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Vili CENTENARIO DELLA NASCITA DI S.

FRANCESCO D'ASSISI

fr. Cornelio Del Zotto o.f.m.

VISIONE FRANCESCANA
DELLA VITA
SETTIMANA DI SPIRITUALITÀ FRANCESCANA
SANTUARIO DELLA VERNA 23/29 AGOSTO 1982

QUADERNO I
QUADERNI DI SPIRITUALITÀ FRANCESCANA
SANTUARIO - LA VERNA

VISIONE FRANCESCANA DELLA VITA

Lezioni di spiritualità francescana


di Fr. Cornelio Del Zotto, o.f.m.,
Professore di Teologia nel Pontificio Ateneo Antoniano in Roma

Quaderno I Lez IIIV


"Beato quel religioso che non ha giocondità
e letizia se non nelle parole e nelle opere santis-
sime del Signore e, mediante queste, conduce gli
uomini all'amore di Dio in gaudio e letizia" (cfr.
Sai 50,10)"(Am 21,1:FF 170).

"A frate Antonio, mio vescovo, frate France-


sco, salute!
Ho piacere che tu insegni la sacra teologia
ai frati, purché in tale occupazione, tu non estin-
gua lo spirito della santa orazione e devozione,
come è scritto nella Regola" (RegB 5,3:FF 88)"(Lett
Ant 1-2:FF 251-252).
Nel quadro delle celebrazioni per l'ottavo centenario
della nascita di S. Francesco d'Assisi, la Provincia To-
scana dei Frati Minori, fedele alla prima finalità del
centenario, che è il rinnovamento spirituale, ha orga-
nizzato alla Verna un corso di spiritualità francescana,
sul tema "Visione francescana della vita".
Il corso e stato svolto, in dieci lezioni, da P. Cor-
nelio Del Zotto, professore nel Pontificio Ateneo Antonia-
no di Roma, ed è stato concluso dal Rettore Magnifico
dello stesso Ateneo, Padre Gerardo Cardaropoli.
Tale iniziativa voleva essere una risposta, non sol-
tanto alle istanze del centenario, ma anche e sopratut-
to alle esigenze di formazione ad una vita cristiana
e religiosa più conforme a Cristo e al Vangelo. Una vi-
ta dove la Chiesa e il mondo possano riscoprire la pe-
renne novità dell 'Incarnazione, Morte e Risurrezione del
Cristo. Il Papa non ha esitato a indicare in Francesco
il modello dell'uomo nuovo, quale si rivelò ai suoi con-
temporanei. Afferma, infatti, il Celano che "per suo me-
rito il mondo ritrovò una nuova giovinezza e una inspe-
rata esultanza".
Questo fa parte anche del messaggio che i france-
scani della Toscana hanno inviato dalla Verna a tutti
i fratelli in Cristo, in occasione della apertura del-
l'anno francescano.
Il desiderio di rispondere alle esigenze della Chiesa
e del mondo, secondo le indicazioni del Papa e in con-
formità a quanto è emerso un po' dovunque in questo
anno, ci spinge ad offrire le dispense del corso che
si è svolto alla Verna durante l'ultima settimana di
agosto, e ad invitare ad un ulteriore corso più intenso,
per il 1983, che sarà svolto dal P. Ottato Van Asseldonk,
Preside dell'Istituto di Spiritualità del Pontificio Ateneo
Antoniano, e dal Prof. P. Cornelio Del Zotto. Al termine
di queste dispense indichiamo il periodo e il program-
ma, il che costituisce anche un invito a parteciparvi.

P. ANGELO STELLINI, O.F.M.

Ministro Provinciale
Introduzione :

1) Invito alla Verna per imparare a vivere come San


Francesco.

2) Saluto francescano di "Pace e Bene".

3) Attualità dell'esperienza e del messaggio di San Fran-


cesco.

hi Domande e puntualizzazioni.

1) Invito alla Verna per imparare a vivere come S. Francesco

Ringrazio il M.R.P. Provinciale per le gentili parole di


presentazione e in particolar modo per avere messo in eviden-
za il rapporto di collaborazione scientifica e spirituale
che intende iniziare con il Pontificio Ateneo "Antonianum"
di Roma, di modo che la Verna, Santuario dell'umanità, diven-
ga anche "Scuola di Spiritualità", che irradii nell'Ordine,
nella Chiesa e nel mondo il messaggio della speranza cri-
stiana. Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, visitando il
Pontificio Ateneo "Antonianum", il 16 gennaio di quest'anno,
ci ha affidato proprio il compito di essere i "custodi della
speranza". "Come San Francesco, siate anche voi, nel mondo
d'oggi, i custodi della speranza" e ha aggiunto: "Io vorrei
che l'Ordine dei Frati Minori, in particolar modo mediante
questo suo Ateneo, contribuisse a colmare questo bisogno di
speranza con l'apporto originario che a S. Francesco si ispi-
ra. Io confido che ogni sforzo sia fatto, affinché, con la
multiforme attività propria ad una Istituzione accademica,
essa possa e sappia, nella società odierna, allargare gli
spazi ai valori contenuti nel Vangelo, i soli capaci di gene-
rare ed alimentare non illusorie speranze". E poiché il Papa
ci ha ricordato: "Tra i frutti più eccellenti e salutari del-
la Redenzione ci piace annoverare l'inaugurazione del vostro
Ateneo", credo che l'intenzione del P. Provinciale di uni-

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re questo Monte Santo della Verna alla nostra Università ro-
mana sia una delle prime risposte al mandato del Sommo Ponte-
fice e incominci a comunicare i frutti della redenzione. Spe-
ro di potere anch'io portare un piccolo contributo e alimen-
tare "la speranza che non delude", percorrendo insieme con
voi l'Itinerario della esperienza spirituale di San France-
sco. "Che il Signore mi conceda di annunciare con franchezza
la sua parola" (At 4,29) e di "rendere testimonianza al Van-
gelo della grazia di Dio" (At 20,24), affinché noi tutti pos-
siamo ottenere quella conoscenza salutare, che ci rende "nuo-
va creatura" (Gal. 6,15) e ci permette di illuminarci in Cri-
sto (2 Cor 3,1854,6), affinché tutta la nostra vita sia per
Lui come una dolce canzone d'amore.
L'uomo moderno e ancor più quello contemporaneo ascolta
più volentieri i testimoni che i maestri. Tuttavia penso che
sia possibile congiungere la vera scienza alla testimonianza,
proprio in questo monte che ha rivelato la "sapienza del po-
vero" (LM 11,3 : FF 1190), permettendo alla conoscenza di
diventare esperienza d'amore e di trasparire nella vita. Mi
ha colpito, leggendo le Fonti Francescane, quanto San Bona-
ventura dice di San Francesco, che egli "port.i JH alla luce
le cose nascoste" (Gb 28,11)"(LM 11,2 : FF 1189). Le parole
del libro di Giobbe costituiscono il tema del commento di
San Bonaventura ai quattro Libri delle Sentenze di Pietro
Lombardo. Lo stesso programma quindi viene realizzato da San
Francesco mediante la sequela di Cristo e la illuminazione
dello Spirito Santo e da Bonaventura mediante il sussidio
della scienza teologica. La santità sigilla ambedue le opere
rivelandole nella luce della sapienza cristiana.
Il tema che ci siamo proposti non si limita a uno studio,
ma impegna tutte le capacità dell'uomo e del credente, perché
vuole reggiungere il segreto di Francesco. "Visione france-
scana della vita" significa vedere Dio, gli uomini, la Chie-
sa, il mondo, con gli occhi di Francesco, che sono trasparen-
ti nella luce di Cristo. Tutta la realtà si trasfigura in
una dimensione di fede e anche la concezione della realtà
diventa nuova. Francesco segna il momento felice della storia
in cui, nella mediazione di grazia della sua persona, gli
uomini si riconciliarono con le cose e con Dio e, quel che

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è piii difficile, con se stessi. Vorremmo incamminarci per
questa via nuova, indicata da lui, per identificarci nella
nostra vocazione francescana, ed entrare in una comunione
sempre più piena con Dio e con gli uomini.
Se il Padre Celeste ci ha messo in cuore il desiderio di
celebrare l'VIII Centenario della Nascita del Serafico Padre,
venendo qui alla Verna per imparare da San Francesco ad ama-
re, per diventare conformi al Figlio di Dio Gesù Cristo (cfr.
Rm 8,28-30), significa che Egli vuole renderci partecipi del-
lo stesso dono e rivelare in noi la sua gloria. Disponiamoci
a percorrere insieme questo itinerario dello Spirito, "facen-
do insieme la verità" (3 Gv v.8) nell'amore (cfr. Ef. 4,15-
16), nella carità vera, che è insieme fraterna e materna.
Lo stile sarà quello di San Francesco e dei suoi primi
compagni, i quali "si amavano l'un l'altro con affetto pro-
fondo, e a vicenda si servivano e procuravano il necessario,
come farebbe una madre col suo unico figlio teneramente ama-
to" (3 Comp 41 : FF 14465 Anon Per 25 : FF 1516).
San Francesco ci ha preceduto su questa montagna altissi-
ma, sulla Verna, che è il monte della contemplazione e delle
ascensioni del cuore, divenendo così modello dell'Ordine,
"per incoraggiare come aquila i suoi piccoli al volo" (Dt
32,11)"(2 Cel 173 : FF 759).
La sua immagine crocifissa rivela la pienezza della voca-
zione cristiana, vissuta nel mistero di Cristo, povero e cro-
cifisso. E' sulla Verna che la verità di Francesco traspare
dalla Croce di Gesù Cristo e la pienezza di Gesù Cristo si
rivela nella persona di Francesco.
Quando San Francesco istituì la prima Cattedra di teolo-
gia, fondando la Scuola francescana, scrisse a frate Antonio
di Padova: "Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai
frati, purché in tale occupazione, tu non estingua lo spirito
della santa orazione e devozione, come è scritto nella Rego-
la" (Lettera a Frate Antonio, FF 252).
Dove può essere garantita la clausola di Francesco meglio
che in questo monte, dove egli stesso divenne maestro di sa-
pienza cristiana, rivelando l'amore del Figlio di Dio, per-
mettendo al Maestro unico dei cuori Gesù Cristo (Mt 23,10)
di rivelare il mistero della sua salvezza nelle sacre Stimma-

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te, impresse nel suo corpo ed espresse nella Chiesa^ come
segno di perenne edificazione nello Spirito? San Bonaventura
ci incoraggia:
"Questo fu mostrato al beato Francesco, allorquando nel-
l'eccesso della contemplazione sul monte altissimo apparve
il Serafino con sei ali, confitto in croce} ove egli fu rapi-
to in Dio mediante l'estasi della contemplazionej e venne
posto come esemplare di perfetta contemplazione, come lo era
stato dell'azione, come un nuovo Giacobbe e Israele (Gen
35j10), affinché Dio per mezzo suo invitasse tutti gli uomini
veramente spirituali a questo passaggio mirabile e a queste
ascensioni dello spirito più con l'esempio che con la paro-
la"(S. BONAV.,Itinerarium mentis in Deum, Op.Omn. V,312b).
E' l'esempio e la presenza dei Santi che ha il potere di rin-
novare la Chiesa e il mondo d'oggi.
Riflettendo sulle sorti dell'Occidente, Karl Adam scrive
che non c'è altro rimedio efficace che quello di una vita
nuova nello spirito e di un sì incondizionato e totale a Gesù
Cristo povero e Crocifisso. Vorrei che questo rimedio venisse
preparato dalla Cattedra francescana di Spiritualità, che
il P. Guardiano del Convento ha suggerito di istituire, qui,
alla Verna, affinché anche con il nostro contributo, nasca
la civiltà dell'amore, che edifica nel cuore degli uomini
il Regno di Dio, continuando, come San Francesco, a restaura-
re in Cristo la sua Chiesa.

2) Saluto francescano di "Pace e Bene!"(3 Comp 26 : FF 1428)

A tutti coloro che il Signore ha chiamato su questa mon-


tagna, per seguire la via e imitare l'esempio di San France-
sco, porgo il saluto francescano di pace e bene, che è pure
un dono gentile del Serafico Padre in quest'anno centenario
ed è per noi una sintesi teologica. La pace è congiunta al
dono dello Spirito e segna il primo incontro del Risorto con
gli Apostoli nel Cenacolo. E' quindi un invito a risorgere,
ma anche una garanzia di risurrezione e di vita. La riconci-
liazione e il dono della vita nuova nello Spirito segnano,
secondo San Giovanni, sia il dramma della Croce (Gv 19,25-
30) e la maternità spirituale della Vergine Maria, che la

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prima beatitudine, quella della fede (cfr. Gv 20,29), ossia
della visione del Signore. Di fatto gli Apostoli furono ri-
pieni di indicibile gioia, alla vista del Signore (cfr. Gv
20,20), quando Gesù dette loro il mandato di essere "beati"
della beatitudine dei "figli di Dio"(Mt 5,9), operando la
pace e la riconciliazione. E per primo donò la pace agli Apo-
stoli e li riconciliò (cfr. Gv 20-22) nell'effusione della
vita nuova dello Spirito Santo: "Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li
rimetterete resteranno non rimessi"(Gv 20,22b-23). Quindi
nell'augurio di pace permettiamo al Signore di operare in
noi la pace, come allora negli Apostoli, e di renderci paci-
ficatori, come sono i veri figli di Dio. La verità della sal-
vezza si esprime nel dono della pace, nella quale vengono
compaginati i figli di Dio. E il bene esprime la pienezza,
l'opera compiuta di Dio, sia nella creazione che nella nuova
creazione. E' così che anche San Francesco ha trovato in Dio
"tutto il bene, il sommo bene, Colui che solo è buono, amabi-
le, tutto e sempre e sopra tutte le cose desiderabile !"(RegNB
23,27-34 passim).
La pace e il bene sono quindi già una visione francescana
della vita, ossia la percezione della realtà naturale e so-
«

prannaturale, come dono di Dio, sua presenza e sua rivelazio-


ne, e insieme un programma di comunione nell'amore, affinché
possano nascere, crescere e vivere beati insieme tutti i fi-
gli di Dio, ossia la edificazione del Regno di pace in "Gesù
Cristo, nostra pace"(Ef 2,14), che vuole anche in noi "offri-
re il Regno al Padre... perché Dio sia tutto in tutti"(1 Cor
15, 24-28). E' quindi il saluto della pienezza e del compi-
mento del Regno di Dio, il saluto di coloro che sono votati
all'amore e hanno fatto di Dio la loro unica beatitudine,
come Francesco, che potè dire in tutta verità: "Mio Dio e
mio tutto!", esultando dalla gioia di avere un Padre nei cie-
li, di avere un Fratello, Gesù Cristo, di essere consacrato
dallo Spirito come è consacrata la Vergine Maria e tutti co-
loro, i quali, mediante la fede,generano a Dio i figli della
promessa, diventando spiritualmente "sorelle, fratelli e ma-
dri di Gesù Cristo" (Lett Fedeli 48-60 : FF 200-201). E' in
virtù dello Spirito Santo, che dimora in noi santificandoci

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come figli del Padre celeste, che noi entriamo nella piena
verità di Gesù Cristo e nostra, ritrovando in lui la nostra
gioia e permettendo a Lui di esprimere in noi la sua pienez-
za. Chi è nella pace diventa segno e dono del Regno di Dio.
Dove c'è pace, c'è unità. E dove "i molti sono santificati
nell'unità", appare evidente che essi sono simili "al Padre
e al Figlio" nello Spirito (Lett Fedeli 58-60 : FF 201), di-
ventano quindi immagine e presenza della Trinità, quindi se-
gno e presenza del Regno di Dio, Chiesa consacrata, "Vergine
fatta Chiesa"(K.Esser, Opuscula Sancti Patris Francisci Assi-
siensis, Grottaferrata 1978, 300), come la Vergine Maria e
come la vergine Chiara, che è d'esempio a tutti "gli uomini
nuovi seguaci del Verbo Incarnato", quale "impronta della
Madre di Dio, nuova guida delle donne"(LegSCh FF 3153). Si
tratta quindi di una visione cristiana del mondo e di una
contemplazione della Vergine Madre Chiesa, che risorge con
Cristo e consacra l'universo rendendolo tempio santo di Dio
e dimora dell'altissimo, ma anche raccogliendo nella unità
quanti sono capaci di esperimentare la beatitudine della pa-
rola di Dio, che rivela la feconda verginità nello Spirito
Santo, che caratterizza ogni vera espressione di vita nella
Chiesa.
San Francesco è stato geniale anche in questo: da vero
uomo evangelico ha colto l'essenziale del messaggio di Gesù
e ne ha fatto un dono da parteciparsi, affinché si rinnovi
nei cuori la presenza di Gesù Cristo e nei santi segni l'ef-
ficacia rigeneratrice dei figli di Dio. Questo dono "pasqua-
le" deve essere accolto in un cuore nuovo, capace della pie-
nezza di Dio e deve essere raccolto con riconoscenza, perché
solamente un cuore riconoscente è capace di ricevere un dono.
Vorrei che questo incontro di preghiera e di studio alla
Verna ci rendesse atti a partecipare alla gioia pasquale
di Cristo e degli Apostoli e ci abilitasse a diventare apo-
stoli di pace e di bene e ci aprisse anche il cuore a una
visione nuova di una creazione, capace di Dio, sua parola,
suo segno e sua rivelazione, che forma anche per noi oggi
"l'ampiezza di questo spazioso chiostro"(Vitry,HOcc 17 : FF
2230, Sacrum Comm 63 : FF 2022), nel quale convengono i fra-
telli, per essere edificati in tempio dello Spirito Santo

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(cfr. 1 Cel 38 : FF 38?).
Per questo Francesco riconosce che il saluto gli è stato
rivelato dal Signore (Test 27 : FF 121 j Spec 26 : FF 1711)
ed è quindi un Vangelo da annunziarsi a tutti gli uomini di
tutti i tempi e in tutti i luoghi fino ai confini della ter-
ra. Egli ne fa dono a noi questa sera e ci invita a parteci-
parlo cortesemente agli altri, affinché anche per nostro mez-
zo cresca il numero e la gioia dei figli di Dio.
La pace è la carta d'identità dei veri figli di Dio, la
beatitudine dei figli che sono contenti di avere Dio per Pa-
dre e di essere tutti fratelli: "Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio"(Mt 5,9). Questo saluto
francescano potrebbe diventare il saluto di tutti gli uomini
di buona volontà, coloro che sono amati da Dio e ai quali
]a pace è stata già annunziata dagli Angeli, alla prima venu-
ta del Signore (cfr. Le 2,14).

3) Attualità dell'esperienza e del messaggio di S. Francesco

C'è qui, alla Verna, una mostra per il Centenario di San


Francesco, che raccoglie tutti i quadri dipinti dai bambini
delle scuole elementari e medie della Toscana. Sono rimasto
stupito dalla vivacità, incisività e fantasia delle immagini
e dei colori, che ripropongono il volto di Francesco in mi-
gliaia di sfumature, ma sempre come fratello che dona la pa-
ce, che edifica il bene, che riconcilia e custodisce gli
uomini e la natura e li restituisce tutti alla loro bel-
lezza originale e alla loro regale dignità di creature di
Dio. Egli le onora, raccogliendone la voce e intonandola
in un Canto di lode a Dio. Egli le ammira con gli occhi in-
nocenti dei bambini che hanno riposto in lui una immensa
fiducia. E noi ci sentiamo stimolati a seguirlo con la af-
fettuosa simpatia dei bambini, con il loro stupore e la loro
ammirazione. Giacché il mondo resterà meraviglioso, finché
ci saranno dei "bambini" capaci di meravigliarsi.
Anche alla "Biennale di Venezia 1980" ebbi una simile
sorpresa. Tanti quadri "vecchi"; stanchi, segni disordinata-
mente espressivi, proteste e lettere senza significato, ta-
vole senza messaggio alcuno 0 qualche freccia indicante una

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direzione, qualche sprazzo di luce al neon e... finalmente
un raggio di luce, un segno di speranza. Un carboncino su
carta di Peter Meli: "Gesù e Francesco 1978". Il quadro non
è bello, ma espressivo. Intanto la data: non 1220 o 1226,
bensì 1978. Allora Francesco è vivo e cammina per le vie
degli uomini anche oggi. Ma il centro del quadro è illumina-
to dalla persona di Gesù, in cammino. Francesco gli cammina
accanto, cercando di tenere il suo passo, mentre si illumina
nella sua luce divina. Una figura esile, bruttina, ma tutta
protesa verso Cristo: un messaggio, una speranza, un dono.
La speranza porta il nome di Cristo (Sequenza pasquale: Cri-
sto mia speranza è risorto!) e l'itinerario sicuro è quello
segnato da Lui, che del cammino terreno ha fatto una croce
per potervi salire sopra e attirare tutti a sé (cfr. Gv
12,32). Non si tratta quindi solamente di un cammino, ma
di ascensioni dello spirito, che si illumina quanto più si
avvicina all'altezza della croce di Cristo. Una croce pa-
squale quindi, che già irradia i primi raggi del sole di
Pasqua. Ci richiama quindi alle sorgenti della nostra fede
e alle fonti della nostra gioia. Perché quell'annuncio, che
il Signore è risorto e vivente nella Chiesa, ha riempito il
mondo di speranza. Ora Francesco cammina spedito insieme
a Gesù Cristo risorto. A proposito, si rifletta un istante
sulla predilezione di Francesco per gli itinerari pasquali,
tanto che consiglia ai suoi frati di celebrare continuamente
la Pasqua (cfr. LM 7,9 : FF 1129)!
San Francesco quindi ci aiuta a ritrovare Gesù Cristo
e ritornare a Lui, tanto che il Papa lo invoca in nome di
tutta la Chiesa: "Aiutaci, Francesco, a ricondurre la Chiesa
e il mondo a Cristo" . Egli viene interpellato proprio nella
sua missione di messaggero dell'amore, di "Araldo del gran
Re" (1 Cel. 16 : FF 346; LM 2,5 : FF 1044)- E si comporta
con fedeltà, perché, non avendo nulla di proprio, è piena-
mente libero e trasparente al divino. Lascia quindi risuona-
re la sua voce con purezza e armonia, rivela la sua immagine
senza contaminazioni . Dice di lui Romano Guardini: "Il suo
specifico carisma consiste in un puro rimando a Cristo. Gli
altri santi traducono Cristo, lo esprimono nel linguaggio
storico e in una specifica dimensione umana. Francesco fa

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di più: egli non traduce, rende presente" (R.Guardini, Der
Bericht uber das Leben des hi.Franz von Assisi, Postilla,
Munchen 1981,250). '
La presenza di Gesù Cristo nella vita di Francesco di-
venta un messaggio caratteristico non solo della sua perso-
na, ma anche dei luoghi che egli ha santificato con la sua
presenza. Poiché ogni uomo ha il compito di consacrare l'u-
niverso alla gloria di Dio. Francesco lo ha fatto e quei
luoghi rimangono "consacrati" alla gloria dell'Altissimo,
secondo il ritmo e l'intensità della rivelazione del Signo-
re e della grazia partecipata a Francesco. L'itinerario del
Santo diventa quindi una rivelazione di Dio e un cammino
di speranza per l'umanità.
Il monte sul quale ci troviamo, La Verna, è un segno
elevato sulle nazioni. A questa montagna di Dio affluiscono
i popoli, per edificare la Chiesa del Dio vivente, secondo
la visione del Profeta Isaia: "Alzati, rivestiti di luce,
perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra
di te. Poiché, ecco", le tenebre ricoprono la terra, nebbia
fitta avvolge le nazioni, ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla
tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli oc-
chi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati e ven-
gono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie
ti sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore... tutti verranno, pro-
clamando le glorie del Signore"(Is 60,l-5.6b). Dove i molti
si raccolgono per diventare "uno", lì la Chiesa si rivela
"come un popolo raccolto nel nome del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo" (Lumen Gentium, 4), celebra quindi
l'avvento del Regno di Dio.
Venivo spesso anch'io su questo monte santo, assieme
ai giovani frati novizi, per ritemprarmi e ritemprarli alle
sorgenti del carisma francescano, espresso nella sua pienez-
za di "sapienza della croce" nella persona esile di France-
sco, perfettamente unito nell'amore di Serafino al Figlio
di Dio crocifisso, e con Lui introdotto nella intimità del
Padre,nel fuoco vivificante dello Spirito.
Ma ciò che mi ha maggiormente stupito è stata l'espe-

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rienza dei monaci indù e buddisti, che sono venuti qui per
incontrare Dio più da vicino. Uno di loro ha testimoniato
ai fratelli di questo Santuario che ha avuto la percezione
viva dell'esperienza di Francesco e in lui ha scoperto il
Padre. Lo conferma in una lettera del 17 settembre (giorno
delle Stimmate!) una persona che ne è stata testimone ocula-
re: "Il monaco indù, uno dei più grandi Swemi viventi...
presso di voi ha sentito chiaramente i luoghi "impregnati"
della presenza del Santo che egli ama tanto, e che presso
di voi ha vissuto un'esperienza intensa e spiritualissima
che serberà come carissimo ricordo per tutta la sua presente
vita" (Lettera al Padre L., Santuario La Verna).
Assieme con lui anche altri monaci, venuti dal lontano
oriente, furono sorpresi dalla santità di questo luogo, nel
quale essi percepivano chiaramente le irradiazioni dello
spirito. Ai loro seguaci europei hanno detto: "Perché venite
da noi in oriente? Venite qui e troverete tutto!".
Noi occidentali siamo piuttosto esteriori e distratti, gli
orientali hanno un'antenna interiore molto raffinata e per-
cepiscono le realtà dello Spirito. Ogni fatto, ogni avveni-
mento, lascia un'impronta, un segno, nel luogo. Si imprime
nella pietra e ritrasmette come un'antenna radio, lo stesso
messaggio che l'invisibile regista continua a far risuonare.
Questo, sia in virtù della creazione, per cui ogni creatura
è parola di Dio, che si può ascoltare e contemplare, come
la verità del suo essere e la sua capacità di accogliere
e di esprimere la presenza di Dio5 che per immissione di
un messaggio nuovo, in virtù della parola "che santifica
i segni" (LettCapFrati 47 : FF 225), per cui ogni esperienza
religiosa imprime i raggi luminosi della trasfigurazione
e della grazia divina nella realtà creata, di modo che essa
diventi maggiormente "significazione dell'Altissimo". Anzi
per il fatto stesso dell'Incarnazione del Verbo, tutta la
realtà è stata assunta nell'uomo e può ricevere, mediante
l'uomo, la mediazione di grazia, che la libera dalla schia-
vitù del peccato e la rende espressiva, in sintonia con
l'avvenimento che essa celebra insieme all'uomo (cfr. Rm
8,19-23). La celebrazione pasquale di Francesco che lascia
ogni realtà terrena per passare da questo mondo al Padre,

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entrando definitivamente in Gesù Cristo crocifisso, nella
massima espressività dell'amore che sigilla la creatura nel-
l'immagine del Figlio di Dio che dona la vita, facendo l'e-
segesi del cuore del Padre e accogliendo l'uomo nella sua
intimità, come vero figlio, nel Figlio -costituisce il fatto
più sacro e consacrante dopo la morte di Gesù Cristo in cro-
ce sul Calvario. Ecco perché questo monte è tutto "impregna-
to" di quella luce, che fece credere ai contadini e ai pa-
stori che fosse già spuntato il sole, in quella notte che
divenne splendente come il giorno di Dio (Fior,III Cons
Stimm : FF 1920), mentre Francesco veniva "sigillato dalle
stimmate e trasformato nell'altro Angelo, che sale dall'o-
riente e porta in sé il segno del Dio vivente" (Ap 7,2)"(LM
13,10 : FF 1235).
In un libro pubblicato in Germania, "Francesco d'Assi-
si, fratello di tutti gli uomini", (Bonn 1976) c'è la testi-
monianza di uno scrittore dell'India: "Se mai avverrà l'in-
contro tra il Cristianesimo e le altre religioni, dovrà av-
venire nel linguaggio di Francesco d'Assisi, nel suo lin-
guaggio delle stimmate, del Cantico delle creature, di frate
sole e di sorella morte. E' nel suo nome che anche Cristia-
nesimo e Induismo potranno incontrarsi e scambiarsi i loro
doni". Un altro libro, pure pubblicato in Germania, "La
grande irruzione" parla di Francesco nella letteratura e
nella vita giapponese. I giapponesi vedono in lui un vero
maestro di umanità. Lo ricorda il Prof. Prini della Univer-
sità di Roma (Il Tempo,a.38, 3 ottobre 198l,p.2): "Ero a
Kyoto. Il rettore di quella celebre Università stava rice-
vendo i partecipanti ad una conferenza dell'UNESCO, tra i
quali mi era toccato di rappresentare il mio paese. Medico,
professore di anatomia, dopo le presentazioni mi si avvicina
e, stringendomi un'altra volta la mano, mi dice che all'Ita-
lia è legato da un grande debito di riconoscenza. "L'ha ri-
visitata di recente?", gli chiedo con qualche esitazione.
"Non l'ho mai veduta. Ma il mio debito è verso l'Italia che
ha dato la nascita al Maestro della mia vita, a Francesco
d'Assisi". "Lei è cattolico...". "No. Seguo le mie tradizio-
ni e sono un uomo di scienza.Ma ho incontrato l'insegnamento
di Francesco durante una grave crisi della mia giovinezza.

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Ero smarrito, in disaccordo con tutti, combinavo un sacco
di guai. Un giorno in un angolo della biblioteca di mio pa-
dre trovo un "Vita di Francesco. E1 stata un'illuminazione
che mi ha dato un senso meraviglioso della vita. Da allora
la figura di questo grande Maestro è il luogo sicuro dove
so di trovare quello che cerco nei miei momenti diffici-
li ..." .
Forse ci stupisce, ma è davvero consolante sapere che
Francesco, il nostro Padre serafico, è amato e stimato in
tutte le parti del mondo. E' un maestro riconosciuto di uma-
nità, perché ha inaugurato la civiltà dell'amore fondata
sul Vangelo, che realizza nell'uomo la sua dimensione umana,
compiendolo nella dimensione divina. E' quindi un arricchi-
mento per tutti gli uomini, una pienezza di cui tutti sono
riconoscenti. Per noi ciò significa insieme una consolazione
e un compito da svolgere: partecipare il dono di Francesco
a tutti gli uomini di buona volontà.
Recentemente sono stato in Africa, in una zona in cui
gli uomini vivono ancora nella foresta vergine, insieme alle
bestie feroci, non conoscono culture, neppure la pastorizia
e l'agricoltura, vivono come vivevano gli uomini 3-000 anni
or sono. Eppure, quando ci hanno visto, quando hanno visto
il frate, hanno sentito il desiderio di Dio. Noi abbiamo
cercato di compiere le opere di misericordia, portando vi-
veri e vestiario e andandoli a visitare con molte ore di
viaggio. Essi ci hanno chiesto subito: "Portateci la vostra
religione cattolico romana". E' il fratello degli uomini,
Francesco, che vive e parla, che anche in noi incontra gli
uomini di oggi e ad essi addita la beatitudine del Regno
di Dio. Noi diventiamo soltanto risonanza, voce di un grande
inno, annuncio di un grande messaggio di gioia e di una di-
vina speranza affidata al cuore dell'uomo.
Una.simile esperienza l'ebbi dopo il dirottamento del-
l'aereo ad Entebbe. Partimmo da Dar es Salaam per ritornare
in Italia: facemmo Cairo, Vienna, Monaco. A Monaco un tede-
sco molto distinto mi si avvicinò e disse: "Grazie, padre".
"Perché?" gli chiesi. "Quando l'ho vista salire in aereo
a Dar es Salaam, ho respirato di sollievo: siamo salvi, ar-
riva un frate!". Non è tanto la singola persona che conta,

14
quanto Francesco d'Assisi che rinnova in noi la presenza
di Cristo nel cuore degli uomini e a tutti, nonostante le
nostre debolezze, comunica la pienezza dei doni di Dio.
Francesco è talmente entrato nel sentimento profondo del
popolo, che è divenuto patrimonio dell'umanità.
Un giorno ero in treno. Stavo andando in Germania per
tenere una conferenza su San Francesco a Munster in Westfa-
lia. Di fronte a me c'era una persona distinta, sembrava
un professore. Incominciai a parlare. Era un ebreo, profes-
sore all'Università di Tel Aviv. Gli chiesi: "Cosa pensa
di San Francesco d'Assisi?" Mi guardò sorpreso e poi rispo-
se, scusandosi: "Veramente non è che me intenda, non sono
esperto in questo campo, tuttavia, penso che il Cristianesi-
mo non sarebbe tale se mancasse San Francesco!". Quindi il
serafico Padre fa parte del cristianesimo, nella sua quin-
t'essenza, ne rivela il messaggio genuino, perché rende pre-
sente Gesù Cristo.
La sua scelta di non aver "nulla di proprio sotto il
cielo" (RegB 6,1.7 / FF 90) gli conferisce la libertà di
spirito per cui egli può accogliere il messaggio del Vangelo
puramente, senza contaminarlo e rivelarlo integralmente,
con fedeltà.
Una riflessione teologica su questa sua scelta prefe-
renziale, che gli permette di entrare nella pienezza del
messaggio e della vita di Gesù Cristo.
L'Incarnazione non è un arricchimento di Cristo, ma
una "exinanitio", un annientamento, quindi un diventare po
vero. Poiché Gesù Cristo, incarnandosi, s'impoverisce, sol-
tanto chi è vergine, e totalmente povero, è capace di acco-
gliere questa pienezza e rivelarla. Così la Vergine Maria,
così Francesco. Egli l'ha capito subito: "nulla di proprio
sotto il cielo", è il suo segreto. Proprio così riesce ad
accogliere la Parola e a trovarvisi "contento". A proposito,
ricordate ciò che egli raccontava per consolare i suoi frati
all'inizio della sua esperienza? "Padre - dicevano - perché
dobbiamo dire: Il Signore vi dia pace? La gente non capisce.
Non possiamo dare un altro saluto? NO!, no perché questo
me lo ha rivelato il Signore. Dite: "Pace a voi!". E allora
raccontò che Gesù, un giorno, chiese al Padre: "Padre vorrei

15
che tu mi regalassi un popolo nuovo, un popolo diverso dagli
altri succedutisi lungo i secoli, per semplicità e umiltà,
un popolo che fosse contento soltanto di me". Il Padre lo
guardò, compiaciuto, e gli disse: "Bene Figliolo, te lo re-
galo. Quello che desideri ti è concesso". E Francesco spiega
va: "Questo nostro gregge, piccolo, semplice e umile, è il
nuovo popolo, che Gesù ha desiderato di avere", e benché
questo valga per tutti i cristiani, vale in modo particolare
per il piccolo gregge di poveri ed umili, dei Frati minori".
Ma cosa significa: "contento solo di Cristo"? La parola
"contento" deriva da "continere": uno che è contenuto den-
tro, si ritrova nella parola di Dio, come nel suo posto,
nel suo guscio, come un bimbo nel grembo materno e rinasce,
diventa nuova creatura, si trova a casa sua, nel suo focola-
re, in cui la Parola diventa sua dimora amata, e quindi è
felice, beato, diventa beatitudine. Perciò uno, che è con-
tento di Cristo, non vuol avere nulla altro di proprio, que-
sta è la scelta fondamentale di Francesco che lo rende uomo
libero. Nel mondo di oggi, dove^ciascuno cerca sempre dei
padroni e si affida a coloro che lo rendono schiavo, France-
sco dice: "Io sono l'araldo del gran Re"! Gli altri non
gli credono, gli dan le botte e lui scrolla un po' le spalle
e si mette a cantare? non importano le botte, gli importa
di essere l'araldo del gran Re. Francesco riconosce di esse-
re il messaggero dell'Amore nel suo tempo, ma anche oggi,
quindi io direi, il messaggio francescano diventa la rispo-
sta più adatta alle esigenze del nostro tempo. Perché? Oggi
molti sono schiavi del potere o per volontà o per forza;
moltissimi del piacere; in questo mondo schiavo noi siam
chiamati a proclamare la libertà delle beatitudini. La vita
non ha prezzo, né di piacere né di potere, ma diventa beati-
tudine, dono di Dio che si accoglie con riconoscenza e si
ricambia con amore, con gioia.
Un'altra riflessione teologica, che introduce le lezio-
ni dei giorni prossimi: è una visione apocalittica. Mi ha
fatto impressione un vescovo africano, che diceva: "Padre,
l'apocalisse la fanno qui gli uomini. I vecchi della tribù
si raccolgono la sera, prendono in esame tutto ciò che è
accaduto e lo raccontano a modo loro. Lo immettono in un

16
quadro drammatico e ne danno la conclusione. L'apocalisse
la si fa ogni giorno", diceva. Ebbene, l'apocalisse presenta
la creatura, che è la Chiesa, che è il chiamato, il creden-
te, alla presenza di Dio, nella sua immagine di luce, nel
sole (Ap 12). La caratteristica di questa creatura: è nelle
doglie del parto. Fecondata da Dio, ella non distrugge, non
consuma il frutto, bensì lo custodisce e lo dà alla luce,
e il figlio viene rapito in Dio, mentre ella fugge nel de-
serto per continuare a vivere. Ora finché la creatura è ca-
pace di essere fecondata da Dio, è contenta di Dio, può vi-
vere. Questo è il mistero di salvezza della civiltà moderna,
che sta morendo, perché non ama la vita. Dovremmo immettere
questo vigore di vita, questa nuova luce che Francesco ha
già annunciato nel. suo tempo. "Simile a un fiume di paradi-
so, il nuovo evangelista di quest'ultimo tempo, ha diffuso
con amorosa cura le acque del vangelo per il mondo intero
e con le opere ha additato la via e la vera dottrina del
Figlio di Dio, così in lui e per suo merito il mondo ritrovò
una nuova giovinezza e una insperata esultanza" (1 Cel 89 •
FF 475).
Qualche anno fa è uscito un libro: "Francesco l'ultimo
cristiano" di un austriaco, che ne fa un proletario. France-
sco un ultimo cristiano, che, col pugno alzato, grida: "vi-
va la povertà!" Allora gli ho risposto, in una recensione:
Francesco non è un fanatico della povertà. Francesco
è un innamorato. Egli ha scelto Cristo e non vuol avere nul-
l'altro. Non dice: viva la povertà, ha scelto e ama e desi-
dera la povertà di Cristo, la vita di Cristo. Egli affida
la sua vita a Gesù Cristo. Però l'autore dice qualcosa di
bello: Francesco è un ultimo cristiano, perché fu l'ultimo
a credere totalmente al Vangelo. Si affidò al Vangelo "sine
glossa". In quel tempo cominciavano i primi orologi, a Mila-
no, ad esempio, gli uomini cominciarono a contare il tempo
secondo il loro modo di pensare. Cominciarono a percorrere
le loro vie che chiamarono moderne. Quindi da allora il mon
do si allontana dal Vangelo, da Dio, mentre Francesco si
ostina a restare fedele al Vangelo. Questa è l'unica novità
che anche oggi può rinnovare il mondo, arrivato ormai ai
limiti della corsa al benessere, frutto della civiltà, "pro-

17
pria" degli uomini emancipati, che non hanno più la libertà
dei figli di Dio. E allora dice alla fine: "Anche noi, come
gli abitanti di Gubbio, che guardavano a quel piccolo uomo
per venire rappacificati, vorremmo accendere alla sua grande
fiamma, anche la nostra speranza". Ecco l'augurio che faccio
a voi e a me in questi giorni. Vorremmo attingere a questa
grande fiamma della Verna, dove il fuoco è diventato incen-
dio, che ancora dilaga; attingere la nostra speranza per
poter accendere anche gli altri, affinché il mondo diventi
nuovo e migliore, capace di edificare il regno di Dio e di
rinnovare anche la Chiesa.

4) Domande e puntualizzazioni

a) Vita francescana oggi o visione francescana della


vita? E' la stessa cosa o no?

