Sei sulla pagina 1di 8

« Io sono una Lagide, regina ».

Queste parole, prendendo le in prestito dalla lirica La gloria dei Tolomei


di Costantino Kavafis, le potremmo immaginare dette da Cleopatra. Non sarebbe una forzatura.
Cleopatra, ultima regina della casata sul trono d’Egitto, nelle sue scelte e nei suoi atti mostrò sem pre
un profondo sentimento d’appartenenza alla dinastia dei Lagidi. La regina vantava, infatti, fra i suoi avi
personaggi di spicco. Tolomeo I Sotér, il fondatore della dinastia, e i suoi immediati discendenti,
Tolomeo II Filadelfo e Tolomeo III Evergete, tra il IV e il III secolo a.C., avevano fatto dell’Egitto una delle
piú grandi e ricche potenze del Mediterraneo e di tutto il mondo antico. Avevano costruito la gloria dei
Tolo mei, una gloria che aveva lasciato ampia traccia nella storia e che Cleopatra, regina discendente,
conosceva bene. Nel I secolo a.C., quando la regina salí al potere, l’Egitto era un regno fiorente, il piú
grande granaio del Mediterra neo, ma il suo impero, per terra e per mare, era ormai ridi mensionato e
tutt’intorno s’era sistemata Roma che ne mi nacciava sempre piú da vicino l’indipendenza. Con l’Urbe i
Tolomei avevano cominciato a fare i conti già dalle guerre puniche, stringendo qualche trattato
d’alleanza che metteva introduzione 10 in pari posizioni e ruoli. Nel tempo, però, l’alleata s’era fatta piú
“invadente” e le conquiste in Oriente avevano sbilancia to a suo vantaggio il rapporto. Gli intrighi e le
contese per il potere all’interno della famiglia reale, le ambizioni dei corti giani e le congiure di palazzo
avevano poi reso il regno sem pre piú fragile e facile mira di conquista. Nel giro di due se coli e mezzo
l’Egitto aveva cosí perso la gran parte dell’im pero conquistato dai padri e i suoi sovrani per non perdere
la corona dalla testa e il trono su cui sedere avevano concesso ai Romani di entrare nelle loro questioni e
farsi tutori del loro potere. Gli immediati predecessori di Cleopatra aveva no fatto testamenti in favore
di Roma, che pendevano sul paese e sulla sua indipendenza come su Damocle la spada, e il padre s’era
addirittura indebitato con i signori di quella città per poter regnare sul suo paese. L’Egitto era nelle mire
dell’Urbe, ultimo regno da conqui stare sul Mediterraneo, quando Cleopatra salí al potere. La regina si
trovò cosí al bivio d’una scelta: cedere a Roma o in seguire un sogno di indipendenza. Fra i due corni,
scelse quello che le rese la strada piú difficile e pericolosa: volle in seguire il sogno. Con rara intelligenza
politica, giocò fra i Romani contro Roma e per l’Egitto. Nella sua vita entrarono i piú grandi uomini della
storia del I secolo a.C. e i tre Roma ni piú influenti del tempo, quelli che fecero della Res publica un’altra
cosa. Dei tre due le furono compagni e uno le fu nemico. Con Cesare e Marco Antonio ricostruí il suo
regno, con Ottaviano combatté fino alla rovina. Di lei nella storia restano poche schegge di ricordi, tanta
maldicenza, ma anche la traccia del suo fascino, il racconto di una fra le piú belle storie d’amore, l’ombra
del suo impe gno per il paese, per i figli e per un sogno. In lei, la gloria dei Tolomei trovò l’ultimo lampo
di splendore, l’ultima e piú grande regina d’Egitto, la regina di tutti i re, la regina piú regina. 11 I
ALESSANDRIA, GLORIA DEI TOLOMEI 1. Egitto: forza, ricchezza e potere La dinastia dei Lagidi era stata
fondata sul finire del IV se colo a.C. dal macedone Tolomeo, figlio di Lagos e generale, abile e fidato, di
Alessandro Magno. Nei dodici anni in cui Alessandro si era lanciato alla conquista del mondo
costruen do il suo impero, Tolomeo ne aveva condiviso il sogno, l’ave va accompagnato nell’impresa,
occupando un posto nello stato maggiore macedone, e si era distinto per valore e intel ligenza. Dopo la
morte improvvisa di Alessandro nel 323 a.C., To lomeo, nella prima spartizione dei poteri che fu
