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Cesare Iacono Isidoro

Cori per Antigone


In copertina:

Claudio Parmiggiani
Senza titolo
1983
Cesare Iacono Isidoro

Cori per Antigone


Esci dalla penombra e cammina
davanti a noi un poco,
gentile, con il passo leggero
della donna risoluta a tutto, terribile
per i terribili.

Bertolt Brecht

Tutta la storia è fatta col sangue,


tutta la storia è di sangue,
e le lacrime non si vedono (…)
Per questo non muoio, non posso
morire,
finché non mi si dia la ragione
di questo sangue e la storia
non esca di scena, lasciando
vivere la vita.
Solo vivendo si può morire.

Maria Zambrano
Cori per Antigone

L’idea di scrivere questa raccolta di cori risale a due anni fa, quasi esatti, e mi venne dalla
visione di uno spettacolo dedicato all’eroina sofoclea, Musica nel sangue. Le parole di Antigone
(Cesenatico, Casa Moretti, 12 luglio 2018); si trattava di una sorta di montaggio di canzoni da
camera, originali, e recitazione di prelievi dalla tragedia di Sofocle, da La tomba di Antigone di
Maria Zambrano, da La serata a Colono di Elsa Morante; l’autore era Giampiero Pizzol, l’interprete
Daniela Piccari col supporto musicale di Andrea Alessi al contrabbasso e Dimitri Sillato al piano. Io
a quell’epoca ero ancora completamente immerso nella convivenza con una grave malattia di mia
madre, con vari annessi e connessi, e uscire di sera per uno spettacolo non era una cosa scontata; ma
poiché da quando composi una poesia su Antigone per la mia raccolta Mare naufrago (2013–2016)
la sua vicenda mi è rimasta in testa come un paradigma assoluto e inevitabile dei rapporti tra legge e
individuo, decisi che valeva la pena di sacrificare un po’ di riposo per soddisfare la curiosità. A dire
il vero lo spettacolo non mi piacque, lo trovai piuttosto disarticolato, ma al tempo stesso vi scorsi
grande onestà e molto sentimento.
Ad ogni modo cinquanta metri dopo l’uscita dal giardino di Casa Moretti, dove si svolgeva la
pièce, ebbi un’intuizione, una di quelle alle quali è difficile resistere perché comincia a ronzare
nelle orecchie come una zanzara (magari quella volta era proprio una zanzara … data la stagione:
peraltro La serenata delle zanzare è il titolo della rassegna all’interno della quale lo spettacolo era
andato in scena); e infatti non vi resistetti. La cosa curiosa è che il lavorio mentale si indirizzò
immediatamente verso l’idea del coro, non del poemetto o della silloge – non dico dell’ipotesi di
riproposta drammaturgica poiché quella drammaturgica non è una forma di scrittura di cui sono
capace – ma appunto del coro, di una serie di cori. Ma tanto curiosa la cosa non era: quando
composi la suddetta poesia mi resi conto, nella fase di preparazione, di una sorta di mia equidistanza
tra le ragioni dei protagonisti, ovvero del fatto che le motivazioni di Creonte, per quanto sospinte da
un’indiscutibile hybris, non mi parevano del tutto peregrine; e mi resi anche conto – ma questo era
del resto un assunto coerente della maggior parte dei testi della raccolta – che il lascito più prezioso
di Antigone non si doveva rintracciare nell’uno o nell’altro argomento bensì nell’impossibilità di
una loro sintesi; ci sono conflitti e contraddizioni che non si possono comporre, rispetto ai quali la
cosa migliore da fare è quella di trovare compromessi il più dignitosi e il meno perniciosi possibile
per ciascuno e per tutti (il che è ovviamente più facile a dirsi che a farsi). Perciò quella del coro mi
sembrò subito la “voce” più adatta per conservare l’ambivalenza, se non l’ambiguità, delle forze in
campo, non in virtù di una poco utile e ancor meno credibile imparzialità, ma di un equilibrismo
consapevole dei propri limiti.
Già sapevo che Antigone è uno dei testi più analizzati, studiati, interpretati e rifatti del repertorio
tragico, ma ancora non sapevo quanto lo fosse. Lo avrei imparato presto. Come ho detto più sopra
al momento non ero nelle migliori condizioni psicofisiche e logistiche per affrontare un impegno
quale quello che, anche solo a prima vista, mi si presentava: non che non scrivessi, ma cose meno
problematiche. Tuttavia già in ottobre iniziai un piano di studi a partire dal classico imprescindibile
Le Antigoni di George Steiner e dal reperimento della riedizione aggiornata e ampliata degli atti di
un importante convegno su Antigone e la filosofia; e appunto dovetti comprendere quanto anche
volendo limitarmi a questi due libri avrei dovuto lavorare parecchio prima di matita - sottolineatura
– e poi di penna o tastiera – schedatura. Ma in realtà il vero problema, e al tempo stesso il genuino
entusiasmo, veniva dal fatto che da questi libri si dipartivano innumerevoli vie di approfondimento,
e di sconfinamento, che raramente non destavano il mio interesse. Insomma, per farla breve, il
percorso di ricerca è andato ampliandosi sempre più, mentre nel frattempo sul piano della scrittura
non ero riuscito a fare di meglio che abbozzare un possibile Prologo nel quale per l’unica volta in
tutta l’opera Antigone avrebbe preso la parola in chiave di generica introduzione.
Questo fino a qualche settimana fa allorché, in pieno confinamento da Covid-19, sono stato
assalito dalla sensazione che la bibliografia messa insieme fosse diventata una spirale senza fine, in
quanto ogni nuova lettura si affacciava in qualche maniera su nuovi panorami e dare un ordine a
tutte le acquisizioni cominciava a prefigurare un inquietante dispositivo di scatole cinesi. Bisognava
darci un taglio, fare delle scelte, rinunciare a spunti suggestivi, onde evitare di erigere un labirinto e
restarci intrappolato. Quindi ho ripreso in mano gli appunti per il Prologo per correggerli e
svilupparli e poi ho redatto una specie di schema con i temi papabili intorno ai quali comporre i vari
cori: e senza remore mi sono messo a scrivere, usando il corpus di citazioni e di riflessioni fin lì
catalogate (in verità in modo abbastanza approssimativo, comunque non rigoroso) e scremando
preoccupazioni e scrupoli dal latte dell’ispirazione. Dal 30 aprile ad oggi, 13 giugno, ho licenziato
oltre al nuovo Prologo dieci cori, e coi due, tre che presumibilmente metterò nero su bianco nel giro
di qualche giorno la serie sarà completa: avevo a suo tempo preventivato una decina di brani, sono
in linea col programma.
Qui non occorre dire altro. Anzi, se questa nota non ci fosse probabilmente non se ne sentirebbe
la mancanza: avrei potuto lasciare al lettore l’onere di capire perché e percome ho pensato di dare il
mio (secondo) tributo ad Antigone così e non altrimenti, e non sarebbe certo stato impossibile per
chi avesse voluto farsi una domanda trovare la risposta. Ma tant’è. Aggiungo in calce quello che si
potrebbe considerare un ulteriore sovrappiù, ovvero una sinossi della tragedia di Sofocle: non è
detto che tutti l’abbiano letta, è eccessivo auspicare che i miei cori possano fare da viatico per
coloro che non hanno ancora avuto il piacere di leggerla?

