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MATERA: LA STORIA

La Storia di Matera spesso si identifica con la storia dei Sassi.


Il nome “Sassi” identifica i due principali quartieri di cui è composto il centro storico
della città di Matera: la “Civita” ed il “Piano”. Si parla di “Sassi di Matera” proprio per
questa duplicità e non dal nome “sasso” associato ai locali ed alle abitazioni che
sorgono all’interno di tali quartieri.
Attorno alla “Civita” si sviluppano il Sasso Barisano ed il Sasso Caveoso.
Il Sasso Barisano, prende il suo nome proprio per la sua posizione. Essendo orientato
verso nord-ovest, prende il nome dalla città di Bari. Inizialmente rappresenta la parte
primaria dei sassi insieme alla Civita.

Il Sasso Caveoso, orientato verso sud, prende il nome dalla città di Montescaglioso,
nota nel medioevo come Mons Caveous. E’ caratterizzato da abitazioni scavate
all’interno del tufo, costruite l’una sopra l’altra. Con il materiale scavato si realizzava la
parte anteriore dell’abitazione, andando cosi a chiudere la “grotta”, di li il nome “casa-
grotta”. La disposizione di tali abitazioni ricorda la cavea di un teatro, con le case grotte
che scendono a gradoni verso la gravina. In origine la zona è secondaria rispetto alla
Civita e al Sasso Barisano, inizia a popolarsi soltanto a seguito di un forte flusso
immigratorio di popolazioni balcaniche nel corso del Cinquecento.
Matera è tra le più antiche città al mondo, i primi insediamenti risalgono tra il paleolitico
e neolitico. Molte delle case scavate all’interno della calcarenite, sono state vissute
senza interruzione dall’età del bronzo. La prima definizione di Sasso come rione
pietroso abitato risale ad un documento del 1204. Diversi sono infatti i popoli e le culture
che si sono susseguiti nel corso degli anni.
I Sassi sono un paesaggio culturale, per citare la definizione con cui sono stati accolti
nel Patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1993. Sono stati il primo sito iscritto
dell’Italia meridionale. L’iscrizione è stata motivata dal fatto che essi rappresentano un
ecosistema urbano straordinario, capace di perpetuare dal più lontano passato
preistorico i modi di abitare nelle caverne fino alla modernità. I Sassi
di Matera costituiscono un esempio eccezionale di accurata utilizzazione nel tempo
delle risorse della natura: acqua, suolo, energia. Nel rapporto della commissione che ha
verificato la rispondenza del luogo ai criteri di valutazione dell’UNESCO, la candidatura
di Matera risponde ai seguenti criteri:
« Criterio III: I Sassi ed il Parco delle chiese rupestri di Matera costituiscono una
eccezionale testimonianza di una civiltà scomparsa. I primi abitanti della regione vissero
in abitazioni sotterranee e celebrarono il culto in chiese rupestri, che furono concepite in
modo da costituire un esempio per le generazioni future per il modo di utilizzare le
qualità dell’ambiente naturale per l’uso delle risorse del sole, della roccia e dell’acqua.
Criterio IV: I Sassi ed il Parco delle chiese rupestri di Matera sono un esempio rilevante
di un insieme architettonico e paesaggistico testimone di momenti significativi della
storia dell’umanità. Questi si svolgono dalle primitive abitazioni sotterranee scavate
nelle facciate di pietra delle gravine fino a sofisticate strutture urbane costruite con i
materiali di scavo, e da paesaggi naturali ben conservati con importanti caratteristiche
biologiche e geologiche fino a realizzare paesaggi urbani dalle complesse strutture.
Criterio V: I Sassi ed il Parco delle chiese rupestri di Matera sono un rilevante esempio
di insediamento umano tradizionale e di uso del territorio rappresentativo di una cultura
che ha, dalle sue origini, mantenuto un armonioso rapporto con il suo ambiente
naturale, ed è ora sottoposta a rischi potenziali. L’equilibrio tra intervento umano e
l’ecosistema mostra una continuità per oltre nove millenni, durante i quali parti
dell’insediamento tagliato nella roccia furono gradualmente adattate in rapporto ai
bisogni crescenti degli abitanti. »
 

Curiosità sui Matera


I vicinati, costituiti da un insieme di abitazioni che affacciano su uno stesso spiazzo,
spesso con il pozzo al centro, erano il modello della vita sociale, della solidarietà e della
collaborazione dei Sassi. Il pozzo comune dove si lavavano i panni, il forno dove si
impastava il pane facevano del vicinato la cellula fondamentale dell’organizzazione
comunitaria. Nelle case, la luce arriva dall’alto e la temperatura è costante a 15 gradi,
con la massa termica del tufo marino che funziona da climatizzatore. Se i raggi del sole
d’estate, perpendicolari e roventi, rimangono fuori, d’inverno, obliqui, scivolano sul fondo
delle grotte. Questo degradare e sovrapporsi di case e casette, è solo apparentemente
caotico, perché poi risulta costruito con molti accorgimenti. Ma la discesa nei Sassi è
una sorpresa continua. Tra viottoli e gradini si arriva in formidabili complessi monastici
scavati nella roccia, Cenobi benedettini e laure bizantine, in cui le celle di monaci si
stringono intorno a una chiesa sotterranea.
 

