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Raccolta di Politica Internazionale

Il meglio da “Risiko-Geopolitica e dintorni”- “BloGlobal” - “Prospettiva Internazionale”


risikoblog.org blogloball.blogspot.com prospettiva internazionale.blogspot.com

Numero 4 - Aprile 2011

Perché “Chaos”
La politica internazionale è una cosa difficile da comprendere fino in fondo e, per questo, è difficile seguirla. Essa è
molto di più di un semplice sistema di relazioni internazionali, di rapporti interstatali, di interconnessioni economiche,
di collegamenti fra sistemi regionali, molto di più di quella che — spesso riduttivamente — viene chiamata
―globalizzazione‖. Tra le diverse teorie che hanno tentato di spiegare tale complessità, ne è stata formulata recente-
mente una davvero particolare: applicare le leggi che regolano la biologia, la fisica quantistica e la ―teoria del caos‖
anche alle scienze politiche e alle relazioni internazionali (―Mondo Caos‖, di Roberto Menotti, edito da Laterza -
2010).
Da qui nasce l‘idea di ―Chaos‖ (scritto in inglese, con 5 lettere, come i 5 continenti): una raccolta dei migliori articoli
pubblicati da alcuni emergenti blog italiani, ―BloGlobal‖, ―Risiko-Geopolitica e dintorni‖ e ―Prospettiva internazionale‖.
Essi hanno lo scopo di promuovere la conoscenza della politica internazionale e di spiegare, in termini accessibili a
tutti, i fattori e le dinamiche che muovono il mondo e la sua, appunto, caoticità. Comprenderle permette di prendere
consapevolezza delle nostre radici e, ora come non mai, del nostro futuro!

In evidenza questo mese: La guerra in Libia (parte seconda)


In Libia sta vincendo al-Qaeda? - di Alessandro Badella (Risiko) - 24.04.2011

In Libia, che piaccia o no alla coalizione dei volenterosi, la situazione si sta impantanando in una sorta di "patta" (per
usare un termine scientifico). Anche l'annuncio di Gheddafi di essersi ritirato da Misurata sembra essere una conqui-
sta alquanto provvisoria. Il Pais non sembra essere così sicuro della ritirata delle forze governative dalla città libica,
tanto da rilanciare la notizia della prosecuzione degli scontri proprio nella roccaforte della resistenza al raiss.
Si procede a rilento in Libia e lentamente passano i giorni senza che Gheddafi sia caduto sotto i colpi del-
la blitzkrieg ipotizzata dal governo francese. La scorsa settimana, dalle pagine de La Stampa, Anna Annunziata so-
steneva la necessità di"andare sino in fondo", ovvero sino alla cacciata di Gheddafi dal paese con il conseguente
trionfo della rivoluzione\insurrezione del 16 febbraio. Rebus sic stanti bus è chiaro che la frittata sembra fatta, ovvero
l'ex leader libico è stato attaccato e delegittimato (ed anche si è delegittimato da solo) sul piano internazionale...a
questo punto pare ovvio che nessuna riabilitazione o pace-lampo potrebbe essere plausibile.
Tuttavia, questo "andare sino in fondo", di fronte alla realtà libica, sembra essere divenuto più complicato del previ-
sto. I raid aerei della Nato sembrano servire solamente ad un mantenimento dello status quo, ovvero a spaccare il
paese in due tronconi. Senza l'intervento occidentale, le forze di Gheddafi avrebbero vinto da un pezzo la guerra
contro gli insorti; mentre, con l'intervento, si è raggiunta una situazione di parità strategica. La Nato, in pratica, non
ha permesso un ribaltamento della situazione, ma contribuisce solamente a mantenere questa "patta" scacchistica
tra i due contendenti.
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Da qui, ad esempio, la decisione di alcuni giorni, compreso quello italiano, di inviarein loco anche istruttori militari per
addestrare alla guerra gli insorti, cercando appunto di modificare a proprio vantaggio questa situazione di parità strate-
gica.
Tuttavia, come aveva scritto qualche settimana fa Federico Rampini, non è ancora ben chiaro chi siano questi "insorti",
ovvero la domanda sibillina che i cronisti internazionali si fanno è proprio: chi stanno aiutando le forze occidenta-
li? Proprio oggi, l'ex candidato repubblicano alla presidenza, il veterano John McCain, ha invitato l'amministrazione a-
mericana ad agire presto e bene contro la dittatura libica, pena un'avanzata senza precedenti della rete di al-Qaeda in
Libia.
Questa perplessità (o agghiacciante prospettiva) è peraltro condivisa anche da Rasmussen, il segretario della Nato, che
qualche settimana fa aveva parlato di una avanzata della rete terrorista internazionale proprio in concomitanza con la
stagnante situazione libica. Anche dall'Algeria alcuni esponenti dell'esercito hanno avvertito l'infiltrazione di cellule terro-
ristiche nel paese, volte a combattere il regime di Gheddafi. D'altra parte, solo pochi giorni fa (il 19 aprile), le forze leali-
ste libiche erano state attaccate da un commando affiliato ad al-Qaeda proprio a Bengasi.
Nella pratica, si sta profilando un'alleanza davvero inusuale tra le fila degli insorti, con i paesi occidentali che stanno
combattendo la stessa guerra del terrorismo di al-Qaeda e soprattutto stanno dalla stessa parte. Gheddafi, sebbene
fosse stato un buon sponsor del terrorismo politico anti-occidentale (con consistenti aiuti all'IRA, ad esempio) nel corso
degli anni ottanta, è stato sempre un baluardo del contenimento dell'islam radicale e jihadista. Lo stesso Del Boca, che
si è occupato parecchio delle vicende politiche e personali del raiss, in un suo saggio monografico, ha voluto ricordare
che la Libia senza Gheddafi sarebbe stato uno "scatolone di sabbia" (definizione dei socialisti durante l'invasione del
1912) infestato da cellule terroristiche, una specie di inferno somalo proprio alle porte dell'Italia e dell'Europa.
Mera realpolitik? Meglio un tiranno illuminato (di verde) piuttosto di una proto-democrazia con un ampio cedimento ad al
-Qaeda? Forse. Tuttavia, nel caso in un cui la Libia cadesse sotto il controllo di reti terroristiche internazionali, il mondo
occidentale ne uscirebbe fortemente ridimensionato, almeno strategicamente. E sarebbe chiaro che la "chimera" dell'e-
sportazione della democrazia avrebbe fatto molti più danni che profitti.

Smentisco! - di Alessandro Badella (Risiko) - 26.04.2011


La saga della guerra libica si sta arricchendo di un ulteriore capitolo grazie ai voli pindarici del governo italiano per
cercare, a mio avviso, di accontentare tutti i nostri interlocutori, da Obama a Sarkozy. Praticamente in sole sei setti-
mane siamo passati dal "non telefono a Gheddafi per non disturbarlo", al "non spareremo un colpo" per arrivare al
definitivo (sino al prossimo esuberante risvolto) impiego di "missili e non bombe"(sic). Quindi, ad un impegno similare
a quello di Francia ed Inghilterra.
Chiaramente, in questa breve riflessione, non prendo in esame l'aspetto etico-morale-filosofico della guerra in quan-
to tale (chi lo volesse fare nei commenti o in un eventuale post, può farsi avanti). Ad ogni buon conto, credo che il
presidente Napolitano abbia espresso, molto realisticamente, la propria opinione sull'evoluzione della posizione ita-
liana sull'intervento in Libia. Di fatto, il maggiore coinvolgimento, anche se evitabile, è una diretta conseguenza
dell'aver sposato in pieno l'interpretazione "dura e pura" della risoluzione n.1973 del Consiglio Onu. Di per sè era
abbastanza scontato che per porre fine alla dittatura di Gheddafi era necessario un intervento, che necessariamente
avrebbe dovuto implicare l'uso della forza. Condivido pienamente quello che ha postato Fabio Chiu-
di, aka "ilNichilista", sulla propria bacheca di FB (e lo incollo qui di fianco):
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Le modalità di mutamento della strategia italiana, quelle sì, possono essere analizzate in maniera più approfondita.
Anzitutto, vorrei sottolineare il quadro in cui si è consumata questa "svolta" della politica estera italiana. L'incontro
bilaterale con Sarkozy aveva un menu alquanto importante che svariava dall'antipasto dell'opa del colosso francese
del latte per l'acquisizione di Parmalat, sino ai piatti forti della revisione del trattato di Schengen e alla questione libi-
ca. Non è certo cosa assurda ipotizzare un "baratto", ossia un appoggio di scambio. Non vi sono prove certe di una
intesa franco-italiana che prevedesse un impegno più concreto del nostro paese alle operazioni contro il raiss. Que-
sta politica flip-flap potrebbe non essere casuale. Anche sul tema del nucleare c'é stato un grande gioco elettorale di
mezzo.
Ma il disinvolto slalom del Cavaliere, lascia dietro di sè il proprio strascico di ministri pronti a rettificare, smentire o
puntualizzare la posizione del governo che, probabilmente, ormai sarà sfuggita anche dai loro radar. Stasera, Bossi
e La Russa si sono smentiti praticamente in contemporanea. Al Tg3 il ministro della difesa dichiarava l'assoluto as-
senso della Lega ai bombardamenti in Libia, mentre Bossi (aRai News 24) dichiarava che la nuova strategia non gli
piace. Ovviamente la Lega è un alleato importante (così come lo era Gheddafi) per la coalizione di governo, quindi
Berlusconi si trova ancora un volta tra l'incudine padana e il martello francese. Probabilmente, da abile spacciatore
di politica quale è, se la saprà anche cavare in questa situazione...
Il governo reggerà, ma la politica internazionale del governo sta mostrando, ancora una volta, il lato tragicomico del
nostro paese. La totale assenza di strategia da parte della coalizione occidentale sembra essere un fatto abbastanza
evidente.Andrea Gilli prova a ragionarci su. Di fronte a questa mancanza di una direzione chiara sul che fare di
Gheddafi e del paese che ha governato per quarant'anni, l'Italia non è da meno. Semplicemente si adegua all'andaz-
zo. D'altra parte, nell'ultimo quarto di secolo non siamo stati capaci a intessere seri accordi mediterranei per la coo-
perazione allo sviluppo (che avrebbe potuto ridurre la consistente emigrazione verso le coste italiane), figuriamoci
azzardare un politica alternativa a Francia e Gran Bretagna.
Ormai abbiamo preso il treno al volo, per dimostrare alle altre potenze di avere ottimi riflessi e prontezza d'ani-
mo, senza però assicurarci dove sia diretto il treno e, soprattutto, se ci sia un qualche conducente ai comandi.
Male che vada, al primo intoppo...si smentisce.

Libia e Cina - di Alessandro Badella (Risiko) - 3.04.2011


Come già scritto in post precedenti, il fronte dell'intervento armato in Libia non è compatto e forse non lo è nemmeno
mai stato. Tuttavia, un prova di una certa dose di unità di intenti della comunità internazionale è stata la risoluzione
1973 dell'Onu. Di fatto, essa ha rappresentato un passo aventi notevole nei tempi di risposta ad un crisi non certo
semplice da affrontare.
Stupisce, ad esempio, che Russia e Cina (sebbene poi mostratesi non entusiaste dell'accelerata di Sarkozy sull'in-
tervento armato) non si sono opposte in maniera determinante all'adozione della risoluzione da parte del Consiglio.
Anche perché il loro "no" avrebbe inficiato ogni decisione.
Il Center for Strategic & International Studies (CSIS) sta monitorando molto da vicino l'atteggiamento cinese nei con-
fronti della crisi libica: la nuova politica internazionale cinese potrebbe tornare molto utile agli Stati Uniti come al bloc-
co occidentale.
In primo luogo, occorre precisare che la Cina non ha appoggiato con il proprio assenso la risoluzione, ma semplice-
mente si è astenuta. L'astensione di un membro con diritto di veto, che comunque, non determina una bocciatura del
provvedimento in seno al Consiglio, quindi non blocca il normale svolgimento dell'organo nel prendere una decisio-
ne. Si tratta di un meccanismo molto utilizzato dalla Cina da quando è entrata a far parte del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite (1971).
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Da allora, i cinesi hanno esercitato pochissime volte il diritto di veto, preferendo astenersi durante le decisioni volte a
mettere in dubbio quel principio di "non-interferenza" negli affari interni di uno stato membro.
Tuttavia, l'astensione alla risoluzione sulla Libia ha un sapore molto diverso da quelle esercitate nei confronti dei
provvedimenti Onu sulla Birmania, la Korea del Nord o il Sudan. In Libia era in gioco la credibilità internazionale
dell'impero cinese:

"China's international reputation would have been at risk had it chosen to block the resolution. It
would be accused of supporting bloodshed in Libya and single-handedly sabotaging international
efforts to protect Libyan civilians".

Così ha commentato l'ultimo rapporto mensile del CSIS. Ciò significa che la Cina sta cercando anche di costruirsi
una reputazione internazionale agli occhi del mondo occidentale. La sanzione nei confronti della Libia è stato un
buon trampolino di lancio per mostrare una Cina critica circa l'interferenza occidentale negli affari interni dei paesi a
loro poco favorevoli; nel contempo però la discussione sulla Libia ci ha restituito anche un Dragone disponibile al
dialogo e alla ricerca di una credibilità internazionale. Anche la Russia ha voluto sorvolare sul veto (preferendo l'a-
stensione), ma ha criticato direttamente l'utilizzo della forza.

Ma, gradualmente, qualcosa sembra cambiare nel rapporto tra Pechino e la comunità internazionale.