13 giugno 2020

Le vicende dell’Antigone sofoclea hanno degli antefatti, narrati da Eschilo ne I sette contro Tebe,
dallo stesso Sofocle nell’Edipo a Colono e da Euripide ne Le Fenicie. La figlia di Edipo e Giocasta
accompagna il padre cieco esiliato da Tebe, e con lui giunge a Colono, ove Edipo muore. Dopo che
su Tebe ha regnato Edipo, i suoi figli Eteocle e Polinice si accordano per dividersi a turno il trono,
ma Eteocle non rispetta i patti. Polinice, scacciato, chiede aiuto al suocero Adrasto, re di Argo, e
muove guerra alla città natale con un esercito al cui comando sono sette valenti eroi. Eteocle e
Polinice muoiono l’uno per mano dell'altro, gli assalitori vengono respinti e il potere è assunto da
Creonte, fratello di Giocasta.
L’Antigone prende le mosse allorché Creonte, considerando Polinice un traditore, ordina con un
editto che il suo cadavere rimanga insepolto. Ma Antigone, che con Ismene è sorella dei due, mossa
dall’amore e appellandosi alle leggi divine che impongono pietà per i morti, disobbedisce al decreto
del nuovo re. Dopo aver inutilmente tentato di coinvolgere nell’azione la timorosa Ismene, esce di
notte fuori le mura, si reca sul luogo ove è stato portato il cadavere di Polinice e gli dà una
simbolica sepoltura cospargendolo di polvere. Sorpresa dalle guardie di Creonte, viene portata alla
presenza del re, dinanzi al quale rivendica con fierezza la legittimità del suo gesto: ella ha sì violato
l’editto del sovrano, ma obbedendo a primeve leggi non scritte, inalterabili, eterne e perciò superiori
alle leggi scritte dagli uomini. Creonte, adirato e incapace di replicare alle argomentazioni della
fanciulla, ordina che sia rinchiusa in una grotta fuori città.
Invano suo figlio Emone, fidanzato di Antigone, cerca di intercedere per lei: Creonte è sordo
anche alle sue preghiere. Soltanto quando Tebe è investita da una serie di segni infausti e l’indovino
Tiresia spiega che essi sono dovuti alla collera degli dèi, il re concede infine che a Polinice siano
resi gli onori funebri. Vorrebbe anche liberare Antigone, ma è troppo tardi: la fanciulla si è tolta la
vita impiccandosi; lo stesso Emone, alla vista della fanciulla morta, si suicida dopo aver tentato
invano di uccidere Creonte, e anche Euridice, la moglie di Creonte, quando apprende che ha perso
suo figlio, pone fine ai suoi giorni. A Creonte, solo e disperato, non resta che vivere nel dolore.
Prologo.

Io mi chiamavo Antigone
e ho vissuto, e nel mio nome, Antigone,
la vita che ho perduto
per disposto d’altrui ostilità
e per mia stessa volontà
a me è sopravvissuta.
Io mi chiamavo Antigone e il mio nome
da 3000 anni spezza il fuoco
che brucia la giustizia e la pietà
insieme come legno e aria;
e brucia quello stesso fuoco
non fatuo sopra la mia tomba
che è la tomba mia e lo è del tempo
che giustizia e pietà ha ventilato
come il grano dal loglio.
Io mi chiamavo Antigone e il mio nome
è diventato faglia sismica
che corre sotto i confini di nazioni
e dentro i cuori degli uomini
che da sempre battono all’unisono
ma a sistole e diastole così tanto diverse
e spingono sangue nelle vene
fiume d’amore e odio.
Io mi chiamavo Antigone, una voce
nuova poco più che fanciulla
e pure ho gridato come un falco
che trovi vuoto il nido,
voce che rintocca ancora
come il suono di campane fuse
nella terra, nella stessa terra
che accoglie le spoglie dei defunti.
Nei secoli è diventata vento
che agita i capelli dei tiranni
e sospinge le vele degli oppressi
a intatte, sospirate rive.
Ma vento come ogni vento non eterno,
e sempre arriverà una bonaccia
che accascerà le vele
e rilascerà le chiome.
Il tramezzo che spartì ideale
da ideale è demolito
e rinnalzato cento e cento volte
dalle scolte di cento e cento parti,
e non una sentenza è conficcata
nell’orto fatale di giustizia
né un compianto inciso
sulla pietra angolare di pietà.
Più del vento sempre può l’uva dell’ira
e l’oblio del vino,
più dell’umiltà il silenzio
dei cuori abbarbicati alla paura
o sporti sul precipizio dell’audacia.
Ma dove sta scritto che il furore
del martello possa di per sé,
che possa lo stordimento,
che possa l’anima stirata
da una parte o l’altra consolarsi
nel bagno caldo del proprio argomento?
Io mi chiamavo Antigone, e il mio nome
è impresso col sangue delle stelle morte
che imporpora l’eclissi dei crepuscoli.
I.

