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SINTESI VOLTAIRE

Diviene il punto di riferimento dell’Illuminismo europeo e il difensore della tolleranza religiosa e


dei diritti dell’uomo: significativo è il Trattato sulla tolleranza del 1763, in cui Voltaire rivolge un
accorato appello alla fratellanza tra tutti gli uomini.
Coerentemente con la dottrina deistica, Voltaire è convinto che Dio esista e che sia la ragione ad
affermarlo. Voltaire rifiuta anche la possibilità x l’uomo di determinare in modo qualsiasi gli
attributi divini. Voltaire nega poi con decisione l’idea che Dio intervenga nelle vicende degli
uomini.
Dunque:
1. Dio esiste
2. Ma non lo si può conoscere
3. E non interviene nel mondo degli uomini

Dall’ammissione di un Dio universale che si rivela alla ragione di tutti gli uomini e dalla
conseguente critica delle religioni storiche, Voltaire fa derivare il principio della tolleranza. Solo
abbandonando qualunque pretesa di verità assoluta e solo comprendendo che Dio è ciò che si
nasconde dietro le maschere delle religioni rivelate sarà possibile costruire un mondo basato sulla
tolleranza e la comprensione reciproche. La tolleranza è il frutto di un’incessante lotta della
ragione contro il fanatismo e l’oscurantismo, e può scaturire soltanto da una fede purificata da
dogmi e riti particolari, e ricondotta ad alcuni principi semplici e universalmente condivisibili che
costituiscono il nucleo razionale comune di tutte le religioni.
Voltaire critica le violente dispute teologiche nelle quali gli uomini usano le presunte verità di Dio
contro altri uomini e smaschera la superbia e il narcisismo delle religioni storiche, che fanno
credere all’uomo di essere il centro del mondo e il destinatario unico del progetto divino. Solo
accettando la parzialità del nostro sguardo e il carattere relativo delle nostre convinzioni è
possibile apprendere la difficile pratica della tolleranza e comprendere il valore positivo della
diversità. Un punto di vista esterno può aiutare a guardare alle assurdità, ai fanatismi e alle
ossessioni degli uomini con un sentimento di tollerante compassione e di commiserazione x la
fragilità della natura umana.
La fede deista di Voltaire diventa così un invito alla fratellanza, all’accettazione della diversità, alla
lotta contro l’odio teologico e contro il fanatismo delle chiese, alla pratica di una religione
concepita non come rito esteriore ma come esercizio di moralità e civiltà e come impegno x l’altro.

La tolleranza, che va esercitata dal governante praticamente sempre (egli cita come esempio molti
imperatori romani, in particolare Tito, Traiano, Antonino Pio e Marco Aurelio[136]), è il caposaldo
del pensiero politico di Voltaire. Spesso gli è attribuita, con varianti, la frase "Non sono d'accordo
con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo". Tale citazione trova in realtà
riscontro soltanto in un testo della scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall.[137] La citazione non
si trova altresì in qualsivoglia opera di Voltaire.[138] La frase avrebbe origine non dalla lettera del
6 febbraio 1770 all'abate Le Riche, come spesso si dice ma da un brano delle Questioni
sull'Enciclopedia[139]:
«Mi piaceva l'autore de L'Esprit [Helvétius]. Quest'uomo era meglio di tutti i suoi nemici messi
assieme; ma "non ho mai approvato né gli errori del suo libro, né le verità banali che afferma con
enfasi. Però ho preso fortemente le sue difese, quando uomini assurdi lo hanno condannato".»
Ci sono però molte altre frasi o aforismi di Voltaire che esprimono un concetto affine a questo, con
diverse parole: in una lettera sul caso Calas, allegata da Voltaire al Trattato sulla tolleranza: «La
natura dice a tutti gli esseri umani: (...) Qualora foste tutti dello stesso parere, cosa che
sicuramente non succederà mai, qualora non ci fosse che un solo uomo di parere contrario, gli
dovrete perdonare: perché sono io che lo faccio pensare come lui pensa»[140], frase che anticipa
il pensiero del liberalismo del secolo successivo[141]; «Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e
inclini all'errore. Non resta dunque che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la
prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani»[142][143]; «Di tutte le
superstizioni, la più pericolosa è quella di odiare il prossimo per le sue opinioni»[144]; «È cosa
crudelissima perseguitare in questa vita quelli che non la pensano al nostro modo»[145]; «Ma
come! Sarà permesso a ciascun cittadino di non credere che alla sua ragione e di pensare ciò che
questa ragione, illuminata o ingannata, gli detterà? È necessario, purché non turbi l'ordine»[146];
e molte altre.

