria molteplicità di prodotti e complessità organizzativa suddividendole in aree
omogenee
c. Esistono poi “gruppi aziendali” in cui una holding controlla verticalmente una società A, la quale
controlla identicamente una B, la quale controlla una C e così via, al solo fine di diluire i capitali
necessari al controllo, e governare estesi compendi industriali con un apporto minori di capitali
propri.

I gruppi sono dunque rappresentati da un insieme di imprese, sì attive ogni volta in campi speciali dal punto
di vista merceologico o spaziale, ma poi tutte riunite i) dall’appartenenza a un unico dominus, ii) dalle
connessioni che si possono instaurare internamente al gruppo dal punto di vista produttivo, finanziario,
patrimoniale e reddituale. Tali insiemi possiedono alcune caratteristiche strutturali o funzionali speciali:

1. L’insieme costituisce un’unità dal punto di vista delle strutture, del coordinamento, dell’esercizio dei
poteri di governo da parte della holding, delle decisioni strategiche che determinano lo sviluppo, la
dinamica e l’architettura del gruppo
2. L’economicità, cioè l’equilibrio economico per l’intero gruppo costituisce un tutt’uno, anche se i)
possono esservi unità in equilibrio e altre in squilibrio, ii) il gruppo tende talora a compensare
internamente i risultati positivi e negativi delle varie unità
3. Il capogruppo o la holding:
 Decide il grado di accentramento o decentramento organizzativi, cioè in qual misura le
controllate siano in parte libere di decidere dei propri destini, o viceversa integralmente
asservite ai voleri della holding; decide data una certa specializzazione, quale sia il grado di
coordinamento che essa desidera
 Decide i settori e i comparti nei quali sviluppare le attività, orientando a tal fine
l’investimento e il dis-investimento dei capitali, l’acquisizione di altre imprese; in queste
ultime scelte la holding è facilitata proprio dalla “struttura in forma di gruppo”, che le
permette di investire o disinvestire da settori economici semplicemente acquisendo società
terze
 Presceglie le “logiche di gruppo”, se cioè il tutto venga orientato allo sviluppo coordinato e
armonico in settori molteplici, o se viceversa la logica di fondo che la spinge sia appunto dar

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vita a un mero sistema di “scatole cinesi” per allargare il perimetro del gruppo con ridotti
investimenti di capitale; in questo e negli altri casi ritorna prepotente il problema della
tutela delle minoranze, giacché nei gruppi si ripete sovente l’antitesi fra minoranza coesa e
maggioranza disgregata.

Tale catena di società di gruppo comporta conseguenze speciali, tanto speciali da costituire un fattore
ulteriore e speciale di costituzione di gruppi aziendali: tale fattore viene denominato diluizione del rischio.
Tale ulteriore fattore di costituzione dei gruppi aziendali consiste nella possibilità di controllare estesi
complessi industrial-finanziari con esborsi anche assai limitati di capitali.
Per controllare una S.p.A. quotata in Borsa risulta di norma sufficiente detenere una percentuale del 10-30%
del capitale della stessa. Ma se questo è vero, e se:

 Un soggetto controlla una prima S.p.A. detta A


 Questa ne controlla allo stesso modo una seconda detta B, la B domina allo stesso modo una terza
detta C, e così via
 Si può estendere progressivamente il dominio economico del gruppo, e il suo influsso finanziario,
sociale, patrimoniale, con impieghi relativamente ridotti di capitale

Avviene così che il gruppo possa accrescersi ed estendersi grazie ai capitali delle maggioranze disgregate
delle controllate di ciascuno dei livelli inferiori, mentre il gruppo di controllo si limita appunto a controllare
la holding.
Se si controlla A, i capitali per controllare B sono conferiti anche dai restanti azionisti, i quali però non hanno
voce in capitolo; altrettanto per controllare C, e così via per ciascuno dei livelli del gruppo.

