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Lucano

Proemio:

(1) Canto guerre più che civili ​(più atroci delle guerre civili) per i campi dell’Emazia
(terra d’oriente tra Tessaglia e Macedonia, citazione dotta di carattere geografica) ​e canto il
diritto consegnato alla scelleratezza (Cesare che ha passato il Rubicone in cui era vietato
entrare con le armi. Cesare voleva candidarsi di nuovo al consolato il che era un suo diritto
ma i senatori non lo volevano perché il suo prestigio stava crescendo troppo sul popolo e gli
fu negata una seconda candidatura. Fino all’ultimatum che Cesare mandò al senato. Punto
di vista fin da subito anticesariano. Scelus è il più scellerato tra i delitti.) ​e (canto) un popolo
potente che si è rivoltato contro le sue stesse viscere attraverso la destra vittoriosa
(attraverso le armi impugnate con le sue stesse mani) ​e (canto) le schiere congiunte
(erano tutti romani)​ e (dopo aver) rotto il patto del potere,​ (ablativo assoluto.)

(Allude alla rottura del primo triumvirato tra Cesare, Crasso e Pompeo il quale era al tempo
del triumvirato il condottiero di massimo prestigio a Roma e Crasso invece era il più ricco. Le
cose non andarono come Cesare desiderava perché morì Crasso che desiderava onorarsi di
gloria in battaglia. Poi morì Giulia la figlia di Cesare, sposa di Pompeo)

(​Regnum: potere regale. Dopo la caduta dei re, la parola “rex” era divenuta un reato.
Lucano interpreta le aspirazioni politiche di Cesare come già alla tirannide. Infatti questa
aspirazione fu la giustificazione del cesaricidio.)

(5) (​canto) una lotta/per lottare con le tutte le forze (unite) del mondo sconvolto in uno
scempio comune (Nefas: scelleratezza che va contro qualunque categoria etica) e canto le
insegne opposte alle insegne nemiche ​(Signum: è il vessillo della legione romana) ​e
canto aquile uguali (l’aquila era il simbolo della legione romana e doveva essere salvata a
tutti i costi) ​e giavellotti (dardi) ​che minacciano altri giavellotti. Quale follia o cittadini
quale immenso (tantus: tanto grande e adatta il suo significato al contesto espressivo. Il
sost di riferimento è licentia che viene dal verbo impersonale licet. In questo caso è una
leicetà negativa, senza diritto.) ​arbitrio delle armi, quale follia offrire sangue latino a
popoli nemici! ​(la guerra civile ha portato un indebolimento di Roma a vantaggio dei popoli
nemici)

(10) ​Mentre al contrario la superba Babilonia ​(l’oriente) bisognava spogliarla (doveva


essere spogliata) dai trofei ausonii e Crasso errava con l’ombra invendicata, (si
riferisce all’impresa della disfatta di Carre contro i Parti. La testa di Crasso fu portata al re
dei parti e ci sono dettagli macabri in cui si dice che giocarono a palla con questa testa.
L’ombra di Crasso resta invendicata perchè fu la più grande disfatta dopo Annibale. Molti
vollero vendicare l'ombra di Crasso tra cui Cesare che però non fece in tempo) ​preferiste
(piacque) intraprendere guerre che non avrebbero avuto alcun trionfo? (celebrò il
trionfo per la vittoria in Spagna contro Pompeo, visto come atto di tracotanza e
probabilmente avviò gli animi al cesaricidio). ​Ahimè quante terre, quanto mare (quanto di
terra, quanto di mare) ​(genitivi partitivi) si potè (si sarebbe potuto) conquistare con
questo sangue che le destre fraterne versarono /ciò che (invece) le destre fraterne
consumarono con il sangue,
(15) ​i luoghi dove sorge Titano (unde=da cui) (il sole, quindi l’est) ​e dove la notte
nasconde le stelle (occidente: sono due emistichi) e laddove il mezzogiorno brucia nelle
ore ardenti (il meridione) ​o dove la bruma che irrigidisce e non sa diradarsi in
primavera stringe il mare ​glaciale con il freddo della Scizia! (regione molto a nord) ​E (se
i romani non avessero combattuto le guerre civili) ​sotto i gioghi già sarebbero passati i
Seri (identificazione complessa: popolo estremo oriente, forse i cinesi?)​, già sarebbe
passato (sotto i gioghi) il barbaro Arasse.

(20) ​e il popolo, se qualche (popolo) ​esiste ​(il popolo dell’Africa più interna, gli etiopi)​, che
conosce (sa) dove nasce il Nilo ​(le sorgenti del Nilo)​. Allora se, o Roma, è così immensa
la tua brama di una guerra nefanda/​se tu hai un così immenso amore di (per) una
guerra nefanda​, quando avrai sottomesso alle leggi latine tutto il mondo, solo allora
rivolgi le armi contro te stessa; per adesso non ti è mancato il nemico. Ma ora (invece)
(at: congiunzione avversativa più forte di sed) del fatto che le mura sono
pericolanti/pendono sui tetti (case) semidistrutti nelle città d’Italia

(25) ​e enormi massi giacciono sulle mura cadute e le case non sono più controllate da
nessun custode e ormai pochissimi abitanti vagano, e ora che l’Esperia è selvaggia
per i rovi, inarata per molti anni (Italia che a causa della guerra civile non è più produttiva)
e mancano braccia​ (che portano lavoro) ​ai campi che le richiedono,

(30) non tu, Pirro feroce, né il Cartaginese (Annibale a Canne e nel Trasimeno) ​sarà
autore di così grandi disfatte; a nessun’arma toccò penetrare fino in fondo (il popolo
romano); restano impresse le ferite (provocate dalla) della destra civile.

(adesso comincia una delle parti più controverse: l’elogio di Nerone. A lui si rivolge in una
sorta di invocatio di solito rivolta alle muse. Sembra esserci un’enfasi eccessiva che sa di
irrisione che sarà chiara quando avverrà un catasterismo: cioè immagina la trasformazione
di Nerone in stella in cui vengono messi in risalto i difetti fisici. Ci si chiede se questo elogio
sia stato composto durante la stesura del poema o dopo quando i rapporti erano già
deteriorati).

Che se i fati non hanno trovato (invenere: invenerunt) ​una via diversa all’avvento di
Nerone (a Nerone che sta per giungere) ​ (participio futuro)

(35) ​e ad un grande prezzo si preparano i regni eterni ai numi, e il cielo non potè
servire il suo sovrano, il Tonante, (al suo Tonante) se non dopo le guerre dei crudeli
giganti ormai, o dei, nient’altro chiediamo, gli stessi atti scellerati e il misfatto
piacciano per questa ricompensa; Farsàlo riempia di sangue le pianure maledette
(​Tapso: episodio del suicidio di Catone a Utica​) e i mani dei cartaginesi siano saziati con
il sangue (romano);

(40) ​e le ultime battaglie si scontrino nella funesta Munda; a questi eventi, Cesare,
(Nerone imperatore) ​si aggiungano la fame di Perugia e ​le fatiche di Modena (qui si
evocano le altre guerre civili per la lotta di successione seguite alla morte di Cesare) e le
flotte che l’aspra Leuche opprime ​(isola di Leucade dove si combattè la battaglia di Azio,
ultimo atto della guerra civile dove vinse Ottaviano che inizia il suo principato diventando
Augusto) ​e le guerre servili sotto l’Etna ardente: e tuttavia Roma deve molto alle
guerre civili,
(45) Poichè la guerra si è compiuta per te ​(o Nerone)​. Quando compiuta la missione
(ablativo assoluto)​, tardivo raggiungerai le stelle, la reggia del cielo prediletto ti
accoglierà nel polo che gioisce; ti piaccia sia tenere gli scettri, sia guidare il carro che
porta la fiamma (il carro infiammato) e illuminare con un fuoco vago la terra che non
teme nulla mutato il sole ​(Nerone spesso si travestiva da Apollo alla guida del carro del
sole. Allusione esplicita all’istrionismo dell’imperatore)​;

(50) ​da ogni dio sarà concesso a te e la natura lascerà del tuo diritto (di scegliere )
quale dio voglia essere e dove collocare il regno del mondo. Ma non sceglierai per te
la sede nell’emisfero boreale, nè dove si rivolge il caldo polo dell’austro opposto

(55) Da dove vedresti la tua Roma come stella obliqua ​(Nerone era strabico)​. Se
premessi una sola parte dell’immenso cielo, l’asse ne sentirà il peso ​(Nerone era
obeso)​. Mantieni i pesi del cielo equilibrato con una posizione nel mezzo
(dell’universo); quella parte di cielo sereno sia tutta vuota, e nessuna nube sia di
ostacolo a Cesare.

