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L’Ottocento

Il contesto storico-sociale
• Napoleone e la sua eredità
L’Ottocento si apre con le imprese di Napoleone Bonaparte, il quale in poco tempo si assicura il predominio
sull’Europa. La sua caduta e il ritorno in Francia di re Luigi XVIII sembrano annullare di colpo gli effetti
dell’età napoleonica, ma l’opera e l’eredità di Napoleone furono ben più vaste e durature delle sue imprese
militari. Negli anni della gloria egli aveva spazzato via il retaggio del Medioevo: aveva abolito i diritti feudali,
limitato il potere della Chiesa, creato un’amministrazione efficiente, sviluppato l’economia ed emanato un
Codice che costituisce la base dell’organizzazione giuridica moderna. Soprattutto, Napoleone aveva diffuso
nell’Europa conquistata i principi di libertà e di eguaglianza della Rivoluzione francese.

• Il Congresso di Vienna e la Restaurazione


Dopo la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna (1815), nel rispetto di principi dell’equilibrio e del
legittimismo, ridisegna l’assetto politico e territoriale dell’Europa con lo scopo di reintrodurvi l’assolutismo.
Inizia così l’età della Restaurazione, cioè del ritorno alla situazione politica precedente alla Rivoluzione
francese e alle conquiste napoleoniche. L’Italia viene divisa in numerosi Stati, quasi tutti posti sotto l’influenza
dell’Austria. Austria, Prussia e Russia, attraverso la Santa Alleanza, si impegnano a intervenire militarmente al
fine di mantenere l’ordine costituito.

• I moti in Europa e in Italia dal 1821 al 1848


Alla Restaurazione realizzata dal Congresso di Vienna i gruppi liberali all’interno dei vari Stati rispondono
dapprima con l’istituzione di società segrete, come la Carboneria, e con movimenti di propaganda
rivoluzionaria, poi con numerose insurrezioni volte ad affermare l’indipendenza nazionale.
Ma l’esercito della Santa Alleanza reprime spietatamente tutti i moti del 1820-1821. Anche i moti del 1830-
1831 falliscono e pertanto Giuseppe Mazzini elabora un nuovo progetto politico, la «Giovine Italia».
Il 1848 è un anno di grandi rivoluzioni in gran parte dell’Europa. Esso segna l’avvento di un nuovo periodo
storico in cui la borghesia liberale svolge un ruolo determinante, mentre inizia anche la partecipazione del
popolo alla vita politica. Tuttavia, nel 1849 in tutta l’Europa vengono restaurati i vecchi regimi conservatori.

• L’unificazione in Italia e in Germania


L’insuccesso del biennio rivoluzionario 1848-1849 non distoglie i patrioti italiani dai progetti per l’unificazione
dell’Italia, che giungono a compimento nel 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia.
Si conclude così il periodo del Risorgimento, che vede come grandi protagonisti Cavour e Garibaldi. Il processo
di unificazione della Germania si realizza, invece, nel 1871, sotto la guida del cancelliere Bismarck. Rinasce il
Reich, l’«Impero» tedesco, che assumerà in Europa un ruolo politico fondamentale.
• L’Italia di fine Ottocento
Ai primi governi di Destra che si costituiscono dopo l’Unità d’Italia e che puntano soprattutto a raggiungere il
pareggio del bilancio e a combattere il brigantaggio, seguono i governi di Sinistra.
Questi avviano una politica di riforme (estensione del diritto di voto, istruzione elementare obbligatoria e
gratuita), ma diventano in seguito l’espressione degli interessi dell’alta borghesia. In economia ricorrono al
protezionismo, in politica estera danno inizio all’espansione coloniale che porta alla conquista dell’Eritrea.
Il secolo si chiude con una gravissima crisi politica ed economica che determina scioperi e manifestazioni
popolari, alle quali il governo risponde con una dura repressione e con la strage di più di cento manifestanti a
Milano. Il malcontento popolare culmina con l’uccisione del re Umberto I.

• La seconda rivoluzione industriale e la nascita della «coscienza di classe»


Nel 1870 inizia la Seconda rivoluzione industriale che favorisce una serie prodigiosa di scoperte e invenzioni.
La protagonista di questa nuova rivoluzione era è la borghesia, che vede nel proletariato il suo diretto
oppositore.
In seguito alla “crisi di sovrapproduzione” che, tra il 1873 e il 1896, investe l’Occidente industrializzato, gli
operai pensano che solo uniti potranno abbattere il potere della borghesia. Questa nuova consapevolezza,
chiamata “coscienza di classe”, li spinge a cercare altre forme di organizzazione e di lotte politiche. In
particolare, la classe operaia tedesca si richiama a Marx, autore insieme a Engels del Manifesto del Partito
comunista. Per Marx era ormai giunto il momento di rovesciare il sistema capitalistico attraverso una
Rivoluzione socialista, che avrebbe instaurato prima la dittatura del proletariato, poi la società comunista. Nel
1875 nasce il primo partito dei lavoratori, il Partito socialdemocratico tedesco.

Il Neoclassicismo
Tra la fine del Settecento e il primo decennio dell’Ottocento, periodo caratterizzato dalla conquista francese e
dall’Impero napoleonico, si afferma in Europa, e in Italia in particolare, il Neoclassicismo, un movimento
culturale di vaste dimensioni che si esprime, oltre che nella poesia, anche nelle arti figurative.
Come indica il nome stesso (neoclassicismo=nuovo classicismo), esso trae ispirazione dai modelli della
classicità greco-romana e tende alla ricerca del bello assoluto, della perfezione.
Gli artisti neoclassici, pertanto, rifiutano l’eccessivo razionalismo dell’Illuminismo e mirano a riprodurre nelle
proprie opere la composta armonia delle forme artistiche dell’antichità classica.
Il Neoclassicismo non dura però a lungo: oltre al culto del bello si avverte ben presto la necessità di riflettere
sulla realtà, in particolare su quei valori che nobilitano il pensiero e la vita dell’uomo, quali l’aspirazione alla
libertà e l’amor di patria, che saranno tipici del Romanticismo. D’altra parte, gli scrittori neoclassici possono
considerarsi, per certi aspetti, anticipatori del Romanticismo: l’aspirazione a ritrovare un passato di perfezione
nasconde, infatti, l’insofferenza per il presente, soprattutto negli anni successivi alla Rivoluzione francese, e
insieme la nostalgia per una sorta di paradiso perduto.
Tra i letterati italiani il massimo rappresentante del Neoclassicismo è Ugo Foscolo.

Ugo Foscolo
• La vita
1- Tra Dalmazia e Venezia: 1778-97
Niccolò Ugo Foscolo nasce nel 1778 nell’isola greca di Zante (antica Zacinto), allora governata dalla
Repubblica di Venezia; era il figlio di Andrea, un medico veneziano, e della greca Diamantina Spathis.
Trascorre l’infanzia in Dalmazia: a Spalato va a scuola nel seminario arcivescovile. Dopo la morte del padre
(1788), continua gli studi a Venezia: legge i classici e gli autori moderni, allaccia relazioni con gli ambienti
intellettuali veneziani, frequentando tra l’altro il salotto letterario di Isabella Teotochi Albrizzi. Isabella è il
primo di una lunga serie di amori, che Foscolo vivrà sempre in maniera molto passionale. All’Università di
Padova il giovane ascolta le lezioni di letteratura greca tenute da Melchiorre Cesarotti.
Con slancio Foscolo guarda anche alla sfera dei problemi civili e politici. Gli ideali di uguaglianza e libertà
promossi alla Rivoluzione francese si sono ormai diffusi in tutta Europa; un vento rivoluzionario scuote anche
l’Italia. Foscolo compone nel 1797 versi in lode di Napoleone (ode A Bonaparte liberatore) e nel 1796 la
tragedia Tieste, di soggetto mitologico, ma carica di spiriti “antitirannici”. Quando a Venezia viene abbattuto il
governo aristocratico cittadino e instaurata la repubblica, di orientamento giacobino, Foscolo assume l’incarico
di Segretario provvisorio della municipalità.

2- A Milano: 1797-1803
Ma con il trattato di Campoformio (17 ottobre 1797) Napoleone si accorda con l’Austria, e la Repubblica di
Venezia cessa di esistere per divenire un dominio dell’impero austriaco. Foscolo, furente e sdegnato per il
«tradimento» di chi aveva creduto essere portatore di ideali di libertà, si trasferisce in «esilio» volontario a
Milano, capitale della Repubblica Cisalpina: qui lavora come giornalista politico al «Monitore italiano» e
conosce Parini e Monti, letterati allora all’apice della loro fama. Nell’estate del 1798 si traferisce a Bologna,
come impiegato della cancelleria del Tribunale. Scrive intanto il romanzo Ultime lettere di Jacopo Ortis, la cui
prima, parziale stesura viene pubblicata a Bologna, ma senza il suo consenso.
All’invasione dell’Italia da parte della coalizione austro-russa, Foscolo reagisce arruolandosi (febbraio 1799)
come ufficiale nella Guardia nazionale napoleonica, ma deve abbandonare Bologna all’arrivo dei nemici.
Partecipa poi ad alcuni scontri militari e alla difesa di Genova. Qui compone l’ode classicheggiante A Luigia
Pallavicini caduta da cavallo, la prima sul prediletto tema dell’eterna bellezza femminile. Caduta Genova,
compie, con il grado di capitano, varie missioni di servizio, soprattutto in Toscana (dove s’innamora di Isabella
Roncioni, per la quale scrive alcuni sonetti).
Nel 1801 ritorna a Milano: nuovi amori (Antonietta Fagnani Arese) e solita intensa attività letteraria. Corregge
l’Ortis, che viene pubblicato, dopo una profonda revisione, nel 1802; scrive la nuova che ode All’amica
risanata, dedicata ad Antonietta; traduce da Catullo il carme della Chioma di Berenice, accompagnato da quattro
eruditi Discorsi introduttivi, in cui espone la propria personalissima poetica, tra Classicismo e Romanticismo.
Esce intanto nel 1803 un volumetto di Poesie che raccoglie il meglio della sua produzione lirica, tra sonetti e
odi.