l’accordo di Babilonia del 322 a.C., si era guadagnato il controllo dell’Egit to come satrapo e negli anni
delle guerre dei diadochi (‘succes sori’, i generali di Alessandro) aveva mirato esclusivamente a
consolidare e difendere tale controllo sul paese. Aveva avuto la meglio su Perdicca, quando questi nel
321 a.C. aveva tenta to l’invasione dell’Egitto. Nello stesso anno, in autunno, ave va consolidato la sua
posizione nella seconda spartizione fis sata dall’accordo di Triparadiso. Nel 306 a.C. aveva sconfitto
Antigono e Demetrio, quando avevano minacciato l’attacco e una nuova invasione del paese assediando
Pelusio, sul con fine nord-orientale egiziano. Il 7 novembre del 305 a.C. Tolomeo fu incoronato re
d’E gitto ed è appunto da questa data che ha inizio la dinastia che da lui prende il nome ed è anche
detta “lagide” da Lagos, il padre del suo fondatore. Tolomeo I, riconosciuto dal 304 a.C. come Sotér
(‘Salvatore’) per aver difeso l’isola di Rodi dalle mire di Antigono e Demetrio, fu senz’altro un generale
au- cleopatra 12 dace e coraggioso, ma anche e soprattutto un uomo colto e astuto: di queste qualità
aveva già dato ampie prove negli anni al seguito di Alessandro e ne diede ancora una fondando in Egitto
il suo regno. L’Egitto era un paese strategicamente sicuro e ricco di ri sorse, come lo stesso Tolomeo
aveva potuto osservare quan do con Alessandro l’aveva conquistato nel 332 a.C. Le ampie plaghe del
deserto libico riparavano il paese da occidente e le poche e sparse tribú africane che abitavano a sud
non faceva no temere da lí alcun attacco. Da nord e da est il paese era quasi inespugnabile. A nord, la
via d’accesso era solo quella del mare, visto che su quel lato l’Egitto affaccia tutto sul Me diterraneo e,
quindi, per la difesa bastava allestire una buona flotta da guerra e posizionarla lungo la costa. La via
d’oriente, in ultimo, si presentava come un percorso a ostacoli: prima bisognava passare per il deserto
dell’Ecregma e la palude di Serbonide, poi affrontare le varie fortezze posizionate da Pe lusio in giú e
quindi attraversare il Nilo. Quando nel 321 a.C. Perdicca tentò l’invasione dell’Egitto cercando di
penetrare da oriente, riuscí a superare il primo ostacolo, poi, non poten do prendere né Pelusio né la
fortezza del “muro del cammel lo”, cercò di passare per il Nilo, tentativo che gli fu fatale. Per la
traversata aveva posto affidamento sulla presenza di un isolotto, che, lungo il corso meridionale
all’altezza di Menfi, si trovava in mezzo al fiume, ma non aveva considerato quanto poco ospitali
potessero essere i coccodrilli che abita vano quella zona: mille dei suoi uomini, come racconta Dio doro
Siculo, finirono divorati. Perdicca, ritenuto colpevole dell’atroce banchetto, fu ucciso dai suoi stessi
soldati, e Tolo meo I si trovò la vittoria in mano, l’Egitto salvo e un nemico in meno. L’abile generale che
era in Tolomeo aveva quindi saputo riconoscere facilmente nella posizione del paese una garan zia di
sicurezza, ma l’astuto politico che era in lui seppe anche i. alessandria, gloria dei tolomei 13 vedere
quanto grandi fossero le ricchezze che l’Egitto di fatto offriva e quanto grandi quelle che avrebbe potuto
offrire. Al cuni decenni prima, nella seconda metà del V secolo a.C., Erodoto, scrivendo dell’Egitto,
l’aveva definito come un « dono del Nilo », e non aveva sbagliato, perché di fatto la ricchezza del paese
derivava innanzitutto dal suo fiume. Di versi secoli dopo, nel X d.C., lo scrittore arabo Al-Masūdū
avrebbe rappresentato la terra attorno al Nilo come un pic colo tesoro, bello quanto prezioso, che muta
attraverso le stagioni: una bianca perla, scriveva, è la terra d’Egitto in esta te, quando il fiume l’inonda e
la veste delle sue acque in cui si specchia la luce del cielo e del sole; nero muschio diventa, quando in