La Russia frena sulle armi ai libici - di Alessandro Badella (Risiko) - 4.04.2011


Il ministro degli esteri Lavrov ha dichiarato ieri la propria insoddisfazione di fronte all'opzione della Nato volta al-
la fornitura di armi ai ribelli libici. Questa ipotesi era stata avanzata anche dal nostro ministro Frattini. Addirittura Bill
Clinton aveva paventato questa ipotesi appena dopo la risoluzione n.1970 del 26 febbraio scorso!

Tuttavia, secondo Lavrov, questa eventualità violerebbe la risoluzione n.1973 del Consiglio di Sicurezza che parla
solamente di no-fly zone e di protezione dei civili. Invece, l'eventualità di forniture di armamenti andrebbe ben oltre lo
scopo principale della missione umanitaria così come concepita al Palazzo di Vetro.

La Federazione Russa, sebbene non avesse utilizzato il proprio potere di veto per bloccare la risoluzione, ha dimo-
strato in queste ultime settimane un certo fastidio per l'iniziativa intrapresa da Sarkozy e colleghi. Evidentemente la
partenza in quarta dell'alleanza occidentale ha un po' spiazzato chi aveva espresso un "ni" alla risoluzione n.1973.
Anche perché erano evidenti le forzature interpretative al documento volte ad un intervento militare istantaneo. An-
che Cina e Lega Araba avevano manifestato perplessità fondate circa gli sviluppi della situazione e circa i bombar-
damenti della Nato sulla Libia.

La presa di posizione di Lavrov giunge anche nel bel mezzo di una intensissima attività diplomatica russa, che vor-
rebbe interporre ai litiganti un mediatore, che potrebbe essere proprio la Russia. Lavrov è reduce da un viaggio di
alcuni giorni proprio in una zona calda dell'Africa settentrionale, l'Algeria e l'Egitto. Anche di fronte al ministro degli
esteri austriaco ha cercato di trovare un affiliato alle proprie posizioni nel cuore dell'Europa. Magari cercando an-
che l'appoggio di un interlocutore molto più importante, ovvero la Germania della cancelliera Merkel, anch'essa poco
favorevole all'intervento in Libia.
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Tuttavia, molti analisti hanno constatato come la politica estera russa si sia mostrata molto multilaterale e non-
allineata, inaugurando una nuova fase della politica estera del Kremlino. Infatti, lo stesso Lavrov ha così definito la
posizione russa:

"We completely agree with the NATO Secretary General that operation in Libya has been conducted
for protection of the civilians, and not for their armament, Moscow is interesting in a faster cease-fire
and beginning of talks".

Quindi, Mosca fa l'occhiolino anche alla Nato, non ha votato contro la risoluzione n.1973, appoggia il dialogo tra la
coalizione occidentale e Gheddafi e si avvicina agli interessi cinesi e della Lega Araba.

Mediterraneo e Medio Oriente

Le Rivolte dei Gelsomini mettono a nudo le fragilità della Lega Araba - di Giuseppe Dentice
(BloGlobal) - 28.04.2011

Alla luce dei numerosi episodi che stanno ridisegnando la geopolitica del Grande Medio Oriente, un attore transna-
zionale è stato colto completamente impreparato dagli avvenimenti. Stiamo parlando della Lega Araba. Le rivolte
nella regione hanno conferito centralità all'organizzazione ma ne hanno messo in evidenza debolezze e ambiguità.
Ultimo caso della confusione che regna all'interno dell'organismo sovranazionale è il rinvio prima ―a data da destinar-
si‖ del summit della Lega Araba dell'11 maggio a Baghdad e, successivamente, la decisione di convocare i Ministri
degli Esteri dei Paesi membri al Cairo per una riunione straordinaria l'8 maggio, anticipando la sessione. Su richiesta
dei Paesi del Golfo, con il Qatar in testa, era stato infatti chiesto il rinvio del consesso dei Paesi arabi come conse-
guenza delle rivolte in corso, e, al tempo stesso, come sintomo di una mancanza di una posizione comune tra i
membri, cosa che ha portato ad una profonda crisi di identità.
La Lega Araba, fondata nel 1945 al Cairo per impulso di sette Paesi – Egitto, Siria, Iraq, Libano, Transgiordania, A-
rabia Saudita e Yemen, poi passati a ventidue –, fin dalla sua nascita ha dimostrato inadeguatezza e contraddizioni
nel suo agire politico a causa della forza politica dei singoli Stati coinvolti che, a seconda della fase storica che si
viveva, hanno manifestato tutto il loro carattere fortemente conservatore e autocratico. L'apice delle sue ambiguità
vennero raggiunte durante la ―guerra fredda araba‖, che metteva in mostra lo scontro ideologico tra il conservatori-
smo delle monarchie saudito-giordane contro il progressismo dei Nasser e del Partito Ba'ath in Siria e Iraq. La Lega
Araba fu, in quell'epoca, lo specchio delle divisioni mondiali tra le due sfere di influenza americana e sovietica. Da
sempre questo organo sovranazionale è stato foro di aspre discussioni e lotte fratricide. Al suo interno l‘Egitto ha
sempre fatto la voce grossa, fino alla sua esclusione, nel 1979, per effetto dell'accordo di pace siglato con Israele a
Camp David, per poi venir riammesso nel 1989. Anche l'Arabia Saudita ha sempre avuto un ruolo di primo pia-
no, come nel caso delle guerre contro l'Iraq nel 1991 e nel 2003, dove si fece portavoce e offrì le sue basi militari per
attaccare un suo membro.
La Lega Araba non ha mai raggiunto una posizione comune su nulla in passato. Ciò è testimoniato più volte dalla
ormai cronica situazione palestinese, in cui l‘unità della Lega è sempre stata più una facciata che un'azione concre-
ta: lo dimostra il fallimento del piano saudita del 2002, attraverso la celeberrima “Road Map” la quale, forse, ha solo
intricato il problema tra israeliani e palestinesi.
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Quanto sta avvenendo ora nella Lega Araba è una resa dei conti che non riguarda più lo scontro ideologico tra filo-
americani e simpatizzanti sovietici, o tra chi ha contenziosi con Israele e chi ha stretti accordi con Tel Aviv. Neanche
lo scontro religioso tra i wahhabiti sauditi e i panarabisti laici può giustificare le ultime dinamiche. Oggi al centro di un
complesso gioco diplomatico vi è lo scontro tra il ―nuovo‖, rappresentato dai Paesi del GCC (Gulf Cooperation Coun-
cil) capitanati da Qatar e Emirati Arabi Uniti – e sempre più vicini a posizioni filo-iraniane –, e il “vecchio sistema”
incarnato da Egitto e Arabia Saudita. Un esempio lampante dello scontro si è notato in Bahrain, quando la Lega Ara-
ba, alla luce degli scontri, prudentemente si era tenuto nel limbo di una non decisione, chiedendo semplicemente la
fine delle rivolte, mentre i Paesi del GCC, con un'azione comune hanno deciso di inviare truppe a supporto degli al-
Khalifa. Uno scenario identico è avvenuto in Yemen dove la scelta del non intervento della Lega ha lasciato, anche
qui, carta bianca al GCC. Anche la questione libica è stato uno scenario di scontro. Infatti, il variegato popolo arabo
ha considerato una colpa il mancato appoggio della Lega Araba agli insorti libici contro il regime di Gheddafi
(considerato da tutti miscredente, folle e anti-arabo), cosa invece fatta da Qatar ed Emirati Arabi Uniti in quanto
membri del GCC.
Pur essendo in gioco interessi strategici di carattere economico e politico, l'indecisione della Lega Araba e la credibi-
lità acquisita ultimamente dal GCC stanno facendo emergere tutti i nodi al pettine. E il rinnovamento è già partito.
Doha, infatti, pur non essendo un emblema della democrazia, vuole approfittare della debolezza politica egiziana,
contando sul fatto che l'attuale Segretario Generale dell'organizzazione, l'egiziano Amr Moussa – ex Ministro degli
Esteri di Mubarak – ha il mandato in scadenza tra un mese e l‘emirato qatarino ha annunciato la candidatura di Ab-
del Rahman al-Atiyyah, ex Segretario Generale del GCC quale naturale successore alla carica della Lega Araba.
Non a caso, cinque dei sei Segretari Generali della Lega, dalla sua fondazione ad oggi, sono stati egiziani. Il Cairo,
da parte sua, ha indicato Mustafa al-Fiqqi, capo della commissione esteri del Parlamento egiziano e uomo politico
molto vicino a Mubarak, come candidato alla segreteria dell'organismo, ma l‘ipotesi di un candidato non egiziano
sembra affascinare parecchio anche gli altri membri.
Grazie alla forza economica del petrolio dei Paesi del Golfo, il baricentro dell‘organizzazione ha cominciato dunque
inesorabilmente a spostarsi verso altri canali diplomatici, trovando in Doha, Abu Dhabi o, addirittura Mascate, centri
di potere molto più influenti rispetto ai canonici Riyadh, Il Cairo o Baghdad. L'emergere dei Paesi del Golfo e, in parti-
colare del Qatar, ha stravolto la geopolitica mediorientale. Dalla loro parte, pendono anche le grandi capacità diplo-
matiche, mediando in aree calde come Palestina e Darfur. Chi pensa a una Lega diversa, non più come forum di
dibattito, ma comeplayer regionale, volge le proprie attenzioni verso lo Shatt al-Arab, meglio conosciuta regione del
Golfo.

Washington infuriata con la Siria - di Alessandro Badella (Risiko) - 25.04.2011

Il regime siriano di Assad jr. sembra essere sull'orlo della guerra civile ed il presidente-padrone potrebbe essere il
prossimo a cadere sotto i moti di piazza di questo primo scorcio del 2011, proprio come i colleghi Ben Alì e Muba-
rak. Tuttavia, mentre i primi due hanno desistito relativamente presto a mantenersi sulla sedia presidenziale, Assad
si sta aggrappando con le unghie allo scranno da cui comanda il proprio paese. Le violenze di piazza sono state si-
stematicamente represse nel sangue. Si calcola che negli ultimi 7 giorni siano state uccise 300 persone da parte
delle forze di sicurezza, proprio durante gli scontri di piazza.
Si tratta anche di un lento ma sistematico massacro di civili le cui immagini, a differenza di quanto accaduto in Tuni-
sia ed Egitto, sono trasmesse solo a singhiozzo al di fuori del paese mediorientale. Le fonti di informazione, total-
mente controllate dal regime, non permettono di squarciare l'oscuramento mediatico in cui Assad ha gettato i moti
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di piazza. Ovviamente Youtube, Facebook e Twitter sono una valida cassa di risonanza alternativa e funzionano an-
che meglio dei tradizionali strumenti di informazione del XX secolo.
Anche Washington sta seguendo molto da vicino la situazione siriana, che certamente rappresenta una tessera im-
portante nell'attuale stravolgimento degli assetti mediorientali. Per il momento è arrivata la secca condanna delle
violenze contro i manifestanti. Il governo americano ha incaricato T. Vietor, portavoce del consiglio nazionale di sicu-
rezza, di avanzare l'ipotesi di adottare sanzioni "molto concrete" al fine di dare un segnale chiaro alla famiglia Assad,
che da qurant'anni governo il paese. La Casa Bianca non è la sola a pensare a pensanti sanzioni economiche nei
confronti della Siria (più che altro si parla di un congelamento dei beni all'estero degli Assad), poiché, solo ieri l'orga-
nizzazione Human Rights Watch ha proposto esattamente la stessa misura per cercare di far "ravvedere" il governo
di Damasco. Le possibili sanzioni, tuttavia, non sono state esplicitate nei loro contenuti in maniera formale e definiti-
va.
Qualora Obama decidesse di utilizzare la mano pensante con il governo di Damasco, si creerebbe una nuova frattu-
ra tra Stati Uniti e Siria. L'attuale presidente americano, in questi tre anni alla Casa Bianca, ha cercato di comporre i
contrasti che erano esplosi pericolosamente durante l'amministrazione Bush jr. Ad esempio, Obama ha cercato
di alleviare le sanzioni inflitte dalla precedente amministrazione a Damasco, che, nel frattempo, stava subendo la
"corte" della Russia del ticket Medvedev-Putin. La politica multipolare obamiana ha cercato di gettare un ponte tra
Washington e la Siria. Ma, chiaramente, di fronte a queste nuove sanzioni il progetto naufragherebbe. Dal canto suo
Obama, dopo aver visto sfumare la "rivoluzione verde" iraniana del 2009, potrebbe tentare un sostegno più convinto
alla rivoluzione dal basso che sta prendendo forza in Siria. Anche il Washington Postsostiene che, dopo il mancato
appoggio ai moti iraniani, Obama dovrebbe avere un secondo match point per salvare la sua politica estera sul piano
della tutela dei diritti umani e delle libertà democratiche, ma soprattutto per supportare un cambiamento positivo nel
panorama mediorientale.

