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(cap.

1) IL MONDO ELLENISTICO-ROMANO E LA DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO


Nomadi e sedentari
Partendo dal Mediterraneo e procedendo verso EST, il primo organismo è la Persia che comprende
l’attuale IRAQ e IRAN. Conquistata da Alessandro Magno nel 331 a.C. passò verso la metà del III
secolo a.C. sotto il dominio dei Parti, essi diedero vita a un potente impero che fu per secoli in
lotta per il dominio della Siria, Armenia, Mesopotamia. La contesa divenne aspra con l’ascesa al
trono nel 224 a.C. della dinastia dei Sasanidi. Nel 470 d.C. fu travolto dall’invasione degli UNNI
BIANCHI un altro impero che comprendeva l’intera INDIA SETTENDRIONALE. Con la dinastia
GUPTA esso raggiunse il suo massimo splendore tra il IV e il V secolo. Nel 246 a.C. la creazione di
un vasto impero ad opera di SHIH HWANG-TI contribuì all’accentramento di un forte stato,
lottando con le famiglie dell’aristocrazia terriera sia contro le razzie degli Unni dell’attuale
Mongolia. Anche in Cina tra II e III secolo un periodo di aspre lotte sociali, di violenze e confusione
mentre ricominciano le incursioni degli Unni della Mongolia. Il risultato fu, la divisione dell’impero
in tre regni. Negli ultimi due millenni a.C. anche l’intera area mediterranea era stata investita dal
grande flusso migratorio indoeuropeo che aveva coinvolto India e Persia.

Il mondo delle città


Il LIMES segnava la separazione sul piano ideale e politico. Il CENTRO URBANO vero e proprio
detto URBS, aveva funzioni amministrative, politiche e commerciali di cui si avvalevano solo i
residenti, ma anche gli abitanti di un territorio più o meno vasto che prendeva il nome di CIVITAS.
La campagna era spesso organizzata attraverso la centuriazione in un reticolo di campi di forma
geometrica.

La diffusione del Cristianesimo


Il I e il II secolo a.C. vide anche la diffusione di tre classi meno abbienti alla scrittura. In questo
periodo entra in crisi la religione ufficiale di tipo politeista. Anche in India, Cina e Iran attraverso il
Buddismo, il Confucianesimo si era sviluppata la polemica contro il Politeismo. All’inizio sembrò
che dovesse trionfare il culto del Dio Mitra che ebbe larga diffusione anche negli ambienti della
corte imperiale, arrivando al punto di diventare quasi la religione ufficiale dell’impero. Il processo
non giunse al termine e il Mitraismo fu soppiantato dal Cristianesimo nel corso del IV secolo.

La crisi del III secolo e le persecuzioni contro i cristiani


Il Cristianesimo dovette affrontare la difficile prova delle PERSECUZIONI. In Occidente c’era da un
lato lo sviluppo delle città nelle quali si era venuta concentrando una quota di popolazione troppo
alta rispetto alle loro capacità produttive, dall’altro l’abbandono da parte dei contadini di terre che
stavano diventando meno produttive. Tra il II e III secolo si manifestò un fenomeno cioè lo
SQUILIBRIO della BILANCIA COMMERCIALE tra OCCIDENTE e ORIENTE. Il prelievo fiscale riusciva
in qualche modo a frenare il fenomeno ma alla lunga l’Occidente andava incontro ad un
impoverimento Carestie ed Epidemie, nel 166 comparve in Occidente la PESTE, RIVOLTE
CONTADINE, ripresa del BRIGANTAGGIO.
DIOCLEZIANO fu acclamato imperatore dell’esercito nel 284, attuò una riforma della costituzione
portò alla divisione dell’autorità imperiale tra Augusti e due Cesari. Il Cristianesimo fu avvertito
come pericolo per la pace, perciò, fu fatto oggetto di una grande persecuzione a partire dal 303. Il
suo successore Costantino invece ebbe l’intuizione che il Cristianesimo non era compatibile con il
dirigismo teocratico dell’imperatore ma poteva diventare un elemento di forza. Pur essendosi
limitato con l’EDITTO di MILANO 313 a.C. a riconoscere alle chiese cristiane libertà di culto e
restituzione dei beni confiscati egli si trovò a svolgere un ruolo decisivo nelle controversie
dottrinali che lacerarono la comunità cristiana.

L’organizzazione della chiesa e la definizione della dottrina cristiana


Il primo problema fu risolto attraverso la creazione di un ordinamento ecclesiastico aderente ai
quadri amministrativi dell’impero. Fu attuato un coordinamento tra vescovi di una stessa provincia
attraverso l’attribuzione di un ruolo di permanenza al vescovo della chiesa metropolitana. Le sedi
vescovili presero il nome di PATRIARCATI. Si trattava di Roma, Alessandria, Antioca alle quali si
aggiungono Costantinopoli, la nuova Roma che Costantino proclamò nel 333 capitale dell’impero.
Nel momento in cui la capitale viene trasferita a Costantinopoli e l’Occidente si avviava a diventare
l’appendice di un impero che si stava organizzando per difendere le sue provincie orientali anche il
primato della sede- romana era destinato ad essere considerato in maniera non univoca. In
Occidente era inteso come vero e propria potestà giurisdizionale del vescovo di Roma basata su un
riconoscimento dell’imperatore Valentiniano III al papa Leone Magno verso la metà del V secolo.
In Oriente era inteso come primato d’onore, essendo riservato ai Concili Ecumenici convocati
dall’imperatore il potere di decidere su questioni di carattere dottrinale. Il secondo problema che
trovò il Cristianesimo era la sistemazione di un vero e proprio CORPUS dottrinale.
DONATISMO movimento diffuso tra i vescovi africani del IV-V secolo i quali negavano la validità
dei sacramenti amministrativi da preti indigeni, proponendo un principio pericoloso per il
consolidamento della gerarchia ecclesiastica. Lo GNOSTICISMO era basato sulla contrapposizione
tra un Dio irraggiungibile e il mondo materiale.

L’Arianesimo e la nascita dell’eresia


L’imperatore Costantino fu indotto a riunire nel 325 a NICEA il primo CONCILIO ECUMENICO cioè
universale dato che i 300 vescovi che partecipavano deliberarono in nome di tutte le comunità
cristiane. Nel corso del V secolo vide procedere da un lato, la formazione di una nuova ideologia
imperiale che assegnava all’imperatore la suprema responsabilità nella difesa dell’ORTODOSSIA e
dall’altro l’elaborazione di una dottrina che può dirsi cattolica. Da questo momento si può parlare
di ERESIE cioè DOTTRINE CHE SI OPPONEVANO A VERITA’ PROPOSTE COME TALI DALLA CHIESA.
L’Arianesimo sconfitto nell’ambito dell’impero era destinato a tornare alla ribalta e a giocare in
occidente un ruolo politico. Esso fu percepito attraverso missionari occidentali dalle popolazioni
germaniche. CONCILIO di CALCEDONIA del 451 dichiarò Cristo vero Dio e vero uomo.
Le origini del Monachesimo
Il Monachesimo cristiano nato in Egitto nel III secolo appare diffuso soprattutto tra le classi
inferiori e caratterizzato da una sfiducia verso ogni speculazione intellettuale. Basilio vescovo di
Cesarea, in Cappadocia a partire dal 378 si limitò a promuovere la fondazione di monasteri sia in
luoghi che in città.

La diffusione del Monachesimo in Italia e nel resto dell’occidente


Gerolamo esponente di una nobile famiglia della Dalmazia dopo aver compiuto gli studi a Roma si
fece battezzare da eremita nel deserto del Calcide. Ritornato a Roma nel 382 divenne il punto di
riferimento di vari gruppi di nobildonne romane che partecipavano alla vita ascetica nelle loro
case. CASSIODORO dopo essere stato stretto collaboratore di TEODORICO re degli Ostrogoti nel
540 si ritirò nei suoi possedimenti in Calabria dove fondò un monastero.

Il monachesimo benedettino
Visione del tipo tradizionale della storia del Monachesimo e il richiamo a Benedetto da Norcia e al
Monachesimo Benedettino. Per esso scrisse intorno al 540 une Regola che era soltanto una delle
tante esistenti e che egli stesso non considerava né perfetta né definitiva.

(cap.2) L’OCCIDENTE ROMANO-GERMANICO


Il mito della razza pura
Lo storico romano Tacito nel 98 a.C. descrive i germani come una razza pura senza mescolanze che
assomiglia a sé stessa. Si possono individuare tre gruppi nell’ambito delle popolazioni germaniche:

 SETTENDRIONALE IN SCANDINAVIA E DANIMARCA


 ORIENTALE TRA L’ODER E LA VISTOLA
 OCCIDENTALE NELL’ATTUALE GERMANIA A EST DEL RENO
Il primo contatto con i romani avvenne nel II secolo a.C. quando i Cimbri e Teutani partendo dalla
Danimarca si spinsero fino alla Spagna, in Gallia e Italia dove furono sconfitti da Mario. La
conquista della Gallia da parte di Cesare rese definitivo il contatto con Romani e Germani.
Gerarchia esistente era quella dei Duces capi militari riconosciuti per prestigio guerriero.

La pressione dei confini con l’impero


I Germani Occidentali penetrarono con facilità nel territorio dell’impero già dal I secolo il loro
apporto si rilevò indispensabile per il reclutamento delle legioni da schierare a difesa dei confini.
L’impero riuscì a superare il momento critico accogliendo nelle regioni lungo il confine del Reno
tribù di Franchi, Alamanni e Burgundi e respingendo gli assalti dei Goti i quali sconfitti da Claudio
nel 269 non furono un pericolo. L’insediamento dei Visigoti in Tracia si era rivelato difficoltoso a
causa delle ostilità della popolazione e delle azioni di rapina ai danni delle città. Ne nacque una
guerra aperta che terminò il 9 agosto 378 con un grande disastro militare della storia romana. Da lì
a poco ci fu il generale Teodosio il futuro imperatore, il quale riuscì a stipulare un nuovo accordo
con i Visigoti che prevedeva il loro trasferimento nell’Illirico.

La divisione definitiva dell’impero


Con Teodosio fu possibile restaurare negli anni 392-395 l’unità imperiale. Alla sua morte l’impero
fu diviso in modo definitivo tra i due figli Onorio e Arcadio che ereditarono il primo l’Occidente con
capitale Milano, il secondo l’Oriente con capitale Costantinopoli. Essendo entrambi giovani il padre
impose ad Onorio la tutela del generale Stilicone e mise Arcadio sotto la guida del goto Rufino.
Tale politica portò come conseguenza l’ingresso dei Germani nel senato. La situazione precipitò
nel 406 quando il confine del Reno fu separato da Vandali, Alani, Svezzi diretti in Gallia e da qui in
Spagna dove giunsero nel 409. Il prestigio di Stilicone fu scosso per cui una volta abbandonato
dall’imperatore Onorio finì vittima di una sollecitazione delle truppe di nazionalità romana. La
scomparsa del generale vandalo aprì le porte dell’Italia ai Visigoti guidati da Alarico i quali
attraversarono l’intera penisola e nel 410 entrarono in Roma sottoponendo la città a un
saccheggio durato 3 giorni. Morto Alarico presso Cosenza i Visigoti risalirono l’Italia e ottennero di
potersi stanziare come federati in Aquitania nella Gallia Meridionale. I Vandali furono sconfitti in
Spagna dai Visigoti nel 429 sotto la guida del re Genserico passarono in Africa. Nel 455 giunsero a
saccheggiare Roma.

Il tramonto dell’Impero romano d’Occidente


L’autorità dell’imperatore d’Occidente la cui resistenza era stata spostata da Milano a Ravenna si
esercitava ormai sulle province come essa confinanti. Siagro sarà eliminato da Clodoveo nel 486, la
scomparsa di Stilicone aveva creato un momento di illusione che anche in Italia potesse aversi
l’estromissione definitiva dei Germani dai vertici dello Stato grazie anche all’aiuto di Costantinopoli
che nel 425 fece ascendere al trono d’Occidente Valentiniano III che prese ad esercitare una sorta
di protettorato sull’Italia. Tornò una politica di convergenza tra romani e barbari. Di essa fece
interprete Ezio che riprese la politica di Teodosio e Stilicone per utilizzare questa volta i Germani
contro gli Unni, i quali avevano invaso la Gallia e minacciato l’Italia. Infatti, Ezio nel 451 riuscì a
batterli, l’anno dopo Attila penetrò sul Mincio dove gli andò incontro il papa Leone I in qualità di
ambasciatore di Valentiniano II. Dopo la sua morte l’impero degli Unni si sfaldò, nel 454 Ezio fu
ucciso dallo stesso Valentiniano, il quale a sua volta cadde l’anno dopo per mano dei seguaci di
Ezio. La loro scomparsa creò ai vertici dello stato una situazione confusa con il rapido succedersi di
imperatori privi di potere effettivo. Odoacre dopo aver deposto nel 476 Romolo Augustolo, il
giovane imperatore padre rimandò a Costantinopoli le insegne imperiali dichiarando di voler
governare quello che restava dell’impero d’Oriente con il solo titolo patrizio.
Il sogno di Teodorico
Teodorico nel 489 era preoccupato per l’espansionismo di Odoacre in Dalmazia, portò in Italia il
suo popolo. Egli volle operare in pieno accordo sia con l’aristocrazia, sia con la chiesa cattolica. Sia
in Italia che negli altri territori dell’ex impero d’occidente fece aumentare la disponibilità di terre. I
Goti erano governati da Comites: conti i quali erano anche i governatori militari del distretto in cui
era diviso il territorio. Teodorico richiamò una vecchia legge romana del 370 che vietava i
matrimoni tra romani e barbari e sostenendo l’Arianesimo. Il sogno di Teodorico di essere anche
custode della libertà si infranse contro le resistenze sia del mondo germanico che di quello
romano che gli aveva consentito di legare a sé Franchi, Vandali, Visigoti ma ben presto la sua
politica estera si scontrò con un analogo progetto concepito dal re dei Franchi, Clodoveo. Infine,
Teodorico ebbe complotti ovunque, nel 525 l’imperatore Giustiniano dava inizio alla riconquista
dell’Italia, nel progetto di riconquista dell’intero Occidente.

Gli altri regni romano-barbarici


I Vandali tra il 533 e il 534 furono travolti dall’espansionismo di Giustiniano e sparirono dall’ascesa
politica. I Visigoti si allargarono in Provenza e nella penisola iberica. Furono bloccati dai Franchi, i
quali li sconfissero a sud della Loira nel 507 togliendo loro Aquitania e sospingendola verso la
penisola iberica. Nel 589 RE e popolo dei Visigoti si convertirono al Cattolicesimo che si espresse
nel Concili di Toleso. Tutto lasciava presagire per il regno dei Visigoti un futuro di stabilità ma un
accadimento improvviso ne provocò la fine: invasione araba del 711

Il regno dei Franchi


Nel 482 furono inglobati nel dominio di Clodoveo, i Franchi. Dopo aver eliminato nel 486 l’ultima
presenza romana in Gallia, egli si volse con estrema decisione contro le altre popolazioni
germaniche della Gallia. Trovò ostacolo nel re degli Ostrogoti, Teodorico il quale intervenne a
difesa dei Visigoti e Alamanni. I successori si Clodoveo nel 511 inglobarono nei loro domini anche
territori dei Turingi (531) e del regno dei Burgundi (533). Il termine Franco indicava l’uomo
libero, contrapposto a chi soprattutto abitante delle campagne era soggetto a vincoli di servitù
di varia natura.
L’influenza degli uomini di chiesa nell’orientare la dinastia merovingia verso modelli politici
estranei alla tradizione germanica e che portarono alla creazione di un ordinamento pubblico
articolato in distretti (CONTEE) governati da rappresentanti del re (CONTI) non impedì che si
affermasse una concezione patrimoniale dello stato. Alla morte di Clodoveo esso, infatti, venne
diviso in parti uguali tra i suoi quattro figli:

 Neustria fino al 486 si era mantenuta sotto la dominazione romana.


 Austrasia dal bacino della Mosa si spingeva nel cuore della Germani.
 Aquitania scarsa era la presenza dei franchi.
 Borbogna conservò tenacemente la sua individualità politico-culturale.
Il sistema di successione basato sulla spartizione territoriali non evitò l’esplosione di lotte e odi
famigliari. I germani non furono portatori di una nuova organizzazione della società fu chiaro dal
comportamento dei visigoti che nel 454 repressero le rivolte dei romani in Gallia e Spagna. Si
attuano persecuzioni a danno della chiesa cattolica, come avvenne con gli ostrogoti in Italia e con i
vandali in Africa.
Le più antiche compilazioni furono:

 Codice Eurico per i visigoti (470/480)


 Legge salica di Clodoveo (507/511)
 Legge dei burgundi (501/515)

(cap.3) L’ORIENTE ROMANO-BIZANTINO E SLAVO


Le ragioni di un destino diverso
In Occidente si stava delineando una nuova realtà attraverso la fusione di due realtà differenti,
ovvero quella germanica e quella cristiano-romana; la parte Orientale si mostrava invece molto
resistente di fronte alle pressioni esterne e alle tensioni interne. Ciò avvenne per la capacità di
adattamento a situazione mutevoli e per la fedeltà alle tradizioni. Nuova civiltà: l'impero bizantino
venne chiamato "Romania" durante tutto il Medioevo. Esso era molto differente dall'impero
d'Occidente perché non c'era una concentrazione di terre nelle mani dell'aristocrazia; le città
avevano una struttura economica e sociale più complessa; l'aristocrazia non godeva di un'illimitata
superiorità rispetto al resto della popolazione. Costanzo II, figlio di Costantino, dotò Costantinopoli
di un senato a imitazione di quello di Roma. Esso ebbe maggiore libertà d'azione rispetto a quello
d'Occidente per l'assenza di una grande aristocrazia. Si poterono applicare le riforme di
Diocleziano. Pieno controllo dello Stato sulla Chiesa, si rafforzò la flotta e venne creato un esercito
ben addestrato.

La crescita impetuosa di Costantinopoli


Costantinopoli nasce l'11 maggio del 330, giorno in cui Costantino la inaugurò. Già con il figlio
Costanzo, essa si può paragonare come una concorrente di Roma.
Roma era in declino dato che dopo Massenzio (che vi risiedette dal 306 al 312) gli imperatori
decisero di stabilirsi in varie città (come Milano, Treviri e Sirmio) per poi rifugiarsi nella sicura
Ravenna, protetta dalle paludi e collegata via mare a Costantinopoli.
Costantinopoli venne creata a immagine e somiglianza di Roma: venne creata l'anno a civica per la
distribuzione del grano alla popolazione; vennero istituiti i giochi del circo, costruirono un
ippodromo, corrispondente al Circo Massimo di Roma e collegato direttamente al palazzo reale,
per facilitare l'ingresso all'imperatore. Distacco sempre più marcato tra imperatore e popolo, area
di sacralità in quanto venne esaltato il suo ruolo e venne dichiarato responsabile della salvezza del
popolo cristiano. Egli, quindi, convocava e presiedeva ai vari concili ecumenici e decideva
dell'elezione dei vescovi nelle sedi più importanti, come Costantinopoli o i patriarcati di
Alessandria, Antiochia, Gerusalemme. Divisione tra Oriente e Occidente già con la spartizione
dell’impero che venne diviso tra Arcadio e Onorio alla morte di Teodosio nel 395, poi
definitivamente con la questione barbarica: in Occidente stava inserendo i Germani nell'esercito e
nelle alte cariche pubbliche, mentre l'Oriente rifiutava un'apertura nei loro confronti. Spinsero
verso Occidente Visigoti e i Germani orientali, inquieti sotto le pressioni degli Unni.

Giustiniano e la ripresa dell'iniziativa imperiale


La liberazione dalle oppressioni germaniche consentì prima a Zenone e poi ad Anastasio I di
concentrarsi sulla risoluzione di due grandi problemi interni: le rivolte degli Isauri e le agitazioni
provocate dai contrasti a sfondo religioso. La soluzione al problema religioso fu impossibile. Si
cercò di adottare una politica più conciliante nei confronti del Monofisismo (Siria ed Egitto) ma
favorì l'esplosione di rivolte a Costantinopoli e nelle regioni centrali nonché un contrasto con la
Chiesa di Roma. L'imperatore Giustiniano (527-565) concepì il disegno di riportare l'Occidente
sotto l'autorità imperiale recuperando pienamente i rapporti con il papa. Sotto l'influenza della
moglie Teodora che proteggeva i monofisiti, tentò di attenuarne l'intransigenza: essi, infatti,
volevano dimostrare la scarsa chiarezza dei provvedimenti presi contro le dottrine di Nestorio nel
Concilio di Calcedonia del 451, che intanto si erano diffuse in Persia, Pakistan ed India. Nel 543-44
emanò l'editto dei "Tre capitoli" con il quale venivano condannati gli scritti di tre teologi
filonestoriani di Antiochia: Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro, Ibas di Edessa, che erano
stati assolti nel Concilio di Calcedonia. Non si mise fine all'opposizione dei monofisiti e anzi si
accentua la spaccatura con i vescovi d'Occidente. Sul trono di Pietro sedeva papà Vigilio che rifiutò
di ratificare l'editto di Giustiniano. Nel 456 venne imprigionato e trasportato a Costantinopoli
dall'imperatore che lo convinse ad accettare il provvedimento. Avvenne un vero e proprio scisma.
Giustiniano aveva programmato la riconquista dell'Italia che venne iniziata nel 535, con il progetto
di restaurare l'ordine sociale e puntando alla riconquista dell'intero Occidente. La guerra in Italia
fu dura e difficile e al termine di questa l'imperatore emanò, nel 554, una Prammatica Sanzione su
richiesta di papa Vigilio. Giustiniano aveva puntato la Spagna dei Visigoti. L'occasione gli venne
fornita dallo stesso re Atanagildo il quale si era schierato contro alla politica filoariana del re Agila
e aveva chiesto aiuto all'imperatore d'Oriente. Il contingente bizantino conquistò il tratto di terra
corrispondente alle odierne città di Malaga e Cordova. Le vie commerciali sarebbero state liberate
dal controllo della Persia e Costantinopoli sarebbe diventata punto di incontro dei tre continenti.
Giustiano avviò, avvalendosi dell'opera di un intelligente collaboratore come Triboniano, un
progetto grandioso di riorganizzazione del patrimonio giuridico romano elaborando il famoso
Corpus Iuris Civilis, alla base di tutta la produzione giuridica europea successiva.

Dall'impero universale all'impero Bizantino


La stesura del Corpus Iuris Civilis fu in latino. L'imperatore non riuscì a risolvere i contrasti interni
dovuto alla religione e la situazione interna non era più tranquilla, soprattutto nella capitale dove
ormai la popolazione di aggirava sul milione. La plebe veniva frenata dalla distribuzione del grano
e dai giochi nell'ippodromo: tuttavia avvennero diverse rivolte per fame che culminarono
nell'incendio del palazzo del prefetto del pretorio e nel 562 in una congiura a danno
dell'imperatore stesso. I successi della politica estera erano solo apparenti. Le conquiste in Spagna
e Italia andarono via via perdendosi e l'imperatore lasciò ai suoi successo il grave peso della
questione degli Slavi e degli Avari, nonché quella dei Persiani. L'attenzione si spostò sul controllo
del Nord Africa e del Medio Oriente. Non si parla di processo di decadenza come sostiene lo
storico inglese Gibbon, ma piuttosto di una traslazione verso Oriente che favorì una nuova
organizzazione all'interno dello stato e assumendo una fisionomia greco- orientale. Vennero
scritte in greco le Novelle, le nuove leggi emanate da Giustiniano dopo il Corpus; i suoi successori
non utilizzarono più titoli latini per definire l'imperatore ma utilizzarono la parola greca "basileus",
prevalente al tempo di Eraclio.

L'insediamento di Slavi, Avari e Bulgari nei Balcani


Gli Slavi fecero la loro comparsa nei Balcani nel VI secolo. Si cerca di individuare la loro patria
d'origine nella zona corrispondente all'area che contiene le odierne Polonia, Boemi, Ucraina,
Slovacchia. Avevano una precisa identità culturale e linguistica: si insediarono nelle vaste regioni
dell'Europa centrale, orientale e sud-orientale e questa identità andò via via affievolendosi. Si
divisero quindi in slavi occidentali, meridionali e orientali. Si for0marono delle vere e proprie
nazioni: il processo fu lento e contrastato, si svolse sotto la pressione delle grandi formazioni
politiche e religiose del tempo: da una parte Bisanzio e la Chiesa Bizantina e dall'altra la Chiesa di
Roma e l’Impero romano-germanico di Carlo Magno. Gli slavi meridionali si insediarono nei
territori bizantini tra il 7 e l'8 secolo e dagli anni 80 del 6 secolo la loro pressione crebbe
enormemente, alla quale si aggiunse quella degli Avari: il tutto culminò con la presa di Tessalonica
e di Costantinopoli proprio nel periodo in cui Bisanzio stava portando avanti la guerra contro i
Persiani, sostituiti da lì a poco dagli arabi. - I Bizantini tentarono di recuperare in qualche maniera
la loro influenza sui Balcani. Situazione complicata con la conquista da parte del popolo turco, dei
Bulgari, Dacia e Mesia. Processo di slavizzazione, si formò una politica bulgaro-slava, riconosciuta
da Bisanzio nel 681. Si tenta di recuperare le posizioni perdute nelle restanti regioni balcaniche
con terribili massacri ma anche con progetti di acculturazione. Per questi ultimi, valido fu il
processo di evangelizzazione, che mascherava l'espansione politica. Essa avvenne per opera di due
missionari bizantini provenienti da Tessalonica, Cirillo (909) e Metodio (885) che affiancarono
all'evangelizzazione un'attività di stimolo sul piano culturale attraverso la creazione di una lingua
liturgica slava. Lo stesso Cirillo creò un alfabeto (il glagolitico) che diede origine a quello cirillico, da
cui derivano gli alfabeti russo, bulgaro e serbo. Bipartizione tra popoli slavi che ricevettero il
cristianesimo da Bisanzio e gli altri che lo ebbero da Roma. Si parla di Slavia Ortodossa e Slavia
Romana.

La riorganizzazione dell'impero bizantino e la ripresa della guerra con i Persiani


Profonda riorganizzazione delle strutture dell'impero avviata da imperatore Maurizio e continuata
da Eraclio. Maurizio munì le provincie di Italia e Africa di milizie militari in grado di difendere
autonomamente quei territori: esse vennero affidate a dei governatori militari detti esarchi, che
erano anche a capo dell'apparato amministrativo. Si annulla la separazione tra potere militare e
civile. Nel 602 Maurizio venne deposto da Foca, un sottufficiale che guidò la rivolta delle truppe
impegnate nei Balcani contro gli Avari. Rese impossibile questo progetto e in più fu un periodo
disastroso per l'impero. Grave debolezza nei confronti dei Persiani, che invasero Antiochia (613),
Gerusalemme (614) e Alessandria d'Egitto (619). Furono prese le reliquie tra cui quelle della Santa
Croce.
Eraclio depose Foca, e avviò una riforma militare e amministrativa sul modello del predecessore
Maurizio. Divise ciò che restava dell'Asia Minore bizantina in circoscrizioni territoriali che presero il
nome di temi, al capo di ognuno dei quali si trovava uno stratega. I soldati divennero così sia
difensori che possessori delle terre che gli erano affidate. La novità era che tutto ciò prevedeva il
coinvolgimento di contadini ed ex schiavi: si formò una catena di piccoli proprietari fondiari. Le
riforme di Eraclio diedero frutti: appoggiato dell'apparato ecclesiastico, sconfisse i nemici, non
mirando alla riconquista dei territori occupati dai Persiani, bensì portò la guerra nel cuore
dell'impero, quando Costantinopoli stava cercando di respingere il grande esercito di Avari e Slavi.
Conquistò quindi Ctesifonte e impose un trattato di pace che prevedeva la restituzione di tutti i
territori occupati (Armenia, Mesopotamia, Egitto, Siria, Palestina). Il re persiano Cosroe II morì e
mise fine alla minaccia persiana. Nel 630 Eraclio soccorse Costantinopoli e sconfisse gli Avari.
Eraclio cercò di sanare le controversie religiose e nel 638 il patriarca di Costantinopoli, Sergio,
elaborò una formula teologica di compromesso che accettava nell'esistenza di Cristo due nature
distinte umana e divina, ma le presentava unite da una sola volontà (Monotelismo). La teoria
venne accolta di buon grado a Roma ma all'accettazione di papa Onorio seguirono le opposizioni
dei pontefici successivi. Lungo conflitto tra papato e impero nei secoli successivi che culmina nel
653 al tempo dell'imperatore Costante II con l'arresto di papa Martino I e la sua deportazione a
Costantinopoli. La questione resta aperta fino al 680 quando Costantino IV raggiunse un accordo
con papa Agatone. Fu convocato un sinodo a Roma con la partecipazione dei vescovi italiani, della
Gallia e dell'Inghilterra e l'anno dopo, a Costantinopoli, venne convocato il concilio ecumenico che
condannò il Monotelismo, giudicandolo un Monofisismo mascherato. - Invasione araba nel 638 in
Siria e in Palestina per poi giungere in Egitto, dove vennero accolti con favore dai monofisiti che
nel 640 aprirono loro le porte di Alessandria confidando nella loro tolleranza religiosa.

La funzione storica di Bisanzio


Eraclio dopo aver recuperato gran parte dei territori gran parte appartenuti in passato all'impero,
negli ultimi anni di governo li vide cadere nelle mani degli invasori Arabi che però non riuscirono a
venire a capo alla resistenza Bizantina grazie anche all'ordine mento militare e amministrativo
introdotto dall'imperatore. Due attacchi da parte degli Arabi nel 674 e 687 a Costantinopoli. Il
territorio era ormai ridotto alla gran parte della Turchia, l'immediato retroterra della capitale nella
Tracia orientale e la parte dell'Italia non conquistata dai Longobardi. Tra IX e X secolo si aprì l'età
d'oro di Bisanzio, che inaugurò una politica estera dinamica in Italia e nei Balcani. Si formò una
cristianità slavo-ortodossa. Bisanzio influenzò con le sue istituzioni politiche tutto il mondo
occidentale e preservo l'Europa dall'andata espansionistica araba.
(cap.4) L’ITALIA TRA BIZANTINI E LONGOBARDI
La guerra greco-gotica
Guerra combattuta tra i Bizantini e gli Ostrogoti. Giustiniano avviò la riconquista dell'Italia nel 535
affidando la guida dell'esercito a Grande generale Belisario. La prima fase della guerra si concluse
nel 540 con la conquista di Ravenna e il ritiro oltre il Po dei Goti, i quali ripresero l'offensiva nel
542 sotto la guida del re Totila. I Bizantini, che affidarono il comando dell'esercito al nuovo
generale Narsete, successore di Belisario che fu richiamato in patria, sconfissero Totila nel 552 a
Gualdo Tadino e poi il suo successore Toia. La riconquista fu accompagnata dal tentativo di
restaurare gli antichi rapporti sociali e di dare al territorio un nuovo assetto amministrativo sulla
base delle disposizioni contenute nella Prammatica Sanzione emanata da Giustiniano nel 554.
Vennero considerati validi gli atti di Teodorico e dei suoi successori mentre furono considerati nulli
quelli del nefandissimo Totila. Le terre e i greggi furono restituiti ai proprietari, così anche gli
schiavi che già avevano sposato delle donne libere. Le chiese cattoliche sequestrarono i beni a
quelle ariane. L'Italia fu divisa in distretti nei quali l'amministrazione civile era assegnata a uno
iudex mentre quella militare a un dux posti sotto l'autorità di Narsete, che rimase in Italia fino al
568, quando venne richiamato dall'imperatore Giustino II. I provvedimenti sopra citati miravano a
fornire i mezzi all'impero per una prossima espansione, ma ciò demoralizzava le scarse truppe e
invogliava la gente a provare nostalgia per il vecchio regime politico.

