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Laboratorio pag.

41: ​Bellissima spiritata

1. Lidia, come riportato nei versi 2 e 3, “traluna gli occhi e tiengli immoti e mirano i miei lumi a
lei devoti”, rovescia quindi gli occhi e li tiene fermi. Nei versi 5 e 6 invece ella “Maledice
ogni lume errante e fiso e par che contra Dio la lingua arroti”, ovvero maledice ogni pianeta
e stella.
2. Il sostantivo “orrore” (v.12) allude all’Inferno, il “vincolo” voluto dal destino della schiavitù di
Lucifero a causa dei peccati da lui stesso commessi.
3. Il poeta nella seconda terzina si rivolge a Lucifero, esortandolo a liberare la stanza (chiesa)
per lasciare spazio al dio Amore.
4. La violenza blasfema della crisi di cui è preda la donna è sottolineata da diverse figure
foniche come l’allitterazione della lettera “R”: “e par che contra Dio la lingua arroti” (vv.6-7)
e l’anastrofe: “nel saggio sovrastar, par superbia al suo Fattore” (vv.9-10).
5. Nel sonetto è presente l’anafora: ​“e mirano i miei lumi a lei devoti fatto albergo di furie un sí
bel viso.​ ​Maledice ogni lume errante e fiso e par che contra Dio la lingua arroti.” La sua
funzione espressiva è quella di far risaltare il volto violentemente contratto della bella
donna e cogliere lo splendore ambiguo dell’angelo ribelle.
6. I termini appartenenti all’area semantica della religione presenti nel testo sono: “tempio”
(v.1); “Furie” (v.4); “Dio” (v.6); “arroti” (v.6) “miracolo” (v.7); “sacerdoti” (v.7); “Lucifero”
(v.8); “paradiso” (v.8); “Fattore” (v.10); “dio Amore” (v.14). Tra questi vocaboli, il sostantivo
“arroti” lascia intendere la natura diabolica della donna “posseduta dal demonio” (in quanto
ella impreca in una chiesa) che rivela l'atteggiamento irriverente del poeta, che fa dell’eros
la propria “religione”.
7. Il termine “miracolo” (v.7) esprime sia lo spettacolo “sorprendente” nel quale si è trovato il
poeta (che per quanto sia grottesco attira l’occhio delle persone) sia il senso di prodigio in
cui si manifesta la potenza e la volontà di dio secondo il significato assunto nella tradizione
cristiana. Nel contesto di questo sonetto poi, rappresenta il rovesciamento di un luogo
comune della tradizione stilnovista. Essa infatti prevede un’ammirazione della donna, da
parte dell’uomo, per il suo essere ​capace di purificare l'animo di quest’ultimo fino a
condurlo dal peccato alla beatitudine.​ ​Viene quindi enfatizzata la carica spirituale che ella
emana, il quale scopo punta non a soddisfare se stessi ma a migliorarsi. Achillini non
scrive però nulla di tutto questo; al contrario ​la sua rappresentazione della donna si
arricchisce di determinazioni più concrete, e viene raffigurata negli atteggiamenti più
disparati. Non esiste un canone preciso che distingua il bello dal brutto così che tutto possa
diventare oggetto di poesia. Egli sovrappone così situazioni e linguaggio della lirica
amorosa a quelli tipici della lirica sacra, accrescendo ulteriormente l’ambiguità di fondo.​ Il
termine miracolo viene utilizzato quasi con ironia, dati gli insoliti atteggiamenti della donna
che ​“arrota la lingua”; così il poeta riesce a sintetizzare in un ossimoro il fascino tutto
moderno emanato dal demoniaco.
8. Claudio Achillini nasce a Bologna nel 1574, periodo nel quale inizia il Barocco letterario,
che segue al Manierismo. Viene rivendicato al poeta il compito di innovare, per adeguare i
modelli classici alle nuove esigenze di maggiore libertà espressiva. Storicamente la
tendenza a trascurare o sovvertire le regole definite “classiche” viene attribuita all’azione
della controriforma. La Chiesa, infatti, per combattere l’eresia protestante chiede agli artisti
di esaltare il sentimento religioso, limitandoli così della propria autonomia. Nonostante ciò,
la scrittura di Achillini progredisce fino a far prevalere da questi temi la profonda
drammaticità con cui il letterato barocco vive il suo tempo. Le sue poesie (perlopiù sonetti)
non si caratterizzano per una particolare profondità o specificità di pensiero e nascono da
occasioni più che da intimità di sentimento. Al poeta interessa essenzialmente la ricerca di
immagini strane e bizzarre, ottenute con l’uso di metafore stupefacenti che si moltiplicano
le une sulle altre. Egli gioca sull’ambiguità rappresentando in questo sonetto la
metamorfosi demoniaca dell’amata, rovesciando gli attributi tipici della donna “angelica”.
Per capirne il senso, bisogna ricordare quanto fosse forte, all’epoca, il valore normativo del
Canzoniere di Petrarca, e quanto fosse audace e innovativo, di conseguenza, un testo che
dissacra apertamente quel modello.

Giulia Palchetti IV A
 

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