Sei sulla pagina 1di 2

Aldo Torrebruno - aldo.torrebruno@polimi.

it
Storia e tecnica della fotografia – elaborato intermedio
Fotografia: illusione o rivelazione?

Rigore e lucidità, secondo quanto riportato nella prefazione al Discorso sulla fotografia, sono i
valori che secondo Valéry meritano di essere perseguiti. Rigore e lucidità intellettuale sono anche
uno dei fil rouge che attraversano i tre studi sulla fotografia proposti. Nella mia analisi mi
soffermerò maggiormente sul testo che, tra i tre, mi appare il più rigoroso e lucido, ovvero La
camera chiara, di Roland Barthes, che è anche il testo - tra i tre - che mi ha maggiormente
affascinato.
La chiarezza espositiva di Valéry, adatta all’occasione: un discorso pronunciato per i 100 anni
della fotografia, e al suo ruolo di accademico di Francia, consente riflessioni interessanti sul
rapporto tra verità/menzogna e fotografia, ma rischia di sottovalutare il peso della menzogna di cui
la fotografia, come ogni arte, può essere foriera (o, secondo Nietzsche, di cui ogni arte è
inevitabilmente foriera - anche se in funzione consolatrice: "La verità è brutta: abbiamo l'arte per
non perire a causa della verità"1). Quando infatti Valéry sostiene che “lo scatto serve a correggere
il nostro errore per difetto come il nostro errore per eccesso” cade nell’erronea convinzione che la
fotografia possa essere oggettiva. La stessa interpretazione del mito della caverna platonica
risente di questo rischio.
L’analisi di questo mito è un altro dei sottili fili che collega i tre saggi, che ognuno dei pensatori
tratta a suo modo. Nel caso specifico appare più interessante - anche se più pessimistica -
l’interpretazione fornita da Susan Sontag che sembra sostenere, come la fotografia abbia acuito il
nostro essere schiavi di immagini che sono solo ombre riflesse della realtà. Questo comporta degli
effetti sia a livello sociale (le famiglie che costruiscono una cronaca illustrata di sé stesse,
correlativo oggettivo della propria compattezza) sia a livello epistemologico: il voyerismo cronico
che la fotografia ha instaurato col mondo “livella il significato di tutti gli eventi”. Sembra quasi che
la fotografia ci anestetizzi alle emozioni, e che il fotografo sia complice, poiché non si fa scrupolo
nel desiderare che la sofferenza o la sventura altrui permangano invariate, per lo meno per il
tempo necessario per farne una “buona” foto.
Se i saggi brevi della Sontag accennano molte tematiche interessanti, senza tuttavia approfondirle,
La camera chiara di Roland Barthes si presenta invece come un organico e complesso testo che
cerca di risalire alla cosa stessa della fotografia, attraverso un percorso accidentato, ma molto
articolato. Tutta la prima parte riecheggia di suggestioni cartesiane (il Descartes del Discorso sul
metodo, che va in cerca di idee chiare e distinte e si pone come misura delle stesse: “Ma dopo che
ebbi così impiegato qualche anno nello studio del libro del mondo e nello sforzo di raccogliere
varie esperienze, decisi un giorno di studiare anche in me stesso, e di applicare tutte le forze
dell'ingegno a scegliere le strade che avrei dovuto seguire”2), poiché Barthes inizia la propria
indagine sulla fotografia spinto da un desiderio ontologico, ma decide quasi immediatamente di
utilizzare come punto di partenza della sua ricerca poche foto, che esistono per lui. Questo porta
ad una sorta di procedimento induttivo - posta l’impossibilità di seguire un procedimento deduttivo:
le singole foto assumono significati troppo diversi a seconda dell’osservatore! - che arriva però,
attraverso un percorso semiotico, a definire ciò che di universale c’è nella fotografia.
Uno degli aspetti più affascinanti del libro è che con grande onestà intellettuale, lo studioso
francese proprio per onorare questo procedimento induttivo che parte da sé stesso, distingue il
punto di vista dello Spectator da quello dell'Operator e non essendo un fotografo, decide di
soffermarsi sul primo piuttosto che su secondo, evitando così la classica retorica del genio
fotografico che, da artista, seleziona una porzione di realtà e la mette in scena (ancora una volta,
nietzscheanamente mi verrebbe da dire: la rende menzogna).
I due processi di studium e punctum che mette in luce sono interessanti, ma credo che la nozione
più genuina del testo sia la definizione del noema della fotografia, definito come: "è stato".

1
F. Nietzsche, Frammenti postumi, 1888 – 1889, in Opere, vol. VIII, Adelphi, p. 289
2
Descartes, Discorso sul metodo, Armando Editore, p. 53
Questo essere stato e la contemporanea aderenza totale (quasi tautologica, dice Barthes) al
referente rende la fotografia vicina alla Morte, tema accennato anche da Susan Sontag, ma
analizzato in maniera approfondita da Barthes. La fotografia, proprio col suo dirci che il suo
referente è indubbiamente esistito, e col suo fermarlo nel tempo, in una posa (quindi in una
menzogna decostenstualizzata), è l’emergere della Morte, coniugata al futuro (“questo sarà e
questo è stato”).
Come non collegare questa riflessione da un lato al Todestrieb freudiano e dall'altro all'essere-per-
la-morte heiddegeriano? Freud, in uno dei suoi ultimi scritti3 teorizza l’esistenza di un essenziale
desiderio o pulsione di morte (Todestrieb), riferendosi con questo termine al bisogno intrinseco di
morire che caratterizza il più profondo dell’animo umano (al punto da mettere al servizio di questa
pulsione anche il principio del piacere). D’altro canto Heidegger4 mostra come sia la finitudine la
cifra distintiva dell’uomo, che riempie la sua vita stessa: l’esistenza non è altro che un vivere-per-
la-morte.
La fotografia, al contrario, con il suo noema è stato (e non a caso Barthes dice: il suo tempo è
l'aoristo e non il perfetto) documenta oserei dire visivamente, l’esistenza di questa la pulsione tutta
umana, la tensione alla morte, ma al contempo rende esplicito il fondamento più profondo del
nostro esserci, e ci propone con forza, in dosi sempre più massicce, “l’irrealtà della cosa
raffigurata”. E, in un certo senso, certifica tale irrealtà, soprattutto quando rifiuta di farsi aggiogare
tra le illusioni perfette (e quindi diventa arte, menzogna) e ci costringe ad affrontare in essa il
“risveglio dell’intrattabile realtà”.

3
S. Freud, Al di là del principio del piacere, Mondadori
4
M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi