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Source: Theologica Olomucensia, Acta Universitatis Palackianae Olomucensis

Theologica Olomucensia, Acta Universitatis Palackianae Olomucensis

Location: Czech Republic


Author(s): Eduard Krumpolc
Title: I PROBLEMI DELL’INCULTURAZIONE DEL VANGELO NELLA CULTURA POSTMODERNA
THE PROBLEMS OF INCULTURATION OF THE GOSPEL IN A POSTMODERN CULTURE
Issue: 14/2013
Citation Eduard Krumpolc. "I PROBLEMI DELL’INCULTURAZIONE DEL VANGELO NELLA
style: CULTURA POSTMODERNA". Theologica Olomucensia, Acta Universitatis Palackianae
Olomucensis 14:63-68.
https://www.ceeol.com/search/article-detail?id=101920
CEEOL copyright 2021

Acta Universitatis Palackianae Olomucensis, Theologica Olomucensia, vol. 14, 2013, ISSN 1212-9038 63

I problemi dell’inculturazione del vangelo


nella cultura postmoderna

Eduard Krumpolc

Se vogliamo parlare dell’inculturazione del vangelo, bisogna prima di tutto chiarire


il termine “cultura”. Secondo il culturologo Cliffort Geertz, la cultura è un sistema di
significati contenuti nei simboli, storicamente stabilito, per mezzo di cui un gruppo di
uomini comunica, scambia e perpetua le sue nozioni di vita e i suoi atteggiamenti nei
suoi confronti.1 Il teologo Marco Ivan Rupnik dice: “La cultura nasce da una spinta più
profonda a comunicare, a condividere, generata dalle profondità di un essere umano,
alle quali emerge come necessità esistenziale ad aprirsi e a comunicare.”2
Il rapporto tra cultura e vangelo è spiegato nella Costituzione pastorale sulla Chiesa
nel mondo contemporaneo del Vaticano II Gaudium et spes, dove si dice:
La Chiesa non si lega in modo esclusivo e indissolubile a nessuna stirpe o nazione, a nessun partico-
lare modo di vivere, a nessuna consuetudine antica o recente. […] La buona novella di Cristo rinnova
continuamente la vita e la cultura dell’uomo decaduto, combatte e rimuove gli errori e i mali, derivanti
dalla sempre minacciosa seduzione del peccato. […] Con la ricchezza soprannaturale feconda come
dall’interno, fortifica, completa e restaura in Cristo le qualità dello spirito e le doti di ciascun popolo.3

La parola “inculturazione” è un neologismo. Questo termine fu introdotto prima


nell’antropologia culturale, da qui passò anche in teologia, e soprattutto in missiologia.
P. J.-M. Masson, missionario gesuita, parlava già nel 1962 di “cattolicesimo incultu-
rato”, poi il termine “inculturazione” è usato nei documenti della 32a congregazione
generale dei gesuiti nel 1974/75.4 Probabilmente, grazie al padre generale dei gesuiti
Pedro Arrupe, il termine passò nel documento conclusivo Ad populum Dei nuntius (art.
5) del sinodo episcopale svoltosi nel 1977;5 pertanto il Papa Giovanni Paolo II lo usò
per prima volta nella sua esortazione apostolica Catechesi tradendae del 1979, e poi in
altri documenti magisteriali.6
Che cosa significa “inculturazione”? A. A. Roest Crollius lo spiega dicendo che
l’inculturazione è l’integrazione dell’esperienza cristiana di una chiesa locale nella cultura della propria
nazione, e cioè non soltanto esprimendo questa esperienza per mezzo dei concetti della propria cultura,
ma permettendo che questa esperienza diventi una forza capace di animare, orientare e innovare la

1
Cf. C. Geertz, The Interpretation of Cultures: Selected Essays, London: Fontana Press, 1993, 89.
2
M. I. Rupnik, “Il dialogo interculturale secondo alcuni aspetti della teologia ortodossa,” in AA. VV., La
missione della Chiesa nel mondo di oggi, Roma: Pont. Univ. Gregoriana, 1994, 50.
3
Gaudium et spes, n. 58.
4
Cf. Lexikon für Theologie und Kirche, vol. 5, ed. J. Höfer et al., 3a. ed., Freiburg: Herder, 1996,
v. „Inkulturation,“ 504.
5
Cf. ivi, 505.
6
Cf. Catechesi tradendae, n. 53; Familiaris consortio, n. 10; Slavorum apostoli, n. 21; Redemptoris
missio, n. 52-54; Novo millenio ineunte, n. 40.

