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Collettivo Kowalski

EPSILON
O DELL’IMPURITÀ
"..la Biblioteca di Babele è totale. I suoi scaffali registrano
tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli
ortografici.. cioè tutto ciò che ci é dato esprimere, in tutte
le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell'avvenire, le
autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della
Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la
dimostrazione della falsità di questa cataloghi, la
dimostrazione della falsità del catalogo fedele, l'evangelo
gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il
commento del commento di questo evangelo, il resoconto
veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte
le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri." J.L.
Borges

..racconta Alberto Manguel: Borges, parlando della


distruzione della Biblioteca di Alessandria, ebbe a dire: ''Il
numero dei temi, delle parole, dei testi è limitato. Dunque
niente va mai perduto. Se un libro va perduto, prima o poi
qualcuno lo scriverà di nuovo. E' una immortalità che
dovrebbe bastare a chiunque."

“Sono solo, su un’isola deserta d cui non conosco il nome,


della cui esistenza in certi momenti dubito. So che questo
messaggio è inutile. Ciononostante lo scrivo e lo getto in
mare.” E. A. Poe
Sommario

Sommario.......................................................................................................3
Prefazione......................................................................................................5
Le Carte................................................................................................10
Esergo..........................................................................................................15
Altro o l’immanenza della trascendenza......................................................17
Labirinti.......................................................................................................18
Il paradosso che noi siamo.......................................................................19
La situazione labirintica...........................................................................21
I labirinti della filosofia....................................................................21
I labirinti delle scienze.....................................................................22
I labirinti dell’economia e della politica...........................................22
Il decorso del paradosso...........................................................................23
Aporia e malattia..........................................................................................24
Caratterizzazione della malattia........................................................24
Perdita del senso dell’essere.............................................................24
Malattia dell’uomo...................................................................................26
La malattia...........................................................................................26
L’anestesia...........................................................................................30
Malattia della produzione umana.............................................................41
La società.............................................................................................41
Alienazione......................................................................................41
Anestesia..........................................................................................41
L’economia..........................................................................................41
La crescita continua..........................................................................41
Lo sviluppo insostenibile..................................................................41
Le scienze.............................................................................................41
Gli strumenti delle scienze...............................................................41
Metodo scientifico?..........................................................................42
Verità scientifica?.............................................................................42

3
Relativismo......................................................................................42
Confusione o situazione labirintica..................................................42
Scienze e immaginario.....................................................................42
Le tecniche...........................................................................................43
“Umano, troppo umano”..........................................................................44
L’animalità dell’uomo [evoluzione darwiniana]..................................44
La qualità, il piacere di.........................................................................44
L’anima................................................................................................44
L’immaginale...................................................................................44
I sogni..............................................................................................44
I miti.................................................................................................44
Le metafore......................................................................................44
CASSANDRA E NEMESI..........................................................................45

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Prefazione

Platone nel Menone dice chiaro che o sai quel che cerchi e allora non serve
cercarlo, o non sai quel che cerchi e allora cerchi ma non sai cosa. La
ricerca (skepsi) è già tragedia, umana, molto umana: siamo in un labirinto,
al buio, senza mappa (altrimenti non sarebbe un labirinto), senza luce,
avanzando a tentoni (o indietreggiando, in effetti non lo si sa e non c’è
modo per saperlo, dov’è il riferimento?), sbattendo la testa da una parete
all’altra, incontrando ogni tanto una diramazione che non necessariamente
porta da qualche parte, non siamo neppure nella condizione di poter
ritornare indietro con qualche certezza sul percorso da seguire: non
vediamo il labirinto dall’alto. Trovarsi in un labirinto vuol dire trovarsi in
una situazione nella quale si è in qualche modo entrati, probabilmente nella
speranza di giungere a qualcosa, di trovare qualcosa. Una volta entrati, non
tutte le vie possibili che si incontrano percorrendo il labirinto portano da
qualche parte; alcune improvvisamente risultano essere dei cul-de-sac, delle
strade morte: in tal caso occorre tornare indietro e provare altre strade
senza sapere come. Forse di strade buone non ce n'è alcuna: cioè si sbatte
sempre e solo la testa. Non lo si può sapere prima.
Non basta. Sulla scrittura. Si scrive per essere letti e ci si aspetta
che chi legge capisca o abbia una emozione: cioè si vuole muovere qualcosa
nella mente e nell'anima (psiche) di chi legge. Se così è la scrittura è un
medium, sta nel mezzo fra chi scrive e chi legge, è un canale di
comunicazione, una pratica per esprimere e comunicare. Quindi occorre
scrivere con il linguaggio che si ha a disposizione e che si suppone
conosciuto anche da chi legge. Ma qui si ha un paradosso: se si vuole dire
qualcosa di nuovo occorre usare un linguaggio vecchio! un linguaggio
nuovo non sarebbe conosciuto e quindi capito. Certo si possono usare
espedienti vari per introdurre concetti e parole nuovi in una struttura
linguistica vecchia. Nel caso della filosofia non solo la struttura linguistica

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definizioni, esempi, traduzioni, metafore, giri di parole e immagini, racconti,
miti, prosopopee.

Impurità. Non la Purezza Assoluta dell’Assoluto e di tutti gli


Assoluti. Non la purezza minuscola del contingente e fattuale, di quello che
percepiamo essere tutti i giorni in tutti i nostri gesti. Ma le vie di mezzo
dell’impurità. I terzi inclusi, tertium datur. Gli spazi e gli intervalli delle
nostre esistenze in tensione fra il puro fattuale e il puro Assoluto.
Epsilon, lettera dell’alfabeto greco assunta a simbolo matematico
per indicare un numero piccolo a piacere; interviene nella definizione di
limite insieme con il concetto di distanza: … si avvicina, senza arrivarci:
questo scarto ineludibile è epsilon.
Chiamo Epsilon tutti questi scarti, queste differenze, queste distanze,
questi spazi, questi intervalli, questi terzi, queste ambiguità: tutto ciò che
segna, indica, l’incrinatura del pensare e del dire che è poi l’incrinatura del
nostro vivere, del nostro esistere, il nostro spazio e intervallo di esistenza e
di azione.

Senza l’incrinatura prima e la frattura poi del symbolon non ci


sarebbe Eros e quindi pensiero e quindi linguaggio e quindi io e quindi tu e
quindi il sasso su cui stiamo seduti.
Senza dia-bolico non c’è sim-bolico. E le modalità sono quelle delle
differenziazioni e individuazioni, dia-ballein: c’è il bianco perché c’è il nero
e viceversa e il bianco allora può sporcarsi, diventare grigio, diventare un
altro colore, contaminarsi, perdere la sua purezza, differenziarsi,
individuarsi; così come il nero. Il tutto nasce, cioè il labirinto diabolico è
imboccato, al momento dell’incrinatura e la frattura è il punto di non
ritorno: diabolico. Quello che emerge nasce sorge, emerge nasce e sorge da
una incrinatura e frattura, da una negazione, da un’assenza del negato o del
negante, da un rifiuto comunque, da una mancanza e quindi da una
nostalgia, da una volontà inconscia di differenza e dalla controvolontà
altrettanto inconscia di ricomposizione del symbolon: ansia, tragico.
Le varie serie di differenziazioni e individuazioni convergeranno poi
tutte al punto di disfacimento dell’individuato, alla sua disindividuazione,
alla sua demolizione: il ricongiungimento col symbolon, col tutto
indifferenziato, taluno la chiama ’morte’. Da qui poi il problema
dell’infinito e del continuo, dell’inizio e della fine, del tempo. E il tragico. Il
tragico è accorgersi di tutto questo, del symbolon, della frattura, pensarlo e
prima ancora percepirlo, percepirlo sulla pelle e nella pancia prima che
nella testa, su quella superficie che individuandoci, differenziandoci ci
siamo dati, superficie che ci separa dal mondo e simultaneamente ci mette
in contatto e comunicazione col mondo. La pelle appunto e quindi tutti i

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sensi, tatto, gusto, olfatto, udito, vista: eros appunto. Filosofia è questione di
pelle. Pelle il cui spazio e intervallo di esistenza è impuro.

Il discorso è tutto qui, un ‘crampo del pensiero’, il resto è solo un


lungo, tormentato e frammentario commento a questo discorso. La storia
dell’uomo e della donna è tutta in un tentativo disperato, disperato perché
senza speranza, di colmare, comprendere, capire, quindi prendere,
impossessarsi di questo ineludibile, irriducibile impuro. Impuro che
caratterizzandoci è irrinunciabile: è la nostra marca.

Gli appunti che seguono altro non sono che un ennesimo tentativo di
edizione di appunti che ho, lungo un’esperienza di vita, cercato di mettere
nero su bianco, un modo di concretizzare quanto andavo pensando e
domandando anche perché il vento della vita non se li portasse via, ma
questi appunti non contengono alcuna risposta a nessuna domanda. Anzi
queste Carte, mi torna bene immaginarmele come carte da gioco, mi hanno
sempre complicato la vita con le domande che pongono esse stesse. Certo,
proprio per questo, le ho sempre sentite diverse, come se provenissero
direttamente dalla Biblioteca di Babele. Non ho fatto che riscrivere queste
Carte, girarle e rigirarle, cambiarne l’ordine, mischiarle come carte da
gioco appunto o farle reagire una sull’altra come il chimico fa con le
molecole. Le ho trascritte, interpretate e reinterpretate ogni volta che le
riprendevo in mano, quindi per ciò stesso tradite, edite più volte trovando
sempre qualcosa da cambiare; so benissimo che qualsiasi scritto, appena
scritto, è gia costitutivamente vecchio, il mondo ci sopravanza: è un po’
come per ‘un bimbo appena nato, già abbastanza vecchio per morire’ come
ancora diceva quel tale. Quindi mi sono deciso, le pubblico secondo l’ultima
edizione, non necessariamente la migliore o tanto meno l’unica possibile e
certamente non l’ultima ma semplicemente quella che più mi si confà alla
data di oggi, mi devo pur fermare, non si può barattare l’oggi col domani, si
finisce per non fare nulla: un gioco dove si perde sempre, almeno scriviamo
sapendo comunque di sbagliare e di essere sempre in ritardo; e anche
questo è da pensare. Quale racconto, narrazione, labirinto (anche e
soprattutto la filosofia è narrazione e quindi labirinto), quale labirinto
dunque sarà mai percorso nelle Carte?
Questi appunti, queste Carte sono cambiate nel tempo rispondendo
provvisoriamente a stati inevitabilmente legati a dei ‘qui’ e degli ‘ora’ che
sono trascorsi. Infatti quando qualcuno scrive qualcosa, qualsiasi cosa,
racconto, romanzo, novella, fiaba, tragedia, saggio che sia, racconta sé
stesso, parla di sé stesso (c’è qualcuno che quando scrive riesce a non
scrivere di se stesso?), non esce dal suo stato, dal ‘qui’ o dall’’ora’; e
dunque scrivendo entrano in gioco variabili e dimensioni forse più

