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Educare alla cittadinanza

QUANDO LA STRADA TI FA INCONTRARE IL MONDO


Relatrice Anna Scavuzzo

Breve presentazione di Anna Scavuzzo


Insegnante. Censita nel gruppo Milano 68 come capo gruppo e capo clan.
IABZ R/S della Zona di Milano.
Formatrice, capo campo in Bosnia Erzegovina (progetto Sarajevo)

È bene fare subito una riflessione, prima ancora

Il significato delle parole

Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo


approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio
intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a
un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo
sentendo parlare me stesso.
I. Calvino, Lezioni americane

Parliamo spesso di educazione alla mondialità, all’interculturalità, al dialogo interreligioso e a


quello ecumenico, e ci accorgiamo che quando l’esperienza educativa si fa concreta, non più
solo un esercizio intellettuale, la situazione si fa più complessa e ci chiede di fermarci a
ragionare con ponderazione. Non possiamo rimandare il confronto con il significato di questi
termini e della scelta di farli diventare obiettivi del nostro agire educativo, non possiamo
rimandare una presa di coscienza rispetto alle implicazioni che tale scelta comporta, sono
necessarie azioni, non è possibile rimanere a livello delle sole parole e dell’idealità, soprattutto
se confusa.

E’ necessario avere spazi di riflessione e di confronto che permettano di affrontare insieme


teoria e prassi, ragionamenti e comportamenti, obiettivi e strumenti: il rischio, altrimenti, è
quello di farsi portare dalla corrente, anziché guidare la canoa nella direzione scelta perché
meditata e voluta; oppure di non far nulla e, dopo tanto parlare, non riuscire a essere
concretamente impegnati in alcunché. Occorre avere i piedi ben piantati per terra perché
decidersi per l’apertura al diverso e al dialogo è affare impegnativo e faticoso, che richiede uno
sforzo personale e comunitario.
E non solamente belle parole.

Fino a una ventina d’anni fa, il termine multiculturalità non s’usava, non era da cercarsi
nemmeno nel vocabolario; esperienze anglosassoni e ispaniche avevano portato in Italia il
dibattito sull’intercultura, mutuando il termine dai loro idiomi, ma la questione si andava
dibattendo in ambienti accademici ed élitari. Non che l’Italia sia mai stata priva di esperienze -
che poi verran dette di multiculturalità - anche perché da sempre la nostra penisola è stata un
crogiuolo di culture, di cui ancora oggi ammiriamo le opere e i resti. A ogni modo, è
interessante che il sociologo Alessandro Bosi affermi che il multiculturalismo non è un oggetto
di studio o l’obiettivo delle pratiche politiche orientate all’integrazione di tutte le diversità; è il
nostro modo di esistere nel presente e nel futuro, per quanto ci sia dato di vederei. In senso
antropologico, il concetto di multiculturalità si può sintetizzare come l’insieme delle norme e
regole, dei costumi e delle abitudini, delle opere e degli artefatti di differenti società che si
confrontano in un unico contesto geografico e storicoii.

L’interculturalità può essere definita, invece, come un approccio sociale, di relazioni e di


comunicazione, basato sulla convinzione che le diversità presenti in culture differenti dalla
nostra possano rappresentare un’enorme fonte di arricchimento, e anche sull’evidenza che il
confronto tra culture non necessariamente debba concludersi con il prevalere dell’una o
dell’altra, né con l’annullamento delle due per confluire in una cultura terza, nuova (che è
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invece il concetto di transculturalità). È un’interazione tra le parti: in una logica interculturale i
processi di socializzazione non mirano strettamente all’integrazione delle diversità. Non si può
pensare di rendere integro, di rendere uno ciò che è costitutivamente diverso. Ovvero lo si può
fare, ma meglio sarebbe dire: si può tentare di farlo, cancellando, nella sua memoria, la sua
diversità.iii

Si potrebbe proseguire una lunga dissertazione sui termini, riprendendo diversi punti di vista: il
terreno delle scienze sociali è accidentato e ricco di distinguo, ma affrontarlo in termini più
specifici esula dagli scopi di questo testo.

