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Patriarca ecumenico di Costantinopoli

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Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli - Nuova Roma (Greco:


Οικουµενικό Πατριαρχείο Κωνσταντινουπόλεως Nέα Ρώµη, Ikoumenikò
Patriarchìo Konstantinoupòleos Nea Romi) è il "primo fra pari" della Chiesa
ortodossa orientale ed è riconosciuto come unico patriarca di Costantinopoli
anche dalla Chiesa cattolica.

Indice

Prerogative
Storia
Fondazione della diocesi di Costantinopoli
La nascita del Patriarcato e l'età della Pentarchia
La questione monotelita di Sergio I
Ignazio e Fozio
Il Grande Scisma
I tentativi di riunificazione
Il trono patriarcale di Costantinopoli.
Il patriarcato dopo la caduta di Costantinopoli

Prerogative
Il Patriarca di Costantinopoli è il primo in onore tra i vescovi ortodossi (primus inter pares), ha il compito di
presiedere ogni concilio di vescovi e ha le funzioni di principale portavoce della comunione ortodossa. Non ha
giurisdizione sopra gli altri patriarchi e le chiese autocefale della comunità ortodossa orientale.

Il suo titolo completo è Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma e Patriarca ecumenico. È a capo della
Chiesa ortodossa di Costantinopoli, una delle sedici chiese autocefale e uno dei cinque antichi centri cristiani
costituenti l'antica "Pentarchia". Nel 1964 la Chiesa cattolica ha abolito il patriarcato latino della città (l'ultimo
titolare della cattedra è stato Antonio Anastasio Rossi) e riconosce il patriarca ortodosso come vero successore
dell'apostolo Andrea, fratello di Simon Pietro e fondatore della Chiesa di Costantinopoli.

Il suo ruolo ecumenico nell'ambito dell'ortodossia ha creato problemi con la Repubblica Turca, dal quale dipende dal
punto di vista statale. Le leggi turche sulle minoranze religiose riconoscono solo il titolo patriarcale di Fanar (Turco:
Fener Rum Ortodoks Patriği, "Patriarca ortodosso dei Romani di Fener"), cioè del distretto di Istanbul nel quale ha
sede il patriarcato.

Storia
Fondazione della diocesi di Costantinopoli

Per approfondire, vedi la voce Chiesa ortodossa di Costantinopoli

La nascita del Patriarcato e l'età della Pentarchia

Il Concilio di Efeso del 431 elevò la sede di Costantinopoli a patriarcato all'interno della nascente Pentarchia. Il
successivo Concilio di Calcedonia del 451 attribì a Costantinopoli giurisdizione
sull'Asia Minore e la Tracia, giurisdizione appellata su decisioni riguardanti la
legge canonica da parte di altri patriarchi ed il secondo posto nel primato
dopo Roma (can. XXVIII). Papa Leone I si rifiutò di ammettere questo
canone, sostenendo che non era valido in quanto stabilito in assenza dei suoi
legati.

Nel 482 la crisi si acuì quando l'imperatore Zenone emanò l'editto Henotikon La basilica di Santa Sofia: la grande chiesa
di riconciliazione tra i monofisiti e i duofisiti nestoriani, che da anni si eretta da Giustiniano divenne nel VI secolo la
nuova cattedrale di Costantinopoli.
scontravano in Oriente attorno al tema della natura umana o divina del
Cristo. La mediazione venne duramente condannata da papa Felice III, il
quale nel 484 scomunicò il patriarca Acacio per il sostengno fornito all'imperatore. Lo scisma si concluse solo nel
519, quando l'imperatore Giustino I riconobbe la scomunica di Acacio.

Tuttavia la crisi non era ancora risolta e quando venne eletto patriarca il monofisita Antimo, sostenuto
dall'imperatrice Teodora, dall'Italia giunse nel 536 in persona papa Agapito: il papa, col sostegno di eminenti
membri del clero di Costantinopoli, accusò il patriarca di eresia e usurpazione. Il patriarca, inizialmente sostenuto
dall'imperatore Giustiniano, rispose ingiungendo al pontefice di tornare alla propria sede, ma, una volta perso il
favore imperiale, venne deposto e sospeso da Agapito, che gli fece succedere Menna. Con un tale atto la chiesa di
Roma ristabiliva dunque temporaneamente la propria superiorità su Costantinopoli. Il papa non sopravvisse però a
lungo al proprio successo, morendo ben presto nella capitale orientale, e l'imperatrice Teodora tentò di reinsediare
Antimo, facendo pressioni sul nuovo papa, Silverio, la cui città era caduta in quello stesso anno nelle mani dei
Bizantini. Avendo rifiutato Silverio di piegarsi, venne arrestato nel 537 e deportato in Licia, dove però il clero locale
lo riconobbe innocente, spingendo l'Imperatore a rispedirlo in Italia, dove però il successore Vigilio ordinò che fosse
definitivamente imprigionato a Ponza.