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complesse, soggettive, private, e perciò stesso manipolabili, falsificabili al
di là di qualsiasi supposta onestà, obiettività etc. Questo gioco è difficile da
risolvere per chi scrive e per chi legge: per chi scrive anche, chè gioca a
prendere in giro sé stesso. Ma tant'è. Forse è senza senso pure chiedersi se
quanto scritto risponda o meno e in quanta parte alla realtà e a quale
realtà, la mia?, fattuale, o immaginaria che sia. Che cos'è la realtà poi?
Questo dubbio, ironia a scetticismo sono la parte più vera di chi scrive: il
racconto è cioè in tutti i casi rispondente al vero: anche l’allucinazione è
pur sempre vera per l’allucinato. Lo insegna anche la Biblioteca di Babele,
qualsiasi narrazione risponde sempre al vero. Siamo dentro la narrazione,
siamo narrazione, siamo narrati e soprattutto da noi stessi: questo è un vero
necessario, altrimenti non esisteremmo neppure. Quello stesso vero
antinomico del mentitore cretese: “Io mento” disse, diceva costui il vero?
Qualsiasi narrazione, qualsiasi, è ex-posta, esposta al dubbio, al ‘ma..’
scettico e al ‘mu’ zen. Questo è il gioco di chi scrive. Chi scrive è sempre
pirandelliano: non è uno ma è quattro o nessuno o centomila. Un gioco di
eteronimi, il Collettivo Kowalski.
Non faccio allora eccezione ed indosso, consapevolmente o meno,
tante maschere, tutte vere, per quello che vuol dire, cioè nulla, e quindi,
proprio in quanto maschere, tutte false. Facciamoci l’abitudine a questi
esempi dell’Antinomia del Mentitore. Perché eteronimi? Perché eteronimi e
non pseudonimi? ‘Eteronimo’ è una parola con cui identifichiamo una
persona che percepiamo come altro rispetto a noi ma che in qualche modo è
dentro di noi. Detto fra parentesi ‘persona’ in latino vuol dire maschera.
Pseudonimo è una maschera per lo scrittore che non vuole apparire.
Eteronimo è una delle (plurale) maschere concrete giocate dall'attore,
scrittore o altro. Comunque l'accento è quantitativo, plurale: non un
eteronimo, ma più eteronimi, più persone, più maschere. Ciascuno di noi è
più persone, gioca più ruoli: una moltitudine di persone in un corpo; ogni
eteronimo nomina allora una di queste persone. Gli altri che sono in
ciascuno di noi e con i quali appaiamo, ci presentiamo, esponiamo al
mondo.
Nelle Carte si incontrano dialoghi fra certi personaggi a cominciare
da uno gnomo ed un alieno, appunto due esempi di eteronimi. Cosa vedono
dai loro diversi punti di vista lo Gnomo e l’Alieno? Lo gnomo, così piccolo e
giocherellone che vede noi umani in affanno e col fiato corto a correre
senza perché? L’alieno, così lontano e diverso, troppo diverso, cosa vede
della congerie di umanità e della paraphernalia dall’uomo generata? I punti
di vista dello gnomo e dell’alieno rappresentano degli scarti, ma sono scarti
non solo dimensionali, forse sono scarti di verità.
Lo gnomo vede e sente le cose quasi dal di dentro e comunque ad
una scala più fine della nostra: è uno scarto interno di chi è intima parte

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delle cose, è monade; questo scarto è anche scarto del gioco: un labirinto lo
si usa solo per giocare, un invito a non prenderci troppo sul serio;
d'altronde se lo gnomo è monade e se la monade è tutto, il tutto è già lì.
Sembra che il nome di questo fantomatico gnomo (la pronuncia è
ovviamente incerta) sia Nemot, che la sua compagna gnoma si chiami
Tomen e che il nome del loro figlio sia Notme. Non conosciamo il significato
di queste parole (ammesso che ne abbiano uno); è facile comunque scoprire
che tutti e tre questi nomi sono anagrammi dell'italiano “mento”: che
questo abbia a che fare con l'antinomia dl mentitore (“io mento”)?; certo è
che quello che dicono è da prendere con le pinze, che sia vero o anche
verosimile non è mica detto, sembrano fiabe.
L’alieno crede di vedere e sentire le cose per così dire dal di fuori
rispetto al nostro cosmo, da un cosmo che ingloba il nostro cosmo, un
cosmo che ingloba il cosmo del cosmo, un cosmo che ingloba il cosmo del
cosmo del cosmo: uno scarto cosmico, anche scarto del tempo e dello
spazio, altri riferimenti, altre logiche, altre logiche delle logiche, altre
logiche delle logiche delle logiche. Certo, grazie allo scarto forse si può
avere l'illusione di vedere il labirinto dall'alto, un Panorama con la ‘P’
maiuscola, Il Panorama, il Labirinto del labirinto, il labirinto del labirinto
del labirinto. Chissà se l’alieno si accorge del suo proprio labirinto, il
labirinto in cui è immerso, dal quale e del quale parla. Ma forse anche per
questo il suo nome è Mu: non sappiamo se questa parola abbia un qualsiasi
senso nella sua lingua, che peraltro non posso dire di conoscere; certo è
che i monaci zen usano la parola per disinnescare una domanda che porta
al paradosso o all'aporia, per sospendere il giudizio, per invocare l'epoché,
per scaricare la tensione del rimando ricorsivo senza per questo invocare
un trascendente: chissà se questo non sia in qualche modo dovuto a quella
logica, logica della logica, logica della logica della logica.
Altro eteronimo è Eraclito. Qui almeno sappiamo che questo era il
nome di un filosofo ionico del VI secolo prima della nostra era (p.n.e.).
Secondo chi scrive Eraclito ha capito quello che ancora oggi assumiamo o
pretendiamo o siamo convinti di capire (si fa tanta fatica) e ha capito di
più, ha raggiunto l'indicibile, il ‘mu’. Lo stesso indicibile che sempre ci si
presenterà e ri-presenterà, la frattura, l'apertura che proprio in quanto tale
è certamente bene che non sia detta (altrimenti che apertura è?, il dire
chiude e ingessa nelle parole e assegna un supposto significato al discorso);
nessuna preoccupazione comunque: le nostre logiche non lo diranno mai, è
appunto indicibile. Secondo le Carte Eraclito ha dunque capito che non c’è
niente da capire.
Poi c’e Zarathustra. Zarathustra, si sa da Nietzsche, è un invito
potente e prepotente a uscire; e uscire è sempre uscire fuori (avete mai visto
qualcuno uscire dentro?): abitare l'aperto, la frattura. Zarathustra ti fà dire

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sì, a cosa? la domanda non ha senso, ti fà dire sì, punto e basta. Zarathustra
è l'affermazione dell'affermazione. Una carta ci dice anche che fosse un
ottimo danzatore che si era perfezionato alla scuola dei Dervisci.
Crediamoci.
Le Carte sono firmate allora da questo Collettivo Kowalski e sotto
questo nome stanno quattro eteronomi, quattro maschere: lo gnomo Nemot,
l’alieno Mu, Eraclito, Zarathustra oltre a colui che scrive, che siglo con
C.M.. Essendo state compilate da persone, cioè maschere, diverse, quattro
più uno, gli eteronomi appunto, in tempi diversi, lungo un’esperienza di vita,
è facile trovare molte contraddizioni. Forse si hanno quattro dimensioni più
una, punti vista, prospettive, visioni filosofiche diverse e persino linguaggi e
pure ‘tout se tient’, si interseca, collide e si contamina. Una prospettiva,
quella di Nemot lo gnomo, potrebbe parzialmente coincidere con il modo
umano di pensare naturale e ingenuo del bambino ma venato da una sorta
di scetticismo che non prende troppo seriamente le cose; un’altra posizione,
quella di Mu, con uno sguardo illusoriamente panoramico che sembra
credere di vedere e aver visto e capito tutto e quindi anche con una certa
dose di sufficienza comunque mitigata dall’invocazione del ‘Mu’: tutti indizi
che semplicemente tradiscono una grande nostalgia di verità; più costruttive
e coerenti sembrano essere le pennellate estemporanee di Eraclito quale
interprete di un divenire che coincide con il tutto, tutto che non si può dire, è
meglio non dirlo per non ridurlo a dogma e comunque mancarlo;
Zarathustra invece ha una missione: aprirci gli occhi, gettare le maschere,
sciogliere le mistificazioni per far emergere, irrompere quello che siamo.
Non voglio dire di più in questa sede, per non anticipare o peggio travisare
ulteriormente quello che comunque emergerà dalla lettura delle Carte.

Le Carte

Le Carte sono costituite da fogli sparsi e quaderni che però a prima vista
non contengono un discorso unitario che si dipani secondo una qualche
struttura bensì più discorsi allo stesso tempo che si svolgono con andamento
ciclico e ripetitivo ma anche spiralare e differenziale, a salti. Questi concetti
saranno chiari via via che si procederà nella lettura e comunque questo è
l’unico motivo strutturante il discorso complessivo: il mondo è complicato e
la mia mente è debole e povera. Quindi, essendo le Carte non ordinate, anzi
scoordinate forse volutamente, ho dovuto cercare, ai fini della loro
pubblicazione, una sorta di navetta, come quella del telaio, che tirasse la
trama e l’incrociasse ad un ordito così da generare un possibile tessuto. Ho
creduto di aver individuato questa navetta nel concetto di tragico umano,
essendo il filo della trama di volta in volta variabile, così come nel mondo

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tessile si usano fili di diverso colore per comporre un disegno sul tessuto: la
trama può dunque assumere i colori della danza degli opposti, di volta in
volta diversi, secondo l’occasione; oppure dell’epsilon piccolo a piacere, lo
scarto, la distanza, la differenza. Quanto all’ordito questo è costituito dai
fili del destino, della necessità, del caso, dell’occasione, del divenire, del
gioco insomma. L’intreccio, il tessuto è la risultante. Risultante che noi
siamo e che tenta di moltiplicare, intrecciare, dipanare in qualche modo
certamente provvisorio, prima o poi si muore, le domande di sempre e che
anche i Kowalski si pongono: chi sono io? Come? Perché?
Si prova sempre fastidio infatti verso le cose pre-, precostituite,
predefinite, che qualcun'altro ha precostituito, predefinito e chiama
risposte; il qualcun altro poi é sempre un potere, potere che intende
inculcare il precostituito e il predefinito con le ideologie e farsi rispettare
con la violenza, di qualunque tipo questa sia, e utilizza quindi i suoi
strumenti chiese, scuole e polizie, manicomi e galere. Da qui, da questo
fastidio, deriva anche una non riverenza e un sano dubbio scettico verso il
non indagato, il non pensato.
Indagare, pensare è un po’ come viaggiare: il viaggiatore dovrebbe
essere aperto anche se inevitabilmente si porta dietro la sua storia e quindi i
suoi pregiudizi. Aperto verso luoghi e tempi, miti e logiche, tradizioni,
comunità e civiltà diverse. Chi non viaggia é chiuso e non è cosciente dei
pregiudizi che eredita dalla cultura e dal potere e si lascia anestetizzare o se
li inventa, o almeno così si illude inconsciamente di fare: è materia
psichiatrica; in realtà è il pre- che è al lavoro e produce l’anestesia del
momento. Il viaggio aperto è invece contaminazione e produzione nel
confronto con l'altro fuori di noi, sia questo il mare, un sasso, un fiore, una
formica, un umano; produzione nella differenza è molteplicità, molte pieghe
ad ogni incontro e confronto, ad ogni ripetizione del gesto: può essere un
antidoto alla anestesia, alla piega precostituita.
Viaggiare vuol dire esperienza. Esperienza per il divenire e il
molteplice, il cambiamento continuo, l'unica 'cosa' che non cambia, l'oceano
di singolarità dell'esistente, le pieghe che si inscrivono sulla nostra pelle e
ci fanno quello che siamo, manifestate dalle rughe che segnano il tempo.
Queste carte sono allora anche un non riverente viaggio alla
ricerca di un Itaca, ricerca delle domande, non certo delle risposte, ricerca
che può solo essere personale, non certo assoluta essendo problematica la
via di mezzo fra personale ed assoluto od oggettivo; godendosi comunque il
cammino ed accettando le avventure che occasionalmente si presentano,
quasi compiacendosi di perdere tempo lungo la strada anche se forse non si
sa dove arrivare e neppure se ci si trovi su una qualche strada.
Un pensare sperimentale. Perché sperimentale? Il pensiero è nato
come stupore, come meraviglia e risposta alla meraviglia. Dunque il