Ogni uomo è mio fratello

Il Signore ci ha predicato una grande verità: voi tutti siete fratelli.


L'abbiamo questa idea della fratellanza universale? Sì e no. Lo
diciamo tante volte pensando che sia una bella cosa, ma
utopistica, cioè non realizzabile, un bel sogno, ma non pratico, che
nella realtà delle cose non trova applicazione. Ed ecco che noi
dobbiamo persuadere noi stessi, prima che gli altri, che la
fratellanza deve essere la legge, il principio, il criterio dominante
del rapporto tra gli uomini.
Paolo VI, Quarta Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio1971

Lungi dal voler desistere dall’impresa, è importante e onesto fare i conti con una situazione che
va affrontata con coraggio e impegno, almeno da chi vuole farne un’occasione educativa e una
via che contribuisca a rafforzare l’identità di ciascuno. A noi scegliere se vogliamo essere turisti
del dialogo interculturale o educatori di giovani abituati al confronto con l’altro e sereni
nell’affrontare il confronto con sé, desiderosi e pronti ad aprirsi al dialogo perché capaci di
ascolto e di rispetto, per sé e per gli altri.

Ecco che ci accorgiamo che l’educazione interculturale diventa occasione concreta per
sperimentare la costruzione di relazioni con un diverso, bianco o nero che sia, italiano o
straniero: abituarsi alla presenza e alla relazione con l’altro è il primo passo per potersi aprire
alla conoscenza di noi stessi e di quanti vivono insieme a noi.

Sappiamo che ad accomunarci e affratellarci a tutti gli uomini e le donne del pianeta è
l’essenza stessa della nostra umanità, che prescinde dall’appartenenza a un popolo, a una
cultura o a una religione: un ulteriore tassello in questa direzione ce lo ha offerto la Chiesa
oltre quarant’anni fa, con un’apertura al mondo che non solo accoglie l’Uomo con amorevole
misericordia, ma lo ricerca per poter costruire un futuro di bene per ciascuno: in particolar
modo perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere
umano e con la sua storiaiv.

Abbiamo sperimentato che educare all’interculturalità non significa negare la differenza fra le
culture per riportare all’uguale i diversi, non significa sforzarsi di far ritrovare tutti in un unico
modello che ci comprenda, bensì significa allargare gli orizzonti a comprendere quelli altrui,
accogliendo diversi punti di vista, esperienze di vita, sguardi sul mondo e sulla vita stessa.
Assume un nuovo significato ricercare percorsi comuni ai diversi, non tanto per poterli
uniformare, quanto per poter avere un terreno di comunione che ci faccia sentire vicini: tale
punto di partenza non può che essere l’Uomo e il rispetto per la persona in quanto portatrice di
diritti fondamentali v. La dignità della persona, il rispetto per la sua unicità, la possibilità
concreta per ciascuno di realizzare la propria esistenza in armonia con l’esistenza altrui.

Allo stesso modo è importante recuperare con maggior attenzione esperienze di dialogo
interreligioso (cioè fra religioni diverse, come Islam, Ebraismo e Cattolicesimo) e di dialogo
ecumenico (ecumene sta a indicare “la casa dove tutti viviamo”, e si riferisce alle Chiese
Cristiane separate che si impegnano per trovare vie verso l’unità): si potranno comprendere i
passi compiuti dalle Chiese e dalle Comunità religiose per sperimentare percorsi di dialogo,
reciproco rispetto e – laddove possibile – di preghiera comune. In più occasioni si ritrova un
esplicito invito ai laici delle diverse religioni, perché contribuiscano a tracciare percorsi di
dialogo.

