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LA MENTE SOCIALE

I problemi più grandi che deve affrontare l’uomo non sono quelli di natura fisica, bensì quelli di natura
sociale.

Humpherey, lavoro in Ruanda dove studia i gorilla di montagna:


- Il mattino presto si dedica all’osservazione dei gruppi di gorilla nella foresta, registrandone il
comportamento
- La sera deve rimuovere i cervelli dai corpi di alcuni animali abbattuti dai bracconieri
Scopre così che i gorilla hanno cervelli davvero molto grandi, sebbene nella loro vita quotidiana non
debbano però affrontare problemi così complicati: non sembrano avere predatori, né correre particolari
rischi nel proprio ambiente. Che se ne fanno dunque di un grande cervello?
Per loro i problemi veri diventano manifesti solo considerandone la vita di relazione sociale; questo fa sì
che l’economia di sussistenza di un giovane gorilla ponga pochi problemi ma perché la società provvede
a prepararlo, istruirlo e proteggerlo. Una struttura sociale complessa come questa, dunque, richiedono ai
propri membri prestazioni cognitive sofisticate per stabilire rapporti di collaborazione, risolvere liti,
gelosie, invidie e rancori, mentire e ingannare, contraccambiare favori e protezioni. Ecco perché
l’intelletto dei primati e dell’uomo si è evoluto in un modo così speciale. Non solo, ma talvolta questi
processi mentali vengono svolti senza sforzo, venendo spesso sottovalutati per il loro livello di
complessità: dato che a noi umani interagire e capire i nostri simili risulta tutto sommato facile,
Humpherey ci definisce “psicologi nati”.

Concetti sociali
Molte specie di primati sembrano in grado di riconoscere le relazioni di parentela che intercorrono tra i
loro conspecifici, di trattare gli individui in modi diversi a seconda della loro posizione gerarchica e
anche di valutare alcuni aspetti delle relazioni tra individui terzi. Ma realmente, cosa conoscono le
scimmie su quello che stanno facendo?
Gilbert Ryle traccia una distinzione tra
- Sapere come (knowing how): si riferisce all’abilità ad eseguire specifiche procedure sulla base
del riconoscimento di stimoli specifici (es. quando una femmina di scimmia sente gridare il
proprio piccolo, può riconoscerlo e correre in suo aiuto ogni volta che nel suono siano presenti
certe caratteristiche acustiche)
- Sapere che (knowing that): rappresentazione dichiarativa della conoscenza che può essere
scorporata dall’esecuzione fissa e invariabile di una data risposta ad un dato stimolo. Ciò
consente un’enorme flessibilità nei comportamenti (es. se la scimmia possedesse una
discrezionalità di intervento e potesse decidere di intervenire o meno a seconda che il piccolo
stia interagendo con il figlio di una femmina di un altro rango)

Quindi, la conoscenza delle relazioni sociali nelle scimmie è di tipo dichiarativo o procedurale?
1. Una prima questione riguarda la capacità di riconoscere le relazioni sociali tra i membri della
propria specie.
 Esperimento 1: Tre femmine di cercopiteco udivano giungere da un altoparlante
nascosto nell’erba le grida di un giovane conspecifico. Esse, coerentemente alle
aspettative orientavano la testa o si dirigevano verso l’altoparlante con maggiore
frequenza quando le grida erano quelle del proprio figlio dimostrando così la
capacità di riconoscere singoli individui dalla loro voce. Il risultato veramente
interessante venne però dal comportamento delle femmine che udivano grida non
appartenenti al proprio figlio, ma al figlio di un’altra femmina presente. Queste
femmine guardavano così la madre del piccolo che stava emettendo i suoni, e la
osservavano a prescindere dal fatto che la madre del piccolo si mostrasse agitata o
che al contrario non si fosse accorta dei suoni senza quindi mostrare alcun interesse
per l’altoparlante. Si comportavano quindi come se sapessero riconoscere la
relazione madre-figlio esistente tra alcuni membri del gruppo sociale di
appartenenza. Questo non significa che gli animali conoscano dichiarativamente la
relazione genetica di parentela, semplicemente riconoscono le relazioni sociali
esistenti tra gli individui del gruppo sulla base delle loro esperienze pregresse.
 Esperimento 2: l’etologa Verena Dasser è riuscita a riprodurre questo tipo di risultati
in una situazione di laboratorio. Due macachi di Giava vennero addestrati per un
compito di “confronto col campione”: in ogni prova gli animali vedevano tre
diapositive di animali appartenenti al loro stesso gruppo sociale:
- Una rappresentava il campione, ovvero l’immagine della femmina
- Una rappresentava il figlio della femmina in questione
- Una rappresentava un altro animale dello stesso sesso ed età del figlio,
ma completamente estraneo
Ogni prova iniziava con la presentazione del campione, cui faceva seguito la
presentazione di tutte e 3 le diapositive. La scelta giusta consisteva nell’appaiare alla
femmina il suo proprio figlio premendo un pulsante sotto l’immagine corretta. Gli
animali imparavano ad eseguire il compito e, cosa più interessante, si dimostravano
poi in grado di trasferire la relazione appresa a nuove coppie madre-figlio non usate
nella precedente fase di discriminazione. Lo stesso risultato fu ottenuto in un compito
di discriminazione simultanea, in cui l’animale vedeva due diapositive (una della
femmina col suo piccolo, l’altra di due individui non imparentati dello stesso gruppo
sociale). Utilizzando poi 5 differenti diapositive della stessa coppia madre-figlio in
varie pose, la scimmia doveva dapprima imparare a riconoscere la coppia madre-
figlio giusta, e in seguito al soggetto venivano presentate 14 diapositive raffiguranti
differenti coppie madre-figlio opposte ad altrettante coppie di individui non
imparentati. In tutti questi casi la scimmia fu capace di discriminare la diapositiva
corretta con la giusta associazione madre-figlio.
 Esperimento 3: sempre l’etologa Verena Dasser ha studiato se altre categorie di
affiliazione sociale siano disponibili nella mente di una scimmia. Venne dunque
dapprima addestrato un soggetto a riconoscere una coppia di fratelli, poi venne
verificata la sua abilità a discriminare nuove coppie di fratelli da coppie madre-
figlio, affini di altro tipo o non affini. La scimmia fu in grado di fornire la risposta
corretta nel 70% delle prove.
 Esperimento 4: altra prova a favore che i primati possano discriminare relazioni di
parentela proviene dal fenomeno dell’aggressività ridiretta e della riconciliazione. In
molte specie di primati un animale coinvolto in un episodio di lotta e aggressione,
ridirigerà questi comportamenti verso un terzo animale precedentemente non
coinvolto, ma non a caso: tende a concentrarsi verso affini del precedente oppositore
cercando di toccarlo e facendo grooming con esso. Anche nel caso delle tecniche di
riconciliazione sembra accadere qualcosa di analogo, concentrandosi verso gli affini
più prossimi dell’oppositore. Nei cercopitechi la riconciliazione tra animali non
imparentati è più probabile con i parenti di un oppositore che non con l’oppositore
medesimo; tra animali imparentati invece è più probabile la riconciliazione diretta tra
i due oppositori. Inoltre, può accadere che se un cercopiteco assiste ad un
combattimento tra un membro della propria famiglia ed un membro della famiglia X,
ciò aumenta la probabilità che esso attacchi un altro, differente membro della
famiglia X. Ciò che accade, quindi, non dipende dal giudizio della scimmia sui
particolari individui, bensì da un giudizio sulle relazioni che sussistono tra questi
individui. Per fare questo, la scimmia deve avere un modo di rappresentarsi queste
relazioni e le loro proprietà.

2. Un altro modo è verificare se un animale ha la possibilità di emettere o meno un segnale con


valenza comunicativa a seconda del contesto sociale in cui si trova.
- Segnali informativi: forniscono al ricevente conoscenze che questi prima non
possedeva
- Segnali comunicativi: chi li produce intende fornire al ricevente un’informazione che
prima non possedeva
Da ciò ne deriva che chi emette il segnale ha la possibilità di effettuare una scelta, ovvero quella
di produrre o meno il segnale a seconda del contesto. Quindi, può un animale decidere se
emettere o non emettere un segnale a seconda che sia presente un adeguato ricevente?
La risposta è si, in quanto si è scoperto che i segnali che emettono gli animali non sono soltanto
informativi.
Gli uccelli galliformi, come il pollo domestico, quando trovano del cibo emettono suoni di
richiamo caratteristici (food calls). I suoni sono prodotti dai maschi che così attraggono le
femmine adulte le quali si avvicinano alla fonte del cibo e se ne nutrono. Le caratteristiche dei
richiami emessi dai maschi sembrano essere associate alla qualità del cibo; richiami in numero
ridotto ed emessi ad una frequenza più bassa sono associati invece a cibi meno preferiti. La
probabilità che una femmina avvicini un maschio che emette richiami è maggiore per i richiami
associati ad un cibo preferito che a uno non preferito. Ma il maschio intende informare la
femmina o risponde automaticamente alla presenza di cibo?
 Esperimento: Marler, Dufty e Pickert fecero un esperimento in cui veniva presentato
a dei galletti o del cibo altamente appetibile oppure del materiale non commestibile,
e venivano registrati i food calls emessi in presenza di una femmina familiare, di una
femmina estranea, di un altro maschio o in assenza di audience.
- Se il cibo funge da referente: i galletti emettevano meno richiami in
assenza di audience che in presenza della femmina (sia estranea sia
familiare), ed un numero ancor più ridotto di richiami veniva emesso in
presenza di un maschio.
- Se il non-cibo funge da referente: i richiami venivano emessi
scarsamente, con un’eccezione: in presenza della femmina estranea i
richiami venivano emessi nel 50% delle prove (interessante intenzione di
informare in modo erroneo, ovvero di ingannare), ma scendevano a solo
il 17% in presenza della femmina familiare.
Sembrerebbe dunque, da questi risultati, come i galli possano modulare la
produzione di segnali con valenza comunicativa in relazione alla qualità del referente
(appetibilità del cibo) e all’identità del referente (femmina familiare o estranea,
maschio o nessuna audience).