Formidabile è l’uomo, potenza


tra le potenze al mondo la più formidabile:
tremenda è la sua meraviglia,
meraviglioso il suo ardimento.
Per lui il mare è una tela
tessuta dalle spole che le navi
modellate dai maestri d’ascia
intrecciano sull’ordito delle rotte.
La terra che il tempo ha dissodato
dal ventre segreto della roccia
lui nel tempo continua a rivoltare
senza sosta, a nutrirla soddisfatto.
Gli uccelli dell’aria, i pesci
che dimorano in ogni sorta d’acque
cadono nelle sue reti e trappole,
addomestica gli animali bradi
e insegna loro a servirlo
o perfino a essergli amico.
Sa come difendersi dal gelo
di ostici inverni, dalle piogge sferzanti
e dalle infide canicole d’estate,
sa costruire case, rifugi al corpo
e al sentimento quando tormentato;
e intorno alle case erige mura
perché una stirpe diventi una città.
E il pensiero, poi, e la parola,
altro di più stupefacente
avrebbe potuto ancora escogitare
per volare come il vento
e mettere radici intemerate
nella fertile caducità della memoria?
Lo sappiamo, a un assillo solo
non ha potuto e non potrà trovare
mai rimedio, ma la morte
questo buio mistero all’orizzonte
è pur sempre l’arco teso
dalla corda della sua nobiltà.
Per il resto ha risorse innumeri
per stare oltre ogni speranza
da par suo nel corso e nel ricorso
delle cose mondane.
Ma è che non sempre segue la stessa via,
talora si trascina verso il male
talaltra brama, s’impegna per il bene
è il suo stesso ingegno che contiene
pare inseparabili i due assi.
E allora quando deve porre
leggi nel seno della patria
saprà forse accendere il talento
per guardare dove si fa segno
alla giustizia giurata degli dèi,
alla giustizia prima di se stessa
per non foggiare formule rinchiuse
nel loro proprio secco dire?
O la giustizia sarà sottomessa
a scendere a patti con la forza,
la forza incauta, tracotante, però
la forza forsennata di una ruota
che gira implacata in ritardo
o in anticipo sempre su qualcosa
poiché sempre e solo presente
ad un presente?
Potrà ascoltare il nome che magnifica
la retta vita tra le piazze
e insieme l’eco che si spande
da una nascita antica
e come un nembo sta a custodire
dai temporali di stagione?
II.

Ah, la giustizia, che parola enorme,


quale miele amaro sulle labbra
quale puntura d’oistros sulle palpebre
degli uomini confusi e agognanti!
Ma ha a che fare con gli uomini,
la giustizia, con la necessità
di chiudere tutti i cerchi spezzati
da chi ha violato un limite,
agito oltre misura, errato,
e con la sete d’espiazione
e la paura di non domare il serpe
che potrebbe avvelenare la città?
O piuttosto da sempre e per sempre esiste
designata a venire tra gli uomini
per far loro segno a un principio
inaccessibile e lontano d’eunomia?
E da loro interrogata e provocata
assisa sui suoi troni di pietra, di pietra
essa stessa, con i suoi occhi parii
e la sua bilancia e la sua spada,
presidia insieme a ordine e sapienza
il grembo incorrotto di un’idea?
Certo è che gli uomini hanno appreso
a confondere giustizia con virtù
e virtù col porre editti propri,
a fecondare un ventre scaleno
madre di progenie, di giustizie
sorelle e rivali, a ricalcare
la figura del legittimo sovrano
che incarna la città dentro i suoi codici
sul profilo diafano della probità.
Certo è che l’integerrimo monarca
darà ascolto come può alla voce arcaica
che si aggira nelle strade, avvolta in nebbia,
per proteggere se stesso dal delirio
di potenza e validare la sua forza;
e perché le sue parole siano scritte
né sul marmo né sull’acqua
ma sulla vela della conoscenza.
Ma quella voce benché una è un’eco
giusto in quanto giunge da una vetta
che nessuno sguardo può raggiungere,
e come un’eco si fa molte e vaghe voci
che a molti e vaghi intenti
non sono che frammenti di uno specchio
frantumato. Fiducia sarà nella ragione,
allora, di colui che discerne
sotto la nebbia la figura e tra la fama
il senso più fermo del consenso
affinché la città abbia statuti degni
di difesa come le sue stesse mura.
Ed eccola, la ragione, la geometria
del giusto che teme d’essere ingiusto
o giusto soltanto per felice caso;
eccola, la ragione, il mathema
di chi legge il mondo dal centro del vuoto
scavato dentro il tufo dell’orgoglio,
diffidente d’ogni punto di vista
e col diapason del cuore volto al bene
ben sapendo che al bene la giustizia
non può che tendere la mano
e la speranza. Eccola, la ragione,
che sente, indistinto, ma lo sente
l’alito della verità soffiare e scuotere
con l’urgenza di burrasche
le fronde delle passioni, risparmiare
le foglie della temperanza, dell’ospitalità,
del disprezzo d’ogni cupidigia.
Eccola, la ragione, che sragiona di sé
e mira altrove il fine di altrui bene
che è il bene altrui mirato da ogni sé;
la ragione imperfetta che si guarda
nel suo proprio limite, il giudizio
che incespica per via, la legge edotta
che ha fermato lo stilo sulla cera
per un istante di durata incerta.
III.