Lo sfollamento dei Sassi di Matera

La vergogna d’Italia
Per il viaggiatore che visita i Sassi di Matera per la prima volta, risulta difficile pensare
che la storia di Matera comprenda un periodo tremendo che l’ha portata addirittura ad
essere definita la vergogna d’Italia. C’è stato un periodo durante il quale Matera era
totalmente isolata dal resto del mondo, un periodo che l’ha segnata profondamente e
ne ha delineato uno sviluppo lento ed eccessivamente tardivo.
I Sassi di Matera vennero definiti dalla sorella di Carlo Levi il “cratere infernale”, a causa
della vita misera contadina, ma al suo arrivo lui la descrisse con queste parole: “Nelle
grotte dei Sassi si cela la capitale dei contadini, il cuore nascosto della loro antica civiltà.
Chiunque veda i Sassi di Matera non può non restarne colpito tanto è espressiva e
toccante la sua dolente bellezza”
La denuncia di Carlo Levi portò i Sassi di Matera al centro dell’attenzione nazionale. La
politica italiana iniziò ad interessarsi alla questione, il leader del partito Comunista
italiano Palmiro Togliatti per primo giunse nel capoluogo lucano nel 1948 per
guardare con i propri occhi gli ambienti malsani in cui gli abitanti erano costretti a vivere
in compagnia delle bestie. Senza mezze parole definì i Sassi “Vergogna nazionale”, un
male da estirpare con la forza bruta per restituire dignità alle persone. Altri intellettuali si
interessano alla vicenda, parliamo ad esempio di Tommaso Fiore, Francesco
Compagna, Manlio Rossi ed il sociologo americano George Peck.

Nel luglio del 1950 il primo ministro Alcide De Gasperi fece visita ai Sassi di Matera e
nei mesi successivi incaricò il ministro lucano Emilio Colombo di studiare un disegno di
legge per favorire il risanamento e la soluzione del problema dei Sassi. Il 17
maggio 1952 lo Stato Italiano, per mano di De Gasperi e su suggerimento del ministro
Colombo, con la “Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi  di Matera” impose a due
terzi degli abitanti della città, circa diciassettemila persone, di abbandonare le proprie
case per trasferirsi nei nuovi rioni: “Lo Stato assume a suo carico la spesa per il
risanamento dei quartieri Sasso Caveoso e Sasso Barisano dell’abitato di Matera e per
la costruzione di case popolari particolarmente adatte per contadini, operai ed artigiani,
in sostituzione di quelle attualmente esistenti in detti quartieri che saranno dichiarate
inabitabili ed abbattute”.

I Sassi furono praticamente svuotati, divenendo una città fantasma a margine della città
nuova. Gli abitanti ottennero case nuove e la promessa di un appezzamento di terra da
coltivare, pagando canoni di affitto irrisori in cambio della cessione delle loro vecchie
abitazioni al demanio. Degrado ed abbandono presero il posto della vita nelle grotte e
nelle chiese, mentre la città si espandeva sul piano nei quartieri nuovi secondo il Piano
Regolatore.
La grande spinta che ha accelerato il processo di risanamento e riqualificazione della
parte vecchia di Matera è stata data dall’UNESCO che nel 1993.

Il 9 dicembre a Cartagena hanno dichiarato i Sassi Patrimonio Mondiale dell’Umanità, il


sesto sito italiano ad entrare a far parte di questo speciale elenco, il primo dell’Italia
meridionale, il primo sito ad essere definito “Paesaggio Culturale”. Tale risultato fu
ottenuto anche grazie all’impegno dell’architetto ed urbanista Pietro Laureano.
Nel 2008 la città dei Sassi, grazie al Comitato Matera 2019, intraprese il percorso di
candidatura a Capitale Europea della Cultura nel 2019.  Matera, a rappresentanza
dell’intera Regione Basilicata, è entrata prima a far parte della short list, le 6 finaliste,
insieme a Cagliari, Lecce, Perugia-Assisi,  Siena e Ravenna, e successivamente il 17
Ottobre 2014 con 7 preferenze su 13 viene designata Capitale Europea della Cultura
per il 2019. L’occasione può rappresentare il riscatto della gente che ha vissuto nei
Sassi ma soprattutto diventa motivo di orgoglio di noi materani nel pensare che i sacrifici
di quella gente sono diventati la VERA storia della nostra città, la città dell’antica
MATERA.