I Longobardi e la rottura dell'unità politica dell'Italia


I Longobardi erano un popolo originario della Scandinavia, che nel 568 giunsero in Italia dal Friuli
sotto la guida del re Alboino. Non ebbero mai rapporti con il mondo romano e il loro trasferimento
dalla Pannonia non era stato concordato con l'imperatore né si era applicato il principio
dell’ospitalità. Non si erano mai distaccati dai loro usi tradizionali, infatti il loro re veniva eletto
dall'aristocrazia, ed era visto più come un capo militare strettamente condizionato dall'ordine
mento tribale del suo popolo. - Paolo Diacono, monaco longobardo, ricostruì la storia del suo
popolo alla fine del VII secolo: l'esercito si articolava in gruppi di guerrieri appartenenti a famiglie
le quali a loro volta si richiamavano ad un antenato comune e si muovevano con una certa
autonomia in pace e in guerra. - Il corpo di spedizione che si spinse più a sud fu quello del duca
Zottone che nel 571 raggiunse Benevento costeggiando l'Adriatico fino a Pescara. Queste
conquiste erano prive di continuità con il grosso dei territori longobardi che erano concentrati
nell'Italia padana. I Bizantini riuscirono a mantenere il controllo in gran parte della Romagna e
sulla Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona) e di una striscia di terra che attraverso
Perugia collegava la Pentapoli a Roma. Mantennero il dominio anche su Sicilia Sardegna e Corsica
e la striscia tra Civitavecchia e Amalfi, la Puglia centromeridionale e la Calabria. L'incompletezza
della conquista fu provocata anche dallo spirito di autonomia dei duchi, i quali dopo la scomparsa
di Alboino in seguito a una congiura nel 572 e del suo successore Clefi, tardarono per ben 10 anni a
nominare un altro sovrano. É il periodo della cosiddetta anarchia militare. Privarono la
popolazione romana assoggettata della capacità politica. Delogu osserva che nel regno dei
Longobardi vi fu un dominio politico-militare di un popolo dotato di una forte coscienza di sé e
l'Italia fu tra le regioni di Occidente quella più traumatizzata dal mondo germanico. Nel 568 anno
della frattura rispetto al passato, si punta a una vera e propria riorganizzazione del territorio.
Molto spesso i vescovadi furono sconvolti dal momento che essi si trovavano senza il loro titolare.
Infatti, i Longobardi non ebbero riguardo verso la Chiesa cattolica e non fecero nessuna distinzione
tra beni privati ed ecclesiastici. In questo ultimo caso, i Longobardi individuarono nelle ville le
strutture più adatte ad accogliere i nuclei armati dislocati nelle campagne. I cimiteri furono i segni
inequivocabili della cultura longobarda. - Per Delogu, i Longobardi erano già abituati a servirsi delle
costruzioni romane anche degradate. Essi non furono quindi la causa principale del degrado ma
anzi trovarono già il degrado quando invasero il mondo romano.

Gregorio Magno e l'evoluzione politica dei Longobardi


I Longobardi si diedero un ordinamento politico più stabile ed evoluto. Seguirono il modello
romano e il ruolo del re si rafforzò, ricercando anche un appoggio da parte dell'episcopato
cattolico. Restaurazione dell'autorità regia nel 584 a opera di Autari il quale si fece cedere dai
duchi la metà delle loro terre. Rifiutarono questa richiesta solo i duchi di Benevento e Spoleto. Per
gestire i beni della corona vennero creati degli appositi funzionari, i gastaldi, al fine di limitare il
potere dei duchi. I sovrani longobardi si avvalsero anche di una categoria particolare di
collaboratori, i gasindi, legati a loro da un vincolo di fedeltà personale e ricompensati da ricchi
doni. - Ad Autari successe Agilulfo (590-616) che si pose in termini non conflittuali la questione del
rapporto con la Chiesa Cattolica, guidata allora da un grande pontefice: Gregorio Magno. -
Gregorio Magno (590-604) era il discendente di una nobile famiglia romana, gli Anici, e si cimentò
negli studi letterari e giuridici. Diventò prefetto di Roma ma si dedicò poi alla vita religiosa,
distribuendo ai poveri alle sue ricchezze e trasformando la sua casa sul Celio in monastero. Fu
nominato cardinale da Benedetto I e fu inviato da Pelagio II in missione a Costantinopoli. Tornato a
Roma diventò consigliere del papa e nel 590 lo successe. Assunse l'appellativo di servus servorum
Dei. Concepì il disegno di rendere il papato indipendente dall'impero bizantino. Scrisse opere di
edificazione religiosa come i Dialogi, la Regola pastorale, i Moralia. Si preoccupò di assicurare alla
cristianità occidentale un'impronta unitaria riordinando e diffondendo la liturgia romana e dando
un ulteriore impulso all'evangelizzazione inviando nel 596 un gruppo di missionari guidati da
Agostino in Inghilterra dal re Etelberto di Kent che riuscì a far battezzare, assicurandosi il
collegamento con la chiesa inglese alla Santa sede. Si sostituì all'autorità imperiale difendendo
Roma dagli attacchi prima dei Duchi di Spoleto e Benevento e poi del re Agilulfo.

La fine del regno longobardo


Gregorio instaurò contati regolari con la corte di Pavia poiché Teodolinda era cattolica e fece
battezzare suo figlio Adaloalo nel 603 con il rito cattolico, che non stabilì la conversione in massa
dei Longobardi. Durante tutto il VII secolo sul trono si alternarono re cattolici e ariani. Nel 643,
Rotari già duca di Brescia fece emettere il cosiddetto Editto di Rotari che prevedeva la raccolta
scritta di tutte le leggi longobarde: diventato re riprese la guerra contro i Bizantini conquistando la
Liguria mentre Grimoaldo, già duca di Benevento, dopo essere diventato re, rese effettiva
l'autorità del sovrano sui territori longobardi dell'Italia meridionale. Il più grande re dei longobardi
fu Liutprando che completò l'effettiva conversione del suo piolo al cattolicesimo e contribuì al
superamento della divisione etnica tra Longobardi e Romani. Sperò anche in un appoggio del
papato che era in contrasto con Costantinopoli per la questione del culto delle immagini. Decise di
conquistare ciò che rimaneva dell'Italia romana, ovvero la Pentapoli e l'esarcato, mirando per
ultima a Roma. Il papa, Gregorio II gli andò incontro convincendo il re non solo a rinunciare alla
conquista della città ma anche di sgomberare le terre già conquistate nel ducato romano. Nel
rinunciare al castello di Sutri, Liutprando non lo restituì al governo bizantino ma alla chiesa
cattolica, nel 728. Questa donazione fu importantissima. Al tempo di Liutprando e ancora di più
con Astolfo tutti i liberi dotati di un reddito si riconoscevano nella tradizione longobarda. Con un
editto del 750 Astolfo prescrisse il tipo di armatura con cui i liberi del regno, longobardi o romani,
dovessero prestare il servizio militare, quindi sulla base della ricchezza e non più sull'origine
etnica. La conversione al cattolicesimo si era completata: i vescovi erano ormai provenienti
dall'aristocrazia longobarda la quale fondava e proteggeva monasteri. In Italia non si formò quella
convergenza tra potere regio ed episcopato, componente fondamentale per il regno dei visigoti in
Spagna e quello dei franchi in Gallia. Ad Astolfo successe Desiderio e si avviò una politica
espansionistica notevole. Il papato per ostacolarla non esitò a chiamare i Franchi in Italia, prima
con Pipino il Breve e poi con Carlo Magno.

L'Italia bizantina
L'invasione longobarda in Italia segnò una rottura in quei territori dominati ancora dai Bizantini. Si
mantenne ancora un'organizzazione sociale tradizionale e non ci fu una violenta sostituzione del
ceto dominante che però subì delle trasformazioni che lo avvicinarono alle usanze longobarde.
Problema della difesa perché l'impero in Italia non era in grado di inviare forze consistenti e ciò
contribuì alla scomparsa della separazione tra potere civile e militare con unificazione dei due
poteri nelle mani delle autorità militari; l'aristocrazia abbandonò gli ozi letterari e assunse impegni
militari in forma diretta. Vi fu una perdita dei beni situati nelle zone longobarde. - Convergenza tra
funzionari bizantini e ceto dirigente latino, favorita dal crescente rilievo economico-sociale e
politico che andavano ad assumere il clero e le istituzioni ecclesiastiche all'interno della società. Il
coordinamento di tutta la società intorno alla chiesa locale si vide con particolare evidenza a
Ravenna e a Roma. A Ravenna l'arcivescovo concentrò nelle sue mani un potere che nell'ambito
della Romagna faceva concorrenza a quello dell'esarca e che alimentò le sue ambizioni
ecclesiastiche, facendogli ottenere dall'imperatore nel 666 il riconoscimento dell'auto cefalia della
sua chiesa, vale a dire l'indipendenza dal punto di vista disciplinare dal papato.

Le origini dello Stato della Chiesa


A Roma i processi sociali e politici e vero i risvolti più clamorosi e duraturi. I pontefici ebbero la
capacità di stabilire una vera e propria egemonia sul Lazio, legando a sé l'aristocrazia romana. La
convergenza si esprimeva nel senato, che era formata da un'aristocrazia vicino al papato. In tale
condizione, la posizione del duca bizantino si indeboliva sempre di più, come conferma il biografo
di papa Zaccaria, che racconta che il pontefice partì per Ravenna lasciando la città di Roma sotto il
governo di Stefano, patrizio e duca. La carica del duca veniva soppressa e sostituita con quello di
patrizio dei romani, che Stefano II conferì a Pipino il Breve nel 754. Ciò era dovuta alla minaccia
longobarda, in quanto si creò un vero e proprio organismo di difesa contro di essa, questi
fenomeni si registrarono a Ravenna e Roma ma anche Venezia e Napoli. Il coordinamento della
società avvenne intorno a famiglie aristocratiche locali nonostante il peso dell'episcopato locale,
mentre invece nei centri più meridionali questi fenomeni non si registravano, nuova circoscrizione
militare detta tema di Sicilia, che comprendeva il ducato di Calabria e la Sicilia, contatti con
Costantinopoli. La Sardegna e la Corsica facevano parte del l'esarcato d'Africa con a capo
Cartagine.

(cap.5) IL MONDO ARABO E IL MEDITERRANEO


Il più grande impero del Medioevo
Nella distesa desertica dell'Arabia nasce una nuova religione, l'Islam, capace di imprimere
coesione ideologica all'aggressività dei nomadi del deserto e lanciarli alla conquista dell'impero. -
Centralità della questione araba sostenuta alla tesi di Pirenne: egli sostiene che i Germani,
insediatisi all'interno del mondo romano non lo abbiano alterato nei caratteri fondamentali
mentre gli arabi crearono una situazione completamente nuova provocando in Occidente la crisi
del commercio, la scomparsa delle città e la nascita di un'economia interamente agraria. Sono
state mosse due obiezioni di fondo: da un lato è stato osservato che l'economia e l'urbanesimo
dell'Occidente erano già in crisi da tempo, sebbene l'apice della crisi venga raggiunto proprio nei
secoli VII e VIII: dall'altro è stato dimostrato che anche dopo di essa i traffici marittimi del
mediterraneo non cessarono. - Lombard contesta la tesi di Pirenne, in quanto secondo lui gli Arabi
ebbero il merito di aver ravvivato l'economia dell'Occidente. - Gli Arabi crearono però un notevole
vuoto politico ostacolando l'impero Bizantino e riducendone il raggio d'azione: ciò diede più
potere e libertà alla chiesa di Roma e al regno dei franchi. Si instaura il progetto di collaborazione
tra potere politico e papato.

L'Arabia prima di Maometto


In base alle notizie più antiche la parte centro-settentrionale della penisola era abitata da tribù
nomadi di beduini che praticavano allevamento, il commercio carovaniero e le razzie. L'Arabia
meridionale invece era popolata da stirpi di lingua diversa rispetto alle popolazioni del centro-
nord. Nacquero qui vari regni tra chi quello di Saba, in rapporti commerciali con Roma e Bisanzio
finendo però nel 525 sotto la dominazione degli etiopi. La regione settentrionale invece ebbe
contatti con l'Egitto, i macedoni, persiani, greci e romani, come per esempio il popolo dei Nabatei,
conquistato da Traiano nel 105 d.C. e poi quello di Palmira distrutto da Aureliano nel 273 dc. La
maggior parte della popolazione era formata da beduini. Si realizzavano a volte delle aggregazioni
di carattere intertribale ma era la tribù che costituiva il normale quadro sociale di riferimento e le
decisioni erano prese in base alla sunna, ovvero i costumi ereditati dagli antenati. C'era un capo,
mentre un giudice e un consiglio lo assistevano; potevano avere voce in capitolo anche schiavi e
alleati. La donna era considerata come bene della famiglia ed era ceduta dietro al pagamento di
una dote al marito e rimaneva nella nuova famiglia anche se rimaneva vedova. Il quadro religioso
era caratterizzato dalla prevalenza del politeismo. Gli arabi delle regioni meridionali adoravano
divinità spesso personificazioni di elementi naturali come i pianeti, mentre quelli del nord
credevano a divinità sottomesse a una divinità suprema, detta Allah. I luoghi di culto erano metà di
pellegrinaggio e nello stesso punti di incontro commerciali. Erano presenti anche l'Ebraismo e il
Cristianesimo. Il primo aveva il suo punto di forza a Yathrib, la futura Medina mentre il secondo
era stato accolto nella forma monofisita o nestoriana. La circolazione avveniva principalmente
lungo un itinerario che collegava lo Yemen a Gaza, passando per Makkah, che divenne centro
dell'Arabia grazie a posizione geografica, all'abbondanza di sorgenti e alla capacità politica dei capi
della tribù di Quraish. Ne fecero infatti un centro commerciale e religioso riunendo tutte le divinità
degli arabi nella Kaaba, santuario che si credeva costruito da Abramo e dal figlio Ismaele, per
custodirei la pietra nera donata dall'arcangelo Gabriele. Si instaurò il dominio delle famiglie più
ricche tanto che la Mecca assunse le sembianze di una repubblica oligarchica di tipo mercantile. -
Maometto nacque qui tra il 569 e il 571.

Maometto e la nascita dell'Islam


La famiglia di Maometto non era l'ultima della città in quanto suo nonno era il custode della
sorgente di Zemzem, e aveva il compito di distribuire acqua ai pellegrini. Rimase orfano in tenera
età, venne cresciuto da uno zio e sposò una ricca vedova che gliene mise di dedicarsi alla
riflessione religiosa. Nel 610 mentre riposava in una grotta l'arcangelo Gabriele gli apparve in
sogno annunciando gli che sarebbe stato l'apostolo di Allah. Nel 613 inizio il percorso di
predicazione nell'indifferenza dei dirigenti quaraishiti. Il suo messaggio puntava a far riconoscere
Allah come unico e vero dio e fare atto di sottomissione (islam) alla sua autorità, introducendo
l'idea di un giudizio finale e il dovere di esercitare la solidarietà verso gli altri e i poveri in
particolare. Provoca l'ostilitá dei dirigenti in quanto videro in lui un ostacolo. Maometto continuò il
lavoro di predicazione ed ida elaborazione della dottrina definendo il rituale della preghiera (salah)
che il credente (muslim) doveva recitare rivolto verso Gerusalemme. Diventata la situazione
insostenibile, Maometto nel 622 lasciò di nascosto la Mecca per recarsi al paese materno, che
cambiò il suo nome in Medina. Questa fuga viene chiamata égira e viene considerata come l'inizio
di una nuova era, che venne fatta iniziare il primo giorno del mese di muarrahm, corrispondente al
16 luglio 622. Maometto cerca di riunire intorno a sé tutti gli abitanti della città, tra cui gli ebrei
che però si allontanavano da lui in quanto il pensiero si andava via via caratterizzando. Nel
febbraio del 624 Maometto decise di sostituire alla Mecca Gerusalemme come punto di
orientamento per la preghiera: l'unica vera fede era quella che Dio aveva rivelato verso di lui è
istituì il mese del digiuno (ramadan) in ricordo della rivelazione, avvenuta tra il 26 e 27 ramadan.

Il Corano e i pilastri della fede islamica


Il pensiero di Maometto fu fissato nel libro sacro del Corano solo una ventina di anni dopo la sua
morte (nel 632) per volontà del califfo Othman e ad opera di Zaid ibn Thabit, segretario del
profeta. La lingua utilizzata fu quella dei poeti arabi ed era destinata ad avere una grande
diffusione come lingua di cultura. Vi erano 5 pilastri da osservare in questa religione (Arkan-al-din):
1) doppia professione di fede (shahada): "non c'è altro dio all'infuori di Allah e Maometto è il suo
profeta". La prima, proclamando l'unicità di Allah distingue l'Islam dal politeismo mentre la
seconda lo distingue dalle altre religioni politeiste. La profezia di Maometto è la più perfetta e dio
non ne invierà di altre. Di qui l'obbligo del musulmano che sposa un'ebrea o una Cristiana a
educare i figli nella religione islamica, mentre un uomo di altra religione non può sposare una
donna islamica senza che prima si sia convertito all'islam; 2) preghiera: si rivolge a dio per chiede
perdono e benedizione, si recita in due modi ma sempre rivolti verso la Mecca: in forma anche
individuale cinque volte al giorno al richiamo del muezzin, in edificio consacrato al culto o in uno
spazio qualsiasi isolato al suolo da un tappeto e in forma comunitaria il venerdì al mezzogiorno,
seguita dal sermone dell'iman, studioso di testi sacri e in quanto esperto in grado di spiegarli.
Commenta i problemi del momento alla luce del Corano. 3) ramadan: intero mese dedicato alle
pratiche di devozione, alla lettura e all'approfondimento della fede in generale. É proibito dall'alba
al tramonto bere, mangiare, avere rapporti sessuali e oggi anche fumare. Esso si conclude con una
grande festa, la "festa di rottura del digiuno". 4) il pellegrinaggio alla Mecca: almeno una volta
nella vita. 5) elemosina legale o di purificazione (zakah): ad essa erano tenuti i fedeli benestanti
verso i più bisognosi, oggi é a livello di volontariato. - molti aggiungono un sesto pilastro ai 5 già
citati, ovvero la guerra Santa (jihad), considerata l'equivalente delle crociate cristiane. Anche il
ramadan é sorta di jihad personale. I teologi negano che la jihad faccia parte dei doveri di un
musulmano e ritengono guerre quelle che Maometto fece quando si trovava a Medina. Il Corano
dovrebbe dare qualsiasi risposta agli interrogativi umani ma non fu possile. Si fece ricorso alla
sunna, ovvero alla tradizione relativa al comportamento di Maometto in alcune particolari
circostanze.

La comunità musulmana delle origini e il califfato elettivo


Il messaggio di Maometto accoglieva aspetti non marginali della società e della cultura del modo
arabo quali la pratica della razzia da parte dei beduini, la poligamia, la schiavitù, il pellegrinaggio e
il culto della pietra Nera. - a Medina Maometto si fece costruire una casa che divenne luogo di
preghiera e di riunione raccogliendo intorno a sé gran parte degli abitanti della città. Gli attacchi
alle carovane che si muovevano tra la Mecca, la Siria e l'Egitto fornivano i mezzi di sopravvivenza
per gli abitanti di Medina ma costituivano una minaccia per i meccani e facevano crescere il
prestigio di Maometto. Ci fu una reazione da parte dei Quraishiti che dovettero prima di tutto
accettare una tregua e consentire nel 629 a Maometto di fare il pellegrinaggio alla Kaaba e poi
avvicinarsi a lui convertendosi all'islam e aprendogli alla fine le porte della città. Era l'11 gennaio
del 630 alla morte di Maometto insorsero problemi per la successione. C'era bisogno di un
sostituto (kahlifa, califfo), che avrebbe dovuto reggere la comunità (umma). La scelta cadde su Abu
Bakr che ebbe la meglio sul cugino e lo zio di Maometto, Ali e Abbas. Alcune tribù però non ne
riconobbero l'autorità e il califfo reagì con energia ristabilendo in meno di un anno il controllo sulla
penisola arabica lanciando nel corso del 633 le truppe verso l'Iraq e l'anno dopo verso la Siria. Morì
nel 634 apre di nuovo la questione spinosa sulla successione che fu risolta per una decina d'anni
con l'elezione di membri del ristretto gruppo dei parenti e dei primi compagni del profeta (califfato
elettivo). Ma la tensione culminò in vera e propria rottura (fitna) con l'ascesa al califfato di Ali che
stabilì la sua sede a Kufa. Egli venne deposto sulla base di una sentenza che lo ritenne colpevole
dell'assassinio del suo predecessore Othman e si mantenne in armi con i suoi seguaci che furono
detti sciiti, contrapposto alla maggioranza di musulmani ortodossi detti sunniti. - il 661, morte di
ali, proclamo il superamento del regime teocratico fondato sul Corano e sulla sunna, verso forme
organizzative più complesse.
La prima fase dell'espansione islamica
La comunità araba si cimentò in uno slancio espansionistico che spazzò via l'esercito dei persiani e
amputò quello bizantino nell'Africa del nord e nella Siria. Egiziani e siriani accolsero gli arabi come
liberatori. Dopo la scomparsa di Maometto ci fu una ripresa di vitalità nei clan familiari. I non arabi
convertiti all'islam vennero a trovarsi in un piano di inferiorità in quanto clienti (mawali) alla
protezione di un capo tribù. Da un punto di vista religiosa e fiscale erano equiparati agli altri
musulmani ma non potevano entrare nell'esercito. Agli inizi del VIII secolo fu consentito il
reclutamento nell'esercito di mawali pagati con regolare stipendio. I musulmani e i mawali
formavano comunità distinte e all'inizio si stabilirono anche in diverse città da cui nacquero poi le
odierne metropoli (Kufa, Mossul e Bassora in Iraq, Fustat (il Cairo) in Egitto e Kairouan in Tunisia).
I cristiani e gli ebrei costituivano la categoria dei dhimmi e pagavano una tassa speciale in segno di
soggezione e un'impronta ordinaria in base al reddito. - Per il governo dei territori conquistati fu
necessario provvedere a un apparato amministrativo. Ad ogni provincia fu assegnato un amir
(emiro) assistito da un gruppo di guardie nonché da un giudice e da un responsabile del diwan
(apparato finanziario) che amministrava non solo i bottini di guerra ma anche le entrate regolari
delle tasse pagate dagli infedeli e dalle elemosine versate dai musulmani. Rafforzamento del ruolo
del califfo, tendeva a dare stabilita al suo potere. Un esempio fu quello del governo del terzo
califfo elettivo, Othman, del clan degli Ommayadi, che si appoggiò ai membri del suo clan ma
contemporaneamente allargo le basi del suo potere creando una vasta clientela politica. Gli
Ommayadi dopo aver perso il califfato in favore di Ali tornarono al potere dopo la sua deposizione
con Muawjia nel 660 il quale inaugurò una lunga successione di Ommayadi.

La ripresa dell'espansione islamica e la crisi della dinastia Ommayade


La stabilizzazione del potere coincise con la ripresa dell'andata espansionistica araba. La capitale
venne trasferita a Damasco in Siria. Particolare attenzione venne dedicata all'Iraq dove gli sciiti si
mantennero a lungo in armi, e il primo obiettivo fu Costantinopoli che fu attaccata per terra e per
mare, dal momento che i califfi si avvalsero dell'utilizzo dei cantieri navali di Tripoli, Acri e
Alessandria. I bizantini risposero agli attacchi distruggendo nel 677 la flotta araba. Cipro, Creta e
Rodi furono conquistate. Fu ripresa l'espansione e si mirò a Cartagine che cadde nel 698
nonostante l'accanita resistenza dei bizantini e dei berberi; quest'ultimi guidati da una profetessa,
la Kahina, inflissero agli invasori varie sconfitte ma dovettero piegarsi. Si convertirono velocemente
al islam ma mantennero un forte spirito di autonomia aderendo al movimento dei Kharigiti. Nel
711 gli arabi passarono le colonne d'ercole giungendo sul promontorio che chiamarono Gebel el-
Tarik (Gibilterra), dal nome del comandante della flotta Tariq ibn Ziyad. Conquistarono la Spagna
(El Andalus) in 5 anni e passarono in Gallia anche se furono sconfitti a Poitiers nel 723.
Controllarono la Provenza e la Linguadoca. I califfi lanciarono l'offensiva verso l'India e l'Asia
centrale raggiungendo nel 710 il bacino dell'Indoa sud e quello di Syr Daria a nord. L'inserimento
arabo favorì la nascita di alcuni tra i più fiorenti centri di commercio dell'epoca, come Samarcanda
e Bukhara (oggi in Uzbekistan).
L'intervento degli Abbasidi e l'appogeo della civiltà araba Nel 747 in seguito all'insurrezione
guidata dagli Abbasidi, che si ritenevano legittimi successori di Maometto poiché discendenti dallo
zio paterno di questo, al-Abbas, essi si impadronirono del potere con l'appoggio degli sciiti e ucciso
l'ultimò califfo Ommayade spostarono la capitale dalla Siria all'Iraq e nel 762 venne fondata
Bagdad per opera di Qui Al-Mansur. - Lo stato venne riorganizzato sul modello dell'assolutismo
monarchico di stampo orientale e il califfo assunse un ruolo nuovo cioè quello di rappresentante di
dio in terra. Il potere effettivo quindi si concentrò nelle mani di potenti funzionari, tra cui il visir. -
Novità anche nel reclutamento dell'esercito, prima concepito come strumento di potere nelle
mani dei sovrani, ora passato sotto il controllo dei capi militari, gli amir. Nel 936 venne istituita la
carica di emiro degli emiri (amir al umara) che fu posto addirittura al di sopra del visir per limitare i
poteri di quest' ultimo. - La lingua araba fu un potente fattore di unità religiosa e culturale. Non fu
soltanto un mezzo di comunicazione ma fu anche la lingua della cultura che vide una grandissima
fioritura in tutti i campi, e Baghdad fu il centro principale di questa fioritura in vari campi, come
quello matematico (nel X secolo nacquero l'algebra e la trigonometria), medico, filosofico e
artistico, giuridico, letterario. - L'arte sembrò non aver conosciuto lo splendore che raggiunse sotto
la dinastia degli Ommayadi, tempo a cui risalgono i maggiori monumenti dell'architettura arabo-
musulmana sia religiosa che civile. Basta pensare alle moschee di Gerusalemme e di Damasco, ai
castelli di Siria, Palestina, Giordania. L'arte Abbaside si ritrova negli esempi delle moschee di
Samarra e del Cairo. - Grande slancio sul piano economico di cui beneficiarono anche Bisanzio e
l'Italia meridionale che svolsero un ruolo di raccordo tra l'occidente e il mondo arabo- musulmano.
- Il principale settore fu quello agricolo che vide dei cambiamenti sia nel regime di proprietà sia
nelle tecniche utilizzate per la coltivazione. - Le città ripresero e accentuarono il ruolo che avevano
avuto nel mondo ellenistico- romano e furono fondate nuove città. - Sviluppo artigianato e
commercio. Ruolo egemone della borghesia mercantile. I guadagni furono investiti nel settore
edile e in agricoltura.

La rottura dell'unità islamica


All'interno del mondo arabo vi erano anche elementi di debolezza e squilibri di carattere
strutturale (problemi legati all'agricoltura e alla ricchezza interna). - Insorsero fortissime spinte
autonomistiche per l'ambizione dei governatori locali e rivalità all'interno della dinastia regnante,
soprattutto nella prima era della dinastia Abbaside con califfi di primo ordine, tra cui al-Mansur,
Harun al-Rashid e al-Mamun. Il titolo di califfo fu rivendicato dalla dinastia dei Fatimiti e dall'emiro
di Cordova. Tentativi di secessione si registrarono anche nella parte centro orientale dell'impero
arabo soggetta alla pressione di tribù turche spinte verso occidente da cinesi e mongoli. I turchi
furono accolti nell'esercito come mercenari diventando il sostegno principale della dinastia
Abbaside. Questa tra il XI e XII secolo fu in grado di intraprendere tentativi espansionistici
riuscendo a mantenere il potere fino al 1258 quando Baghdad fu assediata dalle orde mongole di
Hulagu Khan.

Gli stati islamici di Egitto e Spagna


la Spagna diviene nel 756 un emirato indipendente da Baghdad e nel 929 un califfato. Politica di
tolleranza nei confronti di cristiani ed ebrei. Capitale Cordova. Realizzata politica espansionistica ai
danni dei cristiani del nord a cui fu tolto nel 997 Santiago de compostela, sia ai danni dei berberi
musulmani del Marocco e dell’Algeria occidentale, sottratti al controllo dei Fatimiti dell’Egitto. Il
processo di disgregazione fu interrotto dagli Almoravidi, dinastia berbera che nel 1086 estese il
suo dominio sulla Spagna. Fu a sua volta soppiantata da un'altra dinastia berbera, quella degli
Almohadi che tra il 1139 e il 1147 inglobò il loro dominio. L'Egitto divenne un califfato autonomo
grazie alla dinastia fatimita che impose il proprio dominio su magreb e Sicilia. Il Cairo dal 969
diventa il più grande centro commerciale dell'epoca.

La Sicilia islamica
Gli arabi operarono incursioni dal 625 dopo il loro insediamento in Tunisia e a Cartagine nel 698. -
invasione nel 827 da parte della dinastia degli Aghlabiti, sbarco a Mazara e scontro con i bizantini a
Corleone con l'esercito arabo formato da arabi, berberi, andalusi. - 840, conquista della Siria
occidentale, tra 842 e 3 quella di Messina. Siracusa venne conquistata nel 878, il 21 maggio. Tra il
962 e 5 caddero anche Taormina e Rametta. Sotto la dinastia dei Kalbiti, l'isola conobbe un periodo
di floridezza. Palermo fu divisa in 5 quartieri ed era ricca di monumenti sacri e profani, centro di
attività commerciale e culturale. nuove tecniche di coltivazione. Importante lo sviluppo della
poesia. Sicilia patria della poesia italiana.

Gli arabi, il mediterraneo, l'Europa


Gli arabi non provocarono fratture nette nel mediterraneo ma anzi i traffici commerciali
continuarono, notevole sincretismo culturale tra civiltà lontanissime tra di loro.

(cap.6) ECONOMIA E SOCIETA’ NELL’ALTO MEDIEVO


Il paesaggio e l'ambiente
Tra VI e VIII secolo: grande decadenza dell'urbanesimo antico, immagini di abbandono e degrado.
Alcune zone ne furono colpite semplicemente perché gli abitanti si spostarono da una città
all'altra: è quello che avvenne con Gaeta, nata nell'VIII secolo dal declino dell'antica Formia e con
Capua fondata nel 856 in un'ansa del Volturno, dopo che ne 841 era stata abbandonata la Capua
romana. Ne risentì anche la rete viaria e gli antichi tracciati: questo per il venire meno di scambi e
dell'intera vita di relazione. Si interruppero anche le manutenzioni di strade, argini di fiumi,
sistemazioni dei pendii e la canalizzazione delle acque. Esempio della Campania. La vita economica
e sociale ruotava ormai intorno a nuovi centri di aggregazione.