IL TRATTATO SULLA TOLLERANZA


Il Trattato sulla tolleranza è una delle più famose opere di Voltaire. Pubblicata in Francia nel 1763
costituisce un testo fondamentale della riflessione sulla libertà di credo, sul rispetto delle opinioni
e di molte di quelle caratteristiche con cui oggi identifichiamo una società come civile.
Il contesto storico: i casi Calas, Sirven, La Barre
Nella Francia della metà del Settecento sono ancora presenti forti contrasti ideologico-religiosi. La
pratica della tortura e dell'incriminazione sommaria è più che in uso e basta poco perché un clima
tanto avvelenato esploda in ritorsioni estremamente violente verso gli esponenti della parte
avversa, quale che sia in quel momento. In questo ambiente culturale Voltaire si batte contro
quella che definisce come "superstizione": un misto di fanatismo religioso, irrazionalità e
incapacità di vedere le gravi conseguenze del ricorso alla violenza gratuita, alla sopraffazione, alla
tortura e diffamazione, che spesso spazza via intere famiglie.

In particolare Voltaire rivolge la sua attenzione e l'opera della sua penna a diversi casi di clamorosi
errori giudiziari finiti in tragedia. Tra i vari merita ricordare i più famosi: il caso Calas, il caso Sirven,
e quello di La Barre. Nella Francia del 1761 viene trovato morto, perché impiccato ad una trave del
suo granaio, il giovane Marc-Antoine Calas, figlio di un commerciante protestante ugonotto. Del
ragazzo si vociferava che fosse sul punto di convertirsi al cattolicesimo. In un clima ancora
ammorbato da fanatismi religiosi e sospetti, la vox populi comincia a mormorare che il ragazzo sia
stato ucciso dal suo padre, Jean Calas, per impedirne la conversione.
L'uomo viene imprigionato, giudicato colpevole e mandato a morte "per ruota", cioè per tortura, il
9 marzo 1762. Caso analogo quello della famiglia Sirven, la cui figlia Elisabeth viene trovata morta
in un pozzo. La ragazza si era da poco convertita al cattolicesimo. La famiglia Sirven, saggiamente,
non aspettò di sapere a che punto la folla poteva spingersi e si trasferì in Svizzera, da qui seppe di
essere stata condannata in contumacia per l'assassinio della propria figlia. Ben più tragicamente
finisce i suoi giorni il giovane chevalier de La Barre, di Arras. Avendo mancato di levarsi il cappello
davanti ad una processione del Santissimo, è sospettato di miscredenza.

Monsieur de Belleval, luogotenente del tribunale delle imposte della cittadina d'Abbeville, dove
accade il fatto, ritiene che l'atto del cavaliere, suo nemico personale, costituisca una manifesta
empietà. Poco prima qualcuno aveva mutilato il crocefisso posto sul ponte nuovo della città. Si
apre il processo, ed alcuni testimoni riferiscono che il cavaliere de La Barre ha pronunciato frasi
blasfeme, intonato canzoni libertine e bestemmiato i sacramenti assieme ad altri suoi conoscenti.
Al termine del processo, il cavaliere è condannato alla pena capitale. Gli atti del processo sono
riesaminati a Parigi da un apposito consiglio di venticinque giureconsulti, che confermano la
sentenza (15 voti contro 10 voti).

Il cavaliere è imprigionato. Prima dell'esecuzione è sottoposto alla tortura: gli vengono spezzate le
articolazioni delle gambe, ma viene risparmiato dall'ordine di perforargli la lingua. Viene infine
decapitato e il suo corpo è bruciato su una pira (nel rogo forse fu gettata anche una copia del
Dizionario filosofico trovata negli alloggi del cavaliere)[1]. Dei primi due casi Voltaire riuscì ad
ottenere giustizia e che fosse, se non altro, riabilitata la memoria di chi era stato ingiustamente
trucidato. Il terzo sarà riabilitato solo dalla Consulta di Parigi, dopo la morte del filosofo.