Il Piano e le sue chiese


Facciate rinascimentali e barocche si aprono su cisterne dell’VIII secolo, trasformate in
abitazioni. Alcuni degli ipogei presenti nei Sassi di Matera, sono stati scavati a più
riprese fino agli anni cinquanta, altri murati e dimenticati, nascosti nei fianchi della
collina. Il Palombaro lungo, l’immenso serbatoio d’acqua sotto piazza Vittorio Veneto,
ha delle sezioni costruite tremila anni fa, mentre le più recenti sono del 1700, tutto
questo fa parte del Piano della città di Matera.
Piazza Vittorio Veneto, in passato denominata Piazza Del Plebiscito, era conosciuta
anche come “piazza della Fontana” per la presenza della grande “Fontana
Ferdinandea”  monumentale, realizzata nel 1832 per raccogliere le acque provenienti
dalla soprastante collina del castello “De Montigny”.

Lungo il Piano è possibile visitare alcune delle Chiese più belle ed importanti della città:

 Chiesa di San Giovanni Battista, costruita nel 1233, anch’essa in stile romanico.


All’interno, a tre navate, vi è una grande volta a vele rifatta nel 1793, anno in cui furono
effettuate diverse modifiche per preservare la staticità della chiesa, bei capitelli di tipo
pugliese che ornano le colonne con figure antropomorfe, zoomorfe e vegetali, ed
un’imponente abside
 Chiesa di San Domenico, fu costruita insieme al convento a partire dal 1230 in
stile romanico pugliese. Molto bello il rosone con intorno quattro figure a rilievo
raffiguranti un telamone, due figurine ai lati, ed in alto l’Arcangelo Michele. Al centro del
rosone un cane con la fiaccola in bocca, simbolo dei domenicani. L’interno, a tre navate
con altari laterali e con una cupola emisferica a cassettoni, è stato rimodernato nel 1774;
fra le opere conservate all’interno c’è la Crocifissione con san Domenico, realizzata
dal Pietrafesa nel 1653.
 Palazzo dell’Annunziata, palazzo settecentesco sito in Piazza Vittorio Veneto, ha
dapprima ospitato il convento delle Domenicane, per poi diventare tribunale nel 1865 e
ancora la scuola media. Oggi l’edificio che domina la piazza centrale di Matera è sede
della Mediateca e della Biblioteca Provinciale oltre a ospitare il Cinema Comunale.
 Ipogei di piazza Vittorio Veneto, situati sotto la piazza principale della città e tornati alla
luce da pochi anni, contengono oltre a numerosi ambienti ipogei anche un’antica
cisterna, detta il Palombaro lungo, ed una torre facente parte delle mura che anticamente
dovevano essere a ridosso del Castello Tramontano.
 Fontana ferdinandea, restaurata dal re Ferdinando II di Borbonenel 1832, era
originariamente posta ai piedi della collina del castello e raccoglieva le acque provenienti
da quella collina. Dopo la seconda guerra mondiale, esaurita la sua funzione di
approvvigionamento, fu trasferita all’interno della villa comunale. Nel mese di aprile
del 2009 è stata riportata nel suo luogo originario in piazza Vittorio Veneto

Le altre Piazze che compongono il piano sono:


Piazza del Sedile: già “Piazza Maggiore” utilizzata nel XIV sec.  come piazza del
mercato e circondata da  magazzini, osterie e  botteghe, nel 1550  viene sistemata per 
ospitare gli  uffici del governatore, le carceri  cittadine, e il palazzo municipale o “sedile”.

 Palazzo del Sedile, situato nella centrale Piazza Sedile, è stato costruito nel 1540,
ristrutturato nel 1759, è la sede del Conservatorio di Musica “Egidio Romualdo Duni” e
dell’Auditorium Gervasio. La facciata presenta due torri campanarie ed è ornata da sei
statue. Affacciato alla medesima piazza si trova inoltre il Palazzo del Governatore,
risalente al XVII secolo, prima sede della Regia Udienza di Basilicata. I suoi sotterranei
furono adibiti a carcere della città. Oggi è sede di un albergo.
 Chiesa di San Francesco d’Assisi, ricostruita quasi completamente nel 1670in stile
barocco. Rilevanti sono la facciata esterna in stile tardo barocco, mentre al suo interno vi
è l’antica cripta dei Santi Pietro e Paolo, che conserva un affresco raffigurante la visita ai
Sassi di Matera del papa Urbano II nel 1093. Rimarchevoli, inoltre, sono i pannelli di un
polittico smembrato di scuola veneta variamente attribuito a Bartolomeo Vivarini o
a Lazzaro Bastiani.
 Chiesa del Purgatorio, costruita nel 1747in stile tardo barocco, presenta una facciata
con decorazioni sul tema della morte e della redenzione delle anime. Notevole il portale
in legno diviso in 36 riquadri che riporta in alto i teschi di prelati e regnanti ed in basso
quelli di comuni cittadini. All’interno, a croce greca, vi è una cupola ottagonale.
 Chiesa di Santa Chiara, fu costruita alla fine del XVII secoloinsieme agli attigui locali
che ospitarono dapprima l’ospedale, poi il convento delle clarisse ed infine i locali del
museo archeologico nazionale “Domenico Ridola”. La facciata, ricca di decori, presenta
un lunettone nella parte superiore ed in basso il portale con ai lati due semicolonne e due
nicchie con statue di santi. L’interno è ad una navata.