Il bosco tra realtà e rappresentazione mentale


La dilatazione delle foreste con intensità diversa tra le varie zone. In quelle a clima più secco non
rinacquero mai grandi boschi, ma le foreste caratterizzavano le grandi regioni aldilà del Reno.
Aldilà dell'Elba e del Danubio si estendevano le zeppe dell'Europa orientale. Importanza del bosco
nell'alto Medioevo a livello economico e materiale; inoltre, vi si praticava la caccia, componente
importante dell'alimentazione contadina. Nelle foreste si raccoglievano i frutti spontanei: la legna
per il riscaldamento, per la fabbricazione degli attrezzi agricoli e per la costruzione di case. Impiego
del legno diffuso già dall'antica Roma, i boschi erano ideali luoghi di pascolo per animali.
Particolare tipo di bosco era quello di castagno: oggetto d'attenzione perché fu curato in modo
tale da ricavarne prodotti di qualità per l'alimentazione umana ma anche per usi materiali
(costruzioni di barche e navi). Così accadde anche per il faggio da cui si ricavò cibo per i porci
(faggiane). - il bosco era anche il regno del meraviglioso e del mistero: luogo prescelto per la
favolistica e la novellistica del tempo in quanto sede di mostri, spiriti e streghe.

Il calo demografico
Si raggiunse un notevole calo demografico per diversi fattori, come le guerre e le devastazioni,
testimoniate anche dallo storico Procopio di Cesarea, il quale affermò che la guerra greco gotica da
sola provocò più di 10 milioni di morti. Pestilenze, ed epidemie come vaiolo, peste e tubercolosi,
per non dimenticare la malaria, favorirono il calo. Lo storico ci informa anche che durante la
guerra greco gotica tra 542 e 543 giunse un'epidemia di peste bubbonica dall'Etiopia che provocò
300000 vittime nella sola Costantinopoli. Si aggiunsero anche le devastazioni tra 568 e 569 dei
longobardi. - il calo non si verificò in tutte le zone in maniera uguale e con la stessa gravità. Fu
massima in Italia, ma minore in Spagna, Scandinavia, in zona dei Balcani e ancora norme in
Inghilterra e nelle regioni dell'Europa orientale.

La centralità della campagna


Il livello assai basso della produttività, causato dal carattere rudimentale degli attrezzi agricoli e
alla perdita di buona parte di conoscenze tecniche acquisite durante l'età romana. - crisi della
città: crisi dell'artigianato e scarsa disponibilità del denaro da parte del contadino favorirono l'auto
produzione e l'auto consumo di prodotti da parte del contadino. - modello organizzativo ben
preciso per l'organizzazione agricola. Tre zone concentriche di produzione attorno al villaggio: la
prima fascia era caratterizzata da terre intensamente coltivate come orti e vigneti; una seconda
zona era occupata dalla produzione di cereali; una terza zona era caratterizzata dai prati,
dall'incolto e dal bosco in generale. Schema poche volte adottato in maniera completa perché
alcune zone vicine alla città erano distribuite in maniera molto più varia e articolata. - da parte del
contadino c'era necessità di integrare i prodotti agricoli con la pesca, l'allevamento e la caccia. Ma
l'integrazione di allevamento e agricoltura non era favorevole nella zona mediterranea a causa
della natura arida del terreno. In mancanza di buoi e cavalli, la famiglia contadina era munita di
capre pecore e maiali che però non fornivano concime perché tenuti allo stato brado e non chiusi
dentro a un recinto. Era un motivo per la difficoltà di coltivazione. - tecniche agrarie in uso ai tempi
erano il sovescio (interramento di parte delle piante) e il debbio (incendio delle stoppe): quello più
usato però fu il maggese, vale a dire il riposo del terreno dopo ogni raccolto. Di solito il riposo
durava un anno (rotazione biennale). Il terreno era diviso in due parti e ogni anno una parte era
coltivata e l'altra restava a riposo, e l'anno seguente avveniva il contrario. Nella parte a maggese
pascolava il bestiame.
L'organizzazione della curtis
In mancanza di schiavi, sia a causa del calo demografico sia per la scarsa disponibilità di essi,
anticamente i grandi proprietari fondiari cominciarono a ridurre la superficie delle loro aziende
coltivata in gestione diretta. L'importante non era avere abbondanza di beni quanto l'avere più
uomini possibili. Ci fu la tendenza di accasare gli schiavi nel manso in modo che potessero
provvedere al mantenimento del padrone con i familiari e della loro stessa famiglia ed erano
tenuti a corrispondere una parte del raccolto e un certo numero di giornate lavorative (corvees) in
determinati periodi dell'anno o per ricorrenze specifiche.
Gli schiavi che rimanevano nella casa del padrone venivano definiti nei documenti prebendiari. Il
proprietario faceva concessioni anche a coltivatori di condizione libera ma che erano privi di terra
ai quali però richiedeva una quota minore di raccolto e un numero non alto di giornate lavorative.
Si adeguarono allo stesso modo e alle stesse condizioni di vita anche quei piccoli proprietari
terrieri delle zone vicine che trovavano la protezione nei grandi proprietari fondiari anziché nei
funzionari pubblici. Chiedevano protezione e pagavano un canone in natura, in denaro o in misto e
si legavano al potente. Tutto questo viene descritto nelle testimonianze di Salviano da Marsiglia.
Non si giunse mai in Italia alla scomparsa della piccola proprietà detta allodio, e resto diffusa in
tutto il centro sud. Le grandi proprietà si vennero articolando in terre date in concessione a coloni
liberi o in condizioni servili e terre gestite direttamente dal proprietario. Le prime formavano la
pars massaricia, le seconde la pars dominica. L'insieme delle due parti formava la Curtis o villa,
termini per indicare una volta successiva anche i beni che vi facevano capo. - la Curtis non era
formata solo dalle due pars ma anche da una terza parte composta da boschi prati stagni terre
incolte. - la storica Power ha descritto la vita che si svolgeva all'interno della Curtis. Il contadin,
libero o servo, coltivava il suo manso con l'aiuto di moglie e figli e di solito un bambino teneva
d'occhio le capre, le pecore o il maiale. Molto tempo era dedicato anche allo sfruttamento
dell'incolto attraverso la caccia la pesca e la raccolta di frutti spontanei. Un'altra parte era
assorbita dalle prestazioni d'opera sulla riserva padronale in determinati giorni e periodi dell'anno.
In quei giorni colono usciva all'alba per raggiungere il posto in cui avrebbe dovuto prestare la sua
corvees, avrebbe lavorato tutto il gg lì.

Il ruolo delle prestazioni d'opera


La ricerca di equilibrio tra terre date in affitto e in quelle a conduzione diretta. L'estensione di
queste ultime era in rapporto al numero di prestazioni d'opera su cui era scibile fare affidamento.
Integrazione tra riserva e massiccio; nella Curtis si produceva tutto ciò che era necessario. I
prodotti dell'agricoltura e dell'artigianato curtensi non sempre venivano consumati sul posto ma
venivano trasportati da una corte all'altra. - la divisione tra terre gestite dal proprietario e quelle
date in concessione risaliva all'età romana ma il collegamento organico tra le de parti sembra sia
avvenuto in area Franca che da qui si è diffuso poi anche nel resto d'Europa. - in area Franca però
l'organizzazione curtense non raggiunse mai a ricreare l'intero territorio perché con essa
coesistettero altre forme di produzione legate alla piccola proprietà contadina e anche perché il
collegamento tra riserva e massaricio non fu né stretto né stabile nel tempo. É il caso dell'Italia
meridionale.
Le origini dei poteri signorili
l’evoluzione da proprietario a signore si ha sui servi prebendiari sia su quelli casati il signore aveva
pieni poteri. Con la diffusione del cristianesimo le condizioni di vita degli schiavi erano migliorate
ma la chiesa non era ancora arrivata a condannare la schiavitù. La condizione dei servi era quindi
molto differente da quella dei coloni liberi. Cresceva il ruolo di protettore dei grandi proprietari
fondiari e di conseguenza anche il loro potere diventò maggiore. Si diffuse la pratica delle
commendatio, cioè l'affidamento totale da parte del richiedente in cambio di protezione e aiuto da
parte del signore. Praticantato abile a quella del mundio in voga nelle popolari i germanici, in cui si
garantiva protezione su donne bambini e bisognosi in generale.

Economia naturale ed economia monetaria


Scarsa circolazione di monete preziose nell'occidente ma di monete d'argento in quanto il
commercio riguardava beni modesti e di scarsa varietà mentre non era necessaria la detenzione di
monete d'oro, molto diffusa in oriente dove era frequente lo scambio di prodotti preziosi, come
legno, metalli, pelli e schiavi provenienti dai paesi slavi. I commerci languivano ma non
dappertutto: casi eccezionali furono l'Italia meridionale, Ravenna e le lagune venete da Grado a
Chioggia. - cresceva la potenza di Venezia, importante la sua flotta commerciale che si sviluppó nel
IX secolo.

(cap.7) L’IMPERO CAROLINGIO E LE ORIGINI DEL FEUDALESIMO


L'ascesa dei Pipinidi
Il regno dei Franchi dopo la morte di Clodoveo conobbe un indebolimento del potere regio e
l'emergere di 4 organismi politici come la Neustria, l'Austrasia, l'Aquitania e la Borgogna. Lotta
all'egemonia ristretta al' Austrasia e alla Neustria, protagonisti i maestri di palazzo e i maggiordomi
effettivi detentori del potere. Nella seconda metà del VIII secolo si imposero i maestri di palazzo
dell'Austrasia detti Pipinidi poiché discendenti da Pipino di Landen. Arbitro assoluto del potere in
Austrasia fu Pipino II di Heristal, dal 687 al 714. L'Aquitania stava diventando una realtà
indipendente. - Carlo Martello successe al trono dopo Pipino II. Intraprese una ricomposizione
politico- territoriale e rinsaldò il potere in Austrasia, Neustria e Borgogna e lo estese anche a
regioni quali la Frisia, l'Alemanna e la Turingia. Si occupò dell'Aquitania a causa della minaccia
araba che dopo aver travolto il regno dei Visigoti, aveva valicato i Pirenei, spingendo si fino in
Borgogna. La vittoria a Poitiers nel 732 non servì ad allontanarsi dalla zona ma anzi gli arabi
conservarono il possesso della Settimania. Ciò gli consentì di comportarsi come un re fino alla
morte avvenuta nel 741 (22 ottobre) e divise il regno tra i figli, assegnando al primogenito
Carlomanno l'Austrasia, l'Alemanna e la Turingia e al più giovane Pipino il Breve la Neustria, la
Borgogna e la Provenza. I due fratelli ripristinarono la monarchia merovingia elevando al trono un
re fantasma, Childerico III. I fratelli seguivano con interesse l'attività missionaria intrapresa da un
monaco anglosassone, Bonifacio, il quale, in accordo con papa Zaccaria si era recato a predicare il
vangelo a Frisoni e Sassoni ma egli fu ucciso nel 754 dai Frisoni stessi. Egli diede salde basi
organizzative alla sua opera di evangelizzazione. Creò una serie di distretti ecclesiastici che
diventarono sedi vescovili. Rivolse il suo zelo verso lo stesso regno dei Franchi in quanto sosteneva
che l'organizzazione ecclesiastica e la vita religiosa in generale di questi era in profonda crisi.
Furono convocati 3 concili tra il 742 e 744, in cui venne ristabilito un ordine con la sostituzione dei
prelati idegni, la nomina dei titolari nelle sedi vacanti e il ripristino della disciplina ecclesiastica.
Nel 747 Carlomanno abdicò in favore del fratello Pipino ritirandosi nel monastero di Montecassino
e nel 750, come raccontano gli Annales Regni Francorum inviò a papa Zaccaria due ambasciatori
per chiedergli se dovesse essere re chi ne aveva il titolo o chi ne deteneva il potere effettivo. Il
papa si espresse a favore della seconda opzione. Il papato era orientato a stabilire un saldo
collegamento con la nascente potenza Franca. - nel 751 Pipino, dopo aver rinchiuso in un convento
Childerico III si fece acclamare re da un'assemblea di grandi a Soissons ma egli dimostrava di
intendere il suo ruolo diversamente da quello dei merovingi. L'approvazione pontificia e l'unzione
di Bonifacio davano al suo potere un fondamento sacro facendolo discendere direttamente da dio.
Si fece consacrare di nuovo nel 754 dal pontefice Stefano II insieme ai due figli Carlomanno e
Carlo.

Le basi della potenza dei Pipinidi e le origini del feudalesimo


In origine i popoli germanici era un popolo la cui prerogativa si fondava sull'uso esclusivo delle
armi. Questa caratteristica si attenuò con la loro trasformazione in proprietari terrieri. La
partecipazione all'esercito regio era una particolarità e un dovere di tutti i franci homines. Questa
attitudine si conservò intestata in alcune minoranze guerriere e si potenziava agli inizi dell’VIII
secolo con la diffusione di nuove tecniche militari provenienti dalle steppe euroasiatiche come il
combattimento d'arto a cavallo con l'uso della staffa. Erano un folto gruppo di giovani guerrieri
facenti parte del seguito armato dei sovrani (trustis) e degli esponenti della nobiltà che,
continuando l'antica tradizione del comitatus a imitazione della trustis regia, avevano mantenuto
intorno a sé il gruppo armato. La possibilità di ricompensarli con i frutti delle razzie andava
scemando e ai capi militari non restava che tenere i guerrieri presso di sé o accasandoli o tra i loro
familiares. - il servizio del guerriero era prestigioso e il suo ingaggio veniva formalizzato con una
vera. È propria cerimonia (detta poi dell'omaggio) e sancito con un giuramento di fedeltà, nel
mentre il termine di origine celtica vassus subiva un'evoluzione semantica passando dal significato
originale di servitore a quello che indicava il cavaliere legato al suo signore da un vincolo di fedeltà
personale. Per indicare la ricompensa della fedeltà e del servizio si prese a utilizzare il termine
feudo che passò dal significato di bestiame a indicare il bene fondiario, essendo il vassallo
generalmente ricompensato con il dono di terre che avveniva attraverso una cerimonia di
investitura. - la conseguenza del diffondersi dei rapporti vassallatico-beneficiari era che all'interno
dell'esercito regio venivano acquistando un ruolo preminente i nuclei vassallatici. - le nuove
tecniche di combattimento richiedevano l'uso di una armatura più più pesante in grado di
difendere dalla violenza del combattimento d'arto e i Pipinidi così equipaggiati disponevano con
maggiore larghezza rispetto ad altre famiglie aristocratiche potendo contare sugli investimenti
fondiari in Austrasia. Attinsero sia dalle terre del fisco regio sia dai possedimenti ecclesiastici.
Ovvia opposizione dei vescovi ma fu aggirata lasciando all'ente ecclesiastica la proprietà di quei
beni concesso ai vassalli dei Pipinidi in. Cambio del versamento di un canone e come corrispettivo
di un servizio armato. Carlo Martello esegui un vasto reclutamento all'interno della stessa
aristocrazia. Vasto aggregato di clientele militari e politiche che si sovrapponevano all'apparato
monarchic merovingio: per questo motivo Pipino il Breve spodestò in fretta il precedente re.

La ripresa dell'espansionismo franco e la conquista dell'Italia


Con Pipino il breve si ha una nuova fase di espansione dei Franchi in Europa. A farne le spese
furono Primi i longobardi che avevano lo stesso intento espansionistico dei Frachi. Essi erano
governati dal re Astolfo. -il re longobardo Astolfo aveva conquistato nel 751 Ravenna e il ducato di
Spoleto minacciando la stessa Roma, con a capo il pontefice Stefano II il quale nel 754 si recò in
Francia dove rinnovò l'unzione a Pipino e i figli e conferì al re il titolo di Patrizio romano, ovvero
protettore della chiesa romana. Il pontefice approfittò di questa carica per richiedere al re
l'intervento in Italia contro i longobardi ma non gli fu facile accettare poiché a corte era presente
un particolare filo longobardo capeggiato dal fratello, monaco a Montecassino. - nodi sa se Pipino
si sia effettivamente impegnato con la promissio Carisiaca a cedere alla chiesa tutti i territori posti
a sud della linea Luni-Monfelice né ci é dato sapere se fece riferimento alla Constitutum
Constantini.
La spedizione di Pipino in Italia avvenne nel 755. Astolfo fu travolto dalle schiere franche a Chiusa
di San Michele e trovo rifugio a Pavia. Pipino si accontentò della promessa del re di restituire alla
chiesa Ravenna e gli altri territori sottratti ai bizantini, ma Astolfo, una volta che Pipino abbandonò
l'Italia non mantenne le promesse fatte. - nel 756 nuova spedizione dove gli fece rispettare la
promessa. - il nuovo re longobardo Desiderio mostrava nei confronti dei franchi propositi meno
bellicosi e una volontà di intrattenere rapporti di amicizia con essi. A sancire l'unione tra i due
popoli, i matrimoni tra Carlomanno e Carlo rispettivamente con le figlie di Desiderio Gerberga ed
Ermengarda. La pace durò 15 anni e in questi scomparvero nel 575 papa Stefano II, nel 768 Pipino
e nel 771 Carlomanno. - Carlo rimasto unico sovrano ripudiò la moglie Ermengarda e scaccio la
vedova del fratello con i figli da re Desiderio. Questi attaccò Roma ma si scontrò con il pontefice
Adriano I che chiese l'intervento di Carlo. - Carlo sconfisse Desiderio in Val di Susa e lo costrinse a
rinchiudersi a Pavia e lo fece prigioniero portandolo in Francia. Spezzò un tentativo di resistenza
da parte del figlio Adelchi e nel giugno del 774 cinse a Pavia la corona dei re Longobardi. - nel 776
cambiamenti radicali: dopo una riscossa da parte dei duchi in Italia ci fu una larga immissione di
conti e vassalli franchi che assicurarono un a saldo controllo al nuovo regno affidato a suo figlio
Pipino. In Italia non fu novità assoluta ma una forma più matura e perfezionata di quei rapporti di
gasindato e di clientela armata che avevano praticato anche i longobardi.

Le altre conquiste di Carlo Magno


una serie incessante di guerre sia per rendere effettiva la sua autorità sulle regioni (Borgogna e
Provenza) sia per estenderla a nuovi territori. - nel 778: condusse un forte corpo di spedizione al di
là dei Pirenei con l'obiettivo di giungere fino all'Ebro e mettere fine alle braccia musulmana di
Spagna, chiamata altrimenti con il nome di Mori o Saraceni. Dopo la conquista di Pamplona fu
costretto a ritirarsi per far fronte a una rivolta dei sassoni. Durante la ritirata presso roncisvalle la
retroguardia cadde in un'imboscata dei Baschi in cui molti guerrieri persero la vita. Tra essi anche
Rolando, per il quale Carlo soffrì molto. - su quel fronte ritornò prima del 801 quando diede inizio
a una nuova campagna che si concluse nel 813 con la creazione di un nuovo distretto di confine, la
marca hispanica, comprendente Navarra e parte della Catalogna con capitale Barcellona. - al nord
ci vollero 30 anni di massacri spaventosi per venire all'ostinata resistenza dei sassoni che
rifiutavano il cristianesimo. I contadini rimasero a lungo in armi capeggiati dal l'eroe nazionale
Vitikindo. - difficoltà per controllo della Frisia. Rivolta nel 784 ma la sconfitta dei sassoni indusse
definitivamente alla resa anche i Frisoni incorporati al regno di Carlo. Stesso esito con la Baviera il
cui duca Tassilone aveva conservato il suo dominio dichiarando si nel 757 vassallo di Pipino il
Breve. Nel 763 aveva mostrato di voler riprendere la libertà di movimento espandendosi in
Carinzia e Austria e legando si strettamente al re Desiderio. Nel 781 giurò di nuovo fedeltà al re
Carlo Magno ma tentò di riprendere la sua autonomia suscitando la porta reazione di Carlo che nel
788 incorporó Baviera, Carinzia e Austria nel suo regno internando l'infido vassallo. - il territorio di
Carlo si espandeva in un territorio vastissimo che comprendeva: Europa centrale, da Spagna a
mare del nord, al bacino inferiore dell'Elba al medidanubio all'Italia centrale. Attorno ad essa altra
area ugualmente vasta come l'Italia meridionale sia fascia dall'Oder fino all'adriatico, attraverso
attuali Polonia Boemia Slovacchia Ungheria Croazia Serbia. Per giungere a questo risultato furono
necessarie ripetute spedizionì contro gli Avari che dalla Pannonia compivano continue incursioni e
razzie in direzione di Germania e Austria.

L'incoronazione imperiale di Carlo Magno


Carlo si circonda di numerosi uomini di cultura, tra monaci ed ecclesiastici. - il sovrano vedeva
attribuirsi dalla curia pontificia poteri che erano propri dell'imperatore bizantino. Si ispirava al
modello imperiale romano e in particolare a quello di Costantino. Fondó una città, Aquisgrana, che
venne proclamata capitale ispirandosi a modelli antichi sia nella disposizione sia nella forma degli
edifici. - i tre edifici in questione, come afferma il biografo Eginardo sono: 1) l'aquila del palazzo: fu
esemplata su quella costantiniana di Treviri, destinata a cerimonie e assemblee. Superamento
della tradizione Franca della hall come luogo di riunione e banchetto, dormitorio comune della
famiglia e della corte. 2) la basilica: a pianta centrale e a forma di ottagono articolato in due piani
sovrapposti, ebbe a modello la chiesa di S. Vitale di Ravenna che riprendeva l'architettura della
cappella palatina di Costantinopoli. 3) il portico. - Carlo nei suoi atti ufficiali continuava a far uso
dei titoli tradizionali di re dei franchi, re dei longobardi e Patrizio dei romani. - dal 797 occupava il
trono di Costantinopoli l'imperatrice Irene che fece accecare il figlio Costantino VI per governare,
arrecando danno al prestigio e alla dignità imperiale. - debolezza del papato retto dal 795 da papa
Leone III, contrastato dagli esponenti della nobiltà romana. La situazione precipita il 25 aprile del
799 quando il papa, in processione a San Lorenzo in Lucina fu aggredito, ferito e imprigionato nel
monastero di Sant'Erasmo da quale poté uscire solo con l'intervento di due missi franchi.
Raggiunse Carlo a Padeborn e fu riaccompagnato a Roma sotto scorta il 24 novembre Dell' '800. -
1° dicembre 800: convocata assemblea di prelati e di laici, davanti alla quale il 23 di quello stesso
mese Leone III giurò sulla propria innocenza. - nella chiesa di San Pietro, durante la celebrazione
liturgica del Natale, Leone III pose sul capo di Carlo Magno una corona mentre il popolo romano
ripeteva l'acclamazione "a Carlo Augusto, coronato da dio, grande e Pacifico imperatore dei
romani, vita e vittoria". Coinvolti in questo anche il popolo romano, i conti franchi, i prelati
dell'assemblea che aveva giudicato il papa. - l'iniziativa fu improvvisazione del pontefice o una
cerimonia preparata insieme a Carlo? Il re era già da tempo pronto alla promozione come
imperatore e L'incoronazione da pare del papa indicava una riaffermazione della supremazia
religiosa della chiesa di Roma. - L'incoronazione suscitò reazione di derisione e ostilità, come
confermato dalla principessa Teofane che ci presenta Carlo come "unto dal pontefice dalla testa ai
piedi". - Irene venne deposta e al trono ascese l'imperatore Niceforo: ciò provocò un conflitto tra i
due imperi che terminò solo nell'812, quando il nuovo imperatore Michele I riconobbe a Carlo il
titolo imperiale in cambio della cessione dei territori nell'Istria e nella Dalmazia e alla rinuncia di
ogni pretesa su Venezia. - rimane aperta la questione dei rapporti con il papato. Per Carlo era
fondamentale assicurare protezione e controllo dell'apparato ecclesiastico, per assicurare la
diffusione della dottrina cattolica e il mantenimento della disciplina ecclesiastica. Dopo la morte
dell'imperatore però, nuova diatriba.

L'ordinamento pubblico carolingio - stretta compenetrazione tra stato e chiesa sotto la


guida del potere politico. - negli immensi territori dominati da Carlo rimasero in vigore gli
ordinamenti e le leggi preesistenti. Novità solo dal punto di vista del diritto pubblico e del
funzionamento dell'apparato ecclesiastico. - nei territori affidati ai figli, e che non godevano di
ampia autonomia, Carlo mirò a creare distretti più o meno grandi e territorialmente coerenti a
capo dei quali pose dei funzionari pubblici con il titolo di conte e con il compito di provvedere alla
difesa e all'amministrazione della giustizia. - nelle zone di nuova conquista o di frontiera, i distretti
(chiamati anche marche) avevano una maggiore estensione ed erano affidati a funzionari chiamati
marchesi. Grandi distretti erano anche i Ducati che ebbero anche carattere nazionale, come quelli
dei Bavaresi o dei Bretoni. -Conti, marchesi e duchi erano reclutati dalla schiera dei vassalli diretti
del re o alle famiglie in più stretto contatto con la corte Franca. La loro opera era ricompensata
non solo con il prestigio e la potenza che la carica comportava (honor) ma anche con i proventi di
multe e confische e con il reddito prodotto dai beni terrieri che costituivano la normale dotazione
della carica (res de comitatu). Già questi potevano detenere dal sovrano terre in feudo o le
riceveva ulteriormente all'entrata della carica, volendo il re accoglierlo tra i suoi vassalli. Nelle
mani del funzionario pubblico si veniva a concentrare un vasto patrimonio formato dalle terre che
egli riteneva, alcuni in quanto beni di famiglia (allodi), altre come beneficio in quanto vassallo del
re, altre per la carica pubblica che ricopriva. - si ritenne di controllare l'operato dei conti,
insediando nei territori un gran numero di vassalli dominici, sottoposti alla giurisdizione dei conti.
La loro presenza costituiva un fattore di equilibrio rispetto al potere dei funzionari pubblici. -
ricorso sempre più ampio all'immunità, istituzione giuridica nata in epoca romana per sottrarre al
fisco le terre del demanio imperiale. - all'originaria immunità imperiale ne era stata aggiunta
un'altra di carattere giurisdizionale: nelle terre immuni non poteva entrare nessun funzionario
pubblico per riscuotere imposte e per compiere arresti o altri atti di polizia che erano demandati
all'immunista. Ciò sottraeva potere al conte. - l'amministrazione dell'impero faceva capo al palazzo
(palatium) che indicava sia la residenza del sovrano sia l'insieme dei funzionari e dei dignitari corte.
Avevano un ruolo di primo piano tre ufficiali, stretti e fedeli all'imperatore: 1) l'arci cappellano:
capo dei chierici del palazzo e preposto a tutti gli affari di natura ecclesiastica; 2) il cancelliere:
ecclesiastico addetto alla redazione di diplomi, lettere del re e tesi legislativi; 3) il conte/conti
palatini: responsabili dell'amministrazione della giustizia, incaricati di missioni speciali per conto
del re. Ruolo importante anche i missi dominici, ispettori che ogni anno, a due a due, avevano il
compito di visitare una determinata contea per controllare l'operato degli ecclesiastici e dei
funzionari laici. - la corte non aveva sede fissa ma era itinerante e assicurava un rapporto più
stretto con le realtà locali.

L'attività legislativa di Carlo Magno - espressione della legge erano i capitolari, leggi
formati da brevi articoli (capitula) emanate nel corso di varie assemblee dette placiti. Se ne
tenevano in genere due all'anno: una in ottobre alla quale partecipavano consiglieri ed esponenti
del l'aristocrazia che si scambiavano opinioni sui problemi del momento; l'altra a maggio con la
partecipazione dei funzionari, anche minori, e di tutti i vassalli regi. - la materia trattata nei
capitolari era sia il diritto pubblico sia l'organizzazione ecclesiastica. Alcuni di essi, i capitularia
legibus addenda, si configuravano come integrazione alle leggi nazionali dei popoli che facevano
parte dell'impero intervenendo nel diritto penale e in quello privato. - interventi legislativi anche in
campo economico sia per migliorare la gestione delle ville appartenenti al fisco regio (capitulare
de villis) sia per proteggere le popolazioni rurali e il ceto dei piccoli proprietari fondiari che erano
la base dell'esercito di popolo. Si cercava di frenare l'incetta dei prodotti agricoli da parte dei
grandi proprietari terrieri che acquistavano il grano al tempo del raccolto e lo rivendevano alla
vigilia del raccolto successivo, ricavando notevoli guadagni. - ordine nel settore monetario e
fiscale. Si regolamentarono la riscossione di dazi e pedaggi su strade ponti e valichi. Coniazione di
monete d'argento visto la scarsità dell'oro. La moneta circolante diventò allora il denaro anche se
si continuava a fare uso del soldo per i beni di valore inferiore. I pagamenti erano fatti in denari,
quotati 12 a 1 rispetto al soldo.

La riforma di chiese e monasteri


Carlo si impegnò a fondo e così fede suo figlio Ludovico il Pio suo figlio e successore. Concezione di
un impero coincidente con la comunità cristiana, unità di intenti tra imperatore e papa che a quel
tempo era Gelasio. - avere buoni abati e vescovi significava garantire un buon funzionamento delle
istituzioni ecclesiastiche. Quando si conquistavano nuovi territori, seguiva subito l'introduzione di
modelli organizzativi della chiesa: articolata in province, diocesi e pievi. Ci fu l’opera di riforma dei
monasteri, in quanto alcuni dei più famosi avevano perso prestigio e dignità poiché decaduti.
Avevano contribuito l'affievolimento della disciplina monastica interna, che vide un miglioramento
grazie all'opera di Ludovico e del consigliere Benedetto d'Aniane. Introdussero in ogni monastero
la regola di San Benedetto. Venne considerata essenziale anche elevare il livello culturale di
monaci e chierici e vennero istituite scuole presso le chiese cattedrali e i monasteri nelle quali,
oltre alle arti del rinvio e del quadrivio, si insegnavano anche la teologia, il canto gregoriano e le
norme (canoni) che regolavano la vita della chiesa. Desiderio di Carlo sarebbe stato estendere
l'istruzione a tutti i sudditi.

La rinascita carolingia
Il rilancio del l'istruzione scolastica traeva impulso da intellettuali, ovviamente ecclesiastici, che
Carlo riunì alla corte di Aquisgrana dando vita all'Accademia chiamata anche Schola Palatina.
Cenacolo di uomini di varia cultura animato dal monaco anglosassone Alcuino di York,
responsabile della riorganizzazione delle scuole nell'impero. Altri intellettuali eminenti furono
Paolo Diacono, Pietro da Pisa e Clemente Scoto (grammatici), i poeti e teologi Paolino di Aquileia e
Teodulfo di Orleans. Anche Eginardo, dopo la morte di Carlo, nel 814, scrisse la sua autobiografia
emulando lo storico romano Svetonio. - rinascita dello studio e recupero di autori classici furono
espressione della nuova scrittura Carolina. - dopo la morte di Carlo l'imponente costruzione
politica entrò in crisi ma la rinascita culturale raggiunse l'apice sotto Carlo il Calvo. Crisi anche sul
piano culturale e religioso. - concezione dello stato come fonte di ogni potere di comando e
dell'impero come garante di pace e superiore alle varie dominazioni territoriali.