3- Al culmine della fama: 1804-14


Interrotta la relazione con Antonietta Fagnani Arese, già promessa sposa, Foscolo si arruola come capitano di
fanteria nella divisione italiana dell’esercito napoleonico e viene aggregato all’armata anti-inglese che si sta
radunando in Francia. Durante la permanenza in terra francese (1804-06), s’innamora di Fanny Hamilton, dalla
quale ha la figlia Floriana. Intanto elabora saggi di versione dall’Illiade e la traduzione dall’inglese del romanzo
Viaggio sentimentale in Francia e in Italia di Laurence Sterne.
Fallito il progetto napoleonico d’invasione dell’Inghilterra, Foscolo fa visita a Parigi al giovane Manzoni (da cui
è però accolto freddamente) e quindi (primavera 1806) ritorna in Italia. Un colloquio a Verona con l’amico
Pindemonte gli suggerisce l’idea del carme Dei sepolcri, scritto di getto a Milano nell’estate del 1806.
A trent’anni, Foscolo è al culmine della propria carriera letteraria. Nel 1808, grazie all’interessamento di
Vincenzo Monti, ottiene la cattedra di eloquenza (cioè di letteratura) presso l’Università di Pavia; qui tiene, nel
gennaio del 1809, una prolusione, cioè una lezione introduttiva sul tema Dell’origine e dell’ufficio della
letteratura. Ma l’incarico avrà breve durata, perché la cattedra viene subito dopo soppressa. Per Foscolo i
rapporti con l’ambiente milanese divengono però difficili, a causa dei suoi atteggiamenti antinapoleonici. Nel
dicembre 1811, alla Scala, la sua seconda tragedia, l’Ajace, viene sonoramente fischiata dal pubblico; la polizia
ne consente pochissime repliche. Per evitare persecuzioni politiche, Foscolo lascia Milano per Firenze (agosto
1812).
Il soggiorno fiorentino segna l’ultimo suo momento di felice ispirazione. Foscolo frequenta il salotto letterario
della contessa d’Albany, già compagna di Alfieri. A Bologna va in scena (settembre 1813) la Ricciarda, sua
terza tragedia, di argomento medievale. Sempre nel 1813 pubblica, con lo pseudonimo di Didimo Chierico, la
versione del Viaggio sentimentale di Sterne, con un’ironica, disincantata premessa, la Notizia intorno a Didimo
Chierico.
I luoghi di Foscolo
Zante: nasce nel 1778
Venezia: si trasferisce nel 1792
Milano: dal 1797; e poi dal 1801
(Francia): 1804-06
Milano: 1806-12
Firenze: 1812-13
Zurigo: 1815-16
Londra: 1816-27

4- L’esilio a Londra: 1816-27


Ritornato a Milano, riprende per breve tempo il proprio posto di ufficiale, prima di assistere alla caduta (1814)
di Napoleone e del Regno italico. Poco dopo rifiuta l’invito del nuovo governo austriaco, che gli aveva proposto
la direzione di una nuova rivista letteraria. Il 30 marzo 1815 abbandona l’Italia, dicendosi “profugo alla fortuna
e al cielo”. A Zurigo dà alle stampe una nuova edizione dell’Ortis e la satira dell’Ipercalisse, pubblicata
anch’essa con lo pseudonimo di Didimo Chierico.
Ricercato dagli austriaci, nel settembre 1816 Foscolo si trasferisce a Londra. Viene cordialmente accolto dai
circoli londinesi; ma è amareggiato dalle disillusioni patite e man mano si isola, tra crescenti difficoltà
economiche (nel 1824 verrà tra l’altro arrestato per debiti). Dal 1821 ha però al suo fianco la figlia Floriana.
Scrive articoli di costume e di critica letteraria; in alcuni saggi su Petrarca, sulla Commedia dantesca e sul
linguaggio del Decameron di Boccaccio, reinterpretano in modo assai originale l’«anima» dei grandi trecentisti,
esaminando il loro stile come riflesso della psicologia individuale.
Foscolo muore il 10 settembre 1827 a Londra; e viene sepolto nel cimitero di Chiswick. Nel 1871 le sue ossa
sono trasferite a Firenze, nella basilica di Santa Croce, tra le “urne dei forti” celebrati nei Sepolcri.

La personalità di Foscolo
1- Un letterato di stampo nuovo
Foscolo incarna una figura di letterato di tipo nuovo: non più cortigiano al servizio del potere, ma libero
intellettuale, partecipe delle novità sociali e politiche. È un riflesso della “rivoluzione” (anzitutto sociale, prima
che politica) compiutasi nel Settecento.
Sul piano politico, Foscolo coltivò ideali “repubblicani” e “giacobini” e per essi sopportò la persecuzione e
l’esilio, dopo la profonda disillusione storica patita per il trattato di Campoformio (1797): una scelta ben
diversa da quella dei poeti un tempo “protetti” dal potere.
Inoltre cercò di rendersi economicamente indipendente anche sul piano professionale:
- fu funzionario della repubblica veneziana, prima che nel 1797 essa venisse ceduta all’Austria;
- fu ufficiale nell’esercito napoleonico;
- fu, sia pure per poco tempo, professore di letteratura all’Università di Pavia.
Erano tutte professioni “libere”, lontane dall’antica subordinazione degli intellettuali alla corte e al principe. In
sostanza, rifiutando le professioni più comuni per gli intellettuali dell’epoca, Foscolo sperimentò la condizione
del “liber’uomo” già auspicata da Alfieri.

2- La funzione civile della letteratura e l’amore per la patria


Questa novità si può misurare anche sul piano dei temi. Spicca in quest’ambito la funzione civile che Foscolo
assegnò alla letteratura: egli tracciò un programma di rinnovamento letterario e civile nel discorso Dell’origine
e dell’ufficio della letteratura, tenuto nel 1809 come prolusione ai corsi pavesi.
Parallelamente, spicca il suo amore per la patria: nel romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802) e
nel carme Dei sepolcri (1807) egli cantò con un’intensità prima di lui sconosciuta ai lettori la patria come
“madre” comune e la tradizione nazionale. Perciò si rifiutò sempre di scendere a patti con gli odiati austriaci,
che ai suoi occhi incarnavano il volto più retrivo del potere.
Solo durante l’esilio londinese (1816-27) assunse una posizione d sfiducia per la situazione italiana. Nel 1818
rifiutò l’invito di Silvio Pellico a collaborare, da Londra, alla nuova rivista romantica “Il Conciliatore”: il
distacco dalle vicende del suo paese era ormai netto. Perciò la sua fama soffrì un certo oscuramento presso i
giovani intellettuali protagonisti del Risorgimento.

3- Un’esistenza da “irregolare”, come un eroe romantico


Che Foscolo incarni i tratti di un’età di transizione lo conferma anche l’instabilità della sua vita e del suo
carattere. Due sono, infatti, le costanti della biografia di Foscolo:
- i frequenti viaggi e spostamenti; a tale dimensione si collega il motivo, assai presente nelle sue opere,
dell’«esilio», celebrato nell’Ortis, nei sonetti e nei Sepolcri;
- le altrettanto numerose relazioni amorose; ricordiamo, tra gli altri, gli amori per la veneziana Isabella
Teotochi, per Teresa Pikler (la moglie di Monti conosciuta a Milano), per Antonietta Fagnani Arese, per
Isabella Roncioni, trasfigurata nell’Ortis nel personaggio di Teresa, per la fiorentina Quirina Mocenni Magiotti,
la “donna gentile” cui indirizzò molte lettere negli anni londinesi.
Foscolo ci appare in sostanza come un individuo “irregolare”, uno sradicato, incapace di trovare certezze: da qui
i molti viaggi, i molti lavori, le numerose relazioni sentimentali.
Ma in fondo tale condizione di emarginazione costituisce di per sé un aspetto essenziale del “personaggio” e
una ragione del suo fascino. Foscolo è uno scrittore che ama costruirsi una vita piena d’avventura, di slanci
“eroici” e, ovviamente, di poesia: una vita non regolabile o riconducibile dentro le consuetudini dell’esistere
borghese, in tutto conforme, insomma, alle gesta “eccezionali” dei personaggi della letteratura romantica, che
proprio Foscolo contribuì a inaugurare, in maniera decisiva, in Italia.
4- Le due facce dell’io, Ortis e Didimo
Che Foscolo faticasse a comporre in una sintesi unitaria le diverse tensioni che lo animavano, è dimostrato
anche dalla compresenza, nelle sue opere, di due “maschere”, di due diverse fisionomie in cui egli proiettava se
stesso e, di volta in volta, si identificava.
1. Nel romanzo dell’Ortis l’autore si immedesima nel protagonista Jacopo: un patriota appassionato e
innamorato infelice, suicida per disperazione e per amore di libertà. Un personaggio, in sostanza, già
pienamente romantico.
2. Altrove (nei cosiddetti “scritti didimèi, p.471) egli assume invece il volto di Didimo Chierico, presentato
come il traduttore di Sterne: un eccentrico letterato, arguto e disincantato osservatore del mondo, portatore di
una saggezza ironica.
Apparentemente opposte, queste figure sono in realtà legate, perché riflettono una medesima esperienza di
sconfitta e di delusione; Didimo si può definire, come Foscolo stesso fece, un Ortis “più disingannato che
rinsavito”- o, se vogliamo, sopravvissuto al suicidio narrato nel romanzo del 1802.

I volti dell’inquietudine
-molti viaggi- irrequietezza, motivo dell’esilio
-molti amori- ricerca (insoddisfatta) di stabilità sentimentale
-molte professioni- desiderio di indipendenza economica
-due maschere autobiografiche- Ortis: eroe romantico, Didimo: disincantato e scettico
-Risulta in: una nuova figura di letterato, ormai vicino all’età romantica.