L’intelligenza machiavellica: chiedendoci se gli animali possiedano la capacità di mentire, è


interessante comprendere che l’inganno può implicare una comprensione dello stato mentale e delle
conoscenze possedute da altri.
Es. alcuni tipi di farfalle hanno degli “occhi” simulati, che possono venire mostrati all’improvviso
spalancando le ali all’approssimarsi di un predatore, anche se qui è più plausibile ritenere che
l’ingannatrice sia la selezione naturale piuttosto che la farfalla in sé.
Vi sono però altri casi di più difficile attribuzione:
- Fenomeno dell’esibizione dell’ala spezzata nei pivieri: sono uccelli che nidificano sul terreno
che, quando un predatore si avvicina al nido, iniziano prima ad allontanarsi da esso, per poi
volare in un’area in cui siano ben visibili al predatore iniziando a muoversi in modo anormale,
simulando di avere un’ala spezzata e dunque di essere una preda più facile. L’etologa Carolyn
Ristau ha compiuto numerose osservazioni per capire cosa passasse davvero nella mente del
piviere, e se avesse effettivamente l’intenzione di ingannare. Un aspetto interessante del
comportamento dell’uccello è che esso sembra “monitorare” gli esiti della sua esibizione:
periodicamente si ferma a guardare se il predatore lo insegue, altrimenti ritorna indietro ed
intensifica ulteriormente la sua esibizione (che potrebbe suggerire una rudimentale capacità di
considerare il predatore come un percipiente). La Ristau in un esperimento, a confrontato il
comportamento di pivieri che vedevano avvicinarsi a turno due diversi soggetti umani intrusi,
che si muovevano percorrendo lo stesso tragitto: uno di essi osservava le dune dove il piviere
costruisce il nido, mentre l’altro fissava in direzione dell’oceano. Gli animali sembravano essere
sensibili alla direzione dello sguardo dell’intruso, rimanendo fuori dal nido ed esibendosi nella
parata dell’ala spezzata con frequenza molto maggiore in presenza dell’intruso che fissava il
nido.
Ma se l’uccello sapesse davvero ingannare, non dovrebbe riusare subito dopo con lo stesso
predatore la stessa tecnica dell’ala spezzata, tesi a sostegno del fatto che questo trucco usato
ripetutamente avvenga in lui in maniera piuttosto meccanica (è anche bene notare però che se il
piviere ad oggi utilizza ancora questa tecnica, vorrà dire che apparentemente funziona ancora ed
evidentemente l’esibizione dell’ala rotta non viene riconosciuta come inganno dal predatore; il
comportamento di quest’ultimo potrebbe essere dominato solo dalla situazione presente come
se l’esperienza passata non fosse in grado di contrastare gli automatismi delle risposte
predatorie).
- Tra uccelli e mammiferi spesso si osserva la formazione di gruppi sociali misti, formati da
individui di più di una specie. All’interno del gruppo alcune specie sembrano responsabili del
procacciamento del cibo, mentre altre fungono da sentinelle emettendo richiami di allarme
quando acquistano dei predatori. Munn ha scoperto che a volte gli uccelli sentinella emettono il
richiamo di allarme per il falco senza che quest’ultimo si effettivamente presente, mentre un
uccello di altra specie tiene in bocca il cibo. Il risultato di solito è che l’animale ingannato dal
richiamo abbandona il cibo per scappare, e la sentinella che ha lanciato il falso richiamo se ne
può così impossessare. Di questo meccanismo è interessante osservare che mentre gli individui
subordinati emettono questi richiami ingannatori sia nei riguardi di individui dominanti che
subordinati, gli individui dominanti li mettono solo nei riguardi di altri individui dominanti.
Inoltre, è stato notato come i segnali sembrano venir emessi in percentuale maggiore con
intenzioni ingannatrici, e cioè per trasmettere false informazioni; però se il segnale d’allarme
deve mantenere un valore comunicativo sarebbe più auspicabile aspettarci che i segnali emessi
fossero di carattere veridico. Come mai questo non succede?
Alcuni autori hanno suggerito che la comunicazione animale si sia evoluta principalmente con
funzioni di inganno, in quanto evoluzione di un’asimmetria nel rapporto costi-benefici. Per la
specie che viene ingannata, infatti, il beneficio relativo di una preda come un insetto è
enormemente inferiore ai costi che potrebbero derivare dall’ignorare un segnale d’allarme.

 Inganno tattico: termine coniato dagli psicologi Whiten e Byrne per indicare quelle circostanze
nelle quali altri individui vengono usati da un animale come oggetti da manipolare o come strumenti
sociali per manipolare altri individui o come una risorsa che può essere guadagnata. Perché risulti
efficace è necessario che si presenti con frequenza ridotta. Nei primati sono state osservate più
frequentemente strategie di inganno tattico, mentre tra i non-primati sembra essere una rarità.
- Tecniche di foraggiamento tra babbuini: Byrne osservò un giovane maschio (Paul) imbattersi
in una femmina adulta (Mel) che aveva appena finito di estrarre dal terreno una succulenta
radice. Paul così si avvicinò ed iniziò a lanciare acuti stridii e a strepitare come se la femmina lo
avesse attaccato. Così la madre di Paul, una femmina di alto rango, accorse immediatamente
facendo sì che Mel fuggisse impaurita lasciando la radice che Paul si accinse subito a mangiare.
Dunque Paul intendeva davvero ingannare la madre, o voleva solo impossessarsi della radice? È
plausibile pensare che Paul avesse appreso che la madre fosse un agente in grado di aiutarlo in
situazioni pericolose, e che quindi il suo aiuto poteva valere anche per impossessarsi di cose
altrimenti non ottenibili.
- Colonia di scimpanzé dello zoo di Arnhem: Waal qui osservò che sebbene i maschi dominanti
siano molto gelosi delle femmine in estro, e ne impediscano ad altri l’accesso, queste ultime
spesso non disdegnano di accoppiarsi con maschi più giovani. Quando lo fanno però le femmine
tendono ad attirare i giovani maschi verso aree periferiche del parco e ricche di arbusti per non
essere viste, e la coppia clandestina si astiene dall’emettere i consueti suoni che solitamente
seguono gli accoppiamenti per non essere sentita.
- Lo scimpanzé e il frutto: Menzel mostrò ad uno scimpanzé di basso rango il luogo in cui era
nascosto un frutto appetitoso, ai margini di un vasto terreno. L’animale veniva poi chiuso in
gabbia con altri compagni. Una volta liberato insieme al resto del gruppo, si dirigeva
immediatamente al nascondiglio e prendeva il frutto, che però gli veniva sottratto
immediatamente da un individuo dominante. Dopo un certo numero di esperienze di questo tipo,
lo scimpanzé imparò a trattenere il suo entusiasmo: uscito dalla gabbia girovagava a caso con
aria vaga, e solo quando il resto del gruppo si era acquetato, e gli individui di alto rango erano
impegnati in altre attività, quatto quatto andava a recuperare il frutto.

Osservando con l’aiuto della comunità scientifica i comportamenti animali, si è notato che questa
attitudine a mentire sia frequente solamente nei primati (in particolare nelle scimmie antropomorfe), e
ad esempio in cani e gatti domestici sia molto poco frequente. Tuttavia, vi sono diverse difficoltà
nell’asserire ciò:
- L’evidenza negativa si trova ad essere sottorappresentata: per quanti anni e quante volte
primatologi esperti avevano osservato le scimmie senza registrare nulla che assomigliasse a
fenomeni di inganno?
- Inoltre è probabile che le forme più sottili di inganno in natura siano difficili da cogliere,
riuscendo a riportare solo i casi più rari ed eclatanti
- Molti casi di inganno tattico ammettono un’interpretazione di tipo non-intenzionale (es. la
scimmia Paul potrebbe aver gridato o per autentica paura, oppure perché aveva appreso
mediante condizionamento seguito da rinforzo che urlo=mamma=cibo, e perciò potrebbe aver
continuato a mantenere questo schema delle urla. Ipotesi avvalorata dal fatto che Paul urlava
non solo quado era presente un adulto col cibo, ma soltanto quando era presente e ben in vista
anche un potenziale aiuto, cioè la madre)
- Il fatto che, seppur più rari, siano stati documentati comportamenti di inganno tattico in cani e
gatti, potrebbe essere dovuto alla difficoltà di osservare questi fenomeni negli animali selvatici
in condizioni naturali. Tuttavia ciò lascia intuire che, per cani e gatti, l’interazione con gli esseri
umani in un ambiente ristretto gli fornisce ampie possibilità di apprendere per prove ed errori a
partire da coincidenze fortunose (es. il gatto miagola davanti ad una porta, il padrone si alza
dalla poltrona per aprirla, il gatto nota così che la poltrona è libera e se ne impossessa. In futuro,
potrà dunque associare il miagolio alla poltrona libera, semplicemente per il meccanismo di
rinforzo. Anche questo è un esempio di inganno non-intenzionale).