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pensiero è nato come esperienza di stupore e di meraviglia. Ma ci si
stupisce e ci si meraviglia di fronte a qualcosa di non atteso, non previsto; il
non atteso o non previsto è dunque altro rispetto al conosciuto, al dominato;
quindi la nostra interazione con questo non conosciuto si muove in quella
differenza fra conosciuto e non conosciuto e quindi è uno tentativo, una
prova, un esperimento di conoscenza.
Ma se è esperienza allora è un continuo mettersi alla prova, un
continuo mettersi in gioco, un continuo rischiare. Queste parole (prova,
gioco, rischio) sono parole comuni a qualsiasi pratica sperimentale umana,
cioè qualsiasi pratica (è possibile fare qualcosa senza provare, rischiare? e
quindi giocare?). Qualunque pensiero che quindi non tradisca se stesso, non
porta ad un sistema, a qualcosa di chiuso, ma ad un interrogare aperto che
interroga l'aperto, quelle aperture che il mondo concede alla scimmia
umana per il suo gioco, quelle possibilità di fare che sono implicite nella
presenza a noi di qualsiasi cosa o essere. L'interrogare aperto è allora
esposto al rischio, all'errore; che altro non è che un errare: non nel senso di
sbagliare ma nel senso originario di un vagare libero che come tale rischia
e porta all'errore, all'errare appunto.
Quindi fare, anche. Aprire dei laboratori per mettere alla prova il
pensiero, farlo lavorare nel pratico e nelle pratiche e farsi lavorare dal
pratico e dalle pratiche; fare esperimenti per corroborare o falsificare
quelle idee e concetti sottesi dalla ricerca in corso.
Il pensiero è infatti sempre 'inattuale', inadeguato al pratico. Il
pensiero è cristallizzazione del passato, riflessione sul vissuto, sul praticato,
è un suo prodotto: quindi è ineluttabilmente superato dal pratico e dalle
pratiche: un pensiero, tutti i pensieri sono precari. Le conclusioni non
esistono, sarebbero sempre superate e superabili e ciò che si raggiunge
cammin facendo (qualcuno, con molta arroganza, le chiama 'verità') ha
breve esistenza: il mondo ci sopravanza, avanza prima del nostro pensare,
che appunto non gli sta dietro. La domanda stessa, l'enigma cambia nel
corso del fluire del tempo, sotto le sollecitazioni degli eventi, delle
emergenze; nuovi percorsi e processi e flussi si aprono.. altro che risposte o
conclusioni o verità!
Il pensare stesso è una pratica, pratica del meravigliarsi e delle sue
conseguenze, pratica dell'interrogare, pratica dell'abitare l'aperto
(quell'aperto che il pensiero vuole interrogare).
Navigare quindi, riparando continuamente la nave mentre va..
[Aristotele]

Dunque non un pro-cedimento che parte da un certo punto per


raggiungerne un altro attraverso la considerazione o addirittura la

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posizione di entità, cose, ipostasi, bensì l’individuazione di più flussi che si
intrecciano, come le grandi migrazioni si contaminano, come le placche
tettoniche collidono, come le potenze confliggono, generano eventi, nodi,
situazioni e occasioni, individuano e coagulano agglomerati, enti, sassi,
fiori, formiche, ciascuno di noi; generano tessuti e stratificazioni di tessuti,
le nostre vite: una specie di tappeto arabo.
Tappeto che coniuga in qualche senso i cicli delle ripetizioni e le
spirali delle differenze, i giochi e i teatri, i riti e i miti; tappeto che
rappresenta sé medesimo. E allora sono il ritmo e l’armonia che generano
la frase e il discorso. Una corrispondentia mirabilis, fra la trama e l’ordito:
gioco, rito, ciclo versus teatro, mito, spirale.
È stato bello scriverne, potrà essere bello leggerne, il lettore lo
saprà; ma tanté: non servirà a nulla né ad alcuno. Un aedo greco scrisse
che le grida di Cassandra non furono ascoltate. Non erano degne di fede.
Erano delirio, fuori dal seminato. La potenza dell’ovvio portò alla sciagura.
Meglio l’ovvio, forse ritenuto più probabile, che lo spaesante. L’ovvio è
abitudine, induzione, continuazione, estrapolazione lineare del passato sul
futuro. Proiezione del noto passato sull’ignoto futuro. Finchè non emerge
emergenza. Emergenza emerge, sempre e continuamente, non fa che
emergere. Banalmente, l’emergere è il modo dell’emergenza. Sia al livello
umano e individuale, sia a livello cosmico, l’emergenza ha sempre la figura
di Nemesi. Cassandra lavora di pari passo con Nemesi, gli passa la palla.

Le Carte si possono suddividere in prima istanza in due grandi


insiemi: una certa quantità di Carte, in origine fogli sparsi, costituiscono
delle schede su alcuni argomenti, figure, esempi, paradigmi, segnature, nel
tentativo di produrre dei mattoni, dei fili da poter utilizzare, come trama o
come ordito, per una costruzione, per un tessuto più complesso o degli
elementi che possano essere combinati e fatti reagire fra loro per ottenere
un certo discorso. Poi ci sono i quaderni in gran parte dedicati a narrazioni,
labirinti e quindi a processi, flussi, eventi, soglie, faglie, pieghe, svolte. Una
Prima Parte è relativa dunque alle Figure ed una Seconda Parte ai
Labirinti, la Terza Parte, Cassandra e Nemesi, interromperà il discorso .

Come è facile comprendere, questa edizione nel suo complesso, così


come è stata strutturata, ordita e tramata, ordinata e tradotta è del tutto
arbitraria: il telaio stesso è un’interpretazione. Ogni interpretazione agisce
come un filtro, un taglio, una sezione sulla e nella realtà: passano alcune
cose e non altre. L’interpretazione opera un trasferimento da un certo
ordine del discorso, del linguaggio, del pensiero ad un altro, il nostro, oggi
qui, pena l’incomprensione.

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Esergo

Da sempre ogni volta che leggo e rileggo Omero e i primi filosofi mi si


rivolta tutto dentro; l’inquietudine non resta confinata alla psiche ma
pervade il fisiologico, il metabolico. Questi uomini, rappresentanti di questa
particolare specie di scimmia che pensa, hanno pensato e detto e scritto
come fossero all’inizio del tempo, come se non si fossero accorti del tempo,
hanno dominato questo abisso a-temporale, hanno costituito delle assolute
emergenze. La loro attualità è tale dal giorno che hanno pensato, detto e
scritto e arriva a noi ancora umida di quella dimensione tragica originaria
che è propria della condizione umana: questa tragicità non si seccherà mai.
È questa tragicità che ha generato quelle domande e che mi ingaggia per
una risposta.
Quando il testo ti scrive, questo è infatti quello che mi succede ora e
qui, non puoi far finta di niente. Sei ingaggiato appunto, sei soggetto alla
scrittura nonché soggetto della scrittura: quindi sottomesso alla scrittura
come autore e allo stesso tempo tema della scrittura, si scrive sempre di sé
stessi. È sempre stato così almeno per quanto mi riguarda, non ho mai
potuto fare a meno di scrivere quelle cose che si imponevano a me e mi
imponevano di scrivere di quelle cose, ‘quelle cose’ si figurano come
soggetti che si impongono e come oggetti di cui devo scrivere, ‘oggetti’ pur
sempre miei, pezzi di soggetto. C’è uno strano intreccio qui di cui occorre
che qualcuno renda conto e chissà quali altri intrecci. Soggetto e oggetto,
grafia e autobiografia, scenografia.
Sì ma quali sono ‘quelle cose’? Non sono cose, sono domande,
neanche originali, neanche nuove, anzi vecchie, trite e ritrite e perciò stesso
sempre nuove, altrimenti perché ritornarci su, perché rifarsele? Se ti rifai
una domanda forse non hai trovato risposta e se questo succede da sempre
forse risposta non c’è o forse la risposta occorre darla continuamente e si
sa che filosofia è ricerca, skepsi, ricerca di risposte alle domande di sempre.
Di sempre non tanto: meglio sarebbe dire da quando si pensa, per
domandare occorre pensare; ma il pensare può solo seguire la sua
emergenza, come d’altra parte in qualunque altra situazione non si può aver
coscienza di qualcosa che non c’è ancora. E dunque c’è stata una rottura,
una faglia, un momento dopo il quale si poteva dire che era emerso il
pensiero. Ma anche per l’avere coscienza di qualcosa occorre che si abbia
coscienza: senza coscienza come si può avere coscienza di qualcosa?; e
questa è un’altra rottura o faglia, un’altra emergenza. Tutte banalità, forse,
anche se considerandole banalità ci si condannerebbe al silenzio credendo
che l’uomo e la donna abbiano sempre avuto una coscienza e abbiano
sempre pensato. Ma non è così.
Pure queste domande, cosiddette di sempre sarebbero le domande
che lo stato d’essere dell’uomo e della donna da sempre domanda. Stante la
considerazione di prima, forse non è esatto dire che le domande sono
domande di sempre, forse cioè c’è stato un tempo in cui le domande non
c’erano e non c’era neanche il tempo e neppure le risposte, come è ovvio
non essendoci le domande; incidentalmente sorge anche il sospetto che fra i
concetti di tempo e di domanda ci sia una qualche relazione forte e ciò sarà
da pensare. Forse è da allora che viviamo in uno stato di nostalgia per
quello stato di incoscienza perduto. Ma da allora da quando? E da allora
quali domande e quali risposte e perché proprio quelle e perché sempre
diverse e sempre nuove? I punti di domanda si sprecano e qualcuno a
ragione ha detto che ‘l’uomo ha la forma di una domanda’.
Molto umanamente, troppo umanamente, questa nostalgia inconscia
e la correlata riconosciuta impossibilità di tornare indietro, pensiero
stupido se non folle, generano angoscia: tutto perché non si sa stare al
proprio posto e accettare la propria realtà oggi, qui. Siamo autori della
nostra stessa angoscia e tragedia, scriviamo noi col nostro linguaggio la
nostra angoscia e la nostra tragedia. E l’accento è su ‘ nostro’ e’ nostra’.
Altro o l’immanenza della trascendenza

Altro, altro cosa? altro da che? Ogni dire presuppone altro, altro: condizione
di possibilità di ogni dire. Non solo dire, ovviamente anche pensare, ma non
solo verbo, azione, anche nome, anche cosa: qualsiasi cosa presuppone altro,
qualsiasi altra, altr-imenti come dirla, pensarla, agirla, nominarla?
Non c’è alcunché senza altro, altro come condizione di possibilità di
alcunché, del qualsiasi, di tutto, di ogni.
Non ci sono io senza altro, sia questi tu, il gatto, la pianta che mi sta
di fronte, il sasso su cui sono seduto. Altro è la mia condizione di possibilità,
la mia condizione di individuazione, di identificazione, di identità. Sono io
perché non sono altro. Non sono altro che altro dell’altro, o magma, caos.
Non c’è altro da dire, da pensare, da agire. Sempre si dice, si pensa, si agisce
altro.
Altro è il non, il diverso, il negativo debole. Ma esiste un negativo
forte? O sempre è questione del non, del diverso?