La poetica tra Classicismo e Romanticismo


1- Uno scrittore di transizione
Foscolo fu lo scrittore che più compiutamente incarnò, nell’Italia tra fine Settecento e inizio Ottocento, i tratti di
un’età di transizione, tra rivoluzione e restaurazione, razionalismo e culto del sentimento, Classicismo e
Romanticismo. Nelle sue opere quesi elementi s’intrecciano in varia misura.
In sostanza, possiamo rintracciare in Foscolo alcuni motivi fondamentali che si ritrovano in tutta la cultura
europea nel passaggio dall’Illuminismo al Romanticismo. Tra questi:
- la denuncia dell’intellettualismo e la rivendicazione del valore e del sentimento;
- l’amore per la libertà, il ripudio del cosmopolitismo e l’ideale della patria-nazione;
- la continuazione in chiave pessimistica del materialismo settecentesco e, parallelamente, l’esigenza di ridare
sacralità e certezza agli ideali delusi dal corso della storia;
- l’idealizzazione (classicistica) dell’«armonia», della «grazia» e, parallelamente, la (romantica) tensione al
sublime;
- i moti romantici dell’esilio, dell’individuo eroico in urto col mondo, del poeta-vate (cantore del popolo e del
suo tempo);
- gli altri miti neoclassici della bellezza rasserenatrice, della poesia istitutrice di civiltà, dell’antica Illade come
sede di una vita più armoniosa e «vera».

2- I caratteri romantici dell’opera foscoliana


Sentimentalismo, nazionalismo, materialismo e, insieme, spiritualismo: sono caratteri tipici della letteratura
«preromantica» di cui Foscolo a pieno titolo può essere considerato un interprete.
A questi elementi di fondo si aggiungono altri motivi più specifici:
- la sensibilità per i «notturni», per i paesaggi orridi e le rovine, per la potenza distruttrice della natura;
- romantico è anche il gusto foscoliano per il «sublime»: soprattutto nel carme dei Sepolcri esso diviene
espressione di un animo grande, mosso da forti passioni;
- tutto ciò ispira uno stile teso, concitato, denso, capace di «voli» arditi.
L’oscillazione cuore/ragione e l’insoddisfazione. Il motivo forse più genuinamente romantico di Foscolo è il
forte senso d’insoddisfazione e d’inquietudine che trapela da moltissime sue pagine.
Sul piano intellettuale, Foscolo si era formato alle idee illuministiche; ma questa formazione viene poi da lui
rivissuta con passionalità e con quegli accenti dolenti che sono tipici del primo Romanticismo. La fiducia nel
progresso appare in lui fin dall’inizio incrinata; alla «ragione» illuministica si accompagna costantemente il
«sentimento» romantico quale criterio di conoscenza della realtà. Alla fine, egli deviene il poeta della continua
oscillazione tra «ragione» e «cuore» («Parla in me la ragione, ma il core, / ricco di vizi e di virtù, delira»).
Infatti, la ragione gli offre le «verità» filosofiche dell’illuminismo (ogni cosa muore, nulla vale la pena del
vivere), ma il cuore alimenta le «illusioni» di virtù, amore, patria, bellezza, poesia.
Foscolo ascolta le due voci e ora si dispera, ora s’illude: la mancanza è al centro dei suoi versi, così come
l’aspirazione a una perfezione ormai perduta per sempre. Questi motivi connotano sia i sonetti giovanili, specie
Alla sera e In morte del fratello Giovanni, sia le Ultime lettere di Jacopo Ortis. Pubblicato nel 1802,
quest’ultimo è, sotto certi aspetti, la prima opera davvero moderna della nostra letteratura:
- perché sceglie coraggiosamente il genere quasi del tutto nuovo del romanzo;
- perché mette a nudo l’io dell’autore, sia pure sotto lo schermo della sua controfigura, il giovane patriota
veneto Jacopo Ortis;
- infine perché parla dei problemi concreti della contemporaneità, dal punto di vista storico-politico ed
esistenziale.

La poetica di Foscolo
1. opere romantiche:
- il romanzo Ultime lettere di Jacopo Ortis
- i sonetti. Alla sera e In morte del fratello Giovanni
Romanticismo
nazionalismo = amore per la patria
passionalità, sentimento, io individuale
preferenza per il «cuore» sulla «ragione» e per le illusioni
2. opere neoclassiche:
- odi giovanili
- sonetto A Zacinto
- carme Le Grazie
Classicismo
esaltazione dell’antichità, della Grecia, del mito
ricerca dell’«armonia», della bellezza rasserenatrice
celebrazione della poesia eternatrice
*perfetta fusione dei due poli (classico e romantico) nei Sepolcri
3- Un poeta del classicismo europeo
Per diversi altri aspetti, come si accennava, Foscolo appare un autore genuinamente classicista. Egli guarda
all’«antico» come a un mondo ideale di ormai trascorsa perfezione, come a un esempio di superiore equilibrio
tra passioni e dominio razionale di esse. In lui, perciò, i miti dell’antichità rivivono non per un omaggio alle
mode letterarie dell’epoca (come avveniva per esempio in molte opere di Vincenzo Monti), bensì per un
profondo bisogno spirituale. Infatti, la serenità dei classici diviene specchio di una vagheggiata «universale
secreta armonia»: Foscolo aspira a un equilibrio di forme, che possa placare l’inquietudine e la disarmonia
interiore.
I testi fondamentali del Classicismo foscoliano sono: le due odi giovanili A Luigia Pallavicini caduta da cavallo
(1799) e All’amica risanata (1802), che celebrano l’eternità della bellezza in quanto resa immortale dalla poesia;
il sonetto A Zacinto, in cui il poeta si presenta (classicamente) come un nuovo Omero e anche (romanticamente)
come un nuovo Ulisse, «bello di fama e di sventura»; la lunga e appassionata sequenza finale dei Sepolcri , che
costituisce una sorta di viaggio a ritroso verso il mito e La Grecia antica; infine i tre frammentari inni del
poemetto incompiuto Le Grazie (1803-22).
L’insieme di questi testi non può essere confuso tra la mediocre produzione dei contemporanei poeti
«neoclassici»: infatti la mitologia non è mai, in Foscolo, un elemento decorativo, ma serve piuttosto a proporre
modelli di comportamento per l’età presente. Per esempio, la visione, nei Sepolcri, dell’antica città di Troia
serve a sollecitare nei lettori l’amore per la virtù e la gloria.
D’altra parte, Foscolo sente il fascino dell’antico in quanto sfera lontana, irraggiungibile, a cui tendere con
infinita nostalgia: il suo classicismo è perciò venato di romanticismo, è un classicismo romantico, come avviene
in diversi grandi autori di quell’epoca, come i tedeschi Wolfgang Goethe e Friedrich Hölderlin e l’inglese John
Keats.

Dai sepolcri alle Grazie


1- La sintesi dei Sepolcri
I due poli classico-romantico, così tipici di Foscolo, si fondono in perfetta sintesi nel suo capolavoro, il carme in
endecasillabi sciolti Dei sepolcri. Scritto di getto nel 1806, esso riprende esteriormente le forme della poesia
sepolcrale settecentesca, ma volge a una modernissima meditazione le eterne di discussioni sull’immortalità
dell’uomo e sui fini stessi del vivere e dello scrivere. Dall’inizio alla fine del componimento predomina nel
testo l’inquietudine del poeta, che s’interroga e si disperde senza posa tra mille «transizioni» (improvvisi
passaggi) di tono e argomento. Uno stile solenne e «sublime» proietta questi temi su uno scenario di vastità
cosmica, obbligando il lettore a un continuo sforzo intellettuale, commisurato all’elevatezza dei contenuti.
Il messaggio del carme. Una questione fondamentale percorre tutto Foscolo e giunge a soluzione, infine, nei
Sepolcri. Possiamo enunciarla così: come riscattare l’esistenza umana dall’incombere della morte e del
disfacimento? Come restituire senso alla vita di tutti gli individui?
Foscolo ipotizza diverse risposte.
- Le Ultime lettere di Jacopo Ortis si concludevano con un suicidio senza speranza; l’autore aveva dunque
scartato, sulla base di un’ideologia materialistica, la soluzione religiosa.
- Nella prima parte dei Sepolcri una soluzione era stata individuata nelle «tombe dei grandi», che appaiono al
poeta lo strumento di una fama in grado di resistere al tempo. Ma anche la gloria degli eroi va soggetta alla
rovina del tempo.
- Solo la poesia può garantire la memoria e, con essa, la durata della virtù. Questo è il messaggio della sequenza
finale dei Sepolcri. La poesia rappresenta il vertice dell’attività umana, in quanto può vincere «di mille secoli il
silenzio» grazie agli splendidi miti che essa crea, tramanda e fa rivivere.

L’opera

Ultime lettere di Jacopo Ortis


Un romanzo epistolare
- L’Ortis è un romanzo epistolare: appartiene cioè a uno dei generi più fortunati della narrativa settecentesca.
Foscolo si attiene soprattutto al modello dei Dolori del giovane Werther di Goethe (1774), da cui riprende
alcuni elementi tematici (l’amore infelice, il suicidio, le illusioni) tipici della prima generazione preromantica.
- La narrazione prende spunto da un fatto di cronaca realmente avvenuto a Padova nel marzo 1796, ovvero il
suicidio dello studente friulano Girolamo Ortis. Foscolo lo trasformò in un giovane patriota veneziano che, fra
l’11 ottobre 1797 e il 25 marzo 1799, fugge in volontario esilio da Venezia dopo il trattato di Campoformio.
Nella solitudine della campagna dei Colli Euganei conosce Teresa e se ne innamora, pur sapendo che la
fanciulla è già promessa a un altro uomo (Odoardo). Jacopo viaggia per l’Italia e ovunque si trova a
contemplare il panorama sconfortante di una nazione divisa e sottomessa allo straniero. Infine, tornato nella sua
terra, dove Teresa nel frattempo ha sposato Odoardo, si uccide.
- Tutto ciò emerge da una serie di 67 lettere (divenute 68 nell’edizione definitiva, stampata a Zurigo nel 1816)
indirizzate da Jacopo all’amico Lorenzo Alderani (un personaggio immaginario). Di Lorenzo non sono però
fornite le risposte: in tal modo acquista maggiore risalto la dimensione soggettiva del protagonista-narratore, a
discapito dell’oggettività del resoconto. Il destinatario Lorenzo s’incarica poi di pubblicare le lettere dell’amico
scomparso, allo scopo- dichiara- di “erigere un monumento alla virtù sconosciuta”. È sempre Lorenzo (cioè,
ovviamente, Foscolo) ad aggiungere di suo pugno, qua e là, qualche sobria integrazione di collegamento e
delucidazione narrativa.
La “delusione di fronte alla storia”
- Alla base del racconto sta la “delusione di fronte alla storia” che accomunò molti intellettuali tra Sette e
Ottocento. Le grandi promesse e poi i tradimenti della Rivoluzione francese, seguiti dall’avventura- presto
mutatasi in dispotismo- di Napoleone, si riflettono nei pensieri e nella vicenda del protagonista Jacopo. E così il
suo libro diviene- secondo le parole del grande critico Francesco De Sanctis (1871) - il “testamento” del XVIII
secolo, “il suo grido di dolore innanzi alla caduta di tutte le sue illusioni”. Foscolo ha ritratto questa delusione,
storica e politica, nel suicidio del protagonista: la sua scelta di uccidersi rappresenta anzitutto l’impossibilità di
vivere in una patria “asservita”, “trafficata”, “tradita”. Napoleone, nel romanzo, appare da un lato l’eroe capace
di rovesciare il corso della storia, ma contemporaneamente – dopo Campoformio – è individuato come il
traditore della causa italiana.