Ambizioni e incognite israeliane nel quadro geopolitico del Grande Medio Oriente - di
Giuseppe Dentice (BloGlobal) - 17.04.2011

In un scenario mediorientale altamente turbato da avvenimenti di portata storica, un attore su tutti sembra defilato
dagli eventi di questi giorni: Israele. Anche se non direttamente interessato dal fenomeno, Israele nutre grandi aspet-
tative e grandi apprensioni dalle rivolte che stanno rimodellando la geopolitica mediorientale. Infatti, le speranze isra-
eliane ricadono su un duplice scenario: da un lato l'augurio che queste rivoluzioni portino una discontinuità e, conse-
guentemente, un ricambio democratico nei vertici istituzionali di quei Paesi ritenuti nemici, come ad esempio la Siria
o il Libano; dall'altro, la preoccupazione che nei Paesi una volta nemici, e oggi invece solidi alleati, come Egitto e
Giordania, i il grave disagio interno possa favorire il proliferare del terrorismo islamista anche all‘interno di Israele
stesso. Non a caso tutti questi Paesi sono confinanti e il rischio accerchiamento è sempre stato lo spauracchio temu-
to da Israele. Pertanto, dinanzi a questi avvenimenti e a possibili scenari futuri ancora più sconvolgenti, quale è l'ap-
proccio di Israele verso le rivolte in corso nel Levante arabo?
Israele non sembra particolarmente preoccupato dagli eventi interni, quanto piuttosto da tutto quello che sta acca-
dendo lungo i suoi confini. Ad oggi si sente parlare degli attentati contro i coloni, o degli ampliamenti degli insedia-
menti ebraici nei Territori Occupati. Eppure per Tel Aviv si prospettano scenari fino a pochi anni fa inimmaginabili: da
un lato ha la possibilità di affermarsi quale potenza regionale al pari di Iran e, leggermente in secondo piano, Arabia
Saudita; dall'altro, al fine di assicurare la propria sopravvivenza, dovrà impegnarsi ad evitare, anche con azioni
―nascoste‖ e orchestrate dai servizi segreti (Mossad e Shin Beit su tutti), che le rivolte in Egitto, Siria, Giordania pos-
sano produrre pericolo concreto verso il proprio territorio. Il rischio a cui Israele va incontro è duplice: il proliferare
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del terrorismo qaedista anche in casa ―sua‖ – fenomeno che almeno fino ad oggi non ha mai particolarmente attec-
chito – e l'instaurazione di regimi estremisti poco disponibili al dialogo con Tel Aviv, che farebbero tornare la que-
stione arabo-israelo-palestinese indietro nel tempo, più precisamente, ai tempi di Nasser e della Guerra dei Sei Gior-
ni. Il rischio è concreto e ancor di più se la piazza aizzata viene fomentata da movimenti oscuri, come la Fratellanza
Musulmana, che ha diramazioni locali in quasi tutto il Vicino e Medio Oriente e che sfrutterebbe le attuali situazioni
dei Paesi mediorientali per tornare alla ribalta dopo anni di isolamento politico e sociale. Pertanto i pericoli per Israe-
le vengono tanto dall'interno del Paese quanto dall'esterno.
Negli ultimi tempi sono riprese le schermaglie tra esercito israeliano e i miliziani di Hamas nella Striscia di Gaza. La
ripresa degli scontri sono state segnate da due episodi atroci: un massacro contro una famiglia di coloni a Itamar e
l'attentato, dello scorso 23 marzo, a Rehov Yafo, a Gerusalemme Est. Per quanto apparentemente sconnessi fra
loro, questi avvenimenti sono indice di una sempre maggiore tensione nell'area. La Striscia di Gaza e il suo governo,
Hamas, che sembravano pacificati dall'Operazione Cast Lead (Piombo Fuso) del 2009, sembrano aver ripreso nuo-
va forza. Infatti dalla Striscia sono partiti nuovamente lanci di razzi Qassam verso Be'er Sheva, in territorio israelia-
no, in pieno Negev (precedentemente alle azioni di Hamas, il governo di Netanyahu aveva portato avanti un giro di
vite contro lo stesso Hamas, giustiziando due suoi capi). Ovviamente la risposta israeliana non è tardata e si è fatta
sentire con tutta la sua forza attraverso un raid aereo contro le città di Ashdod e Yavneh. Nonostante la tensione
resti alta, sembra che entrambe le parti non abbiano interesse ad aumentare l'escalation del conflitto, anche a causa
della debolezza politica, prima ancora che militare, di Hamas. Come è noto, da tempo vanno avanti dei regolamenti
di conti fra i Palestinesi, in particolare fra miliziani di Hamas e Fatah, che stanno facendo il gioco israeliano indebo-
lendosi a vicenda, ma anche e soprattutto fra gruppuscoli della galassia jihadista legati ad Al Qaida, come la Brigata
Mohammed Bin Moslama o l'Esercito per l'Islam, coinvolti in tentativi di sollevazione contro Hamas, sia seguendo
una linea oltranzista e ancora più estrema, sia professando la creazione di un fantomatico califfato mondiale unito
sotto la bandiera della Sharia (la legge islamica). Uno di questi tentativi venne represso nel sangue nel 2009 nella
moschea-bunker di Rafah da Hamas contro la Brigata Mohammed Bin Moslama. Da parte israeliana si vuole evitare
di attirare nuove critiche e indagini della Comunità Internazionale come avvenuto nell'ultima guerra a Gaza con la
commissione Goldstone, incaricata di fare luce sulle violazioni di ambo le parti nel conflitto. Se a Gaza la situazione
sembra confusa, di certo non va meglio in Cisgiordania, dove l'attenzione resta puntata sull'Autorità Nazionale Pale-
stinese del Presidente Mahmoud Abbas (meglio conosciuto col nome di Abu Mazen) e del Primo Ministro Salam
Fayyad. Si vocifera da tempo che, nell'arco di pochi mesi, dovrebbe essere annunciata una dichiarazione unilaterale
di nascita dello Stato Palestinese nella sola Cisgiordania, ma tale notizia è stata più volte smentita dalla stessa ANP.
Il motivo di questi annunci e smentite rimane misterioso, ma certamente è difficile immaginare una Palestina indipen-
dente e autonoma in West Bank senza che Israele faccia nulla per impedirlo. Gaza e Gerusalemme Est, che fine
faranno? E' difficile fare previsioni di lungo termine in terre che hanno cambiamenti talmente tanto repentini. Ma cer-
tamente i fatti dimostrano che Israele, attraverso l'aumento degli insediamenti di coloni a Gerusalemme Est e la co-
struzione di una defensive fence lungo il tracciato della Green Line, sta portando avanti il suo progetto delle due Pa-
lestine, una a Gaza lasciata agli arabo-palestinesi e guidata da Hamas e l'altra, considerata da sempre parte inte-
grante del Eretz Israel Hashlemah (Grande Israele), controllata dall'ANP, ma politicamente debole e incapace di go-
vernare senza l'ausilio di Tel Aviv. Anche i Palestine Papers avevano mostrato un quadro alquanto simile, con una
ANP completamente soffocata e sottoposta agli ordini Israeliani e un Hamas più simile ad un fuoco di paglia che ad
un vero proprio rappresentante del popolo palestinese.
Allargando lo sguardo, oltre i confini di Israele la situazione è nettamente pessima. Da un lato abbiamo un Iran appa-
rentemente silente come Israele, ma che sta muovendo le pedine giuste per farsi portavoce unico dell'intero mondo
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arabo e musulmano. Dall‘altro lato abbiamo un insieme di regimi sicuramente indeboliti e delegittimati nel loro potere
da una piazza sempre più inferocita e disperata, affamata di libertà e democrazia. Il timore di Tel Aviv è principal-
mente nei confronti, però, di Teheran. Se guardiamo gli episodi degli ultimi mesi, come ad esempio quello delle navi
iraniane nel Canale di Suez, ufficialmente dirette in Siria per una esercitazione militare, notiamo come le provocazio-
ni siano accompagnate anche da un messaggio politico non indifferente: l'Iran è pronto a tutto e non ha paura di I-
sraele nel caso di una guerra tra i due arci-nemici. Da mesi vanno avanti numerosi episodi di tensione favoriti dalle
dichiarazioni infuocate di ambo le parti che ripetutamente hanno dichiarato la volontà di non scendere a nessun tipo
di compromesso con l'avversario. La tensione ha poi raggiunto il suo culmine non tanto con l'episodio di Suez, bensì
con la visita di Ahmadinejad a Beirut, lo scorso ottobre, salutata da una folla sciita festante e bollata dagli Israeliani
come una pericolosa deriva democratica del Libano e un possibile pericolo per Israele stesso. Altro episodio grave è
stato il rallentamento del processo di produzione del nucleare iraniano a causa di un virus cybernetico prodotto da
Israele (Stuxnet) e che ha mandato in tilt le centrali di Natanz e Busheir. Tutte queste situazioni hanno elevato l'acre-
dine tra le parti e, indirettamente, hanno creato un fronte comune dei Paesi arabi contro la politica intransigente di
Israele nella Striscia di Gaza. Emblema di tale escalation è l'attacco alla Freedom Flotilla, una nave umanitaria turca
attaccata dalle forze di sicurezza israeliane – un episodio su cui la Comunità Internazionale sta ancora indagando
per fare completa chiarezza – che ha prodotto una divisione inimmaginabile fino a qualche anno fa: la rottura delle
relazioni politiche tra Israele e Turchia e il successivo avvicinamento di quest'ultima all'Iran e alla Siria. La situazione,
dunque, appare sempre più polarizzata attorno allo scontro tra Israele ed Iran. A favorire tale situazione ci sono an-
che le apparenti incertezze statunitensi in politica estera ed il progressivo disimpegno dell‘Amministrazione Oba-
ma dalla questione israelo-palestinese, testimoniate dal veto americano posto alla risoluzione del Consiglio di Sicu-
rezza ONU S/2011/24 sugli insediamenti ebraici a Gerusalemme Est quale unico e significativo atto politico degli
ultimi mesi. Ciò sembra dunque isolare il governo di Tel Aviv nel contesto internazionale, a cui si aggiunge l'isola-
mento regionale. Infatti, gli avvenimenti di questi tempi hanno rimodellato non solo le istituzioni nazionali dei singoli
Paesi, ma anche le loro posizioni di forza e la loro geopolitica nei confronti di Israele. Ad esempio, l'Egitto da tempo
era il miglior alleato di Tel Aviv nel Vicino Oriente. Non è un caso che vari quotidiani israeliani, prima delle dimissioni
di Mubarak, si auguravano la permanenza al potere del Presidente egiziano proprio per garantire quell‘equilibrio rag-
giunto bilateralmente da Tel Aviv e Il Cairo. Il timore israeliano si basava sul fatto che la caduta di Mubarak potesse
produrre un rimescolamento delle forze in campo, rischiando di sconvolgere l‘intero assetto politico della regione.
D‘altra parte, a questi timori bisogna aggiungere il rischio che l‘instabilità dei vicini arabi, Giordania, Siria e Libano in
primis, causi uno sconvolgimento dell’area, scardinando equilibri di potere che hanno retto per decenni la stessa po-
litica estera israeliana. Il timore è quindi che a salire al potere siano frange ancora più estreme che producano una
―palude politica‖ tanto nelle relazioni regionali tanto in quelle internazionali. Infatti la paura israeliana di trovarsi invi-
schiata suo malgrado in un caos che non era né previsto né voluto, paradossalmente potrebbe danneggiarla seria-
mente nella sua politica di potenza, perché la confusione non garantisce certamente nuovi punti di riferimento. Qua-
lora dunque, nei prossimi mesi l‘Egitto assuma posizioni ostili favorite dall'assunzione del potere dei Fratelli Musul-
mani, il Libano assista ad una ulteriore escalation di Hezbollah, Giordania e Siria cadano sotto i colpi della rivoluzio-
ne sociale in corso portando al potere rispettivamente l'Islamic Action Fronte l'Ikhwan filiali locali
del network transnazionale dei Fratelli Musulmani), Hamas ed i radicali di Palestina troverebbero una congiuntura
internazionale molto più favorevole e si presenterebbero alle elezioni di settembre rafforzati. A quel punto, la reazio-
ne di Israele potrebbe assumere solo risposte ―muscolari‖ che di certo non placherebbero gli animi, bensì darebbero
il benservito ad un terrorismo politico di varia natura difficilmente reprimibile. Pertanto, prendendo ad esempio il caos
di Iraq e Afghanistan, Israele rischia suo malgrado di trovarsi in un conflitto regionale “balcanizzato” e di difficile solu-
zione.
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Iran: una minaccia per l’Occidente? - di Giuseppe Dentice (BloGlobal) - 26.04.2011