Tra i 456 casi di inganno studiati da Byrne e Whiten, solo 18 (e appartenenti quasi esclusivamente alle
scimmie antropomorfe) sembrano essere i casi in cui palusibilmente l’inganno sembra implicare la
capacità da parte dell’animale di considerare l’altrui prospettiva, o punto di vista, ovvero di attribuire
intenzioni ad altri individui. Da ciò possiamo dedurre che forse la capacità di attribuire stati mentali
potrebbe essere ristretta a poche creature sul nostro pianeta e in particolare, potrebbe essere presente
nell’uomo e nelle scimmie antropomorfe ma non nelle scimmie.

Intenzionalità: di primo e di secondo ordine


- Intenzionalità di primo ordine: nell’accezione dei filosofi della mente dire che gli stati mentali
sono intenzionali significa dire che essi sono “su” qualcosa. Cioè un’entità esibisce
intenzionalità se è capace di riferirsi in qualche modo a qualcosa d’altro (es. uno che crede che
x, oppure uno che desidera x). Ritenere che gli animali siano in possesso di questo tipo di
intenzionalità, facilita notevolmente la comprensione del loro comportamento. Una creatura con
intenzionalità di primo ordine possiede desideri e credenze, ma non riguardo a credenze e
desideri.

Canone di Morgan: non possiamo in nessun caso interpretare un’azione come il prodotto di una
facoltà psichica superiore, quando può essere interpretata come il prodotto di una facoltà psichica
inferiore. L’idea dietro a questo canone è che nella spiegazione dei fenomeni naturali bisogna sempre
cercare la spiegazione più semplice.
Adottare quello che Dennet chiama “atteggiamento intenzionale” può quindi essere una buona strategia
per l’etologo cognitivo, fatto salvo il rischio di antropomorfizzare il comportamento delle altre specie.
- Intenzionalità di secondo ordine: è qualcosa di più sofisticato, ed è cioè l’ascrizione da parte di
una creatura intenzionale, d’intenzionalità ad un’altra creatura (in pratica, il possesso di uno
stato mentale “su” lo stato mentale di un altro individuo). Una creatura con intenzionalità di
secondo ordine ha credenze e desideri riguardo a credenze e desideri propri e altrui. Questa
capacità viene anche chiamata “teoria della mente”.

Tutta la nostra vita mentale è permeata di teorie ed ipotesi circa gli stati mentali dei nostri simili e i
livelli di intenzionalità possono aumentare vertiginosamente: ad esempio con un’intenzionalità del terzo
ordine io potrei volere che tu creda che esso vuole qualcosa; con un quarto ordine potrei credere che tu
voglia che esso creda che tu credi qualcosa. È sbalorditivo come nella nostra specie vi sia una notevole
facilità ed obbligatorietà con cui questo genere di attività cognitiva si impone alla mente.

Test di Wimmer e Perner  durante il test al bambino viene raccontata una storia, impersonata da due
marionette (Sally e Ann).
- Sally colloca una biglia in un cesto e poi esce dalla stanza.
- Mentre Sally è fuori dalla stanza, Ann prende la biglia dal cesto e la colloca in una scatola.
Si chiede poi al bambino di dire dove Sally cercherà la biglia una volta che sia rientrata nella stanza. I
bambini di 4 anni rispondono, correttamente, che Sally la cercherà nel cestino; i bambini di 3 anni
invece sostengono che Sally cercherà la biglia nel luogo in cui essi sanno che ora si trova, cioè nella
scatola. Da ciò si apprende come i bambini al di sotto dei 4 anni non posseggono ancora una teoria della
mente.

Teoria della mente


Gli psicologi Premack e Woodruff pubblicarono nel 1978 un articolo in cui veniva descritto un inusuale
problema cui era stata sottoposta Sarah, una femmina di scimpanzé. L’animale assisteva alla proiezione
di brevi filmati che mostravano un operatore umano alle prese con alcuni problemi studiati da Kohler
con le scimmie antropoidi (es. raggiungere saltando una banana appesa in alto, raggiungere sporgendosi
una banana collocata al di fuori di una gabbia ecc). Dopo il film, Sarah aveva la possibilità di scegliere
tra una serie di fotografie contenenti grossomodo gli stessi elementi: una sola però raffigurava la
soluzione del problema. Sarah sceglieva quasi sempre la soluzione giusta, e nei pochi casi in cui non
sceglieva la risposta corretta, ciò sembrava dovuto al fatto che non reputasse sufficientemente
problematica quella situazione.
I risultati di questi studi condotti sui primati trova correlazione col fatto che i casi di inganno tattico
intenzionale siano quasi tutti confinati nelle scimmie antropomorfe.
Cheney e Seyfarth hanno studiato una situazione nella quale alcune femmine con i loro piccoli potevano
assistere a due tipi di evento:
- Nel primo uno sperimentatore nascondeva un frutto molto appetibile
- Nel secondo, un altro sperimentatore compiva gesti di minaccia tenendo in mano una rete per la
cattura dei primati e si nascondeva poi dietro ad un muretto.
In una situazione sia la madre che il piccolo potevano vedere la scena, in un’altra invece il piccolo era
confinato dietro una recinzione e non poteva vedere nulla. Nonostante fosse evidente che il piccolo nel
secondo caso non potesse vedere e che questo condizionasse certamente il suo comportamento, le madri
si comportavano allo stesso modo in entrambi i casi, senza emettere grida di allarme o preoccuparsi di
mettere in allerta i piccoli. Apparentemente, esse sembravano essere incapaci di apprezzare che le
conoscenze possedute dai piccoli fossero differenti dalle loro.

L’idea di una discontinuità cognitiva tra scimmie e scimmie antropomorfe è stata sostenuta con forza da
Povinelli. In una serie di esperimenti, dei macachi reso e degli scimpanzé venivano posti di fronte ad
una sorta di gioco di ruolo, in cui alle estremità opposte di un tavolo stavano un operatore umano e un
animale.
- Su un lato c’erano delle manopole che una volta premute spingevano dei contenitori di cibo
sull’altro lato; chi stava sul lato delle manopole non poteva vedere quale manopola fosse quella
giusta cioè connessa con la scatoletta di cibo.
- Chi stava sull’altro lato, ovvero quello delle scatolette di cibo, poteva indicare al soggetto
sull’altro lato quale manopola premere, non potendo egli direttamente raggiungere né il cibo né
le manopole.
Una volta a preso il compito, si richiedeva agli animali un cambiamento di ruolo. I risultati mostrarono
che mentre i scimpanzé in genere non avevano difficoltà a cambiare ruolo, le scimmie reso non ci
riuscivano mai e dovevano essere riaddestrate completamente da capo ad ogni cambio di ruolo. Questo
ci suggerisce l’esistenza di una profonda differenza nella psicologia sociale delle due specie.

In un’altra serie di esperimenti scimmie e scimmie antropomorfe furono poste di fronte ad una versione
del test di Wimmer e Perner. Uno dei due osservatori umani usciva dalla stanza, mentre l’altro
nascondeva una fetta di banana sotto una tazza. Gli animali potevano vedere l’atto di nascondimento ma
non quale fosse la tazza giusta. Successivamente l’osservatore umano che era in precedenza uscito
rientrava nella stanza e a questo punto i due osservatori indicavano puntandole con il dito due tazze
diverse:
- La tazza giusta la persona che era rimasta nella stanza
- La tazza sbagliata la persona che era appena rientrata
Gli scimpanzé distinguevano il comportamento di chi “sa” e di chi “tira ad indovinare”, scegliendo
quasi sempre l’indicazione della prima persona; le scimmie, invece, sceglievano a caso.
Un’ulteriore prova a sostegno della tesi che gli scimpanzé basassero la loro differenziazione
sull’attribuzione di stati mentali come il conoscere, è data da un altro esperimento. Questa volta a tutti e
due gli sperimentatori rimanevano nella stanza, ed una terza persona nascondeva il cibo. Mentre il cibo
veniva celato, il soggetto che “tirava ad indovinare” copriva la propria testa con un secchio, mentre
quello che “sapeva” assisteva all’operazione e poteva quindi vedere dove il cibo veniva nascosto. Anche
in questo caso gli scimpanzé preferivano seguire le successive indicazioni del soggetto che sapeva
rispetto a quelle del soggetto che tirava ad indovinare. Parrebbe dunque che gli scimpanzé sappiano
cogliere la relazione che sussiste tra “vedere” e “sapere”, cosa che invece le scimmie non coglievano.

L’incapacità di attribuire conoscenze agli altri, dovrebbe essere molto importante in una specie
soprattutto per quanto riguarda le tecniche di istruzione. Cheney e Seyfarth hanno ad esempio trovato
che i giovani cercopitechi commettono molti errori quando iniziano ad utilizzare i segnali di allarme e a
volte essi possono essere anche di grave danno al resto del gruppo. A dispetto di ciò, gli adulti non
sembrano mai premiare o punire in modo selettivo i loro piccoli per l’emissione di segnali appropriati o
meno; l’addestramento dei giovani pare avvenire soltanto mediante osservazione, senza alcuna tutela da
parte degli adulti.

