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AGESCI

FORMAZIONE CAPI

Atti del Seminario


“INTRODUZIONE AL SERVIZIO E
ACCOGLIENZA IN COMUNITÀ CAPI”

Roma, 17 e 18 marzo 2001


I quaderni per le Comunità Capi
Nr.1
Accoglienza in Comunità Capi e introduzione al Servizio educativo"

Il tema del Seminario, nella sua forte attualità, ha radici lontane. Già nella lettera inviata per
l’incontro tra incaricati regionali e nazionali di Formazione Capi di Roma del 16-17 ottobre 1999
erano presenti, in sintesi, molti degli elementi che sono all’origine dell’idea del Seminario:

"Un problema più volte emerso nel confronto tra noi e di fatto mai affrontato dal momento della
revisione dell’iter di base: l’accoglienza in Comunità Capi e l’introduzione al servizio educativo.
Ossia, dopo lo "spostamento" definitivo della Rosea tra le occasioni di progressione personale per i
Rover e le Scolte, chi, come e quando offre ai capi l’opportunità di confrontarsi con i fondamenti
dello scautismo, le scelte del Patto associativo, il senso originario del "fare educazione"? Tante
volte, ragionando del Tirocinio, della competenza metodologica, ascoltando i capi campo dei CFM,
ci siamo resi conto che in questo momento manca un tassello nel percorso dei capi. Certamente
molte Comunità Capi, magari con l’aiuto delle Zone, hanno già esperienze di successo
nell’accompagnare questa fase essenziale: vorremmo ora allargare e arricchire queste buone
pratiche di qualcuno perché pian piano sostengano l’impegno di tutti. Stavolta cominciamo il
discorso, proviamo a delinearne insieme le prospettive, per fare anche al resto dell’Associazione a
livello nazionale e locale le nostre eventuali proposte."

Da queste poche righe è nata l'idea del Seminario, che si è arricchita via via con il contributo di
tutti, grazie alle riflessioni di molti Capi Campo CFM e Incaricati Regionali alla Formazione
Capi; grazie alle indicazioni emerse da molti Capi Gruppo e Responsabili di Zona, alle riflessioni
sul Tirocinio che hanno impegnato diversi livelli associativi e ai dati emersi con grande chiarezza
dalla Route nazionale capi del 1997.

Altra pietra miliare nel percorso di avvicinamento al Seminario sono state le riflessioni sulla
Formazione permanente culminate nel Seminario di Firenze del Novembre 1998 e negli
approfondimenti successivi avvenuti negli incontri con gli Incaricati Regionali di Formazione Capi
ed in Pattuglia.

Tutti questi elementi hanno contribuito a fare emergere come urgente l’invito a riflettere sul tema
dell’accoglienza in Comunità Capi e sull’introduzione al Servizio educativo, vissuto come momento
del sistema formativo di base. Ci si è resi conto che manca un tassello nel percorso formativo dei
Capi: come e quando viene oggi offerta l'opportunità di confrontarsi con i fondamenti dello
scautismo, le scelte del Patto Associativo, il senso originario del "fare educazione"?

L'idea si è quindi concretizzata nell'incontro del marzo 2001, al quale hanno preso parte, con il loro
bagaglio di esperienze, circa 60 capi provenienti da tutta Italia.

Abbiamo parlato di accoglienza e accompagnamento al Servizio; questi due aspetti appaiono


estremamente vicini e profondamente connessi fra loro nello spirito ma richiamano anche contenuti
e modalità di lavoro articolate ed in alcuni casi non coincidenti: un aspetto guarda più al clima da
vivere nelle nostre Comunità Capi (condivisione, ascolto, rapporti di qualità), l’altro aspetto esige
l’identificazione di contenuti prioritari da proporre ai Capi, modalità luoghi e tempi di
realizzazione.

Dopo la riflessione è quanto mai necessario dare concretezza al lavoro fatto, incidendo sia sul prima
e sul dopo della formazione di base che sulla formazione permanente dei capi, per riuscire ad
elaborare proposte che siano in grado di rispondere all’esigenza di competenza metodologica, di
solidità personale e di relazione più volte espresse dai nostri Capi e rilanciare (rinnovare) le
modalità di elaborazione del Progetto educativo e del Progetto del Capo: Progetti educativi che
siano veramente efficaci, elementi base nell’identificazione dei bisogni reali dei nostri ragazzi (e
conseguentemente dei nostri Capi) e strumenti agili per muoverci verso obiettivi educativi chiari e
ben identificati.

Per fare ciò non è necessario inventarsi nuove cose: si possono rispolverare con maggiore
intenzionalità strumenti di lavoro già presenti in Associazione; si potrebbe riscoprire lo spirito
originario e autentico del Tirocinio, visto spesso come una sorta di sovrastruttura piuttosto che
come uno stile di vita, un "atteggiamento naturale" che deve essere profondamente radicato nella
"cultura" delle nostre Comunità Capi.

Desideriamo che il Seminario diventi una prima tappa di un percorso di accompagnamento


alle Comunità Capi da sviluppare nei prossimi anni con altri appuntamenti e che la
riflessione avviata arrivi nelle nostre Comunità Capi, luogo privilegiata della formazione
permanente.

Pattuglia Nazionale Formazione Capi

L’ACCOGLIENZA COMINCIA DAL CUORE


di don Sergio Nicolli, Assistente Ecclesiastico Nazionale alla Formazione Capi

Il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”
(Gen 2,14). – “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa!” (Gen 2,23).
L’uomo non è fatto per la solitudine ma per la relazione e per la comunicazione, perché è fatto “ad
immagine di Dio”, che non è solitudine ma Trinità, relazione fra tre Persone diverse.
La relazione uomo-donna dice complementarietà e reciprocità alla pari: è il paradigma di ogni
relazione. Creandoci maschio e femmina, Dio ha posto in ciascuno di noi un’esigenza profonda e
insopprimibile di comunicazione, il “cromosoma della alterità”.
L’uomo sente il bisogno di entrare in relazione con l’altro. Quando entra in relazione, scopre la
ricchezza dell’altro e insieme fa esperienza della fatica della diversità dell’altro.
La relazione, se non è superficiale, non lascia indifferenti, porta a lasciarsi “addomesticare” e a
addomesticare (cfr. Il piccolo principe). Entrare in relazione significa iniziare un processo di
cambiamento che trasforma le persone. È un’operazione attiva che va in due direzioni:

1. 1. fare spazio ad un’altra persona nella propria vita;


2. 2. entrare nella vita dell’altra persona.

A questa operazione complessa diamo il nome di accoglienza. Se manca questa


operazione attiva dell’accogliere e del lasciarsi accogliere, la relazione rimane in superficie
e l’uomo rimane nella sua solitudine.
Anche Dio fa esperienza di accoglienza:

• • nella sua vita intima Trinitaria: Gesù ci ha rivelato “un segreto di famiglia”;
• • nell’Incarnazione: il Figlio di Dio è entrato in relazione esistenziale con l’uomo lì sul
terreno della vita stessa dell’uomo: “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”
(Gv 1,14). Il Verbo ha accolto dentro di sé la condizione umana per accogliere nella sfera di Dio
l’uomo che si era allontanato con il peccato.

Nello stesso tempo si è offerto all’accoglienza dell’uomo, proponendogli di fargli spazio nella sua
vita e nella storia umana: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però
l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,11-12): cioè ha dato la possibilità di
entrare in un circuito di relazioni capaci di togliere l’uomo dalla sua radicale solitudine: è questa la
salvezza. È un’accoglienza quindi che suscita relazione, che crea comunità.
I discepoli, coloro che hanno vissuto una relazione profonda con Gesù Cristo, il Verbo di Dio
diffondono questo “lieto annuncio” - che Dio è venuto tra gli uomini per entrare in relazione con
loro - perché le persone entrino in relazione con Dio e tra di loro: “Quello che abbiamo veduto e
udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra
comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (1Gv 1,3).
Nelle prime comunità cristiane si dà un forte risalto all’accoglienza vicendevole e alle relazioni tra
le persone che formano una comunità: la comunione tra i fratelli nella fede è già l’inizio della
salvezza. Il peccato e la morte sono già vinti perché l’uomo ha ritrovato la strada della relazione e
della comunione vera che lo toglie dalla solitudine del peccato.
“Il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi
sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a
Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse
voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,5-7).
Parlando di accoglienza tra cristiani, non dobbiamo pensare subito a cosa dobbiamo fare, ma
renderci conto di cosa è successo: Dio ci ha accolti in Cristo. Dio non è rimasto lontano da noi ad
osservare da spettatore la nostra condizione disperata, ma si è fatto vicino a noi, è entrato nella
nostra stessa pelle di uomini; non ha avuto paura di noi e della nostra povertà; ci ha amati “mentre
eravamo ancora peccatori” (Rm 5,6). Questa accoglienza ha cambiato la nostra vita e ci ha riaperto
la strada della speranza.
“Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv 4,11). Se Dio ci ha accolto
così come eravamo, anche noi dobbiamo accoglierci come siamo.
Esiste certamente anche un’accoglienza “laica” non motivata dalla fede, ma che parte dal bisogno di
incontrare l’altro e dall’esperienza che l’incontro con l’altro è arricchente e spesso gratificante; ma
questo tipo di accoglienza varca difficilmente la soglia della gratuità.
L’esperienza della fede ci dà invece la possibilità di sperimentare l’accoglienza gratuita dell’altro
perché parte dallo stupore di essere stati accolti gratuitamente da Dio, senza secondi fini; ed è
questa esperienza della gratuità dell’accoglienza che fonda una relazione nuova, una comunione più
forte di ogni peccato e di ogni divisione, una comunione che ci introduce nell’esperienza della carità
di Dio, cioè della relazione Trinitaria.
Dall’esperienza di sentirsi accolti da Dio nasce dunque una capacità nuova di accoglienza dei
fratelli. Ma questo non avviene in modo automatico. L’accoglienza domanda conversione del
cuore, che significa concretamente:

• guardare l’altro “in profondità”, al di là della superficie per cogliere la grandezza e la ricchezza
della persona;
• dare più importanza a ciò che una persona “è” piuttosto che a quello che appare attraverso il suo
carattere, le sue scelte, la sua attività;
• guardare la persona con benevolenza: cogliere i suoi lati positivi, collocare le sue scelte e le sue
azioni nel contesto del suo carattere e del suo vissuto;
• guardare alla persona con tolleranza: accettare come legittima la sua diversità rispetto a me,
rispettarla e riconoscerne la ricchezza;
• vivere con la persona un rapporto di “fedeltà dinamica”: accoglienza non è soltanto un gesto
iniziale ma un atteggiamento costante che accompagna la persona nel suo cammino, rispettandone i
percorsi e la gradualità (cfr. cosa significa per due genitori accogliere un figlio);
• accogliere vuol dire non giudicare ma fare spazio alla persona incondizionatamente: cfr. Gesù
verso Zaccheo, la Samaritana, l’Adultera… il cambiamento è suscitato dall’accoglienza, non è
condizione per l’accoglienza!
• credere che su ogni persona c’è un progetto di Dio da riconoscere e da favorire.

Qualche applicazione alla vita di una Comunità Capi:


• Una premessa: una Comunità Capi non è prima di tutto comunità di vita ma di servizio: il
diventare in qualche modo anche comunità di vita può essere un requisito necessario perché le
persone crescano nella maturità personale e nella capacità di servizio.
• Il rischio di assolutizzare lo “stare bene tra di noi”: si può diventare una comunità chiusa, nella
quale chi entra sente quasi un pericolo per la stabilità del gruppo, o viene escluso, o accolto soltanto
se è disposto a modificarsi sui requisiti del gruppo. Ricordare sempre che l’assoluto non è la
comunità ma la persona; il gruppo è funzionale alla persona, non viceversa!
• Nello stesso tempo una Comunità Capi accogliente sa che le persone sono lì perché condividono
una vocazione di servizio: aiuta a crescere ogni singolo come persona e come educatore; è anche
capace di non illudere la persona se questa non ha i requisiti per fare l’educatore, e lo orienta verso
altre realtà, altrimenti alla lunga per lui la permanenza in comunità diventerebbe frustrante e il suo
servizio diventerebbe inutile o controproducente.
• Il rischio della ricerca dell’omogeneità per paura del diverso: diverso per mentalità, per età, per
cultura… attenti alle Comunità Capi troppo orizzontali!
• Una comunità accogliente è capace di incidere fortemente sulla persona nuova che entra, ma
nello stesso tempo da essa si lascia modificare e arricchire.
• In una comunità accogliente si matura una forte capacità di ascolto delle persone: ascoltare con il
cuore per capire ciò che c’è nell’animo umano.
• Una Comunità Capi accogliente non assolutizza il proprio mondo di azione ma si sente parte di
una realtà più vasta (parrocchia, territorio, zona, regione), nella quale si pone come una presenza
originale e ricca.
• Una Comunità Capi accogliente non ha paura del confronto con le altre realtà del territorio o con
le realtà che interessano da vicino la vita dei ragazzi (famiglie, scuola, parrocchia…).
• Diventare accogliente per una Comunità Capi domanda un cammino di conversione dei suoi
singoli membri: la conversione non è soltanto frutto di uno sforzo personale ma è dono gratuito di
Dio. Il mezzo migliore per convertirsi all’accoglienza è la preghiera, nella quale si scopre la gratuità
dell’accoglienza di Dio, la tenerezza e la misericordia del Padre… Non basta la preghiera
occasionale, ma occorre un percorso stabile di preghiera nella quale abbia la prevalenza l’ascolto
sulle parole: “la goccia che batte il sasso!”.

TAVOLA ROTONDA
L’ACCOGLIENZA IN COMUNITÀ CAPI
di Paola Dal Toso – Incaricata Nazionale alla Documentazione

Una delle tipicità della proposta educativa scout è l’accoglienza, tipica del momento iniziale di ogni
fase del percorso di crescita. Inoltre, l’accoglienza è la condizione del rapporto educativo, nonché
elemento necessario ed indispensabile per fare formazione.
Caratteristica fondamentale di una comunità è la capacità di accogliere. Per questo è un processo in
un certo senso, “bidirezionale”: coinvolge chi è accolto dalla comunità, ma nell’accoglienza è
coinvolta la stessa comunità.
Sappiamo quanto un’unità, una comunità o un gruppo che si chiudano in se stessi e non siano aperti
invece, all’accoglienza, finiscano in un certo senso, per “ghettizzarsi” e siano destinati a “morire”
per asfissia, per esaurimento delle forze. Teniamo presente che oggi questo è un reale pericolo
anche per i vari livelli associativi poiché una tendenza anche se contraddittoria, che
contraddistingue il nostro tempo, è quella del ritirarsi nel proprio orticello, del rifugiarsi a casa
propria. Qualcun altro tende a chiudersi per difendere la tradizione, per custodire il passato. Del
resto, l’accoglienza implica anche aprirsi con coraggio alla novità, all’inedito, all’inesplorato, a ciò
che può essere anche diverso, che può essere percepito in termini di disturbo, di sovvertimento
dell’ordine, di pericolo rispetto al progettato, programmato, pianificato, che è sotto controllo,
nonché di minaccia di ciò che è noto che mi dà, invece, sicurezza.
Accogliere è sempre un rischio perché il nuovo ci spaventa sempre, coltiviamo o ci facciamo
facilmente prendere da pregiudizi… Inoltre, tendiamo naturalmente a cercare chiarezza, razionalità,
e contemporaneamente, in modo istintivo siamo portati a rifiutare, a rifuggire da ciò che può essere
fonte, motivo di disturbo, sofferenza oppure fa percepire un senso di inferiorità, impotenza,
insufficienza. Siamo poco allenati a buttare il cuore oltre l’ostacolo per accogliere la diversità come
una ricchezza, un dono che la Provvidenza ci vuole regalare. (E come spesso capita, ce ne
accorgiamo quando non c’è più!). Non abbiamo fatto nostra quell’espressione che hanno letto più
volte nel corso dell’anno giubilare: “Ero forestiero e mi hai accolto”.
L’accoglienza non va considerata solo come clima. Accogliere è un atteggiamento concreto che è
segno di vera maturità, di una comunità che è viva, che sa aprire le porte, anzi le spalanca perché
qualcun altro possa entrare, gli fa spazio perché si senta accolto, accettato così com’è, a suo agio,
con quella serenità che nasce dalla percezione di non sentirsi giudicati, del timore di un giudizio che
finisce per bloccare la possibilità di crescita.
Inoltre, accogliere significa aggiungere un posto a tavola, riconoscere l’altro come un fratello
("siamo d’uno stesso sangue"). È far stare il capo che entra in Comunità Capi, come si trovasse da
sempre a casa propria, in famiglia, dove ogni membro ha un posto, è protagonista. È
affettuosamente accolto; ci si preoccupa se manca; viene apprezzato, stimato, continuamente
valorizzato. E come in una famiglia, il contributo personale di ognuno alla comunità è necessario,
fondamentale, insostituibile perché il gioco è di squadra e si vince solo insieme. La comunità allora
è il luogo dove sono chiamato a vivere una nuova solidarietà, una nuova fraternità, una fraternità
nella fede che mi permette di riconoscere l’altro come un fratello perché "siamo d’uno stesso
sangue"! [Ma a questo "siamo d’uno stesso sangue" ci crediamo o ci limitiamo a ripeterlo ai lupetti
come parola maestra?]
Accogliere chiede necessariamente la disponibilità ad un ascolto reale, pieno, caratterizzato da
tempo che viene dedicato, dall’attenzione al singolo. Conosciamo la famosa frase di Saint de
Exupery: “è il tempo dedicato alla rosa…”.
Accogliere implica anche un ascolto che perché sia vero, chiede di fare silenzio, di tacere perché
l’altro possa parlare, soprattutto se ha una voce flebile… Spesso i giovani capi non hanno voce,
perché all’interno della Comunità Capi parlano i soliti, coloro che hanno più voce, o sanno farsi
largo.
Accogliere è anche rispettare i ritmi, il passo dell’altro, avere pazienza per i suoi tempi, perché
aderisca attraverso un percorso di maturazione personale, a quell’idea che la comunità ritiene
importante e sulla quale è necessario il consenso.
L’accoglienza inizia dal cuore, dall’atteggiamento interiore di disponibilità a far spazio all’altro, ad
accettarlo con la sua storia, per quello che è. Accogliere implica la consapevolezza ed il desiderio di
scoprire che l’altro rivela il volto di Dio.
Si è capaci di accoglienza solo nella misura in cui si è fatta esperienza in prima persona dell’essere
accolti, dell’essere attesi, aspettati, cercati.
L’accoglienza in Comunità Capi molto spesso è data come un fatto automatico al momento
dell’entrata stessa in Comunità Capi; anzi, di fatto, questo momento importante del cammino di un
capo, viene trascurato. Infatti, non sono numerose le Comunità Capi, che accompagnano il capo in
questa fase essenziale, valorizzandola e magari anche celebrandola.
Di conseguenza, è necessario trovare modalità per curare l’entrata (che sia personalizzata e può
avvenire non solo all’inizio, ma anche nel corso dell’anno scout) e per celebrare il momento.
Mi piace pensare a…

• una comunità che sa dare significato al tempo anche in termini di qualità…


• una Comunità Capi che sa vivere la propria storia come un’avventura, una strada che si scopre e
si impara a percorrere insieme, facendola…
• una Comunità Capi che si lascia interrogare…
• una zona che come momento della struttura associativa si impegna concretamente
nell’accoglienza andando incontro ai capi, che sa inventare modalità per accorciare le distanze.