Antigone, ecco ora il tuo volto


rimasto solo con il suo,
quello di Ismene, occhi con occhi
e labbra con labbra schiuse
schiusi virgulti nel vento incessante
della trama nascosta delle cose
e di quella manifesta, soggiacente,
anime strette in mezzo ai bianchi denti
come la brace dello sdegno accesa.
Ecco il tuo volto, un limone in vampa
che sparge a lacrime il profumo
di fronte al suo, ciliegia becchettata
quasi fosse già troppo matura.
Eccoti, ed eccovi come due gocce d’acqua
nate da un solo rivolo diviso
da un capello del fato.
Eccoti, Antigone, dinanzi alla sorella,
agitata da un ribollio di mare
color del vino, di uguale colore
tingere il fiotto delle tue parole:
cos’è questa voce che di bocca in bocca
turba il fantasma della città,
cos’è questo proclama che fa veto
alla inumazione di un fratello
mentre declama la gloria di quell’altro,
che infrange nel trapasso
ciò che la vita ha già di suo spezzato?
Chi è questo re che alza la mano
strinata da un entusiasmo di superbia
condannando il morto a doppia morte?
La morte ha ben compiuto il suo dovere,
la nemesi ha ormai sommerso la tua stirpe:
tu Antigone non cerchi neanche spie
di redenzione, non chiedi più risposte,
hai già visto il mondo con le orbite vuote
di tuo padre; una sillaba sola dalla gola
strozzata, come la tua stessa, dallo spasimo
di Ismene varrebbe già un riscatto,
la sillaba “Sì” incondizionata se chiedessi a lei
di aiutarti a seppellire Polinice,
non a onorarlo, solo a preservarlo
da quel che perfino alla carcassa
di una bestia suonerebbe come oltraggio,
diventare carogna per le bestie;
in quanto se l’ossequio è dovuto ai degni
la pietà è doverosa per chiunque,
e non perché stia scritto sulle tavole
della legge umana, nemmeno sulle nuvole
con cui giocano gli dèi, bensì prescritto
nelle misure che nemmeno il Sole
potrà concedersi di oltrepassare.
Ma Ismene ha i piedi ben piantati
in terra, tra quelli di quassù,
l’anima disillusa da ogni luce superna,
chiederà scusa a quelli di laggiù
per potersi arrendere agli editti,
per non delirare dal solco della terra
che le è serbato in quanto donna
dagli uomini, in quanto giovane
dai vecchi, in quanto pavida dai forti;
non ti nega motivo, nobiltà, coerenza
ma ti implora di non arrogarti
azioni tracotanti e inutili.
Così la tua supplica si arresta
nel calappio del suo buon senso
e mai più da esso vorrà essere sciolta:
forse ne avevi tu bisogno, e basta.
Adesso sei sola con la tua volontà
sovrana e sconfinata, con la caparbietà
del tuo carattere, sei nata in questo giorno
poiché è dell’anima una ragione
che se stessa accresce, non la somma
delle sue qualità e dei loro palpiti:
a questa anche il destino piega il capo,
che irriderebbe ogni utopia di scelta
non l’arduo onere di una decisione.
Antigone, il tuo sé s’è abbandonato
sulla soglia dell’estrema solitudine:
e sull’indicibile certezza
che se colpa sarà, la tua, sarà innocente.
IV.

Un passo avanti, Antigone,


e sei nella colpa, un passo indietro
e sei nella colpa, resta dove sei
e sei nella colpa; il che non vuole dire
che tu non abbia scampo,
piuttosto che il tuo scampo
è forse nella colpa. Presa come chiunque
nei saldi ceppi della libertà,
il ceppo arcaico del destino,
quello giovane della legalità,
quello vetusto della tua famiglia,
in piedi come tutti in fronte
al triplo specchio
della natura, degli dèi, e di te stessa,
disgiunta come ognuno
dalla primeva armonia, e da te stessa,
errabonda, come l’umano non potrebbe
non essere del resto, al bivio
dell’errore. Da una parte il retaggio
del dolo di Edipo, antico letto
di un fiume la cui acqua scorre
implacabile anche nelle tue vene;
dall’altra il dolo tuo, la risolutezza
di tuffarti in quello stesso fiume
e non piegarti come i giunchi
che ne abitano il corso.
A testa alta spingi il tuo pensiero
alle radici della sofferenza,
per questo hai tra le chiome
le asprigne bacche del dolore
e non scialbi acini di pena.
D’altronde tu medesima pretendi
l’innocenza del delitto, ma fai carico
del suo peso sulle tue spalle
bianche e strette e sai che nessun uomo
ormai potrà più sollevarti.
Non chiedi perdono: un re potrebbe,
se volesse, perdonare, e non sarebbe
dolce il frutto di un indulto
ma denso e viscoso a masticarlo;
non temi vendetta, un re non dovrebbe
se fosse degno del suo nome vendicarsi,
stringere a sé come un figlio appena nato
la sentenza della sua rappresaglia,
ahimè non sempre è così;
potresti vedere una riconciliazione
portata al cuore del tiranno
dalle raffiche delle tue parole,
ma da un orecchio entra, esce dall’altro
lo zefiro bollente della tua fermezza.
Tu non vuoi essere uguale,
tu non vuoi essere diversa:
tu vuoi essere tu, e da te ti sciogli
e da te ti liberi e condoni,
e da te fai espiazione del tuo agire
che incede alla rovina senza mai guardare
indietro all’orma della felicità,
senza aver mai varcato la linea
della disperazione. Ci sono cose
imponderabili: una di queste è il lascito
della necessità, che sta alle spalle
come un’ombra scucita dal corpo
ma ad esso irremovibile,
un’interpellanza ostinata e muta
che non accoglie altra risposta
che una pari muta e ostinata lealtà
al demone della propria coscienza.
V.