autunno il fiume torna al suo letto lasciandola di limo coperta; è, poi, un verde smeraldo, quando, lungo
l’in verno, germoglia di erbe e di piante; a primavera splende come un pane d’oro rosso, quando si
copre di gialle spighe di grano e l’erba fra queste s’arrossa sotto il sole. Un granaio del mondo antico, il
piú ricco e il piú importante, era innanzitut to l’Egitto, ma non era solo questo. Il Nilo donava agli
Egiziani terra fertile e nella terra fertile essi potevano praticare varie colture: oltre ai cereali,
coltiva vano di fatto ortaggi e legumi, impiantavano oliveti e vigneti, alberi da frutta, piante da cui
traevano balsami, palme da dat teri. Sugli stessi campi praticavano l’allevamento del bestia me, dei
piccioni e delle api. Nelle paludi del delta cresceva abbondante il papiro, che i piú poveri impiegavano
come alimento, ma che sottoposto a un processo di lavorazione poteva essere trasformato in fibre per
farne stoffe, indumen ti e intrecci vari, e soprattutto i famosi fogli per la scrittura (i papiri), di cui l’Egitto
fu il primo e il piú grande produttore ed esportatore del mondo antico. Sul Nilo si praticava la pesca. Il
Nilo era anche la principa le arteria delle comunicazioni dell’antico Egitto: sulle sue acque salivano e
scendevano di continuo imbarcazioni che cleopatra 14 portavano da un capo all’altro del paese uomini e
merci. Di là dalla valle del Nilo, la terra era ricca di risorse minerarie, di cave e miniere. Il granito rosso, il
porfido, l’alabastro e l’are naria, il rame, il piombo, il ferro e l’oro, le gemme e le pietre piú preziose,
tutti i beni custoditi nel sottosuolo venivano estratti e poi convogliati lungo il fiume. La ricchezza del
paese veniva, quindi, principalmente dal Nilo ed era legata alla terra e all’agricoltura. La terra piú ricca,
però – si sa –, non dà frutto se l’uomo non ci mette la fatica e l’intelligenza. L’agricoltura fu uno dei piú
fiorenti settori dell’economia dell’antico Egitto: lo fu grazie al Nilo sicura mente, ma lo fu anche grazie
all’operosità degli uomini e all’organizzazione del loro lavoro. In età tolemaica essa rag giunse i piú alti
livelli di produzione e fu, appunto, un merito dei primi re della dinastia aver promosso su larga scala la
di versificazione della produzione (anche attraverso l’introdu zione di nuove coltivazioni), l’adozione
sistematica di tecni che specifiche (come quella della rotazione delle colture), e, soprattutto, lo sviluppo
delle tecnologie e l’applicazione di innovativi o perfezionati strumenti capaci di garantire il dre naggio
delle acque e l’irrigazione artificiale dei campi (fino ai margini del deserto) e di sovvenire, nel caso, agli
scarsi livelli di piena. Dall’agricoltura, pilastro dell’economia, dipendeva soprat tutto la ricchezza del re,
il quale, essendo il maggior proprie tario terriero del paese (la gran parte del territorio era basilikè ghè,
‘terra reale’), gestiva dal centro la produttività del regno, favorendo la coltivazione di specifici prodotti
cosí da incre mentare le esportazioni e limitare le importazioni. Il dirigismo economico era un tratto
caratteristico dello Stato tolemaico e dall’agricoltura si estendeva a ogni settore della produzione: i
Tolomei favorirono l’industria, la scienza applicata alla produzione e i commerci. I loro esploratori si
spinsero al di là dei confini, nel profondo dell’Africa e oltre. i. alessandria, gloria dei tolomei 15
Sistematiche erano le relazioni commerciali con l’India: da qui arrivavano spezie e aromi, pietre preziose
e sete, il riso e il cotone. Basi per il commercio erano collocate lungo il Mar Rosso e fra gli amministratori
dello Stato era annoverato un « Ispettore dei mari Eritreo e Indiano ». L’organizzazione e il controllo dei
vari settori produttivi e delle varie attività economiche erano fondamentali per il re ed erano di fatto
affidati a una miriade di amministratori che operavano per suo conto e per arricchire le sue casse.