L’ideologia del pessimismo e i temi della poetica foscoliana


- La delusione di Jacopo però non proviene solo da ragioni politiche o storiche. Egli vive, più in generale, un
sentimento d’impotenza, di sconfitta; elabora, lettera dopo lettera, una vera e propria ideologia amara,
pessimistica, che possiamo così riassumere:
a. la storia della civiltà è una vicenda di decadimento;
b. la politica appare un incessante divorarsi delle nazioni fra loro;
c. in società trionfa la lotta sfrenata tra gli individui per il proprio utile (“La Terra è una foresta di belve”);
d. la natura e l’universo sono guidati da leggi meccaniche;
e. ogni cosa è asservita a un ordine che l’uomo – relegato in posizione secondaria – non comprende e a cui però
deve obbedire.
In questi convincimenti il giovane Foscolo condensò le sue predilette letture giovanili: lo storico latino Tacito,
Machiavelli, il filosofo inglese Thomas Hobbes, il filosofo italiano Giambattista Vico. Sono queste le fonti dalle
quali egli deriva il suo pessimismo.
- Da questo complesso retroterra ideologico si sviluppano quei tipici motivi foscoliani, che lo scrittore avrebbe
poi svolto, rielaborandoli e approfondendoli, nelle opere successive, ma che emergono, per la prima volta in
modo compiuto, proprio nel romanzo dell’Ortis. Spiccano, in particolare:
• la “forza operosa” della natura.
• il canto dell’amore
• il ruolo vivificatore delle “illusioni” come fonte di civiltà;
• la figura del poeta eternatore e il ruolo civile della letteratura, riassunto nelle figure di Parini e Alfieri;
• l’esperienza dell’esilio e il tema della morte come meta in cui placare i contrasti interiori;
• il motivo della sepoltura, talora “illacrimata”
Il conflitto cuore/ragione
- Ma al fondo dell’opera vi è un motivo tematico ancor più basilare, riassumibile nel conflitto – profondamente
avvertito da Foscolo – fra ragione e sentimento: da una parte c’è il bisogno del cuore di alimentare le illusioni,
quali fonti di un’esistenza realmente umana; dall’altra parte vi sono gli amari disinganni della ragione, questo
“dono funesto” elargitoci dalla natura, che porta a disperare sulla possibilità d’incarnare tali illusioni.
A prevalere sono le disillusioni, i disinganni, ciò che Leopardi chiamerà l’«arido vero». Perciò, alla lunga,
l’esistenza non apparirà più tollerabile a Jacopo che sceglierà di togliersi la vita.

La struttura narrativa e il significato del romanzo


- Sul piano dell’intreccio, nel romanzo sono presenti due componenti narrative:
a. la vicenda amorosa, prevalente nella prima parte, la più vicina alla primitiva stesura del 1797;
b. la vicenda politica, che caratterizza soprattutto la seconda parte, sulla quale l’autore lavorò più intensamente
nella stesura del 1802.
-Malgrado la compresenza di due temi così diversi, l’Ortis è però un libro unitario e, quindi, artisticamente
felice. L’unità di fondo è data dal fatto che nel romanzo ci sono due oggetti di desiderio su cui si catalizza la
passione di Jacopo: il desiderio per Teresa (motivo amoroso); il desiderio della patria (motivo politico).
Entrambi vengono sottratti a Jacopo per ragioni di utilitarismo pratico: la patria è perduta a causa del tornaconto
politico di Napoleone (il personaggio resta però innominato nell’arco di tutto il libro);
Teresa invece viene destinata dal padre a un altro uomo.
- La duplice perdita produce una situazione generalizzata di conflitto, dove tutti i progetti e desideri di Jacopo
sono destinati al fallimento. Il povero Jacopo appare un personaggio davvero sproporzionato rispetto a una
cornice umana e sociale dove si vive alla giornata senza ideali, per scopi egoistici, opposti ai suoi alti valori (la
patria, il bello, l’amore). Le sue azioni risultano regolarmente inefficaci, le sue parole inascoltate. Il
protagonista finisce così per incarnare la crisi dell’intellettuale nel mondo “borghese” di primo Ottocento.

Il significato del suicidio conclusivo


- Fallimento ed esasperazione dettano – soprattutto – la conclusione del romanzo, con il suicidio di Jacopo. Gli
studiosi hanno interpretato in vari modi questo epilogo:
• secondo alcuni, il suicidio è l’estremo gesto (alfieriano) di protesta contro il destino;
• secondo altri, è un segno di immaturità psicologica da parte del protagonista, che si rifiuta di prendere
atto della realtà delle cose;
• esso rivelerebbe anche la “fuga” del letterato dalla situazione storico-sociale.
A ogni modo, la soluzione tragica è lo sbocco inevitabile (lo dice già il titolo: Ultime lettere...) di una
situazione generalizzata di conflitto, in cui le illusioni del cuore a ogni passo si scontrano con l’amaro
presente. Non ci sono vie d’uscita per Jacopo: il desiderio è negato, il conflitto con la realtà irresolubile.
È il significato ultimo del romanzo.
Il Romanticismo
Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento si diffonde in Europa un vasto e complesso movimento
culturale: il Romanticismo. Nate in Germania dal movimento dello Sturm und Drang (=impeto e assalto) e in
seguito diffuse dalla rivista “Athenaeum”, fondata dai fratelli Schlegel, le idee romantiche trovano presto
adesioni in tutta Europa, particolarmente in Inghilterra e in Francia.
In opposizione agli illuministi, che esaltavano la ragione come principio di eguaglianza fra gli uomini, i
romantici rivalutano la fantasia, il sentimento, la passione, la libertà d’azione e di pensiero del singolo
individuo.
Il fallimento degli ideali illuministici produce nei romantici una profonda inquietudine. L’uomo romantico si
sente creatura limitata, riavverte il bisogno di Dio, sente le sue forze sproporzionate ai propri ideali. Di qui
l’affermarsi di atteggiamenti e sentimenti tipici della sensibilità romantica come: il pessimismo, il vittimismo,
cioè il fatto di sentirsi “vittime”, destinate a una vita di sofferenza, ma anche il ribellismo, cioè il desiderio di
ribellarsi contro ogni sorta di vincolo o costrizione sia spirituale sia materiale.
Pessimismo, impeto vigoroso ed eroico, slancio religioso, passione, desiderio di libertà, esaltazione dei
sentimenti nazionali e patriottici caratterizzano dunque l’età romantica. E sullo sfondo di tutti questi motivi
campeggia la natura nella quale l’uomo si rispecchia e ritrova se stesso: le confida i suoi dolori e le sue ansie e
ne riceve comprensione e conforto.
Infine i romantici attribuiscono grande valore alla storia, ritenuta patrimonio culturale e spirituale dei popoli, e
si ispirano, in particolare, al Medioevo, periodo in cui sorsero i primi Stati nazionali e la cultura europea
assunse definitivamente carattere cristiano.
In Italia le idee romantiche cominciano a diffondersi a partire dal 1816 a opera del poeta Giovanni Berchet.
Egli, in particolare, sostiene che la letteratura deve essere popolare e deve esprimere i sentimenti e le esigenze
della nazione, soprattutto lo spirito di libertà e di indipendenza. A tali idee si ispirano anche i poeti e i prosatori
italiani che collaborano alla rivista “Il Conciliatore”, fondata nel 1818 ma soppressa dopo circa un anno dal
governo austriaco in quanto infonde nei lettori spirito di libertà e di patriottismo.
Il motivo principale, dunque, che anima la nostra letteratura romantica è l’ardore patriottico, tant’è vero che
“romantico” diventa sinonimo di “patriota”, di “liberale”.
Gli esponenti più rappresentativi del Romanticismo italiano sono Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni.
Mentre Leopardi è il maggiore lirico dell’epoca per la tensione eroica del suo pessimismo, Manzoni nei suoi
scritti rivela un altissimo impegno morale e politico.

La vita di Alessandro Manzoni


1- La giovinezza, la formazione, gli esordi letterari
Alessandro Manzoni nasce a Milano il 7 marzo 1785, quasi certamente da una relazione extraconiugale della
madre Giulia Beccaria (figlia del celebre giurista Cesare e sposa infelice del nobile Pietro Manzoni).
L’anno successivo (1792) la madre Giulia si separa dal conte Pietro e si stabilisce (1795) a Parigi, ove convive
con il conte Carlo Imbonati, esponente di spicco dell’aristocrazia milanese, che da ragazzo era stato educato dal
grande poeta Giuseppe Parini.
Nel 1798 Manzoni ritorna a Milano per concludere gli studi (1801) al Collegio Longone dei Barnabiti. Qui entra
in contatto con un ambiente culturale stimolante; conosce personaggi di spicco come Ermes Visconti, Vincenzo
Monti, Ugo Foscolo e l’esule e scrittore Vincenzo Cuoco.
Manzoni esordisce in campo letterario nei primi anni del nuovo secolo, con diversi componimenti poetici scritti
nello stile neoclassico allora in voga: il primo di un certo rilievo fu il poemetto Il trionfo della libertà (1801), di
tono giacobino e anticlericale.
Nel 1805, ventenne, Manzoni raggiunge a Parigi la madre, in lutto per la morte del conte Imbonati; per lei
scrive come “consolatoria”, il carme In morte di Carlo Imbonati (1806). L’ambiente intellettuale della capitale
francese segna una tappa decisiva nella formazione del giovane, che nel salotto di madame Condorcet viene a
contatto con intellettuali ancora legati all’Illuminismo, ma anche coinvolti. dal dibattito suscitato dalla nuova
poetica romantica. Tra loro vi è lo storico della letteratura medievale francese e italiana Claude Fauriel, con cui
Manzoni stringe amicizia.