Piazzetta Giovanni Pascoli: Situata a sinistra del seicentesco Palazzo Lanfranchi,


Piazzetta Pascoli prende il nome dal poeta italiano Giovanni Pascoli, che proprio a
Matera, tra il 1882 e il 1884, ha dato inizio alla propria carriera di insegnante di latino e
greco. È il punto da cui si gode una delle più belle viste panoramiche sui Sassi di
Matera.
 Palazzo Lanfranchi, monumento seicentesco fatto costruire da Frate Francesco da
Copertino per ordine del Vescovo Vincenzo Lanfranchitra il 1668 e il 1672, che
originariamente ha ospitato il Seminario Ospita i locali del Museo nazionale d’arte
medievale e moderna della Basilicata e gli uffici della Soprintendenza per i Beni Artistici
e Storici della Basilicata.

Le Chiese Rupestri
Le Chiese Rupestri nei dintorni dei Sassi di Matera, fondate principalmente nell’Alto
Medioevo, sono edifici scavati nella roccia. Inizialmente nate come strutture religiose,
nel corso del tempo hanno subito diverse trasformazioni d’uso, diventando abitazioni o
ricoveri per animali. Sono un’importante testimonianza della presenza di comunità di
monaci benedettini, longobardi e bizantini. Talune chiese, inoltre, pur nella sostanziale
impostazione latina, presentano elementi bizantini, o viceversa, chiese
architettonicamente greche hanno spazi liturgici di tipo latino. Le chiese rupestri
contengono spesso affreschi ed elementi scultorei, che, oltre alla funzione decorativa,
inducevano alla contemplazione e alla preghiera.
Tra le tante Chiese Rupestri (150 ca) citiamo le più note:

SANTA MARIA DE IDRIS/SAN


GIOVANNI IN MONTERRONE: È situata nella parte alta del Monterrone, una grossa
rupe calcarea che si erge nel mezzo del Sasso Caveoso. Il nome Idris deriva dal
greco Odigitria, colei che mostra la via, oppure dall’acqua che sgorgava da quella
roccia. Si compone di una navata irregolare con affreschi, posti sulla parete di
retrofacciata della cripta, gran parte dei quali staccati per restauro essendo deteriorati a
causa dell’umidità e conservati presso la Soprintendenza ai Beni Storici ed Artistici di
Matera. Sull’altare vi è una Madonna con Bambino risalente al XVII secolo dipinta a
tempera, a destra Sant’Eustachio, patrono della città ed altri affreschi sempre risalenti
al XVII secolo ed ancora una crocifissione di fattura rozza con sfondo la sagoma dei
Sassi di Matera. La chiesa di Santa Maria de Idris è collegata alla cripta rupestre di San
Giovanni in Monterrone attraverso un cunicolo, ed in questa cripta si trovano numerosi
e pregevoli affreschi che sono databili in un arco di tempo che va dal XII al XVII secolo.
Nel cunicolo di accesso vi è l’affresco raffigurante San Giovanni Battista; in una lunetta
sovrastante un altare l’affresco risalente al XII secolo del Cristo
Pantocratore benedicente alla latina, che con la mano sinistra sorregge un Vangelo
aperto nel quale è inscritto un testo greco. Questo affresco rappresenta l’influenza della
cultura iconografica bizantina.. Di fronte San Nicola (XIV secolo) in abiti vescovili, che
benedice con la mano destra e regge il Vangelo con la sinistra. Uscendo dal corridoio si
entra in un’aula più ampia, costituente la navata vera e propria della chiesa di San
Giovanni in Monterrone, che termina in un presbiterio sopraelevato; sulla parete di
fronte si trovano un affresco che raffigura la testa di Sant’Andrea e frammenti di
una Madonna con Bambino nella tipologia iconografica della Glykophilousa, databili
anch’essi verso la fine del XII secolo, e due santi ignoti. Sulla parete sinistra, posti in
nicchiette decorate, altri due santi, uno dei quali individuato in San Pietro in base alle
linee del volto, alla barba ed ai capelli, pur in mancanza delle chiavi, e di lato San
Giacomo, risalente al XIII secolo.