(cap.8) LA CRISI DELL’ORDINAMENTO CAROLINGIO E LO SVILUPPO DEI RAPPORTI


FEUDALI
Le difficoltà della successione imperiale
Carlo Magno si adeguò alla tradizione Franca: nell'806 divise i domini tra i tre figli e assegnò al
primogenito Carlo la maggior parte della Francia e le conquiste orientali, a Ludovico il Pio
l'Aquitania mentre a Pipino l'Italia e la Baviera. - le incertezze vennero eliminate quando, morendo
improvvisamente Carlo e Pipino, Ludovico raccolse nel 814 nelle sue mani l'intera eredità paterna.
Egli era diverso da Carlo Magno poiché mirava a una più stretta compenetrazione tra papato e
impero. Nel 817 emanò l'emanatio imperii con la quale proclamò l'indivisibilità dell'impero, che
veniva destinato al primogenito Lotario, mentre agli altri due figli, Pipino e Ludovico (detto poi il
Germanico) assegnava territori quali l'Aquitania con la marca spagnola al primo e la Baviera al
secondo. Lotario venne subito mandato in Italia, dove operò in maniera energetica, emanando
nuovi capitolari e imponendo nel 824 alla sede pontificia la famosa constituto romana in cui si
stabiliva che il papa, avrebbe dovuto prestare giuramento di fedeltà all'imperatore prima di
prendere possesso della carica. Grave crisi all'interno dell'impero a causa del debole carattere
dell'imperatore. Così anche per la chiesa. Gli uomini di chiesa presero a definire meglio la
fisionomia del piano dottrinale (in particolare Agobardo arcivescovo di Lione e Giona vescovo di
Orleans) ed enunciarono un principio nuovo: quando l'imperatore non era in grado di assolvere ai
suoi compiti di garante della pace e della giustizia, spettava alla chiesa intervenire per guidarne
l'azione e giudicarne il comportamento. Ciò portò in seguito alla rivendicazione del papa sulle cose
temporali (potestas indirecta in temporalibus). Quando morì Ludovico il Pio si giunse allo scontro
frontale tra Lotario e i fratelli Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo succeduto nel 838 a Pipino.
Dopo aver sconfitto l'imperatore a Fontenoy presso Auxerre, i ribelli stipularono nel 842un patto
solenne in cui si promettevano aiuto reciproco in alla presenza dei loro eserciti. Ludovico giurò in
lingua romana (francese) mentre Carlo in lingua teudisca. I due fratelli mostravano di avere
coscienza sulle differenze etniche e linguistiche delle popolazioni dei rispettivi domini. Il trattato di
Verdun che Lotario fu costretto ad accettare nel 843 sancì la definitiva divisione dell'impero: a
Carlo il Calvo andò la parte occidentale (Neustria, Aquitania e marca spagnola) mentre a Ludovico
andò la parte orientale (Carinzia, Baviera, Alemmania, Turingia e Sassonia) mentre a Lotario andò
la parte centrale che dall'Italia centro settentrionale arrivava al mare del nord. L'imperatore morì
nel 855. Gli successe il figlio Ludovico il II, impegnato in Italia con la lotto contro i saraceni ai quali
tolse Bari nel 871. Alla sua morte nel 876 lo zio Carlo il Calvo conseguì con il dominio dell'Italia
anche la corona imperiale. Nel 884 con l'esaurirsi della discendenza diretta di Carlo il Calvo, il figlio
di Ludovico il Germanico, Carlo il Grosso, riuscì a riunire l'impero di Carlo Magno nelle sue mani. La
restaurazione dell'unità imperiale del tutto effimera perché nel 887 l'imperatore incapace di
fronteggiare i normanni e l'aristocrazia, scappò in un monastero dove morì l'anno dopo. Nella
parte orientale salì al trono Alfonso di Carinzia mentre in Francia diventava re Oddone, conte di
Angers. Berengario prese il regno di Italia.

La dissoluzione dell'ordinamento pubblico


lo strumento di dominio era di avere un grande numero di vassalli che ormai facevano capo ai
conti e ad altri signori locali. Era infatti privo di applicazione il capitolare del 778-9che stabiliva il
divieto ai potenti di circondarsi di seguiti armati. Così facevano anche gli esponenti ecclesiastici. - si
parla quindi di vere e proprie signorie i cui titolari esercitavano poteri di natura pubblica quali
l'amministrazione della giustizia e la difesa del territorio. Si parla di signoria bannale, piuttosto che
feudale. - alcune di queste erano abusive, cioè non riconosciute dal potere. Questo era dovuto alla
debolezza dell'amministrazione carolingia, nascosta ai tempi dal carisma di Carlo Magno. - nuove
migrazioni di popoli e le incursioni di saraceni sulle coste di Francia e Italia.

Le invasioni degli Ungari


gli Ungari occuparono la vasta area in cui si stanziarono anticamente gli Slavi. Essi provenivano
dalla Russia centrale e si stanziarono in Pannonia tra l'895-6 e non abbandonarono le loro
abitudini predatorie sia in direzione della Germania sia della Francia, che raggiunsero nel 937. Non
risparmiarono nemmeno l'Italia dove giunsero nel 899 a Pavia e devastarono le regioni
settentrionali, spingendosi verso la Campania e la Puglia nel 922 e nel 947. Toccarono anche la
Spagna (943) e il Belgio (954). L’impero non riuscì a fermarli se non con offerte di grosso tributo in
denaro o con il loro dirottamento verso paesi nemici. A farne le spese furono monasteri molto
ricchi e paesi incapaci di difendersi. 924 Pavia subisce gravi danni e dovette versare grosso
contributo in denaro. - a mettere fine alle scorrerie furono fondamentali due motivazioni: 1)
riorganizzazione del regno di Germania da parte di Ottone I, il quale sconfisse gli Ungari nel 955
presso Augusta; 2) conversione al cristianesimo completata nel 1001 con la concessione della
corona regia al loro re Stefano I da parte di papa Silvestro II.

Le incursioni dei Saraceni


I Saraceni costituirono emirati a Bari e a Taranto facendone punti di partenza per incursioni in
tutta Italia. Crearono insediamenti fortificati detti ribat, fecero razzie in Campania ad Agropoli e
alle foci del Garigliano e in Provenza nei pressi di Saint Tropez. Dal 899 X 80 anni restarono
ancorati alla loro base a Frassineto da cui partivano per effettuare numerose incursioni in
Provenza, in Piemonte occidentale arrivando a saccheggiare l'abbazia di San Gallò in svizzera. Solo
nel 937 il marchese di Torino e il conte di Provenza riuscirono a cacciarli. Razziarono numerose
altre strutture ecclesiastiche e città. Arriva non anche a Roma, saccheggiando San Pietro nel 846.
L'unico modo di fermarli fu versando loro dei pesanti tributo in denaro.
Le incursioni e gli insediamenti dei Vichinghi
Provenivano dall'attuale Svezia, detti Vareghi o Variaghi (o Vichinghi) e s diressero verso le steppe
della Russia, dirigendo si alcuni verso la Groenlandia e l'Islanda, Inghilterra, Irlanda o Francia del
nord. Tra l’859-60 giunsero anche nel mediterraneo toccando Catalogna Provenza e Toscana,
assalivano monasteri a meno che questi non versassero grossi tributi in denaro. Li pagò anche
Carlo il Grosso per proteggere Parigi e per questo comportamento fu deposto dal suo turno nel
887. Nel 911 Carlo il Semplici tentò di renderli sedentari concedendo in feudo al loro capo Rollone
l'attuale Normandia. Fatto sorprendente perché diedero al territorio un forte inquadramento
politico attraverso una rete di rapporti vassallatico-beneficiari che faceva capo al duca. I Danesi si
diressero verso le coste del'Uk e s trasformarono da razziatori a sedentari arrivando a controllare
verso la fine del IX secolo tutta la parte centrale dell'isola a cui diedero il nome di Danelaw.

L'incastellamento e la nuova organizzazione del territorio


La costruzione di edifici, native difendere il signore dalle sempre più frequenti incursioni di nemici
nel territorio. Spesso l'autorizzazione veniva a mancare in quanto la costruzione era precipitosa
per questioni di emergenza. Altre volte si aveva il permesso diretto del re. Il signore si occupò in
seguito di tutte le funzioni giuridico-amministrative che riguardavano la costruzione e gli abitanti
che essa raccoglieva. Il castello in realtà indica due realtà distinte: quella della costruzione vera e
propria, in cui risiedeva il signore castellano cola sua famiglia; il villaggio fortificato cioè un centro
abitato preesistente circondato da mura e vallato per prevenire il primo attacco. Ripercussioni
sulla rete viaria e furono sconvolti i paesaggi come in Lazio e in Abruzzo. Anche i distretti pievani
furono adeguati alla loro realtà.

Il groviglio dei diritti signorili e l'evoluzione dei rapporti vassallatico-beneficiari


Il X secolo fu un secolo di profonda riorganizzazione sociale dal basso e di profonda vitalità. I
signori territoriali detenevano per sé il potere della difesa del territorio sia l'alta giustizia, lasciando
ai minori signori fondiari la bassa giustizia. I rapporti vassallatico-beneficiari misero in crisi gli
ordinamenti degli stati carolingi. L'antico rapporto vassallatico era capovolto perché il feudo
appariva l'elemento decisivo per cui si entrava nel vassallaggio di qualcuno, per ricevere quel
determinato feudo. La fedeltà era quindi commisurata al feudo. Il paradosso della pluralità degli
omaggi: un cavaliere prestava l'omaggio e il connesso giuramento di fedeltà a più signori,
ricevendo più feudi. La tendenza ad inserire il feudo nel patrimonio familiare veniva rafforzata dai
provvedimenti legislativi. Capitolari di Quierzy emanato da Carlo il Calvo nel 877 alla vigilia di una
spedizione in Italia contro i saraceni. Con esso si stabiliva che in caso di morte di un conte o di un
vassallo con u figlio minorenne o al seguito dell'imperatore si sarebbe dovuto provvedere ad
un'amministrazione provvisoria della contea o del feudo. Non. Si era sancita né l'ereditarietà di
una contea né quella di un feudo. L'obiettivo era quello di assicurare ai cavalieri del suo esercito
che non sarebbero stati danneggiati nelle loro aspettative di successione anche con la loro
momentanea assenza dalle loro terre. Fu interpretato come formale sanzione al l'ereditarietà del
feudo maggiore. Per i feudi maggiori si dovrà attendere la constituto de feudiis emanata nel 1037
da re Corrado II. Il risultato della diffusione di questi rapporti fu una rete intricata di rapporti
politici, caso emblematico è quello della Francia: nel 987 la famiglia dei Robertingi prese il potere,
e assunse la corona con Ugo Capeto da cui prese il nome la dinastia dei Capetingi. Il potere regio si
esercitava solo su una zona ristretta compresa tra la Senna e la Loira gravitante sulle città di Parigi
e Orleans. Il resto faceva capo ad organismi autonomi.

La crisi dell'ordinamento ecclesiastico


I vescovi concedevano in feudo ai loro vassalli le risorse delle chiese come le decime versate dai
loro fedeli per averne servizio di natura militare. Anche quelli più impegnati dal piano religioso si
trovavano in condizione di non poter svolgere pienamente i loro compiti di natura pastorale
perché un numero sempre più crescente di chiese veniva sottratto al loro controllo. La legislazione
canonica vigente prevedeva per i proprietari di chiese solo il diritto di presentare al vescovo
chierico candidato ad assumerne la cura essendo riservato a lui il conferimento sia delle funzioni di
carattere religioso (officium) sia delle entrate dei beni ad essi connessi (beneficium). Al vescovo
spettava il controllo sulle azioni dei chierici, ma la realtà era diversa perché il proprietario laico
sceglieva personalmente il chierico a cui affidare la sua chiesa e al vescovo non restava che
accettare la decisione. Ci furono gravi danni per le chiese parrocchiali che subivano questa
organizzazione ecclesiastica. Anche tendenza degli imperatori a imporre i propri candidati alla
guida di diocesi e di grandi abbazie. Il fenomeno interessò la Germania e l'Italia al tempo
dell'imperatore Ottone I e alcuni vescovi furono investiti dalla carica di conti. I successori di Lotario
fecero valere effettivamente i nuovi diritti soprattutto al tempo di Ludovico II che esercitò uno
stretto controllo sulla città di Roma e sull'elezione dei pontefici. Questo però non impedì a papa
Nicolò I di affermare il primato pontificio su tutta la chiesa e su ogni potere temporale, anche se il
papato in realtà soggiaceva al potere imperiale e si trovava indifeso davanti alla pressione
dall'aristocrazia romana.

(cap.9) L’ITALIA FRA POTERI LOCALI E POTESTA’ UNIVERSALI


La frantumazione politica dell'Italia
L'Italia settentrionale e buona parte di quella centrale formavano il regno di Italia cui fu unita la
dignità imperiale. Puglia Basilicata Calabria e buona parte della Campania erano ancora inserite
nell'impero bizantino che stava attraversando un periodo di splendore con uno slancio
espansionistico. - scontro tra i due imperi: rivendicazione di sovranità sui territori meridionali
rimasti ai longobardi. Si trattava dell'antico ducato di Benevento che Arechi II aveva sottratto alla
conquista di Carlo Magno. - 849: divisione nei due principati di Benevento e Salerno da cui si
distacco contea di Capua.
Ludovico II dopo aver liberato Bari dal loro dominio nell'871 portò con se prigioniero a Benevento
l'emiro Sawdan, filosofo e capo militare. Il principe beneventano Aldelchi ritenendo di non aver più
bisogno dei Franchi ma anzi cominciando a gemelli, si accordò con loro e imprigionò l'imperatore. -
teorica sovranità dell'impero bizantino su Napoli Gaeta e Amalfi retti da dinastie locali e in
contrasto con i vicini stati longobardi. - al centro della penisola c'erano le vaste signorie di
Montecassino e San Vincenzo al Volturno (la terra di San Benedetto e la terra di San Vincenzo)
dotate di privilegi e immunità da Carlo Magno. - maggiore complicazione del quadro italiano fu
sicuramente il papato. - nel 902 gli arabi completarono la conquista della Sicilia.

Il regno di Italia
Contro Berengario si levò Guido duca di Spoleto, il quale riuscì ad avere la meglio sul primo
ottenendo la corona di imperatore priva però del valore politico perché Francia e Germania erano
due regni indipendenti. 894, Lamberto prende il trono al posto del padre. Il re di Germania Arnolfo
di Carinzia ostacolò Lamberto. Arnolfo venne chiamato da papa Formoso per sottrarsi alla
pressione del nuovo imperatore sui territori pontifici dai domini spoletini. Arnolfo fu incoronato
dallo stesso papa Formoso due anni dopo. Arnolfo morì presto e lasciò campo libero a Lamberto
ma questi morì nel 898. Riemerse Berengario del Friuli che si impegnò contro gli invasori ungari.
Subì una sconfitta nella battaglia del Brenta e le forze nemiche interne gli contrapposero Ludovico
di Provenza, che incoronarono imperatore. Berengario condusse una dura opposizione verso i
nemici anche se gli schieramenti si componevano e ricomponevano a seconda degli interessi,
suscitando le critiche dello storiografo Liutprando di Cremona. Nel 905 Berengario confisse
Ludovico e lo rispedì in Francia e ottenne la corona da papa Giovanni X. Nel 924 uscì
completamente di scena in quanto sconfitto da un nuovo pretendente al trono, Rodolfo di
Borgogna, il quale cedette a sua volta il trono a Ugo di Provenza che lo tenne fino al 946,
riuscendoci grazie al l'appoggio dei marchesi di Toscana. L'aristocrazia fronteggiò anche Rodolfo al
quale oppose il marchese di Ivrea Berengario appoggiato dal re di Germania Ottone I. Ugo dovette
abbandonare l'Italia in seguito alla sua sconfitta. Nel 950 scomparso anche Lotario, figlio di Ugo,
Berengario poté cingere la corona di re di Italia. La vedova di Lotario, Adelaide chiese aiuto al re di
Germania, il quale non perse l'occasione per inserirsi nelle vicende italiane. Egli sposò la stessa
Adelaide e nel 951 scese in Italia accolto dalla feudalità che fece atto di sottomissione insieme allo
stesso Berengario. Quest'ultimo approfittò della lontananza di Ottone I per recuperare la sua
indipendenza e per espandersi in Italia centrale fino ai territori della chiesa. Ottone I chiamato da
papa Giovanni XII nel 961 tornò in Italia e fece prigioniero Berengario cingendo oltre alla corona
regia anche quella imperiale.

Il papato in balia dell'aristocrazia romana


il papato vide ridimensionato il suo il suo ruolo all'interno della cristianità, difficoltà sul piano
interno essendo in balia dall'aristocrazia romana. - in quegli anni la famiglia dei Tuscolo occupava
una posizione di rilievo, prima con il senatore Teofilatto e poi con la figlia Marozia la quale dopo
aver sposato Alberico di Spoleto e poi Guido di Toscana passò a terze nozze con il re di Italia Ugo di
Provenza: il matrimonio fu celebrato nel 932 a Roma dove Ugo sperava di ottenere la corona
imperiale da Giovanni XI figlio di Marozia. - rivolta popolare promossa dal fratello del papa,
Alberico, costrinse il sovrano a lasciare la città e fino alla sua morte nel 954 lo stesso Alberico con il
titolo di "principe e senatore dei romani" rimase padrone incontrastato di Roma e del papato.
Governò con saggezza e decisione e impedì a qualsiasi sovrano di venire a ricevere la corona
imperiale a Roma. - l'impero restò vacante dopo la morte di Berengario nel 924. Nemmeno Ottone
I di Germania riuscì a infrangere il divieto. - ad Alberico successe nella dignità di principe il figlio
Ottaviano che nel 955 ascese al seggio pontificio con il nome di Giovanni XII. Nel 962 accettò di
incoronare imperatore Ottone che però lo fece deporre l'anno successivo.

Ottone di Sassonia e la restaurazione dell'impero


La corona imperiale rappresentava per Ottone il coronamento di una lunga e fruttuosa attività
politico-militare condotta a partire dal 936 quando era succeduto al padre Enrico l'Uccellatore
della casa di Sassonia. Il regno di Germania era articolato nei Ducati di Sassonia, Franconia, Svevia
e Baviera quali Enrico aveva aggiunto quello di Lorena. Anche nel regno dei franchi occidentali si
andava formando principati territoriali con un forte radicamento nelle coscienze delle popolazioni
come nei Ducati sopra citati. Si andava formando una coscienza nazionale alla quale vi contribuì
fortemente Ottone di Sassonia, rivolta dei duchi di Lorena, Franconia e Baviera ai quali si era unito
lo stesso fratello del re, Enrico, fu stroncata nel 939 dopo che Ottone era riuscito a conciliarsi con il
fratello al quale affidò la Baviera. Sostituì i duchi e i maggiori funzionari pubblici con i membri della
sua famiglia anche se non furono assenti tentativi di ribellione come quelli del figlio Liudolfo e il
genero Corrado il Rosso, duchi di Svevia e di Lorena. L’appoggio dei vescovi si rivelò più regolare e
anzi questi si stavano già variando verso tentativi di riforma. Impegno missionario della chiesa
tedesca che faceva capo alle diocesi di Magonza e Magdeburgo (fondata nel 968) che mirava a
un'opera di conversione delle popolazioni ancora pagane. Incoraggiata la ripresa degli studi che
vedeva impegnate soprattutto le grandi abbazie come quelle di Fulda e di San Gallo. La corte di
Sassonia divenne meta di molti dotti e teologi provenienti soprattutto dall'Italia tra cui Liutprando
da Cremona che scrisse un panegirico sul suo protettore. L’incoronazione imperiale a Roma in San
Pietro nel febbraio del 962. I contemporanei la considerarono una restaurazione dell'impero di
Carlo Magno (renovatio imperii). Si eseguì connubio tra regno e sacerdozio, importanza della
cultura, ispirazione all'universalismo antico di Roma, missione di protettori della chiesa e del
papato.

La politica italiana degli Ottoni


Sceso in Italia nel 961 per cingere prima la corona d’Italia e poi quella imperiale, Ottone vi rimase
per 4 anni, durante i quali cercò di risollevare le condizioni del papato, avvilito dalla pressione
dell’aristocrazia romana e dalla mancanza di una guida sicura.
Dopo il soggiorno di un anno in Germania, Ottone nel 966 era di nuovo in Italia dove rimase per 6
mesi, dopo aver fatto incoronare imperatore il figlio Ottone II (967/983) volse la sua attenzione
verso l’Italia meridionale, tentando di imporvi la sua autorità. Dopo un insuccesso nel 968 alle
mura di Bari, preferì intavolare trattative con l’imperatore Nicofero Foca, inviando come
ambasciatore a Costantinopoli il già citato Liutprando di Cremona, che però tornò senza aver nulla
escluso. Le trattative ripreso con il nuovo imperatore Giovanni Zimisce il quale nel 972 riconobbe a
Ottone il titolo imperiale e acconsentì alle nozze tra Ottone II e la principessa Teofane, che
avrebbe dovuto portare in dote i territori bizantini dell’Italia meridionale.
Ottone I morì nel 973. I dieci anni trascorsi in Italia contribuirono a rendere tutt’altro che
tranquillo il trapasso dei poteri al figlio, il quale impiego sette anni per venire a capo delle
resistenze dei duchi di Lorena, Svevia e Baviera, desiderosi di recuperare la loro piena
indipendenza.
Nel 980 Ottone II era già a Roma, intento a fare preparati per una compagnia in Italia meridionale
che all’inizio sembrava destinata al successo, nel 982 subì però una grave sconfitta da parte dei
Saraceni a Stilo, in Calabria, riuscendo a stento a sottrarsi alla cattura ma la morte lo colse l’anno
dopo all’età di 28 anni. Lasciava come erede il piccolo Ottone III sotto la tutela prima della madre
Teofane e dopo la sua morte nel 991 dalla nonna Adelaide. Il compito delle due non fu facile ma lo
assolsero per cui nel 996 il giovane Ottone uscito di tutela all’età di 16 anni poté raccogliere
l’eredità paterna. Il suo primo atto di governo fu la nomina a pontefice di un suo parente a
cappellano di corte, Gregorio V, il quale diede come suo successore il suo maestro Gerberto
d’Auriccal.
L’imperatore si proponeva di guidare la cristianità alla felicità terrena e alla salvezza eterna,
governando a stretto contatto con il pontefice, per cui appena asceso al trono, si trasferì a Roma,
insediando la corte sull’Aventino. Il suo programma di restaurazione imperiale prevedeva inoltre la
sottomissione di tutte le potestà terrene, comprese le monarchie fino allora indipendenti.

Arduino d’Ivrea primo re nazionale?


Gli successe il cugino Enrico II che lasciò cadere subito i progetti di potere universale del suo
predecessore, concentrando tutti i suoi sforzi sulla Germania. Intanto in Italia la lontananza di
Enrico aveva favorito i progetti di quella parte dell’aristocrazia che non gradiva né il legame
definitivo del Regno d’Italia con quello di Germania nella concentrazione di potere nelle mani dei
vescovi. Venne così incoronato re a Pavia nel 1002 Arduino d’Ivrea. I grandi del regno si divisero
sulla base dei loro interessi e quelli che sostenevano Arduino non formarono affatto il partito più
forte. Il marchese d’Ivrea si dovette ritirare nel monastero di Fruttuaria dove morì nel 1015.

Il potere locale e l’emergere di nuovi ceti


Nel 1014 Enrico II si fece incoronare imperatore da papa Benedetto VIII dalla famiglia dei conti di
Tuscolo. A lui successe un altro pontefice della stessa famiglia, Giovanni XIX. A rendere la
situazione politica del regno italico intricata contribuiva il fatto che in Italia non si era avuta la
formazione di grandi principati territoriali, capaci di coordinare e disciplinare le forze signorili
locali. A prescindere dalla loro origine sociale, i vescovi nella loro attività politica non potevano
sottrarsi al condizionamento della comunità cittadina, alla quale spettava di eleggerli. Il nuovo
imperatore Corrado II della casa Franconia cercò di riaffermare in Lombardia l’autorità imperiale
che si era indebolito dopo la morte di Enrico II e la distruzione del palazzo regio di Pavia nel 1024
ad opera dei cittadini. Giunto in Italia puntò sull’indebolimento della nobiltà maggiore pur essendo
in gran parte filoimperiale e si schierò dalla parte dei valvassori, emanando in loro favore nel 1037
la Constitutio de Feudis con la quale assicurava l’ereditarietà ai feudi minori e il ricorso al tribunale
imperiale contro gli abusi dei grandi.
Città e poteri signorili in Italia meridionale
Amalfi, Napoli, Salento, Bari, Taranto traevano vantaggio dal collegamento con il mondo bizantino
e con quello arabo, allora in piena fioritura economica e commerciale. La loro struttura sociale si
veniva differenziando, con l’emergere di nuovi ceti, legati all’artigianato e al commercio che
presero il posto mercanti orientali.
La differenza tra zone longobarde e quelle bizantine appariva invece più grande al di fuori dei
centri urbani. Anche nel Sud, il possesso di vasti beni terrieri aveva comportato l’esercizio di poteri
di comando su quelli che vi abitavano, ma il formarsi di signorie nel corso del X secolo era
riconducibile all’intraprendenza dei funzionari pubblici. Questo faceva sì che a livello locale il
detentore del potere apparisse sempre nella sua veste di funzionario pubblico ma non contribuiva
ad attenuare quella generale situazione di insicurezza che ovunque in Europa caratterizzò il X
secolo.

(cap.10) SPLENDORE E DECLINO DI BISANZIO


La grecizzazione dell’impero
Alla fine del VIII secolo l’impero bizantino, fu ridimensionato dai continui attacchi di Arabi, Slavi, e
Bulgari comprendeva in Asia poco meno della metà dell’attuale Turchia e in Europa la Tracia
orientale. L’impero ebbe la forza di resistere e di passare addirittura al contrattacco verso la metà
del IX secolo recuperando parte dei territori. La riforma dell’amministrazione provinciale mirava a
radicare nel territorio i soldati, rendendoli allo stesso tempo colonizzatori e proprietari delle terre,
che avevano il compito di difendere. L’appoggio dello stato al ceto dei piccoli coltivatori diretti,
liberi o tenuti al servizio militare, a dare impulso alla vita delle città contribuiva a volte l’autonomia
più o meno ampia, di cui esse godevano nelle province periferiche.

La controversia sul culto delle immagini


Il movimento partì dalle province orientali dell’impero più influenzate dall’Islamismo e dal
Giudaismo e quindi più sensibile alle accuse di idolatria. Il movimento raggiunse la corte quando
salì sul trono Leone III l’Isaurico che aveva fatto carriera nell’esercito. Nel 726 proibì il culto di tutte
le immagini, sia quelle riprodotte su tavole di legno sia quelle presenti in affreschi e mosaici,
ordinandone la distruzione e, ciò nonostante, l’opposizione di papa Gregorio III che nel 731
scomunicò l’imperatore e i suoi sostenitori. Il figlio Costantino V prosegui con decisione la politica
paterna, riportando vittorie su Arabi e Bulgari e colpendo i monaci ribelli.
La fine dell’iconoclasmo e le oscillazioni della politica sociale
Con l’avvento al trono di Costantino VI (780-797) e di sua madre Irene, che tenne il potere prima in
nome del figlio minorenne e poi da sola, dopo averlo fatto uccidere, sembrò che si volesse
rinunciare alla politica degli imperatori austriaci, dato che fu nominato nel 784 un patriarca
iconodulo cioè favorevole al culto delle immagini, tre anni dopo il VII Concilio ecumenico di Nicea.
La posizione di Irene era indebolita dal mancato riconoscimento del papato che la considerava
un’usurpatrice. Carlo Magno si mostrava disposto a prendere in considerazione l’idea di un suo
matrimonio con la stessa Irene.
Con Leone V si ebbe il ritorno al potere della corrente iconoclasta, la contesa sarà chiusa nell’843
dall’imperatore Michele III il quale richiamandosi al Concilio di Nicea nel 787 riaffermò la liceità del
culto delle immagini. Espressione dei nuovi rapporti di forza ormai instauratisi nella società fu
l’imperatore Niceforo Foca esponente di una grande famiglia aristocratica, il quale emanò leggi a
tutela dei potenti. I suoi successori Giovanni Zimisce e Basilio II ripresero la politica antinobiliare di
Romano Lecapeno vietando la cessione all’aristocrazia fondiaria dei beni dei piccoli proprietari il
che provocò vaste rivolte della nobiltà di provincia.

Il rafforzamento del potere imperiale e la ripresa dell’espansione territoriale


Un ecclesiastico di notevole cultura e di grande personalità, il patriarca Fozio, eletto nell’858 cercò
di contrastare la tendenza del potere imperiale a imporsi anche alla chiesa, teorizzando
l’equivalenza dei due poteri, ma non riuscì a cambiare una situazione ormai consolidata. Ne risultò
un legame stretto tra Stato e Chiesa, un legame che non diede quasi mai luogo a conflitti laceranti.
I primi successi di rilievo furono conseguiti da Romano Lecapeno negli anni 943-44 con la
riconquista dell’importante centro strategico di Edessa i cui abitanti si convertirono di nuovo al
Cristianesimo. Anche Niceforo Foca nei pochi anni del suo regno conseguì risultati brillanti
recuperando Creta nel 961, la Siria e infine fu Giovanni Zimisce a continuare la sua opera
riconquistando Libano e Palestina spingendosi nei pressi di Gerusalemme.
Nel fronte settentrionale (Balcani, mar Nero) ci fu l’aggressività dei Russi e delle popolazioni delle
pianure sarmatiche nonché delle formazioni slavo-bulgare dei Balcani. La stessa Costantinopoli
dovette sostenere attacchi navali da parte dei Russi nell’860 e nel 907.

La concorrenza e lo scisma tra Chiesa greca e Chiesa romana


La cristianizzazione degli Slavi e delle altre popolazioni pagane dei Balcani e della Russia avveniva
in concorrenza con la Chiesa di Roma e con i Franchi la cui avanzata in Europa procedeva in
concomitanza con l’attività missionaria promossa dal papato. Un vero e proprio conflitto scoppiò
per il controllo della Chiesa bulgara che re Boris aveva tentato di mantenere del tutto autonoma
da Bisanzio, stringendo rapporti con Roma.
Fozio nel 867, fece scomunicare il papa da un concilio riunito a Costantinopoli. Ancora una volta
sulle decisioni del concilio aveva pesato l’autorità dell’imperatore, in questo caso Basilio I, il quale
non voleva rompere con il papato, puntò a una soluzione di compromesso, sacrificando Fozio, ma
allo stesso tempo salvaguardando gli interessi della Chiesa costantinopolitana. Ad abbassare la
tensione tra la chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, contribuì in maniera decisiva la crisi del
papato nel corso del X secolo e infatti quando essa fu superata agli inizi del nuovo millennio, i
rapporti divennero assai tesi: si era aggiunto il problema nel corso degli anni il matrimonio dei
preti e l’uso del pane lievitato nella celebrazione dell’eucarestia. La situazione esplose a metà del
XI secolo quando alla guida delle due chiese vennero a trovarsi prelati intransigenti. Lo scisma tra
le due chiese non sentito affatto come un avvenimento traumatico del mondo cristiano, anzi tutto
lascia credere che quasi non sia stato avvertito.

Economia urbana e produzione artistico-culturale


Sul piano economico le attività produttive e commerciali apparivano in piena ripresa tra IX e X
secolo e la moneta bizantina era forte sui mercati internazionali, tra cui anche quello italiano.
Costantinopoli era il più importante centro commerciale e produttivo del Mediterraneo ed era
nota in tutto il mondo la produzione di stoffe e sete. Le città e anche Costantinopoli erano anche
sede di un’intensa attività artistica e culturale, che vedeva impegnati gli imperatori. Leone VI ebbe
fama di filosofo, teologo e giurista.