1
Labirinti

1
Il paradosso che noi siamo

Siamo in un paradosso, viviamo il paradosso, siamo il paradosso: siamo


parte del problema e vogliamo risolvere il problema; siamo la domanda e
vogliamo dare la risposta; siamo soggetto, senza sapere bene cosa voglia
dire, e vogliamo pensarci come oggetto, già sapendo che l’oggetto non è poi
raggiungibile.
La scienza sostiene che in certe condizioni (sempre?) l’indagine
stessa disturba l’oggetto dell’indagine; se questo ci succede con la fisica, con
la fisica che è ritenuta la più avanzata e corroborata sperimentalmente
(qualunque cosa questo voglia dire) e la più applicata dalle tecniche odierne,
in quanta misura e come l’indagine disturberà l’oggetto dell’indagine della
filosofia e di qualsiasi altra disciplina quali psicologia, sociologia, politica,
economia, etc.?.
Questo è solo parte del problema: per sciogliere infatti questo denso,
impastato piatto di spaghetti stracotti abbiamo creato (nel tempo, nel
tentativo folle di questa indagine) un labirinto di strutture barocche e noi
siamo l’architetto che le ha edificate senza averne un progetto. Forse il
progetto stesso non è pensabile. Ci va già molto bene se lo abbiamo capito,
ammesso di averlo capito.
Filosofia, o meglio la storia della filosofia è come un sistema aperto,
instabile, il cui contro-reazionatore di stabilità è il rapporto continuo-
discreto, essere-divenire, oppure uno-molteplice, oppure soggetto-oggetto,
oppure.. . Rapporto che è tensione stabilizzante e destabilizzante insieme:
spostando il tensore dal primo termine al secondo e viceversa si stabilizza il
sistema su una particolare situazione o piano di interpretazione.
Se filosofia è questa indagine, indagine paradossale, come può il
linguaggio non essere paradossale? Un linguaggio retto, non paradossale,
favorirebbe certamente uno dei due lati del problema, il primo o il secondo
termine, e così è stato nella storia della filosofia: il logos è in questa
situazione paradossale per limiti inerenti al logos stesso.

1
Se filosofia è dunque indagine paradossale, anche il linguaggio
dovrà essere paradossale e il ragionamento dovrà essere bastardo come
diceva Platone e gobbo come diceva Nietzsche: siamo parte del problema e
vogliamo risolvere il problema, siamo la domanda e vogliamo dare la
risposta. Questa paradossalità non è dipanabile. Ce l’abbiamo dentro; è con-
costitutiva al nostro esser-ci.
Siamo destinati a usare un pensare ed un linguaggio, il logos, che
sappiamo vecchio e inadeguato per iniziare un’indagine che dovrà anche
cercare un linguaggio più appropriato: questa non è una novità è situazione
tipica di qualsiasi deriva concettuale e paradigmatica; situazione tipica di
qualsiasi ricerca. È altrimenti impossibile dire qualcosa di nuovo.

2
La situazione labirintica

Siamo in un labirinto di labirinti: tutta la nostra produzione è parte


costituente di questo labirinto di labirinti, non ne è la soluzione (la mappa),
bensì è parte stessa del problema.
Questo labirinto di labirinti, proprio perché è la risultante (storica, ad oggi)
delle nostre produzioni filosofiche, scientifiche, economiche e politiche, è un
prodotto umano, l’abbiamo cioè edificato noi rispondendo di volta in volta ai
nostri ‘perché’, creando e utilizzando teorie, i vari –ismi, modelli, strutture,
senza mai aver avuto ben chiaro quello che stavamo facendo; e questo
perché abbiamo sempre cercato la risposta al ‘perché’ di turno, senza
sforzarci abbastanza di capire la situazione complessiva.
Anche sui ‘perché’ ci sarebbe qualcosa da dire: troppo spesso questi ‘perché‘
apparivano all’interno di un quadro teoretico che ovviamente presentava dei
problemi e non avrebbe potuto non presentarli.
Allora perché non prendere atto, come condizione umana, del paradosso, del
labirinto? Non come se questi fossero un fondamento da cui ripartire. Anzi
non vogliamo più fondamenti: portano diritti al capolinea. Nietzsche dicendo
‘Dio è morto!’ intende anche questo: i fondamenti (qualsivoglia
fondamento) porta diritto al capolinea, alla crisi.

I labirinti della filosofia

Ci siamo cacciati in un bel pasticcio. Ci siamo voluti cacciare in un


bel pasticcio. Qual è il paradosso? “Indagare l’essenza dell’essere ‘essendo’
parte dell’essere”. Siamo in un labirinto.
Occorre ripartire da questa coscienza, consapevolezza di stare in un
labirinto, farne tesoro per una fondazione (de-fondante) diversa:
• Occorre ribellarsi all’addormentamento delle sinapsi, alle comode
ingessature del pensiero, alle facili categorizzazioni e classificazioni,
alle modellazioni, alle strutturazioni

2
• Ineluttabilità della situazione labirintica – ci siamo dentro ‘fino al
collo’ e ci saremo sempre dentro
• Invarianza della domanda [rispetto a quale riferimento?] [Tempo:
eternità della domanda?, ma non è il tempo stesso oggetto della
domanda?]
• Impossibilità della risposta [possibilità di risposte storiche, e
‘storiche’ non vuol dire ‘nel tempo’?]
• Tutto si semplificherebbe assumendo il tempo come ente primo [il
tempo ci sopravvive]: ma sarebbe così secondo una nostra
concezione, certamente non possiamo pretendere che sia proprio
così.
Dove pretendiamo di andare?

I labirinti delle scienze

I labirinti dell’economia e della politica

2
Il decorso del paradosso

Questo paradosso di cui stiamo parlando ha ovviamente avuto un


decorso. Un decorso tipico delle malattie umane: si inizia esagerando in
qualcosa, ci si comincia a sentire poco bene, si crede di individuare una
causa, si cura il supposto effetto della supposta causa, la febbre aumenta,
qualche alto e basso in virtù di qualche placebo (non certo medicine, non
conoscendo la causa), si arriva al delirio e prima e poi alla rottura; nel caso si
arrivasse alla guarigione sarebbe appunto per caso o meglio per le capacità
di contro-reazione del sistema, contro-reazione innescata da qualche incrocio
od occasione più o meno fortuita, un clinàmen.
Questo decorso è poi quel processo storico che ha portato oggi l’umanità ad
una fase di stallo dalla quale è forse possibile uscire facendo appello proprio
a ciò che era stato bandito dall’indagine (in quanto creduto causa del
malessere) ad opera di operazioni successive di astrazione.

…....

Arrivati ad oggi occorre capire, capire soprattutto dove si è


originariamente sbagliato, dove si è originariamente esagerato. Per far questo
innanzitutto occorre prendere atto dello stato di cose (Dio è morto) e quindi
prendersi cura della malattia assumendola come dato di fatto: l’uomo è nudo.
La malattia si è aperta a noi, dobbiamo solo farla nostra, aprire a nostra volta
alla ‘estesia’. Occorre che troviamo il coraggio dentro di noi per fare il ‘salto
dell’ultimo gradino’ Dalla morte di Dio alla nudità dell’uomo all’oltre-
uomo.

2
Aporia e malattia

Aporia è la situazione umana: l'uomo è costitutivamente malato, non


può non esserlo. Aporia è malattia intrinseca e costitutiva dell’essere uomo.
Non si guarisce, occorre viverci dentro. Non esistono medicine, ma siamo
molto bravi a inventarci potentissimi placebo e anestetizzanti.
…..

Caratterizzazione della malattia

L’uomo sta vivendo male con sé stesso, non sa godersi la vita. È


malato.
L’uomo è oggi in crisi su tutti e tre gli assi: a) personale/individuale;
b) sociale, economico, politico (includendo anche le scienze cosiddette
umane: psicologia, sociologia, antropologia); c) di conoscenza del suo
mondo (o le cosiddette scienze: matematica, fisica, biologia).
L’ambiente in cui oggi l’uomo vive è pure malato e ciò per chiara e
ineluttabile colpa (ahimè il vocabolo non ha una colorazione morale bensì
drammaticamente oggettiva) dell’uomo e del suo vivere l’ambiente.
Malattia è dunque oggi l’essenza della condizione umana, la sua più
vera costituzione.

Perdita del senso dell’essere.

Se l’uomo si chiede che cosa sia il senso dell’essere è perché non lo


sa o lo ha dimenticato, non è parte del suo esser-ci quotidiano, del suo io, è
inconscio.
Se è inconscio occorre psicanalizzare l’uomo, l’umanità.

2
Psicanalizzare l’umanità è ri-costruire (costruire un’altra volta), ri-
vivere (vivere un’altra volta) la propria costituzione (dell’umanità, la sua
storia interiore).
Occorre fare affiorare i momenti (eventi) topici di questa esistenza
(storia), ri-vivere nessi, plessi e processi, conflitti e tensioni, turbe e
complessi e aiutare l’umanità (noi stessi) a trovare il suo percorso: questo
percorso è il suo senso.
Occorre trovare questo percorso senza che ci sia una meta che non può
esserci (siamo noi parte dell’umanità e quindi anche del problema) e che non
deve esserci.

2
Malattia dell’uomo

La malattia

La malattia, tutte le malattie dell’uomo, del suo essere al mondo


vengono dalla volontà di, e quindi dal tentativo (oltretutto impossibile) di
rottura di quella risultante complessa nei suoi componenti: malattia è
dividere il soggetto dall’oggetto, il soggetto dall’altro da sé, distinguere il
corpo dalla mente, distinguere il soggetto dal suo processo e dal processo
storico, rompere il processo e quindi il tempo o peggio spazializzarlo,
presentificarlo, appiattirlo: senza storia, senza fluire, senza consumo, senza
riparazione, senza entropia.
Malattia è anche distinguere il logos dall’immaginale, come se
mente e anima fossero separabili senza danno per l’una o per l’altra.
Malattia è anche distinguere fra le energie, assumerne alcune e non
altre, classificarle: vivisezionarle. Malattia è vivisezionare l’uomo. Quando
un anatomopatologo seziona un cadavere per farne uno studio, lo fa appunto
da morto e cioè con il sangue fermo, che non fluisce: vivisezionare vuol dire
farlo da vivo col sangue che fluisce. La metafisica della distinzione soggetto-
oggetto, della temporalità spazializzata, delle categorie e classificazioni
viviseziona l’uomo da vivo con l’energia che fluisce e astrae da questo
fluire, astrae ciò che è vivo assumendone la morte, la staticità, l’a-storicità,
l’a-temporalità. Certamente una semplificazione che però, oltre ad essere
illecita, non ci fa certo conoscere ciò che fluisce e tanto meno il suo fluire.