2- La conversione religiosa e gli anni della maggiore produzione letteraria


Al 1807 risale l’incontro (sempre a Parigi) con la ginevrina Enrichetta Blondel; Manzoni la sposa l’anno
successivo a Milano, secondo il rito calvinista. Il successivo passaggio di Enrichetta dal protestantesimo alla
fede cattolica spinge Manzoni a un generale ripensamento delle proprie posizioni religiose, stimolato anche
dalla lettura degli scrittori “moralisti” francesi del Seicento (Pascal, Nicole, Bossuet).
La conversione- in realtà, il ritorno al cattolicesimo dell’infanzia- avviene nel 1810; nel medesimo anno
vengono ricelebrate le nozze con rito cattolico.
Nel 1812 Manzoni comincia la stesura degli Inni sacri, poesie di contenuto religioso, ispirate dalla tematica
cristiana. Trasferitosi con la famiglia definitivamente a Milano (d’ora in poi abbandonerà la città quasi solo per i
periodici soggiorni di riposo a Lesa, sul lago Maggiore, o a Brusuglio, nella villa ereditata da Imbonati),
Manzoni riallaccia i rapporti con la cultura lombarda: la sua casa diviene il punto di ritrovo dei letterati
romantici (Giovanni Berchet, Ermes Visconti, Tommaso Grossi, Silvio Pellico, il più anziano Carlo Porta)
raccolti attorno alla rivista “Il Conciliatore”, alla quale però Manzoni- troppo riservato e prudente- non
collabora direttamente. Con loro discute tuttavia le nuove idee: l’abbandono dei vecchi temi mitologici cari al
Neoclassicismo, l’apertura alla società e alla storia, il rinnovamento dei generi letterari.
Sul piano creativo questi sono, per lui, gli anni più intensi. Dopo il trattato Osservazioni sulla morale cattolica
(1819), termina nel 1820 la prima tragedia, Il conte di Carmagnola, che sarà elogiata anche da Goethe. Tra il
1821 e il 1823 conosce il periodo di massimo fervore creativo:
- compone la grande ode Il cinque maggio, dedicata alla morte di Napoleone;
- scrive la seconda tragedia, Adelchi;
- con la Lettera sul romanticismo mette a punto definitivamente la propria poetica;
- abbozza il romanzo che, dopo una revisione ventennale, diventerà I promessi sposi.
La prima revisione linguistica del romanzo, riscritto nel fiorentino parlato dalle persone colte, gli offre nel 1827
l’occasione per un soggiorno a Firenze durante il quale incontra gli intellettuali liberali Pietro Giordani e Gino
Capponi, legati alla rivista fiorentina “L’Antologia” fondata da G. P. Vieusseux; conosce, tra gli altri,
anche Giacomo Leopardi.
Dall’anno primo, nel 1826, Manzoni ha stretto amicizia con il sacerdote e filosofo Antonio Rosmini (1797-
1855), che sarà caratterizzata da stimolanti discussioni intellettuali.

3- L’ultima fase e la passione politica


Dopo la prima stampa dei Promessi sposi (1825-1827) e il rientro a Milano, l’attività di Manzoni resta in gran
parte assorbita dalla correzione del capolavoro e da riflessioni di carattere storico-linguistico. Sono anni
funestati da numerosi lutti familiari: tra il 1833 e il 1839 muoiono alcuni dei figli, la madre Giulia e la moglie
Enrichetta. Nel 1840 inizia a uscire a dispense la seconda e ultima edizione del romanzo (un’operazione però
fallimentare sul piano economico). In quello stesso anno Manzoni sposa in seconde nozze Teresa Borri Stampa.
Da sempre legato alla causa nazionale del Risorgimento, Manzoni nel 1848 firma l’appello con cui i milanesi
invitano Carlo Alberto a intervenire militarmente in Lombardia, anche se contemporaneamente rifiuta la nomina
a senatore nel Parlamento subalpino all’indomani della costituzione del Regno d’Italia. Nel 1861 Vittorio
Emanuele II lo nomina senatore e Manzoni accetta; presta giuramento al Parlamento di Torino, con scandalo dei
cattolici più conservatori e “papalini”, allora in polemica con chi, come lui, si mostrava incline alla fine del
dominio temporale della chiesa e a Roma capitale d’Italia. L’ultimo suo atto pubblico è il voto (1864) per
trasferire la capitale da Torino a Firenze.
Lo scrittore muore a Milano il 22 maggio 1873, circondato dall’affetto di tutta la città.
La personalità
1- Manzoni nel suo tempo
La vita di Manzoni è priva di grandi eventi esteriori. Libero da necessità economiche, grazie alla sua nascita
aristocratica, egli visse appartato dedicandosi al suo lavoro di scrittore, teso all’allargamento e approfondimento
dei temi fondanti della sua poetica, nonché alla composizione e correzione, incessante, delle proprie opere.
Manzoni rimase tuttavia in costante dialogo con il pensiero e la società contemporanea, pienamente inserito nel
suo tempo. Non fu mai uno scrittore isolato nella contemplazione del Bello, anche se questo era indubbiamente
il suo traguardo.
Negli anni risorgimentali Manzoni fornì il suo contributo alla battaglia politica, non solo con la poesia (l’ode
patriottica Marzo 1821, il coro Dagli atri muscosi dell’Adelchi), ma anche attraverso il lunghissimo lavoro di
correzione linguistica dei Promessi sposi, attraverso il quale diede alla nazione, che nasceva tra mille difficoltà,
una lingua unitaria. La lingua del romanzo, il fiorentino parlato dalle persone colte, viene dalla tradizione (è
quella di Dante e Petrarca, di Machiavelli e di Galileo), ma è soprattutto scelta dall’autore come lingua viva,
utilizzabile davvero, che gli italiani possono riconoscere come propria.

2- Idee e temi di uno scrittore “morale”


Quattro interrogativi. Parlare di un cattolicesimo più aperto e fiducioso non significa parlare di un Manzoni
ottimista. Al contrario, si colgono in tutte le sue opere, principalmente nei Promessi sposi, domande
drammatiche, angosciose:
- perché il male e il bene convivono e spesso si confondono?
- Perché il malvagio spesso trionfa e il giusto soffre?
- Come può un individuo cambiare (in meglio) la società? È il problema della responsabilità personale.
- Quale senso hanno la vita e la storia?
Quattro risposte. Le risposte che Manzoni fornisce a tali quesiti sono sofferte e angosciate.
Male e bene convivono nella storia, e nel cuore degli individui, perché l’uomo cade facilmente preda del
peccato e senza la grazia di Dio non riesce a riscattarsi pienamente. Senza Dio, il mondo è davvero “una foresta
di belve” (come scrive Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis): lo dimostra la Milano sconvolta dal
tumulto per il pane o invasa dalla peste e nella quale Renzo s’inoltra, prima incuriosito, poi atterrito.
I giusti soffrono perché Dio chiede loro di cooperare con lui alla redenzione del mondo, espiano con le proprie
pene il peccato altrui. È la funzione salvifica che svolge Lucia nel romanzo, allorché facendo “un sacrificio” di
sé a Dio, riesce a toccare il “cuore” dell’Innominato, a indurlo prima a compassione e, infine, alla conversione,
modificando così tutto l’andamento successivo del romanzo. La funzione dell’innocente che espia il male
terreno non appartiene solo a Lucia: si coglie anche nella figura di Ermengarda, nell’Adelchi; e forse Manzoni
la intuì anche nella vicenda umana della moglie Enrichetta Blondel.
Secondo Manzoni, tutti gli individui hanno una personale responsabilità di fronte a Dio e alla propria coscienza.
Compiere la giustizia è fondamentale per non assomigliare a quei giudici indegni di cui l’autore racconta nella
Storia della colonna infame (1823-28): per placare la folla, che reclamava a gran voce dei colpevoli per
l’epidemia di peste del 1630, essi condannarono degli innocenti, perpetuando così il male.
La vita umana cammina verso la sua meta trascendente, proprio come la storia è attesa dal suo riscatto supremo,
di cui il lieto fine dei Promessi sposi è solo un anticipo. La Provvidenza farà trionfare il bene, purificando il
mondo con la sua grazia, proprio come la pioggia ristoratrice spazza via la peste nei Promessi sposi. Manzoni ne
è certo (è la fede cristiana), ma al presente bene e male sono mescolati, e si possono districare solo con molta
fatica, in quel “guazzabuglio” (così lo chiama lo scrittore che è il “cuore” dell’uomo. Bisogna percorrere tanta
strada, come fa Renzo, prima di poter chiarire il senso e la direzione del proprio cammino. Il suo viaggio
corrisponde, in un certo senso, alla ricerca stessa compiuta da Manzoni in tutte le sue opere.
I Promessi Sposi
Il romanzo storico’’ I promessi sposi’’ di Alessandro Manzoni è considerato uno dei capolavori della letteratura
italiana.
È il capolavoro manzoniano con uno straordinario contenuto umano, religioso e morale.
La stesura e la scelta della lingua
Il romanzo fu scritto in due anni, dal 1821 al 1823, ma prima di arrivare alla sua forma definitiva (1840-1842) subì
diversi ritocchi e revisioni, sia in relazione al contenuto sia al linguaggio. Tra la prima stesura e l’ultima c’è
soprattutto una differenza di lingua: Manzoni, infatti, convinto che la lingua italiana dovesse essere il fiorentino
parlato dalle persone colte, procedette via via a un’attenta eliminazione di forme dialettali, francesismi, lombardismi,
improprietà.
L’ambiente
Il romanzo è ambientato in Lombardia nel XVII secolo.
Nel Seicento lo Stato di Milano era dominato dagli Spagnoli e conosceva uno dei momenti più tragici della sua
storia: il governo era debole e corrotto; le leggi non erano rispettate e il Paese era attraversato da una grave crisi
economica. A peggiorare la situazione si aggiunsero:
- la carestia e la conseguente sommossa della popolazione di Milano (11 novembre 1628);
- la guerra del Monferrato, che vide la discesa in Italia dei Lanzichenecchi;
- la peste, che spopolò il Milanese tra il 1629 e il 1630.
La trama
La trama del romanzo è un misto di invenzione e realtà.
La storia prende avvio dalle vicende personali di due popolani del Seicento che vivono in un villaggio del Ducato di
Milano: Renzo Tramaglino e Lucia Mondella. La narrazione si allarga quindi fino a diventare un quadro della società
del Seicento. Le vicende di Renzo e Lucia si intrecciano, infatti, con la narrazione di fatti storici, realmente accaduti:
la sommossa milanese del novembre 1628, la guerra, la carestia, la peste. Negli ultimi capitoli il cerchio narrativo
torna a restringersi alle vicende dei due protagonisti.
La storia copre un arco di circa tre anni: dal 7 novembre 1628 all’autunno del 1631.
La narrazione si presenta suddivisa in trentotto capitoli.