L’inizio del declino e il costoso aiuto veneziano


Con la fine della dinastia macedone nel 1056 cominciò un mezzo secolo di lotte per il potere tra
alta burocrazia e nobiltà della capitale, da una parte, e aristocrazia fondiaria delle province
dell’altra. Sul fronte orientale la minaccia era rappresentata dai turchi selgiuchidi, i quali
provenienti dalle steppe dei Kirghisi si erano impadroniti di Baghdad. Con la conquista dei
Selgiuchidi il califfato restava in vita, ma il potere effettivo era nelle mani dei conquistatori il cui
capo Tughril Beg ricevette il titolo di sultano nel 1056.
Il pericolo maggiore venne dai Normanni dell’Italia meridionale, dopo aver espulso i bizantini
dall’’Italia ed essersi impadroniti di Durazzo, puntarono alla conquista di Costantinopoli.
Disperando di poterli fermare con le sue sole forze, l’imperatore Alessio Comneno chiese l’aiuto di
Venezia, che sconfisse i normanni per mare, ma chiese un compenso assai alto per il suo aiuto,
facendosi concedere un diploma imperiale (crisobolla). Il risultato fu che in breve tempo essi
diventarono arbitri della vita economica dell’impero, risucchiando la maggior parte delle sue
risorse finanziarie.

(Cap.11) Incremento demografico e progressi dell’agricoltura nell’Europa dei secoli


XI-XIII
Nella seconda metà del XI secolo comparvero nel Mediterraneo orientale nuovi soggetti politici,
tra essi ci furono i Normanni e i Veneziani. Agli inizi del nuovo millennio è certo che la popolazione
europea, dopo il calo dei secoli III-IV era di nuovo in aumento. Le città si ripopolano e diventano
centri di scambi e di attività produttive, salgono i prezzi dei prodotti agricoli.
L’ampliamento dello spazio coltivato e del popolamento rurale
Accanto all’incremento demografico, un altro fenomeno fu l’ampliamento dello spazio coltivato.
Nelle aree già popolate l’espansione delle coltivazioni avveniva a spese di quelle zone incolte che
costituivano parte integrante delle curtis e dei territori dei villaggi. Un ruolo assai importante
nell’espansione dello spazio coltivato ebbero anche i nuovi ordini monastici fondati nel corso del
XII, i cistercensi e i certosini. Desiderosi di riscoprire lo spirito originario della regola benedettina i
insofferenti della ricchezza cercarono la solitudine e la povertà, rifugiandosi nel cuore della foresta
e in territori spopolati.

Le grandi opere di colonizzazione


Nell’arco di due-tre secoli l’intera zona fu bonificata attraverso la creazione di dighe, capaci di
impedire l’invasione del mare durante l’alta marea e di canali di drenaggio per liberare le terre
dalle acque che venivano pompate. Uno sforzo di tali dimensioni fu possibile grazie all’intervento
dei conti di Fiandra e di altri signori territoriali, ai quali appartenevano quelle aree ora diventate
produttive. L’iniziativa fu dei principi territoriali, che si diedero a incoraggiare con privilegio e carte
di libertà i contadini disposti a impegnarsi nella valorizzazione delle loro terre.
Al tempo dell’imperatore Lotario di Supplimburgo fu superata l’Elba, ma negli anni seguenti che
coincisero con una crisi interna al mondo tedesco a causa delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, ci fu
una sollevazione generale degli Slavi, che distrussero i villaggi, monasteri e castelli per nuove
ondate di colonizzatori.
Vienna fondata nel 1018, divenne capoluogo della Marca orientale e fu creato il ducato di Carinzia,
oltre a vari vescovadi e monasteri, che contribuirono a cancellare da quelle regioni qualsiasi
impronta slava.

L’evoluzione sociale delle campagne


Flussi migratori così intensi ebbero conseguenze anche nelle terre di origine degli emigranti. I
signori di quelle terre, si dovettero porre il problema di evitare la partenza dei lori contadini, si
resero conto che l’unico intervento era quello di venire incontro all’esigenza di maggiore libertà sia
personale sia iniziativa economica.
Così la curtis pur restando ancora un modello organizzativo della grande proprietà, subì
trasformazioni di entità diversa nelle varie parti d’Europa.
I signori potevano disporre di nuove entrate, utilizzabili sia per migliorare il loro tenore di vita,
rifornendosi di prodotti di lusso sul mercato cittadino, sia per accrescere la produttività della parte
residua della riserva padronale, ricorrendo all’opera di salariati.
I progressi dell’agricoltura
All’origine delle trasformazioni in atto nelle campagne c’era anche l’introduzione di nuove tecniche
agrarie e di nuove coltivazioni. Fondamentale importanza venne riconosciuta all’introduzione,
nelle terre di nuova colonizzazione, di tecniche di aratura capaci di smuovere terreni pesanti
nonché ricchi di radici d’albero e sassi. Adatto si rivelò l’aratro pesante, munito di coltro e versoio,
e reso stabile da due ruote, già noto da tre-quattro secoli, ma fino ad allora di impiego assai
limitato. La differenza rispetto a quello semplice di tipo romano, che continuò ad essere usato
nelle regioni mediterranee consisteva nel fatto che il nuovo aratro era in grado di incidere più in
profondità il terreno e di smuovere le zolle, sollevandole e rovesciandole.
Un’altra novità fu costituita dall’abbandono della tradizionale bardatura, formata da una cinghia di
cuoio tenero, che stringeva l’animale alla gola, ostacolandogli la respirazione. Ad essa fu sostituito
nell’XI secolo un collare rigido che poggiava sulla spalla del bue. Con l’incremento dello
sfruttamento delle miniere a partire dall’XI secolo il costo del ferro diminuì e questo ne consentì
un largo impiego nella costruzione di aratri e attrezzi agricoli (asce, seghe). Questo sistema di
coltivazione prevedeva la divisione del campo non più in due parti ( come nella rotazione biennale)
ma in tre: una destinata alla tradizionale semina autunnale di frumento ( e spesso di segale),
un'altra alla semina primaverile di avena, orzo e legumi, una terza al riposo (maggese).

Due modelli di agricoltura


Si formarono due modelli di agricoltura: quella dell’Europa centro-settentrionale, caratterizzata
dalla rotazione della triennale, dall’impiego dell’aratro pesante e dai campi aperti, a forma di
strisce di terra lunghe un centinaio di metri in cui nel periodo intercorrente tra il raccolto e la
successiva semina poteva liberamente pascolare il bestiame di tutti gli abitanti del villaggio, quella
dell’Europa mediterranea caratterizzata dalla rotazione biennale, dall’aratro leggero.

(cap.12) La ripresa del commercio e delle manifatture


I progressi dell’agricoltura nei secoli XI-XIII valsero per creare le condizioni per la ripresa del
commercio e dell’artigianato. Le popolazioni più attive erano quelle che si trovavano nei punti di
incontro tra aree economiche diverse: i veneziani che tramite la Pianura Padana mettevano in
collegamento il mondo bizantino con l’Europa centrale, i Frisoni attivi sia nei porti del mare del
nord sia in quelli del Reno dive scambiavano i prodotti dell’agricoltura e artigianato delle aree
interne della Germania con materie prime e pesce delle regioni del nord.

La formazione di un sistema economico unitario


La situazione comincia a cambiare nel corso del X secolo quando assistiamo a due fenomeni nuovi:
l’ampliarsi del ceto dei mercanti di professione, con la comparsa di tedeschi, boemi e slavi e la
crescita di importanza delle fiere, che cominciano a superare l’ambito locale.
L’area mediterranea era articolata in almeno tre settori: quello facente capo a Costantinopoli,
quello comprendente i paesi musulmani (Spagna, Africa del nord, Sicilia, Siria), quello
dell’Occidente cristiano (Italia e Francia meridionale). Nell’area nordica sono individuabili: un
settore atlantico che comprende Irlanda, Inghilterra, Bretagna e Spagna e un altro formato da mar
Baltico, mare del nord e canale della Manica. Nel corso del XI-XII secolo si attuò il collegamento tra
l’area mediterranea e quella nordica, attraverso l’integrazione tra rotte marittime e itinerari fluviali
e terresti.
Nella fase della loro massima fioritura le fiere di Champagne svolsero, un ruolo che è stato
paragonato a quello delle olimpiadi del mondo greco. Tra gli artefici del loro successo vanno
collocati anche gli operatori economici italiani, i mercanti lombardi, i quali le ammirano non
soltanto con i loro traffici ma anche con l’introduzione di nuove tecniche finanziarie che
contribuirono a fare delle fiere di Champagne un sistema di scambi. Tra i prodotti acquistati
c’erano i tessuti delle città delle Fiandre che essi diffondevano in tutto il Mediterraneo e anche nel
Levante. Ad attrarre in Egitto gli italiani contribuì il cambiamento nel corso del XI secolo, degli
itinerari commerciali tra India e Mediterraneo che ora facevano capo al mar Rosso.
Il collegamento tra area mediterranea e area nordica fu perfezionato a partire dalla seconda metà
del XIII secolo dalla creazione di rotte marittime tra Mediterraneo e mare del nord attraverso lo
stretto di Gibilterra e le coste dell’Atlantico.

I miglioramenti dei trasporti


L’individuazione di nuove rotte marittime e l’incremento della navigazione su quelle già esistenti
andarono di pari passo con l’introduzione di alcuni miglioramenti tecnici che contribuirono a
rendere più sicuri i viaggi. La prima di queste innovazioni fu l’introduzione nel XII secolo, della
bussola, forse proveniente dalla Cina. Di uso generalizzato divennero nel corso del XIII secolo, i
portolani una sorta di guide per naviganti, compilate da esperti uomini di mare che descrivevano
le caratteristiche delle coste e dei porti. I progressi della navigazione non impedirono che la
maggior parte dei traffici avvenisse per via di terra, utilizzando come mezzi di trasporto le bestie
da soma ma anche carri a due o quattro ruote. L’intensificazione degli scambi portò all’emergere
di nuovi assi viari: direzione nord-sud era quello che dall’Italia attraversava la pianura francese e
arrivava nelle Fiandre. Altri assi furono in senso est-ovest che dalla Francia occidentale conduceva
in Boemia e Polonia.

Le merci del commercio internazionale


Un elenco dei principali prodotti: il grano esportato in grosse quantità verso Genova, Venezia e
Pisa dall’Italia meridionale; un altro prodotto richiesto era il vino che si esportava a Genova, da
Rodi e Cipro. Intensa era anche la circolazione delle materie prime (lana, cotone).
Il ruolo del mercante
Artefice dell’integrazione tra aree a diversa specializzazione produttiva e della creazione di un
sistema economico unitario fu il mercante che cercò di conoscere la cultura, il ruolo sociale, il
collegamento con il potere politico. Il mercante che partiva aveva la possibilità di trovare i capitali
di cui aveva bisogno o di investire in quel determinato viaggio solo una parte del suo capitale.
All’inizio i mercanti praticavano anche il cambio delle monete ma in questo settore la
specializzazione fu più precoce per cui l’attività di cambiatore acquistò ben presto una sua
autonomia.

La ripresa della moneta aurea


Lo sviluppo dei commerci e della vita economica richiese il superamento del sistema monetario
creato da Carlo Magno e basato sulla libra d’argento la quale si divise in 20 soldi, di 12 denari
ciascuno. I mercati dell’Europa cristiana si dovettero porre il problema di dotarsi di una moneta
stabile e capace di circolare. All’origine dell’abbandono della monetazione aurea in Occidente
c’era la debolezza economica dei sovrani europei al confronto con quelli del mondo bizantino e
arabo le cui monete erano accettate a preferenza delle altre.

Artigianato e attività manifatturiere


L’attività di macellai, fornai, fabbri, calzolai si andò incrementando man mano che la popolazione
cresceva e si intensificarono i rapporti con le campagne circostanti, per cui per i contadini fu
conveniente acquistare attrezzi e manufatti sul mercato cittadino. Il settore di punta dell’industria
medievale fu quello tessile e quello laniero, contemporaneamente in Italia cresceva la produzione
di tessuti di cotone e di seta.

Gli altri settori produttivi


Acquistò un rilievo via via crescente la lavorazione dei metalli per la produzione di armi e attrezzi
di vario genere. Un settore nuovo per la civiltà europea fu quello della fabbricazione della carta,
inventata in Cina e trasmessa all’Occidente dagli arabi che nel 1151 impiantarono una cartiera in
Spagna.

La bottega artigiana e le corporazioni


Sia nell’industria laniera, sia negli altri settori dell’artigianato l’unità produttiva di base era
costituita dalla bottega artigiana nella quale accanto al titolare (maestro), lavoravano i suoi
familiari, uno o più collaboratori stabili, e almeno un paio di apprendisti e salariati. Diventare
maestro significava non soltanto avere maggiori prospettive di guadagno ma inserirsi a pieno titolo
nella struttura economica e sociale della città e acquisire strumenti di partecipazione politica.
Le innovazioni tecnologiche
Le novità più importanti furono l’utilizzare a partire dall’XI secolo, dell’energia idraulica in svariati
settori. Ci fu l’invenzione dell’albero a camme che consentì di azionare vari meccanismi a scopi
industriali. Nel secolo XII comparvero i mulini a vento sulle coste dell’Atlantico.

(cap.13) Lo sviluppo dei centri urbani e le origini della borghesia.


Le città furono a partire dall' XI secolo una componente fondamentale della storia europea, anche
se erano presenti in Europa già precedentemente erano ora rilegate ad una funzione marginale e
di poco conto. L'urbanizzazione in Europa non era avvenuta in maniera uniforme quindi nelle aree
marginali dell'ex Impero Romano le città scomparvero del tutto e nelle aree interne persero di
importanza o vennero abbandonate. La sopravvivenza di molti centri urbani dipese dalla presenza
del vescovo, che faceva mantenere al centro cittadino una certa importanza. Nell’Italia
meridionale la situazione era assai diversa; le città, pur risentendo della crisi demografica dei secoli
precedenti erano inserite in un contesto commerciale più ampio ed erano quindi popolate dai ceti
artigiani e produttivi.
Diversa era invece la situazione nell’Italia centro-settentrionale dove le città come Venezia, Pisa e
Genova erano proiettate verso il futuro al livello politico e sociale; diventeranno queste le potenze
marinare in Italia pronte anche a delle relazioni commerciali con l'oriente. In questo contesto
ebbero un ruolo importante i vescovi, i quali sempre più spesso assumevano poteri paragonabili a
quelli dei funzionari pubblici specialmente a partire dal X secolo. La funzione temporale delle curie
vescovili contribuì al ritorno della nobiltà nelle città, che a sua volta contribuì al ritorno di una
componente produttiva e vassalica. Nel corso dei secoli X – XI le comunità cittadine si resero conto
del loro potere esautorando del tutto il vescovo. Comunque, anche in questa fase rimase evidente
che il ceto dirigente era formato dalla classe mercantile. La rinascita urbana coinvolse anche la
Francia meridionale e la Germania, in queste regioni più che altro si assistette alla fondazione di
nuove città. I modi in cui questo avvenne furono fondamentalmente due: O un signore fondava un
centro fortificato nei pressi di una zona di mercato o un gruppo di mercanti creava un proprio
insediamento nei pressi di un castello o di un'abazia. Questi nuovi insediamenti presero il nome di
borghi. Le città del nord della Germania all'inizio del trecento fondarono una lega mercantile
denominata Lega Anseatica. Il reticolato urbano si presentava sempre più largo mano a mano che
ci si spostava verso est. In Inghilterra la dominazione romana non aveva lasciato insediamenti di
tipo urbano per cui si dovette aspettare il XIII secolo per assistere ad opere di urbanizzazione. Le
città intorno al Trecento erano rappresentate da vari casi in cui raggiungevano una popolazione di
100.000 abitanti, poi venivano le grandi città che si aggiravano intorno ad una popolazione di
50.000 unità; più numerose erano le città medie tra 15 e 30mila abitanti. Una crescita così
massiccia delle città non è imputabile solo all'aumento della popolazione ma anche alla massiccia
ondata migratoria proveniente dalle campagne. Tale ondata era provocata dalle nuove
opportunità che le città offrivano. La popolazione urbana assunse un nuovo status giuridico in
quanto non era soggetta ai vari signori feudali delle campagne, era anche diverso il tipo di lavoro
che i cittadini svolgevano rispetto al lavoro di campagna. Si veniva delineando una società più ricca
ed articolata nella quale le persone che si occupavano del lavoro della terra e della preghiera
erano la maggior parte della popolazione ma nella quale coloro che erano impiegati nel credito e
nel commercio venivano ad occupare un ruolo di crescente importanza. Prese così vita la società
tripartita, che durerà fino alla rivoluzione francese. Era composta da oratores (ecclesiastici)
bellatores (combattenti) laboratores (rustici). Le città manifestarono una tendenza autonomistica
tra il XI e il XII secolo, in alcuni casi fu totale mentre in altri l'autonomia fu solo amministrativa e
non politica. Nella Francia del nord si assistette alla nascita dei comuni per iniziativa dei cittadini
sotto la guida di personaggi eminenti. I cittadini prestavano giuramento di pace per mantenere la
concordia nella città e per limitare gli arbitri dei signori, poi si avviavano trattative con i signori per
avere la concessione di una carta di comune nel caso in cui le trattative non fossero andate a buon
fine non si faceva di solito attendere molto una rivolta armata. Il signore in alcuni casi concedeva
la carta di comune a patto che la città mantenesse dei funzionari a lui fedeli.

(cap.14) Il rinnovamento della vita religiosa e la riforma della chiesa.