E’ convinzione di molti studiosi e analisti che oggi lo stato,


l'organizzazione statale, esista solo sulla parola, nelle ideologie, nelle
costituzioni, nelle pratiche giornalistiche; non più nelle pratiche del
quotidiano, nell’ethos comune, nel comune senso di convivenza. Lo stato,
almeno nelle intenzioni, era uno stato concepito col fine di proteggere la

2
vita, gestire la reciprocità dei rapporti umani e imporre il rispetto di ciascuno
verso ciascun altro, monopolista della violenza, unico autorizzato a gestirla e
praticarla e quindi preposto ad impedirla ad altri, gestore quindi del difficile
rapporto fra libertà e violenza.
Si legge spesso che nell'ultimo ventennio del secolo appena scorso
lo stato è entrato in una fase di debolezza estrema e di sudditanza rispetto
poteri delle aziende multinazionali. Questo processo riguarda ciascuno di noi
non solo per quello che questo significa a livello di politica ed economia
mondiali ma anche per i condizionamenti del corpo e della mente: ci si sente
sempre più soli, non difesi e quindi esposti al rischio e al pericolo del
quotidiano vivere sia dal punto di vista materiale sia dal punto di vista
affettivo e psichico; essere esposti non è poi altro che questo: esposti alla
violenza e perdita di identità.
Lo stato è entrato in agonia sotto la spinta prepotente di un potere
che si configura a rete secondo strategie finanziarie, un potere quindi sparso,
ameboide, diffuso ma non sporadico, non estemporaneo, bensì sempre
presente a se stesso. E' questo tipo di potere, questa ameba che rimpiazza
giorno per giorno il potere dello stato: è un flusso magmatico ineludibile,
con le sue spinte e i suoi attriti (vedi le crisi economiche e politiche ad
andamento ciclico), attriti a volte anche violenti che sfociano in eruzioni
(vedi le guerre, più o meno mimetizzate da interventi di pace o di
esportazione di democrazia). Il potere dello stato così come lo conoscevamo,
organizzato secondo vertici, organismi e gerarchie costituzionali, con le sue
strutture di rappresentanza e i suoi meccanismi di ripartizione delle risorse,
le sue leggi, i suoi regolamenti non esiste più: è un passaggio dalla 'sovranità'
ad una forma di 'governance' (concetto importato dal gergo manageriale
contemporaneo) lasca ma efficace, rapida nelle risposte e nelle reazioni.
In questa rete di potere delle multinazionali, che chiamo ‘ameba’ per
intenderci, non c'è un centro: ma allora chi comanda? il mercato? cosa vuol
dire che comanda il mercato se questa situazione è una insorgenza di una
precisa situazione di mercato?
Se la scelta del comando è demandata ad una lotta per il mercato non
deve fare meraviglia il fatto che siamo in un continuo stato di guerra: la
guerra assurge con ciò a forma di legittimazione della situazione
complessiva, di questo impero multinazionale acentrico e atipico. Da qui
stati che si autoproclamano 'sceriffi del mondo' e si danno il compito di
'esportare' la democrazia: ovviamente questa 'esportazione' non ha perso i
tratti, anche più atroci, delle passate conquiste dei vari imperialismi in africa,
india, america latina; ma poi quale 'democrazia'? democrazia di chi?
L'attuale assetto sociale del mondo è, come sappiamo, capitalistico
nel senso proprio di intenzionato alla accumulazione del capitale; ne è
corollario implicito la crescita continua: ogni cellula sociale ed economica

2
(famiglia, regione politica, stato; dipartimento aziendale, azienda, gruppo
aziendale, multinazionale) deve crescere; le metriche sono il reddito
familiare, il prodotto interno lordo, il conto economico, il bilancio; sulla base
di queste metriche si prendono decisioni. Crescere è l'imperativo categorico
intenzionante. Ora questa crescita continua ha senso per noi tutti o solo per
qualche minoranza di entità economico-politiche? E poi, non collide forse
con uno sviluppo sostenibile? Il mondo, l'insieme delle risorse del pianeta
può sostenere questo sviluppo, questa crescita continua?
Questo capitalismo è oggi monopolistico e cioè i suoi soggetti
economico-politici intenzionanti sono le grandi multinazionali che
detengono il monopolio dei mezzi di produzione, di distribuzione e di
informazione.
Il mercato, in quanto motore tradizionale dei vari capitalismi, decade
quindi allo status di illusione, una scusa ed una maschera, una mistificazione
per l'azione libera delle multinazionali, quella minoranza alla quale conviene
la crescita continua. L'originario liberismo del capitalismo è liberismo della
ristretta oligarchia dei gruppi di potere delle multinazionali. Il mercato è il
capitale stesso. Tutte le pratiche umane sono succube e sottoposte alle
intenzionalità, cioè ai disegni di questa oligarchia: infatti l'integrazione dei
consumi comporta l'incorporazione dei nostri desideri, di tutti noi, nel
sistema economico: dalla educazione dei cittadini in quanto futuri lavoratori
e dirigenti, alla organizzazione statale, ai contenuti della ricerca scientifica,
ai contenuti della cultura, alla organizzazione del tempo libero, allo
sfruttamento e alla pianificazione delle risorse naturali del pianeta, alla
complessiva organizzazione mondiale del lavoro: paesi dedicati alla
produzione per i bassi costi di manodopera, paesi dedicati alla fornitura di
servizi, paesi cui l'oligarchia ha assegnato il ruolo di gestori di questo stesso
ordinamento. Tutto, ma proprio tutto, è intenzionato alla crescita continua
delle multinazionali e funzionale a queste.
Gli stati tradizionalmente intesi sono impotenti, non c'è costituzione
che tenga infatti fuori dai confini degli stati: lo status dei capitali è
ameboide, il flusso e i movimenti di questi sono del tutto indipendenti dalle
organizzazioni statali e quindi al di fuori dei regolamenti e delle loro leggi. Il
capitale è sregolato (o meglio regolato da se stesso) e quindi anche la società
è senza regole o meglio anestetizzata per poter facilmente essere
intenzionata e indirizzata dall'ameba in modo funzionale a sé stessa. Questo
processo, come sopra accennato, è integrale e pervasivo sia intensivamente,
tutte le pratiche e manifestazioni umane ne sono condizionate, sia
estensivamente, tutti i paesi sono chiamati a parteciparvi con le buone o le
cattive maniere: o subire l'esportazione di meccanismi di generazione di
capitali e accettare il ruolo previsto nella divisione mondiale del lavoro o
l'esportazione di democrazia: non avrai altro mondo al di fuori di questo, non

2
c'è un esterno, un ‘fuori’ a questo mondo. Il processo, come tutti i processi
storici, è anche irreversibile, non si torna indietro: non coltiviamo pie
illusioni. Questa è la forma logica ed ontologica con cui confrontarsi.
Roberto Esposito ha detto in una intervista: "Ora, se tutto ciò è vero,
vuol dire che è insensato delineare scenari politici, economici, antropologici
alternativi alla forma globale che ha assunto il mondo. E ciò non soltanto per
il loro carattere ineffettuale, utopico, residuale; ma anche perché tutte le
forme di neolocalismo identitario ed autocentrato sono esse stesse il risultato
controfattuale, una specie di rimbalzo ideologico, della medesima
globalizzazione che vorrebbero contrastare. Dalla globalizzazione, insomma,
non si esce, dal momento che essa non è un interno cui si possa contrapporre
un esterno - ma esattamente l'abolizione della differenza tra interno ed
esterno, l'internalizzazione di ogni esterno." Noi possiamo anche contestare
violentemente questo stato di cose ma intanto ci stiamo letteralmente
‘mangiando’ dentro; per amor di chiarezza mi sia consentita un’immagine da
trivio: se sputiamo sul piatto dove mangiamo, mangiamo anche il nostro
sputo. Ricordo di aver visto alcune fotografie di manifestazioni no-global
dove i manifestanti portavano le scarpe della Nike ai piedi..
Questo è comunque un processo storico sì integrale, pervasivo,
irreversibile ma non senza attriti e contraddizioni: il motore dell'ameba è
infatti la volontà di potenza dei gruppi di multinazionali, è questa volontà di
potenza di ciascun gruppo verso gli altri a generare attriti e contraddizioni. In
presenza di attriti l'uomo ha tradizionalmente reagito con codici e regole,
gerarchie, organismi: è questa la possibilità politica e la risposta non può che
essere un diverso riequilibrio delle varie dimensioni globali e locali con
conseguenti nuove gerarchie e organismi con un continuum di situazioni dal
globale al locale. Qui può stare la chiave: fare leva sul locale comune, su una
moltitudine di locali comuni, tutto ciò che è locale e che fa comunità,
territorializzato e quindi peculiare e diverso per riprendere coscienza e radici
prima di tutto e contribuire a deviare il globale poi, provocarne una deriva
verso il locale.
Se gli stati sono impotenti non serve allora affidarsi a costituzioni o
leggi, occorre piuttosto affidarsi a noi stessi; la cosa riguarda tutti noi,
proprio a partire da situazioni locali. Tutti noi siamo, nella più felice delle
ipotesi, indolorosamente sottoposti al potere, tanto capillare quanto
impersonale, con il nostro consenso implicito: infatti, ci piaccia o meno,
subiamo l'assoggettamento del nostro immaginario collettivo ai modelli
diffusi dai media e dalla pubblicità; in altri termini, l'affettività di ciascuno di
noi converge indolorosamente, ma quindi anche incoscientemente, verso i
modelli che il potere dell'ameba richiede: stiamo diventando formiche. Il sé,
ciascuno di noi, è oggi anonimo e conformato da questo immaginario dal
quale siamo talmente anestetizzati da illuderci della nostra libertà e

2
spontaneità di atteggiamenti ed emozioni: per esempio ci illudiamo di non
essere condizionati dai media televisivi e quindi ci illudiamo persino di
scegliere non solo i prodotti che ci vengono proposti ma anche i nostri
rappresentanti politici al parlamento ed al governo anche se questi sono
proprietari di reti televisive, di agenzie di pubblicità e di media giornalistici e
se la pubblicità elettorale si confonde con la pubblicità del detersivo e dei
pannolini, con la partita di calcio e la sfilata di moda.
Deleuze spiegava che la comunicazione altro non è che la diffusione
di informazione e l’informazione è un insieme di parole d’ordine: informare
è far circolare un insieme di parole d’ordine alle quali siamo invitati a
credere. Ma informare è un parlare apodittico, non è spiegare, occorre
credere e comportarsi in merito. Ma allora l’informazione altro non è che un
sistema di controllo e noi siamo in una società di controllo. Oggi i sistemi di
controllo non sono certo più quelli del passato: manicomi e galere; in quel
caso si trattava di sistemi di controllo da parte di uno stato, qui si tratta di
sistemi di controllo da parte di una rete di connivenze di mercato, l’ameba,
sulla società. Oggi la società è gestita, indirizzata, condizionata, controllata,
mediante l’informazione: la pubblicità, la televisione, i media giornalistici.
La scuola stessa, fino ad oggi sistema di controllo tradizionale, sta
cambiando, già lo prevedeva Deleuze, si sta sviluppando verso la formazione
permanente per via telematica con l’annullamento del rapporto pedagogico
degli insegnanti, con la disumanizzazione della paideia e magari
inframezzando qualche spot pubblicitario.
Tutto ciò accade indolorosamente proprio grazie al fatto che il
sistema di controllo è costituito dall’informazione: indolorosamente vuol
dire che non proviamo dolore, siamo anestetizzati, cioè non partecipiamo a
questa sofferenza e infatti abbiamo sì un malessere ma non sappiamo che
cos’è, non ne abbiamo coscienza razionale, non sappiamo da dove viene e
come gestirlo. L’informazione ci condiziona al punto che ci convinciamo
che va bene così: questa è anestesia.