L’am ministrazione era quindi l’ossatura dello Stato e ne garantiva il funzionamento. La struttura era
piramidale: il vertice era occupato dal re, che, in un paese di tradizione forte e mille naria, era anche
incoronato faraone e considerato figlio della divinità e dio egli stesso. Il potere del re-faraone era
assoluto: egli era l’incarnazione vivente della legge e la sua volontà non poteva essere messa in
discussione. Accanto al re stava la regina: era con lui coreggente e come lui divina. Dopo le nozze di
Tolomeo II Filadelfo con la so rella Arsinoe II, nel protocollo della dinastia fu introdotto, forse
riprendendolo dalle tradizioni faraoniche, l’uso del ma trimonio fra consanguinei: la regina era, quindi,
di regola una sorella o, talvolta, la madre del sovrano. L’uso durò per tutta la durata della dinastia, senza
esser mai messo in discussione o eluso: ancora nel I secolo a.C., l’ultima sovrana, Cleopatra VII, regnò sia
come sposa-coreggente in successione di due dei suoi fratelli-re sia, poi, come sposa-coreggente del
pro prio figlio maggiore. Figura di rilievo del regno, la regina tolemaica si mostrava sempre accanto al re,
presenziava alle cerimonie di corte e alle celebrazioni e ai riti della religione, e il suo nome affian cava
sempre quello dello sposo nelle leggi e nei decreti da lui emanati. In taluni casi, la presenza della regina
si spinse oltre i limiti della corte e del culto, sul campo di battaglia: nel 217 a.C., Arsinoe III, sorella-
coreggente di Tolomeo IV Filopa- cleopatra 16 tore, affiancò il re-sposo nel comando della battaglia di
Raphia. Fu una delle regine piú amate d’Egitto anche per questo. Dopo quasi due secoli, il suo esempio
fu seguito da Cleopatra VII, che per ben due volte si mise a capo della flotta egiziana come ammiraglia:
nel 42 a.C. per condurre a Filippi le navi che aveva promesso a Marco Antonio e Otta viano contro i
cesaricidi e nel 31 a.C. ad Azio nella guerra che Roma le aveva dichiarato contro. Subito sotto la coppia
reale, nel quadro amministrativo del regno, si collocava una ristretta schiera di alti funzionari di nomina
regia, che, di fatto, occupavano i piú alti gradi della burocrazia tolemaica: erano subordinati soltanto al
re, aveva no competenze su tutto il territorio egiziano, ricoprivano i piú importanti incarichi di governo
provvedendo all’ammi nistrazione di settori fondamentali quali, ad esempio, la con duzione della
giustizia, affidata all’arcidicasta, o il controllo delle finanze, che spettava al dioceta. Dopo questo primo
ordine di funzionari, la struttura bu rocratica assumeva una configurazione piú complessa e arti colata:
il numero degli amministratori aumentava gradata mente scendendo di livello, i rapporti erano da un
grado all’altro rigidamente gerarchizzati, le sfere di competenza ricadevano nell’amministrazione locale
e venivano quindi definite entro ambiti geografici sempre piú piccoli e delimi tati (dai nomoi alle
toparchie e infine ai villaggi). Alla base, il regno, con il peso della sua struttura piramidata, poggiava
interamente sui sudditi, che spesso delle risorse del paese e della sua ricchezza usufruivano solo per
quel poco che basta va alla loro sopravvivenza. Il compito degli amministratori era innanzitutto quello di
arricchire le casse del sovrano. Benché in una struttura cosí complessa e articolata non siano mancati
funzionari che, nei vari livelli e anche ai piú alti gradi, abbiano pensato di appro fittare della loro
posizione per arricchire un po’ se stessi, ciò i. alessandria, gloria dei tolomei 17 nondimeno, per quello
che era il suo fine, la burocrazia tole maica ha sempre retto e funzionato alla meglio. I Tolomei, per
quanto tempo durò la loro dinastia, poterono sempre disporre di una ricchezza esorbitante. Dalle fonti
sappiamo, ad esempio, che Tolomeo II Filadelfo, a inizio della dinastia, aveva in cassa 14.800 talenti, che
