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Lois Weber, la più importante regista del cinema americano, affronta i temi della denuncia sociale

e della testimonianza progressista. Autrice e produttrice di grandi successi nell'epoca del cinema
muto, era convinta dell'utilità morale della settima arte della quale adoperava. Qui mette in scena
una storia scritta dal premio Nobel per la pace Jane Addams, il dramma di una giovane operaia
sottopagata che si prostituisce per avere un paio di scarpe nuove. Shoes, è un film ritratto della
miseria urbana. La protagonista Mary MacLaren interpreta Eva Meyer, una commessa costretta a
mantenere la famiglia con il suo magro salario. Circondata dai prodotti del negozio in cui lavora,
Eva non è in grado di partecipare all’economia di consumo basata sulla sua forza lavoro. Eppure
benchè Shoes condivide molte delle inquietudini dell’epoca, è un film che incoraggia lo spettatore
immedesimarsi nel personaggio di Eva, a capire cosa significhi lavorare duramente, vergognarsi
della propria condizione, temere per il proprio futuro e desiderare con tutte le forze quell’unico
simbolo di fuga: un nuovo paio di scarpe.
Tra tutte le donne attive nel primo cinema americano, Weber produsse l’insieme di opere più
consistente e omogeneo. Lavorò per oltre venticinque anni nel cinema, sceneggiando e dirigendo
più di quaranta film e centinaia di cortometraggi. Dopo gli inizi a New York, nel 1913 Weber
approdò a Los Angeles e all’emergente studio system, diventando la principale regista della
Universal e la prima donna a far parte della Motion Picture Directors’ Association. Nel 1917 fondò
la Lois Weber Productions, si prodigò per dare più spazio alle donne a Hollywood e assunse un
ruolo rilevante nella neonata Academy of Motion Picture Arts and Sciences. La sua carriera mette
in luce due aspetti salienti della Hollywood delle origini: l’importanza dell’attivismo nella nascente
industria cinematografica e il ruolo rilevante di tante donne nella creazione della cultura
cinematografica americana. In un’epoca ancora caratterizzata dalla diffidenza verso il possibile
impatto culturale del cinema, Weber girò film di enorme successo e molto controversi su temi
scottanti. Il suo impegno politico progressista la distinse dai contemporanei come Griffith e
DeMille che cercavano di legittimare la nuova arte allineandola alla cultura alta. Weber vedeva
invece i film come ‘giornali vivi’ capaci di coinvolgere l’opinione pubblica in dibattiti sulla pena di
morte, la tossicodipendenza, la povertà e la contraccezione.
Shoes viene presentato come «A drama in five acts» e introdotto da una lunga serie di cartelli: 1.
«This film has been endorsed by The National Council of Public Morals as a follow-up to the highly
acclaimed film “Where are my children?”»; 2. «If only mothers had the courage to speak directly to
their daughters, this would never happen»; 3. «This motion picture is based on this theme, upon
the cry of a heartbroken mother at the deathbed of her daughter in the film “Where are my
children?”»; 4. «This motion picture is not a simple fiction, created for the purpose of
entertainment to be viewed in a free hour. It is an honest and too typical depiction representing the
lives of TENS OF THOUSANDS OF GIRLS»; 5. «forced to work for poor wages. It was made to
provide deep and honest inside in the causes that too often bring these girls to the moral ruin»; 6.
«This motion picture is directed at YOU mothers and daughters, fathers and sons, who are
responsible for their failed lives!». Segue una lunga inquadratura in primo piano emblematico della
protagonista Eva Meyer (Mary MacLaren) e una, altrettanto insistita, che mostra la costola del
libro A New Conscience and an Ancient Evil di Jane Addams. Poi il libro si apre e mostra la scritta:
«A girl was ruined by giving in to temptation after trying in vain for seven months to save enough
money to buy a pair of shoes. Each week she paid two dollars for her room and six dollars for
board…». L’inquadratura successiva ne mostra un’altra pagina: «Three times she paid to have her
shoes re-soled but finally their condition was beyond repair. In despair she gave up the battle and
according to her own sad words “SOLD HERSELF FOR A PAIR OF SHOES”». Solo a questo punto,
preceduto dal cartello «Act one» e dalla didascalia «Eva Meyer earned eight dollars a week at the
department store» il racconto cinematografico può aver inizio.