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propria cultura fino a creare una nuova comunione che rappresenti un arricchimento della chiesa uni-
versale.7

La Redemptoris missio avvertisce, che “per mezzo dell’inculturazione la chiesa in-


carna il vangelo nelle varie culture e contemporaneamente inserisce le nazioni insieme
colle loro culture nella sua comunione”.8
L’inculturazione non è un cambiamento rapido, ma è un processo di lunga durata,
e, di regola, non avviene senza problemi. La storia delle missioni lo attesta con molte
prove.

1 Inculturazione nel passato

La prima tappa dell’inculturazione della Bibbia si realizza nell’Antico Testamento con


la traduzione del testo ebraico in aramaico e poi in greco. Il Nuovo Testamento scritto
in greco rappresenta un esempio di tale inculturazione, perché porta il messaggio evan-
gelico di matrice giudaica nel mondo ellenistico. La sola traduzione dei testi biblici
non basta però per parlare d’inculturazione completa, ci vuole ancora l’esegesi, la
liturgia, le norme etiche, il diritto ecclesiastico e civile, le usanze, la letteratura, l’arte,
le scienze, la filosofia e la teologia. Sviluppando tutte queste forme culturali si crea
una nuova cultura, permeata tutta dal fermento evangelico.9 Così si sono sviluppate le
culture europee, sia quella orientale greca, sia quella occidentale latina.
Un altro esempio d’inculturazione riuscita nel passato è la missione di SS. Cirillo
e Metodio nei territori slavi, come ricorda l’enciclica di Giovanni Paolo II Slavorum
apostoli.10
Dopo la scoperta dei nuovi continenti alla fine del XV secolo, la Chiesa conobbe
una nuova tappa d’inculturazione connessa con le missioni in America, in Asia, in
Africa, in Australia e Oceania. Queste missioni però hanno ottenuto un risultato nella
misura in cui furono osservate le regole dell’inculturazione giusta; altrimenti si sono
verificate grandi resistenze, e perfino anche persecuzioni, come dimostrano gli esempi
delle missioni in Cina, Giappone, Corea e in altri paesi.
Nello stesso tempo però, anche la cultura dell’Occidente cambiò notevolmente. A
partire dal XVI secolo, lo stretto nesso tra teologia e filosofia si spezzò, e le scienze
naturali si svilupparono sempre più indipendenti dalla cornice filosofico-teologica ri-
tenuta valida fino a quel tempo. Di conseguenza, la cultura si liberava sempre di più
dal suo fondamento cristiano, e incorporava le correnti non cristiane, e perfino atee. In
molti settori di vita, come per esempio in economia, politica, diritto civile, le norme
della morale cristiana non erano più rispettate, e si affermava il sistema secolarista,
indipendente dalla Chiesa. Sono le caratteristiche della cultura moderna che non è più
formata dal cristianesimo.
7
Cf. A. A. R. Crollius, “What Is So New about Inculturation?,” Gregorianum 54, n. 3 (1978): 735.
8
Cf. Redemptoris missio, n. 52.
9
Cf. Commission Biblique Pontificale, Lʼinterprétation de la Bible dans lʼÉglise, IV B.
10
Cf. Slavorum apostoli, n. 21.