Tolomeo XII, il padre di Cleopatra, nonostante la crisi del suo regno, poté sperperare ben 12.500 talenti
in tangenti, e che la stessa Cleopatra, alla fine del suo regno e della casata, finanziò l’impresa di Azio con
20.000 talenti. Cifre da sogno e solo per pochi, la cui por tata si può cogliere al meglio dal racconto di
Plutarco di una disavventura capitata al giovane Giulio Cesare. Questi, in viaggio verso Rodi, cadde
prigioniero dei pirati di Cilicia, i quali, per restituirgli la libertà, chiesero la cifra di 20 talenti. Giovane, ma
già dotato della temerarietà che l’avrebbe in seguito distinto, il Romano rispose sprezzante di valer ben
oltre la cifra richiesta e che di talenti ne avrebbe dati addirit tura 50. L’avventura di Cesare si concluse
col pagamento del riscatto, la liberazione e la vendetta sui pirati, in gran numero finiti impalati. 20 e 50
talenti: per i pirati una vita, per Cesare un massacro, per i Tolomei appena una miseria. Una cosí grande
ricchezza dava sostanza al prestigio del re, un prestigio che poteva ottenere e doveva difendere
impo nendo il segno della propria forza: la guerra e le conquiste. Gloria dei Tolomei fu la conquista da
parte dei primi dinasti di un vero e proprio impero, che nel momento della sua mas sima espansione
travalicava abbondantemente i confini del paese e comprendeva sul fianco occidentale la Cirenaica
(passaggio obbligato attraverso il deserto libico) e sul lato orientale la Celesiria (nell’angolo al confine
con la Siria me ridionale), e poi, risalendo per il Mediterraneo, Cipro, la Pan filia, la Licia, posizioni sulle
coste dell’Anatolia e della Tracia, e l’egemonia sulla confederazione dei Nesioti, insulari delle Cicladi.
cleopatra 18 Con la guerra il re guadagnava al suo paese e al suo trono la sicurezza, assicurando le aree
lungo i confini, e dalla guerra ricavava ricchezza, quella garantita dal controllo di territori e commerci e
quella che veniva dalla conquista dei beni dei vinti. A inizio della dinastia, Tolomeo III si meritò sul
campo di battaglia l’epiteto di Evergete non per aver ottenuto la vit toria e aver conquistato terre, ma
per il ricco bottino ricavato a spese dei Seleucidi nella guerra che è passata alla storia prendendo il nome
da Laodice, la donna che con la sua am bizione e i suoi intrighi l’aveva di fatto determinata. Sul bellicoso
scacchiere dei regni ellenistici, un Tolomeo poteva garantirsi la sicurezza e, quindi, la pace senza dover
necessariamente muovere prima alla guerra: la mossa era in tal caso quella di cercare l’alleanza col re
nemico e il mezzo era un matrimonio che la sigillasse. Sul finire del 252 a.C., Tolomeo II aveva per
l’appunto scelto questa strada: per ridi mensionare la minaccia seleucide sul confine orientale, ave va
dato in sposa la figlia Berenice al re di Siria Antioco II, che per sposare la principessa tolemaica aveva
dovuto allontana re in Asia Minore la prima moglie, Laodice, dalla quale aveva già avuto due figli. Dopo
la morte di Tolomeo II, Laodice era tornata sulla scena: aveva convinto l’ex marito a far testamen to in
favore dei suoi due figli, s’era, forse, prodigata per pro curare la morte di lui e, comunque, morto
Antioco, aveva ottenuto che il figlio Seleuco II salisse al trono e aveva poi provveduto a fare assassinare
Berenice e il figlioletto che questa aveva nel frattempo dato alla luce. La guerra non poteva essere
evitata: Tolomeo III mosse in difesa della sorella Berenice contro la Siria, riportò vari suc cessi, ma fu
costretto ad abbandonare la campagna in corso d’opera, perché richiamato in Egitto dalla notizia dei
tumulti che si erano sollevati ad Alessandria in sua assenza. La guerra si concluse di fatto con la
restituzione dei territori conquista ti a Seleuco II Callinico, il figlio di Laodice e nuovo re di Siria, i.