L’incipit dunque è fortemente dilazionato: la soglia del film appare cosparsa di parole. Prima si
ragiona, poi si guarda la storia. Si tratta dunque di un film-pamphlet (is not a simple fiction) di
intento didattico-educativo, la vicenda vuole essere un’“illustrazione tipica”, rappresentativa delle
vite di diecimila ragazze americane obbligate a lavorare per un misero salario.  L’intento è quello di
«calarsi in modo profondo e onesto nelle cause che portano troppo spesso queste ragazze verso la
rovina morale». L’inizio del film contiene dunque una serie di indicazioni di lettura, premesse
ideologiche al racconto, spiegazioni e raccomandazioni per un corretto e disciplinato utilizzo del
nuovo mezzo audiovisivo. Un altro aspetto sorprendente del film è la forte ellissi che taglia fuori
dal racconto il momento decisivo della perdizione della ragazza che accetta le avances di Charlie
pur di ottenere un paio di scarpe nuove. Weber, dell’acme drammatico, non mostra nulla e si
concentra invece sul momento della decisione. Eva decide di darsi a uno sconosciuto per un paio di
scarpe nel momento stesso in cui raccoglie con accuratezza i capelli per poi specchiarsi in
un’immagine di sé giustamente paradigmatica dell’intera pellicola: il piccolo  specchio alla parete è
solcato da una lunga crepa e il volto di Eva appare riflesso tristemente diviso a metà. Non è certo
l’unico momento in cui risalta l’espressivo ovale dagli occhi tristi dell’attrice, futura star,  Mary
MacLaren, scoperta da Weber nelle lunghe file degli aspiranti attori che assediavano gli studi della
Universal ma senz’altro, insieme al primo piano emblematico del prologo, è questo il momento in
cui restiamo, intimamente, più soli con lei e con noi stessi. Poco dopo, a figura intera, si aggiusta
bene la gonna per nascondere le scarpe malandate. Un altro dettaglio significativo, la camicetta
leggera che estrae con lentezza dal cassetto. La rovina morale viene meticolosamente e mestamente
predisposta. Più convenzionale appare, all’inizio dell’ultimo atto, l’inserto della vita immaginaria
di Eva, sogno lucente e vaporoso di agiatezza salottiera e gaiezza campestre in netto contrasto con il
resto del racconto realistico giocato sui toni scuri, dominato dagli interni domestici scarsamente
illuminati e immersi nell’ombra. Omesso il climax drammatico, ritroviamo Eva al rientro a casa che
indossa finalmente le scarpe nuove ma il suo volto, se si può, è perfino più triste di prima. Piange.
Piange anche la madre, ma la perdizione della ragazza resta il loro segreto altrimenti il padre la
picchierebbe (e lui resta perplesso, non capisce perché la notizia che ha trovato lavoro resta così
stranamente ignorata).
Come si addice a un morality play, la conclusione è lasciata, come le premesse, al testo scritto:
«Eva’s story is but one of MANY IN OUR CITY. Never forget the grim, sad life of this poor outcast.
Only then, can the lives of girls like her come to a better end. Then her sad story will not have been
for nothing…».  Il richiamo alle responsabilità collettive non potrebbe essere più esplicito.
Circolarmente, questo cartello conclusivo rimanda a quello «you» scritto a grandi lettere maiuscole
che chiama in causa madri, padri, fratelli e sorelle, ma anche al monito del film precedente di
Weber, al grido della madre dal cuore infranto di fronte alla figlia morente: «Se ogni madre avesse
il coraggio di parlare apertamente con le proprie figlie questo non sarebbe mai successo».
Al di là dei cartelli, il motore primo dell’azione è lo spettro notturno di Eva che vede, dopo la
desolante immagine mentale del padre sdraiato sul logoro materasso intento a leggere un dime
novel e a bere da un  barilotto di birra, una mano secca protesa ad artiglio sulla propria testa con
sopra la scritta “povertà”: la causa della perdizione delle giovani abitanti delle metropoli americane
degli anni dieci del novecento sono i magri salari, gli stipendi da fame che Jane Addams certifica
nel suo studio Una nuova coscienza e un male antico, indagine svolta presso l’associazione a difesa
della gioventù di Chicago.
Realismo + soggettività di Eva. Lei lavora in un negozio “tutto 5 cent”. Questi grandi magazzini
hanno un’importanza sociale fondamentale. Si entra anche solo per guardare. Il processo di
emancipazione passa anche attraverso questo. Per la prima volta le donne iniziano questa
esperienza di vita metropolitana: la donna può passeggiare. Fino all’800 poteva solo l’uomo. Nei
primi anni del 900 c’è un dibattito anche sulla sala cinematografica, sul se le donne possono
entrare. Dimensione mediatica molto forte in cui la donna è al centro dell’attenzione per quanto
riguarda il modo di vestire, di comportarsi (riviste in edicola).

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