A seguito della crisi delle istituzioni politiche e religiose l'ordinamento ecclesiastico si era trovato
privo del potere politico e non riusciva a fermare le ingerenze dei laici all'interno delle nomine
pontificie e cardinalizie, non riusciva inoltre a sopperire al livello culturale dei monaci e chierici che
continuavano a sottrarre i beni della chiesa per trasmetterli ai propri vassalli od alle proprie
famiglie. Gli aspetti della crisi del X secolo erano collegati tra loro in quanto i metodi clientelari con
i quali venivano reclutati davano origine alla corruzione e all'ignoranza. Era molto comune specie
nell’Italia meridionale che i chierici vivessero in concubinato e che indirettamente trasmettessero
ai loro figli illegittimi delle proprietà ecclesiastiche. Il fatto che agli uomini di chiesa venisse
concessa un'importanza elevata comportava che le loro manchevolezze venissero percepite come
più gravi; ma il fatto che la chiesa disponeva di un vario arsenale culturale diede il via ad un
massiccio movimento riformatore. I primi segni di cambiamento si ebbero nei monasteri, nei quali
era sempre stato attivo un movimento di riflessione teologico che portò già nel X secolo alla
sperimentazione di nuove forme di vita monastica. L'esperienza più fruttuosa fu quella del
monastero di Cluny in cui l'abate coordinava un certo numero di monasteri nella zona ed era
soggetto direttamente all'autorità papale senza passare dal vescovo, garantendo quindi all'abate
una certa autonomia; vennero aboliti i lavori manuali per lasciare più spazio ai monaci per la
preghiera e le funzioni liturgiche. Un costume caratteristico della prima età cristiana tornò in voga
nel X secolo e nel mille, l'eremitismo, questo fenomeno diede vita alla fondazione addirittura di
ordini monastici basati sull'eremitismo, come i certosini. Alcuni di questi ordini poi si evolveranno
negli ordini mendicanti. Un'altra componente della riforma fu il ripristino delle comunità
canonicali, dimenticate dopo Ludovico Il Pio, nel X-XI secolo ci fu un cambio di tendenza, tra l'altro
la promozione della vita comune del clero era prova dell'adesione del vescovo al movimento
riformatore. Dall'XI secolo si poté parlare di un vero e proprio movimento canonicale. Le comunità
canonicali o canoniche regolari non sono da confondere con le comunità monastiche in quanto i
monaci non erano chierici. Prenderanno abitualmente i voti dal XII secolo. Il clero simoniaco e
concubinario era sempre più criticato sia dai laici sia da alcuni predicatori itineranti che
predicavano di rifiutare i sacramenti da loro amministrati. Questi contestatori furono detti paratini
ed andarono incontro alla scomunica. I costumi corrotti vennero criticati anche dai movimenti
popolari. Per riformare totalmente la chiesa era necessario che il movimento di riforma avesse un
coordinatore, questo ruolo venne preso in un primo tempo dal potere politico, prima di passare
nelle mani del papato. Imperatori come Enrico III cercarono di ridurre il potere dei vescovi corrotti
per poi volgere l'attenzione nel 1046 alla chiesa di Roma che a causa del contrasto tra famiglie
romane aveva in se ben tre papi, Enrico III li depose tutti e fece eleggere il suo candidato che prese
il nome di Clemente.
Il nuovo papa dichiarò decaduti gli ecclesiastici colpevoli di simonia. Nello stesso tempo tra gli
intellettuali riformatori si sviluppò il pensiero che per riformare completamente i costumi della
chiesa era necessario interrompere le ingerenze dei laici negli affari della chiesa. Il nuovo papa
Leone IX riunendo intorno a se i maggiori esponenti del mondo riformatore proclamò più volte
una condanna per la simonia. Una battuta d'arresto alla sua attività riformatrice fu causata dallo
scontro con i normanni. Il pontefice nel 1053 mosse contro di loro guidando personalmente
l'esercito, venne sconfitto e fu trattenuto come prigioniero per quasi un anno. Dopo la stipula di
un'intesa con i normanni il papato riconobbe le loro conquiste in cambio di un appoggio politico e
militare. Il potere pontificio, comunque, si andava via via separando dal potere imperiale e alla
morte di Enrico III nel 1056 si verificarono diverse defezioni dei vescovi che non volevano
adeguarsi alle nuove regole. Il gruppo riformatore alla morte di Enrico III si trovava con due
posizioni prevalenti al suo interno: il primo era più rigoroso e richiedeva una condanna più radicale
della simonia compreso l'annullamento di tutti gli atti effettuati dai simoniaci mentre l'altra,
sosteneva che una soluzione così rigorosa fosse impossibile da attuare per motivi sia politici sia
pratici. La seconda tesi sosteneva infatti che la chiesa non doveva separarsi dall'impero ma
dovevano essere ridefiniti i rispettivi ruoli. Intanto il papato approfittando della minore età di
Enrico IV attuò nuove riforme di carattere amministrativo e organizzativo. Il pontefice Niccolò II
nominò il più forte capo normanno vassallo della chiesa di Roma, convocò poi un concilio in
Laterano nel quale modificò il sistema di elezione papale, fu rinnovato l'obbligo del celibato per il
clero e fu proibito al clero di ricevere chiese dai laici, anche a titolo gratuito. Nei due successivi
concili vennero stabiliti dei provvedimenti definitivi nei confronti dei vescovi simoniaci, i vescovi
vennero dichiarati decaduti ma le ordinazioni da loro fatte vennero ritenute valide. In futuro anche
questi atti saranno annullati. Enrico IV nel 1066 uscito dalla giovinezza si accorse subito che con le
nuove riforme stava venendo escluso dal controllo delle sedi vescovili ma nel primo periodo del
suo regno fu impegnato a sedare una rivolta in Sassonia. Nel frattempo saliva al trono pontificio
Gregorio VII grande punta dello schieramento riformatore. Gregorio rivendicò il primato di Roma
sul governo della santa romana chiesa. Ne scaturì una spaccatura che fini col rimescolare le forze.
Dalla parte dell'imperatore vennero a trovarsi non solo i vescovi contrari alla riforma ma anche gli
ecclesiastici contrari alla concezione gregoriana del primato papale. A versare benzina sul fuoco
contribuì il testo papale (dictatus papae) nel quale il pontefice si impossessava del diritto di
estendere la propria giurisdizione temporale attribuendosi la facoltà di deporre oltre che i vescovi
anche l'imperatore.
Prendeva così corpo l'idea di una monarchia incentrata sul pontefice al quale avrebbero dovuto far
capo tutti i poteri, spirituali e temporali. Enrico IV era deciso a non accettare una concezione del
genere per questo scaturì un lungo conflitto chiamato lotta per le investiture. Si mosse per primo il
pontefice, il quale attraverso il concilio emanò un decreto nel quale vietava ai laici di concedere
l'investitura di vescovadi e abazie. Enrico IV a sua volta convocò un'assemblea di nobili ed
ecclesiasti a lui fedeli che deposero e scomunicarono il pontefice. Il papa a sua volta depose e
scomunicò l'imperatore sciogliendo i fedeli dal giuramento di fedeltà. L'imperatore che aveva
appena domato un'insurrezione da parte dell'aristocrazia tedesca si rese subito conto di quanto
fosse pericolosa la situazione. I nobili rivoltosi gli imposero di sottomettersi al giudizio del papa il
quale si diresse verso Canossa in attesa della scorta promessa dai principi ribelli tedeschi. Qui
venne raggiunto da Enrico IV che attese tre giorni e tre notti chiedendo perdono al pontefice che
ottenne nel 1077. L'imperatore poté cosi riprendere l'iniziativa ma i nobili tedeschi non
desistettero e nello stesso anno convocarono una nuova assemblea dove elessero re Rodolfo di
Svevia che però non riuscì ad imporsi. Enrico dopo aver sbaragliato gli oppositori si volse contro il
papa che nel 1080 gli rinnovò la scomunica. Enrico, quindi, convocò due concili: nel primo fece
deporre il papa e nel secondo fece eleggere pontefice Giberto di Ravenna. Si diresse poi verso
Roma dove giunse nel 1081 mettendo la città sotto assedio. Roma cadde nel 1084 e Giberto venne
consacrato papa col nome di Clemente III, dopo essere stato consacrato incoronò imperatore
Enrico IV. Nel 1088 salì al soglio pontificio Urbano II che a differenza di Gregorio VII si concentrò
sulla costituzione di canoniche regolari più che di monasteri, andando così ad assumere un
orientamento episcopalista. Questo orientamento diede i suoi frutti, infatti molti vescovi fedeli
all'antipapa Clemente III lo abbandonarono. Negli anni successivi il papa cercò di chiamare a
raccolta tutte le forze possibili, Urbano II acquisto quindi l'iniziativa isolando in maniera sempre
più grave sia Clemente III che Enrico IV. Il successore di Urbano, Pasquale II seguì una politica
rigorista cercando ad un certo punto, col consenso del nuovo imperatore Enrico V di far rinunciare
la chiesa ai suoi beni terreni, nel 1111 venne raggiunto un accordo in tal senso ma nel giro di pochi
giorni a causa delle forti opposizioni da ambo le parti un concilio sconfessò il papa che ormai in
balia dell'imperatore fu costretto ad incoronarlo e a concedergli la facoltà di consacrare i vescovi.
L'anno successivo un nuovo concilio annullò la concessione e nel 1116 scomunicò l'imperatore.
Venne partorito perciò un concordato nato su una concezione che da tempo veniva discussa,
ovvero che i vescovi fossero nominati dal papa ma che l'imperatore avesse dovuto investire i
vescovi delle varie autorità politiche. Per cui venne stipulato nel 1122 tra l'imperatore Enrico V e il
pontefice Callisto II il concordato di Worms. Il concordato venne ratificato l'anno successivo dal
primo concilio ecumenico tenutosi in occidente, il concilio del Laterano, nel quale venne
formalizzato il primato di Roma all'interno della cristianità. Venne anche ribadita l'esclusione dei
laici da ogni ingerenza nei confronti del clero. Nel 1139 il concilio riservò capitoli specifici per
l'elezione dei vescovi.
Tutto questo portò ad un potenziamento dell'apparato burocratico dell'amministrazione vaticana,
iniziarono a fluire rendite sia dai patrimoni fondiari che dalle tasse pagate dagli stati vassalli, oltre
che le rendite ottenute tramite l'obolo di san pietro, ovvero pagate da quei sovrani che avevano
ottenuto la corona dal pontefice. La legazione divenne un'importante strumento di governo nello
stato pontificio, i legati inizialmente inviati temporaneamente presso un sovrano per un motivo
particolare in seguito sostituiti od affiancati con legati permanenti, il cui potere venne sempre più
ampliato fino a che i legati divennero veri e propri rappresentanti del papa a tutti gli effetti. Ben
presto la santa sede riuscì a diventare il punto di riferimento per tutta la politica europaea che
portarono via via il papato alla ierocrazia.
(cap.15) Rinascita culturale e nuove esperienze religiose.
La crisi della dinastia carolingia che comunque aveva contribuito ad una rinascita culturale attuata
per elevare la cultura del clero, spostò il centro culturale dalla corte ai monasteri; la Germania
tentò di continuare la tradizione ma nell'XI secolo i monasteri si erano aperti all'influenza francese.
In Italia meridionale il collegamento col mondo greco e con quello bizantino-arabo portava una
vivace attività culturale. In Italia settentrionale nello stesso periodo era in atto una rinascita del
diritto romano attraverso lo studio del corpus iuris civilis di Giustiniano. La Francia fu l'unica
nazione in cui la ripresa culturale riguardò tutti i settori. Il fenomeno di rinascita culturale venne
accelerandosi nel XII secolo, fino all' XI secolo, infatti, solo i grandi monasteri avevano svolto un
ruolo culturale di rilievo. A metà del XII secolo erano in piena fioritura i nuovi ordini religiosi che
però contribuirono solo in parte al progresso culturale in quanto il loro obiettivo era l'ascesi
spirituale. Un ruolo decisamente più importante spettò alle cattedrali che erano pienamente
inserite nelle città allora in piena crescita. Le scuole nelle cattedrali erano gestite dai vescovi che
conferivano ai maestri la licenza per insegnare ma non rilasciavano alcun titolo riconosciuto. Nel
XII secolo si assisté alla nascita delle università che all'inizio si configurarono come una sorta di
corporazione di studenti e professori. Le università produssero programmi di studio, decisero i
compensi da riservare ai professori e le modalità per il sostegno degli esami ed il conseguimento
della laurea. Le facoltà erano quattro: arti, diritto, medicina e teologia. La facoltà di teologia però
non era presente ovunque in quanto i vari papi cercarono di riservare il monopolio all'ateneo di
Parigi. La nascita delle università modificò radicalmente le condizioni di produzione dei libri, fino
ad allora infatti erano visti come beni di lusso. Il problema venne risolto dalle università che
attraverso una commissione approvava i testi che venivano forniti agli editori i quali si
impegnavano a venderli a prezzi accessibili. La lingua della cultura era sempre stata il latino che
però la popolazione media non era più in grado di comprendere. Tra i secoli XI e XII si assiste alla
diffusione di opere scritte in lingua volgare nata dall'evoluzione del latino con le varie parlate
locali. Grande prestigio in questo periodo lo acquistarono i notai che a causa del loro mestiere
erano costretti a produrre atti in entrambe le lingue. Altri protagonisti della vita cittadina erano i
mercanti che avevano una mentalità decisamente razionale. Con l'apertura a tutti delle scuole,
inoltre, vi fu l'aumento delle persone alfabetizzate e l'immissione sul mercato di una nuova
tipologia di opere dal costo assai basso. Nel XII secolo si poté assistere ad una laicizzazione della
cultura quando anche i laici erano diventati fruitori di ospedali e confraternite. Si trattava di un
fenomeno di massa, in questo periodo infatti vi fu il proliferare di parecchie eresie. Per controllare
questa stragrande formazione di ordini religiosi la chiesa tentò di imporre loro la completa
sottomissione ai vescovi. Grande clamore ebbe l'ordine francescano che predicava uno stile di vita
completamente nuovo molto differente rispetto a quello della chiesa dell'epoca. La chiesa
comunque cercò di porre un freno agli ordini mendicanti in quanto i francescani si erano diffusi
ovunque in modo capillare.
(Cap.16) Rapporti feudali e processi di ricomposizione politico territoriali. L’impero
e l’Italia dei comuni
L’intervento della chiesa ne disciplinare il ceto dei cavalieri avveniva, proprio in un periodo in cui
gli stessi uomini di chiesa stavano elaborando una compiuta visione della società divisa da
Adalberone di Laon tra coloro che pregano e coloro che combattono e coloro che lavorano. Il
modello di Adalberone di Laon funzionava perché coloro che combattevano a cavallo non solo si
distinguevano nettamente dal resto del laicato e dai contadini ma nel corso del XI secolo andavano
prendendo coscienza della loro condizione sociale e giuridica.
Nel corso del XII secolo il codice di comportamento cavalleresco si venne arricchendo ad opera dei
giovani, vale a dire dei cavalieri non sposati e privi di feudi. In un concilio svoltosi nel 1054 a
Narbona (Francia sud-orientale) si affermò che non era lecito versare sangue cristiano, perché
sarebbe stato come versare il sangue di Cristo stesso.
Il ritrovato dinamismo e fioritura culturale portò ben presto ad una crescita demografica per la
quale era necessario una grande opera di dissodamento. Per realizzarlo era necessario superare il
problema del particolarismo politico e del continuo stato di guerra. Una prima risposta venne dato
dalla fondazione del movimento della pace di dio per il quale i vescovi organizzarono grandi
assemblee nelle quali predicavano la protezione delle categorie piu sensibili puntando il dito
contro i violatori della pace che di solito erano signori feudali proprietari di castelli. Ben presto
oltre a proteggere dalla guerra determinate categorie di persone ed i beni della chiesa si arrivò a
garantire una maggiore sicurezza proibendo qualsiasi attività bellica la domenica e durante le feste
religiose. L'intervento della chiesa per disciplinare il ceto dei cavalieri ovvero la figura del
combattente per l'ideale cristiano al servizio della chiesa, avvenne in un contesto di divisione
sociale tra oratores, bellatores e laboratores che raccoglieva diverse forzature. Però
effettivamente coloro che combattevano a cavallo si distinguevano nettamente da coloro che
erano disarmati (inermes), infatti i cavalieri stavano prendendo coscienza della propria particolare
condizione sociale e giuridica.
Infatti, i suoi membri godevano di vari privilegi: erano esenti dal pagamento delle tasse per le terre
possedute, erano sottratti alla giustizia dei signori e potevano tramandare ereditariamente la loro
condizione. Alla coesione di questo ceto contribuirono i nuovi modelli di comportamento elaborati
dagli ecclesiastici francesi, i quali trasformarono l'investitura in un rituale a carattere religioso. Nel
corso del XII secolo il codice cavalleresco venne arricchito da giovani cavalieri che predicavano una
vita avventurosa e la ricerca di un generoso signore e di una causa da servire. I cavalieri però erano
sempre pronti ad affrontare qualsiasi impresa guerresca, per questo si cercò di indirizzare la loro
violenza al di fuori della cristianità. I vescovi, comunque, ancora una volta sopperirono alla carenza
di elementi politici che non erano in grado di mantenere l'ordine nella società. Nell'XI secolo i
rapporti feudo-vassallatici mutarono perdendo la loro connotazione militare, trasformandosi in
strumenti di governo e di coordinazione politica per il controllo di aree più vaste. All'origine di
questa trasformazione c'erano oltre al ritrovato dinamismo della società anche il riconoscimento
dell'ereditarietà del feudo e la nascita del diritto feudale. Fu proprio il diritto feudale a creare il
sistema feudale all'interno dello stato. Il feudo era diventato un bene che una volta posseduto non
poteva più essere sottratto a meno che il feudatario non fosse stato riconosciuto colpevole di
tradimento da un tribunale di suoi pari. Il feudo veniva così assimilato all'allodio ovvero al bene di
piena proprietà tanto più che i rapporti con i signori nel corso del tempo si erano allentati. A causa
della riscoperta del diritto romano e del diritto canonico i giuristi arrivarono ad individuare lo stato
come fonte del diritto rendendo quindi illegale ogni forma di potere priva della legittimazione
reale. Dato che la situazione feudale era estremamente frammentata si ricorse all'espediente di
donare al sovrano le proprie terre per riceverle nuovamente in feudo legittimando in tal modo il
potere del vassallo che parte sua riceveva ben poco danno. Addirittura, in Lombardia si trovavano
dei feudatari esentati dal servizio militare, il feudo quindi via via aveva perso anche il suo
originario uso di clientela militare diventando di fatto uno strumento usato da un sovrano per
affermare la propria autorità su nuovi territori e per consolidare il suo potere. Nel XII secolo quindi
i giuristi delinearono una mappa che dal vertice distribuiva poteri verso il basso fino ad arrivare ai
ceti rurali. Il processo fu comunque assai lento e differente a seconda dei paesi. In Italia le
comunità cittadine non erano formate solo da mercanti e artigiani ma anche dalla piccola e media
nobiltà che non di rado possedeva diritti giurisdizionali sui villaggi e le terre della campagna
circostante.
In città, comunque, le funzioni pubbliche non erano amministrate tutte dal vescovo ma erano
ripartite tra diversi organismi politici: conte, vescovo, eventuali cattedrali o monasteri e la
comunità cittadina che era sempre in grado di far sentire la propria voce. Un quadro sociale così
frammentato consentì comunque lo sviluppo libero di forze sociali diverse ma non fu adeguato per
disciplinare i contrasti che inevitabilmente sorgevano. All'incremento naturale della popolazione
poi si aggiungeva l'immigrazione dei contadini e degli esponenti della nobiltà che si trasferivano in
città per incrementare il loro prestigio e la loro ricchezza. La lotta per le investiture fu il momento
propizio per lo sviluppo delle autonomie cittadine in quanto sia il papa che l'imperatore erano alla
ricerca di nuovi consensi da parte delle autorità locali in favore delle quali largheggiavano con i
privilegi. A Milano, per esempio, venne istituita nel 1097 una nuova magistratura detta collegiale
che nel 1130 contava ben 23 membri di cui 18 erano componenti dell'aristocrazia feudale ed a
vario titolo legati al vescovo, questo dimostra che gli esponenti dell'aristocrazia erano comunque il
nucleo forte della realtà comunale. I comuni consolari si svilupparono in diversi modi nelle varie
città italiane ma comunque nel periodo 1080-1120. L'iniziativa era sempre nelle mani del ceto
aristocratico tranne in alcuni casi in cui partecipò anche il ceto mercantile. Le famiglie consolari,
infatti, all'inizio non erano chiuse, come avverrà nel XII e XIII secolo quando ci fu una grossa
lievitazione del ceto dei mercanti.
Gli organi di governo erano l'assemblea generale dei cittadini e il collegio dei consoli a cui spettava
il potere esecutivo. I consoli restavano in carica per brevi periodi per evitare il proliferare di regimi
personali. L'affermarsi del comune, che era si un'entità politica nuova non avvenne in maniera
rivoluzionaria in quanto i notabili già da tempo svolgevano funzioni di governo per conto del
vescovo. Per proiettare la propria influenza verso le campagne, estendendo il controllo, il comune
superò la barriera del particolarismo politico tipico dell'alto medioevo, comunque, la politica di
sottomissione del contado si ebbe su finire del XII secolo.
Facendo un passo indietro tornando a parlare di Enrico V c'è da dire che anche lui non era riuscito
ad assicurare alla sua dinastia la successione al trono di Germania. Alla sua morte i principi di
Germania ignorarono la sua decisione di eleggere sovrano un membro della casa degli
Hohenstaufen ed elessero Lotario di Supplinburgo, alla morte di questi poi, invece di far salire al
trono il genero elessero Corrado III. Si vennero così a creare due schieramenti all'interno della
nobiltà tedesca, i ghibellini e i guelfi. La situazione di equilibrio creatasi tra di loro finì con
l'indebolire ulteriormente il potere imperiale, già uscito fortemente indebolito dallo scontro con il
papato. La situazione iniziò a sbloccarsi nel 1152 quando i principi elessero sovrano il duca di
Svevia, Federico, che mostrò subito di voler ridare al potere imperiale energia, indisse per l'anno
seguente un'assemblea a Costanza alla quale parteciparono anche i legati del pontefice Anastasio
IV. In questa occasione Federico mostrò la volontà di far collaborare alla pari il potere politico col
potere spirituale ribadendo il suo diritto di elezione in materia di vescovi. Nello stesso tempo
assicurò di volere garantire la potenza ed il prestigio della chiesa di Roma ricevendo la promessa di
venire incoronato dal pontefice in persona imperatore di Roma. A Costanza l'imperatore fu
sommerso dalle richieste di città lombarde a causa della minaccia dell'espansionismo dei milanesi.
L'imperatore fu quindi costretto a volgere subito lo sguardo all’Italia dove trovò una situazione
decisamente diversa da quella tedesca a causa dello sviluppo delle autonomia comunali che si
arrogavano poteri di competenza del sovrano, anche al di fuori del territorio urbano muovendo
guerra anche ad altri sudditi dell'impero. Il programma di Federico era articolato sui seguenti
punti:
• Utilizzazione dei legami feudali sia in Germania che in Italia per disciplinare e coordinare tutti i
poteri signorili
• saldo governo delle terre direttamente dipendenti dalla corona
• rinnovato controllo sulla chiesa tedesca
• recupero degli juria regalia (diritti della corona)
Nel 1154 Federico era già in Lombardia dove indisse un'assemblea alla quale si presentarono gli
ambasciatori di Milano sperando di comprare con una grossa somma di denaro i loro diritti regi (la
città li esercitava da tempo) e la signoria su Como e lodi. Federico rifiutò l'offerta mettendo la città
al bando privandola di tutti i diritti. Non sentendosi in grado di imporre la propria volontà con la
forza si limitò a distruggere Tortona nel 1155 dirigendosi poi verso Roma. Qui prima di cingere la
corona imperiale abbatté il regime comunale che contestava il potere temporale dei papi
tornando in Germania nello stesso anno. Nel 1158 scese nuovamente in Italia alla testa di un
grande esercito, quindi convocò una seconda assemblea alla quale invitò quattro famosi giuristi
con il compito di indicare con precisione all'imperatore quali fossero i diritti regi. Stilarono una
lista molto lunga che fu inserita nella costituzione sulle regalie, c'è da dire che gran parte dei diritti
che erano riservati all'imperatore i comuni li esercitavano già da diverso tempo. L'imperatore si
occupò anche dei distretti pubblici dove rivendicò la dipendenza dal potere regio e ne proibì la
divisione, per quanto riguardava i beni allodiali nei quali era concesso l'esercizio delle signorie
locali si stabilì che i proprietari potevano continuare a detenerli a patto di ottenere il bene placido
dell'imperatore instaurando con lui un rapporto di tipo feudale. Federico inviò ovunque messi
imperiali per riscuotere omaggi dalle città e dai signori locali, questo movimento per la
restaurazione del potere imperiale portò alla formazione di un vasto movimento di opposizione di
cui facevano parte oltre che numerosi comuni anche il papa Alessandro III. La reazione imperiale
fu durissima in quanto il papa fu costretto a fuggire in Francia e gli fu contrapposto l'antipapa
Vittore IV. Milano fu assediata e rasa al suolo nel 1162. Nel 1164 si assiste alla formazione della
Lega Veronese e poco dopo a quella Cremonese fino ad arrivare nel 1167 alla formazione della
Lega Lombarda alla quale si collegò Alessandro III, la città di Alessandria fu chiamata così in suo
onore. Federico Barbarossa concentrò i propri sforzi per conquistare Alessandria ma dovendo far
fronte ai problemi interni sorti in Germania dovette abbandonare l'assedio però fu raggiunto nel
1176, durante il viaggio di ritorno a Legnano dagli eserciti della Lega che lo sconfissero. Conscio dei
progressi militari assai scarsi decise di puntare ad una soluzione diplomatica giungendo ad un
accordo con il papa secondo cui avrebbe abbandonato l'antipapa e restituito alla chiesa di Roma i
territori e le regalie di cui si era impadronito, Alessandro III si impegnò a sua volta a fare da
mediatore con i comuni italiani con i quali però si giunse solo ad una tregua di sei anni. Nel 1183 a
Costanza fu possibile giungere ad un trattato di pace che in sostanza era un compromesso. Se da
un lato si fosse salvaguardato il principio secondo cui tutti i poteri pubblici derivavano
dall’imperatore, dall’altro avrebbe garantito ai comuni le regalie di cui godevano da tempo e il
diritto di costruire fortezze ed associarsi in leghe. I comuni si impegnarono a versare una tantum
un'indennità più un tributo annuo, a corrispondere all'imperatore il fodro e a consentire il ricorso
al tribunale imperiale contro le sentenze emanate da giudici cittadini. I consoli eletti dal popolo
dovevano ricevere ogni cinque anni una formale investitura da parte dell'imperatore. Le
concessioni fatte a Costanza che erano destinate solo ai comuni della Lega Lombarda furono ben
presto acquisite da tutti i comuni, che vennero così inseriti nell'impero come organismi politico-
amministrativi pienamente legittimi. I comuni ne approfittarono durante la lunga crisi dell'autorità
imperiale a seguito della morte del Barbarossa e del figlio Enrico VI per consolidare le loro
istituzioni ed avviare una sottomissione del contado (1197).
Il vescovo fu estromesso da qualsiasi potere politico, le città furono dotate di edifici pubblici, di
solito costruiti lontano dalla cattedrale, e di uno statuto. Per la sottomissione del contado si resero
necessari diverso strumenti, i detentori di fortezze dovettero riconoscersi vassalli del comune e
risiedere un periodo dell'anno in città mentre con i signori più potenti il comune stipulava patti di
alleanza sotto forma di ingaggi militari del signore stesso. Un altro strumento fu la fondazione dei
borghi franchi ovvero insediamenti fortificati i cui abitanti godevano di particolari facilitazioni
fiscali ed aiuti di vario genere. La novità più significativa di questa nuova fase fu la sostituzione del
governo consolare con un governo del podestà. La volontà della nobiltà di restare un gruppo
chiuso iniziò a produrre successivamente un contrasto tra la nobiltà stessa ed il popolo. Per
rendere superiore a queste due categorie il governo della città venne appunto designato il
podestà. Molto presto tra le due categorie riesplose la violenza specie dalla parte della nobiltà che
aveva iniziato a riunirsi in clan pronti a prendere le armi alla prima occasione, i clan a loro volta si
univano in confederazioni dette "Societates Militum" che a volte formavano nei gruppi
contrapposti di guelfi e ghibellini. I guelfi davano il loro sostegno al partito filopapale, mentre i
ghibellini erano sostenitori di un più saldo legame col potere imperiale. Dalla parte del popolo la
situazione non era meno complicata visto che era tenuto insieme unicamente dalla necessità della
lotta contro la nobiltà e bastava che la tensione calasse perché esplodessero subito lotte intestine
in quanto il ceto era molto eterogeneo. Comunque, tutte queste categorie diedero vita ad
un'associazione chiamata Societas Populi. La situazione era quindi una divisione della giurisdizione
e la formazione di diversi centri di potere. Il complicarsi della vita politica portò poi al fenomeno
del fuoriuscitismo ovvero l'espulsione dalla città della parte perdente che non di rado formava un
comune legandosi a comuni rivali della città d'origine con la cui collaborazione a volte riuscivano a
tornare al potere. Nei comuni dove prese il sopravvento il popolo si formò una sorta di sistema
bicamerale in quanto il popolo non sciolse la societas populi. Il potere militare del podestà venne
affidato alla figura del capitano del popolo. I governi popolari però non tutelando le classi inferiori,
le spinsero all'alleanza con la nobiltà; ebbero inoltre atteggiamenti punitivi verso la vecchia classe
dirigente del cui apporto avevano quasi sempre bisogno. Espressione della politica antinobiliare
del fine 200 furono le leggi anti magnatizie nelle quali si vietava ai grandi esponenti dell'antica
aristocrazia di accedere alle cariche più importanti. Nonostante tutto i governi popolari furono
quelli che consentirono la maggiore partecipazione e democrazia nella vita politica del medioevo.
L'affrancamento dei servi della gleba che in passato veniva visto come un grande segno di
evoluzione sociale fu solo un'abile manovra fiscale in quanto i servi essendo considerati prorietà
dei loro signori non pagavano alcuna imposta. A questo c'è da aggiungere la crescente pressione
fiscale che il comune attuava nei confronti del contado affiancata dallo sfruttamento della classe
borghese.

(cap.17) La diffusione dei rapporti feudali. L'Inghilterra, il mediterraneo e le


crociate.
I rapporti feudo-vassallatici ebbero la loro massima diffusione nei secoli XI-XII grazie ai cavalieri
normanni che avevano esportato il sistema feudale in luoghi dove non era stato applicato
precedentemente. I normanni poterono mantenere il territorio in maniera più salda rispetto ai
franchi in quanto al sistema feudale avevano aggiunto la tradizione militare vichinga e la loro
fedeltà.
L'espansione territoriale normanna, comunque, non si concentrò sull’Inghilterra invece che sulla
Francia. I vichinghi già nel IX secolo avevano compiuto delle incursioni in Inghilterra senza riuscire
a stabilire all'interno delle forme di dominazione. Nei primi decenni dopo l'anno mille Canuto II
creò un vasto impero comprendente l’Inghilterra che però si dissolse nel 1035. Solo con l'ascesa di
William il conquistatore che sbarcò con un massiccio numero di cavalieri, importando così i
costumi franchi in Inghilterra venne alla luce un regno unitario. I nuovi dominatori cercarono di
rendere ben accetta alla popolazione la nuova classe dirigente, infatti lasciarono intatta la divisione
del regno in contee affidate ad amministratori capaci detti sceriffi. I cavalieri normanni vennero
ricompensati con feudi e successivamente sottomessi al sovrano con obblighi ben definiti ai quali
era possibile sottrarsi attraverso il pagamento di un'imposta sostitutiva. Venne istituita la camera
dello scacchiere in cui due volte l'anno si riunivano gli sceriffi con quanto avevano raccolto.
William fece anche redigere il domesday book ovvero il catasto del regno. La monarchia inglese
crebbe verso la fine del XII secolo quando salì al trono Enrico II, con lui i domini della corona in
Francia si ampliarono a dismisura. Enrico operò una costante pressione sulla monarchia francese.
Tentò anche di sottomettere la chiesa al suo controllo emanando nel 1164-1166 le costituzioni di
Clarendon, ma l'arcivescovo di Canterbury fece naufragare il progetto. Mentre William portava a
termine la conquista dell’Inghilterra un gruppo di cavalieri normanni erano impegnati da qualche
decennio nella conquista e nel consolidamento dell’Italia meridionale. I normanni al loro arrivo in
Italia si misero al servizio dei signori dei diversi ducati approfittando del particolarismo politico che
allora imperversava. Durante la loro permanenza in Italia vari capi normanni emersero ma quello
che fu l'artefice delle loro più grandi fortune fu Roberto il Giuscardo che dopo la sconfitta del
pontefice Leone IX nel 1053, ottenne perfezionando l'intesa tra chiesa e normanni e dopo aver
giurato fedeltà al nuovo pontefice, il titolo di Duca di puglia. Giuscardo forte dell'investitura papale
parti alla conquista della Sicilia mussulmana che una volta conquistata cedette al fratello minore.
Dopo aver sottomesso tutto il mezzogiorno si lanciò alla conquista di Costantinopoli che però fallì a
causa di una rivolta di baroni pugliesi. Alla morte del Giuscardo, Ruggero II, si impose come
padrone della Sicilia pur scontrandosi con il papa Onorio II. Nel 1130 ottenne dall'antipapa
Anacleto II la corona di re di Sicilia. Il regno di Sicilia venne organizzato con un efficiente apparato
amministrativo, ereditato dalla precedente amministrazione araba. I sovrani normanni erano
anche al vertice di una piramide feudale, in questa piramide erano inseriti a livelli diversi i
discendenti dei vari conquistatori normanni. Il regno di Sicilia fu quindi l'espressione di stato
feudale. I normanni dell’Italia meridionale furono protagonisti di uno degli eventi più significativi
del medioevo: le crociate. L'origine di questo fenomeno si può richiamare al discorso di Urbano II
che esortava coloro che erano stati coinvolti nelle lotte fratricide durante la lotta per le investiture
ad espiare i loro peccati con un pellegrinaggio in terra santa. Nella seconda metà dell’XI secolo
l’Europa era pervasa oltre che da una grande crescita, anche da sentimenti di ottimismo e di
inquietudine religiosa. Si moltiplicarono i pellegrinaggi e le mete stesse dei pellegrinaggi non erano
più quelle tradizionali. Gli arabi, del resto, avevano sempre garantito ai cristiani libertà religiosa ed
autonomie che i mussulmani in Europa non sognavano nemmeno. La componente religiosa era
molto importante in quanto i cavalieri che si diressero verso la terra santa erano spinti da un
grande sentimento religioso oltre che dallo spirito di avventura. Nel 1096 a seguito della così detta
crociata dei poveri, papa Urbano II, per far cessare il fanatismo e le partenze indiscriminate si
appellò alla cristianità per la conquista della terra santa. A questo appello rispose il fior fiore della
feudalità, specialmente francese. I vari contingenti si concentrarono a Costantinopoli, dove
l'imperatore Alessio Comneno giudicando pericolosa la concentrazione di tale forza militare
intorno alla città fornì loro viveri ed armi in cambio della promessa di restituzione delle terre
appartenute all'impero bizantino ed il riconoscimento di un'eventuale superiore autorità nata
dalla vittoria dei franchi. L'esercito si mosse nel 1097 tra varie difficoltà anche di natura interna,
nonostante tutto nel 1099 si giunse alla conquista di Gerusalemme cui seguì il massacro della
popolazione ebraica e mussulmana. La presa di Gerusalemme fu una vittoria tattica inaudita dato
che le truppe crociate si assottigliarono ad ogni presa di centri importanti anche perché i capi dei
contingenti, desiderosi di ritagliarsi un dominio personale si fermavano lasciando agli altri il
compito di proseguire. Essi erano territorialmente vassalli del regno di Gerusalemme, che venne
affidato, a Goffredo di Buglione che in segno di umiltà assunse il titolo di Avvocato del Santo
Sepolcro. A lui successe l'anno seguente il fratello Baldovino che assunse il titolo di Re. Egli cercò di
consolidare il suo regno con la conquista della costa e la stretta dei legami con quei cavalieri che
avevano rinunciato a fare ritorno a casa a cui il sovrano aveva affidato de feudi. A questi si
aggiungevano quelli che in via temporanea giungevano in terra santa ed erano invogliati a
rimanervi con la promessa di feudi. Il sistema feudale non valse però a interrompere le faide
interne alla nuova classe dominante. In tali condizioni si rivelò prezioso l'aiuto degli ordini
monastico-militari i cui membri oltre ai tradizionali voti di castità, povertà ed obbedienza si
impegnavano a combattere gli infedeli ed a difendere i pellegrini e gli oppressi. Inoltre, le città
marinare insediarono delle vere e proprie colonie costiere facendo proliferare il commercio con il
regno di Gerusalemme. La situazione cambiò agli inizi del XII secolo grazie all'emiro di mosul e
aleppo il quale esercitò una forte pressione sui crociati che si dimostravano particolarmente
impreparati, nel 1144 infatti cadde ed essa, dopo questo evento Bernardo di chiaraballe organizzò
una nuova crociata mobilitando i più potenti sovrani dell'occidente: l'imperatore tedesco Corrado
III, il re di Francia Luigi VII ed il re di Sicilia Ruggero II. Questi sovrani però perseguivano obiettivi
diversi causando il completo fallimento dell'iniziativa. La riscossa completa la ebbero i mussulmani
con Salah-al-din il quale rendendosi completamente indipendente da baghdad creò un proprio
sultananto. Nel 1187 sconfisse i franchi ad Hattin e tre mesi dopo conquistò Gerusalemme
provocando una mobilitazione grandissima in occidente. Questa volta scesero in campo Federico
Barbarossa, Riccardo cuor di leone e Filippo Augusto di Francia. Questi erano i protagonisti della
scena politica europea. I risultati furono nuovamente assai scarsi, Federico Barbarossa perse
addirittura la vita durante l'attraversamento di un fiume nel 1190. La terza crociata si concluse nel
1192 con risultati assai scarsi conquistati solo da Riccardo cuor di leone. Già da un anno era sul
trono imperiale Enrico VI che era sposato con Costanza d'altavilla, ultima erede del re di Sicilia
morto nel 1189. Il figlio illegittimo di Ruggero II gli contestò il possesso del regno normanno ma ciò
non impedì all'imperatore di impadronirsene.
Intravedendo i suoi progetti di espansione alcuni stati mussulmani insieme ai regni di Cipro e
Gerusalemme gli omaggiarono tributi, ma i suoi ambiziosi progetti cessarono con la sua morte
avvenuta nel 1197. Visto che la morte dell'imperatore impediva ai cristiani in terra santa di
riconquistare una posizione di preminenza il pontefice Innocenzo III si fece promotore di una
grande crociata che si diede il duplice obiettivo di riconquistare Gerusalemme e di riportare la
chiesa orientale sotto la chiesa di Roma. Inoltre, la posizione di Venezia all'interno del regno
bizantino si stava facendo più invadente fino a volersi trasformare addirittura in una egemonia di
tipo politico oltre che di tipo commerciale. L'occasione venne quando i crociati radunatisi nel 1202
a Venezia ottennero dal doge il trasporto gratuito in terra santa a patto che le truppe crociate si
fermassero a Zara per aiutare i veneziani a riprenderne il controllo. Conquistata zara i capi crociati
furono convinti dal doge a puntare direttamente alla conquista di Costantinopoli tanto più che il
pretendente al trono, Alessio aveva promesso lauti compensi, partecipazione alla crociata e
l'unificazione delle due chiese. I crociati presero Costantinopoli nel 1203 mettendo Alessio sul
trono che tuttavia non fu in grado di placare l'ostilità della popolazione e l'avversità nei confronti
della chiesa di Roma. I crociati, quindi, assunsero direttamente il controllo saccheggiando
Costantinopoli nel 1204, fondando l'impero latino d'oriente spartendosi vari feudi. L'impero latino
d'oriente si dimostrò subito una costruzione politica assai debole in quanto i sentimenti
antioccidentali e antiromani finirono col diventare sempre più forti e finirono col far naufragare le
speranze di Innocenzo III di riunificare la chiesa.
Inoltre, i genovesi erano desiderosi di ripristinare la situazione come era precedentemente alla
quarta crociata e l'occasione avvenne nel 1264 quando Genova strinse un patto con Michele
Paleologo che nello stesso anno salì al trono dando il via alla dinastia dei paleologi. Le frontiere
però erano sempre pressate dai nemici come turchi e serbi. Innocenzo III non si era rassegnato
all'idea di unificare la chiesa e quindi poco prima di morire bandì la quinta crociata. La quinta
crociata partì nel 1217 guidata dal re d’Ungheria, si concluse nel 1221 dopo una serie di inutili
operazioni belliche sul delta del Nilo. L'ultimo sovrano ad essere un fautore delle crociate fu Luigi
IX di Francia che guidò la sesta e la settima crociata. La prima iniziò nel 1248 e finì nel 1254 con la
cattura del re e dell'esercito, la seconda finì nel 1270 ancora prima di partire a causa della peste
che uccise lo stesso sovrano. Con la morte di Luigi IX muore anche l'idea di crociata in quanto la
crociata condotta da Federico II pur avendo riportato Gerusalemme in mano cristiana l'aveva
privata delle proprie difese per un accordo col sultano locale.
(cap. 18) La ripresa della lotta tra papato ed impero e le monarchie dell’Europa
occidentale.
La seconda metà del XII secolo vide una decisa evoluzione del papato in senso monarchico. Il ruolo
politico del papato era stato esaltato anche dalle varie dispute tra comuni e impero nelle quali, in
più di una occasione il papato ebbe funzioni di mediatore. Il pontefice Innocenzo III si dichiarò
vicario di Cristo e definì la monarchia come la luna che brilla di luce riflessa dal sole, in questo caso
il sole era rappresentato dal papato. Il primo intervento riguardò il regno di Sicilia che la chiesa
considerava un suo feudo già da molto tempo. Il papato ebbe anche sotto la sua tutela Federico II
a cui conferì la corona regia nel 1208, nello stesso tempo approfittava del trono imperiale vacante
per rafforzare le proprie posizioni. La chiesa fu anche arbitra della lotta per la successione al trono
imperiale. La scelta infine cadde su Ottone di Brunswick che riconobbe i diritti della chiesa e venne
incoronato imperatore nel 1209. Dato che Ottone si dimostrò meno docile del previsto e che
puntò ad impadronirsi del regno di Sicilia, Innocenzo III lo scomunicò bollandolo come traditore ed
il re di Francia Filippo Augusto promosse una coalizione contro di lui. Gli altri stati europei
prestarono a Innocenzo III l'omaggio feudale. Tra la quarta e la quinta crociata il pontefice ne
aveva indetta una molto particolare in quanto riguardava i "Cattivi Cristiani". L'attenzione del papa
si concentrò particolarmente sui catari eretici presenti nel sud della Francia che destavano la
preoccupazione della chiesa. Erano anche presenti nella città di Albi che faceva parte della contea
di Tolosa, che godeva di grande autonomia al punto che la monarchia francese aveva autorità solo
nominale. Il fatto che i catari trovassero protezione alla corte di Tolosa spinse Innocenzo III a
mettere in moto un grande meccanismo politico, fornendo ai re francesi la possibilità di
recuperare i propri domini. Nel 1208 a causa dell'assassinio di un legato papale venne bandita una
crociata contro i catari e contro Raimondo di Tolosa, considerato loro protettore. La crociata ebbe
subito grande rinomanza in quanto i partecipanti erano da una parte speranzosi di guadagnare gli
stessi vantaggi spirituali che erano garantiti alle crociate in terra santa in più, speravano di fare un
grosso bottino in quanto la regione di Tolosa era in pieno sviluppo economico. Ci furono saccheggi
e massacri per tutta la regione. Con questo intervento armato il papato aveva creato un
precedente, impadronendosi del diritto di indicare volta per volta quali fossero i nemici della
cristianità che presto verranno indicati nei nemici politici del papato, aveva anche mutato il
significato di crociata, trasformando quello che era un fenomeno religioso in un'arma politica nelle
mani del papato. Nel 1215 con il IV concilio lateranense fu definita una strategia globale per la
lotta contro le eresie e furono prese importanti decisioni riguardanti l'organizzazione della vita
religiosa. Nel 1216 Innocenzo III morì lasciando la chiesa all'apice del suo splendore temporale e
del suo prestigio.
Filippo Augusto re di Francia, era fortemente impegnato a rilanciare l'immagine della monarchia
allora fortemente indebolita dalla perdita cospicua di territori in favore di Enrico II d'Inghilterra.
Filippo Augusto fomentò varie rivolte di nobili nei territori del sovrano avversario incoraggiando
allo stesso tempo contrasti all'interno della famiglia reale inglese. Con la morte di Riccardo cuor di
leone e quella dell'imperatore Enrico IV restarono arbitri della situazione politica Innocenzo III e
Filippo Augusto. Nel 1202 nacque un conflitto tra Giovanni senza terra, sovrano inglese e Filippo
Augusto; in questo scontro il sovrano francese riacquistò buona parte dei territori francesi ma
dovette fermarsi quando il re inglese dichiarò il suo regno feudo della chiesa. Il conflitto fu
rimandato di un anno in quanto il papa promosse una campagna contro Ottone di Brunswick della
quale Filippo Augusto divenne il perno, cogliendo l'occasione nel 1214 per sconfiggere l'esercito
anglo germanico, triplicando i suoi domini rispetto a quelli ereditati dal padre. Morì nel 1223. la
sua opera fu portata avanti dal figlio, Luigi VIII il quale estese ulteriormente i domini della corona
francese e mostrò grande pietà religiosa ed abilità di governo, consolidando la monarchia e
facendole guadagnare moltissima fiducia. In Inghilterra Giovanni doveva rendere conto
all'opinione pubblica ed all'alta nobiltà dei suoi fallimenti, la politica inglese era stata improntata
sulla potenza nel continente che non aveva prodotto alcun risultato. Inoltre, risultava sgradito il
fatto che il sovrano aveva dichiarato il regno feudo della chiesa. Nel 1215 la rivolta fu aperta ed il
re fu obbligato ad emanare la magna charta che Enrico III confermò definitivamente nel 1217. Con
essa il sovrano si impegnava a rispettare i diritti dei nobili, degli ecclesiastici e di tutti i liberi, le
concessioni operate in passato in favore di Londra, il diritto dei liberi di farsi giudicare da un
tribunale di loro pari. Fu vietato inoltre di imporre nuove tasse senza l'approvazione del consiglio
comune del regno, inoltre venne istituito un consiglio di 25 baroni che dovevano assistere il
sovrano negli affari di governo. L'emanazione della magna charta aggravò la posizione di Giovanni
senza terra che fu scomunicato da Innocenzo IV. La sua morte, avvenuta nel 1226 cambiò
improvvisamente il quadro politico dando coscienza del nascere di un primo sentimento nazionale
inglese. Intanto Federico II era stato incoronato re di Germania il 9 dicembre 1212 ed aveva
rinunciato ai diritti del concordato di Verona. Federico II con un’astuta mossa portò il figlio in
Germania incoronandolo re dei romani e designandolo de facto come successore al trono
imperiale. L'ereditarietà della carica di imperatore era un'usanza che si era andata consolidando.
Queste manovre politiche furono possibili grazie al pacato appoggio pontifico di Onorio III, dallo
stesso papa ottenne di mantenere l'unione delle due corone e nel 1220 venne incoronato
imperatore. Federico II decise di stabilirsi nel meridione dell’Italia dove trovò una situazione molto
differente da quando era tornato in Germania, a causa della permanenza del regno di Sicilia nelle
mani dei comandanti militari. Nello stesso anno convocò un'assemblea a Capua nella quale si
decise di abbattere i castelli costruiti abusivamente e di annullare le più avanzate autonomie locali.
Naturalmente incontrò la resistenza dei baroni ma con una astuta mossa mise i feudatari minori
contro quelli più potenti disfacendosi poi anche di loro al momento opportuno. Un altro problema
era rappresentato dai saraceni che in Sicilia erano diventati padroni di vaste zone all'interno
dell'isola. Federico con una serie di campagne li sconfisse e li deportò in puglia facendoli vivere
secondo le loro tradizioni ed usanze potendo contare così sulla loro estrema fedeltà.
Contemporaneamente per risollevare l'economia del regno costruì porti, facilitò gli scambi e rese
sicura la rete viaria, volendo inoltre potenziare l'apparato burocratico nel 1224 fondo a Napoli la
prima università statale del mondo occidentale. Per ripristinare il potere regio anche in Italia
settentrionale convocò un'assemblea a cremona nel 1226. Intanto le città lombarde che si erano
sviluppate in comuni, temendo l'iniziativa imperiale ricostituirono l'antica lega lobarda e si
appellarono al papa che intanto stava perdendo la pazienza per i continui rinvii della
partecipazione alla crociata. Federico non sentendosi forte militarmente annullò l'assemblea e
tornò al sud. Nel 1227 con la morte di Onirio II giunse al soglio pontificio Gregorio IX che impose
subito a Federico la partenza per la Terrasanta. Federico resosi conto di non poter più rimandare la
partenza convocò a brindisi crociati e pellegrini, ma nell'estate del 1227 scoppiò un'epidemia che
fece molte vittime. Ne fu colpito anche l'imperatore che dovette tornare indietro per curarsi, ma il
papa non credendo alla sua malattia lo scomunicò. Tuttavia, appena guarito Federico riprese i
preparativi per la crociata e nel giugno del 1228 partì nonostante la scomunica. Visto che parlava
perfettamente l'arabo l'imperatore stabilì subito ottime relazioni col sultano con il quale fece un
trattato per la restituzione di Gerusalemme. Gregorio IX irato per i buoni rapporti che Federico
intratteneva con gli infedeli bandì una crociata contro di lui. L'imperatore al suo ritorno dovette
quindi fronteggiare l'esercito crociato più una rivolta di baroni pugliesi fino al raggiungimento di
un compromesso nel 1230 a Ceprano, dove venne stipulata la pace. L'imperatore rinunciò ai diritti
sull'elezione dei vescovi e riconobbe al clero meridionale l'immunità e l'esenzione dal pagamento
delle imposte. Dopo aver ingoiato questo boccone amaro l'imperatore poté concentrarsi sul
consolidamento del proprio regno e nel 1231 emanò le costituzioni di Melfi nelle quali diede al
regno un ordinamento giuridico simile a quello romano ed a quello normanno. Dotò il regno di una
grande rete difensiva composta anche di fortezze che si preoccupò di mantenere sempre in
perfetta efficienza. La sua politica in Germania fu un po’ diversa in quanto li si preoccupava più che
altro a conquistarsi i favori dei principi. Emanò comunque nel 1235 la costituzione di pace
imperiale.
L'ultimo soggiorno di Federico in Germania fu in occasione della ribellione del figlio la cui eredità
venne trasferita al fratello Corrado. Nel 1237 ritenne di essere militarmente in grado di affrontare
la lega lombarda. Nel 1238 sconfisse l'esercito della lega ma impose condizione di pace
eccessivamente dure che sortirono l'effetto contrario, incoraggiando le città alla resistenza. Il papa
Gregorio IX ostile alla politica di Federico si sarebbe alla lunga, certamente unito alle città della
lega. Il pontefice, infatti, si adoperò per riunire i potenziali nemici di Federico in una coalizione.
Intanto l'imperatore era stato colpito da una nuova scomunica.
Gli ultimi anni di vita di Federico furono terribili, fu dichiarato decaduto dal soglio imperiale e
contro di lui si scagliarono gli eserciti di tutta europea che per un po’ Federico fu in grado di
contenere. Federico mori nel 1250 facendo scomparire con lui una delle personalità più forti del
medioevo. La dinastia sveva si susseguì al dominio del regno e dell'impero per un altro decennio
ma il papa, ostinato ad eliminare gli svevi dalla scena politica scagliò contro di loro Carlo D'Angiò
che nel 1266 sconfisse Manfredi. A differenza del declino che la morte di Federico aveva portato in
Germania, nel regno di Sicilia la sua morte ed il cambio di dinastia portò una nuova opera di
consolidamento dello stato.
Si deve ora parlare della Reconquista spagnola, che non fu come si credeva un'indomita marcia
verso sud. Il primo focolaio di resistenza ai mussulmani viene individuato nelle asturie agli inizi del
VIII secolo. Si trattava di regioni montagnose in cui i califfi compivano soltanto incursioni militari.
Un maggiore attivismo degli stati cristiani è documentato fra il IX ed il X secolo anche se solo
raramente si ebbero vere e proprie campagne militari in quanto il più delle volte si trattava di
incursioni a scopo di razzia o per proteggere gli uomini impegnati nel ripopolamento dei territori.
Per questo vennero costruiti castelli e altre opere di fortificazione.
Fra il X e l'XI secolo il movimento assunse maggior vigore a seguito della crisi del califfato di
Cordova. Nel 1031 la reconquista assunse il duplice scopo di conquista militare e di colonizzazione,
assumendo poi nel corso dell’XI secolo il carattere quasi di una crociata. I regnanti cristiani non
mancavano di fare appello alla crociata quando si trovavano in difficoltà ma dimostravano di non
volere sterminare od obbligare al trasferimento la popolazione mussulmana, in quanto era
interessati soprattutto ad una sottomissione politica ed all'ottenimento di tributi annuali. Nelle
regioni dove erano più numerosi, infatti, conservavano le loro leggi ed il diritto di professare
liberamente la propria religiose anche se per ovvi motivi di sicurezza nelle grandi città furono
imposte restrizioni alla loro permanenza. Questo clima di tolleranza deluse profondamente i
cavalieri venuti dall'estero. Agli inizi del XI secolo la situazione politica in spagna era più o meno
suddivisa così: Regno di Leon, Contea del Portogallo, Regno di Navarra, Regno di Castiglia e Regno
di Aragona. Il movimento espansivo riprese verso la fine del XII secolo e nel 1212 l'avanzata
cristiana risultava incontenibile. Verso la metà del XIII secolo la reconquista poteva dirsi completa
in quanto ai mussulmani era rimasti solo i territori di Granada. Lungo il confine le incursioni che
avevano caratterizzato la parte iniziale della reconquista non cessarono mai. Fu operato un
processo di colonizzazione dei territori conquistati ad opera principalmente della grande nobiltà,
che dopo l'incessante guerra contro i mori si poneva l'obiettivo di consolidare i propri territori.