(60) Allora il genere umano deposte le armi provveda per sè, ogni popolo si ami a
vicenda; la pace diffusa per il mondo chiuda le porte di ferro di Giano bellicoso. Ma
per me sei già un Dio, nè vorrei, se ti accolgo nel cuore come un vate, non vorrei
invocare il dio che muove i segreti di Cirra:

(65) e allontanare Bacco da Nisa ​(Cirra e Nisa sono due vette dell’Elicona. Cirra dedicata
ad Apollo e Nisa alle muse)​: tu sei abbastanza per dare forze alle poesie romane.
L’animo sopporta (​responsabilità di Lucano di narrare le guerre civili) ​di esprimere le
cause di eventi così grandi. e si apre un’opera immensa, cosa abbia spinto un popolo
furente alle armi, cosa abbia allontanato la pace dal mondo:

(70) la sfavorevole successione dei fati ed è stato negato di durare a lungo ai fastigi,
gravi cadute sotto un peso eccessivo, nè Roma tollera più se stessa. Così quando
dissolta la struttura dell’universo e la suprema ora avrà messo insieme tutti i cicli del
mondo, ritornando di nuovo all’antico caos, tutte le stelle

(75) si scontreranno ad altre stelle mescolate, astri infuocati cadranno nel mare, la
terrà non vorrà estendere i lidi e allontanerà il mare, la luna andrà contro (opposta) al
fratello e indignata chiederà di agitare le briglie per l’orbita e chiederà il giorno per sè,
e la macchina tutta discorde

(80) turberà i patti del mondo sconvolto. Le grandi cose precipitano su loro stesse: gli
dei posero questo limite (misura) del crescere alle cose liete. Nè ad alcun popolo la
fortuna ​(fortuna parola chiave, gli dei sono quasi totalmente assenti, è la fortuna a favore
del popolo romano) ​concede la sua invidia contro un popolo potente per terra e per
mare: tu diventata

(85) comune a tre padroni (sei) la causa dei (tuoi stessi) mali, o Roma, nè mai (si sono
visti) patti crudeli (​molti individuano nel primo triumvirato la causa prima della discordia
civile) ​del potere demandato a una turba ( a tanti/ a una moltitudine). O malamente
concordi e accecati da eccessiva brama (di potere)! A cosa giova mescolare le forze e
trattenere il mondo nel mezzo? Finchè la terra solleverà il mare
(90) e l’aria solleverà la terra e i lunghi travagli regoleranno il sole e la notte seguirà
altrettanto il giorno attraverso le stelle nel cielo, nessuna lealtà ci sarà tra gli alleati
del potere e tutta la potestà sarà insofferente del consorte ​(condividono lo stesso
destino come i coniugi)​. Non credete a nessun popolo, nè esempi di tali eventi siano
cercati lontano:

(95) le prime mura si macchiarono di sangue fraterno (​Romolo e Remo) ​nè la terra e il
mare erano il prezzo di tale follia: un esiguo asilo spinse i padroni. Una concordia
discorde ​(sintagma geniale. il tema della parola è “cor”. LA concordia è un cuore in
assonanza con un altro cuore, la discordia una dissonanza) rimase per breve tempo e la
pace non ci fu per volontà dei capi; infatti il solo ostacolo (indugio) alla guerra futura
era Crasso nel mezzo ​(Crasso aveva il potere economico ma non era un valoroso
condottiero. Lucano lo vedeva come l’ago della bilancia del potere tra Cesare e Pompeo. In
realtà Crasso ambiva al potere e lo dimostra con la guerra contro i Parti ma viene sconfitto e
ucciso)​.

(100) Come il sottile Istmo che taglia le onde e separa un duplice mare ​(Istmo di
Corinto, che unisce il Peloponneso al resto della Grecia e divide il mar Ionio dall’Egeo) non
tollera che i flutti del mare (fretum) (​sing​) si scontrino, se la terra retrocedesse, lo
Ionio si infrangerebbe nel mar Egeo: così quando Crasso che separa le armi crudeli
dei capi con una morte da commiserare

(105) macchiò con il sangue latino l’assiria Carre ​(Mesopotamia, Turchia)​, le sconfitte
partiche scatenarono i furori romani, con quella battaglia fu fatto da voi più di quanto
credete, o Arsacidi ​(sovrani della dinastia dei Parti)​: provocaste (deste) ai vinti la guerra
civile. Il regno è diviso con le armi,

(110) la sorte di un popolo potente, che ​(il “quae” non si riferisce al popolo romano ma
alla fortuna, è la fortuna che ha consentito al popolo romano il dominio. Il popolo romano
sembrerebbe quasi essere uno strumento della sorte) possiede il mare, che possiede le
terre, che possiede tutto il mondo non accolse due ​(padroni). Infatti Giulia catturata
dalla mano crudele delle Parche portò ai Mani i pegni del sangue congiunto e le
fiaccole ferali con un crudele presagio ​(si racconta che durante la cerimonia nuziale le
fiaccole si spensero da sole, questo fu interpretato come un presagio di sventura)​. E se i fati
ti avessero dato più indugi nella luce,

(115) tu sola avresti potuto trattenere da una parte lo sposo furente ​(Pompeo) ​e
dall’altra il genitore (il padre) ​(Cesare) ​e strappate le armi ​(a loro) ​ricongiungere le
mani armate, come le Sabine frapposte ricongiunsero i generi ai suoceri. Il patto di
lealtà (la lealtà) è stato infranto con la tua morte, e fu permesso ai comandanti di
muovere guerra

(120) la virtù avversaria (emula/nemica) diede gli stimoli: tu, o Grande Pompeo, temi
che le nuove gesta oscurino i vecchi trionfi e (temi che) la corona piratica ceda ai galli
vinti ​(nova acta: imprese di Cesare in Gallia che si erano sovrapposte a quelle di Pompeo
nel Ponto. Pompeo teme che il successo ricevuto dalla guerra contro i pirati (laurea piratica)
possa essere oscurato dai successi di Cesare in Gallia)​; ormai la serie e l’abitudine alle
fatiche inorgogliscono te e la sorte ti (ha reso) insofferente del secondo posto.
(125) Nè Cesare ormai può sopportare qualcuno superiore o Pompeo può sopportare
uno pari ​(Lucano esprime una simpatia verso il partito senatorio e dunque Pompeo.
Tuttavia è proprio Pompeo che appare il punto debole, che viene descritto come più anziano
pur essendo più giovane. Pompeo rappresenta un passato non più proponibile mentre
Cesare il futuro. Cesare ha ambizioni più personali ma vincenti mentre Pompeo è colto in
una staticità mortifera)​. Chi indossò le armi più giustamente? Non è lecito saperlo;
ciascuno si difende con un grande giudice: la causa vincitrice piacque agli dei, ma la
(causa) vinta (piacque) a Catone ​(Catone vero protagonista secondo Lucano. Viene
messo in questi versi al pari degli Dei)​. Nè si scontrarono ​(coierunt) da pari. L’uno
volgendo gli anni

(130) verso la vecchiaia (reso) più tranquillo per la lunga abitudine alla toga disimparò
ormai in pace l’arte di fare il comandante ​(Secondo Lucano Pompeo dopo i successi nel
Mediterraneo e nel Ponto si è rilassato in tempo di pace e non ha più compiuto alcuna
impresa)​, e cercatore di gloria concedeva ​(dare: infinito storico) molte cose al popolo,
tutto è spinto verso le orecchie ​(richieste) del popolo, e a godere del plauso del suo
teatro ​(Pompeo fu il primo a istituire un teatro stabile in muratura a Roma, si trovava nel
Campo Marzio, vicino P Navona. Fu un evento eccezionale perchè di solito i teatri non erano
strutture stabili. I Ludi in occasione dell’inaugurazione durarono ben cinque giorni e ne
abbiamo testimonianza da Plutarco e Cicerone ​che ne criticò lo sfarzo eccessivo e l’uso
degli elefanti che, a suo dire, avevano un’espressione malinconica)​, nè preparava nuove
forze e credeva molto alla fortuna passata.

(135) Sta’, ombra di un grande ​(gioco di parole con Magno Pompeo) nome, come una
quercia ​(Lucano applica una similitudine intelligentissima. La quercia è simbolo di forza e in
grammatica è sinonimo di robur/roboris. Quercus è proprio la quercia, robur il legno della
quercia. Vis prende in alcuni casi la flessione di robur perchè il legno della quercia veniva
considerato il più duro in assoluto, infatti, anche i rotoli di papiro erano avvolti attorno ad un
bastoncino di un legno di quercia, simboleggiando così la forza del libro e la durevolezza
dell’opera letteraria. Lucano paragona Pompeo ad una quercia che però è statica “stat”)
svettante (sublime) in un fertile campo che porta le spoglie di un antico popolo ​(sono
le spoglie opime, fanno parte di un rito molto antico che c’è già Nell’Eneide e nei poemi
omerici: il condottiero vittorioso offre al dio Marte le spoglie dei nemici e vengono appese ai
rami di una quercia come rito di ringraziamento al dio marte. Questa quercia che
rappresenta POmpeo porta su di sé le spoglie del popolo romano. Veteris vuol dire anche
vecchio, che ha fatto il suo tempo, che ha esaurito il potere generativo della gloria. Porta
anche i dona sacrata, cioè i doni consacrati al dio Marte) e i doni consacrati dei capi; non
agganciandosi ormai (al suolo) con forti radici, è fissata (al suolo) per il suo stesso
peso,

(140) e effondendo i nudi rami attraverso il cielo, getta ombra con il tronco non con le
fronde ma sebbene oscilli destinata a cadere al primo soffio dell’Euro, e (nonostante)
si levino tutto intorno alberi dal duro tronco, tuttavia sola è venerata. Ma in Cesare
non c’era solo il nome nè la fama di condottiero, ma una virtù che non sa

(145) stare (ferma) in un luogo e l’unica vergogna era non vincere in guerra; aspro e
indomabile, portava la mano dovunque lo chiamasse la speranza o l’ira e mai
tratteneva (risparmiava) il ferro nell’offendere/violare, incombevano i suoi successi, si
opponeva al favore del dio, colpendo qualsiasi cosa fosse di ostacolo a lui che
cercava il potere supremo

(150) e godendo di aver aperto (essersi fatto) la via per la rovina. Come il fulmine
sprigionato dai venti attraverso le nubi balzò fuori con il suono dell’etere percosso e
nel fragore del mondo e squarciò il giorno e atterrì i popoli spaventati accecando gli
occhi con la fiamma obliqua;

(155) infuria tra i suoi templi, non vietando nessuna materia di uscire ​(sprigionarsi) ​e
per ampio spazio provoca una strage grande cadendo e grande risollevandosi e
raccoglie i fuochi sparsi. ​(inizia il momento satirico e moraleggiante) ​Queste le cause per
i capi; ma serpeggiavano (stavano sotto) i semi pubblici della guerra, che sempre
hanno sommerso i popoli potenti.