Questi sistemi possono venire concettualizzati ricorrendo alla distinzione fra:

 Percentuale di controllo
 Percentuale di interessenza

Per la prima si tratta della percentuale di azioni ogni volta detenuta da una S.p.A. nella successiva,
percentuale cui corrisponde di norma una eguale percentuale di voti in seno all’assemblea degli azionisti.
La percentuale di controllo coincide con la percentuale di interessenza del livello immediatamente inferiore.
Nell’ambito dei gruppi, evidenziare la “percentuale di interessenza” della capogruppo significa calcolare il
grado di coinvolgimento patrimoniale di ciascuna S.p.A. in tutta la filiera a lei subordinata, dunque il
capitale effettivamente investito nel controllo dei livelli sottostanti.
È questo il vantaggio di tali architetture: controllare vasti compendi industrial-finanziari con ridotti esborsi
di capitali, e poter continuare a farlo.
Un ulteriore vantaggio si produce nel caso di perdite o addirittura di fallimento, si tratta di un processo
definito diluizione delle perdite: si controlla sì, ma siccome il “grado di interessenza” è via via minore
quanto più si sale, anche le perdite risalendo nella filiera rimangono via via diminuite, diluite sulle
“minoranze” dei vari livelli.
Questo processo vale anche relativamente agli utili (diluizione degli utili): di mano in mano che gli utili
affluiscono ai livelli superiori, essi pure risultano diminuiti, sempre secondo il grado di interessenza. Se la
controllata di ultimo livello è poco redditizia, o produce perdite, la diluizione conviene; se essa è viceversa
redditizia, la diluizione di larghi utili non conviene. Ecco allora che i gruppi di controllo allungano le catene
per aumentare la diluizione delle perdite, e viceversa le abbreviano per ridurre la diluizione degli utili.

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CAPITOLO TREDICESIMO

IL LIVELLO DELL’ATTIVITA’ ECONOMICA

1. IL LIVELLO DELLA DOMANDA EFFETTIVA. I PROCESSI DI SPESA DELLE FAMIGLIE, DELLE IMPRESE, DELLE
AZIENDE TERRITORIALI. L’IDENTITA’ CHE PUO’ ESPRIMERLI

In qualunque epoca e nazione il livello dell’attività economica è dato dai livelli di spesa.
Tale affermazione va però qualificata, giacché “spesa” ha qui un significato tecnico che comprende una
molteplicità di variabili.
Diremo quindi meglio che, in qualunque epoca e nazione, il livello dell’attività economica è dato dal livello
della “domanda effettiva”, cioè dall’insieme delle domande di beni economici espressa:

 Dalle aziende territoriali


 Dalle imprese, aziende di produzione
 Dalle aziende familiari

Le aziende territoriali possono:

a. Sviluppare infrastrutture e nondimeno strutture monumentali o difensive


b. Acquisire beni di consumo durevole, ma anche armamenti
c. Acquistare beni di consumo materiali e immateriali

Le imprese, aziende di produzione, possono:

a. Effettuare investimenti fondiari, immobiliari in immobili industriali, immobili commerciali, immobili


d’uffici
b. Effettuare investimenti in immobili civili
c. Effettuare investimenti in impianti e macchinari
d. Acquisire beni di consumo durevole
e. Acquistare beni di consumo materiali e immateriali

Le aziende familiari possono acquistare:

a. La casa di abitazione, immobili per vacanze, immobili da reddito


b. Beni di consumo durevole
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c. Beni di consumo materiali e immateriali

Donde traggono le tre categorie di aziende le risorse, le disponibilità per effettuare le spese ricordate? In
generale:

1. Dai propri capitali o dalle proprie entrate


2. Dal credito bancario

Le aziende territoriali derivano le proprie disponibilità tipicamente dalle entrate tributarie e


dall’indebitamento.
Le imprese derivano le proprie disponibilità dai propri capitali, dall’indebitamento, dalla vendita sul mercato
di beni economici che esse producono.
Le aziende familiari derivano le proprie disponibilità:

 Dal proprio capitale-risparmio


 Dai propri redditi
 Dal credito bancario

I concetti relativi al Livello dell’Attività Economica (LAE) come derivante dall’insieme di domande di beni
economici delle aziende territoriali, delle imprese, delle famiglie, possono venire espressi tramite l’identità
che segue:

LAE = Dazt + Dimp + Dazf

Dove è:
- Dazt = Domanda delle aziende territoriali
- Dimp = Domanda delle imprese, aziende di produzione
- Dazf = Domanda delle aziende familiari

L’identità che precede dice che il livello dell’attività economica (LAE) di una “nazione chiusa” dipende
dall’ammontare della spesa di tutte le aziende per:

a. Investimenti
b. Beni di consumo durevole e corrente

Questa “spesa totale” si rivolge ai soli beni nazionali, così determinando indirettamente redditi,
occupazione, investimenti della nazione stessa.

2. LE ESPORTAZIONI E LE IMPORTAZIONI QUALE INCREMENTO O DECREMENTO DEL LIVELLO


DELL’ATTIVITA’ ECONOMICA NAZIONALE

Le economie odierne sono sistemi aperti agli scambi internazionali.


È infatti il sistema delle esportazioni e delle importazioni che consente a ciascuna nazione sia di offrire le
proprie risorse, il frutto della propria inventività, sia di ricevere nel contempo quelli degli altri paesi in una
interazione di forniture:

 Che è satisfattiva di fabbisogni


 Che concorre alle produzioni reciproche di ricchezza e alla crescita di tutte le economie nazionali:
tutte infatti sia importano sia esportano

Il problema dell’equilibrio-squilibrio delle bilance commerciali non è però oggetto di questa trattazione,
nella quale conta semmai esprimere il LAE non più per l’economia di una nazione “chiusa”, bensì per le
economie delle nazioni aperte agli scambi internazionali.
Apertura al commercio internazionale significa infatti che:

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 La domanda delle aziende delle varie categorie può rivolgersi a fornitori stranieri di beni economici;
ciò significa importazioni intese quale afflusso di beni esteri
 Acquirenti stranieri possono rivolgersi per la loro domanda a fornitori nazionali; ciò significa
esportazioni di beni nazionali

A seconda quindi di quanto un sistema sia aperto o chiuso agli scambi sull’estero, e soprattutto a seconda di
quanto esso importi o esporti, varierà dunque il livello dell’attività economica (LAE).
Produrre per i mercati internazionali significa esportare verso altre nazioni, soddisfacendo così domanda
estera; e anche la domanda estera può contribuire al Livello di Attività Economica.
Si rifletta ad esempio alle economie altamente esportatrice delle nazioni uscite dal secondo conflitto
mondiale, Germania, Giappone, Italia, e alla crescita economica delle stesse in quel periodo. Si rifletta
dunque al fatto che un sistema può avere un elevato LAE grazie ad esempio alle esportazioni. Aumenta così
il LAE, prima nei settori e nelle imprese esportatrici, e poi nell’intera economia in quanto i primi diano
origine a domanda secondaria.
Può accadere che le aziende territoriali, di produzione e familiari ricorrano alle importazioni. Importare
significa contribuire al Livello di Attività Economica di altre nazioni, favorendo l’attività delle imprese
esportatrici di altri paesi nonché degli importatori nazionali.
Per rappresentare il LAE di un’economia aperta agli scambi internazionali, occorre allora integrare la formula
precedente con il bilancio delle importazioni ed esportazioni:

LAE = Dazt + Dimp + Dazf + E – I

Il livello di attività economica di una nazione dipende quindi:

1. Dalla domanda di tutte le aziende, territoriali, di produzione, familiari, dunque dalla domanda
interna
2. Incrementare dalla domanda di tutte le aziende estere che si rivolgano ai produttori nazionali,
dunque dalle esportazioni
3. Decrementata dalla domanda che tutte le aziende nazionali rivolgono ai fornitori esteri, dunque
dalle importazioni.

Le esportazioni e le importazioni agiscono dunque quale incremento o decremento dell’attività economica


nazionale:

a. Ottenendo risorse dalla domanda effettiva di acquirenti stranieri cui si indirizza l’esportazione di
beni nazionali: ne derivano redditi, occupazione, investimenti
b. Indirizzando risorse a imprese estere di cui si importino i beni, imprese estere che a propria volta
indirizzeranno tali risorse a redditi, occupazione, investimenti nella propria nazione.