I personaggi
Protagonisti del romanzo sono Renzo e Lucia, i due promessi sposi.
Accanto ai due protagonisti si muovono e agiscono molti altri personaggi, umili, superbi, poveri, ricchi: alcuni creati
dall’invenzione dell’autore, altri storicamente esistiti.
La morale cristiana
Il romanzo è incentrato sulla fede cristiana nell’esistenza di un Dio giusto e misericordioso che consola gli afflitti,
premia i buoni e castiga o redime i malvagi. Su tutti gli uomini, buoni e malvagi, la divina Provvidenza stende la sua
misericordia e la sua luce di redenzione e di salvezza. Per questo l’intero romanzo è stato giustamente definito
“l’epopea della divina Provvidenza”.
La finzione della scoperta del manoscritto secentesco
Il romanzo è preceduto da un’Introduzione. In essa, Manzoni, servendosi in modo nuovo di una finzione letteraria
già adottata da altri importanti autori, immagina di aver trovato un manoscritto, opera di uno scrittore anonimo del
Seicento, contenente il racconto delle vicende di due contadini brianzoli promessi sposi. La storia gli sembra molto
bella e degna di essere conosciuta da un vasto numero di persone; per questo motivo, in un primo tempo pensa di
trascriverla e di pubblicarla così come l’ha trovata, ma poi, a causa dello stile gonfio e ampolloso usato
dall’Anonimo, decide di riscriverla in una prosa moderna e più familiare.
Sul piano della narrazione, l’utilizzo di tale finzione letteraria offre a Manzoni diversi vantaggi. Ad esempio, la
possibilità di collocare la storia in una dimensione storica (il Seicento); la possibilità di disporre di due narratori
(l’Anonimo, la cui voce sembra provenire dal passato e un narratore moderno, che riscrive e commenta i fatti).

Giacomo Leopardi
La vita
1- L’arido ambiente familiare
Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798, a Recanati, piccolo centro delle Marche allora territorio dello Stato
pontificio. È il primogenito dei cinque figli del conte Monaldo Leopardi e della marchesa Adelaide Antici,
famiglia nobile ma in decadenza economica; nel 1799 nascerà il fratello Carlo e nel 1800 la sorella Paolina, ai
quali fu sempre legato da un forte rapporto di reciproco affetto. La madre Adelaide sorveglia severamente la
vita di casa.
In un clima di grande solitudine affettiva, Giacomo inizia intorno al 1812 un periodo di “studio matto e
disperatissimo”, come scrisse lui stesso anni dopo, nella ricca biblioteca del padre. Acquisisce un’erudizione
enciclopedica, di tipo sei-settecentesco: impara le lingue classiche, legge appassionatamente autori greci, latini e
italiani. Lo studio però gli devasta il fisico: si ammala di scoliosi e soffre di frequenti febbri.
2- La poesia, la patria, il “nulla” filosofico
Nel 1816 avviene quella che Leopardi stesso chiamerà la sua “conversione letteraria”, ovvero il passaggio
dall’erudizione, a cui si è dedicato fino ad allora, al “bello” della poesia. In quell’anno legge sul primo numero
di una rivista letteraria dell’epoca, la “Biblioteca italiana”, l’articolo di Madame de Staël Sulla maniera e
l’utilità delle traduzioni: la scrittrice francese invitava polemicamente gli scrittori italiani ad aprirsi alla nuova
tendenza romantica e il diciottenne Leopardi rispose inviando alla rivista due Lettere (che non vennero però
pubblicate), in cui affermava di rifiutare la nuova poetica.
Dopo il contatto con la “Biblioteca italiana” inizia però a scambiare amichevoli lettere con Pietro Giordani,
direttore di quella rivista e anch’egli sostenitore del classicismo contro le nuove idee romantiche che andavano
diffondendosi. Nel 1817 Leopardi dà inizio alla compilazione del quaderno dello Zibaldone, una densissima
raccolta di appunti filosofici, letterari, che verrà a costituire il ritratto più completo del suo animo. Sempre in
questo periodo s’innamora della cugina Gertrude Cassi.
Nel 1818, ventenne, matura la sua seconda “conversione”, quella politica: dichiara infatti di rifiutare il
conservatorismo del padre, fervente cattolico e “papalino” (sostenitore cioè del dominio temporale della
Chiesa). Leopardi ama invece l’Italia e vorrebbe l’indipendenza della Chiesa: scrive perciò le sue prime canzoni
d’ispirazione patriottica, All’Italia e Sopra il monumento di Dante, e le fa stampare con dedica a Vincenzo
Monti, uno degli scrittori più famosi dell’epoca.
Leopardi soffre sempre più per gli scontri con il padre e per la mancanza d’affetto della madre. Un momento di
respiro è un breve viaggio di pochi giorni a Macerata, accompagnato dall’amico Pietro Giordani. Sempre nel
1818 scrive il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, in cui ribadisce la sua preferenza per il
classicismo.
Nel 1819 avviene la sua terza “conversione”, quella alla filosofia (il “cosiddetto passaggio dal bello al vero”):
Leopardi scopre il “solido nulla”; abbandona la fede religiosa e si professa ateo e materialista.
3- Lontano da Recanati: le prime pubblicazioni
Nel luglio 1825 riparte da Recanati, cercando di rendersi economicamente indipendente. Soggiorna a Bologna e
poi a Milano, dove, su invito dell’editore Stella, prepara un commento alle Rime di Petrarca che verrà
pubblicato nel 1826 e lavora alla compilazione delle due Crestomazie (antologie) della prosa e poesia italiane.
Nel 1826 pubblica a Bologna, con il titolo di Versi, una raccolta parziale delle poesie scritte fino ad allora.
Questo è anche l’anno dell’infelice amore per la contessa Teresa Carniani-Malvezzi. Tra il giugno e l’ottobre
1827 si trattiene per alcuni mesi a Firenze, dove frequenta i letterati cattolico-liberali dell’«Antologia» e
conosce, anche se superficialmente, Alessandro Manzoni. A Milano l’editore Stella pubblica le Operette morali,
ma l’opera ottiene scarso successo, specie a paragone dei Promessi sposi di Manzoni, usciti in quello stesso
anno.
La svolta delle tre “conversioni”
1816- conversione letteraria- abbandona la semplice erudizione per il “bello” - si avvicina alla poesia
1818- conversione politica- abbandona l’ideologia conservatrice e reazionaria del padre- abbraccia l’ideale
patriottico dell’Italia
1819- conversione filosofica- abbandona la fede religiosa molto forte nei genitori- professa ateismo e
materialismo
4- Il ritorno alla poesia, i “grandi idilli”, gli ultimi anni
Nel 1828 Leopardi è a Pisa, dove, dopo alcuni anni di silenzio poetico, torna a scrivere versi (Il risorgimento, A
Silvia): sono i mesi più sereni della sua vita. Nel novembre, però, rimasto privo di mezzi economici (è cessata la
collaborazione con l’editore milanese), è costretto a fare ritorno alla casa paterna di Recanati, dove passa “sedici
mesi di notte orribile”.
Pur in questo stato di disperazione, nel 1829 compone la maggior parte degli altri “grandi idilli”, tra cui Il
passero solitario, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, A Silvia, Le ricordanze.
Nel 1830 una raccolta di denaro degli amici toscani gli consente di lasciare per sempre il “natío borgo
selvaggio” di Recanati. Da Bologna si trasferisce a Firenze, dove s’innamora, ancora una volta non ricambiato,
della gentildonna fiorentina Fanny Targioni Tozzetti (da lui cantata con lo pseudonimo di “Aspasia”). Stringe
intanto amicizia con l’esule napoletano Antonio Ranieri. Nel 1831 esce a stampa a Firenze una prima,
complessiva edizione dei Canti, preceduta dalla lettera in cui l’autore dedica il libro “Agli amici di Toscana”.
Trascorre l’inverno a Roma, poi nel 1832 soggiorna ancora a Firenze, ma i rapporti con l’ambiente cattolico-
moderato dell’«Antologia» si fanno difficili. Ottiene dal padre, cui è ancora legato da un affetto misto a
insofferenza, un assegno mensile, che gli sarà corrisposto fino alla morte.
Nell’ottobre 1833 si stabilisce a Napoli con Ranieri, e la sua salute sembra migliorare. Nel 1835 pubblica nella
città partenopea una nuova e arricchita edizione dei Canti. L’anno successivo la censura borbonica sequestra
l’edizione in corso delle Operette morali, ritenuta opera atea e contraria alla morale. Leopardi si sfoga con il
componimento satirico I nuovi credenti, in cui deride quel clima di chiusura intellettuale.
Con Ranieri e con la sorella di quest’ultimo si stabilisce a villa Ferrigni, presso Torre del Greco, dove compone
La ginestra. Muore il 14 giugno 1837, poco prima di compiere trentanove anni- mentre a Napoli imperversa il
colera- per un’improvvisa crisi cardiaca.