SANTA LUCIA ALLE MALVE: è il primo


insediamento monastico femminile dell’Ordine benedettino, risalente all’ VIII secolo, ed il
più importante nella storia dei Sassi di Matera.
Una comunità che attraverso le sue tre successive sedi monacali di Santa Lucia alle
Malve, di Santa Lucia alla Civita e Santa Lucia al Piano è stata parte integrante della
vita di Matera seguendone lo sviluppo storico-urbanistico nel corso di un millennio.
Gli ambienti della Comunità si identificano per la sua presenza, in alto scolpiti a rilievo,
dalla simbologia del martirio di Santa Lucia: il calice con i due occhi della Santa.
Delle tre navate che articolando lo spazio interno, quella di destra, nella quale è
l’ingresso attuale, è sempre rimasta aperta al culto, tanto che ancora attualmente nel
giorno di santa Lucia, il 13 dicembre, qui si tiene una messa solenne.
Un discorso introduttivo è necessario per spiegare la presenza di affreschi antichissimi,
alcuni addirittura di un millennio, così stupendamente conservati: essi conservano
perfettamente i loro colori e i loro soggetti soltanto se eseguiti con una precisa tecnica,
ben conosciuta nel territorio Materano dai molti Mastri frescanti attivi nel corso dei
secoli.
La Madonna del Latte datata intorno al 1270 ed eseguita dello stesso maestro frescante
che ha dipinto La Madonna della Bruna (in Cattedrale) denominato per questo Maestro
della Bruna, ci mostra la Madonna che allatta il Bambino, in un gesto di tenerezza che
probabilmente è rappresentato per ribadire una dimensione più vicina all’uomo di quel
Dio autoritario e vendicativo come era concepito nel Medio Evo. Per non sfiorare la
blasfemia il frescante ha dipinto il seno della Madonna in maniera decentrata rispetto
alla reale anatomia e di piccole dimensioni.
Nella nicchia affianco, San Michele Arcangelo datato 1250, nella sua funzione di
messaggero di Dio, riveste una sopraveste tempestata di pietre preziose, simbolo degli
ambasciatori della corte imperiale di Bisanzio e stringe in una mano un sigillo con una
croce greca inscritta. Nell’altra mano ha il labaro e sotto i suoi piedi si attorciglia il
dragone rappresentante il diavolo. Una iconografia cristiano latina con elementi cristiano
orientali armonicamente fusi.

SAN PIETRO BARISANO: in origine detta san Pietro de Veteribus, è la più grande
chiese rupestre presente nei Sassi di Matera.
Le indagini archeologiche hanno permesso di individuare il primo impianto rupestre,
risalente al XII–XIII secolo, al di sotto del pavimento. La Chiesa ha un impianto a tre
navate, una nuova facciata (datata 1755) e gli ambienti sotterranei destinati alla
“scolatura” dei cadaveri. Questa pratica funebre, riservata ai sacerdoti o agli aspiranti
tali, consisteva nel porre i cadaveri vestiti dei paramenti sacri entro nicchie modellate nel
tufo; i resti mortali venivano rimossi solo al termine della decomposizione.
CONVICINIO DI SANT’ANTONIO: Presentato da un
elegante portale, sormontato su un arco a sesto acuto sul quale si affacciano quattro
chiese rupestri. La prima chiesa è conosciuta con come TEMPE CADUTE, un nome
dato all’intero rione soggetto a continue cadute di massi, le ‘tempe’. La seconda cripta è
dedicata a SANT’ELIGIO considerato il protettore degli animali domestici. Un santo
particolarmente venerato, nel passato, da una società come quella materna, contadina e
pastorale. La cripta pur dissestata e modificata, dopo la trasformazione in cantina a
seguito dell’abbandono ed alla costruzione della cappella nel rione del Piano del XVIII
secolo, è ancora leggibile nella planimetria. Nell’ambiente di sinistra in un’ampia lunetta
absidale decorata con una serie di riquadri, troneggia un CRISTO PANTOCRATORE,
del quattordicesimo secolo nella classica iconografia benedicente con la mando destra
ed il Vangelo aperto nella mano sinistra.
La terza è denominata CRIPTA DI SAN DONATO con pianta quadrangolare con due
soli pilastri centrali che scompongono il piano delle absidi appena abbozzate. La volta
del presbiterio di sinistra si differenzia per l’elemento a crociera e quella centrale per
un’ampia cupola con inscritta una croce gigliata a rilievo. l’Ultima è la cripta di
Sant’Antonio, ha tre navate. Nelle tre navate è possibile vedere i palmenti per la
produzione del vino, in quanto in tempi recenti la chiesa fu abbandonata e riutilizzata
come cantina.Gli affreschi presenti entrando a destra, sul primo pilastro, S.Antonio
Abate (XV secolo), sul pilastro successivo San Sebastiano ( XV secolo), mentre nella
zona absidale della navata sinistra c’è una scena devozionale risalente al XVIII secolo,
probabilmente relativa al culto della Madonna di Picciano.
SANTA MARIA DE ARMENIS: La chiesa diviene sede della Confraternita di S.
Francesco da Paola, allorché alcune famiglie nobili materane, tra cui i Malvinni,
realizzano all’interno della chiesa degli altari per la devozione al santo. La Confraternita
abbandona la chiesa nel 1774, spostandosi nel nuovo edificio appositamente costruito
al Piano, nei pressi di Piazza Vittorio Veneto; essa viene trasformata in civile abitazione
comportando una serie di manomissioni all’impianto monastico. La chiesa, infatti, è a
navata unica costruita, coperta da volta a botte, con un grande arco ribassato che divide
l’aula dalla zona presbiteriale con copertura a cupola. A destra e a sinistra dell’ingresso
sono presenti una serie di vani quadrangolari e sulle pareti una sequenza di affreschi
molto rovinati.