Confronto con quanto invece fanno le femmine di scimpanzé in Costa d’Avorio (Boesh): esse hanno
appreso a rompere le noci utilizzando delle pietre come martello ed un substrato ed un substrato pietroso
come incudine (attività che richiede diversi anni per essere appresa). Si è visto però che i piccoli, oltre
ad apprendere dall’osservazione del comportamento della madre, possono anche godere della sua
esplicita tutela: la madre infatti esegue le azioni molto più lentamente quando il piccolo la sta ad
osservare e in più di un’occasione Boesh ha potuto osservare una madre riposizionare la noce de piccolo
sull’incudine affinché esso potesse colpirla meglio.

Va comunque notato come neppure per le scimmie antropomorfe i dati di laboratorio a favore del
possesso di una teoria della mente siano univoci: in una serie di esperimenti Povinelli ha cercato di
verificare se gli scimpanzé comprendano davvero il fatto che gli altri possano vedere. I bambini
sembrano afferrare questo concetto già a 2/3 anni, ma gli scimpanzé pare di no. Posti davanti alla
possibilità di chiedere cibo a due sperimentatori (uno bendato e uno no), gli scimpanzé non mostravano
di differenziare il loro comportamento in relazione allo stato di “vedente” inferibile in essi: chiedevano
normalmente il cibo anche a chi non poteva vederli. Dunque, pare quindi che la teoria della mente
comprende molte capacità distinte, e forse solo alcune di queste sono presenti nel cervello delle scimmie
antropomorfe.
Imitare e insegnare
Sembrerebbe plausibile sostenere che quando un animale imita si rappresenti lo stato mentale di chi
viene imitato, il suo punto di vista, le sue credenze e i suoi desideri. In realtà, ciò che è essenziale
nell’imitazione è che l’imitatore si rappresenti quello che il dimostratore fa, non quello che pensa.
L’apprendimento sociale comprende almeno 4 varietà di fenomeni:
- Fenomeni di incentivazione dello stimolo e incentivazione localizzata dell’attenzione: in cui
l’esecuzione di un determinato comportamento da parte di uno o più individui dirige l’attenzione
di altri animali verso luoghi o aspetti dell’ambiente prima ignorati, facilitando così
l’acquisizione della risposta per tentativi ed errori (es. cince dell’Inghilterra che perforano il
tappo di stagnola del latte per rubare la panna o macachi giapponesi dell’isola di Koshima che
lavano le patate prima di mangiarle). A sostegno dell’acquisizione di quest’ultimo
comportamento per prove ed errori vi sono almeno due ordini di fatti:
o Lenta velocità di diffusione del comportamento nell’isola, compatibile con l’idea che
ciascun animale abbia dovuto apprendere individualmente e separatamente anziché per
imitazione
o Osservazione che in condizioni di isolamento sociale le scimmie imparano abbastanza
rapidamente a lavare il cibo sporco di sabbia quando vi sia una fonte d’acqua nelle
vicinanze
- Fenomeni di condizionamento osservativo: qui una risposta incondizionata da parte di un
dimostratore agisce come stimolo incondizionato ed elicita una corrispondente risposta
nell’osservatore. Quando l’osservatore percepisce questo stimolo incondizionato assieme ad un
altro stimolo, quello al quale il dimostratore sta effettivamente rispondendo, impara ad emettere
la stessa risposta ad un altro stimolo emesso dal dimostratore. Ad esempio si è visto che dopo
che scimmie allevate in cattività assistono alle esibizioni di paura (stimolo incondizionato) di
scimmie cresciute in natura alla vista di un serpente (altro stimolo), esse emettono lo stesso
comportamento agitato che prima non mostravano alla vista di serpenti anche in assenza di
dimostratori. Anche nel polpo sembra attivo lo stesso meccanismo: fiorito e scotto hanno
addestrato dei polpi ad attaccare l’una o l’altra di due palle di diverso colore per ottenere del
cibo come premio. Alcuni polpi (osservatori) potevano puoi guardare gli animali dimostratori
che sceglievano tra i due oggetti. Gli osservatori, che ovviamente non avevano ricevuto alcun
premio durante la fase di osservazione, una volta sottoposti a test in condizioni di isolamento
sociale tendevano a scegliere di attaccare la palla dello stesso colore di quella scelta dai
dimostratori. Quello che i polpi osservatori a prendevano era dunque a quale stimolo rispondere
e non come rispondere.
- Imitazione in senso stretto: si riferisce esplicitamente a quei casi in cui viene copiato un’azione
o una vocalizzazione che altrimenti avrebbe una scarsa probabilità di verificarsi e per la cui
produzione non esiste una tendenza istintiva. Un individuo dopo aver osservato un conspecifico
eseguire un certo comportamento, acquisisce la capacità di eseguire un comportamento simile e
a volte acquisisce anche l’informazione che tale comportamento ha certe conseguenze.
- Imitazione di tipo vocale: ben nota in una varietà di passeriformi e pappagalli. È stata
documentata da Moore in un pappagallo cenerino. Ogni giorno, per un periodo di cinque anni, lo
sperimentatore entrava varie volte nella stanza del pappagallo e mi rimaneva alcuni minuti
pronunciando una parola o una frase e compiendo un gesto. Un campionamento casuale di
registrazioni video e audio del comportamento effettuato settimanalmente nei periodi in cui
l’animale era solo, ha rivelato chiaramente che oltre ad imitare i suoni l’animale aveva imparato
ad imitare i movimenti.

o Inoltre, altri studi in laboratorio hanno fornito evidenze convincenti: uno studio
compiuto sul pappagallino ondulato consisteva nel mostrare agli animali dei conspecifici
dimostratori che rimuovevano il coperchio di un contenitore di cibo utilizzando le zampe
oppure il becco; per compiere l’azione gli osservatori tendevano poi ad utilizzare la
stessa parte del corpo impiegata dai dimostratori.
o Recentemente, utilizzando la stessa procedura della doppia possibilità di azione, il
comportamento di imitazione è stato dimostrato anche nei piccioni e nelle quaglie: in
questi esperimenti il dimostratore poteva ottenere del cibo agendo sulla levetta
beccandola oppure premendola con le zampe. E essi dopo aver osservato con specifici
dimostratori compiere l’una all’altra azione tendevano a copiarla.
o Nei ratti invece Heyes e Dawson hanno utilizzato un’asticciola che pendeva dall’alto e
che doveva essere piegata in una particolare direzione (a destra o a sinistra) per ottenere
del cibo come premio. Un secondo animale se ne stava dall'altra parte della gabbia e
osservava il comportamento del primo animale per un totale di 50 risposte. L'animale
osservatore veniva poi trasferito nello scompartimento-test dove per la prima volta
poteva manipolare l'asticciola: sebbene venissero premiate sia le spinte a destra che a
sinistra, gli animali che avevano osservato dimostratori che spingevano a destra
spingevano pure loro a destra, mentre quelli che avevano visto dimostratori che
spingevano a sinistra spingevano a sinistra. È interessante il fatto che i ratti non
imparavano a spingere la leva in una particolare direzione rispetto alla gabbia, ma
piuttosto in una particolare direzione rispetto al corpo del dimostratore.

È dunque evidente come limitazione richiede capacità rappresentative. Come minimo, gli animali
devono mantenere in memoria una rappresentazione dell'atto osservato e devono realizzare un qualche
genere di aggiustamento intermodale affinché lo stimolo visivo ottenuto dall’ambiente sia adattato alle
risposte generate tramite stimolazione cinestetica e propriocettiva.

Tuttavia, è necessario che l’imitazione richieda anche la capacità di rappresentarsi il fatto che l’altro
possieda rappresentazioni (ovvero capacità meta rappresentative)? No.
L’ipotesi che l’imitazione implichi una teoria della mente, ci porta ad evidenze scarse a favore
dell’imitazione vera nelle scimmie, mentre invece vi sono dati un poco più convincenti sull’esistenza
dell’imitazione vera tra le scimmie antropomorfe. Ma come mai questa differenza? Ma abilmente nel
caso delle scimmie semplicemente non sono state utilizzate procedure sperimentali adeguate.
Una delle ragioni per associare limitazione alla teoria della mente è l’idea di Piaget che la capacità di
imitazione e di mettere la presentazione compaiono assieme durante lo sviluppo Anto genetico della
nostra specie. Ipotesi però messa in discussione dal fatto che i bambini sono capaci di imitare molti mesi
prima di quando comincino invece ad apprezzare, per esempio, la nozione di falsa credenza. Quindi
sebbene sia possibile che certi aspetti dell’imitazione o certe sue forme, in alcune specie, implicano
capacità meta rappresentative, allo stato attuale non vi sono prove di ciò. Sicuramente è necessario che
un animale si rappresenti l’azione e il comportamento del dimostratore, ma se si rappresenti anche il suo
stato mentale non è attualmente dato saperlo.