All'indomani dal rallentamento del processo di produzione del nucleare iraniano a causa di un virus cybernetico pro-
dotto da Israele (Stuxnet) e che ha mandato in tilt le centrali di Natanz, Busheir e Arak, l'Iran si interroga, in questo
periodo di grandi rivoluzioni nella regione mediorientale, sul proprio programma nucleare. Gli USA, infatti, accusano
l'Iran di fabbricare armi nucleari da impiegare contro Israele o in Libano nel tentativo di affermarsi quale potenza re-
gionale e leader politico indiscusso nel complesso mondo arabo e islamico. A supportare i timori della Comunità In-
ternazionale intera ci sono le manovre politiche poco chiare del regime di Teheran, come l'avvicendamento del capo
del programma nucleare, che è passato nelle mani di Abbasi Davani, uno scienziato molto vicino alla guida suprema
Khamenei, al posto di Ali Akbar Salehi divenuto nuovo Ministro degli Esteri. Sembra evidente quindi che il governo
iraniano si stia riempiendo di ―falchi‖ e che le ―colombe‖ sembrano essere state accantonate poco alla volta, dopo il
giro di vite che ha coinvolto il regime all'indomani delle rivolte dell'―Onda Verde‖. Al di là di qualsiasi ragionamento
politico, quello che interessa sapere, al di là della liceità dei mezzi in campo, è se le rimostranze iraniane verso un
accesso nucleare siano giustificate o meno.
Fin dal 1959, l'Iran ha sempre sostenuto la possibilità di intraprendere un programma nucleare civile, iniziato sotto il
regno di Reza Shah. L'Iran sostiene che l'energia nucleare è necessaria per l'aumento del consumo interno di ener-
gia, mentre il petrolio e il gas sono necessari per il commercio con l'estero a causa del trentennale embargo nei con-
fronti del Paese. Teheran ha ripetutamente affermato che il suo piano di sviluppo nucleare è totalmente pacifico. Nu-
merose autorità, tanto conservatrici quanto riformiste, come Khamenei o Khatami, hanno dichiarato che l'atteggia-
mento di chiusura e ostruzionismo della Comunità Internazionale è inaccettabile, mentre è legittima l'aspirazione al
nucleare dell'Iran. Gli USA, su tutti, pretendono un'interruzione del programma di sviluppo nucleare – per paura di un
parallelo sviluppo di un piano militare nucleare – e un accesso agli ispettori dell'International Atomic Energy Agency
(IAEA) nei siti ritenuti centro di arricchimento dell'uranio per accertare la veridicità delle accuse. L'arricchimento di
uranio può essere utilizzato sia per usi pacifici (combustibile nucleare) sia per evoluzioni militari (armamenti nuclea-
ri). Tuttavia, due decenni di attività clandestine hanno sollevato interrogativi circa le reali intenzioni dell'Iran. L'Iran ha
veramente un'effettiva esigenza di energia nucleare?
La risposta è duplice. Chi propende per il ―SI‖ sostiene che, negli ultimi venticinque anni, il consumo di energia in
Iran è salito vertiginosamente, di pari passo con la crescita costante del tasso di natalità, portando il Paese ad esse-
re tra i maggiori consumatori di petrolio e di gas naturale. Paradossalmente l‘Iran – 4° produttore mondiale di petrolio
– rischia di diventare da esportatore a Paese importatore di energia (secondo le ultime stime 2009, l'Iran sale nel
ranking internazionale dal 52° al 48° posto come importazioni di petrolio con 168.000 barili/giorno). Il consumo di
energia elettrica rimane sempre elevato, anche se parzialmente diminuito rispetto agli ultimi dati del 2009. Anche la
produzione di petrolio è aumentata negli anni, con un incremento nel 2010 del 13.06 % rispetto all'anno precedente,
restando quasi l‘unica fonte di reddito primario. Se a ciò aggiungiamo l‘isolamento del Paese causato dall'embargo,
si riscontra un'effettiva necessità energetica, se non nell'immediato, quanto meno tra venti-trenta anni. Il fronte del
―NO‖, invece, continua a sostenere la tesi secondo cui parlare di uso pacifico del nucleare iraniano potrebbe essere
accettato solo quando i negoziatori iraniani parleranno chiaramente di scopi civili del nucleare e di osservanza del
Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), spiegando il perché una tale politica energetica sia stata tenuta na-
scosta per decenni. Inoltre, l'Iran ha anche un programma di sfruttamento interno dei giacimenti minerari di uranio, i
quali non sarebbero sufficienti, secondo gli esperti, per avere la qualità e la quantità necessarie alla produzione di
una bomba atomica. Bloccare nuove forniture di uranio, dunque, potrebbe equivalere ad interrompere il completa-
mento del presunto programma di armamento nucleare iraniano, eliminando l'opzione militare per distruggere gli
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impianti prima che la bomba sia pronta. Secondo informazioni scoperte dal ―Times‖, i servizi segreti britannici (M6)
hanno fatto pressioni sui principali produttori mondiali di uranio (Kazakistan, Uzbekistan, Brasile) affinché le autorità
locali non vendessero il minerale all'Iran.
Anche il fronte politico interno iraniano non è compatto. Da un lato ci sono gli hard-liners o conservatori, che sosten-
gono la necessità del nucleare, tanto civile quanto militare. Essi pongono «la sicurezza del regime in termini preva-
lenti rispetto alla situazione socio-economica, immaginando la Repubblica Islamica come indiscussa grande potenza
regionale, in grado di far fronte all‘America e di porre sotto tiro Israele. Per loro, la bomba atomica è ovviamente stru-
mento indispensabile e prioritario».[1] Sono le tesi dei Pasdaran, del Presidente Ahmadinejad, dell'Ayatollah Khame-
nei, del pragmatico Rafsanjani e del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. Dall'altro lato, invece, i riformatori
pragmatici iraniani ritengono utile un nucleare civile in termini di alternativa energetica e fonte di ricchezza rispetto al
petrolio, in modo da diversificare la disastrata economia nazionale. Questi vedrebbero «la sicurezza del regime con-
solidarsi attraverso la crescita economica e il mantenimento di bassi prezzi per l‘energia, ottenibile solo con il nuclea-
re».[2] Queste sono le tesi di Khatami, Larijani e Karroubi.
Chi sostiene la contrarietà al nucleare iraniano sostiene che:
1) dal punto di vista geo-politico e strategico, l'Iran punta ad affermarsi quale paese leader del Medio Oriente attra-
verso una politica estera aggressiva e di appoggio alle fazioni terroristiche regionali come Hezbollah e Hamas e a
tutti i movimenti islamisti in funzione anti-occidentale.
2) Come conseguenza del nucleare, l'Iran potrebbe essere destabilizzante per la regione in quanto creerebbe una
corsa agli armamenti, mettendo in crisi al proprio interno i regimi vicini all'Occidente (Arabia Saudita e Giordania).
3) Inoltre, lo status nucleare dell'Iran avrebbe un effetto destabilizzante anche a livello globale. Fra i Paesi che più lo
contestano ci sono proprio quei regimi mediorientali, come l‘Egitto, la Giordania, la Siria, il Marocco e la Libia stessa,
che perseguivano, anch'essi, una politica nucleare.
Infine, potrebbero essere costruite armi come offesa nei confronti di Israele, o come deterrente o coercizione per
soverchiare i regimi deboli dell'area mediorientale e instaurare governi radicali e terroristi.
Già dal febbraio 2006, il Board of Governors dell'IAEA, dopo ripetuti incitamenti per il rispetto degli accordi interna-
zionali, ha portato dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'ONU il caso Iran per la trasgressione del trattato TNP. Il Con-
siglio di Sicurezza ONU ha invitato l'Iran ad attuare tutte le misure necessarie per sconfessare l'infondatezza delle
accuse. Inoltre, il Consiglio ha adottato tutta una serie di sanzioni contro l'Iran (Risoluzioni 1737, 1747 e 1803) e tutti
quei Paesi coinvolti con Teheran nella vendita di materiali e tecnologie utilizzabili nello sviluppo di un programma
nucleare di tipo militare. Nel caso iraniano, l‘ONU con le Risoluzioni ha imposto tre step per ottenere la dismissione
del proprio programma nucleare. Il primo riguarda il congelamento di dieci entità e dodici individui legati al program-
ma nucleare iraniano e al progetto di sviluppo missilistico in modo da interrompere le esportazioni in Iran di tutti quei
beni che potrebbero contribuire al completamento dei piani militari del regime degli Ayatollah. Il passo successivo è
l'inasprimento delle sanzioni economiche. Infine, vi è l'estensione ulteriore della lista delle persone fisiche e giuridi-
che coinvolte nei programmi nucleare e missilistico. Nel tentativo di mettere pressione sull‘Iran, la Comunità Interna-
zionale ha messo sotto stretta osservazione, e successivamente ha bloccato, tutte le operazioni finanziare delle ban-
che persiane Saderat e Melli, coinvolte, a quanto pare, nel finanziamento illecito dei piani di riarmo iraniani. Nono-
stante le sanzioni ONU, l'Iran ha continuato la sua attività di arricchimento, impedendo agli ispettori della IAEA un
chiaro esercizio delle loro funzioni.
L'accusa mossa in concreto a Teheran è di non fornire strumenti trasparenti all'IAEA per poter affermare che il pro-
gramma nucleare iraniano è per scopi puramente pacifici. Ad aumentare i dubbi della comunità internazionale influi-
scono le strategie di Teheran: l'Iran compra materiali radioattivi (uranio e plutonio) e tecnologie anche da Russia,
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Cina e Pakistan, i quali forniscono, pure, personale umano adatto alla lavorazione delle centrifughe nucleari di Na-
tanz, Bushehr e Arak. La Repubblica Islamica ha ratificato il TNP nel 1970, e dal 1992 consente le ispezioni
dell‘IAEA, che prima del 2003 non avevano rivelato nessuna violazione. Il Board of Governors dell'organismo ha ri-
velato che nel 2005, all'indomani della rottura dei negoziati con l'UE-3, l'Iran ha ripetutamente violato gli accordi del
TNP. Inoltre, un rapporto del 2006 ha confermato come l'Iran abbia ricevuto aiuti da Abdul Qader Khan, il padre
dell'atomica pakistana, per la fabbricazione di componenti di armi nucleari, trasgredendo l'articolo II del TNP, che
non prevede la ricezione di alcuna assistenza nella produzione di esplosivi nucleari. Le clausole di salvaguardia at-
tualmente applicate dall‘IAEA non garantiscono sufficiente trasparenza.
Le preoccupazioni USA sono, infine, aumentate dal fatto che l‘Iran possiede – o pare stia sviluppando – anche dei
missili capaci di portare testate a grandi distanze. I missili iraniani Shahab-3, derivati dai nordcoreani Nodong-1, po-
trebbero essere usati contro i nemici della Repubblica Islamica, tipo Israele, o contro quei regimi considerati ―corrotti‖
con l'Occidente, finanziando gruppi terroristici interni come Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano o la guerriglia
irachena filo-sciita nella regione del Shatt al-Arab. Indubbiamente, l‘aggressiva politica estera del Presidente iraniano
Ahmadinejad rappresenta un'ulteriore minaccia alla pace internazionale. Non a caso, Israele si è schierata per un
attacco preventivo contro l'Iran – tramite bombardamenti ad Osirak in Iraq nel 1981 o Dayr az-Zawr[3] in Siria nel
2007 – per timore che possa essere attaccata dal nemico sciita. Entrambe le azioni hanno avuto un gran successo
ed erano dirette contro un unico impianto facilmente localizzabile ed isolato. Le attività nucleari iraniane, invece, so-
no suddivise in diverse centrali sparse sul territorio e nascoste fra molti collegamenti sotterranei, dei quali con esat-
tezza non si conoscono neanche le ubicazioni. Ad ogni modo, un attacco tramite bombardamenti potrebbe avere
successo, ma a scapito della già precaria sicurezza regionale, creando un effetto domino e ingarbugliando ulterior-
mente la questione israelo-palestinese.
Alla luce di quanto detto, l'Iran pur avendo bisogno di una necessità energetica, rimane da considerare una seria
minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Purtroppo neanche le ispezioni IAEA mettono in chiaro le respon-
sabilità di Teheran nel processo nucleare. E' dimostrato, però, che esiste un declino economico del Paese dovuto
alla diminuzione delle esportazioni di petrolio e alla quasi totale interruzione delle attività di ricerca ed estrazione di
nuovi giacimenti. Ad ogni modo, un intervento militare contro l'Iran o una serie di sanzioni troppo dure contro il regi-
me degli Ayatollah, non produrrà alcun effetto positivo. Paradossalmente, invece, queste azioni potrebbero ingarbu-
gliare la situazione rendendola ancor più esplosiva. Le sanzioni, infatti, se non accompagnate da una serie di incenti-
vi, renderebbero totalmente inutili gli sforzi e i sensibili risultati fini qui ottenuti, anche se modesti, ma pur sempre utili
a tenere sotto controllo un Paese strategicamente importante per le sue innumerevoli implicazioni politiche-
economiche e sociali a livello globale.

[1] Mario APPINO, La bomba per ora non c'è, ma il problema si, in http://www.affarinternazionali.it/archivio_articoli.asp?
Categoria=Mediterraneo e Medio Oriente, 20/09/2006;

[2] Ibidem;

[3] Il 6 settembre 2007, la IAF (Israeli Air Force) ha bombardato il reattore nucleare di Dayr az-Zwar, in Siria. L'attacco, denominatoOpe-
ration Orchard, è stato un successo e ha messo fine a qualsiasi programma nucleare militare siriano. Questo è stato motivato dall'alta
pericolosità e vicinanza del sito al territorio israeliano e dalla paura che dietro il progetto nucleare siriano ci fosse la mano di Teheran. Il
piano israeliano pur approvato da Casa Bianca e CIA, ha provocato le reazioni della stessa Siria e dell'IAEA, che hanno fortemente criti-
cato l'attacco. Cfr. Daniel COATS, Charles ROBB, Meeting the Challenge: U.S. Policy Toward Iranian Nuclear Development,cit., p. 73
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Europa

Il mercato italiano delle armi: una prospettiva geopolitica - di Maria Serra (BloGlobal) - 10.04.2011

L‘impegno ONU/NATO in Libia ha suscitato numerosi dibattiti sulle capacità militari dell‘Italia rispetto agli al-
tri partner europei impegnati sullo scenario nordafricano e sulle sue possibilità di assumere una posizione di rilievo
nel contesto mediterraneo. Al di là di ogni possibile considerazione in merito, esiste un aspetto importante che sotto-
linea l‘attuale ruolo dell‘Italia nell‘ambito euro-mediterraneo, ed è quello relativo all‘esportazione delle armi. Un‘analisi
dell‘impegno dell‘Italia – passato e attuale – in questo settore permette di trarre alcune considerazioni sia sull‘attuale
che, soprattutto, sulla futura posizione politica-militare italiana nei principali contesti regionali (e forse anche globale).
Il nostro Paese ha un posto di rilievo a livello mondiale nell‘esportazione delle armi: figura, infatti, fra i primi dieci e-
sportatori al mondo (sette dei quali, fra l‘altro, sono Paesi UE). Dopo un andamento altalenante nel corso degli anni
Novanta, l‘export italiano degli armamenti ha ritrovato un nuovo dinamismo: le autorizzazioni alle esportazioni, nel
periodo compreso tra il 2001 e il 2009, sono cresciute da 1,2 a 4,9 miliardi di euro. Gli ordini della nostra industria
militare sono praticamente quadruplicati, forse anche in ragione dell‘aumento degli scenari di crisi mondiali. Al volu-
me delle autorizzazioni non corrisponde comunque il valore delle consegne effettive (2,2 miliardi di euro), innanzitut-
to perché questi ultimi sono dati di provenienza doganale (e che quindi non tengono in considerazione gli sposta-
menti immateriali) e poi a causa delle revisioni burocratiche e delle complessità tecniche.