Écrasez l'Infâme: schiacciate l'Infame


La riflessione e l'impegno in questi ed altri casi simili (Martin e Montbailli, Lally-Tollendal) portano
Voltaire a concepire un grido di battaglia: Écrasez l'infâme, "schiacciate l'infame". Il motto sta a
indicare la necessità di lottare con tutte le forze della propria ragione e della propria morale contro
il fanatismo intollerante tipico della religione confessionale (cattolica, protestante o altro)[2].

Ogni uomo di buona volontà è chiamato a lottare per la tolleranza e la giustizia della religione
naturale, una religione governata da un Dio aconfessionale, senza dogmi, che rende inutili le
cerimonialità e che punisce i malvagi e remunera i buoni, come un giudice giusto. Il Dio di Voltaire
sovrintende alla macchina meravigliosa che ha creato come un orologiaio, che ne cura il
meccanismo. La concezione di Voltaire è perciò deista.
Il Trattato e le argomentazioni sulla tolleranza
Documentatosi in particolare sulla vicenda di Calas padre, Voltaire si convince della sua innocenza
e organizza una campagna pubblica per la sua riabilitazione, che ottiene nel 1765. Il caso Calas è
uno dei primi in cui l'opinione pubblica viene usata come una poderosa leva di cambiamento e
pressione sull'autorità. L'argomentazione di Voltaire a favore del pastore ugonotto trova sede
proprio nel Trattato sulla Tolleranza. Il filosofo argomenta finemente che "un padre potrebbe
uccidere il figlio che voglia convertirsi ad una religione diversa dalla sua solo se fosse preda del
fanatismo religioso, ma è riconosciuto ed attestato da tutti i testimoni che Jean Calas non era un
fanatico".

Dunque non può essersi macchiato del crimine che gli è stato attribuito e per i motivi che gli sono
stati dati come movente. Le prove su cui i giudici hanno lavorato, invece, sono fanatiche poiché
presentate dalle autorità religiose, che hanno dato tante prove della loro intolleranza violenta da
non poter lasciare dubbi. Voltaire arriva dunque a sostenere che il giovane Calas si sia suicidato e
che suo padre è stato trucidato da innocente. La società si definisce civile, ma uccide sulla spinta
del fanatismo religioso sostenendo di voler fare cosa grata a Dio e di voler sradicare con la forza il
male.

Tuttavia, continua il filosofo, "se si considerano le guerre di religione, i quaranta scismi dei papi
che sono stati quasi tutti sanguinosi, le menzogne, che sono state quasi tutte funeste, gli odi
inconciliabili accesi dalle differenze di opinione; se si considerano tutti i mali prodotti dal falso zelo,
gli uomini da molto tempo hanno avuto il loro inferno su questa terra". Voltaire predica, al posto
di tanta inutile violenza, la carità poiché "là dove manca la carità la legge è sempre crudele"
mentre "la debolezza ha diritto all'indulgenza". "La tolleranza è una conseguenza necessaria della
nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all'errore. Non resta,
dunque, che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la prima legge naturale: il
principio a fondamento di tutti i diritti umani".

"Il diritto all'intolleranza è assurdo e barbaro: è il diritto delle tigri; è anzi ben più orrido, perché le
tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi". Lo stesso
pluralismo religioso diventa strumento diffusore di libertà in quanto: "più sette ci sono meno
ciascuna è dannosa; la molteplicità le indebolisce; tutte sono regolate da giuste leggi, che
impediscono le assemblee tumultuose, le ingiurie, le rivolte, e che vengono fatte rispettare con la
forza". La libertà di credo è la via per una società che non affondi le proprie radici nel sangue e la
propria giustizia nella ragione del (in quel momento) più forte.