Il pensiero filosofico e la posizione culturale


1- I temi tipici di Leopardi
Tra i temi filosofici più presenti nell’itinerario di Leopardi, indichiamo i principali.
- Il primo è l’infelicità dell’esistenza umana: è la fonte del suo pessimismo.
- Un secondo tema su cui egli costantemente ritorna è la ricerca del piacere: non un piacere, ma il piacere
intenso come gioia intima, come soddisfazione profonda di sé e del mondo.
Questa felicità che ci è così necessaria rimane però irraggiungibile: nessun oggetto terreno è adeguato al
desiderio. Il saggio lo sa e dunque non si illude. Più felici di lui sono gli uomini comuni (o lo erano gli uomini
antichi) che non conoscono la verità e quindi coltivano le “illusioni”.
Il sapere accresce il dolore, eppure- Leopardi ne è convinto- esso è preferibile all’ignoranza. Chi sa che la
felicità è irraggiungibile, prova spesso un’invincibile “noia” per la vita, per le cose di ogni giorno, per l’epoca in
cui vive: è un’altra fonte del pessimismo leopardiano.
Tale noia può tuttavia costituire uno stimolo alla conoscenza; può sollecitare azioni eroiche e aspirazioni grandi,
come reazione ai piccoli uomini del presente e agli stretti orizzonti che quotidianamente ci soffocano. È un
motivo che si avverte in diverse liriche e in diverse operette morali, come il Dialogo di Cristoforo Colombo e di
Pietro Gutierrez.
- Un ultimo tema tipicamente leopardiano è la vibrante polemica contro coloro che si accontentano di false
speranze e nutrono perciò fede (religiosa o filosofica, per esempio quella illuministica nel progresso) in un
avvenire che, invece, è destinato a deludere.

2- L’approfondita riflessione sulla natura


A questi temi caratteristici del suo pensiero, Leopardi affiancò (e intrecciò) un’approfondita riflessione sulla
natura. Essa gli appare prima “benigna” (immergerci in essa ci dà l’unica, possibile felicità) e poi “matrigna”
(perché illude l’uomo con la premessa della felicità, senza però mantenerla): ecco una riprova di come il
pensiero filosofico di Leopardi non sia sistematico, sempre pronto a rimettere in discussione i risultati raggiunti.
Lo studioso Walter Binni ha ricostruito il pensiero di Leopardi individuando queste tre fasi (la terza è lo
sviluppo conseguente della seconda).
1. Inizialmente egli riteneva (sull’esempio del filosofo illuminista Jean-Jacques Rousseau) che ogni progresso ci
allontana dall’innocenza originale. Il male è nella storia: perciò Binni l’ha chiamata la fase del “pessimismo
storico”. La storia, il progresso, separandoci dagli inizi felici, producono la nostra infelicità; bisogna, dunque,
coltivare l’esistenza ingenua e naturale dell’infanzia o degli umili animali come il “passero solitario”. Questa
fase si esprime nelle liriche giovanili, in particolare nei cosiddetti “idilli”.
2. Successivamente, dal 1823-24, Leopardi si corregge. Ora denuncia l’inganno della natura, che ci condanna al
dolore: è il momento del “pessimismo cosmico” (cioè: tutto è male). L’unico bene gli appare non più la natura,
bensì la ragione, perché smaschera le “illusioni” e rivela l’«arido vero». Sono i contenuti espressi nelle Operette
morali, la cui stesura fu influenzata dalla lettura dei filosofi materialiisti dell’Illuminismo francese, e cantati
nelle poesie pisano-recanatesi o “grandi idilli”.
3. Preso atto del comune dolore e dell’empietà della natura, non rimane agli uomini che la possibilità di allearsi
tra loro in modo solidale, allo scopo di combattere il cieco destino che li sovrasta: contro di esso lotteranno, non
perché vinceranno, ma perché è giusto e dignitoso. È la fase che Binni ha chiamato del “pessimismo eroico”,
esemplarmente illustrata dalla Ginestra.
Le tre fasi del pessimismo leopardiano
• Prima fase- la felicità è vivere in comunione con la natura “benigna” - Ma storia e cultura ci allontanano
dalla natura- pessimismo storico (“contro la storia”) - gli “idilli”
• Seconda fase- tutto è male: la natura “matrigna” ci inganna con le sue illusioni- bisogna recuperare le
certezze della ragione- pessimismo cosmico- Operette morali, “grandi idilli”
• Terza fase- presa coscienza del dolore degli uomini e della natura avversa- bisogna lottare contro il dato
e l’empia natura- pessimismo eroico- La ginestra
La poetica del classicismo romantico
1- Il dibattito “classici”-romantici
Gli inizi della carriera poetica di Leopardi si collocarono all’interno di un dibattito molto intenso, in quegli anni,
sul piano teorico. Si era intorno al 1818-20, e si era da poco accesa una vivace polemica che divideva i
“classici”, seguaci della poesia tradizionale, a imitazione degli antichi, dai “romantici”, sostenitori di un nuovo
gusto poetico antitradizionalista.
- I “classici” (noi diremmo “classicisti”) rimproveravano ai romantici di seguire mode straniere, provenienti da
altri paesi (Germania, Inghilterra, Francia): affermavano di essere gli unici sostenitori della tradizione
“nazionale”, così radicata sulla poesia antica.
- I romantici replicavano che quello classicista era un gusto vecchio, superato: bisognava allontanarsi
dall'imitazione degli antichi e perseguire una poesia diversa, fatta di sentimento, nutrita di natura, di storia (i
classicisti invece amavano contenuti mitologici) e incentrata non sulla tradizione, ma sull'io del poeta.
2- La posizione di Leopardi
Fin dal 1816 Leopardi si era professato un seguace del classicismo: in quell'anno egli aveva inviato due lettere
alla “Biblioteca italiana”, importante rivista letteraria che difendeva l'imitazione dei poeti antichi come
espressione, anche, del sentimento nazionale italiano. Di quella rivista era direttore Pietro Giordani, che fu in
seguito il vero scopritore del talento letterario di Leopardi.
Leopardi confermò il suo anti-romanticismo nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818). Si
tratta del suo scritto teorico più articolato. Malgrado si considerasse un “classico”, Leopardi riviveva però la
tradizione in modo molto personale. Infatti volle ribadire il primato dei poeti antichi sui moderni perché essi gli
sembravano gli unici in grado di “imitare la natura vergine e primitiva, e parlare il linguaggio della natura”; gli
antichi incarnavano dunque ai suoi occhi la vera poesia, che è “ingenua” e pura, capace di forti ideali (virtù e
amor patrio); soprattutto, essa è fatta non tanto di ragione (la fredda ragione illuministica, che in questa fase
Leopardi disprezzava), ma di «fantasia” e musicalità.
Come si nota, queste erano idee assai vicine a quelle dei primi scrittori romantici tedeschi, come Schiller,
Goethe, Herder, Hölderlin, tesi a rivendicare la superiorità della “poesia di natura” rispetto alla poesia d'«arte»;
propensi a ribadire il bisogno di sentimento, del “cuore”, del mondo tutto soggettivo dell'io individuale, in luogo
della cultura, della tradizione, delle forme ben composte dell'arte classica.
Leopardi prosegue: le qualità che egli giudica tipiche del “sentimento” poetico (purezza primitiva, naturalità)
sono, purtroppo, a suo giudizio, oggi perdute: e dunque il poeta moderno non può che cantare (romanticamente)
questa distanza e la nostalgia che ne scaturisce. Perciò, aggiunge Leopardi, dovrà servirsi della poesia lirica, il
genere più antico e “il solo che veramente resti ai moderni”. La lirica è infatti la forma che meglio può
esprimere quella distanza e quella nostalgia: essa canta l’indefinito, l'indeterminato, il vago, il lontano, tutte
qualità teorizzate e discusse in diversi appunti dello Zibaldone. Non solo: il poeta dovrà fare ricorso a immagini
sorprendenti (oggi diremmo stranianti) e a vocaboli arcaici e “peregrini”, cioè alle parole che, con il loro valore
universale, possono porre più rapidamente il cuore a contatto con l'incanto e la perfezione che sono andati
perduti.
3- Un classicismo romantico
Come si vede, quello di Leopardi era un classicismo assai particolare: possiamo definirlo un classicismo
romantico. Ciò che lo differenziava dai classicisti era che, per lui, l'antichità classica non era più un valore
autonomo, quanto piuttosto un mezzo per recuperare una smarrita condizione umana, all'insegna del naturale,
del fanciullesco, del primitivo, tutte qualità intimamente romantiche. D’altra parte, Leopardi giudicava
negativamente i poeti romantici del suo tempo, soprattutto gli inglesi, perché vedeva in essi il trionfo del cattivo
gusto, dell'ineleganza e del grottesco. Il cattivo gusto nella scrittura - a giudizio di Leopardi - è la conseguenza
di una società che vive e pensa male, perché si fonda su valori sbagliati, che hanno rinnegato i contenuti, anche
politici, dominanti nelle civiltà antiche.
Quanto alla mitologia, che i poeti classicistici dell'epoca, come Vincenzo Monti (o come Ugo Foscolo, che
precede Leopardi di una generazione), apprezzavano quale repertorio inesauribile di vicende e personaggi, non
interessava affatto Leopardi. Dei, eroi, leggende del mondo classico non entrarono praticamente mai nella sua
poesia: egli preferiva estrarre i propri argomenti, semmai, dalla vita e soprattutto dalla propria vita interiore: due
centri d'interesse pienamente romantici.
4- Le qualità romantiche della poesia leopardiana
Le grandi riflessioni sulla vita che Leopardi propone nelle sue liriche hanno quasi sempre bisogno di “tradursi”
in un'immagine elementare, naturale, che serva da spunto di discussione (si pensi alla siepe dell'Infinito o alla
ginestra della poesia omonima): e questo è un modo di comunicare tipico di tutto il Romanticismo europeo. Un
paesaggio, un animale, una pianta smettono di essere dati oggettivi, scontati, e si trasformano in veri e propri
simboli, funzionali a un discorso assai articolato, quasi filosofico.
Inoltre, la sensibilità appassionata, emotiva, convulsa, a volte polemica, che Leopardi mostra nelle sue poesie è
la stessa che ritroviamo nelle opere dei poeti suoi contemporanei, soprattutto stranieri. Il modo di rappresentare
il dolore, per esempio, il pessimismo tipico di Leopardi, sono vicini a quel senso di crisi a cui i romantici danno
voce, con i loro slanci verso l'assoluto e le loro sconfitte esistenziali.
Va detto però che Leopardi rimase lontano da alcuni aspetti del Romanticismo: non apprezzava il Medioevo,
caro a molti scrittori romantici; né apprezzava lo spiritualismo religioso tipico di molti poeti europei della sua
generazione; anche se l'Infinito è a suo modo una meditazione religiosa (o, forse, una meditazione che viene
subito prima della religione).
Le fasi della poesia leopardiana e lo stile
1- II canto dell'insoddisfazione perenne
La poesia leopardiana nasce dall'insoddisfazione: il poeta è incapace di vivere nel reale quotidiano, cerca
altrove un modo per dare senso e valore all'esistenza, ma senza mai trovarlo. Sa perché non trova (è la ragione a
renderlo certo della vanità di ogni cosa); ma sa anche che continuerà a cercare, perché l’«illusione» è
necessaria: l'uomo non sa vivere senza di essa.
Tale drammatica contraddizione è all'origine dei Canti leopardiani ed è una delle ragioni profonde del fascino
che essi esercitano sui lettori di ogni età e di ogni tempo. Era, del resto, Ia contraddizione che alimentava anche
il pensiero leopardiano: il materialismo lo portava ad affermare iI nulla universale, ma contemporaneamente si
nutriva di una tensione, tipicamente romantica, indirizzata verso l'assoluto, l’«infinito». Stretto in questo
dilemma, Leopardi coltivò la poesia come l’unica sua autentica ragione di vita, come un compenso alle
frustrazioni del vivere e come una vocazione (capire la ragione delle cose e aiutare gli altri a comprenderla), da
lui sentita e sofferta con totale dedizione.
2- Le quattro fasi della poesia di Leopardi
A partire da questa sensibilità di fondo prendono vita Ie quattro fasi principali della poesia di Leopardi. Le
possiamo individuare sia sulla base della cronologia (i momenti di stesura dei testi), sia sulla base metrica (nel
libro dei Canti il poeta stesso raggruppò le sue poesie sulla base della loro struttura metrica in: canzoni, idilli,
altre forme).
La poesia di Leopardi in quattro momenti
1818-22 - canzoni giovanili - canzoni petrarchesche di stampo tradizionale - invito alla gloria e alla virtù,
ammirazione per i miti classici, protesta contro il fato
1819-21 – “idilli” - liriche più brevi in endecasillabi sciolti - lo stato d'animo del poeta si proietta sul paesaggio,
riflessione sulla vita propria e di tutti
1823-30 - “grandi idilli” - forma metrica nuova: canzone a schema libero - nostalgia per l'infanzia, invidia per la
vita ingenua del popolo, polemica filosofica contro le illusioni, riaffermazione dell'unica certezza: il nulla
1831-36 - ultima fase - abbandono dell'«idillio”, poesia filosofica, per insegnare l'amara verità- poesie satiriche
(contro le false certezze), “ciclo di Aspasia” (contro l'illusione dell'amore), La ginestra (protesta contro la
natura).