Stesso discorso vale per la pratica dell'insegnamento: essa potrebbe in alcuni casi richiedere una teoria
della mente, ma certamente quest'ipotesi non sembra necessaria per spiegare molti dei fenomeni di
istruzione insegnamento che si osservano nel mondo animale. Infatti in molte circostanze è stato
osservato come il dimostratore non svolga un ruolo attivo nell’apprendimento sociale, e che le modalità
delle sue azioni siano relativamente indifferenti dalla presenza di un osservatore.
A volte però un animale modifica il suo comportamento in maniera piuttosto precisa in presenza di un
osservatore in esperto, incoraggiando ponendo il suo comportamento oppure fornendo un insieme di
esemplificazioni o di stadi progressivi di apprendimento.
- Il caso più noto è quello dell’insegnamento della caccia nei felini: la gatta, inizia con il portare
nella tana una preda già uccisa che consuma in presenza dei piccoli. In seguito riporta la preda
ferita ma ancora viva così da consentire i piccoli di giocarci e di morderla. Infine, riporta una
preda ancora viva e lascia che siano i piccoli ad ucciderla, stimolandoli a farlo con un particolare
miagolio. Mentre è chiaro che la gatta fornisce i suoi piccoli una serie progressiva di opportunità
di esibizione di moduli di redazione prefissata della selezione naturale, non è chiaro se ciò
avvenga sulla base di una sequenza rigida invariante oppure se ci sia una sensibilità gli specifici
miglioramenti o le difficoltà hanno dimostrate dai gattini.
- Un altro caso interessante è l’osservazione dello scimpanzé Washoe, addestrato all’uso del
linguaggio dei segni dei sordomuti americani: egli modellava la mano della propria figlia
adottiva in modo tale che essa producesse il segno corretto per “cibo”.
- Un’altra osservazione interessante è stata fatta sulle chiocce: esse utilizzano il tidbitting per
dirigere il comportamento alimentare dei pulcini verso gli oggetti commestibili. Dal punto di
vista del pulcino questo fenomeno può essere interamente spiegato come un esempio di
condizionamento Pablo Viano, tuttavia la chioccia non si comporta affatto in maniera meccanica
e stupida come si pensava, perché essa sembra essere sensibile agli errori compiuti dai pulcini.
Nicol e Pope hanno studiato l’esibizione del comportamento di tidbitting in due differenti
condizioni:
1. Una in cui i pulcini beccavano del cibo che avevano un colore uguale a quello
del cibo ritenuto commestibile dalla chioccia
2. L’altra in cui i pulcini beccavano del cibo che aveva un colore corrispondente
al colore del cibo che la chioccia aveva imparato a riconoscere come non
commestibile
Ovviamente entrambi i cibi erano buoni e senza nessun tipo di pericolo per i pulcini, ma le
chiocce che non potevano essere a conoscenza del trucco, mostravano un incremento selettivo
nell’ora esibizione di tidbitting di fronte agli errori dei loro pulcini. Non abbiamo prove che la
risposta delle chiocce agli errori percepiti dei pulcini fosse intenzionale, ma si tratta di una
possibilità che non si può nemmeno escludere. Ciò che è certo comunque, è che l'evocazione
dell'esibizione materna non dipende semplicemente dalla presenza simultanea del cibo e dei
pulcini, ma anche da un confronto tra l’informazione posseduta dalla chioccia circa la qualità del
cibo e il comportamento manifestato dai suoi piccoli.

Scimmie allo specchio


Gordon Gallup  fu il primo a proporre l'idea di una discontinuità nelle funzioni psicologiche tra i
primati, sulla base della sua scoperta che gli scimpanzé e paiono essere capaci di riconoscersi allo
specchio. Questi animali (a differenza delle scimmie) utilizzano spontaneamente gli specchi per
l’esplorazione di parti del proprio corpo che altrimenti sarebbero in accessibili, come la zona ano-
genitale, la bocca e i denti Per tradurre quest’osservazioni in un testo formale, egli ideò una procedura
consistente nel marcare parti del corpo dell’animale mentre questi si trovava sotto anestesia. Sebbene le
marcature non fossero direttamente visibili, gli scimpanzé e utilizzavano gli specchi per toccarle ed
esplorarle molto più di quanto non facessero animali di controllo non marcati. Il test è stato ripetuto più
volte ed è stato somministrato ormai a circa una ventina di specie di primati: scimpanzé ed oranghi sono
gli unici che sembrano utilizzare lo specchio per esplorare e cercare di rimuovere le marcature.
Sorprendentemente, anche i gorilla falliscono questo test (l’unica eccezione sembra data da Koko, un
gorilla femmina addestrato all’uso del linguaggio dei segni della psicologa Patterson).

In una serie di articoli Gallup ha sostenuto che il riconoscimento allo specchio può essere interpretato
come un indice di auto consapevolezza e che ripetuti fallimenti a superare il test osservati in altre specie
suggerirebbe una sostanziale deficit cognitivo, vale a dire l’assenza di auto consapevolezza. Questa
posizione è stata però molto criticata, perché da un punto di vista logico non si vede per quale ragione il
riconoscimento allo specchio dimmi implicare l’autoconsapevolezza, o meglio, bisognerebbe definire
meglio il termine. Si è potuto osservare infatti che spesso i bambini si passano le mani sul naso come
per pulire una macchina esistente quando vedono una persona con una macchia sul naso. Di
conseguenza, il fatto che è un bambino o uno scimpanzé cerchi di pulirsi toccando il proprio volto un
muso dopo aver veduto la propria immagine riflessa, non implica che l’immagine speculare venga
riconosciuta come la propria immagine.

Gallup ha dunque cercato di sviluppare un'ipotesi più specifica: l'idea è che se l'autoriconoscimento allo
specchio di uomini, scimpanzé ed oranghi è un indice di auto consapevolezza, questi organismi
sarebbero capaci di introspezione, la quale servirebbe loro a ragionare inferenzialmente su esperienze
mentali similari di altri organismi. Il riconoscimento allo specchio potrebbe cioè essere un indice della
capacità di attribuire stati mentali ad altri individui.
Quest’ipotesi presenta però varie difficoltà:
- I bambini sono capaci di riconoscersi allo specchio a partire da 18 mesi circa mentre non
posseggono piene capacità di attribuire stati mentali agli altri fino a quattro anni di età. I
bambini autistici, per i quali è stato suggerito un deficit specifico nella capacità di formare una
teoria della mente, sono nondimeno capace di riconoscersi allo specchio. Tutto questo
suggerisce che la capacità di riconoscersi allo specchio non sia un indicatore del possesso di una
teoria della mente.
- Un’altra ipotesi potrebbe essere che il riconoscimento allo specchio sia correlato con alcune, ma
non tutte le capacità connesse alla teoria della mente. Per esempio, anche se non superano il test
della falsa credenza, i bambini autistici sembrano possedere qualche forma rudimentale di
attribuzione di stati mentali (come ad esempio la capacità di considerare la differente prospettiva
con cui si percepiscono gli altri individui). Forse il riconoscimento allo specchio segna solo
l’avvio di una serie di abilità che culmina nel pieno possesso di una completa Tura della mente e
di cui si possono rintracciare di menti negli scimpanzé e nei bambini autistici.

Epstein, Lanza e Skinner hanno dimostrato che il piccione, previo opportuno addestramento, è in grado
di utilizzare uno specchio per localizzare sul proprio corpo una macchia non visibile direttamente.
- All'inizio, il piccione veniva addestrato a beccare dei dischetti blu collegate in varie posizioni
sul suo corpo per ottenere un rinforzo alimentare come premio.
- Successivamente, in presenza di uno specchio, il piccione veniva dapprima rinforzato a beccare
dei dischi blu variamente collocati nella gabbia.
- Poi i dischi blu venivano presentati per intervalli molto brevi e solo quando il piccione poteva
vedere dei riflessi nello specchio.
L'animale otteneva il premio se, girato sì, andava a beccare il punto dello spazio dove il dischetto blu era
stato presentato. Nell'esperimento vere proprio un dischetto blu veniva piazzato sul petto del piccione,
ma la sua vista risultava impedita da una specie di collarino; il piccione tuttavia poteva vedere il
dischetto riflesso nello specchio. Epstein e i suoi collaboratori trovarono che, muovendo
opportunamente la testa e il collo, il piccione andava a beccare il dischetto sul proprio corpo.
La logica dell’argomentazione di Epstein è molto chiara: non c’è bisogno di attribuire speciali capacità
di auto consapevolezza perché un animale possa mostrare comportamenti auto diretti di fronte allo
specchio; è sufficiente che gli venga data la possibilità di fare esperienza delle opportune contingenze di
rafforzamento.
 Gallup, ovviamente la vede in modo diverso: cruciale dal suo punto di vista, è che gli scimpanzé si
esibiscono spontaneamente nell’uso dello specchio per esplorare le parti del corpo altrimenti non
visibili. Ovvio che se necessitino di fare esperienza con gli specchi, ma la cosa importante è che, per
quanto esperienza venga loro data, le scimmie non presentano mai simili comportamenti
spontaneamente.

Una spiegazione della differenza di comportamento tra le scimmie e le scimmie antropomorfe potrebbe
essere legata al fatto che le prime evitano accuratamente di guardare in faccia i conspecifici se non per
minacciarli, e ciò potrebbe impedire loro di acquisire davanti allo specchio quell’insieme di equivalenze
intermodali necessarie alla formazione di una autorappresentazione corporea. La possibilità però che il
mancato riconoscimento allo specchio delle scimmie non antropomorfe derivi dall' inadeguatezza della
tecnica usata piuttosto che da qualche fondamentale limitazione cognitiva, trova sostegno in alcune
recenti ricerche compiute sui tamarini (scimmie del nuovo mondo).
- Hauser e colleghi hanno provato a dipingere con colori diversi la zazzera di pelo bianco che
questi animali hanno in cima alla testa e che viene quasi certamente utilizzata nelle interazioni
sociali. Si è visto che ITA marini con la zazzera colorata guardavano più allungo la propria
immagine allo specchio di quelli la cui zattera era stata solo colorata di bianco. Ovviamente
questo non dimostra l'autoriconoscimento allo specchio, perché l'atto di guardare più lungo
poteva semplicemente essere dovuto alla curiosità scatenata dai colori. Tuttavia, gli individui
con precedenti esperienze allo specchio, e solo questi, mentre guardavano l’immagine si
toccavano anche la sommità del capo. I tamarini inoltre come gli scimpanzé pare utilizzino lo
specchio per l’esplorazione di parti del corpo altrimenti inaccessibili, dimostrando una qualche
forma di autoriconoscimento allo specchio.