3. I MUTAMENTI STRUTTURALI DELLE “SOCIETA’ INDUSTRIALI” E I LORO EFFETTI SULLE DIREZIONI


DELL’ATTIVITA’ ECONOMICA

Lo sviluppo dell’economia mondiale è stato dovuto sì al progresso tecnico, all’aumento della popolazione,
alla proposta di nuovi beni materiali e immateriali, ma non di meno all’inesausta creazione di moneta da
parte di quasi tutti gli Stati.
Dal secondo Ottocento, vi era stato il sistema del gold standard secondo il quale occorreva una data
proporzione, possibilmente abbondante e fissa, fra le riserve-oro di una nazione e la sua base monetaria. Il
sistema conduceva tendenzialmente all’equilibrio, o lo ripristinava.

Si immagini ad esempio uno Stato che importasse più di quanto non esportasse. Lo sbilancio della bilancia
commerciale andava salendo con uscita di moneta. Ma, vigendo il gold standard, uscita di moneta
equivaleva all’uscita di oro. Diminuendo la quantità di oro, la moneta nazionale valeva meno. Avendo perso

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di valore, la moneta nazionale risultava allora più competitiva, cioè facilitava le esportazioni. Aumento delle
esportazioni significava maggiori entrate di monete estere. Ma, vigendo il gold standard, entrata di monete
significava entrata di oro. In tal modo il sistema internazionale sia degli scambi sia monetario potevano
riequilibrarsi.

Ma con le due guerre mondiali, quasi tutte le nazioni si erano ritrovate in tali condizioni economiche da non
poter riprendere in alcun modo il gold standard. Solo gli Stati Uniti d’America erano l’unico Stato mai invaso
il quale, portando la guerra altrove, era risultato due volte fra i vincitori. Essi avevano forgiato un nuovo
sistema monetario, detto gold exchange standard.
Tale sistema era fondato sui seguenti presupposti:

 Il dollaro statunitense è il perno del sistema


 Esso è convertibile in oro
 Tutte le altre valute convertibili sono collegate al dollaro statunitense tramite un sistema di cambi
fissi

Gli Stati Uniti d’America iniziarono a stampare carta-moneta in misura crescente, diminuendo quindi la
copertura-oro del dollaro, pur lasciando il sistema immutato. Adottarono la strategia finanziaria di collocarli
in Europa nella forma di Euro-dollari.
La Francia ripetutamente trasmise negli USA varie navi da carico stivate di Euro-dollari chiedendone il
cambio in oro, finché il presidente Nixon si vide costretto a dichiarare l’inconvertibilità del dollaro
statunitense.
Da allora, il sistema monetario mondiale ha, quale unico fondamento, la fiducia reciproca nell’accettare e
scambiare valute, e nel sostanziale equilibrio degli scambi di beni, di valori finanziari fra nazioni e aree
continentali.

Tale equilibrio ha visto tuttavia declinare alcuni Stati e crescerne altri. Questi ultimi sono oggi largamente
esportatori e hanno dunque accumulato ingenti volumi di riserve. Queste sono state investite in vari
continenti, in titoli in euro, ma soprattutto titoli dal debito pubblico statunitense. Così il sistema appare
sostanzialmente in equilibrio:

 Nazioni sviluppate consumano più di quanto non esportino per mantenere elevata spesa e tenore di
vita
 Sorreggono le proprie finanze squilibrate indebitandosi
 Altre nazioni altamente efficaci ed efficienti esportano largamente, e accumulano vaste quantità di
riserve
 Queste ultime nazioni investono le proprie riserve nel debito delle prime
 E il sistema è in equilibrio

