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Unità didattica N 2

L’Accento

Con l’accento siamo pienamente nell’ambito dei tratti prosodici o soprasegmentali, ossia
quelli che non riguardano un singolo elemento (fonema) ma la catena parlata,
caratterizzandone, in modo distintivo, l’andamento dinamico.
Gli elementi prosodici non si presentano mai da soli, bensì attraverso il necessario
supporto di altri segni linguistici, per questo motivo vengono anche chiamati “elementi
soprasegmentali”. La parola “soprasegmentale” è stata coniata in tempi assai recenti dai
linguisti nordamericani, per indicare appunto quegli aspetti che, in qualche modo, si
sovrappongono ai normali “segmenti” linguistici. Essi sono: accento, ritmo, intonazione,
durata, pausa, enfasi.
Etimologicamente “prosodia” significa “il cantare a”, “il cantare verso”.Per estensione, la
parala acquistò già in epoca classica, una serie di accezioni più vaste, tutte incentrate
sulla nozione di pronuncia. Abitualmente si designa infatti con tale termine tutto
quell’insieme di caratteristiche del linguaggio umano, che mirano a funzionalizzare in
modo specifico le proprietà per così dire “accessorie” s’intende quegli aspetti acustici che
appaiono sempre (o quasi sempre) realizzati in concomitanza con un qualsiasi segmento
linguistico.
L’ accento è in lingue come l’italiano, lo spagnolo, l’inglese, un procedimento fonico
basato su un aumento dell’energia articolatorio, della forza articolatoria (durata e
intensità), che mette in evidenza una sillaba su tutte le altre. Tale sillaba di maggiore
rilievo fonetico si chiama, abbiamo già detto, TONICA o FORTE e si distingue dalle altre
unità contigue di diverso rilievo che si chiamano ATONE o DEBOLI, e MEDIE o
SEMITONICHE, in quanto le relative vocali hanno meno intensità sonora.
Nelle lingue romanze e germaniche, l’accento è di tipo intensivo o aspirato o dinamico,
a differenza di alcune lingue africane, del lituano, serbo-croato, lo sloveno ed anche tra le
antiche, il greco classico, il sanscrito, il latino classico letterario, ecc. dette ad accento
musicale (da cui l’etimologia latina: ad cantum, quella greca: πρόσφδία); giacché in esse
è il tono ad avere un ruolo distintivo.

Concetto: Il complesso delle caratteristiche che mettono in rilievo una sillaba su


tutte le altre viene detto accento.
è fondamentale rilevare che questa proprietà è di natura astratta, più mentale che fisica.
Generalmente parlando, esso è correlato all’altezza (la frequenza della vibrazione
glottidale, ovvero delle cosìdette “corde vocali”), alla durata e all’intensità (dell’emissione
d’aria). Se molto spesso tutte queste proprietà sono concomitanti, cooperando alla messa
in risalto, le lingue possono differire riguardo al peso relativo esercitando da ciascuna di
esse nella realizzazione dell’accento. Anche in una stessa lingua l’accento si può
realizzare in modi lievemente diversi a secondo del contesto.
Oggettivamente parlando, la realtà è più complessa. Ogni sillaba che forma un enunciato
ha, di fatto, un certo accento, è caratterizzata cioè da una certa durata, una certa altezza,
ecc. Con accento si intende normalmente l’accento primario, cioè l’accento più forte,
nelle parole propriamente dette, pronunciate isolatamente. Così, se in ogni parola
appartenente alle categorie lessicali principali (ad. es. nome, verbo, aggettivo), una sillaba
è interessata da un accento primario, la sua preminenza in un enunciato dipenderà però
dalla sua collocazione nello stesso. Ad esempio bella ha naturalmente un accento
primario in isolamento, come anche in una frase del tipo quella ragazza è bélla, ma ha un
accento secondario in una bèlla ragázza. Per tanto, l’accento non è un fatto assoluto,
per cui si possa assegnare una certa altezza, una certa durata, ecc. a un dato accento,
ma è relativo a un certo dominio (l’accento primario può essere quello più forte in una
parola, in un sintagma, in una frase, ecc.)
In Italiano la sede dell’accento (o come dice Martinet: la posizione dell’accento in una
sillaba di una parola piuttosto che su un’altra) ha funzione distintiva ed è quindi
fonematicamente rilevante, come si vede nei seguenti esempi di coppie minime:

Canto cantò
prìncipe princìpi
calamita calamità
càpitano capitàno
pèrdono perdòno