Altopiano Murgico
Le Murge sono una subregione pugliese molto estesa, corrispondente ad un
altopiano carsico di forma quadrangolare situato nella Puglia centrale. Nella zona nord-
occidentale si trovano i rilievi più alti: Torre Disperata, Monte Caccia , Serraficaia ,
e Monte Scorzone (668 m).
L’altopiano è compreso per gran parte nella città metropolitana di Bari e provincia di
Barletta-Andria-Trani e si estende ad occidente fin dentro la provincia di Matera,
in Basilicata; inoltre si prolunga verso sud nelle province di Taranto e Brindisi.
La Murgia materana è sita all’estremità orientale della Basilicata, vicino al confine con
la Puglia. Nel suo territorio vi è la Gravina di Matera, profondo solco calcareo sul fondo
del quale scorre l’omonimo torrente che, dopo aver costeggiato i Sassi di Matera e
sfiorato l’abitato di Montescaglioso, sfocia nel fiume Bradano dopo circa venti chilometri.
Abitata fin dalla preistoria, conserva ancora stazionamenti risalenti al Paleolitico, come
la grotta dei pipistrelli, ed al Neolitico, come i numerosi villaggi trincerati. Una delle
caratteristiche più importanti del territorio, istituito come Parco della Murgia Materana, è
la presenza di circa 150 Chiese rupestri disseminate lungo la Murgia e le Gravine. Sin
dall’alto Medioevo si registra in tutta l’area la presenza di comunità monastiche
sia benedettine che bizantine.
LA GROTTA DEI PIPISTRELLI
La Grotta dei Pipistrelli si trova su uno dei fianchi della Gravina materana ad alcuni km.
di distanza dall’attuale nucleo abitato della città.
A Domenico Ridola si deve l’individuazione e lo scavo sistematico di entrambi i siti tra il
1872 e il 1878, questa sua attività si rivelò molto importante sia per la quantità dei
materiali rinvenuti che per la loro qualità.
la grotta dei pipistrelli rappresentava solo l’ultima propaggine di un articolato sistema di
grotte. L’indagine condotta dal Ridola fu svolta con metodo e portò alla luce numerosi
reperti che permisero al medico materano di documentare come questo luogo fosse
stato frequentato con continuità dal Paleolitico fino all’età dei Metalli. Oltre a reperti di
tipo ceramico che risalgono a frequentazioni neolitiche furono rinvenuti anche materiali
di tipo organico che favoriscono la ricostruzione della fauna che allora popolava questi
luoghi. Dai resoconti lasciati sappiamo anche che all’ingresso erano presenti immagini
sacre e sepolture scavate nella roccia, riconducibili a frequentazioni medievali. La grotta
funeraria, presenta una struttura interna costituita da un corridoio terminante in un
ambiente ipogeo destinato alla sepoltura dei defunti.
CHIESA RUPESTRE DI MADONNA DELLE TRE PORTE
Cosi’ detta per i tre archi di ingresso che conducevano a tre distinti oratori, la chiesa
presenta oggi solo due delle tre navate absidate, essendo quella piu’ esterna stata
distrutta da ripetuti crolli dovuti all’erosione da parte degli agenti atmosferici.
Mirabili affreschi sono visibili nella navata centrale: una Deesis con il Cristo, la Vergine e
San Giovanni, e una raffigurazione della Madonna  del melograno, attribuiti al Maestro
di Miglionico protagonista della pittura a fresco lucana nella seconda metà del XV
secolo.
Nella navata interna troviamo nell’abside una crocifissione, mentre sulla relativa parete
una bellissima Annunciazione (XV secolo) ed una bizantineggiante Madonna Regina
(Kyriotissa) in trono con bambino del XIII secolo.
CRIPTA DEL PECCATO ORIGINALE