I BISOGNI DEI GIOVANI CAPI


di Rosaria Facchinetti, Capo Campo CFM – Lombardia
Bisogno di chiarezza
I giovani capi hanno bisogno di chiarire, a se stessi prima che agli altri, le motivazioni che li hanno
spinti a “buttare il cuore oltre l’ostacolo” e scegliere l’associazione come ambito di servizio alla
Chiesa e alla società, di andare oltre il concetto della restituzione di ciò che si è ricevuto (per altro
esca legittima e positiva) di fondare la propria riflessione sulla ricerca personale della propria
vocazione.

Bisogno di ascolto
• Ascoltare ed essere ascoltati
• Ascoltare cose interessanti, che interessano me che sono appena entrato in Comunità Capi e
sono curioso, entusiasta, desideroso di scoprire cosa mi aspetta.
• Ascoltare non è un’azione fine a se stessa: è l’atteggiamento fondamentale per intraprendere una
relazione, è l’atteggiamento base per il rapporto capo - ragazzo; per essere attivato deve essere
sperimentato direttamente e il nuovo capo deve scoprirne la reciprocità.

Ciò può significare anche:

• serenità nell’esporre i miei dubbi e le mie perplessità;


• non temere il giudizio per quello che posso dire;
• esprimere tutto anche le stupidate e le banalità

Ciò non significa non mettere in atto la correzione fraterna o astenersi dalla riflessione e dal
confronto, ma bensì il contrario.

Bisogno di dare significato al tempo


Come gestirlo, come viverlo, come valorizzarlo?
I giovani capi hanno bisogno di qualità e non quantità, di sperimentare l’utilità delle esperienze che
con la Comunità Capi e la zona si vivono, di percepire che anche per i capi più navigati ed esperti
quello che si sta facendo, elaborando, pensando, non è routine o ripetizione, ma ogni volta è una
bella avventura.
“Ai capi manca il tempo quasi per fare il minimo sindacabile per le attività con le branche, quindi
ogni altro impegno o incarico spaventa, perché non ci sta dentro”.
Il tempo non va riempito ma vissuto e quello che dedico ai ragazzi non è più bello di quello che
dedico alla mia formazione.

Bisogno di avventura
I giovani capi esprimono il bisogno di provare sulla pelle che la vita di Comunità Capi è vita scout
dove si gioca, e attraverso il gioco si impara, si canta, si danza, si fa strada, dove non si vive solo
attorno ad un tavolo e non si è legati alle comodità, dove la competenza anche tecnica non è una
chiacchiera, ma una realtà. Hanno bisogno di constatare che i capi sono degli “specialisti” dell’arte
di imparare e dedurre e che questa capacità non si impara una volta per tutte, ma è sempre in
crescendo.

Bisogno di dinamiche adulte


I giovani capi hanno bisogno di percepire che si sta lavorando in un gruppo di adulti, dove il
conflitto non è negato o trascurato, ma è affrontato, dove la capacità di affrontare le difficoltà che si
incontrano si manifesta quotidianamente, dove si sperimenta la fatica del pensare, del progettare e
del programmare, che fa parte del gioco e le rende concreto, vivibile, “toccabile”; una Comunità
Capi, una zona, un’associazione che mi dice chiaramente che devo coltivare il coraggio e la
pazienza se voglio educare, che posso farlo con serietà usando degli strumenti specifici ed adeguati
che sono il progetto educativo ed i programmi di unità.
Bisogno di punti di riferimento
• La “robusta tenerezza” come dice Lino.
• Sapere che posso contare su qualcuno.
• Avere persone a mia disposizione che mi accompagneranno in questo percorso, che sapranno
indicarmi testi da leggere, luoghi da visitare, esperienze da fare, che potrò trovare quando ne sento
la necessità, che sapranno insegnarmi l’arte del capo.
• Avere persone che verranno incontro al mio bisogno di rassicurazione soprattutto nel dopo
campo invernale, quando si comincia a capire quali sono le regole del gioco.

Bisogno di competenza metodologica


I giovani capi manifestano in maniera forte esigenze di competenza metodologica:
• hanno bisogno di riempire di significato i gesti che compiono con i ragazzi;
• di trovare un nesso, un filo conduttore che lega le esperienze e le fa diventare esperienze
educative, di lasciarsi interrogare;
• hanno bisogno di esprimere curiosità ed entusiasmo;
• di confronto soprattutto in staff, ma anche Comunità Capi e in zona;
• di non sentirsi “gli ultimi arrivati”.

L’ACCOGLIENZA DEL NUOVO CAPO: IL RUOLO DELLA ZONA


di Andrea Arnetoli, Responsabile della Zona Valdarno - Toscana

Lettura dei bisogni:


• distanza tra il capo e l’associazione e le strutture (il nuovo capo è un ex rover o scolta che
conosce poco dell’associazione);
• mancanza (spesso) nelle Comunità Capi di capi esperti (età intermedia) che possano essere
mediatori, oltre che formatori per il giovane capo.

L’impegno della zona:


• essere tramite verso l’associazione: tramite la zona (responsabili, comitato) è l’associazione che
va incontro al nuovo capo;
• accorciare le distanze fra il capo e le strutture associative;
• essere strumento di verifica per la Comunità Capi che segue il tirocinante, confrontando il
cammino delle Comunità Capi e proponendo cammini;
• educazione delle Comunità Capi su come impostare e seguire il cammino delle persone che
entrano in Comunità Capi (la rotazione dei capi fa in modo che spesso non ci sia una tradizione
nelle Comunità Capi);

Lo stile:
• far vivere anche nella zona lo stile che dovrebbe accompagnare le nostre attività (si lavora con
gioia, con entusiasmo, con obiettivi), perché per prima cosa siamo scout, poi viene il far servizio a
diversi livelli.
L’ACCOGLIENZA DEI GIOVANI CAPI: IL RUOLO DEL CAPOGRUPPO
di Anna Chiara Busato, capo gruppo Robegano (VE)

Nodi problematici espressi dai giovani capi:


• Scelta di servizio come fatto emotivo più che come risposta vocazione ad un’esigenza educativa
(difficoltà a pensarsi in generale);
• gratificazione dell’immagine di capo più che accettazione di un cammino impegnativo di
continua formazione;
• difficoltà di costruire una gerarchia di valori in senso verticale; i valori vengono messi tutti in
senso orizzontale come se tutti fossero sullo stesso piano;
• difficoltà di coerenza nei valori: l’attività scout come isola rispetto agli altri aspetti di vita;
• difficoltà nel rinunciare a qualcosa per ciò che si crede importante (valori orizzontali - impegni
su più fronti - frammentarietà - difficoltà di gestire il tempo) per cui anche il servizio è limitato in
precisi ambiti e condizioni;
• la fede come uno degli aspetti della vita, ma non ciò che dà senso profondo alle proprie scelte;
• fragilità nelle relazioni;
• difficoltà nel progettarsi oltre l’immediato.

Nodi problematici espressi dalle Comunità Capi:


• Difficoltà di appropriarsi di una cultura di accoglienza che vuol dire accettare con gioia la
persona nuova per ciò che è e farla sentire parte della comunità;
• accettare linguaggi nuovi, diversi;
• cogliere le differenze culturali;
• saper guardare e far fronte ai veri bisogni dei giovani capi;
• guardare al giovane capo più per la sua funzione che per la sua formazione al ruolo;
• difficoltà nell’accettare di recuperare periodicamente ciò che sta alla base del suo essere (presi
dal fare);
• ruolo del capo gruppo spesso delegato a sostituirsi alle dinamiche relazionali della Comunità
Capi nei confronti dei giovani capi.

Possibili orizzonti

Comunità Capi

Accogliere Lavorare per una cultura di Comunità Capi che sappia accettare e dare spazio ai
nuovi che entrano non solo privilegiando il momento iniziale di presentazione
ma:
• rendendoli partecipi della vita della comunità;
• lasciando che siano loro ad interrogare la comunità;
• considerando l’esperienza di tirocinio che devono fare e non
considerandoli già capi.
Accettare linguaggi diversi e cogliere le differenze come ricchezza.
Accogliere vuol dire far sentire il giovane capo attore, appartenente alla
Comunità Capi
Accompagnare Capi si diventa. Occorre aiutare a trovare sempre il senso delle cose che si
fanno (intenzionalità). Rendere la Comunità Capi come la vera responsabile
dell’esperienza del tirocinio (comunità sulle motivazioni – staff sull’esperienza
di servizio ).
La Comunità Capi deve saper offrire gli strumenti e le abilità necessarie per
orientarsi in base ai valori condivisi.
Condividere il progetto del capo e aiutare il giovane ad una crescita graduale
dandogli modo di valutare il proprio servizio in modo oggettivo e serio, sulla
base di criteri espressi dalla comunità. Occorre avere l’attenzione a proporre
un’effettiva esperienza di fede, insieme agli strumenti per rileggerla, e non solo
“contenuti astratti” che riguardano la fede…

Giovane Capo
Scegliere All’entrata in Comunità Capi è giusto chiedere esplicitamente l’adesione al
Patto Associativo. Nel tirocinio il giovane capo deve porsi come obiettivo
l’approfondimento delle motivazioni al servizio. Su questo sarebbe
indispensabile che potesse confrontarsi anche con l’assistente ecclesiastico.
Responsabilizzarsi La conoscenza, la consapevolezza è fondamentale per poter essere responsabile.
È giusto chiedere da subito la partecipazione ai momenti formativi che
l’associazione propone. La sua assunzione di responsabilità deve essere
graduale.

TESTIMONIANZA DI MARCÈ DELLE PICCOLE SORELLE DI CHARLES DE


FOCAULT

Io mi sento meglio quando mi trovo con un piccolo gruppo, intorno ad un tavolino con una tazza di
caffè e guardando negli occhi nell’intimità dell’amicizia. Il mio italiano non è molto buono e,
quindi, mi aiuterò con queste righe scritte.
Gesù è venuto e si è fatto accogliere da noi, si è fatto piccolo. Ecco il Bambino Gesù! [ndr: dal suo
zaino Marcè tira fuori un bambino in terracotta con le braccia aperte e sorridente e lo adagia su una
tela di sacco in mezzo alla sala]. Ci ha valorizzato, e la relazione che ha stabilito tra se stesso e noi è
buona e sana (non è un padrone e noi non siamo schiavi).
L’amore reciproco, senza annullare la differenza, ha fatto sì che la distanza tra Lui e noi è diventata
meno grande e ha reso possibile la tenerezza.
I miei genitori mi hanno accolto dalla nascita e questo mi ha dato la possibilità di crescere
normalmente.
Pure la mia comunità mi ha accolto così come sono, dandomi la possibilità di “crescere”
umanamente e spiritualmente.
Questa mia stessa comunità mi ha inviato verso popoli molto diversi dal mio.
Non sono arrivata in posizione di forza, anzi; dovevo imparare tutto…. Non sapevo proprio niente!
La lingua, le abitudini, il modo di lavorare, di occuparsi del gregge, cercare gli azimi, fare il fuoco,
drizzare la tenda, cercare l’acqua…
Grazie alla loro accoglienza ho potuto inserirmi insieme alle altre Piccole Sorelle e loro sono
diventati per me fratelli molto cari. Da prima sono stata con gli Afar quattro anni poi con i Tuareg
in Niger, quattordici anni. Tutti musulmani!
Ho vissuto sempre sotto la tenda, perché sono tutti nomadi. E loro mi hanno insegnato tante cose…
• che si può vivere con molto poco;
• a condividere non solo il superfluo, ma anche il necessario;
• a valorizzare la relazione, a cui sono pronti a consacrare tutto il loro tempo;
• eravamo diversi quando ci siamo incontrati e conosciuti… abbiamo fatto un lungo percorso di
amici… siamo diventati fratelli, senza perdere la nostra identità, nel rispetto della differenza
dell’altro…

Ecco delle parole che sono state dette da loro:


• da Raisha: chi ci conosce qui in questo deserto se non Dio, voi e le spine…
• da Fatma: voi non fate differenza tra le persone, accogliete tutti egualmente poveri e meno
poveri…

Quando spostavamo l’accampamento, loro che non sono cristiani, sceglievano per noi il
posto più silenzioso e con la sabbia più pulita per piantare la tenda cappella con il
Santissimo.
Dopo questi diciotto anni vissuti in Africa, ne ho vissuto dodici al Luneur qui a Roma. Sono più di
trentaquattro anni che questi giostrai ci accolgono e pure loro sono diventati molto cari per noi e
siamo come una famiglia.
E adesso vorrei leggere qualcosa della nostra congregazione:
“Le Piccole Sorelle vivranno l’accoglienza come l’ha vissuta Fratel Carlo. La disponibilità a tutti
sarà inseparabile dalla loro vita contemplativa (di unione con Gesù).
È con rispetto e amore che noi vogliamo accogliere ogni persona come un inviato di Dio,
condividendo quello che abbiamo. Però senza desiderare di possedere di più, neanche con
l’intenzione di poter dare di più. Gesù è rimasto un uomo povero… anche noi con la nostra grazia
possiamo testimoniare il Vangelo mantenendoci fedeli alla semplicità e povertà dei mezzi.
Quello che conta è il dono della vita, la solidarietà, l’amore intenso e tutto questo perché non
vogliamo tenere per noi questo grande tesoro che è la Parola di Gesù.
In tutti i luoghi dove andiamo, il desiderio è d’essere una piccola presenza di Chiesa e che
attraverso noi i poveri si sentano amati da Gesù, così come loro sono per noi una Parola di Dio che
vogliamo accogliere con gratitudine”.

SINTESI DEI LAVORI DI GRUPPO

I bisogni formativi e le difficoltà dei capi che emergono in questo momento formativo di
introduzione al servizio e accoglienza in Comunità Capi

traccia per sabato

Lo Scautismo possiede una cultura dell’accoglienza? Quali elementi della pedagogia scout
conducono con naturalezza a manifestare, vivere l’accoglienza?
Tra il dire ed il fare… vi sono difficoltà a vivere concretamente l’accoglienza? Dove sono le
resistenze più pesanti? quali le cause? È possibile rimuoverle e superarle? Come? Quali sono le
persone coinvolte?
Quali sono gli scopi per cui oggi riteniamo importante riflettere sull’accoglienza?
Non possiamo semplificare tutto parlando di buoni sentimenti: non è opportuno pensare
all’accoglienza come elemento necessario ed indispensabile per fare educazione e formazione?
Quali esigenze sono maggiormente manifestate dai nostri capi in questo momento?
Quali bisogni di formazione ed informazione manifesta il capo all’inizio del suo servizio?
Quali lacune e difficoltà sono maggiormente sentite dalle Comunità Capi e dai capi al loro
ingresso?
Quali sono, oltre le Comunità Capi e la zona, gli altri luoghi in cui vivere l’accoglienza? Con quali
modalità?
Sono necessari approcci diversi per chi entra in Comunità Capi (a seconda della provenienza e
dell’età)?

Individuazione di un percorso di accompagnamento al servizio educativo dei capi:


obiettivi, contenuti e strumenti da privilegiare ai diversi livelli

traccia per domenica

All’ingresso in Comunità Capi, al momento dell’inserimento in servizio, quali elementi sono


ritenuti necessari ed indispensabili per permettere di affrontare con serenità e serietà tale esperienza
(prerequisiti)? Quali bisogni di formazione esprime la Comunità Capi?
Quali competenze sono necessarie e quali vanno supportate?
Esistono considerevoli differenze tra i bisogni e competenze richieste dalle Comunità Capi e
bisogni e competenze manifestate dai capi al loro ingresso?
È opportuno fare proposte alla branca Rover/Scolte per quanto concerne la scelta di servizio?
Sono necessari momenti ulteriori e maggiormente specifici di formazione al servizio di capo? Su
quali aspetti e contenuti?
Quale livello associativo deve occuparsene? Quali eventi di formazione?
È necessario pensare a percorsi di introduzione al servizio più strutturati?
È possibile e necessario indicare le priorità ed identificare con chiarezza chi, cosa, quando?
È necessario e riusciamo ad individuare strumenti, supporti, modalità formative?
È possibile e utile suggerire iniziative per dare concretezza e continuità a quanto emerso?