Merita ricordare che, come nel Candide argomenterà la bontà morale degli Anabattisti, nel
Trattato paragona l'obbrobrio dell'intolleranza religiosa con la pace costruita in Pennsylvania dai
Quaccheri: Che cosa dire dei primitivi che sono chiamati «Quaccheri» per derisione, e che, con usi
forse ridicoli, sono stati comunque così virtuosi e hanno insegnato inutilmente la pace agli altri
uomini? Vivono in Pennsylvania in centomila; la discordia, la disputa teologica sono ignorate nella
felice patria che essi si sono costruita; già il solo nome della loro città Philadelphia, che ricorda loro
in ogni istante che gli uomini sono tutti fratelli, è di esempio e di vergogna per i popoli che non
conoscono ancora la tolleranza»

Preghiera a Dio e l'epigrafe


Il Trattato sulla Tolleranza è un'opera agile e breve, un piccolo capolavoro di polemica civile e
politica prima che storica e filosofica. Caratterizzato da uno stile frizzante e tuttora attuale, lo
scritto di Voltaire è senza dubbio tra le sue opere più singolari, che ha contribuito a procurargli la
fama di combattente contro le ingiustizie e le infamie del fanatismo clericale. Lo stile del filosofo
era inconsueto, specie per l'epoca, e rivolto a fare breccia nel lettore più che alla perfezione
estetica e stilistica che tanto era cara ad altri autori. Questo ha, secondo alcuni storici,
immensamente contribuito alla fama della superiorità e modernità linguistica del francese rispetto
ad altre lingue europee.

Due sono i passi, ormai divenuti veri e propri classici del pensiero interconfessionale, liberale e/o
laico: la Preghiera a Dio, tratta dal capitolo e l'epigrafe. Oltre al messaggio di tolleranza religiosa
Voltaire permea il suo scritto con una forte vena malinconica, poetica: rivolgendosi a Dio chiede
agli uomini di comprendere che le variazioni umane sono minime variabili all'interno del cosmo,
nella dimensione dell'infinito. In questo senso Voltaire è incredibilmente attuale e in lui, nella
concezione pessimistica dell'universo e dell'estrema finitudine umana, si ritrova un'alta voce della
lirica italiana: Giacomo Leopardi.

IL TRATTATO SULLA TOLLERANZA


Voltaire scrisse il Trattato sulla tolleranza in un secolo in cui le guerre di religione causavano
ancora massacri in tutta Europa, in particolare in Francia a causa della divisione tra cattolici e
ugonotti (anche se entrambe le fazioni aderivano al cristianesimo!).
Il Trattato sulla tolleranza trae ispirazione ed è successivo al processo, condanna a morte ed
esecuzione di Jean Calas, un padre ugonotto, il 10 marzo 1762.
Jean Calas apparteneva a una famiglia protestante. Dopo la morte per presunto suicidio del figlio
maggiore, la famiglia Calas viene falsamente accusata di omicidio colposo. La famiglia è messa in
catene e il padre, a grande richiesta popolare e per ordine di 13 giudici, è condannato a morte
nonostante la mancanza di prove.
In seguito all’esecuzione di Jean Calas, che invoca la sua innocenza fino al giorno della sua morte, il
caso viene giudicato di nuovo a Parigi il 9 marzo 1765 e la famiglia Calas viene assolta.

La saggezza e la perspicacia di Voltaire


Nel libro, Voltaire offre numerosi esempi di come la superstizione, il dogmatismo, il fanatismo
hanno fatto danni in Europa e mostra come molte divinità degli antichi Romani e Greci, delle
origini di ebraismo e cristianesimo, tra gli altri, hanno invece sostenuto la tolleranza.
Cito: “Il furore che ispirano lo spirito dogmatico e gli abusi della religione cristiana male intesa, ha
fatto spargere tanto sangue, ha prodotto tanti disastri in Germania, in Inghilterra e persino in
Olanda, quanti ne ha prodotti in Francia: eppure oggi la differenza di religione non è più causa di
nessun torbido in questi Stati; l’ebreo, il cattolico, il greco, il luterano, il calvinista, l’anabattista, il
sociniano, il mennonita, il moravo e tanti altri, vivono in quei paesi come fratelli ed egualmente
contribuiscono al bene della società.”

E ancora: “Sembra che abbiamo fatto voto di odiare i nostri fratelli, perché abbiamo abbastanza
religioni per odiare e perseguitare, e non ne abbiamo abbastanza per amare e
soccorrere”…“Infine, questa tolleranza non ha mai suscitato la guerra civile; l’intolleranza ha
coperto la terra di carneficine “…”Il diritto di intolleranza è dunque assurdo e barbaro: è il diritto
delle tigri, ed è terribile, perché le tigri sbranano solo per mangiare, e noi ci siamo sterminati per
dei paragrafi.”
E conclude: “È necessario che gli uomini comincino con il non essere fanatici per meritare la
tolleranza.”