alessandria, gloria dei tolomei 19 ma Tolomeo III si era assicurato un ingente bottino e il con trollo di
Seleucia di Pieria, il porto di Antiochia. Bastò questo al suo prestigio: col bottino il re riuscí a placare le
agitazioni interne e il popolo che ne fu contento gli attribuí come titolo onorifico l’epiteto di “Evergete”
(‘Colui che è benefattore’). L’evergetismo, del resto, fu un tratto caratteristico di tutti i re della dinastia
tolemaica, il segno piú evidente della loro gloria, uno strumento efficace di propaganda, il miglior
mez zo per acquistare consenso presso la popolazione. La munifi cenza dei Tolomei si esprimeva
innanzitutto in campo reli gioso. Il re, novello faraone, figlio di divinità e dio egli stesso, nel rispetto
della doppia anima del suo paese e quindi della millenaria religione indigena e di quella greca, offriva
gene rosi e splendidi doni alle divinità e ai loro sacerdoti: si preoc cupava di restaurare i templi piú
antichi, provvedeva a realiz zarne di nuovi e piú belli, elargiva offerte agli dèi e ai santua ri, accordava ai
ministri del culto il suo favore e concedeva loro immunità e altri privilegi. Nel corso dei secoli, i Tolomei,
favorendo quanto piú pos sibile il sincretismo religioso, non si risparmiarono mai nelle loro offerte e nei
doni agli dèi tutti: arricchirono, ad esempio, l’area sacra dedicata al culto di Ammone a Karnak e il
tempio di Horo a Edfu, innalzarono templi nell’area sacra di Dende rah, in quella di Esna e in molte altre,
posero accanto alle divi nità egizie quelle greche, erigendo per queste ultime in tutto l’Egitto statue e
templi, dedicarono santuari a Serapide e ne crearono di nuovi per il culto dei sovrani ad Alessandria, a
Tolemaide, a Teadelfia e, ancora, per gli dèi e i loro ministri in terra dispensarono sempre a piene mani
la loro ricchezza. Con tale generosità il re, di fatto, si garantiva l’appoggio e il favore degli uomini di culto
che lo ricambiavano riconoscendo uffi cialmente la sua legittimità sul trono: a opera dei sommi
sacer doti egli veniva incoronato re-faraone a Menfi, era assimilato a una divinità (il dio Horo per il re e
Iside, in genere, per la cleopatra 20 regina), era celebrato con i propri antenati e congiunti nel cul to
reale, riceveva tributi vari e molti onori nei santuari e nei templi. Con la generosità con cui abbelliva le
aree sacre, do nando splendidi templi e fornendoli di ricchi arredi, il re co struiva in modo tangibile
sotto gli occhi dei sudditi la sua glo ria e innalzava insieme con i monumenti il suo prestigio: la forza, la
ricchezza, il potere e anche la bellezza. Con la stessa generosità il re offriva al suo popolo magni fiche
feste, spettacoli e giochi straordinari. Quando Tolomeo II Filadelfo, agli inizi del suo regno, nel 280-279
a.C., celebrò per la prima volta gli Ptolemaia, giochi isolimpici in onore di Tolomeo I Sotér, il fondatore
della dinastia, lo spettacolo che si offrí a quanti poterono assistere alla cerimonia d’apertura della
manifestazione fu strabiliante. Nello stadio di Alessandria sfilarono dall’alba alla sera, uno dietro l’altro,
cortei meravigliosi e maestosi: da quello che rappresentava la Stella Mattutina e apriva la processione a
quello che la chiudeva rappresentando Vespero, la stella del la sera, e, fra questi, il corteo dei genitori
del re, degli dèi con Dioniso e Zeus in posizione di rilevanza, e le statue di Tolo meo I e di Alessandro
Magno, al quale poi era dedicato tutto un corteo con la sua effigie d’oro fra quelle della Vittoria e della
dea Atena. Quadri animati, trainati su carri, rappresen tavano le quattro stagioni, la palma della vittoria
e la cornu copia dell’abbondanza. Su un carro del corteo di Dioniso era portato un tino immenso,
d’undici metri per sette, e in esso Sileno e sessanta satiri, accompagnandosi con musiche e can ti,
provvedevano alla pigiatura dell’uva, il cui mosto, poi, sci volava giú dal carro bagnando la strada.