A pochi Km dai Sassi di Matera, lungo la Appia antica, in una delle gravine che solcano
l’altopiano della Murgia, si trova uno dei luoghi più suggestivi del Sud Italia: la Cripta del
Peccato Originale.
In una cavità rocciosa a strapiombo sulla rupe di calcarenite la sapiente mano del
“Pittore dei Fiori di Matera” ha narrato scene dell’antico e del nuovo testamento in un
ciclo affrescato risalente al  IX sec. d.C..
Riscoperta nel lontano maggio del 1963 da un gruppo di giovani appassionati materani,
da ricovero per greggi la Cripta del Peccato Originale è diventata una delle tappe
imperdibili  nella visita alla Città dei Sassi di Matera. Un restauro esemplare, ha restituito
gli straordinari affreschi della Cripta alla piena fruizione. Per il suo splendore la Cripta è
denominata LA CAPPELLA SISTINA DEL SUD ITALIA.

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Feste e Folklore

La Festa della Bruna

 
Il giorno della Madonna delle Grazie, il 2 luglio, la città di Matera porta in festa la sua
Patrona: SS Maria della Bruna.
Tante sono le leggende che si raccontano nei Sassi di Matera su questa festa.
Una di queste narra di una ragazza sconosciuta, apparsa ad un lavoratore della terra al
rientro verso i Sassi di Matera. La fanciulla chiese al buon uomo un passaggio sul suo
carro e questi, dopo averla accompagnata fino alle porte della città, nei pressi della
chiesetta di Piccianello, la vide trasformarsi in statua. La Vergine salutò quindi
l’incredulo contadino sussurrandogli queste parole: “E’ così, su un carro addobbato,
voglio entrare ogni anno nella mia città”.Per questo motivo il Conte Tramontano, allora
signore di Matera, promise alla città tutto il necessario per lo svolgimento della Festa in
onore della Santa patrona, persino un carro nuovo ogni anno. I materani per mettere
alla prova il mal sopportato tiranno, assaltarono il Carro trionfale costringendo il Conte a
mantenere la promessa fatta. Nasce così una delle storie più antiche al mondo che ha
più di 600 anni.
La festa, in uno straordinario insieme di sacro e profano, inizia alle cinque del mattino
con la processione dei pastori, con il quadro della Vergine portato in tutta la città ed
annunciato da file di botti esplosi in segno di festa. In tarda mattinata la statua
della Madonna viene portata in processione dalla Chiesa di San Francesco d’Assisi  alla
parrocchia di Piccianello dall’arcivescovo con tutto il clero al seguito. Sfilano inoltre per
accompagnare la Vergine i “cavalieri” della Bruna, più di 90 cavalieri con le corazze di
un tempo.
l tradizionale carro è realizzato in cartapesta per essere montato sulla struttura motrice,
ed è trainato da quattro coppie di muli. Nella città l’arte della cartapesta è praticata da
secoli. Il carro con la statua di Maria della Bruna percorre le vie centrali della città,
partendo nel tardo pomeriggio dalla parrocchia di Piccianello ed effettuando il percorso
inverso rispetto alla processione della mattina; giunto alla Chiesa di San Francesco
d’Assisi compie tre giri della piazza in segno di presa di possesso della città da parte
della protettrice, e subito dopo la statua della Madonna viene fatta scendere dal carro
per essere deposta , comincia l’ultima parte del tragitto verso la centrale piazza Vittorio
Veneto dove il carro verrà assaltato e distrutto dalla folla.
Nella tumultuosa discesa verso la piazza, il carro è scortato dai cavalieri della Bruna e
da volontari che lo circondano per evitare che ragazzi impazienti lo distruggano prima
dell’arrivo .Solitamente, il carro subisce l’assalto in corrispondenza della chiesa di Santa
Lucia, proprio all’ingresso della piazza, non riuscendo quasi mai ad arrivare integro fino
al centro della piazza. Gli assalitori tentano con grande irruenza di portare a casa un
pezzo del carro come trofeo e come segno beneaugurante (il manufatto in precedenza
viene benedetto dall’arcivescovo, perché su di lui la vergine giungerà in città) prima che
ne rimanga solo lo scheletro. Il rito secolare si conclude così tra il tripudio generale, e
l’anno successivo un nuovo carro verrà progettato e costruito. Questo è un rito collettivo
di rinascita di rigenerazione antichissimo, per i materani l’anno nuovo è dopo tutto ciò. Si
chiude un ciclo con lo “strazzo” del carro per iniziarne uno nuovo.
La festa della Bruna termina a notte fonda con l’esplosione dei fuochi pirotecnici che
illuminano la Gravina ed i Sassi di Matera. “A mmogghjë a mmogghjë a quonn cj vahnë”
(sempre meglio l’anno venturo), è l’augurio finale dei materani per una festa sempre più
bella.