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A coloro che condividono con noi l'eredità di Abramo «nostro padre nella fede» (Rm4,11), e la
tradizione dell'Antico Testamento, ossia gli Ebrei, a coloro che, come noi, credono in Dio giusto
e misericordioso, ossia i Musulmani, rivolgo parimenti questo appello, che si estende, altresì, a
tutti i seguaci delle grandi religioni del mondo. L'incontro del 27 ottobre dell'anno passato ad
Assisi, la città di san Francesco, per pregare e impegnarci per la pace - ognuno in fedeltà alla
propria professione religiosa - ha rivelato a tutti fino a che punto la pace e, quale sua
necessaria condizione, lo sviluppo di «tutto l'uomo e di tutti gli uomini» siano una questione
anche religiosa, e come la piena attuazione dell'una e dell'altro dipenda dalla fedeltà alla
nostra vocazione di uomini e di donne credentivi.

Mondo, sostantivo plurale

Vedo un grande monito e una grande missione.


Occorre affermare la propria identità non nella contrapposizione,
ma nella apertura e nella comprensione.
Potremo capire sempre meglio noi stessi quanto più ci sforzeremo
di capire, amare e apprezzare tanti altri, anche molto diversi,
cercando le radici dell’impegno comune.
Carlo Maria Martini, Verso Gerusalemme

Come scrive sapientemente Enzo Bianchi, la solidarietà con lo straniero è dunque un


comandamento del Dio compassionevole e il leggersi come stranieri da parte dei credenti aiuta
a comprendere, ad accogliere e ad amare gli stranieri che si incontrano, come scriveva con
acutezza Erich Fromm: «Una volta scoperto lo straniero in me, non posso odiare lo straniero
fuori di me, perché ha cessato, per me, di esserlo».vii Proseguiamo, quindi, il cammino nella
prospettiva di chi guarda l’alterità senza negarla, di chi vince la diffidenza verso l’altro che
(ancora) non conosce, di chi guarda lo straniero – l’altro per definizione – con occhio benevolo
e accogliente, senza il pregiudizio che nasce dalla paura dell’ignoto.

Ci apriamo al mondo e lo scopriamo complesso, pieno di contraddizioni. Una matassa difficile


da dipanare, in cui pluralità di soggetti percorrono strade diverse. Forse possiamo tentar
l’azzardo di dire che il mondo è sempre stato plurale, ma ciò che oggi fa la differenza è la
vicinanza – e forse l’evidenza - di questa pluralità: da essa non possiamo prescindere, non è
lontana da noi, non ci chiede di metterci in viaggio per incontrarla, non presenta distanze
fisiche faticose da percorrere che ci facciano sentire che il diverso è lontano. Qui e ora, non
una, ma più diversità si incontrano e provano a vivere insieme.

Oggi più di ieri il mio vicino di casa è albanese, una compagna di corso è marocchina, la mia
collega è fidanzata con un somalo di seconda generazione, l’oratorio estivo è popolato da tanti
Johnatan e Manuél e così pure il Branco, molti dei nostri giovani prestano servizio a contatto
con persone migranti: scuole di italiano, centri diurni per minori, doposcuola, centri di
accoglienza, punti di distribuzione di cibo e vestiario, ambulatori di assistenza medica e legale.
Uno dei giornali di quartiere ha testo a fronte in arabo, la Celebrazione della Pentecoste si
svolge in italiano, spagnolo e inglese, gli spot pubblicitari e i cartelli per strada raccontano di
una variegata umanità alla ricerca di casa e lavoro: mi si dirà che sto guardando il mondo da
un osservatorio peculiare, vista da qui (Milano, via Padova) la situazione è vissuta
intensamente e richiede di mettere in campo una grande fantasia per riuscire a sfruttare ogni
occasione di dialogo e per far sentire ciascuno a casa propria. Forse, però, non è poi così
straordinario e, anzi, riporta all’ordinario e al quotidiano: non mi sento un’italiana assediata né
una cristiana messa in scacco, sono contenta di condividere il quartiere con mezzo mondo,
imparare un po’ di arabo e un po’ di spagnolo, preparare penne all’arrabbiata in cambio di
sarmale romeno, partecipare alla festa per la rottura del Ramadan e allo stesso tempo ricevere
gli auguri di Natale o di Pasqua da fratelli musulmani oppure ortodossi. Rileggo il mio ricettario
italiano in modo più accurato per far bella figura con l’amica rom che è andata al mercato della
Gobba a prendere la verza, perché quella arriva direttamente dalla Romania ed è la migliore
per preparare il sarmale. Lo voglio far buono. Apprezzo l’Imam che ci permette di entrare in
moschea per una cena comunitaria perché è la sala più grande che abbiamo e qui possiamo
starci tutti. E mi commuovo durante la via Crucis per il quartiere, quando la comunità boliviana
propone un canto e condivide con tutti una preghiera per le famiglie separate che vedono