Tuttavia anche Vigilio nel 540 si schierò apertamente contro il monofisismo. Quando dunque, nel 543-544
l'imperatore emanò un editto di condanna dei Tre Capitoli, scritti nestoriani con il cui bando intendeva ricucire i
rapporti coi monofisiti, il papa si oppose e venne dunque convocato nel 546 a Costantinopoli, dove venne fatto
prigioniero. L'imperatore ed il patriarca Eutichio convocarono quindi il Concilio Costantinopolitano II, nel quale
vennero condannati i Tre Capitoli e l'origenismo. Per conto dell'imperatore, infine, il patriarca Eutichio pretese
l'approvazione dei canoni conciliari di condanna del nestorianesimo. Dopo otto anni di prigionia il papa accettò e, nel
554, come atto finale supplicò Giustiniano di riunire l'Italia all'Impero. L'imperatore rispose prontamente con la
prammatica sanctio, con la quale estendeva alla nuova Prefettura d'Italia la legislazione bizantina. I papi vennero
così a trovarsi sotto lo stretto controllo dell'esarca ravennate e furono costretti ad accettare l'instaurarsi dell'ordine
religioso imperiale della cosiddetta Pentarchia, cioè il governo dei cinque patriarcati di Roma, Costantinopoli,
Gerusalemme, Antiochia ed Alessandria. La rivincita di Bisanzio provocò però gravi conseguenze in Occidente, dove
l'intera Italia settentrionale, il Norico e la Baviera ruppero la comunione, dando il via allo Scisma dei Tre Capitoli, che
portò alla nascita dell'autocefalo Patriarcato di Aquileia.
La questione monotelita di Sergio I

Frattanto le Chiese orientali continuavano ad essere scosse dalle questioni cristologiche. Quando, attorno al 610, nel
tentativo di conciliare le diverse posizioni e di ricondurre in seno alla chiesa i monofisiti d'Egitto, il patriarca Sergio I
sviluppò la dottrina monotelita, questa venne immediatamente accettata dalla corte imperiale ed in Occidente, dove
si era culturalmente meno affini alle sottigliezze dottrinarie orientali. Ma ben presto anche questa soluzione prese a
sollevare dispute tra i diversi cleri dell'Impero. Nel 633, dunque, Sergio ed il patriarca monofisita di Alessandria,
Ciro, svilupparono una nuova dottrina, il monoergismo, nella speranza che questa potesse essere meglio accolta, ma
senza successo. Morto Sergio nel 638, l'imperatore Eraclio tentò di imporre infine la propria autorità, ordinando con
l'editto Ekthesis l'uniformazione in tutto l'Impero alla dottrina monotelita, appoggiato in questo in Occidente da papa
Onorio I. L'ordine imperiale poté essere facilmente applicato laddove arrivava il potere del basileus, ma non ebbe
alcun effetto sui patriarchi di Gerusalemme, Antiochia ed Alessandria, i cui territori erano appena stati sottratti
all'impero dagli Arabi. Qui Sofronio e Massimo il Confessore avversarono dunque liberamente ed apertamente le
dottrine di Sergio.
Di fronte alle dispute, anche papa Severino si rese infine conto del pericolo che la
dottrina monotelita potesse costituire una sottile forma di reintroduzione del
monofisismo e si rifiutò di dare la propria approvazione, come invece richiesto
dall'Imperatore. In risposta l'esarca di Ravenna, Isacio, marciò su Roma, saccheggiando
il Patriarchio.