3- Le canzoni giovanili
La prima fase è segnata dalle canzoni composte tra 1818 e 1822. In esse il poeta contempla solennemente
l’antichità, quale monumento di grandezza morale e storica.
• L'antico è modello politico in All’Italia, che denuncia i mali dell’Italia contemporanea e celebra l’unico suo
primato, quello delle lettere e delle arti, “ultima gloria degl’Italiani”;
• l'antico è richiamo alla virtù dei padri (Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai, Nelle nozze della
sorella Paolina);
• l'antico è l’invito alla gloria in A un vincitore nel pallone.
Nelle canzoni filosofiche (Bruto minore, Ultimo canto di Saffo) il richiamo dell’antico suscita la protesta
contro il fato, il cieco destino: per ora Leopardi ritiene che l’infelicità umana sia un prodotto non della storia,
bensì la conseguenza di un'arcana legge universale.
In Alla primavera, o delle favole antiche e nell'Inno ai Patriarchi viene invece nostalgicamente rievocata la
bellezza dei miti classici (le “favole antiche”, appunto, e Ia stirpe dei patriarchi biblici), sorgente di un'umanità
naturale e primitiva.
Lo stile di queste canzoni è solenne e spesso oratorio; struttura e linguaggio sono desunti (ma già con qualche
libertà) dalla tradizione della canzone petrarchesca.

4- Gli «idilli»
La seconda fase, che però sul piano cronologico s'intreccia con la precedente, è quella dei primi “idilli”: liriche
più brevi delle canzoni, scritte tra 1819 e 1821. In esse il giovane poeta proietta il proprio stato d'animo nel
paesaggio; la dolce contemplazione di esso alimenta la “rimembranza” e le “illusioni”, cercando così di placare
nella natura l’infelicità e le disarmonie del vivere.
• Nell’Infinito il dolce “naufragio” consiste nell'annullare l'io nell'immensità del tempo;
• In Alla luna è dolce ritrovare il tempo nel ricordo;
• La sera del dì di festa fonde il tema del paesaggio con la nostalgia dell'amore, e questa con la consapevolezza
dell'esclusione e quindi della morte.
Tra gli altri “idilli” si ricordano anche le liriche II sogno, Lo spavento notturno, La vita solitaria. Si distinguono
da questo gruppo di liriche giovanili (gli “idilli” propriamente detti) i canti composti poi a Pisa e Recanati e
chiamati (in modo arbitrario) “grandi idilli”.
Un genere poetico nuovo. Il genere dell'«idillio” (dal greco éidos, “immagine”, nel senso di “quadretto di
natura") è in gran parte un'invenzione leopardiana. Avevano scritto idilli già diversi poeti antichi, greci come
Teocrito e Mosco di Siracusa (quest’ultimo tradotto nel 1815 dal giovane Leopardi), latini come Virgilio.
Alcuni poeti romantici avevano scritto idilli, come Goethe (Arminio e Dorotea, 1797), d'intonazione pastorale.
Leopardi fa dell’idillio il genere della meditazione interiore: nel paesaggio egli proietta i propri stati d'animo.
Utilizza lo schema metrico, così moderno, dell'endecasillabo sciolto (sciolto dalla rima e quindi libero
dall'obbedienza uno schema fisso) per dare libero corso ai suoi pensieri e alle sue impressioni: l’idillio è un
genere meno impegnativo della canzone di stampo petrarchesco, utilizzata nelle canzoni giovanili, un genere
più personale e spontaneo, in senso romantico.

5- I «grandi idilli»
Seguì per Leopardi una fase di silenzio poetico, dal 1824 al 1827, corrispondente alla permanenza a Bologna,
Milano e Firenze e riempita in parte, sul piano creativo, dalla composizione delle Operette morali.
II ritorno alla poesia giunse nell'aprile 1828 con Il risorgimento (ovvero: “la mia personale risurrezione alla
poesia”), primo dei canti composti tra Pisa e Recanati e generalmente noti come “grandi idilli” (1828-30): A
Silvia (I 828), Le ricordanze (1829), La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio (settembre 1829),
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia (1829-30), Il passero solitario (1831). Tutte queste liriche
nascono nella situazione psicologica del difficilissimo ritorno al paese e all’ambiente natio, con i quali il poeta
torna a confrontarsi: prima, nel tempo dell’infanzia, era inconsapevole e felice; ora che ha scoperto il “vero”, il
ricordo della vita d’un tempo diviene una pietra di paragone per giudicare il presente e, più in generale, il
destino universale degli uomini.
In questi canti Leopardi si sforza di rendere più “oggettivi” gli spunti autobiografici degli idilli giovanili,
cercando un maggiore distacco, specie nelle parti ragionative e filosofiche. E tuttavia resiste ancora, in queste
grandi liriche della sua maturità poetica, la contemplazione “idillica” e affettuosa del passato, delle speranze,
della natura ridente: tali motivi trionfano di solito nelle aperture paesistiche e rendono più triste, e più
romantica, la meditazione filosofica di chi sa che se il passato e l'infanzia sono finiti per sempre, che Ia morte
incombe, che la vita attuale è solo infelicità.

Recanati nei “grandi idilli”


il "natío borgo selvaggio” assume un valore ambivalente:
- diviene occasione di polemica filosofica- è il luogo del dolore attuale, simbolo del dolore di tutti
- diviene occasione di ricordo e di illusione- è un paesaggio ancora “primitivo” e ingenuo, da rivivere con tenera
emozione
La riscrittura della tradizione metrica. Dal punto di vista della struttura metrica, i “grandi idilli” sono canzoni:
infatti si compongono di più strofe, con qualche rima. Ma sono “canzoni a schema libero», o “canzoni
leopardiane”, come le chiamano i critici: infatti in esse il poeta abbandona le regole ferree della canzone di
stampo petrarchesco (regole che Leopardi aveva seguito nelle canzoni giovanili), in quanto:
• endecasillabi e settenari si alternano senza uno schema fisso;
• le rime non sono sempre presenti, e spesso sono dissimulate all'interno, invece che alla fine dei versi;
• il numero dei versi varia dall'una all'altra strofa (mentre nella canzone petrarchesca tradizionale esso è
rigorosamente fisso di strofa in strofa).
In tal modo il genere più prestigioso della lirica italiana, la canzone petrarchesca, veniva rivoluzionato:
riscrivere la tradizione dall'interno di essa è un'operazione possibile solo ai grandi poeti. La “canzone
leopardiana" era un organismo libero e vario, che consentiva al poeta di adeguare il contenitore esterno dei versi
secondo le proprie esigenze creative: la forma veniva a corrispondere più direttamente al pensiero e al
sentimento individuale. Grandi novità, destinate a lasciare un segno profondo nella poesia italiana successiva.

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