Pane di Matera: Storia e Curiosità

Un pò di storia
La storia del “Pane di Matera” ha inizio presumibilmente ai tempi del Regno di Napoli,
periodo in cui la produzione di cereali rappresentava l’attività prevalente nel territorio
dei Sassi di Matera. Ad avvalorare questa tesi, troviamo alcuni elementi di artigianato
locale collegati alla produzione del pane: i “timbri“. Questi servivano per marchiare le
forme di pane prima che queste venissero cotte in forni comuni, cosi da distinguerle una
volta sfornate. I timbri altro non erano che statuette di legno su cui erano intagliate alla
base le iniziali del capofamiglia; le statuette avevano forme molto disparate,
principalmente assumevano sembianze umane o di animali. Oggi rappresentano dei
fantastici oggetti da collezione, riprodotti da alcuni artisti locali.

Possiamo ritrovare numerose testimonianze storiche che ci consentono di documentare


la passione ed il culto della popolazione materana verso questo prodotto. Prima fra tutte
vi è la grande capacità di conservare i cereali coltivati tra la città dei Sassi di Matera ed i
paesi limitrofi. Proprio su questo tema, citiamo la testimonianza di Gianfranco De
Blasiis scritta nell’anno 1635 nella “Cronologia della Città di Matera” ed oggi custodita
dall’Archivio di Stato di Matera:
“Delle conserve di grani e lor perfettione, basta di dire che ne si conserva sin’ a diece,
dodeci e quindeci anni, come se stesse in una cassa, e per queste conserve dè grani ci
è tradizione che questa Città fusse stata granaio del populo Romano”.
A paritre dal 1857 risultano essere presenti a Matera quattro “maestri di centimoli”, cioè
quattro mulini. In ogni casa contadina c’era sempre un mortaio scavato nella pietra che
serviva per la molitura familiare del grano.
Dapprima ogni famiglia, o gruppi di famiglie, possedeva un forno privato, in seguito
nacquero i forni pubblici dove veniva cotto il pane fatto in casa. Ogni forno era scavato
nella roccia ed ermeticamente chiuso. Nei secoli successivi si è arrivati a censire
all’incirca una quindici di forni pubblici.

La storia della città dei Sassi di Matera è strettamente collegata alla storia del suo Pane.
La sua forma, le sue caratteristiche organolettiche, il modo di prepararlo, lo rendono un
prodotto unico al mondo. Un prodotto che tutt’oggi è rimasto al centro della vita dei
cittadini Materani, tanto da renderlo un bene insostituibile.
Nel febbraio 2008 al Pane di Matera è stata assegnata la certificazione IGP.
 
 
 
 
 

Curiosità
Ciascuna famiglia si occupava di preparare la propria forma di Pane. Alla base della
preparazione vi era il lievito (“u lvet”), il quale veniva conservato avvolto in una coperta e
passato di famiglia in famiglia. Caratteristico anche il movimento delle mani a pugno
chiuso necessario ad amalgamare la farina con lievito ed acqua  (“trmbè”), operazione
che si svolgeva su tavoliere di legno massello  (“tavljr”). Terminato l’impasto, la massa
(“la moss”) veniva solitamente suddivisa in tre pani di dimensioni uguali e uno più
piccolo (“tre pjzz e n pzzarid”), e disposti su di una tavola lunga e stretta (“la tovl du
pen”), che l’aiutante del forno si occupava di ritirare all’ora stabilita.
Ogni forno (“u firn”) si avvaleva di uno o più aiutanti, i quali giravano per le strade della
città per le prenotazioni ed il ritiro del pane da cuocere. Il loro arrivo era caratterizzato
dal suono del fischietto (“u fjscharjl”). Ritirate le forme di pane da cuocere, si preparava
il forno per la cottura, il quale veniva riscaldato con legna di arbusti  (“la frosch”).  Una
volta cotto veniva riportato ai legittimi proprietari, spesso accompagnato dalla focaccia al
pomodoro (“fchozz”) o con olio e zucchero (“ricchl”), un momento molto attesto per i
bambini.
Il pane è caratterizzato da una crosta spessa e croccante (“scherz du pen”), e da una
soffice mollica all’interno (“mddjch”).