Il nuovo imperatore Costante II, nel tentativo di porre fine al caos religioso emanò
infine su consiglio del patriarca Paolo II, nel 648, un nuovo editto, il Typos, che aboliva
l'Ectesi di Eraclio, ma soprattutto nel quale minacciava di morte chiunque avesse
dibattuto ulteriormente sulla natura di Cristo. Era però troppo tardi. Ormai i pontefici di
Roma si erano apertamente schierati contro il monotelismo, che era divenuto nuovo
terreno di scontro per la supremazia religiosa. Papa Martino I indisse dunque un sinodo
in Laterano nel quale condannava definitivamente il monotelismo come mezzo di
riproposizione dell'eresia monofisita. L'imperatore ordinò l'arresto di Martino, ma
dovette attendere sino al 653 per avere soddisfazione: catturato, Martino venne Massimo il Confessore:
condotto prima a Naxos e quindi a Costantinopoli, dove, dopo essere stato esposto al appartenente al clero di
Costantinopoli, Massimo pagò la
pubblico ludibrio, venne condannato all'esilio a Cherson.
sua opposizione alle dottrine del
Nel clima di generale scontro, il nuovo patriarca Costantino I vide respinte nel 676 le patriarca Sergio I con
lettere sinodiche e la professione di fede inviata a papa Adeodato II, rispondendo con la l'amputazione della mano destra
e della lingua, prima di fuggire al
cancellazione del nome di Adeodato dai dittici patriarcali.
sicuro in Egitto.
La questione monotelita venne risolta solo nel 680-681, quando un accordo tra papa
Agatone e l'imperatore Costantino IV portò alla convocazione del Terzo Concilio di Costantinopoli, nel quale il
monotelismo venne bandito e si condannarono i suoi defunti sostenitori, Onorio di Roma e Sergio di Costantinopoli.
Ignazio e Fozio

Nell'847 divenne patriarca Ignazio I, terzogenito del deposto imperatore


Michele I. Questi iniziò dunque una dura lotta politica con l'imperatore Leone
III l'Armeno, che lo portò nell'858 ad essere deposto per ordine della
reggente Teodora, che gli sostituì Fozio I, il quale venne riconosciuto nell'861
dai legati papali. Quando però Ignazio si appellò a papa Niccolò I, questi fu
prontissimo ad appoggiarlo, convocando nell'863 un sinodo a Roma nel quale
dichiarava illegittima la deposizione di Ignazio, scomunicava i propri legati e
minacciava della stessa sanzione Fozio se avesse insistito nell'usurpazione
del seggio patriarcale. Fozio rispose nell'867 scomunicando a sua volta il Miniatura raffigurante il patriarca Ignazio I.
papa, con l'appoggio dell'imperatore Michele III.

A quel punto il papa portò la questione sul piano dottrinale, inviando un'enciclica a tutti i vescovi orientali per
imporre a questi l'uniformazione agli usi romani, con l'aggiunta del filioque al Credo (stabilendo dunque che "lo
Spirito Santo discende dal Padre e dal Figlio"), l'obbligo del celibato ecclesiastico e della tonsura, il diritto esclusivo
dei vescovi di celebrare la Cresima, il digiuno obbligatorio per il clero il sabato e l'inizio della Quaresima il Mercoledì
delle Ceneri.

La situazione sembrava non avere sbocco, ma quando nell'867 l'Imperatore cadde assassinato, il nuovo sovrano
Basilio I il Macedone richiamò Ignazio, convocando all'uopo nell'869 il Concilio Costantinopolitano VI, nel quale papa
Adriano II proclamò il solenne reinsediamento di Ignazio e al contempo dichiarò la chiesa di Roma come «la prima e
la maestra di tutte le chiese».

Anche questo nuovo successo di Roma fu però di breve durata. Quando nell'877 Ignazio morì, infatti, a succedergli
fu nuovamente Fozio, con l'approvazione sia dell'imperatore Basilio, che dello stesso papa Giovanni VIII. Fozio, però,
non aveva nessuna intenzione di abbandonare le antiche posizioni. Convocato un nuovo concilio a Costantinopoli
nell'879-880, revocò le disposiozione del precedente consesso e riaprì le controversie dottrinali e teologiche con
Roma. Dichiarò inoltre la Bulgaria sottoposta all'autorità del proprio patriarcato. Tali atti lo portarono ad una nuova
scomunica da parte del papa, che come unico effettò sortì solo un nuovo scisma con la chiesa occidentale. La
questione sembrò risolversi nell'886, quando il nuovo imperatore Leone VI il
Filosofo rimosse Fozio, sostituendolo col proprio fratello, Stefano I. Papa
Stefano V, però, ritenne tale procedura irregolare e scomunicò anche il nuovo
patriarca. Lo scisma rientrò solo con l'avvento del patriarca Antonio II, ma
ormai nella Chiesa d'Oriente si era determinato e radicato un forte
sentimento che percepiva la controparte romana come scismatica, in quanto
accusata di essersi allontanata dall'ortodossia nei punti indicati da Fozio.