E' la stessa cosa, perché il messaggio vero è sempre


attuale; le circostanze possono cambiare. Noi, leggendo l'e-
sperienza di Francesco ne traiamo l'insegnamento per oggi.
Visione è un modo di concepire la realtà, è un modo di rea-
lizzare la missione cristiana nel mondo. Ad es; prendiamo
subito un momento di Francesco e uno che vale per noi oggi.
Alla chiamata egli non mette un intermezzo di riflessione,
non lascia spazio al dubbio, alla ricerca, alla spiegazione,
come facciamo noi oggi, ma dà una risposta di amore. Entra
in sintonia, entra nella giovinezza di Dio. Il giovane ric-
co, al contrario, contrappone qualcosa, i suoi beni. Non
è capace della novità assoluta del Regno e quindi diventa
triste. Qui si spegne la sua giovinezza. In Francesco invece
rinasce. Ora questo vale anche oggi. Se Dio ti chiama, devi
rispondere: "Lo farò volentieri Signore!". Ecco l'annuncio,
il messaggio, valido ieri, oggi e domani.
Così pure altri atteggiamenti: prendiamo quello dell'a-
more materno. Un amore che dona la vita vale oggi come ieri,
tanto più che egli contrappone all'amore materno, alla madre
che nutre ed ama, il fratello che ama e nutre (RegB 6,10
: FF 91). Un chiasmo, perché? Una madre può nutrire senza
amare, purtroppo! E quella creatura non vede la luce. Oggi

18
ne vediamo le conseguenze tragiche. Mentre se ii fratello
non ama, non nutre, quindi non è fratello e non edifica la
comunità. Oppure: l'amore come comunione, vale anche oggi.
Gli eremiti non possono essere soli, devono amarsi anche
quelli, esercitarsi nell'amore (Reg Erem : FF 136-138). Que-
sta è la salvezza delle comunità religiose oggi, ma anche
dei Sacerdoti e di tutte le comunità nella Chiesa. Perché
l'amore deve essere esercitato, affinché ne possiamo fare
l'esperienza e venirne ritemprati per annunciare il messag-
gio. Ed è questo il segno, il modo di attuare una vocazione.
E' questo il modo di rispondere, oggi, a Dio. Come ha rispo-
sto lui, Francesco, perché i santi non muoiono mai, anzi
il Vat. II lo dice al n° 50 della L.G.: "Nella vita di colo-
ro che, pur essendo nostri compagni di viaggio, tuttavia
si sono conformati in forma più perfetta all'immagine di
Cristo, è Dio stesso che ci parla, ci viene incontro e ci
dà un segno del suo Regno". Quindi, se Dio ci viene incontro
e ci parla proprio nel Santo, l'attualità è evidente.
Altri aspetti: la fraternità è cellula viva della Chie-
sa: è la salvezza della chiesa oggi, non il tipo di gruppet-
ti, o delle piccole comunità che separano, ma il rinnovamen-
to cellulare nella Chiesa. Francesco ha fatto questa scelta,
che vale oggi, come ieri. E' l'unica possibile per un cri-
stiano. Anche la vita francescana, che coglie tutte le voci
del creato e le eleva a Dio. L'apostolato del buon esempio,
il fare prima di insegnare, di annunciare, è di Cristo (At
1,1) e di Francesco e vale ancora. Oggi andiamo a fondo in
un mare di parole, perché la parola è vuota, non dice più
niente e quindi inganna e diventa bugia. Bisogna riscoprire
la concretezza dell'esempio, della esperienza e dell'opera,
affinché risuoni ancora, diventi un messaggio. Il lavoro
poi come grazia e dono. Oggi, il lavoro è occasione di pro-
tes ta contro Dio, quindi luogo refrattario a Cristo. Noi
lo recuperiamo come luogo di grazia, dove si loda Dio e si
consacra l'universo. Più attuale di così? L'amore delle
creature. Oggi c'è una continua lotta contro il creato e
l'ecologia è in pericolo. Francesco custodisce le creature,
perché non le vuol possedere. Le rispetta e le onora, le
riconosce come immagine di Dio, come sua voce, come sua ri-

19
velazione. Questi sono aspetti che fanno parte di un atteg-
giamento cristiano, che è fondamentale per tutti i tempi
e tutti i luoghi. Francesco è, forse, l'unico santo che non
abbia nulla di proprio, quindi non subisce il logorio del
tempo. E' soltanto risonanza del Vangelo ed è rivelazione
dell'immagine di Cristo crocifisso. Egli manda,oggi, noi
e gli altri frati, per essere"voce di Cristo"(Lett CapFrati 10:
FF 216). Vedete l'attualità di Francesco che anticipa il Vat. II.
A proposito dice il Padre K. Esser: "Evangelii Jesu Chri-
sti mysterium implere", in (FS 60(1978), 347-360). France-
sco la parola la prende vivente. E' la parola che fa. Il
Vangelo, ascoltato oggi, cambia lui, Francesco, la Chiesa
e il mondo, per tutti i tempi. Il Vat. II l'ha scoperto dopo
7 secoli e mezzo che Gesù è presente nella Parola. Così pure
la Chiesa Mistero, è la Chiesa madre, è la Vergine che di-
venta Chiesa. Il n° 64 della L.G. dice che la Chiesa, con-
templando la Vergine Maria (anch'essa è vergine ed è madre)
concepisce nella fede, speranza, carità... Francesco chiama
Maria: "Vergine, fatta chiesa". Anticipa in molte cose, è
profeta. Anche il segno "Tau" (cfr. Ez. 9,4$ Ap7,2) come
sigillo degli eletti. Francesco si identifica nella Parola,
entra dentro la parola e quindi diventa risonanza di Cristo:
"Udite figli del Signore e fratelli miei, e prestate orec-
chio alle mie parole (non più quelle di Cristo, le applica
a sé), inclinate l'orecchio del vostro cuore, obbedite alla
voce del Figlio di Dio, custodite nelle profondità di tutto
il vostro cuore i suoi precetti e adempite perfettamente
i suoi consigli, lodatelo perché è buono, ed esaltatelo nel-
le opere vostre, poiché vi mando per il mondo intero affin-
ché testimoniate la sua voce con la parola e con le opere
e facciate conoscere a tutti che non c'è nessuno Onnipotente
eccetto lui, perseverate nella disciplina e nella santa ob-
bedienza e adempite con proposito buono e fermo quelle cose
che avete promesse. Il Signore Dio si offre per voi, come
per dei f igli" ( LettCapFrati 6-12 : FF 216). Questo è un
messaggio attualissimo: essere voce di Cristo. Non parola,
comprendete la differenza tra voce e parola? Chi annuncia
una parola ha un messaggio proprio, quindi ha un suo regno,
una sua proprietà, non quella di Cristo. Mentre la voce è

20
soltanto risonanza del messaggio, non lo cambia,non manipo-
la, non aggiunge nulla. Il Vangelo "sine glossa". Quindi
voce di Cristo. Lo stile è di Giovanni il Battista che si
definisce voce di Cristo (Gv 1,23). E in quella voce egli
si compie. Di fatto è alla soglia del regno e lo annuncia:
"Ecco l'Agnello di Dio", ma annuncia fedelmente, quale amico
dello Sposo che esulta per l'arrivo dello Sposo (Gv 3,29-
30). Ora domando a voi, se questa voce di Giovanni il Batti-
sta continui ad annunciare. Sì, quella voce risuona nella
Chiesa. Un monaco, Guido di Pomposa, non di Arezzo, coglie
quei toni e li compone in una scala. E' una gamma immensa,
una sinfonia che risuona nell'inno liturgico della Chiesa:
"Ut queant laxis resonare fibris - Mira gestorum famuli tuo-
rum
Solve polluti labii reatum, Sancte Joannes (=SI) (I Strofa
Inno I Vesperi).
"Affinché possiamo cantare a ritmo sciolto le tue grandi
opere, o Dio, purifica le nostre labbra, o s. Giovanni".
Il Battista quindi intona questo canto e tutti i canti del
mondo, annuncia il Signore. Quindi si compie nella voce.
Dovunque si edifica il Regno, lì Giovanni annuncia, sta sul-
la soglia. Un santo non scompare, è sempre presente, la sua
parola edifica il regno di Dio per tutti i tempi e per tutti
i luoghi. Che lo sappiano o non lo sappiano anche i non
cristiani vengono a cantare per Cristo. Si pensi ad esempio
alla riverenza di Francesco per i musulmani. Egli riverisce
il sultano e va ad incontrarlo, lo apprezza, così com'è,
non lo converte, ma lo ama e lo salva. Questo è importante
(LegMin 3,9 : FF 1355? Fior 24 : FF 1855).

b) Ci darà qualcosa, una traccia? Si, con il vostro


aiuto, ben volentieri.

c) Concordanze? Sì, alla fine, non di volta in volta...

E' utile confrontare le varie fonti. Tanto per citare


un esempio: "I ladroni di Montecasale", per dire un'espe-
rienza francescana, un modo di incontrare la gente. Ora i
Fioretti parlano di tre ladroni che si convertono, si fanno

21
frati, diventano santi e muoiono benissimo. I Fioretti tra-
sfigurano tutto. Mentre la Leggenda Perugina e lo Specchio
di Perfezione dicono che erano una banda di briganti, che
devastava tutta la zona e i frati erano nei guai. Come fac-
ciamo, si può dare da mangiare ai briganti? Lo chiedono a
Francesco: "Cosa dobbiamo fare?". "Fate come vi dico io:
Andate a comprare il miglior vino e il miglior pane, ricer-
cate nel bosco i briganti e trattateli con riverenza e cor-
tesia, con amicizia". Francesco esige il rispetto degli al-
tri, perché l'uomo è immagine di Dio. Dobbiamo amarli, af-
finché essi si convertano. Alla fine:"come compenso chiedete
loro di non fare del male alla gente. Essi ve lo promette-
ranno, per riconoscenza. Il giorno dopo: fate replica e sic-
come essi hanno fatto la promessa, aumentate la dose: del
buon cacio e delle uova. Quindi pane vino cacio e uova. E,
alla fine, date loro un buon consiglio'.' I frati eseguono
ogni cosa. I briganti mangiano volentieri e poi sono conten-
ti e riconoscenti. Allora dicono loro:"Fratelli, vai la pena
di fare una vitaccia così? Voi morite di fame, la gente ha
paura, e poi rischiate di dannarvi anche l'anima. Non sareb-
be meglio cambiare? 'Per l'affabilità e l'amicizia dimostra-
ta loro dai frati1 (LegPer .90 : FF 1646) qualcuno comincia
a cambiare e porta la legna sulle spalle ai frati. Qualche
altro si fa frate, qualcuno resta brigante..'.' Quindi vedete
l'importanza delle sfumature, che danno una visione più
chiara e un messaggio più convincente per quanto riguarda
i ladroni (Fior 26 : FF 18585LegPer 90:FF 16465 Spec 66: FF
1759).
Penso che si possa applicare, per analogia, quanto San
Paolo dice della Sacra Scrittura, anche agli scritti di San
Francesco e alle biografie che ne raccontano l'esperienza
di vita. "Ora tutto ciò che è stato scritto prima di noi,
è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della
perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle
Scritture teniamo viva la nostra speranza. E il Dio della
perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli
uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Gesù
Cristo, perché con un solo animo e a una sola voce rendiate
gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo"(Rm 15,4-6).

22
Le parole di Santa Chiara alla Beata Agnese di Praga
ci accompagnino in questi giorni di grazia: "Gioisci, per-
ciò, anche tu nel Signore sempre (cfr. Fil 4,4), o carissi-
ma. Non permettere che nessun'ombra di mestizia avvolga il
tuo cuore, o Signora in Cristo dilettissima, gioia degli
Angeli e corona delle tue sorelle (cfr. Fil 4,1). Colloca
i tuoi occhi davanti allo specchio dell'eternità, colloca
la tua anima "nello splendore della gloria" (cfr. Eb 1,3),
colloca il tuo cuore in Colui che è "figura della divina
sostanza, e, trasformati interamente, per mezzo della con-
templazione, nella immagine della divinità di Lui (cfr. 2
Cor 3,18). Allora anche tu proverai ciò che è riservato ai
soli suoi amici, e gusterai la segreta dolcezza (cfr. Sai
30,20) che Dio medesimo ha riservato fin dall'inizio per
coloro che lo amano" (Lett 111,10-15 : FF 2887-2889).

23
I Lezione:

LA VOCAZIONE FRANCESCANA

1) Attingere dalla Parola ciò che risuona nelle nostre


parole.

2) La gioia di essere chiamati per nome e di risponde-


re: "lo faro volentieri, Signore"

3) La vita francescana è entrare nella pienezza del


Vangelo.

1) Attingere dalla Parola ciò che risuona nelle nostre pa-


role

Dopo aver recitato insieme la preghiera della Verna,


le "Lodi di Dio Altissimo", del Serafico Padre Francesco
stimmatizzato, ci accordiamo nell'ascolto e nella celebra-
zione della parola di Dio, che ci illumina sul senso della
nostra vita, poiché la riflessione teologica che facciamo
in questi giorni non si limita a parlare di Dio, ma intende
soprattutto allenarci a dialogare con Lui, al ritmo della
sua stessa Parola, che è il Figlio, nel vigore dello Spiri-
to Santo, che ci introduce nella pienezza (cfr. Gv 16,13)
della verità di Dio e della verità dell'uomo.
Seguiamo il consiglio del Serafico Padre Francesco che,
mediante la mia parola, "riferisce a voi le fragranti paro-
le del Signore Nostro Gesù Cristo, che è il Verbo del Pa-
dre, e le parole dello Spirito Santo, che sono spirito e
vita (Gv 6,63)"(LettFedeli 3=FF 180).
Impariamo da Lui, il quale comprendeva le realtà cele-
sti, perché il suo occhio era fisso al cielo (2Cel 54:FF
640): "Nessuno deve meravigliarsi se questo profeta de] no-
stro tempo si distingueva per tali privilegi: il suo intel-
letto, libero dalla nebbia densa delle cose terrene e non
più soggetto alle lusinghe della carne, saliva leggero alle
altezze celesti e si immergeva puro nella luce. Irradiato

24
in tal modo dallo splendore della luce (si pensi al preco-
nio pasquale) eterna, attingeva dalla Parola ciò che risuo-
nava nelle sue parole". S. Bonaventura insiste sullo stesso
concetto: "E1 lo Spirito Santo, che vive e abita in noi,
che ci rende simili a quella somma Trinità, come dice il
Signore: 'Che siano una sola cosa, come lo siamo noi'(Gv
17,22)"(S.Bonaventura, I Sent.,d.10,a.1,q.2, fund.4,0pera
Omnia,1,197a).
Per questo intendo incominciare proprio con la preghie-
ra programmatica, che il Serafico Padre Francesco inviò al
Capitolo Generale e a tutti i frati, come sintesi del suo
insegnamento e itinerario spirituale della sua vita. Poi-
ché, come attesta il Celano, egli "non era tanto un uomo che
pregava, quanto piuttosto un uomo fatto preghiera"(2Cel 95:
FF 682). Così anche noi, celebrando la Parola e pregando
insieme, impareremo a contare i nostri giorni, per giungere
alla sapienza del cuore (cfr. Sai 90,12). Spero che questo
Santuario della Verna ci aiuti a scoprire le sorgenti della
nostra fede e della nostra vocazione e che, ripensando ad
esso, anche in futuro, possiamo dire: "Sono in te tutte le
mie sorgenti" (Sai 87,7).
Seguiamo attentamente la preghiera: "Onnipotente, eterno,
giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fa-
re, per tua grazia, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di vo-
lere sempre ciò che ti piace, affinché interiormente puri-
ficati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello
Spirito Santo, possiamo seguire le orme del Figlio tuo, il
Signore nostro Gesù Cristo, e a te, o Altissimo, giungere
con l'aiuto della tua sola grazia. Tu che vivi e regni glo-
rioso nella Trinità perfetta e nella semplice unità, Dio
onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen" (LettCap
Frati 62-65:FF 233).
Secondo Bartolomeo da Pisa, questa preghiera veniva re-
citata prima delle Ore Canoniche, di modo che dava il ritmo
a tutta la vita dei frati, alla glorificazione di Dio e al
lavoro della giornata, che veniva consacrato dal fuoco del-
lo Spirito e reso pura lode di gloria (cfr.Ef 1,6-12-14-
18). Noi l'abbiamo recitata prima delle nostre lezioni, af-
finchè ci accordi all'amore di Dio e ci renda capaci della

25
sua pienezza di verità, di grazia e di gioia (cfr. Gv 17,
13)- Così potremo essere "irreprensibili e semplici, figli
di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e de-
genere, nella quale dobbiamo risplendere come astri nel
mondo, tenendo alta la Parola di Vita" (Fil 2,14-15).
Impareremo così anche un metodo, uno stile di vita, che
nasce dall'intimo, dalla esperienza di Dio e si esprime al
ritmo dei doni e dei frutti dello Spirito Santo (cfr.Gal
5,lóa.18.22.25? 6,8b).
Ecco il cammino. E' un itinerario di amore, che nasce
dal cuore del Padre, si rivela nella croce di Cristo, rapi-
sce Francesco e con lui trascina anche noi e ci riporta
verso la patria dell'amore perfetto, il cuore della Trinità.
Per questo "non basta la lettura senza la pietà, la
speculazione senza la devozione, la ricerca senza l'ammira-
zione, l'attenzione senza la gioia,1'attività senza la pie-
tà, la scienza senza l'amore, l'intelligenza senza l'umil-
tà, lo studio senza la grazia, l'intuizione e la ricerca
umana senza la sapienza ispirata da Dio. Propongo quindi
queste riflessioni a voi che, illuminati dalla grazia divi-
na e temprati dall'umiltà, dalla pietà e dalla devozione,
commossi interiormente dalla gioia della presenza di Dio,
siete innamorati della Sapienza divina, infiammati dal de-
siderio di possederla, a voi che intendete unicamente glo-
rificare Dio, amarlo e gustarlo.
Tuttavia permettete che ricordi che poco o nulla giova
10 specchio proposto interiormente, se il nostro specchio
interiore non è purificato, terso e pulito" (S. Bonaventu-
ra, Itinerarium mentis in Deum, Prologus,4,0pera Omnia,V,
296a).
Non c'è altra via, se non quella di un ardentissimo
amore al Crocifisso, che rapì talmente il cuore di France-
sco, che divenne visibile nella carne" (S.Bonaventura,Iti-
nerarium, Pro!.3; Opera Omnia,V,295b). Tale amore ci rapisce
11 cuore ("Absorbeat":FF 277) come al Serafico Padre Fran-
cesco che trascina tutti gli uomini verso il Padre, facen-
doli passare per la croce di Cristo, che è insieme altare
del mondo e mensa dei figli di Dio. Quindi noi vogliamo
percorrere questo cammino per essere immessi nella pienezza

27
di esperienza di amore di Francesco. Il tema di questa pri-
ma lezione è: la vocazione francescana.

2
) La gioia di essere chiamati per nome e di rispondere:
"Io farò volentieri, Signore"

La chiamata non ha in Francesco il suo impulso, la sua


sorgente, bensì in Dio. Allora è necessario fare un'esege-
si della Parola di Dio che chiama. Quindi una breve premes-
sa bibl ico-teologica. Ogni vocazione è un incontro con il
Signore risorto, è una celebrazione pasquale, perché sol-
tanto chi vede il Signore e chi ne ascolta la parola è in
grado di accoglierlo e di annunciarne il messaggio, con la
vita e con le parole.
Un esempia semplice: i discepoli di Emmaus (Le 24,13-
35)- Conoscevano Gesù, avevano visto i miracoli, i segni,
però erano in fuga ed erano molto tristi. Il Signore par-
la, cammina con loro e non se ne accorgono. Quando avviene
la conversane? Quando entrano in sintonia con Cristo e al-
lora Egli può riverlarsi? Quando la vita cambia tono e ac-
quista senso? Quando cominciano a camminare in Cristo, al-
la sua sequela per edificare il suo Regno?
C'è un passaggio, c'è un momento in cui i discepoli
cambiano strada, non sono più in fuga, ma stanno converten-
dosi verso il Cristo: "Resta con noi, Signore!". Iddio è
amore e può rivelarsi soltanto come amore. Chi lo accoglie
lo riceve come amore. Gli altri non lo vedono, restano fuo-
ri. Basta un atto di amore, ed ecco, entrano in comunione,
cominciano a camminare per la via nuova e vivente che è
Cristo (Eb 10,20-22). Basta un invito: "Resta con noi, Si-
gnore ! ".
Il pellegrino, che è straniero, diventa prossimo, quin-
di diventa Cristo e può rivelarsi e donare la piena comu-
nione. E' un incontro pasquale.
Altro esempio: la Maddalena (Gv 20,11-18). Lo vede sot-
to altra veste, non se ne accorge. Quando la chiama per no-
me, invece, lo riconosce: "Rabbunì". Però è sempre sotto
altro aspetto (Me 16,12), quindi l'incontro è di fede.
Così pure là sul lago, quando ci sono Pietro e gli Apo-

27
stoli (Gv 21). E' o non è il Signore? Nessuno osava chie-
derlo. Quindi è un incontro con il Risorto. Si accorgono
quando si rivela con il miracolo, col dono dei 153 pesci
e il servizio a mensa. Allora Pietro esce dalla sua solitu-
dine, dalla amarezza del peccato commesso e si affida alla
novità della grazia e diventa il primo messaggero dell'Amo-
re, Vicario di Cristo. Anche le altre vocazioni sono un in-
contro pasquale con Cristo. Soltanto chi vede il Signore
cammina con Lui, alla sua presenza. Gli altri sono in fuga,
sono fuori del Regno.
Basti pensare a Tommaso, il quale aveva cercato a lungo
una alternativa alla chiamata del Signore, ma rimase tri-
ste, finché non ritornò nella comunità dei fratelli, dove
potè vedere il Signore e ottenere quella beatitudine che
vale anche per noi: "Perché hai veduto, hai creduto, beati
quelli che pur non avendo visto, crederanno" (Gv 20,29).
La visione del Signore caratterizza la Pasqua e quindi
anche proprio questo singolare incontro con Lui, che è la
vocazione, perché la chiamata avviene sempre nel Figlio di
Dio, ogni chiamata. Perché il Figlio esprime il Padre nella
verità della carne, parlando il linguaggio degli uomini,
camminando per le vie degli uomini. E' quindi la persona
più adatta per esprimere questo amore immenso, incomprensi-
bile.
Come lo manifesta? L'evangelista Giovanni dice che Ge-
sù ha fatto l'esegesi dell'amore del Padre (Gv 1,18), lui
che è nel cuore del Padre. Come ne ha fatto l'esegesi? Spa-
lancando il cuore sulla croce. Ecco quindi la grande esege-
si dell'amore.
Quando il cuore di Dio si apre, Iddio non ha più miste-
ri e si affida all'uomo, alla creatura che egli ama. Quel-
l'amore diventa risonanza, diventa voce che chiama e diven-
ta pure missione. Il Figlio, di fatto, compie nella sua in-
carnazione ciò che ha fatto nella Trinità. E' Figlio e quin-
di si riconosce ed è obbediente al Padre e dice: "Un corpo
mi hai preparato, ecco, vengo a fare la tua volontà" (Eb
10,5-10) ed esperimenta la gioia di donarsi.
La creatura è la dimensione della risposta d'amore del
dono, è capace di mettersi in sintonia con Dio e di entrare

28
ne] suo Regno, nel Kig| l0 . povero e crocifisso (ICor 1 23)
per vivere a lode della sua gloria (Ef 1 12)
La creatura più perfetta che è entrata in questa voca-
c h i
r r ^ r r rta dej signore
<è ia
^ ^
E SSa 6 11
a di f i h ' ^ ^ «"«Piare di ogni chiama-
C h C 81
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rola il j\ T T " ; ° m ^p i 'e ln Una ris
^ ^ P&° U« ia ' perfetta.
alla SUa Di
P»"
t a
gl ata di Dio H r ^ meravi-
gliata di Dio, che fa nuove tutte le cose. La sua parola
non soltanto sostiene l'universo, ma fa nuove t u t t e T c ^

Nel]'Apocalisse c'è un cavaliere bianco che porta que-


sto nome ( A p 19,13): "Verbum Dei". Se la Chiesa nel Vatica-
n o I I ha aperto questa pagina dell'Apocalisse e ha procla-
mato come prologo a tutti i suoi documenti la "Dei Verbi»
ver
significa che è giunta l'ora Hi • • &um ,
Parola « A- giunta i ora di mettersi in ascolto della
Parola e di annunciarne la pienezza.

a U
parola'"^" ^ * P a r ° l a : " S e c ^ o la Tua
parola n,n secondo altre dimensioni o misure. Ella entra

e n L ^ M o 6 P ° r " ^ ^ V Ì t a ' E q U Ì S Ì h a * vera c o l


scenza di Dio: non basta ascoltare con l'orecchio. All'udi-
: ° b a ? e ' V o l t a r e con attenzione, con a-
Nel cuore ^ e avviene questa accoglienza?

U 6 SÌ ha
creaz^Ti^^" * ^ ^ '> —a
^ITJLT-dei1 figu
C
creazione. Dio che disse: '.rifulga la luce dalle tenebre'

Tche
della gloria divina
per far risplendere la

A v e r eche rifulge sul volto di Cristo" Ecco


i su
8°2n — a r
(Rm 8 28-30) Egli v u o l a v e r e d e i f che ra l °
al Figlio unico èGesù nCristo.
bia ^ r 8 " ;° °SCenza ^ « d a che, secondo la bib-
la U t a e r t r Z a 1 am re
° ' P r e n d e P 6 r ° C U o r e ' trasferì
è Più ferma " " " ^ t 0 " P e r C u i ^ Vergine Maria non
e Più
da ferma , A e
rX orta
immessa dnel
n a s t a s a , ? i c e
vigore
^ ^
dello (
Spirito e di fatto
atto

gli uomini e verso Dio. Verso Dio nella preghiera e nella

vita°che
che 'cambia
cambia, *acquista
* ^ tono
il ^ della
* * presenza
^ ^ Dio.
di -

29
E qua] è la caratteristica di questa nuova creatura?
Che risponde a Dio con due semplici parole che io Spirito sug-
gerisce. La prima è: "Padre, Abba!" ( Rm 8,15). Francesco
l'ha fatta questa esperienza. La seconda: riconoscere che
Gesù è il Signore5 ecco l'esperienza pasquale. E' il Signo-
re, allora tutto diventa nuovo, tutto è più facile e si en-
tra per la via nuova e vivente (Eb 10,20) che Gesù Cristo
ci ha aperto nella sua carne.
L'uomo è capace di Dio: questa è la novità che ci rive-
lano Gesù, la Vergine Maria e S. Francesco, la cui vita è
tutta una risposta d'amore.
Vediamo come Francesco sia entrato in questo clima di
vita divina. Egli venne sorpreso da Dio, la sua vita è tut-
ta una sorpresa. Si mette in cammino per le vie degli uomi-
ni, parte per andare a combattere, ma qualcuno lo ferma e
gli dice: "Torna indietro". A una gloria terrena egli vede
contrapposta quell'altra dei suoi cavalieri, che egli anco-
ra non conosce. Quindi è Dio che ha dei progetti su di lui
e lo invita a parteciparvi: una sorpresa grandissima che
egli ricorderà nella sua ultima volontà, nel Testamento.
E' proprio quella sorpresa che lo lascia stupito, lo tra-
sforma, lo rende nuovo. Ma la sorpresa più grande fu quella
di incontrare Cristo nell'uomo e nell'uomo povero, soffe-
rente e più bisognoso.
Francesco era in cammino verso la pianura di Assisi
quando s'imbatte in un lebbroso. Facciamo una lettura teolo-
gica di quell'incontro, per capire il senso della chiamata
di Dio che si rivela in tutte le croci e da ogni croce ci
chiama per rinnovare la Chiesa. Quando vede il lebbroso,
il primo impulso è di fuggire. La croce fa paura a tutti
e, quando è incarnata in un uomo, fa ancora più paura. E'
tentato di fuggire, ma da uomo che si era proposto di fare
ciò che piaceva a Dio, ritorna indietro e incontra quel
lebbroso. Allora s'accorge che non è un lebbroso. Da quella
povertà traspare la pienezza. Ecco il segreto: vedere il
risorto in un uomo morente? è la prima sorpresa.
"Francesco, - gli disse Dio in spirito - lascia ormai
i piaceri mondani e vani per quelli spirituali, preferisci
le cose ama re alle dolci e disprezza te stesso, se vuoi c.o-

30
noscermi. Perché gusterai ciò che ti dico, anche se l'ordi-
ne e capovolto" <2Cel ^:FF 591).
Si ha quindi una vera conversione: non più per Je sue
vie ma per le vie di Cristo, cambia rotta. "Subito si sentì
come indotto a seguire il comando dei Signore e spinto a
farne la prova". (Ecco l'esperienza, subito . Non indugia-
re, la risposta d'amore è l'unica degna di Dio, non indu-
giare, non chiedere spiegazioni, altrimenti non avrebbe an-
cora finito di chiederle. Egli invece cammina subito, entra
in sintonia).
"Fra tutti gli orrori della miseria umana, Francesco
sentiva ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma, ecco, un
giorno ne incontrò proprio uno, mentre era a cavallo nei
pressi di Assisi. Ne provò grande fastidio e ribrezzo, ma
per non venire meno alla fedeltà promessa, come trasgreden-
do un ordine ricevuto, balzò da cavallo e corse a baciarlo
E il lebbroso, che gli aveva steso la mano, come per rice-
vere qualcosa, ne ebbe contemporaneamente denaro e un ba-
cio". (Non qualcosa o qualcuno ricevette, ma un fratello
Le mani danno qualcosa, il cuore, invece, partecipa all'a-
more soltanto il cuore dona, rendendo ogni uomo fratello.
Quindi, m Francesco sta nascendo qualcosa di nuovo,co^
pienamente nuovo). "Subito risalì a cavallo, guardò qua
e la - la campagna era aperta e libera tutt'attorno da o-
stacoli -, ma non vide più il lebbroso", aveva incontrato
Gesù Cristo. "Pieno di gioia e di ammirazione, poco tempo
dopo volle ripetere quel gesto:- (non si limita all'espe-
rienza) - andò al lebbrosario e, dopo aver dato a ciascun
malato del denaro, ne baciò la mano e la bocca".
Guardate, questo è un atto talmente coraggioso che lo
U b e r a da ogni paura, anche da quella del contagio e della
morte. Quindi rischia la morte e dà la vita per i fratelli
Questo poi lo imporrà ai frati nella Regola. Comincia già
da qui. Rischia la vita perché gli altri si accorgano che
vuole loro bene, perché in essi c'è Cristo: la vita per la
vita. ^
"Così preferiva le cose amare alle dolci, e si prepara-
va virilmente a mantenere gli altri propositi". Incomincia
quindi un cammino nuovo, già cambia il cuore, la mente si

31
accorge che la realtà non è quella fuori ma quella dentro.
La novità vera è quella del cuore, dell'intimo: al di là
dell'apparenza dell'uomo, povero; e bisognoso, egli vede
Gesù Cristo. Da quell'immagine quindi traspare l'uomo vero
che è Gesù Cristo.
Il punto decisivo è il crocifisso di S. Damiano, che
è un crocifisso pasquale e cosmico. Vorrei proporlo da que-
sto Monte Santo come il segno della salvezza del mondo in-
tero .
Perché l'anno scorso, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre,
non ha più parlato a Francesco poverello là ad Assisi, a
S. Damiano? Sapete a chi ha parlato? Ha parlato nella Basi-
lica di S. Pietro a tutta la Chiesa e a tutta l'umanità:
è stato il momento più commovente nella processione dalle
porte in fondo alla chiesa fino all'altare papale. Posto
sull'altare papale questo Crocifisso ha parlato al mondo,
alla chiesa e all'universo. Quindi lo proporrei proprio
qui, in questa montagna, come il segno della salvezza uni-
versale di tutti gli uomini. E deve essere riproposto: per-
ché? E1 una icona, non è soltanto una bella immagine, è una
icona che ripropone il mistero dell'amore infinito di Cri-
sto che diventa dono per gli uomini, quindi un amore che
chiama. Ecco la chiamata.
Francesco intanto entra in quella chiesa, non così per
passatempo, bensì mosso dallo Spirito.(Questo è importante:
essere obbedienti allo Spirito, perché il silenzio interio-
re, l'ascolto, non avviene così per caso, o non si improv-
visa). Egli entra come di consueto, però spinto dallo Spi-
rito di Dio. E' Dio che ha l'iniziativa, e Francesco obbe-
disce allo Spirito ed entra e rimane sorpreso perché quel
crocifisso parla e lo chiama per nome. Ora,, qui è il senso
profondo della chiamata e della conoscenza, perché chi
chiama per nome? 11 papà e la mamma, i fratelli, le sorel-
le, gli amici più intimi-, gli altri non conoscono il nome.
Dio si rivela come Colui che ci conosce per primo, ci ama
per primo e ci chiama e ci manda. E ci chiama in Gesù Cri-
sto.
Chiamandoci, egli ci dimostra, non soltanto il suo amo-
re, ma anche la sua predilezione e ha qualcosa da affidar-

32
ci. E ce l'affida così nel segreto dell'intimo. Però è im-
portante che questo avvenga nella Chiesa e non fuori. La
chiamata è sempre nel Tempio di Dio. Se pensate alle grandi
chiamate di Isaia nel tempio ( Is VI,2) in cui risuona il
'Sanctus' dei Serafini e la gloria di Dio diventa pienezza,
li la voce diventa messaggio e missione. Chiama e va. E do-
vunque avvenga la chiamata, o sulla strada o oltrove, lì
si consacra il tempio di Dio, perché il tempio è appunto
dialogo consacrante tra Dio e la sua creatura.
Orbene, Francesco sente quella chiamata, quella parola
che gli dice: "Va' Francesco, e ripara la mia Chiesa, che
come vedi, sta andando tutta in rovina".
Francesco è sorpreso, perché lui è Piccolino, povero.
Egli rimane, stando alla versione del Celano e anche di Bo-
naventura, in silenzio, mentre i Tre Compagni danno una ri-
sposta. Vediamo le due spiegazioni.
(2CeL 2,10-11): "Era già tutto mutato nel cuore e pros-
simo a divenirlo anche nel corpo, quando un giorno passò
accanto alla chiesa di S. Damiano, quasi in rovina e abban-
donata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare,
si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toc-
cato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova
totalmente cambiato". (Ecco il cuore gli è preso da Dio,
dallo Spirito, quindi è disposto all'ascolto. Ha un cuore
bello e buono (Le 8,15) che può portare molto frutto, è la
terra pura, la terra vergine, capace della pienezza dell'a-
more di Dio). "Mentre egli è così profondamente commosso
all'improvviso - cosa da sempre inaudita! - l'immagine di
Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le lab-
bra. 'Francesco, - gli dice chiamandolo per nome - v a ' , ri-
para la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina'. Fran-
cesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi
a queste parole. Ma subito si dispone ad obbedire e si con-
centra tutto su questo invito. Ma, a dir vero, poiché nep-
pure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile trasforma-
zione che percepì in se stesso, conviene anche a noi co-
prirla con un velo di silenzio". (Soltanto il silenzio può
esprimere questa pienezza, la parola la sciupa, quasi la
consuma

33
"Da queJ momento si fissò nella sua anima santa la com-
passione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere,
le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora
nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore.
Cosa meravigliosa, mai udita! chi non è colpito da me-
raviglia? E chi, o quando mai ha udito qualcosa di simile?
Nessuno potrà dubitare che Francesco, prossimo a tornare
alla sua patria, sia apparso realmente crocifisso, visto
che con nuovo e incredibile miracolo Cristo gli ha parlato
dal legno della Croce, quando - almeno all'esterno - non
aveva ancora del tutto rinunciato al mondo! Da quel momen-
to, appena gli giunsero le parole del Diletto, il suo animo
venne meno. Più tardi, l'amore del cuore si rese palese me-
diante le piaghe del corpo".
Ecco, il Celano e così anche Bonaventura non dicono
cosa rispose Francesco. Ecco adesso la mia domanda: "Perché
il P. Provinciale aveva messo come titolo: 'La spiritualità
oggi'? La diamo noi oggi la risposta? Cosa avreste risposto
voi? E' importante se oggi parlasse (e di fatto parla) il
crocifisso? Non avendo un'immagine, ne mostro una più gros-
sa. Ecco qui il Crocifisso di S. Damiano, chiama noi, chia-
ma voi oggi, la parola chiama, cosa rispondete voi oggi?
"Ma io sono piccolo, non so parlare", come Mosè. Qualche
scusetta forse... Cosa avreste risposto voi oggi? La chia-
mata c'è, c'è stata per noi come per lui. E' quella stessa:
la chiamata sua non è più grande della nostra, l'amore di
Dio è capace di fare grandi santi ancora oggi, purché uno
sia disposto ad accogliere questa pienezza. Cosa avreste
risposto voi?
Questa è l'attualità: è immettersi nel messaggio e
dar la risposta oggi, come quella di Francesco ieri, nello
stesso stile. Cosa avreste risposto? (Un eserciziante: "Non
sono capace". Ecco, questo è più sincero, non sono capace
Signore, come Mosè che diceva: "Non so parlare", o anche
Geremia: "Sono un bambino* non so parlare". "Non dire sei
un giovanotto: non so parlare, io parlerò in te, ti metterò
le parole sulla bocca". Oppure Isaia: "Sono un peccatore".
Allora arriva il Serafino dall'altare e lo purifica.
Chi manderà il Signore? "Manda me, subito". Ti prepara

34
e poi ti dà ]'impulso per rispondere. Cosa rispose France-
sco: "Benissimo...". I Tre Compagni dicono: "Lo farò volen-
tieri, Signore". La bella risposta dell'amore, degna di
Francesco, che vale davvero immensamente perché è l'unica
degna di Dio.
La chiamata è beatitudine, è Vangelo di grazia, è il
suo messaggio personale, e lui deve entrare in sintonia con
questa beatitudine: lo farò volentieri. Molti rispondono:
"Ma perché proprio a me?". Pensate a Giona, va da un'altra
parte per non essere in pericolo di andare per quella via.
Oppure anche altri profeti resistono a Dio, o se non altro
sentono il dramma della croce. Geremia: "Se parlo mi ucci-
dono e se non parlo... che cosa devo fare?". Francesco: "Lo
farò volentieri, Signore".
Quindi è l'unica risposta degna di quel! 'amore che dà
la vita. La vita per la vita, subito. Però c'è un cammino
di risposta: ecco la significazione teologica: Francesco
si mette a fare il muratore. Innanzi tutto si dà da fare.
L'ho sentito in questi giorni da una professoressa di arte
sacra che andò ad imparare dai cistercensi a fare chiese,
perché lui non sapeva maneggiare né cazzuola né niente. Era
un mercante, quindi non sapeva fare il muratore. Andò a im-
parare e la volta a botte che c'è a S. Damiano e a S. Maria
degli Angeli era la caratteristica della piccola chiesuola
dei fratelli laici cistercensi che non avevano coro per
dir l'ufficio né il Santissimo. Erano proprio delle chie-
sette piccole nella campagna.
Quindi si mette dalla parte dei piccoli e fa fraterni-
tà: è un nuovo stile di Chiesa che era diffusa in Francia
del sud, ma non in Italia. Il primo è stato Francesco. I-
naugura uno stile nuovo, si dà da fare meglio che può, da
vero cristiano che risponde come può. Si mette a lavorare,
però sbaglia. Lo dice S. Bonaventura, inizialmente sbaglia,
non per cattiveria ma perché non capisce tutto. La Parola
non si capisce subito: la Parola è pienezza, la Parola è
amore, quindi è Jahwè che ti chiama, è Parola di Dio, quin-
di Verità che ti rende vero.Ma è anche fedeltà, quindi un
amore che resta per sempre e che ha bisogno di essere arti-
colato in tutta una vita e di risuonare, affinché tu ne per-

35
cepisca la pienezza.
La Parola deve essere espressa nella sequela, affinché
tu ne capisca e ne gusti il dono. Quindi non basta ascol-
tarla in superficie, anche se con buona volontà. Francesco
si mette a fare il muratore, a mettere a posto le mura:
è una bella cosa ma un poco alla volta si accorge che non è
questo il senso che voleva Gesù Cristo. Bonaventura lo ri-
corderà nella Leggenda Maggiore al Cap. 111,3 (voglio fare
questi flash perché entriamo nella pienezza della sua chia-
mata, della sua vocazione), Bonaventura lo ricorda e dice
che S. Francesco non ha capito subito tutto quanto, oppure
ha capito solo in parte. Gesù intendeva l'altra Chiesa,
quella vivente. Ma come si fa a capire che è la Chiesa vi-
vente?
Ecco, facciamo un passo indietro e tenete presente il
Crocifisso, quello di S. Damiano: guardatelo bene. Dov'è
questo Crocifisso? Nella chiesa. E com'è questo Crocifisso?
Intanto non è un crocifisso qualsiasi, gli occhi non sono
chiusi, morti, ma sono vivi: è un Cristo vivente, quindi
glorioso, non con la corona di spine. E attorno ci sono
delle persone, la Madonna, S. Giovanni, e poi Maria di
Cleofa e altri, c'è il Centurione, ci sono altri personag-
gi. Guardate però bene questo Crocifisso, cosa c'è nello
sfondo? C'è un sepolcro vuoto. Togliete le figure: c'è un
sepolcro vuoto. Cristo che esce dal sepolcro e ti chiama
come vivente che era morto ed è ora vivente nei secoli.
E' l'Apocalisse, rivelazione di Cristo, che ti chiama:
sepolcro vuoto che risorge nella Chiesa. E due angeli o due
donne guardano dentro al sepolcro, a destra e a sinistra,
ai lati della Croce. Qua c'è tutta la Chiesa, perché que-
sti personaggi che guardano a lui, significano la Chie-
sa. Egli parla nella Chiesa vivente. E quindi Francesco de-
ve recepire questa risonanza. C'è la Chiesa tutta intera
in quella Parola, la Chiesa per cui Gesù ha dato la vita.
E la Chiesa non soltanto terrena ma anche celeste. E sopra
chi c'è? Gli angeli, e al centro? Cristo che ascende al
cielo glorioso, con la croce come vessillo di gloria. E'
la croce pasquale questa. E sopra ancora una mano picco!i-
na, la destra del Padre, oppure lo Spirito Santo che è det-

36
to 'digitus paternae dexterae'.
Quindi c'è Pasqua e Pentecoste insieme: celebrazione
cosmica che raccoglie tutto l'universo e lo porta a Dio.
La Chiesa viene portata su da Cristo fino al Padre, la
chiesa Celeste, angeli e santi che celebrano Iddio. France-
sco è chiamato da questa Chiesa. A noi sembra strano, ma
per lui era naturale. Sapete perché? In ogni chiesa c'era
il Paradiso davanti. S. Giovanni in Laterano, per es. parla
della Gerusalemme celeste. C'erano alcune chiese che si
chi amavano e si chiamano anche oggi, Paradiso. C'era lì
la scena: uno entra nel cielo, entra alla presenza di Dio
e quindi ascolta queste parole arcane che gli dicono la
Parola di Dio e lo immettono in un mondo nuovo. Quindi è
un crocifisso bellissimo. Ci sono anche altri particolari:
c'è Pietro che piange, c'è il gallo che canta, c'è il Cen-
turione che dice: "questo è il Figlio di Dio".
Vorrei che contemplaste questo Crocifisso: è il croci-
fisso che entra al centro della Chiesa e dovrebbe essere
proposto come 'il Crocifisso1 pasquale, Cristo che racco-
glie tutta l'umanità nella sua Chiesa. Essa è rappresentata
da questi pochi personaggi che sono simbolici, ma dentro
ci siamo anche noi, e soltanto quando uno capisce questo,
ha capito la chiamata, altrimenti non si è caDito nulla e
siamo fuori delle mura.
Francesco, dopo avere edificato le mura, entra nella
Ch iesa, per sua fortuna, per sua grazia. Leggiamo dalla
Leggenda Maggiore di S. Bonaventura al Cap III,1:FF 1051,
leggiamo come è avvenuta questa trasformazione interiore.
"Nella Chie sa della Vergine Madre di Dio dimorava, dun-
que, il suo servo Francesco e supplicava insistentemente
con gemiti continui Colei che concepì il Verbo pieno di
grazia e di verità, perché si degnasse di farsi sua avvoca-
ta. E la Madre della misericordia ottenne con i suoi meriti
che lui stesso concepisse e partorisse lo spirito della ve-
rità evangelica".
Ha capito finalmente! Quando cioè la parola risuona
nella Chiesa. Il messaggio del giorno, del Vangelo, come
quello ascoltato nella chiesa semplice, piccola di S. Maria
degli Angeli, nella stessa chiesa che egli volle qui alla

37
Verna dopo aver ricevuto il grande perdono, la grande mise-
ricordia di portare tutti in Paradiso, in una persona così
piccola opera un cambiamento.
Cambia Francesco, cambia la Chiesa, cambia il mondo
e per sempre. Le vocazioni sono sempre, per tutti i tempi
e per tutti i luoghi. Chi è testimone, sarà testimone fede-
le per sempre.
Andiamo avanti. Vediamo che Vangelo venne letto quel
giorno.
"Mentre un giorno ascoltava devotamente la messa de-
gli Apostoli, sentì recitare il brano del Vangelo in cui
Cristo, inviando i discepoli a predicare, consegna loro la
forma di vita evangelica, dicendo: 'Non tenete né'oro né
argento né denaro nelle vostre cinture, non abbiate bisac-
cia da viaggio, né due tuniche, né calzari né bastone'.
Questo udì, comprese e affidò alla memoria l'amico del-
la povertà apostolica e, subito, ricolmo di indicibile le-
tizia, esclamò: 'Questo è ciò che desidero, questo è ciò
che bramo con tutto il cuore!'".
E' una cosa provvidenziale sentire pronunziare il Van-
gelo in cui Cristo, inviando i discepoli a predicare, con-
segna loro la forma di vita evangelica. Il Vangelo diventa
forma di vita evangelica (Mt 10,9-10). Ed ecco la conver-
sione profonda di Francesco: non basta più:'lo farò volen-
tieri, Signore', è una cosa bella ma a fior di pelle. Ades-
so entra nel cuore: 'questo è ciò che desidero, questo è
ciò che bramo con tutto il cuore'.
"Si toglie i calzari ai piedi, lascia il bastone, male-
dice bisaccia e denaro e, contento di una sola tonachetta,
butta via la cintura e la sostituisce con una corda e mette
ogni sua preoccupazione nello scoprire come realizzare a
pieno le parole sentite e adattarsi in tutto alla regola
della santità, dettata agli apostoli".
Qui c'è appunto lo Spirito Santo che lo prende nell'in-
timo e lo trasforma. La conseguenza è una mirabile fecondi-
tà, perché non si può nascondere questa presenza della Pa-
rola, che fa nuove tutte le cose, perciò l'uomo non può più
nascondersi, diventa luminoso.
Pensiamo alla Vergine Maria, quando ella appare portan-

38
do quella Parola nel cuore, nel grembo, Elisabetta se ne
accorge e dice: "Come mai (perché uno che è trasformato da
Dio è nuova creatura) la madre del mio Signore..." e Gio-
vanni esulta e viene consacrato (cfr. Le 1,39-45).
Della trasformazione di Francesco se ne accorgono tutti
e vogliono imitare la sua forma di vita, seguirlo nella vi-
ta e nell'abito, anche nell'esterno, e ormai dicono: quella
è la via giusta. Hanno capito che lì c'è un messaggio nuo-
vo, c'è un impulso nuovo, un nuovo vigore che trasforma
tutte le cose. Per primo il venerabile Bernardo fu reso
partecipe della vocazione divina e meritò di essere il pri-
mogenito del beato Padre, primo nel tempo e nella santità,
e volle unirsi a lui nell'abito e nella vita (LM 3,3-FF
1054).
Le circostanze e le modalità sono importanti. Esse
circoscrivono nello spazio e nel tempo un'esperienza inte-
riore rivelandone lo stile e l'intensità. Diventano pure
il tramite di una mediazione di grazia che trova nella pa-
rola la sua rivelazione, ma ha nell'esempio la sua luminosa
fonte sorgiva. Per questo Gesù "incominciò prima a fare
che a insegnare" (At 1,1) inaugurando uno stile di vita
contrassegnato dall'esempio.
Il modo di vivere di Francesco diventa esemplare. Egli
segue perfettamente Gesù Cristo, imparando da Lui ad amare
donando la vita. Francesco scopre la croce pasquale di Gesù
Cristo come inizio di risurrezione e di vita e ne fa l'em-
blema della sua vocazione cristiana.
Come la scelta di Gesù di incarnarsi nella povertà
di Betlemme e di vivere da povero a Nazareth, preferendo
la povertà alla ricchezza (cfr. 2 Cor 8,9), "inaugura per
noi la via nuova e vivente attraverso il velo, cioè la sua
carne" (Eb 10,20), così la scelta di Francesco di una forma
di vita conforme al Vangelo rinnova i segni di quella gra-
zia, preparando l'avvento di una nuova Pentecoste, ossia
di una mirabile fecondità nello Spirito.
"Ascoltandolo (frate Bernardo), il servo di Dio si
sentì ripieno della consolazione dello Spirito Santo, per-
ché aveva concepito il suo primo figlio" (LM III,3:FF 1054).
La fecondità proviene dalla fede, come prima beatitu-

39
dine dei Regno di Dio (cfr. Le 1,45). Ciò che conta è la
nuova creatura, che vive secondo lo Spirito. La maternità
spirituale è il segno della fecondità di chi mette in pra-
tica la parola di Dio: "Mia madre e i miei fratelli sono
coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pra-
tica (Le 8,21).
Quella parola ti fa nuovo, ti immette nel Regno, per cui
ognuno è fratello, sorella e madre di Cristo. Ecco la novi-
tà. Francesco si ritrova in quella parola e quindi ne per-
cepisce la fecondità e nell'intimo diventa madre dei suoi
fratelli, quindi una nuova fraternità che ha il senso ma-
terno nasce dalla sua esperienza, poi la proporrà ai frati
come norma di vita. Quindi frate Bernardo è suo figlio.
Anch'io ho avuto un figlio di 82 anno da maestro dei
novizi. Avevo l'età della sua figlia minore. Morì la moglie
di quest'uomo e volle a tutti i costi farsi frate. Voleva
diventare anche sacerdote, ma nessun vescovo voleva dargli
il permesso. Andò anche dal Patriarca di Venezia e Mons.
Luciani, certo che si trattasse di un'ispirazione del Si-
gnore, dette il permesso. Fu ordinato diacono e fu come per
un giovane di diciott'anni, una primavera. Scrisse a tutti
un messaggio. I suoi figli non lo sapevano, lo nascose a
tutti, e poi a Treviso si seppe che era stato ordinato dia-
cono un certo Prof. Fontana e i figli capirono che era il
loro padre. L'anno scorso fu ordinato sacerdote.
Ciò che mi commosse è che lui mi chiamava Padre Mae-
stro. In questo episodio ho capito l'ordine nuovo del Van-
gelo, non c'è più padre o figlio, ma c'è una generazione
nuova che nasce da Dio e dalla Parola, per cui uno che ha
80 anni può diventare figlio di uno che ne ha 20 o 30. I
figli possono diventare madri dei loro genitori e quindi
qui si rigenera tutto, la famiglia diventa nuova, cellula
viva della Chiesa: è il mondo nuovo che rinasce. Fecondità
nuova che nasce dallo Spirito.
La Pentecoste deve immettersi anche oggi in questo mon-
do che sta consumandosi e morendo. Allora si entra nella
pienezza.
Facciamo una riflessione teologica: Come mai Francesco
entra dentro? Di solito uno accoglie una parte del dono e

40
quindi resta limitato, Piccolino. Egli accoglie questa pie-
nezza .