GRUPPO COORDINATO DA DANIELA PERAZZOLO


Incaricata Regionale alla Formazione Capi del Veneto

Come è possibile notare subito, praticamente tutti i partecipanti al gruppo si trovano nella
situazione di ricoprire contemporaneamente due o addirittura tre incarichi… sono situazioni
“estreme” o questa è una realtà diffusa?

Sabato 17 Marzo

Non è stato facile in così poco tempo riuscire ad andare a fondo sulla tematica: pur cercando di
rispettare lo schema delle domande e quindi di abbreviare gli interventi, non è stato possibile
sviluppare ampiamente tutti i punti. Sicuramente i capi avevano la necessità e la voglia di
raccontarsi e raccontare la propria realtà, con l’urgenza di portare a casa qualche idea di soluzione
alle problematiche che interessano l’intera Comunità Capi.
• Tutta la proposta scout è basata sullo stile dell’accoglienza, in primo luogo perché abbiamo una
radice cristiana che non va assolutamente dimenticata e poi, perché lo Scautismo educa a farsi
carico degli altri. Educhiamo i ragazzi nelle varie fasce d’età con strumenti pedagogici che
stimolano e fanno fare “esperienza” di accoglienza (la comunità, la squadriglia, la famiglia felice, il
servizio…)
• Come adulti diamo un valore diverso all’accoglienza e spesso lo perdiamo di vista per alcuni
motivi tipo: la paura della diversità, la paura della “compromissione”, la paura di perdere
“potere”, la poca capacità di ascolto, la mancanza di umiltà, il poco tempo e la cattiva qualità del
tempo, la superficialità di approccio con le persone, la pigrizia, un cammino di fede poco profondo.
• Il problema interessa tutta la Comunità Capi: tutti i capi ne sono coinvolti, anche se capi gruppo
e assistente ecclesiastico sono i demandati a vegliare perché la Comunità Capi viva concretamente
lo stile di accoglienza.

Difficoltà dello staff di Comunità Capi:


• l’assistente ecclesiastico spesso non esiste;
• la diarchia è un’utopia;
• il capo gruppo spesso ha il doppio incarico (capo unità, zona…);
• manca la formazione del capo gruppo a ruolo e nel ruolo.

È difficile vivere lo stile di accoglienza perché tra capi giovani e non, c’è una diversa
lunghezza d’onda su base esperienziale:
• capi giovani con motivazioni poco profonde (partenze date in modo superficiale dalla branca
Rover / Scolte, senza che ci sia il coinvolgimento dell’intera Comunità Capi);
• ci si aspetta tutto dalla Comunità Capi;
• fatica a rispettare i tempi di crescita per necessità di avere subito capi unità.

Parlare di accoglienza è una necessità:


• non solo in relazione al turnover dei capi e dei ragazzi;
• perché la Comunità Capi diventa specchio e testimone nei confronti dei ragazzi;
• per fare una proposta “seria” che vada in profondità e tocchi veramente il cuore dei ragazzi,
aiutandoli a crescere in modo “vero”;
• per recuperare l’essere cristiani: lo Scautismo è missione, dono, risposta ad una chiamata verso
l’uomo per il quale ha un rispetto profondo.

Domenica 18 Marzo

Troppo poco tempo a disposizione per riuscire a concretizzare delle serie proposte.
Abbiamo chiamato il tutto “uovo di Colombo”, dal momento che non sono emerse praticamente
novità, rispetto a ciò che già esiste.

RIFLESSIONI “SPARSE”
• L’accoglienza e l’accompagnamento spettano in modo particolare ai capi gruppo e all’assistente
in quanto hanno la responsabilità sulla “garanzia” del metodo. Ciò non toglie che tutta la Comunità
Capi sia pienamente coinvolta.
• Anche lo staff di unità (in modo particolare il capo unità) ha un ruolo fondamentale di
accompagnamento in quanto il nuovo capo vive con lo staff il suo approccio concreto come
educatore e membro della Comunità Capi (se al capo unità “va stretta” la Comunità Capi
probabilmente andrà allo stesso modo anche al tirocinante).
• Sarebbe opportuno uno stacco temporale tra la partenza e l’ingresso in Comunità Capi: durante
questo periodo il capo gruppo avrebbe il compito di curare l’introduzione al servizio di capo.
• Per gli extra associativi un percorso un po’ diverso: alcune esperienze in stile Rover / Scolte,
prima del servizio attivo, seguiti sempre dal capo gruppo e con l’obbligo a partecipare ai campi per
extra associativi.
• Tutti i momenti importanti di crescita della vita del capo come educatore, dovrebbero “partire”
dalla Comunità Capi, “ritornare” alla Comunità Capi ed essere sottolineati da cerimonie.
• Anche i momenti significativi della vita personale, dovrebbero trovare posto ed essere
valorizzati da tutta la Comunità Capi come occasioni di crescita e formazione permanente.

PROPOSTE: fondamentalmente riscoperta e utilizzo corretto degli strumenti che l’associazione già
si è data (progetto del capo, tirocinio, progetto educativo…)
• Contatto maggiore tra branca Rover/Scolte e Comunità Capi (tutti i capi hanno la responsabilità
di tutti i ragazzi).
• Maggior rigidità dell’associazione sul rispetto dell’anno di tirocinio.
• Collocare il campo di Formazione Metodologica verso la fine dell’anno di tirocinio.
• Maggior apertura della Comunità Capi al territorio per avere più informazioni e possibilità
concrete di aiuto.

RENDERE OBBLIGATORIA LA FORMAZIONE DEI CAPI GRUPPO?


(DIVERSAMENTE la zona deve essere SERIAMENTE GARANTE della qualità)

1. 1. Formazione al ruolo (per i nuovi) Regione


2. 2. Formazione nel ruolo Zona

PROPOSTA DI PERCORSO (chi fa e cosa)

COMUNITÀ CAPI
• primo momento (durata a seconda della maturità della persona): conoscenza delle regole del
gioco (sono capo perché… la vocazione al servizio, il Patto Associativo, l’associazione…) a cura di
capi gruppo e assistente ecclesiastico, non c’è servizio attivo fisso in una branca, ma si fanno
alcune esperienze varie di contatto e conoscenza delle tre branche;
• Tirocinio (dura un anno): servizio attivo continuativo in una branca; il capo unità e lo staff
seguono il cammino del tirocinante, offrendogli l’opportunità di conoscere il regolamento e di
sperimentare il rapporto educativo con i ragazzi (capi gruppo e assistente ecclesiastico continuano
l’accompagnamento).

ZONA
• Offre occasioni di formazione e confronto per i tirocinanti
• Offre occasioni di incontro per far comprendere la dimensione associativa
• Incontra i capi gruppo: progetta e verifica insieme a loro l’anno di tirocinio per i tirocinanti
presenti nelle diverse Comunità Capi

REGIONE
• Campi per extra associativi
• Campo di Formazione Metodologica (verso la fine dell’anno di tirocinio)

GRUPPO COORDINATO DA MARINA D’OTTAVIO


Incaricata Regionale alla Formazione Capi della Sardegna

Dopo aver lavorato sabato sera sulla rivisitazione dei problemi emersi in più momenti e in diverse
situazioni, riguardanti l’accoglienza in Comunità Capi e le esigenze dei capi di nuovo ingresso
(nonché su quelle delle Comunità Capi che accolgono..), domenica ci si è concentrati su: chi fa, che
cosa, come e dove; ovvero avendo chiari i bisogni, sott’occhio i problemi e le problematiche della
convivenza diciamoci che tipo di risposta si può dare, chi deve riempire lo “spazio”, il vuoto
definito in precedenza.
Abbiamo discusso un po’ per cercare di restringere i molti e diversi concetti emersi in poche e
chiare “modalità d’uso”, che così si possono riassumere:
Ci sono delle attenzioni da avere, necessarie ed imprescindibili per costruire dei buoni rapporti e dei
modi di proporre il cammino da fare, che possono anche essere specificati alla situazione e alla
storia di ogni persona e in Comunità Capi.
Siamo tutti d’accordo che siano persone con storia associativa (partenti) o siano esterni
all’associazione, l’entrata in Comunità Capi non è un automatismo, dal momento della partenza
all’ingresso ci deve essere tempo per fare un cammino di “avvicinamento”, comprensione,
chiarezza su dove sto andando e a fare che cosa. Non definiamo i tempi (sicuramente non saranno
brevissimi) perché rispettosi della storia di ciascuno; sicuramente i contenuti e le modalità del
cammino saranno differenti tra ex rover / scolte ed esterni all’associazione. Comunque, che ci debba
essere un tempo di riflessione e avvicinamento, la cui guida debba essere affidata ai capi gruppo (o a
persona molto vicina a chi vuole entrare in Comunità Capi, per facilitargli l’approccio, comunque,
sempre in relazione con i capi gruppo). In tale periodo dovrebbero essere specificati con chiarezza
che cos’è la Comunità Capi (cosa ci lega come adulti, ovvero il Patto Associativo), a cosa serve
cioè di cosa si occupa (il progetto educativo), cosa chiede l’associazione a chi vuole fare servizio
educativo e cosa offre (percorsi formativi offerti come possibilità di crescita!), quale la portata
“vocazionale” del nostro servizio anche in termini di tempo ed energia. Tutto ciò con la
consapevolezza che di fronte c’è un adulto con la sua storia, che ha delle richieste alle quali
dobbiamo prestare attenzione. La proposta sarà, quindi, personalizzata (modi e tempi), ma questo è
un discorso che viene dopo.
Una volta stabilito il “contatto”, chiarite le condizioni, (se sono ancora disponibili!?!) si prepara la
cerimonia dell’accoglienza. Riteniamo che il momento vero e proprio dell’ingresso va sottolineato
in modo particolare per sancire un “patto d’accettazione” reciproco, importante, libero, un primo
momento del cammino da intraprendere con la nuova comunità. Importanti saranno tutti quegli
elementi che ci fanno stare bene (sentirsi importanti per gli altri, atmosfera gioiosa e giocosa, senso
di certezza che sarò appoggiato e incoraggiato ecc.)
Ma cosa veramente importante è che questo momento non deve essere preparato solo in funzione di
chi entra… perché è un’occasione per tutta la Comunità Capi per prepararsi ad accogliere, (nel
condividere il cammino che si proporrà al nuovo entrato e le modalità di relazionarsi) per rivedere il
proprio cammino e le proprie relazioni (cfr. verifica).
Dal momento dell’ingresso il “novizio” diventa a tutti gli effetti un tirocinante, non solo come
aspirante capo di un’unità ma, in quanto educatore, come adulto in cammino in una comunità
educante e autoeducante, dove ognuno e tutti insieme hanno chiaro il percorso da fare e gli
strumenti da utilizzare (progetto educativo, progetto del capo). È necessario, comunque, che il
tirocinante sia affiancato nella scoperta e nell’appropriarsi di questi strumenti da un membro della
Comunità Capi (il capo gruppo) che “filtri”, se necessario, il linguaggio (spesso parliamo dando per
scontato che tutti sia all’interno dei discorsi) che permetta a quest’ultimo una personale costruzione
di percorso, adeguata cioè alle proprie necessità, ai propri tempi, rispettosa delle esigenze e dei
limiti del singolo (un percorso affascinante”), in cui le esperienze di campi scuola, cantieri, incontri
o quant’altro possa essere utile, fuori o dentro l’associazione, siano le occasioni di crescita più
giuste e mirate e non quelle “di dovere” ma quelle che mi servono.
Il resto dei componenti la Comunità Capi non sono esonerati dall’accompagnare e dall’introdurre il
tirocinante al nuovo servizio di educatore: ogni verifica, progettazione, presentazione di programmi
e progetti dovrà essere motivo di crescita e comprensione degli strumenti e del “fare” educazione,
così come il lavoro di staff di unità sarà occasione per scoprire, riscoprire se è il caso e
interiorizzare gli strumenti del metodo.
Potrebbe essere utile anche “istituzionalizzare” momenti di incontro tra tirocinanti in zona, per
permettere occasioni di confronto e verifica più approfondite e condivise di quelle possibili in una
Comunità Capi, dove di solito questi sono in numero ristretto. È evidente che ciò non significa
sostituire il lavoro della Comunità Capi.
Consapevoli che è l’associazione a dare le linee guida (cfr. profilo del capo), ma che poi nel
quotidiano sono le Comunità Capi che hanno la responsabilità dell’educazione e
dell’autoeducazione, pensiamo che questa possa farsi strumento di condivisione di esperienze,
raccolta dati, comunicazione e informazione (soprattutto con i nuovi strumenti a disposizione),
affinché ciascuna realtà (gruppo, zona, regione), che ha il polso della situazione, possa
intraprendere o continuare un cammino di maggiore consapevolezza.
La necessità di avere figure di capo gruppo preparate anche a fare “formazione di adulti” (persona
autorevole, che sa relazionarsi con adulti, che accetta di formarsi, garante dell’attuazione dei
progetti del capo - non che fa progressione personale in Comunità Capi) sottolinea il bisogno di
pensare o ripensare il cammino di formazione di questi, nella zona, in regione.

GRUPPO COORDINATO DA NUNZIO ZAGARA


Incaricato Regionale al Tirocinio della Sicilia

La discussione si è incanalata subito sul significato che per i partecipanti poteva avere il concetto di
“accoglienza” e sin da principio si è evidenziata una distinzione fra l’accoglienza intesa come stile,
come un modo di essere e di pensare; dall’accoglienza come modalità, fatta talvolta di segni (di cui,
peraltro, è ricco lo Scautismo) e di azioni concrete.
Tale distinzione, sia beninteso, non è da inquadrare sul piano reale, poiché naturalmente si tratta di
due prospettive dello stesso argomento, tuttavia essa ci ha aiutato a passare ben presto dal piano
dell’astrattezza a quello concreto evitando di soffermarci eccessivamente sull’analisi ed anzi
cercando di individuare subito itinerari ed esperienze concrete da condividere.

Lo stile dell’accoglienza è il saper rischiare sulle persone accogliendone le diversità ed è un modo


di essere, un clima che deve permeare tutta la Comunità Capi (… e tutta l’associazione) e che
quando c’è, è tangibile non solo nei rapporti con i nuovi arrivati, ma anche in quelli che
intercorrono fra tutti i membri della stessa.
Certo quest’aria non si respira, invece, in quelle Comunità Capi nelle quali un atteggiamento un po’
presuntuoso di alcuni può far venire meno il confronto ed ingenerare forme di disagio fra i giovani
capi. Emblematico in tal senso l’atteggiamento di certi capi che “impartiscono disposizioni” quasi
fossero comandi militari e senza preoccuparsi di spiegare il perché di quello che si fa (che brutta
fine per l’intenzionalità educativa…), oppure di quelli che si esprimono usando un linguaggio
troppo tecnico (il cosiddetto "scoutese") senza curarsi di verificare di essere capiti…
Si è cercato, a questo punto della discussione, di individuare degli strumenti e delle modalità, di
selezionare dei soggetti e dei tempi che potrebbero gli uni sostenere gli altri e indirizzare le
Comunità Capi nel processo dell’accoglienza.

Il ruolo del capo gruppo


Una delle questioni più dibattute è stata quella di individuare le responsabilità circa questo
momento (ma anche quelle relative al momento successivo, del cosiddetto “accompagnamento”);
fermo restando il principio che la responsabilità formativa debba essere della Comunità Capi (nella
sua interezza), in realtà non si può negare che il capo gruppo ha un ruolo fondamentale in questo
processo.
A questa conclusione si arriva specie pensando all’ormai noto turn-over dei capi registrato negli
ultimi anni (fenomeno un po’ meno diffuso rispetto ai capi gruppo) e della conseguente
osservazione che, individuando nella figura del capo unità, il tutor dei nuovi arrivati, si rischia
spesso di caricare di tale responsabilità capi che nella maggior parte dei casi risultano essere essi
stessi in “formazione”, perché in Comunità Capi da uno o due anni.
Non bisogna, peraltro, tralasciare che, per la sua posizione particolare, il capo gruppo si trova ad
essere al centro di una serie di rapporti (varie unità del proprio gruppo, consiglio di zona ecc.) dalla
quale può offrire ai tirocinanti una visione a più ampio raggio.

Il ruolo della zona e/o della regione


È emersa chiara l’opinione che la Comunità Capi non può essere lasciata sola in questo compito, ma
che debba esserci un sostegno prestato dai diversi livelli associativi. Pur nella diversità di
esperienze presentate dagli appartenenti al gruppo di lavoro, l’opinione prevalente è che tale
compito spetti innanzi tutto alla zona e si concretizzi, come già accade -secondo quanto relazionato
dai presenti- in Trentino Alto Adige, Liguria, Toscana, Calabria, Sicilia, attraverso l’organizzazione
di eventi (incontro, pernottamento, piccola route ecc.) specificatamente dedicati ai tirocinanti.
Altra idea che ha messo tutti d’accordo è stata quella della cosiddetta “pattuglia a domicilio”: tale
denominazione, inventata sul momento, indica la necessità che il livello regionale non si limiti a
proporre solo i momenti di formazione “istituzionale”, ma partecipi al processo dell’accoglienza
offrendo un servizio direttamente alle zone (o ai gruppi) nelle zone, cioè muovendosi concretamente
verso esse, con procedimento inverso rispetto a quanto accade oggi.
Per la verità, nelle diverse esperienze si riscontrano già esperienze di questo tipo, alcune pattuglie
regionali (Trentino Alto Adige, Toscana) o altre esperienze di lavoro “in rete” come, ad esempio, in
Sicilia ove il lavoro degli incaricati di zona al tirocinio è coordinato dalla pattuglia regionale di
Formazione Capi (bisogna tenere presente numeri e distanze).