(160) E infatti quando la fortuna portò eccessive ricchezze ,sottomesso il mondo, e i


costumi cedettero alle situazioni favorevoli, e il bottino e le rapine nemiche ( a danno
dei nemici) esortarono il lusso ​(il lusso veniva visto in maniera negativa. Secondo Catone
il censore veniva dalla Grecia che era il male assoluto perché metteva a repentaglio la
romanità pura)​, non (c’era) ​misura all’oro e alle case, e venivano disprezzate la fame e i
cibi antichi ​(dal Ponto furono portate a Roma le ciliegie)

(165) e i maschi (cominciarono) a condurre ed appropriarsi di mode a stento decenti


per le donne; è fuggita la povertà feconda di uomini (valorosi) ​(la paupertas è fecunda,
è diversa dalle egestas perchè paupertas significa avere poco, non è mancanza come
egestas, è una condizione rigeneratrice da perseguire. In questi versi Lucano si riferisce sia
al circolo degli scipioni sia al Bellum alexandrinum, quando Tolomeo fratello di Cleopatra
fece uccidere Pompeo, allora Cesare andò in Egitto e risolse la guerra a favore di Cleopatra
e dopo questo evento Cleopatra giunse a Roma e diventò un’icona per le matrone romane
che seguivano il suo costume)​, e si importa da tutto il mondo ciò per cui la gente muore:
allora unirono i lunghi confini dei campi, e ampliarono sotto i coloni stranieri lunghi
campi una volta solcati dal duro aratro di Camillo e sopportavano le antiche zappe dei
Curi. ​(Qui Lucano si riferisce al latifondo che diventò una rovina per i Romani, perchè dopo
le guerre civili i latifondi venivano sottratti ai contadini per darli ai veterani che non sapevano
coltivarli. Riferimento alle Bucoliche di Virgilio. Dopo le guerre civili l’economia già era a
pezzi e senza coltivare la terra la situazione peggiorò. Le Georgiche non erano davvero
indirizzate ai contadini ma a fare riforme ai latifondi. Lucano porta ad esempio il console
Camillo che coltivava da solo la sua terra)

(170) Non era quel popolo a cui giovava una pace tranquilla, che la propria libertà
aveva nutrito con armi ferme. Da questo le ire facili e, ciò che avrebbe provocato la
povertà, (da ritenersi) un vile delitto e un grande onore da cercare con le armi,

(175) che potesse più della sua patria, e la forza era la misura del diritto; di qui le leggi
e le decisioni del popolo (plebis scita=i plebisciti) violate e i tribuni insieme ai consoli
che sovvertivano i diritti; di qui strappati i fasci (​cariche consolari comprate. I fasci erano
simbolo dei consoli, erano fasci di legno di betulla che indicavano la forza e anche la
flessibilità, erano stringati da un nastro al centro del quale vi era un’ascia. Venivano portati
dai dodici littori che accompagnavano i consoli durante una cerimonia che si compiva il
primo gennaio di ogni anno) con la corruzione e lo stesso popolo mercante del suo
favore ​(il popolo si vendeva al miglior offerente: a Cesare) ​e il broglio elettorale letale per
la città

(180) che riportava le contese annuali al Campo Venale ​(la votazione avveniva nel
Campo Marzio mediante assemblee. Il campo è venale perchè corrotto) ​di qui l’usura
vorace e l’interesse ​(sempre più) avido nel tempo e la lealtà devastata e la guerra utile
a molti. ​(Lucano insiste sulla corruzione, l’usura e gli interessi che crescono durante le
guerre perchè il potere d’acquisto è sovvertito. Secondo alcuni la guerra fu un modo per
Cesare per scappare dai debiti) ​ormai Cesare aveva oltrepassato le gelide Alpi di corsa
e aveva concepito nell’animo grandi progetti e la guerra futura.

(185) Non appena si giunse presso le acque del piccolo Rubicone ​(Il Rubicone segna il
confine tra la Gallia Cisalpina e l’Italia, dove inizia il Pomerio, zona sacra che non può
essere valicata da un romano che guida un esercito in armi)​, apparve al condottiero
un’enorme immagine della patria che tremava, chiara attraverso l’oscura notte
tristissima nel volto, che effondeva capelli bianchi dalla testa turrita ​(testa con una
corona sormontata da torri come una cinta muraria fortificata, viene in mente la
personificazione dell’Italia che ha sul capo una corona che sembra una cinta muraria,
perfetta riproduzione di un borgo toscano vicino Siena: Monteriggioni) ​, con la chioma
scomposta (lacera) e stava ferma con le braccia nude e

(190) parlava mescolando ​(le parole) ​al pianto: “Dove vi spingete oltre? Dove portate,
o uomini, le mie insegne? Se venite secondo diritto, se venite da cittadini è lecito fino
a qui”. Allora l’orrore percosse il corpo del comandante, i capelli si drizzarono ​(forse lo
voleva prendere in giro perchè Cesare aveva pochi capelli)​, e un languore fermò le orme
sull’estremità della riva bloccando il passo.

(195) Subito disse: “O Tonante, che guardi le mura della grande città dalla rupe
Tarpeia e i penati frigi della gens Iulia e i misteri di Quirino rapito e Giove Laziare ​( si
riferisce al tempio di Giove Laziare sul monte Albano sede di riferimento della lega latina.
Cesare aveva compiuto lì sacrifici con tori) che risiede nell’ elevata Alba e i fuochi delle
vestali e, o Roma, a somiglianza del più alto Dio,

(200) favorisci queste imprese; non ti perseguito con le armi furiose; ecco sono qui,
vincitore sulla terra e sul mare, io Cesare, dovunque tuo , purchè sia lecito (liceat
modo), anche ora, come soldato. Quello sarà, quello sarà il colpevole, che mi renderà
a te nemico”. Quindi sciolse gli indugi della guerra e portò rapidamente le insegne
attraverso il fiume gonfio (d’acqua):

(205) Così come un leone avendo visto i nemico da vicino nei campi desolati della
Libia rovente sta in agguato dubbioso, mentre raccoglie tutta l’energia; quando subito
dopo si stimolò con il colpo della coda violenta e sollevò la criniera e emise un
profondo ruggito dalla grande bocca spalancata,

(210) Allora se anche lo trafiggesse una lancia scagliata di un agile mauro o gli spiedi
da caccia penetrino l’ampio petto, si lancia attraverso le armi incurante della grande
ferita. (Cesare è paragonato al leone che balza nonostante le armi di Pompeo)​. Il purpureo
Rubicone ​(è un colore rosso creato a Cartagine da un mollusco “murice”) sgorga da una
piccola fonte ed è spinto da piccole onde, quando caldeggiò la fervida estate, e
serpeggia attraverso profonde valli e

(215) come un confine preciso separa i campi gallici dai contadini Ausoni. Allora
l’inverno (gli) offriva le forze e la terza luna pluviale con il recipiente carico e le Alpi
disciolte dagli umidi soffi dell’Euro (ne) avevano aumentato le acque.

(220) Prima la cavalleria si pone di traverso all’obliquo fiume per arginare le acque
(finale): poi la schiera rimanente rompe con un agevole guado le facili onde del fiume
già infranto. Cesare, non appena superato il flusso toccò la sponda opposta, e si
fermò sulle terre vietate dell’Esperia,

(225) “Qui”, disse “qui lascio la pace e le leggi profanate (temerata=violate): o Fortuna
ti seguo; ormai lontano da qui siano (sunto=imp fut) i patti. Confidammo nei fati,
bisogna servirsi della guerra come giudice”. Detto così il condottiero alacre trascina
le schiere nelle tenebre della notte; (procede) più svelto del colpo scagliato della
fionda baleare ​(erano considerati abili frombolieri)

(230) lanciato il colpo e (più veloce) della freccia lanciata all’indietro dai Parti ​(ablativo
secondo termine di paragone. I Parti simulavano la fuga poi scagliavano all'indietro le frecce
verso i nemici.) ​e il minaccioso invade la vicina Rimini, e gli astri fuggivano i raggi del
sole abbandonato Lucifero ​(Lucifero è il pianeta Venere, l’ultimo che si dilegua prima
dell’alba)​. Già sorge il giorno che sta per vedere i primi tumulti della guerra; le nubi
mantennero la luce triste ​(espressione della tristezza degli dei) ​sia per volontà degli dei,
sia se le avesse sospinte il torbido austro.