3) La vita francescana è entrare nella pienezza del Van-


gelo

Il Celano dice anche questo, ve lo spiego in parole


semplici e spero che riusciate a seguirmi.
Gesù Cristo incarnandosi e quindi venendo a parlarci,
a chiamarci per nome, non si arricchisce, ma si impoveri-
sce, si exinanisce, quindi diventa povero, umile, non tiene
alla sua dignità di essere Dio, come un potere per sé, ma
piuttosto si umilia, diventando obbediente fino alla morte
e alla morte di croce. Ciò che ha fatto a casa sua nel
grembo del Padre, lo fa anche all'estero, qui sulla terra.
Come si fa ad accogliere questa pienezza? Se noi siamo
proprietari non si può accogliere, abbiamo già un dominio,
abbiamo già occupato il cuore e non si può cogliere tutta
la pienezza. Ecco soltanto la verginità e la povertà asso-
luta permette alla pienezza di incarnarsi in noi e di tra-
sparire come in Francesco.
Quindi la esigenza di liberazione totale. La Vergine
Maria lo ha realizzato, ma anche San Francesco è riuscito
ad accogliere nella povertà assoluta questa pienezza per
poterla rivelare. E di fatto egli scelse (e qui c'è una sua
dimensione che è attualissima oggi) "nulla di proprio sotto
il cielo". Non dice povertà: è troppo poco. Ha scelto il
cielo, cioè il Regno, ha scelto Cristo e basta ed è conten-
to solo di Lui, e allora riceve tutta questa pienezza e
compie il Vangelo.
Egli dice che anche i frati sono chiamati a compiere
il mistero del Vangelo di Gesù. Guardate la 2 Cel 156:FF740
dove Francesco spiega il senso della vita francescana come
pienezza del mistero del Vangelo.
Mentre si lamentava dei frati che davano cattivo esem-
pio, egli disse che il senso della vocazione dei frati era
di compiere il mistero del Vangelo di Cristo e non soltanto
di limitarsi a viverlo in q u a l c h e modo, ma di accogliere que-
sta parola e riconoscersi in essa, di entrare nell'immagine

41
e rivelarla pienamente in modo che egli non ha altro di
proprio sotto il cielo.
Così S. Francesco diventa non soltanto una risonanza
del Vangelo,(e qui rimando alla lettera al Capitolo Genera-
le dei Frati,FF 216), perché chi accoglie la parola diventa
risonanza di Cristo, non parola propria.
"Udite, figli del Signore e fratelli miei, e prestate
gli orecchi alle mie parole. Inclinate l'orecchio del vo-
stro cuore e obbedite alla voce del Figlio di Dio. Custodi-
te nelle profondità di tutto il vostro cuore i suoi precet-
ti e adempite perfettamente i suoi consigli.
Lodatelo poiché è buono, e esaltatelo nelle opere vo-
stre, poiché vi mandò per il mondo intero affinché testimo-
niate la sua voce con la parola e con le opere e facciate
conoscere a tutti che non c'è nessuno onnipotente eccetto
Lui. Perseverate nella disciplina e nella santa obbedienza
e adempite con proposito buono e fermo quelle cose che ave-
te promesso. Il Signore Dio si offre per voi come per dei
figli"(LettCapFrati 6-12:FF 216).
Diventa risonanza, entra in sintonia, entra nella gio-
vinezza di Dio. Francesco è capace di questa novità, non
si attacca a qualcosa di proprio, non antepone nulla, si
lascia prendere dalla parola e quindi entra nella pienezza,
entra nel Regno, per cui non avere nulla di proprio è riso-
nanza del Vangelo di grazia e diventa quindi anche sua ri-
velazione. Come fa a diventare rivelazione? Nella bibbia
c'è una parola importante: chi entra in Cristo entra nella
pienezza dei tempi. Però è detto 'nella economia della pie-
nezza dei tempi', ma non si tratta di un'economia come la
intendiamo noi, ma di un retto ordine, della pienezza dei
tempi, che entra in Cristo e si compie continuamente in
Lui.
Ma c'è anche un altro senso. Nel greco moderno economia
si legge iconomia ed è la stessa parola. Quindi vuol dire
entrare nella icona di Cristo, entrare nell'immagine della
croce e rivelarla. Ora, Francesco qui alla Verna ha rivela-
to quella vocazione esprimendola proprio nella persona di
Cristo Crocifisso? questo è il senso profondo. Non soltanto
accoglie la Parola con l'orecchio, ma la accoglie nel cuo-

42
re nella vita e poi l'assapora, la gusta, imita il Cristo
nei gesti, nei segni, avendo i suoi sentimenti e, alla fi-
ne, la esprime, la rivela.
Questo è il Regno. Per cui il Vangelo, che è parola di
amore, non può essere inteso a senso unico. La chiamata mia
non è solo per me. La chiamata deve edificare tutta la
Chiesa, risuona nella Chiesa e vale per tutti i tempi e per
tutti i luoghi ed edifica il Regno di Cristo dappertutto.
E quindi Francesco lo edifica qui dalla Verna e anche noi lo
edifichiamo oggi, quindi è importante capire la Parola come
voce, come messaggio.
E' il segno che diventa la via, diventa la sequela, di-
venta la croce. E la rivelazione: i segni delle Stimmate.
Quando Gesù apparve nella Pasqua cosa mostrò? I segni glo-
riosi che erano la verifica del Regno, la dimostrazione che
la croce è vincente. Ora uno che si mette nella sequela di
Cristo deve capire questo per avere l'impulso, la gioia di
dire: "Lo farò volentieri, Signore", altrimenti non riesce
ad esprimere la pienezza. Leggiamo 2Cel 156:FF 740.
Il Santo disse: "Signore Gesù Cristo, tu che hai scelto
i dodici Apostoli, dei quali anche se uno venne meno, gli
altri però rimasero fedeli ed hanno predicato il santo Van-
gelo animati dall'unico Spirito, tu, o Signore, in questa
ultima ora, memore della antica misericordia, hai fondato
l'Ordine dei frati a sostegno della tua fede e perché per
loro mezzo si adempisse il mistero del tuo Vangelo".
Quindi non soltanto una sequela qualsiasi, ma il compi-
mento, la pienezza. E allora tornando all'esempio dello
Speculum che ho ricordato ieri al n. 26, si arriva a quel
nuovo popolo di Dio. La Chiesa lo ha scoperto dopo quasi
otto secoli questo nuovo popolo di Dio che è contento solo
di Cristo, che si riconosce in Cristo luce del mondo e sta
in devoto ascolto della sua parola.
Ora, nello Speculum Perfectionis si dice appunto que-
sto: che il Figlio aveva chiesto al Padre un nuovo popolo.
Qual è la caratteristica? Proprio questa: 'che fosse con-
tento solo di me'. Che non volesse avere nuli'altro, che
si ritrovasse nella Parola, contenuto dentro, in quella pa-
rola che ti chiama e che fosse a suo agio nella sua dimoia,

43
proprio come un bimbo nei grembo materno che respira e cre-
sce, finché viene alla luce. Così rivela, specialmente ai
suoi frati: " ... contento di non possedere che lui solo,
altissimo e glorioso" (Spec 2ó:FF 1711).
Ora vorrei che noi capissimo questo e che riscoprissimo
questa chiamata. I testi li avete già avuti, sono quelli
del Celano,Bonaventura, poi qui adesso i Tre Compagni: "lo
farò volentieri, Signore" (n. 13:FF 1411 ) e poi l'ultima
dello Speculum n. 26.
Passiamo ora all'attuazione. Ognuno di noi oggi è chia-
mato nella Messa degli Apostoli, come lo fu Francesco e de-
ve dare oggi la risposta che cambia tutta la Chiesa. Tor-
niamo alle sorgenti, alle fonti della nostra vocazione. An-
diamo a vedere quando, dove e come il Signore ci ha chiama-
ti. Le circostanze della nostra chiamata sono importanti.
Siamo chiamati dalla croce, nella Chiesa, lungo la strada,
con quale tono? E la risposta? Pensate a Paolo lungo la
strada. Gesù prende il suo cuore, lo afferra e S. Paolo
dice: "Che vuoi che io faccia? Chi sei tu?". E là nasce
un uomo nuovo.
Il primo nome dato ai cristiani, sapete qual è? E'
"uomini e donne di quella via" (Atti 9,2,9,19 ecc.). E sem-
pre in contesto di opposizione, di croce, di lotta. Quindi,
uomini e donne di quella via che seguono Cristo. Quindi
la via è la via di Cristo, diventa via della croce e diven-
ta via nuova vivente (lettera agli Ebrei) nel corpo della
carne umana.
Ecco il corpo che diventa mediazione, diventa dono,
il corpo per la vita. Qui si entra in Cristo, nella sua
pienezza. Per rispondere a tono bisogna conoscere il tono.
Francesco entra nel disegno: "Lo farò volentieri", entra
subito in questo Vangelo del Signore che gli ha parlato
da amico, chiamandolo per nome, quindi ognuno deve identi-
ficarsi in quella parola, ritrovarsi, conoscersi oggi, ri-
conoscendosi in quell'amore che chiama per nome.
E la riconoscenza vuol dire anche lode, perché solo
un cuore riconoscente può accogliere il dono di Dio. Quindi
andare lì e poi esprimerlo. Se volete possiamo fare anche
un'esperienza: è la multiforme grazia di Dio che esprime

44
la Parola e la articola in modo che essa diventa moltepli-
ce, multiforme, diventa Chiesa. Questa risonanza nella
Chiesa è celebrazione della Parola. Comunque un'Altra è
la Parola, la Via dell'Amore, questo non dimentichiamolo,
perché l'unica via è Cristo, che è ]'Amore che ha assunto
la Verità della carne. Cerchiamo di incarnarne il messag-
gio oggi e poi di accordarlo in una consonanza di lode in
una sinfonia francescana dell'amore.

45
Excursus :

LA PREGHIERA DELLA VERNA E LA BENEDIZIONE DI


SAN FRANCESCO A FRATE LEONE

1) La preghiera della Verna

2) La preghiera diventa benedizione

3) La pedagogia di San Francesco: una pedagogia


d 'amore

k) L 'accoglienza "materna": partecipazione della Bene-


dizione di Dio.

1) La preghiera della Verna

Ben volentieri accolgo la proposta del M.R.P. Provin -


ciale, di recitare ogni giorno, prima delle lezioni, la
preghiera composta da San Francesco stimmatizzato qui alla
Verna: Le Lodi di Dio Altissimo (FF 261). Anzi desidero
farne un breve commento, affinché la nostra settimana di
studio non si limiti all'ascolto o all'ammirazione, ma di-
venti commozione interiore, rinascita spirituale, gioia
di essere figli-di Dio e di poterlo amare con i sentimenti
stessi del suo fedele servo Francesco. Così trasformeremo
questa settimana in una celebrazione corale dell'Eucaristia
(nella chiesa di S. Maria degli Angeli) e della vita (qui
nella Sala S. Chiara), sintonizzandoci al ritmo del cuore
di Francesco, alle sublimi altezze dei Serafini, sì da e-
sperimentare la gioia di essere "nuova creatura" (cfr. Gal
6,15-16), quella che S. Serafino di Sarov chiama "la crea-
tura del Sanctus", l'uomo nuovo, configurato all'immagine
di Gesù Cristo (cfr. Rm 8,28-30) e diventando sua somi-
glianza secondo lo Spirito (Amm.5, FF 153-154). Tale dono
fu concesso a Francesco, com'egli velatamente confessa:
"benché ci sia stato qualche uomo che ricevette dal Signore
una speciale cognizione della somma sapienza" (Amm.5,6:154)

46
Questo ci dispone anche meglio a considerare il divino mi-
stero della vocazione e a compiere, in armonia con l'espe-
rienza di S. Francesco, tutto il ciclo della nostra vita
cristiana e religiosa, che trova nel tempio la sua origina-
le fonte sorgiva e nella glorificazione di Dio il suo pieno
compimento (cfr. Is 6,3ss.). Su questo Monte Santo, France-
sco aveva esperimentato Dio al vertice dell'amore dei Sera-
fini e nell'immagine crocifissa del Figlio di Dio Gesù Cri-
sto, quindi nella massima espressione dell'amore, per que-
sto la sua preghiera è pura lode di gloria e adorazione
perfetta Illuminato dal suo esempio, San Bonaventura ri-
corda che nell'esperienza del Serafino crocifisso e nel
canto dei Serafini, il Sanctus, si compie la lode della
creatura nella perfezione dell'amore. "E di questo canto
e di questa lode si parla nel libro di Isaia. I Serafini
proclamano l'un l'altro: "Santo, santo, santo è il Signore
degli eserciti" (Is 6,3). Il primo Sanctus, perché Dio
scolpi l'immagine delle anime beate nella creazione, il
secondo Sanctus, perché Cristo la ricolorò nella sua pas-
sione, il terzo Sanctus, perché lo Spirito Santo la trasfi-
gurera nella eterna rimunerazione" (S.Bonaventura,Dom. 22
post Pent.,sermo 6, Op.Omnia,IX,449b).
Dopo il miracolo delle Stimmate, San Francesco porta
xn se il sigillo della santità di Dio. E- divenuto come
una fiamma di amore (LM 1 3 ,2:FF 1224), come W na figura di
luce, una Scala di Giacobbe, che sale verso Dio o scende
verso il prossimo (LM 1 3 ,1:FF 1222). "Perciò l'uomo angeli-
co Francesco discese dal monte e portava in sé l'effigie
^ i s T 0 C Ì J Ì S n S 0 ' r a f f Ì « u r a t a "on su tavole di pietra (Es
31,18) o di legno dalla mano di un artefice, ma disegnata
nella sua carne "dal dito del Dio vivente"(LM 13 5-FF 1228)
Celebrando la Pasqua, ossia il passaggio in Cristo per ri-
tornare con Lui al Padre, egli eleva la lode perfetta in
nome di tutti gli uomini (F.Olgiati, "Ricordo del Padre-
dalia nascita alla morte come un mistero pasquale" Vita
q
M i n ^ E 52 (1981) 293-306). ' —
S. Francesco ci appare nella sua esile figura croci-
lissa come una immagine perfetta di Gesù Cristo, divenuto
m lui, benedizione. Forse per questo un grande teologò

47
contemporaneo lo mette al posto d'onore, vicino a Gesù Cri-
sto. "Fra queste immagini umane la vita di S. Francesco
è senza dubbio la più vicina, la più somigliante. Nei suoi
confronti si potrebbe opportunamente usare l'espressione
così bella del Padre Allo a proposito di S. Paolo: egli
è stato "il primo dopo 1'Unico"(Y.Congar,Le vie del Dio
vivo, Morcelliana Brescia 1965,p.235).

2) La preghiera diventa benedizione

S. Francesco si trovava qui alla Verna, verso la fine


del mese di settembre dell'anno 1224. Da poco era stato
"segnato" da Dio con le stimmate e quindi reso più confor-
me, anche esteriormente, al Figlio di Dio Gesù Cristo. Quel
segno dovette brillare di tale luce che lo elevava Sopra
tutti e lo immetteva nel cielo dei beati. Frate Leone, pur
esultando per la santità del Padre serafico, si vide, for-
se, nella sua piccolezza e improvvisamente si sentì oppri-
mere da un'indicibile angoscia, che divenne "grave tenta-
zione". Forse fu anche una partecipazione misteriosa al-
l'immenso dolore di Francesco, segnato dalla Croce.
Così descrive l'episodio Tommaso da Celano: "Mentre
il Santo era sul monte della Verna, chiuso nella sua cella,
un confratello desiderava ardentemente di avere a sua con-
solazione uno scritto contenente parole del Signore con
brevi note scritte di proprio pugno da S. Francesco. Era
infatti convinto che avrebbe potuto superare o almeno sop-
portare più facilmente la tentazione, non della carne ma
dello spirito, da cui si sentiva oppresso.
Pur avendone un vivissimo desiderio, non osava confi-
darsi al Padre santissimo, ma ciò che non gli disse la
creatura, glielo rivelò lo Spirito (cfr. 1 Cor 2,10).
Un giorno Francesco lo chiama: "Portami - gli dice -
carta e calamaio, perché voglio scrivere le parole e le
lodi del Signore, come le ho meditate nel mio cuore (cfr.
Sai 76,7).
Subito gli portò quanto aveva chiesto, ed egli, di
sua mano, scrisse le lodi di Dio e le parole che aveva in

48
animo. Alla fine aggiunse la sua benedizione e gli disse:
"Prendi questa piccola carta e custodiscila con cura sino
al giorno della tua morte".
Immediatamente fu libero da ogni tentazione, e lo
scritto, conservato, ha operato in seguito cose meraviglio-
se" (2 Cel 49:FF 635).
Sia il Celano, che S. Bonaventura, nel riferire l'epi-
sodio, tacciono il nome del fratello tentato e tanto angu-
stiato (LM 11,9:FF 1197). Ma frate Leone, appena ebbe in
mano quel segno di grande affetto del Padre santo, non potè
contenere la gioia, e scrisse subito a caratteri rossi,
in modo che fossero ben evidenti, che Francesco aveva
scritto proprio per lui, quella benedizione.
"Il beato Francesco, due anni prima della sua morte,
fece una quaresima sul monte della Verna, ad onore della
Beata Vergine Maria, Madre di Dio e del beato Michele Arcan-
gelo, dalla festa dell'Assunzione di santa Maria Vergine
fino alla festa di S. Michele Arcangelo; e la mano di Dio
fu su di lui mediante la visione e le parole del Serafino
e l'impressione delle Stimmate di Cristo nel suo corpo,
compose allora queste Laudi e le scrisse di sua mano, ren-
dendo grazie al Signore per il beneficio a lui concesso".
E, nel bel mezzo della benedizione, lo stesso frate Leone
annotò: "11 beato Francesco scrisse di suo pugno questa
benedizione per me frate Leone. Allo stesso modo fece lui,
di sua mano, il segno del Tau con la sua base" (FF 2Ó1-2Ó2).
Così si può precisare la data di composizione, fissan-
dola verso il 25 settembre, dopo il miracolo dellfe Stimmate
e prima della discesa di Francesco dalla Verna, il 30 set-
tembre del 1224.
La preziosa pergamena è custodita nella sacrestia del
Sacro Convento ad Assisi e costituisce una delle reliquie
più preziose del Santo.
La benedizione' di S. Francesco è la risposta delicata
e cortese di un Padre, che consola il figlio e fratello
suo angustiato, senza che egli abbia da esprimere la ri-
c h i e s t a . S i noti con quale amore frate Francesco, raggiante
nella verità di Gesù Cf-isto Crocifisso, incontri il suo
'atei lo Leone e gli doni la benedizione del Signore.

49
Si può leggere tra le righe delle annotazioni di frate
Leone con quale desiderio egli abbia atteso quel segno del
Padre suo e con quale geloso amore lo abbia custodito. Il
racconto del Celano indica la situazione del confratello,
attanagliato nella morsa della tristezza e anche S. Bona-
ventura dice che "languiva per tale desiderio e si sentiva
interiormente angustiato, ma si lasciava vincere dalla ver-
gogna e non osava confidare la cosa al reverendo Padre"
(LM 11,9:FF 1197). I Fioretti ricamano poeticamente l'epi-
sodio, inserendolo in una visione di Francesco che viene
consolato da Dio con molte promesse, e divinamente ammae-
strato sulla reale situazione interiore dei suoi frati sia
presenti che futuri, dopo aver ricevuto le Stimmate.
"E d'allora innanzi santo Francesco per la continua
orazione cominciò ad assaggiare più spesso la dolcezza del-
la divina contemplazione, per la quale egli ispesse volte
era sì ratto in Dio, che corporalmente egli era veduto da'
compagni elevato di terra e ratto fuori di sé.
In questi cotali ratti contemplativi gli si erano ri-
velate da Dio non solamente le cose presenti e le future,
ma eziandio li segreti pensieri e gli appetiti dei frati,
siccome in sé medesimo provò frate Leone suo compagno in
quel dì" (FF 1906-1907).
L'autore dei Fioretti non solo ricorda, come gli altri
Biografi, che fu lo "Spirito Santo a rivelare" a Francesco
l'angustia di Frate Leone, ma aggiunge delle parole di am 7
monizione che accentuano la delicatezza di Francesco nel
rendere personale il dono. "Tieni carissimo frate, questa
carta, e infino alla morte tua custodiscila diligentemente.
Iddio ti benedica ti guardi da ogni tentazione. Non ti
sgomentare delle tentazioni perché allora ti reputo io ami-
co e più servo di Dio e più ti amo, quanto più se' combat-
tuto dalle tentazioni. Veramente io ti dico che nessuno
si dee riputare perfetto amico di Dio insino a tanto che
non è passato per molte tentazioni e tribulazioni"(FF 1907).
La parola di benedizione viene a consolare il cuore
afflitto di frate Leone e gli comunica la grazia di Dio.
mediante il segno espressivo dell'amore del Padre France-
sco, divenuto pura rivelazione dell'amore del Padre celeste.

50
3> La pedagogia di S. Francesco: una pedagogia d'amore

I] racconto rivela come S. Francesco vada incontro


alle necessità spirituali del suo confessore e fratello
Leone. Innanzitutto egli lo ama in Dio di un amore ardente.
Espressione di questo amore sono le Lodi di Dio, che egli
intona anche in nome di frate Leone.
Forse frate Leone era stato preso da un senso di delu-
sione e di abbattimento, vedendosi tanto piccolo di fronte
al suo maestro e Padre, insignito da Dio del dono delle
Stimmate. Il ripiegamento su se stesso aveva dato adito
al maligno di tentarlo violentemente, appesantendo il suo
cuore nella tristezza che inaridisce lo spirito. Solamente
un segno di distinzione da parte di S. Francesco avrebbe
potuto aprirgli la via della salvezza e riaccendere in lui
la speranza. La .paura di parlare con Francesco e la vergo-
gna per la sua debolezza gli rinchiudono maggiormente il
cuore nella solitudine.

S. Francesco lo raccoglie con immenso amore e lo porta


sù verso la montagna santa della visione del Signore.
La preghiera, che egli eleva a Dio, è tra le più com-
plete e suggestive che mai siano sgorgate da cuore d'uomo.
In un impeto irresistibile di riconoscenza e di lode, egli
dimentica se stesso e si perde in Dio, in un puro sguardo
di amore.

"Tu tei tanto, Signore Oddio unico, che. (Lai cote stu-
pende (Sai 76,15). lu tei {Lon.te. Tu tei glande. Tu tei
l'Altlttimo. lu tei WHe onnipotente. Tu tei II fadsie tan-
to, Re del cielo e della tesuia.
Tu tei tnlno e uno, Signore Oddio degli del. Tu tei
Li bene, tutto 11 bene, i l torma bene, Signore Oddio vivo
e vesto.

lu tei amore,^ cxuùAà. Tu tei taplen$a. Tu tei umiltà,


la t<LL pazienza, lu tei beitela, Tu tei tlcmieSSa. Tu tei
la pace, lu tei gxmdio^ e letizia. Tu tei la nottua tpeAan-
lu tei glottl^la. lu tei temperanza. Tu tei ogni notVia
ilcchej^a.

tu tei beitela. Tu tei mitezza. Tu teM il p«.otetlo*e.


lu il cuttode e il dlfLento^e notVio. Tu tei tortezza.

51
lu tei nlfjuglo.
Tu tei la nottna tpeA.an.ja. Tu tei IOL notista ilede. Tu
tei la nottua conila. Tu tei la notista dolcezza. Tu tei
la notista vita et esina, glande e ammlstabile Signore, Dio
onnipotente, mltestlcondloto Salvatone" (FF 261 ).

Questa effusione di amore puro e santo, che si eleva


a Dio come lode e adorazione perfetta, che si dimostra con-
tento di Dio e lo chiama con tutti gli attributi della Ri-
velazione, ma anche con quelli che gli detta il suo cuore
innamorato di figlio, si esprime nella libertà perfetta
di ben 32 "tu", togliendo anche l'ombra di egoismo. Neppure
il nome di Francesco rimane segnato sulla pergamena. Al
suo posto si vede il segno degli eletti, il "Tau" (Ez 9,4,
Ap 7,2-3), nel quale Francesco si riconosce salvato e pro-
feticamente segna i salvati, ricolmandoli della benedizione
di Dio.
Dalle alt ezze della contemplazione egli discende per
portare di persona, con amore delicato e cortese, il dono
comunicatogli da Dio Padre, al quale ha affidato il fratel-
lo suo Leone. Come "voce di Cristo" (cfr. LettCapFr 6-12:FF
216) egli fa risuonare quella benedizione:

"Il Signore ti benedica e ti custodisca.


Mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.
Volga a te il suo sguardo e ti dia pace" (Num 6,24-26).
IL SIGNORE BENEDICA TE, FRATE LEONE!" (FF 262).

Nulla di proprio contamina ormai la persona di France-


sco. Egli si è lasciato totalmente trasfigurare dall'amore
di Gesù Cristo povero e crocifisso, che il Padre celeste
ha trovato in lui la sua compiacenza, incaricandolo di tra-
smettere di persona la grazia a frate Leone. Francesco non
ha più nome che non sia "Gesù Cristo", non ha altra voce
di quella dello Spirito Santo. Egli fa risuonare le parole
rivelate, ma nella voce discreta e calorosa dell'amico,
che diventa per frate Leone "madre", che gli comunica la
vita mediante la benedizione del Signore. Il dono divino,
comunicato nella sua purezza e integrità, ha il potere di
comunicare la vita e la gioia della visione del Signore
liberando il fratello dalla sua solitudine.

52
Frate Leone, consolato, esce dal suo isolamento e di-
viene nuovamente capace di dialogo e di accoglienza.
Sorpreso e commosso da quel torrente di amore divino,
frate Leone si disseta alle pure fonti della vita e ripren-
de fiducia, felice anche lui di testimoniare la grandezza
delle opere di Dio.
Tuttavia la sua sorpresa non si ferma qui. Francesco,
dopo averlo inondato di grazia divina, gli fa assaporare
anche la tenerezza del suo cuore, con un messaggio umanis-
simo, "materno", espresso in una lettera, nella quale gli
comanda la legge della libertà.
"Frate Leone, frate Francesco tuo ti dà salute e pace.
Così dico a te, figlio mio, COME UNA MADRE, che tutte
le parole che abbiamo dette per via, brevemente in questa
frase riassumo a modo di consiglio, e dopo non ti sarà ne-
cessario venire da me per consigliarti, poiché così ti di-
co: in qualunque maniera ti sembra meglio di piacere al
Signore Iddio e di seguire i suoi passi e la sua povertà,
fatelo con la benedizione di Dio e con la mia obbedienza.
E se credi necessario per il bene della tua anima, o per
averne conforto, venire da me, e lo vuoi, o Leone, VIENI"
(FF 249-250).
Questa lettera può essere considerata come il comple-
mento umano della pedagogia divina dell'amore, espresso
nella mediazione della benedizione di Dio. Francesco com-
prende bene le ansie del cuore e il bisogno di avere dei
segni tangibili e delle parole che offrano la garanzia di
essere amati, e infondono il coraggio e la grazia di amare.
L'esempio che egli diede diventa norma di comportamen-
to per tutti i frati. E' significativo che egli ordini di
vivere nella libertà dei figli di Dio, realizzandosi nel
dono di sé. Ma offre sempre la garanzia della sua disponi-
bilità: "se lo vuoi, o Leone, vieni!".
Il Celano mette in evidenza il vigore esemplare del-
l'atteggiamento di Francesco in un'altra circostanza, di-
cendo ch'egli "era stato dato come modello all'Ordine, per
incoraggiare come aquila i suoi piccoli al volo" (2 Cel
173 :FF 750).
E veramente Francesco fa del suo esempio una norma

53
per i suoi frati. Poiché il suo comportamento "materno"
non è che l'osservanza fedele della Regola, che il Papa
Onorio III aveva già approvato, prima che venisse "sigilla-
ta dalla bolla del re altissimo" (S.Bonaventura, LM 15,8:FF
1254), mediante il miracolo del conferimento delle Stimma-
te .

4) L'accoglienza "materna":
partecipazione della benedizione di Dio

Un nuovo soffio di umanità avvolge in Francesco non


solo gli uomini ma tutte le creature. Egli ha il potere
di comandare la libertà e insieme precede con l'esempio
d'una accoglienza "materna", che diventa norma di vita per
tutti i fratelli.
"E chiunque verrà da essi, amico o nemico, ladro 0
brigante, sia ricevuto con bontà" (RegNB 7,15:FF 26).
L'accoglienza "materna" diviene il nuovo volto della
fraternità. Poiché se l'amore è vero, ha il potere di crea-
re una "familiarità", di infondere vigore e donare la vita,
di raccogliere e custodire quanti raggiunge con il suo dono
spirituale.
"E ovunque sono e si troveranno i frati, si mostrino,
familiari tra loro. E ciascuno manifesti con fiducia al-
l'altro le sue necessità, poiché se la madre nutre ed ama
il suo figlio carnale, con quanto più affetto uno deve ama-
re e nutrire il suo fratello spirituale?" (RegB 6,8-11:FF
91-92).
Se l'amore è vero, fa fiorire la vita, la nutre e la
custodisce, alimentandone la crescita fino alla sua perfe-
zione. E poiché 1'amore non è solitudine, ma comunione, a-
vendo una sorgente trinitaria, allora, dovunque si manife-
sti, ha il potere di moltiplicare il numero e la gioia dei
fratelli, a patto che ciascuno sia disposto a dare la sua
vita per gli altri, cioè ad amarli sinceramente.
Se uno non ama, non nutre il fratello e allora non
si celebra insieme la Pasqua del Signore e non avviene Pen-
tecoste, come segno che Dio ama ancora gli uomini e conti-
nua a raccoglierli nell'unità, segnandoli con la sua bene-

54
dizione. Francesco diviene così l'Angelo che segna gli e-
letti con il sigillo del Dio vivente: il TAU. Per questo
egli dona ed esige questa mediazione di vita, in un servi-
zio "materno" di amore e di tenerezza, anche dagli eremiti,
i quali debbono essere "tre frati o al più quattro". Due
di essi facciano da madri e abbiano due figli o almeno uno"
(Reg Erem:FF 136). Che il Serafico Padre volesse risparmia-
re ad essi l'angoscia di frate Leone, che era tanto triste,
finché non ebbe ricevuto il suo "segno" personale e "mater-
no" di un amore, che gli restituisse la gioia di vivere
e di condividerla con i fratelli? Anche questo può essere
un modo di ricevere e di donare la benedizione. Frate Leone
comprese che il dono era personale e che l'amore di France-
sco gli aveva ottenuto la grazia di rinascere.
I biografi del Santo ricordano che quella benedizione
compì prodigi. Credo che il più grande sia sempre quello
operato per il suo fratello, Leone o comunque egli si chia-
mi, perché non v'è amore più grande di quello che dona la
vita,"come una madre al suo figlio". Anche noi ora esperi-
mentiamo la grazia della benedizione e della preghiera.
Così, mentre preghiamo insieme, veniamo anche noi rin-
novati nello spirito ed entriamo nella giovinezza del Regno
di Dio, con una nuova, immensa capacità di amare e un gene-
roso slancio di misericordia. Per questo, "ci siamo acco-
stati al Monte di Sion" (Eb 12,22) che è la Verna.
Anche per noi vale la promessa: "E su quanti seguiran-
no questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l'I-
sraele di Dio" (Gal 6,16).

55
II Lezione:

IL PRIMATO DI GESÙ' CRISTO NELLA VITA DI S.FRANCE-

SCO E NELLA SCUOLA FRANCESCANA

1) Il canto della vocazione cristiana

2) La vita di Francesco: un inno di lode a Gesù Cri-


sto

3) Sant 'Antonio di Padova Dottore Evangelico

k) Gesù Cristo centro del mondo e della storia in San


Bonaventura

5) Giovanni Duns Scoto e il primato assoluto di Cri-


sto

-<•>»

1) Il canto de]]a vocazione cristiana

Oggi parleremo del primato di Cristo nella vita di S.


Francesco e nella scuola francescana. Quindi continuiamo
il discorso di oggi e siccome la vocazione non deve essere
soltanto una intonazione ma un canto ben articolato, allo-
ra vi dò l'ultima risonanza: il canto della vocazione che
è per sorella Chiara. Capite: il canto deve essere persona-
le. Francesco vive la sua vocazione compiuta nelle sorelle
di S. Damiano. Ve lo leggo per non sciupare quel bellissimo
canto nel dialetto spoletano:
"Audite poverelle, dal Signor vocate,
ke de multe parte et provincie sete adunate:
vivate sempre en veritate
ke en obedientia moriate.
Non guardate a la vita de fora,
ka quella dello spirito è migl(i)ora.
Io ve prego per grand'amore,
k'aiate discrecione del e lemosene
ke ve da el Segnor.

56
Quelle ke sunt adgravate de infirmitate
et l'altre ke, per lor, suo' adfatigate.
tute quante lo sostengate en pace,
ka multo vederi cara questa fa(t)iga:

(il mercante viene sempre fuori!... E adesso la pennellata


finale, che è un capolavoro di bellezza e di teologia, non
solo francescana, ma anche mariana)

ka cascuna sera regina en celo coronata,


cum la vergene Maria".

Ecco il compimento della chiamata. Si parte dalla Ver-


gine Maria che dice il primo sì e ci si compie nella corona
della Vergine. Quando Chiara andò da Francesco, egli le
chiese: "Cosa desideri figliola?" - "Dio soltanto", rispo-
se. Ebbene, egli la consacrò a Dio e la sua vita si compì
appunto in questo raccoglimento, non di beni terreni che
passano, ma dei doni dello Spirito Santo. Se nei giorni
prossimi avremo l'occasione di fare delle diapositive, vi
mostrerò la Madonna nel fuoco dello Spirito Santo (è' di
Grùnerwald a Colmar), per dire proprio come lo Spirito la
investa, la trasformi, la trasfiguri).
Ora, ogni consacrata viene immessa in questo fuoco
e Francesco la chiama appunto sposata allo Spirito Santo,
sposa dello Spirito, e così egli vuole la corona, i doni
dello Spirito per la Vergine Mari* e per ogni chiamato.
Quindi vedete come la chiamata di Dio si compie in
Dio, è un mistero di amore indicibile e diventa beatitudine.
S. Francesco lo esprime anche nella Ammonizione n. 21 (FF
170) che esprime la beatitudine di chi vive proprio della
parola di Dio ed è contento soltanto di Gesù Cristo. Cosa
dice S. Francesco?: "Beato quel religioso, che non ha gio-
condità e letizia se non nelle parole e nelle opere santis-
sime del Signore e, mediante queste, conduce gli uomini
all'amore di Dio in gaudio e letizia". Una buona novella
che rimane messaggio di salvezza e di gioia. Non viene con-
taminata da tristezza perché è parola di Dio, beatitudine.
La Madonna lo ha capito e lo ha espresso, ha detto: "Mi
chiameranno tutti beata, tutte le generazioni..." e France-

57
sco dice che chi si ritrova in quella parola sarà beato
per sempre, nulla potrà turbarlo.
E di fatto lo imporrà come regola ai frati. Al Cap.
VI della Regola Bollata c'è qualcosa che vale anche per
noi oggi. Perché noi tendiamo sempre ad appropriarci dei
doni, quindi li consumiamo, e poi siamo tristi come i bam-
bini che hanno spaccato un giocattolo. Vogliono vedere come
è fatto dentro, e poi è rotto, è finito e sono tristi. Così
capita dei doni di Dio, per curiosità si sciupa il dono
di Dio, o per lo meno lo si butta ih giro, lo si riduce
a parola, lo si annuncia intempestivamente. La parola ve-
ra deve entrare dentro il cuore e trasformare la vita.
Allora risuona da sola. Anzi, più è custodita dentro,
più diventa efficace e feconda e si trasmette in lontanan-
za. Ebbene, Francesco dice ai suoi frati, proprio applican-
do la sua esperienza, di essere contento solo di Cristo,
di ritrovarsi in quella parola, in quella immagine. N.90
delle FF: "I frati non si approprino di nulla,- (attenti:
di nulla, né dei doni, né dei beni e tanto meno dei pecca-
ti, lo vedremo in seguito) - né casa, né luogo, né alcuna
altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo,
servendo al Signore in povertà è umiltà, vadano per l'ele-
mosina con fiducia". E' la mensa del gran Re. Ricordate
l'episodio di quando Francesco era dal Cardinale Ugolino
e andò a chiedere in elemosina dei pezzi di pane. E il Car-
dinale dice: "Ma figliolo, tu mi fai vergognare davanti
ai miei ospiti", mi porti dei pezzi di pane, come se non aves-
si del pane". "No - risponde Francesco - anzi vi onoro, Emi-
nenza, perché porto i doni del gran Re, del Re del cielo,
per cui dovete sentirvi onorato". Allora tutti i commensali
raccolsero tutti i pezzettini e se li tennero come reliquie.
E' la visione nuova del regno di Dio. Francesco vive nel Re-
gno.
"Né devono vergognarsi, perché il Signore si è fatto
povero per noi in questo mondo. —(Quindi il Signore diventa
l'unica persona determinante, la sua parola, il suo esem-
pio, la sua persona: nient'altro sotto il Cielo. Egli solo
ha il diritto di togliere il velo della vita di S. France-
sco e anche dei suoi frati e di quanti lo seguono) - Questa

58
è, fratelli miei carissimi, l'eccellenza del 1'altissima
povertà, che vi costituisce eredi e re del regno dei cieli,
facendovi poveri di cose e ricchi di virtù. Questa sia la
vostra porzione che vi conduce alla terra dei viventi. E
a questa povertà, fratelli miei carissimi, totalmente uni-
ti, non vogliate aver altro sotto il cielo".
Nulla di proprio sotto il Cielo: ma in Cielo sì. Quello
è Ge sù Cristo, e il Regno. E Bonaventura dirà in una predi-
ca: "Francesco era diventato un cielo in cui Cristo poteva
rivelarsi, un cielo limpido, sereno, terso, non l'immagine
debole, moritura di Francesco, ma quella di Cristo, Cristo
crocifisso che diventa appunto la risposta alle esigenze,
ai bisogni degli uomini. Quindi è necessaria la liberazione
per permettere alla Parola di entrare dentro. Ma come av-
viene questo? Ecco, Francesco lo spiega ai suoi frati. La
povertà non è fine a se stessa, anche nelle parole che egli
scrisse a sorella Chiara c'è proprio questo concetto: non
vuole avere nuli'altro se non la povertà del Signore nostro
Ce sù Cristo. Proprio questo: egli non sceglie la povertà
per se stessa, non ha valore, ma è di Cristo e gli permette
di accogliere tutto quanto Gesù Cristo, però il passaggio
è molto difficile e avviene mediante una celebrazione dolo-
rosa: è la celebrazione pasquale.
Un giorno egli andò in un convento di frati, facilmente
a Greccio, perché è lontano dall'abitato, e vi andò come
pellegrino e forestiero. Ciò che propose ai frati egli lo
visse in anticipo (prima fare e poi insegnare). E poiché
non c'era posto o non c'eran case dove chiedere l'elemosi-
na, andò a chiederla ai suoi frati, proprio per avere que-
sto privilegio di essere nutrito alla mensa di Dio, come
pellegrino e forestiero. E, arrivato in convento (è S. Bo-
naventura nella Leg.Mag.Cap VII,9 che ne parla), arrivato
dai suoi frati li ammonì a essere riconoscenti a Dio e
a vivere in povertà, ma dette loro anche un grande insegna-
mento .
"Una volta nel giorno santo di Pasqua, siccome si tro-
vava in un romitorio molto lontano dall'abitato e non c'era
possibilità di andare a mendicare, memore di Colui che in
quello stesso giorno apparve ai discepoli in cammino verso

59
Emmaus, in figura di pellegrino, chiese l'elemosina, come
pellegrino e povero, ai suoi stessi frati" ( FF 1129).
Il doppio motivo: il pellegrinaggio, via, cammino, per-
ché proprio Gesù Cristo è la via nuova e vivente e poi Em-
maus luogo dell'incontro, via che fa incontrare Cristo nel-
l'amore, quindi incontro pasquale con Gesù Cristo. Egli
viveva proprio in queste categorie bibliche, egli aveva
assimilato la parola e andò fino al midollo della parola
di Dio. Noi siamo arrivati al mistero pasquale dopo sette
secoli e mezzo, mentre Francesco l'aveva già capito e bene.
"Come l'ebbe ricevuta,- (l'elemosina, quindi è la po-
vertà che mi fa entrare nella terra promessa, nel regno
di Dio) - li ammaestrò con santi discorsi a celebrare la
Pasqua del Signore, cioè il passaggio da questo mondo al
Padre, passando per il deserto del mondo in povertà di spi-
rito, e come pellegrini e forestieri e come veri Ebrei.
Poiché, nel chiedere le elemosine egli non era spinto
dalla brama del guadagno, ma dalla libertà dello Spirito,
Dio, Padre dei poveri, mostrava per lui una speciale solle-
citudine" .
Allora vedete, la povertà è il deserto che porta alla
terra promessa. Ora, nel deserto non c'è la terza via, la
scappatoia, la fuga. 0 c'è la manna dal cielo o l'acqua
dalla roccia o si muore di sete e di fame. 0 si vive di
Dio o si muore. Però il deserto non è mancanza di uomini,
bensì presenza di Dio. E' una vita alla presenza di Dio,
che nasce da Dio, che si compie in Dio ed è custodita nella
sua immagine incarnata, nel Figlio suo Gesù Cristo. Dalla
parola si passa all'immagine.