(cap. 19) Le origini della Russia e dell'Impero Mongolo.


Tra l'VIII ed il IX secolo i pirati-mercanti provenienti dalla Scandinavia detti variaghi o vichinghi, si
mossero lungo le due principali vie commerciali. Le popolazioni slave chiamarono Rus questi
stranieri. Verso la metà del IX secolo i Rus iniziarono ad imporsi sulla popolazione locale, fondando
il principato di Kiev ed aggregando a loro tribù di slavi dell'est. Il principato strinse fiorenti accordi
commerciali con l'impero bizantino, questi prolifici rapporti uniti al lavoro dei missionari bizantini
portarono il principe Vladimir I di Kiev alla conversione al cristianesimo che approfittò di questo
avvenimento per unire intorno a sé le tribù sotto un dio comune. Il successo di questa conversione
fu grandissimo per i missionari bizantini. Dalla metà dell'XI secolo il principato di Kiev entrò in una
fase di decadenza a causa del declino delle vie di comunicazione che causarono una diminuzione
significativa del commercio, questo fu in parte dovuto anche ai continui attacchi protratti dalle
tribù stanziate tra il mar Nero ed il mar caspio. Un altro fattore di debolezza era rappresentato
dalle lotte dinastiche. L'invasione dei mongoli era destinata a travolgere vecchie e nuove
formazioni politiche. I mongoli in origine non erano altro che un gruppo di tribù nomadi che grazie
all'abilità politica di Gengis Khan secondo la tradizione, si sarebbero fuse fino a formare una
nazione stretta in un unico sovrano e soggetta ad una sola legge. Questo ricorda l'opera di
Maometto con gli arabi, ma la velocità con cui i mongoli riuscirono ad aggregarsi fu sorprendente.
Gengis Khan si comportò in maniera molto duttile nei confronti delle popolazioni assoggettate,
quelle che si sottomisero spontaneamente non subirono danni ma trassero profondi vantaggi
economici. Quelle che opposero resistenza vennero distrutte o decimate. Dopo che fu passata la
furia distruttiva dell'orda si iniziarono a notare i primi sintomi del superamento dello stile di vita
nomade, imponendo ai territori conquistati una prima forma di rudimentale amministrazione.
Venne persino fondata una capitale nei pressi dell'attuale Ulan Bator. Nello stesso anno si
consolidò il ruolo politico e militare delle figure che erano vicine a Gengis Khan, per quanto la
società si fosse via via gerarchizzata restò sempre molto presente una sorta di carattere
egualitario. La morte di Gengis Khan non fece placare lo slancio espansivo dei mongoli che
completarono la conquista della Cina, della corea e della persia arrivando fino a Cracovia e
Breslavia. L'avanzata in europea cessò nel 1242 ma continuò verso sud- ovest anche se nel 1260 si
ritirarono sconfitti dai turchi. L'espansionismo si arrestò a causa delle rivalità sempre più accese
tra i discendenti di Gengis Khan che fomentarono anche tendenze separatiste; si formarono così
quattro imperi: l'impero degli ilkhan, il khanato di chagatay, l'impero del gran khan e l'orda d'oro.
Il maggiore degli imperi era quello del gran khan che raggiunse il suo massimo splendore sotto
Kublai che tentò anche di assoggettare il Giappone. Grazie ai costumi ed agli stili di vita cinesi che
erano molto più raffinati di quelli mongoli, i costumi mongoli iniziarono a migliorare. Il papa
Innocenzo IV inviò dei missionari al Gran Khan dopo aver sentito di una sua possibile conversione
al cristianesimo, queste missioni non diedero però alcun frutto poiché i mongoli stavano
avvicinandosi sempre di più ai cinesi. Oltre ai missionari, i mercanti si misero nuovamente ad
attraversare la via della seta. Marco Polo restò ben 17 anni alla corte del Gran Khan
guadagnandosi la sua fiducia e la sua amicizia. L'ultimo impero nato dalla divisione delle conquiste
di Gengis Khan fu l'orda d'oro, i cui abitanti e governanti si convertirono all'islam intrattenendo
stretti rapporti con l’Egitto e l'asia minore. Questa particolarità religiosa portò ad un piccolo livello
di tensione tra l'orda d'oro e le popolazioni cristiane che restarono vassalli dei mongoli ma che nel
loro territorio godevano di piena autonomia religiosa. Il protettorato mongolo non influì nemmeno
sulla politica interna dei principi russi che continuarono le loro lotte interne per l'egemonia. Nel
1380 la popolazione russa si schierò contro i tartari ma il loro successo fu vanificato quando i
tartari furono in grado di riprendere l'offensiva, riuscendo nel 1382 a saccheggiare mosca. Occorre
nominare altre due formazioni politiche presenti nel territorio russo: il grande regno polacco
Lituano ed il principato di Novogorod.

(cap.20) L'Europa tra crisi e trasformazione.


Agli inizi del Trecento in tutta europea si poté assistere al rallentamento della produzione di tutti i
settori, al rallentamento della fondazione di nuovi insediamenti e all'insorgere di frequenti carestie
di cui fecero le spese gli strati più poveri della popolazione. Le nuove tecniche agricole non erano
state sufficienti per portare ad un consistente aumento della popolazione che dopo essere
cresciuta era arrivata al punto di rottura. Le carestie che comunque avevano interessato l’Europa
anche in passato, nel XIV secolo avevano assunto una particolare drammaticità in quanto erano
molto frequenti. Il fattore climatico fu molto importante in quanto in questo periodo il clima si
trasformò diventando più freddo e piovoso, che combinato con le frequenti crisi di sussistenza
contribuì al crescere ed al diffondersi delle epidemie. A tutto questo è da aggiungere la comparsa
della peste nera nel 1348 i cui effetti furono disastrosi. Ovunque si abbattesse la peste provocava
spaventosi vuoti di popolazione che non era possibile colmare facilmente poiché la peste si stabilì
in europea in forma endemica. Come se non bastasse tutto questo nel corso del Trecento si
abbatte sull’Europa un nuovo flagello: la guerra. Il primo esempio della nuova condotta bellica fu
usato in Italia meridionale nel 1282 con la guerra del vespro che durò ben novant'anni. La guerra
fu condotta in una maniera molto accanita e furono utilizzate molte milizie composte da mercenari
chiamate anche compagnie di ventura. Le truppe mercenarie erano un prodotto della società
feudale, ma rappresentavano anche un decisivo superamento degli eserciti feudali poco
consistenti e difficili da gestire. Un modello alternativo a quello feudale era rappresentato dagli
eserciti comunali che diedero ottima prova sul campo nelle lotte contro Barbarossa e Federico II.
Questo tipo di esercito attraversò una crisi quando la partecipazione democratica all'interno dei
comuni venne progressivamente ridotta. La richiesta di servizi militari e la disponibilità di bande
armate capeggiate da nobili portò ad una esplosione del fenomeno. Questo fatto portò delle
conseguenze per la popolazione: Gli stati furono costretti ad aumentare le spese militari per
accaparrarsi i condottieri milgiori, di conseguenza venne aumentata la pressione fiscale sulla
popolazione ma nonostante questo gli stati nel corso del tre-quattrocento si trovarono in una
condizione di perpetua precarietà economica e dell'affannosa continua ricerca del soldo per il
pagamento dei soldati. Le milizie, del resto, non facevano molta differenza tra popolazioni amiche
e quelle dei territori nemiche abbandonandosi spesso a saccheggi e razzie di ogni genere. Le
compagnie che operavano in Italia erano straniere ma presto ad esse si affiancarono compagnie
italiane che nel corso del quattrocento diedero origine a delle vere e proprie imprese economiche.
In questo periodo ebbero un ruolo importante anche le rivolte che infuriavano in Francia,
Inghilterra ed in altre zone dell’Europa sostanzialmente per lo stesso motivo; la precaria
condizione di vita delle classi più povere e la prepotenza delle classi nobili. Nell’Italia meridionale
si diffuse il fenomeno del brigantaggio. Un particolare che caratterizzò l’Italia, causato dalla
massiccia urbanizzazione dei secoli precedenti, fu l'inquietudine dei lavoratori tessili. Questa
inquietudine era causata dalla mancanza di tutela sindacale per i lavoratori che invece era
contemplata per i loro datori di lavoro che si riunivano in corporazioni di arti e mestieri. La crisi del
settore tessile era causata anche dalla costante sovraproduzione che si verificava nel corso del
Trecento, inoltre le rivolte dei salariati non portavano mai ad un cambiamento della loro
condizione dato che il potere veniva sempre ripreso dai nobili e dai mercanti che nel migliore dei
casi concedevano ai rivoltosi solo diritti limitati. Comunque, la crisi delle piazze italiane ed europee
coincise con la ripresa ed il miglioramento delle condizioni di vita. Lo stesso declino demografico
non si manifestò ovunque con la stessa violenza, per questo alcune città si trovarono con un peso
politico superiore rispetto al passato. Un altro problema del tre-quattrocento è rappresentato
dalla scarsità di moneta circolante che obbligò le autorità a reagire con provvedimenti volti a
impedire l'esportazione dell'oro e dell'argento ed a rimettere in circolazione la moneta imponendo
l'uso del contante nelle transizioni commerciali e nel pagamento delle lettere di cambio. Il
problema della scarsità di metallo prezioso in Italia ed in europea verrà risolta solo nel 1500 con
l'arrivo dell'oro delle Americhe.

(cap.21) Il consolidamento delle istituzioni monarchiche in Europa.


Nel corso del due-trecento si assiste ad un superamento dell'ideologia imperiale iniziando a
riconoscere i pieni poteri ai re all'interno dei rispettivi regni. Questa corrente incontrava però
grandi ostacoli quali l'opposizione del papato, che vedeva messo in discussione il suo ruolo di
regolatore supremo della vita politica della cristianità occidentale e dall'inasprirsi dei conflitti che
facevano sentire la necessità di un'autorità superiore. Il problema del ruolo di impero e papato si
venne chiarendo agli inizi del Trecento grazie ad un rapido susseguirsi di eventi. Il primo ebbe
come protagonista Filippo il bello, re di Francia ed il papa Bonifacio VIII. Il papa aspramente
contestato per la sua reticenza in ambito riformatore, dal 1300 in poi portò a compimento una
serie di iniziative per ripristinare il vuoto centrale del papato. In quell'anno indisse il giubileo. I
rapporti tra il pontefice e il re di Francia furono all'inizio molto tesi in quanto filippo aveva imposto
delle tasse al clero senza l'autorizzazione della santa sede. Il tutto venne risolto con un
compromesso, autorizzando Filippo a imporre tasse al clero in caso di grave necessità; l'invio di
Carlo di valois a Firenze in veste di paciere doveva servire come coronamento dell'accordo ma a
seguito dell'imprigionamento del vescovo di saisset da parte di filippo, il conflitto riesplose. Il
pontefice revocò la concessione fatta al sovrano, e di fronte alla sua caparbietà emanò nel 1302 la
bolla "unam sanctam" con la quale riaffermava la sottomissione al pontefice di ogni creatura
umana e di conseguenza di ogni autorità politica. Filippo il bello da parte sua non aveva nessuno
intenzione di sottomettersi all'autorità pontificia e per questo fece tradurre il pontefice davanti ad
un tribunale francese per giudicarlo. Il papa venne raggiunto da un manipolo di francesi nel suo
palazzo di Anagni ma la popolazione insorse e con l'aiuto dei rinforzi giunti da Roma il papa venne
liberato (1303). Nessuna conseguenza ci fu per Filippo ma anzi con la morte di Bonifacio e il
trasferimento della sede papale ad Avignone da parte di Clemente V si trovò a poter esercitare
un'influenza diretta sul papato. In Germania dopo la morte di Federico II il particolarismo si era
accentuato. Enrico VII divenuto re di Germania cercò di far coincidere di nuovo con questo titolo
quello imperiale ma fallì e dovette ritirarsi a vita privata. Il suo successore Ludovico il bavaro non
curandosi della scomunica avuta da Giovanni XXII scese a Roma e si fece incoronare Imperatore
nel 1328 da Sciarra Colonna, rappresentante del popolo romano. I principi tedeschi nel 1338
stabilirono che il titolo di imperatore andava attribuito al re di Germania incoronato ad
Aquisgrana. Il nuovo imperatore Carlo IV con la bolla d'oro del 1356 diede sanzione definitiva della
volontà dei principi tedeschi, decidendo inoltre su chi fossero gli elettori del re. Con questo atto
rinunciava alle pretese di potere universale andandosi a configurare come uno stato decisamente
germanico. In Inghilterra era in cantiere il consolidamento del potere monarchico e una
riorganizzazione dello stato. Dopo la concessione della magna charta da parte di Giovanni senza
terra, Enrico III cercò via via di privare il popolo delle concessioni. Il risultato fu una rivolta che
portò a concessioni maggiori e ad un rafforzamento delle istituzioni sancite dalla magna charta. Si
formò quindi il parlamento articolato nelle camere di Lord e Comuni. La contemporanea opera di
consolidamento statale in corso sia in Francia che Inghilterra si scontrava con la paradossale
condizione della monarchia inglese rispetto a quella francese. Il re francese, del resto, era
impossibilitato ad esercitare i propri diritti di signore su un vassallo tanto potente (il re inglese
risultava vassallo del re francese). Nacque un conflitto tra i due regni destinato a protrarsi dal 1294
al 1475. Agli eventi svoltisi dal 1337 al 1453 si suole dare il nome di Guerra dei cent'anni. Il
conflitto iniziò per la discussa successione al trono di Francia alla morte di Carlo IV. Edoardo III
pretendente al trono sbarcò in fiandra dove era in corso una rivolta nel 1337 e si proclamò re di
Francia. La prima fase della guerra vide una netta prevalenza degli inglesi con cui i francesi
giunsero alla pace nel 1360. Edoardo rinunciava ai suoi diritti sulla corona francese in cambio della
cessione di un terzo dei territori francesi. Le ostilità ripresero nel 1369 vedendo questa volta la
vittoria delle truppe francesi. Gli inglesi furono così costretti ad abbandonare la maggior parte dei
territori acquisiti. Dal 1380 sia la dinastia francese sia quella inglese vennero scosse da violente
tensioni e lotte dinastiche che portarono all'alleanza tra Enrico V e il duca di borgogna contro il re
di Francia. Il sovrano inglese sbarcò in Normandia e vinse nel 1415 le truppe nemiche puntando
direttamente su Parigi. Carlo VI caduto in mano ai nemici fu costretto ad accettare il trattato di
Troyes nel quale diseredava il figlio trasferendo il diritto di successione ad Enrico V al quale dava in
moglie la figlia. Un fatto inatteso segnò la riscossa francese, Giovanna D'Arco si fece affidare da
Carlo VII un esercito col quale iniziò una marcia di liberazione della Francia. Giovanna venne però
catturata, processata per eresia e condannata al rogo nel 1431.
Scomparsa Giovanna non si arrestò la riscossa francese anche grazie alla defezione del nuovo
conte di Borgogna. Nel 1453 le operazioni sostanzialmente cessarono, gli inglesi rimanevano
padroni solo della piazzaforte di Caleis. Durante il lungo conflitto che vide opposte Francia ed
Inghilterra vennero affinate nuove tecniche militari, come l'utilizzo dell'arco lungo e la possibilità di
usare i cavalieri come fanteria pesante. Venne ridimensionata insieme con la cavalleria il ruolo
della feudalità e venne smentita la credenza sull'inettitudine militare delle masse contadine.
Entrambe le monarchie inoltre desinarono sempre una maggiore quantità di denaro all'ingaggio di
fanti, spesso stranieri. In questo frangente la fanteria svizzera svolse un ruolo rivoluzionario dato
che per sopperire all'inferiorità rispetto alla cavalleria avevano sviluppato una sorta di falange che
permetteva di muovere come strumento offensivo anche senza la cavalleria. L'avvento del
cannone portò poi ad un indebolimento dei ceti baronali che non erano più in grado di ribellarsi.
Le fortificazioni però non persero di valore che vennero restaurate in funzione delle nuove
tecniche militari. Come conseguenza di tutto questo la nobiltà dovette rassegnarsi a militare
nell'esercito regio visto che solo i sovrani ormai potevano permettersi il mantenimento di un
esercito stabile. In Francia grazie al sentimento nazionale che si era formato nel corso della guerra
Carlo VII poté intraprendere riforme amministrative e finanziarie per consolidare l'attività regia. Il
figlio Luigi XI intraprese una politica antifeudale che portò sotto la diretta amministrazione regia
moltissimi terreni. La situazione in Inghilterra era molto diversa, l'aristocrazia era diventata arbitra
del potere perciò esplose una guerra civile (guerra delle due rose 1455-1485) che portò sul trono
Riccardo IV a cui successe il figlio Edoardo V che fu poi soppresso dallo zio Riccardo la cui
monarchia venne stroncata da Enrico Tudor. Il nuovo sovrano assecondando il bisogno di pace del
popolo intraprese l'opera di restaurare l'autorità regia. In spagna la situazione non era migliore: il
movimento della reconquista aveva portato alla fondazione dei regni di Portogallo, Castiglia ed
Aragona tutti sconvolti da terribili crisi. Il primo a superarle fu il portogallo il cui sovrano rafforzò la
monarchia e diede impulso alle attività marinare. In Castiglia si sentiva ancora il forte peso della
nobiltà che venne però controbilanciato dall'unione delle città in fratellanze. Il regno d’Aragona
presentava ancora un'economia agricola ma era interessato al commercio nel mediterraneo
acquistando nel Quattrocento il controllo di Sicilia e Sardegna, fondando così un vero e proprio
impero economico e marittimo. Ferdinando ed Isabella di Castiglia puntavano a far nascere un
sentimento di stato spagnolo attraverso l'unificazione anche attraverso la riconquista di Granada
che era rimasta l'unica roccaforte mussulmana in europea (1492). Nello stesso anno Colombo
scoprì l’America e già l'anno successivo scoppiarono conflitti per stabilire le aree di influenza nel
nuovo mondo tra spagna e portogallo.

(cap.22) Potere e società nel mezzogiorno Angioino-Aragonense.


Con la battaglia di Benevento del 1266 la dinastia sveva era stata spazzata via a favore della
dinastia angioina. Carlo d’Angiò si proponeva due obiettivi:
• Rendere effettivo il vincolo feudale che subordinava alla chiesa di roma la monarchia
meridionale.
• Procurarsi un valido sostegno politico-militare per coordinare le forze guelfe in Italia. Carlo
d’Angiò mirava a stabilire una egemonia sull’Europa che faceva perno sulla Sicilia fino ad arrivare
alla conquista di Costantinopoli. All'indomani della battaglia di Benevento sorsero i primi dissapori
con il papa a causa del saccheggio della città. A ciò si aggiunsero le lamentele che giungevano a
Roma per i soprusi dei funzionari regi e l'eccessiva pressione fiscale. Per il primo punto il re corse
ai ripari ma non fu in grado di attuare concessioni sul lato fiscale. La rivolta esplose in occasione
della discesa in Italia di Corradino di Svevia ma a seguito della sua sconfitta la repressione fu
durissima. A causa della rivolta venne operata una profonda restaurazione della feudalità nel
regno con un massiccio inserimento di cavalieri francesi. Anche se il sovrano fece di tutto per
rendere ben accetta alla popolazione la nuova classe dirigente il malcontento non venne placato.
In questo clima non sorprende che i moti rivoluzionari scoppiati a Palermo nel 1282 raccolsero
vasti consensi. Re Carlo che aveva già avviato i suoi piani di conquista verso oriente e la
popolazione aveva notato come a differenza di quanto accadeva per il regno d’Aragona le
conquiste di Carlo avevano natura prettamente militare. I siciliani, usciti vincitori dalla rivolta
avevano offerto la corona di Sicilia a Pietro III. Il pontefice però considerando gli aragonesi come
usurpatori bandì contro di loro una crociata che fu affidata al re di Francia Filippo l'ardito. La
crociata portò all'allargamento del teatro di guerra in cui venne coinvolta la catalogna. Il pontefice
Bonifacio VIII creò le condizioni per giungere nel 1295 al trattato di Anagni secondo il quale il
nuovo re d’Aragona riconobbe il ritorno in Sicilia degli angioini. I siciliani si ribellarono nuovamente
ma la pressione diplomatica del pontefice portò nel 1302 al trattato di Caltabellotta in base al
quale Federico III fu riconosciuto re col titolo di re di trinacria e l'intesa che alla sua morte il regno
sarebbe tornato agli angioini. Alla morte di Federico III l'isola restò però sotto la dinastia aragonese
fino al 1372 quando Giovanna I d’Angiò riconobbe la situazione come definitiva. Al seguito dello
scoppio della rivolta del vespro, Carlo d’Angiò fu sul punto di perdere il suo regno oltre che aver
dovuto rinunciare alle sue mire espansionistiche nel mediterraneo. Nel 1284 il figlio del re ingaggiò
uno scontro navale al largo di Napoli contro una flotta siculo-aragonese dove fu sconfitto e fatto
prigioniero. Il ritorno del re valse però a superare il momento critico. La ripresa della dinastia
angioina fu molto rapida ma possibile grazie anche al deciso appoggio papale ed anche del
sostegno degli uomini d'affari toscani che in cambio ottennero facilitazioni doganali oltre a feudi e
cariche. Comunque, l'avvento della dinastia angioina coincise con una grande accelerazione
dell'economia meridionale e dell'emergere di Napoli come piazza economica di prim'ordine. A
questo si aggiunse una ritrovata nascita culturale, seguita da un'innovazione edilistica ed
urbanistica. L'epoca d'oro di Napoli coincise con il regno di Roberto il saggio. La conquista del
meridione da parte degli Angiò portò ad una stabilizzazione della situazione politica in tutta la
penisola poiché portò allo sviluppo delle autonomie comunali che al nord si erano già sviluppate
nei secoli precedenti. All'interno di questo comuni furono frequenti le lotte di classe, motivo dei
conflitti furono principalmente le ripartizioni del carico fiscale sulla base della valutazione del
patrimonio. Spesso i nobili per rivendicare una superiorità sul popolo si rifiutavano di pagare le
imposte che tra l'altro crescevano via via che il bisogno finanziario del comune cresceva. Un altro
argomento di discussione era la ripartizione delle cariche elettive che i nobili cercavano sempre di
monopolizzare. Nonostante le discordanze il ruolo dei comuni nello stato angioino crebbe sempre
di più. Con l'avvento al trono di Giovanna I nel 1343 si aprì per la casa d’Angiò un periodo di crisi in
quanto il re d’Ungheria avanzando pretese sul trono del regno di Sicilia invase il regno nel 1348
puntando su Napoli. Gli ungheresi si ritirarono nel 1352 consentendo alla regina di avviare una
grande opera di restaurazione. La crisi dinastica, tuttavia, era ben lontana da una soluzione,
Giovanna I non aveva eredi diretti e questo portò il nipote Carlo III ad invadere Napoli, Carlo III era
esaltato come padrone d’Italia ma morì assassinato nel 1386 dopo aver tentato di cingere la
corona d’Ungheria. Il figlio Ladislao si concentrò sui domini italiani allora sconvolti dalla guerra
civile. A lui successe Giovanna II che adottò come figlio e successore il re d’Aragona Alfonso V. La
Sicilia non tornò in mano agli angioini ma rimise sotto un ramo collaterale della dinastia aragonese
che si trovò in una posizione di debolezza nei confronti della nobiltà siciliana visto il costante
impegno militare in cui erano impiegati. La monarchia risultava essere in completa balia del
baronaggio. Con l'avvento di Pietro IV il regno venne riunificato dopo uno scontro con dei baroni
ribelli e fu dotato di un parlamento, venne così instaurato un collegamento tra monarchia e poteri
locali. La Sicilia ormai ridotta ad un vice regno nonostante la sua economia fosse in rapida ripresa
rimase definitivamente legata agli aragonesi che restarono sul trono. La Sicilia pervenne all’Alfonso
il magnanimo e tramite il pagamento di una ingente somma di denaro fu conquistato il regno di
Napoli. Per il regno di Napoli si combatté nuovamente dal 1435 quando Giovanna ed il figlio
adottivo Luigi morirono. Alfonso fu sconfitto e fatto prigioniero dal conte di Milano Filippo Maria
Visconti con in quale però strinse un'alleanza grazie alla quale riprese la conquista del regno,
finché nel 1442 conquistò Napoli. La ricostituzione del regno di Sicilia contribuì al nuovo disegno di
politica economica di Alfonso che avviò tra l'altro un'opera di rinnovamento e razionalizzazione
delle strutture politiche potendo avere di rimando un rapido controllo delle sue risorse.