Per quanto riguarda i mercati di esportazione, questi dipendono inevitabilmente dal sistema di alleanze economiche,
politiche e militari in cui l‘Italia è inserita, e quindi dall‘appartenenza all‘Unione Europea e alla NATO. Tuttavia, se
negli anni Novanta i principali destinatari sono stati i Paesi dell‘Europa Occidentale, dell‘America Settentrionale e altri
Paesi industrializzati, l‘attenzione dal 2000 si è spostata verso altre aree geopolitiche: innanzitutto i Paesi
dell‘Europa Orientale, che dopo gli ingressi nell‘area comunitaria sono diventati partner militari strategici, ma soprat-
tutto il Mediterraneo e il Medio Oriente sono diventate delle fondamentali area di esportazione, specialmente
nell‘ultimo quinquennio. Turchia e Arabia Saudita precedono Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania nella lista dei
Paesi importatori e questi ultimi sono immediatamente seguiti da Emirati Arabi Uniti, Pakistan e India. Consistenti,
infatti, sono anche le consegne effettuate verso i Paesi dell‘Asia e dell‘Oceania (Singapore e Malaysia). Si tratta di
un aspetto significativo e mai sufficientemente sottolineato, che dimostra che il nostro Paese non è presente nei mer-
cati più sviluppati.
Pagina 15 CHAOS

Questo rapporto privilegiato con i mercati mediorientali è confermato dal Rapporto 2010 sui lineamenti di politica del
Governo in materia di controllo dell‘esportazione[1], dell‘importazione e del transito dei materiali d‘armamento pre-
sentato il 1 aprile dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il volume delle esportazioni verso l‘Africa Settentrionale
e il Vicino e Medio Oriente per il 2010 è del 49,1%, per un valore complessivo di 1,4 miliardi di euro (seguono Euro-
pa al 24,6%, America Settentrionale e Asia al 10,3%). Questi dati confermano che il nostro mercato principale è fuori
dall‘area NATO.
I principali partner commerciali dell‘ultimo anno sono stati Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Algeria, che hanno
acquistato tramite le nostre principali imprese esportatrici (Alenia Aeronautica, Fincantieri, Augusta Westland, Wass)
bombe, siluri razzi, aeromobili e apparecchiature elettroniche.
Per quanto riguarda i rapporti con la Libia (le forniture alla quale risalgono ai tempi della Guerra Fredda), dopo la fine
dell‘embargo (durato dal 1988 al 2003) l‘Italia ha rafforzato con Tripoli i propri rapporti in materia di Difesa (l‘art. 20
del Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione del 2008 prevede un forte ed ampio partenariato industriale nel
settore della Difesa e delle industrie militari), ma le ha destinato comunque solo il 2% del proprio export. Ma secondo
il Rapporto dello ―Stockholm International Peace Research Institute‖ (l‘istituto svedese che monitora il commercio
delle armi e il processo di disarmo) le esportazioni italiane al Paese nordafricano hanno comunque rappresentato un
terzo delle esportazioni complessive autorizzate dall‘UE verso la Libia stessa. Si è trattato, ad ogni modo, di esporta-
zioni destinate ad usi civili e sicurezza in generale. Dopo di noi proprio la Francia, che ha destinato alla Libia armi
per 143 milioni di euro.
Comunque si vogliano interpretare, tutti questi sono dati che dovrebbero suscitare più di qualche riflessione sul ruolo
geopolitico dell‘Italia. La crescente presenza dell‘Italia sul mercato mondiale delle armi (siamo il quinto esportatore e,
in particolare, sul mercato mediterraneo e mediorientale, ci rende più competitivi e capaci di assurgere nuovi ruoli su
contesti regionali di importanza strategica. Nonostante la debolezza dell‘Italia rispetto agli altri Paesi europei, che
riescono ad agire sugli scenari di crisi in maniera più incisiva anche perché, oltre alla solidità degli apparati militari,
mantengono ancora forti interscambi e capacità di penetrazione di retaggio coloniale, il nostro Paese può avere co-
munque un peso determinante. I dati appena osservati dimostrano, ancora una volta, il rapporto privilegiato con la
Turchia, l‘ingresso della quale nell‘Unione Europea l‘Italia sta perorando da un po‘ di tempo e che potrebbe costituire
un elemento di sostegno importante per una politica militare europea effettivamente comune e per un ulteriore raffor-
zamento del sistema NATO. Un consolidamento dei rapporti in materia di Difesa con Ankara potrebbe dunque gioca-
re un ruolo determinante sia per il rafforzamento del nostro apparato difensivo, sia, in una prospettiva di breve-medio
periodo, per la nostra collocazione geopolitica regionale e globale.

[1] Questo strumento è predisposto dalla L.185/1990 sulle nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei mate-
riali di armamento. Fu una legge voluta a seguito di numerose denunce, iniziate dalla seconda metà degli anni Ottanta, per tr affici verso
Paesi sottoposti ad embargo ONU (Sud Africa), in conflitto (Israele, Iran, Iraq) o ai quali erano già destinati aiuti allo sv iluppo a seguito del
miglioramento della legislazione in sostegno ai PVS.
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Africa Sub-sahariana

Africa: continente di guerre dimenticate - di Maria Serra (BloGlobal) - 27.04.2011

Solo un anno fa 17 Paesi africani festeggiavano i cinquant‘anni di indipendenza e, in occasione della Conferenza
―Africa 21‖ – tenutasi in Camerun il 18 e 19 maggio –, i Capi di Stato e di Governo stendevano un bilancio sostanzial-
mente positivo del periodo successivo alla colonizzazione, parlando, nonostante i drammi del passato, dell‘avvio di
un‘epoca di sostanziale pace.
Gli avvenimenti che si stanno verificando sulle coste settentrionali del continente smentiscono clamorosamente que-
sto quadro. Ma non solo. Al di sotto della regione nordafricana c‘è un intero continente che continua a non conosce-
re pace e stabilità. Anche piccole rivendicazioni scaturite da risultati elettorali, ad esempio, si possono trasformare in
scontri, gli scontri trasformarsi in guerre a bassa intensità, le guerre a bassa intensità trasformarsi in guerre civili.
Le cause vanno spesso ricercate nel controllo delle risorse naturali: là dove queste sono abbondanti è frequente che
gruppi ribelli insorgano contro il governo legittimo per appropriarsene o gestirle in proprio favore. Il controllo delle
risorse è altresì cruciale perché le fazioni in guerra ne ricavano il denaro necessario per comprare le armi e pagare i
soldati. È quanto avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo, in Liberia e, come le recenti cronache hanno
riportato, in Costa d‘Avorio. In questa lotta territoriale l‘appartenenza etnica riveste un ruolo chiave, in quanto possi-
bile strumento politico nella conquista violenta del potere. La mancanza di prospettive economiche rende, inoltre, le
popolazioni più instabili e sensibili a sentimenti di protesta: l‘esistenza del debito estero, in questo senso, alimenta
l‘instabilità politica e sociale. La possibilità, infine, di un‘ingerenza da parte di potenze straniere – magari attraverso
la presenza di multinazionali che hanno permesso di continuare una sorta di colonizzazione economica e che spes-
so sono state accusate di finanziare economicamente e militarmente le parti in conflitto – complica la situazione di
conflitto, portandola, in taluni casi, da un piano tribale ad un piano internazionale, determinando, in tal modo, anche
equilibri geo-economici e geo-strategici.
Negli ultimi dieci anni vi sono state 32 guerre nei 53 Paesi africani, senza considerare le semplici proteste e i colpi di
Stato che hanno generato ancor più instabilità. E attualmente vi sono 19 Stati in guerra (con 49 tra milizie- guerriglie-
ri e gruppi separatisti coinvolti) [1], dai quali l‘intervento ONU/NATO in Libia sembra aver distolto l‘attenzione:

Fonte: "Guerre nel Mondo" - dati aggiornati al 24.04.2011


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- Algeria: dal 2005 scontri tra esercito regolare e il gruppo islamico al-Qaeda nel Maghreb (AQMI)
- Angola: scontri tra esercito regolare e:
· Movimento secessionista del Fronte di Liberazione di Cabinda
· Fronte per la liberazione dell’Enclave di Cabinda
- Ciad: scontri tra esercito regolare e Union of Resistance Forces (URF)
- Costa d'Avorio: scontri tra forze FDS del presidente Laurent Gbagbo e le Forze Repubblicane del presidente neo-
eletto Alassane Ouattara (finito il 13 Aprile 2011)
- Giubuti: scontri tra esercito regolare e ribelli Front for the Restoration of Unity and Democracy (FRUD)
- Eritrea: scontri tra esercito regolare e:
· Democratic Movement for the Liberation of the Eritrean Kunama (DMLEK)
· Eritrean Salvation Front (ESF)
· Red Sea Afar Democratic Organisation (RSADO)
· Continue tensioni per questioni di confine con l’Ethiopia e Gibuti
- Etiopia: scontri tra esercito regolare e:
· ONLF (Ogaden National Liberation Front) lotta per l’Indipendenza dell’ Ogaden dal Governo Etiope dal 1984 (ha
accettato di deporre le armi a Settembre 2010. Il 12 Ottobre 2010 ha firmato un accordo di pace con il Governo.)
· Ogaden National Liberation Army (ONLA) ala armata dell’ONLF
· Oromo Liberation Front (OLF) lotta per l’Indipendenza di Oromo dal Governo Etiope dal 1973
· United Western Somali Liberation Front (UWSLF) dal 1970
- Libia: scontri tra esercito regolare e combattenti ribelli anti Gheddafi con l‘aiuo della NATO (Guerra civile in corso)
- Mauritania: scontri tra esercito regolare e:
· Gruppo islamico al-Qaida nel Maghreb islamico (AQMI) dal 2005 (conosciuto in passato come Gruppo Salafita
per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) nel 2003)
· Gruppo Ansar Allah collegato ad al-Qaida nel Maghreb islamico (AQMI)
- Nigeria: scontri tra esercito regolare e:
· Mend (Movimento per l’emancipazione del delta del Niger)
· Forza volontaria popolare del Delta del Niger (NDPVF)
· Boko Haram dal 2002
- Repubblica Centrafricana: scontri tra esercito regolare e:
· CPJP (Convention of Patriots for Justice and Peace Movement)
· FDPC (Democratic Forces for the People of Central Africa)
- Repubblica Democratica del Congo: scontri tra esercito regolare e:
· Lord’s Resistance Army (LRA) nate nel 1987 contro le forze armate congolesi e ugandesi
· Popular Front for Justice in Congo
· Independent Liberation Movement of the Allies conosciuto anche come (Nzobo ya Lombo)
· Milizia pro-governativa chiamata Mai Mai Yakutumba
· Fronte democratico di liberazione del Ruanda o Forces démocratiques pour la libération du Rwanda (FDLR)
· Alliance des patriotes pour un Congo libre et démocratique (APCLS)
· Patriotes résistants congolais (PARECO)
- Ruanda: Esercito ruandese contro la milizia Hutu ruandese
- Sahara Occidentale: Lotta del Fronte Polisario contro l‘occupazione del Marocco.
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- Senegal: Senegal Army against Casamance Movement of Democratic Forces (MFDC)


- Somalia: scontri tra esercito regolare e forze dell‘Unione Africana (UA) e:
. Al-Shabaab gruppo somalo islamico
· Hizbul Islam o Partito Islamico gruppo islamico (nato il 4 Febbraio 2009 dall‘unione di 4 gruppi)
· Hisb al-Islam
· Milizia Sufi Ahlu Sunna Wal Jamaca (ASWJ) (gruppo islamico pro-governativo contro Al-Shabaab e Hizbal Islam
dal 17 Marzo 2010)
· Rahanweyn Resistance Army o Reewin Resistance Army (RRA) attivo nello Stato somalo del Southwestern dal
1995
- Somaliland - Putland: scontri tra entrambi gli eserciti contro SSC [Sool, Sanag, Cayn], l‘ala armata di un gruppo che
si autodefinisce Northern Somalia Unionist Movement (NSUM). L‘esercito del Puntland combatte contro la milizia
Galgala.
- Sudan: lotta tra il Governo del Sudan del Nord islamico contro il Sudan del Sud cristiano dal 2005. Il Governo è in
lotta anche con le popolazioni del Darfur dal 2003. Si segnalano anche continui scontri con i ribelli:
· Jem (Justice and Equality Movement) dal 2006 (Aveva firmato un cessate il fuoco con il Governo nel Febbraio
2010) (membro dell’alleanza formata dal Justice and Equality Movement (Jem) e fazione Sudan Liberation Move-
ment Minni Minnawi (Sla-Minnawi)
· Fazione Sudan Liberation Movement Minni Minnawi (Sla-Minnawi)
· Il gruppo Liberation and Justice Movement (LJM) include 10 piccoli gruppi ribelli dal Febbraio 2010 (Ha firmato
un cessate il fuoco con il Governo nel Marzo 2010)
· Sla (Sudan Liberation Army) dal 2002
· Sla-Nour (Sudan Liberation Army fazione Abdul Wahid Nour)
· National Redemption Front (NRF) dal 2006
· Sudan Liberation Movement – Revolutionary Forces (SLM-RF) dal 2006
· Sudan People‘s Liberation Army/Movement (SPLA/M) e la sua ala politica Sudan People‘s Liberation Army
(SPLA) o Sudan People’s Liberation Movement (SPLM)
· Milizia Gatluak Gai
· Milizia Gabriel Tang (chiamato anche Tang Ginye)
- Uganda: scontri tra esercito regolare e:
· Lord‘s Resistance Army (LRA) nato nel 1987 contro le forze armate ugandesi e congolesi