(235) Si fermò quando occupato il foro i soldati ricevettero l’ordine di deporre le


insegne, lo stridore dei litui ​(trombe militari per dare il segnale ai soldati) e il clangore
delle trombe con il corno rauco intonarono squilli di tromba empi. Fu infranta la
quiete del popolo, e la gioventù destata dai giacigli

(240) strappò le armi affisse ai sacri penati che una lunga pace dava; già assaltano gli
scudi consumati fino al nudo telaio e i giavellotti con la punta ricurva e le spade
corrose dal morso della nera ruggine. Non appena brillarono le aquile note e le
insegne romane

(245) Cesare illustre è apparso nel mezzo della schiera, si irrigidirono per il timore;
una paura pervade le gelide membra e agitano muti lamenti nel cuore silenzioso: “O
queste mura malamente fondate con i Galli vicini ​(La colonia di Rimini fu fondata come
baluardo militare contro le scorrerie dei Galli) ​o condannate da un luogo funesto!

(250) Profonda pace e tranquilla quiete per tutti i popoli; noi siamo preda e siamo i
primi accampamenti dei furenti (combattenti). Meglio, o Fortuna, se ci avessi dato una
sede sotto il mondo orientale, ed erranti dimore ​( allusione alle carovane degli Sciti)
sotto la gelida orsa, piuttosto che proteggere le serrature del Lazio. Noi per primi
vedemmo le invasioni dei Senoni e il Cimbro che si affretta e

(255) il libico Marte e il corso dei furiosi Teutoni; ogni volta che la fortuna assale
Roma la via per le guerre è questa”. Così ognuno, con gemito segreto, non osò avere
timore apertamente; non fu data alcuna voce al dolore; ma tanta quiete come quando
la bruma imprigiona gli uccelli,

(260) le campagne tacciono e lontano dagli estremi (medius) il mare tace senza un
mormorio. La luce aveva dissolto le gelide ombre della notte, ecco i fati infondono alla
mente dubbiosa fiaccole di guerra e stimoli che spingono verso la battaglia ​e
rompono tutti gli indugi del pudore; la fortuna si affatica

(265) a rendere giuste le rivolte del condottiero e trova motivi alle armi: violato il
diritto, il senato minaccioso, agitando (i fantasmi dei) i Gracchi espulse dalla città
divisa in due i tribuni dissidenti. ​(il senato agitava il fantasma dei Gracchi due tribuni della
plebe ricordati come agitatori del popolo. i tribuni Marco Antonio e Cassio Longino sono
discordes perchè posero il veto alle deliberazioni del senato di richiamare Cesare dalla
Gallia, infatti abbandonarono la città e raggiunsero Cesare a Rimini) ​L’audace Curione
(tribuno della plebe, avversario di Cesare, si lasciò corrompere e passò dalla sua parte)
dalla lingua venale accompagna costoro, che cercano le insegne ormai in movimento
e vicine del condottiero,

(270) un tempo voce del popolo che osò difendere la libertà e mescolare alla plebe i
potenti armati ​(mozione di Curione approvata dal senato che proponeva di sospendere le
funzioni di Pompeo e Cesare di comando proconsolare l’uno in Spagna, l’altro in Gallia)​.
Appena vide il condottiero che agitava nel petto varie preoccupazioni disse “finchè le
tue fazioni poterono essere aiutate dalla (mia) voce, o Cesare, malgrado il senato
contrario,

(275) (ti) abbiamo protratto il comando, finchè avevo il diritto di occupare i rostri e di
spostare verso te i Quiriti dubbiosi ​(quiriti: cittadini romani, in origine gli abitanti del
quirinale)​. Ma dopo che le leggi sono state costrette a tacere per la guerra, siamo
scacciati dai patrii Larii e soffriamo un esilio volontario; la tua vittoria ci renderà
cittadini.

(280) Mentre le fazioni (del senato) vacillano non rafforzate da nessuna forza, togli gli
indugi; sempre ha nociuto rimandare per (i soldati) pronti. una egual fatica e una
egual paura sono richieste per una maggiore ricompensa: trattenne te che
guerreggiavi per due lustri ​(10 anni) ​la Gallia, quanto piccola parte di terre!

(285) Se avrai condotto poche battaglie con facile successo, Roma avrà sottomesso
per te il mondo. Ora la pompa di un lungo trionfo non accoglie te che ritorni, o il
Campidoglio chiede i sacri allori; il livore corrosivo nega a te tutte queste cose, e a
stento sopporterai impunemente i popoli sottomessi.

(290) è deciso dal genero che il suocero sia scacciato dal regno ​(suocero Pompeo.
Frase al passivo, Pompeo non decide quindi è uno strumento d’azione del senato)​; non
puoi dividere il mondo, puoi averlo da solo”. Dopo aver parlato così, tuttavia aggiunse
tanto di ardore (anche) a lui stesso pronto alla guerra e infiamma il condottiero,
quanto il destriero Eleo è incitato dal clamore ​(cavallo che corre ai giochi di Olimpia
nell’Elide nel Peloponneso ma qui Lucano si riferisce alle gare equestri a Roma)​, sebbene
ormai chiuso il recinto
(295) sovrasti/si avvicini alle porte e pronto apra/spezzi le staccionate.
Immediatamente convoca i manipoli armati presso le insegne e non appena radunata
la turba appianò/calmò abbastanza il trepido tumulto con il volto (cenno) e con la
mano ordinò il silenzio: disse “O compagni di guerre ​(inizia il discorso di cesare. Soci:
forma empatica)​, che essendo esperti dei mille pericoli di Marte

(300) insieme a me vincete ormai per il decimo anno, meritò ciò il sangue versato nei
campi nordici e le ferite e le morti e gli inverni trascorsi ai piedi delle Alpi? Roma è
scossa da un enorme tumulto di guerre non diversamente che se (da quando) il
cartaginese Annibale​(Cesare dice che quello che sta per accadere non è diverso da quello
che successe quando Annibale giunse in italia attraversando le Alpi. Annibale vinse a Canne
contro i romani che erano in numero nettamente superiore. Cesare aveva come modelli
Annibale e Alessandro Magno)​ avesse attraversato le Alpi:

(305) le valide corti sono completate con recluta; precipita tutta la foresta per la flotta
(si riferisce all’armamento della flotta di Pompeo, questo in realtà fu un punto debole per
Cesare. Pompeo voleva condurre la guerra al di là dell’Adriatico e sfugge a Cesare che
voleva trattative di pace imbarcandosi da Brindisi, Cesare non aveva abbastanza navi per
partire e Pompeo sfruttò questo vantaggio per vincere la battaglia di Durazzo ma ciò non
bastò e fu sconfitto a Farsàlo)​; si comanda che Cesare sia/venga inseguito ​(costruzione
personale di iubeo, Cesare parla di sè in terza persona) per terra e per mare. Che cosa
(accadrebbe)? se le insegne a me (mie) soccombessero sotto Marte avverso e i feroci
popoli Gallici si affrettassero alle spalle? Siamo assaliti ora quando la fortuna

(310) si muove con circostanze favorevoli verso di me e mentre gli dei chiamano a
cose superiori. Venga alle guerre il capo infiacchito da una lunga pace con un
esercito improvvisato e le fazioni togate e Marcello loquace ​(Console Marco Claudio
Marcello, amico di Catone e ostile a Cesare, Cicerone si adoperò per farlo richiamare
dall’esilio) e vuoti nomi, i Catoni. Certamente gli esotici ​(clientele orientali di Pompeo
procurate durante la guerra con Mitridate)​ e corrotti clienti

(315) sazieranno Pompeo per molti tempi con un potere ininterrotto! ​(avere queste
clientele corrotte fa sembrare a Pompeo di essere ancora potente) ​Egli guiderà i carri non
avendolo permesso ancora gli anni ​(Pompeo celebrò la vittoria sui nemici del dittatore
Silla in Africa a 26 anni ma il diritto di celebrare il trionfo non era permesso prima dei 30
anni)​; egli una volta usurpati gli onori, mai vi rinuncerà. Perchè ormai (dovrei)
lamentar(mi) (delle) le terre soppresse in tutto il mondo e la fame costretta a servire
(Pompeo)? ​(Pompeo per far fronte ad una grave carestia a Roma aveva proceduto a
massicce requisizioni di grano nelle province) ​Chi non conosce

(320) gli accampamenti mescolati nel foro timoroso, quando le spade


lampeggiando/che brillano tristemente cinsero con un’insolita corona un tribunale
impaurito, avendo i soldati osato irrompere nel mezzo delle leggi, le insegne
pompeiane circondarono il reo Milone? ​(Processo contro Milone, patrizio anticesariano,
accusato dell’omicidio di Clodio Pulcro, ex tribuno della plebe, fu difeso da Cicerone che
però non riuscì a parlare emozionato dalla presenza dei soldati che Pompeo aveva mandato
attorno al Foro. Milone fu mandato in esilio) ​anche ora affinchè la vecchiaia privata (da
privato cittadino) non lo renda stanco,
(325) prepara guerre nefande solito alle armi civili e abile aveva vinto Silla maestro di
scelleratezze ​(la carriera di Pompeo era iniziata con la partecipazione alle repressioni
sillane)​; e come mai le tigri feroci deposero il furore, le quali nel bosco dell’Ircania
(Ircania a sud est del mar Caspio, menzionata soprattutto per le tigri feroci che la abitavano)​,
mentre cercano le tane delle madri, l’abbondante sangue degli armenti uccisi le nutre,

(330) così anche per te, o Magno, con l’abitudine a lambire la spada sillana, resta la
sete. Nessun sangue una volta assaporato con la bocca permette che le fauci
sporcate si calmino. Tuttavia un così lungo potere quale fine troverà? Qual è il
limite/la misura dei delitti? O empio, ormai

(335) quel tuo Silla ti insegni almeno a scendere ​(allusione all’abdicazione di Silla dalla
carica di dittatore nel 79aC) da questo potere. Dopo i Cilici erranti ​(i pirati vinti da Pompeo
avevano le loro basi nella Cilicia, regione in Asia minore) ​e le battaglie pontiche del re
stanco ultimate a stento per il veleno barbarico (Il re Mitridate per timore di essere
avvelenato non si fidava più dei suoi più vicini, iniziò ad assumere veleno ogni giorno a
piccole dosi e da questo viene il termine tecnico in medicina “mitridatizzazione”. Mitridate
morì decapitato) ​Cesare sarà consegnato come ultima provincia a Pompeo ​(Cesare
parla di sè in terza persona in forma passiva, poi in prima persona all’attivo)​, poichè,
comandato a deporre le aquile vittoriose, non avrò obbedito?