La crescente intransigenza della Chiesa bizantina, di stampo foziano, non


mancò, però, di causare problemi anche nei rapporti con il potere politico.
Nel 906, infatti, il patriarca Nicola I il Mistico si oppose alla celebrazione del
terzo matrimonio dell'imperatore Leone con l'amante Zoe Carbonopsina, fatto
che era ritenuto dalla Chiesa come atto di fornicazione e poligamia. Quando il
basileus, in sfida al divieto patriarcale, si sposò ugualmente, nominando Zoe
Augusta, Nicola lo scomunicò, venendo di rimando accusato di tradimento e
deposto. Al suo posto Leone nominò patriarca Eutimio il Sincello, che era
padrino del piccolo Costantino, figlio suo e di Zoe ed erede al trono: un
ignaziano moderato. Nonostante nemmeno Eutimio si mostrasse
particolarmente accomodante con l'imperatore, che poté entrare infatti in Icona raffigurante il patriarca Fozio I.
Santa Sofia solo come penitente, e con l'imperatrice Zoe, cui venne rifiutato
il titolo di Augusta, la Chiesa bizantina si divise comunque in un piccolo
scisma, detto Scisma della tetragamia tra i favorevoli ed i contrari al perdono
dell'Imperatore. Alla morte nel 912 di Leone, il successore Alessandro
richiamò sul trono patriarcale il vecchio Nicola, ordinando la deposizione di
Eutimio, il quale venne rovesciato con violenza, rischiando persino di perire
per mano della soldataglia sobillatagli contro dall'Imperatore.

Meglio andò invece al patriarca Polieucte, eletto nel 956. Egli scomunicò
infatti l'imperatore Niceforo II per il suo matrimonio con Teofano, in quanto Il basileus Leone VI inginocchiato ai piedi di
egli era padrino di uno dei figli della donna, vedova di Romano II. Cristo: l'imperatore fu costretto ad umiliarsi
L'Imperatore riuscì si appellò allora ai vescovi presenti a Costantinopoli, davanti alla Chiesa patriarcale per ottenere il
perdono del patriarca Eutimio, ma Eutimio
ottenendo la dispensa al matrimonio. Ma il patriarca, non pago, scomunicò
pagò amaramente pochi anni dopo la propria
ugualmente per un intero anno il sovrano, accusandolo di aver contratto il dimostrazione di forza.
secondo matrimonio senza aver ottemperato alle dovute penitenze. Rifiutò
persino la richiesta imperiale di riconoscere come martiri della fede i soldati caduti in battaglia contro gli infedeli,
che voleva essere un modo per sollevare lo spirito delle truppe bizantine, sulle quali aleggiava da sempre il marchio
d'infamia della Chiesa, che giudicava la guerra come assassinio. Polieucte rispose ribadendo che ogni atto di sangue
doveva essere punito con tre anni di interdizione dalla comunione.

Morto assassinato Niceforo, l'intransigente Polieucto, scomunicò i suoi assassini, rifiutandosi di incoronare Giovanni
Zimisce, fino a che questi non punì i colpevoli della morte del predecessore. Infine il patriarca impose nel 958
l'introduzione del rito greco nell'Italia bizantina, in aperta sfida all'autorità di Roma.
Il Grande Scisma

I rapporti con la Chiesa di Roma si fecero nuovamente critici già a partire dal patriarcato di Eustazio, il quale nel
1024 aveva cancellato nuovamente il nome del papa dai dittici di Santa Sofia, ma fu con la nomina a patriarca di
Michele I Cerulario, nel 1043, che i dissapori con l'Occidente riemersero violenti.

Michele Cerulario, cominciò ben presto a prendere posizione sulla natura dello Spirito Santo e a contestare tutte le
innovazioni che papa Leone IX stava introducendo nelle regole della Chiesa, in particolare la sua condanna sul
matrimonio del clero. Infatti, a sua volta il patriarca attaccò la tradizione del celibato ecclesiastico, quindi il taglio
della barba e infine, nel 1051, la celebrazione dell'eucaristia con pane azimo: tutti costumi in uso presso la chiesa
latina, che egli accusò di eresia, proibendo al culto tutte le chiese di Costantinopoli che non utilizzavano il rito greco.
Quando a Costantinopoli giunsero infine i legati inviati dal papa con l'incarico di risolvere la critica situazione e di
convincere i fratelli orientali ad accettare le nuove direttive che Leone
emanava in qualità di Primate dei cinque patriarcati cristiani, la situazione
era già critica. Tanto che gli stessi legati recavano già con sé una bolla
pontificia con la scomunica del patriarca.