Contrariamente allo spagnolo infatti l’italiano nota graficamente la posizione dell’accento


solo nelle parole tronche e non in quelle sdrucciole o bisdrucciole, per cui lo studente
spagnolo deve saper identificare la sede giusta dell’accento anche se non è indicata.
Il segno grafico di accento è talvolta usato in italiano per distinguere coppie che altrimenti
sarebbero omografe al solo fine di distinzioni morfologiche o lessicali. Es. e – è; da – dà;
ecc.
L’accento grafico-. 1) acuto ́ indica un fonema chiuso (ad esempio: perché /per’ke/
pronunciato secondo i valori toscani; 2) grave ́ indica un fonema aperto vedrò /ve’drɔ/, è /
ɛ /.
In realtà, come per la divisione in sillabe, anche nel caso dell’accento ci sono in italiano
alcune incongruenze tra realizzazione fonetica e tradizione ortografica. Grave e
acuto servono normalmente o convenzionalmente solo a distinguere vocali medio - alte ( ́ )
da vocali medio – basse ( ̀ ), dato che per le vocali alte o chiuse (/i/, /u/) in parole tronche
si è generalizzato nella grafia l’uso dell’accento grave, con una contraddizione evidente
rispetto alla natura fonetica di é [i] ed [u].
Solo tipografi molto accurati adottano correttamente l’accento acuto su i e u.
Per le parole che non siano tronche, è buona norma facilitare la distinzione fra omografi,
segnalando l’accento nel caso di coppie minime:

àmbito - ambíto
sèguito - seguíto

In italiano come in spagnolo, inglese, russo o rumeni, a differenza ad esempio del


francese, l’accento è libero, ossia si può trovare in qualsiasi posizione, e come tale ha
funzione linguistica. L’assegnazione dell’accento di parola in italiano è condizionata da un
complesso di elementi fonologici, morfologici e lessicali […] che lo fanno solo parzialmente
prevedibile.
Ad ogni modo si assegna su una delle prime sillabe contando da destra.
In italiano le parole piane o parossitone, cioè con accento sulla penultima sillaba sono la
maggioranza (una su due), es. amare / a’mare /.
Seguono poi le parole sdrucciole o proparossitone (una su dieci) cioè con accento sulla
terzultima, es. procedere /pro’ʧɛdere /. Ancora decrescendo abbiamo le parole tronche o
ossitone (una su trenta), cioè con accento sull’ultima. Infine le parole bisdrucciole con
accento sulla quartultima, che sono abbastanza rare: / ‘ʃivolano /.
Tra i polisillabi alcune forme verbali composte con pronomi enclitici, diventano
trisdrucciole, ossia portano accento principale sulla quintultima / ’rɛʧiˌtameˌlo /.
In qualsiasi grammatica si trovano indicazioni sui fattori morfologici che condizionano
l’accento. Noi segnaliamo un condizionamento fonologico che ci sembra attinente al
nostro discorso: l’accento è attirato da una sillaba chiusa, se c’è. In pratica l’accento si
troverà obbligatoriamente sulla penultima sillaba se questa è chiusa, come in finestra,
loderanno, attrezzo, ecc. Fanno eccezione alcune parole (toponimi per lo più) di origine
greca come Tàranto, Lèpanto, Otranto, pòlizza, àrista, màndorla che bisogna apprendere
con l’uso. Anche senza voler dare tutte le “regole” dell’accento, non possiamo tacere
alcune indicazioni per lo studente straniero sull’accento nella flessione verbale:
➢ La maggior parte delle forme sono piane: / a’vere /
➢ Alcune sono tronche: /an’dɔ / e l’accento è indicato nella grafia: andò.
➢ Alcuni infiniti in -ere, le forme in – no (- vano, rono) – ino, in – ro (ssero) in ssimo
sono sdrucciole. Es. seminano, temono, andavano, cantarono, lavorino, fossero,
potessero, fossimo, potessimo.
Creano problemi anche a molti nativi le due desinenze plurali (accentate) – vamo / - vate,
mentre le singolari recano l’accento sulla sillaba precedente: /an’davo / /po’tevo/
/kre’devi / /kre’deva (no) / /dor’mivano / /anda’vano /
Attenzione: Quando il singolare è parola sdrucciola, il plurale (3 persona), aggiungendo
-no, diventa sdrucciola: / ‘semina / /’seminano / /’kritika / /’kritikano/