L’anestesia

Anestesia / addormentamento delle sinapsi: far ragionare i soggetti in un


modo pre-determinato o non farli ragionare tramite una operazione di
‘sviamento’ delle pulsioni e delle emozioni.
L’importante è non pensare. Gli operatori dell’anestesia non sanno
e quindi non si rendono conto di essere parte del processo anestetizzante,
sono cioè loro stessi anestetizzati. L’anestesia lavora a livello di inconscio,
è inconscia, è profonda e cristallizzandosi diventa l’inconscio collettivo.

3
Anestesia vuol dire diminuzione o abolizione della sensibilità in
generale e di tutto ciò che scaturisce e può scaturire dalla sensibilità:
intorpidimento, rassegnazione, incapacità di azione e di pensiero. In stato di
anestesia non si prova dolore e si addormenta il desiderio; epperò questa
illusione di star bene ci fa stare male: che sia proprio il non provar dolore e
desiderio il problema? Cercando di capire e volendo analizzare le cose, qual
è il nostro rapporto, di ciascuno di noi, col mondo?
Il sé, ciascuno di noi, è l’incrocio e la condensazione di infiniti
processi e pratiche di vita nostre e di qualunque altro soggetto o cosa con i
quali teniamo una infinita rete di relazioni; è questo il mondo: la relazione di
tutti e tutto con tutti e tutto e ciascuno di noi è un sottofascio di questo fascio
di relazioni. Non c’è sé senza queste relazioni, senza le cose, gli altri, la
società, senza il mondo. Queste relazioni e queste pratiche continue in cui
siamo immersi sono produttive della rappresentazione che ci facciamo e che
ci diamo sia a livello individuale sia a livello della collettività Questa
autorappresentazione non può prescindere dalle relazioni di ciascuno con
tutti e tutto, dai loro soggetti e cose, dagli altri, dalla società, dal mondo:
questi concreti comuni sono le nostre radici relazionali e spazio-temporali,
qui-ora, in questo luogo e territorio e in questo tempo. Noi siamo e ci
rappresentiamo attraverso queste relazioni. Queste relazioni ci costituiscono
e sono il motore della nostra immaginazione e di tutto il nostro simbolico.
La globalizzazione, attraverso una deterritorializzazione spinta,
provoca uno spaesamento, e una dislocazione, frammenta la società e ne
allenta le pratiche concrete di relazione, ci de-situaziona; il marketing e
pubblicità coerentemente propongono l’illusione che possiamo fare a meno
di queste relazioni, una illusione di immediatezza, annullamento di quel
medio che è l’immaginazione, il simbolico.
Il sé viene ridefinito dal mercato attraverso il marketing e la
pubblicità come ciò che deve rispondere ad una logica di mercato ed alle sue
esigenze, come by-product dei meccanismi del marketing: by-product
indispensabile dal momento che deve consumare e quindi contribuire alla
crescita; depotenziato delle sue capacità di azione, di scelta, di decisione, di
progetto: depotenziato di futuro, immaginazione e creazione. Il marketing
sceglie, decide per me e progetta il mio futuro: l’essenza più autentica
dell’essere umano in quanto animale non ancora determinato si risolve in un
problema di packaging, tipologia della scatola ed etichettatura acconcia,
monade perfetta; non c’è mediazione, non c’è immaginazione di futuro, non
c’è simbolico; un soggetto-monade senza finestre, senza comunicazione, ben
inscatolato; un mondo che si costituisce come rotolar di monadi una
sull’altra; un mondo pre-visto e pre-vedibile, nelle intenzioni, dalle
pianificazioni marketing.

3
La pubblicità, in quanto gioco delle maschere che viene proposto in
luogo del reale, diventa la nostra maestra di vita e propone i modelli di
comportamento. Il gioco delle maschere ci rende anche inaccessibili a noi
stessi: chi siamo?, a quale modello ci stiamo improntando? E dunque qual è
la nostra identità?
E’ proprio la pubblicità, autocostituitesi come paideia, a darci
l’illusione del possibile raggiungimento immediato, quindi non mediato,
della felicità: tramite il consumo, rimedio dei nostri malesseri e disagi,
malesseri e disagi prodotti appunto dalla pubblicità stessa. Il processo è
quindi chiaro e sotto gli occhi di tutti: la pubblicità produce il malessere, la
mancanza, il consumo la risolve con il prodotto concepito con lo scopo
appunto di colmare la mancanza. In questo processo non c’è spazio per un
desiderio o un progetto autentici, che provengano dall’individuo, dalle sue
pratiche di vita e dalla società: c’è solo coazione a rispondere al disagio con
il consumo. Il desiderio si configura quindi semplicemente come strumento
per produrre malessere e mancanza.
A queste condizioni il desiderio si comprime sui bisogni e noi
diventiamo formiche: facciamo rifornimento ai fast food; lungo il percorso
possiamo scaricare le pulsioni presso una prostituta o andando in palestra, se
tutto ciò non basta abbiamo comunque lo stadio che oltretutto ci dà
l’illusione di una appartenenza a un gruppo sociale, un’identità; quanto al
nostro immaginario ci possiamo sempre addormentare davanti alla
televisione che così condiziona più facilmente la nostra sfera inconscia:
questa è la nostra vita, cos’altro ci manca? viviamo per ripetere la ripetizione
di questi gesti, siamo coatti a ripetere.
Ora, se ogni desiderio è pilotato e trova puntualmente, immediata,
non mediata risposta nel consumo, allora il processo decreta l’impossibilità
stessa del desiderare: tutto è implicito, immanente al processo, io non
desidero, il processo fa tutto per me. D’altra parte se ogni desiderio è
puntualmente, immediatamente soddisfacibile, ci sentiamo onnipotenti; e
l’onnipotenza è l’anticamera della violenza e dell’ aggressività.
Non diversamente per la dimensione progettuale, cioè l’intenzione al
futuro, questa è risolta nella passività del consumo per il tacitamento delle
pulsioni e dei desideri ora ridotti a bisogni: progettiamo una spedizione al
centro commerciale e risolviamo le nostre paturnie. Qui immaginazione,
fantasia e creazione, che dovrebbero essere le dimensioni tipiche della
progettualità, non servono proprio, infatti non sono previste. Non potrebbe
essere altrimenti: il consumo e la sua correlativa necessità implicita nella
coazione a ripetere comportano un orientamento all’avere piuttosto che
all’essere mentre la progettualità richiederebbe un orientamento all’essere
piuttosto che all’avere. Questo del consumatore è un io che ha, che è in
quanto ha oggetti, un io che rompe le dimensioni dello spazio e del tempo:

3
gli oggetti diventano il suo territorio con conseguente alterità dello spazio;
ma questo degli oggetti è un territorio non mutevole, fermo, fisso con
conseguente alterità del tempo; un io insomma chiuso in sé stesso, proprietà
a sé stesso.

Nessuna meraviglia allora se abbiamo perso la nostra identità,


intenzione e progetto, monade fra tante. Nessuna meraviglia se abbiamo
perso la nostra collocazione nel sociale e nel mondo, il nostro essere situati.
E’ l’illusione della autosufficienza e quindi l’esclusione degli altri, sono
superflui: non c’è più con-vivenza. Ma perdere il sociale, la convivenza, il
relazionarsi con gli altri è perdita di ciò che è comune, gli universali e quindi
i valori, il comune sentire, il con-sentire. La monade, l’individuo, il singolo
viene posto come l’universale, non per sua scelta, è il processo che lo
travolge e lo pone in modo funzionale cioè con-forme al processo stesso:
con-formato al consumo, conformista. A queste condizioni i valori, gli
universali, non sono più sociali, collettivi ma diventano cosa privata; il
proprio privato punto di vista assurge a sistema di riferimento e di
rappresentazione del mondo e di sé stessi: nevrosi fatta sistema. Ciascuno è
individuo, universale ma individuo, polarizzato su sé stesso: singolarità
assoluta, cioè sciolta dal resto, anzi non c’è resto, disinteressata al resto e
deresponsabilizzata; non incivile ma a-civile, non c’è civitas; non impolitica
ma a-politica, non c’è polis per questa singolarità.
Nessuna meraviglia se l’unica uscita è la violenza: venendo a cadere
la dimensione sociale, il dialogo manca di interlocutore, il linguaggio è
autistico e il pensiero è solipsistico, non c’è confronto ma solo scontro con
l’altro, scontro fra individui incarnanti universali.
In questo disegno, in questa architettura, moltitudine di monadi
senza finestre, non sono previste uscite, sono monadi universali e assolute,
non è previsto nemmeno un fuori, by-design.

Conseguenze e cadute
Le conseguenze di questo stato di cose in cui ciascuno di noi è
situato sono, senza esagerazione, drammatiche per le cadute che provocano,
cadute di tutti quegli aspetti che sono propriamente i cardini del nostro
convivere: il rispetto per gli altri, il principio di reciprocità nelle relazioni
con gli altri, le emozioni che proviamo solo grazie agli altri,
l’immaginazione e la creatività, il linguaggio e le sue figure più creative
(ironia, allegoria, metafora), la dimensione femminile e quella infantile
(stupore, meraviglia, invenzione, gioco), il senso storico, la cultura.
Innanzitutto si assiste ad una caduta del rispetto: che rispetto ci può
essere fra monadi assolute indifferenti ciascuna alle altre? Indifferenti alle
relazioni ed alle emozioni che queste relazioni producono? Essere