La missione guidata dal cardinale Umberto di Silvacandida e composta dagli


arcivescovi Federico di Lorena e Pietro di Amalfi negò la legittimità
dell'elezione di Michele, del titolo di ecumenico riservato al patriarca orientale
e il suo preteso secondo posto in onore nella gerarchia ecclesiastica dopo il
vescovo di Roma. In risposta il patriarca si rifiutò di ricevere i latini,
dopodiché, il 16 luglio 1054, il cardinale Umberto depositò sull'altare di Santa
Sofia la bolla di scomunica, lasciando la città. Il 24 luglio Cerulario rispose in
modo analogo, scomunicando Umberto di Silvacandida e gli altri legati papali.
Inoltre i legati papali e i rappresentanti del patriarcato si scagliarono contro
Il patriarca Michele I Cerulario, miniatura del
l'anatema gli uni gli altri. XII secolo: con le reciproche scomuniche di
Michele e papa Leone IX si originò il Grande
Al momento delle reciproche scomuniche, papa Leone era già morto a Roma
Scisma tra Chiesa cattolica e Chiesa
e pertanto, l'autorità del Cardinale Umberto, legato pontificio, era di fatto
ortodossa.
venuta meno, tuttavia la gravità del fatto portò all'instaurarsi di uno scisma
tra le due Chiese, che tutt'ora perdura. Il cosiddetto Grande Scisma portò dunque alla nascita di una Chiesa cattolica
(cioè "universale"), fedele e obbediente a Roma, e di una comunità di Chiese Ortodosse (cioè di "corretta dottrina")
che riconoscono il primato di Costantinopoli. Entrambe rivendicarono sin da allora l'aderenza alla vera Chiesa
Universale.

Nel 1055 il patriarca Michele consentì poi la successione al trono imperiale della basilissa Teodora, la quale tentò di
ristabilire l'unità con Papa Vittore II, senza successo. Determinato a sostenere la propria posizione, nel 1057 il
patriarca appoggiò dunque la rivolta degli eserciti d'Asia e l'ascesa al trono di Isacco I Comneno, ma ben presto
anche Isacco fu costretto ad abdicare, nel timore di una generale rivolta sobillata nel 1059 dal patriarca. Michele
scelse allora quale nuovo basileus Costantino Ducas, ma non riuscì a vedere il risultato della propria scelta, poiché
morì il 21 gennaio di quello stesso anno.
I tentativi di riunificazione

Nel 1204, la Quarta Crociata conquistò Costantinopoli, stabilendovi un Impero Latino. Nell'organizzazione del nuovo
Stato venne istituita la carica di Patriarca latino di Costantinopoli, per guidare il numeroso clero cattolico affluito al
seguito dei conquistatori e sostituire il vecchio patriarcato ortodosso, sopravvissuto nei residui territori bizantini. Il
patriarca Giovanni X di Costantinopoli dovette quindi abbandonare la città, ritirandosi in esilio in Tracia, al seguito
dell'imperatore Alessio V di Bisanzio, ritirandosi quindi nel 1206 a Nicea, presso la corte di Teodoro I Lascaris, che
venne incoronato Imperatore di Nicea.

Nel 1215 il Concilio Lateranense IV riconobbe al patriarca latino i diritti dell'antica sede patriarcale
costantinopolitana, ma già nel 1261, il debole Stato latino venne cancellato, con la riconquista di Costantinopoli in
mani bizantine: il patriarcato greco venne ristabilito nella sua originaria sede ed i rivali latini dovettero lasciare la
città per l'Italia.