2) La vita di S.Francesco: un inno di lode a Gesù Cristo

Però prima vorrei che noi compissimo questa articolazio-


ne della risposta di Francesco. Abbiam visto questa mattina
che egli entra in sintonia colla Parola e dice: "Lo farò
volentieri, Signore!". E poco dopo: "Questo voglio fare
con tutto il cuore!", quando scopre il messaggio interiore
in S. Maria degli Angeli. E lo stesso dirà poi ai suoi fra-

60
ti in S. Niccolò: "Questa è la nostra regola". E poi conti-
nua a ritmare questo ritorno a quel principio: "Laudato
si mi Signore, mi Signore... mi Signore".
Gesù Cristo è al centro della sua vita. Non ha altro
di proprio sotto il Cielo. Egli si ritrova in Gesù Cristo.
Ma come capita quell'ultimo ritornello, quel canto fi-
nale che avrà per appendice il canto della vocazione per
sorella Chiara? E non senza croce. Quindi vediamo prima
come egli compie la risposta, e poi come egli compie la
rivelazione quassù alla Verna. Sono i due momenti, perché
hon possiamo dire tutto. Voglio solo cercare di condurre
tutta questa linea di sequela di Cristo. Il Celano ce lo
ricorda (2Cel 213:FF 802):
"Una notte, essendo sfinito più del solito per le gravi
e diverse molestie delle sue malattie, cominciò nell'intimo
del suo cuore ad avere compassione di se stesso. - (E' una
delle poche volte che Francesco non ce la fa più, è alla
fine, un po' come Gesù in Croce che grida: 'Dio mio, Dio
mio, perché mi hai abbandonato?', sono momenti di agonia.
Qui Dio interviene per compiere l'opera che ha iniziato) -
Ma, affinché lo spirito,sempre pronto,non provasse, neppure
per un istante, alcuna debolezza umana per il corpo, invocò
Cristo e col suo aiuto tenne saldo lo scudo della pazienza.
Mentre pregava così impegnato in questa lotta, il Signore
gli promise la vita eterna con questa similitudine: 'Suppo-
ni che la terra e l'universo intiero sia oro prezioso di
valore inestimabile e che, tolto ogni dolore, ti venga dato
per le tue gravi sofferenze un tesoro di tanta gloria che,
a suo confronto, sia un niente l'oro predetto, neppure de-
gno di essere nominato, non saresti tu contento e non sop-
porteresti volentieri questi dolori momentanei?'.'Certo
sarei contento' - rispose il Santo - e sarei contento smi-
suratamente ! ' .
'Esulta dunque, - conclude il Signore - perché la tua
infermità è caparra del mio regno e per il merito della
pazienza devi aspettarti con sicurezza e certezza di aver
parte allo stesso regno' ".
In questo istante egli si alza, invita i fratelli e in-
tona il cantico delle creature. Egli partecipa alle gioie

61
del Regno intravisto, lo partecipa a tutta la creazione
e invita tutti a lodare Iddio. Quindi, è come una vita che
si raccoglie attorno a Cristo e diventa una sinfonia, una
liturgia cosmica. Abbraccia tutto il creato. Gli uomini,
in primo luogo, poi tutte le creature e le intona nella
risposta. Diventa quindi un canone liturgico.
Pensate, per capire bene questo, (il cantico lo cono-
scete, quindi non lo leggo qui), vi leggo un altro canone
liturgico, il Cap. XXIII della Regola non Bollata. E' bel-
lissimo, e lì c'è proprio il tocco finale della totalità.
Stamattina dicemmo che lì Francesco dice tante volte Tu.
Non c'è più nulla di proprio dentro, neppure un io.
Un'altra caratteristica sua, abbiamo detto, è questa:
entra nella pienezza, e quando parla, parla sempre della
totalità. Cita i Salmi e aggiunge un 'tutto', un 'sempre',
in ogni luogo e in tutte le creature. Vediamo questo Cap.
XXIII, che è un capolavoro bellissimo. Egli vede tutta la
vita raccolta e invita tutti e tutto alla lode e al rendi-
mento di grazie. Quindi dò significazione personale al can-
tico delle creature, perché S. Francesco invita qui tutti
gli uomini che erano, che sono e che saranno. Voi ascolta-
telo nell'intimo perché è profondissimo (FF 63):
"Onnipotente, altissimo, santissimo e sommo Dio, Padre
santo e giusto, Signore Re del cielo e della terra, per
te stesso ti rendiamo grazie, - (è contento che Dio sia
Dio ed è felice: 'che Dio sia per te Dio e tu per me amore'
- dice la grande santa Ildegarda di Bingen - qui è il senso
della vita: sono contento che tu sia Dio e se questo coman-
damento sta in piedi, il mondo sta in piedi ed è felice.
Basta che Dio sia veramente l'Altissimo, Onnipotente, Bon
Signore) - poiché per la tua santa volontà e per l'unico
tuo Figlio nello Spirito Santo hai creato tutte le cose
spirituali e corporali, e noi fatti a immagine tua e a tua
somiglianza hai posto in Paradiso, - (cioè nel Figlio, nel
Regno) - e noi per colpa nostra siamo caduti. - (Qui una pic-
cola osservazione dell'ammonizione V dirà la dignità del-
1 'uomo che è creato e fatto da Dio a immagine del suo di-
letto Figlio, secondo il Corpo, e a somoglianza sua secondo
lo Spirito. L'uomo rappresenta il Cristo nella sua totali-

62
tà, cioè come l'Uomo nuovo, il secondo Adamo, ma se è l'uo-
mo che è rifatto nuovo, ricreato e configurato a Gesù Cri-
sto. Solo chi entra nella parola ripropone la sua stessa
immagine. Francesco, quindi, invita l'uomo nuovo a ricono-
scersi in Cristo) -
E ti rendiamo grazie, perché, come tu ci hai creato
per mezzo del tuo Figlio, così per il vero e santo tuo amo-
re, col quale ci hai amato, hai fatto nascere lo stesso
vero Dio e vero uomo dalla gloriosa sempre Vergine beatis-
sima Santa Maria, e per la croce, il sangue e la morte di
Lui ci hai voluti liberare e redimere.
E ti rendiamo grazie poiché lo stesso tuo Figlio ritornerà
nella gloria della sua maestà per destinare i reprobi, che
non fecero penitenza e non ti conobbero, al fuoco eterno
e per dire a tutti coloro che ti conobbero e ti adorarono
e servirono nella penitenza: Venite, benedetti dal Padre
mio, entrate in possesso del regno, - (ecco il Regno. Fran-
cesco vede tutta la storia della salvezza in quella chiama-
ta, in quella parola e ne vive già il messaggio, ne vive
la pienezza,lo gusta in anticipo. Per una rivelazione, cer-
to, ma anche per un sentimento interiore di consonanza con
Gesù Cristo) - che vi è stato preparato fin dalle origini
del mondo.
E poiché tutti noi miseri e peccatori non siamo degni
di nominarti, - (questa grande riverenza dell'Altissimo
Onnipotente, Bon Signore) - supplici preghiamo che il Si-
gnore nostro Gesù Cristo Figlio tuo diletto, nel quale ti
sei compiaciuto, insieme con lo Spirito Santo Paraclito
ti renda grazie, così come a te e ad essi piace, per ogni
cosa, Lui che ti basta sempre in tutto e per il quale a
noi hai fatto cose tanto grandi. Alleluia. - (E' un inno
pasquale, un canone liturgico. Qui c'è una totalità. A Roma
un cappuccino tedesco di Miinster ha appena fatto una tesi
di laurea: 'Il principio della totalità nella preghiera
di S. Francesco', (Quello di Francesco è meraviglioso, è
un cantico di pienezza di totalità).,

E per il tuo amore umilmente preghiamo la gloriosa e


beatissima Madre sempre vergine Maria, il beato Michele,

63
Gabriele, Raffaele e tutti i cori degli spiriti celesti:
serafini, cherubini, troni, dominazioni, principati e pote-
stà, virtù, angeli e arcangeli, il Beato Giovanni Battista,
Giovanni evangelista, Pietro, Paolo, e i beati Patriarchi
e profeti, i santi innocenti, gli apostoli, gli evangeli-
sti, i discepoli, i martiri, i confessori, le vergini, i
beati Elia e Enoch e tutti i santi che furono e saranno
e sono, affinché rendano grazie a Te, sommo e vero Dio,
eterno e vivo con il Figlio tuo carissimo, Signore nostro
Gesù Cristo e con lo Spirito Santo Paraclito nei secoli
dei secoli. Amen.Alleluia. - (Un versetto pasquale) -
"E tutti coloro che vogliono servire al Signore Iddio
nella santa Chiesa cattolica e apostolica: tutti gli ordi-
ni ecclesiastici: i sacerdoti, i diaconi, suddiaconi, acco-
liti, esorcisti, lettori, ostiari, e tutti i chierici, tut-
ti i religiosi, le religiose, tutti i fanciulli, i poveri
e i miseri, e i re e i principi, i lavoratori, i contadini,
i servi e i padroni, tutte le vergini, le vedove e le mari-
tate, i laici, gli uomini, le donne, tutti i bambini, gli
adolescenti, i giovani, i vecchi, i sani, gli ammalati,
tutti i piccoli e i grandi, e tutti i popoli, le genti,
le razze, le lingue, tutte le nazioni e tutti gli uomini
della terra, che sono e che saranno, noi tutti frati mino-
ri, servi inutili, umilmente preghiamo e supplichiamo di
perseverare nella vera fede e nella penitenza, poiché di-
versamente nessuno può essere salvo.
Tutti amiamo con tutto il cuore e con tutta l'anima,
con tutta la mente, con tutta la capacità e la fortezza,
con tutta l'intelligenza, con tutte le forze, con tutto
lo slancio, con tutto l'affetto, con tutti i sentimenti
più profondi, con tutto il desiderio e la volontà il Signo-
re Iddio, il quale a noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta
l'anima, tutta al vita, che tutti ci ha creato e redento,
e che ci salverà per sua sola misericordia. Lui che ogni
bene fece e fa a noi miserevoli e miseri, pieni di putrido
fetore, ingrati e cattivi.
Nient'altro dunque si desideri, nient'altro si voglia,
nient'altro ci piaccia e ci soddisfi se non il Creatore
e Redentore e Salvatore nostro, solo vero Dio e che è pie-

64
nezza di bene, totalità di bene, completezza di bene, vero
e sommo bene, che solo è buono, misericordioso e mite, soa-
ve e dolce, che solo è santo, giusto vero e retto, che solo
è benigno, innocente e puro, dal quale e per iì quale e
nel quale è ogni perdono, ogni grazia, ogni gloria di tutti
i penitenti e di tutti i giusti, di tutti i santi che godo-
no insieme nei cieli.
Niente dunque ci ostacoli, niente ci separi, niente
si interponga. E ovunque, noi tutti, in ogni luogo, in
ogni ora, in ogni tempo, ogni giorno, senza cessare credia-
mo veramente e umilmente e teniamo nel cuore e amiamo, ono-
riamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e benediciamo, glorifi-
chiamo ed esaltiamo, magnifichiamo e ringraziamo l'altis-
simo e sommo éteroo Dio, Trino e Uno, Padre e Figlio e Spi-
rito Santo, Creatore di tutte le cose, Salvatore di chi
opera e crede in Lui, di chi ama Lui, il quale, senza ini-
zio e senza fine, immutabile, invisibile, inenarrabile,
ineffabile, incomprensibile e ininvestigabile, benedetto,'
degno di lode, glorioso, sopraesaltato, sublime, eccelso,
soave, amabile, dilettevole e tutto sempre e sopra tutte
le cose è desiderabile dei secoli dei secoli.
Nel nome del Signore prego tutti i frati affinché impa-
rino la lettera ed il contenuto di tutto ciò che in questa
vita è scritto, a salvezza della nostra anima, e frequente-
mente lo ricordino. E prego Dio affinché egli stesso che
e onnipotente, trino e uno, benedica quanti insegnano e
imparano, ritengono a memoria e praticano questi precetti
ogni volta che ricordano e fanno quelle cose che in essa
sono state scritte a nostra salvezza.
E scongiuro tutti, baciando i piedi, di amare molto,
di custodire e di ricordare queste cose.
E da parte di Dio onnipotente e del signor Papa, e in
virtù d'obbedienza io, frate Francesco, fermamente comando
e ordino che da queste cose, che sono state scritte in que-
sta vita, nessuno tolga o aggiunga parola, né i frati ab-
biano un'altra Regola.
Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo. Come
era in principio e ora e sempre e nei secoli dei secoli.
Amen".

65
Vedete, Francesco entra in sintonia con la parola, in
questa pienezza. Le parole non riescono a formulare tutta
questa beatitudine che egli ha dentro e invita tutti quan-
ti, nessuno escluso. E' un canto da innamorati, non soppor-
ta che qualcuno resti fuori da questo canto e da questa
beatitudine, fuori del Regno. Egli è davvero l'araldo del
gran Re, l'unica definizione che dà di sé. Lo ricorda
il Celano (ICel 16:FF 346) ed ha preso le botte per quella
definizione, le ha prese, ma non gli è dispiaciuto tanto,
perché in confronto al Regno...
Vorrei che comprendessimo questa contrapposizione: uno
che ha scelto il Regno ha il senso della Vita e quindi sa
commisurare anche le altre cose e metterle in 2°,3°,4°,5°
ordine. Al primo posto Gesù Cristo e quello gli basta.
Leggiamo la ICel FF 346:
"Vestito di cenci, colui che un tempo si adornava di
abiti purpurei, se ne va per una selva, cantando le lodi
di Dio in Francese. - (E' la lingua della madre, dell'in-
fanzia e della nuova vita. Ormai è un uomo nuovo, quindi
canta in francese, la lingua del cuore) - Ad un tratto,
alcuni manigoldi si precipitano su di lui, domandandogli
brutalmente chi sia. L'uomo di Dio risponde impavido e si-
curo: 'Sono l'araldo del gran Re, vi interessa questo?'.
Quelli lo percuotono e lo gettano in una fossa piena di
neve, dicendo: 'Stattene lì, zotico araldo di Dio!'. Ma
egli, guardandosi attorno e scossasi di dosso la neve, ap-
pena i briganti sono spariti, balza fuori della fossa e,
tutto giulivo, riprende a cantare a gran voce, riempiendo
il bosco con le lodi al Creatore di tutte le cose".
Ecco, vedete: ha trovato la beatitudine, è entrato in
questa sintonia della parola e non si lascia turbare dalle
altre cose, neppure dal peccato. Il peccato spesso ci tur-
ba, e invece lui non si lascia turbare dal peccato. Nel
Testamento sapete cosa dice? Ricorda che non vuol vedere
il peccato perché non gli interessa, non perché non lo ve-
da, ma non è importante, l'importante è il Figlio di Dio.
E allora nel Testamento egli dice appunto della riverenza
ai sacerdoti, che non vuole vedere in loro il peccato, per-
ché vi vede il Figlio. Leggiamolo perché è molto importan-

66
te: FF113. "E questi e tutti gli altri voglio temere, amare
e onorare come miei signori, e non voglio in loro conside-
rare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio
e sono miei signori".
E' coerente. Ha scelto il Signore e lo vede dappertut-
to. Non solo nel lebbroso, ma anche nel peccatore. E qui
c'è un compimento. Il lebbroso è all'inizio. E1 facile ve-
dere Cristo velato da una sofferenza, da una malattia, da
una necessità, ma è difficile vederlo nel peccatore. Fran-
cesco va oltre. Non solo non vuole vedere il peccato nel
peccatore, ma addirittura nel sacerdote che dovrebbe dare
il buon esempio, non vuole vedere il peccato, perché vuol
solo vedere il Signore. Allora, se è talmente in Cristo
che non vuol vedere nuli'altro, anzi dirà che vuole donarsi
totalmente a Colui che totalmente si dona a lui, cosa capi-
ta? Alla fine traspare ' questa pienezza ed è il miracolo
della Verna. Quindi egli diventa risonanza di Cristo e sua
rivelazione.
Quando era qui alla Verna, avvenne quel grande segno,
che conoscete. Il serafico padre si accorse che non bastava
più seguire Cristo, voleva essere totalmente immerso in
Lui. E chiese due grazie. Ricordate? La totalità anche
qui, non vuole più mezze misure. Quali furono? Tutto l'amo-
re e tutto il dolore. E' un uomo deciso, completo, un uomo
fedele. E mentre è appunto qui sulla montagna santa, avvie-
ne quel grande segno (LegMag IX,5:FFll69):
"Acceso da quella carità perfetta, che caccia via il
timore, bramava anch'egli di offrirsi, ostia vivente, al
Signore, nel fuoco del martirio, sia per rendere il con-
traccambio al Cristo che muore per noi, sia per provocare
gli altri all'amore di Dio". E' importante anche questo.
Egli si sente responsabile dei fratelli per i quali Cristo
è morto e vuole quindi dare la vita affinché anch'essi sia-
no salvi, come Gesù Cristo. Il modo concreto è appunto
quello di aderire totalmente a Lui e insieme di riportare
nella sua stessa carne i segni della Passione del Signore.
Ma prendiamo da un'altra parte il fatto della Verna * pren-
diamo S. Bonaventura quando Francesco riceve il grande segno
della configurazione, che non è una cosa sua, ma un segno

67
di Dio. E qui c'è un incontro: la vocazione che si compie,
due cammini si incontrano: quello di Dio che ama la creatu-
ra nel massimo segno dell'amore, nel Figlio suo il quale
dà la vita in Croce, (nella immagine creata del Serafino)
e lo configura a sé nella massima espressione di amore,
e quello della creatura che ha camminato a lungo per là
via della sequela di Cristo e alla fine è capace di questa
pienezza, che non tutti possono accogliere.
Non basta chiedere, bisogna essere capaci di accogliere
questa pienezza nella conformazione a Gesù Cristo, per cui
anche S. Francesco, appunto, era cresciuto in questa dimen-
sione, per poter essere segno e rivelazione della sua imma-
gine crocifissa.
Bonaventura dà anche una introduzione teologica e dice
che tutta la sua vita era in rapporto a Dio, alla Sua pre-
senza. (LegMag XIII,1:FF 1222):
"Francesco, uomo evangelico, non si disimpegnava mai
dal praticare il bene. Anzi, come gli spiriti angelici sulla
Scala di Giacobbe, o saliva verso Dio o discendeva verso
il prossimo". Quindi una vita che si illumina alla presenza
di Dio.
C'è un'immagine che Bonaventura usa altrove. Dice: "Co-
lui che accoglie la Grazia, e Francesco è un figlio della
grazia, deve essere come un raggio di sole che scende per-
pendicolare, e per la stessa via ritorna alla sorgente,
come un bel grazie. Chi non ringrazia subito non ha più
il dono perché l'ha sciupato. Ora, Francesco voleva confor-
marsi totalmente all'immagine del Crocifisso. Ma come pote-
va ; sapere cosa voleva il Signore da lui? Voleva piacergli
e basta! E qui apre il Vangelo tre volte. Chiede al Signo-
re: "cosa desideri?" e dalla Parola attinge la risposta.
Non vuol nulla di proprio, neppure un desiderio. Ha di più,
cerca nel Vangelo quella risposta che gli permette di con-
formarsi totalmente a Gesù Cristo. E lo apre nel nome della
Trinità e per tre volte esce il racconto della Passióne...
"L'ardore serafico del desiderio dunque, lo rapiva in
Dio e un tenero sentimento di compassione lo trasformava
in Colui che volle per eccesso di carità, essere crocifis-
so". Ecco, l'amore tende a conformare l'amante nell'amato.

68
Francesco ha un unico desiderio. Ed ora la descrizione:
LegMag XIII,}:FF I22S- (Simili sono anche quelle de] Celano
e di altri suoi biografi):
"Un mattino, all'appressarsi della festa dell'Esalta-
zione della santa Croce, mentre pregava sul fianco de] mon-
te, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto
luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei
cieli: esso con rapidissimo volo, tenendosi librato nell'a-
ria, giunse vicino all'uomo di Dio, e allora apparve tra
le sue ali l'effige di un uomo crocifisso, che aveva mani
e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano
sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velava-
no tutto il corpo.
A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tri-
stezza gli inondavano i] cuore.
Provava letizia per l'atteggiamento gentile, con il
quale si vedeva guardato da Cristo". E'importante. Cristo
lo guarda: è lo sguardo che lo attira e gli rapisce il cuo-
re, la vita. E' importante, ad esempio, per i Superiori.
Francesco dice: 'nessuno veda i tuoi occhi e torni senza
avere misericordia da te'. Questo vale per noi tutti, però
quello che è importante è che è Cristo l'esemplare.
E il Superiore rappresenta proprio lo sguardo di Dio
che accoglie il Figlio, e gli usa misericordia. E se non
gli chiede perdono gli dice: 'posso perdonarti?'. Bellissi-
mo. Egli è stato guardato da Cristo, dal lebbroso, dal Cro-
cifisso e qui dal Serafino alato e gli ha usato misericor-
dia. Quindi deve usare a tutti misericordia.
"Provava letizia per l'atteggiamento gentile, con il
quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del
Serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava
l'anima con la spada dolorosa della compassione". Guardate
qui il mistero giovanneo della chiamata! Per questo ho
detto stamattina che il Crocifisso di S. Damiano è giovan-
neo.
La Madonna sotto la croce riceve il primo figlio e il
suo cuore si è aperto. Qui è Madre della Chiesa. Guarda-
te la -Marialis Cuitus' al n. 20: dice che Ella lo ha of-
ferto da se stessa liberamente, il Figlio di Dio, e quindi

69
è corredentrice e madre. Qui diventa madre nostra. E Fran-
cesco ha la stessa fecondità, in virtù delia parola di Dio,
che lo rende fecondo e gli dà la capacità di accogliere
i figli della promessa. E' un mistero di morte e di vita,
mistero pasquale.
Qui l'accenno di Bonaventura è evidente ed era anchè
lui, allora, quasi santo.
"Fissava, pieno di stupore, quella visione così miste-
riosa, conscio che l'infermità della passione non poteva
assolutamente coesistere con la natura spirituale e immor-
tale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per di-
vina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza
aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello
di fargli conoscere anticipatamente che lui, l'amico di
Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto
visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il marti-
rio della carne, ma mediante l'incendio dello spirito".
Ecco la prova più sicura. Francesco è configurato al-
l'immagine del Figlio suo Gesù Cristo (Rm 8,29). Il proget-
to di Dio realizzato in pieno. Diventa immagine evidente
e trasparente per cui egli non ha più nulla di proprio ma
rivela soltanto quel volto crocifisso. Quella pienezza tra-
spare dalla povertà di Francesco. Egli è quindi soltanto
voce, quindi risonanza e rivelazione di Cristo).
"Scomparendo, la visione gli lasciò nel cuore un ardore
mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi
nella sua carne.
Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, inco-
minciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che
poco prima aveva osservato nell'immagine dell'uomo croci-
fisso .
Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano con-
fitte ai chiodi, le capocchie dei chiodi sporgevano nella
parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi,
mentre le punte sporgevano dalla parte opposta".
(E' importante questo particolare, non una parvenza,
non qualcosa di simile, no, proprio la realtà della Croce.
E' l'uomo crocifisso. Ma qui comprenderete come ci sia un
cammino di risposta. Appena disse di sì a S. Damiano fece

70
un bel segno di croce, per un uomo crocifisso, ma allora
la vita era ancora poesia. Andava cantando nelle selve.
Ora diventa realtà. Quando la croce entra dentro e poi tra-
spare, l'uomo è configurato e non è più di sé, ma è di Cri-
sto. Quindi Cristo vive in lui, per cui egli si compie nel-
la pienezza di Cristo. Allora vedete due pienezze: in Fran-
cesco appare la pienezza di Cristo e in Cristo si compie
pienamente Francesco. Ecco la vocazione compiuta, perché
è rimasto fedele alla Parola e alla sequela. Ecco poi il
fianco aperto! Quindi questa è la pienezza di conformità
di Francesco a Gesù Cristo e l'ultima risposta.
Ecco* in sintesi, Francesco rimane fedele alla parola,
ne degusta, di quella chiamata, la risonanza per tutta la
vita, perché Dio chiama sempre. Santa Chiara nel suo testa-
mento dirà questa parola: Il Signore ci ha chiamati e con-
tinuamente ci chiama. Quella parola non è ancora ammutoli-
ta, no, continua a chiamare anche noi e noi dobbiamo essere
sempre tutti protesi nell'ascolto. Allora si intende questa
voce come un canto dentro.(cfr. TestSCh 2-4:FF 2823).
Pensate al grande Ignazio, per fare un accenno a un
martire romano, che venne dall'Asia Minore. Vecchio ormai
(ultra ottantenne), desiderava di morire, in una lettera
diceva: 'Un'acqua viva mi mormora dentro e mi dice: 'Torna
al Padre"".
Un canto nuovo già risuona dentro e Francesco lo porta
finché intona poi tutto l'universo, diventa un cantico del-
le creature, quasi una sinfonia dell'amore. E così egli
diventa, non voce propria, non parola propria, nulla di
proprio, diventa risonanza fedele, araldo che annuncia il
messaggio con fedeltà, senza nulla aggiungere, senza nulla
togliere: sine glossa.
Ecco, il 'sine glossa' sigilla la fedeltà di Francesco,
come seguace di Cristo e come sua rivelazione. Allora se
egli è così, diventa esemplare.
S. Bonaventura lo proprone nel suo Itinerario che ha
scritto proprio qua. Sarebbe un discorso a parte ma che
io qui accenno soltanto. Chi volesse leggerlo lo legga, per-
ché nell'introduzione lo dice molto bene :"L'amore che gli
ardeva dentro trasparì nella carne",in modo che uno in lui

71
vede Cristo. E c'è anche quell'episodio di quando morì Fran-
cesco e apparve ad alcuni frati. Essi si dissero: "Ma chi
è? France sco o Cristo?". Sembrava che i due fossero diventati
una sola persona. Ecco la identificazione dell'amore.
Non per giustapposizione, no, ma per consonanza, perché
Francesco era entrato nella Parola e nella immagine di Cri-
sto. "Il Cristo che vive in noi" è realtà in Francesco.
Quindi la vocazione cristiana si compie pienamente in
Francesco, in virtù della sua fedeltà a Gesù Cristo e della
sua povertà e umiltà, per cui, reso da ogni cosa libero,
poteva essere soltanto di Cristo e rivelare soltanto Lui.
Bonaventura dice che egli è maestro di tutti coloro che
vogliono andare a Dio, sia nella vita attiva che contempla-
tiva. E nel Cap.VII dell'Itinerarium dice appunto che biso-
gna contemplare, guardare a lui, per ritrovarsi in Gesù
Cristi •
L'esperienza di S. Francesco diviene esemplare per
tutti i suoi figli, i quali si impegnano a trasmettere nel-
la vita e negli scritti il messaggio di amore e di speran-
za, che il Signore aveva fatto fiorire nel cuore di France-
sco .
Anzi fu lo stesso fondatore a istituire la prima Scuo-
la Francescana, dando mandato di insegnare al primo teologo
dell'Ordine, a Frate Antonio di Padova. Abbiamo ancora la
lettera con la quale Antonio veniva autorizzato a insegnare
la Teologia a Bologna, nello Studio dei Frati.
"A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco, salu-
te! Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati,
purché in tale occupazione, tu nori estingua lo spirito del-
la santa orazione e devozione, come è scritto nella) Regola
(c.5). Stai bene!" (FF 251-252).
La caratteristica della Scuola Francescana è appunto
la devozione e l'orazione: una teologia inginocchiata, che
passa dall'adorazione di Dio al discorso su Dio, dalla con-
templazione di Gesù Cristo, all'ascolto della sua Parola,
all'annuncio del suo Vangelo, alla testimonianza del suo
amore. Una preghiera che diventa vita, una vita che si e-
sprime in un messaggio scritto e annunciato, un annuncio
che diventa risonanza del Vangelo di grazia (cfr. At 20,

72
24), che costituisce la vocazione precipua di ogni apostolo
dell'amore. Gesù Cristo sta al centro di questo messaggio
pieno di speranza: è sulla sua persona che si raccoglie
di preferenza la riflessione teologica dei maestri france-
scani .

3) S. Antonio di Padova Dottore Evangelico

S. Francesco ammonisce i suoi frati nella Regola (c.9:


FF 99): "Ammonisco ed esorto gli stessi frati che nella
loro predicazione le loro parole siano ponderate e caste
(cfr. Sai 11,7 e 17,31) a utilità e a edificazione del po-
polo, annunciando ai fedeli i vizi e le virtù, la pena e
la gloria con brevità di discorso poiché il Signore disse
sulla terra brevi parole" (Rm 9,28).
S. Antonio si attenne alle direttive, comprendendo
appieno il senso di quelle parole, giacché la predicazione
edificante non era semplicemente legata a norme morali,
ma proprio a quel "discorso breve", a quella parola d'amore
che è la quintessenza del messaggio di salvezza: "Gesù Cri-
sto, Figlio di Dio, Salvatore degli uomini". Il "verbum
abbreviatura" è Gesù Cristo, Parola di Dio e verità della
carne, nell'unica persona del Verbo, increato, incarnato
e crocifisso, ma anche ispirato e illuminante i cuori.
Per comprendere come egli interpretasse la Parola del-
la Scrittura, basti ricordare quanto egli stesso scrive
nel Prologo dei suoi Sermoni: "La sacra Scrittura primie-
ramente è la terra producente erba, poi la spiga, poi il
pieno grano nella spiga. Nell'erba l'allegoria che edifica
la fede, nella spiga la moralità che informa i costumi,
nel pieno grano è figurata l'analogia che tratta della pie-
nezza del gaudio e della beatitudine angelica" (S.Antonii
p
-> Sermones Dominicales et Festivi,I.Patavii 1979,Prologus
2,p.1).
Che la sua predicazione avesse di mira la conversione
a Gesù Cristo e la vita secondo il Vangelo, appare da tutti
i suoi scritti. Ma è straordinario come egli, educato alla
scuola dei Canonici Regolari di S. Agostino, abbia superato
la visione negativa di Gesù Cristo nella prospettiva del

73
peccato dell'uomo e quindi in funzione redentiva, per pre-
sentare il Figi io di Dio come primogenito di ogni creatura
(cfr. Col 1,15).

a) Gesù Cristo, immagine dell'invisibile Dio, il Pri-


mogenito di tutta la creazione

Nel suo ardente amore verso Gesù Cristo e illuminato


dalla divina Rivelazione, S. Antonio intuisce la pienezza
di verità del Figlio di Dio, come primo Amore del Padre.
Egli "ha il primato in tutte le cose" (Col 1,18) e, secondo
l'espressione cara ai Simboli della Chiesa "Egli siede alla
destra del Padre" (Col 3,1), cioè detiene "il primato asso-
luto e universale" (G. Bonnefoy,ofm, La cristologia di S.
Antonio in: S. Antonio Dottore della Chiesa, Città del Va-
ticano 1947, pp.61-83,qui p . 6 4 , nota 5).
Chi si dispone a conoscere Gesù Cristo, "inveniet Dei
sapientiam et Dei virtutem, Jesum" (S.Antonii P., Dom.I
post Nativit.,7;Sermones,11 p.532); ritrova Gesù, sapienza
e virtù di Dio.
Commentando nel sermone della Natività del Signore,
le parole di Luca: "Diede alla luce il suo Figlio primoge-
nito" (Le 2,7), Antonio si domanda: "Quale Figlio? Il Fi-
glio di Dio" - risponde - e soggiunge: "Diede quindi alla
luce il suo primogenito, cioè "nato dal Padre prima di tut-
ti i secoli", oppure "il primogenito di coloro che risusci-
tano dai morti" (Col 1,18), oppure "il primogenito tra mol-
ti fratelli" (Rm 8,29)"(S.Antonii P., In Nativitate Domini,
6;Sermones,III,p.5)•
Così egli propone con semplicità e chiarezza non sola-
mente il primato di Gesù Cristo "come assolutamente primo
nell'ordine delle predestinazioni", ma anche la "causalità
universale seconda di Cristo, in ogni ordine e su tutte
le creature" (G. Bonnefoy, La Cristologia..•", p.65).
Proprio nel primo Sermone, commentando il primo ver-
setto del Genesi, lo riferisce direttamente a Gesù Cristo.
"In principio Dio creò il cielo e la terra... (Gen
1,1), comprendi il contenente e il contenuto. Dio, cioè
il Padre, in principio, cioè nel Figlio, creò e ricreò"
(S.Antonii P., Dominica in Septuagesima, 3? Sermones,I,P.7).

74
I] Bonnefoy commenta così il testo citato: "Dio Padre,
dunque ha creato e ricreato, cioè elevato all'ordine so-
prannaturale, nel Principio, cioè nel Figlio, nel Verbo
Incarnato, che come tale è il Capo del Corpo, cioè della
Chiesa, il Principio, il Primogenito di coloro che risusci-
tano dai morti" (Col 1,18). Oggetto della "creazione" furo-
no: 1°) il cielo e la terra, considerati come 'continens',
ossia: come luogo di abitazione! 2°) il cielo e la terra
considerati come termini metaforici designanti gli abitanti
eminenti del cielo, cioè gli Angeli, e quelli della terra,
cioè gli uomini. Oggetto della 'ricreazione' ossia della
'seconda creazione', di questa rinascita che Gesù predicò
a Nicodemo stupito, furono gli abitanti del cielo e della
terra, ossia gli Angeli e gli uomini. Cosicché nessuna
creatura sfugge alla causalità esemplare seconda di Cristo,
la quale, formalmente espressa dalla preposizione 'in',
implica le due altre causalità estrinseche, la causalità
efficiente meritoria e la causalità finale seconda ma uni-
versale" (G.Bonnefoy, "La cristologia...",p.66).
L'interpretazione di S. Antonio si ricollega alla si-
gnificazione paolina del nostro testo: "in Lui sono state
create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili... Egli è anche il Capo
del Corpo, cioè della Chiesa, Lui che è il Principio" (Col
1,16-18).
Lo splendido testo di S. Antonio non rimane isolato
nei suoi Sermoni, ma ritorna con altre sfumature nei Sermo-
ni delle Domeniche dopo Pentecoste. Nel Prologo introdutti-
vo egli afferma esplicitamente che ha iniziato il lavoro
"confisi de gratia Verbi Incarnati", che considera "princi-
pium omnium creaturarum" (S.Antonii P.,Prologus,Sermones,I,
p.387). E' così che il Padre manda a Pentecoste lo Spirito
Santo "de excelso, idest Filio" (S.Antonii P.,Dom.Penteco-
stes,14;Sermones,I,383). Ma è soprattutto l'incarnazione
del Figlio di Dio che viene significata esplicitamente nel
commento al versetto dei Prov.8,22: "Il Signore mi posse-
dette all'inizio delle sue vie". Le vie del Signore sono
le sue opere. Nel loro Principio il Signore possedette la
Sapienza, poiché nel principio della creatura nascente ebbe

75
un Figlio che doveva disporre seco tutte le cose". Il Santo
si sofferma a considerare il versetto anche secondo la ver-
sione latina della Volgata, che differisce alquanto dall'o-
riginale. "Un'altra versione ha: "Il Signore mi ha creata
principio delle sue vie, a riflesso delle sue opere". Que-
sto viene detto dell'Incarnazione di nostro Signore. Dio
mi ha creato secondo la carne. Soltanto come uomo Gesù può
chiamare Dio suo Padre e Signore... " (S.Antonii P., In
Purificatione B.M. Virginis, Sermones,II,129-130) •

b) Il Verbo Incarnato

La dottrina di S. Antonio è ben fondata sulla Scrittu- •


ra e sulla Tradizione dei Padri. L'ordine del mondo che
egli presenta è proprio quello esposto da S. Paolo: "Tutte
le cose sono vostre... voi poi siete di Cristo e Cristo
di Dio" (ICor 11,22-23), ma ancor più particolareggiato,
come appare dal commento alla allegoria di Ezechiele 1,26:
"Nella gloria celeste, sopra la testa degli animali, cioè
di tutti i Santi, sta il firmamento, cioè gli Angeli; e
sopra gli Angeli in trono, c'è la Santa Vergine Maria;
e sopra il trono, il Figlio dell'uomo, cioè Ges'i Cristo"
(S.Antonii P., In Assumptione B.M.Virginis,n.5;Sermones,II,
150).
Gesù Cristo, Uomo-Dio, sta al centro di tutta la teo-
logia di S. Antonio. La sua conoscenza diviene per lui ga-
ranzia di vita eterna (cfr. Gv 17,3)- Vale la pena di ri-
cordare qualche immagine usata dal Santo per illuminare
il mistero dell'Incarnazione.
"Come il raggio di sole, venendo dal sole, illumina
il mondo e nondimeno non si allontana dal sole? così il
Figlio di Dio scendendo dal Padre illuminò il mondo senza
mai lasciare il Padre, giacché è una sola cosa con lui.
Come dice S. Giovanni (10,30): "Io e il Padre siamo una
cosa sola". Spiega S.Giovanni Damasceno: Il Verbo si è in-
carnato e incarnandosi non ha oltrepassato la sua umanità.
Si diminuisce e si contrae nella misura di un corpo umano,
rimanendo infinito come Dio, quantunque non abbia voluto
rendere partecipe la sua carne della limitazione della di-
vinità che la riempiva..." (S.Antonii P., Dominica IV post

76
Pascha,n.6 ?Semones,1,316).
Per spiegare poi il mistero dell'Incarnazione dice:
"Dio, il Figlio di Dio, ha ricevuto dalla beata Vergine
la natura umana nell'unità della sua persona. Il Padre gli
ha dato la divinità, la madre l'umanità? dal Padre egli
riceve la maestà,dalla madre la debolezza. Perché era Dio
ha potuto cambiare l'acqua in vino, rendere la vista ai
ciechi, risuscitare i morti? perché uomo debole egli ha
potuto soffrire la fame e la sete, essere legato, schernito
e crocifisso" (S.Antonii P., Dominica I post octavam Epi-
phaniae,n.6? Sermones,II, 373-374)'
E' nella prospettiva della croce di Gesù Cristo che
Antonio viene visitato e benedetto mirabilmente da S. Fran-
cesco, apparso con le mani allargate in forma di croce,
mentre Antonio predicava, esaltando la regalità di Gesù
Cristo, a commento delle parole: "Gesù Nazzareno, Re dei
Giudei" (Gv 19,19)"(lCel 48:FF 4075LM 4,10:FF 108l).
Così si ricompone nel mistero della Croce di Gesù
Cristo tutto l'annuncio della salvezza, che Antonio parte-
cipa ai frati e non cessa di annunciare al mondo, come
"Dottore evangelico" (Pio XII, Lettera Apostolica "Exulta,
Lusitania felix? o felix Padua, gaude" del 16 gennaio 1946,
con la quale il Sommo Pontefice proclama Antonio "Dottore
Evangelico", Sermones,I,pp.CXXXII-CXXXVII).
Anzi è proprio il segno 'Thau' (Ez 9,2) "che il Padre
celeste impose a Gesù Cristo di segnare sulle fronti, ossia
sulle menti dei penitenti, cioè il segno della sua croce
e la memoria della sua passione" (S.Antonii P., Dominica
II post Pascha,n.13;Sermones,1,271. "Quicumque ergo isto
signo fuerint signati, eos Dominus cognoscet, et ipsi Domi-
num", p. 272).
Il Dottore Evangelico descrive al vivo il Risorto che
invita i suoi Apostoli a rifugiarsi nel suo cuore aperto:
"Gesù ci mostra le mani e il costato, dicendo: "Ecco le
mani che vi hanno plasmato, come sono forate dai chiodi,
ecco il costato dal quale voi fedeli, che siete la mia
Chiesa, siete stati estratti, come lo fu Eva dal costato
di Adamo. Il mio costato vi è stato aperto, affinché vi
sia aperta la porta del paradiso, che il Cherubino, armato

77
della spada di fiamma, teneva chiusa" (S.Antonii P., Domi-
nica in octava Paschae,n.8,Sermones,! ,238).
Da tale verifica della croce nasce la missione di pa-
ce. "Per questo, dopo avere mostrato loro le mani e il co-
stato, disse di nuovo: Pace a voi. Come il Padre mi ha man-
dato (Gv 20,21) a sopportare le tribolazioni, benché mi
ami, quasi con lo stesso amore, vi mando a sopportare i
mali, per i quali il Padre mi ha mandato" (S.Antonii P.,
Dominica in octava Paschae,n.8, Sermones,1,238). "Il dono
del suo Spirito sulla terra, affinché si ami il prossimo,
e dal cielo affinché si ami Dio" (S.Antonii P.,Dominica
in octava Paschae,n.9jSermones,1,239), garantisce il frutto
dell'opera della creatura inserita in Gesù Cristo e vivente
nel suo Spirito. "Vedere e credere coincidono, perché quan-
to credi, tanto vedi. Credi dunque con viva fede alla tua
vita, affinché possa vivere con Lui nella vita eterna" (S.
Antonii P., In Inventione S.Crucis,n.7) Sermones,III,214) •
S. Antonio termina i suoi Sermoni con un inno a Gesù
Cristo: "A Te, Gesù Cristo, Figlio diletto di Dio Padre,
che operi in noi tutto il nostro bene, sia ogni lode, ogni
gloria, ogni onore, ogni riverenza, tu che sei l'Alfa e
l'Omega, il Principio e la Fine (cfr. Ap 1,8,22,13), che
hai concesso a me indegno, per la tua misericordia, la tua
pietà, di giungere al termine tanto desiderato di questa
fatica.
"All'Alfa e all'Omega sia gloria, onore e riverenza.
Al Principio che non ha fine, sia lode e benedizione in
eterno" (S.Antonii P.,Epilogus, Sermones,II,605)•

4) Gesù Cristo centro del mondo e della storia in S. Bo-


naventura
S. Bonaventura raccoglie tutta l'esperienza di S.
Francesco, rivestendo di pensiero l'amore di Francesco per
Gesù Cristo, specialmente nella sua manifestazione esempla-
re di Serafino Crocifisso della Verna. La sua teologia il-
lumina e infiamma insieme, secondo l'indicazione propria
della contemplazione, "poiché mai vi è nella contemplazione
un raggio splendente, che non sia pure infiammante" (S.Bo-