Il dolore divora la voce, Antigone


e la voce ha ingoiato il silenzio
respiro dopo respiro come chicchi
di grano, e le parole sono germogli
nessuna di loro superflua
e nessuna affiorata sulle tue labbra
che prima non sia stata nel cuore.
Il tuo corpo di donna, leggero
e inviolato ma pur sempre di donna,
quel dolore ha scaldato e protetto
come una creatura; pare proprio
nel grembo cresciuto, e sul volto
che ha spento il sorriso ma conserva
la luce disegnato con mano impietosa
ma nient’affatto crudele.
È ancora soave il tuo corpo,
l’impeto non l’ha indurito,
non lo ha offeso lo strido animale
che pure lo ha attraversato,
non lo ha prosciugato il lamento,
la solitudine stessa non lo ha esacerbato,
il pianto ha trovato il suo argine
tra i bastioni di forza e intelletto.
Non hai strappato i capelli, non li hai
cosparsi di cenere, come se il tuo patire
avesse trovato da sé la giusta misura
al diluvio di lacrime. Hai raccolto la polvere
dal suolo fagliato fuori le mura
della città – come se non lo fosse
anche dentro le mura – quale terra
grassa e magnanima, l’hai portata con te
in una brocca di ferro, non altro balsamo
ti è servito per seppellire il fratello
perché già quel drappo tramato
con la sabbia del tuo tempo incognito
avrebbe sottratto la salma all’abuso.
Nessuno era in grado di calcolare
l’importo del debito, nessuno capiva
che era fuori dal calcolo: inestimabile
lutto, inestimabile vincolo, inestimabile
replica più che mai sobillata
dall’astio alle spoglie del vinto,
dall’inumazione negata da inumanità,
da quel vomito di ignara stoltezza
che è l’odio illecito per un defunto,
calce viva gettata su carne morta
che estingue il livore magari legittimo
per l’uomo che è stato
che la morte ha già castigato.
Inestimabile privazione, il fratello
non era soltanto uno che è andato
ma il mondo che compiva il suo crollo,
benché il mondo avesse ogni intenzione
di continuare, naturalmente, a crollare:
e chi voleva costringere Polinice
a vegliare smarrito sulla soglia tra i vivi
ed i morti la rovina incombente?
Un sonnambulo della legge, un týrannos
abbagliato dal bianco delle sue mani pulite
lavate nel sangue e dal sangue,
asciugate e distese a ricevere annunci
da stelle smorte, oramai annichilite.
VI.

È facile, immaginiamo una bilancia.


Su un piatto c’è Tebe, il fumo
della guerra appena spento
e il sibilo del rancore ancora acceso,
la città che si è salvata, e salva
soltanto se c’è un bene comune
che come un nastro azzurro
lega insieme tutte le sue case;
sull’altro la salma dell’infido
che ha tradito quel bene comune
a marcire fuori dalle mura,
perché se è vero che la sua uccisione
ha apposto un fio alla abiura
è meglio che il carisma dell’insegna
sia abraso una volta per tutte.
Su un piatto c’è l’onore,
sull’altro il disonore,
e parrebbe che la sproporzione
da sola debba bastare a porre fine
a qualunque dilemma:
ma può un solo corpo pesare
tanto quanto una città?
Può l’azione di un iniquo
oramai espiata con la morte
contare quanto la concordia
che vuole saldare il suo futuro?
Un piatto è agganciato al coltello
del sovrano e della sua servitù
alla solidarietà della nazione;
uomo che non dispone, o non dovrebbe
disporre, dell’arbitrio, non libero
se non di guardare alle sue leggi
con l’impassibilità di un animale,
o di una macchina, o della natura
se il paragone non paia eccessivo;
l’altro coltello al dito affusolato e teso
di una ragazza che non vede altro scopo
che rispondere a una giustizia altra
che nessun uomo o donna può padroneggiare,
una giustizia verso cui ogni legge umana
non sa che farfugliare.
Un piatto è forgiato da un artefice
con amalgama che fonde autorità e potere,
e quindi il potere anche di scendere
un gradino dall’autorità muovendo
il piede della scelta; l’altro non plasmato
ma uscito dalla roccia, levato
a una miniera, nessun dente può saggiarne
il titolo come dell’oro di monete.
L’un rettore è certo che non esista affetto
o passione d’uno che conti qualcosa
al cospetto della salute pubblica,
e che il sacrificio di ciascuno
sia buono per tutti e infine per ognuno;
la legge non è semplice téchne,
è voce e cuore della città e la città
è la culla del dio nel nome di politica.
L’altra rettrice non confuta, né oppone
qualcos’altro a chi pone qualcosa,
doxa per doxa al modo di occhio per occhio,
non nega essenze e qualità
ma ciò che guida il suo giudizio
ha precorso ogni essenza e qualità
e avvolge come un utero
la stessa intelligenza degli dèi.
Sul bordo di un piatto è incisa a chiare lettere
la santità presunta di un decreto
che chiede consenso, amor di patria,
gratitudine ed ottemperanza;
sul bordo dell’altro non è impresso nulla,
certe parole remote scioglierebbero
con la loro candida veemenza
l’aculeo del bulino più di un fuoco.
Un piatto ondeggia al vento del futuro,
dei precetti che cercano ragione
capace di snervare le gomene
di sangue di ataviche abitudini,
l’altro a malapena oscilla agli aliti
superstiti di quelle abitudini:
tutto sta a non vedere nella danza
vigorosa dell’uno qualche oracolo
che vagheggi l’umano oltre l’umano
e la città in altare da adorare,
tutto sta a non vedere nel languore
dell’altro l’eco di una voce
che ottunde l’orecchio a qualsiasi altra.
Tutto sta a non coltivare
di un fresco arbusto, o di un vetusto ulivo,
solo radiche di suprema ostinazione.
Da ciascun piatto, quale che sia il peso,
esce la punta di una convinzione
troppo aguzza per essere smussata:
fino a dove può spingersi nel petto
di una persona la picca di un editto,
quanto può mordere il braccio della legge
il dente avvelenato di qualcuno?
Infine ogni piatto cede al sovraccarico:
Creonte ammonito da un profeta
tocca con mano l’oscurità più fredda
quando sul ciglio di un abisso
fino a poco prima inavvertito
vi viene spinto dentro dall’orrore;
gli occhi di Antigone riflettono
il fantasma di un potere ormai impotente
perché da sempre su di lei impotente.
Antigone a un passo dal supplizio
osa chiedersi se davvero il suo gesto
fosse senza macchia d’errore,
Creonte è lo specchio nero che ha inghiottito
la sua virtù sventata d’ogni esito.
È facile, immaginiamo la bilancia
ben salda sullo zoccolo di un’etica,
un costume, una politica;
una bilancia pesa, pondera, misura
ma non ha fulcro che possa sopportare
il cataclisma della dismisura.
VII.