Nel quadro non sono considerati i casi della Tunisia e dell‘Egitto perché, per quanto la situazione sia ancora di tu-
multo, non si è trattato di scontri armati. A questo scenario, tuttavia, potrebbero aggiungersi il Burkina Faso, che da
alcuni giorni è attraversato da una protesta piuttosto preoccupante da parte dell‘esercito nei confronti del Presidente
Compaorè, lo Swaziland – in cui si stanno verificando numerose manifestazioni di dissenso nei confronti del regime
autoritario del Re Mswati III – e, soprattutto il Sud Sudan, che nella prossima estate, a seguito del referendum seces-
sionista da Khartoum, diventerà ufficialmente il 54° Stato africano. Nonostante il Paese non abbia ancora ufficializza-
to la propria indipendenza, ha al suo interno pericolose divisioni tribali germi di una possibile guerra civile.
Diverse sono le missioni di peacekeeping dell‘ONU presenti sul territorio: in Congo (MONUSCO), in Darfur
(UNAMID), in Sudan (UNMIS), in Repubblica Centrafricana e Ciad (MINURCAT), in Costa d’Avorio (UNOCI), in Libe-
ria (UNMIL), in Africa Occidentale (MINURSO). Ma le debolezze del sistema di sicurezza collettivo sono evidenti di
fronte alla problematicità del Continente, così come quelle di un‘Unione Africana (UA), creata nel 2002 come supera-
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mento della precedente Organizzazione dell‘Unità Africana (OUA) sotto l‘impulso della comunità internazionale. Que-
sta organizzazione, che pone nei suoi primi articoli la promozione della pace e della sicurezza (oltre che un sistema
economico integrato), e che addirittura prevede un sistema sanzionatorio nel caso di situazioni di ottenimento del
potere con mezzi incostituzionali, si è rilevato uno strumento insufficiente, soprattutto dal punto di vista politico.
Il sostanziale fallimento dell‘Unione Africana e delle missioni ONU sono gli esempi lampanti di come una pacificazio-
ne del continente sia ancora ben lontana dall‘essere raggiunta. Il XXI Secolo era stato annunciato come il secolo
dell‘Africa. L‘attualità del Grande Medio Oriente insegna, tuttavia, che i cambiamenti sono sempre qualcosa di impre-
vedibile e che le popolazioni costituiscono la vera risorsa di sviluppo politico, economico, sociale e culturale. Ma la
profondità degli intrecci etnici, tribali, culturali, nonché la posizione privilegiata di pochi dittatori, rende per ora lontano
il riscatto del continente più antico del mondo.

[1] Fonte: www.guerrenelmondo.it

America del Nord

Verso le elezioni 2012 - di Pier Francesco Prata (Risiko) - 13.04.2011

Dopo aver evitato in extremis la paralisi sui servizi pubblici, trovando l‘accordo sui tagli al deficit venerdì not-
te, Democratici e Repubblicani cominciamo a guardare con più attenzione alle elezioni presidenziali del 2012. So-
prattutto per i secondi, raggiunta la maggioranza alla camera dopo la vittoria nelle elezioni di Mid Term, si profila un
compito arduo e pieno di insidie.
Prima di tutto è da notare il fatto che quattro anni fa di questi tempi, a diciannove mesi dalle elezioni, già dieci Re-
pubblicani avevano dichiarato la propria volontà di candidarsi. Finora invece, solo tre membri del partito
d‘opposizione hanno alzato la mano, dichiarando di voler costituire un comitato esplorativo per la raccolta di fondi
elettorali: si tratta del governatore del Minnesota Tim Pawlenty, del guru della destra anti stato Newt Gingrich, ed è
infine notizia di ieri la discesa in campo di Milt Romney, ex governatore del Massachussetts e già contendente nelle
primarie del 2008, prima del ritiro.
Per gli altri nomi bisognerà aspettare ancora, questo ritardo denota la situazione di stallo in cui versa il partito repub-
blicano: paradossalmente, dopo la convincente vittoria durante le elezioni di medio termine, ci si aspettava un partito
rafforzato, nel momento in cui poteva di nuovo influire sui lavori del congresso. Invece sul fronte interno si sta consu-
mando la nuova diatriba che oppone i rappresentanti dei Tea Party, radicali e ultraconservatori, ai membri più mode-
rati e centristi del partito. La situazione di stallo è tale per cui qualunque candidato che cavalcasse i temi dei Tea
party potrebbe ambire alla nomination per le presidenziali, ma poi difficilmente rappresenterebbe una minaccia per il
candidato democratico (specie se questo candidato si chiama Barack Obama). Allo stesso tempo le eventuali risor-
se, moderate e capaci di attrarre il voto degli indecisi, spendibili nelle presidenziali difficilmente uscirebbero vincitori
da primarie che per molti rappresenteranno una resa dei conti tra le varie anime del partito: è il caso di Jon Hun-
tsman,ex governatore dello Utah ed ex ambasciatore statunitense in Cina, nominato e stimato dal presidente Oba-
ma, a cui potrebbe dare più di qualche preoccupazione in una sfida a novembre del 2012.
Come detto però, pare difficile che Huntsman possa uscire vincitore dalla contesa casalinga, anche solo per il lavoro
svolto a fianco dell‘attuale presidente negli ultimi due anni.
Proprio per la forte influenza dell‘ala radicale del partito, si attende esca un nome da personaggi vicino alle loro bat-
taglie: la rosa è credibile fino a un certo punto, ma ampia.
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Escludendo i neo eletti alla camera (i popolarissimi Marco Rubio, eletto in Florida, e Michele Ba-
chmann in Minnesota), molti sono i nomi apprezzati nell‘ala destra del partito, da quel Newt Gingrich che però non
dovrebbe andare oltre il comitato esplorativo, all‘eccentrico Donald Trump, arrivando alla popolare Sarah Palin.
Nessun nome tra questi sarebbe però in grado di contendere la Casa Bianca a Obama.
Proprio la mole dell‘avversario potrebbe far saltare il giro a qualche nome futuribile (ad esempio il governatore
dell‘Indiana Mitch Daniels) per ripresentarsi con qualche speranza in più nel 2016. Nel frattempo però, in vista delle
primarie del prossimo anno, cerchiamo di stringere il cerchio dei papabili: Detto di Huntsman, Romney ePawlenty,
aspettando un nome dall‘universo Tea Party (a parte la boutade Gingrich), gli altri nomi caldi sono Haley Bar-
bour (governatore del Mississippi, in cattivi rapporti con l‘ala destra) e Mike Huckabee, apprezzato dalla base ma
ancora indeciso sul da farsi.

Il panorama politico a destra è molto ingolfato, la frangia radicale reciterà un ruolo di primo piano nelle scelte, ma è
impensabile credere che il candidato alla presidenza per i repubblicani non sarà un volto che possa aspirare alla vit-
toria, o almeno a non essere spazzato via: in questo caso i nomi su cui puntare sono Jon Huntsman(l‘avversario
peggiore per Obama), Milt Romney (il più capace di attrarre voti tra moderati e indecisi) e Tim Pawlenty (ha buona
esperienza da amministratore e numerosi appoggi nel partito).

Dall‘altro lato, il presidente Obama ha rimesso in moto la macchina da guerra elettorale che nel 2008 lo portò
a Washington, e la sua capacità di attrarre fondi, competenze e passione attorno a sè durante la campagna lo rende
il favorito d‘obbligo, al di là del mandato alle spalle. Va poi ricordato che in America solo in tre casi (Gerald
Ford nel 1976, Jimmy Carter nel 1980, George Bush Sr. nel 1992) il presidente non è stato riconfermato dopo il pri-
mo mandato. Obama invece in questo momento gode di buoni sondaggi attorno alla sua nuova figura di mediatore
tra i due partiti intenti a combattere una guerra ideologica sul futuro di una potenza in crisi. Il presidente è stato spes-
so criticato dall‘ala sinistra dei Democrat per questo atteggiamento giudicato troppo disposto a scendere a patti, ma
Obama deve gestire il nuovo interventismo repubblicano dopo la conquista della camera dei rappresentanti, e inoltre
può strizzare l‘occhio agli elettori indipendenti che vedono in lui una figura al di sopra delle parti, di mediazione e
compromesso al servizio del paese.

In ogni caso la disoccupazione resta alta, oltre l‘8%, e Obama deve sperare che la ripresa economica continui per
arrivare a novembre 2012 con qualche certezza in più. Inoltre dovrà a essere bravo a proseguire sulla strada del
risanamento dei conti pubblici senza però lasciare i suoi punti cardine (istruzione, riforma sanita-
ria,infrastrutture e green economy) in pasto alla febbre repubblicana di tagli indiscriminati al bilancio pubblico, magari
cominciando a ritoccare le tasse al rialzo,soprattutto per le classi più abbienti. Per gli Stati Uniti è quindi necessa-
rio―vivere all‘altezza dei propri mezzi‖, come ha ricordato il presidente qualche giorno fa, facendo attenzione ai conti
e guardando con occhio lungo a un futuro di investimento sostenibile e condiviso. Un profilo, quello del presidente,
tornato a brillare in una veste sempre più bipartisan. Il favorito per le elezioni 2012, viste anche le incertezze e i dub-
bi repubblicani, resta sempre lui.
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Asia

Cina: il futuro di una nuova potenza marittima - di Maria Serra (BloGlobal) - 22.04.2011

La notizia dell’avvio da parte di Taiwan di un programma di costruzione di navi da guerra dotate di tecnologi-
a stealth e di missili guidati, suscita alcune importanti riflessioni sulle dinamiche militari e geopolitiche che caratteriz-
zano il Mar Cinese Meridionale e, in una prospettiva allargata, l’intera macro-regione del Pacifico. Il piano taiwanese
rappresenta evidentemente una risposta all’espansionismo militare della Cina, che, con l’imminente varo della prima
portaerei classe Shilang (l’ex Varyag, la portaerei che apparteneva all’Unione Sovietica e che fu acquistata
dall’Ucraina nel 1998), compie un importante passo in avanti per il controllo militare e, dunque, anche politico-
economico, delle acque circostanti.

Che la Cina, dopo il sorpasso al Giappone, punti a diventare la prima economia del mondo si sapeva. Che stia ten-
tando di estendere la propria influenza economica anche nei Paesi in Via di Sviluppo, puntando innanzitutto sulle
risorse del continente africano e sui relativi investimenti, è un altro dato di fatto. Che stia approntando anche un im-
portante potenziamento dal punto di vista militare era altrettanto noto, anche se, in merito a ciò, occorre fare alcune
precisazioni sulle direttrici che tale programma intende perseguire.
Considerando il contesto strettamente asiatico, la Cina ha rafforzato l‘asse centrale, rappresentato da una costan-
te partnership strategica con la Russia, sia in campo economico-commerciale (sancita con la creazione
dell‘Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), sia nell‘ambito strettamente militare (con l‘acquisto di motori
che vengono installati sui caccia di ultima generazione Sukhoj-35 e il possibile acquisto di aerei di trasporto lijushin-
476, che dovrebbero sostituire i cargo sovietici lijushin-76); in secondo luogo la Cina ha potenziato l’asse meridiona-
le rappresentato dalla crescente alleanza con il Pakistan, in funzione, evidentemente, anti-indiana. Pechino è diven-
tata il maggior partner militare di Islamabad, soprattutto a seguito del programma di installazione di un radar cinese
puntato sul nascente porto pakistano di Gwdar (snodo navale puntato verso il Golfo di Aden e il Golfo Persico). Sem-
pre per contenere la minaccia indiana ed estendere la propria influenza sull‘Oceano Indiano, la Cina mantiene pro-
prie basi di osservazione nella regione del Bengala.
Ma è sul fronte marittimo, specialmente nella direttrice sud-orientale, che si sta attualmente concentrando la nuova
strategia di Pechino. La riunificazione di Taiwan, in questo senso, rappresenta il primo obiettivo della Cina: Taiwan è
un‘economia evoluta, fortemente globalizzata, ma anche un nodo strategico che protegge, da un lato, la Cina conti-
nentale e, dall‘altro, la proietta, potenzialmente anche in maniera aggressiva, verso il Pacifico, le coste sud-
occidentali cinesi e il Sud Est asiatico, superando eventualmente il Giappone nella rete del commercio regionale e
mondiale. Taiwan apre la strada, infatti, per una maggior penetrazione nello stretto della Malacca – fra la Malysia e
l‘isola di Sumatra –, snodo principale delle vie di comunicazione e delle rotte commerciali fra Oceano Pacifico e Oce-
ano Indiano. Questo corridoio privilegiato, non di meno, permetterebbe un potenziamento delle relazioni commerciali
con i Paesi dell‘Associazione delle Nazioni dell‘Asia Sud-Orientale (ASEAN), anche in vista della creazione di una
possibile area di libero scambio a carattere regionale ma a vocazione mondiale. Solo con la riunificazione di Taiwan,
dunque, Pechino potrà dunque iniziare i veri progetti di marina intercontinentale, cioè quando raggiungerà un poten-
ziale geopolitico che le permetterà di concorrere con le altre potenze mondiali, USA in primis.
Taiwan resta, infatti, un primo, fondamentale, tassello di una strategia navale più ampia che consta di tre diversi livel-
li operativi: il primo, di cui la stessa isola fa parte, implica l‘estensione dell‘influenza nel Mar Giallo, nel Mar Cinese
Orientale e in quello Meridionale, fino a comprendere le Filippine e l‘arcipelago di Ryukyu. Questa linea di isole com-
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prende le isole Senkaku – contese con il Giappone – e, soprattutto, le isole Spratley. Da qui passa un terzo del traffi-
co commerciale del mondo e l‘80% del petrolio destinato al Giappone e alla Corea del Nord. In ragione di ciò la Cina
si sta anche preoccupando di potenziare l‘Agenzia per la Sicurezza Marittima Nazionale. Un secondo livello operati-
vo comprende una seconda linea di isole oceaniche, e il cui controllo dovrebbe completarsi entro il 2025: si tratta del
Mar del Giappone, il Mare delle Filippine e indonesiano, le isole Curili, Hokkaido, le Marianne e Palau. Da questo
punto di vista le Curili rappresentano un fulcro strategico perché, poste tra l‘isola giapponese di Hokkaido e la peni-
sola russa della Kamchatka, sono sede di importanti basi navali, aeree e dei sottomarini nucleari russi e rappresen-
tano una significativa testa di ponte verso gli Stati Uniti. Infine, il terzo livello operativo – da completarsi entro il 2050
– consiste nell‘estensione dell‘influenza fino all‘isola di Guam: l‘isola più occidentale posta sotto il ―controllo‖ degli
USA (ha lo statuto di ―territorio non incorporato‖ agli Stati Uniti) e in cui Washington, dopo l‘11 settembre, ha posto
un'importante base militare dotata anche di 24 bombardieri B1 e B2, usati come deterrente anche contro la Corea
del Nord.