(340) Se la ricompensa delle fatiche mi è stata sottratta, siano concessi almeno a


costoro non con il comandante i premi di una lunga guerra; questo esercito trionfi
sotto qualunque (guida). Dove la vecchiaia esangue porterà se stessa dopo le guerre?
Quale sede ai congedati? Quali campi saranno assegnati,

(345) che il nostro veterano arerà? Quali mura (saranno date) agli stanchi? O forse
meglio, o Pompeo, i pirati diventeranno contadini ​(ad alcuni pirati fatti prigionieri Pompeo
aveva distribuito delle terre in Cilicia per trasformarli in coltivatori)​? Sollevate le insegne già
una volta vittoriose, sollevate(le); bisogna usare le forze che conquistammo. Colui
che nega le cose giuste tutto concede a chi possiede le armi. Non (ci)
abbandoneranno gli dei;

(350) infatti nè il bottino nè il potere è ricercato dalle mie armi: strappiamo i padroni
alla città pronta a servire”. ​(finisce il discorso di Cesare) ​(così) Aveva detto; ma la
truppa esitante mormora dubbi tra sè non con un chiaro brusio. la Pietas (​devozione, i
romani intendo la pietas di Enea. Dal punto di vista orizzontale è il sentimento di
benevolenza e rispetto tra tutti gli esseri umani, dal punto di vista verticale, da un lato è
provato verso gli antenati e i superi e gli inferi dei che si trovano in alto e nell’Ade​) e i patrii
penati nonostante la strage rompono le menti fiere e gli animi argogliosi;

(355) ma sono richiamati da crudele amore delle armi (della spada) e dalla paura del
comandante. Allora Lelio portando i gradi di primipìlo ​(primo giavellotto, centurione di
grado più elevato della legione, al comando del primo manipolo della coorte che rivestiva un
ruolo di intermediario fra il generale e la truppa) ​e (portando) le onoreficenze di un dono
meritato, (portando) la quercia/la corona ​(​la corona ​di fronde di quercia veniva assegnata
a che aveva salvato in combattimento un cittadino romano. La decorazione di Lelio contrasta
con il suo discorso che incita a guerreggiare proprio contro i concittadini) che annuncia i
riconoscimenti di un cittadino salvato: “Se è consentito”, esclama, “O suprema guida
del nome Romano,

(360) ed è giusto esprimere(mi) (con) parole sincere: ci lamentiamo perchè una lunga
pazienza ha trattenuto le tue forze. Ti era mancata la fiducia di (in) noi? Finchè il caldo
sangue muove questi corpi che respirano, e finchè le forti braccia sono capaci di
scagliare giavellotti.

(365) Sopporterai (II pers sing. fut semp) la toga indegna ​(si riferisce probabilmente a
Pompeo) e il potere del senato? E’ deplorevole fino a tal punto vincere in un guerra
civile? Guidaci (impera pres), orsù, attraverso le popolazioni della Scizia, attraverso i
lidi inospitali delle Sirti ​(sono due insenature)​, attraverso le torride sabbie della Libia
assetata (che ha sete): questa mano per lasciare dietro le spalle il mondo vinto,

(370) Ha battuto con il remo le gonfie onde dell’oceano, e ha infranto il Reno


schiumante sotto il cielo nordico. E’ necessario per me tanto poter seguire gli ordini
quanto voler (seguire gli ordini). Non è un mio concittadino contro il quale avrò udito
le tue trombe, o Cesare, attraverso le insegne vittoriose per dieci (anni) con
campagne militari

(375) e attraverso i tuoi trionfi su qualsiasi nemico, giuro; se mi ordinassi di affondare


la spada nel petto del fratello e nella gola del padre e nel ventre (viscere) della moglie
gravida per il parto, tuttavia eseguirei/eseguirò (fut o cong pres) tutte queste cose con
la mano malvolentieri; se (mi ordinassi) di spogliare gli dei e appiccare il fuoco ai
templi,

(380) la fiamma della moneta castrense mescolerà (fonderà) i numi (le statue degli dei)
(probabilmente si riferisce al tempio di Giove moneta (ammonitrice), posto sul Campidoglio,
diede il nome alla zecca di Roma. Qui allude alla facoltà dei comandanti militari, in caso di
necessità di coniare moneta per i bisogni delle truppe “Moneta castrensis”, facoltà che fu
esercitata da Cesare quando prese possesos di Roma insieme all’uso di fondere statue di
divinità conservate nei templi per procurarsi materiale per coniare monete)​; se (mi
ordinassi) di porre gli accampamenti presso le onde dell’etrusco Tevere ​(Thybridis:
nome etrusco del Tevere) ​verrò/verrei audace misuratore ​(colui che segna i confini) ​nei
campi dell’Esperia; qualunque muro tu voglia abbattere nelle fondamenta, l’ariete
spinto da queste braccia spargerà le pietre,

(385) sebbene (=licet) quella, la città che tu avrai/avessi ordinato di distruggere fino in
fondo, sia Roma”. A queste (parole) tutte le corti insieme/simultaneamente
assentirono e alzate le mani in alto si impegnarono verso qualsiasi guerra li
chiamasse. Va verso il cielo un tale clamore quale quanto il tracio Borea piombò sulle
rocce dell’Osso che genera pini ​(la Tracia si trovava tra la Macedonia e il mar Nero, qui
indica convenzionalmente il nord est, da cui soffia Borea. Ossa era un massiccio montuoso
in Tessaglia, dalle pendici ricche di boschi)

(390) produce un suono sul tronco piegato della selva schiacciata o che ritorna di
nuovo verso il cielo. Cesare, appena vide la guerra accolta dall’esercito così pronto e
che i fati incalzavano affinchè per qualche debolezza (Cesare) non si ostacoli (il
corso della) la fortuna
(395) evoca le coorti sparse per i campi gallici e mosse le insegne da ogni parte si
dirige verso Roma. Abbandonarono le tende piantate nel bacino Lemanno e gli
accampamenti che erti sulla sponda inclinata dei Vosgi ​(catena montuosa Alsazia a est
del Reno divideva la Gallia Belgica dalla Gallia superiore) ​frenavano i combattenti Lingoni
dalle armi variopinte.

(400) Questi lasciarono i guadi ( le acque) dell’Isara, che è condotto per così tanto
(spazio) con le sue acque (sing), si dilegua in un fiume di fama maggiore, non portò
(avanti) il nome verso le acque del mare. I biondi Ruteni ​(abitanti Gallia) sono liberati
dalla lunga guardia; il tranquillo Atace si rallegra di non sopportare le navi latine ai
confini e il Varo dell’Esperia, esteso il confine,

(405) e dove il porto consacrato al dio Ercole ​(porto di Monaco) ​chiude il mare con una
rupe cava (nè il cauro o lo zefiro hanno potere contro quello; solo circio turba le sue
coste e ostacola nel sicuro approdo di Monaco/​ostacola le postazioni sicure nel luogo
di ancoraggio di Monaco)​ ; - e dove sta il dubbioso lido che la terra e il mare
rivendicano con sorti/posti/ turni alterne/i,

(410) quando l’immenso Oceano si riversa o quando si allontana con le onde


fuggitive. Così il Vento che procede dall’estremo polo nord faccia girare/riecheggiare
e abbandoni il mare, o l’onda della vagante Teti mossa da una stella favorevole ribolla
nelle ore di luna,

(415) ​(esposizione ipotesi origine delle maree) o l’ardente Titano, affinchè assorba le
onde che aumentano/ si nutrono, sollevi l’Oceano e porti i flutti alle stelle, cercate, la
fatica agita queste cose del mondo, ma tu ti nascondi sempre a me, qualunque causa
tu sia, provochi moti così frequenti come vollero gli dei.

