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Maya Deren, il cui vero nome era Eleanora Derenkovskaja, 

adottò lo pseudonimo di Maya


che Arthur Schopenhauer intendeva come illusivo binomio tra realtà e sua rappresentazione,
vettori che percorrono trasversalmente la carriera dereniana. Il nome "Maya" si riferisce inoltre
all'omonima divinità indù e alla madre del Buddha, in questo periodo i coniugi Hammid si
avvicinano alla fede buddhista, la lettura del The tibetan book of Dead influenza molte delle scelte
stilistiche di Meshes of the Afternoon come la famosa figura in nero con il volto di specchio che
ellitticamente ritorna nel corso del film o la "doppia soggettiva" dello specchio con Sasha, è nota
pratica buddhista di depersonalizzazione l'osservare il mondo attraverso la realtà filtrata dello
specchio, ancora una volta realtà e sua rappresentazione, che così diventano vettori trasversali a
tutta la carriera dereniana.
tra i suoi non molti cortometraggi, (At Land, Ritual in Transfigured Time) in cui, accanto
all'interesse per la danza e il movimento, sono notevoli il gusto per le atmosfere oniriche, la ricerca
di immagini soggettive e l'uso sofisticato dei movimenti della macchina da presa.
La figura della Deren è analizzata spesso insieme a quella della Dulac per la sua dimensione
onirica. Regista faro per il cinema d’avanguardia, siamo molto vicini al surrealismo legato al
cinema di Bunuel. Afferma la propria autorialità che prova a scardinare la rappresentazione
classica.
Il primo cortometraggio della Deren viene realizzato una ventina d'anni dopo dalla pubblicazione
del manifesto di Breton, e pochi dall'uscita della pellicola firmata dalla coppia Bunuel/Dalì; questa
si presenta come un aggiornamento e una riconquista di certi temi di rara potenza, dove è
avvertibile l’angoscia di volere puntare sull'essenza del Sogno, e anzi dell'Incubo, di provarne a
sciogliere i nodi interpretativi. Il film è l'espressione di un disagio, perché se si esclude la figura
enigmatica dal mantello nero, o quell'uomo (Alexander Hamid, a quel tempo marito della Deren)
che compare improvvisamente nel finale, la protagonista è nel film l'unica forma vivente presente:
risulta isolata, chiusa in se stessa, vittima di un'ubiquità claustrofobica che la proietta anche più
volte nella stessa scena, dove vaga sonnambula in uno stato di trance meditativo. Il braccio teso
della prima immagine (il braccio che poggia il fiore a terra) sembra provenire da quella dimensione
onirico che trasmette il film. " Nel 1943 Maya Deren, usando una cinepresa Bolex 16mm di seconda
mano, realizza il suo primo cortometraggio che a distanza di anni è considerato una delle pellicole
d'avanguardia più influenti della storia del cinema statunitense. Il film segue un percorso
visionario che attinge dall’onirico. Meshes of the Afternoon, fu pensato senza musica: fu aggiunta
nel 59 ipnotica colonna sonora composta da Teiji Ito, terzo marito della regista. Si pone come
esperimento di scrittura autobiografica. Fiore= sessualità; Coltello: presenza del maschile.
Distruzione dell’altro maschile. Ricorso alla morte come gesto estremo di controllo del sé. Stanca di
essere il riflesso dell’uomo, di inseguirlo sperando di smettere di essergli inferiore ma non
riuscendoci mai. Non le resta che compiere il gesto estremo: il suicidio.  È forse un caso che il
coltello si trasformi più volte in chiave, come a rappresentare che il suicidio sia la chiave di libertà?
Come ogni opera surrealista, nemmeno questa ha una chiave di lettura definita. Lo spettatore è
chiamato a contribuire attivamente alla creazione di un senso, a seconda della propria cultura e
sensibilità artistica. Questo è sicuramente uno dei punti di forza di questo capolavoro che supera i
limiti del mezzo filmico e, da semplice visione, diventa flusso di coscienza per la regista e vera e
propria esperienza per lo spettatore.