L’attualità di questo passaggio ha attirato la mia attenzione: “Ma di tutte le superstizioni, la più
pericolosa, non è quella di odiare il prossimo per le sue opinioni? E non è ovvio che sarebbe più
ragionevole adorare il santo ombelico, il santo prepuzio, il latte e l’abito della Vergine Maria,
piuttosto che detestare e perseguitare il proprio fratello? ”

La conclusione del Trattato sulla tolleranza, “Preghiera a Dio”


Voltaire conclude il suo Trattato sulla tolleranza con un piccolo gioiello che desidero citare per
intero, la “Preghiera a Dio”. Da notare che qui Voltaire, sebbene cattolico, si rivolge a un Dio
universale, che potrebbe essere il Dio di tutte le religioni, ma anche degli atei che vivono una forte
spiritualità. È un Dio che unisce e non il Dio delle superstizioni che divide.

PREGHIERA A DIO
Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i
tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto
dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e
immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra
natura.
Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.
Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa’ che
noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa’ sì che
le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue
inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le
nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali
davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati
“uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si
accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire
che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera;
che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un
piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di
un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”, e
che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da
invidiare, niente di cui inorgoglirsi.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la
forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!
Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei
periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in
mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.
TRATTATO SULLA TOLLERANZA DI VOLTAIRE
Nel Trattato sulla tolleranza Voltaire risponde al grido del sangue innocente. Egli racconta una
storia che è fatta solo di crudeltà e fanatismo, il caso di Jean Calas, Tolosa, Marzo 1762. Voltaire si
impegna a far riaprire il caso giudiziario. Ottiene la condanna di chi aveva mandato a morte
l’innocente a causa del pregiudizio dell’intolleranza fanatica. Così, Voltaire mostra che la virtù della
tolleranza religiosa è la sola via d’uscita, l’unica soluzione semplicemente umana a fronte del
conflitto dei fondamentalismi europei.
la condanna delle religioni storiche è l’obiettivo prioritario che Voltaire si propone in questi anni
sessanta. Il trattato sulla Tolleranza nasce dall’esigenza di un intervento politico immediato. E’ un
pamphlet, un’arma contro la superstizione e l’ignoranza. Voltaire utilizza un fatto di cronaca x
promuovere una battaglia in difesa della tolleranza, ma al contempo riesce ad esprimere
un’istanza più ampia, un’idea di universalità e di libertà intese come frutto di una lotta incessante
della ragione contro ogni forma di oscurantismo e fanatismo.
Inizia con il caso giudiziario tragico e controverso della morte di Calas. Partendo da questo
avvenimento, frutto del fanatismo religioso e del clima di intolleranza prodotti in Francia dalla
legislazione antiprotestante, Voltaire compone il suo Trattato x fare opera di pressione sulla corte
e sull’ambiente giudiziario. Inoltre egli fa propria la causa dei Calas e della giustizia. Questo caso
giudiziario permette a Voltaire di ampliare il proprio discorso sulla tolleranza e sulla religione.
Il nesso morale – religione è uno dei temi su cui si insiste con più forza nel Trattato, dove si
riconduce la religione alla giustizia e alla fratellanza e dove il tema della tolleranza universale
emerge come corollario di una religione pura e naturale che consiste essenzialmente in
insegnamenti morali e che si oppone al fanatismo e all’ignoranza delle religioni storiche. Ma è
proprio l’approdo di Voltaire ad un Dio privo di dogmi, di rivelazioni e di teologie, quello che
permette di parlare di tolleranza universale. Se cadono gli ostacoli dogmatici delle singole sette, la
tolleranza sarà totale e non riguarderà solo i cristiani, ma tutti in quanto tutti siamo figli di Dio. E in
questa tolleranza estrema che accetta le diversità dei culti ma rifiuta tutte le religioni storiche e