Cosa e quando…
Ci siamo anche confrontati su alcuni aspetti concreti dell’accoglienza in Comunità Capi, primo fra
tutti come fare a “fissare dei paletti” con i nuovi capi che si apprestano ad entrare nelle nostre
comunità? È apparso necessario pensare ad un momento che qualcuno ha definito di “pre-
accoglienza”, momento in cui, non avendo ancora iniziato il tirocinio e non essendo ancora in
alcuna unità, si possa chiedere di accettare i principi del Patto Associativo attraverso una piccola
cerimonia, utilizzando gesti e simboli della nostra tradizione; si tratterebbe di una cerimonia simile
a quella che viene fatta all’inizio dei campi scuola (contratto formativo) e andrebbe effettuata
nell’arco dei primi 15-30 giorni dall’ingresso in Comunità Capi.
Non sfugge che la disponibilità iniziale ad accettare i principi dell’associazione va, comunque,
verificata in maniera più ampia attraverso un processo che non può esaurirsi nel semplice
“contratto”. Si è sottolineato come la Comunità Capi (ed il capo gruppo…) debbano accompagnare
concretamente tale processo che porta il nuovo arrivato a stilare il suo progetto di capo.
Un’ultima riflessione si è, infine, fatta sulla partenza. Poiché l’80% dei giovani capi proviene dalla
branca Rover / Scolte, pensando ad una certa “fragilità” dei giovani capi e delle loro motivazioni, si
riterrebbe necessario avviare una riflessione su questo momento particolare della vita scout per
rimarcare che la partenza non è esclusivo appannaggio dei capi clan, ma un forte momento di
verifica nel quale è coinvolta (a vario titolo) l’intera Comunità Capi.

GRUPPO COORDINATO DA PASQUALE ZAGARESE


Incaricato Regionale alla Formazione Capi della Campania

Situazione possibile: la Comunità Capi può essere luogo di conflitto e di non crescita e, pertanto, la
ricaduta è un cattivo servizio educativo.
Il seminario sull’accoglienza è risultato, tra l’altro, un’ottima prospettiva di lettura, perché se pur
vera è l’attenzione che bisogna avere nell’accogliere “i nuovi capi”, non meno importante è la
“cura” che ogni singolo capo deve avere di sé e dell’altro per migliorare le “competenze” di capo,
per interiorizzare la sua “vocazione” ad essere capo-testimone; con questo sembra di aver ribadito
vecchi concetti, ma è bene richiamarci a questa dinamica, che rappresenta la base del clima.
Nel lavoro di gruppo abbiamo:
• Ribadito l’importanza del ruolo del capo gruppo quale formatore attento, paziente, propositivo,
capace di suscitare domande di senso ed interesse alla continua formazione, capace di
discernimento, testimone di una vita semplice, concreta, gioiosa, amante di una Speranza, perché
sempre proiettato a realizzare il Progetto che Dio vuole realizzare
• Ogni capo deve vivere in questa prospettiva e con questa sana tensione interiore, solo così potrà
testimoniare, anche con la sola presenza silenziosa, il volto di Cristo, che è amore per l’altro quando
si entra in relazione.
• La Comunità Capi è responsabile sin dal momento in cui “bussa alla porta”:

Fase dell’avvicinamento…
• se di provenienza extra associativa l’attenzione e la cura ricadrà nel presentare la Promessa, la
Legge Scout, il Patto Associativo quali elementi fondanti dello Scautismo, (senso dell’appartenenza
ai valori) lo spirito, la pedagogia; in questa “fase di avvicinamento” tutta la Comunità Capi con
discreta e fraterna sensibilità accompagna il neofita alla scelta;
• se di provenienza associativa è importante riflettere che la scelta di servizio è una vocazione che
dà senso alla sua vita e al suo progetto; la Comunità Capi con modi decisi e fraterni deve aiutare
l’aspirante capo a capire che nello Scautismo non esistono automatismi (pertanto, non tutti sono per
un servizio educativo): ridefinire la propria identità; operare un forte discernimento e nel contempo
presentare e riflettere sul Patto Associativo (strumento per introdursi nella realtà associativa per
meglio costruire e comprendere il proprio ruolo e la propria identità di capo-educatore).

Fase del contratto…


• L’aspirante fa ingresso in Comunità Capi nell’ambito di una cerimonia (che valorizza il senso
dell’accogliere… l’importanza di una relazione non superficiale, che non lascia indifferenti e che
porta a lasciarsi “addomesticare” e ad “addomesticare; … magari se extra associativo, può vivere la
sua Promessa);
• recuperare (o riappropriarci) il senso del contratto: indubbiamente è un termine che facilmente
può portare a facili conclusioni, che possono creare conflitti e confusione. Il contratto è un accordo
condiviso tra adulti che scelgono liberamente di vivere “il gioco” dello Scautismo nel rispetto delle
regole;
• regole che ci richiamano lo stile della condivisione, del trapasso nozioni, dell’ascolto… si
richiede la capacità di fare memoria delle esperienze vissute (sia associative sia della vita sociale)
per avere la consapevolezza della propria identità, dei punti di forza e di debolezza, dei propri
talenti, delle scelte fatte sia positive che negative;
• si richiede uno stile di vita inteso come modo di essere nei confronti di sé e degli altri e, quindi,
come protagonista della propria crescita, responsabile della propria formazione.

Fase del progetto…


• Il tirocinante viene gradualmente portato a capire il perché: “Il progetto del capo non lo ha
inventato B.-P., però, dalle dimensioni fondamentali dello Scautismo possiamo coglierne il valore a
tutti i livelli della proposta educativa…”. Progetti concreti fatti di azioni capaci di incidere
veramente sulla persona e sulla realtà.
• Si richiede la capacità di uno “sforzo di ideazione” su di sé, uno sforzo che riguarda tutta la
persona, tutta la sua spiritualità.

Fase della prova e della verifica…


• Consapevole della scelta: giocarsi come educatore al servizio dei più “piccoli” (con lo spirito
evangelico: “quello che farete al più piccolo degli uomini, lo farete a me…”); il tirocinio:
consapevoli che non ci si improvvisa capi dell’associazione, si sperimenta e si elabora un percorso
formativo (iter formativo) quale prova e verifica delle proprie scelte e delle proprie attese; la prova e
la verifica necessitano della presenza e della mediazione di un capo adulto (capo unità, capo gruppo,
assistente ecclesiastico, referente-tutor-angelo custode).

Fase del mandato…


• dare al nuovo capo la dimensione della statura raggiunta e dell’impegno che dovrà affrontare nel
suo ruolo di capo-educatore e testimone.

GRUPPO COORDINATO DA RICCARDO BUSCAROLI


Incaricato Regionale alla Formazione Capi dell’Emilia Romagna

C’è una cultura di accoglienza nelle Comunità Capi? Le Comunità Capi sono veramente comunità?
Dobbiamo puntare a questo.
Non è vero che i giovani capi sono senza motivazioni: sono i migliori che possiamo avere, perché
“figli del loro tempo” ed hanno buone motivazioni. Il problema sta nella cultura di accoglienza delle
Comunità Capi, che manca.
Gratifichiamo i giovani capi, creiamo nelle Comunità Capi un clima favorevole, nel quale si vivono
momenti di gioia, condivisione, recupero del senso di comunità. In una Comunità Capi nella quale
non c’è comunità, non si vive l’accoglienza.
I giovani capi spesso non sono accolti, ma inseriti nella frenesia delle Comunità Capi. Il passaggio
dalla partenza all’entrata in Comunità Capi è automatico. Disagio nei giovani capi che vengono
“buttati” nella mischia.
Tra l’altro, le urgenze della vita di Comunità Capi fanno annullare tempi e logiche.
Nelle Comunità Capi i rapporti umani sono vivi? Esiste nonnismo tra capi giovani e capi più
anziani?
Perché i capi entrano in Comunità Capi? Quali sono i criteri che chiediamo a chi entra in Comunità
Capi?
Ci sono defezioni nei primi due anni, forse perché i giovani capi non trovano motivazioni; ci sono
problemi di relazione che diventano causa di abbandoni. Il divario di esperienze non può essere
forbice che taglia i rapporti.
Occorre porre attenzione alle piccole cose: dalle regole all’amore.
È necessario rispettare i tempi di crescita perché il giovane capo prima ha l’entusiasmo del servizio
con i ragazzi.
Ai giovani capi manca il tempo della scoperta; il tempo di formarsi e di prendere coscienza del
ruolo, utilizzando come strumento il progetto del capo.
Non chiediamo ai giovani capi di fare scelte che non competono loro perché hanno tempi diversi.
Proposte: scelta consapevole di Promessa; servizio e condivisione con altri adulti con un Patto
Associativo, con adesione anche allo Statuto.

Problemi aperti:
• All’atto della Partenza c’è veramente una solidità delle scelte? In associazione spesso guardiamo
ai rover e alle scolte come futuri capi. Dobbiamo tener conto che la maggioranza dei capi viene
dalle comunità rover e scolte. Dai campi di formazione metodologica arrivano segnali di mancanza
di scelte e motivazioni in fondo. Dobbiamo fare qualcosa al momento dell’ingresso e creare un
percorso di accompagnamento. “Osare il futuro” è uno slogan valido.
• Bisogna ridistribuire ruoli e metodologie. È il gruppo che sta al centro dell’associazione ed è,
quindi, necessaria una formazione del capo gruppo, prima che dei tirocinanti. Il nodo centrale sono i
capi gruppo: aiutiamoli ad acquisire tecniche di gestione di Comunità Capi. I capi gruppo hanno un
ruolo che deve essere valorizzato e supportato.
• I giovani capi trovano Comunità Capi o solo gruppi di giovani? L’attività è una routine o una
scoperta reale dell’avventura?
È importante conoscere per offrire proposte adeguate. Le Comunità Capi che hanno gente solida,
riescono a far a passare automaticamente nozioni e valori. Manca la dimensione dello scambio.
Il capo unità è persona che fa da tramite e da trapasso di nozioni. Questo non avviene in uno,
quindici o trenta giorni. Mancano fasce intermedie. Occorre valorizzare i capi che potranno dare
una mano senza fare servizio, ma che hanno molto da dare; il buco fa mancare il trapasso
nozioni. Tra i motivi, la scelta: “o fai servizio con i ragazzi o non sei niente”. Non c’è cultura del
quadro.
• Verifichiamo la verticalità in Comunità Capi. Ufficializziamo il fatto che esistono capi ed
aspiranti capi, ai quali chiediamo delle cose limitatamente, capi in formazione nei tempi giusti per
loro.
In relazione dall’aumento numerico dal 1974 ad oggi l’Agesci ha predisposto la formazione per
persone con tanto tempo a disposizione ed è stata l’associazione stessa che ha disgregato i capi
medi perché non ha dato loro tempo.
• Manca la comunicazione fra diversi livelli: regione/Comunità Capi/staff. Probabilmente ci sono
problemi di dialogo e confronto perché spesso le cose vengono fatte, ma non comprese dai livelli
diversi.

CONTRIBUTI AL SEMINARIO

Problemi e riflessioni sull’accoglienza


di Paola dal Toso…………………………………………………………………………. pag.26

L’accompagnamento dei Capi adulti in Comunità Capi – Il ruolo dell’Assistente


Ecclesiastico e quello del Capo Gruppo
a cura della Regione Veneto…………………………………………………………….. pag.31

Accoglienza e Tirocinio
di Nunzio Zagara………………………………………………………………………….. pag.38
La nuova Comunità Capi: ideazione, sperimentazione e verifica
a cura della Regione Lombardia.………………………………………………………... pag.41

PROBLEMI E RIFLESSIONI SULL’ACCOGLIENZA


di Paola Dal Toso – Incaricata Nazionale alla Documentazione

La domanda di fondo
La Comunità Capi è effettivamente una comunità, in cui ogni capo è accolto e valorizzato? È una
comunità di adulti educatori a servizio dei più piccoli? I capi sono un gruppo educativo di laici
cattolici operanti in modo intenzionale su un territorio, nell’ambito della chiesa locale, in rapporto
con l’Associazione? Se così fosse, non prevarrebbero tanti problemi dovuti a personalismi, a certe
difficoltà interpersonali...
La Comunità Capi si pone il problema della qualità della proposta educativa o si limita a
garantire l’organizzazione della stessa? La Comunità Capi prega? La Comunità Capi
sostiene e garantisce la formazione permanente per i singoli capi?
La Comunità Capi è una scommessa ed una sfida: degli adulti di età diverse, di generazioni diverse,
di situazioni di vita diverse (fidanzati, sposati, “liberi”, consacrati…) stanno insieme perché…
Entrata in Comunità Capi: non automatica dal clan. Occorre far trascorrere del tempo: a
volte il giovane capo scalpita dalla voglia di entrare e si crede giusto farlo entrare subito,
altrimenti perde la motivazione del servizio. Invece, può essere questo un tempo per
maturare con maggiore profondità le motivazioni del servizio.
Si trascura sempre il momento dell’accoglienza in Comunità Capi: qualche idea per curare
l’entrata (che sia personalizzata e può avvenire non solo all’inizio, ma anche nel corso
dell’anno scout) e per celebrare il momento.

Aiutare i giovani capi a vivere la dimensione della comunità


Dovrebbe essere un discorso scontato soprattutto per chi viene dall’esperienza scout.
Cosa significa comunità? Cosa significa vivere la fraternità, la condivisione?
Se nella comunità si stabiliscono relazioni mature, rapporti d’amicizia, ci si frequenta, ciò
può andare a vantaggio della persona. Non è sufficiente il semplice stare in compagnia,
che dovrebbe, invece, evolvere in relazioni fraterne caratterizzate dalla stima reciproca
che permette quella coesistenza tra diverse generazioni o diverse estrazioni sociali.
Occorre prestare attenzione per far crescere i rapporti tra le persone. Questo implica l’accettarle
ancora prima di conoscerle. Fondamentali sono la disponibilità di tempo e la capacità d’ascolto.
Come far crescere e anche esprimere piccoli segnali di stima reciproca che ciascuno di noi vorrebbe
sentire per rafforzare la stima di sé e tenere vive le motivazioni e l’entusiasmo nel fare sempre
meglio l’educatore?
Sappiamo bene che l’amicizia vera nasce e si rafforza nel condividere le fatiche e le esperienze
d’ogni giorno…
Occorre aiutare i giovani capi a capire che nella comunità il gioco è di squadra. Pertanto,
come il contributo di ognuno è necessario, così è altrettanto necessario accettare e
sentirsi impegnati a rispettare le decisioni comunitarie, anche se su di esse mi trovo in
disaccordo. Quante volte si va in giro a pettegolare, si parla alle spalle…
Si tratta di aiutarci a capire che per il bene della comunità mi possono essere chiesti dei
sacrifici, di rinunciare al mio personalismo…
Nei conflitti interni alla comunità si rischia di sentire solo la voce di chi sa "gridare". Le urgenze e
le emergenze fanno calare l’attenzione verso i singoli e le situazioni personali. La ristrettezza dei
tempi porta a dover "comprimere" le molte questioni tecniche ed organizzative; frequentemente, si
toglie spazio al dialogo ed allo scambio mirato a quelle situazioni magari un po’ meno legate al
servizio diretto con i ragazzi, ma sicuramente importanti per la crescita della comunità. L’ambito di
maggior dialogo diviene lo staff che rimane scambio tra singoli se è privato di quell’arricchimento
che solo una comunità può favorire.

Aiutare i giovani capi a vivere la Comunità Capi


La Comunità Capi esiste in ragione del fatto che rende un servizio ai ragazzi: sono loro il senso
dell’esistenza di una Comunità Capi e della nostra associazione educativa. Ed ai “nostri” ragazzi
vogliamo bene.
In Comunità Capi si dovrebbero vivere tre virtù: rispetto, ascolto, mediazione non vengono
riconosciute da coloro che considerano la Comunità Capi come ambiente puramente organizzativo,
creando così divisioni e fratture che fanno allontanare la voglia di scambio e confronto su tematiche
relative alla crescita di ciascuno in comunità.
Non è sempre facile rispettare il tempo ed il passo degli altri, talvolta il peso delle responsabilità e
la necessità di procedere verso degli obiettivi, costringe colui che regge il timone, ad un
atteggiamento troppo decisionista, e, quindi, poco rispettoso dei tempi del singolo.
Modi diversi di interpretare le problematiche educative e confrontarsi sulle differenti possibili
soluzioni frequentemente non vengono intesi come ricchezze. Ad esempio, i giovani capi tendono a
privilegiare il rapporto con i ragazzi, mentre i più anziani sembrano più attenti al progetto e al
metodo.
Di fatto, salve rare occasioni, all’inizio o alla fine della riunione di Comunità Capi si fa una
preghiera. Molto più raramente, durante la preghiera, si prova lo slancio per ringraziare Dio per
averci donato questa comunità. Eppure non è difficile considerare questa comunità come uno dei
momenti privilegiati della "mia" giornata dove ancora oggi riesco a crescere in modo tangibile.
Interpretare le dinamiche della Comunità Capi anche con gli occhi della fede aiuterebbe a percepire
la Comunità Capi come un ambiente sostanzialmente diverso dall’efficientismo tipico dell’ambiente
di lavoro e come piccola comunità di fede e di preghiera, luogo in cui maturare progressivamente
un’adesione al Vangelo e un’appartenenza ecclesiale sempre più adulte e mature.

