Sei sulla pagina 1di 2

L'obiettivo di Agnès Varda in 

Jane B. par Agnès V. (1988) è ambizioso: reinventare il modo di


filmare una biografia. Non più quindi il classico stile documentaristico, con il protagonista che si
rivolge alla cinepresa raccontando la sua vita, corroborato da immagini descrittive e testimonianze
altrui, ma qualcosa di diverso. L'idea, molto cinematografica e molto nouvelle vague, è che si possa
rendere più fedelmente l'essenza di una persona con l'artificio che attraverso il presunto realismo
di un approccio descrittivo.
Jane B. par Agnès V. del 1988, singolare e fortemente teorico ritratto (o autoritratto?) dell’attrice
Jane Birkin. Qui Varda non si limita a filmare Birkin per creare un racconto della sua carriera, ma
sembra pensare al film come ad un vero e proprio laboratorio co-costruito, dove mettere alla prova
non solo la tenuta delle narrazioni sulla femminilità, ma anche del linguaggio cinematografico
stesso. L’apertura del film è in questo senso già programmatica: sedute ad un caffè l’attrice e la
regista discutono del cinema, di cosa voglia dire essere filmate. Birkin non nasconde un certo
disagio all’idea di dover guardare in camera, come vuole Varda, per la maggior parte del film. È
troppo intimo, dice. Questa voluta infrazione alla grammatica del cinema narrativo è in effetti
decisamente sintomatica di come Varda intenda il film, che diventa una sorta di sistema di specchi
dove le due protagoniste si rilanciano sguardi in continuazione. Guardare in camera è sempre un
atto stilisticamente marcato, quello che tecnicamente si definisce una interpellazione: il
personaggio ci guarda, ci chiama in causa, abolisce la distanza spettatoriale. Da qui inizia
un’indagine, visiva ancor prima che discorsiva, sulla possibilità di rappresentare e di mettere in
scena il corpo femminile. Non c’è qui la prevaricazione feticizzante discussa da Mulvey, perché la
presenza dietro la macchina da presa di Varda e il continuo irrompere nella scena della regista
garantiscono la presenza di uno sguardo femminile, che indaga il corpo femminile e la femminilità
del corpo in modo personale, intimo, mai volgare. Il film è costruito come un insieme di varianti, di
esplorazioni di mondi possibili, di storie cinefili di un passato che fu. Emblematiche sono le
citazioni pittoriche, fra cui spicca la sequenza dove Varda rimette in scena la “Venere di Urbino” di
Tiziano, opera simbolo del Rinascimento Veneto e di un certo modo di guardare al corpo della
donna. Il remake è perfetto e lo sguardo di Birkin, fisso in camera, non sembra rivolto a noi (come
è quello di Venere, carica di un erotismo che sfida lo spettatore), ma a Varda, con la quale discute
del suo ruolo di attrice, modella e madre. Il ritratto di Birkin che emerge dal film è la ricostruzione
dettagliata di una vita alla ricerca di un senso. Varda sceglie di procedere a salti, dando peso più
alle suture imprevedibili del film che al contenuto delle singole sequenze. È il montaggio,
discontinuo, a costituire una delle chiavi del film, insieme all’esibizione ossessiva del dispositivo di
ripresa entro le immagini. Ogni sequenza sembra dare spazio all’imprevedibile, anche quando si
innesca il momento di ripensamento della storia del cinema. Varda usa il corpo di Birkin come
superficie di rilettura della storia del cinema, mettendo in scena alcuni dei suoi momenti chiave.
Dopo aver messo in crisi l’idea della donna-musa (la musa-Birkin spera infatti soltanto di poter
morire), Varda fa letteralmente esplodere la sua visione del soggetto come unione del molteplice.
Bellissima la sequenza dedicata alle comiche di Laurel e Hardy, dove il gusto cinefilo della citazione
non si accontenta di creare un clone, ma procede per scostamenti minimi, con Varda che inserisce
(quasi di sorpresa) elementi fulminei del proprio stile in qualcosa di così lontano da sé. Il punto più
alto di questa dinamica arriva nella scena de “La passione di Giovanna d’Arco”, film simbolo di
Dreyer e delle Avanguardie cinematografiche, nonché della rappresentazione del femminile. E’noto
come, la lavorazione di questo film, fu molto difficile per l’attrice protagonista Renée Falconetti,
sempre ripresa in primo piano e costretta a recitare un dolore esasperato ed estremo. Qui il lavoro
di Varda è più incisivo, perché sostituisce un’attrice che è stata ossessivamente scrutata da un
regista uomo con una che ha accettato di farsi guardare da una donna e che ha imparato a
sostenere con forza gli sguardi rivolti al suo corpo. E poi, infine, la scena degli specchi. Ce ne sono
molti nel film e tutti agiscono sull’immagine di Birkin, moltiplicandola o deformandola. Non è una
moltiplicazione feticistica, ma la rappresentazione figurativa di una costitutiva complessità del
soggetto, che pur pensandosi identico è in realtà vario. È lo sguardo dell’Altro a rivelarlo, perché
solo nella relazione emerge l’Io. Ciò implica, una vicinanza emotiva fra chi guarda e chi è guardato,
come ha mostrato molto bene Varda. Il riconoscimento dell’Altro e il ruolo del cinema come
dispositivo di rivelazione di questa alterità produttiva sono i due più grandi lasciti che questo film
ci lascia in eredità, continuando ad interrogarci ancora oggi.
Alla soglia dei suoi 40 anni, il film è una sorta di regalo di compleanno per Jane Birkin. Si
ripercorrono le tappe fondamentali della vita dell’attrice, l’infanzia in inghilterra, l’esordio ne
mondo dello spettacolo, l’incontro con gli uomini della sua vita, la maternità. Frammentazione
dell’identità della donna attraverso una narrazione anticonvenzionale. Riflessione estetica e teorica
della pratica filmica della Varda. La varda compare e scompare con piccoli ricordi e riflessioni e il
suo stile libero, poetico,Il reale e la costruzione delle storie si mescola continuamente. Interessante
il tema dello specchio. Varda e Brikin si incontrano e si confrontano, c’è un rapporto dialogico in
cui c’è una continua narrazione dell’altro. Ricorso alla pittura, tableau vivant, di un’autobiografia
che per raccontarsi ha bisogno dell’altro. Pratica interpretativa che diventa momento per cacciare
emozioni. Personaggi che servono per la narrazione del sé che non appartengono né al passato né
al presente. È tutto in un tempo del cinema. Autoritratto autoriale. Nella ritrattistica c’è una forte
presenza del percepire l’artista, ci concentriamo su chi ha fatto il dipinto. Jane B è icona di un
momento importante degli anni60-70, ma c’è anche la Varda che entra con la sua autorialità.
Questo ricorso a questo tipo di ritrattistica rafforza molto la presenza dell’autrice. La Varda nella
cornice è lo spazio canonico della rappresentazione. È molto forte l’atto del filmare. Scena in cui
viene ripreso da vicino il corpo nudo della Birkin: momento descrittivo della macchina da presa.
Presenza forte del “pennello”. La fotografia tende proprio a restituire il corpo materia, vivo. È uno
scanner sul corpo. Sembra quasi un paesaggio. Diversi momenti di moltiplicazione degli specchi.
Racconto del sé, rappresentazione e autorappresentazione. Sentire le emozioni e le reazioni della
donna. Impianto teorico molto forte. È una biografia non un documentario.

Potrebbero piacerti anche