Un modulo per la cognizione sociale


- Esperimento degli psicologi Heider e Simmel (1944): alcune persone assistevano ad un breve
filmato che aveva come protagonisti due triangoli ed un piccolo disco, che si muovevano
intrecciando tra loro curiose relazioni dinamiche. Questi strani movimenti venivano descritti dai
partecipanti in un modo un po’ antropomorfico, quasi attribuendo a queste forme geometriche la
“volontà” di fare un qualcosa; solo uno dei soggetti fornì invece un resoconto in termini
strettamente cinetici e geometrici. Questa generale inclinazione a leggere gli eventi cinetici nei
termini di relazioni interpersonali tra agenti dotati di intenzioni è una caratteristica delle menti
delle creature umane e, forse, anche di altre specie. Forse che gli uomini, e i primati in generale,
posseggono un modulo specializzato per la cognizione sociale? Vi sono molti indizi a favore di
ciò:
o Oltre all'obbligatorietà delle sue operazioni, tra i tratti distintivi di un modulo
cognitivo vi è il fatto di avere una storia ed una plausibilità evolutiva, una sequenza di
sviluppo ontogenetico relativamente stereotipata, la possibilità di deficit innate, ed
un’architettura neuronale fissa e dedicata. Ad esempio un canale privilegiato per la
comunicazione sociale nei primati superiori, è l’espressione facciale. I primati notturni
vivono in strutture sociali piuttosto semplici e utilizzano principalmente il fatto come
canale di comunicazione; il passaggio alla vita di urna è stato accompagnato quindi a
due fenomeni: la comparsa di strutture sociali più complesse e il maggior rilievo della
visione rispetto all’olfatto (es. lemuri odierni, che possono usare le espressioni facciali
come mezzo di comunicazione solo in maniera limitata, perché le loro labbra superiori
sono attaccate alle gengive mentre nei primati che utilizzano i segnali visivi più
esternamente (come noi) le labbra superiore sono completamente mobili per consentire il
generare di una varietà di espressioni facciali.

Le espressioni facciali però sono soltanto uno dei modi attraverso cui si possono convogliare
informazioni sul proprio stato interno, e tuttavia è chiaro che se debbono essere voluti anche altri
meccanismi percettivi e cognitivi per rispondere a propriamente a questi segnali. Ma in quale misura
questa conoscenza dei primati di leggere i segnali sociali forniti dei con specifici, è specifica e si applica
selettivamente al dominio sociale distinguendosi quindi da altre forme di conoscenza?
o Le operazioni logiche compiute dei primati in un contesto sociale, sembra non
vengano eseguite in contesti non sociali. Ad esempio, i cercopitechi sanno formare e
cogliere associazioni complesse tra conspecifici (sanno riconoscere gli individui e
associarli a un particolare gruppo, sanno riconoscere le gerarchie e le relazioni
matrilineari di dominanza, sanno riconoscere e ricordare chi nel passato si è comportato
amichevolmente con loro). In contrasto, sembrano incapaci di cogliere relazioni di cui
pure hanno fatto amplissima esperienza, ma in domini non sociali (ad esempio
nonostante la minaccia che significhi per loro il pericolo di essere i predati da leopardi e
pitoni, una traccia fresca lasciata sul terreno da un pitone o la carcassa di un animale
sopra un albero, sembrano indizi non sufficienti ad evocare in loro segnali d’allarme).

Da qui si evince come l’intelligenza sociale sia distinta e distinguibile dall’intelligenza generale (infatti
anche gli esseri umani ad esempio distinguono nettamente le intuizioni su come funzionano le persone,
e su come funzionano le macchine).
o L’esistenza di un modulo cognitivo innato dedicato all’intricate cioè dell’interazione
sociale spiegherebbe dunque il perché i bambini vengono al mondo con un grado così
sorprendente di competenza sociale (essa comprende la capacità dei neonati di
rispondere selettivamente alle facce e alle voci, di imitare posture facciali pochi minuti
dopo la nascita, o di piangere in risposta al pianto di altri neonati ma non in risposta a
suoni sintetici di simile durata intensità). Nati posseggono inoltre un repertorio di
comportamenti innati la cui funzione sembra essere quella di attivare e mantenere
scambi sociali di apici, come ad esempio il cosiddetto sorriso sociale presente anche
neonati ciechi, oppure i cicli sguardi diretti alla madre. Tutte queste abilità compaiono in
maniera fissa e stereotipata durante lo sviluppo ontogeneticamente, e suggeriscono una
specializzazione innata di circuiti nervosi dedicati al comportamento sociale, una
disposizione istintuale da parte dell’infante umano a stabilire e mantenere rapporti
sociali.

Deficit selettivo nella cognizione sociale  autismo. Uta Frith sostiene che la qualità centrale del
deficit autistico sembra essere l'incapacità di percepire lo stato interno delle altre persone, di attribuire
loro stati mentali o di coinvolgere il proprio stato mentale agli altri. Nella sua forma più ampia l'autismo
è caratterizzato da una varietà di manifestazioni che includono l’ecolalia (ripetizione meccanica di
parole o frasi appena udite) un linguaggio parlato ripetitivo, una tendenza ad interpretare in modo
letterale e concreto il linguaggio, un’assenza di interessi sociali e di empatia, e spesso un ambito
piuttosto ristretto di attività che, se interrotte, determinano forme acute di stress e rabbia. Questa
malattia sembra essere il risultato di una varietà di lesioni cerebrali, dovute a cause genetiche o fattori
intrauterini. Sebbene criteri diagnostici possono essere un poco variabili, c'è accordo sull'esistenza di un
deficit nella cognizione e nel comportamento sociale e sembra probabile che il danno cerebrale interessi
selettivamente il modulo cognitivo per la percezione E l’attribuzione di intenzioni e motivazioni agli
altri individui.
- Utilizzando la tecnica della tomografia ad emissione di positroni (PET) durante i compiti in cui
soggetti dovevano leggere storie che implicavano la comprensione e l’attribuzione di stati
mentali ad altri, a te e colleghi hanno trovato che nei soggetti normali vi è un’attivazione
selettiva di un’aria piuttosto ristretta della corteccia prefrontale mediale dell’emisfero sinistro, E
che questa attivazione sia completamente assente nei pazienti affetti da sindrome di Asperger.

Al polo opposto di individui che presentano deficit selettivi nella cognizione sociale, cioè la situazione
di individui equivalenti degli idiot savant. A differenza di altri talenti esagerati le abilità sociali, anche
quando sono molto spiccate, non vengono solitamente riconosciute come anormali, forse proprio perché
la dotazione media dei membri della nostra specie è in questo ambito già normalmente molto sofisticata.
È interessante notare che circa il 10% degli autistici mostri sindromi da savant, ovvero capacità
straordinarie in domini specializzati (come il disegno o il calcolo). Viene da chiedersi se un’anormalità
neuronale nel trattamento degli stimoli sociali non consenta di utilizzare quella porzione di macchina
cerebrale adesso dedicata per l'elaborazione di tipi differenti di stimoli, come ad esempio i numeri con
risultati fuori dalla norma.

Alcuni disturbi neurologici che sembrano galleggiare selettivamente certe componenti del modulo della
cognizione sociale:
- Prosopagnosia, ovvero l’incapacità selettiva di riconoscere visivamente facce altrimenti
familiari. Facce sono infatti i buoni esempi di come le operazioni dei moduli siano obbligatorie:
si pensi per analogia è il classico esempio relativo al modulo per il linguaggio. È pressoché
impossibile ascoltare un segmento di parlato come puro suono senza distinguere il suo
significato (a meno che non si conosca la lingua). In maniera simile, le facce sono
immediatamente e obbligatoriamente trasformate in rappresentazioni di persone dotate di
disposizioni ed intenzioni.
- Paziente EVR (descritto da Damasio), un trentacinquenne che ha dovuto subire la resezione
della corteccia frontale orbitale destra e, in parte, di quella sinistra e della corteccia dorso
laterale destra per rimuovere un meningioma. Il soggetto appare assolutamente normale ai test
neuropsicologici e anzi sembra dotato di un’intelligenza superiore alla media, ma mostra una
singolare incapacità a trarre conclusioni corrette circa le intenzioni e le motivazioni delle
persone con cui interagisce. Questa incapacità è così grave che lo ha condotto la bancarotta
grazie la frequentazione di personaggi loschi, ma si manifesta comunque in ogni contesto
sociale. Risulta sorprendente come EVR mostri un’intatta capacità a valutare astrattamente in
termini verbali le situazioni sociali, ma un’assoluta inettitudine nelle situazioni sociali reali.
- Sindrome di Capgras, i cui pazienti affetti presentano un’intatta capacità di riconoscere un
altro individuo (solitamente familiare) sulla base delle sue sembianze, unitamente alla
convinzione assoluta che l’individuo in questione non sia quella persona. Questa sindrome pare
essere il risultato di un danno relativamente localizzato alle aree temporali, ma di solito la
lesione piuttosto estesa e spesso associata ad una condizione psicotica. Il tratto distintivo della
sindrome sembra essere l'assenza di un vissuto di familiarità con la vita mentale di una persona,
a dispetto del vissuto di familiarità con il suo aspetto fisico.
- Psicosi paranoidi: tali distorsioni assumono spesso la forma di un vissuto di eccessiva
vicinanza tra la propria e l'altrui vite mentali, oppure di intenzioni attribuite ad entità non
identificate. Le basi nervose di queste sindromi sono ignote, tuttavia l'idea che alla base di
queste malattie possono esserci disturbi nei processi cognitivi coinvolti un’attribuzione di stati
mentali è piuttosto attraente.