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indifferenti agli altri vuol dire aprire alla violazione del rapporto umano e
quindi alla violenza dei corpi e delle menti. Quante volte si legge di crimini
perpetrati nella indifferenza degli spettatori? Siamo solo spettatori?
Se siamo costituiti dagli altri e fra gli altri e le rispettive correlazioni,
e di questa costituzione abbiamo perso coscienza, se siamo chiusi e non
aperti, un’altra naturale conseguenza è la nostra incapacità alle emozioni, al
riso, al pianto, al gesto, qualunque questo sia. Non ci può essere emozione
senza gli altri, con gli altri e fra gli altri.
Se vengono cadere le emozioni manca anche il motore
dell’immaginazione e della creazione.
Se cadono emozioni, immaginazione e creazione cade anche la
capacità di pensare. Emozioni, immaginazione e creazione sono i motori
infatti di un pensiero che non si ripeta, non sia coatto a ripetersi, ma abbia
l’impulso a pensare qualcosa di nuovo a partire dall’esistente.
Così pure se cade la relazione con gli altri cosa ne potrà mai essere
del linguaggio? Oggi, fenomeno evidente a tutti ed analizzato dai linguisti,
assistiamo ad una ipersemplificazione del lessico e della sintassi: poche
parole, sempre le stesse e frasi semplici; coerentemente con la tendenza alla
immediatezza di cui dicevo sopra, il linguaggio si sta appiattendo sul
presente immediato, sul qui-ora. Usiamo in prevalenza il tempo presente
indicativo; sacrifichiamo il passato e quando lo usiamo lo facciamo
impropriamente senza distinguere i suoi vari strati temporali, remoto e
imperfetto: ciò a scapito delle capacità di rimemorazione delle radici e dei
percorsi, dei processi, delle pratiche che hanno portato a quelli che siamo;
usiamo raramente il futuro, preferiamo usare il presente in un contesto
rivolto al futuro, compromettendo così le nostre capacità di progettualità a
lungo termine, il futuro è cioè trattato come sequenza di eventi concatenati,
ravvicinati e immediatamente futuri; non usiamo più i condizionali e i
congiuntivi, condizionandola rappresentabilità dell’ipotetico e del possibile e
a scapito delle nostre capacità di immaginazione; le frasi si sono
ipersemplicate senza stratificazioni di dipendenza, rinunciando ad un
ragionamento articolato che si dipani in termini di processo, che sappia
valutare fra varie alternative e ipotesi e che scelga secondo ragione.
Ricchezza del linguaggio in tutti i suoi aspetti, lessicali, sintattici, semantici,
e capacità di immaginazione sono strettamente correlati e in funzione diretta:
alla ricchezza del linguaggio corrisponde una potenza immaginativa, alla
semplificazione linguistica corrisponde un immaginario depontenziato. Alla
nostra società invece oggi serve un linguaggio che favorisca la mostrazione
immediata, si faccia apodittico (non ammetta critiche o discussioni) e sia
adatto a trasmettere parole d’ordine. Il linguaggio apodittico implica che la
logica sottesa sia una logica binaria (vero o falso, bene o male); un
linguaggio senza ambiguità e senza vie di mezzo (principio di non

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contraddizione forte e principio del terzo escluso che valgono
contemporaneamente anzi si identificano). Questo altro non è che il
linguaggio proprio del marketing e della pubblicità che subiamo e quindi
impariamo: ci fa da modello. Per inciso, il processo del marketing è molto
chiaro: questo pianifica un modello di pubblico a cui rivolgersi, lo segmenta
secondo le più sofistiche tecniche di classificazione demografica (età, sesso,
ceto, scolarità, etc.), produce sondaggi di verifica del modello, definisce
l’offerta su questo modello, promuove l’offerta con un linguaggio di parole
d’ordine che a questo punto è estremamente mirato (pubblicità); come
conseguenza l’individuo modellato consumerà i prodotti offerti, anzi se li
aspettava. E’ tutto molto semplice, il cortocircuito è perfetto e il suo
linguaggio entra in noi. Con questo non si vuole dire che il marketing o la
pubblicità sono gli dei del male che hanno predisegnato tutto questo stato di
cose; questo è semplicemente il risultato degli intrecci e incroci a cui sono
pervenuti i nostri processi in occidente: è il processo complessivo che di
tappa in tappa, di deriva in deriva è giunto a questi risultati.
In questa catena di cadute conseguenti, venendo a mancare
l’emozione, l’immaginazione, la creazione, il pensiero, il linguaggio, che
posto ci potrà mai essere per le figure dell’ironia, della metafora,
dell’allegoria spontanee, proprie dell’individuo e non strumentalizzate e
utilizzate dal messaggio pubblicitario solo per accedere al nostro inconscio e
alludere al prodotto in modo più efficace?
La riduzione dell’individuo a monade senza relazioni va anche di
pari passo con l’annullamento delle differenze fra uomo e donna ed una
caduta del femminile proprio; i modelli che vengono proposti dal modo di
pensare dilagante sono tutti modelli che anelano al maschile: infatti,
coerentemente, che senso ha distinguere fra sessi, far emergere le differenze,
sviluppare il contributo insito nella differenza, se siamo tutti monadi uguali e
indifferenziate? La così detta uguaglianza dei diritti, parità e pari opportunità
sono certo rivendicazioni giuste e sacrosante a condizione che non
appiattiscano la donna sull’uomo, che non facciano diventare le donne come
gli uomini. La donna è certamente, fortunatamente, diversa dall’uomo e
forse è questa differenza che deve essere valorizzata a livello sociale e
collettivo, questa differenza è un valore.
Non diversamente accade con la dimensione infantile e assistiamo ad
una caduta dello stupore, della meraviglia, dell’invenzione, del gioco e della
finzione. Non ci si stupisce e meraviglia più: tutto è già stato anticipato dalla
televisione. Non si inventa più in modo ingenuo e spontaneo: si cerca
eventualmente la soluzione codificata e canonica. Non si gioca più se non
con i giochi proposti dal mercato: non si inventa più il modo di giocare.
Anche i giochi di finzione e ruolo cadono sotto specifici schemi canonici che
lasciano poco spazio all’immaginazione. Queste dimensioni però sono

3
fondamentali per la crescita di ciascuno di noi a qualsiasi età, non soltanto
infantile. I modelli proposti relegano queste dimensioni all’infanzia, cioè
siamo chiamati a crescere in fretta e a maturare secondo quei modelli; ma
sacrificare queste dimensioni è sacrificare quanto di più umano ci sia, la
differenza stessa fra noi e gli animali; ne va delle nostre stesse capacità
conoscitive. Ma stupore, meraviglia, invenzione, gioco possono mettere in
discussione i modelli proposti, inventarne altri, provarne altri, permettere
questo è rischiare di destabilizzare i processi che ci dominano e quindi,
coerentemente, occorre invece crescere in fretta e maturare in ottemperanza
ai modelli proposti. Infatti i modelli proposti focalizzano sulla ripetitività
delle pratiche, secondo schemi, check list, procedure ottimizzati ai fini delle
così dette efficacia ed efficienza. Nelle aziende non si parla d’altro. Per
applicare queste procedure e schemi non c’è bisogno di pensare, quello è già
stato fatto da società di consulenza specializzate: occorre solo conformarsi al
modello.
L’appiattimento al presente a scapito del passato e del futuro, di cui
si è detto sopra, provoca anche una caduta del senso storico, una caduta
dell’interesse per quegli infiniti intrecci di relazioni e di processi passati che
ci costituiscono; oggi non sappiamo bene da dove veniamo, non abbiamo
coscienza di noi stessi come risultanti di uno specifico intreccio di processi,
siamo qui come nati da sotto un cavolo, gettati nel presente. Anche la nostra
valutazione di questo presente ne è quindi condizionata ed infatti questo
presente viene sopravalutato e sopradeterminato a scapito anche del futuro
che si costituisce semplicemente come un presente che avanza nella freccia
del tempo; perdiamo quindi la nostra corretta collocazione sull’asse dei
tempi: il senso storico appunto. Ma questa è la condizione del malato di
Alzheimer: questi ha perso la memoria, perdendo la memoria ha perso le
radici, non può sapere da dove viene, non può sapere dove va, può soltanto
stare, semplicemente stare, perdendo la memoria ha perso il filo delle
relazioni che può solo ricostruire estemporaneamente e provvisoriamente nel
suo stare al presente.
La cultura, come altrimenti non potrebbe essere, è coinvolta,
coscientemente o più spesso incoscientemente (i loro stessi addetti non ne
sono del tutto coscienti), coinvolta dunque a supportare questi processi ed a
svolgere un ruolo di mistificazione e i suoi argomenti e interventi sono
funzionali al discorso complessivo. L’apparato culturale complessivo, per
esempio, da un lato in modo palese ed esplicito tende a indirizzare la
formazione (scuola e università) verso ruoli e con modalità conformi e
conformati agli indirizzi del mercato, ai suoi modelli e ai suoi desiderata;
d’altra parte, in modo indiretto e proprio per questo anche mistificante,
perviene a questo indirizzamento attraverso la divulgazione. Alcune
evidenze di questo ruolo si possono riscontrare gettando uno sguardo ai

3
periodici di divulgazione e alle trasmissioni televisive dedicate di indirizzo
sia storico sia scientifico che hanno la funzione di incanalare gli interessi
verso valori e modelli (storici e scientifici) conformi al mercato. Quanto alla
divulgazione storica, si assiste ad una ipersemplificazione dei processi, così
che gli eventi storici obbedirebbero a fenomeni di causa-effetto innescati da
individui o classi di individui e non ad una maturazione di uno specifico
processo (un esempio per tutti: il nazismo, secondo un frequente luogo
comune, sarebbe dovuto a Hitler e alla sua follia, similmente dicasi per
Stalin), ipersemplificazione che quindi degenera logicamente in una
falsificazione della storia stessa. Quanto alla divulgazione scientifica, i
risultati della ricerca sono presentati, non spiegati, in modo apodittico (è
così, punto e basta) e in modo definitivo come se questi risultati fossero
l’ultima parola e non il risultato di infinite pratiche di ricerca che
eventualmente possono anche essere smentite da altre pratiche, come è
sempre successo nel corso della storia delle scienze.
Certo, fa parte della cultura anche uno spirito critico o addirittura di
contestazione di tutto ciò, ma i vari sistemi delle mode, condizionanti tutti i
nostri costumi del vivere e i nostri saperi, hanno in questo caso il compito di
assorbire l’eccentrico: ciò che è non centrato, non conforme, innovativo,
creativo o critico rispetto ai modelli culturali suggeriti viene ricondotto al
conformismo e quindi o riassorbito nel modello o depotenziato.
Quanto al corpo, al nostro corpo, alla nostra dimensionale naturale,
ciò senza il quale non saremmo e l’unico che potrebbe opporre una fattiva
resistenza, questo corpo è direttamente coinvolto e violentato dal sistema
degli sfoghi che vengono predisposti per bilanciare le cadute che sono state
qui delineate.