(420) Allora fa avanzare le insegne colui che occupa i campi di Nemete ​(Nemeti popolo
gallico) e le rive di Aturi ​(fiume in Gallia) ​dove (la regione) dei Tarbelli chiude
dolcemente con un lido curvo il mare scatenato e allontanato il nemico gioiscono i
Santoni e i Bituri e i Suessoni leggeri dalle lunghe armi​. e il Leuco e il Remo ottimi nel
colpire con il braccio ,

(425) il popolo dei Sequani eccellenti nel maneggio con le briglie curve, e il Belga
abile maestro del carro da guerra insegnato e gli Averni osarono fingersi fratelli per il
Lazio, popoli dal sangue troiano, e i Nervi (sing) troppo ribelli e il (popolo) macchiato
dall’accordo di Cotta ucciso

(430) e coloro che ti imitano, o Sarmata, con larghe braghe, i Vangioni, e i truci Batavi,
che le trombe dal curvo bronzo eccitarono risuonando dove scorre il Cinga con le
acque (sing), dove il Rodano trascina l’Arari rapito in mare con onde veloci,

(435) dove un popolo erto sui monti altissimi abita le Cevenne che pendono dalla rupe
bianca. I Pittoni immuni (da tasse) coltivano i propri campi; gli accampamenti
confinanti non circondano più i nomadi Turoni. L’Ando ​(popolo, gli Andi) stanco di
marcire tra le tue nebbie, o Meduana ​(fiume)​, ormai è rinnovato dalla placida onda
della Loira.
(440) La celebre Genabo ​(capitale Carnuti) ​è slegata dalle schiere cesariane. Anche tu,
o Treviro ​(città di Augusto nella Gallia belgica dei treviri) allietato che le battaglie si
spostino e Ligure ora rasato, un tempo ornato con capelli fluenti sul collo (pendici),
preferito di tutta la Chiomata ​(Gallia centrale, in riferimento alle lunghe capigliature dei
popoli celti)​;

(445) e Teutate impietoso è placato da quelli con il sangue crudele e l’orrendo Eso nei
selvaggi santuari e tarani non più mite sull’altare della Diana Scitica. Anche voi
poeti/vati, rimandaste con lodi nel lungo tempo le anime forti uccise in guerra, o Bardi
sicuri diffondeste moltissimi canti. ​(Bardi: termine celtico per designare i cantori e i poeti
che celebravano le gesta degli eroi accompagnandosi con la lira)

(450) E anche voi druidi ​(sacerdoti dei Galli che immolavano vittime umane per predire il
futuro nei boschi sacri di querce) ​riprendeste riti barbarici e il sinistro costume dei
sacrifici, dalle armi deposte (dal giorno della resa). A voi soli è dato aver conosciuto
gli dei e i numi del cielo o a (voi) soli è dato ignorarli; abitate boschi profondi nelle
foreste remote; le ombre non cercano

(455) le silenti sedi dell’Erebo e i pallidi regni di Dite sotterraneo nelle vostre dottrine/
secondo le vostre dottrine: ​(secondo Cesare i druidi insegnavano la dottrine della
trasmigrazione delle anime) ​lo stesso spirito regge le membra in un altro modo; se
cantate cose conosciute, la morte è metà di una lunga vita. Certamente i popoli, che
l’orsa maggiore guarda felici nella loro illusione/nel loro errore, i quali non li assilla

(460) più quel più grande dei timori,il timore della morte. Da ciò l’anima ben disposta
negli uomini di gettarsi sulla spada e cuori capaci di morte (di morire), e è ignavo
(ignavum este) a risparmiare una vita destinata a ritornare/ che sta per ritornare. E voi
schierati ad allontanare dai Belgi i chiomati Caici, ​(popolazione germanica) ​vi dirigete a
Roma e

(465) lasciate le selvagge rive del Reno e un mondo aperto alle popolazioni. Cesare,
quando le immense forze, riunita l’energia diedero fiducia di osare imprese maggiori,
dilaga per tutta l’Italia e occupa le mura vicine. La gloria/fama menzognera/vana si
aggiunse anche ai fondati timori

(470) e invase gli animi del popolo e portò la futura strage e veloce messaggera della
guerra che si affretta sciolse innumerevoli lingue per le false notizie. C’è chi riferisca
(riferisce) che torme si avventavano audaci nelle battaglie, dove si estende Mevania
(città presso Foligno nota per i suoi allevamenti bovini) ​con i campi ricchi di tori,

(475) e che le cavallerie barbariche del crudele Cesare percorrevano; dove il Nera
(fiume) scivola nel fiume Tevere, e che egli stesso conducendo tutte le aquile e le
insegne riunite avanzava con folte schiere non con una marcia (ordinata). Non vedono
quale (lo) ricordano:

(480) e agli animi apparve/venne incontro selvaggio e più grande/immenso e più


crudele del nemico vinto. (si dice) che i popoli che si trovano tra il Reno e le Alpi
seguano questo dietro, e strappati dai confini nordici e dalla patria sede/dimora, e (si
dice che) si ordinò/ fu ordinato che Roma venisse saccheggiata (Roma ordinata di
essere saccheggiata) dai popoli feroci con/mentre il (popolo) Romano che
guardava/assisteva. Così ciascuno con il temere/con l’avere paura (pavendo=gerund
io) da’ forze alla fama,

(485) e senza nessun auftore di misfatti/mali temono le cose che immaginarono. Non
si spaventa solo il popolo percosso dall’inutile/vuoto timore, ma (anche) il senato e gli
stessi padri balzarono dai seggi, e il senato fuggendo affida i decreti odiosi di guerra
ai consoli.

(490) Allora incerti cerchino i luoghi sicuri e lascino i luoghi da temere: spingono il
popolo precipitoso dove lo slancio della fuga ha portato ognuno, incalza una folla
avventata, e prorompono dense colonne ferme in lunga serie; crederesti che o le
fiaccole empie abbiano attaccato le case/attaccate alle case,

(495) o che le case scuotendo(le) già la rovina vacillando cadano; così la folla
impazzita per la città con passo veloce, come se l’unica speranza agli eventi
miserabili fosse abbandonare le mura patrie, si affretta avventata. Come, quando il
torbido austro respinse l’immenso mare dalle Sirti Libiche

(500) e i pesi distrutti dell’albero velifero (portatore di vela) rimbombarono,


abbandonata la nave il maestro (timoniere) e il marinaio si gettano nelle acque, e non
ancora dispersa la struttura della nave ciascuno compie il naufragio per sè; così
abbandonata la città si fugge verso la guerra. Ormai il debole padre

(505) non fu in grado di richiamare nessuno in tempo o la sposa con le lacrime (fu in
grado di richiamare) il marito, o i patri lari, (li) trattennero mentre avevano cominciato
preghiere di dubbia salvezza; nessuno si fermò sulla soglia, e si allontanò soddisfatto
nella visione forse allora ultima della città amata; si precipita implacabile il popolo.

(510) O dei favorevoli nel dare le cose migliori e difficili nel salvaguardare le stesse!
Vili mani lasciarono facile preda, per Cesare che sta per arrivare, una città affollata
per i popoli e per le genti soggiogate e adatta (ad accogliere) il genere umano ​(capace
del genere umano), se la folla si raccogliesse. Quando pressato dal nemico il soldato
romano

(515) è chiuso in terre straniere, fugge i pericoli notturni in uno stretto vallo, e un
argine improvvisato con la protezione di una zolla strappata offre sogni sicuri
/tranquilli nelle tende: tu Roma, soltanto ascoltata la parola delle guerre (guerra), sei
abbandonata;

(520) nemmeno una notte è stata affidata alle tue mura. Tuttavia deve essere dato il
perdono, deve essere dato il perdono di paure tanto grandi: essendo fuggito Pompeo
temono. Allora affinchè la speranza del futuro non sollevi neppure gli animi trepidanti,
sono state aggiunte chiare prove di un destino peggiore, e gli dei minacciosi

(525) riempirono con prodigi le terre, i cieli, il mare. Le oscure notti videro stelle
sconosciute e il cielo ardente per le fiamme e luci/fiaccole (meteore) volanti oblique
attraverso il cielo vuoto e la coda (scia) dell’astro da temere e la cometa che muta i
regni (i poteri) sulle terre (​Era opinione diffusa che il passaggio di una cometa
snnuncaisse sconvolgimenti politici o la morte di personaggi)​.

(530) I fulmini divamparono fitti nel sereno ingannevole e il fuoco nell’aria tesa diede
forme varie: ora come un dardo con una lunga luce, ora come una torcia con luce
sparsa. Sfavillò fulmine silenzioso nel cielo senza alcuna nube e strappando il fuoco
dalle zone settentrionali

(535) percorse la vetta Laziare ​(Cesare paragonato ad un fulmine si era mosso contro
Roma. Vetta laziare: sommità su cui sorgeva il tempio di Giove laziare) e le stelle minori
solite di notte a precipitare nel vuoto, percorsero il tempo nel mezzo del giorno (si
mostrarono in pieno giorno), allora Febe raccolto il corno mentre con tutto il disco
rifletteva/rispecchiava il fratello, percossa dall’improvvisa ombra delle terre impallidì.
(Eclissi lunare: la terra che si frappone tra il sole e la luna oscura parzialmente quest’ultima.

(540) Lo stesso Titano (sole) quando sollevava il capo nel mezzo dell’Olimpo ​(punto
centrale dello zodiaco, lo zenit, quindi a mezzogiorno)​, nascose i carro ardenti in una
nebbia scura e avvolse con le tenebre il mondo e obbligò le genti a disperare il giorno
(perdere la speranza del giorno); come Tieste di Micene (i fatti relativi a Tieste: nom
plu) portò la notte essendo fuggito il sole verso l’origine (da occidente a oriente)
(Tieste mangiò in un banchetto i figli che il fratello Atreo, re di Micene, gli aveva
nascostamente imbandito. Il Sole inorridito invertì il suo corso e gettò la città nelle tenebre)​.