78
naventura,In Hexaemeron, Collatio 20,n.12;Op.Omnia,V,427b.)
La caratteristica personale e personalizzante dell'amore
rivela il senso della conoscenza di Dio e la sua forza rea-
lizzatrice dell'uomo. "Per questi tre motivi creò Dio l'a-
nima razionale, affinché lo lodasse, affinché lo servisse,
affinché trovasse in Lui la sua gioia e riposasse in Lui,
questo avviene mediante l'amore, "perché chi rimane nel-
l'amore rimane in Dio e Dio in lui" (Gv 4,16), cosicché in
essa si riscontra una mirabile unione e dall'unione provie-
ne un'immensa gioia" (S.Bonaventura,De reductione artium
ad Theologiam,n.15; Opera Omnia,V,323b.). L'esperienza di
S. Francesco viene così in qualche modo sintetizzata e
riproposta, in chiave teologica, "per modum amoris et per
modum cantici", ossia nel linguaggio proprio degli innamo-
rati (S.Bonaventura,In Hexaemeron, Collatio 22,n.l2j Opera
Omnia,V,427b.), che cantano a Dio la loro vita (S.Bonaven-
tura, De_S^Ba£thol1_A£1, Sermo,Op.Omnia,IX,571 : "Si tu dili-
gas Deum cantabis de ipso, id est laudabis ipsum et facies
cantilenam de ipso").
La strada, poi, è solo questa: un amore ardentissimo
per il Crocifisso} lo stesso amore che, dopo aver rapito
Paolo al terzo cielo, lo trasformò in Cristo, fino al punto
di fargli esclamare: "Sono stato crocifisso con Cristo;
non sono più io che vivo: Cristo vive in me!" (Gal 2,19).
Proprio quest'amore compenetrò lo spirito di Francesco e
con una tale intensità che la figura del Crocifisso, viva
nella sua mente, apparve nella sua carne" (S.Bonaventura,
Itinerarium mentis in Deum, Prol.3, Opera Omnia,V,296b).
Francesco appare quindi come membro dell'"Ordine Serafico",
in virtù di quella "visione, espressiva e impressiva" (S.
Bonaventura, In Hexaemeron, Coli 22,23) Opera Omnia,V,441a),
che lo configura pienamente a Cristo crocifisso. La sua
esperienza cristiana diventa per Bonaventura un paradigma
cristologico, incentrato sulla croce.

a) Il Verbo eterno, Immagine, Arte del Padre


La .visione di Bonaventura si incentra sulla considera-
zione del Verbo eterno di Dio, che acquista la verità della
carne e poi, ritornando al Padre, riconduce tutto l'univer-

79
so a] Padre come lode di gloria. Vi è nel suo pensiero una
progressione, ma nella fase finale appare chiaro il suo
cristocentrismo. Il P. Bonnefoy vuole vedere, in questo,
un influsso del miracolo dell'invenzione della lingua di
S. Antonio, alla cui traslazione Bonaventura partecipò come
ministro generale dell'Ordine. Forse ispirato dall'espres-
sione di Antonio: "Il luogo più appropriato per Gesù è il
centro, cioè, nel cielo, nel seno della Vergine, nel prese-
pio tra gli animali e sul patibolo della Croce" (G.Bonne-
foy, "La Cristologia di S. Antonio", in: S.Antonio dottore
della Chiesa, p.82. Il sermone di S. Antonio è in: S. Anto-
nii P.,Dominica in oct. Paschae,n.6; Sermones,I,235-236).
Vi sarebbe quindi una continuità ideale.
Sta di fatto che il principio bonaventuriano della
centralità di Gesù Cristo abbraccia tutta la dimensione
dell'essere. "Incipiendum est a medio quod est Christus.
Ipse enim mediator Dei et hominum est, tenens medium in
omnibus" (S.Bonaventura,In Hexaemeron,Collatio I,n.lO$Op.
Omnia,V,330b.).
Ma prima di approfondire questo aspetto desidero pre-
sentare lo stupore del Santo nel percepire la bellezza del
Verbo increato, nella beatitudine perfetta della Trinità.
"Il Padre, infatti, eternamente generò il Figlio simi-
le a sé e disse se stesso e la sua similitudine e con ciò
tutto ciò che poteva esprimere; disse ciò che poteva fare,
e soprattutto quanto volle fare, e tutto espresse in Lui,
cioè nel Figlio, ossia in questo centro, come nella sua
arte. Per cui questo centro è la verità" (S.Bonaventura,In
Hexaemeron, Collatio 1,n.13;Op.Omnia,V,331b.). Gesù Cristo,
Figlio di Dio, è il centro della Trinità.
Il Figlio è quindi il Primo Amore del Padre e nel Fi-
glio tutte le creature sono espresse nella loro verità.
Per cui tutto esiste nell'esemplare divino, espresso nella
massima perfezione dell'amore del Figlio. La vocazione ori-
ginale della creatura è espressa in questa triplice defini-
zione del Verbo, che è insieme Verbo, Immagine e Figlio,
come Arte divina del Padre.
"Per il semplice fatto che tutte queste cose siano
uno nell'eternità, nessuna parola riesce a esprimerlo: in-

80
fatti non fa meraviglia se il rumor*, delle parole temporali
non sia sufficiente a spiegare quel silenzio quietissimo
di quell'eternità e di quella ^^erna generazione, che me-
glio si comprende, di quanto si possa esprimere; meglio
si crede nel presente di quanto si possa comprendere! me-
glio ancora si vedrà nel futuro di quanto lo si creda ora;
poiché, come dice il Salvatore: "Questa è la vita eterna,
che conoscano te solo vero Dio e Colui che tu hai mandato,
Gesù Cristo" (Gv 17,3 a ciò non possiamo giungere se il
nostro intelletto non viene elevato al di sopra delle va-
riazioni del tempo e delle nebulosità dei fantasmi" (S.Bo-
naventura, QD de Mysterio Trinitatis,q5,a.2,conci.11,0p.
Omnia,V,9ób. ).
"Infatti come il Padre ha la vita in se stesso, così
dà al Figlio di avere la vita in se stesso... Perciò solo
in questo sta la vita eterna, che lo spirito razionale,
che promana dalla santissima Trinità ed è immagine della
Trinità, quasi percorrendo un circolo intelligibile, ritor-
ni mediante la memoria, l'intelligenza e la volontà, in
virtù della deiformità della gloria, alla beatissima Trini-
tà (S.Bonaventura,QDde Mysterio Trinitatis, q8,conci.750p.
Omnia,V,115b.).
La conoscenza di Cristo passa per la percezione del
Verbo e la rivelazione dell'Immagine, mediante il processo
della illuminazione e il cammino dell'esemplarismo. Gesù
Cristo è la Luce che irradia, "non loquendo, sed interius
illustrando" (S.Bonaventura,In Hexaemeron,Collatio 12,n.5,
Opera Omnia,V,385a.).
"Come le candele accese nella notte, pur essendo nume-
rose, non possono mostrarti il sole, ma un suo raggio te
lo rivela? così neppure queste scienze ti mostrano il vero
Sole? ma una irradiazione e una illuminazione sua lo rendo-
no presente" (S.Bonaventura,De S.Agnete V. et M., Sermo
2,0p. Omnia,IX,509b.). ~
La conoscenza proviene "dall'apice della fede, che
è l'amore" (S.Bonaventura,In Hexaemeron,Collatio 9,n.20?0p.
Omnia,V,576b. ). Dio ci convivificò in Cristo, con CristoT
per Cristo e secondo Cristo... Se dunque il Figlio di Dio
ha la vita in se stesso, con l'assumere in sé la nostra

81
mortalità, Egli ci ha uniti alla sua vita immortale, e per-
ciò ci ha convivificati in se stesso... Ci fece conoscere
le vie della vita quando ci diede la fede, la speranza,
la carità, i doni, le grazie e vi aggiunse i comandamenti
nei quali lo stesso Cristo camminò, e in cui consiste la
via della vita, per la quale Cristo ci insegnò a camminare"
(S.Bonaventura,III Sent.,Proemium,Op. Omnia,III,2).
"0 com'è giocondo udire quella armonia dell'eloquio
divino, quel Verbo vivo, nel quale ogni cosa viene espres-
sa!" (S.Bonaventura,De Sanctis Angelis, Sermo 5{0p»Omnia,
IX,623a.)
"Comprendi, che dal Sommo Artefice nessuna creatura
ha avuto origine se non per il Verbo eterno, nel quale di-
spose tutte le cose, e per il quale produsse non solo le
creature che hanno la dimensione di vestigio, ma anche di
immagine, di modo che possano venire a Lui assimilate, me-
diante la conoscenza e l'amore" (S.Bonaventura,De Reductio-
ne Artium ad theologiam,n.12;0p.Omnia,V,323a.)
Tutto l'universo porta in sé la parola divina. Ogni
creatura è parola di Dio, Parola che l'occhio contempla!"
(S. Bonaventura,Comment.in Eccles.,c.l,(v.ll) q2 resp.jOpe-
ra Omnia,VI,lób.): è quindi in rapporto diretto a Gesù Cri-
sto. Ma in modo particolare è l'uomo che si esprime total-
mente in Gesù Cristo.
"Considera dunque come dalla Somma Mente, che è cono-
scibile dai sensi interiori della nostra mente, eternamente
emanò una similitudine, un'immagine, una prole; e questi
poi, quando venne la pienezza dei tempi (Gal 4 , 4 ) , si è
unito alla mente e alla carne dell'uomo e assunse la forma
umana, ciò che non era mai stato primaj e per lui tutte
le nostre menti vengono ricondotte a Dio, quante assumono
quella similitudine del Padre, mediante la fede, nel loro
cuore" (S.Bonaventura,De Reductione Artium ad Theologiam,
n.8;Op.Omnia,V,322b. ). Gesù Cristo è la similitudine del
Padre.
Giacché le cose hanno la loro esistenza nella mente,
nel loro genere e nell'Arte eterna (Cristo), non è suffi-
ciente all'anima, per raggiungere una scienza certa, la
verità delle cose, secondo che hanno l'essere in sé o nel

82
proprio genere, perché in ambedue i casi sono mutabili,
ma deve attingerle in qualche modo come esse sono nel]'arte
eterna" (S.Bonaventura,QD de scientia Christi,q4,0p.Omnia,
V,23b.). In Cristo è la fontale pienezza di ogni verità.

b) Gesù Cristo, Verbo Incarnato, centro dell'universo


e della storia

La conoscenza teologica tende a Cristo, come "unico


vincolo d'amore nel quale cielo e terra si ricompongono
in unità" (S. Bonaventura,Breviloquium,p.1,c.1?Opera Omnia,
V,21Ob.). E'Lui infatti che, "incarnandosi, per la sua som-
ma benignità, redense l'uomo con il suo preziosissimo san-
gue e dopo di averlo redento lo nutrì" (S.Bonaventura,Bre-
viloquium,p.1,c.2 ; Opera Omnia,V,21 la.). L'incarnaz ione vie-
ne presentata da San Bonaventura come una grande festa nu-
ziale. La creatura viene assunta e trasfigurata nella real-
tà redenta del Corpo di Gesù Cristo, poiché il motivo del-
l'incarnazione non è stato il peccato dell'uomo, "la nostra
malizia, ma la carità di Dio e la sua eccessiva misericor-
dia" (S.Bonaventura,III Sent.d.l, a.2,q.2,ad6,0pera Omnia,
III,27a.). E' vero che il Dottore Serafico non giunge alla
visione chiara e avvincente dell'assoluto primato di Gesù
Cristo, ma accentua per quanto è possibile l'amore e la
gratuità del dono di Dio.
"L'Incarnazione è l'opera divina più grande che si
possa pensare, che sia stata voluta da Dio per se stessa,
come somma rivelazione dell'amore di Dio ad extra.
"Se si ricercasse la ragione e la causa principale,
per cui Dio si è incarnato, si risponde ottimamente, che
la sua causa somma e principale è l'eccellentissima beni-
gnità di Dio, dalla quale, e secondo la quale e per la qua-
le è stata fatta l'Incarnazione del Verbo" (S.Bonaventura,
De Assumptione B.M.Virginjs,sermo 3,Opera Omnia,IX,667b.).
"Si deve quindi tener presente, che siccome Cristo è
Verbo increato e incarnato, vi è in lui una doppia ragione
di esemplarità, cioè una eterna e l'altra temporale: eterna
s'intende secondo che è splendore della gloria paterna e
impronta della sostanza del Padre" (Eb 1,3). E riflesso
della luce eterna e specchio senza macchia della maestà

83
di Dio (Sap 7,26). "Ne] quale specchio tutte le cose ri-
fulgono, tutte quelle che vengono prodotte dal1'inizio del-
la condizione del mondo fino alla fine della perfezione
di tutto l'universo, e vengono prodotte sia spiritualmente
che sensibilmente. E per questo Cristo è, come Verbo in-
creato, specchi o intellettuale ed esemplare eterno di tut-
ta la macchina mondiale.
Ma in quanto Verbo incarnato, nella consuetudine di
vita della umanità assunta, esemplare e specchio di tutte
le grazie, le virtù e i meriti, e alla sua esemplare imita-
zione è configurato il tabernacolo della chiesa militante"
(S.Bonaventura,Apologia Pauperum,2,12;0p.Omnia,Vili,242b.).
"E così è diventato visibile Verbo, non solamente Ver-
bo udibile. Il Verbo per sé è più atto ad essere udito che
vistoj ma quella Parola del Padre, che non si poteva né
udire né vedere, nella sua Natività è diventato visibile
e audibile5 secondo la lGv(l,lss.): "Ciò che era fin da
principio, ciò che abbiamo udito, ciò che noi abbiamo vedu-
to con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e
ciò che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita:
poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta
e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziano la vita
eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi"
(lGv 1,1-2)"( S.Bonaventura,In Nativitate Domini, Sermo 1;
Opera Omnia,IX,I03a).
"La chiave della conoscenza sta quindi nella triplice
intelligenza: del Verbo incarnato, per il quale tutto viene
riparato, del Verbo ispirato, per il quale tutto viene ri-
velato... la porta di questi è l'intelligenza del Verbo
increato, che è la radice di tutte le conoscenze"(S.Bona-
ventura ,LnMHexa^meron,Con^ 3,2.4;0pera Omnia,V,343).
"Per questo lo stesso Cristo, Dio e Uomo, è chiamato
Alpha e Omega, cioè Principio e Fine, e poiché è fine di
tutto come Uomo, si dice Primo e Ultimo" (S.Bonaventura,In
Nativitate Domini,Sermo 11 $Op.Omnia,IX,109).
Ciò che stupisce nella creazione, è la capacità di
accogliere il Figlio di Dio come suo ultimo compimento e
perfezione, nella verità della carne umana.
"Era quindi congruentissimo, per la nostra riparazio-

84
ne, la Incarnazione del Verbo, di modo che, come il genere
umano, che aveva ricevuto l'essere mediante il Verbo in-
creato ed era caduto per la colpa venendo meno al Verbo
ispirato, risorgesse così dalla colpa mediante il Verbo
incarnato" (S.Bonaventura,Breviloquium,p.4,c.1;0p.Omnia,V,
442a.).
Affinché la più nobile di tutte le potenze ricettive
che erano insite nella natura umana, cioè la "unibilità"
alla natura divina, nell'unità della persona, non restasse
oziosa, venne attuata. Per questo fatto, che viene messa
in atto, si compie tutta la perfezione di ogni creatura,
e in Lui solo si consuma tutta la unità" (S.Bonaventura,
In Nativitate Domini, sermo 2,3;0p.Omnia,IX, 109b-110a,
si veda pure: A.Gerken, Theologie des Wortes,230-231)-
L'umiliazione della croce non diminuisce, ma consacra
la dignità regale di Gesù Cristo. "Perché primogenito? -
si chiede il Dottore Serafico - Perché testimone fedele,
perché patì per la verità, fu conculcato e disprezzato.
Perciò primogenito dei morti e Principe dei Re della terra"
(S.Bonaventura,In Epiphania,Sermo 1;0p.Omnia,IX,148).
"Così Egli si dimostra Via, Verità e Vita (Gv 14,6):
'via' che dirige l'effetto dell'opera; 'verità', che ammae-
stra l'intelletto; 'vita', che nutre l'affetto" (S. Bona-
ventura , Colljitlones_^^ 52, a. 57 ; Op • Omnia, VI,
202b). "E' ricco Colui che possiede sia il cielo che la
terra. Tale è Colui che non ha niente di proprio e possiede
tutto nella carità" (S.Bonaventura,In Lucam,6,20;Op.Omnia,
VII,148;11,25VII,280).
Passiamo quindi, con Cristo crocifisso da questo mondo
al Padre (Gv 13,1), affinché quando ci avrà mostrato il
Padre, possiamo dire con Filippo: ci basta, Signore!"(Gv
14,8)"(S.Bonaventura,Itinerarium mentis in Deum,7,6;Op.
Omnia,V,313b). Per Bonaventura il "segno del Figlio del-
l'Uomo è il segno della Croce".
Ecco perché tutto si rivela nella croce... Per cui
essa è la chiave, la porta, la via e lo splendore della
verità; chi la porta e la segue, secondo il disegno prefis-
sato da Dio, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce
della vita (Gv 8,12)"(S. Bonaventura,De Triplici Via,c.3,n.

85
5(0p.Omnia,Vili,14a).
Con la Croce Gesù si edifica un santuario nel cuore
dell'uomo, in una progressione di amore infinito.
"Benché il Figlio di Dio abbia offerto un grande se-
gno di amore e di benevolenza nell'Incarnazione, donandosi
ai fratelli come fratello, assumendo la natura del genere
umano; un segno ancor maggiore nella passione, dando se
stesso come prezzo della nostra redenzione, sostenendo per
noi la pena; ma il massimo segno di amore fu quando Egli
offrì il proprio corpo all'uomo come cibo di refezione.
Infatti negli altri due modi c'è una certa separazione
e divisione tra il donatore e il dono, ma in questo modo
vi è una mirabile unione' tra colui che si ciba e il cibo
che assume e la trasformazione dell'uno nell'altro... In
virtù di questa unione dice Cristo all'anima che degusta
la dolcezza del Sacramento dell'Eucarestia e dell'Amore:
"Ponimi come segno (Ct 8,6) di carità e di benevolenza so-
pra il tuo cuore, che è al centro dell'uomo" (S.Bonaventu-
ra ,DomiJịa_j]^ 1?Opera Omnia,IX,
233b-234a).
La centralità di Gesù Cristo si avverte ncn solo nel-
l'uomo, ma in tutti i gradi dell'essere. Cosicché Bonaven-
tura parla di "medium septiforme" (S.Bonaventura,In Hexae-
meron,Collatio 1,11?Op.Omnia,V,331a). Per cui tutto si rac-
coglie in Lui come nel suo centro di indivisibilità (S.Bo-
naventura ,Commjentj2ji_Evj^^
508b).
Per la via regale della croce passa tutto il cammino
della speranza cristiana, poiché gli uomini nuovi, compagi-
nati nella pace di Cristo, sono raccolti attorno alla sua
Croce nella Chiesa.
"Chi fissa lo sguardo a tale Propiziatorio (Cristo),
chi lo contempla convertendosi totalmente a Lui, contem-
plandolo in croce sospeso mediante la fede, la speranza
e la carità, la devozione, l'ammirazione, 1'esultanza, la
stima, la lode e il giubilo, celebra con Lui la Pasqua,
cioè il transito, cosicché mediante la verga della croce
passi il Mare Rosso, dall'Egitto entrando nel deserto, nel
quale gusti la manna nascosta, e con Cristo riposi nel se-

86
polcro come morto esteriormente, tuttavia in modo da perce-
pire, per quanto sia possibile nello stato di via, quanto
fu detto in croce a] ladrone che si affidò a Cristo: "Oggi
sarai con me in Paradiso"(Lc 23,43)"(S.Bonaventura itinera-
rium mentis in Deum, 7,2,0p.0mnia,V,312b). Il cammino è
tutto incentrato in Gesù Cristo: "Quia a Christo et per
Chr istum, transimus ad Christum, cioè dalla gloria del cor-
po a quella dell'anima e da questa alla gloria della Divi-
nità" ( S.Bonaventura,Commentarius in Ev.S.Lucae,c.12,n.56
(v-37); Opera Omnia,VII,325b).

5) Giovanni Duns Scoto e il Primato assoluto di Cristo

Spetta a Giovanni Duns Scoto avere dato il pieno svi-


luppo alla cristologia, elevando nella Scuola Francescana
quel mirabile edificio dell'amore, che Paolo VI chiama,
con uno splendido paragone, "un tempio fondato su basi si-
cure ed elevato con le guglie ardite, in virtù dell'ardente
ingegno contemplativo di Giovanni Duns Scoto, fino alle
stelle"(Paulus VI,Epistola Apostolica "Alma Parens").
Il Sommo Pontefice di f.m. prende atto che vi è una
Scuola Francescana, che conta più di 50 Dottori Scolastici,
e della quale Giovanni Duns Scoto è il rappresentante più
qualificato". "Nella sua opera sono certamente celati e
fervidamente presenti la bellissima forma di perfezione
e l'ardore serafico di S. Francesco d'Assisi, poiché in
essa tra il sapere e il ben vivere, si preferisce questo
a quello. Egli afferma la sovraeminente carità della scien-
za, il Primato Universale di Cristo, somma opera di Dio,
magnificatore della SS. Trinità, Redentore del genere uma-
no, Re nell'ordine delle realtà della natura e sopra la na-
tura, in ambedue gli ordini, presso il quale risplende di
intemerata bellezza Maria Immacolata, Regina del mondo,
facendo sì che venissero raggiunti vertici sublimi di cono-
scenza della verità rivelata del Vangelo" (Paulus VI,Epi-
stola Apostolica "Alma Parens").
"Il Dottore Sottile - continua il Sommo Pontefice -
che edifica la sua teodicea, basandosi sui principi e le
ragioni che riguardano Dio attinti dalla Divina Rivelazio-

87
ne,"Io sono Colui che sono"(Es 3,14), e "Dio è l'amore"(lGv
4,16), mirabilmente e con grande proprietà spiega ed evolve
la sua dottrina su Colui che è il "vero infinito e il bene
infinito" (1.Duns Scoti,Opera Omnia,Ord.I,d.3,n.59,Ed.Vat.,
111,41), "il primo efficiente" e "la prima causa finale",
"semplicemente primo, secondo l'eminenza", "pelago di per-
fezioni" (I.Duns Scoti,Opera Omnia, 0rd.I,d.2,nn. 57-59,60-
62,41,d.8,nn.198-200,Ed.Vat.II,162-165,165-167)149-150,IV,
264-266) e "l'amore per essenza" (I.Duns Scoti,Opera Omnia,
Ord.I,d.l7,n.l715Ed. Vat.,V,220-221, Lectura I,d.l7,n.ll6,
Ed.Vat.,XVII, 217)"(Paulus VI,Epistola Apostolica "Alma
Parens").
"Così si può dire con ragione che tutta la teologia
di Duns Scoto è contrassegnata da questa tesi, veramente
capitale, che il primo atto libero che si incontra nell'in-
sieme dell'essere è un atto di amore" (E.Gilson,J.Duns Sco-
to Introduction à ses positions fondamentales,Paris 1952,
p-577). P. Balie propone la dottrina di Scoto in uno studio
illuminato: "Dio, che è formalmente carità, comunica "libe-
ralissimamente" alle creature i raggi della sua bontà e
del suo amore, e ciò per una estrema carità "ex maxima ca-
ritate"... Amandosi, egli vuole altri amanti intorno a sé,
"condiligentes", distinguendo nel suo unico atto di amore,
che è pieno di liberalità, molteplici fini" (C.Balie,ofm,
"la spiritualità del B.Giovanni Duns Scoto",in:Vita Mino-
rum,32 (1961),pp.36-58,108-118,qui,pp.44-45).

a) Il Cristo, glorificatore e Salvatore

Tra coloro che Dio chiama a condividere il suo amore,


il primo posto spetta al Figlio suo, il quale è voluto per
primo come fine ultimo di tutte le cose. L'Incarnazione
è il "summum opus Dei", "essa corona tutto il creato, è
indipendente da tutto, e tutto dipende da essa" (C.Balie,
ofm,"La spiritualità... ",p.46).
Senza alcun pregiudizio si può dire che la predestina-
zione di qualcuno alla gloria preceda da parte dell'ogget-
to, naturalmente, la prescienza del peccato o della danna-
zione... molto più questo è vero trattandosi della prede-
stinazione di quell'anima che è predestinata alla somma

88
gloria, universalmente infatti chi vuole ordinatamente,
dapprima si pensa che voglia per primo ciò che è più pros-
simo al fine, e così come vuole per primo la gloria della
grazia di qualcuno, cosi anche tra \ predestinati - ai qua-
li vuole donare la grazia in forma ordinata - prima sembra
che vogl ia la gloria di colui che vuole essere prossimo
al fine, e quindi a questa anima (che è di Cristo) vuole
dapprima la gloria, di quanto non voglia la gloria di qual-
siasi altra anima, e per primo a chiunque altro la gloria
e la grazia che non preveda le cose opposte di queste atti-
tudini" (I.Duns Scoti,Ord.Ili,d.7,q.3,n.3jVivès,14,354-355).
Quindi Dio, che ha operato ogni cosa per se stesso
(Prov 16,4), tra tutti coloro che ha scelto e voluto come
"condiligentes", ha voluto uno che ne fosse la causa esem-
plare e finale, che avesse il primato su tutti e gli ren-
desse il più perfetto amore" (C.Balie,ofm,"La spiritualil-
tà... ",p.46).
"Dapprima Dio ama sé, in secondo luogo ama se stesso
negli altri, e questo è un amore casto, in terzo luogo vuo-
le essere amato da Colui che può amarlo sommamente, parlan-
do dell'amore di uno ad extra, e in quarto luogo previde
l'unione di quella natura, che deve amarlo sommamente"
(C.Balie,!.Duns Scoti Theologiae marianae elementa,Sibenik
1934,pp.l4-15K
Cristo, come primo amore del Padre sta all'inizio di
tutte le opere di Dio e costituisce il fine ultimo di tutte
le cose, essendo destinato al massimo grado di gloria (Si
veda in merito R. Rosini,ofm,Il cristocentrismo di G.Duns
Scoto e la Dottrina del Vaticano II. Ed.Francescane,Roma
1967,pp.31ss.).
"Solo al Cristo così compreso convengono in pieno i
titoli paolini di "Mediatore unico fra Dio e gli uomini",
di "Primogenito di tutta la creazione", di "Capo del Corpo,'
cioè della Chiesa", solo del Cristo così compreso si può
affermare con tutta verità che "in Lui tutte le cose furono
create, quelle celesti e quelle terrene, le visibili e le
invisibili... tutto è stato creato per mezzo di Lui e per
Lui ed egli esiste avanti tutte le cose e tutte hanno con-
sistenza in Lui" (Col 1,16-17) e che Iddio nella sua infi-

89
nita liberalità "ci ha prescelti in Lui, prima della fonda-
zione del mondo... e predestinati a essere suoi figli adot-
tivi... secondo il beneplacito della sua volontà, affinché
fosse magnificata la gloria della sua grazia" ( Ef 1,4-6)"
(E.Bettoni,ofm,"Il primato di Cristo e i suoi riflessi nel-
la dottrina ascetica francescana", in:La vita spirituale
nel pensiero di G.Duns Scoto,QSF,12,Assisi 1966,pp.43-44)•
"Il Cristo infine, unico mediatore tra Dio e gli uomi-
ni e unico Salvatore, fu così gradito alla Santissima Tri-
nità, e le ha reso un omaggio così grande e così bello,
mediante la sua preziosissima morte in cui "brilla l'amore
supremo", che l'uomo ormai non può ottenere né remissione,
né grazia, né aiuti, e neppure il suo ultimo fine, se non
nel Cristo e mediante il Cristo.

b) La Vergine Madre Maria: Primo amore di Dio,


in Cristo

Benché Scoto non ne parli esplicitamente, deriva come


conseguenza dai principi da lui posti, che la Madre di Gesù
Cristo, Verbo Incarnato, sia intimamente unita a Lui nel
disegno di predestinazione "in secundo gradu post Chri-
stum", E poiché il Cristo nell'universo, tiene il primo
posto, e subito dopo Lui sua Madre, si può concludere che
il Cristo è stato voluto per primo fra tutte le creature,
e con lui, in un solo e medesimo decreto, Maria. Ciò è tan-
to più vero in quanto, se Maria non fosse stata eletta e
predestinata prima di tutte le altre pure creature, ma so-
lamente dopo la previsione del peccato, ne seguirebbe che
la dignità di Madre, la più grande che possa ricevere una
creatura pura - sarebbe stata occasionata dal peccato. In
tal caso non sarebbe stata Lei, ma bensì il peccato, la
cosa che Dio avrebbe avuto per prima in vista.
E qui il Dottore sottile inventa nella sua anima di
francescano innamorato della Vergine Maria, l'argomento
che apre la strada alla definizione del Dogma dell'Immaco-
lata Concezione. L'argomento merita di essere ricordato.
"Il perfettissimo Mediatore ha infatti un atto perfet-
tissimo di mediazione possibile nei riguardi di qualche

90
persona per la quale intende mediare, - quindi Cristo
ebbe un perfettissimo grado di mediazione possibile ri-
guardo a qua]che persona per la quale era mediatore,
riguardo a nessun altra persona ebbe un grado tanto eccel-
lente come riguardo a Maria, quindi, ecc. Ma questo non
sarebbe tale, se non avesse meritato di preservarla dal
peccato originale... La persona riconciliata poi non sareb-
be tenuta ad esprimere la massima riconoscenza al Mediato-
re, se non avesse ottenuto da lui il massimo bene che a-
vrebbe potuto ottenere mediante la mediazione, ma que-
sta innocenza, o preservazione dalla colpa contratta o da
contrarsi, si può avere dal Mediatore, quindi nessuna per-
sona sarebbe legata a Cristo sommamente come Mediatore,
se non ne avesse preservata alcuna dal peccato originale"
(C.Balie,ofm,Ioannes D.Scotus,Doctor Immaculatae Conceptio-
nis, Romae 1954,pp.7-10).
Ecco perché la Santissima Trinità, in previsione dei
meriti di Cristo, perfetto redentore, ha fatto sì che Maria
non fosse mai soggetta al peccato attuale, né all'origine
dal peccato originale. In una parola, la regola fondamenta-
le di Duns Scoto è questa: "Se non ripugna all'autorità
della Chiesa o della Scrittura, sembra probabile attribuire
a Maria ciò che è più eccellente" (C.Balie,ofm,"La spiri-
tualità. .. ",p.51,C.Balie,Ioannes Duns Scotus,p.13).
"Per l'anima francescana vale sempre il programma con-
densato nell'affermazione di Gesù: "Uno solo è il vostro
Maestro, Cristo" (Mt 23,10), affermazione di cui san Bona-
ventura ha messo in luce tutte le implicazioni nel mirabile
sermone che si legge nel vol.V dell'Opera Omnia (S.Bonaven-
tura,Sermo IV:Christus unus omnium Magister,Opera Omnia,V,
pp.567-574). Ma l'ultima definitiva giustificazione del-
l'assidua instancabile attenzione ai misteri della vita
di Gesù che da sempre caratterizza la spiritualità france-
scana ci è offerta solo dalla tesi cristologica di Duns
Scoto. Qui infatti l'uomo-Dio si colloca al centro delle
opere divine e si offre come il punto da cui deve prendere
le mosse sia chi vuole muovere con successo alla scoperta
del volto autentico di Dio, sia chi desidera comprendere
per quanto è possibile a mente umana "il piano provviden-

91
ziale del mistero nascosto nei secoli in Dio" ( Ef 3.2) e
che viene dispiegandosi nell'universo e nella storia.
...La convinzione che il disegno divino della creazione
si impernia sulla predestinazione assoluta del Cristo, la
certezza che l'Uomo-Dio tiene le fila di tutti gli avveni-
menti e ne assume in un certo modo la responsabilità, non
può non essere fonte di confidenza e di consolazioni. . .
Ci sorregge infatti la consapevolezza che la potenza di
Dio è, da sempre, all'opera nella creazione: che il Figlio
di Di o, il Verbo Incarnato, sul quale è fondato come su
pietra angolare l'immenso edificio dell'universo materiale
e spirituale, è presente e agisce in mezzo a noi a guisa
di lievito che promuove, salva e trasfigura.
Noi crediamo che il Padre gli ha dato potestà sopra
ogni creatura, affinché dia la vita eterna a tutti coloro
che gli ha affidato (Gv 17,2), noi crediamo che nel cuore
di tutte le cose brilla un riflesso della grazia di Cristo,
riflesso che aspetta solo di essere scoperto e valorizzato
per l'edificazione del Regno di Dio" (E.Bettoni,ofm,"Il
primato di Cristo... ",pp.48-49).
Il fondare ogni realtà sull'amore permette di scoprire
in Gesù Cristo la verità di Dio e della creatura. Ma invita
anche a riconoscere e a promuovere la dignità di ogni crea-
tura, chiamata ad essere in Cristo pura lode di gloria,
apre le frontiere della missione ed edifica la pace tra
i popoli, nel nome del Signore.
La dottrina che vede Gesù Cristo, come Primogenito
di ogni creatura, nel quale tutte le cose hanno il loro
senso, la loro consistenza e il loro ultimo compimento,
diviene "il fondamento teologico più fecondo per l'ecumeni-
smo, ...possiamo concludere che... a Duns Scoto spetta il
merito di aver ricondotto alle sue ultime ragioni anche
l'ispirazione missionaria così congeniale alla spiritualità
francescana" (E.Bettoni,ofm,"Il primato di Cristo... ",p.51).

Conclusione

"Nel parlare di Cristo preferisco esagerare, lodando-


lo, che essere carente nella lode" confessa Giovanni Duns
Scoto. Questo corrisponde allo stile inaugurato da Dio,

92
il quale, pur avendo potuto in mille modi redimere l'uomo
decaduto, tuttavia per la sua libera volontà lo redense
in questo modo (mediante il dono del Figi io !). Siamo tenuti
ad amarlo molto, e ancor più che se avesse dovuto farlo
necessariamente e noi non avessimo potuto essere salvati
in altro modo: perciò lo fece, come credo, per attirarci
al suo amore, e poiché voleva che l'uomo fosse unito a Lui
con un vincolo di maggiore riconoscenza" (I.Duns Scoti,
Opera,Ord.111,d.26,q.un.,n.l05Vivès 14,738).
E' il mondo nuovo di Dio che si ritrova in Gesù Cristo
nuova creatura e che non può contenere la gioia di sentirsi
amato da Dio, proprio mediante l'amore sovrabbondante di
Ge su Cristo. E in questo mondo, divenuto cristiano, s'eleva
solenne il Cantico di Francesco, delle Creature e delle
Lodi di Dio Altissimo, ma anche "la preghiera di un filoso-
fo cristiano, ma così penetrata dallo spirito francescano
che zampilla, come frecce ardenti, in accenti commossi e
sembra tutta impregnata d'amore, quella di Duns Scoto nel
cap. IV del De Primo Principio: "Signore Dio nostro!...
Tu sei il Vivente, Vita nobilissima, perché sei intelligen-
te ed amij Tu sei beato, anzi sei essenzialmente beatitudi-
ne, poiché tu sei la piena comprensione di te stesso? la
visione di te chiara e la dilezione giocondissima... Tu,
buono senza fine, che comunichi liberalissimamente i raggi
della tua bontà, al quale, amabilissimo, tutte e singole le
creature tendono, come al loro ultimo fine. Tu solo sei
la Prima Verità... Dio vero: dal quale sono tutte le cose,
nel quale sono tutte le cose, per il quale sono tutte le
cose, - che sei benedetto nei secoli. Amen" (I.Duns Scoti,
Opera,De primo principio,c.4,n.36-37-40;Vivès,4,786s. 789$
Ed Muller,Freiburg i.Breisgau,1941,126-128,134)•

Spero che anche noi, sull'esempio di S. Francesco e


dei suoi figli sapienti, che hanno degustato la verità di
Dio e ammirato la centralità di Cristo, che sono "contenti
solo di Lui" e bramano vivere a lode della sua gloria (cfr.
Ef 1,12), ritroviamo la gioia di essere amati da Dio e pro-
grediamo insieme lungo il cammino della speranza, per edi-
ficare il Regno di Cristo, convinti che "bisogna ch'Egli
regni", affinché possa offrire il Regno al Padre, che "gli

93
ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti"
(ICor 15,23-28 passim). Poiché l'unico ordine che rimane,
nei Regno suo, è quello dell'amore: "prima Cristo, che è
la primizia, poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cri-
sto" (1 Cor 15,23).

94
Ili Lezione:

LA FRATERNITÀ' CELLULA VIVA DELLA CHIESA

Parte prima:

Diapositive sulla vocazione e sulla fraternità

Parte seconda :

La fraternità

1) I fratelli rivelazione e dono di Dio

2) Accoglienza "materna": amare e nutrire


i fratelli (RegNB 9,13-U:FF 32; RegB 6,
8-10 :FF 91J

3) La fraternità cellula viva della Chiesa

Parte prima: DIAPOSITIVE

Introduzione

L'immagine è più eloquente di molte parole. Essa rende


presente la realtà di cui si parla e permette allo sguardo
di penetrarne il mistero. Le immagini che vedremo ora hanno
lo scopo di far comprendere meglio la realtà divina della
vocazione e della vita fraterna.

95
1) Il Crocifisso di S. Damiano: la gioia di essere chia-
mato per nome e di poter rispondere: "Lo farò volentieri,
Signore !".

96
Osservate in silenzio con attenzione e riverenza, con
devota ammirazione. Lasciate che l'immagine entri nel vo-
stro cuore e illumini tutta la vostra vita immettendola
per simpatia nell'immagine di Gesù Cristo crocifisso, che
oggi chiama ciascuno di noi e ci manda a restaurare la sua
Chiesa, incominciando dal piccolo tempio vivente, che è
il nostro cuore. Rinnoviamoci alle fonti di vita del Sal-
vatore .
Il Crocifisso è vivente, quindi è risorto. Non ha la
corona di spine, ma il nimbo della gloria. Ha gli occhi
aperti. Egli guarda Francesco e lo attira a sé con indici-
bile amore. Francesco è tutto rapito da quello sguardo.
Pensate per comparazione (dato che ci troviamo qui sul
monte della Verna, che segna il compimento di quello
sguardo divino, che ha rapito a Francesco il cuore e la
vita), ali'esperienza delle Stimmate. "Provava letizia per
l'atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato
da Cristo, sotto figura di Serafino"(LM 13,3:FF 1225),
che gli penetra profondamente nel cuore e lo trasforma,
rendendolo atto ad accogliere il dono della chiamata e
ad adempiere fedelmente la missione, che gli verrà affi-
data. Quello sguardo divino lo purifica come già il Sera-
fino di cui parla Isaia (Is 6,3). La chiamata nel tempio
diventa incontro pasquale con Gesù Cristo risorto e viven-
te nei secoli. Se osservate bene, nell'interno c'è uno
sfondo nero. Togliete le figure e resterà un sepolcro vuo-
to. A destra e a sinistra due donne o due Angeli vanno a
vedere nel sepolcro: "E' quindi Gesù che sale dal sepolcro
e ascende al Padre. Sopra, la figura piccola, c'è Gesù che
porta la croce come trofeo di vittoria e in alto gli ange-
li che lo accolgono in cielo. Più su ancora la destra del
Padre, oppure lo Spirito Santo che lo fa risorgere per ri-
portarlo al Padre. Sotto la figura piccola c'è l'iscrizio-
ne "Gesù Nazareno Re dei Giudei (Gv 19,19), che è giovannea.
Per Giovanni il mistero pasquale è tutto nella croce:
passione morte resurrezione e ascensione al cielo e dono
dello Spirito. Di fatto la Xsa è vivente, la Vergine Maria
che è sotto la croce riceve il 1° figlio Giovanni e poi
le due donne e Giuseppe di Arimatea, il Centurione, poi

97
un altro testimone.
Quindi il gallo che ricorda a Pietro il tradimento, e
sotto, attenzione, i piedi nello scuro: sono gli inferi.
Gesù tra morte e resurrezione scende giù negli inferi a
portare su tutti i giusti. Sotto ci sono delle figure (che
purtroppo non si vedono) che sarebbero questi giusti del
Vecchio Testamento.
Quindi è davvero il Cristo totale, cosmico. E sopra
sono gli Angeli, perché è redentore anche degli Angeli.
Quindi tutta la Chiesa è raccolta in questo crocifisso.
Quindi la parola che chiama Francesco, lo chiama per nome,
lo chiama dalla Chiesa in questa pienezza dell'amore e lo
manda alla Chiesa perché Gesù Cristo appunto si eleva ri-
sorto al centro del mondo e della Chiesa per edificarla.
Lo Spirito lo dona alla Madre sua che è la Chiesa viva,
quindi emette lo Spirito dalla croce e lo affida al Padre
e anche alla Madre che dà alla luce il 1° figlio che è Gio-
vanni. Troviamo qui tutta la bellissima teologia giovannea.
Ecco, vorrei che lo portassimo in cuore e pensassimo alla
nostra chiamata.
Dicevo ieri che questo Crocifisso ha parlato l'anno
scorso da S. Pietro, dal centro della cristianità. L'abbia-
mo portato in processione fino all'altare maggiore, quello
papale, e da lì ha parlato al mondo intero, quindi alla
Chiesa e al mondo, e deve diventare il Cristo cosmico che
raccoglie tutto l'universo e lo rende tempio santo di Dio,
chiesa del Dio vivente e suo regno.
La chiamata per nome è tipica di Dio: Dio ha un nome,
un volto, cerca il nostro volto, ha un cuore e ci dona il
suo cuore aprendolo dalla croce e cerca però anche il no-
stro cuore: Francesco è rapito e sente le parole "Va',
Francesco, e ripara la mia Chiesa che, come vedi, sta crol-
lando". Ieri come oggi, e la chiamata vale per noi oggi.
Francesco risponde "lo farò volentieri, Signore!". Entra
in sintonia e qui comincia la sua giovinezza. Chi si intona
al canto nuovo non diventerà più vecchio, diventerà sempre
più giovane, finché quando sarà bambino, cuoè tutto nuovo,
entrerà in paradiso. Una vita che cammina nella resurrezio-
ne .

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2) La vocazione come invito personale a partecipare al-
l'intimità divina. (Immagine del coro di Montecasale)
La chiamata diventa accoglienza divina. Gesù accoglie
Francesco da amico e gl i affida personalmente il suo mes-
saggio. Bonaventura dice che Gesù gli parlò non da estra-
neo, ma da amico speciale (Sermo V;Op.Omnia,IX). E la pa-
rola dell'Amico diventerà il suo Vangelo personale che ca-
ratterizzerà lui e il suo messaggio. Perché ogni chiamata
indica un cammino da percorrere e una missione da compiere.
Il tono della chiamata esprime l'intensità dell'amore
di Ge sù Cristo che chiama. La realizzazione del mandato
ricevuto edifica il Regno di Dio e compie la persona nella
dimensione della santità cristiana.

100
3) Gesù Bambino nel grembo di Maria Vergine e Madre,
Francesco presente in Gesù Cristo. (Vetrata della Basilica
Superiore di S. Francesco in Assisi).

101
E1 un'immagine che presenta la realtà della vita cri-
stiana. Mediante la fede e i sacramenti il cristiano rina-
sce a vita nuova e partecipa alla vita della Chiesa, che
è una vita secondo lo Spirito.
E' la realtà spirituale. Chi rinasce dall'acqua e dallo
Spirito entra nel grembo verginale della Vergine Maria (Ge-
sù Cri sto), e della Vergine Madre Chiesa, la quale finché
crede e riceve lo Spirito diventa feconda, quando non crede
più non pone i segni e non riceve più figli. Dalla fede
nascono i figli di Dio mediante lo Spirito Santo. Chi rina-
sce entra in Cristo e non ne esce più: cresce fino alla
pienezza della statura (non tutto il Cristo, vedete, anche
Francesco ha già le Stimmate, la barba, quindi è uomo adul-
to, però non ha i piedi a terra: attenzione, chi entra in
Cristo non ha più terra propria, è nel Regno, quindi cammi-
na nel mare immenso dell'amore e cresce nella terra promes-
sa, nel regno di Cristo. Perciò non può più tornare indie-
tro nell'Egitto oppure nella schiavitù, sarebbe un povero
infelice !).
Sapete da cosa ha origine questo quadro? E' un quadro
storico, è la finestra, la vetrata di S. Francesco nella
Basilica grande ad Assisi. La Beata Angela da Foligno ha
avuto le sue rivelazioni proprio davanti a questa immagine.
A un certo punto si mise a gridare perché aveva esperimen-
tato la passione, proprio la sofferenza di Cristo e France-
sco che viveva questo mistero. Suo zio che era frate la
sgridò. Non sapeva che era santa, perciò le chiese: "Come
mai hai gridato?". Ed ella disse: "Ho visto il mistero di
Cristo crocifisso e di Francesco crocifisso con Cristo".
C'è un altro episodio molto interessante che racconta
1 ' Eccleston. Anche in quel tempo si diceva: "Chi è più
grande (ricordate la Madonna dei Tramonti)? Più grandi gli
Apostoli o più grande Francesco?". E allora egli ricordò
che frate Agostino, tornando da Assisi, raccontò che Grego-
rio IX in una predica, mentre si cantava "Hunc virum pree-
1 egerat" come ivsporisorio, egli sorrise e poi nella predica
raccontò come due signori di Venezia avessero avuto una
visione. Erano eretici secondo 1'Eccleston. Uno dei quali
offrì poi l'Isola del deserto ai frati.

102
Questi si scandalizzarono perché uno aveva predicato
che Francesco era più grande degli Apostoli. Nella notte,
mentre erano nei loro palazzi videro il cielo aperto, il
Signore che accoglieva tutti i Fondatori con le loro schie-
re di Santi. E chi mancava? Proprio Francesco! Altro che
santo! neppure in Paradiso!". Allora Gesù li guarda e sor-
ride, apre il suo cuore e chi vien fuori? Francesco con
i suoi, e poi chiude il cuore e resta dentro Francesco.
Nessun biografo lo racconta, e questo è comprensibile,
sarebbe un'autoglorificazione, ma l1Eccleston, da buon in-
glese, distanziato come è là nel nord, può permettersi il
lusso di raccontarlo.

Particolare: la Vergine madre Maria, che in quanto


Vergine, può accogliere questa pienezza della parola e rive-
larla. Vedete, è un'unità, cioè non ha più nulla di pro-
prio, essa è Madre di Dio e ciò che ella dona è soltanto
il Figlio di Dio. A tutti e sempre5 fino alla fine del mon-
do e anche in Paradiso sarà Madre di Dio. Quella è la sua
corona e la sua felicità.
E così uno che è vergine accoglie quella parola e la
fa risuonare in pienezza, accoglie quella immagine che en-
tra dentro e la ripropone, la ripresenta nell'umiltà di
Dio perché la umiltà permette di lasciar trasparire la ve-
rità non contaminandola con l'egoismo proprio.

Ecco Francesco, osservatelo un istante. E' un'unità


con Gesù Cristo, quindi dentro Cristo. Ora questa è teolo-
gia: San Paolo dice "noi siamo L v )(Q (in Christo),
mi pare più di 40 volte". E' la rea'ltà teologica. Se siamo
di Cristo siamo dentro, non fuori. Quindi bisogna vivere
ciò che siamo, diventarne coscienti e rivelarlo, però!,
altrimenti saremmo dei falsificatori se nascondessimo il
tesoro senza parteciparlo agli altri, e anche la felicità
di essere in Cristo, cioè nel Regno.

103
4) La Sposa dello Spirito Santo (S.Francesco,UffPass:FF 281
281): La Vergine Maria, dopo la presentazione, esce dal tem-
pio, avvolta e coronata dalle fiamme dello Spirito Santo (M.
Grunerwald,"Isenheimer Aitar" a Colmar in Alsazia).

104
Ecco il mistero della chiamata: avviene nel tempio
dove tutta la Chiesa gioisce, è un canto nuovo e una cele-
brazione solenne dello Spirito: tutto è in festa nel fuoco
dello Spirito: la Madonna che esce dal Tempio dopo essersi
consacrata, la Madonna giovane, tutta raccolta e felice
in Dio, e gli angeli trionfanti cantano! E' proprio la fe-
sta della vita: chi entra nello Spirito entra nella vita.
E' Spirito Santo e datore di vita. (Credo). E" il "noi"
di Dio, direi così per intenderci, scusate la parola ine-
satta, è la sorgente partecipata della vita trinitaria.
E questo Spirito Santo ci viene donato come sorgente di
vita nostra per sempre, nuovo ordine di vita, nuovo tutto
quanto. Quindi uno entra in questa giovinezza di Dio e cam-
mina nella resurrezione.
Questo mistero è avvenuto anche in noi, quelle fiamme
ci hanno avvolto e reso nuova creatura nella chiamata me-
diante la parola e l'accoglienza di fede, l'obbedienza di
fede.
La grazia trasforma ontologicamente. E' una nuova ere-
tura. La trasfigura. E' il fuoco. Entra nello Spirito. Ec-
co, se ci credessimo allo Spirito Santo! S. Francesco capi-
va tutto, perché aveva lo Spirito dentro, dice Bonaventura
parlando del professore famoso di Siena che, come noi teo-
logi, capiva pochissimo. Francesco invece capì tutto.
Perché? Non fa meraviglia, perché portava lo Spirito nel
suo cuore: "per plenariam unctionem Spiritus Sancti docto-
rem earum in corde gerebat" (LM 11,2:FF 1189). Aveva lo
Spirito Santo dentro e quindi tutto diventava chiaro, tra-
sparente nella verità. Ecco, che bellezza!
E la corona? E' dello Spirito. Ecco la Vergine Maria!
"Ka cascuna sarà in cielo coronata cum la Vergene Maria"
(S.Francesco, nel cantico per Chiara e le sorelle consacra-
te "Audite, Poverelle",FF pp.2239-40): Dio incorona la
creatura, scegliendola ad essere regina. E qui il battesimo
è compiuto nella sua triplice dignità di essere profeti
(dire le parole di Dio, parlare in vece di Dio), di essere
sacerdoti (cioè consacrare tutto a Dio, fare del mondo un
tempio della sua gloria e cantare la lode perenne), e di
essere infine re (la regalità sta in questo: nell'accoglie-

105
re la parola e accettarne la pienezza di grazia e di beati-
tudine ).
In ogni dono c'è tutto lo Spirito Santo con tutti i
suoi doni: la corona completa dei 7 doni. Mettiamoci per
un istante al posto della Madonna, siamo tutti lì, lo stes-
so mistero.
La Vergine Madre Maria è il mistero dello Spirito.
Permettetemi una riflessione teologica di San M. M. Kolbe:
egli si domanda: "La Madonna dice 'io sono l'Immacolata
Concezione', ma come è possibile che uno sia una concezio-
ne, che sia concepita lo capiamo, ma 'io sono la concezio-
ne'?". Allora pensa: anche in Dio c'è una eterna immacolata
concezione, è lo Spirito Santo che si riceve dal Padre e
dal Figlio e continuamente è la gioia, la beatitudine, la
pienezza e la pace di Dio, e quindi la Madonna continuamen-
te si riceve: un amore che resta amore ed è santo ed è vi-
vificante: nasce da Dio, resta sempre vergine e si compie
nella visione di Dio e assunzione in cielo, una vita che
è totalmente alla presenza di Dio, sua rivelazione e sua
pienezza, quindi una vita beata "mi chiameran beata tutte
le generazioni" (Le 1,48). Anche la nostra vita può e deve
entrare in questa beatitudine.

5) Mosè riceve da Dio le "Dieci Parole": la mano di Dio


raggiante di luce, la montagna infuocata e il profeta illu-
minato dal fulgore delle Parole di vita.

Ogni chiamata è folgorazione di Dio, la montagna di-


venta rovente, fuoco. Le 10 parole che fanno nuovo il mondo
bastano a immetterlo nella Terra Promessa. Mosè è preso
proprio da questo fuoco della montagna. E quella mano di
Dio lo accompagna verso la terra promessa: è la stessa che
ha creato l'universo, è scintillante nella luce, la stessa
che ci porta nella nuova creazione purché abbiamo il corag-
gio di accoglierla e di lasciarci guidare da quella mano
che è un po' l'ipostasi di Dio Padre, quella mano che ti
conduce.
E Francesco difatti quando dice di sì al Padre Celeste

106
e no al padre terreno, vede quella mano (ricordati neiia
Basilica di Assisi, c'è la mano piccola sopra in cielo),
quella mano lo sostiene. (Oppure in un'altra bella raffigu-
razione, quando Stefano è lapidato egli guarda il cielo
aperto e la mano di Dio che lo tira su, lo raccoglie nel
suo cuore, è bellissimo: ogni parola ti prende là dove sei
e ti porta a casa nel cuore del Padre, della Trinità! Di
fatto la Chiesa è raccolta nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo (Lumen Gentium n.4).

6) Il mistero del Roveto ardente: Dio chiama e manda Mose


dal fuoco del Roveto ardente (Es 3,2ss.).

Ogni chiamata è mistero del Roveto ardente: Iddio che


ci chiama per nome, ci rivela il suo nome e ce lo affida,
però nel mistero della croce di Cristo. Il rovo che brucia
e non si consuma - dice la Chiesa Orientale in un bellissi-
mo inno - è il mistero della Trinità3 è il mistero dell'In-
carnazione (perché il Figlio di Dio incarnandosi ha assunto
la natura umana, però è rimasto, come Verbo, incorruttibi-
le), simbolo della verginità della Madonna Madre di Dio
(che non è stata sciupata, è rimasta Vergine diventando
Madre perché ha la pienezza della Santità, quindi anche
della fecondità, senza nessun consumo, nulla è sciupato),
e poi mistero della Chiesa (la quale attraverso il deserto
dei secoli viene colpita dalle bufere di sabbia e dai gran-
di uragani del deserto e tuttavia rimane, in virtù dello
Spirito incorruttibile, perché è la donna vestita di sole,
è la Vergine immacolata, la senza ruga e senza macchia,
che il Figlio di Dio si è rifatta nuova nel suo sangue at-
traverso la croce). E ogni chiamata ci immette nel roveto:
il fuoco che brucia e non consuma è lo Spirito Santo, sape-
te! La voce è quella del Padre e il Figlio è simboleggiato
nel rovo che appunto ha le spine, il simbolo della Croce,
la mortalità della carne.

107
7) I discepoli di Emmaus: dalla parola alla presenza
(Rembrand). S. Francesco viveva il cammino pasquale di
Gesù Cristo e si immedesimava nella sua persona. Così invi-
ta 1 frati a celebrare continuamente la Pasqua (2Cel 6l:FF
647j LM 7,9:FF 1129) ma anche incontra e consola lungo il
cammino frate Leone (cfr. Lettera,FF 249-250). Così la sce-
na acquista una tonalità tipicamente francescana.

Dicevo che ogni vocazione è incontro pasquale con Gesù


Cristo, ecco in questo quadro appare evidente. Dapprima
il Signore cammina insieme, chiama finché, a un certo pun-
to, diventa presente nella sua pienezza e comunichiamo con
lui. E' una unità: l'eucarestia.
Soltanto per chi accoglie il pellegrino e dice "resta
con noi!", quel pellegrino diventa "prossimo", se è prossi-
mo è Cristo e può comunicare con noi e noi siamo già nel
regno, nella pienezza. Perché il prossimo è sempre Gesù
Cristo il quale si lascia servire da noi, quindi serviamo
sempre e soltanto a Cristo Signore e questa è la grande
dignità del cristiano. Però, bisogna stare attenti, appare
velato, è sotto altra forma il risorto, mai in quella di
prima, ci vuole la fede per vederlo dentro, al di là della
sembianza che può essere sciupata, consumata o addirittura
sfigurata dal peccato.

8) Altro incontro pasquale: La Maddalena riconosce Gesù


Risorto.

Ecco la Maddalena! E' un incontro pasquale: gli angeli


testimoniano "è vivente!" e la Maddalena lo cerca e final-
mente lo riconosce. Però non possiamo fermarlo, bisogna
continuare a servirlo nel mistero, finché Dio ci permetterà
di contemplarlo faccia a faccia. Il cammino della vita è
una continua visione "per speculum in enigmate", qui è il
bello! E chi lo riconosce oggi sarà riconosciuto domani:
"Bravo, mi hai dato da mangiare e da bere, entra nel gaudio
del tuo Signore!" (Mt 25). E' questa la vita: un continuo
cammino incontro a Cristo che è in tutte le presenze in

108
tutti i segni, in tutte le realtà, lui soltanto, e, dicevo
ieri, anche in tutta la musica perché nella musica è annun-
ciato lui, quella parola che porta la salvezza ed edifica
il Regno. Tutto il creato risorge con lui e diventa quindi
"significazione".

9) Al pozzo di Giacobbe: la gioia di diventare vera per


la Parola di Cristo e dello Spirito (Cfr. S.Francesco, Lett
Fedeli, 3:FF 180).

Il chiamato, la chiamata, sono prevenuti da un amore


infinito che diventa appunto attesa, diventa chiamata, di-
denta dono dello Spirito e vita nuova in Gesù Cristo, che
ha assunto "la verità della carne umana" (San Leone Magno,
"Ad Flavianum") proprio per permetterci di diventare veri
adoratori del Padre, in Spirito (Santo) e nella Verità (Gv
4,23). Gesù Cristo attende perché sa che qualcuno deve ve-
nire. E verrà, perché l'amore del Padre l'attira e lo Spi-
rito Santo sta per essere effuso, come acqua viva.
E1 sorgente di acqua viva, lo Spirito; anticipata pre-
senza di Pentecoste. Là, al pozzo di Giacobbe, Gesù attende
la creatura per farla nuova. Ecco il metodo, in due parole:
le chiede un permesso, un piacere, per poter donare se
stesso, ma il dono non può essere ricevuto se quella donna
non entra nella verità e riconosce la sua debolezza e, un
poco alla volta, sente il desiderio dell'acqua viva e, fi-
nalmente, ritrova anche la motivazione teologica: "Ma dovrà
venire il Messia!". "Sono io che parlo con te!". Una peda-
gogia divina, meravigliosa, che sconvolge barriere di seco-
li, nel rapporto tra uomo e donna, tra ebreo e samaritano.
Tutto viene sconvolto, una nuova creatura, un nuovo rappor-
to, un mondo nuovo, quello risorto. E' il nuovo popolo di
Dio, che nasce, perché Lui è il primo dei risorti, il primo
dei viventi. E chi crede porta in sé la sorgente che zam-
pilla fino alla vita eterna: è lo Spirito Santo, raffigura-
to in ogni sorgente d'acqua viva. E' acqua viva che dà la
vita, in fondo è quel siero bianco che custodisce la crea-
tura nel grembo materno, capite9 L'acqua è simbolo soltan-

109
to. La custodisce. 0 è il fuoco che dà l'impronta, che im-
prime, sigilla e rivela l'immagine di Cristo. I due simboli
dello Spirito Santo: acqua viva e fuoco.

110
10) S. Francesco, S. Bonaventura e l'Abbadessa (Chiara),
raccolti intorno alla croce (Miniatura Ms von Tennenbach,
II metà del sec. XV, Museo di Karlsruhe).

Ili
Ecco l'immagine per oggi: questa è un codice di Karl-
sruhe che ho scelto per la copertina di un mio libro e che
per me è una delle più belle raffigurazioni della fraterni-
tà francescana, una delle più belle sintesi: Gesù Cristo
chiama dalla croce, nella perfetta espressione dell'amore
che dà la vita, come Figlio di Dio che dà la vita5 ma anche
nell'immagine creata più perfetta dell'amore che è il Sera-
fino. Egli diventa così albero della vita (vedete quelle
al centro non sono ali ma foglie). Le ali inferiori rosse
sono simbolo del ministero, del servizio, come quelle delle
vesti di Bonaventura a destra e del vangelo di Francesco
a sinistra. Quelle superiori (violetto), quelle della ver-
ginità, che raggiungono i cieli immensi di Dio5 come il
vestito di Chiara (è la Badessa, ma raffigura Chiara) la
quale è piccola, perché si compie in Cristo, piccola in
apparenza, in realtà grandissima (un po' come Giovanni,
diventa piccola affinché la pienezza di Cristo possa tra-
sparire in lei, quindi diventa vergine). Osserviamo un i-
stante: la parola di Cristo (pensiamo a S. Damiano) colpi-
sce Francesco e gli apre il cuore e diventa suo Vangelo
(E=evangelium)(rosso=l'amore), gli plasma la vita e la im-
mette in questo saio della penitenza però anche la incorona
(vedete il giallo della testa, dei capelli, della corona
e anche della corda - diventa addirittura corona questo
peso che si porta, questo legame - che avvolge e custodi-
sce, fino sotto i piedi: le stimmate sigillano questa con-
figurazione). Alla fine Francesco nella sua umiltà, rivela
non consuma la parola, non la sciupa, non la dissipa, ma
la rivela nella pienezza e quindi porta il crocifisso: il
miracolo avviene adesso: nell'interno, come sfondo, c'è
l'azzurro che è il simbolo della fedeltà di Dio. (Della
sua presenza vive ogni chiamato).

In basso il verde della speranza (è la terra che ri-


fiorisce nella speranza e diventa la nuova Eva, la terra
vergine capace di essere fecondata da Dio) e qua a destra
c'è Bonaventura il quale ha il rosso del manto vescovile
(del ministero, della consacrazione) che è uguàle al rosso
del Vangelo e delle piaghe di Francesco. Lui pure porta
il Vangelo e il pastorale, ma è interessante che porta pure

112
lui il saio: come penitente egli può essere fedele nel ser-
vizio. come frate, quindi.
E dopo, la corona è la stessa di Francesco: l'oro sim-
bolo dello Spirito Santo. Non c'è divisione: la croce viene
incarnata? in quanto Francesco la incarna, compagina gli
altri, infatti è unita per mezzo dell'annuncio, della voce,
della parola (da bocca a bocca) e unisce Francesco a Bona-
ventura. Ambedue sono giovani: è la giovinezza di Dio. Raf-
figurazione un po' fantastica, piena di stupore e di mera-
viglia, come la vide una Clarissa.
Un particolare: Bonaventura tocca col piede la veste
della Badessa, di modo che c'è unità: l'amore ti compagina,
non c'è più divisione, ma un unico Cristo.
Questo per me sarebbe il simbolo della comunione fra-
terna proprio nell'amore: dalla parola all'immagine, alla
rivelazione e alla comunione piena: tutti diventano riso-
nanza e rivelazione di Gesù Cristo e sono felici. E Bona-
ventura è uguale a Francesco, lui il dottore (questo conta
poco) 5 l'importante è il Vangelo che portano e che in Fran-
cesco è ancora più evidente: si esprime nella verità della
carne. Ecco, è tutto il cammino della vita che si esprime
nella parola e nell'immagine: rivelazione e risonanza di
Gesù Cristo, Vangelo di grazia. E' il mistero dello Spirito
Santo, sono tutte nuove creature, con i capelli nuovi, do-
rati, come la Madonna del Griinervald: è la stessa simbolo-
gia: l'uomo dello Spirito che incorona la creazione e le
opere di Dio, perché incoronando noi Dio incorona la sua
grazia e la grazia è sempre lo Spirito Santo perché in ogni
dono, dona lo Spirito Santo.

113
11) La celebrazione pasquale secondo San Giovanni: la la-
vanda dei piedi (Gv 13,lss.).
E' il Vangelo che Francesco si fa leggere prima di com-
piere il suo servizio terreno e ritornare definitivamente
al Padre, celebrando la sua ultima Pasqua (2Cel 217:FF 808;
LM 14,5:FF 1242). E' il modo tipicamente francescano di vivere
in fraternità, celebrando continuamente la Pasqua del Si-
gnore, nell'esercizio continuo del comandamento nuovo del-
l'amore, che edifica il "nuovo popolo, contento solo di
Cristo" (LegPer Ó7:FF 1617? Spec 26-.FF 1710).
Per realizzare la fraternità nel nome del Signore è
necessario seguire anche l'esempio del Signore, che ci sve-
la il "mistero di fede" della vita fraterna, che passa per
il crogiuolo quotidiano della purificazione del servizio
fraterno, come segno e dono d'amore.
San Francesco ricorda spesso ai suoi frati il compito
di lavarsi i piedi a vicenda come segno di accoglienza fra-
terna .
"E nessuno sia chiamato priore... E l'uno lavi i piedi
all'altro" (Gv 13,14)"(RegNB 6,3:FF 23).
E1 la distinzione più preziosa che qualifica il servi-
zio dell'autorità. "Non sono venuto per essere servito ma
per servire" (Mt 20,28) dice il Signore. Quelli che sono
costituiti in autorità sopra gli altri, tanto si glorino
del loro ufficio prelatizio come se fossero incaricati di
"lavare i piedi dei fratelli" (cfr. Gv 13, 14); e quanto più
si turbano per essere tolta loro la carica di quànco si
turberebbero se fosse tolto loro il servizio di lavare i
piedi, tanto più accumulerebbero un tesoro fraudolento
(cfr. Gv 12,6) a pericolo delle loro anime" (Amm 4:FF 152).
Ecco la via: la lavanda dei piedi. Fratelli e sorelle,
io penso che qua dovremmo indugiare tutta la vita: a lavar-
ci a vicenda i piedi, che sono più o meno sporchi. E se
fossero solo i piedi! C'è ancora di più. Ecco il servizio:
Gesù che lava i piedi agli apostoli. E' una unità d'amore,
quella brocca d'acqua diventa una sorgente che zampilla
già: è lo Spirito Santo, acqua viva e fuoco dello Spirito.
Gesù non dà qualcosa, comunica il suo Spirito che a Pente-
coste riconcilia e qui, in anticipo, purifica, rende nuova
creatura.
E qui, permettete, un accenno alla riconciliazione

115
e confessione. Noi siamo insensati a non permettere al Si-
gnore di "ricrearci". Così continuiamo a trascinarci avanti
a faticare, a consumarci e poi ci affanniamo tanto da soli
e forse ci lamentiamo con Dio. Lasciati fare nuova creatu-
ra! "Ego te absolvo", ecco tutto! Le cose degli uomini son
così piccole, le cose che fa Dio son sempre grandi!
E quindi fa nuove tutte le cose, incominciando dal
cuore: nel battesimo, nella riconciliazione, sempre fa nuo-
ve tutte le cose, egli crea un mondo nuovo, capace di re-
stare per sempre. Perché chi è risorto non muore più, entra
di resurrezione in resurrezione, cioè di vita in vita, di
pienezza in pienezza. Guardate che unità, che armonia! sono
tutti fusi insieme, c'è lo Spirito dentro! E Gesù che si
piega! è l'umiltà del Figlio di Dio che si piega a lavare
i piedi, e con gioia! Se uno non si lascia lavare e non
lava i piedi... non avrà parte con Cristo. Guardate, è in-
dispensabile: chi non accoglie Cristo nel segno del fratel-
lo, chi non lava i piedi, non avrà parte con lui. E' il
segno, è la porta aperta verso il Regno ed è il comandamen-
to nuovo. In antico si lavavan le mani, simbolo rituale,
liturgico... Ma lavare i piedi è accogliere l'altro nella
propria intimità. L'altro diventa parte di me stesso, io
sono responsabile di mio fratello, io pago di persona, do
la vita per il fratello, lo amo e lo nutro come preciserà
San Francesco (RegB 6,10:FF 91), nella Regola: "Tutti siano
chiamati semplicemente Frati minori. E l'uno lavi i piedi
all'altro" (Gv 13,14)"(RegNB, 6,3:FF 23).

116
Parte seconda: LA FRATERNITÀ'

Abbiamo indugiato un po' sulle immagini, perché rendo-


no plasticamente presente ciò che si è detto con la parola
ieri. Altro è vedere quel fuoco che ti trasfigura, altro
e dire che lo Spirito Santo è fuoco, un fuoco che ti consa-
cra. Altro è dire che uno è consacrato, altro vedere che
uno è consacrato, è tempio di Dio e sua rivelazione. Quindi
vorrei che conservassimo in cuore quelle immagini. Il Cro-
cifisso di S. Damiano, in primo luogo, che è per me un se-
gno di una Chiesa che diventa universale, che si apre alla
dimensione del cuore di Cristo. Perché Francesco ha capito
Gesù Cristo e non ha aggiunto nulla al suo Vangelo. Aggiun-
gere o commentare, vuol dire spesso accomodare, manipolare,
ridurre la sua pienezza. Francesco non ha manipolato il
Vangelo. Il Vangelo non è per migliorarlo, ma per metterlo
xn pratica. Il Serafico Padre ha avuto il coraggio di os-
servarlo "sine glossa» e di esperimentarne l'efficacia.
Qui avviene ciò che è avvenuto i primi tempi: la Penteco-
ste, quando l'amore così bello, così fecondo, porta frutto.
E' Spirito Santo, è vivificante. Ed è singolare che France-
sco abbia capito questa verità dello Spirito Santo, l'ha
capita e l'ha espressa in tutta la sua vita: era talmente
devoto dello Spirito Santo che voleva farlo generale del-
l'Ordine (2Cel 193 :FF 779).

1
) I fratelli rivelazione e dono di Dio

Francesco vedeva questa bellissima visione della Chie-


sa, della fraternità nella Chiesa e vedeva la miseria la
povertà di noi frati, cioè dei nostri fratelli di allora
ma, penso, anche di noi, oggi. Per questo rimane triste
e dice: "Ma come mai, non capite nulla?". Come Gesù con gli
apostoli che fino all'ultimo chiedono: "Finalmente inauguri
il Regno?!". Aspettavano con un colpo forte, un miracolo,
un esercito, di potere inaugurare con Gesù un Regno terre-
no, m potenza e maestà. Non avevano la croce, non la ca-

117
pivano: un dolore offerto per amore! La chiamata di Cristo
dalla croce indica uno stile di vita cristiano, un amore
capace di donare la vita. La visione di Cristo nel prossimo
e nei segni è visione cristiana della vita: l'accoglienza
di Cristo in ogni persona è visione cristiana e francescana
della vita ed è quindi edificazione del Regno. Ora, France-
sco era triste perché vedeva che i suoi frati davano catti-
vo esempio e a un certo punto si lamenta col Signore il
quale non gli dice: "Ah, ma sai Francesco...". Non lo con-
sola, lo rimbrotta: "Omiciattolo, ma cosa credi d'essere?
Credi che l'ordine sia tuo? Te ne appropri proprio adesso?
Stai cominciando a sbagliare proprio nella tua maturità!
Ti appropri l'ordine, credi che sia tuo? E perché ti ramma-
richi se i frati vanno via? Lascia fare a me, l'ordine è
mio! l'ho fondato io, l'ho fatto crescere io e lo conserve-
rò io! E se uno va via ne chiamerò un altro, e se non è
nato lo farò nascere: tu pensa ad essere fedele al tuo com-
pito, lascia fare a me" (2Cel 158:FF 742).
E allora voleva inserire nella Regola che lo Spirito
Santo è il ministro generale dell'ordine. Però Francesco
rimane fedele alla Chiesa (sed bullatio facta non potuit!):
la regola era già stata bollata il 29 sett. del 1223 e
quindi non potè più cambiarla. Per amore alla Chiesa rinun-
cia anche a questo suo desiderio (2Cel 193:FF 779). Rimane
però il suo insegnamento: è lo Spirito Santo che guida
l'ordine e tutta l'opera della santificazione dei fratelli.
Facciamo una riflessione teologica: lo Spirito Santo è il
mistero della Vergine Madre Maria, la quale è la Chiesa
in boccio, nel suo sorgere, quindi nel suo inizio. Ella
è 1' "immacolata concezione", ossia un amore che è accolto
nella santità, non sciupato dal peccato, non contaminato
e che rimane un puro dono, quindi, Spirito Santo.
E' una vita che si compie nello Spirito, quindi perpe-
tua verginità, però nella fecondità dello Spirito il quale
se è santo è vivificante, dà la vita. Non si può impedire
che dia la vita. Ecco >1 peccato moderno! noi spegniamo
la vita alla sua sorgente, non vogliamo che lo Spirito sia
Santo e quindi dia la vita, non vogliamo che l'amore porti
frutto e allora moriamo, diventiamo sterili, è chiaro, in

118
tutti i sensi, perché se l'amore è vero non può non portar
frutto perché è sorgente trinitaria e crea la comunio-
ne dappertutto; prende uno dalla solitudine e lo immette
nella comunione piena dell'amore. La Vergine si compie in
Dio, nella sua visione, "Assunzione in cielo", non dimenti-
chiamolo. Il nostro secolo ha avuto da Dio il dono del dogma
dell'Assunzione. Forse noi pensiamo: "Un altro dogma da cre-
dere! che peso! Poteva lasciarci in pace?! Era proprio ne-
cessario? Molti si sono ribellati, qualche patrologo famoso,
come l'Altaner dice: "Non c'è nella Patrologia, non si
può!". Ma perché non si può? Se la Chiesa si riconosce in
questa verità, significa che è in grado di accoglierne il
dono. Si è riconosciuta, per fortuna! In un secolo che è
materialista, la Chiesa si riconosce riconoscendosi nella
verità di Dio: il corpo umano non è materiale da costruzio-
ne, non è cosa, non è numero, è tempio di Dio fatto per la
visione del suo volto. Ecco l'Assunzione! Si dice: "Ma non
c'è nella Bibbia, come si fa a dire che è dogma di fede?".
E' la Chiesa che lo crede e, credendo, vive.
Tutta la teologia della speranza nasce da qui: ve lo
spiego in due parole. Il Papa domanda ai vescovi: "Cosa
crede la tua chiesa? Qui ad Arezzo, a Firenze, a Venezia,
a New York, a Bonn, a Parigi... Crede che la Madonna è as-
sunta in cielo?" "Sì, la mia chiesa crede!" Crede, e allora
è chiaro: cos'è l'infallibilità pontificia? Il Papa gode
della stessa infallibilità della Chiesa che è colonna di
verità. Se la Chiesa crede - conclude il Papa - diciamo:
"credo!". Se crede, è dogma di fede, è verità, non inventa-
ta ma rivelata da Dio5 e allora la promulgo come verità,
che è dono di Dio per aiutarci a vivere in questo secolo.
Un dogma conosciuto e amato è un compiersi nella verità,
è un crescere in questa dimensione del compimento. Ora,
guarda caso, anche quelli che erano contro il dogma ne han-
no scoperto la fecondità. Hanno cercato di capirlo anche
i teologi, i quali han detto: "E' dogma, bisogna crederlo!"
E allora hanno cercato di spiegare come mai "la Madonna
fosse compiuta in Dio". Il dogma, infatti, dice che Essa,
compiuto il corso terreno della vita, ha terminato il suo
cammino in Dio, quindi contempla il suo volto. Allora com-

119
presero: niente di speciale: quello che è Maria, lo saremo
anche noi. Ella anticipa nella pienezza ciò che saremo noi!
Saremo compiuti in Dio. La dimensione del compimento, del
futuro; la teologia della speranza nasce da qui trtta quan-
ta! nasce dal dogma dell'Assunta e nessuno lo sa. Dovremmo
dir grazie al Papa e alla Chiesa tutti quanti e invece ci
lamentiamo e anche i protestanti si ribellano: hanno sco-
perto il frutto senza dire grazie per il dono. Sempre così.
Scusate, ma noi siamo sempre dei figli ingrati. Magari suc-
chiamo il latte della madre e poi le diamo un calcio. Tutta
la teologia della speranza nasce dal dogma dell'Assunta,
il compimento perfetto in Dio e noi cogliamo il frutto più
o meno bene, o addirittura lo manipoliamo o ne facciamo
un'ideologia.
Ero a Tubingen quando Bloch faceva il "Principio-Spe-
ranza", ebbene, venne una compagnia di Berlino e fece un
cabaret politico, "Und Trotzdem Rot ist die Hoffnung","Tut-
tavia rossa è la speranza"... Mi fremeva il cuore, perché
l'utopia è l'inganno perfetto, perché inganna gli altri
con una speranza che non è speranza, ma è un'apparenza di
speranza. Cioè si proietta l'uomo in un mondo che deve di-
ventar nuovo nella rivoluzione. Ma in che modo? Gli si
chiede: "Muori oggi, perché domani verrà la dittatura del
proletariato!". Inganno! E' proprio l'alternativa umana
alla speranza di Dio. Quindi, guardate qui la pregnanza
del dogma dell'Assunta: dovremmo cercar di irradiare nel
mondo la speranza cristiana, vivendo il segno dell'amore
e della fraternità. Cominciamo subito.
S. Francesco ha capito questo: che la Chiesa è un amo-
re che diventa segno. Ora l'amore identifica mettendo in
comunione, crea la comunione, non è solitudine ma comunio-
ne. Difatto ha una sorgente trinitaria e dovunque è accolto
crea la famiglia, non può restare senza frutto, egli ne
ha fatto l'esperienza, lo vedemmo ieri: appena dice di sì
al Signore, si accorge che Dio gli regala dei fratelli
(Test 16:FF 116). Così si rinnova il miracolo di Penteco
ste: erano concordi, unanimi nell'ascolto della parola di
Dio, nella frazione del pane, nella preghiera e nella comu-
nione. E cosa capita: "E il Signore moltiplicava di giorno

120
in giorno il loro numero" ( At 2,42-48). li frutto è opera
di Dio. il raccolto è opera sua. Noi siamo responsabili
dell'ascolto fedele, della comunione e della fedeltà, della
partecipazione e del servizio, quindi siamo in cammino in-
sieme. Al frutto ci pensa lui e, se l'amore è vero, porterà
molto frutto: i figli della promessa sono innumerevoli come
le stelle del cielo. Ora Francesco ha fatto questa esperien
za attraverso la mediazione di Maria, che era appunto nel
Cenacolo. Guardate, non basta la più bella dottrina, Gesù
Cristo ha fatto il fallimento più completo. Noi lo facciamo
da educatori, da maestri - l'ho fatto anch'io, forse anche
voi come maestri di novizi o altro - comunque io mi consolo:
Gesù ha fatto tre anni di noviziato agli apostoli e non
han capito nulla, nulla, niente, neanche una parola, fino
in fondo.
C'è voluta la bontà della Madonna che dopo li ha rac-
colti, finalmente erano concordi tutti quanti. Diventati
piccoli, han trovato una mamma, bisogna rinascere da bambi-
ni. C'è una frase di Goethe che mi ha sempre impressionato:
"Quando uno entra in un nuovo circolo, in un nuovo mondo
o in una nuova società o situazione, deve ricominciare da
bambino". Dapprima deve rallegrarsi della corteccia, del
guscio esterno, quindi accettare l'esterno così com'è, fin-
ché avrà la grazia, il dono di penetrare nel mistero, nel-
l'intimo, nel nocciolo, di scoprirne il segreto. Bisogna
rinascere sempre, è il mistero del Regno di Dio. Ora Fran-
cesco è rinato e ritrova dei fratelli nuovi che sono dono
di Cristo, quindi la sua presenza speciale, particolare,
che non mi son cercato io.
E qui permettete un ricordo personale: alcuni anni
or sono facemmo un seminario in questo senso? quand'ero an-
cora maestro raccogliemmo i nostri chierici veneti là a
Bologna, alla Madonna del Monte delle Formiche} là attenda-
ti, io ero l'unico sacerdote presente. Chiesi a ciascuno
come fosse stato chiamato da Dio e ognuno rivelò le circo-
stanze della sua chiamata. In fondo le circostanze sono
accidentali, Dio parla tutte le lingue e si rivela dovunque,
però, dico: "Siamo tutti qua, chi di voi ha programmato
allora di essere qua oggi, per esempio. Nessuno! Chi di

121
voi ha scelto i suoi compagni di convento, di comunità?
Nessuno! E come mai siete insieme? Ciò dimostra all'eviden-
za che qualcuno vi ha amati per primo, vi ha programmati.
Ora se Lui ha un disegno su di voi, ci vuole l'umiltà di
accogliere quella grazia, di accettare riconoscenti il do-
no. In quella chiamata c'è tutto il dono, tutto l'amore,
tutta la vita, tutte le circostanze già articolate e armo-
nizzate, espresse a regola d'arte. Tutti gli incontri son
già raccolti in Cristo, basta fare attenzione allo Spirito
Santo per coglierne il passaggio e aver l'umiltà di rispon
dere "lo farò volentieri, Signore", come Francesco.
Quindi la purezza del cuore e l'umiltà dello spirito per
mettono di restare fedeli nella sequela di Cristo e di acco
gliere tutti i suoi doni, non soltanto il primo della Paro-
la ma anche tutti gli altri doni: l'Eucarestia del fratello
che ci viene incontro e dei Santi Segni che celebriamo,
e ogni dono. Però riconoscerlo che è Cristo e non umiliar-
lo, vedendo nel fratello il peccato. Gli anteporrei un Ba-
rabba, anteponendogli il peccato, lo umilierei. Il peccato
non m'interessa, non m'importa, io vedo Cristo e a forza
di ammirarlo, di contemplarlo, lo genero nel fratello, come
una mamma che fissa il suo bambino con amore e alla fine
riesce a farlo parlare. E' l'amore che apre il cuore e in-
tona la parola. Io voglio che quell'immagine venga fuori,
vinca le ombre del peccato, veda la luce e divenga immagine
rivelata. E allora avrò la gioia di avere un bambino nuovo,
lo do alla luce io, perché lo amo. Per quanto tempo? Finché
viene alla luce quel Cristo che è dentro, nascosto, magari
sfigurato. E così appunto in Francesco e anche negli altri,
perché l'amore crea un'intimità, un focolare dove fiorisce
la vita.

2
) Accoglienza "materna": amare e nutrire i fratelli

L'amore quindi non ti lascia fuori, ti porta dentro.