Aiutare i giovani capi ad assumere il ruolo educativo che comporta la scelta di essere
capo
Punto dolente: i conflitti fanno perdere di vista la meta finale…
A volte nascono per la fuga di notizie dalla Comunità Capi. Ad esempio, in occasione
dell’inizio del nuovo anno, quando si tratta di decidere cambiamenti per gli staff di unità.
Non si tiene presente che:
• i giovani capi sono legati alla comunità rover e scolte, dove hanno ancora amici con i
quali non possono e non è giusto che tronchino i rapporti;
• si tratta di aiutarli a capire la differenza del nuovo ruolo, che sul piano educativo
comporta anche “acqua in bocca”

I giovani capi dovrebbero potersi inserire nel cammino di un gruppo che è preesistente a
loro e ci si augura continuerà successivamente alla loro presenza. Questo gruppo ha una
sua storia, ha percorso una sua strada, caratterizzata da vicende specifiche, dalla
maturazione di punti fermi, tradizioni, scelte entrate nel patrimonio specifico del gruppo.
Far conoscere ai giovani capi il cammino percorso dalla Comunità Capi e
dall’Associazione, ad esempio:
• i giovani capi vanno agli incontri per tirocinanti e affermano che il loro gruppo non ha il
progetto educativo. Poi dalla zona arrivano i richiami alla Comunità Capi.
• i giovani capi non conoscono le scelte del Patto Associativo: non conoscono il testo,
non l’hanno mai letto.
• rispetto a questioni particolari, la Comunità Capi può aver maturato nel tempo degli
orientamenti che si danno per scontati, invece, vanno presentati man mano che si
presenta l’occasione, ai nuovi entrati.
• la Comunità Capi può avere delle tradizioni, che è opportuno presentare e non dare per
scontate.
Le attese dei giovani capi
Occorre aiutarli a capire che se viviamo la Comunità Capi secondo aspettative personali,
finiamo per distruggere la comunità: si diventa peso per la comunità proprio perché si
finisce per essere portatori di attese troppo personali. Così si scivola nell’accusare
continuamente la Comunità Capi, gli altri capi perché non sono come noi li vorremmo,
perché non hanno le nostre stesse aspettative. Invece, la Comunità Capi è una grande
fortuna che ci è stata concessa, un dono di cui ringraziare continuamente Dio. Ma non è
lei ad essere donata a me, piuttosto: mi è donato di appartenere ad essa. E questa
benedetta Comunità Capi va accettata ed amata con le sue pecche, con i suoi problemi:
quelli che hanno tutti, ma che sono poi anche molto privati, interni, e ci fanno anche
arrabbiare, andare in bestia. Chi non ha le sue rogne? ... Incomprensioni, poca chiarezza,
poca voglia di giocarsi in prima persona, differenze ed incompatibilità di carattere,
eccessive "testardaggini" che talvolta sfociano in discussioni accese, clima polemico ma
non costruttivo, sempre pronti a criticare, poco disponibili a rimboccarsi le maniche per gli
straordinari, difficoltà di parlare, discutere, confrontarsi insieme, accettandosi nella
diversità.
Si evita talora il confronto perché si rischiano quelle riunioni tempestose in cui si esprimono giudizi
su comportamenti personali, si giudica, si fa il processo, si bisticcia, si rompono amicizie. Ci si
giustifica con la scusa che tra l’altro, "siamo dei volontari", "facciamo Scautismo per passione".
Non cerchiamo ciò che unisce più che ciò che ci divide.
Spesso i giovani capi non hanno voce, perché all’interno della Comunità Capi parlano i
soliti, coloro che hanno più voce, o sanno farsi largo.

Assicurare lo spazio, dando voce anche ai giovani capi, ad esempio, in particolare:


• chiedere pareri ai giovani capi per primi su tematiche oggetto di discussione e, poi,
attraverso il confronto far capire anche altri punti di vista, magari più associativi, cui si
chiede di adeguarsi
• chiedere ai giovani capi di relazionare su esperienze particolari vissute, magari
suggerendo anche qualche punto: incontri per tirocinanti, eventi di formazione capi,
partecipazione a campi scuola

Aiutare i giovani capi a progettare il cammino di crescita in quanto educatori


L’essere adulti si esprime nella capacità di progettarsi. Occorre, mettere a disposizione
strumenti pratici per imparare a progettare il percorso formativo personale dentro e fuori
l’esperienza associativa, in una prospettiva di formazione permanente. Uno strumento
finalizzato al raggiungimento di quest’obiettivo è il progetto del capo.
Il clima che si vive all’interno della Comunità Capi:
il giovane capo deve poter percepire che la Comunità Capi è un ambiente adatto alla formazione
personale, ecc. Si tratta di favorire nella Comunità Capi la maturazione di un clima positivo che
permetta al singolo capo di condividere con gli altri, di confrontarsi, di mettere in comune i progetti
personali, ecc. Da questo punto di vista, perché no, il progetto del capo può essere lo strumento di
una nuova solidarietà, di una nuova fraternità, una fraternità nella fede che mi permette di
riconoscere l’altro come un fratello perché "siamo d’uno stesso sangue"! [Ma a questo "siamo d’uno
stesso sangue" ci crediamo o ci limitiamo a ripeterlo ai lupetti come parola maestra?]

Aiutare i capi nella formazione che è un evento relazionale nel senso, che si attiva nel confronto
interpersonale e, per quanto riguarda la formazione dei capi scout, privilegia l’esperienza
comunitaria. La Comunità Capi è luogo non solo di programmazione di attività, ma anche
“comunità educante”, cioè luogo di corresponsabilità educativa e di progettazione educativa in un
determinato territorio (= la Comunità Capi è chiamata a mediare tra le finalità e caratteristiche
proprie del metodo scout e le esigenze concrete del territorio). La valorizzazione delle esperienze di
crescita diventa occasione di formazione permanente.
Responsabilizzare i capi unità nella funzione di formatori
Se non altro sul piano metodologico, il trapasso delle nozioni relative all’arte di capo,
avviene soprattutto in staff. Occorre che i capi unità siano coscienti di questa
responsabilità e facciano delle riunioni di staff occasioni non solo per stare insieme
amichevolmente, oltre il servizio, ma anche momenti di formazione nei quali ai giovani capi
si spiega il perché di certi modi di fare. Si tratta di accompagnarli perché in futuro siano in
grado di assumere la responsabilità educativa e sappiano utilizzare il metodo scout in
modo intenzionale.

Responsabilizzare i capi gruppo nella funzione di formatori:


• soprattutto, nell’animazione di momenti di verifica comunitaria del progetto del capo;
• mediando, avendo un’occhiata speciale per coloro che sono appena entrati;
• lo stile delle riunioni dovrebbe essere curato perché viene assimilato velocemente. Ad
esempio, in Comunità Capi si dovrebbe arrivare ad assumere una decisione non per
maggioranza, ma facendo maturare il consenso, il che non è così semplice, ma richiede
continua ricerca...

Responsabilizzare i capi nella funzione di educatori:


• anche nei confronti degli altri capi. Ad esempio: certi commenti associativi sull’ultima
assemblea regionale che non è stata brillante (anche se può esser vero) finiscono per far
passare l’idea che è inutile frequentare gli eventi associativi perché è tempo perso.

Disponibilità al servizio
I giovani hanno tempi e disponibilità al servizio diverse da chi ad esempio, ha famiglia e
rischia di condizionare i ritmi della vita di Comunità Capi (vuol conciliare i ritmi della
famiglia e/o dei figli imponendoli alla Comunità Capi); chi non ha ancora una responsabilità
familiare è più libero nei tempi e probabilmente ricerca un rapporto con gli altri componenti
dello staff o della Comunità Capi, anche al di fuori dello Scautismo; chi studia fuori città, è
presente solo nei week end, oppure ha periodi di esame che lo porta ad essere più
facilmente assente…
Oggi molti capi sono in difficoltà nel conciliare vita personale e servizio (che si presta
quando c’è bisogno e non quando io ho tempo!) non hanno il coraggio delle scelte, il che
comporta anche rinunce: vogliono fare tutto quello che ritengono utile per la loro
realizzazione personale (tra cui lo Scautismo è uno dei tanti impegni) e cercano in maniera
affannosa di star dietro a tutto, nel tipico stile consumistico. Questo ha un riflesso poi,
anche nel rapporto con i ragazzi.
A volte i capi anziani dovrebbe esprimere maggiore fiducia nelle possibilità dei giovani capi
e nelle loro capacità di realizzare determinate attività.
È importante non cadere nella “trappola” di misurare le disponibilità. Infatti, spesso, non
riusciamo ad accettare che qualcuno, offra meno di noi, o, comunque, dedichi molte meno
energie alla "importanza della causa". Invece, saper gratificare senza risparmio chi
"lavora" diventa esercizio a "vedere" i frutti del lavoro di coloro che sono vicini; potrebbe,
inoltre, promuovere la consapevolezza al servizio come vocazione, permettendo di non
soffrire o "misurare" la disponibilità con chi fa meno di noi.

Motivazioni al servizio
Il percorso educativo scout è caratterizzato dalla ciclicità. In un certo senso, l’esperienza di
servizio e la stessa intenzionalità educativa risentono di questo fatto. Quanto vive un
giovane capo, viene interiorizzato ad un certo livello; nel tempo, la stessa esperienza di
servizio trova (o dovrebbe trovare) motivazioni di interiorizzazione più profonde e la
competenza metodologica si affina sempre di più, scoprendo anche significati inediti.
Le scelte di vita:
Nell’attuale contesto di società complessa, è evidente che i tempi di maturazione sono
notevolmente rallentati per alcuni aspetti.
Un problema: che testimonianza può offrire ai rover e alle scolte un capo che vive
problematiche simili alle loro e non si è ancora confrontato con scelte di vita (scelta del
lavoro; famiglia, ecc.)? Che incisività, che credibilità può avere?
Un giovane capo clan può oggi essere una risorsa, ma forse, senza codificare regole e
tenendo presente che ogni situazione è particolare, val la pena di interrogarsi
sull’opportunità di far assumere la responsabilità educativa nella guida di un’unità R/S ad
un capo di ventun anni.

Il cammino di fede
Le problematiche a cui precedentemente ho accennato investono evidentemente anche il
cammino di crescita nella fede.
Forse oggi i giovani capi, a causa dei ritmi di maturazione personale, non hanno ancora
maturato quella scelta di fede prevista dal Patto Associativo.
La Comunità Capi dovrebbe offrire un sostegno al cammino personale di fede.

Attenzione al progetto del capo


È uno strumento mediamente più diffuso rispetto a qualche anno fa, ma non sempre
sufficientemente usato.
Non solo va lanciato, ma anche usato e vissuto: spesso è uno dei tanti pezzi di carta che finisce nel
dimenticatoio. Va sostenuto ed in particolare, verificato, tenendo conto che questa necessita di un
clima positivo, sereno, favorevole.

L’accompagnamento dei capi adulti in Comunità Capi


Il ruolo dell’Assistente Ecclesiastico e quello del Capo gruppo
(Incontro di Pattuglia Regionale Formazione Capi - Padova, martedì 11 gennaio 2000)

di don Francesco Marconato, Lorenzo Pinton e Daniela Perazzolo


Assistente Ecclesiastico e Incaricati Regionali alla Formazione Capi del Veneto

Premessa:
• Consideriamo questo tema del rapporto con gli assistenti un tema di particolare importanza. Il
contesto ecclesiale ed associativo ci conferma in questa intuizione. Ci sembra che là dove
l’esperienza di rapporto con gli assistenti è vissuta con serenità, ciò contribuisce ad uno scautismo
di buona qualità. Là dove questi rapporti sono più tesi, ciò ci sembra ad un tempo l’origine e anche
la conseguenza di un’attività scout e di un’esperienza ecclesiale più problematica.
Ci sembra quindi che sia importante muoversi in questo ambito a livello regionale per due
motivi:
  è importante che i preti possano comprendere e assumere consapevolmente le
opportunità educative e di iniziazione alla fede che lo scautismo presenta.
  è altrettanto importante aiutare i capi scout a comprendere come è più opportuno
muoversi in vista di un’appartenenza ecclesiale più adulta e consapevole e di un rapporto
con gli assistenti più ricco e maggiormente fruttuoso.
• Consideriamo la chiacchierata di questa sera come l’inizio di una riflessione. Non vogliamo fare
considerazioni definitive, né intendere le cose che diremo come “il verbo” dell’Associazione..., ma
avviare una ricerca che speriamo potrà trovare altri ambiti in cui proseguire (e non ultimo proprio
quello di un dialogo con gli assistenti a livello di zone) e che pensiamo potrà tornare utile al
cammino dell’Associazione e ai nostri ragazzi.

1. Uno sguardo alla realtà associativa in evoluzione.


L’intuizione della Comunità Capi (Co.Ca) ha inizio con la nascita dell’Agesci, nel 1974 e con le
nuove necessità di coordinamento del gruppo scout presentate dalla scelta della coeducazione, ma
ha il suo lancio più preciso e definitivo nella Route Nazionale delle Comunità Capi di Bedonia
(PR), nell’agosto del 1979. La Comunità Capi viene pensata come strumento educativo fortemente
legato al territorio, nella consapevolezza che l’educazione non è opera del singolo, ma
responsabilità comunitaria.
Oggi il contesto appare fortemente mutato. Pur rimanendo validi gli obiettivi che avevano portato
alla scelta della Comunità Capi come articolazione di base dell’Associazione, alcuni problemi si
affacciano alla realtà e chiedono probabilmente nuove risposte. In particolare è bene aver presente:

• la notevole espansione numerica dell’Associazione. Ciò ha portato ad una grande diffusione nel
territorio (soprattutto nel Veneto!), ma in alcuni casi ad una certa approssimazione dal punto di vista
della qualità della proposta educativa. A volte certi gruppi scout operano più sulla base di sensibilità
personali o locali che su di un’effettiva formazione (contenutistica e metodologica) dei singoli capi
e delle Comunità.

• spesso i capi (e anche i capi gruppo) sono giovani e non hanno ancora maturato una propria
sintesi personale completa. Da notare il fatto che negli ultimi anni l’adolescenza si va prolungando
all’infinito e l’età adulta, l’età delle scelte responsabili... sembra non arrivare mai...

• esiste un certo fenomeno di “turn-over”, cioè di rapido ricambio dei capi. Può capitare,
addirittura, che il giovane capo faccia il suo iter di formazione e al termine di esso faccia un anno o
due di servizio e poi chiuda con l’esperienza scout. Ciò è fonte di notevole disagio per le Comunità
Capi, per l’Associazione, per il tipo di proposta educativa che si riesce a fare...

• emerge oggi con forza il problema degli Assistenti Ecclesiastici. In Agesci l’AE non ha un ruolo
direttivo in prima persona, in quanto si tratta di un’Associazione educativa laicale, ma la sua
presenza costante e competente nel passato aveva dato frutti molto importanti. Oggi ci si scontra
con una scarsità numerica degli Assistenti, con una loro impossibilità a seguire tutte le attività
associative, con una loro scarsa competenza metodologica, a volte anche con problemi legati alle
relazioni personali tra capi e assistenti (che diventano in alcuni casi problemi di rapporto tra gruppo
scout e parrocchia).
• Da qualche anno l’Associazione (anche a livello regionale) sta compiendo un notevole sforzo
per riprecisare la figura dell’AE e per integrarla, eventualmente, anche con altre presenze, tentando
comunque di reagire al “piagnisteo” sterile per la mancanza di preti.

• si rileva spesso nei capi dell’Associazione anche una certa carenza nelle motivazioni al servizio.
Capita infatti che la chiamata al servizio educativo non corrisponda ad una parallela maturazione
dell’esperienza di fede. Pertanto il servizio si rivela poco fondato dal punto di vista evangelico e
“minacciato” quindi dalla poca voglia, dai momenti di stanchezza, di tensione, di difficoltà nei
rapporti interpersonali. In questo senso i capi scout partecipano di quella che è la situazione
culturale ed ecclesiale attuale, dove l’esperienza di fede non può essere data per scontata, ma va
continuamente annunciata, accompagnata, riprecisata, verificata. Non è per il fatto di appartenere
all’Agesci che un capo matura automaticamente l’esperienza di fede o la coscienza
dell’appartenenza ecclesiale. Spesso abbiamo buone disponibilità personali che chiedono tutto un
paziente lavoro di accompagnamento e di sostegno. E’ una delle realtà tipiche del contesto di
“nuova evangelizzazione” su cui il papa e i vescovi insistono da tempo.

• si coglie a volte una certa fatica da parte ecclesiale (non nei documenti ufficiali, ma
nell’esperienza delle chiese locali) ad accogliere la specificità del metodo scout (quello che
potrebbe essere chiamato il suo... “carisma”...) e in particolare la valenza educativa in ordine alla
fede e la sua capacità di essere esperienza di frontiera, aperta anche a quei ragazzi un po’ più lontani
dalla comunità cristiana. Questa caratteristica prevede infatti modalità specifiche di intervento, che
spesso non vengono comprese.

2. L’identità e il ruolo della Comunità Capi.

Per procedere correttamente in questa breve riflessione è opportuno illuminare quello che è il ruolo
specifico della Comunità Capi all’interno dell’Associazione.

Essa si configura infatti:

• come comunità di adulti, che hanno compiuto o stanno compiendo le scelte fondamentali della
propria vita e sono animati dal desiderio di mantenere vivi alcuni valori di riferimento che hanno
scelto per la propria vita.

• non come comunità stabile di vita o come unico riferimento per la crescita di una persona, anche
se è utile che non sia un luogo di pura appartenenza formale. E’ necessario infatti che la Comunità
Capi sia un luogo di effettive relazioni fraterne, che consentano ai capi un cammino autentico di
formazione personale.

• non come luogo di programmazione di attività, ma come “comunità educante”, luogo di


corresponsabilità educativa e di progettazione educativa in un determinato territorio. E’ la Comunità
Capi che è chiamata a mediare tra le finalità e caratteristiche proprie del metodo scout e le esigenze
concrete del territorio.

• come luogo di formazione permanente. Il confronto tra capi e il clima di correzione fraterna che
dovrebbe essere caratteristica di ogni CoCa dovrebbe consentire nel tempo la crescita di personalità
mature, capaci di ascolto profondo, di relazioni adulte, di servizio maturo.

• come esperienza di chiesa, piccola comunità di fede e di preghiera, luogo in cui maturare
progressivamente un’adesione al Vangelo e un’appartenenza ecclesiale sempre più adulte e mature.