Che forza viva ha mai questa cosa,


i resti di Polinice sia che vengano
sia che non vengano sepolti?
Ma prima di tutto, quei resti
sono ancora Polinice,
dal momento in cui sotto la pelle –
o quel che resta della pelle –
tutto è esanime allo stesso modo
che lo sarebbe in un qualsiasi corpo,
indistinguibile come una scheggia
di ossidiana accanto a un’altra?
Eppure un groppo d’ossa e muscoli
incrudite le une, gli altri estinti,
chiama ancora rancore o devozione,
e il clamore di verdetti
che dire discordi è un eufemismo,
vene di vetro dove il sangue è rappreso
sembrano ancora attraversate
da una linfa di urgenza. La legge
ancora calpesta questo corpo
benché una volta per tutte osceno,
ridotto a spoglia e ancora tema
di vindice invettiva. Una sapienza
remota dice che non la morte
bensì la sepoltura apre le porte di Ade
a ogni anima affrancata dalla vita,
donandole riposo, scioglimento
dai vincoli del dolore e delle grame
consolazioni d’una gravosa Età del Ferro.
Antigone invoca pietà fredda,
non calda indulgenza: Polinice,
spenta la dinamo del cuore e del respiro,
non è più della città, deve tornare
in seno alla famiglia; e portare con sé
oltre il crepuscolo di Oceano
lo scandalo intero dei Labdacidi.
Ma Creonte reclama proprio alla città
quell’idolo che il caldo rende immondo,
vuole lasciare quello scandalo, il passato
bene in vista quale un mostro,
una memoria ammonitrice.
Intorno a un lembo di terra
che già s’è abbeverata a sangue
e fin troppo saziata del sudore
acre e lancinante dei guerrieri,
occhi invasi e invasati di luce
uguale e contraria si riguardano
e incrociano le lame dei loro bagliori:
molte sono le tremende veemenze
che ha la vita, ma nulla più dell’uomo
vedi, riesce a essere tremendo.
VIII.

E così giunge anche Tiresia,


che ha bisogno di uno che accompagni
il suo passo per non incespicare
nell’urto incessante delle cose
benché non sia certo questa la cagione –
la dote dannata della cecità –
della sua intelligenza della tenebra;
egli ben sa che la sapienza
che viene dal vedere è una lusinga
perché i sensi ingannano la mente
come il sole visto ad occhi nudi
accecherebbe; gli astronomi
studiano le eclissi nel riflesso degli specchi,
lui discerne gli accadimenti nella luce
invisibile eppure sempre accesa delle idee.
E così giunge anche Tiresia,
che altri sensi non tradiscono:
le parole che spazzano le piazze
e subito da esse se ne vanno come vento,
l’odore oramai insopportabile
di morte che opprime la città
che nessun vento riesce a sopraffare,
le orecchie e le narici hanno ben vivi
e il vecchio profeta ha tirato su
le sue quattr’ossa che neanche il sonno
è capace più di confortare.
Egli non decifra sogni a pagamento,
non gioca con gli enigmi, non lancia
grida disarticolate in preda a ambrosie,
non semina oracoli su foglie svolazzanti:
ma gli occhi che guardano per lui
hanno dovuto dirgli segni di sventura
che si aggirano sopra alla città
al modo degli uccelli sul cadavere
che vi si guasta fuori. Creonte, lui
ha la vista, e non si accorge che il buio
si approssima ad ampie falcate
e che il livore che volente o meno
hanno sparso gli accenti del suo editto
piove dal cielo in brandelli di carne putrefatta:
come può ancora non capire
che se ha a cuore davvero le sorti di Tebe
e non piuttosto il proprio vano onore
deve svelenire l’infetta ostinazione?
Ma il sovrano no, non sa accettare
il ricatto di un mondo primitivo
tenuto insieme con lo spago del mito,
di un mondo più vecchio degli dèi
ove le cose stesse erano dèi, lui che ha in mano
il filo della storia, e con quel filo
può ricamare il testo di una norma
sul telaio del progresso; il vetusto Tiresia,
ci è o ci fa? Qualcuno lo paga per tirare
l’acqua al mulino di Antigone
e dei cittadini ribelli che sobillano?
Se il consiglio è diventato monito,
il monito si incendia ora in furore:
se Creonte non solo non ammette
il suo doppio colossale errore –
l’onta di un corpo insepolto e quella
di un corpo vivo tumulato –
ma sospetta una condotta indegna
di Tiresia, a Tiresia non resterà che svellere
anche le ultime fibre di radice
della pianta della maledizione,
richiamare dal passato che Creonte
ha tanto in dispregio una giustizia
barbara, brutale, conficcata però
nello scalmo della necessità,
la tremenda giustizia del taglione:
un morto in cambio dei morti,
esimio scellerato re, il figlio
delle tue viscere a pareggiare il conto
di quella sconcia tarsia di vita e morte
che hai disteso sul tuo tempo ingrato.
Soltanto quando la schiena di Tiresia
si mostra al posto dei suoi occhi bianchi
Creonte sente salire in gola un fiele
di paura, scatarrato quello della boria
in fretta ma troppo, troppo tardi;
ora gli sovviene che l’orrore è cieco
e non ha nemmeno chi lo guidi
e non verrà come Tiresia in tregua
ma con le sue peggiori armi sguainate;
ora soltanto si dà a cambiare idea
e lo dice “Ho cambiato idea”, ma per sgomento
e a se stesso confessa - davvero,
non c’è peggior orbo di chi non vuol vedere –
“in angoscia pensando se non valga
la pena chiudere i conti con la vita
nell’osservanza delle leggi eterne”.
IX.