Per cui l'altro rinasce in te, perché tu lo ami, diventa
nuova creatura.
Abbiam portato l'esempio dei ladroni di Montecasale:
come mai riuscirono a diventare migliori? Qualcuno si con-

122
vertì, qualche altro si fece anche frate e divenne santo.
Perché furono veramente amati e nutriti e rigenerati dal-
l'amore. I frati erano nei guai e proposero a Francesco
una questione teologica: Se potevano dar da mangiare ai
briganti che avevano fame. France sco rispose: Date loro
il miglior pane e il miglior vino, e serviteli con dignità,
con riverenza e cortesia , con amore e con amicizia. Quindi
trattateli da uomini, da immagini di Dio. Amate in loro
Gesù Cristo e diventeranno cristiani. Ecco il metodo! E
poi chiedete loro (le parole contano poco, spesso sciupano
il dono5 se l'amore è vero e perfetto non ha più bisogno
di parole!): Non fate più del male alla gente, non vale
la pena. Essi ve lo prometteranno, perché sono riconoscen-
ti. Il giorno dopo, fate replica, ma aumentate la porzione!
Dato che i briganti sono stati buoni e hanno seguito il
buon consiglio, aggiungete al miglior pane e al miglior
vino del buon cacio e delle buone uova. Quindi premiateli
anche, per la buona volontà dimostrata, promuovete il bene
che sta nascendo in loro, permettete a Cristo di venire
alla luce in ciascuno di loro.
Questa è la vera critica, fratelli e sorelle! La cri-
tica è l'arte di saper lodare, cogliere il bene, saperlo
mettere in luce - siamo figli della luce - vedere Cristo,
dire: eccolo! E se uno avesse anche 99 difetti, ma un punto
sano, è questo che dobbiamo notare, promuovere} immettendo-
vi un pollone nuovo! Innestare anche se il resto della pian-
ta £ vecchia e avremo la sorpresa: che uva buona e che vino
eccellente! Noi siamo innestati in Cristo) e Lui è sano!
Almeno quella parte sana c'è in ogni uomo, anche nel
più grande peccatore. L'importante è di non lasciarsi pro-
vocare dal male o dal peccato e di non reagire a fior di
pelle, ma di vedere quella parte sana, vedere il Signore
e permettergli di venire alla luce, generando il fratello
come una madre.
Francesco, quando edificò S. Damiano, non volle fare
una chiesa nuova; ma nel vecchio ceppo immettere un nuovo
pollone, rinnovare quella chiesa, fondandosi sul punto sano,
sulla pietra che è Cristo, per dare in tutto il primato
a Cristo: ecco il punto fondamentale. Altrimenti se io met-

123
to un altro fondamento, do a un altro il primato, edifico
un mio regno, non quello di Cristo.
Per questo San Francesco esige dai suoi frati l'altis-
sima povertà (che è Cristo in persona) come condizione per
edificare la fraternità (RegB 6,1-7; 6,8-11-fraternità:FF
89-92).
C'è un racconto di un rabbino che chiarisce questa
verità, in dialogo con un discepolo. Il ragazzo va dal rab-
bi e gli dice: "Rabbi, io oggi son rimasto così male! Lo
sai, noi siamo poveri e da ragazzi si gioca e poi si divide
quel poco di pane che si ha e siamo contenti. Oggi è arri-
vato un ragazzo ricco, di quella casa grande, ed abbiam
pensato che ci invitasse a pranzo, ad una grande festa,
avevamo anche buon appetito. Invece, finito il gioco, egli
se ne andò e ci chiuse fuori della porta ed entrò solo in
casa a mangiare. Ma perché? Chissà quanto aveva da mangiare
e lascia noi affamati?".
Il rabbino lo conduce alla finestra e gli dice: Guar-
da fuori della finestra, cosa vedi? "Vedo le case, gli
uomini che passano, le piante...". Poi gli dà in mano uno
specchio e gli dice: cosa vedi? "Solo me stesso!", "Hai
capito, ragazzo mio?". Basta un po' di argento dietro e
non vedi che te stesso!". E non occorre che sia argento,
può essere anche rame, può essere anche cuoio, legno...
Ogni appropriazione del dono di Dio ti rende cieco, non
vedi più niente e rimani triste nella tua solitudine. Per-
ché l'egoismo edifica dei piccoli regni e illude dei poveri
ricchi. Soltanto uno che entra in sintonia con la parola
diventa veggente. La Madonna appena dice di sì, vede che
Elisabetta ha bisogno e allora corre e dà l'aiuto necessa-
rio, non se stessa, che è poco, dà il Figlio di Dio. Così
Francesco: un umile dona sempre Cristo e basta. Perché il
frutto dell'amore donato, reso sacro, regalato a Dio, è
sempre Gesù Cristo: questo è il mistero del Regno: che ognu
no diventa voce di Cristo, diventa ministro di Cristo e
comunica Lui solo e serve a Lui.
E' un mistero grande. Mica il matrimonio è il mistero
grande sapete, la lettera agli Efesini (Ef 5,32) dice che
quello è solo segno "Grande è il mistero tra Cristo e la

124
Chiesa" :
Chi capisce Ja Parola, capisce il mistero della Chie-
sa: è vergine-madre, quindi qualcosa di grande, di misterio
so e non soltanto in cielo, perché nasce dal cielo, ma si edifica sulla
terra.
Ora la fraternità per Francesco è davvero questo dono
dello Spirito, questa fecondità dell'amore che è in accen-
sione continua, che entra in sintonia con la parola di Dio
e ne esprime la pienezza di vita, accolta verginalmente
e maternamente partecipata. E come arriva a questo? Perché
egli è stato fatto nuovo da quest'amore, pieno di bontà,
di misericordia, accogliente, materno, rigenerante. Gesù
Cristo lo ha accolto, lo ha sorpreso. Era per strada e gli
permise di servirlo nel lebbroso. Lo ringrazia e si accorge
di essere un uomo nuovo (2Cel 9:FF 592). E poi continua
ad esercitarsi, perché andava sempre dai lebbrosi, e questo
è importante, perché servire Cristo è la cosa più bella
del mondo. E poi nel povero che gli chiede per amore di
Dio incontra Cristo (LM 1,1:FF 1028). Leggete i suoi scrit
tij egli dice: "per l'amore che è Dio, vi prego, fratelli".
La motivazione è soltanto l'amore di Dio, niente altro.
Le sue parole non contano, la parola di Dio è determinante.
Ora, quando la fede diventa determinante, allora il mondo
è sempre nuovo, quando invece noi mettiamo altri principi,
allora siamo schiavi di qualcuno e siamo o di un partito
o dell'altro. Viene subito la divisione. Capitò anche a
Corinto: "Io sono di Paolo, io sono di Pietro, io sono di
Apollo". Ma che scherziamo? dice Paolo. Forse il Cristo
è diviso? E poi io non son morto in croce per voi, Cristo
sì (ICor 3,lss.), ecco la chiamata dalla croce. "Noi siamo
di Cristo e Cristo è di Dio" (ICor 3,23).
Cristo è morto e ha dato la vita per noi. Francesco
l'ha capita: Gesù ha dato la vita per me e allora io devo
dare la vita per il fratello. E' chiaro: la vita per la
vita. Voleva il martirio e non potendo morir martire, allo-
ra la donava ogni giorno. Ecco il senso materno. Guardiamo
subito a questo: l'amore quindi diventa dono gustato e par-
tecipato, diventa materno. Come mai materno? perché non
Paterno? Vi siete mai chiesti? Uno solo è il Padre che è

125
nei cieii: Dio. Francesco ha scoperto Dio Padre e dice:
Dio è Padre vostro e voi siete tutti quanti fratelli (RegNB
XXII,35-36:FF 61 ). Questa è la sua prima scoperta. Ma il
primo fratello è Gesù Cristo. E quindi egli scopre Cristo
per primo, dopo aver scoperto il Padre (è bellissimo, prima
lo vede nel mistero della fede, nel lebbroso e poi lo sco-
pre direttamente Gesù Cristo, nella Croce, nell'Eucarestia,
dappertutto) e quindi scopre il fratello Gesù Cristo prima
e poi tutti gli altri fratelli. E in ogni fratello scopre
Cristo, egli diventa fratello di Cristo. Il chiamato è fra-
tello di Cristo, è figlio del Padre celeste: Fratello però
nel modo inteso dal Vangelo: "Chi accoglie la mia parola
(vocazione) diventa per me fratello, sorella e madre" (Le
8,21).
Ecco la nuova fecondità dello Spirito Santo. In passa-
to raff iguravano la Trinità, anche lo Spirito Santo come
donna, io le ho viste ancora certe immagini nelle chiese
in Germania. Sono rimaste perché fatte prima del Concilio
di Trento. Diciamo che in qualche modo hanno ragione. Certo
non si può rendere così umanamente il mistero dello Spirito
di Dio, però è il mistero della fecondità di Dio, E' l'amo-
re che è perfettamente felice e quindi diventa fecondo.
Permettete che sviluppi un'immagine trinitaria, perché la
fraternità non ha senso senza la Trinità. Ora Iddio Padre
che è perfettamente felice, sorgente dell'amore e della
vita, si comunica totalmente al Figlio. Non serba nulla
per sé, però rimane Padre e in quanto dà la vita è Padre.
E' la prima sorgente fontale ed è Padre.
Il Figlio è un grazie in persona, un bel Grazie! Una
eucarestia, si riconosce Figlio e dice grazie, ma un grazie
continuo, non soltanto con la bocca, col cuore, con la vi-
ta. E' il Figlio che si riconosce Figlio e dice Grazie ! conti
nuamente. Quindi e un amore che circola come rendimento
di grazie, come riconoscenza, quindi come eucarestia peren-
ne. Il Figlio è obbediente al Padre per amore. E lo Spirito
Santo è questa corrente d'amore che è gioia e beatitudine
di Dio, l'essere felice in Dio. E' Spirito del Padre e del
Figlio, un puro riguardo verso il Padre e verso il Figlio.
La pienezza di vita di Dio ci viene partecipata, come sor-

126
gente d i v i t a d i v i n a . Q u i n d i n o i abbiamo una f o n t e i n e s a u -
r i b i l e d i amore e d i v i t a d a l l a q u a l e p o t e r a t t i n g e r e . Per
c u i non è p o s s i b i l e f r a t e r n i t à se non nasce da D i o . La f r a -
t e r n i t à c r i s t i a n a non è f i l a n t r o p i a , c i o è un amore t r a a m i -
c i , che c ' e r a anche p r i m a d i C r i s t o . Nasce d a l l ' a m o r e d e i
n e m i c i , è un amore p i ù grande e l a m o t i v a z i o n e è n u o v a .
Perché i o l ' a l t r o non l o amo p e r c h é mi va a g e n i o , ma p e r -
ché c ' è Gesù C r i s t o . Vedo i n l u i C r i s t o e l o amo anche se
mi u c c i d e . Pensiamo a Santo S t e f a n o , uno d e i p r i m i esempi
d i amore c r i s t i a n o ( A t 7 , 3 9 ) .
E q u i vediamo i l dramma che accade anche o g g i . Spesso
c ' è una i n c o m p r e n s i o n e t r a g i o v a n i e a n z i a n i o t r a u o m i n i
e donne, t r a p a r t i t i , t r a c r i s t i a n i , anche, t r a a u t o r i t à
e s u d d i t i . Perché? Ecco, uno c r e d e d i a v e r r a g i o n e } m a g a r i
ha l e t t o l a B i b b i a , l a sa a memoria come P a o l o , e r a b r a v o
b i b l i s t a l u i , p r i m o e s e g e t a (e l o sarebbe anche o g g i ) p e r -
ché e r a d i s c e p o l o d i G a m a l i e l e , i l grande m a e s t r o d e l Tem-
p i o . E p o i e r a un b r a v o o s s e r v a n t e , q u i n d i un c r i s t i a n o ,
diremmo o g g i , p r o p r i o senza m a c c h i a , i n t e g e r r i m o . O s s e r v a -
va t u t t i i p r e c e t t i (come f a c e v a ad o s s e r v a r l i i o non l o
s o ) , comunque l u i d i c e che e r a i n s u p e r a b i l e n e l l ' o s s e r v a n -
z a . Un f a n a t i c o f a r i s e o ? Eppure con l a B i b b i a a l l a mano
u c c i d e S t e f a n o . " I o ho a c c o n s e n t i t o a l l a sua m o r t e " , c o n -
fesserà .
Come mai? I n nome d i Dio u c c i d e una persona? Ma que -
s t o è c i e c o , ma perché? Ecco, l a Conoscenza è s o l t a n t o
v i a . N o i c i f e r m i a m o spesso a l l a d i a g n o s i , a l l a c o n o s c e n -
z a . Abbiamo a v u t o un i n c i d e n t e s t r a d a l e , c a r i f r a t e l l i e
s o r e l l e , n e l l a v i t a d i c o m u n i t à ( t u t t i q u e s t i c a p i t o l i che
durano s e c o l i e non c o n c l u d o n o n u l l a ) 5 non b a s t a d i s c u t e -
r e . L ' a m o r e v i v e d i r i s p o s t e , non d i s p i e g a z i o n i . Quando
l ' a m o r e è v e r o non ha b i s o g n o d i t a n t e s p i e g a z i o n i . E se
non è v e r o , è i n u t i l e , non b a s t a n o nemmeno g l i a v v o c a t i
a t e n e r l o i n p i e d i , n e l l e f a m i g l i e e anche n e i c o n v e n t i .
Q u i n d i s t i a m o bene a t t e n t i a q u e s t o . Se l ' a m o r e è v e r o
p o r t a f r u t t o , non ha b i s o g n o d i t a n t e c o s e .
N o i , p u r t r o p p o , c i fermiamo a l l a d i a g n o s i o p p u r e , a l
massimg, a l l a v i a , a l l a c o n o s c e n z a . Ma q u e l l a è a p p r o p r i a -
z i o n e p e r c h é p e r c o n o s c e r e mi a p p r o p r i o d e l l a v e r i t à . Se

127
non passo a l m i s t e r o p a s q u a l e d i m o r t e e d i r e s u r r e z i o n e ,
q u i n d i d i dono n e l l ' a m o r e , non p o r t a f r u t t o . Ecco l a c h i a -
mata a l l a c e l e b r a z i o n e p a s q u a l e d e l l a c o m u n i t à . Io devo
p r e n d e r e i l mio dono che ho r i c e v u t o (anche n e l l a cono-
scenza d i f e d e o anche n e l l a conoscenza t e o l o g i c a ) e p a r -
t e c i p a r l o come dono, q u i n d i passando anche a l l a r i n u n c i a ,
anche d a l ! ' a s c e s i d e l l a r i c e r c a s c i e n t i f i c a a l dono, a l l o -
ra p o r t a f r u t t o . Ma q u e s t o passa p e r un m i s t e r o d i m o r t e ,
devo u s c i r e da me s t e s s o , e n t r a r e n e l l ' a l t r o e a v e r e l a
p a z i e n z a , l ' u m i l t à d i a c c o g l i e r l o e s e n t i r e l e d o g l i e del
parto.
Q u i n d i l a Donna d e l l ' A p o c a l i s s e s e n t e l e d o g l i e d e l
p a r t o . Questo v a l e anche per n o i . V i ho p o r t a t o qua appo-
s t a perché l o c o m p r e n d i a t e . Sapete cosa c ' è : i l primo com-
mento s u l l ' A p o c a l i s s e d i f r a A l e s s a n d r o da Brema, che e r a
un a b a t e i l q u a l e non r i u s c e n d o a c a m b i a r e i l suo c o n v e n t o
s i è f a t t o f r a t e . E ha f a t t o i l p r i m o commento a l l ' A p o c a -
l i s s e che conosciamo (anno 1 2 4 2 ) .
E' q u i n d i i l p r i m o che c i s i a e che f a t e s t o per t u t -
t i q u a n t i g l i a l t r i . E s a p e t e cosa d i c e ? L ' A p o c a l i s s e s i
r e a l i z z a n e i f r a t i . Qua s o t t o sono i f r a t i m i n o r i e i d o -
m e n i c a n i che hanno come c a t t e d r a i l C i e l o , l ' a l b e r o d e l l a
v i t a come s o r g e n t e ; è i l f i u m e d ' a c q u a v i v a e l ' A g n e l l o
i m m o l a t o e v i v e n t e . Qua è l a c a t t e d r a v e r a . A l l o r a l o r o
crescono a t t o r n o a l l ' a l b e r o d e l l a v i t a . E L u i a p p l i c a l ' a -
p o c a l i s s e a i f r a t i , q u i n d i i l nuovo p o p o l o d i c u i p a r l a
Francesco e s i a r r i v a t a n t o a v a n t i , che i n U b e r t i n o da Ca-
s a l e s i p a r l a d i un Francesco che r i s o r g e p e r r i n n o v a r e
l a Chiesa e l ' O r d i n e . Q u i n d i v i v e t u t t o i l m i s t e r o d i C r i -
sto. .
Sono un p o ' e s a g e r a z i o n i t e o l o g i c h e ma che i n d i c a n o
questa i n t u i z i o n e profonda: c h i r i n a s c e e r i s o r g e e d i f i c a
l a Chiesa e i l mondo. L ' a p o c a l i s s e v a l e v a a l l o r a e v a l e
o g g i . Siamo n o i che o g g i r i v e l i a m o Gesù C r i s t o , o l o n a -
scondiamo e g l i impediamo d i e d i f i c a r e i l suo Regno. Ora
un s o l o accenno: f i n o r a a v e t e v i s t o che l a e d i f i c a z i o n e
passa a t t r a v e r s o i l m i s t e r o d e l l a m a t e r n i t à . E n e l l a Regola
non B o l l a t a , a l Cap. VI ( i n c u i Francesco impone come p r e -
c e t t o nuovo a i s u o i f r a t i l a l a v a n d a d e i p i e d i , che è a c c o -

128
g l i e n z a amorosa come una madre che a c c o g l i e ] ' a l t r o e l o
a c c o g l i e ne] suo grembo e c u s t o d i s c e con amore l a nuova
c r e a t u r a ) , n e l l a B o l l a t a , sempre a l Cap. V I d i c e : ( p r i m a
p a r l a d e l l a p o v e r t à come l i b e r a z i o n e ) e p o i s i " d i m o s t r i n o
familiari".
Cosa s i g n i f i c a f a m i l i a r i ? I n t i m i , d o m e s t i c i e q u e s t a
p a r o l a d o m e s t i c o v i e n e u s a t a s p e s s o , anche n e g l i s c r i t t i
d i S. F r a n c e s c o , p e r c h é uno che ama c r e a u n ' i n t i m i t à ; se
l ' a m o r e è v e r o è un f o c o l a r e dove s i s t a bene, e n e l l ' i n -
t i m i t à d e l f o c o l a r e nasce l a v i t a , e nasce l a g i o i a . Se
non c ' è g i o i a non nascono i figli n e l l e f a m i g l i e . Se
i l m a r i t o e l a m o g l i e non sono c o n t e n t i d i e s s e r e i n s i e m e ,
non nascono i f i g l i , c e r t a m e n t e . E anche n e i c o n v e n t i . Se
non siamo c o n t e n t i , non nascono f i g l i .
Non è q u e s t i o n e d i metodo: i o d i s b a g l i ne ho f a t t i
t a n t i , g l i a l t r i ne hanno f a t t i p i ù d i me, o f o r s e meno,
non m ' i m p o r t a , non sono g l i s b a g l i umani che i m p e d i s c o n o
l e v o c a z i o n i , ma è l a mancanza d i amore.
Se l ' a m o r e è v e r o n e i c o n v e n t i , i f i g l i d i v e n t e r a n n o
n u m e r o s i come l e s t e l l e d e l c i e l o . Ma se non c i amiamo è
i n u t i l e a v e r e i l metodo m i g l i o r e : l a P e n t e c o s t e non s i
programma, f r a t e l l i e s o r e l l e ? l a P e n t e c o s t e è dono d i Dio
per c o l o r o che c e l e b r a n o l a Pasqua con C r i s t o , che muoiono
e r i s o r g o n o . P e n t e c o s t e q u i n d i è i l dono d e l l o S p i r i t o a
quanti accettano l a Parola e l a C r o c i f i s s i o n e d e l l a Parola
e d i v e n t a n o q u i n d i nuova c r e a t u r a . V a l e anche p e r n o i . E'
un m i s t e r o m a t e r n o .
I n f a t t i S. F r a n c e s c o l o d i c e a l Cap. V I e ve l o l e g g o
perché è m o l t o b e l l o : " . . . s i a n o f a m i l i a r i t r a l o r o e s i
manifestino l ' u n l ' a l t r o le loro necessità". Manifestarsi
è segno d i amore, d i f i d u c i a p e r c h é Gesù s i è m a n i f e s t a t o
n e l G e t s e m a n i . Non s ' è v e r g o g n a t o d i f a r s i vedere sudar
sangue, c a p i t e , almeno a q u e i t r e s i è r i v e l a t o n e l l a sua
u m i l i a z i o n e . Ora, se i o sono p o v e r o b i s o g n a che mi l a s c i
s e r v i r e dal f r a t e l l o , f r a t e l l o P r o v i n c i a l e , f r a t e l l o sa-
crestano o c u c i n i e r e .
I o mi abbasso, mi u m i l i o , a c c e t t o i l suo dono, ma l o
a c c e t t o con r i c o n o s c e n z a ; e q u e s t o e d i f i c a . E perché g l i
v o g l i o bene g l i a p r o i l mio c u o r e : guarda son n e i g u a i ,

129
dammi una mano. A l i ora e g l i mi f a r i s o r g e r e , mi a c c o g l i e
e mi fa r i n a s c e r e . C'è un chiasmo t r a l ' a m o r e d e l l a madre
e queJJo d e l f r a t e l l o s p i r i t u a l e . Perché l ' o r d i n e è nuovo!
La madre, i l c u i amore è i l p i ù grande che e s i s t a
s u l l a t e r r a , n u t r e ed ama, perché n u t r i r e è un f a t t o n a t u -
r a l e . La madre g e n e r a l a c r e a t u r a nuova e l.a n u t r e per im-
p u l s o d i n a t u r a . Però se ama q u e l l a c r e a t u r a , essa v e d r à
l a l u c e , se non l ' a m a , non v e d r à l a l u c e . 0 , se l a v e d r à ,
s a r à sempre f u o r i p o s t o . Uno che non è amato s a r à sempre
infelice.
Guardate q u a n t o è d i f f i c i l e r i m e t t e r e a p o s t o i d i s a -
d a t t a t i . I o ho f a t t o q u e s t a e s p e r i e n z a i n Germania, i n i -
s t i t u t i dove s i r a c c o g l i e v a n o q u e s t e persone che non erano
mai s t a t e amate ed è d i f f i c i l e i m m e t t e r e i n l o r o i l germe
d e l l ' a m o r e , l a f i d u c i a , perché c ' è sempre i l d e s i d e r i o d i
a v e r e d i p i ù , a causa d e l l e f r u s t r a z i o n i s u b i t e , e q u i n d i
recuperare è d i f f i c i l e .
Uno che non è s t a t o amato a b b a s t a n z a f a f a t i c a anche
i n c o n v e n t o . M o l t i v o g l i o n o sempre a v e r e p e r c h é non sono
s t a t i a m a t i a b b a s t a n z a ; è l ' a m o r e che l i f a nuova c r e a t u -
ra .
Comunque q u e s t o sarebbe un a l t r o d i s c o r s o . Ecco, s u l
p i a n o n a t u r a l e s i può n u t r i r e senza amare, p u r t r o p p o , ed
è i l dramma o d i e r n o . S i spegne l a v i t a perché non s i ama
v e r a m e n t e . Se l ' a m o r e non è v e r o e p u r o u c c i d e o c o n t a m i -
n a , non comunica l a v i t a . Se c ' è l ' i n f l u e n z a nell'aria,
i o l a prendo anche senza c o l p a ; c ' è i l b a c i l l o . Ora, Paolo
che ha i l suo amore c o n t a m i n a t o d a l l ' o r g o g l i o , u c c i d e s e n -
za s a p e r l o , però è o r g o g l i o s o e u c c i d e , d o v r à d i v e n t a r e
nuova c r e a t u r a , v e r o , e a l l o r a c a p i r à q u e s t e c o s e .
I n s e g u i t o non s i s t a n c h e r à d i r i p e t e r e : Voi s i e t e
Gesù C r i s t o , n a s c o s t o anche dopo l a sua g l o r i f i c a z i o n e ,
s i e t e n e l m i s t e r o d e l suo c o r p o , v i v e t e q u e s t o segno e
s i a t e f e d e l i , n i e n t ' a l t r o . Lo r i p e t e i n t u t t i i t o n i , non
dividetelo, ecc...
Ora, Francesco d i c e : l ' o r d i n e nuovo d e l l o S p i r i t o po-
ne come s o r g e n t e , come f o n t e l ' a m o r e . "Anima una et cor
unum i n Deum" ( S . Agostino,Comm.Salmo 1 3 1 ) .
L'anima è lo Spirito che d i v e n t a fondamento e vigore

130
d e l l a comunione. Ma i l c u o r e deve e s s e r e p u r i f i c a t o e r i -
t e m p r a t o d a l l o S p i r i t o per e s s e r e capace d i f o n d e r s i n e l -
l ' u n i t à . Ma l ' i n t e n z i o n e c o e s i v a è sempre l a n o s t a l g i a d i
Dio che r a p i s c e i l c u o r e d i t u t t i e c i rende p o s s i b i l e
q u e l l a m i r a b i l e e s p e r i e n z a che c i c o n f i g u r a a l ' F i g l i o suo
Gesù C r i s t o , d i modo che " i m o l t i " , d i v e n e n d o " u n o " , s i a n o
segno d e l l a sua p r e s e n z a s a l u t a r e .
Chi ama veramente n u t r e i l f r a t e l l o e dà l a v i t a .
L ' a m o r e q u a l è? Q u e l l o d e l l a c r o c e d i S. Damiano e d e l l a
Croce d i C r i s t o . Uno che ama dando l a v i t a , e se l a dona
a l l o r a l a s u s c i t a , è c h i a r o . Se l a dona, l a v i t a è p a r t e -
c i p a t a . Quindi l ' a l t r o nasce, i o l o n u t r o .
Francesco e r a t a l m e n t e a t t a c c a t o a q u e s t o insegnamen-
t o , a q u e s t a s c o p e r t a che v u o l e e s s e r e madre anche l u i .
R i c o r d o s o l t a n t o l a l e t t e r a a F r a t e Leone, non l a l e g g o
per non i n d u g i a r e t r o p p o . Lo ama "come una m a d r e " . Vedemmo
n e l l a p r e g h i e r a i e r i q u e s t o suo v o l o d ' a q u i l a v e r s o Dio
per t i r a r su suo f r a t e l l o che e r a t r i s t e , ma p o i g l i manda
una l e t t e r i n a f r a t e r n a dove d i c e : " C o s ì d i c o a t e , f i g l i o
m i o , come una m a d r e . . . " . Francesco è m a t e r n o . Ma anche
g l i e r e m i t i non possono e s s e r e r e l i g i o s i , se non sono f r a -
t e l l i . Non è p i ù p o s s i b i l e e s s e r e s o l i da f r a n c e s c a n i .
Q u i n d i g l i e r e m i t i devono e s s e r e almeno i n t r e o q u a t t r o ,
perché?
Per e s s e r e n e l l a f r a t e r n i t à , p e r e s s e r e n e l l a C h i e s a ,
per c a n t a r e l e ' l o d i d i Dio i n s i e m e . L ' U f f i c i o che s c a n d i -
sce l a v i t a e i l r i t m o d e l l a f r a t e r n i t à . La P a r o l a d i Dio
che s c a n d i s c e l a t u a v i t a e l a i m m e t t e i n q u e s t a grande
s i n f o n i a d e l l ' a m o r e , i n q u e s t a consonanza, n e l l a Chiesa
u n i v e r s a l e e q u i n d i d i v e n t i a m o voce d e l l a Chiesa d i C r i -
s t o . Per q u e s t o devono e s s e r e almeno i n t r e o q u a t t r o , ma
devono e s e r c i t a r s i n e l l ' a m o r e , a l t r i m e n t i non sono f r a t e l -
l i . Due sono m a d r i e due f i g l i o l i e p o i s i scambiano i l
r u o l o , p e r c h é ognuno deve a v e r e l a p e r f e z i o n e d e l l ' a m o r e
f r a t e r n o e materno.
Entrare nel r u o l o d i F i g l i o d i Dio Gesù C r i s t o , ma
nel modo anche d e l l a madre. Questa è l a prima b e a t i t u d i n e ,
q u e l l a d e l l a V e r g i n e Madre M a r i a e d e l l a V e r g i n e Madre
Chiesa ed è q u e l l a che c r e a i l mondo nuovo, c i e l i e t e r r e

131
nuove (2Pt 3,13).
Basti quest'accenno.

3) La f r a t e r n i t à c e l l u l a v i v a d e l i a Chiesa

E' l ' e s e r c i z i o d e l comandamento nuovo (Gv 1 3 , 3 4 - 3 5 )


d a l l a c u i osservanza saremo r i c o n o s c i u t i come d i s c e p o l i
d i Gesù C r i s t o . La l a v a n d a d e i p i e d i è l ' e s e r c i z i o p i ù im-
p o r t a n t e d e l convento (RegNB 6 , 3 : F F 2 3 ) . A l t r i u f f i c i non
so se s i a n o sempre a t t u a b i l i , ma d i l a v a r e i p i e d i a g l i
a l t r i ce n ' è sempre b i s o g n o . Penso che ognuno a v r à l e sue
magagne, l e sue d e b o l e z z e , i s u o i d i f e t t i ? se non a l t r o
è p i e n o d i a c c i a c c h i , d i g u a i . Lavare i p i e d i è q u i n d i i l
s e r v i z i o sempre a t t u a l e , che è a c c o g l i e n z a d e l f r a t e l l o
nella propria i n t i m i t à .
I l f r a t e l l o è i n t i m o , non è e s t r a n e o , è p a r t e d i me.
Se i o l o e s c l u d o , mi e s c l u d o . E se i o non mi l a s c i o l a v a r e
i p i e d i , non l i l a v o , non ho p a r t e n e l Regno, sono g i à
f u o r i s t r a d a , non son p i ù i n C r i s t o , perché e g l i s i è na-
scosto n e l l ' u l t i m o d e i f r a t e l l i , è a l l ' u l t i m o posto.
G u a r d a t e , per l ' u m i l t à non l a vinceremo m a i , l ' h a g i à
v i n t a C r i s t o . A l l ' u l t i m o p o s t o è sempre l u i . Q u i n d i l ' u l -
t i m o è sempre C r i s t o , mai l a s c i a r l o f u o r i . "
E q u i v i p o r t o un esempio. I l famoso Vescovo d i Ma-
gonza d e l s e c o l o s c o r s o (Von K e t t e l e r ) che ha r e s i s t i t o
a Bismark ( q u e l l o d e l K u l t u r k a m p f ) e r a un vescovo m o l t o i n -
t e l l i g e n t e e capace. Da g i o v a n o t t o e r a e n t r a t o i n semina-
r i o e p o i a un c e r t o p u n t o , ne e r a u s c i t o . Una s e r a e r a
a b a l l a r e , e a un c e r t o p u n t o vede d a v a n t i a i s u o i o c c h i
un'immagine d i s u o r a . La vede c o s ì v i v a che deve f e r m a r s i .
Torna a casa e non ha p i ù pace. E a l l o r a , pensa e r i p e n s a ,
t o r n a i n s e m i n a r i o e p o i d i v e n t a s a c e r d o t e e d i v e n t a anche
vescovo, d i Magonza. (Questo l o so perché me l ' h a r a c c o n -
t a t o l a n i p o t e suora d i un vescovo che e r a un l o n t a n o
parente d i q u e l l o ) .
Va a Magonza come vescovo e s i accorge che c i sono
d e l l e suore d i q u e l t i p o , p r o p r i o come q u e l l a che aveva
v i s t o l a s e r a del b a l l o . Va n e l convento d e l l e suore e
chiama t u t t e l e s u o r e . La s u p e r i o r a l e f a c o n v e n i r e t u t t e

132
i n una s a l a e a l l o r a i ] vescovo d i c e d e l l e b e l l e p a r o l e ,
p o i v u o l e s a l u t a r l e t u t t e , ad una ad una. " V o g l i o c o n o s c e -
r e l a p a r t e m i g l i o r e d e l l a mia d i o c e s i ." Q u i n d i l e s a l u t a
e l e guarda bene i n f a c c i a . I l v e s t i t o è q u e l l o ma non c ' è
q u e l l a s u o r a . A l l o r a d i c e a l l a Madre: " c i sono veramente
t u t t e , c ' è f o r s e qualche ammalata?". "Sono t u t t e , E c c e l -
l e n z a ! " . "Ma non ce n ' è p r o p r i o q u a l c u n a l t r a ? V o g l i o s a -
l u t a r l e t u t t e " . "No, E c c e l l e n z a , non ce ne sono a l t r e . . .
Ah! veramente c ' è l a suora a d d e t t a a l l a s t a l l a , s t a m e t -
tendo a p o s t o l e mucche, ma cosa v u o l e . . . " . "No, no" d i c e
i l v e s c o v o , v o g l i o s a l u t a r e anche q u e l l a " . Questa v i e n e ,
l a guarda e r e s t a c o l p i t o : e r a l e i . A l l o r a i l vescovo l e
dà l a mano e d i c e : " S o r e l l a , i o l a r i n g r a z i o d i e s s e r e v e -
n u t a " . "Mi s c u s i E c c e l l e n z a se sono c o s ì malmessa, cosa
v u o l e . . . " . "No, no, s t i a q u i , a n z i i l suo s e r v i z i o è p r e -
z i o s o a l l a C h i e s a , perché l e i consacra l a sua v i t a a D i o " .
"Veramente, E c c e l l e n z a , non f a c c i o n i e n t e , non v a l g o p r o -
prio n i e n t e , però ho o f f e r t o l a mia v i t a a l S i g n o r e per
q u e i S a c e r d o t i che ne hanno p i ù b i s o g n o " . I l vescovo a r r o s -
s i s c e perché sa che è l u i , q u e l s a c e r d o t e . Doveva c i o è l a
sua v o c a z i o n e a q u e l l a s u o r a . Quel grande vescovo deve l a
sua v o c a z i o n e a q u e l l a s u o r a . E i l grande Paolo a c h i l a
deve, f r a t e l l i ? Ci abbiamo mai pensato? E' S t e f a n o q u e l l a
f o n t e d'acqua v i v a , q u e l l a sorgente d i m i s e r i c o r d i a (At
7,60).
Stefano che usa misericordia. Ecco, la misericordia
è la vita nuova per i frati. Francesco incomincia ad usare
misericordia ai lebbrosi (Test 1-2:FF 1 1 0 ) , poi anche in
convento (LettMinistro 2-10:FF 234-235): "Ed io stesso ri-
conoscerò se tu ami il Signore e se ami me suo servo e
tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia alcun frate
al mondo, che abbia peccato quanto più poteva peccare, che
dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne ritorni via senza
il tuo perdono, se egli lo chiede? e se non chiedesse per-
dono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se com-
parisse davanti ai tuoi occhi mille volte, amalo più di
me per questo, affinché tu lo possa conquistare al Signore
ed abbi sempre misericordia di tali frati". Così pure il
testo della Ammonizione I I I : F F 148-151, specialmente il

133
t e r z o grado d i o b b e d i e n z a : " I n f a t t i c h i v o r r à p i u t t o s t o
sostenere persecuzioni anziché separarsi dai suoi f r a t e l -
li, rimane veramente n e l l a p e r f e t t a o b b e d i e n z a , poiché
"pone l a sua anima" ( c f r . gv 1 5 , 1 3 ) per i s u o i f r a t e l l i " .
La RegNB 5, 11 d i c e : " S p i r i t u a l m e n t e , come m e g l i o
possono, a i u t i n o c h i ha p e c c a t o , perché non q u e l l i che
stanno bene han b i s o g n o d e l m e d i c o , ma g l i a m m a l a t i " ( c f r .
Mt 9 , 1 2 , Me 2 , 1 7 ) " ( F F 1 8 ) .
Chi r i c e v e m i s e r i c o r d i a d i v e n t a nuovo. Chi usa m i s e -
r i c o r d i a r i n n o v a i l mondo. S. S t e f a n o d i c e : t u mi u c c i d i ,
ma i o t i v o g l i o bene l o s t e s s o . Ecco l ' a m o r e che dona l a
v i t a : " P a d r e , non i m p u t a r l o r o q u e s t o p e c c a t o " ( A t 7 , 6 0 ) .
Qui da Saulo p e r s e c u t o r e o r g o g l i o s o nasce un uomo nuovo,
Paolo, l ' A p o s t o l o d e l l e g e n t i . E, per n o i , o g g i : lavare
i p i e d i è m i s e r i c o r d i a . Se i l Papa ha f a t t o u n ' e n c i c l i c a
" D i v e s i n m i s e r i c o r d i a " v u o l d i r e che è s c o c c a t a q u e s t a
o r a d e l l a m i s e r i c o r d i a . Oggi t u t t i vanno a f a r p r o t e s t e
n e l l e f a b b r i c h e , n e l l e p i a z z e , d a p p e r t u t t o s i l o t t a per
l a g i u s t i z i a e s i fanno t a n t e v i t t i m e e t a n t i commettono
i n g i u s t i z i e , se non a l t r o perché m a n i p o l a n o l a v e r i t à , e
q u i n d i siamo t u t t i i n g i u s t i .
S o l t a n t o un amore p i ù g r a n d e , che s i chiama m i s e r i -
c o r d i a , c i o è l ' a m o r e d i C r i s t o i n c r o c e che perdona e d i
S t e f a n o che p e r d o n a , è capace d i c r e a r e un mondo nuovo.
Francesco ha f a t t o l ' e s p e r i e n z a d e l l a m i s e r i c o r d i a , per
questo v u o l e che i f r a t i s i l a v i n o i p i e d i a v i c e n d a , s i
u s i n o m i s e r i c o r d i a , c i o è non s i l a s c i n o p r o v o c a r e d a l p e c -
c a t o , neppure da q u e l l o a l t r u i (Amm 11:FF 1Ó0; RegB 7 , 5 - F F
95).
Ma p e r c h é l a s c i a r s i provocare dal peccato altrui?
Siamo c o s ì i n s e n s a t i ? Se f o s s e p e c c a t o t u o , d e v i p e n t i r t i ,
ma è p e c c a t o a l t r u i e t e ne a p p r o p r i . T i l a s c i c o s ì i n g a n -
nare d a l m a l i g n o e f a i i l suo g i o c o . Perché i l d i a v o l o per
i l p e c c a t o d i q u a l c u n o v u o l t u r b a r e t u t t i q u a n t i , ecco i l
suo metodo. I l p e c c a t o non è i m p o r t a n t e neppure n e i c o n -
v e n t i , non d i a m o g l i t r o p p a i m p o r t a n z a , a l t r i m e n t i m e t t i a m o
a l secondo p o s t o C r i s t o . Chi guarda l ' a c q u a come P i e t r o
va s o t t o , c i v u o l p i ù f e d e , b i s o g n a g u a r d a r e a C r i s t o e
non g u a r d a r l ' a c q u a per paura d i andare a f o n d o , a l t r i m e n -

134
ti ci andiamo.
Quindi ci vuole il coraggio di ricevere misericordia
per diventare nuova creatura e di usare misericordia per
rinnovare il mondo. Questa è la vera fraternità, capite.
Che un dono di Dio nasce dalla fede e dal cuore aperto di
Cristo crocifisso e dal cuore aperto di Francesco. Non è
una cosuccia così, da due soldi, ma il dono dell'amore che
partecipa la vita.
E a Pentecoste, attenti qui e concludo, quando hanno
ricevuto lo Spirito, hanno capito che non si può restare
chiusi, bisogna partecipare il dono dello Spirito, ma an-
che i beni, per quanto è possibile. Francesco l'ha capito
ancora meglio e partecipa tutto e si accontenta soltanto
di Gesù Cristo, altissimo e glorioso, è contento soltanto
di Cristo; è il mio Dio e il mio Tutto e basta. Qui è tut-
to Francesco. Quindi cerchiamo di metterci in questa scia
di risposta all'amore e di edificare insieme.
Non appropriamoci nulla nel convento, non cerchiamo qual-
cosa al di fuori, perché se l'amore è vero porterà frutto.
Ma qui abbiamo anche un dovere, tutti quanti: uno che ha
lasciato la sua intimità, la sua famiglia per scegliere
questo amore della fraternità, ha il diritto» di trovare
un'altra intimità, una familiarità per poter crescere den-
tro. E se non trova questo suo focolare, questa sua inti-
mità, non è contento dentro, cercherà fuori surrogati e
sarà infelice, andrà fuori.
Perché si cresce non là dove si muovono i piedi e do-
ve le mani lavorano, no. Dove si ama, dove c'è il cuore,
là si cresce. Quindi che il cuore sia unito: concordia di
cuori.
Quindi un cuore, un'anima sola è il fondamento. Ma
bisogna incominciare dall'anima: un'anima scia, lo dice
bene Agostino: l'anima è lo Spirito Santo, qui siamo d'ac-
cordo, lo Spirito è uguale per tutti. Ma bisogna accordare
il cuore, un poco alla volta, per edificare insieme. Se
non c'è questo sottofondo di amore non si edifica insieme.
Quindi che il cuore sia dentro e allora si cresce insieme
dentro. E questo ogni giorno, perché se io, oggi, non nu-
tro il fratello, egli muore. Dopo due o tre giorni forse,

135
ma comunque ogni giorno muore un po'.
Non posso aspettare, mormorando: La fraternità non
dà niente a me! Sono io che devo edificarla tutta. Edifi-
care la Chiesa, quindi la sua cellula viva, che è ogni ve-
ra comunione di fratelli.
Papa Innocenzo III è stato un grande papa, ha dimo-
strato una grande sapienza, quando riconobbe in questa
forma di vita così fraterna la vera espressione di vita
apostolica: "In verità è questo l'uomo religioso e santo
per mezzo del quale la Chiesa di Dio sarà rialzata e so-
stenuta" (3Comp 51:FF 1460). Dello stesso avviso fu anche
il Cardinale Giovanni di S. Paolo, il quale, edificato dai
"loro santi discorsi ed esempi", lo aveva presentato al
Papa: "Ho incontrato un uomo di straordinaria virtù, che
si è impegnato a vivere l'ideale evangelico, osservando
in ogni cosa la perfezione espressa nel Vangelo. Sono con-
vinto che il Signore vuole, per mezzo di lui, riformare
in tutto D mondo la fede della santa Chiesa" (3Comp 48:FF
1457).
"Allora l'uomo di Dio partì da Roma con i fratelli,
dirigendosi alla evangelizzazione del mondo" (3Comp 53:FF
1462).
Ma quando Francesco era in Oriente, i frati dicevano:
cosa vale vivere da fratelli? Facciamo un Ordine vero, di
quelli monastici, con Abati e tante cerimonie belle e so-
lenni. Francesco ritorna e dice no. Il Signore mi ha rive-
lato e basta. Senza glossa. E il papa glielo approva: que-
sto è ancora meglio. Riconosce questa vita così, fraterna,
umile, povera, cellulare direi, come esperienza di Chiesa,
Vaticano II anticipato.
La Chiesa unita nel nome della Trinità, quindi fatta
di fratelli e sorelle che si riconoscono concordi nell'a-
more (Lumen Gentium 4)- Che questo modo di vivere familia-
re, intimo, sia un modo di essere chiesa, è davvero la
scoperta di Francesco e ciò che sorprende è che sia pro-
prio la novità ultima del secolo XX. Se noi viviamo questa
realtà, il mondo diventa nuovo, perché quando la vita si
rinnova cellularmente, allora rifiorisce, quando la fede
si rigenera, allora diventa feconda.

136
E' il mio augurio e il dono che invoco da S. France-
sco, quest'anno da questo monte santo, da] quale egli ha
dato la vita per noi fratelli, permettendo al Cristo di
apparire in lui. Adesso vi prego, come compito per casa,
di esaminare un poco la vostra risposta personale. Io esa-
minerò la mia e voi la vostra per vedere se veramente ab-
biamo detto un sì a Gesù Cristo, ma in tutte le sue pre-
senze, anche nel fratello, in ogni fratello e sorella,
specialmente i più bisognosi e antipatici, o se per caso
abbiamo fatto qualche piccola cappella privata, qualche
celletta ben difesa, elevando una barriera in mezzo per
poter eliminare qualcuno.
Stiamo attenti) se facciamo così, facciamo un gioco
brutto, tagliamo fuori noi stessi. Chi elimina l'altro,
taglia fuori se stesso dal Regno. Non è più della vite,
non porta più frutto con Cristo. Bisogna quindi comunica-
re, essere in Cristo, per partecipare a questa pienezza
di vita. E non illudiamoci, perché qualcuno potrebbe dire,
come osserva S. Agostino (Commento al Salmo I3I5PL 37,
1717—1719) : "Ma se dò il mio, resto povero". Egli rispon-
de: "Pensa che edifichi una casa per Cristo e in questa
casa saremo felici insieme".
Questo è il bello. Il Tempio di Cristo sarà il Tempio
di tutti. Il focolare alimentato dalla legna del sacrifi-
cio comune, riscalda tutti e rende tutti contenti in Cri-
sto. Il Celano, commentando la decisione di San Francesco
di chiamare fraternità il suo Ordine, ne dà la spiegazione
teologica: "E veramente su questa solida base, della co-
stanza, edificarono lo splendido edificio dell'amore, nel
quale tutti, come pietre vive crebbero in Tempio dello
Spirito Santo". Ecco la Pentecoste nuova (lCel 38:FF 3 8 6 -
387).
L'Anonimo Perugino (25-26-27:FF 1515-1519) presenta
con tocchi magistrali la vera fraternità, vissuta esem-
plarmente: "Quando si rivedevano, erano talmente inondati
di giocondità e gaudio, che non si ricordavano più le av-
versità subite e non facevano caso della loro dura pover-
tà. Ogni giorno erano solleciti nel pregare e nel lavorare
con le loro mani, onde spazzar via ogni forma di oziosità

137
nemica dell'anima. Nella notte si alzavano, secondo il
detto del Salmista: "A mezzanotte io sorgevo a lodare il
Signore" (Sai 118,62), e si consacravano all'orazione de-
votamente, commovendosi fino alle lacrime.
Si volevano bene l'un l'altro con affetto profondo,
si servivano e procuravano il nutrimento con l'amore di
una madre verso i propri figli (RegNB 5,l6-l8:FF 20} 9,13-
15j RegB 6,7-11 :FF 91-92). Tanto ardeva in essi il fuoco
della carità, che avrebbero volentieri dato la vita l'un
l'altro, proprio come l'avrebbero data per il nome del Si-
gnore nostro Gesù Cristo" (25:1516).
"Ci tenevano ad allontanare da loro ogni velo di ma-
lumore, affinché non fosse insidiata la perfetta carità
reciproca. Così s'ingegnavano ad opporre ai vari vizi le
virtù corrispondenti. Qualunque cosa avessero, fosse un
libro, fosse una tonaca, era a disposizione di tutti, e
"nessuno osava dire sua qualunque cosa" (At 4,32), appunto
come si faceva nella Chiesa primitiva degli Apostoli. E
sebbene l'unica cosa di cui abbondassero fosse la lor po-
vertà, sempre erano generosi, e per amor di Dio facevano
parte delle elemosine ricevute con chiunque gliene chie-
desse" (27:1518-1519). "Erano felici di essere poveri,
perché non bramavano che le ricchezze eterne" (29:1521).
Il Testamento di Siena garantisce alla Fraternità una
perenne benedizione (FF 132-135). Quindi lo auguro a voi
e anche a me che siamo questa fraternità che è cellula vi-
va della Chiesa e quindi siamo Chiesa in senso pieno, se-
condo la genuina vita apostolica, che abbiamo la gioia di
realizzare insieme, edificando la Chiesa dal di dentro,
rinnovandola tutta quanta e rendendola perfetta nell'amo-
re.

138
IV Lezione:

LA PREGHIERA FRANCESCANA

1) Accettare di essere amati da Dio.

2) La gioia di avere un Padre nei cieli.

3) Adorazione in Spirito e Verità.