3. Alcune caratteristiche dell’accompagnamento degli adulti.

Se la Comunità Capi si caratterizza come luogo di formazione permanente e di confronto per capi
adulti, è necessario distinguere alcune specificità del cammino di formazione permanente per
persone mature. Una delle difficoltà ricorrenti, infatti, è il rischio di considerare i capi adulti come
ragazzini o come adolescenti. Ciò rischia di non far maturare mai personalità capaci di libertà, di
responsabilità, di prese di posizione fondate e mature.
Le scienze educative distinguono ormai la “pedagogia” (l’educazione dei ragazzi e dei giovani)
dall’”andragogia” (la scienza, cioè, che si occupa della formazione permanente degli adulti).
L’andragogia correttamente intesa non si ferma alla pura e semplice “istruzione” (acquisizione di
concetti a livello logico-razionale) e nemmeno all’”apprendistato” (acquisizione di determinati
comportamenti o stili di vita). Questi due livelli, pur importanti e necessari, non sono sufficienti
come formazione permanente dell’adulto in un contesto pluralista e multiculturale come quello
odierno e, anzi, possono ostacolarla perché la fanno percepire come un procedimento infantile o
adolescenziale, che viene istintivamente rifiutato.
L’obiettivo cui puntare, dunque, è quello della “formazione permanente dell’adulto”, intesa come
educazione globale della persona, educazione dell’essere, del sapere, del sentire, dell’agire
concreto, in vista della stimolazione continua di un processo di crescita e di cambiamento della
persona.
Essa presenta le seguenti caratteristiche:1[1]
1[1]
Cfr. BIEMMI ENZO, Accompagnare gli adulti nella fede - Linee di metodologia catechistica, LDC, Torino, 1994;
BIEMMI ENZO, Corso di Catechesi degli Adulti - dispense ad uso degli studenti, Biennio di Licenza in Teologia Pastorale,
a. La corretta formazione permanente deve partire dal presupposto che l’adulto, diversamente
dall’adolescente, è in grado di dirigersi da solo. Egli è il primo responsabile della sua vita, delle sue
scelte, anche in ordine alla fede. E’ necessario quindi sottolineare questa responsabilità e far leva su
di essa, anche a livello di cammino di fede.
Conseguenze per l’accompagnatore:
  il servizio di accompagnamento dell’adulto risulta più efficace se l’accompagnatore
riesce ad associare l’adulto a quanto gli propone, individuando insieme con lui, il più
possibile, bisogni, contenuti, obiettivi, verifica... del cammino.
  la figura dell’accompagnatore degli adulti si discosta per una certa parte dal “catechista”
inteso in senso classico e si configura come “accompagnamento”, come “facilitazione”,
come “relazione d’aiuto” nei confronti di adulti che possono dirigersi da soli.

b. L’adulto apprende a partire dalla sua esperienza. Egli, infatti non arriva al momento formativo
come “tabula rasa”, ma con una serie di esperienze precedenti a cui fa riferimento. Le conseguenze
per l’accompagnatore diventano:
  la necessità di fargli percepire che la sua esperienza è realmente riconosciuta e
valorizzata.
  l’aver presente che l’esperienza precedente di ogni capo adulto può giocare in modo
diverso nel percorso di formazione permanente.

c. L’adulto apprende a partire da una serie di bisogni. L’adulto vive già determinate esperienze
quali il lavoro, la vita familiare, le responsabilità varie della sua vita ed è necessario quindi nel
cammino formativo (anche dal punto di vista della fede) fare esplicito riferimento ai suoi bisogni, ai
suoi interessi, legati alla tappa di vita e al ruolo che riveste in quel dato momento. Le conseguenze
per l’accompagnatore sono:
  porre molta attenzione ai bisogni e agli interessi dell’adulto in formazione piuttosto che
ai contenuti e ai bisogni dell’istituzione.
  necessità di aver presente il proprio ruolo e la propria fase di vita per poter essere
sensibile al ruolo e alla fase di vita che l’adulto in formazione sta vivendo.

d. L’adulto ha bisogno di percepire l’utilità di quello che fa. Egli non ama perdere tempo. Anche nel
campo della formazione e del cammino di fede ha bisogno di cogliere, anche sommariamente,
l’utilità di ciò che sta facendo. Le conseguenze per l’accompagnatore:
  è necessario saper organizzare i programmi di formazione in funzione dei problemi
degli adulti.
  è necessario nella proposta formativa e/o catechistica avere come punto di partenza e di
arrivo le domande o le preoccupazioni immediate dell’adulto in formazione.

Un’ultima annotazione riguarda il fatto che una corretta formazione permanente per l’adulto non
può prescindere da un cammino anche personalizzato, oltre che esplicitarsi in un cammino
comunitario. L’adulto, infatti, può essere utilmente accostato in modo personale con momenti di
verifica del servizio, del proprio cammino di fede o di maturità personale, in modo sistematico o in
alcune occasioni significative del proprio cammino.

4. Il ruolo del Capo Gruppo e i suoi ambiti nella formazione permanente del capo adulto.

Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione staccata di Padova, Anno Accademico 1996/97; CENTRO NAZIONALE
DELL’INSEGNAMENTO RELIGIOSO IN FRANCIA, Formazione cristiana degli adulti - una guida teorico-pratica per la catechesi,
EDB, Bologna, 1988; ALBERICH EMILIO - BINZ AMBROISE, Adulti e catechesi - elementi di una metodologia catechetica
dell’età adulta, LDC, Torino, 1993.
Sembra importante, giunti a questo punto della nostra riflessione, individuare alcuni ambiti specifici
che distinguono l’apporto del Capo Gruppo rispetto a quello dell’AE nel cammino formativo della
Comunità Capi.
Anzitutto è necessario precisare che sarebbe utile una interazione continua tra le due figure, con
momenti di scambio, di programmazione comune, di confronto. Quanto più la sintonia e
l’affiatamento tra queste due figure sono presenti, tanto più ciò si rivela fecondo per il cammino dei
singoli e del gruppo.
Oltre al cammino formativo proposto a tutta la Comunità Capi nel suo insieme, da avviare all’inizio
dell’anno associativo, ci sembra utile sottolineare un’altra modalità di presenza che appare
particolarmente utile e che è da individuare nel servizio di accompagnamento personalizzato per la
crescita del singolo capo.
Inoltre è bene ricordare che non è possibile distinguere in modo netto gli ambiti di competenza del
Capo Gruppo rispetto a quelli dell’AE. E’ chiaro che la figura del Capo Gruppo ha più un ruolo
legato all’esperienza scout, mentre quella dell’AE è più attenta al versante dell’esperienza di fede,
tuttavia nel cammino della singola persona e del gruppo queste due realtà risultano essere un
intreccio che va affrontato in modo globale, con attenzione e con pazienza.
Volendo distinguere alcuni ambiti specifici di presenza, proponiamo che il Capo Gruppo abbia a
cuore, nel cammino del singolo capo, due dimensioni fondamentali del suo itinerario di crescita:
• l’ambito del servizio educativo con le sue problematiche.
• l’ambito della maturità umana, in particolare le relazioni interpersonali in staff e CoCa.

Questi due ambiti dovrebbero essere oggetto di verifica periodica (all’interno di un’attenzione al
Progetto del Capo) non solo in Comunità Capi, ma anche in un rapporto di confronto franco e
sincero con il Capo Gruppo, a tu per tu. Tali incontri di progettazione e di verifica vanno,
naturalmente, provocati dal Capo Gruppo stesso e potrebbero diventare un’utile tradizione del
Gruppo.
(non dite che è impossibile... perché qualcuno c’è riuscito!)

5. Il ruolo dell’AE e i suoi ambiti nella formazione permanente del capo adulto.

Anche per l’AE suggeriamo due ambiti di attenzione particolare per la verifica periodica con il capo
adulto:
• l’ambito del cammino spirituale personale, con un’attenzione particolare alle motivazioni
evangeliche del servizio educativo.
• l’ambito del discernimento vocazionale e dell’accompagnamento nell’attuazione vocazionale,
con l’attenzione a cogliere, a partire dalla scelta del servizio educativo in Associazione, gli appelli
vocazionali presenti nel cammino della persona.

E’ chiaro che le quattro dimensioni proposte all’attenzione del Capo Gruppo e dell’AE sono realtà
intrecciate e interagenti. Appare utile, comunque, sottolinearle nella loro specificità in quanto
possono contribuire all’identificazione di una figura di capo maturo quanto mai necessaria oggi.
Le occasioni per lavorare in questi ambiti, in Comunità Capi e col singolo capo, vanno
sapientemente create, senza forzare la mano e senza perdere di vista le possibilità che il metodo
scout e il cammino annuale offrono sia al CG che all’AE.

6. Alcuni momenti chiave:

A questo proposito desideriamo evidenziare alcuni momenti chiave, alcune “occasioni


preziose” nell’itinerario formativo del capo che possono essere utilmente valorizzati e
costituire tappe significative di un percorso. Essi sono, a nostro avviso:
• il momento del tirocinio: è il tempo della maturazione delle motivazioni al servizio. E’ il tempo
in cui far cogliere il servizio educativo come chiamata specifica del Signore. Diventa l’occasione di
una catechesi vocazionale e di una formazione al discernimento particolarmente importante.
• il periodo che una volta veniva chiamato, con un termine un po’ pittoresco, il “mercato delle
vacche”...; il tempo cioè (a giugno o a settembre) in cui si definiscono gli staff per le varie
branche e si distribuiscono gli incarichi per il nuovo anno. E’ ancora una volta l’occasione per
fare il punto del proprio cammino personale, della propria storia di fede, dell’evoluzione delle
motivazioni al servizio educativo. Occasione preziosa per una catechesi sulla disponibilità personale
al servizio, sull’obbedienza, sull’appartenenza alla chiesa prima che al gruppo scout, sul
discernimento della propria vocazione intesa in senso più ampio...
• l’invio a momenti dell’iter di Formazione Capi; Attenzione: è bene che la partecipazione agli
eventi di Formazione Capi (CFM e CFA) non sia preoccupazione del singolo capo, ma di tutta la
CoCa. Non sei tu che ti inventi di andare al Campo di Formazione, ma è la CoCa che ti invia e ti
sollecita. Quando si tratta di compilare la scheda per il campo può essere l’occasione per fare il
punto e fare una chiacchierata con il CG e magari anche con l’AE.
• il ritorno dai momenti dell’iter di Formazione Capi; Anche questa può essere un’occasione
preziosa di verifica e di valorizzazione del singolo capo. A volte la partecipazione ai campi scuola
scivola via come se niente fosse...; può essere occasione preziosa di accompagnamento, se
sapientemente valorizzata.
• alcuni momenti chiave del cammino personale del singolo capo, come ad esempio, scelte
significative di vita (lavoro, obiezione di coscienza, servizio militare, fidanzamento...) o momenti
sacramentali importanti (matrimonio, battesimo di un figlio...) possono diventare utilissime
occasioni di confronto e di crescita, qualora vi siano un CG e un AE sensibili e capaci di
coinvolgere il capo.
• naturalmente anche la proposta di una direzione spirituale sistematica e la scelta di un
riferimento abituale per la confessione sacramentale sono da considerarsi occasioni
importantissime e veramente feconde in vista della maturazione della persona e di un servizio
autenticamente evangelico.
• la condivisione di alcune esperienze di vita scout, quali campiscuola, attività varie, ma anche
l’emergere di problemi educativi legati al singolo ragazzo, possono essere utili occasioni di
maturazione del capo e di confronto con l’AE e il CG.
• Infine il tanto vituperato “progetto del Capo” potrebbe essere proprio lo strumento pratico
concreto attraverso il quale attuare il confronto con il CG e l’AE e individuare alcuni obiettivi di
crescita e alcuni momenti di verifica. All’interno di questo cammino ci permettiamo di sottolineare
l’opportunità, da parte dell’AE, di proporre la questione vocazionale in modo adulto, realtà spesso
disattesa, per paura di affrontarla o per comodo...

7. Alcune note, utili per la discussione...

a. Sta emergendo in ambito regionale e nazionale una nuova attenzione riguardo agli AE e ai Capi
Gruppo. E’ possibile, forse, approfittarne, cogliendo le occasioni che già ci sono ed eventualmente
riflettendo insieme per elaborare qualcosa di nuovo...

b. Emerge la necessità di una collaborazione sincera e paziente tra CG e AE. Spesso ci sono
problemi a questo riguardo... Come disporsi ad una maggiore e più fiduciosa interazione tra le due
figure?

c. L’esperienza dice che spesso i capi scout non hanno principalmente problemi di fede, ma hanno
problemi di relazione coi preti...; sembra una battuta, ma dice un contesto culturale ed ecclesiale su
cui sarebbe importante riflettere. Certamente siamo chiamati, come preti, ad un atteggiamento
educativo caratterizzato dalla speranza e dall’attenzione a quel 5% di buono (e anche di più!) che è
presente in ogni persona. (E’ lo Spirito Santo all’opera, tra l’altro!)

d. Emerge, quindi, il problema delle relazioni interpersonali intraecclesiali, spesso caratterizzate


dall’attenzione all’operatività, ma non dall’attenzione all’essere, alla singola persona, alla sua storia
e al suo cammino. In un epoca come la nostra, in cui la problematica affettiva diventa
preponderante, come preti rischiamo di diventare dei “prestatori d’opera”, magari anche efficienti
(ma non efficaci) e soprattutto di parlare un linguaggio che diventa incomprensibile alla sensibilità
attuale...

e. L’esperienza di contatto con capi di tutta Italia nei CFM e CFA ci fa dire che è proprio vero che
siamo nel bel mezzo della nuova evangelizzazione. Arrivano alle nostre esperienze formative ottimi
ragazzi, spesso poco “lavorati” dal punto di vista della fede, in ricerca, con buone disponibilità ad
un cammino di fede, ma che non trovano nella quotidianità della proposta delle nostre parrocchie
elementi significativi per la propria formazione “da adulti”. E’ un fatto particolarmente
problematico: i campi di formazione capi rischiano di collocarsi come massi erratici, cattedrali nel
deserto nella vita delle persone, che fanno una “bella esperienza”, (!) ma non hanno modo, poi di
essere supportati adeguatamente nel tempo precedente e successivo. Ritorna spesso, ad esempio, la
constatazione che c’è gente che sarebbe disponibile ad essere accompagnata spiritualmente o che
chiederebbe un itinerario serio di discernimento vocazionale e non trova nessuno di significativo a
cui rivolgersi...
Questo è un problema pastorale che mette in questione le nostre parrocchie e la nostra pastorale
ordinaria, oltre che la gestione dei gruppi scout...
E’ necessario offrire cammini formativi seri (individuali e di gruppo) e non cedere invece alle
richieste di presenze di tipo saltuario, di tipo “tappabuchi”, di “preghierine” slegate dall’itinerario
complessivo del gruppo. L’AE dovrebbe individuare alcune priorità nel suo servizio che sono
essenzialmente l’elaborazione (insieme coi capi) di percorsi di educazione alla fede in cui sia
evidente l’integrazione tra fede e vita e l’accompagnamento educativo della CoCa e soprattutto dei
singoli capi.

f. Ritorna periodicamente il vecchio problema dell’appartenenza ecclesiale (sostanziale e non


formale) dei gruppi scout e dei singoli capi. Ogni tanto tornano le lamentele dei preti a questo
riguardo, salvo poi sentire i capi che si lamentano a loro volta perché il prete dice loro:
“Arrangiatevi pure, tanto voi siete bravi e ci sapete fare...”. Il collegamento alla chiesa locale
dovrebbe essere l’altra grande preoccupazione dell’AE, sapendolo motivare non come “dovere” o
come “pillola amara da ingoiare”, ma come necessità per la completezza della propria identità di
credente, come dimensione “normale” ed essenziale della propria proposta educativa. In questo
vanno colte al balzo alcune opportunità, come la partecipazione attiva e responsabile al Consiglio
Pastorale Parrocchiale e ai vari eventi diocesani.
Lo scautismo altrimenti rischia di tornare periodicamente ad un vecchio “vizio”: avendo al
suo interno le forze per essere “autonomo” rischia di isolarsi dalla comunità cristiana, con
gravi carenze nella serietà e nella completezza della proposta educativa. I capi vanno
aiutati a comprendere l’importanza dell’appartenenza ecclesiale e della complementarietà
dei carismi nella comunità cristiana. Spesso però essi “fuggono” dalle parrocchie perché
non trovano occasioni e luoghi di dialogo “adulto” e persone capaci di relazioni
significative... che è necessario, ormai, cercare di offrire.