(545) Il feroce Mulcibero (Vulcano, dio del fuoco) ​aprì le fauci del siculo Etna, e non
diresse le fiamme verso il cielo, ma il fuoco con una punta ricurva si abbattè sul lato
esperio ​(lato rivolto all’Italia e alla costa calabra). La fosca Cariddi torse/ruotò il mare
sanguinoso dal fondo. Cani selvaggi latrarono dolorosamente. Il fuoco rapito alla
Vestale dall’altare,

(550) e la fiamma che mostra le ultimate (Ferie) Latine ​(cerimonia religiosa presso il
tempio di Giove Laziare in memoria dell’alleanza fra Roma e le città latine. Terminava con
un sacrificio notturno)​, è scissa in (due) parti e si alza con una duplice punta avendo
imitato i roghi tebani ​(dalla pira funebre dei figli di Edipo Eteocle e Polinice da cui si alzò
una fiamma divisa a dimostrazione di odio imperituro)​. Allora la terra si abbassò sull’asse,
le Alpi sciolsero la vecchia neve dalle vette vacillanti. Teti con onde maggiori

(555) riempì l’Esperia Calpe e il grande Atlante ​(le due estremità delle colonne d’Ercole:
rocca di Gibilterra, Calpe in Spagna, e la catena montuosa di Atlante in Marocco).
Accettiamo che gli dei indigeti ​(appellativo con cui venivano indicate le antiche divinità
romane protettrici della città, in contrapposizione con le divinità importate. Che piangessero
era considerato un cattivo presagio) ​piansero e che i lari predissero con il liquido
(lacrime) la sciagura della città e le offerte cadute dai loro templi, uccelli feroci
offuscarono/deturparono il giorno, e abbandonate le foreste di notte

(560) posero ardite tane nel cuore/mezzo di Roma. Allora le semplici voci delle bestie
(si avvicinarono) ai mormorii umani, e le nascite mostruose degli uomini sia per
numero sia per forma di membra, e il proprio figlio atterrì la madre; gli oracoli crudeli
della sibilla (vatis) Cumana sono diffusi per il popolo. ​(si tramandava che i libri sibillini
furono custoditi nel tempio di Giove Capitolini e la loro consultazione era riservata ai
Quindecemviri nei momenti di pubblica calamità solo per approvazione del senato.)

(565) Allora Bellona ​(i Bellonari sacerdoti di Bellona, divinità italica della guerra, durante i
loro riti si tagliuzzavano braccia e gambe) crudele con le braccia ferite eccita coloro che
annunciarono gli dei, e i Galli ​(sacerdoti della dea frigia Cibele, si eviravano con un
falcetto,Lucano qui sembra alludere ai Crueti che scuotevano il capo) ​ruotando la chioma
insanguinata ulularono sventure ai popoli. Le urne piene di ossa ammassate (abl plu)
gemettero. Allora furono uditi un fragore di armi e voci possenti per i luoghi deserti

(570) dei boschi e ombre che vengono vicino, e coloro che coltivano i campi uniti alle
mura lontane, fuggirono. Una gigantesca Erinni circondava la città scuotendo un pino
inclinato con la cima in fiamme e le sibilanti chiome ​(le chiome erano cinte da serpenti) ,
come l’Eumenide incoraggiò la Tebana Agave ​(Agave madre di Penteo in preda a delirio
orgiastico suscitato da Dioniso fece a pezzi il figlio che si era opposto al culto del dio)

(575) o (come) indirizzò i colpi del crudele Licurgo ​(Licurgo re di Tracia per lo stesso
motivo fu accecato e spinto a uccidere il figlio) ​o come Alcide temette Megera su ordine
dell’ostile Giunone atterrì l’Alcide (​Giunone per vendicare l’adulterio del marito inviò
Megera, una delle erinni, contro Ercole, detto Alcide, che lo fece impazzire e così sterminò la
sua famiglia. Ercole era sceso negli inferi (Dite) per incatenare Cerbero)​, già vista Dite
(anche se aveva già visto Dite). Risuonarono le trombe, e la nera notte produsse nelle
arie silenziose tanto, quanto le corti si scontrano con frastuono.

(580) Si videro risalire dal centro del Campo i mani Sillani, predire sinistri responsi, ​(la
serie dei prodigi si conclude con l’apparizione di Mario e Silla. La salma di Silla era stata
cremata con pubblici onori nel Campo Marzio, mentre il cadavere di Mario era stato
dissepolto per ordine di Silla e gettato nell’ Aniene, affluente del Tevere.) ​e i contadini,
infranto il sepolcro, fuggirono Mario (alla vista di Mario) che sollevava il capo presso
le fredde onde dell’Aniene. Per queste cose piacque/ si ritenne opportuno convocare i
vati etruschi secondo l’antica usanza ​(l’Etruria era la patria dell’aruspicina, arte di trarre
presagi dall’osservazione di fulmini e viscere di animali sacrificati)​.

(585) il più vecchio di loro Arrunte ​(nome etrusco, forse ideato da Lucano sulla base di un
personaggio virgiliano fu ripreso da Dante) che abitò le mura della deserta Lucca,
esperto (seguono accusativi) dei moti del fulmine e delle calde vene delle fibre e i
presagi dell’ala (uccelli) errante nel cielo ordina per prima cosa di prendere i mostri
che

(590-595) la natura discorde/disarmonica aveva generato senza alcun seme, e (ordina)


di bruciare con infauste fiamme gli orrendi feti dall’utero sterile. E poi ordina anche
che tutta la città sia attraversata dai cittadini impauriti e ordina che/ i sacerdoti, a cui è
concesso il potere della sacralità, cingano il lungo pomerio lungo (per) gli estremi
confini (dell’Urbe) purificando le mura con una processione solenne ​(la “lustratio” è una
celebrazione molto antica. La prima fu la “lustratio agri” dove compare il “carmen fratrum
Arvalium”)​.

(596) la piccola folla segue succinta per il rito Gabino ​(al modo di Gabi, un’antica città
laziale i cui abitanti erano famosi per il modo di vestire *vedi nota più in là)​, e la
sacerdotessa ornata con bende (in testa) conduce il coro delle Vestali ​(unico collegio
sacerdotale femminile, per farne parte bisognava provenire da una famiglia aristocratica. Le
vestali avevano il compito di sorvegliare il fuoco sacro nel tempio di Vesta, simbolo del
potere dell’eternità di Roma)​, a lei soltanto è lecito (fas est) aver visto (vedere) la troiana
Minerva ​(il Palladio statua che Enea, fuggendo da Troia aveva portato con sè, secondo una
leggenda custodita in una cella segreta del tempio a cui solo la sacerdotessa maggiore
poteva accedere)​; e poi (seguono) coloro che custodiscono i presagi degli dei e i
segreti oracoli (​libri sibillini, carmi difficili da interpretare. Cicerone denuncia la
strumentalizzazione politica dei libri sibillini​)

(600) e richiamano Cibele purificata nel piccolo Almone, (piccolo affluente del Tevere) e
l’augure esperto nell’osservare gli uccelli da sinistra (di cattivo augurio) e il
settemviro festoso con i banchetti (che celebra i sacri banchetti) e i Tizi sodali e il
Salio che reca gli scudi sacri sul collo lieto ​(secondo la tradizione piovvero dal cielo
dodici scudi mandati da Marte e furono raccolti dal collegio dei sacerdoti Sali. durante le
cerimonie recitano a passo di danza il “carmen saliare”,saliare significa saltare) e il Flamine
che innalza il copricapo sulla nobile fronte. ​(sacerdoti che indossavano un copricapo
appuntito che si chiama “apex”, rappresenta il sommo potere, i flamina più importanti sono
quelli preposti al culto di Giove, Marte e Quirino)

(605) Mentre quelli circondano la città estesa nei lunghi anfratti, Arrunte raccoglie i
fuochi dispersi di un fulmine e li nasconde alla terra (li seppellisce) con un lugubre
mormorio ​(formula religiosa) ​e dà/affida il nume ai luoghi, (invoca protezione divina sui
luoghi) allora avvicina un maschio (toro) dal collo superbo/scelto ai sacri altari. Già

(610) aveva iniziato a versare vino e stende sopra le farine con un coltello obliquo, la
vittima a lungo insofferente del sacrificio non gradito, mentre (cum) i sacerdoti
succinti ​(allusione al cinctus Gabinus, cintura formata da una toga rialzata sulla spalla e
annodata intorno ai fianchi, per consentire maggiore libertà di movimento, veniva indossata
durante le cerimonie sacrificali) gli abbassavano le corna minacciose, piegato il
ginocchio (piegate le ginocchia) offriva il collo vinto. Ma non brillò/scaturì il solito
sangue, ma dall’ampia ferita al posto del sangue rosso

(615) è sgorgato/versato un umore crudele/funesto. Arrunte impallidì sgomento per i


sacrifici funesti e nelle viscere strappate cercò l’ira dei superi. Il colore stesso atterrì il
vate; infatti un livore (colore scuro) molto ampio colorava con sangue macchiato

(620) le pallide viscere tinte con segni scuri e infette/corrotte di sangue freddo.
Osservò il fegato fradicio di marciume/​guasto per il marciume e ​ vide le vene
minacciose dalla parte ostile/infausta ​(secondo l‘aruspicina i due lobi del fegato
rappresentavano una parte favorevole e una infausta.) la fibra del polmone che anela
(privo di respiro) è nascosta e un sottile solco taglia le parti vitali. Il cuore giace/è
fermo e attraverso le ferite/pieghe aperte le budella emettono un siero

(625) e gli intestini svelano i loro nascondigli. E segnale funesto che non apparve
senza danno in nessuna viscera, (plurale) ecco vede crescere la grandezza di un’altra
testa sul capo delle fibre; (sul fegato) una parte penzola malata e putrescente, una
parte guizza/palpita e mostruosa muove le vene con una pulsazione veloce. ​(Il prodigio
descritto è figura del conflitto civile, le due parti corrispondono a Pompeo e Cesare: su
Pompeo che ormai pende inerte, cresce la mole di Cesare.)