1 ) Accettare di essere amati da Dio

Oggi pari iamo della preghiera francescana. Dopo aver


cantato insieme questo inno di lode al Signore, che è ca-
ratteristico e tipicamente francescano, voglio introdurre
la lezione con una preghiera di S. Francesco che dà il tono
alla sua preghiera ecclesiale: la preghiera alla Vergine
Madre Maria che è un capolavoro di teologia, (purtroppo
nelle FF hanno tolto la parte principale, quella migliore,
però cambio quello che è sbagliato).
"Ti saluto, Signora Santa, Regina santissima, Madre di
Dio Maria, che sei Vergine fatta chiesa, eletta dal SS. Pa-
dre Celeste e da Lui col Santissimo Figlio diletto e con
10 Spirito Santo paraci ito consacrata. Tu in cui fu ed è
la pienezza di grazia e di ogni bene. Ti saluto Suo palaz-
zo, Ti saluto Sua tenda, Ti saluto Sua casa, Ti saluto Suo
vestimento. Ti saluto Sua Ancella. Ti saluto Sua Madre e
saluto Voi tutte Sante virtù, che per grazia e lume dello
Spirito Santo siete infuse nei cuori dei fedeli affinché
11 rendiate - attenti bene! - da infedeli, fedeli a Dio"
(FF 259).
E' tutto qui il s-fenso della preghiera: venire educati
alla fedeltà a Dio da Dio stesso, accettare di essere amati
da Lui, restare nell'amore e diventare veri e fedeli. Per-

139
che la Sua parola, che è verace, è verità e anche fedeltà
e amore. Quindi la preghiera è amore di Dio che ci rende
Chiesa, ci immette nel Regno. La Chiesa è figura passeggera
del. Regno e quindi la Vergine Maria per ogni credente è
soltanto la Chiesa in boccio, ma il Regno di Dio, quando
apparirà, raccoglierà tutti nella perfezione del disegno
di Dio5 quindi Francesco ha una visione molto ampia e molto
bella ed anche molto umile della preghiera, sapete perché?
Riconosce che soltanto lo Spirito Santo può pregare.
Innanzi tutto la sua esperienza fondamentale è stata
quella di Dio Padre. Ecco, vi leggo un tratto della Lettera
ai Fedeli, per dire la sua sorpresa e la sua gioia.
Vedete il suo dramma, che è anche la sua più grande
grazia: non riesce a riconciliarsi con suo padre che non
capisce. E' un dramma terribile; la croce di S. Damiano
entra nella famiglia di Bernardone e ci rimane dentro e
rimane croce. Si può morire e risorgere, pur rimanendo la
croce. Francesco da questa croce scopre il Padre, perché
la via più vicina al Padre è proprio la croce, il salto
ultimo: Croce e Risurrezione intorno al Padre. S. Damiano
è tutto qui, comunque leggiamo al Cap. 9 nn. 43 e. 56 dalla
Lettera ai Fedeli la sua sorpresa e la sua gioia, perché
unisce la fecondità della Parola di Dio a questo nuovo im-
pulso che ci permette di parlare con Dio, perché a chi ac-
coglie la Parola gli si apre il cuore e parla e entra in
dialogo, prima di tutto con Colui che è l'Amore e poi con
tutti coloro che sono capaci di amore. Adesso vi leggo:
"E tutti coloro che faranno tali cose e persevereranno
fino alla fine riposerà su di essi lo Spirito del Signore".
(E' l'affermazione fondamentale, è lo Spirito che dimora,
è lo Spirito che accoglie l'Eucarestia e il Signore, è lo
Spirito che fa vedere il Signore, lo Spirito Santo. E' un
mistero dello Spirito. San Fra-ncesco l'ha capito e la sua
conoscenza anticipa la teologia degli ultimi tempi. Ancora
non siamo arrivati a questo, Francesco ci anticipa il fu-
turo. Continuiamo...). "Riposerà su di essi lo Spirito del
Signore, ed Egli ne farà la sua dimora". (Pensate a Gesù:
dimorate nel mio amore 5 poi a ciò che dice S. Paolo: la
scienza gonfia, l'amore edifica, crea la casa, edifica un

140
focolare d'intimità. Lì c'è fecondità, si ricompone la ca-
sa, l'amore$ non è la conoscenza - quella è via - quindi
lo Spirito ne fa la sua dimora e consacra la creatura per-
ché divenga dimora di Dio. E' qui la grande dignità: la
creatura è capace di Dio, di conoscerlo, di amarlo, e quin
di in questa dimensione si compie nella dimensione divi-
na) .
"E saranno figli del Padre celeste di cui fanno le
opere" (Lo Spirito Santo rende figli veri di Dio introdu-
cendo nella pienezza della verità, - che è insieme Parola,
Immagine e Figlio - e quindi nella verità si adora Dio,
dicendogli "Padre", nient'altro, riconoscendo che Gesù è
Signore nello Spirito).
"E sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro
Gesù Cristo. Siamo sposi, quando per lo Spirito Santo l'a-
nima fedele si unisce a Gesù Cristo". (Questo sintetizza
tutte le lezioni precedenti della parola, della fecondità
e della fraternità. Questo diventa tutto preghiera e viene
assunto in questo ritmo di risposta a Dio, è una vita che
entra in sintonia. Il Padre Nostro non si prega, si vive
e allora diventa risposta a Dio).
"Siamo fratelli suoi quando facciamo la volontà del
Padre suo" (Come lui l'ha fatta in casa nell'intimità di-
vina e l'ha fatta all'estero, con l'incarnazione. Ubbidi-
sce da figlio vero e c'insegna a obbedire, fa la volontà
del Padre suo che è nei cieli).
"Siamo madri sue, quando lo portiamo nel cuore e nel
nostro corpo" (Voglio insistere: 'nel nostro corpo'. Il
corpo non è più refrattario, non è più barriera, parete,
opposizione, ostacolo, come un nemico. Il corpo diventa
luogo dove risuona la parola di Dio, il tempio di Dio. Il
Verbo lo consacra, ne fa il suo tempio, qui si diffondono
i torrenti della Misericordia, il corpo è il luogo della
mediazione: 'un corpo mi hai dato e io te lo regalo'. E'
la dimensione del dono. Come Figlio di Dio, come Verbo,
non poteva morire in Croce, ma come Verbo incarnato può
donare il Suo corpo per la vita. E questa è la modalità
dei la chiamata del Crocifisso: una vita donata per la vi-
ta, tiri corpo spezzato durante quella vita, un sangue che

141
diventa sorgente di vita eterna. E qui nasce il popolo
nuovo, da ogni tribù, lingua, popolo e nazione che formerà
il Regno eterno di Dio e canterà il canto nuovo. Dono del-
la vita per la vita. Ap.V,6-14).
"Quando lo portiamo nel cuore e nel corpo". (11 Vati-
cano II scoprirà questa doppia dimensione. Dice: "La Ver-
gine Maria accolse il Verbo eterno nel cuore con la Fede,
Speranza e Carità e così meritò di essere Madre". Chi non
lo accoglie nel cuore, non può portarlo nel grembo-,ciò
che è nel cuore consacra tutto il corpo o lo dissacra o
10 sciupa).
"Nel cuore e nel corpo, con l'amore e la pura e sin-
cera coscienza" (Soltanto un cuore e un corpo puro può ac-
cogliere la Sapienza di Dio che è incontaminata. Essa non
abita in cuori contaminati, non è possibile, è come la lu-
ce che non sopporta questa contaminazione e quindi nessuno
che sia nel peccato può comprendere e gustare la Sapienza,
quella riservata ai puri di cuore.
Ecco un esempio: quando Gagarin andò nello spazio,
da buon comunista disse: "non ho visto Dio" e se ne glo-
riò. Ma per fortuna che non l'ha visto, là nelle nuvole,
perché Dio è Amore, non è qualcosa, una creatura, un a-
stro. Iddio è vivente, è più intimo a noi di noi stessi,
non si trova in qualche luogo e dovunque, ma si vede sol-
tanto con la Fede. E noi da buoni intellettuali avremmo
fatto un trattato per dimostrargli che Iddio è puro spiri-
to, che non si può vedere, così, fuori, ma avremmo perso
11 tempo perché non è con tutti questi ragionamenti che
si riesce a dare la fede ad una persona.
Una bambina invece lesse nel giornale che questo
grande uomo, il primo che va nello spazio, come un eroe,
intelligente, forte, capace, non aveva visto Dio e ne ri-
mase scossa, sconvolta e gli scrisse una lettera: 'Signor
Gagarin, ho letto che lei, che è una persona così grande,
intelligente, brava e buona, non ha visto Iddio e sono
rimasta male. Mi dispiace che non abbia incontrato il Si-
gnore. Però mi scusi se le faccio una domanda: Ma è sicuro
che lei ha il cuore puro per vedere Iddio? Gesù dice 'bea-
ti i puri di cuore perché vedranno Iddio', pregherò molto

142
per lei. Sua.... e sotto la firma.
L'innocenza di una bambina capisce tutto, i Padri della
Chiesa pongono il luogo teologico fondamentale nel cuore
puro che vede Dio altrimenti un teologo non. vede niente,
è fuori, non capisce: chi non ama non capisce nulla. Bona-
ventura lo dirà: 'Intelligentia...' e quando parla a Parigi
proprio in quelle conferenze che danno un senso alla storia
della chiesa occidentale, dice: "Chi pretende di prendere
Cristo, di capirlo, resta fuori della porta, qui non entra-
no l'intelligenza e l'intelletto, soltanto l'affetto cordis
va fino al profondo. In Cristo l'orgoglio saccente non en-
tra dentro, l'umiltà e la purezza di cuore penetrano il
mistero di Dio1.'
Per questo Francesco dice sempre che "lo Spirito Santo
purifica il cuore e lo rende capace di Dio" e anche la Ver-
gine Maria viene consacrata perché sia capace di Dio; sol-
tanto Dio può accogliere Dio, quindi soltanto lo Spirito
Santo può accogliere il Figlio e dire 'Padre'. Noi siamo
indegni di farlo e Francesco dice che è lo Spirito che ac-
coglie il Figlio nell'Eucarestia e che dice 'Padre').
Continuiamo a leggere la sua sorpresa e la sua gioia:
"Siamo madri sue quando lo portiamo nel cuore e nel
nostro corpo con l'amore e con pura e sincera coscienza"
(Quindi un amore che è verginale e fecondo; qui c'è la
Chiesa in boccio, la Vergine Madre Chiesa, che è la Vergi-
ne Madre Maria nei primi tempi della Chiesa. Al primo po-
sto la Vergine Madre Chiesa, poi la Vergine Madre Maria.
E' lo stesso mistero, come il Corpo Mistico. Prima era il
corpo reale, il popolo di Dio, poi il Corpo Mistico; l'Eu-
carestia. Poi hanno cambiato ruolo: prima il Corpo reale,
quello Eucaristico? poi il Corpo Mistico, noi. E' la stes-
sa cosa. E' mistero di Fede. Se comprendessimo questo, al-
lora tutto sarebbe chiaro perché non si divide l'amore,
non ci sono due amori, è lo stesso amore che ci unisce al
Padre e ai fratelli, alle sorelle e a tutti quanti e ci
raccoglie nell'unità del Cuore aperto di Cristo che ci ri-
porta al Padre).
"E lo generiamo attraverso le sante opere" (Non si
genera nell'intimo con i buoni pensieri ma con le sante

143
opere. La conoscenza non basta, ci vuole 1-amore vero, e
l'amore vero compie la verità, la compie nella dimensione
della lode e nella dimensione dell'opera. L'amore è sempre
operoso, il Padre opera sempre, e anche il Figlio opera.
Noi dobbiamo operare sempre finché abbiamo tempo, non e
duro il fare, il fare è manuale, l'operare significa amore'
vivace che non è mai inattivo.

2) La gioia di avere un Padre nei cieli.

Torniamo alle espressioni di Agostino: "ogni bel can-


to, ogni bella musica conosce delle pause e dei silenzi,
ma il canto della vita e dell'amore è una canzone che non
conosce pause e silenzi". Ecco l'operosità che diventa ri-
sposta intonata alla chiamata di Dio: una vita che s'into-
na e risuona. I Santi hanno fatto il proposito di vivere
sempre alla presenza di Dio, però nell'amore perfetto dove
tutto è sintonia, tutto è amore, tutto ritorna a lode di
Dio).E Francesco esulta pienamente:
"Oh, come è glorioso, santo e grande avere in cielo
un Padre" (Finalmente l'ha scoperto il Padre, il Padre no-
stro, quella notte mentre meditava. Allo spuntare del
giorno venne frate Pacifico e vede qualcosa di grande: si
apre il cielo e vede dei troni immensi, bellissimi ed uno
luminosissimo, e vede l'angelo che scende e dice: "di chi
sono quei troni là?' Sono degli angeli decaduti: quello
splendido in mezzo era di Lucifero ed ora è riservato per
Francesco per la sua umiltà. Frate Pacifico allora va vi-
cino a Francesco e gli dice: «Cosa pensi di te stesso. .
'Penso che sono il più grande peccatore'. E Pacifico: 'Non
scherziamo, ci sono tanti assassini, briganti, mi pare im-
possibile'. E Francesco risponde che se quelli avessero
ricevuto tante grazie quante ne ha ricevute lui, sarebbero
stati più riconoscenti (LegPer 23:FF 1570). Ecco il senso
dell'amore vero, la riconoscenza, il dono che ritorna alla
sorgente senza essere contaminato.
Se leggete gli Scritti di Francesco, non parla mai
di se stesso. Due o tre volte dice «proprio non ce la

144
faccio più, Signore dammi una mano': quando sta per morire
in croce anche lui, prima del Cantico delle Creature e di-
ce 'aiutami' e poi si ricorda del Regno e da byon mercan-
te dice 'il resto non conta'. Capite?, risolve sempre con
la visione del Regno. L'alternativa è il Regno, il resto
non conta nulla, tutto il mondo non conta nulla. Francesco
è coerente fino in fondo, è un cristiano autentico, since-
ro e genuino.
La sua gioia diventa ancora più grande :
"Oh, come è santo e bello e amabile avere in cielo
uno Sposo!" (Ecco la teologia sponsale, un amore che di-
venta gioia, celebrazione del Regno, le Nozze, le Parabole
del Regno son tutte qua, le vive ogni giorno.
"Uno sposo in cielo", quindi la vita che è vigilia
di nozze, c'è tanto da fare, purtroppo, ma lo fa volentie-
ri perché è la grande festa del Regno e tutti siamo invi-
tati di persona. Lo dirà Bonaventura: 'nell'Incarnazione
il Figlio di Dio è venuto ad invitarci alla grande festa
del Regno', c'invita di persona, ci chiama per nome).
"Oh, come è santo, come è caro, piacevole e umile,
pacifico e dolce e amabile e sopra ogni cosa desiderabile
avere un tale fratello" (Chi è il fratello? E' Gesù Cri-
sto, e che Fratello! e noi siamo fratelli di Lui, quindi
fratelli di tutti i suoi fratelli, non nostri, ma suoi
fratelli, capito? Per quello dovremmo amarli tutti, fra-
telli e sorelle, tutti quanti).
"Che offrì la sua vita per le sue pecore" (Ecco il
segno: 'offrì la vita'! Un amore che dona la vita indica
il vero fratello che è insieme anche madre. L'altra fra-
ternità non è vera, non è autentica, rimane al di qua del-
l'amore, quindi non nutre il fratello e non è materna.
La scoperta del padre gii fa vedere tutto, scopre Id-
dio Padre e poi loda il Figlio e come fa a lodarlo? Nello
Spirito Santo. Lo dice in poche parole nell'Ammonizione
VIII n. 1:FF 157:
"Nessuno può dire Gesù è Signore se non nello Spirito
Santo".
Francesco l'ha capito e lo vediamo nella Regola Bol-
lata 10,10:FF 104. L'ultima sua preoccupazione, quella

145
suprema per i Frati, è questa:
"Attendano a ciò che devono desiderare sopra ogni co-
sa" (sommo desiderio e quindi quello che chiede soprattut-
to ai suoi Frati), cioè "lo Spirito del Signore e le sue
opere, pregare sempre con cuore puro e avere umiltà, pa-
zienza nelle persecuzioni e nelle infermità e amare quelli
che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano, poi-
ché dice il Signore: Amate i vostri nemici e pregate per
quelli che vi perseguitano e vi calunniano. Beati quelli
che sono perseguitati per la giustizia, perché di essi è
il regno dei cieli. E chi persevererà fino alla fine, que-
sti sarà salvo".
E' tutta la visione di Dio, la vita che diventa pre-
ghiera, ma anche l'affermazione che è lo Spirito Santo che
prega in noi, perché siamo tempio dello Spirito Santo,
consacrati, come la Vergine Maria e come ogni credente.
Certamente non dobbiamo limitarci ad una lode sporadica
ma dovremmo intonare tutte le creature a questa lode? di
fatto, egli dice che tutti devono lodare il Signore. Pren-
diamo la Lettera ai Fedeli n. 10,6l-63:FF 202 in cui esor-
ta a lodare sempre il Signore. Ve la leggo:
"E poiché patì tanto per noi e ci gratificò di tanti
doni e continuerà a gratificarci nel futuro, ogni creatura
che è in cielo e in terra e nel mare e nelle profondità
degli abissi, renda a Dio lode, gloria e onore e benedi-
zione, poiché egli è la nostra virtù e la nostra forza.
Egli che solo è buono, che solo è altissimo, che solo è
onnipotente e ammirabile, glorioso e santo, degno di lode
e benedetto per gli infiniti secoli dei secoli. Amen".

Quindi questa esigenza c'è dappertutto. Vediamo anche


un altro aspetto della Regola non Bollata (CapXVII, 17-20:
FF 4 9 ) :
"E attribuiamo al Signore Dio altissimo e sommo tutti
i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi, di tutti
rendiamo grazie perché procedono tutti da Lui. E lo stesso
altissimo e sommo solo vero Dio abbia, e gli siano resi,
ed Egli stesso riceva tutti gli onori e l'adorazione, tut-
ta la lode e tutte le benedizioni, ogni rendimento di gra-

146
zie e ogni gloria, poiché ogni bene è Suo ed Egli solo è
Buono.
E quando vediamo o sentiamo che Dio è offeso e be-
stemmiato a parole e con i fatti, noi benediciamo e lodia-
mo il Signore che è benedetto nei secoli. Amen".

Ecco solo qualche saggio per dire come Francesco vuo-


le che tutti lodino Dio. Ieri abbiamo parlato del Cap. 23
che è come un grande canto liturgico che invita tutte le
creature a lodare il Signore. Questa è l'esigenza. Ma qua-
l'è la preghiera che gli stava più a cuore, che ha amato
di più? Il Padre Nostro. Ecco, parliamo del commento al
Padre Nostro.
Il Padre Nostro non si prega, si vive, perché chi lo
dice con la bocca e non lo partecipa con il cuore non vive
e dice, o fà, come dicono i bambini, le bugie. Il peccato
più grande è quello contro la Verità. Quindi chi dice di
essere figlio e invece non è figlio o non vuol diventarlo
"fa" le bugie ed è un gioco molto pericoloso. Vediamo il
commento al Padre Nostro, che è un capolavoro di teologia
spirituale, una sintesi di tutta la vita che è raccolta
nell'Amore. Leggo tutto dal n. 266 fino al 275 delle FF,
affinché si abbia una visione del grande cuore di France-
sco che raccoglie in una preghiera tutta la teologia e
tutta la vita. (Un punto poi mi sta più a cuore, quello
'sia fatta la tua volontà' perché è il punto per noi più
difficile e più scabroso, quello che non amiamo, che è in-
vece quello che crea l'aggancio tra l'amore di Dio e quel-
lo del prossimo, perché è il punto di sutura, di coesione.
Nel fare la volontà di Dio, diventiamo compaginati in Cri-
sto). Ecco, ve lo leggo:

'Santissimo Padre Nostro: C r e a t o r e , R e d e n t o -


re, C o n s o l a t o r e e Salvatore n o s t r o .
Che sei nei cieli: negli Angeli e nei santi'.
(Quindi il cielo è già presente, è popolato, è vivente; Fran
cesco ha una visione ampia e bellissima,personale, dell'u-
niverso).
'Illuminandoli a conoscere che tu, Signore,
sei luce'; (la luce riflessa della bellezza e potenza di

147
quel]a vita 5 quindi la conoscenza che è luce. S. Bonaventu-
ra poi lo dirà nelle illuminazioni}.
'Infiammandoli ad a m a r e , perché tu, S i g n o r e ,
sei amore'. (Scoto è tutto qua. Al principio di ogni essere
c'è un atto d'amore, Iddio è Amore, Amore per essenza, Amo-
re che crea, che cerca gente capace di amare e se non la
trova, la crea, secondo l'immagine del Figlio).
'Inabitando in essi,' (ecco l'opera dello Spi-
rito Santo) 'pienezza della loro gioia,' (è lo Spiri-
to Santo che è la gioia di Dio, della Trinità e della no-
stra gioia. Qua sono tutti i doni dello Spirito) 'perché
tu S i g n o r e , sei il sommo bene, eterno, dal quale
viene ogni bene, senza il quale non vi è alcun
bene .
Sia s a n t i f i c a t o il tuo n o m e : si faccia più
chiara in noi la c o n o s c e n z a di te, per poter ve-
dere l ' a m p i e z z a dei tuoi b e n e f i c i , l ' e s t e n s i o n e
delle tue p r o m e s s e , i vertici della tua m a e s t à ,
le profondità dei tuoi g i u d i z i .
Venga il tuo regno: affinché tu regni in noi
per mezzo della grazia e tu ci faccia g i u n g e r e
al tuo regno ove v'è di te una visione senza om-
bre, un amore p e r f e t t o , u n ' u n i o n e f e l i c e , un go-
dimento senza fine.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così
in terra: a f f i n c h é ti amiamo con tutto il c u o r e ,
sempre pensando a te, con tutta l ' a n i m a , sempre
desiderando te, con tutta la m e n t e , o r i e n t a n d o
a te tutte le nostre intenzioni' 5 (qui c'è la totali-
tà), ' e in ogni cosa, cercando il tuo onore. E con
tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre
e n e r g i e , e sensibilità d e l l ' a n i m a e del corpo a
servizi o del tuo amore e non per altro ' .(Adesso è il
momento di congiunzione dell'amore del prossimo). 'E affin
ché amiamo il nostro prossimo come noi stessi,
trascinando tutti con ogni nostro potere .al tuo-
amòre 1 . (Ecco il compito: raccoglierli tutti e portarli
a Dio. Portare tutti in Paradiso), 'godendo dei beni al-

148
trui come dei nostri ':(se lo comprendessimo questo, quan-
te discussioni in meno!) 'E c o m p a t e n d o l i nel male e
non recando offesa a n e s s u n o ' . (Se non possiamo fare
del bene, almeno non facciamo del male? è il minimo, però
siamo dentro^.
E adesso la visione teologica del 'Dacci il nostro
pane q u o t i d i a n o : il tuo d i l e t t o F i g l i o , il Signo-
re n o s t r o Gesù Cristo'(è non il pane di un giorno, ma
il pane di sempre, fonte della vita eterna; il pane che
mangiamo è importante, ma è al secondo posto, al primo c'è
la Parola di Dio? è la prima tentazione di Gesù, Lui l'ha
vinta. Il pane è importante ma è secondo, al primo posto
la tua Parola? quindi il Figlio è la Parola: nutrici di
tuo Figlio, rendici figli, affinché si possa vincere in-
eterno: è il Regno).
'Da' a noi oggi: a ricordo e a riverente com-
p r e n s i o n e di q u e l l ' a m o r e che ebbe per noi, e di
tutto ciò che per noi disse' - Parola - 'fece' - Opera
- 'e patì' - (Croce e Risurrezione. S. Damiano è tutto qua-5
c'è tutta la Chiesa).
'E r i m e t t i a noi i n o s t r i d e b i t i : per la tua
i n e f f a b i l e m i s e r i c o r d i a , in virtù della passione
del Figlio tuo e per l ' i n t e r c e s s i o n e e i meriti
della b e a t i s s i m a Vergine Maria e di tutti i tuoi
santi.
Come noi li rimettiamo ai nostri debitori'.
(Attenti, è quello che noi non facciamo) 'e quello che
noi non s a p p i a m o p i e n a m e n t e p e r d o n a r e , tu, Si-
g n o r e , fa che p i e n a m e n t e p e r d o n i a m o , sì che per
amor tuo si possa v e r a m e n t e amare i nostri nemi-
ci e si possa per essi, presso di te, d e v o t a m e n -
te intercedere'. (Ognuno è mediatore e mediatrice di
Grazia secondo il posto che occupa accanto a Dio? al primo
posto la Madonna, poi tutti noi? ognuno è mediatore uni-
versale? ognuno o diffonde grazia per tutti o purtroppo
blocca l'amore e quindi diventa un impedimento, una bar-
riera). 'E a n e s s u n o si renda male per male, e si
cerchi di g i o v a r e a tutti in te' (il vero aiuto è
giovare in Te).

149
E non ci indurre in t e n t a z i o n e : nascosta o
manifesta, improvvisa o insistente.
E liberaci dal m a l e : passato, presente e fu-
turo. Amen .
Gloria al Padre, ecc.'.
Questo non è un semplice trattato di teologia, è lo
specchio della sua anima di figlio che si ritrova nel Pa-
dre, l'ha scoperto ed esulta perché l'ha visto e raccoglie
tutto l'universo? quindi la sua vita la esprime in una ri-
sposta d'amore, come il Magnificat della Madonna fa rimbal-
zare nel cuore del Padre la lode, così è il Cantico delle
Creature e così è il Padre Nostro che si amplifica nel cap.
23 della Regola non Bollata.
Sono due momenti, il Cantico è più esteriore, prende
l'universo e lo porta in una bella Liturgia cosmica, il
Padre Nostro esprime, di Francesco, il suo animo di figlio
ed entra dentro il Mistero dell'intimità divina. "Animati
dal fuoco dello Spirito Santo, pregavamo cantando il "Pateì*
Noster" su una melodia religiosa, non solo nei momenti
prescritti, ma ad ogni ora, perché non erano preoccupati
dalle cure materiali" (ICel 47:FF 404).
Francesco non solo prega, ma propone il Padre Nostro
a tutti i Frati che non sanno di lettere ed essi 70 volte
al giorno lo ripetono? quindi il Padre Nostro è la preghie-
ra che raccoglie tutta la giornata, affinché a forza di
dirlo ci abituiamo ad essere figli, perché è difficile di-
ventare figli veri. Ma a che serve la preghiera?
Cos'è la preghiera? La preghiera è fare l'amore
con Dio.
Se ci crediamo, bisogna far l'amore, cioè accettare
che Lui ci ami, e stare con Lui. Un innamorato ha sempre
tempo, stiamo attenti a non sciupare la preghiera. Se sof-
frissimo per la perdita di un appezzamento con Dio! Di Fran
cesco fu detto che ha fatto tutto <ia innamorato. Per questo
Francesco è così grande: è entrato in accensione piena,
lo Spirito Santo era talmente presente in lui che anche
quando pregava, se aveva la visita dello Spirito, lo acco-
glieva subito e lasciava tutto il resto perché diceva che

150
i] resto poteva farlo dopo, ma lo Spirito doveva accoglier-
lo quando viene.
Ed era talmente in sintonia che il corpo precedeva
l'anima, era in armonia perfetta? era come un'arpa che ri-
suona e tutte le lodi le restituisce a Dio? quindi attenti
a fare l'amore con Dio, (se si è innamorati si è perso la
testa e si è fuori di sé. Uno che è innamorato non ragiona
come gli altri). Se fossimo innamorati saremmo fuori di noi
stessi, saremmo rapiti in Dio, come raccolti in Dio. Questo
è raccoglimento, non soltanto tenere la testa tra le mani.
Ma chi è che fa raccoglimento? Lo Spirito Santo. Rac-
coglimento è infatti gustare tutti i doni dello Spirito,
il quale ci mette a fuoco la realtà.

3) Adorazione in Spirito e Verità

Quando la Chiesa è raccolta nello Spirito si usa la


parola comunione e Pietro,quando anche lui divenne sapien-
te, disse che noi siamo resi partecipi della stessa natura
divina, della stessa Parola (2Pt, 3 - 4 ) *
Chi è nell'amore lo vede subito, entra dentro, ma chi
è fuori resta fuori? attenti a non sbagliare dicendo doma-
ni o dopo domani? si ama oggi e chi è fedele oggi, se viene
chiamato è dentro e basta, è solo il modo che cambia. La
palingenesi è questo nuovo mondo del fuoco ed è già avvenu-
ta nel Battesimo, per cui Paolo - lo dirà nella lettera
a Tito - siamo già nuova creatura, siamo nella risurrezione
e non si muore più. Si risorge per la vita e per la morte
e noi siamo già risorti.
Dovremmo comprendere questa realtà dello Spirito che
è già in noi? dobbiamo conformarci a questa dimensione nuo-
va, a questo ordine, a questo ritmo dello Spirito Santo.
Questo, riguardo alla preghiera personale e privata,
ed è solo un accenno.
Il Padre Nostro, dunque, diventa preghiera e raccoglie
la vita. Bisogna esprimere la verità del cuore, dentro.
Ma la prima cosa è accettare di essere amati divina-
mente. Spesso noi parliamo da soli, e non ascoltiamo: an-

151
che il silenzio è ascolto, non è chiusura, è essere tutti
protesi nell'ascolto di modo che la voce entra dentro. Il
silenzio non è chiusura, è apertura piena ed è obbedienza
allo Spirito Santo; io sono totalmente nel grembo dello
Spirito, quindi non ho nulla di proprio, nessuno stridore,
nessun impedimento, ma sono in sintonia piena, con le an-
tenne tese, pronte, preparate.
Una parola sulla formazione del cuore.
Spesso nei conventi si vedono persone tristi, eppure
si vede tanta preghiera, come è possibile? Come mai c'è
questa tristezza? Se uno è contento deve esprimersi in
beatitudine, se la povertà è beatitudine deve esprimersi.
Se Di o mi chiama beato, perché non sono contento? Qualcosa
non funziona. Ecco, vuol dire che siamo ancora nel Vecchio
Testamento; la povertà rende tristi, la rinuncia rende
tristi. E' l'amore che dà il tono della gioia, te la rega-
la, l'ha scelta. Francesco sceglie il Regno a preferenza
di tutto il resto. Qui ci vuole una cosa che è utile per
i giovani e per tutti, la formazione del cuore.
Noi impariamo tante nozioni sui libri, ma chi insegna
a donare il cuore? E' l'amore che lascia l'impronta nella
vita, l'intell igenza non cambia nulla; accumula nozioni,
ma non cambia la vita. I Greci pensavano che 1'intelligence
cambiasse la vita.
E' l'amore che cambia la vita, che dà il tono alla
vita, che dà l'impronta e la tempra della fedeltà. Il dono
che è ricevuto, se è espresso nella pienezza dell'amore
diventa un'opera ben riuscita.
Di Francesco Iddio dice: 'bravo, assomiglia a mio Fi-
glio' e gli dà il sigillo e lo configura perché è una co-
pia ben riuscita del Figlio.
Mentre non c'è gioia quando uno rimane nella rinuncia
ed è fedele ai voti a denti stretti. Oggi è il dramma di
molti della mezza età; sono risentiti perché i giovani
hanno avuto di più. I giovani hanno tutto quello che vo-
gliono, loro invece non hanno avuto niente dalla vita,
quindi rimpiangono ciò che hanno perso; così sono ancora
più tristi e cercano di recuperare ma è tardi.
Perché una vita fallisce? perché? Se si è fatto un sacri-

152
'ficio per amore, quello resta. Non si devono rimpiangere
i beni, i regni e ]e altre cose, perché si va fuori stra-
da.
Nei conventi ci siamo un po' abbassati di livello per-
ché non conosciamo più la verità, siamo gente che non cono-
sce il tesoro che possiede; siamo una miniera di diamanti
e siamo in cerca di qualche goccia, di qualcosa di fuori,
non apprezziamo più il dono; questo dipende dalla formazio-
ne del cuore, perché il cuore soltanto accoglie il dono
e lo restituisce.
E' il cuore il luogo in cui si incontra Dio,
è il cuore puro, il cuore ben formato.
Ci vorrebbe la formazione estetica, cioè la capacità
di percezione, di entrare in sintonia; c'è la formazione
fisica, e qui ci si arriva tutti quanti; c'è una formazio-
ne morale e una certa dirittura e questa l'abbiamo; è la
formazione estetica che non è curata. Bisogna abituare il
cuore ad accogliere l'altro, ad entrare in sintonia, avere
la capacità di percezione di ogni valore, del bello e del
buono e di ogni cosa.
Se ho l'antenna tesa trasmetto anche Iddio e se lui
chiama io rispondo: "sono qua, Signore". Ma se l'antenna
non c'è, diventerò anche santo, ma sono un albero stecchito
senza frutti; l'intenzione mi salva, ma quella non porta
frutto; sono triste, non c'è lo Spirito dentro. Non ho assi-
milato, non ho accolto lo Spirito nell'intimità. Il frutto
sarà in trasferta, in cielo, ma la mia vita non si compie
e quindi non sono contento.
Bisogna passare dalla rinuncia al dono, ecco il punto
focale. Io posso dare la vita,e il martirio; la regalo ogni
giorno. Tu me la togli ma io te la regalo. Questo corag-
gio e questo allenamento di donare la vita: 'un corpo mi
hai dato e io vengo', ecco la gioia del dono.
Il corpo non è per consumarlo, io posso regalartelo,
Signore; lo regalo a Dio e all'altro. Questa é la preghiera
vera: una vita che è preghiera, che diventa preghiera. Di-
fatti di Francesco - dice il Celano - che era un uomo di-
ventato preghiera''' (2Cel 94 = FF 68l):

153
Francesco, uomo di Dio, sentendosi pellegrino nel
corpo, lontano dal Signore, cercava di raggiungere con
lo spirito il cielo, e fatto ormai concittadino degli an-
geli, ne era separato soltanto dalla parete della carne;
l'anima era tutta assetata del suo Cristo che a lui si
offriva interamente nel corpo e nello spirito, quindi en-
trava in sintonia. Quindi il dono, la vita che diventa
quell'arpa che risuona, entra in sintonia.
"Francesco trascorreva tutto il suo tempo in santo rac-
coglimento e, per imprimersi nel cuore la sapienza, temeva
di tornare indietro se non progrediva sempre". Quindi biso-
gna camminare, l'amore progredisce, mai tornare indietro,
ma sempre avanti.
E se a volte urgevano visite di secolari o altre fac-
cende, troncava più che terminarle per rifugiarsi di nuovo
nella contemplazione, perché a lui, che si cibava della
dolcezza celeste, riusciva insipido il mondo; le delizie
divine lo avevano reso di gusto difficile per i cibi gros-
solani degli uomini"; noi spesso invece siamo grossolani
e non gustiamo i cibi delicati del Signore.
"Cercava sempre un luogo appartato, dove potersi unire
non solo con lo spirito, ma con le singole membra, al suo
Dio". Tutto il corpo prega, tutte le membra diventano pre-
ghiera, entrano in sintonia.
"E se all'improvviso si sentiva visitato dal Signore,
per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col
mantello", perché è nell'intimo che parla il Signore.
E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto
con la manica, per non svelare la manna nascosta"; è il
mistero del re che egli possedeva nell'intimo.
"Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, per-
ché non si accorgessero del contatto dello sposo"; quindi
preghiera sponsale, celebrazione liturgica.
"Così poteva pregare non visto anche se stipato tra
mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli
era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del
suo petto".
La vita diventa tutta preghiera.

154
Andiamo a] secondo punto, la preghiera della Vergine
Maria.
La preghiera della Vergine Maria è bellissima, è pro-
fetica e innovatrice. L'abbiamo già detto all'inizio: la
sua caratteristica è che egli vede Maria in maniera profe-
tica e biblica, vede la Regina, la donna dell'Apocalisse,
la donna vestita di sole e la casa di Dio e la sua dimora
ed e colei che è Vergine fatta Chiesa.
Qui Francesco anticipa il Vaticano II di otto secoli,
proprio un balzo nel futuro perché vive il mistero delll
Chiesa che è feconda nello Spirito e difatti chiama la Ma-
donna Vegine fatta Chiesa e nell'altra preghiera la chiama
sposa dello Spirito Santo (Ufficio della Passione:FF 281).
Sposa dello Spirito: siamo alla teologia dello Spirito
Santo. Francesco l'ha anticipata. La leggo perché è davvero
la più bella presentazione della donna, nel piano di Dio.
E ripeteva questa preghiera come 'Leitmotiv' della
sua vita. Primp. e dopo ogni salmo veniva fuori questa anti-
fona: "Santa Maria Vergine, non vi è alcuna simile a te,
nata nel mondo, fra le donne, figlia e ancella dell'altis-
simo Re, il Padre celeste, madre del santissimo Signore
nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo, prega per
noi con S. Michele arcangelo e con tutte le virtù dei cieli
- (gli angeli) - e con tutti i santi, presso.il tuo santis-
simo Figlio diletto, nostro Signore e Maestro" (Uff della
Passione-Antifona Compieta:FF 281).
Il maestro è Gesù Cristo. Quando S. Francesco manda
la lettera a frate Antonio da Padova per insegnare la teo-
logia ai frati, sapete cosa dice? Insegna "la sacra teolo-
gia ai frati, purché in tale occupazione, tu (e quindi i
frati) non estingua lo spirito della santa orazione e de-
vozione, come è scritto nella Regola (FF 252).
Il lavoro deve servire alla devozione e all'orazione
cosi pure lo studio e la preghiera, come è scritto nella
Regola. Quindi Francesco vive in questa intimità d'amore
e scopre la Vergine Maria come la creatura più bella, più
limpida (qui c'è già l'Immacolata).
Francesco entra nella preghiera liturgica, perché'
Perche la preghiera liturgica (RegB 3,1:FF 32-36) è preghiera

155
che entra nella Chiesa, nell'umanità. Francesco entra nel-
la preghiera liturgica come i profeti dell'Antico Testa-
mento, perché uno che non ha nulla di proprio non può ave-
re neanche una preghiera propria. Francesco ci aggiunge
qualcosa, qualche tratto, perché vuole aggiungere la pie-
nezza. Francesco nella sua preghiera entra nella totalità
dell'amore; vediamo la lettera al Capitolo dei Frati per-
ché lì ci dice come si deve pregare (FF 227). Ecco la sin-
tonia tra Parola-Cuore-Vita:
"Perciò scongiuro, come posso, Frate Elia, Ministro
Generale, mio Signore, che faccia rispettare e osservare
da tutti inviolabilmente la Regola e che i chierici dicano
l'ufficio con devozione davanti a Dio, non badando alla
melodia della voce, ma alla rispondenza della mente, co-
sicché la voce concordi con la mente e la mente poi con-
cordi con Dio, affinché possano, mediante la purezza del
cuore, piacere a Dio e non accarezzare gli orecchi del po-
polo con la mollezza del canto". Non è vanità, vanagloria,
è gloria vera, gloria del Padre, la gloria di Dio è l'uomo
vivente dice Ireneo, ma la vita dell'uomo è lode e gloria
di Dio. Quindi l'uomo si compie in quanto vede Dio e lo
loda e lo glorifica.
La voce deve concordare con la mente e la mente con
Dio. E' importante che rispondiamo a tono; allora è Parola
di Dio che risuona. La bibbia conosce la Parola di Dio che
è dialogica; pensate ai Salmi: uno canta e l'altro rispon-
de .
La benedizione ha due significati; quando viene da
Dio significa benedizione, quando viene dall'uomo è sempre
glorificazione; difatti Gesù dice la preghiera di glorifi-
cazione durante l'Ultima Cena.
E l'alleluja cosa significa? Significa lode a Dio.
Dio resta incompiuto nella creazione, se qualcuno non lo
accoglie e non lo restituisce. Francesco è un restitutore
perché dà a Dio tutta la lode e tutta la glorificazione;
per restituisce tutte le creature; non se le appropria; è
un servo fedele che non s'appropria del dono, ma restitui-
sce in lode e gloria, compie la creazione nella nuova crea-
zione e nella lode di Dio.

156
Questo è un dovere, il primo dovere, il primo servizio
è quello di Dio perché se noi diamo a Dio la lode il mondo
sta in piedi. Agostino stava morendo quando la città era
assediata dai Barbari di Alarico e disse: "Finché loderanno
Iddio non periranno".

157
I N D I C E

Presentazione del P. Provinciale 1

I ntroduzione

1. Invito alla Verna per imparare a vivere come 3


S.Francesco

2. Saluto francescano di "Pace e Bene"


6
3. Attualità dell'esperienza e del messaggio di
S. Francesco
9

4. Domande e puntualizzazioni 18

I Lezione: LA VOCAZIONE FRANCESCANA


1. Attingere dalla Parola ciò che risuona nelle
nostre parole
24
2. La gioia di essere chiamati per nome e di
rispondere: "lo farò volentieri, Signore" 27

3. La vita francescana è entrare nella pienezza


del Vangelo ^

Excursus: La Preghiera della Verna e la benedizio-


ne di S. Francesco a frate Leone

1. La preghiera della Verna


46
2. La preghiera diventa benedizione
48

3. I a pedagogia di S. Francesco: una pedagogia


d'amore

4. L'accoglienza "materna" partecipazione della


Benedizione di Dio
54

159
II Lezione: IL PRIMATO DI GESÙ' CRISTO NELLA VI-
TA DI S. FRANCESCO E NELLA SCUOLA
FRANCESCANA

1. Il canto della vocazione cristiana 56

2. La vita di Francesco: un inno di lode a Ge-


sù Cristo 60

3. Sant'Antonio di Padova Dottore Evangelico 73

4. Gesù Cristo centro del mondo e della storia


in S. Bonaventura 78

5 Giovanni Duns Scoto e il primato assoluto


di Cristo 87

III Lezione: LA FRATERNITÀ1 CELLULA VIVA DELLA


CHIESA

Parte prima: Diapositive sulla vocazione e


sulla fraternità 95

Parte seconda: La fraternità

1. I fratelli rivelazione e dono di Dio 117

2. Accoglienza "materna": amare e nutrire i fra-


telli 122

3. La fraternità cellula viva della Chiesa 132

IV Lezione: LA PREGHIERA FRANCESCANA

1. A c c e t t a r e di essere amati da Dio 139

2. La gioia di avere un Padre nei cieli 144

3. A d o r a z i o n e in Spirito e Verità 151

160
SECONDO CORSO DI SPIRITUALITA' FRANCESCANA
LA VERNA, 22-31 a g o s t o 1983
Tema
"Seguire le orme di Cristo, sotto la guida dello Spirito"

R e i a t o r i_

22-24 agosto- Prof. P.Cornelio Del Zotto, Professore del


Pontificio Ateneo Antoniano in Roma;
25-31 agosto: Prof. P.Ottato Van Asseldonk, Preside del-
l'Istituto di Spiritualità del Pontificio Ateneo Antoniano.
N.B.
Il corso si svolqerà con il patrocinio del Pontificio Ate-
neo Antoniano di Roma. Ci saranno due lezioni al gior-
no, una al mattino e una nel pomeriggio; rimane così
10 spazio sia per lo studio personale e sia per incarna-
re la spiritualità della Verna.
Mattino e pomeriggio ci saranno momenti di preghiera
e di riflessione, inerenti al tema del Corso e in più
sarà data la possibilità di partecipare ai momenti più
importanti della vita del Santuario, in modo che, per
coloro che lo desiderano, può servire anche quale corso
di esercizi spirituali.
Al corso seguirà, nei giorni 31 agosto - 3 settembre,
11 C o n v e g n o di Spiritualità, che avrà per tema: "Parola
di Dio e Liturgia delle Ore"; vari esperti tratteranno
i seguenti argomenti :

1. Dalla preghiera di Cristo alla preghiera della


Chiesa
2. Il mistero della parola di Dio
3. La funzione della parola nella preghiera Ii turgica
4. In ascolto della parola: letture bibliche
5. La parola diventa preghiera: i Salmi

6. Pregare sempre, pregare oggi

Comunicazioni :

1. Lodi e Vespri: significato e struttura


2. Interpretazione liturgica dei Salmi
3. Pregare con tutto il corpo
4. Francesco d'Assisi, cantore della preghiera di Lode.
Per informazioni ed eventuali prenotazioni, rivolgersi
al Superiore del Santuario delia Verna tei 0575/599016

161
Lezioni riprese dalle registrazioni e in parte cor-
rette dall'autore.

Ciclostilato presso

Convento S. Francesco
Via A. Giacomini, 3
50132 Firenze

a cura di Fr. Eugenio Barelli, Fr. Rodolfo Cetolo-


ni, Fr. Luciano Checcucci.

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