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madri e figli in continenti diversi. Che il Signore dia loro la forza di crescere con sapienza,
perché sentano l’amore gli uni per gli altri, anche a così grande distanza.

Il mondo cammina a fianco me per strada, è il mio vicino di posto in autobus, mi prepara un
kebab o una pizza nella pausa pranzo, mi offre il caffè nel bar all’angolo. Non è solo un
generico e impersonale mondo che sento vivere vicino a me: riconosco i volti e le vite di
persone e di famiglie, di popoli e di nazioni. Imparo a conoscere pregi e difetti delle persone,
comincio a dare una declinazione a concetti astratti che rimarrebbero cristallizzati e perfetti se
non assumessero sembianze umane. Non è la categoria del rom che mi si presenta di fronte,
ma Viorel e Paris in carne e ossa, abitudini diverse e accordi da costruire, esigenze da
comprendere e storie da rispettare; non la categoria sudamericano, ma Boris e Joel, le loro
famiglie, le loro storie, le difficoltà del loro vivere quotidiano. L’altro perde il carattere
dell’indistinto e si fa persona: si presenta a me come fratello e interroga la mia vita.

Ascoltare le storie di persone così diverse talvolta disorienta, talvolta affascina. I punti di
riferimento non vacillano, però si pongono nuovi interrogativi sulla loro solidità, si cerca di
mettere in ordine le carte della vita in modo più consapevole.

E questo non accade solo a Milano, Roma o Torino, ma ovunque, dalla grande città al piccolo
borgo. Non possiamo evitare di notarlo e di ragionare di questa mescolanza che si fa
quotidiana, dentro e fuori dai nostri gruppi abituali di relazione: non possiamo non tenerne
conto come Comunità Capi impegnata a proporre un progetto educativo che dia una lettura
profetica sul futuro di crescita dei nostri ragazzi e del contesto nel quale stanno diventando
grandi.

La convivialità delle differenze

Quello della pace è il discorso teologico più robusto e più serio che
oggi si possa fare, perché affonda le sue radici nel cuore del
ministero trinitario. Se infatti pace è "convivialità delle differenze",
dobbiamo concludere che "pace" è la definizione più vera del
mistero principale della fede, in cui si contemplano tre Persone
uguali e distinte che siedono attorno al banchetto dell'unica natura
divina. Di qui, il compito storico di saper stare insieme a tavola.
Non basta mangiare: pace vuol dire mangiare con gli altri.
d. Tonino Bello, Convivialità delle differenze. Omelie crismali

Se questa prospettiva è quella da cui cominciamo a guardare il mondo, ecco che la presenza
dell’altro è indispensabile e diventa parte integrante della nostra esistenza: difficile guardare
alla città e al quartiere senza prestare attenzione alle persone che qui vivono, lavorano,
progettano i loro sogni e costruiscono il loro futuro. Questa è già una scelta che decidiamo di
compiere insieme: mai senza l’altro, che non può essere considerato un ospite scomodo o un
problema da risolvere, ma parte integrante del nostro mondo e quindi anche della nostra vita
di relazioni. Ecco che allora l’impegno che possiamo scegliere di assumerci sarà quello di aprire
la città e il quartiere a tutti coloro che ne fanno parte, riconoscendo a ciascuno il diritto di
esistere e di costruire il proprio avvenire, qui e ora.