ACCOGLIENZA & TIROCINIO


di Nunzio Zagara, Incaricato Regionale al Tirocinio - Sicilia

Che sensazione provereste se, entrando in una stanza nella quale un gruppo di persone
sta facendo una riunione, questi continuassero la loro discussione ignorandovi quasi del
tutto?
Sicuramente un certo imbarazzo… che non diminuirebbe se qualcuno dei partecipanti, fra le tante
voci, vi invitasse distrattamente a sedervi attorno al tavolo…
È quello che può accadere a chi si accosta per la prima volta ad alcune delle nostre
Comunità Capi, molte volte che il nuovo arrivato si senta “accolto” dipende
dall’iniziativa di qualche capo di buona volontà o da altri fattori più o meno casuali; al
contrario in altri casi si fa anche di peggio rinunciando alla verifica sulle motivazioni
che hanno spinto la persona all’ingresso in Co.Ca in nome della “carenza di capi”.
Eppure è innegabile che l’Associazione proponga alcuni strumenti e coinvolga diversi
soggetti nel “processo dell’accoglienza”; fra questi ci sembra sia da prendere in
considerazione innanzitutto il momento del Tirocinio, non solo perché si pone all’inizio
del cammino di formazione del Capo ma anche perché, attraverso la
compartecipazione di più soggetti (Co.Ca, Staff, Zona) se da un lato permette la
verifica “delle proprie scelte e del processo di maturazione del Progetto del capo…”,
dall’altro stimola queste stesse strutture a “formulare e realizzare un itinerario di
accoglienza” o ancora a “offrire esperienze di scoperta dell’appartenenza
associativa…”.(reg. fo.ca)

La problematica relativa all’accoglienza dei nuovi capi è stata seguita con grande
attenzione nella nostra regione, anche in considerazione del fatto che per diversi anni i
“nuovi ingressi” in Comunità Capi sono stati, anche numericamente, piuttosto rilevanti.
Esempio di tale attenzione è il lavoro svolto per la pubblicazione, dal 1995 ad oggi, delle
tre edizioni dell’opuscolo “Il Tirocinio in Agesci” a cura della pattuglia regionale di
formazione capi realizzato raccogliendo i contributi e le istanze di vari livelli regionali.
Bisogna evidenziare come questa attenzione per la tematica dell’accoglienza si rilevi
anche dal fatto che, per quanto riguarda il Tirocinio, nella nostra regione sono stati previsti
alcuni obiettivi specifici e sono state sperimentate delle modalità che può essere qui
importante ricordare:
• l’identificazione del Capo Gruppo/ Tutor, naturale responsabile di tale momento,
capace da un lato di accogliere e dall’altro di accompagnare il nuovo arrivato nei suoi primi
passi all’interno dell’Associazione con attenzione non tanto alla mera crescita
metodologica (che avviene maggiormente in unità) ma anche agli aspetti relazionali del
processo di accoglienza (si pensi soprattutto ai rapporti in staff ma anche a quelli relativi a
Zona e Regione).
• La previsione di un capo, all’interno dei Comitati di Zona, che assuma il ruolo di
Incaricato di Zona al Tirocinio, che si occupi di “accogliere” i tirocinanti in seno alla
struttura più vicina (dopo la Co.Ca s’intende!) con la quale essi vengono in contatto e
possa garantire fra l’altro la possibilità di un confronto con altre persone che stanno
vivendo la stessa esperienza in altre Comunità Capi.
• La previsione di due momenti (il primo ad inizio ed il secondo a fine anno scout) gestiti
dall’Incaricato di Zona al Tirocinio con la funzione di accogliere ed introdurre prima e
verificare poi.
• Un’attenzione anche della pattuglia di formazione capi con la destinazione di un
componente che si occupa specificamente di tirocinio, con il compito di coordinare l’azione
degli incaricati di Zona al Tirocinio, di far circolare idee ed esperienze sul tema, di favorire
l’omogeneità della proposta.

Sulla scorta del cammino già percorso e basandoci sulle verifiche effettuate ai vari livelli
(Incaricati di Zona, verifiche dei CFM ecc.) si può abbozzare un primo bilancio e
focalizzare già alcune esigenze.
Sicuramente salta all’occhio la forte domanda, più o meno espressa, di “accoglienza” e la
ricerca di punti di riferimento che possano aiutare il tirocinante a muovere i primi passi
all’interno dell’associazione. La scelta di responsabilizzare a questo compito il Capo
Gruppo appare ormai consolidata ed inevitabile se si pensa al turn-over che riguarda le
unità e che è fenomeno meno accentuato per i Capi Gruppo.
Anche gli incontri di Zona per tirocinanti sono molto partecipati e laddove le Zone non
sempre riescono ad organizzarli, spesso la richiesta di mostrare tangibilmente dei segni di
“accoglienza” nei loro confronti diventa espressa. Naturalmente non mancano i punti
deboli e non possono che divenire spunti per riflettere e indirizzare i nostri sforzi futuri…

• capi gruppo. Non sempre hanno le risorse di tempo e le competenze per svolgere
questo ruolo formativo, bisogna continuare sulla strada già intrapresa offrendo occasioni
(come i campi per capo gruppo e il Master) per la formazione dei quadri. Parlare di
tirocinio ai CFM può servire ma è indispensabile che questo argomento sia conosciuto
principalmente da coloro che hanno il compito di “accogliere” (capi gruppo, capi unità ecc.)
più che dai destinatari di tale proposta.
• Opuscolo (“il tirocinio in agesci”) bisogna valorizzarne la diffusione, forse potrebbe
essere utile uno sdoppiamento dello stesso che oggi appare indirizzato sia ai tirocinanti
che ai quadri, favorendo una maggiore visibilità dei due aspetti.
• Incaricati di Zona al Tirocinio. Bisognerebbe rafforzare il coordinamento a livello
regionale, pur nel rispetto dello spirito di iniziativa e di inventiva di ciascuna Zona, appare
necessario far circolare maggiormente le idee e le esperienze anche per colmare eccessivi
divari fra Zona e Zona e garantire una certa omogeneità della proposta.

La tabella che segue mostra come alla luce del sistema attualmente adottato viene attuato
il percorso di accoglienza in Comunità Capi in riferimento a CHI FA, COSA, QUANDO e
considerando anche coloro che concorrono a questo processo anche indirettamente
(Zona, Regione).

1° trimestre 2° trimestre 3° trimestre


Capo * verifica le * fa vivere nella * verifica
Gruppo condizioni iniziali Comunità Capi la che si sia sviluppato il
(disponibilità nei democrazia associativa. senso dell’appartenenza
confronti delle scelte * garantisce associativa.
del P.A.; disponibilità l’acquisizione di una * verifica
alla relazione con altri visione unitaria - la rispondenza fra
adulti e con i ragazzi; dell’agesci disponibilità iniziale ed
disponibilità a formarsi attraverso l’attenzione al effettiva accettazione
come educatore.) Progetto Educativo ed delle scelte del P.A.
* compie gesti alla PPU. - la maturazione del
concreti di * agevola il processo di Progetto del Capo.
accoglienza maturazione del * sottolinea (di fronte a
(cerimonia/festa in Progetto del Capo. tutta la comunità)
co.ca; preparazione l’importanza del cammino
promessa per gli extra- fatto con una semplice
associativi; cerimonia o con una
* indirizza (quale fiesta.
branca, quali
documenti associativi
ecc.)
* ascolta (quali
esigenze, aspettative,
motivazioni )
Capo * accoglie nello staff * presenta gli * verifica la capacità di
Unità (dinamiche, ruoli, “strumenti” applicazione
rapporti) (metodologia di branca, metodologica
rapporto capo-ragazzo) * favorisce la lettura della
realtà dei ragazzi e la
“traduzione” metodologica
Incaricato. * accoglie nella zona * verifica l’esperienza del
Di zona al mostra che anche fuori tirocinio
Tirocinio della propria co.ca c’è il cui termine viene
interesse per il sottolineato con un
tirocinante momento di festa o di
* agevola il confronto cerimonia
fra persone che si * garantisce il crearsi di
trovano nella stessa un rapporto positivo zona-
condizione e con le capo
quali è più facile
condividere
impressioni e
sensazioni
* garantisce che nel
Progetto di Zona vi sia
lo spazio adeguato alla
formazione dei
tirocinanti.
REGIONE * CFM * CFM
(FO.CA; - area vocazionale - area vocazionale
M.I.E.) - area metodologica - area metodologica
- area associativa - area associativa
# “ricaduta” # “ricaduta”
dell’esperienza nella dell’esperienza nella co.ca
co.ca . .
# autovalutazione # autovalutazione
° stage metodologici ed ° stage metodologici ed
incontri incontri

La nuova Comunità Capi : ideazione , sperimentazione e verifica


Regione Lombardia - giugno 2000

Individuazione di possibili proposte di attività e percorsi concreti per una Comunità Capi formativa,
piacevole e di sostegno al servizio educativo (da sperimentare da parte delle Comunità Capi
disponibili).

Siamo all’inizio del secondo anno di questa sperimentazione.


Durante il primo anno 81 Comunità Capi della regione Lombardia hanno aderito alla
sperimentazione stessa e concretamente attuato sia le parti relative agli strumenti individuati l’anno
precedente attraverso un lavoro fatto con 27 Comunità Capi, che il tentativo di concretizzare il
percorso di stile di fondo su cui impostare la vita della Comunità Capi (le famose 4 sfere) e lavorare
per migliorare il “ contenitore “ della vita stessa della Comunità Capi che è il clima .
Durante questo anno si è potuto quindi “provare a fare“ per ognuno dei 12 percorsi relativi ad
altrettanti punti riferiti alla vita della Comunità Capi e questo inizio di sperimentazione ha portato
(attraverso riflessioni e verifiche in Comunità Capi , con i referenti regionali, in pattuglia di
Formazione Capi, ma soprattutto con i Capi Gruppo riuniti tutti insieme il 19 marzo) a confermare /
modificare / aggiungere una serie di altri spunti e/o idee nella serie relativa agli strumenti e a capire
che occorre maggiormente spiegare e motivare intorno allo stile di fondo della vita delle Comunità
Capi (le quattro sfere) .
Ci troviamo quindi oggi in possesso non solo di una grande conferma che gli strumenti proposti
sono validi e attuabili, ma anche della possibilità di allargare gli stessi per proporre un secondo
anno di sperimentazione maggiormente ricco sia di idee che di contenuti e, giocando una
esperienza definita dai Capo Gruppo molto positiva, lanciare questo secondo anno di
sperimentazione che potrà iniziare anche nei tempi logici e necessari della vita delle nostre
Comunità Capi
Su questo secondo anno, che inizierà quindi nei tempi giusti e avrà alle spalle una riflessione più
ricca, competente e “provata“, noi della Pattuglia Regionale di Formazione Capi crediamo
moltissimo e vorremmo che le Comunità Capi che ci hanno accompagnato sino qua potessero
continuare, e che a queste se ne aggiungessero altre !
La sperimentazione per l’anno 2000/2001 avverrà in modo simile a come è successo per
l’anno precedente:
• A settembre , nel primo Consiglio di Zona o in un’altra occasione , i Responsabili di Zona
(eventualmente coadiuvati da un membro della pattuglia o da un referente) presentano il secondo
anno di sperimentazione, invitando le Comunità Capi “ vecchie “ e nuove a proporsi.
• Ogni Comunità Capi sceglierà uno dei 12 percorsi concreti e inserirà le attività proposte nel suo
programma annuale, rendendole compatibili con i propri usi ma senza stravolgerle. Terrà conto
anche delle attenzioni indicate per la costruzione del clima e dello stile di fondo della vita della
Comunità Capi; tutte e due dovrebbero risultare migliorate alla fine dell’anno. E' opportuno far
notare come non siano stati sperimentati l’anno scorso 2 temi quali VITA ASSOCIATIVA e
PRESENZA NEL TERRITORIO.
• La verifica di fine secondo anno deve portare da una parte a “codificare" una serie di attenzioni
a... e di utilizzo di strumenti per ... , ma soprattutto a capire che lavorare sullo stile e sul clima può
ridare linfa a una pianta che continua a germogliare foglie che cadono però in fretta (leggi turn
over), perché non più o poco legate ad un ramo piacevole, formativo e di sostegno.
• I referenti che seguiranno tutte le sperimentazioni che si metteranno in atto saranno i componenti
della Pattuglia Regionale insieme con gli Incaricati di Zona alla Formazione Capi. Crediamo che il
rapporto tra la Regione e le Comunità Capi attraverso i referenti, sia uno dei risultati a lato della
sperimentazione maggiormente positivo.
• Ci sarà un momento finale, intorno a fine maggio, di confronto e di verifica con i Capi Gruppo
per dare luogo all'individuazione di possibili proposte di attività e percorsi concreti per una
Comunità Capi formativa, piacevole e di sostegno al servizio educativo. Inserire lo schema in xls

Esplicazione dei percorsi sperimentabili

Stile di fondo della vita di Comunità Capi

E' il percorso / il modo di agire "ideale" di ogni capo e di ogni Comunità Capi, e a ben
vedere quello di ogni persona durante l'arco della vita:
Per vocazione del capo intendiamo la capacità del singolo di scoprire il proprio progetto di uomo /
vita / capo, uscendo dalla dimensione di partecipare ad attività in un ambiente che conosco, con
persone che mi sono amiche, per capire che il mio agire crea un legame di responsabilità nei
confronti di chi sta camminando con me.
Saper progettare è riuscire a definire gli obiettivi e la scansione dei tempi necessari per realizzare la
mia vocazione, è cogliere che la mia crescita è ricchezza per la Comunità Capi e che le ricchezze
altrui mi aiutano ulteriormente a crescere.
Diventa fondamentale saper dare priorità, cogliere quello che è necessario per realizzare il progetto;
è necessario operare delle scelte semplici e chiare nel nostro proporci come capo e come
associazione educativa nei confronti del mondo.
La verifica deve diventare la capacità di guardare dentro le cose, solo questa capacità ci permette di
capire dove siamo e quindi di raddrizzare la rotta.
Aver effettuato questo "giro" permette di riaffrontare la successiva rotazione ad un livello di
maturità personale e di Comunità Capi maggiore, rimotivando il successivo cammino.

Attenzioni per costruire il clima


CLIMA: Complesso di condizioni spirituali, culturali, politiche (Dal Dizionario Garzanti).
Il Capo ha/riacquista voglia di andare a Comunità Capi se si riesce a parlare: a) dei ragazzi, b) di se
stesso e del suo cammino di capo, dei suoi problemi e anche dei suoi successi . Inoltre non tutta la
“fatica” sul clima deve essere sulle spalle del Capo Gruppo.
Per NOI: Serenità – Fiducia – Gioia – Amicizia – Condivisione – Apertura – Dialogo – Ascolto –
Sfogo – Accettazione – Pazienza – Fraternità – Sorriso – Incontro - ………….

Attenzioni trasversali ai 12 percorsi


• • Necessità che la Comunità Capi debba essere formativa, nel senso che ciascun capo riesca a
trovarsi soddisfatto di questi momenti perché riesce a portare a casa qualcosa di buono.
Modalità attive e simpatiche.
• • Esperienza e ruolo del C.G.: necessità di portare la Comunità Capi a decidere gestendo il
conflitto e arrivando al consenso in maniera utile e produttiva, necessità di valorizzare e "far
venir fuori" al meglio ciascun capo.
• • Attenzione ai tirocinanti.
• • Necessità di creare positive relazioni in staff.
• • Attenzione al “ tempo “ della e alla Comunità Capi, anche a scapito di alcune attività coi
ragazzi, imparando anche a gestire positivamente il tempo dedicato alle questioni organizzative.

Descrizione dei 12 percorsi concreti

PROGRAMMA DI COMUNITÀ CAPI

Musica di fondo: Gestione, cogestione e condivisione della Comunità Capi


Spartito: La staff di Comunità Capi dovrà essere soprattutto attenta:
ad animare l'incontro,
che non si perda, nelle occasioni, il metodo e lo stile scout,
a "leggere" tra quello che succede negli incontri di Comunità Capi il o i problemi più reali,
a "trasformare" le difficoltà e le risorse e tutto quanto "letto" a livello trasversale con riferimenti al
Metodo e alla Intenzionalità Educativa e alla Progressione del Capo,
a garantire il Progetto Educativo e l'avanzamento del Programma di Comunità Capi
Strumenti:
  A inizio anno 1-2 incontri di Comunità Capi sulla verifica del Progetto Educativo per
richiamarsi gli obiettivi delineati e puntualizzare le priorità dell'anno che va ad iniziare.
  Uscita di Comunità Capi a inizio anno (successiva agli incontri) per la stesura del
programma di Comunità Capi, traendo spunti sempre dal progetto Educativo, insieme alle esigenze
dei capi e altri spunti dall'esterno.
  La gestione degli incontri di Comunità Capi non sono di appannaggio dei Capi Gruppo o
dell'AE, ma una volta condiviso il programma (momento fondamentale), attraverso le pattuglie o le
staff o con interventi esterni o sfuttando i capi a disposizione, arrivare ad una maggiore cogestione.
  Dare ad ogni capo, almeno ogni 3-4 mesi, l'intero calendario tematico (date e contenuti)
degli appuntamenti di Comunità Capi
  A metà e a fine anno, breve e snella verifica di quanto si è riusciti a fare rispetto al
calendario iniziale.
Coro: Programmazione di Comunità Capi (Gussago 1).
Momenti di Comunità Capi ristretta per questioni organizzative (Mantova 1).
MANDATO E RUOLI IN COMUNITÀ CAPI

Musica di fondo: Presa di coscienza della vocazione personale che si concretizza nel compito di
capo educatore.
Spartito: Recuperare il senso del mandato di capo catechista e di capo educatore scout.
Strumenti:
  Decisione degli incarichi (compresi quelli di Capo Gruppo) a inizio anno con attenzione
alla continuità educativa, alla competenza e alle caratteristiche dei singoli.
  Definire i ruoli dei capi a disposizione che possono rimanere in Comunità Capi solo se
assumono un ruolo educativo (ricaduta sui ragazzi) o un ruolo formativo (ricaduta sui capi).
  Vivere, con la comunità parrocchiale, un momento di mandato come educatore alla fede.
  Organizzare con il Gruppo, durante la festa di apertura, una cerimonia di mandato come
educatore scout, magari con una presenza associativa significativa.
Coro: Valorizzazione delle singole persone e delle loro diverse provenienze (Desenzano 1). La
gestione dei rapporti e delle dinamiche interpersonali in Comunità Capi (Mantova 2). Gestione della
sede e coinvolgimento di capi e genitori (Mede 1). Griglia di lettura delle caratteristiche del capo
nelle diverse branche (Brescia 6).

PATTO ASSOCIATIVO

Musica di fondo: Per essere attori protagonisti abbiamo bisogno di un “patto di stabilità” che leghi
intimamente e valorialmente tutti i capi.
Spartito: E' la prima scelta che deve fare il capo, prima della sua entrata in Comunità Capi
Nel tempo rappresenterà la fedeltà alle scelte fatte.
Recuperare una migliore conoscenza dei valori del patto Associativo per una concretizzazione vera
negli strumenti progetto Educativo, progetto del Capo, formazione dei capi.
Strumenti:
  Momento di incontro tra i Capi Gruppo e le persone che hanno appena preso la Partenza
(o quelli che stanno per prenderla) per una breve presentazione del Patto Associativo e relativa
discussione.
  Presentazione del Patto Associativo alla Comunità Capi da parte dei nuovi entrati in una
delle prime riunioni di Comunità Capi
  Successiva cerimonia di adesione al Patto Associativo di tutta la Comunità Capi con
rinnovo della Promessa.
  Presentazione e distribuzione del nuovo Patto Associativo in un incontro di Comunità
Capi coi genitori del Gruppo.
  Scelta di 2 o 3 punti critici del Patto Associativo da approfondire in incontri di Comunità
Capi, con persone esperte.
Coro: Riflessione sul Patto Associativo (Milano 4).