Creonte non si rendeva conto


di quanto Emone fosse un figliol prodigo
capace di dividere il suo cuore
in quanto giovane ancora così saldo
tra l’amore puro per Antigone
e la dovuta reverenza per il padre;
e che perciò non si scagliava contro il cupo
futuro che l’editto spalancava
al suo petto, spalancato a un albore
sognato imperituro. Parole gentili
egli volgeva al testardo genitore,
parole di soggezione di un ragazzo
che già il giogo paterno aveva sciolto
dalle proprie spalle dritte benché affrante
dall’affanno, parole di conforto
e di rassicurazione; che il tiranno,
non capendo o facendo a non capire,
prendeva su come un passero le briciole
insperate sulla neve fresca.
Rampollo non inutile, perché avrebbe mai dovuto
aprire il letto a una cattiva sposa,
a una che da sola, sola in tutta la città,
aveva trasgredito alla città?
Creonte non pensava che l’ossequio
per la sua autorità fosse il preludio
a un diverso corso, che Emone
toccasse il tasto della sua alterigia
per denudarla un solo attimo dopo;
che avrebbe elogiato le sue cose giuste
prospettando però il giusto in cose d’altri,
ricordando che è nella natura umana
l’inabilità a sapere tutto. Egli in quanto figlio
non poteva che essere contento
di avere un padre vincente e rispettato;
ma quanto meglio sarebbe stato se la forza
del consenso avesse avuto un freno
d’umiltà, di prudenza, giacché in ombra
nascoste dal velo della doxa
scorrevano lacrime in città, di pena
per la sorte di Antigone, e sputi di dubbio
per la sua convenienza.
Oh, Creonte, quanto presto
nel volgere stretto di due frasi
sfinivano gli elogi del ragazzo
fra le coltri spesse di un rimprovero;
ma tu dovevi forse subire la lezione
da un imberbe, e per giunta essendo in causa
il tuo programma di governo?
Ah, Creonte, che amaro disinganno
quel tuo frutto in maturazione
pronto a lasciare il ramo non per mano
esperta del fattore, non per imprevisto
accidente di tempesta, ma per soffio lieve
spirato tra le labbra di una donna.
Ah, Emone, quale pia illusione
quella che il tuo dire accorato
e benevolo prima, quindi vibrante,
infine rovente, potesse fare breccia
tra i polmoni di pietra di quel padre padrone.
Lui ti lascia sconfitto alla tua soggezione –
non a virile volontà di potenza,
non a debita, filiale obbedienza,
ma alle braccia di una giovinetta –
tu lo lasci sconfitto alla sua compagnia
di codardi servili ed ipocriti.
Fra non molto perirai per tua mano –
davvero non sei riuscito a trafiggere
con la tua spada il suo ventre? -
dopo aver cinto i fianchi snervati
della suicida Antigone; Creonte ha ora tra i denti
tutta la sabbia del mondo,
da sputare, masticare, inghiottire,
la sua bocca colma di grido
è una clessidra da qui a morire.
X.

Ora Antigone puoi rimanere sola,


finalmente, con la tua solitudine,
più vicina al mondo dei morti
che non a quello dei vivi
eppure viva e soltanto aspettata
dai morti come una visitatrice
che ha visitato la terra
di desiderio in delirio.
Nel sepolcro dove Creonte ha deciso
che scontassi la morte vivendo
il buio trafitto da lame infide di sole
ha il corpo del tempo di un passo
sospeso su un cippo; per ora
non ti è dato varcarlo,
tu che per tutto il tuo essere
- se quel pane di sangue e di fango
che ha nutrito i tuoi giorni
ti abbia mai saziato di essere –
non hai fatto altro, varcare
dei cippi. Le pareti di roccia
che rimbalzano ogni respiro
al tuo stesso respiro
ti serrano come l’abbraccio dei regni
che hai a tua volta abbracciato:
il regno terrestre che hai in stima
parrebbe quanto la veste
che indossi e i sandali che vai calzando;
il regno dei trapassati, ignoto
a te come a chiunque, ma certo
che merita lealtà più d’ogni altro;
e quello in alto, lontano
ben oltre la sua lontananza,
più distante del nume più altero
e di cui non resta parola
se non nella sua muta evidenza.
E accolta in quel grembo crudo
dovrai forse rinascere, faccia
a faccia con la nascita antica
della tua integrità, che ti si è infitta in petto
a tua insaputa e non hai potuto
che prendere come il dono più esoso:
quando vi sei entrata, germinata
da un seme di aridità, la città,
l’intera città è entrata con te
in un tempo di abisso. Eppure,
il tuo orecchio abituato a sentire
il più lieve tremolio di sciagura
nel moto dell’asse del mondo,
ha sentito forse anche spezzarsi
l’anello forte della lunga catena
di colpe. La voce, la tua voce
temprata a sermoni di audacia,
sarà un suono sottile e tenace
teso sull’arco del tempo
tra il canto immerso nelle fondamenta
della città con la calce,
e il suo riverbero che sale alle mura
e macchia su macchia s’infiltra,
come il miasma di Polinice
il passato che non si può nascondere
ma prima o poi si dovrà riscattare.
XI.