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Come la Chiesa ha reagito a questa situazione? Per lungo tempo, fino a metà del xx
secolo, essa cercava di difendere le sue posizioni del passato, ma con poco successo.
Negli anni sessanta del Novecento, il concilio Vaticano II fu un gran cambiamento che
significò un serio tentativo di rinnovare il dialogo con il mondo moderno e di fare una
nuova inculturazione del vangelo nella cultura contemporanea. Le riforme introdotte
nella liturgia, nelle strutture della Chiesa, nel diritto canonico lo dimostrano; però, a
dire il vero, questo tentativo riuscì soltanto in parte, in misura notevolmente limitata.
Le cause di questo risultato poco soddisfacente sono probabilmente diverse: l’al-
lontanamento del mondo secolare dalla Chiesa fu notevole e prolungato, la Chiesa
stessa soffriva per divisioni e tensioni interne, non tutti i membri della Chiesa erano
pronti a realizzare le riforme promulgate; mi sembra, però, che la causa principale
consista nel fatto che il mondo moderno stesso cui la Chiesa reagì con il concilio, fu al
tramonto, la modernità finiva e si apriva un nuovo orizzonte culturale, che chiameremo
qui “postmodernità”.

2 Le caratteristiche della cultura postmoderna

Non è facile descrivere le caratteristiche della postmodernità perché si tratta di un


fenomeno recente, svariato e disordinato. A livello filosofico è stata accettata la de-
scrizione fatta da Jean-François Lyotard nel suo scritto La condition postmoderne
(1979).11 Secondo Lyotard, la più forte caratteristica della postmodernità è la con-
testazione, il rifiuto di tutto ciò che le generazioni precedenti riconoscevano valido,
prezioso e importante. Al posto delle precedenti certezze troviamo ora relativismo, in-
certezza, rinuncia alla verità in favore dell’utilità. Altri autori (come Derrida, Foucault
e Deleuze) invece rifiutano il razionalismo della modernità e preferiscono mantenere
le concezioni conservative del passato.12 Nella teologia postmoderna, ci si profilano
tendenze inaccettabili dal punto di vista cattolico: pluralismo radicale, negativismo e
misticismo.
Gerard Mannion, ecclesiologo inglese, caratterizza la cultura postmoderna in que-
sti termini:
La cultura postmoderna è segnata da una crescente disillusione nei confronti delle teorie dominanti,
riguardanti il mondo in generale, l’uomo e la società in particolare. Così le “grandi narrazioni”, come le
religioni, le ideologie politiche, e perfino le stesse scienze non sono più viste come portatrici di “tutte
le risposte” alle domande dell’umanità. L’era postmoderna è quindi contrassegnata da un cambiamento
radicale che consiste nel passaggio da una fiducia in alcune presunte certezze e verità alla ricerca di
elementi più particolari e frammentari. L’individuo è considerato il creatore del suo stesso significato,
entro certi limiti, e non tanto il destinatario di tale significato come proveniente da una realtà esterna.13
11
Cf. Lexikon für Theologie und Kirche, vol. 8, ed. W. Kasper et al., 3a. ed., Freiburg: Herder, 1999,
v. „Postmoderne,“ 456.
12
Cf. ivi.
13
G. Mannion, “A Virtuous Community: The Self-identity, Vision and Future of the Diocesan Church,”
in Diocesan Dispositions and Parish Voices in the Roman Catholic Church, ed. N. Timms, Chelmsford:
James, 2001, 125.

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Insomma, la postmodernità può essere caratterizzata con tratti che creano ovviamente
notevoli ostacoli all’inculturazione della fede: relativismo ed emotività, frammenta-
zione morale, mancanza di senso, approccio consumistico alla religione e alla spiritua-
lità, crisi di legittimazione, globalizzazione come nuova “grande narrazione”.14
D’altra parte, il postmoderno non elimina il senso del sacro, del mistero, il deside-
rio di entrare in contatto col trascendente. Sono questi i punti di partenza per aprire una
strada al dialogo che possa trovare un modo di comunicare la fede nel vangelo anche
in questa situazione difficile. Bisogna però procedere con molta prudenza e pazienza.