Da qui si comprendono i motivi della futura strategia cinese: interessi economici, politici e militari si intrecciano fra di
loro e fanno della macro-regione in questione il principale scenario sul quale Pechino sta fondando la sua futura poli-
tica estera per diventare la prima potenza mondiale.

È pur vero che lo scorso 31 marzo il governo cinese ha pubblicato il nuovo Libro Bianco sulla Difesa (―China National
Defense‖), in cui viene affermato che il Paese continuerà a perseguire i propri interessi militari, non cercando
l‘egemonia e non espandendosi militarmente. Sebbene anche il bilancio della Difesa sia cresciuto rispetto agli anni
precedenti (81,2 miliardi di dollari, +7,5% rispetto alla spesa del 2009), Pechino sostiene che le nuove spese sono
state ragionevoli, adeguate al nuovo contesto della sicurezza mondiale e giustificate dall‘adeguamento delle tecnolo-
gie e degli armamenti, dal supporto delle truppe impegnate nelle missioni internazionali e nelle operazioni di soccor-
so mondiali. Ma è difficile credere che il potenziamento militare cinese sia davvero solo per scopi difensivi.

Ad ogni modo dovrebbe esser venuto meno uno dei due principali ostacoli all‘espansionismo marittimo del Dragone:
il Giappone, che alla fine del 2010 aveva annunciato un nuovo programma difensivo – modificando peraltro la costi-
tuzione – difficilmente, nella grave crisi in cui riversa dopo il terremoto dell‘11 marzo, potrà porre un freno, nonostan-
te possieda un‘assai attrezzata marina, alle ambizioni del vicino. Gli Stati Uniti restano, dunque, il baluardo del con-
tenimento cinese nel Pacifico. Non sarebbe, dunque, così azzardato immaginare un dispiegamento avanzato della
VII flotta statunitense nel Pacifico, un riarmo immediato degli alleati americani nel contesto regionale asiatico e, dun-
que, un inasprimento dei rapporti fra le due Coree e, soprattutto, fra Taipei e Pechino. Per quanto riguarda Taiwan,
tuttavia, il discorso è più delicato, perché a Washington non converrebbe irritare il gigante cinese da una posizione
così ravvicinata. Taiwan, comunque, resta pronta per contenere fin da subito l‘espansione cinese, dotata com‘è
(come l’Australia) di un significativo numero di sottomarini e di dodici aerei Lockheed P3-C adatti alla ricognizione
marittima e alla guerra anti-sottomarina.

Allo stato attuale delle cose, comunque, la Cina non sembra essere intenzionata a sfidare anche un‘eventuale coali-
zione anti-cinese nel Pacifico. Per cui il suo potenziamento navale sembra per ora destinato a continuare inarrestabi-
le. E proiettato ad un futuro – e forse inevitabile – confronto con gli Stati Uniti.
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Geografia e Geopolitica

Introduzione al Punto Focale (andata e ritorno dalla tua seduta di laurea alle rivolte del
mondo arabo, dalle bombe di Hiroshima e Nagasaki ai reattori di Fukushima) - di Prospettiva
Internazionale - 23.04.2011

Questo saggio è una breve presentazione del concetto di Punto Focale elaborato da Thomas Schelling in The Stra-
tegy of Conflict (1960). A titolo esemplificativo ho utilizzato riferimenti che fanno capo ad avvenimenti recenti di attua-
lità internazionale con l’intenzione di stimolare l’interesse del lettore verso l’acquisizione di strumenti teorici atti al
raggiungiment o di una comprensione più st rut t urat a della realt à (int ernazio nale).
L’elaborato è stato estratto e adattato da un precedente contributo presentato durante un ciclo di seminari accademi-
ci. Per ogni r i p r o d u zi o n e o c i t a zi o n e vi preghiamo di cont att are l’aut ore
all’indirizzo prospettivainternazionale@gmail.com

«Ma, gente ecco un'altra cosa con cui ho un problema: i dieci comandamenti. Ecco il mio problema: perché sono
dieci? Non ne servono dieci. Io credo che la lista di comandamenti sia stata deliberatamente e artificialmente gonfia-
ta per farli salire a dieci. […] Quando erano lì seduti ad inventarsi quella roba perché hanno scelto di farne 10? Per-
ché 10? Perché non 9, o 11? Vi dico io perché: perché 10 suona ufficiale. Dieci suona importante. Se fossero stati
11 la gente non li avrebbe presi sul serio. "Mi state prendendo in giro? Gli undici comandamenti? Fuori dalle palle!".
Ma dieci...dieci suona importante. Il 10 è la base del sistema decimale. E'la decina. E' un numero psicologicamente
soddisfacente. Quindi avere 10 comandamenti era in realtà una decisione di marketing.»

Questo brillante passaggio tratto dallo spettacolo "Complaints and Grievances" (2001) del comico George Carlin è
un'ottima introduzione al concetto di valore simbolicamente non neutrale delle etichette. I simboli non hanno tutti il
medesimo valore: certi simboli possono essere più riconoscibili di altri, risultare più adatti a focalizzare l'attenzione di
chi li osserva, essere maggiormente in grado di suscitare emozioni e così via. Ogni volta che usciamo da un super-
mercato la composizione della nostra spesa in qualche misura rende prova della razionalità limitata che soggiace
alle azioni umane: non solo ci risulta impossibile confrontare tra loro tutti i prodotti presenti negli scaffali, ma anche
quando ci limitiamo a confrontare due prodotti identici spesso scegliamo quello che ci offre una quantità minore a
patto che esso sia contenuto in una bella confezione rosso fiammante e senza spigoli. I simboli possono donare
connotazione al punto tale che un valore quantitativo può essere caratterizzato da un aspetto qualitativo. Alcuni stu-
denti trovano più attraente l'idea di laurearsi con un voto espresso in centodecimi pari a 109 invece che con un 110.
Altri studenti che esprimono un valore opposto in riferimento al simbolo ma che allo stesso sono fortemente influen-
zati da esso, nell‘ordinare le loro preferenze trovano invece che 109 sia più ―scomodo da digerire‖ e dunque peggio-
re di 108. Nella citazione introduttiva Carlin ci ricorda che generalmente chi fa pubblicita è ben informato riguardo
alla debole razionalità dell‘uomo e alla forza dei simboli. In alcuni Paesi mediorientali le etichette sulle confezioni di
cibo mostrano unicamente immagini che riguardano direttamente il contenuto del prodotto; senza un accurato studio
di mercato che mettesse in luce questo tipo di coordinamento tra venditori e compratori un‘impresa occidentale ha
piazzato negli scaffali omogeneizzati per bambini che nessuno ha mai acquistato. Con i risultati delle vendite alla
mano e dopo qualche riflessione l‘impresa ha realizzato che nessun genitore ha voluto dar da mangiare un concen-
trato di bambino sorridente ai propri figli, neanche ad un prezzo altamente competitivo.
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COORDINAMENTO TACITO INTERESSI COMUNI


Se spostiamo quanto detto sulla valenza simbolica dal livello individuale ad un livello d'interazione tra individui e d'in-
terdipendenza decisionale, se insomma ci spostiamo dal dominio della Teoria delle Decisioni a quello della Teoria
dei Giochi, il concetto acquista una sua valenza in senso strategico[1]. Specificamente questa valenza strategica
riguarda i giochi di coordinamento e i processi di contrattazione. In questi casi i simboli possono fornire suggerimenti:
«Nel caso degli scacchi non importa che i pezzi abbiano sembianze di cavalli, di uomini di chiesa, di elefanti, di ca-
stelli o di un panino con l'hamburger; non importa che il gioco si chiami "scacchi", "guerra civile" o "agenzia immobi-
liare"[...] Ma cambiamo la matrice dei payoff nel gioco degli scacchi, trasformandolo in un gioco a somma non zero
che premia i giocatori non solo per i pezzi che conquistano, ma anche per i pezzi che rimangono sulla scacchiera
alla fine della partita [...] Rendiamo incerto ciascun giocatore su quali siano i quadranti e i pezzi a cui l'altro giocatore
attribuisce più valore. E introduciamo l'elemento tempo nelle mosse, così che nessuno dei giocatori possa ritardare
le mosse dell'avversario per parlargli [...] Abbiamo imbastito il gioco in maniera tale che i giocatori debbano contratta-
re il loro modo di raggiungere un risultato [...] Ora potrebbe essere differente per i giocatori se chiamiamo il gioco
"guerra" o "corsa all'oro"; se i pezzi assomigliano a cavalli soldati, esploratori o bambini alla ricerca dell'uovo di Pa-
squa; quale carta o figura è sovrapposta al tavolo da gioco come i quadranti sono deformati in diverse figure; o qua-
le storia introduttiva viene raccontata ai giocatori prima che inizino a giocare [...] I "dettagli marginali" possono facili-
tare la scoperta, da parte dei giocatori, di modelli di comportamento eloquenti; e ci dovremmo aspettare che la diffe-
renza sia data dalla misura in cui la natura simbolica dei contenuti del gioco è capace di suggerire compromessi,
limiti e regole»(Schelling). Abbiamo fatto un esperimento di coordinamento tacito. Abbiamo scelto a caso una coppia
di persone, e le abbiamo messe in condizione di non poter comunicare tra loro; poi abbiamo mostrato a ciascuna di
esse una particolare carta che rappresenta la Turchia:

Carta 1

A ciascuna abbiamo posto il seguente problema: devi tracciare una linea che divida la Turchia in due parti e se il tuo
partner (al quale stiamo ponendo il medesimo quesito) dividerà lo Stato nel medesimo modo allora entrambi riceve-
rete un uguale premio specificato . Il risultato di gran lunga più frequente è stato quello di una linea di divisione che
attraversa il Bosforo, il Mare di Marmara e i Dardanelli (12 coppie su 20 hanno tracciato questa linea) ed esso assor-
be la totalità dei risultati vincenti (nessuna delle 8 coppie rimanenti è riuscita a dividere lo spazio in modo altrettanto
univoco). Questo avvalora la tesi che «Il gioco non è così "infinitamente" difficile come potrebbe suggerire l'infinita
gamma di possibili linee di divisione a disposizione dei giocatori.» perché «Le persone possono concertare le loro
intenzioni o aspettative con altre se tutti sanno che l'altro sta cercando di fare la stessa cosa»(Schelling). Grosso
modo quella appena delineata é la definizione di Punto Focale (o Punto di Schelling) e l’esempio ci permette di fare
una prima osservazione circa il fatto che l‘efficacia di questo tipo di soluzione è strettamente correlata alla sua capa-
cità di "emergere con evidenza" in giochi che richiedono coordinamento tra gli attori[2].
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Il caso di Mohamed Bouazizi che ha innescato la rivolta in Tunisia (2010-2011) è un caso di Punto Focale: in assen-
za di una leadership che prenda decisioni, una potenziale folla tumultuosa ha bisogno di coordinarsi in diverso modo
per capire quando è arrivato il momento di agire all‘unisono. Un incidente può portare un insieme di individui ad agire
come folla perché può rendere evidente per ognuno che è evidente per tutti ciò che evidente per ognuno: ―se non
ora quando?‖. Dandosi fuoco Mohamed Bouazizi ha generato proprio questo tipo di conoscenza comune [3]. A sua
volta la rivolta tunisina è stata un Punto Focale per il coordinamento dei potenziali manifestanti di altri Paesi arabi.

CONTRATTAZIONE TACITA INTERESSI MISTI


Ciò che è stato detto finora riguarda essenzialmente giochi di coordinamento puro. Uno degli aspetti più affascinanti
del Punto Focale è la sua valenza in giochi ad interessi misti : questo tipo di giochi è sicuramente il più interessante
per le Relazioni Internazionali. Prendiamo l‘esempio fatto in precedenza sulla Turchia. Manteniamo la stessa impo-
stazione esposta sopra ma ipotizziamo che il premio per i due giocatori a seguito della divisione che devono effettua-
re sulla carta non sia stabilito come equo a priori bensì consista nella porzione di territorio che i giocatori si assegne-
ranno dividendo lo Stato con una linea . Il Punto Focale della linea Bosforo – Marmara – Dardanelli potrebbe mante-
nere una sua forte attrattiva nonostante i premi siano diseguali ( la Penisola Anatolica ha un‘estensione di circa tren-
ta volte la Tracia turca).