Possono esservi anche nazioni le quali hanno consumato più di quanto non producessero, quindi con
sbilancio commerciale. E può essere anche avvenuto che le banche dei paesi esportatori avessero finanziato
tali nazioni squilibrate.
Qui pure il sistema “è in equilibrio”, però solo fino a quando il paese debitore risulti in grado di onorare i
debiti che ha accumulato nei confronti del paese venditore-finanziatore, le cui banche hanno accumulato
crediti ingenti che rischiano di veder sfumare.
Tale doppio squilibrio comporta giganteschi spostamenti:

1. Di produzioni manifatturiere
2. Di flussi import-export
3. Di flussi finanziari a livello mondiale

4. EFFETTI MOLTIPLICATIVI DELLA SPESA. IL RUOLO E LA NATURA DELLE “ASPETTATIVE”


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Pensando al LAE nel suo svolgimento dinamico, è vero che ogni spesa si trasfonde in redditi successivi che si
moltiplicano ad onda.
Investimenti e consumi significa infatti acquisti, dunque vendite. E le vendite delle imprese significano
produzione, cioè occupazione e acquisti di materie, cioè salari e costi e così via via risalendo nella filiera.
La dottrina corrente, al riguardo, si riferisce soprattutto alle spese aggiuntive, ne descrive l’effetto-onda
tramite il conetto di moltiplicatore, espresso come l’incremento di domanda effettiva futura derivante
dalle spese medesime.
In sostanza, l’incremento di LAE negli anni successivi a causa dell’effetto-onda delle spese nell’anno 1 è
tanto maggiore quanto maggiore la propensione marginale al consumo.
Immaginiamo una spesa aggiuntiva-tipo ad esempio i) grandi programmi di investimento pubblici in
infrastrutture, ii) incrementi degli stipendi dei dipendenti pubblici, o dei trattamenti previdenziali.
Data una spesa aggiuntiva che si trasfonde nel sistema, gli effetti-onda di quella spesa saranno tanto
maggiori quanto più le aziende, in particolare le aziende familiari, tenderanno successivamente a
consumare piuttosto che a risparmiare.

Vi sono delle variabili da cui scelte delle imprese e della distribuzione dipendono:

a. La propensione delle imprese agli investimenti fissi e circolanti


b. La propensione delle aziende familiari ai consumi anche durevoli e agli investimenti immobiliari
c. Le strutture funzionali cui investimenti e consumi si indirizzano, cioè i) settori di acquisto, in
particolare nazionali piuttosto che esteri, ii) le strutture distributive

Queste variabili dipendono a propria volta da una quantità di fattori puramente economici, finanziaria,
monetari. Ma dipendono soprattutto dalle “aspettative”, cioè dalla visione più o meno ottimistica, incerta,
pessimista a riguardo dello svolgimento futuro dell’economia. Le aspettative sono in realtà fondamentali
per tutte le aziende, operatori economici del sistema:

1. Per lo Stato e le aziende territoriali, che possono nutrire aspettative positive sul futuro sviluppo
dell’economia e delle entrate tributarie, salvo poi essere smentite dai fatti, e vedersi costrette a
cogenti scelte di politica economica
2. Per le imprese di ogni ordine e grado, le quali i) in caso di aspettative medie, possono poi trovarsi
scoperte nella capacità produttiva e nella gamma se il mercato cresce viceversa più di quanto
immaginato, ii) in caso di aspettative molto positive si trovino poi capacità produttiva inutilizzata nel
caso la realtà di mercato risulti inferiore alle attese
3. Per le famiglie, le quali in periodi positivi possono essersi lanciate in piani di acquisto di immobili o
di beni durevoli, salvo poi venire scoperte da crisi improvvise generali, di settore o particolari, e non
risultare più in grado di onorare le rate di rimborso dei mutui e dei “crediti al consumo”.

A seconda infatti del tipo di aspettative varieranno le propensioni di tutte le aziende a investire e
consumare.
Il tutto tenuto conto di quanto tali processi si attuino sull’interno oppure sull’estero, dando così vita a
moltiplicatori interni o esteri. Si tratta dunque non solo del grado di apertura di un sistema economico, ma
anche di quanto il medesimo risulti maggiormente importativo, o invece esportativo.

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