3 Possibili vie d’inculturazione del vangelo nel postmoderno

Proponiamo ora alcuni modi di procedere per superare gli ostacoli che la cultura post-
moderna pone all’inculturazione del vangelo, ovviamente senza pretendere di offrire
un progetto completo, applicabile in tutte le situazioni che si possono riscontrare.
Cominceremo con un esempio evangelico: Gesù si avvicina ai discepoli di Emmaus
(cf. Lc 24,13-35). Prima di tutto li accompagna ascoltando le loro amarezze, poi gli
spiega le Scritture e accetta il loro invito a cena, infine rivela la sua identità. Imitando
il suo esempio, dobbiamo prima di tutto accompagnare gli increduli, ascoltare le loro
tristezze, solo dopo cercare di illuminare i loro problemi con la luce del vangelo, ri-
spettare la loro libertà e aspettare la loro decisione di accettarlo o no, infine invitarli ai
sacramenti dopo un dialogo sincero e una risposta cosciente, eventualmente esortan-
doli a condividere la loro esperienza con gli altri.15
Nel dialogo con gli increduli bisogna essere molto prudenti: non è opportuno par-
lare all’inizio dei temi che potrebbero scoraggiarli (per esempio del peccato mortale,
del giudizio di Dio, dell’inferno per i peccatori). P. M. Gallagher propone di articolare
il dialogo in quattro passi seguenti: 1) Dio ti vuole il bene, 2) tu fai male se non accetti
la volontà di Dio, 3) tu puoi ritornare a Dio se accetti Gesù come tuo salvatore perso-
nale, 4) il tuo ritorno a Gesù ti farà felice, comincerai a vivere una nuova vita.16
Se una persona dice che crede in Dio, bisogna prima di tutto esplorare in che tipo
di Dio la persona crede, purificare la sua immagine di Dio e fargli conoscere il Dio
Padre che ama anche i peccatori e aspetta con ansia la loro conversione. Si può dimo-
strare questo fatto raccontando le parabole del Padre misericordioso, della pecorella
smarrita, della moneta perduta (cf. Lc 15). Solo dopo si può spiegare tutto ciò che
Gesù ha fatto e subìto per la nostra salvezza, e come lui ha assicurato l’accesso alla
riconciliazione dei peccatori penitenti con Dio. Capito tutto questo, la persona può
essere invitata a vivere questa realtà e a fare la propria esperienza con Dio che la ama
così come nessun altro.

14
Cf. G. Mannion, Chiesa e postmoderno: domande per lʼecclesiologia del nostro tempo, Bologna: EDB,
2009, 38-46.
15
Cf. M. P. Gallagher, Struggles of Faith, Dublin: Columba Press, 1991, 63-64.
16
Cf. ivi, 66.