La convivialità delle differenze diventa incontro e partecipazione a un banchetto di cui siamo


tutti commensali: siamo chiamati a contribuire a costruire un clima di apertura e fiducia, che
favorisca l’instaurarsi di relazioni positive basate sul rispetto dell’altro e sul reciproco aiuto.
Abbiamo bisogno di imparare ad ascoltare per poter conoscere l’altro: recuperare la bellezza
del raccontarsi e del conoscersi attraverso lo scambio di esperienze di vita e di pensieri,
riappropriarci del tempo per spenderlo nelle relazioni e non nel consumo di esperienze rapide e
a basso costo. Ci accorgeremo che imparare ad ascoltare l’altro ci insegnerà molto di noi, ci
darà occasione per scoprire ciò che siamo, per riflettere e decidere che persone vogliamo
diventare. Incontrare l’altro ci permette di far emergere ciò che noi conosciamo (o non
conosciamo) di noi stessi, ci chiede a che punto siamo nella costruzione della nostra identità.
Insomma, può metterci in crisi, ma anche stimolare una nuova riflessione su noi stessi.

Condividere il desiderio di costruire un nuovo umanesimo interculturale richiede di condividere


anche alcuni impegni. Se è vero che c’è ottimismo in questo desiderio, è altrettanto vero che
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incontreremo difficoltà, incomprensioni, fatiche: il confronto potrà essere aspro, non è detto
che sempre ci si intenderà, potremo non trovarci d’accordo su questioni che ciascuna delle
parti riterrà fondamentali e irrinunciabili. Metteremo alla prova la consapevolezza circa il
significato di quelle parole dal suono così bello, sulle implicazioni pratiche, sulla vita che
scaturisce nella realtà: se il punto di partenza è la possibilità di dialogo fra le culture, se
abbandoneremo la prospettiva dello scontro di civiltà, scegliendo di leggere ciò che accade
come incontro di differenze, se vorremo trovare il modo di superare le fatiche e le difficoltà,
ecco che non contrapporremo identità e differenza, nella consapevolezza che senza l’una non
vi è spazio per l’altra.

Lo specifico dell’educazione interculturale può essere quello di suggerire e favorire processi di


crescita che portano a conoscere altre culture e a maturare atteggiamenti di disponibilità,
apertura, dialogo. Conoscere un’altra cultura significa rilevarne gli aspetti che la distinguono
dalla nostra, e significa capire che la rappresentazione che noi ci facciamo della cultura "altra"
non coincide necessariamente con quella che essa fa di se stessa, né con le rappresentazioni
che altre culture ancora si possono costruire. L’obiettivo primario dell’educazione interculturale
si delinea come promozione delle capacità di convivenza costruttiva in un tessuto culturale e
sociale multiforme. Essa comporta non solo l’accettazione e il rispetto del diverso, ma anche il
riconoscimento della sua identità culturale, nella quotidiana ricerca di dialogo, di comprensione
e di collaborazione, in una prospettiva di reciproco arricchimentoviii.

Superando una situazione statica, multiculturale di fatto, si sceglie di favorire un processo


basato sull’incontro e sul confronto, sul dialogo tra i valori proposti da persone diverse, prima
ancora che da diverse culture. Qualcuno potrebbe dire che un tale approccio interculturale ha
senso solo in quei contesti in cui più forte è questa mescolanza di popoli e culture, mentre
laddove la contaminazione culturale sia meno intensa non vi è un’esplicita richiesta educativa
in tal senso. Mi pare che non sia un approccio corretto: il modello interculturale per molti versi
è nato sulla spinta dell’arrivo dei migranti, ma nel corso del tempo e con le positive esperienze
vissute in vari contesti educativi, esso si è sviluppato come una dimensione interna
all’educazione stessa, uno sguardo da promuovere in tutti e non solo in esperienze di
convivenza multiculturale.

L’educazione interculturale diviene così un’attitudine alla relazione con l’altro nella sua
complessità umana, culturale, storica. Pedagogisti illustri la chiamano "pedagogia
relazionale"ix: l’interculturalità, più che fondare una nuova forma di educazione, ci richiama a
una scelta educativa che arrivi in profondità, che contribuisca alla costruzione dell’identità di
ciascuno per analogia e per confronto, incontrando l’altro da sé nella certezza – o perlomeno
nella speranza – che possa aiutarci a conoscerci in modo più profondo, che ci spinga a porci
domande e a cercare risposte, che ci proponga di rileggere la nostra vita in modo sempre più
consapevole e coraggioso. Anche con l’aiuto di chi è diverso da noi.