È inoltre molto interessante notare quanto sia difficile descrivere un’emozione o un insieme di emozioni
in sé, ma risulti estremamente più facile descrivere le proprie mozioni riferendole al contesto di una
specifica situazione sociale (es. “mi sento come quando ci si trova in una situazione così e così…”).
Questo accade probabilmente perché questi stati affettivi sono parte integrante di una sorta di dizionario
innato di emozioni la cui origine evolutiva ha a che fare con le richieste proprio della vita sociale. È
probabile infatti che esista un substrato neuronale specificamente dedicato al modulo della cognizione
sociale e che probabilmente comprende varie zone dell’encefalo, sul quale però sappiamo ancora molto
poco. Dagli studi sul paziente e EVR e sulle scimmie reso ci perviene però che lesioni alla corteccia
frontale orbitale e all’amigdala possano condurre a gravi deficit nel comportamento sociale.

Face cells  sono tipi speciali di cellule che sembrano rispondere in particolar modo alle espressioni
facciali, presenti nelle aree temporali e nell’amigdala. Nel 1972 il neurofisiologo Barlow pubblicò un
importante lavoro nel quale suggeriva che il mondo visivo fosse costituito a partire da blocchi
elementari rappresentati dall’attività delle cellule selettive a caratteristiche elementari della
stimolazione, come l’orientamento e il movimento. Secondo questa ipotesi, dunque, come si fa a vedere
ad esempio un triangolo? Semplice, basta avere tre cellule ciascuna delle quali risponde a barre dotate di
un certo orientamento, connesse tra di loro e con una cellula superiore che scarica se e solo se sono
attive simultaneamente le tre cellule di livello inferiore. Una delle difficoltà è che questa idea sembra
richiedere l’esistenza di cellule nervose capaci di rispondere selettivamente a stimoli molto complessi.
Purtroppo queste grandmother cells (ovvero le cellule superiori capaci di dare un significato all’insieme
degli elementi visualizzati dalle face cells) nessuno sembra capace di trovarle.
- Quando però Gross e colleghi resero per prima nota la scoperta di cellule che sembravano
rispondere selettivamente alle facce e alle mani, qualcuno pensò che queste mitiche cellule
fossero state trovate per davvero… Ma c'era un problema: come mai si trovavano solo cellule
che rispondevano alle facce e non per esempio ai televisori, la lattuga, o alle maniglie? Se sono
così avviato delle ricerche che hanno fornito indizi sufficienti per capire che cosa servono questi
neuroni che rispondono alle facce. Alcune cellule rispondono selettivamente all'identità della
faccia, mentre altre rispondono all'espressione facciale indipendentemente dall’identità. Altre
ancora rispondere al movimento di oggetti biologici, ma non al movimento di oggetti inanimati.
Altre rispondono alla direzione dello sguardo della faccia. Insomma, tutto l’occorrente per
rilevare e reagire in maniera adattiva alle disposizioni e alle intenzioni dei con specifici, tenendo
conto di informazioni come l’identità di chi effettua un comportamento, le azioni di un
individuo, la direzione dello sguardo o i movimenti delle mani.

Mirror neurons (corteccia premotoria delle scimmie)  questi neuroni vengono selettivamente
attivati nell’animale sia quando questi è impegnato nell’esecuzione di un’azione, sia quando l’animale
osserva la medesima azione compiuta da un altro individuo. Gallese e Goldman hanno suggerito che una
possibile funzione di questi neuroni potrebbe essere la rilevazione degli stati mentali dei con specifici
mentre li si osserva. L’idea sarebbe che gli stati mentali degli altri vengano rappresentati adottando la
prospettiva degli altri e che il mio torneo Rose sarebbero una parte, o più probabilmente i precursori, dei
meccanismi neuronali responsabili della teoria della mente.

Altruismo, reciprocità ed evoluzione della mente


Comparando due ordini di insetti, i ditteri e gli imenotteri, possiamo notare che i primi (come ad
esempio le mosche) posseggono capacità di apprendimento molto limitate; il loro repertorio
comportamentale è in gran parte prefissato in modo rigido e stereotipato. Gli imenotteri invece (come ad
esempio le api) posseggono invece notevoli capacità di apprendimento. Come si spiega una tale
differenza? Considerando gli stili di vita sociale dei due ordini, si nota come i ditteri non abbiano alcun
tipo di cura parentale e non costruiscano nidi ( semplicemente depositano le loro larve senza curarsene
ulteriormente); lime notte eri invece costruiscono un nido e si occupano della loro prole. Ora, è vero
che ci sono attività, come la costruzione del nido, che possono essere interamente preprogrammate da
un punto di vista genetico e che non necessitano quindi di un apprendimento individuale. Tuttavia, i
geni non hanno capacità di preveggenza: ci sono informazioni che non possono essere fornite in anticipo
all’animale, come per esempio la localizzazione del nido.non servirebbe a nulla dotare un animale della
capacità di costruire un nido senza poi dotarlo anche della capacità di fare ritorno adesso.ecco allora
come il semplice fatto di mostrare o meno cure parentali possa determinare differenze cruciali nella
capacità mentali di specie diverse.

Aspetto cruciale della vita di relazione anche ai livelli più semplici e il fenomeno dell' altruismo. In
molte circostanze gli animali si comportano in maniera tale per cui le loro azioni risultano vantaggiose
per i loro simili ma svantaggiose per loro stessi. Il comportamento altruistico ha costituito un problema
per la teoria darwiniana della selezione naturale: se il comportamento altruistico è controllato dai geni, e
se esso è di detrimento per l’individuo che lo pone in atto, tale individuo lascerà meno discendenti e i
geni per il comportamento altruistico non potranno quindi diffondersi. Ma a partire dagli anni 60, grazie
soprattutto al lavoro del genetista Hamilton, è diventato chiaro che il problema può essere risolto
attraverso il concetto di selezione di parentela: l’atto altruistico risulta biologicamente vantaggioso se
viene rivolto a consanguinei, cioè individui che sono portatori di copie degli stessi geni dell’individuo
generoso. Ma che tipo di conseguenza a tutto questo per quel che riguarda la storia naturale della mente?
Perché la selezione di parentela funzioni, bisogna dotare gli organismi di sistemi nervosi che sono in
grado di distinguere i consanguinei da altri individui della stessa specie. Ovviamente non si ritiene che
gli animali posseggono conoscenze in ambito della genetica, ma un meccanismo innato che posseggono
utile allo scopo è l’imprinting (presente ad esempio in pulcini ed anatroccoli). Se gli animali non
avessero questa capacità, essendo capaci di allontanarsi dal nido subito dopo la schiusa, sarebbero
perduti in assenza di un comportamento di attaccamento nei confronti della chioccia. E perché la
chioccia dovrebbe possedere la capacità cognitiva di riconoscere individualmente i propri pulcini?
Perché essa non avrebbe alcun vantaggio biologico dal curare i piccoli che non sono i propri, e cioè che
non abbia geni in comune con lei.