"Meshes of the afternoon": l'interno di un'abitazione, un fiore reciso, una chiave...ma la chiave,
dopo che l'ombra ha raccolto il fiore, dopo che è scivolata sulle mura, questa cade davanti alla
porta, precipita via dalle mani, rotola come un masso lungo i gradini. Viene raccolta, apre la porta,
ma ha già lanciato il suo avvertimento: ogni accesso sarà difficoltoso. La ripetitività degli oggetti,
come quando si prova a ricordare un sogno svanito: bisogna ripercorrerlo più e più volte. Capita
che un oggetto muti di posizione o si trasformi in un altro. Vediamo diverse volte ripetere alcune
sequenze, ma le situazioni specchiate non sono mai identiche a quelle di prima. Ad ogni apertura,
un indizio si aggiunge, avvicinando la protagonista alla soluzione, ma al contempo aggravandone la
confusione. Nell'appartamento cresce il disordine. Cambiano le prospettive. La stessa Maya - che
oltre ad essere regista interpreta il ruolo della protagonista - si moltiplica: è ora la donna siede sulla
poltrona; è colei che va all'inseguimento della figura vestita di nero sul vialetto; colei che sale al
rallenty la scala a è la sognatrice e la sognata, la filmante e la filmata. Osserva sè stessa e da sè
stessa si lascia osservare. In questa rappresentazione avviene una frantumazione temporale: il
presente non esiste, è tutto un sogno passato. La Deren s'interessò, nell'arco della sua vita e della
sua formazione artistica, a certe pratiche esoteriche, al Voodoo e prima ancora alla religione
buddista, e da ciò comprendiamo, oltre che i simboli presenti nell’opera, la scelta del commento
musicale (in verità molto bello e affascinante) tipico dello stile orientale, che solo diversi anni dopo
verrà inserito, e che rende bene la dimensione onirica, proiettando lo stato d'animo dello
spettatore. La sua passione per la danza, e l’ammirazione nei confronti della carriera dei grandi
comici del muto (Chaplin, Keaton), si vedono entrambe, nella recitazione corporea e aggraziata che
pratica in questo suo primo cortometraggio: Il coltello, man mano che ci si avvicina alla
conclusione, è l'oggetto che prevale.1 La chiave diviene il coltello. Il fiore posato sul letto diviene il
coltello. Il riflesso dello specchio è quello della lama del coltello. Frammenti sulla riva! La
protagonista che osserva dalla finestra il vialetto tira fuori dalla bocca la chiave. Ha come
l'impressione di avere trovato il bando della matassa. Il coltello. Ha risolto l'enigma. Ma quando si
siede al tavolo assieme ai propri doppioni, prendono a turno la chiave; e non appena afferrata, la
chiave torna a stare dove stava. Arriva, nel finale, un uomo inatteso - il marito- che ripercorre le
azioni della figura vestita di nero e quelle della protagonista. Apre la porta, sale le scale, porta in
dono un fiore, si specchia, s'allontana sul vialetto. Ripercorre gli ultimi passi della Deren, che sono
passi solenni, il suo sandalo calpesta suoli diversi, inquadrati su sfondi marini, sabbie: è l'ultima
passeggiata sopra la realtà e il sogno, sopra arte e vita, prima della morte: Il rebus è risolto, almeno
in parte; ne vediamo la soluzione tra vetri rotti e lei morta sulla poltrona.
1) La chiave: apre la porta all'enigma e quindi alla soluzione;
2) Il coltello: riconduce a una realtà più violenta, spaventosa, più percepibile;
3) La cornetta sganciata e il disco che suona: servono a mandare alla mente l'idea di un momento
interrotto, come le pagine di giornale che giacciono sul pavimento;
4) La sagoma vestita di nero: simboleggia il Mistero, la morte, l'eterna annientatrice - e quando si
volta, ha uno specchio al posto del volto, e si porta via il fiore;
5) Lo specchio: è oggetto d'illusione e d'inganno, la cui superficie restituisce una realtà diversa,
frangibile, moltiplicata ma impenetrabile;
6) La scala: rappresenta la salita che allaccia le due dimensioni, reale e onirica – sofferta e
vorticosa.

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