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Se il nostro interlocutore non è soddisfatto della situazione nella Chiesa (si sente
scandalizzato per es. dal comportamento di vescovi, sacerdoti, religiosi), e per questo
rifiuta di inserirsi nel suo mondo, bisogna spiegargli che la Chiesa non è destinata sol-
tanto per i giusti, che Cristo è venuto a chiamare i peccatori, ma tutti siamo chiamati
alla conversione, ed è questa la condizione della salvezza: chiunque non si converte,
sarà perduto. Si possono raccontare i sermoni escatologici del Signore (cf. Mt 24-25),
o il suo incontro con Zaccheo (cf. Lc 19,1-10), per dimostrare l’importanza della giu-
stizia nei confronti degli altri, della sensibilità sociale e della pratica delle opere ca-
ritative, decisive per il giudizio finale di Dio su di noi stessi. Bisogna far capire che
la sincerità di ciascuno è importante, e che, se qualcuno cerca Dio, sicuramente lo
troverà, sia nella Chiesa, sia fuori di essa. La Chiesa è lì per aiutarlo nella sua ricerca.
Le domande dei giovani possono essere talvolta provocatorie, ma non dobbiamo
lasciarci spaventare: cerchiamo sempre di riconoscere il loro desiderio di una risposta
giusta e vera. Se uno pone domande sincere, anche se provocatorie, mostra la sua
sete di verità, e merita di avere le risposte adeguate. Una situazione più triste avviene
quando i giovani sembrano non aver più interesse nella religione, nella Chiesa, in Dio.
Poi, con loro, non è facile entrare in discussione su queste cose. Ciò nonostante, non
occorre arrendersi, bisogna solo cercare le opportunità per allacciare il dialogo sulle
cose che li interessano, e pian piano arrivare anche ai problemi fondamentali, come il
senso della vita, i valori da apprezzare, l’amore per il prossimo, l’amicizia, la comu-
nione, l’aiuto caritativo. Da questi temi si può passare più facilmente alle domande di
tipo religioso, cercando di suscitare l’interesse dei giovani per questi problemi.
Per quanto riguarda il lavoro catechetico con i bambini, dipende molto dall’am-
biente familiare da cui il bambino proviene. Se la sua famiglia è credente, praticante
la vita cristiana, il lavoro catechetico può portare frutti abbondanti. Se, invece, la fa-
miglia non è praticante, o lo è soltanto a metà (uno dei genitori sì, l’altro no), o solo
raramente (alle feste natalizie, ai funerali della parentela), il lavoro catechetico sarà
più difficile. Il catechista dovrebbe cercare sempre di presentare ai bambini la persona
di Gesù come uno che ama i bambini, li chiama a sè, proponendoli come esempio agli
adulti e promettendo loro il posto privilegiato nel suo regno (cf. Mt 18,1-5; 19,13-15).
Nel lavoro pastorale con gli adulti e nell’accompagnamento spirituale delle persone
bisogna tener presente la situazione sociale, familiare e culturale di ciascuna persona
concreta, e dirigere tutto il lavoro secondo i suoi problemi, interrogativi e bisogni spi-
rituali. Prima di cominciare il lavoro stesso, bisogna suscitare la fiducia della persona,
conoscere le sue mancanze, le sue ferite interne, le sue scelte, le sue aspirazioni: poi
si può iniziare un dialogo sereno e sincero sui temi religiosi, spirituali, eventualmente
pastorali, se la situazione lo concede. In ogni caso si deve prestare attenzione ai bisogni
spirituali della persona, e non sovraccaricarla con altri doveri pastorali e comunitari;
altrimenti la sua vita spirituale potrebbe essere compromessa da tali attività svolte
controvoglia e forse sovrastanti le sue risorse personali.

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Conclusione

A conclusione di questo contributo si può dire che, nonostante gli ostacoli notevoli da
superare, ci sono motivi gravi e giusti per praticare l’inculturazione, senza lasciarsi
scoraggiare da qualche eventuale insuccesso. Le esperienze pastorali dimostrano che
l’inculturazione del vangelo è possibile anche nell’ambiente postmoderno, inaccessi-
bile con i metodi tradizionali, ma aperto ad approcci nuovi, inventivi, dialogici. Il post-
moderno richiede una nuova evangelizzazione alla quale tutti i credenti sono chiamati,
sia sacerdoti, sia religiosi, sia laici.17 Che Dio aiuti tutti gli evangelizzatori e dia loro
un gran successo nel loro lavoro!

The Problems of Inculturation of the Gospel in a Postmodern Culture

Keywords: Inculturation; Gospel; postmodern culture; catechesis; dialogue

Abstract: In the introductory part, the fundamental concepts concerning inculturation are explicated. It is
shown that the problems of inculturation have been accompanying the announcing of the Christian message
since its beginning and that the success of evangelization was always conditioned by a successful incul-
turation. In the following text, the characteristic features of postmodern culture are analyzed, especially
its capacity of accepting the evangelical message. Possible problems of inculturation of the Gospel into
postmodern culture are mentioned, but in the same time, some ways of their overcoming are proposed, both
in the catechetical work with children, young people and adults, and in pastoral practice, as well as in the
spiritual accompaniment.

Dr. Ing. Eduard Krumpolc, CSc., Th.D.


<eduard.krumpolc@upol.cz>
Dipartimento di Teologia Sistematica
Facoltà Cirillometodiana di S. Teologia
Università Palacký
Univerzitní 22, CZ-771 11 Olomouc

17
Cf. Redemptoris missio, n. 83.

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