Mutabilità dell’accentazione
Le parole dotte, i termini medici e i nomi classici che hanno diffusione soprattutto tramite i
libri e lo studio, possono avere differenti accentazioni più o meno accettabili. Per es.:
diatriba, sclerosi, Edipo, Teseo.
Oggi, anche per molti altri nomi, i più moderni dizionari testimoniano l’accettabilità didue
pronunce: Quasimodo / *kwa’zimodo - *kwazi’mɔdo /; Raul / * ’raul - *ra’ul /

Accenti secondari di parola


Nelle parole polisillabiche, oltre alla sillaba con l’accento principale (forte) ce ne sono altre
con accenti secondari (semiforti) che hanno soprattutto la funzione fonetico – prosodica di
spezzare sequenze troppo lunghe di sillabe deboli impronunciabili senza un’alternanza
ritmica di prominenza.
In italiano le parole sdrucciole, come partono, tessera non hanno accenti secondari. Nelle
sillabe che seguono quella accentata d’una parola, abbiamo le seguenti possibilità:
fa / ’fa /
fabbro / ’fabbro /
fabbrica / ‘fabbrika /
fabbricano / ‘fabbrikaˌno /
fabbricamelo / ‘fabbrikameˌlo /
fabbricamicelo / ‘fabbrikaˌmiʧeˌlo /
Per quanto riguarda le sillabe che precedono quella accentata, si crea spontaneamente
un’alternanza ritmica di sillabe deboli e semiforti, risalendo verso l’inizio della parola a
partire della sillaba forte. Dato che le parole polisillabiche sono generalmente derivate o
composte c’è la tendenza a collocare l’accento sulle stesse sillabe su cui le forme semplici
hanno l’accento di parola.
Le sillabe non – accentate che separano quelle (semi)accentate sono una o due; ma nella
pronuncia spontanea qualche [ ˌ ] si può ridurre al grado di non accentuazione. Sempre
nella pronuncia spontanea rapida, anche qualche [ ‘ ] si può attenuare.
Ovviamente, ci sono anche differenze nella distribuzione degli accenti secondari, dovute al
contesto ritmico in cui le parole si trovano.

Ritmo, gruppi ritmici.


Le fonie sono formate da sequenze di sillabe raggruppate sotto un certo numero d’accenti
che determinano il ritmo del parlato, dove in un “continuum si alternano sillabe forti, medie
e deboli”. Ogni lingua ha un suo ritmo particolare, che deriva dalla struttura della sillaba e
dei gruppi ritmici. Il ritmo è il risultato della ricorrenza regolare di sillabe prominenti
nella catena parlata. Per lo più sono importanti le alternanze di sillabe accentate e non-
accentate. L’italiano è una lingua di tipo isosillabico, perché la durata degli intervalli fra due
accenti successivi dipende dal numero di sillabe non accentate che si presentano fra di
essi.
In ogni frase abbiamo dunque un accento principale di frase o ictus che dà prominenza
fonetica ad un gruppo sillabico e che il nativo istintivamente, anche se non casualmente
evidenzia secondo il senso che vuole dare al suo enunciato; ed abbiamo annche una
distribuzione di accenti secondari di volta in volta diversi a seconda del contesto ritmico in
cui le varie parole si vengono a trovare.
Il nativo istintivamente, anche se non casualmente, evidenzia, secondo il senso che vuole
dare al suo enunciato, gli accenti principali e gli accenti secondari, di volta in volta diversi,
a seconda della distribuzione delle pause e del rilievo dei singoli sintagmi.
In italiano, le sillabe accentate sono anche lunghe. Durata e accento sono quindi fonti
primarie del ritmo.
Nella pronuncia dell’italiano standard, le sequenze d’accenti forti (l’accento di sintagma)
normalmente subiscono la riduzione del primo accento, da forte a semiforte:
Tre quarti, due mani, partì solo “ [ trek’kwar:ti; due’ma:ni, par tis’so:lo ]
Il gruppo ritmico o accentuale è formato da tutte le sillabe delle parole che formano una
porzione unitaria di significato (legale semantica e pragmalinguisticamente) e che sono
unificate sotto un unico accento forte. I gruppi ritmici possono avere solo poche sillabe
deboli, alternate ad altre medie. Per definizione quindi, il gruppo accentuale ha un solo
accento forte come negli esempi seguenti:

il tuo cane, non te lo dico l’hanno visto ti dà forza


[ ˌil tuo’ka:ne ˌnon te lo ‘di:ko, ˌlanno’vis:to ˌtidaf’fɔr:tsa ]

Bibliografia:
• Canepari L., Manuale di pronuncia, Bologna, Zanichelli, 1992

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