(630) Quando da questi comprese i destini di grandi sventure , esclama: “A malapena


è consentito, o dei, che io riveli ai popoli, qualunque cosa muovete; infatti non per te,
o sommo Giove, ho compiuto ​(litavi: il litare è il canto specifico del sacerdote che compie il
sacrificio, da qui viene l’attuale litania) questo sacrificio; gli dei inferi vennero nel petto
del toro ucciso. Temiamo cose che non si possono dire (indicibili),

(635) ma verranno cose più grandi da temere​. Gli dei rendano favorevoli le cose viste,
e non ci sia nessuna fiducia nelle fibre, ma Tagete fondatore dell’arte ​(aruspicina: arte
di leggere le viscere) abbia inventato (in senso negativo) queste cose.” Così l’etrusco
vaticinava avvolgendo (involvens) presagi tortuosi nascondendo/occultando (tegens)
molte cose con un giro di parole (ambage). Ma Figulo, che aveva l’occupazione di
conoscere gli dei e i segreti del cielo, ​(Nigidio Figulo esponente del neopitagorismo
romano fu avversario di Cesare che lo mandò in esilio, scrisse molte opere di grammatica,
astronomia e aruspicina. Si ha notizia di un suo trattato “De diis” “sugli dei”).

(640) che neanche l’Egizia Memfi avrebbe eguagliato nell’osservazione delle stelle e
nei ritmi che seguono gli astri, disse: “O questo mondo vaga attraverso l’eternità
senza alcuna legge e gli astri procedono/si muovono con un moto incerto, o se i fati
(li) muovono, ​(la prima ipotesi era sostenuta dagli epicurei che si affidavano al caso, la
seconda dagli stoici che ammettevano il determinismo) ​si prepara per Roma

(645) e per il genere umano una rovina immediata/pronta. Forse le terre si apriranno e
le città sprofonderanno, o l’aria torrida alzerà la temperatura? la terra infida negherà i
raccolti, o ogni acqua sarà mescolata a veleni versati? Quale genere di
strage/sventura, o dei, con quale flagello preparate

(650) la (vostra( furia? Infatti il Gli ultimi giorni dei molti si concentreranno in un unico
tempo/momento. Se la fredda stella nociva/ funesta di Saturno accendesse neri fuochi
nel sommo/alto cielo, ​(il pianeta Saturno secondo gli astrologi esercitava un flusso nefasto,
il colore abbinatogli era il nero) l’Acquario avrebbe rovesciato le piogge di Deucalione, e
tutta la terra si sarebbe nascosta in un’acqua estesa/abbondante. ​(Acquario era
considerata una costellazione portatrice di pioggia e domicilio di Saturno, pianeta umido.
Piogge di Deucalione: allusione al diluvio universale voluto da Giove per punire le iniquità
degli uomini in cui aveva trovato scampo solo Deucalione figlio di Prometeo.)

(655) Se ora, o Febo, premessi/ affliggessi il crudele leone di Nemea ​(l’uccisione del
leone di Nemea fu una delle fatiche di Ercole. Dopo l’uccisione ci fu una sorta di
catasterismo per cui divenne un segno zodiacale opposto alla costellazione dell’acquario)
con i tuoi raggi , gli incendi scorrerebbero/si diffonderebbero in tutto il mondo, e
l’etere acceso sarebbe divampato dal tuo carro. Questi fuochi cessano/mancano. Tu,
o Gradivo ​(appellativo di Marte, il pianeta aveva domicilio nel segno dello scorpione, Marte
in scorpione era considerato presagio di guerra) che infiammi il minaccioso scorpione
dalla coda ardente e bruci le chele,

(660) che cosa tanto grande, prepari? Infatti il mite Giove è trattenuto nel profondo
tramonto (metonimia occidente) e la stella di Venere benigna è debole e il veloce
Cillenio (Mercurio) è fermo nel moto, e il solo Marte possiede il cielo. ​(sono scomparsi i
pianeti dagli influssi benefici: Giove, Venere e Mercurio, quest’ultimo designato dal luogo di
nascita, il monte Cillene in Arcadia.) Perchè le stelle hanno abbandonato il loro percorsi
e le tenebre sono trascinate nell’universo

(665) e risplende troppo il fianco di Orione ​(era un cacciatore ucciso da uno scorpione, fu
trasformato nella costellazione omonima) ​che porta la spada? Incombe una furia di armi
e il potere della spada confonderà ogni diritto con la mano e la nefandezza e la
scelleratezza avranno il nome virtù (dat.poss) e questo furore durerà per molti anni. A
cosa serve chiedere ​(posco regge accusativo della cosa che si chiede e della persona a
cui si chiede)​ la fine agli Dei?

(Entra in scena una Menade che anticipa quelli che saranno i luoghi delle guerre civili e
quelle che seguiranno la morte di Cesare, che porteranno poi all’instaurarsi del regime
augusteo)

(670) Questa pace viene con un padrone ​(allusione ad Ottaviano Augusto, quindi
alluderebbe ad una denuncia della pax augustea)​. Conduci, o Roma, una continua
sequenza di mali e protrai la strage per molti tempi, (tu) libera ormai soltanto per la
guerra civile (dativo di vantaggio)”. ​(Si chiude la profezia di Nigidio Figulo con un aspro
rimprovero, in cui dice che Roma è causa dei suoi stessi mali.). ​Questi presagi avevano
abbastanza atterrito il popolo spaventato; ma più grandi/gravi incalzano/(lo)
opprimono. Infatti come una Menade ​(Edonis: le Menadi erano adoratrici di Dioniso il cui
culto era diffuso fra gli Edoni, popolazione della Tracia) ​discende dalla vetta del Pindo
(massiccio montuoso in Tracia)

(675) inebriata dall’Ogigio Lieo (​Lieo: colui che scioglie gli affanni, attributo di Dioniso di
cui un noto centro di culto era Tebe, la cui fondazione era attribuita al re Ogige)​, così una
matrona è trascinata per la città attonita, che rivela con queste parole Febo che le
sollecita il petto: “dove sono portata o Pean (Apollo)? In quale terra mi collochi (dopo)
avermi rapita sopra i cieli? Vedo il Pangeo ​(catena montuosa della Macedonia)

(680) bianco per le cime innevate e i larghi (campi di) Filippi sotto la rupe dell’Emo
(rilievo montuoso dei Balcani)​. Insegnami, o Febo, che follia è questa, per la quale le
schiere romane mescolano le armi e le mani ed è una una senza nemico. Dove sono
portata in luoghi lontani? Mi conduci nell’estremo oriente (primos ortus) dove il mare
si trasforma (passivo) nel gorgo del Nilo Lageo ​(parte costiera dell’Egitto. Pompeo
credeva di trovare accoglienza in Egitto perchè era amico del padre di Tolomeo e Cleopatra
ma così non fu infatti i consiglieri di Pompeo ritennero più conveniente allearsi con Cesare,
con un tranello attrassero e uccisero Pompeo nella città Pelusio, sulla foce del Nilo. Pompeo
fu decapitato il corpo gettato sulla spiaggia e la testa conservata, i consiglieri la diedero a
Cesare che si infuriò dicendo che Pompeo era un cittadino romano e non spettava loro
infilarsi in queste contese. Quest’uccisione così crudele fu il pretesto per scatenare la guerra
contro Tolomeo e così Cleopatra potè salire al trono. Dalla storia di Cesare e Cleopatra,
probabilmente nacque Caesarion=piccolo Cesare)​:

(685) io riconosco questo che giace come tronco deforme sulla sabbia del fiume.
Sono portata all’incerta Sirti ​(insenature insidiose della Sirtia perchè c’era poca visibilità
per la sabbia) sopra le acque e alla Libia che inaridisce ​(In Libia si svolgerà l’ultima
battaglia di Tapso, in seguito alla quale Catone l’uticense si darà la morte)​, dove la funesta
Enio ​(divinità greca della guerra) ha trasferito le schiere dell’ Emazia. Ora sono rapita (I
pers plu) sulle cime delle Alpi nuvolose e sugli aerei Pirenei. ​(Dopo queste guerre ce ne
sono altre. Cesare superò le Alpi e marciò lungo la costa mediterranea e proseguì
attraversando i Pirenei fino in Spagna perchè lì erano stanziate le legioni di Pompeo, Cesare
se le fece consegnare approfittando del fatto che Pompeo le stava solo richiamando)​.

(690) Ritorniamo nelle dimore della città patria, e le empie guerre si combattono nel
mezzo (all’interno) del senato. ​(la prima fase delle guerre civili si concluse con l’uccisione
di Cesare il 15 Marzo del 44 a.C nella curia di Pompeo, dove si era radunato il senato) Di
nuovo insorgono le fazioni, e nuovamente vado per tutto il mondo. Concedimi di
vedere lidi nuovi di mare e una nuova terra; già vidi, o Febo, Filippi”. ​(allude alla
seconda fase delle guerre fino alla vittoria di Ottaviano Augusto)

(695) Disse queste cose e abbandonata dal delirio stanco giacque.

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