Quando nel 1416 divenne patriarca Giuseppe II l'impero versava in una situazione disperata, stretto d'assedio
com'era dai Turchi ottomani. Nel 1437 il patriarca partì dunque in scorta all'imperatore Giovanni VIII Paleologo, ad
altri ventitré vescovi, tra cui l'arcivescovo di Nicea Basilio Bessarione e ad uno stuolo di studiosi e teologi alla volta
dell'Italia, per prendere parte al Concilio di Ferrara. La necessità di aiuto contro il nemico turco imponeva infatti il
superamento dello scisma del 1054. Tra i maggiori oppositori figurava il Bessarione, ma quando nel 1439 i padri
conciliari si spostarono da Ferrara, aprendo il Concilio di Firenze, l'arcivescovo niceno si spostò su posizioni
unioniste. Il patriarca morì prima della conclusione dei lavori, che vennero dunque proseguiti dal Bessarione. Il 6
luglio, infine, per volontà dell'Imperatore e di Papa Eugenio IV venne solennemente proclamato il decreto d'unione
tra la Chiesa Greca e la Chiesa cattolica.

Al loro ritorno a Costantinopoli, però, l'Imperatore ed i vescovi trovarono un clima ostile tra la popolazione ed il
clero, in particolare i monaci, tanto che una parte di quelli che
avevano firmato il decreto dell'unione ora l'abbandonano e che
l'unione non divenne mai effettiva.
Il patriarcato dopo la caduta di Costantinopoli

Dopo la caduta di Costantinopoli, il sultano ottomano pretese di


conservare il diritto di nomina del patriarca già proprio degli
imperatori bizantini. Tale sistema perdurò sino all'avvento della
moderna Turchia, nella quale tuttavia lo stato turco richiede ancora
per legge che alla cattedra patriarcale venga eletto un cittadino turco,
seppur scelto autonomamente dal Sinodo di Costantinopoli.

In Italia il Patriarcato è rappresentato dall'Arcidiocesi ortodossa


d'Italia. L'attuale patriarca è Bartolomeo I.

Note

1.Ufficialmente non fa più parte dell'ortodossia a partire dallo Scisma


d'Oriente; nel 2006 il Papa ha abbandonato il titolo di Patriarca
dell'Occidente, nonostante alcune Chiese glielo riconoscano tuttora

2.Autocefalia non universalmente riconosciuta (riconosciuta da Mosca,


Bulgaria, Georgia, Polonia e Repubblica ceca · Slovacchia; non
riconosciuta dagli altri patriarcati, per i quali è ancora una giurisdizione
autonoma della chiesa russa)

3.Autonomia dal patriarcato di Belgrado non universalmente riconosciuta


(riconosciuta solo da Belgrado stessa)

4.Autonomia dal patriarcato di Costantinopoli non universalmente


riconosciuta (riconosciuta da Costantinopoli ma non da Mosca)

5.Autonomia dal patriarcato di Gerusalemme non universalmente Affresco raffigurante il patriarca Giuseppe II.
riconosciuta

6.Semi-autonomia dal patriarcato di Mosca non universalmente riconosciuta


(riconosciuta da Mosca ma non da Costantinopoli)

7.Autonomia dal patriarcato di Mosca non universalmente riconosciuta


(riconosciuta da Mosca ma non da Costantinopoli)

8.Non più esistente

9.Autonomia dal patriarcato di Mosca non universalmente riconosciuta

10.Autonomia non universalmente riconosciuta

11.Parte semiautonoma della Chiesa ortodossa russa

12.Un tempo in piena comunione

13.Un tempo in piena comunione


Basilica Patriarcale di San Giorgio a Costantinopoli.
14.Autonomia non riconosciuta da Mosca

15.Non sono una vera giurisdizione autonoma, bensì un gruppo di Vecchi


Credenti tornati in comunione con la Chiesa russa

16.In comunione tra loro

17.Un tempo in piena comunione

18.In comunione tra loro


19.Si dichiara in comunione con la Chiesa dei genuini cristiani ortodossi di
Grecia, ma quest'ultima nega questa affermazione.

Voci correlate

• Patriarchi di Costantinopoli
• Patriarcato di Alessandria
• Patriarca latino di Costantinopoli
• Costantinopoli
• Sedi apostoliche
• Flaviano di Costantinopoli
Il Patriarca Bartolomeo I durante una sua visita in Italia

Collegamenti esterni

• (EN) Sito ufficiale (http://www.ec-patr.org/)

• (EN) Sito di informazioni (http://www.patriarchate.org)

• Voce Patriarca ecumenico di Costantinopoli (https://it.wikipedia.org/wiki/


Patriarca_ecumenico_di_Costantinopoli) di it.wiki (https://it.wikipedia.or
g): il materiale ivi presente è stato rielaborato in senso cattolico e
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