Un impegno cristiano

La nostra presenza di comunità cristiana nel quartiere è segno


della presenza di Dio accanto alla gente, chiamata a libertà dalla
sua voce, questa è la Chiesa. La libertà che dall’incontro con Gesù
Cristo abbiamo conosciuto e sperimentato, ci spinge a incontrare
gli uomini e le donne con l’intento che, nello stesso incontro,
possano scoprirla e goderne anche loro, rispondendovi
fiduciosamente con i propri tempi.
Per questo ci preme stare dove sta la gente e poter far loro
sperimentare il più possibile la nostra vicinanza attiva nell’ascolto
e in un tentativo di risposta. E questo principio l’abbiamo colto
pian piano, così come gli eventi e la grazia ce ne hanno dato
modo, anche dai legami di rete intessuti con il quartiere, talvolta
temporanei e sporadici, altre volte consolidati e continuativi.
d. Nicola F. Porcellini, San Giovanni Crisostomo – Milano, via Padova

Gesù ci è accanto sulle strade della vita, nei luoghi del quotidiano; l’impegno del cristiano nel
mondo è una delle fonti principali della speranza per l’uomo moderno. Ci sono nella persona
umana sufficienti qualità ed energie, c'è una fondamentale «bontà», perché è immagine del
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Creatore, posta sotto l'influsso redentore di Cristo, «che si è unito in certo modo a ogni
uomo», e perché l'azione efficace dello Spirito Santo «riempie la terra». Non sono, pertanto,
giustificabili né la disperazione né il pessimismo, né la passività. Anche se con amarezza
occorre dire che, come si può peccare per egoismo, per brama di guadagno esagerato e di
potere, si può anche mancare, di fronte alle urgenti necessità di moltitudini umane immerse
nel sottosviluppo, per timore, indecisione e, in fondo, per codardiax.

La nostra scelta di apertura all’altro sia animata dallo spirito del Vangelo, che illumina il
cammino e i volti degli uomini e delle donne di ogni luogo della terra: nei loro occhi potremo
cogliere l’entusiasmo di Dio, scintilla d’amore in ogni essere umano. La nostra identità di
cristiani si sentirà pienamente realizzata nell’incontro col fratello, immagine del Dio vivente,
senza distinzione di nazionalità, cultura, lingua, religione o stato sociale. Il nostro
atteggiamento divenga un’abitudine, lo spirito di servizio si traduca in attenzione e cura per
tutti e per ciascuno.

Come laici siamo chiamati a essere Chiesa, testimonianza viva dell’amore di Dio. Potremo così
raccontare dell’amore di Dio per ogni uomo e per ogni donna. Conviene sottolineare il ruolo
preponderante, che spetta ai laici, uomini e donne, come è stato ripetuto nella recente
Assemblea sinodale. A loro compete animare, con impegno cristiano, le realtà temporali e, in
esse, mostrare di essere testimoni e operatori di pace e di giustiziaxi.

Le motivazioni religiose di tale impegno non saranno condivise da tutti, ma le convinzioni


morali che ne discendono potranno costituire un punto di incontro tra noi cristiani e tutti gli
uomini e le donne di buona volontà.

i Bosi A., La corte dei miracoli, Battei, 1998


ii Pattoia M., rivista VEGA - anno II, numero 2, 2006
iii Favero G., Appunti di antropologia, Università di Firenze, 2007
iv Lettera enciclica Gaudium et spes, 1
v Lettera enciclica Pacem in terris, 5
vi Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis, 47
vii Bianchi E., La Stampa, 23 maggio 2010
viii Casillo A., Interculturalità e curricolo nella scuola elementare, in "Quadrante della scuola", 1990
ix Demetrio D., Favaro G., Immigrazione e pedagogia interculturale, La Nuova Italia, 1995
x Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis, 47
xi Ibid.

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