Sfoghi
Oggi la nostra società ha infatti messo in opera un sistema di sfoghi
per la felicità di noi tutti e affinché possiamo trovare ragioni per
sopravvivere anche nel malessere: occorre appunto mantenere il giusto
livello di anestesia. Beninteso: non è che ci sia un megadisegno maligno che
ha approntato tutti questi meccanismi; semplicemente questi meccanismi di
sfoghi si sono spontaneamente generati e sviluppati per reazione; ma, avendo
successo di pubblico e di utenti, di share, sono sfruttati come occasioni di
business (basta ricordare che oggi il così detto entertainment è una delle
industrie di maggior profitto e sviluppo futuro); quindi, in ultima analisi,
sono sfoghi fisiologici al sistema anche nel senso, non secondario, che
producono un fatturato rilevante per le multinazionali che li gestiscono.
Fra gli sfoghi, in primo luogo c’è il così detto tifo sportivo, ad
esempio quello da stadio, in cui ciascuno di noi può sfogare parte delle sue
pulsioni, sentirsi parte di una quanto mai strana comunità (quella dei tifosi),

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darsi una quanto mai strana identità (quella di quella data squadra, ad
esempio: ‘sono interista’) e sfogare le sue pulsioni aggressive sui tifosi delle
squadre avversarie: istituzionalizzazione con profitti della pratica animale
del branco contro branco. Certo, il tifo sportivo non si è originariamente
sviluppato per assolvere questo compito, ma ha subito una deriva che ha
portato alle situazioni attuali.
Un altro sfogo è tutta l’industria del piacere; anzitutto il porno, la
cui azione continua ha come risultato l’intorpidimento delle pulsioni sessuali
da un lato e la distorsione del rapporto con l’altro che diventa puro oggetto
di piacere. Questo sfogo ha ovviamente la sua concretizzazione corporea
nella pratica della frequentazione delle prostitute: anch’esse vittime che
devono giocare appunto il ruolo di oggetti di piacere.
L’industria dello spettacolo invece assume inconsapevolmente il
ruolo di distrazione degli spettatori. Distrazione e alleviamento della
situazione di malessere, cioè il ‘passare due belle ore’: una sorta di
analgesico per poter ‘respirare un’aria diversa’. Altro importante ruolo dello
spettacolo è anche quello di favorire le derive culturali: cioè proponendo
modelli, stereotipi a cui richiamarsi o demolendo valori acquisiti; anche
questo viene fatto quotidianamente ma inconsapevolmente dal momento che
anche gli operatori stessi dello spettacolo subiscono le anestesie e le derive
in atto nella società: è per questo che sono ottimi attori, non recitano una
parte ma loro stessi, cioè diventano modelli di riferimento.
L’industria della moda copre inconsapevolmente molteplici ruoli. La
moda crea delle maschere e conseguentemente dei modelli di
comportamento, in primo luogo secondo dei cliché di conformizzazione di
ciò che non è ancora stato reso conforme e quindi assorbito favorendo
l’assorbimento di ciò che è eccentrico e che potrebbe degenerare in modelli
di contestazione; in secondo luogo mascherando appunto le nostre più
proprie identità, uniformandole ai modelli, etichettando le personalità,
assegnandoci dei ruoli anche nell’apparire. Detto per inciso, i modelli
proposti dalla moda incidono pesantemente anche sul nostro corpo
proponendo corpi la cui imitazione porta a pratiche di cura del corpo che
sono antisalutari e a patologie vere e proprie (anoressia, bulimia).
L’industria dei media televisivi mette in atto pratiche che sono la
condensazione, il potenziamento e l’enfasi di tutte le pratiche precedenti: il
tifo sportivo, la gestione del piacere, lo spettacolo con i suoi effetti di
distrazione e deriva, la moda con i suoi cliché hanno tutti uno spazio e un
tempo di rispetto nei palinsesti televisivi. La televisione si costituisce allora
come cassa di risonanza delle pratiche suddette grazie alla grande facilità di
penetrazione su un vastissimo bacino di pubblico. Il pubblico subisce
passivamente il contenuto proposto dal mezzo televisivo, non ha un vero e
proprio spirito critico, né potrebbe, essendo già in una pratica di anestesia.

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Questo stato non favorisce quindi una reazione qualsivoglia, il
perseguimento di pratiche alternative; la mente si ferma e il corpo
letteralmente si siede.
La televisione ha anche il compito di coprire una pratica rimasta
esclusa dalle pratiche precedenti e cioè l’informazione, sia questa
l’informazione giornalistica o divulgativa: l’informazione e i contenuti della
divulgazione vengono proposti mediante un uso del linguaggio che ricalca le
modalità più sopra delineate e quindi atto a trasmettere parole d’ordine.
Tramite l’informazione vengono imposti, come parole d’ordine, tutti i
messaggi che ancora non hanno trovato una loro espressione in qualcuna
delle pratiche precedenti innescando quindi i processi di deriva culturale. La
televisione cioè non dice il vero ma il funzionale, non pratica la parresia ma
la mistificazione strumentale: funzionalità e strumentalità ai modelli
dominanti.
In fondo la televisione ha la funzione di manutenzione preventiva:
assicura il funzionamento di un certo stato di cose secondo disegni e modelli
stabiliti. La televisione quindi emerge come la pratica anestetizzante e
derivante per eccellenza e, mediante le pratiche informative, mistificante. La
televisione e i suoi contenuti diventano Il Riferimento Unico.
In questa situazione complessiva qualcuno può avere l’illusione di
rigenerare una sua presenza nella società, rigenerare relazioni tramite le chat
o affermare la propria identità e il proprio pensiero tramite i blog: così
facendo però altro non fa che scrivere la propria solitudine e quindi
fossilizzarla, nero su bianco, nel testo della chat o del blog.
Questo delle chat e dei blog non è l’unico placebo. Sempre più
persone sono attratte dai miti, una mitologia trasfigurata e reinterpretata sul
presente, dislocata storicamente sia nel tempo sia nello spazio. Non si sta
parlando ovviamente dell’interesse culturale per i miti quanto del fatto che
sempre più spesso questi vengono assunti a modelli e a giustificazioni di
comportamenti aberranti o comunque a giustificazione di violenze e
aggressività, vedi ad esempio le pratiche sataniche, le esagerazioni ed
estremizzazioni riscontrabili anche all’incrocio con altri sfoghi come per
esempio è il caso del tifo calcistico.
In tutti questi sfoghi è il corpo che ne esce violentato, nella mente e nella
carne, con conseguente caduta della dimensione animale, del corpo-carne e
suo conseguente e necessario prorompere ed emergere in modo
incontrollato, cioè ancora attraverso la violenza e l’aggressività. Aggressività
che è l’esatto opposto dell’anestesia: è aisthesis allo stato puro. Si esce
dall’anestesia con l’aggresività, il suo opposto. Il corpo frustrato e represso,
seduto alla televisione, solo e passivo, ad un certo punto dovrà comunque
esprimersi, dovrà trovare un fuori: sempre più frequentemente accade che la
scelta sia fra implodere nel suicidio o esplodere nell’aggressività. Le analisi

3
sociologiche, psicologiche e antropologiche del contemporaneo hanno
evidenziato questi stati di cose in modo oramai estremamente dettagliato e
documentato.

4
Malattia della produzione umana

La società

Alienazione

Anestesia

L’economia

La crescita continua

Lo sviluppo insostenibile

Le scienze

Gli strumenti delle scienze

Che cos’è uno strumento di misura?


Che cos’è uno strumento di percezione?
Che cos’è una teoria?
Che cos’è un sistema?

4
Metodo scientifico?

Su tutti i concetti base delle scienze qui sotto riportati, si possono


citare almeno una ventina (spesso molto di più) di definizioni diverse, molte
divergenti, alcune contraddittorie fra loro. Da stupido mi chiedo: quando un
concetto è passibile di tale ricchezza definitoria può considerarsi definito? O
è il concetto di definizione a dover essere messo in discussione come pure è
stato fatto?
Interpretazioni; non ci sono fatti, solo interpretazioni.
Con che cosa interpretiamo?
Con quali teorie e metafore?
Con quali immagini?
Esiste almeno una metodologia?
Se tutto cambia, se lo scenario interpretativo cambia, se le
condizioni di indagine cambiano, la supposta metodologia (di massima) si
adatta a questi cambiamenti: è questa ancora metodologia? Cosa vuol dire
‘metodo’ se lo applico solo alcune volte e poi comunque lo devo adattare,
cambiare?
Alla fine ci si risolve col dire che però la scienza in qualche modo,
con qualche grado di approssimazione, funziona; ma funziona per-noi,
questo non vuol dire che è vera per-sé, non vuol dire che conosce la realtà
(eventualmente interpreta in qualche misura, con qualche approssimazione la
realtà, ma forse con le scienze neanche si sa cosa sia la realtà); comunque
poi a interpretare siamo noi e dire che funziona per noi significa dire che le
scienze sono utili e questo è un atteggiamento pragmatico. Non è molto
distante da un buon ricettario di cucina.

Verità scientifica?

Relativismo

Confusione o situazione labirintica

Scienze e immaginario

Le scienze sono permeate da immaginario: che cos’è un quark? Una


particella ‘fuzzy’? un buco nero? Una logica ‘fuzzy’? (vedi anche concetti
dalla matematica delle catastrofi)

4
Le tecniche

Le tecniche sono la controparte pragmatica di risultati scientifici di


successo: sono ciò che permette di dire che alcuni risultati delle scienze
funzionano, sono funzionali a qualcosa; ma se così è, se questi risultati
scientifici sono funzionali a qualcosa, occorre indagare il ‘qualcosa’ e non il
risultato e tanto meno come si è arrivati a quel risultato e ancor meno alla
teoria che spiegherebbe quel risultato: non la scienza, se mai il contesto
strutturale e infrastrutturale economico-politico per il quale quel ‘qualcosa’ è
significativo e quel risultato è funzionale.

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“Umano, troppo umano”

Malattia è aver dimenticato quegli aspetti della condizione umana


che appunto sono stati e sono l’oggetto, l’obiettivo dell’opera di
anestetizzazione, e cioè:

L’animalità dell’uomo [evoluzione darwiniana]

La qualità, il piacere di..

L’anima

L’immaginale

I sogni

I miti

Le metafore

Le allegorie

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CASSANDRA E NEMESI

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Le grida di Cassandra non furono ascoltate. Non erano degne di
fede. Erano delirio. La potenza dell’ovvio portò alla sciagura.
Meglio l’ovvio, forse ritenuto più probabile, che lo spaesante.
L’ovvio è abitudine, induzione, continuazione, estrapolazione
lineare del passato sul futuro. Proiezione del noto passato
sull’ignoto futuro. Finchè non emerge emergenza. Emergenza
emerge, sempre e continuamente, non fa che emergere.
Banalmente, l’emergere è il modo dell’emergenza.

Queste parole, emergenza, emergere, ce le siamo inventate noi,


non possono non corrispondere a qualcosa che ci riguarda, reale,
immaginario o malato che sia. Quindi, comunque, sempre vero e
dunque reale. Anche l’ippogrifo, le paure, le manie, sono reali; la
stessa realtà del ferro e dell’entropia. Sono tutti concetti nostri,
della nostra mente, sia il ferro sia l’ippogrifo o l’entropia.

L’ovvio è dunque dare realtà al ferro e non all’ippogrifo, per questo


ci siamo inventati il concetto di immaginario; non alle paure, non
alle manie, per queste ci siamo inventati il concetto di psicosi.
L’ovvio non è poi noto ma solo abitudinario, consueto, talvolta
utile. L’ovvio è ignoto quanto una fantasia psicotica.

Ci accorgiamo dell’ignoto in caso di emergenza. Qualcosa di


inconsueto, non abitudinario ci destabilizza, lo troviamo spaesante.
È vero, è spaesante: normalmente non fa parte del nostro ‘paese’,
è estraneo, è strano.

La filosofia è come Cassandra, è spaesante. Lavora su ciò che


normalmente riteniamo noto. Ne fa emergere i paradossi, le aporie
e mostra l’ignoto. L’ignoto che noi siamo. Che questo sia inteso
come gioia di libertà piuttosto che tragedia è vana speranza ormai.
Come Cassandra, Filosofia non è mai stata ascoltata, non è mai
stata creduta. L’emergenza emergerà. Nemesi seguirà. Cassandra
lavora di pari passo con Nemesi, gli passa la palla.