Splendide erano le statue portate in processione. Fonte di meraviglia erano quelle meccaniche. Una di
queste, ad esem pio, rappresentava Nysa, la città della Caria nella quale, se condo il mito, Dioniso era
stato allevato dalle ninfe. La por tava un carro grande e alto, che sessanta uomini trascinavano i.
alessandria, gloria dei tolomei 21 per lo stadio: era alta quattro metri circa, abbigliata d’una tu nica
trapuntata d’oro e d’un mantello di Laconia, portava al capo una corona di edera, da cui pendevano
grappoli d’uva fatti d’oro e gemme varie e teneva un tirso in una mano e nell’altra una brocca, anch’essa
d’oro. La statua era rappresen tata seduta, ma, poi, a un punto, per lo stupore generale, si alzava,
versava dalla brocca del latte in una coppa e tornava quindi di nuovo a sedersi come prima. Su un altro
carro era rappresentato il ritorno di Dioniso dalle Indie: il dio montava su un immenso elefante ed era
accompagnato da un piccolo satiro che portava alle labbra come a volerlo suonare un corno di capra. La
rappresentazio ne era grandiosa e sfavillante: il tirso del dio e la sua corona erano d’oro, come pure
d’oro erano le bardature dell’elefante e la coroncina al capo del piccolo satiro e il suo corno di capra. Per
l’incanto del pubblico, sfilarono in mostra vasi e coppe d’ogni foggia e tutti d’oro, moltissime opere
d’arte, rare e pre ziose, carri carichi di spezie e aromi e animali d’ogni specie e razza, anche selvatici e
feroci, che erano stati fatti portare dall’Arabia, dalle Indie e dall’Etiopia. Per la pubblica gioia, poi,
durante la sfilata furono impiegati musici e danzatori e piú di trecento fanciulli che andavano offrendo
lungo lo sta dio vino buono in coppe d’oro. Da un carro furono anche li berati in volo colombi e
tortorelle dalle cui zampe pendeva no lunghi lacci cosí che chi volesse ne potesse fare preda. Chiudeva
la giornata, a fine corteo, un’imponente parata militare con fanti e cavalieri armati di tutto punto e
magnifi camente. Questo è, all’incirca, il racconto che sopravvive di quella giornata. Tolomeo II Filadelfo
in quell’occasione non aveva certo badato a spese: sapeva bene che sulla pista dello stadio di
Alessandria, insieme ai cortei e ai carri, fra musiche e dan ze, avrebbe sfilato la gloria dei Tolomei, la
potenza d’un re gno, la sua forza e la sua ricchezza, offerta agli occhi ammira- cleopatra 22 ti dei sudditi
e messa in scena per abbagliare quelli dei molti delegati, che, come era tradizione nei giochi olimpici e
iso limpici, erano venuti da ogni dove per assistere e partecipare alle gare e che, fra l’altro, erano stati
alloggiati dal loro ospite nel modo piú confortevole e sontuoso. Anche in questo stava la gloria dei
Tolomei, nello sfoggio della ricchezza del regno, nell’esibizione della sua forza. Con la stessa grandiosità,
secoli dopo, si sarebbe presentata al mondo Cleopatra VII, ultima sovrana d’Egitto e ultima dei Tolomei a
regnare. La regina conosceva i fatti dei suoi avi, le loro imprese e vicende, e, custode della passata
grandezza, volle nutrire il suo sogno di potere della stessa gloria, quella che fra l’altro le aveva lasciato il
piú grande monumento, la capitale del regno, Alessandria, la città che per gli antichi era la piú bella del
mondo o, comunque, una tra le piú belle. 2. Una grande eredità La storia di Alessandria ha avuto inizio
nel 331 a.C., quando Alessandro Magno, occupato l’Egitto, decise di fondarvi una città che portasse il
suo nome. Lo stesso Alessandro scelse il luogo per la fondazione, indicandolo nello stretto promon torio
che, non lontano dal ramo canopico del Nilo, si apre sul Mediterraneo alle spalle dell’isola di Faro ed è
bagnato da dietro dal lago Mareotide. Prima di allora, solo l’isola di Faro aveva avuto una certa
rinomanza: i poeti greci, da Omero in poi, l’avevano talvolta cantata come sede mitica di Proteo e tappa
nelle peregrinazioni di Elena e di Io. Il promontorio dietro l’isola, invece, non aveva avuto alcuna fortuna:
vi sor geva un piccolo villaggio, Rhakotis, abitato da pescatori e dai soldati di una guarnigione che i
faraoni avevano piazzato sul posto per impedire le scorrerie dei pirati e per tener lontani dall’Egitto