Ora Creonte puoi rimanere solo,


solo col tuo dolore incolmabile
e sai che questo potere è ciò che spetta
a te che del Potere hai fatto idolo
e ideale della vita. Sulle spalle
hai caricato il peso di ogni scelta
come se ogni scelta fosse chiara,
squillante più della voce di un aulòs;
adesso quel fardello si è piantato
sul fondale del mare in tempesta
del tuo animo, e sta lì peso
come l’àncora di una rapida trireme
che non ha alcuna voglia di salpare,
e ti strozza il respiro e le parole
che all’improvviso gorgogliano in gola;
finché un bolo superstite di furia
leva il tappo. Allora le parole sono lava,
magma ghiaccio che cola dalle labbra:
e rimpiangi la tua mente demente,
la tua tenacia dissennata e gli sbagli
che ha allevato; di non esserti accorto
del fulmine del dio che ti ha colpito
accecando la mente e ubriacandola
del sangue di chi uccide e di chi muore,
stesso sangue; che quel porto di Ade
confuso all’orizzonte e rinnegato
era vicino, aperto e implacabile;
che non c’è uomo che scampi ai decreti
del destino (come non hai voluto tu
che altri scampasse ai tuoi decreti)
nemmeno chi è prostrato alla preghiera;
e che a ognuno che strisci il passo sulla terra
non è dato occuparsi del futuro,
forse a chi misura le sue azioni
del presente. Certo, a questo punto
la paura ti ha messo radici nello stomaco
e le lacrime piante dai tuoi cari
che hai visto morire come mosche
si sono portate via tutte le tue:
il lamento che scagli asciutto e roco
chiedendoti perché non c’è nessuno
che ti trafigga il petto con la spada
non può che bruciarti dentro gli occhi
che non vorrebbero vedere più altre albe.
Ma non c’è tempo più per i rimorsi,
tutta la pietà è invasa dal sale
e il corpi di Emone ed Euridice
sono symbola di atroce conoscenza.
Il sole brilla, non c’è nube, meteora
a darti il ben magro sollievo di un tumulto
di fuori che s’accompagni al tuo fosco di dentro,
l’aria è tersa, non chiude la natura
le sue palpebre insieme con le tue;
ora Creonte puoi rimanere solo,
solo col tuo castigo inestimabile
e la tua legge scritta su qualcosa
cancellata benché incancellabile.
Esodo.

Tu ti chiamavi Antigone
e hai vissuto, e nel tuo nome, Antigone,
la vita che hai perduto
per disposto d’altrui ostilità
e per tua stessa volontà
a te è sopravvissuta.
Il tempo porta con sé il suono
di questo nome, “nata contro”,
e ancora non ha reso giustizia
al tuo cuore gonfio di giustizia
che ha battuto per lei e così per lei
si è anche fermato; ma, dice qualcuno,
rintocca da allora come il pendolo
del mondo. Il tempo porta con sé
la traccia del silenzio delle bocche
sbarrate il giorno in cui hanno dovuto
dire la morte di te ancora viva,
e quello delle tue labbra serrate
intorno al filo del respiro
in quello stesso giorno, quando il sangue
che ti stava braccando ti ha toccata.
La morte non si incontra, se viviamo
lei non c’è, e quando c’è lei noi non ci siamo:
alla tua età capivi già bene queste cose,
la paura non era che uno spicchio d’ombra
discreto come quello del solstizio
d’estate; eppure non eri imperturbabile
perché, altra cosa che sapevi,
solo alla vita la morte può contendere
e la trama che reggeva a malapena
l’ordito dei tuoi giorni
ti sembrava un fiore già reciso
senza aver conosciuto lo sbocciare.
Tu ti chiamavi Antigone, e il tuo nome
ha oltrepassato il valico dei tempi
con accanto il tuo fantasma, come fu
che attraversasti stenti e angustie sottobraccio
al padre cieco Edipo; a lui la profezia
aveva offerto le chiavi del riposo,
tu continui il tuo esilio su una terra
e tra genti immemori, tu in quanto nome
che molti perseverano a chiamare

e in quanto spirito che troppi


sono persuasi di vedere.
Giustizia è una parola ancora enorme,
enorme come una nube densa in seno
ma rada e fluttuante ai bordi;
lo stesso è il timbro della sua pronuncia
esatto su quel “ti” che sta nel mezzo,
meno nel “giu”, spedito in “zia”.
Antigone e Giustizia, stesso accento
sulla stessa sillaba, stessa certezza
che sembra aver perduto
da qualche parte il gemito del dubbio
e il sospiro dello smarrimento.
Tu ti chiamavi Antigone, e il tuo nome
è una scia di luce fredda e inestinguibile
che fa impallidire i volti roridi
che si guardano negli specchi ustori
di un fiero e fragile discernimento.
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