(cap.23) Chiusure oligarchiche e consolidamento delle istituzioni in Italia centro-


settentrionale.
Le istituzioni comunali si caratterizzarono per la loro perenne instabilità. La causa era la dinamica
sociale nuova che portava anche all'ascesa di famiglie nuove ed al tentativo da parte di categorie
sociali, fino ad allora ai margini della società, di allargare i propri spazi "democratici". I comuni dal
canto loro si mostrarono incapaci di dotarsi di saldi ordinamenti sociali. Le instabilità appaiono in
via di superamento nel corso del '300 quando le istituzioni comunali presero una piega in senso
signorile. Il passaggio da signoria a comune non avvenne bruscamente, i primi esempi di signorie si
possono trovare in Italia settentrionale, il primo a Ferrara, per poi espandersi fino alla signoria dei
Medici a Firenze. Le vie verso il governo signorile si erano aperte anche dove il popolo aveva
raggiunto il potere. Rimaneva però sempre pilotato dall'aristocrazia e dal popolo grasso. In Italia la
formazione delle signorie coincise con una serie di tentativi espansionistici che contribuirono a
semplificare il quadro politico italiano attraverso la formazione di organismi politici più vasti.
L’espansionismo, del resto, era parte integrante della politica signorile poiché i signori giungevano
al potere attraverso una rete di contatti anche esterna al comune. In Italia centro-settentrionale
intorno al tre-quattrocento si formò la tendenza ad operare formazioni politiche di carattere
regionale, significativo fu il caso di Firenze che nel 1421 controllava quasi tutto il territorio
dell'attuale toscana e buona parte del litorale. In questo clima di crescente espansione territoriale
anche lo stato della chiesa mirava a costituirsi dei saldi domini. Il punto di partenza fu l'antico
patrimonium petri ovvero i territori di Bisanzio che i re franchi avevano donato ai pontefici nel
corso del VIII secolo. Questi domini però non avevano mai costituito una coerente dominazione
politico-territoriale a causa del proliferare di diversi centri di potere e dei diritti che gli imperatori
rivendicavano sulle loro terre. La situazione si andò risolvendo quando all'inizio del Duecento con
la crisi imperiale gli imperatori abbandonarono ogni pretesa sulle terre papali. Si cercò di
trasformare il dominio papale in governo effettivo dividendo il territorio in sette provincie ognuna
amministrata da un rettore che deteneva diversa autonomia. Con il trasferimento del papato ad
avignone però le cose per Roma peggiorarono in quanto fu in balia della signoria locale. Dopo la
breve esperienza a Roma di Cola di Rienzo, il potere pontificio venne ripristinato in maniera
magistrale dal legato pontificio Egidio di Albornoz che emanò tra l'altro le cosiddette costituzioni
egidiane che diedero allo stato pontificio una configurazione destinata a durare fino al 1816. I
modelli di organizzazione politica erano sostanzialmente tre: Quello dei visconti, quello fiorentino
e quello veneziano. I visconti avevano inglobato nel loro dominio un numero elevato di comuni ma
omogeneizzare il tutto fu ritenuto impossibile per cui i comuni vennero lasciati in vita come
amministrazioni territoriali dello stato. Nello stesso tempo fecero largo uso delle istituzioni feudo-
vassallatiche per inquadrare nello stato le vecchie signorie locali. Lo stato visconteo prese le
sembianze di uno stato moderno in quanto gli interventi del duca negli ambiti di competenza
locale si facevano sempre più frequenti. A Firenze la situazione era diversa, si diede infatti maggior
autonomia alle comunità rurali per tentare di sganciare il contado dall'influenza di grandi città
come Pisa, Arezzo e Pistoia. I ceti urbani protestarono perciò Firenze abbandonò questa strada
rinunciando a dare al suo stato un ordinamento più moderno per venire a capo delle resistenze dei
suoi centri urbani. Venezia adottò una via di mezzo, l'amministrazione locale venne lasciata nelle
mani dei centri urbani non perdendo però occasione per ridimensionare il suo potere occupandosi
continuamente in questioni di competenza dei consigli municipali. Il risultato fu la costruzione di
uno stato omogeneo in grado di resistere più agilmente ai momenti di difficoltà.

(cap.24) Al di là dei confini dell'impero. Le altre realtà politiche del continente


euro-asiatico.
Nel corso del tre-quattrocento l'impero andava configurandosi sempre più come uno stato
identico agli altri. Il regno di Tamerlano segnò la conclusione delle ondate di popoli invasori. La
caduta di Costantinopoli concluse l'esperienza dell'impero bizantino e aprì le porte dell’Europa
all'islam. La massa informe di stati che sembrava l’Europa nel corso del medioevo assunse via via
sempre più forma nell'avvicinarsi dell'età moderna. In Scandinavia una volta esauritasi la fase delle
scorrerie normanne si erano formati i regni di Danimarca, Svezia e Norvegia dove il
consolidamento del potere monarchico andava di pari passo con l'evangelizzazione operata dai
missionari tedeschi. Anche la società si evolveva prendendo come modello quella dell’Europa
centrale. Con il proliferare degli scambi commerciali si giunse alla formazione di una aristocrazia
mercantile. La Boemia si costituì al tempo di Ottone I come ducato sotto la sovranità del re di
Germania. Nel 1085 i duchi ottennero il titolo di re e quando il trono passò ai conti di
Lussemburgo, Praga conobbe un periodo di splendore. Sotto Carlo IV si assiste alla formazione del
sentimento nazionale ceco. Questo sentimento si manifestò sotto forma di insofferenza nei
confronti della presenza germanica ai vertici della chiesa e nelle attività produttive. I cavalieri
teutonici si trasferirono in europea quando la fine degli stati crociati era segnata, impegnandosi
nell'evangelizzazione e colonizzazione dei territori oltre l’Elba. I membri dell'ordine teutonico si
dividevano in quattro categorie:
• I cavalieri provenienti dalla nobiltà.
• I preti.
• I serventi.
• I confratelli.
La cellula base era il convento, normalmente collocato in un castello. Il capitolo provinciale
prussiano si configurò subito come uno stato indipendente. La loro opera colonizzatrice giunse
fino all’Estonia. I metodi assai brutali nei confronti delle popolazioni assoggettate rese il loro
dominio sempre più mal sopportato. La polonia era nata dall'aggregazione di vari stati tra l'oder e
la vistola raggiungendo al tempo di Boleslao il prode, anche una discreta estensione territoriale.
Alla fine, dell'XI secolo però la polonia si divise nuovamente, la restaurazione regia venne riavviata
agli inizi del Trecento con Casimiro il grande. Con la conversione al cattolicesimo della Lituania si
formò un grande stato politico lituano che infranse tra l'altro la potenza dei cavalieri teutonici. Il
principato di mosca era nato come entità politica e dopo essersi ripreso dalla sconfitta dei tartari
cercò di portare il suo predominio nella zona dell'alto volga. Il modello religioso moscovita era
legato a quello bizantino, per cui le cariche politiche erano molto vicino a quelle ecclesiastiche.
Con Tamerlano l'impero dell'orda d'oro portò a compimento le sue ultime campagne per
l'espansione. I turchi impossibilitati ad espandersi verso est ripiegarono verso ovest conquistando
gran parte della Turchia e arrivando nel 1452 a conquistare Costantinopoli, ultima roccaforte
caduta sotto Maometto II. I turchi poterono così dilagare in Grecia e nei Balcani. Non essendo
capaci di assorbire la cultura dei popoli assoggettati gli stessi mantennero le proprie tradizioni e la
propria cultura. Il potere politico e religioso era concentrato nelle mani del sultano. L'esercito
turco si costituì come macchina bellica di eccezionale potenza.

(cap.25) La chiesa tra crisi istituzionale e dissenso religioso.


Nel 1309 a seguito del conflitto tra Bonifacio VIII e Filippo il bello la sede papale era stata spostata
da Roma ad Avignone. La nuova sede papale subì la pesante influenza della corte francese, tutti i
papi del periodo avignonese furono di origine francese, come la maggior parte dei cardinali
nominati. La tranquillità di Avignone contribuì allo sviluppo dell'organizzazione della curia, il
nascere del nuovo apparato burocratico-amministrativo consentì ai pontefici di accentrare in loro
il controllo della chiesa, anche la nomina di vescovi e abati maggiori dei monasteri divenne
esclusiva competenza papale. Questo nuovo sistema si era reso necessario per sottrarre la chiesa
dalle ingerenze delle comunità locali. D’altro canto, anche i vescovi restarono scontenti poiché si
vedevano privati dei loro benefici derivanti dalla loro condizione. Dato che il papato si occupava
anche di materie in ambito giurisdizionale, i tribunali curiali iniziarono a produrre documenti di
ogni genere. Vennero regolamentati diversi uffici come la cancelleria o la camera apostolica che si
occupava della gestione delle finanze. Tutto questo si pose quindi come coronamento di secoli di
sviluppo della monarchia papale che comunque nel periodo avignonese subì una forte
accelerazione. Dato che la chiesa aveva quasi abbandonato il suo ruolo di guida spirituale per
acquistarne uno prettamente temporale, iniziò ad attirarsi l'inimicizia di molti illustri personaggi
del tempo. La reazione papale fu dura, anche i disobbedienti, non strettamente correlati alla
dottrina furono dichiarati eretici, come nel caso dei ghibellini italiani. Già nel concilio di lione del
1274 si era cercato di limitare la fondazione di nuovi ordini religiosi, specialmente se si trattava di
ordini mendicanti. Venne imposto agli ordini nati dopo il 1215 di non accettare nuovi membri,
imponendo altresì ai restanti membri di trasferirsi presso ordini già approvati dalla santa sede. Gli
apostolici non accettarono l'imposizione e vennero perseguitati come eretici. Il nuovo leader degli
apostolici, Dolcino, dotato di una profonda preparazione biblica elaborò una concezione più
complessa della salvezza, che prevedeva la distruzione della chiesa carnale di Bonifacio VIII. Per
sfuggire alle persecuzioni Dolcino e i suoi seguaci si rifugiarono in Valsesia dove le sue file si
ingrossarono per l'affluire di nuovi seguaci dall’Italia centro-settentrionale. La lotta operata dai
dolciniani ha indotto a vederla come la prima lotta di classe anche se i dolciniani non avevano idea
di questo ma miravano soltanto alla costituzione di una chiesa più uguale e giusta.
Nel 1357 tuttavia un esercito promosso da Clemente V distrusse gli ultimi nuclei di resistenza
dolciniana. In europea un altro uomo era destinato ad attirarsi l'ira del pontefice, Giovanni Wyclif
che tradusse la bibbia in inglese e criticò la mondanizzazione della chiesa predicando un ritorno
alla povertà alla quale si univa anche la critica ad elementi fondamentali della dottrina, come la
scomunica o le decime. I suoi discepoli detti lollardi diffusero la dottrina anche se il suo pensiero fu
condannato come eretico. Nonostante tutto il movimento si esaurì nel corso del Quattrocento.
Altro eretico fu Giovanni Hus che riprese le teorie di Wyclif ribadendo la critica al mondanismo e
alla piega monarchica. Hus fu condannato al rogo come eretico nel 1415. Nel frattempo, erano
maturati i tempi per un ritorno della chiesa a Roma, la tranquillità di Avignone però trattenne i
pontefici per ancora qualche tempo. Il ritorno definitivo del papato a Roma si ebbe nel 1377 con
Gregorio XI che si fece precedere da bande armate e da un suo legato. Contribuirono ad accelerare
il ritorno del papato a Roma furono anche le incursioni nel territorio provenzale perpetrate da
truppe sbandate che erano impegnate nella Guerra dei cent’anni. Il papato attraversò un periodo
scismatico a partire dal 1379 anno in cui venne eletto l'antipapa Clemente VII che si pose in
antagonismo nei riguardi di Urbano VI. Lo scisma non si risolse così presto come si era creduto
inizialmente, il riconoscimento della curia divenne per i regnanti europei un argomento di lotta
politica. In questo clima il prestigio della dignità sacerdotale si abbassò ulteriormente, donando
nuova linfa alla lotta contro la corruzione della chiesa. Per sbloccare la situazione venne convocato
un concilio universale a Pisa nel 1409 dove vennero deposti entrambi i pontefici, Gregorio XII e
Benedetto XIII e dove venne eletto Alessandro V. Tuttavia, il concilio non fu riconosciuto e ai due
pontefici se ne aggiunse un terzo. Anche se il concilio di Pisa non era stato organizzato al meglio
rimase convinzione che fosse proprio il concilio lo strumento necessario per risolvere il problema.
Promotori di questa iniziativa furono Giovanni XXIII, successore di Alessandro V e l'imperatore di
Germania Sigismondo. Il concilio venne riunito a costanza nel 1414, vi parteciparono numerosi
canonisti e principi. Nel 1415 si giunse al decreto Haec Sancta secondo il quale il concilio
universale derivava il suo potere direttamente da dio avendo autorità anche sul pontefice. Venne
successivamente deposto il pontefice pisano e poi Benedetto XIII. Gregorio XII si dimise
spontaneamente. Dopo un conclave di brevissima durata venne eletto Martino V. Venne anche
decretato che il concilio universale dovesse essere convocato ogni dieci anni e Martino pur
mostrando il suo scarso entusiasmo convocò un concilio a Pisa nel 1423 per affrontare i temi della
riforma della chiesa. I lavori si chiusero di nuovo con un nulla di fatto. Dopo sette anni dal 1431 fu
convocato un secondo concilio a Basilea che stabilì di ridimensionare i poteri del papato e di ridare
alle diocesi locali la loro autonomia. Il papa, contrario a tali riforme bloccò il concilio per trasferirlo
in Italia ma i conciliarisi più radicali non obbedirono e processarono Eugenio IV dichiarandolo
decaduto. Venne designato come successore Felice V. La successione ebbe però vita breve e nel
1449 venne nuovamente riconosciuta l'autorità del pontefice romano Niccolò V. L'esperienza del
concilio di Basilea aveva insegnato ai principi che la strada migliore per il rafforzamento dei loro
poteri era di stabilire dei trattati con il papato per delimitare chiaramente le rispettive sfere di
influenza. In cambio del riconoscimento della superiore autorità papale si chiedeva la possibilità di
tassare i beni ecclesiastici, il controllo delle cariche più importanti e la competenza dei tribunali
civili in materia ecclesiastica. In Francia si sviluppò in questo periodo una chiesa nazionale detta
gallicana. Superata la crisi del concilio, il papato si concentrò sul recupero del terreno perduto;
anzitutto il pontefice Pio II stabilì che l'autorità suprema della cristianità restava il papato e non il
concilio, contemporaneamente si sviluppava l'apparato burocratico e cresceva il prestigio del
collegio cardinalizio. Un altro problema era rappresentato dal recupero del governo effettivo sullo
stato della chiesa che venne recuperato in maniera efficace facendo uso del nepotismo. Lo
sviluppo di un efficiente sistema fiscale diede inoltre al papato una ingente disposizione
finanziaria, dando vita al fenomeno del mecenatismo ed a una opera di restaurazione edile di
Roma. I rinnovati impegni di governo dei pontefici avevano come conseguenza quella di distoglierli
dalla cura delle anime, l'amministrazione dei culti però continuò in maniera sorprendente in
quanto anche in assenza dei vertici ecclesiastici l’istituzione base come le parrocchie continuavano
incredibilmente a funzionare. Variegato si prestava anche il mondo dei chierici che risultava
comunque attiva sulla sacralità basale. Un movimento molto attivo soprattutto nelle popolazioni
urbane era rappresentato dall'associazismo laico e dal monachesimo. Il fenomeno del
monachesimo subì un'accelerazione nel corso del Quattrocento quando sia gli ordini mendicanti,
sia i vecchi rami dell'ordine benedettino diedero attuazione al tanto atteso rinnovamento che
agitava il mondo cristiano. Fu allora che prese piede il così detto movimento dell'osservanza, nato
per richiamare i monaci e i chierici al rispetto completo delle norme.

(cap.26) Alla ricerca di un difficile equilibrio. Politica e cultura nell’Italia del


Quattrocento.
La caduta di Costantinopoli non valse a far adottare misure concrete per scongiurare una ulteriore
espansione dei turchi in europea, i regni europei infatti erano alle prese con gravi problemi interni
dopo le crisi e le lotte dinastiche del tre-quattrocento. Gli stati italiani apparivano esausti dopo i
ripetuti ed inutili tentativi di imporre la propria egemonia sulla penisola. A causa di questi tentativi
Milano, Venezia e Firenze consolidarono i loro organismi politici e si delinearono su base
regionale. Occorre tornare a parlare del ducato di Milano, dove Filippo Maria Visconti era rimasto
solo nel 1412 alla guida del ducato, aveva avviato il recupero dei territori perduti. Filippo Maria
Visconti non si limitò al ripristino del suo territorio ma lanciò i suoi condottieri alla conquista di
nuovi domini. Si formarono quindi diverse reti di alleanze formate da città spaventate per la
continua espansione viscontea, città come Siena e Firenze ed in seguito anche il papa ed il duca di
Savoia strinsero alleanza. Da questo clima di tenzione scaturì una guerra che durò più di vent'anni
(1423- 1447), fu ricca di colpi di scena, intrecciandosi anche con le lotte dinastiche degli stati
coinvolti. Per tenere sotto controllo i comandanti dei contingenti mercenari i principi iniziarono a
concedere a questi personaggi feudi e benefici. Un primo stop alla guerra ci fu nel 1433 con la
pace di Ferrara secondo la quale Venezia poteva tenere i territori conquistati. Il conflitto riesplose
già l'anno successivo ed il ducato di Milano conservò l'iniziativa. Il conflitto andò complicandosi a
causa del coinvolgimento del meridione dove era già in corso una lotta tra gli Angiò e gli Aragona
per la successione a Giovanna II. A Firenze gli insuccessi militari contro il duca di Milano avevano
screditato il potere oligarchico creando le condizioni per l'avvento del potere dei Medici, nella
persona di Cosimo De Medici che diede nuovo slancio all'alleanza con Venezia in funzione anti-
viscontea. Un'altra effimera pace venne firmata a Cremona nel 1441 ma nuovamente il conflitto si
riaccese l'anno successivo, questa volta le parti furono sconvolte dalla morte del Duca di Milano
avvenuta nel 1447. Ne rivendicarono l'eredità molto personaggi in vista dell'epoca ma le famiglie
nobili milanesi proclamarono nello stesso anno la repubblica Ambrosiana. Dopo più di vent'anni di
guerra il Ducato di Milano era in preda al marasma più completo, Firenze non aveva ottenuto
vantaggi territoriali dalla guerra pur avendo investito ingenti somme, mentre Venezia era
diventata l'unica potenza esistente in Italia, temuta addirittura dai propri alleati. Quando Venezia
dimostrò la volontà di espandere i propri domini nel lodigiano coloro che si sentivano minacciati,
ancora una volta si coalizzarono contro l'aggressore. I Milanesi sconfissero i Veneziani presso
Caravaggio nel 1448 e nel 1450 Francesco Sforza venne nominato Duca. Venezia non si diede per
vinta e riprese l'offensiva contro Milano dopo aver stretto un'alleanza con il Ducato di Savoia e il
red i Napoli, portando avanti la guerra per altri tre anni. Il clima fu nuovamente scombussolato
dalla caduta di Costantinopoli e dal successivo appello del papa contro i turchi. Venezia mise fine
alla guerra per concentrarsi sui suoi domini orientali che sarebbero stati quelli più interessati
dall'avanzata turca. Si giunse quindi alla pace di lodi, firmata nel 1454 che sancì la definitiva ascesa
di Francesco Sforza come Duca di Milano ed il riconoscimento delle conquiste venete in
Lombardia. Per rendere più stabile la pace Milano, Venezia e Firenze diedero vita alla Lega Italica
che venne estesa l'anno seguente al papa, al re di Napoli e a Borso D'Este. La Lega aveva lo scopo
di impedire qualsiasi tipo di tentativo espansionistico ai danni degli stati aderenti. L'accordo aveva
durata di venticinque anni e contemplava anche la formazione di un esercito comune la difesa che
però non venne mai realizzato. Delineando un quadro degli stati italiani dopo la pace di Lodi
troviamo:
Venezia, concentrata sulla difensiva dei propri interessi commerciali e dei suoi possedimenti
orientali. Venezia perse nel 1470 l'isola di Eubea ma acquistò Cipro dall'ultima regina. Il rapporto
con i turchi risultò sempre estremamente precario all'interno di un accordo che prevedeva per i
veneziani libertà di commercio in cambio del pagamento di tasse doganali non troppo gravose.
A Milano Francesco Sforza non era più pressato dai veneziani, potendo così iniziare ad impegnarsi
affondo per ottenere consensi per la sua dinastia e rafforzare il proprio potere. Operava
attivamente al livello diplomatico per creare un asse con Firenze e Napoli da porre a difesa degli
equilibri italiani, favorì all'interno del suo dominio la ripresa dell'attività agricola e manifatturiera.
Con l'avvento al potere del figlio Galeazzo Maria iniziarono le prime difficoltà che culminarono con
il suo assassinio nel 1476. Il potere dopo un breve conflitto dinastico venne reclamato da Ludovico
il Moro. Tra Milano e Venezia stava il Marchesato di Mantova retta dai Gonzaga che dopo aver
esteso i propri domini verso il lago di gara dovette faticare non poco per mantenersi in equilibrio
nel difficile clima politico italiano.
In una situazione simile si trovavano gli Estensi di Ferrara, Modena e Reggio, da tempo soggetti alla
pressione veneziana che ottenne vaste conquiste grazie alla pace di Bagnolo stipulata nel 1484 a
seguito di un conflitto esploso per contrastare la politica nepotista di Sisto IV.
Si trova inoltre nel settentrione il principato di Trento, i Marchesati di Saluzzo, Monferrato e Ceva
e la Contea di Asti, tutti retti da dinastie di origine feudale. Il Ducato di Savoia gravitava nell'orbita
della Francia almeno fino al 1478 quando ne divenne un effettivo dominio.
La Repubblica di Genova si presentava molto debole dato che aveva evitato di assumere impegni
militari seri per concentrarsi sulla sua politica commerciale non rifiutandosi in alcun periodo di
essere dominata da francesi, milanesi o dal pontefice. Altre città ad aver mantenuto ordinamenti
comunali furono Siena, Lucca e Bologna, quest'ultima però alla fine cadde come dominio dello
stato pontificio. Roma o meglio lo stato pontificio vide riconosciuta la propria sovranità in buona
parte della Romagna alla quale comunque fu lasciata molta autonomia a varie realtà comunali.
Nella politica italiana della metà del Quattrocento Firenze grazie ai suoi governanti esercitò il suo
dominio su un'area paragonabile alla metà del territorio complessivo di Venezia. Il merito fu della
politica estera attuata dai Medici. La politica estera medicea venne caratterizzata da un costante
opportunismo per frenare i vari pericoli espansionistici da Venezia, da Milano e dal Regno di
Napoli. L'inizio del potere Mediceo fu caratterizzato dal quasi nullo riconoscimento formale al loro
potere che si reggeva in piedi grazie alla solidità economica della famiglia. I Medici putarono
quindi alla "manomissione" delle entità comunali già esistenti non avendo la forza per abolirle
totalmente. Proprio per questa mancanza di legittimità non mancarono famiglie che considerando
i giochi ancora aperti non mancavano di organizzare congiure. L'origine della calda situazione
fiorentina era da ricercare nella politica nepotistica di Sisto IV che pretendeva dai Medici il denaro
per riscattare Imola e darla in signoria al nipote. Al rifiuto dei Medici il pontefice si rivolse alla
famiglia dei Pazzi che accettarono di versare la somma richiesta ed organizzarono una congiura
con la collaborazione di Girolamo Riario che vedeva dei Medici un ostacolo alla sua espansione in
Romagna. La congiura fu fissata per il 26 aprile 1478. il risultato fu l'assassinio di Giuliano De
Medici e il ferimento di Lorenzo, la reazione popolare portò all'uccisione di molti dei Pazzi e dello
stesso arcivescovo Salvati. La reazione papale non si fece attendere, Lorenzo De Medici venne
scomunicato e Firenze venne dichiarata interdetta. Il papa, inoltre, dopo aver portato dalla sua
parte il Re di Napoli e Siena sconfisse Firenze presso poggio imperiale. Lorenzo allora si recò a
colloquio con il Re di Napoli col quale strinse alleanza lasciando quindi solo il papa, che non poté
far altro che venire a patti, firmando un accordo nel 1480 che prevedeva il ritorno allo status quo e
l'annullamento dell'interdetto su Firenze. L'alleanza con Milano e Napoli resse assai bene specie
durante la rivolta dei baroni nel meridione, alla quale aderirono personaggi di altissimo livello.
Innocenzo VIII nonostante la pazienza di Re Ferrante di trovare una soluzione diplomatica, non
esitò a ricorrere alle armi chiedendo anche l'aiuto di Venezia. La diplomazia di Lorenzo il Magnifico
era in piena attività per bloccare il dilagare del conflitto giungendo quindi alla pace nel 1486 nella
quale il Re si impegnava a pagare un contributo regolare alla chiesa in segno di vassallaggio, a
perdonare i baroni ribelli e ad accettare l'invio di un legato pontificio che avrebbe dovuto
occuparsi dei rapporti con i feudatari. Re Ferrante però ottenuto l'obiettivo di dividere il fronte
avversario punì tutti i personaggi in vista che parteciparono alla rivolta facendoli arrestare e
giustiziare dopo un sommario processo. Con la morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 si chiuse per
l’Italia un periodo dove era possibile risolvere rapidamente i vari conflitti. Con l'avvento al potere
di Lorenzo il Magnifico l’Italia aveva raggiunto il massimo del suo elevamento culturale iniziato
verso la fine del Trecento da uomini letterati come Coluccio Salutatio Leonardo Bruni che
prendendo esempio da Francesco Petrarca di diedero grande fervore per recuperare le opere di
scrittori classici. Il loro scopo era quello di superare la mentalità medievale e riaccostarsi alle opere
classiche per comprendere il vero significato. Proprio in questo periodo, il medioevo venne
considerato come un periodo negativo nel suo complesso poiché conobbe una decadenza in tutti i
campi del sapere. L'ideale della nuova cultura umanistica si proponeva di riprendere il colloquio
con gli autori antichi per farne nuovi modelli di formazione di imitazione. Questo periodo vide
anche la nascita della filologia ovvero del metodo critico nell'esame dei testi antichi e di ogni
forma di espressione e di pensiero che divenne in seguito una componente essenziale del pensiero
umanistico. La nuova disciplina filologica permise di dimostrare la falsità della donazione di
Costantino a papa Silvestro. Un episodio che accelerò il recupero della cultura classica fu senz'altro
la conquista di Costantinopoli che provocò il trasferimento di diversi ecclesiasti e dotti bizantini.
L'umanesimo però aveva un'ambiguità di fondo dato che l'esaltazione della cultura classica
implicava anche l'esaltazione del mondo pagano il che rendeva problematico il rapporto con la
cristianità che i più tendevano ad eludere. Vi furono poi casi di filosofi che pubblicarono opere
nelle quali il cristianesimo veniva integrato perfettamente nella filosofia platonica. La nuova
corrente di pensiero ebbe i suoi punti di forza in alcuni centri ed in alcuni gruppi di intellettuali:
Firenze, che ne fu la culla e Roma che fu l'unico centro in grado di tenere il passo con Firenze, per
poi superarlo all'inizio del Cinquecento. Anche la corte angiuina di Napoli divenne un importante
centro umanistico. Anche a Milano Ludovico il modo attuò una buona politica per quanto
concerne il mecenatismo.
Le corti europee ed italiane però non videro solo la grande produzione artistico-letteraria ma
anche quella musicale. Il Quattrocento vide la nascita del professionismo facendo di conseguenza
diventare richiesti i musicisti di fama. Il Quattrocento vede la netta egemonia della musica
fiamminga specialmente nel campo della musica sacra. L'epoca d'oro per la musica italiana sarà il
Cinquecento che vedrà finalmente l'imporsi di artisti italiani. Nello stesso periodo si andava
configurando una nuova figura nelle corti italiane ed europee, l'ambasciatore. Di ambasciatori ne
erano sempre esistiti fin dall'antichità ma si trattava di inviati occasionali. L'intensità delle relazioni
che si svilupparono nel corso del Quattrocento portò al prolungamento delle missioni
diplomatiche trasformando il semplice inviato in un ambasciatore che dimorava stabilmente nella
corte ospitante. Un ambasciatore doveva scrivere almeno una volta ogni due-tre giorni che
affidava poi a corrieri incaricati della consegna. Al servizio degli ambasciatori vennero create anche
le "poste" ovvero stazioni per il cambio dei cavalli organizzate da osti e mercanti per velocizzare le
operazioni di consegna della corrispondenza. Contemporaneamente veniva operata una
centralizzazione degli organi statali specialmente per il settore fiscale e legislativo-giudiziario. Gli
interventi in campo fiscale erano dettati dalla necessità di far accrescere le entrate statali le cui
risorse erano assorbite dal potenziamento dell'apparato burocratico, altre erano assorbite dal
settore militare. Ora, infatti, si puntava all'arruolamento di eserciti stabili, dipendenti direttamente
dal principe. Questa opera riformatrice non permise tuttavia ai piccoli stati italiani di poter
competere con le maggiori monarchie europee che potevano contare sul sentimento nazionale e
sulla assoluta fedeltà del popolo verso il potere regio. Questa grande differenza apparirà evidente
nel 1494 quando Carlo VIII di Francia scenderà in Italia. Le guerre d’Italia porteranno come
conseguenza la dispersione in europea di letterati ed artisti che diffonderanno l'arte e la cultura
italiana in europea comunicando ad un pubblico più ampio un secolo e mezzo di studi e ricerche.

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