PROGETTO DEL CAPO

Musica di fondo: E' il progetto dell'adulto in cammino che si rapporta col proprio ruolo di capo.
Spartito: E' un cocktail di responsabilità, corresponsabilità, impegno di servizio nel tempo.
Il P.d.C. deve non solo essere il mio impegno di capo , ma anche il mio contratto ( inteso come
legame e mandato ) con la Comunità Capi e , attraverso di essa , con l’Associazione.
Strumenti:
  Realizzazione di 3 momenti durante l’anno , possibilmente con l’A.E. (a inizio anno:
rilancio e condivisione, a metà e a fine anno per le verifiche e la correzione fraterna ) per
  occasioni di riflessione personale per fare il punto e ri-orientarsi circa il proprio impegno
di capo;
  occasione di condivisione con la Comunità Capi;
  occasione per identificare pochi e concreti (cioè verificabili) obiettivi in relazione al
proprio servizio educativo e con riferimento più alto e ampio al P.A., obiettivi che si cercherà di
raggiungere durante l'anno.
Coro: Rosa delle competenze (Formazione Capi Nazionale). Mani, testa, cuore (Zogno 1). Utilizzo
forte dell'uscita di Comunità Capi (Mantova 1). Esperienza di route di Comunità Capi (Mantova
3).

STESURA DEL PROGETTO EDUCATIVO

Musica di fondo: E' il "contratto" che lega i capi della Comunità Capi, identificando, anche verso
l'esterno, il loro impegno di servizio.
Spartito: Dichiara le priorità dell'intervento educativo del Gruppo.
Di norma il P.E. va aggiornato e non rifatto (anche per non perdere la memoria storica).
Strumenti:
  Pochi incontri di Comunità Capi e 2 momenti forti ( uscite di uno o due giorni ) , uno
all’inizio ed uno alla fine della stesura del P.E.
  Identificazione di pochi obiettivi chiari, concreti e verificabili, con specificazione di
eventuali tappe intermedie.
  Confronto con altre Comunità Capi (magari pensato di Zona).
  Coinvolgimento, dove fosse attuabile, dei genitori.
  Condivisione del P.E. con i genitori, e diffusione della sua conoscenza alle altre realtà
intorno alla nostra esperienza (Consiglio dell’Oratorio, Consiglio Pastorale, gruppi con i quali
si lavora, ... ).
Coro:
Progetto Educativo annuale (Milano 1).

GESTIONE DEL PROGETTO EDUCATIVO

Musica di fondo: Far diventare il Progetto Educativo la "sorgente" dei programmi delle branche e
della Comunità Capi
Spartito: La gestione fa diventare il Progetto Educativo la "bussola" del servizio educativo.
Strumenti:
  All’inizio dell'anno scout vivere un momento di “riappropriazione” del Progetto Educativo,
sia per consentire ai nuovi entrati in Comunità Capi di conoscerlo e di approfondirne i contenuti
e le priorità, sia per permettere a tutti di richiamarsi gli obiettivi delineati e puntualizzare le
priorità dell’anno che va a iniziare.
  Traduzione del progetto a livello di singola unità attraverso la stesura del programma
periodico (che può essere annuale o andare da un campo - invernale, di Pasqua, estivo - all’altro
o altro ancora) in cui si specificano gli obiettivi propri dell’unità interessata desunti da aspetti
particolari degli obiettivi prioritari e/o da situazioni particolari dell’unità in quel momento.
  Ogni volta che il programma di un’unità giunge a scadenza, e comunque a fine anno,
organizzare un momento di Comunità Capi per la verifica del lavoro svolto in unità, momento
preparato dallo staff di unità interessato, ma partecipato poi da tutti i capi cogestori del lavoro
educativo di tutte le unità.
Coro: Progetto Educativo: riesame e trapasso (Cremona 3). Adulti che condividono una scelta…
(Milano 30). Uso nei programmi e nelle verifiche delle unità (Mede 1). Verifiche scritte consegnate
in Comunità Capi e possibilità di ripresa nella Revisione delle unità (Tradate 1).
PRESENZA DEL CAPO NELLA CHIESA LOCALE

Musica di fondo: Punto di riferimento per una verifica ed un confronto dell'impegno di capo
cristiano nella Comunità Capi e nella Chiesa locale, con gli altri.
Spartito: Tenere presente le proposte di: Parrocchia – Vicariato – Decanato – Diocesi, utilizzando
la Zona come cassa di risonanza di tutte le iniziative pastorali ed ecclesiali, facendo attenzione che i
nostri tempi e i nostri stili sono spesso diversi da quelli degli altri.
Strumenti:
  Programmare e cadenzare incontri e proposte:
  promuovere occasioni di confronto dei vari specifici cammini presenti nella Chiesa
locale;
  vivere 1-2 momenti nell'anno insieme alle altre realtà.
Coro: Rapporti con la Parrocchia (Cremona 3). Presenza di una religiosa in Comunità Capi (Opera
1). Vita nella Chiesa locale (Mede 1).

VITA CRISTIANA DEL CAPO

Musica di fondo: E’ continua ricerca, ascolto, confronto, annuncio della parola di Dio. E’ linfa
necessaria ed indispensabile per poter svolgere bene il proprio servizio.
Spartito: La COMUNITÀ CAPI non deve essere l’unico ambito di fede, ma deve mantenere il
compito da affiancare, sostenere e stimolare il cammino dei singoli e sollecitare alla crescita
personale della fede ogni singolo capo. Il CAPO si assume le responsabilità catechetiche nei
confronti dei ragazzi, testimoniando le proprie scelte nella vita quotidiana
Strumenti:
  Il capo si impegna ad avere una Direzione Spirituale e a recuperare momenti di silenzio,
meditazione, preghiera, oltre che a tradurre la propria vita cristiana in gesti concreti di carità
( tutto questo deve entrare nel P.d.C.).
  La Comunità Capi:
  Propone momenti di verifica e di correzione fraterna.
  Segnala occasioni di incontri, quaresimali, lettura biblica, prediche particolarmente
rilevanti proposte dalle realtà ecclesiali locali.
  Propone momenti di silenzio, meditazione, preghiera.
  Preparazione a turno da parte di tutti i capi, dei momenti di preghiera assieme all’A.E.
Coro: Cammino di fede (Bergamo 5). Catechesi in Comunità Capi (Mantova 2). Cammino di fede
(Milano 52). La Comunità Capi aiuta a riscoprire la propria fede (Brescia 5).

CONDIVISIONE DELLA VITA DELLE UNITA'

Musica di fondo: Dalla condivisione intesa come "aver informato" alla corresponsabilità =
responsabilità con, valorizzando la capacità di aiutare e di farsi aiutare.
Spartito:
Cosa condividere: vita delle staff (relazioni tra capi, tra capi e r/s, … );
vita dell'unità (attività particolari, soluzioni metodologiche
indovinate, … );
crescita dei ragazzi (difficoltà, particolarità, passaggi, …).
Come condividere: attenzione al clima di Comunità Capi (ascolto del singolo capo,
attenzione ai problemi, voglia di fornire e raccogliere indicazioni);
aiutati da uscite, uso di tecniche scout e di comunicazione, … ;
conduttore che riesca ad aiutare i capi a cogliere l'essenziale e
l'aspetto fondamentale e a ben orientarsi.
Con che tempi condividere: periodicità fissa (ogni due mesi circa), che permette di non parlare
solo delle emergenze.
Con chi condividere: ovviamente con tutti i capi.
Strumenti:
  Momenti di revisione delle unità ogni 2 mesi circa in cui i capi unità abbiano
l'occasione di portare in Comunità Capi alcuni elementi (positivi o problematici) del loro
servizio educativo e possano raccogliere indicazioni dagli altri capi.
  Scheda personale del ragazzo in tutto il suo iter educativo che valorizzi la sua storia e le
sue esperienze.
  Vivere dei momenti di Gruppo , preparati e verificati in Comunità Capi, per favorire la
conoscenza tra i capi e i ragazzi
Coro: Condivisione della vita delle unità in Comunità Capi (Milano 30). Condivisione della vita
delle unità utilizzando il metodo di branca (Lonate Pozzolo 1). Condivisione in Comunità Capi
(Gussago 1). Finestra dalle Branche (Trezzo sull'Adda 1). Uso di schemi di preparazione della
Revisione delle Unità (Tradate 1). Revisione delle unità a tematiche (Varese 3).

COMPETENZA METODOLOGICA

Musica di fondo:
Approfondire e ragionare insieme sul metodo scout di tutte le branche al fine di migliorare
la proposta educativa del Gruppo.
Spartito: Superare la separazione tra "parlare delle Branche" e "fare formazione":
… ci si può qui "raccontare" il metodo di branca … … oltre a incontrare esperti (non solo scout) …
e individuare modalità d'azione nelle unità …
Strumenti:
  Tema trasversale (2-3 l'anno) con implicazioni concrete in L-C, in E-G, in R-S,
individuato a inizio anno da necessità dei capi e delle staff, da necessità delle Unità e della
Comunità Capi e durante l'anno da necessità emergenti dai momenti di condivisione.
  Trapasso nozioni in staff, garantito dal capo unità esperto o da un capo esterno esperto
che incontra lo staff periodicamente.
  Sfruttare tutti i momenti associativi di formazione metodologica, dalla Zona, alla
Regione, ai CFM.
Coro: Formazione metodologica in Comunità Capi (Cremona 3). Verifica /confronto su
temi/attività/problemi educativi (Trezzo sull'Adda 1). Competenza metodologica (Villa Carcina 1).

VITA ASSOCIATIVA

Musica di fondo: Ogni capo deve essere cosciente di essere un attore protagonista del grande gioco
dello scautismo.
Spartito: Concentrarsi sulla vita di Zona, impegnandosi ad esserci sempre, al fine di sollecitare,
chiedere e contribuire a costruire ciò che serve ai capi per migliorare il loro servizio. Attenzione e
sensibilità all'aiuto verso i Gruppi in difficoltà della propria Zona.
Strumenti:
  Riflessione a inizio anno sui bisogni dei capi che vanno soddisfatti e perciò richiesti in
Zona.
  Partecipazione attenta e attiva.
  Capo Gruppo che "porta" la sua Comunità Capi in Consiglio di Zona.
  Brevi momenti di condivisione in Comunità Capi delle attività di Zona dei vari capi.

PRESENZA NEL TERRITORIO

Musica di fondo: Desiderio di interrogare e lasciarsi interrogare = interagire.


Spartito: Educare alla politica, e farsi carico del bene comune.
Strumenti:
  Il Capo gruppo esercita il ruolo di presenza attiva anche all’esterno, attento a quello che
c’è fuori.
  La Comunità Capi valuta gli ambiti prioritari di presenza e di intervento (ad es. consulte
parrocchiali, comunali, di circoscrizione), delegando ad alcuni capi di rappresentarla in essi.
  Un momento nell'anno per ogni unità di attività sul territorio.
Coro: Coordinamento cittadino del servizio extra-associativo dei R/S (Pavia 1).
Relazioni con la parrocchia e con il territorio e genitori promotori e attivi sul territorio (Opera 1).
Presenza territoriale e decanale (Milano 52).

L'ACCOGLIENZA DEI GIOVANI CAPI ED IL TIROCINIO

Spunti tratti dalla relazione introduttiva di Marco Pietripaoli


Convegno dei Capi Gruppo, Emilia Romagna, Carpi 27/28 gennaio 2001

La riflessione di Marco Pietripaoli è stata sostanzialmente incentrata su tre punti:

- giovani capi e loro bisogni;


- il momento di Accoglienza in Co.Ca.;
- il Tirocinio.

Investire oggi nei giovani capi vuol dire investire nel futuro dello scoutismo, e pertanto "la
questione" dei giovani capi è sicuramente aspetto centrale ed ineludibile dell'impegno dei Capi
Gruppo.
Il Capogruppo è infatti il responsabile ultimo della presenza scout nel proprio territorio.
Marco ci ha chiesto: "Se siete dei buoni capi è perché qualcuno ha investito su di voi"?
Svariate sono state le risposte in senso affermativo: il Capo Clan, l'A.E., il Capo Unità sono state le
persone menzionate.
Marco ha sottolineato anche come già in branca R/S bisognerebbe recuperare maggiormente l'
orientamento al servizio associativo.
Infatti chi sono i giovani capi?
• giovani appassionati al servizio con spunti ideali alti;
• se capiscono dove sono e dove stanno andando sanno darsi molto, impegnandosi e divertendosi;
• spesso non sono abituati allo scouting (si fa poca strada in Clan, poca avventura in Reparto);
• lo scouting andrebbe recuperato anche in Co.Ca.;
• c'è un certa fatica a rileggere l'esperienza educativa fatta, e a concretizzare;
• spesso i giovani capi si sentono soli, non hanno un metodo di lavoro, devono "apprendere" le
regole della Co.Ca.;
• c'è il problema della durata: si investe sui giovani, li si forma (Zona, campi di formazione) e dopo
2-3 anni ci sono degli abbandoni. Forse è il caso di chiedersi se abbiamo fatto tutto quanto è
necessario per farli continuare.

Per quanto riguarda l'Accoglienza, Marco ha suggerito una breve pausa fra Partenza e
entrata in Co.Ca. ; non certo 6 mesi in frigorifero, ma è necessario evitare ogni sorta di
automatismo.
Il momento dell'entrata in Co.Ca. è da sottolineare anche con gesti visibili di accoglienza (con una
cerimonia, possibilmente con una festa).

Si deve anche prendere come dato di fatto che oggi alcune mete non sono chiare e definite: a 21
anni non si ha l'autonomia di una volta e quindi bisogna dare ai giovani la possibilità di esprimersi,
di definire col tempo le loro mete, di valorizzare il loro contributo CONSIDERANDOLI CAPI al di
là dell'età, accompagnandoli ma anche dando loro fiducia.Il tutor, che sia il CapoGruppo, il Capo
Unità, l'A.E. o altro capo di esperienza con cui il giovane ha un rapporto di fiducia, deve più che
altro sapere ascoltare, valorizzare le competenze ed esperienze maturate dal giovane, introdurlo al
linguaggio ed alle "regole" della Co.Ca. che è una comunità di educatori e non più di educandi
come il Clan.
Il tutor promuoverà il cammino personale (Progetto del Capo), stimolerà le scelte di servizio, e la
concretizzazione dei valori in azioni.

PARTECIPANTI AL SEMINARIO

GIAMBUZZI ROBERTO Abruzzo


GIRASANTE ROBERTO Abruzzo
VINCIGUERRA ROCCO Basilicata
POLIMENI PIERO Calabria
SANDONATO ANTONIO Calabria
TIGANI PAOLA Calabria
MARTINO MICHELE Campania
RUSSO ANNARITA Campania
TRAMONTANO CLARA Campania
TROCCHIAROLO EMILIA Campania
ZAGARESE PASQUALE Campania
BUSCAROLI RICCARDO Emilia R.
GHELFI SIMONE Emilia R.
MONELLO CLAUDIO Lazio
PROSPEROLI M. ADELE Lazio
STURBA ROBERTA Lazio
CRAVIOTTO LAURA Liguria
GALLETTO ALBERTO Liguria
MAZZUCCHELLI MARCO Liguria
ROSITA MARINELLI Liguria
VOLPI PAOLO Liguria
BREDA MASSIMO Lombardia
BUTTI DIEGO Lombardia
FACCHINETTI ROSARIA Lombardia
WEIDMAN M.CARLA Molise
MAGGIORA LAURA Piemonte
MOLINARIO ALESSANDRO Piemonte
SASSONE ELENA Piemonte
CRISTINI LOY M.PAOLA Sardegna
D'OTTAVIO MARINA Sardegna
SPORTATO CALOGERO Sardegna
BONANNO FRANCESCO Sicilia
CANNAVO' ANTONIO Sicilia
GIURLANDA GASPARE Sicilia
INCORVAIA CARMELA Sicilia
MAZZA ANGELO Sicilia
SETTINERI SALVATORE Sicilia
ZAGARA NUNZIO Sicilia
RTOLINI FEDERICA Trentino A.A.
DA COL BARBARA Trentino A.A.
PANIZZI CHIARA Trentino A.A.
ARNETOLI ANDREA Toscana
LORIERI PIERPAOLO Toscana
DAMINATO CLAUDIO Umbria
BUSATO ANNACHIARA Veneto
DALL'AGNOL IVONE Veneto
DE MARTIN MASSIMILIANO Veneto
MANTOVANI PAOLO Veneto
MONTAQUILA ROSSELLA Veneto
PERAZZOLO DANIELA Veneto
PINTON LORENZO Veneto
VESENTINI LEONELLO Veneto
ZAMPIERI GIOVANNI Veneto

Pattuglia Nazionale Fo.Ca.


CAMPO GIULIO Sicilia
FAVARON ELISABETTA Veneto
LINO MERIGGI Liguria

Incaricati ed A.E. Nazionali Fo.Ca.


DANIELA FERRARA Sicilia
STEFANO PESCATORE Campania
don SERGIO NICOLLI Trentino A.A.

Sono intervenuti per l’Agesci:


Presidente del Comitato
GRAZIA BELLINI Centrale
PIPPO SCUDERO Capo Scout
PAOLA DAL TOSO I.N. alla Documentazione
A.E. Nazionale Branca
don PEDRO OLEA E/G

Interventi esterni:
MARCÈ Piccole Sorella di C. de Focault
M.T. SPAGNOLETTI Associazione “Kim”

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