La capacità di riconoscere e distinguere gli altri individui costituisce anche il sostrato sul quale si è
potuto sviluppare un altro meccanismo cruciale per l’evoluzione della mente, quello dell’altruismo
reciproco. Il comportamento altruistico può infatti evolversi anche tra individui che non siano
geneticamente imparentati, a condizione che vi sia una certa probabilità che l’individuo beneficiato
contraccambi, in un momento successivo, l’atto di generosità. Questa forma di altruismo richiede una
serie di ulteriori cruciali sviluppi a livello dei processi cognitivi: perché si possa evolvere un
comportamento di reciprocità è necessario che l’individuo che compie atti di generosità sia in grado non
solo di riconoscere l’individuo beneficiato, ma che sia capace di tenerselo bene a mente e che sia anche
in grado di stimare se questi contraccambia con atti di pari valore. Quindi si richiedono:
- Capacità di riconoscimento individuale
- Capacità di memoria
- Capacità di stima dei costi e dei benefici delle proprie e altrui azioni
Trives osserva come l'altruismo reciproco possa essere oggetto, ancor più dell'altruismo genetico, al
parassitismo e all'imbroglio. Sarebbe infatti svantaggioso perseverare nel rivolger e costose atti
altruistici nei riguardi di individui che, beneficiato di un atto altruistico non contraccambiano, oppure
non contraccambiano con atti di pari valore biologico. La necessità di difendersi da questi parassiti può
aver portato nella nostra specie all’anteriore sviluppo nel grado di sofisticatezza cognitiva perciò che
concerne il riconoscimento di tali individui e la valutazione delle loro azioni. È stato ipotizzato che il
fenomeno della cooperazione possa essere stato alla base dello sviluppo delle capacità intellettive
dell’uomo nel momento in cui da private raccoglitore egli è divenuto un privato i cacciatori di gruppo.
La raccolta del cibo è un’attività essenzialmente individualistica, che eventualmente scatena
competizione piuttosto che cooperazione, mentre la caccia di gruppo richiede necessariamente
cooperazione. Quest’ultima si estende ben oltre la semplice cattura della preda, perché si accompagna
con la spartizione e condivisione del cibo con gli altri membri del gruppo, compresi quelli che alla
caccia verranno direttamente partecipato, come le donne e i bambini. È stato giustamente osservato
come anche nell’uomo moderno il commensalismo, ovvero il mangiare insieme o l’invitare qualcuno
alla propria tavola, sia un rituale cruciale per l’attenuazione dei conflitti: nessun altro private condivide
il cibo con altrettanta facilità. Questo punto di vista, la teoria che attribuiva lo sviluppo delle capacità
mentali dell’uomo all’uso di strumenti può essere recuperata, in forma diversa, all’interno della teoria
della funzione sociale dell’intelligenza. L’utilizzo di strumenti può in effetti aver influito sulla
cognizione umana, ma non tanto per i problemi tecnici che la loro costruzione poneva, quanto per i loro
effetti sull’interazione sociale quando gli strumenti sono divenuti oggetto di scambio, causando quindi
un ulteriore aumento dei possibili atti di reciprocità all’interno del gruppo sociale.

Con teoria della mente si fa riferimento ad un concetto espresso da Premack e Woodruff circa intorno agli anni
‘70 del secolo scorso, con il quale si intende la capacità di attribuire stati mentali (credenze, intenzioni, idee ed
emozioni) a sé stessi e agli altri, comprendendo che quelli di questi ultimi possano essere diversi dai propri.

Un concetto cardine della teoria della mente è infatti l’attribuzione di un’intenzionalità a un altro individuo
diverso da noi, la quale nel regno animale può essere di primo ordine o di secondo ordine:
- Intenzionalità di primo ordine: si fa riferimento ad un individuo capace di riferirsi in qualche modo a
qualcosa d’altro, possedendo dunque desideri e credenze.
- Intenzionalità di secondo ordine: fa riferimento a qualcosa di più sofisticato, ovvero all’ascrizione da
parte di una creatura intenzionale, di intenzionalità ad un’altra creatura. Indica dunque il possesso di uno
stato mentale sullo stato mentale di un altro individuo, con la possibilità di ragionare su credenze e
desideri riguardo a credenze e desideri propri e altrui. Questa capacità viene denominata teoria della
mente.
Tutta la nostra vita mentale è permeata di teorie ed ipotesi circa gli stati mentali dei nostri simili e i livelli di
intenzionalità possono aumentare vertiginosamente: ad esempio con un’intenzionalità del terzo ordine io potrei
volere che tu creda che esso vuole qualcosa; con un quarto ordine potrei credere che tu voglia che esso creda che
tu credi qualcosa. È sbalorditivo come nella nostra specie vi sia una notevole facilità ed obbligatorietà con cui
questo genere di attività cognitiva si impone alla mente.

Uno dei primi test messi a punto sui bambini per saggiare da che età essi possedessero una teoria della mente, è il
test di Wimmer e Perner: durante il test al bambino viene raccontata una storia, impersonata da due marionette
(Sally e Ann).
- Sally colloca una biglia in un cesto e poi esce dalla stanza.
- Mentre Sally è fuori dalla stanza, Ann prende la biglia dal cesto e la colloca in una scatola.
Si chiede poi al bambino di dire dove Sally cercherà la biglia una volta che sia rientrata nella stanza. I bambini di
4 anni rispondono, correttamente, che Sally la cercherà nel cestino; i bambini di 3 anni invece sostengono che
Sally cercherà la biglia nel luogo in cui essi sanno che ora si trova, cioè nella scatola. Da ciò si apprende come i
bambini al di sotto dei 4 anni non posseggono ancora una teoria della mente.

Per testare poi questa stessa capacità su scimmie e scimmie antropomorfe, venne proposta a questi animali una
versione del test di Wimmer e Perner: uno dei due osservatori umani usciva dalla stanza, mentre l’altro
nascondeva una fetta di banana sotto una tazza. Gli animali potevano vedere l’atto di nascondimento ma non quale
fosse la tazza giusta. Successivamente l’osservatore umano che era in precedenza uscito rientrava nella stanza e a
questo punto i due osservatori indicavano puntandole con il dito due tazze diverse:
- La tazza giusta la persona che era rimasta nella stanza
- La tazza sbagliata la persona che era appena rientrata
Gli scimpanzé distinguevano il comportamento di chi “sa” e di chi “tira ad indovinare”, scegliendo quasi sempre
l’indicazione della prima persona; le scimmie, invece, sceglievano a caso.
Un’ulteriore prova a sostegno della tesi che gli scimpanzé basassero la loro differenziazione sull’attribuzione di
stati mentali come il conoscere, è data da un altro esperimento. Questa volta a tutti e due gli sperimentatori
rimanevano nella stanza, ed una terza persona nascondeva il cibo. Mentre il cibo veniva celato, il soggetto che
“tirava ad indovinare” copriva la propria testa con un secchio, mentre quello che “sapeva” assisteva all’operazione
e poteva quindi vedere dove il cibo veniva nascosto. Anche in questo caso gli scimpanzé preferivano seguire le
successive indicazioni del soggetto che sapeva rispetto a quelle del soggetto che tirava ad indovinare. Parrebbe
dunque che gli scimpanzé sappiano cogliere la relazione che sussiste tra “vedere” e “sapere”, cosa che invece le
scimmie non coglievano.

Non possiamo però essere certi del fatto che queste scimmie posseggano effettivamente una teoria della mente, e
questo ce lo riporta il principio di parsimonia evocato dal canone di Morgan: non possiamo in nessun caso
interpretare un’azione come il prodotto di una facoltà psichica superiore, quando può essere interpretata come il
prodotto di una facoltà psichica inferiore. L’idea dietro a questo canone è che nella spiegazione dei fenomeni
naturali bisogna sempre cercare la spiegazione più semplice.
Bisogenrebbe dunque adottare un’interpretazione di tipo “non intenzionale” (condizionamento o prove ed errori),
per far salvo il rischio di antropomorfizzare il comportamento delle altre specie.

A sostegno di questa discontinuità cognitiva tra scimmie e scimmie antropomorfe, vennero eseguite due diversi
esperimenti:
 Povinelli: In una serie di esperimenti, dei macachi reso e degli scimpanzé venivano posti di
fronte ad una sorta di gioco di ruolo, in cui alle estremità opposte di un tavolo stavano un
operatore umano e un animale.
- Su un lato c’erano delle manopole che una volta premute spingevano dei
contenitori di cibo sull’altro lato; chi stava sul lato delle manopole non poteva
vedere quale manopola fosse quella giusta cioè connessa con la scatoletta di
cibo.
- Chi stava sull’altro lato, ovvero quello delle scatolette di cibo, poteva indicare
al soggetto sull’altro lato quale manopola premere, non potendo egli
direttamente raggiungere né il cibo né le manopole.
Una volta a preso il compito, si richiedeva agli animali un cambiamento di ruolo. I risultati mostrarono che mentre
i scimpanzé in genere non avevano difficoltà a cambiare ruolo, le scimmie reso non ci riuscivano mai e dovevano
essere riaddestrate completamente da capo ad ogni cambio di ruolo. Questo ci suggerisce l’esistenza di una
profonda differenza nella psicologia sociale delle due specie.

 Cheney e Seyfarth: hanno studiato una situazione nella quale alcune femmine di cercopiteco
con i loro piccoli potevano assistere a due tipi di evento:
- Nel primo uno sperimentatore nascondeva un frutto molto appetibile
- Nel secondo, un altro sperimentatore compiva gesti di minaccia tenendo in mano una rete per la cattura
dei primati e si nascondeva poi dietro ad un muretto.
In una situazione sia la madre che il piccolo potevano vedere la scena, in un’altra invece il piccolo era confinato
dietro una recinzione e non poteva vedere nulla. Nonostante fosse evidente che il piccolo nel secondo caso non
potesse vedere e che questo condizionasse certamente il suo comportamento, le madri si comportavano allo stesso
modo in entrambi i casi, senza emettere grida di allarme o preoccuparsi di mettere in allerta i piccoli.
Apparentemente, esse sembravano essere incapaci di apprezzare che le conoscenze possedute dai piccoli fossero
differenti dalle loro.

Il concetto di teoria della mente però è riscontrabile anche in altre specie animali, in domini diversi, come
l’imitazione, l’insegnamento o l’inganno:
 IMITAZIONE: femmine di scimpanzé in Costa d’Avorio (noci)  Boesh
 INSEGNAMENTO: caccia nei felini (gatti)
 INGANNO: ala spezzata nei pivieri  Ristau
Difficoltà (perché solo nelle scimmie antropomorfe?)
- Forme più sottili di inganno difficili da cogliere
- Interpretazione non-intenzionale (condizionamento o prove ed errori)
- Difficoltà ad osservare alcuni animali (come cani e gatti ) in condizioni naturali

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