nemici e stranieri. Fino ad allora rimasto fuori dal la storia, di fatto era il luogo ideale perché vi sorgesse
una i. alessandria, gloria dei tolomei 23 città grande e potente, capace di giocare un ruolo di primo piano
nel Mediterraneo e – perché no? – di dominarlo. Il promontorio si affacciava sul mare come un porto
natu rale a due bracci che l’isola di Faro riparava da tempeste e mareggiate; il Nilo era vicino, portava i
doni delle sue acque e poteva essere collegato facilmente al lago Mareotide; il cli ma era quello
mediterraneo ed era raddolcito in estate dal soffio leggero e fresco dei venti etesi. Alessandro affidò i
lavori di progettazione a Dinocrate di Rodi, famoso architetto del suo seguito, il cui nome è stato spesso
associato dagli autori antichi alle opere piú originali e grandiose del tempo. Questi disegnò la pianta di
Alessandria sotto gli occhi ammirati di Alessandro Magno: la città aveva la forma d’una clamide, il corto
mantello che, affibbiato su una spalla o sul petto, si portava durante i viaggi o quando si andava a far la
guerra; l’impianto era quello fissato da Ippoda mo di Mileto per cui le strade si intersecavano ad angolo
ret to e determinavano cosí la divisione della città e la disposizio ne dei monumenti e delle case; la
grandezza era già nella pianta notevole, perché le sue strade sarebbero state ampie da passarci
agevolmente cocchi e carri e quelle principali sa rebbero state larghe un peltro, quasi trenta metri. Era il
7 aprile del 331 a.C.: Alessandro fondava in Egitto ancora un’altra città che portava il suo nome, ma
questa fra tutte sarebbe stata la piú grande e la piú ricca. Se n’era avuto presagio già al momento della
fondazione. Dopo che era sta ta tracciata sul terreno la pianta, uno stormo di uccelli d’ogni razza s’era
alzato d’improvviso in volo su di essa, venendo dal lago e dal fiume come un’immensa nuvola nera, e,
poiché nell’operazione per mancanza di gesso era stata usata farina d’orzo, aveva fatto banchetto senza
che restasse poi un sol granello di traccia. Il fatto aveva lasciato tutti i presenti ester refatti e lo stesso
Alessandro ne era rimasto tanto sbalordito che avrebbe interrotto i lavori, se i suoi indovini non gli aves-
cleopatra 24 sero presentato l’accaduto come un segno di buon augurio: la città che stavano fondando
sarebbe stata ricca d’ogni bene e lo sarebbe stata tanto da poter dare nutrimento a uomini ve nuti da
ogni nazione. Gli indovini ebbero poi solo per parte ragione. Nella realtà, come è nella natura delle cose
umane, anche ad Alessandria non mancarono mai i poveri disgrazia ti, quelli che campano la giornata
solo piegando la testa e spaccandosi la schiena, quelli che non ci riescono perché fra gili e indifesi e
quelli che per farlo s’inventano maestri dell’e spediente, del furto o della truffa: la città non fu un
paradiso terrestre da poter nutrire gli uomini d’ogni nazione o tutti i suoi figli, ma la sua storia dimostrò
che gli indovini avevano visto giusto e Alessandro aveva avuto ragione nel porre su quel promontorio la
prima pietra. Il merito della grandezza e della bellezza della città, però, spetta anche e soprattutto a chi
su quella prima pietra ha posto le altre e quindi ai Tolo mei, perché Alessandria fu, a partire dal 320 a.C.,
la capitale del loro regno e il centro del loro potere, l’emblema della loro potenza e lo specchio in cui
potevano ammirare la loro gloria. Tutti i re della dinastia, da Tolomeo I Sotér a Cleopatra VII, posero di
fatto una loro pietra su quella che aveva lascia to Alessandro e contribuirono, pietra su pietra, a rendere
la loro città sempre piú grande e piú bella: la spinsero nel Me diterraneo come scalo obbligato delle
principali rotte com merciali, la riempirono di magnifici palazzi e monumenti, le fecero conquistare il
primato come polo culturale favorendo le arti, lo studio e le scienze. Il primo merito dei Tolomei fu
appunto quello di aver saputo valorizzare la posizione della città in Egitto e nel Me diterraneo. Il sito si
presentava come un ampio porto natura le non lontano dal ricco Nilo. Per questo Alessandro aveva
scelto il promontorio per fondarvi la sua Alessandria