dunque Voltaire è più radicale sia di Locke sia Di Bayle, i quali rimangono interni ad una logica
cristianocentrica.
Forma circolare dell’opera. Parte dalla breve storia della morte di Jean Calas, considera poi le
conseguenze del supplizio di Jean Calas, x poi toccare le idee della Riforma nel XVI secolo, e
giungere infine ad affrontare temi e problemi legati alla tolleranza. All’interno di questo modulo
circolare che parte dalla triste vicenda dei Calas x concludersi con la riapertura e la revisione di
questo caso, Voltaire struttura e articola una vera e propria trattazione sulla tolleranza. Le vicende
dalla famiglia Calas diventano un tragico esempio della superstizione e dell’intolleranza di tutta
l’epoca.
Dunque, il Trattato è un testo breve e laico, ma scritto x essere letto da un pubblico cattolico, un
pamphlet che vuole parlare a tutti e che cerca insieme di fare opera di pressione sulla corte e
sull’ambiente giudiziario, un trattato agile e polemico, un programma razionale contro la
superstizione e l’intolleranza.
L’attacco all’ebraismo rientra in una più generale lotta che Voltaire conduce nei confronti delle
religioni storiche e in particolare del cristianesimo. Anzi la lotta al cristianesimo – in quanto
religione istituzionalizzata e coercitiva, esempio di quell’intolleranza che è causa di sofferenze e
miserie x l’uomo – appare l’obiettivo primario della battaglia di quegli anni. E l’attacco alla
religione cristiana è anzitutto attacco contro la storia della Chiesa. E’ allora la stessa storia del
cristianesimo, intessuta di eresie e di riforme, di persecuzioni e di guerre, a porre questa religione
in una tradizione di violenza, di superstizione e di crudeltà. E così una religione che doveva
predicare amore e comprensione si è trasformata nel suo opposto. Allo strapotere tirannico di
un’unica religione Voltaire contrappone i casi dell’Olanda o dell’Inghilterra dove una pluralità di
confessioni non è nociva x lo stato e non produce violenze. Inoltre, allargando lo sguardo al di fuori
dell’Europa egli scorge un pluralismo religioso diffuso.
In opposizione alla religione cristiana, Voltaire indica una religione senza dogmi e lontana da ogni
forma di superstizione e di fanatismo; si tratta di una religione razionale e priva di riti, una sorta di
cristianesimo purificato che coincide di fatto con il deismo.
All’indagine prevalentemente storica dei primi capitoli fa seguito, nella seconda parte dell’opera,
un’attenzione più precisa alla definizione di questa religione razionale e in cui Voltaire pensa ad
un’esplicita teorizzazione della tolleranza in quanto categoria universale che sola permette una
convivenza civile tra gli uomini. Nelle testimonianze contro l’intolleranza Voltaire tenta di costruire
una storia alternativa a quella ufficiale della Chiesa.
Ma il fine ultimo del trattato è quello di riaffermare una tolleranza assolutamente ampia, una
vera e propria tolleranza universale. Idea di Dio necessariamente non dogmatica e lontana da
ogni fanatismo e superstizione. Il Dio di Voltaire, razionale e astratto, non può che stupirsi del
fatto che gli uomini, creature deboli, possano in nome suo commettere guerre e omicidi. Ma
questo Dio pare caricarsi di una profonda pietà. Il Dio lontano e astratto che si può pregare ma
non conoscere è allora pienamente umano, certo non in senso antropomorfico, ma in quanto
produttore, tra gli uomini, di umanità. E’ questa tolleranza universale che ci fa considerare tutti
gli uomini come nostri fratelli e come creature dello stesso Dio e che cu rende insieme seguaci di
un Dio clemente. E a questo Dio infine si rivolge Voltaire affinché aiuti gli uomini ad assistersi
l’un l’altro. Ma questa finale preghiera a Dio, che tanto insiste sulla debolezza della ragione
umana, si trasforma in una invocazione a favore della fratellanza. “Possano tutti gli uomini
ricordarsi che sono fratelli”, è questo il messaggio ultimo del Trattato. Dunque, lotta alla
superstizione e al fanatismo e affermazione di una religione razionale e pura a favore di una
pratica di tolleranza e convivenza umana. Dunque, quella singolare religiosità di Voltaire,
essenzialmente laica, secondo cui la verità ultima di ogni religione non consiste nell’esteriorità
delle confessioni storiche ma nella moralità, che è conquista personale di ogni individuo. Ma
questa istanza razionale, questa fiducia nell’umanità propria del trattato si traduce poi in
accettazione della diversità e in lotta permanente contro ogni intolleranza.

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