In primo luogo l‘essenzialità della carta 1 non fornisce rispetto alla linea Bosforo-Marmara - Dardanelli altri elementi
di focalizzazione altrettanto inequivocabili. Ipotizzando che il gioco sia statico e che sia conoscenza comune che la
forza materiale di A è largamente inferiore a quella di B, allora la linea Bosforo-Marmara-Dardanelli guadagna ulte-
riore evidenza come soluzione del gioco. O ancora, se fosse conoscenza comune che uno dei due attori è il Monte-
negro, il fatto che per questo debole Stato ottenere la Tracia turca significherebbe triplicare la propria estensione
territoriale giocherebbe a favore del medesimo risultato. Se rendiamo la situazione un tantino
più dinamica mantenendo questa volta occultate le identità ma ammettendo che sia conoscenza comune che B do-
vrà tracciare la linea dopo A, il gioco probabilmente diventa ancora più ―semplice‖ dei due casi precedenti perché B
sa che A sa che B sa che se si vuole ottenere un guadagno toccherà a B adeguarsi alla scelta di A ed entrambi san-
no che questo è tutto ciò che ognuno sa . Se immaginiamo di aggiungere elementi topografici sulla carta quali fiumi
o rilievi, se aggiungiamo il reticolo geografico, l‘evidenza del precedente Punto Focale sfuma e i giocatori dovranno
cogliere probabilmente altri indizi o dovranno ponderarli diversamente per riuscire ad individuarne il Punto Focale
della situazione. Ma questo è vero sia nel caso del coordinamento puro che nel caso di una situazione caratterizzata
da interessi misti. Il famoso 38° parallelo che divide le due Coree non è una coincidenza grafica. Nelle situazioni di
contrattazione tacita «un risultato positivo dipende dagli stessi fattori che sono decisivi nel gioco a coordinamento
puro; di fatto, in alcuni di questi giochi i due partecipanti ―vincono‖ scegliendo esattamente lo stesso esito che avreb-
bero scelto se il sistema di premiazione avesse dato loro interessi identici, anziché interessi contrastanti. Il problema
è quello di trovare qualche segnale o indizio o razionalizzazione che entrambi possano percepire come quello
―giusto‖, con ognuno disposto a sottostarvi anche nel caso in cui l‘esito individuato dovesse rivelarsi non completa-
mente vantaggioso. I giocatori devono trovare i propri indizi dove possono»(Schelling).

Immaginate due automobili che si avvicinano ad un incrocio non regolato, ogni automobilista vuole passare per pri-
mo, chi cederà la precedenza? Il problema in questi termini non ha una soluzione unica. Eppure alla fine un risultato
si raggiunge. Ipotizzando che i due riescano a coordinarsi e che dunque uno dei due automobilisti riesca a conqui-
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stare la precedenza la domanda diviene: come è avvenuto?


Se un leader minaccia una ritorsione nel caso in cui dovesse aver luogo un‘invasione di terra da parte di un suo ne-
mico, la strategia ha senso e può aspirare ad essere efficace solo se sussiste un coordinamento tra gli attori in meri-
to a quali sono i limiti in questione, a cosa è da considerare come invasione. In questa circostanza se una parte ha
intenzione di astenersi dall‘invasione di terra al fine di evitare l‘attuazione della minaccia, potrà efficacemente comu-
nicare questa intenzione non inviando alcuna forza di terra. In un processo di contrattazione tacita ―nessuna forza di
terra” è un punto fermo reciprocamente identificabile. Sarà molto più difficile invece riuscire a comunicare in modo
tacito la medesima volontà di non procedere ad invasione (e dunque non avere in risposta un‘escalation di violenza)
puntando a far capire che si intende impegnare limitatamente solo alcune forze terrestri e cercando un coordinamen-
to su questo limite diverso da zero. Alla luce di questa difficoltà, quando una potenza rompe l‘inequivocabilità del
punto ―nessuna forza di terra” ciò significa che reputa non credibileo non rilevante anche se attuata la minaccia che
è stata posta in essere dall‘avversario e che preferisce tastare il terreno dell‘invasione piuttosto che tutelarsi dalle
prospettate ritorsioni. A ben vedere, in una guerra limitata le mosse sono molto eloquenti rispetto alle preferenze e
alle aspettative dei contendenti dato che possono comunicare volontà di conservare, rompere o cercare punti di co-
ordinamento.

CONTRATTAZIONE ESPLICITA INTERESSI MISTI


Secondo Schelling la possibilità di comunicare non sminuisce la valenza dei punti focali. Il fatto che si possa comuni-
care verbalmente spesso non rende un Punto Focale meno rilevante. Rimanendo sull‘esempio dell‘invasione di terra,
anche nel caso in cui ci fosse una negoziazione verbale sulla questione, difficilmente si riuscirebbe a raggiungere
tra i due contendenti un accordo che fissi un limite che riguardi l‘impiego di un certo numero di forze di terra e che al
contempo preservi lo stato di non invasione (sotto certi aspetti la questione ricorda un po' la storia dello zoo che
Churchill tanto amava raccontare). Il punto è che anche in situazioni di negoziazione verbale caratteristiche qua-
li semplicità, regolarità, simmetria, unicità, tradizione, proprie di certe soluzioni generano un’attrattiva tale che risulta
difficile se non impossibile per le parti immaginarne di altre che siano caratterizzate dalla medesima inequivocabilità,
dalla medesima stabilità in termini di aspettative; la forza negoziale dei punti focali poggia sul fatto che le aspettative
infinitamente riflessive degli attori di una negoziazione devono «in qualche modo convergere su un unico punto in
cui ciascuno si aspetti che l‘altro non si aspetti che ci si aspetti da lui che si ritiri»(Schelling). Generalmente la telefo-
nata tra due amici distanti che devono incontrarsi sarà molto breve se uno propone di incontrarsi a metà strada.

IL DISASTRO DI FUKUSHIMA E LO SPETTRO DELLE ARMI NUCLEARI


La tradizione è un elemento che consente di coordinare le aspettative di vari attori. In questo senso il confine di uno
Stato è un eccezionale esempio di Punto Focale. La terra posta al di qua e al di là di un confine non è materialmente
differente. La gravità di uno sconfinamento delle truppe di uno Stato entro il territorio di un altro Stato non dipende da
quanto sia difficile attraversare i fiumi o scalare le montagne sulle quali il confine è tracciato. Quello che conta in me-
rito al confine è che la tradizione è riuscita a creare un valore simbolico che permette agli attori di coordinarsi in mo-
do inequivocabile rispetto alla linea di confine. La drammaticità dello sconfinamento delle truppe non dipende dalle
qualità del terreno ma dal fatto che è un‘azione discontinua dal punto di vista simbolico.

In un recente articolo apparso su Affari Internazionali, Carlo Trezza[4] ha notato che «L’incidente di Fukushima, che
ha evidenti implicazioni sul piano dell‘energia e della sicurezza delle centrali, potrebbe averne anche sulla questione
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dell‘impiego dell‘arma nucleare. Gli aspetti civili e militari sono due facce della stessa medaglia» e ha sottolineato
che «La fiducia nell‘energia nucleare non dipende soltanto da quanto avviene nelle centrali; essa risente del
―peccato originale‖ derivante dal fatto che il suo primo uso nel 1945 avvenne per scopi militari. Inoltre, l‘incidente di
Fukushima è avvenuto nel primo e finora unico paese contro cui è stata usata l‘arma nucleare: ciò ha contribuito a
evidenziare, almeno a livello simbolico, il legame fra nucleare civile e militare.» Le osservazioni dell‘autore toccano
molto da vicino l‘oggetto di questo lavoro e qui intendiamo approfondire tale tematica.
L‘impiego o meglio, il non impiego dal 1945 ad oggi di armi nucleari è dovuto in larga parte ad un fattore simbolico
che rende stabile un Punto Focale. In altri termini potremmo dire che il non utilizzo dell‘arma nucleare è dovuto alla
persistenza di un forte "tabù" a riguardo di questo tipo di armamento[5]. L‘arma nucleare viene generalmente pensa-
ta come un arma diversa e da ciò deriva la sua distinzione dalle armi convenzionali. In realtà è difficile individuare dei
criteri tecnici che avallino tale distinzione. Se utilizzassimo come criterio di distinzione la potenza esplosiva saremmo
costretti ad ammettere che la distinzione è pressoché inesistente[6]. Generalmente quando si pensa alle armi atomi-
che si pensa all‘enorme distruzione che si è abbattuta nel 1945 su Hiroshima e Nagasaki e generalmente, a riprova
fatto che questo tipo di armamenti viene percepito come diverso, l‘avversione per le armi nucleari è superiore e di
qualità diversa rispetto all‘avversione per le armi convenzionali. In realtà dagli anni ‗50 sono state sviluppate armi
nucleari di piccole dimensioni e a bassa potenza esplosiva, utilizzabili anche da truppe di terra, del tutto simili nel
loro potere distruttivo e nelle modalità d‘impiego alle armi che chiamiamo di tipo convenzionale. La distinzione tra
armi nucleari e armi convenzionali, distinzione su cui riposa il non utilizzo delle prime, non è una distinzione fisica
bensì, come nel caso dei confini politici, è «psichica, percettiva, legalistica o simbolica[...]A rendere differenti le armi
atomiche è, appunto, una solida tradizione che stabilisce che esse sono differenti»(Schelling). Questa preziosa di-
stinzione in quanto immateriale può essere indebolita o rinforzata nel corso del tempo sia in modo diretto che in mo-
do indiretto. Il segretario di stato americano John Foster Dulles negli anni ‗50 deplorava questa ―falsa distinzione‖ e
più volte ha esortato all‘abbattimento di quel "tabù" che, con il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, gli Stati
Uniti avevano contribuito a creare. Nel 1955 durante la crisi di Quemoy, Eisenhower disse che non vedeva alcun
motivo per cui le armi nucleari non potessero essere impiegate come si farebbe con un proiettile o qualsiasi altra
arma[7]. Le successive amministrazioni Kennedy e Johnson furono in netto contrasto con questa linea. La promozio-
ne del movimento antinuclearista e lo stanziamento di ingenti forze convenzionali NATO in Europa furono delle mos-
se particolarmente efficaci per invertire la tendenza della ―falsa distinzione‖ e, la crisi di Cuba del 1962, contribuì alla
costruzione di un universo simbolico che andava rinforzando la diversità delle armi atomiche rispetto alle armi con-
venzionali. Il punto della questione, la ragione per la quale il "tabù" sulle armi atomiche deve essere coltivato risiede
nel pericolo di non riuscire a controllare un'escalation ovvero «nella necessità per qualsiasi limite stabile di possede-
re un evidente carattere simbolico, tale che la sua rottura è un atto evidente e drammatico che espone i due conten-
denti al pericolo di non riuscire a trovare facilmente un limite sostitutivo»(Schelling). Il non utilizzo in senso assoluto e
senza distinzioni è un Punto Focale al di la del quale trovarne uno caratterizzato dalla medesima stabilità potrebbe
risultare veramente molto difficile. Questo limite per essere efficacie deve per forza di cosa basarsi sull‘influenza e-
sercitata da una certa suggestione più che su una distinzione tecnica ed esso può essere offuscato o rinforzato nel
tempo anche in modo indiretto. Abituarsi alle Peace Nuclear Explosion o scavare letti dei fiumi con esplosioni nucle-
ari rischierebbe di ridurre le inibizioni nei confronti delle armi atomiche; a discapito invece della reviviscenza che ne-
gli ultimi anni si è registrata nel dibattito sulla possibilità e sull‘opportunità di un impiego limitato delle armi atomiche,
eventi disastrosi dal punto di vista umano ma carichi di valenza simbolica possono, come nel caso delle centrali di
Fukushima, ripercuotersi positivamente sulla preservazione di certe percezioni diffuse.
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[1] In questo risiede “l’eterodossia” dell’approccio di Schelling alla Teoria dei Giochi. La trattazione in forma astratta dei g iochi esclude
esplicitamente l‘etichettatura dei giocatori e delle strategie come fattore che interviene nel determinare la soluzione del g ioco(vedi Luce e
Raiffa, Games and Decisions(1957), pagg. 123-127), Schelling invece dona risalto nella sua analisi proprio all’importanza dei “dettagli
marginali‖ del gioco.

[2] Un risultato può emergere con evidenza per diverse ragioni quali semplicità, simmetria, regolarità, unicità, tradizione. Il punto in rilievo
è che nei giochi che richiedono coordinamento la soluzione è spesso contenuta nell‘impostazione del gioco stesso.

[3] Per la formalizzazione del concetto di conoscenza comune si veda Robert Aumann , Agreeing to Disagree (1976). Robert Aumann e
Thomas Schelling hanno ricevuto il premio Nobel per l‘economia 2005 per ―avere accresciuto la nostra comprensione del conflit to e della
cooperazione attraverso la Teoria dei Giochi‖.

[4] Carlo Trezza è membro del Comitato consultivo del Segretario generale dell’Onu per le questioni del Disarmo.

[5] cfr. Schelling, Micromotivazioni della vita quotidiana, pag. 273, Bompiani 2008.

[6] cfr. Schelling, La strategia del conflitto(1960), pag.125 nota 18 e pag.299, Mondadori 2006.

[7] cfr. Schelling, An astonishing sixty years: the legacy of Hiroshima, Prize Lecture December 8 2005.

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